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Trump, il grande disvelatore

di Tonino D’Orazio

C’è una grande ola contro di lui. Invece è trasparente e chiaro su almeno due punti. Uno l’applicazione del suo programma votato dalla maggioranza degli americani; secondo ha tolto un alibi ipocrita che si trascinava da un paio di decenni, anche da prima di Kioto, sull’ecosistema mondo. E anche sui blandi, perché non coercitivi, accordi di Parigi (dic. 2015). E anche sul fatto che il capitalismo ha vinto e il socialismo (che l’ha seguito) ha perso.

Sul primo punto non c’è molto da dire se non che non succede mai che un programma proposto elettoralmente, e votato, venga applicato. Per esperienza decennale, chiunque propone, poi, chiede tempo per applicarlo, (famosa l’abitudine di almeno “due mandati”, nel primo si prende tempo e nel secondo pure), o per farlo dimenticare e magari riproporlo ancora di nuovo, dopo aver fatto esattamente il contrario. Vi ricorda qualcosa la “diminuzione delle tasse”? Funziona ancora malgrado e contro la realtà “reale”, mentre quella virtuale viene continuamente inventata.

Il secondo punto, che detta lo scandalo politico “mondiale” abbastanza dirompente, non solo nei mass media, toglie finalmente ogni alibi allo sfruttamento delle risorse del pianeta per mera sopravvivenza di un capitalismo rapace. Un capitalismo globale e ora più che nudo. Trump conferma, con la sua scelta, che il meccanismo deontologico del capitalismo non può fare a meno in quest’epoca, di esplicitarsi. Il petrolio è il loro motore di morte, di prevaricazione e di maggiore inquinamento (anche se la Exon, più per immagine che altro, fa finta di “dissociarsi”). Conferma altresì, che la riduzione prevista dell’inquinamento, con tassi così bassi e a così lungo termine, non serve quasi a nulla, e tanto meno a loro.

Questo sistema è irreversibile se non è accompagnato da una riduzione drastica dei consumi o dallo sviluppo delle rinnovabili. Uno scontro a morte tra chi produce molto più del necessario e chi non riesce più a consumare. Una vera tenaglia, una morsa. Tra vita e morte, come per esempio all’Ilva di Taranto. Oggi senza alternativa credibile, sia per gli “ecologisti” che per i “produttori”, i consumatori e i lavoratori.

Toglie un alibi alle emissioni di anidride carbonica, per esempio; anche su Wikipedia il sistema di inquinamento è vario e declinato in 20 modalità. Primo la Cina (che si lamenta ma che ha deciso nei suoi piani quinquennali di recuperare il gap industriale con l’occidente e partecipa alle guerre per l’approvvigionamento di petrolio) con 9miliardi di tonnellate spediti nei suoi cieli. Segue gli Usa, con 6miliardi, paese in cui una multa per inquinamento costa a una industria circa 25.000 $, forse con riduzione se si patteggia. (Altro che costosi filtri che l’accordo di Parigi, semmai applicabile, avrebbe imposto). Segue al terzo posto la UE, con 4miliardi, che sembrano preoccupare Francia-Italia-Germania, paesi comunque gestiti da un capitalismo abbastanza aggressivo e sicuramente ipocrita, quando chiede ai suoi governanti di Stato di ridurre le emissioni che loro producono, e pagare i danni socializzandoli. Chiedono anche la continuità e il mantenimento sicuro di una legislazione specifica per non essere mai puniti.

Cina, Usa e UE producono il 58% dell’inquinamento globale. Seguono Russia (1,5 miliardi di tonnellate), India (1,4 miliardi) e Giappone (1,3miliardi), cioè 15% del totale. L’altro 25% il resto del mondo.

Ma i dati ormai sono diversificati. Per esempio uno studio dell’Università di Siena (2017) ha stimato per le emissioni di anidride carbonica emesse dalle popolazioni di oltre 170 nazioni nel mondo, che, sulla base dei loro consumi, ci sarebbero 8 miliardi di tonnellate di Co2 “incorporate” nel commercio internazionale, cioè emesse in una nazione per produrre beni consumati in un’altra nazione. In pratica la delocalizzazione delle industrie permette a un paese di delocalizzarne, nel paese in via di sviluppo, anche lo sfruttamento e l’inquinamento,  riducendo il proprio e la propria responsabilità da un punto di vista politico-ambientale.

Se la morsa come dicevo è produzione e commercio, il calcolo delle emissioni dovrebbe tener conto anche dei beni consumati all’interno dei confini nazionali di ogni paese. Questo farebbe emergere l’effetto che il commercio internazionale ha sulle emissioni su scala globale. Sicuramente allora le responsabilità, magari di Cina, Russia, India e Giappone, sarebbero ridimensionate e aumenterebbero quelle dei paesi occidentali, compreso il nostro. Ma l’accordo di Parigi non ne parla, anche se Oxfam aveva presentato una ricerca e un rapporto sconcertante sul tema, indicando che il 10% della popolazione più ricca della Terra è responsabile del 50% delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, mentre la metà più povera della popolazione mondiale, circa 3,5 miliardi di persone, ne produce solo il 10%, pur essendo la prima vittima di alluvioni, siccità e altri cataclismi legati agli effetti dei cambiamenti climatici.

Protesta anche l’Unione Africana? Tutti sanno che molti di questi paesi hanno “venduto” quote di “diritto di inquinamento” dell’immenso volume vergine della loro atmosfera a paesi che ne avevano bisogno per camuffare il proprio inquinamento e far quadrare i loro conti ambientali. (Kioto). Oppure molti non lo sanno?

Anche l’Onu che protesta contro il suo padrone sembra aver scelto di accelerare il suo suicidio. Il suo ridimensionamento era previsto nel programma elettorale di Trump. Infatti sarebbe ora che l’Onu tornasse a Ginevra, con minori spese e con un reale ridimensionamento visto quanto sono spesso inutili le sue decisioni, se non quelle di aiutare gli Usa a guerreggiare o di far continuare l’espansione di Israele in un altro stato chiamato ancora per poco Palestina. Può far sorridere che a fianco a Trump si siano schierati Siria e Nicaragua. Nemmeno Israele, la più fedele baronia.

La chiarezza e la correttezza di Trump, in fondo, sta nel ribadire e sottoscrivere le responsabilità scelte e volute dal capitalismo mondiale, senza più alibi, per nessun industriale e capitalista, di qualsiasi paese. Ha scoperto il velo, per questo sono tutti arrabbiati? Oppure perché ora si sono resi conto che ha rotto l’omertà nascosta dietro all’idea, sempre imposta dal dopoguerra, di paese “grande amico” e faro del mondo? Veramente adesso qualcuno pensa di potersi opporre? Per esempio i vari servi della troika, quelli non eletti da nessuno ? E’ un altro tassello della prevista decadenza degli Usa? (Giornalisti roboanti: “Il mondo contro Trump!”).

Dice Wikipedia:

“L’aumento di CO2 ha alterato il ciclo naturale per la riserva di carbonio, intesa come interscambio tra i vari strati della terra e l’atmosfera. Le emissioni di CO2 nei paesi sviluppati è aumentata dell’8% fra il 1992 e il 2008. Lo scambio di carbonio tra gli oceani e l’atmosfera non è più in equilibrio, per cui l’aumento di CO2 che si dissolve negli oceani rende più acide le acque con implicazioni negative per la fauna marina. Il bilancio degli scambi di carbonio tra l’atmosfera e la vegetazione terrestre è ancora in pari, ma la deforestazione selvaggia, per far posto a colture e infrastrutture turistiche, mette a rischio anche questo interscambio. Intanto l’emissione di gas serra in atmosfera aumenta l’effetto serra naturale aumentando le temperature medie globali provocando lo scioglimento dei ghiacciai, l’espansione termica degli oceani, l’alterazione climatica e l’aumento di fenomeni meteorologici estremi (alluvioni, uragani, ecc.) con conseguente dissesto idrogeologico”.

Aggiunge l’OMS (Organismo Mondiale della Sanità – sett. 2016) che “il 92% della popolazione mondiale respira aria inquinata” ?

Dice Trump: “gli americani non devono scusarsi con nessuno”

What else?

 

Fonte:  toninodorazio.altervista.org

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