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La transizione egemonica mondiale

di Alfonso Gianni

Sintesi dell’intervento di Frattocchie, 3 settembre

Il tempo previsto per gli interventi è contenuto, come è anche giusto che sia e quindi mi limito ad alcune considerazioni sull’onda della bella, approfondita e articolata relazione di Sergio Bellucci e del dibattito che fino a qui è seguito. Il mio accordo in particolare con le cose dette prima di me da Roberto Finelli, mi possono aiutare in questo sforzo – al quale non sono naturalmente vocato – di brevità.

Comincerei col dire che non c’è transizione senza il maturare e il verificarsi di una crisi. Mentre non è vero l’opposto, cioè può benissimo manifestarsi una crisi senza che si avvii una transizione e che le cose possano addirittura indirizzarsi al peggio.

È esattamente il rischio che stiamo correndo in questo frangente. La crisi pandemico-economica ha aperto una voragine, per giunta sovrapponendosi agli effetti negativi della precedente crisi economico finanziaria cominciata nel 2008. Ma di per sé le ingenti risorse di cui disponiamo grazie alle decisioni europee non garantiscono di per sé una transizione verso una società migliore.

Anzi si affacciano, nel caso italiano e non solo, i fantasmi del passato. Si pensi alle “uscite” del ministro Cingolani sul nucleare, alla spinta della Francia in questa direzione per capire che un domani potremmo trovarci in una situazione addirittura peggiore, che, nel nostro paese, tradirebbe gli esiti di ben due referendum popolari sul tema.

Oppure: Giorgio Benvenuto dava, nel suo intervento di poco fa, una visione ottimistica dell’Europa. Certamente si sono fatti passi in avanti con il varo del Recovery Fund, con il progetto di un bilancio europeo opportunamente dotato, con l’emissione di titoli a livello europeo (più o meno i famosi Eurobonds di cui si parlava da tempo e che in molti fino a poco fa ritenevano impossibili). È stato sospeso il Patto di stabilità e crescita. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un webinar che ho condotto quest’estate ha ribadito che le vecchie regole del patto vanno riviste. Con maggiore timidezza così si è espresso anche il Commissario Paolo Gentiloni, seppure precisando che la regola del 60% nel rapporto fra debito e Pil va mantenuta, mentre vanno cambiate modalità e tempi del rientro- Le stesse parole di Mattarella sono state interpretate come un auspicio alla modifica degli stessi Trattati di Maastricht. Ma non possiamo e non dobbiamo dare tutto ciò per acquisito. I falchi non hanno smesso di volare basso. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione (su cui varrebbe la pena aprire un capitolo apposito cosa che qui non possiamo fare), ma soprattutto moltissimo è legato agli esiti di alcuni importanti appuntamenti europei prossimi venturi, come le elezioni federali tedesche del 26 settembre e quelle francesi di qualche mese dopo nel 2022. La battaglia per una transizione verso un’Europa democratica, sociale e federale è del tutto aperta.

Nello stesso tempo non può neanche profilarsi una transizione senza che avvenga la crisi dello stato di cose precedente. Il problema è come indirizzare i cambiamenti che tutti, seppure con diversa intensità, ritengono necessari in una crisi affinché prenda corpo un’alternativa di società. Obiettivo ambizioso come si può ben capire.

Intanto è sotto i nostri occhi, da tempo, una transizione egemonica mondiale. Da Ovest verso Est. Il declino della supremazia americana è stato impietosamente evidenziato e accelerato dalla sconfitta in Afghanistan. Oggi gli Usa sono sostanzialmente fuori dall’Asia e dall’Oceano indiano. Lo confermano le stesse parole pronunciate dalla rappresentante Usa in una importante conferenza internazionale l’altro giorno a Taipei, con le quali ribadiva il sostegno statunitense a Taiwan contro i disegni annessionistici cinesi, ma avvertiva i taiwanesi che devono fare come Israele: armarsi di tutto punto perché nessuno li potrà salvare in vece loro. Gli Usa confermano in sostanza che possono scatenare guerre, ma non riescono a vincerle in breve tempo e quindi a sostenerle in termini di costi economici e umani (si intende i loro).

Ancora una volta si avvera nella storia mondiale quel passaggio di consegne egemoniche che Fernand Braudel e la sua scuola, fino al nostro Giovanni Arrighi, dalle città marinare italiane, ai Paesi bassi nel seicento, alla Impero britannico nel secolo successivo, fino al secolo americano giunto al suo non breve tramonto, mentre si rafforza la potenza cinese. Gli stessi andamenti demografici, che qui non posso descrivere per brevità, accompagnano e sono un fattore di questo cambiamento epocale.

Credo che questo sia un processo irreversibile, a meno che non sia fermato, insieme alla distruzione del pianeta, da un conflitto nucleare generalizzato e non solo dalla guerra a pezzetti già in atto, di cui ci parla Papa Francesco. Il compito per tutti e di tutti è che questa transizione avvenga in modo sostanzialmente pacifico. Se l’Europa fosse un soggetto politico federale democratico e non semplicemente uno spazio economico regolato a vantaggio del capitale finanziario, potrebbe giocare un grande ruolo a livello internazionale per la causa della pace. Il che però presuppone che la Ue abbandoni la scelta di un rinnovato atlantismo fuori dal tempo, rinunci a pensare ad un esercito europeo e invece costruisca una struttura in grado di potere intervenire nelle crisi belliche locali come forza di interposizione e partecipi alla ricostruzione dei paesi colpiti da calamità, devastazioni e pandemie che vedono la loro prima causa nel sistema capitalistico globalizzato.

Come si vede siamo molto lontani da un simile esito. Tra le cose che mancano è la costruzione di una soggettività politica che in Europa si ponga un simile compito.

Qui ci tornano utili le riflessioni che stiamo svolgendo in questo convegno. Non bastano la quantità enormi di dati se essi non passano attraverso un’interpretazione – come diceva Finelli – che dia loro un senso. E quest’ultimo è costituito da un insieme di cose: la necessità di emancipazione delle classi subalterne, le idee, i progetti, i programmi, i sentimenti, le esperienze legati a questo rovesciamento del potere e dei poteri nella società che è un processo di conquista egemonica.

Abbiamo bisogno della (ri)costruzione di un pensiero politico forte che per quanto necessariamente aperto e in una continua tensione dialettica con i dati della realtà, i progetti e le aspirazioni dei movimenti e sommovimenti sociali, non si limiti alla registrazione dello stato d’animo e degli orientamenti attualmente presenti, ma si proponga di entrare in rapporto xon essi sulla base di un solido impianto valoriale.

È quello che chiamo una nuova soggettività politica di sinistra. Attualmente nel nostro paese non c’è. L’esistenza del Partito della Sinistra europea è importante, soprattutto se non si limitasse ad essere un contenitore. Ma anche questo è un obiettivo da conquistare. Quello che c’è fatica o meglio non riesce a mettersi insieme, forse anche perché si comincia dalla parte sbagliata: la costruzione di coalizioni elettorali invece che da quella della propria identità. Per essere conosciuti e riconosciuti dagli altri bisogna innanzitutto riconoscere e conoscere se stessi. Ma anche se quello che c’è si unisse non sarebbe sufficiente. Servirebbe un processo costituente capace di attuare una transizione verso una nuova soggettività politica di sinistra, nel quale ognuno mette in gioco la propria identità e la propria storia in una ricerca e in una lotta culturale e politica.

FONTE: https://transform-italia.it/la-transizione-egemonica-mondiale/

Una transizione per l’Europa, l’Europa per la transizione

di Andrea Amato

Transizione come attraversamento di una crisi sistemica del capitalismo verso una società “oltre-capitalista”, che non significa superamento (magari in senso socialista) del capitalismo ma una evoluzione/mutazione del capitalismo che conosciamo, capace di produrre una società “basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente”. “La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.” Questa, in estrema sintesi, la base analitica su cui poggia la proposta politica contenuta nella relazione introduttiva di Sergio Bellucci all’incontro “Transizione come Variante” (Frattocchie, 3-4 settembre 2021).

L’ economia relazionale, le lotte, il ruolo dello Stato

Diversi i fronti di lotta, appunto per il potere, conseguenti a questa premessa. Innanzi tutto, l’auto-organizzazione dal basso, favorita oggi dalle tecnologie digitali” di forme solidali di produzione sganciate dal perseguimento del profitto, ma anche forme di consumo e servizi “al di fuori degli schemi mercantili sperimentati finora”. Insomma, la costruzione di quella che viene chiamata “economia (e welfare) relazionale”.

Una proposta che condivido pienamente ma che implica una prima notazione. Poiché, come lo stesso Bellucci avverte, la transizione, per definizione, non è il passaggio immediato da una fase all’altra, le forme di sfruttamento attuali, benché destinate a diventare residuali, continueranno a esistere per un tempo non brevissimo. Analogamente, anche se si sarà capaci di costruire un’economia relazionale, ciò non potrà avvenire che gradualmente. Ci troveremo quindi ad operare su due fronti: quello dell’alternativa e quello antico della lotta contro lo sfruttamento e per il trasferimento di quote di potere dal capitale alle classi subalterne. Uno sfruttamento perpetrato in forme diverse e mutevoli, da quelle più raffinate della “società di controllo” ed evolute della produzione di senso, a quelle ottocentesche da capitalismo rapace.

Certamente, su questo fronte bisogna abbandonare prassi “difensive” e “routinarie”, se non altro perché da cinquant’anni le classi subalterne non registrano avanzamenti ma solo arretramenti. E, certamente, passare a nuove forme di attacco deve significare tre cose. In primo luogo, non solo tener conto ma immergersi nella transizione; secondariamente, cogliere tutte le opportunità che, insieme a rischi e condizionamenti, ci offre la rivoluzione digitale (o meglio la digital disruption); in terzo luogo i due fronti, quello dell’alternativa e quello della lotta secolare al capitalismo, non possono semplicemente essere condotte in parallelo, ma debbono continuamente comunicare e sorreggersi a vicenda.

Un’altra questione da approfondire è quella delle condizioni che permettano/favoriscano la costruzione dell’economia relazionale. Nella relazione introduttiva si parla dell’”utilizzo di risorse pubbliche per supportare” l’economia relazionale e il “welfare delle relazioni”. C’è anche un’importante indicazione operativa, quella di coinvolgere i territori e le “strutture di democrazia locale”. Ma, a parte l’accenno all’esigenza di “nuove forme istituzionali e politiche”, manca un chiaro riferimento al ruolo dello Stato, all’idea dello Stato come luogo privilegiato in cui la politica possa “mettere le briglie” (come ha detto nel suo intervento Gigi Agostini) alle derive centralizzatrici, manipolatorie e autoritaristiche dei nuovi poteri che si affermano nella transizione. Ruolo dello Stato, che va appropriatamente considerato per quanto riguarda proprio il sostegno all’economia relazionale.

A questo proposito, ho riportato, nel mio intervento, un’esperienza personale. Nel decennio che ha preceduto le cosiddette primavere arabe, ho coordinato diversi programmi di sviluppo sociale e di rafforzamento delle società civili nei Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo. Oltre alla salvaguardia dei diritti fondamentali e dei diritti di cittadinanza, la disoccupazione era il problema principale in questi Paesi. Oggi, la situazione non solo non è migliorata, ma alla disoccupazione si sono sommate le rovinose conseguenze delle guerre e dei conflitti ancora in corso. La linea direttrice di questa attività si basava sulla costatazione che il gigantesco numero di posti di lavoro che si sarebbero dovuti creare, soltanto per portare la disoccupazione a livelli europei, era un obiettivo impossibile per le politiche economiche ortodosse operanti in questi Paesi, basate, soprattutto dopo l’avvento del Partenariato Euro-Mediterraneo, sui consueti modelli occidentali: produttività, competitività, produzione ed economia export-led.

Propugnavamo, quindi, una politica economica eterodossa, che mettesse al primo posto l’occupazione invece che la crescita, e, soprattutto, con al centro la creazione di una economia relazionale, favorita anche dall’enorme presenza della cosiddetta “economia informale”. Lo sviluppo di una tale politica si rivelava però impossibile, prima ancora che per cause di natura macroeconomica, per ragioni squisitamente politiche, dovute non solo agli interessi spiccioli dei regimi autoritari al potere, ma, soprattutto alla loro indisponibilità a sottrarsi all’assoggettamento dei poteri internazionali, garanzia per la loro permanenza al potere.

Un caso esemplare è quello della Tunisia, un Paese con uno dei tassi disoccupazione più alti al mondo. Dopo la rivoluzione del 2011, cacciato via Ben Ali, c’erano tutte le condizioni interne per affermare una volontà politica che andasse nella direzione dell’economia relazionale. Ciò che è mancata è la disponibilità di risorse per sostenerla. I cosiddetti “vincoli esterni” non sono finiti con l’avvento della, ancorché fragile, democrazia tunisina: drenaggio di risorse a causa del deficit commerciale e dell’insostenibile servizio del debito estero, i diktat dell’”approfondimento” dell’Area di Libero Scambio con l’Unione Europea, le condizionalità imposte dal Fondo Monetario Internazionale, e così via. Vincoli esterni che ancora oggi – grazie alla colpevole ignavia dell’Unione Europea, con l’Italia in primo luogo, preoccupata solo dei flussi migratori – stanno minando alla base la sopravvivenza di questo Paese e distruggendo la sua speranza di democrazia.

Certo, per capire il ruolo dei vincoli esterni nel condizionare il grado di libertà delle politiche economiche, non ci sarebbe bisogno di andare in Tunisia; basterebbe ripercorrere la storia dell’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ma il caso della Tunisia è significativo perché lì l’economia relazionale era a portata di mano, se solo una scelta politica di questo genere si fosse potuta compiere a livello di governo. Insomma, se è vera l’importanza del ruolo dello Stato per incidere sulla transizione e per costruire l’alternativa, questo Stato non può essere lo Stato nazionale. Come è stato detto, gli Stati nazionali sono ormai ridotti a meri amministratori locali di poteri globali.

L’Europa unita nella transizione

Dobbiamo, quindi, rivolgerci a uno Stato sovranazionale; che, però, non può essere l’attuale Unione Europea. Per due motivi. Innanzi tutto, perché l’Unione Europea è la più immediata fonte di vincoli esterni che mortificano la possibilità degli Stati membri di mettere in atto politiche economiche alternative. In secondo luogo, perché è essa stessa condizionata dai vincoli esterni provenienti dai vecchi e nuovi poteri globali.

Occorre valutare appieno le novità post-pandemiche provenienti dall’UE. Sia quelle relative ai vincoli finanziari – viste, a mio avviso, con eccessivo ottimismo nell’intervento di Giorgio Benvenuto, tenendo anche conto che, come ha ribattuto Alfonso Gianni, si tratta di misure temporanee sulle quali lo scontro con i falchi dell’ordoliberismo è di nuovo in atto – sia quelle – a cui ha fatto riferimento Lucia Di Giambattista – che riguardano la nuova strategia dell’Unione nel digitale (bussola, decennio, autonomia digitali). Si tratta di vere svolte strategiche? O, come in molti pensiamo, un necessario aggiustamento del capitalismo europeo per adeguarsi alla crisi globale? Il punto vero è che, sia per eliminare i vincoli posti agli Stati membri che per contrastare quelli imposti dai poteri globali, è indispensabile un’Europa unita che giochi un ruolo da attore politico globale.

In passato – di fronte alla episodicità e alla sostanziale inefficacia, in termini di risultati, delle lotte dei movimenti “No global” o “altermondisti”, fino a quelle di “Occupy  Wall Street” – ho sostenuto la tesi della “via regionale” contro la globalizzazione, intesa come costruzione di una “regione mondiale”, comprendente l’Europa occidentale, i Paesi dell’ex Unione Sovietica, il Medio Oriente e l’Africa, capace di contrapporsi o, quanto meno, riequilibrare il ruolo di quella che, fino a qualche tempo fa, era la potenza unipolare americana. Oggi, di fronte alla dilapidazione, perpetrata dall’Unione Europea, delle opportunità storiche di coinvolgere la Russia in un progetto comune di grande respiro, e alle macerie in cui sono ridotti tanti Paesi di quella “regione mondiale”, non c’è molto spazio, almeno nell’immediato, per una “via regionale” alla transizione. Allora, l’obiettivo minimale e, al tempo stesso, l’imperativo categorico è quello di un ruolo politico riequilibratore, che solo l’Europa unita potrebbe giocare. Non solo nell’arena della nuova economia ereditata dalla globalizzazione, ma anche in quella, strettamente connessa, della politica internazionale e della competizione geostrategica.

Autorevoli commentatori americani hanno messo in parallelo il ritiro dell’URSS dall’Afghanistan, che segnò la fine dell’impero sovietico, e l’attuale abbandono americano che sancirebbe la fine dell’imperialismo (o impero) americano. Certamente, sarebbe la conferma della fine, da tempo appalesatasi, di trent’anni di potenza unipolare statunitense. A quale approdo questo ci porterà, non è ancora sufficientemente chiaro. Per il peso combinato della potenza economica con quella tecnologica, nonché con quella militare, benché allo stato nascente – e senza entrare nel merito della dialettica tra concetti diversi, quali “potere”, “egemonia” e “colonizzazione”, a cui ha fatto riferimento Alfonso Gianni – la previsione che sia la potenza cinese a prevalere, ancorché in termini di egemonia, non sembra del tutto azzardata. La prospettiva, insomma, che noi europei – e noi italiani, in primo luogo – dopo essere stati per 80 anni egemonizzati/colonizzati dagli Stati Uniti passeremo a un destino analogo ad opera della Cina.

Meno probabile, mi sembra la previsione di una dislocazione pacifica delle due egemonie. Non foss’altro che per la loro differente natura. L’egemonia/colonizzazione cinese si basa sull’occupazione dell’economia e l’acquisizione della ricchezza dei Paesi target, con mezzi pacifici. Quella americana, però, non si basa sulla pacificazione del pianeta. Non può essere interpretata in questo modo la drastica riduzione della presenza americana nei territori in conflitto. Quando gli USA dicono a Taiwan “dovete fare come Israele: armatevi” (naturalmente con armi da loro fornite) significa che hanno fatto una scelta più comoda, quella di continuare a perseguire, se non intensificare, la cosiddetta “strategia del caos”, puntando sempre di più sulle “guerre per procura”, che hanno dimostrato di portare agli interessi americani più benefici di quanti non ne abbiano procurato le guerre condotte in prima persona. Questa differenza di approcci e di interessi non può risolversi in una convivenza pacifica e, anche se non si arriverà alla catastrofe del confronto bellico, essa darà sicuramente la stura a continui conflitti tra le due potenze. Questo significherà, da un lato, che esse entreranno in pieno nella cosiddetta “guerra con altri mezzi”, dall’atro, che in molte aree del pianeta continueranno le guerre, le distruzioni, le catastrofi umanitarie.

L’Europa è destinata a fare le spese di questo confronto, in ambedue gli scenari delineati. Nel primo, perché l’Europa, in primo luogo nella sua area mediterranea, sarà una delle prede più ambite dell’egemonia/colonizzazione cinese. Nel secondo scenario, perché essa sarà sempre più accerchiata da aree in cui le conseguenze del caos e dei conflitti, non potranno che riversarsi sulla sua economia e sulla sua società. L’Europa unita può evitare i rischi di questi due scenari? Non è detto che questo avvenga, ma in questa difficile transizione, è la sola carta di cui disponiamo; non solo per la nostra salvezza ma anche per quella del mondo in cui viviamo.

C’è ancora un’altra dimensione in cui il ruolo politico dell’Europa deve essere determinante: quella della trasformazione dell’ecosfera, ovvero della salvezza del pianeta. Non se n’è parlato molto nell’incontro, ma è una questione in cui la transizione ha, e avrà sempre di più, un peso determinante. Non solo per le connessioni con le altre due dimensioni, quella dell’economia globale e quella geostrategica, ma anche per l’impatto che su di essa, sempre più, avrà la rivoluzione digitale. Dobbiamo, per prima cosa, moltiplicare i nostri sforzi d’indagine e affinare le nostre analisi sugli incroci, in atto e in potenza, tra il digitale e le questioni del cambiamento climatico, dei destini dell’energia e dell’agricoltura, della salvaguardia dell’ambiente; e, non per ultimo, sul ruolo di chi distribuirà le carte del digitale nelle vicende del clima e dell’ambiente.

La democrazia europea, terreno di lotta della transizione

Cosa potrà garantire che i nostri obiettivi sulla transizione – ai vari livelli: nazionale, continentale, globale – così come gli sbocchi operativi delle nostre lotte, possano diventare conseguenti politiche dell’Europa unita? La risposta è una sola: la democrazia. Il che significa: una istituzione capace di far arrivare – attraverso efficaci percorsi di rappresentanza e di partecipazione democratica – le istanze di tutti i cittadini europei nelle sedi decisionali. Nadia Urbinati, nel suo intervento, ha detto che, di fronte a una crisi della democrazia rappresentativa, ormai sotto gli occhi di tutti, dovremmo pensare a una democrazia, sempre rappresentativa, ma con spazi aperti alla “partecipazione diretta”. Sono d’accordo, a patto che si chiarisca cosa voglia dire “diretta”. Sarei decisamente contrario se questo significasse la messa in atto di dispositivi simili alla Piattaforma creata dall’Unione Europea per “raccogliere” i desiderata dei cittadini europei nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Una via di mezzo tra Facebook e la Piattaforma Rousseau. Si potrebbero, al contrario, sperimentare forme di partecipazione “diretta” della società civile organizzata – che non significa solo le Organizzazioni formalmente costituite.

Intanto, però, dovremmo occuparci della democrazia rappresentativa (al meglio delle nostre conoscenze e possibilità) nella costruzione dell’Europa unita. Ho già detto che questa non può coincidere con l’attuale Unione Europea. Il motivo è la sua intergovernatività. Non solo perché questa rappresenta un tappo al percorso di rappresentanza democratica, quel vulnus che ha sollevato alti lai per il “deficit democratico” dell’Unione, da parte di tante belle anime che si sono ben guardate da porvi rimedio seriamente. Il sistema intergovernativo deve essere superato, soprattutto, per un motivo politico legato alla transizione e alle possibilità/probabilità di lotte per l’alternativa. Un’Europa, in cui le decisioni sono, sostanzialmente, prese dai Governi nazionali, non potrà mai, non solo contrastare ma nemmeno confrontarsi con i poteri globali, vecchi o nuovi essi siano. Se, come è stato detto, gli Stati nazionali sono solo gli amministratori locali di questi poteri, i Governi non ne sono altro che i mandatari – i lacchè si sarebbe detto una volta.

Una piena rappresentanza democratica, in un’Europa unita e democratica, significa molto semplicemente, che le decisioni debbono essere prese principalmente da un Parlamento eletto a suffragio universale da tutti i cittadini degli Stati che la compongono. Questa è la sostanza del problema; poi potremo discutere della forma di rappresentanza complementare degli Stati membri, delle competenze e dei poteri da attribuire all’istituzione sovranazionale, alla forma federativa; insomma, di come si realizza la cessione di sovranità.

Sono, pertanto, d’accordo con l’indicazione, contenuta nella relazione introduttiva, di individuare nella democrazia uno dei terreni prioritari di lavoro e di sperimentazione della transizione. Una democrazia che, però, non si fermi al livello dei territori né dello Stato nazionale, ma che affronti con coraggio la questione della democrazia europea.

FONTE: https://transform-italia.it/una-transizione-per-leuropa-leuropa-per-la-transizione/

LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

Viva la vaccinazione. Cuba è l’unico paese in America Latina ad aver sviluppato i propri vaccini Covid che sono altamente efficaci.

Tuttavia, la produzione è in ritardo.

di Bert Hoffmann (da IPG-Journal Newsletter)

Sono tempi duri a Cuba. La situazione dei rifornimenti è peggiorata drammaticamente, anche i generi alimentari di base scarseggiano, la moneta sta perdendo valore, e ora i numeri dei contagi da covid sono alle stelle. In soli dieci giorni, il numero giornaliero di casi è raddoppiato. Con più di 3.000 infezioni al giorno (in una popolazione di undici milioni), il sistema sanitario sta raggiungendo i suoi limiti. Ma allo stesso tempo, è proprio la lotta al covid che porta la più grande speranza. I vaccini sviluppati sull’isola stessa mostrano un’efficacia molto alta – non solo negli studi clinici, ma anche nella pratica.

Il governo dell’Avana ha rischiato molto quando ha deciso nel maggio 2020 di non importare alcun vaccino – né dalla Russia né dalla Cina, e nemmeno attraverso la partecipazione alla piattaforma di vaccini COVAX. Invece, ha fatto affidamento solo sullo sviluppo dei propri vaccini. Molti erano scettici: perché un’isola di undici milioni di abitanti nei Caraibi dovrebbe essere in grado di fare ciò che le aziende farmaceutiche da miliardi di dollari non sono riuscite a fare?

La spiegazione è il settore delle biotecnologie che è stato sistematicamente costruito dagli anni 80 – un’isola di efficienza nell’economia socialista del paese. Fin dall’inizio, c’è stata una particolare attenzione allo sviluppo di vaccini – non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione verso i paesi del Sud globale. È grazie a questa struttura di ricerca e produzione consolidata che Cuba ha potuto portare due vaccini alla maturità applicativa in un tempo molto breve.

Entrambi – “Abdala” e “Soberana-2” – usano il metodo dei vaccini a base di proteine che è stato usato per decenni per la polio, il tetano & co. A differenza dei nuovi vaccini mRNA di Biontech e Moderna, questa è una tecnologia “vecchia scuola”. Ma ha il vantaggio che i vaccini Covid possono essere prodotti nelle fabbriche esistenti, gli effetti collaterali sono facili da valutare, non è necessario un raffreddamento estremo e la somministrazione non è complicata.

E sono molto efficaci. Nel frattempo, gli scienziati cubani hanno anche pubblicato i risultati degli studi di fase III. Secondo questi, Abdala raggiunge un’efficacia del 92% dopo tre dosi. Per Soberana-2, c’è un risultato intermedio: dopo due delle tre dosi di vaccino, questo è del 62% – ancora ben al di sopra del 50% che l’OMS specifica come soglia per i vaccini. Quando viene valutato dopo le tre dosi complete, è probabile che anche qui ci si aspetti un valore superiore all’80% o addirittura intorno al 90%.

I critici hanno messo in dubbio queste cifre e hanno sottolineato la mancanza di trasparenza e di documentazione nelle riviste scientifiche. In pratica, questi valori possono effettivamente essere adattati in una certa misura, soprattutto perché la variante delta è stata introdotta anche a Cuba nel frattempo. Anche la durata della protezione immunitaria è una questione aperta.

Ma la pratica della campagna di vaccinazione parla un linguaggio chiaro. Quando il personale medico del paese è stato vaccinato all’inizio di marzo, il numero di infezioni tra gli operatori sanitari è stato immediatamente ridotto. Questo si sta ripetendo da quando la campagna di vaccinazione di massa è iniziata a maggio.

Quasi sei milioni di dosi sono state somministrate, la maggior parte a L’Avana, originariamente l’epicentro dell’infezione. In tutte le altre province, l’incidenza è attualmente in forte aumento. Nella capitale, tuttavia, dove circa la metà della popolazione è stata vaccinata, sono in costante calo da settimane. Nel frattempo, sono a metà del loro picco.

Un trial di fase III del vaccino Soberana-2 con 24.000 partecipanti è stato condotto anche in Iran. Come risultato dei buoni risultati e dei bassi effetti collaterali, il vaccino cubano ha già ricevuto un’approvazione d’emergenza. Questo è ancora in sospeso a Cuba. L’autorità di regolamentazione cubana, si può presumere, concederà l’approvazione formale solo quando i dati disponibili soddisfaranno tutte le specifiche e i protocolli dell’OMS.

Perché oltre a superare la pandemia nel proprio paese, Cuba spera anche di esportare i suoi vaccini. Ma qui Cuba sta attualmente affrontando alti ostacoli nell’espandere la sua produzione di vaccini. I 100 milioni di dosi di vaccino che all’inizio erano stati promessi per essere prodotti quest’anno rimarranno probabilmente solo una possibilità teorica. I materiali necessari sono diventati estremamente scarsi in tutto il mondo, dato che altri paesi si concentrano sempre più sullo sviluppo di vaccini a base di proteine – da Novavax negli Stati Uniti all’alleanza di Sanofi con GlaxoSmithKline in Europa fino a Anhui in Cina.

Anche se Cuba è “sovrana” nello sviluppo del proprio vaccino, come indica il nome del vaccino “Soberana”, non lo è affatto nelle attrezzature da importare e negli ingredienti necessari. Inoltre, come per tutto a Cuba, c’è il pesante fardello dell’embargo statunitense. Non solo limita la capacità di acquistare macchinari e altri mezzi di produzione, ma le minacce di Washington alle banche internazionali rendono le transazioni finanziarie con l’isola manovre complesse e costose.

Di conseguenza, Cuba si concentrerà inizialmente sulla produzione di vaccini sufficienti per inoculare la propria popolazione a livello nazionale. Certamente, una prima spedizione di 30.000 dosi di “Abdala” è andata come gesto di solidarietà al Venezuela, le cui forniture di petrolio a Cuba sono diminuite ma sono ancora essenziali per l’approvvigionamento dell’isola. Altri dodici milioni sono stati promessi, ma non è chiaro quando saranno consegnate.

Saranno anche negoziate ulteriori opportunità di esportazione, preferibilmente con un finanziamento anticipato per l’acquisto dei materiali di produzione. Sono concepibili anche accordi di licenza con paesi come l’Argentina o il Vietnam, che hanno capacità di produzione proprie. In passato, l’OMS ha acquistato vaccini cubani per le campagne di vaccinazione nei paesi del Sud del mondo e potrebbe farlo di nuovo nell’attuale pandemia. A medio termine, i vaccini a base di proteine, come quelli cubani, sono anche adatti per le vaccinazioni di richiamo.

Per quanto importanti possano essere queste prospettive, i vaccini cubani possono affrontare la crisi sanitaria del paese, ma non quella economica. Questo rimane il compito di un’agenda di riforme che dovrebbe mirare a rilanciare l’intera economia, non solo a rendere il settore delle biotecnologie una lussureggiante e spumeggiante mucca da mungere.

La lotta contro la pandemia a Cuba, come altrove, è una corsa contro il tempo. Tra il ritmo della vaccinazione da un lato, e la diffusione del virus e delle sue varianti dall’altro. Se va bene, la campagna di vaccinazione può salvare gli ospedali di Cuba dal collasso, portare gradualmente il paese fuori dall’isolamento e permettergli di riaprire al turismo internazionale in tempo per l’importantissima stagione invernale. Il turismo era l’industria cruciale dell’isola fino all’inizio della pandemia ed è assolutamente essenziale come fonte di valuta estera nell’attuale crisi di offerta.

Ma i vaccini cubani dovrebbero dare spunti di riflessione anche al di fuori dell’isola. In tempi di catene di approvvigionamento globali, qualsiasi idea di “autosufficienza” è rapidamente vista come antiquata. Nella pandemia, tuttavia, le nazioni occidentali industrializzate hanno dovuto imparare che non si può fare affidamento sulla globalizzazione nei momenti di bisogno. Che si tratti di maschere o di vaccini, quando si arriva al dunque, non c’è solo “l’America First”, ma ogni altro paese prova a fare lo stesso.

Il fatto che il settore biotecnologico di Cuba sia riuscito in modo così convincente a sviluppare i propri vaccini con le risorse molto limitate del paese è quantomeno sensazionale. Anche se Cuba deve affrontare mesi di tensione, visto il rapido aumento del numero di infezioni nelle ultime settimane: C’è molto per presumere che, verso l’autunno o l’inverno, il paese sarà tra i primi in America Latina a raggiungere i “tempi post-Covid” con una diffusa immunizzazione della popolazione.

Tratto da:

Viva la Impfung Als einziges Land Lateinamerikas hat Kuba eigene Covid-Impfstoffe entwickelt – und diese sind hochwirksam. Jedoch ruckelt es bei der Produktion.

Traduzione: Cambiailmondo.org

In Perù, Garabombo non è più invisibile. La reazione delle oligarchie e le pressioni esterne dopo la vittoria di Castillo.

di Marco Consolo

Sono ore di alta tensione in Perù. Dal 6 giugno, data del secondo turno delle elezioni presidenziali sono passate più di 2 settimane e l’autorità elettorale peruviana non ha ancora dichiarato ufficialmente vincitore il maestro Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”. In base al totale dei voti scrutinati, Castillo è in testa per circa 44.000 voti (50,12%), contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della mafia che si è fermata al 49,88 %. Il risultato consegna un Paese diviso in due come una mela, con una profonda crisi istituzionale, più di 190.000 decessi a causa della pandemia, una corruzione dilagante, un profondo classismo (in particolare conro i popoli originari) e le sequele di un estrattivismo selvaggio con morti, feriti e detenuti.

Ma non c’è 2 senza 3, ed è la terza volta consecutiva che Fujimori viene sconfitta, dopo il 2011 ed il 2016.

Come da copione latino americano (e di Trump), va in scena il sovversivismo delle classi dirigenti: l’oligarchia bianca, il fascismo peruviano e la destra internazionale  non si rassegnano alla sconfitta, gridano ai brogli e da tempo hanno attivato un piano per non riconoscere la volontà popolare. Già prima del ballottaggio, il blocco sociale composto da oligarchia, latifondi mediatici, settori delle FF.AA. e della magistratura, insieme alla Confindustria locale, ha lanciato una campagna di odio anti-comunista e di false accuse di fiancheggiamento al terrorismo contro Castillo ed il resto della sinistra.

La strategia golpista

Nelle settimane scorse, a Washington è cresciuto il nervosismo e, sotto suggerimento a stelle e a strisce,  la “signora K” aveva invitato inutilmente il terrorista venezuelano Leopoldo Lopez a dar manforte nella campagna elettorale contro il “castro-chavismo”. Non sono serviti gli appelli anti-comunisti di Vargas Llosa a favore della signora K, con una giravolta rispetto al passato degna di miglior causa.  Nè era stato utile l’appello di 23 ex-presidenti di destra ad ammettere le “denunce” (fuori tempo massimo) di K per “brogli” e non riconoscere la vittoria di Castillo. Sforzi che non sono serviti ad evitare la sconfitta nel “cortile di casa” statunitense, nell’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale.

Oggi la signora K, la “mafia fujimorista” (e Vargas Llosa), cercano di evitare che Castillo sia proclamato presidente il prossimo 28 luglio, con sfacciate manovre golpiste.  Ed altresì, risparmiare 30 anni di galera per corruzione a Keiko Fujimori, accusata in vari processi a suo carico.

Per far ciò, utilizzano una strategia di “guerra asimmetrica” diretta dal famigerato Vladimiro Montesinos (ex capo dei servizi segreti, oggi nel carcere dorato della base navale del Callo) e dalla CIA.

E’ una strategia che conta su diverse mosse, comprese quelle del puntuale e sanguinoso attacco contro la popolazione attribuito immediatamente a Sendero Luminoso (formazione praticamente scomparsa da anni) a pochi giorni dalle elezioni.

In un elenco non esaustivo, all’inizio hanno provato a ritardare il più possibile, e con qualsiasi mezzo, il conteggio dei voti per evitare la proclamazione di Castillo, cosa che non ha portato a nulla a causa della differenza dei suffragi, ammessa dalle stesse autorità elettorali.

Vista la mala parata, hanno iniziato a chiedere nuove elezioni “per brogli”, senza uno straccio di prova ed in totale disprezzo delle leggi e della Costituzione peruviana (promulgata dal padre di Keiko, Alberto Fujimori, golpista, corrotto e genocida attualmente in galera), cercando di fare pressioni di ogni genere sull’autorità elettorale. Per fare ciò, la signora K ha arruolato i più famosi avvocati, con compensi milionari.

In queste settimane, si è intensificata la campagna di odio, paura e false accuse di “terrorista” contro Castillo, con l’appoggio dei mezzi di disinformazione di massa, innaffiati da abbondanti flussi di denaro. Una campagna rivelatasi contro-producente visto che, viceversa, ha provocato il rifiuto di metà della popolazione, della poca stampa indipendente e non corrotta, degli osservatori internazionali (tra cui la stessa progolpista OEA, diretta da Almagro).

Parallelamente, si agita la piazza con i suoi sostenitori, i poveri ingannati e i ricchi convinti (che obbligano le loro lavoratrici domestiche a portarne i cartelli di protesta contro Castillo e il comunismo, con la minaccia di licenziamento): cercano lo scontro fisico con i “ronderos” contadini, e quanti si sono mobilitati a Lima da tutto il Paese, con l’obiettivo di provocare scontri, caos, morti e feriti,  e fare intervenire le forze dell’ordine. Ma nonostante le provocazioni, neanche questo ha finora prodotto risultati.

Per non farsi mancare nulla, cercano anche di dare un golpe istituzionale per poter annullare le elezioni, attraverso manovre parlamentari e la nomina di un nuovo Tribunale Costituzionale, in mano a  un parlamento il cui mandato scade fra un mese.

Tintinnio di sciabole

Dulcis in fundo, si agita il sovversivismo nelle FF.AA., spingendo militari in pensione (di cui molti avevano appoggiato Montesinos nel marzo del 1999, come l’Almirante Jorge Montoya) a pronunciarsi contro il “caos político”. Puntuale come un buon orologio, lo scorso 15 giugno, un comunicato di ex–militari di destra delle tre armi, faceva appello alla sollevazione militare contro Castillo. Dietro le quinte, la regia del generale in pensione Otto Guibovich, oggi deputato di Acción Popular, partito dell’altro golpista Manuel Merino, cacciato dalle mobilitazioni studentesche nel novembre 2020.  Il comunicato ha provocato la dura reazione dell’attuale presidente Francisco Sagasti, che ha chiesto alla magistratura di procedere contro i firmatari.

Non è da sottovalutare questo tintinnio di sciabole, possibile anticamera di un golpe del XXI° secolo, con l’avallo del Pentagono e della CIA, per rendere impossibile il governo del maestro Castillo, “comunista, terrorista, incapace e confiscatore della proprietà privata”. Una modalità da non scartare, nonostante le difficoltà interne ed internazionali.

Ma piaccia o no alle classi dominanti, Castillo dovrebbe essere  proclamato presidente il prossimo 28 luglio. A differenza di Garabombo,  personaggio del bellissimo romanzo dello scomparso Manuel Scorza, che diventava invisibile agli occhi dei potenti per meglio difendere i diritti della povera gente, oggi gli invisibili, si sono palesati nella candidatura di un maestro elementare delle Ande peruviane.  Sono gli esclusi di sempre, delle campagne e  delle periferie urbane, impoveriti dal modello capitalista, neo-liberale ed estrattivista, che hanno poco da perdere, perchè possiedono poco o nulla. Sono tra i principali protagonisti della rivolta contro i poteri forti, contro i mafiosi che hanno governato il Paese negli ultimi decenni con il “pilota automatico” della Costituzione varata nel 1993 dal golpista Fujimori.

Dietro le quinte, la Casabianca corteggia i falchi golpisti e cerca affannosamente nuove e più efficaci strategie. Lo fa oggi con il “volto nuovo” di Biden, lo strascico “politico-letterario” del pennivendolo Vargas Llosa, la mafia di Miami e i congressisti come Marco Rubio, da sempre in prima fila nell’attacco ai processi di trasformazione del continente, con la trita propaganda di “libertà vs comunismo”.

Le priorità del maestro Pedro Castillo

Se sarà finalmente proclamato presidente, Castillo propone di arrivare ad una nuova Costituzione, che restituisca protagonismo allo Stato, sia in quanto a politiche pubbliche incisive, che come regolatore del mercato, per passare da una “Economia Sociale di Mercato” (secondo la costituzione golpista) a quello che il suo programma definisce  “Economia popolare con mercati”. Si tratta di un cambio di modello che propone misure urgenti per i primi 100 giorni. Tra le priorità, combattere a fondo la pandemia; rilanciare l’occupazione e l’economia popolare; un processo progressivo verso la seconda riforma agraria; una giusta fiscalità verso le grandi imprese (che oggi evadono sfacciatamente); la convocazione di un referendum costituente con un grande dialogo nazionale e popolare. Detto in altri termini, le priorità  immediate del futuro governo di Pedro Castillo saranno la campagna di vaccinazioni, e la riattivazione económica,  con l’obiettivo di creare occupazione, soprattutto nelle campagne e per le piccole e medie imprese.

Lungi dall’essere un “libro dei sogni”, sono misure urgenti e necessarie per cambiare il destino del popolo peruviano.

Ma sono misure che dovranno essere approvate dal nuovo Parlamento (eletto al primo turno), nel quale le sinistre di Perù Libre e della coalizione Juntos por el Perù non hanno la maggioranza.    Su 130 deputati, possono solo contare con i 37 del primo e i 5 della seconda, più pochi altri che potrebbero allearsi, per arrivare forse a 50. Sarà quindi una battaglia durissima, soprattutto rispetto alla possibilità di redigere una nuova Costituzione, che si può solo vincere con una forte mobilitazione sociale, come quella del novembre 2020 e di questi ultimi giorni.

Nel frattempo, l’accompagnamento internazionale contro le manovre golpiste in atto può aiutare a fare la differenza.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/in-peru-garabombo-non-e-piu-invisibile/

Povero Rampini, ora che “Biden copia la Cina”

di Dante Barontini (da Contropiano)

Dopo Ernesto Galli Della Loggia, non poteva mancare il famoso traduttore Federico Rampini nella per ora breve lista degli opinionisti (fare informazione è un altro mestiere) che hanno ricevuto l’input “si cambia registro”.

Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).

Divertiamoci un po’.

Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Triìum e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occident Joe Biden sta copiando Xi Jinping ali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).

Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.

La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.

E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che 1,4 miliardi abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.

Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?

Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.

Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.

Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”

Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.

Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine…).

Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte vole e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.

Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice teutonica).

La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.

Su questi altri “piccoli dettagli”… silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.

Seconda osservazione: che “a crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.

Terza osservazione: se “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.

Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali…

Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.

Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.

E parecchi silenzi in meno.

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Ripartono le locomotive

Federico Rampini – da La Repubblica

Per qualcuno la pandemia è un ricordo distante, un’immagine che rimpicciolisce nello specchietto retrovisore. La Cina ha cancellato tutti i danni, oggi è più ricca di quanto fosse nell’era pre Covid. La crescita dell’economia cinese nel primo trimestre di quest’anno, +18,3%, segna un record ventennale anche se in parte è dovuto al rimbalzo dopo la paralisi dei lockdown. La recessione del 2020 è stata brevissima in Cina.

Il “metodo Xi Jinping” applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori.

Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.

Nella formidabile performance del dragone cinese ci sono delle fragilità. La Repubblica Popolare si conferma troppo dipendente dalle esportazioni, in una fase in cui il protezionismo non è tramontato. Anzi, una delle rivelazioni della pandemia riguarda il pericolo di affidarsi a una logistica industriale troppo globale e dilatata, esposta a improvvise chiusure di frontiere (nei medicinali ma non solo)

Il mondo post Covid sì riorganizza con un’attenzione alla sicurezza delle catene produttive, che molti Stati cercano di riportare dentro i propri confini. Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali.

L’autogol nella diplomazia sanitaria, dopo la pasticciata (e poi smentita) ammissione che i vaccini made in China sono poco efficaci, rivela i limiti di un sistema allergico alla trasparenza.

Il vero successo della Cina però sì misura a Washington. L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Anche gli Stati Uniti hanno avuto una recessione più breve e meno cruenta del previsto; ora hanno la loro turbo-ripresa e finiranno per cancellare i danni sociali dei lockdown prima del previsto.

Ma in parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil.

Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil.

È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione.

L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica.

Nella gara tra le due superpotenze questa è la vera novità: l’America sta inseguendo un modello cinese, dopo averlo sottovalutato troppo a lungo.

L’Europa è in ritardo su tutti i fronti, ma le riprese gemelle delle due locomotive cinese e americana sono una buona notizia per tutti. Per scegliere un micro-esempio fra tanti: entro pochi anni i consumatori cinesi compreranno la metà di tutti i prodotti di lusso venduti nel mondo, saranno quindi un mercato sempre più trainante per il made in Italy.

Ma un monito viene dal recente infortunio di molte marche occidentali della moda che hanno osato boicottare il cotone dello Xinjiang per condannare gli abusi che Pechino infligge ai diritti umani in quella regione: è partita una massiccia campagna di rappresaglie.

Il nazionalismo cinese non perdona; usa il commercio estero come un’arma strategica di micidiale efficacia. Sempre più spesso, anche nella sfera economica l’Europa sarà messa di fronte a scelte difficili, dovrà decidere da che parte stare, e gli spazi per la neutralità si restringeranno perfino per chi pensa solo a vendere i propri prodotti.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/04/18/povero-rampini-ora-che-biden-copia-la-cina-0138182

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”. Continua a leggere

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

Jean-Luc Mélenchon: Monetizzare e cancellare il debito

Sulla scia dei 50 economisti che su Le Monde hanno firmato un appello riguardo l’annullamento del debito detenuto dalla BCE[i], Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ha pubblicato un interessante articolo su La Tribune, di cui qui offriamo la traduzione[ii].

La signora Lagarde dovrebbe andare al Louvre. Potrebbe così recarsi fino alla stele sulla quale è inciso il Codice di Hammurabi. Certo, non è un testo delicato. «Occhio per occhio, dente per dente» è severo! Ma lo stesso crudele realismo si esprime in un altro modo a proposito di debiti. Il caso trattato è quello del debitore che ha subito i danni di un’alluvione o di un disastro. Il sovrano dell’anno 1750 a. C. dice che questo debitore «non restituirà il grano al creditore, immergerà la sua tavoletta [sulla quale erano segnati i debiti] nell’acqua e non darà l’interesse di quest’anno». Immerga la sua tavola nell’acqua, signora Lagarde! Cancelli i debiti pubblici detenuti dalla BCE. Perché sennò, come il debitore che ha subito l’inondazione, arriverà presto il momento in cui, lungi dal potervi pagare, il debitore le infliggerà la bancarotta totale. Cancelli! Ne abbiamo bisogno oggi per uscire dalla crisi creata dalla pandemia e ripristinare la capacità di azione dello Stato. Continua a leggere

Draghi al volante: il pilota automatico è in riparazione

Dopo la caduta di Giuseppe Conte si sono scatenate violente risse fra i diversi gruppi parlamentari rendendo quasi impossibile la formazione di un nuovo governo. Per ripristinare l’ordine, munito di bastone e di carota, è arrivato il capo-banca

* * * * *

Il 7 marzo 2013, a conclusione della seduta del consiglio BCE, durante la consueta conferenza stampa nella sala di EuroTower, Mario Draghi ebbe a commentare i risultati delle elezioni appena svolte in Italia, senza alcuna maggioranza certa. Il 5 agosto 2011, a quattro mani con il suo predecessore Trichet, il nuovo presidente aveva indirizzato al presidente del consiglio Silvio Berlusconi una lettera segreta per imporre non solo profonde modifiche della legislazione giuslavoristica italiana ma anche l’inserimento nella Carta Costituzionale del principio di pareggio del bilancio, minacciando in ipotesi di diniego la cancellazione degli aiuti economici europei. Come noto tutti i partiti si erano piegati, approvando in tempo record, quasi all’unanimità e senza referendum confermativi, la norma che impediva qualsiasi investimento pubblico futuro, ove questo determinasse un incremento del passivo.

Il pilota automatico

Dopo aver così constatato la fragilità del ceto politico italiano Mario Draghi non esitò ad affermare, con voce pacata ma con  insolente sicurezza, che le elezioni impressionano solo i partiti e i giornalisti, non i mercati; dunque si dichiarò certo che l’Italia avrebbe proseguito il cammino di riforme tracciato dalla BCE, a prescindere da chi avrebbe costituito la compagine governativa. A decidere la via dell’esecutivo in formazione, quale che fosse, era infatti, ormai, un pilota automatico: non ci potevano essere ostacoli o deviazioni. Bisogna riconoscere che l’immagine del pilota automatico rendeva (rende) perfettamente l’idea di quelli che erano (sono) i rapporti di forza e gli equilibri di potere; in ogni caso la successione degli eventi gli diede perfettamente ragione.

Fra il 2013 e il 2018, infatti, le due Camere smantellarono l’intera architettura dei diritti conquistati dai lavoratori, a prezzo di durissime lotte, nel secolo scorso; l’opera iniziata dalla coppia Monti-Fornero (su richiesta della BCE guidata da Draghi) proseguì con Matteo Renzi. Il pacchetto di Decreti Legislativi (il c.d. Jobs Act) autorizzati a larga maggioranza parlamentare ebbero il pieno consenso dell’attuale gruppo interno alla componente di sinistra L&U, ovvero Articolo 1 di Bersani/Speranza, e perfino il voto dell’icona Mario Tronti. Solo la severa sconfitta del Partito Democratico al referendum costituzionale (dicembre 2016) determinò una scomposizione del quadro politico, una crisi delle alleanze acuita dalla contestuale crescita di consensi per la componente sovranista (di destra: Meloni e Salvini). Ma il pilota automatico (in piena funzione pure nel curioso mosaico del governo Gentiloni) continuava ad assicurare il mantenimento della rotta. Nel quinquennio 2013-2018 Mario Draghi, saldo al vertice della BCE, fu il vero indiscusso artefice di un formidabile consolidamento delle privatizzazioni, in particolare nei settori chiave della telefonia, dell’energia, delle banche, delle assicurazioni; in un breve volgere di tempo è radicalmente mutato il sistema-paese.

Mario Draghi

Draghi nacque a Roma nel 1947, durante il IV governo De Gasperi, e questo pare già un segno del destino; per ottenere i fondi del Piano Marshall i comunisti erano stati necessariamente collocati per la prima volta all’opposizione, pur restando costruttivi e partecipi. Il padre, Carlo, era entrato in Banca d’Italia nel 1922, legandosi a Donato Menichella, l’uomo che diresse l’IRI fra il 1936 e il 1944 e poi la Banca d’Italia nel 1946, su indicazione di Luigi Einaudi. Terminato il liceo dei gesuiti romani (il prestigioso Massimiliano Massimo)  e conseguita la laurea alla Sapienza, Draghi, già nel 1971, fu ammesso al Massachussets Institute of Technology su segnalazione (nientemeno!) di Modigliani; nel 1981, a 34 anni, era già ordinario all’Università di Firenze (cattedra di economia e politica monetaria). Goria, ministro del tesoro, lo fece suo consigliere già nel 1983 e questo fu il primo passo in politica di questo giovane ambizioso e brillante, direttore esecutivo della Banca Mondiale fra il 1984 e il 1990. Per nulla al mondo un uomo simile si sarebbe tenuto lontano dalle stanze del governo; anzi! Fra il 1991 e il 2001, quale direttore generale del Ministero del Tesoro (e indifferente al cambio dei ministri temporaneamente in carica) fu il grande regista della prima vasta opera di privatizzazione delle compagnie di stato. La rivoluzionaria normativa in materia di intermediazione finanziaria fu varata in base ad una legge delega, a mezzo di un decreto legislativo, n. 58/1998; dal nome di chi aveva redatto il testo si chiama legge Draghi. Proprio per la lunga esperienza acquisita dentro il ministero e dentro il palazzo della politica fu chiamato in Goldman Sachs, con una funzione apicale, curando in particolare i derivati. Ci rimase per quasi quattro anni, nell’ultimo biennio quale membro del Comitato Esecutivo. Nel 2016 è poi arrivato Barroso, sempre dall’Unione Europea. Poiché era stata proprio Goldman Sachs a riempire la Grecia dei prodotti derivati che causarono il tracollo di quel paese scoppiarono accese polemiche, con accuse di conflitto d’interesse; ma il professor Draghi chiarì – con calma e con garbo – di essere estraneo a quel cattivo affare, la Grecia lo aveva fatto nel 2011,dunque  prima del suo arrivo. E accettò, dopo lo scandalo detto Bancopoli, la proposta di Silvio Berlusconi sostituendo Fazio al vertice della Banca d’Italia, nel dicembre 2005. L’investimento in Goldman Sachs fu affidato al fondo cieco Serena insieme al resto del patrimonio mobiliare; e possiamo naturalmente essere certi che da allora Mario Draghi non ne abbia saputo più nulla, salvo un periodico esame dei riepiloghi inviati dai funzionari del blind trust.  Il resto è storia recente: dal novembre 2011 fino alla scadenza del mandato nel 2019 rimase al vertice della BCE, per poi recarsi in Umbria. L’unico in famiglia a occuparsi di derivati è Giacomo, suo figlio, prima in Morgan Stanley e ora con Hedge LMR (ex trader di UBS). La cronaca giornalistica ci riferisce che da molti mesi il banchiere vive appartato in un borgo umbro, Città della Pieve, con la moglie e un cane bracco ungherese (si chiamerà Orban?), dedito all’ozio e alla lettura; per rispetto non si accenna a quel che mangia e a quanto beve, ma lo presentano come uno sfaccendato a riposo.

Il cambio di passo

La realtà è tuttavia un’altra. Mario Draghi è il vicepresidente del Gruppo dei Trenta (G30), l’organismo creato nel 1978 per iniziativa di Geoffrey Bell, presidente onorario ancora oggi, con il finanziamento della Fondazione Rockfeller. I membri – non più di 30 complessivamente – vengono dai più diversi paesi e rappresentano i diversi possibili punti di vista del moderno capitalismo finanziarizzato e tecnologico; sono economisti, governatori delle banche centrali, ministri del tesoro, una pattuglia scelta incaricata di predisporre consigli a tutti i governi del mondo per mezzo di periodici rapporti. Ne fanno parte Jean Claude Trichet (il vecchio socio della lettera segreta), il neo ministro del tesoro americano Janet Yellen, il governatore cinese della Banca del Popolo Yi Gang, lo spagnolo Caruana, l’israeliano Frenkel, e così via. Incaricato dal G30 di procedere alla redazione del rapporto ai governi del mondo sul rapporto economia/pandemia è stato assegnato proprio al nostro sfaccendato banchiere, insieme a Raguram Raiaw; fu presentato in conferenza stampa il 16 dicembre 2020, quando ormai la crisi di governo faceva capolino. E se incaricò naturalmente, in assenza del fido bracco ungherese rimasto a Pieve della Città, il nostro nuovo presidente del consiglio. Con lui c’erano Victoria Ivashina (proveniente dal Kazakistan, ma ormai brillantemente insediata ad Harward) e Douglas Elliot, entrambi in piena sintonia. Proprio a riposo non doveva essere.

Il rapporto è di grande interesse, pur se ignorato dai commentatori italiani, i quali preferivano occuparsi di questioni più alla loro portata, come il colore degli abiti della sindacalista Bellanova o il disagio del dissidente Di Battista, riducendo le ragioni della crisi alle grottesche liti di cortile fra le bande di maggioranza e minoranza.

Draghi e Raiaw  riprendono, rielaborandoli e adeguandoli alla fase, alcuni spunti di Joseph Schumpeter sul c.d. modello dinamico, a fronte di un oggettivo mutamento delle modalità organizzative del complessivo processo di produzione e profitto. La gigantesca trasformazione originata dalla spinta di continue innovazioni è entrata in contatto con le conseguenze legate alla pandemia; i giuristi potrebbero ricondurre il corona virus nell’ambito del danno evento , contemporaneamente causa ed effetto, senza necessità di ulteriori dimostrazioni. Certamente vi è stata una sinergia che ha moltiplicato geometricamente sia le perdite sia i profitti, le ricchezze e le povertà. Quasi rifacendosi al nostro Christian Marazzi il G30 sembra evocare una sorta di comunismo del capitale per rimediare, almeno nell’immediatezza, alle crepe dell’attuale meccanismo, e assicurare continuità in questo passaggio.

Il flusso delle merci immateriali impone un cambio di passo, qui e ora, al nuovo capitalismo; la pandemia ha evidenziato come l’ipotesi di una sostituzione graduale del vecchio assetto sia ormai insufficiente. Nel 2011 la scelta era stata quella di utilizzare l’austerità e il pareggio di bilancio per smantellare l’impianto tradizionale di welfare  laburista-popolare in tutti gli stati dell’Unione Europea, di far pagare il costo della crisi finanziaria ai lavoratori stabilizzati, di agevolare, imponendolo, l’introduzione di una condizione precaria generalizzata perché più adeguata alle esigenze di profitto. Dunque si diede corso al taglio di personale pubblico, alla privatizzazione dell’istruzione e della sanità, al contenimento della spesa; il pareggio di bilancio, invocato da strutture statali in deficit istituzionale permanente, costituiva una manovra tutta politica di attacco funzionale al processo di sussunzione da realizzare nella fase di transizione. Nel 2020, dopo il susseguirsi di crepe e di crisi, cambia il programma; si torna all’utilizzo dell’indebitamento per investire, per sanare i guasti, per consolidare il cambiamento e tenere fermi i nuovi rapporti di forza conseguiti dal capitale durante lo scontro sociale in atto.

In forme diverse, negli ultimi anni, si è sviluppata una scomposizione del quadro politico tradizionale, una ripartizione del consenso elettorale così variegata da rendere difficile qualsiasi sintesi, anche per i troppo frequenti cambi di sentiment in territori regionalizzati e quasi atomizzati. Il prepotente ingresso sulla scena di movimenti nazionalisti, di componenti apertamente reazionarie e xenofobe, perfino di violenti scontri motivati con richiami alla religione, tutto ciò ha creato qualche intoppo nel funzionamento del pilota automatico; nei singoli stati la risoluzione delle difficoltà ha richiesto una certa dose di creatività, diversificandosi in Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, Polonia, Italia (fra le esperienze indubbiamente più fantasiose, come di consueto siamo un laboratorio). La pandemia ha acuito i problemi; non ci si può stupire che nella cabina di regia non si siano limitati alla strategia di contenimento, ma abbiano deciso di usarla. Seize the opportunity! Specie dopo aver deliberato la spesa, l’investimento allo scoperto di cassa, la scelta di un deficit.

La distruzione creatrice. Il progetto del Group of Thirty

Rielaborando Schumpeter il rapporto stilato da Mario Draghi e presentato il 16 dicembre 2020 si fonda su una vera e propria distruzione creativa, capace di calarsi nella fase attuale di crisi e trasformazione per costruire un nuovo diverso equilibrio con i fondi stanziati. In questa situazione a ben poco servono elezioni; tanto la soluzione sarebbe la stessa a prescindere dall’esito. Il povero Tsipras vinse ampiamente il suo referendum, ma gli servì a nulla; le condizioni non erano trattabili, o le accettava o lo facevano quadrato. Si arrese a Mario Draghi inteso come male minore.

Il progetto di distruzione creativa non prevede affatto di conservare o ripristinare il precedente status quo ante. Le attuali regole sono assai chiare, come ebbe ad esporre l’attuale direttore del Tesoro Alessandro Rivera: i fondi vanno a chi possa presentare un fatturato pregresso di almeno 50 milioni, non sia in stato di oggettiva decozione, intenda investire almeno 100 milioni in un tempo preciso. L’ingresso della parte pubblica gioca un ruolo primario, a garanzia delle banche, con il fine di preservarle dai rischi connessi ai finanziamenti andati a vuoto; quindi (ma è cosa diversa dalla vecchia IRI di Beneduce e Menichella) lo Stato entra direttamente in partita per controllare  il complessivo meccanismo. Con buona pace dei nostalgici legati alla manifattura il progetto Draghi (e del G30) non teme affatto il rischio di un incremento della disoccupazione; si lascia anzi intendere che non si debbano sprecare risorse per il salvataggio di imprese che non appaiano capaci di assicurare la loro sopravvivenza al termine della pandemia. La distruzione riguarda proprio loro, senza alcun senso di colpa e senza ripensamenti. L’idea forza sta nel ritenere che solo procedendo in questa maniera potranno emergere nuove possibilità di accesso al lavoro e al reddito (Draghi è persona garbata, non lo chiama accesso allo sfruttamento). E’ questa una concezione di taglio palesemente sviluppista che vede le nuove tecnologie (digitalizzazione) e la trasformazione ecologica (il tema ambientale) tutte piegate alle esigenze del nuovo capitalismo finanziario e informatico. Dentro questo schema non si consuma solo il tradizionale conflitto fra operai e capitale ma prevede anche una inevitabile resa dei conti all’interno delle strutture d’impresa.

Il governo di unità nazionale

Pandemia e inadeguatezza del ceto politico rendono necessario il tagliando e il pilota automatico è momentaneamente in officina per interventi di manutenzione. Nelle more il suo inventore, Mario Draghi, si è messo al volante per evitare incidenti di percorso. Persona decisa, ma al tempo stesso prudente, ha accettato l’incarico solo dopo aver ottenuto l’adesione di quasi tutto lo schieramento politico, da destra a sinistra, con la sola opposizione, naturalmente serena e costruttiva, della ex-fascista Giorgia Meloni, che così garantisce il contraddittorio e la dialettica parlamentare.

Dopo Ciampi, Dini e Monti la Banca d’Italia si incarica di mandare i suoi funzionari al governo di unità nazionale. Questa volta ci siamo risparmiati le lacrime comuniste che avevano accompagnato il voto di fiducia a Dini, il ministro Speranza (pure lui laureato alla LUISS peraltro) è rimasto al suo posto senza necessità di un pianto dirotto. Siamo ben oltre la maggioranza Ursula, aveva ragione la cattolica Victoria Ivashina (Pontifical Catholic of Perù prima di Harward) nel ritenere che Mario Draghi avrebbe portato a termine la missione, tenendo incollate tutte le forze litigiose delle due camere. Giustizia e lavoro si caratterizzano per nomine sostanzialmente interlocutorie. Orlando è stato ministro durante il Jobs Act, ma varò anche le norme penali sul caporalato; è certo più gradito a Confindustria della Catalfo, ma non è neppure totalmente un forcaiolo. Cartabia è una cattolica un po’ bacchettona (non si è mai rassegnata all’introduzione dell’aborto) ma non è priva di sensibilità sociale. Scuola e ricerca sembrano procedere con cautela, senza scossoni probabilmente, a giudicare dai prescelti. Il ritmo del nuovo esecutivo appare chiaro guardando le nomine legate alla spesa: Colao, Franco, Giovannini, Garofoli, Cingolani sono una squadra di tecnocrati guardinghi e collaudati, in piena sintonia con il rapporto del G30 e con lo stile di Draghi. I politici, siano essi leghisti pentastellati o democratici, si adegueranno, accontentandosi di una percentuale, esattamente come se fosse ancora in funzione il pilota automatico. E i giornalisti come Fubini o Buccini eviteranno accuratamente di misurarsi sul tema spinoso delle imprese da finanziare o abbattere, limitandosi come sempre a dissertare di spread, di Mes, di nulla, scrivendo qualsiasi cosa purché a pagamento. Il bracco ungherese può passeggiare tranquillo nel parco privato di Pieve della Città.

 

 

FONTE: http://effimera.org/draghi-al-volante-il-pilota-automatico-e-in-riparazione-di-gianni-giovannelli/

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La dinamica macroeconomica recente dei Territori Palestinesi

Accertate le considerevoli differenze che sussistono tra le due entità geografiche che li compongono, potrebbe fornire un quadro fuorviante procedere all’analisi economica e sociale dei Territori Palestinesi nel suo complesso; riteniamo pertanto più significativo procedere, sin dove la disponibilità dei dati lo consente, alla disamina della situazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in modo disaggregato. Continua a leggere

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione.

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela

Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

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Il giallo del pipistrello. E non solo. Le “non-conclusioni” della missione scientifica a Wuhan.

di Marinella Correggia

Un’unica certezza: non è stato il maggiordomo. E se colpevole (senza colpa) fosse stato il pipistrello, non avrebbe agito da solo. Continua il giallo delle origini virali. Il Sars-CoV-2, imputato per la pandemia di Covid-19, come e perché ha fatto il salto di specie dall’ospite animale? E il teatro del crimine – il luogo della trasmissione alla popolazione umana -, è stato davvero, nel dicembre 2019, l’ormai tristemente famoso mercato ittico di Huanan a Wuhan, la città primo epicentro al mondo? E ci sono altre ipotesi?

Non è arrivato a una conclusione nemmeno il team di esperti internazionali dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che ha lavorato per un mese in Cina insieme a 17 colleghi locali, rivedendo studi, conducendo interviste, effettuando sopralluoghi. Insomma, cerchiamo ancora, è stata la promessa ripetuta nella conferenza stampa del 9 febbraio, a Wuhan. Finora è stata esclusa una sola delle ipotesi in campo. E il panorama delle indagini si è allargato al mondo intero.

Quattro ipotesi da studiare meglio; anzi tre (esclusa la fuga dal laboratorio). Obiettivi della missione erano da un lato verificare il luogo e la data di partenza dell’epidemia – e secondo varie ricerche cliniche condotte dai cinesi, non ci sarebbe evidenza di una trasmissione comunitaria nella città prima del dicembre 2019. Dall’altro di trattava di capire con quali modalità il virus si sia introdotto nella popolazione umana e abbia potuto circolare e in quali luoghi – considerando che nel dicembre 2019 il mercato di Huanan non è stato l’unico focolaio a Wuhan e che allo stato delle informazioni, e che la via esatta della diffusione del virus nel mercato non è stata individuata.

Il capo della missione dell’Oms a Wuhan, il danese Peter Ben Embarek ha spiegato in conferenza stampa: «Il lavoro sul campo non ha stravolto le percezioni che avevamo ma ci ha dato molti elementi. Abbiamo lavorato su quattro ipotesi chiave circa l’introduzione del virus Sars-CoV-2 nella popolazione umana e per ciascuna abbiamo valutato sistematicamente i pro e contro in modo razionale per futuri studi. Primo: salto di specie diretto da un serbatoio animale alla popolazione umana. Secondo: introduzione del virus mediante un’altra specie, ospite intermedia, potenzialmente più vicina agli umani, nella quale il virus si sarebbe meglio adattato e avrebbe potuto circolare per poi saltare agli umani. Terzo: la catena alimentare, in particolare prodotti alimentari congelati che agivano come superficie per la trasmissione agli umani e tutte le trasmissioni legate al cibo. Quarto: la possibilità di un rilascio accidentale da un laboratorio». Ha proseguito Ben Embarek: «La seconda ipotesi è la più probabile e sarà la pista per future ricerche, in collegamento con l’ipotesi della trasmissione attraverso le catene del freddo».

Invece l’ultima ipotesi di introduzione nella popolazione umana l’incidente della fuoriuscita da un laboratorio virologico non sarà più studiata: è ritenuta «altamente improbabile» in quanto «benché gli incidenti possano accadere, un simile virus non era stato oggetto di nessuna pubblicazione da parte di ricercatori; e i vari laboratori visitati, incluso quello di virologia, sono molto sicuri».

Comunque «tutto il lavoro compiuto continua a ritenere le popolazioni di pipistrelli il serbatoio naturale di questo virus e di virus simili. Ma la città di Wuhan non è vicina ad ambienti ricchi di pipistrelli, quindi la prima ipotesi, il salto diretto, è improbabile. Occorre trovare quale altra specie animale possa aver introdotto il virus, particolarmente nel mercato di Huanan».

Per Lian Wannian, capo del team cinese che ha collaborato con la missione, «coronavirus geneticamente collegati al Sars-CoV-2 sono stati identificati in diversi animali, fra cui pipistrelli detti “ferro di cavallo” e pangolini. Tuttavia campioni prelevati nello Hubei non hanno trovato evidenze di virus relativi al Sars-CoV-2 e campioni su animali selvatici in diverse parti della Cina finora non hanno trovato la presenza di Sars CoV-2». Come conseguenza dell’ipotesi, comunque (e per fortuna), il povero mammifero con le scaglie, in precedenza commercializzato seppure in modo illegale, è stato promosso al livello di protezione del panda.

Sempre per Lian Wannian, inoltre, «visoni, mustelidi, felidi e altre specie sono altamente suscettibili all’infezione e questo suggerisce che potrebbero essere un serbatoio ma non ci sono abbastanza dati». Milioni di visoni allevati soprattutto in Danimarca sono stati macellati – nelle tipiche scene infernali che accompagnano spesso le epidemie zoonotiche – perché negli allevamenti si è scoperta una trasmissione del virus da lavoratori ad animali e viceversa. Tanto che il sito ecologista Reporterre ha dedicato un’inchiesta https://reporterre.net/Les-elevages-de-visons-en-Chine-a-l-origine-du-Covid-19-Les-indices-s-accumulent alla possibilità che il salto del virus Sars-CoV-2 dal pipistrello, suo serbatoio naturale, all’umano, sia passato per quegli animali da pelliccia – e non per il pangolino.

Entrami i capi delegazione hanno ribadito che «grandi quantità di test relativi al Sars-Cov-2 sono stati condotti su molte specie animali, domestiche e selvatiche, anche nel resto del paese, ma non si è riusciti a trovare una specie animale potenziale serbatoio. Quindi non sembra che ci fosse ampia circolazione, nel 2019 e oggi, del virus in specie animali».

Giallo anche sull’ipotesi tre. Gli stand del mercato vendevano (prima della chiusura) soprattutto animali congelati, in particolare ittici, ma anche prodotti – e animali vivi – provenienti da allevamenti di specie di origine selvatica. Sono stati identificati venditori, fornitori e fattorie da diverse aree della Cina e anche dall’estero. Si continuerà su questa pista, ha spiegato il capo delegazione, compresa quella della catena di approvvigionamento di prodotti animali congelati.

Anche per Lian Wannian «nel mercato di Huanan, prima della chiusura, è stata rilevata la presenza di superfici altamente contaminate, compatibili con la presenza di persone infette o prodotti animali contaminati della catena del freddo». La possibilità di sopravvivenza del virus anche in condizioni di refrigerazione è da verificare. L’ipotesi di una importazione del virus da altri paesi, con la catena del freddo, è stata evocata già mesi fa da Pechino.

E adesso indagini a tutto campo anche nel resto del mondo

Fra le raccomandazioni del team, c’è quella di valutare se il virus fosse già presente in altri luoghi e paesi. La prospettiva è dunque di una ricerca internazionale. Alla domanda se il virus possa essere arrivato da altri paesi a Wuhan per esempio con viaggiatori asintomatici, Marion Koopmans, virologa olandese membro del team, ha citato la ricerca in Italia

(https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/cs-n%25C2%25B039-2020-studio-iss-su-acque-di-scarico-a-milano-e-torino-sars-cov-2-presente-gi%25C3%25A0-a-dicembre), indicando però che occorrono conferme. Sia Ben Embarek che Lian Wannian hanno precisato che adesso le ricerche devono continuare in tutto il mondo. Il danese ha precisato: «»In ogni caso occorre un approccio senza frontiere. Sulle popolazioni di pipistrelli, la Cina ha già testato molto ma nella sub regione si è fatto molto meno. Inoltre il passaggio alle persone può aver coinvolto viaggi e passaggio di frontiere fino a Wuhan. Occorre dunque verificare se in quella fase temporale ci fossero individui infetti anche in altri paesi.

Nel mistero fitto, il Centro cinese per il controllo delle malattie e la prevenzione ha dichiarato agli inizi del 2021 che «potrebbe servire molto tempo per trovare il virus. Potrebbe anche sparire prima che venga individuata l’origine».

In ogni caso, è tempo di cambiare radicalmente i rapporti fra il mondo umano e quello animale. Selvatico e allevato.

Italia primo paese europeo a ratificare la Convenzione Ilo su eliminazione di violenza e molestie sul lavoro

di Silvana Cappuccio

Finalmente è tolleranza zero verso violenza e molestie di genere al lavoro: l’Italia è il primo paese europeo ad avere ratificato la Convenzione 190 dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro, adottata a Ginevra nel 2019 in occasione del centenario dell’Organizzazione.

Il testo si può ben definire di portata storica: contiene ed esplicita principi e diritti che in tutte le realtà del mondo sono quotidianamente ignorati o messi in discussione, se non calpestati, in contesti di ordinaria indifferenza.

Le norme, fortemente volute dal sindacato internazionale e dai sindacati italiani, contengono molti elementi di qualità, primo tra tutti il riconoscimento del diritto al luogo di lavoro libero da violenza e molestie, incluse quelle di genere, come diritto umano, che in quanto tale riguarda tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dal loro status contrattuale. Include coloro che sono in formazione, tirocinanti, apprendisti, licenziati, alla ricerca di lavoro e anche i datori di lavoro.

La copertura universale della Convenzione è fondamentale, se solo si pensa che la violenza di genere rimane una delle violazioni dei diritti umani vergognosamente più tollerate nel mondo del lavoro. Secondo le statistiche Onu, il 35% delle donne – 818 milioni di donne a livello globale – di età superiore ai 15 anni ha subito violenza sessuale o fisica a casa, nelle comunità o sul posto di lavoro. In Italia, il 31,5 % secondo i dati Istat.

La definizione di violenza e molestie è stata oggetto di lunghe e difficilissime discussioni a Ginevra tra rappresentanze di imprese, sindacati e governi, prima che si raggiungesse l’intesa. Si trattava di esprimere in maniera chiara comportamenti che spesso nella realtà sono subdoli e si avvalgono di opache ambiguità nei rapporti di potere. Alla fine, il compromesso si è raggiunto su “un insieme di pratiche e di comportamenti inaccettabili, o la minaccia di porli in essere, sia in un’unica occasione, sia ripetutamente, che si prefiggano, causino o possano comportare un danno fisico, psicologico, sessuale o economico, incluse la violenza e le molestie di genere”.

L’espressione “violenza e molestie di genere” indica la violenza e le molestie nei confronti di persone in ragione del loro sesso o genere, o che colpiscano in modo sproporzionato persone di un sesso o genere specifico, ivi comprese le molestie sessuali. Sono molestie anche quei comportamenti che, indipendentemente dalla finalità, comunque violino la dignità della persona, siano dannosi per la salute o creino un ambiente di lavoro ostile.

Le norme sono formulate con chiarezza e coprono un ambito di applicazione tanto ampio quanto ben definito. La Convenzione, infatti, si applica alla violenza e alle molestie che si verifichino in occasione di lavoro, in connessione con il lavoro o che scaturiscano dal lavoro, più esattamente: nel posto di lavoro, inclusi gli spazi pubblici e privati se questi costituiscano luogo di lavoro; in luoghi in cui si riceve la retribuzione, in luoghi destinati alla pausa o alla pausa pranzo, oppure nei luoghi di utilizzo di servizi igienico-sanitari o negli spogliatoi; durante gli spostamenti o i viaggi di lavoro, formazione, eventi o attività sociali correlate con il lavoro; a seguito di comunicazioni di lavoro, anche quelle rese possibili dalle tecnologie dell’informazione; all’interno di alloggi messi a disposizione dai datori di lavoro; durante gli spostamenti da e per il luogo di lavoro.

La violenza domestica, la forma di violenza più diffusa e difficile da eliminare, ha innegabili ripercussioni sul lavoro e la salute; per questo tutte le istituzioni del mondo del lavoro devono adoperarsi per identificare, reagire e intervenire sulle sue conseguenze.

Tre le traiettorie da seguire per l’attuazione della legge. La prima è data da prevenzione e protezione, per tutelare le persone nei settori, professioni, modalità di lavoro in cui risultino maggiormente esposte. Si affiancano specifici meccanismi di ricorso e risarcimento adeguati ed efficaci, anche con l’accesso a sistemi di risoluzione delle controversie e di denuncia, dotati di funzioni sanzionatorie, garantendo il diritto di abbandonare il lavoro quando questo costituisca un pericolo serio e imminente alla vita, alla salute o alla sicurezza. Essenziale, poi, intervenire con la sensibilizzazione, attraverso processi mirati di informazione e formazione dappertutto, dalle aziende alle scuole ai diversi canali social. La legge di ratifica conclude l’iter parlamentare, adesso è il momento dell’attuazione delle norme. Fase tanto necessaria quanto complessa, oggi più che mai. La pandemia ha aumentato violenza, molestie e ricatti contro le donne in tutte le aree del mondo. Occorre battersi affinché tutti i Paesi adottino le leggi nazionali, ratificando la Convenzione. Mentre i governi affrontano gli impatti della crisi sanitaria globale, non possiamo permettere che la fine della violenza e delle molestie scivoli in fondo alla lista delle loro priorità.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo

di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

La carovana dei migranti si infrange contro i muri delle polizie dei paesi centroamericani

di Vittorio Bonanni

Non ci sono segnali che l’amministrazione Biden modifichi le politiche antimigratorie nei confronti dell’America centromeridionale.

E’ bastato l’annuncio di un cambiamento di linea da parte della Casa Bianca nei confronti degli immigrati a scatenare il desiderio di 9mila uomini, donne e bambini, provenienti dall’inferno dell’Honduras, a sperare in una vita diversa. Esattamente come nell’autunno del 2018. Anche in quel caso migliaia di migranti fuggirono dalle proprie terre, come oggi aiutati solo dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa appunto dei rifugiati, e che oggi inoltre ha potuto aiutare un centinaio di bambini honduregni trovati in uno stato di denutrizione. Continua a leggere

Elezioni in Ecuador: emergono gli indigeni.

Alle presidenziali si profila un ballottaggio fra il candidato correista Arauz e l’indigeno Yaku Perez. Alle legislative avanza Pachakutik espressione della Conaie

Domenica 7 febbraio in Ecuador si sono svolte sia le elezioni Presidenziali sia le parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, oltre a quelle per l’elezione dei 5 membri del parlamento indigeno, in un clima di grande attesa e partecipazione. In base ai dati ufficiali trasmessi dal Cne (Consiglio Nazionale Elettorale) dell’Ecuador, come previsto l’affluenza è risultata molto elevata, ben 81,24%, a testimonianza della percezione dell’importanza di questa doppia tornata elettorale, soprattutto per le presidenziali. Continua a leggere

Matilde e le suore cabriniane di Matiguàs (Nicaragua)

di Marco Consolo

Non avevo idea che quel viaggio avrebbe cambiato la mia vita, per sempre. Correva l’anno 1983, avevo 25 anni. Conoscevo qualcosa dell’Europa, percorsa in lungo e largo con l’autostop e i viaggi in Vespa. Ma il salto del otro lado del charco mi avrebbe aperto un continente e la sua storia. La tragedia e l’allegria del tentativo di riscatto sociale di milioni di esseri umani, che iniziavo a conoscere.

Io venivo dal movimento studentesco, poi dai collettivi di quartiere, dalla cosiddetta sinistra extra-parlamentare italiana. Ero un giovane comunista eterodosso. Nonostante tutto un “mangia-preti”, come scherzosamente ci si chiamava. In quanto a religione cattolica, a Roma conoscevamo l’opulenza vaticana, la contraddizione tra il verbo e l’azione ed eravamo molto critici verso le gerarchie ed i loro dogmi di fede. Certo, anche in Italia avevamo avuto la nostra “teologia della liberazione”, l’esperienza dei “preti operai”, dei “preti di periferia”, di gruppi come “Cristiani per il socialismo” che, proprio a Roma, avevano un loro punto di riferimento importante nella Basilica di San Paolo. Alcuni dei giovani (e meno giovani) con cui militavo venivano da quell’esperienza, ma non era il mio caso. Avevo passato la mia infanzia como “chirichetto”, ma mi ero allontanato dalla parrocchia e dalla Chiesa cattolica a 13 anni, quando avevo iniziato a frequentare il movimento studentesco e le periferie povere della città.

Certo, di America Latina mi occupavo da un po’. Ho ancora vivo il ricordo della folla immensa e silenziosa di uno sciopero degli studenti a Roma, il giorno del golpe di Pinochet in Cile. Era il 1973, un altro 11 settembre. E poi l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il dimenticato Perù, le tante facce degli esiliati che iniziai a frequentare. Un’umanità che è stata una scuola per molti, per curiosità intellettuale, passione politica e condivisione. Ma, come dicono in America Latina, “no es lo mismo verla venir, que hablar con ella….” .

Pochi anni dopo, il 19 luglio 1979 la guerriglia sandinista entrava a Managua, capitale del Nicaragua, rovesciando la sanguinaria dittatura della dinastia dei Somoza. Via via che il processo rivoluzionario si approfondiva, aumentavano le contraddizioni con i latifondisti e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Da subito, il Nicaragua si trasformò nel terreno di sanguinosa sperimentazione della nuova modalità della “guerra di bassa intensità” della Casabianca: embargo economico, accerchiamento diplomatico, guerra dell’informazione, aggressione militare, violenza e distruzione ne sono stati gli ingredienti.

A Roma entrai in contatto, quasi naturalmente, con l’Associazione Italia-Nicaragua (AIN) e da subito iniziai a dare una mano. L’AIN appoggiava la Rivoluzione Popolare Sandinista con solidarietà politica, con informazione su quello che accadeva nel Paese, con progetti di sviluppo e l’invio di aiuti materiali, con Brigate di lavoro composte da persone che volontariamente dedicavano il loro tempo e le loro vacanze per aiutare il popolo nicaraguense in maniera disinteressata.

Si parte…

Inicio - ARA Tours Nicaragua

E cosi nel dicembre del 1983, presi un volo per Managua. Atterrato, trovai una città senza centro, piena di rovine, fantasma di una città distrutta dal terremoto del ‘72 e dalla guerra di liberazione fino alla vittoria del 19 de Julio del ‘79.

Mi accolse una casa di un compagno nicaraguense che era stato in Italia.

Nella casa viveva anche una religiosa francese che lavorava nel Ministero della Riforma Agraria. La suora era stata compagna di Lèoni Duquet e Alice Dumond, due suore desaparecidas durante la dittatura militare in Argentina. Si chiamava Ivonne Pierrot, ed era dovuta  andare in esilio per salvare la pelle, travestita da nonnina su una sedia a rotelle. Molti anni dopo è tornata nel suo Paese, insieme alla democrazia. Mi hanno detto che era poi tornata in Argentina, nella provincia di Misiones, dando vita ad un ostello-rifugio in cui ha accolto i poveri e gli indigenti ed in cui ha fondato anche una scuola. Ivonne era (e sono certo che ancora lo è) una persona squisita e collaborava attivamente e con il massimo impegno, con il “processo sandinista”. Ci ha lasciati nel 2017.

Fu il primo impatto diretto con una suora “speciale”, lontana dai cliché che avevo conosciuto in Italia, quello dei religiosi abituati alla comoda vita dei nostri Paesi occidentali.

Con lei, girammo il Paese: mi fece conoscere las bananeras y algodoneras de Chinandega, las haciendas ganaderas di Rivas, tutte passate ad essere “Area de Propriedad del Pueblo” , come si chiamavano le aziende statali. E poi un giorno la suorina ci portò al Nord, al confine con l’Honduras, in piena zona di guerra.

Dopo ore di jeep e di strade di fango arrivammo a una finca, “La sorpresa”, tra i  cafetales che si estendevano a vista d’occhio del Nord di  Jinotega. Quella sera, in piena montagna, ricordo un “acto de solidaridad”  con i palestinesi, con la presenza di molti contadini della zona, sul piazzale dell’hacienda. Era il Nicaragua di quegli anni. Mi colpì molto, come los cafetales in fiore, uno spettacolo di rara bellezza.

Cafetales florecidos: fotografía de Café Hacienda Horizontes, Marsella - Tripadvisor

Dopo qualche settimana di andirivieni, di notti insonni per il caldo del tropico, di racconti, di orrore e di speranza (che a tratti mi parve quasi ingenua), avevo deciso che sarei tornato a vivere in Nicaragua, a echarle el hombro al proyecto, per “aiutare” ed imparare.

E così ho fatto, con l’entusiasmo e la ragione. Di ritorno in Italia, lavorai duramente un anno, come pittore edile,  “pintor de brocha gorda”, per mettere insieme qualche dollaro per i primi mesi, per non pesare sul Paese, trovare lavoro ed una sistemazione.

E alla fine di quell’anno ripresi l’aereo per il Nicaragua, questa volta con un biglietto di sola andata. Non avevo limiti di tempo, pensavo rimanere qualche mese, forse un anno. Non immaginavo che ci sarei rimasto 5 anni che avrebbero cambiato per sempre la mia vita.

Entre cristianismo y revoluciòn no hay contraddiciòn!! o…..

Sin la participaciòn de la mujer no hay revoluciòn!!

Così dicevano due slogan molto in voga. E non avrei mai pensato di viverlo così da vicino, dal di dentro.

Sono passati quasi 40 anni, ma quei ricordi sono indelebili.

En todos los tiempos - BARRICADA
Foto: Barricada

Managua, come città, non mi è mai piaciuta. E dopo qualche giorno dal mio arrivo, decisi che la capitale non faceva per me. Scalpitavo per andarmene.

Con amici della cooperazione italiana conobbi un loro progetto a Matiguás, nel Nord del Nicaragua, Dipartimento di Matagalpa. Era una zona difficile, di frontiera, e la cooperazione internazionale non operava con personale straniero, per i pericoli della guerra. Ma io non ero un cooperante, ero un giovane internazionalista, “comprometido” che aveva voglia di capire, di conoscere, di imparare, di crescere. Ero abbastanza curioso e volevo vivere da vicino la realtà rurale, e feci una scelta di cui non mi sono mai pentito.

Dopo pochi giorni ero arrampicato su un vecchio bus strapieno, tra galline e maialini diretto al Nord, verso questo paesino che sarebbe stata la mia prima “scuola rivoluzionaria”.

Matiguás sta in una pianura, en las primeras estribaciones de la cordillera dariense. Era un paesino di meno di 5000 abitanti. In quegli anni era zona peligrosa, di guerra, ma questo non bastò a fermarmi.

Sceso dal bus, chiesi indicazioni su come arrivare alla casa de “las monjas del pueblo”. La casa delle Misioneras del Sagrado Corazòn de Jesus, stava davanti al loro “Colegio”, un Istituto Tecnico a vocazione Agraria. Bussai alla porta e mi aprì Matilde, la hermana mayor della piccola comunità delle “cabriniane”. Non avevo lettere di presentazione, credenziali, né la raccomandazione di qualche gerarchia ecclesiastica. Nulla che, in qualche modo, mi accreditasse.

Ricordo ancora la faccia incredula di Matilde, di fronte a questo ragazzo, con una specie di zaino in spalla, che un po’ impacciato, in uno scarso spagnolo, cercava di spiegarle che aveva deciso di venire a dare una mano. All’inizio mi guardò seria, un po’ stupita da questa apparizione. Gli spiegai le mie intenzioni e dopo qualche minuto sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Non so ancora se per lei rappresentassi un segnale della provvidenza divina. Di certo, con generosità, mi aprì da subito le porte della loro casa, cosa che mi lasciò a bocca aperta. Fu così che da giovane “mangia-preti”, iniziai a convivere con 3 suore che mi avevano aperto la loro casa, il loro cuore ed offerto un tetto.

Las cabrinianas de Matiguas eran monjas comprometidas, Rivoluzionarie fino al midollo. C’era Ana Jilma, una giovane guatemalteca, Nieves, una spagnola con un carattere allegro, e Matilde, un’argentina più anziana, ma non per questo meno “comprometida” con el proceso revolucionario. Era la madre superiora. Col tempo scoprì che Matilde faceva Giovagnoli di cognome, ed era naturalmente di origini italiane. Le tre sorelle lavoravano a stretto contatto con il Frente Sandinista della zona. I compagni venivano spesso a trovarle e a consultarle, per avere il loro punto di vista.

Matilde era la Directora del Colegio, e il motore della piccola comunità religiosa. Ana Gilma insegnava. Nieves lavorava nel piccolo Centro di Salute dove, tra gli altri, arrivavano i feriti e i morti della guerra e delle imboscate della “contra”.

Tre donne coraggiose, che mi hanno insegnato molto: il rispetto reciproco, il coraggio, la dedizione, la perseveranza, la comunanza di valori. Lavoravano senza risparmiarsi a fianco della popolazione.

Terra, salute, istruzione, una alimentazione sana per tutti. La rivoluzione sandinista era coerente con la loro scelta di fede. Come si sa, tre ministri del governo sandinista erano preti cattolici, nei dicasteri di Esteri, Cultura, Educazione, sacerdoti che avevano disobbedito al Papa accettando cariche politiche. Entre cristianismo y revolucion no hay contraddicion. L’ho toccato con mano per quasi un anno. Ho sentito e capito in quei momenti che c’era una mistica, per me laica, per loro religiosa, che ci accomunava.

ENTRE CRISTIANISMO Y REVOLUCIÓN NO HAY CONTRADICCIÓN – PORTAL PUEBLO!
Gaspar Garcìa Laviana, sacerdote guerrigliero caduto in combattimento nelle file del FSLN

La solidaridad es la ternura de los pueblos

Matilde e le altre sorelle mi ospitarono per mesi a casa loro. Poi chiesi di poter vivere nel retrobottega della scuola, dato che non volevo pesare su di loro. Matilde capì e diede il suo visto bueno.

Anche con il sostegno dell’Associazione Italia-Nicaragua di Roma e Brescia, nella loro scuola costruimmo un piccolo ostello per una ventina di ragazzi, figli dei contadini che venivano a studiare nell’ Istituto Agrario. Con l’aiuto di brigate di canadesi, spagnoli, italiani, qualche tedesco. Nessuno veniva da comunità religiose, ma tutti collaboravano con entusiasmo. Piccone, zappa, martelli, chiodi, muratori improvvisati, sotto la guida di un giovane nica, Toño, che aveva qualche esperienza in più. Nel fango fino alle ginocchia, a scavare, a costruire il sogno, a fare rivoluzione con i sacchi di cemento caldo sulle spalle e il cibo scarso.

Matilde coordinava, spronava, cercava appoggi e faceva l’impossibile perché il progetto avanzasse.

Io, forse per la prima volta in vita mia,  passai molti mesi in silenzio. Chiedevo e ascoltavo, cercando di interpretare nuovi codici, segnali, griglie di lettura. Empapandome de aquello. Gli occhiali decisamente cambiati per leggere una realtà che iniziavo lentamente a decifrare.

Devo molto a Matilde, alle molte sere in cui parlavamo per ore, a scuola, per strada, nel patio della casa, sotto alberi di mango e avocado. Matilde mi raccontava del ruolo della congregazione, a Managua, a Diriamba, dell’insurrezione del luglio ’79 e delle atrocità del dittatore Somoza. Di quando aveva conosciuto l’Italia, Roma, la mia città, con cui aveva un rapporto contraddittorio.

E una volta che andai a Roma a cercare fondi per il progetto della scuola, mi affidò una lettera per la Madre Superiora della Congregazione, che andai a trovare a Via Cortina d’Ampezzo. In quella lettera, (mi immagino) Matilde raccontava il ruolo che la Congregazione stava avendo a favore delle trasformazioni sociali, contro gli attacchi della parte più conservatrice della gerarchia ecclesiastica che non vedeva di buon occhio l’opzione per i poveri incarnata dal lavoro missionario, come testimonianza di fede cristiana. La visita in Nicaragua di Papa Wojtyla era stata un cattivo segnale per la “Iglesia de los pobres” che aveva scelto di stare a fianco della rivoluzione.

Ricordo l’entusiasmo di Matilde, la sua speranza nel cambiamento del Paese di cui quelle suore erano parte attiva, i suoi dubbi e le sue critiche quando i sandinisti commettevano errori, la sua fina ironia che non lasciava mai spazio al pessimismo.

Ricordo le despedidas delle brigate di lavoro della solidarietà, con i piccoli regali che le suore decidevano di consegnare, come un souvenir, un piccolo ossequio e una maniera semplice di ringraziare per l’appoggio ricevuto e di lasciare nel cuore di ognuno quell’esperienza. Ana Gilma si incaricava di prepararli, con l’aiuto e la supervisione di Matilde. Sembravano quasi bambine, sorridevano, con il piacere della sorpresa che stavano preparando.

Ana Gilma al lavoro….

La solidarietà internazionale stava realizzando un sogno che era anche il loro, per far studiare i figli dei contadini poveri, gli stessi che in molti casi formavano le cooperative agricole. Quelle cooperative che anche a Matiguás erano in prima fila, fatte dai migliori quadri contadini e braccianti senza terra che ha avuto la rivoluzione sandinista. Erano i primi a cadere sotto gli attacchi e le imboscate della “contra”, difendendo con le armi la terra che la rivoluzione gli aveva assegnato con un titolo di proprietà, per la prima volta nella loro vita.  Matilde era al loro fianco, con le parole e con le azioni. Non ne ha mai dubitato e spingeva i ragazzi a studiare, a prepararsi per un futuro migliore.

Matilde al centro, i ragazzi a sinistra e chi scrive alla lavagna…

A Matiguás, viveva da qualche anno anche un altro italiano, Tonino, un agronomo. Era un compagno che veniva dalla Campania se non ricordo male. Aveva viaggiato e vissuto in Europa, ma dopo “el triunfo” si era trasferito in Nicaragua, a Matiguás.  Sposato con una donna nicaraguense, con due figli, aveva un carattere burbero, ma era un uomo onesto ed impegnato. Un comunista, di poche chiacchiere. Come la sua terra, fatta di fatica. Anche lui frequentava la “casa de las monjas” e diventammo amici. Condivideva sogni e speranze con Matilde e le altre sorelle. Qualche tempo dopo, purtroppo Tonino morì in un incidente automobilistico tornando da Managua. Fu un duro colpo per tutti e per Matilde in particolare che gli voleva molto bene.

Il dolore ci accompagnava, inesorabile. Il prezzo da pagare per conquistare il diritto al futuro era alto. La guerra ce lo ricordava ogni giorno, con gli attacchi contro i contadini e le imboscate in montagna. Matilde ne soffriva e i suoi occhi si riempivano di lacrime quando purtroppo ci confidavamo a voce bassa le cattive notizie.

La ricordo come una donna pragmatica, profondamente umana, con una energia fuori dal comune, non si fermava mai, era uno stimolo per tutti. Lei, nata argentina, sentiva in carne propria il dolore e l’allegria del popolo nicaraguense.

Un giorno venne a trovarci Peter Marchetti, un teologo gesuita nordamericano molto rispettato, che collaborava con il governo sandinista nella riforma agraria e nello sviluppo rurale. Per le “cabriniane” (e anche per me) era un giorno speciale. Matilde era emozionata, preparò succhi di frutta e per l’occasione importante comparve anche qualche biscotto, introvabili in tempi di guerra, scarsezza e bloqueo. Rimanemmo ore a parlare con Marchetti.  Matilde ascoltava, chiedeva opinioni, curiosa come sempre, cercava conferme della sua fede religiosa e della sua scelta a favore dell’opzione per i poveri.

E anche quella volta, a fine serata, ricordando Gianni Bosio, mi sono detto: “anche oggi siamo stati all’università”.

Da allora sono passati molti anni, ma ancora oggi sono profondamente grato a Matilde e alle religiose cabriniane per avermi insegnato molto, senza mai chiedere niente a cambio. Un grazie sincero per avermi aiutato nel difficile compito di costruire coscienza e di non perdere la memoria.

Nota: Un estratto di questo ricordo à stato pubblicato in una edizione speciale di un libro dedicato a Matilde realizzato dalla congregazione “Misioneras del Sagrado corazàn de Jesùs” in occasione del suo 90° compleanno.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/matilde-e-le-suore-cabriniane-di-matiguas-nicaragua/

The Great Reset: una nuova rivoluzione passiva

di Germinello Preterossi (da http://www.lafionda.org)

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i più ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralità dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro. Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, però, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta però intatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si può anche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai più conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e può mistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è). Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lì scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicò l’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, però, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata può essere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto. La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciò, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia così facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

 

FONTE: https://www.lafionda.org/2021/02/01/the-great-reset-una-nuova-rivoluzione-passiva/

Andrea Vento (Giga): Gli effetti economici e sociali della pandemia

di Andrea Vento

Durante il 2020 l’economia mondiale ha registrato la più grave recessione (-3,5%) dalla crisi del 1929 con milioni di persone hanno perso il lavoro e sono sprofondate nella povertà, mentre le 500 persone più ricche del Terra, equivalenti allo 0,001% della popolazione mondiale, hanno visto le loro fortune crescere più di quanto accaduto negli otto anni precedenti. Al contempo aumenta ulteriormente il trend delle disuguaglianze e la povertà è ripresa a crescere. Sarà sufficiente la ripresa economica del 2021 ad invertire le tendenze sociali sperequative oppure è necessario un ripensamento del sistema economico dominante a livello globale? Continua a leggere

Golpe in Myanmar

di Alessio Fraticcioli (da Asiablog.it)

La signora Aung San Suu Kyi è stata arrestato in un colpo di stato militare: le Forze Armate hanno (ri)preso il potere dichiarando un anno di stato di emergenza

All’alba di lunedì 1° febbraio l’esercito del Myanmar ha lanciato un colpo di stato arrestando la signora Aung San Suu Kyi, leader del Paese asiatico, e i principali esponenti del governo civile salito in carica cinque anni fa.

Qualche ora dopo un canale televisivo militare ha annunciato che i poteri sono stati trasferiti al capo dell’esercito, il generale Min Aung Hlaing, e che il Paese rimarrà in “stato di emergenza” per un anno.

Intanto i voli interni sono stati sospesi e il principale aeroporto internazionale di Yangon, la più grande città del Myanmar, è stato chiuso. Continua a leggere

“UNA SOLA CASA”: migranti e migrazioni al tempo del Covid-19. Una importante pubblicazione dello CSER

Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme

L’introduzione al volume di P. Lorenzo Prencipe (Presidente CSER)

Al 22 dicembre 2020 il coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina e dà il via a quella che nel giro di pochi mesi è diventata una pandemia globale da Covid-19, ha prodotto nel mondo 77.534.614 casi di contagio e 1.706.032 morti (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine (1) ) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale, oltre 3 miliardi di persone.

Ad ogni modo, se la peste nera del XIV secolo, in un solo anno, dal 1348 al 1349, ha causato la morte di circa 22 milioni di persone in Europa portando la popolazione europea del tempo da 74 a 52 milioni complessivi, se l’influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, arrivò a infettare circa 500 milioni di persone nel mondo, provocando la morte 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi di persone, non è azzardato affermare che l’epidemia da Covid-19 è meno distruttrice in vite umane e in relazioni sociali delle precedenti pandemie che hanno attraversato la storia delle nostre società, anche se gli sguardi terrorizzati dei contagiati più gravi e la continua crescita numerica dei morti giornalieri riportano in superficie la memoria personale e collettiva di ansie e paure mai sopite.

La pandemia da Covid-19 ha comunque provocato una grave situazione sanitaria mondiale che si è rapidamente trasformata in pesante crisi economica e sociale. Senza voler sopravvalutare analisi, dibattiti e polemiche che caratterizzano le coperture mediatico-politiche di ogni grande crisi nelle nostre società occidentali e senza sottovalutare il prezzo in vite umane e in disagio psicologico, sociale ed economico che tutti gli strati sociali delle popolazioni mondiali (soprattutto le più povere e marginalizzate) stanno pagando, vogliamo qui sottolineare alcune conseguenze che la pandemia da Covid-19 sta producendo  sulle migrazioni e su migranti e rifugiati, aggravandone le condizioni di vita. Continua a leggere

Desert storm. Il 17 gennaio 1991 il mondo cambiò. L’annuncio venne dalla Cnn: «Qualche cosa sta accadendo là fuori, i cieli sopra Baghdad si sono illuminati»

di Alberto Negri (da Il Manifesto del 15/1/2021)

Lo speciale di oggi de il manifesto ci racconta come il mondo cambiò il 17 gennaio 1991. Accadde con queste parole della Cnn trasmesse dall’Hotel Rashid: «Something is happening outside… the skies over Bagdad have been illuminated». «Qualche cosa sta accadendo là fuori, i cieli sopra Baghdad si sono illuminati». E c’era anche per il manifesto l’inviato Stefano Chiarini. Trent’anni – tanti ne sono passati – sono un’era geologica per qualunque professione, per il giornalismo in particolare, ma quello che accadde allora si riflette ancora sotto i nostri occhi e guida le nostre azioni e reazioni. Continua a leggere

A proposito di Patrimoniale: La Lettera dei “MILIONARI PER L’UMANITA’”: tenuta nascosta ai più e che va invece rilanciata e diffusa

Questa iniziativa che raccoglie 83 multi-milionari (in euro o dollari) da diversi paesi del mondo, è datata ad alcuni mesi fa; stranamente, non vi è stata una particolare risonanza nell’opinione pubblica mondiale e nazionale su una posizione che qualche risonanza avrebbe dovuto averla, in tempi come questi. Il filtro mediatico mainstream diretto da altri, più potenti milionari che la pensano diversamente, è stato poderoso. Tale da bloccare un pericoloso vaccino che rischiava di fare una breccia sistemica.

Eppure la proposta c’è ed è attiva. Sarebbe utile diffonderla e farla circolare così da non sentirsi orfani qualora si sostenga la necessità di una patrimoniale sulle grandi ricchezze nazionali e internazionali. D’altra parte, se non si è in grado di costruire alleanze con pezzi di mondo che mantengono una certa dignità e alcuni valori condivisibili, resta solo di cadere definitivamente nel braciere approntato da coloro che di dignità e valori se ne fottono.

Un ultimo inciso: ammesso (e niente affatto concesso) che questa tassazione “immediata, sostanziale e permanente” venga introdotta trasferendo al pubblico le risorse necessarie alla salvaguardia dell’umanità, è indispensabile evitare che al governo degli stati si reinsedino quelli dell’altra sponda. Altrimenti, la partita di giro assomiglierebbe all’incommensurabile Pacco, doppio pacco e contropaccotto di Nanni Loi. Dunque bisognerebbe prepararsi per bene.

Per quanto riguarda l’ascendenza nazionale dei firmatari, vale anche la pena notare, con inquietudine e a conferma che disponiamo della borghesia più accattona d’Europa, come non vi figuri alcun figuro multimilionario del Bel Paese.

 

 

“Millionaires for Humanity”

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

Ai nostri compagni cittadini del mondo:

Mentre il Covid-19 colpisce il mondo, i milionari come noi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nella guarigione del nostro mondo. No, non siamo quelli che si prendono cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non guidiamo le ambulanze che porteranno i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi di alimentari o consegnando cibo porta a porta. Ma abbiamo soldi, molti. Denaro di cui c’è un disperato bisogno ora e che continuerà ad esserlo negli anni a venire, mentre il nostro mondo si riprende da questa crisi.

Oggi noi sottoscritti milionari chiediamo ai nostri governi di aumentare le tasse su persone come noi. Subito. Sostanzialmente. Permanentemente.

L’impatto di questa crisi durerà per decenni. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in più nella povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il lavoro con la chiusura delle aziende, alcune in modo permanente. Ci sono già quasi un miliardo di bambini che non vanno a scuola, molti dei quali non hanno accesso alle risorse di cui hanno bisogno per continuare il loro apprendimento.

E, naturalmente, l’assenza di letti ospedalieri, maschere protettive e ventilatori è un doloroso e quotidiano promemoria dell’inadeguato investimento fatto nei sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo. I problemi causati e rivelati dal Covid-19 non possono essere risolti con la carità, per quanto generosi. I leader di governo devono assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi di cui abbiamo bisogno e di spenderli in modo equo. Possiamo assicurarci di finanziare adeguatamente i nostri sistemi sanitari, scuole e sicurezza attraverso un aumento permanente delle tasse sulle persone più ricche del pianeta, persone come noi.

Abbiamo un enorme debito con le persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale. La maggior parte dei lavoratori essenziali sono gravemente sottopagati per il peso che portano. All’avanguardia in questa lotta ci sono i nostri operatori sanitari, il 70% dei quali sono donne. Affrontano il virus mortale ogni giorno al lavoro, mentre si assumono la maggior parte della responsabilità per il lavoro non retribuito a casa. I rischi che queste persone coraggiose abbracciano volentieri ogni giorno per prendersi cura del resto di noi ci impongono di stabilire un nuovo, reale impegno reciproco e verso ciò che conta davvero.

La nostra interconnessione non è mai stata così chiara. Dobbiamo riequilibrare il nostro mondo prima che sia troppo tardi. Non ci sarà un’altra possibilità per farlo bene. A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro, la nostra casa o la nostra capacità di sostenere le nostre famiglie. Non stiamo combattendo in prima linea in questa emergenza e abbiamo molte meno probabilità di essere le sue vittime. Quindi per favore. Tassaci. Tassaci. Tassaci. È la scelta giusta. È l’unica scelta. L’umanità è più importante dei nostri soldi.

 

I firmatari:

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

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‘Millionaires for Humanity’
Sign On Letter

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

 

To Our Fellow Global Citizens:

As Covid-19 strikes the world, millionaires like us have a critical role to play in healing our world. No, we are not the ones caring for the sick in intensive care wards. We are not driving the ambulances that will bring the ill to hospitals. We are not restocking grocery store shelves or delivering food door to door. But we do have money, lots of it. Money that is desperately needed now and will continue to be needed in the years ahead, as our world recovers from this crisis.

Today, we, the undersigned millionaires, ask our governments to raise taxes on people like us. Immediately. Substantially. Permanently.

The impact of this crisis will last for decades. It could push half a billion more people into poverty. Hundreds of millions of people will lose their jobs as businesses close, some permanently. Already, there are nearly a billion children out of school, many with no access to the resources they need to continue their learning. And of course the absence of hospital beds, protective masks, and ventilators is a painful, daily reminder of the inadequate investment made in public health systems across the world.

The problems caused by, and revealed by, Covid-19 can’t be solved with charity, no matter how generous. Government leaders must take the responsibility for raising the funds we need and spending them fairly. We can ensure we adequately fund our health systems, schools, and security through a permanent tax increase on the wealthiest people on the planet, people like us.

We owe a huge debt to the people working on the frontlines of this global battle. Most essential workers are grossly underpaid for the burden they carry. At the vanguard of this fight are our health care workers, 70 percent of whom are women. They confront the deadly virus each day at work, while bearing the majority of responsibility for unpaid work at home. The risks these brave people willingly embrace every day in order to care for the rest of us requires us to establish a new, real commitment to each other and to what really matters.

Our interconnectedness has never been more clear. We must rebalance our world before it is too late. There will not be another chance to get this right.

Unlike tens of millions of people around the world, we do not have to worry about losing our jobs, our homes, or our ability to support our families. We are not fighting on the frontlines of this emergency and we are much less likely to be its victims.

So please. Tax us. Tax us. Tax us. It is the right choice. It is the only choice.

Humanity is more important than our money.

 

The Signers

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

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