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I paradossi della transizione ecologica

Tonino D’Orazio. 17 settembre 2022.

E’ saltato tutto. Ma già l’aver inserito il nucleare e il gas nell’elenco delle attività classificate dall’Unione europea come “sostenibili dal punto di vista ambientale”, delineava uno dei paradossi degli aspetti contraddittori della cosiddetta transizione energetica. In verità ne inficiava già la naturalezza ponendola su scala del mercato dell’energia e del profitto. Tutti i dati sono riferiti a prima della guerra in Ucraina.

E’ un assioma, pur rigirandolo da ogni parte, per creare energia bisogna consumare altro, quindi la parola creare è inappropriata, meglio ottenere. Mi direte che quello pulito può essere l’eolico o il fotovoltaico. Passo sopra solo per non elencare i costi connessi, dai materiali particolari, alla loro acquisizione e alla loro eliminazione o riciclaggio (non sempre possibile). Oltre che alla loro aleatorietà, se c’è sole o se c’è vento, e all’incapacità di stoccaggio dell’elettricità stessa. La produzione di energia da fonti rinnovabili per le auto elettriche sta generando tensioni sulla domanda e sui prezzi di “minerali critici” quali rame, litio, nickel, manganese, cobalto, zinco e terre rare. Tutti da scavare.

Esiste anche un argomento pregnante del mercato capitalistico. Lo vedete i colossi energetici mollare gli enormi benefici e mollare la presa ricattatoria sugli utenti, sulle popolazioni, e ormai sugli Stati? Chiunque ha oggi un impianto fotovoltaico, e pensa di essere diventato autonomo, (un po’ sì, se non si bada ai costi iniziali), è sottomesso alle decisioni Enel sul trasferimento del prodotto, sull’acquisto, sul limite di produrre di Kw (5) per abitazione (potreste arricchirvi con di più!), sull’utilizzo di una eventuale batteria di accumulo (es. se l’Enel stacca la luce, o questa salta, non potete usare la vostra batteria, non esiste swich …), ecc.

Il progetto del M5S, (110 Bonus), che in fondo prevede l’unica opzione politico economico-energetico per il futuro, cioè quello di tappezzare gran parte dei tetti d’Italia con il fotovoltaico per una certa autonomia e indipendenza di cittadinanza, dei costi risparmiati dall’utilizzo di energie fossili e inquinanti, non riesce a uscire dagli sbarramenti che i grandi monopoli introducono costantemente. E comunque l’Enel non riuscirebbe a gestire un eventuale afflusso enorme di energie rinnovabili, stagionali o meno. Non vorrei che l’energia verde sia un inganno vista l’impossibilità fisica di sostituire le attuali fonti di energia. Nonostante migliaia di miliardi di investimenti in energia verde, questa non rappresenta più del 3% dell’energia mondiale attualmente consumata. Immaginate tutti quelli “green” che hanno impiantato solo le pompe di calore per quest’inverno?

Anche gli altri paradossi sono pesanti. Soprattutto se si prevedono interventi per ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 e arrivare nel 2050 a emissioni zero. Cosa che presuppone effetti solo per i semplici cittadini, automobili e case, tralasciando quindi i consumi più inquinanti delle petroliere, dei porta-container, e dell’aviazione civile e militare, Negli ultimi 5 anni il parco auto circolante in Europa è passato da 248 a 268 milioni di veicoli, dilatando anche il divario di età. Tra le auto in media più giovani (in Lussemburgo e Regno Unito) e quelle più vecchie (Estonia, Lituania e Romania) c’è una differenza anche di 10 anni. Nel 2021 nel mondo sono state prodotti 80.145.988 di veicoli tra trasporto passeggeri e commerciali. Cifra ben lontana dal record del 2017, quando le fabbriche sparse in tutto il mondo ne sfornarono più di 97 milioni, ma in risalita rispetto al terribile 2020, fermo a 77.621.528 unità. Secondo l’annuario statistico dell’Aci, quelle che circolavano sulle strade del nostro Paese erano 36.751.311 milioni nel 2010. Un numero destinato a salire fino a 39.717.874 nel 2020, per i circa 50 milioni di cittadini maggiorenni.

In Europa nel 2020 appena lo 0,44% dei veicoli circolanti era un’auto elettrica. Di queste, 53mila immatricolate nel nostro paese. Il paradosso sta tra il sogno e la realtà. Non sarà possibile il ricambio complessivo dei veicoli europei. Non sarà possibile costruire in Europa almeno 10 milioni di colonnine di ricarica. L’impoverimento complessivo della popolazione, impedirà l’acquisto massiccio di costosi veicoli elettrici, con autonomie così ridicole da essere utilizzati misti o solo come city car. L’attuale discorso del “tutto elettrico” è semplicemente fuorviante, è un vicolo cieco fisico. Affermare da un giorno all’altro che non ci saranno più veicoli a combustione interna entro il 2035 è fisicamente insostenibile, è un’impossibilità materiale.

Nel condurre le politiche di riduzione, l’Ue continua a mantenere un’alta dipendenza energetica dall’estero, con importazioni nette pari al 57,5% dei suoi consumi, quota che sale all’83,6% per il gas naturale e al 97% per il petrolio greggio. I Verdi tedeschi ringraziano Putin del taglio netto di questi prodotti, propedeutico al sole verde dell’avvenire. Ma il 2030 è dietro l’angolo e la guerra in corso ha fatto saltare tutti i buoni propositi.

Risale l’uso del carbone. Nei primi dieci mesi del 2021, prima della guerra, vi sono incrementi a doppia cifra della produzione di energia elettrica con il carbone: +21,0% rispetto all’anno precedente nell’Unione europea a 27, con +27,1% in Germania e +17,8% in Polonia, i due Paesi che concentrano il 70,1% dell’elettricità prodotta con il carbone nell’Unione.

In Italia la produzione di elettricità dipende per il 47,7% dal gas, quota più che doppia del 20,1% della media dell’Unione europea. L’escalation della quotazioni del gas europeo si è traslata sul mercato elettrico, che dal varo del Green Deal a gennaio 2021 si è moltiplicato per 4,9 volte, con effetti pesanti, spesso drammatici, sui costi di produzione delle imprese e sulle famiglie. Nei primi undici mesi del 2021 la quota di gas liquefatto è scesa al 14% delle importazioni, ben 5,6 punti in meno rispetto al 19,6% del corrispondente periodo del 2019.

I principi generali della politica ambientale europea, a cui si dovrebbero conformare gli interventi fiscali del Green Deal prevedono una tassazione basata sul principio “chi inquina paga”. Alla prova dei fatti, però, tale principio risulta ampiamente disatteso. Nel 2020 la tassazione ambientale nel nostro Paese è del 3,0% del Pil, di 0,8 punti superiore al 2,2% della media Ue, uno spread che vale 13,2 miliardi di extra-prelievo. L’Italia, con questo livello di tassazione green, si colloca al 6° posto tra i 27 paesi dell’Unione europea, tuttavia si posiziona al 18° posto per emissioni di CO2 per abitante. Nel confronto tra le due maggiori economie manifatturiere europee, l’Italia registra un’intensità di emissioni del 28,7% inferiori a quelle della Germania a fronte di una tassazione ambientale superiore del 77,8% (1,3 punti di Pil in più rispetto all’1,7% della Germania). Paradosso, incongruenza, disorganizzazione, furto legalizzato dei monopoli privati, paga di più chi consuma meno, si paga la Tari a m2 invece che a persona inquinante…?

E adesso che siamo in guerra (solo all’inizio e anche all’inizio delle speculazioni legali di mercato neoliberista), tutto è decuplicato nei costi, sia all’origine che al consumo; si riaccendono le imprese elettriche a carbone; quelli che li hanno riaccendono i reattori nucleari, (ma tanto questi sono “ambientalmente sostenibili”), si blocca il foto-voltaico generalizzato del 110-Bonus, ecc … In fondo se il Green Deal era l’invenzione di una nuovo rilancio industriale di un capitalismo disperato, dobbiamo dire che sta fallendo. Al limite dispiace perché in fondo era legato alla produzione e al lavoro, non solo alla finanziarizzazione. Se era veramente un rilancio pulito ed ecologico per il futuro, dobbiamo dire che è fallito, non idealmente certo, ma nel paradosso della cruda realtà e dell’aver sognato oltre le possibilità reali in così poco tempo e l’aver sognato che il capitalismo buono di mercato avrebbe fatto la sua parte.

Avvisi russi: la guerra nucleare è imminente

di Tonino D’Orazio, 15 settembre 2022.

Gli sponsor dell’Ucraina hanno ricevuto DUE seri ultimatum; Uno del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, l’altro del membro del Consiglio russo ed ex presidente Dmitry Medvedev. Quest’ultimo avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le sue vere operazioni! Compreso l’uso di armi nucleari.

Sergej Lavrov:

“Il successo una tantum al fronte [la scorsa settimana] è stato mostrato solo grandiosamente dalla stampa. Il bilancio delle vittime lungo tutta la linea degli scontri ha superato i diecimila [ucraini], i feriti stanno riempiendo tutti gli ospedali, mancano le ambulanze. Le forze alleate [russe] impiegate nella lotta contro i nazisti erano appena centinaia. E poi la situazione politica è peggiorata. In Ucraina circolavano voci secondo cui fosse stata la Russia a “ritirarsi” per insabbiare qualcosa di grosso. Mentre i “patrioti” aspettavano una tregua, la Russia ha colpito gli impianti elettrici. In precedenza, il comandante in capo Zaluzhny aveva riferito a Zelensky della formazione di un grande gruppo navale della Marina russa nel Mar Nero, comprese le navi d’assalto anfibie. L’Occidente teme che la colpa sia del fallimento della truffa del grano. In primo luogo, Putin ha sottolineato al WEF che la Russia e i paesi poveri sono stati ingannati nell’accordo sul grano. Poi Erdogan lo ha ammesso. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite ha dovuto ammetterlo, anche se è stato fatto un tentativo di sottrarsi. Negli Stati Uniti dissero che andava tutto bene, ma presto i loro esperti riconobbero di nuovo la mancanza di effetti adeguati dell’aumento dei cereali sul mercato. L’Ucraina e molti dei suoi sponsor, a quanto pare, hanno ricevuto un duro ultimatum: o il grano va in Africa, e la Russia apre un mercato alimentare internazionale, oppure la Marina russa blocca di nuovo i porti ucraini, ma questa volta con lo sbarco delle truppe [russe] con la distruzione di tutte le infrastrutture portuali. Allo stesso tempo, l’intera infrastruttura ucraina “crollerà”. Approssimativamente come ciò accadrà è già stato mostrato. Si potrebbe dire che è stato un saggio sulle conseguenze se gli interessi russi fossero ignorati”.

Mentre il ministro degli Esteri Lavrov si è concentrato sulla truffa del grano, dove su 87 navi mercantili piene di grano ucraino, solo DUE navi sono andate in paesi “bisognosi” – il resto è andato in Europa – ecco un avvertimento molto più diretto dall’ex presidente russo Dmitry Medvedev. E’ equivalente alla minaccia della nuova premier del governo britannico Liz Truss sul premere il bottone senza remore. Di seguito, Medvedev avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere i russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le vere operazioni!

“La camarilla (cricca) di Kiev ha dato vita al progetto delle “garanzie di sicurezza”, che è di fatto un prologo alla terza guerra mondiale. Naturalmente nessuno darà “garanzie” ai nazisti ucraini. Dopotutto, è quasi come applicare l’articolo 5 della Nato (Trattato di Washington) all’Ucraina. Per la Nato è la stessa cosa, vista solo di lato. Ecco perché fa paura. I nostri amici giurati – capi occidentali di vario calibro, a cui è rivolto questo appello – devono finalmente capire una cosa semplice. Riguarda direttamente la guerra ibrida tra Nato e Russia. Se questi idioti continuano a pompare senza freni il regime di Kiev con i tipi di armi più pericolose, prima o poi la campagna militare salirà a un altro livello. I confini visibili e la potenziale prevedibilità delle azioni delle parti in conflitto scompariranno. Seguirà il proprio scenario militare, coinvolgendo nuovi partecipanti. È sempre stato così. E poi i paesi occidentali non potranno sedersi nelle loro case e appartamenti puliti, ridendo di come stanno indebolendo accuratamente la Russia con le mani di qualcun altro. Tutto si accenderà intorno a loro. Il loro popolo coglierà il dolore nella sua interezza. Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento. Ne avremo molti anche noi. Sarà molto, molto male per tutti. Del resto si dice: «Per questi tre flagelli, fuoco, fumo e zolfo, che uscivano dalla loro bocca, un terzo del popolo morì» (Ap 9,18). I politici dalla mentalità ristretta e i loro ottusi think tank, roteando premurosamente un bicchiere di vino nelle loro mani, parlano di come possono trattare con noi senza entrare in guerra diretta. Imbecilli ottusi con un’educazione retrograda. (Dmitrij Medvedev)

Medvedev non nasconde la sua minaccia nucleare. Quando ha scritto “Tutto si accenderà intorno a loro” e “Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento“, si riferisce in modo chiaro e inequivocabile a ciò che accade esattamente in un’esplosione nucleare. Noi occidentali siamo avvertiti, ancora una volta, che le azioni che intraprendiamo porteranno gli Stati Uniti e l’Europa a essere colpiti dalle armi nucleari russe! Quanto più diretti ancora possono dircelo i russi? Ci dicono cosa accadrà. Ci hanno messo in guardia più e più volte da quando le loro operazioni militari speciali sono iniziate a febbraio, ma i nostri funzionari del governo sembrano ridere come una sorta di “atteggiamento”. A mio parere, questa non è una posa, per niente. Mi sembra che i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa non credono che stanno causando a tutti noi la possibilità di annientamento nucleare, fino a quando una vera bomba nucleare non volerà attraverso la loro finestra e ci fa precipitare nell’aldilà! Continuando a fornire armi sempre più letali all’Ucraina, i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa faranno uccidere molti di noi”. (Hal Turner) (E’ un commentatore politico americano di estrema destra molto conosciuto).

Non è mia intenzione aggiungere paura, ce ne hanno già riempita parecchia a tutti in questi ultimi anni, ma la strada sta diventando scivolosa, passo dopo passo, e se veramente la Nato, in un modo o in un altro accoglie l’Ucraina nel suo sistema di “sicurezza collaterale” allora la guerra non sarà più ibrida, (per conto terzi), ma diventa chiaramente generale, Nato contro Russia.

Finanza e mercato dell’energia

di Raffaele Picarelli

L’esponenziale incremento della quotazione del gas e, in generale dell’energia, sta mettendo in ginocchio le economie occidentali e innescando una gravissima crisi sociale a causa della speculazione finanziaria ai cui interessi è asservita la governance politica. Occorre contrastare questa deriva tramite massicce mobilitazioni popolari che, previa acquisizione della genesi del fenomeno, avanzino richieste mirate ed efficaci che portino ad un cambio di paradigma.

Premessa

L’articolo che segue vorrebbe dare una risposta (o cercare di farlo) ad alcune domande che sorgono spontanee in ordine alle ragioni dell’andamento fuori controllo del mercato dell’energia europeo, che si traduce, per la stragrande maggioranza delle popolazioni, in aumenti sproporzionati delle bollette energetiche (gas e luce) e, quindi, in un cospicuo immiserimento delle loro condizioni di vita.

Come è possibile che una materia prima come il gas naturale, che ha un costo di produzione per le aziende produttrici da 2 a 5 euro per megawattora (MWh), arrivi a raggiungere sul mercato un prezzo da 40 a 80 volte tanto?

I prezzi del gas, da oltre sei settimane, si sono stabilizzati oltre 200 euro a MWh, fino a toccare punte di 340. Ci si potrebbe chiedere: il fenomeno è dovuto a un aumento reale della domanda e/o a una riduzione reale dell’offerta? Di questo sono certi i molti commentatori economici e politici che affollano i talk show e scrivono sui giornali.

Ma come è possibile questo se la domanda industriale di gas è calata di oltre il 9% tra la seconda metà del 2021 e la prima del 2022, e se la riduzione dell’offerta russa causata dalle sanzioni occidentali sarebbe compensata, come dicono, da offerte di gas di altra provenienza?

Per “considerazione del rischio geopolitico”, dichiara solennemente Francesco Starace, amministratore delegato di Enel (Il Sole – 24 Ore del 4 settembre).

Per la guerra in Ucraina, cantano all’unisono nel coro mainstream.

C’è qualcosa che non quadra in tutto questo: come è possibile che la causa degli aumenti sia la guerra in Ucraina se già nell’ottobre/dicembre 2021, cioè vari mesi prima dello scoppio delle ostilità, l’aumento del prezzo del gas, rispetto ai primi mesi del 2021, era del 500 – 600%? Fino a raggiungere nella media dei prezzi spot1 TTF di dicembre 2021 l’ammontare di oltre 110 euro al MWh? (tabella 1)

Oggi l’aumento del prezzo del gas è arrivato al 1000% anche sul timore della penuria di gas in inverno.

Allora come stanno le cose? Entrambi gli aumenti, quello di oggi e quello precedente alla guerra in Ucraina, hanno spiegazioni e motivazioni finanziarie.

Cosa significa?

Significa che la finanza, e in particolare la finanza derivata (future, swap, opzioni ed altre cose più o meno misteriose), trae spunto (e sponda) da eventi da essa attesi (meglio supposti), previsti (meglio ipotizzati), ovvero “costruiti” di appositamente con “rumors” fatti trapelare ad hoc attraverso la stampa, specializzata o meno, per fare delle scommesse (speculazioni), al fine di guadagnarci il più possibile.

E’ costretto a dirlo il già menzionato Starace nell’articolo sopracitato: nel meccanismo di formazione del prezzo del gas entrano considerazioni che “nulla hanno a che fare con la tensione […] tra domanda e offerta o con il prezzo della materia prima”.

È noto a molti che la finanza, e all’interno di questa la finanza derivata, abbia un ruolo centrale nella riproduzione del modo di produzione vigente. E lo ha anche nei meccanismi del settore dell’energia e nella formazione dei prezzi convenzionali del TTF.

Una notazione conclusiva: il Prodotto lordo mondiale nel 2020 è stato pari a circa 85 mila miliardi di dollari; il “valore nozionale” cioè il valore di materie prime, beni e titoli finanziari che costituiscono il sottostante delle operazioni di finanza derivata, ha superato il milione di miliardi, con un rapporto fra le due entità di circa 1 a 12.

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra aprile 2021 e agosto 2022.

Fonte: Elaborazione dati European Gas Spot Index.


I prezzi spot in del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in al mc
Costo in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20

Il mercato del gas Title Transfer Facility (TTF)

Il mercato a termine del gas TTF di Amsterdam è la causa principale della macroscopica crescita dei prezzi del gas. È stato istituito – ed è stata una scelta politica – quale parte del mercato energetico della UE. Si tratta di un mercato virtuale (un “hub”) per lo scambio all’ingrosso di gas naturale. Il TTF è anche un indice.

Sul TTF si vendono e si acquistano gas e future sul gas, cioè rispettivamente contratti spot con consegna di gas a brevissimo termine, generalmente il giorno successivo, e contratti future per scambiare una certa quantità di gas in una data futura (per es. dicembre 2022) ad un prezzo prestabilito.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di forniture indicizzati al TTF, cioè all’andamento dell’indice TTF preso come valore medio mensile, frutto della media dei prezzi spot giornalieri del mese precedente a quello dell’effettiva fornitura.

I prezzi future, cioè quelli per la consegna a più lungo termine, sono invece utilizzati come riferimento per le offerte di fornitura di gas a prezzo fisso.

Alcune offerte a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale.

I valori del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi del 2022 sono pressoché identici come si evince dal seguente grafico nel quale la linea blu e quella rossa risultano sovrapposte.

Grafico 1: andamento delle quotazioni medie mensili in euro fra gennaio 2021 e agosto 2022:

a) del gas sul mercato spot TTF (linea blu)

b) del gas sul mercato italiano Psv (Punto di Scambio Virtuale) (linea rossa)

c) del gas indicizzato al petrolio brent (linea verde)

d) del petrolio brent (linea viola)

Fonte: https://altreconomia.it/speculazione-sui-prezzi-del-gas-che-cosa-ci-aspetta-e-che-cosa-non-sta-facendo-arera/

Attraverso queste piattaforme avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e i trader del settore (produttori e fornitori che rispettivamente vendono e acquistano, il gas metano).

I fornitori del mercato italiano acquistano il gas per poi rivenderlo ai loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza a cui si aggiunge un margine, ossia il guadagno del fornitore.

Lo sviluppo tumultuoso dei contratti future per le scommesse speculative legate alla ripresa dell’economia e la cessazione di offerta di volumi di gas aggiuntivi rispetto al minimo contrattuale da parte della Norvegia, a cui si adeguò la Russia, hanno determinato, a partire dall’estate 2021, un aumento del prezzo del gas TTF e, aggiungo, dell’energia elettrica.

A questo punto un breve, necessario inciso: il PUN.

Si tratta del Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica ed è associato al TTF.

Il PUN viene determinato alla borsa italiana elettrica (IPEX) ed è il principale riferimento del nostro mercato e di tante offerte “luce” a prezzo variabile. Il PUN esprime la media all’ingrosso dell’elettricità nelle varie zone d’Italia nell’arco di una giornata (è questo l’indicatore che alla fine del luglio scorso è balzato a 546,26 euro al MWh). E ciò perché il PUN della luce è legato a quello del gas in Italia, poiché buona parte (poco meno del 50%) dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene dalla combustione del gas metano.

Quindi il prezzo del gas influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa elettrica.

Il prezzo indicato di 546 euro per megawattora è 10 volte il valore considerato normale un anno fa. Anche se sulla sua formazione incidono, in misura minore, l’andamento produttivo del nucleare, dell’energia idroelettrica e delle energie rinnovabili. Il prezzo indicato è anche 8 – 10 volte i costi del fotovoltaico e dell’eolico, che godono parassitariamente dei possenti incrementi di prezzo della speculazione sul gas, a cui sono state, per volontà politica, agganciate. Lo stesso Paolo Scaroni (il Sole del 4 settembre), ex amministratore delegato di Enel e di Eni, oggi in Rothschild, al riguardo è severo: “Poi c’è anche il tema del caro elettricità. L’unica soluzione semplice mi pare sia quella di fare in modo che chi produce elettricità da fonti diverse poi non la venda allo stesso prezzo di chi la produce dal gas”.

Ma ora torniamo al gas.

Ecco l’andamento dell’indice TTF mensile spot: il TTF di aprile 2021 era 20,50 euro al MWh, saliva a 63,5 a settembre per arrivare a 110,12 a dicembre 2021. Scendeva a 83,63 a gennaio 2022, si impennava a 125,42 a marzo per poi scendere lentamente. Il TTF di agosto, riferito alle forniture di luglio, è 163,17 euro al MWh (tab. 1). I prezzi dei TTF future previsti per i mesi di fine anno sono di 200 euro per MWh.

Gli operatori che concorrono a formare il TTF sono 148 suddivisi per categorie:

a) produttori di gas

b) riempitori di stoccaggi

c) operatori di rete

d) gruppi integrati, che bilanciano la produzione e le vendite finali.

Una quindicina sono italiani che vanno da Eni a Enel a Edison, agli intermediari Hera, Sorgenia, Repower, Estra, Dolomiti Energia, fino ai piccoli trader.

Poi ci sono le banche d’affari (e i loro hedge fund) come Goldman Sachs e Morgan Stanley, i grandi intermediari (trader) Gunvor, Trafigura, Glencore, Vitol, le major come Shell o Danske, braccio della norvegese Equinor.

Il TTF è inoltre un mercato relativamente piccolo e, quindi, volatile. I volumi sono in media – per l’estate – di 4 miliardi di metri cubi al giorno; niente a che vedere con gli scambi sul Brent petrolifero che sono enormemente maggiori.

L’esilità del mercato TTF da un lato lo rende vulnerabile alle scorrerie finanziarie, dall’altro inspiegabilmente influente da determinare convenzionalmente il prezzo del gas di tutto il continente, anche laddove l’accordo avviene direttamente tra aziende produttrici e distributrici.

L’architettura complessiva del sistema gas è finanziaria e si svolge nel modo seguente.

Gli operatori finanziari anticipano fenomeni economici, finanziari, geopolitici, militari e ci scommettono sopra. I trader di mercato, intermediari e soggetti finanziari come gli hedge fund, che notoriamente operano a leva, cioè a debito, acquistano grandi quantità di contratti a termine (future), che incorporano il diritto di acquistare gas alla scadenza. Quasi mai, però, alla scadenza, avviene lo scambio fisico prezzo-gas. Intanto gli hedge con la loro enorme mole di domanda fittizia determinano una scarsità artificiale di gas (la domanda effettiva è in realtà calata di quasi il 10% nell’ultimo anno). Tale scarsità artificiale di gas porta i prezzi a crescere a un livello insostenibile. Ciò è avvenuto ben prima della guerra in Ucraina. Si è ripetuto il fenomeno dei famosi “barili di carta” di prima della grande crisi del 2008, allorché per un barile di petrolio fisicamente scambiato, sul mercato di New York si negoziavano 100 barili con contratti future.

Alla loro scadenza, attraverso un organismo finanziario terzo (la cassa di compensazione e garanzia, clearing house), la quasi totalità dei contratti furono eseguiti a saldo, cioè, pagando soltanto la differenze di prezzo, senza alcun movimento reale del prodotto, senza alcuna consegna di petrolio. Tali contratti, a milioni, però determinarono una gigantesca domanda (fittizia) di petrolio rispetto a un’offerta limitata e, di conseguenza l’attesa di un forte rialzo del prezzo del petrolio.

L’acquisto massiccio di strumenti derivati (future sul gas, poniamo scadenza ottobre 2022), determina analogamente un movimento di acquisto spot di gas e, quindi, l’impennata dei prezzi.

La catena è la seguente: anticipazioni e scommesse da indizi di economia reale, di geopolitica o altri, più o meno veri, spesso costruiti, amplificati, o depotenziati o sottaciuti -> intervento della finanza derivata -> traino da parte di essa del sottostante (gas acquistato con contratti spot) -> crescita del sottostante (numero e importo di contratti spot di gas e inflazione finanziaria) -> ulteriore crescita del sottostante per le ricoperture dei ribassisti allo scoperto (shortisti) -> quindi formazione della bolla. Non c’è alcuna spiegazione “oggettiva”, c’è solo una spiegazione finanziaria.

Di fronte a questo, aspettare che il mercato dei reazionari e folli liberisti dell’UE “risolva da solo il problema che ha provocato, è come affrontare la siccità con una sciamanica danza della pioggia” (Mario Lettieri e Raimondo Parodi in “l’Avvenire dei lavoratori” e-settimanale).

Il ruolo egemone della finanza

Il demone capitalistico della finanza è uscito dalla lampada ed è quasi ingovernabile dai suoi padroni (elites capitalistiche, elites politico-istituzionali dell’UE, etc.). E causa rovina, alimentato dalla politica stoltamente antieuropea, anti-italiana e filoamericana dei governi di quasi tutti i Paesi europei.

Il prezzo, la ricaduta sociale delle gigantesche speculazioni, delle menzogne giornaliere e sistematiche lo pagano i popoli, anzi la parte più indifesa dei popoli europei.

Cosa c’entra con tutto questo la Russia? I russi hanno costi di estrazione del gas tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA. Gazprom vende, anzi vendeva, quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedevano un volume minimo di forniture da pagare in caso di mancato ritiro: la nota clausola “take or pay”. Il prezzo spot del gas russo, almeno fino a qualche tempo fa, era agganciato solo in parte al TTF. Abbandonare i contratti bilaterali a lunga scadenza e inventare il TTF di Amsterdam, oltre che arricchire produttori, intermediari, banche, hedge fund, era legato secondo l’UE a due obiettivi: approfittare del ribasso temporaneo del prezzo del gas in una fase di grave crisi economica post-subprime e di deflazione generalizzata, e abbassarlo anche per infliggere alla Russia post-Crimea, grande esportatrice, la più grave delle sanzioni. Con il sottofondo e la copertura ideologica del logoro schema vetero-liberista del mercato autoregolatore.

Da tempo la Russia aveva messo in guardia gli europei, e in particolare Germania e Italia, dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione occidentale, falsa e ideologica, della Russia come causa degli aumenti dei prezzi dell’energia, e non invece la speculazione.

Da decenni Gazprom aveva rapporti con Eni, un tempo azienda pubblica ora solo partecipata al 30,33%.

La finanziarizzazione dell’energia, inaugurata dall’UE dopo Kyoto con gli ETS, cioè con la cartolarizzazione dei diritti ad inquinare, ha finora ottenuto “grandi risultati”: rendere l’Europa, meglio, la sua parte manifatturiera, suddita dei “padroni” del petrolio e del gas più avidi e cari, come USA, Canada, Norvegia. Dare la stura a una delle più gravi crisi economico-sociali dell’Europa, porla al servizio di modelli capitalistici e militari contrari agli interessi europei.

Se il prezzo mostruoso che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione, è anche un grande vantaggio per tanti (Olanda e Norvegia, per citarne alcuni). E sono alcuni di quei tanti ad opporsi all’apposizione di un price cap, che in realtà appare ora non come un tetto al prezzo di vendita, ma come una soglia di prezzo sugli scambi oltre la quale essi non possano avvenire.

La narrazione mainstream elementare e falsa, di prezzi dell’energia, guerra in Ucraina e inflazione come eventi concatenati, è negata ogni giorno dai fatti. La guerra ha solo accentuato processi già in atto.

Più sopra ho accennato a l’Eni. Secondo Bloomberg, nel secondo trimestre 2022, le compagnie del settore energetico hanno realizzato 60 miliardi di utili mentre gli investimenti sono calati ai livelli del 2013. Eni nel primo semestre 2022 ha realizzato profitti netti per 7 miliardi contro poco più di 1 registrato nel 2021.

Eni vale da sola il 48% del gas importato (poi c’è Edison con il 15,7%, Enel con l’8,3%, Shell con il 6,7% e una compagnia azera con l’8,3%). Tutti questi soggetti rappresentano il 90% del mercato italiano.

Sul fronte del gas, Eni, che garantisce la metà del fabbisogno italiano, è l’unico acquirente del gas russo fornito da Gazprom. L’Eni lo acquista in gran parte mediante contratti “take or pay” pluriennali, indicizzati all’andamento del petrolio Brent (o indicizzato solo in parte al TTF spot).

I due terzi dei volumi di vendita di Eni sono acquistati con contratti “take or pay”, solo un terzo è acquistato al TTF di Amsterdam a prezzi spot.

Eni rivende il suo gas mediante contratti spot per l’intero sul mercato nazionale, cioè anche i 2/3 acquistati “take or pay”. Eni quindi vende ai fornitori di gas metano come ACEA, A2A, Iren, con contratti spot indicizzati al mercato TTF e questi a loro volta lo rivendono con contratti spot indicizzati al TTF all’utenza finale.

Con l’aumento della domanda post Covid il prezzo spot del gas è aumentato più del Brent già prima del calo dell’offerta dovuto alle sanzioni alla Russia, che ha fatto ulteriormente salire il prezzo del gas: una lievitazione del 1000% da gennaio 2021 a luglio 2022, mentre l’aumento del Brent è stato del 130 – 140%.

Da qui i profitti colossali.

Non vi è alcun dubbio che siamo a uno snodo storico in cui gli Stati e i governi occidentali sono chiamati a schierarsi, senza distinguo, dalla potenza egemonica USA, a sostegno totale della sua politica globale, in uno stato di subalternità autolesionistica e senza sbocchi.

L’intero sistema energetico, base di ogni sistema produttivo e della convivenza stessa fra popoli e persone ai livelli di vita da tempo raggiunti, pur tra disuguaglianze profonde, è in grave pericolo perché messo in crisi, da un lato, da sanzioni insensate che si ritorcono con virulenza contro chi le ha decise e applicate; dall’altro perché, eliminati gli elementi pluridecennali di integrazione e stabilità fra l’Europa manifatturiera e tecnologica e la Russia fornitrice di energia di buona qualità e a basso costo, si è entrati in un piano di fragilità e volatilità di un sistema finanziario predatorio, creato per volontà politica dell’Unione europea ad Amsterdam, dietro l’ipocrita paravento di falsi e screditatissimi dogmi arcaico-liberisti, ma in realtà per arricchire banche d’affari, intermediari, grandi conglomerati finanziari ed hedge fund.

La risposta degli sciagurati governi occidentali, in prima linea l’Italia di Draghi, Mattarella, Letta e Bonomi, anziché nella liquidazione del “mostro” di Amsterdam, sembra consistere in un price cap imposto al gas russo (e non a quello norvegese, anglo-olandese, israeliano, etc.), lasciando lucrare a livelli mai visti prima l’industria del GNL e del petrolio USA, che già vendeva a prezzi più elevati rispetto a quelli russi, prezzi ulteriormente rincarati negli ultimi tre mesi.

E in assistenza al capitale: con denaro pubblico per gli stoccaggi che i privati si sono rifiutati di eseguire; con denaro pubblico per i crediti di imposta concessi alle aziende energivore e non; con denaro pubblico per cuneo fiscale e riesumata Transizione 4.0; con denaro pubblico per il sostegno alle rinnovabili. E ciò mentre queste ultime e le tante imprese energetiche hanno fatto uno sberleffo alla timida richiesta di versare un obolo dei loro extra profitti.

Intanto l’inflazione aumenta, come pure la recessione e il massacro sociale di gran parte delle masse popolari del nostro e degli altri paesi.

E l’euro è sotto i livelli di sempre a testimonianza della futura, relativa irrilevanza dell’UE nell’Occidente.

Le parole d’ordine dell’autoriduzione delle bollette, espungendo da esse la grande fetta speculativa, della nazionalizzazione di Eni ed Enel, del rifiuto del riarmo del nostro Paese e della permanenza nella Nato, aggressiva e guerrafondaia, e nella UE, ectoplasma di se stessa, hanno pieno diritto di cittadinanza e di sostegno.

Raffaele Picarelli

Firenze, 7 settembre 2022

Glossario

Finanza derivata: uno strumento derivato (o semplicemente derivato, in inglese derivative), nella finanza, indica un titolo finanziario che deriva il proprio valore da un altro asset finanziario oppure da un indice (ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime), detto sottostante. Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura da un rischio finanziario (detta hedging), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione. Gli strumenti derivati più diffusi sono i forwards, i futures, le opzioni e gli swap.

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cashpoiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l’acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato

I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l’obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.

A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.

I futures si distinguono in:

Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:

  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.

Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e altre materie prime.

Swap: nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti, determinati in relazione a uno strumento o un’attività finanziaria sottostante. Va annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi utilizzato prevalentemente dalle banche, dalle imprese e anche dagli enti pubblici. Lo strumento dello swap fu inventato nel 1994 all’età di 25 anni dalla finanziere Blythe Masters, della banca JP Morgan. Esso si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio.

Opzioni: Le opzioni sono strumenti finanziari il cui valore non è autonomo ma deriva dal prezzo di una attività sottostante di varia natura (reale come nel caso di materie prime quali grano, oro, petrolio, ecc. , oppure finanziaria come nel caso di azioni, obbligazioni, tassi di cambio, indici, ecc.). Il termine “derivato” indica questa dipendenza. Possiamo quindi definire le opzioni come dei contratti finanziari che danno il diritto, ma non l’obbligo, all’acquirente dietro il pagamento di un prezzo (premio), di esercitare o meno la facoltà di acquistare (Call) o vendere (Put) una data quantità di una determinata attività finanziaria, detta sottostante, a una determinata data di scadenza o entro tale data e a un determinato prezzo di esercizio (strike price).

Hedge fund: (trad. fondo speculativo) è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale, spesso organizzato come società in accomandita semplice o società a responsabilità limitata.

1 Per la spiegazione del termine mercato spot e di altri termini tecnici scritti in corsivetto si rimanda al glossario in coda all’articolo.

UNA COSA OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

UNA COSA CHE OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: OCCORRE REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, E COSI’ FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

Occorre revocare le folli sanzioni alla Russia e cosi’ far cessare il disastro economico e sociale che sta trascinando l’intera Europa nell’abisso. E’ la cosa piu’ necessaria e piu’ urgente da fare. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Ed insieme occorre cessare di produrre e fornire le armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Occorre adoperarsi per l’immediato cessate il fuoco e l’immediato avvio di negoziati di pace. Il rischio di una catastrofe atomica e’ enorme. Ed e’ enorme il rischio di una guerra mondiale e nucleare che puo’ annientare l’intera umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Il governo italiano, gli altri governi dell’Unione Europea, i vertici dell’Unione Europea, riconoscano di aver commesso una scellerata idiozia e revochino immediatamente le sanzioni alla Russia cosi’ da ripristinare le necessarie forniture energetiche. Se i governi persisteranno nella loro folle e criminale antipolitica che sta alimentando la guerra e le stragi e sta portando al disastro l’economia e riducendo in miseria le classi lavoratrici e popolari dell’intera Europa, allora siano i parlamenti a togliere loro la fiducia e ad imporre il cambiamento necessario alla salvezza comune. Se anche i parlamenti persisteranno nell’avallare la folle e criminale antipolitica della guerra, delle stragi e del disastro, allora siano i popoli, con gli strumenti nonviolenti della democrazia ed in primo luogo con lo strumento del voto, a difendere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ad eleggere nuovi parlamenti che esprimano nuovi governi che si adoperino per la pace che sola salva le vite. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Revoca immediata delle sanzioni e conseguente ripristino delle forniture energetiche cosi’ da far cessare ipso facto il disastro economico e sociale che sta gettando nel baratro della miseria e della disperazione le classi lavoratrici e e popolari dell’intera Europa. Cessazione immediata delle forniture di armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Impegno immediato per il cessate il fuoco e i negoziati di pace. Subito, prima di una nuova catastrofe atomica. Subito, prima che la guerra dall’Ucraina si allarghi e diventi un conflitto mondiale con armi nucleari che puo’ annientare l’umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 5 settembre 2022

La società Svedese e la NATO

a cura di Enrico Vigna (agosto 2022)

Mentre una grossa parte degli svedesi è favorevole all’adesione alla NATO, ci sono altri settori sociali e politici che sono scesi in piazza per protestare e opporsi. Denunciano che la decisione è affrettata e che la Svezia dovrebbe attenersi più sensatamente alla sua tradizione di neutralità. Prospettano che perdere la neutralità militare non contribuirà alla pace mondiale, ma favorirà ulteriori scenari di guerre.

COMUNICATO STAMPA DELLA SOCIETA’ SVEDESE PER LA PACE E L’ARBITRATO SULLA NATO

L’annuncio del Partito socialdemocratico svedese di richiedere oggi l’adesione della Svezia alla NATO è una decisione triste e affrettata.

Il Partito socialdemocratico svedese ha annunciato la sua decisione di lavorare per una domanda di adesione svedese alla NATO. Questa decisione significa che la Svezia sta per abbandonare oltre 200 anni di non allineamento militare.

– Questa decisione è incredibilmente dolorosa e affrettata e significa che la Svezia contribuirà a rendere il mondo più polarizzato e militarizzato. L’adesione alla NATO non renderà la Svezia, o il resto del mondo, più sicuri o più democratici, ha dichiarato Agnes Hellström, presidente della Società svedese per la pace e l’arbitrato.

Agli occhi di molti, la Svezia è un paese che difende il disarmo, la prevenzione dei conflitti, la mediazione e la diplomazia. Se la domanda di adesione della Svezia alla NATO sarà approvata, la Svezia farà parte di un’alleanza nucleare e dovrà sostenere l’uso di armi nucleari da parte della NATO nel caso in cui tale decisione venga presa.

La NATO è un’alleanza militare che si basa sulla minaccia di omicidi di massa di civili attraverso l’uso di armi nucleari. In quanto membro della NATO, sarà molto più difficile per la Svezia lavorare per il disarmo e saranno necessari ampi sforzi se la Svezia vorrà ancora influenzare il lavoro svolto nel disarmo nucleare, afferma Agnes Hellström.

In un comunicato stampa, il Partito socialdemocratico scrive che “lavorerà per assicurarsi che la Svezia, se la sua domanda di adesione sarà approvata dalla NATO, manifesti obiezioni unilaterali contro il posizionamento di armi nucleari e basi militari permanenti sul territorio svedese

– La questione della NATO e delle armi nucleari è molto più ampia delle sole basi militari e del posizionamento di armi nucleari. La minaccia delle armi nucleari è un principio centrale della NATO. In qualità di membro, la Svezia, a meno che non ci opponiamo, parteciperà attivamente alla pianificazione e all’esercizio dell’uso delle armi nucleari. La Svezia deve emanare una legge nazionale che vieti le armi nucleari dal territorio svedese e ratificare immediatamente il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, affermato la presidente della Società svedese per la pace e l’arbitrato.

La decisione del Partito socialdemocratico è stata presa in un processo affrettato a pochi mesi dalle elezioni parlamentari. I critici all’interno del partito hanno ritenuto questo processo interno un “dibattito simulato” in cui la leadership del partito aveva già preso una decisione.

– La decisione manca di consenso popolare e quindi di legittimità. Molte domande rimangono ancora senza risposta su quale sarà il ruolo della Svezia nella NATO e cosa significherà esattamente l’adesione, ha affermato Agnes Hellström.

Maja Landin, addetto stampa, Società svedese per la pace e l’arbitrato


Perché molti giovani svedesi rimangono a disagio nell’entrare nella NATO

La cosa migliore per la sicurezza della Svezia e del popolo svedese è entrare a far parte della NATO”,  ha affermato il primo ministro svedese Magdalena Anderssonconfermando l’intenzione di Stoccolma di entrare a far parte della più grande alleanza militare del mondo.

La sua dichiarazione annuncia la fine dei 200 anni di neutralità militare della Svezia, una politica di sicurezza che  il paese nordico ha adottato dal 19° secolo. 

Mentre una maggioranza di svedesi ha espresso sostegno affinché il proprio paese si unisca alla NATO durante la guerra in Ucraina, ci sono molti giovani che sono più esitanti. 

Alcuni sono addirittura scesi nelle strade della capitale svedese in queste settimane, condannando la perdita della neutralità militare come un passo che genererebbe più violenza nel mondo. 

L’adesione alla NATO farà versare più sangue perché la NATO è un’organizzazione bellica e non una che lavora per la pace”, ha detto a DW, Ava Rudberg, 22 anni, presidente del Partito della Giovane sinistra in Svezia che fa parte delle proteste.  “È un’alleanza militare che crea più guerre e siamo anelanti di mantenere la pace in Svezia“.

Linda Akerström della Svenska Fredsoch Skiljedomsföreningen, la Società svedese per la pace e l’arbitrato, ha dichiarato che molte persone erano arrabbiate perché la neutralità nei conflitti militari è storicamente legata all’identità svedese.

Per molte persone, questa decisione è un grande cambiamento perché in tutti questi anni molti svedesi si sono visti come voci che nutrono la pace in tutto il mondo. Ma in questo momento, credo che molti ritengano che la decisione di entrare a far parte della NATO sia stata affrettata e basata sulla paura. Fondamentalmente, prendere una decisione così importante in una situazione molto tesa e in gran parte basata sulla paura è come andare al supermercato quando si ha fame, e sappiamo tutti che non è una situazione in cui si fanno buone scelte. non è stato sufficiente un dibattito con entrambe le parti coinvolte, perché una decisione così grande fosse legittima“, ha aggiunto la Akerstrom.

Lisa Nabo, 27 anni, presidente della Lega giovanile del Partito socialdemocratico al potere in Svezia, ha affermato che, nonostante la precedente cooperazione con la NATO “… la perdita ufficiale della neutralità è un problema contro cui molti giovani svedesi stanno lottando. La mia generazione di ventenni, non ha memoria di una guerra in Europa. Quindi questa situazione in cui ci troviamo ora ci è molto estranea e non abbiamo la stessa storia di guerra di molti dei nostri vicini, paesi che hanno fatto parte della seconda guerra mondiale o della guerra in Jugoslavia. Come giovani socialdemocratici in questo momento stiamo lottando con l’immagine di noi stessi, perché molti di noi hanno iniziato la propria attività politica con l’idea di essere un’organizzazione pacifica che combatte per fermare la militarizzazione. È difficile combinare questo con l’adesione nella NATO “, ha detto a DW.

Nel frattempo, lontano dalle frenetiche città della Svezia, Sara Andersson Ajnnak, una giovane artista che appartiene alla comunità indigena Sami nel nord del Paese , pensa che la  decisione della Svezia di aderire alla NATO potrebbe avere un impatto negativo sui loro diritti.

Sento che è problematico per la Svezia entrare a far parte della NATO, soprattutto per me come indigena del nord. Sento che c’è già una lotta per la terra nel paese e credo che la NATO possa vedere il nord della Svezia, che è Territorio indigeno, come un’enorme regione militare per svolgere le proprie esercitazioni. Quindi vedo questa come un’altra forma di colonizzazione. Già oggi siamo colpiti dalle attività dell’aviazione che ha un impatto negativo sulla popolazione delle renne. Tali attività sono ora destinate ad aumentare e ho paura di come questa decisione influirà sui nostri diritti e sull’ambiente“. ha detto a DW. Da dw

La gente in Svezia è incerta sull’adesione alla NATO di Mike Powers*

In queste settimane dal 21 maggio, in decine di città e paesi in tutta la Svezia, ci sono state manifestazioni e marce di opposizione alla decisione del governo di aderire alla NATO. La decisione formale di abbandonare la politica ufficiale di neutralità svedese, che dura da più di 200 anni, è arrivata nel mezzo di una frenesia di paura alimentata dalla propaganda sul conflitto armato in Ucraina e una presunta minaccia alla sicurezza dell’Europa.

Manifestazione anti-NATO fuori dal palazzo del governo a Stoccolma, Svezia

I partiti conservatori di opposizione sono da tempo favorevoli all’adesione alla NATO. Ma un improvviso cambiamento nella posizione di due dei più grandi partiti, il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori (SAP) e quello di estrema destra il Partito Democratico Svedese (SD) di ispirazione neonazista, ha permesso il cambiamento nella politica del governo.

L’SD è un gruppo razzista populista anti-immigrati che si fa facendo strada negli strati popolari. Hanno sostenuto gli altri sul tema della NATO, nella speranza di essere accettati come elementi rispettabili in una nuova maggioranza di destra. Hanno persino cambiato la loro posizione sul non ammettere più rifugiati, a patto che i rifugiati fossero europei bianchi con lo stesso background culturale cristiano e non provenienti dal Medio Oriente! 

I socialdemocratici al potere, di recente al loro ultimo congresso del partito nel 2021, avevano dichiarato che la loro permanenza in carica avrebbe garantito che la Svezia non avrebbe mai abbandonato il non allineamento. Durante la Guerra Fredda, anche se non allineata, la Svezia faceva ufficiosamente parte del fianco settentrionale della NATO con la sua enorme forza aerea che pattugliava gran parte dello spazio aereo sovietico.

Negli ultimi decenni durante l governi SAP, la Svezia si era già avvicinata alla NATO, nel Partenariato per la Pace e nelle coalizioni contro il terrorismo costruite dagli Stati Uniti in Iraq e Siria. La Svezia ha ritirato le sue truppe dall’Afghanistan dopo 20 anni, dopo aver dimostrato la sua fedeltà e sottomissione a Washington. Le strutture spaziali svedesi nel nord sono state determinanti nel guidare i bombardamenti statunitensi contro la Libia nel 2011. Sono state organizzate manovre congiunte con molti paesi della NATO, comprese esercitazioni di bombardamento in Svezia.

Crisi d’identità

Tuttavia, l’abbandono della neutralità sta causando un senso di crisi di identità in Svezia. A volte avere una politica estera indipendente ha consentito di assumere una posizione morale, come quella di opporsi alla guerra degli Stati Uniti in Vietnam, ed essere il primo paese dell’UE a riconoscere lo stato di Palestina e ad operare per promuovere il disarmo nucleare. Eppure l’anno scorso la Svezia ha rifiutato di ratificare l’accordo delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, che essa stessa aveva contribuito a scrivere.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti ha semplicemente avvertito pubblicamente che la firma dell’accordo avrebbe “complicato” la cooperazione militare con la NATO. La Svezia ha fatto marcia indietro. I giorni di una politica estera indipendente, già più difficili con l’adesione all’UE, potrebbero presto finire per sempre.

Oggi non c’è una concreta minaccia russa per la Svezia. Eppure il governo svedese afferma che la piena adesione, fornirebbe garanzie di sicurezza alle forze nucleari della NATO, ma le consentirebbe anche di proibire le armi nucleari e qualsiasi base straniera permanente sul suolo svedese!

È vero esattamente il contrario: renderebbe la Svezia un possibile obiettivo per le armi nucleari russe. Ora ci viene detto che la decisione finlandese di aderire, lascia la Svezia senza alternative. Ma la Svezia è un paese indipendente. L’adesione alla NATO trasformerebbe il Baltico in un lago interno della NATO, con 10 paesi che minacciano la Russia! 

Il dibattito sull’adesione è stato per lo più unilaterale. La TV e la radio hanno organizzato programmi in cui i partecipanti pro-NATO, per lo più esperti di ricerca militare, dibattono sui vantaggi dell’adesione tra di loro. I socialdemocratici hanno organizzato dialoghi zoom con migliaia di membri del partito, che hanno dovuto ascoltare i ministri rispondere a domande principali prestabilite da voci anonime, ma non potevano farne loro stesse. Dove si è svolta una votazione, i risultati, spesso negativi, non sono stati resi pubblici.

La dirigenza del partito fa riferimento ai continui e incerti cambiamenti nell’opinione pubblica nei sondaggi settimanali. Ma anche questi indicano che quasi la metà della popolazione, inclusa la maggioranza dei socialdemocratici e dei partiti minori di sinistra e verdi, è ancora contraria o indecisa! I lealisti del partito che seguono sempre il leader possono aver cambiato opinione, ma possono rappresentare solo il 10% degli elettori.

L’intero processo è stato ridicolo e una parodia della democrazia. Tutti i maggiori partiti sono contrari a un referendum popolare, poiché considerano la questione troppo complicata e trattano questioni di sicurezza delicate. Si oppongono anche all’attesa fino a dopo le elezioni programmate di settembre, e al lasciare che siano gli elettori a decidere, al fine di conferire alla decisione una qualche forma di legittimità democratica. Molti si sentono spinti dall’élite del partito. Ma hanno paura della democrazia diretta da parte del popolo.  Tra i relatori della protesta di Stoccolma c’erano Thomas Hammarberg, ex parlamentare socialista e Commissario del Consiglio europeo per i diritti umaniKajsa Ekis Eknman, nota scrittrice e giornalista; così come i rappresentanti del NO NATO, Folket I Bild (Persone in immagini); Donne per la pace e la Gioventù Comunista Rivoluzionaria

I mercanti della morte festeggiano 

Quelli che festeggiano di più sono i produttori di armi svedesi, i mercanti di morte, inclusa SAAB Dynamics. Vedono opportunità di vendere armi anticarro e possibilmente jet da combattimento svedesi ai futuri alleati della NATO. Che i coscritti svedesi debbano essere carne da cannone nelle guerre della NATO non fa parte dei loro calcoli capitalisti. E la Svezia ha già, in ampia unità, accettato di aumentare la spesa militare al 2% del suo budget, la nuova linea guida Trump-Biden per i partner europei.

Potrebbe volerci del tempo prima che venga concessa l’adesione formale. Il regime turco ha lanciato una chiave inglese nel procedimento. Si rifiuta di ammettere nuovi membri a meno che non trattino gli oppositori curdi del regime turco come “terroristi”. Il governo svedese ha stretti legami con l’enclave curda in Siria sostenuta dagli USA e con il Kurdistan iracheno; il regime turco afferma che queste entità curde forniscono rifugio alle forze del PKK, che combatte il dominio turco. La Svezia non consegnerà i rifugiati alla Turchia. La Svezia ha anche imposto un embargo sulle armi alla Turchia nel 2019 e ha contribuito a fermare l’adesione della Turchia all’UE. 

C’è grande incertezza su quanto tempo potrebbe richiedere il processo. Ma potrebbe non essere ancora un affare fatto.

  • Powers è un americano che si è opposto alla guerra dai tempi del Vietnam, emigrato in Svezia, è un noto attivista del movimento antimperialista da oltre 50 anni.

(A cura di Enrico Vigna, Iniziativa “Per un Mondo Multipolare”/ CIVG agosto 2022)

Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

Le ragioni dell’appello a favore della rimozione delle sanzioni alla Russia

Successivamente al 24 febbraio 2022 sono state imposte alla Russia sei tranche di draconiane sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Ue, Giappone,  Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Ucraina oltre ad Albania, Andorra, Islanda, Canada, Liechtenstein, Micronesia, Monaco, Norvegia, San Marino, Macedonia del Nord, Singapore, Taiwan e Montenegro. Un gruppo di Stati cosidetti Occidentali (atlantisti) che rappresentano solo il 19% degli Stati mondiali (dati Ispi), i quali, invece, in grande maggioranza, pur condannando l’operazione militare russa, hanno preso le distanze dalle imposizioni unilaterali volute in primis dagli Usa e dal Regno Unito.

A circa 6 mesi dall’introduzione della prima tranche, gli effetti dei pesanti provvedimenti restrittivi hanno al momento sortito un limitato impatto sull’economia e sulla finanza russa, tant’è che se il Prodotto Interno Lordo (Pil) russo del secondo trimestre è stimato da Rosstat in contrazione del 4%, soprattutto a causa del ritiro di aziende occidentali, la bilancia commerciale ha registrato un surplus da record (a causa dell’aumento dei prodotti energetici – vedi approfondimento) ed il rublo dopo una iniziale flessione ha ripreso ad apprezzarsi fino a superare la quotazione del 24 febbraio scorso.

Gli Stati che hanno comminato le sanzioni alla Russia, soprattutto quelli europei, stanno invece subendo significative ripercussioni in termini di rinuncia al mercato russo per l’export, ad aumento dei costi dell’energia e carenza della stessa, pesante impennata dell’inflazione, interruzione delle catene mondiali del valore, diminuzione della produzione industriale e rallentamento economico con prospettiva più che concreta di recessione. Addirittura gli Stati Uniti sono già entrati in recessione tecnica, visto il secondo trimestre consecutivo di variazione negativa del Pil.

Le sanzione volute dagli Usa e adottate supinamente dai Paesi europei si stanno rivelando un clamoroso boomerang che avrà effetti pesanti su chi le ha imposte sia livello economico che sociale, soprattutto, a danno delle fasce sociali più deboli.

Per questi motivi abbiamo elaborato il seguente appello a favore della rimozione delle sanzioni unilaterali alla Russia da lanciare a livello nazionale a beneficio di associazioni, movimenti e singoli cittadini al fine di esercitare pressioni sul governo e sulle forze politiche affinché desistano dal proseguire su questa scellerata strada.

 Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

La crisi politica, le elezioni anticipate in Italia e l’estromissione dalla carica di premier di Boris Johnson nel Regno Unito, sono le ricadute politiche più vistose delle colossali contraddizioni economiche, sociali, istituzionali e finanziarie, internazionali e interne ai vari paesi, che si sono manifestate a partire dalla metà del 2021 e si sono acuite nei mesi successivi, fino a trovare una potente accelerazione a seguito della messa in campo, a cominciare dal febbraio scorso, da parte degli USA e dei governi vassalli (in primis l’Italia), di un vasto e complesso apparato sanzionatorio contro la Russia, apparato mai prima applicato su tale scala.

Le sanzioni, fin dalla loro iniziale concezione e applicazione, si sono configurate come veri atti di guerra aventi lo scopo di paralizzare l’economia russa e, per tale strada, condurre la Russia alla disfatta nell’operazione militare in Ucraina.

Le difficoltà (in taluni casi il blocco) nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, il loro accorciamento, la forte ripresa, anche se diseguale, della domanda di beni e servizi a seguito delle politiche ultraespansive con cui le banche centrali avevano cercato di governare (immettendo grandi quantità di denaro) i gravi effetti della crisi sistemica del 2007-2009 e del debito pubblico in Europa del 2011-2013, le politiche di riapertura dei traffici e dei mercati dopo la prima ondata di Covid del 2020, avevano determinato fin dai primi mesi del 2021, la comparsa e la rapida crescita dell’inflazione in USA, nei paesi occidentali e, in parte, nel resto del mondo.

Accanto all’inflazione, i primi aumenti dei tassi di interesse e i primi segni di recessione.

I processi in atto hanno trovato una possente accelerazione nelle sanzioni che hanno decretato, in date diverse, il “sequestro” delle riserve valutarie russe, l’embargo del carbone, del petrolio e dell’oro russi e di una vasta serie di beni strumentali e tecnologie necessarie alla produzione. Il gas, essenziale ai processi produttivi di molti paesi occidentali, era stato escluso dall’embargo.

La violenza delle sanzioni, il riarmo massiccio e crescente dell’Ucraina da parte dell’Occidente, il rifiuto da parte di quest’ultimo di ogni negoziato di pace, la rottura strategica dell’Unione europea con la Russia nelle forniture di gas (piano REPower EU), hanno indotto la Russia a ridurre le forniture di metano ai paesi europei. Da qui, favorita dalle dinamiche ultraspeculative dei mercati internazionali e privatizzati dell’energia, l’impennata dei prezzi del gas (e delle altre materie prime), l’incremento dell’inflazione, la violenta stretta creditizia, la recessione.

Draghi ha colto l’opportunità delle tensioni politiche ed, irrigidendosi di fronte alle varie richieste partitiche, ha operato in modo che il suo governo cadesse perché ha intravisto lo tsunami sociale in arrivo in autunno, causato dalla folle e antinazionale politica bellicista sfacciatamente filostatunitense e filoatlantica sua e del suo governo, politica che produrrà lo smantellamento di buona parte dell’apparato produttivo italiano, disoccupazione di massa, miseria, emarginazione, crescita del debito pubblico.

Da qui nasce l’impellente necessità di una mobilitazione ampia per opporsi alle sanzioni e a tale devastazione in nome:

·         del lavoro,

·         della cessazione dell’invio di armi all’Ucraina,

·         del ripristino di un minimo di pluralismo democratico, liquidato dalle politiche “minculpop” dei gruppi dominanti e dei loro media,

·         dell’azzeramento degli aumenti speculativi nelle bollette di luce e gas,

·         del rifiuto di subire i costi economici, sociali e ambientali delle politiche scellerate di Draghi, dell’UE e degli USA.

Il comitato promotore

(Il testo dell’appello si trova anche all’interno della prima edizione de “I quaderni di Lotta Continua”, il nuovo periodico in cartaceo appena uscito. Coloro che intendono sostenere e promuovere o semplicemente sottoscrivere l’appello possono scrivere a quadernilc@gmail.com.)

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Approfondimenti:

L’andamento della bilancia delle partite correnti in Russia

(Fonte La Stampa)

L’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Federazione Russa, ha continuato a crescere e ammonta a 138,5 miliardi di dollari nel periodo gennaio-giugno 2022, aumentando di circa 3,5 volte rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Lo afferma la stima preliminare della Banca di Russia, che fotografa un record (almeno dal 1994) di 70,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno, con l’aumento dei ricavi dalle esportazioni di energia e materie prime che ha contribuito a compensare l’impatto delle sanzioni.

Il secondo trimestre del 2021 aveva registrato un avanzo delle partite correnti pari a 17,3 miliardi di dollari, mentre l’intero primo semestre dello scorso anno aveva registrato 39,7 miliardi di dollari. Il conto delle partite correnti è un saldo della bilancia dei pagamenti che sintetizza i flussi lordi relativi agli scambi di beni, servizi e redditi tra residenti e non residenti di un’economia.

La dinamica delle partite correnti “è stata determinata dall’allargamento dell’avanzo del saldo di beni e servizi a seguito della significativa crescita delle esportazioni, trainata da un contesto di mercato favorevole e dal calo delle importazioni”, sottolinea la Bank of Russia in una nota.

Le esportazioni sono state di 153,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre, in leggero calo rispetto ai 166,4 miliardi di dollari del primo, sempre secondo i dati della Banca di Russia. Anche le importazioni sono diminuite, a 72,3 miliardi di dollari da 88,7 miliardi di dollari.

Sanzioni-boomerang Occidente-Russia. Chi ci perde e chi ci guadagna
di Ennio Remondino (Fonte: remocontro)

‘Sanzione’, come ‘sancire’ una qualche regola. Diritto e sanzione alla base dell’agire geopolitico e di qualsiasi cultura giuridica. Il diritto alla sanzione. Minacciare ripetutamente sfaceli senza che alle parole seguano i fatti, diventa una scelta politica a perdere. Lo stanno valutando ormai molti analisti e vertici politici soprattutto in Europa.

Il caso carbone petrolio e gas russo mostra da una parte i limiti delle misure economiche che i governi europei hanno approvato a partire da febbraio per ottenere dalla Russia la fine della guerra in Ucraina, e apre, dall’altra, una serie di interrogativi sulle conseguenze che questa dinamica produrrà di cui già ha detto oggi Piero Orteca.

«La società francese Kpler, impegnata nel settore delle materie prime, ha pubblicato negli ultimi giorni un rapporto interessante sulla Russia», segnala Luigi De Biase sul Manifesto. «Secondo gli analisti di Kpler Mosca sta riuscendo a vendere tutto il carbone che aveva in programma di esportare, nonostante le sanzioni. Già a giugno i russi erano riusciti a piazzare all’estero sedici milioni e mezzo di tonnellate, il 3,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021».

Carbone e petrolio, ‘offerta speciale’

La ‘madre di tutte le sanzioni’ promessa dagli Usa. Dalla minacce (o dalla promesse), ai fatti. A luglio tutti prevedevano una forte crisi economica russa per embarghi e restrizioni approvate dall’Europa e dagli Stati uniti. Ora, metà agosto, assieme all’inflazione che ci divora, scopriamo che Cina e India hanno assorbito la produzione russa in eccesso, grazie anche a notevoli ribassi per i ‘Paesi amici’. «A giugno il carbone consegnato ai porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa era quotato 370 dollari a tonnellata. Quello venduto a luglio a cinesi e indiani fra i 180 e i 185 dollari. Praticamente metà prezzo».

Di più e ’peggio’ per il petrolio

L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato in due milioni e duecentomila barili al giorno il calo delle esportazioni russe verso Stati uniti, Unione europea, Regno Unito e Corea del Sud dall’inizio dell’invasione. Ma Un milione e mezzo di barili in più, però, la Russia li ha venduti ogni giorno a Cina, India e Turchia. A marzo l’export verso l’India era irrilevante. A giugno i russi sono diventati il primo fornitore del paese davanti a Iraq e Arabia saudita.

Nuovi amici con lo sconto

Le quotazioni elevate del petrolio hanno permesso a Mosca un taglio di 19 dollari a barile rispetto ai rivali, restando comunque sopra i cento dollari. «La sete di petrolio dell’India è, peraltro, al centro di interessanti riflessioni», sottolinea Luigi De Biase, su cui Remocontro qualcosa ha già detto ma su cui certamente torneremo. Il governo di Delhi non solo non ha aderito alle misure internazionali per la guerra in Ucraina, ma ha chiesto pubblicamente alle società di stato di alzare il livello delle scorte acquistando grandi quantità di petrolio russo a prezzo scontato.

Meno gas e più soldi

Ma è sul gas, che la questione diventa strategica per l’Europa. I rifornimenti nella CSI russa, ultimi dati di Gazprom, sono diminuiti in un anno del 36 per cento. E il calo ha colpito soprattutto i paesi dell’Unione, perché i volumi di gas diretti in Cina crescono costantemente sulla base di accordi a lungo termine. Mentre il colosso dell’energia Gazprom registra incassi elevati per effetto delle quotazioni record. «Ieri, ad Amsterdam, il mercato di riferimento per i paesi europei, il metano ha chiuso a 241 euro/megawattora, il livello più alto che sia mai stato raggiunto».

Europa a perdere, chi ci guadagna

«Il gas non va più in Europa», ha scritto in settimana il quotidiano economico russo Kommersant. Per l’Ue fine di una fase di crescita facile con energia e materie prime russe a basso costo. Per la Cina, l’India e la Turchia l’arrivo di materie prime a prezzi scontati rappresenta un enorme vantaggio competitivo, un vantaggio che sul lungo periodo potrebbe modificare gli equilibri produttivi globali.

La situazione in Libia: destabilizzazione permanente delle forze unipolariste

La situazione in Libia, ennesimo tassello di destabilizzazione permanente delle forze unipolariste, legata alla crisi ucraina, ….e Saif al Islam Gheddafi

A cura di Enrico Vigna (25 agosto 2022)

Forse è ora che l’Europa e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta anche, per l’Italia, un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi. I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee. 

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, ma anche avranno un impatto sull’Italia e sull’Europa. E’ decifrabile che la crisi in Libia, si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che, fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito. Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni alla Russia della UE e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina. L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo petrolifero a Mosca. Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar. Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e cominciare politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora. Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo che a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale. Quando era arrivato a Tripoli nel maggio scorso e aveva tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione. 

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltrechè “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima accreditata da Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa di Tripoli, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale è solo una progettualità virtuale e da uffici delle cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendoun’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliereOnuStephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio diSaif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità politica di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale e presa di potere.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a suo carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saifè stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia, hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70,manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione di Bint Baya.. e scadito slogan che chiedevano a Saif Al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Ubari, 1 agosto 2022

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islamè ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del nazionalismo patriottico libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.


Enrico Vigna, 25 agosto 2022

Ucraina: l’invasione del capitale

di Michael Roberts

La scorsa settimana, i creditori privati stranieri dell’Ucraina hanno accolto la richiesta del Paese di congelare per due anni i pagamenti di circa 20 miliardi di dollari di debito estero. Ciò consentirebbe all’Ucraina di evitare l’insolvenza sui prestiti contratti all’estero. A differenza di altre “economie emergenti” in difficoltà sul fronte del debito, sembra che gli obbligazionisti stranieri siano felici di aiutare l’Ucraina, anche se solo per due anni. La mossa farà risparmiare all’Ucraina 6 miliardi di dollari nell’arco del periodo, contribuendo a ridurre la pressione sulle riserve della banca centrale, che sono diminuite del 28% da un anno all’altro, nonostante gli ingenti aiuti esteri.

L’economia ucraina è, non a caso, in uno stato disperato. Si prevede che il PIL reale diminuirà di oltre il 30% nel 2022 e il tasso di disoccupazione è del 35% (Constantinescu et al. 2022, Blinov e Djankov 2022, Banca Nazionale Ucraina 2022). “Siamo grati per il sostegno del settore privato alla nostra proposta in tempi così terribili per il nostro Paese”, ha risposto Yuriy Butsa, viceministro delle Finanze ucraino, “Vorrei sottolineare che il sostegno che abbiamo ricevuto durante questa transazione è difficile da sottovalutare…”. Rimarremo pienamente impegnati con la comunità degli investitori anche in futuro e speriamo nel loro coinvolgimento nel finanziamento della ricostruzione del nostro Paese dopo la vittoria della guerra”, ha detto Butsa.

Qui Butsa rivela il prezzo da pagare per questa limitata generosità da parte dei creditori stranieri: l’accelerazione della richiesta delle multinazionali e dei governi stranieri di assumere il controllo delle risorse dell’Ucraina e di portarle sotto il controllo del capitale straniero senza alcuna restrizione e limitazione.

In un post passato, avevo delineato il piano per privatizzare e consegnare le vaste risorse agricole dell’Ucraina alle multinazionali straniere. Da diversi anni, una serie di rapporti dell’ Oakland Institute economic observatory, hanno documentato le acquisizione del capitale straniero. Gran parte di ciò che segue proviene da questi studi.

L’Ucraina post-sovietica, con i suoi 32 milioni di ettari coltivabili di ricca e fertile terra nera (nota come “cernozëm”), possiede l’equivalente di un terzo di tutta la terra agricola esistente nell’Unione Europea. Il “granaio d’Europa”, come viene chiamato, ha una produzione annuale di 64 milioni di tonnellate di cereali e semi, tra i maggiori produttori mondiali di orzo, grano e olio di girasole (per quest’ultimo, l’Ucraina produce circa il 30% del totale mondiale).

Come ho spiegato nel mio precedente post, l’acquisizione pianificata delle risorse dell’Ucraina ha in parte provocato il conflitto: la guerra semi-civile, la rivolta di Maidan e l’annessione della Crimea da parte della Russia. Come ha sottolineato l’Oakland Institute, per limitare la privatizzazione sfrenata, nel 2001 era stata imposta una moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri. Da allora, l’abrogazione di questa norma è stata uno dei principali obiettivi delle istituzioni occidentali. Già nel 2013, ad esempio, la Banca Mondiale ha concesso un prestito di 89 milioni di dollari per lo sviluppo di un programma di atti e titoli di proprietà fondiaria necessari per la commercializzazione delle terre di proprietà dello Stato e delle cooperative. Nelle parole di un documento della Banca Mondiale del 2019, l’obiettivo era quello di “accelerare gli investimenti privati in agricoltura”. Quell’accordo, denunciato all’epoca dalla Russia come una porta di servizio per facilitare l’ingresso delle multinazionali occidentali, include la promozione di una “produzione agricola moderna… incluso l’uso di biotecnologie”, un’apparente apertura verso le colture OGM nei campi ucraini.

Nonostante la moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri, nel 2016 dieci multinazionali agricole erano già arrivate a controllare 2,8 milioni di ettari di terreno. Oggi, alcune stime parlano di 3,4 milioni di ettari nelle mani di società straniere e di società ucraine con fondi stranieri come azionisti. Altre stime arrivano a 6 milioni di ettari. La moratoria sulle vendite, che il Dipartimento di Stato americano, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale avevano ripetutamente chiesto di rimuovere, è stata infine abrogata dal governo Zelensky nel 2020, prima di un referendum finale sulla questione previsto per il 2024.

Ora, con la guerra in corso, i governi e le imprese occidentali stanno intensificando i loro piani per incorporare l’Ucraina e le sue risorse nelle economie capitalistiche dell’Occidente. Il 4 e 5 luglio 2022, alti funzionari di Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud si sono incontrati in Svizzera per la cosiddetta “Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina”.

L’agenda dell’URC era esplicitamente incentrata sull’imposizione di cambiamenti politici al Paese, ovvero “rafforzamento dell’economia di mercato“, “decentralizzazione, privatizzazione, riforma delle imprese statali, riforma fondiaria, riforma dell’amministrazione statale” e “integrazione euro-atlantica“. L’ordine del giorno era in realtà un seguito alla Conferenza sulla riforma dell’Ucraina del 2018, che aveva sottolineato l’importanza di privatizzare la maggior parte del settore pubblico ucraino rimanente, affermando che “l’obiettivo finale della riforma è quello di vendere le imprese statali agli investitori privati“, insieme alla richiesta di ulteriori “privatizzazioni, deregolamentazione, riforma energetica, riforma fiscale e doganale“. Lamentando che “il governo è il più grande detentore di beni dell’Ucraina”, il rapporto afferma: “La riforma delle privatizzazioni e delle aziende di Stato è stata a lungo attesa, poiché questo settore dell’economia ucraina è rimasto in gran parte invariato dal 1991“.

L’ironia è che i piani dell’URC per il 2018 sono stati osteggiati dalla maggior parte degli ucraini. Un sondaggio dell’opinione pubblica ha rilevato che solo il 12,4% è favorevole alla privatizzazione delle imprese statali (SOE), mentre il 49,9% si oppone. (Un ulteriore 12% era indifferente, mentre il 25,7% non ha risposto).

Tuttavia, la guerra può fare la differenza. Nel giugno 2020, l’FMI ha approvato un programma di prestito di 18 mesi e 5 miliardi di dollari con l’Ucraina. In cambio, il governo ucraino ha revocato la moratoria di 19 anni sulla vendita di terreni agricoli di proprietà statale, dopo le forti pressioni esercitate dalle istituzioni finanziarie internazionali. Olena Borodina, della Rete ucraina per lo sviluppo rurale, ha commentato che “gli interessi del settore agroalimentare e gli oligarchi saranno i primi beneficiari di questa riforma… Questo non farà altro che emarginare ulteriormente i piccoli agricoltori e rischia di separarli dalla loro risorsa più preziosa“.

E ora l’URC di luglio ha ribadito i suoi piani di acquisizione dell’economia ucraina da parte del capitale, con la piena approvazione del governo Zelensky. Al termine dell’incontro, tutti i governi e le istituzioni presenti hanno approvato una dichiarazione congiunta denominata Dichiarazione di Lugano. Questa dichiarazione è stata integrata da un “Piano di ripresa nazionale“, a sua volta preparato da un “Consiglio di ripresa nazionale” istituito dal governo ucraino.

Il piano prevedeva una serie di misure a favore del capitale, tra cui la “privatizzazione delle imprese non critiche” e la “finalizzazione dell’aziendalizzazione delle SOE” (imprese di proprietà dello Stato), come ad esempio la vendita della società statale ucraina di energia nucleare EnergoAtom. Per “attrarre capitali privati nel sistema bancario”, la proposta chiedeva anche la “privatizzazione delle SOB” (banche statali). Cercando di aumentare “gli investimenti privati e di stimolare l’imprenditorialità a livello nazionale”, il Piano di ripresa nazionale ha sollecitato una significativa “deregolamentazione” e ha proposto la creazione di “progetti catalizzatori” per sbloccare gli investimenti privati nei settori prioritari.

In un esplicito invito a ridurre le tutele del lavoro, il documento ha attaccato le rimanenti leggi a favore dei lavoratori in Ucraina, alcune delle quali sono un retaggio dell’era sovietica. Il Piano di ripresa nazionale lamentava una “legislazione del lavoro obsoleta che porta a complicare i processi di assunzione e licenziamento, la regolamentazione degli straordinari”, ecc. Come esempio di questa presunta “legislazione del lavoro obsoleta”, il piano sostenuto dall’Occidente lamentava che ai lavoratori ucraini con un anno di esperienza viene concesso un “periodo di preavviso per il licenziamento” di nove settimane, rispetto alle sole quattro settimane di Polonia e Corea del Sud.

Nel marzo 2022, il Parlamento ucraino ha adottato una legislazione d’emergenza che consente ai datori di lavoro di sospendere i contratti collettivi. Poi, a maggio, ha approvato un pacchetto di riforme permanenti che esentano di fatto la stragrande maggioranza dei lavoratori ucraini (quelli delle aziende con meno di 200 dipendenti) dal diritto del lavoro ucraino. I documenti trapelati nel 2021 mostrano che il governo britannico ha istruito i funzionari ucraini su come convincere un’opinione pubblica recalcitrante a rinunciare ai diritti dei lavoratori e ad attuare politiche antisindacali. I materiali di formazione lamentavano il fatto che l’opinione popolare nei confronti delle riforme proposte fosse in gran parte negativa, ma fornivano strategie di messaggistica per indurre gli ucraini a sostenerle.

Mentre i diritti dei lavoratori saranno eliminati nella “nuova Ucraina”, il Piano di ripresa nazionale mira invece ad aiutare le imprese e i ricchi riducendo le tasse. Il piano si lamentava del fatto che il 40% del PIL ucraino provenisse dal gettito fiscale, definendolo un “onere fiscale piuttosto elevato” rispetto all’esempio della Corea del Sud. Il piano chiedeva quindi di “trasformare il servizio fiscale” e di “rivedere il potenziale per diminuire la quota del gettito fiscale sul PIL“. In nome dell’”integrazione nell’UE e dell’accesso ai mercati”, ha proposto anche la “rimozione delle tariffe e delle barriere non tariffarie non tecniche per tutti i beni ucraini“, chiedendo al contempo di “facilitare l’attrazione degli IDE (investimenti diretti esteri) per portare in Ucraina le più grandi aziende internazionali”, con “speciali incentivi agli investimenti” per le società straniere.

Oltre al Piano di ripresa nazionale e al briefing strategico, la Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina del luglio 2022 ha presentato un rapporto preparato dalla società Economist Impact, una società di consulenza aziendale che fa parte del Gruppo Economist. L’Ukraine Reform Tracker spingeva ad “aumentare gli investimenti diretti esteri (IDE)” da parte delle società internazionali, e non a investire risorse in programmi sociali per il popolo ucraino. Il rapporto del Tracker sottolinea l’importanza di sviluppare il settore finanziario e chiede di “rimuovere le regolamentazioni eccessive” e le tariffe. Ha chiesto di “liberalizzare ulteriormente l’agricoltura” per “attrarre gli investimenti stranieri e incoraggiare l’imprenditoria nazionale”, così come “semplificazioni procedurali” per “rendere più facile per le piccole e medie imprese” espandersi “acquistando e investendo in beni di proprietà dello Stato”, rendendo così “più facile per gli investitori stranieri entrare nel mercato dopo il conflitto“.

L’Ukraine Reform Tracker ha presentato la guerra come un’opportunità per imporre l’acquisizione da parte del capitale straniero. “Il momento postbellico può rappresentare un’opportunità per completare la difficile riforma fondiaria estendendo il diritto di acquistare terreni agricoli a persone giuridiche, anche straniere“, si legge nel rapporto. “L’apertura della strada al capitale internazionale per l’agricoltura ucraina probabilmente aumenterà la produttività del settore, incrementando la sua competitività nel mercato dell’UE”, ha aggiunto. “Una volta terminata la guerra, il governo dovrà anche prendere in considerazione la possibilità di ridurre in modo sostanziale la quota delle banche statali, privatizzando Privatbank, il più grande istituto di credito del Paese, e Oshchadbank, che si occupa di pensioni e pagamenti sociali”.

Altrove le politiche pro-capitale offerte dagli economisti occidentali semi-keynesiani sono meno esplicite. In una recente raccolta del Center for Economic Policy Research (CEPR), diversi economisti hanno proposto politiche macroeconomiche per l’Ucraina in tempo di guerra. In questo documento gli autori “sottolineano all’inizio che la crisi ucraina non è un contesto per un tipico programma di aggiustamento macroeconomico, cioè non le solite richieste di austerità fiscale e privatizzazione del FMI. Ma dopo molte pagine, diventa chiaro che le loro proposte sono poco diverse da quelle dell’URC. Come dicono loro stessi, “l’obiettivo dovrebbe essere quello di perseguire un’ampia e radicale deregolamentazione dell’attività economica, evitare il controllo dei prezzi, facilitare l’incontro tra lavoro e capitale e migliorare la gestione dei beni russi sequestrati e di altri beni sottoposti a sanzioni“.

L’acquisizione dell’Ucraina da parte del capitale (principalmente straniero) sarà così completata e l’Ucraina potrà iniziare a ripagare i suoi debiti e a fornire nuovi profitti all’imperialismo occidentale.

(Traduzione: Emi-News)

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=39021

FONTE Originale: https://thenextrecession.wordpress.com/2022/08/13/ukraine-the-invasion-of-capital/

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Ancora su virus, vaccini e uso militare e geopolitico delle biotecnologie: Dopo le affermazioni di Jeffrey Sachs, che presiede la commissione Covid-19 della prestigiosa rivista medica The Lancet, secondo il quale il COVID-19 “è frutto di un errore della biotecnologia, non di un incidente di percorso naturale” e che i database dei virus, i campioni biologici, le sequenze dei virus, le comunicazioni e-mail e i quaderni di laboratorio potrebbero aiutare a far luce sull’origine della pandemia, ma finora nessuno di questi materiali è stato sottoposto a una “revisione indipendente, oggettiva e scientifica”, il Prof. Joseph Tritto, ha presentato insieme a numerosi altri scienziati un dossier al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia chiedendo l’incriminazione di altrettanti dirigenti di istituzioni internazionali che sovrintendono alla sicurezza sanitaria per non aver controllato o chiuso numerosi laboratori in diversi paesi che lavorano al potenziamento delle funzioni dei virus ignorando i gravissimi rischi per l’umanità.

Il prof. Tritto, presidente esecutivo della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies aveva pubblicato un libro nel 2020 in cui riepilogava le sue tesi, dal titolo CINA, COVID-19, LA CHIMERA CHE HA CAMBIATO IL MONDO; più recentemente, dalla fine dello scorso anno aveva rilasciato una serie di interessanti interviste al giornalista Franco Fracassi che erano state viste da molti utenti su Youtube.

Dopo la comunicazione della recentissima presentazione del dossier al Tribunale penale internazionale de l’Aia, Youtube ha cancellato tutti i video e interviste al Prof. Tritto. La tesi di fondo del Prof. Tritto è che l’origine del Covid-19, come anche del Monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie è artificiale ed è il prodotto di un uso militare e geopolitico delle operazioni di potenziamento dei virus e produzione dei relativi vaccini.

Si tratterebbe, per dirlo più chiaramente, dello sviluppo dell’idea di “DETERRENZA BIOLOGICA” che si sarebbe sostituita negli ultimi anni, ad altre forme di deterrenza, come quella nucleare, che è sottoposta a controlli molto più ferrei approdati, nel corso dei decenni, ad importanti accordi internazionali.

In questo campo, invece, non sussistono adeguati controlli e il fatto che tali tecnologie siano realizzabili con costi relativamente bassi in numerosi laboratori di molti paesi, espone l’umanità a rischi fuori controllo.

Gli elementi portati a sostegno di questa tesi sono diversi e vengono puntualmente illustrati con riferimenti inquietanti nelle citate interviste bannate improvvisamente da Youtube. Restano però ancora disponibili sul sito WWW.OVAL.MEDIA.

L’approccio proposto da Tritto, come anche da Sachs, è tutt’altro che un approccio no-vax, per intenderci, ma piuttosto ripropone un problema centrale della ricerca scientifica quando essa è controllata dalle grandi compagnie private, in stretto rapporto con gli apparati militari e politici delle maggiori potenze.

D’altra parte, la tempistica e la dinamica di distribuzione dei vaccini, il conflitto tra vaccini americani, europei e quelli russi o cinesi, il green pass rilasciato alle persone solo se vaccinate con determinati sieri piuttosto che con altri, avevano fatto già emergere molti dubbi e aperto un universo di contraddizioni non riconducibili alla scienza, ma piuttosto alla geopolitica e alla guerra: una guerra combattuta senza armi che, alla fine, è destinata inesorabilmente a sfociare in guerra senza esclusione di colpi.

A questa situazione è indispensabile porre rapidamente un freno nelle sedi opportune, a partire dall’ONU. La “scoperta” del monkeypox è, secondo Tritto, un altro passaggio di questo confronto che prevede la proliferazione di altri virus letali, magari anche orientati etnicamente, e il controllo geopolitico dei vaccini: praticamente, la competizione tra potenze prevede la creazione di chimere e la produzione esclusiva dei relativi vaccini. In riferimento al monkeypox, già brevettato in USA nel 2004 e al successivo vaccino di riferimento, Tritto ci dice che per la prima volta, la Cina “ha risposto” rendendo noto di aver realizzato un proprio virus monkeypox molto più aggressivo lasciando supporre che dispone anche del relativo vaccino.

Armi di distruzione di massa che si inseriscono nella competizione per l’egemonia mondiale a spese delle popolazioni. Uno sviluppo terrificante della logica di genocidio.


Le interviste a Joseph Tritto che andrebbero ascoltate e diffuse:

LA GUERRA SENZA COMBATTERE (I° e II° Parte)

La comunicazione di Franco Fracassi della cancellazione delle interviste da Youtube:


Le altre interviste rilasciate da Tritto a fine 2021 e nei mesi scorsi:

I PADRONI DEL GENOMA:

CHIMERE EMERGENTI:

DAL COVID AL MONKEYPOX:


Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero principalmente a Parigi, Londra e New York.

Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra.

Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India.

Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Arrestati, perseguitati, braccati. Retate e rappresaglie in Ucraina. (II Parte)

di Enrico Vigna, 28 luglio 2022

La prima parte QUI:

In questa seconda parte del Dossier sulle repressioni dispiegate in Ucraina, viene documentato il livello massificato e generalizzato di “caccia alle streghe”, da parte della giunta golpista di Kiev alla società ucraina nelle sue varie componenti: giornalisti, attivisti per la pace, esponenti di sinistra e delle minoranze del paese, democratici, religiosi, sindacalisti, artisti, antifascisti, avvocati, politici ed esponenti delle istituzioni non assoggettati ai diktat violenti e fomentatori di odio nel paese.

Stanno facendo un vero e proprio lavaggio del cervello, spacciando per un paese libero, un covo di nazisti. Sarebbe importante lo sdegno internazionale dei sempre solerti difensori del giornalismo libero, come quelli che da anni tacciono colpevolmente sulla sorte ignobile riservata a Julian Assange.

Il 20 marzo Zelensky ha unificato in un unico canale le emittenti radio e tv di stato, poi ha bandito gli ultimi 11 partiti politici di sinistra, democratici e di opposizione, che non erano stati messi fuorilegge ( 47 Partiti e associazioni) nel 2014 dopo il golpe di EuroMaidan.

La giornalista e presidente dell’Unione degli emigranti politici e dei prigionieri politici dell’Ucraina Larisa Shesler, attivista per i diritti umani e civili, ha denunciato che il 2 luglio la SBU ha scatenato ennesime incursioni contro cittadini della componente russa a Kiev e contro cittadini che hanno espresso appoggio per la pace, per la negoziazione con la Russia o si sono permessi di criticare le autorità di Kiev.

Secondo questa denuncia, a Kiev e non solo a Kiev, sta avvenendo una feroce epurazione di tutte le persone che si oppongono alla situazione nel paese, molti esponenti antifascisti e giornalisti indipendenti sono stati catturati e portati via dalle proprie abitazioni e di molti non si hanno notizie precise.

Dalla fine di febbraio a giugno, oltre 400 persone sono state arrestate dalla SBU nella sola Kharkiv con l’accusa di cooperazione con la Russia. Il motivo dell’arresto è stata la negazione del fatto dell’aggressione da parte della Russia, il sostegno a Mosca o concorso con la Russia. Gli arrestati con questa accusa rischiano fino a 15 anni di carcere.

L’ufficio del procuratore regionale della città di Zhytomyr riferisce che dal 10 maggio, 40 procedimenti penali sono stati avviati nella regione di Zhytomyr ai sensi dell’articolo 111-1 del codice penale dell’Ucraina “Attività di collaborazione“. A seguito delle indagini, sono state emesse quattordici condanne contro residenti della regione. A giugno altri 23 casi con incriminazioni simili sono stati inviati alla magistratura.

Nella regione di Kirovograd, secondo la stampa locale, “altri cinque cooperatori col nemico” sono andati in prigione per pene da 2 a 5 anni. Sono stati accusati di diffondere informazioni filo-russe sui social network e di condannare le azioni delle autorità ucraine. Già ad aprile, la SBU della regione aveva comunicato di aver messo quattro collaboratori in carcere, per giudizi positivi sui social network, circa le azioni dell’esercito russo. Tra i detenuti, una donna è stata condannata a 4 anni. Un’altra che aveva giudicato legittime le azioni delle forze armate russe in Ucraina, è stata condannata a 5 anni di carcere. 

Negli stessi giorni a Dnepr altre 12 persone sono state arrestate con accuse simili. Solo a marzo sono state arrestati 31 cittadini.

Si sono perse le tracce anche di diversi membri dei movimenti di sinistra “Novyi Sotcialism” (“Nuovo Socialismo”) e “Derzhava” (“Potere”). Hanno smesso di rispondere alle chiamate e sono scomparsi dalle reti. È possibile che si nascondano o che siano già stati presi e detenuti, come successo ad attivisti catturati a Nikolaev.

Arresti e brutalità contro civili della SBU in Dnipropetrovsk. https://twitter.com/i/status/1511301270820343809

Il 19 marzo nella città di Krivoi Rog i militari ucraini hanno arrestato a casa sua Yury Bobchenko, presidente del Sindacato degli operai e minatori ucraini dell’Arcelor Mittal Krivoi Rog, una multinazionale.

Il 5 aprile la SBU ha arrestato il noto antifascista di Kharkov Oleg Novikov. Nel suo canale Telegram è riuscito a scrivere prima di essere portato via: “Sono venuti a prendermi. Siate sempre voi stessi“. Oleg Novikov è un ex deputato del consiglio distrettuale, un attivista antifascista di “Kharkiv anti-Maidan”, disabile con 3 figli piccoli, un uomo di fede ortodossa e convinzioni inflessibili. Nel 2015, come leader della ONG Istok, fu arrestato e condannato a tre anni di carcere per “separatismo”.

Dopo il suo rilascio, Novikov aveva continuato ad esprimere pubblicamente la sua posizione sulle relazioni fraterne tra i popoli russo e ucraino; dopo lo scoppio delle ostilità, ha coraggiosamente cercato di trasmettere la verità alla popolazione.

Il regista cileno americano Gonzalo Lira è stato arrestato e poi messo ai domiciliari a Kharkiv , dopo l’intervento dell’Ambasciata cilena

Dal 15 aprile era scomparso in Ucraina il famoso scrittore e regista americano-cileno Gonzalo Lira. Il 14 aprile aveva avvertito su Telegram, dei suoi timori e del rischio di essere preso e arrestato dal regime di Kiev, dopo aver subito minacce.

Lira ha tenuto una cronaca in inglese sul suo Twitter degli eventi in Ucraina dal 24 febbraio. In particolare aveva criticato il regime di Zelensky, perché in modo scellerato, le autorità ucraine, hanno preso la decisione criminale di distribuire armi alla popolazione senza controllo e nessuna responsabilità. Inoltre denunciava anche che il regime di Kiev organizzava repressioni e linciaggi di persone inermi per le strade delle città ucraine. Aveva anche documentato il ruolo di illegalità dei militanti di estrema destra nei ranghi delle strutture di potere dell’Ucraina.

Volete sapere la verità sul regime di Zelensky? Cercate su Google questi nomi: Vladimir Struk, Denis Kireev, Mikhail e Alexander Kononovichi, Nestor Shufrich, Jan Taksyur, Dmitry Dzhangirov, Elena Berezhnaya.

Se non mi sentite per 12 ore o più, mettetemi in questa lista di scomparsi”, questo avvertimento era stato scritto dal regista poco prima della scomparsa. Alcuni giornalisti hanno condotto una loro indagine su ogni nome indicato dal regista cileno e hanno verificato che sono tutte persone rapite dalla SBU e poi scomparse. Numerosi media cileni hanno riferito della scomparsa di Lira. Su richiesta dei giornalisti cileni, il ministero degli Esteri del Cile ha fatto sapere che stava operando per aiutare il proprio concittadino. Il 20 aprile si è rifatto vivo con un collegamento online facendo sapere che stava bene, ma che non poteva fare altre dichiarazioni essendo ristretto in detenzione domiciliare: “…Fisicamente sto bene. Non posso dire nient’altro, a parte il fatto che sto bene. E grazie per esservi preoccupati per me. Lo apprezzo molto…non posso lasciare Kharkov…”, sono state le sue parole.

Anche la pubblicista e blogger di Kiev, Myroslava Berdnik, nota antifascistae autrice del libro messo al bando in Ucraina “Le pedine nel gioco di qualcun altro. La storia segreta dei nazionalisti ucraini” è stata accusata dall’SBU di attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina e tradimento.

In una intervista aveva raccontato la sua vicenda: “ …una mattina non avevo aperto la porta a una persona sconosciuta che cercava di entrare violentemente nel mio appartamento, affermando di volermi portare in polizia. Dopo un’ora e mezza, ho cominciato a trascinarmi fuori dall’appartamento con le stampelle per andare in taxi alla clinica per le cure, un investigatore della SBU mi ha bloccato nella tromba delle scale e, sotto registrazione video, mi ha letto una notifica dove mi si comunicava che ero in un momento non specificato di un indagine preliminare, perché in circostanze non specificate e in un luogo sconosciuto, rendendomi conto della criminalità delle mie azioni, avrei attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina per rovesciare l’ordine costituzionale“, ha raccontato la Berdnik, dichiarando di essere assolutamente in dissenso “con questa accusa delirante” e di considerarsi estranea alle accuse. “Mi ha davvero irritato, ma non accetterò accordi con le indagini, per confessare accuse assurde e mi difenderò con buoni avvocati. Sono gravemente malata, dopo un’operazione complessa ora ho delle complicazioni, sembra tutto una tortura. Anche sotto Poroshenko, vista la debolezza delle imputazioni e l’assurdità dell’accusa, non avevano osato toccarmi. E ora questi… ehm. Combatterò!” Infatti la SBU l’aveva già minacciata nel 2016: “se non ammetteva la sua colpevolezza”, poteva essere condannata a 15 anni ai sensi dell’articolo 258 del codice penale.

In marzo l’SBU ha arrestato Elena Lysenko, moglie dell’ attivista per i diritti umani e volontario civile di Donetsk Andrey Lysenko, che da molti anni distribuisce donazioni umanitarie internazionali (anche per SOSDonbass Italia), per aiutare la popolazione del Donbass. E’ stata rilasciata e messa in libertà vigilata, ma solo dopo essere stata costretta a registrare un video in cui calunniava il marito. Infatti la SBU ha costretto la donna a diffamare se stessa e la sua famiglia, e ad accusare il marito registrando un video. Elena ha poi dichiarato di essere stata costretta a tutto questo, chiedendo perdono e di averlo fatto per poter accudire le due figlie di sua sorella appena morta. Chi conosce Andrey non ha amai avuto alcun dubbio.

Nelle rappresaglie in corso contro i membri dell’opposizione è anche caduto Viktor Medvedchuk, capo del partito “Piattaforma di Opposizione/ Patrioti per la Vita”, che era il secondo partito più grosso dell’Ucraina, prima di essere anch’esso messo fuorilegge. Medvedchuk è stato rapito ad aprile dalla SBU e poi è stato picchiato, per fargli fare dichiarazioni poi presentate come spontanee.

Il politico è accusato di tradimento e violazione delle leggi di guerra. Secondo gli investigatori, aveva in programma di produrre petrolio e gas sulla piattaforma del Mar Nero nella regione della Crimea e di aver fornito assistenza alla Russia per “attività sovversive contro l’Ucraina“.

Medevdchuk è stato rapito in una operazione molto spettacolare, con presenti molti testimoni, 12 di questi erano pronti a testimoniare circa ciò che accadde. Ora si è scoperto che 10 di questi testimoni, tutti attivisti del Partito di opposizione, sono stati uccisi.

Il 20 marzo, a Kharkiv uomini non identificati con uniformi militari e il bracciale blu, hanno rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, che ha sempre difeso i dissidenti e i prigionieri politici in tribunale, anche accusati di alto profilo. E’ stato portato via in una direzione sconosciuta, portando via dalla sua abitazione documentazioni e fascicoli dei suoi assistiti.

Subito dopo il rapimento, uno dei clienti dell’avvocato, Spartak Golovachev, anche lui poi arrestato, aveva parlato così di Tikhonenkov: “A Kharkiv è stato rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, un deputato del consiglio distrettuale e insegnante all’Accademia di giurisprudenza di Kharkiv. Sui libri di testo da lui scritti, ho imparato le scienze giuridiche. L’avvocato ha lasciato un figlio affetto da paralisi cerebrale che ha bisogno di cure costanti. Anche lui è malato di cancro e ha bisogno di cicli di cure. Dmitry Anatolyevich è noto in Ucraina per le sue attività per i diritti umani e ha affrontato molti casi avversi al governo di Kiev. Era, tra le altre cose, il mio avvocato”, ha scritto Golovachev.

L’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina ha riferito che l’avvocato è stato accusato di alto tradimento, in base all’ormai popolare articolo nel paese. L’accusa ritiene che Tikhonenkov abbia fornito ai militari russi dati sul luogo, in cui si trovano unità delle forze armate ucraine.

La moglie dell’avvocato ha sporto denuncia alla polizia per il rapimento. E’ probabile che Tikhonenkov sia stato sequestrato dalla SBU. Egli era anche deputato del Consiglio regionale di Kharkiv del partito politico di opposizione, ora fuorilegge “ Piattaforma per la Vita”.

Ad aprile è stato arrestato dai servizi segreti di Kiev, per sospetto di alto tradimento il giovane blogger ucraino, Gleb Lyashenko, con l’accusa di propaganda anti-ucraina e alto tradimento. Rischia 15 anni di carcere. Lo riporta direttamente la SBU (fonte qui:  https://www.facebook.com/100064794063917/posts/340834014753065/) che spiega nel dettaglio le attività “criminose” di quello che viene definito un “indegno giornalista”. Secondo gli investigatori dell’intelligence il blogger avrebbe screditato la politica del governo e sostenuto le azioni russe. In altre parole è stato incarcerato per aver criticato Zelensky e aver detto che, anche i russi hanno le loro ragioni. Reati d’opinione quindi, né più né meno. Ecco la democrazia “ à la carte”, per la cui difesa stiamo mandando a rotoli l’economia, rischiando di trascinare l’intera Europa in un sanguinoso conflitto totale.

In aprile la SBU ha arrestato a Kiev Dmitry Marunich, ingegnere ed esperto nel campo dell’energia per “tradimento”, la sua colpa sta nel fatto che ha rilasciato diversi commenti pubblici ai media russi su questioni energetiche. In base a quale articolo sia stato accusato, non è riportato, ora si trova in un centro di custodia cautelare.

Il 19 marzo alle 7:34 del mattino è stato arrestato Yuriy Tkachev, un giornalista di Odessa, caporedattore della rivista online “Timer Odessa”. Poco prima di essere preso era riuscito a scrivere sul Web: “Sono venuti a prendermi. E’ stato bello comunicare con voi“. 

Secondo la moglie di Yuri, Oksana, quando lui ha aperto la porta dell’appartamento, non ha fatto alcuna resistenza. Ma, nonostante ciò, la SBU lo ha trascinato sul pavimento, stendendolo a faccia in giù. Poi hanno anche detto a lei di lasciare l’appartamento. Nessuna violenza è stata usata contro di lei. Secondo Oksana Chelysheva, una attivista per i diritti umani, che ha parlato con la moglie, ella afferma di aver visto attraverso la porta d’ingresso aperta, come uno degli ufficiali della SBU è andato nel bagno, dove è rimasto per diversi minuti. Poi è nel bagno che gli ufficiali della SBU hanno dichiarato di aver “scoperto” una granata e una bomba TNT. “Dopo che quest’uomo ha lasciato il bagno, la SBU ha riportato Yury e Oksana nell’appartamento, dove è iniziata la ricerca. Allo stesso tempo, hanno costretto Yuri a spogliarsi. Gli è stato permesso di vestirsi solo prima di essere portato via ”, ha sottolineato l’attivista per i diritti umani. Ora è ai domiciliari in attesa del processo.

TRE RESIDENTI DELLA TRANSCARPAZIA SONO STATI ARRESTATI PER “SOSTEGNO PUBBLICO ALLA RUSSIA”.

Il 7 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto di tre residenti della regione della Transcarpazia, che hanno sostenuto apertamente la Russia sui social network e sui propri siti web, e hanno anche criticato il governo di Kiev. Lo ha riferito il Centro Unificato di Assistenza Legale “Compatrioti” facendo riferimento ad una nota del Centro stampa della SBU.

Uno è un residente del distretto di Mukachevo, capo di una organizzazione pubblica, che, attraverso gli account ei gruppi da lui amministrati nei social network, aveva condotto una campagna di informazione fino a quando non sono stati presi i provvedimenti che riguardano “la minaccia all’ ordine costituzionale e l’integrità territoriale dell’Ucraina”, come scrive l’ SBU. Ai sensi della parte 2 dell’articolo 109 del codice penale ucraino, l’uomo rischia la reclusione fino a tre anni.

Altri due residenti della regione, che hanno parlato a sostegno della Russia, sono stati arrestati per sospetto ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2 (giustificazione, riconoscimento della sua legalità, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina, glorificazione dei suoi partecipi) del codice penale ucraino. Rischiano una condanna fino a cinque anni.

Va ricordato che un residente di Kiev è stato condannato a 5 anni per un like a Odnoklassniki, un network russo, pur riconoscendo che egli non aveva scritto nulla di suo sul portale.

UN CITTADINO DI KIEV È STATO ARRESTATO PER AVER ACCUSATO LE AUTORITÀ UCRAINE DI CRIMINI DI GUERRA

Il 3 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha arrestato un residente di Kiev, che ha accusato le autorità ucraine di crimini di guerra sui social network, allegando foto e video attinenti alle sue dichiarazioni come prove.

Lo ha comunicato il centro stampa della SBU.

Secondo la SBU, il detenuto è un ex laureato della Scuola per piloti dell’aviazione militare superiore di Chernihiv, che era intitolata a Komsomol Lenin. Secondo l’accusa, dal 24 febbraio 2022 ha iniziato una attività sui social media accusando nei suoi account, crimini di guerra ucraini. In particolare, ha scritto che colonne di rifugiati di Mariupol e Berdyansk erano state colpite da razzi a grappolo delle forze armate ucraine e che l’esercito ucraino, i cui rappresentanti ha definito nazisti, sparavano a bambini e civili nel Donbass.

Allo stesso tempo, ha sostenuto le azioni della Russia per denazificare l’Ucraina e ha caricato video di come l’esercito russo sta aiutando gli ucraini. L’uomo è stato accusato ai sensi della parte 2 dell’art.436-2 (giustificazione, riconoscimento della legalità delle operazioni russe, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa in Ucraina, glorificazione dei suoi partecipanti) del codice penale ucraino. Rischia fino a cinque anni di reclusione.

Con l’accusa di tradimento, è stato arrestato il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale di Nikolaev, Gennady German. Il procuratore generale dell’Ucraina Irina Venediktova ha riferito nel suo blog che è stato il capo dell’ufficio del procuratore regionale di Nikolaev ha scoprire la “talpa”, e poi lo ha denunciato alla SBU.

Secondo la SBU il pubblico ministero avrebbe svolto “compiti criminali per i rappresentanti dello Stato aggressore”. L’accusa comunicata dal funzionario dell’SBU Artem Degtyarenko è “ di essere un sostenitore del “mondo russo” e di aver meticolosamente “fatto trapelare” informazioni al nemico sul numero e sui luoghi di detenzione dei prigionieri di guerra delle forze armate della Federazione Russa, nella regione di Nikolaev. Oltre ad aver fornito dati sul personale militare e sui civili morti e altre informazioni di interesse per gli occupanti. In cambio di queste informazioni, sperava di continuare a lavorare nell’ufficio del pubblico ministero nel caso in cui il nemico avesse catturato la regione, ma ha dimenticato che per tali azioni è previsto l’ergastolo. Le sue attività sono state interrotte in tempo e sono state evitate conseguenze più gravi”, questa la nota dell’SBU.

Secondo l’ex vice della Verkhovna Rada Oleksiy Zhuravko, l’agitazione tra le forze di sicurezza ucraine, rivelata dal caso del procuratore di Nikolaev, German, indica che le autorità golpiste ritengono imminente l’ingresso di truppe russe a Nikolaev e organizzano frettolosamente azioni esemplari dimostrative, per intimidire la popolazione e i funzionari locali: “ E’ la dimostrazione che hanno paura. Questo caso è un altro dei loro falsi. Non hanno via d’uscita e iniziano a intimidire le persone con tali metodi, prevenendo cose che sembrano loro sospette. Ho parlato con Nikolaev, la situazione sta cambiando radicalmente, le persone stanno iniziando a capire chi sia veramente l’assassino della loro stessa gente. Le persone vedono cosa sta succedendo e perché tutto sta accadendo, vedono chi piazza armi, chi piazza punti per i cecchini vicino a edifici residenziali e appartamenti. Ora, penso, i servizi speciali ucraini intensificheranno le repressioni e cercheranno traditori ovunque“, ha detto Zhuravko.

LA SBU HA ARRESTATO A FINE GIUGNO, 19 GIORNALISTI DI OPPOSIZIONE

Il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto in contemporanea di 19 giornalisti di opposizione a Kiev, Kharkov, Odessa, Zaporozhye, nonché nelle regioni di Dnipropetrovsk e Vinnitsa.

Lo ha riferito il centro stampa della SBU. Secondo la nota, i giornalisti hanno pubblicato informazioni sulla detenzione di prigionieri russi, che non erano state concordate con le autorità, e hanno anche preparato materiali su nazionalisti operativi.

INSEGNANTE DI LINGUA UCRAINA, ARRESTATA A ZHYTOMYR PER AVER SOSTENUTO LA RUSSIA

Il 14 giugno la direzione del Servizio di sicurezza ucraino nella regione di Zhytomyr ha riferito dell’arresto di un certo numero di residenti non indicato numericamente, per sostegno alla Russia.

Secondo la comunicazione, anche una insegnante di lingua ucraina di Zhytomyr, la quale discutendo con i suoi colleghi, aveva spiegato che le azioni della Russia in Ucraina, non erano sbagliate, dal momento che aveva l’obiettivo di cancellare Bandera e combattere i neonazisti. Per questo fatto, è stata avviata una causa ai sensi della parte 1 dell’articolo 111-1 (attività di collaborazione) del codice penale. Rischia fino a 15 anni.

In base allo stesso articolo, è stato avviato un procedimento nei confronti di un altro residente di Zhytomyr, che ha apertamente spiegato ai residenti locali, che la Russia in Ucraina stava proteggendo la popolazione di lingua russa dall’oppressione dei nazionalisti neonazisti.

La SBU ha anche arrestato due residenti di Novograd-Volynsky per messaggi e pubblicazioni sui social network a sostegno della Russia. È stato avviato un procedimento contro queste persone ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2, del codice penale ucraino. Gli imputati rischiano fino a 5 anni di reclusione.

La SBU ha dichiarato che per un tale atto, un residente di Berdichev è stato condannato alla reclusione per un periodo di tre anni perché nei social aveva sostenuto la Russia.

La SBU ucraina dà la caccia a figure dell’opposizione anche al di fuori dei confini del paese.

All’interno di questa campagna di repressione dispiegata, il 5 maggio, la SBU ha annunciato l’arresto in Spagna del politico e attivista ucraino Anatoly Shariy. Shariy e il suo partito, pur non essendo filorussi, si erano opposti al colpo di stato militare di Maidan del 2014 e anche criticato i presidenti Poroshenko e Zelensky per la loro collaborazione con i neonazisti. Poche settimane prima del suo arresto, Shariy aveva detto alla stampa di essere stato avvertito che la SBU stava preparando un attentato contro di lui, come precedentemente anticipato dalla Fondazione per la lotta alla repressione. Ora, dopo l’arresto, i suoi avvocati spagnoli temono per la sua incolumità, perché è ormai pubblico che le autorità ucraine utilizzano la tortura e l’omicidio per i loro oppositori politici.

Shariy è un ucraino, nel 2019 ha fondato un suo partito politico (ora, uno degli oltre 60 messi fuorilegge). Shariy è stato descritto dai media ucraini e internazionali come un filo-russo e anti-ucraino, etichette che egli nega e contesta nei tribunali. Dopo alcuni suoi lavori investigativi, aveva ricevuto numerose minacce di morte. Dopo essere uscito dall’Ucraina e chiesto asilo politico nell’Unione Europea, lo scorso anno la Lituania gli ha revocato l’asilo politico e lo ha dichiarato persona non grata. A quel punto si è trasferito in Spagna. Nel febbraio 2021, Shariy è stato accusato di tradimento e incitamento all’odio etnico o razziale dal Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU). Il 4 maggio 2022 è stato arrestato dalle autorità spagnole su richiesta della SBU. Ora le autorità spagnole stanno studiando il caso per decidere una estradizione in Ucraina, per il crimine di tradimento e incitamento all’odio, come richiesto dalla giunta di Kiev.

In una recente intervista all’Independiente ha dichiarato: “ I miei legami con la Russia sono gli stessi che si possono avere in qualsiasi paese libero. Sono stato accusato di alto tradimento in Ucraina. Ho ricevuto la notifica un anno fa. Non ho nulla da nascondere perché non è altro che una situazione burlesca. I servizi di sicurezza mi indicano in un posto, ma non si sa quale, con una persona , ma non si sa chi. Poi ad un certo momento, non si sa quando, ho iniziato a stabilire connessioni con la Russia per scopi di propaganda. Queste sono accuse ridicole. Seppure molto pericolose per la mia vita“.

Come ha denunciato il giornalista statunitense Dan Cohen: “…Anatoly Shariy è stato l’obiettivo di un recente tentativo di omicidio della SBU. Shariy è stato un esplicito oppositore del regime di Maidan sostenuto dagli Stati Uniti, ed è stato costretto a fuggire in esilio dopo aver subito anni di vessazioni da parte dei nazionalisti ucraini. Nel marzo di quest’anno, il giornalista libertario aveva ricevuto un’e-mail da un amico, “Igor“, che gli chiedeva di organizzare un incontro. Successivamente ha appreso che Igor era appena stato arrestato dalla SBU e sotto pressioni veniva usato per indurre Shariy a rivelare dov’era.

Egli era inserito nella famigerata lista nera pubblica di Myrotvorets dei “nemici dello stato ucraino“, fondata da Anton Geraschenko, il consigliere del Ministero degli affari interni che ha approvato l’assassinio di parlamentari ucraini accusati di simpatie russe…”.

Il più famoso politologo ucraino, Mikhail Pogrebinsky, di 75 anni, è stato costretto a lasciare l’Ucraina dopo che è stata effettuata una perquisizione nel suo appartamento e una convocazione presso l’SBU. Nei dibattiti aveva sempre sostenuto la necessità di trovare una soluzione politica che facesse rimanere le Repubbliche Popolari del Donbass nella statualità ucraina, ma da febbraio non era più intervenuto in TV o in eventi pubblici.

Dopo che Ukrayinska Pravda, un giornale controllato dai partner di George Soros, aveva riportato che Pogrebinsky era accusato di aver condotto uno studio sociologico, il cui risultato, anche in condizioni di censura e terrore, aveva mostrato un sostegno alle azioni della Russia e di Putin al livello del 45% della popolazione, la situazione ha cominciato a farsi difficile e rischiosa per il politologo, conoscendo i metodi della SBU, anche per la sua famiglia. Ecco perché Pogrebinsky ha scelto l’esilio.

Il 13 marzo una banda di neonazisti ha assaltato e bruciato la casa dell’attivista di sinistra e bikerDmitry Lazarev vicino ad Odessa, nel distretto di Razdelnyansky.

Lazarev è noto ad Odessa per le sue posizioni dopo il golpe di EuroMaidan. Ha sempre osteggiato l’avvento delle forze radicali neonaziste ucraine e difeso la memoria storica della Grande Guerra Patriottica e dell’Unione Sovietica. Per questo negli ultimi otto anni ha dovuto scontrarsi e subire numerosi attacchi e minacce.

E’ sotto processo già dal 1 maggio 2020, per aver issato nel giorno della festa dei lavoratori una bandiera rossa. Per questo sta aspettando una sentenza, dove rischia la reclusione fino a cinque anni, con possibile confisca dei beni. Nonostante questo, anche il 9 maggio, Giornata della Vittoria sul nazismo, ha issato la bandiera dell’URSS.

Infatti nell’Ucrainademocratica” del dopo Maidan, il termine “Grande Guerra Patriottica” è bandito, e per l’esposizione della bandiera rossa, sotto la quale hanno combattuto milioni di ucraini padri e nonni degli attuali cittadini, si può essere processati e condannati fino a tre anni di carcere, per diffusione di simboli sovietici e comunisti.

In una intervista all’attivista dei diritti umani e giornalista ucraina Oxana Chelysheva, scappata dall’Ucraina, così si è espresso Lazarev: I discendenti non ci perdoneranno un Paese fatto a pezzi e deterso con il sangue. Ho capito solo dopo, che la punizione secondo l’attuale legislazione ucraina, potrebbe essere grave. Ma se le leggi inventate dalle persone contraddicono le leggi della coscienza e del buon senso, allora penso che dovremmo essere guidati da quest’ultimo.

Non potevo fare altrimenti, ogni nostro gesto è necessario nella società. Il padre di mia madre e i suoi due fratelli non sono tornati dalla guerra. Memoria eterna e gloria a loro. Voglio il diritto che mi restituiscano i miei nonni almeno per un giorno. Almeno per un’ora. Guardarsi negli occhi, abbracciarsi…Il Giorno della Vittoria è una festa sacra. Mio nonno paterno ha attraversato tutta la guerra. CINQUE medaglie al valore e più di 30 nazisti abbattuti, causati dalla batteria antiaerea che comandava. Per questo alzo lo Stendardo Rosso per i Nonni, per gli Eroi e i Vincitori del 9 maggio…”. Per questi valori “criminali”, nell’Ucraina odierna, gli hanno bruciato la casa e rischia il carcere.

La SBU è arrivata e sta entrando nella mia casa”, queste le ultime parole scritte dallo storico Alexander Karevin, attraverso il web. Ad oggi non si sa il destino dello storico o altre notizie.

La SBU sta irrompendo in casa”, queste invece le ultime parole scritte ad oggi, dal giornalista Dmitry Skortsov, pubblicate sul suo social network. Ad oggi si sa solo che il giornalista è latitante.

Ma le rappresaglie e le ritorsioni in questa Ucraina deformata e coartata non si fermano nemmeno di fronte alle fedi religiose, anzi, negli ultimi mesi si intensificano e dilagano anche contro i Padri della Chiesa ortodossa Ucraina e i milioni di credenti che li seguono, assaltando e distruggendo templi e chiese. Che documenterò in un prossimo lavoro.

Questo è ciò che decine di migliaia di cittadini ucraini, subiscono quotidianamente nel loro paese, dal governo Zelensky, continuatore del golpe di EuroMaidan del 2014, nel più totale oscuramento mediatico del nostro sistema informativo e, OVVIAMENTE, questo è solo la parte visibile dell’iceberg, documentata limitatamente fino a giugno, ma che quotidianamente è incrementata di costanti repressioni.

Tutto ciò avviene ogni giorno mentre i crimini vengono archiviati e i criminali di stato, vivono indisturbati o, come spesso accade vengono addirittura premiati. Come nel caso di Maxim Marchenko, l’ex comandante del battaglione neonazista “Ajdar” accusato dalle organizzazioni per i diritti umani per i suoi numerosi atti di violenza e crimini contro civili… è stato poi nominato governatore dell’Oblast di Odessa.

Fonti:

Fondazione per la lotta alla repressione

CENTRO STAMPA DELL’SBU Ucraina

Mintpressnews

Washington Post

New York Times

5 TV

SOZH Info

Ukraina.ru

Junge Welt

NBC

BBC

t.me/s/repressionoftheleft

Telegram ucraino

White Lives Matter

Timer

PolitNavigator

Vera24.eu

Pravcenter

Independiente

Obozvevatel

Enrico Vigna, 28 luglio 2022

RAZIONAMENTO: Lo vuole e lo decide l’Europa

di Tonino D’Orazio (1 agosto 2022)

Un Consiglio europeo dei ministri dell’Energia ha convalidato, il 20/7/22, COM(2022)361Final, una proposta di Regolamento presentata dalla Commissione per organizzare il taglio del gas nell’Unione. L’operazione è ricoperta dalla modesta denominazione di “riduzione dei consumi”, in questo caso del 15%. La stampa sovvenzionata (e anestetizzata dagli elementi di linguaggio forniti dall’American Deep State) è attenta a non svegliare il pubblico comune: evita di spiegare chiaramente che la riduzione dei consumi si tradurrà in un razionamento più o meno brutale a seconda dei paesi. E il regolamento prevede espressamente di prendere di mira, in via prioritaria, le famiglie tralasciando le imprese.

Dobbiamo assaporare le formule pudiche che la stampa riprende continuamente senza spiegarne chiaramente il significato al grande pubblico. Il regolamento che l’Unione sta per imporre ai popoli che la compongono si chiama “misure coordinate di riduzione della domanda di gas”. Questa formula tecnocratica non significa altro che “tagli gas per le famiglie ordinati dalla Commissione europea”. La mia formulazione ha lo svantaggio di indicare esattamente quale sia il prezzo che i cittadini dell’Unione devono pagare per il loro sostegno alla politica suicida americana di guerra contro la Russia; che dovremo pagarne il prezzo alto, vale a dire, diventare più poveri e avere freddo d’inverno, e forse non basterà. Per finire, i tagli del gas a gennaio 2023 saranno ordinati da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione burocratica (di nuovo la Troika), senza tener conto dei bisogni popolari… o dei governi nazionali. Questo è ciò che la Commissione chiama ironicamente “riduzioni volontarie della domanda”.

Scopriamo inoltre, in questo regolamento, il cui scopo principale è trasferire la nostra cosiddetta “sovranità energetica” alla Commissione von der Leyen, l’invenzione di un nuovo concetto: “l’allarme dell’Unione”. “Allarme dell’Unione” indica un livello di crisi specifico dell’Unione che fa scattare un obbligo di riduzione della domanda e che non è collegato a nessuno dei livelli di crisi di cui all’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2017/1938. Infatti il nuovo regolamento in arrivo prevede una tappa aggiuntiva nei dispositivi repressivi e di spoliazione pazientemente costruiti dal 2014: in questo caso, un “allerta dell’Unione” dà a Bruxelles il potere di tagliare il gas ai cittadini dell’Unione senza che uno Stato membro possa opporsi. Sono convinto che questa innovazione sarà un altro punto di rottura della stessa Unione europea.

Questo principio di “allerta dell’Unione” è al centro del regolamento (17 pagine), che ne dà istruzioni per l’uso: La Commissione può dichiarare una segnalazione dell’Unione solo in caso di rischio significativo di una grave carenza di approvvigionamento di gas o di una domanda di gas eccezionalmente elevata. Il caso è cucito con filo bianco: in caso di “grave carenza di approvvigionamento di gas”, la Commissione europea prenderà il controllo e deciderà tagli drastici alla distribuzione del gas per evitare disastri. I criteri definiti dal regolamento per innescare questa “allerta”, che altro non è che una presa di potere da parte della Commissione, sono talmente vaghi che tutto è ormai possibile. In pratica, alla minima ondata di freddo, gli Stati saranno espropriati del loro ruolo di “regolazione del mercato”, e tutto si deciderà a Bruxelles, (o forse meglio, a Berlino). Poi dicono che Orban è cattivo.

In pratica, una segnalazione dell’Unione fa scattare una “riduzione obbligatoria” (che non è più una riduzione del tutto volontaria, si concorderà) dei consumi di gas. Ai fini della riduzione obbligatoria della domanda, fintantoché l’allerta dell’Unione è dichiarata, il consumo aggregato di gas naturale di ciascuno Stato membro nel periodo dal 1 agosto di ogni anno al 31 marzo dell’anno successivo (“periodo di attuazione”) è ridotto di almeno il 15% rispetto al consumo medio di questo Stato membro nel periodo dal 1 agosto al 31 marzo (“periodo di confronto”) per i cinque anni consecutivi precedenti la data di entrata in vigore del presente regolamento.

Anche qui, va notato che il cartello della stampa sovvenzionata evita abilmente di specificare che i tagli del gas sono previsti per un intero inverno… Questi tagli dovrebbero ufficialmente far risparmiare il 15% dei consumi di ciascuno Stato. Ma nulla esclude che, in solidarietà con l’industria tedesca, (fino ad oggi rifiutato dai paesi/colonie del Mediterraneo), ogni Paese sia chiamato a fare temporaneamente di più…

Saranno quindi le famiglie ad essere colpite in via prioritaria per proteggere le imprese … Sono soprattutto i criteri di selezione dei target a meritare un’attenzione particolare, criteri di cui ovviamente nessuno parla per paura di suscitare rabbia contro la solita e stupida sottomissione dell’Unione a Washington. La selezione spiega semplicemente chi non dovrebbe essere influenzato dai tagli di gas che si stanno preparando. In questo caso, queste persone privilegiate, ribattezzate “clienti tutelati”, sono quelle che ricoprono un ruolo essenziale “per la società”, e che non potrebbero più ricoprirlo in caso di mancanza gas, ma anche coloro che svolgono un “ruolo essenziale per la società” degli altri Stati membri. A questo gruppo si aggiungono le industrie che rischierebbero di essere danneggiate in caso di interruzione della fornitura di gas, o quelle (un gruppo ancora più vago) che davvero non possono fare a meno di utilizzare il gas. Coloro che non sono in questa lista sono “clienti non protetti”. In concreto, si tratta di famiglie e società di servizi che pagheranno per i protetti. E’ il cetriolo legalizzato.

E’ il prezzo da pagare per l’Ucraina. Molti europei, a febbraio, erano soddisfatti della narrazione ufficiale, “fabbricata” da organizzazioni vicine alla CIA, per decifrare la situazione in Ucraina. Il malvagio Putin ha brutalmente invaso i gentili ucraini che meritano il nostro pieno sostegno. Finché la guerra è stata uno spettacolo televisivo, lontano da noi, con le sue immagini piene di emozioni binarie, appoggiandosi anche su allestimenti crudi e macabri come in Bucha, molti potrebbero essere pigramente soddisfatti di questa spiegazione. Ma, a poco a poco, la guerra in Ucraina e la strategia americana di mettere in ginocchio l’Europa sotto la copertura di una frenetica difesa del loro Occidente, oltrepasserà lo schermo e si intrometterà nella vita quotidiana degli europei: inflazione, privazioni di gas, elettricità, razionamento del carburante attraverso aumenti di prezzo. Povertà. Rivolte sociali?

Scommetto sul fatto che l’escalation del caos che la casta organizza per difendere il proprio ordine, strumentalizzando tutto ciò che può, comprese le tragiche morti dei poveri ucraini, produrrà lo stesso effetto degli sproloqui e delle incongruenze sul COVID: a poco a poco, interi settori dell’opinione pubblica capiranno il trucco e, con dolore, rivolgeranno le loro armi, politiche, contro il loro governo corrotto. A tirare troppo la corda, alla fine questa si strappa.

La crisi ucraina: origine, sviluppi e prospettive (I° e II° parte)

di Andrea Vento (Parte I)

La formazione storica dell’Ucraina

La formazione storica dell’Ucraina è frutto di un processo plurisecolare e caratterizzato da varie fasi che ad oggi non ha ancora raggiunto un’esaustiva definizione in termini di confini geografici e di identità culturale e nazionale. La sua posizione nella parte del bassopiano sarmatico a nord del mar Nero ha, infatti, favorito nel corso dei secoli l’avvicendarsi di popoli e di potenze egemoni provenienti soprattutto da est. Lo stesso toponimo Ucraina (Ukraina) composto da u (“vicino, presso”) e okraina  (“periferia”) dalla radice slava kraj (“limite”, “bordo”) significa “marca di confine”, quasi a delinearne le sorti geopolitiche di terra contesa.

Le vaste pianure del bassopiano Sarmatico meridionale per secoli vennero attraversate e temporaneamente occupate da vari popoli, Sarmati e Sciti nel I millennio a.c. e successivamente Goti, Unni, Avari e Bulgari, fino a che verso la fine del IX secolo venne fondata la Rus’ di Kiev, una confederazione monarchica medioevale degli Slavi orientali, su parte del territorio delle odierne Ucraina, Russia occidentale, Bielorussia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia orientali, ad opera dei Variaghi (vichinghi), detti anche Rus´ (carta 1). I marinai Variaghi cominciarono a stabilirsi in insediamenti stabili e ad imporre il loro dominio sulle locali tribù slave e col tempo si assimilarono linguisticamente a queste ultime, sviluppando peraltro un florido commercio fluviale fra il mar Nero e il Baltico. Questa confederazione viene considerata il più antico  Stato organizzato slavo-orientale, del quale Kiev fu a lungo la capitale. La sua storia fu, tuttavia, caratterizzata da divisioni interne e da tentativi di invasione: nel 1169 il principe Andrej Bogoljubskij, che aveva già trasferito la capitale dello Stato a Vladimir, nella parte occidentale dell’attuale Ucraina, saccheggiò Kiev e dopo le incursioni dei Peceneghi e dei Cumani del X secolo, nel 1240, la stessa Kiev venne rasa al suolo dai Tataro-mongoli. Nel medioevo è stato il punto centrale della cultura degli slavi orientali e ha costituto la base dell’identità nazionale ucraina.

Nel XIII secolo l’unità territoriale della Rus’ crollò a causa sia della frammentazione in diversi principati che della devastazione creata dall’invasione mongola. Nel 1242, infatti, il nipote di Gengis Khan, Batu Khan, fondò il Khanato dell’orda d’Oro che rimase in vita fino al 1502.

Dopo 260 anni di occupazione mongola, durante i secoli XVII e XVIII, emerse e prosperò l’Etmanato cosacco. Un’entità statale costituita dai cosacchi dell’Ucraina tra il 1649 e il 1764, anno in cui Caterina II di Russia abolì ufficialmente l’Etmanato e la carica di Etmano ed il suo territorio spartito tra la Polonia e l’Impero russo.

In relazione a questa fase storica, di fondamentale importanza per i suoi sviluppi successivi risulta il Trattato di Perejaslav (1654) stipulato tra l’Etmanato cosacco e lo zar di Russia Alessio I. L’accordo decretò la separazione dell’Ucraina dalla Polonia ed il suo ingresso nell’orbita del potere zarista rafforzandone la potenza. Inoltre, la zona, che ai tempi del predominio polacco dal punto di vista religioso faceva riferimento alla tradizione cattolica, passò sotto l’influenza della chiesa ortodossa.

Carta 1: l’estensione territoriale della Rus di Kiev e le linee delle invasioni da est

Dopo l’abbattimento dell’impero zarista, al termine della I Guerra mondiale coesistevano addirittura due Ucraine: la Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale e Transcarpazia (1918, linea verde nella carta 2) e la Repubblica Ucraina di Kiev (1917-21, linea viola), inserite entrambe in modo grossolano nel più vasto spazio etno-linguistico ucraino (linea tratteggiata). Nel 1922 una versione ridotta di quest’ultima divenne la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (arancione), cui nel 1924 la Russia sottrasse la fascia di territorio che congiunge le alture del Don al Mar d’Azov (strisce rosa e marroni).

Questo nucleo venne successivamente ampliato, sempre per iniziativa unilaterale del Cremlino: nel 1939 vi fu, infatti, annesso parte del territorio polacco (azzurro) comprensivo dell’importante città di Leopoli. Nel 1940 furono aggiunti i territori romeni (rosso) della Bucovina settentrionale e del Budjak (Vecchia Bessarabia) e la sottile e slavofona Transnistria (strisce verdi orizzontali) fu ceduta alla neonata Repubblica Socialista Sovietica Moldova per diluirne la componente romena.

Nel 1945 venne incorporata per esplicito volere di Josif Stalin la Rutenia cecoslovacca (verde acqua). Una regione subcarpatica etnicamente eterogenea, i cui confini arbitrariamente ridisegnati sottraevano anche all’Ungheria diverse municipalità di frontiera.

Infine, nel 1948, vennero annesse le isole romene (giallo), strategiche per scongiurare l’isolamento navale-militare di Odessa in caso di conflitto.

Il 19 febbraio 1954 la Crimea (fucsia) venne scorporata dalla Russia da Nikita Khruščёv (nato da famiglia ucraina) e donata alla repubblica sovietica retta da Aleksej Kiričenko (Primo segretario del Partito comunista ucraino dal 1953 al 1957) per commemorare l’anniversario del Trattato di Perejaslav del 1654. Accordo che viene celebrato dagli ucraini filo-russi come l’unione dei popoli slavi orientali russi, ucraini e  bielorussi, mentre per i nazionalisti ucraini segna l’inizio del giogo russo sull’Ucraina.

Carta 2: l’estensione e variazioni territoriali dell’Ucraina dal 1922 al 1954.

La divisione dell’Europa in 2 blocchi

La divisione dell’Europa in due aree di influenza delineata alla conferenza di Yalta nel febbraio del 1945, a seguito dell’inasprirsi dei rapporti fra le due superpotenze nei primi anni del Dopoguerra, portò alla cosiddetta Guerra Fredda, alla corsa al riarmoe alla contrapposizione frontale anche strategico-militare tra i due blocchi. Il 9 aprile 1949 venne, infatti, fondata, su proposta statunitense, la Nato (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) da 12 Paesi (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti) con l’obiettivo di controbilanciare il potere dell’Unione Sovieticae dei suoi paesi satelliti in Europa. Il proposito era di creare una sorta di deterrente contro eventuali velleità espansionistiche dell’URSS. Dall’altro lato, il 14 maggio 1955, Urss, Albania (uscita nel ‘68 ), Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Est, Polonia e Romania firmarono a Varsavia il  Trattato di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca, noto in seguito come Patto di Varsavia, un’alleanza militare che aveva a sua volta lo scopo di fare da deterrente all’espansionismo Usa, in risposta all’ingresso della Germania Ovest nella Nato il 9 maggio 1955.

Le due organizzazioni politico-militari non si scontrarono mai in Europa durante il periodo della Guerra fredda, ma furono direttamente o indirettamente coinvolte comunque in attività militari in altre aree del Pianeta dove Stati Uniti e Unione Sovietica cercavano di espandere le loro sfere di influenza, dal Vietnam all’Afghanistan. Il Patto di Varsavia fu sciolto il 1 luglio 1991, in seguito alla crisi dell’Unione Sovietica e alla distensione est/ovest voluta da Gorbaciov e precedette di pochi mesi la disgregazione della stessa (25 dicembre 1991).

La fine del Bipolarismo

La fine del Bipolarismo (1944-1991), iniziata con la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e sancita dalla dissoluzione dell’Urss nel dicembre del 1991, ha aperto una nuova fase storica che gli analisti hanno denominato “Nuovo ordine mondiale”. Da un periodo storico protrattosi per circa 45 anni e caratterizzato dal predominio geopolitico e militare globale di Usa e Urss, si è repentinamente passati ad un nuovo scenario internazionale dominato da un’unica superpotenza.

All’inizio degli anni ’90, con una Russia in profonda difficoltà economica, in molti (anche all’interno della Nato) iniziarono a chiedersi se avesse ancora senso mantenere un’alleanza fondata proprio per contrastare un potenziale nemico che non esisteva più, o che per lo meno si era trasformato in qualcosa di diverso. Si aprì un ampio confronto sul futuro dell’Alleanza atlantica, con vari analisti e alcuni politici che ritenevano costosa e rischiosa una sua eventuale espansione verso est.

Venendo a mancare gli scopi per cui era stata fondata, vale a dire il contenimento del presunto espansionismo sovietico, l’Alleanza Atlantica, invece di essere disciolta al pari dell’antagonista Patto di Varsavia (1955-1991), subisce una significativa trasformazione in termini di finalità e strategie.  

La trasformazione della Nato

La nuova strategia statunitense enunciata nella direttiva “National Security Strategy of United States”, pubblicato dall’amministrazione di Bush padre nell’agosto del 1991 all’indomani della I Guerra del Golfo, indica chiaramente che “al fine di stabilire un nuovo ordine mondiale risulta indispensabile l’affermazione della leadership mondiale statunitense” e che “dobbiamo lavorare con gli altri ma dobbiamo anche essere leader”.

In questo quadro di previsioni viene ridisegnato il ruolo della Nato: da organizzazione politico-militare difensiva (art. 5 dello statuto) a mezzo più rapido di intervento nell’applicazione delle strategie geopolitiche e, nel contempo, di sostituzione e ridimensionamento del ruolo dell’Onu.

Il processo di “espansione della Nato” è il frutto, da un lato, dell’ambizione dell’Occidente di allargare la propria sfera di influenza includendo anche paesi storicamente legati o addirittura interni, all’Unione Sovietica, mentre dall’altro, della volontà di molti di quei Paesi di allontanarsi e proteggersi dalla potenziale aggressività della Russia. I casi di invasione da parte prima dell’Urss (Polonia e Repubbliche Baltiche) e poi della Russia (Cecenia) non erano, infatti, mancati in passato.

L’Alleanza atlantica, sotto le direttive di Washington, procedette quindi al varo della cosiddetta politica delle “porte aperte” per offrire possibilità di adesione a nuovi membri europei e al contempo, fissare le condizioni in termini di modello politico, economico e militare da assolvere come chiaramente illustra il seguente testo del Servizio studi del Senato tratto da “La NATO verso il vertice di Bucarest” del marzo 2008.

In base alla politica delle “porte aperte” ogni paese europeo in grado di contribuire alla sicurezza dell’area euro-atlantica può essere invitato dai paesi membri ad entrare nell’Alleanza. Nella prassi affermatasi dopo la caduta del Muro di Belino ed il lancio del Partenariato per la pace (Pfp) nel 1999, tra le condizioni necessarie per l’ingresso è stata attribuita maggiore importanza alla presenza: di una democrazia funzionante, di un’economia fondata sul libero mercato, al controllo del governo democraticamente eletto sulle forze armate e alla capacità materiale e volontà politica di contribuire alle attività di sicurezza della Nato”.

Nel 1999 è stato introdotto il Membership Action Plan (Map). Si tratta di un programma di assistenza, aggiornato annualmente paese per paese, al processo di riforma delle forze armate e delle istituzioni politiche ed economiche La partecipazione al Map non comporta automaticamente l’adesione, anche se mira ad agevolarla, né comporta la fissazione di una scadenza temporale entro la quale decidere in merito all’adesione del paese interessato. Alcuni, tra cui gli Stati Uniti, sostengono con forza la necessità di estendere anche ai Balcani occidentali i positivi effetti che generalmente si ritiene abbiano avuto i precedenti allargamenti all’Europa orientale. È opinione diffusa in molti paesi Nato che l’adesione dei paesi una volta membri del Patto di Varsavia abbia consolidato la stabilità regionale, riducendo la possibilità di guerre in Europa”.

La politica di apertura ha consentito alla Nato, e in particolare agli Stati Uniti, di tutelare piuttosto efficacemente i propri interessi geopolitici. Secondo molti esperti la politica delle “porte aperte” è stata da un lato funzionale alla politica estera statunitense mentre dall’altro vissuta come una provocazione e una minaccia alla sicurezza nazionale da parte della Russia, come avevano previsto diversi analisti e politici, che può compromettere la stabilità dell’Est Europa.

L’Unilateralismo e gli interventi Usa e Nato negli anni ‘90

Nel gennaio 1991, mentre stava terminando ormai la Guerra fredda con l’imminente dissolvimento del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, gli Stati uniti scatenavano nel Golfo persico quella che viene considerata la prima guerra della fase post-bipolare. Annunciando alla comunità mondiale che «non esiste alcun sostituto alla leadership degli Stati uniti, rimasti il solo Stato con una forza e una influenza globali»,aprivano di fatto l’era dell’ “Unilateralismo”.

Il nuovo corso bellico della Nato, preceduto da un primo limitato intervento in Bosnia nel 19951, si concretizza per la prima volta su vasta scala, sotto la presidenza Clinton (1993-2000), nella primavera del 1999 nell’ambito della crisi fra Serbia e Kosovo, allor che in presenza di contrasti in seno al Consiglio di Sicurezza a causa dell’opposizione di Russia e Cina ad un intervento militare dell’Onu contro la Serbia, l’amministrazione Clinton, di concerto con gli alleati europei, delibera l’attacco aereo contro lo stato balcanico e la sua regione autonoma a maggioranza albanese, precedentemente occupata, a causa delle attività dell’Uck (l’Esercito di Liberazione del Kosovo), dalle truppe federali jugoslave (composte all’epoca da Serbia e Montenegro) di Milosevic. Serbia e Kosovo subiscono pesanti bombardamenti per 78 giorni anche con proiettili all’uranio impoverito, fino a che il Presidente jugoslavo accetta le condizioni proposte che portano alla fine della cosiddetta Guerra del Kosovo. I termini negoziati dalle parti negli Accordi di Kumanovo del 9 giugno 1999, tuttavia, non verranno rispettate dalla Nato, tant’è che la Serbia arriverà a perdere la propria regione autonoma a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte di Pristina del 2008 e, ovviamente, subito riconosciuta dai Paesi occidentali, veri ispiratori dell’operazione.

Il rapporto “collaborativo” Nato-Russia di Clinton

L’atto fondatore’ delle relazioni fra Russia e Nato,2 il “Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security” un primo impegno reciproco ad astenersi da minacce e uso della forza, venne firmato il 27 maggio 1997 a Parigi dai capi di Stato o di governo dei 16 paesi al tempo membri dell’Alleanza, oltre che da Javier Solana e Boris Eltsin. Lo ”storico” accordo aprì di fatto la strada all’ampliamento della Nato ai paesi che fino al 1991 avevano fatto parte del Patto di Varsavia. La Russia di Boris Eltsin nel nuovo scenario internazionale, pertanto, non assume più i connotati di antagonista globale degli Stati Uniti, divenendo invece una sorta vassallo esterno Nato, visto che il suddetto accordo prevedeva in un prossimo futuro l’istituzione di un Consiglio congiunto permanente in cui Nato e Russia avrebbero potuto consultarsi, coordinare le proprie politiche, e la dove possibile, adottare decisioni e azioni congiunte su questioni di sicurezza comuni (questo in teoria).

Un ulteriore passo in avanti verso la distensione est-ovest si registro al Vertice di Pratica di Mare nel 2002, nel cui contesto la sottoscrizione del documento “Nato-Russia relations: a new quality” da parte di Bush Jr e di Vladimir Putin, divenuto presidente da solo un anno e mezzo, sembrava aver posto fine definitivamente ai tempi della contrapposizione e offrì speranze di cambiamento delle relazioni tra i due ex contendenti. Nel testo infatti è riportato che: «Come firmatari del Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, riaffermiamo gli obiettivi, i principi e gli impegni assunti allora: in particolare la determinazione a costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia, sicurezza cooperativa e all’asserto che la sicurezza di tutta la comunità euro-atlantica sia indivisibile. Siamo convinti che la qualità della nuova relazione fra NATO e Russia fornirà un contributo essenziale al raggiungimento di questo obiettivo».

L’ampliamento della Nato

Nel 1999 la Nato, sulla scia del nuovo corso delle relazioni con la Russia di Eltsin e contravvenendo alla promessa fatta a Gorbaciov di «non allargarsi di un pollice ad Est», iniziava, con l’ingresso di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, la sua espansione ad Est sempre più a ridosso della Russia. Con l’ingresso della Macedonia del Nord nel 2020 la Nato, in soli 20 anni, è riuscita, attraverso varie tappe, ad estendersi da 16 a 30 membri, incorporando paesi dell’ex Patto di Varsavia, dell’ex Urss, della ex Jugoslavia, offrendo prospettive anche a Ucraina, Georgia e Bosnia-Erzegovina (carta 3).

Carta 3: le tappe dell’ampliamento ad est della Nato

Agli ingressi di Stati dell’Est europeo di “oltre cortina”, all’ultimo vertice straordinario Nato di Madrid (28-30 giugno 2022) si sono aggiunte, Svezia e Finlandia, due Paesi che, sull’onda emotiva scatenata dal conflitto in corso in Ucraina, hanno deciso di rinunciare alla tradizionale posizione di neutralità militare e, nelle settimane immediatamente precedenti il summit, avanzato richiesta di adesione all’Alleanza. Il 28 giugno, il primo giorno del vertice, la delegazione turca ha ritirato la propria decisiva opposizione alle domande di adesione di Finlandia e Svezia alla Nato e ha firmato un memorandum tripartito tramite il quale Erdogan consegue una netta vittoria politico-strategica e la Nato registra un ulteriore ampliamento salendo a 32 membri (carta 4). Nel documento sottoscritto dai ministri degli Esteri di Turchia, Svezia e Finlandia è prevista «sulla base delle informazioni fornite dalla Turchia», l’estradizione di membri del Pkk, come presunti terroristi, ma anche degli appartenenti alle organizzazioni affiliate come l’Ypg curdo-siriano, le forze di autodifesa del Rojava, oltre a dissidenti interni appartenenti alla rete di Fetullah Gülen, indicato da Erdogan come l’ideatore del fallito golpe ai suoi danni del 15 luglio 2016.

Nel testo è riportato infatti che «i Paesi hanno convenuto che Finlandia e Svezia affronteranno le richieste in sospeso della Turchia di espulsione di sospetti terroristi in modo rapido e accurato per quanto riguarda informazioni, prove e intelligence dalla Turchia», un passaggio inequivocabile che si somma ad altre concessioni fatte dai due paesi scandinavi. L’accordo prevede infatti che Finlandia e Svezia riprendano a vendere armi ad Ankara, la promulgazione di una nuova legge in Svezia «più severa sulla criminalità terroristica che entrerà in vigore il 1° luglio» oltre a un «inasprimento della legislazione antiterrorismo» e la cessazione di qualsiasi supporto alle Ypg/Pyd curde e al movimento di opposizione turco facente capo a Gülen.

Gli Stati Uniti hanno, inoltre, promesso ad Erdogan la fornitura di aerei da caccia F-16, decisione che, tuttavia deve essere sottoposta all’approvazione del Congresso statunitense ma che Biden si dichiara “fiducioso di poter ottenere”.

Il Segretario Generale della Nato Stoltemberg e i leader occidentali hanno concluso con dichiarazioni di soddisfazione il vertice enfatizzando l’ingresso dei nuovi membri nordici che avrà l’effetto di mutare, a proprio favore, i rapporti geopolitici e militari nell’area del Baltico aumentando la pressione ai confini della Russia.

In realtà, il vero vincitore della partita risulta senza dubbio il “Sultano” Erdogan che ottiene tutte le richieste avanzate e si rilancia ulteriormente come figura di mediazione fra Russia e Ucraina/Occidente per lo sblocco del commercio del grano dai porti del Mar Nero. Con i prezzi dei cereali alle stelle e le proteste sociali per il costo della farina che si spargono a macchia d’olio in varie regioni del Sud del mondo, Erdogan stacca un dividendo politico di straordinaria importanza e rilancia proficuamente la sua politica espansiva “neottomana”.

Carta 4: i 20 membri della Nato ed i nuovi 2 ingressi approvati al vertice di Madrid

Andrea Vento – 1 luglio 2022

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati


La crisi ucraina: origine, sviluppi e prospettive (parte II)

Dalla fine del Bipolarismo a quella della Guerra Fredda.

La trasformazione della struttura politica degli stati del Socialismo reale e il mutamento dell’assetto geopolitico europeo e mondiale fra il 1989 e il 1991

La fine della Guerra Fredda, la “riunificazione tedesca” e la promessa occidentale

A seguito dell’inasprirsi del confronto bipolare causato dell’irrigidimento delle politiche Usa verso l’Urss impresse nel 1945 dal nuovo presidente Harry Truman e della conseguente corsa al riarmo, al nuovo assetto geopolitico bipolare uscito dalla Conferenza di Yalta3, si affiancò la cosiddetta Guerra Fredda. Termine coniato dallo scrittore inglese, George Orwell, nel suo libro del 1947 “The cold war” per indicare la situazione delle relazione internazionali delineatesi dopo la Seconda Guerra mondiale caratterizzata da una forte conflittualità e da un perenne stato di tensione fra Stati Unti e Unione Sovietica.

L’elezione del riformista Michail Gorbaciov alla carica di Segretario generale del Pcus e conseguentemente alla presidenza dell’Urss, nel marzo 1985, con il mandato di risollevare e ammodernare le strutture economiche e politiche della declinante Unione, aprì le porte alle politiche di liberalizzazione passate alla storia con i termini di Perestrojka4 e Glasnost5.

La “caduta del muro di Berlino” del 9 novembre 1989, causata dall’irreversibile crisi economica dell’Urss, dall’accelerazione della corsa al riarmo impressa dall’amministrazione Reagan e dal fallimento del progetto riformista di Gorbaciov, segna la fine della Guerra Fredda6 e del controllo di Mosca sui Paesi dell’est europeo (cosiddetta Dottrina Breznev), oltre ad offrire opportunità di concretizzazione alle istanze riunificatrici del popolo tedesco, con l’inevitabile corollario di ridefinizione degli assetti geopolitici usciti dal secondo conflitto mondiale.

Nel corso delle trattative apertesi ad inizio 1990, sull’annessione della Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est) da parte della Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest)7, fra Urss, Usa, Regno Unito, Francia e le due Germanie (formula 2+4), il Cremlino non si oppone alla riunificazione nazionale tedesca8 a patto che la Nato non impianti basi militari nei Lander Orientali. Le rassicurazioni verbali rilasciate ai sovietici nel corso della riunione di Bonn del 6 marzo 1990 da parte dei Direttori Politici dei Ministeri degli Esteri dei quattro Paesi occidentali, vengono trascritte nel verbale dell’incontro come ha confermato il politologo statunitense Joshua Jefferson che lo ha recentemente rinvenuto nel British National Archives. Nel documento reso pubblico dal settimanale tedesco Der Spiegel nel febbraio 2022, è testualmente riportata l’inequivocabile dichiarazione del rappresentante della Germania Ovest, Jurgen Chrobog: ”Nelle trattative a 2+4 abbiamo chiarito che non estenderemo la Nato oltre l’Elba (sic). Non possiamo quindi concedere alla Polonia e agli altri l’ingresso nella Nato”. Con il rappresentante statunitense Raymond Saitz che aggiunge: “Abbiamo chiarito all’Unione Sovietica – nel 2+4 come in altri incontri – che non trarremo alcun vantaggio dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa dell’Est”. Dichiarazioni che, ritenute rassicuranti dai sovietici in virtù del clima di distensione consolidatosi fra le due superpotenze, non vengono elevate ad oggetto di trattato internazionale ufficiale con carattere vincolante. Un ingenuo e generoso atto di fiducia che nei decenni successivi, come vedremo, si rivelerà foriero di sgraditi imprevisti sviluppi per la Russia post sovietica.

Il processo disgregativo dell’Unione Sovietica

La delibera di scioglimento del partito comunista sovietico unificato (Pcus) da parte del Soviet Supremo del 7 febbraio 1990, che apre le porte al superamento del sistema politico a partito unico, precede di poche settimane lo svolgimento delle prime lezioni libere nelle 15 repubbliche, le quali registrano la sconfitta dei comunisti in Moldavia, Giorgia, Armenia e nelle 3 repubbliche baltiche, ma non in Russia, Bielorussia e Ucraina9 e negli altri stati sei asiatici10.

Nell’ambito del processo trasformativo in atto negli assetti del periodo, un importante evento politico interno imprime un’accelerazione al processo di crisi della già indebolita Unione Sovietica: il giorno 11 marzo 1990 va, infatti, in scena il primo atto disgregativo dell’Unione determinato dalla dichiarazione d’indipendenza della Lituania (tab. 1) che innescò forti tensioni con il Cremlino e un limitato intervento delle forze speciali sovietiche nel Paese ordinato da Gorbaciov nel gennaio 1991. L’atto di indipendenza venne tuttavia riconosciuto ob torto collo dalla dirigenza comunista a seguito delle pressioni degli Stati Uniti e dei paesi europei, i quali minacciando l’annullamento dei finanziamenti promessi, ottengono il ritiro del contingente militare sovietico11.

Repentini cambiamenti politici che, sommati alle istanze indipendentiste degli stati baltici, iniziano a tenere in apprensione il Cremlino riguardo al futuro dell’Unione. Preoccupazioni che salgono di livello a causa di vicende legate all’Ucraina il 16 luglio 1990, quando il Parlamento ucraino, approfittando dell’indebolimento del potere centrale di Mosca e dell’inizio del processo dissolutorio dell’Urss, procede all’approvazione della Dichiarazione di sovranità del proprio Paese. Un atto meramente formale che costituisce, tuttavia, preoccupante prodromo dell’iter indipendentista ucraino che indurrà, il 31 luglio 1990 Michail Gorbaciov, nel corso del viaggio ufficiale di George H. V. Bush in Unione Sovietica, a proporre a quest’ultimo di non sostenere il nascente indipendentismo ucraino ottenendo appoggio. Il 1 agosto, infatti, il presidente statunitense, nel suo discorso di fronte al Parlamento ucraino, non sembra lasciare spazio ad alcuna velleità indipendentista affermando che: “Gli americani non sosterranno coloro che cercano l’indipendenza per sostituire un tirannia lontana con un dispotismo locale. Non aiuteranno coloro che promuovono un nazionalismo sucida basato sull’odio etnico”. Il discorso, scritto da Condoleeza Rice, futura Segretario di Stato di Bush Jr durante il suo primo mandato, riceve pesanti critiche sia dai nazionalisti ucraini che da parte dei principali quotidiani statunitensi.

A completamento del quadro di estrema incertezza della complessa fase storica sovietica è opportuno specificare che al fine di ottenere un riscontro in merito agli orientamenti della popolazione sovietica, il 17 marzo 1991, viene effettuato un referendum negli stati dell’Unione avente come oggetto il mantenimento della stessa su basi rinnovate, il quale viene, però, boicottato da Armenia, Georgia, Moldavia, Estonia, Lettonia e Lituania. Nei restanti nove paesi nei quali si svolge la consultazione referendaria, al cospetto di un’affluenza dell’80%, si registra una netta affermazione delle istanze unificatrici con il 76,4% dei consensi. In Ucraina, con una partecipazione alle urne dell’83% degli aventi diritto, il Sì ottiene l’83% dei voti, a conferma della volontà del popolo ucraino di mantenere in vita il radicato legame storico, culturale, economico e politico con i popoli slavi orientali e con le oltre cento nazionalità presenti all’interno dell’Unione.

Il contrastante esito della consultazione all’interno dell’Unione si rivela premonitore rispetto alla propagazione delle spinte disgregatrici. Infatti, di lì a breve, a seguito di un referendum svoltosi il 31 marzo 1991, con risultato quasi totalmente a favore della separazione (98,9%), la Georgia, tramite dichiarazione ufficiale del 9 aprile successivo, dichiara la propria indipendenza dall’Unione Sovietica. Dichiarazione unilaterale che, tuttavia, verrà ufficialmente riconosciuta solo il 25 dicembre 1991, al momento dello scioglimento dell’Unione.

L’allentamento del potere di Mosca sui Paesi “Satelliti”, innescato dal superamento della Dottrina Breznev a favore della Dottrina Sinatra12 operato da Gorbaciov nel 1988, aveva portato all’effettuazione, in quelli stessi Stati, di elezioni multipartitiche, a partire dal 1989, con esiti favorevoli alle istanze autonomiste anche sulle linee di politica estera13. A ciò, si aggiunsero le condanne della repressione militare in Lituania del gennaio 1991 che indussero la maggior parte dei suoi membri ad annunciare la loro intenzione di uscire dal Patto di Varsavia14, entro il 1 luglio successivo. Ed è proprio in questa data che si consuma, a Praga, l’atto finale del “Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza” con la firma da parte dei residui Paesi membri (Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) del protocollo ufficiale di scioglimento dell’organizzazione che per 36 anni ha riunito in una alleanza politico-militare difensiva i Paesi comunisti dell’est europeo, confrontandosi con la sua omologa Nato in un aspro scontro che dopo una lunga fase di equilibrio l’ha vista soccombere (carta 1).

Carta 1: la divisione dell’Europa fra gli stati membri della Nato (con anno di ingresso) e del Patto di Varsavia nel 1955 durante l’era della Guerra Fredda

Fondamentale spartiacque nella parabola della crisi dell’Urss si rivela indubbiamente il mese di agosto del 1991, i cui accadimenti la spingeranno verso il baratro del non ritorno. Il 19 agosto, infatti, la componente ortodossa e conservatrice della dirigenza sovietica attua un colpo di stato ai danni del debole e sempre più isolato Gorbaciov, il cui fallimento dopo soli tre giorni, da un lato, porta il presidente della Russia, Boris Eltsin, sulla ribalta del caotico scenario sovietico grazie alla sua opposizione all’atto di forza e, dall’altro, alimenta nuove istanze separatiste, alla luce dell’ulteriore indebolimento del potere centrale e del rafforzamento dei movimenti nazionalistici all’interno di alcune repubbliche. In quei tre giorni di estrema incertezza e di caos politico-istituzionale si susseguono, infatti, una serie di eventi che segneranno in modo irreversibile le sorti dell’ormai praticamente ingovernabile Unione Sovietica.

Estonia e Lettonia, seguendo la strada aperta dalla Lituania, approfittando del tentativo di colpo di stato in corso, ottengono la secessione dall’Urss rispettivamente il 20 e il 21 agosto, date ufficiali dell’indipendenza dei nuovi stati, nonostante il riconoscimento delle stesse da parte del Cremlino avverrà contemporaneamente il 6 settembre successivo. Indipendenza effettiva che affranca definitivamente le tre repubbliche baltiche dal potere di Mosca al quale erano assoggettate dal 1944, anno di liberazione dall’occupazione nazista15.

Tabella 1: le date delle dichiarazioni di indipendenza e del loro riconoscimento ufficiale dei 15 stati membri dall’Unione Sovietica. Fonte Wikipedia


Le tappe della separazione dall’Urss
Prima del colpo di stato
StatoDichiarazioneReferendumRiconoscimento
Lituania11 marzo 1990
11 marzo 1990

Durante il colpo di stato
Estonia30 marzo 1990
20 agosto 1991
Lettonia4 maggio 1990
21 agosto 1991

Dopo il colpo di stato
Bielorussia27 luglio 1990
25 agosto 1991
Georgia9 aprile 199131 marzo 199125 dicembre 1991
Armenia23 agosto 1991
21settembre 1991
Azerbaigian30 agosto 1991
18 ottobre 1991
Uzbekistan1 settembre 1991
8 dicembre 1991
Turkmenistan25 ottobre 1991
8 dicembre 1991
Russia12 dicembre 1991
12 dicembre 1991
Ucraina24 agosto 19911 dicembre 199125 dicembre 1991
Moldavia27 agosto 1991
25 dicembre 1991
Kirghizistan31 agosto 1991
25 dicembre 1991
Tagikistan9 settembre 1991
25 dicembre 1991
Kazakistan16 dicembre 1991
25 dicembre 1991

Sulla scia dei tre Stati baltici, il 24 agosto il Parlamento ucraino dichiara il proprio Paese uno Stato Democratico e indipendente, indicendo per il 1 dicembre successivo un referendum per la conferma della Dichiarazione d’Indipendenza. A quattro giorni dall’effettuazione della consultazione referendaria, a seguito di un incontro alla Casa Bianca con una delegazione della lobby ucraino-statunitense, il presidente Usa Bush compie una inattesa virata a 180° dichiarando ufficialmente che “l’Ucraina ha diritto all’indipendenza”. Lo svolgimento del referendum confermativo dell’indipendenza ucraina nella data prevista registra un’affluenza massiccia alle urne dell’84,18% e una netta affermazione dei Sì con il 90,32%, pari a circa 28.800.000 voti, che prevale col 54% anche nella russofona Crimea. In sostanza, un totale ribaltamento dell’esito del referendum del 31 marzo precedente. Nello stesso giorno il comunista Leonid Kravciuk, già presidente del Soviet Supremo, viene eletto il primo presidente ucraino post sovietico.

Al di là del favore incontrato alla Casa Bianca, l’esito del referendum indipendentista ucraino viene valutato negativamente nella sua effettiva proiezione futura anche in alcuni settori del mondo diplomatico statunitense e in particolare dall’ambasciata statunitense a Mosca, evidentemente ben addentro alle questioni dell’area sovietica. Nei giorni successivi al referendum, infatti, l’ambasciatore Robert Strauss si premuniva di informare i suoi referenti di Washington che: “Più del crollo del comunismo, l’avvenimento più tragico per i russi di ogni colore potrebbe essere la perdita di ciò che considerano un pezzo del loro corpo politico molto vicino al cuore: l’Ucraina”. Una dichiarazione che letta a posteriori rivela tutta la sua reale fondatezza.

La Comunità degli Stati Indipendenti

Il processo disgregativo dell’Unione Sovietica arriva a compimento nel dicembre 1991 a seguito di alcuni fondamentali passaggi, il primo dei quali prende avvio l’8 dicembre allor che viene formalmente istituita la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi) tramite l’Accordo di Belaveza (Bielorussia), sottoscritto dai Capi di Stato di Russia, Ucraina e Bielorussia, rispettivamente Eltsin, Kravciuk e Suskevic. La nuova organizzazione politica sovranazionale entra in vigore il 12 dicembre con la ratifica dell’accordo da parte dei rispettivi parlamenti. Di lì a poco, il giorno 21, con la firma dei Protocolli di Alma Ata, annunciano la loro adesione alla Csi anche Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Uzbekistan e Turkmenistan, ai quali si aggiungerà la Georgia il 3 dicembre 1993 (carta 2).

In sostanza, in questa fase iniziale divengono membri effettivi della Csi tutti gli stati ex sovietici ad eccezione dei paesi baltici. La sua composizione non risulterà, tuttavia, scevra da parziali modificazioni successive, in primis, innescate dalla mancata ratifica dello Statuto della Comunità degli Stati Indipendenti16 da parte dei parlamenti di Ucraina e Turkmenistan. Importante atto politico che determina la mancata acquisizione della condizione di “membri effettivi” a beneficio di quello di “Stato associato”, status conseguito da due Stati rispettivamente nel 1993 e nel 2005.

La Georgia, inoltre, nel febbraio 2006 annuncia il ritiro del proprio rappresentante dal Consiglio dei Ministri della Difesa in quanto, come dichiarato dall’ufficio del suo presidente Mikhail Saakasvili: “La Georgia ha intrapreso un cammino di integrazione nella Nato e non può prendere parte a due strutture militari simultaneamente”. Nell’agosto del 2009, come effetto della guerra fra la stessa Georgia e l’Ossezia del Sud e l’Abcasia (1-12 agosto 2008) con decisivo intervento della Russia (8 agosto) a sostegno di queste ultime, la repubblica transcaucasica si ritira definitivamente dalla Comunità. Infine, a partire dal 2014, a seguito della crisi Russia-Ucraina innescata dal golpe filo occidentale di Piazza Maidan (21 novembre 2013 – 23 febbraio 2014) con conseguente annessione della Crimea e inizio del conflitto nel Donbass, il governo di Kiev annuncia il proprio ritiro dalla Csi. Atto che, tuttavia, verrà ufficialmente formalizzato solo il 19 maggio 2018.

Ad oggi la Comunità degli Stati Indipendenti risulta composta da nove membri (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Russia, Tagikistan e Uzbekistan) e da uno Stato associato (il Turkmenistan che ha optato per uno status di neutralità militare) e da un Paese osservatore, la Mongolia.

Nel contesto dell’area ex sovietica, la macroregione che più compattamente è rimasta nell’orbita politica ed economica russa risulta indubbiamente quella dell’Asia Centrale, come confermato anche dalle recenti due votazioni in merito “all’Operazione speciale russa in Ucraina” in sede di Assemblea Generale dell’Onu del 2 e del 24 marzo, allor che le cinque repubbliche centro asiatiche non si sono espresse per la sua condanna, astenendosi o non partecipando al voto.

Carta 2: la composizione della Comunità degli Stati Indipendenti.

Lo scioglimento dell’Unione Sovietica e la fine del Bipolarismo

La firma dell’Accordo di Belaveza finalizzato all’istituzione della Comunità degli Stati Indipendenti, spiana la strada all’inevitabile scioglimento finale della già ridotta Unione Sovietica. L’Urss, infatti, che dal marzo 1990 aveva subito secessioni effettive e dichiarazioni di indipendenza unilaterali da parte di quasi tutti gli Stati membri, si apprestava, il 12 dicembre, a registrare anche quella della Russia (tab. 1).

I passaggi formali finali dell’Unione Sovietica, primo stato socialista della storia fondato da Lenin nel dicembre 1922 con struttura a partito unico e trasformata da Gorbaciov in Stato Socialdemocratico di diritto nel 1990, avvengono nell’arco di pochi giorni alla fine del mese di dicembre del 1991. Nel pomeriggio del giorno 25, infatti, Michail Gorbaciov si dimette da presidente dell’Unione Sovietica, dichiarando abolita la carica, e trasferisce i poteri e l’archivio presidenziale sovietico al presidente della Russia, Boris Eltsin. Le dimissioni di Gorbaciov sono seguite alle 18,35 dalla sostituzione della bandiera sovietica con quella russa sul pennone del Cremlino, decretando di fatto la fine dell’Unione Sovietica, anche se gli atti di scioglimento vengono ratificati il giorno successivo dal Soviet delle Repubbliche del Soviet Supremo dell’Urss, una sorta di camera alta istituita in questa caotica fase transitoria il 5 settembre 1991. La dissoluzione dell’Urss, decretata ufficialmente il 26 dicembre 1991 diventa definitiva la notte fra il 31 dicembre e il 1 gennaio 1992, sancendo anche la fine del Bipolarismo a due anni di stanza da quella della Guerra Fredda del novembre 1989.

La sconfitta e la scomparsa di una delle due superpotenze, comporta una modifica talmente profonda degli assetti geopolitici europei e mondiali da determinare l’inizio di una nuova fase storica caratterizzata dal dominio unilaterale globale degli Stati Uniti e dalla trasformazione della Nato da organizzazione politico-militare difensiva, in strumento di espansione della sfera di influenza statunitense.

La fine della contrapposizione frontale Usa-Urss, salutata dall’opinione pubblica mondiale come l’inizio di una nuova era di distensione e di pace soprattutto in Europa, si rivelerà in realtà una effimera prospettiva. Il risorgere dei nazionalismi, la dissoluzione di altri stati multietnici (Cecoslovacchia e Jugoslavia) e le velleità espansionistiche della Nato17 ad est riporteranno, infatti di lì a breve, dopo oltre 45 anni di “pace armata”, la guerra in Europa a seguito del processo disgregativo della Jugoslavia18.

Sapri (Sa), 24 luglio 2022

Andrea Vento

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE

1 Operazione Deliberate Force condotta dalla Nato contro le postazioni serbe in Bosnia fra il 30 agosto e il 20 settembre 1995

2 https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_25468.htm

3 Con il termine Bipolarismo si indica l’assetto geopolitico determinatosi dopo la Seconda Guerra mondiale a seguito della Conferenza di Yalta del febbraio 1945, fra J. Stalin, F. D. Roosevelt e W. Churchill, che sancì la divisone dell’Europa e successivamente del resto del pianeta, in due sfere di influenza. E’ stato caratterizzato dalla competizione politico-ideologica e militare fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica fra il 1945 e il 1991.

4 Il termine Perestrojka (lett. ricostruzione o ristrutturazione) indica un complesso di riforme politico-sociali ed economiche finalizzate alla riorganizzazione del Paese in questi settori. Nell’intendimento del suo promotore gli interventi erano volti all’instaurazione di un cosiddetto “Stato di diritto socialista” e a un rinnovamento che non rinnegasse i valori fondamentali della società sovietica.

5 Glasnost invece è stato tradotto in italiano come “trasparenza” con il fine di indicare le politiche volte ad attuare una più ampia e limpida circolazione dell’informazione al’interno dell’Urss. Comportò oltre che a una maggiore trasparenza nel dibattito pubblico, anche l’allentamento del controllo del Pcus sui mezzi di comunicazione e la formazione di un apparato mediatico indipendente.

6 Il 3 dicembre 1989, nel corso il summit di Malta, i presidenti di Usa e Urss, Bush e Gorbaciov, dichiarano conclusa la Guerra Fredda.

7 “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” di Vladimiro Giacchè. Prima Edizione: Imprimatur Editore 2013. Seconda Edizione: Diakros Editore 2019

8 L’annessione della Repubblica Democratica Tedesca, che cessò di esistere, da parte della Repubblica Federale Tedesca , che mantenne la stessa denominazione, dal punto di vista politico avvenne il 3 ottobre 1990 e venne preceduta dal Trattato sull’unione monetaria, economia e sociale del 1 luglio tra le due Germanie che introdusse un tasso di conversione delle partite correnti fra il Marco dell’Ovest e quello dell’Est di 1 : 1, quando nel 1988 era attestato su 1 : 4,4. Il marco dell’Est in pratica fu rivalutato di oltre quattro volte facendo perdere competitività al proprio export e determinando un’impennata inflattiva nei Lander orientali che nell’arco di un decennio toccò addirittura il 70,2%, contro il 27,2% della parte occidentale.. Giacchè 2013

9 Sui 442 deputati eletti, i comunisti se ne aggiudicano ben 331, mentre al blocco Democratico vanno i restanti 111

10 Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan.

11 Lituania: 13 gennaio 1991, la repressione sovietica. https://www.eastjournal.net/archives/69143

12 Il termine Dottrina Sinatra venne coniato dal Capo del Dipartimento informazione del ministero degli Esteri sovietico, Gennadj Gerasimov, per definire ironicamente l’allentamento del controllo di Mosca sui suoi Stati satelliti riconducendolo alla Canzone di Frank Sinistra “My Way” (A modo mio)

13 Quando fu chiaro che l’Unione Sovietica non avrebbe ostacolato qualsiasi tentativo di indipendenza e che quindi non avrebbe usato l’intervento armato per controllare gli Stati del Patto di Varsavia, si avviarono una serie di rapidi cambiamenti socio-politici nel 1989. I governi di Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Cecoslovacchia furono tra i primi a cadere. 

14 Per informazione sul Patto di Varsavia è possibile consultare la Parte I del saggio al paragrafo: La divisione dell’Europa in 2 blocchi

15 L’incredibile agosto del 1991: i paesi baltici si riprendono la libertà https://www.eastjournal.net/archives/75560

16 Lo Statuto della Csi era stato approvato nel gennaio 1993.

17 Per approfondimenti è possibile consultare il Saggio parte I al paragrafo: La trasformazione della Nato

18 Guerre della Jugoslavia: serie di conflitti combattuti fra il 1991 e il 2001 che hanno interessato tutte le sue repubbliche ad eccezione del Montenegro, oltre ad altri attori

Colonizzatori e colonizzati

di Andrea Zhok

L’altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti “postcolonial studies”.

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un’Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano “compreso” i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un’identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come “essere umano pienamente riuscito”, perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest’inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato.

D’altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di “prima”.

Il passo finale decisivo era l’adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che “noi” fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.

Ma poi, d’un tratto, lo slittamento gestaltico, l’intuizione.

D’un tratto ho visto che immaginarci come quel “noi” era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori.

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.

Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli orientamenti della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

FONTE: Pagina Facebook di Andrea Zhok

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/23470-andrea-zhok-colonizzatori-e-colonizzati.html?auid=76958

L’AMERICA LATINA SI COLORA NUOVAMENTE DI ROSA?

Aldo Zanchetta dopo un periodo di silenzio è tornato a realizzare il Mini Notiziario America Latina dal basso che offre una panoramica generale della fase evolutiva che sta imboccando il sub-continente e analizza nello specifico la situazione di alcuni Paesi. Proposta editoriale fuori dagli schemi tradizionali della sinistra istituzionale che offre chiavi lettura e di proposta politica “dal basso” che inoltriamo per una diffusione quanto più ampia possibile a beneficio di coloro che desiderano ricomporre un quadro oggettivo e ampio delle tendenze latinoamericane in corso. 

Nel post scrittum l’amico Aldo offre ai lettori del mini notiziario la possibilità di acquistare la sua ultima pubblicazione realizzata in collaborazione con Roberto Bugliani sugli zapatisti del Chiapas ad un prezzo scontato del 30%.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

L’AMERICA LATINA SI COLORA NUOVAMENTE DI ROSA?

Con la storica vittoria elettorale di Gustavo Petro e Francia Márquez in Colombia il 26 giugno sorso, e quella precedente di Gabriel Boric in Cile, l’America  Latina torna a colorarsi di rosa, secondo la nota immagine con cui Hugo Chávez, col suo non dimenticato “rojo, rojito”, celebrò all’inizio del secolo l’ondata di governi “progressisti” che si erano andati affermando nella regione. Fatto veramente storico questa vittoria in Colombia, un paese che per molte decadi è  stato insanguinato da governi autoritari[1] al cui esercito era stato tacitamente consentito di praticare ogni forma di violenza verso i “dissenzienti”, fino alla pratica orrenda dei “falsi positivi”, e dove da anni si procede a una sistematica uccisione di leader indigeni e popolari.[2]

La vittoria, (50,57% dei voti al ballottaggio contro il 47,16% del suo avversario, l’industriale Rodolfo Hernandez), rappresenta perciò veramente un risultato storico eccezionale, come detto, perché apre al paese la possibilità di cessare di essere una <confederazione di piantagioni e di raffinerie> e di diventare uno Stato, come ha acutamente annotato nel suo blog Rodrigo Andrea Rivas, al quale rimandiamo per una meno sintetica presentazione della situazione nel paese.[3] Questa possibilità di ricostruire il paese era stata evocata dallo stesso Petro nel Manifesto con cui il 9 marzo 2021 aveva annunciato il fatto nuovo, eccezionale,  della costituzione del Pacto Historico che per la prima volta vedeva unite le opposizioni di sinistra[4] ed in cui ricordava, dopo essersi riferito al filosofo Rousseau, che:

Il patto storico è il patto Nazionale fondamentale per la convivenza e della Pace.

Quando parliamo di una Nazione come contratto sociale, parliamo dell’inclusione di tutta la società nelle decisioni e nella distribuzione della ricchezza. Una nazione implica Democrazia. E quando parliamo di pace, non ci riferiamo soltanto agli accordi fra i corpi armati, che rispettiamo ed eseguiremo, ma alla Pace Grande, la pace di tutta la società, la Pace vista come un’era e non come l’inizio di una nuova violenza.

Questo è il compito enorme che attende il presidente Petro e la vicepresidente Márquez consapevoli della posta in gioco: fare della Colombia una “potenza per la vita” dopo tante orrende stragi. Per questo, per aprire una nuova prospettiva, la campagna elettorale è stata accompagnata dallo slogan vivir sabroso, vivere con piacere: una prospettiva stimolante dopo tanti lutti e tante sofferenze. Nello stesso Manifesto di lancio del Patto si legge, fra l’altro:

Il programma di governo sarà l’asse fondamentale del Patto Storico.

Poiché molte delle proposte di riforma richiedono per la loro realizzazione più di un periodo presidenziale, non saremmo onesti se promettessimo di cambiare la Colombia in solo quattro anni, abbiamo proposto, come è stato fatto in Cile che, sempre se i cittadini lo chiedono col loro voto, il Patto storico sia opera di vari governi. Non saremmo seri se non dicessimo che un cambio d’epoca, di storia, implica l’impiego di vari quinquenni di trasformazione. Vari governi diretti da persone diverse. Quello che proponiamo è un cambiamento reale verso una Colombia produttiva, democratica, giusta e in Pace.

Il Manifesto ricorda che quello proposto, che ha visto questo importante avvio, non sarà un percorso realizzabile in una sola legislatura, perché i problemi da risolvere sono molti e impegnativi, dalla storica presenza nel paese dei narcos e delle formazioni paramilitari illegali alla ingombrante presenza di sei basi militari statunitensi che considerano il paese come sua linea di difesa meridionale (la Colombia confina con il Venezuela, stato che Obama denunciò essere paese pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti), tanto che sotto la presidenza Santos (2010-2018) e precisamente nel 1918, come uno degli ultimi suoi atti, il paese è stato aggregato alla NATO[5] come <Partner Globale> (sic!). Mastico amaro ricordando che Santos fu premiato col premio Nobel per la pace per l’iniziato processo di pace con le FARC, la principale guerriglia antigovernativa del paese, portato avanti con scarsa determinazione e molta ipocrisia. Nei giorni scorsi è stato ucciso il 324esimo ex-guerrigliero tornato alla vita civile[6] e questo sottolinea ancora una volta come andare al governo non significa poter trasformare di colpo con una bacchetta magica la realtà.[7]

Uno dei primi impegni enunciati da Petro è stato quello di dichiarare la volontà di ripresa del dialogo di pace con l’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale, formazione guerrigliera rimasto attiva dopo l’accordo con le FARC del 2016. A questa dichiarazione si è aggiunta quella di voler ristabilire i rapporti diplomatici col confinante Venezuela, interrotti da tempo.

LA NUOVA NUOVA SINISTRA LATINOAMERICANA

Questo il titolo di un articolo di Josè Natanson, direttore dell’edizione argentina di Le Monde Diplomatique, pubblicato sul numero di giugno-luglio di Nueva Sociedad (NUSO)[8], in cui egli affronta il problema di definire le caratteristiche e di valutare le possibilità di successo di questa nuova “ondata rosa”. Parla di “nuova nuova” sinistra perché l’espressione “nuova sinistra” –con un solo “nuova”- era stata impiegata con dovizia per definire l’ondata rosa del primo decennio del secolo. Data la diversità dei caratteri specifici e dei diversi contesti in cui opera la sinistra odierna rispetto a quella di allora, sembra corretto distinguerla. 

Un inciso. La lettura dell’articolo di Natanson, che condivido per alcuni aspetti ma non per altri, mi ha suscitato una domanda: perché continuare ad usare la parola “sinistra” per alludere a tutte le forze “progressiste” (altra qualificazione problematica), che però ne lascia fuori una parte importante quali ad esempio i movimenti indigeni e afroamericani –presenti questi ultimi in forme differenziate sia nel sud come nel nord del continente americano? In realtà non ricordo di aver mai trovato da qualche parte la qualifica di “sinistra” applicata agli zapatisti messicani o ai mapuche cileni e argentini, per fare un esempio.[9] Per gli zapatisti l’inclusione nella sinistra, quella messicana, la fa Natanson, ma per dichiararne il loro fallimento politico. Da aggiungere che in questo panorama delle sinistre nel subcontinente dimentica del tutto i movimenti indigeni e afro. Certo, da un rigoroso punto di vista storico la sinistra è quella nata in Europa durante la rivoluzione francese ma alla parola sinistra è stato dato un significato più ampio, di “progressismo” che quindi dovrebbe includere anche queste forze. Sarà che la “sinistra” così denominata ha dei problemi on il mondo indigeno, anche in America Latina? Un problema che meriterà essere ripreso, ma per ora, per non complicare le cose, limitiamoci a quanto scrive Natanson della “nuova nuova” sinistra.

Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra che alimentava le sue speranze. La domanda sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità di certe idee seguono a distanza il momento in cui vengono elaborate.

Chiuso per ora l’inciso,  torno a Natanson e alla “nuova nuova sinistra”, prima di parlare della quale egli rievoca il “giro verso sinistra” degli anni 2000 con le vittorie elettorali diHugo Chávez nel 1999 e le successive di Luiz Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo  Morales, Tabaré Vázquez, Rafael Correa e Fernando Lugo nei rispettivi paesi (Venezuela, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay, Ecuador e Paraguay), alle quali aggiunge, con una certa generosità però con titubanza, i governi di centrosinistra in Cile succeduti a Pinochet. Questa “nuova sinistra” che, ricorda:  

In alcuni casi pervenne al governo dopo anni di paziente costruzione partitica e territoriale (il Partito dei Lavoratori brasiliano, il Frente Amplio uruguayano, il socialismo cileno e il Movimiento al Socialismo boliviano; in altri, spiccò il volo diretto al governo come un lampo inatteso(Hugo Chávez, Rafael Correa e, in parte, Néstor Kirchner);e alcuni di questi movimenti e leader (in particolare Evo Morales) combinarono l’azione diretta nelle strade con la classica disputa elettorale.

E  aggiunge:

In tutti i casi la <nuova sinistra>, che al suo zenith arrivò a governare tutti i paesi sudamericani salvo Colombia e Perù, priorizzò l’accesso al potere rispetto alle discussioni astratte. E da lì dispiegò una serie di politiche che le permisero, in un contesto certamente favorevole per i prezzi crescenti delle materie prime, di combinare tre cose: sostenibilità macroeconomica […], ampie politiche di trasferimento delle entrate che consentirono formidabili spinte di inclusione (soprattutto nelle zone più sfavorite, come l’altopiano boliviano e il Nordest brasiliano) e una continuità politico-istituzionale che consentì cicli lunghi di riforme. Il dibattito che divise le diverse componenti della famiglia di sinistra, più pratico che teorico, faceva riferimento al miglior cammino per progredire nelle trasformazioni proposte: promuovere una riforma costituzionale che resettasse il paese per iniziare da un <anno zero>, come fecero Chávez, Morales e Correa, ogarantire una maggior continuità secondo lo stile di Lula da Silva, Kirchner o Tabaré Vázquez?

A differenza del dibattito nella decade del 1960, questa discussione, riassunta nella dicotomia chavismo/lulismo, non alludeva alla profondità delle riforme (non c’è modo per argomentare che, nei fatti, Lula da Silva fosse meno riformista di Correa, o Kirchner di Evo Morales), ma al miglior modo di realizzarle.

Discordo in parte da questa visione di Natanson, come forse ricorderà qualche lettore dei mini dell’epoca, dove trovo un’eccessiva semplificazione e un po’ di smemoratezza, soprattutto per quanto riguarda le ragioni della fine dell’ondata rosa, <la più lunga e brillante della sinistra latinoamericana>, che Natanson motiva così: <mutamento delle condizioni internazionali, l’usura naturale dopo più di un decennio di esercizio ininterrotto del potere, le difficoltà nell’elaborare la successione e il rafforzamento del blocco di destra>. Alcune cose sarebbero da discutere comunque abbiamo riportato queste sue note perché ci hanno permesso di ricordare i governi e i personaggi della sinistra dell’epoca e del contesto in cui operarono e di parlare di filoni di pensiero tuttora ben presenti nella sinistra.

Qual è la sinistra che torna?

Natanson divide i nuovi governi rosa in tre gruppi:

1.  Quello che rappresenta una sinistra autoritaria (Venezuela e Nicaragua)

2. Quello dove la sinistra è al governo per la prima volta (Messico, Honduras, Perù e Colombia)

3. Quello che vi ritorna dopo un’alternanza con la destra (Argentina, Cile, Bolivia, includendo, con una previsione che allo stato delle cose sembra ragionevole, il Brasile).

Liquidare senza un’analisi, nel bene e nel male, il primo gruppo come <sinistra autoritaria>, come in effetti è, senza indagare i contesti, è un po’ sbrigativo (e, per inciso, Cuba dove la mette? Non la cita neppure.  Per lui non è sinistra?)

Sui quattro del secondo gruppo scrive:

Il secondo gruppo, il più nuovo e in certo senso il più interessante, è quello della sinistra che governa in paesi dove la sinistra non aveva governato: Messico, Honduras, Perù e Colombia[10]. Sebbene con enormi differenze fra loro, si tratta in tutti i casi di paesi vicini agli Stati Uniti, per ragioni di emigrazione (Messico e Honduras)[11], commerciali (tutti hanno vigenti trattati di libero commercio con Washington) o di sicurezza (Colombia e Perù sono i due principali produttori di cocaina del mondo e una fonte di preoccupazioni permanenti per gli Stati Uniti).

Resterebbe da parlare del terzo gruppo (Argentina, Cile, Bolivia, Brasile). Un po’ troppo per un mini che tale vuole essere anche nelle dimensioni. In questo il Brasile farà la parte del leone nei prossimi mesi e ci limitiamo al Cile, che invece occuperà lo maggior parte dello spazio del prossimo numero 3.

Sul Cile Natanson annota:

Nel caso di Boric, malgrado sia il candidato di una alleanza alla sinistra della Concertazione[12], il suo programma è lungi dall’essere radicale. E’ piuttosto l’espressione di un progetto di giustizia sociale di tipo socialdemocratico in un paese dove, malgrado l’avanzamento in termini di lotta contro la povertà, sopravvivono forme di disuguaglianza sociale –e gerarchie etniche e di classe- inaccettabili assieme alla mercantilizzazione della vita sociale.

Ci soffermiamo brevemente sul Cile che merita un mini a parte, il prossimo numero 3, e dove la situazione è ancora fluida in quanto è iniziata la fase preparatoria per il Referendum costituzionale -a partecipazione obbligatoria– che si terrà il prossimo 4 settembre, che approverà o respingerà la nuova Costituzione, in cui testo è giunto faticosamente in porto e negli scorsi giorni è stato consegnato dalla Convenzione Costituzionale, conformata da ben 7 gruppi di lavoro, alla Commissione di Armonizzazione incaricata di predisporre il referendum e le modalità dell’eventuale trapasso costituzionale. Possiamo solo dire che il capestro del vincolo dei due terzi di votanti favorevoli (apruebo, approvo) per la sua approvazione, accettato forse troppo incautamente favorevoli per sancirne l’entrata in vigore, rende incerto l’esito, al momento in forse. E fra i molti grossi problemi che il governo Boric si è trovato di fronte, uno dei più scottanti è rappresentato dai rapporti con il popolo mapuche, nel sud del paese, dove il governo ha problematicamente dichiarato lo stato di emergenza.

Circa il Messico, problema affrontato più volte nei mini della precedente serie, il governo di centro sinistra di Lopéz Obrador (AMLO) è in carica ormai da due anni con risultati contrastanti. Si tratta in realtà di un governo della serie social-liberista, con alcune luci (la lotta alla corruzione, l’aiuto ai più sfavoriti) e varie ombre (il programma economico nettamente liberista e le sue ambigue politiche paternaliste verso il mondo indigeno, dove in particolare gli zapatisti –ma non solo loro fra gli indigeni- da tempo sono di nuovo sotto attacco). Nel mondo di “quelli in alto” è già iniziato, con due anni di anticipo, il conto alla rovescia per chi governerà dopo AMLO che, sembra certo, non si ricandiderà. Può stupire ma alcuni analisti qualificati indicano l’astensionismo come il rischio maggiore per le prossime elezioni.[13] A nostro giudizio includere il governo di AMLO fra i governi rosa indica qualche problema di daltonismo politico.

In Perù il governo del contadino e maestro di scuola Castillo, <del popolo e per il popolo>, il prossimo 27 luglio dovrebbe celebrare il suo primo anniversario. Diciamo “dovrebbe” perché fino ad ora la sua è stata una corsa ad ostacoli per superare le continue richieste di impeachement e nel re-impastare il suo governo. Sul Perù però, come sull’Honduras, francamente non abbiamo al momento un quadro sufficientemente chiaro, nè lo spazio, per approfondire.

Per concludere questo numero vogliamo ricordare la situazione esistente in Ecuador dove dal 13 al 30 di giugno si è avuta l’ennesima sollevazione indigena concretizzata col paro (sciopero nazionale) e con la inevitabile occupazione delle strade della capitale da parte delle popolazioni indigene, in particolare quelle della sierra, montagna. In Ecuador, ricordiamo, oggi è al potere il governo di un banchiere, Lasso, la cui elezione, per una serie di circostanze che sarebbe lungo narrare, venne sostenuta anche da parte di elettori indigeni, perché in contrasto con il candidato dello schieramento facente capo all’ex presidente Correa, che tante speranze aveva suscitato con l’andata in vigore di una nuova Costituzione dalle grandi ambizioni (fu la prima Costituzione al mondo a prevedere i “diritti” della natura, mai però realmente attuata con una necessaria coerente legislzione).

Anche questi problemi sono stati da noi trattati nella precedente serie di mini e potrebbe essere utile rileggerne alcuni. Dopo 18 giorni di duri scontri è stato trovato un accordo provvisorio sulla realizzazione del cui contenuto si sta discutendo. Da notare che durante questi 18 giorni il parlamento è stato sul punto di poter dichiarare la destituzione di Lasso, obiettivo alla fine non raggiunto per il voltafaccia finale della frazione correista ma anche di alcuni deputati del Pachakutic, il braccio politico della CONAIE, la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador.

Torneremo sull’argomento Ecuador quando saranno più chiari i contenuti di questo accordo in discussione ma ci azzardiamo a introdurre qualche considerazione su un argomento delicato: quanto i processi elettorali di stampo occidentale con la loro logica maggioranza/minoranza sono applicabili a un mondo, quello indigeno, in cui vige invece tutt’altra logica, quella del consenso. Per cui alleghiamo al mini un documento che affronta, anche se in termini abbastanza diluiti, l’argomento. La stessa osservazione vale probabilmente, e ancor più, per la tormentata presidenza peruviana.

Accenniamo infine alle vicende della convocazione “imperiale” dell’OEA (o Vertice delle Americhe, come comunemente denominato) , l’Organizzazione degli Stati Americani, tenutasi nel mese scorso a Los Angeles, negli USA, che ha visto l’assenza non casuale di alcuni capi di Stato (ad es. del Messicano AMLO e dell’argentino Fernández), ma richiederebbe uno spazio che espanderebbe troppo il presente mini, cosa sconsigliabile in tempi in cui usa premettere ai documenti il tempo necessario per la loro lettura. Due sole osservazioni. La prima è che la guerra russo-ucraina e la costruzione in atto di due blocchi mondiali contrapposti, uno “occidentale” e uno “orientale”, o più precisamente di “tutto l’altro mondo”, potrebbe limitare l’ingerenza statunitense. La seconda è che in ogni caso non si deve confondere questa eventualità, che riguarda un conflitto fra interessi degli stati e delle loro gerarchie di potere, con le lotte e gli interessi di “quelli che stanno in basso” contro “quelli che stanno in alto”. Azzardato pensare ad esempio che AMLO e Fernández non rappresentino, seppur con un fazzoletto rosa nel taschino, gli interessi dei loro capitalismi interni. E per quanto riguarda Lula, se tornerà al potere, sarà bene ricordare che le banche e gli imprenditori brasiliani non hanno mai guadagnato tanto come in occasione dei suoi anni di governo. E questa volta avrebbe al suo fianco come vicepresidente quell’Alckmin che fu suo avversario elettorale come rappresentante delle destre. Certamente il “primitivo” Bolsonaro, che ha una buona sponda nei militari, deve essere spodestato. Ma poi, in caso di successo, cosa farà questa anomala coppia?

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PS Al momento di spedire mi è sorto il pensiero che i commenti di Natanson sullo zapatismo rispecchiano un pensiero diffuso nella sinistra, specie di quella europea, e meritano perciò una riflessione che vada al di là del caso specifico. Poiché questo mini è già troppo poco mini, a breve seguirà il n.3 che non riguarderà il Cile, come scritto sopra, bensì lo zapatismo, fra l’altro da alcuni  mesi di nuovo sotto duro attacco paramilitare nel silenzio del governo ‘rosa’ –evidentemente sbiadito- messicano. Colgo l’occasione per ricordare che da poco è stato pubblicato il libro Murales zapatisti. Progetto di un mondo nuovo, curato da chi scrive assieme all’amico e compagno di viaggi in Chiapas, Roberto Bugliani. Il libro è ordinabile all’editore cliccando qui: http://mutusliber.it/ripensare.html al prezzo di copertina (E 19,90) ma per i lettori di questo mini è ottenibile al prezzo di 14 E però passando attraversi chi scrive (aldozancchetta@gmail.com).


[1] Nel corso della presidenza di Ivan Duque (agosto 2018-agosto2022) sono stati ben 692 i leader sociali assassinati, 294 dei quali indigeni e 203 contadini (dati Indepaz – Istituto colombiano di studi per lo sviluppo e la pace).

[2] Lo scandalo dei falsi positivi, emerso nel 2008, coinvolse numerosi militari anche di alto grado, responsabili di omicidi extragiudiziali di civili innocenti fatti passare per guerriglieri uccisi in combattimento. Questo per lucrare  i premi offerti dal governo per i guerriglieri uccisi in combattimento. Migliaia di persone, attratte da annunci sui giornali che promettevano posti di lavoro, vennero così imprigionate e uccise ed i loro corpi venivano rivestiti per apparire come guerriglieri uccisi. Il solo ricordarlo fa rabbrividire. La cifra esatta non si conosce ma si da per certo che supera le seimilacinquecento uccisioni.

[3] Elezioni 2022 – “Il giorno in cui la Colombia potrebbe perdere lo status di confederazione di piantagioni e raffinerie per trasformarsi in un paese”.http://rodrigoandrearivas.com. Consigliamo di visionare questo post  dove si può leggere una panoramica più generale della situazione del paese.

[4] <Il “Pacto Histórico” è un fronte ampio di partiti ed organizzazioni sociali e comunitarie, tra cui “Colombia Humana” (il partito di Petro), la “Unione Patriottica – Partito Comunista”, il “Polo Democratico Alternativo” (dell’attivista sociale, femminista ed ecologista afrodiscendente Francia Màrquez, che accompagna Petro come numero due), il “Movimento Alternativo Indigena e Sociale ed il “Partito del Lavoro della Colombia”,> ibidem

[5] Petro in campagna elettorale aveva alcune volte accennato al fatto che questo nodo andrà sciolto ma prudentemente, nei discorsi dopo la sua elezione, non lo ha citato fra i problemi da affrontare.

[6] Vado a memoria. Il numero probabilmente non è esatto ma l’ordine di grandezza è questo.

[7] Alla vigilia dell’insediamento di Petro si è verificata l’esplosione del valore del dollaro statunitense ed è di ieri l’annuncio che nei prossimi giorni un esponente governativo statunitense di “alto rango” renderà visita a Petro.

[8] static.nuso.org/media/articles/download/1.TC.Natanson299.pdf

[9] Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra delle sue speranze. Questi movimenti sono includibili nella “sinistra”? La domanda di Girardi sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità delle idee di certi pensatori seguono con ritardo il momento in cui sono elaborate.

[10]  La data in cui è stato scritto l’articolo di Natanson è precedente alle elezioni presidenziali in Colombia, per cui l’inclusione nel gruppo era contrassegnata da un punto interrogativo.

[11]  Il Messico, particolare non trascurabile, ha una frontiera con gli Stati Uniti lunga migliaia di km che giustifica il detto popolaro “il Messio è un paese troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti.

[12]  Per chi non lo ricorda, la Concertazione era la coalizione di sinistra che dopo Pinochet, ha governato in Cile fra il 1990 e il 2010 e di nuovo  dal 2014 al 2018.

[13]  www.jornada.com.mx/2022/06/07/opinion

Ucraina la trappola mortale

di Tonino D’Orazio

Le tattiche delle incessanti operazioni militari in Ucraina lasciano perplessi i migliori analisti del Pentagono, e solo pochi hanno cominciato a intuire che l’obiettivo principale dell’operazione non è affatto la resa di Kiev. La caduta del regime di Kiev è senza dubbio prevista nei piani dell’operazione militare speciale, ma non come culmine delle azioni russe, ma solo come tappa intermedia. La guerra si sta effettivamente svolgendo a un livello molto più alto. Per i politici e i generali americani gli Stati Uniti stanno usando l’Ucraina come arma per esaurire la Russia. La realtà potrebbe però essere diversa, se non opposta: gli anglosassoni sono stati attirati in questo campo di battaglia per porre fine alla loro dubbia e declinante egemonia. Alcuni a Washington cominciarono a sospettare qualcosa, in ritardo, perché la trappola per gli Stati Uniti era già chiusa e gli stessi americani facevano del loro meglio per perfezionarla. L’astuzia principale dell’operazione speciale della Federazione Russa è stata rivelata dal politico e giornalista ucraino Dmitry Vasilets, il quale ha osservato che andando avanti senza fretta, le forze alleate russe attuano in modo molto efficace il processo di smilitarizzazione non solo dell’Ucraina, ma anche dell’intero Occidente collettivo. Tanto che ormai alcuni paesi rifiutano le armi all’Ucraina perché ne rimangono loro stessi “sguarniti”.

L’esercito russo ha preso una pausa tattica per riorganizzarsi prima dell’attacco a Slavyansk. Anche in Occidente, in diversi hanno rilevato che siamo molto lontani dalla guerra tradizionale motivandolo con il fatto che Putin “ha paura di perdere”. Tuttavia L’esercito russo da tempo potrebbe distruggere tutti i ponti che attraversano il Dnepr e fermare il trasferimento di equipaggiamenti e personale dall’ovest del paese alle forze armate ucraine nel Donbass; dà così al nemico tempo e opportunità per accumulare riserve sulla linea del fronte in modo da poterne distruggere, lentamente, il potenziale militare concentrato ad est.

Sembrerebbe cioè che, in Ucraina, la Russia stia pianificando una guerra di lungo termine con l’Occidente. La maggior parte del territorio dell’Ucraina sta diventando un giogo finanziario per l’Europa e gli Stati Uniti. Come si dice, la politica è un’economia concentrata e la guerra è un’economia ancora più concentrata. Su questo piano, contrariamente alle previsioni, la Russia sta vincendo e arricchendosi. “L’Occidente è caduto in una trappola mortale”.

Per molti anni i ‘partner’ di Kiev hanno esportato molte loro risorse verso l’Ucraina, ma oggi sono solo costretti a iniettare enormi quantità di denaro senza ricevere nulla in cambio. È una trappola mortale per gli Stati Uniti e i suoi satelliti. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha riferito che gli alleati statunitensi ed europei non saranno in grado di mantenere l’attuale livello di sostegno a Kiev per un lungo periodo. Sebbene il presidente Biden si sia impegnato a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, (a che cosa?), nessuno si aspetta che l’Ucraina riceva miliardi di dollari aggiuntivi quando il pacchetto di aiuti da 54 miliardi attualmente autorizzato in dollari (pur con mugugni parlamentari e popolari) per l’assistenza militare e di altro tipo sarà esaurito, compresi i miliardi di euro dell’UE e di vari paesi della Nato.

Inoltre la guerra delle sanzioni sta danneggiando anche l’economia statunitense e soprattutto europea. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono comunque tenere in piedi l’Ucraina, arrivando a pagare gli stipendi dell’intero apparato statale, e presto dovranno anche sostenere l’economia in crisi dell’Unione Europea per mantenere sotto controllo la già vacillante coalizione anti-russa. Gli americani semplicemente non usciranno facilmente da una lunga guerra in tali condizioni, e, in teoria, non possono nemmeno ritirarsi, almeno senza gravi perdite geopolitiche. La trappola si è davvero chiusa e in Ucraina loro (i russi) stanno ora operando come uno schiacciasassi, prendendo tempo non solo verso le forze armate ucraine, ma verso l’intero Occidente collettivo.

Aspettando soprattutto l’esito del disastro politico-economico dell’Ue, altro fine prioritario dell’operazione speciale putiniana. E’ possibile allora, che per “denazificazione” si intenda piuttosto, in senso lato, liberare l’Europa dal dogma neoliberista anglosassone così inumanamente disastroso per i popoli? È una operazione iniziata con “fame e freddo”, “grandi sofferenze” in cambio di “libertà” e improvvisamente intaccata dalle evidenze di sputtanamento e corruzione di grandi politici europei, in vista di una rivolta generale? Una “rivolta” politica di quelli che non sostengono più questa stupida guerra a perdere, ivi incluse le classi imprenditoriali della produzione reale? Comprese quelle che fanno riferimento al capitalismo realistico trumpiano e non a quello degli ideologi transumanisti di Davos? Non sarà mica che il problema di quel genio di Draghi sia proprio questo?

Nel giugno 2022, il vice capogruppo del Partito conservatore britannico Chris Pincher è stato visto a Londra ubriaco, molestare e picchiare uomini al Carlton Club. Successivamente, il 3 luglio, varie testimonianze hanno mostrato che non era la prima volta che violava la morale puritana della classe dirigente del Paese. Seguono le dimissioni a catena all’interno dell’amministrazione di Boris Johnson (63 dipendenti su 179) e infine le dimissioni del Primo Ministro, pur se estranei alle vicende, il 7 luglio 2022. “Un clown di meno”.

L’8 luglio 2022, l’ex primo ministro giapponese e uomo forte del suo partito politico, Shinzo Abe, è stato assassinato durante una manifestazione elettorale. Suo padre aveva introdotto la Chiesa dell’Unificazione del Reverendo Moon in Giappone negli anni ’50. L’intero clan Abe era strettamente legato a questo gruppo militare-politico-religioso, uno strumento indispensabile della CIA durante la Guerra Fredda. Shinzo Abe e la setta della Luna stavano influenzando il Giappone ad allearsi pubblicamente con gli Stati Uniti contro la Cina. Ma altri pensano ad un suo realistico avvicinamento pacifico e politico alla Russia.

Il 10 luglio 2022, diverse giovani donne che hanno partecipato a una festa estiva del Partito socialdemocratico tedesco hanno “espresso gravi disagi”. All’evento hanno preso parte un migliaio di persone, tra cui il cancelliere Olaf Scholz, i parlamentari di partito e le loro squadre. Sembra che almeno nove giovani donne siano state inconsapevolmente drogate e violentate. Ma Scholz si deve soprattutto confrontare con gli interpreti del capitalismo reale della Renania i quali non sono pronti a suicidarsi sull’altare della guerra totale contro Putin.

L’11 luglio 2022 il quotidiano Le Monde ha pubblicato a fine mattinata la prima parte di uno studio di documenti ricevuti da un consorzio di media che attestano i metodi dell’azienda Uber. Sembra che il presidente francese Emmanuel Macron abbia stipulato un accordo segreto con la società americana per stabilirla in Francia modificando le leggi in vigore a suo vantaggio. Tuttavia, per il momento, nessun documento pubblicato autorizza a parlare di corruzione. E’ difficile immaginare Macron resistere a una nuova ondata dei Gilet gialli alla potenza, e per giunta, adesso, anche con supporto parlamentare.

In Olanda sono in corso proteste contro la prevista scomparsa di un terzo delle fattorie produttive in applicazione di un piano di acquisizione del massimo di terreni agricoli a fini speculativi per le multinazionali. Il cibo e l’acqua, la (nuova) ricchezza del mondo.

Anche l’Italia guidata dal cassiere-palo Draghi è in fermento e potrebbe cadere anche “in un indefinito coercitivo” non avendo più il reame parlamentare ai suoi piedi, anche se Mattarella ha rifiutato le sue dimissioni, dopo essersi presumibilmente consultato con l’Ambasciata americana, come fanno tutti (o quasi) da 70 anni a questa parte. Era già nell’aria la fuga del cassiere dopo aver distribuito il malloppo europeo a chi di dovere.

Avvertiamo che il Sistema è senza fiato e che la sua “narrativa” si va esaurendo quando anche il muro di bugie sulla pseudo-crisi sanitaria inizia a incrinarsi. L’estate è molto calda, ma si prevede un autunno torrido con, alla fine, forse, il superamento del G7 da parte del G20 (abbiamo capito che non si tratta di una presuntuosa “estensione” dell’Occidente visto che i 7 ormai sono minoranza contro i 13 non anti-russi); ma forse potrebbero essere messe in discussione anche un certo numero di altre organizzazioni internazionali come l’OMS (grato delle donazioni di Bill Gates e che pensa di decidere per il mondo intero), l’OMC (il volume centrale del commercio si sta spostando altrove), l’AIEA (i controllori del nucleare cacciati dall’Iran per visite e intrusioni pretestuose dopo il fallimento degli accordi di Vienna) ed altre che sono diventate, nel tempo, solo cinghie di trasmissione del “mondo aperto” e che sembrano molto poco adatte al nuovo mondo multipolare che si sta aprendo davanti a noi. Allora si potrebbe capire perché l’esercito russo “prenda tempo”. L’arrischiata mossa del cavallo dello scacchista Putin pare una mossa di lungo termine e la scacchiera non è l’Ucraina.

15 luglio 2022

L’Ucraina è un trojan per la dipendenza della Germania (e Europa) dagli Stati Uniti

Intervista a Michael Hudson

Il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA

* * * *

Prof. Hudson, il tuo nuovo libro “The Destiny of Civilization” è uscito ora. Questa serie di conferenze sul capitalismo finanziario e la Nuova Guerra Fredda presenta una panoramica unica della tua prospettiva geopolitica.
 Parli di un conflitto ideologico e materiale in corso tra paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. Di cosa tratta questo conflitto e perché il mondo in questo momento si trova a un “punto di frattura” unico come afferma il tuo libro?

M. Hudson. L’odierna frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: negli Stati Uniti/NATO occidentali, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato la produzione alla leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri paesi asiatici insieme alla Russia fornendo materie prime e armi.

Questi paesi sono un’estensione fondamentale del capitalismo industriale che si evolve nel socialismo, cioè in un’economia mista con forti investimenti in infrastrutture governative per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altri bisogni di base trattandoli come servizi pubblici con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità. Nell’Occidente neoliberista USA/NATO, al contrario, questa infrastruttura di base viene privatizzata come monopolio naturale per l’estrazione di rendite. Il risultato è che l’Occidente USA/NATO resta un’economia ad alto costo, con le sue spese per l’alloggio, l’istruzione e le cure mediche sempre più finanziate con debiti, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione di capitale) . Ciò pone un problema esistenziale per il capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di una rendita finanziarizzata che impoverisce il 99% per arricchire l’uno per cento?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO, un modo più utile di pensare alla frattura globale dei BRICS). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satellite, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro economico di sanzioni di Berlino per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è immischiata nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberisti alla guida del governo. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche le loro fortune politiche personali) è strettamente alleato con la leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è ora diventata sostanzialmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come mantenere il Sud del mondo – America Latina, Africa e molti paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi paesi aumentando drasticamente i prezzi di petrolio, gas e generi alimentari (oltre ai prezzi di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando risparmi finanziari e credito bancario in titoli denominati in dollari USA.

Ciò ha aumentato il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i paesi SCO e del Sud del mondo pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.
Ciò costringe questi paesi a scegliere: o rinunciare a energia e cibo per pagare i creditori esteri – mettendo così gli interessi finanziari internazionali prima della loro sopravvivenza economica interna – o inadempiere ai loro debiti, come accadde negli anni ’80 dopo che il Messico annunciò nel 1982 di non poteva pagare obbligazionisti stranieri.

Come vede la guerra/operazione militare speciale in corso in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia si è assicurata l’Ucraina orientale di lingua russa e la sua costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “colpire l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, in particolare da parte di combattenti polacchi.

I paesi della NATO hanno scaricato le loro armi vecchie e obsolete in Ucraina e ora devono spendere ingenti somme per modernizzare il loro equipaggiamento militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale degli Stati Uniti eserciterà pressioni al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica, il tutto in aggiunta al loro crescente deficit energetico e alimentare. Quindi l’euro e la sterlina si stanno dirigendo verso la parità con il dollaro USA. L’euro è quasi arrivato ora (circa $ 1,07). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi per l’Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti in Oriente e in Occidente ritengono che ciò danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che ciò si ritorcerà contro o avrà davvero un enorme effetto boomerang sui paesi occidentali.

La politica prevalente degli Stati Uniti è combattere contro la Cina, sperando di rompere le regioni degli uiguri occidentali e dividere la Cina in stati più piccoli. Per fare ciò, è necessario spezzare il supporto militare russo e delle materie prime alla Cina e, a tempo debito, suddividerlo in una serie di stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.) .

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita così sgradevoli per i russi che avrebbero fatto pressioni per un cambio di regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare la Russia militarmente, facendo in modo che i corpi degli ucraini esauriscano la scorta russa di proiettili e bombe dando la vita semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno del popolo russo a Putin, esattamente l’opposto di quanto previsto. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto cosa hanno fatto gli Harvard Boys alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica domestica che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo azioni di petrolio, nichel e servizi pubblici a l’Occidente, e poi spronando gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. C’è un accordo generale sul fatto che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est invece che verso ovest.

Quindi l’effetto delle sanzioni statunitensi e dell’opposizione militare alla Russia è stato quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che blocca l’Europa alla dipendenza dagli Stati Uniti, mentre spinge la Russia verso la Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e il cibo russi, a grande vantaggio dei fornitori di gas GNL e degli esportatori agricoli statunitensi, minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Ma per l’Europa il danno è già stato fatto, e né la Russia né la Cina dovrebbero credere che i funzionari del governo europeo possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali provocate dall’interferenza degli Stati Uniti.

Qui in Germania ascolto il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck dei Verdi, che parla di attivare il “gas di emergenza” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si riassumerà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di suicidarsi economicamente e di provocare una depressione, prezzi al consumo più alti e standard di vita più bassi. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la loro produzione di fertilizzanti, vista l’accettazione da parte della Germania delle sanzioni finanziarie che le impediscono di acquistare gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le case automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli all’offerta.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti sul petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da società statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi da parte dell’Europa che ha donato all’Ucraina è anche un vantaggio per il complesso militare-industriale degli Stati Uniti, i cui profitti sono alle stelle.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici per l’Europa, che sembra il grande perdente.

I produttori arabi di petrolio hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di addebitare meno per il loro petrolio. Sembrano essere guadagni inaspettati dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è stata infranta. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee a causa del furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quando la Russia smetterà semplicemente di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando in effetti l’onere fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca politicamente agli Stati Uniti, rinunciando ai suoi governi ma almeno portando alcuni europei al Senato e alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano la a) Nuova Guerra Fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberista nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la tua recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’area del dollaro occidentale dall’Eurasia e dal sud del mondo. I politici statunitensi promettono di continuare la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questo possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica ora sembra che possa minacciare di essere l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di disabilitare la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente bloccandola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza intoppi al sistema di compensazione bancaria cinese. La seconda tattica consisteva nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e le disponibilità di titoli finanziari statunitensi. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a buon mercato mentre l’Occidente li ha scaricati. La terza tattica era impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le sue esportazioni di petrolio, gas e cibo sono in aumento. Ciò ha alzato il tasso di cambio del rublo invece di danneggiarlo. E poiché le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà molto nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, le tariffe Trump contro le esportazioni europee verso gli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali in diminuzione. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare ad acquistare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma semmai taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’Eurozona si è imposta.
Nel medio e lungo periodo, quindi, le sanzioni USA/NATO sono rivolte principalmente all’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il predominio egoistico di energia, cibo e finanza.

In Germania il progetto Nord Stream II è ancora un grosso problema politico. Nel tuo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” hai scritto: “Ora è chiaro che l’odierna escalation della Nuova Guerra Fredda era pianificata più di un anno fa. Il piano americano di bloccare il Nord Stream 2 faceva davvero parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare prosperità attraverso scambi e investimenti reciproci con Cina e Russia”. Potresti spiegarlo ai nostri lettori?

Ciò che definisci “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica Buy-American. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare gas al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il suo gas dai fornitori statunitensi di GNL e a spendere 5 miliardi di dollari per espandere la capacità portuale, che non sarà nemmeno disponibile subito ma nei prossimi anni.

Ciò minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e altri paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. Fondamentalmente, i parlamenti nazionali sono ora sottomessi alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come notato sopra, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro USA. È probabile che gli investitori europei trasferiscano i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i loro guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente cali di prezzo per le loro azioni e obbligazioni misurate in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato un nuovo disegno di legge: i legislatori tedeschi hanno approvato un possibile esproprio delle società energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le società energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non possono più svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare alla camera alta del parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che ha come azionista di maggioranza la Rosneft, di proprietà statale russa.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro paesi e venderanno (o faranno confiscare alla Russia) gli investimenti dei paesi NATO in Russia. Ciò significa uno svincolo dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra la prossima economia ad essere sanzionata dalla NATO poiché diventa un’Organizzazione del Trattato del Pacifico orientale che coinvolge l’Europa in questo confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) ha sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe a esercitare pressioni europee sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere che hanno sequestrato.

Ma anche dopo un simile accordo di restituzione e riparazione, sembra improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento nella consapevolezza di come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti contro alleati e avversari allo stesso modo.

La mia domanda sarebbe: il socialismo è un argomento importante nel tuo nuovo libro. Qual è la tua opinione su quelle misure “socialiste” prese ora da un paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa, ci si aspettava che la “fase finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. C’erano molti diversi tipi di socialismo: socialismo di stato, socialismo marxista, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era una maggiore spesa per le infrastrutture del governo. La transizione al socialismo è stata guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di sussistenza di base) e il costo delle attività economiche mediante investimenti del governo in infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi agevolati.

Tale obiettivo eviterebbe che i servizi di base diventino opportunità di affitto monopolistico. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi hanno consegnato servizi di pubblica utilità a investitori privati. Le società sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e pagamenti alla direzione. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberali in economie ad alto costo incapaci di competere nei prezzi di produzione con paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa opposizione nei sistemi economici è la chiave per comprendere la frattura globale del mondo di oggi.

In questo momento sono al centro dell’attenzione soprattutto petrolio e gas russi. Mosca richiede pagamenti solo in rublo e sta ampliando il proprio campo di acquirenti riempiendolo di Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in Euro o Dollaro USA. Qual è la tua opinione su questa guerra in corso sulle risorse? Il Rublo sembra essere un vincitore.

Il rublo è certamente in aumento. Ma questo non rende la Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le proprie importazioni necessarie per il corretto funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia finirà per vincere se riuscirà a organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e a ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire ciò che è stato privatizzato sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni ’90.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria in Oriente accompagnata da un rafforzamento dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO)?

Ci saranno ancora petrodollari, ma anche una varietà di blocchi dell’area valutaria mentre il mondo de-dollarizza i suoi accordi internazionali di commercio e investimento. Alla fine di maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha affermato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, BRICS+ potrebbe espandersi per includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo sudafricana (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali in valuta estera per i paesi non NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai paesi satelliti degli Stati Uniti, sovvenzionando la fuga di capitali dai paesi del Sud del mondo e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate 2022 sarà un banco di prova poiché i paesi del Sud del mondo subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento del deficit petrolifero e alimentare insieme ai maggiori costi in valuta nazionale per sostenere i loro debiti in dollari esteri. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari USA per mantenere viva l’illusione della solvibilità. Ma i paesi SCO possono offrire petrolio e cibo – i paesi IF danno garanzie di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella tua recente intervista a Michael Welch ( “Crisi accidentale?” ) fai un’analisi specifica sull’attualità della guerra Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potresti per favore approfondire?

Come ho spiegato sopra, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno bloccando in Germania la dipendenza dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per potenziare la NATO nell’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci di scambi e investimenti con la Russia. Si sta trasformando nel partner junior (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema per gli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non puoi crearla in casa è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto 1971, lo standard del Treasury Bill ha dato agli Stati Uniti un passaggio gratuito a spese estere. Le banche centrali estere hanno riciclato il loro afflusso di dollari derivante dal disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense in prestiti al Tesoro statunitense, ovvero per acquistare titoli del Tesoro USA per detenere i propri risparmi. Questo accordo ha consentito agli Stati Uniti di intraprendere spese militari straniere per le sue quasi 800 basi militari intorno all’Eurasia senza dover svalutare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro degli Stati Uniti.

Ma ora che è diventato pericoloso per i paesi detenere depositi bancari statunitensi o titoli di stato o investimenti denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare a fare “un giro” gratis?

In effetti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economica che è stata scomposta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, mira a tassare l’Europa e trasformare altri paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che implichi la riduzione dell’autosufficienza straniera per costringere altri paesi alla dipendenza economica dagli Stati Uniti, in modo che gli Stati Uniti possano minacciare questi paesi con sanzioni dirompenti se cercano di porre i propri interessi nazionali su ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano .

In che modo tutto ciò influenzerà la bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensi che l’Unione Europea sia sulla buona strada per diventare il nuovo “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una valuta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non possono gestire deficit di bilancio interno per far fronte alla prossima depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando una dipendenza militare. Questa è la “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto che devono controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro stretta economica è un “danno collaterale” alla Nuova Guerra Fredda di oggi.

Un filosofo svizzero ha scritto un saggio critico a metà marzo per il quotidiano socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex testata giornalistica del governo della RDT. La signora Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per i comportamenti attuali riguardo alla crisi ucraina e alla gestione del covid. La sinistra, dice, è troppo pro-governo/stato autoritario – e quindi copia i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividi questo punto di vista? O è troppo duro?

Come risponderesti a questa domanda , esp. per quanto riguarda la tesi del tuo nuovo libro: “… la via alternativa è in larga misura il capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente Wurlitzer” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, anticipando che la grande minaccia per il capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarà il socialismo. Ciò ha incluso le parti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è rivelata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non puoi essere favorevole all’ambiente e alla guerra allo stesso tempo!

Ciò ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dalle ingerenze politiche statunitensi. È da lì che viene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alla spesa militare contro la Russia sono arrivati ​​dai repubblicani. L’intera “squadra” del Partito Democratico di “sinistra” ha votato per la spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di salire nella classe rentier, o almeno di diventare investitori azionari e obbligazionari in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri paesi. Discuto di questo allineamento politico in The Destiny of Civilization.

I propagandisti statunitensi chiamano “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi di pubblica utilità. Essere “democratici” significa lasciare che le aziende statunitensi abbiano il controllo di queste vette, essendo “libere” dalla regolamentazione del governo e dalla tassazione del capitale finanziario. Quindi “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica nel mondo? O il neoliberista Nuovo Ordine Mondiale è in ascesa? Come lo vedi?

Come ho risposto alla tua prima domanda, il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale dell’Occidente contro l’Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e la SCO.

I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia e esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/09/lucraina-e-un-trojan-per-la-dipendenza-della-germania-dagli-stati-uniti/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE: Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (III° Parte)

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

Terza parte atti del seminario

(QUI la prima e la seconda parte degli atti già pubblicati)

di Raffaele Picarelli

Inflazione, alti tassi, recessione

Il 31 maggio scorso i dati preliminari di Eurostat hanno mostrato che l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona è salito all’ 8,1% su base annua, dal 7,4% di aprile, ben al di sopra del “consenso” degli analisti che era di un aumento del 7,7%.

In Germania l’inflazione a maggio ha toccato il 7,9% anno su anno come ai tempi della crisi petrolifera del 1973, in Spagna ha registrato un aumento dell’8,7%.

In Italia, dopo il lieve rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare in maggio, portandosi al 6,9% anno su anno, un livello che non si registrava dal 1986.

In USA in aprile l’inflazione era all’8,3%. In maggio è cresciuta all’8,6%, nuovo massimo dal dicembre del 1981. Biden: “I nuovi dati dimostrano il perché l’inflazione è la mia priorità […]. I rialzi dei prezzi causati da Vladimir Putin hanno colpito duramente in maggio […]. Faremo il possibile per ridurre i prezzi.” (“Il Sole – 24 Ore” dell’11 giugno). Non c’è limite alla menzogna e alla spudoratezza! Le cause dell’inflazione sono varie e, si è detto, anteriori all’attuale conflitto in Ucraina, anche se la guerra, in alcuni casi, ha funzionato da acceleratore: prezzi energetici, rottura delle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, “rarità” di alcune materie prime.

“Bisogna dare uno sguardo ai cambiamenti in atto. Il primo riguarda la globalizzazione: […] dopo aver […] guidato il mondo dagli anni ’80, si sta bruscamente invertendo. Ormai la maggior parte delle aziende ha capito che tenere catene globali delle forniture troppo lunghe rappresenta un rischio. Basta una pandemia, un porto chiuso o un conflitto che non arriva più nulla. Tanti stanno dunque accorciando le catene. O intendono farlo. Questo terrà alta l’inflazione. Stesso discorso per le materie prime: improvvisamente ci si accorge quanto siano scarse e dislocate nelle parti più instabili […]. Il 44% del palladio globale arriva dalla Russia. Idem per oltre il 16-17% del gas naturale e dei fertilizzanti. Scarsità, in economia, significa rincari. Prezzi alti. Insomma: inflazione […]. L’inflazione è diventata strutturale.” (M. Longo ne “Il Sole – 24 Ore” del 13 giugno). E ancora: “Per anni le aziende hanno aumentato i margini pur in un’economia stagnante, perché potevano tagliare i costi. Riuscivano a farlo perché potevano allungare le “supply chain” e sfruttare la manodopera dove il costo del lavoro era basso, oppure perché potevano usare materie prime anche di scarsa sostenibilità ambientale da qualche parte del mondo. Nessuno lo sapeva.” (R. Almeida di Mfs Investment Management, ibidem).

Ora tutto questo (sfruttamento selvaggio del lavoro, devastazione ambientale ecc) è più difficile. Allora “i costi salgono. E l’accorciamento delle catene globali fa il resto.” E “la domanda è: chi pagherà questi maggiori costi industriali? Le aziende riducendo i margini oppure i consumatori con prezzi più alti?” (Ibidem).

Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo (risalente a fine marzo) dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dall’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della BCE del 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa “è stata causata l’extra inflazione di oggi [fine marzo]. Si tratta di 3,9 punti percentuali in più [ora l’inflazione ufficiale è ancora più alta di almeno un punto]. Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti su 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa.” (M. Longo, “Il Sole – 24 Ore” del 31 marzo).

Diversa la situazione in USA dove la componente energia ha causato solo un terzo del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dai rincari da domanda per consumi.

Di alcuni fattori che rendono strutturale il carovita abbiamo già trattato. La deglobalizzazione, è utile ribadirlo, è uno di questi. Il rischio di filiere produttive lunghe e globali concerne settori sensibili come i semiconduttori, l’energia, i prodotti farmaceutici, ed è opinione diffusa che. principalmente in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni (reshoring). E questo farà salire i prezzi. Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo la transizione produce un aumento dei prezzi.

Giordano Lombardo della casa d’investimento Plenisfer, in un’intervista del 7 aprile scorso al giornale confindustriale dichiarava: “In un mondo che va verso una nuova divisione in blocchi è inevitabile che aumenti il potere geopolitico e negoziale di Paesi non allineati con il blocco occidentale ma fondamentali per l’approvvigionamento di materie prime. [E quindi aumentino i prezzi]”. In una realtà fatta “di blocchi antagonisti, uno guidato dalla Cina [e dalla Russia] e uno dall’Occidente, le supply chain (le catene di approvvigionamento) si devono accorciare. Ma […] questo farà salire l’inflazione”. Per il fattore inflattivo rappresentato dalla transizione energetica, il problema è che “da anni è in corso un deciso calo degli investimenti in tutti i combustibili fossili. Peccato che oggi proprio questi combustibili rappresentino ancora l’80% del fabbisogno energetico globale. Si stima che per soddisfarlo con altre fonti, bisognerebbe moltiplicare per tre l’energia nucleare esistente oggi, oppure per cinque quella solare, oppure per 10 quella eolica. Nel breve periodo è impossibile che queste fonti rinnovabili riescano a soddisfare le necessità”(Ibidem).

Allora, dato che in Europa l’inflazione non è da consumi ma quasi interamente causata da rincari eccezionali delle materie prime (accelerati, talora, dal conflitto in corso), si tratta di un’inflazione da costi, un’ “inflazione importata”. Essa riduce gli investimenti perché non sempre si è in grado di trasferire in tutto, ma anche in parte, l’aumento dei costi (prezzi di produzione) sul prezzo finale dei beni e dei servizi. E se questo avviene, l’inflazione riduce il potere d’acquisto dei ceti deboli, dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati, dei piccoli risparmiatori.

Scrive Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo: “Quando l’inflazione dipende dal rincaro dell’energia e delle materie prime, si distruggono i consumi”. Inoltre, le politiche delle banche centrali sono poco efficaci quando l’inflazione è causata da energia e materie prime: per quanto alzino i tassi, i prezzi di petrolio e gas restano elevati. L’unica cosa che possono fare è causare una “devastante” recessione: diminuendo drasticamente i consumi, crolla la domanda di energia e materie prime e quindi, piano piano, anche i prezzi calano. Tutto questo processo, con conseguente aumento dei tassi, accade, non dimentichiamolo, in una fase di contrazione dell’economia europea e globale.

Ma “in Europa i salari non stanno salendo” e se aumenti ci saranno “non saranno elevati […]. Oggi invece l’occupazione è ben diversa: tanti lavoratori sono precari, a tempo determinato, impiegati nella gig economy e in generale meno sindacalizzati” (“II Sole – 24 Ore” cit.).

L’inflazione da costi è per definizione un massacro sociale.

Lo è direttamente perché distrugge redditi e consumi e, in certa misura, cioè nella misura in cui le aziende non riescono a trasferirla sui prezzi finali, anche gli investimenti. I più colpiti sono naturalmente i gruppi sociali più fragili.

Lo è indirettamente, con l’aumento dei tassi di interesse praticato dalle banche centrali e, a cascata, da tutto il sistema creditizio.

Questo aumento se, come si è detto, è vano direttamente contro l’inflazione importata, fa crollare più o meno rapidamente tutti i consumi (perché tende a propagarsi a tutti settori) e anche la domanda di energia e materie prime.

Quindi i prezzi cadono proprio attraverso e a causa di un massacro sociale.

Da qui il passo verso la recessione (forse attraverso una fase di stagflazione) è breve.

Le “stazioni” di tale massacro (riduzione del potere d’acquisto, impoverimento soprattutto dei ceti deboli, svalorizzazione dei risparmi e degli asset, liquidazione degli ultimi brandelli di welfare, disoccupazione, riduzione ulteriore degli investimenti, ulteriore disoccupazione, etc.), hanno anche un contraltare positivo per i governi molto indebitati: il debito pubblico (anche quello privato) con l’inflazione si svaluta.

A fronte di tutto questo, in Italia e non solo, i ceti popolari non hanno nessun valido strumento di protezione e recupero. Ma di ciò parleremo più avanti.

La dinamica dell’adozione dei tassi e delle condizioni finanziarie più restrittive

Il 10 giugno scorso la presidente Christine Lagarde ha anticipato gli aumenti dei prossimi mesi, “rebus sic stantibus”. Il 1 luglio terminerà il programma APP di acquisti netti di titoli pubblici da parte della BCE; il 21 luglio, alla prossima riunione del Consiglio della BCE, i tassi di riferimento saliranno dello 0,25% e di un altro 0,25 o 0,50% (a seconda dell’inflazione) alla riunione successiva dell’8 settembre.

Mercoledì 15 giugno la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 75 punti base (0,75%). È la prima volta dal novembre 1994 che un rialzo è così forte. E ulteriori consistenti rialzi sono previsti nei prossimi mesi.

Le borse mondiali hanno reagito con pesanti perdite, e titoli pubblici e corporate bond hanno visto aumentare in modo rilevante i rendimenti e scendere altrettanto cospicuamente i prezzi.

L’aumento dei tassi e la conseguente caduta della domanda non piace a Confindustria perché, in prospettiva, aumenta i costi di produzione e affievolisce le vendite. Per Carlo Bonomi l’aumento dei tassi della BCE “non è la soluzione per controllare l’inflazione […]. Il Paese è fermo, e abbiamo un debito pubblico enorme. Capisco che si debba controllare l’inflazione. Ma con il rialzo dei tassi avremo sicuramente dei problemi” (“Il sole-24 ore” 11 giugno).

Di fronte a possibili rivendicazioni salariali, il fuoco di sbarramento è la richiesta di soldi pubblici per il taglio del cuneo fiscale e contributivo.

Alla luce di quanto detto finora è semplicemente inconcepibile che un’inflazione da costi diventi, sic et simpliciter, un’ inflazione da domanda. Eppure la parola d’ordine in questi tempi del governo e della Banca d’Italia é di “non disancorare” l’inflazione e impedire la spirale prezzi-salari. Se i salari sono fermi, se non esistono meccanismi di indicizzazione e recupero, tali affermazioni surreali e spudorate che senso hanno? Hanno il senso di un fuoco di sbarramento contro ogni futura, possibile richiesta salariale.

E’ una menzogna, nella situazione attuale, evocare la spirale prezzi-salari. Nelle “Considerazioni finali” del 31 maggio scorso, il Governatore della Banca d’Italia Visco ammette che se è concepibile una spirale prezzi-salari in USA ove esiste un’inflazione da domanda, nell’area euro “la dinamica delle retribuzioni è sinora rimasta moderata”. Ciò nonostante, le richieste di adeguamenti salariali sarebbero accettabili solo se si risolvessero “in aumenti una tantum [perché in tal caso] il rischio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto”. Anziché ad una “vana rincorsa tra prezzi e salari”, ci ricorda Visco, bisogna mettere mano alla produttività.

Il governo Draghi, in stretta assonanza, ribadisce il salvifico appello: “Sindacati, imprese e governo lavorino insieme”.

Indice IPCA / massacro sociale / un cenno ancora al gas

È giunto ora il momento di affrontare la questione dell’indice IPCA e della contrattazione collettiva. Ho presente al riguardo la pubblicazione online della collana “ADAPT – Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro, numero del 2013”. La collana è (o almeno era) diretta da Michele Tiraboschi e si ispirava ad Ezio Tarantelli. Il paragrafo che ci interessa reca appunto il titolo “Indice IPCA e contrattazione collettiva”.

Vi leggiamo: “Le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-1980 hanno restituito all’Italia degli anni Ottanta un’inflazione galoppante, contrastata dagli interventi di politica dei redditi studiati dal professor Ezio Tarantelli (lodo Scotti e decreto di San Valentino), volti ad arrestare la spirale prezzi-salari-prezzi e ridurre l’inflazione giocando una politica salariale d’anticipo in grado di programmare gli aumenti retributivi in linea con l’inflazione attesa”.

Si legge inoltre che, nel Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali del 1993, le parti sociali “abbandonarono definitivamente il meccanismo della scala mobile, concordando l’utilizzo dell’inflazione programmata nel primo livello di contrattazione e garantendo, quale elemento di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori, il recupero dello scostamento tra inflazione programmata ed effettiva.

Al secondo livello di contrattazione spettava invece la regolazione delle retribuzioni sulla base dei risultati di produttività e redditività aziendale”.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2009, allorché, con l’Accordo Quadro sulla riforma degli assetti contrattuali, “governo e parti sociali hanno stabilito un nuovo indice previsionale di inflazione: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA) depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione è stata affidata ad un soggetto terzo, identificato […] a partire dal 2011 […] nell’Istat”.

L’IPCA è una delle innovazioni più note dell’Accordo del 2009, (la Cgil non aderì denunciando la minore protezione fornita da questo indice al potere d’acquisto dei salari).

“L’Accordo ha confermato il sistema di salvaguardia del potere d’acquisto [?!] attraverso la verifica di eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista [non più programmata] e quella reale effettivamente osservata”.

Quindi, tale indice istituzionalmente non contiene l’inflazione importata. I meccanismi dell’inflazione programmata prima e dell’inflazione prevista poi, prevedono recuperi degli altri tipi di inflazione ex post e solo in parte con l’inevitabile effetto che una parte del salario è sottratta ai lavoratori.

Se l’inflazione prevista non contempla, come non contempla, l’inflazione importata, quale strumento di difesa rimane ai lavoratori?

I rinnovi contrattuali che sono lenti, farraginosi, sempre rinviati.

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” del 4 giugno scorso: “Quasi sette milioni di lavoratori italiani sono in attesa del rinnovo del contratto nazionale. Per dirla meglio, quasi sette milioni di persone aspettano un aumento in busta paga che permetta quantomeno di far fronte ai rincari. Non è tutto: oltre a questi, tanti altri lavoratori hanno ottenuto di recente il rinnovo, ma non ancorato all’inflazione [ora al 6,9%]. […]. Una serie di trattative sono in corso, ma di solito si ragiona prendendo come riferimento l’indice IPCA che non tiene conto dei rincari energetici importati […]. A marzo 2022, secondo l’Istat, il tempo medio di rinnovo dei contratti scaduti risulta pari a 30,8 mesi”.

Dall’abolizione della scala mobile, avviata con il referendum del 1985, i salari hanno molto perduto. La situazione si è aggravata negli ultimi trent’anni (è del 23 luglio 1993, abbiamo visto, il primo accordo interconfederale post scala mobile).

La massa salariale è scemata in modo esponenziale. l’Istat prevede che quest’anno il potere d’acquisto delle famiglie calerà almeno del 5% (la valutazione è benevola).

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi trent’anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia del 31% e in Spagna del 6% (Grafico 1).

Grafico 1: dinamica degli stipendi nei Paesi Ocse fra il 1990 e il 2020. Fonte Ocse

In conclusione, il governo e le elites dei gruppi capitalistici dominanti italiani ed europei (oltre gli USA) che hanno alimentato il carovita prima della guerra in Ucraina, e lo hanno incrementato con le loro politiche guerrafondaie e sanzionatorie nel corso del conflitto, stanno scaricando, e hanno in progetto di continuare a scaricare in futuro, tutto il peso della crisi sui subalterni, sulle masse popolari, le quali non dispongono in Italia (e non solo), di adeguati strumenti di difesa e di soggetti sociali e politici che abbiano la volontà e/o i mezzi per sostenerli.

Inflazione, riarmo, politiche monetarie restrittive, stagflazione, incipiente recessione (in alcuni paesi, esempio Regno Unito, già cruda realtà), disoccupazione, erosione dei risparmi, sostanziale estinzione dei pochi residui di welfare, è questo il quadro d’insieme che abbiamo davanti.

Solo un’ampia mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati contro il carovita e la guerra, per la difesa dei salari e delle pensioni, per il lavoro, può contrastare la deriva alla quale UE ed USA hanno condannato gran parte dei loro popoli.

Abbiamo precedentemente affrontato le dinamiche dei prezzi energetici e della loro riferibilità, se non in termini assai parziali, al conflitto in corso in Ucraina.

Dedichiamo ora un cenno al caso degli ultimi giorni del prezzo del gas e alle parziali sospensioni della sua erogazione, da parte di Gazprom, a Germania e Italia (totale la sospensione del poco gas erogato alla Francia).

Nelle ultime settimane l’UE ha proposto il piano REPower EU (confronta sopra) di chiusura strategica all’apporto del gas russo alle sue economie, ha stipulato accordi con l’Algeria per la fornitura di gas a parziale copertura di quello russo (gas che l’Algeria ha potuto fornire perché, per ragioni legate ai suoi rapporti bilaterali con la Spagna per la questione del Sahara Occidentale, lo ha completamente sottratto a quest’ultima). Sono stati stipulati accordi tra UE, Israele ed Egitto per la fornitura di GNL, trasformato dall’Egitto, ed arbitrariamente estratto come gas naturale da Israele nel Mediterraneo, senza intesa alcuna con altri Stati, come il Libano, che ne rivendicano pure la propria giurisdizione.

Tale accordo prelude a un ridisegno dell’area mediorientale con l’emarginazione definitiva di Libano e Siria dai grandi movimenti e interessi d’area e con l’allineamento, pressoché completo, (e questo è un fatto nuovo) delle politiche dell’UE e degli USA anche relativamente alla questione palestinese (a quando il riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte della burocrazia di Bruxelles?).

È nota poi l’estensione della ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo dell’UE a paesi africani e all’Azerbaigian.

Non si può sottacere inoltre che la Germania ha espropriato “Gazprom Germania”, nodo distributivo e finanziario importante di Gazprom nella diramazione del gas in Germania (e non solo).

L’UE ha varato, si è visto, la sesta tornata di sanzioni alla Russia per il petrolio e i prodotti petroliferi.

Dopo tutto questo, si attendeva dall’Occidente che tutto continuasse come prima da parte della Russia, in modo da permettere all’Occidente stesso di completare, in tempo utile per l’inverno, le operazioni di stoccaggio con il gas russo! Sembrano le pretese di un bambino prepotente che sottrae i giocattoli, tutti i giocattoli, a un altro bambino e vuole continuare, col consenso di quest’ultimo, a giocare con lui.

Inflazione e recessione: il caso emblematico dell’Inghilterra

All’inizio dell’anno la banconota britannica era ai massimi degli ultimi anni sull’euro. Nel giro di poche settimane la sterlina è di nuovo nel ciclone e sta perdendo rapidamente posizioni contro euro e dollaro. Ora il Pound è definito “il malato del mondo” tra le valute. Ha subito un calo del 10% sull’euro in tre mesi.

È una flessione molto rapida che si spiega con una scommessa al ribasso sul Paese: gli hedge fund hanno cambiato posizione sulla sterlina. I dati del mercato dei future statunitensi mostrano che i fondi speculativi hanno iniziato a scommettere contro la sterlina: una scommessa che ora vale quasi 5 miliardi di dollari.

Poco prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, i dati della “Commodity Futures Trading Commission” hanno mostrato che i fondi detenevano una piccola posizione lunga scadenza sulla sterlina e la stessa valuta veniva scambiata a 1,4 sul dollaro. Nove settimane dopo, i fondi sono short (corti) in sterline per un totale di circa 59 mila contratti: è la più grande scommessa contro la sterlina da tempo.

La giravolta degli hadge fund è conseguenza dell’imminente recessione economica. La Banca d’Inghilterra teme una “apocalisse” economica nel 2022. Scrive ”Il Sole – 24 Ore” del 25 maggio: “Sono gli effetti del mondo post covid, che ha visto l’inflazione salire; e della guerra in Ucraina che ha dato una mazzata al costo dell’energia. Il costo della vita sta salendo a ritmi insostenibili: l’inflazione è attesa al 10% a fine anno, e i redditi delle famiglie sono erosi per pagare le bollette e gli affitti. Con meno consumi, in un’economia che vive di servizi, l’economia rallenta. Ecco che allora hedge fund fiutano la preda e [prendono] posizione. Il Regno Unito [che importa energia] ma anche molto cibo e semilavorati, ha fatto forza su accordi commerciali extra Ue per compensare le perdite del mercato unico. Accordi che finora hanno funzionato anche grazie una valuta forte. Per un paese importatore, significa potere d’acquisto. Ma con una sterlina debole […] diventa molto più costoso. E quindi, a cascata, ancora più inflazione e un’economia ancora più in difficoltà”.

E quindi ancora più vendite sulla valuta da parte dei fondi speculativi. Allora rialzo dei tassi e recessione.

Economia di guerra / armi / dollaro

L’Osservatorio del sulle spese militari italiane (Milex) – fondato nel 2016 con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito di attività della Rete italiana per il disarmo – il 16 marzo scorso riporta il voto a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 contrari) di un ordine del giorno collegato al decreto “Ucraina” proposto dalla Lega e sottoscritto da PD, FI, IV, M5S,e FdI. Il voto di tale odg impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la “Difesa” verso il traguardo del 2% del Pil. Nella parte dispositiva del testo approvato, si legge che tale risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e di protezione”. Mentre nell’immediato bisogna agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal ministro Guerini, passare da 25,8 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

L’indicazione di spese militari pari ad almeno il 2% del Pil in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles.

Era stato deciso che l’obiettivo dovesse essere raggiunto entro il 2024, con un 20% di spesa da destinare ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

La quota indicata del 2% del Pil non ha mai avuto una giustificazione specifica e di natura militare, cioè dettata da esigenze operative, ma è stata vista come spinta alla crescita della spesa. Accanto e oltre l’obiettivo del 2% dei paesi Nato, c’è un ulteriore fondo, “European Defence Fund” (Edf), per cofinanziare progetti transfrontalieri insieme ai bilanci nazionali.

L’Edf (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 26 maggio) ha il compito di assemblare le proposte della lobby delle armi di cui è espressione il Commissario europeo alla Difesa Thierry Breton.

“L’anno scorso Breton ha ufficialmente istituito un comitato di esperti in cui cura a porte chiuse i suoi rapporti personali con i giganti del business della guerra che ambiscono a spartirsi gli 8 miliardi stanziati dall’Edf dal 2021 al 2027”.

Al comitato partecipano 61 enti, la stragrande maggioranza produttori di armi. Tra questi l’italiana Leonardo, le francesi Thales e Safran, la spagnola Indra e Airbus, la società transeuropea con sede in Olanda.

Leonardo è tra i produttori di armi con cifre record per finanziamenti UE, spese di lobbyng ed export.

Nell’elenco dei primi 100 esportatori di armi al mondo, stilato nel dicembre 2021 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma, Leonardo occupa il 13º posto con vendite per un valore di 10,6 miliardi. In Europa è terza, alle spalle solo del britannica Bae Systems (22,7 miliardi) e della franco-tedesca Airbus (11,3 miliardi).

L’annunciato riarmo europeo (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio), spingerà i Paesi a una ristrutturazione dell’industrie nazionali per sedersi al tavolo della futura Difesa comune, evitando duplicazioni nei programmi. Per questa ragione il governo sta mettendo a punto un “polo militare italiano”, secondo le parole di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che potrebbe passare dalla fusione tra Fincantieri e Leonardo.

Se la guerra darà impulso al progetto di Difesa europea bisognerà presentarsi con gruppi solidi e punti di forza di fronte ai concorrenti e in tale quadro va vista la liquidazione di Giuseppe Bono di Fincantieri, considerato un ostacolo all’operazione (era proprio quel Bono della cena con D’Alema, quest’ultimo scoperto a fare da mediatore per una commessa alla Colombia di armi di Leonardo e Fincantieri).

Germania e armi

“Quello che non è riuscito all’ex presidente USA Donald Trump”, (“Il Fatto” del 5 giugno scorso) ”è riuscito al democratico Joe Biden. La Germania pagherà. Comincerà col fondo straordinario di 100 miliardi di euro [da spendere in 3-4 anni] […] per ammodernare le forze armate tedesche […]. Gran parte di questi soldi verranno usati per comprare armi prodotte da aziende americane, a partire dagli F-35.”

Il Parlamento federale ha approvato il 3 giugno scorso la modifica della Costituzione necessaria per creare, con nuovo debito pubblico, il fondo di 100 miliardi annunciato dal cancelliere Scholz il 27 febbraio. E’ pure confermato l’impegno ad aumentare lo stanziamento annuale per la difesa al 2% del Pil, prodotto che nel 2021 ha superato 3.500 miliardi di euro (il doppio di quello italiano). Il che significa che raggiungere il 2% entro il 2024 vuol dire spendere quasi 17 miliardi in più all’anno. Ne è conseguita naturalmente una grande impennata delle quotazioni delle industrie tedesche di armi, in primis la Rheinmetall, colosso degli armamenti terrestri, e poi la Hensoldt, che produce sensori elettronici per i caccia Eurofighter.

Giulio Da Silva sul “Fatto” cit., ci spiega che appunto buona parte (dei 100 miliardi) verrà usata per armi statunitensi. La Germania in marzo ha deciso di comprare 35 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed, gli unici in grado di trasportare bombe atomiche. E intende comprare anche 60 elicotteri pesanti da trasporto prodotti dalla Boeing. Dagli USA verranno comprati anche missili della Raytheon.

Se l’80% degli stanziamenti tedeschi sarà mandato altrove (USA in particolare), il 60% delle armi già comprate dai Paesi UE tra il 2007 e 2016 è di provenienza USA (e Israele).

Regime militare USA e dollaro

Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche per Pace di Stoccolma) ha calcolato che i primi 100 produttori di armi del mercato mondiale hanno totalizzato nel 2020 vendite per 531 miliardi di dollari. Mentre la spesa militare mondiale del 2021 ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi, tenendo conto di tutte le voci ad esempio il personale (Grafico 2).

Grafico 2: andamento delle spese militari mondiali dal 1988 al 2021. Fonte Sipri

Sempre nel 2021 il Paese che ha speso di più sono stati gli USA (801 miliardi di dollari), seguiti da Cina (293 miliardi), India (76,6 miliardi), Regno Unito e Russia (Grafico 3).

Grafico 3: la spesa militare per Stato nel 2021. Fonte Sipri

Dati più recenti che tengono conto dell’incremento poderoso delle spese militari nel corso dell’attuale conflitto, proiettano la spesa USA non lontana da 1.000 miliardi nel 2022.

Le aziende statunitensi dominano, sono 41 tra le prime 100.

I dati elaborati dal Sipri sono riferiti al 2020 e solo ai ricavi nelle “armi e servizi militari”. Al primo posto c’è Lockheed Martin: 58,2 miliardi di dollari di ricavi su 65,4 del gruppo; al secondo Raytheon, si è visto primo produttore mondiale di missili, quali i noti Patriot. Produce anche gli Stinger e, con Lockheed, i Javelin anticarro forniti anche, e abbondantemente, all’Ucraina.

Terza è la Boeing, 32,1 miliardi di ricavi nella difesa (produce aerei da caccia e armi da rifornimento).

La prima europea è la britannica Bae Systems, sesta con 24 miliardi di ricavi nel settore delle armi. Di Leonardo abbiamo già detto.

La strategia, ormai quasi ottantennale degli USA, di “costruire nemici”, meglio se stabili e di lunga durata, è propria delle logiche di ogni Stato e regime militare. Serve a più scopi rimasti nel tempo abbastanza invariati.

In primo luogo è utile ai fini interni per compattare la popolazione e ottenere consenso all’azione del regime. L’adesione acritica diffusa, infantile, della gran parte dei nordamericani è “costruita”, direi scientificamente, utilizzando le più moderne tecnologie e un apparato vasto e complesso di personale e competenze permanentemente mobilitati allo scopo. Spesso collegati o addirittura emanazione della CIA e delle altre strutture simili (negli ultimi trent’anni soprattutto nell’est Europa sotto la veste esteriore di Ong).

In secondo luogo è basilare per la per la riproduzione capitalistica USA, cioè per quella parte di essa, assai importante, che si fonda sul complesso militar-industriale. Una spesa militare di quasi 1.000 miliardi all’anno destinata in misura rilevante a commesse verso le proprie aziende militari le quali grazie anche al trasferimento dell’innovazione tecnologica realizzata con fondi pubblici facilitano l’export di armamenti che risulta una voce di primo piano del Pil statunitense e della sua bilancia dei pagamenti (Grafico 4).

Grafico 4: i principali 10 Paesi esportatori di armamenti nel quinquennio 2017-21. Fonte: Sipri.

Qual è lo strumento che si è rivelato storicamente più efficace non solo per il predominio geopolitico, ma per la supremazia valutaria e finanziaria su scala planetaria?

È la forza, la forza militare, la preponderanza strategico-militare. Che è (o è stata) anche preponderanza tecnologico-scientifica.

La forza del dollaro, la possibilità per gli USA di ottenere “in perpetuo” il finanziamento del proprio cronico deficit esterno mediante l’uso dell’avanzo delle bilance dei pagamenti degli altri Stati, cioè con il risparmio mondiale, dipendono dalla (finora) grande affidabilità del dollaro e dall’enorme movimento di capitali planetari verso i porti della finanza americana. E tutto questo discende da varie cose, di cui una è essenziale: la primazia militare.

Per tale ragione le opposizioni – quale quella russa per interposta Ucraina – all’ormai longevo modello statunitense, destano reazioni viscerali e un’aspra volontà di annichilimento dell’oppositore, meglio se attraverso conflitti (degli altri) di lunga durata.

Quindi opporsi ai disegni guerrafondai degli USA, per interposta Nato e con l’assistenza ancillare dell’UE, è opporsi a quel modello e al conseguente signoraggio del dollaro.

Quale Russia?

Due mesi e mezzo fa (a 45 giorni dall’inizio delle ostilità) erano state valutate in più di 600 le multinazionali che si supponeva avessero deciso o annunciato di uscire in tutto o in parte dalla Russia. Nei settori più diversi, da petrolio e hamburger all’high tech, media e banche.

Secondo Jeffrey Sonnenfeld, dell’Università di Yale, gran parte delle imprese in uscita era statunitense ed europea con alcune rilevanti eccezioni asiatiche come Samsung e Toyota.

Del complesso delle aziende alcune si ritirarono (all’aprile scorso 250), altre sospesero le attività (257), altre si ridimensionarono (72), altre ancora presero tempo (99), rinviando gli investimenti. Secondo Sonnenfeld erano 194 i gruppi, per così dire, “arroccati” in Russia. Tra questi la conglomerata USA Koch Industries, Astra-Zeneca, J&J (“Il Sole – 24 Ore”del 9 aprile scorso).

Tra le italiane, l’ad (Amministratore Delegato) di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ebbe a dichiarare in aprile che l’impatto sulla banca fosse “assolutamente gestibile”, mentre la presenza in Russia fosse ormai “in fase di revisione strategica”. Intesa “sin dall’inizio della crisi […] non ha perfezionato nuovi finanziamenti con controparti russe e bielorusse e ha interrotto le attività di investimento in strumenti finanziari”. L’esposizione complessiva di Intesa San Paolo verso la Russia era al momento di circa 5,1 miliardi di euro.

Più significativa era l’esposizione di Unicredit Russia (13,3 miliardi), presente al Forum di San Pietroburgo del 15-18 giugno (Spief) con Vadim Aparkhov, membro del consiglio di amministrazione della controllata russa AO Unicredit Bank.

Andrea Orcel, ad di Unicredit, nei giorni a ridosso del Forum, a proposito dell’attività della banca in Russia, ha dichiarato: “La nostra esposizione in Russia è stata gestita in modo razionale: l’abbiamo ridotta, ma svalutare il business non è corretto e non è nemmeno in linea con le sanzioni”. In sostanza Unicredit non intende svendere le sue attività in Russia.

L’ad di Enel, Francesco Starace, nei mesi scorsi a più riprese ebbe a dichiarare che il gruppo “non poteva avere un ulteriore crescita in Russia”, ove controlla tre impianti di generazione a ciclo combinato e due impianti eolici. Tutte le strade per lui “erano percorribili”.

Il 16 giugno scorso (cfr. “Il Sole – 24 Ore” del 17 giugno), prima energy company, Enel ha concluso un accordo di vendita di tutti gli asset in Russia. I compratori sono Lukoil (la più importante società petrolifera russa e una delle principali al mondo) e il Fondo privato di investimento Gazprombank-Frezia, non colpiti dalle sanzioni. Enel ha ceduto per 137 milioni di euro il 56,43% che deteneva di Enel Russia. L’operazione deve ancora ottenere il via libera della Commissione governativa russa per il monitoraggio degli investimenti esteri, autorizzazione che non dovrebbe mancare perché, ci spiega Starace, “i compratori hanno già avuto un via libera quando hanno rilevato le catene di distribuzione che la Shell ha venduto in Russia”.

Gli azionisti di riferimento di Lukoil, fino alle dimissioni in aprile di Alekperov, erano appunto Vagit Alekperov (28,30%) e Leonid Fedun (9,32%). Alekperov era un giovanissimo dirigente d’azienda sovietico, il quale, nella veloce transizione dei primi anni Novanta è diventato dirigente dell’azienda privatizzata e poi socio di riferimento della medesima. Le dimissioni, apparentemente per dissenso con l’ “operazione speciale” in Ucraina, per molti in Russia, sono stati un “escamotage” per salvare Lukoil in caso di esito infausto per la Russia della vicenda Ucraina (e per salvare Alekperov stesso). Non si può dire. Vedremo.

Senz’altro la cessione degli importanti asset dell’Enel in Russia è avvenuta a favore di soggetti privati, uno dei quali è un soggetto finanziario.

Per come si presenta, sembrerebbe un’operazione in continuità con il passato.

Un brevissimo cenno a Eni, la quale ha dichiarato di essere pronta a cedere le quote in Blue Stream (detenute con Gazprom). Fermiamoci qui.

La Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, il 25 maggio scorso ha approvato una legge che consente al governo russo di nominare un nuovo management e di fatto espropriare le società (soprattutto USA, giapponesi ed europee) che hanno interrotto la loro attività nel paese, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, non per motivi economici ma “per sentimenti antirussi” (“Il Sole 24 – Ore” del 26 maggio).

Secondo la Yale School of Management, a fine maggio, sono 500 le società che hanno deciso di lasciare la Russia. Esse rappresentano il 63% delle aziende straniere presenti nel territorio russo prima della guerra, con quasi 40 mila dipendenti e un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro. “La lista nera stilata da Mosca comprende decine di multinazionali della logistica, dell’industria energetica, delle tecnologie, dell’automotive, della grande distribuzione: da Maersk a Msc; da Shell a Bp; da Volkswagen-Porsche a Toyota, Volvo e Renault; da Apple a Microsoft a Ibm; da McDonald’s a Starbuks, Levi’s, Ikea [etc.]. Molte di queste hanno sospeso le operazioni, […] altre hanno abbandonato tutto, nonostante i notevoli investimenti” (ib.).

Il 25° International Economic Forum di San Pietroburgo (SPIEF)

Il 6 giugno scorso, in un messaggio agli organizzatori del Forum, il presidente Putin ha parlato dei settori industriali in difficoltà. Si tratta in primo luogo del settore automobilistico sul quale pesa (oltre la partenza di importanti case straniere come Renault e Volkswagen), la mancanza, a causa delle sanzioni, di componenti importate. Ciò costringerà le fabbriche a chiudere via via che le scorte si esauriranno. Anche l’industria siderurgica rischia “sostanziali tagli produttivi nel medio termine”.

Entro fine luglio il Governo, secondo una direttiva presidenziale, dovrà definire una nuova impostazione del budget federale per i prossimi anni, che miri a ridare slancio alla crescita.

Sono molte le domande che nascono di fronte alla genericità del progetto di espropriazione delle realtà industriali dei “paesi ostili” e all’altrettale genericità del “nuovo” budget federale. A chi andranno le industrie espropriate o acquistate? Saranno puramente e semplicemente privatizzate? Chi costruirà i loro progetti industriali? Il management proverrà dal bacino del modello economico putiniano dei decenni precedenti? Le aziende pubbliche e/o pubblicizzate che ruolo avranno nella Russia del post-conflitto?

L’intervento di Putin del 17 giugno scorso alla sessione plenaria del Forum, qualche risposta (non molte) l’ha data.

Dividiamo il suo intervento in due parti: quella dell’attacco (fondato e condivisibile) all’Occidente e quella progettuale.

“Gli Stati Uniti si consideravano l’emissario di dio sulla terra ma ora la Russia sta prendendo il proprio posto in un nuovo ordine mondiale le cui regole sono stabilite da Stati forti e sovrani […]. L’era dell’ordine mondiale unipolare fondato sullo strapotere degli USA è finita”.

“Nulla sarà come prima, nulla è eterno” dice poi il presidente della federazione russa. “Il blitzkrieg economico contro la Russia non è riuscito, non aveva alcuna possibilità di riuscire fin dall’inizio”. Ed ora danneggerà di più chi ha imposto le sanzioni “folli e insensate”, una spada a doppio taglio che potrebbe far perdere all’UE più di 400 miliardi di dollari.

“La Russia” prosegue, “non ha alcuna responsabilità” per la crisi economica e per un’inflazione in Occidente le cui radici, sottolinea, risalgono a prima del conflitto. “La Russia perseguirà l’obiettivo di inflazione al 4% […]”.

“Abbiamo sentito parlare tutti di inflazione putiniana […]. Io penso: ma chi ha ideato questa stupidaggine? Chi non sa né leggere né scrivere. Ecco tutto”.

E ancora: “L’UE ha perso la sua sovranità politica, adottando sanzioni che le si sono ritorte contro e i cui costi ricadranno sulle popolazioni […]. Hanno fatto tutto con le loro mani”.

Per l’Europa poi già si intravede “un aggravamento delle disparità, delle tensioni sociali, dei radicalismi […] e in prospettiva il cambio delle elites al potere”.

Passando alla seconda parte, Putin dichiara che la Russia è “pronta ai cambiamenti globali e propone nuove soluzioni alla crisi”. Bisogna trasformare i problemi in possibilità. “Dobbiamo fare un lavoro sistemico, un piano di sviluppo a lungo termine impostato su alcuni principi chiave”.

In primis il rifiuto dell’isolamento: “La Russia si svilupperà come un’economia aperta, non imboccherà la strada dell’autarchia”.

Il secondo elemento fondamentale è l’appello al contributo degli imprenditori privati, come Oleg Deripaska, che ascolta in prima fila.

La Russia “deve essere in grado di produrre tecnologie chiave”. E’ fondamentale raggiungere “l’indipendenza” nelle alte tecnologie.

E, rivolto agli investitori, anche occidentali: “Il nostro Paese ha un enorme potenziale […] investite qui, investite nella creazione di nuove imprese […]”.

Un ruolo centrale nella Russia post-conflitto sembra destinato allora all’impresa privata interna ed esterna. L’inquietante presenza di gente come Deripaska, lascia aperto il dubbio che si tratti solo di un parziale rimescolamento di ceti capitalistici russi sempre interni al modello e alle caratteristiche proprie del ceto dirigente economico-finanziario russo degli ultimi decenni.

Non basta il riferimento, nella relazione, alle indicizzazioni che sono effettive, al mantenimento di una qualche forma di welfare e a misure di tutela dei ceti subalterni, quali i crediti agevolati, i sussidi, mutui a tassi bassi. Ne basta l’importante aumento (10%), operato nei mesi scorsi, di salari e pensioni medio-bassi per fronteggiare l’inflazione. Parte di tutto questo, e in misura certamente minore, lo vediamo anche in Occidente.

Non è visibile al momento, a giudicare dalle parole di Putin, una chiara volontà di costruire un’architettura economico-sociale “alla cinese”, con un ruolo importante deferito al capitale pubblico (e ai soggetti economici pubblici) e con la relativa capacità di orientamento e controllo, se e quando strettamente necessario, da parte del ceto politico nei confronti di un consistente e intraprendente ceto capitalistico.

Nel discorso di Putin al Forum, le aziende a partecipazione statale, per il futuro, sembrano relegate a un ruolo economicamente e politicamente non più rilevante di quello che occupano ora.

Ma esiste un progetto alternativo e di opposizione nella Russia post-bellica, escludendo, il dissenso dei ceti filo-occidentali delle grandi città legati, per rapporti materiali e culturali, alle multinazionali occidentali?

Non è dato sapere con chiarezza. Di certo il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha mostrato da tempo subalternità rispetto al disegno e alla prassi politica dei partiti che hanno sostenuto i vari governi russi.

Concludo affermando che sarebbe un’occasione perduta, per la Russia e anche per le masse popolari dell’Occidente, se tutto o gran parte di quello che è successo e sta succedendo fuori dalla Russia e dentro la Russia si risolvesse alla fine in una operazione puramente geopolitica, oltre naturalmente che di difesa delle popolazioni vessate del Donbass e di resistenza all’aggressività della Nato per interposta Ucraina. E non favorisse i “cambiamenti strutturali” economico-sociali e politici (quantomeno verso un’economia mista del tipo cinese), con la comparsa di nuove soggettività, di nuove rivendicazioni e di nuova democrazia sociale, economica e politica.

Firenze, 22 giugno 2022

Raffaele Picarelli

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

La “decolonizzazione” della Russia, nuova prospettiva strategica del “Lebensraum” anglosassone

Il conflitto ucraino e le classi dirigenti italiane: un test (radiofonico)

di Roberto Buffagni (da Facebook)

Stamattina ho fatto un test, obiettivo: capire che pensano le classi dirigenti italiane del conflitto ucraino.

Telefonato a “Prima Pagina” di RadioTre, conduttore F. Fubini. 

Sintesi mia domanda: “Che vuol dire ‘non possiamo permettere che la Russia vinca’? Quali sono gli obiettivi strategici occidentali nel conflitto ucraino? Il 23 giugno scorso la Commission on Security and Cooperation in Europe, nota anche come Helsinki Commission, un organismo del governo federale USA, ha tenuto un briefing dal titolo ‘Decolonizzare la Russia. Necessità morale e strategica di frammentare politicamente la Russia’, con tanto di cartina dove la Federazione Russa appare divisa in una decina di staterelli. D’altronde hanno implicato lo stesso obiettivo strategico di regime change e frammentazione politica della Russia anche i Ministri della Difesa e degli Esteri, e il Presidente degli Stati Uniti, che hanno dichiarato: ‘Dobbiamo indebolire la Russia e far sì che non possa mai più rifare qualcosa come l’invasione dell’Ucraina’. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è espellere la Russia dal novero delle grandi potenze, ossia frammentarla politicamente.

Questo è un obiettivo molto difficile da raggiungere, ammesso che sia possibile tentarlo senza innescare un confronto nucleare strategico tra Russia e USA; ma anche se fosse raggiunto, la frammentazione della Russia aprirebbe un buco nero geopolitico in Eurasia in cui precipiterebbe l’intero mondo. Domanda: ci abbiamo pensato seriamente, noi europei?”

Sintesi risposta Fubini: “Dobbiamo ammettere che sul terreno, la Russia sta ottenendo i suoi obiettivi. Pare che i territori del Donbass saranno integrati nel territorio russo, dopo un referendum bandito dai sindaci fantoccio imposti dai russi, quindi sarà impossibile toccarli perché sarebbe una minaccia esistenziale per la Russia [che reagirebbe con le armi nucleari, NdA]. Inoltre le sanzioni alla Russia, contrariamente a quel che anch’io pensavo, non stanno ottenendo l’effetto sperato di indebolire la Russia tanto da impedirle di proseguire la guerra, almeno entro 12 o 18 mesi. Però questa delle sanzioni è una scommessa sul lungo periodo, a lungo termine la Russia sarà indebolita economicamente e anche come potenzialità militari, per esempio perché manca di semiconduttori. Quindi la fermezza è importante e va mantenuta.”

Risultato test. Le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito (la domanda permanente della nostra epoca), assolutamente niente.

Ragioni:

1) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che gli obiettivi strategici dell’occidente li detta Washington, e punto. Non li detta il Corriere della Sera, non li detta il governo italiano, non li detta la UE.

2) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica USA è affrontare INSIEME Russia e Cina. L’obiettivo strategico frammentazione della Russia è propedeutico al contenimento del nemico principale, la Cina.

3) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica degli USA implica necessariamente a) la probabilità di un allargamento e una escalation del conflitto, tanto maggiore quanto più esso si prolunga b) la possibilità reale di una degenerazione nucleare, che inizierebbe con l’uso delle atomiche tattiche e potrebbe escalare a un conflitto nucleare strategico.

4) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che per gli Stati europei è possibile modificare la linea strategica degli USA soltanto se vi si contrappongono apertamente, rompendo il fronte NATO-UE. I mormorii nei corridoi delle Cancellerie o le virgole allusive nelle dichiarazioni diplomatiche contano zero. Altrimenti resta solo pregare che la prossima Amministrazione presidenziale americana rinsavisca e inverta rotta (probabilità: molto bassa).

5) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che i numeretti magici della Bocconi non spiegano niente e non decidono niente, in questo conflitto. L’economia vi ha un importante ruolo solo come “potenza latente” trasformabile in “potenza manifesta” militare, e la Russia con le sue risorse e la sua rete di alleanze, in primis la Cina, è economicamente inaffondabile.

6) Non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che sia la Russia, sia gli USA, fanno sul serio, mortalmente sul serio. Non bluffano, non le sparano grosse per fini propagandistici. Gli obiettivi strategici americani sono quelli, frammentazione della Russia in vista del contenimento della Cina. Per la Russia configurano una minaccia esistenziale immediata. La Cina sa benissimo di essere il prossimo Stato nel mirino, e ne trae le conseguenze logiche.

6) insomma le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, un cao. Dio ci aiuti, anche se non ce lo meritiamo.


Un commento

Quello che segue è il testo di presentazione del briefing oggetto dell’intervento di Buffagni; al centro della discussione la questione della “decolonizzazione” della Russia, ovvero dello smembramento e suddivisione del suo territorio in una decina di repubbliche indipendenti, un obiettivo antico che ha attraversato il ‘900 e che fu anche abbozzato nell’operazione Barbarossa lanciata da Hitler nel 1943. Mentre allora la motivazione aperta e nota a tutti era costituita dalla conquista dello spazio vitale “Lebensraum” per la razza ariana a scapito del mondo slavo (schiavo), per cui quelle terre dovevano anche essere parallelamente epurate dalla antica presenza ebraica in modo da far posto ai tedeschi che sarebbero giunti da ovest per colonizzarle, oggi, in sintonia con la sperimentata narrazione della “superiorità morale” dell’occidente, si tratterebbe piuttosto di liberare le tante nazioni sottoposte al dominio russo dalla loro condizione di “colonie”.

L’intervento del superiore occidente si configurerebbe quindi come sostegno all’ansia di liberazione nazionale di quei popoli (prospettiva che era stata già stata considerata all’epoca di Jeltzin) con la frammentazione della Federazione Russa, analogamente a quanto già avvenuto in Jugoslavia e, all’inizio del ‘900, con la cancellazione dell’impero austro-ungarico, il grande impero multinazionale centro europeo abbattuto dalla logica nazionalista che aveva conquistato l’Europa.

La guerra in Ucraina non sarebbe dunque altro che uno step di un progetto molto più ampio, preparato lungamente e finanziato con decine di miliardi di dollari con la sollecitazione della presunta differenza etnica, linguistica, nazionale interna, con l’approntamento di corpi speciali, per arrivare alla guerra civile da esportare poi, quando la situazione di indebolimento lo consentirà, al resto della Federazione russa.

Il primato morale dell’Occidente si riconfigura quindi come un nuovo internazionalismo per la liberazione di popoli ed etnie che può essere usato in ogni contesto ove una potenza locale si ostini eccessivamente nel rivendicare la propria sovranità. E’ l’antico “divide et impera” come mostra anche, parallelamente, l’esito del processo di unificazione europeo, supportabile solo se compatibile con la superiorità e il controllo politico anglosassone, cioè solo – e, ormai è sufficientemente chiaro – se la soglia di unificazione economica non si traduce in unificazione politica dotata di autonomia. Quando tale soglia si avvicina, deve essere rapidamente rimessa in forse anche la sua capacità e forza economica in modo da tornare ad un livello più gestibile e controllabile.

E’ anche evidente che questa strategia è l’unica percorribile (per gli anglosassoni) per evitare uno scontro diretto immediato con la Cina, la quale anche può essere sottoposta alla stessa procedura, attraverso l’amplificazione delle frizioni interne nelle sue aree islamiche, nel Tibet, ecc.

La nuova narrazione di un occidente che si sostituirebbe all’URSS come garante dei processi di liberazione nazionale in senso anti-coloniale, modifica quindi, provvisoriamente, quella, troppo assertiva e fallimentare, dell’esportazione della democrazia, che può tornare in auge in un secondo momento, quando la destrutturazione di questi spazi politici è già avvenuta, in termini di un format riutilizzabile per la ricostruzione e il consolidamento delle nuove repubbliche, dopo l’inevitabile e salutare caos che ne conseguirà.

Una narrazione che deve celare ciò che è ovvio, il tentativo di perpetuazione dell’ordine unipolare, ricostruendo una coerenza meta-culturale cioè anche sul versante del riconoscimento delle “differenze”, su cui l’occidente ha investito enormi risorse nei singoli paesi, proponendo un sistema di identità posticce cui conformare gli individui, le tribù, i territori, gli spazi mentali, ad uso della completa distruzione della coscienza sociale e di classe, attraverso l’uso di un marketing mirato e generalizzato, che ha transitato, fin dall’inizio della globalizzazione neoliberista, dalla produzione orientata al mercato con i suoi prodotti personalizzati secondo le congenialità individuali creati dall’offerta, alla riproduzione finale delle stesse persone.

Questa ricercata coerenza tra opzioni geopolitiche e vissuto quotidiano dei soggetti gettati (dell’occidente), serve a riunificare una visione del mondo, dal micro al macro e viceversa, senza la quale alcune contraddizioni rischiano di emergere e di minare il consenso sulle inevitabili scelte che sono di fronte.

Ma sempre di narrazione si tratta, bisogna tenerlo presente. Perché forse vi è un altra ragione molto meno spirituale e molto più pregnante nella messa a punto della strategia per il mantenimento del dominio unipolare dell’occidente sul pianeta in questo secolo; si tratta appunto della terra: una terra piena di risorse di base per le produzioni industriali, ma soprattutto di enormi riserve naturali, a partire delle acque, dalle terre vergini e dalle immense foreste e biodiversità; non è una novità, ma appare oggi come insopportabile che questa ricchezza sia gestita da soli 150 milioni di persone (di oltre 100 etnie che parlano 150 lingue), nel momento più grave che l’umanità sta attraversando dall’inizio della sua storia: la crisi climatica, la progressiva desertificazione, l’innalzamento oceanico.

Nei prossimi decenni sono probabili sommovimenti di popolazioni senza pari nello scenario globale. Le terre meno aggredibili o più tardi aggredibili dalle catastrofi ecologiche sono le più appetibili. Chi controllerà l’Asia centrale e l’immensa Siberia avrà in mano lo scettro, molto più di quando lo pensavano Halford Mackinder e Zbigniew Brzezinski in riferimento all’Hearthland. E da questo punto di vista, la “liberazione coloniale” della Russia significa una vera e propria guerra di conquista che potrebbe addirittura mitigare gli altri conflitti in programma; la spartizione ipotizzata della Russia può placare gli appetiti di molti su quel lunghissimo confine fino alla Kamschakta e allo stretto di Bering, magari al punto di rendere superflui, per un certo tempo, altri scontri finali.

C’è uno scenario alternativo a questa terrorizzante prospettiva ? C’era, ed era quello di una cooperazione tra sovranità diverse che si riconoscevano e che era andata costruendosi faticosamente tra Europa e Russia a partire dalla Ost-Politik e poi tra Europa e Cina negli ultimi 30 anni. Ma era proprio questo che andava distrutto. La decolonizzazione della Russia, iniziata con la destabilizzazione dell’Ucraina, è ciò dovrebbe rendere impraticabile qualsiasi ritorno di fiamma in Eurasia.

La cooperazione euroasiatica andava cancellata con una operazione Barbarossa 2.0 a favore del Lebensraum anglosassone del XXI Secolo. Non sappiamo se il tentativo di denazificazione andrà in porto secondo i programmi russi. Ma alla luce dei contenuti dell’imperativo morale e strategico della Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa-Commissione di Helsinki e alla continuità di tradizione che essa rappresenta, appare quantomeno comprensibile.

G.Giorgi


Di seguito presentazione e video dell’incontro.

WASHINGTON-La Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nota anche come Commissione di Helsinki, ha annunciato oggi il seguente briefing online:

DECOLONIZZARE LA RUSSIA
Un imperativo morale e strategico

Giovedì 23 giugno 2022
ore 10:00

“La barbara guerra della Russia contro l’Ucraina – e prima ancora contro la Siria, la Libia, la Georgia e la Cecenia – ha esposto al mondo intero il carattere ferocemente imperiale della Federazione Russa. La sua aggressione sta anche catalizzando una conversazione a lungo attesa sull’impero interno della Russia, dato il dominio di Mosca su molte nazioni indigene non russe e la misura brutale con cui il Cremlino ha soppresso la loro autoespressione e autodeterminazione nazionale.

Sono ora in corso discussioni serie e controverse sulla necessità di fare i conti con l’imperialismo di fondo della Russia e sulla necessità di “decolonizzare” la Russia per farla diventare un soggetto valido per la sicurezza e la stabilità europea. Come successore dell’Unione Sovietica, che ammantava la sua agenda coloniale con una nomenclatura anti-imperiale e anti-capitalista, la Russia non ha ancora attirato un’adeguata attenzione per le sue tendenze imperiali coerenti e spesso brutali.”

È prevista la partecipazione dei seguenti relatori:

Fatima Tlis, giornalista circassa
Botakoz Kassymbekova, docente, Università di Basilea
Erica Marat, Professore associato, Collegio degli Affari di Sicurezza Internazionale, Università della Difesa Nazionale
Hanna Hopko, presidente della Conferenza Democracy in Action; ex membro del Parlamento ucraino
Casey Michel, Autore, Kleptocrazia americana

Contatto con i media
Indirizzo e-mail
csce[dot]press[at]mail[dot]house[dot]gov

Phone:202.225.1901

FONTE: https://www.csce.gov/international-impact/events/decolonizing-russia

Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali (II° Parte)

Seconda parte degli atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali.

(La prima parte è a questo link: https://cambiailmondo.org/2022/06/17/guerra-in-ucraina-e-nuovo-ordine-mondiale-gli-effetti-nelleconomia-nella-finanza-nelle-relazioni-internazionali-i-parte/#respond)

Il vero atto di nascita dell’incremento dei prezzi dell’energia, dell’inflazione e dell’aumento dei tassi.

Già nel secondo/terzo trimestre del 2021 di fronte al balzo dell’inflazione, soprattutto negli Stati Uniti, ci si domandava se essa fosse un fenomeno strutturale o temporaneo. Le banche centrali per mesi hanno sostenuto la narrazione che fosse un fenomeno temporaneo e frutto delle riaperture post-covid. Molti già allora fornivano interpretazioni opposte, per esempio Bruno Rovelli di Black Rock: “Riteniamo che l’inflazione in futuro sarà strutturalmente più alta rispetto all’ultimo decennio”.

Le cause dell’aumento dell’inflazione

La carenza di materie prime, non solo quelle energetiche.

Il covid aveva portato o si pensava che portasse a massicci investimenti infrastrutturali, in particolare nel campo tecnologico relativamente alla cosiddetta transizione digitale e, in subordine, a quella energetica. Tutto questo necessitava di grandi quantità di materie prime che già cominciavano a scarseggiare, con quotazioni sempre più elevati e tempi di attesa sempre più lunghi. Se è vero che i “colli di bottiglia” nelle catene globali delle forniture erano dovuti alle riaperture, è anche vero che l’offerta non solo aveva difficoltà di adattamento di fronte al massiccio incremento della domanda, ma subiva il controllo delle proprie supply chain, le proprie catene globali di fornitura, da parte di USA, UE, Cina. Il caso emblematico è quello dei microchip, “l’oro” del nuovo mondo digitale. La Cina ha attualmente un’autonomia del 20% nella produzione dei semiconduttori, ma punta ad arrivare al 70% entro il 2025. Gli USA mirano alla difesa della loro posizione. Dalla protezione delle catene delle forniture il passo è breve verso nuovi protezionismi e verso potenziali scontri anche militari (vedi Taiwan).

La domanda globale era stata potenziata dall’intervento, mai avvenuto in precedenza in questi termini, delle Banche centrali.

Nel caso del secondo e terzo trimestre del 2021 i bilanci della Federal Reserve USA (Fed), della BCE, della Bank of England (BoE), della Banca del Giappone e della Banca del Popolo cinese avevano superato i 30 mila miliardi di dollari: un oceano di liquidità (oggi siamo ancora oltre). Prima della grande crisi sistemica del 2007-8 e della grande deflazione, viaggiavano intorno a 7 mila miliardi. Nel 2019, dopo anni di progressiva crescita, si attestavano poco sotto i 20 mila miliardi. Poi, con la pandemia, il grande balzo.

I tassi sono passati da una media del 3,5% di fine anni ’90, al 2,1% fra il 2001 e il 2007, alla novità di un valore negativo di -1,1% tra il 2008 e il 2019, fino al -2% del post-covid.

Quindi, grande facilità del credito a buon mercato, crescita spaventosa di valore di tutti gli asset, in particolare di quelli finanziari. Incremento parossistico delle operazioni finanziarie, incremento del debito privato per l’uso ampio della leva (soprattutto da parte degli hedge fund). Paradiso per la speculazione di hedge, di società finanziarie, di banche; incremento di valore degli asset “in pancia” delle banche (in Italia soprattutto titoli del debito pubblico). Incremento reale e finanziario del settore tecnologico “growth” fondato più sulle prospettive future che sulle profittabilità e solidità attuali (con crescita spropositata del listino tecnologico Nasdaq).

A tutto ciò si aggiunga la spinta dell’intervento fiscale degli Stati soprattutto per assistenza diretta e indiretta all’accumulazione delle imprese (finanziamenti a fondo perduto, prestiti a zero o pressoché a zero con garanzia pubblica, rinvio delle scadenze fiscali, risparmi “forzosi” per il covid).

Da qui, alle riaperture, grande aumento della domanda di beni di investimento e di consumo (soprattutto in USA) e offerta claudicante per le ragioni sopra accennate: i prezzi aumentano.

Ancora sulle materie prime

Nell’ottobre 2021così scriveva Sissi Bellomo, esperta di questioni energetiche, su “Il Sole 24 Ore”: “Carenza di materie prime, microchip introvabili, trasporti via container diventati un incubo, con costi e tempi di spedizione da primato. Dovevano essere shock temporanei, proprio come le fiammate dell’inflazione. Ma le catene di rifornimento, sconvolte dal covid, sono tuttora nel caos […]. I problemi persistono e il ritorno alla normalità non sembra dietro l’angolo. Al contrario dall’autunno del 2020, quando la paralisi della pandemia si era temporaneamente interrotta e avevamo registrato una forte ripresa dell’attività industriale e della corsa al ristoccaggio, la situazione si sta aggravando, per es. per i semiconduttori come continuano a denunciare le case automobilistiche. Intanto i noli marittimi sono alle stelle. I contratti di trasporto vengono sottoscritti a prezzi più che doppi rispetto a un anno fa”. Le navi fanno la coda in attesa di scaricare nei principali terminal e “anche per le materie prime non si registra una vera svolta [oltre i prezzi], difficoltà di approvvigionamento per gomma, legname, acciaio e altri metalli. Nel frattempo sono infiammati sempre più i prezzi dell’energia. Il gas in particolare ha raggiunto prezzi mai visti nella storia, superando sui principali hub europei i 100 euro per megawattora, un prezzo quintuplicato da inizio anno [2021] ed equivalente – se si trattasse di petrolio – a 190 euro al barile, più del doppio rispetto alle quotazioni [di allora] del Brent. Da record è anche il prezzo del carbone che […] sta tornando in auge a causa dei rincari del gas. E il prezzo dei diritti UE per l’emissione di CO2, che ha superato 65 euro per tonnellata”.

Prima di affrontare il tema degli ETS, della loro finanziarizzazione e della loro grande influenza sulla formazione dei prezzi dei combustibili fossili, vorrei sottolineare il fattore strutturale di ogni rincaro dell’energia nel nostro tempo: le politiche e le modalità delle politiche della cosiddetta transizione verde e delle rinnovabili. Già prima dello stesso covid esiste, per usare le parole dell’esperto di questioni energetiche Tabarelli, un mercato corto, contratto, a causa di carenze di investimenti per le pressioni della finanza (ESG) e della politica (UE e nazionali), che chiedono l’abbandono dei combustibili fossili mentre le rinnovabili non sono ancora in grado di rimpiazzarli. La guerra ha solo accelerato processi ben radicati da tempo e dovuti a ragioni che nulla hanno a che vedere con la guerra stessa.

Gli European Union Emissions Trading Scheme (EU ETS)

È una questione poco nota, una questione finanziaria, che ha un ruolo importante nella generazione dei prezzi energetici. Il sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra è stato concepito dall’UE con l’obiettivo di indurre le grandi imprese del vecchio Continente ad inquinare di meno. L’idea originaria era semplice: fissare un tetto massimo alle emissioni di alcuni agenti inquinanti. In particolare il biossido di carbonio (CO2), l’ossido di azoto (N2O) e iperfluorocarburi (PFC).

Le aziende che, per la loro attività, emettono tali sostanze, ricevono i cosiddetti “carbon credit” (o “quote di emissione”). In sostanza dei diritti ad inquinare: la direttiva UE ETS stabilisce che dal 2013 gli impianti di produzione di energia elettrica e gli impianti che svolgono attività di cattura, trasporto e stoccaggio del carbonio, devono approvvigionarsi all’asta di quote per l’intero proprio fabbisogno (assegnazione a titolo oneroso). Al contrario, gli impianti afferenti i settori manifatturieri hanno diritto all’assegnazione a titolo gratuito sulla base del loro livello di attività e degli standard di riferimento (benchmark). Una quota corrisponde all’autorizzazione di emettere una tonnellata equivalente di CO2. Le aziende poi possono acquistare le quotesul mercato ETS come se fossero un qualsiasi asset finanziario. I titoli che troveranno sono quelli posti in vendita da altre imprese, che hanno inquinato di meno e quindi non hanno, in tutto o in parte, utilizzato i loro diritti.

L’idea era stata introdotta dal protocollo di Kyoto firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005.

La ragione per cui fu introdotto un tetto fu quella di rendere il più possibile “rari” i diritti ad inquinare, cosa che avrebbe dovuto tenere alti i prezzi (per domanda e offerta) e fungere da deterrente. Le imprese in tal modo pur di non spendere quanto necessario per acquistare i titoli ETS avrebbero dovuto preferire investire per adottare tecnologie in grado di limitare le emissioni oppure riconvertire le loro produzioni.

È stato stabilito che ciascuno Stato membro elabori un proprio Piano Nazionale di allocazione delle quote e lo faccia approvare dalla Commissione europea, la quale avrebbe dovuto vigilare affinché il tetto globale non venisse superato. Secondo alcuni esperti, centrare gli obiettivi climatici significava un prezzo non inferiore a 40 euro. Il meccanismo ETS prevede che anche le banche d’investimento possano acquistare titoli, aprendo alla finanziarizzazione di tutto il settore.

Con gli effetti della crisi del 2008 e poi col covid lo schema è saltato. Numerose imprese hanno diminuito la loro produzione. Tale evento ha provocato un calo delle emissioni inquinanti. Di conseguenza molte aziende si sono trovate in mano carbon credit in eccesso, e hanno cercato di venderli. Tale aumento dell’offerta (anche se limitata solo nel suo complesso dal tetto globale) ha portato a un crollo dei prezzi degli ETS. E’ bene dire in questa sede che tale diminuzione coinvolse i prezzi energetici e fece orientare gli intermediari verso i prezzi spot all’epoca molto bassi con abbandono dei contratti a lungo termine. I fornitori dei vari mercati seguirono il movimento della finanza.

Con la ripresa rifiorirono le scommesse speculative sugli ETS con l’utilizzo dell’armamentario consueto in queste circostanze: posizioni rialziste sostenute da opzioni. Cioè la speculazione prevedendo la ripresa post-covid si è messa “long”. Secondo alcuni esponenti delle stesse istituzioni europee, la speculazione sugli ETS ha contribuito, già nell’autunno 2021, per un 30-35%, all’aumento dei prezzi di gas naturale, petrolio e carbone.

E’ certo che siano intervenuti gli hedge fund. Questi sono particolari fondi comuni di investimento caratterizzati da una gestione piuttosto rischiosa dei capitali privati. Possono essere istituiti dalle società di gestione del risparmio, in Italia con la dizione obbligatoria di fondo comune di investimento speculativo.

I fondi speculativi hanno la seguente strategia:

  1. compravendita simultanea di titoli collegati (arbitraggio);
  2. vendita allo scoperto (short selling) di titoli presi in prestito o non posseduti: speculazione al ribasso spesso sostenuta da opzioni put; speculazione al rialzo in genere operazione speculativa sui derivati;
  3. utilizzo ampio della leva finanziaria, grazie (generalmente) alla disponibilità del sistema bancario. Leva frequente: 1/5 e 1/10.

Opzioni

Diciamo ora qualcosa sulle opzioni (strumento derivato standard con finalità di speculazione).

Con il termine di opzione (option) si intende quel particolare tipo di contratto che conferisce al possessore la facoltà, e non l’obbligo (da qui opzione), di acquistare o vendere il titolo sul quale l’opzione è iscritta, che è lo strumento sottostante o semplicemente sottostante, a un determinato prezzo prestabilito (prezzo di esercizio o strike price) a una certa data (opzioni dette europee), a fronte di un premio pagato non recuperabile. Le opzioni possono avere i più diversi sottostanti: azioni, materie prime, tassi, etc..

Le opzioni call conferiscono la facoltà di acquistare, le opzioni put quella di vendere.

Nel caso di un’opzione call l’acquirente alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare la facoltà di opzione acquistando il sottostante al prezzo di esercizio, se questo risulta inferiore al prezzo di mercato
  • rinunciare all’acquisto e al premio versato in caso contrario.

Nel caso di opzione put alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare il diritto di opzione, vendendo al prezzo di esercizio, se questo risulta superiore al prezzo di mercato
  • rinunciare.

Acquistando opzioni call o vendendo opzioni put si assumono posizioni rialziste. Come è avvenuto nel caso degli ETS. Naturalmente le stesse opzioni sono sul mercato ed hanno un prezzo.

È proprio di questi giorni (8 giugno) il voto del Parlamento europeo, tra le altre cose, sugli ETS.

Il cosiddetto pacchetto “Fit-for-55”, cioè il taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto al livello del 1990, per raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, comprende la cosiddetta riforma degli ETS e la carbon tax alle frontiere.

Dopo un mare di discussioni nessun accordo è stato raggiunto. Leggiamo su “Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno: “Il nodo più critico ha riguardato la riforma del mercato delle quote di emissioni nocive. L’esecutivo comunitario ha proposto di abolire, entro il 2035, il numero di quote distribuite gratuitamente alle imprese più inquinanti [ETS appunto], introducendo nel frattempo un dazio ambientale per i beni provenienti da paesi terzi”. Per contrasti tra i partiti (PPE, socialisti, liberali, verdi) la questione non è stata decisa ed è ritornata “sine die” in commissione ambiente “insieme alla proposta relativa al dazio ambientale che va a braccetto con la riduzione delle quote ETS gratuite”.

Guerra, gas e petrolio

Quali le conseguenze di un embargo sul gas russo?

Importare gas dagli USA? Il GNL (gas naturale liquefatto), presentato come alternativa al gas russo, costa il 50% in più, ma anche il quintuplo di quanto si pagherebbe a Gazprom, ci spiega l’esperta Sissi Bellomo su “Il Sole – 24 Ore” del 13 aprile scorso, “se invece di importare direttamente dai produttori americani [ci si rivolge] a un intermediario, ad esempio “Vitol” [multinazionale a base olandese], “Shell” [multinazionale a base GB] o a “Trafigura” [multinazionale con base a Singapore], colossi del commercio globale del gas liquefatto”.

Che il GNL sia più caro delle forniture via gasdotto è ovvio: dai giacimenti il gas deve essere trasferito in impianti speciali dove viene liquefatto ad una temperatura di 162° sotto zero che ne riduce il volume di circa 600 volte, poi c’è il trasporto su navi metaniere e infine, una volta a destinazione, bisogna rigassificare il carico. Ma in tutto quanto costa? Dipende da quando e da come si effettua l’acquisto di gas. Se si compra in modo occasionale sul mercato spot (vedi glossario) oppure con un contratto pluriennale che può durare anche 20 o 30 anni. I dettagli dei contratti sono coperti da segreto commerciale. Nello scorso maggio sono state denunciate speculazioni dallo stesso Bonomi, presidente di Confindustria, in particolare dell’Eni. Il governo ha mandato i contratti all’Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente), ove, per quanto mi risulta, ancora giacciono. Impiegando dati ufficiali relativi al dicembre 2021, un carico di GNL USA è stato venduto in media per 28,7 milioni di dollari, prezzo FoB. Tutto il resto si paga a parte e il carico diventa di 35,3 milioni di dollari. La conclusione a cui si giunge è questa: il costo di 1000 metri cubi di gas USA immesso in rete è di 415 dollari contro i 273 di Gazprom. In altri termini, 34,5 euro per megawattora per il gas USA e 22,6 euro per quello russo.

Comprare il GNL USA è stato ancora più oneroso per chi non si è rivolto direttamente ai produttori (in Italia solo Enel, attraverso la controllata Endesa, ha un contratto per rifornirsi da un impianto texano). Se si compra spot da un intermediario (Vitol, Shell, Trafigura, Enel, Eni) lo si effettua a prezzi di mercato e il riferimento europeo è il TTF (Title Transer Facility) olandese (in USA il Nimex) che a dicembre indicava valori cinque volte più alti dei prezzi praticati da Gazprom.

Il conto fatto sopra saliva a più di 100 milioni di dollari per una metaniera USA, dei quali una gran parte finivano nelle tasche dell’intermediario.

La Vitol (ma anche le altre) sta facendo da molti mesi affari colossali comprando da Gazprom a prezzi scontati (in base a contratti di lunga durata) e rivendendo a prezzi quintuplicati sul mercato spot.

Il TTF è il mercato all’ingrosso del gas naturale.

Attraverso questa piattaforma avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e trader del settore (detti i produttori e fornitori), che rispettivamente vendono e acquistano il gas naturale. I fornitori del mercato italiano acquistano il gas naturale per poi rivenderlo a loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza cui si aggiunge un margine, ossia il gAncora sulle mateuadagno del fornitore. Ripresa dell’economia e aspettative speculative, a partire dall’estate 2021, hanno determinato un aumento del prezzo del gas TTF (tabella 1).

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra settembre 2021 e maggio 2022


I prezzi spot del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in $ al mc
Agosto20210,472
Settembre20210,679
Ottobre20210,936
Novembre20210,874
Dicembre20211,178
Gennaio20220,895
Febbraio20220,889
Marzo20221,342
Aprile20220,990
Maggio20220,956

Il PUN è il Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica e viene associato al TTF.

Il PUN è il principale riferimento del nostro mercato e di tante “offerte luce” a prezzo variabile. L’andamento del prezzo PUN dell’energia elettrica è legato a quello del gas nel nostro Paese, poiché una buona parte dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene proprio dalla combustione del gas metano. Il prezzo del gas quindi influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa dell’elettricità.

Pertanto il prezzo che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione finanziaria, ed è questa la ragione della mancata apposizione di un tetto al prezzo del gas.

Alcune offerte di gas a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del prezzo del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore dei Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale. I valori del prezzo del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi 2022 sono pressoché identici.

Quando si parla di prezzo spot si considera il prezzo del gas consegnato a breve termine, generalmente il giorno successivo. La sua formazione è relativa al mese di riferimento (quello precedente il mese corrente) ed è la media aritmetica dei prezzi giornalieri.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di fornitura indicizzati al TTF (o PSV), prezzo per lungo tempo basso, che aveva invogliato a forniture spot. La Russia aveva messo in guardia dall’autunno 2021 dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione ideologica occidentale della Russia come causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e non invece la speculazione.

I prezzi futures riguardano le consegne più lontane nel tempo, una previsione a lungo termine.

I prezzi, basati sui contratti futures, sono quelli utilizzati nelle offerte di forniture del gas a prezzo fisso.

A causa della speculazione negli ultimi mesi si è verificato l’inconsueto fenomeno che le offerte a prezzo fisso sono state di misura inferiore a quelle a prezzo variabile.

Il prezzo al TTF è ormai completamente dissociato dai costi produttivi e risente anche del costo crescente delle coperture dei trader, che alimenta la spirale rialzista.

I russi hanno costi di estrazione tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA.

Gazprom vende quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedono un volume minimo di forniture da pagare se non vengono ritirate: il noto “take or pay” che farebbe violare i contratti in caso di embargo o riduzione repentina dell’import dalla Russia, e che saremmo comunque costretti a pagare. Il prezzo spot del gas russo è agganciato solo per una parte al TTF (60-70%).

I contratti futures (strumento derivato): breve cenno

Gli strumenti derivati, istituzionalizzati nei prezzi futures delle consegne di gas più a lungo termine, sono ampiamente utilizzati anche nel mercato spot. L’andamento di tutti i prezzi del gas dipende in misura più o meno grande dalle scommesse speculative le quali, si badi bene, si fondano su elementi di previsione reali che vengono però, a seconda delle convenienze, manipolati: talora enfatizzati, talora sottaciuti. Il rialzo di benzine e altri combustibili di questi giorni è legato speculativamente (ma c’è anche una base reale) alla sesta tornata di sanzioni a carico della Russia.

I prezzi sono immediatamente cresciuti: il Brent, sostenuto dall’allentamento del lockdown in Cina, ha superato i 125 dollari al barile. Nei giorni successivi i prezzi si sono stabilizzati a 120-121 dollari al barile. E anche se la Russia sta vendendo a prezzi scontati (l’Ural costa 30 dollari in meno del Brent), Bloomberg stima che l’embargo dovrebbe costare alla Russia non più di 10 miliardi di dollari di mancati introiti sui 270 miliardi che il governo si aspetta dall’export di prodotti energetici.

La guerra (e l’atteggiamento ancillare agli USA dell’UE e degli altri Paesi occidentali) favorisce l’incremento della produzione americana di gas naturale. Ma sullo sfondo del nuovo output della fonte fossile di energia ricavata con la tecnica del fracking resta aperta la grande questione ambientale. La frantumazione idraulica è nefasta ecologicamente per le emissioni di metano, le quali aggravano l’effetto serra, e per l’inquinamento delle falde acquifere, a causa dell’uso sotterraneo di fluidi e sostanze chimiche. La concentrazione di metano nell’atmosfera ha conosciuto il balzo maggiore nel 2021. Le emissioni di metano, delle quali le compagnie petrolifere e di gas naturale sono le maggiori responsabili, hanno ripercussioni di decine di volte superiori all’anidride carbonica in termini di surriscaldamento dell’atmosfera.

Un quarto dell’effetto serra è oggi attribuibile alle emissioni di metano. A metà maggio (11/5) “iI Sole – 24 Ore” ci ha informato che le importazioni di GNL USA (in Europa) sono letteralmente esplose: il vecchio continente (incluse R.U. e Turchia) ne ha ricevuto 16,1 milioni di tonnellate nel primo trimestre, che in forma rigassificata equivalgono a 22,1 miliardi di metri cubi: consegne quasi quadruplicate rispetto un anno fa e che si confrontano con i 22,2 milioni di tonnellate dell’intero 2021. Oggi l’Europa è di gran lunga la prima destinazione, con una quota del 71% tra gennaio e marzo. Da aprile la tendenza si è accentuata e gli acquisti hanno accelerato il passo. In aprile “S e P Global” ha contato 104 metaniere in arrivo in Europa.

Glossario:

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cash poiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l'acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato
I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l'obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.
A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.
I futures si distinguono in:
Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:
  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.
Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e, altre materie prime. 

Alcune considerazioni sull’atteggiamento del governo e dello stesso Draghi

Intanto Draghi, Cingolani e Franco, hanno costruito un muro di omertà sulla questione della formazione dei prezzi del gas in generale (TTF) e, quando ne hanno accennato, lo hanno fatto in maniera incomprensibile e sibillina con espressioni tipo: “dobbiamo scollegare il prezzo della bolletta dal metano” ed altre simili. Nulla hanno fatto se non mettere “pecette” perlopiù a carico dei contribuenti con interventi su accise e Iva (il resto in piccola parte finanziato con extra profitti dei produttori di energie rinnovabili, prodotte a costi più bassi ma vendute per la produzione di energia elettrica come se fosse gas e ai prezzi di quest’ultimo; e con gli extra guadagni, a determinate condizioni, delle altre aziende produttrici di energia dovuti all’altissimo livello dei prezzi energetici). Ai lavoratori e agli italiani in genere, non è stato naturalmente raccontata la dinamica, tutta ferocemente capitalistica e finanziaria, del mercato del gas, ma è stato detto che viene fatto tutto il possibile in sede UE per apporre un tetto al prezzo dell’energia e che purtroppo ci sono forti resistenze (chissà perché?).

Lo stesso Paolo Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, è giunto a dire (“Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno): “Quest’inverno non sarà semplice senza un tetto sul prezzo del gas”. E non lo sarà perché se “i volumi ci saranno, le bollette si dimostreranno ugualmente pesanti per le aziende come per i consumatori”, gonfiate da “distorsioni” sul mercato che richiederebbero “l’adozione di tetti ai prezzi”. Sono rincari “quelli in atto, ingiustificati”, dove si fa sentire “la distorsione speculativa del mercato”. Ohibò! Ma non era tutta colpa della Russia? E invita Mario Draghi a “insistere” su questo fronte, nonostante le resistenze. Il nodo da sciogliere, prosegue Descalzi, non è legato ai volumi. “Per l’inverno visto che il gas russo c’è ancora, non esiste un problema di flussi bensì di prezzi. Senza ragione abbiamo un prezzo che è più alto di 6-7 volte rispetto al 2019. Un tetto alle quotazioni, “pari a livelli [per carità!] sempre nettamente superiori ai costi di produzione, vuol dire ridurre il prezzo dell’elettricità e garantire la sicurezza energetica”.

Draghi al discorso di apertura della sessione ministeriale dell’OCSE a Parigi il 9 giugno, parla del rincaro delle materie prime e mette nel carnet dei propri successi che: “il Consiglio UE ha approvato di considerare di imporre un tetto dei prezzi per le importazioni di gas russo [?!]: questo potrebbe limitare l’incremento dell’inflazione e ridurre i flussi finanziari verso Mosca [??]” (“Il Sole – 24 Ore” del 10 giugno). Ma l’importazione è solo di gas russo? Ma non abbiamo detto che le importazioni dalla Russia avvengono prevalentemente sulla base di contratti (a clausole spesso segrete) o, se spot, a un prezzo di riferimento solo parzialmente (60-70%) collegato al TTF?

La falsificazione della realtà operata da Draghi è ben più vistosa di quella di Descalzi, che pure con i compari Vitol, Shell ed altri, è tra i pescecani del mercato del gas.

Dulcis in fundo, Draghi, esperto di strumenti finanziari UE chiede, anche per il caro-energia, l’intervento del SURE (strumento temporaneo europeo approvato dalla Commissione e dal Consiglio durante il primo lockdown per supportare gli Stati Membri nella protezione dei posti di lavoro messi a rischio dalla crisi pandemica). La UE, egli ha detto a Parigi, deve valutare di replicare strumenti come il SURE “che ci hanno aiutato a riprenderci rapidamente dalla pandemia”. Uno strumento simile, ha aggiunto Draghi, “potrebbe garantire ai paesi vulnerabili più spazio per aiutare i propri concittadini in un momento di crisi, rafforzerebbe il sostegno popolare al nostro sforzo sanzionatorio congiunto e contribuirebbe a preservare la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro”. Peccato che la provvista del SURE, con l’emissione di obbligazioni, la garantiscano gli Stati membri e il rimborso delle obbligazioni lo pagano i cittadini italiani e degli altri Stati membri!

Anche il petrolio USA guadagna quote di mercato in Europa. Bloomberg stima che dai maggiori terminal del Texas e della Louisiana ci siano stati spediti 48,8 milioni di barili di greggio ad aprile: in media 1,6 mgb, un record da quando gli USA nel 2015 hanno rimosso il divieto di esportazione.

Arriva greggio anche dalle riserve strategiche USA: un paradosso, visto che la Casa Bianca aveva decretato l’utilizzo delle riserve per raffreddare i prezzi alla pompa a vantaggio dei cittadini americani.

L’export complessivo del greggio USA ha toccato punte superiori a 4 mbg (milioni di barili al giorno) ad aprile (dati Eia). Nel primo trimestre la media era di 3,3 mbg secondo il “Census Bureau”, le cui statistiche evidenziano che il boom di esportazioni energetiche – unito ai prezzi record – stia fornendo ossigeno alla bilancia dei pagamenti USA in perenne e pesante deficit: petrolio e carburanti hanno generato entrate per 56,7 miliardi di dollari nel primo trimestre (di cui 22,9 miliardi a marzo), quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2021. L’export di gas ha invece fruttato 21 miliardi, circa un terzo in più del 2021.

Nel 2021 l’Italia ha importato dalla Russia il 38,2% del gas che consuma. Si tratta di 29,07 miliardi di metri cubi di gas naturale. E questo dopo l’adesione della Crimea alla Russia; infatti precedentemente la percentuale era del 44%.

L’Italia estrae il 4,4% del gas che consuma. In sostanza produciamo 3,34 miliardi di metri cubi di gas naturale, ma ne utilizziamo 76,1 miliardi all’anno.

Dati 2020: l’Italia ha importato l’11,1% del suo fabbisogno petrolifero dalla Russia. L’import dei prodotti raffinati è sceso al 12,5%.

La Germania ha importato il 34% del suo greggio dalla Russia contro il 28,7% del 2000 e quasi il 30% dei prodotti raffinati.

Il sesto pacchetto di sanzioni approvato dal Consiglio europeo.

Esso prevede l’embargo, non dal 1° gennaio, come è stato ripetutamente detto, ma tra 6 mesi per il greggio e 8 mesi per i prodotti raffinati del petrolio russo e dei prodotti raffinati provenienti via mare (i 2/3), con una deroga temporanea senza specifica scadenza per il greggio proveniente via oleodotto Druzhba (il restante 1/3). La deroga è stata ottenuta dai paesi più dipendenti dalla Russia e privi di sbocchi sul mare (Ungheria, Cechia, Slovacchia). Tali paesi sono serviti dal ramo sud dell’oleodotto Druzhba. Il braccio nord serve Germania e Polonia.

Il greggio via terra costa il 30% in meno circa di quello sotto embargo. Di questa situazione hanno provato ad approfittare la Germania e la Polonia col sostegno della Francia di Macron. Olanda Belgio e Italia si sono opposte perché le prime due sono grandi importatrici di petrolio via mare e tutte e tre perché, con la Germania in campo, si creerebbero squilibri fra Stati membri con penalizzazioni dei sistemi produttivi concorrenti con la Germania, e di quello italiano in particolare.

La Germania ha dapprima fatto il pesce in barile, ma poi è stata costretta dagli altri a mettere per iscritto l’impegno ad uniformarsi comunque all’embargo. E questo giustificherebbe l’affermazione di von der Leyen che lo stop al greggio russo dovrebbe arrivare al 90%. È ritenuto invece tollerabile il vantaggio competitivo di Ungheria, Cechia e Slovacchia (anche se la Commissione vigilerà).

La più volte citata esperta di economia energetica Sissi Bellomo ci dice, e giustamente, che l’impalcatura sanzionatoria è fragile per le seguenti ragioni.

In primo luogo il fattore prezzi: se, a causa delle sanzioni, i combustibili, come stiamo vedendo, diventeranno più cari, questo potrebbe limitare o azzerare per la Russia l’effetto di un calo delle proprie esportazioni.

In secondo luogo, c’è il fattore tempo, con una gradualità nell’avvio dell’embargo che non agevola solo gli europei nella ricerca di fornitori alternativi, ma anche la Russia, che si sta già organizzando con successo per servire i nuovi clienti come l’India.

In terzo luogo, l’aggiramento delle sanzioni (trasferimenti ship-to-ship in alto mare), i vari tipi di triangolazione ed altro.

Il piano REPower EU (e altro)

La rottura strategica con la Russia

Il 18 maggio scorso l’intera Commissione europea ha firmato il piano REPower EU.

Cosa prevede il piano? Quali sono i suoi obiettivi?

L’obiettivo di fondo è ridurre la dipendenza dalla Russia per mezzo di alcune azioni ritenute indispensabili.

Il piano REPower EU è la concreta decisione dell’UE è di allontanarsi dalle fonti fossili provenienti dalla Russia. Tale percorso è stabilito compiersi nei prossimi cinque anni.

I punti cardine del piano si riassumono nelle seguenti azioni:

  1. cambiare i fornitori per il gas e dotarsi delle infrastrutture necessarie (es. rigassificatori);
  2. sostenere la crescita delle rinnovabili con l’obiettivo elevato al 45% entro il 2030;

3) concretizzare l’impegno verso un cospicuo risparmio energetico;

4) triplicare i siti di stoccaggio di energia per il prossimo inverno.

C’è un quinto obiettivo: la strategia solare che tocca il tema del fotovoltaico.

Queste sono le misure chiave con cui il la Commissione europea “risponde all’invasione russa per accelerare la transizione energetica”.

A tal riguardo sono stati stanziati 300 miliardi di euro, di cui 225 in sovvenzioni e 75 come prestiti.

Il complesso delle misure del piano REPower EU definitivo (iniziative legislative, schemi non vincolanti, raccomandazioni dell’esecutivo ai paesi membri), mira all’azzeramento della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2027, incominciando già da quest’anno con l’abbattimento di quasi 2/3 delle importazioni di gas dalla Russia. Una grandissima parte delle somme stanziate andranno a finanziare la transizione energetica europea.

E’ poi ritenuto necessario ridurre la domanda di energia.

Nel breve termine, i tagli alla domanda giungono sotto forma di una comunicazione da parte della Commissione: si tratta di indicazioni sui comportamenti da tenere per famiglie e industrie e dovrebbero contribuire a tagliare circa il 5% della dipendenza europea da petrolio e gas russi. Per esempio: ridurre i limiti di velocità in autostrada, fare buon uso dei propri condizionatori (do you remember, Draghi?) e apparecchi elettrici domestici. Nel frattempo la commissione predispone un’iniziativa legislativa per aumentare la quota di veicoli a zero emissioni e rendere più sostenibile il traffico commerciale.

La EU Energy Platform sarà il veicolo chiave per la diversificazione delle forniture di gas ora provenienti dalla Russia.

È un meccanismo volontario per mettere in comune la domanda, negoziare con i partner internazionali per facilitare gli acquisti comuni di gas, GNL e idrogeno.

Una parte degli investimenti (10 miliardi) verrà riservata all’adeguamento delle infrastrutture in particolare tramite il raddoppio del Tap (Trans Adriatic Pipeline), il potenziamento del Corridoio Sud del gas che è il corridoio progettato come espansione del gasdotto del Caucaso meridionale, chiamato Bakù-Tbilisi-Erzurum Shah Deniz 2 , così come la costruzione del gasdotto TANAP in Turchia e la sua estensione in Europa: il gasdotto trans-adriatico,  lungo 878 chilometri, che interessa Grecia, Albania e Italia dove a Brindisi si connette alla rete Snam. 

Carta 1: i gasdotti Shah Deniz 2 – Tanap

Con la EU Solar Strategy l’Unione punta a rendere obbligatoria l’istallazione dei tetti fotovoltaici, sia pure gradualmente: tutti i nuovi edifici residenziali dovranno avere tetti solari dal 2029.

Marcello Messori (“Il Sole – 24 Ore” del 26 maggio) fa un po’ di conti.

Il piano della Commissione riguarda non solo la transizione energetica, REPower EU, ma anche il sostegno di liquidità e la “ricostruzione” dell’Ucraina.

Gli investimenti, richiesti fino al 2027 per il raggiungimento di questi obiettivi, sono dell’ordine di 280 miliardi; si tratta di risorse che si aggiungono ai 390 miliardi necessari fino al 2030 per realizzare gli impegni del programma sul clima (“Fit-for-55”).

Per coprire i 280 miliardi aggiuntivi, si prevede di trasferire al “Dispositivo di ripresa e resilienza” (il “Recovery and Resilience Facility” o RRF), 20 miliardi di euro provenienti dalla vendita degli ETS, attualmente nella riserva per la stabilizzazione del mercato.

Sono poi disponibili i prestiti non utilizzati del RRF (prestiti del “Piano di Ripresa e Resilienza o RRF, erogati agli Stati e da questi in tutto o in parte non utilizzati) che ammontano oggi a 225 miliardi di euro.

Per favorirne il completo utilizzo, la Commissione propone di redistribuire fra i Paesi dell’Unione europea i prestiti già destinati dal RRF a singoli Stati membri, ma non inseriti nei relativi PNRR. Entro 30 giorni dall’approvazione del nuovo regolamento RRF, gli Stati potranno richiedere i loro eventuali prestiti residui; dopo quella data, i prestiti eccedenti saranno redistribuibili agli altri Paesi (quindi anche all’Italia) anche oltre il tetto massimo dei prestiti, oggi fissato al 6,8% del PIL.

Ogni paese può inoltre trasferire, su base volontaria, fino al 12% delle riserve dei propri fondi di coesione (per un massimo di 45 miliardi) e dei propri fondi legati alla politica agricola comune (per un massimo di 7,5 miliardi).

Fondi di carattere sociale e destinati all’agricoltura mobilitati in funzione antirussa!

Oltre al REPower EU, la Commissione ha proposto di accrescere l’assistenza macro finanziaria all’Ucraina per le necessità di liquidità aggiungendo 9 miliardi agli 1,2 miliardi già stanziati.

La Commissione ha poi delineato un vero e proprio “Piano Marshall”, per la “ricostruzione” dell’Ucraina dopo la fine della guerra. Per finanziarlo la Commissione propone che la UE si indebiti sul mercato in base alle garanzie fornite dagli Stati membri (seguendo la linea del programma di sostegno dei disoccupati temporanei per la pandemia: SURE) e/o emetta titoli a margine di un rafforzato bilancio pluriennale europeo (seguendo l’iter dell’RRF, in Italia PNRR). La cifra non è nota. Verosimilmente qualche centinaio di miliardi a peso della collettività nazionale! Con l’immissione di una nuova montagna di titoli sul mercato finanziario! L’Europa, cioè i cittadini europei che pagano le tasse, dovrà ricostruire l’Ucraina, non gli USA!

Firenze, 13 giugno 2022

Raffaele Picarelli


Aggiornamento

La falsa narrazione

Negli ultimi giorni i gruppi capitalistici dominanti e il governo Draghi stanno diffondendo una narrazione totalmente falsa dell’aumento del prezzo del gas e dei combustibili fossili in generale. Si vuole accreditare la leggenda metropolitana che è tutto causato dalla presunta preparazione pluriennale dei Russi alla guerra in Ucraina. Anche una persona preparata e normalmente corretta come Franco Bernabe’, ha dichiarato, qualche giorno fa, nel corso di una trasmissione televisiva, che i Russi, in una lunghissima prospettiva bellica, avrebbero abbandonato il mercato spot del gas presso la borsa di Amsterdam per farne aumentare i prezzi. Quest’affermazione è spudoratamente falsa e smentisce quanto detto e scritto fino a pochi giorni fa dallo stesso Bernabe’.

I Russi sono sempre stati contrari ad affidare movimento giornaliero della finanza, ai movimenti su larga scala dei pescecani europei del gas (Vitol, Shell, Eni ed altri), alle speculazioni degli hedge fund e della finanza derivata nella formazione dei prezzi.

Anzi, hanno sempre messo in guardia gli operatori europei e la stessa UE dai pericoli d’instabilità per il mercato del gas di affidarsi alla borsa per le operazioni spot, consigliando le proprie controparti europee a porre in essere con la stessa Russia contratti pluriennali (anche trentennali) a prezzi fissi o comunque concordati. Nel mio saggio ciò è abbondantemente trattato e spiegato, spero chiaramente.

Lo scopo di questo cambiamento repentino nella narrazione dei gruppi dominanti è il seguente: essi temono una catastrofe economico-sociale nei prossimi mesi e cercano un facile capro espiatorio nel “nemico”. Come in tutte le guerre e in tutte le economie di guerra. Hanno raccontato il falso sull’esproprio colossale delle bollette, con le quali scaricano sulla popolazione italiana i guadagni stratosferici dei pescecani del gas. Temono che l’iperinflazione in arrivo e il conseguente massacro sociale possano far saltare le fondamenta dell’attuale regime.

Diamante (Cs),

26 giugno 2022

Raffaele Picarelli

Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

Svolta storica in Colombia, vince la sinistra di Petro

di Geraldina Colotti

Gustavo Petro è il nuovo presidente della Colombia, per il periodo 2022-2026. Il candidato della coalizione Pacto Historico è stato votato da 11.281.013 di persone, totalizzando il 50,44% delle preferenze, contro i 10.580.412 dello sfidante, Rodolfo Hernandez, che ha corso per l’alleanza Liga de Gobernantes Anticorrupción, ottenendo il 47,31%. Entrambi i candidati hanno notevolmente aumentato il numero dei voti, considerando che, al primo turno, Petro aveva vinto con 8.526.352 di voti (più del 40%), mentre per Hernández avevano votato 5.952.748 (poco più del 28%). Molti dei 15 milioni di astenuti, che erano rimasti lontani dalle urne il 29 maggio, sono andati a votare, facendo registrare una partecipazione del 58,09%, l’astensione più bassa da vent’anni a questa parte per le prime elezioni realizzate dopo la pandemia.

Un risultato su cui le destre, al di là delle “congratulazioni” dell’ex presidente Ivan Duque e delle dichiarazioni di Hernández, che ha riconosciuto la sconfitta, si apprestano a speculare. Contano sulla loro capacità di incidere, attraverso i meccanismi giudiziari, sulla realtà politica, infangando, perseguendo e mettendo fuori gioco gli avversari. Un meccanismo smascherato dallo scoppio delle proteste del 2001, precedute da altre minori, nel 2019 e nel 2020. Il governo Duque, che aveva cercato di imporre una riforma fiscale a scapito dei settori popolari già ampiamente colpiti dalla crisi e dalla pandemia, ha dovuto far fronte a mesi di sciopero generale, contro cui ha

ha scatenato una repressione senza precedenti. La polizia ha torturato, violentato e compiuto esecuzioni extragiudiziarie. Almeno 87 persone sono state uccise, vi sono stati centinaia di feriti, molti dei quali con danni permanenti alla vista, come accadde durante la repressione in Cile. Durante il suo primo comizio da presidente, Petro ha chiesto al procuratore generale Francisco Barbosa di liberare i giovani della “prima linea”, arrestati durante le proteste, e che vengano restituiti all’attività pubblica i sindaci destituiti per le proteste.

Barbosa si è subito trincerato dietro la separazione dei poteri e ha replicato che “se il presidente eletto vuole la liberazione di chi ha commesso delitti, deve chiedere il favore al Congresso affinché cambi la legge, non al procuratore generale”. Un riferimento chiaro alla battaglia istituzionale che si annuncia per impedire alcune delle riforme proposte da Petro in campagna elettorale.

Mentre al Senato il Pacto Historico ha ottenuto la maggioranza alle elezioni politiche del 13 marzo, al Congresso è la seconda forza rappresentata, ma non ha i numeri necessari per far passare agevolmente una legge. Dovrà, quindi, cercare alleanze nel campo moderato su temi puntuali, sapendo che l’uribismo, per quanto in crisi, non ha alcuna intenzione di mollare l’osso, e che anzi cercherà di ricompattare i ranghi usando alcune zone geografiche di confine e alcuni suoi bastioni istituzionali, in vista delle elezioni dei sindaci e dei governatori dell’ottobre 2023. Il calcolo definitivo dei parlamentari eletti il 19 si avrà solo a metà luglio.

Nel secondo paese dell’America latina con il maggior indice di disuguaglianza dopo il Brasile, che conta oltre 21 milioni di poveri e 7,4 milioni che vivono in povertà estrema, il piano di governo di Petro implica riforme economiche che riguardano le pensioni e la sanità, dove si prevede di ridurre il margine di manovra delle imprese private incaricate di erogare prestazioni mediche. La figura della vicepresidenta, Francia Marquez, premio Nobel per l’ambiente e femminista afro-colombiana, votata soprattutto dai giovani, dalle donne, da lavoratori poveri e dai senza-diritto, rappresenta le aspettative degli esclusi e delle escluse: lavoratrici domestiche, gli spazzini, i contadini poveri, quelli che non hanno mai avuto incarichi politici, e che hanno dato voce alle proteste popolari denunciando il volto feroce di una società razzista e classista.

Da politico navigato che non si caratterizza per posizioni radicali, Petro ha promesso di impegnarsi per costruire un “miglior capitalismo”, promettendo però di voler passare da un modello estrattivista, ossia dipendente dal petrolio e dell’estrazione mineraria (il settore petrolifero contribuisce al Pil per il 7,1%), a uno produttivo, basato sulla produzione agro-pecuaria. Considerando che la Colombia vanta il triste primato dei conflitti ambientali nel continente, è facile comprendere che per passare dalle parole ai fatti, anche per portare avanti un programma di riforme conseguenti, Petro dovrà scegliere però da che parte stare nello scontro fra le popolazioni, soprattutto indigene, e le grandi multinazionali. Sono già 47 i massacri avvenuti in Colombia dall’inizio dell’anno, durante il quale sono stati uccisi oltre 76 leader sociali e 21 ex-guerriglieri. Molti dei paramilitari, impiegati in precedenza nella guerra sporca contro la guerriglia e contro l’opposizione sociale si sono riconvertiti in esercito privato della sicurezza delle grandi imprese multinazionali.

Francia Marquez ha promesso di dar voce alle zone più povere delle campagne, che scontano l’assenza di una riforma agraria in un paese che, principalmente per questo, ha visto il sorgere di due guerriglie lungo oltre mezzo secolo (le Farc-Ep e l’Eln). Una delle principali rivendicazioni del processo di pace che Duque si è dedicato a demolire, e che Petro ha promesso di portare avanti, contando anche sui seggi degli ex guerriglieri passati alla vita politica.

Un compito non facile, considerando i grandi interessi che intrecciano il potere dell’oligarchia locale con quelli degli Stati Uniti, che perpetuano la logica del Plan Colombia intrecciando l’economia di guerra con quella del controllo del territorio. In Colombia, l’unico socio della Nato in America Latina, risiede il maggior numero di basi militari Usa della regione, supportate da un sistema militare di antico fervore anticomunista, che data almeno della guerra di Corea. Nel 1950, la Colombia fu l’unico paese latinoamericano che mandò le sue truppe agli ordini degli Usa contro i comunisti coreani.

Nel secondo paese del continente per numero di militari dopo il Brasile e il primo in relazione alla quantità di abitanti, non si contano le denunce per le violazioni compiute dai militari, presentate dalle organizzazioni per i diritti umani. Eppure, la fitta rete di propaganda che circonda la “famiglia militare”, che si considera nemica di Petro, indica la pervasività di questa cultura in vari settori della società colombiana. Tanto che, in base a un’inchiesta del 2021, la Forza Armata risultava essere l’istituzione considerata più prestigiosa dal 26,8% della popolazione. All’ultimo posto, figuravano i partiti e i movimenti politici, con solo un 8,5% di gradimento.

Le ripetute aggressioni al Venezuela bolivariano hanno potuto contare sulla posizione strategica delle basi militari, visibili o occulte, fornite di potenti strumenti satellitari e di controllo, i cui terminali agiscono anche dall’ambasciata nordamericana, e che sono stati impiegati in modo massiccio per perseguire le proteste popolari. La space-economy è un settore importante dell’economia di guerra, e la Colombia è anche in questo campo un satellite importante degli Stati Uniti.

Intanto, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, Juan Carlos Pinzón, ha detto che lascerà il paese il giorno prima dell’assunzione d’incarico di Petro, il 7 agosto. Per quella data, Duque ha organizzato un grande concerto di addio, durante il quale darà libero accesso ai “migranti venezuelani”, per i quali ha ricevuto dai suoi padrini nordamericani e europei finanziamenti miliardari di cui non hanno mai visto un centesimo, dando però in cambio il proprio voto all’uribismo che glielo aveva concesso a tempo di record.

Si spera che, oltre all’ambasciatore Usa facciano fagotto anche i rappresentanti dell’autoproclamato “presidente a interim” del Venezuela, Juan Guaidó, ai quali Duque ha “regalato” l’impresa petrolchimica Monómeros, sottratta al Venezuela per conto degli Usa. Sia il presidente venezuelano Nicolas Maduro che il vicepresidente del Psuv, Diosdado Cabello, hanno felicitato l’arrivo di Petro e Marquez al governo della Colombia, unendo la propria voce a quella degli altri presidenti progressisti dell’America Latina e a quella del presidente dell’Alba, Sacha Llorenti.

Durante la campagna elettorale, per impulso dei settori più radicali che compongono la sua coalizione, Petro, nonostante precedenti dichiarazioni infelici contro il governo Maduro, ha promesso di riallacciare le relazioni con il Venezuela. E nel suo primo comizio ha nuovamente accennato all’integrazione latinoamericana, parlando di “un cambiamento senza odio, né vendetta”, basato sul un “dialogo regionale”. Un altro punto su cui il ricatto dei poteri forti si è già fatto sentire, amplificato dai media internazionali e dalle piattaforme uribiste che intossicano le reti sociali.

FONTE: https://www.bricspsuv.com/2022/06/20/svolta-storica-in-colombia-vince-la-sinistra-di-petro/

100 milioni di libri al macero

di Tonino D’Orazio

 In un’intervista di Oleksandra Koval, Direttrice dell’Istituto del Libro Ucraino, a Interfax- Ucraina, si legge:

“[…] per studiare letteratura straniera, e la letteratura russa è proprio questo, è necessario un certo equilibrio. Ora siamo convinti che la letteratura britannica, francese e tedesca, la letteratura degli Stati Uniti e delle nazioni dell’Est, abbia dato al mondo molti più capolavori della letteratura russa”.

L’evocazione di tale aspetto quantitativo rappresenta bene il personaggio Koval e la sua russofobia. Sotto l’aspetto qualitativo non va meglio. Per esempio Puškin e Dostoevskij «hanno gettato le basi della “misura russa” e il messianismo», dunque è questo il motivo per ritenere che i classici della letteratura russa siano “in realtà una letteratura molto dannosa, che può davvero influenzare le opinioni delle persone. Pertanto, è mia personale opinione che questi libri debbano essere rimossi anche dalle biblioteche pubbliche e scolastiche”.

Prosegue cosi: Penso che verranno scritte molte riflessioni e ricerche scientifiche su come i classici russi abbiano influenzato la mentalità dei russi e su come abbiano indirettamente portato a una posizione cosi aggressiva e ai tentativi di disumanizzare qualsiasi altro popolo del mondo, inclusa l’Ucraina”.

La Koval sostiene che le biblioteche scientifiche potrebbero conservare “letteratura scientifica specializzata i cui autori potrebbero avere opinioni anti-ucraine” per il momento, “ma solo se il libro scientifico in questione non ha connotazioni ideologiche”. Dunque autori come Karl Marx, Rosa Luxemburg o Bertolt Brecht, pur tedeschi, verranno rimossi dalle biblioteche ucraine. E poi chissà quali e quanti altri.

Questo il programma della Koval: “stimo che ora potrebbero esserci più di 100 milioni di copie del patrimonio di biblioteche pubbliche che necessitano di sequestro”. Si tratta della rimozione/distruzione di metà del patrimonio bibliotecario ucraino.

Ovviamente non poteva mancare la giustificazione anche in chiave economica riguardo un simile provvedimento di rimozione e censura: “A mio avviso, l’ostacolo principale nel processo di rimozione della letteratura che può essere rapidamente eliminata non è la difesa degli interessi di Tolstoj, ma semplici, mercantili, ma allo stesso tempo chiari interessi dei bibliotecari. Il fatto è che a seconda del numero di fondi, alla biblioteca viene assegnata una determinata categoria. Di conseguenza, gli stipendi di tutti i dipendenti dipendono dalla categoria della biblioteca”.

Il ministro della Cultura e della politica dell’informazione ucraino, Oleksandr Tkachenko, ha dichiarato “che i libri di propaganda russa confiscati dai fondi della biblioteca ucraina possono essere usati come carta straccia”.

Prosegue anche la campagna di “decolonizzazione” cambiando i nomi delle strade e delle fermate della metropolitana. Per esempio, riportava il NYT il 7 giugno, Lev Tolstoj sarà cancellato da una fermata della metropolitana di Kiev. Tale campagna ha assunto un carattere sia velenoso che assurdo, se si considera che il confine tra cosa e chi è ucraino o russo è spesso sfocato. Pyotr Tchaikovsky, che ha ridefinito la musica classica occidentale, aveva radici ucraine, e così come molti altri artisti e scrittori, come Nikolai Gogol, Mikhail Bulgakov, Anna Akhmatova, oppure il poeta sovietico Mayakovsky, nato da madre ucraina.

Indipendentemente dal fatto che i nazionalisti ucraini siano direttamente influenzati dall’ideologia nazista, e non pochi di loro lo sono, questo “rogo” del libro rivela la loro visione fanatica, autoritaria e sciovinista. La destra europea non vede l’ora di accoglierli nell’Unione Europea. Che cosa ne pensino gli altrimenti loquaci intellettuali occidentali non è dato sapere. Non fanno ancora nemmeno finta. Ne vedremo delle belle, signori democratici del cazzo. I libri non si toccano. Non mi scuso, è per i miei ambigui amici “liberal-democratici” che non riescono a vedere che da qualche parte, sempre in terra d’Europa, “si sta ricominciando daccapo”.

Chi controlla l’Ucraina

Chi comanda davvero l’Ucraina? Zelensky è un leader carismatico o una marionetta nelle mani di altri soggetti? In questa intervista Franco Fracassi racconta a Visione TV chi davvero governa con pugno d’acciaio l’Ucraina, con quali mezzi ha raggiunto il potere e quali finalità porta avanti. E il quadro che ne esce è sconvolgente.

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE. Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (I° parte)

Atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali” tenuto da Raffaele Picarelli

Proponiamo gli atti della prima tranche del seminario  “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza e nelle relazioni internazionali” tenuto dal dr Raffaele Picarelli al Circolo Arci di San Giuliano Terme sabato 4 giugno suiniziativa del Comitato Popolare Sangiulianese in collaborazione con le seguenti associazioni:Ita-nica di Livorno, il Laboratorio della solidarietà di Livorno, Codice Rosso e la Libera Università Popolare di Livorno.

Raffaele Picarelli, saggista ed esperto di questioni economico-finanziarie e di relazioni internazionali, ha offerto una approfondita e organica disamina a 360° dei processi in corso ormai da anni nell’economia occidentale e degli effetti provocati dalla guerra in Ucraina e, soprattutto, dalle sanzioni comminate alla Russia dai Paesi occidentali che consente di comprendere parte delle verità sottaciute dalla narrazione mediatica main stream, ma anche di avere una quadro organico delle dinamiche geopolitiche che sottostanno al conflitto.

Questo il breve abstract della prima parte della relazione che risulta estremamente utile oltre che per la comprensione degli scenari in essere, anche per fornire strumenti di analisi e di lotta politica per gli attivisti.

“La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati agli anni della pandemia ed agli effetti della crisi sistemica cominciata nel 2008.

Inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi di interesse, caduta di valore di tutti gli asset finanziari: queste tendenze risultavano già in atto a partire dal terzo trimestre del 2021.

Cosa è successo di veramente nuovo con la guerra? Il tentativo di riaffermare la supremazia del modello Usa di riproduzione capitalistica basato su industria delle armi, controllo dell’energia, forza del dollaro e macroscopica finanziarizzazione a fronte del grave indebolimento del progetto capitalistico europeo a base tedesca, fondato su approvvigionamento energetico a basso costo e modello industriale deflattivo.

Insieme al tentativo di liquidazione della possibilità di integrazione  tra manifattura, tecnologia e finanza europee ed energia, tecnologie e  grandi mercati russo e cinese.

Un disperato e feroce tentativo dell’imperialismo a base angloamericana di “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del proprio dominio mondiale da tempo in crisi e in declino.

Un incontro partecipato da circa 50 persone che è risultato interessante non solo per lo spessore culturale e l’assoluto livello di competenze del relatore ma anche perché ha consentito di fornire un quadro abbastanza nitido delle cause e degli effetti della guerra in Ucraina sull’andamento preesistente dell’economia mondiale.

E’ possibile fruire della videoregistrazione dell’incontro dalla pagina Facebook del Comitato Popolare Sangiulianese tramite il link: https://fb.watch/dvlB6lmcnM/

Il presidente del Comitato Popolare Sangiulianese

Andrea Vento


GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE.

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

1. Quadro macroeconomico generale e contesto geopolitico

La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati al perdurare di numerosi effetti della crisi sistemica emersa nel 2007-2008 e alle ripercussioni della pandemia. Tuttavia, sussistono fatti nuovi e assai profondi che, in questa introduzione, mi limiterò solo ad enunciare.

In primo luogo l’approfondimento della rottura della mondializzazione capitalistica e del suo ineguale incedere per circa un trentennio. Dico approfondimento perché una prima frattura si era precedentemente verificata con la vasta apposizione di dazi commerciali e di altre misure restrittive alla Cina da parte degli USA, a partire dalla seconda metà del decennio passato. E con il covid.

Ora tale processo nel suo incedere delinea un futuro assetto mondiale policentrico, ripartito in macroaree più o meno integrate e conflittuali, policentrismo che si contrappone al trentennale unilateralismo statunitense.

Da parte di Washington è in atto il tentativo, attraverso la guerra per procura (proxy war) che si combatte sul suolo ucraino, di mantenere e riaffermare nel medio/lungo periodo la supremazia del modello USA di riproduzione capitalistica basato sulla guerra permanente, sull’egemonia del complesso militar-industriale, sul controllo dell’energia, sulla centralità internazionale del dollaro, su una macroscopica finanziarizzazione dell’economia e, naturalmente, sul controllo delle catene del valore e delle nuove tecnologie.

Da parte della Russia e di molta parte del “resto del mondo” c’è la volontà di opporsi a tale disegno contrastando il signoraggio del dollaro in nome di nuove centralità valutarie esistenti o progettate (rublo, yuan, sur latinoamericano del progetto del presidente “in pectore” brasiliano Ignacio Lula).

In questo senso la guerra in Ucraina è anche una guerra contro il dollaro. E di riappropriazione del pieno controllo delle proprie materie prime e delle proprie catene di approvvigionamento e valore.

Sussiste inoltre la volontà di opporsi al nuovo “piano Brzezinski” portato avanti dai suoi eredi “politico-intellettuali”, Victoria Nuland e Tony Blinken, che ha come obiettivo l’annichilimento della Russia usando l’Ucraina come ariete: una versione aggiornata della dottrina Brzezinski sull’impossibilità di un “impero euroasiatico senza l’Ucraina”.

Dicevamo che la guerra in Ucraina ha accelerato processi già in corso: inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi, caduta di valore degli asset finanziari, costituivano fenomeni già marcatamente presenti a partire dal terzo trimestre del 2021 e dei quali cercheremo di analizzarne lo sviluppo delle rispettive dinamiche nell’ambito del conflitto e tenteremo di delinearne gli scenari post-conflitto.

Ma è solo la Russia l’obiettivo della politica bellica statunitense? Ci pare oltremodo evidente che gli USA, all’interno del campo occidentale, tendano ad indebolire e, se possibile, addirittura a liquidare il progetto europeo a base “renana” che, in termini molto generali, possiamo considerare fondato su un approvvigionamento energetico a basso costo e un modello industriale deflattivo. Con il corollario di liquidare ogni duratura possibilità di integrazione tra manifattura e finanza europea ed energia, materie prime, tecnologia e grandi mercati russo e cinese. E di bloccare ogni espansione e radicamento della manifattura tedesca e italiana nei mercati russo, cinese e “degli altri”.

A tale evidente, e talora dichiarato, intendimento USA di deindustrializzazione europea, l’Europa (con l’eccellenza italiana) ha risposto con il proprio suicidio economico e geopolitico.

Nel contesto dell’analisi, cercherò inoltre di dare rilievo ad un aspetto quasi sempre sottaciuto nella narrazione corrente del conflitto, per interposta Ucraina, USA-Russia: il ruolo importante della finanza, e in particolare della finanza derivata, anche in questa guerra, e della propria capacità di accelerazione bellica di processi preesistenti, concernenti la determinazione e la crescita dei prezzi di energia, materie prime e “inflazione di fondo”.

Di contro, cercherò di analizzare i progetti, ancora “in nuce”, di una reindustrializzazione russa dopo la devastazione eltsiniano-statunitense della manifattura sovietica dei primi anni Novanta e l’instaurazione in Russia di una “monocoltura estrattivista” dell’energia e delle materie prime.

Infine, a fronte del dissolvimento, nelle intenzioni USA, di quella sorta di utopia nata dall’incontro dell’Ostpolitik tedesca (Willy Brandt 1970) e delle ultime leadership sovietiche di una “Europa dagli Urali all’Atlantico”, proporremo l’analisi dei nuovi scenari che sembrano nascere da questa asperrima vicenda bellica.

Con una scelta chiara: opporsi alla “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del dominio dei vecchi “signori del mondo”, ormai in declino, e ampliare lo sguardo verso nuove ed emergenti potenze mondiali.

2. Banca Centrale Russa, rublo, falso default, finanza derivata.

Un nuovo Gold standard in Russia?

Lunedì 18 aprile la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, abile tessitrice della difesa finanziaria ed economica del rublo, ha affermato in una pubblica audizione che gli effetti delle sanzioni occidentali si sentiranno maggiormente a partire dai mesi estivi e che bisogna attrezzarsi fin da ora per gestirli. L’economia reale russa, ha proseguito, dovrà affrontare “cambiamenti strutturali”.

Era chiaro il riferimento alla ricostruzione di un’industria e di una manifattura nazionali russe, devastate negli anni Novanta del Novecento dagli USA e dai governi Elsin e in parte “appaltate”, negli anni successivi, sia pure in partnership, ad imprese soprattutto europee (automotive, industrie di trasformazione, semilavorati, etc). La primazia energetica e delle materie prime, nell’ultimo decennio dello scorso secolo una vera monocoltura, l’utilizzo dell’eccedenza negli ultimi vent’anni per la ricostruzione di un apparato difensivo caduto in rovina, la permanenza di forme decenti, anche se non eccelse, di welfare nel campo della sanità, dell’istruzione e della previdenza, l’esistenza di eccellenze nel campo della ricerca e della tecnologia, non sono più un modello sufficientemente sostenibile nell’età delle sanzioni e dello scontro generale con l’Occidente. La guerra e le sanzioni richiedono “cambiamenti strutturali”. Una situazione in forte cambiamento, in forte movimento è alle viste. Quale ne sarà l’esito? Non è facile prevederlo. Molto dipenderà dalle forze politiche e dal popolo russo, molto dalle relazioni internazionali. Vedremo.

Ritorniamo adesso all’oggetto di questo paragrafo.

Per la prima volta in assoluto dal 28 febbraio è stato deciso di applicare le sanzioni ad una banca centrale di un paese del G20: la Banca Centrale della Federazione Russa (CBR, Central Bank of Russian Federation, Bank Rossij). L’idea di congelare gli asset della Banca centrale è stata di Draghi, anche se era già stata applicata dagli USA, da ultimo nei confronti dell’Afghanistan, dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani.

Le riserve russe alla fine di febbraio 2022 ammontavano a complessivi 630 miliardi di dollari in valute estere (euro, dollari, yen, sterline, yuan), titoli e oro (grafico 1).

Erano lievitate a tale valore dai 368 miliardi di dollari del post-Crimea. Nel 2018 la Banca Centrale russa aveva venduto una notevole quantità di T-bond americani. All’8 aprile le riserve ammontavano a circa 609 miliardi di dollari, di cui 478 in valute estere e 131 in oro. Il 28 febbraio i rappresentanti di Usa, Giappone e UE in una dichiarazione congiunta affermarono di essere determinati ad imporre sanzioni per isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale. Oltre il 50% delle riserve della CBR presso altre Banche centrali (soprattutto presso Bundesbank) e anche banche commerciali (soprattutto J.P. Morgan) furono resi indisponibili, non confiscati (in gergo giornalistico “congelati”).

Rimanevano riserve non toccate dalle sanzioni: il 13% delle riserve costituite da yuan (renmimbi/RMB) e il 22% da oro. Restavano esclusi dalle sanzioni i pagamenti in favore delle società russe fornitrici di energia.

Il 13% di yuan è detenuto in Cina. Come è noto, la Cina è l’unico paese emittente di una valuta di riserva a livello internazionale a non aver partecipato alle sanzioni, giudicate prive di “basi legali”.

Sebbene un Paese possa naturalmente detenere le proprie riserve presso le proprie banche, le banche centrali (e i governi) spesso scelgono di mantenere le proprie riserve all’estero per evitare costose transazioni transfrontaliere e ottenere l’accesso diretto ai mercati delle valute estere e del debito estero.

Come è noto le riserve in valute estere sono essenziali per gestire l’inflazione interna e i pagamenti dell’import. L’indisponibilità totale o parziale delle proprie riserve impedisce a una banca centrale di difendere la propria valuta, che tende a deprezzarsi e quindi, negli acquisti dall’estero, a “importare inflazione” all’interno del Paese. Crollo del rublo, inflazione elevata all’interno della Russia, sconvolgimenti complessivi del sistema economico: era ciò a cui miravano i Paesi che hanno dichiarato e applicato le sanzioni.

Grafico 1: Valore in miliardi di Dollari e luogo di deposito delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa

Sul rublo e sul debito estero russo torneremo fra poco.

Ora alcuni cenni a questioni di contorno, comunque rilevanti.

E’ noto che in campo commerciale, a metà marzo, l’Occidente e il Giappone hanno revocato alla Russia lo status di “nazione più favorita”, ossia hanno revocato l’uguale trattamento riservato ad ogni Paese membro del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), con la conseguenza che ora le merci russe possono essere soggette a dazi aggiuntivi.

UE, Regno Unito e Stati Uniti hanno vietato l’export in Russia di una vasta quantità di beni strumentali, di uso comune e di lusso e l’import di molti prodotti fra cui, importanti, i prodotti in ferro e in acciaio. Sono chiusi alle navi russe i porti di UE, UK, USA, Canada e Nuova Zelanda. E’ stato posto il divieto di noleggiare navi di altri Paesi e di assicurare le merci in viaggio.

I dati del commercio estero russo relativi al primo trimestre 2022 (che risentono solo in parte delle sanzioni) evidenziano conseguentemente un calo dell’8% del valore dell’export e del 17% dell’import rispetto agli ultimi tre mesi del 2021.

La previsione del FMI, coincidente con quella della Banca centrale russa, è di un calo del PIL russo di quest’anno tra il 7,5 e l’8,5%.

In campo energetico discuteremo più avanti della sesta tornata di sanzioni aventi ad oggetto il petrolio e i prodotti petroliferi. Diciamo ora che gli USA, forti della scarsa dipendenza dalla Russia, hanno imposto un divieto totale dell’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi, gas, carbone russi. Il Regno Unito ha annunciato lo stop al petrolio entro la fine dell’anno (periodo, vedremo, che più o meno coincide temporalmente con quello UE).

Prima della sesta tornata di sanzioni, l’UE, importatrice nel 2021 del 25% del grezzo, per un valore superiore ai 70 miliardi, il 40% del gas (55% per la Germania) pari a 16,3 miliardi e il 49% del carbone dalla Russia, aveva trovato l’accordo solo sul divieto di importazione del carbone, a partire da agosto.

E’ il caso di fare appena un cenno all’esclusione delle principali banche russe dal sistema di pagamento internazionale SWIFT (alle prime sette si è aggiunta all’inizio di giugno la Sberbank), per lo scambio di informazioni e pagamenti tra istituzioni finanziarie (conti accentrati, conti reciproci tra banche, conti su terze banche, etc.). Diventa molto difficile effettuare o ricevere pagamenti da banche occidentali, tranne le eccezioni come Gazprombank, perché legata alle fonti energetiche essenziali per l’Occidente. Come è appena il caso di dire che sono state prese una serie di misure mirate a escludere la Russia dal mercato dei capitali (collocamenti nei paesi occidentali, prestiti, etc.).

Ma torniamo al rublo.

A partire dal 24 febbraio il rublo ha cominciato a deprezzarsi fino a giungere al suo punto più basso il 7 marzo: per un dollaro occorrevano 139 rubli. Era questo il primo effetto di quella congerie di provvedimenti dei primi giorni di guerra (downgrade del debito russo, sanzioni ed altro). Era diventato, diceva Biden, una valuta “rubble”, cioè spazzatura, e valeva meno di un “cent”.

Ai primi di giugno il rublo è la migliore valuta del 2022, quella con il maggior rialzo nei confronti del dollaro: oltre il 14% (seguono il real brasiliano e il peso messicano). Sono negative rispetto al dollaro tutte le altre valute. Perché?

Per prima cosa l’avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti russa.

A fine 2022, secondo la rivista tedesca “Die Welt”, potrebbe superare i 250 miliardi di dollari. Grazie al rialzo dei prezzi di gas e petrolio, leggiamo sull’“Economist”, nel primo trimestre del 2022 le entrate da idrocarburi sono aumentate dell’80% anno su anno. Tra gennaio e aprile il surplus commerciale è stato di 96 miliardi di dollari, quasi quadruplicato rispetto ai 27 miliardi di un anno fa. E’ il surplus più alto dal 1994. Rammentiamo che l’“Economist” è controllato al 43% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, la stessa che possiede l’89% di Gedi che edita “La Repubblica”, “La Stampa” ed il “Secolo XIX”.

Sempre l’“Economist” afferma che se è vero che i prezzi al consumo in Russia sono aumentati (17,5% a maggio) per il calo dell’offerta dovuto al ritiro di molte aziende occidentali, è anche vero che i consumi elettrici sono diminuiti di poco e che regge la domanda per beni di consumo.

Al momento le condizioni dell’economia reale fanno apparire eccessive le previsioni degli enti occidentali di una caduta del PIL russo (dal 10 al 15%) e le stesse previsioni del Ministero russo dello Sviluppo Economico del 7,8% nel 2022.

Ma ci sono altri fattori alla base dell’apprezzamento del rublo:

A) Il controllo sul movimento dei capitali. E’ stato introdotto il limite di 10 mila dollari, poi portato a 50 mila per persona al mese, al trasferimento di valuta estera verso Paesi terzi. Che il limite sia stato elevato testimonia che cominciano ad affiorare preoccupazioni per la forza del rublo, soprattutto in relazione alle società orientate all’export che spendono in rubli sul mercato interno.

Le aziende russe che incassano valuta estera devono convertirne l’80% in rubli entro tre giorni.

Il meccanismo del doppio conto delle imprese straniere importatrici di energia russa presso Gazprombank porta alla conversione del 100% della valuta pervenuta dagli acquirenti esteri, essenzialmente per l’acquisto di gas e petrolio.

B) L’ancora alto tasso di interesse passato dal 20 agli inizi della guerra, gradualmente al 17, al 14 e infine all’11%. La Banca Centrale russa in data 9 giugno ha ulteriormente ridotto il tasso di riferimento al 9,5%.

La CBR ha dichiarato che il tasso d’inflazione è calato e il rallentamento della crescita ad aprile è stato inferiore al previsto. Anche se l’economia russa ha ancora davanti diversi venti contrari. L’alto tasso iniziale ha frenato la fuoriuscita dei capitali. Dopo il taglio di tre punti del 26 maggio il valore del rublo è sceso di quasi il 10% per poi risalire. Il taglio del 9 giugno ha comportato una perdita di oltre il 3% della valuta russa. L’inflazione tendenziale, pur scesa al 17,5% in maggio (e ridotta al 17% i primi di giugno), è coperta al 60% dell’aumento medio del 10% di salari e pensioni medio-bassi (misura strutturale, non “una tantum”).

C) Rapporto ottimale debito/PIL sotto il 20%.

La forza prospettica della valuta russa risiede in altri fattori.

La Banca centrale russa all’inizio del conflitto disponeva di 130 miliardi di dollari di riserve auree. Negli ultimi mesi l’Istituto ha avviato nuovi acquisti di oro dalle banche locali: prima al prezzo fisso di 5000 rubli al grammo e successivamente a un valore negoziato. E’ questo il primo passo importante, come più volte il governo ha dichiarato, verso una convertibilità, quantomeno parziale, del rublo in oro.

La Russia sta accumulando riserve auree che potrebbero costituire in tutto o in parte una garanzia per la sua moneta. Il rublo in tal modo potrebbe avere grandi possibilità di essere accettato come valuta di pagamento nelle transazioni internazionali.

Non dimentichiamo che la Russia è il terzo produttore e il quinto detentore mondiale di oro. Il regolamento in valute locali (e non in dollari) degli scambi si è accentuato in questi mesi (l’India paga in rupie il petrolio che acquista a prezzi scontati dalla Russia). La Russia, per tale ragione, vuole una valuta forte che appaia più stabile anche all’esterno.

È lecito pensare che non sia così lontana dall’orientamento della leadership russo-cinese una nuova Bretton Woods con baricentro spostato nelle economie provviste di materie prime minerarie, energetiche e agricole? Certo che possiamo pensarlo perché tali sono in misura diversa la Russia e la Cina, dotate tra l’altro di tecnologie avanzate.

E’ fantasia e pura illusione oppure è il senso di individuare i processi qualitativi per come si delineano a una osservazione attenta e interessata?

Potrebbe essere questo, “in nuce”, un elemento del Nuovo Ordine Mondiale con baricentro in Russia, Cina e nei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni e non le hanno sostenute.

Il debito estero russo verso i paesi “ostili” ammonta a 49 miliardi dollari. A questo va aggiunto il debito privato che è di molto superiore (non ne conosco l’ammontare. Ho letto di 150 – 200 miliardi di dollari), con ampio flusso cedolare che coinvolge principalmente Gazprom e Rosneft. Per il servizio del debito estero teoricamente basterebbe alla Russia il 13% delle riserve denominate in yuan, ma ovviamente ora più che mai esse sono strategiche per mantenere aperto un legame tra la Russia e il resto del mondo. Un utilizzo delle riserve significherebbe dirottare le entrate energetiche (un miliardo di euro al giorno) per il servizio del debito anziché per l’acquisto di risorse necessarie all’economia russa. E questo sarebbe un controsenso. Da qui la battaglia quasi completamente vinta dalla Russia per il pagamento del gas in rubli (fanno eccezione Olanda, Danimarca, Polonia, Finlandia e Bulgaria, alle quali le forniture sono state sospese).

Le sanzioni imposte alla Russia dagli USA, in un primo momento erano accompagnate da una serie di “licenze generali” che hanno consentito lo svolgimento di transazioni altrimenti vietate. La licenza “9c” ha permesso ai russi, a marzo, di utilizzare i fondi in dollari del Ministero delle Finanze presso la banca J.P. Morgan di New York e trasferirli ai creditori. Si trattava di titoli a scadenza e cedole su obbligazioni. A inizio aprile il provvedimento di “licenza” veniva modificato dagli USA e i conti venivano definitivamente bloccati. Giungevano a scadenza a fine aprile un eurobond denominato in dollari e un coupon su obbligazione con scadenza aprile 2042, per un totale di 649,2 milioni di dollari. Il rischio di default era evidente con tutte le sue conseguenze (assai prolungato e definitivo non accesso ai mercati, difficoltà estrema di rifinanziamento, suoi costi esorbitanti, diventare un “paria” della comunità finanziaria oltre l’inaccettabilità politica per la Russia dell’insolvenza “coattiva”).

In questa circostanza la Russia ha utilizzato, per pagare, i conti della società finanziaria “Dom. R F” non sottoposta a sanzioni.

Tuttavia, la “licenza” è scaduta il 24 maggio scorso e non è stata rinnovata dagli USA. La Russia ha offerto il pagamento in anticipo sulla scadenza (27 maggio). Nulla da fare. Era stata tolta alla Russia la possibilità di pagare. Sta ora decorrendo il periodo di “comporto” di 30 giorni, decorso inutilmente il quale si sarà verificato l’“evento” default.

Intanto, nella concitazione delle prime settimane di guerra, era stato permesso a fondi ed hedge, statunitensi e non solo, di portare a casa i soldi degli interessi e delle cedole su bond emessi dalla Banca Centrale russa, dal Fondo sovrano per gli investimenti e dal Ministero delle Finanze. L’“evento” default “artificiale”, provocato dagli USA, consentirebbe ai creditori, soprattutto statunitensi, di attivare i CDS.

“Abbiamo sia i soldi che il desiderio di effettuare i pagamenti”, ha dichiarato a fine maggio il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. E questo vuole esserci impedito. “Poiché la mancata estensione della licenza ci rende impossibile rispettare il servizio del debito in dollari, i pagamenti saranno effettuati nella valuta russa”, con la possibilità di convertirla in un secondo momento nella valuta di partenza dell’emissione utilizzando un Istituto finanziario russo come agente di pagamento.

Tuttavia, con l’ultimo pacchetto di sanzioni adottate formalmente il 3 giugno scorso (quelle della sesta tornata), l’UE si è perfettamente allineata agli USA. “[Si tratta] di una decisione che avvicina ulteriormente la Russia al default, malgrado la determinazione del governo [russo] di rispettare gli impegni presi […]. Bruxelles ha infatti aggiunto alla lista di individui e organizzazioni sanzionate il National Settlement Depository, organismo a cui il Ministero delle Finanze russo contava di affidare i pagamenti sugli eurobond in scadenza, comprese due emissioni che Mosca ha cercato di rimborsare entro il 27 maggio scorso. Pagamenti bloccati, tuttavia: al termine del periodo di grazia, a fine giugno, scatterà il default” (“Il Sole 24 Ore” del 4 giugno scorso).

Grande soddisfazione della finanza statunitense ed europea aver impedito il pagamento a un debitore che ha fatto tutto il possibile per pagare.

Ma questo perché? Torniamo ai CDS.

Si può dire che le due deroghe avevano fatto lievitare i CDS sulle obbligazioni e permesso ai possessori statunitensi ed europei di incassare cedole e capitale e poi garantirsi e attivare la protezione.

Cosa sono i CDS? Il “credit default swap” (CDS) è uno swap, cioè uno strumento derivato, che ha la funzione di trasferire il rischio di credito, cioè il rischio di insolvenza. È il più comune dei derivati creditizi, quello che il megafinanziere Warren Buffet, proprietario di una pluralità di fondi, hedge e quant’altro, chiamò “l’arma di distruzione di massa” della finanza.

Lo schema di base di un CDS è il seguente: un investitore A vanta un credito nei confronti di una controparte debitrice B e vuole proteggersi dal rischio che B non paghi e il credito diventi inesigibile. A tal fine si rivolge a una terza parte C, disposta ad accollarsi tale rischio. C agisce come se fosse una assicurazione, e nel gergo tecnico è definito “protection seller” ovvero “venditore di protezione”.

La parte A (protection buyer) si impegna a versare a C un importo periodico il cui ammontare è il prezzo della copertura. In cambio di tale flusso di cassa, il venditore di protezione C (di solito una banca, una società finanziaria, un buyer) si impegna a rimborsare ad A il valore nominale del titolo di credito nel caso in cui il debitore B diventi insolvente (evento definito “credit default”).

Lo stesso discorso vale per il mancato pagamento di cedole e/o interessi. I CDS, nati per scambiare protezione come avviene per le valute o le materie prime, sono utilizzabili, come ogni derivato, soprattutto per scopi speculativi, e tale era fin dall’inizio lo scopo della banca d’affari J. P. Morgan, che li creò nei primi anni Novanta.

Nel mercato dei CDS è pratica comune che si possa speculare comprando protezione dal rischio pur non avendo nulla da proteggere, ma aspettandosi che il rischio aumenti, magari esagerandolo o addirittura costruendolo artificialmente e dunque la protezione acquistata valga man mano di più. I CDS si comprano nei mercati “over the counter” (OTC), mercati paralleli fuori borsa che rappresentano una fetta importante degli scambi finanziari alternativi alle borse ufficiali. Tali mercati sono gestiti da un’associazione privata chiamata ISDA (International Swaps and Derivatives Association), con più di 800 aderenti (banche, assicurazioni, società finanziarie, governi, enti sovranazionali). Tale associazione è fuori da ogni controllo politico.

I CDS sulla Russia, sull’onda delle reiterate dichiarazioni dei media e sulle cattive notizie propalate riguardanti il pagamento, sono cresciuti di valore. La parte A, a questo punto, potrà rivendere i CDS sul mercato OTC prima della loro naturale scadenza, lucrando la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Oppure può acquistare il “sottostante”, cioè i titoli garantiti, per esempio BTP, pagandoli però meno, perché le voci o le dichiarazioni di imminente default dell’ente debitore ne hanno svilito il prezzo (per esempio 40 su 100 di nominale rimborsabile). Ma poi appunto, essendo garantito il nominale, una volta avvenuto il default, A riceverà dal “protection seller” l’intero, nel nostro caso 100. Anche se non è il caso della Russia, il cui default, se ci sarà, sarà causato da un atto arbitrario e illegale, le speculazioni per esempio sul debito sovrano di un Paese, possono accelerare, come è accaduto molte volte in passato, la crisi del paese stesso e il suo tracollo, alla maniera di una profezia autoavverantesi.

Ciò, su scala assai larga, è avvenuto con il default del debito sovrano greco.

Ai possessori dei CDS, soprattutto le grandi istituzioni finanziarie, è stata destinata una parte significativa dei prestiti della famigerata “troika” (BCE, FMI, UE), finalizzata al rimborso dei titoli garantiti.

Regista di tale operazione fu, come è noto, l’allora governatore della BCE Mario Draghi, mentre vittima della stessa fu la gran parte della popolazione greca, portata alla fame.

Firenze, 13 giugno 2022 Raffaele Picarelli

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