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CRISIS

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Sergej Lavrov: Conferenza stampa di inizio anno (Video con traduzione in Italiano)

Conferenza stampa di inizio anno – 2023 – con i giornalisti stranieri. Mosca, 18 gennaio 2023

Conferenza stampa di Sergej Lavrov, ministro degli esteri della Federazione Russa, 18 gennaio 2023. Traduzione simultanea in italiano, versione integrale a cura di Mark Bernardini)

Guerra in Ucraina, profili strategici e divisioni valoriali

di Alberto Bradanini

In un acuto articolo reperibile sulla rete[1], l’antropologo francese Emmanuel Todd ha sviluppato alcune riflessioni sugli accadimenti ucraini che andrebbero valutate da chi dispone del potere di evitare che questa guerra ci conduca nel baratro.

Di seguito i punti cruciali delle riflessioni di Todd, con commenti a margine di chi scrive, quando non diversamente indicato, tenendo a mente che le rappresentazioni della narrazione dominante non sorgono da quel ramo del Lago di Como come i monti manzoniani, essendo fabbricate a tavolino da coloro che muovono i fili della manipolazione, per interesse o sudditanza[2].

L’antropologo citato rileva che all’avvio del conflitto due erano i postulati che gli eventi successivi hanno poi smentito: a) l’Ucraina non resisterà alla pressione militare russa; b) la Russia verrà schiacciata dalle sanzioni occidentali e il suo sistema produttivo, commerciale e finanziario sarà messo in ginocchio.

Inizialmente il conflitto aveva una dimensione territoriale, con un rischio espansivo limitato, sebbene i propositi di Nato-Usa erano stati prefabbricati e avessero obiettivi più estesi. Col passare dei mesi, l’obiettivo dell’Occidente è emerso nella sua evidenza, il dissanguamento della Russia e a caduta l’indebolimento della Cina. In parallelo, da una dimensione circoscritta la guerra è diventata mondiale, seppure con proprie caratteristiche e una bassa intensità militare rispetto a quelle precedenti.

All’avvio delle ostilità, la narrazione mediatica esaltava la forza dell’esercito russo, ben armato e strutturato. Dell’economia russa veniva invece rimarcata la fragilità di fondo, che l’avrebbe fatta crollare sotto il peso delle sanzioni. L’Ucraina, in buona sostanza, sarebbe stata travolta sul piano militare, mentre la Russia su quello economico. Le carte si sono invece ribaltate, una doppia sorpresa che conferma l’azzardo di ogni previsione e l’inattendibilità della macchina manipolatoria, quando i destinatari trovano tempo per approfondire.

Gli analisti dotati di pensiero critico – non certo i funzionari politici e mediatici di sistema, o i partigiani ideologici – restano convinti che sarà la Russia a prevalere, anche se la forma non è prevedibile. L’Ucraina, tuttavia, non è stata schiacciata sul piano militare, pur avendo perso (gennaio 2023) il 16 per cento del territorio. Sul fronte opposto, l’economia regge, non è andata in rovina, il commercio con i paesi non-occidentali è sostenuto e, dalla vigilia della guerra, il rublo ha guadagnato l’8 per cento sul dollaro e il 18 per cento sull’euro.

Sul piano militare l’Occidente non intende esporsi (lo fa con il sangue e il territorio ucraini) per evitare rappresaglie ed escalation, pur fornendo finanziamenti e armamenti che tengono in piedi lo stato ucraino e uccidono soldati russi. In Europa, la guerra danneggia la struttura industriale, causa inflazione e scarsità di energia, aggrava la sua irrilevanza e la sudditanza all’alleato-padrone.

Secondo alcuni, con questa operazione militare speciale Putin avrebbe commesso un errore storico-sociale, avendo rivitalizzato la morente società ucraina. Fino all’avvio delle ostilità l’Ucraina aveva il profilo di un paese fallito, in decomposizione. Dal giorno dell’indipendenza (24 agosto 1991) il paese aveva perso 15 milioni di abitanti, sebbene manchino dati ufficiali perché il censimento è vietato dal 2001, quale riflesso di un’élite che vorrebbe cancellare persino l’esistenza della minoranza russa o russofona.

Secondo le iniziali valutazioni del Cremlino, un paese così fragile sotto il profilo identitario sarebbe facilmente crollato, spalancando le porte a santa madre Russia, dopo essersi liberato delle bande nazionaliste e para-naziste insediatesi nei suoi apparati politici e militari. Ma ciò non è avvenuto. Anzi, lo sviluppo degli eventi ha validato l’assunto che una società in caduta libera come quella ucraina può trovare nella guerra un orizzonte identitario che sembrava perso nelle nebbie del tempo, facendo affidamento su risorse esterne, finanziarie e militari. Persino i russi avevano sottovalutato il collante del sentimento nazionalista, oltre che l’impatto degli aiuti occidentali.

Va rilevato che tra i diversi protagonisti della guerra, la Russia è il paese più facilmente intellegibile, e a ragione. Todd condivide l’analisi del politologo americano di scuola realista, John Mearsheimer, quando osserva che l’esercito ucraino era già di fatto un esercito della Nato (addestrato da statunitensi, britannici e polacchi molto prima del 2014) anche senza la formale adesione di Kiev al Blocco Atlantico. Uno scenario che – come da Putin affermato fino al giorno precedente l’attacco – la Russia non avrebbe tollerato. Le mosse di Mosca sono chiare, essendo motivate da ragioni difensive e preventive. Mearsheimer aggiunge tuttavia che le difficoltà dell’esercito russo non dovrebbero indurre a rallegrarsi, poiché questa guerra ha per Mosca un valore esistenziale. Se crescono le sofferenze, cresce in parallelo l’intensità della sua reazione, e dunque una possibile escalation[3] persino nucleare (un rischio su cui gli incoscienti generali/governo/produttori di armi americani, che manovrano dietro il sipario, sorvolano distrattamente, mentre i paesi europei si eclissano sotto il velo di un’umiliante omertà): qualora vedesse profilarsi la sconfitta, l’esercito russo procederebbe innanzitutto alla sistematica distruzione delle città ucraine, a partire dalla capitale, per poi considerare attacchi convenzionali con missili ipersonici fors’anche contro un paese Nato, fino all’uso di un ordigno nucleare tattico (al quale difficilmente gli Usa reagirebbero, per non rischiare a loro volta di diventare bersagli della controreazione russa).

Si tratta di un’analisi che Todd considera corretta, sebbene le riflessioni di Mearsheimer meritino un’aggiunta: questo conflitto aveva inizialmente caratteristiche esistenziali solo per Mosca. Esso è ora diventato tale anche per Washington, sebbene per ragioni diverse, imprigionando i due antagonisti in una spirale senza apparente via d’uscita. La Russia, come rilevato, non può essere sconfitta, se non scatenando l’Armageddon. Ora, anche la disfatta dell’Occidente-Ucraina verrebbe percepita dagli Stati Uniti, che ne sono la guida, come una ferita esistenziale. Per Washington le sofferenze non comporterebbero sacrifici territoriali o il rischio di un cambio di regime (come in Russia), poiché la struttura del corporativismo americano non ne verrebbe comunque scalfita. Le conseguenze sarebbero di natura geostrategica. Se la Russia dovesse prevalere, l’icona di onnipotenza della superpotenza atlantica ne risentirebbe pesantemente, con riflessi diretti sulla sua influenza nel mondo. Gli Usa, infatti, non intendono certo rinunciare allo status imperiale unipolare – la sola nazione indispensabile, B. Clinton, 1999 – per tornare ad essere una nazione normale e contribuire con onestà alla soluzione dei problemi del mondo. Decisamente no.

In caso di sconfitta dell’Ucraina, dunque, il sistema di potere americano potrebbe scoprirsi esposto e magari percepire i primi cedimenti di quel trono di privilegi sul quale è seduto. La guerra non presenta vie d’uscita bilanciate per le due parti. La torta sarà divisa in modo ineguale, con riflessi imprevedibili sul resto del mondo.

Secondo le dichiarazioni ufficiali, Francia e Germania erano convinte che la Russia mai avrebbe trovato il coraggio d’invadere l’Ucraina, mentre americani, inglesi e polacchi stavano lavorando proprio perché ciò avvenisse. Non ne abbiamo evidenza, ma è presumibile, riflette Todd, che i due paesi non abbiano considerato seriamente tale ipotesi, sebbene le recenti dichiarazioni (comode e tardive) di Hollande e Merkel (i quali nel 2014 guidavano i rispettivi governi) – che gli accordi di Minsk (che avrebbero sancito l’autonomia linguistica nel Donbass sotto sovranità ucraina) erano solo un espediente per guadagnare tempo[4] e consentire all’Ucraina di armarsi in vista di un conflitto con la Russia – lascerebbero supporre il contrario. A tale riguardo, è amaro prendere atto della fredda violazione del diritto internazionale da parte di un paese, la Francia, membro del Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite con diritto di veto, poiché gli accordi di Minsk erano stati approvati dalle Nazioni Unite con apposita Risoluzione del CdS[5]. Analogo sentimento di riprovazione andrebbe manifestato verso la Germania, a cui piace presentarsi quale campione di integrità morale e rispetto delle leggi. Un altro plateale inganno.

D’altra parte, essendo da tempo schiacciate sulle strategie Nato-Usa, le due nazioni non dispongono della libertà necessaria di gestire gli eventi in autonomia: il destino del conflitto (e dei suoi riflessi sistemici) si trova dunque nelle mani del tetra-potere Washington (Nato)-Londra-Varsavia-Kiev: il primo guida le danze, gli altri sono attori non protagonisti.

Todd rileva poi che su un punto le riflessioni di Mearsheimer sono meno convincenti, poiché da buon americano sopravvaluta il suo paese quando spiega che gli Stati Uniti potrebbero digerire anche questa sconfitta, dopo quelle in Vietnam, Afghanistan e per certi versi Iraq e Siria, e che dunque – come menzionato – il conflitto in Ucraina abbia un valore esistenziale solo per Mosca, mentre per Washington non sarebbe altro che un divertissement utile a riempire ancor più le tasche dei produttori di armi, già ricchi per conto loro. I rapporti cruciali di potere, conclude Mearsheimer, non verrebbero sconvolti nemmeno da tale eventuale sconfitta. A suo avviso, in buona sostanza, il postulato della geopolitica americana è basato sull’assunto seguente: gli Stati Uniti possono fare quel che vogliono perché sono al sicuro, geograficamente lontani da ogni minaccia, protetti da due oceani. Dunque, non succederà mai nulla, poiché agli occhi dell’impero nulla è davvero esistenziale. Secondo Todd tale asserzione è erronea, e sarebbe sbagliato per gli Stati Uniti (qui intesi come apparati militari-industriali e la cuspide corporativa, non i 330 milioni di cittadini, affetti da un diffuso analfabetismo politico) perseverare nell’autoconvincimento d’onnipresenza. Essi dovrebbero invece cambiare registro e prendere atto, tra le altre cose, della solidità dell’economia materiale russa (gas, petrolio e materie prime indispensabili al mondo) e della fragilità di quella immateriale fondata in parte eccessiva su valori cartacei.

Se Mosca resistesse all’impianto sanzionatorio dell’Occidente, generando benefici anche per il mondo emergente, sempre più infastidito dal costo di guerre occidentali che non lo riguardano, essendo alle prese con altre priorità (lotta a povertà e sottosviluppo), e se anche l’economia europea uscisse strutturalmente deteriorata dal conflitto, la capacità dell’America di controllare monete e finanza ne risentirebbe drammaticamente. Con la difficoltà a sostenere un’economia di carta e l’enorme deficit commerciale, gli Usa potrebbero dover fronteggiare l’inizio di un declino economico/politico/militare, mentre il mondo vedrebbe l’affermarsi di un crescente multipolarismo. Il terreno perso dall’uno verrebbe conquistato dall’altro, nel tragico gioco a somma zero. Su tale palcoscenico, cinesi, indiani e sauditi, tra gli altri, nascondono a malapena la loro esultanza.

Putin e il passato

L’esercito russo è stato forse sopravvalutato, ma esso resta tuttavia solido e ben equipaggiato. Putin d’altro canto può contare anche su altro. Gli anni ’90 furono un periodo d’inenarrabili sofferenze. Con la presidenza Putin, uno dei pochi collaboratori non corrotti si cui Yeltsin poteva contare, il paese è tornato alla stabilità e alla crescita, recuperando sicurezza e benessere. Sono scesi i tassi di suicidi e omicidi, insieme alla mortalità infantile, oggi sotto quella americana. Nella mente e nella prassi del popolo, Putin incarna tale percorso di recupero. Nel paese non manca chi giudica sbagliata la scelta della guerra, ma la maggioranza concorda con il presidente che questa operazione militare speciale sia un conflitto di natura difensiva. Inoltre, la buona tenuta del sistema economico accresce la fiducia di poter fronteggiare egregiamente l’Occidente collettivo, ovvero Stati Uniti e vassalli europei.

I russi, rileva Todd, hanno rispetto per il popolo e l’esercito ucraini, la cui resistenza avrebbe una spiegazione semplice: essi sono coraggiosi come i russi, mai gli occidentali combatterebbero così bene! Putin punta alla vittoria, ma mira anche al mantenimento della stabilità sociale, e la prima ne è il presupposto. La Russia combatte con uno sguardo al principio del risparmio, di uomini innanzitutto, perché il paese è alle prese con un drammatico calo demografico, la fertilità per donna essendo di 1,5 figli (2,1 è quella minima per non far scendere la popolazione). Se la guerra durerà cinque anni, una durata normale per un conflitto mondiale, occorre allora preservare al massimo la vita dei soldati, futuri padri-famiglia. Sorprende che al governo ucraino tale aspetto importi meno, mandando i soldati allo sbaraglio con scarsa considerazione: il ripiegamento russo a Kherson, dopo quelli a Kharkiv e Kiev, città non strategiche, trova spiegazione anche in questa logica.

Il governo di Mosca non nasconde l’auspicio che le economie europee vengano esaurite, poiché esse sono fragili, esposte sull’energia e guidate da governi non sovrani. La strategia russa è dunque intellegibile perché basata su una logica razionale, seppure dura, per usare l’aggettivo di Todd, mentre le incognite sarebbero altrove. Secondo alcuni critici, Mosca non avrebbe ragione a definire il conflitto ucraino come una guerra difensiva, poiché nessun paese ha tentano d’invadere la Russia. Secondo Todd, tuttavia, uno sguardo alla mappa del mondo evidenzia l’accerchiamento al quale la Federazione deve far fronte. Basi militari, dispiegamento di missili, navi, sommergibili Nato-Usa, tutti convergono sul territorio russo, un assedio iniziato ben prima del 24 febbraio 2022. Mentre le trincee dei due eserciti in guerra si trovano a 8400 chilometri da Washington, esse sono invece a soli 130 chilometri dal confine russo.

La dimensione mondiale

Il 75% dei paesi membri delle Nazioni Unite non applica le sanzioni dell’Occidente a guida Usa (rappresentanti 6,5 miliardi di persone i primi, 1,5 miliardi i secondi). I media occidentali si mostrano al riguardo tragicamente diversivi, oltre che divertenti, quando fanno rimarcare l’isolamento della Russia sul piano internazionale.

Jaishankar, ex-ministro indiano degli Affari Esteri (nel suo libro The India Way), pubblicato poco prima del febbraio 2022, ritiene che il confronto Cina-Stati Uniti, sulla scorta della debolezza di questi ultimi, darà più spazio a paesi come l’India e altri, ma non gli europei. Molti paesi hanno preso atto del pur relativo declino statunitense, ma non Europa e Giappone. Ciò avviene, riflette Todd, perché un riflesso del ritracciamento imperiale è la necessità di rafforzare la presa sui paesi-colonie. Ne La Grande Scacchiera Brzezi?ski ripercorre le tappe della formazione dell’impero americano al termine del secondo conflitto mondiale con la sconfitta/conquista di Germania e Giappone, divenuti da allora protettorati (questi dispongono di governi formalmente autonomi, diversamente dalle colonie, che sono invece guidate da governatori nominati). I primi a perdere l’autonomia furono inglesi e australiani (e ancor prima i canadesi). All’interno dell’anglosfera l’intreccio funzionale è tale che le loro élite politiche, mediatiche e accademiche sono ormai integrate nell’universo valoriale americano. Il continente europeo è parzialmente protetto dalle lingue nazionali, ma la sua cessione di sovranità è stata comunque profonda e nelle condizioni date è irreversibile. Solo pochi anni orsono, valutando l’inopportunità della guerra in Iraq, a Chirac, Schröder e Putin era consentito organizzare conferenze-stampa congiunte, esprimendosi in modo critico. Un tale scenario è oggi fantascienza.

Alcuni analisti fanno notare che il Pil (Prodotto interno lordo) della Russia è inferiore a quello della Spagna e dunque potere economico e capacità di resistenza sono sopravvalutate. Anche a tale riguardo, annota Todd, la guerra è un grande rivelatore. Il Pil combinato di Russia e Bielorussia rappresenta solo il 3,3% di quello dei paesi occidentali (Stati Uniti, Anglosfera, Europa, Giappone, Corea del Sud), sulla carta dunque incomparabile. Ciò induce a chiedersi come possa la Russia far fronte a un conflitto così gravoso, continuando a produrre armi sofisticate senza ridurre il benessere dei cittadini.  La spiegazione è legata alla struttura materiale dell’economia russa, la cui natura è messa in ombra dalla narrazione occidentale. Il Pil è una misura fittizia della produzione. Se a quello degli Stati Uniti si sottrae l’enorme spesa sanitaria, la ricchezza prodotta da avvocati, il costo dei penitenziari (i più affollati al mondo), i servizi pagati con carta-moneta, il prodotto di 20.000 accademici-economisti con stipendi di 120.000 dollari, emerge all’evidenza che una parte cospicua del Pil statunitense è solo vapore acqueo.

La guerra in Ucraina ci obbliga a guardare con maggior attenzione all’economia reale, secondo la quale la vera ricchezza di una nazione è costituita dalla capacità di produrre. Sulla base di tale postulato, l’economia russa è quanto mai solida. Nel 2014, sono state adottate le prime serie sanzioni contro la Russia. Da allora, la produzione di grano è passata da 40 milioni di tonnellate a 90 nel 2020. Negli Stati Uniti, grazie alle politiche neoliberiste, dal 1980 al 2020 la produzione di grano è scesa da 80 a 40 milioni di tonnellate. La Russia è diventata anche il più grande esportatore di centrali nucleari. Nel 2007, secondo gli americani, la Russia era in tale stato di disfacimento che anche la sua forza militare e nucleare ne avrebbe risentito profondamente. Oggi Mosca dispone di missili ipersonici, anche nucleari, più potenti di quelli americani e mostra una straordinaria capacità di crescere e adattarsi. Quando si vuole irridere alle economie centralizzate, se ne enfatizza la rigidità, e quando si vuol glorificare il capitalismo, se ne loda la flessibilità. Bene. Per garantire flessibilità a un sistema economico sono necessari adeguati meccanismi di mercato, finanziari e monetari. Ma prima ancora è necessario disporre di forza lavoro e competenze. La popolazione degli Stati Uniti è oltre il doppio di quella della Russia (2,2 volte nelle fasce di età studentesche). Tuttavia, con percentuali comparabili di giovani nell’istruzione superiore, negli Stati Uniti il 7% studia ingegneria, in Russia il 25%. Con un numero 2,2 volte inferiore di studenti, i russi formano il 30% in più di ingegneri. Gli Stati Uniti cercano di attrarre studenti stranieri, che sono per lo più indiani o cinesi, un numero peraltro in diminuzione. Uno dei dilemmi paradossali della loro economia riguarda la competizione strategica con la Repubblica Popolare Cinese, che viene affrontata importando professionisti qualificati proprio dalla Cina. Quanto alla Russia, essa riproduce sotto tale profilo il modello cinese, poiché i settori fondamentali della sua economia sono controllati dallo stato, che tiene a bada in tal modo la pervasività del corporativismo internazionale (e dunque americano-centrico). In buona sostanza, Putin accetta le regole del mercato, ma si riserva la facoltà d’intervento dello stato a garanzia degli interessi collettivi e dunque anche, per quanto riguarda la guerra, della formazione professionale di maestranze essenziali allo sviluppo industriale, civile e militare del paese.

Alcuni in Russia reputano che V. Putin abbia fatto cattivo uso delle risorse disponibili, perché l’economia resterebbe debole e dipendente dall’esterno. Se così fosse, invero, la guerra non sarebbe nemmeno iniziata, elabora Todd. Ciò che rende incerto l’esito del conflitto è semmai il rapporto tra tecnologie militari avanzate e produzioni di massa. Certo, gli Stati Uniti dispongono di armi sofisticate, che sono poi quelli che consentono all’esercito ucraino di resistere. Tuttavia, in una guerra di logoramento che coinvolge ampie risorse umane e materiali, la differenza si misurerà sulla maggiore disponibilità di armamenti di fascia medio-bassa. Nell’attuale globalizzazione fondata sul profitto a ogni costo, l’Occidente ha delocalizzato molte attività industriali, comprese quelle militari o legate alla sicurezza. L’esito della guerra dunque si giocherà sulla capacità di produrre armamenti in quantità costante ed elevata.

Epilogo

In Occidente il conflitto viene presentato anche come una battaglia per la difesa di valori politici (democrazia contro autocrazia), mentre per la Russia, e non solo, esso ha una valenza antropologica, oltre che geopolitica. La Russia si è formata su strutture e valori centrati sul comunitarismo e la famiglia, che sopravvivono tuttora, sebbene in forma moderna. Il patriottismo russo sorge dal subconscio di una nazione che s’identifica con la struttura famigliare, in prevalenza di tipo patri-lineare, dove il genere maschile copre un ruolo centrale. Essa fa fatica ad aderire a quelle innovazioni di genere accettate in Occidente (la Duma ha approvato una legislazione assai restrittiva in merito). Se sotto il profilo della tolleranza sociologica si tratta di una postura discutibile, il 75% del pianeta condivide però tale centralità patri-lineare ed è dunque simpatetica con le posizioni russe. Per il non-Occidente, la Russia esprime valori conservatori, ma rassicuranti.

Sul piano geopolitico contano molto le disponibilità di energia, il potere militare, la produzione industriale e di armamenti, e via dicendo. Ad essa va tuttavia abbinata la dimensione ideologica e culturale, il soft power. L’Urss è stata una formidabile calamita per tutela politica, militare e ideologica, influenzando numerosi paesi, anche occidentali, italiani, francesi, cinesi, vietnamiti, sudamericani, e via dicendo. Il comunismo era però osteggiato nel mondo musulmano per il suo ateismo e ispirava scarsa simpatia in un paese come l’India (a parte il Bengala occidentale e il Kerala), che avrebbe dovuto essere attratto dalla calamita socialista. Ecco, al confronto, la Russia odierna, erede della statualità sovietica, sembrerebbe disporre di armi di seduzione più efficaci, perché si è riposizionata quale grande potenza anticolonialista, ma allo stesso tempo patri-lineare e conservatrice.

Gli americani accusano di tradimento l’Arabia Saudita perché contraria ad aumentare la disponibilità di petrolio diminuita a causa del conflitto, schierandosi di fatto con Mosca. Nella Russia odierna, invero, i sauditi vedono non solo cointeressenze, ma anche una possibile condivisione di valori conservatori. La guerra in Ucraina, in definitiva, ha accelerato l’affermarsi di un multipolarismo sia politico-economico che culturale. Essa ha aperto la strada ad accostamenti di natura antropologica tra nazioni resistenti all’impero unipolare, con riflessi ora poco intellegibili, ma che allargheranno ancor più il fossato da un Occidente destinato a non essere più il cuore del mondo.


[1] https://www.lefigaro.fr/vox/monde/emmanuel-todd-la-troisieme-guerre-mondiale-a-commence-20230112

[2] https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__come_opera_la_macchina_della_propaganda/39602_48347/

[3] Konstantin Gavrilov, capo della delegazione russa ai negoziati di Vienna sulla sicurezza militare e il controllo degli armamenti, ha dichiarato all’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa): Sappiamo che i carri armati Leopard 2, così come i veicoli da combattimento blindati Bradley e Marder, possono utilizzare proiettili all’uranio impoverito[3] in grado di contaminare il terreno, proprio come era accaduto in Jugoslavia e in Iraq. Se Kiev dovesse essere rifornita di tali munizioni per l’utilizzo in mezzi militari pesanti occidentali, lo considereremmo come un attacco con ‘bombe nucleari sporche’ contro la Russia, con tutte le conseguenze del caso. Il governo statunitense e la Nato hanno stoccato in Europa munizioni al berillio e all’uranio impoverito. Il cannone M-242 montato sui Bradley, che secondo Voice of America, arriveranno presto in Ucraina, utilizza munizioni all’uranio impoverito (UI), così come i carri britannici Challenger. L’UI è stato utilizzato in Afghanistan e in Iraq, nelle munizioni per aerei, carri armati e veicoli da combattimento[3], come riporta Iraq Veterans Against the War.Durante l’invasione di quel paese, il governo statunitense aveva autorizzato l’uso dei proiettili all’UI anche nei quartieri civili. Il gruppo pacifista olandese Pax ha ottenuto le coordinate dei siti iracheni dove jet e carri armati statunitensi avevano scaricato 10.000 proiettili all’UI nel solo 2003,” (The Guardian, 2014). Se si tenta di verificare tali informazioni sul sito dell’IKV Pax Christi, una pagina avverte che il sito è pericoloso e potrebbe essere hackerato. In altre parole, le notizie sull’UI in Iraq e Afghanistan, comprese quelle riguardanti gravi danni alla salute delle persone e  malformazioni neonatali, non possono essere di dominio pubblico. Gavrilov, il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, hanno segnalato che la consegna di missili a lunga gittata all’Ucraina porterà ad un disastro globale e misure di ritorsione da parte di Mosca con l’uso di armi più potenti. Nelle parole di Gavrilov Mosca intraprenderà dure azioni di ritorsione se il governo statunitense persisterà nel consegnare a Kiev missili a lungo raggio e munizioni all’uranio impoverito, che la Russia considera alla stregua di bombe nucleare sporche.

[4] https://contropiano.org/news/internazionale-news/2022/12/11/angela-merkel-ricordi-e-bugie-sugli-accordi-di-minsk-0155287

[5] https://press.un.org/en/2015/sc11785.doc.htmAlberto Bradanini

Alberto Bradanini

Alberto Bradanini è un ex-diplomatico. Tra i molti incarichi ricoperti, è stato anche Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-2012) e a Pechino (2013-2015). È attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

Ucraina: Tutte le maschere sono cadute

Nel gennaio 2023, tutte le maschere sono state gettate via. Le élite euro-atlantiche, motivate dopo gli incontri di Davos, hanno capito che non c’era più bisogno di coprire le loro vere intenzioni con appelli ipocriti a “salvare la giovane democrazia ucraina per il bene della pace nel mondo”. Sempre più rappresentanti del cosiddetto “miliardo d’oro” dell’Occidente riconoscono i veri obiettivi della politica bellicosa che conducono da decenni contro la Russia, ossia la distruzione dell’integrità della Federazione Russa come Stato e la privazione del popolo russo della statualità per ottenere il controllo su enormi risorse che “per qualche ingiustizia storica appartengono ai barbari russi”. Il destino dello Stato ucraino e la vita della sua popolazione sono di scarso interesse per loro, perché in caso di vittoria, il suo territorio fertile diventerà un piacevole bonus.

Le élite euro-atlantiche hanno scatenato e stanno conducendo una guerra aggressiva contro la Federazione Russa per i loro interessi personali. Inoltre, il continuo sviluppo del conflitto militare, la mancanza di volontà politica dell’Occidente di risolverlo e il rafforzamento della retorica bellicosa con il riconoscimento dei veri obiettivi della guerra indicano che queste élite sono pronte a intensificare il conflitto fino alla terza guerra mondiale, e nemmeno la minaccia nucleare li fermerà.

Il 20 gennaio, in occasione di una cerimonia a Madrid, Josep Borrel ha ricordato le grandi vittorie della Russia su Hitler e Napoleone, da cui ha concluso che è necessario continuare ad aumentare la pressione militare su di essa. Con la sua dichiarazione, il capo della diplomazia dell’UE ha messo l’Occidente collettivo moderno sullo stesso piano dell'”Occidente collettivo creato da Hitler” e dell'”Occidente collettivo di Napoleone”, entrambi sconfitti dalla Russia.

“La Russia è un grande Paese, è abituata a combattere fino alla fine, è abituata quasi a perdere e poi a ripristinare tutto. Lo hanno fatto con Napoleone, lo hanno fatto con Hitler. Sarebbe assurdo pensare che la Russia abbia perso la guerra o che i suoi militari siano incompetenti. Pertanto, è necessario continuare ad armare l’Ucraina”.

Le dichiarazioni di Borrel non hanno fatto scalpore. Non è stato il primo a esprimere tali minacce alla Russia. Tuttavia, la recente dichiarazione è diventata una delle più esplicite. Ha espresso il vero obiettivo della compagnia militare dell’Occidente, che è la distruzione della Russia e il sequestro dei suoi territori, come Hitler e Napoleone avevano già tentato di fare.

Tra le rivelazioni dei leader occidentali, le parole del vice primo ministro e ministro delle Finanze canadese Chrystia Freeland sono sembrate particolarmente interessanti al forum di Davos. Anche lei ha sostenuto la posizione di Borrel, specificando che la sconfitta della Russia “sarebbe un’enorme spinta per l’economia globale”. La Freeland, il cui nonno era membro del gruppo nazionalista OUN-UPA di Andrei Melnik, è salita alla ribalta più volte negli ultimi anni parlando a sostegno dei nazisti ucraini e facendo dichiarazioni russofobe.

La vittoria dell’Ucraina nella guerra contro la Russia di quest’anno “sarebbe un’enorme spinta per l’economia globale”, afferma Chrystia Freeland, vice premier di Trudeau e membro del consiglio di amministrazione del WEF.

“Questa è la guerra per le risorse del XXI secolo, in scala reale e semplice”. Così la portavoce del Ministero degli Esteri russo ha commentato le sue affermazioni.

Tra la retorica bellicosa dell’Occidente e la continua sconfitta dell’esercito ucraino sul campo di battaglia, l’inizio dell’anno 2023 è stato segnato anche dal rafforzamento del sostegno militare al regime fantoccio di Kiev.

Mentre l’Europa cerca nei magazzini i carri armati per i soldati ucraini, Washington ha già annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari da 2,5 miliardi di dollari.

La NATO e Washington non nascondono più che non solo mantengono l’esercito ucraino, ma forniscono anche le informazioni di intelligence necessarie, comandano le truppe ucraine sul campo di battaglia e hanno assunto il controllo del processo decisionale militare. I principali media statunitensi riportano spesso che “gli Stati Uniti hanno raccomandato all’esercito ucraino di ritirarsi da Bakhmut” o che “gli Stati Uniti stanno aiutando a pianificare operazioni di controffensiva in Ucraina”. Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti aiuteranno l’Ucraina a pianificare controffensive per riprendere i “territori occupati, compresa la Crimea”.

“La Russia non ha cercato di inasprire il conflitto, ma i Paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, hanno oltrepassato le linee rosse e hanno iniziato a rappresentare una minaccia per i nostri interessi nazionali. Ora gli Stati Uniti parlano di sostenere l’aggressione ucraina contro la Crimea e i nuovi territori russi. Ma il regime di Kiev deve rendersi conto che il sostegno dei Paesi occidentali si ritorcerà contro di lui e contro l’Ucraina. Più i Paesi occidentali interferiscono negli affari dell’Ucraina, più il confine della nostra operazione speciale si sposterà per creare una zona cuscinetto e proteggere il nostro Paese dai vicini nemici”. Così il deputato della Duma di Stato della Federazione Russa proveniente dalla regione della Crimea Mikhail Sheremet ha commentato la questione.

Le azioni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei stanno portando il mondo verso una catastrofe globale. Se Washington e i Paesi della NATO forniscono armi che saranno utilizzate per attaccare città pacifiche e tentare di impadronirsi dei territori russi, questo porterà a misure di ritorsione da parte dell’esercito russo che utilizzerà armi più potenti. Con le loro decisioni, Washington e Bruxelles stanno portando il mondo verso una guerra che sarà completamente diversa dalle ostilità in corso oggi, quando gli attacchi vengono effettuati esclusivamente su strutture militari e infrastrutture strategiche utilizzate dal regime di Kiev.

Le argomentazioni secondo cui non esiste una minaccia nucleare, poiché le potenze nucleari non hanno mai usato armi di distruzione di massa in conflitti locali, sono insostenibili perché questi Stati non hanno mai affrontato una minaccia alla sicurezza dei propri cittadini e all’integrità territoriale, come invece fa oggi la NATO minacciando la Russia.

L’inasprimento della retorica occidentale, fino a vere e proprie minacce di guerra e distruzione dello Stato russo, è stato chiaramente percepito a Mosca.

La leadership politica russa, che fino a poco tempo fa cercava di mantenere un dialogo con i “partner occidentali” basato sui principi della politica reale o almeno del diritto internazionale di base, sembra aver cambiato posizione.

Dopo un anno di ostilità in Ucraina, è diventato chiaro che l’attuale conflitto è stato orchestrato dall’Occidente collettivo non solo negli ultimi 8 anni, ma decenni fa, quando già nel 2004 era diventato evidente che la Russia stava cercando di uscire dalle catene neocoloniali del periodo post-sovietico. Di conseguenza, Mosca ha finalmente accettato le regole del gioco imposte dall’Occidente e chiarisce che, da parte sua, non vede più il modo di risolvere pacificamente le contraddizioni accumulate con i Paesi della NATO ed è pronta a entrare in una guerra su larga scala.

La recente conferenza stampa del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che ha riassunto i risultati della diplomazia russa nel 2022, ne è stata un chiaro esempio. Il ministro russo ha descritto la situazione attuale con estrema durezza:

Quello che sta accadendo ora in Ucraina è il risultato dei preparativi degli Stati Uniti e dei loro satelliti per l’inizio di una guerra ibrida globale contro la Federazione Russa. Nessuno nasconde questo fatto. Lo dimostrano le dichiarazioni di politologi, scienziati e politici occidentali imparziali. In un suo recente articolo, Ian Bremmer, professore di scienze politiche alla Columbia University, ha scritto: “Non siamo in una guerra fredda con la Russia. Siamo in una guerra calda con la Russia. Ora è una guerra per procura. E la NATO non la sta combattendo direttamente. La stiamo combattendo attraverso l’Ucraina”. Questa ammissione è franca e questa conclusione è in superficie. È strano che alcuni cerchino di confutarla. Recentemente, il Presidente della Croazia Zoran Milanovic ha affermato che questa è una guerra della NATO. Una dichiarazione aperta e onesta. Diverse settimane fa, Henry Kissinger (prima di esortare la NATO ad accettare l’Ucraina nel suo recente articolo) ha scritto a chiare lettere che gli eventi in Ucraina sono uno scontro, una rivalità tra due potenze nucleari per il controllo di quel territorio. È abbastanza chiaro cosa intendesse.

I nostri partner occidentali sono astuti e cercano con veemenza di dimostrare che non stanno combattendo la Russia, ma stanno solo aiutando l’Ucraina a rispondere a un'”aggressione” e a ripristinare la sua integrità territoriale. L’entità del loro sostegno rende chiaro che l’Occidente ha puntato molto sulla sua guerra contro la Russia; questo è ovvio.

Gli eventi che circondano l’Ucraina hanno portato alla luce la spinta implicita degli Stati Uniti ad abbandonare i tentativi di rafforzare la propria posizione globale con mezzi legittimi e ad adottare metodi illegittimi per garantire il proprio dominio. Tutto è lecito. I meccanismi e le istituzioni un tempo venerati, creati dall’Occidente guidato dagli Stati Uniti, sono stati scartati (e non per quello che stiamo vedendo in Ucraina). Il libero mercato, la concorrenza leale, la libera impresa, l’inviolabilità della proprietà e la presunzione di innocenza, in una parola, tutto ciò su cui si basava il modello di globalizzazione occidentale è crollato da un giorno all’altro. Sono state imposte sanzioni alla Russia e ad altri Paesi discutibili che non rispettano questi principi e meccanismi. È chiaro che le sanzioni possono essere imposte in qualsiasi momento a qualsiasi Paese che, in un modo o nell’altro, si rifiuta di seguire pedissequamente gli ordini americani.

L’Unione Europea è stata completamente assorbita da questa dittatura statunitense (non ha senso parlarne a lungo)…

Come Napoleone, che mobilitò quasi tutta l’Europa contro l’Impero russo, e Hitler, che occupò la maggior parte dei Paesi europei e li scagliò contro l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno creato una coalizione di quasi tutti gli Stati europei membri della NATO e dell’UE e stanno usando l’Ucraina per condurre una guerra per procura contro la Russia con il vecchio obiettivo di risolvere definitivamente la “questione russa”, come Hitler, che cercava una soluzione definitiva alla “questione ebraica”. …

(Conferenza stampa del ministro degli esteri russo Lavrov del 18 gennaio 2023)

Recentemente sono stati segnalati alcuni cambiamenti nella leadership politica e militare russa. In particolare, sono stati cambiati alcuni funzionari che occupano posizioni di vertice in organismi politici chiave come l’amministrazione presidenziale, il Consiglio di sicurezza, i servizi speciali, ecc. Sono state avviate ispezioni per chiarire la conformità di diversi funzionari di alto rango alle loro posizioni, i loro legami con l’estero e la verifica di eventuali azioni di corruzione.

Cambiamenti sono avvenuti anche nel Ministero della Difesa russo. Il generale dell’esercito Valery Gerasimov è stato nominato comandante del gruppo di truppe russe nella zona dell’operazione militare speciale (SVO) in Ucraina. Ha combattuto i militanti ceceni alla testa dell’esercito, ha organizzato un’operazione in Siria e dal novembre 2012 è a capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe. I cambiamenti nel comando militare russo potrebbero indicare la nuova fase delle ostilità in Ucraina. Inoltre, nuovi generali sono stati nominati in una serie di altre posizioni chiave del Ministero della Difesa.

A gennaio, le forze armate russe hanno iniziato a rafforzare in modo risoluto il sistema di difesa aerea nella capitale. Negli ultimi giorni sono stati ampiamente condivisi online filmati di nuovi sistemi di difesa aerea dispiegati vicino ai centri decisionali, come il Cremlino di Mosca e l’edificio del Ministero della Difesa.

Tutto ciò riflette un cambiamento nella visione del Cremlino dei processi in corso e la sua disponibilità ad affrontare la sfida dell’Occidente. La perseveranza delle élite euro-atlantiche è stata finalmente recepita dalla Russia e ha ricevuto una degna risposta. Purtroppo, la posizione dell’Occidente significa che il mondo non può più sperare in una rapida fine della guerra in Europa. Inoltre, il conflitto rischia di aggravarsi.

FONTE: https://southfront.org/all-masks-thrown-off/

(Traduzione: Cambiailmondo.org)

PER APPROFONDIMENTI:

Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp. “Il piano degli Stati Uniti contro la Russia è stato formulato 3 anni fa”.

Come gli Stati Uniti ottengono nuovi membri della NATO con la sovversione, seguita da un colpo di stato, seguito da una pulizia etnica

La crisi della sanità italiana: dalla Riforma del Titolo V alle soglie della Pandemia

di Andrea Vento

Finanziaria governo Meloni in linea col piano Draghi 2022-25: tornano i tagli alla sanità

Il sistema sanitario italiano, a causa dell’attuazione di politiche neoliberiste e di austerità, soffre ormai da 15 anni di un sostanziale definanziamento che secondo l’ultimo rapporto Ocse disponibile “Health at a Glance, Europa 2020”, ha portato l’Italia agli ultimi posti fra i Paesi occidentali per esborso sanitario pro capite, destrutturando de facto uno dei principali diritti sociali1 sancito dall’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Dal rapporto, i cui dati si riferiscono al 2019, emerge infatti come a fronte di un media dei 27 Paesi Ue di 2.572 euro di spesa sanitaria pro capite a Parità di Potere d’Acquisto (Ppa), l’Italia si attesti non solo al di sotto, fermandosi a 2.473 euro, ma ben distante da Regno Unito (3.154), Francia (3.664) e Germania (4.504), senza considerare la Svizzera che si pone in testa alla classifica con 5.421 euro (cartogramma 1).

Cartogramma 1: Spesa sanitaria pro capite a Parità di Potere d’Acquisto (Fonte: Ocse 2020)

Anche in rapporto al Pil, la spesa sanitaria nazionale, pur mostrando una situazione lievemente migliore rispetto alla media Ue (8,7% del Pil contro 8,3%), registra un grave deficit rispetto a Francia (11,2%), Germania (11,7%) e Svizzera (12,1%). Prendendo in considerazione il dato disaggregato fra spesa pubblica e privata, rileviamo come la prima copra il 6,4% del Pil e la seconda, in costante aumento, si attesti al 2,3%, mentre in Germania la spesa pubblica arriva al 9,8% e in Francia al 9,3%, lasciando a carico dei cittadini in entrambi i Paesi solo una spesa pari all’1,9% del Pil. Ciò conferma il progressivo ricorso da parte degli italiani alle prestazioni sanitarie private a causa della contrazione di quelle pubbliche (grafico 1). In termini monetari secondo il Mef la spesa totale per la sanità nel 2019 ammontava a 152 miliardi di euro ripartito fra 117 miliardi di esborso pubblico e ben 35 a carico dei cittadini.

Grafico 1: Spesa sanitaria in percentuale sul Pil: in blu la spesa pubblica e in azzurro quella privata(Fonte: Ocse 2020)

L’impietoso quadro appena descritto risulta indubbiamente frutto della mancanza di razionale pianificazione settoriale e della riduzione, in termini reali, della spesa sanitaria degli ultimi tre lustri.

Come emerge dal rapporto Ocse, il nostro Paese rappresenta uno dei pochi, superato solo da Grecia, Croazia, Portogallo, Cipro, Spagna, oltre che dall’Islanda fuori dall’Ue, ad aver ridotto la spesa sanitaria media annua fra il 2008 e il 2013 (-0,9%), per poi riprendere a salire (+1%) fra 2014 e 2019. Ciò al cospetto di una media Ue a 27, nei due periodi esaminati, rispettivamente di +0,9% e +3%. Incremento determinato dal fatto che tutti i Paesi considerati dallo studio, salvo Grecia e Islanda entrambe colpite da pesanti crisi finanziarie, non hanno registrato alcuna riduzione degli investimenti nell’assistenza sanitaria fra il 2008 e il 2019 (grafico 2).

Il definanziamento della sanità pubblica viene confermato anche da uno studio dell’Osservatorio della Fondazione Gimbe2 dal quale emerge che al Servizio sanitario nazionale (Ssn), a seguito dei ridimensionamenti di spesa per non meglio definite “esigenze di finanza pubblica”, nel periodo compreso fra il 2010 e il 2019, sono stati sottratti rispetto alle spese preventivate, ben 37 miliardi di euro, dei quali 25 miliardi fra 2010 e 2015 ed i rimanenti 12 successivamente. In termini assoluti (nominali), puntualizza lo studio, il finanziamento pubblico nei 10 anni presi in considerazione è aumentato di appena 8,8 miliardi di euro, corrispondente allo 0,9%, un tasso inferiore rispetto a quello dell’inflazione media annua, pari all’1,07%, che si traduce in una riduzioni in termini reali.

Grafico 2: Tasso medio annuo di variazione (in termini reali) della spesa sanitaria pro capite(Ocse 2020)

Da uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica3 che analizza l’evoluzione della spesa sanitaria nazionale emerge, come fra il 2000 e il 2010, la stessa sia aumentata ad un tasso di crescita media del 5% annuo arrivando a 113,1 miliardi di euro, anche a causa di elevati disavanzi in alcune regioni. Il pesante deficit del bilancio dello Stato causato dalla crisi finanziaria 2008-2009 e la sconsiderata adozione di draconiane misure di austerità fiscale da parte dei governi Berlusconi e, soprattutto, Monti portò a significative misure di contenimento della spesa sanitaria attraverso piani di rientro finanziari e l’eliminazioni di sprechi per le regioni meno virtuose e, per l’intero sistema nazionale, all’introduzione dei costi standard e al blocco del turnover del personale. Conseguentemente l’esborso sanitario in termini nominali si è ridotto a 109,3 miliardi di euro nel 2013, per poi risalire a ritmi molto blandi a 115,4 miliardi nel 2019. Procedendo, tuttavia, ad una più appropriata analisi della spesa in termini reali, vale a dire al netto dell’inflazione, il livello di esborso del 2018 è grosso modo lo stesso del 2004 (grafico 3).

La riduzione della spesa sanitaria in termini reali verificatasi a partire dal 2010 ha comportato l’inevitabile corollario della diminuzione del personale sanitario e dei posti letti ospedalieri, a discapito dei servizi offerti ai cittadini, come ci confermano i dati dello stesso rapporto Ocse 2020.

Il nostro Paese, infatti, con 5,7 infermieri ogni 1.000 abitanti accusa un significativo deficit, non solo rispetto alla media Ue (8,2/1.000 ab.) ma, soprattutto, rispetto agli stati nord-occidentali del continente nei quali, a seguito di generalizzato trend rialzista, il dato si attesta sopra il 10/1.000, al cui cospetto stride pesantemente la contrazione nostrana che la Federazione Nazionale degli infermieri (Fnopi) nel 2020 stimava in una mancanza di ben 53.000 unità.

Grafico 3: la spesa sanitaria 2000-2019 a prezzi correnti e a prezzi costanti. Fonte: dati Mef

Ancora più marcata risulta la differenza per quanto riguarda la disponibilità di posti letto ospedalieri: l’Italia nel 2019 accusava un valore di 3,1 posti ogni 1.000 abitanti, dai 4,1 nel 2010, nettamente inferiore alla media europea (5/1.000) e, addirittura, meno della metà rispetto Germania (8/1.000), Bulgaria (7,6/1.000), Austria (7,3/1.000) Ungheria e Romania (7/1.000), Repubblica Ceca e Polonia (6,5/1.000) e Lituania (6,4/1.000) (grafico 4).

Grafico 4: letti ospedalieri per 1.000 abitanti nel 2000 e nel 2018 (Fonte: Ocse 2020)


La contrazione, a partire dal 2009, della spesa sanitaria in rapporto al Pil (grafico 5), si è verificata di pari passo con la chiusura di strutture ospedaliere, principalmente, ma non solo, nelle aree marginali del Paese, basti pensare ai capitolini Forlanini, Santo Spirito e San Giacomo, determinando un sensibile ridimensionamento dell’offerta di servizi sanitari.

Dal confronto fra gli Annuari statistici del Servizio sanitario nazionale del 2010 e del 20194, si apprende che a causa di tagli, beffardamente definiti dai manager e dai politici “razionalizzazioni di spesa”, sul territorio nazionale mancavano all’appello ben 173 ospedali, 42.380 fra dipendenti e medici convenzionati (-6,5%) e che l’assistenza territoriale è stata considerevolmente ridotta, salvo quella domiciliare integrata che registra scarsi progressi.

In sostanza si è passati dai 1.165 ospedali, fra pubblici e privati, del 2010 ai 992 del 2019 con una riduzione del 15% che ha inciso principalmente sulle strutture pubbliche le quali in 10 anni sono passate dal 54,4 al 51,0% del totale. Nello stesso arco temporale, la politica dei tagli non ha risparmiato nemmeno la sanità territoriale, accertata la chiusura di ben 837 strutture di assistenza specialistica ambulatoriale.

Grafico 5: quota di Pil destinata alla spesa sanitaria fra il 2000 e il 2019 in Italia

Alla progressiva riduzione dei servizi sanitari sopra analizzata, si è sovrapposta una crescente sperequazione della situazione interna al Paese a causa dell’approvazione, da parte del solo centro-sinistra e, successivamente confermata dal referendum del 7 ottobre 2001, della legge costituzionale n.3 del 18 ottobre dello stesso anno che ha introdotto la riforma del Titolo V della Costituzione. Il nuovo testo dell’articolo 117 contempla, infatti, il “federalismo legislativo” tramite il quale viene ripartita la potestà legislativa fra Stato e Regioni. Da quel momento la “tutela della salute” è diventata materia di “legislazione concorrente” fra i due distinti livelli amministrativi, riservando esclusivamente allo Stato la determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), riguardanti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, mentre alle Regioni spetta la determinazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea). In pratica, il nuovo assetto costituzionale in merito all’ordinamento del Servizio sanitario nazionale prevede che lo Stato stabilisca i Lep e garantisca le risorse necessarie al loro finanziamento in condizioni di efficienza e di appropriatezza nell’erogazione delle prestazioni, mentre le Regioni, che hanno l’onere di organizzare i propri Servizi sanitari regionali (Ssr), debbono pianificare e garantire l’erogazione delle prestazioni comprese nei Lea.

Una riforma costituzionale approvata a livello parlamentare dalla sola maggioranza, a fine legislatura 1996-2001, che nel tempo ha prodotto effetti devastanti sulla sanità nazionale, in pratica frammentandola in 21 servizi regionali con gestioni autonome e differenziate che, fra le varie, ha innescato anche una accesa conflittualità fra il centro e la periferia legislativa causando ben 278 ricorsi alla Consulta nei primi 20 anni.

Come riporta lo studio settoriale “Prime riflessioni sulla Governance della Sanità in Italia dopo la riforma del Titolo V”5 pubblicato nel febbraio 2021, le differenze regionali nei livelli di Lea testimonia che la sanità italiana ha visto crescere in modo preoccupante le differenze interne. E’ venuta quindi a determinarsi la situazione per la quale accanto a sistemi sanitari regionali tutto sommato ancora efficienti (Veneto, Emilia-Romagna e Toscana), convivono altri che faticano a competere con la sanità dei Paesi in via di sviluppo (Pvs), salvo Cuba che rappresenta un’eccellenza a livello globale. I differenti livelli di Lea fra le Regioni italiane sono facilmente acquisibili dalla sottostante tabella 1 da cui rileviamo come l’indicatore del Veneto risultava del 37% superiore rispetto alla Calabria, a cui va aggiunto che quest’ultima insieme alla Campania, costituiscono le due regioni in cui la Verifica degli adempimenti registra il minor tasso di rispetto dei Lea.

Tabella 1: i livelli di Lea nei Servizi Sanitari Regionali fra il 2012 e il 2018

Se a questo quadro di frammentazione regionale vengono sommati alcuni mali endemici del nostro Paese quali corruzione, governance inefficienti e politiche clientelari, oltre alle infiltrazioni della criminalità organizzata, appare evidente come la sanità italiana, definanziata e sminuzzata, non risulti in grado di garantire uniformemente su tutto il territorio il diritto fondamentale alla salute, con particolari disservizi per le persone in condizioni di fragilità come i malati oncologici, le gestanti, i disabili e gli anziani.

L’impianto dell’analisi sovraesposta viene confermato anche dal presidente della Fondazione Gimbe, dr Nino Caltabellotta, le cui affermazioni in merito all’introduzione della “legislazione concorrente “Stato-Regioni” pongono in risalto, oltre agli effetti nefasti della riforma sulla sanità, anche l’incongruenza dell’assetto costituzionale introdotto: “Purtroppo, tale “concorrenza” ha perso il suo significato di complementarietà, configurando un’antitesi proprio sui principi fondamentali e generando un federalismo sanitario atipico e artificioso, non solo per le dinamiche istituzionali messe in campo (legislazione concorrente), ma anche per la sua genesi anomala visto che di norma i federalismi nascono da stati autonomi che si uniscono e non il contrario, come accaduto in Italia. In altre parole la riforma del Titolo V che, delegando a Regioni e Province autonome l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari, puntava ad un federalismo solidale, ha finito per generare una deriva regionalista, con 21 differenti sistemi sanitari dove l’accesso a servizi e prestazioni è profondamente diversificato e iniquo”6.

L’elenco di sanità regionali commissariate in un ventennio, insieme all’aumento del pendolarismo sanitario, rappresenta la cartina di tornasole del fallimento della modifica costituzionale del 2001. A maggio 2022 risultavano, infatti, rette da un commissario ad acta: Lazio, Campania, Molise e Calabria, mentre l’Abruzzo lo era stato fino al 20167.

La contrazione dell’offerta pubblica di servizi sanitari, il crescente finanziamento della sanità convenzionata e l’espansione di quella privata, (nel decennio 2010-2019 sono infatti 276 le strutture di assistenza territoriale pubbliche in meno e 2.459 quelle private in più, secondo la Fondazione Gimbe) stanno di fatto precludendo la possibilità di sottoporsi a visite, analisi diagnostiche e cure un numero crescente di persone che l’Istat nel solo 2018 ha stimato in oltre 4 milioni, con una maggior incidenza nelle regioni del Mezzogiorno (infografica 1), principalmente a causa di liste d’attesa lunghissime e di crescenti sofferenze sociali8.

Significativi cambiamenti rispetto al trend emerso dalla nostra ricerca, purtroppo, non è plausibile attenderli nel medio periodo, appurato che le prime mosse in campo sanitario del neogoverno Meloni si pongono in linea di continuità col precedente e non contemplano alcun progetto di potenziamento della sanità pubblica. La legge finanziaria, approvata a fine 2022, ha infatti sostanzialmente ricalcato le previsioni di spesa dell’esecutivo Draghi per il periodo 2022-2025: 134 miliardi di euro per il 2022, 131,7 mld per il 2023, 128,7 mld per il 2024 e 129,4 per il 20259. Tale piano finanziario, del tutto insufficiente a colmare le sofferenze del Servizio sanitario nazionale, si traduce in una diminuzione della quota annua di Pil destinata alla sanità che dal 7% dell’anno appena concluso, scenderà gradualmente al 6,6%in quello in corso, al 6,2% nel 2024 e al 6% nel 2025. Con l’indicatore percentuale di spesa che si contrarrà ad un livello inferiore del periodo 2001-2019 che si attestava i appena sotto il 6,5%10, mettendo in risalto un chiaro ritorno alle politiche di austerità fiscale di “montiana” memoria (grafico 6).

Un definanziamento inconcepibile al cospetto dello stato di inadeguatezza della sanità pubblica e del processo di invecchiamento della popolazione che spinge ulteriormente al rialzo la domanda di servizi sanitari, se non alla luce del sottaciuto obiettivo di spingere i cittadini a ricorrere ai servizi sanitari privati, il cui volume di affari risulta infatti in continua espansione.

La preoccupante situazione della sanità pubblica, che inevitabilmente incide gravemente sulla qualità della vita delle persone, nel caso venga approvato nella legislatura appena iniziata il cosiddetto “regionalismo differenziato”, tanto caro alla destra e al Presidente dell’Emilia-Romagna, le differenze interne non potranno che acuirsi ulteriormente, provocando il definitivo affossamento del principio dell’uguaglianza dei diritti dei cittadini e dell’unità dello Stato.

Occorre, ripensare l’infausto modello del regionalismo italiano e correggere le anomalie introdotte dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che hanno mostrato evidenti limiti non solo in campo sanitario, e ripristinare, finanziandolo adeguatamente, la centralità del Servizio sanitario nazionale e dei suoi principi fondanti stabiliti dalla sua legge istitutiva (n. 833 del 1978): universalità, uguaglianza ed equità11.


Andrea Vento – San Giuliano Terme, 29 gennaio 2023

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Altri due Grafici significativi su % Pil con previsione al 2025 e gli italiani che hanno rinunciato alla salute nel 2018

Grafico 6: percentuale di Pil destinato alla spesa sanitaria pubblica fra il 2001 e il 2025



Infografica 1: gli italiani che hanno rinunciato alle cure nel 2018 (Fonte Istat)


NOTE:

1Il diritto alla salute viene quindi inteso come diritto soggettivo, protetto contro ogni aggressione ad opera di terzi e suscettibile di una tutela risarcitoria immediata, indipendente da qualsiasi altra conseguenza dannosa giuridicamente apprezzabile, nonché come diritto sociale la cui pratica attuazione è essenziale per la realizzazione di quel principio di libertà-dignità che è intrinseco nella Carta Costituzionale.

Fonte: https://www.diritto.it/la-tutela-della-salute-una-lettura-costituzionalmente-orientata/#_ftn8

2https://www.gimbe.org/pagine/1229/it/report-72019-il-definanziamento-20102019-del-ssn#:~:text=Fra%20tagli%20e%20minori%20entrate,2019%20del%20Servizio%20Sanitario%20Nazionale%E2%80%9D.

3 https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-l-evoluzione-della-spesa-sanitaria

4https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=96379

5https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/diritti/scuola-sanita-e-servizi-pubblici/prime-riflessioni-sulla-governance-della-sanita-in-italia-dopo-la-riforma-del-titolo-v-conflitti-costituzionali-e-divari-regionali/

6https://www.saluteinternazionale.info/2015/05/diritto-alla-salute-e-riforma-del-titolo-v/#:~:text=3%20del%2018%20ottobre%202001,le%20competenze%20delle%20autonomie%20locali.

7https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2018/11/13/ansa-sanita-7-regioni-in-piano-di-rientro-tutte-al-centro-sud_e8b04898-f0b7-450b-bdf7-29148210bf33.html

8https://www.repubblica.it/cronaca/2019/03/03/news/liste_d_attesa_e_problemi_economici_quattro_milioni_di_italiani_non_si_curano-300986888/

9 Nota di aggiornamento al Def 2022 versione integrale, pag 13. https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/nadef_2022/NADEF_2022_VERSIONE_RIVISTA_-E_-INTEGRATA_STAMPA.pdf

10 Nota di aggiornamento al Def 2022 versione integrale, pag 14. Link alla nota 13

11https://www.salute.gov.it/portale/lea/dettaglioContenutiLea.jsp?area=Lea&id=5073&lingua=italiano&menu=vuoto

UMILIARE I POVERI

di Vittorio Stano

Un aspetto accomuna fascismo e capitalismo: l’omaggio servile nei confronti dei potenti.

Oggi prendersela con i deboli e lasciar stare i forti caratterizza il fascismo da operetta del nuovo duce in gonnella. C’è da chiedersi: che cosa hanno fatto i poveri alla destra di governo ? E al banchiere Draghi ?

La continuità, il feeling esistente tra il governo Draghi e quello della Meloni è il naturale estrinsecarsi delle dinamiche che legano questa destra, ala dura e coerentemente neoliberale, alla borghesia italiana. Questa borghesia ha operato (…e opera!) in continuità con tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni: smantellamento dello stato sociale, attacco ai salari e all’occupazione, privatizzazioni, sottomissione ai vincoli feudali della NATO e a una UE allineata (contro i suoi interessi) ai desiderata di Washington.

La Meloni ha dismesso la manfrina “sovranista” e, incorporato il pilota automatico al suo governo, segue e sviluppa l’opera intrapresa dal banchiere che l’ha preceduta al governo. Infatti, si appresta a ratificare il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). Questo è un marchingegno volto a ribadire la totale subalternità di ogni scelta di politica economica e di bilancio ai diktat dell’EU, la totale e sciagurata condivisione della NATO di continuare ad oltranza la guerra sulla pelle del popolo ucraino, contro la Russia, rasentando giorno dopo giorno il baratro della terza guerra mondiale, facendo rischiare all’Italia di caderci dentro.

È evidente l’intento di questo governo: umiliare i poveri. Questi da vittime diventano capri espiatori dell’attuale difficile situazione che attanaglia il Paese. …Cosa hanno fatto di male i poveri a Giorgia Meloni ? Lei che retoricamente gridava ai quattro venti nei meeting preelettorali : <<…Sono Giorgia, sono una mamma, sono cristiana, sono… ecc. >>?

Con lei nel Belpaese i lavoratori continuano a venir privati dei loro diritti, sospinti sempre di più nella palude del precariato, i salari continuano ad essere i più bassi dell’OCSE e a perdere potere d’acquisto. Inoltre, è alle porte la secessione dei ricchi. L’attuazione del disegno di legge proposto dal ministro per gli Affari regionali Calderoli, ddl già entrato nella legge di Bilancio 2023 (comma 791-805), sono già previsti i fondi per avviare il percorso che in pochi mesi (21?) può diventare legge. Si attuerebbe quello che Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso l’Università di Bari, ha definito la secessione dei ricchi, ovvero creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A o B a seconda delle regioni in cui vivono.

Una volta i leghisti prima maniera si erano messi in testa di separare l’Italia in due. Dicevano: il Nord ricco e produttivo non poteva più farsi carico dei parenti poveri del Sud. Dove finisse il Nord e iniziasse il Sud da cui separarsi nessuno l’aveva saputo dire. La secessione di Bossi e della sua Lega non si concretizzò mai. Oggi la sedicente nuova Lega, guidata dagli stessi personaggi di sempre, propone su iniziativa del ministro Calderoli l’autonomia differenziata. Il titolo del ddl Calderoli recita: “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione”. Questa formula riduce il tutto a una pura questione burocratica di decentramento amministrativo, in ottemperanza all’art. 5 della Costituzione che riconosce e promuove le autonomie locali. Ma non è così. E’, invece, una grande questione politica, che riguarda tutti gli italiani (Viesti).

Il ddl Calderoli ha come fine ultimo l’accaparramento delle risorse dello Stato da parte delle regioni tradizionalmente più produttive e ricche del Nord (1) a danno di quelle più povere del Sud. Nei fatti è un trasferimento di risorse che impoverirebbe sempre di più il Meridione, creando di fatto la secessione dei ricchi, che si accompagnerebbe alla pretesa di trasferire competenze su materie riservate (ad es.: scuola, sanità, trasporti) dalla Costituzione, al legislatore nazionale.

Questo piano non è solo farina del sacco di un malefico dentista lombardo, ma di una classe dirigente che vuole spaccar il Paese. Questo avverrebbe così: le regioni possiedono un gettito fiscale, entrate economiche derivanti dalla riscossione dei tributi (es. Irap e addizionale Irpef). Questo gettito viene utilizzato per finanziare i servizi pubblici (sanità, asili nido, scuole, trasporti, centri per l’impiego, ecc.). se il gettito fiscale è maggiore della spesa per i servizi, rimane un avanzo in cassa, chiamato sovra-gettito. Questo avviene di norma nelle regioni più produttive: Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, che riscuotono – a titolo d’esempio – 200 e di questi ne spendono 100. Le regioni meno produttive come Puglia e Sicilia, solitamente finiscono con un saldo in negativo perché spendono sempre 100 ma riscuotono 50 e non hanno abbastanza soldi per poter finanziare tutti i servizi necessari.

Secondo il sistema attuale, in questo momento scatta la redistribuzione delle risorse: lo Stato centrale riscuote i soldi in eccedenza delle regioni più ricche e li destina alle regioni più povere. Grazie a questi soldi le regioni più povere riescono a coprire la spesa per il finanziamento dei servizi ai cittadini. Questo fa si che si riequilibrino le diseguaglianze economiche tra il ricco Nord e il povero Sud e si provveda a un livellamento verso l’alto della qualità dei servizi forniti dagli Enti locali ai cittadini. È la Costituzione che prevede il meccanismo di redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato centrale, attraverso l’istituzione di un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante (art. 119 della Costituzione).

Il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata vuole cancellare il meccanismo di redistribuzione e permettere alle regioni più ricche di trattenere il sovra-gettito fiscale. Questo verrebbe a minare il principio costituzionale di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 , Costituzione). Il ddl Calderoli è palesemente anticostituzionale. Solidarietà politica, economica e sociale sono pietre angolari dell’unità della Repubblica.

Le conseguenze pratiche in termini economici per le regioni più povere sarebbero drammatiche: non avrebbero più soldi sufficienti per finanziare i servizi o per mantenerli ad un livello di qualità accettabile. Inoltre, non potendo più coprire il disavanzo con la redistribuzione, dovrebbero aumentare le tasse, per cui i cittadini pugliesi e siciliani (ad es.) si troverebbero paradossalmente a pagare tasse più alte rispetto ai cittadini del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna, senza avere servizi migliori o senza averli del tutto.

Ma c’è di più! Il ddl vorrebbe far intendere che ogni Regione, con il decentramento amministrativo, può godere di una maggiore autonomia economica riguardante strutture e fondi. Si permetterebbe, ad esempio, la regionalizzazione delle scuole. Se ciò avvenisse l’Italia non sarebbe più uno Stato unitario e neppure federale. Ogni regione pretenderebbe di legiferare su materie legate alla centralità dello Stato. Inoltre, le risorse finanziarie sarebbero determinate nei termini di spesa storica (2).

Questo è un meccanismo perverso per cui lo Stato sosterrebbe le risorse delle regioni secondo quanto stanno spendendo, quindi se una regione spende di più perché più ricca, continuerà ad avere tanto, ma se è più povera e spende meno continuerà ad avere meno e non potrà mai più riprendere terreno e mettersi alla pari delle altre. Le ricadute sui servizi per i cittadini meridionali sarebbero catastrofali. Basti pensare allo stato degli asili e delle scuole, della sanità e della pubblica amministrazione, chi ha speso meno riceverà sempre meno. Si avrebbero regioni come Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, le prime sostenitrici del ddl, con scuole e sanità in situazione migliore e una forte carenza delle stesse nelle regioni del Sud. In questo caso il divario tra Nord e Sud sul piano economico e culturale sarebbe irreversibile. Avremmo così cittadini di serie A e di serie B in base alla regione di residenza. L’affermazione del ddl Calderoli sarebbe una pietra tombale sulla tenuta del sistema Paese. Calderoli la prospetta come una semplice questione amministrativa, burocratica… mentre scardina la nostra bella Costituzione e l’unità della Repubblica.

È necessaria la massiccia mobilitazione di tutti i cittadini che hanno a cuore il futuro di questo Paese.

La democrazia è in pericolo ?

Questo governo sembra avere i numeri per far passare norme inique che nel passato sono state bocciate attraverso l’opposizione in Parlamento e le dimostrazioni di massa nel Paese. È necessario che l’opposizione si organizzi in Parlamento perché quando le piazze inizieranno a infuocarsi di contestazioni, questa destra senza qualità, inadeguata a governare, inizierà a prendersela con la democrazia. Diranno che troppa democrazia blocca la “bontà” delle loro decisioni e riduce l’efficienza delle stesse. Daranno la colpa all’inefficienza della democrazia.

Questa destra ha la testa voltata al secolo scorso. C’è tanto fascistume in azione che tiene l’orologio della storia fermo. C’è poca qualità in questa classe politica e i governanti di turno sono parecchio scarsi: sanno solo tutelare, e non del tutto, la loro area elettorale di riferimento.

La Meloni dietro slogan retorici è inconsapevole degli effetti della sua azione. Apparentemente sembra tosta e tonica ma è incapace e sprovveduta. È inconsapevole di quello che si può e non si può fare. Il PNRR da grande chance per un nuovo inizio dell’Italia sarà la trappola per i topi per questa classe dirigente. Il governo è imballato, l’apparato statale inadeguato, gli altri livelli politici, Regioni e Comuni, irresponsabili. Se questo è vero, ed è vero, l’Italia non riuscirà a spendere i soldi del PNRR. Hanno denari in cassa ma appalti zero. L’UE si farà sentire a breve e tirerà cazzotti sul muso dell’Italia. Quando questo avverrà Meloni se la prenderà con chi protesta. La democrazia è in pericolo ? L’opposizione si svegli !

Note:

1 …regioni più produttive e ricche del nord: Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Tra le prime 10 regioni in Europa per livello di valore aggiunto industriale ben 3 sono italiane. La Lombardia è prima, il Veneto è sesto e l’Emilia Romagna è ottava.

2 spesa storica: è l’ammontare effettivamente speso dal comune in un anno per l’offerta di servizi ai cittadini ricalcolato con l’ausilio delle informazioni raccolte attraverso i questionari.

Rapporto Oxfam 2023: per la prima volta negli ultimi 25 anni aumentano al contempo disuguaglianze, fame e povertà estrema

di Andrea Vento

L’annuale rapporto dell’organizzazione Oxfam sulla disuguaglianza globale viene regolarmente emesso in concomitanza del Word Economic Forum di Davos in Svizzera, allo scopo di indurre la leadership planetaria a riflettere sui nefasti effetti sociali e ambientali prodotti delle loro politiche, le quali continuano a portare esclusivo vantaggio ad una ristretta elite a discapito della maggioranza della popolazione mondiale.

Quest’anno, i 2.700 leader mondiali fra politici, amministratori delegati delle principali multinazionali e big della finanza presenti alla consueta passerella mondiale, ormai giunta alla 53esima edizione, hanno visto aleggiare sul loro summit l’immancabile ombra delle critiche dei movimenti e del rapporto Oxfam che non casualmente in italiano è stato tradotto in “La disuguaglianza non conosce crisi”.

La ratio del titolo è conseguente al fatto che nel biennio 2020-21, i più ricchi fra i ricchi del pianeta, vale a dire il top 1%, ha continuato come da trend consolidato ad accumulare ricchezza più di tutto il resto dell’umanità. Tale incremento ha, tuttavia, toccato livelli di crescita inediti, mentre, in contemporanea, per la prima volta, a livello mondiale negli ultimi 25 anni è aumentata anche la povertà e la fame.

Il dominante capitalismo liberista ha, dunque, impresso alla forbice della disuguaglianza un ampliamento mai registrato in precedenza. Ciò in conseguenza del sovrapporsi della crisi economica pandemica a quella ambientale, quest’ultima caratterizzata da fenomeni estremi, come siccità, cicloni e inondazioni, sempre più devastanti, i quali hanno inevitabilmente innescato una drammatica crisi sociale che ha spinto milioni di persone sotto la soglia della povertà estrema e nel baratro della fame, costringendone una massa crescente a migrare forzatamente. Tutto ciò mentre le grandi multinazionali, soprattutto quelle operanti in rete, hanno conseguito, al pari della grande finanza, profitti stratosferici, i quali hanno generato una concentrazione apicale della ricchezza mai registrata in precedenza.

Guardando alle cifre del rapporto rileviamo come nel biennio 2020-2021, l’1% più ricco della Terra si è accaparrato quasi 2/3 della nuova ricchezza generata, mentre le principali 95 multinazionali dell’energia e dell’agro-business hanno più che raddoppiato i profitti rispetto alla media del periodo 2018-2020. Con il drammatico paradosso che, nel 2022, mentre queste ultime si arricchivano col commercio di beni e prodotti alimentari e distribuivano, grazie agli extra-profitti, dividendi pari a 257 miliardi di dollari ai propri azionisti, al contempo 800 milioni di persone soffrivano la fame.

In sostanza, per ogni 100 dollari di nuova ricchezza prodotta, sempre nel biennio in questione, 63 dollari sono stati appannaggio dell’1% straricco e appena 10 dollari sono andati al 90% più povero, mentre i restanti 27 dollari ai restanti ricchi, pari al 9% della popolazione mondiale (grafico 1). In termini reali, in 2 anni, l’1% degli ultraricchi ha registrato un incremento dei propri patrimoni pari alla stratosferica cifra di 26.000 miliardi di dollari, poco più di una volta e mezzo il Pil della Cina (16.500 miliardi di dollari nel 2021), mentre il, redditualmente variegato, restante 99% dell’umanità si è fermato a 16.000 miliardi di dollari.

Gli effetti della crisi pandemica, secondo la Banca Mondiale, hanno prodotto sul 40% più povero dell’umanità, perdite di reddito doppie rispetto a quelle subite dal 40% più ricco, determinando inevitabilmente anche un aumento nella disparità globale di reddito, oltre a quelle di ricchezza.

L’eccezionale incremento della concentrazione di ricchezza risulta frutto, sia della compiacente azione dei governi, sia della politica monetaria non convenzionale adottata dalle Banche Centrali, il “Quantitavie Easing” (QE), tramite il quale le stesse hanno immesso una enorme massa di liquidità nei propri sistemi monetari1, ufficialmente per favorire la ripresa economica e far salire il tasso di inflazione intorno allo strategico obiettivo del 2%. Tali politiche monetarie espansive, attuate con tempistica ed entità differenziate dalle varie Banche Centrali occidentali2 nell’arco di tempo compreso fra la fase successiva alla crisi economico-finanziaria del 2008-2009 fino alla ripresa post-covid, hanno in realtà sortito principale effetto di incrementare i valori degli asset finanziari e, conseguentemente, i patrimoni dei miliardari.

Grafico 1: quote di nuova ricchezza acquisita dal 1% più ricco e dai restanti 99% e 90% , confronto 2012-2021 (colonna verde chiaro) e 2020-2021 (colonna verde scuro). Fonte: Oxfam su dati Credit Suisse

Sicuramente le misure di intervento dei governi a sostegno delle proprie economie e delle fasce sociali più deboli, durante la Grande crisi del 2008-2009, è stata una strategia appropriata; tuttavia, forti critiche hanno, invece, investito le politiche di austerità fiscale implementate nell’Area dell’euro nella successiva fase di ripresa, le quali hanno finito per innescare la crisi debitoria di inizio anni ’10 nei paesi marginali dell’Eurozona, denominati col dispregiativo appellativo di Piigs3. Infatti, mentre buona parte dell’area monetaria comune tornava in recessione, contemporaneamente negli Stati Uniti, grazie a tempestive politiche monetarie (QE) e fiscali espansive, la ripresa continuava ad apprezzabili tassi di crescita (grafico 2)

Grafico 2: variazione annua del Pil nell’Eurozona, negli Usa e in Giappone fra 2008 e 2015. Fonte: Ocse

La Bce a causa delle resistenze dei Paesi “falchi” dell’Austerity, Paesi Bassi, Finlandia e Germania in primis, il QE è stato introdotto dall’allora presidente della Bce, Mario Draghi, solo all’inizio del 2015, quando l’intera Eurozona si trovava sull’orlo del collasso. Tuttavia, gli effetti del QE sono risultati alquanto modesti sia in termini di ripresa economica, ad oggi il nostro Paese si trova ancora al di sotto del picco del 2007 (grafico 3), che di rialzo dell’inflazione, in quanto i governi e la Commissione Europea non si sono impegnati nel garantire che l’enorme liquidità immessa avesse concrete ricadute sull’economia reale o, quantomeno, che le cospicue plusvalenze ottenute dalla grande finanza venissero ridistribuite tramite la leva fiscale.

Grafico 3: andamento del Pil italiano su base trimestrale fra il 1996 e il 2022. Fonte: Istat

Conseguentemente le fortune dei miliardari, grazie anche al periodo pandemico, durante il quale alcune tipologie di imprese collegate alla rete hanno conseguito extraprofitti stratosferici, sono continuate ad aumentare, tant’è che l’1% più ricco della popolazione mondiale, a fine 2022, è arrivato a detenere il 45,6% della ricchezza globale, mentre la metà più povera dell’umanità appena lo 0,75%. Inoltre, il ghota degli 81 principali miliardari hanno accumulato più ricchezza di metà della popolazione mondiale.

Squilibri interni all’interno sistema economico-sociale globalizzato, non solo eticamente inaccettabili, ma addirittura nel medio periodo, forieri di destabilizzazione dello stesso.

Gli effetti della crisi economica, alimentare e ambientale

Contemporaneamente all’eccezionale aumento di ricchezza conseguito dal 1% più ricco a livello mondiale e agli extraprofitti delle grandi multinazionali di alcuni comparti, in questi primi anni del decennio ’20 a seguito della crisi pandemica, di inappropriate politiche governative e dell’impennata inflattiva, abbiamo registrato anche una crescita della povertà e della fame, oltre a una diminuzione dei posti di lavoro e dei salari che hanno pesantemente impattato sulle vite delle persone già in condizione di fragilità sociale.

Il consolidato trentennale trend globale di riduzione della povertà si è, infatti, bruscamente interrotto determinando la paradossale ed inedita situazione nella quale la ricchezza e la povertà, entrambe estreme, sono al contempo sensibilmente aumentate. Ben 70 milioni di persone sono, infatti, precipitate nel 2020 sotto la soglia di povertà, dei 2,15 dollari al giorno di reddito, corrispondenti ad un aumento dell’11%.

Nonostante nel 2021 tale tendenza abbia subito un’inversione, per l’anno appena concluso l’UNDP, il programma dell’Onu per lo sviluppo, stima che solo nel suo secondo trimestre 71 milioni di persone siano nuovamente scese in povertà a causa del rialzo dei prezzi delle materie prime (+ 18% beni alimentari e +59% energia). Le causa della fiammata inflattiva, peraltro iniziata già nell’autunno 2021, è riconducibile a difficoltà di approvvigionamento causati dalla ripresa della domanda nella fase post-pandemica e dalla guerra in Ucraina, alle spregiudicate attività della speculazione finanziaria ed alle ciniche strategie delle multinazionali, non che al crescente impatto dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole. Conseguentemente, sono state stimate dalla Banca Mondiale in 828 milioni le persone che nel 2021 hanno sofferto la fame, pari al 10% dell’umanità, il 60% delle quali donne e ragazze4.

Per quanto riguarda l’aspetto salariale, dall’analisi condotta in 96 Paesi da Oxfam sui valori delle retribuzioni, è emerso come 1,7 miliardi di lavoratori abbiano subito una crescita dell’inflazione superiore a quella dei salari. La contrazione dei salari reali, misurata in base all’effettivo potere d’acquisto, avrà come inevitabile riflesso sia un aumento dei lavoratori in condizione di povertà, i cosiddetti working poors, che delle disuguaglianze, queste ultime aggravate dalla crescita del lavoro informale che su scala globale sta superando addirittura quella dell’occupazione regolare.

Conclusioni

Il quadro appena dipinto caratterizzato da crescenti disuguaglianze e maggiori difficoltà sociali, rischia di aggravarsi nell’anno appena iniziato, anche alla luce delle dichiarazione della Presidente del Fmi Kristalina Georgieva, la quale, in una intervista di inizio gennaio alla Tv statunitense CBS, ha affermato che dal punto di vista economico il 2023 risulterà “più duro dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle” e che l’istituzione di cui è a capo ritiene che “un terzo dell’economia mondiale sarà in recessione” a causa del rallentamento di Stati Uniti, Unione Europea e Cina.

Alla luce delle fosche previsioni della presidente del Fmi sull’andamento dell’economia mondiale, non vediamo altra strada possibile all’implementazione di politiche fiscali espansive (vale a dire aumentare la spesa pubblica) per far fronte all’aumento della povertà e della fame, ai cambiamenti climatici e all’impatto dell’inflazione sui ceti sociali più fragili. Ciò a causa del fatto che, ancora una volta, la maggioranza dei governi sono intenzionati a proseguire sulla fallimentare strada dell’austerità fiscale, riducendo la spesa pubblica, principalmente a causa delle imposizione delle istituzioni finanziarie sovranazionali. La stessa Oxfam prevede, infatti che, nel quinquennio 2023-27, attueranno politiche restrittive di bilancio a danno della spesa sociale, pari a ben 6.700 miliardi di dollari, circa 2/3 dei Paesi mondiali (148 per la precisione), e che nel 2023, il 54% degli Stati lo stanno già pianificando.

Le politiche economiche neoliberiste e restrittive di bilancio hanno già mostrato la loro inefficacia dal punto di vista economico, come nella crisi debitoria dei Paesi marginali dell’Eurozona, e i loro nefasti effetti a livello sociale. In considerazione di ciò, è assolutamente necessario un riposizionamento in senso diametralmente opposto introducendo misure straordinarie, come la tassazione aggiuntiva degli extraprofitti, e altre strutturali, come la reintroduzione di una fiscalità progressiva più incisiva sui redditi elevati e sul capital gain, l’utile da capitale.

Gli effetti socialmente disastrosi che abbiamo appena esposto, pur avendo radici profonde, risultano frutto anche delle politiche economiche attuate durante la crisi pandemica, nel cui contesto, non solo il 95% dei Paesi non ha aumentato la già discendente e blanda pressione fiscale in essere sui redditi più elevati (grafico 4), sulle grandi imprese e sul capital gain della speculazione finanziaria, ma, addirittura, in alcuni casi l’hanno anche diminuita, a beneficio dei “soliti noti”.

Grafico 4: l’andamento delle aliquote massime, quindi sui redditi più elevati, dell’imposta sul reddito delle persone fisiche fra il 1980 e il 2022 in Africa (linea verde chiaro), America Latina (grigio), Asia (nero) OECED in italiano OCSE (verde scuro). Fonte: calcoli Oxfam su dati OCSE

La riduzione della pressione fiscale sui redditi più elevati in corso ormai da 40 anni e gli sgravi fiscali a vantaggio dei ricchi e delle multinazionali, risultano la causa originaria dell’aumento delle disuguaglianze, col paradosso che in molti Paesi i ceti sociali subalterni e i lavoratori risultano soggetti ad una tassazione maggiore. Il proprietario di Tesla, Elon Musk primo miliardario mondiale nel 2022 secondo Forbes5, fra il 2014 e il 2018, ha pagato un’irrisoria “effettiva aliquota fiscale” di circa il 3%.

A livello mondiale solo il 4% dell’intero gettito fiscale proviene dalle imposte sui patrimoni posseduti, anche a causa del fatto che circa la metà dei miliardari mondiali ha la residenza fiscale in Paesi che non contemplano tasse di successione sui discendenti diretti, avendo così l’opportunità di trasferire ai loro eredi ricchezze complessive pari a 5.000 miliardi di dollari,una cifra maggiore del Pil annuo dell’intero continente africano.

Il reddito dei miliardari, in prevalenza frutto di rendite, risulta tassato mediamente al 18%, la metà dell’aliquota massima applicata su salari e stipendi. Un sistema fiscale, frutto della visione neoliberista del sistema capitalistico che sta portando l’umanità verso il collasso economico e sociale e che necessita di essere radicalmente riformato, reintroducendo una significativa progressività fiscale, come era in vigore fino agli inizi degli anni ’80. Negli Stati Uniti, infatti, l’aliquota massima federale sullo scaglione più elevato di reddito, si attestava su di una media dell’81% fra il 1944 e il 1981, all’alba della nefasta era Reagan. Anche in Italia, fino agli anni ’80, l’aliquota massima raggiungeva il 73% ed era inserita in un contesto fiscale progressivo il cui gettito, impiegato tramite appropriate politiche ha consentito di coniugare crescita economica e progresso sociale, grazie alla creazione di un ampio Welfare state a vantaggio soprattutto dei ceti inferiori.

Per reintrodurre un minimo principio di equità fiscale, secondo Oxfam basterebbe applicare una tassa annua del solo 5% sui più ricchi della Terra per ottenere un gettito fiscale di 1.700 miliardi di dollari all’anno, i quali sarebbero sufficienti ad estirpare la povertà e la fame a livello mondiale, a varare un piano di riduzione degli impatti dei cambiamenti climatici e a garantire assistenza sanitaria e protezione sociale a tutte le popolazioni dei Paesi a medio e a basso reddito6.

Le strade per rimediare a questa catastrofe sociale, umanitaria e ambientale esistono, ce lo insegna la storia economia, sono le volontà politiche che, invece, mancano.

Non è pensabile di combattere l’inarrestabile crescita delle disuguaglianze, l’aumento delle sofferenze sociali e le devastazioni ambientali procrastinando le stesse politiche che ne sono state causa; il cambio di paradigma potrà, tuttavia, avvenire solo tramite presa di coscienza della situazione da parte dei ceti sociali subalterni di ogni latitudine e imbastendo una lotta, duratura e coordinata a livello internazionale, contro la ristretta plutocrazia mondiale ed il ceto politico dominante ad essa subalterno.

Andrea Vento – 24 gennaio 2023

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Scarica il Rapporto Oxfam

NOTE:

1 Il QE realizzato dalla Fed dal 2009 al 2014 per un ammontare di oltre 3.500 miliardi di dollari  https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/saggi/1470-il-quantitative-easing-della-bce-unoperazione-necessaria-non-sufficiente

La Bce in 7 anni di QE (marzo 2015-luglio 22) ha acquistato titoli governativi e corporate per un totale di 4.900 miliardi di euro. https://www.ilsole24ore.com/art/liberarsi-titoli-stato-possibile-strategia-bce-e-sue-conseguenze-AElxiZKC

2 Fed, BoE, Bce e BoJ, rispettivamente Federal Reserve, Bank of England, Banca Centrale Europea e Bank of Japan.

3 Acronimo dispregiativo per indicare Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna

4 https://www.worldbank.org/en/home

5 https://forbes.it/2022/04/05/elon-musk-e-per-la-prima-volta-al-comando-della-classifica-dei-piu-ricchi-del-mondo/

6 Fonte: Fight Inequality Alliance dell’Institute for Policy Studies di Oxfam e dei Patriotic Millionaires

Il generale tedesco Vad: L’est ucraino vuole stare coi russi. Gli Usa mettano fine a questa follia.

Erich Vad: Quali sono gli obiettivi di guerra?

Erich Vad è un ex generale di brigata. Dal 2006 al 2013 è stato consigliere per la politica militare del cancelliere tedesco Angela Merkel. È una delle rare voci che si è pronunciata pubblicamente contro le forniture di armi all’Ucraina fin dall’inizio, senza strategie politiche e sforzi diplomatici. Anche ora sta dicendo una verità scomoda.

di Annika Ross (dalla rivist Emma.de)

Signor Vad, cosa ne pensa della consegna dei 40 Marder all’Ucraina appena annunciata dal Cancelliere Scholz?
Si tratta di un’escalation militare, anche nella percezione dei russi – anche se il Marder, vecchio di oltre 40 anni, non è un’arma miracolosa. Stiamo scendendo su una china scivolosa. Questo potrebbe sviluppare una dinamica che non possiamo più controllare. Naturalmente era ed è giusto sostenere l’Ucraina e naturalmente l’invasione di Putin non è conforme al diritto internazionale – ma ora bisogna finalmente considerare le conseguenze!

E quali potrebbero essere queste conseguenze?
L’intenzione è quella di ottenere la disponibilità a negoziare fornendo carri armati? Vogliono riconquistare il Donbass o la Crimea? O vogliono sconfiggere del tutto la Russia? Non esiste una definizione realistica di stato finale. E senza un concetto politico e strategico generale, le consegne di armi sono puro militarismo.

Che cosa significa?
Abbiamo una situazione di stallo militare che non possiamo risolvere militarmente. Per inciso, questa è anche l’opinione del Capo di Stato Maggiore americano, Mark Milley. Ha affermato che non ci si può aspettare una vittoria militare per l’Ucraina e che i negoziati sono l’unica strada possibile. Qualsiasi altra cosa significherebbe un dispendio insensato di vite umane.

La dichiarazione del generale Milley ha provocato molta rabbia a Washington ed è stata anche pesantemente criticata pubblicamente.
Ha detto una verità scomoda. Una verità, tra l’altro, che non è stata quasi per nulla pubblicata dai media tedeschi. L’intervista a Milley da parte della CNN non è apparsa da nessuna parte, eppure è il Capo di Stato Maggiore della principale potenza occidentale. Quella che si sta conducendo in Ucraina è una guerra di logoramento. È una guerra di logoramento, con quasi 200.000 soldati uccisi e feriti da entrambe le parti, 50.000 morti tra i civili e milioni di rifugiati. Milley ha così tracciato un parallelo con la Prima guerra mondiale che non potrebbe essere più azzeccato. Nella Prima Guerra Mondiale, il cosiddetto “Mulino di sangue di Verdun”, concepito come una battaglia di logoramento, portò alla morte di quasi un milione di giovani francesi e tedeschi. All’epoca caddero per nulla. Il rifiuto delle parti in guerra di negoziare ha portato a milioni di morti in più. Questa strategia non ha funzionato militarmente allora – e non funzionerà adesso.

Anche lei è stato attaccato per aver chiesto un negoziato.
Sì, come l’ispettore generale della Bundeswehr, il generale Eberhard Zorn, che, come me, ha messo in guardia dal sopravvalutare le offensive regionali limitate degli ucraini nei mesi estivi. Gli esperti militari – che sanno cosa succede tra i servizi di intelligence, cosa sembra sul campo e cosa significa veramente la guerra – sono in gran parte esclusi dal discorso. Non si adattano alla formazione delle opinioni da parte dei media. In larga misura, stiamo assistendo a un conformismo mediatico che non ho mai visto prima nella Repubblica Federale Tedesca. Questa è pura speculazione. E non per conto dello Stato, come è noto nei regimi totalitari, ma per puro spirito di protagonismo.

Sono tutti attaccati dai media su un ampio fronte, dalla BILD alla FAZ e allo Spiegel, e così anche le 500.000 persone che hanno firmato la Lettera aperta al Cancelliere promossa da Alice Schwarzer.
Proprio così. Fortunatamente, Alice Schwarzer ha i suoi media indipendenti per poter aprire questo discorso. Probabilmente non avrebbe funzionato con i principali media. La maggioranza della popolazione è contraria a ulteriori forniture di armi da molto tempo e secondo gli ultimi sondaggi. Ma nulla di tutto ciò viene riportato. Non c’è più un discorso equo e aperto sulla guerra in Ucraina, e lo trovo molto preoccupante. Questo dimostra quanto avesse ragione Helmut Schmidt. In una conversazione con il Cancelliere Merkel ha detto: “La Germania è e rimane una nazione a rischio”.

Qual è la sua valutazione della politica del Ministro degli Esteri?
Le operazioni militari devono sempre essere collegate ai tentativi di trovare soluzioni politiche. La monodimensionalità dell’attuale politica estera è difficile da sopportare. È molto incentrato sulle armi. Ma il compito principale della politica estera è e rimane la diplomazia, la riconciliazione degli interessi, la comprensione e la risoluzione dei conflitti. Questo è ciò che mi manca qui. Sono felice che finalmente in Germania ci sia un ministro degli Esteri donna, ma non basta fare retorica di guerra e andare in giro per Kiev o per il Donbass indossando elmetto e giubbotto antiproiettile. Non è sufficiente.

Eppure Baerbock è un membro dei Verdi, l’ex partito della pace.
Non capisco la mutazione dei Verdi da partito pacifista a partito di guerra. Io stesso non conosco nessun Verde che abbia fatto il servizio militare. Anton Hofreiter è per me il miglior esempio di questo doppio standard. Antje Vollmer, invece, che annovererei tra i Verdi “originali”, chiama le cose con il loro nome. E il fatto che un singolo partito abbia così tanta influenza politica da poterci manovrare in una guerra è molto preoccupante.

Se il Cancelliere Scholz l’avesse sostituita al suo predecessore e lei fosse ancora il consigliere militare del Cancelliere, cosa gli avrebbe consigliato di fare nel febbraio 2022?
Gli avrei consigliato di sostenere militarmente l’Ucraina, ma in modo misurato e prudente, per evitare di scivolare sulla china scivolosa di un partito di guerra. E gli avrei consigliato di influenzare il nostro più importante alleato politico, gli Stati Uniti. La chiave per la soluzione della guerra risiede infatti a Washington e a Mosca. Mi è piaciuto il percorso del Cancelliere negli ultimi mesi. Ma i Verdi, l’FDP e l’opposizione borghese – affiancati da un accompagnamento mediatico ampiamente unanime – stanno esercitando una pressione tale che il cancelliere difficilmente può assorbirla.

E se venisse consegnato anche il Leopard?
Si ripropone quindi la domanda su cosa dovrebbe accadere con le consegne dei carri armati. Per conquistare la Crimea o il Donbass, il Marder e il Leopard non sono sufficienti. Nell’Ucraina orientale, nella zona di Bachmut, i russi sono chiaramente in avanzata. Probabilmente tra non molto avranno conquistato completamente il Donbass. Basta considerare la superiorità numerica dei russi rispetto all’Ucraina. La Russia può mobilitare fino a due milioni di riservisti. L’Occidente può inviare 100 Marder e 100 Leopard, ma non cambierà la situazione militare generale. E la domanda più importante è come superare un simile conflitto con una potenza nucleare belligerante – tra l’altro, la più forte potenza nucleare del mondo! – senza entrare in una terza guerra mondiale. E questo è esattamente ciò che i politici e i giornalisti qui in Germania non pensano!

L’argomentazione è che Putin non vuole negoziare e che bisogna metterlo all’angolo per evitare che continui a infierire sull’Europa.
È vero che bisogna dare un segnale ai russi: Fin qui e non oltre! Non si può permettere che una simile guerra di aggressione continui. Per questo è giusto che la NATO aumenti la sua presenza militare a est e che la Germania si unisca a essa. Ma il rifiuto di Putin di negoziare non è sostenibile. Sia i russi che gli ucraini erano pronti per un accordo di pace all’inizio della guerra, a fine marzo, inizio aprile 2022. Poi non se ne fece nulla. Dopo tutto, anche l’accordo sul grano è stato negoziato durante la guerra da russi e ucraini con il coinvolgimento delle Nazioni Unite.

Ora la morte continua.
Si può continuare a logorare i russi, il che significa centinaia di migliaia di morti, ma da entrambe le parti. E significa l’ulteriore distruzione dell’Ucraina. Cosa resta di questo paese? Sarà raso al suolo. In definitiva, anche questa non è più un’opzione per l’Ucraina. La chiave per risolvere il conflitto non sta a Kiev, né a Berlino, Bruxelles o Parigi, ma a Washington e Mosca. È ridicolo dire che l’Ucraina deve decidere.

Con questa interpretazione, in Germania si viene subito considerati teorici della cospirazione…
Io stesso sono un atlantista convinto. Vi dirò onestamente che, nel dubbio, preferirei vivere sotto un’egemonia americana piuttosto che sotto una russa o cinese. All’inizio, questa guerra era solo una disputa politica interna all’Ucraina. È iniziata nel 2014, tra i gruppi etnici di lingua russa e gli stessi ucraini. È stata quindi una guerra civile. Ora, dopo l’invasione della Russia, è diventata una guerra interstatale tra Ucraina e Russia. È anche una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina e la sua integrità territoriale. È tutto vero. Ma non è tutta la verità. Si tratta anche di una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia, e nella regione del Mar Nero sono in gioco interessi geopolitici molto concreti.

Che cosa sono?
La regione del Mar Nero è importante per i russi e la loro flotta del Mar Nero quanto i Caraibi o la regione di Panama per gli Stati Uniti. Importante quanto il Mar Cinese Meridionale e Taiwan per la Cina. Importante quanto la zona di protezione della Turchia, che ha istituito contro i curdi in violazione del diritto internazionale. In questo contesto e per ragioni strategiche, anche i russi non possono uscirne. A parte il fatto che in un referendum in Crimea la popolazione si pronuncerebbe sicuramente a favore della Russia.

Come si può continuare?
Se i russi fossero costretti da un massiccio intervento occidentale a ritirarsi dalla regione del Mar Nero, prima di uscire dalla scena mondiale ricorrerebbero sicuramente alle armi nucleari. Trovo ingenua la convinzione che un attacco nucleare da parte della Russia non avverrà mai. Sulla falsariga di “stanno solo bluffando”.

Ma quale potrebbe essere la soluzione?
Bisognerebbe semplicemente chiedere alle persone della regione, cioè del Donbass e della Crimea, a chi vogliono appartenere. L’integrità territoriale dell’Ucraina dovrebbe essere ripristinata, con alcune garanzie occidentali. Anche i russi hanno bisogno di una simile garanzia di sicurezza. Quindi niente adesione alla NATO per l’Ucraina. Sin dal vertice di Bucarest del 2008, è stato chiaro che questa è la linea rossa dei russi.

E cosa pensa che possa fare la Germania?
Dobbiamo dosare il nostro sostegno militare in modo da non scivolare in una terza guerra mondiale. Nessuno di coloro che andarono in guerra nel 1914 con grande entusiasmo era ancora dell’idea che fosse la cosa giusta da fare. Se l’obiettivo è un’Ucraina indipendente, bisogna anche chiedersi in prospettiva come dovrebbe essere un ordine europeo che coinvolga la Russia. La Russia non scomparirà semplicemente dalla carta geografica. Dobbiamo evitare di spingere i russi nelle braccia dei cinesi, spostando così l’ordine multipolare a nostro svantaggio. Abbiamo anche bisogno della Russia come potenza leader di uno Stato multietnico per evitare l’esplosione di scontri e guerre. E francamente non vedo l’Ucraina diventare un membro dell’UE, tanto meno della NATO. In Ucraina, come in Russia, abbiamo un’elevata corruzione e il dominio degli oligarchi. Quello che noi in Turchia – giustamente – denunciamo in termini di Stato di diritto, lo abbiamo anche in Ucraina.

Cosa pensa, signor Vad, di quello che ci aspetta nel 2023?
A Washington deve esserci un fronte più ampio per la pace. E questo insensato attivismo della politica tedesca deve finalmente finire. Altrimenti ci sveglieremo una mattina e ci ritroveremo nel bel mezzo della Terza Guerra Mondiale.

(Traduzione Cambiailmondo.org)

Fonte: https://www.emma.de/artikel/erich-vad-was-sind-die-kriegsziele-340045


Erich Vad: Was sind die Kriegsziele?

Erich Vad ist Ex-Brigade-General. Von 2006 bis 2013 war er der militärpolitische Berater von Bundeskanzlerin Angela Merkel. Er gehört zu den raren Stimmen, die sich früh öffentlich gegen Waffenlieferungen an die Ukraine ausgesprochen haben, ohne politische Strategie und diplomatische Bemühungen. Auch jetzt spricht er eine unbequeme Wahrheit aus.

Herr Vad, was sagen Sie zu der gerade von Kanzler Scholz verkündeten Lieferung der 40 Marder an die Ukraine?
Das ist eine militärische Eskalation, auch in der Wahrnehmung der Russen – auch wenn der über 40 Jahre alte Marder keine Wunderwaffe ist. Wir begeben uns auf eine Rutschbahn. Das könnte eine Eigendynamik entwickeln, die wir nicht mehr steuern können. Natürlich war und ist es richtig, die Ukraine zu unterstützen und natürlich ist Putins Überfall nicht völkerrechtskonform – aber nun müssen doch endlich die Folgen bedacht werden!

Und was könnten die Folgen sein?
Will man mit den Lieferungen der Panzer Verhandlungsbereitschaft erreichen? Will man damit den Donbass oder die Krim zurückerobern? Oder will man Russland gar ganz besiegen? Es gibt keine realistische End-State-Definition. Und ohne ein politisch strategisches Gesamtkonzept sind Waffenlieferungen Militarismus pur.

Was heißt das?
Wir haben eine militärisch operative Patt-Situation, die wir aber militärisch nicht lösen können. Das ist übrigens auch die Meinung des amerikanischen Generalstabschefs Mark Milley. Er hat  gesagt, dass ein militärischer Sieg der Ukraine nicht zu erwarten sei und dass Verhandlungen der einzig mögliche Weg seien. Alles andere bedeutet den sinnlosen Verschleiß von Menschenleben.

General Milley löste mit seiner Aussage in Washington viel Ärger aus und wurde auch öffentlich stark kritisiert.
Er hat eine unbequeme Wahrheit ausgesprochen. Eine Wahrheit, die in den deutschen Medien übrigens so gut wie gar nicht publiziert wurde. Das Interview mit Milley von CNN tauchte nirgendwo größer auf, dabei ist er der Generalstabschef unserer westlichen Führungsmacht. Was in der Ukraine betrieben wird, ist ein Abnutzungskrieg. Und zwar einer mit mittlerweile annähernd 200.000 gefallenen und verwundeten Soldaten auf beiden Seiten, mit 50.000 zivilen Toten und mit Millionen von Flüchtlingen. Milley hat damit eine Parallele zum Ersten Weltkrieg gezogen, die treffender nicht sein könnte. Im Ersten Weltkrieg hat allein die sogenannte ‚Blutmühle von Verdun‘, die als Abnutzungsschlacht konzipiert war, zum Tod von fast einer Million junger Franzosen und Deutscher geführt. Sie sind damals für nichts gefallen. Das Verweigern der Kriegsparteien von Verhandlungen hat also zu Millionen zusätzlicher Toter geführt. Diese Strategie hat damals militärisch nicht funktioniert – und wird das auch heute nicht tun.

Auch Sie sind für die Forderung nach Verhandlungen angegriffen worden.
Ja, ebenso der Generalinspekteur der Bundeswehr, General Eberhard Zorn, der wie ich davor gewarnt hat, die regionalbegrenzten Offensiven der Ukrainer in den Sommermonaten zu überschätzen. Militärische Fachleute – die wissen, was unter den Geheimdiensten läuft, wie es vor Ort aussieht und was Krieg wirklich bedeutet – werden weitestgehend aus dem Diskurs ausgeschlossen. Sie passen nicht zur medialen Meinungsbildung. Wir erleben weitgehend eine Gleichschaltung der Medien, wie ich sie so in der Bundesrepublik noch nie erlebt habe. Das ist pure Meinungsmache. Und zwar nicht im staatlichen Auftrag, wie es aus totalitären Regimen bekannt ist, sondern aus reiner Selbstermächtigung.

Sie werden von den Medien auf breiter Front angegriffen, von BILD bis FAZ und Spiegel, und damit auch die 500.000 Menschen, die den von Alice Schwarzer initiierten Offenen Brief an den Kanzler unterzeichnet haben.
So ist es. Zum Glück hat Alice Schwarzer ihr eigenes unabhängiges Medium, um diesen Diskurs überhaupt eröffnen zu können. In den Leitmedien hätte das wohl nicht funktioniert. Dabei ist die Mehrheit der Bevölkerung schon länger und auch laut aktueller Umfrage gegen weitere Waffenlieferungen. Das alles wird jedoch nicht berichtet. Es gibt weitestgehend keinen fairen offenen Diskurs mehr zum Ukraine-Krieg, und das finde ich sehr verstörend. Das zeigt mir, wie recht Helmut Schmidt hatte. Er sagte in einem Gespräch mit Kanzlerin Merkel: Deutschland ist und bleibt eine gefährdete Nation.

Wie beurteilen Sie die Politik der Außenministerin?
Militärische Operationen müssen immer an den Versuch gekoppelt werden, politische Lösungen herbeizuführen. Die Eindimensionalität der aktuellen Außenpolitik ist nur schwer zu ertragen. Sie ist sehr stark fokussiert auf Waffen. Die Hauptaufgabe der Außenpolitik aber ist und bleibt Diplomatie, Interessenausgleich, Verständigung und Konfliktbewältigung. Das fehlt mir hier. Ich bin ja froh, dass wir endlich mal eine Außenministerin in Deutschland haben, aber es reicht nicht, nur Kriegsrhetorik zu betreiben und mit Helm und Splitterschutzweste in Kiew oder im Donbass herumzulaufen. Das ist zu wenig.

Dabei ist Baerbock doch Mitglied der Grünen, der ehemaligen Friedenspartei.
Die Mutation der Grünen von einer pazifistischen zu einer Kriegspartei verstehe ich nicht. Ich selbst kenne keinen Grünen, der überhaupt auch nur den Militärdienst geleistet hätte. Anton Hofreiter ist für mich das beste Beispiel dieser Doppelmoral. Antje Vollmer hingegen, die ich zu den ‚ursprünglichen‘ Grünen zählen würde, nennt die Dinge beim Namen. Und dass eine einzige Partei so viel politischen Einfluss hat, dass sie uns in einen Krieg manövrieren kann, das ist schon sehr bedenklich.

Wenn Kanzler Scholz Sie von seiner Vorgängerin übernommen hätte und Sie noch der militärische Berater des Kanzlers wären, was hätten Sie ihm im Februar 2022 geraten?
Ich hätte ihm geraten, die Ukraine militärisch zu unterstützen, aber dosiert und besonnen, um Rutschbahneffekte in eine Kriegspartei zu vermeiden. Und ich hätte ihm geraten, auf unseren wichtigsten politischen Verbündeten, die USA, einzuwirken. Denn der Schlüssel für eine Lösung des Krieges liegt in Washington und Moskau. Mir hat der Kurs des Kanzlers in den letzten Monaten gefallen. Aber Grüne, FDP und die bürgerliche Opposition machen – flankiert von weitestgehend einstimmiger medialer Begleitmusik – dermaßen Druck, dass der Kanzler das kaum noch auffangen kann.

Und was, wenn auch der Leopard geliefert wird?
Dann stellt sich erneut die Frage, was mit den Lieferungen der Panzer überhaupt passieren soll. Um die Krim oder den Donbass zu übernehmen, reichen die Marder und Leoparden nicht aus. In der Ostkukraine, im Raum Bachmut, sind die Russen eindeutig auf dem Vormarsch. Sie werden wahrscheinlich den Donbass in Kürze vollständig erobert haben. Man muss sich nur allein die numerische Überlegenheit der Russen gegenüber der Ukraine vor Augen führen. Russland kann bis zu zwei Millionen Reservisten mobil machen. Da kann der Westen 100 Marder und 100 Leoparden hinschicken, sie ändern an der militärischen Gesamtlage nichts. Und die alles entscheidende Frage ist doch, wie man einen derartigen Konflikt mit einer kriegerischen Nuklearmacht – wohlbemerkt der stärksten Nuklearmacht der Welt! – durchstehen will, ohne in einen Dritten Weltkrieg zu gehen. Und genau das geht hier in Deutschland in die Köpfe der Politiker und der Journalisten nicht hinein!

Das Argument ist, Putin wolle nicht verhandeln und dass man ihn in seine Schranken weisen müsse, damit er in Europa nicht weiter wütet.
Es stimmt, dass man den Russen signalisieren muss: Bis hierher und nicht weiter! So ein Angriffskrieg darf nicht Schule machen. Deshalb ist es richtig, dass die Nato ihre militärische Präsenz im Osten erhöht und Deutschland hier mitmacht. Aber dass Putin nicht verhandeln will, ist unglaubwürdig. Beide, die Russen und Ukrainer waren am Anfang des Krieges Ende März, Anfang April 2022 zu einer Friedensvereinbarung bereit. Daraus ist dann nichts geworden. Es wurde schließlich auch während des Krieges das Getreideabkommen von den Russen und Ukrainern unter Einbeziehung der Vereinten Nationen fertig verhandelt.

Nun geht das Sterben weiter.
Man kann die Russen weiter abnutzen, was wiederum Hundertausende Tote bedeutet, aber auf beiden Seiten. Und es bedeutet die weitere Zerstörung der Ukraine. Was bleibt denn von diesem Land noch übrig? Es wird dem Erdboden gleichgemacht. Letztendlich ist das für die Ukraine auch keine Option mehr. Der Schlüssel für die Lösung des Konfliktes liegt nicht in Kiew, er liegt auch nicht in Berlin, Brüssel oder Paris, er liegt in Washington und Moskau. Es ist doch lächerlich zu sagen, die Ukraine müsse das entscheiden.

Mit dieser Deutung gilt man in Deutschland schnell als Verschwörungstheoretiker…
Ich bin selber überzeugter Transatlantiker. Ich sage Ihnen ehrlich, ich möchte im Zweifelsfall lieber unter einer amerikanischen Hegemonie als unter einer russischen oder chinesischen leben. Dieser Krieg war anfangs nur eine innenpolitische Auseinandersetzung der Ukraine. Die ging bereits 2014 los, zwischen den russischsprachigen ethnischen Gruppen und den Ukrainern selber. Es ist also ein Bürgerkrieg gewesen. Jetzt, nach dem Überfall Russlands, ist es ein zwischenstaatlicher Krieg zwischen Ukraine und Russland geworden. Es ist auch ein Kampf um die Unabhängigkeit der Ukraine und ihrer territorialen Integrität. Das ist alles richtig. Aber es ist nicht die ganze Wahrheit. Es ist eben auch ein Stellvertreter-Krieg zwischen den USA und Russland, und da geht es um ganz konkrete geopolitische Interessen in der Schwarzmeerregion.

Die da wären?
Die Schwarzmeerregion ist für die Russen und ihre Schwarzmeerflotte so wichtig wie die Karibik oder die Region um Panama für die USA. So wichtig wie das südchinesische Meer und Taiwan für China. So wichtig wie die Schutzzone der Türkei, die sie völkerrechtswidrig gegenüber den Kurden etabliert haben. Vor diesem Hintergrund und aus strategischen Gründen können die Russen da auch nicht raus. Mal abgesehen davon, dass sich bei einer Volksabstimmung auf der Krim die Bevölkerung mit Sicherheit für Russland entscheiden würde.

Wie soll das also weitergehen?
Wenn die Russen durch massive westliche Intervention dazu gezwungen würden, sich aus der Schwarzmeerregion zurückzuziehen, dann würden sie, bevor sie von der Weltbühne abtreten, mit Sicherheit zu den Nuklearwaffen greifen. Ich finde den Glauben naiv, ein Atomschlag Russlands würde niemals passieren. Nach dem Motto, ‚Die bluffen doch nur‘.

Aber was könnte die Lösung sein?
Man sollte die Menschen in der Region, also im Donbass und auf der Krim, einfach fragen, zu wem sie gehören wollen. Man müsste die territoriale Integrität der Ukraine wiederherstellen, mit bestimmten westlichen Garantien. Und die Russen brauchen so eine Sicherheitsgarantie eben auch. Also keine Nato-Mitgliedschaft für die Ukraine. Seit dem Gipfel von Bukarest von 2008 ist klar, dass das die rote Linie der Russen ist.

Und was kann Deutschland Ihrer Meinung nach tun?
Wir müssen unsere militärische Unterstützung so dosieren, dass wir nicht in einen Dritten Weltkrieg gleiten. Keiner von denen, die 1914 mit großer Begeisterung in den Krieg gezogen sind, war hinterher noch der Meinung, dass das richtig war. Wenn das Ziel eine unabhängige Ukraine ist, muss man sich perspektivisch auch die Frage stellen, wie eine europäische Ordnung unter Einbeziehung Russlands aussehen soll. Russland wird ja nicht einfach von der Landkarte verschwinden. Wir müssen vermeiden, die Russen in die Arme der Chinesen zu treiben, und damit die multipolare Ordnung zu unseren Ungunsten zu verschieben. Wir brauchen Russland auch als Führungsmacht eines Vielvölkerstaates, um aufflammende Kämpfe und Kriege zu vermeiden. Und ehrlich gesagt sehe ich nicht, dass die Ukraine Mitglied der EU und erst recht nicht Mitglied der Nato wird. Wir haben in der Ukraine ebenso wie in Russland eine hohe Korruption und die Herrschaft von Oligarchen. Das, was wir in der Türkei – mit Recht – in puncto Rechtsstaatlichkeit anprangern, das Problem haben wir in der Ukraine auch.

Was meinen Sie, Herr Vad, was erwartet uns im Jahr 2023?
Es muss sich in Washington eine breitere Front für Frieden aufbauen. Und dieser sinnfreie Aktionismus in der deutschen Politik, der muss endlich ein Ende finden. Sonst wachen wir eines Morgens auf und sind mittendrin im Dritten Weltkrieg.

Fonte: https://www.emma.de/artikel/erich-vad-was-sind-die-kriegsziele-340045

“La terza guerra mondiale è già iniziata” tra Stati Uniti e Russia/Cina, sostiene lo studioso francese Emmanuel Todd

di Ben Norton

Il noto intellettuale francese Emmanuel Todd sostiene che la guerra per procura dell’Ucraina è l’inizio della terza guerra mondiale, ed è “esistenziale” sia per la Russia che per il “sistema imperiale” degli Stati Uniti, che ha limitato la sovranità dell’Europa, trasformando Bruxelles nel “protettorato” di Washington.

Al di là del confronto militare tra Russia e Ucraina, l’antropologo insiste sulla dimensione ideologica e culturale di questa guerra e sulla contrapposizione tra l’occidente liberale e il resto del mondo conquistato a una visione conservatrice e autoritaria. I più isolati non sono, secondo lui, quelli in cui crediamo.

Emmanuel Todd è un antropologo, storico, saggista, futurista, autore di numerosi libri. Molti di loro, come “The Final Fall”, “The Economic Illusion” o “After the Empire”, sono diventati dei classici delle scienze sociali. Il suo ultimo libro,  La terza guerra mondiale è iniziata “, è stato pubblicato nel 2022 in Giappone e ha venduto 100.000 copie.

Pensatore scandaloso per alcuni, intellettuale visionario per altri, “distruttore ribelle” secondo le sue stesse parole, Emmanuel Todd non lascia nessuno indifferente. L’autore di La Chute finale, che predisse il crollo dell’Unione Sovietica nel 1976, era rimasto discreto in Francia sulla questione della guerra in Ucraina . L’antropologo ha finora riservato la maggior parte dei suoi interventi sul tema al pubblico giapponese, pubblicando anche un saggio dal titolo provocatorio: “La terza guerra mondiale è iniziata” (“La Troisième Guerre mondiale a commencé” in francese). Al momento è disponibile solo in Giappone. Nella intervista a Le Figaro dettaglia la sua tesi iconoclasta.

Un eminente intellettuale francese ha scritto un libro sostenendo che gli Stati Uniti stanno già conducendo la Terza Guerra Mondiale contro Russia e Cina. Ha anche avvertito che l’Europa è diventata una sorta di “protettorato” imperiale, che ha poca sovranità ed è essenzialmente controllato dagli Stati Uniti.

Todd ha delineato le principali argomentazioni che ha fatto nel libro in un’intervista in lingua francese al principale quotidiano Le Figaro , condotta dal giornalista Alexandre Devecchio. Secondo Todd, la guerra per procura in Ucraina è “esistenziale” non solo per la Russia, ma anche per gli Stati Uniti. Il “sistema imperiale” statunitense si sta indebolendo in gran parte del mondo, ha osservato, ma questo sta portando Washington a “rafforzare la presa sui suoi protettorati iniziali”: Europa e Giappone.

Ciò significa che “Germania e Francia sono diventate partner minori nella NATO”, ha detto Todd, e la NATO è davvero un blocco “Washington-Londra-Varsavia-Kiev”. Le sanzioni degli Stati Uniti e dell’UE non sono riuscite a schiacciare la Russia, come speravano le capitali occidentali, ha osservato. Ciò significa che “la resistenza dell’economia russa sta spingendo il sistema imperiale americano verso il precipizio” e “i controlli monetari e finanziari americani del mondo crollerebbero”.

L’intellettuale francese ha indicato i voti delle Nazioni Unite riguardanti la Russia e ha avvertito che l’ Occidente non è in contatto con il resto del mondo . “I giornali occidentali sono tragicamente divertenti. Non smettono di dire: “La Russia è isolata, la Russia è isolata”. Ma quando guardiamo i voti delle Nazioni Unite, vediamo che il 75% del mondo non segue l’Occidente, che poi sembra molto piccolo”, ha osservato Todd. Ha anche criticato le metriche del PIL utilizzate dagli economisti neoclassici occidentali per minimizzare la capacità produttiva dell’economia russa, esagerando contemporaneamente quella delle economie neoliberiste finanziarizzate come negli Stati Uniti.

Nell’intervista a Le Figaro, Todd ha sostenuto (tutte le sottolineature sono state aggiunte):

Questa è la realtà, la terza guerra mondiale è iniziata. È vero che è iniziato “in piccolo” e con due sorprese. Siamo entrati in questa guerra con l’idea che l’esercito russo fosse molto potente e che la sua economia fosse molto debole.

Si pensava che l’Ucraina sarebbe stata schiacciata militarmente e che la Russia sarebbe stata schiacciata economicamente dall’Occidente. Ma è successo il contrario. L’Ucraina non è stata schiacciata militarmente anche se in quella data ha perso il 16% del suo territorio; La Russia non è stata schiacciata economicamente. Mentre vi parlo, il rublo ha guadagnato l’8% rispetto al dollaro e il 18% rispetto all’euro dal giorno prima dell’inizio della guerra.

Quindi c’è stata una sorta di malinteso. Ma è evidente che il conflitto, passando da una limitata guerra territoriale a uno scontro economico globale, tra tutto l’occidente da un lato e la Russia sostenuta dalla Cina dall’altro, è diventato un mondo di guerra. Anche se la violenza militare è bassa rispetto a quella delle precedenti guerre mondiali.

Il giornale ha chiesto a Todd se stesse esagerando. Ha risposto: “Forniamo ancora armi. Uccidiamo russi, anche se non ci esponiamo. Ma resta vero che noi europei siamo impegnati soprattutto economicamente. Sentiamo anche la nostra vera entrata in guerra attraverso l’inflazione e la penuria”.

Todd ha sottovalutato il suo caso. Non ha menzionato il fatto che, dopo che gli Stati Uniti hanno sponsorizzato il colpo di stato che ha rovesciato il governo democraticamente eletto dell’Ucraina nel 2014, scatenando una guerra civile, la CIA e il Pentagono hanno immediatamente iniziato ad addestrare le forze ucraine per combattere la Russia.

Il New York Times ha riconosciuto che la CIA e le forze per le operazioni speciali di numerosi paesi europei sono sul campo in Ucraina. E la CIA e un alleato europeo della NATO stanno persino effettuando attacchi di sabotaggio all’interno del territorio russo.

Tuttavia, nell’intervista, Todd ha continuato:

Putin ha commesso un grosso errore all’inizio, il che è di immenso interesse storico-sociale. Coloro che lavoravano in Ucraina alla vigilia della guerra consideravano il paese non come una democrazia alle prime armi, ma come una società in decadenza e uno “stato fallito” in formazione.

Penso che il calcolo del Cremlino fosse che questa società in decomposizione si sgretolasse al primo shock, o addirittura dicesse “benvenuta mamma” nella santa Russia. Ma quello che abbiamo scoperto, al contrario, è che una società in decomposizione, se alimentata da risorse finanziarie e militari esterne, può trovare nella guerra un nuovo tipo di equilibrio, e anche un orizzonte, una speranza. I russi non avrebbero potuto prevederlo. Nessuno potrebbe.

Todd ha detto di condividere il punto di vista sull’Ucraina del politologo statunitense John Mearsheimer, un realista che ha criticato la politica estera aggressiva di Washington. Mearsheimer “ci ha detto che l’Ucraina, il cui esercito era stato rilevato dai soldati della NATO (americani, britannici e polacchi) almeno dal 2014, era quindi un membro de facto della NATO, e che i russi avevano annunciato che non avrebbero mai tollerato una NATO membro dell’Ucraina”, ha detto Todd.

Per la Russia, questa è una guerra che è “dal loro punto di vista difensivo e preventivo”, ha ammesso. Mearsheimer ha aggiunto che non avremmo motivo di rallegrarci di qualsiasi difficoltà dei russi perché, poiché per loro si tratta una questione esistenziale, quanto più questa dovesse risultare dura, tanto più loro colpirebbero con forza. L’analisi sembra essersi verificata.

Tuttavia, Todd ha sostenuto che Mearsheimer “non va abbastanza lontano” nella sua analisi. Lo scienziato politico statunitense ha trascurato il modo in cui Washington ha limitato la sovranità di Berlino e Parigi, ha detto Todd:

Germania e Francia erano diventate partner minori nella NATO e non erano a conoscenza di ciò che stava accadendo in Ucraina a livello militare. L’ingenuità francese e tedesca è stata criticata perché i nostri governi non credevano nella possibilità di un’invasione russa. Vero, ma perché non sapevano che americani, inglesi e polacchi avrebbero potuto rendere l’Ucraina in grado di condurre una guerra più ampia. L’asse fondamentale della NATO ora è Washington-Londra-Varsavia-Kiev.

Mearsheimer, da buon americano, sopravvaluta il suo paese. Ritiene che, se per i russi la guerra in Ucraina è esistenziale, per gli americani non è altro che un “gioco” di potere tra gli altri. Dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan, una debacle in più o in meno… Che importa?

L’assioma fondamentale della geopolitica americana è: ‘Possiamo fare quello che vogliamo perché siamo al riparo, lontano, tra due oceani, non ci succederà mai niente’. Niente sarebbe esistenziale per l’America. Insufficienza di analisi che oggi porta Biden a una serie di azioni sconsiderate.

L’America è fragile. La resistenza dell’economia russa sta spingendo il sistema imperiale americano verso il precipizio. Nessuno si aspettava che l’economia russa avrebbe resistito alla “potenza economica” della NATO. Credo che gli stessi russi non l’avessero previsto.

Emmanuel Todd prosegue nell’intervista sostenendo che, resistendo a tutta la forza delle sanzioni occidentali, la Russia e la Cina rappresentano una minaccia per “i controlli monetari e finanziari americani del mondo”. Questo, a sua volta, mette in discussione lo status degli Stati Uniti come emittente della valuta di riserva globale , che gli conferisce la capacità di mantenere un “enorme deficit commerciale”:

Se l’economia russa resistesse indefinitamente alle sanzioni e riuscisse a esaurire l’economia europea, pur rimanendo essa stessa, sostenuta dalla Cina, crollerebbero i controlli monetari e finanziari americani del mondo, e con essi la possibilità per gli Stati Uniti di finanziare il loro enorme disavanzo commerciale.

Questa guerra è quindi diventata esistenziale per gli Stati Uniti . Non più della Russia, non possono ritirarsi dal conflitto, non possono lasciarsi andare. Ecco perché ora ci troviamo in una guerra senza fine, in uno scontro il cui esito deve essere il crollo dell’uno o dell’altro.

Todd ha avvertito che, mentre gli Stati Uniti si stanno indebolendo in gran parte del mondo, il loro “sistema imperiale” sta “rafforzando la presa sui suoi protettorati iniziali”: Europa e Giappone. E ha spiegato:

Ovunque vediamo l’indebolimento degli Stati Uniti, ma non in Europa e in Giappone, perché uno degli effetti del ritiro del sistema imperiale è che gli Stati Uniti rafforzano la presa sui loro protettorati iniziali.

Se leggiamo [Zbigniew] Brzezinski (The Grand Chessboard), vediamo che l’impero americano si è formato alla fine della seconda guerra mondiale con la conquista della Germania e del Giappone, che sono ancora oggi protettorati. Man mano che il sistema americano si restringe, pesa sempre più pesantemente sulle élite locali dei protettorati (e includo qui tutta l’Europa).

I primi a perdere ogni autonomia nazionale saranno (o lo sono già) gli inglesi e gli australiani. Internet ha prodotto un’interazione umana con gli Stati Uniti nell’anglosfera di tale intensità che le sue élite accademiche, mediatiche e artistiche sono, per così dire, annesse. Nel continente europeo siamo in qualche modo protetti dalle nostre lingue nazionali, ma la caduta della nostra autonomia è considerevole e rapida.

Come esempio di un momento della storia recente in cui l’Europa era più indipendente, Todd ha sottolineato: “Ricordiamo la guerra in Iraq, quando Chirac, Schröder e Putin hanno tenuto conferenze stampa congiunte contro la guerra” — riferendosi agli ex leader della Francia (Jacques Chirac) e Germania (Gerhard Schröder).

L’intervistatore del quotidiano Le Figaro, Alexandre Devecchio, ha ribattuto Todd chiedendo: “Molti osservatori sottolineano che la Russia ha il PIL della Spagna. Non stai sopravvalutando il suo potere economico e la sua resilienza?” Todd ha criticato l’eccessiva dipendenza dal PIL come parametro, definendolo una “misura fittizia della produzione” che oscura le reali forze produttive in un’economia:

La guerra diventa un banco di prova dell’economia politica, è il grande rivelatore. Il Pil di Russia e Bielorussia rappresenta il 3,3% del Pil occidentale (Stati Uniti, Anglosfera, Europa, Giappone, Corea del Sud), praticamente nulla. Ci si può chiedere come questo PIL insignificante possa far fronte e continuare a produrre missili.

Il motivo è che il PIL è una misura fittizia della produzione. Se togliamo al Pil americano la metà della sua spesa sanitaria sovrafatturata, allora la “ricchezza prodotta” dall’attività dei suoi avvocati, dalle carceri più piene del mondo, quindi da un’intera economia di servizi mal definiti, compresi i “produzione” dei suoi 15-20 mila economisti con uno stipendio medio di 120.000 dollari, ci rendiamo conto che una parte importante di questo PIL è vapore acqueo.

La guerra ci riporta all’economia reale, ci permette di capire quale sia la vera ricchezza delle nazioni, la capacità di produzione, e quindi la capacità di guerra.

Todd ha osservato che la Russia ha mostrato “una reale capacità di adattamento”. Ha attribuito questo al “ruolo molto ampio dello stato” nell’economia russa, in contrasto con il modello economico neoliberista statunitense:

Se torniamo alle variabili materiali, vediamo l’economia russa. Nel 2014 abbiamo messo in atto le prime sanzioni importanti contro la Russia, ma poi ha aumentato la sua produzione di grano, che è passata da 40 a 90 milioni di tonnellate nel 2020. Intanto, grazie al neoliberismo, la produzione di grano americana, tra il 1980 e il 2020, è passata da Da 80 a 40 milioni di tonnellate.

La Russia ha quindi una reale capacità di adattamento. Quando vogliamo prendere in giro le economie centralizzate, sottolineiamo la loro rigidità, e quando glorifichiamo il capitalismo, lodiamo la sua flessibilità.

L’economia russa, da parte sua, ha accettato le regole di funzionamento del mercato (è persino un’ossessione di Putin preservarle), ma con un ruolo molto ampio per lo Stato, ma trae la sua flessibilità anche dalla formazione di ingegneri, che ne consentono gli adattamenti industriali e militari.

Questo punto è simile a quanto sostenuto dall’economista Michael Hudson – che sebbene l’economia di Mosca non sia più socialista, come lo era quella dell’Unione Sovietica, il capitalismo industriale guidato dallo stato della Federazione Russa si scontra con il modello finanziarizzato del capitalismo neoliberista che gli Stati Uniti hanno cercato di imporre al mondo.

Da: https://www.acro-polis.it/2023/01/15/la-terza-guerra-mondiale-e-gia-iniziata-tra-stati-uniti-e-russia-cina-sostiene-lo-studioso-francese-emmanuel-todd/

Fonte originale: https://www.lefigaro.fr/vox/monde/emmanuel-todd-la-troisieme-guerre-mondiale-a-commence-20230112

USA, i democratici sono ormai il partito della guerra.

di Mr. Fish

Il lato oscuro dei Democratici

I Democratici si posizionano come il partito della virtù, ammantando il loro sostegno all’industria bellica con un linguaggio morale che risale alla Corea e al Vietnam, quando il presidente Ngo Dinh Diem era osannato come il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutte le guerre che sostengono e finanziano sono guerre “buone”. Tutti i nemici che combattono, gli ultimi dei quali sono la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, sono incarnazioni del male. La foto di una raggiante presidente della Camera Nancy Pelosi e della vicepresidente Kamala Harris che sorregge una bandiera di battaglia ucraina autografata dietro Zelensky mentre si rivolge al Congresso è un altro esempio dell’abietto asservimento del Partito Democratico alla macchina da guerra.

I Democratici, soprattutto con la presidenza di Bill Clinton, sono diventati degli intermediari non solo per l’America corporativa, ma anche per i produttori di armi e per il Pentagono. Nessun sistema di armamento è troppo costoso. Nessuna guerra, per quanto disastrosa, non viene finanziata. Nessun bilancio militare è troppo grande, compresi gli 858 miliardi di dollari di spesa militare stanziati per l’anno fiscale in corso, un aumento di 45 miliardi di dollari rispetto a quanto richiesto dall’amministrazione Biden. 

Lo storico Arnold Toynbee ha citato il militarismo incontrollato come la malattia fatale degli imperi, sostenendo che essi si suicidano definitivamente. 

Un tempo c’era un’ala del Partito Democratico che metteva in discussione e si opponeva all’industria bellica: I senatori J. William Fulbright, George McGovern, Gene McCarthy, Mike Gravel, William Proxmire e il membro della Camera Dennis Kucinich. Ma questa opposizione è evaporata insieme al movimento contro la guerra. Quando di recente 30 membri del caucus progressista del partito hanno chiesto a Biden di negoziare con Putin, sono stati costretti dalla leadership del partito e dai media guerrafondai a fare marcia indietro e a ritirare la lettera. Nessuno di loro, ad eccezione di Alexandria Ocasio-Cortez, ha votato contro i miliardi di dollari in armamenti inviati all’Ucraina o contro il bilancio militare gonfiato. Rashida Tlaib ha votato a favore. 

L’opposizione al finanziamento perpetuo della guerra in Ucraina è venuta soprattutto dai repubblicani, 11 al Senato e 57 alla Camera, molti dei quali, come Marjorie Taylor Greene, sono teorici della cospirazione. Solo nove repubblicani alla Camera si sono uniti ai democratici nel sostenere la legge di spesa da 1.700 miliardi di dollari necessaria per evitare la chiusura del governo, che includeva l’approvazione di 847 miliardi di dollari per le forze armate – il totale sale a 858 miliardi di dollari se si considerano i conti che non rientrano nella giurisdizione dei comitati dei servizi armati. Al Senato, 29 repubblicani si sono opposti alla legge di spesa. I democratici, compresi quasi tutti i 100 membri del Congressional Progressive Caucus della Camera, si sono schierati doverosamente a favore della guerra infinita. 

Questa smania di guerra è pericolosa e ci spinge a una potenziale guerra con la Russia e, forse più tardi, con la Cina, ognuna delle quali è una potenza nucleare. È anche economicamente rovinosa. La monopolizzazione del capitale da parte dei militari ha portato il debito degli Stati Uniti a oltre 30.000 miliardi di dollari, 6.000 miliardi in più rispetto al PIL degli Stati Uniti, che ammonta a 24.000 miliardi di dollari. Il servizio di questo debito costa 300 miliardi di dollari all’anno. Spendiamo per le forze armate più dei nove Paesi successivi, tra cui Cina e Russia, messi insieme. Il Congresso è anche in procinto di fornire al Pentagono 21,7 miliardi di dollari in più – rispetto al bilancio annuale già ampliato – per rifornire l’Ucraina.

“Ma questi contratti sono solo la punta di diamante di quello che si preannuncia come un nuovo grande potenziamento della difesa”, riporta il New York Times. “L’anno prossimo la spesa militare è destinata a raggiungere il livello più alto, in termini corretti dall’inflazione, dai picchi dei costi delle guerre in Iraq e Afghanistan tra il 2008 e il 2011, e il secondo più alto, in termini corretti dall’inflazione, dalla Seconda guerra mondiale – un livello che supera i bilanci delle 10 maggiori agenzie di governo messe insieme”.

Il Partito Democratico, che sotto l’amministrazione Clinton ha corteggiato in modo aggressivo i donatori aziendali, ha rinunciato a sfidare, per quanto tiepidamente, l’industria bellica. 

“Non appena il Partito Democratico ha deciso, forse 35 o 40 anni fa, di accettare i contributi delle aziende, ha cancellato ogni distinzione tra i due partiti”, ha detto Dennis Kucinich quando l’ho intervistato nel mio programma per The Real News Network. “Perché a Washington, chi paga il pifferaio suona la melodia. Ecco cosa è successo. Non c’è molta differenza tra i due partiti quando si parla di guerra”. 

Nel suo libro del 1970 “La macchina della propaganda del Pentagono”, Fulbright descrive come il Pentagono e l’industria degli armamenti versino milioni di euro per plasmare l’opinione pubblica attraverso campagne di pubbliche relazioni, film del Dipartimento della Difesa, controllo di Hollywood e dominio dei media commerciali. Gli analisti militari dei notiziari via cavo sono in genere ex funzionari militari e dell’intelligence che siedono in consigli di amministrazione o lavorano come consulenti per le industrie della difesa, un fatto che raramente rivelano al pubblico. Barry R. McCaffrey, generale dell’esercito a quattro stelle in pensione e analista militare per NBC News, era anche un dipendente della Defense Solutions, una società di vendita e gestione di progetti militari. Come la maggior parte di questi informatori della guerra, ha tratto personalmente profitto dalla vendita di sistemi d’arma e dall’espansione delle guerre in Iraq e Afghanistan.

Alla vigilia di ogni votazione del Congresso sul bilancio del Pentagono, i lobbisti delle imprese legate all’industria bellica incontrano i membri del Congresso e il loro staff per spingerli a votare a favore del bilancio per proteggere i posti di lavoro nel loro distretto o Stato. Queste pressioni, unite al mantra amplificato dai media secondo cui l’opposizione agli sperperati finanziamenti alla guerra è antipatriottica, tengono in schiavitù i funzionari eletti. Questi politici dipendono anche dalle generose donazioni dei produttori di armi per finanziare le loro campagne.

Seymour Melman, nel suo libro “Pentagon Capitalism”, ha documentato il modo in cui le società militarizzate distruggono le loro economie nazionali. Si spendono miliardi per la ricerca e lo sviluppo di sistemi d’arma, mentre le tecnologie delle energie rinnovabili languono. Le università sono inondate di borse di studio legate al settore militare, mentre faticano a trovare fondi per gli studi ambientali e le discipline umanistiche. Ponti, strade, argini, ferrovie, porti, reti elettriche, impianti di depurazione e infrastrutture per l’acqua potabile sono strutturalmente carenti e antiquati. Le scuole sono in rovina e mancano di insegnanti e personale sufficienti. Incapace di arginare la pandemia COVID-19, l’industria sanitaria a scopo di lucro costringe le famiglie, comprese quelle assicurate, alla bancarotta. L’industria manifatturiera nazionale, soprattutto con la delocalizzazione dei posti di lavoro in Cina, Vietnam, Messico e altre nazioni, crolla. Le famiglie annegano nel debito personale, con il 63% degli americani che vive di stipendio in stipendio. I poveri, i malati mentali, i malati e i disoccupati sono abbandonati. 

Melman, che ha coniato il termine “economia di guerra permanente”, ha osservato che dalla fine della Seconda guerra mondiale, il governo federale ha speso più della metà del suo bilancio discrezionale per le operazioni militari passate, presenti e future. Si tratta della più grande attività di sostegno del governo. L’establishment militare-industriale non è altro che un welfare aziendale dorato. I sistemi militari vengono venduti prima di essere prodotti. Le industrie militari sono autorizzate ad addebitare al governo federale gli enormi sforamenti dei costi. Sono garantiti profitti enormi. Ad esempio, lo scorso novembre, l’esercito ha assegnato alla sola Raytheon Technologies contratti per oltre 2 miliardi di dollari, che si aggiungono agli oltre 190 milioni di dollari assegnati in agosto, per la fornitura di sistemi missilistici destinati ad ampliare o rimpiazzare le armi inviate in Ucraina. Nonostante un mercato depresso per la maggior parte delle altre aziende, i prezzi delle azioni di Lockheed e Northrop Grumman sono aumentati di oltre il 36% e il 50% quest’anno. 

I giganti della tecnologia, tra cui Amazon, che fornisce software di sorveglianza e riconoscimento facciale alla polizia e all’FBI, sono stati assorbiti nell’economia di guerra permanente. Amazon, Google, Microsoft e Oracle si sono aggiudicati contratti multimiliardari per il cloud computing per la Joint Warfighting Cloud Capability e possono ricevere 9 miliardi di dollari in contratti del Pentagono per fornire alle forze armate “servizi cloud disponibili a livello globale in tutti i domini di sicurezza e livelli di classificazione, dal livello strategico al margine tattico”, fino alla metà del 2028.

Gli aiuti esteri vengono forniti a Paesi come Israele, con oltre 150 miliardi di dollari di assistenza bilaterale dalla sua fondazione nel 1948, o l’Egitto, che ha ricevuto oltre 80 miliardi di dollari dal 1978 – aiuti che richiedono ai governi stranieri di acquistare sistemi di armamento dagli Stati Uniti. Un tale sistema circolare deride l’idea di un’economia di libero mercato. Queste armi diventano presto obsolete e vengono sostituite da sistemi di armamento aggiornati e solitamente più costosi. Si tratta, in termini economici, di un vicolo cieco. Non sostiene altro che l’economia di guerra permanente.

“La verità è che siamo in una società fortemente militarizzata, guidata dall’avidità e dalla brama di profitto, e le guerre vengono create solo per continuare ad alimentarla”, mi ha detto Kucinich.

Nel 2014, gli Stati Uniti hanno appoggiato un colpo di Stato in Ucraina che ha insediato un governo composto da neonazisti e antagonista della Russia. Il colpo di Stato ha scatenato una guerra civile quando l’etnia russa dell’Ucraina orientale, il Donbass, ha cercato di separarsi dal Paese, causando oltre 14.000 morti e quasi 150.000 sfollati, prima dell’invasione della Russia a febbraio. L’invasione russa dell’Ucraina, secondo Jacques Baud, ex consulente per la sicurezza della NATO che ha lavorato anche per l’intelligence svizzera, è stata istigata dall’escalation della guerra ucraina nel Donbass. Inoltre, ha fatto seguito al rifiuto da parte dell’amministrazione Biden delle proposte inviate dal Cremlino alla fine del 2021, che avrebbero potuto evitare l’invasione russa l’anno successivo. 

Questa invasione ha portato a diffuse sanzioni statunitensi e europee contro la Russia, che si sono riversate sull’Europa. L’inflazione devasta l’Europa con la forte riduzione delle spedizioni di petrolio e gas russo. L’industria, soprattutto in Germania, è paralizzata. Nella maggior parte dell’Europa è un inverno di carenze, prezzi in crescita e miseria. 

“L’intera faccenda si sta ritorcendo contro l’Occidente”, ha avvertito Kucinich. “Abbiamo costretto la Russia a spostarsi in Asia, così come il Brasile, l’India, la Cina, il Sudafrica e l’Arabia Saudita. Si sta formando un mondo completamente nuovo. Il catalizzatore di tutto ciò è l’errore di valutazione che si è verificato sull’Ucraina e lo sforzo per cercare di controllare l’Ucraina nel 2014, di cui la maggior parte delle persone non è a conoscenza”.

Non opponendosi a un Partito Democratico la cui attività principale è la guerra, i liberali diventano i sognatori sterili e sconfitti di “Note dal sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij. 

Ex detenuto, Dostoevskij non temeva il male. Temeva una società che non aveva più la forza morale di affrontare il male. E la guerra, per rubare una frase dal mio ultimo libro, è il male più grande.

(Traduzione: Cambiailmondo.org)

FONTE: https://chrishedges.substack.com/p/listen-to-this-article-the-democrats#details

LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA

di Alberto Bradanini

Introduzione

Secondo la narrativa dominante, la propaganda, vale a dire la sistemica produzione di falsità, colpirebbe solo le nazioni prive di libertà di espressione, i paesi autocratici, autoritari o dittatoriali (appellativi, invero, attribuiti a seconda delle convenienze). Nei paesi autoritari, con qualche diversità dall’uno all’altro, il quadro è piuttosto evidente, domina la censura: alcune cose si possono fare, altre no. A dispetto delle apparenze, tuttavia, anche nelle cosiddette democrazie, l’obiettivo è il medesimo, controllare il disagio della maggioranza contro i privilegi della minoranza, cambia solo la tecnica, una tecnica basata sulla Menzogna, che opera in modo sofisticato, creando notizie dal nulla, mescolando bugie e verità, omettendo fatti e circostanze, rimestando abusivamente passato e futuro, paragonando ostriche a elefanti.

Confondendo ulteriormente il quadro, per il discorso del potere – in cima al quale, a ben guardare, troviamo sempre l’impero americano in qualche sua incarnazione – i paesi autoritari sono poi quelli che non si piegano al dominio dell’unica nazione indispensabile al mondo (Clinton, 1999), colonna portante del Regno del Bene.

Coloro che dominano la narrativa pubblica, dunque, controllano la società e per la proprietà transitiva la ricchezza e le inquietudini che vi si aggirano. D’altra parte, persino chi siede in cima alla piramide è inquieto, preso dall’angoscia di perdere ricchezza e potere. E la coercizione non basta, occorre il consenso e il ruolo della propaganda è quello di disarticolare il conflitto, contenere quel malessere che si aggira ovunque come un felino in attesa della preda. Essa è anche un aspetto costitutivo della più vasta nozione di egemonia, nell’accezione gramsciana del termine[1], secondo la quale il ceto dominante, oggi transnazionale, ha bisogno di guidare la narrazione pubblica, servendosi di un’impalcatura di servizio, politici, militari/burocrati, giornalisti, accademici.

Il potere è slegato da ogni ideologia, non essendo fondato su valori, ma solo su interessi: liberalismo o socialismo, conservatorismo o progressismo, fondamentalismo cristiano o islamico, suprematismo o meticciamento e via dicendo, il fine è solo uno, la massificazione di sè stesso e dei profitti correlati. Il Regno del Bene non ha sfumature di pensiero, tanto meno di azione.

La narrativa pubblica diffonde inoltre un messaggio inconscio: “sappiamo bene che la situazione non è ideale, le cose dovrebbero andar meglio, ma, ahimè, non vi sono alternative. D’altro canto, si faccia attenzione perché le cose potrebbero andare molto peggio, e solo noi siamo in grado di evitare che la situazione precipiti”.

Taluni sono persuasi che solo chi vive ai margini, i poveri di spirito e gli individui senza istruzione o acume siano esposti al sortilegio della propaganda. Uno sguardo disincantato rivela invece che tale dipendenza non ha nulla a che vedere con la cultura o l’intelligenza. Anzi, entrambe tendono a rafforzare la resistenza a riconoscere la porosità alla manipolazione. La capacità di opporsi al mainstream appare invero connessa con l’umile qualità di saper riconoscere i propri errori, e all’occorrenza la propria credulità. Si tratta di una caratteristica critica dell’essere umano che esprime maturità emotiva e spessore culturale. Sul piano filosofico, invece, l’abilità a smascherare l’inganno discende dall’aderenza al principio di verità, che non può prescindere da una vita condotta in coerenza. Si tratta di peculiarità poco diffuse, ma che fioriscono in ogni genere di individui e sono essenziali per la vita e la prosperità del genere umano.

Il trampolino della propaganda

Nell’incipit del saggio The Propaganda Multiplier[2], lo svizzero Konrad Hummler afferma che “davanti a qualsiasi genere di informazione non dovremmo mai tralasciare di chiederci: perché ci giungono queste notizie, perché in questa forma e in questo momento? In fin dei conti si tratta sempre di questioni che riguardano il potere”.

Forse, ciò chiarisce perché nessuno dà conto della singolare congiuntura – è questo un esempio tra i tanti – per la quale i cittadini russi possono leggere i nostri giornali e ascoltare le nostre TV, mentre noi non abbiamo il diritto di reciprocare, leggere e ascoltare i media russi[3]. In attesa di venirne informati, ci soccorre il vocabolario orwelliano, nel quale si scrive pace per significare guerra, democrazia per intendere oligarchia–plutocrazia, sovranità per esprimere sottomissione, libertà di giustizio per la sua soppressione.

Hummler aggiunge che un aspetto sostanzialmente ignoto del sistema mediatico riguarda la struttura del suo funzionamento, in specie la circostanza che la quasi totalità delle notizie che ci giungono sugli eventi del mondo è generato da tre sole agenzie internazionali di stampa. Il loro ruolo è talmente centrale che i fruitori mediatici – TV, giornali e internet – coprono quasi sempre gli stessi eventi con i medesimi argomenti, lo stesso taglio, il medesimo formato. Si tratta di agenzie che godono di coperture e sostegni di governi, apparati militari e intelligence, essendo da questi utilizzate quali piattaforme di diffusione di informazioni pilotate[4].

Come fa il giornale (o la TV) che leggo (o ascolto) a conoscere ciò che afferma di conoscere su un argomento internazionale? – si chiede Hummler – e la risposta è banale: quel giornale o quella TV non sa nulla, si limita a copiare da una delle citate agenzie. Queste lavorano in modo felpato, dietro le quinte. La prima ragione di tale discrezione è beninteso il controllo della notizia, la seconda risiede nella circostanza che giornali e TV non hanno interesse a far conoscere ai loro lettori di non essere in grado di raccogliere notizie indipendenti su quanto raccontano.

Le tre agenzie in questione sono:

​•​Associated Press (AP), che ha oltre 4000 dipendenti sparsi nel mondo. AP ha la forma di società cooperativa, ma è di fatto controllata da finanziarie quotate a Wall Street; dall’aprile 2017, il suo presidente è Steven Swartz, il quale è anche CEO di Hearst Communications, il colosso Usa dei media. AP fornisce informazioni a oltre 12.000 giornali e TV internazionali, raggiungendo ogni giorno oltre metà della popolazione mondiale; 

​•​Agence France-Presse (AFP)[5], partecipata dallo stato francese, ha circa 4000 dipendenti e trasmette ogni giorno oltre 3000 reportage a testate mediatiche di tutto il mondo; 

​•​Agenzia Reuters, con sede a Toronto, con migliaia di persone in ogni dove, dal luglio 2018 il 55% del suo capitale è proprietà di Blackstone Group, quotata a Wall Street; nel 2008 è stata acquisita dalla canadese Thomson Corporation e si è poi fusa nella Thomson-Reuters. 

Le corporazioni statunitensi (e con esse gli apparati militari e di sicurezza, lo stato profondo, etc…) dominano anche il mondo internet, poiché le prime dieci società mediatiche online, tranne una, sono di proprietà americana e hanno tutte sede negli Usa.

Essendo tale impalcatura alla radice della creazione, soppressione e adulterazione mediatica degli accadimenti nel mondo[6], è curioso che siano poche le persone interessate a conoscerne ruolo e meccanismi operativi.

Un ricercatore svizzero (Blum[7]) ha rilevato che nessun quotidiano occidentale può far a meno di tali agenzie se vuole occuparsi di questioni internazionali. Noi conosciamo solo ciò su cui queste decidono di riferire. La Grande Menzogna nella quale è immersa la popolazione (con eccezioni, beninteso) sta devastando l’etica pubblica e la sensibilità collettiva. Il lavaggio del cervello è implacabile, tutto è piegato alle esigenze del potere (l’Occidente e quella parte del mondo pilotata dall’Occidente), così gerarchicamente ordinato: impero Usa (corporazioni, stato profondo, forza militare), élite europee (finanza, banche, in prevalenza nordiche), classi dirigenti nazionali (politici, media, accademia).

Sebbene molti paesi dispongano di proprie agenzie – la tedesca DPA, l’austriaca APA, la svizzera SDA, l’italiana Ansa e così via – la carta stampata e le TV private/pubbliche, se vogliono occuparsi di temi internazionali, sono costrette a rivolgersi alle tre menzionate, le quali si sono appropriate di un ruolo insostituibile potendo contare su risorse, copertura geografica e capacità operativa: i reportage di tali agenzie vengono tradotti e copiati, talvolta utilizzati senza citare la fonte, altre volte parzialmente riscritti, altre ancora ravvivati e arricchiti con immagini e grafici per farli apparire un prodotto originale. Il giornalista che lavora su un dato argomento seleziona i passaggi che ritiene importanti, li manipola, li rimescola con qualche svolazzo e poi li pubblica (Volker Braeutigam)[8]”.

Quelli che il pubblico ritiene contributi originali del giornale o della TV sono in realtà rapporti fabbricati a New York, Londra o Parigi. Non sorprende che le notizie siano le stesse a Washington, Berlino, Parigi o Roma. Un fenomeno da brividi, poco dissimile dalle vituperate pratiche dei cosiddetti paesi illiberali.

Quanto ai corrispondenti, gran parte dei media non se ne può permettere nessuno. Quando esistono, coprono diversi paesi, anche dieci o venti, e si può immaginare con quale competenza! Nelle zone di guerra, raramente si avventurano fuori dall’hotel dove vivono, e pochissimi possiedono le competenze linguistiche per capire cosa succede intorno. Sulla guerra in Siria, scrive Hummler, molti riferivano da Istanbul, Beirut, Il Cairo, Cipro, mentre le citate agenzie dispongono di corrispondenti ovunque e ben addestrati.

Nel suo libro People Like Us: Misrepresenting the Middle East, il corrispondente olandese dal Medio Oriente, Joris Luyendijk, ha descritto candidamente come lavorano i corrispondenti e in quale misura dipendono dalle tre sorelle: “pensavo che questi fossero degli storici del momento, che davanti a un evento di rilievo, scoprissero cosa stesse davvero succedendo e riferissero in proposito. In verità nessuno va mai a verificare cosa accade. Quando succede qualcosa, la redazione chiama, invia per fax o e-mail comunicati-stampa già confezionati e il corrispondente in loco li rimbalza con parole sue, commentandoli alla radio o TV, oppure ne fa un articolo per il giornale di riferimento. Le notizie vengono nastro-trasportate. Su qualsiasi argomento o evento i corrispondenti aspettano in fondo al tapis-roulant, fingendo di aver prodotto qualcosa, ma è tutto falso”.

In altre parole, il corrispondente solitamente non è in grado di produrre inchieste indipendenti e si limita a rimodellare resoconti confezionati nelle redazioni o da una delle tre agenzie. È così che nasce l’effetto mainstream.

Ci si potrebbe chiedere perché i giornalisti non provano a produrre inchieste indipendenti. Luyendijk scrive in proposito: “ho provato a farlo, ma ogni volta, a turno, le tre sorelle intervenivano sulla redazione e imponevano la loro storia, punto“[9]. Talvolta alla TV alcuni giornalisti mostrano una preparazione che suscita ammirazione, perché rispondono con competenza e disinvoltura a domande difficili. La ragione, tuttavia, è banale: conoscono in anticipo le domande. Quello che si vede è puro teatro[10]. Talora, per risparmiare, alcuni media si servono dei medesimi corrispondenti e in tal caso i reportage che giungono alle testate sono due gocce d’acqua.

Nel libro The Business of News, Manfred Steffens, ex-redattore dell’agenzia tedesca DPA, afferma “non si capisce la ragione per la quale una notizia sarebbe attendibile se ne viene citata la fonte. Anzi, può esser vero il contrario, poiché la responsabilità viene in tal caso attribuita alla fonte citata, potenzialmente altrettanto inattendibile[11]“.

Ciò che le agenzie ignorano non è mai avvenuto. Nella guerra in Siria, l’Osservatorio siriano per i diritti umani – un’organizzazione di scarsa indipendenza, con sede a Londra e finanziata dal governo britannico[12] – ha avuto un ruolo di primo piano. L’Osservatorio ha inviato i suoi reportage alle tre agenzie, che li hanno inoltrati ai media, i quali a loro volta hanno informato milioni di lettori e telespettatori in tutto il mondo. La ragione per la quale le agenzie hanno fatto riferimento a tale Osservatorio – e chi lo finanziava – resta tuttora misteriosa.

Mentre alcuni temi sono semplicemente ignorati, altri sono enfatizzati, anche se non dovrebbero esserlo: “una plateale falsità o una messa in scena[13] sono digerite senza obiezioni davanti alla presunta rispettabilità di una blasonata agenzia di stampa o una rinomata testata, poiché in questi casi il senso critico tende a sfiorare lo zero[14]”. Tra gli attori più efficaci nell’iniettare menzogne troviamo i ministeri della difesa (in Occidente tutti a vario modo penetrati dall’intelligence Usa). Nel 2009, il capo dell’agenzia AP, Tom Curley, ha pubblicamente affermato che il Pentagono impiegava oltre 27.000 specialisti in pubbliche relazioni che con un budget annuale di cinque miliardi di dollari diffondevano quotidianamente informazioni manipolate (da allora budget e numero di specialisti sono cresciuti di molto!). Le agenzie di sicurezza americane hanno l’abitudine di raccogliere e distribuire a giornali e TV informazioni create a tavolino con una tecnica che rende impossibile conoscerne l’origine, facendo ricorso a formule quali ‘secondo fonti d’intelligence, secondo quanto confidenzialmente trapelato o lasciato intendere da questo o quel generale, e così via”[15].

Nel 2003, dopo l’inizio della guerra in Iraq, Ulrich Tilgner, veterano del Medio Oriente per TV tedesche e svizzere, ha parlato dell’attività manipolatoria dei militari e del ruolo dei media. “Con l’aiuto di questi ultimi, i militari costruiscono la percezione pubblica e la usano per i loro scopi, diffondendo scenari inventati. In questo genere di guerra, gli strateghi mediatici statunitensi svolgono una funzione simile a quella dei piloti dei bombardieri”.

 Ciò che è noto all’esercito Usa lo è anche ai servici d’intelligence. In tema di disinformazione, un ex-funzionario dell’intelligence Usa e un corrispondente della Reuters hanno riferito quanto segue alla TV britannica Channel 4: “Un ex-agente della Cia, John Stockwell, ha rivelato[16] che occorreva far sembrare la guerra angolana come un’aggressione nemica. Per tale ragione abbiamo sostenuto in ogni paese coloro che condividevano questa tesi. Un terzo del mio staff era formato da diffusori di propaganda, pagati per inventare storie e trovare il modo per farle arrivare alla stampa. Di solito, le redazioni dei giornali occidentali non sollevano dubbi quando ricevono notizie in linea con la narrazione dominante. Abbiamo inventato tante storie, che stanno ancor in piedi, ma è tutta spazzatura[17]“.

Fred Bridgland[18], riferendo del suo lavoro come corrispondente di guerra per la Reuters, afferma: “abbiamo basato i nostri rapporti sulle comunicazioni ufficiali. Solo alcuni anni dopo siano stati informati che un piccolo esperto di disinformazione della Cia da una scrivania situata in un’ambasciata degli Stati Uniti produceva comunicati che non avevano alcuna relazione con la verità o i fatti sul campo. Fondamentalmente, per dirla in modo crudo, puoi fabbricare qualsiasi schifezza e farla pubblicare su un giornale“.

I servizi d’intelligence, certamente, dispongono di un’infinità di contatti per far passare le loro menzogne, ma senza il ruolo servizievole delle tre agenzie in questione, la sincronizzazione mondiale della propaganda e della disinformazione non sarebbe così efficace[19]. Attraverso questo meccanismo moltiplicatore, racconti interamente fabbricati da governi, servizi militari e d’intelligence raggiungono il pubblico senza alcun filtro. La professione del cosiddetto giornalista meainstream, ormai ridotta a strapuntino del potere, si concretizza nel rabberciare, sulla scorta di veline elaborate altrove, questioni complesse di cui sanno poco o nulla in un linguaggio privo di logica fattuale e indicazione di fonti.

Per l’ex-giornalista di AP, Herbert Altschull, “secondo la prima legge del giornalismo i mezzi d’informazione sono ovunque uno strumento del potere politico e/o economico. Giornali, periodici, stazioni radiofoniche e televisive di mainstream non operano mai in modo indipendente, anche quando ne avrebbero la possibilità”[20].

Sino a poco fa, la libertà di stampa era ancor più teorica, date le elevate barriere d’ingresso, le licenze da ottenere, le frequenze da negoziare, i finanziamenti e le infrastrutture tecniche necessarie, i pochi canali disponibili, la pubblicità da raccogliere e altre restrizioni. Oggi, grazie a Internet, la prima legge di Altschull è stata parzialmente infranta. È così emerso un giornalismo di qualità finanziato dai lettori, di livello superiore rispetto ai media tradizionali, in termini di capacità critica e indipendenza.

Ciononostante, i media tradizionali restano cruciali, poiché disponendo di risorse ben più copiose sono in grado di catturare una moltitudine di lettori anche online. E tale capacità è collegata al ruolo delle tre agenzie, i cui aggiornamenti al minuto costituiscono la spina dorsale della maggior parte dei siti mainstream reperibili in rete.

In quale misura il potere politico ed economico, secondo la legge di Altschull, riuscirà a mantenere il controllo dell’informazione davanti all’avanzare di notizie incontrollate, cambiando così la struttura del potere e almeno in parte la consapevolezza della popolazione, solo il futuro potrà dirlo. Se si guarda ai rapporti di forza l’esito parrebbe scontato. L’uomo resta, tuttavia, arbitro del proprio destino. La lotta è sempre in corso.

Gli operatori mediatici internazionali

Noam Chomsky, forse il più grande intellettuale vivente, nel suo saggio “What makes the mainstream media mainstream“, afferma che: “se rompi gli schemi il potere ha molti modi per rimetterti in riga. Eppure, si può e si deve comunque reagire[21]. Alcuni grandi giornalisti affermano che nessuno ha mai detto loro cosa scrivere. Chomsky chiarisce così tale apparente contraddizione: “costoro non sarebbero lì se non avessero già dimostrato di scrivere o dire ogni volta, e spontaneamente, la cosa giusta. Se avessero iniziato la carriera scrivendo cose sbagliate, non sarebbero mai arrivati nel luogo dove ora possono dire, in apparenza, ciò che vogliono. Lo stesso vale per le facoltà universitarie nelle discipline che contano“[22].

Il giornalista britannico John Pilger[23], noto per le sue inchieste coraggiose, scrive di aver incontrato negli anni Settanta una delle principali propagandiste del regime di Hitler, Leni Riefenstahl, secondo la quale per giungere alla totale sottomissione del popolo tedesco era stato necessario, ma non difficile, manipolare le menti della borghesia liberale e istruita; il resto era venuto in automatico.

La tragedia di tale scenario è che gli accadimenti di valenza politica, geopolitica o economica con risvolti internazionali (ma in genere tutti gli argomenti sensibili) vengono accolti con minimo senso critico. I media occidentali vivono di pubblicità (corporazioni private) o di sovvenzioni pubbliche, e riflettono gli interessi della narrativa atlantica, sotto l’egida dell’architettura economica e di sicurezza americana.

I mass-media hanno l’obiettivo di distogliere le persone dalle questioni centrali: “puoi pensare quel che vuoi, ma siamo noi che gestiamo lo spettacolo. Lascia che s’interessino di sport, di cronaca, scandali sessuali, problemi delle celebrità, della finta dialettica governo-opposizioni, ma non di cose serie, poiché quelle sono riservate ai grandi“.

Inoltre, le persone-chiave dei media principali vengono cooptate dall’élite transatlantica, ottenendo in cambio carriere e posizioni. I circoli ristretti del potere transnazionale – quali il Council for Foreign Relations, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, il World Economic Forum, Chatham House e altri – reclutano a man bassa operatori mediatici (i nomi degli italiani, insieme agli uomini politici, sono disponibili in rete).

Per Chomsky le università non fanno la differenza. La narrazione prevalente riflette quella mainstream. Esse non sono indipendenti. Possono esserci professori indipendenti, e questo vale anche per i media, ma l’istituzione come tale non lo è, poiché dipende da finanziamenti esterni o dal governo (a sua volta piegato ai menzionati poteri). Coloro che non si conformano sono accantonati strada facendo. Il sistema premia conformismo e obbedienza. Nelle università si apprendono le buone maniere, in particolare come interloquire con i rappresentanti delle classi superiori. È così che, senza dover ricorrere alla menzogna esplicita, l’accademia e i media interiorizzano valori e posture del potere da cui dipendono.

Come noto, ne La fattoria degli animali George Orwell fa una satira spietata dell’Unione Sovietica. Trent’anni dopo si scopre però che, nell’introduzione da lui scritta a suo tempo, e che qualcuno aveva soppresso, egli scriveva “la censura letteraria in Inghilterra è efficace come quella di un sistema totalitario, sola la tecnica è diversa, anche qui, a ulteriore evidenza che le menti indipendenti, quelle che generano riflessioni sbagliate, vengono ovunque ostacolate o estirpate.

Il Presidente statunitense Woodrow Wilson fu eletto nel 1916 su una piattaforma contro la guerra. La gente non voleva combattere guerre altrui. Pace senza vittoria, dunque senza guerra, era stato lo slogan. Una volta eletto, Wilson cambiò idea e si pose la domanda: come si fa a convertire una nazione pacifista in una disposta a far la guerra ai tedeschi? Fu così istituita la prima, e formalmente unica, agenzia di propaganda statale nella storia degli Stati Uniti, il Comitato per l’Informazione Pubblica (bel titolo orwelliano!), chiamato Commissione Creel, dal nome del suo direttore. L’obiettivo di spingere la popolazione nell’isteria bellicista e sciovinista fu raggiunto senza troppe difficoltà. In pochi mesi gli Stati Uniti entrarono in guerra. Tra coloro che furono impressionati da tale successo, troviamo anche Adolf Hitler. In Mein Kampf, questi afferma che la Germania fu sconfitta nella Prima guerra mondiale perché perse la battaglia dell’informazione, e promise: la prossima volta sapremo reagire con un adeguato sistema di propaganda, come in affetti avvenne quando giunse al potere.

Walter Lippmann, esponente di punta della Commissione Creel tra i più rispettati del giornalismo americano per circa mezzo secolo, affermava: “in democrazia esiste un’arte chiamata fabbricazione del consenso”, che non ha beninteso nulla di democratico. “Se si riesce a farla funzionare, si può accettare persino il rischio che il popolo vada a votare. Con adeguato consenso si riesce a rendere irrilevante anche il voto. Affinché gli umori siano allineati ai desideri di chi comanda occorre mantenere l’illusione che sia il popolo a scegliere governi e orientamenti politici. In tal modo, la democrazia funzionerà come deve. Ecco cosa significa applicare la lezione della propaganda”. Del resto, James Madison, uno dei padri della costituzione americana, affermava che l’obiettivo principale del sistema era quello di proteggere la minoranza dei ricchi contro la maggioranza dei poveri. E ancora una volta, a tal fine, lo strumento principe era la propaganda.

Il già citato John Pilger ricorda[24] che negli ultimi 70 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie. Hanno interferito nelle elezioni democratiche di una trentina di Paesi. Hanno bombardato le popolazioni di trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese. Hanno tentato di assassinare i dirigenti politici di una cinquantina di stati sovrani. Hanno finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in una ventina paesi. La portata e l’ampiezza di questa carneficina viene evocata ogni tanto, ma subito accantonata, mentre i responsabili continuano a dominare la vita politica americana.

Lo scrittore statunitense Harold Pinter, ricevendo il premio Nobel per la letteratura nel 2005, aveva affermato: “la politica estera degli Stati Uniti si può definire come segue: baciami il culo o ti spacco la testa. Essa è semplice e cruda, e l’aspetto interessante è che funziona perché gli Usa hanno risorse, tecnologie e armi per spargere disinformazione attraverso una retorica distorsiva, riuscendo a farla franca. Essi sono dunque persuasivi, specie agli occhi degli sprovveduti e dei governi sottomessi. In definitiva, si tratta di una montagna di menzogne, ma funziona. I crimini degli Stati Uniti sono sistematici, costanti, feroci, senza remore, ma pochissime persone ne parlano e ne prendono coscienza. Essi manipolano in modo patologico il mondo intero, presentandosi come paladini del Regno del Bene. Un meccanismo di ipnosi collettiva che è sempre all’opera”.

Il lavaggio del cervello è sofisticato e va chiamato con il suo vero nome, se vi vuole contenerne gli effetti letali. I limitati spazi, un tempo aperti anche alle intelligenze controcorrente, si sono chiusi. Siamo in attesa di uomini valorosi, come negli anni Trenta contro il fascismo, insieme a intellettuali (quelli autentici), agli indignati, alle menti inquiete, a coloro che hanno pietà per i propri simili, a chi non deve vendere l’anima per dare un senso all’esistenza. La catarsi di una rivoluzione culturale, che resta il sale della storia, un giorno potrebbe forse indurci a gridare insieme a voce alta: basta, lorsignori, adesso basta! D’ora in avanti, il popolo spegne i vostri funesti apparati, generatori di menzogne e turpitudini, e torna a calpestare i sentieri della verità e della vita. Si sta facendo tardi, non c’è più molto tempo.

Alberto Bradanini 

(Ex diplomatico, ambasciatore italiano a Pechino) 

Note:

[1] “La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente” (Quaderni del carcere, Il Risorgimento, p. 70).

[2] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[3] Russia Today e Sputnik sono raggiungibili se si accede dal motore di ricerca Brave e da cellulari

[4] Hammler riferisce ad esempio che, secondo un rapporto sulla copertura della guerra in Siria (iniziata nel 2011) da parte di nove grandi testate europee, il 78% degli articoli erano copiati in tutto o in parte dai resoconti di una di queste agenzie. Nessun articolo era basato su ricerche indipendenti. Di conseguenza, ça va sans dire, l’82% degli articoli pubblicati era a favore dell’intervento militare di Stati Uniti-Nato.

[5] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[6] Höhne 1977, p. 11.

[7] Blum 1995, p. 9

[8] Per dieci anni redattore dell’emittente TV tedesca ARD

[9] Luyendijk p.54ff

[10] Luyendjik 2009, p. 20-22, 76, 189

[11] Steffens 1969, p. 106

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Syrian_Observatory_for_Human_Rights

[13] Blum 1995, p. 16

[14] Steffens 1969, p. 234

[15] Tilgner 2003, p. 132

[16] https://swprs.org/the-cia-and-the-media/

[17] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[18] Fred Bridgland – Wikipedia

[19] È istruttivo scorrere le informazioni che si trovano su questo sito https://swprs.org/media-navigator/.

[20] (Altschull 1984/1995, p. 298)

[21] Chomsky 1997, Cosa rende mainstream i media mainstream

[22] Chomsky 1997

[23] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

[24] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

Israele e l’ascesa del fascismo ebraico

Chris Hedges*

Il governo di coalizione di estremisti ebrei e fanatici sionisti religiosi proposto da Benjamin Netanyahu rappresenta un cambiamento sismico in Israele, che aggraverà lo status di isolamento di Israele, eroderà il sostegno esterno a Israele, alimenterà una terza rivolta palestinese, o Intifada, e creerà divisioni politiche inconciliabili all’interno dello Stato ebraico.

Alon Pinkas, scrivendo sul quotidiano israeliano Haaretz, definisce il governo di coalizione, che dovrebbe insediarsi tra una o due settimane, “una straordinaria peggiocrazia: governo della peggiore e meno indicata specie di ultranazionalisti, suprematisti ebrei, antidemocratici, razzisti, fanatici, omofobi, misogini, politici degenerati e presumibilmente corrotti. Una coalizione di governo composta da 64 legislatori, di cui 32 ultraortodossi o sionisti religiosi. Certamente non una coalizione che Zeev Jabotinsky, il padre del sionismo revisionista, o Menachem Begin, il fondatore del Likud, avrebbero mai potuto immaginare”.

Itamar Ben-Gvir, del Partito ultranazionalista Otzma Yehudit, “Potere Ebraico”, sarà il nuovo Ministro della Sicurezza Interna. Otzma Yehudit è popolato da membri del Partito Kach del Rabbino Meir Kahane, a cui è stato vietato di candidarsi alla Knesset nel 1988 per aver sposato una “ideologia di tipo nazista” che includeva il sostegno alla pulizia etnica di tutti i cittadini palestinesi di Israele e di tutti i palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana. La sua nomina, insieme a quella di altri ideologi di estrema destra, tra cui Bezalel Smotrich, a responsabile dei Territori Palestinesi Occupati, elimina di fatto la vecchia retorica che i sionisti liberali usavano per difendere Israele, che è l’unica democrazia del Medio Oriente, che cerca una soluzione pacifica con i palestinesi in una soluzione a Due Stati, che l’estremismo e il razzismo non hanno posto nella società israeliana e che Israele deve imporre forme drastiche di controllo sui palestinesi per prevenire il terrorismo.

Ben-Gvir e Smotrich rappresentano la feccia della società israeliana, quella che promuove “l’identità ebraica” e il “nazionalismo ebraico” in una versione sionista dell’appello del fascismo al Blut und Boden (Sangue e Terra). Sono l’equivalente israeliano di Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene (membre della Camera dei Rappresentanti rispettivamente per lo Stato del Colorado e della Georgia). Il loro blocco sionista religioso è ora il terzo più grande della Knesset.

Ben-Gvir, rifiutato per il servizio militare a causa del suo estremismo, rubò un ornamento del cofano dall’auto di Yitzak Rabin poche settimane prima che l’allora Primo Ministro fosse assassinato nel 1995 dall’estremista ebreo Yigal Amir. Amir, come molti israeliani di estrema destra, compreso probabilmente lo stesso Netanyahu, considerava il sostegno di Rabin agli accordi di Oslo un atto di tradimento. “Siamo arrivati ​​​​alla sua auto e arriveremo anche a lui”, ha detto Ben-Gvir all’epoca. Chiede la deportazione dei palestinesi che affrontano i soldati israeliani, dei membri del movimento antisionista ultra-ortadosso Naturei Karta, così come del parlamentare arabo-israeliano della Knesset Ayman Odeh e il parlamentare marxista antisionista della Knesset Ofer Cassif, che è ebreo.

La vecchia retorica che Israele usava per giustificarsi era sempre più finzione che realtà. Israele è diventato uno Stato di Apartheid molto tempo fa. Controlla direttamente attraverso i suoi insediamenti illegali per soli ebrei, zone militari interdette e complessi militari, oltre il 60% della Cisgiordania, e ha di fatto il controllo sulla rimanente. Esistono 65 leggi che discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi di Israele e coloro che vivono nei Territori Occupati.

La vecchia retorica viene sostituita da diatribe piene di stereotipi che dipingono palestinesi e arabi (musulmani e cristiani) come impuri e una minaccia esistenziale per Israele. Questo incitamento all’odio è accompagnato da una feroce campagna interna per mettere a tacere i “traditori” ebrei, specialmente quelli che sono liberali o di sinistra e laici. Un’autocrazia gestita da Otzma Yehudit chiuderà il dibattito democratico, neutralizzerà le difese della società civile e sancirà ulteriormente ciò che è da tempo la realtà: la supremazia ebraica e la continua pulizia etnica dei palestinesi dalla loro terra che risale alla fondazione di Israele negli anni ’40.

Ciò che una volta era impensabile è ora pensabile, come l’annessione formale di vaste sezioni della Cisgiordania, compresa l’”Area C” dove vivono fino a 300.000 palestinesi. L’uccisione di circa 140 palestinesi quest’anno, tra cui la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, è ​​il numero più alto di vittime dal 2006 (escluse le gravi intensificazioni di violenza come i bombardamenti israeliani di Gaza). È stato accompagnato da attacchi palestinesi che hanno provocato la morte di 30 israeliani.

Il nuovo governo accelererà queste uccisioni insieme alla demolizione di case e scuole, espulsioni di palestinesi da Gerusalemme Est, lo sradicamento di uliveti palestinesi, l’incarcerazione di massa e la pulizia etnica dei palestinesi. La totalità di questi crimini equivale al crimine internazionale di Genocidio, ha spiegato nel 2016 il  Centro per i Diritti Costituzionali con sede a New York.

Gaza, la più grande prigione a cielo aperto del mondo, continuerà a essere colpita e bombardata con maggiore frequenza. Le sue infrastrutture, compresi i suoi sistemi idrico, elettrico e fognario, nonché le strutture di stoccaggio del carburante, saranno oggetto di distruzione. Gli abitanti di Gaza e i loro compatrioti palestinesi in Cisgiordania saranno soggetti a blocchi sempre più stringenti, riducendoli a un livello di sussistenza che sarà un gradino sopra la fame. Invece di tentare di coprire l’assassinio di palestinesi da parte di coloni ebrei e dell’esercito israeliano, il nuovo governo celebrerà apertamente le atrocità.

Dopo la recente esecuzione di un palestinese disarmato che è stato colpito tre volte a bruciapelo e poi di nuovo mentre era a terra, da un poliziotto di frontiera israeliano durante una colluttazione che è stata ripresa in un video, Ben-Gvir ha definito l’agente un “eroe”.

Netanyahu, accusato di frode, abuso d’ufficio e accettazione di tangenti in tre casi di corruzione, è determinato a politicizzare il sistema giudiziario. Lui e i suoi alleati di coalizione ridurranno ulteriormente i diritti dei cittadini palestinesi di Israele che sono già discriminati. Continueranno a spingere aggressivamente per una guerra con l’Iran. Sosterranno gli sforzi per impadronirsi della Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, che gli ebrei israeliani chiamano il Monte del Tempio, il presunto sito del Secondo Tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C. Gli estremisti ebrei chiedono da tempo che la Moschea di Al-Aqsa, il terzo santuario più sacro per i musulmani, sia abbattuta e sostituita da un “Terzo” Tempio ebraico, un atto che farebbe insorgere il mondo musulmano. Ben-Gvir, che considera “un eroe” Baruch Goldstein, il colono ebreo che nel 1994 massacrò 29 fedeli musulmani a Hebron, ha annunciato un’imminente visita insieme ad altri estremisti ebrei al sito della Moschea. Quando Ariel Sharon, allora capo dell’opposizione israeliana, si recò nel sito della Moschea nel settembre 2000, scatenò la Seconda Intifada.

Vorrei che questa fosse una congettura. Non lo è. È ciò che questi fanatici sostengono.

Avigdor Maoz del Partito estremista Noam, che si oppone ai diritti LGBTQ e vuole vietare alle donne di prestare servizio militare, è stato incaricato di supervisionare il programma scolastico israeliano, l’immigrazione russa e l’identità ebraica nazionale.

“Chiunque cerchi di danneggiare il vero giudaismo è l’oscurità”, ha detto questa settimana. “Chiunque cerchi di creare una nuova cosiddetta religione liberale è l’oscurità. Chiunque, con occultamento e offuscamento intenzionali, cerchi di fare il lavaggio del cervello ai figli di Israele con i loro programmi, all’insaputa dei genitori, è l’oscurità”.

Jeremy Ben-Ami, il Presidente dell’organizzazione liberale sionista di difesa, J Street, ha detto in una dichiarazione pubblica che il prossimo governo israeliano “probabilmente intraprenderà molte azioni che vanno contro i valori che gli ebrei americani insegnano ai propri figli come l’essenza dell’identità ebraica”, compreso il sostegno ai diritti civili, al movimento operaio, al movimento delle donne e alle libertà LGBTQ.

“Come possiamo spiegare ai nostri figli e nipoti, per non parlare di noi stessi, che questi valori sono il fulcro dell’identità ebraica mentre lo Stato del popolo ebraico sta negando ad un altro popolo i suoi diritti e l’uguaglianza e minando lo stato di diritto internazionale?”, ha chiesto. “Questa è una crisi fondamentale che incombe sulla nostra comunità nei prossimi anni. Quelli nell’istituzione della nostra comunità che insistono sul fatto che l’America ebraica deve rimanere unita e incondizionatamente leale a Israele, qualunque cosa faccia, forniscono un profondo disservizio all’integrità della comunità ebraica”.

Dopo la guerra del 1967 che ha visto Israele invadere e annettere la penisola egiziana del Sinai, le alture del Golan in Siria e Gaza e la Cisgiordania in Palestina, gli israeliani hanno frequentato il territorio palestinese per fare acquisti, mangiare nei ristoranti, trascorrere il fine settimana nell’oasi desertica di Gerico o far riparare le loro auto dai meccanici palestinesi.

I palestinesi erano un bacino di manodopera a basso costo e, a metà degli anni ’80, circa il 40% della forza lavoro palestinese era impiegata in Israele. Ma la crescente repressione da parte delle autorità israeliane in Cisgiordania e a Gaza, il sequestro di tratti sempre più ampi di terra palestinese per l’espansione degli insediamenti ebraici e l’aggravarsi della povertà, ha visto i palestinesi, la maggior parte dei quali troppo giovani per ricordare l’occupazione del 1967, insorgere nel dicembre 1987 per lanciare sei anni di proteste di piazza conosciute come la Prima Intifada. La rivolta alla fine portò agli accordi di Oslo del 1993 tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), guidata da Yasser Arafat. Arafat, che aveva trascorso la maggior parte della sua vita in esilio, tornò trionfante a Gaza con la dirigenza dell’OLP.

Gli Accordi di Oslo sembravano annunciare una nuova era. Ero a Gaza quando sono stati firmati. Uomini d’affari palestinesi che avevano fatto fortuna all’estero tornarono per aiutare a costruire il nuovo Stato palestinese. Gli islamisti radicali si ridussero. Le donne palestinesi si sono tolte il velo. Proliferarono i saloni di bellezza. C’è stato un breve e luminoso momento in cui una vita normale, libera dall’occupazione e dalla violenza, sembrava possibile. Ma si è rapidamente rivelata un’illusione.

L’esclusione dei lavoratori palestinesi da Israele, unita all’aumento della violenza israeliana e al furto di terra, ha portato a un’altra rivolta nel 2000 che si è conclusa nel 2005. Questa, che ho documentato per il New York Times, è stata molto più violenta. I coloni ebrei furono evacuati da Gaza e Gaza fu blindata. Israele ha anche costruito una barriera di sicurezza, ad un costo di circa 1 milione di dollari per miglio (1,6 km) e ritenuta illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia, per separare Israele dalla Cisgiordania e annettere altra terra palestinese. Il muro è stato costruito sulla scia di un’ondata di attentati suicidi che hanno preso di mira gli israeliani, sebbene l’idea sia stata lanciata dal Primo Ministro Rabin negli anni ’90 sulla base del fatto che “la separazione come filosofia” richiede un “confine netto”. Arafat, che ho incontrato molte volte, ha trascorso gli ultimi giorni della sua vita agli arresti domiciliari israeliani. Il fallimento degli Accordi di Oslo ha posto fine alla pretesa di un processo di pace o di una soluzione negoziata.

Sospetto che ci troviamo sull’orlo di una terza e ben più micidiale Intifada. Una rivolta sarà usata da Israele per giustificare rappresaglie feroci che faranno impallidire il blocco economico punitivo e l’imponente massacro inflitti a Gaza durante gli assalti israeliani nel 2008, 2012 e 2014, che hanno causato circa 3.825 vittime palestinesi, 17.757 feriti e la distruzione parziale o totale di oltre 25.000 unità abitative, inclusi palazzi residenziali e interi quartieri. Decine di migliaia di persone sono rimaste senza casa e vaste aree di Gaza sono state ridotte in macerie. Durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno del 2018, in cui i giovani dell’enclave assediata hanno manifestato davanti alla barriera israeliana, 195 palestinesi sono stati uccisi da cecchini israeliani, tra cui 41 bambini, oltre a medici come Razan al-Najjar.

Con l’aumentare della violenza e della repressione contro i palestinesi da parte delle forze di sicurezza, che presto saranno gestite da fanatici ebrei, un numero sempre maggiore di palestinesi, compresi i bambini, morirà in attacchi aerei, bombardamenti, fuoco di cecchini, omicidi e altri attacchi israeliani, compresi quelli effettuati da milizie ebraiche criminali, che attaccano anche i cittadini arabi all’interno di Israele. La fame e la miseria saranno diffuse.

La brutale sottomissione dei palestinesi, giustificata da un’ideologia malata di supremazia ebraica e razzismo, sarà fermata solo dal tipo di campagna di sanzioni montata con successo contro il regime di Apartheid in Sud Africa. In breve, Israele sarà una teocrazia dispotica.

*  *  *  *  *

* Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell’ufficio per il Medio Oriente e capo dell’ufficio balcanico per il giornale. In precedenza ha lavorato all’estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È l’ospite dello spettacolo RT America nominato agli Emmy Award On Contact.

Fonte: invictapalestina.org

Foto: particolare da Chris Hedges Report

Fonte originale: Chris Hedges Report

La carica dei mercenari in Brasile: ecco chi c’è dietro l’intelligence parallela di Bolsonaro

Militari, contractor e fake news. È il servizio privato dell’ex presidente Jair Bolsonaro che teme il ritorno al potere del neo-eletto Lula. E in prima fila c’è un generale della riserva brasiliana. Ma è socio di un ex parà della Folgore, che a TPI annuncia: “Il Paese esploderà. Girano tante armi”

di Andrea Palladino

Ignazio Lula da Silva ha mostrato un aplomb non scontato dopo la sua vittoria, per un soffio, nel secondo turno delle presidenziali in Brasile. Parole misurate, una calma infinita e il continuo richiamo alla pacificazione nazionale. Il primo gennaio riprenderà possesso della presidenza e sa molto bene che i prossimi quattro anni saranno difficili. Il Paese è diviso, un’onda d’odio – alimentato da vere e proprie centrali di disinformazione – ha accompagnato gli ultimi anni della politica brasiliana, dalla caduta di Dilma Rousseff.

Il Pt ha vinto, Jair Bolsonaro è fuori dal palazzo dell’Alvorada, ma il Paese grande quanto un continente esce a pezzi dall’esperienza del governo di estrema destra. Dopo lo scrutinio del secondo turno per diversi giorni i gruppi dei supporter del presidente uscente hanno bloccato le autostrade, lasciati agire per molte, troppe ore dalla Polizia stradale federale. Hanno poi trasferito la loro protesta davanti alle caserme dell’esercito, chiedendo l’intervento dei tank, “per fermare il comunismo”.

Alcuni di loro – in un’immagine decisamente scioccante per il Paese dei tropici – cantavano l’inno nazionale con il braccio teso, schierati nelle strade. Militari della riserva si allineavano marciando e lanciando slogan all’unisono, con la mimetica e il basco. Non erano nazisti dell’Illinois, ma la punta d’iceberg di un magma cresciuto sotto l’ala del clan Bolsonaro. È poi partita la macchina della disinformazione, che in Brasile è stata particolarmente attiva durante la pandemia, ricalcando la strategia di Donald Trump, cercando di insinuare il dubbio sulla validità delle elezioni perse.

In Brasile da tantissimi anni si vota utilizzando le urne elettroniche e l’estrema destra ha preso di mira il sistema ormai collaudato, controllato dal Supremo tribunale elettorale. Bolsonaro ha perfino imposto una sorta di controllo ex post dei militari sul voto, che nei giorni scorsi hanno presentato una relazione di 63 pagine. Nessuna frode è stata riscontrata, ma il dubbio continua ad essere diffuso sui social, nelle manifestazioni che chiedono apertamente il Golpe, nei discorsi dei politici vicini al clan di Bolsonaro.

Al servizio della destra

Il Brasile ha riconquistato la democrazia dopo vent’anni di dittatura all’inizio degli anni ’80, con una transizione graduale e concordata. La nuova costituzione federale è stata promulgata il 22 settembre del 1988, superando quel regime di eccezione in vigore dal golpe del 1964. I militari, però, non hanno mai perso il peso specifico e, con la presidenza di destra, sono tornati in massa al governo.

A partire dal vice presidente Hamilton Mourão, fino a molti ministri e alti funzionari dell’esecutivo uscente, buona parte degli uomini di fiducia di Bolsonaro erano ufficiali della riserva, con una forte e mai celata nostalgia per il tempo che fu. Il mondo militare, insieme all’imponente apparato della sicurezza attivo nelle grandi città come São Paulo e Rio de Janeiro, non ha mai smesso di avere notevole peso in Brasile. Non solo politico, ma anche di presenza nel ricco mondo della sicurezza privata, fatto di appalti, agenzie di contractor e intelligence parallela.

Servizi paralleli

L’ormai ex presidente, con alle spalle una carriera militare nell’esercito, ha una vera e propria passione per le spie. Ha però preferito fare da sé, senza affidarsi alla Abin, l’agenzia di informazioni brasiliana, creando un vero e proprio servizio parallelo, come ha ammesso apertamente: «Può essere un vostro collega – rispose nel 2020 ad un gruppo di giornalisti che chiedevano chi ne facesse parte – o un sergente del battaglione delle forze speciali di Rio de Janeiro, oppure un capitano dell’esercito di un gruppo di artiglieria, o un poliziotto civile di Manaus. Può essere un amico che mi chiama, che mantiene contatti via Whatsapp. Così scopro molte cose che purtroppo non scopro con l’intelligence ufficiale della Polizia federale, della Marina, dell’aeronautica e la Abin». Che fine farà ora questo apparato informale non è noto; è probabile che rimanga in piedi, visto che Bolsonaro lo utilizzava già prima della sua elezione del 2018.

I nomi dei membri del servizio segreto parallelo brasiliano non sono finora usciti, salvo uno, rivelato, senza smentite, dal giornale Estado de São Paulo. È il generale della riserva Roberto Raimundo Criscuoli, un ex comandante delle forze speciali con alle spalle trent’anni di carriera militare. Dopo la pensione ha scoperto una seconda vita da contractor con un socio italiano molto noto nell’ambiente, Giovanni Piero Spinelli.

La rete della Stam

«È sempre un grande piacere incontrare veri amici. II generale delle forze armate brasiliane Roberto Criscuoli mio amico e socio dal 2005», scrive Spinelli sulla sua pagina Facebook nel 2017, commentando una sua foto insieme all’ex militare dell’esercito brasiliano. «Amico e socio dal 2005»: attenzione alle date, che in questa storia contano. Occorre un passo indietro.

Giovanni Piero Spinelli, ex parà della Folgore, diventa famoso nel 2004, quando in Iraq muore il contractor italiano Fabrizio Quattrocchi. Si scoprirà che era stata una sua agenzia di security a contrattarlo. Inizia un processo – la legislazione italiana vieta l’uso di mercenari – da cui Spinelli uscirà con una assoluzione piena. Nel 2007, però, ha un nuovo incidente di percorso, questa volta in Brasile, riportato da un articolo del giornale O Globo: «L’italiano Giovanni Piero Spinelli è stato arrestato dalla Polizia Federale con l’accusa di essere responsabile per la contrattazione illegale di ex militari brasiliani».

Nello stesso articolo, uscito il 25 febbraio 2007, si racconta dell’addestramento che avveniva in un «campo di istruzione dell’esercito a Gericinó, a Rio de Janeiro»; il responsabile di quella struttura era il «comandante dell’unità, il colonnello Roberto Raimundo Criscuoli, che ha permesso, tra l’altro, l’uso degli armamenti». È lo stesso militare che oggi opera come socio del contractor italiano. Giovanni Piero Spinelli, contattato da TPI, assicura che quell’inchiesta finì nel nulla: «All’epoca Criscuoli si occupava di recuperare i soldati congedati che finivano nel narcotraffico. Ci fu una lotta interna alle istituzioni, io ero stato coinvolto, ma ne uscì subito, ho ricevuto anche le scuse e Criscuoli è stato prosciolto dopo due anni. Criscuoli formava molti soldati che poi andavano a lavorare per il settore privato, anche per la Globo, tutto qui».

Criscuoli è oggi il referente brasiliano del gruppo Stam di Spinelli. Dal 2020 è socio e amministratore della Stam Strategic & Partners Group Latin America, le cui quote sono in parte controllate dalla Stam Strategic & Partners Group Ltd inglese, a sua volta posseduta dalla società del contractor italiano Gs Intelligencelab Consulting Ltd. Ma l’ex parà della Folgore diventato esperto contractor all’inizio degli anni 2000 ha una vera e propria passione per il Brasile. Oltre a Criscuolo nella sua Stam operano molti ufficiali provenienti dai reparti speciali della polizia di Rio de Janeiro e San Paolo. E Brasile, per lui, vuol dire soprattutto Bolsonaro.

Il giro della disinformazione

La pagina Facebook di Spinelli negli ultimi mesi è un susseguirsi di proclami a favore del presidente uscente e pesantissimi commenti contro il neo-eletto Lula: «Il suo partito e la sua organizzazione marxista, il cosiddetto “Forum de São Paulo”, è l’interfaccia del narcotraffico e del narcoterrorismo», scrive su Facebook.

Pochi giorni fa aggiunge: «L’ideologia malata e criminale di stampo socialista/comunista è alla base dello sviluppo esponenziale del fenomeno dell’Insorgencia Criminale, che ormai non è solo qualcosa che appartiene a Paesi come il Brasile, Messico, Colombia, Venezuela solo per citarne alcuni». All’anticomunismo viscerale aggiunge una passione aperta per gli slogan dell’estrema destra: «Oggi si vota in Brasile, una vera e propria lotta tra il bene e il male. Auguro al Presidente Bolsonaro la vittoria, affinché il bene regni sovrano in quel Paese. DIO-PATRIA-FAMIGLIA-LIBERTÀ».

Al telefono con TPI Spinelli ci tiene a ribadire la tesi che da giorni gira sui profili legati all’estrema destra brasiliana: «Il Brasile è una torta da spartirsi, che siano i cinesi, i russi o gli americani, tutti vogliono quel Paese. C’è il sospetto della frode, il Stf (Supremo tribunale elettorale) non rappresenta più il Brasile, ma interessi stranieri». Gli ambienti legati all’ideologia della sicurezza nazionale e alle dottrine della Scuola di Guerra di Brasilia hanno, da sempre, una vera e propria ossessione sull’ingerenza straniera, soprattutto quando si tratta di affrontare i temi della difesa dei diritti umani.

Le ong ambientaliste e di advocacy che denunciano le violenze arbitrarie, soprattutto nella zona amazzonica, vengono demonizzate e accusate di essere agenti di influenza. La parte politica legata al presidente di destra uscente da diversi mesi ha preso di mira i magistrati della Corte suprema brasiliana, che stanno cercando di imporre nel momento più delicato della storia recente del Paese il rispetto della costituzione.

Spinelli è poi sicuro che qualcosa accadrà: «Io come professionista e osservatore ti dico: quel Paese esploderà, le lotte davanti alle caserme andranno avanti, le armi in Brasile girano». Sostiene la tesi – ampiamente smentita dalle istituzioni brasiliane – di un voto condizionato da frodi, inviando un documento anonimo in inglese, con la classifica “Confidenziale”, che cerca di dimostrare la manipolazione delle urne elettroniche. Il titolo è “2022 FIRST ROUND BRAZILIAN PRESIDENTIAL ELECTIONS VULNERABILITY ANALYSIS REPORT”, è composto da 27 pagine ed è senza firma, con i meta-data vuoti.

Lo stesso documento il primo novembre scorso era stato diffuso sul social “locals.com” dal youtuber brasiliano Allan Lopes dos Santos, legato al guru dell’estrema destra Oleavo de Carvalho. Il suo nome è divenuto noto come una delle principali centrali di disinformazione in Brasile durante la pandemia. Secondo quanto aveva ricostruito la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Fake news, Allan Lopes dos Santos faceva parte della struttura riservata “Gabinetto dell’odio”, gruppo specializzato nella diffusione di notizie false. Da alcuni mesi è fuggito negli Stati Uniti, inseguito da un ordine di cattura emesso dalla Polizia federale brasiliana.

Spinelli non è però un supporter qualsiasi del presidente Bolsonaro. La società che controlla in Brasile ha ricevuto il registro della Polizia civile di San Paolo per poter gestire informazioni sensibili e classificate. Ci tiene a mostrarlo, per accreditarsi come società che opera con l’appoggio del governo uscente. La Stam è stata poi inserita dal Ministero della Giustizia lo scorso primo dicembre in una lista per la fornitura di equipaggiamenti di sicurezza.

Da anni Spinelli opera esclusivamente con società estere, attraverso una fitta rete di sigle tra il Regno Unito, Malta e il Brasile. Non ha abbandonato completamente l’Italia, però. Nel novembre del 2019 è stato chiamato alla Camera dei Deputati per un’audizione davanti alla Commissione Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni. È stata l’occasione, per lui, per difendere l’antico mestiere delle armi. Contractors, non mercenari, ha sempre specificato. Con un fronte che diventa sempre più sensibile per il settore, quello della “intelligence” privata.

Fonte: https://www.tpi.it/esteri/brasile-italia-intelligence-parallela-bolsonaro-contractor-spinelli-20221226962733/

Il silenzio degli innocenti. Come funziona la propaganda

di John Pilger

Negli anni settanta ho incontrato Leni Riefenstahl, una delle principali propagandiste di Hitler, i cui film epici glorificavano il nazismo. Ci capitò di soggiornare nello stesso hotel in Kenya, dove lei si trovava per un incarico fotografico, essendo sfuggita al destino di altri amici del Führer.
 Mi disse che i “messaggi patriottici” dei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto” ma da quello che lei definiva il “vuoto sottomesso” del pubblico tedesco.

Questo coinvolgeva la borghesia liberale e istruita? Ho chiesto. “Sì, soprattutto loro”, rispose.

Penso a questo quando mi guardo intorno e osservo la propaganda che sta deteriorando le società occidentali.

Certo, siamo molto diversi dalla Germania degli anni trenta. Viviamo in società dell’informazione. Siamo globalisti. Non siamo mai stati così consapevoli, così in contatto, così connessi.

Lo siamo? Oppure viviamo in una Società Mediatica in cui il lavaggio del cervello è insidioso e implacabile e la percezione è filtrata in base alle esigenze e alle bugie del potere statale e del potere delle imprese?

Gli Stati Uniti dominano i media del mondo occidentale. Tutte le dieci principali società mediatiche, tranne una, hanno sede in Nord America. Internet e i social media – Google, Twitter, Facebook – sono per lo più di proprietà e controllo americano.

Nel corso della mia vita, gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare più di 50 governi, la gran parte democrazie. Hanno interferito nelle elezioni democratiche di 30 Paesi. Hanno sganciato bombe sulla popolazione di 30 paesi, la maggior parte dei quali poveri e indifesi. Hanno tentato di assassinare i dirigenti politici di 50 paesi.  Hanno combattuto per reprimere i movimenti di liberazione in 20 paesi.

La portata e l’ampiezza di questa carneficina è in gran parte non riportata, non riconosciuta; e i responsabili continuano a dominare la vita politica anglo-americana.

Negli anni precedenti la sua morte, avvenuta nel 2008, il drammaturgo Harold Pinter pronunciò due discorsi straordinari, che ruppero il silenzio.

“La politica estera degli Stati Uniti”, disse, “è meglio definita come segue: baciami il culo o ti spacco la testa. È così semplice e cruda. L’aspetto interessante è che ha un successo incredibile. Possiede le strutture della disinformazione, dell’uso della retorica, della distorsione del linguaggio, che sono molto persuasive, ma in realtà sono un sacco di bugie. È una propaganda di grande successo. Hanno i soldi, hanno la tecnologia, hanno tutti i mezzi per farla franca, e la fanno”.

Nell’accettare il Premio Nobel per la Letteratura, Pinter ha detto questo: “I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, costanti, feroci, senza remore, ma pochissime persone ne hanno veramente parlato. Occorre riconoscerlo all’America. Ha esercitato una manipolazione affatto patologica del potere in tutto il mondo, mascherandosi come forza per il bene universale. È un atto di ipnosi brillante, persino spiritoso e di grande successo”.

Pinter era un mio amico e forse l’ultimo grande saggio politico, cioè prima che la politica del dissenso si fosse imborghesita. Gli chiesi se la “ipnosi” a cui si riferiva fosse il “vuoto sottomesso” descritto da Leni Riefenstahl.

“È la stessa cosa”, ha risposto. “Significa che il lavaggio del cervello è così accurato tanto che siamo programmati a ingoiare un mucchio di bugie. Se non riconosciamo la propaganda, possiamo accettarla come normale e crederci. Questo è il vuoto sottomesso”.

Nei nostri sistemi di “democrazia delle grandi imprese”, la guerra è una necessità economica, il connubio perfetto tra sovvenzioni pubbliche e profitto privato: socialismo per i ricchi, capitalismo per i poveri. Il giorno dopo l’11 settembre i prezzi delle azioni dell’industria bellica sono saliti alle stelle. Stavano per arrivare altri spargimenti di sangue, il che è ottima cosa per gli affari.

Oggi le guerre più redditizie hanno un proprio marchio. Si chiamano “guerre eterne”: Afghanistan, Palestina, Iraq, Libia, Yemen e ora Ucraina. Tutte si basano su un cumulo di bugie.

L’Iraq è la più famosa, con le sue armi di distruzione di massa che non esistevano. Nel 2011 la distruzione della Libia da parte della Nato è stata giustificata da un massacro a Bengasi che non c’è stato. L’Afghanistan è stata una comoda guerra di vendetta per l’11 settembre, la qual cosa non aveva nulla a che fare con il popolo afghano.

Oggi, le notizie dall’Afghanistan parlano di quanto siano malvagi i talebani, e non del fatto che il furto di 7 miliardi di dollari delle riserve bancarie del paese da parte di Joe Biden stia causando sofferenze diffuse. Recentemente, la National Public Radio di Washington ha dedicato due ore all’Afghanistan e 30 secondi al suo popolo affamato.

Al vertice di Madrid di giugno, la Nato, controllata dagli Stati Uniti, ha adottato un documento strategico che militarizza il continente europeo e aumenta la prospettiva di una guerra con Russia e Cina. Il documento propone “un combattimento bellico multidimensionale contro un contendente dotato di armi nucleari”. In altre parole, una guerra nucleare.

Dice: “L’allargamento della Nato è stato un successo storico”.

L’ho letto con incredulità.

Una misura di questo “successo storico” è la guerra in Ucraina, le cui notizie per lo più non sono notizie, ma una litania unilaterale di sciovinismo, distorsione, omissione. Ho raccontato diverse guerre e non ho mai conosciuto una propaganda così generalizzata.

Nello scorso febbraio, la Russia ha invaso l’Ucraina come risposta a quasi otto anni di uccisioni e distruzioni nella regione russofona del Donbass, al suo confine.

Nel 2014, gli Stati Uniti hanno sponsorizzato un colpo di stato a Kiev per sbarazzarsi del presidente ucraino democraticamente eletto e favorevole alla Russia, insediando un successore che gli americani stessi hanno chiarito essere il loro uomo.

Negli ultimi anni, missili “di difesa” americani sono stati installati in Europa orientale, Polonia, Slovenia, Repubblica Ceca, quasi certamente puntati contro Russia, accompagnati da false rassicurazioni che risalgono alla “promessa” di James Baker a Gorbaciov, nel febbraio 1990, secondo la quale la Nato non si sarebbe mai espansa oltre la Germania.

L’Ucraina è la linea del fronte. La Nato ha di fatto raggiunto la stessa terra di confine attraverso la quale l’esercito di Hitler irruppe nel 1941, causando più di 23 milioni di morti in Unione Sovietica.

Lo scorso dicembre, la Russia ha proposto un piano di sicurezza per l’Europa di vasta portata. I media occidentali lo hanno respinto, deriso o soppresso. Chi ha letto le sue proposte passo dopo passo? Il 24 febbraio, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha minacciato di sviluppare armi nucleari se l’America non avesse armato e protetto l’Ucraina. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Lo stesso giorno, la Russia ha invaso l’Ucraina – secondo i media occidentali, un atto non provocato di infamia congenita. La storia, le bugie, le proposte di pace, gli accordi solenni sul Donbass a Minsk non hanno contato nulla.

Il 25 aprile, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, il generale Lloyd Austin, è volato a Kiev e ha confermato che l’obiettivo dell’America è quello di distruggere la Federazione Russa – la parola che ha usato è “indebolire”. L’America aveva ottenuto la guerra che voleva, condotta per procura da una pedina sacrificabile, finanziata e armata dall’America stessa.

Quasi nulla di tutto ciò è stato spiegato alle opinioni pubbliche occidentali.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è sconsiderata e imperdonabile. Invadere un paese sovrano è un crimine. Non ci sono “ma” – tranne uno.

Quando è cominciata l’attuale guerra in Ucraina, e chi l’ha iniziata? Secondo le Nazioni Unite, tra il 2014 e quest’anno, circa 14.000 persone sono state uccise nella guerra civile del regime di Kiev nel Donbass. Molti degli attacchi sono stati condotti da neonazisti.

Guardate un servizio di ITV News del maggio 2014, realizzato dal veterano dei reporters James Mates, il quale viene bombardato, insieme ai civili nella città di Mariupol, dal battaglione Azov (neonazista) dell’Ucraina.

Nello stesso mese, decine di persone di lingua russa sono state bruciate vive o soffocate in un edificio dei sindacati di Odessa, assediato da teppisti fascisti, seguaci del collaborazionista e fanatico antisemita Stephen Bandera.  Il New York Times ha definito i teppisti “nazionalisti”.

“La missione storica della nostra nazione in questo momento critico”, ha dichiarato Andreiy Biletsky, fondatore del Battaglione Azov, “è quella di guidare le Razze Bianche del mondo in una crociata finale per la loro sopravvivenza, una crociata contro gli Untermenschen (sottouomini) guidati dai semiti”.

Da febbraio, una campagna di autoproclamati “news monitors” (“osservatori delle informazioni”), per lo più finanziati da americani e britannici aventi legami con i governi, ha cercato di sostenere l’assurdità secondo la quale i neonazisti ucraini non esistono.

Il ritocco delle fotografie, un termine un tempo associato alle purghe staliniane, è diventato uno strumento del giornalismo dominante.

In meno di un decennio, la Cina “buona” è stata “ritoccata” e la Cina “cattiva” l’ha sostituita: da laboratorio e fabbrica del mondo a nuovo Satana emergente.

Gran parte di questa propaganda ha origine negli Stati Uniti ed è trasmessa attraverso vari intermediari e vari “think tank”, come il famoso Australian Strategic Policy Institute, voce dell’industria delle armi, e da giornalisti zelanti come Peter Hartcher del Sydney Morning Herald, che ha etichettato coloro che diffondono l’influenza cinese come “ratti, mosche, zanzare e passeri” e ha auspicato che questi “parassiti” vengano “estirpati”.

Le notizie sulla Cina in Occidente riguardano quasi esclusivamente la minaccia proveniente da Pechino. “Ritoccate” sono le 400 basi militari americane che circondano la maggior parte della Cina, una collana armata che si estende dall’Australia al Pacifico e al sud-est asiatico, al Giappone e alla Corea. L’isola giapponese di Okinawa e quella coreana di Jeju sono armi cariche puntate a bruciapelo sul cuore industriale della Cina. Un funzionario del Pentagono ha descritto questa situazione come un “cappio”.

La Palestina è stata raccontata in modo errato da sempre, a mia memoria. Per la Bbc, c’è il “conflitto” tra “due narrazioni”. L’occupazione militare più lunga, brutale e illegale dei tempi moderni è innominabile.

La popolazione colpita dello Yemen esiste a malapena. È un “non-popolo mediatico”.  Mentre i sauditi fanno piovere le loro bombe a grappolo americane, con i consiglieri britannici che lavorano a fianco degli ufficiali sauditi addetti al bombardamento, più di mezzo milione di bambini rischiano di morire di fame.

Questo lavaggio del cervello per omissione ha una lunga storia. Il massacro della prima guerra mondiale è stato cancellato da reporter che sono stati insigniti del cavalierato per il loro impegno e che hanno poi confessato nelle loro memorie.  Nel 1917, il direttore del Manchester Guardian, C. P. Scott, confidò al primo ministro Lloyd George: “Se la gente sapesse davvero [la verità], la guerra verrebbe fermata domani, ma non sa e non può sapere”.

Il rifiuto di vedere le persone e gli eventi come li vedono gli altri paesi è un virus mediatico in Occidente, debilitante quanto il Covid.  È come se vedessimo il mondo attraverso uno specchio unidirezionale, in cui “noi” siamo morali e benigni e “loro” no. È una visione profondamente imperiale.

La storia quale presenza viva in Cina e in Russia è raramente spiegata e raramente compresa. Vladimir Putin è Adolf Hitler. Xi Jinping è Fu Man Chu. Risultati epici, come lo sradicamento della povertà in Cina, sono a malapena conosciuti. Quanto è perverso e squallido tutto ciò.

Quando ci permetteremo di comprendere? La formazione dei giornalisti in laboratorio non è la risposta. E nemmeno il meraviglioso strumento digitale, che è un mezzo, non un fine, come la macchina da scrivere con un solo dito e la macchina per linotype.

Negli ultimi anni, alcuni dei migliori giornalisti sono stati espulsi dai media dominanti. “Defenestrati” è il termine usato. Gli spazi un tempo aperti ai cani sciolti, ai giornalisti controcorrente, a quelli che dicevano la verità, si sono chiusi.

Il caso di Julian Assange è il più sconvolgente.  Quando Julian e WikiLeaks erano in grado di conquistare lettori e premi per il Guardian, il New York Times e altri autodefiniti importanti “giornali di cronaca”, venivano celebrati.

Quando lo Stato occulto si è opposto e ha chiesto la distruzione dei dischi rigidi e l’assassinio del personaggio di Julian, egli è stato reso un nemico pubblico. Il vicepresidente Biden lo ha definito un “terrorista hi-tech”. Hillary Clinton ha chiesto: “Non possiamo silenziarlo proprio questo tipo?”.

La seguente campagna di abusi e di diffamazione contro Julian Assange – il Relatore sulla Tortura delle Nazioni Unite l’ha definita “mobbing” – ha condotto la stampa liberale al suo minimo storico. Sappiamo chi sono. Li considero dei collaborazionisti: giornalisti del regime di Vichy.

Quando si solleveranno i veri giornalisti? Un samizdat ispiratore esiste già in Internet: Consortium News, fondato dal grande reporter Robert Parry, Grayzone di Max Blumenthal, Mint Press News, Media Lens, Declassified UK, Alborada, Electronic Intifada, WSWS, ZNet, ICH, Counter Punch, Independent Australia, il lavoro di Chris Hedges, Patrick Lawrence, Jonathan Cook, Diana Johnstone, Caitlin Johnstone e altri che mi perdoneranno se non li cito qui.

E quando gli scrittori si alzeranno in piedi, come fecero contro l’ascesa del fascismo negli anni trenta? Quando si alzeranno i registi, come fecero contro la guerra fredda negli anni quaranta? Quando si solleveranno gli autori della satira, come fecero una generazione fa?

Dopo essersi immersi per 82 anni in un profondo bagno di perbenismo, la versione ufficiale dell’ultima guerra mondiale, non è forse giunto il momento che coloro che sono destinati a dire la verità dichiarino la loro indipendenza e decodifichino la propaganda? L’urgenza è più grande che mai.

Questo articolo è una versione modificata di un discorso tenuto al Trondheim World Festival, Norvegia, il 6 settembre 2022. Titolo originale “The Silence of the Lambs. How Propaganda works”.

Traduzione dall’inglese di Giorgio Riolo

Immagine in apertura: Il varco, progetto cinematografico di Federico Ferrone e Michele Manzolini, Italia, 2019, prodotto da Kiné, Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, Istituto Luce Cinecittà, Rai Cinema, con il contributo di Emilia-Romagna Film Commission

FONTE:http://effimera.org/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda-di-john-pilger

Su “Capitale Mondo” di Robert Kurz

di Samuele Cerea

Robert Kurz, Il capitale mondo. Globalizzazione e limiti interni del moderno sistema produttore di merci, Meltemi, Milano, 2022, pp. 539, euro 30,00.

A quanto ci dicono i commentatori stiamo attraversando un’epoca di de-globalizzazione o di post-globalizzazione a base di tensioni internazionali, protezionismo, guerre commerciali, sanzioni economiche e spettri pandemici. Sugli schermi televisivi furoreggia un remake post-politico tanto desolante, quanto potenzialmente micidiale, del classico confronto tra le superpotenze nucleari, che avevamo liquidato un po’ troppo sbrigativamente come un relitto del passato, con le sue proxy-war e le sue figure emblematiche, oggi un tantino surreali. Nel frattempo le élite occidentali elogiano entusiasticamente la logica dei blocchi, auspicano con ansia la fine della dipendenza energetica, mettono in guardia sollecitamente contro il “pericolo giallo”, gli Stati-canaglia vecchi e nuovi e le torme dei falliti globali che si preparano ad assediare la “fortezza Occidente” (o il “giardino meraviglioso” nella poetica lezione di Josep Borrell).

Mentre Big Brother e Goldstein vivono ormai da tempo con noi e anche Oceania sembra a portata di mano vale ancora la pena leggere un libro pubblicato in Germania nei primi anni Duemila, quando le medesime élite politiche ed economiche urlavano dai tetti la buona novella della globalizzazione, trattando con un misto di sufficienza, di fastidio e di apprensione coloro che, ed allora erano davvero tanti, contestavano con ragioni più o meno condivisibili, l’utopia-distopia del mondo unificato?

Il saggio in questione ha per titolo “Il Capitale-mondo” (“Das Weltkapital”, 2004). L’autore, il tedesco Robert Kurz, ha finora goduto di scarsa fortuna e notorietà in Italia anche se taluni rivoli del suo pensiero affiorano talvolta nelle opere di qualche autore nostrano come fiumiciattoli carsici. Scomparso una decina di anni or sono, autore, a partire dagli anni Ottanta, di una decina di libri e di un numero assai maggiore di contributi, apparsi generalmente sulle riviste Krisis e Exit!, nonché di moltissimi articoli per quotidiani come il berlinese “Neue Zeit” e la “Folha” di San Paolo, Robert Kurz può contare da noi, negli ultimi anni, sulla traduzione de Il collasso della modernizzazione e del testo qui presentato oltre che di altri saggi più brevi.

Va detto che Kurz sconta il fatto di aver commesso numerosi peccati contro lo spirito (dei tempi). Anzitutto, contravvenendo agli anatemi postmoderni e alla tendenza attuale verso la “divisione del lavoro” filosofica, nemici giurati della “totalità” e alquanto inclini alle cineserie intellettuali, è l’orgoglioso aedo di una nuova “grande narrazione”. Animata per giunta non certo da una postura contemplativa ma decisamente rivolta verso il sovvertimento dell’ordine sociale esistente. In secondo luogo ha posato le fondamenta di questa impresa sulla base, a dir poco insidiosa, del paria ideologico Karl Marx. E nemmeno su quelle parti della teoria di Marx più o meno sopravvissute allo sconquasso successivo al 1989, come la “lotta di classe” o lo “sfruttamento”, bensì su frammenti, intuizioni, filoni, idee che si stagliano nel panorama del pensiero del filosofo di Treviri come massi erratici o come smarriti isolotti in un esteso arcipelago. Terzo, la teoria di Kurz ha un grave fastidio: analizza e interpreta la realtà sociale ma non contiene nulla che possa essere convertito in breve tempo in un programma politico, al servizio dei partiti della “sinistra” (oggi meno che mai), dei sindacati o dei movimenti di protesta.

Ma veniamo al saggio in questione. Il Capitale-mondo è un libro di grossa mole e non certo di facile lettura. E del resto, da buon seguace di Marx, anche Kurz scrive per lettori che vogliano imparare qualcosa con la propria testa. Aiuterebbe certo una conoscenza almeno elementare del quadro teorico in cui si muove l’autore ma ciò esula dai limiti di una semplice recensione. Si rimanda ad altre opere dal carattere propedeutico. Ci limitiamo a dire che la diagnosi operata da Kurz sui destini della modernità ha il suo fulcro nella critica dell’economia politica di Marx e sulle categorie, in crisi irreversibile, di valore e lavoro (astratto).

Come il riccio di Archiloco anche Robert Kurz conosce una sola cosa ma è grande. Il sistema sociale che indichiamo comunemente in una prospettiva storica con il nome di modernità o società moderna e in una prospettiva socio-economica come società capitalistica o capitalismo tout court è giunto a fine corsa e minaccia di schiantarsi. Buone notizie per gli oppositori del sistema? Non tanto. Il capitalismo ha già imboccato la strada che porta verso il cimitero dei pachidermi della storia. Il guaio è che a sotterrare il capitalismo non saranno audaci schiere di lavoratori organizzati, o qualunque surrogato sulla piazza, ma le sue stesse contraddizioni, che Kurz condensa nel concetto del “limite interno”. Il corollario di questa concezione è però che non è affatto detto che il capitalismo venga seguito da una nuova società più stabile e giusta, da un nuovo ordine coerente; al momento l’alternativa più probabile è che il capitalismo entri in una nuova “era delle tenebre”, caratterizzata dall’implosione delle istituzioni sociali e delle strutture economiche. Come ha detto altrove il nostro autore, “la prigione è in fiamme ma qualcuno ha serrato le finestre e i prigionieri sono bloccati al suo interno”.

La storia del capitalismo è quella di una dinamica irreversibile con le sue fasi. Quella analizzata da Kurz in questo saggio è l’apogeo della fase neo-liberale, iniziata alla fine dei Settanta, poi traumatizzata dalla crisi del 2008. La narrazione assembla l’analisi storica con la critica dell’ideologia, alterna capitoli in cui la natura della globalizzazione viene sviscerata sulla base di una grande quantità di dati economici (il cui filo non è sempre agevole da seguire) ad altri in cui si esaminano le conseguenze della frammentazione sociale, la crisi del denaro e della politica. Da sottolineare, in particolare, la disamina del capitale finanziario e del suo ruolo nel meccanismo dell’economia moderna. La ricchezza di temi è amplissima e Kurz ama dialogare, generalmente in termini polemici, con una moltitudine di voci presenti e passate, da Ulrich Beck a Joseph Stiglitz, da David Ricardo a Rudolf Hilferding, da Michel Aglietta a Peter Sloterdijk. Sarà possibile solo un breve excursus sul carattere generale dell’opera cui uniremo alcuni spunti critici circa numerose convinzioni diffuse oggi tra i contestatori del sistema.

Cosa turba l’apparente imbattibilità del sistema? La sua stessa logica. Nella prospettiva di Kurz la globalizzazione non è il sintomo dello stato di salute del capitale, che abbandona le mura nazionali per propagarsi con le sue catene produttive in tutto il globo ma una chiara conseguenza del fatto che il ristagno della produzione di valore, dovuto all’intervento della tecnologia informatica, della robotica – cioè della Terza Rivoluzione industriale –, costringe le imprese a una concorrenza disperata e cannibalesca, disperdendo le loro fasi produttive per il globo per approfittare del divario dei costi e delle condizioni sociali e giuridiche messe a disposizione degli Stati. Gli investimenti oggi non sono più investimenti per l’espansione ma per la razionalizzazione. Ma se le imprese se la passano male, per gli Stati va anche peggio, costretti dalla crisi delle finanze pubbliche a indebitarsi sempre più sui mercati finanziari, a privatizzare e a tagliare le infrastrutture sociali.

In quest’ottica un effetto salutare del libro potrebbe essere quello di fare piazza pulita di tutta una serie di false idee sulla crisi del sistema e sulla possibilità di venirne a capo. Il primo punto lo si potrebbe intitolare “Com’era verde la mia nazione!” E qui entra naturalmente in gioco la categoria del “sovranismo”, la testa di turco preferita dell’establishment politico-finanziario-mediatico neoliberale. Il problema del sovranismo è che i suoi apostoli più riflessivi, per la maggior parte, non sono né ottusi campanilisti, né irriducibili fustigatori della contaminazione multiculturalista, né fanatici nazionalisti, adusi ad esterofobe campagne aggressive. Il loro errore consiste invece nel credere in ciò che un tempo si chiamava il “primato della politica”, cioè nella convinzione che uno Stato-nazione, ben radicato nelle sue istituzioni, guidato da una classe dirigente volenterosa, sia in grado di controllare, governare, correggere la propria economia di mercato, dirigendola verso obiettivi consoni agli interessi nazionali e della popolazione. Questa idea, che predica l’autonomia dello Stato nei confronti dell’economia o addirittura uno status gerarchico superiore, viene però sconfessata da Kurz. Lungi da essere il nocchiero del mercato, lo Stato e con esso, in generale, la sfera politica, dipende dall’accumulazione di capitale al suo interno, da cui esso preleva ciò di cui abbisogna per le sue “politiche” (sostanzialmente allocazioni di denaro in favore di obiettivi più o meno “democraticamente” prefissati). Ma una volta che il modello dell’accumulazione fordista entra in crisi, anche lo Stato manifesta la sua natura “secondaria” rispetto alla base economica. Di fronte alla transnazionalizzazione e alla razionalizzazione dell’economia, lo Stato, come osserva argutamente Kurz, non può “transnazionalizzarsi” a sua volta, né tantomeno “licenziare” i propri cittadini ma solo operare una “razionalizzazione” distruttiva, rinunciando gradualmente a finanziare le proprie infrastrutture sociali, indebitandosi fino al collo sui mercati finanziari e arrangiandosi così da attirare la quantità maggiore possibile di investimenti.

La critica “sovranista” non vuole comprendere questa relazione causale e interpreta, ad esempio, l’adesione dell’Italia alla moneta unica europea, non come una strategia opportunistica, per quanto miope, al fine della sopravvivenza del paese nel mercato mondiale ma come l’esito del “tradimento” di una casta politica di infedeli (Prodi, Ciampi, Amato etc.), cui sarebbe necessario rispondere con una rinazionalizzazione per la quale non sussiste il benché minimo fondamento.

Del resto tra i medesimi apologeti del sovranismo vale anche il grido “Que viva Keynes!” Da tempo, nel campo della “sinistra” più o meno radicale, l’icona di Keynes gode almeno di altrettanto favore di quella di Marx. Il motivo è presto detto. Il nome dell’economista di Cambridge è associato nella memoria di ogni buon socialdemocratico con i “trenta gloriosi” del XX secolo, con la realizzazione dello Stato del benessere, con il ruolo dello Stato nell’economia. Ciò ha perfino condotto a ritenere qualcuno che la teoria di Keynes sia fondamentalmente anti-capitalista. Ma la “nostalgia keynesiana” della sinistra e per il mondo di cui è stato l’augure è necessariamente legata alle fortune dello Stato-nazione e non è più adeguata al mondo attuale.

Dunque chi ha vinto la lotta di classe? Secondo una battuta attribuita a Warren Buffett, la sua, almeno per il momento. L’idea che la globalizzazione o, più in generale, l’epoca dei movimenti di capitale senza controllo coincida con una “rivincita” dell’élite globale capitalistica, dopo il micidiale affondo delle classi subalterne del secondo dopoguerra è stata sostenuta in tempi relativamente recenti, ad esempio, da David Harvey, secondo il quale il neoliberismo nel suo complesso sarebbe una colossale strategia di intervento del potere privato, delle grandi società industriali e finanziarie, le quali stanche di veder erosi i loro tassi di profitto a vantaggio della classe lavoratrice avrebbero plasmato le classi dirigenti al fine di rilanciare il dominio del potere economico sulla società.
Ma per Kurz l’avanzata della dottrina neoliberale alla fine degli anni Settanta non è stata altro che la risposta “passatista”, perché basata su di un recupero di alcuni aspetti della teoria dell’economia neoclassica, già falliti nell’epoca delle due guerre, alla crisi economica intervenuta in quel periodo. Era stata proprio la difficoltà nell’accumulazione del capitale, dovuta ai primordi della Terza Rivoluzione industriale, e la conseguente crisi del modello keynesiano, a suggerire la necessità di flessibilizzare il lavoro, ridurre la spesa pubblica, privatizzare tutto ciò che era possibile, fino allo sviluppo estremistico del settore finanziario. Dunque alla radice di questa vittoria della “classe sbagliata” c’era il fallimento del vecchio modello, quello della “classe giusta”, non una forma di revanscismo sociologico.

La principale illusione è quella di credere che l’economia di mercato e la democrazia politica non siano in sé cose troppo negative e che il problema consista solo nel combattere tutti quei soggetti che deformano il sistema per il proprio tornaconto. E allora per invertire la tendenza verso la crisi basterebbe che la politica smettesse di concentrarsi solo sul debito pubblico e sul prodotto interno lordo, come chiedono gli eurocrati, ma pensasse invece a promuovere posti di lavoro e aumenti salariali, che si chiudesse una volta per tutte con le privatizzazioni e con la socializzazione delle perdite del settore bancario e finanziario, che si ponessero paletti alla delocalizzazione delle imprese. In poche parole, occorrerebbe ripristinare un “mercato corretto”, immune dall’influenza dell’establishment e dei suoi lobbysti. Il progressivo degrado delle condizioni di vita non sarebbe quindi figlio della dinamica del capitalismo ma solo il frutto di strategie politiche manipolative.

La conclusione più reale è invece che le spaventose disuguaglianze che caratterizzano l’era del capitalismo neoliberale non sono il risultato di una strategia consapevole di élite ben decise a riaffermare il proprio punto di vista di classe ma la conseguenza logica e coerente del fatto che il capitalismo fallisce in ciò che esso ha di più essenziale, vale a dire l’accumulazione di valore effettivamente valido. La società dei “trenta gloriosi” del secondo dopoguerra, l’apoteosi del capitalismo “socialdemocratico”, nei limiti del mondo dell’Occidente sviluppato, con il suo solido capitalismo industriale in espansione, accompagnato da un settore creditizio e finanziario ancillare, si è estinta proprio perché tale modello fatto di sostanziale piena occupazione, di Stato sociale, di crescita dei redditi etc., si era ormai infilato in vicolo cieco fatto di stagnazione e inflazione.

L’abnorme crescita del capitale finanziario, favorita con ogni mezzo sul piano giuridico e normativo dalle classi dirigenti di ogni paese (anche se naturalmente non dappertutto con la stessa prontezza e la stessa rapidità) era dunque necessaria per simulare una crescita economica in totale assenza di una valorizzazione reale del capitale. La soppressione di tutte le catene che ostacolavano la libera circolazione del capitale finanziario era indispensabile, non solo perché lo esigevano gli interessi soggettivi degli attori interessati, ma soprattutto per una imperativa esigenza sistemica: il salvataggio, in ultima analisi illusorio, del sistema di mercato.

Si aggiunga inoltre che questa eclatante asimmetria di ricchezza e di reddito che caratterizza la nuova era neoliberale non è affatto eccezionale nella storia del capitalismo. Come illustra lo stesso Kurz in un altro saggio (“Schwarzbuch Kapitalismus”, 1999) la tendenza del capitalismo è sempre stata quella di ridurre al minimo il consumo delle masse, di deteriorare fino all’estremo la vita sociale. Questo fa sì che la relativa “cuccagna” dell’Età dell’oro fu un evento eccezionale, una sorta di effimero periodo di tepore in un’epoca di glaciazione.

Ne risulta che l’idea del “primato della politica”, della possibilità da parte di una classe dirigente benintenzionata e “popolare” possa ripristinare l’Eden fordista mediante misure redistributive e una nuova strategia di sviluppo economico è una mera illusione. L’“estate di san Martino” del capitalismo non tornerà mai più, tantomeno per mano di un sovranismo progressista.

FONTE: https://www.carmillaonline.com/2022/12/18/globale-e-bello-su-capitale-mondo-di-robert-kurz/

Approvata la nona tranche di sanzioni alla Russia nonostante l’economia italiana vada incontro a nuova recessione e un’ulteriore crisi sociale

di Andrea Vento

Come preannunciato da alcuni giorni, il 16 dicembre il Consiglio Europeo, evidentemente non appagato dagli effetti delle tranche precedenti, ha approvato il nono pacchetto di sanzioni contro la Russia introdotte a partire dal 23 febbraio scorso, due giorni dopo il riconoscimento da parte di Mosca delle Repubbliche Popolari del Donbass e uno prima dell’inizio dell’invasione via terra1.

Nonostante tali misure restrittive, da un lato, non stiano incidendo sulle sorti del conflitto, nel cui contesto l’esercito russo continua a sparare giornalmente dai 30.000 ai 50.000 colpi di artiglieria mentre le forze ucraine non sembrano nemmeno in grado di mantenere il ritmo dei 7.000, dall’altro, stanno avendo pesanti ripercussioni sul ciclo economico e sui flussi commerciali degli Stati che le hanno comminate2. In particolare per quanto riguarda il nostro Paese ilFondo Monetario Internazionale (Fmi) nel suo ultimo Outlook dell’11 ottobre prevede per l’Italia, a seguito degli effetti dell’inasprimento delle sanzioni, una variazione negativa del Pil per il 2023 del -0,2% (rispetto a +0,7% di luglio). Il nostro risulterebbe l’unico Paese in recessione dell’eurozona insieme alla Germania (-0,3%), non causalmente i due Stati maggiormente dipendenti fino allo scorso anno dalle forniture russe, quantificate intorno al 40% del fabbisogno nazionale di entrambi.

Carta 1: le previsioni economiche per il 2023 del World Economic Outlook del Fmi di ottobre 20223.

La destabilizzazione della ripresa post-pandemica italiana e comunitaria risulta, peraltro, accompagnata da una decisa impennata dell’inflazione tendenziale annua, dall’Istat confermata a novembre, in linea con quella di ottobre, all’11,8%, la quale sta causando gravi problemi alle imprese, oltre a ridimensionare in maniera significativa il potere d’acquisto di pensioni, salari e stipendi.

Incuranti del rallentamento economico in cui si sta impantanando l’Eurozona (solo +0,5 nel 2023 secondo l’Outlook di ottobre del Fmi, tab. 1), il Consiglio della Banca Centrale Europea (Bce) nella riunione del 15 dicembre ha deciso, per la quarta volta a partire da luglio, l’innalzamento dei tassi di interesse, questa volta dello 0,50%, portando il saggio di riferimento al 2,5% nell’intento di contenere la spinta inflazionistica e presagendo un ulteriore aumento a marzo 2023. Il rialzo dei tassi, oltre ad incidere negativamente sulle rate dei mutui delle famiglie, comporterà per il nostro Paese, secondo il Centro Studi della Cgia di Mestre, un appesantimento dell’onere degli interessi sulle imprese pari 14,9 miliardi di euro. Politiche monetarie restrittive che provocheranno, in base alle previsioni dell’agenzia EY, una riduzione dei prestiti bancari dell’1,8%4, che insieme all’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime già in corso difficilmente potranno evitare una nuova caduta in recessione della nostra economia (tabella 1).

Tabella 1: previsioni economiche dei 4 World Economic Outlook del 2022 del Fmi per l’anno 2023


Previsioni economiche per l’anno 2023

Gennaio 22Aprile 22Luglio 22Ottobre 22
Eurozona2,5%2,3%1,2%0,5%
Italia2,2%1,7%0,7%– 0,2%
Germania2,5%2,7%0,8%– 0,3%
Russia2,1%– 2,3%– 3,5%– 2,3%

A supporto del fosco trend prospettato dal Fmi, troviamo anche le proiezioni macroeconomiche per l’Italia per il quadriennio 2022-25, elaborate dagli esperti della Banca d’Italia di concerto con la Bce e pubblicate da Via Nazionale il 16 dicembre in contemporanea con l’approvazione della nona tranche di sanzioni (e diffuse il giorno prima dal sito della Bce insieme a quelle degli altri membri dell’Eurozona), le quali rivelano un’incomprensibile distonia prospettica e funzionale nell’operato delle istituzioni comunitarie. Il rapporto, a fianco di un poco probabile scenario base, prevede, sulla scorta della persistente alta inflazione, del rialzo dei tassi e delle perseveranti tranche di sanzioni, altro ben più realistico quadro avverso nell’ipotesi di una eventuale interruzione permanente dei flussi di materie prime energetiche dalla Russia, il quale provocherebbe una limitata disponibilità di gas nel prossimo inverno e in quello successivo. Al netto delle strategie della speculazione finanziaria che hanno determinato l’impennata del gas già da settembre 20215, il rapporto “ipotizza che la riduzione nell’offerta di materie prime energetiche comporti un forte aumento delle loro quotazioni sui mercati internazionali, una maggiore incertezza, in particolare nei mesi invernali 2023 e del 2024, e un marcato indebolimento del commercio mondiale”. Il rapporto conclude affermando che “in questo scenario il Pil si ridurrebbe di circa l’1% sia nel 2023 sia nel 2024 e rimarrebbe poco più che stagnante nell’anno successivo (poco sopra lo zero). L’inflazione al consumo salirebbe ulteriormente nel 2023, avvicinandosi all’11% (come valore medio annuo, ndr), per poi scendere progressivamente, riportandosi al 2,0% nel 2025”6. Con i consumi e gli investimenti in macchinari in contrazione e una disoccupazione stabile all’8,3% nei prossimi 2 anni. Previsioni, peraltro, in linea con quelle della principale agenzia di rating, Standard & Poors, del 9 dicembre7 nelle quali, nel 2023, la flessione del Pil per il nostro Paese viene quantifica in -1,1% e per l’Eurozona addirittura in -0,9%.

Quindi secondo la Bce e la Banca d’Italia, il nostro Paese che ha già rinunciato volontariamente al carbone e al petrolio russo, a seguito delle varie tranche di sanzioni e prevede di fare a meno del gas di Mosca con il piano comunitario REPowerEU del 18 maggio8, in caso di ulteriore inasprimento delle sanzioni, come in realtà già accaduto il 16 u.s, e probabili ritorsioni russe, scenderà in recessione nei prossimi due anni, uno scenario più drammatico di quello dipinto dal Fmi ad ottobre. Il tutto, in attesa del consueto Outlook di gennaio dell’Istituto di Washington, nel quale le previsioni saranno quasi sicuramente riviste al ribasso.

Le ricadute delle sanzioni e dell’aumento dei prezzi sul nostro commercio estero

L’aumento dei prezzi che sta interessando il nostro Paese, e in generale tutte le economie occidentali, dalla seconda metà del 2021, si caratterizza come una tipica inflazione importata generata dall’aumento del costo delle materie prime provenienti dall’estero, a causa di un mix di fattori: l’inadeguatezza dell’offerta al cospetto dell’incremento della domanda sospinta dalla ripresa post-pandemica (i cosiddetti colli di bottiglia), le spregiudicate strategie della finanza speculativa tramite strumenti derivati, le sanzioni occidentali imposte alla Russia e, da ultimo, gli effetti della guerra in Ucraina, in termini di varie difficoltà di approvvigionamento, fra i quali il sabotaggio dei gasdotti North Stream 1 e 2. L’elevata inflazione in essere, considerata dagli esperti una delle più gravi problematiche che possono affliggere un’economia, oltre ad aver indotto le banche centrali, Federal Reserve (Fed), Banca Centrale Europea e Bank of England (BoE) in primis9, all’aumento dei tassi di riferimento con effetti depressivi sul ciclo economico (rallentamento e recessione), incidono, a livello sociale sulla contrazione del potere d’acquisto dei lavoratori, mentre in campo commerciale generano effetti negativi sull’interscambio estero.

Su quest’ultimo aspetto, l’Istat nel suo ultimo report10 del 16 dicembre, ci mostra come il saldo della nostra bilancia commerciale abbia cambiato di segno, passando in campo negativo, proprio da dicembre 2021 (grafico 1), non causalmente, in corrispondenza del primo picco a 110 euro a MegaWatt/ora dei prezzi dei contratti spot (vale a dire a pronti) del gas su mercato Ttf di Amsterdam (tabella 2), per poi mantenersi passiva fino ad ottobre 22, ultimo mese di disponibilità dei dati.

Grafico 1: saldo della bilancia commerciale italiana fra gennaio 2017 e ottobre 2022. Fonte Istat

Tabella 2: prezzi medi mensili in euro delle transazioni spot del gas sul mercato olandese Ttf fra aprile 2021 e novembre 2022 al metro cubo e per MegaWatt/ora11


I prezzi medi mensili dei contratti spot del gas nel mercato Ttf in €
MeseAnnoCosto in al mcCosto in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20
Settembre20222,019188,69
Ottobre20220,85079,44
Novembre20220,97591,18

Dal rapporto in questione, fra le varie, si evince come nei primi 10 mesi di quest’anno, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, il valore delle nostre esportazioni sia cresciuto del 20,8%, mentre quello delle importazioni di ben il 41,8%, principalmente a causa dell’impennata del 151,7% della “bolletta” dell’energia importata, facendo sprofondare il saldo della bilancia commerciale fra gennaio e ottobre a -33,57 miliardi di euro.

Una debacle commerciale, riconducibile in primis alle poco avvedute sanzioni comminate alla Russia e ai suoi vari effetti collaterali, che è andata aggravandosi nel terzo trimestre dell’anno in corso, nel quale, rispetto al precedente (variazione congiunturale), il valore dell’export è addirittura diminuito dello 0,7% e quello dell’import è invece cresciuto del 3,9%.

L’Istat, infine, ci indica che è crollato anche il nostro interscambio commerciale con la Russia ad ottobre 2022 su base tendenziale (rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente), quantificato in -30,9% per l’export e, addirittura, del -44,2% per l’import, con un controvalore totale dell’interscambio annuo fra Roma e Mosca di 25 miliardi di euro nel 2021. Ciò in conseguenza delle sanzioni adottate su pressione statunitense e del piano REPowerEU a causa dei quali abbiamo ridotto l’export e l’acquisto dalla Russia di materie prime minerarie, prodotti siderurgici, petrolio e, soprattutto, gas via conduttura, acquistato tramite convenienti contratti pluriennali, sostituendolo, oltre che con maggiori forniture tramite il gasdotto algerino, anche con l’aumento dell’import del Gas Naturale Liquefatto (Gnl) via nave12, a costi decisamente più elevati, da Stati Uniti, Qatar e, situazione paradossale, anche dalla Russia stessa, passato da 11,3 a 16,2 miliardi di mc nei primi 10 mesi di quest’anno (+46%) rispetto al corrispondente periodo del 202113 e con l’aggravante dell’incertezza nella continuità di forniture.

Mentre la transizione energetica, insieme all’inefficiente ministro Cingolani, è rimasta al palo, le famiglie e le imprese italiane arrancano per l’insostenibile aumento delle spese energetiche e dell’inflazione in generale a causa di improvvide scelte in campo economico e di politica internazionale.

I costi degli interventi per la guerra, le spese militari e il caro energia

Una volta acquisito, alla luce dell’analisi effettuata, che dal punto di vista economico e sociale il trend in atto è destinato ad aggravarsi nel prossimo biennio, con un sempre più probabile ritorno in recessione a soli 3 anni da quella pandemica e un aumento dell’aumento della povertà assoluta, in aggiunta ai 5,6 milioni di persone già quantificate per 2021 dall’Istat a giugno scorso14, non resta che individuare quanto lo Stato italiano abbia speso per la guerra in Ucraina e per contenere l’impatto dell’aumento dell’energia su famiglie e imprese.

Per quanto riguarda il solo costo degli armamenti inviati fino a tutto novembre, in base ai calcoli effettuati dall’Osservatorio Mil€x su dati del Ministero della Difesa, ammonterebbe a 450 milioni di euro, in attesa di ulteriori decisioni con la finanziaria in corso di definizione15. Dall’analisi delle tabelle preliminari della Legge di Bilancio 2023, sempre effettuata dalla stessa associazione, risulterebbe che il bilancio ordinario della Difesa passerebbe da 25,9 a 27,7 miliardi di europer il 2023, a causa principalmente dell’aumento dei costi del personale di Esercito, Marina e Aeronautica di 600 milioni di euro e dell’acquisto di nuovi armamenti per 700 milioni ai quali vanno aggiunti gli stanziamenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) per le missioni all’estero, pari a 1,5 miliardi di euro, con un aumento del 10% rispetto al 202216.

Le spese per il contenimento del caro energia, invece, secondo il think tank belga Bruegel (Brussels European and Global Economic Laboratory), ammonterebbero per il nostro Paese a ben 49,5 miliardi di euro fra settembre 2021, inizio dell’impennata del gas, e il termine del mandato di Draghi, risultando il secondo Paese dell’Ue per valore assoluto, dietro solo alla Germania e il terzo in rapporto al Pil (2,8%)17. Ai quali vanno aggiunti ben 21 dei 35 miliardi (pari a 2/3) dell’intera manovra di Bilancio 2023 predisposta dal Governo Meloni, al momento ancora non sottoposta all’approvazione parlamentare. In totale l’entità della spesa ammonterebbe al momento ad oltre 70 miliardi di euro, in sostanza fatti in dono dal contribuente italiano alla speculazione finanziaria, nonché frutto delle scellerate sanzioni imposte alla Russia.

Tutto ciò, mentre nel DDL Bilancio 2023 approvato dal Consiglio dei Ministri il 22 novembre, con il quale il Governo ha predisposto la proposta di Legge di Bilancio, non v’è traccia del termine sanità fra i capitoli di spesa18, abbandonando a se stesso il Sistema Sanitario Nazionale affossato da ben 37 miliardi di euro di definanziamento fra il 2010 e 2019 secondo la Fondazione Gimbe19 e ormai letteralmente prossimo al collasso, anche a causa della pressione esercitata sugli ospedali dalla nuova ondata pandemica.

Conclusioni

Risulta evidente a chi avesse l’accortezza di esaminare i processi reali economici, finanziari e geopolitici in atto analizzando i dati ufficiali e i contenuti delle decisioni dei governi europei, senza avventurarsi su affermazioni superficiali o, nel peggiore dei casi, tendenziose, che la crisi geopolitica, energetica, economica e, conseguentemente, sociale in atto è frutto dell’impudente operato della speculazione finanziaria, dell’incapacità di svincolarsi dal masochistico assoggettamento geopolitico statunitense che ci ha portato a continuare ad adottare supinamente le sanzioni alla Russia, anche in evidenza di pesanti ricadute negative. Oltre al fatto di perseverare nelle forniture di armamenti senza produrre alcun sforzo diplomatico teso al raggiungimento del cessate il fuoco e all’apertura di un serio ed efficace negoziato in sede Onu che apra le porte ad una pace stabile e duratura.

E’ assolutamente necessario che l’anestetizzata opinione pubblica nazionale prenda coscienza dell’incapacità della nostra classe politica di tutelare gli interessi generali dl Paese e tanto meno dei ceti popolari, i quali negli ultimi 15 anni sono stati schiacciati da ben 3 crisi economiche: dei mutui sub-prime del 2008-9, del debito del 2012-14 e quella gravissima (-8,9%) pandemica del 2020 e, a breve, saranno travolti anche dalla quarta.

Se non ora quando, una mobilitazione popolare che chieda con forza un radicale cambio di paradigma?

Andrea Vento – 20 dicembre 2022

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Note:

1 https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/12/16/russia-s-war-of-aggression-against-ukraine-eu-adopts-9th-package-of-economic-and-individual-sanctions/

2 Per i dettagli: “Crisi ucraina: un primo bilancio delle sanzioni alla Russia” di Andrea Vento

3 https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2022/10/11/world-economic-outlook-october-2022

4 https://www.ilsole24ore.com/art/imprese-l-aumento-tassi-d-interesse-bce-costera-quasi-15-miliardi-piu-AEesc7NC

5 Raffaele Picarelli: “Finanza e mercato dell’energia” e “Il vero atto di nascita dell’incremento dei prezzi dell’energia, dell’inflazione e dell’aumento dei tassi”.

6 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/proiezioni-macroeconomiche/2022/Proiezioni-Macroeconomiche-Italia-dicembre-2022.pdf

7 https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/12/09/sp-nel-2023-recessione-in-italia-piu-pesante-11-pil_51c7ef18-ef3a-4fc5-a5f2-1ef3828bde72.html

8 https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal/repowereu-affordable-secure-and-sustainable-energy-europe_it

9 Anche Messico, Svizzera, Taiwan, Filippine, Norvegia, Danimarca e Colombia hanno aumentato i saggi d’interesse

10 https://www.istat.it/it/files//2022/12/Commercio-con-lestero-e-prezzi-allimport_102022.pdf

11 https://luce-gas.it/guida/mercato/ttf-gas

12 https://www.infodata.ilsole24ore.com/2022/11/05/ecco-come-litalia-ha-saputo-compensare-nei-primi-dieci-mesi-del-2022-le-forniture-mancanti-di-gas-dalla-russia/

13 https://www.ilsole24ore.com/art/l-europa-fa-pieno-gas-liquefatto-ma-quinto-arriva-russia-AEaPNsFC

14 https://www.istat.it/it/files/2022/06/Report_Povert%C3%A0_2021_14-06.pdf

15 https://www.milex.org/2022/11/28/armi-inviate-allucraina-finora-il-costo-per-litalia-e-stato-di-450-milioni-di-euro-la-stima-dellosservatorio-milex/

16 https://www.milex.org/2022/12/02/spese-militari-italiane-aumento-anche-2023/

17 https://www.dire.it/30-08-2022/781434-governo-draghi-aiuti-caro-energia/

18 https://www.mef.gov.it/inevidenza/DDL-Bilancio-approvato-dal-Cdm-manovra-da-35-miliardi/

19https://www.gimbe.org/osservatorio/Report_Osservatorio_GIMBE_2019.07_Definanziamento_SSN.pdf

‘Historia magistra vitae…’ intervista a Angelo d’Orsi

di Alba Vastano

Disintermediati dai social e condizionati dal tam-tam h.24 delle news televisive, viviamo in full immersion nell’informazione mainstream e i più, orfani della conoscenza storica e quindi delle dinamiche che hanno segnato i grandi mutamenti sociali, economici e politici, tendono a soffermarsi sui fatti attuali, quasi mai legati propriamente alle fonti storiche che ne accertino la veridicità. E per questo si fa un gran vociare e si dà credito ad affermazioni, spesso totalmente artefatte dal rumor sempre più confuso dei media, e a fittizie verità, scollegate dalla storia.

Così si costruiscono pensieri unici e omologati (che tanto fanno il gioco dei lorsignori del potere) e convinzioni errate che alterano la verità dei fatti. Si può, quindi, affermare che solo chi ha indagato profondamente sui grandi eventi storici che hanno modificato gli aspetti e gli assetti delle comunità (perché la conoscenza della storia è frutto dell’ indagine accurata degli eventi) può comprenderne gli sviluppi e le conseguenze. E allora converrebbe porsi degli interrogativi sui grandi fenomeni che dal passato s’intrecciano con il presente e determineranno il futuro dei popoli, in particolare delle generazioni a venire.

Pertanto è ‘cosa buona e giusta’, soprattutto utile per svelare e per conoscere la verità sostanziale dei fatti storici, porre le più scottanti questioni che agitano oggi la nostra esistenza a chi della conoscenza della storia ne fa ‘… vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (Cicerone, De Oratore, II, 9, 36).

Nell’intervista che segue, il professor Angelo d’Orsi, illustre storico, risponde agli interrogativi sui grandi eventi di oggi, legando gli eventi in corso alle dinamiche storiche del passato.

* * * *

Alba Vastano: Fascismo, oggi termine troppo sdoganato e non sempre calzante. Professor D’Orsi potrebbe definire il senso e fare un excursus sul peso drammatico che ha avuto storicamente il fascismo degli anni ‘20, quello che impose alla nazione un regime totalitario e portò il Paese in guerra? Si conosceranno pure i fatti storici, ma forse ai più sfuggono le cause dell’affermarsi del fascismo e perché oggi con l’affermarsi in Europa dei nazionalismi e le guerre in corso se ne ripresentano inequivocabili segnali.

Angelo d’Orsi: Il fascismo nasce come movimento storico, per diventare poi un modello politico, imitato, riprodotto, adattato alle singole realtà nazionali o locali, e modificato sulla base della personalità di coloro che rilanciavano quel modello, in Germania, in primo luogo, ma anche altrove, dalla Gran Bretagna al Giappone. Le cause della vittoria di Mussolini in Italia sono molteplici, naturalmente, e vanno collocate nel contesto della crisi sociale ed economica succeduta alla Grande guerra, una crisi che ebbe l’aspetto di uno scontro epocale tra reazione e rivoluzione. Il fascismo vinse in Italia per quattro ragioni fondamentali: 1) era un movimento (e poi dal 1921) un partito militare, organizzato cioè come un esercito, e armato; mentre gli avversari erano disarmati e disorganizzati; 2) gli avversari erano divisi oltre che disorganizzati, e sottovalutarono Mussolini e i Fasci; 3) Mussolini godette fin dai suoi esordi del favore dei ceti possidenti, prima di tutto gli agrari, quindi gli imprenditori industriali e i finanzieri; 4) accanto a questo, va ricordata la tolleranza che spesso fu connivenza, e addirittura complicità, delle istituzioni, dall’Arma dei Reali Carabinieri alla magistratura, dall’esercito alla magistratura, fino alla suprema autorità, il sovrano regnante, Vittorio Emanuele III. Perché un movimento come i Fasci ebbe questi appoggi? Perché si voleva impedire che in Italia accadesse qualcosa di analogo a quanto avvenuto in Russia (si ricordi la diffusione dello slogan “fare come la Russia”), ossia la rivoluzione, e si voleva altresì “dare una lezione” ai socialisti, che tanto avevano fatto per il riscatto delle classi subalterne. Passò nelle classi dominanti l’idea che il fascismo potesse essere lo strumento adatto a tale scopo: una sorta di bastone da usare per ridimensionare il socialismo, e rimettere “al loro posto” contadini e operai. Poi accadde la storia dell’apprendista stregone: Mussolini, che era divorato da una sete di potere straordinaria, e che si comportava secondo un orientamento che era semplicemente opportunista, prese gusto al potere, e volle esercitarlo a modo suo, anche se nella sostanza continuò a fare il gioco dei gruppi dominanti, ma con la capacità di guadagnare un notevole consenso anche tra i gruppi dominati.

A.V.: Se non si conoscono e non si comprendono le conseguenze della Prima guerra mondiale non si può comprendere il fascismo. È così? Può spiegare come si lega storicamente l’affermarsi del fascismo alla Prima guerra mondiale?

A. d’O.: La Grande guerra fu la fucina in cui si formò il movimento mussoliniano, che in effetti nacque come associazione di reduci (Fasci di combattimento), una delle tante, che tuttavia ebbe fortuna sia per l’indubbia capacità manovriera del fondatore, che aveva come sostrato un cinismo opportunistico, che seppe interpretare il disagio di chi rientrando dal fronte non trovava quell’accoglienza trionfale che sperava, e che anzi faceva fatica e reinserirsi nella vita civile. E il futuro duce fu abile nell’intercettare la frustrazione degli ufficiali e sottufficiali di complemento che rientrando dalla guerra, scoprivano di avere perduto ogni autorità, mentre al fronte avevano in pugno la vita e la morte dei loro soldati. E Mussolini seppe sfruttare appieno le proteste nazionaliste per la “vittoria mutilata” che avevano trovato in D’Annunzio il loro corifeo. Ma fu determinante l’appoggio delle classi possidenti che nella guerra e grazie ad essa avevano maturato sovraprofitti, e che temevano che come in Russia anche in Italia la guerra producesse sommovimenti rivoluzionari; ed era il medesimo timore della monarchia, che dunque guardò con favore ai Fasci mussoliniani.

A.V.: Gramsci in carcere nei Quaderni indaga sulla lezione leninista e fa riflessioni sulla sconfitta e sul fallimento dell’ipotesi di portare il socialismo nell’Occidente capitalista. Oltre all’uomo Gramsci e al militante rivoluzionario quale movimento ne uscì sconfitto?

A. d’O: L’intera produzione gramsciana in carcere e in clinica (almeno la prima, a Formia, tra il ’33 e il ’35), fu dominata dalla meditazione sulla sconfitta: una sconfitta come uomo, come padre, come marito, come dirigente politico, come militante rivoluzionario. Ma la sconfitta era dell’intero movimento rivoluzionario, e doveva obbligare a una riflessione sulle sue cause, ma altresì sulla necessità di ridefinire un percorso. A Gramsci era evidente che occorreva cambiare il modello di riferimento, che non poteva essere più quello del 7 novembre 1917, ossia la presa del potere attraverso l’assalto frontale. Gramsci elabora una dicotomia che non è solo geografica, ma sociale, economica, culturale, tra “Occidente” e “Oriente”. In Occidente, ossia nei Paesi a capitalismo maturo, la rivoluzione doveva essere concepita come un processo, volto alla conquista dell’egemonia, e quindi richiedeva un ruolo importante per gli intellettuali, visti appunto come costruttori di egemonia. La differenza, rilevante, fra le società occidentali e orientali, implicava una diversità di modello rivoluzionario. Non una rinuncia, dunque, bensì una ridefinizione: la rivoluzione “in Occidente” era ancora pensabile,ma con ben altra modalità. Questa idea fu confermata a Gramsci dalla crisi di Wall Street del 1929, quando la sua interpretazione si differenziò radicalmente da quella del Comintern che credette di scorgere il crollo del capitalismo, nel crollo della borsa di New York; Gramsci pensò che quella crisi, come i ceti capitalisti seppero gestirla, con la politica fordista degli alti salari, avrebbe finito per rafforzare il sistema, trasformando i lavoratori, vittime dello sfruttamento, in complici, perché la borghesia americana prima che essere classe dominante era classe dirigente, ossia in grado di esercitare egemonia prima che dominio. In Occidente, appunto, se i subalterni volevano raggiungere il potere devono saper essere classe dirigente, ossia realizzare una contro-egemonia rispetto a quella borghese. Dunque importanza degli strumenti culturali,per costruire l’egemonia che si fonda essenzialmente, anche se non esclusivamente, sul consenso, invece che sulla coercizione.

A.V.: Si può affermare che il filo che lega tutti i fascismi o rigurgiti di fascismo nasce dal radicarsi nella percezione popolare dei nazionalismi che reprimono ogni volta e in ogni modo il tentativo di esportare l’esperienza e il modello della rivoluzione del 1917?

A. d’O.: Non direi i nazionalismi, ma semplicemente la paura della rivoluzione: e quella del 1917, la rivoluzione bolscevica, se da un lato ha sprigionato una forza capace di far sentire a tutti gli oppressi del mondo assai concreta la possibilità del riscatto, dall’altro ha generato paure che partorirono la controrivoluzione, e il fascismo fu una forma di controrivoluzione, persino, in Italia, preventiva.

A.V.: Un neo fascismo è già apparso nel secondo dopoguerra, anni ‘70, nell’epoca dello stragismo. Può ricordare le cause che portarono il Paese in quei duri anni di piombo che la nostra generazione ha vissuto con angoscia?

A. d’O: Gli anni Settanta furono certo anni di terrore, quello che ammazzava, distruggeva, ma anche quello che ci faceva appunto vivere “con angoscia”; nondimeno furono anni di grandi risultati, quelli preparati dal decennio precedente, e in generale dai “trenta gloriosi”, sul piano internazionale in Occidente, ossia i tre decenni post-guerra. Le grandi leggi di riforma istituzionale, sociale, lavorativa sono tutte della prima parte di quel decennio. La ripresa del fascismo, che peraltro va detto è una specie di fiume carsico, che di tanto in tanto riaffiora, per poi inabissarsi di nuovo, è legata proprio ai moti sociali degli anni Sessanta, e ai nuovi equilibri politici che faticosamente si andavano definendo, tra pressioni vaticane e condizionamento Usa, grande criminalità e lobbies di varia natura, tutti soggetti che remavano contro il progresso del mondo del lavoro, contro le conquiste realizzate e quelle in prospettiva e soprattutto contro un “regime change” che avrebbe potuto avvicinare il PCI alla stanza dei bottoni. L’eliminazione di Aldo Moro fu il punto culminante di questa azione, anche se gli esecutori materiali del rapimento (e dell’uccisione degli uomini della scorta, non dimentichiamo) furono personaggi, anzi “personaggetti”, della sinistra sedicente rivoluzionaria. Certo in nessun paese occidentale si registrò qualcosa di paragonabile allo stragismo neofascista, che faceva da contraltare al terrorismo definito “rosso”, che produsse enormi danni alla sinistra italiana, procurando un suo arretramento politico e sociale.

A.V.: Quanti danni ha arrecato e continua ad arrecare alla storia il revisionismo storico, praticato dalle classi dominanti? Mi riferisco, in particolare, all’equiparazione del Parlamento europeo (Strasburgo, 19 settembre 2019) fra fascismo e comunismo…

A. d’O: Il revisionismo nato come tendenza storiografica si è poi trasferito sul piano giornalistico e quindi arrivando decisamente su quello politico, concentrandosi su alcuni temi peculiari che si prestavano alla discussione, data la loro forte caratura politica: il Risorgimento, il fascismo, la Resistenza. Nel passaggio dalla storiografia al giornalismo il revisionismo ha perso quel minimo di scientificità che aveva la pratica della revisione, per diventare un vero e proprio movimento ideologico sostanzialmente in chiave antiprogressista e specificamente anticomunista. Il revisionismo, giunto in era berlusconiana alla sua fase estrema, che io stesso, con un neologismo, ho appellato “rovescismo”, è stato un potente strumento di delegittimazione della sinistra, e lo si è lasciato correre, senza opporvisi con il vigore necessario, anche perché i revisionisti hanno sempre avuto grande spazio mediatico, sono stati coccolati e riveriti, anche grazie alle posizioni rilevanti raggiunte nelle università, nell’editoria, nei giornali, nelle diverse istituzioni culturali e della comunicazione a cominciare dalle reti radiotelevisive. Si tratta di un fenomeno sovranazionale che ha coinvolto in particolare tre Paesi europei, Francia, Germania, Italia. E l’Unione Europea, dominata da un qualunquismo tendenzialmente di destra, non ha perso tempo per inserirsi in questo filone, arrivando fino alla grottesca risoluzione del 19 settembre 2019, che equiparava nazifascismo e comunismo. La cosa più grave è che la quasi totalità dei rappresentanti italiani ha sostenuto tale risoluzione, a cominciare dai deputati del PD. Un fatto a dir poco sconcertante. In conclusione il revisionismo ha prodotto un danno irreparabile alla storia stessa: facendola passare da sapere scientifico, a opinione. Un campo, insomma, in cui tutti possono dire la loro, e quel che afferma Bruno Vespa vale tanto quanto ciò che scrive uno studioso che ha decenni di lavoro di ricerca bibliografica e archivistica e di insegnamento alle spalle.

A.V.: Parliamo anche dei primi provvedimenti di Piantedosi, ministro degli Interni verso le Ong e del ministro dell’Istruzione e del merito Valditara che punta sulla meritocrazia e financo sul metodo dell’umiliazione (sebbene abbia ritrattato tergiversando sul senso), Per non parlare delle modalità da dente avvelenato del ministro delle Infrastrutture, Salvini. È stato sdoganato il nuovo fascismo? O cos’altro e come si può definire la matrice del governo della premier Meloni, colei che ha urlato ai quattro venti dalla Vox spagnola a prima di essere nominata premier il,mantra ‘Dio, patria e famiglia’ di stampo mussoliniano?

A. d’O: Questo della signora Meloni è un governo che sebbene fascista nell’etichetta di alcuni dei suoi esponenti a cominciare dalla presidente, finora ha portato avanti un alinea politica “draghiana”, con gli abbellimenti in puro stile fascistoide di taluni ministri, e le stesse parole d’ordine della premier, che ha mostrato una notevolissima dose di camaleontismo e di opportunismo. Ha impiegato meno di una manciata di ore a buttare alle ortiche gli orpelli palesemente fascisti, ma ha trattenuto la sostanza, che peraltro è largamente quella di Mario Draghi, a sua volta esponente di un orientamento di destra sostanziale, al di là delle formule. Il ministro dell’Interno segue la linea Salvini, corretta dalla linea Meloni, tra gli attacchi volgari alle Ong e la ridicola ordinanza contro i rave party, grimaldello utile per criminalizzare le opposizioni, quel pulviscolo di opposizioni che ancora esiste in questo Paese. Quanto a Valditara siamo al ridicolo, e ogni suo atto è una caduta in un precipizio. Non solo quella bestiale dichiarazione sulla necessità dell’ “umiliazione”, ma anche e assai più grave quella sul 9 novembre, risoltasi in una lunga, scempia requisitoria da perfetto ignorante contro il comunismo. Se pensiamo che il primo ministro di quella che allora si chiamava, giustamente, ministero della Pubblica Istruzione, fu Giovanni Gentile e ora, dopo figure squalificate e arroganti, quindi pericolose come Moratti, Gelmini, Azzolina, Bianchi, ci ritroviamo alla Minerva, il signor Nessuno Valditara, c’è da farsi venire una crisi di nervi.

A.V.: E non posso che chiederle se, secondo lei, la sinistra radicale comunista, fuori dai Palazzi, ma soprattutto dalla percezione comune, è destinata a sparire e soccombere. O c’è ancora spazio per parlare di conflitto di classe, in un periodo politico, storico e culturale in cui di classe non c’è nemmeno l’istinto?

A. d’O: Il conflitto c’è eccome! Anzi è facile prevedere che si andrà espandendo, con la situazione di crisi in atto. Ma non ha una sua rappresentanza politica. La sinistra radicale, comunista o meno, passa di sconfitta in sconfitta, con una incredibile capacità di assorbire i colpi, e una totale incapacità di rinnovarsi e costruire un’alternativa. L’esempio ultimo di “Unione Popolare” è soltanto l’ultimo esempio. E il suo miserrimo esito elettorale da un lato, e la mancanza di qualsiasi autocritica nel suo gruppo dirigente mi portano ad accentuare il mio pessimismo, e a ritornare in panchina, rinunciando a quell’impegno diretto che avevo profuso nei mesi passati, spesso a dispetto dell’orientamento (a me non favorevole) di una parte cospicua di quegli stessi gruppi dirigenti.

A.V.: Riservo le ultime due domande, inevitabilmente, allo scottante tema della guerra in corso in Ucraina. Con il protrarsi dell’azione bellica non c’è il rischio di assuefazione al conflitto, tanto da trascurare, tralasciare l’emergenza di addivenire, in tempi brevi, al ‘cessate il fuoco’? Ovvero prolungando il conflitto non si corre sempre più il rischio di una escalation verso un conflitto atomico?

A. d’O: Il rischio principale che vedo personalmente è un altro, che mi pare più grave: al conflitto militare siamo già assuefatti. Vedo piuttosto il pericolo di una totale espunzione del mondo russo, della sua straordinaria cultura e di tutto ciò che quel grande Paese rappresenta. Il rischio maggiore è la demonizzazione del mondo russo. E questo sarebbe un risultato peggiore di qualsiasi esito del conflitto militare. Naturalmente io vedo assai concreto il pericolo dell’escalation bellica, ivi compresa quella nucleare. E l’Occidente ha in tutta evidenza la responsabilità maggiore in tal senso.

A.V.: La ‘damnatio’ che incombe sul conflitto è anche l’Europa. In particolare mi riferisco alle le ultime Risoluzioni del Parlamento europeo. E ancor più in particolare alla Risoluzione del 23 novembre u.s. confusa fra terrorismo e crimini di guerra e che prevede un totale isolamento della Federazione russa. C’è davvero il rischio con questa Europa di stampo nazionalista di allargare il conflitto e non di mettere in atto una necessaria e tempestiva de escalation?

A. d’O: L’Unione Europea che non è “l’Europa”, a dispetto della sua espansione territoriale (che ha rappresentato una delle prime cause della guerra in corso), ha mancato completamente questa occasione. Ha perso un treno, che non credo ripasserà a breve: ossia l’occasione per dimostrare di essere una entità reale, un soggetto autorevole in grado di avere una politica propria, non piegata alla NATO e agli USA, una Confederazione di Stati, se non saprà essere una Federazione, in grado di svolgere un ruolo essenziale di ponte tra Est e Ovest. Invece la UE ha certificato la propria impotenza, la propria pusillanimità, la propria dipendenza psicologica, e politica da Washington. Questa guerra ha segnato il radicale, totale fallimento dell’Unione Europea. E certo non è colpa di Putin! Se ci fosse una classe politica continentale degna di questo nome, ora dovrebbe procedere alla certificazione della morte della UE, tentando subito dopo di farla risorgere. Ma dubito accadrà. D’altro canto in questa Europa, il concetto stesso di “unione” si è dimostrato fallimentare. Le diverse nazioni procedono ciascuno per proprio conto, tutte comunque subordinate agli USA. Non c’è una “identità europea”, non esiste una “politica europea”, c’è uno spazio comune in cui anche la circolazione delle persone sta diventando complicata. Abbiamo fatto due passi avanti, verso l’integrazione, e tre passi indietro. La guerra in Ucraina ci ha dato il colpo di grazia.


Prof. Angelo d’Orsi – Già Ordinario di Storia del pensiero politico
Università degli Studi di Torino
Direttore di “Historia Magistra. Rivista di storia critica” e di “Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”

Opere
  • La macchina militare. Le forze armate in Italia, Milano, Feltrinelli, 1971.
  • La polizia. Le forze dell’ordine italiano, Milano, Feltrinelli, 1972.
  • I nazionalisti, introduzione e cura di, Milano, Feltrinelli, 1981, 346 pp. (SC/10 – Scrittori politici italiani, 6).
  • La rivoluzione antibolscevica. Fascismo, classi, ideologie (1917-1922), Milano, Franco Angeli, 1985.
  • Le dottrine politiche del nazionalfascismo, (1896-1922), Alessandria, WR-Amnesia, 1988, 173 pp.
  • Pensatori politici italiani. Antonio Labriola, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Filippo Turati, Luigi Sturzo, Alfredo Rocco, Giovani Gentile, Benito Mussolini, Antonio Gramsci, Benedetto Croce, introduzioni a cura di e con Franco Livorsi, Alessandria, WR, 1989.
  • Il Caffè, ossia Brevi e vari discorsi in area padana, a cura di, Padova, Banca Antoniana, 1990; Cinisello Balsamo, Silvana, 1990. ISBN 88-366-0315-7.
  • Guida alla storia del pensiero politico, Torino, Il Segnalibro, 1990, 221 pp.(Politica e Storia. Collanda diretta da M.Guasco e F. Traniello).
  • L’ideologia politica del futurismo, Torino, Il Segnalibro, 1992 (Politica e Storia. Collanda diretta da M.Guasco e F. Traniello).
  • Guida alla storia del pensiero politico, Scandicci, La Nuova Italia, 1995. ISBN 88-221-1688-7
  • Alla ricerca della politica. Voci per un dizionario, a cura di, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, LIV-286 pp. (Temi, 50) ISBN 88-339-0921-2.
  • Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Torino, Scriptorium, 1996, 350 pp. (Gli Alambicchi, VII) ISBN 88-86231-30-X.
  • Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Torino, Paravia, 1999, 347 pp. (Saggi) ISBN 88-395-61617
  • Achille Loria, a cura di, Torino, Il Segnalibro, 2000.
  • La cultura a Torino tra le due guerre, Torino, Einaudi, 2000, XV-377 pp. (Biblioteca Einaudi, 87). ISBN 88-06-13867-7.
  • Profilo di Massimo Mila. Giornata di studio, Torino, 4 dicembre 1998, a cura di e con Pier Giorgio Zunino, Firenze, Olschki, 2000. ISBN 88-222-4916-X.
  • La vita degli studi. Carteggio Gioele Solari-Norberto Bobbio 1931-1952, a cura e con un saggio introduttivo di, Milano, FrancoAngeli, 2000, 233 pp.(Collana “Gioele Solari”) ISBN 88-464-1757-7.
  • La città, la storia, il secolo. Cento anni di storiografia a Torino, a cura di, Bologna, Il mulino, 2001, 335 pp. (Percorsi). ISBN 88-15-07802-9.
  • Intellettuali nel Novecento italiano, Torino, Einaudi, 2001, X-373 pp.(Gli Struzzi, 538) ISBN 88-06-15888-0.
  • Un uomo di lettere. Marino Parenti e il suo epistolario, a cura di, Torino, Provincia di Torino, 2001. ISBN 88-87141-03-7.
  • Allievi e maestri. L’Università di Torino nell’Otto-Novecento, Torino, CELID, 2002. ISBN 88-7661-502-4.
  • Piccolo manuale di storiografia, Milano, Bruno Mondadori, 2002. ISBN 88-424-9574-3.
  • Guerre globali. Capire i conflitti del XXI secolo, a cura di, Roma, Carocci, 2003. ISBN 88-430-2555-4.
  • Una scuola, una città. 1852-2002, i 150 anni di vita dell’Istituto “Germano Sommeiller” di Torino, a cura di, Torino, ITCS Germano Sommeiller, 2003.
  • Pavese e la guerra, a cura di e con Mariarosa Masoero, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004. ISBN 88-7694-797-3.
  • Gli storici si raccontano. Tre generazioni tra revisioni e revisionismi, a cura di, con la collaborazione di Filomena Pompa, Roma, manifestolibri, 2005, 390 pp. (la nuova talpa) ISBN 9788872853979
  • I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, 331 pp. (Temi, 153) ISBN 88-339-1624-3.
  • Il diritto e il rovescio. Un’apologia della storia, Torino, Aragno, 2006. ISBN 88-8419-269-2.
  • Kafka. L’infinita metamorfosi del processo, a cura di, Torino, Aragno, 2006. ISBN 88-8419-286-2.
  • Da Adua a Roma. La marcia del nazionalfascismo (1896-1922). Storia e testi, Torino, Aragno, 2007. ISBN 978-88-8419-311-7.
  • Guernica, 1937. Le bombe, la barbarie, la menzogna, Roma, Donzelli, 2007, 257 pp. (Saggi. Storia e scienze sociali) ISBN 978-88-6036-192-9.
  • BGR. Bibliografia Gramsciana Ragionata, I, 1922-1965, a cura di, Roma, Viella, 2008. ISBN 978-88-8334-303-2.
  • Luigi Salvatorelli (1886-1974).Storico, giornalista, testimone, a cura, con la collaborazione di Francesca Chiarotto, Torino, Aragno, 2008. ISBN 978-88-8419-381-0
  • Il Futurismo tra cultura e politica. Reazione o rivoluzione?, Roma, Salerno Editrice, 2009. ISBN 978-88-8402-652-1.
  • 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio, MIlano, Ponte alle Grazie, 2009.
  • Il Processo di Gesù, a cura di, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-471-8.
  • Intellettuali. Preistoria, storia e destino di una categoria, a cura di, con Francesca Chiarotto, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-488-6
  • Gli ismi della politica. 52 voci per ascoltare il presente, a cura di, Roma, Viella, 2010. ISBN 978-88-8334-323-0
  • L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, Milano, Bruno Mondadori, 2011, X-419 pp. (Saggi Bruno Mondadori). ISBN 978-88-6159-497-5.
  • Guernica, 1937. Las bombas, la barbarie, la mentira, Traducción de Juan Carlos Gentile Vitale, Barcelona, RBA, 2011, 395 pp. ISBN 9788498-679878
  • Il nostro Gramsci. Antonio Gramsci a colloquio con i protagonisti della storia d’Italia, a cura di, Roma, Viella, 2011, XXXVI-424 pp. (La storia. Temi, 23) ISBN 978-88-8334-690-3
  • Prontuario di Storia del pensiero politico, con la collaborazione di Francesca Chiarotto e Giacomo Tarascio, Sant’Arcangelo di Romagna, Maggioli, 2013, 196 pp. (Università) ISBN 9788838-783050
  • Alfabeto Brasileiro. 26 parole per riflettere sulla nostra e l’altrui civiltà. Con un fotoreportage di Eloisa d’Orsi, Roma, Ediesse, 2013, 239 pp. (Carta Bianca) ISBN 978-88-23018099
  • Gramsciana. Saggi su Antonio Gramsci, Modena, Mucchi, 2014, 219 pp.
  • Inchiesta su Gramsci. Quaderni scomparsi, abiure, conversioni, tradimenti: leggende o verità, a cura di, Torino, Accademia University Press, 2014, XXXV-219 pp. (BHM. La Biblioteca di “Historia Magistra”, 1) ISBN 978-88-97523-79-6
  • Intellettuali e fascismo, fra storia e memoria, Jesi-Ancona, Centro Studi Piero Calamandrei – Affinità Elettive, 2014, 71 pp. (“Quaderni del Calamandrei” – Altra Società, 37) ISBN 978-88-7326-254-1
  • Gramsciana. Saggi su Antonio Gramsci. Nuova edizione aggiornata e ampliata, Modena, Mucchi, 2015, 211 pp. (Prismi, 3) ISBN 978-88-7000-666-7
  • 1917. L’anno della rivoluzione, Roma-Bari, Laterza, 2016, VIII-269 (i Robinson / Letture). ISBN 978-88-581-2612-7.
  • 1917: o ano que mudou o mundo. Prefácio de Miguel Real, Tradução de José J. C. Serra, Lisboa, Bertrand Editora, 2017, 310 pp. ISBN 978-972-25-3343-0
  • Gramsci. Una nuova biografia, Milano, Feltrinelli, 2017, 387 pp. (Storie / Feltrinelli). ISBN 978-88-07-11145-7.
  • Gramsci. Una nuova biografia. Nuova edizione rivista e accresciuta, Milano, Feltrinelli, 2018, 487 pp. (Universale Economica Feltrinelli /Storia, 9134). ISBN 978-88-07-89134-2
  • L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg, Vicenza, Neri Pozza, 2019, 447 pp. (Bloom, 166). ISBN 978-88-545-1903-9
  • Un maestro per la storia. Scritti di e su Gian Mario Bravo (2010-2020), a cura di e con Francesca Chiarotto, Milano, FrancoAngeli, 2021, 228 pp. (Temi di storia) ISBN 978-88-351-1738-4
  • Il diritto alla storia. Saggi, testimonianze, documenti per “Historia Magistra” (2009-2019), a cura di e con Francesca Chiarotto, Torino, Accademia University Press, 2021, 478 pp. (BHM. La Biblioteca di Historia Magistra) ISBN 978-88-31978-026
  • Manuale di storiografia, Milano-Torino, Pearson Italia, 2021, 322 pp. ISBN 978-88-919-15702

FONTE: http://www.blog-lavoroesalute.org/historia-magistra-vitae-intervista-allo-storico-professor-angelo-dorsi/

Donna, vita, libertà: sulla rivolta in Iran

di Janet Afary e Kevin Anderson *

Le massicce proteste in Iran, alimentate dall’audacia di giovani donne e bambini, affondano le radici in oltre un secolo di lotte. Un articolo pubblicato sul sito della rivista Dissent.

Nel marzo 1979, donne e ragazze iraniane urbane e i loro sostenitori maschi presero parte a una settimana di manifestazioni a Teheran, a partire dalla Giornata internazionale della donna, per protestare contro l’editto del nuovo regime islamista che obbligava le donne a indossare l’hijab. Le manifestanti espressero un profondo senso di tradimento per la direzione presa dalla rivoluzione iraniana, allora vecchia di poche settimane. “All’alba della libertà, non abbiamo libertà”, gridavano. I loro ranghi crescevano di giorno in giorno, raggiungendo almeno 50.000 dimostranti. Il movimento attirò la solidarietà internazionale, anche da Kate Millet, che notoriamente viaggiò per unirsi a loro, e Simone de Beauvoir. In patria, le femministe iraniane ottennero il sostegno dei People’s Fedayeen, un gruppo marxista-leninista che si era impegnato nella resistenza armata contro la monarchia appoggiata dagli americani prima che fosse rovesciata dalla rivoluzione. Per qualche giorno, i Fedayeen formarono un cordone protettivo, separando i manifestanti dalla folla di islamisti che cercavano di attaccarli fisicamente. Ma col tempo, influenzati da una visita di Yasser Arafat e altri, i Fedayn ritirarono il loro sostegno per paura di indebolire la rivoluzione in un momento in cui, era convinzione diffusa, il governo degli Stati Uniti era pronto ad attaccare e restaurare lo scià. Negli anni successivi, il movimento femminista iraniano sembrò morire, o almeno diventare clandestino.

Più di quarant’anni dopo Mahsa (Jina) Amini, una donna curda di ventidue anni, è arrivata a Teheran con la sua famiglia in vacanza. Poco dopo, il 13 settembre 2022, gli agenti della famigerata polizia morale del paese l’hanno arrestata con l’accusa di indossare l’hijab in modo improprio. Nonostante le sue vigorose proteste, l’hanno presa in custodia, dopodiché, secondo testimoni oculari, è stata duramente picchiata. Tre giorni dopo, è morta per lesioni cerebrali. La morte di Amini ha colpito un nervo scoperto in tutta la nazione. Il rifiuto dello stato di indagare sulle cause della sua morte, o di offrire scuse, ha ulteriormente alimentato la rabbia delle manifestanti. La manifestanti hanno presto iniziato a gridare: “Non aver paura, non aver paura, siamo tutti insieme”.

Le manifestazioni hanno avuto luogo in più di ottanta città e centri abitati in tutto il paese. Con il diffondersi delle proteste, le giovani donne, anche studentesse delle scuole superiori e medie, si sono strappate il velo e hanno gridato: “Morte al dittatore!” La rivolta è radicata nella rabbia rovente contro l’apartheid di genere, e non solo tra le donne. Come ha detto a Le Monde la famosa attrice Golshifteh Farahani , ciò che ha reso storicamente nuove queste proteste è che “gli uomini sono disposti a morire per la libertà delle donne”.

Dal punto di vista demografico, l’Iran, con una popolazione di 85 milioni, è un paese molto diverso da quello che era nel 1979. Il 75% del paese è completamente urbanizzato, l’alfabetizzazione è quasi del 100% tra le persone sotto i venticinque anni e ci sono 4 milioni di studenti universitari, la maggior parte dei quali sono donne. Nel frattempo, il tasso di fecondità è sceso a 2,1 nati per donna, dai 6,5 del 1979.

Molte questioni oltre ai diritti delle donne sono legate alle proteste: autoritarismo, stagnazione economica e grave disoccupazione, disastro climatico e varie imposizioni religioso-fondamentaliste. L’attuale rivolta rappresenta anche la risposta dell’opinione pubblica al colossale clientelismo e alla corruzione del regime, alla sua politica estera conflittuale e all’espansionismo regionale, che hanno isolato l’Iran e contribuito a un’inflazione estremamente elevata nel paese. Queste lamentele hanno alimentato altre proteste negli ultimi anni, ma la rivolta del 2022 si distingue anche per una dimensione etnica: Mahsa Amini proveniva dal Kurdistan iraniano, un’area povera ed emarginata con una lunga storia di resistenza rivoluzionaria. Quando è nata, la sua famiglia voleva darle un nome curdo, Jina, ma le politiche della Repubblica islamica limitarono le loro scelte ai nomi persiani e arabi. In Kurdistan, la rivolta del 2022 ha conquistato intere città e il regime non ha esitato a usare munizioni vere contro i manifestanti. Molti credono anche che Mahsa Amini sia stata individuata dalla polizia morale di Teheran perché vestita da curda.

Decenni di oppressione etnica hanno anche alimentato le proteste nel Sistan e nel Baluchistan, una regione sud-orientale al confine con il Pakistan. Dopo che i manifestanti sono usciti a Zahedan per protestare contro lo stupro denunciato di una ragazza locale da parte di un funzionario di polizia, il regime ha risposto con colpi di arma da fuoco il 30 settembre 2022. La polizia ha cacciato i manifestanti dalle strade, sparando proiettili contro una moschea sunnita durante i servizi di culto. La violenza ha provocato almeno novantatré morti, presto noto come il massacro di Zahedan. Ciò ha portato a proteste diffuse e continue nella regione, sostenute dal religioso di più alto rango della provincia, l’imam sunnita Mowlavi Abdulhamid, noto per sostenere l’ala riformista del regime. Questi eventi, che mostrano una connessione tra movimenti contro l’oppressione di genere e contro l’oppressione etnico-nazionale, sottolineano il carattere profondamente intersezionale della rivolta del 2022. Vari gruppi professionali e artistici, tra cui attori, avvocati, medici, infermieri, insegnanti, professori e persino alcuni membri passati e presenti della squadra nazionale di calcio, hanno espresso solidarietà alle proteste.

La rivolta è proseguita con particolare forza nel Kurdistan iraniano, con la città di Sanandaj che ha svolto un ruolo centrale. (Anche i leader curdi in Iraq e Siria hanno condannato l’uccisione di Amini.) A ottobre, le forze del regime che usavano munizioni vere stavano assaltando la città, sparando indiscriminatamente con mitragliatrici contro i manifestanti, imperversando nelle case della gente e persino sparando a morte a un uomo che aveva semplicemente suonato il clacson clacson in solidarietà con i manifestanti. Il Kurdistan, in particolare Sanandaj, Mahabad e la città natale di Amini, Saghez, sono stati di nuovo al centro della scena alla fine di ottobre, quando vaste folle provenienti da tutto il paese si sono riunite per celebrare il quarantesimo anniversario della morte di Amini, un’usanza secolare seguita da tutte le comunità musulmane in Iran. Lo stato ha cercato di suscitare paura e dissuadere le persone dal radunarsi affermando che una sparatoria al santuario religioso di Shah Cheraq a Shiraz (il secondo santuario più sacro in Iran) era stata “un attacco dell’ISIS”. Ma nessuno sembrava credere alla versione del governo, e i manifestanti hanno risposto con slogan come “Voi siete il nostro ISIS”. Anche la polizia ha cercato di bloccare lo sfogo, ma senza successo. A un certo punto hanno aperto il fuoco e ucciso alcune delle persone in lutto. Per quel giorno è stato indetto anche uno sciopero generale nazionale, con scarso successo.

Nella prigione di Evin a Teheran, dove sono detenuti migliaia di manifestanti, a fine ottobre è scoppiato un incendio che si è potuto vedere in tutta la città. Non è chiaro cosa abbia provocato l’incendio, ma potrebbe essere stato appiccato dalle guardie nel tentativo di mettere a tacere i prigionieri che cantano in solidarietà con i manifestanti all’interno dei cancelli. A novembre, i bazar stavano chiudendo mentre le proteste continuavano senza sosta, con i più grandi scioperi a Teheran e nel Kurdistan. La casa natale del fondatore del regime Ayatollah Ruhollah Khomeini è stata incendiata.

La rivolta è stata alimentata dall’audacia di giovani donne e bambini, che hanno sperimentato la risposta brutale del regime. Un comandante delle Guardie rivoluzionarie ha rivelato a settembre che l’età media dei manifestanti detenuti era di soli quindici anni. La sedicenne Nika Shahkarami è stata arrestata dopo essersi tolta l’hijab e avergli dato fuoco durante una protesta a Teheran a settembre, ed è morta poco dopo sotto la custodia della polizia. Sarina Esmailzadeh, anche lei sedicenne, è stata picchiata duramente dalla polizia durante una protesta di settembre a Karaj, un sobborgo industriale di Teheran, e successivamente è morta in una stazione di polizia. A ottobre, Asra Panahi, un’altra sedicenne, è stata picchiata a morte dalla polizia dopo aver interrotto una cerimonia pro-regime nella sua scuola ad Ardabil, nell’Azerbaigian iraniano. A novembre, un bambino di nove anni di nome Kian Pirfalak sarebbe stato ucciso dalle forze di sicurezza nella provincia meridionale del Khuzestan. La sua morte ha ulteriormente galvanizzato le proteste e lo ha trasformato in una nuova icona del movimento, rappresentando centinaia di bambini arrestati o assassinati. Il pubblico è diventato quasi inconsolabile quando si è saputo che il ragazzo era progressista e aveva usato un’invocazione laica, “al Dio dell’arcobaleno” in un progetto scolastico, in un allontanamento dall’ortodossia religiosa.

Le proteste hanno visto giovani donne alzarsi in piedi davanti alla folla, scoprire la testa e poi tagliarsi i capelli in un atto di sfida – e in una rinascita di una pratica culturale delle donne che si tagliano i capelli in segno di lutto, che risale al testo fondante della letteratura persiana dell’undicesimo secolo, lo Shahnameh . Il movimento ha anche sviluppato un proprio inno, “Baraye” (“For the Sake of”). Scritto dal cantante Shervin Hajipour, è suonato e cantato costantemente in tutto l’Iran e nelle comunità della diaspora. I testi dicono:

Per la paura di ballare nei vicoli
Per la paura al momento di baciare
Per mia sorella, tua sorella, le nostre sorelle
Per aver cambiato menti arrugginite, per la vergogna della povertà
Per la voglia di vivere una vita normale
Per i bambini che abitano nei cassonetti e i loro auguri
Per questa economia dittatoriale
Per quest’aria inquinata
Per i platani logori di Vali ‘Asr Street
Per il ghepardo e la sua possibile estinzione
Per gli innocenti cani randagi banditi
Per le lacrime inarrestabili
Per ripetere questo momento
Per i volti sorridenti
Per gli studenti e il loro futuro
Per questo paradiso obbligatorio
Per gli studenti d’élite imprigionati
Per i bambini afgani
Per tutti questi “per” irripetibili
Per tutti questi slogan senza senso
Per tutti gli edifici crollati e scadenti
Per la sensazione di pace
Per il sole dopo una lunga notte
Per i sonniferi e l’insonnia
Per l’uomo, la patria, la prosperità
Per la ragazza che desiderava essere un ragazzo
Per la donna, la vita, la libertà
Per la libertà, per la libertà, per la libertà

Sebbene finora la rivolta sia stata senza leader, non è stata senza scopo o incoerente. I suoi slogan indicano le aspirazioni generali del movimento. Il più importante, “Donna, vita, libertà”, non solo pone al centro l’emancipazione delle donne, ma evoca anche un cambiamento trasformativo: ha avuto origine nella regione del Rojava in Siria, dove le forze curde, alcune comandate da donne, hanno cacciato lo Stato islamico alla fine del 2017. È incredibilmente commovente sentire i manifestanti a Teheran, che appartengono in gran parte alla comunità persiana dominante, gridare uno slogan che ha avuto origine nel Kurdistan. Di solito lo gridano in persiano, ma a volte, in un ulteriore atto di solidarietà, usano il curdo.

“Morte al dittatore”, l’altro slogan principale del movimento, ha iniziato a emergere nel 2019. Segna una chiara rottura con il tenore del massiccio Movimento dei Verdi del 2009-10, che aveva una chiara leadership che ha incanalato il movimento in richieste per il democratizzazione della Repubblica islamica, non il suo rovesciamento. Facendo eco allo slogan più importante della rivoluzione del 1979, “Morte allo scià”, la versione del 2022 si riferisce invece al leader religioso supremo Ali Khamenei. (Una variante popolare di questo slogan – “Morte all’oppressore, sia Shah che Rahbar [leader religioso supremo]” – suggerisce l’opposizione agli sforzi di alcuni conservatori della diaspora per ripristinare la monarchia nella persona di Reza Pahlavi, il figlio del defunto shah.) Lo slogan è particolarmente rischioso perché Khamenei è, nei termini legali della teocrazia iraniana, il rappresentante di Dio sulla Terra; anche gli attacchi verbali contro di lui potrebbero essere soggetti a una legge che rende la “ribellione contro Dio” un reato punibile con la pena capitale. Un altro slogan sottolinea la profondità della rabbia popolare: “Questo è l’anno del sangue. Seyyed Ali [Khamenei] sarà rovesciato”.

Donna, Vita, Libertà

Contesto dell’attuale rivolta

Gli attuali disordini sono scoppiati sulla scia di diverse rivolte minori negli ultimi anni. Nel 2017, le giovani donne hanno iniziato una serie di proteste contro l’hijab in cui hanno pubblicato selfie sui social media che le mostravano mentre si svelavano in pubblico. Nel settembre 2019, una giovane donna, Sahar Khodayari, è morta dopo essersi data fuoco per protestare contro il divieto alle donne di assistere alle partite di calcio. Successivamente, nel 2019 e nel 2020, le manifestazioni sui prezzi della benzina si sono trasformate in proteste antigovernative a livello nazionale concentrate nelle città più piccole e nelle aree rurali. Tuttavia, questi due tipi di proteste, uno provocato dall’apartheid di genere e l’altro derivante da rimostranze economiche, sono rimasti in gran parte separati.

Mentre le proteste si attenuavano un po’ durante la pandemia di COVID-19, il regime ha organizzato l’elezione del presidente Ebrahim Raisi nel 2021, una figura di estrema destra che è stata direttamente coinvolta nell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici iraniani nel 1988 e che in precedenza era stato capo della giustizia del paese . Subito dopo è iniziata una repressione. Nell’estate del 2022, il governo ha demolito le case di un villaggio abitato da più di un secolo da membri della minoranza religiosa bahá’í. Negli stessi mesi, la polizia morale ha intensificato gli attacchi contro le giovani donne per “hijab improprio”, accusandole di non coprire sufficientemente i capelli o altre parti del corpo. Fu questa fase di repressione che tolse la vita a Mahsa Amini.

Alcuni credono che il regime potrebbe allentare i regolamenti sull’hijab ed evolversi verso una dittatura militare più “normale” sotto il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. La subordinazione di genere è stata intessuta nella fibra di questo regime sin dal 1979. Il leader supremo Khamenei, che ha ricoperto la carica dal 1989, è in condizioni di salute in declino, il che rappresenta anche una crisi per il regime. Se i funzionari che orchestrano l’attuale repressione sono riluttanti a perseguire una completa repressione, come ha rivelato il recente hacking della comunicazione statale, è perché non vogliono essere lasciati con le mani in mano quando la nuova leadership salirà al potere, nel caso in cui quella leadership sia desiderosi di usare funzionari particolarmente odiosi come capri espiatori mentre affermano, per quanto fraudolentemente, che una nuova era comporterà un maggiore ascolto del popolo.

Oltre a irritarsi per le restrizioni religiose, gli iraniani della classe media e operaia hanno visto il loro tenore di vita calare drasticamente negli ultimi dieci anni. Il paese ha affrontato prezzi e costi delle case alle stelle e un’elevata disoccupazione. All’inizio di ottobre, i gruppi sindacali, compresi alcuni nel settore petrolifero strategico, avevano iniziato ad assumere un ruolo di primo piano nelle proteste. All’inizio del ventunesimo secolo, gli alti prezzi del petrolio permisero brevemente al governo di spendere di più per i programmi sociali interni. Negli ultimi anni, tuttavia, il crescente consumo interno, l’invecchiamento degli impianti di produzione e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno limitato la capacità dell’Iran di esportare petrolio. Inoltre, le spese statali finanziate dal petrolio hanno contribuito poco allo sviluppo economico, per non parlare della creazione di posti di lavoro.

Le sanzioni statunitensi, reintrodotte durante la presidenza di Donald Trump, hanno notevolmente aumentato le sofferenze del popolo iraniano. Tuttavia, molti economisti iraniani vedono la corruzione e la cattiva gestione come fattori più importanti nella crisi economica dell’Iran. Molti credono che la sofferenza del popolo iraniano derivi in ​​gran parte dalla politica estera aggressiva del “complesso militare-industriale-teocratico” guidato dalle Guardie Rivoluzionarie e da Khamenei. In cambio del sostegno politico, lo Stato ha assegnato grossi contratti alle Guardie Rivoluzionarie e alle milizie paramilitari Basij che sovrintende. Le Guardie e le loro milizie sono direttamente coinvolte nel sostenere alleati sgradevoli, incluso il regime omicida di Assad in Siria, e nella costruzione di droni e missili balistici che vengono inviati per assistere Putin nell’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2020, circa l’80% dell’economia iraniana (comprese le industrie del petrolio e del gas) era sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie. Sono diventati il ​​principale datore di lavoro del paese. Alcuni sostengono che le Guardie detengano il vero potere in Iran, anche se sotto la guida nominale di Khamenei.

C’è un’accesa discussione in corso nei circoli della diaspora iraniana su come chiamare l’attuale rivolta. Alcuni l’hanno definita una rivoluzione femminista; altri hanno sostenuto che il termine “rivoluzione” è inappropriato. Eppure la situazione è fluida. Alla fine di ottobre, il Parlamento ha votato per concedere alle forze di sicurezza un aumento salariale del 20%, apparentemente per mantenerle motivate tra le preoccupazioni che i soldati potrebbero essere riluttanti ad aprire il fuoco su giovani studenti, alcuni dei quali sarebbero figli di membri delle Guardie Rivoluzionarie e dei veterani della guerra Iran-Iraq. Ci sono anche voci secondo cui i militari si sono avvicinati a Khamenei e hanno chiesto un compromesso riportando indietro i riformisti che sono stati espulsi dal potere, tra cui il presidente Mohammad Khatami (1997-2005) e Mir-Hossein Mousavi, il vero vincitore delle elezioni presidenziali del 2009 . Mousavi, insieme alla moglie, la femminista musulmana Zahra Rahnavard, e l’altro candidato alla presidenza riformista del 2009, il religioso Mehdi Karroubi, sono agli arresti domiciliari da quasi tredici anni.

Resta da vedere se i manifestanti accetterebbero un governo islamista un po’ più tollerante. Ma con ogni decennio che è passato dal 1979, la società iraniana si è avvicinata sempre di più a un punto di rottura. Dopo la rivoluzione, l’Iran ha assistito a drammatici cambiamenti negli atteggiamenti nei confronti del sesso, del matrimonio e della procreazione, cambiamenti che minacciano il tessuto ideologico di un regime che ha costruito la sua legittimità sulla segregazione di genere e afferma di valorizzare la famiglia, la devozione e le vecchie nozioni di giustizia e moralità. Ma la lotta contro l’apartheid di genere in Iran risale a più di un secolo fa, molto prima della Repubblica islamica.

Opposizione alla segregazione di genere: il filo rosso dei moderni movimenti sociali iraniani

Il primo grande movimento sociale nell’Iran moderno, il movimento messianico Babi, iniziò a metà del diciannovesimo secolo. Tra gli obiettivi del movimento c’era la fine di molti rituali sciiti che erano alla base delle gerarchie sociali e di genere nella società iraniana, tra cui il velo obbligatorio e la segregazione di genere. Questi problemi sono stati al centro dei moderni movimenti sociali iraniani fin dall’inizio.

L’Islam, specialmente nella sua forma sciita iraniana, è una religione “attenta all’inquinamento”, molto simile allo zoroastrismo, al giudaismo e all’induismo. In queste religioni, gli orifizi da cui fuoriescono sangue, seme e urina sono particolarmente custoditi perché sono punti di ingresso attraverso i quali le impurità potrebbero entrare nel corpo. Le donne sono viste come la porta di ingresso della comunità, e il loro accesso agli spazi pubblici e il controllo del proprio corpo sono visti come minacce per l’intera società, poiché la loro esposizione potrebbe consentire alle impurità (fisiche e morali) di infiltrarsi nella famiglia. Nell’Iran sciita del diciannovesimo secolo (come nelle comunità ebraiche ortodosse e zoroastriane), le funzioni sessuali e riproduttive di una donna trasformavano il suo corpo in un luogo conteso di potenziale e reale contaminazione rituale. Non sorprende quindi che il leader più importante del movimento Babi fosse una donna di nome Qurrat al-Ayn, che con un atto radicale si è pubblicamente svelata. In parte a causa della sua presentazione, c’è stata una reazione contro il movimento e le sue richieste. La corte reale e gli alti chierici ordinarono il massacro dei Babis, a cominciare dai suoi capi, tra cui Qurraat al-Ayn, che morì nel 1852.

La posizione delle donne iraniane non era migliorata all’inizio del ventesimo secolo. Le donne iraniane erano molto indietro rispetto agli sciiti azeri del Caucaso meridionale (che vissero sotto il colonialismo russo) e ai musulmani sunniti dell’Impero ottomano. Nel Caucaso meridionale, le donne musulmane della classe media e alta ricevevano un’istruzione e i filantropi musulmani erano impegnati a costruire sontuose scuole per ragazze. In Turchia le cose andarono ancora più avanti: la prima scuola di medicina per ostetriche era stata aperta nel 1842, la prima scuola secondaria per ragazze fu istituita nel 1861 e la prima scuola di formazione per insegnanti per donne fu fondata nel 1870. Nessuna scuola per ragazze musulmane in Iran, principalmente a causa della radicata opposizione del clero sciita.

Questa situazione è cambiata radicalmente con la rivoluzione costituzionale iraniana del 1906, che ha portato il paese a una democrazia parlamentare in stile europeo, una costituzione modellata sulla costituzione belga del 1831 e una carta dei diritti progressista. Tra i rivoluzionari c’erano socialisti – prevalentemente socialdemocratici di origine iraniana provenienti da Tiflis (ora conosciuta come Tbilisi, la capitale della Georgia) e Baku (ora capitale dell’Azerbaigian) – che incoraggiarono la formazione di organizzazioni di base conosciute come anjomans, modellate sui soviet della rivoluzione russa del 1905 e ha promosso idee progressiste come aumentare l’accesso delle donne all’istruzione e alla sfera pubblica. Le donne d’élite formavano anjomans femminili così come scuole, cliniche, orfanotrofi e home theater.

I religiosi di alto livello erano indignati da questi sviluppi. Etichettarono i costituzionalisti progressisti come “atei” e avvertirono che presto le donne musulmane avrebbero indossato pantaloni e avrebbero sposato uomini non musulmani. Ma una generazione di giornalisti uomini, deputati parlamentari e poeti sostenne le attività delle donne, e i costituzionalisti furono capaci di mettere da parte l’opposizione del clero conservatore per un certo periodo. La rivoluzione giunse a una fine tragica e brusca nel 1911, quando la Russia occupò il paese in collusione con la Gran Bretagna.

L’ascesa della dinastia Pahlavi, nel 1925, coincise con una nuova era di politica di genere e sessuale, insieme all’emergere di una classe media più istruita. Gli obiettivi gemelli dei costituzionalisti erano stati la democrazia e la modernità. Sotto Reza Shah Pahlavi, che regnò dal 1925 al 1941, non riuscirono a raggiungere il primo, ma gli prestarono il loro sostegno per raggiungere il secondo. Lo scià attuò una serie di riforme di modernizzazione. Il suo sostegno alle scienze minò i chierici quando divenne chiaro che molti rituali religiosi, come il ghusl (immersione rituale nei bagni pubblici), diffondevano malattie. Le sue riforme educative e legali posero fine alla segregazione formale e alla discriminazione contro minoranze religiose come zoroastriani, bahá’í, ebrei, cristiani e musulmani sunniti. Allo stesso tempo, supervisionò una nuova forma di nazionalismo imposto dallo stato, in contrasto con il nazionalismo democratico di base della Rivoluzione costituzionale. Il persiano fu dichiarato lingua ufficiale dello stato, anche se era la prima lingua solo di una risicata maggioranza della popolazione. Reza Shah inoltre tentò di limitare il dissenso trasferendo con la forza alcune popolazioni etniche per impedire le assemblee che potessero evolvere in una resistenza politica organizzata. Le popolazioni di lingua sciita e persiana venivano spesso inviate nelle aree di lingua sunnita e turca per contrastare la minaccia dei movimenti etnici separatisti.

La più controversa delle riforme di Reza Shah fu lo svelamento obbligatorio delle donne, istituito nel 1936. La reazione del pubblico fu mista. Molti membri della nuova classe media (come insegnanti e farmacisti) accettarono il cambiamento e iniziarono ad apparire in pubblico con mogli e figlie senza velo. Ma i membri della classe media più tradizionale, come chierici e mercanti, indietreggiarono e non lasciarono che le loro mogli uscissero di casa. Indipendentemente dall’opposizione, le donne senza velo presto apparvero in pubblico in gran numero, mentre si recavano a scuola, nelle organizzazioni femminili e in varie professioni. L’altra importante riforma di genere del regime di Pahlavi è stata la fine della pratica del concubinato maschile (una tradizione che risale all’era preislamica) e l’ostracismo di tutte le forme di omosessualità.

Nel 1941 gli Alleati occuparono l’Iran. Reza Shah, che tendeva alla neutralità a causa del grande volume di scambi commerciali dell’Iran con la Germania nazista, accettò di abdicare in cambio della salita al trono del figlio di ventidue anni, Muhammad Reza Shah Pahlavi. Sebbene la legge marziale fosse stata presto imposta e le forze alleate fossero rimaste in Iran per tutta la seconda guerra mondiale, lo stato autoritario fu minato, inaugurando il caos ma anche una nuova era di libertà politica e richieste di responsabilità. Per la prima volta dalla Rivoluzione costituzionale, emersero una stampa relativamente libera, sindacati e vari partiti politici. I nazionalisti liberali fecero rivivere l’eredità dell’era costituzionale e si batterono per le riforme politiche e la democrazia. Sostenuto dall’Unione Sovietica, il partito comunista Tudeh ottenne un ampio ed entusiastico sostegno tra i giovani, sia studenti che lavoratori. Questo nonostante il fatto che la prima generazione di comunisti iraniani, guidati da Avetis Sultanzade, fosse stata assassinata dal regime di Stalin nel 1938.

Insieme ai socialdemocratici, i Tudeh contribuirono a promuovere un senso di cameratismo senza precedenti tra diversi gruppi sociali ed etnici. Le organizzazioni di sinistra erano più tolleranti nei confronti delle minoranze etniche e religiose e contribuirono ad abbattere molte vecchie gerarchie di status e genere. Una nuova generazione di giovani donne urbane, molte delle quali studentesse delle scuole superiori provenienti da una varietà di contesti religiosi, aderirono a vari partiti politici e fecero una campagna per il suffragio, il diritto all’elezione alla carica, il diritto al lavoro e all’assistenza all’infanzia. Il velo meno rigoroso in pubblico tornò tra le tradizionali comunità della classe media urbana, ma la stragrande maggioranza delle donne della classe media più moderna rimase senza velo. La sostanziale rottura della segregazione sia religiosa che di genere a Teheran e in altre grandi città fece solo infuriare ulteriormente gli iraniani religiosi più tradizionalisti.

Nel 1951, il parlamento iraniano votò per nazionalizzare l’industria petrolifera di proprietà britannica del paese, rendendo l’Iran la prima nazione del Medio Oriente a farlo. Due anni dopo, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rovesciarono congiuntamente il primo ministro nazionalista democraticamente eletto Mohammad Mosaddeq (1951-1953) e riportarono in vita il docile giovane monarca Mohammad Reza Shah Pahlavi, che era fuggito brevemente dal paese. Le potenze imperialiste estromisero Mosaddeq in parte sfruttando le differenze all’interno della sua stessa coalizione su questioni sociali e culturali. Negli anni cruciali del 1951 e del 1952, il suffragio femminile divise il movimento nazionalista. La questione fu un fattore che contribuì allo scioglimento della coalizione nazionalista all’inizio del 1953, che facilitò il colpo di stato orchestrato dalla CIA e dall’intelligence britannica.

L’Iran intraprese ancora una volta un’agenda di modernizzazione autoritaria, comprese le riforme di genere, che il governo utilizzò per segnalare il suo impegno nei confronti delle norme occidentali. Sebbene i progetti di riforma di Mohammad Reza Shah Pahlavi avessero una portata limitata in termini di numero di persone che effettivamente adottarono uno stile di vita “moderno”, ebbero un impatto simbolico considerevole: immagini di modernizzazione permearono nuovi spazi pubblici, inclusi giornali, televisione, cinema, cartelloni pubblicitari, industria della moda e riviste popolari. Molte case urbane avevano un televisore alla fine degli anni ’60; andare al cinema era una forma popolare di intrattenimento. Immagini di donne in abiti succinti e gesti provocatori riempirono i media. L’industria pubblicitaria diffuse immagini di ideali e stili di vita di bellezza occidentali e le riviste pubblicarono cartoni animati con donne seminude. Non furono solo i religiosi tradizionalisti a disapprovare questi sviluppi, ma anche la maggior parte della sinistra e dei nazionalisti laici, soprattutto da quando il regime pubblicizzò questi cambiamenti nei ruoli di genere come indicazioni della crescente vicinanza dell’Iran all’Occidente. Di conseguenza, l’ostilità verso le nuove norme di genere divenne un fattore chiave nel cementare un’alleanza politica che sarebbe stata impensabile durante la prima metà del ventesimo secolo: una tenue coalizione “rosso-nera” anti-shah di sinistra antimperialista, nazionalisti e islamisti conservatori.

Fin dalla Rivoluzione costituzionale del 1906, i sostenitori della modernità avevano spinto per i diritti delle donne promettendo implicitamente che dare alle donne nuovi diritti e opportunità non avrebbe interferito con il loro soddisfacimento delle aspettative tradizionali. Sarebbero rimaste figlie rispettose, mogli fedeli e madri altruiste, anche se avessero assunto un ruolo più pubblico nella società. Da questo punto di vista, l’educazione delle donne sarebbe andata a beneficio dell’intera nazione. Negli anni ’60, tuttavia, una nuova generazione di donne assertive che lavoravano all’interno del parlamento, della burocrazia governativa, del sistema legale e delle università iniziò a minare questa idea. Sotto l’impatto del femminismo occidentale della seconda ondata, le moderne donne iraniane urbane rivendicarono nuovi diritti legali, economici e individuali, compresi più diritti nel matrimonio. Infransero anche vecchi tabù sessuali. Le poesie di Forough Farrokhzad, una brillante poetessa e regista femminista che aveva lasciato il marito per un altro uomo e perso la custodia del suo unico figlio, divennero gli inni di questa nuova generazione. Il suo lavoro scioccò i lettori con i suoi messaggi emotivamente e sessualmente provocatori. La poesia “Peccato”, ad esempio, inizia:

Ho peccato un peccato pieno di piacere, in un abbraccio caldo e ardente.
Peccai circondata da braccia calde e vendicatrici e ferree.

La pubblicazione di “Peccato” creò scandalo nei seminari religiosi e nella città di Qom, dove religiosi e loro sostenitori chiesero il divieto delle opere di Farrokhzad. Ancora più oltraggiosa fu un’altra poesia, “Prigioniera”, in cui la narratrice ammette di avere una relazione mentre è sposata e ha un figlio. Si paragona a un uccello in gabbia:

Penso a questo sapendo che non sarò mai in grado di sfuggire a questa situazione,
perché anche se il custode dovesse lasciarmi andare, ho perso tutte le mie forze per il volo.
Ogni mattina di sole un bambino, dietro le sbarre, mi guarda sorridendo
Quando comincio a cantare la mia canzone di gioia, le sue labbra formano i baci che porta per me.

Le violazioni del pudore femminile, come le immagini di giovani donne iraniane nelle riviste femminili popolari e la poesia di Farrokhzad, ruppero il contratto sociale sul genere e galvanizzarono una reazione contro i costumi sessuali occidentali, il femminismo occidentale e, presto, anche il moderno movimento per i diritti dei gay.

Non molto tempo dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha istituito un drammatico capovolgimento dei diritti delle donne. Lo stato fece rivivere le convenzioni sociali premoderne, come il velo obbligatorio, il divorzio facile per gli uomini, i matrimoni precoci e la poligamia, ma le fece rispettare attraverso forme moderne di sorveglianza e controllo. Le donne accusate di velo improprio venivano frustate e quelle accusate di sesso prematrimoniale o extraconiugale venivano imprigionate o, in alcuni casi, lapidate a morte, e gli uomini nelle moderne relazioni gay venivano severamente puniti e persino giustiziati.

Esistevano leggi aspramente misogine accanto a programmi sociali ed economici populisti che inizialmente avvantaggiavano i poveri urbani e rurali, comprese le donne. Negli anni ’90, tuttavia, le politiche di privatizzazione hanno ampliato il divario di ricchezza. Dopo aver inizialmente incoraggiato le politiche pronataliste nei primi anni ’80, il regime ha invertito la rotta e ha istituito un programma popolare e completo di pianificazione familiare. Questo periodo, dalla fine degli anni ’80 all’inizio degli anni 2000, divenne noto come l’era dei pragmatici (sostenitori della liberalizzazione economica), seguiti dai riformisti (sostenitori della liberalizzazione culturale). Poiché questi programmi di pianificazione familiare sono stati offerti in nome dell’Islam, molte pie famiglie hanno ceduto e li hanno abbracciati. I risultati, insieme a una campagna di alfabetizzazione che ha preso di mira le donne rurali, hanno portato a una drastica transizione demografica. Il tasso di fertilità complessivo è sceso da 6,4 nascite per donna nel 1984 a 1,8 nel 2010 e si è stabilizzato a 2,1 nel 2022. La Divisione per la popolazione delle Nazioni Unite ha rilevato che nei periodi che vanno dal 1975 al 1980 e dal 2005 al 2010, l’Iran ha registrato le variazioni percentuali al ribasso più marcate nel tassi di fertilità di qualsiasi paese del mondo. Collegato a questo declino è stato un aumento sostanziale dell’età del primo matrimonio sia per le donne che per gli uomini. Il numero dei matrimoni formali è diminuito, mentre sono aumentati i matrimoni temporanei sanciti religiosamente (un’antica forma di concubinato, in cui il sesso è solitamente scambiato con denaro) e, gradualmente, una forma più moderna di convivenza nota come “matrimonio bianco”.

Come risultato dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione, della vaccinazione, di una migliore igiene e dell’adozione di tecnologie contraccettive, l’istituzione del matrimonio ha subito un profondo cambiamento in Iran, proprio come in Occidente. Il matrimonio è diventato meno incentrato sulla procreazione e le richieste delle donne di intimità emotiva e sessuale sono aumentate. Nuove forme di eterosessualità normativa furono stabilite quando il sesso reciprocamente piacevole e l’amore romantico nel matrimonio divennero importanti. Anche il sesso al di fuori del matrimonio è diventato più accettabile. Man mano che le donne diventavano più assertive sessualmente, diventavano anche meno tolleranti nei confronti delle relazioni extraconiugali degli uomini, sia eterosessuali che omosessuali, e meno tolleranti nei confronti dell’intrusione dello stato nelle loro vite personali. Anche i tassi di divorzio sono aumentati.

Le relazioni di genere hanno continuato a cambiare nonostante tutti i tentativi dello Stato islamista di tornare indietro nel tempo. I giovani uomini e donne rurali reclutati nelle forze del regime iniziarono presto a contrarre matrimoni di compagnia benedetti dal regime, piuttosto che organizzati dalle loro famiglie. Nel secondo decennio del ventunesimo secolo, i matrimoni combinati ei matrimoni rigorosamente all’interno di gruppi di parentela non erano più la norma, nemmeno nelle comunità tribali e rurali. Le donne si aspettavano intimità, spontaneità e un maggior grado di vicinanza emotiva e sessuale. Inoltre, con l’aumentare dell’età media del matrimonio per le ragazze, gli appuntamenti sono diventati una parte più accettata della vita.

Oggi l’Iran rimane una terra di profonde contraddizioni non solo in politica ma anche in amore, sesso e matrimonio. Sebbene la partecipazione delle donne all’economia formale sia molto bassa, esse sono fortemente coinvolte nell’economia informale. Molte hanno diversi lavori part-time e sostengono finanziariamente le loro famiglie. Un numero significativo di donne urbane ha anche scelto di rimanere single o, se divorziate o vedove, di non risposarsi. Eppure i libri di testo scolastici rimangono profondamente conservatori, ritraendo le donne principalmente come mogli e madri. I giovani si frequentano online e molte donne urbane praticano sesso prematrimoniale. Ma quando una relazione non finisce con il matrimonio, le donne spesso si sottopongono all’imenoplastica prima di sposarsi con un partner maschio disponibile e più tradizionale che si aspetta che sua moglie sia vergine. Le coppie scelgono sempre più di convivere in “matrimoni bianchi” invece di contrarre matrimonio legale. Allo stesso tempo, leggi anacronistiche continuano a vietare l’intimità tra uomini e donne non imparentati.

Tutti questi fattori hanno spianato la strada alle grandi e persistenti proteste a cui stiamo assistendo oggi in Iran. Le donne iraniane hanno fatto parte di tutte le principali proteste sociali dal secondo decennio della Repubblica islamica e, negli ultimi anni, sono state spesso in prima linea in queste proteste. Le donne hanno combattuto a fianco o addirittura di fronte agli uomini per i loro obiettivi comuni, come l’istruzione, il lavoro ei diritti umani, ma anche specificamente per i diritti delle donne. Hanno assunto ruoli di leadership nelle proteste nazionali di massa e hanno iniettato preoccupazioni femministe in più ampie lamentele sociali ed economiche. I partecipanti a queste proteste sociali hanno incluso un gran numero della classe operaia iraniana, donne e uomini, per lo più giovani, insieme a membri di varie minoranze nazionali emarginate – arabi, curdi, baluchi, lur e azeri – e minoranze religiose perseguitate, come bahá’í e sufi.

Le donne hanno partecipato in modo significativo all’immenso Movimento Verde del 2009, uno sfogo spontaneo contro le elezioni presidenziali truccate nel giugno di quell’anno. Le proteste sono scoppiate quando il presidente Mahmoud Ahmadinejad, che, secondo i sondaggi, avrebbe dovuto perdere le elezioni, è stato dichiarato vincitore di un incredibile 62% dei voti espressi. Milioni di persone sono scese in piazza, chiedendo: “Dov’è il mio voto?” Il giornalista del New York Times Roger Cohen, che all’epoca si trovava a Teheran, scrisse: “Le donne iraniane sono all’avanguardia. Da giorni le vedo incitare gli uomini meno coraggiosi. Le ho viste picchiate e tornare nella mischia”.

Le donne sono state anche le principali partecipanti alle proteste di massa dal dicembre 2017 al gennaio 2018. I manifestanti hanno protestato contro l’elevata inflazione e la corruzione del governo e hanno chiesto la fine della Repubblica islamica e dei suoi interventi all’estero. I manifestanti hanno persino gridato: “Morte a Khamenei”. Migliaia di persone, tra cui molte donne, arabi iraniani e curdi, sono state arrestate dalle forze di sicurezza.

Una seconda ondata di proteste di massa è emersa nel novembre 2019, quando più di 200.000 persone sono scese in piazza dopo che il prezzo della benzina è aumentato del 50% e il paese ha subito una drastica penuria d’acqua causata da una combinazione di cambiamento climatico e rapaci politiche del capitalismo di stato. Ancora una volta, una protesta apparentemente economica si è trasformata in una protesta politica che ha colmato il divario tra i poveri urbani e quelli che il sociologo Asef Bayat ha definito i “poveri della classe media”, cioè, giovani altamente istruiti che non possono raggiungere i livelli base di una vita borghese. Queste proteste furono violentemente represse. Secondo Amnesty International oltre 1500 persone sono state assassinate dalle Guardie Rivoluzionarie nella provincia meridionale del Khuzestan, ricca di petrolio. Come ha scritto Houshyar Dehghani sul quotidiano online Radio Zamaneh, le donne erano chiaramente alla guida di queste proteste:

Le donne sono in prima linea nelle proteste. Sono loro che si oppongono alle Guardie [rivoluzionarie] e si rifiutano di fuggire, incoraggiano il popolo a resistere, discutono con le forze oppressive ,stare davanti alle armi degli uomini in borghese e cantare slogan, per cui la folla si unisce a loro. Sono le donne che scattano foto e video, e quando le [guardie] cercano di arrestare qualcuno, sono le donne che le affrontano e cercano di salvare la persona arrestata. I media statali li hanno definiti sospetti e agenti di potenze straniere. . . . Le forze in borghese hanno usato la violenza sessuale per spaventare le donne e per respingerle nelle loro case. Ma l’influenza di tali tabù e pratiche culturali, che sono alla radice della Repubblica islamica, sta svanendo. Quando qualcuno, dopo aver assistito al massacro di 1500 persone, ha il coraggio di opporsi alle forze dell’ordine, la molestia sessuale è un’arma debole.

Le donne sono state anche organizzatrici e leader di sforzi sociali come la Campagna per il rilascio dei prigionieri politici, la Campagna per sradicare la lapidazione e le esecuzioni, la Campagna per la riforma ambientale, la Campagna delle madri per la pace e la Campagna per protestare contro lo stupro e la tortura di Prigionieri politici. Più recentemente, le femministe iraniane hanno avviato una campagna #MeToo, parlando di molestie sessuali, abusi, aggressioni e stupri, e hanno citato uomini influenti nelle loro accuse, inclusi potenti comandanti della Guardia rivoluzionaria, religiosi e intellettuali.

Hanno anche lanciato un movimento per porre fine al velo obbligatorio. Nel 2014, Masih Alinejad, un giornalista che vive in esilio, ha lanciato un gruppo su Facebook chiamato My Stealthy Freedom. Ha invitato le donne iraniane a pubblicare foto di se stesse senza hijab. Centinaia di donne hanno pubblicato immagini e la pagina ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Le donne hanno persino partecipato dall’interno dell’Iran, nonostante l’enorme pericolo personale per se stesse e le loro famiglie. Il 27 dicembre 2017, una giovane donna di nome Vida Movahed è stata arrestata quando ha legato il suo hijab a un bastone, si è messa in cima a una cabina di servizio nell’affollata Revolution Avenue a Teheran e l’ha agitata davanti alla folla, diventando un’icona per il proteste. Dozzine si sono impegnate in simili atti di sfida e sono state spesso arrestate.

2022: un cambiamento irrevocabile nelle relazioni di genere?

I sondaggi hanno dimostrato che la maggior parte degli iraniani crede che indossare l’hijab dovrebbe essere volontario. Ma il regime ha raddoppiato le sue politiche. Nel tentativo di respingere le donne in una vita di matrimonio e figli multipli, nell’autunno del 2021 sono state adottate norme draconiane sull’aborto e sul controllo delle nascite, cose che la società iraniana non ha mai visto. Il controllo delle nascite non è più disponibile in tutto l’Iran senza prescrizione medica e le donne incinte sono monitorate dallo stato per assicurarsi che portino a termine la gravidanza. Nel luglio 2022, il presidente Raisi ha deciso di far rispettare severamente le leggi sull’hijab, che gradualmente erano state osservate molto meno rigorosamente. Queste politiche, chiaramente fuorviate persino dagli stessi standard del governo, potrebbero ora abbatterlo.

Le preoccupazioni per la purezza avevano, fino a tempi relativamente recenti, impedito alle donne di partecipare pienamente ai movimenti sociali per paura di essere chiamate “disonorevoli” o “immorali”. Ma in un mondo in cui il sesso prematrimoniale sta diventando molto più comune, tali etichette non hanno più il potere che avevano una volta. Oggi le donne iraniane combattono la polizia sia con il cervello che con il corpo. Gli uomini sono ormai abituati a vedere le donne come leader delle campagne sociali, e le donne usano le arti marziali per combattere la polizia nelle strade. Le proteste di oggi sono il culmine di quasi due secoli di lotta per i diritti civili delle donne iraniane e delle minoranze etniche e religiose.

Il regime iraniano comprende il potere sempre crescente del centenario movimento delle donne, in particolare ora che si è unito alle proteste per i rancori economici ed etnici. Il governo ha usato una miriade di strategie per soffocarlo. Le attiviste vengono picchiate, accecate da colpi di pistola sparati negli occhi, impedite di cercare cure mediche negli ospedali, arrestate e gettate in prigione, dove, secondo un recente rapporto della CNN, sia giovani donne che uomini vengono torturate e violentate. Dall’ultima ondata di proteste iniziata a settembre, il regime ha ucciso circa 500 persone e arrestato più di 18.000 persone, molte delle quali bambini. I giornalisti vengono arrestati per aver riferito di eventi e le principali testate giornalistiche non possono coprire le manifestazioni o vengono chiuse del tutto. Le organizzazioni che forniscono piattaforme agli attivisti ricevono minacciosi avvertimenti e i siti web associati al movimento vengono regolarmente chiusi. Non possiamo sapere cosa accadrà a seguito di questa repressione, ma possiamo affermare con assoluta certezza che le donne iraniane continueranno ad andare avanti. Come un possente fiume bloccato da giganteschi massi, il movimento trova continuamente un nuovo percorso, a volte in modi del tutto imprevisti.

Nel secolo scorso, le donne iraniane hanno realizzato cambiamenti epocali. Hanno conquistato il diritto all’istruzione e all’accesso agli spazi pubblici; hanno costantemente combattuto le normative imposte dallo stato su ciò che potevano o non potevano indossare; hanno ottenuto il diritto di lavorare fuori casa, di votare e di ricoprire cariche; e hanno chiesto sempre più matrimoni più basati sull’affetto, amicizia e gratificazione sessuale e il diritto di lasciare quelli violenti. Le donne hanno risposto positivamente alle misure di controllo delle nascite istituite alla fine degli anni ’80. Hanno preso il controllo del proprio corpo, riducendo il numero di gravidanze o scegliendo di non avere figli. Le donne sono diventate scienziate, ingegnere, accademiche, giornaliste, avvocate, atlete, registe, attrici e scrittrici di alto livello che hanno lottato instancabilmente per i diritti delle donne. Hanno scatenato un nuovo genere di letteratura femminista e sono diventate alcune dei più importanti editori, registi e artisti degli ultimi decenni. Le femministe di lingua persiana continuano a stringere legami di solidarietà con le loro compatriote curde, azere, baluce e arabe e con le appartenenti alle minoranze religiose sunnite e bahá’í, e sono state in prima linea nel movimento di solidarietà con le donne afghane. Nel processo, le sostenitrici iraniane dei diritti delle donne hanno infranto secolari tabù e rituali sessuali e di genere, guadagnandosi anche un enorme rispetto da un’ampia fascia della società. Femministe iraniane come Shirin Ebadi, Nasrin Sotoudeh e Narges Mohammadi sono state riconosciute nella comunità internazionale come coraggiose pioniere e apripista di una società più democratica in Iran. e artisti degli ultimi decenni.

La rivolta del 2022 costituisce già una straordinaria vittoria, non importa come finirà; l’Iran è già cambiato irrevocabilmente. L’attuale confluenza dei movimenti per i diritti delle donne, dei diritti civili e dei diritti delle minoranze, unita al sostegno della popolazione generale, sia della classe media che di quella operaia, ha portato l’Iran sul punto di pronunciare una condanna a morte per il regime teocratico che ha governato per più di quattro decenni.

………………….
* Janet Afary e Kevin B. Anderson sono docenti presso l’Università della California, Santa Barbara

Fonte: https://www.dissentmagazine.org/online_articles/women-life-freedom-iran-uprising-origins

Traduzione di Maurizio Acerbo

La sezione storica di questo saggio si basa sulle seguenti precedenti pubblicazioni degli autori:

Janet Afary. 1996. The Iranian Constitutional Revolution of 1906-11: Grassroots Democracy, Social Democracy, and the Origins of Feminism. New York: Columbia University Press.

Janet Afary. 2003. “Shi’ite Narratives of Karbala, Christian Rites of Penitence: Michel Foucault and the Culture of the Iranian Revolution, 1978-79,” Radical History Review, no. 86 (Spring): 7-36.

Janet Afary. 2009. Sexual Politics in Modern Iran. Cambridge University Press.

Janet Afary and Jesilyn Faust, eds. 2021. Iranian Romance in the Digital Age: From Arranged Marriage to White Marriage. London: Bloomsbury Press.

Janet Afary. 2022. “From Bedrooms to Streets: The Rise of a New Generation of Independent Iranian Women,” Freedom of Thought Journal 11 (Spring): 1-28. DOI: https://doi.org/10.53895/RGZG7213

Janet Afary and Kevin B. Anderson. 2005. Foucault and the Iranian Revolution: Gender and the Seductions of Islamism. Chicago: University of Chicago Press.

Roger Friedland, Janet Afary, Paolo Gardinali, and C. Naslund. 2016. “Love in the Middle East: The Contradictions of Romance in the Facebook World,” Critical Research on Religion 4:3, 229-258.

FONTE: http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2022/12/16/iran-le-origini-della-rivolta/

“Lost Paradise”: aggiornamenti del Prof. Joseph Tritto sulla ricerca per la creazione sintetica di virus e… vaccini (da Oval Media)

Per gentile concessione di Oval Media prroponiamo tre recenti interviste/lezioni del Prof. Joseph Tritto sugli ultimi sviluppi della ricerca intorno alla produzione di nuovi virus e di nuovi vaccini con diverse tecnologie di biologia sintetica difficilmente controllabili e che espongono a consistenti rischi per l’umanità.

Il Prof. Tritto comunica anche che l’esposto presentato alla UE per chiedere una regolamentazione globale per regolarizzare questo tipo di ricerca è stato acquisito e dovrebbe iniziare il suo percorso di valutazione.

Su cambiailmondo.org abbiamo già pubblicato due interventi molto interessanti del Prof. Joseph Tritto che richiamiamo di seguito: Il primo è del 24 febbraio 2022, il secondo del 3 agosto del 2022.

La guerra senza combattere: Intervista con Joseph Tritto, presidente della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

I temi dei tre video che seguono sono:

  • L’esperimento di Boston
  • Vaccini Chimerici
  • L’origine di Omicron

Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero, principalmente a Parigi, Londra e New York. Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra. Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India. Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: https://www.oval.media/it/home-italiano/

Oskar Lafontaine, su guerra in Ucraina, Usa, Germania, Europa: “L’Europa paga il prezzo della codardia dei suoi stessi leader”

di Moritz Enders (da Deutsche Wirtschaftsnachrichten)

Interista esclusiva di Deutsche Wirtschaftsnachrichten ad Oscar Lafontaine

Oskar Lafontaine sul declino economico della Germania e sulla guerra per procura tra Nato e Russia in Ucraina. (Foto: dpa)

Deutsche Wirtschaftsnachrichten parla con Oskar Lafontaine del declino economico della Germania, della guerra per procura tra Russia e Nato in Ucraina e del perché chiede il ritiro delle truppe americane dalla Germania.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Cosa succede ora che i gasdotti Nordstream 1 e Nordstream 2 sono stati fatti saltare?

Oskar Lafontaine: L’esplosione dei due gasdotti è una dichiarazione di guerra alla Germania ed è patetico e vile che il governo tedesco voglia nascondere l’incidente sotto il tappeto. Dice di sapere qualcosa, ma non può dirlo per motivi di sicurezza nazionale. I passeri lo fischiano dai tetti da molto tempo: Gli Stati Uniti hanno eseguito direttamente l’attacco o almeno hanno dato il via libera. Senza la conoscenza e l’approvazione di Washington, non sarebbe stato possibile distruggere gli oleodotti, che costituiscono un attacco al nostro Paese, colpiscono la nostra economia nel profondo e vanno contro i nostri interessi geostrategici. È stato un atto ostile contro la Repubblica Federale – non solo contro di essa, ma anche – che chiarisce ancora una volta che dobbiamo liberarci dalla tutela degli americani.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Nel suo nuovo libro “Ami, è ora di andare!” lei chiede il ritiro delle truppe americane dalla Germania. Non è irrealistico?

Oskar Lafontaine: Naturalmente non accadrà da un giorno all’altro, ma l’obiettivo deve essere chiaro: Il ritiro di tutte le strutture militari e delle armi nucleari statunitensi dalla Germania e la chiusura della base aerea di Ramstein. Dobbiamo lavorare con costanza verso questo obiettivo e allo stesso tempo costruire un’architettura di sicurezza europea, perché la NATO, guidata dagli Stati Uniti, è obsoleta, come ha riconosciuto nel frattempo anche il Presidente francese Emmanuel Macron. Questo perché la NATO ha smesso da tempo di essere un’alleanza difensiva, ma piuttosto uno strumento per rafforzare la pretesa degli Stati Uniti di rimanere l’unica potenza mondiale. In ogni caso, dovremmo formulare i nostri interessi, che non sono affatto congruenti con quelli degli Stati Uniti.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Lei dice che gli americani sono responsabili dell’esplosione degli oleodotti. Crede davvero che rinuncerebbero alla Germania senza combattere?

Oskar Lafontaine: No, sarà un po’ complicato, ma non vedo alternative. Se noi e gli altri Paesi europei resteremo sotto la tutela degli Stati Uniti, questi ci spingeranno verso il precipizio per proteggere i loro interessi. Dobbiamo quindi ampliare progressivamente il nostro raggio d’azione, preferibilmente insieme alla Francia. Come Peter Scholl-Latour, molti anni fa ho invocato un’alleanza franco-tedesca. A quel punto anche la difesa dei due Stati potrebbe essere integrata, come nucleo di un’Europa indipendente. Per usare un’espressione ormai trita e ritrita: stiamo vivendo le doglie della fase di transizione da un ordine mondiale unipolare a uno multipolare. E qui si pone la questione se prenderemo un posto indipendente in questo nuovo ordine mondiale o se ci lasceremo trascinare nei conflitti di Washington con Mosca e Pechino, come vassalli degli Stati Uniti. In questo processo possiamo solo perdere.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: È necessario approfondire l’argomento. L’influenza americana sulla politica e sui media tedeschi è immensa. Come pensate di guadagnare spazio di manovra?

Oskar Lafontaine: Ha funzionato sotto cancellieri come Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl e Gerhard Schröder. Almeno in alcuni conflitti avevano in mente gli interessi tedeschi e non li hanno gettati in mare per anticipata obbedienza. Quando si è a capo di un Paese, occorre anche una spina dorsale. L’immagine del Cancelliere Scholz in piedi come uno scolaretto accanto al Presidente degli Stati Uniti Biden quando ha annunciato che il Nordstream 2 non sarebbe stato realizzato è stata un’umiliazione. E a ciò si aggiungono il Ministro degli Esteri tedesco, che fa da pappagallo alla propaganda statunitense, e il Ministro dell’Economia, che vuole essere “la guida dei servitori”. Non si può essere più compiacenti di così.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: A che tipo di gioco giocano Baerbock e Habeck?

Oskar Lafontaine: Per quanto riguarda la signora Baerbock, vorrei intervenire in sua difesa. Non sta giocando. Probabilmente è davvero così sempliciotta. E Habeck ricopre un ruolo completamente fuori della sua portata.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Nel suo libro cita Machiavelli: “Non è colui che per primo prende le armi ad essere l’istigatore del disastro, ma colui che lo costringe”.  Si riferisce al conflitto in Ucraina?

Oskar Lafontaine: Naturalmente, mi riferisco anche al conflitto ucraino, iniziato con il colpo di stato del Maidan di Kiev nel 2014. Da allora, gli Stati Uniti e i loro vassalli occidentali armano l’Ucraina e la preparano sistematicamente alla guerra contro la Russia. In questo modo, l’Ucraina è diventata un membro de facto della NATO, anche se non de jure. Questa storia è stata deliberatamente ignorata dai politici occidentali e dai media mainstream.

Tuttavia, l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo è stata una violazione imperdonabile del diritto internazionale. Le persone muoiono ogni giorno e tutti, Mosca, Kiev o Washington, sono fortemente responsabili del fatto che non c’è ancora un cessate il fuoco. Per oltre 100 anni, l’obiettivo dichiarato della politica statunitense è stato quello di impedire a tutti i costi che l’industria e la tecnologia tedesche si fondessero con le materie prime russe. È assolutamente chiaro che abbiamo a che fare con una guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia, preparata da tempo. È imperdonabile che la SPD, in particolare, abbia tradito in questo modo l’eredità di Willy Brandt e la sua politica di distensione e non abbia nemmeno insistito seriamente sul rispetto dell’accordo di Minsk.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Quindi? Gli Stati Uniti hanno raggiunto i loro obiettivi di guerra?

Oskar Lafontaine: Sì e no. Per quanto riguarda il contenimento delle relazioni tra la Federazione Russa e l’UE, esse hanno avuto un grande successo. Sono anche riusciti a mettere fuori gioco, per il momento, l’UE e la Germania come potenziali rivali geostrategici ed economici. Ancor più che prima del conflitto ucraino, ora determinano le politiche degli Stati dell’UE, anche grazie ai politici compiacenti di Berlino e Bruxelles. Possono vendere il loro sporco gas da fracking e l’industria degli armamenti statunitense fa affari con le bombe.

D’altra parte, non sono riusciti a “rovinare la Russia”, come ha detto la signora Baerbock, uno dei loro portavoce, rovesciando Putin e installando un governo fantoccio a Mosca per ottenere un migliore accesso alle materie prime russe come ai tempi di Eltsin. E ho l’impressione che gli Stati Uniti si rendano conto che stanno mordendo il granito. Nonostante le massicce forniture di armi all’Ucraina e l’invio di numerosi “consiglieri militari”, la Russia, una potenza nucleare, non può essere sconfitta militarmente. Inoltre, le sanzioni occidentali si stanno rivelando un boomerang: stanno danneggiando gli Stati occidentali più della Russia e porteranno alla deindustrializzazione, alla disoccupazione e alla povertà. La popolazione attiva in Europa sta pagando il prezzo delle ambizioni di potere mondiale di un’élite impazzita di Washington e della codardia dei leader europei.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Quindi da qui in poi è tutto in discesa?

Oskar Lafontaine: Dobbiamo urgentemente garantire la fine del conflitto in Ucraina. E questo sarà possibile solo se gli Stati Uniti abbandoneranno il loro piano di mettere in ginocchio la Russia, prima di affrontare la Cina. Per questo è necessaria un’iniziativa europea, che deve partire da Francia e Germania.

Se non lo faremo, e se non troveremo presto un accordo con la Russia sulle importazioni di materie prime ed energia, l’economia della Germania e dell’Europa andrà a rotoli e i partiti di destra diventeranno sempre più forti in Europa.

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Oskar Lafontaine, nato a Saarlouis nel 1943, nella sua vita politica è stato sindaco di Saarbrücken, primo ministro del Saarland, presidente della SPD, candidato alla carica di cancelliere e ministro delle Finanze federale. Nel marzo 1999 si è dimesso da tutti i suoi precedenti incarichi politici nell’SPD a causa delle critiche espresse nei confronti della linea di governo di Gerhard Schröder. È stato il presidente fondatore del partito DIE LINKE, nato su sua iniziativa da PDS e Wahlalternative Arbeit & soziale Gerechtigkeit (WASG), presidente del gruppo parlamentare di sinistra nel Bundestag tedesco e candidato di punta nelle campagne elettorali per il parlamento del Saarland nel 2009, 2012 e 2017. Fino alle sue dimissioni dal partito nel marzo 2022, ha guidato il gruppo parlamentare di Die LINKE nel parlamento del Saarland dal 2009.

(Traduzione: cambiailmondo.org)


Oskar Lafontaine: „Europa zahlt den Preis für die Feigheit der eigenen Staatenlenker“

Die Deutschen Wirtschaftsnachrichten im Gespräch mit Oskar Lafontaine über den wirtschaftlichen Niedergang Deutschlands, den Stellvertreterkrieg zwischen Russland und der Nato in der Ukraine – und warum er den Abzug der amerikanischen Truppen aus Deutschland fordert.

di Moritz Enders

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Wie geht es weiter nach der Sprengung der Gaspipelines Nordstream 1 und Nordstream 2?

Oskar Lafontaine: Die Sprengung der beiden Gaspipelines ist eine Kriegserklärung an Deutschland und es ist erbärmlich und feige, dass die Bundesregierung den Vorfall unter den Teppich kehren will. Sie sagt, sie wisse zwar etwas, könne dies aber aus Gründen der nationalen Sicherheit nicht sagen. Die Spatzen pfeifen es doch auch längst schon von den Dächern: Die USA haben den Anschlag entweder direkt durchgeführt oder sie haben zumindest grünes Licht dafür gegeben. Ohne das Wissen und die Zustimmung Washingtons wäre die Zerstörung der Pipelines, die einen Angriff auf unser Land darstellen, unsere Wirtschaft ins Mark treffen und unseren geostrategischen Interessen zuwiderlaufen, nicht möglich gewesen. Es war ein feindseliger Akt gegen die Bundesrepublik – nicht nur gegen sie, aber auch – der einmal mehr deutlich macht, dass wir uns vor der Vormundschaft der Amerikaner befreien müssen.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: In Ihrem neuen Buch „Ami, it´s time to go!“ fordern Sie den Abzug amerikanischer Truppen aus Deutschland. Ist das nicht unrealistisch?

Oskar Lafontaine: Natürlich geht das nicht von heute auf morgen, aber das Ziel sollte klar sein: Der Abzug sämtlicher militärischen Einrichtungen und Atomwaffen der USA aus Deutschland und die Schließung der Ramstein Airbase. Darauf müssen wir beharrlich hinarbeiten und gleichzeitig eine europäische Sicherheitsarchitektur aufbauen, weil die von den Vereinigten Staaten geführte NATO, wie ja auch der französische Präsident Emmanuel Macron zwischenzeitlich richtig erkannt hatte, obsolet ist. Das liegt daran, dass die NATO schon längst kein Verteidigungsbündnis mehr ist, sondern ein Werkzeug zur Durchsetzung des Anspruchs der USA, die einzige Weltmacht zu bleiben. Wir sollten aber unserer eigenen Interessen formulieren und die sind mit denen der USA beileibe nicht deckungsgleich.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Sie sagen, die Amerikaner seien für die Sprengung der Pipelines verantwortlich. Glauben Sie da im Ernst, dass sie Deutschland kampflos aufgeben würden?

Oskar Lafontaine: Nein, das wird haarig, aber ich sehe dazu keine Alternative. Bleiben wir und die übrigen europäischen Länder weiter unter der Vormundschaft der USA, dann werden die uns über die Klippe schieben, um ihre eigenen Interessen zu wahren. Wir müssen also langsam unseren Spielraum erweitern, am besten zusammen mit Frankreich. Wie Peter Scholl-Latour habe ich schon vor vielen Jahren einen deutsch-französischen Bund gefordert. Dann könnte auch die Verteidigung der beiden Staaten integriert werden, als Keimzelle eines unabhängigen Europas. Um einen inzwischen abgedroschenen Ausdruck zu bemühen: Wir erleben die Geburtswehen der Übergangsphase von einer uni- zu einer multipolaren Weltordnung. Und hier erhebt sich die Frage, ob wir in dieser neuen Weltordnung einen eigenständigen Platz einnehmen oder uns als Vasallen der USA in die Konflikte Washingtons mit Moskau und Peking hineinziehen lassen. Wir können dabei nur verlieren.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Da müssen wir noch mal nachhaken. Der amerikanische Einfluss auf die deutsche Politik und die Medien ist doch unendlich groß. Wie wollen Sie sich da Spielraum erarbeiten?

Oskar Lafontaine: Unter Kanzlern wie Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl und Gerhard Schröder ging es doch auch. Die hatten zumindest in einigen Konflikten die deutschen Interessen im Blick und haben sie nicht in vorauseilendem Gehorsam über Bord geworfen. Man braucht eben auch Rückgrat, wenn man an der Spitze eines Landes steht. Das Bild von Bundeskanzler Scholz, der wie ein Schuljunge neben US- Präsident Biden stand, als dieser verkündete, aus Nordstream 2 werde nichts, war eine Demütigung. Und dazu noch die deutsche Außenministerin, die die US- Propaganda nachplappert und der Wirtschaftsminister, der „führend dienen“ will. Mehr Anbiederung geht nicht.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Was für ein Spiel spielen Baerbock und Habeck?

Oskar Lafontaine: Was Frau Baerbock anbelangt, so möchte ich sie in Schutz nehmen. Die spielt kein Spiel. Die ist vermutlich wirklich so einfältig. Und Habeck ist in seinem Amt komplett überfordert.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: In Ihrem Buch zitieren Sie Machiavelli: „Nicht wer zuerst zu den Waffen greift, ist Anstifter des Unheils, sondern wer dazu nötigt.“ Beziehen Sie das auf den Ukraine-Konflikt?

Oskar Lafontaine: Natürlich meine ich damit auch und vor allem den Ukraine-Konflikt, der spätestens mit dem Putsch auf dem Kiewer Maidan im Jahr 2014 begonnen hat. Die USA und ihre westlichen Vasallen haben seitdem die Ukraine aufgerüstet und sie auf einen Krieg gegen Russland systematisch vorbereitet. So wurde die Ukraine zwar nicht de jure, aber de facto ein NATO- Mitglied. Diese Vorgeschichte wird von den westlichen Politikern und Mainstreammedien geflissentlich ignoriert.

Gleichwohl war es ein unverzeihlicher Bruch des Völkerrechts, dass die russische Armee in die Ukraine einmarschiert ist. Täglich sterben Menschen und alle, ob Moskau, Kiew oder Washington, die Verantwortung dafür tragen, dass es noch keinen Waffenstillstand gibt, laden schwere Schuld auf sich. Seit über 100 Jahren ist es das erklärte Ziel der US- Politik, ein Zusammengehen der deutschen Wirtschaft und Technik mit den russischen Rohstoffen um jeden Preis zu verhindern. Es ist vollkommen klar, dass wir es hier, wenn man die Vorgeschichte mit einbezieht, mit einem Stellvertreterkrieg der USA gegen Russland zu tun haben, der von langer Hand vorbereitet worden ist. Dass gerade die SPD das Erbe Willy Brandts und seiner Entspannungspolitik derartig verraten und nicht einmal auf der Einhaltung des Minsker Abkommen ernsthaft bestanden hat, ist unverzeihlich.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Und? Haben die USA ihre Kriegsziele erreicht?

Oskar Lafontaine: Ja und nein. Was die Kappung der Beziehungen zwischen der Russischen Föderation und der EU anbelangt, waren sie äußerst erfolgreich. Auch ist es ihnen gelungen, die EU und Deutschland als ihre potentiellen geostrategischen und wirtschaftlichen Rivalen vorerst aus dem Spiel zu nehmen. Noch mehr als vor dem Ukraine-Konflikt bestimmen sie jetzt die Politik der EU-Staaten, auch dank willfähriger Politiker in Berlin und Brüssel. Sie können ihr dreckiges Fracking-Gas verkaufen und die US- Rüstungsindustrie macht Bombengeschäfte.

Auf der anderen Seite ist es ihnen nicht gelungen, „Russland zu ruinieren“, wie es Frau Baerbock als eines ihrer Sprachrohre formuliert hat, Putin zu stürzen und in Moskau eine Marionettenregierung einzusetzen, um wie zu Zeiten Jelzins besser an die russischen Rohstoffe heranzukommen. Und ich habe den Eindruck, dass die USA inzwischen einsehen, dass sie hier auf Granit beißen. Trotz massiver Waffenlieferungen an die Ukraine, die Entsendung zahlreicher „Militär-Berater“, ist die Atommacht Russland militärisch nicht zu bezwingen. Zudem erweisen sich die westlichen Sanktionen als Bumerang, sie schaden den westlichen Staaten mehr als Russland und werden zu De-Industrialisierung, Arbeitslosigkeit und Armut führen. Die arbeitende Bevölkerung in Europa zahlt den Preis für die Weltmachtambitionen einer durchgeknallten Elite in Washington und die Feigheit der europäischen Staatenlenker.

Deutsche Wirtschaftsnachrichten: Ab jetzt geht es also abwärts?

Oskar Lafontaine: Wir müssen dringend dafür Sorge tragen, dass der Ukraine-Konflikt beendet wird. Und das wird nur gehen, wenn die USA ihren Plan, Russland in die Knie zu zwingen – bevor sie sich China zur Brust nehmen – aufgeben. Hierfür brauchen wir eine europäische Initiative und die muss von Frankreich und Deutschland ausgehen.

Tun wir es nicht, und kommen wir nicht bald zu einem Arrangement mit Russland bezüglich unserer Rohstoff-und Energieimporte, dann wird die Wirtschaft in Deutschland und Europa den Bach runtergehen und rechte Parteien werden in Europa immer stärker.

Info zur Person:

Oskar Lafontaine, Jahrgang 1943 in Saarlouis geboren, war Im Verlauf seines politischen Lebens Oberbürgermeister in Saarbrücken, Ministerpräsident des Saarlandes, Vorsitzender der SPD, Kanzlerkandidat und Bundesfinanzminister. Im März 1999 legte er alle seine bisherigen politischen Ämter in der SPD aus Kritik am Regierungskurs von Gerhard Schröder nieder. Er war Gründungsvorsitzender der Partei DIE LINKE, die auf seine Initiative hin aus PDS und Wahlalternative Arbeit & soziale Gerechtigkeit (WASG) entstanden ist, Vorsitzender der Linksfraktion im Deutschen Bundestag und Spitzenkandidat bei den saarländischen Landtagswahlkämpfen 2009, 2012 und 2017. Bis zu seinem Parteiaustritt im März 2022 führte er seit 2009 die Fraktion der Linken im saarländischen Landtag.

FONTE: https://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/701200/DWN-EXKLUSIV-Oskar-Lafontaine-Europa-zahlt-den-Preis-fuer-die-Weltmachtambitionen-Washingtons-und-die-Feigheit-der-eigenen-Staatenlenker

Libia, migranti, navi: chi detiene la verità ?

Venerdì scorso 25 novembre, la penultima serata del XIV° Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è stata interrotta da un gruppo di rappresentanti di alcune Ong italiane che hanno bloccato la proiezione di un documentario sulla Libia; “L’urlo”, questo il titolo del film, realizzato da Michelangelo Severgnini, sembra aver scosso e indignato parte della platea che ha protestato in modo scomposto e imposto al resto degli spettatori il blocco della proiezione al 20simo minuto.

Nei report che sono girati in rete si ascoltano accuse di antisemitismo e si definisce il documento una porcheria, una schifezza, ecc. ecc.

Tra coloro che intervengono a giustificare la sospensione (che altri vorrebbero continuare a seguire) troviamo Beppe Caccia e Valentina Brinis che dicono di parlare in rappresentanza rispettivamente di Mediterranea e Open Arms due delle navi che soccorrono da diversi anni i naufraghi provenienti prevalentemente dalla Libia.

Non si intendono, nell’alterco, i motivi specifici di questa indignazione che sembrerebbe essere derivata da alcune interviste a migranti africani in Libia che esprimono valutazioni non troppo conformi a quelle attese.

Il fatto è di una certa gravità; come previsto dal programma si poteva discutere del film alla sua conclusione; invece qualcuno si è sentito nella condizione di imporre con metodi sbrigativi e discutibili, degni di altra tradizione, l’interruzione della visione.

Noi non abbiamo visto il film perché a quanto pare la sua diffusione non è consentita da alcuni dei soggetti promotori e, da quanto sostiene il regista, l’unica possibilità di vederlo è quello di presentazioni limitate in sua presenza in quanto autore.

Non sappiamo quindi quali orridi contenuti o abissi morali contenga.

Una ragione in più per trovare un’occasione per vederlo.

Non ci accodiamo neanche alla polemica emersa nel fine settimana su alcuni blog. O almeno, riteniamo che il fatto che il film fosse stato proposto, fuori concorso, all’interno del Festival mostri l’interesse e l’imparzialità del team organizzatore al quale ciò va riconosciuto.

Quello che invece possiamo a ragione sostenere sulla base del materiale a disposizione è che sulla genesi, sulle condizioni e vicende dei migranti in generale e su quelli provenienti dalla Libia in particolare, non c’è Ong che abbia qualche sorta di primato interpretativo. E se c’è qualche occasione di ascoltare cosa pensano i migranti in prima persona della loro stessa condizione, dei loro paesi, dell’Europa, ecc. si tratta di un’occasione d’oro.

Le Ong dovrebbero fare al meglio il loro meritorio lavoro in mare e in terra. Sul resto, trattandosi di temi pubblici che riguardano tutti, tutti debbono potersi liberamente esprimere, soprattutto quando le vicende di cui si parla derivano da una guerra di aggressione dell’occidente in territorio africano che dura da oltre un decennio e che non accenna a concludersi. Cosa che sembra dimenticata da molti operatori.

In ogni caso, in attesa di vedere il film o leggere il libro-dossier che porta lo stesso titolo, proponiamo di seguito il racconto e le tesi dell’autore, che per dirla tutta, non ci sembrano lontane dalla verità, salvo le opportune verifiche su fatti e contesti specifici citati.

A dicembre del 2018 la FIEI organizzò un evento di una intera giornata a Roma assieme ad una Ong inglese, la Oxfam, in occasione del suo rapporto sull’Africa dell’anno precedente, con molti interventi dall’Italia e da diversi paesi africani. Si intitolava “I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità”. Quanto sostiene Michelangelo Severgnini nel video che segue ci sembra confermare la sostanza di quanto ascoltammo in quell’occasione.

Rodolfo Ricci (FIEI)

Sul Convegno citato leggi anche: Africa, smettiamola di rapinarli a casa loro

Video integrale del Convegno FIEI: “I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità”


Leggi anche:

Il docufilm “L’Urlo” fa saltare i nervi alle Ong. La destra ne approfitta

Voci dalla Libia – Speciale Fortezza Italia con Michelangelo Severgnini

Di seguito il trailer del film “L’urlo” e l’intervento di Michelangelo Severgnini alla presentazione del film (e del libro) al Goethe Institut di Palermo nell’ambito del Festival delle Letterature migranti, del 15 ottobre scorso.

Crisi ucraina: un primo bilancio delle sanzioni contro la Russia

di Andrea Vento (*)

Il 6 ottobre scorso l’Unione Europea ha varato l’ottavo pacchetto di misure sanzionatorie contro Mosca1 con il dichiarato fine di fiaccare l’economia russa e indurre Putin ad un accordo di pace da posizioni di debolezza o, addirittura, costringere le truppe impegnate nell’Operazione Militare Speciale alla sconfitta militare, grazie anche alle ingenti forniture militari di Usa e Ue ormai giunte ad oggi a 100 miliardi di dollari. Massiccio sostegno che, sommato al supporto di intelligence degli Usa e del Regno Unito, stanno mettendo in difficoltà sul campo le forze militari russe.

Rispetto alle previsioni dei governi occidentali che hanno accompagnato il varo del primo pacchetto di sanzioni introdotte dalla Ue e dagli Usa il 23 febbraio scorso, a seguito del riconoscimento delle Repubbliche Popolari del Donbass che ha preceduto di un giorno l’Operazione Militare Speciale, quale risulta l’effettiva entità dell’impatto delle sanzioni sull’economia russa e sulle sue relazioni internazionali?

La recessione che avrebbero causato alla Russia dalla previsione del Fmi ad aprile di un pesante -8,5% per il 2022, si è più che dimezzata a -3,5% nel World Economic Outlook di ottobre della stessa istituzione, passando per il -6,0 di luglio, a testimonianza della capacità di tenuta e di resilienza dell’economia russa (tab. 1). Mentre a livello internazionale, seppur oggetto di condanna da parte di una Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 3 marzo per l’invasione dell’Ucraina votata da 141 Paesi su 193, la Russia, appare tutt’altro che isolata appurato che solo 37 Paesi (pari al 19% del totale) dopo 7 settimane dal 24 febbraio2, avevano aderito alle sanzioni promosse dagli Stati Uniti e imposte da questi ultimi anche all’Ue (carta 1). Anzi, la Russia, isolata verso occidente, ha ridisegnato la propria carta geopolitica approfondendo le relazioni economiche, commerciali e politiche non solo con le potenze emergenti (Cina e India) e regionali asiatiche (Pakistan e Turchia), ma anche con i Paesi africani e latinoamericani, contrari all’adozione delle sanzioni (carta 2).

Tabella 1: Previsioni economiche del Fmi per il 2022 degli World Economic Outllook di ottobre 2021 e gennaio, aprile, luglio, ottobre 2022


Previsioni economiche Fmi per il 2022

Ottobre 2021Gennaio 2022Aprile 2022Luglio 2022Ottobre 2022
Economia mondiale4,94,43,63,23,2
Italia
4,23,82,33,03,2
Russia
2,92,8-8.5-6,0-3,4

Come in occasione delle sanzioni introdotte nel 2014 contro la Russia a seguito dell’annessione della Crimea3, anche nel caso di quelle comminate durante l’anno in corso come Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati ci siamo interrogati su quali fossero gli effetti sulle economie dei Paesi dell’Unione Europea, “costretta” a seguire l’alleato statunitense sulla stessa strada in virtù della cieca fedeltà atlantista.

L’entità dei flussi commerciali Ue – Russia e Usa – Russia

L’interscambio commerciale annuo fra l’Ue e la Russia dai 439 miliardi di $ del 2012, pur riducendosi, in conseguenza della prima ondata di sanzioni del 2014, ad una media annua di 240 miliardi di $ nel periodo 2015-2019, resta tuttavia, nello stesso quinquennio, oltre 9 volte più elevato (25 miliardi di $) di quello fra Stati Uniti e Russia (tab. 2). Le economie dell’Ue e della Russia, pertanto, risultavano fino a febbraio 2022 ancora saldamente integrate, principalmente, in virtù degli investimenti delle imprese comunitarie in Russia e del considerevole interscambio commerciale e finanziario fra le parti. Alla luce di questi dati, risulta evidente come le ricadute sull’economia del soggetto proponente, gli Usa, non potevano non avere rilevanza nettamente inferiore rispetto a quelle sull’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda le forniture energetiche russe a costi contenuti dei quali ha beneficiato fino a pochi mesi fa.

Tabella 2: valore medio annuo dell’interscambio commerciale Ue-Russia, Usa-Russia, Ue-Cina, Usa-Cina del quinquennio 2015-19 in miliardi di $. Fonte: database Onu Comtrade


Interscambio commerciale di beni media 2015-2019
Ue – Russia
240
Usa – Russia
25
Ue – Cina
645
Usa – Cina
626

Le relazioni commerciali ed economiche fra Italia e Russia

Per quanto riguarda le relazioni commerciali fra l’Italia e la Russia, nel 2019, ultimo anno prima della crisi pandemica, registravano un valore di 22,2 miliardi di euro di interscambio di merci che, al cambio medio dell’anno in questione di 1,12 dollari per euro, corrisponde a 24,87 miliardi di $, praticamente la stessa entità di quello fra Washington e Mosca, ma con una incidenza sul totale nettamente diversa. Infatti, nel 2019, l’interscambio commerciale totale di beni degli Usa ammontava a ben 4.172,1 mld di dollari4, pari a 3.671 mld di euro5, mentre il nostro a 904 miliardi euro6, con un rapporto di 4 : 1 a favore dei primi.

L’interscambio fra Italia e Russia, oltre ad avere una rilevanza percentuale nettamente superiore rispetto a quelle fra Washington e Mosca, evidenzia una composizione merceologica tipica delle aree ad elevata integrazione geoeconomica: da un lato, infatti, si esportano materie prime energetiche e minerarie e semilavorati dell’industria pesante, mentre, dall’altro tecnologia e prodotti industriali di livello medio-alto. Le principali voci dell’import italiano nel primo semestre 2022 risultano, infatti, il gas naturale, il petrolio greggio, i prodotti della siderurgia e della raffinazione del petrolio e minerali ferrosi e non che coprono ben il 96,7 del totale delle merci provenienti da Mosca. Il nostro Paese esporta, invece, in Russia un paniere ben più ampio di merci, dai macchinari industriali ai prodotti manufatturieri all’ampia gamma del cosiddetto made in Italy7, tant’è che le principali sei voci coprono il solo 42,8 dell’export verso Mosca.

Anche gli investimenti diretti, vale a dire e scopo produttivo, totali (detti stock) fra i due Paesi risultavano, a fine 2021 di buon livello e nettamente a favore dell’Italia con 11,3 miliardi di euro, contro 0,85 miliardi di Mosca, secondo l’annuario Istat e l’Agenzia Ice8, e nel dettaglio riguardavano in base ai dati più aggiornati, quelli al 31 dicembre 2017, 660 imprese operanti principalmente nei settori energetico, automobilistico, agroalimentare e telecomunicazioni impiegando 39.233 addetti con un fatturato complessivo di 8,8 miliardi di euro, secondo i dati della Banca Dati Reprint9.

Gli effetti delle sanzioni sul mercato dell’energia dei Paesi Ue

Le sanzioni hanno dunque inferto colpi letali all’interconnessione fra l’economia russa e quella comunitaria che si era sviluppata negli ultimi 3 decenni dopo la caduta dell’Urss. In particolare, le forniture di gas via conduttura con contratti pluriennali a prezzi contenuti hanno consentito alle principali 2 manifatture europee, Germania e Italia, di mantenere un elevato grado di competitività sui mercati internazionali anche di fronte all’emergere di nuovi agguerriti concorrenti.

In considerazione di ciò, la decisione degli Stati europei di rinunciare al carbone, al petrolio, a seguito delle sanzioni e, soprattutto, al gas russo tramite il piano comunitario REPowerEu10 varato, dalla Commissione il 18 maggio scorso, con l’obiettivo di “ridurre rapidamente la nostra dipendenza dai combustibili fossili russi” sembra non aver tenuto conto di alcuni fondamentali elementi per il proprio approvvigionamento energetico.

Il primo, già patrimonio dell’opinione pubblica nazionale, risulta l’impennata del costo delle materie prime, soprattutto quelle energetiche, in corso ormai da circa un anno dal momento dell’approvazione, quindi ben prima di febbraio 2022. In particolare, sul mercato del gas olandese Ttf (Title Transfer Facility) dove la quotazione media mensile delle negoziazioni da 20,50 euro a megawattora di aprile 2021, era salito a 87,47 euro ad ottobre, per arrivare a 125,42 euro a marzo 2022 all’indomani delle prime tranche di sanzioni, causata soprattutto dagli effetti dell’attività speculativa tramite la finanza derivata, e del fatto che le stesse sanzioni, innescando una carenza di offerta sui mercati dei Paesi Ue, non potevano che alimentare ulteriormente la compravendita di contratti a termine (detti future) a fini speculativi.

Altro fondamentale elemento che non poteva sfuggire ai politici nazionali e comunitari riguarda la diversificazione degli approvvigionamenti, opera assai complessa e non realizzabile nel breve periodo, in quanto gli altri gasdotti europei di approvvigionamento non sono in grado di sostituire in toto le forniture russe e che il Gas Naturale Liquefatto (Gnl) trasportato via mare, necessita di una congrua dotazione di rigassificatori che, ahinoi, non abbiamo a disposizione. In particolare, il Gnl statunitense del quale l’amministrazione Biden ha fornito garanzie di approvvigionamento ai poco avveduti Paesi europei, presenta problematiche non indifferenti visto che l’estrazione avviene con la tecnica del fracking (fratturazione idraulica delle rocce), devastante dal punto di vista geologico e ambientale, non in grado di offrire garanzie di continuità di forniture per il rapido esaurimento dei giacimenti e con costi di complessivi per l’acquirente decisamente superiori rispetto a quello russo. Su quest’ultimo aspetto iniziano a serpeggiare sempre meno velati malumori in seno all’Ue rispetto al vantaggio di competitività, oltre che commerciale, per le aziende statunitensi, il cui costo del gas risulta nettamente inferiore rispetto a quelle europee, tanto da aver indotto il Ministro francese, Bruno Le Maire, a dichiarare il 12 ottobre scorso all’Assemblea Nazionale di Parigi che “non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo Gnl ad un prezzo 4 volte superiore a quello al quale vende agli industriali suoi connazionali“. Aggiungendo amaramente che “la guerra in Ucraina non deve sfociare in una dominazione economica americana e in un indebolimento dell’Unione Europea“.

La transizione energetica, infine, benché ad essa il governo Draghi avesse dedicato apposito Dicastero, il ministro incaricato, Roberto Cingolani, oltre ad aver brillato per inerzia si è anche contraddistinto per alcune anacronistiche proposte come il nucleare, a suo dire “pulito”, e la riapertura delle centrali a carbone ormai dismesse.

L’impatto delle sanzioni sulla Russia e sui Paesi Ue

Nell’intento di valutare l’effettiva ricaduta delle sanzioni rispetto al fine di sfiancare l’economia russa da parte dei Paesi che le hanno introdotte, risulta fondamentale, fra le varie, confrontare la variazione dell’interscambio commerciale con Mosca del primo semestre 2021 con quello del corrispondente periodo del 2022, quest’ultimo influenzato dai provvedimenti restrittivi.

Per quanto riguarda il nostro Paese nel periodo gennaio-giugno 2021, in condizioni di ristabilita normalità economica dopo la crisi del 2020, abbiamo esportato merci in Russia per un controvalore di 4,4 miliardi di euro, mentre ne abbiamo importati 8,1 miliardi con un saldo per noi negativo di circa 3,7 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con i dati del 2019 (tab. 3). Nel primo semestre dell’anno in corso, invece, a seguito delle sanzioni e il piano REPowerEU, tramite i quali ci siamo preclusi attività economiche significative con Mosca, il nostro export è diminuito del 21% sotto i 3,5 miliardi di euro, mentre il valore del nostro import ha subito un aumento del 136,9%, da 8,1 miliardi di euro a 19,1, che ha affossato in tal modo il saldo negativo a 15,7 miliardi di euro, con un aggravio del disavanzo di oltre 12 miliardi.

Tabella 3: valore in miliardi di euro dell’interscambio commerciale Italia-Russia fra 2019 e 2021 e confronto fra 1° semestre 2021 e 2022. Fonte: infomercati esteri su dati Istituto del Commercio Estero (Ice)11

Export italiano verso la Russia2019202020211° semestre 20211° semestre 2022
Totale (mld. €)7,8827,1017,6964,4203,490
Variazione periodo precedente (%)+4,2-9,9+8,8
-21,0

Import italiano dalla Russia
2019202020211° semestre 20211° semestre 2022
Totale (mld. €)14,3249,32913,9848,10119,190
Variazione (%)-4,3-34,9+54,5
+136,9
Totale interscambio (mld. €)22,20616,43021,68012,52122,680
Saldo commerciale Italia (mld. €)-6,442-2,228-6,288-3,681-15,700

Trend decisamente negativo del nostro Paese che, peraltro, ha continuato ad aggravarsi nel mese di agosto, durante il quale, secondo i dati dell’Istat, il valore del saldo commerciale complessivo è sceso a -9,5 miliardi di euro, rispetto a un surplus di 1 miliardo del corrispondente mese dello scorso anno. Un pesante disavanzo sul quale hanno inciso sia il passivo della bilancia energetica, salito addirittura di 12 miliardi, sia la diminuzione del 16,7% dell’export verso la Russia12. Il vertiginoso aumento dei costi del gas e dell’energia elettrica, secondo lo stesso report, hanno influito sul gravoso deficit commerciale totale e ulteriormente sospinto il rialzo dell’inflazione sia nel nostro Paese, arrivato ormai su base annua all’11,9% ad ottobre13, che nell’Eurozona. Concomitanti fattori che, sommati al rialzo dei tassi della Bce (ormai giunti al 2% con il terzo rialzo consecutivo del 27 ottobre14), stanno creando un sensibile rallentamento delle economie occidentali come ci conferma l’ultimo report del Fmi del 18 ottobre, nel cui contesto il responsabile del Dipartimento europeo dell’Istituto di Washington, Alfred Kammer, vi afferma che “questo inverno più della metà dei Paesi nell’area dell’euro sperimenterà una recessione tecnica, con almeno due trimestri consecutivi” di variazione negativa del Pil con situazione particolarmente critica di Germania e Italia. Queste ultime, non casualmente, due fra i Paesi maggiormente dipendenti dal gas russo15, per i quali il report indica tre trimestri consecutivi di contrazione, tant’è che erano già previsti in recessione nel 2023, nel già citato Outlook di ottobre dello stesso Istituto, rispettivamente a -0,3% e -0,2%, e la Russia -2,3%, mentre l’Eurozona subirà un sensibile rallentamento a +0,5% e gli Usa una crescita modesta dell’ +1%.

Tabella 4: previsioni variazione Pil per il 2023. Fonte: World Economic Outlook Fmi ottobre 2022


GermaniaItaliaRussiaEurozonaUsaCina
Previsioni variazione Pil 2023
-0,3%

-0,2%

-2,3%

+0,5%

+1,0%

+4,4%

Le decisioni assunte, su pressioni di Washington, dai Paesi europei e dall’Unione Europea verso Mosca, alla luce dei dati mostrano un impatto negativo, seppur dimezzato rispetto alle prime previsioni, sull’andamento dell’economia russa, sortendo, invece, un effetto opposto sul saldo delle partite correnti che, secondo Boomberg16, è più che triplicato sfiorando di 167 miliardi di dollari fra gennaio e giugno 2022, rispetto ai 50 del corrispondente periodo del 2021, a seguito dell’aumento dei ricavi dell’export dell’energia e delle materie prime, alla diminuzione delle importazioni a causa delle sanzioni e all’apertura di nuovi mercati di sbocco asiatici che hanno compensato l’impatto delle sanzioni.

Se i provvedimenti restrittivi occidentali sembrano aver raggiunto solo parzialmente gli obiettivi prefissati ai danni della Russia, di altra entità risultano, invece, gli impatti negativi causati alle proprie economie che stanno registrando pesanti effetti in termini di deficit commerciale, elevata inflazione, alti tassi di interesse non che rallentamento economico con serie prospettive di recessione tecnica, come indicato dal Fmi.

Le otto tranche di sanzioni comminate, sino a questo momento, dagli Stati europei sembrano, dunque, assumere, sulla scorta dei dati e delle previsioni economiche, connotato di boomerang ancor più clamoroso rispetto a quelle del 2014.

I vertici politici comunitari e nazionali, fra cui il neogoverno Meloni, non possono, a nostro avviso esimersi, dal rendere conto all’opinione pubblica sia della propria consapevolezza rispetto alla loro scarsa efficacia sulla destinataria, che dei costi sociali che saranno causati dal rallentamento economico e dalla probabile recessione che sta insabbiando la ripresa post-covid. Costi che inevitabilmente verranno a ricadere in maniera più gravosa sui ceti popolari e sui lavoratori a causa: della chiusura di aziende che non sosterranno l’aumento dei costi energetici, dell’aumento della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto dei salari e degli stipendi innescata dell’impennata inflazionistica con conseguente, inevitabile, aumento della povertà, che nel nostro Paese già opprime 5,6 milioni di persone.

Come uscire dalla spirale guerra – sanzioni – crisi economica e sociale?

Nella complessità e nella gravità della situazione che si sta, giorno dopo giorno, delineando, riteniamo che solo una massiccia mobilitazione popolare possa indurre, il nostro e gli altri governi europei, ad una seria riflessione sui nefasti effetti interni delle proprie politiche internazionali e a prendere atto che la strada della totale subalternità agli interessi Washington sta spingendo l’economia comunitaria nel baratro e non sta generando alcun effetto fra quelli preventivati rispetto alla risoluzione del conflitto in corso.

E’ necessario che il grande assente di questi di primi 8 mesi di guerra, il movimento internazionale per la pace, prenda coscienza, si organizzi ed apra un fronte di lotta duraturo che spinga i soggetti, direttamente e indirettamente, coinvolti al cessate il fuoco, all’apertura di un concreto negoziato sotto l’egida dell’Onu, riprendendo la piattaforma degli accordi di Minsk I e II (che se fossero stati rispettati non avrebbe portato al disastro in corso) che porti ad un pace equa che consideri i diritti e le necessità di tutti gli attori coinvolti, al fine di evitare un’ulteriore pericolosa escalation del conflitto e una nuova grave crisi economica e sociale a soli due anni da quella pandemica.

Andrea Vento – 3 novembre 2022 – (*) Gruppo insegnanti di Geografia Autorganizzati

Carta 1: votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu di condanna dell’invasione russa del 3 marzo 2022

Carta 2: gli stati applicano (in rosso) e che non applicano (in celeste) le sanzioni alla Russia

NOTE:

1 Per una panoramica dettagliata delle 8 tranche di sanzioni dell’Ue alla Russia consultare: https://www.confindustria.it/home/crisi-ucraina/sanzioni

2 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-buchi-delle-sanzioni-alla-russia-34533

3 “Crisi ucraina: il boomerang delle sanzioni europee” di Andrea Vento – Giga autoproduzioni 2014

4 https://www.infomercatiesteri.it/highlights_dettagli.php?id_highlights=16608

5 Calcolo effettuato allo stesso tasso di cambio medio annuo del 2019 che fra Usd/Eur era pari a 0,88

6 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/interscambio-commerciale-mondo/Tabella%201%20-%20Interscambio%20commerciale%20dell’Italia_1666092101.pdf

7Principali prodotti del Made in Italy esportati in Russia: abbigliamento 244 mld (8,2%), mobili 122,7 mld (4,1%), calzature 99,7 mld (3,3%)

8 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/schede-sintesi/federazione-russa_88.pdf

9 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/schede-sintesi/federazione-russa_88.pdf

10 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A230%3AFIN&qid=1653033742483

11 https://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=88#

12 https://www.istat.it/it/archivio/276078

13 https://www.istat.it/it/archivio/276683

14 https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ecb.mp221027~df1d778b84.it.html

15 Secondo i dati dell’Agenzia dell’Ue per la cooperazione tra i regolatori dell’energia, al 24 febbraio, la Germania importava il 49% del gas dalla Russia e l’Italia il 46%.

16 https://www.bloomberg.com/news/articles/2022-08-09/russia-more-than-triples-current-account-surplus-to-167-billion

La posizione della Germania nel Nuovo Ordine Mondiale americano

di Michael Hudson

La Germania è diventata un satellite economico della Nuova Guerra Fredda americana contro la Russia, la Cina e il resto dell’Eurasia. Alla Germania e ad altri Paesi della NATO è stato detto di imporre sanzioni commerciali e sugli investimenti che dureranno più a lungo dell’attuale guerra per procura in Ucraina. Il Presidente degli Stati Uniti Biden e i suoi portavoce del Dipartimento di Stato hanno spiegato che l’Ucraina è solo l’arena di apertura di una dinamica molto più ampia che sta dividendo il mondo in due serie opposte di alleanze economiche. Questa frattura globale promette di essere una lotta di dieci o vent’anni per determinare se l’economia mondiale sarà un’economia unipolare incentrata sui dollari degli Stati Uniti o un mondo multipolare e multivalutario incentrato sul cuore dell’Eurasia con economie miste pubbliche/private.

Il Presidente Biden ha caratterizzato questa divisione come una divisione tra democrazie e autocrazie. La terminologia è un tipico doppio senso orwelliano. Per “democrazie” intende gli Stati Uniti e le oligarchie finanziarie occidentali alleate. Il loro obiettivo è spostare la pianificazione economica dalle mani dei governi eletti a Wall Street e ad altri centri finanziari sotto il controllo degli Stati Uniti. I diplomatici statunitensi utilizzano il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per chiedere la privatizzazione delle infrastrutture mondiali e la dipendenza dalla tecnologia, dal petrolio e dalle esportazioni alimentari statunitensi.

Per “autocrazia”, Biden intende i Paesi che resistono a questa finanziarizzazione e privatizzazione. In pratica, la retorica statunitense accusa la Cina di essere autocratica nel regolare la propria economia per promuovere la propria crescita economica e il proprio tenore di vita, soprattutto mantenendo la finanza e le banche come servizi pubblici per promuovere l’economia tangibile di produzione e consumo. In sostanza, si tratta di decidere se le economie saranno pianificate dai centri bancari per creare ricchezza finanziaria – privatizzando le infrastrutture di base, i servizi pubblici e i servizi sociali come l’assistenza sanitaria in monopoli – o di aumentare gli standard di vita e la prosperità mantenendo le banche e la creazione di denaro, la sanità pubblica, l’istruzione, i trasporti e le comunicazioni in mani pubbliche.

Il Paese che ha subito il maggior numero di “danni collaterali” in questa frattura globale è la Germania. In quanto economia industriale più avanzata d’Europa, l’acciaio, i prodotti chimici, i macchinari, le automobili e gli altri beni di consumo tedeschi sono i più dipendenti dalle importazioni di gas, petrolio e metalli russi, dall’alluminio al titanio e al palladio. Eppure, nonostante i due gasdotti Nord Stream costruiti per fornire alla Germania energia a basso prezzo, alla Germania è stato detto di tagliarsi fuori dal gas russo e di deindustrializzarsi. Questo significa la fine della sua preminenza economica. La chiave della crescita del PIL in Germania, come in altri Paesi, è il consumo di energia per lavoratore.

Queste sanzioni anti-russo rendono l’attuale Nuova Guerra Fredda intrinsecamente anti-tedesca. Il Segretario di Stato americano Anthony Blinken ha dichiarato che la Germania dovrebbe sostituire il gas russo a basso prezzo dei gasdotti con il gas GNL statunitense ad alto prezzo. Per importare questo gas, la Germania dovrà spendere rapidamente più di 5 miliardi di dollari per costruire una capacità portuale in grado di gestire le navi cisterna di GNL. L’effetto sarà quello di rendere l’industria tedesca non competitiva. I fallimenti si diffonderanno, l’occupazione diminuirà e i leader tedeschi favorevoli alla NATO imporranno una depressione cronica e un calo del tenore di vita.

La maggior parte della teoria politica presuppone che le nazioni agiscano nel proprio interesse personale. Altrimenti sono Paesi satellite, non in grado di controllare il proprio destino. La Germania sta subordinando la propria industria e il proprio tenore di vita ai dettami della diplomazia statunitense e all’interesse personale del settore petrolifero e del gas americano. Lo fa volontariamente, non grazie alla forza militare, ma per la convinzione ideologica che l’economia mondiale debba essere gestita dai pianificatori statunitensi della Guerra Fredda.

A volte è più facile comprendere le dinamiche odierne allontanandosi dalla propria situazione immediata per guardare agli esempi storici del tipo di diplomazia politica che si vede dividere il mondo di oggi. Il parallelo più vicino che riesco a trovare è la lotta dell’Europa medievale da parte del papato romano contro i re tedeschi – i Sacri Romani Imperatori – nel XIII secolo. Quel conflitto divise l’Europa lungo linee molto simili a quelle odierne. Una serie di papi scomunicò Federico II e altri re tedeschi e mobilitò gli alleati per combattere contro la Germania e il suo controllo dell’Italia meridionale e della Sicilia.

L’antagonismo occidentale contro l’Oriente fu incitato dalle Crociate (1095-1291), proprio come l’odierna Guerra Fredda è una crociata contro le economie che minacciano il dominio degli Stati Uniti sul mondo. La guerra medievale contro la Germania verteva su chi dovesse controllare l’Europa cristiana: il papato, con i papi che diventavano imperatori mondani, o i governanti secolari dei singoli regni, rivendicando il potere di legittimarli e accettarli moralmente.

L’evento principale dell’Europa medievale analogo alla Nuova Guerra Fredda americana contro Cina e Russia fu il Grande Scisma del 1054. Pretendendo un controllo unipolare sulla cristianità, Leone IX scomunicò la Chiesa ortodossa con sede a Costantinopoli e l’intera popolazione cristiana che vi apparteneva. Un unico vescovato, Roma, si isolò dall’intero mondo cristiano dell’epoca, compresi gli antichi patriarcati di Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme.

Questa separazione creò un problema politico per la diplomazia romana: Come tenere sotto il proprio controllo tutti i regni dell’Europa occidentale e rivendicare il diritto di ricevere da essi sussidi finanziari. Questo obiettivo richiedeva la subordinazione dei re secolari all’autorità religiosa papale. Nel 1074, Gregorio VII, Ildebrando, annunciò 27 dettati papali che delineavano la strategia amministrativa con cui Roma avrebbe potuto consolidare il suo potere sull’Europa.

Queste richieste papali sono sorprendentemente parallele all’odierna diplomazia statunitense. In entrambi i casi gli interessi militari e mondani richiedono una sublimazione sotto forma di spirito di crociata ideologica per cementare il senso di solidarietà che ogni sistema di dominio imperiale richiede. La logica è universale e senza tempo.

I Dettati papali furono radicali principalmente in due sensi. Innanzitutto, elevarono il vescovo di Roma al di sopra di tutti gli altri vescovati, creando il papato moderno. La clausola 3 stabiliva che solo il Papa aveva il potere di investitura per nominare i vescovi o per deporli o reintegrarli. A conferma di ciò, la clausola 25 attribuiva il diritto di nominare (o deporre) i vescovi al Papa e non ai governanti locali. La clausola 12 conferiva al Papa il diritto di deporre gli imperatori, seguendo la clausola 9 che obbligava “tutti i principi a baciare i piedi del solo Papa” per essere considerati legittimi governanti.

Allo stesso modo oggi i diplomatici statunitensi si arrogano il diritto di nominare chi debba essere riconosciuto come capo di Stato di una nazione. Nel 1953 hanno rovesciato il leader eletto dell’Iran e lo hanno sostituito con la dittatura militare dello Scià. Questo principio dà ai diplomatici statunitensi il diritto di sponsorizzare “rivoluzioni colorate” per il cambio di regime, come la sponsorizzazione di dittature militari latinoamericane che creano oligarchie clienti per servire gli interessi aziendali e finanziari degli Stati Uniti. Il colpo di Stato del 2014 in Ucraina è solo l’ultimo esercizio di questo diritto degli Stati Uniti di nominare e deporre i leader.

Più di recente, i diplomatici statunitensi hanno nominato Juan Guaidó come capo di Stato del Venezuela al posto del suo presidente eletto e gli hanno consegnato le riserve auree del Paese. Il presidente Biden ha insistito sul fatto che la Russia deve rimuovere Putin e mettere al suo posto un leader più favorevole agli Stati Uniti. Questo “diritto” di scegliere i capi di Stato è stato una costante della politica degli Stati Uniti nel corso della loro lunga storia di ingerenza politica negli affari politici europei a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.

La seconda caratteristica radicale dei Dettati papali era l’esclusione di ogni ideologia e politica che divergesse dall’autorità papale. La clausola 2 affermava che solo il Papa poteva essere definito “Universale”. Qualsiasi disaccordo era, per definizione, eretico. La clausola 17 affermava che nessun capitolo o libro poteva essere considerato canonico senza l’autorità papale.

Una richiesta simile a quella avanzata dall’ideologia odierna, sponsorizzata dagli Stati Uniti, del “libero mercato” finanziarizzato e privatizzato, che significa la deregolamentazione del potere governativo di plasmare le economie secondo interessi diversi da quelli delle élite finanziarie e aziendali centrate sugli Stati Uniti.

La richiesta di universalità nella nuova guerra fredda di oggi è ammantata dal linguaggio della “democrazia”. Ma la definizione di democrazia nella Nuova Guerra Fredda di oggi è semplicemente “a favore degli Stati Uniti”, e in particolare della privatizzazione neoliberale come nuova religione economica sponsorizzata dagli Stati Uniti. Quest’etica è considerata “scienza”, come nel quasi Premio Nobel per le Scienze Economiche. Questo è l’eufemismo moderno per l’economia spazzatura neoliberista della Scuola di Chicago, i programmi di austerità del FMI e il favoritismo fiscale per i ricchi.

I Dettati Pontifici delineavano una strategia per mantenere il controllo unipolare sui regni secolari. Essi affermavano la precedenza del papato sui re del mondo, soprattutto sui Sacri Romani Imperatori tedeschi. La clausola 26 dava ai papi l’autorità di scomunicare chiunque non fosse “in pace con la Chiesa romana”. Questo principio implicava la clausola conclusiva 27, che permetteva al papa di “sollevare i sudditi dalla loro fedeltà a uomini malvagi”. Ciò incoraggiò la versione medievale delle “rivoluzioni colorate” per ottenere un cambiamento di regime.

Ciò che univa i Paesi in questa solidarietà era l’antagonismo verso le società non soggette al controllo papale centralizzato: gli infedeli musulmani che detenevano Gerusalemme, i catari francesi e chiunque altro fosse considerato eretico. Soprattutto c’era ostilità verso le regioni abbastanza forti da resistere alle richieste papali di tributi finanziari.

La controparte odierna di questo potere ideologico di scomunicare gli eretici che resistono alle richieste di obbedienza e tributo sarebbe l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale che dettano le pratiche economiche e stabiliscono le “condizionalità” che tutti i governi membri devono seguire, pena l’applicazione di sanzioni da parte degli Stati Uniti – la versione moderna della scomunica dei Paesi che non accettano la sovranità degli Stati Uniti. La clausola 19 dei Dettati stabiliva che il Papa non poteva essere giudicato da nessuno – proprio come oggi gli Stati Uniti si rifiutano di sottoporre le proprie azioni alle sentenze della Corte Mondiale. Allo stesso modo, oggi, ci si aspetta che i satelliti statunitensi seguano senza discutere i dettami degli Stati Uniti attraverso la NATO e altre armi (come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale). Come disse Margaret Thatcher a proposito della privatizzazione neoliberale che distrusse il settore pubblico britannico, There Is No Alternative (TINA).

Il mio intento è quello di sottolineare l’analogia con le odierne sanzioni statunitensi contro tutti i Paesi che non seguono le proprie richieste diplomatiche. Le sanzioni commerciali sono una forma di scomunica. Invertono il principio del Trattato di Westfalia del 1648 che rendeva ogni Paese e i suoi governanti indipendenti dalle ingerenze straniere. Il Presidente Biden caratterizza l’interferenza statunitense come garanzia della sua nuova antitesi tra “democrazia” e “autocrazia”. Per democrazia intende un’oligarchia clientelare sotto il controllo degli Stati Uniti, che crea ricchezza finanziaria riducendo gli standard di vita dei lavoratori, in contrapposizione alle economie miste pubblico-private che mirano a promuovere gli standard di vita e la solidarietà sociale.

Come ho già detto, scomunicando la Chiesa ortodossa di Costantinopoli e la sua popolazione cristiana, il Grande Scisma ha creato la fatidica linea di demarcazione religiosa che ha diviso “l’Occidente” dall’Oriente negli ultimi millenni. Questa divisione è stata così importante che Vladimir Putin l’ha citata nel suo discorso del 30 settembre 2022, descrivendo l’odierno distacco dalle economie occidentali centrate sugli Stati Uniti e sulla NATO.

I secoli XII e XIII videro i conquistatori normanni di Inghilterra, Francia e altri Paesi, insieme ai re tedeschi, protestare ripetutamente, essere scomunicati ripetutamente, ma alla fine soccombere alle richieste papali. Ci è voluto fino al XVI secolo perché Martin Lutero, Zwingli ed Enrico VIII creassero finalmente un’alternativa protestante a Roma, rendendo la cristianità occidentale multipolare.

Perché ci è voluto così tanto? La risposta è che le Crociate hanno fornito una forza di gravità ideologica. Era l’analogia medievale della nuova guerra fredda di oggi tra Oriente e Occidente. Le Crociate hanno creato un fulcro spirituale di “riforma morale” mobilitando l’odio contro “l’altro” – l’Oriente musulmano, e sempre più spesso gli ebrei e i cristiani europei dissidenti rispetto al controllo romano. Questa è l’analogia medievale con le odierne dottrine neoliberiste del “libero mercato” dell’oligarchia finanziaria americana e la sua ostilità nei confronti di Cina, Russia e altre nazioni che non seguono questa ideologia. Nella nuova guerra fredda di oggi, l’ideologia neoliberista dell’Occidente mobilita la paura e l’odio verso “l’altro”, demonizzando le nazioni che seguono un percorso indipendente come “regimi autocratici”. Il razzismo vero e proprio è promosso nei confronti di interi popoli, come è evidente nella russofobia e nella cultura di cancellazione che sta attraversando l’Occidente.

Proprio come la transizione multipolare della cristianità occidentale ha richiesto l’alternativa protestante del XVI secolo, la rottura del cuore dell’Eurasia dall’Occidente NATO centrato sulle banche deve essere consolidata da un’ideologia alternativa su come organizzare le economie miste pubbliche/private e le loro infrastrutture finanziarie.

Le chiese medievali in Occidente furono svuotate delle loro elemosine e delle loro dotazioni per contribuire con la moneta di Pietro e altri sussidi al papato per le guerre che combatteva contro i governanti che resistevano alle richieste papali. L’Inghilterra svolse il ruolo di vittima principale che oggi svolge la Germania. Le enormi tasse inglesi, apparentemente destinate a finanziare le Crociate, furono dirottate per combattere Federico II, Corrado e Manfredi in Sicilia. Questa sottrazione fu finanziata dai banchieri papali dell’Italia settentrionale (Longobardi e Cahorsin) e si trasformò in debiti reali trasferiti a tutta l’economia. I baroni inglesi scatenarono una guerra civile contro Enrico II nel 1260, ponendo fine alla sua complicità nel sacrificare l’economia alle richieste papali.

Ciò che pose fine al potere del papato sugli altri Paesi fu la fine della sua guerra contro l’Oriente. Quando i crociati persero San Giovanni d’Acri, la capitale di Gerusalemme, nel 1291, il papato perse il suo controllo sulla cristianità. Non c’era più “il male” da combattere e il “bene” aveva perso il suo centro di gravità e la sua coerenza. Nel 1307, il re di Francia Filippo IV (“il Bello”) si impadronì delle ricchezze del grande ordine bancario militare della Chiesa, quello dei Templari nel Tempio di Parigi. Anche altri governanti nazionalizzarono i Templari e i sistemi monetari furono tolti dalle mani della Chiesa. Senza un nemico comune definito e mobilitato da Roma, il papato perse il suo potere ideologico unipolare sull’Europa occidentale.

L’equivalente moderno del rifiuto dei Templari e della finanza papale sarebbe il ritiro dei Paesi dalla Nuova Guerra Fredda americana. Ciò sta avvenendo in quanto un numero sempre maggiore di Paesi vede la Russia e la Cina non come avversari, ma come grandi opportunità di reciproco vantaggio economico.

La promessa non mantenuta di un vantaggio reciproco tra Germania e Russia

La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 aveva annunciato la fine della Guerra Fredda. Il Patto di Varsavia fu sciolto, la Germania fu riunificata e i diplomatici americani promisero la fine della NATO, perché non esisteva più una minaccia militare sovietica. I leader russi si sono lasciati andare alla speranza che, come ha detto il Presidente Putin, si sarebbe creata una nuova economia paneuropea da Lisbona a Vladivostok. La Germania, in particolare, avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di investire in Russia e ristrutturare la sua industria secondo linee più efficienti. La Russia avrebbe pagato per questo trasferimento di tecnologia fornendo gas e petrolio, oltre a nichel, alluminio, titanio e palladio.

Non si prevedeva che la NATO sarebbe stata ampliata fino a minacciare una nuova guerra fredda, né tanto meno che avrebbe appoggiato l’Ucraina, riconosciuta come la cleptocrazia più corrotta d’Europa, che sarebbe stata guidata da partiti estremisti che si identificano con le insegne naziste tedesche.

Come spiegare perché il potenziale apparentemente logico di guadagno reciproco tra l’Europa occidentale e le economie ex sovietiche si sia trasformato in una sponsorizzazione di cleptocrazie oligarchiche. La distruzione del gasdotto Nord Stream riassume in poche parole la dinamica. Per quasi un decennio gli Stati Uniti hanno chiesto costantemente alla Germania di non dipendere più dall’energia russa. A queste richieste si sono opposti Gerhardt Schroeder, Angela Merkel e i leader economici tedeschi. Essi hanno sottolineato l’ovvia logica economica del reciproco scambio di manufatti tedeschi con le materie prime russe.

Il problema degli Stati Uniti era come impedire alla Germania di approvare il gasdotto Nord Stream 2. Victoria Nuland, il Presidente Biden e altri diplomatici statunitensi hanno dimostrato che il miglior modo per farlo era incitare all’odio verso la Russia. La nuova guerra fredda è stata inquadrata come una nuova crociata. In questo modo George W. Bush aveva presentato l’attacco americano all’Iraq per impadronirsi dei suoi pozzi di petrolio. Il colpo di Stato del 2014, sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha creato un regime ucraino fantoccio che ha passato otto anni a bombardare le province orientali russofone. La NATO ha quindi incitato una risposta militare russa. L’incitamento ha avuto successo e la risposta russa desiderata è stata debitamente etichettata come un’atrocità non immotivata. La sua protezione dei civili è stata descritta dai media sponsorizzati dalla NATO come così sproporzionata da meritare le sanzioni commerciali e sugli investimenti imposte da febbraio. Questo è il significato di crociata.

Il risultato è che il mondo si sta dividendo in due campi: la NATO incentrata sugli Stati Uniti e l’emergente coalizione eurasiatica. Una conseguenza di questa dinamica è stata l’impossibilità per la Germania di perseguire una politica economica di relazioni commerciali e di investimento reciprocamente vantaggiose con la Russia (e forse anche con la Cina). Questa settimana il cancelliere tedesco Olaf Sholz si recherà in Cina per chiedere che il Paese smantelli il settore pubblico e smetta di sovvenzionare la sua economia, altrimenti la Germania e l’Europa imporranno sanzioni sul commercio con la Cina. Non c’è modo che la Cina possa soddisfare questa ridicola richiesta, così come gli Stati Uniti o qualsiasi altra economia industriale non smetterebbero di sovvenzionare i propri computer-chip e altri settori chiave.[1]

Il Consiglio Tedesco per le Relazioni Estere è un braccio neoliberale “libertario” della NATO che chiede la deindustrializzazione della Germania e la sua dipendenza dagli Stati Uniti per il commercio, escludendo Cina, Russia e i loro alleati. Questo si preannuncia come l’ultimo chiodo della bara economica della Germania.

Un altro sottoprodotto della Nuova Guerra Fredda americana è stato quello di porre fine a qualsiasi piano internazionale per arginare il riscaldamento globale. Una delle chiavi di volta della diplomazia economica statunitense è il controllo da parte delle sue compagnie petrolifere e di quelle dei suoi alleati della NATO delle forniture mondiali di petrolio e di gas, ovvero l’opposizione ai tentativi di ridurre la dipendenza dai combustibili a base di carbonio. La guerra della NATO in Iraq, Libia, Siria, Afghanistan e Ucraina riguardava gli Stati Uniti (e i loro alleati francesi, britannici e olandesi) per mantenere il controllo del petrolio. Non si tratta di una questione astratta come “democrazie contro autocrazie”. Si tratta della capacità degli Stati Uniti di danneggiare altri Paesi interrompendo il loro accesso all’energia e ad altri bisogni primari.

Senza la narrativa della Nuova Guerra Fredda “bene contro male”, le sanzioni statunitensi perderebbero la loro ragion d’essere in questo attacco degli Stati Uniti alla protezione dell’ambiente e al commercio reciproco tra Europa occidentale, Russia e Cina. Questo è il contesto della lotta odierna in Ucraina, che dovrà essere solo il primo passo della prevista lotta ventennale degli Stati Uniti per impedire che il mondo diventi multipolare. Questo processo imprigionerà la Germania e l’Europa nella dipendenza dalle forniture statunitensi di GNL.

Il trucco è cercare di convincere la Germania che dipende dagli Stati Uniti per la sua sicurezza militare. Ciò da cui la Germania ha veramente necessità di essere protetta è la guerra degli Stati Uniti contro la Cina e la Russia, che sta emarginando e “ucrainizzando” l’Europa.

I governi occidentali non hanno lanciato appelli per una fine negoziata di questa guerra, perché in Ucraina non è stata dichiarata alcuna guerra. Gli Stati Uniti non dichiarano guerra da nessuna parte, perché ciò richiederebbe una dichiarazione del Congresso secondo la Costituzione degli Stati Uniti. Quindi gli eserciti statunitensi e della NATO bombardano, organizzano rivoluzioni colorate, si intromettono nella politica interna (rendendo obsoleti gli accordi di Westfalia del 1648) e impongono le sanzioni che stanno facendo a pezzi la Germania e i suoi vicini europei.

Come possono i negoziati “porre fine” a una guerra che non ha una dichiarazione di guerra e che è una strategia a lungo termine di totale dominio unipolare del mondo?

La risposta è che non si può porre fine a questa guerra finché non si sostituisce un’alternativa all’attuale insieme di istituzioni internazionali incentrate sugli Stati Uniti. Ciò richiede la creazione di nuove istituzioni che riflettano un’alternativa alla visione neoliberista incentrata sulle banche, secondo cui le economie dovrebbero essere privatizzate con una pianificazione centrale da parte dei centri finanziari privati. Rosa Luxemburg ha descritto la scelta tra socialismo e barbarie. Ho delineato le dinamiche politiche di un’alternativa nel mio recente libro Il destino della civiltà.

NOTE:

[1] Si veda Guntram Wolff, “Sholz dovrebbe inviare un messaggio esplicito nella sua visita a Pechino”, Financial Times, 31 ottobre 2022. Wolff è direttore e CE del Consiglio tedesco per le relazioni estere.

(Questo articolo è stato presentato il 1° novembre 2022 sul sito web tedesco Brave New Europe.

https://braveneweurope.com/michael-hudson-germanys-position-in-americas-new-world-order

Il video del mio intervento sarà disponibile su YouTube tra una decina di giorni.)

Traduzione: Cambiailmondo.org

FONTE: https://www.unz.com/mhudson/germanys-position-in-americas-new-world-order/

L’Australia diventa una portaerei nucleare statunitense in Asia

di John Menadue (*) (1 novembre 2022)

Four Corners ieri sera ha mostrato come l’Australia stia diventando “un proxy” o “un patsy” per gli Stati Uniti in un possibile conflitto con la Cina. Le nostre azioni invitano a una risposta cinese. A volte mi chiedo perché i cinesi si preoccupino di ripristinare le relazioni quando ci comportiamo in modo così sciocco per volere degli Stati Uniti. La Cina non è una minaccia per l’Australia, ma il nostro “pericoloso alleato” continua a spingere la Cina a provocare una guerra.

Ieri sera Four Corners ha riferito:

  • Gli Stati Uniti si stanno preparando a schierare fino a sei bombardieri B-52 a capacità nucleare nel nord dell’Australia, una mossa provocatoria che, secondo gli esperti, ha come obiettivo la Cina.
  • I bombardieri fanno parte di un potenziamento molto più ampio dei mezzi di difesa nel nord dell’Australia, compresa un’importante espansione della base di intelligence di Pine Gap, che svolgerà un ruolo vitale in qualsiasi conflitto con Pechino.

Richard Tanter, ricercatore senior presso il Nautilus Institute e scrittore per Pearls and Irritations, ha affermato che il previsto dispiegamento dei bombardieri è più significativo della rotazione dei marines statunitensi a Darwin ogni anno. Ha detto che è “molto difficile pensare a un impegno più aperto che potremmo prendere. Un segnale più esplicito ai cinesi che stiamo assecondando i piani americani per una guerra con la Cina”.

La capacità della RAAF di ospitare bombardieri dell’USAF e di addestrarsi al loro fianco dimostra quanto siano integrate le nostre due forze aeree”, ha dichiarato un funzionario della difesa statunitense. Altrettanto importante per la crescente presenza degli Stati Uniti nel nord dell’Australia è la costruzione di undici giganteschi serbatoi di stoccaggio del carburante per jet a Darwin.

Richard Tanter ha dichiarato che la base di spionaggio vicino ad Alice Springs sta subendo un importante aggiornamento.

Questo avviene in un momento in cui il Parlamento australiano non è stato informato di nulla, né di dichiarazioni dei ministri, né di domande ai ministri”. Ha affermato che se dovesse scoppiare un conflitto tra Stati Uniti e Cina, Pine Gap giocherebbe un ruolo estremamente significativo. Sarebbe anche un obiettivo primario.

Ma c’è di più di quello che ci ha detto Four Corners.

Gli Stati Uniti hanno una serie di bombardieri più moderni e stealth che si esercitano da Amberley e che hanno come obiettivo il Mar Cinese Meridionale e oltre. La RAAF fornisce il rifornimento in volo a questi aerei statunitensi.

Come hanno sottolineato Richard Tanter e altri, non c’è alcun tentativo di informare l’opinione pubblica australiana su questi sviluppi epocali, con l’Australia che si impegna a “combattere una guerra di alto livello e a condurre operazioni militari combinate” con gli Stati Uniti nella nostra regione. Questo è ciò che i ministri statunitensi e australiani hanno concordato l’anno scorso.

Inoltre, non ho visto alcun segno che il governo australiano abbia discusso di questi temi con i Paesi dell’ASEAN. I nostri vicini regionali sono più preoccupati per le questioni economiche e per il cambiamento climatico. Stanno deliberatamente scegliendo di non schierarsi tra Cina e Stati Uniti. Sono esclusi dal QUAD e dall’AUKUS. Tutto questo deve far venire i brividi agli indonesiani e all’ASEAN. Se le nostre provocazioni militari non sono un’offesa sufficiente per i nostri vicini, ci siamo uniti agli Stati Uniti nell’escludere la Cina dalle istituzioni regionali.

Indottrinati dal flusso di Washington, la maggior parte dei nostri giornalisti è stata catturata dagli interessi stranieri su queste questioni strategiche. Si uniscono quotidianamente alla campagna anti-Cina condotta da Washington. Sono seguiti pedissequamente dai nostri politici, dagli alti funzionari pubblici, dalle agenzie di intelligence e dai “think tank” finanziati dagli Stati Uniti.

In quanto membri a pieno titolo del Club di Washington, Anthony Albanese e Richard Marles non mostrano alcun segno di cambiare la pericolosa rotta che stiamo seguendo. E Penny Wong è difficile da trovare!

La rapida militarizzazione dell’Australia settentrionale da parte degli Stati Uniti avviene in un momento in cui si presume che sia in corso la revisione strategica della difesa. Sembra una continua colonizzazione dell’Australia da parte degli Stati Uniti, con un’operazione di facciata per ciò che il Club di Washington si aspetta e vuole. Il Club non può accettare nient’altro che l’egemonia statunitense con la sua determinazione a rovesciare i governi e a scatenare guerre senza fine. Gli Stati Uniti sono uno degli imperi più violenti della storia umana. La violenza all’estero si riflette nella violenza e nel degrado interno.

Di seguito riporto un articolo che ho scritto su questi temi il 16 settembre di quest’anno.

(*) John Laurence Menadue  (8 febbraio 1935) ex alto funzionario pubblico e diplomatico. È stato Segretario del Dipartimento del Primo Ministro e del Gabinetto dal 1975 al 1976, sotto i governi Whitlam e Fraser. Successivamente è stato nominato da Malcolm Fraser ambasciatore australiano in Giappone, incarico che ha ricoperto dal 1977 al 1980. Successivamente Menadue è tornato in Australia ed è stato nominato Segretario del Dipartimento per l’Immigrazione e gli Affari Etnici dal 1980 al 1983. Successivamente, nel 1983, è diventato Segretario del Dipartimento del Ministro speciale di Stato e Segretario del Dipartimento del Commercio.


La Defence Strategic Review – Stiamo diventando un proxy o un patsy per gli Stati Uniti in un possibile conflitto con la Cina

La Defence Strategic Review deve mettere in guardia il Ministro Marles sulla pericolosa strada che sta percorrendo l’Australia. Stiamo diventando una portaerei per gli Stati Uniti.

Temendo che la loro egemonia mondiale sia messa in discussione, gli Stati Uniti spingono la Cina ad ogni occasione. La visita di Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, a Taiwan è stata solo l’esempio più recente di questo incitamento.
La minaccia che ci viene dalla Cina è se continuiamo ad agire nella nostra regione come un proxy per gli Stati Uniti. Altri Paesi della regione non lo stanno facendo.

La minaccia “Cina” è una replica del vergognoso e precedente “pericolo giallo”. La Cina non è una minaccia militare per l’Australia.

Gli Stati Uniti sono il Paese più violento e aggressivo del mondo, quasi sempre in guerra. Il suo impero militare comprende 800 basi militari straniere.

Abbiamo bisogno di una forte presenza degli Stati Uniti nella nostra regione, ma non del comportamento provocatorio e pericoloso che vediamo continuamente.

Ci stiamo legando acriticamente a un egemone in declino ma pericoloso.

Il nostro “Club di Washington” è stato alimentato a goccia dall’America per molto tempo. Ha una mentalità “coloniale”. Accetta senza riflettere seriamente la visione statunitense del mondo.

L’Australia settentrionale sta diventando una colonia militare statunitense.

Questi punti sono sviluppati più avanti.

L’Australia settentrionale sta diventando una colonia militare statunitense

Nel 2011, in un momento di difficoltà politica, Julia Gillard era ansiosa che il Presidente Obama visitasse l’Australia e parlasse al Parlamento. Kim Beazley, il nostro ambasciatore a Washington, era molto desideroso di aiutare. Come parte dell’accordo per ottenere la visita di Obama, la Gillard acconsentì alla rotazione dei Marines a Darwin, con la speranza degli Stati Uniti di avere in futuro basi a Perth e a Cocos-Keeling.

Questa è stata la vera apertura della porta per gli americani.

Da allora la colonizzazione è proseguita a ritmo sostenuto, con un numero sempre maggiore di Marines a rotazione a Darwin e operazioni dell’USAF nell’Australia settentrionale.

Ma il piede sull’acceleratore della colonizzazione militare statunitense è arrivato nel settembre 2021.

Il 16 settembre 2021, il Segretario di Stato Antony Blinken e il Segretario alla Difesa Lloyd Austin hanno ospitato il Ministro degli Affari Esteri e Ministro delle Donne Marise Payne e il Ministro della Difesa Peter Dutton a Washington D.C. per le 31esime consultazioni ministeriali Australia-Stati Uniti (AUSMIN 2021). I segretari e i ministri hanno approvato le seguenti aree di cooperazione sulla postura delle forze:

  • Cooperazione aerea rafforzata attraverso il dispiegamento a rotazione di velivoli statunitensi di tutti i tipi in Australia e l’addestramento e le esercitazioni di velivoli appropriati.
  • Cooperazione marittima rafforzata attraverso l’aumento delle capacità logistiche e di supporto delle navi di superficie e subacquee statunitensi in Australia.
  • Rafforzare la cooperazione terrestre conducendo esercitazioni più complesse e integrate e un maggiore impegno congiunto con gli alleati e i partner della regione.
  • Creazione di un’impresa combinata per la logistica, il sostentamento e la manutenzione a supporto di operazioni belliche di alto livello e di operazioni militari combinate nella regione.

Si veda la dichiarazione congiunta delle consultazioni ministeriali Australia-USA (AUSMIN).

Ci siamo impegnati a “sostenere operazioni militari combinate e di guerra di alto livello e a garantire un accesso illimitato alle forze e alle piattaforme statunitensi” nell’Australia settentrionale e occidentale.

Solo ieri l’AFR ha sottolineato “l’attenzione degli Stati Uniti per l’Australia occidentale e settentrionale. L’ex consigliere di politica estera del presidente George W. Bush e nuovo direttore del Centro Studi degli Stati Uniti, Michael Green, prevede che gli Stati Uniti diventeranno sempre più dipendenti dall’Australia per le operazioni militari e di intelligence. Lo spostamento dell’attenzione della politica estera dall’Asia-Pacifico all’Indo-Pacifico significa che le aree dell’Australia occidentale e settentrionale saranno “critiche” per gli Stati Uniti e i loro alleati. ”Abbiamo bisogno di accesso: abbiamo bisogno di acquistare l’Oceano Indiano e, quindi, dal punto di vista geografico, tecnologico, delle operazioni militari e di intelligence, gli Stati Uniti dipenderanno sempre di più dall’Australia”, ha detto Green. Non ci sono due modi per evitarlo”.

Non abbiamo discusso o considerato seriamente le enormi e rischiosissime conseguenze di tutto questo. La nostra sovranità e la nostra integrità come nazione sono in gioco e al capriccio degli Stati Uniti, un Paese che non sa bene su quale strada si trovi: cripto-fascismo, guerra civile o anarchia.

In AUKUS, a costi enormi e con grande ritardo, stiamo progettando di fondere i nostri futuri sottomarini a propulsione nucleare con la Marina statunitense per operare nel Mar Cinese Meridionale contro la Cina.

Il Ministro Marles ci ha detto che non solo lavoriamo “in modo interoperativo” con le forze armate statunitensi in numerosi modi, ma che ora ci siamo impegnati a “interscambiabilità” con le forze statunitensi. Ci stiamo legando ancora di più a un “alleato pericoloso”. Il Ministro Marles sembra non preoccuparsi della strada pericolosa che stiamo percorrendo. Ancor peggio, sembra incurante di cedere la nostra sovranità nazionale. Dovrebbe essere osservato con molta attenzione.

Gli Stati Uniti sono il Paese più violento del mondo e quasi sempre in guerra.

Esiste un enorme e potente gruppo di elettori statunitensi impegnati in una guerra continua. Abbiamo partecipato alle guerre in Vietnam, Iraq, Afghanistan e Siria. Tutte sono state disastrose. Ora gli Stati Uniti continuano a incitare e provocare la Cina e vogliono che ci uniamo a loro. E noi lo facciamo.

Malcolm Fraser aveva ragione riguardo al “nostro pericoloso alleato”.

Gli Stati Uniti sono assuefatti dalla convinzione del loro eccezionalismo, si basano sull’aggressività e sulla violenza sia in patria che all’estero e hanno difficoltà ad ammettere gli errori.

Sul piano interno assomigliano sempre più a un treno in corsa al rallentatore.

A parte brevi periodi di isolazionismo, gli Stati Uniti sono stati quasi sempre in guerra.

I dati sono chiari. Più volte ci siamo lasciati trascinare nelle guerre imperiali del Regno Unito e poi degli Stati Uniti. Abbiamo perso la nostra autonomia strategica.

In due secoli, gli Stati Uniti hanno sovvertito e rovesciato numerosi governi. Hanno un complesso militare e imprenditoriale che dipende dalla guerra per la propria influenza e il proprio arricchimento. Finanziano il nostro War Memorial e l’Australian Strategic Policy Institute e molti altri fronti per gli interessi militari e commerciali statunitensi.

I dati dimostrano che gli Stati Uniti sono un Paese molto più aggressivo e violento della Cina.

Gli Stati Uniti si arrogano una superiorità morale che negano agli altri. Sono accecati dalle proprie illusioni ideologiche e dalla propria auto-giustizia.

Molte delle nostre élite politiche, burocratiche, imprenditoriali e mediatiche sono state alimentate a goccia a goccia dagli americani, come l’Australian America Leadership Dialogue, per così tanto tempo che hanno difficoltà a pensare a un mondo senza l’egemonia globale americana. In passato abbiamo avuto una visione simile e dipendente dal Regno Unito. La cosa è finita in lacrime a Singapore.

In questo blog, “La guerra è nel DNA americano?“, ho richiamato più volte l’attenzione sui rischi che corriamo nell’essere “uniti al fianco” di un Paese che è quasi sempre in guerra. I fatti sono chiari. Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un decennio senza guerre. Dalla sua fondazione nel 1776, gli Stati Uniti sono stati in guerra per il 93% del tempo. Queste guerre si sono estese dal proprio emisfero al Pacifico, all’Europa e più recentemente al Medio Oriente. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno lanciato 201 dei 248 conflitti armati. Negli ultimi decenni la maggior parte di queste guerre non ha avuto successo. Gli Stati Uniti mantengono 800 basi o siti militari in tutto il mondo, compresa l’Australia. Nella nostra regione gli Stati Uniti hanno un massiccio dispiegamento di hardware e truppe in Giappone, nella Repubblica di Corea e a Guam. La Cina ha una base navale off shore a Gibuti, nel Corno d’Africa, principalmente per combattere i pirati.

Pensate alla frenesia degli Stati Uniti se la Cina avesse una serie di basi simili nei Caraibi o se le sue navi pattugliassero le Florida Keys.

Da un secolo gli Stati Uniti si intromettono ampiamente negli affari e nelle elezioni di altri Paesi. Hanno cercato di cambiare i governi di altri Paesi 72 volte durante la Guerra Fredda. Molti leader stranieri sono stati assassinati. Nel pezzo riprodotto in questo blog The fatal expense of US Imperialism, il professor Jeffrey Sachs ha affermato che:

“La portata delle operazioni militari statunitensi è notevole… Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di utilizzo di mezzi occulti e palesi per rovesciare i governi ritenuti ostili agli Stati Uniti… Lo storico John Coatsworth conta 41 casi di cambio di regime guidato dagli Stati Uniti, per una media di un rovesciamento di governo da parte degli Stati Uniti ogni 28 mesi per secoli”.

I rovesciamenti o le interferenze nei governi stranieri sono diversi, tra cui Honduras, Guatemala, Iran, Haiti, Congo, Indonesia, Giappone, Vietnam, Cile, Iraq, Afghanistan e, più recentemente, Siria. Si confronti con la Cina!

E questa interferenza è continuata con l’indebolimento del governo filorusso in Ucraina da parte del colpo di Stato Maidan sostenuto dagli Stati Uniti nel 2014. Gorbaciov e Reagan avevano concordato che, permettendo la riunificazione della Germania, la NATO non si sarebbe estesa verso est. Ma con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, la NATO si è ora estesa provocatoriamente fino ai confini della Russia. Non sorprende che la Russia si opponga.

Gli Stati Uniti hanno incoraggiato la recente insurrezione “democratica” di Hong Kong. È quasi riuscita.

Nonostante tutte le prove di guerre e ingerenze, l’Imperium americano continua senza essere controllato o messo in discussione in America o in Australia.

Ci sono diverse ragioni per cui questo approccio non è stato messo in discussione.

Il primo è quello che viene spesso descritto come il “destino manifesto” dell’America: il diritto, conferito da Dio, di interferire negli affari degli altri Paesi. Questo diritto non viene esteso agli altri perché molti americani si considerano più virtuosi e il loro sistema di governo migliore degli altri. Il Presidente degli Stati Uniti, Biden, oggi veste questo destino manifesto in termini di democrazia contro autocrazia. E Nancy Pelosi si lancia in un viaggio provocatorio a Taiwan. Che alleato!

L’ignoranza e il campanilismo dell’America comune e dei suoi politici di altri Paesi sono leggendari, ma forse altrettanto importante è la loro resistenza ad alleviare l’ignoranza. Questo può non sembrare insolito, ma è pericoloso per un Paese con un potere militare schiacciante impiegato in tutto il mondo.

Chiunque abbia avuto a che fare con un gruppo di viaggio di texani campanilisti sa cosa intendo!!!

La seconda ragione per cui l’Imperium americano continua ad essere largamente incontrollato è il potere di quello che il presidente Dwight Eisenhower una volta chiamò il “complesso militare e industriale” degli Stati Uniti. Nel 2021 aggiungerei “politici” che dipendono fortemente dai finanziamenti dei potenti produttori di armi e dal personale militare e civile di oltre 4.000 strutture militari. Il Congresso aumenta l’enorme budget militare anno dopo anno. Anche la comunità dei servizi segreti e molte università e think tank hanno un interesse personale nell’imperium americano.

L’Australia è intrappolata nell’imperium americano

Questo complesso coopta istituzioni e individui in tutto il mondo. Ha un’influenza enorme. Nessun presidente degli Stati Uniti, né tanto meno nessun primo ministro australiano, potrebbe sfidarlo. Morrison e Albanese hanno la stessa visione dell’imperium statunitense.

L’Australia si è chiusa in questo complesso. I nostri leader militari e della difesa dipendono fortemente dai Dipartimenti della Difesa e di Stato degli Stati Uniti, dalla CIA e dall’FBI per i loro consigli. Noi agiamo come loro filiali.

Ma questo va oltre la consulenza. Rispondiamo volentieri e ci uniamo agli Stati Uniti in disastri come l’Iraq e il Medio Oriente. Mentre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota a larga maggioranza sulla proliferazione nucleare, su Israele e su Diego Garcia, noi rimaniamo bloccati nella posizione degli Stati Uniti e di alcuni dei suoi mendicanti.

La nostra autonomia e indipendenza sono a forte rischio anche perché le nostre élite della difesa/sicurezza a Canberra hanno come santo graal il concetto di “interoperabilità” con gli Stati Uniti. Questo si riflette nei commenti dei funzionari e dei think tank statunitensi sul ruolo che vedono per noi nella nostra regione. Il nostro nuovo Ministro della Difesa Marles ora ha addirittura superato tutto questo. L’espressione “interoperabile” diventa ora “intercambiabile” e noi dobbiamo operare “senza soluzione di continuità” con le forze statunitensi.

L’influenza degli Stati Uniti e la nostra cooperazione sono così potenti che le nostre politiche estere sono state in gran parte emarginate e messe in secondo piano dalle opinioni in materia di difesa e sicurezza degli Stati Uniti e dei loro accoliti mediatici in Australia.

Il concetto di interoperabilità non si riferisce solo alle attrezzature. Significa anche personale, con un numero sempre maggiore di militari australiani incorporati nelle strutture militari e di difesa statunitensi, in particolare nel Comando del Pacifico alle Hawaii.

Il complesso militare e industriale statunitense e i suoi associati hanno un interesse acquisito nel fatto che l’America sia in guerra e il nostro establishment della difesa, il Dipartimento della Difesa, l’ADF, l’Australian Strategic Policy Institute e altri sono lealisti americani chiusi in casa.

L’AUKUS ci ha ingabbiati ancora di più. Con AUKUS stiamo effettivamente fondendo la nostra Marina con quella degli Stati Uniti, in modo da poter operare insieme nel Mar Cinese Meridionale e minacciare la Cina. Stiamo cedendo sempre più la nostra autonomia strategica incoraggiando gli Stati Uniti a utilizzare l’Australia settentrionale come base avanzata contro la Cina, come se gli Stati Uniti non avessero già abbastanza basi militari giganti che circondano la Cina in Giappone, Repubblica di Corea e Guam.

Un “ordine internazionale basato su regole”, ma non per l’America

La terza ragione del continuo dominio dell’Imperium americano è il modo in cui gli Stati Uniti si aspettano che gli altri si attengano a un “ordine internazionale basato su regole” che è stato in gran parte determinato a Bretton Woods dopo la Seconda Guerra Mondiale e incorporato in varie agenzie delle Nazioni Unite. Questo “ordine” riflette il potere e le opinioni dei Paesi dominanti negli anni Quaranta. Non riconosce gli interessi legittimi di paesi emergenti come la Cina, che ora insistono nel voler giocare un ruolo in un ordine internazionale basato sulle regole.

Gli Stati Uniti seguono un ordine internazionale basato su regole solo quando fa comodo ai propri interessi. Scelgono ciò che più conviene loro in quel momento. Spingono per un sistema basato su regole nel Mar Cinese Meridionale, ma si rifiutano di approvare l’UNCLOS (Diritto del Mare) o di accettare le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia. L’invasione dell’Iraq è stato un classico caso di violazione delle regole. È stata illegale. La morte e la distruzione che ne sono derivate in Iraq soddisfano i criteri dei crimini di guerra. Ma i colpevoli sono usciti indenni. Solo Tony Blair ha subito un danno alla reputazione.

È un mito che le democrazie come l’America si comportino a livello internazionale con un livello di moralità superiore. I Paesi agiscono secondo i propri interessi, come li percepiscono. Dobbiamo ignorare le nobili idee espresse dagli americani su come gestiscono il loro Paese sul fronte interno e guardare invece a come trattano coerentemente gli altri Paesi.

Le affermazioni degli Stati Uniti su come gestiscono bene il proprio Paese sono messe in discussione su molti fronti. Accanto a grandi ricchezze e privilegi, oltre 40 milioni di cittadini statunitensi vivono in povertà, hanno una massiccia popolazione carceraria con le sue indelebili connotazioni razziste, le armi sono onnipresenti e si rifiutano di affrontare il problema. La violenza è americana come la torta di ciliegie. È radicata nel comportamento degli Stati Uniti sia in patria che all’estero. Donald Trump ha incitato un attacco al Campidoglio.

I documenti fondanti degli Stati Uniti ispirano gli americani e molte persone in tutto il mondo. “La terra dei liberi e la casa dei coraggiosi” è ancora un grido di allarme. Purtroppo, questi valori fondamentali sono stati spesso negati ad altri. Quando le Filippine hanno chiesto il sostegno degli Stati Uniti, sono state invase. Ho Chi Minh voleva il sostegno degli Stati Uniti per l’indipendenza, ma il Vietnam fu invaso.

Come in molte democrazie, compresa la nostra, il denaro, i media e gli interessi acquisiti stanno corrompendo la vita pubblica. Negli Stati Uniti la “democrazia” è stata sostituita da una “donocrazia”, che da decenni non prevede praticamente alcuna restrizione al finanziamento delle elezioni e al lobbismo politico. Gli elettorati della Camera dei Rappresentanti sono suddivisi in gruppi e gli elettori poveri e delle minoranze sono spesso esclusi dalle liste. La potente lobby ebraica, sostenuta dai cristiani fondamentalisti, ha portato la politica statunitense fuori dai binari su Israele e sul Medio Oriente. La potente industria delle assicurazioni sanitarie private ha impantanato gli Stati Uniti nei servizi sanitari più costosi e inefficienti del mondo.

Il Congresso degli Stati Uniti è paralizzato. La Corte Suprema è impilata.

Molte democrazie sono in difficoltà. La democrazia statunitense è più in difficoltà della maggior parte delle altre. C’è una cecità pervasiva. Sta andando alla deriva verso un’altra guerra civile, il fascismo o semplicemente l’anarchia?

I media derivativi aggravano la mancanza di autonomia dell’Australia

Una voce importante nell’articolare l’estremismo americano e l’imperium americano è Fox News e Rupert Murdoch, che esercitano la loro influenza non solo in America, ma anche nel Regno Unito e in Australia. Fox News ha sostenuto l’invasione dell’Iraq ed è incurante delle terribili conseguenze. Rupert Murdoch ha applaudito l’invasione dell’Iraq perché avrebbe ridotto i prezzi del petrolio. Fox e News Corp sono i principali scettici sul cambiamento climatico che minaccia il nostro pianeta.

Ma non è solo il ruolo distruttivo di News Corp negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia. I nostri media, compresa l’ABC, sono così derivativi. È così pervasivo ed esteso che non lo riconosciamo per la sua stessa natura. Abbiamo davvero un “media dell’uomo bianco”. Lo vediamo oggi, in modo più evidente, nel modo in cui i media tradizionali vomitano ogni giorno un nastro trasportatore infinito di storie anti-Cina.

I nostri media sono pieni di morte e distruzione in Ucraina, ma molto peggio è accaduto in Yemen per mano dell’Arabia Saudita, sostenuta dagli Stati Uniti. I nostri media dell’uomo bianco ci danno una visione del mondo da Washington/Londra. Molta è la propaganda occidentale.

Nonostante le continue guerre criminali e spesso infruttuose, il rovesciamento o la sovversione di governi stranieri e il declino dell’influenza economica statunitense, l’egemonia e il dominio degli Stati Uniti sul pensiero australiano continuano. Nonostante tutte le prove, perché continuiamo a negare l’evidenza?

Uno dei motivi è che come piccola comunità asiatica, isolata e prevalentemente bianca, abbiamo storicamente cercato un protettore esterno, prima il Regno Unito e, quando questo è fallito, gli Stati Uniti. La mentalità coloniale è ancora presente.

Spesso ci viene detto che abbiamo valori condivisi e istituzioni comuni prima con il Regno Unito e ora con gli Stati Uniti. Ma i Paesi agiscono sempre per i propri interessi, come stanno scoprendo gli agricoltori australiani quando gli Stati Uniti si accaparrano i nostri mercati in Cina. Non è certo un modo per proteggerci le spalle!

Un’altra ragione per cui neghiamo l’imperium americano è, come ho descritto, la saturazione dei nostri media con notizie, opinioni e intrattenimento statunitensi. Non abbiamo media indipendenti. Qualunque cosa i media statunitensi dicano sulla Cina o sulla difesa avrà inevitabilmente un buon riscontro nei nostri media derivati.

Un’altra ragione per la continua egemonia degli Stati Uniti sugli atteggiamenti australiani è la seduzione dei leader d’opinione australiani che per decenni hanno beneficiato della generosità e del sostegno americano – nei media, nella politica, nella burocrazia, nelle imprese, nei sindacati, nelle università e nei think-tank. Migliaia di australiani influenti sono stati cooptati dal denaro e dal sostegno degli Stati Uniti in viaggi, “dialoghi” come l’AALD, centri di studio e think tank. Questa è la vera “influenza straniera”. La Cina è un attore secondario accanto agli Stati Uniti.

Se la Cina è una minaccia lontana, lo sarebbe molto meno se non fossimo così asserviti agli Stati Uniti. Il grande rischio di una guerra con la Cina è se continuiamo ad agire per conto degli Stati Uniti. Pine Gap sarebbe il primo obiettivo cinese.

Siamo una nazione che nega di essere “legata a doppio filo” a un alleato pericoloso, irregolare e rischioso. A parte brevi periodi di isolazionismo, gli Stati Uniti sono stati quasi sempre in guerra. Il rischio militare più grande che corriamo è quello di essere portati per il naso in una guerra degli Stati Uniti con la Cina.

Joe Biden sta smussando alcune asperità, ma lui e i suoi consiglieri per gli affari esteri sono impantanati nel vecchio mito statunitense dell'”eccezionalismo“.

Stiamo abbandonando volontariamente la nostra autonomia strategica. Stiamo diventando un proxy e un vassallo degli Stati Uniti, un Paese molto aggressivo e violento.

La Dsr ha il dovere di farci tornare indietro dalla pericolosa rotta che abbiamo imboccato.

La minaccia militare che abbiamo di fronte non è la Cina, ma l’agire per procura degli Stati Uniti.

Kishore Mahbubani ha descritto con precisione il nostro dilemma di sicurezza. “L’Australia può scegliere di essere un ponte tra l’Oriente e l’Occidente nel secolo asiatico, oppure la punta della lancia che proietta il potere occidentale in Asia“.

Il Ministro Marles sta chiaramente scegliendo il ruolo di punta di lancia per gli americani.

Si rende conto dei grandi rischi che corre l’Australia nell’essere un volenteroso proxy e un tirapiedi di un alleato molto aggressivo e violento, un alleato che è quasi sempre in guerra e ci trascina in un disastro militare dopo l’altro?

Per saperne di più, leggete la nostra serie di articoli sulla Defence Strategic Review.

FONTE: https://johnmenadue.com/four-corners-australia-the-spear-carrier-for-the-us-in-our-region/

(Traduzione: Cambiailmondo.org)

Video di Four Corner:

Mobilitarsi per la pace, fermare i costruttori di cimiteri

Di fronte all’incapacità dei governi e delle istituzioni internazionali di arrestare l’escalation della guerra, si devono muovere i popoli. Con difficoltà l’opinione pubblica sta uscendo dal lungo letargo imposto dalla ninnananna del pensiero unico cantata dai media e dalle principali forze politiche. La mobilitazione è cominciata dal basso e si sta estendendo a macchia d’olio.

di Domenico Gallo

L’orribile massacro in corso alle frontiere dell’Europa, sta degenerando verso un’ulteriore escalation. Dopo l’attentato al ponte di Kerch, che unisce la Crimea alla Russia meridionale, si è scatenata una pioggia di bombardamenti con droni suicidi su Kiev e su tutta l’Ucraina, mirata soprattutto a colpire gli impianti civili di produzione di energia elettrica, mentre proseguono  violentissimi gli scontri su più fronti fra le truppe ucraine e quelle russe. In questo momento si stanno addestrando 15 mila soldati ucraini sul territorio europeo con i fondi per la pace dell’European Peace Facility. Ad essi si aggiungono 10 mila soldati ucraini addestrati dal Regno Unito per l’uso delle nuove armi più alcune migliaia di contractors finanziati dagli Stati Uniti con elevate competenze militari. Si prepara quindi una potenza di assalto finalizzata a sfondare quest’inverno le difese russe e filorusse, mentre la Russia dal canto suo sta reclutando e addestrando 300 mila soldati per fronteggiare la controffensiva ucraina . Ci sarà quindi sempre più carne da cannone su entrambi i fronti, e più cimiteri da riempire.

Di fronte a questi ulteriori sviluppi – per quanto sia assurdo – le Cancellerie dei principali paesi europei, le istituzioni europee, compreso il Parlamento Europeo, hanno deciso di continuare a puntare sul prolungamento e sull’escalation della guerra, convinti che la pace potrà essere ristabilita soltanto con la vittoria dell’Ucraina e la disfatta della Russia. Non a caso in tutti i documenti ufficiali non compare mai la parola “negoziato”, “cessate il fuoco”, “neutralità”, “status dei territori contesi”, “conferenza internazionale di Pace” “sicurezza collettiva”. Anche il rischio di un inverno nucleare non porta a più miti consigli, anzi viene apertamente sfidato con minacce di reazioni altrettanto distruttive.

Di fronte all’incapacità dei governi e delle istituzioni internazionali di arrestare questa corsa al suicidio si devono muovere i popoli. Con difficoltà l’opinione pubblica sta uscendo dal lungo letargo imposto dalla ninnananna del pensiero unico cantata dai media e dalle principali forze politiche. La mobilitazione è cominciata dal basso e si sta estendendo a macchia d’olio.

Il primo appuntamento è per il weekend dal 21 al 23 ottobre. Sulla base dell’appello lanciato dalla coalizione Europe for peace si stanno organizzando iniziative varie in 100 città italiane con la richiesta di cessate il fuoco immediato affinché si giunga ad una Conferenza internazionale di Pace.

Nel testo sottoscritto dalle aderenti di Europe for Peace si sottolinea come ““Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace”. I promotori sottolineano come invece sia necessario “che il nostro Paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato avviando un percorso per una Conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro”.

Tutte queste iniziative locali serviranno ad alimentare una manifestazione nazionale che si svolgerà il 5 novembre a Roma. Le parole d’ordine sono: cessate il fuoco subito – negoziato per la pace, mettiamo al bando tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre.

La buona notizia è che la mobilitazione per la pace sta coinvolgendo tutta la società italiana nella sue più varie articolazioni. Ci sono Arci, Agesci, Anpi, Emergency, Libera, Sant’Egidio, Pax Christi, la FIOM, le tre Confederazioni sindacali e una miriade di associazioni quale non si era mai vista prima.

Questa nascente mobilitazione popolare per la pace è già divenuta oggetto di attacchi rabbiosi da più parti. Quello che è più preoccupante, però, non sono le denigrazioni aperte di coloro che cercano di intimidire il movimento qualificando tutti i pacifisti come putiniani.

L’attacco veramente insidioso è quello di chi cerca di depotenziare la mobilitazione popolare deviandola su un binario morto. Qui non si tratta di agitare una generica aspirazione dei popoli alla pace, su cui a parole tutti concordano. Si tratta di contrastare un indirizzo politico ben preciso che punta alla guerra come unica soluzione della crisi.

Per imbrogliare le acque, anche gli esponenti del partito della guerra sono disponibili a scendere in piazza per invocare la pace. Emblematico è il caso del sit-in all’ambasciata russa, truccato da manifestazione per la pace in cui gli organizzatori hanno discettato di pace “giusta”, chiedendo il ristabilimento della sovranità dell’Ucraina “secondo i confini stabiliti dalla Comunità internazionale prima del 2014”. In altre parole, si pretende di contrabbandare come pace il progetto di alimentare la guerra e portarla sino alle sue estreme conseguenze.

Al contrario se si vuole la pace, non bisogna aizzare il nazionalismo ucraino contro quello russo, ma bisogna mettere mano ai nodi politici reali che hanno determinato lo scoppio del conflitto, dalla questione della neutralità dell’Ucraina a quella dell’autonomia delle regioni russofone del Donbass.

Come sottolinea la Piattaforma per il 5 Novembre: “È urgente lavorare ad una soluzione politica del conflitto, mettendo in campo tutte le risorse e i mezzi della diplomazia al fine di far prevalere il rispetto del diritto internazionale, portando al tavolo del negoziato i rappresentanti dei governi di Kiev e di Mosca, assieme a tutti gli attori necessari per trovare una pace giusta. Insieme con Papa Francesco diciamo: “Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili”.

Questo è il momento di alzare la voce per la pace.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/10/mobilitarsi-per-la-pace-fermare-i-costruttori-di-cimiteri/

Il metodo Piombino “L’Italia oltre la legge” – Un documentario di Max Civili (su rigassificatore ecc.)

Bellissimo documentario di Max Civili e Gianluca Raccogli sulla situazione di Piombino alle prese con la nuova installazione per la rigassificazione.

DOPO COVID-19

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