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Diritti globali

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“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

“DOMINIO”: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

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Jean-Luc Mélenchon: Monetizzare e cancellare il debito

Sulla scia dei 50 economisti che su Le Monde hanno firmato un appello riguardo l’annullamento del debito detenuto dalla BCE[i], Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ha pubblicato un interessante articolo su La Tribune, di cui qui offriamo la traduzione[ii].

La signora Lagarde dovrebbe andare al Louvre. Potrebbe così recarsi fino alla stele sulla quale è inciso il Codice di Hammurabi. Certo, non è un testo delicato. «Occhio per occhio, dente per dente» è severo! Ma lo stesso crudele realismo si esprime in un altro modo a proposito di debiti. Il caso trattato è quello del debitore che ha subito i danni di un’alluvione o di un disastro. Il sovrano dell’anno 1750 a. C. dice che questo debitore «non restituirà il grano al creditore, immergerà la sua tavoletta [sulla quale erano segnati i debiti] nell’acqua e non darà l’interesse di quest’anno». Immerga la sua tavola nell’acqua, signora Lagarde! Cancelli i debiti pubblici detenuti dalla BCE. Perché sennò, come il debitore che ha subito l’inondazione, arriverà presto il momento in cui, lungi dal potervi pagare, il debitore le infliggerà la bancarotta totale. Cancelli! Ne abbiamo bisogno oggi per uscire dalla crisi creata dalla pandemia e ripristinare la capacità di azione dello Stato. Continua a leggere

Draghi al volante: il pilota automatico è in riparazione

di Gianni Giovannelli

Dopo la caduta di Giuseppe Conte si sono scatenate violente risse fra i diversi gruppi parlamentari rendendo quasi impossibile la formazione di un nuovo governo. Per ripristinare l’ordine, munito di bastone e di carota, è arrivato il capo-banca

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Il 7 marzo 2013, a conclusione della seduta del consiglio BCE, durante la consueta conferenza stampa nella sala di EuroTower, Mario Draghi ebbe a commentare i risultati delle elezioni appena svolte in Italia, senza alcuna maggioranza certa. Il 5 agosto 2011, a quattro mani con il suo predecessore Trichet, il nuovo presidente aveva indirizzato al presidente del consiglio Silvio Berlusconi una lettera segreta per imporre non solo profonde modifiche della legislazione giuslavoristica italiana ma anche l’inserimento nella Carta Costituzionale del principio di pareggio del bilancio, minacciando in ipotesi di diniego la cancellazione degli aiuti economici europei. Come noto tutti i partiti si erano piegati, approvando in tempo record, quasi all’unanimità e senza referendum confermativi, la norma che impediva qualsiasi investimento pubblico futuro, ove questo determinasse un incremento del passivo.

Il pilota automatico

Dopo aver così constatato la fragilità del ceto politico italiano Mario Draghi non esitò ad affermare, con voce pacata ma con  insolente sicurezza, che le elezioni impressionano solo i partiti e i giornalisti, non i mercati; dunque si dichiarò certo che l’Italia avrebbe proseguito il cammino di riforme tracciato dalla BCE, a prescindere da chi avrebbe costituito la compagine governativa. A decidere la via dell’esecutivo in formazione, quale che fosse, era infatti, ormai, un pilota automatico: non ci potevano essere ostacoli o deviazioni. Bisogna riconoscere che l’immagine del pilota automatico rendeva (rende) perfettamente l’idea di quelli che erano (sono) i rapporti di forza e gli equilibri di potere; in ogni caso la successione degli eventi gli diede perfettamente ragione.

Fra il 2013 e il 2018, infatti, le due Camere smantellarono l’intera architettura dei diritti conquistati dai lavoratori, a prezzo di durissime lotte, nel secolo scorso; l’opera iniziata dalla coppia Monti-Fornero (su richiesta della BCE guidata da Draghi) proseguì con Matteo Renzi. Il pacchetto di Decreti Legislativi (il c.d. Jobs Act) autorizzati a larga maggioranza parlamentare ebbero il pieno consenso dell’attuale gruppo interno alla componente di sinistra L&U, ovvero Articolo 1 di Bersani/Speranza, e perfino il voto dell’icona Mario Tronti. Solo la severa sconfitta del Partito Democratico al referendum costituzionale (dicembre 2016) determinò una scomposizione del quadro politico, una crisi delle alleanze acuita dalla contestuale crescita di consensi per la componente sovranista (di destra: Meloni e Salvini). Ma il pilota automatico (in piena funzione pure nel curioso mosaico del governo Gentiloni) continuava ad assicurare il mantenimento della rotta. Nel quinquennio 2013-2018 Mario Draghi, saldo al vertice della BCE, fu il vero indiscusso artefice di un formidabile consolidamento delle privatizzazioni, in particolare nei settori chiave della telefonia, dell’energia, delle banche, delle assicurazioni; in un breve volgere di tempo è radicalmente mutato il sistema-paese.

Mario Draghi

Draghi nacque a Roma nel 1947, durante il IV governo De Gasperi, e questo pare già un segno del destino; per ottenere i fondi del Piano Marshall i comunisti erano stati necessariamente collocati per la prima volta all’opposizione, pur restando costruttivi e partecipi. Il padre, Carlo, era entrato in Banca d’Italia nel 1922, legandosi a Donato Menichella, l’uomo che diresse l’IRI fra il 1936 e il 1944 e poi la Banca d’Italia nel 1946, su indicazione di Luigi Einaudi. Terminato il liceo dei gesuiti romani (il prestigioso Massimiliano Massimo)  e conseguita la laurea alla Sapienza, Draghi, già nel 1971, fu ammesso al Massachussets Institute of Technology su segnalazione (nientemeno!) di Modigliani; nel 1981, a 34 anni, era già ordinario all’Università di Firenze (cattedra di economia e politica monetaria). Goria, ministro del tesoro, lo fece suo consigliere già nel 1983 e questo fu il primo passo in politica di questo giovane ambizioso e brillante, direttore esecutivo della Banca Mondiale fra il 1984 e il 1990. Per nulla al mondo un uomo simile si sarebbe tenuto lontano dalle stanze del governo; anzi! Fra il 1991 e il 2001, quale direttore generale del Ministero del Tesoro (e indifferente al cambio dei ministri temporaneamente in carica) fu il grande regista della prima vasta opera di privatizzazione delle compagnie di stato. La rivoluzionaria normativa in materia di intermediazione finanziaria fu varata in base ad una legge delega, a mezzo di un decreto legislativo, n. 58/1998; dal nome di chi aveva redatto il testo si chiama legge Draghi. Proprio per la lunga esperienza acquisita dentro il ministero e dentro il palazzo della politica fu chiamato in Goldman Sachs, con una funzione apicale, curando in particolare i derivati. Ci rimase per quasi quattro anni, nell’ultimo biennio quale membro del Comitato Esecutivo. Nel 2016 è poi arrivato Barroso, sempre dall’Unione Europea. Poiché era stata proprio Goldman Sachs a riempire la Grecia dei prodotti derivati che causarono il tracollo di quel paese scoppiarono accese polemiche, con accuse di conflitto d’interesse; ma il professor Draghi chiarì – con calma e con garbo – di essere estraneo a quel cattivo affare, la Grecia lo aveva fatto nel 2011,dunque  prima del suo arrivo. E accettò, dopo lo scandalo detto Bancopoli, la proposta di Silvio Berlusconi sostituendo Fazio al vertice della Banca d’Italia, nel dicembre 2005. L’investimento in Goldman Sachs fu affidato al fondo cieco Serena insieme al resto del patrimonio mobiliare; e possiamo naturalmente essere certi che da allora Mario Draghi non ne abbia saputo più nulla, salvo un periodico esame dei riepiloghi inviati dai funzionari del blind trust.  Il resto è storia recente: dal novembre 2011 fino alla scadenza del mandato nel 2019 rimase al vertice della BCE, per poi recarsi in Umbria. L’unico in famiglia a occuparsi di derivati è Giacomo, suo figlio, prima in Morgan Stanley e ora con Hedge LMR (ex trader di UBS). La cronaca giornalistica ci riferisce che da molti mesi il banchiere vive appartato in un borgo umbro, Città della Pieve, con la moglie e un cane bracco ungherese (si chiamerà Orban?), dedito all’ozio e alla lettura; per rispetto non si accenna a quel che mangia e a quanto beve, ma lo presentano come uno sfaccendato a riposo.

Il cambio di passo

La realtà è tuttavia un’altra. Mario Draghi è il vicepresidente del Gruppo dei Trenta (G30), l’organismo creato nel 1978 per iniziativa di Geoffrey Bell, presidente onorario ancora oggi, con il finanziamento della Fondazione Rockfeller. I membri – non più di 30 complessivamente – vengono dai più diversi paesi e rappresentano i diversi possibili punti di vista del moderno capitalismo finanziarizzato e tecnologico; sono economisti, governatori delle banche centrali, ministri del tesoro, una pattuglia scelta incaricata di predisporre consigli a tutti i governi del mondo per mezzo di periodici rapporti. Ne fanno parte Jean Claude Trichet (il vecchio socio della lettera segreta), il neo ministro del tesoro americano Janet Yellen, il governatore cinese della Banca del Popolo Yi Gang, lo spagnolo Caruana, l’israeliano Frenkel, e così via. Incaricato dal G30 di procedere alla redazione del rapporto ai governi del mondo sul rapporto economia/pandemia è stato assegnato proprio al nostro sfaccendato banchiere, insieme a Raguram Raiaw; fu presentato in conferenza stampa il 16 dicembre 2020, quando ormai la crisi di governo faceva capolino. E se incaricò naturalmente, in assenza del fido bracco ungherese rimasto a Pieve della Città, il nostro nuovo presidente del consiglio. Con lui c’erano Victoria Ivashina (proveniente dal Kazakistan, ma ormai brillantemente insediata ad Harward) e Douglas Elliot, entrambi in piena sintonia. Proprio a riposo non doveva essere.

Il rapporto è di grande interesse, pur se ignorato dai commentatori italiani, i quali preferivano occuparsi di questioni più alla loro portata, come il colore degli abiti della sindacalista Bellanova o il disagio del dissidente Di Battista, riducendo le ragioni della crisi alle grottesche liti di cortile fra le bande di maggioranza e minoranza.

Draghi e Raiaw  riprendono, rielaborandoli e adeguandoli alla fase, alcuni spunti di Joseph Schumpeter sul c.d. modello dinamico, a fronte di un oggettivo mutamento delle modalità organizzative del complessivo processo di produzione e profitto. La gigantesca trasformazione originata dalla spinta di continue innovazioni è entrata in contatto con le conseguenze legate alla pandemia; i giuristi potrebbero ricondurre il corona virus nell’ambito del danno evento , contemporaneamente causa ed effetto, senza necessità di ulteriori dimostrazioni. Certamente vi è stata una sinergia che ha moltiplicato geometricamente sia le perdite sia i profitti, le ricchezze e le povertà. Quasi rifacendosi al nostro Christian Marazzi il G30 sembra evocare una sorta di comunismo del capitale per rimediare, almeno nell’immediatezza, alle crepe dell’attuale meccanismo, e assicurare continuità in questo passaggio.

Il flusso delle merci immateriali impone un cambio di passo, qui e ora, al nuovo capitalismo; la pandemia ha evidenziato come l’ipotesi di una sostituzione graduale del vecchio assetto sia ormai insufficiente. Nel 2011 la scelta era stata quella di utilizzare l’austerità e il pareggio di bilancio per smantellare l’impianto tradizionale di welfare  laburista-popolare in tutti gli stati dell’Unione Europea, di far pagare il costo della crisi finanziaria ai lavoratori stabilizzati, di agevolare, imponendolo, l’introduzione di una condizione precaria generalizzata perché più adeguata alle esigenze di profitto. Dunque si diede corso al taglio di personale pubblico, alla privatizzazione dell’istruzione e della sanità, al contenimento della spesa; il pareggio di bilancio, invocato da strutture statali in deficit istituzionale permanente, costituiva una manovra tutta politica di attacco funzionale al processo di sussunzione da realizzare nella fase di transizione. Nel 2020, dopo il susseguirsi di crepe e di crisi, cambia il programma; si torna all’utilizzo dell’indebitamento per investire, per sanare i guasti, per consolidare il cambiamento e tenere fermi i nuovi rapporti di forza conseguiti dal capitale durante lo scontro sociale in atto.

In forme diverse, negli ultimi anni, si è sviluppata una scomposizione del quadro politico tradizionale, una ripartizione del consenso elettorale così variegata da rendere difficile qualsiasi sintesi, anche per i troppo frequenti cambi di sentiment in territori regionalizzati e quasi atomizzati. Il prepotente ingresso sulla scena di movimenti nazionalisti, di componenti apertamente reazionarie e xenofobe, perfino di violenti scontri motivati con richiami alla religione, tutto ciò ha creato qualche intoppo nel funzionamento del pilota automatico; nei singoli stati la risoluzione delle difficoltà ha richiesto una certa dose di creatività, diversificandosi in Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, Polonia, Italia (fra le esperienze indubbiamente più fantasiose, come di consueto siamo un laboratorio). La pandemia ha acuito i problemi; non ci si può stupire che nella cabina di regia non si siano limitati alla strategia di contenimento, ma abbiano deciso di usarla. Seize the opportunity! Specie dopo aver deliberato la spesa, l’investimento allo scoperto di cassa, la scelta di un deficit.

La distruzione creatrice. Il progetto del Group of Thirty

Rielaborando Schumpeter il rapporto stilato da Mario Draghi e presentato il 16 dicembre 2020 si fonda su una vera e propria distruzione creativa, capace di calarsi nella fase attuale di crisi e trasformazione per costruire un nuovo diverso equilibrio con i fondi stanziati. In questa situazione a ben poco servono elezioni; tanto la soluzione sarebbe la stessa a prescindere dall’esito. Il povero Tsipras vinse ampiamente il suo referendum, ma gli servì a nulla; le condizioni non erano trattabili, o le accettava o lo facevano quadrato. Si arrese a Mario Draghi inteso come male minore.

Il progetto di distruzione creativa non prevede affatto di conservare o ripristinare il precedente status quo ante. Le attuali regole sono assai chiare, come ebbe ad esporre l’attuale direttore del Tesoro Alessandro Rivera: i fondi vanno a chi possa presentare un fatturato pregresso di almeno 50 milioni, non sia in stato di oggettiva decozione, intenda investire almeno 100 milioni in un tempo preciso. L’ingresso della parte pubblica gioca un ruolo primario, a garanzia delle banche, con il fine di preservarle dai rischi connessi ai finanziamenti andati a vuoto; quindi (ma è cosa diversa dalla vecchia IRI di Beneduce e Menichella) lo Stato entra direttamente in partita per controllare  il complessivo meccanismo. Con buona pace dei nostalgici legati alla manifattura il progetto Draghi (e del G30) non teme affatto il rischio di un incremento della disoccupazione; si lascia anzi intendere che non si debbano sprecare risorse per il salvataggio di imprese che non appaiano capaci di assicurare la loro sopravvivenza al termine della pandemia. La distruzione riguarda proprio loro, senza alcun senso di colpa e senza ripensamenti. L’idea forza sta nel ritenere che solo procedendo in questa maniera potranno emergere nuove possibilità di accesso al lavoro e al reddito (Draghi è persona garbata, non lo chiama accesso allo sfruttamento). E’ questa una concezione di taglio palesemente sviluppista che vede le nuove tecnologie (digitalizzazione) e la trasformazione ecologica (il tema ambientale) tutte piegate alle esigenze del nuovo capitalismo finanziario e informatico. Dentro questo schema non si consuma solo il tradizionale conflitto fra operai e capitale ma prevede anche una inevitabile resa dei conti all’interno delle strutture d’impresa.

Il governo di unità nazionale

Pandemia e inadeguatezza del ceto politico rendono necessario il tagliando e il pilota automatico è momentaneamente in officina per interventi di manutenzione. Nelle more il suo inventore, Mario Draghi, si è messo al volante per evitare incidenti di percorso. Persona decisa, ma al tempo stesso prudente, ha accettato l’incarico solo dopo aver ottenuto l’adesione di quasi tutto lo schieramento politico, da destra a sinistra, con la sola opposizione, naturalmente serena e costruttiva, della ex-fascista Giorgia Meloni, che così garantisce il contraddittorio e la dialettica parlamentare.

Dopo Ciampi, Dini e Monti la Banca d’Italia si incarica di mandare i suoi funzionari al governo di unità nazionale. Questa volta ci siamo risparmiati le lacrime comuniste che avevano accompagnato il voto di fiducia a Dini, il ministro Speranza (pure lui laureato alla LUISS peraltro) è rimasto al suo posto senza necessità di un pianto dirotto. Siamo ben oltre la maggioranza Ursula, aveva ragione la cattolica Victoria Ivashina (Pontifical Catholic of Perù prima di Harward) nel ritenere che Mario Draghi avrebbe portato a termine la missione, tenendo incollate tutte le forze litigiose delle due camere. Giustizia e lavoro si caratterizzano per nomine sostanzialmente interlocutorie. Orlando è stato ministro durante il Jobs Act, ma varò anche le norme penali sul caporalato; è certo più gradito a Confindustria della Catalfo, ma non è neppure totalmente un forcaiolo. Cartabia è una cattolica un po’ bacchettona (non si è mai rassegnata all’introduzione dell’aborto) ma non è priva di sensibilità sociale. Scuola e ricerca sembrano procedere con cautela, senza scossoni probabilmente, a giudicare dai prescelti. Il ritmo del nuovo esecutivo appare chiaro guardando le nomine legate alla spesa: Colao, Franco, Giovannini, Garofoli, Cingolani sono una squadra di tecnocrati guardinghi e collaudati, in piena sintonia con il rapporto del G30 e con lo stile di Draghi. I politici, siano essi leghisti pentastellati o democratici, si adegueranno, accontentandosi di una percentuale, esattamente come se fosse ancora in funzione il pilota automatico. E i giornalisti come Fubini o Buccini eviteranno accuratamente di misurarsi sul tema spinoso delle imprese da finanziare o abbattere, limitandosi come sempre a dissertare di spread, di Mes, di nulla, scrivendo qualsiasi cosa purché a pagamento. Il bracco ungherese può passeggiare tranquillo nel parco privato di Pieve della Città.

 

 

FONTE: http://effimera.org/draghi-al-volante-il-pilota-automatico-e-in-riparazione-di-gianni-giovannelli/

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La dinamica macroeconomica recente dei Territori Palestinesi

Accertate le considerevoli differenze che sussistono tra le due entità geografiche che li compongono, potrebbe fornire un quadro fuorviante procedere all’analisi economica e sociale dei Territori Palestinesi nel suo complesso; riteniamo pertanto più significativo procedere, sin dove la disponibilità dei dati lo consente, alla disamina della situazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in modo disaggregato. Continua a leggere

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione.

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela

Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

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Italia primo paese europeo a ratificare la Convenzione Ilo su eliminazione di violenza e molestie sul lavoro

di Silvana Cappuccio

Finalmente è tolleranza zero verso violenza e molestie di genere al lavoro: l’Italia è il primo paese europeo ad avere ratificato la Convenzione 190 dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro, adottata a Ginevra nel 2019 in occasione del centenario dell’Organizzazione.

Il testo si può ben definire di portata storica: contiene ed esplicita principi e diritti che in tutte le realtà del mondo sono quotidianamente ignorati o messi in discussione, se non calpestati, in contesti di ordinaria indifferenza.

Le norme, fortemente volute dal sindacato internazionale e dai sindacati italiani, contengono molti elementi di qualità, primo tra tutti il riconoscimento del diritto al luogo di lavoro libero da violenza e molestie, incluse quelle di genere, come diritto umano, che in quanto tale riguarda tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dal loro status contrattuale. Include coloro che sono in formazione, tirocinanti, apprendisti, licenziati, alla ricerca di lavoro e anche i datori di lavoro.

La copertura universale della Convenzione è fondamentale, se solo si pensa che la violenza di genere rimane una delle violazioni dei diritti umani vergognosamente più tollerate nel mondo del lavoro. Secondo le statistiche Onu, il 35% delle donne – 818 milioni di donne a livello globale – di età superiore ai 15 anni ha subito violenza sessuale o fisica a casa, nelle comunità o sul posto di lavoro. In Italia, il 31,5 % secondo i dati Istat.

La definizione di violenza e molestie è stata oggetto di lunghe e difficilissime discussioni a Ginevra tra rappresentanze di imprese, sindacati e governi, prima che si raggiungesse l’intesa. Si trattava di esprimere in maniera chiara comportamenti che spesso nella realtà sono subdoli e si avvalgono di opache ambiguità nei rapporti di potere. Alla fine, il compromesso si è raggiunto su “un insieme di pratiche e di comportamenti inaccettabili, o la minaccia di porli in essere, sia in un’unica occasione, sia ripetutamente, che si prefiggano, causino o possano comportare un danno fisico, psicologico, sessuale o economico, incluse la violenza e le molestie di genere”.

L’espressione “violenza e molestie di genere” indica la violenza e le molestie nei confronti di persone in ragione del loro sesso o genere, o che colpiscano in modo sproporzionato persone di un sesso o genere specifico, ivi comprese le molestie sessuali. Sono molestie anche quei comportamenti che, indipendentemente dalla finalità, comunque violino la dignità della persona, siano dannosi per la salute o creino un ambiente di lavoro ostile.

Le norme sono formulate con chiarezza e coprono un ambito di applicazione tanto ampio quanto ben definito. La Convenzione, infatti, si applica alla violenza e alle molestie che si verifichino in occasione di lavoro, in connessione con il lavoro o che scaturiscano dal lavoro, più esattamente: nel posto di lavoro, inclusi gli spazi pubblici e privati se questi costituiscano luogo di lavoro; in luoghi in cui si riceve la retribuzione, in luoghi destinati alla pausa o alla pausa pranzo, oppure nei luoghi di utilizzo di servizi igienico-sanitari o negli spogliatoi; durante gli spostamenti o i viaggi di lavoro, formazione, eventi o attività sociali correlate con il lavoro; a seguito di comunicazioni di lavoro, anche quelle rese possibili dalle tecnologie dell’informazione; all’interno di alloggi messi a disposizione dai datori di lavoro; durante gli spostamenti da e per il luogo di lavoro.

La violenza domestica, la forma di violenza più diffusa e difficile da eliminare, ha innegabili ripercussioni sul lavoro e la salute; per questo tutte le istituzioni del mondo del lavoro devono adoperarsi per identificare, reagire e intervenire sulle sue conseguenze.

Tre le traiettorie da seguire per l’attuazione della legge. La prima è data da prevenzione e protezione, per tutelare le persone nei settori, professioni, modalità di lavoro in cui risultino maggiormente esposte. Si affiancano specifici meccanismi di ricorso e risarcimento adeguati ed efficaci, anche con l’accesso a sistemi di risoluzione delle controversie e di denuncia, dotati di funzioni sanzionatorie, garantendo il diritto di abbandonare il lavoro quando questo costituisca un pericolo serio e imminente alla vita, alla salute o alla sicurezza. Essenziale, poi, intervenire con la sensibilizzazione, attraverso processi mirati di informazione e formazione dappertutto, dalle aziende alle scuole ai diversi canali social. La legge di ratifica conclude l’iter parlamentare, adesso è il momento dell’attuazione delle norme. Fase tanto necessaria quanto complessa, oggi più che mai. La pandemia ha aumentato violenza, molestie e ricatti contro le donne in tutte le aree del mondo. Occorre battersi affinché tutti i Paesi adottino le leggi nazionali, ratificando la Convenzione. Mentre i governi affrontano gli impatti della crisi sanitaria globale, non possiamo permettere che la fine della violenza e delle molestie scivoli in fondo alla lista delle loro priorità.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo

di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Ruolo pubblico, energie rinnovabili, economia circolare

di Maurizio Brotini

La crisi di governo non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica, e un nuovo ruolo pubblico nell’economia.

La crisi di governo – mentre scriviamo non ne conosciamo ancora sviluppi ed esiti – non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica e un nuovo, rinnovato ruolo pubblico nell’economia, a partire dai servizi pubblici locali, i monopoli naturali, e le reti e infrastrutture come le autostrade, per arrivare alla fibra digitale.

I monopoli naturali privatizzati favoriscono le rendite parassitarie, oltre a non essere messi al servizio degli interessi generali, come ogni manuale di macroeconomia mainstream recita.

La transizione energetica – con il superamento delle energie fossili a favore delle rinnovabili – è una necessità sul piano ambientale e uno stimolo alle aziende, in gran parte a partecipazione pubblica, che insistono sul settore a investire anche nel nostro Paese in energia rinnovabile.

Destinare – oggi – troppe risorse ad investimenti sul gas pregiudica oggettivamente la possibilità di una reale ed effettiva decarbonizzazione, così come il ricorso all’idrogeno blu anziché verde è una contraddizione in termini. Il piano energetico europeo non è adeguato alla crisi climatica, il piano italiano è ancor più arretrato, e c’è chi propone e sostiene che bisognerebbe rallentare nella transizione, perché il nostro sistema non sarebbe “pronto”. Sarà pronto se verrà spronato, non se detterà i tempi ed i modi della transizione.

La causa del cattivo stato di quella che è comunque la seconda (forse la terza) potenza industriale e manifatturiera europea non risiede in primo luogo nel costo dell’energia, ma nel peso della rendita immobiliare e finanziaria, e nell’abbandono di politiche industriali a favore di una terziarizzazione povera nei settori del turismo, della ristorazione e del commercio. Dalla svendita del patrimonio industriale delle partecipazioni statali, dall’apologia del Mercato contro lo Stato.

Non bisogna essere accomodanti sui tempi proposti in maniera allungata dai settori energivori, ma spingere per costringere all’innovazione non solo di processo ma soprattutto di prodotto. Lo sosteneva già lo stesso Palmiro Togliatti nel suo “Ceti medi ed Emilia rossa” che è il conflitto il motore dello sviluppo.

Occorre dunque ri-orientare le produzioni non alle sole esportazioni ma a favore del mercato interno, ampliarlo attraverso la crescita del perimetro pubblico che garantisce competenze tecnico-gestionali e stabilizza i consumi, assieme alla rivalutazione delle pensioni ed aumenti salariali. Contestualmente a ricreare lo spazio per politiche industriali autocentrante occorre sviluppare la presenza dello Stato e del sistema delle autonomie locali nei settori strategici, a partire dai servizi pubblici locali. E’ inaccettabile e in contrasto con politiche economiche keynesian-programmatorie l’ulteriore ampliamento del ruolo delle quotazioni in borsa di questi ultimi, sul modello delle esistenti multiutility, oltre al mancato rispetto dell’esito del referendum sulla ripubblicizzazione del servizio idrico.

Gli investimenti in energie rinnovabili, dunque, non sono in contrasto con un sistema industriale e manifatturiero di qualità, anzi. Sono intrecciate nella costruzione di un ormai non più rinviabile modello di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. E per evitare che il conflitto capitale-lavoro-ambiente si scarichi tutto sul fattore lavoro, è necessario prevedere un super ammortizzatore sociale per la transizione green.

Bisogna poi come Cgil cogliere e stare dentro lo spirito del tempo, che vede le questioni ambientali, per la pesantezza della crisi climatica, al centro della discussione pubblica e terreno di feconda mobilitazione delle giovani generazioni. Oltre che questioni più complessive di ridisegno del quadro politico che questa crisi di governo ci consegnerà, bisogna tenere ben dritta la barra come Cgil con la necessità di risposte nette e radicali che il quadro sociale e ambientale impone.

Siamo chiamati ad una nuova stagione dove misurare autonomia dal quadro politico, radicalità inclusiva della proposta e necessità di mobilitazione. Al netto delle necessarie ed opportune accortezze, al commissariamento della politica che è sotteso alla discussione sul possibile governo “dei migliori” non può accompagnarsi una fase di rassegnata apatia sociale. Mai come oggi radicalità delle proposte, a partire dalle scelte di politica energetica e di una riconversione circolare e green dell’economia, deve andare di pari passo con il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti.

 

 

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

La carovana dei migranti si infrange contro i muri delle polizie dei paesi centroamericani

di Vittorio Bonanni

Non ci sono segnali che l’amministrazione Biden modifichi le politiche antimigratorie nei confronti dell’America centromeridionale.

E’ bastato l’annuncio di un cambiamento di linea da parte della Casa Bianca nei confronti degli immigrati a scatenare il desiderio di 9mila uomini, donne e bambini, provenienti dall’inferno dell’Honduras, a sperare in una vita diversa. Esattamente come nell’autunno del 2018. Anche in quel caso migliaia di migranti fuggirono dalle proprie terre, come oggi aiutati solo dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa appunto dei rifugiati, e che oggi inoltre ha potuto aiutare un centinaio di bambini honduregni trovati in uno stato di denutrizione. Continua a leggere

Elezioni in Ecuador: emergono gli indigeni.

Alle presidenziali si profila un ballottaggio fra il candidato correista Arauz e l’indigeno Yaku Perez. Alle legislative avanza Pachakutik espressione della Conaie

Domenica 7 febbraio in Ecuador si sono svolte sia le elezioni Presidenziali sia le parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, oltre a quelle per l’elezione dei 5 membri del parlamento indigeno, in un clima di grande attesa e partecipazione. In base ai dati ufficiali trasmessi dal Cne (Consiglio Nazionale Elettorale) dell’Ecuador, come previsto l’affluenza è risultata molto elevata, ben 81,24%, a testimonianza della percezione dell’importanza di questa doppia tornata elettorale, soprattutto per le presidenziali. Continua a leggere

Matilde e le suore cabriniane di Matiguàs (Nicaragua)

di Marco Consolo

Non avevo idea che quel viaggio avrebbe cambiato la mia vita, per sempre. Correva l’anno 1983, avevo 25 anni. Conoscevo qualcosa dell’Europa, percorsa in lungo e largo con l’autostop e i viaggi in Vespa. Ma il salto del otro lado del charco mi avrebbe aperto un continente e la sua storia. La tragedia e l’allegria del tentativo di riscatto sociale di milioni di esseri umani, che iniziavo a conoscere.

Io venivo dal movimento studentesco, poi dai collettivi di quartiere, dalla cosiddetta sinistra extra-parlamentare italiana. Ero un giovane comunista eterodosso. Nonostante tutto un “mangia-preti”, come scherzosamente ci si chiamava. In quanto a religione cattolica, a Roma conoscevamo l’opulenza vaticana, la contraddizione tra il verbo e l’azione ed eravamo molto critici verso le gerarchie ed i loro dogmi di fede. Certo, anche in Italia avevamo avuto la nostra “teologia della liberazione”, l’esperienza dei “preti operai”, dei “preti di periferia”, di gruppi come “Cristiani per il socialismo” che, proprio a Roma, avevano un loro punto di riferimento importante nella Basilica di San Paolo. Alcuni dei giovani (e meno giovani) con cui militavo venivano da quell’esperienza, ma non era il mio caso. Avevo passato la mia infanzia como “chirichetto”, ma mi ero allontanato dalla parrocchia e dalla Chiesa cattolica a 13 anni, quando avevo iniziato a frequentare il movimento studentesco e le periferie povere della città.

Certo, di America Latina mi occupavo da un po’. Ho ancora vivo il ricordo della folla immensa e silenziosa di uno sciopero degli studenti a Roma, il giorno del golpe di Pinochet in Cile. Era il 1973, un altro 11 settembre. E poi l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il dimenticato Perù, le tante facce degli esiliati che iniziai a frequentare. Un’umanità che è stata una scuola per molti, per curiosità intellettuale, passione politica e condivisione. Ma, come dicono in America Latina, “no es lo mismo verla venir, que hablar con ella….” .

Pochi anni dopo, il 19 luglio 1979 la guerriglia sandinista entrava a Managua, capitale del Nicaragua, rovesciando la sanguinaria dittatura della dinastia dei Somoza. Via via che il processo rivoluzionario si approfondiva, aumentavano le contraddizioni con i latifondisti e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Da subito, il Nicaragua si trasformò nel terreno di sanguinosa sperimentazione della nuova modalità della “guerra di bassa intensità” della Casabianca: embargo economico, accerchiamento diplomatico, guerra dell’informazione, aggressione militare, violenza e distruzione ne sono stati gli ingredienti.

A Roma entrai in contatto, quasi naturalmente, con l’Associazione Italia-Nicaragua (AIN) e da subito iniziai a dare una mano. L’AIN appoggiava la Rivoluzione Popolare Sandinista con solidarietà politica, con informazione su quello che accadeva nel Paese, con progetti di sviluppo e l’invio di aiuti materiali, con Brigate di lavoro composte da persone che volontariamente dedicavano il loro tempo e le loro vacanze per aiutare il popolo nicaraguense in maniera disinteressata.

Si parte…

Inicio - ARA Tours Nicaragua

E cosi nel dicembre del 1983, presi un volo per Managua. Atterrato, trovai una città senza centro, piena di rovine, fantasma di una città distrutta dal terremoto del ‘72 e dalla guerra di liberazione fino alla vittoria del 19 de Julio del ‘79.

Mi accolse una casa di un compagno nicaraguense che era stato in Italia.

Nella casa viveva anche una religiosa francese che lavorava nel Ministero della Riforma Agraria. La suora era stata compagna di Lèoni Duquet e Alice Dumond, due suore desaparecidas durante la dittatura militare in Argentina. Si chiamava Ivonne Pierrot, ed era dovuta  andare in esilio per salvare la pelle, travestita da nonnina su una sedia a rotelle. Molti anni dopo è tornata nel suo Paese, insieme alla democrazia. Mi hanno detto che era poi tornata in Argentina, nella provincia di Misiones, dando vita ad un ostello-rifugio in cui ha accolto i poveri e gli indigenti ed in cui ha fondato anche una scuola. Ivonne era (e sono certo che ancora lo è) una persona squisita e collaborava attivamente e con il massimo impegno, con il “processo sandinista”. Ci ha lasciati nel 2017.

Fu il primo impatto diretto con una suora “speciale”, lontana dai cliché che avevo conosciuto in Italia, quello dei religiosi abituati alla comoda vita dei nostri Paesi occidentali.

Con lei, girammo il Paese: mi fece conoscere las bananeras y algodoneras de Chinandega, las haciendas ganaderas di Rivas, tutte passate ad essere “Area de Propriedad del Pueblo” , come si chiamavano le aziende statali. E poi un giorno la suorina ci portò al Nord, al confine con l’Honduras, in piena zona di guerra.

Dopo ore di jeep e di strade di fango arrivammo a una finca, “La sorpresa”, tra i  cafetales che si estendevano a vista d’occhio del Nord di  Jinotega. Quella sera, in piena montagna, ricordo un “acto de solidaridad”  con i palestinesi, con la presenza di molti contadini della zona, sul piazzale dell’hacienda. Era il Nicaragua di quegli anni. Mi colpì molto, come los cafetales in fiore, uno spettacolo di rara bellezza.

Cafetales florecidos: fotografía de Café Hacienda Horizontes, Marsella - Tripadvisor

Dopo qualche settimana di andirivieni, di notti insonni per il caldo del tropico, di racconti, di orrore e di speranza (che a tratti mi parve quasi ingenua), avevo deciso che sarei tornato a vivere in Nicaragua, a echarle el hombro al proyecto, per “aiutare” ed imparare.

E così ho fatto, con l’entusiasmo e la ragione. Di ritorno in Italia, lavorai duramente un anno, come pittore edile,  “pintor de brocha gorda”, per mettere insieme qualche dollaro per i primi mesi, per non pesare sul Paese, trovare lavoro ed una sistemazione.

E alla fine di quell’anno ripresi l’aereo per il Nicaragua, questa volta con un biglietto di sola andata. Non avevo limiti di tempo, pensavo rimanere qualche mese, forse un anno. Non immaginavo che ci sarei rimasto 5 anni che avrebbero cambiato per sempre la mia vita.

Entre cristianismo y revoluciòn no hay contraddiciòn!! o…..

Sin la participaciòn de la mujer no hay revoluciòn!!

Così dicevano due slogan molto in voga. E non avrei mai pensato di viverlo così da vicino, dal di dentro.

Sono passati quasi 40 anni, ma quei ricordi sono indelebili.

En todos los tiempos - BARRICADA
Foto: Barricada

Managua, come città, non mi è mai piaciuta. E dopo qualche giorno dal mio arrivo, decisi che la capitale non faceva per me. Scalpitavo per andarmene.

Con amici della cooperazione italiana conobbi un loro progetto a Matiguás, nel Nord del Nicaragua, Dipartimento di Matagalpa. Era una zona difficile, di frontiera, e la cooperazione internazionale non operava con personale straniero, per i pericoli della guerra. Ma io non ero un cooperante, ero un giovane internazionalista, “comprometido” che aveva voglia di capire, di conoscere, di imparare, di crescere. Ero abbastanza curioso e volevo vivere da vicino la realtà rurale, e feci una scelta di cui non mi sono mai pentito.

Dopo pochi giorni ero arrampicato su un vecchio bus strapieno, tra galline e maialini diretto al Nord, verso questo paesino che sarebbe stata la mia prima “scuola rivoluzionaria”.

Matiguás sta in una pianura, en las primeras estribaciones de la cordillera dariense. Era un paesino di meno di 5000 abitanti. In quegli anni era zona peligrosa, di guerra, ma questo non bastò a fermarmi.

Sceso dal bus, chiesi indicazioni su come arrivare alla casa de “las monjas del pueblo”. La casa delle Misioneras del Sagrado Corazòn de Jesus, stava davanti al loro “Colegio”, un Istituto Tecnico a vocazione Agraria. Bussai alla porta e mi aprì Matilde, la hermana mayor della piccola comunità delle “cabriniane”. Non avevo lettere di presentazione, credenziali, né la raccomandazione di qualche gerarchia ecclesiastica. Nulla che, in qualche modo, mi accreditasse.

Ricordo ancora la faccia incredula di Matilde, di fronte a questo ragazzo, con una specie di zaino in spalla, che un po’ impacciato, in uno scarso spagnolo, cercava di spiegarle che aveva deciso di venire a dare una mano. All’inizio mi guardò seria, un po’ stupita da questa apparizione. Gli spiegai le mie intenzioni e dopo qualche minuto sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Non so ancora se per lei rappresentassi un segnale della provvidenza divina. Di certo, con generosità, mi aprì da subito le porte della loro casa, cosa che mi lasciò a bocca aperta. Fu così che da giovane “mangia-preti”, iniziai a convivere con 3 suore che mi avevano aperto la loro casa, il loro cuore ed offerto un tetto.

Las cabrinianas de Matiguas eran monjas comprometidas, Rivoluzionarie fino al midollo. C’era Ana Jilma, una giovane guatemalteca, Nieves, una spagnola con un carattere allegro, e Matilde, un’argentina più anziana, ma non per questo meno “comprometida” con el proceso revolucionario. Era la madre superiora. Col tempo scoprì che Matilde faceva Giovagnoli di cognome, ed era naturalmente di origini italiane. Le tre sorelle lavoravano a stretto contatto con il Frente Sandinista della zona. I compagni venivano spesso a trovarle e a consultarle, per avere il loro punto di vista.

Matilde era la Directora del Colegio, e il motore della piccola comunità religiosa. Ana Gilma insegnava. Nieves lavorava nel piccolo Centro di Salute dove, tra gli altri, arrivavano i feriti e i morti della guerra e delle imboscate della “contra”.

Tre donne coraggiose, che mi hanno insegnato molto: il rispetto reciproco, il coraggio, la dedizione, la perseveranza, la comunanza di valori. Lavoravano senza risparmiarsi a fianco della popolazione.

Terra, salute, istruzione, una alimentazione sana per tutti. La rivoluzione sandinista era coerente con la loro scelta di fede. Come si sa, tre ministri del governo sandinista erano preti cattolici, nei dicasteri di Esteri, Cultura, Educazione, sacerdoti che avevano disobbedito al Papa accettando cariche politiche. Entre cristianismo y revolucion no hay contraddicion. L’ho toccato con mano per quasi un anno. Ho sentito e capito in quei momenti che c’era una mistica, per me laica, per loro religiosa, che ci accomunava.

ENTRE CRISTIANISMO Y REVOLUCIÓN NO HAY CONTRADICCIÓN – PORTAL PUEBLO!
Gaspar Garcìa Laviana, sacerdote guerrigliero caduto in combattimento nelle file del FSLN

La solidaridad es la ternura de los pueblos

Matilde e le altre sorelle mi ospitarono per mesi a casa loro. Poi chiesi di poter vivere nel retrobottega della scuola, dato che non volevo pesare su di loro. Matilde capì e diede il suo visto bueno.

Anche con il sostegno dell’Associazione Italia-Nicaragua di Roma e Brescia, nella loro scuola costruimmo un piccolo ostello per una ventina di ragazzi, figli dei contadini che venivano a studiare nell’ Istituto Agrario. Con l’aiuto di brigate di canadesi, spagnoli, italiani, qualche tedesco. Nessuno veniva da comunità religiose, ma tutti collaboravano con entusiasmo. Piccone, zappa, martelli, chiodi, muratori improvvisati, sotto la guida di un giovane nica, Toño, che aveva qualche esperienza in più. Nel fango fino alle ginocchia, a scavare, a costruire il sogno, a fare rivoluzione con i sacchi di cemento caldo sulle spalle e il cibo scarso.

Matilde coordinava, spronava, cercava appoggi e faceva l’impossibile perché il progetto avanzasse.

Io, forse per la prima volta in vita mia,  passai molti mesi in silenzio. Chiedevo e ascoltavo, cercando di interpretare nuovi codici, segnali, griglie di lettura. Empapandome de aquello. Gli occhiali decisamente cambiati per leggere una realtà che iniziavo lentamente a decifrare.

Devo molto a Matilde, alle molte sere in cui parlavamo per ore, a scuola, per strada, nel patio della casa, sotto alberi di mango e avocado. Matilde mi raccontava del ruolo della congregazione, a Managua, a Diriamba, dell’insurrezione del luglio ’79 e delle atrocità del dittatore Somoza. Di quando aveva conosciuto l’Italia, Roma, la mia città, con cui aveva un rapporto contraddittorio.

E una volta che andai a Roma a cercare fondi per il progetto della scuola, mi affidò una lettera per la Madre Superiora della Congregazione, che andai a trovare a Via Cortina d’Ampezzo. In quella lettera, (mi immagino) Matilde raccontava il ruolo che la Congregazione stava avendo a favore delle trasformazioni sociali, contro gli attacchi della parte più conservatrice della gerarchia ecclesiastica che non vedeva di buon occhio l’opzione per i poveri incarnata dal lavoro missionario, come testimonianza di fede cristiana. La visita in Nicaragua di Papa Wojtyla era stata un cattivo segnale per la “Iglesia de los pobres” che aveva scelto di stare a fianco della rivoluzione.

Ricordo l’entusiasmo di Matilde, la sua speranza nel cambiamento del Paese di cui quelle suore erano parte attiva, i suoi dubbi e le sue critiche quando i sandinisti commettevano errori, la sua fina ironia che non lasciava mai spazio al pessimismo.

Ricordo le despedidas delle brigate di lavoro della solidarietà, con i piccoli regali che le suore decidevano di consegnare, come un souvenir, un piccolo ossequio e una maniera semplice di ringraziare per l’appoggio ricevuto e di lasciare nel cuore di ognuno quell’esperienza. Ana Gilma si incaricava di prepararli, con l’aiuto e la supervisione di Matilde. Sembravano quasi bambine, sorridevano, con il piacere della sorpresa che stavano preparando.

Ana Gilma al lavoro….

La solidarietà internazionale stava realizzando un sogno che era anche il loro, per far studiare i figli dei contadini poveri, gli stessi che in molti casi formavano le cooperative agricole. Quelle cooperative che anche a Matiguás erano in prima fila, fatte dai migliori quadri contadini e braccianti senza terra che ha avuto la rivoluzione sandinista. Erano i primi a cadere sotto gli attacchi e le imboscate della “contra”, difendendo con le armi la terra che la rivoluzione gli aveva assegnato con un titolo di proprietà, per la prima volta nella loro vita.  Matilde era al loro fianco, con le parole e con le azioni. Non ne ha mai dubitato e spingeva i ragazzi a studiare, a prepararsi per un futuro migliore.

Matilde al centro, i ragazzi a sinistra e chi scrive alla lavagna…

A Matiguás, viveva da qualche anno anche un altro italiano, Tonino, un agronomo. Era un compagno che veniva dalla Campania se non ricordo male. Aveva viaggiato e vissuto in Europa, ma dopo “el triunfo” si era trasferito in Nicaragua, a Matiguás.  Sposato con una donna nicaraguense, con due figli, aveva un carattere burbero, ma era un uomo onesto ed impegnato. Un comunista, di poche chiacchiere. Come la sua terra, fatta di fatica. Anche lui frequentava la “casa de las monjas” e diventammo amici. Condivideva sogni e speranze con Matilde e le altre sorelle. Qualche tempo dopo, purtroppo Tonino morì in un incidente automobilistico tornando da Managua. Fu un duro colpo per tutti e per Matilde in particolare che gli voleva molto bene.

Il dolore ci accompagnava, inesorabile. Il prezzo da pagare per conquistare il diritto al futuro era alto. La guerra ce lo ricordava ogni giorno, con gli attacchi contro i contadini e le imboscate in montagna. Matilde ne soffriva e i suoi occhi si riempivano di lacrime quando purtroppo ci confidavamo a voce bassa le cattive notizie.

La ricordo come una donna pragmatica, profondamente umana, con una energia fuori dal comune, non si fermava mai, era uno stimolo per tutti. Lei, nata argentina, sentiva in carne propria il dolore e l’allegria del popolo nicaraguense.

Un giorno venne a trovarci Peter Marchetti, un teologo gesuita nordamericano molto rispettato, che collaborava con il governo sandinista nella riforma agraria e nello sviluppo rurale. Per le “cabriniane” (e anche per me) era un giorno speciale. Matilde era emozionata, preparò succhi di frutta e per l’occasione importante comparve anche qualche biscotto, introvabili in tempi di guerra, scarsezza e bloqueo. Rimanemmo ore a parlare con Marchetti.  Matilde ascoltava, chiedeva opinioni, curiosa come sempre, cercava conferme della sua fede religiosa e della sua scelta a favore dell’opzione per i poveri.

E anche quella volta, a fine serata, ricordando Gianni Bosio, mi sono detto: “anche oggi siamo stati all’università”.

Da allora sono passati molti anni, ma ancora oggi sono profondamente grato a Matilde e alle religiose cabriniane per avermi insegnato molto, senza mai chiedere niente a cambio. Un grazie sincero per avermi aiutato nel difficile compito di costruire coscienza e di non perdere la memoria.

Nota: Un estratto di questo ricordo à stato pubblicato in una edizione speciale di un libro dedicato a Matilde realizzato dalla congregazione “Misioneras del Sagrado corazàn de Jesùs” in occasione del suo 90° compleanno.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/matilde-e-le-suore-cabriniane-di-matiguas-nicaragua/

The Great Reset: una nuova rivoluzione passiva

di Germinello Preterossi (da http://www.lafionda.org)

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i più ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralità dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro. Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, però, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta però intatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si può anche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai più conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e può mistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è). Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lì scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicò l’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, però, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata può essere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto. La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciò, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia così facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

 

FONTE: https://www.lafionda.org/2021/02/01/the-great-reset-una-nuova-rivoluzione-passiva/

Ilaria Agostini: riacquisire il potere collettivo di gestione del territorio sottraendolo alla rendita immobiliare e finanziaria

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, riceve dall’amica e collaboratrice, Prof.ssa Ilaria Agostini, docente di Urbanistica all’Università di Bologna, questo interessante contributo, riportato di seguito, in merito alle politiche di gestione del territorio, argomento oggetto della sua ultima pubblicazione “Tra territorio e politica: l’urbanistica. Argomenti per una sua reinvenzione” edita da Deriveapprodi.

Nel saggio, la prof.ssa Agostini, denunciando l’assoggettamento della pianificazione territoriali agli interessi della lobby degli immobiliaristi e dei gruppi finanziari che vi investono a scopi speculativi e di estrazione di rendita (anche in questo caso si può definire estrattivismo), analizza la mutazione genetica della Scienza Urbanistica da disciplina al servizio dei bisogni e delle aspettative della popolazione, in strumento delle strategie di profitto da parte delle imprese di costruzioni e del grande capitale, sempre più in veste finanziaria.

Il ruolo della disciplina, elemento di congiunzione fra territorio e politica, viene analizzato nei suoi aspetti “degenerativi” attraverso 6 distinti ambiti di riflessione che conducono il lettore alla riflessione finale sulle strategie da perseguire affinché i ceti popolari possano riappropriarsi dell’effettivo potere di pianificazione del territorio e degli spazi urbani, sottraendolo agli appetiti del profitto e della rendita. Continua a leggere

Andrea Vento (Giga): Gli effetti economici e sociali della pandemia

di Andrea Vento

Durante il 2020 l’economia mondiale ha registrato la più grave recessione (-3,5%) dalla crisi del 1929 con milioni di persone hanno perso il lavoro e sono sprofondate nella povertà, mentre le 500 persone più ricche del Terra, equivalenti allo 0,001% della popolazione mondiale, hanno visto le loro fortune crescere più di quanto accaduto negli otto anni precedenti. Al contempo aumenta ulteriormente il trend delle disuguaglianze e la povertà è ripresa a crescere. Sarà sufficiente la ripresa economica del 2021 ad invertire le tendenze sociali sperequative oppure è necessario un ripensamento del sistema economico dominante a livello globale? Continua a leggere

Golpe in Myanmar

di Alessio Fraticcioli (da Asiablog.it)

La signora Aung San Suu Kyi è stata arrestato in un colpo di stato militare: le Forze Armate hanno (ri)preso il potere dichiarando un anno di stato di emergenza

All’alba di lunedì 1° febbraio l’esercito del Myanmar ha lanciato un colpo di stato arrestando la signora Aung San Suu Kyi, leader del Paese asiatico, e i principali esponenti del governo civile salito in carica cinque anni fa.

Qualche ora dopo un canale televisivo militare ha annunciato che i poteri sono stati trasferiti al capo dell’esercito, il generale Min Aung Hlaing, e che il Paese rimarrà in “stato di emergenza” per un anno.

Intanto i voli interni sono stati sospesi e il principale aeroporto internazionale di Yangon, la più grande città del Myanmar, è stato chiuso. Continua a leggere

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Vladimir Putin (VIDEO)

https://zen.yandex.ru/media/id/5ed8714a27fb6c647cd4e4dc/intervento-di-putin-a-davos-6011a0e08b595f6198c00879

(Traduzione in Italiano di Mark Bernardini – post su Facebook)

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Emanuel Macron

Traduzione di Gianfranco Causapruna della trascrizione dell’intervento del presidente della repubblica francese, Emanuel Macron, al forum economico di Davos, come pubblicato sul sito dell’Eliseo.

 

Emanuel Macron:
Buongiorno professor SCHWAB, anch’io sono molto felice di rivederla in tale occasione, anzi grazie per aver organizzato queste riunioni che, credo, sono ancora più importanti in questo periodo.

Vorrei esaminare i rapporti tra il mondo che conosciamo oggi e il mondo che verrà. Primo, perché in tutti i nostri paesi le società stanno cambiando a causa delle prove che stiamo vivendo. E penso che abbiamo alcune lezioni da imparare da quello che abbiamo vissuto tutti insieme da poco più di un anno, e che continuerà, lo sappiamo, per altri mesi o, alcuni così ci dicono, per anni. In ogni caso, con la presenza più o meno importante di questo virus. Continua a leggere

“UNA SOLA CASA”: migranti e migrazioni al tempo del Covid-19. Una importante pubblicazione dello CSER

Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme

L’introduzione al volume di P. Lorenzo Prencipe (Presidente CSER)

Al 22 dicembre 2020 il coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina e dà il via a quella che nel giro di pochi mesi è diventata una pandemia globale da Covid-19, ha prodotto nel mondo 77.534.614 casi di contagio e 1.706.032 morti (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine (1) ) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale, oltre 3 miliardi di persone.

Ad ogni modo, se la peste nera del XIV secolo, in un solo anno, dal 1348 al 1349, ha causato la morte di circa 22 milioni di persone in Europa portando la popolazione europea del tempo da 74 a 52 milioni complessivi, se l’influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, arrivò a infettare circa 500 milioni di persone nel mondo, provocando la morte 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi di persone, non è azzardato affermare che l’epidemia da Covid-19 è meno distruttrice in vite umane e in relazioni sociali delle precedenti pandemie che hanno attraversato la storia delle nostre società, anche se gli sguardi terrorizzati dei contagiati più gravi e la continua crescita numerica dei morti giornalieri riportano in superficie la memoria personale e collettiva di ansie e paure mai sopite.

La pandemia da Covid-19 ha comunque provocato una grave situazione sanitaria mondiale che si è rapidamente trasformata in pesante crisi economica e sociale. Senza voler sopravvalutare analisi, dibattiti e polemiche che caratterizzano le coperture mediatico-politiche di ogni grande crisi nelle nostre società occidentali e senza sottovalutare il prezzo in vite umane e in disagio psicologico, sociale ed economico che tutti gli strati sociali delle popolazioni mondiali (soprattutto le più povere e marginalizzate) stanno pagando, vogliamo qui sottolineare alcune conseguenze che la pandemia da Covid-19 sta producendo  sulle migrazioni e su migranti e rifugiati, aggravandone le condizioni di vita. Continua a leggere

PETIZIONE: Nessun profitto sulla pandemia. Tutti hanno diritto alla protezione dal Covid-19

Il COVID-19 si diffonde a macchia d’olio. Le soluzioni devono diffondersi ancora più velocemente. Nessuno è al sicuro fino a che tutti non avranno accesso a cure e vaccini sicuri ed efficaci.

Abbiamo tutti diritto a una cura.

Firma questa iniziativa dei cittadini europei per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte.

FIRMA !

FONTE: https://noprofitonpandemic.eu/it/

20 anni fa il 1° Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Il video-documentario che realizzò la FILEF

Porto Alegre Social Forum” è l’unico film documentario sul primo storico Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Rio Grande do Sul – Brasile) nel 2001.

Realizzato dalla FILEF (filef.info) per la regia di Roberto Torelli (autore tra l’altro di “Bella Ciao” e “Maledetto G-8”, sugli eventi del Forum Sociale Europeo svoltosi a Genova nel luglio dello stesso anno), si avvalse della collaborazione di Paulo Cesar Saraceni, di Antonio Tabucchi e Sergio Vecchio (dialoghi).

Il film documenta, oltre al Forum, anche le lotte del Movimento dei Sem Terra brasiliani e attraverso interviste ad importanti personaggi pubblici latino-americani (Joao Pedro Stedile, Ebe de Bonafini, Perez Esquivel, Emir Sader, ecc.) , l’evoluzione sociale e politica del continente che irrompe sulla scena mondiale portando un’anelito di speranza e di cambiamento per tutti. Continua a leggere

Un nuovo modello fiscale a vantaggio di una sanità pubblica, territoriale ed efficiente. Petizione

Firma la petizione popolare per un nuovo modello fiscale a vantaggio di una sanità pubblica, territoriale ed efficiente

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati sostiene la proposta di introduzione di un’imposta progressiva sulle ricchezze finanziarie che esenti i soggetti meno facoltosi e le classi sociali subalterne per far fronte all’emergenza pandemica.

Un’imposta a nostro avviso da introdurre strutturalmente nel sistema fiscale nazionale al fine di compensare i tagli apportati al servizio sanitario e di implementare un’opera di ricostruzione della medicina territoriale, riavvicinando i servizi alla popolazione, invertendo la tendenza alla chiusura di numerosi piccoli e medi ospedali, soprattutto delle aree marginali, e riattivando i numerosi Distretti socio-sanitari finiti sotto la scure dei tagli indotti dalle politiche neoliberiste e di austerità fiscale.

Gravoso problema che non riguarda solo il Mezzogiorno d’Italia, dove i Sistemi sanitari risultano più fragili ma anche il modello della sanità toscana, considerato uno dei più efficienti a livello nazionale, per il minor spazio riservato alla sanità privata convenzionata, peraltro in continua espansione anche questa regione.  Citiamo come esempio di ridimensionamento della medicina territoriale che ha comportato non indifferenti disagi, soprattutto agli anziani, il comune di San Giuliano Terme, localizzato alle porte di Pisa, ove, a partire dal nuovo millennio, i suoi 32.000 abitanti (terzo comune più popoloso a livello provinciale), hanno visto loro malgrado chiudere ben 2 dei 3 Distretti Sanitari operanti e subire  ridimensionamenti delle prestazioni mediche nell’unico rimasto attivo nel capoluogo termale.

Invitiamo a firmare la petizione popolare e a diffonderla per invertire la tendenza alla destrutturazione del Servizio Sanitario Nazionale e al contempo sostenere l’abolizione del finanziamento di quella privata convenzionata che consente di realizzare facili profitti a spese della collettività e di stornare parte delle scarse residue risorse dal pubblico verso il privato.

Per approfondimento sullo stato della Sanità italiana consigliamo l’indagine effettuata da un gruppo di lavoro promosso dal Giga:

http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2020/11/situazione-covid-oggi-in-italia.html

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Una proposta per l’emergenza Covid (ma non solo per la pandemia)

Petizione al parlamento. Chiediamo di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria, con esenzione delle famiglie meno abbienti. Ricchezza finanziaria, quindi non sulle case. Il coordinamento del Gruppo Ins

Sul sito www.paperoniale.it gestito dal Centro Studi Argo di Torino, si raccolgono le firme per una petizione (non un appello) che chiede al Parlamento di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria, con esenzione delle famiglie meno abbienti. Ricchezza finanziaria, quindi non sulle case. Il testo è il seguente:

«Noi cittadini italiani chiediamo, in ottemperanza all’art. 50 della Costituzione che sancisce il diritto dei cittadini di rivolgersi direttamente al Parlamento, che:

“1. Il Parlamento impegni il governo a introdurre un contributo di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi con esclusione delle case e degli altri beni immobili), con aliquote progressive (comunque non superiori all’1%) e una quota esente;

2. Nella norma in materia venga espressamente stabilito che i proventi di questo contributo devono essere interamente investiti nel miglioramento dei servizi per i cittadini, in particolare a vantaggio delle persone maggiormente in difficoltà, e per creare lavoro per i giovani disoccupati.
Entro questo ambito la ripartizione dei fondi dovrà essere oggetto di una rigorosa valutazione tecnica.

3. Riteniamo che decidere quali aliquote applicare, e quindi quali somme ottenere, debba essere valutato del Parlamento.

Quanto segue quindi è solo un suggerimento. Proponiamo la totale esenzione per la metà delle famiglie a più basso reddito, un’aliquota media intorno allo 0.8% per il decimo più ricco, e un’aliquota media intorno allo 0.15% per le altre. Dato che in Italia la ricchezza finanziaria è molto concentrata, il gettito dovrebbe essere superiore ai 20 miliardi.”

La proposta è stata elaborata da un gruppo di economisti e sociologi delle Università piemontesi, sulla base della loro preparazione scientifica.

Sul sito vi sono i necessari approfondimenti, ma può essere utile ricordare, a sostegno della petizione, alcuni dati che dovrebbero essere ovvi e purtroppo non lo sono.

1. La ricchezza di cui parliamo è quella ufficialmente censita, quindi l’imposta potrebbe essere riscossa “con un click”, come già avviene per l’imposta di bollo sui risparmi. È per questo che si chiede di tassare la sola ricchezza finanziaria, e non quella immobiliare, cosa che richiederebbe pratiche complesse.

2. I grandi patrimoni finanziari sono perlopiù frutto di redditi da capitale, che sono tassati in modo proporzionale e non progressivo, in contrasto con la Costituzione. Quindi l’imposta che suggeriamo, avendo aliquote progressive, è pienamente coerente col dettato costituzionale.

3. Al di là di ogni altra considerazione, siamo in un’emergenza: le risorse vanno trovate là dove sono e dove è facile reperirle.

4. Infine, è giusto chiedere la solidarietà dell’Europa; ma ci sembra profondamente sbagliato che l’Italia non contribuisca a questa solidarietà chiedendo un contributo ai propri cittadini in grado di darlo. E sarebbe ora di affermare il principio che chi deve fare dei sacrifici, quando è necessario, deve soprattutto essere chi ha di più, e non chi ha di meno.

Quanto sopra è tutt’altro che rivoluzionario; in effetti aliquote più alte di quelle suggerite sarebbero del tutto giustificate. Ma è presumibile che ci saranno difficoltà a trovare adeguato riscontro sui grandi canali televisivi e sui grandi giornali. Vi preghiamo quindi non solo di firmare la petizione, ma anche di diffonderla. Ripetiamo il sito: www.paperoniale.it.

I promotori dell’iniziativa

Filippo Barbera, Università di Torino; Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale; Giancarlo Cerruti, Università di Torino; Bruno Contini, Università di Torino; Federico Dolce, direttore del Centro Studi Argo, Torino; Ugo Mattei, Università di Torino; Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale; Serena Pellegrino, già vicepresidente della Commissione Ambiente e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati; Francesco Scacciati, Università di Torino; Andrea Surbone, scrittore; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di Torino; Willem Tousijn, Università di Torino.

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista. Capitolo Perù

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista

Il rinnovato protagonismo dei movimenti sociali e indigeni in America Latina degli ultimi 2 anni, innescato dai devastanti effetti delle politiche neoliberiste pervicacemente riproposte dai governi conservatori saliti al potere nella maggior parte dei paesi del sub-continente nell’arco dell’ultimo lustro, sembrano da un lato aprire la strada ad una prassi politica basata sull’azione diretta saltando la mediazione dei partiti, dall’altro propongono piattaforme di rivendicazione incentrate su problematiche strutturali, fra le quali spiccano: la concentrazione della proprietà fondiaria, il modello estrattivista, le insostenibili disparità sociali e i deboli sistemi di welfare.

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, nell’intento di analizzare e comprendere l’interessante nuova fase movimentista latinoamericana, propone questo interessante articolo dell’amico Rodrigo Rivas, del quale ne ha curato il testo, in merito alla sollevazione dei popoli peruviani a seguito delle spericolate manovre del corrotto ceto politico al potere nel paese che ha portato alla destituzione per via parlamentare del presidente Vizcarra, tramite la strategia del cosiddetto Golpe blando o soave (in italiano detto istituzionale).

L’articolo oltre a contestualizzare dal punto di vista economico, sociale ed economico, in perfetta linea con l’approccio di analisi geografico, offre un’interessante analisi delle strategie economiche e politiche di sfruttamento e spunti di riflessione degni dello spessore intellettuale di tutto riguardo quale quello dell’illustre autore di origine cilena.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

17 novembre 2020

Insurrezioni andine, capitolo Perù

di Rodrigo Andrea Rivas16 Novembre 2020

Fosforo e fosforo nel buio,
lacrima e lacrima nella polvere”.

César Vallejo, “Trilce” “Poema LVI”, 1922

Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?”

Pablo Neruda, “Altezze di Machu Picchu”, “Canto generale”, 1950

Anzitutto, vi propongo in ordine non cronologico alcune citazioni che, penso, rendano conto di quanto avviene ora in Perù.

Fin da Erodoto sappiamo che la cronaca va correttamente corredata dai fatti e inquadrata nel contesto degli avvenimenti, in assenza di tale operazione la semplice notizia può smarrire completamente il suo senso.

Queste citazioni rispondono essenzialmente alla cronaca. Per il resto mi limito a poche osservazioni in conclusione.

La gente, i giovani, sono scesi per strada mossi dall’indignazione. Questa è la sola interpretazione corretta. La mobilitazione, condotta dalla cittadinanza, ci ricorda che la democrazia non è fatta soltanto da processi elettorali, partiti e leader politici. Che la democrazia significa essenzialmente protagonismo popolare e cittadino. Questo è ciò che abbiamo iniziato a vedere nel Perù e ci riempie di speranza. Saremo parte di questa onda democratica”.

Verónika Mendoza, candidata della sinistra peruviana alle elezioni presidenziali dell’aprile 2021, citata in: NODAL, Verónika Mendoza, candidata presidencial: “Con este gobierno ilegítimo hay un alto riesgo de que vuelva la violencia de Estado”, 14.11.2020

Dei 2.325 candidati alle elezioni de parlamento del 26 gennaio 2020, 1.368 sono stati condannati in prima istanza e altri 218 nell’ultimo grado di appello.

Tra i precandidati, 4.729 avevano falsificato i loro dati per riuscire a presentarsi.

Circa il 50% dei candidati rimasti ha contratti in corso con lo Stato. Tramite l’elezione intende consolidarli prendendosi inoltre uno stipendio smisurato per il paese.

Vizcarra ha decine di processi, il suo ex primo ministro, César Villanueva, è in prigione preventiva. Il suicidato Alan García, il caso più emblematico insieme all’altro ex-presidente Alberto Fujimori, ha ricevuto ingenti quantità di denaro dal reparto bustarelle della Odebrecht.

Ad altri ex–presidenti, Alejandro Toledo (negli Stati Uniti), Pedro Pablo Kuczynski ed Ollanta Humala, li attendono le patrie galere

La cattura dello Stato da parte dei corrotti è in corso. Gli scontri avvengono attorno al potere giudiziario e al Congresso.

Rebelion, Una eleccion antidemocrática, 21.01.2020

In mezzo alla grave crisi dovuta al coronavirus è sbarcato il vecchio virus della mano dura e dell’autoritarismo.

Pochi giorni fa, con il paese militarizzato per controllare la quarantena generale e le garanzie costituzionali sospese dallo stato d’emergenza, è stata promulgata una legge del grilletto facile.

La norma ha carattere permanente, non si limita all’attuale stato d’emergenza e libera da ogni responsabilità i membri delle forze di sicurezza che “nello svolgimento delle loro funzioni” impieghino le armi contro la popolazione.

Gli uomini in uniforme non potranno essere arrestati se uccidono o feriscono qualche persona, e non è richiesta la proporzionalità della loro risposta. E cioè, sono liberi di sparare contro una persona disarmata.

La legge è stata promulgata dal nuovo Congresso unicamerale entrato in carica pochi giorni fa. Senza dubbio, si tratta di un cattivo e preoccupante debutto.”

Pagina12, Perú legaliza la impunidad. Policías y militares eximidos de toda responsabilidad si abren fuego contra civiles, 04.04.2020

Malgrado la sua popolarità (65%), il presidente torna a scontrarsi col Congresso, accusando molti dei parlamentari di corruzione perché rifiutano di approvare una legge che elimina l’immunità dei parlamentari e permette che possano essere sottoposti a giudizio […]

Ma, mentre parla di lotta, sacrosanta, alla corruzione, Vizcarra riempie le tasche del grande capitale. Il suo piano “Reactiva Perú” destina il 71% dei fondi dedicati a far fronte alla crisi alle grandi imprese, incluso ad alcune vincolate al Lavajato (le bustarelle della brasiliana Odebrecht, n.d.r.),  installa «sospensioni perfette» (senza stipendio ai lavoratori), taglia senza ritegno i diritti dei lavoratori e disegna una quarantena a misura dell’imprenditoria. Nel loro insieme disarmonico queste misure hanno buttato nella disoccupazione milioni di lavoratori.”

RebelionGabinete de guerra contra los trabajadores, 21.07.2020

Il golpe è sempre un golpe. La sottomissione di Martín Vizcarra alla decisione del Congresso non annulla la gravità dell’atto attraverso il quale un gruppo di cospiratori si è impossessato del governo mettendo fine a 20 anni di democrazia, spezzando la Costituzione e mettendo ancora una volta il paese lungo una strada dominata dall’avidità e dalla corruzione.

Il divieto costituzionale di accusare il Presidente durante l’esercizio del suo mandato per ragioni diverse di quelle elencate nell’articolo 117, è tassativo. È stato violentato grossolanamente servendosi delle dichiarazioni di aspiranti all’incarico, di ruffiani e portaborse, di foto truccate e di altri espedienti simili. Il ruolo del presidente del Congresso in questa proditoria operazione copre di vergogna lui ed il suo partito. Manuel Merino sarà un presidente indegno che si è aggrappato al potere con metodi riprovevoli.”

La República, Golpe de Estado, editoriale del 10.11.2020

Dopo appena 5 ore di dibattito, il Congresso del Perù ha destituito il presidente Martín Vizcarra, definendolo «colpevole d’incapacità morale» in base a rapporti di personaggi di dubbia moralità secondo i quali avrebbe percepito delle bustarelle da parte di due aziende che hanno vinto commesse per realizzare opere pubbliche quando era governatore di Moquegua, sette anni fa. La caduta del mandatario è arrivata col secondo tentativo di destituzione messo in atto in meno di due mesi: il 18 settembre, un’altra iniziativa per destituirlo, nata da un’altra segnalazione di corruzione, aveva ottenuto solo 32 voti (sugli 87 necessari), ma il nuovo scandalo ha fatto crescere il blocco destituente a 105 legislatori.

Vizcarra, che non dispone di un partito né di un gruppo parlamentare proprio, ha mantenuto un rapporto teso col Legislativo (Parlamento) da quando è arrivato al potere nel 2018 in sostituzione di Pedro Pablo Kuczynski, neoliberista duro dimessosi dopo essere stato coinvolto in un caso di corruzione (provata dai tribunali) […]. Nel settembre 2019 l’appena deposto mandatario fece uso di una facoltà legale per sciogliere il Congresso, allora dominato dalle diverse frazioni fujimoriste, eredi politici del criminale ex presidente Alberto Fujimori, riunite attorno a sua figlia Keiko. Il parlamento sorto dalle elezioni del 26 gennaio ha ridotto il fujimorismo ad un ruolo puramente testimoniale, ma non ha messo fine all’instabilità cronica che frusta il Perù da due decenni, aprendo la strada ad una miriade di fazioni caratterizzate dall’opportunismo.

Pur in attesa che ulteriori indagini confermino o smentiscano le accuse contro Vizcarra, preoccupa assistere nuovamente ad una contraffazione del voto popolare tramite manovre del Legislativo, come già avvenuto contro Fernando Lugo in Paraguay, nel 2012, e contro Dilma Rousseff in Brasil, nel 2016.

Gli avvenimenti peruviani sono una nuova dimostrazione del disprezzo delle classi politiche nei confronti della volontà popolare. Primo, poiché le inchieste segnalavano, e le mobilitazioni popolari hanno ratificato, che l’Esecutivo disponeva di un appoggio molto superiore a quello di cui gode il Legislativo. Secondo, poiché il governo entrante ha risposto con un feroce dispiegamento repressivo delle proteste contro ciò che per molti peruviani è un’usurpazione. Terzo, perché il paese andino è ad appena sei mesi delle sue prossime elezioni presidenziali, e in questo contesto la rimozione del presidente uscente è inevitabilmente interpretato come un tentativo d’incidere nelle prossime elezioni. Infine, perché non si può esimere dal notare che, lontano anni luce da una restaurazione della legalità, l’ex leader del Congresso, Manuel Merino, ha nominato come ministri personaggi impresentabili come Ántero Flores-Aráoz, già ministro della difesa durante il secondo mandato di Alan García” [N.d.r.: Flores-Aráoz è stato l’esecutore del massacro di Bagua, nel giugno 2009, considerata la strage più sanguinosa della recente storia peruviana. Dopo il massacro, i decreti all’origine della protesta delle popolazioni originarie furono revocati. Teoricamente, infatti, oggi il Perù è dotato di una legge che garantisce ai popoli indigeni il diritto al consenso libero, previo e informato per qualsiasi progetto che coinvolga loro e le loro terre. Nella pratica, più del 70% dell’Amazzonia peruviana è stata ceduta alle compagnie petrolifere].

La Jornada, Perú, la sombra del golpe parlamentario, Editoriale del 13.11.2020

L’accusa contro il presidente Vizcarra, ovvero che avrebbe ricevuto bustarelle del cosiddetto Club de la Construcción – una rete mafiosa per vincere gare d’appalto – quando era governatore di Moquegua (2011-14), non è stata provata da nessun giudice o pubblico ministero, e poggia soltanto sulle dichiarazioni di alcuni aspiranti a diventare collaboratori di giustizia, gente che per salvare la pelle potrebbe dichiarare qualsiasi cosa.

Ma il versante più grottesco di questa situazione è che dei 109 parlamentari (su 130) che hanno votato per destituire il presidente per ben 68 -come ha ricordato lo stesso Vizcarra davanti al Congresso nella sua ultima deposizione- sono in corso indagini giudiziarie e denunce per diversi reati, ma nessuno ha lasciato l’incarico o rinunciato all’immunità. In verità, questo Congresso ha più le sembianze di un refugium peccatorum che di un parlamento.”

La Jornada, Golpe, rascuache y zafio, a la peruana, 13.11.2020

Nel quinto giorno di proteste contro la destituzione del presidente Martín Vizcarra, un gruppo di giovani che manifestava pacificamente è stato violentemente represso dalla polizia quando ha tentato incamminarsi verso la residenza del nuovo mandatario Manuel Merino, nelle vicinanze di quella del primo ministro, Ántero Flores Aráoz.

La sera precedente 27 giovani sono stati feriti in scontri con le forze dell’ordine durante le proteste contro il governo Merino, alcuni con proiettili di gomma ed altri con armi da fuoco …

La coordinatrice nazionale per i diritti umani ha informato che le proteste hanno lasciato 11 feriti tra cui alcuni giornalisti, che hanno subito colpi di proiettili e contusioni. L’agenzia di notizie Afp ha dichiarato che uno dei suoi reporter era stato colpito da pallettoni”.

La Jornada, Violenta represión en Perú a jóvenes en cercanías de la casa del nuevo presidente. Quinto día de protestas, 14.11.2020

Il nuovo capo del Congresso del Perù, Luis Valdez, ha chiesto ieri sera immediate dimissioni al nuovo presidente Manuel Merino, in seguito alle violente proteste contro il nuovo «governo di transizione», che nella sua sesta giornata ha lasciato due morti e diversi feriti.

«Davanti a questo fatto da sé insostenibile (la morte di manifestanti) ho convocato per la mattinata di oggi domenica 15 novembre la Giunta dei capigruppo per valutare non solo la rinuncia di Merino, ma anche la forma costituzionale per porre fine a questa situazione immediatamente».

Valdez, intervistato dalla TV locale «Canal N» ha detto che la presidenza del Congresso farà un passo indietro e non prenderà parte alla elezione del nuovo governo ad interim …

Alberto Huerta, capo dell’Ufficio di difesa dei cittadini, ha informato che un giovane di 25 anni, ancora non identificato, è arrivato morto all’Ospedale Guillermo Almenara, con ferite nella faccia e nel collo, mentre altri tre partecipanti alla protesta erano feriti.

La morte di una seconda persona, un giovane di 24 anni, è stata confermata dai suoi genitori all’uscita dell’ospedale.”

La Jornada, Pide jefe del Congreso de Perú la renuncia de Merino, 15.11.2020

Ovvero, gli onorevoli che hanno aperto la crisi non parteciperanno alla loro soluzione. Come non parteciperà il golpista Merino, dimessosi in giornata.

“Sublime”, avrebbe chiosato “l’ispettore Callaghan”.

Mi viene in mente Gramsci: “Ma l’umanità, come realtà e come idea, è un punto di partenza o un punto di arrivo?” (“Quaderni del carcere”, Quaderno XXX”, “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno”, 1934).

Mi viene pure in mente la risposta, ovviamente indiretta, di Jorge Luis Borges: “Arriviamo così alla terribile domanda: L’universo, la nostra vita, appartengono al genere realista o al genere fantastico?” (in Miguel Blumenbach, “Jorge Luis Borges: La literatura fantástica”, conferenza del 7 aprile 1967)

Piccolo inquadramento di riferimento

Come detto in apertura, per dare senso alle vicende, la cronaca andrebbe sempre inquadrata. Ci sarà tempo e modo di farlo. Per ora, semplificando all’estremo, definirei la crisi in generale come una turbolenza o perturbazione importante del sistema sociale che, al di là della sua durata ed estensione geografica, può mettere a repentaglio la stessa esistenza dei meccanismi essenziali di riproduzione.

È ovvio che, così intesa una crisi, politica o di qualsiasi altro tipo, è sempre latente. Ma quelle in corso sono potenziate da una successione di cicli man mano sempre più degradati. Ovviamente, non è un concetto valido solo per il Perù o l’America Latina e si vincola strettamente alla decadenza della civiltà capitalistica nella quale ci troviamo immersi.

Nel Perù, come in tutta la regione latinoamericana, pur con gradi e accenti diversificati, è in atto una crisi prolungata, permanente, storica.

Nel caso specifico, deriva dal fatto che uno Stato non nazionale (composto da più gruppi etnici) continui a privatizzare, con i parametri di un’accumulazione originaria, tramite un processo di re-colonizzazione che assume la forma di costruzione di un paese estrattivista minerario, scontrandosi ancora una volta con i popoli originari che intende sottomettere occupando i loro territori e sottoponendoli a più moderne modalità di esproprio e di sfruttamento.

La crisi peruviana si caratterizza per l’instabilità, le difficoltà, i cambiamenti e le trasformazioni profonde indotte dalle riforme neoliberiste in corso da oltre 30 anni senza, tuttavia, arrivare ad un punto d’equilibrio in grado di determinare la sopravvivenza o scomparsa di alcune istituzioni o dello stesso Stato, ma disseminato di momenti ed avvenimenti che comportano periodi di mancate e intempestive corrispondenze, di congiunture difficili e complicate dove i conflitti sociali rinvigoriscono. Nel Perù ciò ha preso diverse forme: laymarazo, il moqueguazo, l’arequipeñazo, che hanno creato le condizioni per trasformazioni più radicali.

Essendo un processo, la crisi politica va esaminata in movimento. Movimento che, a volte, intensifica lo scontro di classe ma, stante le situazioni nazionali e macroregionale, caratterizzate da disorganizzazione e divisione, permette che il progetto neoliberista possa sempre ricomporsi ricreando l’equilibrio instabile che farà partire un altro ciclo.

Sono crisi nate con lo Stato repubblicano, che in America Latina non è stato né Stato liberale, né Stato nazionale, né Stato sociale, bensì un’entità politica di dominio e di comando, coercitiva, strutturata applicando all’interno dei paesi le modalità coloniali.

Nulla ha di casuale, quindi, che i regimi politici siano stati per lo più militari, oligarchici o neoliberisti, organizzati attraverso istituzioni, Costituzioni e governi che, concepiti sostanzialmente per il saccheggio, sono per lo stesso motivo strutturalmente corrotti.

La critica allo Stato impone analizzare congiuntamente la storia e l’economia politica reali, senza separare lo Stato dall’economia, perché solo così si possono osservare i loro rapporti. Ciò significa, qui più che altrove, che circoscrivere la lotta politica alla sola gara elettorale, esprimendosi solo in uno “spazio democratico”, significa essenzialmente agire in un contesto di dominazione dove si definiscono gli interessi condivisi delle classi dominanti, non gli interessi collettivi o il bene comune.

Il fatto è che, rispettando la divisione feticista tra Stato e mercato, la lotta di classe si riduce effettivamente alla crescita, all’investimento privato, alla razionalità mercantile, alla redditività imprenditoriale e al regime di concorrenza. E che da questa prospettiva non si vedono la disoccupazione, la precarietà, il supersfruttamento e la re-colonizzazione attuata tramite l’esproprio, l’estrattivismo e la redditività, come non si capiscono il potere della borghesia periferica e della sua capacità di corruzione della vita politica.

Ovvero, senza questo rapporto non si capiscono Vizcarra, il Congresso, lo scontro in atto. Che non sono, pur se lo sembrano, “roba da pazzi” e/o insane ambizioni non suffragate dai fatti.

Penso che in Perù la crisi in corso differisca da quelle precedenti per l’avvenuto divorzio tra il potere e la politica, che si traduce in assenza della capacità di azione necessaria per fare ciò che ogni crisi esige: scegliere un modo di procedere per applicare la terapia indicata come necessaria per la strada scelta.

“Si ha la sensazione che quell’insufficiente capacità di azione continuerà a paralizzare la ricerca di una soluzione percorribile fino a quando il potere e la politica (oggi divorziati) si risposino. Tuttavia, si ha pure l’impressione che, nelle attuali condizioni d’interdipendenza globale, quel matrimonio risulti difficilmente concepibile all’interno di un solo Stato, per quanto grande e ricco di risorse sia. Sembrerebbe piuttosto di trovarci davanti al titanico compito d’innalzare il livello della politica e dell’importanza delle sue decisioni a dimensioni completamente nuove per le quali non esistono precedenti.”

Anche se, certamente, Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni non pensavano al Perù quando scrissero queste righe nel loro “Stato di crisi” (2015).

Buon giorno Bolivia

di Rodrigo Andrea Rivas

  “Vinceremo, vinceremo noi, i più semplici, vinceremo, anche se tu non lo credi, vinceremo”
            Pablo Neruda, “Ode all’uomo semplice”

Recalcitranti fascisti definiscono la nuova strategia golpista. Senza Paparino Donald sembra più dura
Oggi Luis Arce ha assunto l’incarico di Presidente della Bolivia, per il quale è stato eletto grazie alla storica vittoria democratica del 18 ottobre scorso.
La notte di giovedì 5 novembre è scoppiata una carica di dinamite nella sede del Movimento al Socialismo (MAS) a La Paz mentre il presidente eletto era riunito col suo gruppo di lavoro.
In perfetta sincronia è iniziato una due giorni di blocchi stradali e scioperi a Santa Cruz, la provincia più ricca del paese e bastione dell’ultradestra, contro l’assunzione del governo da parte di Arce.
Intanto si moltiplicano le cerimonie pubbliche destinate a rompere il maleficio fatto cadere sul paese dalle oscure forze invocate da riti satanici indigeni e gli appelli a non riconoscere i risultati elettorali.
Gli organizzatori e realizzatori del golpe di Stato che portò alla destituzione e al tentativo di assassinio di Evo Morales hanno assunto queste forme attive per l’attuale fase. E hanno fretta di concretizzare, poiché Paparino Donald se ne andrà presto.

Golpisti, padrini e amici dei padrini
Nomi e cognomi dei golpisti boliviani sono arcinoti. Lo sono anche i nomi di coloro che hanno quantomeno facilitato il golpe: Luis Almagro, ex ministro degli esteri di Pepe Mujica e attuale segretario generale dell’OSA, ed il governo Trump, in particolare un tale Pompeo, personaggio assai caro al ministro degli esteri italiano.

A questo riguardo:
1. “Non è un mistero che, da tempo, gli americani dispensino giudizi positivi sul nuovo corso atlantista di Luigi Di Maio. Il sostegno riservato agli accordi di Abramo è stato molto apprezzato, così come le dure parole su Lukashenko e, naturalmente, è stata innanzitutto la franchezza con cui Di Maio a fine agosto si è rivolto all’omologo cinese Wang Yi a convincere gli americani a puntare tutte le fiches sul nuovo capo della diplomazia italiana.” (Milano Finanza, 14.10.2020, Di Maio è il politico italiano di riferimento degli Usa).
2. “Per esperienza personale posso dirle che con l’amministrazione Trump si lavora molto bene e con Mike Pompeo si è instaurato un legame di amicizia”. (La Stampa, 6-10.2020, Luigi Di Maio: “L’alleanza con il Pd paga e rafforza Conte. I soldi del recovery per sostenere le imprese”)
Solo di Maio e soltanto gli italiani in Europa hanno scoperto la bontà delle politiche di Trump?

Le urne nell’ottobre boliviano
Nelle ultime elezioni il MAS ha ottenuto il 55,11% dei suffragi, e cioè 3.394.052 voti, superando di 8 punti e di oltre mezzo milioni i voti ottenuti nel da Evo nel 2019.
Carlos Mesa è passato dal 36,51 al 28,83%, perdendo 8 punti e quasi mezzo milione di voti (1.775.953) sul 2019.
Curioso: con l’ipotetica frode organizzata dalla macchina dello Stato nel 2019, strampalata teoria adombrata persino da disorientati analisti progressisti probabilmente colpiti da insonnia, il MAS aveva ottenuto risultati molto più scarsi di quelli raggiunti un anno dopo, malgrado la repressione susseguita al golpe.
L’analisi disaggregato del voto evidenzia che i voti del MAS sono aumentati soprattutto in tre regioni: La Paz, Cochabamba ed Oruro, ossia nella regione andina e nelle valli dove si concentra l’identità aymara e quechua, il movimento indigeno-originario-contadino nocciolo duro del processo di cambiamento.
A Santa Cruz il MAS è arrivato secondo, ma il mantenimento della candidatura di Luis Fernando Camacho ha da una parte impedito una candidatura unitaria della destra, e dall’altra ha consolidato una rappresentanza propria del nucleo duro fascista, principale forza politica a Santa Cruz e aspirante a trasformarsi in forza politica nazionale.
Sono i due poli dello spettro politico boliviano destinati a scontrarsi a breve scadenza.

Le ragioni della sconfitta dei golpisti
Probabilmente per la prima volta nella storia, un golpe di Stato è stato sconfitto nelle urne dopo appena 12 mesi dalla sua realizzazione. Penso che questa sconfitta sia arrivata per 3 ragioni principali.

1. La cattiva gestione del governo dei golpisti.
Occupato il governo il 10 novembre 2019, i golpisti si sono impegnati in modo goffo e maldestro per consegnare celermente le risorse naturali ai capitali esterni e per privatizzare altrettanto celermente persino il prezzemolo.
I partecipanti a questa gara da centometristi zoppi hanno represso e assassinato o comunque molto maltrattato chiunque protestasse, e hanno depredato senza ritegno il denaro pubblico, compreso quello destinato all’acquisto di ventilatori per far fronte alla pandemia.
In altre circostanze, l’ambasciata statunitense avrebbe esercitato il suolo ruolo dirigente, ma la vicinanza con le proprie elezioni l’ha costretta a mollare la presa. Da ciò è derivato il caos interno al governo.
2. la cattiva gestione dell’economia, non solo a causa della pandemia.
Il crollo del PIL, meno 11%, e l’aumento della disoccupazione, dal 4 al 30%, ha portato la classe media urbana, che aveva giustificato il golpe nel 2019, a decidere nel 2020 di non votare Mesa e persino, pur se in percentuale minore, a votare per il MAS.
3. ma la questione più importante è la lunga storia della potenza plebea del popolo boliviano.

Scrive il sociologo boliviano René Zavaleta Mercado nel saggio “Consideraciones generales sobre la historia de Bolivia, 1932-1971” (in “América Latina: historia de medio siglo”, AA.VV., Siglo XXI, Messico, 1977):
“Gli storici osservano i paesi dalla prospettiva del presente e ciò non è necessariamente un errore, pur se, essendo ampiamente nota, la cosa è in sé poco interessante. Ma ogni paese vede sé stesso anche con gli occhi della propria memoria. In quanto tale, che il paese arresti la sua conoscenza ad un momento specifico del suo passato o lo mistifichi, non ha alcuna importanza sostanziale perché ciò che davvero importa è cos’è ciò che si crede di essere. (…)
I dottori di Charcas, i beneficiati dell’indipendenza, possono spiegarsi solo come la patologia di una classe superiore che, non avendo mai lavorato, si era abituata ad essere un asse delle cose semplicemente perché si.”
Per coloro che non lo sanno: col nome “doctores de Charcas” s’identificano gli ultimi generali dell’epoca della colonia. Pur se creoli, questi combatterono contro gli eserciti di Simón Bolívar e Antonio José de Sucre, ma, non appena la sconfitta dei colonialisti è apparsa irreversibile, sono diventati convinti indipendentisti e, ovviamente, hanno preso posto tra i vincitori.

Ritorno al presente: colpi di Stato e ribellioni
Il golpe del 2019 è stato il colpo di Stato numero 189 nella storia della Bolivia indipendente. Partendo dal 1825, la media è di 1,02 colpi di Stato annui.
Secondo il Premio Nobel di letteratura messicano Octavio Paz (1990), “i colpi di Stato in Bolivia sono attribuibili alla barbarie ereditata da caudilli ispanici d’impronta islamica”. M’incuriosisce assai il richiamo alla “impronta islamica” richiamata da Paz ben prima del diffuso utilizzo odierno, ma l’approfondimento richiederebbe occuparsi della storia spagnola ed europea. E interpreto la parola caudillo non nel senso indicato dal dizionario, e cioè leader, ma in quanto sinonimo di duce o di führer.
D’altronde, nella cultura politica spagnola il “caudillo” per eccellenza ha nome e cognome: Francisco Franco. E non mi pare si trattasse esattamente di un leader. Ma, soprattutto, la Bolivia non è solo terra di colpi di Stato. È sempre stata, anche, terreno fertile di ribellioni. E queste hanno lasciato tracce ancora più incancellabili.
Ad esempio, per quel che ne capisco, mi pare di poter dire che appartiene al patrimonio culturale di ogni boliviano il fatto che le piccole repubbliche sorte dalla ribellione di Tupac Katari (1781), dalle numerose insurrezioni dell’oriente boliviano e dalla rivoluzione paceña (di La Paz) nel 1809, non siano mai state sconfitte da nessuno.
Da non boliviano, mi pare che siano stati complessi politici territoriali che, sprovvisti da un nucleo egemonico, sono stati incapaci di risolvere da sé le problematiche del potere politico ma, contemporaneamente, hanno dato luogo a prassi capaci di dare forma ad una sorta di democrazia diretta per i tempi di guerra, dotata di una loro persistente logistica autonoma.
In questo senso, ma anche questo è un altro tema pur se più vicino, trovo similitudini con buona parte della complessa storia politica messicana riguardo la capacità di ribellione, la mancanza di un nucleo dirigente capace di egemonizzare i processi e la coscienza della ribellione impresa a fuoco. E, in modo diverso, perché finora non era stato luogo privilegiato di ribellioni, ritrovo similitudini col processo cileno in corso.

La coscienza di sé
Fino a metà del XX secolo lo Stato boliviano ha vissuto dello sfruttamento dei popoli indigeni. Assumendo in pieno la funzione di organizzatore delle aspirazioni delle classi dominanti, ha cioè vissuto in guerra permanente con il 90% dei suoi abitanti. Questa situazione ha iniziato a modificarsi solo in seguito al disastroso esito dalla guerra con il Paraguay (1932-35), la più importante e sanguinosa del Sudamerica nel XX secolo, combattuta dai due popoli in difesa degli interessi di due multinazionali petrolifere statunitensi convinte che Il Chaco fosse una ricca regione petrolifera.
Si tratta, naturalmente di un cambiamento molto relativo se, nel 2008, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), poteva scrivere (CIDH, 2009, Comunidades cautivas: situación del pueblo indígena Guaraní y formas contemporáneas de esclavitud en el Chaco de Bolivia):
“In Bolivia abbiamo verificato la continuità delle condizioni di servitù per debito del tutto analoga alla schiavitù e al lavoro forzato (…) Gli indigeni del Chaco vivono in estrema povertà, sottomessi a punizioni tra cui frustate, incendi delle loro coltivazioni ed eliminazione dei loro animali”.
Nell’aprile del 1952 prendeva corpo una rivoluzione nazionalista. Dopo sanguinosi scontri di piazza nella capitale La Paz, condotti dalla federazione dei lavoratori delle miniere, a 127 anni dell’indipendenza la Bolivia si liberava dell’oligarchia e della schiavitù, istituiva il suffragio universale di tutta la popolazione adulta, nazionalizzava le miniere di stagno, promuoveva la scolarizzazione nelle campagne e decretava una radicale riforma agraria. Insomma, la Bolivia usciva dall’età feudale.
Ne seguivano tumultuosi anni segnati da molti tradimenti e dal trasformismo di vecchi rivoluzionari, finché, nel 1964, un comando militare destituiva il terzo governo del Movimento Nazionale Rivoluzionario (MNR) e portava al potere il generale René Barrientos Ortuño. In questa situazione comparirà qualche anno dopo la guerriglia diretta dal comandante Ernesto Che Guevara.
La coscienza, ormai matura, dei boliviani, si è nuovamente manifestata negli Anni ’90 nel corso delle marce indigene a difesa del territorio, nei primi Anni 2000, in difesa dell’acqua, e nel 2020 a difesa della democrazia.

La guerra dell’acqua come metafora benaugurante
Nel febbraio 2000, la Bolivia viveva sotto la dittatura del narcotrafficante Hugo Banzer.
Banzer era, va da sé, un protetto della Banca Mondiale. A istanza di questa, stipulava un contratto che privatizzava l’acqua di Cochabamba a favore del consorzio Aguas de Tunari, formato dalla multinazionale statunitense Bechtel, dall’impresa milanese Edison (controllata dalla municipalizzata AEM), dall’impresa spagnola Abengoa e da due imprese boliviane.
Quindi, promulgando appositamente la “Legge 2029”, il governo concedeva ad Aguas de Tunari il monopolio di tutte le risorse idriche, inclusa l’acqua usata per irrigare i campi e ogni altra risorsa idrica, anche se non precedentemente controllate dal consorzio municipale, denominato Servizio Municipale dell’Acqua Potabile e delle Fogne. Con la nuova legge la popolazione avrebbe dovuto richiedere un’autorizzazione persino per raccogliere l’acqua piovana. La sua legittimità fu contestata da un insieme di organizzazioni riunite nella “Coordinadora para la defensa del agua y de la vida” che diventerà protagonista della successiva “guerra dell’acqua”.

Promulgata la legge, il prezzo dell’acqua aumentava di oltre il 50% per i costi di rinnovo della rete idrica e le tariffe minime mensili diventavano di 20 dollari, in un paese in cui i salari si aggiravano intorno ai 100 dollari al mese. E perché, per i funzionari di Aguas de Tunari l’acqua è una merce come un’altra, il mancato pagamento portava alla sospensione del servizio.
A quel punto scendeva in piazza tutta la popolazione. La dittatura scatenava una feroce repressione provocando il ferimento di molti manifestanti e la morte di un giovane di 17 anni, Victor Hugo Daza. La morte del ragazzo scatenava l’ira popolare, che prendeva la piazza centrale della città e le vie adiacenti. Quando la polizia si dichiarava incapace di garantire la sicurezza del consorzio, la Bechtel lasciava il paese ed il governo annullava il contratto.
Una buona illustrazione di questa versione moderna della vittoria di David può trovarsi nel documentario canadese “The Corporation”.

Con l’anima piena di bandiere che avanzano, contro la paura, avanzano
Da oggi, tutto sarà piuttosto complicato per Luis Arce, e non solo per le attività golpiste, che continueranno e molto probabilmente aumenteranno.
Da Arce si attende non solo il recupero dell’economia, ma anche l’equilibrio tra le due forze che egemonizzano il processo di trasformazione boliviano in questa fase. Da una parte l’ex ministro degli esteri, attuale vicepresidente e presidente dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale, David Choquehuanca; dall’altra Evo Morales, ritornato in Bolivia come capo politico del MAS. Dai loro accordi e disaccordi dipenderà in buona misura il buon esito del nuovo governo.
Il nuovo governo ha davanti un compito da far tremare i polsi: la ripresa economica, le trasformazioni in materia sanitaria, educativa e di riforma della giustizia, la costruzione di un sistema di comunicazioni su base pubblica e di una struttura di formazione politica adeguata alla difesa del processo di cambiamento, una riforma della polizia e delle forze armate che elimini definitivamente le tentazioni golpiste.
Inoltre, penso, a breve scadenza dovrà cercare alleanze regionali per creare la massa critica necessaria a meglio gestire lo sfruttamento razionale delle enormi risorse naturali del paese.
Penso in particolare al litio: si dovrebbero fare tutti gli sforzi per dare respiro ad una alleanza a tre, Bolivia, Argentina e Cile, che concentrerebbe la quasi totalità della risorsa.
Certo, bisognerà prima risolvere gli annosi problemi col Cile e disegnare un progetto che rispetti i vincoli ambientali ed i popoli stanziali. Nessuna di queste cose è semplice, ma le rivoluzioni devono porsi obiettivi che vadano oltre la pura amministrazione, per quanto brillante e produttiva. Tutto ciò deve esser fatto dopo che i tribunali abbiano giudicato, trasparentemente, i responsabili, materiali e intellettuali, del colpo di Stato e delle successive ruberie.
A proposito dell’anima piena di bandiere presa a prestito da Victor Jara, chiudo ricordando l’incipit di “Una storia fra due città” scritto da Charles Dickens nel 1859, che reputo contemporaneamente un buon auspicio e un ammonimento ai fratelli boliviani:
“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.
Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte.
A farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo.
Un re dalla grossa mandibola e una regina dall’aspetto volgare sedevano sul trono d’Inghilterra; un re dalla grossa mandibola e una regina dal leggiadro volto, sul trono di Francia”.

FONTE:

Buon giorno Bolivia


Rodrigo Andrea Rivas – 8 Novembre 2020

PANDEMIA: L’esperimento europeo e atlantico verso la debacle

di Gabriele Giorgi

Tra prima ondata e seconda ondata e relativa gestione, mi sono fatto questa idea. Grazie soprattutto alle testimonianze che arrivano da altri paesi europei.

Nella prima fase noi, l’Italia, abbiamo fatto la chiusura cercando di emulare Cina e Corea. Che allora erano gli unici esempi si riferimento. Dovevamo farlo perché eravamo i primi in occidente ad essere aggrediti con “virulenza” e dunque quelli messi peggio. La scelta era, per forza di cose nostra, una scelta nazionale, obbligata.

La cosa ha funzionato abbastanza bene.

La Cina, l’estremo oriente in generale, inclusi Giappone, Vietnam, ecc., ma anche (a conferma che non tutto l’occidente è uguale) l’Australia e la Nuova Zelanda, ha tenuto duro sul quel modello di contenimento anche dopo la fine della prima ondata, intervenendo duramente in ogni occasione di recrudescenza della diffusione del virus. Per loro anche la scelta era ed è obbligata, poiché sono o isole o isolate dal contesto territoriale della grande comunità occidentale. E forse anche perché hanno un concetto di modernità differente da quello, totalmente ideologico, delle raffinate classi dirigenti di tramontana. Continua a leggere

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