archivi

CRISIS

Questa categoria contiene 2438 articoli

I detriti del razzo cinese cadono sulla Terra come “accuratamente previsto

La maggior parte delle parti è bruciata durante il rientro, “pratica comune” delle potenze spaziali
di Fan Anqi e Cao Siqi (dal Global Time)

L’autorità spaziale cinese ha annunciato domenica che i resti del razzo vettore cinese Long March-5B Y2 sono rientrati nell’atmosfera terrestre, la maggior parte bruciando all’ingresso, con alcuni resti che cadono nel Mar Arabico.

Nel mezzo di un intenso confronto Cina-USA e di una concorrenza sempre più feroce nella tecnologia tra le due grandi potenze, alcuni americani si sono scervellati e hanno colto ogni occasione per esaltare la teoria della “minaccia cinese”, con l’ultimo episodio in cui hanno accusato la Cina di essere “irresponsabile” per aver lasciato i detriti dei razzi “senza controllo, causando minacce agli oggetti sulla Terra”, nonostante il fatto che è un modo comune globale per gestire i detriti dei razzi, praticato da tutte le potenze spaziali compresi gli stessi Stati Uniti.

Gli esperti aerospaziali cinesi hanno notato che si sentono “sorpresi” che alcune persone accettino una logica così assurda, dato che è senso comune nel campo della scienza. Gli analisti degli affari esteri hanno sottolineato che ciò riflette i doppi standard dell’Occidente nel tentativo di sabotare il piano di costruzione della stazione spaziale cinese, facendo emergere le loro intenzioni militari di tracciare l’hardware spaziale della Cina.

Completamente normale

I detriti del razzo vettore cinese Long March-5B Y2 sono rientrati nell’atmosfera terrestre alle 10:24 del mattino, ora di Pechino, domenica, con la maggior parte delle parti che si sono bruciate durante il processo, ha detto la China Manned Space Agency (CMSA). La posizione del rientro è 72,47 gradi di longitudine est e 2,65 gradi di latitudine nord, indicando il punto di impatto nel Mar Arabico a ovest delle Maldive.

Nonostante il chiarimento da parte degli addetti dell’industria spaziale cinese e del Ministero degli Esteri che la probabilità che i resti del razzo causassero danni era estremamente bassa, un certo numero di media occidentali, tra cui CNN e New York Times, così come il Pentagono e la NASA degli Stati Uniti, hanno affermato che i detriti stavano tornando sulla Terra in modo “incontrollato” e hanno criticato la Cina di essere “irresponsabile” per l’atterraggio nell’oceano.

“Le accuse erano false, senza fondamento”, ha detto Song Zhongping, un esperto aerospaziale e commentatore televisivo. “La cosiddetta traiettoria ‘incontrollata’ si riferisce alla perdita di propulsione, ma non significa affatto che la Cina abbia perso la traccia della sua traiettoria di volo e della sua posizione in tempo reale.”

Ogni movimento dei frammenti del razzo viene osservato da vicino dalla rete di monitoraggio spaziale della Cina, e le previsioni accurate sul suo sito di atterraggio sono state fatte di conseguenza e la rotta di volo avrebbe evitato aree densamente abitate, ha detto Song al Global Times di domenica.

Wang Ya’nan, redattore capo della rivista Aerospace Knowledge, ha detto che è “completamente normale” che i detriti del razzo tornino sulla Terra, ed è una pratica comune effettuata da tutti i partecipanti globali nel campo aerospaziale, compresi gli Stati Uniti.

“La caduta del relitto è all’interno della gamma normale secondo gli standard ampiamente accettati, con la maggior parte delle parti bruciate durante il rientro e alcune sono state bruciate in modo insufficiente a causa delle differenze nell’ambiente atmosferico”, ha detto Wang.

“Fatta eccezione per i razzi riutilizzabili SpaceX, tutti i resti del primo e del secondo stadio dei veicoli di lancio tradizionali ritornano sulla Terra in modo incontrollato. E tutti i paesi che conducono tale pratica tracciano i pezzi che cadono e calcolano le loro traiettorie come fa la Cina”, ha notato Wang.

La consegna in orbita del modulo centrale della stazione spaziale Tianhe ha dimostrato l’affidabilità e la controllabilità del razzo Long March 5B, ha aggiunto Wang.

Dopo il successo del lancio del razzo Long March-5B Y2, che ha mandato in orbita la prima sezione della stazione spaziale cinese – la cabina del modulo centrale Tianhe – la Cina ha dato il via a un’intensa fase di costruzione del progetto della prima stazione spaziale del paese, dove un fitto calendario di altri 10 lanci è stato fissato per i prossimi due anni. La stazione spaziale dovrebbe essere operativa entro il 2022.

Stimata essere l’unica stazione spaziale operativa in orbita che sarà aperta a partner stranieri dopo il pensionamento della Stazione Spaziale Internazionale previsto nel 2024, alcuni paesi occidentali, soprattutto gli Stati Uniti, sono gelosi di quanto rapidamente la Cina stia crescendo nella tecnologia aerospaziale. “Pertanto, qualsiasi progresso nel settore aerospaziale toccherà un nervo scoperto nella comunità strategica degli Stati Uniti”, ha detto domenica al Global Times Li Haidong, professore presso l’Istituto di Relazioni Internazionali della China Foreign Affairs University.

Gli Stati Uniti hanno continuato a pressare la Cina nel campo della scienza e della tecnologia dopo che il presidente americano Joe Biden è entrato in carica. Ha cercato di usare la questione dei detriti del razzo per macchiare l’immagine della Cina nel mondo, accusando il paese di danneggiare la pace mondiale, e d’altra parte, ha tentato di giocare la teoria della “minaccia cinese” dal momento che non tutti i paesi possono sviluppare razzi Long March, ha detto Li.

I detriti spaziali sono un problema affrontato da tutti i paesi nel processo di sviluppo dello spazio. Lo spazio ha bisogno della protezione di tutti i paesi, proprio come la Terra. Tuttavia, è una questione scientifica e tecnologica e non dovrebbe essere politicizzata, ha sottolineato Li.

Diversi addetti ai lavori dell’industria spaziale cinese, raggiunti dal Global Times di domenica, hanno rivelato che la Cina ha fatto i suoi compiti durante la fase iniziale di progettazione del razzo sulla posizione di decollo, la pianificazione della traiettoria e i relativi preparativi tecnici, che hanno tutti preso in considerazione la caduta dei detriti del razzo.

Intenzioni militari

Prima che i detriti rientrassero nell’atmosfera terrestre, l’esercito degli Stati Uniti e alcune agenzie dell’UE hanno seguito da vicino i detriti e hanno previsto il tempo e la posizione di atterraggio. Gli esperti hanno notato che l’analisi predittiva occidentale del relitto dello stadio finale del razzo vettore Long March-5B Y2 è una sorta di allenamento anti-missile.

“Anche se lo stadio superiore di questo razzo non è un vero missile, la previsione della sua traiettoria di volo e i parametri delle prestazioni di rientro possono essere utilizzati come esercizio per prevedere i parametri di rientro di una vera testata missilistica. È un riferimento per le loro future operazioni anti-missile”, ha detto Huang Zhicheng, un esperto dell’industria spaziale.

Huang ha notato che il trattamento dei detriti dei razzi in tutto il mondo è fondamentalmente allo stesso livello. Il problema principale è che i detriti dello stadio superiore del razzo possono causare una piccola quantità di detriti, ma la probabilità di causare danni è molto piccola. Tuttavia, questo problema non è stato risolto definitivamente da nessun paese.

‘Cometa’ o ‘grave minaccia’?

In netto contrasto con i rapporti dei media sui detriti del razzo cinese, i resti in fiamme del secondo stadio del razzo statunitense SpaceX Falcon 9, che si è schiantato in una fattoria nello stato di Washington a marzo, sono stati descritti da media come Associated Press come “lasciando scie simili a comete” mentre il vascello attraversava il cielo del nord-ovest del Pacifico.

Le diverse descrizioni dei due razzi riflettono i doppi standard adottati da alcune forze occidentali nel modo in cui viene trattata la Cina, ha detto Song, in quanto “non sono davvero preoccupati di causare danni alle persone, ma dal momento che si tratta di un razzo cinese, hanno politicizzato la questione, mettendo un’etichetta su di esso e poi pubblicizzando l’evento.”

Xing Jianwei, vice capo progettista del razzo vettore Long March 2C, ha detto ai media che la Cina sta sviluppando la capacità di controllare la carenatura del razzo (quando il cono anteriore che protegge il carico utile viene gettato nello spazio) dopo la separazione in modo che l’atteggiamento del suo rientro sulla Terra possa essere controllato.

Durante i quasi 60 anni di attività spaziale, non sono stati riportati casi di detriti di razzi che abbiano causato vittime umane. I rischi per tutti i detriti di razzi sono abbastanza simili, quindi, è davvero poco onesto intellettualmente sostenere che i razzi cinesi hanno un rischio particolarmente elevato, hanno detto gli analisti.

“Ora dubito davvero del senso comune della scienza nella società occidentale, dal momento che assumono tale logica”, ha notato Wang Yanan.

Traduzione: Cambiailmondo

FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202105/1222935.shtml

Colombia 2021: “Continuano ad ammazzarci”

di Rodrigo Rivas

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo. Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti. Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

1.- “La versione ufficiale, mille volte ripetuta dal governo in forma martellante a tutto il Paese con ogni mezzo di comunicazione alla sua portata, finì per imporsi: non ci furono morti, i lavoratori soddisfatti erano tornati a casa dalle loro famiglie e la compagnia bananiera sospendeva le attività in attesa che la pioggia finisse.

La legge marziale restava in vigore, prevedendo la necessità di mettere in atto misure di emergenza per far fronte alla calamità pubblica rappresentata dall’interminabile acquazzone. La truppa restava in caserma. Durante il giorno, i militari giravano per le strade trasformate in torrenti, con i pantaloni arrotolati a mezza gamba, giocando ai naufragi con i bambini.

Di notte, dopo l’entrata in vigore del coprifuoco, abbattevano le porte coi calci dei fucili, buttavano giù i sospettati dai loro letti e gli portavano via a un viaggio senza ritorno.

Continuava la ricerca e lo sterminio dei malfattori, assassini, incendiari e rivoltosi così come descritti dal Decreto Numero Quattro, ma i militari lo negavano anche ai parenti delle loro vittime che affollavano l’ufficio dei comandanti alla ricerca di notizie.

«Sicuramente l’avete sognato», insistevano gli ufficiali. «A Macondo non è successo nulla, nulla succede e mai succederà nulla. Questo è un paese felice».

Così portarono a compimento lo sterminio dei capi del sindacato” (Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”, 1968).

Gabo si riferisce ai fatti del 1928, quando il già allora corrotto governo oligarchico del conservatore Abadía Méndez ordinò all’esercito colombiano di fucilare diverse migliaia di operai e di lavoratori, incluse le loro famiglie per evitare che cadessero in povertà, nella enclave bananiera della United Fruit a Santa Marta.

I “falsi positivi” sono un’invenzione più recente. Videro la luce durante il governo di Alvaro Uribe Vélez, il “Matarife, genocida innominabile” che si trova all’origine del narco-paramilitarismo, che ha perfezionato il sistema di corruzione e architettato l’odierno legame tra i potentati economici e la sua cerchia politica, che governa la Colombia da oltre 30 anni.

In italiano, il termine “Matarife” significa macellaio. Ma la traduzione non rende l’idea. Significa invece “taglia gola”, “squartatore” o “boia”. Ma ho un dubbio su quest’ultima traduzione, poiché quella del boia è stata una funzione pubblica, rispettata e rispettabile. “Mastro Titta”, “er boja de Roma” fino al 1864, era anche molto popolare e quando fu sostituito da Vincenzo Balducci, papa Pio IX gli concesse un ottimo vitalizio mensile (vedere la falsa autobiografia scritta nel Novecento da un autore rimasto anonimo, ”Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso”).

Uribe Vélez è un delinquente noto internazionalmente almeno dai primi anni ‘90, ben prima di diventare presidente (2002-2010), ossia da quando l’agenzia militare d’intelligence degli Stati Uniti (DIA) lo mise ufficialmente nella lista di persone legate al “Cartello di Medellin”.

2.- “Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende, un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli” recita Sauron, “l’Aborrito” in lingua quenya, l’Oscuro Signore di Mordor, uno spirito malvagio e potentissimo (J. R. R Tolkien, “Il Signore degli Anelli”). 

Verso la fine del 2008 diventava di dominio pubblico in Colombia una storia di premi e punizioni basata sull’efficienza.

Il percorso era semplice: l’Esercito nazionale colombiano assassinava civili innocenti facendoli passare per guerriglieri uccisi in combattimento nella guerra civile che, con diversi nomi e attori, è in atto in Colombia dal 1948.

Gli assassinati erano migliaia. Attraverso il sistema di premi e punizioni, esaltando i risultati repressivi ottenuti da ogni sergente, pattuglia e dall’intero esercito, portavano promozioni, riconoscimenti, benefici e gratifiche.

Il caso fu scoperto per l’ingordigia dei candidati ai premi, non per la semplice moltiplicazione dei morti considerata un fatto pressoché normale: ad un certo punto i conti non quadravano. La colonna dell’Avere, “guerriglieri uccisi in combattimento” continuava a crescere ma cresceva pure la colonna del Dare, “numero di guerriglieri attivi”.

Questo serial killer di massa ben rappresenta la classe dirigente colombiana, anche quella recentemente premiata con il Nobel per la pace in seguito all’accordo con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC, 2016) per mettere fine alla più lunga guerra civile della storia.

Non essendo il tema, faccio solo un cenno ad una conseguenza strutturale di questa guerra:

“Nel 2015, le terre non controllate dal latifondo e dalle corporazioni multinazionali superavano il 40% del territorio colombiano totale. Basta controllare l’elenco di questi territori con le cronache odierne per verificare che sono proprio questi i territori attualmente invasi e ferocemente attaccati da gruppi armati illegali con l’aperta complicità del governo.

Negli ultimi 20 anni, circa 6,6 milioni de ettari, oltre il 15% della superficie agricola della Colombia, sono stati occupati con violenza da paramilitari, narcotrafficanti e militari. Molti fanno finta di essere sorpresi “di cotanta ferocia”, ma non c’è alcun motivo per essere sorpresi. Le caratteristiche e conseguenze di questo processo erano talmente evidenti fin da mo’, che l’agronomo ed ecologista francese René Dumont le ha previste in ogni sua fase (“Le mal-développement en Amérique latine. Mexique, Colombie, Brésil”, 1981)… Come avviene in tutte le materie incluse nel processo di pacificazione teoricamente in corso, la restituzione concordata delle terre è stata un sonoro insuccesso: ai contadini sono stati restituiti 15.000 ettari, lo 0,023% di quanto era stato loro rubato soltanto nei 20 anni precedenti… La voracità del capitale colombiano sta facendo tabula rasa persino delle zone che lo Stato ha dichiarato protette. Ad esempio, in almeno 31 dei 59 parchi naturali nazionali ci sono attualmente conflitti per l’uso, l’occupazione e l’usufrutto della terra…

Alla guerra per la terra si aggiunge la guerra per l’acqua, oggi in procinto di passare nelle mani delle grandi aziende transnazionali… Ad esempio, sono in processo di privatizzazione i 12.000 acquedotti comunitari esistenti, che riforniscono il 40% dell’acqua utilizzata nelle zone rurali e il 20% di quella usata nelle zone urbane” (Terra, acqua, aria: fuoco – terza parte e conclusione, 9 luglio 2020).

3.- “Gli elenchi di gente ricca sono stracolmi di persone che hanno ereditato la loro fortuna o l’hanno fatto speculando, non di certo grazie alla loro capacità innovativa e al loro sforzo produttivo. Sono un catalogo di speculatori, di baroni immobiliari, di reali e nobili formalmente decaduti o in carica, di monopolizzatori delle tecnologie dell’informazione, di usurai, di banchieri, di sceicchi del petrolio, di magnati del settore minerario, di oligarchi e amministratori delegati pagati in modo assolutamente spropositato riguardo a qualsiasi valore possano generare…

Un secolo fa, gli imprenditori cercavano di farsi passare per parassiti adottando lo stile e le forme delle classi parassitarie proprietarie di un titolo nobiliare. Oggi i parassiti pretendono di essere imprenditori” (Geoge Monbiot, Invisible Hands 21 luglio 1018).

Dalle statistiche ufficiali risulta che la metà dei 50 milioni di colombiani vive nell’informalità, che il 42,5% sono poveri e che la disoccupazione è aumentata del 16,8% soltanto nel marzo 2021.

Dalle statistiche delle organizzazioni che si occupano dei diritti civili risulta che tra gennaio e marzo 2021 sono stati assassinati 79 leader sociali.

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo.

Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti

Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

Secondo Diego Molano, ministro della Difesa, i cortei sono stati infiltrati da gruppi armati illegali che si sono dedicati al saccheggio e al vandalismo. I fatti di violenza sono premeditati, organizzati e finanziati da gruppi di guerriglieri dissidenti. Curiosamente, tutte le vittime sono civili disarmati.

Domenica 2 maggio il presidente Duque ha ritirato l’iniziativa avvertendo che non ci sarà alcuna tolleranza sul terrorismo urbano.

È difficile fare un’analisi della situazione concreta e forse non è nemmeno il momento adeguato per provarci.

Malgrado l’eterogeneità del movimento, si possono comunque osservare tre linee generali.

La prima era la rinuncia del capo economista dei neoliberisti, il ministro Alberto Carrasquilla, costretto a dimettersi lunedì 3 maggio in seguito al ritiro del suo progetto “riformatore” teso a trasferire ai ceti medi e bassi l’intero costo della pandemia da Covid-19, lasciando in piedi il sistema fiscale che esonera dalle imposte gli oligopoli legati alle attività minerarie e all’esportazione di zucchero e banane.

La seconda è la richiesta di un’economia un po’ meno disuguale.

La terza consiste in una serie di riforme: democratizzazione dell’educazione e della sanità, amministrazione meno soggetta al clientelismo politico, riforma della polizia e smantellamento della Squadra Mobile Antidisturbi (Escuadrón Móvil Antidisturbios”), incaricata di reprimere le proteste e una migliore implementazione del processo di pace firmato nel 2016 dall’allora presidente Juan Manuel Santos e dalle FARC.

4.- Analizzando le condizioni in cui si fa la storia, Karl Marx scrisse nel 1852: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia” (“Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, Incipit).

In questo maggio 2021 non è in questione la “narrazione” sui fatti poiché quanto avviene è evidente persino alla UE che, infatti, ha stilato una nota di protesta contro gli eccessi della polizia.

In questa fase, il governo copia la manovra ingannevole e dilatoria del “virus Piñera”, chiamando “le organizzazioni politiche ad un dialogo nazionale” che esclude i protagonisti (organizzazioni sociali, popolari, civiche, etniche, studentesche, operaie, contadine,  docenti,  associazioni di vittime, difensori dei diritti umani, ecc) “perché abbiamo ascoltato il popolo colombiano e la sua protesta pacifica”.

I rumori disarmonici della popolazione non sono stati ascoltati. Perché sono puro e semplice vandalismo sul quale cadrà il peso della legge che, in questo caso, significa anche fucilazioni in situ da parte delle squadre anti-disturbi.

Osservando le foto ufficiali che immortalano l’inizio delle conversazioni tra il governo ed alcuni “leader dell’opposizione democratica”, mi vengono in mente scene viste in un vecchio museo di Bogotá sui momenti successivi all’assassinato del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile 1948.

Anche l’allora presidente, il conservatore Ospina Pérez, avendo ascoltato la rabbia della popolazione, richiamò a palazzo i capetti del Partito Liberale, buona parte dei quali erano su posizioni del tutto diverse a quelle di Gaitán, sospettati di tradimento o conciliatori per professione e dottrina, per formare a nome e rappresentanza del gaitanismo, un effimero governo di conciliazione nazionale. Nessuno dei problemi strutturali venne risolto e contro i gaitanisti veri, previamente satanizzati come “populisti”, si scatenò una politica di sterminio.

Così nacque il conflitto sociale armato colombiano, riciclato ma ancora vivo. Era, ribadisco, il 1948.

“Los hambrientos piden pan, plomo les dá la milicia” (gli affamati chiedono pane, piombo dà loro la milizia), cantava Violeta Parra (“La carta”, 1962).

I colombiani chiedono una “Assemblea Costituente Ampia e Democratica” che convochi i veri rappresentanti della mobilitazione sociale, non i politicanti, per discutere sui motivi che hanno portato alla mobilitazione e per trovare una vera “Soluzione Politica” al conflitto sociale.

Su questo magnifico Paese si agita nuovamente lo spettro del “Bogotazo” che inaugurò la “violenza” dopo l’assassinio di Gaitán.

La Colombia continua a dimostrare che Dio è giusto: “Viviamo in un Paese talmente bello che, per ricompensare gli altri, il Padre eterno ci ha dato questi governi terribili”.

E continua a mettere in mostra la vivacità della sua vita politica: “In Colombia esiste una differenza notevole tra conservatori e liberali. I conservatori vanno a messa alle otto, i liberali a mezzogiorno”.   

La chiusa a Gabo: “Erano tre reggimenti la cui marcia ritmata dai tamburi dagli schiavi della galera faceva tremare la terra. Il suo respiro da drago multicefalo aveva impregnato di vapore pestilente la luminosità di mezzogiorno. Erano piccoli, massicci, bruti. Sudavano con sudore di cavallo, avevano un odore di carnaccia macerata dal sole e l’impavidità taciturna e impenetrabile degli uomini dell’altipiano. Benché ci mettessero più di un’ora a passare, si sarebbe potuto pensare che fossero solo poche squadre che facevano il girotondo, perché tutti erano identici, figli della stessa madre, e tutti sopportavano con uguale stolidità il peso dei tascapane e delle borracce, la vergogna dei fucili con le baionette innestate e la scoglionatura dell’obbedienza cieca e del senso dell’onore” (op. cit.).

R.A. Rivas 5 maggio 2021

Gli sviluppi elezioni in Israele

Elezioni e Democrazia

di Giorgio Gallo (*)

Pochi giorni fa abbiamo assistito a una sorta di crisi diplomatica fra Italia e Turchia. Nel corso di una conferenza stampa, rispondendo a una domanda, il nostro premier Mario Draghi ha affermato che il presidente turco Erdogan è un dittatore. Immediata la risposta da parte del governo turco: Erdogan è stato eletto dal popolo, mentre Draghi è un “nominato”, privo quindi di legittimità democratica. Ritorna l’equivalenza fra democrazia ed elezioni: lo svolgimento di elezioni garantisce la democrazia, e, corrispondentemente, la democrazia richiede elezioni. Ma è proprio così? Oggi non ne siamo più tanto sicuri.

Che la democrazia sia in crisi è ormai un luogo comune, soprattutto dopo la crescita dei movimenti populisti. Gli esempi di paesi in cui elezioni periodiche convivono con regimi autocratici e illiberali sono diversi. “Contro le elezioni, perché votare non è più democratico” è il titolo di un libro pubblicato nel nostro paese nel 2015. Un libro che si apre con una citazione da Il contratto sociale di Rousseau: “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente”.

È un argomento su cui sarebbe interessante riflettere in modo più articolato. Ma qui voglio solo prenderne lo spunto per parlare delle ultime lezioni in Israele. Elezioni, le quarte in due anni, che più che un esempio di vitalità democratica appaiono come una sorta di artificio per mantenere al potere un uomo, Bibi Netanyahu, e, soprattutto, per tenerlo al riparo da pesanti guai giudiziari.

Si sono svolte il 23 marzo e di nuovo, come le tre precedenti, non sembra siano state risolutive. Mentre scrivo Netanyahu sta ancora svolgendo trattative con i partiti di destra e destra estrema, cioè quasi tutti i partiti israeliani, in quello che in Italia chiameremmo un “mercato delle vacche”, per formare un governo. L’ultima notizia riguarda l’offerta a GideonSa’ar, un transfuga del Likud, il partito di Netanyahu, che ora guida la nuova formazione New Hope, che ha ottenuto in queste elezioni 6 seggi. Netanyahu ha offerto a Sa’ar di formare un governo in cui i due ruoterebbero nella carica di primo ministro. È vero che Sa’ar nella campagna elettorale si era impegnato a non partecipare mai più ad un governo guidato da Netanyahu. Sembra però che sia molto tentato di accettare l’offerta, anche perché, spiega, nella campagna elettorale, “aveva solo promesso di non sedersi “sotto” Netanyahu e non “accanto” a lui”.

È probabile che le trattative non porteranno a un governo stabile e che sarà necessario il ricorso a una ulteriore tornata elettorale. Tuttavia queste elezioni hanno comunque portato a cambiamenti del panorama politico, cambiamenti che potrebbero avere conseguenze nel futuro prossimo. In particolare ci sembra di potere individuare quattro fatti nuovi che potrebbero essere rilevanti: i) un sia pur limitato riconoscimento del ruolo politico degli arabi israeliani e delle loro rappresentanze; ii) la rottura dell’unità politica degli arabi, iii) un avvicinamento tra destre religiose dei due campi; iv) il ritorno in parlamento dei razzisti e suprematisti ebraici del vecchio partito di Kahane.

Gli arabi, malgrado siano cittadini israeliani, sono sempre stati visti, soprattutto, ma non solo, dalle destre, come sostanzialmente estranei alla società israeliana e fonte di preoccupazione e timore. Nelle elezioni nazionali del 2015, la mattina stessa delle elezioni, per spingere i suoi sostenitori ad andare alle urne, sui social, Netanyahu aveva lanciato l’allarme: “gli arabi stanno affollando le urne in massa”. Il voto degli arabi era visto come un pericolo! Di questo nell’ultima campagna elettorale Netanyahu si è scusato, impegnandosi a maggiori investimenti nelle comunità arabe, in particolare per quel che riguarda la sicurezza.

Questo perché uno dei maggiori problemi che la popolazione araba sente, è quello della violenza e della criminalità. In un incontro elettorale nella città araba di Nazareth, si è presentato, secondo un costume arabo, come “Abu Yair”, il padre di Yair (il suo primogenito), e queste sono state le parole con cui ha concluso l’incontro: “Se ebrei e arabi possono ballare insieme per le strade di Dubai, possono anche ballare insieme nello Stato di Israele. Oggi inizia una nuova era – un’era di prosperità, integrazione e sicurezza”. Il riferimento è al “trumpiano” patto di Abramo fra Israele e gli stati del Golfo.

Non sappiamo quanti elettori arabi si siano lasciati convincere, me è presumibile che diversi di essi, soprattutto nelle comunità più marginalizzate, quali ad esempio le comunità beduine del Negev, abbiano deciso di votare per il Likud. Un esponente di una di queste comunità, che nelle precedenti elezioni era stato un sostenitore attivo della Joint list, la coalizione dei partiti arabi, alla domanda di un giornalista se non fosse meglio votare per la sinistra piuttosto che per Netanyahu, risponde: “Al contrario. Forse ora, con il nostro sostegno, possiamo guadagnare influenza dall’interno. È chiaro che il Likud sarà al governo, quindi cos’è meglio? Essere dentro il gioco o fuori? Noi vogliamo essereinfluenti”. E in effetti, dopo le elezioni, nelle trattative ancora in corso, si vede un ruolo più rilevante dei partiti arabi, che finora, per una sorta di “conventio ad excludendum”, non erano accettati come partner in maggioranze parlamentari, neppure sotto forma di un sostegno esterno.

Oggi invece i partiti arabi stanno svolgendo un ruolo attivo nelle trattative per la formazione di un governo, al punto che Mansour Abbas, leader della UnitedArab List, un partito islamico conservatore, con i suoi 4 seggi potrebbe far pendere la bilancia a favore della destra di Netanyahu oppure del centro destra di Yair Lapid. Non a caso in più articoli sui giornali israeliani è stato definito “potenziale kingmaker”. In un intervento molto seguito dalle televisioni israeliane ha aperto agli ebrei: “Ciò che abbiamo in comune è più grande di ciò che ci separa. Se non impariamo ora a ridurre l’ignoranza e a rovesciare il razzismo, lasceremo alla prossima generazione una realtà complessa, pericolosa e impossibile”.

Nel momento in cui scrivo, ancora non sono chiari gli effetti concreti della scelta di Abbas. La sua disponibilità ad appoggiare dall’esterno un governo guidato da Netanyahu si è scontrata con il veto di BezalelSmotrich, il leader del ReligiousZionism party, partito di estrema destra razzista. Senza l’apporto di Abbas, la coalizione dei partiti di destra guidata da Netanyahu si fermerebbe a 59 seggi, mentre ne servono almeno 61 per avere la maggioranza nella Knesset. È pertanto possibile che anche questa volta non si riesca a superare situazione di stallo in cui versa la democrazia israeliana e che si debba tornare a votare.

Anche se è ormai improbabile che Abbas possa entrare, anche solo sotto forma di appoggio esterno, in una coalizione di governo, certamente si è rotto un tabù. Abbas ha trattato, a pieno diritto, sia con Netanyahu che con Yair Lapid del partito di centro-destra YeshAtid, e leader del blocco anti Netanyahu. Questo è certamente un cambiamento positivo, anche se con aspetti preoccupanti.

Mansour Abbas è stato però anche all’origine di un altro cambiamento, o piccolo terremoto, nel panorama politico arabo. Nel 2015 i partiti arabi si erano uniti nella cosiddettaJoint List, una coalizione composta da tre partiti arabi (il nazionalista Balad, il ramo meridionale del Movimento Islamico, e il Movimento Arabo per il Rinnovamento, o Ta’al) e da Hadash, un partito comunista ebreo-arabo. La Joint List ha rappresentato innanzitutto lo strumento per una più ampia e più efficace partecipazione politica della minoranza araba in Israele. Per un po’ è sembrato che questa speranza potesse realizzarsi.

Grazie anche a una maggiore partecipazione al voto da parte degli arabi, dai 13 seggi ottenuti nel 2015, alla sua prima uscita, la Joint list è arrivata ai 15 del 2019, il 12,5% della Knesset. Allora la Joint List si era detta disponibile a sostenere un governo guidato da Gantz, il leader del blocco anti Netanyahu. Purtroppo ancora una volta la preclusione nei riguardi degli arabi ha vinto e Gantz ha rifiutato l’offerta. Ha invece accettato di partecipare a un governo guidato da Netanyahu, tradendo tutte le sue promesse elettorali e spaccando il suo stesso partito. Ma la Joint Listha rappresentato anche una nuova possibilità per una sinistra israeliana ormai marginalizzata. Non a caso la rivista israeliana +972 Magazine, il 4 marzo 2015, dava la notizia della nascita della coalizione sono il titolo “The Joint List: L’ultima speranza della sinistra israeliana?”1. Ancora oggi la Joint List continua a essere vista come l’unica alternativa possibile per il voto degli ebrei della sinistra non sionista e contraria all’occupazione, come recita il titolo di un articolo di Gideon Levi, pubblicato il 10 febbraio scorso su Haaretz2, articolo che si chiude con le parole “Quindi ci rimane Tibi. Tibi o Bibi. La scelta dovrebbe essere abbastanza chiara” (Tibi è il leader arabo della Joint List e Bibi è Netanyahu).

Purtroppo questa unità è stata rotta in occasione di queste elezioni proprio dalla componente islamica conservatrice di Mansour Abbas, che è uscita dalla coalizione formando la UnitedArab List. Il risultato è stato che si è ridotta la partecipazione araba al voto e i seggi complessivi ottenuti dai partiti arabi sono passati da 15 a 10. Si è trattato della rottura di una politica basata sulla cittadinanza a favore di una politica basata su una appartenenza tribale. In questo La UnitedArab List è certamente più affine ai partiti israeliani religiosi ultraortodossi che agli altri partiti arabi. Hanno in comune la religione come elemento identitario, una concezione patriarcale della società, e la disponibilità a qualsiasi alleanza in funzione di ciò che si riesce a ottenere per il proprio gruppo.

Come osserva AmeerFakhoury, esponente della comunità di Nevé Shalom, “L’entrata di Abbas in questo gioco è più o meno l’accettazione della logica delle tribù in Israele. Per la prima volta, gli arabi palestinesi diventano chiaramente una tribù, completando l’ordine delle tribù come denotato dal presidente ReuvenRivlin. Non è più una politica nazionale che divide la mappa in maggioranza e minoranza, ma una politica tribale tra quattro tribù, con i palestinesi che dicono: ‘Ok, non abbiamo niente in comune, ognuno si occupa della propria comunità’, e sono costretti ad accettare la perdita del principio di cittadinanza”.34

Ultimo elemento di, sia pur limitata, discontinuità che risulta da queste elezioni è la presenza nel nuovo parlamento di una coalizione, chiamata ReligiousZionism, di razzisti e suprematisti ebraici, fra i quali Itamar Ben-Gvir, un discepolo del defunto Rabbino Meir Kahane, il cui partito Kach è stato messo fuori legge negli anni ’90 ed è considerato un’organizzazione terroristica dalla maggior parte degli stati occidentali. A questo ha corrisposto una recrudescenza delle manifestazioni di odio anti arabo. Ad esempio, il 22 aprile, per lunghe ore, centinaia di adolescenti arrabbiati hanno imperversato nel centro di Gerusalemme, attaccando passanti e giornalisti, lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti di polizia e cantando “Morte agli arabi” e altri slogan razzisti. Una manifestazione promossa dall’organizzazione razzista Lehava, e incitata proprio dalla propaganda dei politici del partito del ReligiousZionism.5 Un ulteriore spostamento a destra della politica israeliana, in cui la presenza della sinistra è ormai quasi unicamente simbolica!

(*) – Docente di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa

Questo articolo apparirà nel n.132, giugno 2021, di In Dialogo, Notiziario della Rete Radiè Resch.

1 https://www.972mag.com/the-joint-list-the-israeli-lefts-last-hope/

2 https://www.haaretz.com/opinion/.premium-the-only-alternative-is-the-joint-list-the-rest-are-pale-imitations-of-bibi-1.9529244

3Moran Sharir,“There is an attempt to change the Jewish monopoly on power in Israel. Intervista a AmeerFakhoury”, Haaretz, Apr. 19, 2021

4Si fa qui riferimento a un importante discorso del presidente israeliano Rivlin, in cui si riconosce come la democrazia israeliana non sia più fondata su un comune senso di appartenenza/cittadinanza, ma piuttosto articolata in quattro tribù, comparabili come dimensione:la secolare, la religiosa nazionalista, l’ultra-ortodossa (“Haredi”), el’araba. (https://www.idc.ac.il/he/research/ips/documents/publication/4/fourtribessteiner2016c(1).pdf)

5 https://www.haaretz.com/opinion/editorial/.premium-racism-and-incitement-in-jerusalem-1.9743492

Rabbia e sangue in Colombia. E Duque cede

di Claudia Fanti (da Il Manifesto)

7 milioni di persone hanno manifestato in tutto il Paese. 21 morti in sei giorni di proteste per la repressione dell’Esmad. Alla fine il presidente è costretto a rinunciare alla riforma tributaria

Un anno e mezzo dopo la possente mobilitazione contro il governo di Iván Duque, la più grande registrata in Colombia in molti decenni, le forze popolari sono scese di nuovo in strada, per sei giorni di seguito, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di allora. Neppure il Covid è bastato stavolta a fermare la protesta, scatenata dal varo della riforma tributaria da parte del governo, benché il paese si trovi nel pieno della terza ondata di contagi.

«SE IL POPOLO MARCIA durante la pandemia è perché il governo è più pericoloso del virus», è stato non a caso uno degli slogan ripetuti dai 7 milioni di persone che hanno manifestato in circa 600 municipi: lavoratori, studenti, contadini, indigeni, afrocolombiani.
E nulla ha potuto nemmeno la violenta repressione da parte del famigerato Esmad, lo Squadrone mobile antisommossa della polizia, malgrado il bilancio pesantissimo di 21 morti – di cui 10 a Cali, diventata l’epicentro delle proteste -, 208 feriti, 10 casi di violenza sessuale, 503 arresti e 18 lesioni oculari, stando ai dati dell’organizzazione Defender la libertad.

ALLA FINE, PERÒ, L’OBIETTIVO della mobilitazione – impedire l’entrata in vigore della riforma tributaria – è stato raggiunto: «Sto chiedendo al Congresso di ritirare la legge proposta dal ministero dell’Economia ed elaborarne urgentemente una nuova che sia frutto di un consenso, al fine di evitare incertezze finanziarie», ha dichiarato domenica il presidente, senza fare un solo cenno alle proteste e assicurando che il suo scopo era stato solo quello di garantire la stabilità fiscale, portare avanti i programmi sociali e porre le condizioni per una ripresa economica di fronte ai pesanti effetti della pandemia.

Uno scopo che il suo governo pensava di raggiungere attraverso l’imposizione dell’Iva al 19% su beni e servizi (compresi prodotti alimentari e benzina), la crescita delle imposte su salari e pensioni delle classi medie, il congelamento per cinque anni dei salari degli impiegati pubblici e persino una tassa sulle sepolture. «La riforma pretende sottrarre alle classi medie, ai lavoratori, ai pensionati e ai settori popolari circa 27 miliardi di pesos», aveva denunciato il Comité nacional del paro (un “comitato dello sciopero” in cui sono presenti le principali organizzazioni popolari) già protagonista delle proteste del 2019.

E TANTO PIÙ INACCETTABILE era apparsa la riforma di fronte ai massicci finanziamenti destinati dal governo a grandi imprenditori privati, a cominciare dal banchiere Sarmiento Angulo, uno dei principali finanziatori della campagna presidenziale di Duque. Senza contare che la Colombia, secondo un rapporto divulgato dal Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), figura al primo posto al mondo per spese militari durante la pandemia, in un contesto caratterizzato da una disoccupazione superiore al 16%, un tasso di povertà salito al 42,5%, una diffusa insicurezza, l’assassinio sistematico dei dirigenti sociali e la crescente penetrazione delle grandi imprese nei territori indigeni e afrodiscendenti.

ED È PROPRIO LA GRAVITÀ di tale quadro a indurre il Comité del Paro a proseguire la mobilitazione, convocando una nuova giornata di protesta per il 5 maggio. Tra le principali rivendicazioni, la smilitarizzazione delle città, il ritiro del progetto di riforma della Salute – il cui obiettivo essenziale è accentuare la privatizzazione del sistema sanitario -, il rafforzamento della campagna di vaccinazione, la creazione di un reddito di cittadinanza, il sostegno alle piccole imprese e lo stop alle fumigazioni con il glifosato.


COLOMBIA: per il diritto alla protesta sociale. Fermare i massacri

In Colombia è in atto uno sciopero nazionale dal 28 aprile scorso, sfociato in manifestazioni di massa nelle principali città del Paese contro l’intenzione del governo di Iván Duque di realizzare una riforma fiscale che cerca di scaricare il peso della crisi  sulle classi popolari per chiudere il buco lasciato dalla corruzione e dalla pandemia nelle casse dello Stato.

Il popolo colombiano ha deciso di prolungare lo sciopero civico, in una protesta che continua contro la riforma fiscale e la riforma sanitaria, contro altre misure antisociali e contro l’impunità garantita dalle autorità colombiane per chi assassina leader sociali e firmatari della pace.  La mobilitazione sociale ha costretto il governo Duque a  ritirare la riforma tributaria, ma questo non ha fermato la protesta, a cui si sono uniti anche i camionisti.

Alla mobilitazione pacifica e di massa, il presidente Ivan Duque risponde con la massima repressione, degna di un regime fascista. Ci sono decine di morti nel paese, e la violenza di Stato è particolarmente brutale a Cali. Lo scorso 1° maggio, il presidente ha decretato la militarizzazione delle città, obbedendo all’ex presidente Uribe che aveva invitato i militari e la polizia a usare le loro armi da guerra contro i manifestanti.   Nella notte tra domenica e lunedì, a Cali l’esercito ha attaccato la popolazione civile con armi pesanti e elicotteri da combattimento.

Il Partito della Rifondazione Comunista- Sinistra Europea (PRC-SE) esige che il governo colombiano cessi immediatamente la militarizzazione del paese, l’uso di armi da fuoco contro la popolazione civile, rispetti il diritto alla protesta sociale, rilasci tutti i prigionieri politici, indaghi e punisca gli autori degli omicidi dei manifestanti, e rispetti gli obblighi derivanti dagli accordi di pace.

Il PRC-SE chiede alla Commissione Europea, al Consiglio dei Ministri e ai Paesi membri dell’Unione Europea di smettere di sostenere il governo colombiano, il più repressivo, omicida e antisociale di tutta la regione e di condannare chiaramente l’assassinio dei leader sociali e dei firmatari dell’accordo di pace, e il non rispetto degli accordi di pace da parte del governo.

Il PRC-SE esige che la Commissione Europea attivi la clausola democratica e dei diritti umani dell’Accordo di Libero Scambio UE-Colombia, sospendendo parzialmente o totalmente la sua applicazione fino a quando non finirà l’impunità degli assassini. Invita anche il parlamento italiano a non ratificare questo accordo di libero scambio, fino a quando gli omicidi  rimangono impuniti.

(Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea)

Austerità e riforme: il Piano di Draghi è servito

Dopo una lunga attesa, la nuova versione del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) firmata dal premier Draghi è finalmente tra noi. Si tratta del programma di investimenti che il Governo deve presentare alla Commissione europea entro la fine di aprile per poter spendere la quota italiana del Next Generation EU, lo strumento che l’Europa ha messo in campo per rispondere alla crisi da Covid-19.

Mentre la stampa ci racconta di una straordinaria capacità programmatica dei competenti, materializzatasi in un documento chiave per accedere ai fantastiliardi in arrivo dall’UE nei prossimi anni, ad un’attenta lettura le cifre di cui stiamo parlando si rivelano purtroppo per quei due spicci che sono. Non solo, il contenuto del Piano si presenta come l’ennesimo addentellato di un percorso di pericolose riforme e di austerità lacrime e sangue.

I soldi, per prima cosa, vanno contati

Già, perché quando parliamo di ‘risorse europee per risollevarci dalla crisi‘ stiamo parlando, conti alla mano, di circa 200 miliardi di euro spalmati su sei anni. Si tratta, in larga parte, di prestiti, e di risorse che finanzieranno progetti già in programma e in bilancio.

Per la realizzazione di questo programma di investimenti (il PNRR), l’Italia potrà infatti attingere dal Next Generation EU risorse pari a 205 miliardi di euro: 191,5 miliardi del Recovery and Resilience Facility (2021-2026), cui si sommano 13,5 miliardi del React EU (2021-2023). Rispetto alla versione precedentemente circolata, registriamo una diminuzione di circa 5 miliardi di euro, dovuta al ricalcolo dei prestiti del RRF destinati all’Italia, che passano da 127,6 a 122,6 miliardi. Insomma, già erano spicci, e diminuiscono pure.

Per avere un termine di paragone, ci basta pensare che il Next Generation EU, i millemila miliardi che ci raccontano riceveremo dall’Europa, finanzierà su sei anni investimenti per un importo minore di quanto già speso dal Governo italiano nei primi 15 mesi della pandemia (circa 210 miliardi).

Il PNRR è altresì finanziato da un fondo complementare, alimentato da risorse nazionali e non europee, che porta l’ammontare del programma a 235,6 miliardi. Ciononostante, nel suo discorso alla Camera Draghi è persino arrivato a ventilare la cifra di 261 miliardi, facendo riferimento a 26 miliardi aggiuntivi, derivanti in parte da un’anticipazione delle risorse riconducibili al Fondo Sviluppo e Coesione (15,5 miliardi) e in parte da altre fantomatiche risorse nazionali (10,5 miliardi) stanziate per opere specifiche – tra cui la TAV sulla tratta Salerno-Reggio Calabria, per fare un esempio. Le prime rappresentano un esborso anticipato di risorse già previste, cui aveva già fatto ricorso il PNRR Conte. Tali risorse rientrano tuttavia tra i prestiti, e pertanto andranno restituite, concorrendo ad aumentare l’ammontare del debito ed entrando dunque in conflitto con la disciplina di bilancio insita nel Patto di Stabilità e Crescita. Sulle seconde al momento è presto per sbilanciarsi, ma è bene precisare che, oltre all’esiguità dell’importo, si tratta di risorse con un orizzonte temporale di spesa talmente lontano (2032) da poter difficilmente ipotizzare un impatto immediato sull’economia.

In soldoni, le risorse messe a disposizione dell’Italia dall’Unione europea nell’ambito del Next Generation si fermano a 205 miliardi, da spendere su sei anni. Per giunta, se escludiamo i prestiti che dovranno comunque essere rimborsati e conteggiamo invece la quota che l’Italia apporterà al Multiannual financial framework (2021-2027), le risorse aggiuntive messe a disposizione dall’Europa non superano i 50 miliardi divisi su sei anni. In altri termini, gran parte del PNRR sarà finanziato, prima o poi, con risorse nazionali.

Pochi soldi in cambio di grandi riforme: i veri pericoli del Piano

Proviamo, ad ogni modo, ad analizzare il contenuto del programma appena presentato. Lungi dal distaccarsi dalla versione presentata dal governo Conte bis, il PNRR si articola nelle stesse sei missioni previste dalla versione precedente: transizione digitale (missione 1) ed ecologica (2), infrastrutture per la mobilità sostenibile (3), istruzione e ricerca (4), inclusione e coesione (5), e salute (6). Non sembrano nemmeno enormi le novità rispetto alla versione precedente (al netto dei circa cinque miliardi in meno) per quanto riguarda la distribuzione tra le diverse missioni. Tuttavia, sono rintracciabili delle variazioni all’interno delle singole missioni e sui singoli interventi, come possiamo vedere dalla tabella riportata di seguito.

Variazioni assolute e relative risorse NGEU 

 PNRR Governo
Conte-bis (miliardi)*
Quota
sul totale
PNRR Governo
Draghi (miliardi)
Quota
sul totale
1. Transizione digitale43,920,9%41,5320,3%
2. Transizione ecologica 67,532,1%60,6429,7%
3. Infrastrutture per mobilità sostenibile29,714,1%25,1312,3%
4. Istruzione e Ricerca26,212,5%32,8116,0%
5. Inclusione e coesione25,312,0%27,0613,2%
6. Salute17,48,3%17,348,5%
Totale NGEU210100%204,5100%

*Le risorse attribuite nel PNRR Conte alle varie missioni sono state calcolate sottraendo dai fondi totali attribuiti a ciascuna la medesima quota (1/6) dei circa 13 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione, ipotizzando dunque che questi fossero distribuiti proporzionalmente tra le sei missioni.

La differenza sostanziale tra i due piani, tuttavia, risiede nel dettaglio con cui le cosiddette riforme strutturali sono state esplicitamente inserite all’interno del PNRR nella versione Draghi. Questo insieme di riforme rappresenta il cavallo di Troia della condizionalità rispetto all’elargizione delle risorse. Ad avere un ruolo decisivo nel processo di approvazione del Piano da parte dell’UE potrebbe dunque essere non tanto il novero dei progetti di investimento inseriti nel documento, quanto la previsione dettagliata rispetto all’attuazione delle riformeche dovranno accompagnare l’implementazione del Piano. Mentre il piano del governo Conte-bis le menzionava sinteticamente, in un’unica pagina, il piano Draghi definisce con dovizia di particolari le riforme da implementare e i relativi campi di attuazione: pubblica amministrazione, giustizia, concorrenza e semplificazione. Stiamo parlando di ben 60 pagine delle 337 dell’ultima versione del piano.

Tuttavia, le riforme che a cui dobbiamo prestare più attenzione, quelle ritenute imprescindibili per l’accesso alle risorse del Next Generation, non sono così dettagliate nel documento presentato in Parlamento, come nel caso del mercato del lavoro. In una sua versione precedente, il PNRR Draghi prevedeva preoccupanti “iniziative di modernizzazione del mercato del lavoro” (p. 7). Nella versione finale del Piano c’è, tuttavia, molta enfasi sulle politiche attive del lavoro e sulle possibili riforme degli ammortizzatori sociali (p. 79-80). In primo luogo, si pone l’accento su una serie di misure che dovrebbero riqualificare, attraverso, ad esempio, corsi di aggiornamento e formazione, chi ha perso il proprio lavoro, come se la colpa di essere disoccupati sia dei disoccupati stessi, responsabili di essere poco appetibili per le imprese. In secondo luogo, il Piano menziona la riforma degli ammortizzatori programmata dal Governo, che mira a universalizzare le tutele per tutti i lavoratori, a prescindere dalla condizione occupazionale: una proposizione ambigua, che inserita nel quadro complessivo di austerità e precarietà rischia di livellare al ribasso le garanzie attualmente in essere.

Non solo: in quest’ultima versione del PNRR si afferma che, “[s]e pure non ricomprese nel perimetro delle azioni previste dal Piano, queste riforme sono destinate ad accompagnarne l’attuazione, concorrendo a realizzare gli obiettivi di equità sociale e miglioramento della competitività del sistema produttivo già indicati nelle Country Specific Recommendations rivolte al nostro paese dall’Unione Europea” (p. 107). Belle parole, peccato che le riforme ‘di accompagnamento’ in questione e le raccomandazioni specifiche comportino tanto per cominciare una significativa riduzione della spesa pensionistica legata alle pensioni di vecchiaia.

Tra le altre riforme a cui il Piano fa riferimento, è possibile menzionare le liberalizzazioni e semplificazioni, che tornano in più parti del documento, nell’ottica che togliere lacci e lacciuoli crei un miglior ‘clima economico’. Ad esempio, a p. 91 si fa riferimento alle semplificazioni in materia di appalti e contratti pubblici (che permetteranno in sostanza di andare spediti sulle verifiche antimafia), nonché alla possibilità di limitare la responsabilità per danno erariale per le imprese. A p. 94, si parla inoltre di snellire le procedure per autorizzazioni in materia ambientale, un punto in aperto contrasto con la missione della transizione green. Ancora, a p. 104 si rimanda all’incentivazione della concorrenza, anche nei trasporti pubblici: tradotto, privatizzare il trasporto pubblico locale. Simile indirizzo, a p. 106, in cui si scrive di completare la piena liberalizzazione della vendita di energia elettrica: in altre parole, privatizzare la fornitura di luce. Sempre a p. 106, in materia di servizi pubblici locali, si restringe il raggio d’azione delle società in house, per affidare delle commesse alle quali dovrà essere fornita un’adeguata motivazione da parte delle Amministrazioni: una restrizione che apre la strada alle esternalizzazioni. Insomma, riforme e indirizzi di politica economica che vanno nella direzione di privatizzare quanto non ancora privatizzato, in una prospettiva marcatamente liberista stando alla quale ‘meno pubblico è meglio’, mentre il privato sarebbe più efficiente nel produrre e distribuire servizi. Altre possibili nefandezze del PNRR si nascondono nella riforma fiscale prossima ventura e nella riorganizzazione delle misure di welfare.

Ciò che è certo, nel frattempo, è il graduale ritorno all’austerità, con il progressivo riaffermarsi della disciplina di bilancio attraverso il contenimento del rapporto debito/PIL. Tale percorso si articola già nel DEF, attraverso una diminuzione costante del disavanzo primario. Per giunta, le congetture del DEF si basano su stime ottimistiche circa la crescita italiana: se questa crescita non ci sarà, per far tornare i conti toccherà, ancora una volta, tagliare le spese. Una strategia drammatica, come dimostrano gli ultimi 30 anni di tagli e contenimento della spesa.

Come se non bastasse, questo PNRR legherà mani e piedi agli esecutivi che verranno per i prossimi anni: questo programma non impegna solo questo governo, ma di fatto è il programma di governo dei prossimi esecutivi, per i prossimi 6 anni. Infatti, l’occhio della Commissione europea vigilerà sull’attuazione di questo programma, sotto la minaccia di essere soggetti alla scure del definanziamento qualora il Piano non sarà rispettato. A dircelo è un insospettabile: il commissario europeo Paolo Gentiloni. Nel suo intervento, Gentiloni dice testualmente che sarà la Commissione europea, probabilmente due volte l’anno, a decidere se erogare la parte di finanziamento, e che lo farà, oltre che sulla base della spesa sostenuta, anche alla luce dello stato di attuazione delle riforme e del rispetto delle ‘raccomandazioni’ europee. In altri termini, con il PNRR si sta decidendo di appaltare la nostra politica di bilancio e quella regolamentare per anni. 

Come ampiamente previsto, il Governo Draghi non è venuto in pace e la condizione per il Recovery Fund è l’austerità. La vera ragione per cui Bruxelles darà il beneplacito al PNRR Draghi è riconducibile alla disponibilità di questo governo di implementare quelle riforme lacrime e sangue che ci hanno condotti dove siamo. Ma non è finita, perché come dice qualcuno “[o]ra inizia la vera corsa contro il tempo del governo Draghi: rispettare i tempi delle riforme strutturali che Bruxelles attende per staccare a luglio il primo assegno del Recovery” e questo copione si ripeterà incessantemente per i prossimi sei anni: se vogliamo i soldi del Next Generation EU toccherà piangere, e parecchio.

Senza una mobilitazione di massa e una seria organizzazione politica, i prossimi anni potrebbero rivelarsi ancora peggiori di quelli passati per le classi popolari.

FONTE: https://coniarerivolta.org/2021/04/29/austerita-e-riforme-il-piano-di-draghi-e-servito/

Un futuro che vale un Perù…

di Marco Consolo

Lo scorso 11 aprile, in Perù si sono tenute le elezioni per eleggere un presidente, 2 vicepresidenti e 130 deputati e deputate. Nessuno dei candidati ha passato il primo turno e il ballottaggio sarà il prossimo 6 giugno.

Il candidato “sorpresa” Pedro Castillo di Perù Libre è stato il più votato con il 19,1% dei voti, ridando fiato alla sinistra. Al secondo posto, su posizioni apertamente neo-liberiste,  si è piazzata Keiko Fujimori (Fuerza Popular) con il 13,3 %. Keiko è la pluri-indagata figlia di Alberto Fujimori, l’ex-presidente dittatore attualmente in galera per corruzione.

Pedro Castillo vs. Keiko Fujimori: las propuestas de los candidatos que se disputarán la presidencia de Perú en segunda vuelta

Solo sesta con il 7,9 % è arrivata Veronika Mendoza, esponente della coalizione di sinistra  “Juntos por el Perù” (che comprende i 2 partiti comunisti), e che sperava passare al ballottaggio, mentre rimane in fondo l’ex presidente Ollanta Humala (Partido Nacionalista), con solo 1,6 % dei suffragi.

Su 24 milioni di elettori, circa il 30 % non è andato a votare, mentre l’astensione nelle precedenti elezioni presidenziali non aveva superato il 18%.  Tra coloro che hanno votato,  il 18 % ha votato scheda bianca o nulla che, sommato al 30% di astensione dà un totale del 48 % dei votanti che non ha espresso nessuna preferenza.

C’è da dire che chi è andato a votare lo ha fatto nel momento più pericoloso della pandemia,  con il record dei decessi il giorno prima delle elezioni, vincendo la paura e mettendo a rischio la salute.

Al di là dei singoli risultati, in generale è stato il voto di un Paese stanco, depresso, frustrato e stufo. È il risultato di come il Paese si sente e si mostra.  Tuttavia, queste elezioni hanno presentato un’importante sorpresa.

La sorpresa Pedro Castillo ?

Per chi non conosce a fondo la politica peruviana,  Pedro Castillo è stata la sorpresa di queste elezioni, dato che la maggioranza dei sondaggi o non lo calcolavano, o lo davano al quarto o quinto posto.

Nato a Cajamarca, città del nord del Paese, Castillo è un insegnante rurale con un master in psicologia dell’educazione. È attivo in politica dal 2002, prima con Perú Posible (partito di centro dell’ex presidente Alejandro Toledo), e dal 2017 con Perú Libre.

Proprio nel 2017, è stato alla testa di uno dei più importanti scioperi nazionali degli insegnanti, durato tre mesi.

huelga docente Perú - NODAL

Foto:www.nodal.am

Perù Libre è un partito recente, fondato a livello nazionale nel 2012, nato nel dipartimento di Junín, anch’esso lontano dalla capitale Lima. È un partito che si dichiara socialista, marxista-leninista-mariateguista, con posizioni conservatrici su questioni come il matrimonio egualitario (Castillo ha dichiarato che non è una questione prioritaria in un suo possibile governo) ed è contro la libera interruzione della gravidanza.  Durante la campagna elettorale, ha cercato di differenziarsi dalla “nuova sinistra di Lima” (in riferimento a Juntos por el Perú), e di rappresentare gli interessi dei contadini e degli esclusi del “Perù profondo” in un Paese fortemente centralista, ma diviso tra la costa, la selva e la sierra.

Rispetto alla moderazione di altri candidati di sinistra, Castillo ha saputo esprimere chiaramente la richiesta di una nuova costituzione, di una nuova riforma agraria e della nazionalizzazione delle risorse, in particolare quelle minerarie sottoposte ad uno spietato saccheggio multinazionale.

Il tema dell’industria estrattiva è uno dei punti più controversi, che ha provocato distruzione dell’ambiente, della fragile struttura produttiva delle zone interessate, duri conflitti sociali (Las Bambas, Conga e Tía María solo per citarne alcuni) e una violenta repressione a difesa degli interessi delle multinazionali straniere.

Cajamarca: minería, empleo y pobreza | EL MONTONERO

La miniera di Cajamarca

Anche in politica internazionale, Castillo si è apertamente schierato a favore di Cuba, Nicaragua e Venezuela, nonostante la violenta polemica nel Paese in particolare contro il processo bolivariano.

Divide et impera

La frammentazione politica è da anni una caratteristica peruviana, e lo si è visto nel primo turno, sia per  l’alto numero di partiti e candidati, sia per i risultati, con basse percentuali di appoggio, un indicatore chiaro della mancanza di connessione con il ventaglio di proposte politiche.

I primi due arrivati, Castillo e Fujimori, insieme rappresentano poco più del 32% dei voti, mentre il restante 68% è diviso tra ben 16 candidati, di cui 6 hanno superato il 5%.

Anche in base alla grande percentuale di indecisi a una settimana dalle elezioni, ci si aspettava una dispersione del voto, espressione della disaffezione della popolazione nei confronti della politica. Ma non si era mai arrivati a un ballottaggio con due candidati i cui risultati sommati non arrivano alla metà dell’elettorato. E’ parte della crisi istituzionale, delle caratteristiche dei partiti che sono in gran parte “contenitori personali”, del mancato funzionamento del sistema elettorale, dell’assenza di democrazia che non sia quella formale. Ed è proprio lo svuotamento della democrazia che conduce al fujimorismo, perchè da lì viene.

Destre e sinistre

Settimane prima delle elezioni, le previsioni indicavano un possibile ballottaggio  tra due candidati conservatori, come risultato della frammentazione della destra peruviana in almeno cinque diversi candidati. Anche tenendo conto di  quello che era successo 5 anni fa, quando erano andati al ballottaggio un candidato che rappresentava la destra neoliberale, Pedro Pablo Kuczynski (PPK), e una candidata che rappresentava la destra pro-Fujimori (altrettanto neoliberale), Keiko Fujimori. Viceversa, la dispersione del voto, insieme all’approfondimento della crisi politica, ha propiziato l’ascesa di settori più legati alla sinistra, che anch’essa però si presentava divisa.

A sinistra, Castillo è stato colui che ha saputo incanalare e dare un senso alla crisi politica. Ciò ha marcato la differenza con Verónika Mendoza, che poco a poco ha moderato il suo discorso in campagna elettorale, e incluso la proposta di una nuova Costituzione è rimasta in secondo piano.  Castillo non ha ricevuto quasi nessuna rimostranza diretta ed è stato chiaro nelle sue proposte sollevando la necessità di una nuova Costituzione e proponendo di portare al 10% del PIL le risorse per salute ed educazione.

Parlamento e presenza territoriale

Sono 10 le forze politiche che hanno ottenuto seggi al parlamento, ma nessuna con la maggioranza. Perù Libre con 37 seggi, Fuerza Popular 24, Acción Popular 17, Alianza Para el Progreso 15, Renovación Popular 13, Avanza País 7, Podemos Perú 5, Somos Perú 4, Juntos por el Perú 5 e il Partido Morado 3 seggi. Le elezioni hanno rivelato la debolezza dei partiti peruviani e la scomparsa di alcuni partiti tradizionali come l’APRA. Chiunque vinca al ballottaggio, non ha comunque la maggioranza al Congresso e sarà costretto ad allearsi con risultati tutti da vedere.

Al primo turno, Castillo ha vinto in 16 dipartimenti (Cajamarca, Amazonas, San Martin, Ancash, Arequipa, Moquegua, Ayacucho, Tacna, Puno, Cusco, Apurímac, Huancavelica, Junín, Pasco, Huánuco e Madre de Dios), mentre Keiko ha vinto in 7 (Callao, Ica, Lambayeque, Loreto, Piura, Tumbes e Ucayali). Le regioni dove Castillo ha ottenuto una percentuale più alta (specialmente il sud e gli altipiani centrali), sono territori con un forte voto anti-neoliberale e anti-Fujimori:  nel 2011 avevano  votato per il “nazionalista” Ollanta Humala e nel 2016 per Verónika Mendoza (allora al terzo posto con il 18,7%).

Perú: El Mendigo ya se deshizo del Banco de Oro - El polvorín

Foto: El Polvorìn

Una visione binaria ?

La complessità del panorama rende difficile pensare alla disputa del secondo turno solo come una “semplice” disputa tra destra e sinistra. Le elezioni sono anche un riflesso della crisi politica, della crisi di rappresentanza, della mancanza di leadership e del disincanto della popolazione nei confronti del ceto politico tradizionale e delle istituzioni. Da decenni ormai, il Perù è testimone di un agire deplorabile del ceto politico, sia di governo, che di opposizione. Tutti i governi hanno concluso il loro mandato con una grande disapprovazione. Nessun partito è riuscito a fare eleggere due volte un suo candidato a presidente e, da 30 anni, tutti i governanti sono indagati per corruzione. Ci vuole poco a capire perchè i cittadini-elettori non solo si allontanano dalla sfera politica istituzionale, ma la rifiutano in blocco. Il voto è una continua frustata al ceto politico, alla ricerca di qualcuno che sembri “nuovo”,  che indichi la luce in fondo al tunnel, o che appaia con la frusta della vendetta o del castigo in un Paese messo in ginocchio da decenni di neo-liberismo sfrenato.

Oggi, risuona la discussa frase attribuita ad Antonio Raimondi, esploratore e naturalista italiano che arrivò nel Paese nel 1850, : “Il Perù è un mendicante seduto su di una panca d’oro”

A questo si deve aggiungere la situazione della pandemia che ha reso visibili le disuguaglianze e ha approfondito la crisi: più di 2 milioni di persone hanno perso il lavoro nel 2020. Il risultato del primo turno segna una polarizzazione tra figure politiche antagoniste che a modo loro hanno saputo esprimere le preoccupazioni rispetto alla crisi. Keiko Fujimori ha fatto campagna evocando la stabilità, cioè mantenere la costituzione del 1993 e tornare alla crescita economica degli anni precedenti con il cosiddetto “miracolo economico” peruviano degli anni 2007-2015, con una grande crescita che non ha ridistribuito quel benessere). Viceversa, Pedro Castillo ha fatto una campagna elettorale tra gli ultimi, gli esclusi ed i colpiti dalla crisi. In particolare con un occhio rivolto al Perù profondo, alle zone rurali ed ai suoi ronderos campesinos, cercando il consenso per un’Assemblea Costituente e una nuova Costituzione, una richiesta avanzata con determinatezza dalle mobilitazioni di piazza di pochi mesi fa.

Un mendigo en un banco de oro, por Alfredo Thorne | OPINION | EL COMERCIO PERÚ

Disegno: Giovanni Tazza. Fonte: El Comercio

Che succederà al ballottaggio ?

E’ la terza volta che Keiko Fujimori arriva al ballottaggio. Nelle due precedenti, ha pesato di più la sua immagine negativa e lo slogan ” Mai più Fujimori” è stato sufficiente perchè gran parte dello spettro politico le votasse contro.

Nel 2011, il “nazionalista” Humala vinse al secondo turno con il 51,45%, mentre Keiko ottenne il 48,55%.

Nel 2016, PPK ha ottenuto il 50,12% e Keiko il 49,88%. La differenza era sempre piccola.

In questa terza opportunità lo scenario potrebbe favorirla. Da un lato la frammentazione della destra nel primo turno può far convergere quei voti su di lei. Dall’altro, è difficile che appoggino Castillo i settori tradizionalmente conservatori della popolosa Lima, che concentra circa un terzo degli abitanti del Paese. Parallelamente, i media e la stessa Keiko usano l’immagine del vecchio conflitto armato interno, battendo sulla idea falsa, ma presente nel senso comune peruviano, che i militanti di sinistra sono tutti terroristi, il cosiddetto  “terruqueo”.

Da parte sua, Castillo conta sull’appoggio dichiarato al ballottaggio di Nuevo Perù (partito di Veronika Mendoza), del Partito Comunista Peruviano e di altre forze sociali. Ma soprattutto, conta sulla volontà di rottura della popolazione, stanca di essere esclusa e presa in giro. Ad oggi, i soliti sondaggi da prendere con le pinze, lo danno in vantaggio, ma gli indecisi sono ancora molti e mancano quasi due mesi al voto.

Come sempre, il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori sarà polarizzato e ci si attende una battaglia durissima e senza esclusione di colpi. Ma chiunque vinca non potrà mantenere interamente le promesse del suo programma, e avrà bisogno di stringere accordi in parlamento (con partiti che non garantiscono neanche coesione nelle loro file) per offrire un minimo di stabilità politica, fattore ancor più importante in questa fase di crisi sanitaria e socio-economica.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/il-labirinto-peruviano/

Istat: la pandemia alimenta, oltre alla povertà, anche la mortalità a sfavore dei meno istruiti e delle donne.

di Andrea Vento

La povertà assoluta torna a crescere e raggiunge il valore più elevato dal 2005

Le stime preliminari relative al 20201, diffuse dall’Istat il 4 marzo u.s., indicano valori dell’incidenza della povertà assoluta in crescita, sia in termini familiari (da 6,4% del 2019 al 7,7%), con oltre 2 milioni di famiglie, sia in termini di individui (dal 7,7% al 9,4%) che si attestano a 5,6 milioni. Nell’anno della pandemia si azzerano i miglioramenti registrati nel 2019. Dopo quattro anni consecutivi di aumento, si erano infatti ridotti in misura significativa il numero e la quota di famiglie (e di individui) in povertà assoluta, pur rimanendo su valori molto superiori a quelli precedenti la crisi avviatasi nel 2008, quando l’incidenza della povertà assoluta familiare era inferiore al 4% e quella individuale era intorno al 3%. Pertanto, secondo le stime preliminari Istat relative al 2020, la povertà assoluta raggiunge, in Italia, i valori più elevati dal 2005, vale a dire da quando è disponibile la serie storica per questo indicatore (figura 1).

Più marcato il peggioramento nel Nord nel 2020

Il Nord Italia conta nel 2020 oltre 218mila famiglie in più in condizioni di povertà assoluta rispetto all’anno precedente (più di 720mila individui), con un’incidenza che passa dal 5,8% al 7,6% a livello familiare e dal 6,8% al 9,4% in termini di individui. Nel Mezzogiorno, dove le persone povere crescono di quasi 186mila unità, si confermano le incidenze di povertà più elevate: il 9,3% per le famiglie (dall’8,6% dell’anno precedente) e l’11,1% per gli individui (dal 10,1%). Nel Centro, infine, sono cadute in povertà quasi 53mila famiglie e circa 128mila individui in più rispetto al 2019 che rappresenta il valore macroregionale più basso della povertà assoluta, ma anche in questa area del Paese, seppur in misura meno rilevante, l’incidenza aumenta sia tra le famiglie (da 4,5% a 5,5%) che tra gli individui (dal 5,6% al 6,7%).

Rispetto alla tipologia del comune di residenza le differenze sono meno pronunciate: l’incidenza di povertà assoluta passa dal 5,9% al 7,3% nei Comuni centro di area metropolitana, dal 6,0% al 7,6% nei Comuni periferia di area metropolitana e nei Comuni con più di 50mila abitanti e dal 6,9% al 7,9% nei restanti piccoli Comuni.

Anche in Italia nel periodo pandemico il divario di mortalità tra meno e più istruiti si è ulteriormente allargato

Il rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile 20202 del 10 marzo u.s. conferma che in Italia, come in tutti i Paesi europei, chi è più povero di competenze e di risorse tende ad ammalarsi più spesso e presenta in media una speranza di vita più bassa.

Nel complesso, gli italiani mostrano minori disuguaglianze sociali di mortalità rispetto al resto dei paesi europei grazie alla protezione della dieta mediterranea, della rete familiare e di un sistema sanitario universalistico. I dati di mortalità dell’Istat per livello di istruzione mostrano tuttavia, nel periodo pre-pandemico, significative disuguaglianze a sfavore delle persone meno istruite. Le diseguaglianze sociali nella mortalità sono maggiori tra gli uomini e nelle fasce centrali della vita (dove la mortalità può essere definita ‘evitabile’).

Analizzando la mortalità per i diversi livelli di istruzione, inevitabilmente correlati alle disuguaglianze di reddito, si scopre che in corrispondenza della prima ondata della pandemia il divario di mortalità tra meno e più istruiti, che si osservava già nel 2019, si è ulteriormente allargato; i meccanismi che espongono al rischio di morte hanno, infatti, agito con maggiore virulenza sulle persone meno istruite.

In particolare, le diseguaglianze sociali nella mortalità risultano aumentate soprattutto nelle fasce centrali della vita e tra le donne. L’analisi per età nelle aree ad alta epidemia mostra una maggiore disuguaglianza negli individui in età lavorativa rispetto a quelli più anziani e un aumento del rapporto di mortalità, nella prima fase pandemica, tra le donne di età compresa tra i 35 e i 64 anni (da 1,5 a 2) e tra i 65 e i 79 anni (da 1,2 a 1,5). Non si osservano, invece, cambiamenti sostanziali tra gli uomini e le donne con più di 80 anni. Nei mesi di maggio e giugno, periodo di minor diffusione della pandemia, le diseguaglianze sociali nella mortalità si sono attestate nuovamente su valori simili a quelli dell’anno precedente.

Sopravvivenza e qualità degli anni vissuti: i guadagni perduti durante la pandemia

L’Italia permane nel tempo uno dei paesi più longevi nel contesto internazionale. Rispetto ai dati più recenti dell’Eurostat sulla speranza di vita alla nascita aggiornati al 2019, il nostro Paese si confermava ancora una volta al secondo posto tra i 27 paesi dell’Unione europea, con 83,6 anni, dopo la Spagna (con un valore pari a 84 anni) e con un vantaggio di vita attesa di +2,3 anni rispetto alla media Ue27 (pari a 81,3 anni). Rilevante la conferma per il genere maschile: nel 2019 l’Italia si collocava insieme alla Svezia al top della graduatoria dei paesi per livelli di vita media attesa alla nascita (rispettivamente 81,4 in Italia e 81,5 in Svezia), i livelli più elevati mai rilevati prima in Italia e nell’Unione europea.

A seguito della pandemia di COVID-19 che ha colpito in misura rilevante l’Italia, anche a causa di una struttura demografica molto più anziana rispetto ad altri paesi, le stime effettuate sulla speranza di vita per il 2020 suggeriscono la brusca interruzione e una significativa inversione di tendenza nel processo di costante miglioramento della longevità osservato negli ultimi anni, soprattutto in alcune aree del paese particolarmente colpite dalla diffusione del virus. Per quanto riguarda la speranza di vita alla nascita l’Istat (Figura 6), a fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti in un solo anno a livello nazionale (da 83,25 a 82,3 anni del 2020), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con una riduzione, in termini di anni vissuti, più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2). In particolare, guardando alle singole regioni, nel 2020 il calo atteso più forte nella speranza di vita alla nascita si registra in Lombardia, la regione di gran lunga più colpita, in cui la mortalità registrata nel corso dell’anno provocherebbe una perdita di circa 2,4 anni (da 83,7 a 81,2), seguita, in ordine decrescente, dalla Valle d’Aosta (-1,8 anni; da 82,7 a 80,9), dalle Marche (-1,4 anni; da 84 a 82,6), dal Piemonte (-1,3 anni; da 82,9 a 81,6) e dal Trentino-Alto Adige (-1,3 anni; da 84,1 a 82,8). Riduzioni superiori ad un anno verrebbero inoltre registrate anche in Liguria (-1,2 anni; da 83,1 a 81,9), Puglia (-1,2 anni; da 83,3 a 82,1) ed Emilia-Romagna (-1,2 anni; da 83,6 a 82,4). La speranza di vita alla nascita rimane invece sostanzialmente invariata in Basilicata e Calabria e diminuisce solo lievemente nella maggior parte delle regioni del Mezzogiorno, ad eccezione di Abruzzo e Sardegna, dove si stima un calo intorno ad 1 anno di vita (rispettivamente da 83,4 a 82,4 e da 83,1 a 82,1)

Le criticità appaiono ancora più evidenti restringendo l’attenzione alle stime sulla speranza di vita degli over 65 (Figura 7). Ancora una volta è la Lombardia la regione in cui le stime per il 2020 segnalano il calo più forte rispetto all’anno precedente: se nel 2019 un residente lombardo di 65 anni poteva sperare di vivere in media circa altri 21 anni, nel 2020 tale aspettativa risulta essersi ridotta di oltre 2 anni. Tra i primi posti per perdita nella longevità attesa si confermano anche la Valle d’Aosta (-1,8), le Marche (-1,4), il Trentino-Alto Adige e il Piemonte (-1,3 anni in entrambi i casi). Basilicata e Calabria si distinguono anche in questo caso per la sostanziale invarianza dell’indicatore.

I sopracitati report diffusi dall’Istat confermano, dunque, come in Italia la pandemia, oltre che a livello globale come da noi già analizzato3, abbia svolto funzioni di amplificatore delle disuguaglianze sociali. Le persone in condizioni di fragilità economica e marginalità sociale, infatti, sono state quelle che avendo minori strumenti finanziari e logistici per difendersi dal contagio, hanno subito le conseguenze peggiori.

Gli effetti della pandemia sui redditi in Italia

Il rapporto “Disguitalia” divulgato da Oxfam Italia il 25 gennaio 20214 riporta il primo studio, a cura degli economisti Giovanni Gallo e Michele Raitano, effettuato prendendo in esame l’intero 2020. L’analisi, basata su un modello di microsimulazione statica, tiene conto di diversi scenari di evoluzione della pandemia e del periodo di erogazione dei trasferimenti pubblici emergenziali, valutando gli impatti pandemici sui redditi da lavoro degli individui (attivi a febbraio 2020) e sui redditi disponibili delle famiglie residenti.

Nello scenario meno favorevole affrontato dallo studio, che ha previsto anche la seconda ondata autunnale, e pertanto più simile a ciò che si è verificato in Italia nel corso del 2020, sono emersi i seguenti aspetti, in uno scenario nazionale che vede l’Italia subire una contrazione del Pil in volume del 8,9%5 a causa della pandemia e delle restrizioni:

1. Per quanto riguarda i lavoratori, le retribuzioni annue lorde hanno mostrato un calo medio del 21,5% rispetto al mondo pre-pandemico (-18,1% per chi lavora alle dipendenze e, più marcatamente, – 35,2% per gli indipendenti). La caduta del reddito medio è stata però attenuata dal blocco dei licenziamenti e dai trasferimenti: tenendone conto la riduzione effettiva del reddito lordo medio è “solo” dell’11,8% (-8,8% per i lavoratori dipendenti e -24,1% per i lavoratori autonomi).

2. Senza trasferimenti emergenziali, la quota dei working poor6 italiani sarebbe cresciuta di oltre il 16%; grazie agli interventi a tutela dell’occupazione e ai trasferimenti emergenziali, l’aumento è risultato solo dell’1,7%. La disuguaglianza retributiva si è ridotta del 1,7%, mentre senza le misure di emergenza sarebbe cresciuta del 5,6%

3. Per quanto riguarda le famiglie, il reddito equivalente disponibile medio si è ridotto del 6,1% rispetto al periodo pre-pandemico. In assenza di trasferimenti il calo sarebbe risultato più marcato (-19,3%). In media i trasferimenti ricevuti dalle famiglie hanno compensato il 42% della caduta dei redditi di mercato con un effetto perequativo non dissimile da quello registrato per le retribuzioni dei lavoratori.

4. La pandemia ha determinato un aumento dell’incidenza della povertà7 del 2%, ma in assenza di trasferimenti emergenziali, l’aumento sarebbe stato oltre 4 volte superiore (+8,8%). Come per le retribuzioni, la combinazione di diffusi rischi occupazionali e i trasferimenti di importo progressivo hanno contribuito (nonostante la diminuzione dei redditi per una quota cospicua delle famiglie) a ridurre le disuguaglianze dei redditi. L’indice di Gini del reddito disponibile equivalente è sceso di 1,1 punti percentuali rispetto al periodo pre-pandemico. In assenza dei trasferimenti sarebbe cresciuto del 1,7%

Il mancato acuirsi delle disuguaglianze nell’anno pandemico (tendenzialmente elevate e crescenti nel mercato del lavoro italiano pre-Covid19), rilevato dalla microsimulazione, non può tuttavia indurre ad alcun ottimismo in quanto la riduzione delle disparità reddituali è stato accompagnato da un calo dei redditi per una quota ampia della popolazione meno abbiente. La riduzione delle disuguaglianze è inoltre ascrivibile esclusivamente al temporaneo intervento compensativo di carattere perequativo messo in campo da parte del governo sin dalle prime fasi della pandemia.

Alcune proposte per superare la crisi sociale: riforma fiscale e web tax

Il messaggio di fondo che fuoriesce dai rapporti analizzati costituisce dunque un monito per le istituzioni, governo in primis, circa gli indesiderabili impatti su povertà e disuguaglianze che l’interruzione o l’attenuazione delle misure di tutela e supporto pubblico prima di un pieno recupero dell’economia possono provocare. In ottica di medio periodo non va inoltre trascurato che la riorganizzazione delle attività produttive nel periodo post-pandemico potrà verosimilmente aumentare i divari tra nuovi “vincenti” e i soliti “perdenti”.

Resta dunque più che mai attuale la necessità di un piano di interventi predistributivi e redistributivi in grado di contrastare meccanismi iniqui di crescita della disuguaglianza di mercato preesistenti la pandemia e che si sono rafforzati, al netto dell’intervento pubblico emergenziale, nel corso della crisi che stiamo affrontando.

Riteniamo pertanto quanto mai necessaria una riforma fiscale organica che ripristini i costituzionali principi di progressività e nell’immediato che il governo italiano si operi per l’introduzione di una web tax che vada a significativamente ad incidere sugli extra profitti realizzati dai giganti del web che durante la pandemia, magari senza nemmeno rispettare i diritti dei lavoratori. Perché se da un lato le disparità di reddito si sono omogeneizzate verso il basso riducendo gli squilibri distributivi, è altrettanto vero che, come rivela Oxfam, alcuni super ricchi hanno incrementato sensibilmente le loro ricchezze, visto che nei primi 9 mesi della pandemia il valore patrimoniale dei 36 miliardari italiani più facoltosi è aumentato di 45,7 miliardi di euro.

Andrea Vento – 20 aprile 2021

(*) Docente di Geografia economica Ite A. Pacinotti di Pisa

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Infografiche e Note:

Infografica 1: Istat rapporto Bes 2020 “il benessere economico”

Infografica 2 : Istat rapporto Bes 2020 “il benessere economico”

1 https://www.istat.it/it/files//2021/03/STAT_TODAY_stime-preliminari-2020-pov-assoluta_spese.pdf – Stime preliminari povertà assoluta e mortalità delle famiglie

2 https://www.istat.it/it/files//2021/03/BES_2020.pdf – Il Benessere equo e sostenibile in Italia 2020

3 https://cambiailmondo.org/2021/02/01/andrea-vento-giga-gli-effetti-economici-e-sociali-della-pandemia/

4 https://www.oxfamitalia.org/disuguitalia-2021/

5 https://www.istat.it/it/archivio/254242

6 I lavoratori poveri (working poor) sono gli occupati che guadagnano meno del 60% del reddito da lavoro lordo mediano prepandemico

7 La soglia di povertà è fissata al 60% dei reddito equivalente mediano pre-Covid19

Povero Rampini, ora che “Biden copia la Cina”

di Dante Barontini (da Contropiano)

Dopo Ernesto Galli Della Loggia, non poteva mancare il famoso traduttore Federico Rampini nella per ora breve lista degli opinionisti (fare informazione è un altro mestiere) che hanno ricevuto l’input “si cambia registro”.

Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).

Divertiamoci un po’.

Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Triìum e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occident Joe Biden sta copiando Xi Jinping ali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).

Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.

La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.

E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che 1,4 miliardi abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.

Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?

Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.

Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.

Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”

Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.

Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine…).

Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte vole e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.

Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice teutonica).

La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.

Su questi altri “piccoli dettagli”… silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.

Seconda osservazione: che “a crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.

Terza osservazione: se “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.

Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali…

Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.

Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.

E parecchi silenzi in meno.

*****

Ripartono le locomotive

Federico Rampini – da La Repubblica

Per qualcuno la pandemia è un ricordo distante, un’immagine che rimpicciolisce nello specchietto retrovisore. La Cina ha cancellato tutti i danni, oggi è più ricca di quanto fosse nell’era pre Covid. La crescita dell’economia cinese nel primo trimestre di quest’anno, +18,3%, segna un record ventennale anche se in parte è dovuto al rimbalzo dopo la paralisi dei lockdown. La recessione del 2020 è stata brevissima in Cina.

Il “metodo Xi Jinping” applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori.

Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.

Nella formidabile performance del dragone cinese ci sono delle fragilità. La Repubblica Popolare si conferma troppo dipendente dalle esportazioni, in una fase in cui il protezionismo non è tramontato. Anzi, una delle rivelazioni della pandemia riguarda il pericolo di affidarsi a una logistica industriale troppo globale e dilatata, esposta a improvvise chiusure di frontiere (nei medicinali ma non solo)

Il mondo post Covid sì riorganizza con un’attenzione alla sicurezza delle catene produttive, che molti Stati cercano di riportare dentro i propri confini. Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali.

L’autogol nella diplomazia sanitaria, dopo la pasticciata (e poi smentita) ammissione che i vaccini made in China sono poco efficaci, rivela i limiti di un sistema allergico alla trasparenza.

Il vero successo della Cina però sì misura a Washington. L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Anche gli Stati Uniti hanno avuto una recessione più breve e meno cruenta del previsto; ora hanno la loro turbo-ripresa e finiranno per cancellare i danni sociali dei lockdown prima del previsto.

Ma in parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil.

Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil.

È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione.

L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica.

Nella gara tra le due superpotenze questa è la vera novità: l’America sta inseguendo un modello cinese, dopo averlo sottovalutato troppo a lungo.

L’Europa è in ritardo su tutti i fronti, ma le riprese gemelle delle due locomotive cinese e americana sono una buona notizia per tutti. Per scegliere un micro-esempio fra tanti: entro pochi anni i consumatori cinesi compreranno la metà di tutti i prodotti di lusso venduti nel mondo, saranno quindi un mercato sempre più trainante per il made in Italy.

Ma un monito viene dal recente infortunio di molte marche occidentali della moda che hanno osato boicottare il cotone dello Xinjiang per condannare gli abusi che Pechino infligge ai diritti umani in quella regione: è partita una massiccia campagna di rappresaglie.

Il nazionalismo cinese non perdona; usa il commercio estero come un’arma strategica di micidiale efficacia. Sempre più spesso, anche nella sfera economica l’Europa sarà messa di fronte a scelte difficili, dovrà decidere da che parte stare, e gli spazi per la neutralità si restringeranno perfino per chi pensa solo a vendere i propri prodotti.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/04/18/povero-rampini-ora-che-biden-copia-la-cina-0138182

Leggendo Piketty I: Un Compendio Conciso Ma Completo di Capitale e Ideologia

In questo compendio, Walden Bello estrae i concetti ed i dati principali contenuti nell’opera monumentale di Thomas Piketty, Capitale e Ideologia. L’economista francese merita di essere letto da un pubblico più vasto, ma molti non hanno né il tempo né l’energia per affrontare questo esteso classico di 1.042 pagine. Il breve volume qui presentato è motivato dalla convinzione che il libro di Piketty non possa essere lasciato solo a specialisti in stratificazione sociale o a marxologi, dal momento che offre molte intuizioni preziose sulle società passate e presenti, che possono rivelarsi utili per un attivismo teso alla trasformazione sociale.

La comprensione di Piketty da parte della maggior parte delle persone è basata su recensioni o critiche del suo lavoro, e pertanto viene spesso influenzata dalle interpretazioni personali di questi autori. Molto di ciò che è stato scritto sul suo lavoro ha riguardato la questione se Piketty sia o meno un marxista, il che è un peccato poiché, indipendentemente dal fatto che sia o no un marxista o un socialista, il pubblico troverà nella sua opera molte idee e suggerimenti importanti su come edificare una società più giusta. Per questa ragione, Leggendo Piketty I è un riassunto chiaro, contenente tutte le idee principali e gran parte dei dati empirici presenti in Capitale e Ideologia, con commenti ridotti al minimo e limitati a un’occasionale segnalazione amichevole di omissioni rilevate, o volti al sostegno di alcuni elementi selezionati. Il più spesso possibile Piketty viene citato direttamente.

Focus on the Global South ha ovviamente una propria prospettiva su Piketty, ma ciò verrà svelato in Leggendo Piketty II, che sarà pubblicato in seguito per non influenzare i lettori della Parte I.

Contenuti

Crisi dei regimi di ineguaglianza dell’inizio del XX secolo in Occidente; Crisi del capitalismo riformato alla fine del XX e agli inizi del XXI secolo; L’Europa del XIX secolo: dalla società ternaria alla società fondata sulla proprietà; L’India prima dell’indipendenza: una società quaternaria; La Cina tradizionale: convergenza verso e divergenza dall’Occidente; Società schiaviste e coloniali; La tragedia sovietica: dalla Rivoluzione Culturale al “Capitalismo con Caratteristiche Cinesi”; Nativismo sociale in Europa e in Occidente; Nativismo sociale in India; La teoria di Piketty sulla ridistribuzione della ricchezza e del reddito, in poche parole; Le dinamiche di cambiamento nei regimi di ineguaglianza; Il Socialismo Partecipativo come risposta alla crisi del neoliberismo.

SCARICA IL COMPENDIO di Capitale e Ideologia di Thomas Piketty

Catastrofe Moby Prince, la pista Usa

di Manlio Dinucci

Da venticinque anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi

«Mayday Mayday, Moby Prince, siamo in collisione, prendiamo fuoco! Ci serve aiuto!»: questo il drammatico messaggio trasmesso venticinque anni fa, alle 22:25:27 del 10 aprile 1991, dal traghetto Moby Prince, entrato in collisione, nella rada del porto di Livorno, con la petroliera Agip Abruzzo. Richiesta di aiuto inascoltata: muoiono in 140, dopo aver atteso per ore invano i soccorsi. Richiesta di giustizia inascoltata: da venticinque anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi. Eppure essa emerge prepotentemente dai fatti. Quella sera nella rada di Livorno c’è un intenso traffico di navi militari e militarizzate degli Stati uniti, che riportano alla base Usa di Camp Darby (limitrofa al porto) parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo. Ci sono anche altre misteriose navi. La Gallant II (nome in codice Theresa), nave militarizzata Usa che, subito dopo l’incidente, lascia precipitosamente la rada di Livorno.

La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi Usa e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia. Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani. Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi Usa che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia (vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince).

Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando Usa di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’Agip Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante. I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base Usa al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio».

Una delle basi Usa/Nato che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da Piazza Fontana a Capaci e Via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della Nato, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati». Il May Day del Moby Prince è il May Day della nostra democrazia.

FONTE: Il Manifesto del 12 Aprile 2021

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Pubblichiamo due interventi, il primo di Luciano Neri e il secondo di  Mario Capanna, a sostegno della campagna per l’ istituzione del Parlamento Mondiale, lanciato dal Laboratorio istituito in collaborazione dalle Università della Calabria (Rende-Cosenza) e dall’Università dell’Insubria (Varese) .

“Il Laboratorio per l’istituzione del Parlamento Mondiale nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria e il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria di Varese, e vede impegnati studiosi di diversa formazione (filosofi, storici, scienziati della politica, sociologi, analisti internazionali, economisti, diplomatici, educatori…), non esclusivamente accademici. Inoltre si avvale della collaborazione decisiva di studenti universitari e medi-superiori, attivisti e persone interessate alle possibili risposte politiche, istituzionali e di pensiero che siamo oggi obbligati a ricercare e promuovere di fronte alle criticità che investono l’intero pianeta, alla crisi delle democrazie e al venir meno dell’Onu, dell’impianto istituzionale e di diritto internazionale costruito nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.

Il Laboratorio è al tempo stesso il proseguimento del lavoro svolto per un decennio in seno all’Università della Calabria e portato avanti, tra gli altri, con un questionario che è stato inviato a studenti universitari di 41 Paesi di ogni continente.

Il progetto ha come obbiettivo quello di costituire entro il 2021 il Centro Interuniversitario per l’Istituzione del Parlamento Mondiale del quale possono entrare a far parte a pieno titolo altre sedi universitarie, istituzioni internazionali, associazioni e Centri Studi culturali e politici, oltre a singoli soggetti studiosi e/o attivisti interessati alla costituzione di un Consesso planetario e alla elaborazione di un nuovo pensiero che lo sorregga.

La crisi ambientale su scala planetaria, le sperequazioni sociali ed economiche, la finanza transazionale che divora le istituzioni e la politica, l’indigenza, i conflitti bellici, la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, le migrazioni, il rispetto e la tutela dei diritti in conformità alle Dichiarazioni universali, l’istruzione, lo sviluppo tecnologico etc., sono temi che evidenziano la crisi irreversibile dei modelli e delle istituzioni internazionali precedenti, la crisi delle stesse democrazie, il collasso di un mondo che muore mentre quello nuovo stenta a nascere. L’umanità di oggi si trova in questo interregno nel quale possono concretizzarsi pericoli enormi: dalle guerre su larga scala a degenerazioni climatiche e ambientali irreversibili. Non può esistere, né resistere nel tempo, un potere che mantiene e aumenta la forza coercitiva dopo aver perso legittimità e consenso.

È questo orizzonte dei problemi (abbiamo bisogno di “mondiologhi” diceva lo scrittore Ernesto Sabàto), queste criticità e queste urgenze che motivano la costituzione del Laboratorio per il Parlamento Mondiale, che spingono all’analisi, alla riflessione, allo studio, alla ricerca, alla relazione per far emergere su scala globale istituzioni nuove (come il Parlamento Mondiale), sorrette da un nuovo pensiero. Una proposta che parte dal dato di fatto che nessuna potenza oggi è in grado di costruire e rappresentare il nuovo centro dell’ordine mondiale. Una proposta che vuole avere il rigore e il coraggio di cimentarsi con la complessità di un mondo che, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, inevitabilmente potrà essere solo multilaterale e policentrico.

Da gennaio a maggio 2021 il Laboratorio realizzerà un nuovo sondaggio in sedi universitarie di almeno 100 Paesi del pianeta, ricorrendo alla disponibilità e alla collaborazione di istituzioni pubbliche e private di varia natura: dai Ministeri degli Esteri alle Ambasciate, dai Consolati agli Istituti di Cultura, dalle Università ad Associazioni educative, culturali, sociali e politiche.”

Prof. Romolo Perrotta


 

Per partecipare all’iniziativa sono stati predisposti dei questionari on line in diverse lingue che possono essere compilati ai seguenti indirizzi:

ITALIANO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScPi34g7mz4n7EUby6p3KVbTJEJqeGuDhElKUTS3fOqa7VRbw/viewform?usp=sf_link

SPAGNOLO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc1htERhbF01rUELuUHj7yajy4cIFP9W4wDunoWIlMbpEO6JA/viewform?usp=sf_link

INGLESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSefvIqBiK4ZAtr3hq8CqPgdqEjVMLKK-A0R0b3VLOcEGQlUnw/viewform?usp=sf_link

FRANCESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScZ-2SeJIXFuWlMho1XBXXJ94gXXqqh7SnLIxwv4AbJxxVlMg/viewform?usp=sf_link

TEDESCO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeYkccfHyIOFR7qoudEOiOKxyo9q6U-sb6ugOaeOK5Mii02CA/viewform?usp=sf_link

Per contatti:

Luciano Neri, presidente@cenri.it – Romolo Perrotta, perrottaromolo@gmail.com


 

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Abbiamo bisogno dei mondiologhi

Ernesto Sabato

Da anni oramai, nei diversi continenti e a tutti i livelli, si è sviluppato un dibattito sul tema dell’evaporazione del diritto internazionale e degli organismi deputati a farlo rispettare. Alcuni hanno avanzato la proposta dii un Parlamento Mondiale come risposta possibile ai pericoli che minacciano la Terra. Le emergenze climatiche e ambientali, le guerre in corso e quelle che rischiano di esplodere, il rischio nucleare, la crisi delle democrazie, il collasso dell’Onu, le violazioni sistematiche delle norme del diritto internazionale, il potere incontrollato delle grandi trasnazionali, rendono oggi quella proposta non solo necessaria ma anche più urgente. Una proposta che, comunque la si pensi, è all’altezza della sfida imposta dalle trasformazioni profonde, regressive, con tratti neofeudali, introdotte in questi decenni nel sistema politico, istituzionale, economico e giuridico internazionale. Decenni nei quali sono deflagrati, o maturati nelle loro forme più tragiche e impunite, conflitti devastanti e guerre in quasi tutti i continenti, dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Siria, dallo Yemen alla Somalia, dalla Nigeria all’intero centro Africa. Non ci sono state transizioni democratiche ma decine di colpi di stato, o di tentati: dall’Egitto alla Bolivia, dall’Honduras alla Thailandia, dal Paraguay alla Turchia, dall’Ucraina alla Birmania. Oltre 20 nel solo continente africano. Tutte le crisi, economica, sociale, climatica, sanitaria, migratoria, alimentare, della democrazia e belliche si stanno sommando rischiando di portare la condizione esistenziali degli umani ad un inedito livello di criticità. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermedie – Range Nuclear Forces) con la Russia firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al bando i missili a raggio intermedio. Così come si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dai Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania. Come risposta Teheran ha aumentato al 20% l’arricchimento dell’uranio dichiarando contestualmente di essere in condizione di raggiungere “facilmente” il 90% di arricchimento, soglia che consente la produzione dell’atomica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna soprattutto, e per reazione anche le altre potenze, hanno approvato miliardari piani di potenziamento delle armi atomiche. Il Comitato per le minacce ad alto rischio dell’Onu, assieme ai più qualificati studiosi di strategie nucleari, come ad esempio l’ex segretario della Difesa degli Stati Uniti, William Perry, considerano “la probabilità di una catastrofe nucleare più elevata oggi che non negli anni della guerra fredda”, quando la catastrofe fu più volte sfiorata ed evitata per un nulla.

La proposta del Parlamento Mondiale è importante perché impone una riflessione sui cambiamenti strutturali a livello globale intervenuti negli ultimi trenta anni. Viviamo in un tempo nel quale, come diceva Gramsci, il passato non c’è più e il nuovo stenta a nascere. Un limbo nel quale possono prendere corpo gli accadimenti più pericolosi. Il vecchio sistema capitalistico, fondato sulla produzione di beni da parte di lavoratori compensata con un salario da parte dei padroni delle imprese, si è in questi ultimi decenni involuto in un neoliberismo finanziario incontrollato e incontrollabile, fondato sulla speculazione a discapito della produzione, per poi degenerare nel sistema neofeudale – liberista nel quale siamo immersi oggi. Un sistema nel quale, assieme all’uso degli strumenti di controllo e di comando più sofisticati, emergono diffusamente pratiche e figure di feudatari e di servi della gleba, nella società e nella rete, ambito nel quale sono più evidenti i processi di feudalizzazione in corso, con pochi sovrani (ricchissimi) e tanti servi della gleba (sempre più poveri, di pane, di lavoro, di diritti, di conoscenza). Il dominio dei pochi che hanno tutto viene esercitato esclusivamente attraverso la forza, usata o minacciata contro nemici o per riallineare amici dubbiosi. Lo storico equilibrio tra apparato produttivo, apparato finanziario e politica è saltato. L’apparato finanziario è cresciuto a dismisura, si è ipertrofizzato ed ha mangiato sia l’apparato produttivo che la politica. Oggi sono le multinazionali, le grandi trasnazionali bancarie e finanziarie a dettare le priorità alla politica, a nominare i governi, ad eleggere i Parlamenti, i Presidenti dello Stato e dei consigli di amministrazione. Mai come oggi, per usare una frase di John Dewey, la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. Gli effetti perversi determinati dal neofeudalesimo – liberista sono in tutta evidenza rappresentati dal dato delle borse che, nella prima fase, in piena pandemia, sono cresciute mediamente del 9 – 12%, mentre il Pil europeo precipitava dell’8 – 10%. La traduzione è che con la crisi economica, con la disoccupazione, con la sofferenza sociale e umana, il sistema neofeudale, le multinazionali, i grandi gruppi bancari transazionali e le società del settore finanziario speculativo ci guadagnano. La sofferenza delle persone e il crollo dell’economia reale costituiscono per questi settori un investimento, la principale fonte di arricchimento. Delle migliaia di miliardi di dollari movimentati in tempo reale ogni giorno per via telematica, il 95% – (il 95%) – è finalizzato alla speculazione, nel perverso gioco degli arbitraggi e dei differenti tassi di interesse. Solo il 5% – (il 5%) – è il prodotto di transazioni economiche reali per l’acquisto, ad esempio, di materie prime, derrate alimentari, medicinali, macchinari agricoli ecc. (fonte Onu). Nel loro insieme Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft, valgono (esclusi Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone) più di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Una condizione, quella dell’epoca contemporanea, del tutto simile a quella descritta da Marx con la metafora sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. I contadini erano costretti a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Non solo dunque lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come afferma Marx, “signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale”. Nel neofeudalesimo contemporaneo le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali, le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti i nuovi servi della gleba. E’ questa la grande differenza tra il capitalista, il cui profitto è il risultato del valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, dal signore feudale che trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni. Una nuova articolazione del potere a livello globale caratterizzata dalla sudditanza totale dei governi a queste poche e immense aziende alle quali tutto viene concesso, persino il diritto di non pagare le tasse. Un livello inedito di concentrazione di poteri e di ricchezze tali minare alla radice le regole, i principi ed i valori dei sistemi liberaldemocratici. Il neofeudalesimo liberista è oggi il nemico principale della democrazia liberale.

La proposta del Parlamento Mondiale trova naturale legittimazione anche nella crisi strutturale dell’Onu e del sistema di norme internazionali costruito nel periodo post bellico dalle potenze vincitrici. Crisi che è conseguenza di un processo di cannibalizzazione, di delegittimazione e di smantellamento del “sistema Onu” da parte dei propri creatori. Una costante degli ultimi decenni, una pratica indispensabile per un sistema di potere che si nutre di forza, non di diritto. Ormai è un coro quasi unanime a ripetere che l’Onu non è più lo strumento adeguato per garantire la sua stessa mission fondativa: mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Se mai lo è stato. Le finalità che ispirarono la fondazione dell’Onu non erano quelle di costruire pace e sicurezza attraverso un sistema di norme e di leggi giuste e organismi preposti a farle rispettare. La vera e comprensibile finalità, esplicitata nel preambolo della Carta stessa, era quella di tenere il mondo lontano dalla guerra che i firmatari avevano conosciuto con i due conflitti precedenti. Ma lo fecero con un impianto organizzativo esclusivamente funzionale al potere delle Nazioni vincitrici, e con un impianto normativo finalizzato ad impedire qualsiasi ruolo decisionale a tutte le altre Nazioni aderenti. L’Assemblea Generale dell’Onu come organismo autorevole e decisionale non è mai esistito. I suoi poteri sono nulli. Le uniche funzioni attribuite si limitano allo studio, alla raccomandazione e al suggerimento (Cap. IV, art.li 9/22 della Carta). Tutti i poteri sono attribuiti ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza (art. 24 della Carta) che tutto possono decidere e su tutto possono mettere il veto. E d’altra parte, come potrebbero i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza essere i soggetti che salvaguardano la pace e la sicurezza di un mondo nel quale non c’è guerra della quale essi stessi non siano responsabili o nella quale non siano coinvolti ? Come può il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tutelare la pace e la sicurezza se i suoi stessi componenti sono i principali fabbricanti e venditori di armi del mondo? A certificare l’inconsistenza dell’Onu, ormai, sono gli stessi protagonisti, senza neppure nasconderlo. “ Le Nazioni Unite non esistono – afferma l’ex ambasciatore all’Onu di Bush ed ex Consigliere per la Sicurezza di Trump, John Bolton – gli Stati Uniti decidono e le Nazioni Unite devono seguire; se agire secondo gli indirizzi dell’Onu risponde ai nostri interessi, lo faremo, altrimenti no”.

La proposta del Parlamento Mondiale ci costringe ad abbandonare il pensiero menomato e antropocentrico occidentale, il mito della conquista della natura e quello dello sviluppo umano da realizzare attraverso lo sfruttamento del pianeta e delle persone. Il progetto del Parlamento Mondiale non è solo una necessaria proposta di istituzione globale, è anche una rivoluzione del pensiero. Ci costringe a fare i conti con le illusioni, con la nostra idea sottosviluppata di sviluppo, con quel falso infinito nel quale ci siamo buttati chiamandolo progresso, ignorando che è il sottosviluppo etico e intellettuale degli sviluppati, il nostro, a produrre lo sviluppo dei sottosviluppati. Cosa c’è di progressista, di logico, di intelligente nel pensare e praticare un progetto infinito in un pianeta finito? E’ il nostro pensiero menomato, la nostra razionalità illusoria che ci porta all’arroganza di non considerare i mondi “altri”, ad ignorare le virtù, i saperi e le ricchezze di popoli e culture millenarie che hanno inscritto nel loro sviluppo antropologico e nelle loro filosofie naturalistiche e panteiste i codici più civilizzati, fondati sulla considerazione della Madre Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e uniti in un destino comune. Un pensiero menomato e delirante che pensa possibile la continuità di un mondo nel quale l’1% possiede il 99% della ricchezza. A tal punto menomato da arrivare a riconoscere scientificamente solo qualche anno fa ciò che nel pensiero e nelle pratiche di tanti popoli è codificato e applicato da migliaia di anni. Come noto, in occidente il termine “antropocene”, come definizione dell’era geologica caratterizzata dal riconoscimento che le criticità del pianeta sono determinate dal comportamento umano, è entrato ufficialmente nel dibattito scientifico solo nel 2000, grazie al chimico premio nobel Paul Crutzen. Una teoria che per le indagini dalle quali parte e per le conclusioni alle quali arriva mette in discussione il nostro modo di pensare, di produrre e di consumare. Il nostro modo di vivere con e nella Madre Terra. Ma la riflessione sui movimenti tellurici che venivano prodotti dal comportamento umano sull’ambiente in realtà si era sviluppato molto prima, per tutta la seconda metà dell’800, ma quel termine, “antropocene”, non era mai stato riconosciuto e utilizzato, era stato cancellato per lasciare il posto al termine anestetizzato, del tutto inefficace, di Olocene. Ultima era del quaternario. Perché avvenne questa menomazione concettuale e scientifica? Perche l’Ordine Internazionale dei Geologi e i tecnici del tempo erano già al servizio della nascente industria estrattiva del petrolio e del carbone. L’asservimento ai poteri, lo stravolgimento dei saperi e il mercenariato delle cosiddette èlite tecnoscientifiche non è una caratteristica esclusiva dell’oggi. I processi di analfabetizzazione pianificata in questi trenta anni dal neoliberismo feudale stanno costringendo le popolazioni zombie dei Paesi occidentali a guardare la realtà dal buco della serratura, con un riduzionismo cognitivo e analitico fondato sulla cancellazione del resto del mondo. Del quale nulla sappiamo. E del quale non ci occupiamo né ci preoccupiamo. Non vediamo che una rivoluzione antropologica del pensiero su questi temi, un cambio di paradigma e un impegno conseguente lo stanno portando avanti in molti, risultato di consapevolezza e responsabilità. I popoli indigeni originari innanzitutto. E’ la Pachamama dei popoli indigeni dell’America Latina, è lo Shan dei nativi europei, è lo spiritualismo panteista dei nativi americani. Cambiano i nomi ma il significato resta lo stesso: la Madre Terra come essere vivente, che ha generato tutto ciò che esiste nel pianeta, che se ne prende cura e del quale noi umani a nostra volta dovremmo prenderci cura. So bene che questo concetto, apparentemente così semplice, è impossibile da comprendere se si concepisce il mondo sulla base del patologismo antropocentrico che pone l’uomo al centro del’universo, in un rapporto conflittuale con il pianeta e con il diritto di sfruttare tutto ciò che ha intorno, dalle risorse naturali agli animali. Ma il concetto di pianeta vivente, di Terra Madre della cosmologia indigena, di corpo vivo e complementare a tutti gli esseri, non è forse lo stesso che, magari partendo da punti di osservazione diversi e con articolazioni analitiche complementari, è stato sviluppato oggi da alcuni degli scienziati, degli economisti e degli intellettuali contemporanei più prestigiosi dell’occidente? Da Fritjof Capra a Ilya Prigogine, da Edgar Morin a Stéphane Hessel, da Zygmunt Bauman a Noam Chomsky, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. Fino a leader religiosi come Papa Francesco e il Dalay Lama. Non è forse la filosofia indigena della Madre Terra quella che ritroviamo nell’eretica e meravigliosa enciclica “laudato si” di papa Francesco? Una riflessione talmente radicale e necessaria che interroga tutti, laici e religiosi, chiamandoli alla riflessione e, soprattutto, alla lotta. Partendo dal Cantico delle Creature, Bergoglio arriva alla Madre Terra, entità viva, titolare di diritti, riconoscendola come “…sorella con la quale condividiamo l’esistenza, madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” (n. 1 – Laudato si). Partendo dal principio che tutto è connesso (n.138), Francesco condanna “l’antropocentrismo dispotico che non si interessa delle altre creature” (n.68). Un documento positivamente contaminato dalle culture indigeniste latinoamericane, rappresentate da leader nativi che Bergoglio, nell’indignazione dei settori confessionalmente arcaici e dogmaticamente clericali, ha voluto con sé in Vaticano in occasione del sinodo sull’Amazzonia. “Querida Amazzonia” rappresenta l’attualizzazione di un pensiero e il superamento, attraverso il rapporto con la laicità e con il naturalismo indigenista, dell’arcaicità antistorica della Genesi (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili” – Genesi 26). E ancora, quale è la differenza tra la millenaria filosofia indigena della Madre Terra viva, indivisibile e autoregolata con la analoga teoria di Gaia, che lo scienziato britannico James Lovelock elaborò e diffuse nel 1979 ? La teoria di Gaia, così la battezzò Lovelock, dandole lo stesso nome che i Greci avevano dato alla “Madre Terra”. Una teoria che considera il pianeta Terra un organismo biologico, un essere vivente capace di autoregolarsi e di mantenere le condizioni materiali necessarie per la vita sua e degli esseri che la abitano.

Se quello occidentale resta un modello di pensiero e di potere ristretto, nazionalistico, patriarcale e “patriottico”, quello indigenista ha un carattere universale (in quanto rivolto a tutto il pianeta e a tutti gli esseri) è “matriottico”, al femminile, consapevole della propria origine e rispettoso della Madre Terra genitrice, generosa e saggia. Un pensiero che non è rimasto confinato al filosofico o, come erroneamente pensano molti occidentali, al livello testimoniale di popoli marginali e in via di estinzione. Quel pensiero è stato ed è protagonista dei cambiamenti politici, culturali, istituzionali e costituzionali più innovativi degli ultimi decenni. Specialmente in America Latina. Le comunità indigene, che sono maggioranza o rappresentano larghe minoranze in molti Paesi, hanno recuperato la loro storia millenaria e sono diventati protagonisti di lotte, di governi e di un altro mondo possibile dopo il fallimento dei partiti progressisti e sviluppisti, a partire dal Pt di Lula in Brasile e dal Partito Socialista in Cile. Particolarmente significativa in questo senso è l’esperienza indigenista in Bolivia, un Paese storicamente segnato dai colpi di stato della minoranza (15%) bianca, ricca ed europea contro la maggioranza indigena (60%) rappresentata dalle 32 nazionalità originarie, tra le quali le due maggioritarie, Aymara e Quechua. Milioni di persone per 500 anni sono state tenute in condizioni di schiavitù e private dei diritti basici, dello stesso diritto di esistere come esseri umani. Fino a quando, nel 2006, dopo mesi di lotte i movimenti sociali e indigeni non hanno sconfitto i militari, imposto libere elezioni e conquistato il Parlamento e il governo. Evo Morales, Aymara della provincia del Chaparè, è stato il primo presidente indigeno boliviano ad essere eletto capo di stato in quell’area geografica a oltre 500 anni dalla conquista. E’ da quel momento che inizia l’altra storia, la primavera dei diritti e dell’emancipazione degli umili nel paese più militarizzato e povero dell’America latina. I saperi ancestrali non recuperano solo una storia identitaria che si riconosce con le lotte per l’indipendenza del XVIII° secolo e con icone rivoluzionarie anticoloniali come Tupak Katari e Tupak Amaru. Quei saperi, la filosofia della Pachamama, del “vivir bien” diventano la base politica e culturale delle conquiste civili, sociali, economiche e costituzionali che seguiranno. Negli anni successivi la Bolivia nazionalizza le risorse naturali ed energetiche, promuove programmi di sviluppo per i settori più umili fino ad allora esclusi, sconfigge la povertà estrema e l’analfabetismo, diventando il Paese dell’America Latina con la crescita annuale più alta e con il più alto indice di redistribuzione della ricchezza prodotta. Distribuisce le terre, bandisce gli organismi geneticamente modificati in agricoltura e avvia la realizzazione di banche del germoplasma per salvaguardare i semi originari. Ma il riconoscimento più forte dei diritti delle nazioni indigene arriva nel 2009 con l’approvazione della nuova Costituzione che consacra e istituisce lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ampliando la nozione del diritto di cittadinanza con il riconoscimento delle “nazioni e popoli indigeni originari e contadini”. Viene ufficializzata la doppia bandiera, quella storica e la Whipala, la bandiera multicolore delle nazionalità indigene. Un processo che chiede allo Stato di adattarsi alla pluralità dei soggetti e delle esperienze storiche della sua gente. E’ stato un processo originale certamente difficile, non privo di difficoltà e contraddizioni, come comprensibile in un Paese nel quale non era mai esistita alcuna forma di organizzazione o rappresentanza politica effettiva, nessuna istituzione democratica, storicamente segnato da una oppressione brutale e da una povertà estrema. Ma la piccola Bolivia è diventata un esempio per tutta l’America Latina, e non solo. Nel 2010 Evo Morales ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Una sfida culturale coraggiosa che partendo dal riconoscimento della Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e correlati, ne riconosce i diritti e ne raccomanda il rispetto e la tutela. E se la Dichiarazione è ancora in discussione all’Onu, qualche effetto è riuscita a produrlo. E’ stata approvata da diverse città in America Latina e nel mondo, sta suscitando riflessioni, stimolando dibattito e creando coscienza. L’esempio della piccola Bolivia ci dice che immaginare e costruire realtà nuove è possibile anche nei contesti più difficili, e che pensare diversamente è una condizione vitale che accompagna i cambiamenti irrimandabili. Una rivoluzione paradigmatica e mentale più importante della rivoluzione copernicana. Se vogliamo uscire dall’età del ferro planetario nel quale siamo ancora immersi. Se vogliamo costruire una nuova umanità solidale che condivide un destino comune con la Terra e con tutti gli esseri che la abitano.

Luciano Neri


 

L’ASSISE DEI POPOLI

I problemi non possono essere risolti allo stesso

livello di pensiero che li ha generati.

(A. Einstein)

“Da millenni l’umanità non è esistita in quanto tale”, rifletteva tristemente l’uomo, e domandò: “Che pensi, potrà sopravvivere?”

La donna rispose: “Sì, se acquisirà quella coscienza di specie, per cui si riconosce come famiglia umana”…

“Altrimenti?”, chiese l’uomo.

“In caso contrario si estinguerà, e la natura ne sarà felice, risorgendo dopo le interminabili ferite subite”.

Attesa invano una replica, la donna proseguì: “Che iattura sarebbe, dato che noi siamo, fino a prova contraria, l’unica coscienza dell’universo!”

E aggiunse, prendendo per mano l’uomo: “Mettiamoci al lavoro!… Adesso, perché il tempo stringe”…

Un’Assise mondiale rappresentativa di tutti i popoli della Terra: è ciò che l’umanità non si è mai data nella sua travagliata storia millenaria. E i risultati sono di un’evidenza dirompente.

Il mondo sta bruciando.

Per i mutamenti climatici, per la ripresa compulsiva della corsa agli armamenti sia convenzionali che nucleari, per le guerre in atto – “la terza guerra mondiale a pezzi”, che è in corso, secondo le pertinenti parole di Papa Francesco – per le guerre commerciali quasi devastanti come quelle degli eserciti, per il predominio del profitto capitalistico che ci ha portato alla società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quello del 99 per cento! Mai si era visto un accaparramento di risorse così concentrato.

Per l’insieme di questi fattori gli scienziati e i premi Nobel, che sovrintendono al Doomsday Clock – “l’Orologio dell’Apocalisse” – all’inizio del 2020, prima della pandemia del Coronavirus, hanno spostato le lancette a 100 secondi dalla mezzanotte, che simboleggia la fine del mondo.

Si tratta dell’orario più vicino al “giorno del giudizio” dal 1953 (anno dello sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di Usa e Urss).

L’uomo contemporaneo è portato a non pensare a questo preoccupante orizzonte, imprigionato com’è in quel materialismo quotidiano da cui si lascia pervadere, alimentato da una sapiente (insipiente?) propaganda parcellizzata, che spezza, e frantuma di continuo, il quadro d’insieme del mondo.

Così i 7 miliardi e mezzo di donne e uomini, che compongono oggi l’umanità, sono indotti a non rendersi conto che, per continuare a vivere ai ritmi attuali, avrebbero bisogno di due pianeti, anziché dell’unico che abbiamo.

Si è giunti a questo punto – vicini al non ritorno – per lontane ragioni storiche e culturali.

Dalla fondazione delle prime città, all’incirca 5 mila anni fa, dapprima con le città-stato, poi con le nazioni e quindi con gli imperi, l’umanità si è concepita basata principalmente sulla divisione: divisione-separazione per etnie, per localismi, per interessi economici, per visioni religiose.

Una continua lotta per l’egemonia sfociata quasi sempre nella guerra, fino a quelle mondiali.

Non si pone sufficiente attenzione sul fatto che è con le prime città che nascono gli eserciti, le burocrazie, la guerra. Ma 5 mila anni sono un battito di ciglia nella storia.

E’ consolante rilevare che, per più del 90 per cento del tempo in cui l’uomo ha camminato eretto, il concetto di guerra era sconosciuto, come mostrano gli studi di etnologia comparata.

Dunque le attuali condizioni del mondo non sono il risultato di una presunta natura umana votata irreversibilmente all’autodistruzione.

Quella che definiamo “natura umana” è il risultato di una costruzione storica, che dunque può essere superata da un’altra costruzione storica, basata su una diversa visione del mondo.

Perciò Einstein ha scritto a buon diritto: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”.

Il punto è proprio questo: saremo in grado di costruire una “sorte” diversa da quella che ci si sta profilando?

I mutamenti climatici sono il nuovo paradigma che sta mettendo a repentaglio il mondo.

L’avvelenamento dell’atmosfera, prodotto dalle attività umane subordinate al profitto capitalistico, ha raggiunto traguardi crescenti di allarme.

Nell’ultimo secolo abbiamo bruciato immense quantità di carbone e petrolio, al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.

La conseguenza è stata che le concentrazioni di anidride carbonica – che in più di un milione di anni non erano mai giunte a 300 parti per milione – all’inizio del terzo millennio sono salite a 338 ppm.

La Conferenza di Parigi sul clima (dicembre 2015), presentata come un accordo storico fra i 195 paesi firmatari, prevedeva di contenere al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale entro il 2020: proposito che si è rivelato di gran lunga insufficiente.

Infatti: alla fine del 2016 l’agenzia meteorologica dell’Onu informava il mondo che, nel 2015, la concentrazione di anidride carbonica aveva superato le 400 ppm, infrangendo quella che era considerata la soglia-simbolo.

Non solo: l’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, registrava, il 18 aprile 2017, il superamento della soglia di 410 ppm.

Lo stesso osservatorio ha registrato, il 2 giugno 2020, ben 417,9 ppm.

Continuando così, avvertono i climatologi, rischiamo di avere causato, in meno di 50 anni, un cambiamento climatico mai verificatosi in 50 milioni di anni.

Con il termine “antropocene” – coniato dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen – viene indicata l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, è fortemente condizionato su scala locale e globale dagli effetti dell’azione umana.

Per avere un’idea concreta dell’impatto delle attività umane sul – nel – mondo basti considerare che abbiamo reso artificiale la Terra, nel senso preciso per cui ci sono ormai più oggetti che esseri viventi.

Secondo lo studio dell’istituto israeliano Weizman, pubblicato su Nature, solo la plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, sovrasta del doppio il peso degli animali, fermi a 4 miliardi di tonnellate.

Se a ciò aggiungiamo il peso delle metropoli, delle città, delle strade , delle automobili ecc., raggiungiamo cifre stratosferiche.

Lo studio afferma che l’umanità, che in termini di peso rappresenta lo 0,01 per cento degli esseri viventi, grava il pianeta, ogni settimana, del peso di se stessa.

Il risultato è che le nostre fabbriche riversano sulla Terra 30 miliardi di tonnellate ogni anno.

A questo ritmo la nostra bulimia tecnologica potrebbe portarci, nel 2040, a produrre 30 mila miliardi di tonnellate di massa artificiale.

Non è folle pensare di andare avanti così? Fino a quando il mondo potrà reggere gli effetti di questa crescente invasione antropica?

L’impetuoso sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, usate così come oggi avviene – per aumentare il potere di quell’1 per cento che domina la società umana- dà all’uomo contemporaneo un potere mai conosciuto prima.

La questione, per più di un aspetto drammatica, che si pone è: o l’apparato scientifico-tecnologico viene ricondotto sotto il controllo umano e finalizzato a soddisfare i bisogni reali – non quelli indotti – dell’umanità, in equilibrio con l’ecosistema, oppure diventerà il nodo scorsoio destinato a stringersi sempre più intorno al collo degli esseri umani, come già sta avvenendo (i mutamenti climatici ne sono l’avvisaglia più evidente e minacciosa).

Non bisogna essere tecnofobici. Ma si tratta di capire che niente al mondo è neutro, nemmeno il concetto che afferma che niente è neutro, e tantomeno lo sono le scienze e le tecniche.

Se non le indirizziamo a costruire il bene comune – degli uomini e della Terra – esse finiranno con l’assoggettare a se stesse sia gli uomini sia la Terra, in un crescendo destinato a divenire incontrollabile.

In presenza di uno stato di cose così preoccupante, il mondo è “governato” dall’unica entità sovranazionale esistente: l’Onu.

Le Nazioni Unite, come il nome stesso indica, rappresenta l’insieme delle entità nazionali e degli stati cui esse hanno dato vita.

Sotto questo profilo esse sono l’evoluzione e la proiezione moderna delle… città-stato: l’umanità non viene rappresentata in quanto tale, come specie e dunque come entità globale, bensì nel suo essere frazionata nelle diverse particolarità nazionali e statuali, che hanno interessi differenti e, spesso, contrastanti, quando non antagonistici.

Di conseguenza i rapporti in seno all’Onu non sono bilanciati in vista dell’interesse umano comune, ma fondati sugli stati di serie A, di serie B e C…

La governance dell’Onu risiede nel Consiglio di Sicurezza, dominato dagli stati di serie A, ovvero i suoi cinque membri permanenti: Usa, Cina, Russi, Francia, Inghilterra (non a caso tutte potenze nucleari).

Ognuno dei cinque, come è noto, si è arrogato il diritto di veto: sicché qualsiasi decisione, che non vada a genio ai cinque stati – o anche a uno solo di loro – è bloccata e resa vana dal veto.

L’Assemblea generale può prendere sì decisioni, ma le sue deliberazioni non hanno valore vincolante per le nazioni del mondo.

Ecco le ragioni di fondo per cui l’Onu, nata in un preciso momento storico dopo la seconda guerra mondiale, si rivela sempre più obsoleta e del tutto incapace di regolare i destini della Terra: ad attestarlo è il marasma attuale del mondo.

E’ evidente che il Consiglio di Sicurezza è il ferro vecchio più arrugginito. Più che decidere, per i meccanismi che lo regolano, il suo scopo è permettere di non decidere.

I cinque membri permanenti rappresentano, insieme, poco più di 2 miliardi di persone: una netta minoranza della popolazione mondiale. Perché gli altri quasi 6 miliardi di cittadini dovrebbero sottostare alle loro decisioni (e non-decisioni)? Tanto più che non li ha eletti nessuno, si sono… autoeletti…

Da che l’Onu esiste, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi tempi, un dibattito a intermittenza circa la necessità-possibilità della sua riforma.

Inutile dire che il dibattito non ha mai portato a nulla, sia perché manca la sede decisionale su cui il dibattito stesso possa poggiarsi sia perché i cinque membri permanenti non vogliono saperne di allargare il cerchio e, poi, perché i candidati (autocandidati?) a entrare nel giro sarebbero molti, per di più in lizza fra di loro

Sicché la situazione risulta bloccata ed è destinata a restare tale. Controprova: chi dovrebbe diventare paese di serie A? L’India, con la sua popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di abitanti? L’Indonesia (269 milioni)? Il Pakistan (220 milioni)? Il Brasile (212 milioni)? Il Giappone (125 milioni)? La Germania (82 milioni)? E devono essere potenze nucleari, come l’India e il Pakistan, oppure no? Chi lo decide?

In questo aggrovigliato contesto è Papa Francesco a mettere in rilievo (v. Enciclica Fratelli tutti) la necessità di “prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”. Senza tuttavia spingersi a indicare quali dovrebbero essere quelle organizzazioni.

Una organizzazione mondiale più efficace, “dotata di autorità per assicurare il bene comune mondiale”, può sorgere solo se l’umanità nel suo insieme, comprendendosi come specie – ovvero come grande famiglia di persone coinvolta(e) in un unico destino su un pianeta ridotto allo stremo – deciderà di costruirla.

Costituire l’Assise dei popoli del mondo, per l’autogestione dell’umanità: ecco ciò che è necessario e urgente.

IL Parlamento Mondiale (d’ora in poi PM), eletto da tutti i popoli secondo il criterio della democrazia rappresentativa – una testa, un voto – può e deve diventare la sede tramite la quale l’umanità, per la prima volta nella sua storia, si autodetermina, uscendo finalmente da quello stato di minorità su cui si è finora schiacciata, frazionandosi per particolarismi nazionali.

Significa che l’umanità matura e assume la coscienza di sé come specie, nessuna frazione esclusa, e decide lo sviluppo (la sopravvivenza?) del suo presente e del suo futuro, in rapporto a tutti gli altri esseri, con cui è in relazione ineliminabile.

Significa elevare al massimo grado la propria intelligenza collettiva, divenendo capace di inter-legere e intus-legere (“leggere fra” e “leggere dentro”) nella complessa realtà dell’esistenza comune del mondo.

Il PM può essere composto da mille membri – un eletto ogni 7 milioni e mezzo di abitanti della Terra (poco più dei deputati attuali del Parlamento europeo).

Un’assemblea perfettamente gestibile e operativa, dove tutti i popoli vengono rappresentati con pari dignità, senza che ci siano quelli di serie A, B, C…

Oltre le riunioni plenarie, dove si prendono le decisioni fondamentali riguardanti tutto il mondo, si struttura per commissioni di lavoro sui temi di maggiore importanza.

Il PM dura in carica 5 anni ed elegge il suo presidente, che diviene il Presidente del Mondo. Si può immaginare la sua autorevolezza se paragonata a quella del segretario dell’Onu…

Lasciando agli stati la gestione dei problemi interni di ogni singola nazione, il PM delibera sulle questioni basilari dell’umanità: la pace – la guerra deve diventare un tabù – il disarmo a partire da quello nucleare, la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, i diritti e i doveri fondamentali, lo sradicamento della fame, le produzioni eque e solidali e l’introduzione dell’onesto guadagno – al posto del profitto onnivoro – la giusta distribuzione delle risorse, le migrazioni, la difesa e l’incremento di tutti i beni comuni.

Dal punto di vista tecnico, l’elezione del PM non presenta affatto ostacoli insormontabili: seguendo i fusi orari, in un giorno di vota dappertutto e l’indomani si conoscono i risultati.

E’ evidente che il problema è prettamente culturale e politico: lasciare la vecchia strada per la nuova.

E però ormai vediamo che proseguire sulla vecchia e non imboccare la nuova può comportare conseguenze irreparabili.

Ho avuto la fortuna di sperimentare, insieme a milioni di altri, la democrazia diretta e, poi, quella rappresentativa, sia nel Parlamento europeo sia in quello italiano, e dunque ho avuto modo di conoscere direttamente i limiti della democrazia delegata.

Se dico che la democrazia rappresentativa, pur con tutti i suoi difetti, è tuttavia migliore dell’attuale oligarchia che pesa sul mondo, credo di indicare una conclusione accettabile.

Oggi gli stati sono troppo grandi per i problemi piccoli (e infatti decentrano taluni poteri agli enti locali) e troppo piccoli per affrontare le questioni grandi.

In più prevale generalmente, al loro interno, un processo di verticalizzazione delle decisioni, con governi che tendono in misura crescente all’autocrazia, esautorando spesso, progressivamente, i rispettivi parlamenti.

Così la stessa democrazia rappresentativa va restringendosi, fino a rattrappirsi in mera “democrazia formale”.

L’eclissi della democrazia, provocata e insieme utilizzata dal capitalismo finanziario globale, riduce sempre più la politica al predominio dei rapporti di forza e la prepotenza diviene la sua stella polare.

L’assalto al Campidoglio di Washington, il 6 gennaio 2021, da parte di manipoli del presidente Trump sconfitto alle elezioni, da lui apertamente e direttamente istigati, codifica, sebbene debellato, l’alto grado di disfacimento della democrazia istituzionale in quanto piegata a privatizzazione di scopi e interessi.

La politica, di fatto, non c’è più: è sostituita dalla propaganda – di chi ha il potere di farla – e viene a coincidere con la finzione e la simulazione. La propaganda è a sua volta una merce:viene fabbricata – venduta e… comprata – alla stessa stregua delle armi, dei telefoni cellulari, delle auto e dei computer.

Ecco perché la “politica”, oggi prevalente, è ridotta ad un ruolo ancillare: segue ed e-segue i diktat dei poteri dominanti.

In questo contesto l’elezione del PM ridà linfa alla democrazia, inverando il principio “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Le persone e i popoli vengono a parlare in prima persona e l’umanità si erge a determinare il proprio destino e quello della Terra. Una netta, e salutare, inversione di tendenza, rispetto ai silenzi e alla passività delle moltitudini.

I 2500 scienziati, che hanno elaborato nel 2007, per conto dell’Onu, il rapporto sui mutamenti climatici, in modo unanime consegnavano all’umanità un messaggio inequivocabile: rilevato che “il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’uomo”, essi ammonivano: “Si avvicina il giorno in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo. Siamo alle soglie dell’irreversibile”.

Per scongiurare il superamento del punto di non ritorno, gli scienziati ci raccomandavano di tenere presente che “non è più il tempo delle mezze misure” (come quelle adottate nella Conferenza di Parigi) e ci affidavano tre indicazioni imperative: “E’ il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della rivoluzione dell’azione politica” (corsivi miei).

Il PM è sia la conseguenza – il risultato – di quelle tre rivoluzioni sia il mezzo per realizzarle compiutamente.

E’ la sede attraverso cui possiamo e dobbiamo gestire in comune il bene comune più prezioso che abbiamo: la nostra vita – e quella di tutti gli altri esseri.

L’umanità e il mondo sono inscindibilmente interdipendenti: a dircelo è la stessa fisica quantistica, secondo cui ogni cosa non è realmente comprensibile se non vista in relazione con tutte le altre. Separata da quei nessi, non esiste se non come astrazione.

Comprendere appieno questo è l’obiettivo più alto che l’umanità può e deve raggiungere.

La coscienza di specie si dilata fino a divenire coscienza globale: la comprensione che la parte è collegata al tutto e il tutto è più delle singole parti che lo compongono.

La pandemia di Covid 19, che dal 2020 ha colpito l’umanità ovunque, ci ha fatto toccare con mano, in modo bruciante, questa interconnessione fra le persone – e fra loro e la natura. Ci ha mostrato come nessuno può salvarsi da solo, e che la salvezza richiede necessariamente una solidarietà, individuale e collettiva, di autoprotezione, per ridurre la contagiosità del virus, anche a costo di rinunciare ad alcune libertà fondamentali. Una lezione drammatica alla hybris antropocentrica.

Va da sé che non si arriverà al PM senza quella rivoluzione delle coscienze che gli scienziati, non a caso, hanno indicato per prima – e come condizione necessaria per realizzare la rivoluzione dell’economia e quella dell’azione politica.

E’ necessario costruire – entro ciascuno di noi e in noi tutti – quella che i greci chiamavano metànoia: “correzione di pensiero”, “mutamento di parere”.

(In altre parti del libro viene indicato il lavoro incominciato verso questo percorso).

Il PM sarà il risultato del mutamento di pensiero necessario e, insieme, il volano di sviluppo per realizzarlo compiutamente.

Costituisce il passaggio dell’umanità dal confine all’orizzonte.

Per salvarsi. E per salvare il mondo.

Mario Capanna

Il land grabbing delle terre palestinesi

di Andrea Vento

In ricordo dell’uccisione di 6 palestinesi cittadini israeliani avvenuta il 30 marzo 1976 mentre cercavano di impedire l’esproprio delle loro terre in Galilea, ogni anno i Palestinesi, sia dei Territori che all’interno di Israele, celebrano la Giornata della Terra, con manifestazioni e piantumazione di olivi. L’accaparramento delle terre palestinesi già iniziato nel dicembre del 1947, all’indomani dell’approvazione della Risoluzione Onu N. 181, detta “Piano di Partizione della Palestina, è strettamente connesso al processo di “pulizia etnica della Palestina”, pianificato, come ricostruito dallo storico israeliano Ilan Pappe1, tramite il Piano Dalet, nell’intento sionista di conquistare “quanta più terra possibile, col minor numero di palestinesi possibile”.

Successivamente alla Prima Guerra arabo-israeliana del 1948/49, nella quale era riuscito ad espandere il proprio territorio al 78% della Palestina storica rispetto al 56% assegnatogli dalla Risoluzione Onu N. 181, Israele, avvalendosi della Legge degli assenti, ha iniziato a sottrarre terre ai Palestinesi cittadini israeliani che non potevano rientrare nelle loro proprietà, perché costretti a fuggire all’estero o dislocati coattivamente in altre zone del Paese.

Infine, dopo la vittoria nella Guerra dei 6 Giorni del giugno 1967, con l’occupazione militare, oltre che del Sinai (Egitto) e delle Alture del Golan (Siria), della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, amministrate dopo il 1948 rispettivamente da Giordania ed Egitto, ha attuato un progressivo processo di accaparramento delle terre nei Territori Palestinesi Occupati, avvalendosi anche di altri strumenti normativi.

Il processo di sottrazione delle terre palestinesi, funzionale a quello di colonizzazione ebraica della Palestina, è avvenuto tramite l’utilizzo di strategie e meccanismi legislativi diversificati che la celebrazione della Giornata della Terra ci offre l’opportunità di analizzare.

La legge dei “Proprietari assenti”

Il primo meccanismo legislativo adottato dai governi israeliani per l’espropriazione di terre palestinesi è stata la legge dei “Proprietari assenti”, inizialmente emanata nel 1950 al fine di impossessarsi dei beni immobili dei profughi palestinesi cacciati dalle proprie abitazioni fra la fine del 1947 e il 1949, le cui proprietà al termine della I Guerra arabo-israeliana si trovavano all’interno dei confini di Israele. Tale controverso dispositivo normativo, venne successivamente utilizzato, dopo la Guerra dei 6 Giorni, anche per l’accaparramento, in Cisgiordania e, soprattutto, a Gerusalemme Est, di terre e abitazioni possedute da palestinesi, che al momento del censimento del 1967 non si trovavano, non certo per loro volontà, nelle proprie case.

Un rapporto dell’Istituto palestinese Arij per le ricerche applicate, pubblicato il 17 giugno 2013, rivela che “la legge in questione ha subito diverse modifiche, per permettere il sequestro della massima quantità possibile di terreni e immobili palestinesi, a beneficio dei piani di costruzione e espansione coloniale, attuati nei Territori occupati. L’ultima modifica risale al 2004, quando il premier Benjamin Netanyahu ricopriva il ruolo di ministro delle Finanze. In quell’anno, il governo israeliano ha emesso un emendamento che consente all’Amministratore dei Fondi degli assenti di disporre delle terre e cederle alla cosiddetta Autorità di sviluppo, gestita dal Dipartimento delle Terre d’Israele, che a sua volta controlla il 93% della terra nello Stato ebraico. Successivamente, l’Autorità di sviluppo destina i terreni alle imprese di costruzione, come Amidar e Hmenota, attive nella edificazione ed espansione degli insediamenti illegali israeliani, soprattutto a Gerusalemme Est. L’applicazione della legge è un pretesto israeliano per sfruttare, a scopi coloniali, terre e proprietà palestinesi, messe a disposizione delle compagnie di costruzione, sulla base dell’assunto che esse (le terre confiscate) sono di esclusiva proprietà del popolo ebraico2.

Questo escamotage normativo è stato utilizzato in particolar modo per la confisca3 a Gerusalemme, come confermava un report di fine 2012 della Coalizione civile dei gerosolimitani4, in base al quale il 35% delle proprietà palestinesi nella città erano state sottratte ricorrendo a questa legge. Terre sulle quali all’epoca erano stati edificati 15 insediamenti (definiti quartieri) nel cuore della parte orientale, trasferendovi ben 210.000 coloni israeliani5.

La colonizzazione ebraica dei Territori Occupati

Le conquiste territoriali ottenute con la Guerra dei 6 Giorni del giugno 1967 viene considerata dalla leadership sionista, la stessa che aveva fondato il Paese, il completamento della Guerra d’Indipendenza del 1948-49. Come confermato dallo storico israeliano Zeev Sternehell: “Nel 1967, come nel 1948 e nel 1937, i leader del paese erano ancora convinti che le frontiere si creano con fatti sul terreno. Dopo la vittoria del 1967, il dibattito nel Mapai (che diverrà Partito Laburista l’anno successivo, ndr) non fu focalizzato sul ritenere che la dottrina della conquista dei territori, ogni volta che ce ne fosse l’opportunità, fosse ancora valida, ma su come, e in che grado, la situazione creata dalla sconfitta araba potesse essere sfruttata“.

Gli sviluppi politico-amministrativi successivi alla Guerra dei 6 Giorni in termini di colonizzazione dei Territori conquistati, non tardano ad arrivare. Già il 27 luglio del 1967 il ministro del lavoro Ygal Allon presenta al governo un Piano di annessione della valle del Giordano, Hebron compresa, e delle Alture del Golan che risulterà alla base della politica di colonizzazione implementata dai successivi governi a guida laburista. Dopo solamente sei mesi, il 14 gennaio 1968, lo stesso Allon propone la realizzazione, nei pressi di Hebron, di un insediamento ebraico nei Territori Occupati Palestinesi, denominato Kiryat Arba, toponimo menzionato nella Bibbia ebraica (Genesi 23) come il luogo dove Abramo seppellì Sara, e da allora divenuta una roccaforte dell’estremismo religioso ebraico.

Il processo di colonizzazione dei Territori Palestinesi Occupati prende avvio nonostante l’Onu tramite la risoluzione N. 242 del 22 novembre 1967 intimasse “il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati nel corso del recente conflitto“, e la “Convenzione di Ginevra (IV) per la protezione dei civili in tempo di pace” del 12 agosto 1949 all’articolo 49 comma 6 avesse stabilito che “I trasferimenti forzati, in massa o individuali, come pure le deportazioni di persone protette, fuori del territorio occupato e a destinazione del territorio della Potenza occupante o di quello di qualsiasi altro Stato, occupato o no, sono vietati, qualunque sia il motivo”6.

Accertato il mancato rispetto di entrambe, il Consiglio di Sicurezza ONU nella Risoluzione N. 338, emessa il 22 ottobre 1973 nel tentativo di porre fine alla Guerra del Kippur, ribadisce le disposizioni della N.242 nel passaggio in cui “Richiama le parti in causa affinché immediatamente dopo il cessate il fuoco inizi l’applicazione della Risoluzione N. 242 del Consiglio di Sicurezza, in tutti i suoi punti“.

Gli strumenti normativi di confisca delle terre nei Territori Occupati

Negli anni successivi, incuranti del diritto internazionale, i governi laburisti, in ottemperanza del Piano Allon, hanno iniziato ad edificare insediamenti, sia lungo la zona pianeggiante della valle del Giordano, che nella fascia collinare alle sue spalle, principalmente a scopo militare, concentrandosi sulle aree a bassa densità palestinese. Alla fine del 1976, termine del quasi trentennale ciclo dei governi del sionismo laburista, erano stati realizzati venti insediamenti che accoglievano i primi 3.200 coloni.

Nonostante nel 1975 venga elaborato un nuovo piano ventennale per la colonizzazione della valle del Giordano finalizzato allo sfruttamento delle fertili terre e delle risorse idriche a scopi agricoli, nel 1977 con la prima storica vittoria della destra, il nuovo Primo Ministro del Likud, Menachem Begin, imprime una accelerazione al processo di colonizzazione, estendendolo alle zone montuose della Cisgiordania, ben presto ri-denominate con i biblici toponimi di Giudea e Samaria.

La geografia del processo di colonizzazione viene accuratamente progettata non solo ricercando di impossessarsi dei siti archeologici biblici, ma anche allo scopo di rendere impossibile la continuità territoriale di un ipotetico futuro stato palestinese, circondando le aree urbane e i villaggi con blocchi di insediamenti colonici.

Come riferisce l’organizzazione pacifista israeliana B’Tselem7 nel rapporto “Terra rubata” “Nel campo della legislazione umanitaria consuetudinaria una forza occupante è obbligata a proteggere le proprietà dei residenti dell’area occupata e non è autorizzata a distruggerle o espropriarle. Nonostante ciò, una forza occupante può temporaneamente prendere possesso di terreni privati e di edifici appartenenti ai residenti dell’area occupata per sistemarvi le sue forze militari e le sue unità amministrative. Tale confisca è per definizione temporanea; di conseguenza la forza occupante non acquisisce diritti di proprietà sulle terre e sugli edifici requisiti e non è autorizzata a venderli ad altri. Inoltre, la forza occupante è obbligata a pagare un compenso ai proprietari per l’utilizzo dei loro beni. Sulla base di questa eccezione, tra il 1968 e il 1979 i comandanti israeliani emisero dozzine di ordini di requisizione di proprietà private in Cisgiordania, sostenendo che tali confische erano “richieste da essenziali ed urgenti esigenze militari”. Durante il periodo sopra menzionato, furono requisiti quasi 47.000 dunam8 (47 kmq) di terre private, la maggior parte dei quali destinati alla creazione di insediamenti“.

L’iniziale strategia di costruzione delle colonie ebraiche su terre palestinesi confiscate in base a “richieste da essenziali ed urgenti esigenze militari”9, venne successivamente modificata a seguito del ricorso presentato da alcuni proprietari palestinesi e accolto dalla Corte Suprema israeliana nel 1979 con la motivazione che la colonia di Elon Moreh, oggetto della controversia, non era giustificata da ragioni militari, bensì ideologiche.

I governi israeliani furono, pertanto, costretti ad abbandonare tale pratica, e disattendendo completamente la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu N. 465 del 1 marzo 1980 che chiedeva “di smantellare gli insediamenti, esistenti e, in particolare, di cessare urgentemente la costituzione, la costruzione e la progettazione di insediamenti nei territori arabi occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme10, hanno proceduto alla requisizione11 di nuove terre palestinesi ricorrendo al Codice Ottomano della Terra del 1858, con la motivazione che costituivano “Terre di stato”.

Le “Dichiarazioni di terra di stato”12 sono atti delle autorità israeliane che rendono la terra palestinese non considerata privata, comprese le proprietà collettive di villaggio (musha’a), “di stato” e quindi “legalmente” amministrabile, in base al diritto internazionale, su base temporanea da Israele in qualità di forza occupante.

L’imponente processo avvenuto in Cisgiordania di dichiarazione della terra come “di stato” origina dall’Ordine Militare n. 59 del 1967 sulle Proprietà di Governo in Giudea e Samaria (toponomastica ebraica), che autorizzava la persona delegata dal comandante dell’esercito israeliano per un determinato territorio a prendere possesso delle proprietà appartenenti ad uno “stato nemico” e di gestirle a propria discrezione. Questo ordine, emesso all’indomani dell’inizio dell’Occupazione, venne ampiamente utilizzato da Israele sino al 1979 per impossessarsi di tre tipologie di terre registrate a nome del governo giordano, amministratore ufficiale della Cisgiordania:

  • terre miri (quelle localizzate vicino agli insediamenti e adatte ad essere coltivate) rimaste incolte per almeno tre anni consecutivi e quindi divenute makhlul;
  • terre miri coltivate per meno di dieci anni (periodo minimo), per cui il fattore non era ancora proprietario effettivo;
  • terra considerata mawat (morta) per la sua distanza di almeno mezz’ora dal villaggio più vicino.

L’ultima strategia adottata dai governi israeliani per la requisizione di terre palestinesi nei Territori occupati risulta l’espropriazione13 per bisogni pubblici che è stata utilizzata per la realizzazione della rete stradale, vietata ai palestinesi, di collegamento fra gli insediamenti e il territorio di Israele, ad eccezione della colonia di Ma’ale Adumin. Quest’ultima, edificata a partire dal 1975, sorge, infatti, a soli 7 km da Gerusalemme lungo l’autostrada 1 che raggiunge l’area metropolitana di Tel Aviv e rappresenta, con i suoi 49 kmq di estensione ed i 38.000 abitanti censiti nel 2019, uno dei principali insediamenti colonici israeliani, al quale venne riconosciuto lo status di città nel 199114.

Per i proprietari palestinesi oggetto di ordini di requisizione, la legge israeliana ha introdotto la possibilità di presentare ricorso legale, i cui tempi prolungati ed i costi elevati finiscono, tuttavia, per risultare insostenibili per gli abitanti dei villaggi della Cisgiordania che, consapevoli anche dell’esito quasi sempre avverso, in molti casi hanno optato per la rinuncia15.

Dopo il fallimento del tentativo di Camp David, dell’estate del 2000, di giungere in extremis ad un nuovo e definitivo accordo di pace con i palestinesi, dopo il fallimento di Oslo del 1993, e l’inizio dell’intifada di al-Aqsa, alla fine dello stesso anno, il governo israeliano dette avvio ad una nuova fase di requisizioni attraverso “ordini militari”. Terreni privati, infatti, vennero nuovamente sequestrati per costruire nuove strade di collegamento con gli insediamenti in Cisgiordania, definite by-pass road, ad esclusivo uso dell’esercito e dei coloni che sostituissero le vecchie strade o altre nuove giudicate non più sicure.

L’acquisto di terre

L’acquisizione dei terreni sul libero mercato, invece, ha rappresentato storicamente la pratica iniziale, seguita sin dalla prima fase dell’emigrazione ebraica in Palestina a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, quando i primi coloni ebraici iniziarono ad acquisire proprietà fondiarie dai latifondisti palestinesi, con il supporto finanziario del Fondo Nazionale Ebraico (JNF)16.

Dopo la Guerra dei 6 Giorni, le forze di occupazione israeliane con l’Ordine militare n. 25 avevano imposto rigide restrizioni alla vendita di terre in Cisgiordania, riservandone l’acquisto solamente al Fondo Nazionale Ebraico. Ma, dal momento che per parte palestinese la legge e le consuetudini vietano di vendere la terra agli Ebrei, Israele aveva ideato dei meccanismi per poter trasferire le proprietà fondiarie, occultandone la vendita per periodi prolungati.

Le successive modifiche apportate alla legge dai governi del Likud, saliti al potere alla fine degli anni ’70, hanno creato le condizioni affinché si verificassero vere e proprie vendite fraudolente a favore di privati ebrei, con numerosi proprietari palestinesi che hanno preso atto di essere stati raggirati solo quando hanno visto i trattori e le ruspe dei coloni al lavoro sulle loro ormai ex terre.

Queste modifiche normative trovarono riflesso in una decisione nell’aprile 1982 del Comitato Ministeriale per gli Insediamenti che forniva approvazioni in linea di principio per la creazione di insediamenti come “iniziativa privata”. Questa autorizzazione esprimeva l’impegno del governo a consentire agli Ebrei di acquistare terra e di insediarsi in tutta la Cisgiordania, incluse le aree dove la terra non poteva essere dichiarata “di stato” perché registrata col nome del proprietario.

Israele in questa fase ha aiutato e incentivato i suoi cittadini ebrei ad acquistare terra privata palestinese sul libero mercato col proposito di stabilirvi nuovi insediamenti, fino a che, a seguito di numerose compravendite fraudolente e di truffe, anche a danni di potenziali acquirenti israeliani, tale prassi venne formalmente interrotta dal 1985.

Il tentativo della Legge di regolarizzazione

Accanto a questi “tradizionali” meccanismi di appropriazione delle terre palestinesi il parlamento israeliano aveva tentato di introdurre un nuovo strumento normativo. La Knesset, infatti, il 7 febbraio 2017 aveva approvato, dopo un contrastato iter legislativo, la cosiddetta “Legge di regolarizzazione” che avrebbe consentito ai cittadini israeliani di appropriarsi delle terre palestinesi nei Territori Occupati, dietro indennizzo monetario o in cambio di altro appezzamento agricolo. La legge è stata da più parti considerata anticostituzionale anche per il suo carattere retroattivo che avrebbe legalizzato gli insediamenti considerati “illegali” anche per la legge israeliana (circa 4.000 abitazioni), in quanto costruiti senza autorizzazione su terre private palestinesi, ed ha sollevato aspre critiche anche a destra. Fra queste, autorevoli voci come il più volte ministro del Likud, Dan Meridor, che l’aveva definita “ingiusta e incostituzionale perché va contro i principi della legge israeliana” e il figlio del ex Premier Menachem Begin, Benny, anche lui più volte ministro del Likud e sostenitore della “Eretz Israel”, che l’aveva soprannominata “legge sui furti”17. Tuttavia, i ricorsi presentati, a partire dal giorno successivo, da Ong palestinesi e israeliane alla Corte Suprema ne avevano in pratica anestetizzato l’applicazione, sino alla sentenza della stessa corte del 10 giugno 2020 che l’ha dichiarata “incostituzionale” perché “viola i diritti di proprietà e di eguaglianza dei palestinesi, mentre privilegia gli interessi dei coloni israeliani sui residenti palestinesi” e che non “fornisce sufficiente rilievo” allo status dei “palestinesi come residenti protetti in un’area sotto occupazione militare18.

La situazione attuale

Nel rapporto stilato dall’Ufficio centrale di statistica palestinese del marzo 2015, veniva trattato il delicato tema delle terre palestinesi sotto il controllo delle forze di occupazione. Israele attraverso i meccanismi e le strategie sopra individuate è arrivato a possedere più del dell’85% della superficie totale della Palestina storica, estesa per un’area di 27 mila kmq, ripartiti fra i 22.000 di Israele e gli oltre 5.000 dei Territori Occupati, mentre ai Palestinesi ne è rimasta solamente il 15%. In quest’ultima porzione alla formale autonomia di governo dell’Anp è affiancato l’invasivo potere militare israeliano che impone le sue leggi nei Territori Occupati, mentre ai coloni degli insediamenti è applicata la ben più favorevole legge civile israeliana. 

Nel 2019, in Cisgiordania compresa Gerusalemme Est, erano presenti oltre 240 insediamenti con più di 620.000 coloni. Questo pianificato e sistematico processo di colonizzazione tende ad oscurare una serie di verità fondamentali sugli insediamenti. Una di queste è che le colonie non fanno parte dello Stato di Israele, ma sono insediamenti illegali realizzati in Cisgiordania, che dal 1967 è Territorio Occupato sotto amministrazione militare, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Altra verità che si cerca di oscurare è che la “terra di stato” sopra analizzata è stata confiscata ai residenti palestinesi con procedimenti illegali e scorretti. Infine, altro elemento inoppugnabile è che gli insediamenti sono stati una continua fonte di violazione dei diritti umani nei confronti dei Palestinesi, tra cui il diritto alla libertà di movimento e di proprietà, all’autodeterminazione e al miglioramento delle condizioni di vita.

Un processo storico avvenuto nel complice silenzio della comunità e delle istituzioni internazionali la cui attività si è limitata a dichiarazioni di condanna dell’operato dei governi israeliani e atti giuridici mai resi operativi, facendo sì che Israele portasse avanti la missione storica del movimento sionista, vale a dire la creazione di un stato ebraico dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, godendo dello status di sostanziale impunità per le continue violazioni del diritto internazionale e delle Risoluzioni Onu.

Una ferita tutt’ora aperta nel cuore Medio Oriente, nel campo del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani, frutto del fallimento, per non dire della connivenza, della politica e delle istituzioni internazionali che solo la mobilitazione popolare, organizzata e consapevole, potrà invertire facendo pressione sui rispettivi governi nazionali e sulla comunità mondiale.

Andrea Vento – docente di Geografia all’Ite Pacinotti di Pisa

7 aprile 2021

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

1 Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina. Fazi Editore 2008. Capitolo 5: Il programma per la pulizia etnica: il Piano Dalet pag. 112-159

2 http://www.infopal.it/rapporto-legge-sulle-proprieta-degli-assenti-e-la-piu-grande-rapina-della-storia/

3 La confisca, nel diritto penale, indica l’acquisizione coattiva, senza indennizzo, da parte della pubblica amministrazione, di determinati beni o dell’intero patrimonio di chi ha commesso un reato

4 Abitanti di Gerusalemme

5 http://www.infopal.it/legge-sulle-proprieta-degli-assenti-politica-israeliana-di-espulsione-dei-palestinesi/

6 https://www.fedlex.admin.ch/eli/cc/1951/300_302_297/it

7 Rapporto: Terra rubata. La politica israeliana di insediamento in Cisgiordania

Fai clic per accedere a TerraRubata_Btselem_OpCol_2009.pdf

8 Il dunam o dunum  è una unità di misura terriera adottata a partire dall’età ottomana fino ai nostri giorni in vari paesi un tempo sotto il dominio ottomano per calcolare le superfici terriere. Oggi equivale a 1.000 mq e a 0,001 kmq

9 Questa è la formula standard che compare negli ordini

10 http://web.tiscali.it/handala/documenti/Consiglio%20Sicurezza/risoluzione%20465-1980.htm

11 La requisizione è un atto attraverso il quale una Pubblica Amministrazione può privare una persona del suo diritto di proprietà o di possesso di un bene; ha carattere eccezionale ed è adottata per gravi e urgenti necessità pubbliche, militari o civili.

12 https://it.qaz.wiki/wiki/Declarations_of_State_Land_in_the_West_Bank

13 L’espropriazione consiste nella Privazione di proprietà, motivata da ragioni di pubblica utilità. In Italia avviene dietro indennizzo del proprietario. 

14 https://it.qaz.wiki/wiki/Ma%27ale_Adumim

15 https://it.qaz.wiki/wiki/Land_expropriation_in_the_West_Bank

16 https://it.globalvoices.org/2017/02/il-fondo-nazionale-ebraico-e-il-suo-ruolo-in-israele-e-palestina/

17 https://jfjfp.com/no-defence-for-this-robbery/

18 http://asianews.it/notizie-it/La-Corte-suprema-boccia-la-legge-sulle-colonie.-Rabb%C3%AC-Milgrom:-%E2%80%98ristabilita-giustizia%E2%80%99-50322.html

Carta 1: le tappe dell'espansione israeliana nella Palestina storica
Carta 1: le tappe dell’espansione israeliana nella Palestina storica

Carta 2: la colonizzazione della Cisgiordania 2019.
Fonte: Ufficio Onu per gli affari umanitari – Ocha

IL MODELLO DI SVILUPPO CONSUMISTA

di Paolo Salvadori

Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi,Torino 1949 p. 127).

Viviamo in un mondo di desideri indotti, in un mondo descritto e forse inventato dalla scienza che lo descrive: la scienza che annovera la “creazione del bisogno” fra i capisaldi teorici del marketing.Il surriscaldamento globale, l’avvelenamento delle falde acquifere,l’inquinamento da micro-plastiche dei mari sono tutte conseguenze del sistema di riproduzione capitalistico, della globalizzazione dell’economia che ha fatto astrazione delle differenze culturali specifiche dei popoli della terra e che ha mercificato ogni aspetto della vita. Se l’avere prevale sull’essere nella cultura contemporanea in parte ciò è dovuto ad un meccanismo proiettivo insito nell’economia politica.

L’economia ancora oggi in parte studia e in parte determina l’oggetto del suo studio. Il bambino, sostiene Winnicot, con il gioco scopre il mondo e simultaneamente lo altera, trasfigurando la realtà a proprio piacimento al fine di tornare alla sua onnipotenza neo-natale.

L’economia da un lato impone alle aziende di abbattere i costi spesso a spese dell’ambiente e dall’altro comporta la moltiplicazione dei bisogni tramite la pubblicità e lo spettacolo. I beni scambiati sul mercato sono spesso del tutto inutili e la loro proliferazione porta all’accumulo dei rifiuti. Questa ansia di possesso, secondo la scienza dell’arricchimento, sarebbe una caratteristica connaturata all’essere umano a livello psicologico.

L’economia non è però fatta da psicologi: pur non essendo una branca della medicina essa genera il modello di scambio, cioè il nucleo teorico dell’economia, basandosi su tre leggi dell’egoismo. Questa scienza assai peculiare postula sia la solitudine che la superiorità dell’uomo sulla natura.

Forse è utile al fine dell’auto-coscienza riesumare l’ossatura della critica all’economia politica di Marx come sillogismo zoppo, come proiezione induttiva. Tutti gli uomini consumano – tutto il consumo avviene attraverso l’equivalente monetario – tutti gli uomini sono soli come Robinson Crusoe sulla sua isola. L’economia politica predilige robinsonate (K. Marx, Il Capitale,Libro I, Capitolo I, Editori Riuniti, Roma, 1970 p. 108).

Ancora oggi gli economisti dicono dei consumatori che l’uomo 1) consuma il massimo possibile dato il suo paniere di spesa, 2) lavora finché l’ultima ora di lavoro valga di più della prima ora di riposo, 3) non darà la sua vita in cambio di niente, nemmeno per i suoi ideali o per la libertà.

L’economia politica rovescia il problema storico della costruzione del valore sostenendo che esso si possa creare e presumendo che ogni uomo sia solo ed egoista, che ogni uomo sia homo oeconomicus. Il consumatore non saprebbe distinguere fra utile e necessario e sarebbe data a lui una natura da sfruttare così come Robinson ha a disposizione un’isola.

Ma l’uomo non è mai solo! L’essere umano è relazione, desiderio di cose impossibili, ricerca di cose intangibili mentre le leggi psicologiche su cui si basa il modello di scambio ne accentuano l’avidità. Se fosse vero tout court quello che postula l’economia dunque perché esisterebbero, ad esempio, le professioni artistiche ed artigianali, spesso malpagate ma gratificanti? Sarebbero dunque dei pazzi coloro i quali scelgono non solo il consumo responsabile ma anche il risparmio, il riuso, il riciclo? La storia, se non esistesse l’abnegazione, diventerebbe per l’economia la registrazione di vicende vissute da folli. Quello che Marx ci dice è che in natura non esiste niente di infinito, che l’unica cosa infinita è il desiderio di possesso, cosa ben diversa rispetto al bisogno. Si occupa anch’egli di desideri indotti e sostiene che sia l’economia politica sia la tendenza all’avidità propria del consumismo possano essere denominate feticismo della merce(K. Marx, Il Capitale, Libro I, Capitolo I, Editori Riuniti, Roma, 1970 p.107).

La scienza e il suo oggetto sarebbero fuse in una sola ideologia di adorazione del valore, di esaltazione dell’avere come divinità. In natura però l’unica cosa infinita è l’avidità, oggetto dell’adorazione feticistica, e se i mercati periodicamente cadono nella crisi è perché esiste invece un limite strutturale nella capacità di assorbire merci da parte del sistema. Il produttore postula di avere in mano la pietra filosofale che non è altro che è il lavoro in quanto risorsa, capitale variabile, materiale inerte al pari di legname o metallo grezzo.

Ma il lavoratore, risorsa quindi mezzo di produzione al pari dell’aria, dell’acqua o del carbone, è simultaneamente consumatore e certe volte non è in grado di reggere il gioco della riproduzione. Le perturbazioni della storia (una guerra, la concorrenza estera oppure oggi il virus) squadernano i piani del capitalista ed il consumatore e lavoratore non riesce più a comprare tutto ciò che è prodotto: arriva la crisi. Certe imprese falliscono e le più grandi sopravvivono, assorbendo quelle più piccole. La critica all’economia politica di Marx sostiene che l’unico infinito in natura sia l’avidità intorno alla quale prospera una falsa scienza e progredisce un sistema denso di contraddizioni.

La sua teoria della crisi invece sostiene che le risorse dei mercati al contrario dimostrano di essere finite, diversamente dall’avidità ideologica. Le economie di mercato sperimentano il disordine proprio perché il sistema di riproduzione capitalistico non è sostenibile da parte dei consumatori medesimi.

La natura, per Marx, con Epicuro e lo Stoicismo ma soprattutto con Feurbach è nostra padrona indiscussa così come in ultima analisi il lavoratore sarebbe il vero proprietario della merce.

Turchia Russia Usa

Tonino D’Orazio. 12 aprile 2021.

Washington ha bisogno di un’Unione Europea forte al suo comando quindi ha dato diverse istruzioni, in particolare per mantenere buoni rapporti con la Turchia, nonostante le varie pesanti controversie in corso (delimitazione dei confini nel Mediterraneo orientale; occupazione militare di Cipro, Iraq e Siria; violazione dell’embargo ONU in Libia; ingerenza religiosa in Europa; Nato sì, Nato no? Minacce dirette alla Grecia; tralasciamo il problema diritti umani, in genere non c’entrano con gli affari).

Soprattutto, Erdogan sa che una minoranza di turchi nutre ancora il sogno di entrare a far parte dell’Unione Europea (sono più di 4 milioni i turchi in Germania) e che sta inglobando i paesi dell’Europa dell’Est. È nel quadro della sua strategia di ridistribuzione dell’influenza turca sull’Europa orientale, il cui territorio è stato per secoli il campo di manovra dell’Impero Ottomano, che Erdogan pensa che l’Unione Europea possa servire anche gli interessi della Turchia.

La porta della Turchia verso l’Europa orientale è l’Ucraina, un paese instabile in conflitto con la Russia. Tuttavia, l’Unione Europea sta manovrando in Ucraina per conto di Washington come parte della strategia di contenimento e destabilizzazione di Russia e Bielorussia.

La marcia sul filo del rasoio della Turchia tra Mosca e Washington è un successo: da un lato la Turchia acquisisce sofisticati sistemi d’arma russi come i missili S-400 e dall’altro vende i suoi droni Bayraktar all’Ucraina; in un solo movimento, la Turchia si avvicina alla Russia pur rimanendo un alleato strategico e indispensabile degli Stati Uniti. Per Erdogan, l’Europa è il minimo indispensabile. Tuttavia, l’UE può aiutare. Erdogan è il guardiano. Può aprire la porta del diluvio migratorio su una fortezza Europa chiusa a chiave. Quest’ultima preferisce pagare un servizio (e molti altri perché i turchi detengono fascicoli molto sensibili sulle attività clandestine di alcuni paesi europei, vedi lo scambio feroce con Macron) e proteggersi così da una crisi causata in primo luogo dalla politica irregolare di un’Unione, seguendo un’agenda che non è mai stata la sua.

La scusa dell’Ucraina. Una serie di discussioni informate convergono su quelli che potrebbero essere i tre obiettivi principali dell’egemone americano in tutto questo casino, tranne la guerra: provocare una spaccatura irreparabile tra Russia e UE (ormai ci siamo sempre più vicini), sotto gli auspici della NATO (vedi le manovre previste); far fallire il gasdotto Nord Steam 2 (sono in atto sabotaggi e pirataggi nella costruzione degli ultimi 35Km); e aumentare i profitti del complesso industriale militare nel campo degli armamenti., unica e vera industria pesante rimasta agli Usa, persa quella delle automobili e degli aerei civili (cfr Boing).

È così, le forze armate statunitensi occupano parti dell’Europa per “difenderla” da (da chi altri?) quei dannati russi. Questa è la ragion d’essere dell’annuale Operazione DEFENDER-Europe 21 dell’esercito americano, che attualmente si protrae fino alla fine di giugno e coinvolge 28.000 soldati degli Stati Uniti e 25 alleati e “partner” della NATO. In questi prossimi mesi, uomini e attrezzature pesanti già predisposti in tre depositi dell’esercito americano, in Italia, Germania e Paesi Bassi verranno spostati in più “aree di addestramento” in 12 paesi. Nessun confinamento in un esercizio all’aperto poiché tutti sono stati vaccinati contro il Covid-19 e avranno le mascherine cinesi.

In realtà si tratta di continuare a isolare diplomaticamente e militarmente la Russia. Se Erdogan, un piede nella Nato e un piede in una rinnovata e storica ideologia dell’antico Impero turco (ormai è presente dappertutto in Medio Oriente). Fa accordi di convenienza con tutti, persino in modo stretto con Israele. Prende soldi da tutti. Minaccia e ricatta l’Europa. Il “sofagate” potrebbe essere profondamente simbolico e dimostrare che in fondo non era previsto un posto di ordine pari per i valvassini. Spera di continuare a divorare e occupare territori altrui. (Se può farlo Israele!). Accordo con Israele e regni arabi per bloccare Cina Iran Siria e musulmani sciiti, ma soprattutto la Nuova Via della Seta, (altro cruccio americano), anche se intende poi esserne beneficiario. Doppio gioco con Russia. Pacificatore armato in Libia (a favore governo Onu. Sic.) facendo fuori gioco francesi e italiani (tentativo stupido di recupero di Draghi). Impegno in Yemen. Costruzione di porti commerciali/militari in Mediterraneo e nel Golfo di Aden. Gli inglesi dopo Brexit riprendono in mano la loro ideologia imperiale e militar/marittima. Erdogan è l’elemento migliore anti espansione russa nelle acque Mediterranee. Almeno lo fa credere. Però sa che è diventato punto di equilibrio tra i due campi.

Allora mette mano anche nell’Ucraina e dovunque c’è confusione o situazione critica.

È abbastanza chiaro che la Turchia persegue obiettivi geostrategici specifici in Ucraina con il pretesto di un partenariato strategico con Kiev. Questi obiettivi turchi non hanno nulla a che fare con gli obiettivi strategici dell’egemonia perseguiti da Washington e dalla NATO volti a indebolire la Russia, ma aiutano. Non è questione di pragmatismo, Erdogan ha già consegnato alla Russia i progetti di costruzione di centrali nucleari (meno costi di quelli russi), figuriamoci con i contratti d’acquisto dei missili s400 e altre costruzioni navali per un giro di miliardi.

Ma perché la Turchia punta sempre al recupero di parte del territorio ucraino. La proposta di assistenza militare turca a Kiev e lo svolgimento di, ultimamente, un Consiglio strategico turco-ucraino a Istanbul è rivolta meno alla Russia con la quale, come detto, la Turchia ha un rapporto ambiguo ma spesso stretto che però gli permette un pieno ingresso nel pandemonio ucraino e altrove. (fonte: TRT).

Con un alleato come Erdogan, il presidente ucraino Zelensky ora non ha bisogno di nemici. La vaga allusione turca all’assistenza per la “liberazione della Crimea” la dice lunga sulla nuova strategia turca così come si è svolta in Siria, Libia e Iraq. Per la Turchia, la Crimea rimane un ex territorio ottomano e l’influenza di Ankara sui musulmani di Crimea rimane una leva piuttosto formidabile. La Russia, inoltre, ha recuperato la Crimea grazie al contributo decisivo delle proprie popolazioni musulmane nel Caucaso, e più in particolare delle forze speciali cecene. Tuttavia, il sultano ha parlato, niente più, di mantenere la Crimea nella zona di influenza di Kiev. L’importante è mettere un piede dappertutto ed essere presente, non sempre con truppe regolari, ma con quelle degli amici volontari Daesh (Isis) siriani, ormai sparsi in tutte le aree di crisi. (mancava l’Ucraina).

In questo articolo ci sono varie contraddizioni, ma sono dovute al muoversi contraddittorio di Erdogan stesso con la politica di un colpo al cerchio e uno alla botte.

America latina, tra mobilitazioni sociali, elezioni e Covid-19

di Marco Consolo

A pochi giorni dalle elezioni in diversi Paesi latino-americani dell’11 aprile (Ecuador, Perù e Bolivia) la regione è colpita duramente dagli effetti sanitari e socio-economici, con un panorama di chiara disputa politica.

L’America Latina è la regione del mondo più colpita dalla pandemia di Covid-19. Solo qualche giorno fa, il totale dei contagiati era di circa 24 milioni, includendo i Caraibi. Con solo l’8,4% della popolazione mondiale, il continente registra il 27,8% dei decessi mondiali di COVID-19. Il Brasile è il Paese più colpito, con circa 12 milioni di casi confermati.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel continente sono 26 milioni i posti di lavoro persi durante la pandemia.  La perdita di ore di lavoro nel 2020 nella regione è stata circa quattro volte maggiore a quella registrata durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009.    La perdita stimata nei due maggiori Paesi dell’America Latina e dei Caraibi è per il Brasile del 15% e per il Messico del 12,5%.

Secondo le proiezioni della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), a causa della grave recessione economica nella regione (con una contrazione del PIL del -7,7%), il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione. Concretamente, alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i 209 milioni, ovvero 22 milioni in più rispetto all’anno precedente. Di questo totale, 78 milioni di persone sono in estrema povertà, 8 milioni in più rispetto al 2019.

Fin qui alcuni dati della drammatica situazione sociale ed economica.

Canal COVID - EL PAcCTO

Un continente in disputa

Sul versante politico, la fase attuale è segnata dalla disputa tra le oligarchie locali sostenute dalla Casabianca e le forze diverse che si battono per la trasformazione sociale e per un’integrazione sovrana e autodeterminata della “Patria Grande”.

Lungi dallo stare ferma, l’America Latina è in movimento. In Bolivia la recente vittoria di Luis Arce che ha sconfitto il golpe e la dittatura imposta dopo solo un anno; in Cile le enormi mobilitazioni popolari contro il governo e per mettere fine alla costituzione della dittatura di Pinochet; in Paraguay le mobilitazioni che hanno messo in difficoltà il governo di Mario Abdo Benitez; l’uscita dell’Argentina dal cosidetto “Gruppo di Lima” creato in funzione anti-venezuelana; in Colombia, dove non si ferma la mobilitazione popolare contro le politiche neo-liberali e la violazione sfacciata degli accordi di pace da parte governativa, contro i rappresentanti dell’oligarchia e i settori più conservatori, alleati degli Stati Uniti.

Le prossime elezioni in Cile, decisive per la regione, sono state rinviate al 15-16 maggio a causa della pandemia che colpisce il Paese. Il processo costituente con l’elezione di una Convenzione costituzionale (resa possibile dalla mobilitazione sociale e dalla rivolta popolare) è la prima sfida che culminerà a novembre con le elezioni presidenziali. L’unità tra i partiti, i movimenti di sinistra e progressisti ed i movimenti sociali è la strada obbligata per approfondire la mobilitazione sociale e l’alternativa anti-neoliberale di trasformazione. Inoltre, le manifestazioni pacifiche del popolo cileno hanno chiesto con forza la liberazione delle decine di prigionieri politici della rivolta.

Ma non è tutto oro quello che luccica, ed il processo costituente deve affrontare diverse trappole nel cammino. Come si ricorderà, il 15 novembre del 2019 tutti i partiti presenti in parlamento (con l’eccezione del Partito Comunista e degli Umanisti), avevano firmato un accordo-trappola per pacificare le piazze, e per stabilire le “regole” del processo costituente. La prima “regola” è l’impossibilità di cambiare gli Accordi commerciali internazionali, che il Cile ha firmato con ben 26 Paesi e che rappresentano un’ipoteca sul futuro del Paese.

Octubre 2019: De la mano de los estudiantes, ¡Chile Despertó! - Estallido Social en Chile

La seconda è la necessità di una maggioranza dei 2/3 dei costituenti per approvare i diversi articoli  e porre fine all’eredità neoliberale della dittatura di Pinochet. Mentre la destra e la destra estrema si presentano con un’unica lista unitaria, l’opposizione si presenta con almeno 2 liste (una di centro-sinistra, una tra il PC ed il Frente Amplio) e circa 2000 “candidati indipendenti” che aumentano la frammentazione: un situazione che favorisce la destra, che quasi sicuramente sarà sovra-rappresentata nella Convenzione Costituente.

Dell’Ecuador abbiamo già scritto nei giorni scorsi http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2021/04/08/ecuador-al-ballottaggio/e, salvo colpi mano della destra dell’ultimo minuto, secondo i sondaggi più affidabili, il “binomio della speranza” Arauz-Rabascall (UNES lista 1) dotrebbe vincere il ballottaggio dell’11 aprile. Anche qui, le forze conservatrici ne hanno inventate di tutti i colori per non farli partecipare. Nonostante ciò, la pressione dal basso e quella internazionale fino ad oggi sono riuscite a frenare le spinte reazionarie e golpiste.

Contro il Venezuela bolivariano non si ferma l’offensiva di Washington e dell’Unione Europea per far cadere il governo Maduro, secondo il moderno copione della destabilizzazione. Alle criminali e genocide “misure coeritive unilaterali” (mal chiamate “sanzioni”), nelle ultime settimane si sono aggiunti attacchi armati alla frontiera con la Colombia con azioni combinate di militari e formazioni armate colombiane contro la popolazione e le istituzioni del Venezuela.

In Paraguay, l’egemonia dell’oligarchia paraguaiana da più di 70 anni attraverso il Partito Colorado, è entrata in una crisi profonda quando la corruzione strutturale si è squadernata durante la pandemia. Non solo,  ma anche quando Abdo Benítez ha dato priorità agli affari privati rispetto alla salute pubblica. Non ci sono medicine o forniture mediche negli ospedali pubblici, che viceversa sono disponibili nelle poche catene farmaceutiche private, e la  principale è legata a Horacio Cartes, il principale sostenitore di Abdo.

Di fronte alla drammatica mancanza di medicine, la gente è posta di fronte al dilemma tra lasciar morire i suoi cari, o vendere i propri beni ed entrare nella miseria più brutale. Questa totale impotenza ha finito per infuriare  la popolazione che è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di Abdo Benítez e Hugo Velázquez, (presidente e vicepresidente), così come di Horacio Cartes, il vero capo del Paese. Per ora, la mobilitazione non sembra fermarsi, e il Paese potrebbe riservare soprese nel prossimo periodo.

Il Brasile, sotto la presidenza del negazionista Jair Bolsonaro, sta vivendo una tragedia umanitaria e una dura crisi economica nel contesto della pandemia globale. Pochi Paesi hanno visto una gestione governativa più disastrosa, con un abbandono totale della popolazione. I primi mesi del 2021 sono stati drammatici. Il governo lavora contro il suo popolo e la crisi nell’approvigionamento di vaccini ha mostrato un comportamento criminale e le caratteristiche della necropolitica. Il governo si è dimostrato incapace di promuovere la ripresa dell’attività economica e di evitare la deindustrializzazione del Paese. Oggi il Brasile ha il più grande deficit pubblico della sua storia, con dati omessi dal governo ed è certo che il primo trimestre si concluderà con un PIL negativo. Il degrado sanitario, sociale ed economico avviene in uno scenario politico di grande incertezza sul futuro.

Continuano le minacce costanti alla democrazia, con l’incoraggiamento da parte del governo alle Forze Armate ad assumere posizioni politiche, mentre aumenta la presenza dei militari nel governo e nelle istituzioni. Bolsonaro continua a sostenere imperterrito che sono le FFAA a decidere se ci sarà o meno democrazia.

L’ennesimo rimpasto di governo, con il cambio di 6 ministri (quello della sanità è il quarto dell’era Bolsonaro) e le dimissioni dei capi delle Forze Armate come protesta per la sostituzione del Ministro della difesa, aumentano l’incertezza politica.

La recente assoluzione di Lula è una speranza per un cambio che potrebbe arrivare nel 2022 in caso di unità delle forze popolari, dei movimenti sociali e partiti della sinistra, con un programma congiunto di alternativa.

In Argentina la gestione del governo nazionale di Alberto Fernandez in relazione alla pandemia sta lentamente costruendo una risposta. I vaccini stanno arrivando col contagocce e il piano di vaccinazione ancora non riesce a coprire una percentuale significativa della popolazione. Ciò ha provocato la ripresa di iniziativa della destra politica che aveva criticato il governo per aver negoziato l’acquisto dei vaccini con la Russia e la Cina. I poteri forti sono ben strutturati e operano apertamente contro il governo di Alberto Fernandez. L’oligarchia terriera, l’Associazione degli Imprenditori Argentini (AEA), i grandi media e un’opposizione spietata che non dà tregua al governo, aumentano le loro azioni cercando di destabilizzarlo. La destra insiste con le strategie di Lawfare contro Cristina Fernandez, anche se la falsità e strumentalità delle accuse sono sempre più evidenti.

Sul versante economico, al momento il dollaro è abbastanza stabile, ma non si vedono prospettive per una ripresa durante quest’anno.

In Uruguay la restaurazione del governo neoliberale e conservatore di Luis Lacalle Pou sta affrontando la raccolta di firme contro la Legge di Urgente Considerazione (LUC). Il Frente Amplio, il Pit-Cnt (Centrale sindacale unica) ed il movimento popolare organizzato nella cosiddetta “Intersociale” hanno l’obiettivo di raggiungere 750.000 firme per arrivare ad un plebiscito su ben 135 articoli della LUC, il “cuore” della restaurazione neoliberale.

Oggi l’Uruguay ha 100 mila poveri in più, di cui circa la metà sono bambini e bambine; circa 80 mila persone usufruiscono della scarsa indennità di disoccupazione; sono stati persi 60 mila posti di lavoro ed hanno chiuso 10 mila aziende;  migliaia di persone rischiano di essere sfrattate perché non possono pagare l’affitto da quando hanno perso il lavoro. E migliaia si sfamano nelle mense dell’INDA (Istituto Nazionale dell’Alimentazione) e grazie alle “pentole popolari” auto-organizzate (296 solo a Montevideo).

Il Paese è passato dall’essere un esempio mondiale contro la pandemia (in gran parte grazie alla capacità istituzionale recuperata durante i governi del Frente Amplio)  ad essere quello con più casi pro-capite di Covid nel continente, e quello che ha investito meno in politiche pubbliche per mitigare la pandemia. Il Frente Amplio propone di affrontare gli impatti sociali ed economici della pandemia, visto l’aumento della povertà, della disuguaglianza, della disoccupazione e una diminuzione del reddito di lavoratori e pensionati.

In Perù, a pochi giorni dal primo turno delle elezioni dell’11 aprile, è grande l’incertezza sui risultati. Almeno cinque candidati alla presidenza sono tecnicamente in parità nella corsa per il ballottaggio.

Lungi dal mostrare una semplificazione nel quadro politico, siamo quindi di fronte alle “elezioni più frammentate della storia”  e le tendenze di voto continueranno  a spostarsi fino all’ultimo minuto.  In particolare, se si tiene conto che il 39% della popolazione decide il suo voto nell’ultima settimana. E nonostante l’86% dica che “andrà sicuramente a votare”, è ancora incerta la partecipazione dei gruppi più vulnerabili al COVID-19.

C’è qundi molto spazio per le sorprese, dato che molti candidati  non superano il 15%.  Prova ne è il fatto che, durante gli ultimi mesi, diversi candidati hanno avuto una crescita inaspettata, ma non sono stati in grado di sostenerla nel tempo.

Ma indipendentemente da chi vincerà la presidenza, in termini di in/stabilità politica tutto indica che i prossimi cinque anni saranno molto simili ai precedenti e i rischi di ingovernabilità rimarranno alti. In particolare, il discredito delle istituzioni ed il loro deterioramento negli ultimi anni (con enfasi nel mancato equilibrio di potere tra l’esecutivo e il legislativo) non è stato superato.

Anche se era già a livelli record, i sondaggi proiettano un Parlamento ancora più frammentato e più di 10 partiti potrebbero superare lo sbarramento elettorale. Ciò renderà difficile stabilire alleanze durature e, visto il deterioramento del quadro istituzionale e la mancanza di credibilità dei partiti politici, persisterà anche lo scontro tra il potere esecutivo e quello legislativo.

E l’integrazione regionale ?

In termini di integrazione regionale non subordinata agli Stati Uniti, rimane qualcosa del passato recente e dei primi 15 anni di questo secolo ?

Refuerzan integración de América Latina ante planes derechistas - Cuba en Noticias

In quegli anni si era creato un fronte di Paesi latino-americani che aveva saputo contrastare efficacemente la prepotenza e la pretesa statunitense di imporre l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), un mercato subalterno a Washington, dal Canada fino alla “Terra del fuoco”. Dopo la sconfitta militare in Vietnam, sul versante politico è stata probabilmente la sconfitta più dura che ha dovuto ingoiare la Casabianca.

L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), da sempre “ministero delle colonie” degli Stati Uniti, perdeva il ruolo centrale nella definizione delle politiche continentali ed alcuni Paesi inizavano a pensare di abbandonarla definitivamente. A partire dal 2015, con la segreteria di Luis Almagro, la OEA ha aumentato l’ingerenza sfacciata nella politica interna dei vari Paesi, in aperto contrasto con gli obiettivi ufficiali della OEA: cercare il consenso, fomentare il dialogo inter-americano e la soluzione pacifica delle controversie nell’emisfero.

In ordine di tempo, l’ultima intromissione di Luis Almagro, è stata quella contro lo Stato Plurinazionale della Bolivia. Almagro ha proposto, tra l’altro, di creare una commissione internazionale per indagare sulle presunte accuse di corruzione e per riformare il sistema giudiziario. Dichiarazioni che vanno ben oltre la sua missione di segretario generale dell’organismo regionale e ignorano volutamente il funzionamento del sistema interamericano. Non è un caso che siano in perfetta sintonia con le recenti dichiarazioni di Antony Blinken, Segretario di Stato degli Stati Uniti, che ignorano il recupero della democrazia e dell’istituzionalità e intervegono negli affari interni del popolo boliviano.

Gli anni passati, sono stati gli anni dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), della Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), del Banco del Sur, etc.

Lo stesso Mercosur viveva una nuova fase, e iniziava a cambiare pelle con l’entrata della  Bolivia e del  Venezuela. Oggi il Mercosur compie 30 anni. Nei primi anni del XXI° secolo, i governi di sinistra e progressisti hanno provato a cambiare la concezione neoliberale della sua origine, cercando inoltre di associare il blocco con l’integrazione latinoamericana e caraibica e la nascita della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). Oltre a rafforzare la parte “sociale” del blocco, quei governi avevano rivalutato il ruolo dello Stato come “agente di sviluppo” attraverso le grandi aziende pubbliche, combattendo le “asimmetrie” e proponendo un completamento dell’infrastruttura regionale,

Viceversa, oggi assistiamo a una svolta mercantilista e neoliberale nel blocco, che rappresenta una ritorno agli anni ’90. In particolare, con la possibile firma di un Trattato di Libero Commercio con la Unione Europea, per cui fanno pressione le lobby delle multinazionali “europee”. Lungi dal volersi isolare, le proposte delle forze più avanzate per rafforzare il Mercosur sono quelle di dare priorità innanzitutto all’inserimento internazionale nella subregione, scommettere sulla complementarità economica e promuovere negoziati commerciali come blocco e non separatamente.

Nell’attuale contesto di disputa, è necessario recuperare le notevoli esperienze dei governi progressisti, nazionalisti, popolari e rivoluzionari che hanno governato la maggior parte del sub-continente nei primi 15 anni del XXI° secolo. Studiare le loro vittorie e far conoscere le loro conquiste, ma anche studiare a fondo i loro errori e le loro debolezze e fare una profonda autocritica sui fattori che hanno permesso il successo della controffensiva e in un così breve lasso di tempo.

Oggi, l’offensiva dell’imperialismo verso una pervasiva “restaurazione conservatrice” si scontra con la resistenza popolare e di un arcobaleno di organizzazioni sociali che è necessario unificare.  Imparare dai propri errori è l’unica maniera di non ripeterli e di poter avanzare.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/america-latina-tra-mobilitazioni-sociali-elezioni-e-covid-19/

Scandalo: Pubblicato in Brasile il contratto sottoscritto con Pfizer per l’acquisto del vaccino

Il Ministero della Salute brasiliano ha pubblicato sul suo sito web il contratto con il laboratorio Pfizer per l’acquisto di vaccini contro il Covid-19, nonostante la clausola di riservatezza. Avvertito, il Ministero ha rimosso il file dalla pagina. Per legge, lo Stato brasiliano a tutti i livelli deve pubblicare i contratti che firma. Il contratto afferma che il vaccino non ha ancora superato la fase 3, che Pfizer non sa quando lo consegnerà, che non può essere penalizzato se non rispetta le scadenze annunciate, che non sarà responsabile di eventuali effetti negativi dei vaccini sui pazienti, che qualsiasi controversia legale deve essere risolta nei tribunali di New York e che per questo lo Stato deve rinunciare all’immunità sovrana di tutte le sue agenzie, compresa la Banca Centrale, nel caso in cui abbia una sentenza di condanna.

Mercoledì 7 aprile, Folha de São Paulo ha riferito che il Ministero della Salute ha violato la clausola di riservatezza del contratto firmato il 18 marzo 2021 tra lo Stato brasiliano e Pfizer. Il Ministero ha ritirato la pubblicazione, ma il contratto è stato pubblicato da Apolinário Passos, uno sviluppatore che ha creato una piattaforma virtuale dove è possibile seguire la quantità di vaccini applicati, disponibili, in produzione, contratto, in negoziazione e dosi promesse. Come riportato dalla giornalista Monica Bergamo, Folha ha avuto accesso a una e-mail inviata da Pfizer a Passos per scaricare una copia del contratto dal suo sito web. Il contratto è ancora disponibile su Internet.

Consegna di vaccini che non sappiamo se e chissà quando funzioneranno

Nel contratto firmato dallo Stato brasiliano e Pfizer, il laboratorio assume che farà “sforzi commercialmente ragionevoli” per consegnare i vaccini. Secondo il contratto stesso, questo tipo di sforzi sono fatti per raggiungere “un obiettivo simile al suo interesse commerciale in circostanze simili e considerando i relativi rischi, incertezze, limiti e sfide dello sviluppo, produzione, commercializzazione e distribuzione di un nuovo prodotto vaccinale di Covdi-19, considerando i seguenti fattori: problemi di sicurezza ed efficacia reali e potenziali, novità, profilo del prodotto, posizione di esclusività, l’attuale (in quel momento) ambiente competitivo per tale prodotto, l’ambiente normativo e stato del prodotto”, tra gli altri, così come la capacità di produrlo e ottenere i prodotti necessari per esso. Questo significa che Pfizer non sa quando consegnerà nella situazione attuale e che una variabile da considerare al momento della consegna è se hanno l’esclusività del prodotto sul mercato.

Inoltre, Pfizer ha chiesto che lo Stato brasiliano riconosca e sia d’accordo con gli sforzi del laboratorio per sviluppare e produrre il vaccino, così come che al momento della firma del contratto “le parti riconoscano che il prodotto ha concluso gli studi clinici di fase 2b/3 e che, nonostante gli sforzi di Pfizer nella ricerca, sviluppo e produzione, il prodotto potrebbe non avere successo a causa di sfide o fallimenti tecnici e clinici”. Il contratto è stato firmato nel marzo 2021 e Pfizer riconosce che non aveva superato la fase 3, mentre vari media nel mondo hanno riportato il contrario dal novembre dello scorso anno.

Di fronte alla tragedia che il mondo sta vivendo, la Pfizer ha chiesto a un paese in cui sono già morte più persone per il coronavirus che le 349.784 persone morte per l’HIV in 40 anni di serie storica, di non poter perseguire il laboratorio o nessuno dei suoi partner per qualsiasi fallimento o effetto avverso che il vaccino possa causare.

Ordini di acquisto

Il contratto che il governo brasiliano ha firmato con Pfizer stabilisce che cinque giorni dopo la firma dell’accordo, lo Stato doveva effettuare un ordine irrevocabile di acquisto per 100.001.070 dosi, al valore di 10 dollari ciascuna. Il Brasile ha dovuto versare un anticipo del 20% per 200.002.140 dollari dieci giorni dopo la firma del contratto. Il contratto totale è di 1.000.010.700 dollari. Pfizer dichiara che emetterà una fattura 60 giorni prima della data di consegna prevista, che potrebbe non essere soddisfatta. Il Brasile deve pagare dieci giorni prima della consegna del lotto il totale da ricevere o 30 giorni dopo l’emissione della fattura, quello che viene prima. In altre parole, un grande affare finanziario. “In nessuna circostanza la Pfizer sarà soggetta o responsabile di alcuna penale per il ritardo nella consegna”, afferma il contratto.

Su registrazioni e regolamenti legali

“Prima della consegna la Pfizer si conformerà a tutte le condizioni (entro i termini previsti) definite nell’autorizzazione; Tuttavia, l’acquirente dovrà concedere, o ottenere per conto di Pfizer, tutte le deroghe, esenzioni, eccezioni e rinunce ai requisiti specifici del paese per il prodotto concessi o consentiti dall’autorità governativa (compresi, tra l’altro, la serializzazione, i test di qualità o di laboratorio applicabili e/o la presentazione di informazioni sulla commercializzazione e il modulo di approvazione), requisiti che, in assenza di esenzione, eccezione o rinuncia, impediranno a Pfizer di consegnare e rilasciare il prodotto in Brasile (…). Pfizer sarà pienamente responsabile della definizione dei siti di produzione e di test e condurrà i test in conformità con l’autorizzazione. Pfizer non accetterà richieste di test locali o richieste di protocolli di rilascio dei lotti o ordini di campioni di record in questo contratto”. Citiamo un ampio paragrafo del contratto per mostrare come la Pfizer non permette nemmeno alcun tipo di valutazione del prodotto da parte delle autorità locali, anche se il Brasile produce vaccini come il Coronavac.

Indennizzo e rinuncia all’immunità sovrana

Al punto 8 del contratto, che si riferisce alle indennità, Pfizer richiede all’acquirente di liberarlo, così come BioNTech e ciascuna delle parti, dal dover pagare qualsiasi tipo di indennità per qualsiasi questione che coinvolga la ricerca, lo sviluppo, la produzione, la distribuzione o l’applicazione del vaccino. Pfizer presume di stipulare un’assicurazione solo per coprire il normale funzionamento della sua attività, ma che in nessun caso il laboratorio sarà responsabile di eventuali conseguenze dell’applicazione del vaccino.

Nel caso in cui sorga una qualsiasi controversia tra Pfizer e lo Stato controparte, in questo caso lo Stato brasiliano, Pfizer chiede che le controversie legali siano risolte nei tribunali di New York e che lo “Stato brasiliano rinunci espressamente e irrevocabilmente a qualsiasi diritto di immunità che esso o i suoi beni possano avere o acquisire in futuro (a titolo di immunità sovrana o qualsiasi altra forma di immunità), compresi i beni controllati da qualsiasi agenzia, autarchia, Banca centrale o autorità monetaria del Brasile, in relazione a qualsiasi arbitrato o qualsiasi altro procedimento giudiziario istituito per approvare o applicare qualsiasi decisione arbitrale, lodo o sentenza, o qualsiasi composizione in relazione a qualsiasi arbitrato, sia in Brasile che in qualsiasi altra giurisdizione straniera, compresa, senza limitazione, l’immunità dalla citazione in giudizio, l’immunità dalla giurisdizione, o l’immunità dalla sentenza resa da una corte o tribunale, l’immunità dall’esecuzione e l’immunità dal sequestro di qualsiasi dei suoi beni”.

Traduzione in Italiano: Emi-News

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/


Testo originale dell’articolo:

Escándalo – Se conoció el contrato que Pfizer firmó con Brasil

El Ministerio de Salud de Brasil publicó en su sitio web el contrato con el laboratorio Pfizer para la compra de vacunas contra el Covid-19, a pesar de la cláusula de confidencialidad. Advertido, la cartera bajó el archivo de la página. Por ley, el Estado brasileño en todos sus niveles debe publicar los contratos que firma. El contrato establece que la vacuna aún no pasó la fase 3, que Pfizer no sabe cuándo va a entregar, que no puede ser penalizada si no cumple con plazos anunciados, que no se hará responsable por cualquier efecto adverso en los pacientes por las vacunas, que cualquier diferencia jurídica deberá resolverse en los tribunales de Nueva York y que para eso el Estado debe renunciar a la inmunidad soberana de todos sus organismos, incluso del Banco Central, en caso de que tenga una sentencia condenatoria.

El miércoles 7 de abril, el medio Folha de São Paulo informó que el Ministerio de Salud violó la cláusula de confidencialidad del contrato firmado el día 18 de marzo de 2021 entre el Estado brasileño y Pfizer. El Ministerio bajó la publicación pero el contrato fue publicado por Apolinário Passos, un desarrollador que creó una plataforma virtual en el que se puede acompañar la cantidad de vacunas aplicadas, disponibles, en producción, contratadas, en negociación y dosis prometidas. Conforme informó la periodista Mónica Bergamo, Folha tuvo acceso a un correo electrónico que le envió Pfizer a Passos para que baje la copia del contrato de su portal. El contrato aún está disponible en internet.

Entrega de vacunas que no sabemos si funcionan y quién sabe cuándo

En el contrato que firmaron el Estado brasileño y Pfizer, el laboratorio asume que hará “Esfuerzos Comercialmente Razonables” para la entrega de vacunas. Según el propio contrato este tipo de esfuerzos son realizados para alcanzar “un objetivo semejante a su interés comercial bajo circunstancias semejantes y considerando los riesgos relevantes, incertidumbre, límites y desafíos del desarrollo, fabricación, comercialización y distribución de un nuevo producto de vacuna de Covdi-19, considerando los siguientes factores: cuestiones reales y potenciales de seguridad y eficacia, novedad, perfil del producto, la posición de exclusividad, el entonces actual ambiente competitivo para tal producto, el ambiente regulador y situación del producto”, entre otros, así como la capacidad para producirlo y obtener los productos necesario para ello. Esto quiere decir que Pfizer no sabe cuándo entregará conforme la situación actual y que una variable a ser considerada al momento de la entrega es si tienen la exclusividad del producto en el mercado.

Además, Pfizer le exigió al Estado brasileño que reconozca y concuerde con los esfuerzos del propio laboratorio para desarrollar y fabricar la vacuna, así como también que al momento de la firma del contrato “las partes reconocen que el producto concluyó la Fase 2b/3 de ensayos clínicos y que, a pesar de los esfuerzos de Pfizer en investigación, desarrollo y fabricación, el producto puede no ser bien sucedido en virtud de desafíos o fallas técnicas, clínicas”. El contrato se firmó en marzo de 2021 y Pfizer reconoce que no había superado la fase 3, mientras diversos medios de comunicación en el mundo informaron lo contrario desde noviembre del año pasado.

Delante de la tragedia que vive el mundo, Pfizer le exigió a un país en el que ya murieron más personas por coronavírus que las 349.784 que fallecieron por HIV en cuarenta años que tiene la serie histórica, que no podrán procesar al laboratorio ni a ninguno de sus asociados por cualquier falla o efecto adverso que la vacuna pueda causar.

Pedidos de compra

El contrato que el gobierno de Brasil firmó con Pfizer establece que a los cinco días de firmado el acuerdo el Estado debía hacer un pedido de compra irrevocable de 100.001.070 dosis, por un valor de US$10 cada una. Brasil debió hacer un pago anticipado del 20% por US$ 200.002.140 a los diez días de firmado el contrato. El contrato total es por US$1.000.010.700. Pfizer establece que emitirá una factura 60 días antes de la fecha prevista de la entrega, que puede no cumplirse. Brasil debe pagar diez días antes de la entrega del lote el total a recibir o 30 días después de la emisión de la factura, lo que suceda primero. Es decir, un gran negocio financiero. “En circunstancia alguna Pfizer estará sujeta o será responsable por cualquier penalidad por atraso en la entrega”, establece el contrato.

Sobre registros legales y regulaciones

“Antes de la entrega Pfizer cumplirá todas las condiciones (en los plazos relevantes) definidas en la autorización; sin embargo, el comprador concederá, u obtendrá en nombre de Pfizer, todas las insenciones, exenciones, excepciones y renuncias de exigencias específicas del país apara el producto concedidas o permitidas por la Autoridad Gubernamental (incluyendo, entre otros, serialización, test de calidad o de laboratorio aplicable y/o sumisión a formulario de informaciones de comercialización y aprobación), exigencias estas que, ausente de exención, excepción o renuncia, impedirán a Pfizer de entregar y liberar el producto en Brasil (…). Pfizer será integralmente responsable por definir los locales de fabricación y test y conducirá los test de acuerdo con la Autorización. Pfizer no concordará con solicitaciones de tes locales o solicitaciones de protocolos de liberación de lotes o pedidos de muestras de registros en este contrato”. Citamos un párrafo extenso del contrato para mostrar como Pfizer no permite siquiera cualquier tipo de evaluación de producto a las autoridades locales, siendo que Brasil produce vacunas como la Coronavac.

Indemnización y renuncia a la inmunidad soberana

En el punto 8 del contrato, que refiere a indemnizaciones, Pfizer exige del comprador que la libere, así como a BioNTech y cada una de las partes, de tener que pagar cualquier tipo de indemnización por cualquier cuestión que involucre la investigación, desarrollo, fabricación, distribución o aplicación de la vacuna. Pfizer asume que contratará un seguro pero simplemente para cubrir el normal funcionamiento de su actividad, pero que bajo ningún aspecto el laboratorio se hará responsable de cualquier consecuencia por la aplicación de la vacuna.

Ante cualquier litigio que surgiere entre Pfizer y el Estado parte, en este caso el brasileño, Pfizer exige que las diferencias legales se resuelvan en los tribunales de Nueva York y que el “Estado brasilero expresa e irrevocablemente renuncia a cualquier derecho de inmunidad que este o sus activos puedan tener o adquirir en el futuro (a título de inmunidad de soberanía o cualquier otra forma de inmunidad), incluyendo cualquier activo controlado por cualquier agencia, autarquía, Banco Central o autoridad monetaria de Brasil, en relación a cualquier arbitraje o cualquier otro proceso judicial instruido para homologar o ejecutar cualquier decisión, despacho o sentencia arbitral, o cualquier composición en conexión con cualquier arbitraje, sea en Brasil o en cualquier otra jurisdicción extranjera, incluyendo, entre otros, inmunidad contra citación, inmunidad de jurisdicción, o inmunidad contra juzgamiento proferido por una corte o tribunal, inmunidad contra decisión ejecutoria e inmunidad contra aprensión cautelar de cualquiera de sus activos”.

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/

Londra e Ankara: un’intesa commerciale e strategica

di Maurizio Vezzosi

Tra i numerosi accordi bilaterali e multilaterali sottoscritti dal Regno Unito sulla scorta dell’uscita dall’Unione Europea spicca quello firmato con la Turchia: un accordo di libero scambio tra le cui maglie traspare il rafforzamento della strategia antirussa, anti-iraniana e anticinese post-Brexit di Londra.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha descritto l’accordo come il «il più importante accordo commerciale» dopo quello firmato tra la Turchia e l’Unione Europea nel 1995. Dalla prospettiva turca esso incentiverà l’esportazione di prodotti alimentari, meccanici – specie per l’indotto automobilistico – chimici e tessili verso la Gran Bretagna. Per la Turchia Londra rappresenta infatti il secondo principale sbocco commerciale per le proprie esportazioni dopo la Germania. Stando alle stime inglesi, il volume d’affari tra Gran Bretagna e Turchia del 2019 ha superato il valore di 25 miliardi di sterline. Alcuni mesi fa, inoltre, Gran Bretagna e Turchia hanno svolto le prime esercitazioni aeree congiunte della loro storia e a distanza di poche settimane hanno reso operativa un’unione doganale.

Le pulsioni della Gran Bretagna post-Brexit sembrano ambire al rinnovamento del proprio protagonismo nello scenario internazionale e militare: così suggerisce, del resto, il cospicuo aumento della spesa militare voluto dal primo ministro Boris Johnson, pari a circa 20 miliardi di euro. Oltre a ciò, dalle prime mosse britanniche traspare chiaramente l’intento di realizzare un riposizionamento strategico a fianco di Washington. Certamente le turbolenze che stanno attraversando gli Stati Uniti potrebbero complicare la realizzazione di questo processo, ma paradossalmente potrebbero anche favorirlo.

Se l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca potrà avere un effetto ‒ almeno formale ‒ sui rapporti tra Stati Uniti e Turchia, la costruzione di un’intesa strategica tra Londra e Ankara crea i presupposti per surrogare il ‒ parziale ‒ ripiegamento strategico di Washington dal Vicino Oriente. Nella pratica, eventuali sanzioni ‒ simboliche – mosse dagli Stati Uniti nei confronti di Ankara o – altrettanto simboliche – sospensioni di forniture militari provenienti da Washington sarebbero ampiamente compensate dalle forniture britanniche, esistenti o futuribili.

Le sanzioni verso Turchia formalmente paventate dalla Gran Bretagna per le trivellazioni di Ankara in acque territoriali cipriote, d’altro canto, consistono per il momento in un pacato invito ad abbassare i toni. In questo quadro, dove sono almeno 3.500 i militari nelle basi militari britanniche di Akrotiri e Dhekelia (Cipro), la Turchia diviene uno degli assi portanti della strategia britannica nel Vicino Oriente: una strategia che in ogni caso dovrà avere cura di non compromettere l’asse con Atene.

Quello che l’atteggiamento della Gran Bretagna lascia per il momento presumere è l’embrione di una strategia volta a rinnovare il ruolo britannico nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente basata sulla mediazione dei contrasti di alcuni attori fondamentali dell’area ‒ come quelli greco-turchi e turco-egiziani – e sul contenimento di Teheran.

Londra ed Ankara hanno già in programma una “fase due” che prevede “un’area di libero scambio più comprensiva ed ambiziosa”. A chiarire il risvolto strategico dell’accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e Turchia è stato lo stesso l’ambasciatore britannico ad Ankara Dominick Chilcott, il quale ha anche confermato la valenza anticinese dell’intesa turco-britannica: «Uno dei grandi problemi strategici dei nostri tempi riguarda la necessità di calibrare le relazioni con la Cina. La pandemia, nei suoi primi mesi, ha fatto emergere la vulnerabilità di essere dipendenti dalla manifattura cinese per alcuni prodotti chiave, come i dispositivi di protezione. La Gran Bretagna, come molti altri Paesi, ha bisogno di individuare altri Paesi da cui approvvigionarsi, e questo, insieme alla nuova area di libero scambio [con la Turchia] crea un’opportunità per la Turchia e per il commercio turco-britannico. Spero anche che nel settore della difesa la collaborazione tra aziende britanniche e turche possa crescere: si tratterebbe di un fatto naturale per due Paesi NATO, ed ovviamente con un significato strategico». A questo l’ambasciatore britannico ha aggiunto di considerare quella di Ankara «l’unica democrazia stabile del Vicino Oriente».

Dalla prospettiva britannica l’area di libero scambio con la Turchia permetterà di contenere la dipendenza di Londra dalle merci cinesi, che attualmente corrispondono a circa il 10% dell’intero valore annuale delle importazioni britanniche ‒ circa 60 miliardi di euro su un totale di quasi 600 – con un interscambio complessivo che nel 2020 ha superato gli 85 miliardi di euro ed una bilancia commerciale nettamente favorevole a Pechino. Pur risultando evidentemente incompatibile con la strategia anticinese adottata da Londra, nel passato recente l’idea di un’area di libero scambio commerciale tra Londra e Pechino godeva in Gran Bretagna di una certa attenzione. Nel 2018 era stato lo stesso ministro degli Esteri cinese Wang Yi a proporre al suo omologo britannico Jeremy Hunt l’idea di un’area di libero scambio tra Londra e Pechino: malgrado ciò, l’atteggiamento britannico del presente sembra non tollerare una Cina prospera e in forze.

Oltre che nel Vicino Oriente, l’intesa strategica tra Gran Bretagna e Turchia non mancherà di avere importanti risvolti anche in Africa, dove la tradizionale presenza britannica si trova a fare i conti con il protagonismo russo e cinese: un protagonismo che Londra punta evidentemente a contrastare facendo leva sulla presenza turca nel continente africano.

Rispetto a Mosca, infine, la “scommessa turca” della Gran Bretagna sembra volersi ispirare alla larga coalizione che affrontò l’Impero zarista nella guerra di Crimea combattuta tra il 1853 ed il 1856. Nel presente, del resto, Ankara e Londra si trovano spalla a spalla anche in Ucraina, fornendo da sette anni assistenza ‒ istruttori, mercenari, armi e droni ‒ all’esercito di Kiev contro gli insorti del Donbass sostenuti da Mosca. Malgrado tutte le azioni messe in campo e le ambizioni di Lord Johnson, la gloria di Lord Palmerston potrebbe di per sé non garantire i fasti del passato alla nuova Gran Bretagna post-Brexit.

FONTE: https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Londra_e_Ankara.html

Ora è l’establishment a rifiutare il neoliberismo…

di Francesco Piccioni

Prendere atto che un paradigma è finito non è mai semplice. In scienza è stato faticosissimo (solo dopo Galileo e Copernico è stato messo a punto un pensiero in grado di sottrarre la ricerca scientifica al dominio delle “sacre scritture”). In economia ci si scontra con molto più materiali interessi che sono prosperati sul vecchio paradigma e hanno qualcosa (non tutto, niente paura!) da perdere.

Proprio perché si tratta in fondi solo di cambiare il quadro di riferimento in cui fare business, i cambi di paradigma economico sono leggermente più semplici. Ma richiedono comunque che la vecchia fase sia così evidentemente conclusa che nessuno – tra le forze economiche che contano – possa essere contrario.

Quello che è iniziato negli Usa è esattamente un cambio di paradigma economico. Ossia un tentativo di rettificare, in piena corsa, i criteri fondamentali di funzionamento del sistema capitalistico occidentale.

Da 40 anni viviamo infatti sotto il dominio dello schema Reagan-Thatcher; “L’ultimo paradigma di politica economica, lasciatoci in eredità da Ronald Reagan (e Paul Volcker), era basato su tagli fiscali, deregolamentazione, tagli al welfare e una politica monetaria rigorosa. Questi erano intesi come rimedi per i due principali problemi economici degli anni ’70 – crescita lenta e inflazione, insieme noti come “stagflazione“.

L’essenza del neoliberismo è questa. E non c’è giorno che un Cottarelli, un Bonomi o un Giannini qualsiasi non ci ripeta la stessa litania travestita da “ricetta per la crescita”: “tagli fiscali, deregolamentazione, tagli al welfare una politica monetaria e di bilancio rigorosa”.

Nel tempio del neoliberismo anglosassone, gli Usa, ci dicono ora “basta così, il sistema è marcio dentro, dobbiamo cambiare registro e serve che lo Stato torni ad avere un ruolo dirigente”. E non è un dibattito tra economisti: è la Bidenomics, la nuova dottrina economica dell’amministrazione Usa, la cui guida è stata assunta da Janet Yellen, segretario al tesoro ed ex presidente della banca centrale (Federal Reserve).

Quest’ultima, con un intervento sul New York Times, è stata particolarmente chiara: “Il sistema fiscale degli Stati Uniti non funziona più, così come il modo in cui gli stessi americani pensano alla tassazione delle società.” E senza un sistema fiscale efficiente non si possono finanziare i faraonici piani di investimento pubblico ormai indispensabili.

La nuova linea – investimenti pubblici in infrastrutture (2.000 miliardi), sostegni ai redditi in crisi per il Covid (1.900 miliardi, già approvato) , un programma per l’occupazione di massa, l’aumento delle tasse per le società (ridotte da Trump dal 38 al 21%), una tassa mondiale unica sui profitti delle multinazionali, così da eliminare la “concorrenza fiscale al ribasso” e la delocalizzazione fiscale e produttiva – ha naturalmente bisogno di una configurazione anche teorica, in modo da non cadere nell’interventismo casuale e asistematico.

Verrebbe da dire che c’è una riproposizione annacquata dell’antico keynesismo, ma in forma molto statunitense. Ossia Big Government, come ai tempi di Lyndon Johnson (e della guerra in Vietnam).

La definizione appare in numerosi interventi di analisti, come Noah Smith e ovviamente il premio Nobel Paul Krugman, che da anni avvertiva sugli scricchiolii del sistema neoliberista.

Il punto di partenza non è ovviamente la preoccupazione per le sorti del mondo, ma unicamente per il mantenimento dell’egemonia Usa sul mondo. Ma se gli Usa “cambiano registro” gli effetti – anche “culturali”, ricordando i disastri del “pensiero unico” – arriveranno presto a cascata anche dalle nostre parti.

Vengono ridicolizzati in un attimo i pilastri teorici e soprattutto pratici degli ultimi 40 anni: “L’idea che i tagli alle tasse aumentino la crescita deriva dalla teoria economica di base; in quasi tutti i modelli, le tasse distorcono l’economia (eccetto per cose come le tasse sul carbonio), quindi se si tagliano le tasse si dovrebbe rendere l’economia più efficiente, aumentando così la crescita almeno temporaneamente.

L’idea che la deregolamentazione aumenti la crescita era più che altro un articolo di fede – dato che “regolamentazione” significa una tonnellata di cose diverse, non c’è un modello economico che possa catturarla in senso generale.

I tagli al welfare erano in parte basati sulla teoria economica – ‘i programmi di welfare sono una forma di tassazione implicita, che teoricamente scoraggia le persone a lavorare’ – e in parte sul dogma della “cultura della dipendenza”. In pratica, devi essere programmaticamente ridotto alla fame nera, così accetti qualsiasi salario ti venga offerto…

Viene da pensare all’ossessione “europea” per l’austerità nelle politiche di bilancio e salariali, che sono ancora oggi l’unico pensiero ammesso, mentre l’area europea si avvia ad essere la più depressa tra le tre grandi macroaree economiche del pianeta (la crescita attesa della Cina per l’anno in corso è ora del 20%!).

Non si salva ovviamente neppure il mantra sul taglio delle tasse e la teoria dello “sgocciolamento” verso il basso. “Ma è chiaro che negli anni 2000 e 2010, il paradigma reaganiano non stava facendo quello che doveva fare. Bush ha tagliato le tasse per gli investitori, ma […] questo non ha aumentato affatto gli investimenti delle imprese. Infatti, i tagli alle tasse in generale non sono riusciti ad arginare il calo complessivo degli investimenti delle imprese private nel periodo 1980-2020”.

Dati alla mano, quella neoliberista era (è) una ideologia per legittimare il saccheggio delle risorse pubbliche, dei redditi medio-bassi, dei paesi più deboli, ecc. Ma ha portato l’economia occidentale all’attuale disastro, enfatizzato dalla pandemia e dall’incapacità dei sistemi neoliberisti di arginarla.

Ci sono voluti il Covid e la follia dell’amministrazione Trump – spiega Noah Smith – per spingerci oltre il limite e farci capire che erano necessari grandi cambiamenti.”

La Bidenomics sta “mirando a creare un’economia a due binari – un settore dinamico e competitivo a livello internazionale per l’innovazione, e un motore nazionale di occupazione di massa e prosperità distribuita.

In termini marxiani si potrebbe dire che si vuole ora che i settori più efficienti nell’estrazione del plusvalore relativo (hi tech, piattaforma, ecc) debbono fornire le risorse per finanziare la seconda economia (cura della persona, ecc), strutturata con una regolazione pubblica piuttosto incisiva.

Un piano di “riforme strutturali” di questa portata incontra necessariamente numerosi ostacoli e innumerevoli problemi.

Il primo è il vincolo del debito. Già questi primi 4.000 miliardi saranno trovati solo in parte “sui mercati”, perché la contemporanea offerta di titoli pubblici che sta montando in tutto il mondo per finanziare programmi analoghi post-Covid (ci rientrano anche i 750 del Recovery Fund europeo), rischia seriamente di far impennare verso il cielo i rendimenti sui Treasury e quindi ingigantire il debito futuro.

Di qui la necessità di innalzare le aliquote fiscali su imprese e grandi patrimoni (pure il Fmi ormai chiede la patrimoniale!), ma anche quella di trovare un accordo mondiale – se ne parlerà al prossimo G20 – per uniformare il livello della tassazione sulle multinazionali, che hanno fin qui potuto approfittare della concorrenza fiscale per scegliere, come sede, i paradisi fiscali più generosi.

Un secondo ostacolo serio è la struttura dei costi in alcuni settori-chiave dell’economia Usa: assistenza sanitaria, cura dei bambini e dei minorenni in genere, edilizia. “Se pompare denaro nell’assistenza a lungo termine porta il costo fuori controllo, si sprecherà il lavoro e si aggiungerà al nostro problema generale dei costi sanitari. Entrambi questi risultati deprimerebbero la produttività e la crescita, lasciando una torta più piccola da distribuire alle masse della nazione. Così […] Biden e la sua squadra dovrebbero concentrarsi sull’identificazione e l’attenuazione delle fonti dei costi in eccesso nelle costruzioni e nella cura della persona, piuttosto che pensare semplicemente che sia sufficiente. gettare più soldi in queste cose”.

Meno problematici, in quest’ottica, sono due vecchi fantasmi dell’ossessione neoliberista: l’aumento dell’inflazione (perlomeno sul breve periodo) e la “fuga delle grandi aziende multinazionali”. Anche perché, senza “la protezione” degli Stati Uniti, il loro potere sugli altri Stati sarebbe decisamente meno feroce…

Grandi cambiamenti, nell’orizzonte del grande capitale. Sono necessari, se vogliono almeno tentare che nulla cambi.

FONTE: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/20173-francesco-piccioni-ora-e-l-establishment-a-rifiutare-il-neoliberismo.html

Draghi e il grande reset del capitalismo

di Domenico Moro

In una recente intervista Draghi si è definito un “socialista liberale”. A parte il fatto che non si capisce bene cosa sia un “socialista liberale”, che appare essere un ossimoro, Draghi non può essere definito socialista in alcun senso. Draghi è, comunque, una personalità importante nella storia degli ultimi trenta anni, durante i quali si è quasi sempre trovato in posizioni centrali nei momenti di svolta. Se volessimo definirlo potremmo dire che è “un agente strategico del capitale”, perché ha sempre operato in base alle esigenze generali dell’accumulazione capitalistica. In particolare, Draghi è interno alle logiche del capitale multinazionale atlantico e europeo. Del resto, è stato per molti anni ospite fisso delle riunioni del Gruppo Bilderberg, un think tank che riunisce annualmente alcuni tra i capitalisti e i politici più influenti delle due sponde dell’Atlantico, i Paesi dell’Europa occidentale e gli Stati Uniti.

Come ha recentemente ricordato nella sua autobiografia Franco Bernabè, per anni membro del comitato direttivo del Bilderberg e già amministratore delegato di Eni e Telecom Italia, Draghi svolse negli anni ’90 un ruolo decisivo, come direttore generale del Tesoro, nella privatizzazione di una parte notevole delle imprese di Stato. Dopo la sua permanenza al Tesoro, Draghi ha ricoperto ruoli centrali nel mondo della finanza internazionale. È stato prima dirigente della sede europea e poi membro dell’esecutivo della statunitense Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’affari del mondo, nei primi anni 2000. Successivamente ha ricoperto il ruolo di governatore della Banca d’Italia in un momento delicato, dopo le dimissioni di Fazio, favorendo i processi di concentrazione bancaria a livello nazionale. Anche la sua nomina a presidente della BCE avvenne in un momento delicato, nel 2011 durante la crisi dei debiti sovrani, quando, insieme a Trichet, presidente uscente della BCE, firmò la famosa lettera, in cui chiedeva all’Italia misure di austerity e che contribuì a determinare la caduta del governo Berlusconi. Draghi gestì la BCE in modo da difendere l’esistenza dell’Euro, facendo tutto il necessario (“Whatever it takes”1), a partire dal finanziamento dell’acquisto di titoli di stato da parte delle banche. Il terreno per la sua nomina a presidente del Consiglio è stato lungamente preparato, probabilmente da prima della fine del suo incarico alla BCE.

A questo hanno contribuito due suoi interventi, ai quali è stato dato molto risalto sui mass media. Il primo è un articolo comparso sul Financial Times, organo del capitale finanziario internazionale, in cui, paragonando la pandemia a una guerra, ha giustificato l’aumento dei debiti pubblici come necessario alla fase storica, imprimendo una apparente svolta a U rispetto alla disciplina di bilancio praticata precedentemente. Il secondo intervento è stato tenuto all’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, un influente think tank che raduna i principali banchieri mondiali, nel quale Draghi ha dichiarato che il mondo si trova sul bordo di una scogliera e che lo Stato deve entrare direttamente nelle imprese, trasformando le garanzie pubbliche ai prestiti in partecipazioni statali al capitale. Anche in questo sembrerebbe di assistere a una svolta a U rispetto al Draghi privatizzatore. Ma è solo una apparenza, perché le mosse di Draghi sono sempre coerenti e ispirate al principio che bisogna cambiare alcune cose perché nulla cambi, in perfetto stile gattopardesco. Draghi, in questo senso, è una delle “menti” più brillanti del capitale internazionale, capace di modificare la sua azione, per venire incontro alle esigenze di sopravvivenza del capitale privato. Infatti, la sua linea di condotta, per quanto soggetta a brusche svolte, mantiene sempre la medesima direzione. Lo stesso è avvenuto con la sua nomina a presidente del Consiglio. Nel suo discorso di nomina ha tenuto a precisare che tutto quello che il governo farà sotto la sua direzione sarà rigorosamente all’interno di una doppia e, per l’Italia, tradizionale cornice: l’appartenenza alla Nato e l’appartenenza all’area Euro.

Questo, però, non vuol dire che Draghi sia una specie di commissario europeo dell’Italia. Draghi è espressione e garanzia degli interessi del grande capitale italiano, ed è stato, infatti, fortemente voluto dalla Confindustria.

Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, sui vaccini Draghi non ha lesinato le critiche all’Europa e ha messo in atto un piano per produrre i vaccini in Italia entro l’anno in corso. Inoltre, Draghi ha ribadito, nell’ultima riunione dei capi di governo della Ue, la necessità di emettere titoli di debito europei, cioè di dare vita a un debito pubblico europeo, andando contro le posizioni della Germania e di altri Stati europei.

Il PEPP, il debito pubblico e la competizione inter-imperialistica

Il Quantitative Easing (QE) cui Draghi diede vita è servito, attraverso gli acquisti di titoli di Stato, non soltanto a ridurre i tassi d’interesse sui titoli di Stato italiani e di altri Paesi cosiddetti periferici, ma anche a ridurre i tassi d’interesse dei Paesi cosiddetti centrali, come la Germania, contribuendo a portarli in area negativa. Questo perché gli acquisti di titoli di Stato sono avvenuti secondo la chiave capitale, cioè in proporzione alla quota di capitale detenuto dai rispettivi Paesi nel capitale della BCE. Quindi, anche la Germania e i Paesi cosiddetti “virtuosi” hanno tratto giovamento dalle politiche della BCE. Tuttavia, all’interno della Germania ci sono posizioni diverse sulle politiche espansive della BCE. In particolare la Corte costituzionale tedesca ha chiesto dei chiarimenti alla BCE per aver agito in modo non proporzionale, cioè per essere andata oltre il mandato di mantenere l’inflazione al 2%, facendo politica economica e ignorando gli effetti redistributivi delle sue decisioni. In pratica la Corte tedesca vuole impedire le politiche monetarie non convenzionali, che sono le uniche che possono avere qualche possibilità di successo. Tra queste politiche c’è il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP) il programma varato nei primi mesi della pandemia dalla BCE e aumentato fino a raggiungere la cifra di 1.850 miliardi, che ha permesso acquisti di titoli di Stato senza tenere conto della chiave capitale2, favorendo Paesi come l’Italia e la Spagna. Come ha detto Draghi nella ormai famosa intervista al Financial Times, che, non a caso, ha preceduto la decisione di sospendere i vincoli al debito e al deficit previsti dai Trattati, bisogna lasciare che i debiti pubblici aumentino, perché altrimenti l’economia europea da sola, cioè senza un massiccio aiuto pubblico, non ce la farà. Dunque, in questa fase più o meno tutti sono allineati su una certa politica espansiva. Le spinte rigoriste riemergeranno se e quando l’economia si riprenderà, cosa per la quale ci vorrà un tempo non certo breve. Questo, però, non vuol dire che non ci sia una competizione tra capitali europei e tra il capitale europeo e altri capitali a livello mondiale. La crisi enfatizza la competizione e la concorrenza tra frazioni di capitale e, di conseguenza, tra i rispettivi Stati che le sostengono. Non è un caso se un po’ tutti gli Stati europei abbiano rafforzato ed esteso la possibilità di intervenire in caso di acquisizioni o di partecipazioni in imprese considerate strategiche da parte di imprese estere. L’Italia, in particolare, ha esteso la regola del Golden Power anche alle acquisizioni operate da imprese appartenenti a Stati europei. Per quanto riguarda gli interessi delle classi popolari l’acuirsi dello scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico non può che essere negativo, perché il costo dell’intervento dello Stato e dell’aumento della competizione verrà fatto pagare proprio ai lavoratori. Del resto, l’erogazione dei fondi del Recovery Plan europeo verrà effettuata in base all’implementazione delle contro-riforme, tra le quali quelle delle pensioni e del mercato del lavoro.

Il grande reset

I Paesi a capitalismo avanzato si caratterizzano per una sovraccumulazione di capitale assoluta, cioè per un eccesso di investimenti in rapporto alla profittabilità, che determina il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto. Da questa situazione derivano le crisi che si sono succedute ripetutamente dal 2001 ad oggi, compresa la crisi dei mutui subprime del 2007-2009 e quella dei debiti sovrani del 2011-2012. Anche la crisi del Covid-19, che è la crisi di gran lunga più profonda dagli anni ’30, in realtà si è verificata quando l’economia mondiale e quella europea stavano già imboccando una fase di declino. Da questo punto di vista il Covid-19 rappresenta una occasione preziosa per il capitale nel suo complesso. Infatti, da una parte il Covid-19 permette allo Stato di intervenire a sostegno del capitale con l’erogazione di una massiccia liquidità. Nella UE il Covid-19 ha rappresentato anche la possibilità di sospendere i vincoli alla spesa pubblica contenuti nei trattati. Dall’altra parte, il Covid-19 permette di eliminare una parte del capitale in eccesso, mediante il fallimento delle imprese meno competitive. Non a caso Draghi, nel corso dell’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, ha affermato che gli aiuti pubblici vanno dati alle imprese sane e non alle imprese decotte, da lui definite come “imprese-zombie”. Quindi, il Covid-19 faciliterà la centralizzazione del capitale, un fenomeno che serve a contrastare la caduta del saggio di profitto. In pratica, secondo il Gruppo dei Trenta, le politiche statali dovranno favorire “una certa quantità di distruzione creatrice”, per usare la ben nota espressione di Schumpeter. Infatti, grazie al Covid-19, in primo luogo attraverso i fondi del Recovery Plan, verrà dato un forte impulso ai nuovi settori dell’economia, quelli legati alla digitalizzazione dell’economia e alla transizione ecologica. Nel Piano di ripresa e resilienza (PNRR) di tutti i Paesi la transizione ecologica e la digitalizzazione dell’economia e della società rappresentano le due “missioni” più importanti. Nella bozza del PNRR italiano, presentata dal governo Conte, su Rivoluzione verde e transizione ecologica sono allocati 66,6 miliardi, pari al 31,7% del totale, e su Digitalizzazione, innovazione, competitività e turismo 45,4 miliardi, pari al 21,6% del totale. In questo modo i capitali verranno spostati dai settori maturi, dove la sovraccumulazione è maggiore, verso settori dove non c’è sovraccumulazione e il saggio di profitto è più alto. Ma la trasformazione interesserà anche i settori tradizionali; pensiamo, ad esempio, all’impulso che riceveranno il settore automobilistico con la transizione verso la mobilità elettrica e il settore ferroviario con l’estensione della rete ad alta velocità. L’auto elettrica, la mobilità sostenibile, e la digitalizzazione dell’economia sono nuovi vettori dello sviluppo capitalistico come in altre fasi della storia del suo sviluppo lo sono stati altri prodotti “guida” come le ferrovie nel XIX secolo e l’automobile nel XX secolo.

In sintesi, il Covid-19 rappresenta una grossa occasione di riavvio del meccanismo inceppato dell’accumulazione di capitale e nello stesso tempo un incentivo, da un lato, al rafforzamento degli oligopoli e monopoli già esistenti e, dall’altro lato, alla formazione di nuovi oligopoli e monopoli in nuovi settori. Per questa ragione sarà decisivo determinare a chi andranno i fondi pubblici. La nomina di Draghi a Presidente del Consiglio è una garanzia che i fondi pubblici andranno in direzione del grande capitale monopolistico e multinazionale. È l’ennesima riprova, qualora ce ne fosse bisogno, che il capitale non può sopravvivere né tantomeno espandersi senza l’aiuto dello Stato, a dispetto di tutte le chiacchiere sul libero mercato.

Nello stesso tempo bisogna rendersi conto che il capitalismo, anche grazie al Covid-19, sta mutando le sue forme nel tentativo di adattarsi agli sviluppi della sua crisi strutturale, a partire dal rapporto con la forza lavoro. Studiare le specificità delle nuove forme che il capitalismo si appresta ad assumere è un compito fondamentale delle forze antagonistiche al capitale stesso. Tra le modificazioni di questa fase c’è anche una revisione del ruolo dello Stato. La vulgata neoliberista contemplava il ritiro dello Stato dall’economia. In realtà, un completo ritiro non c’è mai stato, nel senso che era sempre lo Stato a definire il perimetro e le regole entro cui agiva il libero mercato. Oggi, tuttavia, assistiamo a un cambio di rotta significativo, con lo Stato che entra direttamente nell’economia e nelle imprese e con la dimensione nazionale dello Stato che sembra riprendere uno spazio maggiore pur all’interno del contesto di globalizzazione dell’economia, come prova anche una certa tendenza verso l’accorciamento delle catene globali del valore3 e la reinternalizzazione di alcune produzioni. Quello che non cambia è che l’ingresso dello Stato nell’economia, come già fu per la sua “uscita”, è a favore del privato, essendo lo Stato, in una determinata formazione economico-sociale, espressione concentrata, per quanto mediata, del potere della classe economicamente dominante. Sintetizzando, possiamo dire che non è possibile alcun reset dell’economia che non sia strettamente legato all’intervento dello Stato.


1 https://it.wikipedia.org/wiki/Whatever_it_takes_(Mario_Draghi)

2 La chiave capitale prevede acquisti di titoli di stato delle varie nazioni in proporzione al loro peso nel capitale della BCE. Quindi la BCE secondo la chiave capitale deve acquistare più titoli della Germania e, a seguire, della Francia e dell’Italia.

3 Le catene globali del valore rappresentano l’articolazione internazionale della produzione secondo una divisione in cui le diverse parti di un determinato bene vengono prodotte in Paesi diversi per poi essere assemblate insieme. Il covid-19 ha messo in crisi le catene del valore interrompendo la produzione e, con essa, il flusso di materie prime e semilavorati tra i vari punti dove sono dislocate le singole fasi della produzione. In questo modo si sono determinati colli di bottiglia che impediscono la produzione del prodotto finito. Ad esempio, oggi la produzione di auto è messa in difficoltà dalla carenza di microchip, la cui produzione è insufficiente anche a causa dell’aumento di domanda del mercato (soprattutto quello dei pc) dovuta anche alla pandemia.

FONTE: https://www.lordinenuovo.it/2021/04/06/draghi-e-il-grande-reset-del-capitalismo/

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”. Continua a leggere

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

“DOMINIO”: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

Continua a leggere

Jean-Luc Mélenchon: Monetizzare e cancellare il debito

Sulla scia dei 50 economisti che su Le Monde hanno firmato un appello riguardo l’annullamento del debito detenuto dalla BCE[i], Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ha pubblicato un interessante articolo su La Tribune, di cui qui offriamo la traduzione[ii].

La signora Lagarde dovrebbe andare al Louvre. Potrebbe così recarsi fino alla stele sulla quale è inciso il Codice di Hammurabi. Certo, non è un testo delicato. «Occhio per occhio, dente per dente» è severo! Ma lo stesso crudele realismo si esprime in un altro modo a proposito di debiti. Il caso trattato è quello del debitore che ha subito i danni di un’alluvione o di un disastro. Il sovrano dell’anno 1750 a. C. dice che questo debitore «non restituirà il grano al creditore, immergerà la sua tavoletta [sulla quale erano segnati i debiti] nell’acqua e non darà l’interesse di quest’anno». Immerga la sua tavola nell’acqua, signora Lagarde! Cancelli i debiti pubblici detenuti dalla BCE. Perché sennò, come il debitore che ha subito l’inondazione, arriverà presto il momento in cui, lungi dal potervi pagare, il debitore le infliggerà la bancarotta totale. Cancelli! Ne abbiamo bisogno oggi per uscire dalla crisi creata dalla pandemia e ripristinare la capacità di azione dello Stato. Continua a leggere

Memoria/Paolo Cinanni: “L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE” (Gennaio 1980)

L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE

Col passaggio dalla meccanizzazione all’automazione del processo produttivo muta il carattere dell’emigrazione. La battaglia per la conquista dei diritti.

di Paolo Cinanni

Nel corso della storia dell’umanità, il fenomeno migratorio rappresenta sempre un fattore di progresso per i paesi d’immigrazione, che si adegua man mano alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive.

Dalla primitiva emigrazione coloniale, si passa alle ferme caratteristiche dell’emigrazione operaia più recente, sino ai nostri giorni, in cui l’immigrazione viene man mano adeguandosi al nuovo processo di decentramento produttivo, assumendo anch’essa forme nuove.

La primitiva emigrazione di coloni era diretta verso paesi e regioni scarsamente popolate, per la messa in coltura di nuove terre e per la trasformazione progressiva delle colture estensive in colture intensive specializzate, con la promozione di un nuovo mercato, che crea le premesse medesime per lo sviluppo dei primi processi d’industrializzazione.

A cominciare dal Nord-America, negli ultimi decenni del secolo scorso, la primitiva immigrazione viene perciò stesso trasformandosi: grandi masse di forza-lavoro, e fra queste i lavoratori immigrati, vengono concentrati nei grandi agglomerati urbani ove si sviluppa la grande produzione industriale. L’immigrato si trasforma, quindi, da contadino in operaio, concorrendo – col suo contributo aggiuntivo di lavoro produttivo – allo sviluppo accelerato dell’economia del paese ospite, fornendo al capitale stesso un supervalore crescente, che ne accelera la riproduzione e l’espansione del suo potere sui mercati mondiali.

Questa supremazia economica e finanziaria del capitale dei paesi industrializzati sui mercati mondiali si trasforma presto in potere politico e dominio imperialistico sugli altri paesi del mondo. Continua a leggere

DOPO COVID-19

Sostieni CAMBIAILMONDO

Dai un contributo (anche piccolo !) a CAMBIAILMONDO

Per donare vai su www.filef.info e clicca sull'icona "DONATE" nella colonna a destra in alto. La pagina Paypal è: filefit@gmail.com

Inserisci la tua e-mail e clicca sul pulsante Cambiailmondo per ricevere le news

Unisciti ad altri 1.728 follower

Blog Stats

  • 1.225.893 hits

ARCHIVIO

LINK consigliati

 
 
 
 
 
 
 
 

cambiailmondo2012@gmail.com