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Memoria/Paolo Cinanni: “L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE” (Gennaio 1980)

L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE

Col passaggio dalla meccanizzazione all’automazione del processo produttivo muta il carattere dell’emigrazione. La battaglia per la conquista dei diritti.

di Paolo Cinanni

 

Nel corso della storia dell’umanità, il fenomeno migratorio rappresenta sempre un fattore di progresso per i paesi d’immigrazione, che si adegua man mano alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive.

Dalla primitiva emigrazione coloniale, si passa alle ferme caratteristiche dell’emigrazione operaia più recente, sino ai nostri giorni, in cui l’immigrazione viene man mano adeguandosi al nuovo processo di decentramento produttivo, assumendo anch’essa forme nuove.

La primitiva emigrazione di coloni era diretta verso paesi e regioni scarsamente popolate, per la messa in coltura di nuove terre e per la trasformazione progressiva delle colture estensive in colture intensive specializzate, con la promozione di un nuovo mercato, che crea le premesse medesime per lo sviluppo dei primi processi d’industrializzazione.

A cominciare dal Nord-America, negli ultimi decenni del secolo scorso, la primitiva immigrazione viene perciò stesso trasformandosi: grandi masse di forza-lavoro, e fra queste i lavoratori immigrati, vengono concentrati nei grandi agglomerati urbani ove si sviluppa la grande produzione industriale. L’immigrato si trasforma, quindi, da contadino in operaio, concorrendo – col suo contributo aggiuntivo di lavoro produttivo – allo sviluppo accelerato dell’economia del paese ospite, fornendo al capitale stesso un supervalore crescente, che ne accelera la riproduzione e l’espansione del suo potere sui mercati mondiali.

Questa supremazia economica e finanziaria del capitale dei paesi industrializzati sui mercati mondiali si trasforma presto in potere politico e dominio imperialistico sugli altri paesi del mondo. Continua a leggere

Draghi al volante: il pilota automatico è in riparazione

di Gianni Giovannelli

Dopo la caduta di Giuseppe Conte si sono scatenate violente risse fra i diversi gruppi parlamentari rendendo quasi impossibile la formazione di un nuovo governo. Per ripristinare l’ordine, munito di bastone e di carota, è arrivato il capo-banca

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Il 7 marzo 2013, a conclusione della seduta del consiglio BCE, durante la consueta conferenza stampa nella sala di EuroTower, Mario Draghi ebbe a commentare i risultati delle elezioni appena svolte in Italia, senza alcuna maggioranza certa. Il 5 agosto 2011, a quattro mani con il suo predecessore Trichet, il nuovo presidente aveva indirizzato al presidente del consiglio Silvio Berlusconi una lettera segreta per imporre non solo profonde modifiche della legislazione giuslavoristica italiana ma anche l’inserimento nella Carta Costituzionale del principio di pareggio del bilancio, minacciando in ipotesi di diniego la cancellazione degli aiuti economici europei. Come noto tutti i partiti si erano piegati, approvando in tempo record, quasi all’unanimità e senza referendum confermativi, la norma che impediva qualsiasi investimento pubblico futuro, ove questo determinasse un incremento del passivo.

Il pilota automatico

Dopo aver così constatato la fragilità del ceto politico italiano Mario Draghi non esitò ad affermare, con voce pacata ma con  insolente sicurezza, che le elezioni impressionano solo i partiti e i giornalisti, non i mercati; dunque si dichiarò certo che l’Italia avrebbe proseguito il cammino di riforme tracciato dalla BCE, a prescindere da chi avrebbe costituito la compagine governativa. A decidere la via dell’esecutivo in formazione, quale che fosse, era infatti, ormai, un pilota automatico: non ci potevano essere ostacoli o deviazioni. Bisogna riconoscere che l’immagine del pilota automatico rendeva (rende) perfettamente l’idea di quelli che erano (sono) i rapporti di forza e gli equilibri di potere; in ogni caso la successione degli eventi gli diede perfettamente ragione.

Fra il 2013 e il 2018, infatti, le due Camere smantellarono l’intera architettura dei diritti conquistati dai lavoratori, a prezzo di durissime lotte, nel secolo scorso; l’opera iniziata dalla coppia Monti-Fornero (su richiesta della BCE guidata da Draghi) proseguì con Matteo Renzi. Il pacchetto di Decreti Legislativi (il c.d. Jobs Act) autorizzati a larga maggioranza parlamentare ebbero il pieno consenso dell’attuale gruppo interno alla componente di sinistra L&U, ovvero Articolo 1 di Bersani/Speranza, e perfino il voto dell’icona Mario Tronti. Solo la severa sconfitta del Partito Democratico al referendum costituzionale (dicembre 2016) determinò una scomposizione del quadro politico, una crisi delle alleanze acuita dalla contestuale crescita di consensi per la componente sovranista (di destra: Meloni e Salvini). Ma il pilota automatico (in piena funzione pure nel curioso mosaico del governo Gentiloni) continuava ad assicurare il mantenimento della rotta. Nel quinquennio 2013-2018 Mario Draghi, saldo al vertice della BCE, fu il vero indiscusso artefice di un formidabile consolidamento delle privatizzazioni, in particolare nei settori chiave della telefonia, dell’energia, delle banche, delle assicurazioni; in un breve volgere di tempo è radicalmente mutato il sistema-paese.

Mario Draghi

Draghi nacque a Roma nel 1947, durante il IV governo De Gasperi, e questo pare già un segno del destino; per ottenere i fondi del Piano Marshall i comunisti erano stati necessariamente collocati per la prima volta all’opposizione, pur restando costruttivi e partecipi. Il padre, Carlo, era entrato in Banca d’Italia nel 1922, legandosi a Donato Menichella, l’uomo che diresse l’IRI fra il 1936 e il 1944 e poi la Banca d’Italia nel 1946, su indicazione di Luigi Einaudi. Terminato il liceo dei gesuiti romani (il prestigioso Massimiliano Massimo)  e conseguita la laurea alla Sapienza, Draghi, già nel 1971, fu ammesso al Massachussets Institute of Technology su segnalazione (nientemeno!) di Modigliani; nel 1981, a 34 anni, era già ordinario all’Università di Firenze (cattedra di economia e politica monetaria). Goria, ministro del tesoro, lo fece suo consigliere già nel 1983 e questo fu il primo passo in politica di questo giovane ambizioso e brillante, direttore esecutivo della Banca Mondiale fra il 1984 e il 1990. Per nulla al mondo un uomo simile si sarebbe tenuto lontano dalle stanze del governo; anzi! Fra il 1991 e il 2001, quale direttore generale del Ministero del Tesoro (e indifferente al cambio dei ministri temporaneamente in carica) fu il grande regista della prima vasta opera di privatizzazione delle compagnie di stato. La rivoluzionaria normativa in materia di intermediazione finanziaria fu varata in base ad una legge delega, a mezzo di un decreto legislativo, n. 58/1998; dal nome di chi aveva redatto il testo si chiama legge Draghi. Proprio per la lunga esperienza acquisita dentro il ministero e dentro il palazzo della politica fu chiamato in Goldman Sachs, con una funzione apicale, curando in particolare i derivati. Ci rimase per quasi quattro anni, nell’ultimo biennio quale membro del Comitato Esecutivo. Nel 2016 è poi arrivato Barroso, sempre dall’Unione Europea. Poiché era stata proprio Goldman Sachs a riempire la Grecia dei prodotti derivati che causarono il tracollo di quel paese scoppiarono accese polemiche, con accuse di conflitto d’interesse; ma il professor Draghi chiarì – con calma e con garbo – di essere estraneo a quel cattivo affare, la Grecia lo aveva fatto nel 2011,dunque  prima del suo arrivo. E accettò, dopo lo scandalo detto Bancopoli, la proposta di Silvio Berlusconi sostituendo Fazio al vertice della Banca d’Italia, nel dicembre 2005. L’investimento in Goldman Sachs fu affidato al fondo cieco Serena insieme al resto del patrimonio mobiliare; e possiamo naturalmente essere certi che da allora Mario Draghi non ne abbia saputo più nulla, salvo un periodico esame dei riepiloghi inviati dai funzionari del blind trust.  Il resto è storia recente: dal novembre 2011 fino alla scadenza del mandato nel 2019 rimase al vertice della BCE, per poi recarsi in Umbria. L’unico in famiglia a occuparsi di derivati è Giacomo, suo figlio, prima in Morgan Stanley e ora con Hedge LMR (ex trader di UBS). La cronaca giornalistica ci riferisce che da molti mesi il banchiere vive appartato in un borgo umbro, Città della Pieve, con la moglie e un cane bracco ungherese (si chiamerà Orban?), dedito all’ozio e alla lettura; per rispetto non si accenna a quel che mangia e a quanto beve, ma lo presentano come uno sfaccendato a riposo.

Il cambio di passo

La realtà è tuttavia un’altra. Mario Draghi è il vicepresidente del Gruppo dei Trenta (G30), l’organismo creato nel 1978 per iniziativa di Geoffrey Bell, presidente onorario ancora oggi, con il finanziamento della Fondazione Rockfeller. I membri – non più di 30 complessivamente – vengono dai più diversi paesi e rappresentano i diversi possibili punti di vista del moderno capitalismo finanziarizzato e tecnologico; sono economisti, governatori delle banche centrali, ministri del tesoro, una pattuglia scelta incaricata di predisporre consigli a tutti i governi del mondo per mezzo di periodici rapporti. Ne fanno parte Jean Claude Trichet (il vecchio socio della lettera segreta), il neo ministro del tesoro americano Janet Yellen, il governatore cinese della Banca del Popolo Yi Gang, lo spagnolo Caruana, l’israeliano Frenkel, e così via. Incaricato dal G30 di procedere alla redazione del rapporto ai governi del mondo sul rapporto economia/pandemia è stato assegnato proprio al nostro sfaccendato banchiere, insieme a Raguram Raiaw; fu presentato in conferenza stampa il 16 dicembre 2020, quando ormai la crisi di governo faceva capolino. E se incaricò naturalmente, in assenza del fido bracco ungherese rimasto a Pieve della Città, il nostro nuovo presidente del consiglio. Con lui c’erano Victoria Ivashina (proveniente dal Kazakistan, ma ormai brillantemente insediata ad Harward) e Douglas Elliot, entrambi in piena sintonia. Proprio a riposo non doveva essere.

Il rapporto è di grande interesse, pur se ignorato dai commentatori italiani, i quali preferivano occuparsi di questioni più alla loro portata, come il colore degli abiti della sindacalista Bellanova o il disagio del dissidente Di Battista, riducendo le ragioni della crisi alle grottesche liti di cortile fra le bande di maggioranza e minoranza.

Draghi e Raiaw  riprendono, rielaborandoli e adeguandoli alla fase, alcuni spunti di Joseph Schumpeter sul c.d. modello dinamico, a fronte di un oggettivo mutamento delle modalità organizzative del complessivo processo di produzione e profitto. La gigantesca trasformazione originata dalla spinta di continue innovazioni è entrata in contatto con le conseguenze legate alla pandemia; i giuristi potrebbero ricondurre il corona virus nell’ambito del danno evento , contemporaneamente causa ed effetto, senza necessità di ulteriori dimostrazioni. Certamente vi è stata una sinergia che ha moltiplicato geometricamente sia le perdite sia i profitti, le ricchezze e le povertà. Quasi rifacendosi al nostro Christian Marazzi il G30 sembra evocare una sorta di comunismo del capitale per rimediare, almeno nell’immediatezza, alle crepe dell’attuale meccanismo, e assicurare continuità in questo passaggio.

Il flusso delle merci immateriali impone un cambio di passo, qui e ora, al nuovo capitalismo; la pandemia ha evidenziato come l’ipotesi di una sostituzione graduale del vecchio assetto sia ormai insufficiente. Nel 2011 la scelta era stata quella di utilizzare l’austerità e il pareggio di bilancio per smantellare l’impianto tradizionale di welfare  laburista-popolare in tutti gli stati dell’Unione Europea, di far pagare il costo della crisi finanziaria ai lavoratori stabilizzati, di agevolare, imponendolo, l’introduzione di una condizione precaria generalizzata perché più adeguata alle esigenze di profitto. Dunque si diede corso al taglio di personale pubblico, alla privatizzazione dell’istruzione e della sanità, al contenimento della spesa; il pareggio di bilancio, invocato da strutture statali in deficit istituzionale permanente, costituiva una manovra tutta politica di attacco funzionale al processo di sussunzione da realizzare nella fase di transizione. Nel 2020, dopo il susseguirsi di crepe e di crisi, cambia il programma; si torna all’utilizzo dell’indebitamento per investire, per sanare i guasti, per consolidare il cambiamento e tenere fermi i nuovi rapporti di forza conseguiti dal capitale durante lo scontro sociale in atto.

In forme diverse, negli ultimi anni, si è sviluppata una scomposizione del quadro politico tradizionale, una ripartizione del consenso elettorale così variegata da rendere difficile qualsiasi sintesi, anche per i troppo frequenti cambi di sentiment in territori regionalizzati e quasi atomizzati. Il prepotente ingresso sulla scena di movimenti nazionalisti, di componenti apertamente reazionarie e xenofobe, perfino di violenti scontri motivati con richiami alla religione, tutto ciò ha creato qualche intoppo nel funzionamento del pilota automatico; nei singoli stati la risoluzione delle difficoltà ha richiesto una certa dose di creatività, diversificandosi in Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, Polonia, Italia (fra le esperienze indubbiamente più fantasiose, come di consueto siamo un laboratorio). La pandemia ha acuito i problemi; non ci si può stupire che nella cabina di regia non si siano limitati alla strategia di contenimento, ma abbiano deciso di usarla. Seize the opportunity! Specie dopo aver deliberato la spesa, l’investimento allo scoperto di cassa, la scelta di un deficit.

La distruzione creatrice. Il progetto del Group of Thirty

Rielaborando Schumpeter il rapporto stilato da Mario Draghi e presentato il 16 dicembre 2020 si fonda su una vera e propria distruzione creativa, capace di calarsi nella fase attuale di crisi e trasformazione per costruire un nuovo diverso equilibrio con i fondi stanziati. In questa situazione a ben poco servono elezioni; tanto la soluzione sarebbe la stessa a prescindere dall’esito. Il povero Tsipras vinse ampiamente il suo referendum, ma gli servì a nulla; le condizioni non erano trattabili, o le accettava o lo facevano quadrato. Si arrese a Mario Draghi inteso come male minore.

Il progetto di distruzione creativa non prevede affatto di conservare o ripristinare il precedente status quo ante. Le attuali regole sono assai chiare, come ebbe ad esporre l’attuale direttore del Tesoro Alessandro Rivera: i fondi vanno a chi possa presentare un fatturato pregresso di almeno 50 milioni, non sia in stato di oggettiva decozione, intenda investire almeno 100 milioni in un tempo preciso. L’ingresso della parte pubblica gioca un ruolo primario, a garanzia delle banche, con il fine di preservarle dai rischi connessi ai finanziamenti andati a vuoto; quindi (ma è cosa diversa dalla vecchia IRI di Beneduce e Menichella) lo Stato entra direttamente in partita per controllare  il complessivo meccanismo. Con buona pace dei nostalgici legati alla manifattura il progetto Draghi (e del G30) non teme affatto il rischio di un incremento della disoccupazione; si lascia anzi intendere che non si debbano sprecare risorse per il salvataggio di imprese che non appaiano capaci di assicurare la loro sopravvivenza al termine della pandemia. La distruzione riguarda proprio loro, senza alcun senso di colpa e senza ripensamenti. L’idea forza sta nel ritenere che solo procedendo in questa maniera potranno emergere nuove possibilità di accesso al lavoro e al reddito (Draghi è persona garbata, non lo chiama accesso allo sfruttamento). E’ questa una concezione di taglio palesemente sviluppista che vede le nuove tecnologie (digitalizzazione) e la trasformazione ecologica (il tema ambientale) tutte piegate alle esigenze del nuovo capitalismo finanziario e informatico. Dentro questo schema non si consuma solo il tradizionale conflitto fra operai e capitale ma prevede anche una inevitabile resa dei conti all’interno delle strutture d’impresa.

Il governo di unità nazionale

Pandemia e inadeguatezza del ceto politico rendono necessario il tagliando e il pilota automatico è momentaneamente in officina per interventi di manutenzione. Nelle more il suo inventore, Mario Draghi, si è messo al volante per evitare incidenti di percorso. Persona decisa, ma al tempo stesso prudente, ha accettato l’incarico solo dopo aver ottenuto l’adesione di quasi tutto lo schieramento politico, da destra a sinistra, con la sola opposizione, naturalmente serena e costruttiva, della ex-fascista Giorgia Meloni, che così garantisce il contraddittorio e la dialettica parlamentare.

Dopo Ciampi, Dini e Monti la Banca d’Italia si incarica di mandare i suoi funzionari al governo di unità nazionale. Questa volta ci siamo risparmiati le lacrime comuniste che avevano accompagnato il voto di fiducia a Dini, il ministro Speranza (pure lui laureato alla LUISS peraltro) è rimasto al suo posto senza necessità di un pianto dirotto. Siamo ben oltre la maggioranza Ursula, aveva ragione la cattolica Victoria Ivashina (Pontifical Catholic of Perù prima di Harward) nel ritenere che Mario Draghi avrebbe portato a termine la missione, tenendo incollate tutte le forze litigiose delle due camere. Giustizia e lavoro si caratterizzano per nomine sostanzialmente interlocutorie. Orlando è stato ministro durante il Jobs Act, ma varò anche le norme penali sul caporalato; è certo più gradito a Confindustria della Catalfo, ma non è neppure totalmente un forcaiolo. Cartabia è una cattolica un po’ bacchettona (non si è mai rassegnata all’introduzione dell’aborto) ma non è priva di sensibilità sociale. Scuola e ricerca sembrano procedere con cautela, senza scossoni probabilmente, a giudicare dai prescelti. Il ritmo del nuovo esecutivo appare chiaro guardando le nomine legate alla spesa: Colao, Franco, Giovannini, Garofoli, Cingolani sono una squadra di tecnocrati guardinghi e collaudati, in piena sintonia con il rapporto del G30 e con lo stile di Draghi. I politici, siano essi leghisti pentastellati o democratici, si adegueranno, accontentandosi di una percentuale, esattamente come se fosse ancora in funzione il pilota automatico. E i giornalisti come Fubini o Buccini eviteranno accuratamente di misurarsi sul tema spinoso delle imprese da finanziare o abbattere, limitandosi come sempre a dissertare di spread, di Mes, di nulla, scrivendo qualsiasi cosa purché a pagamento. Il bracco ungherese può passeggiare tranquillo nel parco privato di Pieve della Città.

 

 

FONTE: http://effimera.org/draghi-al-volante-il-pilota-automatico-e-in-riparazione-di-gianni-giovannelli/

TOMASO MONTANARI: Ti piace il presidente Draghi?»: «No. Non mi piace»

di Tomaso Montanari

Si può ritenere che la gestione della crisi sia stata, a tratti, opaca? Per esempio, nel colpo di scena (evidentemente non tale per tutti) per cui le Camere in nessun caso sarebbero state sciolte? Si può dissentire, anche radicalmente, dal Presidente della Repubblica, sostenendo che la scelta di Draghi sia non già un balsamo, ma invece un serio vulnus, per la nostra democrazia? Si può mettere in dubbio lo status messianico del Presidente del consiglio incaricato, ricordando che la sua intera carriera e il suo operato pendono dalla parte di chi ha reso il nostro mondo ciò che è (e cioè mostruosamente ingiusto, e diseguale), e non dalla parte di chi ha provato a migliorarlo? Si può auspicare, infine, che qualcuno, in Parlamento, abbia sufficiente autonomia politica e morale per «disobbedire al presidente Mattarella» (magari per non governare coi fascisti), questa inimmaginabile condotta da reprobi? Continua a leggere

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La dinamica macroeconomica recente dei Territori Palestinesi

Accertate le considerevoli differenze che sussistono tra le due entità geografiche che li compongono, potrebbe fornire un quadro fuorviante procedere all’analisi economica e sociale dei Territori Palestinesi nel suo complesso; riteniamo pertanto più significativo procedere, sin dove la disponibilità dei dati lo consente, alla disamina della situazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in modo disaggregato. Continua a leggere

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione.

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela

Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

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Un governo che non ci rappresenta

di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

Mentre scriviamo non conosciamo l’esito della crisi. Possiamo comunque fare alcune considerazioni. Ignorando l’articolo 94 della Costituzione, si sono provocate le dimissioni di un governo che aveva ricevuto la fiducia delle Camere. Merito del cinico disegno politico di Renzi d’Arabia, che aveva l’obiettivo – fin qui raggiunto – di rompere l’alleanza Pd-5 Stelle-Leu per consegnare la gestione del Recovery Plan alla destra, o comunque a un governo più prono ai desiderata di Confindustria e della finanza internazionale.

Il presidente della Repubblica ha incaricato Mario Draghi, sulla cui investitura era in corso da mesi una ben congegnata campagna mediatica. Il governo “che non debba identificarsi con alcuna formula politica” richiama a tutti noi l’esperienza ben nota del governo Monti. Per tutti i lavoratori il governo Monti è stato quello della controriforma Fornero. Sono ancora sanguinanti le dolorose ferite lasciate da quella infausta stagione tra lavoratori e pensionati, e nello stesso rapporto di fiducia non solo verso i partiti ma anche verso il sindacato.

In una democrazia parlamentare non esiste un governo “tecnico”. I governi sono sempre politici, votati in Parlamento. Qualsiasi governo interviene con scelte politiche, economiche e sociali che hanno un indirizzo e fanno riferimento a determinati interessi.

A noi spetta il dovere di mantenere forte la nostra autonomia con un costante richiamo alle nostre proposte, elaborazioni strategiche, piattaforme, e alle nostre scelte congressuali. Ma soprattutto alla nostra idea di società e di futuro, al bisogno di radicale discontinuità dal passato. Di richiamarci costantemente agli interessi di parte che rappresentiamo, e ai bisogni e diritti del mondo del lavoro.

Ci sottraiamo al coro assordante del “viva re Draghi”,“salvatore della patria”. Un coro ideologico e ipocrita che sovrasta e omologa tutto e tutti, e che abbiamo già conosciuto in passato con Ciampi, Dini e Monti. Abbiamo una sana diffidenza, anche perché non dimentichiamo che Draghi, tra l’altro, è stato fra i padri ideologici della stagione delle privatizzazioni, un convinto liberista e uomo designato dalla grande finanza internazionale.

Tutti i governi guidati da “tecnici” – dal governatore Ciampi con le politiche fallimentari dei redditi e gli accordi di concertazione, a Dini fino a Monti – si sono rivelati governi che hanno favorito il capitale, l’impresa e il profitto. Il mondo del lavoro, i ceti meno abbienti, le donne e i giovani, con i governi di “unità nazionale”, “del presidente” o dei cosiddetti “tecnici”, hanno sempre pagato le crisi economiche e politiche di questo Paese.

Siamo in una crisi di sistema e della rappresentanza, e non possiamo permetterci di alimentarla con un governo che non dovrebbe identificarsi “con alcuna formula politica”. I partiti, il Parlamento, le istituzioni rappresentative sarebbero svuotate e la politica, già poco rappresentativa e lontana dal paese vivo e reale, darebbe spazio nel sentire comune all’idea fallace che per uscire dalla crisi ci vuole un governo “dei tecnici”, guidato da un uomo forte.

Noi non la pensiamo così. Non ci arrendiamo al presente. Saranno il Parlamento e le forze politiche a decidere. Ma il sindacato non può dare carta bianca a nessuno. Siamo consapevoli che il ricorso alle urne potrebbe essere un salto nel buio, ma il voto è un diritto costituzionale del popolo sovrano, da esercitare quando non si trovano le possibili soluzioni politiche.

E’ bene ricordare alle forze politiche progressiste e di sinistra che il loro futuro – e il loro consenso, anche elettorale – si gioca oggi dentro a questa crisi, su chi la pagherà, su come se ne uscirà e se saranno fatti quegli interventi radicali che segnino il cambiamento necessario al Paese, al mondo del lavoro e dei pensionati.

Il futuro governo si aprirà a destra, parlerà con più attenzione ai poteri forti del Paese, Confindustria in testa, e guarderà ai bisogni del mercato, agli interessi della grande e piccola finanza, muovendosi nel solco liberista. Dobbiamo mantenere la nostra autonomia, e mobilitarci per quanto abbiamo definito e convenuto con le lavoratrici, i lavoratori e i pensionati.

Avevamo già avvertito, facili profeti, che nella situazione data un nuovo governo sarebbe stato in ogni caso un governo spostato a destra. Ancora una volta, alla crisi politica del Paese, una classe dirigente che si identifica negli interessi dei capitalisti e della finanza vuole rispondere con una politica che ignora – se non come pretesto – i drammi di milioni di cittadini poveri (5 milioni) o impoveriti (8 milioni); la paura per il futuro di centinaia di migliaia di lavoratori che rischiano il posto di lavoro; il dramma quotidiano di chi si arrabatta tra lavoro nero e precarietà. Mentre incombe ancora un’epidemia che non si riesce a tenere sotto controllo e a sconfiggere, e stenta a decollare la campagna di vaccinazione.

Come con Monti, si individua in un “tecnico” del sistema finanziario il garante non dei diritti ma della stabilità. Invece di ricostruire un sistema pensionistico solidale e che guardi ai giovani e ai discontinui, si abolirebbe “quota 100” senza istituire un equo sistema di pensionamento flessibile; invece di riformare ed estendere il reddito di cittadinanza, costruire un sistema universale di ammortizzatori sociali e ridare vigore al collocamento pubblico, si cercherebbe di ridurne la portata e di lasciare mano libera alle imprese, come puntualmente preteso da Confindustria. Invece di una patrimoniale si vorranno tagliare indistintamente tasse e contributi, tornando alla logica di meno Stato e più mercato.

La Cgil si troverà dinanzi a un governo con il quale sarà più difficile ottenere quanto indicato nelle nostre piattaforme: la necessità assoluta di discontinuità e cambiamento. Purtroppo le sorti del governo non sono nelle mani del movimento operaio. Non ci sono in Parlamento forze politiche che mettano al centro della loro politica gli interessi materiali, il punto di vista, le aspirazioni sociali di quanti vivono del proprio lavoro. E’ il prodotto, grave, della crisi di quella che fu la sinistra italiana con i suoi partiti di massa.

Il sindacato confederale, con il suo radicamento sociale, il peso organizzativo, il suo apparato di migliaia di funzionari nelle strutture sindacali e nei servizi, la rete di decine di migliaia di delegati, è tutto ciò che resta di vivo e operante di quella storia. L’unico modo di stare dentro la crisi della politica, per la Cgil, è di tenersi forte la propria autonomia, rifuggendo dal richiamo – avanzato da più parti – a nuovi patti “sociali” o concertativi. Tutt’altro della conquista del necessario confronto per imporre che il Piano di ripresa e resilienza contenga obiettivi chiari e verificabili di nuova occupazione, stabile e di qualità, prima di tutto grazie all’intervento diretto pubblico nei settori strategici, nella riconversione ecologica, e nella pubblica amministrazione.

Proroga del blocco dei licenziamenti e degli sfratti, ammortizzatori universali, contratti di lavoro, riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, nel quadro delineato dal Piano del Lavoro e dalla Carta dei Diritti, da tempo proposti dalla Cgil, sono i terreni su cui la nostra confederazione deve misurare qualsiasi governo, mettendo subito in campo – nonostante le difficoltà dovute alla pandemia – i necessari livelli di mobilitazione e conflitto.

Saremo giudicati – come sempre – per la nostra capacità e coerenza nel rappresentare i bisogni e i diritti di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, giovani precari e in cerca di lavoro. Con il senso di responsabilità di un sindacato generale che guarda al bene comune a partire dalle persone che rappresenta, che sono l’asse portante della democrazia e del benessere del Paese.

 

Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo

di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Elezioni in Ecuador: emergono gli indigeni.

Alle presidenziali si profila un ballottaggio fra il candidato correista Arauz e l’indigeno Yaku Perez. Alle legislative avanza Pachakutik espressione della Conaie

Domenica 7 febbraio in Ecuador si sono svolte sia le elezioni Presidenziali sia le parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, oltre a quelle per l’elezione dei 5 membri del parlamento indigeno, in un clima di grande attesa e partecipazione. In base ai dati ufficiali trasmessi dal Cne (Consiglio Nazionale Elettorale) dell’Ecuador, come previsto l’affluenza è risultata molto elevata, ben 81,24%, a testimonianza della percezione dell’importanza di questa doppia tornata elettorale, soprattutto per le presidenziali. Continua a leggere

Matilde e le suore cabriniane di Matiguàs (Nicaragua)

di Marco Consolo

Non avevo idea che quel viaggio avrebbe cambiato la mia vita, per sempre. Correva l’anno 1983, avevo 25 anni. Conoscevo qualcosa dell’Europa, percorsa in lungo e largo con l’autostop e i viaggi in Vespa. Ma il salto del otro lado del charco mi avrebbe aperto un continente e la sua storia. La tragedia e l’allegria del tentativo di riscatto sociale di milioni di esseri umani, che iniziavo a conoscere.

Io venivo dal movimento studentesco, poi dai collettivi di quartiere, dalla cosiddetta sinistra extra-parlamentare italiana. Ero un giovane comunista eterodosso. Nonostante tutto un “mangia-preti”, come scherzosamente ci si chiamava. In quanto a religione cattolica, a Roma conoscevamo l’opulenza vaticana, la contraddizione tra il verbo e l’azione ed eravamo molto critici verso le gerarchie ed i loro dogmi di fede. Certo, anche in Italia avevamo avuto la nostra “teologia della liberazione”, l’esperienza dei “preti operai”, dei “preti di periferia”, di gruppi come “Cristiani per il socialismo” che, proprio a Roma, avevano un loro punto di riferimento importante nella Basilica di San Paolo. Alcuni dei giovani (e meno giovani) con cui militavo venivano da quell’esperienza, ma non era il mio caso. Avevo passato la mia infanzia como “chirichetto”, ma mi ero allontanato dalla parrocchia e dalla Chiesa cattolica a 13 anni, quando avevo iniziato a frequentare il movimento studentesco e le periferie povere della città.

Certo, di America Latina mi occupavo da un po’. Ho ancora vivo il ricordo della folla immensa e silenziosa di uno sciopero degli studenti a Roma, il giorno del golpe di Pinochet in Cile. Era il 1973, un altro 11 settembre. E poi l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il dimenticato Perù, le tante facce degli esiliati che iniziai a frequentare. Un’umanità che è stata una scuola per molti, per curiosità intellettuale, passione politica e condivisione. Ma, come dicono in America Latina, “no es lo mismo verla venir, que hablar con ella….” .

Pochi anni dopo, il 19 luglio 1979 la guerriglia sandinista entrava a Managua, capitale del Nicaragua, rovesciando la sanguinaria dittatura della dinastia dei Somoza. Via via che il processo rivoluzionario si approfondiva, aumentavano le contraddizioni con i latifondisti e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Da subito, il Nicaragua si trasformò nel terreno di sanguinosa sperimentazione della nuova modalità della “guerra di bassa intensità” della Casabianca: embargo economico, accerchiamento diplomatico, guerra dell’informazione, aggressione militare, violenza e distruzione ne sono stati gli ingredienti.

A Roma entrai in contatto, quasi naturalmente, con l’Associazione Italia-Nicaragua (AIN) e da subito iniziai a dare una mano. L’AIN appoggiava la Rivoluzione Popolare Sandinista con solidarietà politica, con informazione su quello che accadeva nel Paese, con progetti di sviluppo e l’invio di aiuti materiali, con Brigate di lavoro composte da persone che volontariamente dedicavano il loro tempo e le loro vacanze per aiutare il popolo nicaraguense in maniera disinteressata.

Si parte…

Inicio - ARA Tours Nicaragua

E cosi nel dicembre del 1983, presi un volo per Managua. Atterrato, trovai una città senza centro, piena di rovine, fantasma di una città distrutta dal terremoto del ‘72 e dalla guerra di liberazione fino alla vittoria del 19 de Julio del ‘79.

Mi accolse una casa di un compagno nicaraguense che era stato in Italia.

Nella casa viveva anche una religiosa francese che lavorava nel Ministero della Riforma Agraria. La suora era stata compagna di Lèoni Duquet e Alice Dumond, due suore desaparecidas durante la dittatura militare in Argentina. Si chiamava Ivonne Pierrot, ed era dovuta  andare in esilio per salvare la pelle, travestita da nonnina su una sedia a rotelle. Molti anni dopo è tornata nel suo Paese, insieme alla democrazia. Mi hanno detto che era poi tornata in Argentina, nella provincia di Misiones, dando vita ad un ostello-rifugio in cui ha accolto i poveri e gli indigenti ed in cui ha fondato anche una scuola. Ivonne era (e sono certo che ancora lo è) una persona squisita e collaborava attivamente e con il massimo impegno, con il “processo sandinista”. Ci ha lasciati nel 2017.

Fu il primo impatto diretto con una suora “speciale”, lontana dai cliché che avevo conosciuto in Italia, quello dei religiosi abituati alla comoda vita dei nostri Paesi occidentali.

Con lei, girammo il Paese: mi fece conoscere las bananeras y algodoneras de Chinandega, las haciendas ganaderas di Rivas, tutte passate ad essere “Area de Propriedad del Pueblo” , come si chiamavano le aziende statali. E poi un giorno la suorina ci portò al Nord, al confine con l’Honduras, in piena zona di guerra.

Dopo ore di jeep e di strade di fango arrivammo a una finca, “La sorpresa”, tra i  cafetales che si estendevano a vista d’occhio del Nord di  Jinotega. Quella sera, in piena montagna, ricordo un “acto de solidaridad”  con i palestinesi, con la presenza di molti contadini della zona, sul piazzale dell’hacienda. Era il Nicaragua di quegli anni. Mi colpì molto, come los cafetales in fiore, uno spettacolo di rara bellezza.

Cafetales florecidos: fotografía de Café Hacienda Horizontes, Marsella - Tripadvisor

Dopo qualche settimana di andirivieni, di notti insonni per il caldo del tropico, di racconti, di orrore e di speranza (che a tratti mi parve quasi ingenua), avevo deciso che sarei tornato a vivere in Nicaragua, a echarle el hombro al proyecto, per “aiutare” ed imparare.

E così ho fatto, con l’entusiasmo e la ragione. Di ritorno in Italia, lavorai duramente un anno, come pittore edile,  “pintor de brocha gorda”, per mettere insieme qualche dollaro per i primi mesi, per non pesare sul Paese, trovare lavoro ed una sistemazione.

E alla fine di quell’anno ripresi l’aereo per il Nicaragua, questa volta con un biglietto di sola andata. Non avevo limiti di tempo, pensavo rimanere qualche mese, forse un anno. Non immaginavo che ci sarei rimasto 5 anni che avrebbero cambiato per sempre la mia vita.

Entre cristianismo y revoluciòn no hay contraddiciòn!! o…..

Sin la participaciòn de la mujer no hay revoluciòn!!

Così dicevano due slogan molto in voga. E non avrei mai pensato di viverlo così da vicino, dal di dentro.

Sono passati quasi 40 anni, ma quei ricordi sono indelebili.

En todos los tiempos - BARRICADA
Foto: Barricada

Managua, come città, non mi è mai piaciuta. E dopo qualche giorno dal mio arrivo, decisi che la capitale non faceva per me. Scalpitavo per andarmene.

Con amici della cooperazione italiana conobbi un loro progetto a Matiguás, nel Nord del Nicaragua, Dipartimento di Matagalpa. Era una zona difficile, di frontiera, e la cooperazione internazionale non operava con personale straniero, per i pericoli della guerra. Ma io non ero un cooperante, ero un giovane internazionalista, “comprometido” che aveva voglia di capire, di conoscere, di imparare, di crescere. Ero abbastanza curioso e volevo vivere da vicino la realtà rurale, e feci una scelta di cui non mi sono mai pentito.

Dopo pochi giorni ero arrampicato su un vecchio bus strapieno, tra galline e maialini diretto al Nord, verso questo paesino che sarebbe stata la mia prima “scuola rivoluzionaria”.

Matiguás sta in una pianura, en las primeras estribaciones de la cordillera dariense. Era un paesino di meno di 5000 abitanti. In quegli anni era zona peligrosa, di guerra, ma questo non bastò a fermarmi.

Sceso dal bus, chiesi indicazioni su come arrivare alla casa de “las monjas del pueblo”. La casa delle Misioneras del Sagrado Corazòn de Jesus, stava davanti al loro “Colegio”, un Istituto Tecnico a vocazione Agraria. Bussai alla porta e mi aprì Matilde, la hermana mayor della piccola comunità delle “cabriniane”. Non avevo lettere di presentazione, credenziali, né la raccomandazione di qualche gerarchia ecclesiastica. Nulla che, in qualche modo, mi accreditasse.

Ricordo ancora la faccia incredula di Matilde, di fronte a questo ragazzo, con una specie di zaino in spalla, che un po’ impacciato, in uno scarso spagnolo, cercava di spiegarle che aveva deciso di venire a dare una mano. All’inizio mi guardò seria, un po’ stupita da questa apparizione. Gli spiegai le mie intenzioni e dopo qualche minuto sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Non so ancora se per lei rappresentassi un segnale della provvidenza divina. Di certo, con generosità, mi aprì da subito le porte della loro casa, cosa che mi lasciò a bocca aperta. Fu così che da giovane “mangia-preti”, iniziai a convivere con 3 suore che mi avevano aperto la loro casa, il loro cuore ed offerto un tetto.

Las cabrinianas de Matiguas eran monjas comprometidas, Rivoluzionarie fino al midollo. C’era Ana Jilma, una giovane guatemalteca, Nieves, una spagnola con un carattere allegro, e Matilde, un’argentina più anziana, ma non per questo meno “comprometida” con el proceso revolucionario. Era la madre superiora. Col tempo scoprì che Matilde faceva Giovagnoli di cognome, ed era naturalmente di origini italiane. Le tre sorelle lavoravano a stretto contatto con il Frente Sandinista della zona. I compagni venivano spesso a trovarle e a consultarle, per avere il loro punto di vista.

Matilde era la Directora del Colegio, e il motore della piccola comunità religiosa. Ana Gilma insegnava. Nieves lavorava nel piccolo Centro di Salute dove, tra gli altri, arrivavano i feriti e i morti della guerra e delle imboscate della “contra”.

Tre donne coraggiose, che mi hanno insegnato molto: il rispetto reciproco, il coraggio, la dedizione, la perseveranza, la comunanza di valori. Lavoravano senza risparmiarsi a fianco della popolazione.

Terra, salute, istruzione, una alimentazione sana per tutti. La rivoluzione sandinista era coerente con la loro scelta di fede. Come si sa, tre ministri del governo sandinista erano preti cattolici, nei dicasteri di Esteri, Cultura, Educazione, sacerdoti che avevano disobbedito al Papa accettando cariche politiche. Entre cristianismo y revolucion no hay contraddicion. L’ho toccato con mano per quasi un anno. Ho sentito e capito in quei momenti che c’era una mistica, per me laica, per loro religiosa, che ci accomunava.

ENTRE CRISTIANISMO Y REVOLUCIÓN NO HAY CONTRADICCIÓN – PORTAL PUEBLO!
Gaspar Garcìa Laviana, sacerdote guerrigliero caduto in combattimento nelle file del FSLN

La solidaridad es la ternura de los pueblos

Matilde e le altre sorelle mi ospitarono per mesi a casa loro. Poi chiesi di poter vivere nel retrobottega della scuola, dato che non volevo pesare su di loro. Matilde capì e diede il suo visto bueno.

Anche con il sostegno dell’Associazione Italia-Nicaragua di Roma e Brescia, nella loro scuola costruimmo un piccolo ostello per una ventina di ragazzi, figli dei contadini che venivano a studiare nell’ Istituto Agrario. Con l’aiuto di brigate di canadesi, spagnoli, italiani, qualche tedesco. Nessuno veniva da comunità religiose, ma tutti collaboravano con entusiasmo. Piccone, zappa, martelli, chiodi, muratori improvvisati, sotto la guida di un giovane nica, Toño, che aveva qualche esperienza in più. Nel fango fino alle ginocchia, a scavare, a costruire il sogno, a fare rivoluzione con i sacchi di cemento caldo sulle spalle e il cibo scarso.

Matilde coordinava, spronava, cercava appoggi e faceva l’impossibile perché il progetto avanzasse.

Io, forse per la prima volta in vita mia,  passai molti mesi in silenzio. Chiedevo e ascoltavo, cercando di interpretare nuovi codici, segnali, griglie di lettura. Empapandome de aquello. Gli occhiali decisamente cambiati per leggere una realtà che iniziavo lentamente a decifrare.

Devo molto a Matilde, alle molte sere in cui parlavamo per ore, a scuola, per strada, nel patio della casa, sotto alberi di mango e avocado. Matilde mi raccontava del ruolo della congregazione, a Managua, a Diriamba, dell’insurrezione del luglio ’79 e delle atrocità del dittatore Somoza. Di quando aveva conosciuto l’Italia, Roma, la mia città, con cui aveva un rapporto contraddittorio.

E una volta che andai a Roma a cercare fondi per il progetto della scuola, mi affidò una lettera per la Madre Superiora della Congregazione, che andai a trovare a Via Cortina d’Ampezzo. In quella lettera, (mi immagino) Matilde raccontava il ruolo che la Congregazione stava avendo a favore delle trasformazioni sociali, contro gli attacchi della parte più conservatrice della gerarchia ecclesiastica che non vedeva di buon occhio l’opzione per i poveri incarnata dal lavoro missionario, come testimonianza di fede cristiana. La visita in Nicaragua di Papa Wojtyla era stata un cattivo segnale per la “Iglesia de los pobres” che aveva scelto di stare a fianco della rivoluzione.

Ricordo l’entusiasmo di Matilde, la sua speranza nel cambiamento del Paese di cui quelle suore erano parte attiva, i suoi dubbi e le sue critiche quando i sandinisti commettevano errori, la sua fina ironia che non lasciava mai spazio al pessimismo.

Ricordo le despedidas delle brigate di lavoro della solidarietà, con i piccoli regali che le suore decidevano di consegnare, come un souvenir, un piccolo ossequio e una maniera semplice di ringraziare per l’appoggio ricevuto e di lasciare nel cuore di ognuno quell’esperienza. Ana Gilma si incaricava di prepararli, con l’aiuto e la supervisione di Matilde. Sembravano quasi bambine, sorridevano, con il piacere della sorpresa che stavano preparando.

Ana Gilma al lavoro….

La solidarietà internazionale stava realizzando un sogno che era anche il loro, per far studiare i figli dei contadini poveri, gli stessi che in molti casi formavano le cooperative agricole. Quelle cooperative che anche a Matiguás erano in prima fila, fatte dai migliori quadri contadini e braccianti senza terra che ha avuto la rivoluzione sandinista. Erano i primi a cadere sotto gli attacchi e le imboscate della “contra”, difendendo con le armi la terra che la rivoluzione gli aveva assegnato con un titolo di proprietà, per la prima volta nella loro vita.  Matilde era al loro fianco, con le parole e con le azioni. Non ne ha mai dubitato e spingeva i ragazzi a studiare, a prepararsi per un futuro migliore.

Matilde al centro, i ragazzi a sinistra e chi scrive alla lavagna…

A Matiguás, viveva da qualche anno anche un altro italiano, Tonino, un agronomo. Era un compagno che veniva dalla Campania se non ricordo male. Aveva viaggiato e vissuto in Europa, ma dopo “el triunfo” si era trasferito in Nicaragua, a Matiguás.  Sposato con una donna nicaraguense, con due figli, aveva un carattere burbero, ma era un uomo onesto ed impegnato. Un comunista, di poche chiacchiere. Come la sua terra, fatta di fatica. Anche lui frequentava la “casa de las monjas” e diventammo amici. Condivideva sogni e speranze con Matilde e le altre sorelle. Qualche tempo dopo, purtroppo Tonino morì in un incidente automobilistico tornando da Managua. Fu un duro colpo per tutti e per Matilde in particolare che gli voleva molto bene.

Il dolore ci accompagnava, inesorabile. Il prezzo da pagare per conquistare il diritto al futuro era alto. La guerra ce lo ricordava ogni giorno, con gli attacchi contro i contadini e le imboscate in montagna. Matilde ne soffriva e i suoi occhi si riempivano di lacrime quando purtroppo ci confidavamo a voce bassa le cattive notizie.

La ricordo come una donna pragmatica, profondamente umana, con una energia fuori dal comune, non si fermava mai, era uno stimolo per tutti. Lei, nata argentina, sentiva in carne propria il dolore e l’allegria del popolo nicaraguense.

Un giorno venne a trovarci Peter Marchetti, un teologo gesuita nordamericano molto rispettato, che collaborava con il governo sandinista nella riforma agraria e nello sviluppo rurale. Per le “cabriniane” (e anche per me) era un giorno speciale. Matilde era emozionata, preparò succhi di frutta e per l’occasione importante comparve anche qualche biscotto, introvabili in tempi di guerra, scarsezza e bloqueo. Rimanemmo ore a parlare con Marchetti.  Matilde ascoltava, chiedeva opinioni, curiosa come sempre, cercava conferme della sua fede religiosa e della sua scelta a favore dell’opzione per i poveri.

E anche quella volta, a fine serata, ricordando Gianni Bosio, mi sono detto: “anche oggi siamo stati all’università”.

Da allora sono passati molti anni, ma ancora oggi sono profondamente grato a Matilde e alle religiose cabriniane per avermi insegnato molto, senza mai chiedere niente a cambio. Un grazie sincero per avermi aiutato nel difficile compito di costruire coscienza e di non perdere la memoria.

Nota: Un estratto di questo ricordo à stato pubblicato in una edizione speciale di un libro dedicato a Matilde realizzato dalla congregazione “Misioneras del Sagrado corazàn de Jesùs” in occasione del suo 90° compleanno.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/matilde-e-le-suore-cabriniane-di-matiguas-nicaragua/

Sull’arrivo di Mario Draghi: “Lo Stato come leva competitiva del capitale nella crisi”

 

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di Domenico Moro

Ogni crisi è occasione per il capitale di ristrutturarsi. Questo vale a maggior ragione per la crisi odierna, che è la più profonda dal ’29 e imporrà cambiamenti che vanno studiati, dal punto di vista del lavoro salariato, per capire come si trasformerà il modo di produzione capitalistico e, di conseguenza, il terreno di lotta fra le classi.

In questo senso è interessante quanto emerge dall’ultimo rapporto del Gruppo dei Trenta (G30), un think tank, fondato su iniziativa della Rockefeller Foundation nel 1978, che fornisce consulenze sui temi di economia internazionale e monetaria[1]. Il G30 è formato da accademici e banchieri o ex banchieri provenienti dalle più importanti banche centrali mondiali. Tra di essi ci sono Mario Draghi, che fa parte del comitato direttivo, e Jean Claude Trichet, ex presidenti della Bce, Janet Yellen, ex presidente della banca centrale Usa, la Fed, ed ora ministro del Tesoro designato da Biden, Raghuram Rajan, ex governatore della Banca centrale dell’India, Yi Gang, governatore della Banca centrale cinese, ed economisti di fama mondiale come Kenneth Rogoff, Paul Krugman, e Laurence Summers.

La situazione economica attuale è descritta dal G30 in modo catastrofico: le economie mondiali si stanno avvicinando “al bordo di una scogliera”. Durante la presentazione del rapporto Draghi ha affermato che “Stiamo entrando in un’era nella quale saranno necessarie scelte che potrebbero cambiare profondamente le economie”. La domanda più importante è: “Chi dovrà decidere quali compagnie dovranno essere aiutate?”

La risposta del G30 si basa sulla consapevolezza che la crisi determina l’esistenza di “masse di imprese zombie”, che sopravvivono a stento. La scarsità delle risorse disponibili, anche a causa dell’aumentato debito pubblico, rendono necessario un approccio strategico selettivo per scegliere chi è meritevole di essere salvato e chi no.

Tocca, quindi, ai governi varare delle politiche adeguate, ma, il rapporto del G30 è molto chiaro in proposito, non tutte le imprese vanno salvate. Occorre scegliere quelle che saranno redditizie dopo la pandemia, ponendo particolare attenzione alle imprese medio-piccole che hanno minore potere contrattuale verso i governi ma che sono importanti sul piano  produttivo.

In sintesi, secondo il G30, lo Stato deve intervenire solo in presenza di fallimenti del mercato. Inoltre, il G30 consiglia interventi misti pubblici-privati, perché solo le banche e gli investitori “hanno l’expertise per valutare la redditività delle aziende e sicuramente subiscono minori pressioni politiche”. In altre parole è il privato a dover decidere, perché, a differenza del potere pubblico, non deve rispondere a elettori che sono anche lavoratori e (potenziali) disoccupati.

La durata della pandemia, sempre secondo il G30, spinge ad abbandonare il focus sulla liquidità, che era stato nella prima fase della pandemia il mantra degli interventi statali e delle banche centrali, e ad approcciare una strategia di lungo termine.

Infatti, un altro aspetto fondamentale del rapporto del G30 è il modo in cui il potere pubblico deve intervenire: non tanto attraverso prestiti bancari garantiti dallo Stato, come è stato fatto all’inizio della pandemia, quanto invece attraverso l’entrata diretta nel capitale delle aziende.

La trasformazione delle garanzie pubbliche ai prestiti in capitale aziendale potrebbe essere una strada. In questo modo, si eviterebbe anche il problema dell’insolvenza delle imprese che potrebbe mettere in difficoltà le banche, già oggi piene di crediti inesigibili. In questo modo, il problema della solvibilità aziendale sarebbe scaricato sullo Stato senza pericoli per gli intermediari bancari.

Il G30 non esclude, inoltre, le nazionalizzazioni totali o parziali, ma come misura estrema e possibilmente con criteri chiari e una definita strategia di uscita. Forme di sussidi agli investimenti di capitale tramite deduzioni fiscali sono più indicate, secondo il G30. Soprattutto va evitata la tentazione di mantenere la situazione così com’è. Le politiche statali – sostiene il G30 riprendendo la nota espressione dell’economista austriaco Schumpeter – dovrebbero “richiedere anche una certa quantità di distruzione creatrice”. Questo significa che bisogna lasciar ridimensionare o chiudere le aziende non in grado di andare avanti, sopportando quindi una elevata disoccupazione, affinché altre aziende innovative possano aprire.

La filosofia del G30 è basata su un nuovo intervento dello Stato, ma con condizioni particolari cioè nella salvaguardia del mercato e delle sue virtù salvifiche, “distruzione creatrice” compresa. Ad ogni modo, la profondità della crisi mette anche un tempio del neoliberismo come il G30 di fonte alla nuova necessità dell’intervento statale. Significativo in questo senso è quanto sta avvenendo in Italia. Qui Conte ha cercato di tranquillizzare il mercato, ossia il capitale, sull’intervento dello Stato. Parlando a proposito dell’intervento statale in merito ad alcuni dossier – come quelli di Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ilva e Alitalia -, dove si prevede l’intervento statale, il premier ha affermato: “Ci sono alcuni interventi mirati dove lo Stato deve cercare di tutelare e proteggere asset definiti strategici, non è che ci stiamo prendendo gusto con l’intervento dello Stato nell’economia ma tutti i Paesi, con una pandemia del genere, con una recessione così pesante sono costretti a programmare degli investimenti e quindi anche l’intervento della mano pubblica, soprattutto in alcuni asset strategici.”[2]

Lo Stato italiano sta approntando alcuni strumenti che sono in linea con quanto dice il G30. Un esempio ne è Patrimonio destinato, lo strumento gestito da Cassa depositi e prestiti che potrebbe avere una platea potenziale di 2.900 imprese[3].

Patrimonio destinato potrà contare su una disponibilità massima di 44 miliardi di euro, una cifra considerevole. Il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, in una recente audizione dinanzi alle Commissioni Finanze e Attività produttive di Montecitorio ha tenuto a tranquillizzare il capitale italiano: la nuova leva messa in mano a Cdp non potrà rappresentare una nuova Iri. Contro una riedizione delle Partecipazioni statali, i paletti posti all’intervento della Cdp sono tre. Il primo è che il sostegno della Cdp si rivolgerà alle imprese con più di 50 milioni di fatturato, ma l’intervento minimo sarà di 100 milioni, il che restringerà ulteriormente la platea delle imprese. Il secondo paletto consiste nella vigilanza dell’Antitrust europeo per escludere surrettizie operazioni di aiuto di stato. Infatti, ed è l’aspetto più rilevante, la Cdp non potrà acquisire partecipazioni di controllo nelle società che chiedono il suo aiuto. Infine, il terzo paletto impone che l’aiuto della Cdp possa essere rivolto ad aziende che hanno subito un calo nel 2020 per via della pandemia ma che non siano decotte, introducendo una serie di standard per la valutazione delle imprese.

Altro strumento previsto dal governo è il nuovo Fondo del ministero dello sviluppo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e l’attività d’impresa, che prevede che lo Stato, attraverso la sua controllata Invitalia, possa entrare nel capitale delle aziende in difficoltà per un massimo di 10 milioni, restando in minoranza e per un tempo non superiore ai 5 anni[4]. Il Fondo ha una disponibilità di 300 milioni con ulteriori 250 milioni per il 2021, 100 milioni per il 2022 e 100 per il 2023. Nato per le sole imprese titolari di marchi storici, il Fondo è stato esteso alle società di capitale con oltre 250 addetti e poi a tutte le Pmi se appartenenti a settori strategici o che “rivestono un ruolo chiave nel promuovere lo sviluppo e il benessere della comunità”. L’ingresso nel capitale delle imprese si accompagna a un contributo a fondo perduto per il salvataggio dell’occupazione basato su un contributo per addetto che è massimo nel caso di mantenimento del 100% della forza lavoro e che decresce in proporzione alla quota della forza lavoro mantenuta che non deve però mai scendere al di sotto del 70%. In ogni caso, anche con l’eliminazione del 30% della forza lavoro le imprese riceveranno sussidi statali.

Naturalmente il tutto deve essere sottoposto alla valutazione della Commissione Ue. Infatti, la sottosegretaria allo sviluppo, Alessandra Todde, ha sottolineato come il testo del decreto attuativo è stato sviluppato “in modo conforme alla normativa europea e rappresenta una dimostrazione di quanto l’Italia voglia tornare concretamente a fare politica industriale, investendo e tutelando il made in Italy”.

Fondamentalmente l’orientamento da parte dello Stato che emerge da quanto detto è caratterizzato da alcune innovazioni importanti, che però sono, ovviamente, dati i rapporti di produzione e di forza vigenti, funzionali all’accumulazione di capitale. Da una parte, infatti, emerge un ruolo più interventista dello Stato rispetto al passato, spinto dalla gravità senza precedenti della crisi.

L’aspetto più interessante è che si privilegi la partecipazione statale al capitale delle aziende, che mira ad aumentare le dimensioni delle imprese italiane che, rispetto alle concorrenti estere, hanno una dimensione più piccola e sono meno concentrate.

Dall’altra parte, tale intervento è giocoforza funzionale al capitale privato, come dimostra l’assunzione di una posizione di minoranza dello Stato nel capitale delle aziende e la conseguente mancanza di peso nella governance delle imprese. Anche le nazionalizzazioni vengono viste come una extrema ratio e soprattutto come un qualcosa di temporaneo, da cui uscire al più presto per poter rimettere il tutto nelle mani del capitale privato. Il principio è sempre lo stesso, deve essere il capitalista privato a mantenere il controllo dell’impresa. Il ruolo dello Stato è quello di fornitore alle imprese di capitale fresco, drenato dalla fiscalità generale cioè dalle tasche dei lavoratori o a debito. In questo modo, lo Stato assume la funzione di facilitatore dei processi di concentrazione e di centralizzazione che sono tra gli strumenti tipici di ristrutturazione capitalistica in tempo di crisi. La verità è che questa tipologia di intervento se salverà il grande capitale italiano e le Pmi funzionali alle catene del valore, al cui vertice sono le grandi imprese, non salverà né i lavoratori né, in particolare, i livelli d’occupazione, tanto che si parla di un milione di disoccupati in più che si creeranno al momento in cui il blocco ai licenziamenti verrà tolto. Quello che lo Stato sta facendo è, in definitiva, di governare la “distruzione creatrice” di cui parla il documento del G30.

A noi, invece, spetta il compito in questa fase di organizzare la resistenza dei lavoratori occupati contro ulteriori tagli del salario diretto e indiretto e soprattutto contro i licenziamenti che si prospettano. Ma ciò non basta.

C’è la necessità di rilanciare una proposta complessiva di trasformazione in senso socialista del modo di produzione capitalistico, che mostra chiaramente tutte le sue crepe.  Senza una visione ampia e senza una prospettiva strategica non è possibile procedere in una situazione di crisi epocale come quella odierna.

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Note
[1] R. Sorrentino, “G30 alto rischio d’insolvenze, nuovi mezzi per gestire gli NPL”, Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2020.
[2] G. Pelosi, “Conte: Avanti solo con la fiducia di tutti, confronto aperto, Recovery a febbraio”, Il Sole 24 ore, 12 dicembre 2020.
[3] G. Trovati, “Patrimonio destinato, il Tesoro frena: non è la nuova Iri”, Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2020.
[4] C. Fotina, “Crisi aziendali, al via il Fondo per l’ingresso dello Stato”, Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2020.

 

FONTE: https://www.lordinenuovo.it/

The Great Reset: una nuova rivoluzione passiva

di Germinello Preterossi (da http://www.lafionda.org)

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i più ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralità dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro. Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, però, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta però intatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si può anche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai più conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e può mistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è). Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lì scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicò l’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, però, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata può essere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto. La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciò, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia così facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

 

FONTE: https://www.lafionda.org/2021/02/01/the-great-reset-una-nuova-rivoluzione-passiva/

Andrea Vento (Giga): Gli effetti economici e sociali della pandemia

di Andrea Vento

Durante il 2020 l’economia mondiale ha registrato la più grave recessione (-3,5%) dalla crisi del 1929 con milioni di persone hanno perso il lavoro e sono sprofondate nella povertà, mentre le 500 persone più ricche del Terra, equivalenti allo 0,001% della popolazione mondiale, hanno visto le loro fortune crescere più di quanto accaduto negli otto anni precedenti. Al contempo aumenta ulteriormente il trend delle disuguaglianze e la povertà è ripresa a crescere. Sarà sufficiente la ripresa economica del 2021 ad invertire le tendenze sociali sperequative oppure è necessario un ripensamento del sistema economico dominante a livello globale? Continua a leggere

Golpe in Myanmar

di Alessio Fraticcioli (da Asiablog.it)

La signora Aung San Suu Kyi è stata arrestato in un colpo di stato militare: le Forze Armate hanno (ri)preso il potere dichiarando un anno di stato di emergenza

All’alba di lunedì 1° febbraio l’esercito del Myanmar ha lanciato un colpo di stato arrestando la signora Aung San Suu Kyi, leader del Paese asiatico, e i principali esponenti del governo civile salito in carica cinque anni fa.

Qualche ora dopo un canale televisivo militare ha annunciato che i poteri sono stati trasferiti al capo dell’esercito, il generale Min Aung Hlaing, e che il Paese rimarrà in “stato di emergenza” per un anno.

Intanto i voli interni sono stati sospesi e il principale aeroporto internazionale di Yangon, la più grande città del Myanmar, è stato chiuso. Continua a leggere

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Vladimir Putin (VIDEO)

https://zen.yandex.ru/media/id/5ed8714a27fb6c647cd4e4dc/intervento-di-putin-a-davos-6011a0e08b595f6198c00879

(Traduzione in Italiano di Mark Bernardini – post su Facebook)

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Emanuel Macron

Traduzione di Gianfranco Causapruna della trascrizione dell’intervento del presidente della repubblica francese, Emanuel Macron, al forum economico di Davos, come pubblicato sul sito dell’Eliseo.

 

Emanuel Macron:
Buongiorno professor SCHWAB, anch’io sono molto felice di rivederla in tale occasione, anzi grazie per aver organizzato queste riunioni che, credo, sono ancora più importanti in questo periodo.

Vorrei esaminare i rapporti tra il mondo che conosciamo oggi e il mondo che verrà. Primo, perché in tutti i nostri paesi le società stanno cambiando a causa delle prove che stiamo vivendo. E penso che abbiamo alcune lezioni da imparare da quello che abbiamo vissuto tutti insieme da poco più di un anno, e che continuerà, lo sappiamo, per altri mesi o, alcuni così ci dicono, per anni. In ogni caso, con la presenza più o meno importante di questo virus. Continua a leggere

“UNA SOLA CASA”: migranti e migrazioni al tempo del Covid-19. Una importante pubblicazione dello CSER

Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme

L’introduzione al volume di P. Lorenzo Prencipe (Presidente CSER)

Al 22 dicembre 2020 il coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina e dà il via a quella che nel giro di pochi mesi è diventata una pandemia globale da Covid-19, ha prodotto nel mondo 77.534.614 casi di contagio e 1.706.032 morti (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine (1) ) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale, oltre 3 miliardi di persone.

Ad ogni modo, se la peste nera del XIV secolo, in un solo anno, dal 1348 al 1349, ha causato la morte di circa 22 milioni di persone in Europa portando la popolazione europea del tempo da 74 a 52 milioni complessivi, se l’influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, arrivò a infettare circa 500 milioni di persone nel mondo, provocando la morte 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi di persone, non è azzardato affermare che l’epidemia da Covid-19 è meno distruttrice in vite umane e in relazioni sociali delle precedenti pandemie che hanno attraversato la storia delle nostre società, anche se gli sguardi terrorizzati dei contagiati più gravi e la continua crescita numerica dei morti giornalieri riportano in superficie la memoria personale e collettiva di ansie e paure mai sopite.

La pandemia da Covid-19 ha comunque provocato una grave situazione sanitaria mondiale che si è rapidamente trasformata in pesante crisi economica e sociale. Senza voler sopravvalutare analisi, dibattiti e polemiche che caratterizzano le coperture mediatico-politiche di ogni grande crisi nelle nostre società occidentali e senza sottovalutare il prezzo in vite umane e in disagio psicologico, sociale ed economico che tutti gli strati sociali delle popolazioni mondiali (soprattutto le più povere e marginalizzate) stanno pagando, vogliamo qui sottolineare alcune conseguenze che la pandemia da Covid-19 sta producendo  sulle migrazioni e su migranti e rifugiati, aggravandone le condizioni di vita. Continua a leggere

20 anni fa il 1° Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Il video-documentario che realizzò la FILEF

Porto Alegre Social Forum” è l’unico film documentario sul primo storico Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Rio Grande do Sul – Brasile) nel 2001.

Realizzato dalla FILEF (filef.info) per la regia di Roberto Torelli (autore tra l’altro di “Bella Ciao” e “Maledetto G-8”, sugli eventi del Forum Sociale Europeo svoltosi a Genova nel luglio dello stesso anno), si avvalse della collaborazione di Paulo Cesar Saraceni, di Antonio Tabucchi e Sergio Vecchio (dialoghi).

Il film documenta, oltre al Forum, anche le lotte del Movimento dei Sem Terra brasiliani e attraverso interviste ad importanti personaggi pubblici latino-americani (Joao Pedro Stedile, Ebe de Bonafini, Perez Esquivel, Emir Sader, ecc.) , l’evoluzione sociale e politica del continente che irrompe sulla scena mondiale portando un’anelito di speranza e di cambiamento per tutti. Continua a leggere

Desert storm. Il 17 gennaio 1991 il mondo cambiò. L’annuncio venne dalla Cnn: «Qualche cosa sta accadendo là fuori, i cieli sopra Baghdad si sono illuminati»

di Alberto Negri (da Il Manifesto del 15/1/2021)

Lo speciale di oggi de il manifesto ci racconta come il mondo cambiò il 17 gennaio 1991. Accadde con queste parole della Cnn trasmesse dall’Hotel Rashid: «Something is happening outside… the skies over Bagdad have been illuminated». «Qualche cosa sta accadendo là fuori, i cieli sopra Baghdad si sono illuminati». E c’era anche per il manifesto l’inviato Stefano Chiarini. Trent’anni – tanti ne sono passati – sono un’era geologica per qualunque professione, per il giornalismo in particolare, ma quello che accadde allora si riflette ancora sotto i nostri occhi e guida le nostre azioni e reazioni. Continua a leggere

Desert storm 1991. Nel Consiglio di sicurezza dell’Onu dissero di No solo due membri di turno: Yemen e Cuba

di Marinella Correggia (da Il Manifesto del 15/1/2021)

La prima guerra avallata dalle Nazioni unite e pudicamente chiamata «operazione di polizia internazionale» inizia il 17 gennaio 1991. A bombardamenti conclusi, il vicesegretario dell’Onu Maarti Ahtisaari visita l’Iraq e parla di un paese «riportato a un’era pre-industriale».

Fra le vittime dell’intervento imposto dagli Stati uniti si contano la stessa indipendenza e integrità dell’Onu, nata proprio per opporsi al «flagello della guerra». Nel Consiglio di sicurezza onusiano, durante i lunghi mesi fra l’invasione irachena del Kuwait il 2 agosto e l’ultimatum del 15 gennaio, si scrive una triste pagina di storia della geopolitica: per i loro fini di controllo del Medioriente e di egemonia, Usa e alleati intrecciano diplomazia e ricatti economici, bastone e carota, parole di dialogo e preventivo invio di navi nel Golfo, denunce e menzogne (le famose incubatrici in Kuwait). A questa escalation i pacifisti occidentali assistono sgomenti protestando nelle piazze. Continua a leggere

A proposito di Patrimoniale: La Lettera dei “MILIONARI PER L’UMANITA’”: tenuta nascosta ai più e che va invece rilanciata e diffusa

Questa iniziativa che raccoglie 83 multi-milionari (in euro o dollari) da diversi paesi del mondo, è datata ad alcuni mesi fa; stranamente, non vi è stata una particolare risonanza nell’opinione pubblica mondiale e nazionale su una posizione che qualche risonanza avrebbe dovuto averla, in tempi come questi. Il filtro mediatico mainstream diretto da altri, più potenti milionari che la pensano diversamente, è stato poderoso. Tale da bloccare un pericoloso vaccino che rischiava di fare una breccia sistemica.

Eppure la proposta c’è ed è attiva. Sarebbe utile diffonderla e farla circolare così da non sentirsi orfani qualora si sostenga la necessità di una patrimoniale sulle grandi ricchezze nazionali e internazionali. D’altra parte, se non si è in grado di costruire alleanze con pezzi di mondo che mantengono una certa dignità e alcuni valori condivisibili, resta solo di cadere definitivamente nel braciere approntato da coloro che di dignità e valori se ne fottono.

Un ultimo inciso: ammesso (e niente affatto concesso) che questa tassazione “immediata, sostanziale e permanente” venga introdotta trasferendo al pubblico le risorse necessarie alla salvaguardia dell’umanità, è indispensabile evitare che al governo degli stati si reinsedino quelli dell’altra sponda. Altrimenti, la partita di giro assomiglierebbe all’incommensurabile Pacco, doppio pacco e contropaccotto di Nanni Loi. Dunque bisognerebbe prepararsi per bene.

Per quanto riguarda l’ascendenza nazionale dei firmatari, vale anche la pena notare, con inquietudine e a conferma che disponiamo della borghesia più accattona d’Europa, come non vi figuri alcun figuro multimilionario del Bel Paese.

 

 

“Millionaires for Humanity”

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

Ai nostri compagni cittadini del mondo:

Mentre il Covid-19 colpisce il mondo, i milionari come noi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nella guarigione del nostro mondo. No, non siamo quelli che si prendono cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non guidiamo le ambulanze che porteranno i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi di alimentari o consegnando cibo porta a porta. Ma abbiamo soldi, molti. Denaro di cui c’è un disperato bisogno ora e che continuerà ad esserlo negli anni a venire, mentre il nostro mondo si riprende da questa crisi.

Oggi noi sottoscritti milionari chiediamo ai nostri governi di aumentare le tasse su persone come noi. Subito. Sostanzialmente. Permanentemente.

L’impatto di questa crisi durerà per decenni. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in più nella povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il lavoro con la chiusura delle aziende, alcune in modo permanente. Ci sono già quasi un miliardo di bambini che non vanno a scuola, molti dei quali non hanno accesso alle risorse di cui hanno bisogno per continuare il loro apprendimento.

E, naturalmente, l’assenza di letti ospedalieri, maschere protettive e ventilatori è un doloroso e quotidiano promemoria dell’inadeguato investimento fatto nei sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo. I problemi causati e rivelati dal Covid-19 non possono essere risolti con la carità, per quanto generosi. I leader di governo devono assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi di cui abbiamo bisogno e di spenderli in modo equo. Possiamo assicurarci di finanziare adeguatamente i nostri sistemi sanitari, scuole e sicurezza attraverso un aumento permanente delle tasse sulle persone più ricche del pianeta, persone come noi.

Abbiamo un enorme debito con le persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale. La maggior parte dei lavoratori essenziali sono gravemente sottopagati per il peso che portano. All’avanguardia in questa lotta ci sono i nostri operatori sanitari, il 70% dei quali sono donne. Affrontano il virus mortale ogni giorno al lavoro, mentre si assumono la maggior parte della responsabilità per il lavoro non retribuito a casa. I rischi che queste persone coraggiose abbracciano volentieri ogni giorno per prendersi cura del resto di noi ci impongono di stabilire un nuovo, reale impegno reciproco e verso ciò che conta davvero.

La nostra interconnessione non è mai stata così chiara. Dobbiamo riequilibrare il nostro mondo prima che sia troppo tardi. Non ci sarà un’altra possibilità per farlo bene. A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro, la nostra casa o la nostra capacità di sostenere le nostre famiglie. Non stiamo combattendo in prima linea in questa emergenza e abbiamo molte meno probabilità di essere le sue vittime. Quindi per favore. Tassaci. Tassaci. Tassaci. È la scelta giusta. È l’unica scelta. L’umanità è più importante dei nostri soldi.

 

I firmatari:

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

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‘Millionaires for Humanity’
Sign On Letter

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

 

To Our Fellow Global Citizens:

As Covid-19 strikes the world, millionaires like us have a critical role to play in healing our world. No, we are not the ones caring for the sick in intensive care wards. We are not driving the ambulances that will bring the ill to hospitals. We are not restocking grocery store shelves or delivering food door to door. But we do have money, lots of it. Money that is desperately needed now and will continue to be needed in the years ahead, as our world recovers from this crisis.

Today, we, the undersigned millionaires, ask our governments to raise taxes on people like us. Immediately. Substantially. Permanently.

The impact of this crisis will last for decades. It could push half a billion more people into poverty. Hundreds of millions of people will lose their jobs as businesses close, some permanently. Already, there are nearly a billion children out of school, many with no access to the resources they need to continue their learning. And of course the absence of hospital beds, protective masks, and ventilators is a painful, daily reminder of the inadequate investment made in public health systems across the world.

The problems caused by, and revealed by, Covid-19 can’t be solved with charity, no matter how generous. Government leaders must take the responsibility for raising the funds we need and spending them fairly. We can ensure we adequately fund our health systems, schools, and security through a permanent tax increase on the wealthiest people on the planet, people like us.

We owe a huge debt to the people working on the frontlines of this global battle. Most essential workers are grossly underpaid for the burden they carry. At the vanguard of this fight are our health care workers, 70 percent of whom are women. They confront the deadly virus each day at work, while bearing the majority of responsibility for unpaid work at home. The risks these brave people willingly embrace every day in order to care for the rest of us requires us to establish a new, real commitment to each other and to what really matters.

Our interconnectedness has never been more clear. We must rebalance our world before it is too late. There will not be another chance to get this right.

Unlike tens of millions of people around the world, we do not have to worry about losing our jobs, our homes, or our ability to support our families. We are not fighting on the frontlines of this emergency and we are much less likely to be its victims.

So please. Tax us. Tax us. Tax us. It is the right choice. It is the only choice.

Humanity is more important than our money.

 

The Signers

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

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Venezuela: alcune riflessioni sulle elezioni parlamentari

di Marco Consolo

  • In base alla Costituzione venezuelana, lo scorso 6 dicembre si sono tenute elezioni per il rinnovo della Asamblea Nacional – AN (Parlamento) che si dovrà insediare il prossimo 5 gennaio. Hanno partecipato 107 partiti: 30 nazionali, 53 regionali, 6 organizzazioni nazionali dei popoli originari e 18 organizzazioni regionali.Dei 107 partiti, 98 sono collocati all’opposizione, e solo nove a favore del governo bolivariano.Come parte della trasparenza del processo, il Potere Elettorale (CNE) ha contribuito a organizzare 3.500 incontri nelle sei regioni del paese con popolazione nativa.

A differenza delle elezioni negli Sati Uniti, in Venezuela a poche ore della chiusura dei seggi, si conoscevano i risultati. Il bollettino del CNE indicava che dei più di 20 milioni di elettori abilitati,  avevano votato 6.251.080 persone, con una partecipazione del 31% degli elettori iscritti. Una lezione di modernità ed efficienza al mondo intero.

  • Il Gran Polo Patriottico (GPP), un’alleanza che raggruppa il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e altri partiti che appoggiano il governo bolivariano, ha ottenuto 4.276.926 voti, che rappresentano il 69% dei voti espressi.

Nell’opposizione di destra è emerso un nuovo referente politico-elettorale. L‘Alleanza Democratica, composta dai partiti di opposizione Acción Democrática (AD), Copei, Cambiemos Movimiento Ciudadano (CMC), Avanzada Progresista (AP) ed El Cambio (partito di Javier Bertucci), ha ottenuto 1.095170 voti (17 72%). Il processo elettorale segna così il ritorno di due partiti tradizionali della quarta repubblica, AD e Copei, sulla scena politico-elettorale: AD con 419.088 voti (7,08%) si posiziona come il  partito del cosiddetto G4 che ha mantenuto un suo capitale politico. Da parte sua, Copei ha ottenuto 170.589 voti (2,88%).

Sempre a destra, la coalizione Venezuela Unida, un’alleanza composta dal partito Primero Venezuela (scissione di Primero Justicia), Voluntad Popular (VP) e Venezuela Unida, ha ottenuto 259.450 voti (4,15%).

Da sinistra, il Partito Comunista del Venezuela (PCV) per la prima volta ha presentato una lista autonoma dal GPP: Alternativa Popolare Rivoluzionaria – APR, (divisione di una piccola parte del GPP), ha ricevuto 168.493 voti  (2,73%). Non c’è stata quindi la sorpresa che si aspettava da questa nuova opzione politico-elettorale. Il PCV avrebbe potuto ottenere più seggi in alleanza con il GPP, confermando che le scissioni elettorali del chavismo hanno uno spazio minimo.

Il 9 dicembre si sono svolte le elezioni dei 3 deputati rappresentanti dei popoli originari, con lo sviluppo di un organo normativo e un programma speciale nel rispetto delle loro tradizioni e costumi.Il resto dei voti (405.017) è andato ad altre liste minori.

  • Tra i dati rilevanti di queste elezioni, vi è quindi l’emergere di nuove forze di opposizione, che hanno esordito nella politica nazionale conquistando seggi in Parlamento. Molti di questi partiti, sebbene provengano da divisioni di altre organizzazioni anti-chaviste, hanno cercato di occupare gli spazi che gli astensionisti hanno lasciato.

I risultati consegnano al GPP una maggioranza schiacciante dei seggi parlamentari, e chiudono così il ciclo politico dell’uscente Assemblea Nazionale a maggioranza dell’opposizione.

  • Gli osservatori internazionali (e quelli nazionali) hanno potuto visitare qualsiasi seggio elettorale, in qualsiasi momento. Tra loro, José Luis Rodríguez Zapatero, ex Presidente del governo spagnolo, che ha sottolineato le troppe volte in cui il sistema elettorale è stato messo sotto accusa senza neanche conoscerlo. Da parte loro, gli osservatori internazionali del Consiglio degli Esperti Elettorali dell’America Latina (CEELA) hanno sottolineato la qualità, l’efficienza, la trasparenza e la verificabilità del processo elettorale, in condizioni di bio–sicurezza, nonostante le enormi difficoltà economiche che il Venezuela deve affrontare a causa delle “sanzioni” statunitensi e della UE.
  • In termini simbolici, il 2020 si chiude per il Venezuela come l’anno in cui la strategia dell’amministrazione statunitense è fallita: Trump aveva promesso di rimuovere Maduro dalla presidenza, ma è Trump che se ne va. Le elezioni significano la sconfitta, per ora, della politica della Casa Bianca contro il Venezuela, ed una battuta d’arresto dei piani di aggressione militare del Pentagono.

Escono sconfitti anche i settori dell’opposizione golpista: non ha pagato la loro strategia astensionista per delegittimare il processo elettorale (l’ennesimo errore evidente). Risibili le loro denunce di brogli ancor prima della chiusura delle urne, visto che il sistema elettorale è stato identico a quello delle elezioni dell’Assemblea Nazionale nel 2015, che l’opposizione ha vinto.

  • In realtà, è stata proprio la partecipazione a far fallire l’ennesimo tentativo di destabilizzazione, secondo la strategia già utilizzata in Bolivia per sbarazzarsi di Evo Morales, con denunce di brogli prima che fossero chiuse le urne. La partecipazione esprime la condanna verso il settore dell’opposizione golpista guidata da Juan Guaidò, che scommette sull’intervento straniero e chiede a squarciagola il bloqueo contro il Paese. Le persone che hanno votato lo hanno fatto per l’indipendenza e la pace.
  • La partecipazione alle elezioni può essere definita bassa in termini puramente matematici e comparativi, rispetto ad altre elezioni in Venezuela. Ma il dato va oltre la matematica visto il contesto che sta attraversando il Paese. Milioni di persone hanno resistito ad apatia e astensione, alle azioni di “massima pressione” straniera, e ciò rende significative queste cifre, oltre la semplice matematica.

In un sistema presidenzialista, l‘astensione alle elezioni parlamentari è stata storicamente significativa. Nel 2005, nel miglior scenario della Rivoluzione Bolivariana (con Chávez Presidente, con un prezzo del barile di greggio che superava i 100 dollari, senza problemi di benzina, senza pandemia, con una serie di misure a favore della popolazione, etc), la partecipazione è stata del 25%. Le due elezioni con più voti sono state quelle del 2010 quando ha votato il 66,45% della popolazione e quelle del 2015 (74%), che hanno dato la maggioranza all’opposizione. Oggi sono molteplici i fattori che hanno influenzato la partecipazione, e bisogna leggere il dato tenendo conto di condizioni molto più avverse:  il pesante impatto del bloqueo economico; una situazione di crisi sociale ed economica che provoca malcontento diffuso; il grave danno ai servizi pubblici del Paese; la caduta della produzione nazionale di combustibili, che incide gravemente sulla mobilità; il contesto della pandemia; la migrazione in uscita di elettori registrati; l’appello all’astensione da parte del settore di opposizione al servizio degli Stati Uniti,  che ha convinto una parte dell’elettorato.

  • L’astensione non è un quindi dato da celebrare, e rivela un problema che il governo bolivariano, il Partito Socialista Unito del Venezuela e le forze politiche alleate dovranno affrontare e risolvere il prima possibile. L’astensione riflette, inoltre, il crescente divorzio di molte persone dalla politica, un divario tra i problemi quotidiani delle persone e la comunicazione politica.Insieme ad una chiara richiesta popolare di soluzioni urgenti dei molti problemi economici e sociali del Paese. I problemi del socialismo del secolo scorso, presentano il conto  anche nel “socialismo del XXI°secolo”.
  • Da più parti, è stato ricordato che, nelle stesse ore in cui i Venezuelani eleggevano i loro deputati, in Romania (Paese dell’Unione Europea) ha partecipato lo stesso numero di elettori (32%).Ma mentre i risultati rumeni sono riconosciuti, quelli venezuelani no, con il pretesto della scarsa partecipazione. Qualche mese fa, quando in Costa Rica nelle elezioni municipali aveva partecipato il 24% di elettori, la “comunità internazionale” non ne ha messo in dubbio la legittimità.Né lo ha fatto con diversi attuali Presidenti dell’America Latina, eletti con una bassa percentuale di voti, come nel caso di Sebastián Piñera in Cile, che ha vinto le elezioni presidenziali del 2017 con meno del 30% della partecipazione.

Nella UE, ben 9 paesi hanno fatto registrare una partecipazione inferiore al 40% nelle elezioni al Parlamento europeo del 2019 e 4 di loro una partecipazione minore di quella venezuelana:  Repubblica Ceca (28,72%), Slovenia (28,89%), Slovacchia (22,74%) e Croazia (22,85%).

Certo il Venezuela bolivariano non è la Slovacchia, nè la Romania, e la partecipazione popolare non si riduce alle elezioni ogni 5 anni. Ma sono dati che devono fare riflettere e riguardano la disaffezione in crescita della popolazione verso la “politica”. Un problema che riguarda molti Paesi e non uno in particolare.

  • Ai fini dell’esercizio e della legalità del nuovo parlamento, per il sistema politico venezuelano il risultato statistico della partecipazione non è un impedimento. Nella Costituzione non ci sono soglie che ne stabiliscano la legittimità, e quindi il prossimo parlamento è autorizzato ad insediarsi e a legiferare. E i promotori di questo falso dilemma sono gli stessi che hanno promosso la “presidenza ad interim” di Juan Guaidó, senza un solo voto elettorale ed al di fuori della Costituzione.
  • Forse il successo più importante in questa scadenza elettorale è proprio la sua realizzazione, a scapito di evidenti pressioni di Stati Uniti e Unione Europea (UE).  Paradossalmente hanno provato a criminalizzare il governo per avere organizzato le elezioni, che hanno in parte rallentato l’assedio più duro che il Paese ha subito nella sua storia repubblicana di oltre 200 anni. La UE aveva cercato di ricattare il Paese, chiedendo addirittura di ritardarle fuori dal periodo costituzionale.
  • Il PSUV continua ad essere di gran lunga la principale forza politica organizzata, con un’importante vittoria elettorale (la n° 23 su 25 elezioni in 21anni). Tuttavia, ha subito un calo nel suo appoggio numerico. Decifrarne le cause è essenziale per le battaglie a venire. D’altro canto, il Presidente Nicolás Maduro, che aveva affermato che avrebbe lasciato l’incarico in caso di vittoria dell’opposizione, è legittimato dal risultato e si è dimostrato, ancora una volta, come la figura politicamente ed elettoralmente più solida del Paese.
  • La nuova amministrazione USA di Joe Biden stabilirà le sue alleanze nell’opposizione secondo i suoi piani contro il governo bolivariano. L’imperialismo metterà in dubbio la legittimità del risultato elettorale, accumulerà forze senza rinunciare alle scorciatoie militari ed eserciterà maggiori pressioni nell’ambito della dottrina dello “smart power”, il “potere intelligente”. Oltre alla strategia in atto di denuncia del Presidente Maduro alla Corte Penale Internazionale per “crimini di lesa umanità”, la destra si appresta ad aprire un nuovo fronte: un possibile “referendum revocatorio” di metà mandato (previsto dalla Costituzione). Il Venezuela nel 2021 continuerà ad essere l’epicentro di una battaglia geopolitica continentale (e non solo) in cui si scontrano la Dottrina Monroe e l’ideologia Bolivariana. La fase richiede un alto livello di coscienza, sia dentro che fuori dal Paese.
  • Ciò richiede al chavismo la costruzione di un’egemonia (in senso gramsciano) capace di riconoscere le diversità esistenti, articolare richieste dal basso, elaborare critiche, sintetizzare aspirazioni nazionali, ripensare la politica e l’esercizio del governo, unire le forze con obiettivi condivisi di trasformazione. Le coincidenze strategiche rispetto a punti fondamentali, come il rifiuto del bloqueo economico e le minacce militari contro il Paese, richiedono la ripresa del dibattito critico e autocritico, basato sull’unità delle opzioni di trasformazione rivoluzionaria. Da più parti si fa appello alle 3 R di Chàvez (revisión, rectificación y reimpulso) per rilanciare il processo bolivariano.

A mo’ di conclusioni

Dopo queste elezioni, nuove sfide si aprono per il Venezuela.

Il Paese ha superato finora i nodi critici della “massima pressione” orchestrati dall’amministrazione Trump. Il governo ed il PSUV hanno il difficile compito di stabilizzare le istituzioni (compreso il Parlamento) a partire dal prossimo anno. Ciò implica nuove possibilità nell’esercizio del governo, in un quadro diverso da quello del gennaio 2016.

Il parlamento eletto può avere un ruolo importante nel riattivare un urgente dialogo nazionale ed internazionale, con la più amplia schiera di soggetti onestamente disposti a trovare una soluzione che rifiuti categoricamente bloqueo e intervento militare.

Non c’è dubbio che la priorità è la battaglia  per eliminare l’applicazione del duro bloqueo, principale punto critico. Senza la sua eliminazione (e lo sblocco dei fondi sequestrati nelle banche internazionali) è illusorio pensare che si possa risolvere positivamente la crisi economica e sociale, in poco tempo o a medio termine.

Ci sarà poi da neutralizzare la farsa della continuità artificiale di Juan Guaidó e del suo entourage di ex-deputati aggrappati alla sedia. Secondo la Costituzione, il loro mandato scade il 6 gennaio 2021. Ma, sotto l’egida degli Stati Uniti, cercheranno di sostenersi a tempo indefinito e al di fuori del periodo costituzionale come “parlamento legittimo”.

Rimane l’incognita della ambigua posizione dell’Italia e della UE. Come ha ricordato lo spagnolo Zapatero, non volendo riconoscere i risultati elettorali, la UE non avrebbe più interlocutori istituzionali a partire dal prossimo 6 gennaio, quando decadrà il vecchio Parlamento e lo stesso Guaidò. L’Unione Europea è chiamata a contribuire al dialogo e non a gettare benzina sul fuoco, suicidandosi politicamente. Ne avrebbe tutto l’interesse, se l’appiattimento a Washington non la accecasse.

Con queste elezioni, la legittimità formale ed essenziale della istituzionalità repubblicana è esplicitamente chiarita. Ora il nuovo parlamento  deve dare risposta alle richieste del Venezuela profondo, quello che ha votato e quello che è rimasto in silenzio. Entrambe hanno ancora urgente bisogno di speranza.

 

 

FONTE: in America Latina, Venezuela da Marco Consolo .

L’interpretazione della crisi venezuelana: Economisti e analisi fuorvianti al servizio di chi?

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, ritiene opportuno effettuare alcune puntualizzazioni in merito al servizio “Studi rivelano i danni delle sanzioni degli Stati Uniti all’economia venezuelana” pubblicato il 19 novembre scorso dalla televisione venezuelana RT (https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true).

Il reportage, formalmente strutturato secondo i canoni convenzionali del buon giornalismo, dopo una presentazione iniziale delle tematiche oggetto di discussione, gli effetti delle sanzioni, propone interviste a due economisti. Il primo, Francisco Rodriguez, definito di opposizione al governo Maduro, tratta l’andamento dell’estrazione petrolifera venezuelana e delle ricadute delle misure restrittive sulla stessa, la seconda, Pasqualina Curcio, filo governativa, affronta la questione degli ingenti danni economici e sociali provocati dalle sanzioni.

Nel video l’economista laureato ad Harvard, in collegamento dagli Stati Uniti, sostiene, con tanto di grafico di supporto, che la caduta dell’estrazione del greggio da parte del Venezuela sia iniziata a seguito delle sanzioni occidentali, imposte quando la quotazione del greggio, dal quale è dipendente l’economia del paese, sono scese sotto quota 30$ al barile. Lasciando intendere, senza affermarlo che la pesante crisi economica che si è abbattuta sul paese sia legata a questi provvedimenti restrittivi che, mossi da finalità politiche, quali la caduta di Maduro, si sono invece purtroppo tradotti in pesantissime ripercussioni sulla vita del popolo venezuelano.

Tabella 1: variazione annua del Pil in America Latina, sue sub-regioni e nei principali paesi

Dati rilevati FmiDati rilevati CepalDati rilevati CepalDati rilevati Cepal
Anno2014201520162017
Brasile+ 0,1– 3,8– 3,6+ 0,4
Argentina– 2,5+ 2,5– 2,2+ 2,0
Venezuela– 3,9– 5,7– 9,7– 7,2
America Latina+ 1,0– 0,1– 1,1+ 1,1
America istmica+ 3,9+ 4,2+ 3,3+ 3,6
Caraibi+ 4,3+ 3,9– 0,8+ 1,2
Sud America+ 0,3– 1,3– 2,4+ 0,6

Riteniamo, in base a fondate ragioni, che l’analisi pur riportando dati e fatti concreti, manchi di completezza. Infatti, la crisi economica del paese era inconfutabilmente iniziata già nel 2014 (tabella 1) allor che la quotazione del greggio da circa 110 $ al barile nel corso dell’anno si era dimezzata a circa 55 $ (grafico 1), spingendo il paese in recessione, a causa della stretta dipendenza della sua economia da questa commodity.

Grafico 1: andamento quotazione del barile di petrolio periodo 2014-2020

Grafico 2: andamento quotazione petrolio e entrate dall’export petrolifero Venezuela (2012-2018)

In base a stime, di economisti venezuelani e non, l’economia del paese e il suo bilancio pubblico entrerebbero in crisi quando la quotazione del greggio scende sotto i 70 $ al barile e proprio da questa soglia che, a nostro avviso, sarebbe stato più appropriato far iniziare l’analisi della genesi della crisi economica venezuelana. Indubbiamente anche la capacità estrattiva, che Rodriguez indica erroneamente iniziare a ridursi dal 2016, ha la sua importanza, infatti, seppur il prezzo del petrolio (grafico 2) riprenda a salire nel 2017, a causa di questo fattore, la recessione continua a rimanere pesante.E, nonostante il trend rialzista prosegua per buona parte dell’anno successivo, a causa della sostanziale invarianza delle entrate dall’export petrolifero anche nel 2018 (grafico 2), il Pil venezuelano diminuisce in quell’anno addirittura del 15,0% portando la contrazione cumulata al 44,3% rispetto al livello del 2013, ultimo anno di crescita prima della recessione.

Tuttavia, anche su questo punto l’analisi evidenzia ulteriore incompletezza, poiché come dimostra il grafico 3, il picco di estrazione venezuelano post crisi 2008-09 era stato raggiunto nel 2011, quindi, anche se fino al 2013 la flessione era stata lieve, non possiamo non rilevare come la contrazione fosse ufficialmente iniziata un lustro prima del 2016 come indicato nel servizio.

Grafico 3: andamento dell’estrazione di greggio e altri prodotti energetici. Venezuela: 1990-2016

Le cause della riduzione fino al momento dell’introduzione delle prime misure restrittive, agosto 2017, vanno ricondotte alle evoluzioni del mercato petrolifero mondiale, nel cui ambito nonostante la domanda fra il 2013 e il 2018 si sia mantenuta quasi costantemente al di sopra dell’offerta, quest’ultima ha continuato ad essere incrementata, a causa sia dei mancati tagli alla produzione in sede Opec+, sostanzialmente per motivi geostrategici, che dell’aumento dell’estrazione delle fonti cosiddette non convenzionali: shale oil e shale gas (grafico 4).

Tale fenomeno ha interessato in primis gli Stati Uniti (grafico 5), i quali hanno praticamente raggiunto a fine secondo decennio, l’autosufficienza energetica e si accingono a diventare nei prossimi anni un paese esportatore (grafico 6), modificando sensibilmente la geografia della produzione energetica a danno soprattutto del Medio Oriente, del Venezuela e della Russia. L’espansione della produzione statunitense, ormai dal 2014 primo produttore mondiale di gas e petrolio cumulati (grafico 7), ha doppiamente penalizzato il Venezuela, da un lato per la riduzione del suo tradizionale import venezuelano, fino al quasi totale azzeramento, dall’altro per l’aumento dell’offerta mondiale.

Per approfondire: https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/petrolio-risorsa-e-conflitti

Grafico 4: andamento della domanda e dell’offerta mondiale di petrolio. Periodo 2013-2018

Grafico 5: estrazione petrolifera convenzionale e di scisto o Shale (Tight) Oil negli Usa (1990-2024)

Grafico 6: andamento import e export di prodotti energetici negli Stati Uniti

Grafico 7: estrazione di petrolio e gas naturale in Arabia S., Russia e Usa. Periodo 2008-2018

Sovrapponendo a questa dinamica del mercato energetico mondiale, le draconiane misure restrittive occidentali, il Venezuela, nonostante abbia cercato di sostituire la domanda statunitense con quella cinese, turca e indiana, ha subito una riduzione di oltre il 50%. dell’estrazione petrolifera fra il 2013, inizio della effettiva caduta, ed il 2018.

Probabilmente il governo Maduro, in carica proprio dal 2013 dopo la morte di Chavez, di fronte alle prime avvisaglie di cambiamento del mercato petrolifero, rispetto alle alte quotazioni salvo la crisi 2008-09 del decennio precedente, avrebbe dovuto impegnarsi in un processo di diversificazione economica e nell’implementare l’incremento della produzione agricola attraverso lo sviluppo dell’agricoltura familiare, contadina e indigena, tradizionalmente produttrici di beni alimentari primari, nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza. Invece, l’economia del paese, anche a causa di situazioni emergenziali (guarimbas e tentativi golpisti), è rimasta profondamente legata alla risorsa petrolifera che ha continuato a rappresentare il 95% del export, il 40% del bilancio statale e il 40% del Pil annuo.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati condanna e chiede la rimozione delle restrizioni unilaterali statunitensi ed europee, economiche, commerciali e finanziarie che stanno causando gravi sofferenze al popolo venezuelano con privazioni di prodotti alimentari e di medicinali, intollerabili soprattutto in questa fase pandemica. Veri e propri atti vessatori disumani e illegali, perché al di fuori del diritto internazionale, verso un popolo che rivendica la propria autodeterminazione e il proprio modello di sviluppo inclusivo cercando di sottrarsi all’imperialismo e allo sfruttamento neocoloniale.

Invitano, inoltre, i governi degli stessi stati a riconoscere la legittimità e la correttezza del processo elettorale di domenica 6 dicembre, realizzato con lo stesso sistema di voto col quale vennero effettuate le legislative del 2015, vinte dal variegato fronte delle opposizioni antichaviste. Coerentemente con la certificazione di regolarità e attendibilità attestata al sistema e al processo elettorale venezuelano da osservatori internazionali, fra cui l’ex presidente Usa Jimmy Carter.

Al contempo invitiamo l’opinione pubblica a non cadere nella trappola dell’informazione mediatica main stream, asservita ai poteri forti e agli interessi imperialistici che, in linea con quanto operato in questi anni, non mancherà di gettare discredito sulla correttezza delle elezioni e sulla legittimità del governo Maduro, quest’ultima invece confermata a netta maggioranza dal’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel settembre 2019.

Tuttavia, non condividiamo, le operazioni analitiche parziali e strumentali che mirano a diffondere informazioni fuorvianti finalizzate a distogliere l’attenzione dai problemi effettivi e a condizionare l’opinione pubblica. Operazioni, di piccolo cabotaggio, che non giovano a far comprendere l’effettiva realtà dei fatti a danno in primis del processo bolivariano e dei suoi sinceri sostenitori.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

7 dicembre 2020

Uruguay: Scompare Tabaré Vázquez, primo presidente di sinistra e uno degli artefici della lunga stagione del Frente Amplio

L’ex presidente dell’Uruguay, Tabaré Vázquez, è morto nella mattina del 6 dicembre all’età di 80 anni, vittima di un cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato nell’agosto 2019 durante la sua seconda presidenza.

Vázquez, medico oncologo di professione, è stato il primo presidente di sinistra nella storia dell’Uruguay, paese che ha guidato per due mandati in rappresentanza del Frente Amplio (2005-2010 e 2015-2020). Con la sua clamorosa vittoria elettorale nel 2004, il leader del Frente Amplio ha rotto l’egemonia delle forze politiche tradizionali del paese, il Colorado Party e il National Party.

Dal suo arrivo alla presidenza, iniziò una lotta frontale contro il consumo di tabacco e affrontò un processo che ebbe successo contro Philips Morris International, una delle più potenti multinazionali del mondo.

Tabaré stabilì il divieto di fumare in tutti i locali chiusi ad uso pubblico e in tutte le aree di lavoro, sia nella sfera pubblica che in quella privata. E bandì tutti i tipi di pubblicità sui media che incitano all’uso del tabacco. L’Uruguay fu così il primo paese delle Americhe ad attuare una misura di questo tipo e il settimo a livello mondiale. I suoi due genitori e uno dei suoi fratelli erano morti di cancro e sicuramente questo ha condizionato quella lotta.

La famiglia Vázquez Delgado ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui ha chiarito che non ci sarà alcuna veglia pubblica a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia Covid-19. “Con profondo dolore comunichiamo la morte del nostro caro padre, il dottor Tabaré Vázquez, alle 3:00 per cause naturali della sua malattia oncologica. Vista l’emergenza sanitaria per Covid 19, tenendo conto delle misure stabilite e / o suggerite per il governo nazionale e il governo dipartimentale di Montevideo, e coerentemente con la preoccupazione costante di nostro padre per la salute di tutti gli uruguaiani, esprimiamo la volontà della nostra famiglia riguardo agli atti del suo addio “, si legge nella dichiarazione. “Ho la speranza e il desiderio di poter mettere la fascia presidenziale al prossimo presidente della Repubblica”, aveva detto Vázquez il 27 ottobre 2019 quando era andato a votare. In qualche modo Vázquez aveva voluto delineare la lotta che stava conducendo contro il cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato nell’agosto di quell’anno, dopo la morte di sua moglie María Auxiliadora Delgado. A settembre aveva concluso con successo la radioterapia con radiochirurgia a cui si era sottoposto per cercare di combattere il nodulo polmonare maligno ed era entrato in fase di valutazione. Nel bel mezzo della pandemia di coronavirus, Vázquez ha avuto poche apparizioni pubbliche, sebbene sia rimasto politicamente attivo all’interno del Frente Amplio con un’ultima partecipazione alla Plenaria del Frente Amplio lo scorso ottobre e un incontro giorni fa con José Muijca e Lucía Topolansky a casa sua dove hanno comunicato la loro approvazione per Marcos Carámbula a presiedere il Fronte Ampio.

Tuttavia, nelle ultime settimane aveva avuto una ricaduta. “Voglio essere ricordato come un presidente serio e responsabile”, aveva detto nel programma televisivo “El Legado” in onda domenica 29 novembre. Il corpo di Vázquez sarà sepolto nel cimitero di La Teja in una cerimonia intima riservata a bambini e nipoti. “Esortiamo la popolazione ad accompagnare questi atti dalle loro case attraverso la copertura giornalistica”, afferma il comunicato della famiglia. Ma il Frente Amplio ha chiesto alla militanza di licenziarlo. “La carovana fermerà i blocchi prima di raggiungere il cimitero e noi ci saluteremo suonando i clacson senza scendere dai veicoli. Solo i parenti e la stampa grafica entreranno nel cimitero”.

Vincendo nettamente le elezioni dell’autunno del 2004 (in quelle del 1999 perse per pochissimo), Tabarè, aprì la strada all’Uruguay dei governi progressisti nel cono sud del continente latino-americano, quasi in contemporanea con l’elezione di Lula in Brasile e il consolidamento del governo di Kirchner in Argentina. Il Frente Amplio, la grande alleanza di forze progressiste e di sinistra riuscì nell’impresa ad oltre 40 anni dalla sua fondazione, precedente alla dittatura.

Per la prima volta dalla fondazione del paese, l’Uruguay ebbe un governo dichiaratamente di sinistra rompendo l’egemonia dei due partiti, Blancos e Colorados, che si erano avvicendati al potere per oltre un secolo.

La staffetta con Pepe Muijca (che governò fino dal 2010 al 2015) e la successiva rielezione (2015-2020) hanno consentito all’Uruguay un importante periodo di conquiste sociali e di modernizzazione del paese senza pari nella sua storia recente. L’esito delle ultime elezioni presidenziali, che hanno riportato al potere il rappresentante dei partiti di centro-destra Luis Lacalle, figlio di un altro ex presidente dei Blancos, con uno scarto di soli 30mila voti, ha aperto una riflessione politica anche su una questione centrale registratasi anche in tutti gli altri paesi che hanno vissuto questa stagione di successo delle sinistre: l’emancipazione delle classi popolari e la conquista di nuovi diritti sociali e civili, non si traduce automaticamente in una egemonia culturale che riesca a consolidare durevolmente il percorso progressista.

VENEZUELA: La posta in gioco

di Marco Consolo

Domenica 6 dicembre si realizzeranno elezioni politiche in Venezuela per rinnovare il Parlamento per il periodo 2021-2026. Si tratta del processo elettorale n. 25 nei 21 anni di processo bolivariano.

Più di 20 milioni di venezuelane-i sono chiamate-i alle urne per eleggere i 277deputati tra più di 14.000 candidate-i. Si presentano un totale di 107 partiti che si disputeranno i seggi della “Asamblea Legislativa” di Caracas. Dei 107 partiti in lizza, ben 98 sono di opposizione al governo, sia da destra, che da sinistra.

I tempi delle elezioni, presentate dalla destra quasi come un capriccio del governo per disfarsi del parlamento attualmente con maggioranza dell’opposizione, sono scanditi da precisi dettami costituzionali. Ma ancora una volta, in buona compagnia dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno dichiarato di non riconoscere la legittimità del processo elettorale e quindi i suoi risultati. Come in Bolivia nel 2019 contro Evo Morales, accuseranno il governo di brogli per cercare un pretesto per intervenire nel Paese con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo.

Venezuela: Uno sguardo settimanale

E’ quindi alta la posta in gioco, in una scadenza che si realizza in un periodo aspro e difficile, peggiorato dalla pandemia.  La crisi politica, sociale ed economica in Venezuela è il risultato diretto della sfacciata ingerenza degli Stati Uniti e dell’Unione Europea contro la quale il Venezuela bolivariano ha dato una dura battaglia. Questa ingerenza, si è tra l’altro esplicitata con le criminali “misure coercitive unilaterali” (chiamate impropriamente sanzioni) da loro imposte. Misure criminali che si configurano come un vero e proprio “bloqueo”, molto simile a quello contro Cuba. Anche in questo caso, si tratta di un bloqueo economico, commerciale e finanziario che ha tagliato l’ accesso a servizi e beni essenziali, tra i quali cibo e medicine, causando la perdita di migliaia di vite di donne e uomini.

Una grave reponsabilità che ricade interamente sui governi criminali che lo applicano e di cui, prima o poi, dovranno rendere conto.

Come negli assedi ai castelli medievali, si cerca di prendere il nemico per fame e per stenti, generare ed approfondire così una crisi economica per provocare una rivolta sociale contro il governo. Una tattica di guerra non convenzionale applicata da subito contro il processo bolivariano. Nella sua versione moderna, il bloqueo è uno degli strumenti per asfissiare il progetto bolivariano, assediato sin dalla prima vittoria di Hugo Chavez, nel 1998. Un progetto che rivendica il controllo sovrano delle risorse, una ridistribuzione dei loro proventi alla popolazione per garantire giustizia sociale: fumo negli occhi della Casabianca.

Da subito, è iniziato l’assedio e la destabilizzazione costante:  tentativi di golpe e di omicidio di Chavez prima e poi del Presidente Maduro, massicci finanziamenti esteri all’opposizione della destra golpista e non solo, l’invenzione di un governo parallelo “in esilio”, diversi tentativi di invasione mercenaria (l’ultimo nel maggio 2020) ed un lungo etc..

E ancora una volta, il bue dice cornuto all’asino: nel mondo al rovescio, i veri criminali (a partire da Luis Almagro, Segretario della OEA) hanno denunciato “il regime dittatoriale” venezuelano presso la Corte Penale Internazionale per “crimini contro l’umanità”. Un tentativo disperato di applicare la strategia della guerra giudiziaria (Lawfare) anche in istanze internazionali.

Pirati all’attacco

Come richiesto a gran voce dai settori golpisti dell’opposizione, Washington e Bruxelles hanno seriamente danneggiato l’economia e, di conseguenza, il livello di vita della popolazione. Le loro misure, sempre più aggressive, colpiscono le già critiche condizioni di vita, peggiorate dalla pandemia del COVID-19.

Piratas del siglo XXI: La maldita culpa sí la tiene alguien - La Demajagua

Foto: Cubadebate

Secondo l’economista Francisco Rodriguez (laureato a Harvard ed oppositore del governo Maduro), la caduta della produzione di petrolio è iniziata quando i prezzi del crudo  nel 2016 erano piombati a meno di 30 dollari al barile. La caduta si è accelerata puntualmente con l’applicazione di nuove “sanzioni” economiche (quelle finanziarie nell’agosto 2017, le prime petrolifere a gennaio 2019, febbraio 2019, febbraio 2020 contro la società russa Rosneft socia dell’impresa statale venezuelana PdVSA). Secondo Rodriguez, il punto di inflessione coincide con i momenti in cui si sono applicate le sanzioni e le ultime contro Rosneft hanno peggiorato la scarsezza di combustibile [i].

L’economista “chavista”, Pasqualina Curcio mette in risalto gli attacchi alla moneta nazionale. Infatti, nella misura in cui il bolivar si deprezza (come effetto della speculazione e della manipolazione anche attraverso portali web come p.e. dolar today), ha un impatto sui costi di produzione e naturalmente sui prezzi, con l’effetto di una iperinflazione indotta con livelli che hanno raggiunto il 130.000 % nel 2018. Senza considerare il deterioramento del potere d’acquisto e la contrazione dell’economia. Secondo Curcio, in base ai dati del Banco Central, la caduta del PIL tra il 2013 ed il 2019 è stata del 64%. Ovvero, perdite di 194.000 milioni di dollari, equivalenti alla produzione nazionale di un anno e mezzo, a più del totale del debito estero venezuelano (110.000 milioni), al costo dell’importazione di cibo e medicine per un periodo di 30 anni [ii]. Un impatto tremendo, che alcuni soggetti dell’opposizione continuano a negare, accusando il governo di incapacità congenita.

Tra le misure anti-bolivariane degne degli antichi pirati, c’è anche la rapina degli attivi finanziari e delle riserve di oro custodite da diverse banche straniere, a partire dalla Bank of England di “sua maestà Britannica”. Il governo venezuelano rivendica il diritto di farsi restituire dalla Banca  le 31 tonnellate di lingotti d’oro che da anni l’istituto custodisce nei suoi forzieri. Un tesoro valutato in circa 887 milioni di dollari che a suo tempo Chavez non riuscì a rimpatriare.

L’impatto delle elezioni  

E’ d’obbligo chiedersi se il risultato elettorale favorirà o meno il necessario dialogo per sbloccare il Paese.

In queste elezioni sono in gioco il destino del popolo venezuelano e della sua democrazia partecipativa e protagonica, il futuro del progetto socialista, l’integrazione continentale non subordinata ai voleri dell’ingombrante  vicino del nord e molto altro.  Il popolo venezuelano è chiamato a votare per restituire al parlamento il suo ruolo nel dibattito politico tra forze diverse che riflettono la pluralità del Paese, in base alla Costituzione ed al rispetto della sovranità nazionale e popolare.

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Come si ricorderà, alle ultime elezioni parlamentari del 2015, la destra ha vinto e conquistato il potere legislativo. Ed ha vinto con lo stesso identico sistema elettorale ancora in vigore, e che oggi viene accusato strumentalmente di non essere affidabile. Lo stesso che l’ex-Presidente Jimmy Carter definì come il più sicuro al mondo.

Dal 2015, il parlamento è stato uno strumento di destabilizzazione nelle mani degli Stati Uniti e dei loro alleati per cercare di rovesciare il governo legittimo.

Nel gennaio 2019, con il pieno appoggio dei latifondi mediatici, l’amministrazione Trump ha tirato fuori dal cappello il coniglio-pagliaccio Juan Guaidò, deputato ed allora presidente del Parlamento, auto-proclamatosi “Presidente interino” del Paese. Una farsa senza nessuna base costituzionale e legale, visto che la figura di “presidenza interina” non esiste nella Costituzione venezuelana. E Guaidò non ha mai partecipato a nessuna elezione presidenziale, nè tantomeno è mai stato eletto Presidente.

L’autoproclamazione, appoggiata anche dal cosiddetto “Gruppo di Lima”, è stata inoltre realizzata senza consultare nè il resto dei partiti membri dell’alleanza di opposizione del cosiddetto G4, nè il Parlamento, provocando forti malumori e scontri interni.

Da allora, Guaidò ed i suoi alleati interni ed esteri si sono dedicati ad implementare i molteplici piani di “guerra ibrida” dell’amministrazione statunitense per il “regime change”, per abbattere Maduro. Questi settori appoggiano apertamente il bloqueo, hanno chiesto più volte ed a gran voce l’intervento militare straniero, si sono alleati con i tagliagole del narco-paramilitarismo colombiano, ed hanno fomentato la destabilizzazione politica, sociale ed economica. Non contento, il governo virtuale di Guaidó ha gestito a suo piacimento e con ogni sorta di corruzione i beni venezuelani all’estero, illegalmente messi a sua disposizione dal governo Trump e dai suoi alleati (CITGO e Monomeros tra gli altri).

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Ma la decisione di Guaidó e dei dirigenti dell’alleanza G4 di mantenere la strategia fallita del governo parallelo, e confermare nuovamente l’astensione elettorale, ha provocato molte fratture all’interno dei litigiosi partiti del G4 (Acción Democratica, Primero Justicia, Voluntad Popular e Un nuevo tiempo).  A destra, si è quindi riconfigurata l’opposizione con l’emergere nel G4 di un settore che si è dissociato dal golpismo e dalla strategia astensionista, convergendo con gli altri settori di opposizione che hanno partecipato alle elezioni presidenziali del 2018.  E approfittando di queste contraddizioni, il governo  ne ha facilitato la partecipazione elettorale, dopo aver raggiunto un accordo con i dissidenti del G4 e diversi partiti dell’opposizione non golpista. La mediazione non è stata facile, ma il governo bolivariano ha accettato le principali modifiche al sistema elettorale richieste dall’opposizione, che hanno portato ad un ampliamento del sistema proporzionale e del numero dei deputati. Vista la mala parata, i settori golpisti, che sanno di non avere i numeri per vincere, hanno deciso di non esserci per delegittimare la scadenza elettorale.

Sono in buona compagnia degli autoproclamati “paladini della democrazia occidentale”, che mantengono un assordante silenzio di fronte al tragicomico spettacolo elettorale negli Stati Uniti, dove Trump si aggrappa alla sedia, ignorando la sua sconfitta elettorale, in un sistema che Washington vende come esempio democratico al mondo.

La rottura a sinistra

Anche all’interno del Gran Polo Patriótico (GPP), fulcro del processo bolivariano, c’è stata una rottura in base alla recente decisione del Partito Comunista del Venezuela (PCV).  Infatti, in questa delicata situazione, il PCV ha deciso di presentare una lista alternativa (Alternativa Popular Revolucionaria), che cerca un proprio spazio politico-elettorale nel processo bolivariano. L’APR è un fenomeno prodotto da tensioni irrisolte all’interno del chavismo, fondamentalmente legato alla risposta del governo bolivariano alle misure coercitive unilaterali, a differenze sulla politica economica, sulla gestione del governo in materia sociale e di lavoro, sulle accuse di criminalizzazione della protesta sociale per le precarie condizioni di vita e di lavoro. Si tratta di una struttura costituita per scopi elettorali, anche se si propone come possibile piattaforma a lungo termine. Con il PSUV sono d’accordo su antimperialismo, socialismo, mantenimento dell’eredità politica di Chavez, ma con un corpo programmatico ancora in via di definizione al loro interno.

In caso riesca a canalizzare il malessere per la complessa emergenza sociale all’interno del mondo “chavista”, il voto “castigo” di questa lista potrebbe essere la sorpresa elettorale, con una riconfigurazione delle maggioranze nel nuovo parlamento.

In questo nuovo scenario, con il riallineamento delle forze, sia all’opposizione che al governo, il settore dell’opposizione che fa riferimento a Guaidò è rimasto con il cerino in mano, spiazzato e fuori gioco, nonostante l’appoggio mediatico internazionale, anche in Italia.

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Sul voto, pesa poi l’incognita dell’astensione che si prevede attorno al 50%. I settori golpisti faranno di tutto per aggiudicarsela, come evidenza dell’opposizione al governo. La verità è che, a differenza delle presidenziali, le politiche hanno sempre visto una minore partecipazione. E a questo, bisogna aggiungere la pandemia, le difficoltà nei trasporti, il bloqueo e naturalmente anche lo scontento per la dura situazione sociale che spinge a rimanere a casa.

Da parte chavista si è ripetuto fino alla nausea che si rispetterà la volontà popolare, qualunque essa sia. In tutte le elezioni precedenti, il governo ha accettato i risultati dei partiti di opposizione e dei loro candidati. Chi scrive era presente quando nel 2007 il chavismo ha perso il referendum per la riforma costituzionale ed ha riconosciuto immediatamente la propria sconfitta.

In questi giorni, lo stesso Maduro ha detto pubblicamente che in caso di sconfitta potrebbe andare a casa.

In questo possibile scenario, la nuova Assemblea Nazionale potrebbe promuovere il dialogo verso un accordo nazionale, per poter affrontare l’emergenza sociale ed economica e rivendicare il diritto di vivere degnamente e in pace.  Sarebbe un primo passo sulla strada della normalizzazione istituzionale del Paese e la difesa del voto come strumento per l’esercizio e la riaffermazione della sovranità popolare.

Un percorso non facile, vista l’aggressività della destra golpista sostenuta dalla Casabianca, dall’Unione Europea, dalla OEA di Luis Almagro e dal cosiddetto Gruppo di Lima. Un primo risultato politico importante è stato quello di aver isolato le frange golpiste e convinto una gran parte della destra a partecipare alle elezioni.

Sullla scia degli Stati Uniti, l’Unione Europea ha appena deciso di rinnovare per un altro anno le misure coercitive unilaterali imposte al Venezuela e si appresta a non riconoscere le prossime elezioni. Invece di gettare benzina sul fuoco in maniera irresponsabile, l’Unione europea e l’Italia dovrebbero sostenere il dialogo tra le parti, respingendo la via della violenza e dello scontro. La vera sfida per Roma e Bruxelles è smarcarsi dalla follia aggressiva e guerrafondaia di un impero in declino.

[i] https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true

[ii] ibidem

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/venezuela-la-posta-in-gioco/

La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después. Due libri di grande interesse, liberamente scaricabili

CLACSO (Consiglio Latino Americano di Scienze Sociali), che dispone di una importante libreria on line copyleft: http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php in lingua spagnola ha recentemente pubblicato un grande lavoro, in due volumi, curato da Robert Austin, Viviana Canibilo e Joana Salém, con interventi di altre 80 autrici e autori sul periodo rivoluzionario nel Cile di Allende: La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después (LA VIA CILENA AL SOCIALISMO 50 ANNI DOPO).

“Il 4 settembre 2020 sono trascorsi 50 ani dall’elezione del presidente Salvador Allende e del governo di Unidad Popular. L’iconica Via Cilena al Socialismo continua a simbolizzare lo sviluppo storico di un programma di abolizione del dominio imperiale e neo-coloniale sopra la gran maggioranza della popolazione, attraverso la riforma politico-economica dall’alto e la lotta popolare dal basso. La forza di Unidad Popular risiedeva in una alleanza trasversale della classe lavoratrice e contadina, probabilmente la più cosciente e altamente organizzata delle Americhe in quel particolare momento storico. Su tutto questo si concentrano i due corposi volumi che cercano di riscattare criticamente quell’epoca, con uno sguardo verso il futuro.”

Ci teniamo a segnalare questo lavoro di ricostruzione storica liberamente scaricabile dal sito della libreria, sia per la sua ampiezza e i tanti approfondimenti che vi sono presenti ed anche perché i redattori hanno condiviso con le nostre organizzazioni FILEF in Australia anni di comune militanza a favore degli esuli cileni e di tutti i migranti in quel paese.

In questo senso sollecitiamo gli interessati a diffondere i due libri e a incancellabile e straordinaria esperienza del governo di Unidad Popular presieduto da Salvador Allende.


CLACSO acaba de publicar ambos tomos de La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después, que se pueden bajar libremente en http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php

“El 4 de septiembre de 2020 se cumplieron 50 años desde la elección del presidente Salvador Allende y el gobierno de la Unidad Popular. La icónica Vía Chilena al Socialismo sigue simbolizando el desarrollo histórico de un programa para abolir el dominio imperial y neocolonial sobre la gran mayoría de la población, mediante la reforma político-económica desde arriba y la lucha popular desde abajo. La fuerza de la Unidad Popular residía en una alianza transversal de las clases trabajadoras y campesinas quizás más concientizadas y altamente organizadas de las Américas en ese momento. Aquí van dos tomos que rescatan críticamente a la época, con una mirada hacia el futuro.”

***

Sobre los compiladores

Robert Austin Henry es Doctor en Historia Latinoamericana (La Trobe). Su investigación se enfoca en la historia postcolonial y neocolonial, a partir de la Guerras por la Independencia. Ha trabajado en Chile, México, Cuba y Venezuela periódicamente desde 1978, en varias universidades. Es autor o coautor de 70+ publicaciones académicas, entre ellas 10 libros; y 70+ publicaciones en revistas populares. Ver https://sydney.academia.edu/RobertAustin. Se le negó la entrada a Chile en 1997, por presunta participación en la fuga de prisioneros del Frente Patriótico Manuel Rodríguez de la Cárcel de Alta Seguridad en Santiago, capturado elocuentemente por el protagonista Ricardo Palma Salamanca en su libro El Gran Rescate. Esto, lamenta, no es cierto. Correo: r.austin@sydney.edu.au

Viviana Canibilo Ramírez vivió 25 años en el combativo barrio de La Legua en Santiago de Chile, hasta 1979. Participó en el programa de trabajo voluntario de la Unidad Popular; y es egresada de la Universidad Técnica del Estado, 1973-78 (con honores). Se desempeñó como profesora de Castellano y Economía Doméstica en escuelas secundarias públicas durante 35 años en Australia, abogando por la latinoamericanización curricular de Castellano. En 2018 el gobierno cubano la premió por su solidaridad vitalicia con la Revolución Cubana. Con Robert Austin H. es coautora intelectual del proyecto vigente, entre otros proyectos editoriales, más el archivo “ALAS” de solidaridad con América Latina y el Caribe, 1970-2020, Biblioteca Estatal de NSW, Sídney. Ver https://independent.academia.edu/VivianaRam%C3%ADrez8. Correo: vrcanibilo@gmail.com

Joana Salém Vasconcelos es Doctora© en Historia Económica por la Universidad de São Paulo (USP), con una tesis sobre la reforma agraria chilena y las pedagogías campesinas para transformación económica. Hizo una pasantía doctoral en la Universidad de California, Irvine (UCI). Tiene un Máster en Desarrollo Económico por la Universidad Estadual de Campinas (UNICAMP), que resultó en el libro História agrária da revolução cubana: dilemas do socialismo na periferia (2016). Investiga las reformas agrarias en América Latina con enfoque en Cuba y Chile. Es asociada al Centro de Estudios de Historia Agraria de América Latina (Chile) y editora de Latin American Perspectives (EUA). Es activista de educación popular en la Rede Emancipa (Brasil). Correo: joana.salem@gmail.com

Ver https://fflch.academia.edu/JoanaSal%C3%A9m

 

LINK diretto per scaricare i volumi:

Volume 1° – Historia

Volume 2° – Memoria

 

 

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=33765

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