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I paradossi della transizione ecologica

Tonino D’Orazio. 17 settembre 2022.

E’ saltato tutto. Ma già l’aver inserito il nucleare e il gas nell’elenco delle attività classificate dall’Unione europea come “sostenibili dal punto di vista ambientale”, delineava uno dei paradossi degli aspetti contraddittori della cosiddetta transizione energetica. In verità ne inficiava già la naturalezza ponendola su scala del mercato dell’energia e del profitto. Tutti i dati sono riferiti a prima della guerra in Ucraina.

E’ un assioma, pur rigirandolo da ogni parte, per creare energia bisogna consumare altro, quindi la parola creare è inappropriata, meglio ottenere. Mi direte che quello pulito può essere l’eolico o il fotovoltaico. Passo sopra solo per non elencare i costi connessi, dai materiali particolari, alla loro acquisizione e alla loro eliminazione o riciclaggio (non sempre possibile). Oltre che alla loro aleatorietà, se c’è sole o se c’è vento, e all’incapacità di stoccaggio dell’elettricità stessa. La produzione di energia da fonti rinnovabili per le auto elettriche sta generando tensioni sulla domanda e sui prezzi di “minerali critici” quali rame, litio, nickel, manganese, cobalto, zinco e terre rare. Tutti da scavare.

Esiste anche un argomento pregnante del mercato capitalistico. Lo vedete i colossi energetici mollare gli enormi benefici e mollare la presa ricattatoria sugli utenti, sulle popolazioni, e ormai sugli Stati? Chiunque ha oggi un impianto fotovoltaico, e pensa di essere diventato autonomo, (un po’ sì, se non si bada ai costi iniziali), è sottomesso alle decisioni Enel sul trasferimento del prodotto, sull’acquisto, sul limite di produrre di Kw (5) per abitazione (potreste arricchirvi con di più!), sull’utilizzo di una eventuale batteria di accumulo (es. se l’Enel stacca la luce, o questa salta, non potete usare la vostra batteria, non esiste swich …), ecc.

Il progetto del M5S, (110 Bonus), che in fondo prevede l’unica opzione politico economico-energetico per il futuro, cioè quello di tappezzare gran parte dei tetti d’Italia con il fotovoltaico per una certa autonomia e indipendenza di cittadinanza, dei costi risparmiati dall’utilizzo di energie fossili e inquinanti, non riesce a uscire dagli sbarramenti che i grandi monopoli introducono costantemente. E comunque l’Enel non riuscirebbe a gestire un eventuale afflusso enorme di energie rinnovabili, stagionali o meno. Non vorrei che l’energia verde sia un inganno vista l’impossibilità fisica di sostituire le attuali fonti di energia. Nonostante migliaia di miliardi di investimenti in energia verde, questa non rappresenta più del 3% dell’energia mondiale attualmente consumata. Immaginate tutti quelli “green” che hanno impiantato solo le pompe di calore per quest’inverno?

Anche gli altri paradossi sono pesanti. Soprattutto se si prevedono interventi per ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 e arrivare nel 2050 a emissioni zero. Cosa che presuppone effetti solo per i semplici cittadini, automobili e case, tralasciando quindi i consumi più inquinanti delle petroliere, dei porta-container, e dell’aviazione civile e militare, Negli ultimi 5 anni il parco auto circolante in Europa è passato da 248 a 268 milioni di veicoli, dilatando anche il divario di età. Tra le auto in media più giovani (in Lussemburgo e Regno Unito) e quelle più vecchie (Estonia, Lituania e Romania) c’è una differenza anche di 10 anni. Nel 2021 nel mondo sono state prodotti 80.145.988 di veicoli tra trasporto passeggeri e commerciali. Cifra ben lontana dal record del 2017, quando le fabbriche sparse in tutto il mondo ne sfornarono più di 97 milioni, ma in risalita rispetto al terribile 2020, fermo a 77.621.528 unità. Secondo l’annuario statistico dell’Aci, quelle che circolavano sulle strade del nostro Paese erano 36.751.311 milioni nel 2010. Un numero destinato a salire fino a 39.717.874 nel 2020, per i circa 50 milioni di cittadini maggiorenni.

In Europa nel 2020 appena lo 0,44% dei veicoli circolanti era un’auto elettrica. Di queste, 53mila immatricolate nel nostro paese. Il paradosso sta tra il sogno e la realtà. Non sarà possibile il ricambio complessivo dei veicoli europei. Non sarà possibile costruire in Europa almeno 10 milioni di colonnine di ricarica. L’impoverimento complessivo della popolazione, impedirà l’acquisto massiccio di costosi veicoli elettrici, con autonomie così ridicole da essere utilizzati misti o solo come city car. L’attuale discorso del “tutto elettrico” è semplicemente fuorviante, è un vicolo cieco fisico. Affermare da un giorno all’altro che non ci saranno più veicoli a combustione interna entro il 2035 è fisicamente insostenibile, è un’impossibilità materiale.

Nel condurre le politiche di riduzione, l’Ue continua a mantenere un’alta dipendenza energetica dall’estero, con importazioni nette pari al 57,5% dei suoi consumi, quota che sale all’83,6% per il gas naturale e al 97% per il petrolio greggio. I Verdi tedeschi ringraziano Putin del taglio netto di questi prodotti, propedeutico al sole verde dell’avvenire. Ma il 2030 è dietro l’angolo e la guerra in corso ha fatto saltare tutti i buoni propositi.

Risale l’uso del carbone. Nei primi dieci mesi del 2021, prima della guerra, vi sono incrementi a doppia cifra della produzione di energia elettrica con il carbone: +21,0% rispetto all’anno precedente nell’Unione europea a 27, con +27,1% in Germania e +17,8% in Polonia, i due Paesi che concentrano il 70,1% dell’elettricità prodotta con il carbone nell’Unione.

In Italia la produzione di elettricità dipende per il 47,7% dal gas, quota più che doppia del 20,1% della media dell’Unione europea. L’escalation della quotazioni del gas europeo si è traslata sul mercato elettrico, che dal varo del Green Deal a gennaio 2021 si è moltiplicato per 4,9 volte, con effetti pesanti, spesso drammatici, sui costi di produzione delle imprese e sulle famiglie. Nei primi undici mesi del 2021 la quota di gas liquefatto è scesa al 14% delle importazioni, ben 5,6 punti in meno rispetto al 19,6% del corrispondente periodo del 2019.

I principi generali della politica ambientale europea, a cui si dovrebbero conformare gli interventi fiscali del Green Deal prevedono una tassazione basata sul principio “chi inquina paga”. Alla prova dei fatti, però, tale principio risulta ampiamente disatteso. Nel 2020 la tassazione ambientale nel nostro Paese è del 3,0% del Pil, di 0,8 punti superiore al 2,2% della media Ue, uno spread che vale 13,2 miliardi di extra-prelievo. L’Italia, con questo livello di tassazione green, si colloca al 6° posto tra i 27 paesi dell’Unione europea, tuttavia si posiziona al 18° posto per emissioni di CO2 per abitante. Nel confronto tra le due maggiori economie manifatturiere europee, l’Italia registra un’intensità di emissioni del 28,7% inferiori a quelle della Germania a fronte di una tassazione ambientale superiore del 77,8% (1,3 punti di Pil in più rispetto all’1,7% della Germania). Paradosso, incongruenza, disorganizzazione, furto legalizzato dei monopoli privati, paga di più chi consuma meno, si paga la Tari a m2 invece che a persona inquinante…?

E adesso che siamo in guerra (solo all’inizio e anche all’inizio delle speculazioni legali di mercato neoliberista), tutto è decuplicato nei costi, sia all’origine che al consumo; si riaccendono le imprese elettriche a carbone; quelli che li hanno riaccendono i reattori nucleari, (ma tanto questi sono “ambientalmente sostenibili”), si blocca il foto-voltaico generalizzato del 110-Bonus, ecc … In fondo se il Green Deal era l’invenzione di una nuovo rilancio industriale di un capitalismo disperato, dobbiamo dire che sta fallendo. Al limite dispiace perché in fondo era legato alla produzione e al lavoro, non solo alla finanziarizzazione. Se era veramente un rilancio pulito ed ecologico per il futuro, dobbiamo dire che è fallito, non idealmente certo, ma nel paradosso della cruda realtà e dell’aver sognato oltre le possibilità reali in così poco tempo e l’aver sognato che il capitalismo buono di mercato avrebbe fatto la sua parte.

Avvisi russi: la guerra nucleare è imminente

di Tonino D’Orazio, 15 settembre 2022.

Gli sponsor dell’Ucraina hanno ricevuto DUE seri ultimatum; Uno del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, l’altro del membro del Consiglio russo ed ex presidente Dmitry Medvedev. Quest’ultimo avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le sue vere operazioni! Compreso l’uso di armi nucleari.

Sergej Lavrov:

“Il successo una tantum al fronte [la scorsa settimana] è stato mostrato solo grandiosamente dalla stampa. Il bilancio delle vittime lungo tutta la linea degli scontri ha superato i diecimila [ucraini], i feriti stanno riempiendo tutti gli ospedali, mancano le ambulanze. Le forze alleate [russe] impiegate nella lotta contro i nazisti erano appena centinaia. E poi la situazione politica è peggiorata. In Ucraina circolavano voci secondo cui fosse stata la Russia a “ritirarsi” per insabbiare qualcosa di grosso. Mentre i “patrioti” aspettavano una tregua, la Russia ha colpito gli impianti elettrici. In precedenza, il comandante in capo Zaluzhny aveva riferito a Zelensky della formazione di un grande gruppo navale della Marina russa nel Mar Nero, comprese le navi d’assalto anfibie. L’Occidente teme che la colpa sia del fallimento della truffa del grano. In primo luogo, Putin ha sottolineato al WEF che la Russia e i paesi poveri sono stati ingannati nell’accordo sul grano. Poi Erdogan lo ha ammesso. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite ha dovuto ammetterlo, anche se è stato fatto un tentativo di sottrarsi. Negli Stati Uniti dissero che andava tutto bene, ma presto i loro esperti riconobbero di nuovo la mancanza di effetti adeguati dell’aumento dei cereali sul mercato. L’Ucraina e molti dei suoi sponsor, a quanto pare, hanno ricevuto un duro ultimatum: o il grano va in Africa, e la Russia apre un mercato alimentare internazionale, oppure la Marina russa blocca di nuovo i porti ucraini, ma questa volta con lo sbarco delle truppe [russe] con la distruzione di tutte le infrastrutture portuali. Allo stesso tempo, l’intera infrastruttura ucraina “crollerà”. Approssimativamente come ciò accadrà è già stato mostrato. Si potrebbe dire che è stato un saggio sulle conseguenze se gli interessi russi fossero ignorati”.

Mentre il ministro degli Esteri Lavrov si è concentrato sulla truffa del grano, dove su 87 navi mercantili piene di grano ucraino, solo DUE navi sono andate in paesi “bisognosi” – il resto è andato in Europa – ecco un avvertimento molto più diretto dall’ex presidente russo Dmitry Medvedev. E’ equivalente alla minaccia della nuova premier del governo britannico Liz Truss sul premere il bottone senza remore. Di seguito, Medvedev avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere i russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le vere operazioni!

“La camarilla (cricca) di Kiev ha dato vita al progetto delle “garanzie di sicurezza”, che è di fatto un prologo alla terza guerra mondiale. Naturalmente nessuno darà “garanzie” ai nazisti ucraini. Dopotutto, è quasi come applicare l’articolo 5 della Nato (Trattato di Washington) all’Ucraina. Per la Nato è la stessa cosa, vista solo di lato. Ecco perché fa paura. I nostri amici giurati – capi occidentali di vario calibro, a cui è rivolto questo appello – devono finalmente capire una cosa semplice. Riguarda direttamente la guerra ibrida tra Nato e Russia. Se questi idioti continuano a pompare senza freni il regime di Kiev con i tipi di armi più pericolose, prima o poi la campagna militare salirà a un altro livello. I confini visibili e la potenziale prevedibilità delle azioni delle parti in conflitto scompariranno. Seguirà il proprio scenario militare, coinvolgendo nuovi partecipanti. È sempre stato così. E poi i paesi occidentali non potranno sedersi nelle loro case e appartamenti puliti, ridendo di come stanno indebolendo accuratamente la Russia con le mani di qualcun altro. Tutto si accenderà intorno a loro. Il loro popolo coglierà il dolore nella sua interezza. Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento. Ne avremo molti anche noi. Sarà molto, molto male per tutti. Del resto si dice: «Per questi tre flagelli, fuoco, fumo e zolfo, che uscivano dalla loro bocca, un terzo del popolo morì» (Ap 9,18). I politici dalla mentalità ristretta e i loro ottusi think tank, roteando premurosamente un bicchiere di vino nelle loro mani, parlano di come possono trattare con noi senza entrare in guerra diretta. Imbecilli ottusi con un’educazione retrograda. (Dmitrij Medvedev)

Medvedev non nasconde la sua minaccia nucleare. Quando ha scritto “Tutto si accenderà intorno a loro” e “Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento“, si riferisce in modo chiaro e inequivocabile a ciò che accade esattamente in un’esplosione nucleare. Noi occidentali siamo avvertiti, ancora una volta, che le azioni che intraprendiamo porteranno gli Stati Uniti e l’Europa a essere colpiti dalle armi nucleari russe! Quanto più diretti ancora possono dircelo i russi? Ci dicono cosa accadrà. Ci hanno messo in guardia più e più volte da quando le loro operazioni militari speciali sono iniziate a febbraio, ma i nostri funzionari del governo sembrano ridere come una sorta di “atteggiamento”. A mio parere, questa non è una posa, per niente. Mi sembra che i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa non credono che stanno causando a tutti noi la possibilità di annientamento nucleare, fino a quando una vera bomba nucleare non volerà attraverso la loro finestra e ci fa precipitare nell’aldilà! Continuando a fornire armi sempre più letali all’Ucraina, i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa faranno uccidere molti di noi”. (Hal Turner) (E’ un commentatore politico americano di estrema destra molto conosciuto).

Non è mia intenzione aggiungere paura, ce ne hanno già riempita parecchia a tutti in questi ultimi anni, ma la strada sta diventando scivolosa, passo dopo passo, e se veramente la Nato, in un modo o in un altro accoglie l’Ucraina nel suo sistema di “sicurezza collaterale” allora la guerra non sarà più ibrida, (per conto terzi), ma diventa chiaramente generale, Nato contro Russia.

Finanza e mercato dell’energia

di Raffaele Picarelli

L’esponenziale incremento della quotazione del gas e, in generale dell’energia, sta mettendo in ginocchio le economie occidentali e innescando una gravissima crisi sociale a causa della speculazione finanziaria ai cui interessi è asservita la governance politica. Occorre contrastare questa deriva tramite massicce mobilitazioni popolari che, previa acquisizione della genesi del fenomeno, avanzino richieste mirate ed efficaci che portino ad un cambio di paradigma.

Premessa

L’articolo che segue vorrebbe dare una risposta (o cercare di farlo) ad alcune domande che sorgono spontanee in ordine alle ragioni dell’andamento fuori controllo del mercato dell’energia europeo, che si traduce, per la stragrande maggioranza delle popolazioni, in aumenti sproporzionati delle bollette energetiche (gas e luce) e, quindi, in un cospicuo immiserimento delle loro condizioni di vita.

Come è possibile che una materia prima come il gas naturale, che ha un costo di produzione per le aziende produttrici da 2 a 5 euro per megawattora (MWh), arrivi a raggiungere sul mercato un prezzo da 40 a 80 volte tanto?

I prezzi del gas, da oltre sei settimane, si sono stabilizzati oltre 200 euro a MWh, fino a toccare punte di 340. Ci si potrebbe chiedere: il fenomeno è dovuto a un aumento reale della domanda e/o a una riduzione reale dell’offerta? Di questo sono certi i molti commentatori economici e politici che affollano i talk show e scrivono sui giornali.

Ma come è possibile questo se la domanda industriale di gas è calata di oltre il 9% tra la seconda metà del 2021 e la prima del 2022, e se la riduzione dell’offerta russa causata dalle sanzioni occidentali sarebbe compensata, come dicono, da offerte di gas di altra provenienza?

Per “considerazione del rischio geopolitico”, dichiara solennemente Francesco Starace, amministratore delegato di Enel (Il Sole – 24 Ore del 4 settembre).

Per la guerra in Ucraina, cantano all’unisono nel coro mainstream.

C’è qualcosa che non quadra in tutto questo: come è possibile che la causa degli aumenti sia la guerra in Ucraina se già nell’ottobre/dicembre 2021, cioè vari mesi prima dello scoppio delle ostilità, l’aumento del prezzo del gas, rispetto ai primi mesi del 2021, era del 500 – 600%? Fino a raggiungere nella media dei prezzi spot1 TTF di dicembre 2021 l’ammontare di oltre 110 euro al MWh? (tabella 1)

Oggi l’aumento del prezzo del gas è arrivato al 1000% anche sul timore della penuria di gas in inverno.

Allora come stanno le cose? Entrambi gli aumenti, quello di oggi e quello precedente alla guerra in Ucraina, hanno spiegazioni e motivazioni finanziarie.

Cosa significa?

Significa che la finanza, e in particolare la finanza derivata (future, swap, opzioni ed altre cose più o meno misteriose), trae spunto (e sponda) da eventi da essa attesi (meglio supposti), previsti (meglio ipotizzati), ovvero “costruiti” di appositamente con “rumors” fatti trapelare ad hoc attraverso la stampa, specializzata o meno, per fare delle scommesse (speculazioni), al fine di guadagnarci il più possibile.

E’ costretto a dirlo il già menzionato Starace nell’articolo sopracitato: nel meccanismo di formazione del prezzo del gas entrano considerazioni che “nulla hanno a che fare con la tensione […] tra domanda e offerta o con il prezzo della materia prima”.

È noto a molti che la finanza, e all’interno di questa la finanza derivata, abbia un ruolo centrale nella riproduzione del modo di produzione vigente. E lo ha anche nei meccanismi del settore dell’energia e nella formazione dei prezzi convenzionali del TTF.

Una notazione conclusiva: il Prodotto lordo mondiale nel 2020 è stato pari a circa 85 mila miliardi di dollari; il “valore nozionale” cioè il valore di materie prime, beni e titoli finanziari che costituiscono il sottostante delle operazioni di finanza derivata, ha superato il milione di miliardi, con un rapporto fra le due entità di circa 1 a 12.

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra aprile 2021 e agosto 2022.

Fonte: Elaborazione dati European Gas Spot Index.


I prezzi spot in del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in al mc
Costo in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20

Il mercato del gas Title Transfer Facility (TTF)

Il mercato a termine del gas TTF di Amsterdam è la causa principale della macroscopica crescita dei prezzi del gas. È stato istituito – ed è stata una scelta politica – quale parte del mercato energetico della UE. Si tratta di un mercato virtuale (un “hub”) per lo scambio all’ingrosso di gas naturale. Il TTF è anche un indice.

Sul TTF si vendono e si acquistano gas e future sul gas, cioè rispettivamente contratti spot con consegna di gas a brevissimo termine, generalmente il giorno successivo, e contratti future per scambiare una certa quantità di gas in una data futura (per es. dicembre 2022) ad un prezzo prestabilito.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di forniture indicizzati al TTF, cioè all’andamento dell’indice TTF preso come valore medio mensile, frutto della media dei prezzi spot giornalieri del mese precedente a quello dell’effettiva fornitura.

I prezzi future, cioè quelli per la consegna a più lungo termine, sono invece utilizzati come riferimento per le offerte di fornitura di gas a prezzo fisso.

Alcune offerte a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale.

I valori del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi del 2022 sono pressoché identici come si evince dal seguente grafico nel quale la linea blu e quella rossa risultano sovrapposte.

Grafico 1: andamento delle quotazioni medie mensili in euro fra gennaio 2021 e agosto 2022:

a) del gas sul mercato spot TTF (linea blu)

b) del gas sul mercato italiano Psv (Punto di Scambio Virtuale) (linea rossa)

c) del gas indicizzato al petrolio brent (linea verde)

d) del petrolio brent (linea viola)

Fonte: https://altreconomia.it/speculazione-sui-prezzi-del-gas-che-cosa-ci-aspetta-e-che-cosa-non-sta-facendo-arera/

Attraverso queste piattaforme avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e i trader del settore (produttori e fornitori che rispettivamente vendono e acquistano, il gas metano).

I fornitori del mercato italiano acquistano il gas per poi rivenderlo ai loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza a cui si aggiunge un margine, ossia il guadagno del fornitore.

Lo sviluppo tumultuoso dei contratti future per le scommesse speculative legate alla ripresa dell’economia e la cessazione di offerta di volumi di gas aggiuntivi rispetto al minimo contrattuale da parte della Norvegia, a cui si adeguò la Russia, hanno determinato, a partire dall’estate 2021, un aumento del prezzo del gas TTF e, aggiungo, dell’energia elettrica.

A questo punto un breve, necessario inciso: il PUN.

Si tratta del Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica ed è associato al TTF.

Il PUN viene determinato alla borsa italiana elettrica (IPEX) ed è il principale riferimento del nostro mercato e di tante offerte “luce” a prezzo variabile. Il PUN esprime la media all’ingrosso dell’elettricità nelle varie zone d’Italia nell’arco di una giornata (è questo l’indicatore che alla fine del luglio scorso è balzato a 546,26 euro al MWh). E ciò perché il PUN della luce è legato a quello del gas in Italia, poiché buona parte (poco meno del 50%) dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene dalla combustione del gas metano.

Quindi il prezzo del gas influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa elettrica.

Il prezzo indicato di 546 euro per megawattora è 10 volte il valore considerato normale un anno fa. Anche se sulla sua formazione incidono, in misura minore, l’andamento produttivo del nucleare, dell’energia idroelettrica e delle energie rinnovabili. Il prezzo indicato è anche 8 – 10 volte i costi del fotovoltaico e dell’eolico, che godono parassitariamente dei possenti incrementi di prezzo della speculazione sul gas, a cui sono state, per volontà politica, agganciate. Lo stesso Paolo Scaroni (il Sole del 4 settembre), ex amministratore delegato di Enel e di Eni, oggi in Rothschild, al riguardo è severo: “Poi c’è anche il tema del caro elettricità. L’unica soluzione semplice mi pare sia quella di fare in modo che chi produce elettricità da fonti diverse poi non la venda allo stesso prezzo di chi la produce dal gas”.

Ma ora torniamo al gas.

Ecco l’andamento dell’indice TTF mensile spot: il TTF di aprile 2021 era 20,50 euro al MWh, saliva a 63,5 a settembre per arrivare a 110,12 a dicembre 2021. Scendeva a 83,63 a gennaio 2022, si impennava a 125,42 a marzo per poi scendere lentamente. Il TTF di agosto, riferito alle forniture di luglio, è 163,17 euro al MWh (tab. 1). I prezzi dei TTF future previsti per i mesi di fine anno sono di 200 euro per MWh.

Gli operatori che concorrono a formare il TTF sono 148 suddivisi per categorie:

a) produttori di gas

b) riempitori di stoccaggi

c) operatori di rete

d) gruppi integrati, che bilanciano la produzione e le vendite finali.

Una quindicina sono italiani che vanno da Eni a Enel a Edison, agli intermediari Hera, Sorgenia, Repower, Estra, Dolomiti Energia, fino ai piccoli trader.

Poi ci sono le banche d’affari (e i loro hedge fund) come Goldman Sachs e Morgan Stanley, i grandi intermediari (trader) Gunvor, Trafigura, Glencore, Vitol, le major come Shell o Danske, braccio della norvegese Equinor.

Il TTF è inoltre un mercato relativamente piccolo e, quindi, volatile. I volumi sono in media – per l’estate – di 4 miliardi di metri cubi al giorno; niente a che vedere con gli scambi sul Brent petrolifero che sono enormemente maggiori.

L’esilità del mercato TTF da un lato lo rende vulnerabile alle scorrerie finanziarie, dall’altro inspiegabilmente influente da determinare convenzionalmente il prezzo del gas di tutto il continente, anche laddove l’accordo avviene direttamente tra aziende produttrici e distributrici.

L’architettura complessiva del sistema gas è finanziaria e si svolge nel modo seguente.

Gli operatori finanziari anticipano fenomeni economici, finanziari, geopolitici, militari e ci scommettono sopra. I trader di mercato, intermediari e soggetti finanziari come gli hedge fund, che notoriamente operano a leva, cioè a debito, acquistano grandi quantità di contratti a termine (future), che incorporano il diritto di acquistare gas alla scadenza. Quasi mai, però, alla scadenza, avviene lo scambio fisico prezzo-gas. Intanto gli hedge con la loro enorme mole di domanda fittizia determinano una scarsità artificiale di gas (la domanda effettiva è in realtà calata di quasi il 10% nell’ultimo anno). Tale scarsità artificiale di gas porta i prezzi a crescere a un livello insostenibile. Ciò è avvenuto ben prima della guerra in Ucraina. Si è ripetuto il fenomeno dei famosi “barili di carta” di prima della grande crisi del 2008, allorché per un barile di petrolio fisicamente scambiato, sul mercato di New York si negoziavano 100 barili con contratti future.

Alla loro scadenza, attraverso un organismo finanziario terzo (la cassa di compensazione e garanzia, clearing house), la quasi totalità dei contratti furono eseguiti a saldo, cioè, pagando soltanto la differenze di prezzo, senza alcun movimento reale del prodotto, senza alcuna consegna di petrolio. Tali contratti, a milioni, però determinarono una gigantesca domanda (fittizia) di petrolio rispetto a un’offerta limitata e, di conseguenza l’attesa di un forte rialzo del prezzo del petrolio.

L’acquisto massiccio di strumenti derivati (future sul gas, poniamo scadenza ottobre 2022), determina analogamente un movimento di acquisto spot di gas e, quindi, l’impennata dei prezzi.

La catena è la seguente: anticipazioni e scommesse da indizi di economia reale, di geopolitica o altri, più o meno veri, spesso costruiti, amplificati, o depotenziati o sottaciuti -> intervento della finanza derivata -> traino da parte di essa del sottostante (gas acquistato con contratti spot) -> crescita del sottostante (numero e importo di contratti spot di gas e inflazione finanziaria) -> ulteriore crescita del sottostante per le ricoperture dei ribassisti allo scoperto (shortisti) -> quindi formazione della bolla. Non c’è alcuna spiegazione “oggettiva”, c’è solo una spiegazione finanziaria.

Di fronte a questo, aspettare che il mercato dei reazionari e folli liberisti dell’UE “risolva da solo il problema che ha provocato, è come affrontare la siccità con una sciamanica danza della pioggia” (Mario Lettieri e Raimondo Parodi in “l’Avvenire dei lavoratori” e-settimanale).

Il ruolo egemone della finanza

Il demone capitalistico della finanza è uscito dalla lampada ed è quasi ingovernabile dai suoi padroni (elites capitalistiche, elites politico-istituzionali dell’UE, etc.). E causa rovina, alimentato dalla politica stoltamente antieuropea, anti-italiana e filoamericana dei governi di quasi tutti i Paesi europei.

Il prezzo, la ricaduta sociale delle gigantesche speculazioni, delle menzogne giornaliere e sistematiche lo pagano i popoli, anzi la parte più indifesa dei popoli europei.

Cosa c’entra con tutto questo la Russia? I russi hanno costi di estrazione del gas tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA. Gazprom vende, anzi vendeva, quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedevano un volume minimo di forniture da pagare in caso di mancato ritiro: la nota clausola “take or pay”. Il prezzo spot del gas russo, almeno fino a qualche tempo fa, era agganciato solo in parte al TTF. Abbandonare i contratti bilaterali a lunga scadenza e inventare il TTF di Amsterdam, oltre che arricchire produttori, intermediari, banche, hedge fund, era legato secondo l’UE a due obiettivi: approfittare del ribasso temporaneo del prezzo del gas in una fase di grave crisi economica post-subprime e di deflazione generalizzata, e abbassarlo anche per infliggere alla Russia post-Crimea, grande esportatrice, la più grave delle sanzioni. Con il sottofondo e la copertura ideologica del logoro schema vetero-liberista del mercato autoregolatore.

Da tempo la Russia aveva messo in guardia gli europei, e in particolare Germania e Italia, dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione occidentale, falsa e ideologica, della Russia come causa degli aumenti dei prezzi dell’energia, e non invece la speculazione.

Da decenni Gazprom aveva rapporti con Eni, un tempo azienda pubblica ora solo partecipata al 30,33%.

La finanziarizzazione dell’energia, inaugurata dall’UE dopo Kyoto con gli ETS, cioè con la cartolarizzazione dei diritti ad inquinare, ha finora ottenuto “grandi risultati”: rendere l’Europa, meglio, la sua parte manifatturiera, suddita dei “padroni” del petrolio e del gas più avidi e cari, come USA, Canada, Norvegia. Dare la stura a una delle più gravi crisi economico-sociali dell’Europa, porla al servizio di modelli capitalistici e militari contrari agli interessi europei.

Se il prezzo mostruoso che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione, è anche un grande vantaggio per tanti (Olanda e Norvegia, per citarne alcuni). E sono alcuni di quei tanti ad opporsi all’apposizione di un price cap, che in realtà appare ora non come un tetto al prezzo di vendita, ma come una soglia di prezzo sugli scambi oltre la quale essi non possano avvenire.

La narrazione mainstream elementare e falsa, di prezzi dell’energia, guerra in Ucraina e inflazione come eventi concatenati, è negata ogni giorno dai fatti. La guerra ha solo accentuato processi già in atto.

Più sopra ho accennato a l’Eni. Secondo Bloomberg, nel secondo trimestre 2022, le compagnie del settore energetico hanno realizzato 60 miliardi di utili mentre gli investimenti sono calati ai livelli del 2013. Eni nel primo semestre 2022 ha realizzato profitti netti per 7 miliardi contro poco più di 1 registrato nel 2021.

Eni vale da sola il 48% del gas importato (poi c’è Edison con il 15,7%, Enel con l’8,3%, Shell con il 6,7% e una compagnia azera con l’8,3%). Tutti questi soggetti rappresentano il 90% del mercato italiano.

Sul fronte del gas, Eni, che garantisce la metà del fabbisogno italiano, è l’unico acquirente del gas russo fornito da Gazprom. L’Eni lo acquista in gran parte mediante contratti “take or pay” pluriennali, indicizzati all’andamento del petrolio Brent (o indicizzato solo in parte al TTF spot).

I due terzi dei volumi di vendita di Eni sono acquistati con contratti “take or pay”, solo un terzo è acquistato al TTF di Amsterdam a prezzi spot.

Eni rivende il suo gas mediante contratti spot per l’intero sul mercato nazionale, cioè anche i 2/3 acquistati “take or pay”. Eni quindi vende ai fornitori di gas metano come ACEA, A2A, Iren, con contratti spot indicizzati al mercato TTF e questi a loro volta lo rivendono con contratti spot indicizzati al TTF all’utenza finale.

Con l’aumento della domanda post Covid il prezzo spot del gas è aumentato più del Brent già prima del calo dell’offerta dovuto alle sanzioni alla Russia, che ha fatto ulteriormente salire il prezzo del gas: una lievitazione del 1000% da gennaio 2021 a luglio 2022, mentre l’aumento del Brent è stato del 130 – 140%.

Da qui i profitti colossali.

Non vi è alcun dubbio che siamo a uno snodo storico in cui gli Stati e i governi occidentali sono chiamati a schierarsi, senza distinguo, dalla potenza egemonica USA, a sostegno totale della sua politica globale, in uno stato di subalternità autolesionistica e senza sbocchi.

L’intero sistema energetico, base di ogni sistema produttivo e della convivenza stessa fra popoli e persone ai livelli di vita da tempo raggiunti, pur tra disuguaglianze profonde, è in grave pericolo perché messo in crisi, da un lato, da sanzioni insensate che si ritorcono con virulenza contro chi le ha decise e applicate; dall’altro perché, eliminati gli elementi pluridecennali di integrazione e stabilità fra l’Europa manifatturiera e tecnologica e la Russia fornitrice di energia di buona qualità e a basso costo, si è entrati in un piano di fragilità e volatilità di un sistema finanziario predatorio, creato per volontà politica dell’Unione europea ad Amsterdam, dietro l’ipocrita paravento di falsi e screditatissimi dogmi arcaico-liberisti, ma in realtà per arricchire banche d’affari, intermediari, grandi conglomerati finanziari ed hedge fund.

La risposta degli sciagurati governi occidentali, in prima linea l’Italia di Draghi, Mattarella, Letta e Bonomi, anziché nella liquidazione del “mostro” di Amsterdam, sembra consistere in un price cap imposto al gas russo (e non a quello norvegese, anglo-olandese, israeliano, etc.), lasciando lucrare a livelli mai visti prima l’industria del GNL e del petrolio USA, che già vendeva a prezzi più elevati rispetto a quelli russi, prezzi ulteriormente rincarati negli ultimi tre mesi.

E in assistenza al capitale: con denaro pubblico per gli stoccaggi che i privati si sono rifiutati di eseguire; con denaro pubblico per i crediti di imposta concessi alle aziende energivore e non; con denaro pubblico per cuneo fiscale e riesumata Transizione 4.0; con denaro pubblico per il sostegno alle rinnovabili. E ciò mentre queste ultime e le tante imprese energetiche hanno fatto uno sberleffo alla timida richiesta di versare un obolo dei loro extra profitti.

Intanto l’inflazione aumenta, come pure la recessione e il massacro sociale di gran parte delle masse popolari del nostro e degli altri paesi.

E l’euro è sotto i livelli di sempre a testimonianza della futura, relativa irrilevanza dell’UE nell’Occidente.

Le parole d’ordine dell’autoriduzione delle bollette, espungendo da esse la grande fetta speculativa, della nazionalizzazione di Eni ed Enel, del rifiuto del riarmo del nostro Paese e della permanenza nella Nato, aggressiva e guerrafondaia, e nella UE, ectoplasma di se stessa, hanno pieno diritto di cittadinanza e di sostegno.

Raffaele Picarelli

Firenze, 7 settembre 2022

Glossario

Finanza derivata: uno strumento derivato (o semplicemente derivato, in inglese derivative), nella finanza, indica un titolo finanziario che deriva il proprio valore da un altro asset finanziario oppure da un indice (ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime), detto sottostante. Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura da un rischio finanziario (detta hedging), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione. Gli strumenti derivati più diffusi sono i forwards, i futures, le opzioni e gli swap.

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cashpoiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l’acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato

I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l’obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.

A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.

I futures si distinguono in:

Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:

  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.

Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e altre materie prime.

Swap: nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti, determinati in relazione a uno strumento o un’attività finanziaria sottostante. Va annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi utilizzato prevalentemente dalle banche, dalle imprese e anche dagli enti pubblici. Lo strumento dello swap fu inventato nel 1994 all’età di 25 anni dalla finanziere Blythe Masters, della banca JP Morgan. Esso si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio.

Opzioni: Le opzioni sono strumenti finanziari il cui valore non è autonomo ma deriva dal prezzo di una attività sottostante di varia natura (reale come nel caso di materie prime quali grano, oro, petrolio, ecc. , oppure finanziaria come nel caso di azioni, obbligazioni, tassi di cambio, indici, ecc.). Il termine “derivato” indica questa dipendenza. Possiamo quindi definire le opzioni come dei contratti finanziari che danno il diritto, ma non l’obbligo, all’acquirente dietro il pagamento di un prezzo (premio), di esercitare o meno la facoltà di acquistare (Call) o vendere (Put) una data quantità di una determinata attività finanziaria, detta sottostante, a una determinata data di scadenza o entro tale data e a un determinato prezzo di esercizio (strike price).

Hedge fund: (trad. fondo speculativo) è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale, spesso organizzato come società in accomandita semplice o società a responsabilità limitata.

1 Per la spiegazione del termine mercato spot e di altri termini tecnici scritti in corsivetto si rimanda al glossario in coda all’articolo.

Le radici storiche della crisi italiana

di Pierre Assante

Come ogni entità nazionale, l’Italia ha un patrimonio di attualità il cui contenuto va ricordato e che spiega almeno in parte la realtà odierna.

È l’erede degli Stati avanzati del Rinascimento sia in termini di rivoluzione scientifica e tecnica che di organizzazione sociale, economica, politica e culturale. La Toscana, ad esempio, è stata uno dei primi Stati al mondo a sperimentare gli inizi di un capitalismo in costruzione. Marx ci ricorda che questo stato ha conosciuto gli inizi del lavoro salariato. Sostituendo gradualmente la servitù della gleba e l’artigianato, anche se in misura ridotta ma con anticipo, ha prodotto anche Galileo, Machiavelli e Leonardo da Vinci.

Ma la divisione di questi potenti e avanzati Stati italiani non permise di affrontare l’ascesa degli Stati centralizzati (Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), anche se meno avanzati, e la loro potenza di fuoco e organizzazione militare in particolare.

Già nel XIV secolo Petrarca invocava l’unità d’Italia. Eppure, dopo un lungo periodo di dominazione straniera e di declino, solo nel 1860 nuove forze della borghesia, non autonome dalle grandi potenze di allora, riuscirono a costruire un’unità nazionale (si legga Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa). La convergenza negativa di questi elementi portò questi Stati, così avanzati nel Rinascimento, a un’arretratezza economica che cominciò a essere in parte recuperata solo negli anni di Mussolini e poi nel dopoguerra con l’aiuto interessato del capitale statunitense che venne a “liberarli”. Ma il boom economico fu soprattutto il risultato di una politica di sviluppo ispirata dai comunisti, minoritari elettoralmente ma molto influenti in seguito alle lotte antifasciste e di liberazione, una politica portata avanti in un compromesso con il capitale familiare nazionale italiano come la FIAT dell’Avvocato Agnelli; Questo compromesso è durato fino a quando l’accelerazione della concentrazione capitalistica mondiale non ha privato sia il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), entrambi alleati e concorrenti, sia le grandi famiglie, del loro potere sulla proprietà e sul movimento del capitale.

Per spiegare il declino degli Stati italiani avanzati, dobbiamo aggiungere il peso retrogrado della Chiesa, sia dal punto di vista economico che ideologico. Gli episodi di Galileo e Giordano Bruno ne sono un’illustrazione lampante. Non ci può essere sviluppo senza un avanzamento congiunto delle forze produttive e di produzione (produzione antagonista di plusvalore e produzione di valore d’uso in unità contraddittoria), dell’organizzazione sociale e delle idee che la accompagnano.

Un capitalismo nazionale reazionario

Il capitalismo del fascismo italiano è un capitale rurale di grandi latifondi e grandi famiglie che si converte in capitale industriale. Il peso delle grandi famiglie agricole (vedi il 1900 di Bertolucci) si oppone al peso del capitale industriale all’inizio del XX secolo e dà al fascismo tutti gli ingredienti di un’alleanza tra le forze più reazionarie contro l’ascesa del movimento operaio (creazione del PCI nel 1921), debole ma di grande inventiva, come dimostrano i Quaderni del carcere di Gramsci e le proposte permanenti di Togliatti nelle lotte. Gli operai della FIAT e il movimento dei lavoratori agricoli sono stati al centro delle lotte sociali. Solo l’alleanza della Confindustria (il “Medef” italiano) con Mussolini nelle azioni incoraggiate dallo Stato borghese, potremmo dire piccolo-borghese, come l’assassinio di Matteotti, deputato oppositore, o la famosa e ridicola messa in scena mediatica della “Marcia su Roma”, ebbe per un po’ la meglio sul nascente movimento democratico e operaio.

Questo peso del passato non si è spento e l’avanzata delle forze di destra radicale, come la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, lo testimonia. Nella crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, i morti colgono i vivi: questa morte costituisce una cerniera con una possibile partecipazione delle lotte operaie e popolari italiane di oggi alla costruzione di una globalizzazione che sfugga, trasformi e superi il nostro modo di produzione e di scambio obsoleto e malato.

Non tornerò sul processo di superamento (Aufhebung, secondo il termine di Marx) che Paul Boccara e gli economisti comunisti hanno immaginato e proposto nelle e attraverso le misure esposte in questa rivista (crediti, Fondi, SEF, nuovi criteri, diritti del lavoro corrispondenti, SDR, ecc.), tutte convergenti oggettivamente e soggettivamente in uno sviluppo congiunto della società, della persona e dell’uomo produttore e cittadino: processo di coscienza della natura su se stessa secondo i termini dei Manoscritti del 1844.

La grande crisi politica che sta attualmente imperversando (dimissioni del Presidente del Consiglio, elezioni anticipate il 25 settembre, ecc.), è la manifestazione avanzata della crisi generale della produzione e dello scambio nazionale, europeo e mondiale, quella della sovra-accumulazione e della svalutazione del capitale e quella dei rapporti sociali, nell’unità di crisi e di movimento.

Convergenza della crisi: inflazione, crisi del potere d’acquisto popolare e dell’occupazione, dei salari e dei redditi popolari, punto avanzato della crisi in Italia. Aumento dello spread (1), aumento del tasso di riferimento della Banca Centrale Europea, aumento del costo del prestito pubblico. Approfittando della sua azione a capo della BCE per evitare la frammentazione dell’eurozona, Mario Draghi, Presidente del Consiglio italiano, formatosi alle tecniche bancarie statunitensi, ha preteso di risolvere la crisi senza la critica di un’economia politica ortodossa, strettamente bancaria. Questa situazione esaspera la competizione tra i partiti, le ambizioni individuali e le loro stesse illusioni di risolvere i problemi senza affrontare le radici sistemiche della crisi. Frammentazione competitiva e politica del “centrosinistra” liberale, Partito Democratico (PD), nato dallo scioglimento del PCI e dalla sua deriva social-liberale in una fusione con gran parte della DC e del partito 5 Stelle: Conte, Renzi, Letta… in campagna elettorale.

E a ciò si aggiunge l’ascesa dell’estrema destra “radicale”, della Lega, che ha già partecipato al governo di “unità nazionale” di Draghi, e di Fratelli d’Italia, che sta scalando, entrambi approfittando delle difficoltà sociali e della confusione ideologica sulle cause della crisi…

Il vuoto lasciato dall’autodissoluzione del PCI

L’autoscioglimento del PCI nel 1991 (ultimo congresso a Rimini) non fu casuale. Nasce dall’incapacità del Partito di cogliere la trasformazione dell’Italia, a seguito di un generale indebolimento, soprattutto ideologico in una controffensiva del capitale, dei movimenti comunisti nazionali nella trasformazione del mondo. La coscienza del processo inconscio della società, come dice Engels, è in difetto. Testimonia il peso del riformismo in questo partito come in molti altri rispetto ai nuovi dati della crisi di sovra-accumulazione-svalutazione del capitale (descritta a partire dagli anni Settanta e prima da Paul Boccara), e quindi la debolezza ideologica della classe salariata addestrata solo alla difesa del capitale variabile senza collegarlo all’intero movimento del capitale e ai suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle evoluzioni antroponomiche che vanno ben oltre i confini. Questa “lezione” può essere una lezione generale per noi, qui e ora.

Enrico Berlinguer, dopo il golpe in Cile, procede a una giusta “revisione” dei rapporti di forza globali tra capitale e lavoro, capitale e movimento democratico. Procede anche a una valutazione della crisi del lavoro nel capitalismo con la dichiarazione e il discorso agli operai sulla democrazia del “cosa, cosa e come produrre” e sull'”esaurimento della spinta della rivoluzione d’ottobre”; un abbozzo di realtà in atto, ma una riduzione di questa realtà a elementi non sufficientemente collegati, non sufficientemente sintetizzati. La sua morte nel pieno del “sorpasso” (il sorpasso del PCI sulla DC), nel bel mezzo di un incontro elettorale, fu una tragedia che diede libero sfogo allo scontro di ambizioni in un partito che non aveva analizzato la trasformazione del mondo come aveva fatto Berlinguer, in modo avanzato e premonitore; uno scontro che diede libero sfogo agli opportunismi di destra e di sinistra, di cui il successivo voto unanime dei deputati italiani sul “Trattato Costituzionale dell’UE” del 2005 dà un’idea.

Dopo l’autoscioglimento del PCI e la creazione del PDS, che Pietro Ingrao, uno dei pochi dirigenti del PCI contrari a questa operazione, chiamò “La cosa” e che sarebbe diventato l’attuale PD, nacquero il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e altri partiti comunisti come il cosiddetto partito “filosovietico” di Cossutta. Rifondazione ha lavorato alla ricostruzione in Italia e in Europa, con le difficoltà che conosciamo. Il filosofo Domenico Losurdo, scomparso poco tempo fa, ha lavorato per un po’ a questa ricostruzione.

In Italia c’è poco o nessun equivalente di una ricerca economica e politica marxista come quella della nostra rivista e della Commissione economica del Pcf. Questa debolezza esisteva già nel PCI, che lo spinse verso una preponderanza dello “storicismo” teorico e che facilitò la deriva ideologica ed elettorale verso il PD e il suo liberalismo sociale.

Questi elementi di analisi esprimono un punto di vista indubbiamente personale, che richiede un ulteriore approfondimento.

(1) Differenza tra il tasso di interesse sul debito sovrano del Paese e il tasso di interesse pagato dallo Stato tedesco. Va comunque ricordato che l’Italia, terza economia dell’UE, non può essere trattata con la stessa violenza della Grecia.

FONTE: https://www.economie-et-politique.org/2022/09/07/les-racines-historiques-de-la-crise-italienne/


Articolo originale:

Les racines historiques de la crise italienne

Comme toute entité nationale, l’Italie procède, dans les événements actuels, d’un héritage dont il faut rappeler la teneur et qui explique au moins en partie la réalité d’aujourd’hui.

Pierre Assante

Elle est héritière d’États avancés de la Renaissance tant dans la révolution scientifique et technique que dans l’organisation sociale, économique, politique et culturelle. La Toscane par exemple est un des premiers États dans le monde à connaître les prémices d’un capitalisme en construction. Marx rappelle déjà que cet État a connu les débuts du salariat. En le substituant progressivement, en faible part certes mais avec anticipation, au servage et à l’artisanat, elle a produit aussi des Galilée, des Machiavel, des Léonard de Vinci.

Mais la division de ces puissants États avancés de l’Italie ne lui a pas permis de faire face à la montée des États centralisés (Espagne, France, Angleterre…) bien que moins avancés, à leur puissance de feu et à leur organisation militaire en particulier.

Déjà Pétrarque, au XIVe siècle, appelait à l’unité de l’Italie. Pourtant, après une longue période de dominations étrangères et de déclin, c’est seulement en 1860 que de nouvelles forces de la bourgeoisie, non autonomes des grandes puissances d’alors, ont réussi à construire une unité nationale (lire Il Gattopardo de Tomasi di Lampedusa). La convergence négative de ces éléments a conduit ces États, si avancés à la Renaissance, à un retard économique qui n’a commencé à être comblé en partie que dans les années mussoliniennes puis dans l’après-guerre avec l’aide intéressée du capital US venu la « libérer ». Mais l’essor économique résulte surtout d’une politique de développement inspirée par les communistes, minoritaires électoralement mais très influents suite à la lutte antifasciste et de Libération, politique menée dans un compromis avec le capital italien familial national tel la FIAT de «l’Avvocato Agnelli » ; compromis qui va durer jusqu’à ce que l’accélération de la concentration capitaliste mondiale ôte et au Parti Communiste Italien (PCI) et à la Démocratie Chrétienne (DC), à la fois alliés et concurrents, et aux grandes familles, leur pouvoir sur la possession et le mouvement du capital.

Pour expliquer le recul des États italiens avancés, il faut ajouter le poids rétrograde de l’Église sur le plan économique comme sur le plan idéologique. Les épisodes de Galilée ou de Giordano Bruno en sont une illustration marquante. Il n’y pas de développement sans une avancée conjointe des forces productives et productrices (production antagoniste de plus-value et production de valeur d’usage en unité contradictoire), de l’organisation sociale et des idées qui vont avec, conjointement.

Un capitalisme national réactionnaire

Le capitalisme du fascisme italien est un capital rural de grands latifundia et des grandes familles se convertissant au capital industriel. Le poids des grandes familles rurales (Voir 1900 de Bertolucci) s’oppose au poids du capital industriel dans les débuts du XXe siècle et donne au fascisme tous les ingrédients d’une alliance des forces les plus réactionnaires contre la montée du mouvement ouvrier (Création du PCI en 1921), faible mais d’une grande inventivité, que les Cahiers de prison de Gramsci et les propositions permanentes de Togliatti dans les luttes illustrent. Les ouvriers de la FIAT et le mouvement ouvrier agricole sont au centre des luttes sociales. Seule l’alliance de la Confindustria (le « Medef » italien) avec Mussolini dans les exactions encouragées par l’État bourgeois, petit-bourgeois peut-on dire, telles l’assassinat de Matteotti, député opposant, ou la fameuse et ridicule mise en scène médiatique de la « Marche sur Rome », ont raison un temps du mouvement démocratique et ouvrier montant.

Ce poids du passé n’est pas éteint et l’avancée des forces d’extrême droite radicale telles la Lega de Salvini et I fratelli d’Italia de Giorgia Meloni, en témoigne. Dans la crise du capitalisme mondialisé et financiarisé, le mort saisit le vif : ce mort constitue une charnière avec une possible participation des luttes ouvrières et populaires italiennes d’aujourd’hui à la construction d’une mondialisation échappant à, et transformant et dépassant notre mode de production et d’échange obsolète et malade.

Je ne reviens pas sur le processus de dépassement (Aufhebung, selon le terme de Marx) qu’ont imaginé et proposé Paul Boccara et les économistes communistes dans et par les mesures exposées dans cette revue (crédits, Fonds, SEF, nouveaux critères, droits du travail y correspondant, DTS, etc.), le tout convergeant objectivement et subjectivement dans un développement conjoint de la société, de la personne et de l’homme producteur et citoyen : processus de la conscience de la nature sur elle-même selon les termes des Manuscrits de 1844.

La grande crise politique qui sévit actuellement (démission du président du Conseil, élections anticipées le 25 septembre, etc.), est la manifestation avancée de la crise générale de production et d’échanges nationale, européenne et mondiale, celle de la suraccumulation-dévalorisation du capital et celle des rapports sociaux, en unité de crise et de mouvement.

Convergence de crise : inflation, crise du pouvoir d’achat populaire et de l’emploi, des salaires et revenus populaires, pointe avancée en Italie de la crise. Spread (1) en hausse, hausse du taux directeur de la Banque centrale européenne, augmentation du coût des emprunts de l’État. Se prévalant de son action à la tête de la BCE pour empêcher la fragmentation de la zone euro, Mario Draghi, président du Conseil italien, formé aux techniques bancaires étasuniennes, a prétendu résoudre la crise sans une critique d’une économie politique orthodoxe et strictement bancaire. Cette situation exacerbe la concurrence des partis, les ambitions individuelles, et leurs propres illusions de résoudre les problèmes sans s’attaquer aux racines systémiques de la crise. Morcellement concurrentiel et tractations politicardes du « centre gauche » libéral, Partito Democratico (PD) issu de la dissolution du PCI et de sa dérive social-libérale dans une fusion avec une grande partie de la DC et parti des 5 Stelle : Conte, Renzi, Letta… en campagne.

Et là-dessus, la montée de l’extrême droite « radicale », Lega qui a déjà participé au gouvernement Draghi d’« unité nationale », et Fratelli d’Italia qui grimpe, qui profitent tous deux des difficultés sociales et de la confusion idéologique sur les causes de la crise…

Le vide laissé par l’autodissolution du PCI

L’autodissolution du PCI en 1991 (congrès de Rimini, le dernier) n’est pas un hasard. Elle procède de l’incapacité du Parti à saisir la transformation de l’Italie, faisant suite à un affaiblissement général, en particulier idéologique dans une contre-offensive du capital, des mouvements communistes nationaux dans la transformation du monde. La conscience du processus inconscient de la société, comme dit Engels, est en défaut. Elle témoigne du poids du réformisme dans ce parti comme dans bien d’autres par rapport aux nouvelles données de la crise de suraccumulation-dévalorisation du capital (décrite dès les années 1970 et avant par Paul Boccara), et donc de la faiblesse idéologique du salariat formé à la seule défense du capital variable sans la lier à l’ensemble du mouvement du capital et son effet sur le travail, l’emploi, les évolutions anthroponomiques dépassant de loin les frontières. Cette « leçon » peut être une leçon générale pour nous ici et maintenant.

Enrico Berlinguer, après le coup d’État du Chili, procède à une juste « révision » des rapports de forces mondiaux entre capital et travail, capital et mouvement démocratique. Il procède de même à une évaluation de la crise du travail dans le capitalisme avec sa déclaration et adresse aux ouvriers sur la démocratie du « que, quoi, et comment produire » et sur « l’esaurimento de la spinta della revoluzione d’Ottobre », l’épuisement de la poussée de la révolution d’Octobre ; esquisse en cours d’une réalité mais réduction de cette réalité à des éléments insuffisamment reliés, insuffisamment synthétisés. Sa disparition en plein « sorpasso » (dépassement de la DC par le PCI), en plein meeting électoral, est un drame qui va laisser libre cours aux affrontement des ambitions dans un parti n’ayant pas effectué l’analyse de la transformation mondiale comme était en train de la faire Berlinguer, de façon avancée et prémonitoire ; affrontements donnant libre cours aux opportunismes de droite et de gauche dont le vote, plus tard, et à l’unanimité, du « traité constitutionnel de l’UE » de 2005 par les députés italiens, donne une idée.

A la suite de l’autodissolution du PCI, et de la création du PDS que Pietro Ingrao, un des rares dirigeants du PCI opposant à cette opération, appelait « La cosa » (la chose), et qui allait devenir le PD d’aujourd’hui, s’est créé « il Partito della Rifondazione Comunista » (PRC) et d’autre partis communistes comme celui de Cossutta dit « pro soviétique ». Rifondazione  travaille à une reconstruction en Italie et en Europe, avec les difficultés que l’on sait. Le philosophe Domenico Losurdo disparu il y a peu de temps a travaillé un moment à cette reconstruction.

Il existe peu ou pas en Italie l’équivalent d’une recherche économique et politique marxiste du type de celui de notre revue et de la Commission économique du PCF. Cette faiblesse existait déjà dans le PCI, ce qui le poussait à une prépondérance à « l’historicisme » théorique et ce qui a facilité la dérive idéologique et électorale vers le PD et son social-libéralisme

Ces éléments d’analyse expriment un point de vue sans doute personnel, qui appelle des approfondissements.

(1) Écart entre le taux d’intérêt sur la dette souveraine du pays et le taux d’intérêt payé par l’État allemand. Il faut néanmoins se souvenir que l’Italie, troisième puissance économique de l’UE, ne peut pas être traitée avec la même violence que la Grèce.

UNA COSA OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

UNA COSA CHE OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: OCCORRE REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, E COSI’ FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

Occorre revocare le folli sanzioni alla Russia e cosi’ far cessare il disastro economico e sociale che sta trascinando l’intera Europa nell’abisso. E’ la cosa piu’ necessaria e piu’ urgente da fare. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Ed insieme occorre cessare di produrre e fornire le armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Occorre adoperarsi per l’immediato cessate il fuoco e l’immediato avvio di negoziati di pace. Il rischio di una catastrofe atomica e’ enorme. Ed e’ enorme il rischio di una guerra mondiale e nucleare che puo’ annientare l’intera umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Il governo italiano, gli altri governi dell’Unione Europea, i vertici dell’Unione Europea, riconoscano di aver commesso una scellerata idiozia e revochino immediatamente le sanzioni alla Russia cosi’ da ripristinare le necessarie forniture energetiche. Se i governi persisteranno nella loro folle e criminale antipolitica che sta alimentando la guerra e le stragi e sta portando al disastro l’economia e riducendo in miseria le classi lavoratrici e popolari dell’intera Europa, allora siano i parlamenti a togliere loro la fiducia e ad imporre il cambiamento necessario alla salvezza comune. Se anche i parlamenti persisteranno nell’avallare la folle e criminale antipolitica della guerra, delle stragi e del disastro, allora siano i popoli, con gli strumenti nonviolenti della democrazia ed in primo luogo con lo strumento del voto, a difendere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ad eleggere nuovi parlamenti che esprimano nuovi governi che si adoperino per la pace che sola salva le vite. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Revoca immediata delle sanzioni e conseguente ripristino delle forniture energetiche cosi’ da far cessare ipso facto il disastro economico e sociale che sta gettando nel baratro della miseria e della disperazione le classi lavoratrici e e popolari dell’intera Europa. Cessazione immediata delle forniture di armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Impegno immediato per il cessate il fuoco e i negoziati di pace. Subito, prima di una nuova catastrofe atomica. Subito, prima che la guerra dall’Ucraina si allarghi e diventi un conflitto mondiale con armi nucleari che puo’ annientare l’umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 5 settembre 2022

La società Svedese e la NATO

a cura di Enrico Vigna (agosto 2022)

Mentre una grossa parte degli svedesi è favorevole all’adesione alla NATO, ci sono altri settori sociali e politici che sono scesi in piazza per protestare e opporsi. Denunciano che la decisione è affrettata e che la Svezia dovrebbe attenersi più sensatamente alla sua tradizione di neutralità. Prospettano che perdere la neutralità militare non contribuirà alla pace mondiale, ma favorirà ulteriori scenari di guerre.

COMUNICATO STAMPA DELLA SOCIETA’ SVEDESE PER LA PACE E L’ARBITRATO SULLA NATO

L’annuncio del Partito socialdemocratico svedese di richiedere oggi l’adesione della Svezia alla NATO è una decisione triste e affrettata.

Il Partito socialdemocratico svedese ha annunciato la sua decisione di lavorare per una domanda di adesione svedese alla NATO. Questa decisione significa che la Svezia sta per abbandonare oltre 200 anni di non allineamento militare.

– Questa decisione è incredibilmente dolorosa e affrettata e significa che la Svezia contribuirà a rendere il mondo più polarizzato e militarizzato. L’adesione alla NATO non renderà la Svezia, o il resto del mondo, più sicuri o più democratici, ha dichiarato Agnes Hellström, presidente della Società svedese per la pace e l’arbitrato.

Agli occhi di molti, la Svezia è un paese che difende il disarmo, la prevenzione dei conflitti, la mediazione e la diplomazia. Se la domanda di adesione della Svezia alla NATO sarà approvata, la Svezia farà parte di un’alleanza nucleare e dovrà sostenere l’uso di armi nucleari da parte della NATO nel caso in cui tale decisione venga presa.

La NATO è un’alleanza militare che si basa sulla minaccia di omicidi di massa di civili attraverso l’uso di armi nucleari. In quanto membro della NATO, sarà molto più difficile per la Svezia lavorare per il disarmo e saranno necessari ampi sforzi se la Svezia vorrà ancora influenzare il lavoro svolto nel disarmo nucleare, afferma Agnes Hellström.

In un comunicato stampa, il Partito socialdemocratico scrive che “lavorerà per assicurarsi che la Svezia, se la sua domanda di adesione sarà approvata dalla NATO, manifesti obiezioni unilaterali contro il posizionamento di armi nucleari e basi militari permanenti sul territorio svedese

– La questione della NATO e delle armi nucleari è molto più ampia delle sole basi militari e del posizionamento di armi nucleari. La minaccia delle armi nucleari è un principio centrale della NATO. In qualità di membro, la Svezia, a meno che non ci opponiamo, parteciperà attivamente alla pianificazione e all’esercizio dell’uso delle armi nucleari. La Svezia deve emanare una legge nazionale che vieti le armi nucleari dal territorio svedese e ratificare immediatamente il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, affermato la presidente della Società svedese per la pace e l’arbitrato.

La decisione del Partito socialdemocratico è stata presa in un processo affrettato a pochi mesi dalle elezioni parlamentari. I critici all’interno del partito hanno ritenuto questo processo interno un “dibattito simulato” in cui la leadership del partito aveva già preso una decisione.

– La decisione manca di consenso popolare e quindi di legittimità. Molte domande rimangono ancora senza risposta su quale sarà il ruolo della Svezia nella NATO e cosa significherà esattamente l’adesione, ha affermato Agnes Hellström.

Maja Landin, addetto stampa, Società svedese per la pace e l’arbitrato


Perché molti giovani svedesi rimangono a disagio nell’entrare nella NATO

La cosa migliore per la sicurezza della Svezia e del popolo svedese è entrare a far parte della NATO”,  ha affermato il primo ministro svedese Magdalena Anderssonconfermando l’intenzione di Stoccolma di entrare a far parte della più grande alleanza militare del mondo.

La sua dichiarazione annuncia la fine dei 200 anni di neutralità militare della Svezia, una politica di sicurezza che  il paese nordico ha adottato dal 19° secolo. 

Mentre una maggioranza di svedesi ha espresso sostegno affinché il proprio paese si unisca alla NATO durante la guerra in Ucraina, ci sono molti giovani che sono più esitanti. 

Alcuni sono addirittura scesi nelle strade della capitale svedese in queste settimane, condannando la perdita della neutralità militare come un passo che genererebbe più violenza nel mondo. 

L’adesione alla NATO farà versare più sangue perché la NATO è un’organizzazione bellica e non una che lavora per la pace”, ha detto a DW, Ava Rudberg, 22 anni, presidente del Partito della Giovane sinistra in Svezia che fa parte delle proteste.  “È un’alleanza militare che crea più guerre e siamo anelanti di mantenere la pace in Svezia“.

Linda Akerström della Svenska Fredsoch Skiljedomsföreningen, la Società svedese per la pace e l’arbitrato, ha dichiarato che molte persone erano arrabbiate perché la neutralità nei conflitti militari è storicamente legata all’identità svedese.

Per molte persone, questa decisione è un grande cambiamento perché in tutti questi anni molti svedesi si sono visti come voci che nutrono la pace in tutto il mondo. Ma in questo momento, credo che molti ritengano che la decisione di entrare a far parte della NATO sia stata affrettata e basata sulla paura. Fondamentalmente, prendere una decisione così importante in una situazione molto tesa e in gran parte basata sulla paura è come andare al supermercato quando si ha fame, e sappiamo tutti che non è una situazione in cui si fanno buone scelte. non è stato sufficiente un dibattito con entrambe le parti coinvolte, perché una decisione così grande fosse legittima“, ha aggiunto la Akerstrom.

Lisa Nabo, 27 anni, presidente della Lega giovanile del Partito socialdemocratico al potere in Svezia, ha affermato che, nonostante la precedente cooperazione con la NATO “… la perdita ufficiale della neutralità è un problema contro cui molti giovani svedesi stanno lottando. La mia generazione di ventenni, non ha memoria di una guerra in Europa. Quindi questa situazione in cui ci troviamo ora ci è molto estranea e non abbiamo la stessa storia di guerra di molti dei nostri vicini, paesi che hanno fatto parte della seconda guerra mondiale o della guerra in Jugoslavia. Come giovani socialdemocratici in questo momento stiamo lottando con l’immagine di noi stessi, perché molti di noi hanno iniziato la propria attività politica con l’idea di essere un’organizzazione pacifica che combatte per fermare la militarizzazione. È difficile combinare questo con l’adesione nella NATO “, ha detto a DW.

Nel frattempo, lontano dalle frenetiche città della Svezia, Sara Andersson Ajnnak, una giovane artista che appartiene alla comunità indigena Sami nel nord del Paese , pensa che la  decisione della Svezia di aderire alla NATO potrebbe avere un impatto negativo sui loro diritti.

Sento che è problematico per la Svezia entrare a far parte della NATO, soprattutto per me come indigena del nord. Sento che c’è già una lotta per la terra nel paese e credo che la NATO possa vedere il nord della Svezia, che è Territorio indigeno, come un’enorme regione militare per svolgere le proprie esercitazioni. Quindi vedo questa come un’altra forma di colonizzazione. Già oggi siamo colpiti dalle attività dell’aviazione che ha un impatto negativo sulla popolazione delle renne. Tali attività sono ora destinate ad aumentare e ho paura di come questa decisione influirà sui nostri diritti e sull’ambiente“. ha detto a DW. Da dw

La gente in Svezia è incerta sull’adesione alla NATO di Mike Powers*

In queste settimane dal 21 maggio, in decine di città e paesi in tutta la Svezia, ci sono state manifestazioni e marce di opposizione alla decisione del governo di aderire alla NATO. La decisione formale di abbandonare la politica ufficiale di neutralità svedese, che dura da più di 200 anni, è arrivata nel mezzo di una frenesia di paura alimentata dalla propaganda sul conflitto armato in Ucraina e una presunta minaccia alla sicurezza dell’Europa.

Manifestazione anti-NATO fuori dal palazzo del governo a Stoccolma, Svezia

I partiti conservatori di opposizione sono da tempo favorevoli all’adesione alla NATO. Ma un improvviso cambiamento nella posizione di due dei più grandi partiti, il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori (SAP) e quello di estrema destra il Partito Democratico Svedese (SD) di ispirazione neonazista, ha permesso il cambiamento nella politica del governo.

L’SD è un gruppo razzista populista anti-immigrati che si fa facendo strada negli strati popolari. Hanno sostenuto gli altri sul tema della NATO, nella speranza di essere accettati come elementi rispettabili in una nuova maggioranza di destra. Hanno persino cambiato la loro posizione sul non ammettere più rifugiati, a patto che i rifugiati fossero europei bianchi con lo stesso background culturale cristiano e non provenienti dal Medio Oriente! 

I socialdemocratici al potere, di recente al loro ultimo congresso del partito nel 2021, avevano dichiarato che la loro permanenza in carica avrebbe garantito che la Svezia non avrebbe mai abbandonato il non allineamento. Durante la Guerra Fredda, anche se non allineata, la Svezia faceva ufficiosamente parte del fianco settentrionale della NATO con la sua enorme forza aerea che pattugliava gran parte dello spazio aereo sovietico.

Negli ultimi decenni durante l governi SAP, la Svezia si era già avvicinata alla NATO, nel Partenariato per la Pace e nelle coalizioni contro il terrorismo costruite dagli Stati Uniti in Iraq e Siria. La Svezia ha ritirato le sue truppe dall’Afghanistan dopo 20 anni, dopo aver dimostrato la sua fedeltà e sottomissione a Washington. Le strutture spaziali svedesi nel nord sono state determinanti nel guidare i bombardamenti statunitensi contro la Libia nel 2011. Sono state organizzate manovre congiunte con molti paesi della NATO, comprese esercitazioni di bombardamento in Svezia.

Crisi d’identità

Tuttavia, l’abbandono della neutralità sta causando un senso di crisi di identità in Svezia. A volte avere una politica estera indipendente ha consentito di assumere una posizione morale, come quella di opporsi alla guerra degli Stati Uniti in Vietnam, ed essere il primo paese dell’UE a riconoscere lo stato di Palestina e ad operare per promuovere il disarmo nucleare. Eppure l’anno scorso la Svezia ha rifiutato di ratificare l’accordo delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, che essa stessa aveva contribuito a scrivere.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti ha semplicemente avvertito pubblicamente che la firma dell’accordo avrebbe “complicato” la cooperazione militare con la NATO. La Svezia ha fatto marcia indietro. I giorni di una politica estera indipendente, già più difficili con l’adesione all’UE, potrebbero presto finire per sempre.

Oggi non c’è una concreta minaccia russa per la Svezia. Eppure il governo svedese afferma che la piena adesione, fornirebbe garanzie di sicurezza alle forze nucleari della NATO, ma le consentirebbe anche di proibire le armi nucleari e qualsiasi base straniera permanente sul suolo svedese!

È vero esattamente il contrario: renderebbe la Svezia un possibile obiettivo per le armi nucleari russe. Ora ci viene detto che la decisione finlandese di aderire, lascia la Svezia senza alternative. Ma la Svezia è un paese indipendente. L’adesione alla NATO trasformerebbe il Baltico in un lago interno della NATO, con 10 paesi che minacciano la Russia! 

Il dibattito sull’adesione è stato per lo più unilaterale. La TV e la radio hanno organizzato programmi in cui i partecipanti pro-NATO, per lo più esperti di ricerca militare, dibattono sui vantaggi dell’adesione tra di loro. I socialdemocratici hanno organizzato dialoghi zoom con migliaia di membri del partito, che hanno dovuto ascoltare i ministri rispondere a domande principali prestabilite da voci anonime, ma non potevano farne loro stesse. Dove si è svolta una votazione, i risultati, spesso negativi, non sono stati resi pubblici.

La dirigenza del partito fa riferimento ai continui e incerti cambiamenti nell’opinione pubblica nei sondaggi settimanali. Ma anche questi indicano che quasi la metà della popolazione, inclusa la maggioranza dei socialdemocratici e dei partiti minori di sinistra e verdi, è ancora contraria o indecisa! I lealisti del partito che seguono sempre il leader possono aver cambiato opinione, ma possono rappresentare solo il 10% degli elettori.

L’intero processo è stato ridicolo e una parodia della democrazia. Tutti i maggiori partiti sono contrari a un referendum popolare, poiché considerano la questione troppo complicata e trattano questioni di sicurezza delicate. Si oppongono anche all’attesa fino a dopo le elezioni programmate di settembre, e al lasciare che siano gli elettori a decidere, al fine di conferire alla decisione una qualche forma di legittimità democratica. Molti si sentono spinti dall’élite del partito. Ma hanno paura della democrazia diretta da parte del popolo.  Tra i relatori della protesta di Stoccolma c’erano Thomas Hammarberg, ex parlamentare socialista e Commissario del Consiglio europeo per i diritti umaniKajsa Ekis Eknman, nota scrittrice e giornalista; così come i rappresentanti del NO NATO, Folket I Bild (Persone in immagini); Donne per la pace e la Gioventù Comunista Rivoluzionaria

I mercanti della morte festeggiano 

Quelli che festeggiano di più sono i produttori di armi svedesi, i mercanti di morte, inclusa SAAB Dynamics. Vedono opportunità di vendere armi anticarro e possibilmente jet da combattimento svedesi ai futuri alleati della NATO. Che i coscritti svedesi debbano essere carne da cannone nelle guerre della NATO non fa parte dei loro calcoli capitalisti. E la Svezia ha già, in ampia unità, accettato di aumentare la spesa militare al 2% del suo budget, la nuova linea guida Trump-Biden per i partner europei.

Potrebbe volerci del tempo prima che venga concessa l’adesione formale. Il regime turco ha lanciato una chiave inglese nel procedimento. Si rifiuta di ammettere nuovi membri a meno che non trattino gli oppositori curdi del regime turco come “terroristi”. Il governo svedese ha stretti legami con l’enclave curda in Siria sostenuta dagli USA e con il Kurdistan iracheno; il regime turco afferma che queste entità curde forniscono rifugio alle forze del PKK, che combatte il dominio turco. La Svezia non consegnerà i rifugiati alla Turchia. La Svezia ha anche imposto un embargo sulle armi alla Turchia nel 2019 e ha contribuito a fermare l’adesione della Turchia all’UE. 

C’è grande incertezza su quanto tempo potrebbe richiedere il processo. Ma potrebbe non essere ancora un affare fatto.

  • Powers è un americano che si è opposto alla guerra dai tempi del Vietnam, emigrato in Svezia, è un noto attivista del movimento antimperialista da oltre 50 anni.

(A cura di Enrico Vigna, Iniziativa “Per un Mondo Multipolare”/ CIVG agosto 2022)

Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

Le ragioni dell’appello a favore della rimozione delle sanzioni alla Russia

Successivamente al 24 febbraio 2022 sono state imposte alla Russia sei tranche di draconiane sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Ue, Giappone,  Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Ucraina oltre ad Albania, Andorra, Islanda, Canada, Liechtenstein, Micronesia, Monaco, Norvegia, San Marino, Macedonia del Nord, Singapore, Taiwan e Montenegro. Un gruppo di Stati cosidetti Occidentali (atlantisti) che rappresentano solo il 19% degli Stati mondiali (dati Ispi), i quali, invece, in grande maggioranza, pur condannando l’operazione militare russa, hanno preso le distanze dalle imposizioni unilaterali volute in primis dagli Usa e dal Regno Unito.

A circa 6 mesi dall’introduzione della prima tranche, gli effetti dei pesanti provvedimenti restrittivi hanno al momento sortito un limitato impatto sull’economia e sulla finanza russa, tant’è che se il Prodotto Interno Lordo (Pil) russo del secondo trimestre è stimato da Rosstat in contrazione del 4%, soprattutto a causa del ritiro di aziende occidentali, la bilancia commerciale ha registrato un surplus da record (a causa dell’aumento dei prodotti energetici – vedi approfondimento) ed il rublo dopo una iniziale flessione ha ripreso ad apprezzarsi fino a superare la quotazione del 24 febbraio scorso.

Gli Stati che hanno comminato le sanzioni alla Russia, soprattutto quelli europei, stanno invece subendo significative ripercussioni in termini di rinuncia al mercato russo per l’export, ad aumento dei costi dell’energia e carenza della stessa, pesante impennata dell’inflazione, interruzione delle catene mondiali del valore, diminuzione della produzione industriale e rallentamento economico con prospettiva più che concreta di recessione. Addirittura gli Stati Uniti sono già entrati in recessione tecnica, visto il secondo trimestre consecutivo di variazione negativa del Pil.

Le sanzione volute dagli Usa e adottate supinamente dai Paesi europei si stanno rivelando un clamoroso boomerang che avrà effetti pesanti su chi le ha imposte sia livello economico che sociale, soprattutto, a danno delle fasce sociali più deboli.

Per questi motivi abbiamo elaborato il seguente appello a favore della rimozione delle sanzioni unilaterali alla Russia da lanciare a livello nazionale a beneficio di associazioni, movimenti e singoli cittadini al fine di esercitare pressioni sul governo e sulle forze politiche affinché desistano dal proseguire su questa scellerata strada.

 Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

La crisi politica, le elezioni anticipate in Italia e l’estromissione dalla carica di premier di Boris Johnson nel Regno Unito, sono le ricadute politiche più vistose delle colossali contraddizioni economiche, sociali, istituzionali e finanziarie, internazionali e interne ai vari paesi, che si sono manifestate a partire dalla metà del 2021 e si sono acuite nei mesi successivi, fino a trovare una potente accelerazione a seguito della messa in campo, a cominciare dal febbraio scorso, da parte degli USA e dei governi vassalli (in primis l’Italia), di un vasto e complesso apparato sanzionatorio contro la Russia, apparato mai prima applicato su tale scala.

Le sanzioni, fin dalla loro iniziale concezione e applicazione, si sono configurate come veri atti di guerra aventi lo scopo di paralizzare l’economia russa e, per tale strada, condurre la Russia alla disfatta nell’operazione militare in Ucraina.

Le difficoltà (in taluni casi il blocco) nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, il loro accorciamento, la forte ripresa, anche se diseguale, della domanda di beni e servizi a seguito delle politiche ultraespansive con cui le banche centrali avevano cercato di governare (immettendo grandi quantità di denaro) i gravi effetti della crisi sistemica del 2007-2009 e del debito pubblico in Europa del 2011-2013, le politiche di riapertura dei traffici e dei mercati dopo la prima ondata di Covid del 2020, avevano determinato fin dai primi mesi del 2021, la comparsa e la rapida crescita dell’inflazione in USA, nei paesi occidentali e, in parte, nel resto del mondo.

Accanto all’inflazione, i primi aumenti dei tassi di interesse e i primi segni di recessione.

I processi in atto hanno trovato una possente accelerazione nelle sanzioni che hanno decretato, in date diverse, il “sequestro” delle riserve valutarie russe, l’embargo del carbone, del petrolio e dell’oro russi e di una vasta serie di beni strumentali e tecnologie necessarie alla produzione. Il gas, essenziale ai processi produttivi di molti paesi occidentali, era stato escluso dall’embargo.

La violenza delle sanzioni, il riarmo massiccio e crescente dell’Ucraina da parte dell’Occidente, il rifiuto da parte di quest’ultimo di ogni negoziato di pace, la rottura strategica dell’Unione europea con la Russia nelle forniture di gas (piano REPower EU), hanno indotto la Russia a ridurre le forniture di metano ai paesi europei. Da qui, favorita dalle dinamiche ultraspeculative dei mercati internazionali e privatizzati dell’energia, l’impennata dei prezzi del gas (e delle altre materie prime), l’incremento dell’inflazione, la violenta stretta creditizia, la recessione.

Draghi ha colto l’opportunità delle tensioni politiche ed, irrigidendosi di fronte alle varie richieste partitiche, ha operato in modo che il suo governo cadesse perché ha intravisto lo tsunami sociale in arrivo in autunno, causato dalla folle e antinazionale politica bellicista sfacciatamente filostatunitense e filoatlantica sua e del suo governo, politica che produrrà lo smantellamento di buona parte dell’apparato produttivo italiano, disoccupazione di massa, miseria, emarginazione, crescita del debito pubblico.

Da qui nasce l’impellente necessità di una mobilitazione ampia per opporsi alle sanzioni e a tale devastazione in nome:

·         del lavoro,

·         della cessazione dell’invio di armi all’Ucraina,

·         del ripristino di un minimo di pluralismo democratico, liquidato dalle politiche “minculpop” dei gruppi dominanti e dei loro media,

·         dell’azzeramento degli aumenti speculativi nelle bollette di luce e gas,

·         del rifiuto di subire i costi economici, sociali e ambientali delle politiche scellerate di Draghi, dell’UE e degli USA.

Il comitato promotore

(Il testo dell’appello si trova anche all’interno della prima edizione de “I quaderni di Lotta Continua”, il nuovo periodico in cartaceo appena uscito. Coloro che intendono sostenere e promuovere o semplicemente sottoscrivere l’appello possono scrivere a quadernilc@gmail.com.)

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Approfondimenti:

L’andamento della bilancia delle partite correnti in Russia

(Fonte La Stampa)

L’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Federazione Russa, ha continuato a crescere e ammonta a 138,5 miliardi di dollari nel periodo gennaio-giugno 2022, aumentando di circa 3,5 volte rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Lo afferma la stima preliminare della Banca di Russia, che fotografa un record (almeno dal 1994) di 70,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno, con l’aumento dei ricavi dalle esportazioni di energia e materie prime che ha contribuito a compensare l’impatto delle sanzioni.

Il secondo trimestre del 2021 aveva registrato un avanzo delle partite correnti pari a 17,3 miliardi di dollari, mentre l’intero primo semestre dello scorso anno aveva registrato 39,7 miliardi di dollari. Il conto delle partite correnti è un saldo della bilancia dei pagamenti che sintetizza i flussi lordi relativi agli scambi di beni, servizi e redditi tra residenti e non residenti di un’economia.

La dinamica delle partite correnti “è stata determinata dall’allargamento dell’avanzo del saldo di beni e servizi a seguito della significativa crescita delle esportazioni, trainata da un contesto di mercato favorevole e dal calo delle importazioni”, sottolinea la Bank of Russia in una nota.

Le esportazioni sono state di 153,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre, in leggero calo rispetto ai 166,4 miliardi di dollari del primo, sempre secondo i dati della Banca di Russia. Anche le importazioni sono diminuite, a 72,3 miliardi di dollari da 88,7 miliardi di dollari.

Sanzioni-boomerang Occidente-Russia. Chi ci perde e chi ci guadagna
di Ennio Remondino (Fonte: remocontro)

‘Sanzione’, come ‘sancire’ una qualche regola. Diritto e sanzione alla base dell’agire geopolitico e di qualsiasi cultura giuridica. Il diritto alla sanzione. Minacciare ripetutamente sfaceli senza che alle parole seguano i fatti, diventa una scelta politica a perdere. Lo stanno valutando ormai molti analisti e vertici politici soprattutto in Europa.

Il caso carbone petrolio e gas russo mostra da una parte i limiti delle misure economiche che i governi europei hanno approvato a partire da febbraio per ottenere dalla Russia la fine della guerra in Ucraina, e apre, dall’altra, una serie di interrogativi sulle conseguenze che questa dinamica produrrà di cui già ha detto oggi Piero Orteca.

«La società francese Kpler, impegnata nel settore delle materie prime, ha pubblicato negli ultimi giorni un rapporto interessante sulla Russia», segnala Luigi De Biase sul Manifesto. «Secondo gli analisti di Kpler Mosca sta riuscendo a vendere tutto il carbone che aveva in programma di esportare, nonostante le sanzioni. Già a giugno i russi erano riusciti a piazzare all’estero sedici milioni e mezzo di tonnellate, il 3,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021».

Carbone e petrolio, ‘offerta speciale’

La ‘madre di tutte le sanzioni’ promessa dagli Usa. Dalla minacce (o dalla promesse), ai fatti. A luglio tutti prevedevano una forte crisi economica russa per embarghi e restrizioni approvate dall’Europa e dagli Stati uniti. Ora, metà agosto, assieme all’inflazione che ci divora, scopriamo che Cina e India hanno assorbito la produzione russa in eccesso, grazie anche a notevoli ribassi per i ‘Paesi amici’. «A giugno il carbone consegnato ai porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa era quotato 370 dollari a tonnellata. Quello venduto a luglio a cinesi e indiani fra i 180 e i 185 dollari. Praticamente metà prezzo».

Di più e ’peggio’ per il petrolio

L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato in due milioni e duecentomila barili al giorno il calo delle esportazioni russe verso Stati uniti, Unione europea, Regno Unito e Corea del Sud dall’inizio dell’invasione. Ma Un milione e mezzo di barili in più, però, la Russia li ha venduti ogni giorno a Cina, India e Turchia. A marzo l’export verso l’India era irrilevante. A giugno i russi sono diventati il primo fornitore del paese davanti a Iraq e Arabia saudita.

Nuovi amici con lo sconto

Le quotazioni elevate del petrolio hanno permesso a Mosca un taglio di 19 dollari a barile rispetto ai rivali, restando comunque sopra i cento dollari. «La sete di petrolio dell’India è, peraltro, al centro di interessanti riflessioni», sottolinea Luigi De Biase, su cui Remocontro qualcosa ha già detto ma su cui certamente torneremo. Il governo di Delhi non solo non ha aderito alle misure internazionali per la guerra in Ucraina, ma ha chiesto pubblicamente alle società di stato di alzare il livello delle scorte acquistando grandi quantità di petrolio russo a prezzo scontato.

Meno gas e più soldi

Ma è sul gas, che la questione diventa strategica per l’Europa. I rifornimenti nella CSI russa, ultimi dati di Gazprom, sono diminuiti in un anno del 36 per cento. E il calo ha colpito soprattutto i paesi dell’Unione, perché i volumi di gas diretti in Cina crescono costantemente sulla base di accordi a lungo termine. Mentre il colosso dell’energia Gazprom registra incassi elevati per effetto delle quotazioni record. «Ieri, ad Amsterdam, il mercato di riferimento per i paesi europei, il metano ha chiuso a 241 euro/megawattora, il livello più alto che sia mai stato raggiunto».

Europa a perdere, chi ci guadagna

«Il gas non va più in Europa», ha scritto in settimana il quotidiano economico russo Kommersant. Per l’Ue fine di una fase di crescita facile con energia e materie prime russe a basso costo. Per la Cina, l’India e la Turchia l’arrivo di materie prime a prezzi scontati rappresenta un enorme vantaggio competitivo, un vantaggio che sul lungo periodo potrebbe modificare gli equilibri produttivi globali.

La situazione in Libia: destabilizzazione permanente delle forze unipolariste

La situazione in Libia, ennesimo tassello di destabilizzazione permanente delle forze unipolariste, legata alla crisi ucraina, ….e Saif al Islam Gheddafi

A cura di Enrico Vigna (25 agosto 2022)

Forse è ora che l’Europa e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta anche, per l’Italia, un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi. I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee. 

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, ma anche avranno un impatto sull’Italia e sull’Europa. E’ decifrabile che la crisi in Libia, si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che, fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito. Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni alla Russia della UE e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina. L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo petrolifero a Mosca. Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar. Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e cominciare politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora. Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo che a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale. Quando era arrivato a Tripoli nel maggio scorso e aveva tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione. 

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltrechè “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima accreditata da Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa di Tripoli, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale è solo una progettualità virtuale e da uffici delle cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendoun’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliereOnuStephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio diSaif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità politica di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale e presa di potere.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a suo carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saifè stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia, hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70,manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione di Bint Baya.. e scadito slogan che chiedevano a Saif Al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Ubari, 1 agosto 2022

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islamè ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del nazionalismo patriottico libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.


Enrico Vigna, 25 agosto 2022

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Ancora su virus, vaccini e uso militare e geopolitico delle biotecnologie: Dopo le affermazioni di Jeffrey Sachs, che presiede la commissione Covid-19 della prestigiosa rivista medica The Lancet, secondo il quale il COVID-19 “è frutto di un errore della biotecnologia, non di un incidente di percorso naturale” e che i database dei virus, i campioni biologici, le sequenze dei virus, le comunicazioni e-mail e i quaderni di laboratorio potrebbero aiutare a far luce sull’origine della pandemia, ma finora nessuno di questi materiali è stato sottoposto a una “revisione indipendente, oggettiva e scientifica”, il Prof. Joseph Tritto, ha presentato insieme a numerosi altri scienziati un dossier al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia chiedendo l’incriminazione di altrettanti dirigenti di istituzioni internazionali che sovrintendono alla sicurezza sanitaria per non aver controllato o chiuso numerosi laboratori in diversi paesi che lavorano al potenziamento delle funzioni dei virus ignorando i gravissimi rischi per l’umanità.

Il prof. Tritto, presidente esecutivo della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies aveva pubblicato un libro nel 2020 in cui riepilogava le sue tesi, dal titolo CINA, COVID-19, LA CHIMERA CHE HA CAMBIATO IL MONDO; più recentemente, dalla fine dello scorso anno aveva rilasciato una serie di interessanti interviste al giornalista Franco Fracassi che erano state viste da molti utenti su Youtube.

Dopo la comunicazione della recentissima presentazione del dossier al Tribunale penale internazionale de l’Aia, Youtube ha cancellato tutti i video e interviste al Prof. Tritto. La tesi di fondo del Prof. Tritto è che l’origine del Covid-19, come anche del Monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie è artificiale ed è il prodotto di un uso militare e geopolitico delle operazioni di potenziamento dei virus e produzione dei relativi vaccini.

Si tratterebbe, per dirlo più chiaramente, dello sviluppo dell’idea di “DETERRENZA BIOLOGICA” che si sarebbe sostituita negli ultimi anni, ad altre forme di deterrenza, come quella nucleare, che è sottoposta a controlli molto più ferrei approdati, nel corso dei decenni, ad importanti accordi internazionali.

In questo campo, invece, non sussistono adeguati controlli e il fatto che tali tecnologie siano realizzabili con costi relativamente bassi in numerosi laboratori di molti paesi, espone l’umanità a rischi fuori controllo.

Gli elementi portati a sostegno di questa tesi sono diversi e vengono puntualmente illustrati con riferimenti inquietanti nelle citate interviste bannate improvvisamente da Youtube. Restano però ancora disponibili sul sito WWW.OVAL.MEDIA.

L’approccio proposto da Tritto, come anche da Sachs, è tutt’altro che un approccio no-vax, per intenderci, ma piuttosto ripropone un problema centrale della ricerca scientifica quando essa è controllata dalle grandi compagnie private, in stretto rapporto con gli apparati militari e politici delle maggiori potenze.

D’altra parte, la tempistica e la dinamica di distribuzione dei vaccini, il conflitto tra vaccini americani, europei e quelli russi o cinesi, il green pass rilasciato alle persone solo se vaccinate con determinati sieri piuttosto che con altri, avevano fatto già emergere molti dubbi e aperto un universo di contraddizioni non riconducibili alla scienza, ma piuttosto alla geopolitica e alla guerra: una guerra combattuta senza armi che, alla fine, è destinata inesorabilmente a sfociare in guerra senza esclusione di colpi.

A questa situazione è indispensabile porre rapidamente un freno nelle sedi opportune, a partire dall’ONU. La “scoperta” del monkeypox è, secondo Tritto, un altro passaggio di questo confronto che prevede la proliferazione di altri virus letali, magari anche orientati etnicamente, e il controllo geopolitico dei vaccini: praticamente, la competizione tra potenze prevede la creazione di chimere e la produzione esclusiva dei relativi vaccini. In riferimento al monkeypox, già brevettato in USA nel 2004 e al successivo vaccino di riferimento, Tritto ci dice che per la prima volta, la Cina “ha risposto” rendendo noto di aver realizzato un proprio virus monkeypox molto più aggressivo lasciando supporre che dispone anche del relativo vaccino.

Armi di distruzione di massa che si inseriscono nella competizione per l’egemonia mondiale a spese delle popolazioni. Uno sviluppo terrificante della logica di genocidio.


Le interviste a Joseph Tritto che andrebbero ascoltate e diffuse:

LA GUERRA SENZA COMBATTERE (I° e II° Parte)

La comunicazione di Franco Fracassi della cancellazione delle interviste da Youtube:


Le altre interviste rilasciate da Tritto a fine 2021 e nei mesi scorsi:

I PADRONI DEL GENOMA:

CHIMERE EMERGENTI:

DAL COVID AL MONKEYPOX:


Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero principalmente a Parigi, Londra e New York.

Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra.

Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India.

Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Arrestati, perseguitati, braccati. Retate e rappresaglie in Ucraina. (II Parte)

di Enrico Vigna, 28 luglio 2022

La prima parte QUI:

In questa seconda parte del Dossier sulle repressioni dispiegate in Ucraina, viene documentato il livello massificato e generalizzato di “caccia alle streghe”, da parte della giunta golpista di Kiev alla società ucraina nelle sue varie componenti: giornalisti, attivisti per la pace, esponenti di sinistra e delle minoranze del paese, democratici, religiosi, sindacalisti, artisti, antifascisti, avvocati, politici ed esponenti delle istituzioni non assoggettati ai diktat violenti e fomentatori di odio nel paese.

Stanno facendo un vero e proprio lavaggio del cervello, spacciando per un paese libero, un covo di nazisti. Sarebbe importante lo sdegno internazionale dei sempre solerti difensori del giornalismo libero, come quelli che da anni tacciono colpevolmente sulla sorte ignobile riservata a Julian Assange.

Il 20 marzo Zelensky ha unificato in un unico canale le emittenti radio e tv di stato, poi ha bandito gli ultimi 11 partiti politici di sinistra, democratici e di opposizione, che non erano stati messi fuorilegge ( 47 Partiti e associazioni) nel 2014 dopo il golpe di EuroMaidan.

La giornalista e presidente dell’Unione degli emigranti politici e dei prigionieri politici dell’Ucraina Larisa Shesler, attivista per i diritti umani e civili, ha denunciato che il 2 luglio la SBU ha scatenato ennesime incursioni contro cittadini della componente russa a Kiev e contro cittadini che hanno espresso appoggio per la pace, per la negoziazione con la Russia o si sono permessi di criticare le autorità di Kiev.

Secondo questa denuncia, a Kiev e non solo a Kiev, sta avvenendo una feroce epurazione di tutte le persone che si oppongono alla situazione nel paese, molti esponenti antifascisti e giornalisti indipendenti sono stati catturati e portati via dalle proprie abitazioni e di molti non si hanno notizie precise.

Dalla fine di febbraio a giugno, oltre 400 persone sono state arrestate dalla SBU nella sola Kharkiv con l’accusa di cooperazione con la Russia. Il motivo dell’arresto è stata la negazione del fatto dell’aggressione da parte della Russia, il sostegno a Mosca o concorso con la Russia. Gli arrestati con questa accusa rischiano fino a 15 anni di carcere.

L’ufficio del procuratore regionale della città di Zhytomyr riferisce che dal 10 maggio, 40 procedimenti penali sono stati avviati nella regione di Zhytomyr ai sensi dell’articolo 111-1 del codice penale dell’Ucraina “Attività di collaborazione“. A seguito delle indagini, sono state emesse quattordici condanne contro residenti della regione. A giugno altri 23 casi con incriminazioni simili sono stati inviati alla magistratura.

Nella regione di Kirovograd, secondo la stampa locale, “altri cinque cooperatori col nemico” sono andati in prigione per pene da 2 a 5 anni. Sono stati accusati di diffondere informazioni filo-russe sui social network e di condannare le azioni delle autorità ucraine. Già ad aprile, la SBU della regione aveva comunicato di aver messo quattro collaboratori in carcere, per giudizi positivi sui social network, circa le azioni dell’esercito russo. Tra i detenuti, una donna è stata condannata a 4 anni. Un’altra che aveva giudicato legittime le azioni delle forze armate russe in Ucraina, è stata condannata a 5 anni di carcere. 

Negli stessi giorni a Dnepr altre 12 persone sono state arrestate con accuse simili. Solo a marzo sono state arrestati 31 cittadini.

Si sono perse le tracce anche di diversi membri dei movimenti di sinistra “Novyi Sotcialism” (“Nuovo Socialismo”) e “Derzhava” (“Potere”). Hanno smesso di rispondere alle chiamate e sono scomparsi dalle reti. È possibile che si nascondano o che siano già stati presi e detenuti, come successo ad attivisti catturati a Nikolaev.

Arresti e brutalità contro civili della SBU in Dnipropetrovsk. https://twitter.com/i/status/1511301270820343809

Il 19 marzo nella città di Krivoi Rog i militari ucraini hanno arrestato a casa sua Yury Bobchenko, presidente del Sindacato degli operai e minatori ucraini dell’Arcelor Mittal Krivoi Rog, una multinazionale.

Il 5 aprile la SBU ha arrestato il noto antifascista di Kharkov Oleg Novikov. Nel suo canale Telegram è riuscito a scrivere prima di essere portato via: “Sono venuti a prendermi. Siate sempre voi stessi“. Oleg Novikov è un ex deputato del consiglio distrettuale, un attivista antifascista di “Kharkiv anti-Maidan”, disabile con 3 figli piccoli, un uomo di fede ortodossa e convinzioni inflessibili. Nel 2015, come leader della ONG Istok, fu arrestato e condannato a tre anni di carcere per “separatismo”.

Dopo il suo rilascio, Novikov aveva continuato ad esprimere pubblicamente la sua posizione sulle relazioni fraterne tra i popoli russo e ucraino; dopo lo scoppio delle ostilità, ha coraggiosamente cercato di trasmettere la verità alla popolazione.

Il regista cileno americano Gonzalo Lira è stato arrestato e poi messo ai domiciliari a Kharkiv , dopo l’intervento dell’Ambasciata cilena

Dal 15 aprile era scomparso in Ucraina il famoso scrittore e regista americano-cileno Gonzalo Lira. Il 14 aprile aveva avvertito su Telegram, dei suoi timori e del rischio di essere preso e arrestato dal regime di Kiev, dopo aver subito minacce.

Lira ha tenuto una cronaca in inglese sul suo Twitter degli eventi in Ucraina dal 24 febbraio. In particolare aveva criticato il regime di Zelensky, perché in modo scellerato, le autorità ucraine, hanno preso la decisione criminale di distribuire armi alla popolazione senza controllo e nessuna responsabilità. Inoltre denunciava anche che il regime di Kiev organizzava repressioni e linciaggi di persone inermi per le strade delle città ucraine. Aveva anche documentato il ruolo di illegalità dei militanti di estrema destra nei ranghi delle strutture di potere dell’Ucraina.

Volete sapere la verità sul regime di Zelensky? Cercate su Google questi nomi: Vladimir Struk, Denis Kireev, Mikhail e Alexander Kononovichi, Nestor Shufrich, Jan Taksyur, Dmitry Dzhangirov, Elena Berezhnaya.

Se non mi sentite per 12 ore o più, mettetemi in questa lista di scomparsi”, questo avvertimento era stato scritto dal regista poco prima della scomparsa. Alcuni giornalisti hanno condotto una loro indagine su ogni nome indicato dal regista cileno e hanno verificato che sono tutte persone rapite dalla SBU e poi scomparse. Numerosi media cileni hanno riferito della scomparsa di Lira. Su richiesta dei giornalisti cileni, il ministero degli Esteri del Cile ha fatto sapere che stava operando per aiutare il proprio concittadino. Il 20 aprile si è rifatto vivo con un collegamento online facendo sapere che stava bene, ma che non poteva fare altre dichiarazioni essendo ristretto in detenzione domiciliare: “…Fisicamente sto bene. Non posso dire nient’altro, a parte il fatto che sto bene. E grazie per esservi preoccupati per me. Lo apprezzo molto…non posso lasciare Kharkov…”, sono state le sue parole.

Anche la pubblicista e blogger di Kiev, Myroslava Berdnik, nota antifascistae autrice del libro messo al bando in Ucraina “Le pedine nel gioco di qualcun altro. La storia segreta dei nazionalisti ucraini” è stata accusata dall’SBU di attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina e tradimento.

In una intervista aveva raccontato la sua vicenda: “ …una mattina non avevo aperto la porta a una persona sconosciuta che cercava di entrare violentemente nel mio appartamento, affermando di volermi portare in polizia. Dopo un’ora e mezza, ho cominciato a trascinarmi fuori dall’appartamento con le stampelle per andare in taxi alla clinica per le cure, un investigatore della SBU mi ha bloccato nella tromba delle scale e, sotto registrazione video, mi ha letto una notifica dove mi si comunicava che ero in un momento non specificato di un indagine preliminare, perché in circostanze non specificate e in un luogo sconosciuto, rendendomi conto della criminalità delle mie azioni, avrei attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina per rovesciare l’ordine costituzionale“, ha raccontato la Berdnik, dichiarando di essere assolutamente in dissenso “con questa accusa delirante” e di considerarsi estranea alle accuse. “Mi ha davvero irritato, ma non accetterò accordi con le indagini, per confessare accuse assurde e mi difenderò con buoni avvocati. Sono gravemente malata, dopo un’operazione complessa ora ho delle complicazioni, sembra tutto una tortura. Anche sotto Poroshenko, vista la debolezza delle imputazioni e l’assurdità dell’accusa, non avevano osato toccarmi. E ora questi… ehm. Combatterò!” Infatti la SBU l’aveva già minacciata nel 2016: “se non ammetteva la sua colpevolezza”, poteva essere condannata a 15 anni ai sensi dell’articolo 258 del codice penale.

In marzo l’SBU ha arrestato Elena Lysenko, moglie dell’ attivista per i diritti umani e volontario civile di Donetsk Andrey Lysenko, che da molti anni distribuisce donazioni umanitarie internazionali (anche per SOSDonbass Italia), per aiutare la popolazione del Donbass. E’ stata rilasciata e messa in libertà vigilata, ma solo dopo essere stata costretta a registrare un video in cui calunniava il marito. Infatti la SBU ha costretto la donna a diffamare se stessa e la sua famiglia, e ad accusare il marito registrando un video. Elena ha poi dichiarato di essere stata costretta a tutto questo, chiedendo perdono e di averlo fatto per poter accudire le due figlie di sua sorella appena morta. Chi conosce Andrey non ha amai avuto alcun dubbio.

Nelle rappresaglie in corso contro i membri dell’opposizione è anche caduto Viktor Medvedchuk, capo del partito “Piattaforma di Opposizione/ Patrioti per la Vita”, che era il secondo partito più grosso dell’Ucraina, prima di essere anch’esso messo fuorilegge. Medvedchuk è stato rapito ad aprile dalla SBU e poi è stato picchiato, per fargli fare dichiarazioni poi presentate come spontanee.

Il politico è accusato di tradimento e violazione delle leggi di guerra. Secondo gli investigatori, aveva in programma di produrre petrolio e gas sulla piattaforma del Mar Nero nella regione della Crimea e di aver fornito assistenza alla Russia per “attività sovversive contro l’Ucraina“.

Medevdchuk è stato rapito in una operazione molto spettacolare, con presenti molti testimoni, 12 di questi erano pronti a testimoniare circa ciò che accadde. Ora si è scoperto che 10 di questi testimoni, tutti attivisti del Partito di opposizione, sono stati uccisi.

Il 20 marzo, a Kharkiv uomini non identificati con uniformi militari e il bracciale blu, hanno rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, che ha sempre difeso i dissidenti e i prigionieri politici in tribunale, anche accusati di alto profilo. E’ stato portato via in una direzione sconosciuta, portando via dalla sua abitazione documentazioni e fascicoli dei suoi assistiti.

Subito dopo il rapimento, uno dei clienti dell’avvocato, Spartak Golovachev, anche lui poi arrestato, aveva parlato così di Tikhonenkov: “A Kharkiv è stato rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, un deputato del consiglio distrettuale e insegnante all’Accademia di giurisprudenza di Kharkiv. Sui libri di testo da lui scritti, ho imparato le scienze giuridiche. L’avvocato ha lasciato un figlio affetto da paralisi cerebrale che ha bisogno di cure costanti. Anche lui è malato di cancro e ha bisogno di cicli di cure. Dmitry Anatolyevich è noto in Ucraina per le sue attività per i diritti umani e ha affrontato molti casi avversi al governo di Kiev. Era, tra le altre cose, il mio avvocato”, ha scritto Golovachev.

L’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina ha riferito che l’avvocato è stato accusato di alto tradimento, in base all’ormai popolare articolo nel paese. L’accusa ritiene che Tikhonenkov abbia fornito ai militari russi dati sul luogo, in cui si trovano unità delle forze armate ucraine.

La moglie dell’avvocato ha sporto denuncia alla polizia per il rapimento. E’ probabile che Tikhonenkov sia stato sequestrato dalla SBU. Egli era anche deputato del Consiglio regionale di Kharkiv del partito politico di opposizione, ora fuorilegge “ Piattaforma per la Vita”.

Ad aprile è stato arrestato dai servizi segreti di Kiev, per sospetto di alto tradimento il giovane blogger ucraino, Gleb Lyashenko, con l’accusa di propaganda anti-ucraina e alto tradimento. Rischia 15 anni di carcere. Lo riporta direttamente la SBU (fonte qui:  https://www.facebook.com/100064794063917/posts/340834014753065/) che spiega nel dettaglio le attività “criminose” di quello che viene definito un “indegno giornalista”. Secondo gli investigatori dell’intelligence il blogger avrebbe screditato la politica del governo e sostenuto le azioni russe. In altre parole è stato incarcerato per aver criticato Zelensky e aver detto che, anche i russi hanno le loro ragioni. Reati d’opinione quindi, né più né meno. Ecco la democrazia “ à la carte”, per la cui difesa stiamo mandando a rotoli l’economia, rischiando di trascinare l’intera Europa in un sanguinoso conflitto totale.

In aprile la SBU ha arrestato a Kiev Dmitry Marunich, ingegnere ed esperto nel campo dell’energia per “tradimento”, la sua colpa sta nel fatto che ha rilasciato diversi commenti pubblici ai media russi su questioni energetiche. In base a quale articolo sia stato accusato, non è riportato, ora si trova in un centro di custodia cautelare.

Il 19 marzo alle 7:34 del mattino è stato arrestato Yuriy Tkachev, un giornalista di Odessa, caporedattore della rivista online “Timer Odessa”. Poco prima di essere preso era riuscito a scrivere sul Web: “Sono venuti a prendermi. E’ stato bello comunicare con voi“. 

Secondo la moglie di Yuri, Oksana, quando lui ha aperto la porta dell’appartamento, non ha fatto alcuna resistenza. Ma, nonostante ciò, la SBU lo ha trascinato sul pavimento, stendendolo a faccia in giù. Poi hanno anche detto a lei di lasciare l’appartamento. Nessuna violenza è stata usata contro di lei. Secondo Oksana Chelysheva, una attivista per i diritti umani, che ha parlato con la moglie, ella afferma di aver visto attraverso la porta d’ingresso aperta, come uno degli ufficiali della SBU è andato nel bagno, dove è rimasto per diversi minuti. Poi è nel bagno che gli ufficiali della SBU hanno dichiarato di aver “scoperto” una granata e una bomba TNT. “Dopo che quest’uomo ha lasciato il bagno, la SBU ha riportato Yury e Oksana nell’appartamento, dove è iniziata la ricerca. Allo stesso tempo, hanno costretto Yuri a spogliarsi. Gli è stato permesso di vestirsi solo prima di essere portato via ”, ha sottolineato l’attivista per i diritti umani. Ora è ai domiciliari in attesa del processo.

TRE RESIDENTI DELLA TRANSCARPAZIA SONO STATI ARRESTATI PER “SOSTEGNO PUBBLICO ALLA RUSSIA”.

Il 7 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto di tre residenti della regione della Transcarpazia, che hanno sostenuto apertamente la Russia sui social network e sui propri siti web, e hanno anche criticato il governo di Kiev. Lo ha riferito il Centro Unificato di Assistenza Legale “Compatrioti” facendo riferimento ad una nota del Centro stampa della SBU.

Uno è un residente del distretto di Mukachevo, capo di una organizzazione pubblica, che, attraverso gli account ei gruppi da lui amministrati nei social network, aveva condotto una campagna di informazione fino a quando non sono stati presi i provvedimenti che riguardano “la minaccia all’ ordine costituzionale e l’integrità territoriale dell’Ucraina”, come scrive l’ SBU. Ai sensi della parte 2 dell’articolo 109 del codice penale ucraino, l’uomo rischia la reclusione fino a tre anni.

Altri due residenti della regione, che hanno parlato a sostegno della Russia, sono stati arrestati per sospetto ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2 (giustificazione, riconoscimento della sua legalità, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina, glorificazione dei suoi partecipi) del codice penale ucraino. Rischiano una condanna fino a cinque anni.

Va ricordato che un residente di Kiev è stato condannato a 5 anni per un like a Odnoklassniki, un network russo, pur riconoscendo che egli non aveva scritto nulla di suo sul portale.

UN CITTADINO DI KIEV È STATO ARRESTATO PER AVER ACCUSATO LE AUTORITÀ UCRAINE DI CRIMINI DI GUERRA

Il 3 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha arrestato un residente di Kiev, che ha accusato le autorità ucraine di crimini di guerra sui social network, allegando foto e video attinenti alle sue dichiarazioni come prove.

Lo ha comunicato il centro stampa della SBU.

Secondo la SBU, il detenuto è un ex laureato della Scuola per piloti dell’aviazione militare superiore di Chernihiv, che era intitolata a Komsomol Lenin. Secondo l’accusa, dal 24 febbraio 2022 ha iniziato una attività sui social media accusando nei suoi account, crimini di guerra ucraini. In particolare, ha scritto che colonne di rifugiati di Mariupol e Berdyansk erano state colpite da razzi a grappolo delle forze armate ucraine e che l’esercito ucraino, i cui rappresentanti ha definito nazisti, sparavano a bambini e civili nel Donbass.

Allo stesso tempo, ha sostenuto le azioni della Russia per denazificare l’Ucraina e ha caricato video di come l’esercito russo sta aiutando gli ucraini. L’uomo è stato accusato ai sensi della parte 2 dell’art.436-2 (giustificazione, riconoscimento della legalità delle operazioni russe, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa in Ucraina, glorificazione dei suoi partecipanti) del codice penale ucraino. Rischia fino a cinque anni di reclusione.

Con l’accusa di tradimento, è stato arrestato il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale di Nikolaev, Gennady German. Il procuratore generale dell’Ucraina Irina Venediktova ha riferito nel suo blog che è stato il capo dell’ufficio del procuratore regionale di Nikolaev ha scoprire la “talpa”, e poi lo ha denunciato alla SBU.

Secondo la SBU il pubblico ministero avrebbe svolto “compiti criminali per i rappresentanti dello Stato aggressore”. L’accusa comunicata dal funzionario dell’SBU Artem Degtyarenko è “ di essere un sostenitore del “mondo russo” e di aver meticolosamente “fatto trapelare” informazioni al nemico sul numero e sui luoghi di detenzione dei prigionieri di guerra delle forze armate della Federazione Russa, nella regione di Nikolaev. Oltre ad aver fornito dati sul personale militare e sui civili morti e altre informazioni di interesse per gli occupanti. In cambio di queste informazioni, sperava di continuare a lavorare nell’ufficio del pubblico ministero nel caso in cui il nemico avesse catturato la regione, ma ha dimenticato che per tali azioni è previsto l’ergastolo. Le sue attività sono state interrotte in tempo e sono state evitate conseguenze più gravi”, questa la nota dell’SBU.

Secondo l’ex vice della Verkhovna Rada Oleksiy Zhuravko, l’agitazione tra le forze di sicurezza ucraine, rivelata dal caso del procuratore di Nikolaev, German, indica che le autorità golpiste ritengono imminente l’ingresso di truppe russe a Nikolaev e organizzano frettolosamente azioni esemplari dimostrative, per intimidire la popolazione e i funzionari locali: “ E’ la dimostrazione che hanno paura. Questo caso è un altro dei loro falsi. Non hanno via d’uscita e iniziano a intimidire le persone con tali metodi, prevenendo cose che sembrano loro sospette. Ho parlato con Nikolaev, la situazione sta cambiando radicalmente, le persone stanno iniziando a capire chi sia veramente l’assassino della loro stessa gente. Le persone vedono cosa sta succedendo e perché tutto sta accadendo, vedono chi piazza armi, chi piazza punti per i cecchini vicino a edifici residenziali e appartamenti. Ora, penso, i servizi speciali ucraini intensificheranno le repressioni e cercheranno traditori ovunque“, ha detto Zhuravko.

LA SBU HA ARRESTATO A FINE GIUGNO, 19 GIORNALISTI DI OPPOSIZIONE

Il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto in contemporanea di 19 giornalisti di opposizione a Kiev, Kharkov, Odessa, Zaporozhye, nonché nelle regioni di Dnipropetrovsk e Vinnitsa.

Lo ha riferito il centro stampa della SBU. Secondo la nota, i giornalisti hanno pubblicato informazioni sulla detenzione di prigionieri russi, che non erano state concordate con le autorità, e hanno anche preparato materiali su nazionalisti operativi.

INSEGNANTE DI LINGUA UCRAINA, ARRESTATA A ZHYTOMYR PER AVER SOSTENUTO LA RUSSIA

Il 14 giugno la direzione del Servizio di sicurezza ucraino nella regione di Zhytomyr ha riferito dell’arresto di un certo numero di residenti non indicato numericamente, per sostegno alla Russia.

Secondo la comunicazione, anche una insegnante di lingua ucraina di Zhytomyr, la quale discutendo con i suoi colleghi, aveva spiegato che le azioni della Russia in Ucraina, non erano sbagliate, dal momento che aveva l’obiettivo di cancellare Bandera e combattere i neonazisti. Per questo fatto, è stata avviata una causa ai sensi della parte 1 dell’articolo 111-1 (attività di collaborazione) del codice penale. Rischia fino a 15 anni.

In base allo stesso articolo, è stato avviato un procedimento nei confronti di un altro residente di Zhytomyr, che ha apertamente spiegato ai residenti locali, che la Russia in Ucraina stava proteggendo la popolazione di lingua russa dall’oppressione dei nazionalisti neonazisti.

La SBU ha anche arrestato due residenti di Novograd-Volynsky per messaggi e pubblicazioni sui social network a sostegno della Russia. È stato avviato un procedimento contro queste persone ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2, del codice penale ucraino. Gli imputati rischiano fino a 5 anni di reclusione.

La SBU ha dichiarato che per un tale atto, un residente di Berdichev è stato condannato alla reclusione per un periodo di tre anni perché nei social aveva sostenuto la Russia.

La SBU ucraina dà la caccia a figure dell’opposizione anche al di fuori dei confini del paese.

All’interno di questa campagna di repressione dispiegata, il 5 maggio, la SBU ha annunciato l’arresto in Spagna del politico e attivista ucraino Anatoly Shariy. Shariy e il suo partito, pur non essendo filorussi, si erano opposti al colpo di stato militare di Maidan del 2014 e anche criticato i presidenti Poroshenko e Zelensky per la loro collaborazione con i neonazisti. Poche settimane prima del suo arresto, Shariy aveva detto alla stampa di essere stato avvertito che la SBU stava preparando un attentato contro di lui, come precedentemente anticipato dalla Fondazione per la lotta alla repressione. Ora, dopo l’arresto, i suoi avvocati spagnoli temono per la sua incolumità, perché è ormai pubblico che le autorità ucraine utilizzano la tortura e l’omicidio per i loro oppositori politici.

Shariy è un ucraino, nel 2019 ha fondato un suo partito politico (ora, uno degli oltre 60 messi fuorilegge). Shariy è stato descritto dai media ucraini e internazionali come un filo-russo e anti-ucraino, etichette che egli nega e contesta nei tribunali. Dopo alcuni suoi lavori investigativi, aveva ricevuto numerose minacce di morte. Dopo essere uscito dall’Ucraina e chiesto asilo politico nell’Unione Europea, lo scorso anno la Lituania gli ha revocato l’asilo politico e lo ha dichiarato persona non grata. A quel punto si è trasferito in Spagna. Nel febbraio 2021, Shariy è stato accusato di tradimento e incitamento all’odio etnico o razziale dal Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU). Il 4 maggio 2022 è stato arrestato dalle autorità spagnole su richiesta della SBU. Ora le autorità spagnole stanno studiando il caso per decidere una estradizione in Ucraina, per il crimine di tradimento e incitamento all’odio, come richiesto dalla giunta di Kiev.

In una recente intervista all’Independiente ha dichiarato: “ I miei legami con la Russia sono gli stessi che si possono avere in qualsiasi paese libero. Sono stato accusato di alto tradimento in Ucraina. Ho ricevuto la notifica un anno fa. Non ho nulla da nascondere perché non è altro che una situazione burlesca. I servizi di sicurezza mi indicano in un posto, ma non si sa quale, con una persona , ma non si sa chi. Poi ad un certo momento, non si sa quando, ho iniziato a stabilire connessioni con la Russia per scopi di propaganda. Queste sono accuse ridicole. Seppure molto pericolose per la mia vita“.

Come ha denunciato il giornalista statunitense Dan Cohen: “…Anatoly Shariy è stato l’obiettivo di un recente tentativo di omicidio della SBU. Shariy è stato un esplicito oppositore del regime di Maidan sostenuto dagli Stati Uniti, ed è stato costretto a fuggire in esilio dopo aver subito anni di vessazioni da parte dei nazionalisti ucraini. Nel marzo di quest’anno, il giornalista libertario aveva ricevuto un’e-mail da un amico, “Igor“, che gli chiedeva di organizzare un incontro. Successivamente ha appreso che Igor era appena stato arrestato dalla SBU e sotto pressioni veniva usato per indurre Shariy a rivelare dov’era.

Egli era inserito nella famigerata lista nera pubblica di Myrotvorets dei “nemici dello stato ucraino“, fondata da Anton Geraschenko, il consigliere del Ministero degli affari interni che ha approvato l’assassinio di parlamentari ucraini accusati di simpatie russe…”.

Il più famoso politologo ucraino, Mikhail Pogrebinsky, di 75 anni, è stato costretto a lasciare l’Ucraina dopo che è stata effettuata una perquisizione nel suo appartamento e una convocazione presso l’SBU. Nei dibattiti aveva sempre sostenuto la necessità di trovare una soluzione politica che facesse rimanere le Repubbliche Popolari del Donbass nella statualità ucraina, ma da febbraio non era più intervenuto in TV o in eventi pubblici.

Dopo che Ukrayinska Pravda, un giornale controllato dai partner di George Soros, aveva riportato che Pogrebinsky era accusato di aver condotto uno studio sociologico, il cui risultato, anche in condizioni di censura e terrore, aveva mostrato un sostegno alle azioni della Russia e di Putin al livello del 45% della popolazione, la situazione ha cominciato a farsi difficile e rischiosa per il politologo, conoscendo i metodi della SBU, anche per la sua famiglia. Ecco perché Pogrebinsky ha scelto l’esilio.

Il 13 marzo una banda di neonazisti ha assaltato e bruciato la casa dell’attivista di sinistra e bikerDmitry Lazarev vicino ad Odessa, nel distretto di Razdelnyansky.

Lazarev è noto ad Odessa per le sue posizioni dopo il golpe di EuroMaidan. Ha sempre osteggiato l’avvento delle forze radicali neonaziste ucraine e difeso la memoria storica della Grande Guerra Patriottica e dell’Unione Sovietica. Per questo negli ultimi otto anni ha dovuto scontrarsi e subire numerosi attacchi e minacce.

E’ sotto processo già dal 1 maggio 2020, per aver issato nel giorno della festa dei lavoratori una bandiera rossa. Per questo sta aspettando una sentenza, dove rischia la reclusione fino a cinque anni, con possibile confisca dei beni. Nonostante questo, anche il 9 maggio, Giornata della Vittoria sul nazismo, ha issato la bandiera dell’URSS.

Infatti nell’Ucrainademocratica” del dopo Maidan, il termine “Grande Guerra Patriottica” è bandito, e per l’esposizione della bandiera rossa, sotto la quale hanno combattuto milioni di ucraini padri e nonni degli attuali cittadini, si può essere processati e condannati fino a tre anni di carcere, per diffusione di simboli sovietici e comunisti.

In una intervista all’attivista dei diritti umani e giornalista ucraina Oxana Chelysheva, scappata dall’Ucraina, così si è espresso Lazarev: I discendenti non ci perdoneranno un Paese fatto a pezzi e deterso con il sangue. Ho capito solo dopo, che la punizione secondo l’attuale legislazione ucraina, potrebbe essere grave. Ma se le leggi inventate dalle persone contraddicono le leggi della coscienza e del buon senso, allora penso che dovremmo essere guidati da quest’ultimo.

Non potevo fare altrimenti, ogni nostro gesto è necessario nella società. Il padre di mia madre e i suoi due fratelli non sono tornati dalla guerra. Memoria eterna e gloria a loro. Voglio il diritto che mi restituiscano i miei nonni almeno per un giorno. Almeno per un’ora. Guardarsi negli occhi, abbracciarsi…Il Giorno della Vittoria è una festa sacra. Mio nonno paterno ha attraversato tutta la guerra. CINQUE medaglie al valore e più di 30 nazisti abbattuti, causati dalla batteria antiaerea che comandava. Per questo alzo lo Stendardo Rosso per i Nonni, per gli Eroi e i Vincitori del 9 maggio…”. Per questi valori “criminali”, nell’Ucraina odierna, gli hanno bruciato la casa e rischia il carcere.

La SBU è arrivata e sta entrando nella mia casa”, queste le ultime parole scritte dallo storico Alexander Karevin, attraverso il web. Ad oggi non si sa il destino dello storico o altre notizie.

La SBU sta irrompendo in casa”, queste invece le ultime parole scritte ad oggi, dal giornalista Dmitry Skortsov, pubblicate sul suo social network. Ad oggi si sa solo che il giornalista è latitante.

Ma le rappresaglie e le ritorsioni in questa Ucraina deformata e coartata non si fermano nemmeno di fronte alle fedi religiose, anzi, negli ultimi mesi si intensificano e dilagano anche contro i Padri della Chiesa ortodossa Ucraina e i milioni di credenti che li seguono, assaltando e distruggendo templi e chiese. Che documenterò in un prossimo lavoro.

Questo è ciò che decine di migliaia di cittadini ucraini, subiscono quotidianamente nel loro paese, dal governo Zelensky, continuatore del golpe di EuroMaidan del 2014, nel più totale oscuramento mediatico del nostro sistema informativo e, OVVIAMENTE, questo è solo la parte visibile dell’iceberg, documentata limitatamente fino a giugno, ma che quotidianamente è incrementata di costanti repressioni.

Tutto ciò avviene ogni giorno mentre i crimini vengono archiviati e i criminali di stato, vivono indisturbati o, come spesso accade vengono addirittura premiati. Come nel caso di Maxim Marchenko, l’ex comandante del battaglione neonazista “Ajdar” accusato dalle organizzazioni per i diritti umani per i suoi numerosi atti di violenza e crimini contro civili… è stato poi nominato governatore dell’Oblast di Odessa.

Fonti:

Fondazione per la lotta alla repressione

CENTRO STAMPA DELL’SBU Ucraina

Mintpressnews

Washington Post

New York Times

5 TV

SOZH Info

Ukraina.ru

Junge Welt

NBC

BBC

t.me/s/repressionoftheleft

Telegram ucraino

White Lives Matter

Timer

PolitNavigator

Vera24.eu

Pravcenter

Independiente

Obozvevatel

Enrico Vigna, 28 luglio 2022

RAZIONAMENTO: Lo vuole e lo decide l’Europa

di Tonino D’Orazio (1 agosto 2022)

Un Consiglio europeo dei ministri dell’Energia ha convalidato, il 20/7/22, COM(2022)361Final, una proposta di Regolamento presentata dalla Commissione per organizzare il taglio del gas nell’Unione. L’operazione è ricoperta dalla modesta denominazione di “riduzione dei consumi”, in questo caso del 15%. La stampa sovvenzionata (e anestetizzata dagli elementi di linguaggio forniti dall’American Deep State) è attenta a non svegliare il pubblico comune: evita di spiegare chiaramente che la riduzione dei consumi si tradurrà in un razionamento più o meno brutale a seconda dei paesi. E il regolamento prevede espressamente di prendere di mira, in via prioritaria, le famiglie tralasciando le imprese.

Dobbiamo assaporare le formule pudiche che la stampa riprende continuamente senza spiegarne chiaramente il significato al grande pubblico. Il regolamento che l’Unione sta per imporre ai popoli che la compongono si chiama “misure coordinate di riduzione della domanda di gas”. Questa formula tecnocratica non significa altro che “tagli gas per le famiglie ordinati dalla Commissione europea”. La mia formulazione ha lo svantaggio di indicare esattamente quale sia il prezzo che i cittadini dell’Unione devono pagare per il loro sostegno alla politica suicida americana di guerra contro la Russia; che dovremo pagarne il prezzo alto, vale a dire, diventare più poveri e avere freddo d’inverno, e forse non basterà. Per finire, i tagli del gas a gennaio 2023 saranno ordinati da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione burocratica (di nuovo la Troika), senza tener conto dei bisogni popolari… o dei governi nazionali. Questo è ciò che la Commissione chiama ironicamente “riduzioni volontarie della domanda”.

Scopriamo inoltre, in questo regolamento, il cui scopo principale è trasferire la nostra cosiddetta “sovranità energetica” alla Commissione von der Leyen, l’invenzione di un nuovo concetto: “l’allarme dell’Unione”. “Allarme dell’Unione” indica un livello di crisi specifico dell’Unione che fa scattare un obbligo di riduzione della domanda e che non è collegato a nessuno dei livelli di crisi di cui all’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2017/1938. Infatti il nuovo regolamento in arrivo prevede una tappa aggiuntiva nei dispositivi repressivi e di spoliazione pazientemente costruiti dal 2014: in questo caso, un “allerta dell’Unione” dà a Bruxelles il potere di tagliare il gas ai cittadini dell’Unione senza che uno Stato membro possa opporsi. Sono convinto che questa innovazione sarà un altro punto di rottura della stessa Unione europea.

Questo principio di “allerta dell’Unione” è al centro del regolamento (17 pagine), che ne dà istruzioni per l’uso: La Commissione può dichiarare una segnalazione dell’Unione solo in caso di rischio significativo di una grave carenza di approvvigionamento di gas o di una domanda di gas eccezionalmente elevata. Il caso è cucito con filo bianco: in caso di “grave carenza di approvvigionamento di gas”, la Commissione europea prenderà il controllo e deciderà tagli drastici alla distribuzione del gas per evitare disastri. I criteri definiti dal regolamento per innescare questa “allerta”, che altro non è che una presa di potere da parte della Commissione, sono talmente vaghi che tutto è ormai possibile. In pratica, alla minima ondata di freddo, gli Stati saranno espropriati del loro ruolo di “regolazione del mercato”, e tutto si deciderà a Bruxelles, (o forse meglio, a Berlino). Poi dicono che Orban è cattivo.

In pratica, una segnalazione dell’Unione fa scattare una “riduzione obbligatoria” (che non è più una riduzione del tutto volontaria, si concorderà) dei consumi di gas. Ai fini della riduzione obbligatoria della domanda, fintantoché l’allerta dell’Unione è dichiarata, il consumo aggregato di gas naturale di ciascuno Stato membro nel periodo dal 1 agosto di ogni anno al 31 marzo dell’anno successivo (“periodo di attuazione”) è ridotto di almeno il 15% rispetto al consumo medio di questo Stato membro nel periodo dal 1 agosto al 31 marzo (“periodo di confronto”) per i cinque anni consecutivi precedenti la data di entrata in vigore del presente regolamento.

Anche qui, va notato che il cartello della stampa sovvenzionata evita abilmente di specificare che i tagli del gas sono previsti per un intero inverno… Questi tagli dovrebbero ufficialmente far risparmiare il 15% dei consumi di ciascuno Stato. Ma nulla esclude che, in solidarietà con l’industria tedesca, (fino ad oggi rifiutato dai paesi/colonie del Mediterraneo), ogni Paese sia chiamato a fare temporaneamente di più…

Saranno quindi le famiglie ad essere colpite in via prioritaria per proteggere le imprese … Sono soprattutto i criteri di selezione dei target a meritare un’attenzione particolare, criteri di cui ovviamente nessuno parla per paura di suscitare rabbia contro la solita e stupida sottomissione dell’Unione a Washington. La selezione spiega semplicemente chi non dovrebbe essere influenzato dai tagli di gas che si stanno preparando. In questo caso, queste persone privilegiate, ribattezzate “clienti tutelati”, sono quelle che ricoprono un ruolo essenziale “per la società”, e che non potrebbero più ricoprirlo in caso di mancanza gas, ma anche coloro che svolgono un “ruolo essenziale per la società” degli altri Stati membri. A questo gruppo si aggiungono le industrie che rischierebbero di essere danneggiate in caso di interruzione della fornitura di gas, o quelle (un gruppo ancora più vago) che davvero non possono fare a meno di utilizzare il gas. Coloro che non sono in questa lista sono “clienti non protetti”. In concreto, si tratta di famiglie e società di servizi che pagheranno per i protetti. E’ il cetriolo legalizzato.

E’ il prezzo da pagare per l’Ucraina. Molti europei, a febbraio, erano soddisfatti della narrazione ufficiale, “fabbricata” da organizzazioni vicine alla CIA, per decifrare la situazione in Ucraina. Il malvagio Putin ha brutalmente invaso i gentili ucraini che meritano il nostro pieno sostegno. Finché la guerra è stata uno spettacolo televisivo, lontano da noi, con le sue immagini piene di emozioni binarie, appoggiandosi anche su allestimenti crudi e macabri come in Bucha, molti potrebbero essere pigramente soddisfatti di questa spiegazione. Ma, a poco a poco, la guerra in Ucraina e la strategia americana di mettere in ginocchio l’Europa sotto la copertura di una frenetica difesa del loro Occidente, oltrepasserà lo schermo e si intrometterà nella vita quotidiana degli europei: inflazione, privazioni di gas, elettricità, razionamento del carburante attraverso aumenti di prezzo. Povertà. Rivolte sociali?

Scommetto sul fatto che l’escalation del caos che la casta organizza per difendere il proprio ordine, strumentalizzando tutto ciò che può, comprese le tragiche morti dei poveri ucraini, produrrà lo stesso effetto degli sproloqui e delle incongruenze sul COVID: a poco a poco, interi settori dell’opinione pubblica capiranno il trucco e, con dolore, rivolgeranno le loro armi, politiche, contro il loro governo corrotto. A tirare troppo la corda, alla fine questa si strappa.

Colonizzatori e colonizzati

di Andrea Zhok

L’altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti “postcolonial studies”.

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un’Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano “compreso” i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un’identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come “essere umano pienamente riuscito”, perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest’inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato.

D’altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di “prima”.

Il passo finale decisivo era l’adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che “noi” fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.

Ma poi, d’un tratto, lo slittamento gestaltico, l’intuizione.

D’un tratto ho visto che immaginarci come quel “noi” era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori.

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.

Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli orientamenti della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

FONTE: Pagina Facebook di Andrea Zhok

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/23470-andrea-zhok-colonizzatori-e-colonizzati.html?auid=76958

Ucraina la trappola mortale

di Tonino D’Orazio

Le tattiche delle incessanti operazioni militari in Ucraina lasciano perplessi i migliori analisti del Pentagono, e solo pochi hanno cominciato a intuire che l’obiettivo principale dell’operazione non è affatto la resa di Kiev. La caduta del regime di Kiev è senza dubbio prevista nei piani dell’operazione militare speciale, ma non come culmine delle azioni russe, ma solo come tappa intermedia. La guerra si sta effettivamente svolgendo a un livello molto più alto. Per i politici e i generali americani gli Stati Uniti stanno usando l’Ucraina come arma per esaurire la Russia. La realtà potrebbe però essere diversa, se non opposta: gli anglosassoni sono stati attirati in questo campo di battaglia per porre fine alla loro dubbia e declinante egemonia. Alcuni a Washington cominciarono a sospettare qualcosa, in ritardo, perché la trappola per gli Stati Uniti era già chiusa e gli stessi americani facevano del loro meglio per perfezionarla. L’astuzia principale dell’operazione speciale della Federazione Russa è stata rivelata dal politico e giornalista ucraino Dmitry Vasilets, il quale ha osservato che andando avanti senza fretta, le forze alleate russe attuano in modo molto efficace il processo di smilitarizzazione non solo dell’Ucraina, ma anche dell’intero Occidente collettivo. Tanto che ormai alcuni paesi rifiutano le armi all’Ucraina perché ne rimangono loro stessi “sguarniti”.

L’esercito russo ha preso una pausa tattica per riorganizzarsi prima dell’attacco a Slavyansk. Anche in Occidente, in diversi hanno rilevato che siamo molto lontani dalla guerra tradizionale motivandolo con il fatto che Putin “ha paura di perdere”. Tuttavia L’esercito russo da tempo potrebbe distruggere tutti i ponti che attraversano il Dnepr e fermare il trasferimento di equipaggiamenti e personale dall’ovest del paese alle forze armate ucraine nel Donbass; dà così al nemico tempo e opportunità per accumulare riserve sulla linea del fronte in modo da poterne distruggere, lentamente, il potenziale militare concentrato ad est.

Sembrerebbe cioè che, in Ucraina, la Russia stia pianificando una guerra di lungo termine con l’Occidente. La maggior parte del territorio dell’Ucraina sta diventando un giogo finanziario per l’Europa e gli Stati Uniti. Come si dice, la politica è un’economia concentrata e la guerra è un’economia ancora più concentrata. Su questo piano, contrariamente alle previsioni, la Russia sta vincendo e arricchendosi. “L’Occidente è caduto in una trappola mortale”.

Per molti anni i ‘partner’ di Kiev hanno esportato molte loro risorse verso l’Ucraina, ma oggi sono solo costretti a iniettare enormi quantità di denaro senza ricevere nulla in cambio. È una trappola mortale per gli Stati Uniti e i suoi satelliti. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha riferito che gli alleati statunitensi ed europei non saranno in grado di mantenere l’attuale livello di sostegno a Kiev per un lungo periodo. Sebbene il presidente Biden si sia impegnato a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, (a che cosa?), nessuno si aspetta che l’Ucraina riceva miliardi di dollari aggiuntivi quando il pacchetto di aiuti da 54 miliardi attualmente autorizzato in dollari (pur con mugugni parlamentari e popolari) per l’assistenza militare e di altro tipo sarà esaurito, compresi i miliardi di euro dell’UE e di vari paesi della Nato.

Inoltre la guerra delle sanzioni sta danneggiando anche l’economia statunitense e soprattutto europea. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono comunque tenere in piedi l’Ucraina, arrivando a pagare gli stipendi dell’intero apparato statale, e presto dovranno anche sostenere l’economia in crisi dell’Unione Europea per mantenere sotto controllo la già vacillante coalizione anti-russa. Gli americani semplicemente non usciranno facilmente da una lunga guerra in tali condizioni, e, in teoria, non possono nemmeno ritirarsi, almeno senza gravi perdite geopolitiche. La trappola si è davvero chiusa e in Ucraina loro (i russi) stanno ora operando come uno schiacciasassi, prendendo tempo non solo verso le forze armate ucraine, ma verso l’intero Occidente collettivo.

Aspettando soprattutto l’esito del disastro politico-economico dell’Ue, altro fine prioritario dell’operazione speciale putiniana. E’ possibile allora, che per “denazificazione” si intenda piuttosto, in senso lato, liberare l’Europa dal dogma neoliberista anglosassone così inumanamente disastroso per i popoli? È una operazione iniziata con “fame e freddo”, “grandi sofferenze” in cambio di “libertà” e improvvisamente intaccata dalle evidenze di sputtanamento e corruzione di grandi politici europei, in vista di una rivolta generale? Una “rivolta” politica di quelli che non sostengono più questa stupida guerra a perdere, ivi incluse le classi imprenditoriali della produzione reale? Comprese quelle che fanno riferimento al capitalismo realistico trumpiano e non a quello degli ideologi transumanisti di Davos? Non sarà mica che il problema di quel genio di Draghi sia proprio questo?

Nel giugno 2022, il vice capogruppo del Partito conservatore britannico Chris Pincher è stato visto a Londra ubriaco, molestare e picchiare uomini al Carlton Club. Successivamente, il 3 luglio, varie testimonianze hanno mostrato che non era la prima volta che violava la morale puritana della classe dirigente del Paese. Seguono le dimissioni a catena all’interno dell’amministrazione di Boris Johnson (63 dipendenti su 179) e infine le dimissioni del Primo Ministro, pur se estranei alle vicende, il 7 luglio 2022. “Un clown di meno”.

L’8 luglio 2022, l’ex primo ministro giapponese e uomo forte del suo partito politico, Shinzo Abe, è stato assassinato durante una manifestazione elettorale. Suo padre aveva introdotto la Chiesa dell’Unificazione del Reverendo Moon in Giappone negli anni ’50. L’intero clan Abe era strettamente legato a questo gruppo militare-politico-religioso, uno strumento indispensabile della CIA durante la Guerra Fredda. Shinzo Abe e la setta della Luna stavano influenzando il Giappone ad allearsi pubblicamente con gli Stati Uniti contro la Cina. Ma altri pensano ad un suo realistico avvicinamento pacifico e politico alla Russia.

Il 10 luglio 2022, diverse giovani donne che hanno partecipato a una festa estiva del Partito socialdemocratico tedesco hanno “espresso gravi disagi”. All’evento hanno preso parte un migliaio di persone, tra cui il cancelliere Olaf Scholz, i parlamentari di partito e le loro squadre. Sembra che almeno nove giovani donne siano state inconsapevolmente drogate e violentate. Ma Scholz si deve soprattutto confrontare con gli interpreti del capitalismo reale della Renania i quali non sono pronti a suicidarsi sull’altare della guerra totale contro Putin.

L’11 luglio 2022 il quotidiano Le Monde ha pubblicato a fine mattinata la prima parte di uno studio di documenti ricevuti da un consorzio di media che attestano i metodi dell’azienda Uber. Sembra che il presidente francese Emmanuel Macron abbia stipulato un accordo segreto con la società americana per stabilirla in Francia modificando le leggi in vigore a suo vantaggio. Tuttavia, per il momento, nessun documento pubblicato autorizza a parlare di corruzione. E’ difficile immaginare Macron resistere a una nuova ondata dei Gilet gialli alla potenza, e per giunta, adesso, anche con supporto parlamentare.

In Olanda sono in corso proteste contro la prevista scomparsa di un terzo delle fattorie produttive in applicazione di un piano di acquisizione del massimo di terreni agricoli a fini speculativi per le multinazionali. Il cibo e l’acqua, la (nuova) ricchezza del mondo.

Anche l’Italia guidata dal cassiere-palo Draghi è in fermento e potrebbe cadere anche “in un indefinito coercitivo” non avendo più il reame parlamentare ai suoi piedi, anche se Mattarella ha rifiutato le sue dimissioni, dopo essersi presumibilmente consultato con l’Ambasciata americana, come fanno tutti (o quasi) da 70 anni a questa parte. Era già nell’aria la fuga del cassiere dopo aver distribuito il malloppo europeo a chi di dovere.

Avvertiamo che il Sistema è senza fiato e che la sua “narrativa” si va esaurendo quando anche il muro di bugie sulla pseudo-crisi sanitaria inizia a incrinarsi. L’estate è molto calda, ma si prevede un autunno torrido con, alla fine, forse, il superamento del G7 da parte del G20 (abbiamo capito che non si tratta di una presuntuosa “estensione” dell’Occidente visto che i 7 ormai sono minoranza contro i 13 non anti-russi); ma forse potrebbero essere messe in discussione anche un certo numero di altre organizzazioni internazionali come l’OMS (grato delle donazioni di Bill Gates e che pensa di decidere per il mondo intero), l’OMC (il volume centrale del commercio si sta spostando altrove), l’AIEA (i controllori del nucleare cacciati dall’Iran per visite e intrusioni pretestuose dopo il fallimento degli accordi di Vienna) ed altre che sono diventate, nel tempo, solo cinghie di trasmissione del “mondo aperto” e che sembrano molto poco adatte al nuovo mondo multipolare che si sta aprendo davanti a noi. Allora si potrebbe capire perché l’esercito russo “prenda tempo”. L’arrischiata mossa del cavallo dello scacchista Putin pare una mossa di lungo termine e la scacchiera non è l’Ucraina.

15 luglio 2022

Dall’economia spazzatura a una falsa visione della storia: dove la civiltà occidentale ha preso una svolta sbagliata

di Michael Hudson

Il testo di Michael Hudson è la trascrizione del suo intervento al simposio Costruire ponti. Attorno al lavoro di David Graeber, che si è svolto a Lione in Francia nei giorni 7-8-9 di questo mese, organizzato del Laboratorio Triangle. Di seguito una breve presentazione degli obiettivi del simposio.

David Graeber, Professore di Antropologia alla London School of Economics, scomparso improvvisamente il 2 settembre 2020, durante la sua breve esistenza ha segnato il suo passaggio attraverso la sua creatività scientifica e i suoi contributi originali ai grandi dibattiti pubblici.

Avendo contribuito a un’antropologia che può essere definita politica, dimostrando che la diversità delle organizzazioni sociali rivelata dalle indagini etnografiche apre l’idea di una pluralità di possibilità e quindi la prospettiva di una società più egualitaria e democratica, è diventato una importante figura intellettuale della sinistra libertaria.

Il suo lavoro, associato al suo coinvolgimento nei movimenti politici di protesta transnazionali, sono la fonte della sua forte visibilità pubblica. Ma le sue opere più accademiche costituiscono anche importanti contributi alle scienze sociali: l’etnografia del Madagascar, l’antropologia della magia, la natura della regalità, la conoscenza delle società preistoriche, tra gli altri. Sono spesso attraversati anche da riflessioni filosofiche ed epistemologiche della storia delle idee nelle scienze sociali, come illustrato dai suoi testi sulle concezioni del valore.

David Graeber

Il suo intervento anche nell’ambito degli effetti della crisi finanziaria degli anni 2008 con la pubblicazione nel 2011 del suo libro Debt, The first 5000 Years, ha messo in discussione drasticamente i dogmi delle istituzioni monetarie ed economiche alla luce della profondità storica e antropologica delle pratiche monetarie, un’opera che avrà ripercussioni a livello mondiale. L’ambizione di questo libro è importante nella misura in cui la sua tesi trasversale è che il debito e le pratiche e istituzioni monetarie ad esso collegate costituiscono per esso la relazione sociale fondamentale. Questa tesi differisce in primo luogo dagli approcci – quelli di alcune tradizioni dell’antropologia economica e dell’economia – che si concentrano sullo scambio e sul mercato. Allo stesso modo, considerando il debito e le istituzioni monetarie come una delle principali strutture di dominio, differisce anche dagli approcci, perpetuati dalla tradizione marxista.

In sintonia con il suo tempo, dove la diffusione delle idee è ampiamente pubblicizzata dai social network, avrà ripercussioni mondiali uno dei suoi articoli più originali, On the Phenomenon of Bullshit Jobs, A Work Rant   pubblicato nel 2013, in cui difende una tesi che farà anche parte dei suoi ultimi lavori:  Burocracy, The Utopy of Rules, nel 2015, e Bullshit Jobs, nel 2018. Il talento di Graeber sta in particolare nel suo modo di trasformare alcune idee ben consolidate nelle rappresentazioni del sistema economico contemporaneo, dimostrando che la presunta efficienza dell’economia di mercato si basa infatti meno su meccanismi veramente liberali che su un processo di crescente burocratizzazione sulla base di un’alleanza tra Stato e poteri economici a beneficio di pochi (l’“1%” dei più ricchi). L’economia, sempre più finanziarizzata e segnata dalla crescita delle disuguaglianze reddituali e patrimoniali, è caratterizzata anche dal moltiplicarsi delle fasce occupazionali (spesso le più retribuite) che rispondono al rafforzamento dei meccanismi gestionali. La tesi dei “lavori di merda” — questi lavori ritenuti inutili dai dipendenti che li svolgono, e che si stanno moltiplicando nell’ambito del processo di burocratizzazione in tutte le sfere della società, dalle imprese, alle organizzazioni pubbliche, ai campi creativi – riemerse durante la crisi covid nel 2020 sotto il tema dei lavori essenziali e non essenziali. Questo dibattito ha fatto eco anche al lavoro antropologico di Graeber sulla contrapposizione tra i principi delle “società commerciali” e delle “società umane” (le cui attività sono orientate alla vita umana e alle relazioni sociali, la cura , le arti, i giochi…) nella storia dell’umanità.

Secondo una formula che Jean-Michel Servet aveva usato nel suo tributo dopo la sua morte, “David Graeber era un contrabbandiere”. Primo, un passante tra le discipline. Gli dobbiamo anzitutto di aver accresciuto la visibilità dell’antropologia nelle scienze sociali e di aver mostrato come essa potrebbe alimentare riflessioni sull’organizzazione sociale, le forme di azione, l’immaginazione di alternative, ecc. e influenzare altre discipline, come l’economia, la sociologia o scienze politiche, con particolare riguardo alle questioni monetarie, ai problemi del lavoro e alla crisi della democrazia. Fu anche un ponte tra azione e riflessione (e inoltre scrisse su questo argomento) e questo in due sensi: il suo approccio testimonia che ha difeso una democrazia epistemica, l’idea che la conoscenza del sociale debba basarsi sull’esperienza degli attori e sulle loro storie (che ovviamente possono essere legate al metodo etnografico, da cui il suo interesse per i social network) o sul valore epistemico della cultura popolare (fantascienza, serie, musica pop); e che la conoscenza prodotta dalle scienze sociali aveva una vocazione strumentale, vale a dire che doveva costituire una forza immaginativa e trasformatrice a favore di una società veramente democratica.

L’obiettivo di questo simposio è onorare, mettendo in discussione, il desiderio di David Graeber di costruire ponti tra le scienze sociali e tra scienza e azione per una società più democratica e più umana. Per questo, riunirà i contributi delle varie discipline sfidate dal lavoro di Graeber: antropologia, sociologia, economia, scienze politiche, filosofia sociale, in particolare. Tali contributi possono rientrare in un determinato ambito disciplinare (Antropologia, Scienze Politiche, Economia, ecc.) o, sulla base di un determinato argomento (democrazia, lavoro, debito, ecc.), affrontarlo in una prospettiva transdisciplinare.

Può sembrare strano invitare un economista a tenere un discorso programmatico a un convegno di scienze sociali. Gli economisti sono stati caratterizzati come autistici e antisociali dalla stampa popolare per una buona ragione. Sono addestrati a pensare in modo astratto e utilizzare la deduzione a priori, in base a come pensano che le società dovrebbero svilupparsi. Gli economisti tradizionali odierni considerano la privatizzazione neoliberista e gli ideali di libero mercato come fattori che portano il reddito e la ricchezza della società a stabilizzarsi a un equilibrio ottimale senza alcun bisogno di regolamentazione del governo, specialmente nei campi del credito e del debito.

L’unico ruolo riconosciuto al governo è quello di far rispettare la “santità dei contratti” e la “sicurezza della proprietà”. Con questo intendono l’esecuzione di contratti di debito, anche quando la loro esecuzione espropria un gran numero di proprietari di case indebitati e altri proprietari di immobili. Questa è la storia di Roma. Oggi stiamo assistendo alla stessa dinamica del debito all’opera. Eppure questo approccio di base ha portato gli economisti tradizionali a insistere sul fatto che la civiltà avrebbe potuto e avrebbe dovuto seguire questa politica a favore dei creditori sin dall’inizio.

La realtà è che la civiltà non sarebbe mai potuta decollare se qualche economista del libero mercato fosse entrato in una macchina del tempo e avesse viaggiato indietro nel tempo di cinquemila anni fino al Neolitico e all’Età del Bronzo. Supponiamo che avrebbe convinto gli antichi capi o governanti a organizzare il loro commercio, denaro e proprietà terriera sulla base dell’”avidità è buona” e qualsiasi regolamentazione pubblica è cattiva.
Se qualche Milton Friedman o Margaret Thatcher avessero persuaso i sovrani sumeri, babilonesi o altri antichi a seguire la filosofia neoliberista di oggi, la civiltà non avrebbe potuto svilupparsi. Le economie si sarebbero polarizzate, come ha fatto Roma e come stanno facendo le economie occidentali di oggi. I cittadini sarebbero scappati, oppure avrebbero appoggiato un riformista o un rivoluzionario locale per rovesciare il sovrano che ascoltava tali consigli economici. Oppure avrebbero disertato per rivaleggiare con aggressori che avevano promesso di cancellare i loro debiti, liberare i servi e ridistribuire la terra.

Eppure molte generazioni di linguisti, storici e persino antropologi hanno assorbito la visione del mondo individualistica antisociale della disciplina economica e immaginano che il mondo debba essere sempre stato così. Molti di questi non economisti hanno inconsapevolmente adottato i loro pregiudizi e si sono avvicinati alla storia antica e moderna con un pregiudizio. Il nostro discorso quotidiano è così bombardato dall’insistenza dei recenti politici americani che il mondo si divide tra “democrazia” con “liberi mercati” e “autocrazia” con regolamentazione pubblica e che c’è molta fantasia all’opera sulla civiltà primitiva.

David Graeber e io abbiamo cercato di espandere la coscienza di quanto fosse diverso il mondo prima che la civiltà occidentale prendesse la via romana delle oligarchie pro-creditorie invece delle economie sontuose che proteggevano gli interessi della popolazione indebitata in generale. All’epoca in cui pubblicò il suo Debt: The First Five Thousand Years nel 2011, il mio gruppo di assiriologi, egittologi e archeologi di Harvard stava ancora scrivendo la storia economica del Vicino Oriente antico in un modo radicalmente diverso da come la maggior parte del pubblico immaginava che fosse accaduto. L’enfasi di David e mia su come i proclami reali di Clean Slate che cancellano i debiti, liberano i servi e ridistribuiscono la terra fossero un ruolo normale e previsto dei governanti mesopotamici e dei faraoni egiziani non era ancora creduto in quel momento.

Il libro di David Graeber ha riassunto la mia indagine sulla cancellazione del debito reale nel Vicino Oriente antico per mostrare che il debito fruttifero era originariamente adottato con controlli e contrappesi per evitare che polarizzasse la società tra creditori e debitori. In effetti, ha sottolineato che le tensioni create dall’emergere della ricchezza monetaria nelle mani delle persone hanno portato a una crisi economica e sociale che ha plasmato l’emergere dei grandi riformatori religiosi e sociali.

Come ha riassunto “il periodo centrale dell’età assiale di Jasper …” corrisponde quasi esattamente al periodo in cui è stata inventata la monetazione. Inoltre, le tre parti del mondo in cui furono inventate le monete per la prima volta erano anche le stesse parti del mondo in cui vivevano quei saggi; divennero, infatti, gli epicentri della creatività religiosa e filosofica dell’età assiale. Buddha, Lao-Tzu e Confucio cercarono tutti di creare un contesto sociale in cui inserire l’economia. Non c’era il concetto di lasciare che i “mercati funzionassero” per allocare ricchezza e reddito senza alcuna idea di come sarebbero stati spesi ricchezza e reddito.

Tutte le società antiche avevano una sfiducia nei confronti della ricchezza, soprattutto monetaria e finanziaria in mano ai creditori, perché generalmente tendeva ad essere accumulata a spese della società in generale. Gli antropologi hanno scoperto che questa è una caratteristica delle società a basso reddito in generale.

Toynbee ha caratterizzato la storia come una lunga dinamica dispiegata di sfide e risposte alle preoccupazioni centrali che modellano le civiltà. La sfida principale è stata di carattere economico: chi trarrà vantaggio dalle eccedenze ottenute man mano che il commercio e la produzione aumentano di scala e diventano sempre più specializzati e monetizzati. Soprattutto, come organizzerebbe la società il credito e il debito necessari per la specializzazione delle attività economiche – e tra funzioni “pubbliche” e “private”?

Quasi tutte le prime società avevano un’autorità centrale incaricata di distribuire il modo in cui il surplus veniva investito in modo da promuovere il benessere economico generale. La grande sfida era impedire che il credito portasse al pagamento dei debiti in un modo che impoverisse la cittadinanza, ad esempio attraverso il debito personale e l’usura – e più della perdita temporanea della libertà (dalla schiavitù o dall’esilio) o dei diritti di proprietà fondiaria.

Il grande problema che il Vicino Oriente dell’età del bronzo ha risolto — ma l’antichità classica e la civiltà occidentale non hanno risolto — era come far fronte al pagamento dei debiti, soprattutto a interessi senza polarizzare le economie tra creditori e debitori e, infine, impoverendo l’economia riducendo la maggior parte della popolazione alla dipendenza dal debito. I mercanti si dedicavano al commercio, sia per se stessi che come agenti per i governanti di palazzo. Chi otterrebbe i profitti? E come verrebbe erogato il credito ma mantenuto in linea con la possibilità di essere erogato?

Teorie pubbliche e private sull’origine della proprietà fondiaria

Le società antiche poggiavano su una base agricola. Il primo e più fondamentale problema da risolvere per la società era come assegnare la proprietà della terra. Anche alle famiglie che vivevano in città che venivano costruite intorno a templi e centri civili, cerimoniali e amministrativi, veniva assegnata una terra di autosostegno, proprio come i russi hanno le dacie, dove la maggior parte del loro cibo veniva coltivato in epoca sovietica.

Nell’analizzare le origini della proprietà fondiaria, come ogni fenomeno economico, troviamo due approcci. Da un lato c’è uno scenario in cui la terra viene assegnata dalla comunità in cambio di obblighi di lavoro corvée e servizio militare. D’altra parte è uno scenario individualistico in cui la proprietà fondiaria ha origine da individui che agiscono spontaneamente da soli sgombrando la terra, facendone propria proprietà e producendo artigianato o altri prodotti (anche metallo da usare come denaro!) da scambiare tra loro.

Quest’ultima visione individualistica del possesso della terra è stata resa popolare da quando John Locke ha immaginato individui che si preparavano a ripulire la terra — apparentemente terra boscosa libera — con il proprio lavoro (e presumibilmente quello delle loro mogli). Quello sforzo ha stabilito la loro proprietà e la resa del raccolto. Alcune famiglie avrebbero più terra di altre, o perché erano più forti nello sgomberarla o perché avevano una famiglia più numerosa che le aiutasse. E c’era abbastanza terra perché tutti potessero sgombrare il terreno per piantare raccolti.

In quest’ottica non c’è bisogno del coinvolgimento di alcuna comunità, nemmeno per proteggersi dagli attacchi militari – o per l’aiuto reciproco in caso di inondazioni o altri problemi. E non c’è bisogno di coinvolgere il credito, sebbene nell’antichità questa fosse la leva principale che distorceva la distribuzione della terra trasferendone la proprietà a ricchi creditori.

Ad un certo punto della storia, a dire il vero, questa teoria vede i governi entrare nel quadro. Forse presero la forma di eserciti invasori, ed è così che gli antenati normanni dei proprietari terrieri ai tempi di John Locke acquisirono terra inglese. E come in Inghilterra, i governanti avrebbero costretto i proprietari terrieri a pagare parte dei loro raccolti in tasse e a prestare il servizio militare. In ogni caso, il ruolo del governo è stato riconosciuto solo come “interferenza” con il diritto del coltivatore di utilizzare il raccolto come meglio credeva, presumibilmente per scambiare le cose di cui aveva bisogno, fatte dalle famiglie nelle proprie officine.

Il mio gruppo di assiriologi, egittologi e archeologi sponsorizzato da Harvard ha trovato una genesi completamente diversa del possesso della terra. I diritti sulla terra sembrano essere stati assegnati in appezzamenti standardizzati in termini di resa del raccolto. Per fornire cibo a questi membri della comunità, le comunità del tardo neolitico e della prima età del bronzo dalla Mesopotamia all’Egitto assegnarono terreni alle famiglie in proporzione a ciò di cui avevano bisogno per vivere e quanto potevano consegnare alle autorità del palazzo.

Questa rendita fiscale versata ai collezionisti di palazzo era la rendita economica originaria. Il possesso della terra rientrava in un quid pro quo, con l’obbligo fiscale di fornire servizi di lavoro in determinati periodi dell’anno e di prestare servizio militare. Quindi è stata la tassazione a creare i diritti di proprietà fondiaria, non il contrario. La terra era di carattere sociale, non individualista. E il ruolo del governo era quello di coordinatore, organizzatore e pianificatore, non solo predatorio ed estrattivo.

Origini del denaro pubbliche e private

In che modo le prime società organizzavano lo scambio di raccolti con prodotti e, cosa più importante, per pafavano tasse e debiti? Era semplicemente un mondo spontaneo di individui “autotrasportatori e baratti”, come diceva Adam Smith? I prezzi senza dubbio sarebbero variati radicalmente poiché gli individui non avevano alcun riferimento di base al costo di produzione o al grado di bisogno. Cosa è successo quando alcuni individui sono diventati commercianti, prendendo ciò che hanno prodotto (o prodotti di altre persone in conto deposito) per realizzare un profitto. Se percorrevano grandi distanze, erano necessarie roulotte o navi e la protezione di grandi gruppi? Tali gruppi sarebbero stati protetti dalle loro comunità? Domanda e offerta hanno avuto un ruolo? E, cosa più importante, in che modo il denaro è emerso come denominatore comune per fissare i prezzi di ciò che veniva scambiato o pagato con le tasse e per saldare i debiti?

Un secolo dopo Adam Smith, l’economista austriaco Anton Menger sviluppò una fantasia su come e perché gli antichi avrebbero preferito mantenere i propri risparmi sotto forma di metalli, principalmente argento ma anche rame, bronzo o oro. Si diceva che il vantaggio del metallo fosse che non si deteriorava (a differenza del grano portato in tasca, per esempio). Si presumeva inoltre che fosse di qualità uniforme. Quindi pezzi di denaro metallico divennero gradualmente il mezzo con cui altri prodotti venivano misurati mentre venivano barattati in cambio in mercati in cui i governi non avevano alcun ruolo!

Il fatto che questa teoria austriaca sia stata insegnata ormai da quasi un secolo e mezzo è un’indicazione di come gli economisti creduloni siano disposti ad accettare una fantasia in contrasto con tutti i documenti storici provenienti da ogni parte della storia mondiale registrata. Per cominciare, l’argento e altri metalli non sono affatto di qualità uniforme. La contraffazione è antica, ma le teorie individualistiche ignorano il ruolo della frode e, quindi, la necessità che l’autorità pubblica la prevenga. Quel punto cieco è il motivo per cui il presidente della Federal Reserve statunitense Alan Greenspan era così impreparato ad affrontare la massiccia crisi delle banche dei mutui spazzatura che ha raggiunto il picco nel 2008. Ovunque sia coinvolto denaro, la frode è onnipresente.

Questo è ciò che accade nei mercati non regolamentati, come possiamo vedere dalle frodi bancarie di oggi, dall’evasione fiscale e dalla criminalità che paga molto, molto bene. Senza un governo forte che protegga la società dalla frode, dalle violazioni della legge, dall’uso della forza e dallo sfruttamento, le società si polarizzeranno e diventeranno più povere. Per ovvie ragioni, i beneficiari di queste prese cercano di indebolire il potere normativo e la capacità di prevenire tale grattazione.

Per evitare frodi monetarie, le monete d’argento e successivamente d’oro dalla Mesopotamia dell’età del bronzo fino alla Grecia classica e a Roma furono coniate nei templi per santificare la loro qualità standardizzata. Ecco perché la nostra parola per denaro viene dal tempio romano di Giunone Moneta, dove fu coniata la moneta di Roma. Migliaia di anni prima che fosse coniato il lingotto, veniva fornito in strisce di metallo, bracciali e altre forme coniate nelle aste, a proporzioni di lega standardizzate.

La purezza dei metalli non è l’unico problema con l’utilizzo di lingotti. Il problema immediato che avrebbe dovuto affrontare chiunque cambiasse prodotti con argento è come pesare e misurare ciò che veniva acquistato e venduto, e anche come pagare tasse e debiti. Da Babilonia alla Bibbia troviamo denunce contro i mercanti che usano pesi e misure false. Le tasse implicano un ruolo di governo e in tutte le società arcaiche erano i templi a vigilare sui pesi e sulle misure, nonché sulla purezza dei metalli. E la denominazione di pesi e misure ne indica l’origine nel settore pubblico: frazioni divise in 60esimi in Mesopotamia, e 12esimi a Roma.

Il commercio degli elementi essenziali di base aveva standardizzato i prezzi o i pagamenti consuetudinari ai palazzi o ai templi. Le tasse e i debiti erano i più importanti utilizzati per il denaro. Ciò riflette il fatto che il “denaro” sotto forma di merci designate era necessario principalmente per pagare le tasse o acquistare prodotti dai palazzi o dai templi e, alla fine della stagione del raccolto, per pagare i debiti per saldare tali acquisti.

Il mainstream economico neoliberista di oggi ha creato una favola sulla civiltà esistente senza alcun controllo normativo o ruolo produttivo per il governo e senza alcuna necessità di imporre tasse per fornire servizi sociali di base come l’edilizia pubblica o persino il servizio militare. Non è necessario prevenire le frodi, il sequestro violento di proprietà o la perdita dei diritti di proprietà fondiaria ai creditori a causa di debiti. Ma come notò Balzac, la maggior parte delle grandi fortune di famiglia sono state il risultato di qualche grande furto, perso nella notte dei tempi e legittimato nel corso dei secoli, come se fosse tutto naturale.

Questi punti ciechi sono necessari per difendere l’idea del “libero mercato” controllato dai ricchi, soprattutto dai creditori. Si dice che questo sia il migliore e il modo in cui la società dovrebbe essere gestita. Ecco perché la Nuova Guerra Fredda di oggi viene combattuta dai neoliberisti contro il socialismo, combattuta con violenza, escludendo lo studio della storia dal curriculum accademico di economia e quindi dalla coscienza del pubblico in generale. Come ha detto Rosa Luxemburg, la lotta è tra socialismo e barbarie.

Origini pubbliche e private del debito fruttifero

I tassi di interesse sono stati regolati e stabili per molti secoli e secoli. La chiave era la facilità di calcolo: 10°, 12° o 60°.

Gli scribi babilonesi furono addestrati a calcolare qualsiasi tasso di interesse come tempo di raddoppio. I debiti sono cresciuti esponenzialmente; ma agli studenti degli scribi veniva insegnato anche che le mandrie di bovini e altra produzione economica materiale si assottigliavano in una curva a S. Ecco perché l’interesse composto era proibito. Era anche il motivo per cui era necessario cancellare periodicamente i debiti.

Se i governanti non avessero cancellato i debiti, il decollo del mondo antico avrebbe subito prematuramente il tipo di declino e caduta che impoverì i cittadini di Roma e portò al declino e alla caduta della sua Repubblica, lasciando un sistema legale di leggi pro-creditore a plasmare la successiva civiltà occidentale .

Cosa rende la civiltà occidentale distintamente occidentale? È stata tutta una deviazione?

La civiltà non avrebbe potuto svilupparsi se un moderno Milton Friedman o un suo parente vincitore del Premio Nobel per l’Economia fossero tornati indietro nel tempo e avessero convinto Hammurabi o il faraone egiziano a lasciare che gli individui agissero da soli e che i ricchi creditori riducessero i debitori alla schiavitù — e poi a usare il loro lavoro come esercito per rovesciare i re e assumere il governo per se stessi, creando un’oligarchia in stile romano. Questo è ciò che le famiglie bizantine hanno cercato di fare nel IX e X secolo.

Se i ragazzi della “libera impresa” avessero fatto a modo loro non ci sarebbe stato il conio del tempio o la supervisione di pesi e misure. La terra apparterrebbe a chiunque potesse afferrarla, precluderla o conquistarla. L’interesse avrebbe permesso qualunque cosa a un ricco mercante di poter costringere a pagare un coltivatore bisognoso. Ma per gli economisti, tutto ciò che accade è una questione di “scelta”. Come se non ci fosse un’assoluta necessità: mangiare o pagare.

Un premio Nobel economico è stato assegnato a Douglass North per aver affermato che il progresso economico oggi e in effetti nel corso di tutta la storia si è basato sulla “sicurezza dei contratti” e sui diritti di proprietà. Con questo si intende la priorità dei creditori di precludere la proprietà dei debitori. Questi sono i diritti di proprietà per creare latifondi e ridurre le popolazioni alla schiavitù del debito.

Nessuna civiltà arcaica sarebbe sopravvissuta a lungo seguendo questo percorso. E Roma non è sopravvissuta istituendo quella che è diventata la caratteristica distintiva della civiltà occidentale: dare il controllo del governo e della sua regolamentazione a una ricca classe di creditori che monopolizza la terra e la proprietà.

Se una società antica lo avesse fatto, la vita economica si sarebbe impoverita. La maggior parte della popolazione sarebbe scappata. Altrimenti, l’élite della Thatcherite/Chicago School sarebbe stata rovesciata. Le famiglie benestanti che hanno sponsorizzato questa acquisizione sarebbero state esiliate, come accadde in molte città greche nel VII e VI secolo a.C. Oppure, popolazioni scontente se ne sarebbero andate e/o avrebbero minacciato di disertare davanti a truppe straniere promettendo di liberare i servi, cancellare i loro debiti e ridistribuire la terra, come accadde con le Secessioni della Plebe di Roma nel V e IV secolo a.C.

Quindi siamo riportati al punto di David Graeber secondo cui i grandi riformatori dell’Eurasia sono cresciuti nello stesso momento in cui le economie sono state monetizzate e sempre più privatizzate – un’epoca in cui le famiglie benestanti stavano aumentando la loro influenza sul modo in cui venivano gestite le città-stato. Non solo i grandi riformatori religiosi, ma anche i principali filosofi, poeti e drammaturghi greci hanno spiegato come la ricchezza crei dipendenza e porti a un’arroganza che li porta a cercare la ricchezza in modi che danneggiano gli altri.

Esaminando l’arco della storia antica, possiamo vedere che l’obiettivo principale dei governanti da Babilonia all’Asia meridionale e orientale era impedire l’emergere di un’oligarchia mercantile e creditoria e concentrare la proprietà della terra nelle proprie mani. Il loro piano aziendale implicito era quello di ridurre la popolazione in generale alla clientela, alla servitù per debiti e alla servitù della gleba.

Così è successo in Occidente, a Roma. E stiamo ancora vivendo nel dopo. In tutto l’Occidente oggi, il nostro sistema legale rimane a favore del creditore, non a favore della popolazione indebitata in generale. Questo è il motivo per cui i debiti personali, i debiti aziendali, i debiti pubblici e i debiti internazionali dei paesi del Sud del mondo sono aumentati fino a condizioni di crisi che minacciano di bloccare le economie in una prolungata deflazione e depressione del debito.

È stato per protestare contro questo che David ha contribuito a organizzare Occupy Wall Street. È ovvio che abbiamo a che fare non solo con un settore finanziario sempre più aggressivo, ma che ha creato una falsa storia, una falsa coscienza progettata per scoraggiare la rivolta affermando che non esiste alternativa (TINA).

Dove la civiltà occidentale ha sbagliato

Abbiamo due scenari diametralmente opposti che descrivono come sono nate le relazioni economiche più elementari. Da un lato, vediamo società del Vicino Oriente e dell’Asia organizzate per mantenere l’equilibrio sociale mantenendo i rapporti di debito e la ricchezza mercantile subordinati al benessere pubblico. Quell’obiettivo caratterizzava la società arcaica e le società non occidentali.

Ma la periferia occidentale, nell’Egeo e nel Mediterraneo, mancava della tradizione del Vicino Oriente della “regalità divina” e delle tradizioni religiose asiatiche. Questo vuoto ha consentito a una ricca oligarchia di creditori di prendere il potere e di concentrare la proprietà della terra e della proprietà nelle proprie mani. Ai fini delle pubbliche relazioni, ha affermato di essere una “democrazia” e ha denunciato qualsiasi regolamentazione protettiva del governo come, per definizione, “autocrazia”.

La tradizione occidentale manca infatti di una politica che subordini la ricchezza alla crescita economica complessiva. L’Occidente non ha forti controlli governativi per impedire che un’oligarchia dipendente dalla ricchezza emerga per trasformarsi in un’aristocrazia ereditaria. Trasformare debitori e clienti in una classe ereditaria, dipendente da ricchi creditori, è ciò che gli economisti di oggi chiamano “libero mercato”. È uno senza controlli e contrappesi pubblici contro la disuguaglianza, la frode o la privatizzazione del pubblico dominio.

Può sembrare sorprendente per qualche futuro storico che i leader politici e intellettuali del mondo di oggi abbiano fantasie neoliberiste così individualistiche che la società arcaica “dovrebbe” essersi sviluppata in questo modo — senza riconoscere che questo è il modo in cui la Repubblica oligarchica di Roma si è effettivamente sviluppata, portando al suo inevitabile declino e caduta.

Cancellazione dei debiti dell’età del bronzo e moderna dissonanza cognitiva

Quindi siamo ricondotti al motivo per cui sono stato invitato a parlare qui oggi. David Graeber ha scritto nel suo libro Debt che stava cercando di rendere popolare la documentazione del mio gruppo di Harvard secondo cui le cancellazioni di debiti esistevano davvero e non erano semplicemente esercizi utopici letterari. Il suo libro ha contribuito a rendere il debito un problema pubblico, così come i suoi sforzi nel movimento Occupy Wall Street.

L’amministrazione Obama ha appoggiato la polizia che ha demolito gli accampamenti di OWS e ha fatto tutto il possibile per distruggere la consapevolezza dei problemi di debito che affliggono gli Stati Uniti e le economie straniere. E non solo i media mainstream, ma anche l’ortodossia accademica hanno fatto il giro dei loro carri anche contro il pensiero che i debiti potessero essere cancellati e in effetti dovevano essere cancellati per evitare che le economie cadessero in depressione.

Quell’etica neoliberista pro-creditore è la radice della Nuova Guerra Fredda di oggi. Quando il presidente Biden descrive questo grande conflitto mondiale volto a isolare Cina, Russia, India, Iran e i loro partner commerciali eurasiatici, lo caratterizza come una lotta esistenziale tra “democrazia” e “autocrazia”.

Con “democrazia” intende l’oligarchia. E per “autocrazia” si intende qualsiasi governo abbastanza forte da impedire a un’oligarchia finanziaria di prendere il controllo del governo e della società e di imporre regole neoliberiste — con la forza. L’ideale è fare in modo che il resto del mondo assomigli alla Russia di Boris Eltsin, dove i neoliberisti americani hanno avuto mano libera nell’eliminare ogni proprietà pubblica di terra, diritti minerari e servizi pubblici di base.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/11/dalleconomia-spazzatura-a-una-falsa-visione-della-storia-dove-la-civilta-occidentale-ha-preso-una-svolta-sbagliata/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

L’Ucraina è un trojan per la dipendenza della Germania (e Europa) dagli Stati Uniti

Intervista a Michael Hudson

Il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA

* * * *

Prof. Hudson, il tuo nuovo libro “The Destiny of Civilization” è uscito ora. Questa serie di conferenze sul capitalismo finanziario e la Nuova Guerra Fredda presenta una panoramica unica della tua prospettiva geopolitica.
 Parli di un conflitto ideologico e materiale in corso tra paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. Di cosa tratta questo conflitto e perché il mondo in questo momento si trova a un “punto di frattura” unico come afferma il tuo libro?

M. Hudson. L’odierna frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: negli Stati Uniti/NATO occidentali, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato la produzione alla leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri paesi asiatici insieme alla Russia fornendo materie prime e armi.

Questi paesi sono un’estensione fondamentale del capitalismo industriale che si evolve nel socialismo, cioè in un’economia mista con forti investimenti in infrastrutture governative per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altri bisogni di base trattandoli come servizi pubblici con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità. Nell’Occidente neoliberista USA/NATO, al contrario, questa infrastruttura di base viene privatizzata come monopolio naturale per l’estrazione di rendite. Il risultato è che l’Occidente USA/NATO resta un’economia ad alto costo, con le sue spese per l’alloggio, l’istruzione e le cure mediche sempre più finanziate con debiti, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione di capitale) . Ciò pone un problema esistenziale per il capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di una rendita finanziarizzata che impoverisce il 99% per arricchire l’uno per cento?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO, un modo più utile di pensare alla frattura globale dei BRICS). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satellite, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro economico di sanzioni di Berlino per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è immischiata nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberisti alla guida del governo. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche le loro fortune politiche personali) è strettamente alleato con la leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è ora diventata sostanzialmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come mantenere il Sud del mondo – America Latina, Africa e molti paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi paesi aumentando drasticamente i prezzi di petrolio, gas e generi alimentari (oltre ai prezzi di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando risparmi finanziari e credito bancario in titoli denominati in dollari USA.

Ciò ha aumentato il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i paesi SCO e del Sud del mondo pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.
Ciò costringe questi paesi a scegliere: o rinunciare a energia e cibo per pagare i creditori esteri – mettendo così gli interessi finanziari internazionali prima della loro sopravvivenza economica interna – o inadempiere ai loro debiti, come accadde negli anni ’80 dopo che il Messico annunciò nel 1982 di non poteva pagare obbligazionisti stranieri.

Come vede la guerra/operazione militare speciale in corso in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia si è assicurata l’Ucraina orientale di lingua russa e la sua costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “colpire l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, in particolare da parte di combattenti polacchi.

I paesi della NATO hanno scaricato le loro armi vecchie e obsolete in Ucraina e ora devono spendere ingenti somme per modernizzare il loro equipaggiamento militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale degli Stati Uniti eserciterà pressioni al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica, il tutto in aggiunta al loro crescente deficit energetico e alimentare. Quindi l’euro e la sterlina si stanno dirigendo verso la parità con il dollaro USA. L’euro è quasi arrivato ora (circa $ 1,07). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi per l’Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti in Oriente e in Occidente ritengono che ciò danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che ciò si ritorcerà contro o avrà davvero un enorme effetto boomerang sui paesi occidentali.

La politica prevalente degli Stati Uniti è combattere contro la Cina, sperando di rompere le regioni degli uiguri occidentali e dividere la Cina in stati più piccoli. Per fare ciò, è necessario spezzare il supporto militare russo e delle materie prime alla Cina e, a tempo debito, suddividerlo in una serie di stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.) .

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita così sgradevoli per i russi che avrebbero fatto pressioni per un cambio di regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare la Russia militarmente, facendo in modo che i corpi degli ucraini esauriscano la scorta russa di proiettili e bombe dando la vita semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno del popolo russo a Putin, esattamente l’opposto di quanto previsto. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto cosa hanno fatto gli Harvard Boys alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica domestica che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo azioni di petrolio, nichel e servizi pubblici a l’Occidente, e poi spronando gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. C’è un accordo generale sul fatto che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est invece che verso ovest.

Quindi l’effetto delle sanzioni statunitensi e dell’opposizione militare alla Russia è stato quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che blocca l’Europa alla dipendenza dagli Stati Uniti, mentre spinge la Russia verso la Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e il cibo russi, a grande vantaggio dei fornitori di gas GNL e degli esportatori agricoli statunitensi, minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Ma per l’Europa il danno è già stato fatto, e né la Russia né la Cina dovrebbero credere che i funzionari del governo europeo possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali provocate dall’interferenza degli Stati Uniti.

Qui in Germania ascolto il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck dei Verdi, che parla di attivare il “gas di emergenza” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si riassumerà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di suicidarsi economicamente e di provocare una depressione, prezzi al consumo più alti e standard di vita più bassi. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la loro produzione di fertilizzanti, vista l’accettazione da parte della Germania delle sanzioni finanziarie che le impediscono di acquistare gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le case automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli all’offerta.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti sul petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da società statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi da parte dell’Europa che ha donato all’Ucraina è anche un vantaggio per il complesso militare-industriale degli Stati Uniti, i cui profitti sono alle stelle.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici per l’Europa, che sembra il grande perdente.

I produttori arabi di petrolio hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di addebitare meno per il loro petrolio. Sembrano essere guadagni inaspettati dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è stata infranta. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee a causa del furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quando la Russia smetterà semplicemente di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando in effetti l’onere fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca politicamente agli Stati Uniti, rinunciando ai suoi governi ma almeno portando alcuni europei al Senato e alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano la a) Nuova Guerra Fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberista nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la tua recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’area del dollaro occidentale dall’Eurasia e dal sud del mondo. I politici statunitensi promettono di continuare la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questo possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica ora sembra che possa minacciare di essere l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di disabilitare la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente bloccandola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza intoppi al sistema di compensazione bancaria cinese. La seconda tattica consisteva nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e le disponibilità di titoli finanziari statunitensi. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a buon mercato mentre l’Occidente li ha scaricati. La terza tattica era impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le sue esportazioni di petrolio, gas e cibo sono in aumento. Ciò ha alzato il tasso di cambio del rublo invece di danneggiarlo. E poiché le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà molto nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, le tariffe Trump contro le esportazioni europee verso gli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali in diminuzione. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare ad acquistare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma semmai taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’Eurozona si è imposta.
Nel medio e lungo periodo, quindi, le sanzioni USA/NATO sono rivolte principalmente all’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il predominio egoistico di energia, cibo e finanza.

In Germania il progetto Nord Stream II è ancora un grosso problema politico. Nel tuo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” hai scritto: “Ora è chiaro che l’odierna escalation della Nuova Guerra Fredda era pianificata più di un anno fa. Il piano americano di bloccare il Nord Stream 2 faceva davvero parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare prosperità attraverso scambi e investimenti reciproci con Cina e Russia”. Potresti spiegarlo ai nostri lettori?

Ciò che definisci “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica Buy-American. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare gas al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il suo gas dai fornitori statunitensi di GNL e a spendere 5 miliardi di dollari per espandere la capacità portuale, che non sarà nemmeno disponibile subito ma nei prossimi anni.

Ciò minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e altri paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. Fondamentalmente, i parlamenti nazionali sono ora sottomessi alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come notato sopra, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro USA. È probabile che gli investitori europei trasferiscano i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i loro guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente cali di prezzo per le loro azioni e obbligazioni misurate in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato un nuovo disegno di legge: i legislatori tedeschi hanno approvato un possibile esproprio delle società energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le società energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non possono più svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare alla camera alta del parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che ha come azionista di maggioranza la Rosneft, di proprietà statale russa.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro paesi e venderanno (o faranno confiscare alla Russia) gli investimenti dei paesi NATO in Russia. Ciò significa uno svincolo dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra la prossima economia ad essere sanzionata dalla NATO poiché diventa un’Organizzazione del Trattato del Pacifico orientale che coinvolge l’Europa in questo confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) ha sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe a esercitare pressioni europee sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere che hanno sequestrato.

Ma anche dopo un simile accordo di restituzione e riparazione, sembra improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento nella consapevolezza di come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti contro alleati e avversari allo stesso modo.

La mia domanda sarebbe: il socialismo è un argomento importante nel tuo nuovo libro. Qual è la tua opinione su quelle misure “socialiste” prese ora da un paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa, ci si aspettava che la “fase finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. C’erano molti diversi tipi di socialismo: socialismo di stato, socialismo marxista, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era una maggiore spesa per le infrastrutture del governo. La transizione al socialismo è stata guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di sussistenza di base) e il costo delle attività economiche mediante investimenti del governo in infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi agevolati.

Tale obiettivo eviterebbe che i servizi di base diventino opportunità di affitto monopolistico. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi hanno consegnato servizi di pubblica utilità a investitori privati. Le società sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e pagamenti alla direzione. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberali in economie ad alto costo incapaci di competere nei prezzi di produzione con paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa opposizione nei sistemi economici è la chiave per comprendere la frattura globale del mondo di oggi.

In questo momento sono al centro dell’attenzione soprattutto petrolio e gas russi. Mosca richiede pagamenti solo in rublo e sta ampliando il proprio campo di acquirenti riempiendolo di Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in Euro o Dollaro USA. Qual è la tua opinione su questa guerra in corso sulle risorse? Il Rublo sembra essere un vincitore.

Il rublo è certamente in aumento. Ma questo non rende la Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le proprie importazioni necessarie per il corretto funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia finirà per vincere se riuscirà a organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e a ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire ciò che è stato privatizzato sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni ’90.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria in Oriente accompagnata da un rafforzamento dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO)?

Ci saranno ancora petrodollari, ma anche una varietà di blocchi dell’area valutaria mentre il mondo de-dollarizza i suoi accordi internazionali di commercio e investimento. Alla fine di maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha affermato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, BRICS+ potrebbe espandersi per includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo sudafricana (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali in valuta estera per i paesi non NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai paesi satelliti degli Stati Uniti, sovvenzionando la fuga di capitali dai paesi del Sud del mondo e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate 2022 sarà un banco di prova poiché i paesi del Sud del mondo subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento del deficit petrolifero e alimentare insieme ai maggiori costi in valuta nazionale per sostenere i loro debiti in dollari esteri. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari USA per mantenere viva l’illusione della solvibilità. Ma i paesi SCO possono offrire petrolio e cibo – i paesi IF danno garanzie di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella tua recente intervista a Michael Welch ( “Crisi accidentale?” ) fai un’analisi specifica sull’attualità della guerra Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potresti per favore approfondire?

Come ho spiegato sopra, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno bloccando in Germania la dipendenza dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per potenziare la NATO nell’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci di scambi e investimenti con la Russia. Si sta trasformando nel partner junior (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema per gli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non puoi crearla in casa è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto 1971, lo standard del Treasury Bill ha dato agli Stati Uniti un passaggio gratuito a spese estere. Le banche centrali estere hanno riciclato il loro afflusso di dollari derivante dal disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense in prestiti al Tesoro statunitense, ovvero per acquistare titoli del Tesoro USA per detenere i propri risparmi. Questo accordo ha consentito agli Stati Uniti di intraprendere spese militari straniere per le sue quasi 800 basi militari intorno all’Eurasia senza dover svalutare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro degli Stati Uniti.

Ma ora che è diventato pericoloso per i paesi detenere depositi bancari statunitensi o titoli di stato o investimenti denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare a fare “un giro” gratis?

In effetti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economica che è stata scomposta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, mira a tassare l’Europa e trasformare altri paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che implichi la riduzione dell’autosufficienza straniera per costringere altri paesi alla dipendenza economica dagli Stati Uniti, in modo che gli Stati Uniti possano minacciare questi paesi con sanzioni dirompenti se cercano di porre i propri interessi nazionali su ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano .

In che modo tutto ciò influenzerà la bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensi che l’Unione Europea sia sulla buona strada per diventare il nuovo “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una valuta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non possono gestire deficit di bilancio interno per far fronte alla prossima depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando una dipendenza militare. Questa è la “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto che devono controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro stretta economica è un “danno collaterale” alla Nuova Guerra Fredda di oggi.

Un filosofo svizzero ha scritto un saggio critico a metà marzo per il quotidiano socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex testata giornalistica del governo della RDT. La signora Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per i comportamenti attuali riguardo alla crisi ucraina e alla gestione del covid. La sinistra, dice, è troppo pro-governo/stato autoritario – e quindi copia i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividi questo punto di vista? O è troppo duro?

Come risponderesti a questa domanda , esp. per quanto riguarda la tesi del tuo nuovo libro: “… la via alternativa è in larga misura il capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente Wurlitzer” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, anticipando che la grande minaccia per il capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarà il socialismo. Ciò ha incluso le parti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è rivelata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non puoi essere favorevole all’ambiente e alla guerra allo stesso tempo!

Ciò ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dalle ingerenze politiche statunitensi. È da lì che viene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alla spesa militare contro la Russia sono arrivati ​​dai repubblicani. L’intera “squadra” del Partito Democratico di “sinistra” ha votato per la spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di salire nella classe rentier, o almeno di diventare investitori azionari e obbligazionari in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri paesi. Discuto di questo allineamento politico in The Destiny of Civilization.

I propagandisti statunitensi chiamano “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi di pubblica utilità. Essere “democratici” significa lasciare che le aziende statunitensi abbiano il controllo di queste vette, essendo “libere” dalla regolamentazione del governo e dalla tassazione del capitale finanziario. Quindi “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica nel mondo? O il neoliberista Nuovo Ordine Mondiale è in ascesa? Come lo vedi?

Come ho risposto alla tua prima domanda, il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale dell’Occidente contro l’Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e la SCO.

I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia e esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/09/lucraina-e-un-trojan-per-la-dipendenza-della-germania-dagli-stati-uniti/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

Marx non l’aveva previsto

di Tonino D’Orazio

Non vogliono più lavorare. Nel mondo occidentale, milioni di persone lasciano il lavoro. L’offensiva neoliberista, la caduta di idealità e utilità collettiva, le lotte che non portano a nulla, anzi, lo sfruttamento evidente al limite dello schiavismo, la paura del futuro insicuro, continuamente suggerita e imposta, la guerra, la catastrofe ecologica e la pandemia hanno alimentato questa fuga massiccia. Il neoliberismo ha tirato troppo la corda, l’aver ridotto il lavoro a una anonima merce sfruttabile e tutt’altro che pregiata, aver portato a povertà proprio chi lavora, iniziano a dare risultati sorprendenti sugli individui.

Non è solo in Francia, spesso prototipo di storici capovolgimenti sociali, ma in tutto il mondo occidentale. La chiamata a disertare, lanciata il 10 maggio dagli studenti di AgroParisTech ha agito come un detonatore. Visto più di 12 milioni di volte, il loro video ha liberato la parola e ha rivelato un movimento fondamentale che sfida direttamente i modelli di successo sociale. È una crepa nell’ordine stabilito: la carriera non è più un sogno e nemmeno il “Rolex a cinquant’anni”. Ovunque, giovani e meno giovani mettono in discussione il lavoro, il suo scopo e il suo significato. Alcuni, addirittura, lo rifiutano, per inventare, altrove, una vita che loro considerano, povera ugualmente, ma più ricca e densa. Solo pochi mesi dopo la campana a morto dei confinamenti, che ha congelato interi settori delle attività economiche, produttive e mentali, una parte della popolazione è ancora riluttante a rientrare nei ranghi, a terminare gli studi, o a rientrare nelle fabbriche o nelle attività commerciali diventate così immediatamente obsolete e facilmente ingoianti i sacrifici del lavoro di una vita. Il virus ha ucciso la speranza, la scienza e l’informazione.

Ma, ancor più di questi dati, è la bolla mediatica a esplodere. “L’eco che possono aver avuto gli appelli alla diserzione la dice lunga sulle questioni che agitano la società, Oggi l’abbandono arriva a intaccare le professioni essenziali al funzionamento del modello capitalista. Mette a rischio la sostenibilità del sistema”. Non è una cosa nuova, anche se è il trionfo dell’individualismo? O è vecchia perché non c’è nulla di nuovo all’orizzonte? La riflessione suggerita è essenziale e la diserzione una delle strade da prendere, così come la disobbedienza passiva o anche la resistenza effettiva. La posta in gioco è alta, se non sono i reticenti a cambiare il sistema, è il sistema che ci schiaccerà tutti, sotto un tallone di ferro…

Negli Stati Uniti i sociologi hanno battezzato questo fenomeno “Great Resignation” o “Big Quit”: “the great dimission”. Nel 2021, oltre 38 milioni di americani “hanno lasciato” il lavoro. Il 40% non è ancora tornato al lavoro. Uno tsunami che colpisce tutte le età, tutte le professioni. E che inverte profondamente gli equilibri di potere tra dipendenti e aziende.

Ci stiamo dimettendo tutti, ci scusiamo per il disagio“, scrivono su un poster i dipendenti di un Burger King in Nebraska. “Per favore, siate pazienti con il personale che ha risposto, nessuno vuole più lavorare“, affermano i dipendenti di un McDonald’s in Texas. “Fanculo i dirigenti, fanculo questa azienda, fanculo questo lavoro… ho smesso, cazzo!” grida nell’altoparlante del suo negozio un impiegato Walmart in Texas.

L’America è in movimento e non è sola. In Inghilterra, gli anziani si stanno dimettendo in massa. 300.000 lavoratori tra i 50 ei 65 anni sono entrati nella categoria degli “inattivi economicamente”. Il loro desiderio principale, secondo il risultato di un ampio studio? Andare in pensione e fuggire definitivamente dal mondo professionale.

In Quebec la tensione è tale che i datori di lavoro non sono più restii ad assumere minori per far fronte alla carenza di lavoratori nei settori della logistica e dei servizi. Rimangono abbandonate 240.000 posizioni. In Spagna immaginano addirittura di portare migliaia di marocchini ed estendere i permessi di soggiorno degli stranieri per sopperire alla mancanza di manodopera nel settore turistico e agricolo.

Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Questa situazione risuona in Francia. Anche qui è iniziato l’esodo. Centinaia di migliaia di posti non vengono occupati, per mancanza di candidati, nel settore alberghiero o della ristorazione, mentre nelle Grandes Ecoles, tra l’alta borghesia, si prepara la secessione generazionale. Al di là dei fragorosi discorsi sulla stampa, (esempio da noi la carenza di camerieri) si sta diffondendo una rivolta più tranquilla. In ogni promozione, e anche dove meno te lo aspetti, nelle aziende di combustibili fossili o nell’alta pubblica amministrazione. Il dubbio si sta diffondendo. La crisi ecologica sta mandando in frantumi i sogni bucolici di una volta. Quanto vale una promozione di fronte al pericolo climatico? All’avvelenamento quotidiano cibo, aria, acqua, terra? Perché lottare per i posti quando l’intero sistema vacilla? Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Capisco che il lavoro è magari il fondamento della nostra Costituzione, ma per qualcuno, così violentata articolo per articolo, esiste ancora?

Secondo un recente sondaggio, pubblicato a maggio, più di un terzo degli intervistati (35%) afferma di non aver mai avuto tanta voglia di smettere come adesso. Una quota che sale al 42% tra gli under 35. Gli osservatori parlano di una “rivoluzione sociale” (magari societale) e di una “minaccia per l’economia francese”. In fondo alla classifica, spinge anche l’offensiva neoliberista. Di fronte al deterioramento delle condizioni di lavoro e ai bassi salari, molti dipendenti, disgustati, si defilano. In ospedale il fenomeno è particolarmente visibile. Le cadenze, le coercizioni e il mancato riconoscimento incoraggiano gli operatori sanitari e gli infermieri ad andarsene. 60.000 posti di lavoro non riescono ancora a trovare acquirenti.

La “pandemia” ha svolto un ruolo catalizzatore. Ha colpito gli spiriti e il capitalismo. Il confinamento ha fermato la macchina, “il cui freno di emergenza non è stato trovato”, (Dalla poesia “Monologo del virus”). Sospendendo, per un certo tempo, il funzionamento di cui eravamo tutti ostaggi, il virus ha rivelato l’aberrazione della “normalità”. Gli autori di un potente testo pubblicato a marzo 2020 ritengono che: “Quello che si apre davanti a te, non è uno spazio delimitato, è un divario immenso. Il virus ti rende pigro. […] Ti pone ai piedi della biforcazione che tacitamente strutturava la tua vita: l’economia o la vita. Tocca a te e la questione è storica”. Cosa ci importa davvero? Mentre il mondo cambia, abbiamo a disposizione scelte decisive. Risuonano come tante piccole voci interiori. È tempo di vivere la tua vita, di smettere di rinnegare te stesso, di uscire dalla dissonanza. “Bisogna trovare la forza per dire di no“, scriveva Albert Camus in L’homme révolté.

Non tornerò a lavorare per un capo, sessanta ore a settimana per una miseria”. “Non voglio più partecipare a questa mascherata”. “Non voglio più mettere la mia forza lavoro al servizio di lavori distruttivi”. Riecheggiano i motti dei Situazionisti del maggio ’68 francese, come quello storico scritto su tanti muri: ”Non lavorate mai!”. È ancora difficile misurare il prossimo terremoto sociale che si avvicina.(Landini dixit, pensando all’autunno italiano, mentre altri paesi hanno già cominciato). Ma c’è un profumo da Anno Zero nell’aria, emblematico della protesta libertaria degli anni ’70, con lo slogan eloquente: “Fermiamo tutto, pensiamo e non è triste.”

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE: Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (III° Parte)

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

Terza parte atti del seminario

(QUI la prima e la seconda parte degli atti già pubblicati)

di Raffaele Picarelli

Inflazione, alti tassi, recessione

Il 31 maggio scorso i dati preliminari di Eurostat hanno mostrato che l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona è salito all’ 8,1% su base annua, dal 7,4% di aprile, ben al di sopra del “consenso” degli analisti che era di un aumento del 7,7%.

In Germania l’inflazione a maggio ha toccato il 7,9% anno su anno come ai tempi della crisi petrolifera del 1973, in Spagna ha registrato un aumento dell’8,7%.

In Italia, dopo il lieve rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare in maggio, portandosi al 6,9% anno su anno, un livello che non si registrava dal 1986.

In USA in aprile l’inflazione era all’8,3%. In maggio è cresciuta all’8,6%, nuovo massimo dal dicembre del 1981. Biden: “I nuovi dati dimostrano il perché l’inflazione è la mia priorità […]. I rialzi dei prezzi causati da Vladimir Putin hanno colpito duramente in maggio […]. Faremo il possibile per ridurre i prezzi.” (“Il Sole – 24 Ore” dell’11 giugno). Non c’è limite alla menzogna e alla spudoratezza! Le cause dell’inflazione sono varie e, si è detto, anteriori all’attuale conflitto in Ucraina, anche se la guerra, in alcuni casi, ha funzionato da acceleratore: prezzi energetici, rottura delle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, “rarità” di alcune materie prime.

“Bisogna dare uno sguardo ai cambiamenti in atto. Il primo riguarda la globalizzazione: […] dopo aver […] guidato il mondo dagli anni ’80, si sta bruscamente invertendo. Ormai la maggior parte delle aziende ha capito che tenere catene globali delle forniture troppo lunghe rappresenta un rischio. Basta una pandemia, un porto chiuso o un conflitto che non arriva più nulla. Tanti stanno dunque accorciando le catene. O intendono farlo. Questo terrà alta l’inflazione. Stesso discorso per le materie prime: improvvisamente ci si accorge quanto siano scarse e dislocate nelle parti più instabili […]. Il 44% del palladio globale arriva dalla Russia. Idem per oltre il 16-17% del gas naturale e dei fertilizzanti. Scarsità, in economia, significa rincari. Prezzi alti. Insomma: inflazione […]. L’inflazione è diventata strutturale.” (M. Longo ne “Il Sole – 24 Ore” del 13 giugno). E ancora: “Per anni le aziende hanno aumentato i margini pur in un’economia stagnante, perché potevano tagliare i costi. Riuscivano a farlo perché potevano allungare le “supply chain” e sfruttare la manodopera dove il costo del lavoro era basso, oppure perché potevano usare materie prime anche di scarsa sostenibilità ambientale da qualche parte del mondo. Nessuno lo sapeva.” (R. Almeida di Mfs Investment Management, ibidem).

Ora tutto questo (sfruttamento selvaggio del lavoro, devastazione ambientale ecc) è più difficile. Allora “i costi salgono. E l’accorciamento delle catene globali fa il resto.” E “la domanda è: chi pagherà questi maggiori costi industriali? Le aziende riducendo i margini oppure i consumatori con prezzi più alti?” (Ibidem).

Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo (risalente a fine marzo) dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dall’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della BCE del 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa “è stata causata l’extra inflazione di oggi [fine marzo]. Si tratta di 3,9 punti percentuali in più [ora l’inflazione ufficiale è ancora più alta di almeno un punto]. Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti su 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa.” (M. Longo, “Il Sole – 24 Ore” del 31 marzo).

Diversa la situazione in USA dove la componente energia ha causato solo un terzo del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dai rincari da domanda per consumi.

Di alcuni fattori che rendono strutturale il carovita abbiamo già trattato. La deglobalizzazione, è utile ribadirlo, è uno di questi. Il rischio di filiere produttive lunghe e globali concerne settori sensibili come i semiconduttori, l’energia, i prodotti farmaceutici, ed è opinione diffusa che. principalmente in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni (reshoring). E questo farà salire i prezzi. Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo la transizione produce un aumento dei prezzi.

Giordano Lombardo della casa d’investimento Plenisfer, in un’intervista del 7 aprile scorso al giornale confindustriale dichiarava: “In un mondo che va verso una nuova divisione in blocchi è inevitabile che aumenti il potere geopolitico e negoziale di Paesi non allineati con il blocco occidentale ma fondamentali per l’approvvigionamento di materie prime. [E quindi aumentino i prezzi]”. In una realtà fatta “di blocchi antagonisti, uno guidato dalla Cina [e dalla Russia] e uno dall’Occidente, le supply chain (le catene di approvvigionamento) si devono accorciare. Ma […] questo farà salire l’inflazione”. Per il fattore inflattivo rappresentato dalla transizione energetica, il problema è che “da anni è in corso un deciso calo degli investimenti in tutti i combustibili fossili. Peccato che oggi proprio questi combustibili rappresentino ancora l’80% del fabbisogno energetico globale. Si stima che per soddisfarlo con altre fonti, bisognerebbe moltiplicare per tre l’energia nucleare esistente oggi, oppure per cinque quella solare, oppure per 10 quella eolica. Nel breve periodo è impossibile che queste fonti rinnovabili riescano a soddisfare le necessità”(Ibidem).

Allora, dato che in Europa l’inflazione non è da consumi ma quasi interamente causata da rincari eccezionali delle materie prime (accelerati, talora, dal conflitto in corso), si tratta di un’inflazione da costi, un’ “inflazione importata”. Essa riduce gli investimenti perché non sempre si è in grado di trasferire in tutto, ma anche in parte, l’aumento dei costi (prezzi di produzione) sul prezzo finale dei beni e dei servizi. E se questo avviene, l’inflazione riduce il potere d’acquisto dei ceti deboli, dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati, dei piccoli risparmiatori.

Scrive Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo: “Quando l’inflazione dipende dal rincaro dell’energia e delle materie prime, si distruggono i consumi”. Inoltre, le politiche delle banche centrali sono poco efficaci quando l’inflazione è causata da energia e materie prime: per quanto alzino i tassi, i prezzi di petrolio e gas restano elevati. L’unica cosa che possono fare è causare una “devastante” recessione: diminuendo drasticamente i consumi, crolla la domanda di energia e materie prime e quindi, piano piano, anche i prezzi calano. Tutto questo processo, con conseguente aumento dei tassi, accade, non dimentichiamolo, in una fase di contrazione dell’economia europea e globale.

Ma “in Europa i salari non stanno salendo” e se aumenti ci saranno “non saranno elevati […]. Oggi invece l’occupazione è ben diversa: tanti lavoratori sono precari, a tempo determinato, impiegati nella gig economy e in generale meno sindacalizzati” (“II Sole – 24 Ore” cit.).

L’inflazione da costi è per definizione un massacro sociale.

Lo è direttamente perché distrugge redditi e consumi e, in certa misura, cioè nella misura in cui le aziende non riescono a trasferirla sui prezzi finali, anche gli investimenti. I più colpiti sono naturalmente i gruppi sociali più fragili.

Lo è indirettamente, con l’aumento dei tassi di interesse praticato dalle banche centrali e, a cascata, da tutto il sistema creditizio.

Questo aumento se, come si è detto, è vano direttamente contro l’inflazione importata, fa crollare più o meno rapidamente tutti i consumi (perché tende a propagarsi a tutti settori) e anche la domanda di energia e materie prime.

Quindi i prezzi cadono proprio attraverso e a causa di un massacro sociale.

Da qui il passo verso la recessione (forse attraverso una fase di stagflazione) è breve.

Le “stazioni” di tale massacro (riduzione del potere d’acquisto, impoverimento soprattutto dei ceti deboli, svalorizzazione dei risparmi e degli asset, liquidazione degli ultimi brandelli di welfare, disoccupazione, riduzione ulteriore degli investimenti, ulteriore disoccupazione, etc.), hanno anche un contraltare positivo per i governi molto indebitati: il debito pubblico (anche quello privato) con l’inflazione si svaluta.

A fronte di tutto questo, in Italia e non solo, i ceti popolari non hanno nessun valido strumento di protezione e recupero. Ma di ciò parleremo più avanti.

La dinamica dell’adozione dei tassi e delle condizioni finanziarie più restrittive

Il 10 giugno scorso la presidente Christine Lagarde ha anticipato gli aumenti dei prossimi mesi, “rebus sic stantibus”. Il 1 luglio terminerà il programma APP di acquisti netti di titoli pubblici da parte della BCE; il 21 luglio, alla prossima riunione del Consiglio della BCE, i tassi di riferimento saliranno dello 0,25% e di un altro 0,25 o 0,50% (a seconda dell’inflazione) alla riunione successiva dell’8 settembre.

Mercoledì 15 giugno la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 75 punti base (0,75%). È la prima volta dal novembre 1994 che un rialzo è così forte. E ulteriori consistenti rialzi sono previsti nei prossimi mesi.

Le borse mondiali hanno reagito con pesanti perdite, e titoli pubblici e corporate bond hanno visto aumentare in modo rilevante i rendimenti e scendere altrettanto cospicuamente i prezzi.

L’aumento dei tassi e la conseguente caduta della domanda non piace a Confindustria perché, in prospettiva, aumenta i costi di produzione e affievolisce le vendite. Per Carlo Bonomi l’aumento dei tassi della BCE “non è la soluzione per controllare l’inflazione […]. Il Paese è fermo, e abbiamo un debito pubblico enorme. Capisco che si debba controllare l’inflazione. Ma con il rialzo dei tassi avremo sicuramente dei problemi” (“Il sole-24 ore” 11 giugno).

Di fronte a possibili rivendicazioni salariali, il fuoco di sbarramento è la richiesta di soldi pubblici per il taglio del cuneo fiscale e contributivo.

Alla luce di quanto detto finora è semplicemente inconcepibile che un’inflazione da costi diventi, sic et simpliciter, un’ inflazione da domanda. Eppure la parola d’ordine in questi tempi del governo e della Banca d’Italia é di “non disancorare” l’inflazione e impedire la spirale prezzi-salari. Se i salari sono fermi, se non esistono meccanismi di indicizzazione e recupero, tali affermazioni surreali e spudorate che senso hanno? Hanno il senso di un fuoco di sbarramento contro ogni futura, possibile richiesta salariale.

E’ una menzogna, nella situazione attuale, evocare la spirale prezzi-salari. Nelle “Considerazioni finali” del 31 maggio scorso, il Governatore della Banca d’Italia Visco ammette che se è concepibile una spirale prezzi-salari in USA ove esiste un’inflazione da domanda, nell’area euro “la dinamica delle retribuzioni è sinora rimasta moderata”. Ciò nonostante, le richieste di adeguamenti salariali sarebbero accettabili solo se si risolvessero “in aumenti una tantum [perché in tal caso] il rischio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto”. Anziché ad una “vana rincorsa tra prezzi e salari”, ci ricorda Visco, bisogna mettere mano alla produttività.

Il governo Draghi, in stretta assonanza, ribadisce il salvifico appello: “Sindacati, imprese e governo lavorino insieme”.

Indice IPCA / massacro sociale / un cenno ancora al gas

È giunto ora il momento di affrontare la questione dell’indice IPCA e della contrattazione collettiva. Ho presente al riguardo la pubblicazione online della collana “ADAPT – Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro, numero del 2013”. La collana è (o almeno era) diretta da Michele Tiraboschi e si ispirava ad Ezio Tarantelli. Il paragrafo che ci interessa reca appunto il titolo “Indice IPCA e contrattazione collettiva”.

Vi leggiamo: “Le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-1980 hanno restituito all’Italia degli anni Ottanta un’inflazione galoppante, contrastata dagli interventi di politica dei redditi studiati dal professor Ezio Tarantelli (lodo Scotti e decreto di San Valentino), volti ad arrestare la spirale prezzi-salari-prezzi e ridurre l’inflazione giocando una politica salariale d’anticipo in grado di programmare gli aumenti retributivi in linea con l’inflazione attesa”.

Si legge inoltre che, nel Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali del 1993, le parti sociali “abbandonarono definitivamente il meccanismo della scala mobile, concordando l’utilizzo dell’inflazione programmata nel primo livello di contrattazione e garantendo, quale elemento di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori, il recupero dello scostamento tra inflazione programmata ed effettiva.

Al secondo livello di contrattazione spettava invece la regolazione delle retribuzioni sulla base dei risultati di produttività e redditività aziendale”.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2009, allorché, con l’Accordo Quadro sulla riforma degli assetti contrattuali, “governo e parti sociali hanno stabilito un nuovo indice previsionale di inflazione: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA) depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione è stata affidata ad un soggetto terzo, identificato […] a partire dal 2011 […] nell’Istat”.

L’IPCA è una delle innovazioni più note dell’Accordo del 2009, (la Cgil non aderì denunciando la minore protezione fornita da questo indice al potere d’acquisto dei salari).

“L’Accordo ha confermato il sistema di salvaguardia del potere d’acquisto [?!] attraverso la verifica di eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista [non più programmata] e quella reale effettivamente osservata”.

Quindi, tale indice istituzionalmente non contiene l’inflazione importata. I meccanismi dell’inflazione programmata prima e dell’inflazione prevista poi, prevedono recuperi degli altri tipi di inflazione ex post e solo in parte con l’inevitabile effetto che una parte del salario è sottratta ai lavoratori.

Se l’inflazione prevista non contempla, come non contempla, l’inflazione importata, quale strumento di difesa rimane ai lavoratori?

I rinnovi contrattuali che sono lenti, farraginosi, sempre rinviati.

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” del 4 giugno scorso: “Quasi sette milioni di lavoratori italiani sono in attesa del rinnovo del contratto nazionale. Per dirla meglio, quasi sette milioni di persone aspettano un aumento in busta paga che permetta quantomeno di far fronte ai rincari. Non è tutto: oltre a questi, tanti altri lavoratori hanno ottenuto di recente il rinnovo, ma non ancorato all’inflazione [ora al 6,9%]. […]. Una serie di trattative sono in corso, ma di solito si ragiona prendendo come riferimento l’indice IPCA che non tiene conto dei rincari energetici importati […]. A marzo 2022, secondo l’Istat, il tempo medio di rinnovo dei contratti scaduti risulta pari a 30,8 mesi”.

Dall’abolizione della scala mobile, avviata con il referendum del 1985, i salari hanno molto perduto. La situazione si è aggravata negli ultimi trent’anni (è del 23 luglio 1993, abbiamo visto, il primo accordo interconfederale post scala mobile).

La massa salariale è scemata in modo esponenziale. l’Istat prevede che quest’anno il potere d’acquisto delle famiglie calerà almeno del 5% (la valutazione è benevola).

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi trent’anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia del 31% e in Spagna del 6% (Grafico 1).

Grafico 1: dinamica degli stipendi nei Paesi Ocse fra il 1990 e il 2020. Fonte Ocse

In conclusione, il governo e le elites dei gruppi capitalistici dominanti italiani ed europei (oltre gli USA) che hanno alimentato il carovita prima della guerra in Ucraina, e lo hanno incrementato con le loro politiche guerrafondaie e sanzionatorie nel corso del conflitto, stanno scaricando, e hanno in progetto di continuare a scaricare in futuro, tutto il peso della crisi sui subalterni, sulle masse popolari, le quali non dispongono in Italia (e non solo), di adeguati strumenti di difesa e di soggetti sociali e politici che abbiano la volontà e/o i mezzi per sostenerli.

Inflazione, riarmo, politiche monetarie restrittive, stagflazione, incipiente recessione (in alcuni paesi, esempio Regno Unito, già cruda realtà), disoccupazione, erosione dei risparmi, sostanziale estinzione dei pochi residui di welfare, è questo il quadro d’insieme che abbiamo davanti.

Solo un’ampia mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati contro il carovita e la guerra, per la difesa dei salari e delle pensioni, per il lavoro, può contrastare la deriva alla quale UE ed USA hanno condannato gran parte dei loro popoli.

Abbiamo precedentemente affrontato le dinamiche dei prezzi energetici e della loro riferibilità, se non in termini assai parziali, al conflitto in corso in Ucraina.

Dedichiamo ora un cenno al caso degli ultimi giorni del prezzo del gas e alle parziali sospensioni della sua erogazione, da parte di Gazprom, a Germania e Italia (totale la sospensione del poco gas erogato alla Francia).

Nelle ultime settimane l’UE ha proposto il piano REPower EU (confronta sopra) di chiusura strategica all’apporto del gas russo alle sue economie, ha stipulato accordi con l’Algeria per la fornitura di gas a parziale copertura di quello russo (gas che l’Algeria ha potuto fornire perché, per ragioni legate ai suoi rapporti bilaterali con la Spagna per la questione del Sahara Occidentale, lo ha completamente sottratto a quest’ultima). Sono stati stipulati accordi tra UE, Israele ed Egitto per la fornitura di GNL, trasformato dall’Egitto, ed arbitrariamente estratto come gas naturale da Israele nel Mediterraneo, senza intesa alcuna con altri Stati, come il Libano, che ne rivendicano pure la propria giurisdizione.

Tale accordo prelude a un ridisegno dell’area mediorientale con l’emarginazione definitiva di Libano e Siria dai grandi movimenti e interessi d’area e con l’allineamento, pressoché completo, (e questo è un fatto nuovo) delle politiche dell’UE e degli USA anche relativamente alla questione palestinese (a quando il riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte della burocrazia di Bruxelles?).

È nota poi l’estensione della ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo dell’UE a paesi africani e all’Azerbaigian.

Non si può sottacere inoltre che la Germania ha espropriato “Gazprom Germania”, nodo distributivo e finanziario importante di Gazprom nella diramazione del gas in Germania (e non solo).

L’UE ha varato, si è visto, la sesta tornata di sanzioni alla Russia per il petrolio e i prodotti petroliferi.

Dopo tutto questo, si attendeva dall’Occidente che tutto continuasse come prima da parte della Russia, in modo da permettere all’Occidente stesso di completare, in tempo utile per l’inverno, le operazioni di stoccaggio con il gas russo! Sembrano le pretese di un bambino prepotente che sottrae i giocattoli, tutti i giocattoli, a un altro bambino e vuole continuare, col consenso di quest’ultimo, a giocare con lui.

Inflazione e recessione: il caso emblematico dell’Inghilterra

All’inizio dell’anno la banconota britannica era ai massimi degli ultimi anni sull’euro. Nel giro di poche settimane la sterlina è di nuovo nel ciclone e sta perdendo rapidamente posizioni contro euro e dollaro. Ora il Pound è definito “il malato del mondo” tra le valute. Ha subito un calo del 10% sull’euro in tre mesi.

È una flessione molto rapida che si spiega con una scommessa al ribasso sul Paese: gli hedge fund hanno cambiato posizione sulla sterlina. I dati del mercato dei future statunitensi mostrano che i fondi speculativi hanno iniziato a scommettere contro la sterlina: una scommessa che ora vale quasi 5 miliardi di dollari.

Poco prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, i dati della “Commodity Futures Trading Commission” hanno mostrato che i fondi detenevano una piccola posizione lunga scadenza sulla sterlina e la stessa valuta veniva scambiata a 1,4 sul dollaro. Nove settimane dopo, i fondi sono short (corti) in sterline per un totale di circa 59 mila contratti: è la più grande scommessa contro la sterlina da tempo.

La giravolta degli hadge fund è conseguenza dell’imminente recessione economica. La Banca d’Inghilterra teme una “apocalisse” economica nel 2022. Scrive ”Il Sole – 24 Ore” del 25 maggio: “Sono gli effetti del mondo post covid, che ha visto l’inflazione salire; e della guerra in Ucraina che ha dato una mazzata al costo dell’energia. Il costo della vita sta salendo a ritmi insostenibili: l’inflazione è attesa al 10% a fine anno, e i redditi delle famiglie sono erosi per pagare le bollette e gli affitti. Con meno consumi, in un’economia che vive di servizi, l’economia rallenta. Ecco che allora hedge fund fiutano la preda e [prendono] posizione. Il Regno Unito [che importa energia] ma anche molto cibo e semilavorati, ha fatto forza su accordi commerciali extra Ue per compensare le perdite del mercato unico. Accordi che finora hanno funzionato anche grazie una valuta forte. Per un paese importatore, significa potere d’acquisto. Ma con una sterlina debole […] diventa molto più costoso. E quindi, a cascata, ancora più inflazione e un’economia ancora più in difficoltà”.

E quindi ancora più vendite sulla valuta da parte dei fondi speculativi. Allora rialzo dei tassi e recessione.

Economia di guerra / armi / dollaro

L’Osservatorio del sulle spese militari italiane (Milex) – fondato nel 2016 con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito di attività della Rete italiana per il disarmo – il 16 marzo scorso riporta il voto a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 contrari) di un ordine del giorno collegato al decreto “Ucraina” proposto dalla Lega e sottoscritto da PD, FI, IV, M5S,e FdI. Il voto di tale odg impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la “Difesa” verso il traguardo del 2% del Pil. Nella parte dispositiva del testo approvato, si legge che tale risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e di protezione”. Mentre nell’immediato bisogna agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal ministro Guerini, passare da 25,8 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

L’indicazione di spese militari pari ad almeno il 2% del Pil in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles.

Era stato deciso che l’obiettivo dovesse essere raggiunto entro il 2024, con un 20% di spesa da destinare ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

La quota indicata del 2% del Pil non ha mai avuto una giustificazione specifica e di natura militare, cioè dettata da esigenze operative, ma è stata vista come spinta alla crescita della spesa. Accanto e oltre l’obiettivo del 2% dei paesi Nato, c’è un ulteriore fondo, “European Defence Fund” (Edf), per cofinanziare progetti transfrontalieri insieme ai bilanci nazionali.

L’Edf (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 26 maggio) ha il compito di assemblare le proposte della lobby delle armi di cui è espressione il Commissario europeo alla Difesa Thierry Breton.

“L’anno scorso Breton ha ufficialmente istituito un comitato di esperti in cui cura a porte chiuse i suoi rapporti personali con i giganti del business della guerra che ambiscono a spartirsi gli 8 miliardi stanziati dall’Edf dal 2021 al 2027”.

Al comitato partecipano 61 enti, la stragrande maggioranza produttori di armi. Tra questi l’italiana Leonardo, le francesi Thales e Safran, la spagnola Indra e Airbus, la società transeuropea con sede in Olanda.

Leonardo è tra i produttori di armi con cifre record per finanziamenti UE, spese di lobbyng ed export.

Nell’elenco dei primi 100 esportatori di armi al mondo, stilato nel dicembre 2021 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma, Leonardo occupa il 13º posto con vendite per un valore di 10,6 miliardi. In Europa è terza, alle spalle solo del britannica Bae Systems (22,7 miliardi) e della franco-tedesca Airbus (11,3 miliardi).

L’annunciato riarmo europeo (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio), spingerà i Paesi a una ristrutturazione dell’industrie nazionali per sedersi al tavolo della futura Difesa comune, evitando duplicazioni nei programmi. Per questa ragione il governo sta mettendo a punto un “polo militare italiano”, secondo le parole di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che potrebbe passare dalla fusione tra Fincantieri e Leonardo.

Se la guerra darà impulso al progetto di Difesa europea bisognerà presentarsi con gruppi solidi e punti di forza di fronte ai concorrenti e in tale quadro va vista la liquidazione di Giuseppe Bono di Fincantieri, considerato un ostacolo all’operazione (era proprio quel Bono della cena con D’Alema, quest’ultimo scoperto a fare da mediatore per una commessa alla Colombia di armi di Leonardo e Fincantieri).

Germania e armi

“Quello che non è riuscito all’ex presidente USA Donald Trump”, (“Il Fatto” del 5 giugno scorso) ”è riuscito al democratico Joe Biden. La Germania pagherà. Comincerà col fondo straordinario di 100 miliardi di euro [da spendere in 3-4 anni] […] per ammodernare le forze armate tedesche […]. Gran parte di questi soldi verranno usati per comprare armi prodotte da aziende americane, a partire dagli F-35.”

Il Parlamento federale ha approvato il 3 giugno scorso la modifica della Costituzione necessaria per creare, con nuovo debito pubblico, il fondo di 100 miliardi annunciato dal cancelliere Scholz il 27 febbraio. E’ pure confermato l’impegno ad aumentare lo stanziamento annuale per la difesa al 2% del Pil, prodotto che nel 2021 ha superato 3.500 miliardi di euro (il doppio di quello italiano). Il che significa che raggiungere il 2% entro il 2024 vuol dire spendere quasi 17 miliardi in più all’anno. Ne è conseguita naturalmente una grande impennata delle quotazioni delle industrie tedesche di armi, in primis la Rheinmetall, colosso degli armamenti terrestri, e poi la Hensoldt, che produce sensori elettronici per i caccia Eurofighter.

Giulio Da Silva sul “Fatto” cit., ci spiega che appunto buona parte (dei 100 miliardi) verrà usata per armi statunitensi. La Germania in marzo ha deciso di comprare 35 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed, gli unici in grado di trasportare bombe atomiche. E intende comprare anche 60 elicotteri pesanti da trasporto prodotti dalla Boeing. Dagli USA verranno comprati anche missili della Raytheon.

Se l’80% degli stanziamenti tedeschi sarà mandato altrove (USA in particolare), il 60% delle armi già comprate dai Paesi UE tra il 2007 e 2016 è di provenienza USA (e Israele).

Regime militare USA e dollaro

Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche per Pace di Stoccolma) ha calcolato che i primi 100 produttori di armi del mercato mondiale hanno totalizzato nel 2020 vendite per 531 miliardi di dollari. Mentre la spesa militare mondiale del 2021 ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi, tenendo conto di tutte le voci ad esempio il personale (Grafico 2).

Grafico 2: andamento delle spese militari mondiali dal 1988 al 2021. Fonte Sipri

Sempre nel 2021 il Paese che ha speso di più sono stati gli USA (801 miliardi di dollari), seguiti da Cina (293 miliardi), India (76,6 miliardi), Regno Unito e Russia (Grafico 3).

Grafico 3: la spesa militare per Stato nel 2021. Fonte Sipri

Dati più recenti che tengono conto dell’incremento poderoso delle spese militari nel corso dell’attuale conflitto, proiettano la spesa USA non lontana da 1.000 miliardi nel 2022.

Le aziende statunitensi dominano, sono 41 tra le prime 100.

I dati elaborati dal Sipri sono riferiti al 2020 e solo ai ricavi nelle “armi e servizi militari”. Al primo posto c’è Lockheed Martin: 58,2 miliardi di dollari di ricavi su 65,4 del gruppo; al secondo Raytheon, si è visto primo produttore mondiale di missili, quali i noti Patriot. Produce anche gli Stinger e, con Lockheed, i Javelin anticarro forniti anche, e abbondantemente, all’Ucraina.

Terza è la Boeing, 32,1 miliardi di ricavi nella difesa (produce aerei da caccia e armi da rifornimento).

La prima europea è la britannica Bae Systems, sesta con 24 miliardi di ricavi nel settore delle armi. Di Leonardo abbiamo già detto.

La strategia, ormai quasi ottantennale degli USA, di “costruire nemici”, meglio se stabili e di lunga durata, è propria delle logiche di ogni Stato e regime militare. Serve a più scopi rimasti nel tempo abbastanza invariati.

In primo luogo è utile ai fini interni per compattare la popolazione e ottenere consenso all’azione del regime. L’adesione acritica diffusa, infantile, della gran parte dei nordamericani è “costruita”, direi scientificamente, utilizzando le più moderne tecnologie e un apparato vasto e complesso di personale e competenze permanentemente mobilitati allo scopo. Spesso collegati o addirittura emanazione della CIA e delle altre strutture simili (negli ultimi trent’anni soprattutto nell’est Europa sotto la veste esteriore di Ong).

In secondo luogo è basilare per la per la riproduzione capitalistica USA, cioè per quella parte di essa, assai importante, che si fonda sul complesso militar-industriale. Una spesa militare di quasi 1.000 miliardi all’anno destinata in misura rilevante a commesse verso le proprie aziende militari le quali grazie anche al trasferimento dell’innovazione tecnologica realizzata con fondi pubblici facilitano l’export di armamenti che risulta una voce di primo piano del Pil statunitense e della sua bilancia dei pagamenti (Grafico 4).

Grafico 4: i principali 10 Paesi esportatori di armamenti nel quinquennio 2017-21. Fonte: Sipri.

Qual è lo strumento che si è rivelato storicamente più efficace non solo per il predominio geopolitico, ma per la supremazia valutaria e finanziaria su scala planetaria?

È la forza, la forza militare, la preponderanza strategico-militare. Che è (o è stata) anche preponderanza tecnologico-scientifica.

La forza del dollaro, la possibilità per gli USA di ottenere “in perpetuo” il finanziamento del proprio cronico deficit esterno mediante l’uso dell’avanzo delle bilance dei pagamenti degli altri Stati, cioè con il risparmio mondiale, dipendono dalla (finora) grande affidabilità del dollaro e dall’enorme movimento di capitali planetari verso i porti della finanza americana. E tutto questo discende da varie cose, di cui una è essenziale: la primazia militare.

Per tale ragione le opposizioni – quale quella russa per interposta Ucraina – all’ormai longevo modello statunitense, destano reazioni viscerali e un’aspra volontà di annichilimento dell’oppositore, meglio se attraverso conflitti (degli altri) di lunga durata.

Quindi opporsi ai disegni guerrafondai degli USA, per interposta Nato e con l’assistenza ancillare dell’UE, è opporsi a quel modello e al conseguente signoraggio del dollaro.

Quale Russia?

Due mesi e mezzo fa (a 45 giorni dall’inizio delle ostilità) erano state valutate in più di 600 le multinazionali che si supponeva avessero deciso o annunciato di uscire in tutto o in parte dalla Russia. Nei settori più diversi, da petrolio e hamburger all’high tech, media e banche.

Secondo Jeffrey Sonnenfeld, dell’Università di Yale, gran parte delle imprese in uscita era statunitense ed europea con alcune rilevanti eccezioni asiatiche come Samsung e Toyota.

Del complesso delle aziende alcune si ritirarono (all’aprile scorso 250), altre sospesero le attività (257), altre si ridimensionarono (72), altre ancora presero tempo (99), rinviando gli investimenti. Secondo Sonnenfeld erano 194 i gruppi, per così dire, “arroccati” in Russia. Tra questi la conglomerata USA Koch Industries, Astra-Zeneca, J&J (“Il Sole – 24 Ore”del 9 aprile scorso).

Tra le italiane, l’ad (Amministratore Delegato) di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ebbe a dichiarare in aprile che l’impatto sulla banca fosse “assolutamente gestibile”, mentre la presenza in Russia fosse ormai “in fase di revisione strategica”. Intesa “sin dall’inizio della crisi […] non ha perfezionato nuovi finanziamenti con controparti russe e bielorusse e ha interrotto le attività di investimento in strumenti finanziari”. L’esposizione complessiva di Intesa San Paolo verso la Russia era al momento di circa 5,1 miliardi di euro.

Più significativa era l’esposizione di Unicredit Russia (13,3 miliardi), presente al Forum di San Pietroburgo del 15-18 giugno (Spief) con Vadim Aparkhov, membro del consiglio di amministrazione della controllata russa AO Unicredit Bank.

Andrea Orcel, ad di Unicredit, nei giorni a ridosso del Forum, a proposito dell’attività della banca in Russia, ha dichiarato: “La nostra esposizione in Russia è stata gestita in modo razionale: l’abbiamo ridotta, ma svalutare il business non è corretto e non è nemmeno in linea con le sanzioni”. In sostanza Unicredit non intende svendere le sue attività in Russia.

L’ad di Enel, Francesco Starace, nei mesi scorsi a più riprese ebbe a dichiarare che il gruppo “non poteva avere un ulteriore crescita in Russia”, ove controlla tre impianti di generazione a ciclo combinato e due impianti eolici. Tutte le strade per lui “erano percorribili”.

Il 16 giugno scorso (cfr. “Il Sole – 24 Ore” del 17 giugno), prima energy company, Enel ha concluso un accordo di vendita di tutti gli asset in Russia. I compratori sono Lukoil (la più importante società petrolifera russa e una delle principali al mondo) e il Fondo privato di investimento Gazprombank-Frezia, non colpiti dalle sanzioni. Enel ha ceduto per 137 milioni di euro il 56,43% che deteneva di Enel Russia. L’operazione deve ancora ottenere il via libera della Commissione governativa russa per il monitoraggio degli investimenti esteri, autorizzazione che non dovrebbe mancare perché, ci spiega Starace, “i compratori hanno già avuto un via libera quando hanno rilevato le catene di distribuzione che la Shell ha venduto in Russia”.

Gli azionisti di riferimento di Lukoil, fino alle dimissioni in aprile di Alekperov, erano appunto Vagit Alekperov (28,30%) e Leonid Fedun (9,32%). Alekperov era un giovanissimo dirigente d’azienda sovietico, il quale, nella veloce transizione dei primi anni Novanta è diventato dirigente dell’azienda privatizzata e poi socio di riferimento della medesima. Le dimissioni, apparentemente per dissenso con l’ “operazione speciale” in Ucraina, per molti in Russia, sono stati un “escamotage” per salvare Lukoil in caso di esito infausto per la Russia della vicenda Ucraina (e per salvare Alekperov stesso). Non si può dire. Vedremo.

Senz’altro la cessione degli importanti asset dell’Enel in Russia è avvenuta a favore di soggetti privati, uno dei quali è un soggetto finanziario.

Per come si presenta, sembrerebbe un’operazione in continuità con il passato.

Un brevissimo cenno a Eni, la quale ha dichiarato di essere pronta a cedere le quote in Blue Stream (detenute con Gazprom). Fermiamoci qui.

La Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, il 25 maggio scorso ha approvato una legge che consente al governo russo di nominare un nuovo management e di fatto espropriare le società (soprattutto USA, giapponesi ed europee) che hanno interrotto la loro attività nel paese, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, non per motivi economici ma “per sentimenti antirussi” (“Il Sole 24 – Ore” del 26 maggio).

Secondo la Yale School of Management, a fine maggio, sono 500 le società che hanno deciso di lasciare la Russia. Esse rappresentano il 63% delle aziende straniere presenti nel territorio russo prima della guerra, con quasi 40 mila dipendenti e un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro. “La lista nera stilata da Mosca comprende decine di multinazionali della logistica, dell’industria energetica, delle tecnologie, dell’automotive, della grande distribuzione: da Maersk a Msc; da Shell a Bp; da Volkswagen-Porsche a Toyota, Volvo e Renault; da Apple a Microsoft a Ibm; da McDonald’s a Starbuks, Levi’s, Ikea [etc.]. Molte di queste hanno sospeso le operazioni, […] altre hanno abbandonato tutto, nonostante i notevoli investimenti” (ib.).

Il 25° International Economic Forum di San Pietroburgo (SPIEF)

Il 6 giugno scorso, in un messaggio agli organizzatori del Forum, il presidente Putin ha parlato dei settori industriali in difficoltà. Si tratta in primo luogo del settore automobilistico sul quale pesa (oltre la partenza di importanti case straniere come Renault e Volkswagen), la mancanza, a causa delle sanzioni, di componenti importate. Ciò costringerà le fabbriche a chiudere via via che le scorte si esauriranno. Anche l’industria siderurgica rischia “sostanziali tagli produttivi nel medio termine”.

Entro fine luglio il Governo, secondo una direttiva presidenziale, dovrà definire una nuova impostazione del budget federale per i prossimi anni, che miri a ridare slancio alla crescita.

Sono molte le domande che nascono di fronte alla genericità del progetto di espropriazione delle realtà industriali dei “paesi ostili” e all’altrettale genericità del “nuovo” budget federale. A chi andranno le industrie espropriate o acquistate? Saranno puramente e semplicemente privatizzate? Chi costruirà i loro progetti industriali? Il management proverrà dal bacino del modello economico putiniano dei decenni precedenti? Le aziende pubbliche e/o pubblicizzate che ruolo avranno nella Russia del post-conflitto?

L’intervento di Putin del 17 giugno scorso alla sessione plenaria del Forum, qualche risposta (non molte) l’ha data.

Dividiamo il suo intervento in due parti: quella dell’attacco (fondato e condivisibile) all’Occidente e quella progettuale.

“Gli Stati Uniti si consideravano l’emissario di dio sulla terra ma ora la Russia sta prendendo il proprio posto in un nuovo ordine mondiale le cui regole sono stabilite da Stati forti e sovrani […]. L’era dell’ordine mondiale unipolare fondato sullo strapotere degli USA è finita”.

“Nulla sarà come prima, nulla è eterno” dice poi il presidente della federazione russa. “Il blitzkrieg economico contro la Russia non è riuscito, non aveva alcuna possibilità di riuscire fin dall’inizio”. Ed ora danneggerà di più chi ha imposto le sanzioni “folli e insensate”, una spada a doppio taglio che potrebbe far perdere all’UE più di 400 miliardi di dollari.

“La Russia” prosegue, “non ha alcuna responsabilità” per la crisi economica e per un’inflazione in Occidente le cui radici, sottolinea, risalgono a prima del conflitto. “La Russia perseguirà l’obiettivo di inflazione al 4% […]”.

“Abbiamo sentito parlare tutti di inflazione putiniana […]. Io penso: ma chi ha ideato questa stupidaggine? Chi non sa né leggere né scrivere. Ecco tutto”.

E ancora: “L’UE ha perso la sua sovranità politica, adottando sanzioni che le si sono ritorte contro e i cui costi ricadranno sulle popolazioni […]. Hanno fatto tutto con le loro mani”.

Per l’Europa poi già si intravede “un aggravamento delle disparità, delle tensioni sociali, dei radicalismi […] e in prospettiva il cambio delle elites al potere”.

Passando alla seconda parte, Putin dichiara che la Russia è “pronta ai cambiamenti globali e propone nuove soluzioni alla crisi”. Bisogna trasformare i problemi in possibilità. “Dobbiamo fare un lavoro sistemico, un piano di sviluppo a lungo termine impostato su alcuni principi chiave”.

In primis il rifiuto dell’isolamento: “La Russia si svilupperà come un’economia aperta, non imboccherà la strada dell’autarchia”.

Il secondo elemento fondamentale è l’appello al contributo degli imprenditori privati, come Oleg Deripaska, che ascolta in prima fila.

La Russia “deve essere in grado di produrre tecnologie chiave”. E’ fondamentale raggiungere “l’indipendenza” nelle alte tecnologie.

E, rivolto agli investitori, anche occidentali: “Il nostro Paese ha un enorme potenziale […] investite qui, investite nella creazione di nuove imprese […]”.

Un ruolo centrale nella Russia post-conflitto sembra destinato allora all’impresa privata interna ed esterna. L’inquietante presenza di gente come Deripaska, lascia aperto il dubbio che si tratti solo di un parziale rimescolamento di ceti capitalistici russi sempre interni al modello e alle caratteristiche proprie del ceto dirigente economico-finanziario russo degli ultimi decenni.

Non basta il riferimento, nella relazione, alle indicizzazioni che sono effettive, al mantenimento di una qualche forma di welfare e a misure di tutela dei ceti subalterni, quali i crediti agevolati, i sussidi, mutui a tassi bassi. Ne basta l’importante aumento (10%), operato nei mesi scorsi, di salari e pensioni medio-bassi per fronteggiare l’inflazione. Parte di tutto questo, e in misura certamente minore, lo vediamo anche in Occidente.

Non è visibile al momento, a giudicare dalle parole di Putin, una chiara volontà di costruire un’architettura economico-sociale “alla cinese”, con un ruolo importante deferito al capitale pubblico (e ai soggetti economici pubblici) e con la relativa capacità di orientamento e controllo, se e quando strettamente necessario, da parte del ceto politico nei confronti di un consistente e intraprendente ceto capitalistico.

Nel discorso di Putin al Forum, le aziende a partecipazione statale, per il futuro, sembrano relegate a un ruolo economicamente e politicamente non più rilevante di quello che occupano ora.

Ma esiste un progetto alternativo e di opposizione nella Russia post-bellica, escludendo, il dissenso dei ceti filo-occidentali delle grandi città legati, per rapporti materiali e culturali, alle multinazionali occidentali?

Non è dato sapere con chiarezza. Di certo il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha mostrato da tempo subalternità rispetto al disegno e alla prassi politica dei partiti che hanno sostenuto i vari governi russi.

Concludo affermando che sarebbe un’occasione perduta, per la Russia e anche per le masse popolari dell’Occidente, se tutto o gran parte di quello che è successo e sta succedendo fuori dalla Russia e dentro la Russia si risolvesse alla fine in una operazione puramente geopolitica, oltre naturalmente che di difesa delle popolazioni vessate del Donbass e di resistenza all’aggressività della Nato per interposta Ucraina. E non favorisse i “cambiamenti strutturali” economico-sociali e politici (quantomeno verso un’economia mista del tipo cinese), con la comparsa di nuove soggettività, di nuove rivendicazioni e di nuova democrazia sociale, economica e politica.

Firenze, 22 giugno 2022

Raffaele Picarelli

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

ECUADOR. UNA RICOSTRUZIONE ANTROPOLOGICA DELLO SCIOPERO NAZIONALE DEL GIUGNO 2022

di Mattia Sandrini

Quito 02.07.22

Dopo 18 giorni di resistenza, termina in Ecuador uno sciopero nazionale organizzato dal movimento indigeno contro le politiche estrattiviste e le privatizzazioni dell’attuale governo in carica da un anno. Alle mobilitazioni hanno partecipato soprattutto abitanti delle zone rurali e periferiche del Paese, le più segnate da povertà e diseguaglianze socio-ambientali. Ad aggravare le già difficili condizioni di vita della maggioranza del popolo ecuadoriano sono state la violenta repressione delle forze dell’ordine e il complicato dialogo col governo. La mobilitazione popolare, o “paro nacional”, era stata convocata a tempo indeterminato dalla CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador) il 13 giugno 2022, dopo mesi di inconcludenti dialoghi e negoziati col governo di destra del presidente Guillermo Lasso, banchiere e politico.

Unico obiettivo della CONAIE, e delle decine di organizzazioni nazionali a sostegno dei diritti dei lavoratori e delle nazionalità indigene, era la presa in carico da parte del governo di dieci punti fondamentali. Tra questi la riduzione dei prezzi del combustibile, la regolamentazione dei costi del settore agricolo e dei beni di prima necessità, la deroga dei decreti 95 e 151 che promuovono l’aumento dell’estrazione petrolifera e mineraria nei territori indigeni (nei quali risiede l’80% dei giacimenti nazionali), il rispetto dei ventuno diritti collettivi sanciti dalla Costituzione, uno stop alla privatizzazione di settori strategici come quello della salute e dell’educazione e, infine, misure di sicurezza che possano realmente contrastare i fenomeni di sicariato, delinquenza e narcotraffico che affettano il Paesei. I risultati di 18 giorni di scioperi e proteste, ratificati dall’accordo di pace firmato in data 30/06 tra governo nazionale, CONAIE e altre associazioni, consistono nella riduzione di 0,15 USD di Diésel, Extra ed Ecopaìs, nella deroga del decreto 95 assieme a una maggiore tutela giuridico-ambientale dei territori indigeni, nella dichiarazione di emergenza sanitaria col decreto 454 e nella prevenzione di speculazione sui prezzi dei prodotti di prima necessità col decreto 452ii. Il governo ha 90 giorni per concretizzare tali impegni e continuare il dialogo col movimento indigeno, pena, assicura la CONAIE, una ripresa dello sciopero.

Per comprendere le ragioni che stanno dietro ad uno sciopero nazionale tanto partecipato e protratto nel tempo bisogna tenere a mente alcuni dati dell’INEC (Istituto Nazionale Statistica e Censo dell’Ecuador) riportati dai manifesti appesi in queste settimane per le strade di Quito. In Ecuador “il 32% della popolazione (quasi 5 milioni di persone) vive con meno di 2,80 dollari al giorno”iii. “Il 27% dei bambini minori di due anni soffre di denutrizione cronica”iv. “Tre famiglie su dieci non arrivano a coprire la canasta basica”, ovvero la spesa minima per viverev. Se in Ecuador il salario minimo corrisponde a 425 USD circa, infatti, la canasta basica ammonta a 729 USD. Rispetto all’attuale condizione del Paese,

il governo nega ogni responsabilità. Un fatto ben noto a molti ecuadoriani ed ecuadoriane è che, appena eletto, “il presidente non sapeva quanto costasse un litro di latte”vi. Non sapere quanto costino i beni di prima necessità è un privilegio che spesso si dà per scontato. Lasso, informano i manifesti, “appartiene allo 0,1% più ricco della popolazione mondiale, con un capitale di 39,9 milioni di dollari, mentre la povertà nelle aree rurali dell’Ecuador raggiunge il 42,4%”vii.

Se all’inizio del mandato Lasso godeva di un consenso del 75%, ora l’opposizione popolare nei suoi confronti si aggira attorno all’85%. Giusto il 28/06 l’Assemblea Nazionale ecuadoriana aveva votato la sua destituzione per inadempimento del mandato, grave crisi politica e commozione interna, mancando tuttavia di 12 voti la quota necessaria per attuarlaviii. Questo strumento legale, applicabile solo a un anno dall’inizio del mandato, è garantito dagli articoli 111, 130, 148 della Costituzioneix. Non è un caso dunque che lo sciopero sia stato convocato le scorse settimane e che raccogliesse i malcontenti di una grande fetta del popolo ecuadoriano. Nell’ultimo anno il presidente ha dato la priorità a finanziare grandi imprese e banche in linea agli accordi stipulati con l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), a discapito di politiche pubbliche e socialix. Nel primo trimestre 2022 si è registrato il minore investimento pubblico nella storia della Repubblica dell’Ecuador, pari all’82% in meno rispetto al primo trimestre 2021xi. Sono però le classi sociali meno abbienti ad essere le più colpite dalle misure neoliberiste e dall’aumento dei prezzi nel contesto del Covid-19 e del conflitto russo-ucraino.

Le difficoltà che sta attraversando il Paese tuttavia non sono solo di carattere economico. Quella ecuadoriana è una crisi strutturale che coinvolge anche la sanità, l’educazione, la sicurezza sociale e la giustizia ambientale. Nonostante la sanità in Ecuador non sia gratuita (prevede infatti una tassazione mensile), gli ospedali mancano di farmaci e strutture adattexii. Questo costringe gli ecuadoriani a rivolgersi ad enti e istituti privati, ma solo nel caso in cui possano permetterselo. L’istruzione, specie nelle aree rurali del Paese, è generalmente poco accessibile o di scarsa qualità rispetto agli standard internazionalixiii. Con la pandemia, in particolare, milioni di studenti si sono ritrovati sprovvisti di strumenti idonei alla didattica a distanza. Sulla criminalità, quasi ogni giorno i telegiornali riportano episodi di sicariato e delinquenza legati al narcotraffico o alla crisi carcerariaxiv. A tutto ciò fa da sfondo il razzismo culturale, interiorizzato e di tradizione secolare nei confronti di popolazioni indigene e afrodiscendenti, in un Paese dichiarato “plurinazionale” dalla Costituzione del 2008. Il tema ambientale dell’estrattivismo e della deforestazione, infine, è tutt’altro che secondario in una delle nazioni col più alto tasso di biodiversità del pianeta. Sono le popolazioni indigene a tutelare e difendere gli ecosistemi ecuadoriani, tanto nelle regioni andine quanto in quelle amazzoniche. L’articolo 71 della Costituzione afferma: “La natura, o Pachamama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sue funzioni e dei suoi processi evolutivi. Ogni persona, comunità, popolo o nazionalità potrà pretendere dall’autorità pubblica l’osservanza dei diritti della natura”. Nonostante ciò il modello estrattivista e neoliberista promosso dal governo procede nella direzione opposta, generando attivamente ingiustizie socio-ambientali e finanziando direttamente il cambiamento climatico. Un modello di sviluppo e civilizzazione tutto incentrato sul capitale a discapito di salute, diritti e biodiversità non può garantire nel lungo termine un futuro alle generazioni che verranno. Questo è quanto denuncia la mobilitazione indigena con il motto “La radice è corrotta”.

In queste settimane il paro ha preso la forma di blocchi stradali in tutte le provincie del Paese, paralizzando trasporti umani e agricoli tanto nelle aree rurali quanto in quelle urbane. Questo ha comportato la carenza di alcuni prodotti negli scaffali di botteghe e supermercati e un generale aumento dei prezzi. Contestualmente, il paro ha assunto anche la forma di scioperi coordinati da parte di commercianti, tassisti, contadini, pescatori, studenti, professori, personale pubblico, nazionalità afrodiscendenti e indigene. Alle proteste hanno partecipato famiglie, bambini, giovani, donne incinte e anziani.

Nonostante ciò le forze dell’ordine, attraverso l’“uso progressivo della forza”, hanno disperso e represso i manifestanti con manganelli, bombe a gas lacrimogeno e, a partire dal 24/06, armi letalixv. Numerosi sono i filmati di corpi feriti, mutilati o uccisi che testimoniano una violenza da parte della polizia nazionale ingiustificata e illegittima. Si contano centinaia tra detenuti, torturati, minacciati e dispersi. Attualmente l’Alleanza per i diritti umani parla di 104 eventi di brutalità statale e 68 violazioni di diritti umani nei confronti di cittadini e cittadine incapaci di difendersi né di confrontarsi con i politici e con la leggexvi. In data 24/06 il presidente aveva esplicitamente dichiarato: “Se in questa battaglia per la sicurezza ci sono dei caduti, che siano della fazione opposta e non della nostra”xvii. Ci si chiede quanto sia accettabile, ancor prima che legittimo, che un presidente democraticamente eletto rilasci tali dichiarazioni e intimi questo tipo di violenza.

Ciò che più ha indignato il popolo ecuadoriano però è stata la macchina di criminalizzazione della lotta messa in moto dal governo Lasso, laddove la maggioranza dei manifestanti si è espressa con il diritto, con l’arte, con la musica, con la presenza. Centinaia di famiglie indigene hanno lasciato le proprie comunità in canoa e furgoni o camminando per giorni in direzione di Quito, “armate” di bandiere e abiti tradizionali per chiedere una vita più degna per tutti e tutte. Quito però le ha accolte con razzismo e repressione, come se la città non appartenesse anche a loro e come se loro non la meritassero.

In Ecuador la protesta è un diritto costituzionale sancito dall’articolo 66.13, il quale riconosce il “diritto ad associarsi, riunirsi e manifestare in forma libera e volontaria” e dall’articolo 98, secondo cui “individui e collettività potranno esercitare il diritto alla resistenza davanti ad azioni o omissione del potere pubblico […] che vulnerano o possano vulnerare i loro diritti costituzionali”. Dal giorno uno dello sciopero, i media nazionali e il governo ecuadoriano non solo non hanno riconosciuto la legittimità della protesta sociale e delle dieci richieste, ma anche hanno attivamente generalizzato e criminalizzato una lotta per la giustizia socio-ambientale in realtà complessa, vasta ed eterogenea.

Questo processo di delegittimazione è passato attraverso molteplici canali, azioni e soggettività. Nel secondo giorno di sciopero (14/06) il leader indigeno e presidente della CONAIE Leonidas Iza è stato arrestato e detenuto illegalmente dalle forze dell’ordine per circa 24 orexviii. Nel sesto giorno di sciopero (18/06), con il decreto 455, Lasso ha proclamato in alcune provincie del Paese lo “stato d’eccezione” col quale sospendeva il diritto alla inviolabilità di domicilio, alla libera comunicazione e alla libera associazione rendendo la mobilitazione, di fatto, illegalexix. Nel settimo giorno di sciopero (19/06) la polizia di Quito ha occupato e militarizzato la Casa delle Culture dell’Ecuador (CCE), area di pace per i manifestanti arrivati da tutto il Paese, col pretesto di ricercare possibili armi trovando tuttavia solo libri e artexx. L’ultima volta che la CCE aveva subito un intervento della polizia era stata durante la dittatura nel 1963. La sera dell’ottavo giorno di sciopero (21/06), sempre la polizia nazionale, ha lanciato bombe lacrimogene all’interno dell’Università centrale di Quito, centro di accoglienza umanitario dove si stavano rifugiando centinaia di manifestanti, tra cui bambini, donne e anzianixxi. Contestualmente si sono registrati i primi decessi tra i manifestanti, tutti in circostanze da provare di fronte alla legge. I loro corpi esanimi (ufficialmente sei) tutt’ora sono terreno di negoziazione e polarizzazione dell’opinione pubblica tra coloro che sostengono o che negano la colpevolezza delle forze dell’ordine. L’Alleanza internazionale per i diritti umani, comunque, fin dal primo giorno ha denunciato questi atti impuniti chiedendo al governo un cessate il fuoco immediato.

La colpevolizzazione e criminalizzazione dei manifestanti, oltre che per i fatti, è passata soprattutto attraverso le parole. In primo luogo quelle del presidente Lasso che, nei suoi discorsi alla Nazione, ha parlato di manifestanti violenti e infiltrati, vandali e criminali intenzionati a disturbare l’ordine pubblico e ad attentare alla pace e alla democrazia del Paese. Ha parlato però anche di comunità indigene “attirate a Quito con l’inganno” da un leader, Leonidas Iza, che farebbe solo “il proprio interesse personale”xxii. Fino all’ultimo giorno di sciopero il governo non si è dimostrato in grado di accogliere le richieste della CONAIE perché incapace di ascoltare e di comprendere i fenomeni di povertà, fame e diseguaglianze iscritti nei corpi e nelle vite del popolo ecuadoriano.

Oltretutto, in un contesto tanto complesso dove rivendicazioni, bisogni sociali e interessi differenti si incontrano e scontrano, generalizzare significa discriminare e stigmatizzare. Uno sciopero nazionale non è altro che il risultato di un lungo processo di diseguaglianze, malcontenti e ingiustizie socio-ambientali. Non si dà dal giorno alla notte. Lasso ha personificato un nemico quando nelle strade e nelle piazze dell’Ecuador ci sono migliaia di persone con nomi differenti che chiedono una vita degna, perché i diritti sociali, ambientali e culturali sanciti dalla Costituzione non rimangano sulla carta. Sono le parole a definire la verità, legittimandola o delegittimandola. Anche i muri di Quito sono testimoni di questa battaglia di attribuzione, c9on scritte in antitesi tra loro come “Conaie terrorista” e “Fuori Lasso”, “Quito non si distrugge” e “Viva il paro”. Quella dei manifestanti però è una lotta di fatti e non di opinioni.

In questo contesto polarizzato ciò che è risultato più urgente è stato un dialogo che realmente rispondesse ai bisogni sociali della cittadinanza.

Paradossalmente gli scontri e le opposizioni erano scaturiti dall’assenza di dialogo e allo stesso tempo orientati a costruirlo. Nelle prime due settimane di sciopero nazionale, il governo ecuadoriano si era dichiarato aperto all’incontro. In data 28/06 si è tenuto il primo colloquio formale tra esponenti del governo e del movimento indigeno, senza però altri appuntamenti futuri. Terminato l’incontro, infatti, il presidente Lasso aveva affermato: “non torneremo a sederci per dialogare con Leonidas Iza che difende solo il suo interesse politico e non quello delle sue basi, […] che gioca con la salute e la vita degli ecuadoriani”xxiii. Con questo avviso il dichiarato governo dell’incontro e della pace di Lasso non solo rifiutava di confrontarsi col nemico che esso stesso aveva creato, ma con l’intero movimento indigeno e la popolazione in resistenza. Un’incomunicabilità strutturale, quella tra le due parti, nella misura in cui un qualsiasi leader, nell’orizzonte culturale indigeno, non è concepibile in termini individuali. Un leader è rappresentante e voce della collettività e non una figura singola politicamente autonoma. Piuttosto egli attivamente partecipa di processi decisionali condivisi e decentralizzati. Il caso ecuadoriano rivela in questo la sua peculiarità. A scontrarsi infatti non solo sono le rivendicazioni delle parti, ma anche due ordinamenti giuridico-politici difficilmente conciliabili: da un lato la democrazia rappresentativa dello Stato ecuadoriano che reprime il dissenso con la violenza; dall’altro la democrazia partecipativa delle popolazioni indigene orientata al bene comune (anche chiamato “buen vivir”) e al rispetto dei cicli di rigenerazione della Terra. In altre parole le parti faticano a dialogare perché ragionano entro differenti sistemi di pensiero e linguaggio.

Per il momento il paro è terminato. Le popolazioni indigene festeggiano e tornano alle loro comunità, le strade sono nuovamente aperte e gli studenti tornano a scuola. Gli accordi di pace firmati tra le organizzazioni sociali e il governo di Lasso sembrano suggerire un’apertura alle ragioni altrui e la volontà politica di operare un cambiamento nelle condizioni materiali ed esistenziali del popolo ecuadoriano. La lotta tuttavia continua, così come il lavoro dei movimenti per la giustizia socio-ambientale nel garantire, sempre, l’esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione.

FONTE: https://www.pressenza.com/it/author/redazione-italia/

i https://conaie.org/2022/06/20/demandas-de-la-movilizacion-nacional-popular-y-plurinacional/.

ii https://www.primicias.ec/primicias-tv/politica/acuerdos-pusieron-fin-paro-nacional-ecuador/.

iii https://www.primicias.ec/noticias/economia/ecuatorianos-poblacion-condicion-vida-pobreza-estadistica/.

ivhttps://www.unicef.org/ecuador/desnutrici%C3%B3n#:~:text=En%20Ecuador%2C%2027%25%20de%20ni%C3%B1os,mayores%20%C3%ADndices%20despu%C3%A9s%20de%20Guatemala.

v https://www.opendemocracy.net/es/ecuador-paro-dialogo/.

vi https://www.youtube.com/watch?v=HBn9aDxALME.

vii https://wambra.ec/lasso-presidente-del-01-por-ciento/.

viii https://www.dw.com/es/congreso-de-ecuador-niega-pedido-de-destituci%C3%B3n-de-guillermo-lasso/a-62297038.

ix https://www.oas.org/juridico/pdfs/mesicic4_ecu_const.pdf.

x https://rebelion.org/lasso-y-el-fmi-cronica-de-una-muerte-anunciada/.

xi https://www.pichinchacomunicaciones.com.ec/inversion-publica-ecuador-gasto-en-primer-trimestre-apenas-llega-al-37-de-lo-presupuestado-para-el-2022/.

xii https://www.eluniverso.com/opinion/cartas-al-director/salud-en-ecuador-nota/.

xiii https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-61926354.

xiv https://www.swissinfo.ch/spa/ecuador-tortura_ai-incluye-la-crisis-carcelaria-de-ecuador-en-su-dossier-de-torturas-de-2021/47701794.

xv https://www.eluniverso.com/noticias/politica/recurrir-al-uso-progresivo-de-la-fuerza-para-establecer-el-orden-es-un-mecanismo-legitimo-senalan-expertos-nota/.

xvi https://surkuna.org/wp-content/uploads/2022/06/INFORME-PRELIMINAR-VIOLACIO%CC%81N-DE-DDHH-EN-ECUADOR-EN-EL-MARCO-DEL-PARO-NACIONAL-2022.pdf.

xvii https://www.facebook.com/watch/?v=686990169070283.

xviii https://www.primicias.ec/noticias/lo-ultimo/policia-detuvo-leonidas-iza-paro-nacional/.

xix https://www.primicias.ec/noticias/politica/presidente-medidas-paro-nacional-conaie/.

xx https://www.telesurtv.net/news/ecuador-policia-nacional-toma-casa-cultura-quito-20220619-0035.html.

xxi https://www.eluniverso.com/noticias/politica/paro-nacional-policia-disparo-gas-lacrimogeno-a-la-universidad-central-nota/.

xxii https://gk.city/2022/06/24/lasso-discurso-pide-manifestantes-regresar-comunidades-iza-perdio-control-infiltrados/.

xxiii https://www.ecuadorenvivo.com/index.php/politica/item/145206-presidente-lasso-se-pronuncia-sobre-dialogos-con-la-conaie.

La “decolonizzazione” della Russia, nuova prospettiva strategica del “Lebensraum” anglosassone

Il conflitto ucraino e le classi dirigenti italiane: un test (radiofonico)

di Roberto Buffagni (da Facebook)

Stamattina ho fatto un test, obiettivo: capire che pensano le classi dirigenti italiane del conflitto ucraino.

Telefonato a “Prima Pagina” di RadioTre, conduttore F. Fubini. 

Sintesi mia domanda: “Che vuol dire ‘non possiamo permettere che la Russia vinca’? Quali sono gli obiettivi strategici occidentali nel conflitto ucraino? Il 23 giugno scorso la Commission on Security and Cooperation in Europe, nota anche come Helsinki Commission, un organismo del governo federale USA, ha tenuto un briefing dal titolo ‘Decolonizzare la Russia. Necessità morale e strategica di frammentare politicamente la Russia’, con tanto di cartina dove la Federazione Russa appare divisa in una decina di staterelli. D’altronde hanno implicato lo stesso obiettivo strategico di regime change e frammentazione politica della Russia anche i Ministri della Difesa e degli Esteri, e il Presidente degli Stati Uniti, che hanno dichiarato: ‘Dobbiamo indebolire la Russia e far sì che non possa mai più rifare qualcosa come l’invasione dell’Ucraina’. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è espellere la Russia dal novero delle grandi potenze, ossia frammentarla politicamente.

Questo è un obiettivo molto difficile da raggiungere, ammesso che sia possibile tentarlo senza innescare un confronto nucleare strategico tra Russia e USA; ma anche se fosse raggiunto, la frammentazione della Russia aprirebbe un buco nero geopolitico in Eurasia in cui precipiterebbe l’intero mondo. Domanda: ci abbiamo pensato seriamente, noi europei?”

Sintesi risposta Fubini: “Dobbiamo ammettere che sul terreno, la Russia sta ottenendo i suoi obiettivi. Pare che i territori del Donbass saranno integrati nel territorio russo, dopo un referendum bandito dai sindaci fantoccio imposti dai russi, quindi sarà impossibile toccarli perché sarebbe una minaccia esistenziale per la Russia [che reagirebbe con le armi nucleari, NdA]. Inoltre le sanzioni alla Russia, contrariamente a quel che anch’io pensavo, non stanno ottenendo l’effetto sperato di indebolire la Russia tanto da impedirle di proseguire la guerra, almeno entro 12 o 18 mesi. Però questa delle sanzioni è una scommessa sul lungo periodo, a lungo termine la Russia sarà indebolita economicamente e anche come potenzialità militari, per esempio perché manca di semiconduttori. Quindi la fermezza è importante e va mantenuta.”

Risultato test. Le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito (la domanda permanente della nostra epoca), assolutamente niente.

Ragioni:

1) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che gli obiettivi strategici dell’occidente li detta Washington, e punto. Non li detta il Corriere della Sera, non li detta il governo italiano, non li detta la UE.

2) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica USA è affrontare INSIEME Russia e Cina. L’obiettivo strategico frammentazione della Russia è propedeutico al contenimento del nemico principale, la Cina.

3) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica degli USA implica necessariamente a) la probabilità di un allargamento e una escalation del conflitto, tanto maggiore quanto più esso si prolunga b) la possibilità reale di una degenerazione nucleare, che inizierebbe con l’uso delle atomiche tattiche e potrebbe escalare a un conflitto nucleare strategico.

4) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che per gli Stati europei è possibile modificare la linea strategica degli USA soltanto se vi si contrappongono apertamente, rompendo il fronte NATO-UE. I mormorii nei corridoi delle Cancellerie o le virgole allusive nelle dichiarazioni diplomatiche contano zero. Altrimenti resta solo pregare che la prossima Amministrazione presidenziale americana rinsavisca e inverta rotta (probabilità: molto bassa).

5) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che i numeretti magici della Bocconi non spiegano niente e non decidono niente, in questo conflitto. L’economia vi ha un importante ruolo solo come “potenza latente” trasformabile in “potenza manifesta” militare, e la Russia con le sue risorse e la sua rete di alleanze, in primis la Cina, è economicamente inaffondabile.

6) Non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che sia la Russia, sia gli USA, fanno sul serio, mortalmente sul serio. Non bluffano, non le sparano grosse per fini propagandistici. Gli obiettivi strategici americani sono quelli, frammentazione della Russia in vista del contenimento della Cina. Per la Russia configurano una minaccia esistenziale immediata. La Cina sa benissimo di essere il prossimo Stato nel mirino, e ne trae le conseguenze logiche.

6) insomma le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, un cao. Dio ci aiuti, anche se non ce lo meritiamo.


Un commento

Quello che segue è il testo di presentazione del briefing oggetto dell’intervento di Buffagni; al centro della discussione la questione della “decolonizzazione” della Russia, ovvero dello smembramento e suddivisione del suo territorio in una decina di repubbliche indipendenti, un obiettivo antico che ha attraversato il ‘900 e che fu anche abbozzato nell’operazione Barbarossa lanciata da Hitler nel 1943. Mentre allora la motivazione aperta e nota a tutti era costituita dalla conquista dello spazio vitale “Lebensraum” per la razza ariana a scapito del mondo slavo (schiavo), per cui quelle terre dovevano anche essere parallelamente epurate dalla antica presenza ebraica in modo da far posto ai tedeschi che sarebbero giunti da ovest per colonizzarle, oggi, in sintonia con la sperimentata narrazione della “superiorità morale” dell’occidente, si tratterebbe piuttosto di liberare le tante nazioni sottoposte al dominio russo dalla loro condizione di “colonie”.

L’intervento del superiore occidente si configurerebbe quindi come sostegno all’ansia di liberazione nazionale di quei popoli (prospettiva che era stata già stata considerata all’epoca di Jeltzin) con la frammentazione della Federazione Russa, analogamente a quanto già avvenuto in Jugoslavia e, all’inizio del ‘900, con la cancellazione dell’impero austro-ungarico, il grande impero multinazionale centro europeo abbattuto dalla logica nazionalista che aveva conquistato l’Europa.

La guerra in Ucraina non sarebbe dunque altro che uno step di un progetto molto più ampio, preparato lungamente e finanziato con decine di miliardi di dollari con la sollecitazione della presunta differenza etnica, linguistica, nazionale interna, con l’approntamento di corpi speciali, per arrivare alla guerra civile da esportare poi, quando la situazione di indebolimento lo consentirà, al resto della Federazione russa.

Il primato morale dell’Occidente si riconfigura quindi come un nuovo internazionalismo per la liberazione di popoli ed etnie che può essere usato in ogni contesto ove una potenza locale si ostini eccessivamente nel rivendicare la propria sovranità. E’ l’antico “divide et impera” come mostra anche, parallelamente, l’esito del processo di unificazione europeo, supportabile solo se compatibile con la superiorità e il controllo politico anglosassone, cioè solo – e, ormai è sufficientemente chiaro – se la soglia di unificazione economica non si traduce in unificazione politica dotata di autonomia. Quando tale soglia si avvicina, deve essere rapidamente rimessa in forse anche la sua capacità e forza economica in modo da tornare ad un livello più gestibile e controllabile.

E’ anche evidente che questa strategia è l’unica percorribile (per gli anglosassoni) per evitare uno scontro diretto immediato con la Cina, la quale anche può essere sottoposta alla stessa procedura, attraverso l’amplificazione delle frizioni interne nelle sue aree islamiche, nel Tibet, ecc.

La nuova narrazione di un occidente che si sostituirebbe all’URSS come garante dei processi di liberazione nazionale in senso anti-coloniale, modifica quindi, provvisoriamente, quella, troppo assertiva e fallimentare, dell’esportazione della democrazia, che può tornare in auge in un secondo momento, quando la destrutturazione di questi spazi politici è già avvenuta, in termini di un format riutilizzabile per la ricostruzione e il consolidamento delle nuove repubbliche, dopo l’inevitabile e salutare caos che ne conseguirà.

Una narrazione che deve celare ciò che è ovvio, il tentativo di perpetuazione dell’ordine unipolare, ricostruendo una coerenza meta-culturale cioè anche sul versante del riconoscimento delle “differenze”, su cui l’occidente ha investito enormi risorse nei singoli paesi, proponendo un sistema di identità posticce cui conformare gli individui, le tribù, i territori, gli spazi mentali, ad uso della completa distruzione della coscienza sociale e di classe, attraverso l’uso di un marketing mirato e generalizzato, che ha transitato, fin dall’inizio della globalizzazione neoliberista, dalla produzione orientata al mercato con i suoi prodotti personalizzati secondo le congenialità individuali creati dall’offerta, alla riproduzione finale delle stesse persone.

Questa ricercata coerenza tra opzioni geopolitiche e vissuto quotidiano dei soggetti gettati (dell’occidente), serve a riunificare una visione del mondo, dal micro al macro e viceversa, senza la quale alcune contraddizioni rischiano di emergere e di minare il consenso sulle inevitabili scelte che sono di fronte.

Ma sempre di narrazione si tratta, bisogna tenerlo presente. Perché forse vi è un altra ragione molto meno spirituale e molto più pregnante nella messa a punto della strategia per il mantenimento del dominio unipolare dell’occidente sul pianeta in questo secolo; si tratta appunto della terra: una terra piena di risorse di base per le produzioni industriali, ma soprattutto di enormi riserve naturali, a partire delle acque, dalle terre vergini e dalle immense foreste e biodiversità; non è una novità, ma appare oggi come insopportabile che questa ricchezza sia gestita da soli 150 milioni di persone (di oltre 100 etnie che parlano 150 lingue), nel momento più grave che l’umanità sta attraversando dall’inizio della sua storia: la crisi climatica, la progressiva desertificazione, l’innalzamento oceanico.

Nei prossimi decenni sono probabili sommovimenti di popolazioni senza pari nello scenario globale. Le terre meno aggredibili o più tardi aggredibili dalle catastrofi ecologiche sono le più appetibili. Chi controllerà l’Asia centrale e l’immensa Siberia avrà in mano lo scettro, molto più di quando lo pensavano Halford Mackinder e Zbigniew Brzezinski in riferimento all’Hearthland. E da questo punto di vista, la “liberazione coloniale” della Russia significa una vera e propria guerra di conquista che potrebbe addirittura mitigare gli altri conflitti in programma; la spartizione ipotizzata della Russia può placare gli appetiti di molti su quel lunghissimo confine fino alla Kamschakta e allo stretto di Bering, magari al punto di rendere superflui, per un certo tempo, altri scontri finali.

C’è uno scenario alternativo a questa terrorizzante prospettiva ? C’era, ed era quello di una cooperazione tra sovranità diverse che si riconoscevano e che era andata costruendosi faticosamente tra Europa e Russia a partire dalla Ost-Politik e poi tra Europa e Cina negli ultimi 30 anni. Ma era proprio questo che andava distrutto. La decolonizzazione della Russia, iniziata con la destabilizzazione dell’Ucraina, è ciò dovrebbe rendere impraticabile qualsiasi ritorno di fiamma in Eurasia.

La cooperazione euroasiatica andava cancellata con una operazione Barbarossa 2.0 a favore del Lebensraum anglosassone del XXI Secolo. Non sappiamo se il tentativo di denazificazione andrà in porto secondo i programmi russi. Ma alla luce dei contenuti dell’imperativo morale e strategico della Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa-Commissione di Helsinki e alla continuità di tradizione che essa rappresenta, appare quantomeno comprensibile.

G.Giorgi


Di seguito presentazione e video dell’incontro.

WASHINGTON-La Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nota anche come Commissione di Helsinki, ha annunciato oggi il seguente briefing online:

DECOLONIZZARE LA RUSSIA
Un imperativo morale e strategico

Giovedì 23 giugno 2022
ore 10:00

“La barbara guerra della Russia contro l’Ucraina – e prima ancora contro la Siria, la Libia, la Georgia e la Cecenia – ha esposto al mondo intero il carattere ferocemente imperiale della Federazione Russa. La sua aggressione sta anche catalizzando una conversazione a lungo attesa sull’impero interno della Russia, dato il dominio di Mosca su molte nazioni indigene non russe e la misura brutale con cui il Cremlino ha soppresso la loro autoespressione e autodeterminazione nazionale.

Sono ora in corso discussioni serie e controverse sulla necessità di fare i conti con l’imperialismo di fondo della Russia e sulla necessità di “decolonizzare” la Russia per farla diventare un soggetto valido per la sicurezza e la stabilità europea. Come successore dell’Unione Sovietica, che ammantava la sua agenda coloniale con una nomenclatura anti-imperiale e anti-capitalista, la Russia non ha ancora attirato un’adeguata attenzione per le sue tendenze imperiali coerenti e spesso brutali.”

È prevista la partecipazione dei seguenti relatori:

Fatima Tlis, giornalista circassa
Botakoz Kassymbekova, docente, Università di Basilea
Erica Marat, Professore associato, Collegio degli Affari di Sicurezza Internazionale, Università della Difesa Nazionale
Hanna Hopko, presidente della Conferenza Democracy in Action; ex membro del Parlamento ucraino
Casey Michel, Autore, Kleptocrazia americana

Contatto con i media
Indirizzo e-mail
csce[dot]press[at]mail[dot]house[dot]gov

Phone:202.225.1901

FONTE: https://www.csce.gov/international-impact/events/decolonizing-russia

Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali (II° Parte)

Seconda parte degli atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali.

(La prima parte è a questo link: https://cambiailmondo.org/2022/06/17/guerra-in-ucraina-e-nuovo-ordine-mondiale-gli-effetti-nelleconomia-nella-finanza-nelle-relazioni-internazionali-i-parte/#respond)

Il vero atto di nascita dell’incremento dei prezzi dell’energia, dell’inflazione e dell’aumento dei tassi.

Già nel secondo/terzo trimestre del 2021 di fronte al balzo dell’inflazione, soprattutto negli Stati Uniti, ci si domandava se essa fosse un fenomeno strutturale o temporaneo. Le banche centrali per mesi hanno sostenuto la narrazione che fosse un fenomeno temporaneo e frutto delle riaperture post-covid. Molti già allora fornivano interpretazioni opposte, per esempio Bruno Rovelli di Black Rock: “Riteniamo che l’inflazione in futuro sarà strutturalmente più alta rispetto all’ultimo decennio”.

Le cause dell’aumento dell’inflazione

La carenza di materie prime, non solo quelle energetiche.

Il covid aveva portato o si pensava che portasse a massicci investimenti infrastrutturali, in particolare nel campo tecnologico relativamente alla cosiddetta transizione digitale e, in subordine, a quella energetica. Tutto questo necessitava di grandi quantità di materie prime che già cominciavano a scarseggiare, con quotazioni sempre più elevati e tempi di attesa sempre più lunghi. Se è vero che i “colli di bottiglia” nelle catene globali delle forniture erano dovuti alle riaperture, è anche vero che l’offerta non solo aveva difficoltà di adattamento di fronte al massiccio incremento della domanda, ma subiva il controllo delle proprie supply chain, le proprie catene globali di fornitura, da parte di USA, UE, Cina. Il caso emblematico è quello dei microchip, “l’oro” del nuovo mondo digitale. La Cina ha attualmente un’autonomia del 20% nella produzione dei semiconduttori, ma punta ad arrivare al 70% entro il 2025. Gli USA mirano alla difesa della loro posizione. Dalla protezione delle catene delle forniture il passo è breve verso nuovi protezionismi e verso potenziali scontri anche militari (vedi Taiwan).

La domanda globale era stata potenziata dall’intervento, mai avvenuto in precedenza in questi termini, delle Banche centrali.

Nel caso del secondo e terzo trimestre del 2021 i bilanci della Federal Reserve USA (Fed), della BCE, della Bank of England (BoE), della Banca del Giappone e della Banca del Popolo cinese avevano superato i 30 mila miliardi di dollari: un oceano di liquidità (oggi siamo ancora oltre). Prima della grande crisi sistemica del 2007-8 e della grande deflazione, viaggiavano intorno a 7 mila miliardi. Nel 2019, dopo anni di progressiva crescita, si attestavano poco sotto i 20 mila miliardi. Poi, con la pandemia, il grande balzo.

I tassi sono passati da una media del 3,5% di fine anni ’90, al 2,1% fra il 2001 e il 2007, alla novità di un valore negativo di -1,1% tra il 2008 e il 2019, fino al -2% del post-covid.

Quindi, grande facilità del credito a buon mercato, crescita spaventosa di valore di tutti gli asset, in particolare di quelli finanziari. Incremento parossistico delle operazioni finanziarie, incremento del debito privato per l’uso ampio della leva (soprattutto da parte degli hedge fund). Paradiso per la speculazione di hedge, di società finanziarie, di banche; incremento di valore degli asset “in pancia” delle banche (in Italia soprattutto titoli del debito pubblico). Incremento reale e finanziario del settore tecnologico “growth” fondato più sulle prospettive future che sulle profittabilità e solidità attuali (con crescita spropositata del listino tecnologico Nasdaq).

A tutto ciò si aggiunga la spinta dell’intervento fiscale degli Stati soprattutto per assistenza diretta e indiretta all’accumulazione delle imprese (finanziamenti a fondo perduto, prestiti a zero o pressoché a zero con garanzia pubblica, rinvio delle scadenze fiscali, risparmi “forzosi” per il covid).

Da qui, alle riaperture, grande aumento della domanda di beni di investimento e di consumo (soprattutto in USA) e offerta claudicante per le ragioni sopra accennate: i prezzi aumentano.

Ancora sulle materie prime

Nell’ottobre 2021così scriveva Sissi Bellomo, esperta di questioni energetiche, su “Il Sole 24 Ore”: “Carenza di materie prime, microchip introvabili, trasporti via container diventati un incubo, con costi e tempi di spedizione da primato. Dovevano essere shock temporanei, proprio come le fiammate dell’inflazione. Ma le catene di rifornimento, sconvolte dal covid, sono tuttora nel caos […]. I problemi persistono e il ritorno alla normalità non sembra dietro l’angolo. Al contrario dall’autunno del 2020, quando la paralisi della pandemia si era temporaneamente interrotta e avevamo registrato una forte ripresa dell’attività industriale e della corsa al ristoccaggio, la situazione si sta aggravando, per es. per i semiconduttori come continuano a denunciare le case automobilistiche. Intanto i noli marittimi sono alle stelle. I contratti di trasporto vengono sottoscritti a prezzi più che doppi rispetto a un anno fa”. Le navi fanno la coda in attesa di scaricare nei principali terminal e “anche per le materie prime non si registra una vera svolta [oltre i prezzi], difficoltà di approvvigionamento per gomma, legname, acciaio e altri metalli. Nel frattempo sono infiammati sempre più i prezzi dell’energia. Il gas in particolare ha raggiunto prezzi mai visti nella storia, superando sui principali hub europei i 100 euro per megawattora, un prezzo quintuplicato da inizio anno [2021] ed equivalente – se si trattasse di petrolio – a 190 euro al barile, più del doppio rispetto alle quotazioni [di allora] del Brent. Da record è anche il prezzo del carbone che […] sta tornando in auge a causa dei rincari del gas. E il prezzo dei diritti UE per l’emissione di CO2, che ha superato 65 euro per tonnellata”.

Prima di affrontare il tema degli ETS, della loro finanziarizzazione e della loro grande influenza sulla formazione dei prezzi dei combustibili fossili, vorrei sottolineare il fattore strutturale di ogni rincaro dell’energia nel nostro tempo: le politiche e le modalità delle politiche della cosiddetta transizione verde e delle rinnovabili. Già prima dello stesso covid esiste, per usare le parole dell’esperto di questioni energetiche Tabarelli, un mercato corto, contratto, a causa di carenze di investimenti per le pressioni della finanza (ESG) e della politica (UE e nazionali), che chiedono l’abbandono dei combustibili fossili mentre le rinnovabili non sono ancora in grado di rimpiazzarli. La guerra ha solo accelerato processi ben radicati da tempo e dovuti a ragioni che nulla hanno a che vedere con la guerra stessa.

Gli European Union Emissions Trading Scheme (EU ETS)

È una questione poco nota, una questione finanziaria, che ha un ruolo importante nella generazione dei prezzi energetici. Il sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra è stato concepito dall’UE con l’obiettivo di indurre le grandi imprese del vecchio Continente ad inquinare di meno. L’idea originaria era semplice: fissare un tetto massimo alle emissioni di alcuni agenti inquinanti. In particolare il biossido di carbonio (CO2), l’ossido di azoto (N2O) e iperfluorocarburi (PFC).

Le aziende che, per la loro attività, emettono tali sostanze, ricevono i cosiddetti “carbon credit” (o “quote di emissione”). In sostanza dei diritti ad inquinare: la direttiva UE ETS stabilisce che dal 2013 gli impianti di produzione di energia elettrica e gli impianti che svolgono attività di cattura, trasporto e stoccaggio del carbonio, devono approvvigionarsi all’asta di quote per l’intero proprio fabbisogno (assegnazione a titolo oneroso). Al contrario, gli impianti afferenti i settori manifatturieri hanno diritto all’assegnazione a titolo gratuito sulla base del loro livello di attività e degli standard di riferimento (benchmark). Una quota corrisponde all’autorizzazione di emettere una tonnellata equivalente di CO2. Le aziende poi possono acquistare le quotesul mercato ETS come se fossero un qualsiasi asset finanziario. I titoli che troveranno sono quelli posti in vendita da altre imprese, che hanno inquinato di meno e quindi non hanno, in tutto o in parte, utilizzato i loro diritti.

L’idea era stata introdotta dal protocollo di Kyoto firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005.

La ragione per cui fu introdotto un tetto fu quella di rendere il più possibile “rari” i diritti ad inquinare, cosa che avrebbe dovuto tenere alti i prezzi (per domanda e offerta) e fungere da deterrente. Le imprese in tal modo pur di non spendere quanto necessario per acquistare i titoli ETS avrebbero dovuto preferire investire per adottare tecnologie in grado di limitare le emissioni oppure riconvertire le loro produzioni.

È stato stabilito che ciascuno Stato membro elabori un proprio Piano Nazionale di allocazione delle quote e lo faccia approvare dalla Commissione europea, la quale avrebbe dovuto vigilare affinché il tetto globale non venisse superato. Secondo alcuni esperti, centrare gli obiettivi climatici significava un prezzo non inferiore a 40 euro. Il meccanismo ETS prevede che anche le banche d’investimento possano acquistare titoli, aprendo alla finanziarizzazione di tutto il settore.

Con gli effetti della crisi del 2008 e poi col covid lo schema è saltato. Numerose imprese hanno diminuito la loro produzione. Tale evento ha provocato un calo delle emissioni inquinanti. Di conseguenza molte aziende si sono trovate in mano carbon credit in eccesso, e hanno cercato di venderli. Tale aumento dell’offerta (anche se limitata solo nel suo complesso dal tetto globale) ha portato a un crollo dei prezzi degli ETS. E’ bene dire in questa sede che tale diminuzione coinvolse i prezzi energetici e fece orientare gli intermediari verso i prezzi spot all’epoca molto bassi con abbandono dei contratti a lungo termine. I fornitori dei vari mercati seguirono il movimento della finanza.

Con la ripresa rifiorirono le scommesse speculative sugli ETS con l’utilizzo dell’armamentario consueto in queste circostanze: posizioni rialziste sostenute da opzioni. Cioè la speculazione prevedendo la ripresa post-covid si è messa “long”. Secondo alcuni esponenti delle stesse istituzioni europee, la speculazione sugli ETS ha contribuito, già nell’autunno 2021, per un 30-35%, all’aumento dei prezzi di gas naturale, petrolio e carbone.

E’ certo che siano intervenuti gli hedge fund. Questi sono particolari fondi comuni di investimento caratterizzati da una gestione piuttosto rischiosa dei capitali privati. Possono essere istituiti dalle società di gestione del risparmio, in Italia con la dizione obbligatoria di fondo comune di investimento speculativo.

I fondi speculativi hanno la seguente strategia:

  1. compravendita simultanea di titoli collegati (arbitraggio);
  2. vendita allo scoperto (short selling) di titoli presi in prestito o non posseduti: speculazione al ribasso spesso sostenuta da opzioni put; speculazione al rialzo in genere operazione speculativa sui derivati;
  3. utilizzo ampio della leva finanziaria, grazie (generalmente) alla disponibilità del sistema bancario. Leva frequente: 1/5 e 1/10.

Opzioni

Diciamo ora qualcosa sulle opzioni (strumento derivato standard con finalità di speculazione).

Con il termine di opzione (option) si intende quel particolare tipo di contratto che conferisce al possessore la facoltà, e non l’obbligo (da qui opzione), di acquistare o vendere il titolo sul quale l’opzione è iscritta, che è lo strumento sottostante o semplicemente sottostante, a un determinato prezzo prestabilito (prezzo di esercizio o strike price) a una certa data (opzioni dette europee), a fronte di un premio pagato non recuperabile. Le opzioni possono avere i più diversi sottostanti: azioni, materie prime, tassi, etc..

Le opzioni call conferiscono la facoltà di acquistare, le opzioni put quella di vendere.

Nel caso di un’opzione call l’acquirente alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare la facoltà di opzione acquistando il sottostante al prezzo di esercizio, se questo risulta inferiore al prezzo di mercato
  • rinunciare all’acquisto e al premio versato in caso contrario.

Nel caso di opzione put alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare il diritto di opzione, vendendo al prezzo di esercizio, se questo risulta superiore al prezzo di mercato
  • rinunciare.

Acquistando opzioni call o vendendo opzioni put si assumono posizioni rialziste. Come è avvenuto nel caso degli ETS. Naturalmente le stesse opzioni sono sul mercato ed hanno un prezzo.

È proprio di questi giorni (8 giugno) il voto del Parlamento europeo, tra le altre cose, sugli ETS.

Il cosiddetto pacchetto “Fit-for-55”, cioè il taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto al livello del 1990, per raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, comprende la cosiddetta riforma degli ETS e la carbon tax alle frontiere.

Dopo un mare di discussioni nessun accordo è stato raggiunto. Leggiamo su “Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno: “Il nodo più critico ha riguardato la riforma del mercato delle quote di emissioni nocive. L’esecutivo comunitario ha proposto di abolire, entro il 2035, il numero di quote distribuite gratuitamente alle imprese più inquinanti [ETS appunto], introducendo nel frattempo un dazio ambientale per i beni provenienti da paesi terzi”. Per contrasti tra i partiti (PPE, socialisti, liberali, verdi) la questione non è stata decisa ed è ritornata “sine die” in commissione ambiente “insieme alla proposta relativa al dazio ambientale che va a braccetto con la riduzione delle quote ETS gratuite”.

Guerra, gas e petrolio

Quali le conseguenze di un embargo sul gas russo?

Importare gas dagli USA? Il GNL (gas naturale liquefatto), presentato come alternativa al gas russo, costa il 50% in più, ma anche il quintuplo di quanto si pagherebbe a Gazprom, ci spiega l’esperta Sissi Bellomo su “Il Sole – 24 Ore” del 13 aprile scorso, “se invece di importare direttamente dai produttori americani [ci si rivolge] a un intermediario, ad esempio “Vitol” [multinazionale a base olandese], “Shell” [multinazionale a base GB] o a “Trafigura” [multinazionale con base a Singapore], colossi del commercio globale del gas liquefatto”.

Che il GNL sia più caro delle forniture via gasdotto è ovvio: dai giacimenti il gas deve essere trasferito in impianti speciali dove viene liquefatto ad una temperatura di 162° sotto zero che ne riduce il volume di circa 600 volte, poi c’è il trasporto su navi metaniere e infine, una volta a destinazione, bisogna rigassificare il carico. Ma in tutto quanto costa? Dipende da quando e da come si effettua l’acquisto di gas. Se si compra in modo occasionale sul mercato spot (vedi glossario) oppure con un contratto pluriennale che può durare anche 20 o 30 anni. I dettagli dei contratti sono coperti da segreto commerciale. Nello scorso maggio sono state denunciate speculazioni dallo stesso Bonomi, presidente di Confindustria, in particolare dell’Eni. Il governo ha mandato i contratti all’Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente), ove, per quanto mi risulta, ancora giacciono. Impiegando dati ufficiali relativi al dicembre 2021, un carico di GNL USA è stato venduto in media per 28,7 milioni di dollari, prezzo FoB. Tutto il resto si paga a parte e il carico diventa di 35,3 milioni di dollari. La conclusione a cui si giunge è questa: il costo di 1000 metri cubi di gas USA immesso in rete è di 415 dollari contro i 273 di Gazprom. In altri termini, 34,5 euro per megawattora per il gas USA e 22,6 euro per quello russo.

Comprare il GNL USA è stato ancora più oneroso per chi non si è rivolto direttamente ai produttori (in Italia solo Enel, attraverso la controllata Endesa, ha un contratto per rifornirsi da un impianto texano). Se si compra spot da un intermediario (Vitol, Shell, Trafigura, Enel, Eni) lo si effettua a prezzi di mercato e il riferimento europeo è il TTF (Title Transer Facility) olandese (in USA il Nimex) che a dicembre indicava valori cinque volte più alti dei prezzi praticati da Gazprom.

Il conto fatto sopra saliva a più di 100 milioni di dollari per una metaniera USA, dei quali una gran parte finivano nelle tasche dell’intermediario.

La Vitol (ma anche le altre) sta facendo da molti mesi affari colossali comprando da Gazprom a prezzi scontati (in base a contratti di lunga durata) e rivendendo a prezzi quintuplicati sul mercato spot.

Il TTF è il mercato all’ingrosso del gas naturale.

Attraverso questa piattaforma avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e trader del settore (detti i produttori e fornitori), che rispettivamente vendono e acquistano il gas naturale. I fornitori del mercato italiano acquistano il gas naturale per poi rivenderlo a loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza cui si aggiunge un margine, ossia il gAncora sulle mateuadagno del fornitore. Ripresa dell’economia e aspettative speculative, a partire dall’estate 2021, hanno determinato un aumento del prezzo del gas TTF (tabella 1).

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra settembre 2021 e maggio 2022


I prezzi spot del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in $ al mc
Agosto20210,472
Settembre20210,679
Ottobre20210,936
Novembre20210,874
Dicembre20211,178
Gennaio20220,895
Febbraio20220,889
Marzo20221,342
Aprile20220,990
Maggio20220,956

Il PUN è il Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica e viene associato al TTF.

Il PUN è il principale riferimento del nostro mercato e di tante “offerte luce” a prezzo variabile. L’andamento del prezzo PUN dell’energia elettrica è legato a quello del gas nel nostro Paese, poiché una buona parte dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene proprio dalla combustione del gas metano. Il prezzo del gas quindi influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa dell’elettricità.

Pertanto il prezzo che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione finanziaria, ed è questa la ragione della mancata apposizione di un tetto al prezzo del gas.

Alcune offerte di gas a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del prezzo del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore dei Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale. I valori del prezzo del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi 2022 sono pressoché identici.

Quando si parla di prezzo spot si considera il prezzo del gas consegnato a breve termine, generalmente il giorno successivo. La sua formazione è relativa al mese di riferimento (quello precedente il mese corrente) ed è la media aritmetica dei prezzi giornalieri.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di fornitura indicizzati al TTF (o PSV), prezzo per lungo tempo basso, che aveva invogliato a forniture spot. La Russia aveva messo in guardia dall’autunno 2021 dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione ideologica occidentale della Russia come causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e non invece la speculazione.

I prezzi futures riguardano le consegne più lontane nel tempo, una previsione a lungo termine.

I prezzi, basati sui contratti futures, sono quelli utilizzati nelle offerte di forniture del gas a prezzo fisso.

A causa della speculazione negli ultimi mesi si è verificato l’inconsueto fenomeno che le offerte a prezzo fisso sono state di misura inferiore a quelle a prezzo variabile.

Il prezzo al TTF è ormai completamente dissociato dai costi produttivi e risente anche del costo crescente delle coperture dei trader, che alimenta la spirale rialzista.

I russi hanno costi di estrazione tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA.

Gazprom vende quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedono un volume minimo di forniture da pagare se non vengono ritirate: il noto “take or pay” che farebbe violare i contratti in caso di embargo o riduzione repentina dell’import dalla Russia, e che saremmo comunque costretti a pagare. Il prezzo spot del gas russo è agganciato solo per una parte al TTF (60-70%).

I contratti futures (strumento derivato): breve cenno

Gli strumenti derivati, istituzionalizzati nei prezzi futures delle consegne di gas più a lungo termine, sono ampiamente utilizzati anche nel mercato spot. L’andamento di tutti i prezzi del gas dipende in misura più o meno grande dalle scommesse speculative le quali, si badi bene, si fondano su elementi di previsione reali che vengono però, a seconda delle convenienze, manipolati: talora enfatizzati, talora sottaciuti. Il rialzo di benzine e altri combustibili di questi giorni è legato speculativamente (ma c’è anche una base reale) alla sesta tornata di sanzioni a carico della Russia.

I prezzi sono immediatamente cresciuti: il Brent, sostenuto dall’allentamento del lockdown in Cina, ha superato i 125 dollari al barile. Nei giorni successivi i prezzi si sono stabilizzati a 120-121 dollari al barile. E anche se la Russia sta vendendo a prezzi scontati (l’Ural costa 30 dollari in meno del Brent), Bloomberg stima che l’embargo dovrebbe costare alla Russia non più di 10 miliardi di dollari di mancati introiti sui 270 miliardi che il governo si aspetta dall’export di prodotti energetici.

La guerra (e l’atteggiamento ancillare agli USA dell’UE e degli altri Paesi occidentali) favorisce l’incremento della produzione americana di gas naturale. Ma sullo sfondo del nuovo output della fonte fossile di energia ricavata con la tecnica del fracking resta aperta la grande questione ambientale. La frantumazione idraulica è nefasta ecologicamente per le emissioni di metano, le quali aggravano l’effetto serra, e per l’inquinamento delle falde acquifere, a causa dell’uso sotterraneo di fluidi e sostanze chimiche. La concentrazione di metano nell’atmosfera ha conosciuto il balzo maggiore nel 2021. Le emissioni di metano, delle quali le compagnie petrolifere e di gas naturale sono le maggiori responsabili, hanno ripercussioni di decine di volte superiori all’anidride carbonica in termini di surriscaldamento dell’atmosfera.

Un quarto dell’effetto serra è oggi attribuibile alle emissioni di metano. A metà maggio (11/5) “iI Sole – 24 Ore” ci ha informato che le importazioni di GNL USA (in Europa) sono letteralmente esplose: il vecchio continente (incluse R.U. e Turchia) ne ha ricevuto 16,1 milioni di tonnellate nel primo trimestre, che in forma rigassificata equivalgono a 22,1 miliardi di metri cubi: consegne quasi quadruplicate rispetto un anno fa e che si confrontano con i 22,2 milioni di tonnellate dell’intero 2021. Oggi l’Europa è di gran lunga la prima destinazione, con una quota del 71% tra gennaio e marzo. Da aprile la tendenza si è accentuata e gli acquisti hanno accelerato il passo. In aprile “S e P Global” ha contato 104 metaniere in arrivo in Europa.

Glossario:

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cash poiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l'acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato
I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l'obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.
A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.
I futures si distinguono in:
Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:
  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.
Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e, altre materie prime. 

Alcune considerazioni sull’atteggiamento del governo e dello stesso Draghi

Intanto Draghi, Cingolani e Franco, hanno costruito un muro di omertà sulla questione della formazione dei prezzi del gas in generale (TTF) e, quando ne hanno accennato, lo hanno fatto in maniera incomprensibile e sibillina con espressioni tipo: “dobbiamo scollegare il prezzo della bolletta dal metano” ed altre simili. Nulla hanno fatto se non mettere “pecette” perlopiù a carico dei contribuenti con interventi su accise e Iva (il resto in piccola parte finanziato con extra profitti dei produttori di energie rinnovabili, prodotte a costi più bassi ma vendute per la produzione di energia elettrica come se fosse gas e ai prezzi di quest’ultimo; e con gli extra guadagni, a determinate condizioni, delle altre aziende produttrici di energia dovuti all’altissimo livello dei prezzi energetici). Ai lavoratori e agli italiani in genere, non è stato naturalmente raccontata la dinamica, tutta ferocemente capitalistica e finanziaria, del mercato del gas, ma è stato detto che viene fatto tutto il possibile in sede UE per apporre un tetto al prezzo dell’energia e che purtroppo ci sono forti resistenze (chissà perché?).

Lo stesso Paolo Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, è giunto a dire (“Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno): “Quest’inverno non sarà semplice senza un tetto sul prezzo del gas”. E non lo sarà perché se “i volumi ci saranno, le bollette si dimostreranno ugualmente pesanti per le aziende come per i consumatori”, gonfiate da “distorsioni” sul mercato che richiederebbero “l’adozione di tetti ai prezzi”. Sono rincari “quelli in atto, ingiustificati”, dove si fa sentire “la distorsione speculativa del mercato”. Ohibò! Ma non era tutta colpa della Russia? E invita Mario Draghi a “insistere” su questo fronte, nonostante le resistenze. Il nodo da sciogliere, prosegue Descalzi, non è legato ai volumi. “Per l’inverno visto che il gas russo c’è ancora, non esiste un problema di flussi bensì di prezzi. Senza ragione abbiamo un prezzo che è più alto di 6-7 volte rispetto al 2019. Un tetto alle quotazioni, “pari a livelli [per carità!] sempre nettamente superiori ai costi di produzione, vuol dire ridurre il prezzo dell’elettricità e garantire la sicurezza energetica”.

Draghi al discorso di apertura della sessione ministeriale dell’OCSE a Parigi il 9 giugno, parla del rincaro delle materie prime e mette nel carnet dei propri successi che: “il Consiglio UE ha approvato di considerare di imporre un tetto dei prezzi per le importazioni di gas russo [?!]: questo potrebbe limitare l’incremento dell’inflazione e ridurre i flussi finanziari verso Mosca [??]” (“Il Sole – 24 Ore” del 10 giugno). Ma l’importazione è solo di gas russo? Ma non abbiamo detto che le importazioni dalla Russia avvengono prevalentemente sulla base di contratti (a clausole spesso segrete) o, se spot, a un prezzo di riferimento solo parzialmente (60-70%) collegato al TTF?

La falsificazione della realtà operata da Draghi è ben più vistosa di quella di Descalzi, che pure con i compari Vitol, Shell ed altri, è tra i pescecani del mercato del gas.

Dulcis in fundo, Draghi, esperto di strumenti finanziari UE chiede, anche per il caro-energia, l’intervento del SURE (strumento temporaneo europeo approvato dalla Commissione e dal Consiglio durante il primo lockdown per supportare gli Stati Membri nella protezione dei posti di lavoro messi a rischio dalla crisi pandemica). La UE, egli ha detto a Parigi, deve valutare di replicare strumenti come il SURE “che ci hanno aiutato a riprenderci rapidamente dalla pandemia”. Uno strumento simile, ha aggiunto Draghi, “potrebbe garantire ai paesi vulnerabili più spazio per aiutare i propri concittadini in un momento di crisi, rafforzerebbe il sostegno popolare al nostro sforzo sanzionatorio congiunto e contribuirebbe a preservare la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro”. Peccato che la provvista del SURE, con l’emissione di obbligazioni, la garantiscano gli Stati membri e il rimborso delle obbligazioni lo pagano i cittadini italiani e degli altri Stati membri!

Anche il petrolio USA guadagna quote di mercato in Europa. Bloomberg stima che dai maggiori terminal del Texas e della Louisiana ci siano stati spediti 48,8 milioni di barili di greggio ad aprile: in media 1,6 mgb, un record da quando gli USA nel 2015 hanno rimosso il divieto di esportazione.

Arriva greggio anche dalle riserve strategiche USA: un paradosso, visto che la Casa Bianca aveva decretato l’utilizzo delle riserve per raffreddare i prezzi alla pompa a vantaggio dei cittadini americani.

L’export complessivo del greggio USA ha toccato punte superiori a 4 mbg (milioni di barili al giorno) ad aprile (dati Eia). Nel primo trimestre la media era di 3,3 mbg secondo il “Census Bureau”, le cui statistiche evidenziano che il boom di esportazioni energetiche – unito ai prezzi record – stia fornendo ossigeno alla bilancia dei pagamenti USA in perenne e pesante deficit: petrolio e carburanti hanno generato entrate per 56,7 miliardi di dollari nel primo trimestre (di cui 22,9 miliardi a marzo), quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2021. L’export di gas ha invece fruttato 21 miliardi, circa un terzo in più del 2021.

Nel 2021 l’Italia ha importato dalla Russia il 38,2% del gas che consuma. Si tratta di 29,07 miliardi di metri cubi di gas naturale. E questo dopo l’adesione della Crimea alla Russia; infatti precedentemente la percentuale era del 44%.

L’Italia estrae il 4,4% del gas che consuma. In sostanza produciamo 3,34 miliardi di metri cubi di gas naturale, ma ne utilizziamo 76,1 miliardi all’anno.

Dati 2020: l’Italia ha importato l’11,1% del suo fabbisogno petrolifero dalla Russia. L’import dei prodotti raffinati è sceso al 12,5%.

La Germania ha importato il 34% del suo greggio dalla Russia contro il 28,7% del 2000 e quasi il 30% dei prodotti raffinati.

Il sesto pacchetto di sanzioni approvato dal Consiglio europeo.

Esso prevede l’embargo, non dal 1° gennaio, come è stato ripetutamente detto, ma tra 6 mesi per il greggio e 8 mesi per i prodotti raffinati del petrolio russo e dei prodotti raffinati provenienti via mare (i 2/3), con una deroga temporanea senza specifica scadenza per il greggio proveniente via oleodotto Druzhba (il restante 1/3). La deroga è stata ottenuta dai paesi più dipendenti dalla Russia e privi di sbocchi sul mare (Ungheria, Cechia, Slovacchia). Tali paesi sono serviti dal ramo sud dell’oleodotto Druzhba. Il braccio nord serve Germania e Polonia.

Il greggio via terra costa il 30% in meno circa di quello sotto embargo. Di questa situazione hanno provato ad approfittare la Germania e la Polonia col sostegno della Francia di Macron. Olanda Belgio e Italia si sono opposte perché le prime due sono grandi importatrici di petrolio via mare e tutte e tre perché, con la Germania in campo, si creerebbero squilibri fra Stati membri con penalizzazioni dei sistemi produttivi concorrenti con la Germania, e di quello italiano in particolare.

La Germania ha dapprima fatto il pesce in barile, ma poi è stata costretta dagli altri a mettere per iscritto l’impegno ad uniformarsi comunque all’embargo. E questo giustificherebbe l’affermazione di von der Leyen che lo stop al greggio russo dovrebbe arrivare al 90%. È ritenuto invece tollerabile il vantaggio competitivo di Ungheria, Cechia e Slovacchia (anche se la Commissione vigilerà).

La più volte citata esperta di economia energetica Sissi Bellomo ci dice, e giustamente, che l’impalcatura sanzionatoria è fragile per le seguenti ragioni.

In primo luogo il fattore prezzi: se, a causa delle sanzioni, i combustibili, come stiamo vedendo, diventeranno più cari, questo potrebbe limitare o azzerare per la Russia l’effetto di un calo delle proprie esportazioni.

In secondo luogo, c’è il fattore tempo, con una gradualità nell’avvio dell’embargo che non agevola solo gli europei nella ricerca di fornitori alternativi, ma anche la Russia, che si sta già organizzando con successo per servire i nuovi clienti come l’India.

In terzo luogo, l’aggiramento delle sanzioni (trasferimenti ship-to-ship in alto mare), i vari tipi di triangolazione ed altro.

Il piano REPower EU (e altro)

La rottura strategica con la Russia

Il 18 maggio scorso l’intera Commissione europea ha firmato il piano REPower EU.

Cosa prevede il piano? Quali sono i suoi obiettivi?

L’obiettivo di fondo è ridurre la dipendenza dalla Russia per mezzo di alcune azioni ritenute indispensabili.

Il piano REPower EU è la concreta decisione dell’UE è di allontanarsi dalle fonti fossili provenienti dalla Russia. Tale percorso è stabilito compiersi nei prossimi cinque anni.

I punti cardine del piano si riassumono nelle seguenti azioni:

  1. cambiare i fornitori per il gas e dotarsi delle infrastrutture necessarie (es. rigassificatori);
  2. sostenere la crescita delle rinnovabili con l’obiettivo elevato al 45% entro il 2030;

3) concretizzare l’impegno verso un cospicuo risparmio energetico;

4) triplicare i siti di stoccaggio di energia per il prossimo inverno.

C’è un quinto obiettivo: la strategia solare che tocca il tema del fotovoltaico.

Queste sono le misure chiave con cui il la Commissione europea “risponde all’invasione russa per accelerare la transizione energetica”.

A tal riguardo sono stati stanziati 300 miliardi di euro, di cui 225 in sovvenzioni e 75 come prestiti.

Il complesso delle misure del piano REPower EU definitivo (iniziative legislative, schemi non vincolanti, raccomandazioni dell’esecutivo ai paesi membri), mira all’azzeramento della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2027, incominciando già da quest’anno con l’abbattimento di quasi 2/3 delle importazioni di gas dalla Russia. Una grandissima parte delle somme stanziate andranno a finanziare la transizione energetica europea.

E’ poi ritenuto necessario ridurre la domanda di energia.

Nel breve termine, i tagli alla domanda giungono sotto forma di una comunicazione da parte della Commissione: si tratta di indicazioni sui comportamenti da tenere per famiglie e industrie e dovrebbero contribuire a tagliare circa il 5% della dipendenza europea da petrolio e gas russi. Per esempio: ridurre i limiti di velocità in autostrada, fare buon uso dei propri condizionatori (do you remember, Draghi?) e apparecchi elettrici domestici. Nel frattempo la commissione predispone un’iniziativa legislativa per aumentare la quota di veicoli a zero emissioni e rendere più sostenibile il traffico commerciale.

La EU Energy Platform sarà il veicolo chiave per la diversificazione delle forniture di gas ora provenienti dalla Russia.

È un meccanismo volontario per mettere in comune la domanda, negoziare con i partner internazionali per facilitare gli acquisti comuni di gas, GNL e idrogeno.

Una parte degli investimenti (10 miliardi) verrà riservata all’adeguamento delle infrastrutture in particolare tramite il raddoppio del Tap (Trans Adriatic Pipeline), il potenziamento del Corridoio Sud del gas che è il corridoio progettato come espansione del gasdotto del Caucaso meridionale, chiamato Bakù-Tbilisi-Erzurum Shah Deniz 2 , così come la costruzione del gasdotto TANAP in Turchia e la sua estensione in Europa: il gasdotto trans-adriatico,  lungo 878 chilometri, che interessa Grecia, Albania e Italia dove a Brindisi si connette alla rete Snam. 

Carta 1: i gasdotti Shah Deniz 2 – Tanap

Con la EU Solar Strategy l’Unione punta a rendere obbligatoria l’istallazione dei tetti fotovoltaici, sia pure gradualmente: tutti i nuovi edifici residenziali dovranno avere tetti solari dal 2029.

Marcello Messori (“Il Sole – 24 Ore” del 26 maggio) fa un po’ di conti.

Il piano della Commissione riguarda non solo la transizione energetica, REPower EU, ma anche il sostegno di liquidità e la “ricostruzione” dell’Ucraina.

Gli investimenti, richiesti fino al 2027 per il raggiungimento di questi obiettivi, sono dell’ordine di 280 miliardi; si tratta di risorse che si aggiungono ai 390 miliardi necessari fino al 2030 per realizzare gli impegni del programma sul clima (“Fit-for-55”).

Per coprire i 280 miliardi aggiuntivi, si prevede di trasferire al “Dispositivo di ripresa e resilienza” (il “Recovery and Resilience Facility” o RRF), 20 miliardi di euro provenienti dalla vendita degli ETS, attualmente nella riserva per la stabilizzazione del mercato.

Sono poi disponibili i prestiti non utilizzati del RRF (prestiti del “Piano di Ripresa e Resilienza o RRF, erogati agli Stati e da questi in tutto o in parte non utilizzati) che ammontano oggi a 225 miliardi di euro.

Per favorirne il completo utilizzo, la Commissione propone di redistribuire fra i Paesi dell’Unione europea i prestiti già destinati dal RRF a singoli Stati membri, ma non inseriti nei relativi PNRR. Entro 30 giorni dall’approvazione del nuovo regolamento RRF, gli Stati potranno richiedere i loro eventuali prestiti residui; dopo quella data, i prestiti eccedenti saranno redistribuibili agli altri Paesi (quindi anche all’Italia) anche oltre il tetto massimo dei prestiti, oggi fissato al 6,8% del PIL.

Ogni paese può inoltre trasferire, su base volontaria, fino al 12% delle riserve dei propri fondi di coesione (per un massimo di 45 miliardi) e dei propri fondi legati alla politica agricola comune (per un massimo di 7,5 miliardi).

Fondi di carattere sociale e destinati all’agricoltura mobilitati in funzione antirussa!

Oltre al REPower EU, la Commissione ha proposto di accrescere l’assistenza macro finanziaria all’Ucraina per le necessità di liquidità aggiungendo 9 miliardi agli 1,2 miliardi già stanziati.

La Commissione ha poi delineato un vero e proprio “Piano Marshall”, per la “ricostruzione” dell’Ucraina dopo la fine della guerra. Per finanziarlo la Commissione propone che la UE si indebiti sul mercato in base alle garanzie fornite dagli Stati membri (seguendo la linea del programma di sostegno dei disoccupati temporanei per la pandemia: SURE) e/o emetta titoli a margine di un rafforzato bilancio pluriennale europeo (seguendo l’iter dell’RRF, in Italia PNRR). La cifra non è nota. Verosimilmente qualche centinaio di miliardi a peso della collettività nazionale! Con l’immissione di una nuova montagna di titoli sul mercato finanziario! L’Europa, cioè i cittadini europei che pagano le tasse, dovrà ricostruire l’Ucraina, non gli USA!

Firenze, 13 giugno 2022

Raffaele Picarelli


Aggiornamento

La falsa narrazione

Negli ultimi giorni i gruppi capitalistici dominanti e il governo Draghi stanno diffondendo una narrazione totalmente falsa dell’aumento del prezzo del gas e dei combustibili fossili in generale. Si vuole accreditare la leggenda metropolitana che è tutto causato dalla presunta preparazione pluriennale dei Russi alla guerra in Ucraina. Anche una persona preparata e normalmente corretta come Franco Bernabe’, ha dichiarato, qualche giorno fa, nel corso di una trasmissione televisiva, che i Russi, in una lunghissima prospettiva bellica, avrebbero abbandonato il mercato spot del gas presso la borsa di Amsterdam per farne aumentare i prezzi. Quest’affermazione è spudoratamente falsa e smentisce quanto detto e scritto fino a pochi giorni fa dallo stesso Bernabe’.

I Russi sono sempre stati contrari ad affidare movimento giornaliero della finanza, ai movimenti su larga scala dei pescecani europei del gas (Vitol, Shell, Eni ed altri), alle speculazioni degli hedge fund e della finanza derivata nella formazione dei prezzi.

Anzi, hanno sempre messo in guardia gli operatori europei e la stessa UE dai pericoli d’instabilità per il mercato del gas di affidarsi alla borsa per le operazioni spot, consigliando le proprie controparti europee a porre in essere con la stessa Russia contratti pluriennali (anche trentennali) a prezzi fissi o comunque concordati. Nel mio saggio ciò è abbondantemente trattato e spiegato, spero chiaramente.

Lo scopo di questo cambiamento repentino nella narrazione dei gruppi dominanti è il seguente: essi temono una catastrofe economico-sociale nei prossimi mesi e cercano un facile capro espiatorio nel “nemico”. Come in tutte le guerre e in tutte le economie di guerra. Hanno raccontato il falso sull’esproprio colossale delle bollette, con le quali scaricano sulla popolazione italiana i guadagni stratosferici dei pescecani del gas. Temono che l’iperinflazione in arrivo e il conseguente massacro sociale possano far saltare le fondamenta dell’attuale regime.

Diamante (Cs),

26 giugno 2022

Raffaele Picarelli

Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

100 milioni di libri al macero

di Tonino D’Orazio

 In un’intervista di Oleksandra Koval, Direttrice dell’Istituto del Libro Ucraino, a Interfax- Ucraina, si legge:

“[…] per studiare letteratura straniera, e la letteratura russa è proprio questo, è necessario un certo equilibrio. Ora siamo convinti che la letteratura britannica, francese e tedesca, la letteratura degli Stati Uniti e delle nazioni dell’Est, abbia dato al mondo molti più capolavori della letteratura russa”.

L’evocazione di tale aspetto quantitativo rappresenta bene il personaggio Koval e la sua russofobia. Sotto l’aspetto qualitativo non va meglio. Per esempio Puškin e Dostoevskij «hanno gettato le basi della “misura russa” e il messianismo», dunque è questo il motivo per ritenere che i classici della letteratura russa siano “in realtà una letteratura molto dannosa, che può davvero influenzare le opinioni delle persone. Pertanto, è mia personale opinione che questi libri debbano essere rimossi anche dalle biblioteche pubbliche e scolastiche”.

Prosegue cosi: Penso che verranno scritte molte riflessioni e ricerche scientifiche su come i classici russi abbiano influenzato la mentalità dei russi e su come abbiano indirettamente portato a una posizione cosi aggressiva e ai tentativi di disumanizzare qualsiasi altro popolo del mondo, inclusa l’Ucraina”.

La Koval sostiene che le biblioteche scientifiche potrebbero conservare “letteratura scientifica specializzata i cui autori potrebbero avere opinioni anti-ucraine” per il momento, “ma solo se il libro scientifico in questione non ha connotazioni ideologiche”. Dunque autori come Karl Marx, Rosa Luxemburg o Bertolt Brecht, pur tedeschi, verranno rimossi dalle biblioteche ucraine. E poi chissà quali e quanti altri.

Questo il programma della Koval: “stimo che ora potrebbero esserci più di 100 milioni di copie del patrimonio di biblioteche pubbliche che necessitano di sequestro”. Si tratta della rimozione/distruzione di metà del patrimonio bibliotecario ucraino.

Ovviamente non poteva mancare la giustificazione anche in chiave economica riguardo un simile provvedimento di rimozione e censura: “A mio avviso, l’ostacolo principale nel processo di rimozione della letteratura che può essere rapidamente eliminata non è la difesa degli interessi di Tolstoj, ma semplici, mercantili, ma allo stesso tempo chiari interessi dei bibliotecari. Il fatto è che a seconda del numero di fondi, alla biblioteca viene assegnata una determinata categoria. Di conseguenza, gli stipendi di tutti i dipendenti dipendono dalla categoria della biblioteca”.

Il ministro della Cultura e della politica dell’informazione ucraino, Oleksandr Tkachenko, ha dichiarato “che i libri di propaganda russa confiscati dai fondi della biblioteca ucraina possono essere usati come carta straccia”.

Prosegue anche la campagna di “decolonizzazione” cambiando i nomi delle strade e delle fermate della metropolitana. Per esempio, riportava il NYT il 7 giugno, Lev Tolstoj sarà cancellato da una fermata della metropolitana di Kiev. Tale campagna ha assunto un carattere sia velenoso che assurdo, se si considera che il confine tra cosa e chi è ucraino o russo è spesso sfocato. Pyotr Tchaikovsky, che ha ridefinito la musica classica occidentale, aveva radici ucraine, e così come molti altri artisti e scrittori, come Nikolai Gogol, Mikhail Bulgakov, Anna Akhmatova, oppure il poeta sovietico Mayakovsky, nato da madre ucraina.

Indipendentemente dal fatto che i nazionalisti ucraini siano direttamente influenzati dall’ideologia nazista, e non pochi di loro lo sono, questo “rogo” del libro rivela la loro visione fanatica, autoritaria e sciovinista. La destra europea non vede l’ora di accoglierli nell’Unione Europea. Che cosa ne pensino gli altrimenti loquaci intellettuali occidentali non è dato sapere. Non fanno ancora nemmeno finta. Ne vedremo delle belle, signori democratici del cazzo. I libri non si toccano. Non mi scuso, è per i miei ambigui amici “liberal-democratici” che non riescono a vedere che da qualche parte, sempre in terra d’Europa, “si sta ricominciando daccapo”.

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE. Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (I° parte)

Atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali” tenuto da Raffaele Picarelli

Proponiamo gli atti della prima tranche del seminario  “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza e nelle relazioni internazionali” tenuto dal dr Raffaele Picarelli al Circolo Arci di San Giuliano Terme sabato 4 giugno suiniziativa del Comitato Popolare Sangiulianese in collaborazione con le seguenti associazioni:Ita-nica di Livorno, il Laboratorio della solidarietà di Livorno, Codice Rosso e la Libera Università Popolare di Livorno.

Raffaele Picarelli, saggista ed esperto di questioni economico-finanziarie e di relazioni internazionali, ha offerto una approfondita e organica disamina a 360° dei processi in corso ormai da anni nell’economia occidentale e degli effetti provocati dalla guerra in Ucraina e, soprattutto, dalle sanzioni comminate alla Russia dai Paesi occidentali che consente di comprendere parte delle verità sottaciute dalla narrazione mediatica main stream, ma anche di avere una quadro organico delle dinamiche geopolitiche che sottostanno al conflitto.

Questo il breve abstract della prima parte della relazione che risulta estremamente utile oltre che per la comprensione degli scenari in essere, anche per fornire strumenti di analisi e di lotta politica per gli attivisti.

“La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati agli anni della pandemia ed agli effetti della crisi sistemica cominciata nel 2008.

Inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi di interesse, caduta di valore di tutti gli asset finanziari: queste tendenze risultavano già in atto a partire dal terzo trimestre del 2021.

Cosa è successo di veramente nuovo con la guerra? Il tentativo di riaffermare la supremazia del modello Usa di riproduzione capitalistica basato su industria delle armi, controllo dell’energia, forza del dollaro e macroscopica finanziarizzazione a fronte del grave indebolimento del progetto capitalistico europeo a base tedesca, fondato su approvvigionamento energetico a basso costo e modello industriale deflattivo.

Insieme al tentativo di liquidazione della possibilità di integrazione  tra manifattura, tecnologia e finanza europee ed energia, tecnologie e  grandi mercati russo e cinese.

Un disperato e feroce tentativo dell’imperialismo a base angloamericana di “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del proprio dominio mondiale da tempo in crisi e in declino.

Un incontro partecipato da circa 50 persone che è risultato interessante non solo per lo spessore culturale e l’assoluto livello di competenze del relatore ma anche perché ha consentito di fornire un quadro abbastanza nitido delle cause e degli effetti della guerra in Ucraina sull’andamento preesistente dell’economia mondiale.

E’ possibile fruire della videoregistrazione dell’incontro dalla pagina Facebook del Comitato Popolare Sangiulianese tramite il link: https://fb.watch/dvlB6lmcnM/

Il presidente del Comitato Popolare Sangiulianese

Andrea Vento


GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE.

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

1. Quadro macroeconomico generale e contesto geopolitico

La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati al perdurare di numerosi effetti della crisi sistemica emersa nel 2007-2008 e alle ripercussioni della pandemia. Tuttavia, sussistono fatti nuovi e assai profondi che, in questa introduzione, mi limiterò solo ad enunciare.

In primo luogo l’approfondimento della rottura della mondializzazione capitalistica e del suo ineguale incedere per circa un trentennio. Dico approfondimento perché una prima frattura si era precedentemente verificata con la vasta apposizione di dazi commerciali e di altre misure restrittive alla Cina da parte degli USA, a partire dalla seconda metà del decennio passato. E con il covid.

Ora tale processo nel suo incedere delinea un futuro assetto mondiale policentrico, ripartito in macroaree più o meno integrate e conflittuali, policentrismo che si contrappone al trentennale unilateralismo statunitense.

Da parte di Washington è in atto il tentativo, attraverso la guerra per procura (proxy war) che si combatte sul suolo ucraino, di mantenere e riaffermare nel medio/lungo periodo la supremazia del modello USA di riproduzione capitalistica basato sulla guerra permanente, sull’egemonia del complesso militar-industriale, sul controllo dell’energia, sulla centralità internazionale del dollaro, su una macroscopica finanziarizzazione dell’economia e, naturalmente, sul controllo delle catene del valore e delle nuove tecnologie.

Da parte della Russia e di molta parte del “resto del mondo” c’è la volontà di opporsi a tale disegno contrastando il signoraggio del dollaro in nome di nuove centralità valutarie esistenti o progettate (rublo, yuan, sur latinoamericano del progetto del presidente “in pectore” brasiliano Ignacio Lula).

In questo senso la guerra in Ucraina è anche una guerra contro il dollaro. E di riappropriazione del pieno controllo delle proprie materie prime e delle proprie catene di approvvigionamento e valore.

Sussiste inoltre la volontà di opporsi al nuovo “piano Brzezinski” portato avanti dai suoi eredi “politico-intellettuali”, Victoria Nuland e Tony Blinken, che ha come obiettivo l’annichilimento della Russia usando l’Ucraina come ariete: una versione aggiornata della dottrina Brzezinski sull’impossibilità di un “impero euroasiatico senza l’Ucraina”.

Dicevamo che la guerra in Ucraina ha accelerato processi già in corso: inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi, caduta di valore degli asset finanziari, costituivano fenomeni già marcatamente presenti a partire dal terzo trimestre del 2021 e dei quali cercheremo di analizzarne lo sviluppo delle rispettive dinamiche nell’ambito del conflitto e tenteremo di delinearne gli scenari post-conflitto.

Ma è solo la Russia l’obiettivo della politica bellica statunitense? Ci pare oltremodo evidente che gli USA, all’interno del campo occidentale, tendano ad indebolire e, se possibile, addirittura a liquidare il progetto europeo a base “renana” che, in termini molto generali, possiamo considerare fondato su un approvvigionamento energetico a basso costo e un modello industriale deflattivo. Con il corollario di liquidare ogni duratura possibilità di integrazione tra manifattura e finanza europea ed energia, materie prime, tecnologia e grandi mercati russo e cinese. E di bloccare ogni espansione e radicamento della manifattura tedesca e italiana nei mercati russo, cinese e “degli altri”.

A tale evidente, e talora dichiarato, intendimento USA di deindustrializzazione europea, l’Europa (con l’eccellenza italiana) ha risposto con il proprio suicidio economico e geopolitico.

Nel contesto dell’analisi, cercherò inoltre di dare rilievo ad un aspetto quasi sempre sottaciuto nella narrazione corrente del conflitto, per interposta Ucraina, USA-Russia: il ruolo importante della finanza, e in particolare della finanza derivata, anche in questa guerra, e della propria capacità di accelerazione bellica di processi preesistenti, concernenti la determinazione e la crescita dei prezzi di energia, materie prime e “inflazione di fondo”.

Di contro, cercherò di analizzare i progetti, ancora “in nuce”, di una reindustrializzazione russa dopo la devastazione eltsiniano-statunitense della manifattura sovietica dei primi anni Novanta e l’instaurazione in Russia di una “monocoltura estrattivista” dell’energia e delle materie prime.

Infine, a fronte del dissolvimento, nelle intenzioni USA, di quella sorta di utopia nata dall’incontro dell’Ostpolitik tedesca (Willy Brandt 1970) e delle ultime leadership sovietiche di una “Europa dagli Urali all’Atlantico”, proporremo l’analisi dei nuovi scenari che sembrano nascere da questa asperrima vicenda bellica.

Con una scelta chiara: opporsi alla “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del dominio dei vecchi “signori del mondo”, ormai in declino, e ampliare lo sguardo verso nuove ed emergenti potenze mondiali.

2. Banca Centrale Russa, rublo, falso default, finanza derivata.

Un nuovo Gold standard in Russia?

Lunedì 18 aprile la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, abile tessitrice della difesa finanziaria ed economica del rublo, ha affermato in una pubblica audizione che gli effetti delle sanzioni occidentali si sentiranno maggiormente a partire dai mesi estivi e che bisogna attrezzarsi fin da ora per gestirli. L’economia reale russa, ha proseguito, dovrà affrontare “cambiamenti strutturali”.

Era chiaro il riferimento alla ricostruzione di un’industria e di una manifattura nazionali russe, devastate negli anni Novanta del Novecento dagli USA e dai governi Elsin e in parte “appaltate”, negli anni successivi, sia pure in partnership, ad imprese soprattutto europee (automotive, industrie di trasformazione, semilavorati, etc). La primazia energetica e delle materie prime, nell’ultimo decennio dello scorso secolo una vera monocoltura, l’utilizzo dell’eccedenza negli ultimi vent’anni per la ricostruzione di un apparato difensivo caduto in rovina, la permanenza di forme decenti, anche se non eccelse, di welfare nel campo della sanità, dell’istruzione e della previdenza, l’esistenza di eccellenze nel campo della ricerca e della tecnologia, non sono più un modello sufficientemente sostenibile nell’età delle sanzioni e dello scontro generale con l’Occidente. La guerra e le sanzioni richiedono “cambiamenti strutturali”. Una situazione in forte cambiamento, in forte movimento è alle viste. Quale ne sarà l’esito? Non è facile prevederlo. Molto dipenderà dalle forze politiche e dal popolo russo, molto dalle relazioni internazionali. Vedremo.

Ritorniamo adesso all’oggetto di questo paragrafo.

Per la prima volta in assoluto dal 28 febbraio è stato deciso di applicare le sanzioni ad una banca centrale di un paese del G20: la Banca Centrale della Federazione Russa (CBR, Central Bank of Russian Federation, Bank Rossij). L’idea di congelare gli asset della Banca centrale è stata di Draghi, anche se era già stata applicata dagli USA, da ultimo nei confronti dell’Afghanistan, dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani.

Le riserve russe alla fine di febbraio 2022 ammontavano a complessivi 630 miliardi di dollari in valute estere (euro, dollari, yen, sterline, yuan), titoli e oro (grafico 1).

Erano lievitate a tale valore dai 368 miliardi di dollari del post-Crimea. Nel 2018 la Banca Centrale russa aveva venduto una notevole quantità di T-bond americani. All’8 aprile le riserve ammontavano a circa 609 miliardi di dollari, di cui 478 in valute estere e 131 in oro. Il 28 febbraio i rappresentanti di Usa, Giappone e UE in una dichiarazione congiunta affermarono di essere determinati ad imporre sanzioni per isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale. Oltre il 50% delle riserve della CBR presso altre Banche centrali (soprattutto presso Bundesbank) e anche banche commerciali (soprattutto J.P. Morgan) furono resi indisponibili, non confiscati (in gergo giornalistico “congelati”).

Rimanevano riserve non toccate dalle sanzioni: il 13% delle riserve costituite da yuan (renmimbi/RMB) e il 22% da oro. Restavano esclusi dalle sanzioni i pagamenti in favore delle società russe fornitrici di energia.

Il 13% di yuan è detenuto in Cina. Come è noto, la Cina è l’unico paese emittente di una valuta di riserva a livello internazionale a non aver partecipato alle sanzioni, giudicate prive di “basi legali”.

Sebbene un Paese possa naturalmente detenere le proprie riserve presso le proprie banche, le banche centrali (e i governi) spesso scelgono di mantenere le proprie riserve all’estero per evitare costose transazioni transfrontaliere e ottenere l’accesso diretto ai mercati delle valute estere e del debito estero.

Come è noto le riserve in valute estere sono essenziali per gestire l’inflazione interna e i pagamenti dell’import. L’indisponibilità totale o parziale delle proprie riserve impedisce a una banca centrale di difendere la propria valuta, che tende a deprezzarsi e quindi, negli acquisti dall’estero, a “importare inflazione” all’interno del Paese. Crollo del rublo, inflazione elevata all’interno della Russia, sconvolgimenti complessivi del sistema economico: era ciò a cui miravano i Paesi che hanno dichiarato e applicato le sanzioni.

Grafico 1: Valore in miliardi di Dollari e luogo di deposito delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa

Sul rublo e sul debito estero russo torneremo fra poco.

Ora alcuni cenni a questioni di contorno, comunque rilevanti.

E’ noto che in campo commerciale, a metà marzo, l’Occidente e il Giappone hanno revocato alla Russia lo status di “nazione più favorita”, ossia hanno revocato l’uguale trattamento riservato ad ogni Paese membro del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), con la conseguenza che ora le merci russe possono essere soggette a dazi aggiuntivi.

UE, Regno Unito e Stati Uniti hanno vietato l’export in Russia di una vasta quantità di beni strumentali, di uso comune e di lusso e l’import di molti prodotti fra cui, importanti, i prodotti in ferro e in acciaio. Sono chiusi alle navi russe i porti di UE, UK, USA, Canada e Nuova Zelanda. E’ stato posto il divieto di noleggiare navi di altri Paesi e di assicurare le merci in viaggio.

I dati del commercio estero russo relativi al primo trimestre 2022 (che risentono solo in parte delle sanzioni) evidenziano conseguentemente un calo dell’8% del valore dell’export e del 17% dell’import rispetto agli ultimi tre mesi del 2021.

La previsione del FMI, coincidente con quella della Banca centrale russa, è di un calo del PIL russo di quest’anno tra il 7,5 e l’8,5%.

In campo energetico discuteremo più avanti della sesta tornata di sanzioni aventi ad oggetto il petrolio e i prodotti petroliferi. Diciamo ora che gli USA, forti della scarsa dipendenza dalla Russia, hanno imposto un divieto totale dell’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi, gas, carbone russi. Il Regno Unito ha annunciato lo stop al petrolio entro la fine dell’anno (periodo, vedremo, che più o meno coincide temporalmente con quello UE).

Prima della sesta tornata di sanzioni, l’UE, importatrice nel 2021 del 25% del grezzo, per un valore superiore ai 70 miliardi, il 40% del gas (55% per la Germania) pari a 16,3 miliardi e il 49% del carbone dalla Russia, aveva trovato l’accordo solo sul divieto di importazione del carbone, a partire da agosto.

E’ il caso di fare appena un cenno all’esclusione delle principali banche russe dal sistema di pagamento internazionale SWIFT (alle prime sette si è aggiunta all’inizio di giugno la Sberbank), per lo scambio di informazioni e pagamenti tra istituzioni finanziarie (conti accentrati, conti reciproci tra banche, conti su terze banche, etc.). Diventa molto difficile effettuare o ricevere pagamenti da banche occidentali, tranne le eccezioni come Gazprombank, perché legata alle fonti energetiche essenziali per l’Occidente. Come è appena il caso di dire che sono state prese una serie di misure mirate a escludere la Russia dal mercato dei capitali (collocamenti nei paesi occidentali, prestiti, etc.).

Ma torniamo al rublo.

A partire dal 24 febbraio il rublo ha cominciato a deprezzarsi fino a giungere al suo punto più basso il 7 marzo: per un dollaro occorrevano 139 rubli. Era questo il primo effetto di quella congerie di provvedimenti dei primi giorni di guerra (downgrade del debito russo, sanzioni ed altro). Era diventato, diceva Biden, una valuta “rubble”, cioè spazzatura, e valeva meno di un “cent”.

Ai primi di giugno il rublo è la migliore valuta del 2022, quella con il maggior rialzo nei confronti del dollaro: oltre il 14% (seguono il real brasiliano e il peso messicano). Sono negative rispetto al dollaro tutte le altre valute. Perché?

Per prima cosa l’avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti russa.

A fine 2022, secondo la rivista tedesca “Die Welt”, potrebbe superare i 250 miliardi di dollari. Grazie al rialzo dei prezzi di gas e petrolio, leggiamo sull’“Economist”, nel primo trimestre del 2022 le entrate da idrocarburi sono aumentate dell’80% anno su anno. Tra gennaio e aprile il surplus commerciale è stato di 96 miliardi di dollari, quasi quadruplicato rispetto ai 27 miliardi di un anno fa. E’ il surplus più alto dal 1994. Rammentiamo che l’“Economist” è controllato al 43% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, la stessa che possiede l’89% di Gedi che edita “La Repubblica”, “La Stampa” ed il “Secolo XIX”.

Sempre l’“Economist” afferma che se è vero che i prezzi al consumo in Russia sono aumentati (17,5% a maggio) per il calo dell’offerta dovuto al ritiro di molte aziende occidentali, è anche vero che i consumi elettrici sono diminuiti di poco e che regge la domanda per beni di consumo.

Al momento le condizioni dell’economia reale fanno apparire eccessive le previsioni degli enti occidentali di una caduta del PIL russo (dal 10 al 15%) e le stesse previsioni del Ministero russo dello Sviluppo Economico del 7,8% nel 2022.

Ma ci sono altri fattori alla base dell’apprezzamento del rublo:

A) Il controllo sul movimento dei capitali. E’ stato introdotto il limite di 10 mila dollari, poi portato a 50 mila per persona al mese, al trasferimento di valuta estera verso Paesi terzi. Che il limite sia stato elevato testimonia che cominciano ad affiorare preoccupazioni per la forza del rublo, soprattutto in relazione alle società orientate all’export che spendono in rubli sul mercato interno.

Le aziende russe che incassano valuta estera devono convertirne l’80% in rubli entro tre giorni.

Il meccanismo del doppio conto delle imprese straniere importatrici di energia russa presso Gazprombank porta alla conversione del 100% della valuta pervenuta dagli acquirenti esteri, essenzialmente per l’acquisto di gas e petrolio.

B) L’ancora alto tasso di interesse passato dal 20 agli inizi della guerra, gradualmente al 17, al 14 e infine all’11%. La Banca Centrale russa in data 9 giugno ha ulteriormente ridotto il tasso di riferimento al 9,5%.

La CBR ha dichiarato che il tasso d’inflazione è calato e il rallentamento della crescita ad aprile è stato inferiore al previsto. Anche se l’economia russa ha ancora davanti diversi venti contrari. L’alto tasso iniziale ha frenato la fuoriuscita dei capitali. Dopo il taglio di tre punti del 26 maggio il valore del rublo è sceso di quasi il 10% per poi risalire. Il taglio del 9 giugno ha comportato una perdita di oltre il 3% della valuta russa. L’inflazione tendenziale, pur scesa al 17,5% in maggio (e ridotta al 17% i primi di giugno), è coperta al 60% dell’aumento medio del 10% di salari e pensioni medio-bassi (misura strutturale, non “una tantum”).

C) Rapporto ottimale debito/PIL sotto il 20%.

La forza prospettica della valuta russa risiede in altri fattori.

La Banca centrale russa all’inizio del conflitto disponeva di 130 miliardi di dollari di riserve auree. Negli ultimi mesi l’Istituto ha avviato nuovi acquisti di oro dalle banche locali: prima al prezzo fisso di 5000 rubli al grammo e successivamente a un valore negoziato. E’ questo il primo passo importante, come più volte il governo ha dichiarato, verso una convertibilità, quantomeno parziale, del rublo in oro.

La Russia sta accumulando riserve auree che potrebbero costituire in tutto o in parte una garanzia per la sua moneta. Il rublo in tal modo potrebbe avere grandi possibilità di essere accettato come valuta di pagamento nelle transazioni internazionali.

Non dimentichiamo che la Russia è il terzo produttore e il quinto detentore mondiale di oro. Il regolamento in valute locali (e non in dollari) degli scambi si è accentuato in questi mesi (l’India paga in rupie il petrolio che acquista a prezzi scontati dalla Russia). La Russia, per tale ragione, vuole una valuta forte che appaia più stabile anche all’esterno.

È lecito pensare che non sia così lontana dall’orientamento della leadership russo-cinese una nuova Bretton Woods con baricentro spostato nelle economie provviste di materie prime minerarie, energetiche e agricole? Certo che possiamo pensarlo perché tali sono in misura diversa la Russia e la Cina, dotate tra l’altro di tecnologie avanzate.

E’ fantasia e pura illusione oppure è il senso di individuare i processi qualitativi per come si delineano a una osservazione attenta e interessata?

Potrebbe essere questo, “in nuce”, un elemento del Nuovo Ordine Mondiale con baricentro in Russia, Cina e nei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni e non le hanno sostenute.

Il debito estero russo verso i paesi “ostili” ammonta a 49 miliardi dollari. A questo va aggiunto il debito privato che è di molto superiore (non ne conosco l’ammontare. Ho letto di 150 – 200 miliardi di dollari), con ampio flusso cedolare che coinvolge principalmente Gazprom e Rosneft. Per il servizio del debito estero teoricamente basterebbe alla Russia il 13% delle riserve denominate in yuan, ma ovviamente ora più che mai esse sono strategiche per mantenere aperto un legame tra la Russia e il resto del mondo. Un utilizzo delle riserve significherebbe dirottare le entrate energetiche (un miliardo di euro al giorno) per il servizio del debito anziché per l’acquisto di risorse necessarie all’economia russa. E questo sarebbe un controsenso. Da qui la battaglia quasi completamente vinta dalla Russia per il pagamento del gas in rubli (fanno eccezione Olanda, Danimarca, Polonia, Finlandia e Bulgaria, alle quali le forniture sono state sospese).

Le sanzioni imposte alla Russia dagli USA, in un primo momento erano accompagnate da una serie di “licenze generali” che hanno consentito lo svolgimento di transazioni altrimenti vietate. La licenza “9c” ha permesso ai russi, a marzo, di utilizzare i fondi in dollari del Ministero delle Finanze presso la banca J.P. Morgan di New York e trasferirli ai creditori. Si trattava di titoli a scadenza e cedole su obbligazioni. A inizio aprile il provvedimento di “licenza” veniva modificato dagli USA e i conti venivano definitivamente bloccati. Giungevano a scadenza a fine aprile un eurobond denominato in dollari e un coupon su obbligazione con scadenza aprile 2042, per un totale di 649,2 milioni di dollari. Il rischio di default era evidente con tutte le sue conseguenze (assai prolungato e definitivo non accesso ai mercati, difficoltà estrema di rifinanziamento, suoi costi esorbitanti, diventare un “paria” della comunità finanziaria oltre l’inaccettabilità politica per la Russia dell’insolvenza “coattiva”).

In questa circostanza la Russia ha utilizzato, per pagare, i conti della società finanziaria “Dom. R F” non sottoposta a sanzioni.

Tuttavia, la “licenza” è scaduta il 24 maggio scorso e non è stata rinnovata dagli USA. La Russia ha offerto il pagamento in anticipo sulla scadenza (27 maggio). Nulla da fare. Era stata tolta alla Russia la possibilità di pagare. Sta ora decorrendo il periodo di “comporto” di 30 giorni, decorso inutilmente il quale si sarà verificato l’“evento” default.

Intanto, nella concitazione delle prime settimane di guerra, era stato permesso a fondi ed hedge, statunitensi e non solo, di portare a casa i soldi degli interessi e delle cedole su bond emessi dalla Banca Centrale russa, dal Fondo sovrano per gli investimenti e dal Ministero delle Finanze. L’“evento” default “artificiale”, provocato dagli USA, consentirebbe ai creditori, soprattutto statunitensi, di attivare i CDS.

“Abbiamo sia i soldi che il desiderio di effettuare i pagamenti”, ha dichiarato a fine maggio il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. E questo vuole esserci impedito. “Poiché la mancata estensione della licenza ci rende impossibile rispettare il servizio del debito in dollari, i pagamenti saranno effettuati nella valuta russa”, con la possibilità di convertirla in un secondo momento nella valuta di partenza dell’emissione utilizzando un Istituto finanziario russo come agente di pagamento.

Tuttavia, con l’ultimo pacchetto di sanzioni adottate formalmente il 3 giugno scorso (quelle della sesta tornata), l’UE si è perfettamente allineata agli USA. “[Si tratta] di una decisione che avvicina ulteriormente la Russia al default, malgrado la determinazione del governo [russo] di rispettare gli impegni presi […]. Bruxelles ha infatti aggiunto alla lista di individui e organizzazioni sanzionate il National Settlement Depository, organismo a cui il Ministero delle Finanze russo contava di affidare i pagamenti sugli eurobond in scadenza, comprese due emissioni che Mosca ha cercato di rimborsare entro il 27 maggio scorso. Pagamenti bloccati, tuttavia: al termine del periodo di grazia, a fine giugno, scatterà il default” (“Il Sole 24 Ore” del 4 giugno scorso).

Grande soddisfazione della finanza statunitense ed europea aver impedito il pagamento a un debitore che ha fatto tutto il possibile per pagare.

Ma questo perché? Torniamo ai CDS.

Si può dire che le due deroghe avevano fatto lievitare i CDS sulle obbligazioni e permesso ai possessori statunitensi ed europei di incassare cedole e capitale e poi garantirsi e attivare la protezione.

Cosa sono i CDS? Il “credit default swap” (CDS) è uno swap, cioè uno strumento derivato, che ha la funzione di trasferire il rischio di credito, cioè il rischio di insolvenza. È il più comune dei derivati creditizi, quello che il megafinanziere Warren Buffet, proprietario di una pluralità di fondi, hedge e quant’altro, chiamò “l’arma di distruzione di massa” della finanza.

Lo schema di base di un CDS è il seguente: un investitore A vanta un credito nei confronti di una controparte debitrice B e vuole proteggersi dal rischio che B non paghi e il credito diventi inesigibile. A tal fine si rivolge a una terza parte C, disposta ad accollarsi tale rischio. C agisce come se fosse una assicurazione, e nel gergo tecnico è definito “protection seller” ovvero “venditore di protezione”.

La parte A (protection buyer) si impegna a versare a C un importo periodico il cui ammontare è il prezzo della copertura. In cambio di tale flusso di cassa, il venditore di protezione C (di solito una banca, una società finanziaria, un buyer) si impegna a rimborsare ad A il valore nominale del titolo di credito nel caso in cui il debitore B diventi insolvente (evento definito “credit default”).

Lo stesso discorso vale per il mancato pagamento di cedole e/o interessi. I CDS, nati per scambiare protezione come avviene per le valute o le materie prime, sono utilizzabili, come ogni derivato, soprattutto per scopi speculativi, e tale era fin dall’inizio lo scopo della banca d’affari J. P. Morgan, che li creò nei primi anni Novanta.

Nel mercato dei CDS è pratica comune che si possa speculare comprando protezione dal rischio pur non avendo nulla da proteggere, ma aspettandosi che il rischio aumenti, magari esagerandolo o addirittura costruendolo artificialmente e dunque la protezione acquistata valga man mano di più. I CDS si comprano nei mercati “over the counter” (OTC), mercati paralleli fuori borsa che rappresentano una fetta importante degli scambi finanziari alternativi alle borse ufficiali. Tali mercati sono gestiti da un’associazione privata chiamata ISDA (International Swaps and Derivatives Association), con più di 800 aderenti (banche, assicurazioni, società finanziarie, governi, enti sovranazionali). Tale associazione è fuori da ogni controllo politico.

I CDS sulla Russia, sull’onda delle reiterate dichiarazioni dei media e sulle cattive notizie propalate riguardanti il pagamento, sono cresciuti di valore. La parte A, a questo punto, potrà rivendere i CDS sul mercato OTC prima della loro naturale scadenza, lucrando la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Oppure può acquistare il “sottostante”, cioè i titoli garantiti, per esempio BTP, pagandoli però meno, perché le voci o le dichiarazioni di imminente default dell’ente debitore ne hanno svilito il prezzo (per esempio 40 su 100 di nominale rimborsabile). Ma poi appunto, essendo garantito il nominale, una volta avvenuto il default, A riceverà dal “protection seller” l’intero, nel nostro caso 100. Anche se non è il caso della Russia, il cui default, se ci sarà, sarà causato da un atto arbitrario e illegale, le speculazioni per esempio sul debito sovrano di un Paese, possono accelerare, come è accaduto molte volte in passato, la crisi del paese stesso e il suo tracollo, alla maniera di una profezia autoavverantesi.

Ciò, su scala assai larga, è avvenuto con il default del debito sovrano greco.

Ai possessori dei CDS, soprattutto le grandi istituzioni finanziarie, è stata destinata una parte significativa dei prestiti della famigerata “troika” (BCE, FMI, UE), finalizzata al rimborso dei titoli garantiti.

Regista di tale operazione fu, come è noto, l’allora governatore della BCE Mario Draghi, mentre vittima della stessa fu la gran parte della popolazione greca, portata alla fame.

Firenze, 13 giugno 2022 Raffaele Picarelli

L’UE dopo l’Ucraina

di Wolfgang Streeck

CE7YG8 Cracking EU flag – concept representing euro default / debt / break up of the European Union

La guerra è padre di tutti e re di tutti.

Supponendo che la storia dell’Unione Europea inizi con la Comunità Economica Europea (CEE), costituita nel 1958, essa è durata ormai quasi due terzi di secolo. È iniziata come un’alleanza di sei paesi che amministrava congiuntamente due settori chiave dell’economia del dopoguerra, il carbone e l’acciaio, rendendo superfluo per la Francia ripetere l’occupazione della valle della Ruhr, che aveva contribuito all’ascesa del revanscismo tedesco dopo la prima guerra mondiale Sulla scia della guerra industriale della fine degli anni ’60, e in seguito all’ingresso di altri tre paesi, Regno Unito, Irlanda e Danimarca, la CEE si è trasformata nella Comunità Europea (CE). Dedicata alla politica industriale e alla riforma socialdemocratica, la CE doveva aggiungere una “dimensione sociale” a quello che stava per diventare un mercato comune. Dopo, dopo la rivoluzione neoliberista e il crollo del comunismo, quella che ora è stata ribattezzata Unione Europea (UE) è diventata sia un contenitore per i nuovi stati-nazione indipendenti dell’Est desiderosi di unirsi al mondo capitalista, sia un motore di riforma neoliberista, fornitura- side economics e New Labourism in ventotto paesi europei. È anche diventato saldamente radicato nell’ordine globale unipolare dominato dagli americani dopo la “fine della storia”.

L’Unione Europea degli ultimi tre decenni è stata un microcosmo regionale di quella che è stata chiamata iperglobalizzazione. 1 In effetti, era in modo significativo un modello continentale di dimensioni ridotte per il capitalismo globale integrato che era l’obiettivo finale di coloro che all’epoca sottoscrivevano il Washington Consensus.

L’UE ha offerto un mercato interno senza confini per beni, servizi, lavoro e capitali; la governance economica basata su regole è stata sostenuta da un’onnipotente corte internazionale, la Corte di giustizia europea (CGCE); e una moneta comune, l’euro, era gestita da una banca centrale altrettanto onnipotente, la BCE. L’accordo corrispondeva da vicino all’idea hayekiana di una federazione internazionale progettata per limitare la politica economica discrezionale: anapprossimazione quasi perfetta di ciò che Hayek chiamava isonomia: identiche leggi liberali del mercato in tutti gli stati inclusi nel sistema. 2 Questa economia non più politica era governata da una combinazione politicamente sterilizzata di tecnocrazia – la BCE e lo pseudo-esecutivo dell’UE, la Commissione europea – e quella che potrebbe essere chiamata nomocrazia – la Corte di giustizia europea – in base a una costituzione di fatto immutabile in pratica. Quest’ultimo consisteva in due trattati, 3 illeggibili per il cittadino normale, tra ventotto paesi, ciascuno dei quali aveva diritto a porre il veto a qualsiasi modifica. 4Ancorando l’intero progetto all’interno del sistema finanziario globale dominato dagli Stati Uniti, i trattati prevedevano una mobilità illimitata dei capitali, vietando ogni tipo di controllo sui capitali non solo all’interno dell’Unione ma anche oltre i suoi confini. 5

Che questa costruzione soffrisse di quello che venne eufemisticamente chiamato “deficit democratico” non passò inosservato. In effetti, tra gli addetti ai lavori a Bruxelles, si sente spesso la battuta che, con la sua attuale costituzione, l’Unione europea non sarebbe mai autorizzata a unirsi a se stessa. Negli ultimi anni, la Commissione Europea e, in particolare, il cosiddetto Parlamento Europeo si sono adoperati per colmare il divario democratico con una politica dei “valori” che l’UE deve imporre ai suoi Stati membri. I diritti umani, secondo le interpretazioni occidentali contemporanee, servirebbero come sostituti dei dibattiti sull’economia politica che erano stati esclusi dal sistema politico dell’Unione. Ciò ha comportato soprattutto interventi educativi nei paesi dell’ex impero sovietico per convertire governi, partiti, e popoli al liberalismo dell’Europa occidentale, economico ma anche sociale, se necessario trattenendo parte degli aiuti fiscali destinati a sostenere la trasformazione di questi paesi in economie di mercato in buona fede più democrazie capitaliste. Programmi educativi sempre più verticistici di questo tipo, il cui mandato derivava da interpretazioni sempre più ampie e anzi invadenti delle sezioni dichiarative dei trattati dell’UE, culminarono in una crociata contro i cosiddetti antieuropei, individuati dagli scienziati sociali e spin doctor politici come “populisti”.6

Con il tempo, la centralizzazione e la depoliticizzazione di fatto dell’economia politica dell’Unione ha inserito nell’Unione una dimensione gerarchica centro-periferia. Lo “stato di diritto” istituito come regola di un tribunale onnipotente; la politica economica formalmente basata su regole ma in pratica sempre più discrezionale della Banca centrale europea politicamente indipendente; e la rieducazione ai “valori” europei sanzionata ha portato l’UE ad assomigliare sempre più a un impero liberale , sia in senso economico che culturale, il secondo come legittimazione del primo.

Prima dell’Ucraina: linee di faglia critiche, guasto prevedibile

Gli imperi corrono un rischio congenito di sovraestensione, in termini territoriali, economici, politici, culturali e di altro tipo. Più diventano grandi, più costa tenerli insieme, poiché le forze centrifughe crescono e il centro ha bisogno di mobilitare sempre più risorse per contenerle. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e la sua diffusione in Europa dopo il 2009, l’UE e l’UEM hanno iniziato a fratturarsi lungo diverse dimensioni, le loro capacità economiche, ideologiche e coercitive di integrazione sono diventate sempre più sovraccaricate. Sul versante occidentale dell’UELa Brexit è stato il primo caso di uscita di uno Stato membro da un’Unione che ideologicamente si considera permanente. Ci sono stati molti fattori coinvolti che hanno contribuito all’esito del referendum sulla Brexit, che è stato ampiamente dibattuto per quasi un decennio. Uno dei motivi principali (meno spettacolare ma sicuramente più fondamentale di molti altri) per cui l’adesione britannica si è rivelata insostenibile è stata una profonda incompatibilità della costituzione britannica de facto, e del suo assolutismo parlamentare, con il governo in stile Bruxelles di giudici e tecnocrati. Un altro motivo, ovviamente, è stata l’incapacità e, in effetti, la riluttanza di Bruxelles a fare qualcosa per l’abbandono a lungo termine da parte dei governi britannici della disintegrazione del tessuto sociale del paese.

Volgendosi al sud , le radicate modalità nazionali di fare capitalismo si sono rivelate incompatibili con le prescrizioni dell’UEM e del mercato interno, portando l’Italia in particolare su un sentiero di declino economico prolungato e, a tutti gli effetti, irreversibile. I tentativi di invertire la tendenza o attraverso le “riforme strutturali”, secondo le prescrizioni neoliberiste, o attraverso la BCE e la Commissione europea piegando le regole anti-interventiste che regolano l’Unione monetaria, silenziosamente tollerate dai governi francese e tedesco, sono falliti miseramente. Ormai è diventato chiaro che nemmeno il Corona Recovery and Resilience Facility (RRF) dell’Unione Europea, e i sussidi che fornirà all’Italia, non fermeranno il declino italiano. 7Tra l’altro, il caso italiano mostra che un’efficace politica regionale finalizzata alla convergenza economica è ancor meno praticabile tra, rispetto all’interno, degli Stati-nazione.

Inoltre, alla periferia orientale dell’Unione , i paesi portano un’eredità storica di tradizionalismo culturale, autoritarismo politico e resistenza nazionalista contro l’intervento internazionale nella loro vita interna, quest’ultima rafforzata dalla loro esperienza sotto l’impero sovietico. Gli sforzi per imporre i costumi e i gusti dell’Europa occidentale a queste società, soprattutto se accompagnati da minacce di sanzioni economiche (come nel caso delle cosiddette politiche dell’Unione di “stato di diritto”), hanno causato opposizione e risentimento “populisti” contro ciò che è stato percepito da molti come un tentativo di privarli della loro sovranità nazionale appena recuperata. 8I conflitti in seno al Consiglio europeo su questioni culturali si sono spinti fino al punto che i capi di governo occidentali hanno esortato più o meno esplicitamente i loro colleghi orientali, in particolare quelli ungheresi e polacchi, ad uscire dall’Unione se non fossero stati disposti a condividerne i “valori”. 9 Insieme alla minaccia di sanzioni economiche, questo in effetti non è stato altro che un tentativo di realizzare un cambio di regime negli altri Stati membri.

Infine, nel nord , gli sforzi dell’Unione Europea per preservare un ricordo della sua antica ambizione di sviluppare una “dimensione sociale” sono regolarmente contrastati, tra tutti i paesi, dagli Stati membri scandinavi, che insistono sulla loro tradizione di regolamentazione del mercato del lavoro, compresa la regolamentazione salariale, dalla contrattazione collettiva piuttosto che dalla legge statale. Di recente, ciò ha portato alcuni sindacati scandinavi a minacciare di uscire dalla confederazione sindacale europea, lamentando di non aver sufficientemente rispettato la loro prassi nazionale consolidata.

Ulteriori linee di faglia, sia vecchie che nuove, esistono all’interno del centro dell’impero liberale, a causa del fatto che l’Unione Europea non ha uno Stato membro abbastanza potente da essere il suo unico egemone. Ci sono invece due paesi leader, Germania e Francia, nessuno dei quali può da solo dominare l’Unione. Sebbene l’uno abbia bisogno dell’altro, non sono in grado di concordare strutture centrali, interessi e politiche di un’Europa integrata. Tradizionalmente, le differenze franco-tedesche sono viste come derivanti dalle differenze tra le loro varietà nazionali di capitalismo, con la Francia che coltiva una tradizione di dirigismo statalista e la Germania che insiste sulla sua invenzione del dopoguerra di una “economia sociale di mercato”. Di conseguenza, Francia e Germania tendono ad essere in contrasto nella politica dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea, con la Francia, tra le altre cose, a favore di una politica fiscale e monetaria più espansiva e politicamente discrezionale.

Più recentemente, soprattutto dopo la Brexit, sono emerse anche differenze nella politica estera e di sicurezza. Sebbene esistessero già negli anni ’60, sono stati messi in rilievo, prima dalla fine del mondo bipolare dopo il 1989 e poi dal fatto che, dopo la Brexit, la Francia è l’unico Stato membro dell’Unione Europea con armi nucleari e una sede permanente sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Poiché nemmeno la Francia è disposta a condividere, la dipendenza nucleare della Germania dagli Stati Uniti, che mantiene circa quarantamila soldati sul suolo tedesco, insieme a un numero incalcolabile di testate nucleari, ostacola di fatto la “sovranità strategica europea”, poiché i francesi chiamalo : atrasferimento della sovranità strategica all’“Europa” che è accettabile per la dottrina della sicurezza nazionale francese solo sotto la guida francese. Inoltre, mentre la Francia ha forti interessi in Africa e in Medio Oriente, gli interessi nazionali tedeschi, in relazione all’Europa, si concentrano sull’Europa orientale e sui Balcani. Di conseguenza, il disaccordo, se accuratamente nascosto, è endemico tra i due aspiranti piloti di quello che a volte viene chiamato eufemisticamente il tandem europeo franco-tedesco.

Più unità attraverso meno unità?

Prima della guerra in Ucraina, c’erano due progetti radicalmente diversi nell’aria, o almeno concepibili, su come prevenire l’imminente disintegrazione dell’Unione Europea, a causa della sovraestensione e sovraintegrazione. Uno può essere riassunto come una strategia di maggiore unità attraverso una minore unità , o di ridimensionamento, se non territoriale, quindi funzionalmente, annullando alcuni elementi principali della “sempre più stretta unione dei popoli d’Europa” dell’UE. Tra gli altri, è stato il sociologo americano Amitai Etzioni a sostenere da tempo il ridimensionamento come mezzo per sbloccare l’integrazione europea. 10Per molti versi, la sua proposta ricordava i concetti più antichi di un sistema statale integrato dell’Europa occidentale come un’Europa à la carte, o anche come “l’Europa delle patrie” di de Gaulle. 11 Ciò che queste nozioni avevano in comune era una visione di un sistema statale regionale sul modello di una cooperativa piuttosto che di un impero, come ha recentemente delineato da Hans Joas in un importante libro su “L’Europa come progetto di pace”. 12In esso, Joas fa riferimento a un dibattito sulle possibilità di pace internazionale tra Carl Schmitt e lo storico tedesco Otto Hintze negli anni ’20 e ’30. Schmitt credeva che la pace in una regione globale potesse essere assicurata solo da una potenza imperiale centrale libera di imporre l’ordine alla sua periferia, ai suoi stati dipendenti, essenzialmente come riteneva opportuno. Il suo modello reale di un ordine internazionale praticabile, per inciso, era l’emisfero americano sotto la Dottrina Monroe. Argomentando contro di lui, Hintze, che aveva studiato la tradizione tedesca delle associazioni cooperative ( Genossenschaften), ha insistito sulla possibilità di un ordine sociale basato sulla cooperazione volontaria in un quadro che obbligasse i paesi partecipanti a riconoscersi reciprocamente l’indipendenza o la sovranità. In vari modi, questo modello si avvicinò a quello della Pace di Westfalia del 1648, dopo la Guerra dei Trent’anni, con la creazione di quello che in seguito sarebbe stato chiamato lo “Stato di Westfalia”.

Che aspetto avrebbe un’Unione Europea à la carte, se mai fosse diventata realtà? In generale, avrebbe previsto un’autonomia più locale, nel senso di nazionale, invece di insistere sull’uniformità politico-economica tra gli Stati membri, con istituzioni meno centralizzate e gerarchiche e più spazio per la sovranità nazionale. 13La Commissione Europea sarebbe stata trasformata in qualcosa come una piattaforma per la cooperazione volontaria tra gli stati membri, abbandonando la sua aspirazione a diventare un esecutivo paneuropeo; lo stesso, mutatis mutandis, si sarebbe applicato al Parlamento Ue. Anche il ruolo della Corte di giustizia europea dovrebbe essere sensibilmente ridotto: essa non sarebbe più un legislatore costituzionale dissimulato, incaricato di tutto ciò che sceglie di farsi carico e di intervenire a suo piacimento negli Stati nazionali, nel diritto nazionale, e politica nazionale. In un certo senso, un’Unione europea di questo tipo sarebbe stata simile al Consiglio nordico formato dagli stati scandinavi negli anni ’50. I membri sono Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Isole Faroe, Groenlandia e Åland. Il blocco non conosce equivalenti alla Corte Europea, al Parlamento Europeo, o la Commissione Europea. Mentre gli Stati membri mantengono i confini aperti tra di loro, continuano ad avere le proprie politiche economiche e sociali.14

Per molti versi, ripristinare l’integrazione per preservarla è stato fin dall’inizio un progetto irrealistico, se si potesse definire un progetto. Molto probabilmente, per avere qualche possibilità, avrebbe dovuto essere preceduto da un massiccio crollo dell’Unione Europea, dovuto all’intensificarsi delle interruzioni lungo le sue linee di faglia e, molto probabilmente, da un fallimento statale dell’Italia. Niente di tutto questo avrebbe potuto essere escluso, e più unità attraverso meno unitàavrebbe potuto essere realistico come progetto di ricostruzione dopo un collasso istituzionale, piuttosto che come politica di riforma per prevenire tale collasso. Secondo le regole esistenti, avrebbe richiesto un’ampia revisione del trattato concordata da tutti i ventisette stati membri post-Brexit, alcuni dei quali necessitavano dell’approvazione del voto popolare. L’impossibilità pratica di una revisione significativa dei Trattati di governo può essere considerata una caratteristica essenziale di un progetto di integrazione europea destinato ad essere irreversibile (sminuendo così involontariamente la sua legittimità democratica).

Integrazione per militarizzazione?

Un’altra potenziale via d’uscita dal malessere da sovraestensione è stata suggerita da un gruppo di politici tedeschi in pensione, di entrambi i principali partiti, guidati e ispirati dal filosofo Jürgen Habermas. Tra i suoi membri c’era Friedrich Merz, allora presidente del consiglio di BlackRock Germany, un rivale di lunga data emarginato di Angela Merkel. (Sorprendentemente, Merz è stato recentemente resuscitato per essere il successore della Merkel come leader di quello che oggi è il principale partito di opposizione tedesco, cdu/csu .) Nell’ottobre 2018, il gruppo ha lanciato un appello pubblico intitolato “Per un’Europa basata sulla solidarietà: facciamo sul serio sulla volontà della nostra Costituzione, ora!” 15Tra l’altro, il gruppo ha sollecitato la creazione di un esercito europeo (“Noi chiediamo un esercito europeo”), dato che “Trump, Russia e Cina” stavano “testando sempre più duramente. . . L’unità dell’Europa, la nostra volontà di difendere insieme i nostri valori, di difendere il nostro modo di vivere”. A questo potrebbe esserci “una sola risposta: la solidarietà e la lotta contro il nazionalismo e l’egoismo internamente, e l’unità e la sovranità comune all’esterno”. La creazione di un esercito europeo doveva essere il primo passo verso una “profonda integrazione della politica estera e di sicurezza basata su decisioni a maggioranza” del Consiglio europeo. Il gruppo ha affermato che un esercito europeo non richiedeva “più soldi” poiché “i membri europei della NATO insieme spendono circa il triplo della Russia per la difesa”; 16tutto ciò che serviva era porre fine alla frammentazione nazionale, che avrebbe creato “molto più potere difensivo senza denaro aggiuntivo”. (Non è stato fornito alcun motivo per cui ciò fosse necessario, dato che i paesi in questione stavano già spendendo tre volte di più per le loro forze armate rispetto al loro nemico designato.) Inoltre, “poiché le difese dell’Europa non sono dirette contro nessuno, la creazione di un l’esercito dovrebbe essere collegato al controllo degli armamenti e alle iniziative di disarmo”, uno sforzo in cui Germania e Francia, “gli stati fondatori dell’Europa”, dovrebbero prendere l’iniziativa.

Come più unità attraverso meno unità , la costruzione dello stato europeo attraverso la militarizzazione, che in qualche modo ricorda il modello prussiano, 17 non ha mai avuto una possibilità. Questo nonostante il fatto che in superficie, quando i suoi sostenitori hanno chiesto una “sovranità comune” per l’Europa, si sono ovviamente accontentati del gusto francese, come espresso nel discorso alla Sorbona del 2017 di Macron, tenuto il giorno dopo l’ultima rielezione di Angela Merkel . 18Inoltre, lasciando scoperto chi fosse il nemico da cui l’Europa doveva essere difesa, non precludeva qualcosa come l’equidistanza europea verso Russia e Cina, da un lato, e “Trump” dall’altro, che in linea di principio sarebbe stato il benvenuto in Francia. Inoltre, la NATO non è mai stata menzionata, e certamente non la sua dottrina rivista, adottata nel 1992, estendendo la sua missione a livello mondiale per includere operazioni “fuori area” come, presumibilmente, interventi umanitari in adempimento di un presunto “dovere di proteggere”. Inoltre, sostenendo che il nuovo esercito europeo non avrebbe bisogno di maggiori spese per la difesa, l’appello ha implicitamente respinto la richiesta americana che i membri europei della NATO, in particolare la Germania, aumentino le loro spese militari al 2% del PIL, il cheper la Germania nel 2018 avrebbe significato un aumento non inferiore al 50 per cento. 19 Si noti che la prima volta che la NATO, a seguito delle pressioni americane, ha discusso l’obiettivo del 2 per cento è stato in un vertice a Praga nel 2002. Questo è stato lo stesso incontro in cui l’alleanza ha aperto i colloqui di adesione con Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, e ha confermato una politica delle porte aperte per l’Europa orientale, comprese Georgia e Ucraina, contro le forti obiezioni pubbliche del governo russo.

Ancora più importante, il documento non è riuscito ad affrontare la questione delle armi nucleari, non ultimo, si è portati a credere, per consentire ai Verdi tedeschi di unirsi alla causa. Tuttavia, se il progetto fosse mai diventato reale, per la Germania, impegnata a non avere armi nucleari, e anzi vietata di averle ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare del 1968, un esercito europeo comportava il rischio di dover sostituire la protezione nucleare americana con quella francese. Quel rischio sarebbe sembrato inaccettabile in Germania come lo era l’idea in Francia di condividere la sua forza nucleare con “l’Europa”, il che significa che la Germania batteva bandiera europea. In fondo c’era la questione fondamentale della misura in cui un esercito europeo sarebbe, o avrebbe dovuto essere, integrato nella struttura di comando della NATO, in effetti, la sua “interoperabilità” con l’esercito degli Stati Uniti. Dal riarmo della Germania negli anni ’50, la Bundeswehr è stata completamente integrata nella NATO e gli Stati Uniti avrebbero probabilmente insistito sul fatto che qualsiasi esercito europeo, in particolare il suo contingente tedesco, sarebbe stato integrato anche nella NATO.

Se l’appello di Habermas avesse toccato la questione nucleare, sarebbe diventato ovvio che, nonostante le somiglianze superficiali, era incompatibile con gli elementi centrali del progetto di sicurezza europeo francese. Come gli Stati Uniti, la Francia voleva (e vuole) che la Germania spendesse di più per la difesa. Piuttosto che rafforzare la potenza americana transatlantica, tuttavia, la spesa aggiuntiva della Germania è stata quella di colmare il divario convenzionale nell’esercito francese causato dagli alti costi della sua forza nucleare, in modo da consentire all’”Europa” di servire meglio le ambizioni francesi in Africa e Medio Oriente . Per una “sovranità strategica europea” di questo tipo, sarebbe utile una qualche forma di distensione con la Russia. Un insediamento eurasiatico, tuttavia, sarebbe in contrasto con l’espansione americana attraverso la NATO alla periferia russa. Per gli Stati Uniti, l’obiettivo era quello di integrare gli ex paesi comunisti dell’Europa orientale in un “Occidente” guidato dagli americani. Far assumere all’Europa attraverso la NATO una posizione antagonista nei confronti della Russia garantirebbe la dipendenza europea da un’alleanza con gli Stati Uniti nel mondo bipolare che nasce dal “Nuovo Ordine Mondiale” di George HW Bush. Per la Francia, al contrario, un esercito europeo interessava proprio nella misura in cui avrebbe strappato l’Europa dallo stretto abbraccio in cui la tenevano gli Stati Uniti, tra l’altro mantenendo la Germania non nucleare dipendente dalla protezione nucleare americana.

Dopo l’Ucraina

La guerra è l’ultima fonte stocastica della storia e, una volta iniziata, non c’è limite alle sorprese che può portare. Tuttavia, anche se la guerra in Ucraina sembra tutt’altro che finita al momento in cui scriviamo, ci si può sentire giustificati osservando che ha posto fine, almeno per il prossimo futuro, a qualsiasi visione di uno stato indipendente, non imperiale e cooperativo sistema in Europa. La guerra sembra anche aver inferto un colpo mortale al sogno francese di trasformare l’impero liberale dell’Unione Europea in una forza globale strategicamente sovrana, rivaleggiando credibilmente sia con una Cina in ascesa che con gli Stati Uniti in declino. L’invasione russa dell’Ucraina sembra aver risposto alla domanda sull’ordine europeo ripristinando il modello, a lungo ritenuto storia, della Guerra Fredda: un’Europa unita sotto la guida americana come testa di ponte transatlantica per gli Stati Uniti in un’alleanza contro un nemico comune, prima l’Unione Sovietica e ora la Russia. L’inclusione e la subordinazione a un “Occidente” risorto e rimilitarizzato, come sottodipartimento europeo della NATO, sembra aver salvato, per il momento, l’Unione Europea dalle sue forze centrifughe distruttive, senza tuttavia eliminarle. Ripristinando l’Occidente, la guerra ha neutralizzato le varie faglie lungo le quali l’UE si stava sgretolando, chi più e chi meno, catapultando gli Stati Uniti in una posizione di rinnovata egemonia sull’Europa occidentale, compresa la sua organizzazione regionale, l’Unione Europea. ” Come sottodipartimento europeo della NATO, sembra aver salvato, per il momento, l’Unione Europea dalle sue distruttive forze centrifughe, senza però eliminarle.

Soprattutto, il reinserimento dell’Occidente sotto la guida americana ha risolto la vecchia questione dei rapporti tra Nato e Ue a favore di una divisione dei compiti che ha stabilito il primato della prima sulla seconda. In modo interessante, questo sembra aver sanato la divisione tra l’Europa continentale e il Regno Unito che si era aperta nel corso della Brexit. Quando la NATO è salita alla supremazia, il fatto che includa il Regno Unito insieme ai principali Stati membri dell’UE ripristina un ruolo europeo di primo piano per la Gran Bretagna attraverso le sue relazioni speciali con gli Stati Uniti. Come questo influisca sullo status internazionale di un paese come la Francia è stato recentemente illustrato da un accordo strategico – il cosiddetto patto aukus – tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Sotto aukus , l’Australia ha annullato un accordo del 2016 con la Francia sui sottomarini diesel francesi, impegnandosi invece a sviluppare sottomarini a propulsione nucleare insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito, un evento che ha mostrato alla Francia i limiti di un’UE a guida francese come una potenza globale.

Per quanto riguarda l’UE, l’ascesa della NATO ha comportato il suo declino allo status di ausiliario civile della NATO, asservito agli obiettivi strategici americani, principalmente ma non esclusivamente in Europa. Gli Stati Uniti avevano a lungo pensato all’UE come a una sorta di sala d’attesa o di una scuola di preparazione per i futuri membri della NATO, in particolare quelli vicini alla Russia, come Georgia e Ucraina, ma anche i Balcani occidentali. 20L’UE, da parte sua, aveva insistito sulle proprie procedure di ammissione che includevano lunghi negoziati sulle condizioni istituzionali ed economiche nazionali che dovevano essere soddisfatte prima dell’adesione formale. Questo per ridurre l’onere che i nuovi paesi avrebbero imposto al bilancio dell’UE e per garantire che le loro élite politiche fossero sufficientemente “pro-europee” in modo da non scuotere la barca comune. Agli Stati Uniti, con i loro obiettivi geostrategici, questo in genere appariva come eccessivamente pedante se non ostruzionistico. In effetti, la Francia in particolare aveva resistito e resiste tuttora all’eccessivo “allargamento” dell’Unione, temendo che potesse ostacolare il suo “approfondimento”. Dal punto di vista americano, la condivisione degli oneri con i paesi europei significava che questi ultimi erano responsabili della fornitura di incentivi economici per l’adesione di nuovi stati all’Occidente, e per averli aiutati a costruire la base economica dell’occidentalizzazione, ad esempio attraverso sussidi finanziari che aiutano gli aspiranti Stati membri a raggiungere la stabilità sociale in senso occidentale, liberale e democratico.

Con la guerra in Ucraina, la visione americana dell’UE come dimora temporanea per i futuri membri della NATO sta rapidamente diventando realtà. Qualsiasi soluzione negoziata della guerra precluderà probabilmente l’adesione dell’Ucraina alla NATO nel prossimo futuro e non così vicino. L’ammissione accelerata all’Unione Europea potrebbe essere offerta a titolo di risarcimento, anche perché assicurerebbe i fondi per riparare i danni causati dalla guerra. 21Sembra anche probabile che alla Francia non sarà più consentito bloccare l’adesione di paesi come Albania, Bosnia ed Erzegovina (un paese), Macedonia del Nord, Montenegro, Kosovo e Serbia (a condizione che i sussidi europei possano far cambiare idea alla sua élite politica e diventare “pro-europeo”). A seconda di come si svilupperà la guerra, potrebbe anche esserci una sorta di affiliazione simile all’adesione in serbo per Georgia e Armenia, che probabilmente richiederanno tutte richieste significative al bilancio dell’UE senza rendere l’UE più facile da governare.

Inoltre, durante la guerra la Commissione europea era e continua ad essere molto richiesta come agenzia per la pianificazione, il coordinamento e il monitoraggio delle sanzioni economiche europee contro la Russia e, prevedibilmente, la Cina. In definitiva, le sanzioni implicano una profonda riorganizzazione delle catene di approvvigionamento estese dell’era neoliberista e del Nuovo Ordine Mondiale, in risposta al mondo multipolare che sta per emergere, con la sua rinnovata enfasi sulla sicurezza economica e sull’autonomia. Quella che da tempo è stata un’agenzia che promuove la globalizzazione si trasformerà quindi, sotto importanti aspetti, in un’agenzia dedita alla de-globalizzazione: la qual cosa fino a poche settimane fa ritenuta nient’altro che un’assurdità di sinistra (o forse populista). L’accorciamento delle catene di approvvigionamento è una funzione meno del governo che delle competenze tecnocratiche, già abbastanza difficile dato l’alto livello di interdipendenza economica ereditato dall’iperglobalizzazione. Politicamente, quali sanzioni devono essere imposte e quali catene di approvvigionamento internazionali devono ancora essere considerate sicure, spetta ai governi nazionali essere determinata; o più precisamente, per la loro organizzazione ora principale, la NATO, controllata dal suo stato-nazione più forte, gli Stati Uniti, da determinare. Un esempio è la disputa sugli acquisti tedeschi di gas naturale russo e la loro sostituzione con gas naturale liquefatto americano. Poiché la NATO non ha le competenze necessarie in materia economica per valutare gli effetti delle sanzioni sulla Russia, da un lato, e sull’Europa occidentale, dall’altro, l’UE continuerà ad essere necessaria come fornitore di servizi amministrativi nella gestione di un’economia europea di recente politicizzazione.

Infine, da non sottovalutare, è probabile che l’UE svolga un ruolo importante nella generazione di denaro pubblico per la ricostruzione dell’Ucraina una volta terminata la guerra. Lo stesso vale per la fornitura di sostegno finanziario ad altri paesi della periferia europea che saranno candidati all’Unione Europea e, in ultima analisi, all’adesione alla NATO. È probabile che la capacità dell’UE di fungere da ricettacolo per il debito pubblico politicamente meno evidente, come nel caso del Corona Recovery and Resilience Fund, la prima manifestazione della Next Generation EU (NGEU) della Commissione, sia permanente e ampiamente utilizzato per mobilitare i contributi europei verso i costi non militari a lungo termine della guerra, compreso ad esempio il reinsediamento dei rifugiati ucraini. 22(L’esperienza suggerisce che il contributo americano si limiterà e si concluderà con le ostilità militari. 23 ) Per questo saranno necessari anche servizi speciali della BCE, come nella lotta contro la “stagnazione secolare” e, successivamente, la pandemia . Il debito NGEU non compare nei bilanci nazionali ed è per questo meno controverso dal punto di vista politico. Ciò è simile agli acquisti di debito pubblico da parte della BCE come forma di finanziamento indiretto dello Stato, nel contesto del quantitative easing, in elusione dei trattati europei.

Passività Vecchie e Nuove

Le nuove funzioni assunte dall’UE a seguito della guerra in Ucraina, e in particolare nel corso della sua subordinazione alla NATO, sono lontane dal risolvere i suoi vecchi problemi; a lungo termine, infatti, possono aggiungersi ed esacerbarsi. Sul fianco occidentale dell’UE, il Regno Unito, attraverso la sua stretta alleanza con gli Stati Uniti sotto la NATO, è tornato al gregge europeo con una vendetta, sebbene più come un tenente che come un soldato di fanteria tra gli altri. Al sud, non c’è motivo di ritenere che la supremazia della NATO contribuirà a migliorare la performance economica italiana; al contrario, sanzioni e filiere accorciate rischiano di imporre costi aggiuntivi alle economie mediterranee. Questi sicuramente richiederanno un risarcimento, non dagli Stati Uniti ma dall’UE. I suoi Stati membri ricchi, tuttavia, saranno preoccupati di aumentare le proprie spese per la difesa per soddisfare le richieste della NATO, per non parlare del finanziamento dell’adesione di altri Stati membri dell’UE nel loro cammino verso la NATO. La concorrenza per i sussidi dell’UE, in particolare per il “Fondo di coesione” dell’UE 24aumenterà ulteriormente a causa delle nuove esigenze legate alla guerra degli Stati membri orientali, ad esempio l’accoglienza dei rifugiati ucraini e, se le sanzioni occidentali inizieranno a mordere, russi. I piani del Parlamento Europeo e della Commissione per tagliare l’assistenza finanziaria a paesi come la Polonia o l’Ungheria per le carenze dello “stato di diritto” diventeranno sempre più obsoleti poiché i conflitti culturali tra democrazia “liberale” e “illiberale” saranno eclissati dagli obiettivi geostrategici della NATO e degli Stati Uniti. 25

Con l’aumento dei costi della “coesione”, potrebbe essere imminente uno spostamento del potere politico all’interno dell’UE a favore degli Stati del fronte orientale dell’Unione, con conseguenti maggiori obblighi finanziari per i paesi del ricco nord-ovest. Mentre gli esercizi di educazione culturale dell’Europa occidentale hanno cominciato ad apparire meschini di fronte a milioni di rifugiati ucraini che arrivano in un paese come la Polonia, gli Stati Uniti hanno poche ragioni per costringere i loro alleati orientali a soddisfare le sensibilità liberali tedesche o olandesi. Gli sforzi per subordinare il sostegno finanziario ai paesi post-comunisti alla loro adesione ai “valori democratici” saranno vani fintanto che gli Stati Uniti saranno soddisfatti della loro adesione alla NATO e della loro volontà di combattere la buona battaglia filo-occidentale. Siccome gli Stati Uniti, nelle stesse parole della sua amministrazione al momento della scrittura,si preparano a una guerra che durerà diversi anni – il che è logico solo se l’obiettivo è un cambio di regime in Russia – la volontà di un paese di ospitare truppe, aerei e missili americani deve avere la precedenza sulla condizionalità democratica dei trattati dell’UE (o della Corte di giustizia). Con l’Unione Europea che deve affrontare una guerra che durerà un numero incerto di anni, è probabile che i suoi stati del fronte orientale domineranno l’agenda politica comune. In questo saranno supportati dagli Stati Uniti, con il loro interesse geostrategico a tenere sotto controllo la Russia politicamente, economicamente e militarmente. In definitiva, ciò potrebbe portare gli Stati Uniti, agendo attraverso i loro alleati dell’Europa orientale e la NATO, a prendere il posto della doppia leadership troppo spesso divisa dell’UE, il tandem franco-tedesco.

Sogni americani

Uno dei tanti sviluppi notevoli intorno alla guerra ucraina è come il triste record dei recenti interventi militari americani sia quasi completamente scomparso dalla memoria pubblica europea. Fino a pochi mesi fa, la fine disastrosa della costruzione della nazione americana in Afghanistan era un tema frequente per il commentariato europeo. Presente, se più in secondo piano, anche la Siria, con le “linee rosse” di Obama prima tracciate e poi dimenticate; la Libia, abbandonata dopo essere stata trasformata in un inferno vivente; e l’Iraq con una stima prudente di duecentomila civili morti dall’invasione americana. Niente di tutto ciò è menzionato in questi giorni nella buona società europea; se viene menzionato al di fuori di essa, viene immediatamente bollato come un diversivo antiamericano dai mali commessi da Putin e dal suo esercito.

Con l’aumentare delle tensioni intorno all’Ucraina, visibili nell’ammassamento di truppe russe ai confini ucraini, i paesi dell’Europa occidentale, a quanto pare, hanno conferito una procura agli Stati Uniti, consentendogli attraverso la NATO di agire in loro nome e per loro conto. Ora, con il trascinarsi della guerra, l’Europa, organizzata in un’Unione Europea subordinata alla NATO, si troverà a dipendere dalle bizzarrie della politica interna degli Stati Uniti, una grande potenza in declino che si prepara al conflitto globale con una grande potenza emergente, la Cina. Iraq, Libia, Siria e Afghanistan avrebbero dovuto documentare ampiamente la propensione americana ad uscire se i loro sforzi, sempre e per definizione ben intenzionati, in altre parti del mondo fallissero per qualsiasi motivo, lasciando dietro di sé un pasticcio letale che altri devono ripulire se aspirano a un minimo di ordine internazionale alle loro porte. Sorprendentemente, da nessuna parte nell’Europa occidentale viene posta la domanda su cosa accadrà nel caso, nel 2024, Trump dovesse essere rieletto – il che non sembra affatto impossibile – o al suo posto venisse eletto qualche surrogato di Trump. Ma anche con Biden o qualche repubblicano moderato, il notoriamente breve intervallo di attenzione della politica imperiale americana dovrebbe, ma non sembra, entrare nei calcoli strategici, se ce ne sono, dei governi europei.

Una spiegazione troppo raramente invocata per l’incoscienza con cui gli Stati Uniti entrano ed escono troppo spesso da avventure militari lontane è la loro posizione su un’isola delle dimensioni di un continente, lontano da quei luoghi in cui potrebbero sentire il bisogno di fornire impegno per quella che considera stabilità politica. Qualunque cosa gli Stati Uniti facciano o non facciano all’estero ha poche o nessuna conseguenza per i suoi cittadini in patria. (Le truppe irachene non marceranno mai a Washington, DC, e non arresteranno George Bush per consegnarlo alla Corte penale internazionale dell’Aia.) Quando le cose vanno male, gli americani possono ritirarsi da dove sono venuti, dove nessuno può seguirli. C’è, se non altro per questo motivo, una tentazione duratura nella politica estera americana di lasciarsi guidare da pio desiderio, intelligenza carente, pianificazione sciatta, e un volubile adattamento delle politiche internazionali ai sentimenti pubblici interni. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che i paesi europei, apparentemente senza alcun dibattito, abbiano lasciato così completamente la gestione dell’Ucraina agli Stati Uniti. In effetti, questo rappresenta un responsabile che affida la gestione dei suoi interessi vitali a un agente con un recente record pubblico di incompetenza e irresponsabilità.

Quali saranno gli obiettivi di guerra degli Stati Uniti, agendo per e con l’Europa attraverso la NATO? Avendo lasciato a Biden la decisione in suo nome, il destino dell’Europa dipenderà dal destino di Biden, cioè dalle decisioni, o non decisioni, del governo degli Stati Uniti. A parte quello che i tedeschi nella prima guerra mondiale chiamavano un Siegfrieden – una pace vittoriosa imposta a un nemico sconfitto, come probabilmente sognato negli Stati Uniti sia dai neocon che dagli imperialisti liberali della scuola di Hillary Clinton – Biden può andare per, o addirittura preferire, una lunga situazione di stallo, una guerra di logoramento che tiene impegnati sia la Russia che l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Uno scontro duraturo tra gli eserciti russo e ucraino, o “occidentale”, sul suolo ucraino unirebbe l’Europa sotto la NATO e obbligherebbe convenientemente i paesi europei a mantenere alti livelli di spesa militare. Inoltre, costringerebbe l’Europa a continuare ad applicare sanzioni economiche ad ampio raggio, anzi paralizzanti, nei confronti della Russia, come effetto collaterale rafforzando la posizione degli Stati Uniti come fornitore di energia e materie prime di vario genere per l’Europa. Inoltre, una guerra in corso, o quasi, ostacolerebbe l’Europa nello sviluppo di una propria architettura di sicurezza eurasiatica, inclusa la Russia. Consoliderebbe il controllo americano sull’Europa occidentale ed escluderebbe le idee francesi di “sovranità strategica europea” così come le speranze tedesche di distensione, presupponendo entrambi una sorta di accordo russo. E non meno importante, la Russia sarebbe occupata dai preparativi per gli interventi militari occidentali, al di sotto della soglia nucleare, sulla sua estesa periferia.

Molto probabilmente, uno scontro prolungato sull’Ucraina costringerebbe la Russia a uno stretto rapporto di dipendenza dalla Cina, assicurando alla Cina un alleato eurasiatico prigioniero e dandole un accesso assicurato alle risorse russe, a prezzi stracciati poiché l’Occidente non sarebbe più in competizione per loro. La Russia, a sua volta, potrebbe beneficiare della tecnologia cinese, nella misura in cui sarebbe resa disponibile. A prima vista, un’alleanza come questa potrebbe sembrare contraria agli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, verrebbe con un’alleanza ugualmente stretta e ugualmente asimmetrica, dominata dagli americani tra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, in cui ciò che l’Europa può offrire agli Stati Uniti supererebbe chiaramente ciò che la Russia può fornire alla Cina.


Questo articolo è apparso originariamente in American Affairs Volume VI, Numero 2 (estate 2022): 107–24.

Note
1 Questo concetto è tratto da Dani Rodrik, The Globalization Paradox (New York: WW Norton, 2011).
2 FA Hayek, La Costituzione della Libertà (Chicago: University of Chicago Press, 1960).
3 I due trattati sono il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), il primo chiamato anche Trattato di Maastricht, in vigore dal 1993, il secondo Trattato di Roma, in vigore dal 1958, entrambi modificato più volte, ad esempio dal Trattato di Lisbona del 2009. Inoltre, secondo Wikipedia, “vi sono 37 protocolli, 2 allegati e 65 dichiarazioni che vengono allegati ai trattati per elaborare dettagli, spesso in connessione con un solo Paese, senza essere nel testo legale completo”.
4 Nel maggio 2005, una proposta di “Costituzione dell’Unione Europea” è fallita in un referendum francese, dopo che il 55 per cento degli elettori l’ha respinta. L’affluenza è stata del 69 per cento. Il rifiuto è stato in parte attribuito al governo francese per aver commesso l’errore di distribuire una copia della bozza di costituzione, lunga centinaia di pagine e impossibile da capire per i non specialisti, a ogni famiglia francese.
5 Ai sensi dell’articolo 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), “sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri e tra Stati membri e paesi terzi”, lo stesso vale per “tutte le restrizioni pagamenti”, sempre “tra Stati membri e paesi terzi”.
6L’articolo 4, comma 1, del TUE recita: “A norma dell’articolo 5, le competenze non attribuite all’Unione nei Trattati restano agli Stati membri”. Ai sensi dell’articolo 5, comma 1, “I limiti delle competenze dell’Unione sono disciplinati dal principio di attribuzione. L’uso delle competenze dell’Unione è disciplinato dai principi di sussidiarietà e proporzionalità. La Commissione europea e la Corte di giustizia stanno da tempo cercando di aggirare restrizioni di questo tipo dei Trattati, traendo competenze specifiche per se stesse da clausole generali come, ad esempio, l’articolo 2 TUE: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto dell’uomo dignità, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze.
7La RRF è stata istituita nel luglio 2020 per erogare 750 miliardi di euro ai paesi membri, in proporzione alle perdite che la Commissione europea ha ritenuto che abbiano subito a causa della pandemia di corona. L’Italia è il primo beneficiario, con 192 miliardi di euro (69 miliardi di euro in sovvenzioni, il resto in prestiti). La RRF è la prima volta che l’UE è stata autorizzata dai suoi Stati membri a contrarre debiti; il fondo è interamente finanziato tramite debito. Per avere un’idea della sua portata effettiva, si noti che la Germania, rispondendo alle lamentele americane per non aver speso abbastanza per la difesa, ha accantonato all’inizio del 2022, nel giro di pochi giorni, un fondo finanziato da debito di 100 miliardi di euro per potenziando il suo esercito, da spendere immediatamente. Questo è più della metà di quanto l’intero Paese d’Italia è stato stanziato dall’Unione Europea,
8 Sulla politica della controversia sullo “stato di diritto” si veda Wolfgang Streeck, “ Ultra Vires ”, New Left Review Sidecar , 7 gennaio 2022; Wolfgang Streeck, ” Rusty Charley “, New Left Review Sidecar , 2 novembre 2021.
9 In un vertice dell’UE nel giugno 2021, il primo ministro olandese, Mark Rutte, sotto pressione in patria a causa di uno scandalo sulle misure punitive illegali adottate dal suo governo contro i beneficiari del welfare, ha detto al suo omologo ungherese, Viktor Orbán, che l’Ungheria doveva lasciare l’UE a meno che il suo governo non abbia ritirato una legge che vieti alle scuole di utilizzare materiali ritenuti promuovere l’omosessualità. Da un rapporto Reuters:
Diversi partecipanti al vertice dell’UE hanno parlato dello scontro personale tra i leader del blocco più intenso degli ultimi anni. . . . “Era davvero forte, una profonda sensazione che questo non potesse essere. Riguardava i nostri valori; questo è ciò che rappresentiamo”, ha detto Rutte ai giornalisti venerdì. “Ho detto ‘Smettila, devi ritirare la legge e, se non ti piace e dici davvero che i valori europei non sono i tuoi valori, allora devi pensare se rimanere nell’Unione Europea’”.
10 Cfr. Amitai Etzioni, Reclaiming Patriotism (Charlottesville: University of Virginia Press, 2019), 142 ss.
11 In questa categoria rientra anche l’idea dell’“Europa delle diverse velocità”, che è stata fortemente e con successo osteggiata dai paesi dell’Europa orientale dell’UE.
12 Hans Joas, Friedensprojekt Europa (Monaco: Kösel, 2020). Ho tratto grande beneficio da Joas; vedi Wolfgang Streeck, Zwischen Globalismus und Demokratie: Politische Ökonomie im ausgehenden Neoliberalismus (Berlino: Suhrkamp, 2020). Una traduzione in inglese è in arrivo da Verso.
13 Cfr. Streeck, Zwischen Globalismus und Demokratie .
14 Secondo il suo sito web, “Il Consiglio dei ministri nordico è l’organismo ufficiale per la cooperazione intergovernativa nella regione nordica. Cerca soluzioni nordiche ovunque e ogni volta che i paesi possono ottenere di più insieme che lavorando da soli”.
15 Hans Eichel et al., “ Für ein solidarisches Europa—Machen wir Ernst mit dem Willen unseres Grundgesetzes, jetzt! ”, Handelsblatt , 21 ottobre 2018.
16 Sipri , l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, riporta che la spesa militare russa nel 2018 è stata di 62,4 miliardi di dollari. Regno Unito, Francia, Germania e Italia, i quattro maggiori membri europei della NATO, nel 2018 hanno speso insieme 175,2 miliardi di dollari, 2,8 volte di più della Russia.
17 Come avrebbe affermato lo statista francese Conte Mirabeau nel 1786, anno della morte di Federico II di Prussia: “Altri stati possiedono un esercito; La Prussia è un esercito che possiede uno stato.
18 “In Europa assistiamo a un duplice movimento: un graduale e inevitabile disimpegno da parte degli Stati Uniti e una minaccia terroristica a lungo termine con l’obiettivo dichiarato di dividere le nostre società libere. . . . Nell’area della difesa, il nostro obiettivo deve essere quello di garantire le capacità operative autonome dell’Europa, a complemento della NATO”. Emmanuel Macron, ” Discorso alla Sorbona “, 26 settembre 2017.
19 Secondo Statista, la Germania nel 2018 ha speso l’1,2% del suo PIL per le sue forze armate, pari a 44,7 miliardi di dollari. Puntare al 2%, come richiesto dalla NATO, sarebbe stato equivalente a 74,5 miliardi di dollari, ovvero 12,1 miliardi di dollari in più rispetto alla Russia.
20 Dopo l’adesione della Croazia nel 2013 e del Montenegro nel 2017, Serbia, Macedonia del Nord e Albania sono attualmente candidati ufficiali all’adesione. Bosnia ed Erzegovina e Kosovo aspettano dietro le quinte.
21 In passato, le richieste di ammissione ucraine non hanno portato a nulla poiché Bruxelles sentiva chiaramente che il paese non era idoneo per l’adesione. Forti dubbi sono stati espressi sulla natura democratica dello Stato ucraino, sul ruolo dei suoi oligarchi e del loro potere politico e sul trattamento delle minoranze, compresa quella di lingua russa nelle province orientali; c’è anche una percezione di corruzione dilagante. In parte questa potrebbe essere stata una finzione, tuttavia, e la vera ragione del rifiuto molti sono stati la povertà del paese, che avrebbe imposto un enorme onere aggiuntivo alle finanze interne dell’UE, in particolare ai suoi vari fondi di assistenza. La guerra ora può ignorare tali preoccupazioni rendendole meno presentabili pubblicamente.
22 Le proiezioni del governo ucraino sui costi di riparazione dei danni causati dalla guerra al momento raggiungono i 2 miliardi di dollari.
23 Ad esempio, nel febbraio 2022, l’amministrazione Biden ha confiscato metà dei beni congelati della banca centrale dell’Afghanistan, depositati presso la filiale della Federal Reserve di New York City, da destinare ai sopravvissuti all’11 settembre e ai loro avvocati. I fondi sequestrati ammontavano a $ 3,5 miliardi. Poche settimane dopo, una conferenza internazionale dei donatori organizzata dalle Nazioni Unite, insieme a Germania, Regno Unito e Qatar, ha cercato di raccogliere 4,4 miliardi di dollari per aiutare a porre fine alla fame di massa in Afghanistan, dove i talebani erano tornati al potere dopo la partenza degli americani. Solo 2,44 miliardi di dollari sono stati donati dalle quarantuno nazioni che erano presenti (virtuali).
24 Il “Fondo di coesione” dell’UE sostiene gli Stati membri con un PIL pro capite inferiore al 90 per cento della media dell’UE, “per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale dell’UE”.
25Le politiche dello “stato di diritto” europeo sono complicate. Dall’inizio della guerra la Commissione sembra aver rinviato, se non silenziosamente annullato, i procedimenti legali contro la Polonia per la sua politicizzazione della magistratura e la corruzione della spesa dell’UE. La situazione è stata diversa con l’Ungheria, il cui leader semi-dittatoriale, Viktor Orbán, è stato rieletto per la terza volta il 3 aprile di quest’anno, con una maggioranza popolare del 53 per cento, maggiore rispetto a qualsiasi delle sue precedenti elezioni. A differenza della Polonia, l’Ungheria sotto Orbán è rimasta in una relazione orale con il presidente russo, Vladimir Putin, forse anche a causa della discriminazione in Ucraina nei confronti di una consistente minoranza filo-russa di lingua ungherese. Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Orbán, la Commissione ha avviato un procedimento contro l’Ungheria, anche se solo sulla meno grave delle due presunte infrazioni, sostanzialmente accuse di corruzione ufficiale. La natura politicizzata della questione è palese in quanto la Commissione e il Parlamento dell’UE non sono particolarmente preoccupati per la corruzione in Stati membri come Malta, Cipro, Bulgaria, Romania, Slovenia e Slovacchia, che differiscono da Ungheria e Polonia non per la loro natura legale o illegale. , pratiche ma in quanto i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca. che differiscono da Ungheria e Polonia non per le loro pratiche legali o illegali, ma per il fatto che i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca. che differiscono da Ungheria e Polonia non per le loro pratiche legali o illegali, ma per il fatto che i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca.

https://americanaffairsjournal.org/2022/05/the-eu-after-ukraine/#notes

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