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Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

100 milioni di libri al macero

di Tonino D’Orazio

 In un’intervista di Oleksandra Koval, Direttrice dell’Istituto del Libro Ucraino, a Interfax- Ucraina, si legge:

“[…] per studiare letteratura straniera, e la letteratura russa è proprio questo, è necessario un certo equilibrio. Ora siamo convinti che la letteratura britannica, francese e tedesca, la letteratura degli Stati Uniti e delle nazioni dell’Est, abbia dato al mondo molti più capolavori della letteratura russa”.

L’evocazione di tale aspetto quantitativo rappresenta bene il personaggio Koval e la sua russofobia. Sotto l’aspetto qualitativo non va meglio. Per esempio Puškin e Dostoevskij «hanno gettato le basi della “misura russa” e il messianismo», dunque è questo il motivo per ritenere che i classici della letteratura russa siano “in realtà una letteratura molto dannosa, che può davvero influenzare le opinioni delle persone. Pertanto, è mia personale opinione che questi libri debbano essere rimossi anche dalle biblioteche pubbliche e scolastiche”.

Prosegue cosi: Penso che verranno scritte molte riflessioni e ricerche scientifiche su come i classici russi abbiano influenzato la mentalità dei russi e su come abbiano indirettamente portato a una posizione cosi aggressiva e ai tentativi di disumanizzare qualsiasi altro popolo del mondo, inclusa l’Ucraina”.

La Koval sostiene che le biblioteche scientifiche potrebbero conservare “letteratura scientifica specializzata i cui autori potrebbero avere opinioni anti-ucraine” per il momento, “ma solo se il libro scientifico in questione non ha connotazioni ideologiche”. Dunque autori come Karl Marx, Rosa Luxemburg o Bertolt Brecht, pur tedeschi, verranno rimossi dalle biblioteche ucraine. E poi chissà quali e quanti altri.

Questo il programma della Koval: “stimo che ora potrebbero esserci più di 100 milioni di copie del patrimonio di biblioteche pubbliche che necessitano di sequestro”. Si tratta della rimozione/distruzione di metà del patrimonio bibliotecario ucraino.

Ovviamente non poteva mancare la giustificazione anche in chiave economica riguardo un simile provvedimento di rimozione e censura: “A mio avviso, l’ostacolo principale nel processo di rimozione della letteratura che può essere rapidamente eliminata non è la difesa degli interessi di Tolstoj, ma semplici, mercantili, ma allo stesso tempo chiari interessi dei bibliotecari. Il fatto è che a seconda del numero di fondi, alla biblioteca viene assegnata una determinata categoria. Di conseguenza, gli stipendi di tutti i dipendenti dipendono dalla categoria della biblioteca”.

Il ministro della Cultura e della politica dell’informazione ucraino, Oleksandr Tkachenko, ha dichiarato “che i libri di propaganda russa confiscati dai fondi della biblioteca ucraina possono essere usati come carta straccia”.

Prosegue anche la campagna di “decolonizzazione” cambiando i nomi delle strade e delle fermate della metropolitana. Per esempio, riportava il NYT il 7 giugno, Lev Tolstoj sarà cancellato da una fermata della metropolitana di Kiev. Tale campagna ha assunto un carattere sia velenoso che assurdo, se si considera che il confine tra cosa e chi è ucraino o russo è spesso sfocato. Pyotr Tchaikovsky, che ha ridefinito la musica classica occidentale, aveva radici ucraine, e così come molti altri artisti e scrittori, come Nikolai Gogol, Mikhail Bulgakov, Anna Akhmatova, oppure il poeta sovietico Mayakovsky, nato da madre ucraina.

Indipendentemente dal fatto che i nazionalisti ucraini siano direttamente influenzati dall’ideologia nazista, e non pochi di loro lo sono, questo “rogo” del libro rivela la loro visione fanatica, autoritaria e sciovinista. La destra europea non vede l’ora di accoglierli nell’Unione Europea. Che cosa ne pensino gli altrimenti loquaci intellettuali occidentali non è dato sapere. Non fanno ancora nemmeno finta. Ne vedremo delle belle, signori democratici del cazzo. I libri non si toccano. Non mi scuso, è per i miei ambigui amici “liberal-democratici” che non riescono a vedere che da qualche parte, sempre in terra d’Europa, “si sta ricominciando daccapo”.

Le sottigliezze della retorica di sinistra

di Tonino D’Orazio.

Il fatto sconcertante è che molti intellettuali di sinistra “rispettati” sono in realtà guardiani dell’impero. Opposizione controllata. Tra queste persone, l’anticomunismo e l’antisocialismo sono profondi e le mezze verità sono abilmente brandite per rivendicare un’elevata imparzialità.

Mentre i media cosiddetti liberali e conservatori – tutti al soldo delle agenzie di intelligence – riversano la propaganda più sfacciata su Russia e Ucraina, così evidente che diventerebbe comica se non fosse così pericolosa, gli autoproclamati intenditori ingeriscono anche messaggi più sottili, spesso da media alternativi.

Esiste un ottimo esempio di resoconto fuorviante, in cui la verità si mescola con le bugie per trasmettere una narrativa “liberale”, che sostiene fondamentalmente le élite al potere mentre sembra combatterle. Questa non è una novità, ovviamente, dal momento che questo è il modus operandi di tutti i media aziendali, ciascuno a suo modo ideologico e spesso disonesto, come The New York Times, CBS, The Washington Post, The New York Daily News, Fox News, CNN, NBC, ecc. da molto tempo. Anche quelli di stato come la Pravda.

Per esempio in The Intercept, giornale on line del miliardario Pierre Omidyar, ho letto un articolo. Scritto da Alice Speri, il suo titolo suonava ambiguo – “La sinistra in Europa affronta la rinascita della NATO dopo che la Russia invade l’Ucraina” – finché non ho visto il sottotitolo che inizia con queste parole: “La brutale invasione della Russia complica…” Ma ho continuato a leggere. Nel quarto paragrafo, è diventato chiaro dove stava andando l’articolo. Speri scrive che “In Ucraina, in contrasto [con l’Iraq], è stata la Russia a organizzare un’invasione illegale e non provocata, e il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina è stato considerato da molti cruciale per evitare atrocità anche peggiori di quelle che l’esercito russo aveva già commesso”.

In realtà, sebbene apparentemente siano attivisti europei contro la guerra e contro la NATO, sono presi in un dilemma, l’articolo prosegue affermando che mentre gli Stati Uniti e la NATO sono stati colpevoli di un’espansione ingiustificata per molti anni, la Russia è stata un aggressore in Ucraina e Georgia ed è colpevole di terribili crimini di guerra e così via. Non c’è una parola sul colpo di stato sponsorizzato dagli Stati Uniti del 2014, o sui mercenari sostenuti dalla CIA e dal Pentagono in Ucraina, o sul loro sostegno al battaglione neonazista Azov e sugli anni degli attacchi ucraini nel Donbass dove sono state uccise diverse migliaia di persone. Si presume che queste azioni non siano criminali o provocatorie.

E c’è questo: “La risposta vacillante degli attivisti europei per la pace è sia il riflesso di un’invasione brutale e non provocata che ha sbalordito il mondo (sic) sia di un movimento contro la guerra che si è rimpicciolito ed è stato emarginato nel corso degli anni. La sinistra sia in Europa sia negli Stati Uniti ha lottato per rispondere a un’effusione di sostegno all’Ucraina che va contro gli sforzi decennale per liberare l’Europa da un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti”. In altre parole, l’articolo, stratificato in una retorica contro la guerra, è propaganda anti-russa.

Per esempio lo stesso Noam Chomsky, uno degli intellettuali di massimo rilievo internazionale, parla saggiamente della propaganda dei media statunitensi riguardo alla loro guerra non provocata contro l’Iraq e definisce con precisione la guerra in Ucraina “provocata”. E poi, riguardo alla guerra in Ucraina, lascia cadere questa affermazione sorprendente:

Non credo che ci siano ‘menzogne ​​significative’ nei resoconti di guerra. I media americani generalmente fanno un lavoro molto lodevole nel denunciare i crimini russi in Ucraina. (sic) È prezioso, così come è prezioso che siano in corso indagini internazionali per possibili processi per crimini di guerra”.

In un batter ciglia, Chomsky dice qualcosa di così incredibilmente falso che a meno che non lo si consideri un moderno Galileo, cosa che molti fanno (spesso anch’io da decenni), può passare per vero e si passerà senza problemi al paragrafo successivo. Eppure è un’affermazione così falsa che diventa ridicola. La propaganda dei media sugli eventi in Ucraina è stata così palesemente falsa e ridicola che un lettore attento si fermerà immediatamente e penserà: l’ha appena detto?

Chomsky quindi ora ritiene che i media, come il New York Times e simili, che ha giustamente castigato per la propaganda per gli Stati Uniti in Iraq e Timor Est, per citare solo due esempi, stiano facendo “un lavoro molto onorevole nel riportare crimini in Ucraina”, come se improvvisamente non fossero più i portavoce della CIA e della disinformazione americana. E lo dice mentre siamo nel mezzo del più grande blitz propagandistico dalla prima guerra mondiale, con la sua censura, il suo comitato per la governance della disinformazione, che rintraccia i dissidenti, ecc. che rasenta la parodia di Orwell del 1984. E’ semplicemente magistrale. Spiegare come la propaganda raggiunge i vertici e come opporsi a essa, e poi insinuare un sospetto nella sua analisi: “La rivendicazione di Putin è pari alla nostra”.

Il revanscismo della Russia? Dove? Revanscismo? Quale territorio perduto gli Stati Uniti hanno mai fatto la guerra per recuperare? Iraq, Siria, Cuba, Vietnam, Jugoslavia, Afganistan, ecc. ? La storia degli Stati Uniti non è una storia di revanscismo ma di conquista imperiale, di sequestro e furto o di controllo del territorio, mentre la guerra della Russia in Ucraina è chiaramente un atto di autodifesa dopo anni di provocazioni e minacce USA/NATO/Ucraina, ciò che Hedges riconosce. «Nove settimane di umilianti fallimenti militari»? – mentre controllano gran parte dell’Ucraina orientale e meridionale, compreso il Donbass. Ma il suo falso messaggio è sottilmente intessuto, come quello di Chomsky, in frasi che sono vere.

Ma essendo nel campo dei giochi mentali (troppa coerenza porta alla chiarezza e tradisce il gioco), ci si può aspettare che offuschino continuamente i loro messaggi per servire l’agenda americana in Ucraina e continuare l’espansione della NATO nella guerra non dichiarata con la Russia, per la quale il popolo ucraino sarà sacrificato. Orwell lo chiamò «pensiero doppio»: “Il duplice pensiero è al centro stesso dell’Ingsoc, poiché l’atto essenziale del Partito è quello di ricorrere all’inganno cosciente pur mantenendo la fermezza d’intenzione che va di pari passo con l’onestà totale. Dire bugie deliberate credendoci sinceramente, dimenticare ogni fatto diventato imbarazzante, poi, quando diventa necessario, tirarlo fuori dall’oblio giusto il tempo necessario, negare l’esistenza della realtà oggettiva e, allo stesso tempo, tenere conto della realtà che si nega – tutto questo è indispensabile… con la menzogna sempre davanti alla verità”.

Christian Parenti scrive questo su Chomsky: “La quasi totalità dell’intellighenzia di sinistra è rimasta psichicamente bloccata nel marzo 2020. I suoi membri hanno applaudito la nuova repressione della biosicurezza e hanno definito bugiardi, truffatori e fascisti tutti coloro che non erano d’accordo. Di solito lo hanno fatto senza nemmeno impegnarsi con le prove ed evitando il dibattito pubblico. Tra i più visibili citiamo Noam Chomsky che ha chiamato le persone non vaccinate a “ritirarsi dalla società” e ha suggerito che si dovrebbero lasciar morire di fame se si rifiutavano di sottomettersi”.

La critica di Parenti sulla risposta della sinistra (non solo quella di Chomsky e Hedges) al Covid si applica anche agli eventi fondatori sopra menzionati, il che solleva domande più profonde sulla penetrazione della CIA e della NSA nei media in generale, un argomento che esula dall’ambito di tale analisi.

Per quelli che probabilmente direbbero di quello che ho scritto qui: Perché prendersela con la sinistra? La mia risposta è molto semplice.

Le perniciose agende della destra e dei neoconservatori sono evidenti; nulla è veramente nascosto; si può e si deve quindi opporsi. Ma molti di sinistra servono due maestri e sono molto più sottili. Ostentatamente dalla parte della gente comune e contraria all’imperialismo e alle predazioni delle élite all’interno e all’esterno del paese, sono spesso gli autori di una retorica seducente che sfugge ai loro sostenitori. Una retorica che alimenta indirettamente le guerre alle quali spesso pretendono di opporsi.

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE. Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (I° parte)

Atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali” tenuto da Raffaele Picarelli

Proponiamo gli atti della prima tranche del seminario  “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza e nelle relazioni internazionali” tenuto dal dr Raffaele Picarelli al Circolo Arci di San Giuliano Terme sabato 4 giugno suiniziativa del Comitato Popolare Sangiulianese in collaborazione con le seguenti associazioni:Ita-nica di Livorno, il Laboratorio della solidarietà di Livorno, Codice Rosso e la Libera Università Popolare di Livorno.

Raffaele Picarelli, saggista ed esperto di questioni economico-finanziarie e di relazioni internazionali, ha offerto una approfondita e organica disamina a 360° dei processi in corso ormai da anni nell’economia occidentale e degli effetti provocati dalla guerra in Ucraina e, soprattutto, dalle sanzioni comminate alla Russia dai Paesi occidentali che consente di comprendere parte delle verità sottaciute dalla narrazione mediatica main stream, ma anche di avere una quadro organico delle dinamiche geopolitiche che sottostanno al conflitto.

Questo il breve abstract della prima parte della relazione che risulta estremamente utile oltre che per la comprensione degli scenari in essere, anche per fornire strumenti di analisi e di lotta politica per gli attivisti.

“La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati agli anni della pandemia ed agli effetti della crisi sistemica cominciata nel 2008.

Inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi di interesse, caduta di valore di tutti gli asset finanziari: queste tendenze risultavano già in atto a partire dal terzo trimestre del 2021.

Cosa è successo di veramente nuovo con la guerra? Il tentativo di riaffermare la supremazia del modello Usa di riproduzione capitalistica basato su industria delle armi, controllo dell’energia, forza del dollaro e macroscopica finanziarizzazione a fronte del grave indebolimento del progetto capitalistico europeo a base tedesca, fondato su approvvigionamento energetico a basso costo e modello industriale deflattivo.

Insieme al tentativo di liquidazione della possibilità di integrazione  tra manifattura, tecnologia e finanza europee ed energia, tecnologie e  grandi mercati russo e cinese.

Un disperato e feroce tentativo dell’imperialismo a base angloamericana di “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del proprio dominio mondiale da tempo in crisi e in declino.

Un incontro partecipato da circa 50 persone che è risultato interessante non solo per lo spessore culturale e l’assoluto livello di competenze del relatore ma anche perché ha consentito di fornire un quadro abbastanza nitido delle cause e degli effetti della guerra in Ucraina sull’andamento preesistente dell’economia mondiale.

E’ possibile fruire della videoregistrazione dell’incontro dalla pagina Facebook del Comitato Popolare Sangiulianese tramite il link: https://fb.watch/dvlB6lmcnM/

Il presidente del Comitato Popolare Sangiulianese

Andrea Vento


GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE.

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

1. Quadro macroeconomico generale e contesto geopolitico

La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati al perdurare di numerosi effetti della crisi sistemica emersa nel 2007-2008 e alle ripercussioni della pandemia. Tuttavia, sussistono fatti nuovi e assai profondi che, in questa introduzione, mi limiterò solo ad enunciare.

In primo luogo l’approfondimento della rottura della mondializzazione capitalistica e del suo ineguale incedere per circa un trentennio. Dico approfondimento perché una prima frattura si era precedentemente verificata con la vasta apposizione di dazi commerciali e di altre misure restrittive alla Cina da parte degli USA, a partire dalla seconda metà del decennio passato. E con il covid.

Ora tale processo nel suo incedere delinea un futuro assetto mondiale policentrico, ripartito in macroaree più o meno integrate e conflittuali, policentrismo che si contrappone al trentennale unilateralismo statunitense.

Da parte di Washington è in atto il tentativo, attraverso la guerra per procura (proxy war) che si combatte sul suolo ucraino, di mantenere e riaffermare nel medio/lungo periodo la supremazia del modello USA di riproduzione capitalistica basato sulla guerra permanente, sull’egemonia del complesso militar-industriale, sul controllo dell’energia, sulla centralità internazionale del dollaro, su una macroscopica finanziarizzazione dell’economia e, naturalmente, sul controllo delle catene del valore e delle nuove tecnologie.

Da parte della Russia e di molta parte del “resto del mondo” c’è la volontà di opporsi a tale disegno contrastando il signoraggio del dollaro in nome di nuove centralità valutarie esistenti o progettate (rublo, yuan, sur latinoamericano del progetto del presidente “in pectore” brasiliano Ignacio Lula).

In questo senso la guerra in Ucraina è anche una guerra contro il dollaro. E di riappropriazione del pieno controllo delle proprie materie prime e delle proprie catene di approvvigionamento e valore.

Sussiste inoltre la volontà di opporsi al nuovo “piano Brzezinski” portato avanti dai suoi eredi “politico-intellettuali”, Victoria Nuland e Tony Blinken, che ha come obiettivo l’annichilimento della Russia usando l’Ucraina come ariete: una versione aggiornata della dottrina Brzezinski sull’impossibilità di un “impero euroasiatico senza l’Ucraina”.

Dicevamo che la guerra in Ucraina ha accelerato processi già in corso: inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi, caduta di valore degli asset finanziari, costituivano fenomeni già marcatamente presenti a partire dal terzo trimestre del 2021 e dei quali cercheremo di analizzarne lo sviluppo delle rispettive dinamiche nell’ambito del conflitto e tenteremo di delinearne gli scenari post-conflitto.

Ma è solo la Russia l’obiettivo della politica bellica statunitense? Ci pare oltremodo evidente che gli USA, all’interno del campo occidentale, tendano ad indebolire e, se possibile, addirittura a liquidare il progetto europeo a base “renana” che, in termini molto generali, possiamo considerare fondato su un approvvigionamento energetico a basso costo e un modello industriale deflattivo. Con il corollario di liquidare ogni duratura possibilità di integrazione tra manifattura e finanza europea ed energia, materie prime, tecnologia e grandi mercati russo e cinese. E di bloccare ogni espansione e radicamento della manifattura tedesca e italiana nei mercati russo, cinese e “degli altri”.

A tale evidente, e talora dichiarato, intendimento USA di deindustrializzazione europea, l’Europa (con l’eccellenza italiana) ha risposto con il proprio suicidio economico e geopolitico.

Nel contesto dell’analisi, cercherò inoltre di dare rilievo ad un aspetto quasi sempre sottaciuto nella narrazione corrente del conflitto, per interposta Ucraina, USA-Russia: il ruolo importante della finanza, e in particolare della finanza derivata, anche in questa guerra, e della propria capacità di accelerazione bellica di processi preesistenti, concernenti la determinazione e la crescita dei prezzi di energia, materie prime e “inflazione di fondo”.

Di contro, cercherò di analizzare i progetti, ancora “in nuce”, di una reindustrializzazione russa dopo la devastazione eltsiniano-statunitense della manifattura sovietica dei primi anni Novanta e l’instaurazione in Russia di una “monocoltura estrattivista” dell’energia e delle materie prime.

Infine, a fronte del dissolvimento, nelle intenzioni USA, di quella sorta di utopia nata dall’incontro dell’Ostpolitik tedesca (Willy Brandt 1970) e delle ultime leadership sovietiche di una “Europa dagli Urali all’Atlantico”, proporremo l’analisi dei nuovi scenari che sembrano nascere da questa asperrima vicenda bellica.

Con una scelta chiara: opporsi alla “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del dominio dei vecchi “signori del mondo”, ormai in declino, e ampliare lo sguardo verso nuove ed emergenti potenze mondiali.

2. Banca Centrale Russa, rublo, falso default, finanza derivata.

Un nuovo Gold standard in Russia?

Lunedì 18 aprile la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, abile tessitrice della difesa finanziaria ed economica del rublo, ha affermato in una pubblica audizione che gli effetti delle sanzioni occidentali si sentiranno maggiormente a partire dai mesi estivi e che bisogna attrezzarsi fin da ora per gestirli. L’economia reale russa, ha proseguito, dovrà affrontare “cambiamenti strutturali”.

Era chiaro il riferimento alla ricostruzione di un’industria e di una manifattura nazionali russe, devastate negli anni Novanta del Novecento dagli USA e dai governi Elsin e in parte “appaltate”, negli anni successivi, sia pure in partnership, ad imprese soprattutto europee (automotive, industrie di trasformazione, semilavorati, etc). La primazia energetica e delle materie prime, nell’ultimo decennio dello scorso secolo una vera monocoltura, l’utilizzo dell’eccedenza negli ultimi vent’anni per la ricostruzione di un apparato difensivo caduto in rovina, la permanenza di forme decenti, anche se non eccelse, di welfare nel campo della sanità, dell’istruzione e della previdenza, l’esistenza di eccellenze nel campo della ricerca e della tecnologia, non sono più un modello sufficientemente sostenibile nell’età delle sanzioni e dello scontro generale con l’Occidente. La guerra e le sanzioni richiedono “cambiamenti strutturali”. Una situazione in forte cambiamento, in forte movimento è alle viste. Quale ne sarà l’esito? Non è facile prevederlo. Molto dipenderà dalle forze politiche e dal popolo russo, molto dalle relazioni internazionali. Vedremo.

Ritorniamo adesso all’oggetto di questo paragrafo.

Per la prima volta in assoluto dal 28 febbraio è stato deciso di applicare le sanzioni ad una banca centrale di un paese del G20: la Banca Centrale della Federazione Russa (CBR, Central Bank of Russian Federation, Bank Rossij). L’idea di congelare gli asset della Banca centrale è stata di Draghi, anche se era già stata applicata dagli USA, da ultimo nei confronti dell’Afghanistan, dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani.

Le riserve russe alla fine di febbraio 2022 ammontavano a complessivi 630 miliardi di dollari in valute estere (euro, dollari, yen, sterline, yuan), titoli e oro (grafico 1).

Erano lievitate a tale valore dai 368 miliardi di dollari del post-Crimea. Nel 2018 la Banca Centrale russa aveva venduto una notevole quantità di T-bond americani. All’8 aprile le riserve ammontavano a circa 609 miliardi di dollari, di cui 478 in valute estere e 131 in oro. Il 28 febbraio i rappresentanti di Usa, Giappone e UE in una dichiarazione congiunta affermarono di essere determinati ad imporre sanzioni per isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale. Oltre il 50% delle riserve della CBR presso altre Banche centrali (soprattutto presso Bundesbank) e anche banche commerciali (soprattutto J.P. Morgan) furono resi indisponibili, non confiscati (in gergo giornalistico “congelati”).

Rimanevano riserve non toccate dalle sanzioni: il 13% delle riserve costituite da yuan (renmimbi/RMB) e il 22% da oro. Restavano esclusi dalle sanzioni i pagamenti in favore delle società russe fornitrici di energia.

Il 13% di yuan è detenuto in Cina. Come è noto, la Cina è l’unico paese emittente di una valuta di riserva a livello internazionale a non aver partecipato alle sanzioni, giudicate prive di “basi legali”.

Sebbene un Paese possa naturalmente detenere le proprie riserve presso le proprie banche, le banche centrali (e i governi) spesso scelgono di mantenere le proprie riserve all’estero per evitare costose transazioni transfrontaliere e ottenere l’accesso diretto ai mercati delle valute estere e del debito estero.

Come è noto le riserve in valute estere sono essenziali per gestire l’inflazione interna e i pagamenti dell’import. L’indisponibilità totale o parziale delle proprie riserve impedisce a una banca centrale di difendere la propria valuta, che tende a deprezzarsi e quindi, negli acquisti dall’estero, a “importare inflazione” all’interno del Paese. Crollo del rublo, inflazione elevata all’interno della Russia, sconvolgimenti complessivi del sistema economico: era ciò a cui miravano i Paesi che hanno dichiarato e applicato le sanzioni.

Grafico 1: Valore in miliardi di Dollari e luogo di deposito delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa

Sul rublo e sul debito estero russo torneremo fra poco.

Ora alcuni cenni a questioni di contorno, comunque rilevanti.

E’ noto che in campo commerciale, a metà marzo, l’Occidente e il Giappone hanno revocato alla Russia lo status di “nazione più favorita”, ossia hanno revocato l’uguale trattamento riservato ad ogni Paese membro del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), con la conseguenza che ora le merci russe possono essere soggette a dazi aggiuntivi.

UE, Regno Unito e Stati Uniti hanno vietato l’export in Russia di una vasta quantità di beni strumentali, di uso comune e di lusso e l’import di molti prodotti fra cui, importanti, i prodotti in ferro e in acciaio. Sono chiusi alle navi russe i porti di UE, UK, USA, Canada e Nuova Zelanda. E’ stato posto il divieto di noleggiare navi di altri Paesi e di assicurare le merci in viaggio.

I dati del commercio estero russo relativi al primo trimestre 2022 (che risentono solo in parte delle sanzioni) evidenziano conseguentemente un calo dell’8% del valore dell’export e del 17% dell’import rispetto agli ultimi tre mesi del 2021.

La previsione del FMI, coincidente con quella della Banca centrale russa, è di un calo del PIL russo di quest’anno tra il 7,5 e l’8,5%.

In campo energetico discuteremo più avanti della sesta tornata di sanzioni aventi ad oggetto il petrolio e i prodotti petroliferi. Diciamo ora che gli USA, forti della scarsa dipendenza dalla Russia, hanno imposto un divieto totale dell’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi, gas, carbone russi. Il Regno Unito ha annunciato lo stop al petrolio entro la fine dell’anno (periodo, vedremo, che più o meno coincide temporalmente con quello UE).

Prima della sesta tornata di sanzioni, l’UE, importatrice nel 2021 del 25% del grezzo, per un valore superiore ai 70 miliardi, il 40% del gas (55% per la Germania) pari a 16,3 miliardi e il 49% del carbone dalla Russia, aveva trovato l’accordo solo sul divieto di importazione del carbone, a partire da agosto.

E’ il caso di fare appena un cenno all’esclusione delle principali banche russe dal sistema di pagamento internazionale SWIFT (alle prime sette si è aggiunta all’inizio di giugno la Sberbank), per lo scambio di informazioni e pagamenti tra istituzioni finanziarie (conti accentrati, conti reciproci tra banche, conti su terze banche, etc.). Diventa molto difficile effettuare o ricevere pagamenti da banche occidentali, tranne le eccezioni come Gazprombank, perché legata alle fonti energetiche essenziali per l’Occidente. Come è appena il caso di dire che sono state prese una serie di misure mirate a escludere la Russia dal mercato dei capitali (collocamenti nei paesi occidentali, prestiti, etc.).

Ma torniamo al rublo.

A partire dal 24 febbraio il rublo ha cominciato a deprezzarsi fino a giungere al suo punto più basso il 7 marzo: per un dollaro occorrevano 139 rubli. Era questo il primo effetto di quella congerie di provvedimenti dei primi giorni di guerra (downgrade del debito russo, sanzioni ed altro). Era diventato, diceva Biden, una valuta “rubble”, cioè spazzatura, e valeva meno di un “cent”.

Ai primi di giugno il rublo è la migliore valuta del 2022, quella con il maggior rialzo nei confronti del dollaro: oltre il 14% (seguono il real brasiliano e il peso messicano). Sono negative rispetto al dollaro tutte le altre valute. Perché?

Per prima cosa l’avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti russa.

A fine 2022, secondo la rivista tedesca “Die Welt”, potrebbe superare i 250 miliardi di dollari. Grazie al rialzo dei prezzi di gas e petrolio, leggiamo sull’“Economist”, nel primo trimestre del 2022 le entrate da idrocarburi sono aumentate dell’80% anno su anno. Tra gennaio e aprile il surplus commerciale è stato di 96 miliardi di dollari, quasi quadruplicato rispetto ai 27 miliardi di un anno fa. E’ il surplus più alto dal 1994. Rammentiamo che l’“Economist” è controllato al 43% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, la stessa che possiede l’89% di Gedi che edita “La Repubblica”, “La Stampa” ed il “Secolo XIX”.

Sempre l’“Economist” afferma che se è vero che i prezzi al consumo in Russia sono aumentati (17,5% a maggio) per il calo dell’offerta dovuto al ritiro di molte aziende occidentali, è anche vero che i consumi elettrici sono diminuiti di poco e che regge la domanda per beni di consumo.

Al momento le condizioni dell’economia reale fanno apparire eccessive le previsioni degli enti occidentali di una caduta del PIL russo (dal 10 al 15%) e le stesse previsioni del Ministero russo dello Sviluppo Economico del 7,8% nel 2022.

Ma ci sono altri fattori alla base dell’apprezzamento del rublo:

A) Il controllo sul movimento dei capitali. E’ stato introdotto il limite di 10 mila dollari, poi portato a 50 mila per persona al mese, al trasferimento di valuta estera verso Paesi terzi. Che il limite sia stato elevato testimonia che cominciano ad affiorare preoccupazioni per la forza del rublo, soprattutto in relazione alle società orientate all’export che spendono in rubli sul mercato interno.

Le aziende russe che incassano valuta estera devono convertirne l’80% in rubli entro tre giorni.

Il meccanismo del doppio conto delle imprese straniere importatrici di energia russa presso Gazprombank porta alla conversione del 100% della valuta pervenuta dagli acquirenti esteri, essenzialmente per l’acquisto di gas e petrolio.

B) L’ancora alto tasso di interesse passato dal 20 agli inizi della guerra, gradualmente al 17, al 14 e infine all’11%. La Banca Centrale russa in data 9 giugno ha ulteriormente ridotto il tasso di riferimento al 9,5%.

La CBR ha dichiarato che il tasso d’inflazione è calato e il rallentamento della crescita ad aprile è stato inferiore al previsto. Anche se l’economia russa ha ancora davanti diversi venti contrari. L’alto tasso iniziale ha frenato la fuoriuscita dei capitali. Dopo il taglio di tre punti del 26 maggio il valore del rublo è sceso di quasi il 10% per poi risalire. Il taglio del 9 giugno ha comportato una perdita di oltre il 3% della valuta russa. L’inflazione tendenziale, pur scesa al 17,5% in maggio (e ridotta al 17% i primi di giugno), è coperta al 60% dell’aumento medio del 10% di salari e pensioni medio-bassi (misura strutturale, non “una tantum”).

C) Rapporto ottimale debito/PIL sotto il 20%.

La forza prospettica della valuta russa risiede in altri fattori.

La Banca centrale russa all’inizio del conflitto disponeva di 130 miliardi di dollari di riserve auree. Negli ultimi mesi l’Istituto ha avviato nuovi acquisti di oro dalle banche locali: prima al prezzo fisso di 5000 rubli al grammo e successivamente a un valore negoziato. E’ questo il primo passo importante, come più volte il governo ha dichiarato, verso una convertibilità, quantomeno parziale, del rublo in oro.

La Russia sta accumulando riserve auree che potrebbero costituire in tutto o in parte una garanzia per la sua moneta. Il rublo in tal modo potrebbe avere grandi possibilità di essere accettato come valuta di pagamento nelle transazioni internazionali.

Non dimentichiamo che la Russia è il terzo produttore e il quinto detentore mondiale di oro. Il regolamento in valute locali (e non in dollari) degli scambi si è accentuato in questi mesi (l’India paga in rupie il petrolio che acquista a prezzi scontati dalla Russia). La Russia, per tale ragione, vuole una valuta forte che appaia più stabile anche all’esterno.

È lecito pensare che non sia così lontana dall’orientamento della leadership russo-cinese una nuova Bretton Woods con baricentro spostato nelle economie provviste di materie prime minerarie, energetiche e agricole? Certo che possiamo pensarlo perché tali sono in misura diversa la Russia e la Cina, dotate tra l’altro di tecnologie avanzate.

E’ fantasia e pura illusione oppure è il senso di individuare i processi qualitativi per come si delineano a una osservazione attenta e interessata?

Potrebbe essere questo, “in nuce”, un elemento del Nuovo Ordine Mondiale con baricentro in Russia, Cina e nei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni e non le hanno sostenute.

Il debito estero russo verso i paesi “ostili” ammonta a 49 miliardi dollari. A questo va aggiunto il debito privato che è di molto superiore (non ne conosco l’ammontare. Ho letto di 150 – 200 miliardi di dollari), con ampio flusso cedolare che coinvolge principalmente Gazprom e Rosneft. Per il servizio del debito estero teoricamente basterebbe alla Russia il 13% delle riserve denominate in yuan, ma ovviamente ora più che mai esse sono strategiche per mantenere aperto un legame tra la Russia e il resto del mondo. Un utilizzo delle riserve significherebbe dirottare le entrate energetiche (un miliardo di euro al giorno) per il servizio del debito anziché per l’acquisto di risorse necessarie all’economia russa. E questo sarebbe un controsenso. Da qui la battaglia quasi completamente vinta dalla Russia per il pagamento del gas in rubli (fanno eccezione Olanda, Danimarca, Polonia, Finlandia e Bulgaria, alle quali le forniture sono state sospese).

Le sanzioni imposte alla Russia dagli USA, in un primo momento erano accompagnate da una serie di “licenze generali” che hanno consentito lo svolgimento di transazioni altrimenti vietate. La licenza “9c” ha permesso ai russi, a marzo, di utilizzare i fondi in dollari del Ministero delle Finanze presso la banca J.P. Morgan di New York e trasferirli ai creditori. Si trattava di titoli a scadenza e cedole su obbligazioni. A inizio aprile il provvedimento di “licenza” veniva modificato dagli USA e i conti venivano definitivamente bloccati. Giungevano a scadenza a fine aprile un eurobond denominato in dollari e un coupon su obbligazione con scadenza aprile 2042, per un totale di 649,2 milioni di dollari. Il rischio di default era evidente con tutte le sue conseguenze (assai prolungato e definitivo non accesso ai mercati, difficoltà estrema di rifinanziamento, suoi costi esorbitanti, diventare un “paria” della comunità finanziaria oltre l’inaccettabilità politica per la Russia dell’insolvenza “coattiva”).

In questa circostanza la Russia ha utilizzato, per pagare, i conti della società finanziaria “Dom. R F” non sottoposta a sanzioni.

Tuttavia, la “licenza” è scaduta il 24 maggio scorso e non è stata rinnovata dagli USA. La Russia ha offerto il pagamento in anticipo sulla scadenza (27 maggio). Nulla da fare. Era stata tolta alla Russia la possibilità di pagare. Sta ora decorrendo il periodo di “comporto” di 30 giorni, decorso inutilmente il quale si sarà verificato l’“evento” default.

Intanto, nella concitazione delle prime settimane di guerra, era stato permesso a fondi ed hedge, statunitensi e non solo, di portare a casa i soldi degli interessi e delle cedole su bond emessi dalla Banca Centrale russa, dal Fondo sovrano per gli investimenti e dal Ministero delle Finanze. L’“evento” default “artificiale”, provocato dagli USA, consentirebbe ai creditori, soprattutto statunitensi, di attivare i CDS.

“Abbiamo sia i soldi che il desiderio di effettuare i pagamenti”, ha dichiarato a fine maggio il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. E questo vuole esserci impedito. “Poiché la mancata estensione della licenza ci rende impossibile rispettare il servizio del debito in dollari, i pagamenti saranno effettuati nella valuta russa”, con la possibilità di convertirla in un secondo momento nella valuta di partenza dell’emissione utilizzando un Istituto finanziario russo come agente di pagamento.

Tuttavia, con l’ultimo pacchetto di sanzioni adottate formalmente il 3 giugno scorso (quelle della sesta tornata), l’UE si è perfettamente allineata agli USA. “[Si tratta] di una decisione che avvicina ulteriormente la Russia al default, malgrado la determinazione del governo [russo] di rispettare gli impegni presi […]. Bruxelles ha infatti aggiunto alla lista di individui e organizzazioni sanzionate il National Settlement Depository, organismo a cui il Ministero delle Finanze russo contava di affidare i pagamenti sugli eurobond in scadenza, comprese due emissioni che Mosca ha cercato di rimborsare entro il 27 maggio scorso. Pagamenti bloccati, tuttavia: al termine del periodo di grazia, a fine giugno, scatterà il default” (“Il Sole 24 Ore” del 4 giugno scorso).

Grande soddisfazione della finanza statunitense ed europea aver impedito il pagamento a un debitore che ha fatto tutto il possibile per pagare.

Ma questo perché? Torniamo ai CDS.

Si può dire che le due deroghe avevano fatto lievitare i CDS sulle obbligazioni e permesso ai possessori statunitensi ed europei di incassare cedole e capitale e poi garantirsi e attivare la protezione.

Cosa sono i CDS? Il “credit default swap” (CDS) è uno swap, cioè uno strumento derivato, che ha la funzione di trasferire il rischio di credito, cioè il rischio di insolvenza. È il più comune dei derivati creditizi, quello che il megafinanziere Warren Buffet, proprietario di una pluralità di fondi, hedge e quant’altro, chiamò “l’arma di distruzione di massa” della finanza.

Lo schema di base di un CDS è il seguente: un investitore A vanta un credito nei confronti di una controparte debitrice B e vuole proteggersi dal rischio che B non paghi e il credito diventi inesigibile. A tal fine si rivolge a una terza parte C, disposta ad accollarsi tale rischio. C agisce come se fosse una assicurazione, e nel gergo tecnico è definito “protection seller” ovvero “venditore di protezione”.

La parte A (protection buyer) si impegna a versare a C un importo periodico il cui ammontare è il prezzo della copertura. In cambio di tale flusso di cassa, il venditore di protezione C (di solito una banca, una società finanziaria, un buyer) si impegna a rimborsare ad A il valore nominale del titolo di credito nel caso in cui il debitore B diventi insolvente (evento definito “credit default”).

Lo stesso discorso vale per il mancato pagamento di cedole e/o interessi. I CDS, nati per scambiare protezione come avviene per le valute o le materie prime, sono utilizzabili, come ogni derivato, soprattutto per scopi speculativi, e tale era fin dall’inizio lo scopo della banca d’affari J. P. Morgan, che li creò nei primi anni Novanta.

Nel mercato dei CDS è pratica comune che si possa speculare comprando protezione dal rischio pur non avendo nulla da proteggere, ma aspettandosi che il rischio aumenti, magari esagerandolo o addirittura costruendolo artificialmente e dunque la protezione acquistata valga man mano di più. I CDS si comprano nei mercati “over the counter” (OTC), mercati paralleli fuori borsa che rappresentano una fetta importante degli scambi finanziari alternativi alle borse ufficiali. Tali mercati sono gestiti da un’associazione privata chiamata ISDA (International Swaps and Derivatives Association), con più di 800 aderenti (banche, assicurazioni, società finanziarie, governi, enti sovranazionali). Tale associazione è fuori da ogni controllo politico.

I CDS sulla Russia, sull’onda delle reiterate dichiarazioni dei media e sulle cattive notizie propalate riguardanti il pagamento, sono cresciuti di valore. La parte A, a questo punto, potrà rivendere i CDS sul mercato OTC prima della loro naturale scadenza, lucrando la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Oppure può acquistare il “sottostante”, cioè i titoli garantiti, per esempio BTP, pagandoli però meno, perché le voci o le dichiarazioni di imminente default dell’ente debitore ne hanno svilito il prezzo (per esempio 40 su 100 di nominale rimborsabile). Ma poi appunto, essendo garantito il nominale, una volta avvenuto il default, A riceverà dal “protection seller” l’intero, nel nostro caso 100. Anche se non è il caso della Russia, il cui default, se ci sarà, sarà causato da un atto arbitrario e illegale, le speculazioni per esempio sul debito sovrano di un Paese, possono accelerare, come è accaduto molte volte in passato, la crisi del paese stesso e il suo tracollo, alla maniera di una profezia autoavverantesi.

Ciò, su scala assai larga, è avvenuto con il default del debito sovrano greco.

Ai possessori dei CDS, soprattutto le grandi istituzioni finanziarie, è stata destinata una parte significativa dei prestiti della famigerata “troika” (BCE, FMI, UE), finalizzata al rimborso dei titoli garantiti.

Regista di tale operazione fu, come è noto, l’allora governatore della BCE Mario Draghi, mentre vittima della stessa fu la gran parte della popolazione greca, portata alla fame.

Firenze, 13 giugno 2022 Raffaele Picarelli

L’imminente frattura globale causata dallo scontro tra diversi ordini economici

Intervista a Michael Hudson

Il post che segue è la traduzione di un’intervista al prof. Michael Hudson pubblicata su The Unz Review. Un’altra analisi essenziale per comprendere gli avvenimenti epocali che stiamo vivendo e orientarci in un mondo che si fa sempre più complesso, oltre che “grande e terribile”. L’originale lo puoi trovare qui.

Prof. Hudson, è uscito il suo nuovo libro “Il destino della civiltà”. Questo ciclo di conferenze sul capitalismo finanziario e la nuova guerra fredda presenta una panoramica della sua particolare prospettiva geopolitica.

Lei parla di un conflitto ideologico e materiale in corso tra Paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. In che cosa consiste questo conflitto e perché il mondo si trova in questo momento in un “punto di frattura” particolare, come afferma il suo libro?

L’attuale frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: Nell’Occidente USA/NATO, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato l’industria manifatturiera verso la leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri Paesi asiatici, insieme alla Russia che fornisce materie prime di base e armi.

Questi Paesi sono un’estensione di base del capitalismo industriale che si sta evolvendo verso il socialismo, cioè verso un’economia mista con forti investimenti governativi nelle infrastrutture per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altre necessità di base, trattandole come servizi di pubblica utilità con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità.

Nell’Occidente neoliberale degli Stati Uniti e della NATO, invece, questa infrastruttura di base viene privatizzata come un monopolio naturale che estrae rendite.

Il risultato è che l’Occidente USA/NATO è rimasto un’economia ad alto costo, con le spese per la casa, l’istruzione e la sanità sempre più finanziate dal debito, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione del capitale).

Ciò pone un problema esistenziale al capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di rendite finanziarizzate che impoveriscono il 99% per arricchire l’1%?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satelliti, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro di Berlino economico fatto di sanzioni per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è intromessa nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberali alla guida dei governi. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche la loro fortuna politica personale) è strettamente legato alla leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è diventata fondamentalmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come tenere il Sud globale – America Latina, Africa e molti Paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi Paesi, aumentando drasticamente i prezzi del petrolio, del gas e dei prodotti alimentari (nonché di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando i risparmi finanziari e il credito bancario verso i titoli denominati in dollari. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i Paesi della SCO e del Sud globale pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.

Ciò impone a questi paesi una scelta: o rimanere senza energia e cibo per pagare i creditori stranieri – anteponendo così gli interessi finanziari internazionali alla loro sopravvivenza economica interna – o andare in default sul debito, come è successo negli anni ’80 dopo che il Messico ha annunciato nel 1982 di non essere in grado di pagare gli obbligazionisti stranieri.

Come vede l’attuale guerra/operazione militare speciale in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia ha messo in sicurezza l’Ucraina orientale russofona e la costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “punzecchiare l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, soprattutto da parte di combattenti polacchi.

I Paesi della NATO hanno scaricato in Ucraina le loro armi vecchie e obsolete e ora devono spendere somme immense per modernizzare il loro hardware militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale statunitense eserciterà una pressione al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica – il tutto in aggiunta ai loro deficit energetici e alimentari in aumento. Pertanto, l’euro e la sterlina si dirigono verso la parità con il dollaro statunitense. L’euro ci è quasi arrivato (circa 1,07 dollari). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi in Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti, sia a Est che a Ovest, ritengono che questo danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che si ritorceranno contro o avranno un enorme effetto boomerang sui Paesi occidentali.

La politica degli Stati Uniti è quella di lottare contro la Cina, sperando di separare le regioni occidentali degli Uiguri e di dividere la Cina in Stati più piccoli. A tal fine, è necessario eliminare il sostegno militare e di materie prime della Russia alla Cina – e, a tempo debito, suddividerla in una serie di Stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.)

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita dei russi così sgradevoli da spingerli a cambiare regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare militarmente la Russia – facendo sì che i corpi degli ucraini esaurissero le scorte di proiettili e bombe della Russia, dando le loro vite semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno russo a Putin, proprio il contrario di ciò che si voleva ottenere. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto ciò che gli Harvard Boys hanno fatto alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica interna che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo all’Occidente azioni del petrolio, del nichel e dei servizi pubblici, per poi stimolare gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. È opinione comune che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est anziché verso ovest.

L’effetto delle sanzioni e dell’opposizione militare degli Stati Uniti alla Russia è stato quindi quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che ha costretto l’Europa a dipendere dagli Stati Uniti, mentre ha spinto la Russia a unirsi alla Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e i prodotti alimentari russi – a tutto vantaggio dei fornitori di gas LNG e degli esportatori agricoli statunitensi – minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Per l’Europa, però, il danno è già stato fatto e né la Russia né la Cina probabilmente confidano che i funzionari governativi europei possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali esercitate dall’interferenza statunitense.

Qui in Germania sto ascoltando il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck del partito dei Verdi, che parla di attivare l’”emergenza gas” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito, dicono le notizie). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si concluderà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di commettere un suicidio economico e di provocare una depressione, un aumento dei prezzi al consumo e un abbassamento del tenore di vita. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la produzione di fertilizzanti, dato che la Germania ha accettato le sanzioni commerciali e finanziarie che le impediscono di acquistare il gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le aziende automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli alle forniture.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti grazie al petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da compagnie statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi che l’Europa ha donato all’Ucraina è anche una manna per il complesso militare-industriale statunitense, i cui profitti sono in aumento.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici verso l’Europa, che sembra la grande perdente.

I produttori di petrolio arabi hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di far pagare meno il loro petrolio. Si prevede che saranno i primi a guadagnare dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è venuta meno. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee dopo il furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quanto presto la Russia smetterà di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando di fatto il peso fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca agli Stati Uniti dal punto di vista politico, rinunciando ai propri governi ma ottenendo almeno qualche europeo nel Senato e nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano a) la nuova guerra fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberale nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la vostra recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’Occidente dell’area del dollaro dall’Eurasia e dal Sud globale. I politici statunitensi promettono di mantenere la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questa possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica sembra ora minacciare di diventare l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti come oligarchia cliente, con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di mettere fuori gioco la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente escludendola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza problemi al sistema di compensazione bancaria della Cina.

La seconda tattica è consistita nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e i titoli finanziari americani. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a basso costo, mentre l’Occidente li scaricava.

La terza tattica è stata quella di impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le esportazioni di petrolio, gas e cibo sono aumentate. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del rublo, invece di danneggiarlo. Mentre le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il Presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà pesantemente nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, i dazi di Trump contro le esportazioni europee negli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali sempre più ridotte. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare a comprare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma soprattutto taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’eurozona si è imposta.

Nel medio e lungo periodo, le sanzioni USA/NATO sono quindi rivolte principalmente contro l’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il dominio energetico, alimentare e finanziario.

In Germania lo stop al progetto energetico Nord Stream II è ancora una grande questione politica. Nel suo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” lei ha scritto: “È ormai chiaro che l’odierna escalation della nuova guerra fredda è stata pianificata più di un anno fa. Il piano dell’America di bloccare il Nord Stream 2 era in realtà parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare la prosperità attraverso il commercio e gli investimenti reciproci con la Cina e la Russia”. Può spiegare questo ai nostri lettori?

Quello che lei definisce “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica tesa a favorire i prodotti americani. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare sul mercato al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il gas proveniente dai fornitori statunitensi di LGN e a spendere 5 miliardi di dollari per l’espansione della capacità portuale, che non sarà disponibile prima di un anno.

Questo minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e gli altri Paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. In sostanza, i parlamenti nazionali sono ora asserviti alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come già detto, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro americano. È probabile che gli investitori europei spostino i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente il calo dei prezzi delle loro azioni e obbligazioni misurati in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il Parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato una nuova legge: I legislatori tedeschi hanno approvato la possibilità di espropriare le aziende energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le aziende energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non sono più in grado di svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare la Camera alta del Parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che è di proprietà della società statale russa Rosneft.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro Paesi e venderanno (o faranno confiscare dalla Russia) gli investimenti dei Paesi NATO in Russia. Ciò significa un distacco dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra essere la prossima economia a essere sanzionata dalla NATO, in quanto quest’ultima diventerà un’Organizzazione del Trattato del Pacifico Orientale che coinvolgerà l’Europa nel confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) hanno sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe l’Europa a fare pressione sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere di cui si sono impossessati.

Ma anche dopo tale accordo di restituzione e risarcimento, è improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento di coscienza su come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti sia agli alleati che agli avversari.

La mia domanda sarebbe: Il socialismo è un tema importante nel suo nuovo libro. Qual è la sua opinione sulle misure “socialiste” adottate ora da un Paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa si pensava che lo “stadio finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. Esistevano diversi tipi di socialismo: Socialismo di Stato, socialismo marxiano, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che si verificò dopo la Prima Guerra Mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era il rafforzamento della spesa pubblica per le infrastrutture. La transizione verso il socialismo era guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di base) e il costo dell’attività economica attraverso investimenti statali nelle infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi sovvenzionati.

Questo obiettivo avrebbe impedito ai servizi di base di diventare opportunità di rendita monopolistica. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi cedettero i servizi pubblici agli investitori privati. Le aziende sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e ai pagamenti al management. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberiste in economie ad alto costo, incapaci di competere nei prezzi di produzione con i Paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa contrapposizione tra sistemi economici è la chiave per comprendere l’attuale frattura mondiale.

Soprattutto il petrolio e il gas russi sono al centro dell’attenzione in questo momento. Mosca richiede pagamenti solo in rubli e sta ampliando il suo campo di acquirenti con Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in euro o in dollari. Qual è la sua opinione su questa guerra delle risorse in corso? Il rublo sembra essere il vincitore.

Il rublo sta certamente salendo. Ma questo non fa della Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le importazioni necessarie al buon funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia risulterà vincente se sarà in grado di organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e di ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire quelle che sono state privatizzate sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni Novanta.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria a est, accompagnata dal rafforzamento dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization (SCO)?

Ci saranno ancora i petrodollari, ma anche una serie di blocchi di aree valutarie, man mano che il mondo de-dollarizza i suoi accordi di commercio e investimento internazionale. A fine maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha dichiarato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, il BRICS+ potrebbe espandersi fino a includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo del Sudafrica (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali di valuta estera per i Paesi non appartenenti alla NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai Paesi satellite degli Stati Uniti, sovvenzionando al contempo la fuga di capitali dai Paesi del Sud globale e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate del 2022 sarà un banco di prova, poiché i Paesi del Sud globale subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento dei deficit petroliferi e alimentari e dei maggiori costi in valuta nazionale per il mantenimento del debito in dollari. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari per mantenere l’illusione della solvibilità. Ma i Paesi della SCO possono offrire petrolio e cibo – SE i Paesi garantiscono di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella sua recente intervista con Michael Welch (“Accidental Crisis?“) lei ha un’analisi specifica sugli attuali eventi in Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potrebbe approfondire questo punto?

Come ho spiegato in precedenza, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno costringendo la Germania a dipendere dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per trasformare la NATO in un’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci in termini di commercio e investimenti con la Russia. L’Europa si sta trasformando in un junior partner (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti, sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema degli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non si riesce a crearla in patria è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto del 1971, lo standard dei Buoni del Tesoro americano abbia dato agli Stati Uniti un giro gratuito a spese dell’estero. Le banche centrali straniere hanno riciclato l’afflusso di dollari derivante dal deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti in prestiti al Tesoro americano, cioè nell’acquisto di titoli del Tesoro americano per custodire i propri risparmi. Questo accordo ha permesso agli Stati Uniti di intraprendere spese militari all’estero per le loro quasi 800 basi militari in Eurasia senza dover deprezzare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai Paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro americano.

Ma ora che è diventato pericoloso per i Paesi detenere depositi bancari o titoli di Stato o investimenti statunitensi denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare ad avere un giro gratis?

Infatti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economico che è stata interrotta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, essa mira a tassare l’Europa e a trasformare altri Paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che si tratti di ridurre l’autosufficienza estera per costringere altri Paesi a dipendere economicamente dagli Stati Uniti, in modo che questi ultimi possano minacciare sanzioni dirompenti se cercano di anteporre i propri interessi nazionali a ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano.

Come influirà tutto questo sulla bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi sul tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensa che l’Unione Europea si stia avviando a diventare una nuova “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una moneta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non sono in grado di gestire i deficit di bilancio interni per far fronte all’imminente depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando la dipendenza militare. Si tratta di una “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto di dover controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro compressione economica è un “danno collaterale” dell’attuale Nuova Guerra Fredda.

Una filosofa svizzera ha scritto a metà marzo un saggio critico per il giornale socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex organo di informazione del governo della DDR. Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per l’attuale comportamento in merito alla crisi ucraina e alla gestione del Covid. La sinistra, a suo dire, è troppo favorevole a governi/stati autoritari, copiando così i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividete questo punto di vista? O è troppo severa?

Come risponderebbe a questa domanda, soprattutto per quanto riguarda la tesi del suo nuovo libro: “… il percorso alternativo è un capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente altoparlante” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, prevedendo che la grande minaccia al capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarebbe stato il socialismo. Questo ha incluso i partiti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è dimostrata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non si può essere a favore dell’ambiente e della guerra allo stesso tempo!

Questo ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dall’ingerenza politica degli Stati Uniti. È da qui che proviene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alle spese militari contro la Russia sono arrivati dai repubblicani. L’intera “squadra di sinistra” del Partito Democratico ha votato a favore della spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di entrare nella classe dei rentier, o almeno di diventare investitori in azioni e obbligazioni in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri Paesi. Discuto di questo allineamento politico in Il destino della civiltà.

I propagandisti statunitensi definiscono “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi pubblici. Essere “democratici” significa lasciare che le imprese statunitensi controllino queste altezze di comando, essendo “libere” dalla regolamentazione governativa e dalla tassazione del capitale finanziario. Così “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano in doppia lingua sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica del mondo? Oppure il Nuovo Ordine Mondiale neoliberista è in ascesa? Come lo vede?

Come ho spiegato nella domanda n. 1, il mondo si sta dividendo in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: il capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza dell’Eurasia e della SCO.

I Paesi non allineati non erano in grado di “andare avanti da soli” negli anni ’70 perché non avevano una massa critica per produrre autonomamente cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi Paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro statunitense.

FONTE: https://pensieriprovinciali.wordpress.com/

Non temere di essere dichiarato un “traditore della patria”

“Dove siete stati per otto anni?” è la domanda che la propaganda russa ripete ossessivamente. Andrij Movčan, giornalista ed attivista di sinistra ucraino, racconta la sua lotta contro l’estrema destra e l’emigrazione, ed invita la sinistra russa a prendere posizione contro la guerra

8 giugno 2022

Andrij Movčan

La domanda “Dove siete stati negli ultimi 8 anni” è ancora, dopo mesi di guerra devastante, una delle più importanti tematiche utilizzate dalla propaganda russa. Questa domanda retorica sottintende che coloro che oggi si oppongono alla guerra hanno preferito non notare la violenta repressione del dissenso e l’ascesa dell’estrema destra in corso nella stessa Ucraina. Sappiamo bene che il movente degli “ultimi 8 anni” è basato sulla menzogna e sulla sostituzione di concetti: una violenza subita non può essere il pretesto per un’altra inflitta (oltretutto su scala molto più ampia), e migliaia di vittime non possono essere ripagate da decine di migliaia. Eppure, questo articolo dell’antifascista e socialista ucraino Andrij Movčan è di grande importanza, poiché è rivolto principalmente a quella parte del pubblico russo (compresa parte della sinistra), che cerca di giustificare il proprio conformismo usando pretesti come “gli 8 anni” oppure “entrambe le parti sono da biasimare”.

Ho ricevuto la notizia dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina verso le cinque del mattino del 24 febbraio, svegliandomi da un sonno inquieto. Non sono stati suoni di sirene o esplosioni a svegliarmi, ma il rumore del primo treno della metropolitana, che a quell’ora inizia a correre tra le stazioni di Barcellona. Da più di sette anni vivo lontano dalla mia nativa Kiev, sei dei quali in Catalogna. Sono un emigrato politico. Alla fine del 2014 ho dovuto lasciare il mio paese a causa della mia posizione contro la guerra. Perché non ero d’accordo con la soluzione militare del conflitto nel Donbass. Per molti miei compatrioti, ex amici, colleghi, conoscenti, io sono un traditore della patria.

Quindici anni fa, dopo aver aderito al movimento della sinistra, non potevo nemmeno immaginare dove questa strada avrebbe condotto me e i miei pochi compagni. Anche in quei lontani giorni di pace per un giovane diventare comunista o socialista in Ucraina era una scelta decisamente anticonformista, una sfida al mainstream anticomunista, che già allora occupava una posizione dominante. Una tale scelta non prometteva altro che problemi. Tuttavia, ancora non avevamo intuito quali.

La loro vera portata ha cominciato a emergere nei primi anni successivi al 2010: una crescita spasmodica dell’estrema destra stava letteralmente avvenendo davanti ai nostri occhi. E noi, una manciata di attivisti di sinistra, siamo stati i primi ad essere esposti alla violenza di queste formazioni. Quando le bande di estrema destra non si erano neanche sentite nominare in Donbass o in Crimea, noi conoscevamo queste persone di vista ed eravamo quasi gli unici che cercavano di attirare l’attenzione su questo problema e in qualche modo resistervi.

Negli ultimi quattro anni della mia vita in Ucraina, io (da solo o in gruppo con i compagni) ho subito una decina di attacchi di strada da parte di estremisti di destra. Alcuni di loro sono finiti in rianimazione. I fotografi mi chiedono ancora dove mi sono rotto il naso; i dentisti sono interessati a come mi sono frantumato i denti; i parrucchieri si sorprendono di trovarmi cicatrici da oggetti metallici sul cranio. Era il terrore. Siamo stati fisicamente allontanati dalla strada.

Per ovvie ragioni, non ho accettato il Maidan. Perché conoscevo di persona i suoi promotori e che tipo di valori condividevano queste persone. Inoltre, non mi facevo illusioni su cosa avrebbe riservato il futuro nella nuova Ucraina a coloro che condividevano idee comuniste. Andava molto male. Da quando la Russia ha annesso la Crimea, è andata anche peggio.

Mi sono reso conto con orrore di quale vaso di Pandora era stato aperto. Naturalmente, sapevo che i russi di Crimea si erano avvicinati alla Russia per 25 anni non avendo mai percepito lo stato ucraino come casa loro. Quello che è successo non è stata una sorpresa. Mi spaventava capire in che modo le perdite territoriali avrebbero esacerbato il problema del nazionalismo in Ucraina. Quanto questo avrebbe complicato la già deplorevole situazione di tutte le opposizioni, soprattutto di sinistra. Da quel momento chiunque criticasse il nazionalismo, chiunque criticasse il nuovo governo, e ancor di più chiunque osasse balbettare qualcosa sul diritto all’autodeterminazione degli abitanti della Crimea, avrebbe potuto essere dichiarato un “traditore della patria”. Non solo avrebbe potuto… è stato dichiarato tale.

L’annessione della Crimea ha complicato radicalmente la vita di quegli ucraini che non volevano accettare il nuovo ordine. Ognuno di noi ha dovuto affrontare una scelta: come bisognava reagire a quello che era successo? Inchinarsi davanti ai nazionalisti per la Crimea, o rimanere fedeli ai propri ideali e subire il marchio dei traditori della patria e dei perseguitati? Per me ho scelto la seconda via.

Alla Crimea è seguito il Donbass. E questo ha ulteriormente aggravato la nostra situazione. Ogni ucraino di sinistra doveva darsi una risposta alla domanda: come descrivere questa guerra? Era difficile per me rendermi conto che la logica dei processi era quella di un conflitto territoriale. Se il Donbass fosse rimasto parte dell’Ucraina, sarebbe inevitabilmente diventato il cuore dell’opposizione e del movimento di protesta dei lavoratori industriali. Il Donbass sarebbe diventato la base sociale delle forze di sinistra, avrebbe fatto pressione sul governo di Kiev e con i suoi voti avrebbe minato l’egemonia dei partiti filoccidentali di destra. Invece, la regione stava volando a tutta velocità verso il suo stato attuale: distrutto, deindustrializzato, un simbolo dell’irredentismo russo in balia della guerra e dell’odio nazionale.

I nostri desideri e le nostre speranze raramente coincidono con quanto poi accade realmente. Questo è successo anche con il Donbass. Avevo la sensazione che il Donbass, lasciando l’Ucraina, stesse lasciando altri lavoratori ucraini faccia a faccia con il governo neoliberista, dipendente dall’Occidente e i suoi fedeli cani da guardia delle bande di estrema destra. Ma avrei mai potuto accogliere con favore lo strangolamento militare del Donbass dissidente? No.

Ero profondamente disgustato dai leader della rivolta nel Donbass. Ero disgustato dal loro nazionalismo russo, dalla loro manifesta ucrainofobia, dal loro disprezzo per la lingua ucraina, che è la mia lingua madre. Ero disgustato dalla diffusa e volgare concezione del passato sovietico come proiezione della grande potenza russa. Era disgustoso non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista estetico. Tuttavia, non ho ritenuto possibile per me schierarmi dalla parte del governo ucraino e dei nazionalisti. Perché lo stato ucraino, a mio avviso, aveva assunto un ruolo repressivo del dissenso nei confronti dei suoi propri cittadini.

Come comunista e come ucraino, ho deciso che il mio dovere in quella situazione era quello di criticare il mio governo, l’esercito e il nazionalismo. Qualcuno deve rendere noti alla società anche i fatti più spiacevoli. Che dall’altra parte del fronte ci sono più nostri concittadini ucraini che soldati e mercenari russi. Che l’artiglieria sta bombardando le zone residenziali. Che l’esercito ucraino nel Donbass non viene accolto con mazzi di fiori. Che i battaglioni di volontari commettono atrocità sui civili. Che i membri del governo si arricchiscono in guerra. Che il nemico principale è nel nostro stesso paese.

Potete immaginare cosa possa significare una tale posizione in una società che sta soffrendo un dolore all’arto fantasma a causa delle perdite territoriali. La mia carriera giornalistica era finita. Gli ex amici si sono affrettati a rinnegarmi. Ho perso tutto il capitale sociale accumulato negli anni precedenti. L’80% delle persone del mio ambiente ha deciso che era meglio non avere nulla a che fare con me. Altri hanno anche preso parte attiva alla campagna di molestie pubbliche.

Per i nazionalisti, sono diventato ancora più odioso di prima. Vivevo in un rifugio urbano, limitavo sensibilmente i miei contatti ed ogni viaggio nel centro della mia città natale diventava una prova per i miei nervi: troppe persone mi conoscevano di vista e spesso non era la gente migliore di Kiev. Il fatto che nel 2014 ci sia stato un solo attacco contro di me è stata una felice coincidenza. Allora la maggior parte degli elementi di spicco dell’ultra-destra era nel Donbass, non avevano tempo per me. Ma hanno minacciato di tornare presto e di occuparsi della “quinta colonna”.

Verso la fine del 2014, i miei cari mi hanno convinto a lasciare il paese. Così sono finito a Madrid. Poi ci sono state le lunghe peregrinazioni della vita da clandestino: senza documenti, senza soldi, senza parlare la lingua, senza amici, senza lavoro, senza la possibilità di tornare in patria. Sono stati gli anni più difficili della mia vita.

Ma non ho rimpianti per la posizione che ho sostenuto e difeso in tutti questi anni.

Dopo il 24 febbraio, cari compagni russi, state affrontando le stesse sfide che abbiamo affrontato noi otto anni fa. Adesso voi siete come noi.

E la vostra scelta è molto più facile e più ovvia. Il vostro paese, a differenza dell’Ucraina nel 2014, non ha subìto perdite territoriali, non deve risolvere problemi di integrità territoriale, non deve resistere ad interventi sotto copertura. La Russia sta conducendo un’aggressiva guerra di conquista sul territorio di uno stato sovrano, mettendo in discussione lo stesso diritto di esistere di quest’ultimo. Bombarda città pacifiche, uccide la popolazione civile (principalmente di lingua russa), commette atrocità nei territori occupati. E voi stessi sapete che questo è vero.

È dovere di ogni comunista e internazionalista russo opporsi a questa invasione criminale. E richiedere il ritiro immediato e incondizionato delle truppe della Federazione Russa almeno entro i confini del 24 febbraio.

Potreste chiedere: “Dove sei stato in tutti questi otto anni?”. Se avete letto fino a qui, lo sapete dove sono stato e cosa ho fatto. Mi sono opposto a quella guerra, guadagnandomi il marchio di traditore della patria.

Parte della sinistra russa esprime diverse motivazioni sul perché sia ​​necessario sostenere l’“operazione speciale” o non interferire con essa. Non sono per niente convincenti. No, non si tratta di argomentazioni politiche razionali, si tratta di qualcos’altro. Per me è diventato ovvio che la paura più profonda di molti esponenti della sinistra in Russia è quella di venire marchiati come traditori della patria. Conosco questa sensazione. Questa paura del “tradimento” deve essere superata, come l’abbiamo superata noi.

Sì, se condannerete la guerra, sarete sicuramente accusati di tradire la vostra patria. Perderete amici e conoscenti, prospettive di carriera e meriti passati. Sarete odiati e disprezzati dai “patrioti”. Sarete perseguitati. Ma i comunisti sono stati perseguitati in ogni momento, in tutti gli angoli del mondo sono stati accusati di non amare la loro patria borghese e di lavorare per il nemico. Ora è il turno della sinistra russa di partecipare all’Internazionale attraverso una rottura simbolica con la “patria-stato”.

E sono sinceramente felice che in Russia molte persone che rispetto non abbiano avuto paura di questo marchio. Perché il vero patriottismo ora consiste nel contrastare una catastrofe nazionale fermando questa guerra vergognosa.

Traduzione dal russo di Marco Ferrentino

FONTE:

La più nota attivista ucraina per i diritti umani e sociali, Elena Berezhnaya, è stata arrestata e sequestrata a Kiev

di Enrico Vigna

Elena Berezhnaya, fondatrice e direttrice dell’Istituto di politica giuridica e protezione sociale ucraino, la più nota attivista ucraina per i diritti umani, dal 16 marzo è stata sequestrata, dopo essere stata arrestata dalla polizia nel suo appartamento e portata al dipartimento di polizia del distretto di Goloseevsky; dopo un giorno l’hanno poi portata alla SBU, i Servizi di Sicurezza ucraini, e da allora nessuno sa più niente di lei.

Elena Berezhnaya è una forte e coraggiosa donna che in tutti questi anni è stata una spina nel fianco della giunta golpista, nonostante innumerevoli tentativi di assassinarla, minacce continue di morte da parte dei neonazisti e più volte picchiata e maltrattata, non ha mai smesso di battersi per la verità, per la giustizia, contro la guerra nel Donbass e per la pace. E nonostante il clima terroristico, non ha mai lasciato l’Ucraina. Ora sta pagando la sua coerenza ed il suo coraggio, insieme a decine di migliaia di attivisti, antifascisti, semplici cittadini pacifisti, la sua lotta senza compromessi per i diritti umani, sociali e civili del popolo ucraino, vessato in questi otto anni di aggressione golpista.

Conosciuta a livello internazionale, ha parlato spesso in Forum internazionali e conferenze organizzati dall’OSCE, dalla Missione internazionale di monitoraggio delle Nazioni Unite in Ucraina, dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti delle minoranze nazionali, dove, utilizzando esempi dettagliati e con dati alla mano, ha sempre denunciato le pratiche discriminatorie e violente della Kiev golpista, contro i diritti della popolazione russofona e contro la popolazione antifascista ucraina. Ha sistematicamente indicato il ruolo e la violenza dei gruppi neonazisti, le atrocità di cui si sono macchiati e i legami strettissimi e complici, e gli interessi intrecciati tra la giunta ed essi. Aveva organizzato la campagna contro la guerra e per la pace: “STOP alla Guerra! L’Ucraina ha bisogno di Pace!”.

Il sequestro è stato denunciato alla stampa dall’avvocatessa e sua collega, Svetlana Novitskaya, un’altra grande donna ucraina, coraggiosa avvocato difensore di prigionieri politici e di coscienza, attraverso l’Istituto per la politica legale e la protezione sociale. Secondo la Novitskaya, la Berezhnaya è accusata di crimini ai sensi dell’ormai noto articolo 111: tradimento. “Cattive notizie su Elena Berezhnaya. Si trova nel centro di detenzione Lukyanovsky, è sospettata di alto tradimento per aver parlato nei media, sui canali YouTube e aver fatto dichiarazioni “anti ucraine” … (leggi articolo 111 del codice penale ucraino), articolo secondo cui ora vengono sospettate e arrestate tutte le persone considerate inaffidabili per il governo di Kiev, spesso accusate “trascinandole per le orecchie”, di simpatie o affinità con la Russia o il “mondo russo” “., ha detto la Novitskaya.

Elena Berezhnaya, aveva anche fornito ad Angela Merkel, tramite Andriy Khunko, deputato del Blocco di sinistra, un rapporto sui crimini dello Stato ucraino contro i propri cittadini, documentando una serie di prove per le gravi violazioni da parte dell’Ucraina della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, presentando il Dossier al Bundestag, nella tavola rotonda “Diritti umani e libertà dei media in Ucraina“. 

L’attivista per i diritti umani ha sempre denunciato in questi anni che gli accordi di Minsk non sono stati attuati principalmente dalla parte ucraina, accordi che furono caldeggiati dalla cancelliera tedesca Merkel. Nel Dossier la Berezhnaya denunciava che l’Ucraina violava gli articoli 6 e 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per il diritto a un processo equo. Nel novembre 2017, l’Istituto per la politica giuridica e la protezione sociale intitolato, preparò un rapporto per l’OSCE sull’accesso alla giustizia in Ucraina e le conseguenze della cosiddetta riforma giudiziaria.

La Berezhnaya è anche molto conosciuta in Ucraina per la sua posizione fermamente antifascista: ha anche combattuto contro la ridenominazione delle strade e degli insediamenti ucraini in onore di criminali e collaboratori nazisti. E’ stata organizzatrice e referente, insieme a Nataliya Vitrenko delReggimento Immortale” a Kiev, ed ogni anno veniva attaccata, arrestata perché indossava il nastro di San Giorgio o portava le foto dei Veterani o del giornalista assassinato Oleg Buzina.

In una di queste detenzioni, nel 2017 fu picchiata dai neonazisti del gruppo neonazista C14 e da agenti di polizia. Secondo la sua conferenza stampa, in quell’occasione: “…Insieme alla polizia, hanno iniziato a picchiarmi, torcendomi le braccia. Poi mi hanno gettato a terra e ho sbattuto la testa sull’asfalto e mi sono ferita, ho chiesto un’ambulanza. Invece, mi hanno spinto per le braccia per le gambe trascinandomi in macchina. Non hanno voluto chiamare un’ambulanza presso il dipartimento di polizia regionale fino all’arrivo di esponenti delle Nazioni Unite, dell’OSCE e dell’avvocato convocato…”.

La Missione permanente della Russia presso le Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per la scomparsa della Berezhnaya. D. Polyansky, Primo Vice Rappresentante Permanente della Federazione Russa alle Nazioni Unite, ha chiesto l’intervento dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza: “…Attiriamo l’attenzione su questo fatto di persecuzione politica e intimidazione, la leadership delle Nazioni Unite e dei membri del Consiglio di sicurezza, dato il fanatismo nazionalista radicale che ha inghiottito Kiev, ci sono tutte le ragioni per temere per la sua vita e salute …Il motivo del rapimento è molto probabilmente legato all’appello della Berezhnaya ai membri del Consiglio di sicurezza, sulla questione del fascismo dilagante in Ucraina. Essa si era rivolta ai membri del Consiglio di sicurezza durante un incontro informale sulla Formula Arria, il 22 dicembre dello scorso anno, parlando del fascismo dilagante in Ucraina. Vasily Nebenzya, rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, aveva poi ripreso quella documentazione ai membri delle Nazioni Unite dalla tribuna dell’Assemblea generale il 28 febbraio …Siamo estremamente preoccupati per la notizia che la SBU ha arrestato la nota attivista ucraina per i diritti umani e antifascista, Elena Berezhnaya “, ha scritto Polyansky nrella sua nota alle NU.

In Ucraina, sono ormai migliaia gli attivisti o esponenti non asserviti alla giunta golpista, che sono stati arrestati, torturati o scomparsi, in una feroce “caccia all’uomo”, casa per casa, oltre alle decine di migliaia di militanti costretti alla latitanza o alla fuga dal paese. L’accusa di “tradimento” vale per qualsiasi opinione, dichiarazione, presa di posizione per la pace, antifascista o di difesa dei diritti umani e civili. O hanno semplicemente sostenuto lo sviluppo di legami paritari e pacifici con la Russia. Documenteremmo tutto questo.


“…Chiediamo con forza, l’immediato rilascio dell’attivista ucraina per i diritti umani e di tutti gli esponenti politici e civili detenuti illegalmente o pretestuosamente. Ci aspettiamo anche la reazione e l’intervento di strutture e organismi internazionali pertinenti attraverso l’ONU, l’OSCE, l’UE e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo..” ha affermato Maria Zakharova in una dichiarazione pubblica.

Enrico Vigna, 28 maggio 2022

L’UMANITÀ CONTRO LA NATO! COMUNICAZIONE ALL’OPINIONE PUBBLICA

In vista del vertice NATO di giugno che si terrà a Madrid il 29 e 30 giugno 2022 e dell’espansione di questa organizzazione criminale in Svezia e Finlandia, è urgente coordinare e progettare azioni di protesta durante il vertice in tutti i paesi e preparare il terreno con dibattiti, manifestazioni, “agit prop” e altre azioni. Molto importanti i dibattiti e le interviste con vari attivisti, relatori, per denunciare la NATO come braccio armato del capitale. Occorre promuovere la lotta alla presenza di basi militari straniere sul territorio spagnolo, italiano, tedesco, francese, nonché la lotta per l’uscita dalla NATO prima e il suo scioglimento poi. Non ci può essere una politica di sicurezza comune finché esiste la NATO.

Intellettuali, personalità, pacifisti, politici e leader di diversi paesi denunciano l’espansione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e si uniscono al clamore globale per la pace di fronte agli eventi nell’Europa orientale e chiedono la democratizzazione dell’ONU al fine di metterlo nell’interesse dell’umanità.

Il “Communiqué à la public opinion”, firmato da cittadini di decine di paesi, descrive la NATO come l’ala armata del capitalismo neoliberista e respinge anche le misure coercitive unilaterali imposte dalle grandi potenze mondiali.

Infine, è stato evidenziato che il suddetto comunicato, che già sta circolando nei diversi continenti del pianeta, è il preambolo di una serie di azioni che verranno attuate per rivelare il carattere genocida di questa Organizzazione, per ripudiare la proliferazione delle sue basi militari, oltre a chiederne lo smantellamento per preservare l’autodeterminazione dei popoli e la pace nel mondo.

Cronica Digitale
Santiago del Cile, 15 marzo 2022

COMUNICAZIONE ALL’OPINIONE PUBBLICA

CONSIDERANDO:

PRIMO . Che lo scontro militare nell’Europa orientale rappresenti un doloroso dramma umano che piange molte famiglie, così come la perdita di alloggi e notevoli danni economici per la popolazione dell’Ucraina e della Federazione Russa.

SECONDO. Che l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), convertita nel braccio militare del capitalismo neoliberista, estenda le sue armi di distruzione di massa in tutta Europa e nei territori di altri continenti, una questione che genera una minaccia per la vita, la sovranità dei popoli e la pace nel mondo . Indubbiamente, questo fatto contribuisce a spiegare la grave situazione politico-militare che il mondo sta vivendo oggi.

IN TERZO LUOGO. Che le misure coercitive unilaterali attuate dalle potenze occidentali costituiscono una flagrante violazione dei diritti umani. Allo stesso modo, tali misure costituiscono un attacco ai principi dell’autodeterminazione dei popoli, dell’uguaglianza tra gli Stati e della composizione pacifica delle controversie internazionali. Principi contenuti nel diritto internazionale pubblico e tutelati dalla Carta delle Nazioni Unite (ONU).

CONDIVIDIAMO QUANTO SEGUE:

PRIMO . Esprimiamo le nostre sentite parole di solidarietà alle famiglie che hanno perso i loro cari negli scontri armati nell’Europa orientale. Ci uniamo, come cittadini del mondo, al clamore dell’umanità che chiede il rispetto degli “Accordi di Minsk” sulla base di una soluzione pacifica e negoziata del conflitto tra NATO e Federazione Russa.

SECONDO. Condanna l’espansionismo della NATO, la proliferazione delle sue basi militari nel mondo e, soprattutto, unisciti alle nostre voci nel respingere il dispiegamento di armi nucleari. Deplorare inoltre con la massima fermezza l’uso di mercenari in guerra da parte delle grandi potenze e ripudiare la fornitura di materiale bellico alle parti coinvolte, poiché ciò contribuisce a un’escalation del conflitto.

TERZO. Chiedere l’immediata cessazione delle misure coercitive unilaterali contro i popoli del mondo, poiché si tratta di azioni neocoloniali che violano l’ordinamento giuridico internazionale che colpiscono ciecamente la popolazione e minano i diritti umani.

QUARTO. Proporre di ripensare l’ONU per farne un’istituzione veramente democratica e rispondente ai sacri interessi dell’umanità. In questo senso, va notato che la libertà di espressione e il diritto alla vita sono beni giuridici protetti dal diritto internazionale pubblico e sono parte integrante della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Chiediamo che l’ONU richieda il rispetto della vita e la fine della censura dei media da parte delle maggiori potenze.

Sottoscrizioni al 15 marzo 2022:

Frei Betto (Brasil), Enrique Dussel (Argentina), Dip. Diosdado Cabello Rondón (1 Vice-Presidente del PSUV), Ignacio Ramonet (Francia), Atilio Borón (Argentina), Fernando Buen Abad (México), Stella Calloni (Argentina), Nestor Kohan (Argentina), Dip. Julio Chávez (Venezuela), Ángeles Maestro Martín (España), Dip. Tania Díaz (Venezuela), Iñaky Gil De San Vicente (Euskal Herria), Gobernador Freddy Bernal (Venezuela), Ramón Grosfoguel (Puerto Rico), Dip. Jesús Faría (Venezuela), Héctor Díaz Polanco (México), Dip. Francisco Torrealba (Venezuela), Senadora Piedad Córdoba (Colombia), Fernando Rivero (Venezuela), Hernando Calvo Ospina (Colombia), Narciso Isa Conde (República Dominicana), Gobernador Gerardo Márquez (Venezuela), Pablo Sepulveda Allende (Chile), Dip. Blanca Eekhout (Venezuela), Rafael Bautista Segales (Bolivia), Gobernador Miguel Rodríguez (Venezuela), Carlos Aznarez (Argentina), Carlos Casanueva (Chile), Ingrid Carmona (Venezuela), Tatiana Pérez (Periodista TeleSUR-Colombia), Dip. Giuseppe Alessandrello (Venezuela), Fernando Bossi (Argentina), Dip. Fernando Soto Rojas (Venezuela), Fernando Casado (España), Dip. María León (Venezuela), René Ortiz (Mexico-Morena), Hugo Moldiz (Bolivia), Rommel Díaz (México), Dip. Carolina Cestari (Venezuela), Txema Sánchez (España), Danny Shaw (Estados Unidos), Padre Numa Molina (Venezuela), Gloria Gaitán (Colombia), Dip. Ángel Rodríguez (Presidente del Parlatino-Capítulo Venezuela), Issam Khawaja (VicePresidente del Partido Unidad Popular Democrático-Jordania), Dip. Desiree Santos Amaral (Venezuela), Dip. Macos Choque (Secretario General JMAS-IPSP), Dip. Gustavo Villapol (Venezuela), Constituyente Hugo Gutiérrez (Chile), Gabriela Cultelli (Uruguay), Alcalde Donald Donaire (Venezuela), Mark Burton (Estados Unidos), Dip. Renán Cabeza (MAS-Bolivia), Alcalde Ramón Piñango (Venezuela), Carlos Morais (Galiza), Pedro Carvajalino (Venezuela), Leonard Fores (Estados Unidos), Lourdes Contreras (República Dominicana), Benjamín Prado (Estados Unidos), Martín Guerra (Partido Izquierda Socialista-Perú), Dip. Yasneidy Guarnieri (Venezuela), Kassim Saleh (Libano), Osly Hernández (Venezuela), Juan Carlos Tanus (Colombia), Ermelinda Malcotte (Bégica), Dick Emanuelson (Suecia), Concejal Roswill Guacaran (Venezuela), Manuel Zarate (Panamá), Edson Carneiro Índio (Inter-Sindical-Brasil), Dip. Pedro Lander (Venezuela), Xadeni Méndez (México), Dip. Ricardo González (Venezuela), Daniela Genovez (El Salvador), Geraldine Colotti (Italia), Iván Mcgregor (Venezuela), Miguel Sandoval (Guatemala), Eduardo Idrovo (Ecuador), Cesar Quiróz (Chile), Irene León (Ecuador), Fatima Rallo Gutierrez (Paraguay), Nayor López (México), Dip. Ismael Morales (Venezuela), Katú Arconada (Euska Herria), Melania Ferreira (MDP República Dominicana), Adrian Sotelo Valencia (CELA-México), Yosman Colina (Venezuela), José Amesty (Costa Rica), Jorge Kreines (Secretario Relaciones Internacionales de Partido Comunista de Argentina), Maribel Nuñez Valdez (República Dominicana), Malick Gueye (España), Omar Cid (Chile), William Capó (Veneuzuela), Virtudes De La Rosa (Directora del Centro de Genero UASD-RD), Alejandro Rusconi (Movimiento Evita), Héctor Tajan (Venezuela), Yoselin Mateo (República Dominicana), Cristian Cuevas (Chile), Rosa Rodríguez (República Dominicana), Tajan Cabrera (Uruguay), Desiree Sequera (Venezuela), Isis Amador Campusano (República Dominicana), Roberto Muñoz (Centro de Estudios Francisco Bilbao Chile), Alfredo Pierre (RD), Alina Duarte (México), Ángel Prieto (Venezuela), Esteban Silva (Chile), Eliecer Jimenez Julio (Suiza), Anabel Díaz (Venezuela), Necxy De León (República Dominicana), Luis Carvajal (RD), Fernando Figueredo Sánchez (RD), María Fernanda Cautivo (Chile), Francisca Peguero (República Dominicana), Fermin Santxez (Euska Herria), Luis González (RD), Ishak Khoury (Palestina), Litbell Díaz Aché (Venezuela), Xiomara Peralta (República Dominicana), Ildefonso Finol (Venezuela), Kenia Ferreras (República Dominicana), Gilberto López (México), Xavier Sarabia (Venezuela), Elsa Sánchez (RD), José Félix (RD), Julio Ortega (RD), Roberto Bermudez Pellegrin (Chile), Alí Rojas (Venezuela), Lilian Oviedo (RD), Raynelda Rodríguez (RD), Luis Atenas Baeza (Chile), Alba Granada North Africa ( Túnez)

Per aderire a questa iniziativa scrivere a :

Ciudadanosdelmundo200@gmail.com

FONTE: https://albagranadanorthafrica.wordpress.com/2022/05/19/communication-a-lopinion-publique-lhumanite-contre-lotan/


En vue du sommet de l ‘OTAN juin qui se tiendra à Madrid le 29 et 30 Juin 2022 et de l’elargissement de cette organisation criminelle à la Suède et à la Finlande, il est urgent de coordonner et concevoir des actions de protestation pendant le sommet dans tous les pays, et préparer, le terrain avec des débats, des manifestations, des «agit prop» et d’autres actions. Les débats et les entretiens avec différents militants, intervenants , pour dénoncer l’OTAN comme le bras armé du capital sont tres importants. Il est nécessaire de promouvoir la lutte contre la présence de bases militaires étrangères sur le territoire Espagnol, Italien , Allemand, Français.. ainsi que la lutte pour la sortie de l’OTAN d’abord et sa dissolution ensuite. Il ne peut y avoir de politique de sécurité commune tant que l’OTAN existe.

Des intellectuels, des personnalités, des pacifistes, des responsables politiques et des dirigeants de différents pays dénoncent l’élargissement de l’Organisation du traité de l’Atlantique Nord (OTAN), et se joignent à la clameur mondiale pour la paix face aux événements en Europe de l’Est et exigent la démocratisation de l’ONU afin de la mettre aux intérêts de l’humanité.

Le «Communiqué à l’opinion publique», signé par les citoyens de dizaines de pays, qualifie l’OTAN de bras armé du capitalisme néolibéral et rejette également les mesures coercitives unilatérales imposées par les grandes puissances du monde.

Enfin, il a été signalé que le communiqué susmentionné, qui circule déjà dans les différents continents de la planète, est le préambule d’un ensemble d’actions qui seront menées pour révéler le caractère génocidaire de cette Organisation, répudier la prolifération de ses effectifs militaires bases, ainsi que demander son démantèlement pour préserver l’autodétermination des peuples et la paix dans le monde.

Crónica Digital
Santiago du Chili, 15 mars 2022

COMMUNICATION A L’OPINION PUBLIQUE

CONSIDÉRANT

PREMIEREMENT . Que la confrontation militaire en Europe de l’Est représente un drame humain douloureux qui endeuille de nombreuses familles, ainsi que la perte de logements et des dommages économiques importants à la population de l’Ukraine et de la Fédération de Russie.

DEUXIÈMEMENT . Que l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord (OTAN), convertie en bras militaire du capitalisme néolibéral, étende ses armes de destruction massive à travers l’Europe et les territoires des autres continents, une question qui génère une menace pour la vie, la souveraineté des peuples et le monde paix. Sans aucun doute, ce fait contribue à expliquer la grave situation politico-militaire que connaît le monde aujourd’hui.

TROISIÈMEMENT. Que les mesures coercitives unilatérales mises en œuvre par les puissances occidentales constituent une violation flagrante des droits de l’homme. De même, de telles mesures constituent une atteinte aux principes d’autodétermination des peuples, d’égalité entre les États et de règlement pacifique des différends internationaux. Principes contenus dans le droit international public et protégés par la Charte de l’Organisation des Nations Unies (ONU).

NOUS CONCORDONS QUE

PREMIEREMENT . Exprimons nos paroles de solidarité les plus sincères aux familles qui ont perdu des êtres chers lors des affrontements armés en Europe de l’Est. Nous nous joignons, en tant que citoyens du monde, à la clameur de l’humanité qui exige le respect des «Accords de Minsk» sur la base d’une solution pacifique et négociée au conflit entre l’OTAN et la Fédération de Russie.

DEUXIÈMEMENT. Condamner l’expansionnisme de l’OTAN, la prolifération de ses bases militaires dans le monde et surtout, joindre nos voix au rejet du déploiement des armes nucléaires. De plus, déplorer dans les termes les plus vifs l’utilisation de mercenaires dans la guerre par les grandes puissances et répudier la fourniture de matériel de guerre aux parties en présence, car cela contribue à une escalade du conflit.

TROISIÈMEMENT . Exigez la cessation immédiate des mesures coercitives unilatérales contre les peuples du monde, car ce sont des actions néocoloniales qui violent l’ordre juridique international qui affectent aveuglément la population et portent atteinte aux droits de l’homme.

QUATRIÈMEMENT. Proposer de repenser l’ONU afin d’en faire une institution véritablement démocratique et en correspondance avec les intérêts sacrés de l’humanité. En ce sens, il convient de noter que la liberté d’expression et le droit à la vie sont des biens juridiques protégés par le droit international public et font partie intégrante de la Déclaration universelle des droits de l’homme. Nous exigeons que l’ONU exige des grandes puissances le respect de la vie et la fin de la censure des médias.

Le quinzième (15) mars 2022, à l’appui de la convention, signent :

Frei Betto (Brasil), Enrique Dussel (Argentina), Dip. Diosdado Cabello Rondón (1 Vice-Presidente del PSUV), Ignacio Ramonet (Francia), Atilio Borón (Argentina), Fernando Buen Abad (México), Stella Calloni (Argentina), Nestor Kohan (Argentina), Dip. Julio Chávez (Venezuela), Ángeles Maestro Martín (España), Dip. Tania Díaz (Venezuela), Iñaky Gil De San Vicente (Euskal Herria), Gobernador Freddy Bernal (Venezuela), Ramón Grosfoguel (Puerto Rico), Dip. Jesús Faría (Venezuela), Héctor Díaz Polanco (México), Dip. Francisco Torrealba (Venezuela), Senadora Piedad Córdoba (Colombia), Fernando Rivero (Venezuela), Hernando Calvo Ospina (Colombia), Narciso Isa Conde (República Dominicana), Gobernador Gerardo Márquez (Venezuela), Pablo Sepulveda Allende (Chile), Dip. Blanca Eekhout (Venezuela), Rafael Bautista Segales (Bolivia), Gobernador Miguel Rodríguez (Venezuela), Carlos Aznarez (Argentina), Carlos Casanueva (Chile), Ingrid Carmona (Venezuela), Tatiana Pérez (Periodista TeleSUR-Colombia), Dip. Giuseppe Alessandrello (Venezuela), Fernando Bossi (Argentina), Dip. Fernando Soto Rojas (Venezuela), Fernando Casado (España), Dip. María León (Venezuela), René Ortiz (Mexico-Morena), Hugo Moldiz (Bolivia), Rommel Díaz (México), Dip. Carolina Cestari (Venezuela), Txema Sánchez (España), Danny Shaw (Estados Unidos), Padre Numa Molina (Venezuela), Gloria Gaitán (Colombia), Dip. Ángel Rodríguez (Presidente del Parlatino-Capítulo Venezuela), Issam Khawaja (VicePresidente del Partido Unidad Popular Democrático-Jordania), Dip. Desiree Santos Amaral (Venezuela), Dip. Macos Choque (Secretario General JMAS-IPSP), Dip. Gustavo Villapol (Venezuela), Constituyente Hugo Gutiérrez (Chile), Gabriela Cultelli (Uruguay), Alcalde Donald Donaire (Venezuela), Mark Burton (Estados Unidos), Dip. Renán Cabeza (MAS-Bolivia), Alcalde Ramón Piñango (Venezuela), Carlos Morais (Galiza), Pedro Carvajalino (Venezuela), Leonard Fores (Estados Unidos), Lourdes Contreras (República Dominicana), Benjamín Prado (Estados Unidos), Martín Guerra (Partido Izquierda Socialista-Perú), Dip. Yasneidy Guarnieri (Venezuela), Kassim Saleh (Libano), Osly Hernández (Venezuela), Juan Carlos Tanus (Colombia), Ermelinda Malcotte (Bégica), Dick Emanuelson (Suecia), Concejal Roswill Guacaran (Venezuela), Manuel Zarate (Panamá), Edson Carneiro Índio (Inter-Sindical-Brasil), Dip. Pedro Lander (Venezuela), Xadeni Méndez (México), Dip. Ricardo González (Venezuela), Daniela Genovez (El Salvador), Geraldine Colotti (Italia), Iván Mcgregor (Venezuela), Miguel Sandoval (Guatemala), Eduardo Idrovo (Ecuador), Cesar Quiróz (Chile), Irene León (Ecuador), Fatima Rallo Gutierrez (Paraguay), Nayor López (México), Dip. Ismael Morales (Venezuela), Katú Arconada (Euska Herria), Melania Ferreira (MDP República Dominicana), Adrian Sotelo Valencia (CELA-México), Yosman Colina (Venezuela), José Amesty (Costa Rica), Jorge Kreines (Secretario Relaciones Internacionales de Partido Comunista de Argentina), Maribel Nuñez Valdez (República Dominicana), Malick Gueye (España), Omar Cid (Chile), William Capó (Veneuzuela), Virtudes De La Rosa (Directora del Centro de Genero UASD-RD), Alejandro Rusconi (Movimiento Evita), Héctor Tajan (Venezuela), Yoselin Mateo (República Dominicana), Cristian Cuevas (Chile), Rosa Rodríguez (República Dominicana), Tajan Cabrera (Uruguay), Desiree Sequera (Venezuela), Isis Amador Campusano (República Dominicana), Roberto Muñoz (Centro de Estudios Francisco Bilbao Chile), Alfredo Pierre (RD), Alina Duarte (México), Ángel Prieto (Venezuela), Esteban Silva (Chile), Eliecer Jimenez Julio (Suiza), Anabel Díaz (Venezuela), Necxy De León (República Dominicana), Luis Carvajal (RD), Fernando Figueredo Sánchez (RD), María Fernanda Cautivo (Chile), Francisca Peguero (República Dominicana), Fermin Santxez (Euska Herria), Luis González (RD), Ishak Khoury (Palestina), Litbell Díaz Aché (Venezuela), Xiomara Peralta (República Dominicana), Ildefonso Finol (Venezuela), Kenia Ferreras (República Dominicana), Gilberto López (México), Xavier Sarabia (Venezuela), Elsa Sánchez (RD), José Félix (RD), Julio Ortega (RD), Roberto Bermudez Pellegrin (Chile), Alí Rojas (Venezuela), Lilian Oviedo (RD), Raynelda Rodríguez (RD), Luis Atenas Baeza (Chile), Alba Granada North Africa ( Túnez)

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Palestina e lotta popolare non armata e nonviolenta

di Giorgio Gallo

Viviamo un momento particolarmente drammatico, caratterizzato da una crescente pervasività della cultura della guerra. I media e il discorso pubblico sono monopolizzati dalla guerra in Ucraina. Non esiste quasi altro. Gli altri conflitti scompaiono. Eppure, sono tanti e non meno dolorosi e drammatici per le popolazioni civili di quello che si vive oggi nel nostro continente. Fra questi, anche se con caratteristiche un po’ particolari, quello fra Israele e Palestina, che ha visto recentemente una crescita di tensioni a Gerusalemme, in particolare, in questo periodo di Ramadan, nella spianata delle moschee, e tensioni a Hebron per l’approvazione della costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella città vecchia.

Ovviamente qualsiasi paragone fra i due conflitti, quello in Ucraina e quello in Palestina, è certamente discutibile: ogni conflitto è, nella sua complessità, unico. C’è però qualcosa su cui l’esperienza del conflitto israelo-palestinese può fornire utili suggerimenti anche per altri conflitti e per quello in Ucraina in particolare. E si tratta dell’uso di tecniche di lotta nonviolenta in alternativa a quella armata e violenta. Da questo punto di vista l’esperienza palestinese è particolarmente interessante, in positivo e purtroppo anche in negativo.

La prima Intifada, nota anche come Intifada delle pietre, si svolge fra il 1987 e il 1991, ed è, almeno nel primo anno un interessante esempio di lotta non armata e nonviolenta. Prima del suo inizio, nel novembre 1986, si era tenuto in Giordania, proprio sull’uso della nonviolenza, un vertice, a cui avevano partecipato soprattutto militanti palestinesi. Questo aveva portato a un aumento significativo di azioni nonviolente (dimostrazioni, scioperi, petizioni, …) in Palestina. Ma l’Intifada inizia in autunno con un crescendo di scioperi e manifestazioni in risposta alle uccisioni di palestinesi. Le prime manifestazioni, che coinvolgono scuole e università a Gaza, seguono l’uccisione di tre palestinesi nel campo profughi di Al-Bureij a Gaza. La brutale repressione dell’esercito porta ad altre manifestazioni e proteste, e, naturalmente, a nuove vittime palestinesi. Particolarmente rilevanti le manifestazioni che avvengono a seguito della morte di quattro palestinesi e del ferimento di altri cinque, investiti da un camion israeliano a Gaza, il 9 dicembre 1987. Apparentemente non si trattò di un incidente, ma di un atto di vendetta per l’uccisione di un israeliano da parte di un palestinese. Le manifestazioni non si limitarono alla striscia di Gaza ma si diffusero in tutta la Palestina. Le immagini di adolescenti palestinesi che, usando solo armi a portata di mano – sassi, copertoni da bruciare e anche ‘prese in giro’ -, si scontravano in strada con uno degli eserciti più sofisticati del mondo fecero presto il giro di tutto il mondo. Fu questo che da molti viene considerato l’inizio dell’Intifada. Molti ricordano non solo le immagini degli adolescenti che lanciano pietre, ma anche le immagini di quegli stessi adolescenti a cui i soldati spezzano sistematicamente braccia e a volte anche gambe. Una politica questa decisa dal ministro della difesa Yitzhak Rabin. Sperava di spezzare la resistenza palestinese, ma il risultato fu l’opposto: la resistenza continuò e, per tutto il primo anno, fu sostanzialmente nonviolenta, a parte il lancio di pietre da parte di bimbi e ragazzi. Infatti, in questo primo anno di Intifada, non ci furono morti nell’esercito israeliano, mentre 204 palestinesi furono uccisi, e di questi circa la metà erano minorenni. Ma i video dei soldati che spezzavano le braccia a ragazzini ebbero l’effetto di cambiare l’immagine stessa di Israele di fronte all’opinione pubblica internazionale.

Le manifestazioni di protesta non solo raggiunsero presto tutta la Palestina, ma si estero oltre la linea verde, nelle regioni di Israele abitate da arabi. Il 24 gennaio 1988, oltre 60.000 palestinesi, cittadini di Israele, dimostrarono a Nazareth, chiedendo la fine dell’occupazione e il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese. Sia da una parte che dall’altra della linea verde si formarono comitati spontanei di coordinamento e di iniziativa. Ma quello che fu chiaro nei primi mesi fu che le diverse forme di protesta, scioperi, boicottaggi, manifestazioni, si svilupparono spontaneamente, portando alla formazione ed empowerment di una dirigenza locale alternativa al potere dell’occupante. La forza autonoma di questo movimento dal basso e la sua relativa indipendenza dalla dirigenza palestinese dell’OLP, che si trovava a circa 2.000 km di distanza, a Tunisi, fu una ragione non trascurabile del suo successo.

Dei comitati che si erano spontaneamente formati facevano parte personalità di grande rilievo, quali Faisal Al-Husseini e Sari Nusseibeh. Il primo definito da qualcuno il “volto” dell’Intifada e il secondo il suo “cervello”. All’inizio del 1988 fu presentato un piano sistematico per un’azione nonviolenta da Hanna Siniora, un intellettuale palestinese rispettato, direttore del giornale di Gerusalemme al-Fajr. Il piano, formulato da Mubarak Awad, il “Ghandi palestinese”, che cinque anni prima aveva fondato, a Gerusalemme, il Centro palestinese per lo studio della nonviolenza, aveva quattro fasi. La prima sarebbe stata la rinuncia alle sigarette israeliane, un gesto simbolico, seguito dal boicottaggio delle bibite israeliane. Poi i palestinesi avrebbero sospeso i pagamenti delle tasse a tutte le autorità israeliane, e infine i lavoratori palestinesi avrebbero smesso di andare al loro lavoro in Israele. Gli obiettivi del piano includevano il rilascio dei prigionieri politici, la fine delle trivellazioni idriche e degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, e infine la cessazione dello stesso controllo israeliano sui territori.

Il piano trovò un’applicazione particolarmente eclatante nella cittadina di Beit Sahour, nei pressi di Betlemme. I residenti smisero di pagare le tasse e gettarono via le loro carte di identità israeliane. A partire dal luglio 1988, l’esercito israeliano fece diverse incursioni nella città, impose il coprifuoco in varie occasioni e assediò la città. Furono minacciati gli abitanti e quelli che venivano ritenuti gli organizzatori della rivolta furono arrestati. Dal 19 settembre 1989 partì una pesante campagna militare contro Beit Sahour, con l’obiettivo di distruggere la sua economia, attraverso assedio della città, rotture di braccia, imprigionamenti anche di bambini, e saccheggio di negozi, fabbriche e residenze. La popolazione resistette in diversi modi, in particolare sviluppando forme di autosufficienza, ad esempio alimentare, con allevamenti e orti distribuiti fra le case.

Nei fatti l’Intifada stava diventando qualcosa di più di una semplice rivolta: un modo per costruire una nuova società, per mettere le basi per un cammino di indipendenza del popolo palestinese. Ha fatto emergere nella società palestinese il conflitto interno tra diversi gruppi sociali, varie istituzioni e diverse ideologie e ha gradualmente politicizzato le questioni di classe e di genere, aumentando la coscienza politica e sociale del pubblico su questi temi. I palestinesi dei territori occupati, soprattutto i giovani e le donne, hanno imparato ad auto organizzarsi e a prendere l’iniziativa dal basso, mettendo in crisi le tradizionali strutture di potere proprie di una società fortemente patriarcale, scavalcando la stessa dirigenza palestinese dell’Olp, lontana a Tunisi. In particolare, si è fortemente accresciuto il ruolo politico, economico e sociale delle donne. Questo aspetto dell’Intifada ha minato la natura individuale e patriarcale della società e ha rafforzato i suoi valori collettivi, cooperativi e democratici.

E l’Intifada stava avendo ricadute rilevanti anche sullo stesso Israele, sia in termini di immagine, che anche dal punto di vista economico: nei primi tre mesi dell’Intifada gli introiti del governo israeliano si erano ridotti del 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le spese militari e di sicurezza erano drammaticamente cresciute e il turismo fortemente ridotto.

I negoziati di Madrid, iniziati il 30 ottobre 1991, imposti dall’amministrazione Usa al primo ministro israeliano Shamir, furono anche una delle conseguenze di tutto ciò. Nel discorso introduttivo, il capo della delegazione palestinese, Abd al-Shafi, a nome del popolo palestinese, si rivolse direttamente al popolo israeliano: “lo invitiamo a condividere la speranza. Noi desideriamo vivere fianco a fianco condividendo la terra e la promessa del futuro.” La forza di Abd al-Shafi stava proprio nel protagonismo del popolo palestinese, che l’Intifada aveva fatto emergere. Questo preoccupò molto da un lato Israele, che non aveva intenzione di interrompere il processo di annessione della Cisgiordania, e, dall’altro, la stessa Olp di Arafat che rischiava di vedere ridotto il suo ruolo. Da qui la partenza, in segreto, dei negoziati di Oslo che portarono presto quelli ufficiali, iniziati a Madrid, su un binario morto.

Negli anni successivi, gli accordi di Oslo hanno mostrato i loro grandi limiti, ma, anche se spesso la violenza ha prevalso (attentati suicidi, seconda Intifada, diverse guerre a Gaza, …), tuttavia i movimenti popolari dal basso, che avevano caratterizzato la prima Intifada, hanno continuato a produrre diverse e nuove forme di resistenza nonviolenta. Fra queste, con una eco particolarmente rilevante a livello internazionale, il movimento per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) e la denuncia dell’occupazione israeliana come una forma di Apartheid.

Certo la nonviolenza non ha portato alla fine dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, forse anche perché troppo presto abbandonata. Ma ha cambiato in meglio la società palestinese, e ha mostrato la sua potenziale forza ed efficacia. C’è ovviamente da considerare che mentre nel caso dell’Ucraina, gli Usa, con tutta la loro forza economica e anche militare, stanno nettamente dalla parte dell’aggredito, nel caso della Palestina è l’aggressore, cioè Israele, che gode del loro appoggio.

1 Ripreso da in dialogo, Notiziario della Rete Radiè Resch, n. 136, 2022.

Uccisione a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Comunicato del Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina

Il Comitato Popolare sangiulianese esprime il proprio cordoglio e condanna fermamente l’uccisione di questa mattina  a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Lo stillicidio di vittime palestinesi che viene attuato ogni giorno dalle forze di occupazione israeliane, seppur taciuto dai media main stream, impone ai compiacenti governi occidentali di condannare il vile omicidio e di adoperarsi per una risoluzione diplomatica dell’occupazione dei Territori Palestinesi in linea con il diritto internazionale e le Risoluzioni Onu che intimano ad Israele di ritirarsi entro i confini antecedenti al 5 giugno del 1967.

Violazioni del diritto e crimini contro civili inermi che devono essere sanzionate con misure economiche restrittive, come l’Occidente si è apprestato ad introdurre con solerzia e particolare durezza contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

Il doppiopesismo occidentale è ipocrita e complice dell’occupazione e dei suoi intollerabili crimini.

Terra e libertà per il popolo palestinese.


Il Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina e i popoli opprressi


11 maggio 2022

Con invito di pubblicazione e di divulgazione.

Grazie

Chi era Shireen Abu Aqleh?

Shireen Nasri Abu Aqleh (nata nel 1971 a Gerusalemme – martirizzata l’11 maggio 2022 nel campo di Jenin all’età di 51 anni) è una giornalista palestinese che lavora con la rete mediatica Al Jazeera.

Sherine Abu Aqleh è di Betlemme, ma è nata e cresciuta a Gerusalemme, la religione di Sherine appartiene a una famiglia cristiana.

Ha terminato gli studi secondari presso la Rosary Sisters School di Beit Hanina

Inizialmente ha studiato architettura all’Università di Scienza e Tecnologia in Giordania, poi si è laureata in giornalismo scritto e ha conseguito una laurea presso l’Università di Yarmouk in Giordania.

Dopo la laurea, è tornata in Palestina e ha lavorato in diversi siti come UNRWA, Voice of Palestine Radio, Amman Satellite Channel, poi la Miftah Foundation e Monte Carlo Radio. Successivamente si è trasferita a lavorare nel 1997 con il canale satellitare Al Jazeera, fino a quando è stata colpita dall’esercito israeliano questa mattina.

Dichiarazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

 Jamil Mezher piange la grande giornalista, la martire della verità, Sherine Abu Akleh

Oggi, mercoledì 11 maggio, il membro dell’Ufficio Politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Jamil Mezher, ha espresso le nostre più sincere condoglianze al nostro popolo palestinese e ai  giornalisti e professionisti dei media per il martirio della grande giornalista Sherine Abu Akleh, corrispondente del canale satellitare Al-Jazeera, a causa di un perfido crimine sionista che l’ha presa di mira mentre “copriva da un punto di vista mediatico” l’invasione sionista di Jenin all’alba di oggi.

In una dichiarazione, Mezher ha espresso “i suoi desideri per una pronta guarigione al giornalista Ali Al-Samudi, che è stato anche lui ferito da un proiettile degli occupanti alla schiena, mentre copriva gli eventi di Jenin”.

Mezher ha descritto il “crimine di assassinio e presa di mira diretta di giornalisti come un crimine a tutti gli effetti che mirava ed è tuttora finalizzato a intimidire i giornalisti, ed a mettere a tacere la voce della verità e a prevenire l’immagine e la verità dei crimini commessi dall’occupazione contro il popolo palestinese al mondo.”

Mezher ha sottolineato che “la Palestina, i media e le istituzioni giornalistiche e il mondo libero hanno perso una giornalista nota per il suo coraggio, audacia e sincerità, appartenente alla causa palestinese e insistente nel coprire le pratiche aggressive in corso  controllo il popolo palestinese.  E non si è mai considerata solo un’impiegata dei media o una giornalista, ma piuttosto una testimone e una trasmittente della verità e della narrativa palestinese”.

Mezher ha sottolineato l’importanza di “proteggere i giornalisti dalla macchina criminale sionista”, esprimendo la speranza che “il crimine del martirio della grande giornalista Abu Akleh costituirà un incentivo per il mondo libero e una pressione affinché la comunità internazionale prenda misure contro l’occupazione e per attuare accordi internazionali che prevedano la protezione dei giornalisti, compreso il deferimento di tutti i suoi crimini e il diritto del popolo palestinese, in particolare dei giornalisti, alla Corte penale internazionale.

Mezher ha concluso la sua dichiarazione, sottolineando che “il nostro popolo palestinese, il suo movimento nazionale, i suoi media e le istituzioni di stampa non dimenticheranno la martire della verità, Sherine Abu Aqleh, e lei rimarrà viva nella nostra memoria, e un esempio ispiratore per noi e per tutti i giornalisti e ciò che ha compiuto per trasmettere l’immagine e la verità dal campo di battaglia, così come la sua audacia, e il suo alto coraggio rimarranno un’eredità” e un’ispirazione per tutti i giornalisti.

Guerra in Ucraina. Cannonate sull’Africa

di Francesco Gesualdi

( da Avvenire, venerdì 6 maggio 2022)

Lo sconquasso economico provocato dall’aggressione russa all’Ucraina, sta riscrivendo la geopolitica del gas facendo salire d’importanza alcune nazioni africane che fino a ieri giocavano ruoli minori sullo scacchiere energetico e dunque sulla scena del mondo.

Fra essi l’Angola, il Congo, il Mozambico, che molti Paesi europei, anche l’Italia, stanno aggiungendo alla lista dei propri fornitori, per ridurre la propria dipendenza dal gas russo. Qualcuno ha definito i prodotti minerari ed energetici ‘sterco del diavolo’, per fare intendere che dietro queste risorse spesso si celano trame corruttive e di latrocinio che arricchiscono solo piccole élite senza fare arrivare benefici alle popolazioni locali. Ma questo genere di informazioni non trova accoglienza negli indicatori di contabilità nazionale e chi pretendesse di valutare lo stato di salute delle economie basandosi solo sui numeri del Pil e delle esportazioni, potrebbe concludere che certi paesi africani hanno ottenuto vantaggi dalla crisi bellica in cui è piombata l’Europa.
Invece no.
In un articolo pubblicato sul suo blog, il Fondo Monetario Internazionale sostiene che tutta l’Africa subsahariana sta subendo pesanti effetti negativi a causa della guerra scoppiata in Europa. Tesi basata su tre elementi: il prezzo del cibo, il prezzo dei prodotti petroliferi, il peggioramento del debito.
I lettori di Avvenire sono già infornati su questo, ma è bene ricapitolare.
In quest’area del mondo l’85% del grano consumato è d’importazione, non di rado principalmente dalla Russia e dall’Ucraina. In Kenya, ad esempio, il 33% del grano importato proviene da questi due Paesi, mentre nel caso della Tanzania sale al 70%. La guerra ha bloccato le esportazioni dall’Ucraina e ridotto quelle dalla Russia e, immediatamente, il prezzo del grano ha subìto un’impennata globale. Nel mese di marzo l’aumento è stato del 19,7% sul mese di febbraio, con conseguenze gravissime per tutte le famiglie africane che destinano al cibo il 40% delle proprie entrate. Col progredire della guerra la situazione è destinata solo a peggiorare perché in Ucraina molti raccolti di quest’anno sembrano destinati ad andare persi, mentre molte terre potrebbero non ricevere la semina per il raccolto del 2023. E quei paesi che volessero trovare rimedio aumentando la produzione interna, dovrebbero fare i conti sia con l’aumento dei fertilizzanti, di cui Russia e Ucraina sono fra i maggiori produttori, sia con l’aumento dei carburanti per i macchinari. Un insieme di elementi che riducono sin d’ora, e considerevolmente, il livello di sicurezza alimentare dei Paesi africani, minacciando in particolare i poveri delle aree urbane.

Come anche i non addetti ai lavori ormai sanno, la Russia oltre che di gas è anche grande produttore ed esportatore di petrolio, il cui prezzo è inevitabilmente aumentato con lo scoppio della guerra.
Il Fmi ha calcolato che ai Paesi africani importatori di petrolio l’aumento della bolletta energetica comporterà nel 2022 un maggiore esborso collettivo stimato in 19 miliardi di dollari.E sebbene sia vero che i produttori di petrolio esistenti nell’area subsahariana beneficeranno degli aumenti, l’effetto sarà solo parziale perché per assurdo molti di loro pur producendo petrolio debbono importare benzina a causa del fatto che non dispongono di impianti di raffinazione. Valga come esempio la Nigeria che pur essendo il primo produttore africano di petrolio, importa tutta la benzina che le serve. L’Opec certifica che nel 2020 la Nigeria ha speso 71,2 miliardi di dollari per l’importazione di prodotti petroliferi raffinati, mentre dalla vendita di petrolio grezzo ha incassato 27,7 miliardi di dollari. Un saldo negativo di oltre 43 miliardi di dollari. L’aumento del prezzo del cibo, dei fertilizzanti, dei prodotti energetici, non farà altro che peggiorare il debito commerciale dei Paesi africani contribuendo alla lievitazione del loro indebitamente. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2020 dicono che Il debito estero complessivo dell’Africa subsahariana ammonta a 702 miliardi di dollari, per il 65% a carico dei governi.

E considerato che il biennio 2020-2021 è stato un periodo orribile per tutti a causa del Covid, il Fmi teme che gli choc provocati dalla guerra all’Ucraina possano mettere definitivamente al tappeto molti governi africani che durante il Covid hanno visto accrescere i propri deficit a causa di una riduzione del gettito fiscale e un aumento delle spese pubbliche, soprattutto di carattere sanitario. Metà dei Paesi a basso reddito dell’area subsahariana sono già ad alto rischio di bancarotta. E ora il rischio si fa più concreto, visto e considerato che il mancato rilancio economico dovuto all’aumento dei prezzi mondiali limiterà ulteriormente i gettiti fiscali, mentre le spese pubbliche sono destinate a crescere ancora per due ragioni principali. Da una parte per sostenere i cittadini alle prese con l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità; dall’altra per tamponare la spesa per interessi che i tassi in salita stani facendo correre.

Sullo sfondo di tutto questo, c’è il rischio che la corsa al riarmo faccia ridurre il flusso di denaro, già scarso, che i Paesi ricchi destinano alla cooperazione internazionale e che hanno promesso a quelli poveri per aiutarli superare sia le criticità create da cinque secoli di colonialismo sia quelle dovute al dissesto climatico e ambientale. La prova concreta di come la spesa in armamenti sia una dichiarazione permanente di guerra ai più poveri anche quando cannoni e missili sembrano far danno solo altrove.

FONTE: Avvenire 6-5-22

77 anni dalla fine della II guerra mondiale. L’Armata rossa conquista Berlino.

77 anni fa, con le presa di Berlino, la vittoria dell’Armata Rossa e la fine della seconda guerra mondiale. Al di là della terribile cronaca della guerra in atto in Ucraina, la storia non si cancella. Il sacrificio di milioni di sodati e di donne e uomini civili delle repubbliche dell’Unione Sovietica (forse 27 milioni di morti nei 4 anni di guerra iniziati con l’aggressione nazista all’URSS) sono da ricordare sempre.

E’ un riconoscimento e un debito che riguarda l’oriente e l’occidente. Ed è incancellabile.

BENVENUTI NEL NUOVO MONDO

di Vittorio Stano

… Tu sei al sicuro, io sono al sicuro !

“ L’Umanità è un tutto e la Terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’Umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una simbiosi che ha tre livelli: realizzazione di sè, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo. (1)

Xi Jinping

Un Paese e un esercito senza comunicazioni fanno molta fatica a organizzare difesa e resistenza. L’Ucraina in guerra sembra contraddire questo principio. Infrastrutture tradizionali fuori uso, centrali telefoniche, antenne tv/telefonia mobile e connessioni Internet bombardate, eppure il governo ucraino e i militari, non ancora completamente domati, si connettono ai parlamenti e a redazioni di giornali di mezzo mondo. Come è possibile? Come ha fatto il sergente Leonid Kuznetsov della Guardia Nazionale Ucraina, asserragliato da giorni insieme ai suoi uomini del battaglione nazista Azov dentro l’acciaieria Azovstal di Mariupol, a comunicare con un giornalista del New York Times raccontando la sua storia e inviando un filmato? Come ha fatto a trovare una connessione Internet funzionante a Mariupol ? E’ tutto merito dei satelliti Starling dell’imprenditore sudafricano con cittadinanza canadese-naturalizzato statunitense, Elon Reeve Musk, CEO e CTO della compagnia aerospaziale SpaceX, CEO della casa automobilistica TESLA, cofondatore e CEO di Neuralink, proprietario di Twitter, presidente di SolarCity, fondatore di The Boring Company, cofondatore di PayPal, Open AI e…

I satelliti Starling da due mesi stanno garantendo l’accesso alla rete alla popolazione ucraina, in gran parte del paese. Lo scorso 26 febbraio il governo ucraino aveva inviato un appello via Twitter a Elon Musk, invitandolo a mettere a disposizione della popolazione colpita dalla guerra la rete di satelliti per telecomunicazioni Starling. Musk aveva immediatamente risposto dicendo che la rete Starling era già attiva su tutta l’Ucraina e che SpaceX avrebbe inviato le antenne e i terminali necessari per garantire la connettività. Starling prevede il lancio di migliaia di piccoli satelliti per telecomunicazioni così da formare una fitta rete tutta attorno alla Terra. Questo rende possibile che sopra le nostre teste ci sia, sempre, almeno un satellite in grado di garantire la connessione a Internet. Il sistema per funzionare ha bisogno di una parabola e uno speciale router. In una foto pubblicata su Twitter il vice premier ucraino Fedorov mostra l’arrivo in Ucraina di un camion che trasporta centinaia di queste piccole stazioni. Nel giro di pochi giorni l’azienda di Musk ha accelerato l’accensione dell’infrastruttura. Si tratta di uno dei progetti più ambiziosi del miliardario americano. Quindi è il miliardario Musk che sta consentendo di resistere agli ucraini filoamericani e alle decine e decine di migliaia (…forse più di 100mila) di contractors (2) al soldo della Blackwater e altre “aziende” anglosassoni che arruolano mercenari da mandare a combattere in Ucraina. Sono i satelliti Starling, a volte osservabili nelle notti più limpide, che permettono a politici e militari di collegarsi a Internet anche in caso di attacco alle infrastrutture tradizionali.

Il conflitto tra Russia e Ucraina è senza dubbio il più tecnologico mai combattuto, non solo per le armi più o meno sofisticate messe in campo dai due schieramenti.

ZELENSKY & Co.

L’entourage dell’ex attore-comico ucraino, osservato da vicino, è costituito da soggetti, tutti mediamente giovani. Molti hanno studiato o lavorato in Gran Bretagna, qualcuno negli Stati Uniti. Alcuni di loro, presentati dalle reti televisive occidentali o tramite video online, sono dotati di capacità argomentativa non banale, sono coordinati tra loro e sembrano usciti da una riunione briefing in cui tutti hanno condiviso una identica linea. Sembra evidente che Zelensky & Co. sia un gruppo coeso ed omogeneo di soggetti che condividono una precisa strategia politica per tenersi al potere in Ucraina. Ma per conto di chi ?, e soprattutto, per quale fine ?

Sappiamo quali siano i partners interessati: USA, GB, parte dell’Europa orientale, i vertici della burocrazia euro-unionista, il miliardario ucraino Kolomoinskyi (3), la NATO. Senza il sostegno attivo di questi importanti apparati politici, economici e militari che da più di 20anni finanziano e riempiono di armi il paese, l’Ucraina si sarebbe arresa ai Russi dopo 24 ore di combattimenti (4). Questo gruppo è diventato un partito politico poco prima che finisse la terza stagione della serie televisiva “Servant of the people” che vedeva Zelensky come protagonista. Senza avere un programma di governo, né piani per affrontare gli immani problemi del paese, basandosi su video virali, concerti di cabaret e battute al posto di una normale campagna elettorale, otteneva il 30% dei consensi.

Lo scenario politico ucraino era così articolato: ad ovest i nazionalismi di Poroshenko-Timoshenko, a est i filorussi schierati a sinistra, Zelensky allocato al centro. Il gruppo dei giovani di Zelenski era stato “confezionato” con tecniche di marketing e comunicazione mediatica molto occidentali. E’ accertata la collaborazione sul campo dei più esperti spin-doctors operanti nel mercato statunitense. Questi rendono la “speranza” di Zelenski realtà. Prima del 24 febbraio 2022 questa speranza stava scemando. Il gradimento di Zelenski era in discesa; la rielezione nel 2024 era improbabile. Questi giovani rampanti sembrano un gruppo di giovani europei occidentali e filo-anglosassoni che sono stati paracadutati in un complicato e declinante paese ex-sovietico. Sono svegli, non c’è dubbio. Sono dei “manipolati”? Delle marionette degli anglo-sassoni? Certo che lo sono, ma perché? Per fare cosa?

PRIMA DEL 24 FEBBRAIO 2022

Prima della guerra l’Ucraina era il 133° paese su 190 al mondo per PIL pro-capite. Si classificava tra il Guatemala e El Salvador. La Bulgaria, che ha la media più bassa nell’UE, è 84°. Già questo non avrebbe mai consentito all’Ucraina di entrare nell’UE. Inoltre con gli indicatori qualitativi come trasparenza, corruzione, sostenibilità e prospettive era ancora peggio: rendevano impossibile la sua ammissione all’UE. Dal 2000 al 2021 ha perso 6 milioni di abitanti (15% della popolazione) per migrazioni, scarsa fertilità (la più bassa d’Europa) ed elevata mortalità tra gli anziani. È dal 1994 che l’U. perde popolazione. Ha perso anche la Crimea e le Repubbliche Popolari del Donbass e forse bisognerà aggiungere gli abitanti dei diversi territori che continueranno a perdere durante il conflitto in corso. L’ultimo censimento (2000) attestava 42milioni di abitanti, ma altre stime più aggiornate, fatte dagli ucraini stessi, il numero di abitanti scendeva a 32milioni. Dal 24 febbraio 2022 fino ad oggi, in poco più di due mesi, altri 6 milioni di ucraini sono scappati come profughi. È da vedere poi quanti di questi resteranno nei paesi d’accoglienza o ritorneranno alle loro case. Intanto sono sempre di più quelli che vanno via. L’U. ha la più alta percentuale di popolazione femminile e il più alto indice di disuguaglianza di genere in Europa: 88° posto su 189 paesi (dati ONU). L’U. è al 2° posto in Europa per mortalità, dopo la Bulgaria. L’alto tasso di mortalità è dovuto all’inquinamento atmosferico, all’alcol, al tabagismo, alla cattiva alimentazione e alla cattiva qualità del sistema sanitario nazionale. La composizione etnica è mista: all’estremo occidente la popolazione è pienamente ucraina e tendenzialmente di cultura balto-slava europea. All’estremo oriente è più russofona. Il fiume Dnepr taglia in due il continuum ucraino e funge da separatore tra due diverse composizioni socio-demografiche. In U. è storicamente attiva la tratta di giovani donne avviate alla prostituzione. Altro ambito in cui la criminalità organizzata è attiva è il traffico d’armi, a partire dal 1991, quando inizia la grande svendita degli asset militari sovietici. Il rapporto del 2021 del Global Organized Crime Index indica l’U. come il principale mercato d’armi d’Europa. Soprattutto armi di piccolo e medio calibro e relative munizioni derivate dall’incessante flusso d’armamenti provenienti dagli USA da almeno 20anni. Queste armi venivano distribuite al terrorismo e alla criminalità di mezzo mondo. L’attuale flusso proveniente dall’Europa restia ad impegnarsi su armi più potenti e sofisticate, darà ancora più impulso al malefico traffico. Il rapporto del 2013 del dipartimento di Stato americano INCSR (International Narcotic Control Strategy Report) classifica l’U. come uno dei paesi chiave per il traffico di droga internazionale. Eroina e cocaina entrano in Europa tramite i porti di Odessa e Mariupol. La mafia ucraina è in solidi affari (armi, droga, prostituzione) con la ‘ndrangheta calabrese. La vaccinazione anti-covid19 è tra le più basse al mondo (38%). Nella speciale classifica del The Economist condotta nel 2006 l’U. era all’80° posto del Democracy Index, tra le isole Fiji e il Senegal. Era qualificata come “regime ibrido”. Dal 2020, il governo ha intrapreso una serrata lotta con la Corte Costituzionale per amministrare con più “disinvoltura” e per poter saltare le cautele costituzionali.

Da 2 mesi, complice la guerra, ha potuto arrestare e far sparire molta gente scomoda, silenziando i media non conformisti, mettendo fuori legge i partiti “nemici”. È in vigore la legge marziale.

L’Ucraina verso la fine degli anni ’90 era già un paese fallito. Troppo grande, troppo poco popolato, troppo etnicamente disomogeneo, troppo asimmetrico nei generi, troppo povero, troppo agro-industriale mentre l’occidente si è sviluppato nei servizi, troppo vicina ai minacciosi russi. Troppi interessi contrastanti, come quelli degli oligarchi, tra i quali vi è un congruo numero di veri e propri delinquenti dediti al traffico di donne, armi e droga, spesso proprietari di vari mezzi di informazione. L’oligarca Kolomoinski è proprietario di media, industrie, banche, squadre di calcio e… da moderno “capitano di ventura” anche un esercito privato di 12mila nazisti in armi, il famigerato battaglione Azov, che obbediscono ai suoi ordini. Da qualche settimana il battaglione Azov è stato integrato nelle forze armate ucraine. Ma non cambia nulla: nazisti erano e rimangono!, anche se ultimamente assurti a “eroi della patria ucraina”.

Un sistema del genere non aveva nessun futuro. Come avrebbe fatto ad entrare nell’UE ? un sistema del genere non interessava a nessuno, nemmeno all’entourage di Zelenski. E ora, che fare ?

L’OBIETTIVO DI ZELENSKI: “FARE DELL’UCRAINA UNA GRANDE ISRAELE”

Zelenski lo ha dichiarato ai primi di aprile: fare dell’Ucraina una Grande Israele. L’obiettivo non ha niente di religioso ma è geopolitico e strategico economico. È tutta farina del suo sacco ? Certo che no . Israele è un paese che non ha mai conosciuto la pace. È circondato da nemici. Per difendersi ha dovuto militarizzare la vita civile e asservire la direzione economica a questa. Nel 2009 Israele fu definita una Start up Nation. I primati tecnologici, di brevetto e sviluppo nelle nuove tecnologie è universalmente riconosciuto. Le ricadute positive sul comparto civile sono anche importanti, ma tutto parte dalle strategie militari. I Palestinesi sono le loro povere vittime.

Zelenski si candida a ospitare qualcosa di simile sul suolo ucraino restante dopo la fine di questa guerra ? La guerra l’Ucraina l’ha già persa. Se i Russi arrivano fino a Odessa, città russa per antonomasia, l’Ucraina non avrà più sbocco al mare. Attraverso l’Ucraina gli Stati Uniti vogliono costringere l’UE nella morsa atlantica, bloccare le vie della seta e tornare al duello Est-ovest. Lo scambio USA-UE prevede il riarmo della Germania. Una volta ottenuto, l’UE si è lanciata in prima linea, dopo un’ apparente perplessità iniziale. Intanto la balcanizzazione dell’Europa orientale è ormai cosa fatta. Ma il futuro non è scritto…

I biolaboratori in conto terzi di cui si vocifera l’esistenza già oggi in Ucraina (30 sarebbero quelli gestiti dai soli americani) disegnano una possibilità di ospitare le forme di ricerca più avanzate ma anche più rischiose, ad esempio sull’AI (Artificial Intelligenz). Elon Musk ha già portato i terminali per Starling. La ricerca avanzata in questi campi è rischiosa per paesi come USA, GB, Francia, e Germania, per cui delocalizzare i rischi in Ucraina preserva i propri cittadini da questi rischi e le autorità da sicure proteste degli stessi.

Gli investimenti militari e una mentalità orientata all’efficienza digitale, necessaria per qualunque guerra, potrebbero rappresentare lo stesso motore d’innovazione per l’Ucraina, che già conta 4 Innovation Park, a Kiev e a Charkiv, che aiutano talenti, inventori e imprenditori a incontrarsi e a farli interagire organicamente tra loro, creando spazio per una rapida crescita e partneship vantaggiose per tutti. L’ecosistema Unit.City di Kiev e Charkiv contempla nelle sue strutture anche collaudati strumenti di networking internazionale e potenziamento aziendale, inclusi programmi di sovvenzione e tutoraggio di Amazon e dell’Università di Berkeley. Unit.City a Kiev è già oggi il più importante parco tecnologico dell’Europa orientale. Ma, come nel caso israeliano, questo tipo di sviluppo economico, centrato sull’ICT (Information and Communication Technologies), può reggere solo su una demografia più giovane e contenuta di quella precedente.

Se per realizzare questo disegno Zelenski sta mettendo in conto la fuga di milioni di suoi concittadini e la morte di chissà quanti altri, dandoli in pasto ai carrarmati russi, è un cinico criminale. Da quando è stato eletto la scia di sangue ucraino si fa copiosa sotto i suoi piedi e più persevera e più si allargherà.

Zelenski & Co. si sono mostrati pronti al conflitto e lo stanno gestendo, aiutati da abili spin doctors americani, in modo davvero abile. Le sue apparizioni televisive e i videomessaggi mandati in giro per il mondo sembrano spesso trailer di film gialli e di gangster. Allucinante quello rivolto al parlamento greco: il “nostro eroe” è apparso tra due sgherri del battaglione Azov mummificati e armati. La protesta dei parlamentari greci è stata veemente.

Sembra che Zelenski & Co. avevano e hanno bisogno della guerra per far fare ai russi, operazioni di semplificazione dell’Ucraina. Rimpicciolire un territorio ingestibile e irriformabile. Una prova è non essere interessati alla pace. A far fallire gli ipotetici tavoli di trattativa ci pensano gli americani, con il loro senile e russofobo presidente e gli inglesi con il loro rozzo e oltranzista premier-gaffeur. Zelenski è il “servant” degli anglo-sassoni, prono a considerare questa guerra una sorta di operazione senza anestesia, necessaria ma dolorosa, per i regolamenti di conti nella battaglia di grande strategia tra bipolarismo e multilateralismo. Naturalmente non sono loro a dirigere le danze. Da chi le dirige, Z.&Co. cercano protezione, gratitudine ed investimenti futuri, oltre che i necessari piani Marshall per la ricostruzione. Z. ha già detto che vuole almeno 500 miliardi di dollari per ricostruire la mini Ucraina/Grande Israele in conflitto permanente con russi e ucraini filo-russi (5). Chi pagherà ?

Nella fase di retrazione del globalismo dell’impero americano, che sta richiamando una parte dei propri tentacoli, per consolidarsi e arroccarsi sulle posizioni più facilmente difendibili per l’occidente egemonizzato e colonizzato da loro stessi. Gli spaventosi costi economici li pagheranno i Paesi che sono alla periferia dell’impero, in proporzione al potere contrattuale delle varie parti. L’Italia è tra questi. Questa fase durerà certamente diversi anni. La demonizzazione di Putin, e dei russi in toto, è funzionale a creare una barriera nel sentire popolare, che induca nel lungo periodo a separare Russia ed Europa, riconducendo economicamente l’Europa pienamente sotto l’ala americana.

L’Europa, cui gli USA avevano allentato la catena negli ultimi 30anni, lasciando che dopo il trattato di Maastricht essa divenisse un polo neoliberale autonomo, viene chiamata all’ordine. L’idea, cullata da molti europeisti, che l’UE fosse il nucleo di una forza mondiale autonoma viene riportata alla dura realtà: salvo i fratelli minori degli USA nel Regno Unito, l’Europa dal 1945 non è mai stata altro che una colonia americana, territorio occupato. Dal 1945 60mila soldati americani occupano permanentemente il suolo europeo. (6)

L’americanizzazione culturale ha proceduto in maniera capillare a tutti i livelli, sempre però all’ombra silente di una dipendenza militare assoluta (cui solo la Francia ha occasionalmente opposto qualche mugugno). Così si spiega anche il compattamento europeo attorno alla posizione americana. L’UE ha preso coscienza del fatto che la sconfitta del nazionalismo filo-europeista ucraino l’avrebbe costretta a fare i conti con la Russia in altro modo, rispettandone il ruolo di grande potenza e ponendo fine al tentativo di rovesciarne gli equilibri interni per farne un terreno di caccia del tipo di quello aperto a suo tempo da Eltsin e Gorbabaciov. Adesso che il conflitto è aperto, gli appelli alla trattativa non hanno basi reali. Gli esiti dipenderanno da quello che si determinerà sul campo di battaglia e dalla forma che prenderà la guerra. Su questo possiamo metterci l’anima in pace…

…Bisogna dunque rassegnarsi con fatalismo alla guerra ? Certamente no. Occorre invece intervenire, ma nel modo giusto, avendo coscienza di qual è il nemico, capendo che bisogna rovesciare la logica di chi vede l’Ucraina aggredita dai Russi e i Russi responsabili dell’aggressione, e APRENDO LO SCONTRO CON UN GOVERNO COME IL NOSTRO CHE COLLABORA ALLA GUERRA. La PACE si conquisterà tanto più rapidamente quanto più si riuscirà a indebolire la posizione di chi la guerra l’ha voluta realmente e lungamente preparata.

In Italia il governo Draghi ha calato l’elmetto anche a quel 60% di Italiani contrario alla guerra. Inoltre un solido 30% di elettori democratici e pacifisti non si sente rappresentato da nessun partito dell’arco costituzionale. In 2 anni siamo passati dallo Stato di diritto allo Stato dei permessi. Il 90% della popolazione è stato convinto a vaccinarsi anche grazie all’operato congiunto di tv e virologi. Adesso tra una pubblicità e l’altra, la solita tv sostituisce i virologi con “esperti militari” che danno la linea per interpretare la realtà raccontando quello che avviene in Ucraina.

…Non la vedo bene per la Pace. Nel senso che questa volta gli USA o vincono o perdono. Russia e USA giocheranno “cinicamente” le loro carte sulla pelle dell’intera Europa, per ora quella orientale, ma di riflesso su quella occidentale, ovviamente. Economicamente verrà colpita tutta. Le popolazioni europee sono allo sbando. Nessuna di loro controlla le proprie élites. Sono manipolate, divise ,usate e impoverite. Sostanzialmente cacciate in una “guerra civile” del “si salvi chi può” . Non ne sono consapevoli, quando lo saranno, sarà troppo tardi. Non si può sapere quanto lungo sarà questo processo. Dipenderà da molti fattori in movimento. Il più importante sarà dato dal grado di convinzione che Francia, Germania e Italia metteranno nel loro appoggio agli USA. Se diventerà accordo globale alla conquista della Russia, sarà guerra atomica. Il destino dell’Europa è nelle sue mani. In questo momento l’Europa si sta suicidando. Per la terza volta. Niente fa pensare che sceglierà un’altra strada.

…Ma, proprio per questo, io credo che ha senso farsi delle domande lecite:

  • Ha senso che per far esistere la NATO e far entrare altri paesi andiamo verso la guerra nucleare, la fame, la miseria ?
  • Ha senso avere la NATO e dover fare la fame ?
  • HA SENSO LA NATO ?
  • Davvero l’Ucraina non può vivere come la Finlandia e dobbiamo fare una guerra mondiale per farla entrare nella NATO ?
  • Dobbiamo razionare il cibo e la corrente perché l’Ucraina non può essere neutrale e deve entrare per forza nella NATO ? Quando ? Quando saremo morti ?
  • Ha senso una terza guerra mondiale (nucleare) per far entrare l’Ucraina nella NATO ? Ci entreranno da morti?

È LA NATO IL PERICOLO !!!

… SCIOGLIERE LA NATO E… FUORI LA GUERRA DALLA STORIA !!!!!!!!!!

VITTORIO STANO

Note

  1. Nella cultura cinese l’ordine cosmologico non può essere “perfezionato” dalla technè, perché è sempre anche un ordine morale. Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia. Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel taoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi , governare senza intervenire, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale. Avremmo da imparare se sapessimo essere con l’altro. Il tema al cuore della filosofia cinese non è l’ “essere” , quanto il vivente.
  2. Contractors : mercenari arruolati da aziende private anglosassoni; armati ,finanziati e addestrati da USA, Francia, Gran Bretagna e Canada. Sono di almeno 19 nazionalità (Svizzera compresa). Sono peggiori dei nazisti. Nel 2014 Newsweek li associava all’ISIS. Contano più di 102mila uomini (Reuters). Dal 2020 costituiscono il 40% delle forze armate ucraine. Le aziende che li arruolano sono: Blackwater (USA), STAM (GranBretagna), G4S (GranBretagna/Londra). I mercenari ricevono armi, vitto, alloggio, uniformi gratuiti e un salario. Il salario base è di 1000 $ al mese +30% (1400 $) per introdurre armi europee dai confini porosi (Ungheria, Romania, paesi baltici, …) +70% azioni pericolose: 2500 -3000 $ al mese. Chi paga? La NATO? La CIA di sicuro! La Blackwater arruola circa 35mila unità all’anno. Lavorano a contratto con il Pentagono o con il Ministero della Difesa Britannico. La Polonia è il punto di raccolta della “brigata volontari per l’Ucraina”. I mercenari sono arrivati dal Canada, Giappone, Finlandia, Gran Bretagna, Francia, Sudan, USA, …
  3. Kolomoinskji : miliardario ucraino, signore e padrone di Dnipro (centro di produzione degli armamenti di tutta l’ex-URSS), proprietario di media, industrie, banche, squadre di calcio e… da moderno “capitano di ventura”, anche un esercito privato di 12mila nazisti in armi (il famigerato battaglione Azov) che obbediscono ai suoi ordini. Da alcune settimane queste bande di assassini sono state integrate nelle forze armate ucraine. Ma che cambia ? sempre nazisti sono !, anche se assurti a “eroi della patria ucraina”. Kolomoinski è anche il finanziatore di Zelenski. Dopo aver finanziato la fortunata serie televisiva “Servant of the people”, finanzia il partito e anche Zelenski stesso: nei “Pandora papers” resi pubblici da Julian Assange spunta un conto cifrato intestato a lui con 40milioni di dollari. Alla faccia del Servant of the people.
  4. Esercito ucraino: teoricamente composto da 300mila uomini era nell’ottobre 2018 in uno stato disastroso. Aveva perso 2700 uomini nel Donbass (di cui: 897 per malattia, 318 in incidenti stradali, 177 in altri incidenti, 175 per droghe, alcol, 182 per incauto maneggio d’armi, 288 per omicidio, 615 per suicidio). Dal 2014 operavano nel paese i mercenari che tesero a cittadini, forze regolari e polizia la trappola di Piazza Maidan durante il colpo di Stato. In seguito i mercenari si spostarono nel Donbass per massacrare i separatisti. Il Ministero ucraino si rivolse alla NATO per rendere le sue forze più presentabili. Così per compensare la mancanza di soldati, il governo ucraino e la NATO hanno rafforzato le milizie paramilitari. Il Donbass è un pretesto. Se si trattasse di colpire direttamente la Russia allora si potrebbe sacrificare l’Europa intera: Fuck the EU!, Victoria Nuland, 2014.
  5. Soldi all’Ucraina 1991-2022 : dal 1991 al 2014 , 7,5 miliardi di $ USA (6,5 mld Congresso Americano; 1 mld Fondo Fiduciario Nato /FFN ; 2 mld di sterline GB donati a Kiev ; 10 mld di $ da Eric Prince fondatore di Blackwater ; 500 milioni di € dall’UE per il riarmo di Zelenski/fine marzo 2022 ; USA/Biden, marzo 2022 , 2 miliardi ; ITALIA, fine marzo 2022 , 110 milioni di € , per difesa Kiev . Dal 1991 ad oggi: circa 300 miliardi di dollari sono arrivati in Ucraina. A questi vanno aggiunti quelli che arrivano da febbraio 2022 (+ Euro e sterline) Fonte: Cumpanis
  6. USA grande esportatore… di disastri : dal 1945 al 2001 ci sono stati 248 conflitti armati in 153 regioni, di questi ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti ; dalla fine della guerra fredda : 80 operazioni armate all’estero , 800mila morti (335mila civili) + 21 milioni di emigrati.

”ODESSA, 2 maggio 2014-2022”: Per NON dimenticare

ATTENZIONE: le immagini all’interno dell’articolo protrebbero urtare la vostra sensibilità.

di Enrico Vigna

A otto anni da questo feroce massacro compiuto dai criminali neonazisti oggi assurti a ”Eroi della patria ucraina”, nei media occidentali, nessuno è stato punito per quanto accaduto a Odessa. I principali imputati sono ancora nella lista dei ricercati. In tutto questo tempo l’ONU, l’OSCE, Amnesty, la Russia, così come altre organizzazioni internazionali, hanno ripetutamente criticato la giunta dell’Ucraina per un’indagine superficiale e restia sulla tragedia di Odessa.

Il 21 febbraio scorso il governo russo e la Duma di stato all’unanimità, hanno dichiarato che le identità dei responsabili della tragedia di Odessa sono note, con nomi e identità fotografiche agli organi investigativi della Federazione Russa, e che la Russia adotterà le misure necessarie per trovare gli autori di questo crimine, “assicurarli alla giustizia e punirli».

”… Hanno dato la caccia a chi scappava dal palazzo come i lupi fanno con le prede…così, tanti hanno rinunciato persino a uscire dall’edificio. Una vera e propria lotta tra la paura di morire ustionati o intossicati, con quella di essere uccisi a bastonate…”. Così la BBC inglese ha descritto i fatti di Odessa.

“…È impossibile ricordare senza rabbrividire la terribile tragedia di Odessa, dove i partecipanti a una protesta pacifica sono stati brutalmente uccisi, bruciati vivi nella Casa dei sindacati. I criminali che hanno commesso questa atrocità non sono ancora stati puniti e nessuno li sta cercando. Ma li conosciamo per nome e faremo di tutto per punirli: trovarli, assicurarli alla giustizia e punirli“, è stato dichiarato ufficialmente.

Nella realtà la giunta di Kiev, ha protetto ed è complice degli atti atroci dei neonazisti. Addirittura l’ex primo ministro Tymoshenko e l’ex presidente Yushchenko, i golpisti del dopo Maidan, salutarono come un atto di pulizia il massacro. Yushcenko arrivò ad affermare in piazza, rivolto agli autori delle atrocità di Odessa: “Lo acclamo, ne sono orgoglioso”. L’Occidente ha sempre fatto finta che non fosse successo niente. Non una sola parola di condanna di questo efferato crimine è stata udita uscire dalle labbra ufficiali dei “democratici” leader occidentali, che di solito difendono i diritti umani in ogni angolo del mondo “non sottomesso” ai loro voleri, con la schiuma alla bocca.

Come dichiarato dagli organi investigativi russi, i nomi degli assassini sono noti, sono di pubblico dominio e comunicati. È noto che alla fine del massacro c’erano una dozzina di autobus a Odessa, sui cui parabrezza c’erano indicazioni delle città da cui provenivano i banditi armati per poi ritornare nelle loro sedi. Ora queste persone, o meglio, criminali, hanno paura di essere presi e vivono nascosti ma pur sempre attivi. Alcuni hanno cambiato il cognome, alcuni sono morti nei combattimenti di queste settimane a Mariupol e in altre città, ma occorre sperare che i sopravvissuti ricevano il giusto castigo al più presto.

In questi giorni il presidente del Comitato investigativo russo, Alexander Bastrykin ha incaricato l’ufficio centrale del dipartimento di Intelligence, di avere informazioni che si sta progettando la preparazione di una provocazione contro i civili nella regione di Odessa. Secondo il ministero della Difesa russo, il servizio di sicurezza dell’Ucraina SBU, sta preparando un’altra provocazione nella regione di Odessa con l’obiettivo di accusare successivamente i militari russi di aver commesso queste azioni. “…E’ in preparazione a breve, da parte dei nazionalisti ucraini una provocazione pianificata, con l’uso di uniformi dei militari russi, che compiono esecuzioni sommarie di civili ad Odessa”, hanno informato il CIR e il Ministero della Difesa russo.

Dall’inizio di aprile, un gran numero di militari ucraini, mercenari stranieri e veicoli corazzati delle forze armate ucraine si sono concentrati nella parte posteriore della regione di Odessa. Il gruppo Odessa delle forze armate ucraine ha ricevuto i MANPADS, un sistema missilistico antiaereo a corto raggio trasportabile a spalla, prodotti da Francia e Polonia. È stato notato dai satelliti, che molte forze di sicurezza ucraine indossano l’uniforme dell’esercito russo, e hanno bracciali bianchi sul braccio destro, come le forze russe. La SBU fornisce la copertura informativa per questa provocazione. I subalterni del capo della SBU, Ivan Bakanov, dichiarano quasi ogni giorno che “sabotatori russi” infiltrati tra i pacifici Odessani sarebbero stati catturati nella regione di Odessa.

Secondo l’Intelligence russa questi sono i segnali di essere alla vigilia di una provocazione, proprio in questi giorni, il ramo di Odessa del Corpo Nazionale , dove sono inquadrati i battaglioni neonazisti, ha ricevuto il sostegno morale di Volodymyr Zelensky . L’ordine “Al coraggio” è stato assegnato al militante del “National Corps” di Odessa, Artur Savelyev di 22 anni. Saveliev è stato gratificato postumo. Infatti questo neonazista è stato ucciso il 16 aprile a Mariupol, durante i combattimenti con le forze delle Milizie Popolari del Donbass,  Il 2 maggio 2014, Artur Savelyev, allora minorenne, aveva partecipato all’omicidio di massa nella Camera dei sindacati di Odessa, ed è sfuggito alle sue responsabilità. Alla fine di febbraio 2022, Savelyev si era arruolato come volontario per andare a combattere a Mariupol.

Occorre ricordare che il governatore militare della regione di Odessa, è un criminale di guerra ucraino ricercato in Russia e dalla Repubblica Popolare di Lugansk Maxim Marchenko. Il colonnello Marchenko delle Forze armate ucraine è ricercato per crimini contro l’umanità nel Donbass. Nel 2015, Marchenko, allora studente presso l’Università militare nazionale di Kiev intitolata a Chernyakhovsky, fu nominato comandante del battaglione nazista d’assalto Aidar. 
Marchenko è stato soprannominato “Gauleiter” a Odessa. “Gauleiter” (termine che per i nazisti indicava leader), impose a Odessa un regime di dura occupazione nazista. Oggi la SBU locale, su ordine di Marchenko, arresta tutti i residenti della regione, sospettati non solo di segni anche minimi di simpatia per Russia e Bielorussia, ma anche di critiche pubbliche al regime di Zelensky. Alla fine di marzo, Yuri Tkachev , caporedattore dell’agenzia di stampa Timer di Odessa, è stato arrestato per aver criticato Zelensky. Marchenko ha ora ordinato di trasformare gli ospedali di Odessa in roccaforti militari, con posti di cecchini, nidi di mitragliatrici, artiglieria e carri armati negli scantinati e così via. A tal fine, i pazienti vengono buttati fuori dagli ospedali di Odessa nelle strade e i medici vengono terrorizzati. Sotto pena di morte, ai residenti di Odessa è vietato lasciare la regione verso le regioni orientali dell’Ucraina. Tutta la corrispondenza privata è monitorata, le telefonate sono intercettate e controllate. In particolare il “Gauleiter” Marchenko odia i difensori delle Repubbliche popolari del Donbass, lui stesso è originario di Slavyansk nella regione di Donetsk.

Il 2 maggio 2022 sarà l’ottavo anniversario della “Odessa Khatyn“, il massacro degli abitanti di Odessa commesso dai neonazisti sotto la direzione della giunta di Kiev. Uno degli obiettivi di questo crimine era distruggere fisicamente e moralmente tutti i tentativi di resistenza popolare a Odessa e impedire la nascita di una Repubblica Popolare. Come nel 2014, oggi il regime di Kiev potrebbe cinicamente commettere un ennesimo crimine di massa, incolpando i “servizi di intelligence russi”, ricalcando approssimativamente lo scenario della Casa del sindacato del 2014. Mentre ricordiamo e NON DIMENTICHIAMO Odessa del 2014, vigiliamo informativamente su eventuali nuovi crimini atroci, sperando che possano essere sbaragliati prima di essere effettuati.

La verità sulla strage di Odessa

Uccisi come animali, uno per uno. Una vera e propria esecuzione di massa premeditata.

Il massacro alla Casa del Sindacato di Odessa

Come i criminali nazisti hanno ucciso gli abitanti di Odessa nella Casa del Sindacato

I dettagli di uno scenario di sangue.

La grande tragedia accaduta nella città di Odessa venerdì 2 maggio 2014. Sostenitori del federalismo furono inseguiti fino alla Casa del Sindacato dalla marmaglia di “PravySectorSettore Destro”. L’edificio subito dopo fu dato alle fiamme e morirono, secondo i rapporti ufficiali, 48 persone, oltra a quasi 300 feriti. È chiaro che il numero delle vittime nella Casa del Sindacato è di gran lunga più elevato. I provocatori intrappolarono le persone all’interno dell’edificio dove era possibile ammazzarle impunemente, con grande piacere e senza testimoni. Il fuoco all’interno dell’edificio fu appiccato allo scopo di coprire l’assassinio di massa di cittadini ucraini.

Le persone rifugiatesi dietro le porte del piano terra furono attaccate dai criminali del “Settore Destra” che erano lì dentro da molto tempo prima che l’esecuzione iniziasse. Quelle persone furono arse fino alle ossa, prima all’ingresso principale…

poi toccò agli altri.

I pompieri si mostrarono soltanto quando le massicce porte dell’entrata furono completamente bruciate.

Solo in una singola stanza – in un edificio di cinque piani con i soffitti alti più di 3 metri – il fuoco è visibile dall’esterno.

Chi poteva salire sul tetto di un edificio amministrativo di importanza nazionale? Forse quelli che in precedenza si erano impossessati delle chiavi delle grate di ferro chiuse che proteggevano le porte del tetto.

Questi criminali debbono essere trovati. Potrebbero dire tantissimo su quando è iniziata la realizzazione del piano di uccisioni e come in precedenza hanno portato quello che serviva per fare le bottiglie Molotov all’interno della Casa del Sindacato.

Nella foto alcuni bravacci interpretano la parte di sostenitori federalisti. Tipica rappresentazione di “false flag” stile hollywoodiano.

Corpi carbonizzati al piano terra, vicino alle porte di ingresso.

Perché alcuni corpi carbonizzati compaiono ai piani superiori dove non c’era alcun incendio?

Gli stessi corpi da un’altra prospettiva:
– la fila di pannelli di legno, la ringhiera e gli scalini di legno, i fogli di truciolato non appaiono bruciati;
– l’ovale blu indica la barriera fatta di tavoli, sedie e armadietti: non è stata neppure toccata dal fuoco, a differenza dei corpi carbonizzati (in primo piano);
– Da dove è saltata fuori questa barriera? Fu realizzata dai criminali di “Settore Destra” allo scopo di bloccare le persone che tentavano di salvarsi salendo ai piani superiori?

Un cadavere femminile trascinato sul pavimento dal vero posto in cui era intervenuta la morte. Chi e perché ha fatto questo?

A quest’uomo hanno sparato in testa. A giudicare dalla pozza di sangue (chiaramente visibile) l’assassino ha sparato a bruciapelo e il proiettile ha trapassato il cranio.

Avete notato che alcune persone morte sono bruciate soltanto sulla testa e sulle spalle? Perché i vestiti sotto il torace non sono intaccati dal fuoco?
In questa e nelle successive immagini si può vedere una strana macchia bianca sul pavimento: si tratta della polvere degli estintori usati dagli assassini dopo la morte delle persone per non ustionarsi o subire il monossido di carbonio.

Un giovane e una giovane. Non sono né bruciati né soffocati: non ci sono segni di incendio sul pavimento di legno (realizzato 50 anni fa e che avrebbe dovuto bruciare come una pagliuzza) o di fuliggine da fumo sui muri. I due giovani sono stati uccisi con altri mezzi? Probabilmente qualcuno gli ha rotto il collo. Un lavoro da “professionisti”.

Barricate erano anche agli altri piani. Sangue sul pavimento: Teste bruciate.
Nella freccia rossa: è possibile che gli assassini abbiano scambiato i loro vestiti con quelli delle vittime.
Un ben noto accorgimento, semplice ed efficace.

Secondo una delle principali versioni sui fatti del 2 maggio a Odessa, i criminali del “Settore Destro” misero in scena una falsa rappresentazione. Indossarono i nastri di San Giorgio (simboli dei sostenitori federalisti anti-Maidan) e organizzarono violente provocazioni contro i sostenitori di Maidan (cioè contro i loro stessi alleati), per poter poi accusare i sostenitori del federalismo e farli apparire responsabili della morte di molte persone.

Una donna morta vicino all’ascensore con gli abiti mancanti al di sotto della vita. Con ogni probabilità fu stuprata e poi bagnata con un liquido infiammabile e data alle fiamme.

Persone uccise con un colpo alla testa.

Teste, mani e spalle bruciate, mentre le parti inferiori del corpo non toccate dalle fiamme.

Un uomo con numerosi colpi alla testa.

L’immagine forse più terribile.

Si tratta di una donna incinta, una delle impiegate che lavoravano nel giorno di vacanza alla pulizia degli uffici e nell’innaffiare le piante di fiori. È stata strangolasta con un filo elettrico. Aveva tentato di resistere: si possono vedere i fiori scaraventati sul pavimento.

Questo cartello esplicativo sulla vittima dell’assassino e sulla scena del crimine dice: “Abbiamo eliminato la Mamma! Gloria all’Ukraina!”. Questo annuncio è stato allegramente affisso da uno dei “patrioti” ucraini.
Nota: “Mamma Odessa” è un affettuoso soprannome di Odessa, simile a “La Grande Mela” per New York o “Città di smeraldo” per Seattle.
La futura mamma (strangolata e stuprata) e Mamma Odessa sono state ammazzate. Come l’intera Ucraina.

probabilmente quello è il suo assassino.

P.S.: Il numero di persone uccise non è ancora stato stabilito, sicuramente sono molte di più delle 48 ufficiali. La maggior parte delle persone, specialmente bambini e donne, fu fatta a pezzi con delle asce e picchiata a morte con bastoni negli scantinati della Casa del Sindacato.
da vlad-dolohov.livejournal 2 maggio 2021

da http://www.livejournal.com/go.bml?journal=ersieesist&itemid=813&dir=next

Strage di Odessa:

Il Sindaco di Odessa Volodimyr Nemirovsky ha dichiarato: “L’operazione anti-terrorismo di Odessa è legale”.

Olesya Orobets, vice presidente del Partito di Svoboda: “E ‘una giornata storica per l’Ucraina, sono così felice che questi separatisti fastidiosi a Odessa sono stati finalmente liquidati.”

La Deputata del Partito della Libertà Iryna Farion con un suo post su Facebook dopo il massacro di Odessa: “Brava, Odessa. Perla dello spirito ucraino. Lasciate che i diavoli brucino all’inferno. Brava. “.

L’ex sindaco di Odessa Edward Gurvits: “Odessa è stato un atto di autodifesa”.

Kateryna Kruk, politologa e sostenitrice di Euromaidan:

Odessa ha “pulito” sé stessa dai terroristi, orgogliosa per questa città che combatte per la sua identità, onore agli eroi caduti….

Gli autori della strage negano di aver commesso alcun reato. Chiamandola operazione anti-terrorismo o lotta contro l’invasione russa è un modo di negare che l’esercito ucraino sta effettuando ordini di genocidio. Rifiuti così precisi portano a pensare che le vittime di Odessa si sono bruciate da sole o che le vittime a Lugansk si sono bombardati da sè.

Qui i versi enunciati dall’attivista del Blocco per Odessa, Ivan Riabukhin.

Vittoria amara di Maidan

E ancora  Maggio! Tutti i fiori sbocciano. Gioisce e canta il popolo odessano.

Ma nel cuore il dolore non riesce a placarsi. E il veterano, asciugandosi una lacrima.

Spera che il mondo non attenda di nuovo. E per quelli che portano il dolore e fatica,

Non è necessario il ricordo della guerra. Vogliamo raccogliere la vittoria,

E il ricordo di quel grande giorno . E c’è chi si trasforma in ladro,

E predica il nazismo. E brucia i nastri degli eroi!

E’ impudenza mi dici ? NO! E’ Fascismo ! E la gioia dei veterani svanisce

Quelli che hanno avuto la guerra sulle loro spalle. Vittoria amara di Maidan

E con le lacrime agli occhi ! Congratulandomi  nel Giorno della Vittoria,

con i Valorosi figli della Patria. Vi invito a mantenere la memoria sacra

Dei nostri padri e nonni caduti! Ivan Riabukhin

CRIMINE CONTRO L’UMANITA’ !

Ancora OGGI, 2 Maggio 2022, il popolo di Odessa aspetta

VERITA’ e GIUSTIZIA!

NESSUNO DIMENTICA. NULLA E’ DIMENTICATO!

(A cura di Enrico Vigna SOS Ucraina antifascista/CIVG)

3 VIDEO DA MARIUPOL, NEI PRESSI DELL’ACCIAIERIA DOVE ERA’ ASSERRAGLIATO L’ESERCITO UCRAINO

Continuano i reportage inviati da Rangeloni News da Mariupol, pubblichiamo il video (in 3 parti) ed il testo inviato dal giornalista italiano che si trova nella città ucraina. Le immagini sono state girate nei pressi dell’acciaieria dove erano asserragliati i soldati ed i mercenari ucraini.

Mariupol, viale Nikopolsky, di fronte all’acciaieria Ilycha (coordinate 47.137581, 37.581970) –

“Queste immagini le ho girate due giorni fa, ossia un giorno e mezzo dopo l’ingresso dei fanti di marina russi nell’acciaieria che per settimane era stata trasformata in un fortino dai militari ucraini della 36esima brigata e dai reparti della guardia nazionale.

Lungo il viale ho trovato decine di cadaveri di civili. Questi corpi, ormai in avanzato stato di decomposizione, si trovano sull’asfalto da settimane. Le poche persone incontrate lungo questa strada mi hanno raccontato che si tratterebbe di civili, per gran parte operai della fabbrica, uccisi dai cecchini ucraini appostati nell’Ilycha.

In quest’area, per molto tempo, c’è stata una delle più ampie sacche di resistenza dei militari ucraini. Da pochi giorni, in seguito all’arrivo dei russi, gli abitanti del posto sono tornati a muoversi liberamente e a non aver paura di bombe e proiettili.”

Grazie ancora a Rangeloni News per i suoi reportages.

(Immagini raccomandabili ad un pubblico adulto e non impressionabile)

FONTE: https://www.occhisulmondo.info/2022/04/18/immagini-da-mariupol-nei-pressi-dellacciaieria-dove-era-asserragliato-lesercito-ucraino/

La situazione militare in Ucraina (Prima del 24 febbraio 2022). Una importante ricostruzione degli eventi.

Traduzione integrale dal francese di un lavoro di Jacques Baud, “La situation militaire en Ukraine” (https://cf2r.org/documentation/la-situation-militaire-en-ukraine/ ):

Per una ricostruzione degli eventi dal 2014: Jacques Baud è un ex dirigente dei servizi segreti svizzeri, ex NATO, ex ONU, ex esercito svizzero. Come tale, può permettersi di riportare dati tenuti pervicacemente nascosti dalla propaganda occidentale, come l’aumento drammatico dei tiri di artiglieria ucraini su Doneck e Lugansk dal 14 al 22 febbraio 2022, prima quindi dell’intervento russo. Di affermare che oltre l’80% delle vittime del Donbass negli anni precedenti provenga dai tiri dell’esercito ucraino. Che l’Unione Europea è stata incapace di promuovere l’applicazione degli Accordi di Minsk. Può permettersi di ricordare che il 24 marzo 2021 Zelenskij promulgava un decreto per la riconquista della Crimea. Anche Fabio Mini lo cita perché persona ben informata dei fatti: nel 2014 era responsabile alla NATO della lotta contro la proliferazione delle armi leggere e doveva constatare che le armi ai ribelli del Donbass non arrivavano dalla Russia ma dalle defezioni delle forze armate ucraine.

SCARICA o leggi il documento tradotto in Italiano.

(la versione originale in Francese è QUI)

L’imminente rivoluzione finanziaria globale: la Russia segue il copione americano

Ellen Brown ha scritto un articolo imperdibile che spiega con rara lucidità quale sia la posta in gioco dello scontro in atto tra Russia e Stati Uniti. Se in Italia esistesse ancora un giornalismo economico (o anche solo un giornalismo), di questo si dovrebbe parlare.
Nessun paese ha sfidato con successo l’egemonia globale del dollaro USA prima d’ora.
L’articolo originale in inglese è nel suo blog e qui di seguito eccone la traduzione.

I critici stranieri hanno sempre stigmatizzato il “privilegio esorbitante” che ha il dollaro USA come valuta di riserva globale. Gli Stati Uniti possono emetterla sostenuti nient’altro che dalla “piena fede e credito degli Stati Uniti “. I governi stranieri, avendo bisogno di dollari, non solo li accettano nel commercio, ma acquistano titoli statunitensi, finanziando efficacemente il governo statunitense e le sue guerre estere.
Ma nessun governo è stato abbastanza potente da rompere quell’accordo fino ad ora. Come è successo e cosa significherà per gli Stati Uniti e le economie globali?

L’ascesa e la caduta del petrodollaro

Innanzitutto, un po’ di storia: il dollaro USA è stato adottato come valuta di riserva globale alla conferenza di Bretton Woods nel 1944, quando il dollaro era ancora sostenuto dall’oro sui mercati globali. L’accordo prevedeva che l’oro e il dollaro sarebbero stati accettati in modo intercambiabile come riserve globali, i dollari sarebbero stati convertibili in oro su richiesta a $ 35 l’oncia. I tassi di cambio di altre valute sono stati fissati rispetto al dollaro.

Ma quell’accordo è stato rotto dopo che la politica “guns and butter” del presidente Lyndon Johnson ha esaurito le casse degli Stati Uniti finanziando sia la guerra in Vietnam che i suoi programmi sociali “Great Society” all’interno. Il presidente francese Charles de Gaulle, sospettando che gli Stati Uniti stessero finendo i soldi, cambiò gran parte dei dollari francesi in oro. Altri paesi seguirono il suo esempio o minacciarono di farlo.

Nel 1971, il presidente Richard Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro a livello internazionale (nota come “chiusura della finestra dell’oro”), al fine di evitare il prosciugamento delle riserve auree statunitensi.

Il valore del dollaro è poi crollato rispetto ad altre valute negli scambi globali. Per sostenere la situazione, Nixon e il Segretario di Stato Henry Kissinger fecero un accordo con l’Arabia Saudita e i paesi OPEC i quali avrebbero venduto petrolio solo in dollari e che tali dollari sarebbero stati depositati nelle banche di Wall Street e della City di Londra. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero difeso militarmente i paesi OPEC.

Il ricercatore economico William Engdahl ha presentato anche le prove di una ‘promessa’ per la quale il prezzo del petrolio avrebbe dovuto quadruplicarsi. Una crisi petrolifera innescata da una breve guerra mediorientale fece quadruplicare il prezzo del petrolio e l’accordo OPEC fu finalizzato nel 1974.

L’accordo è rimasto in essere fino al 2000, quando Saddam Hussein lo ruppe vendendo petrolio iracheno in euro. Il presidente libico Omar Gheddafi seguì l’esempio. Entrambi i presidenti furono assassinati e i loro paesi furono distrutti da una guerra con gli Stati Uniti. Il ricercatore canadese Matthew Ehret osserva :

Non dobbiamo dimenticare che l’alleanza Sudan-Libia-Egitto, sotto la guida combinata di Mubarak, Gheddafi e Bashir, si era mossa per stabilire un nuovo sistema finanziario garantito dall’oro al di fuori del FMI/Banca mondiale per finanziare uno sviluppo su larga scala in Africa.

Se questo programma non fosse stato minato dalla distruzione della Libia guidata dalla NATO, dalla spartizione del Sudan e dal cambio di regime in Egitto, il mondo avrebbe assistito all’emergere di un importante blocco regionale di stati africani che modellava i propri destini al di fuori dei giochitruccati della finanza controllata dagli anglo-americani per la prima volta nella storia.

L’ascesa del PetroRublo

La prima sfida di una grande potenza a quello che divenne noto come il petrodollaro è arrivata nel 2022. Nel mese successivo all’inizio del conflitto in Ucraina, gli Stati Uniti e gli alleati europei hanno imposto pesanti sanzioni finanziarie alla Russia, in risposta all’invasione militare.

Le misure occidentali includevano il congelamento di quasi la metà dei 640 miliardi di dollari USA di riserve finanziarie della banca centrale russa, l’espulsione di molte delle più grandi banche russe dal sistema di pagamento globale SWIFT, l’imposizione di controlli sulle esportazioni volti a limitare l’accesso della Russia alle tecnologie avanzate, la chiusura del loro spazio aereo e portuale ad aerei e navi russi, oltre a istituire sanzioni personali contro alti funzionari russi e magnati di alto profilo. I russi preoccupati si sono affrettati a ritirare i rubli dalle loro banche e il valore del rublo è precipitato sui mercati globali proprio come il dollaro USA nei primi anni ’70.

Le certezze riposte nel dollaro USA come valuta di riserva globale, sostenuta “dalla piena fiducia e dal credito degli Stati Uniti”, erano state completamente infrante.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato, in un discorso del 16 marzo, che gli Stati Uniti e l’UE non hanno rispettato i loro obblighi e che il congelamento delle riserve russe aveva segnato la fine dell’affidabilità dei cosiddetti ‘asset di prima classe’.
Il 23 marzo Putin ha annunciato che il gas naturale russo sarebbe stato venduto a “paesi ostili” solo in rubli russi, anziché in euro o dollari attualmente utilizzati. Quarantotto nazioni sono considerate “ostili” dalla Russia, inclusi Stati Uniti, Gran Bretagna, Ucraina, Svizzera, Corea del Sud, Singapore, Norvegia, Canada e Giappone (e Italia n.d.t.)

Putin ha osservato che più della metà della popolazione mondiale rimane “amica” della Russia. I paesi che non hanno votato per sostenere le sanzioni includono due grandi potenze, Cina e India, insieme al Venezuela, Turchia e altri paesi del “sud globale”. I paesi “amici”, ha detto Putin, ora possono acquistare dalla Russia in varie valute.

Il 24 marzo, il parlamentare russo Pavel Zavalny ha affermato in una conferenza stampa che il gas potrebbe essere venduto in Occidente per rubli o oro e in paesi “amici” per valuta nazionale o bitcoin.

I ministri dell’Energia delle nazioni del G7 hanno respinto la richiesta di Putin, sostenendo che violava i termini del contratto del gas che richiedevano la vendita in euro o dollari. Ma il 28 marzo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che la Russia “non è impegnata in beneficenza” e non fornirà gas all’Europa gratuitamente (cosa che farebbe se le vendite fossero in euro o dollari che attualmente non può utilizzare nel commercio). Le stesse sanzioni sono una violazione degli accordi sulla disponibilità delle valute sui mercati globali.

Bloomberg riferisce che il 30 marzo Vyacheslav Volodin, presidente della Camera bassa del parlamento russo, ha suggerito in un post su Telegram che la Russia potrebbe ampliare l’elenco delle merci per le quali richiede il pagamento dall’Occidente in rubli (o oro) per includere il grano, petrolio, metalli e altro.

L’economia russa è molto più piccola di quella degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma la Russia è un importante fornitore globale di materie prime chiave, inclusi non solo petrolio, gas naturale e cereali, ma anche legname, fertilizzanti, nichel, titanio, palladio, carbone, azoto e metalli delle terre rare utilizzati nella produzione di chip per computer, veicoli elettrici e aeroplani.

Il 2 aprile, il colosso russo del gas Gazprom ha ufficialmente interrotto tutte le consegne in Europa attraverso il gasdotto Yamal-Europa, un’arteria fondamentale per le forniture energetiche europee.

Il professore di economia britannico Richard Werner definisce la mossa russa intelligente, una replica di ciò che fecero gli Stati Uniti negli anni ’70. Per ottenere materie prime russe, i paesi “ostili” dovranno acquistare rubli, facendo salire il valore del rublo sugli scambi globali proprio come il bisogno di petrodollari sostenne il dollaro USA dopo il 1973. Infatti, entro il 30 marzo, il rublo era già tornato ai livelli di un mese prima.

Una pagina al di fuori della sceneggiatura del “sistema americano”.

La Russia sta seguendo gli Stati Uniti non solo nell’agganciare la sua valuta nazionale alla vendita di un bene fondamentale, ma in un protocollo precedente, quello che i leader americani del 19 ° secolo chiamavano il “Sistema Americano” di moneta e credito sovrano.

I suoi tre pilastri erano:
(a) sussidi federali per miglioramenti interni e per finanziare le industrie nascenti della nazione;
(b) dazi per proteggere quelle industrie;
(c) credito facile emesso da una banca nazionale.

Michael Hudson, un ricercatore professore di economia e autore tra l’altro di “Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire”, osserva che le sanzioni stanno costringendo la Russia a fare ciò che è stata riluttante a fare da sola: tagliare la dipendenza dalle importazioni e sviluppare le proprie industrie e infrastrutture. L’effetto, dice, è equivalente a quello dei dazi protettivi.

In un articolo intitolato “The American Empire Self-destructs”, Hudson scrive delle sanzioni russe (che in realtà risalgono al 2014):

La Russia era rimasta affascinata dall’ideologia del libero mercato per adottare misure per proteggere la propria agricoltura o industria. Gli Stati Uniti hanno fornito l’aiuto necessario imponendole l’autosufficienza interna (tramite sanzioni). Quando gli stati baltici hanno perso il mercato russo del formaggio e di altri prodotti agricoli, la Russia ha rapidamente creato il proprio settore caseario mentre diventava il principale esportatore mondiale di cereali…

La Russia sta scoprendo (o è sul punto di scoprirlo) che non ha bisogno di dollari americani come supporto per il tasso di cambio del rublo. La sua banca centrale può creare i rubli necessari per pagare i salari interni e finanziare la formazione di capitale. Le confische statunitensi potrebbero quindi portare la Russia a porre fine alla filosofia monetaria neoliberista, come Sergei Glaziev ha sostenuto a lungo secondo la Modern Monetary Theory …

I politici americani stanno costringendo i paesi stranieri a fare ciò che non hanno avuto il coraggio di fare da loro stessi, cioè a sostituire il FMI, la Banca Mondiale e altre armi della diplomazia statunitense. Invece i paesi dell’Europa, del Vicino Oriente e del Sud del mondo che si non seguono i loro stessi interessi economici a lungo termine, l’America li sta allontanando, come ha fatto con Russia e Cina.

Glazyev e il reset eurasiatico

Sergei Glazyev, menzionato sopra da Hudson, è un ex consigliere del presidente Vladimir Putin e del ministro per l’integrazione e la macroeconomia della Commissione economica dell’Eurasia, l’organismo di regolamentazione dell’Unione economica eurasiatica (EAEU). Ha proposto di utilizzare strumenti simili a quelli del “Sistema americano”, inclusa la conversione della Banca centrale russa in una “banca nazionale” che emette la propria valuta russa e fornisce credito per lo sviluppo interno. Il 25 febbraio, Glazyev ha pubblicato un’analisi delle sanzioni statunitensi intitolata “Sanctions ande Sovereignty”, in cui affermava:

[Il] danno causato dalle sanzioni finanziarie statunitensi è indissolubilmente legato alla politica monetaria della Banca di Russia… La sua essenza si riduce a uno stretto legame della questione del rublo con gli utili dell’export e con il tasso di cambio rublo-dollaro. Si crea, infatti, nell’economia un’artificiale penuria di denaro, e la rigida politica della Banca Centrale porta a un aumento del costo dei prestiti, che uccide l’attività imprenditoriale e ostacola lo sviluppo delle infrastrutture nel Paese.

Glazyev ha affermato che se la banca centrale sostituisse i prestiti in essere con i suoi partner occidentali con prestiti propri, la capacità di credito russa aumenterebbe notevolmente, prevenendo un calo dell’attività economica senza creare inflazione.

La Russia ha accettato di vendere petrolio all’India nella sua valuta sovrana, la rupia; in Cina in yuan; e alla Turchia in lire turche. Queste valute nazionali possono quindi essere spese per i beni e i servizi venduti da quei paesi.

Auspicabilmente, ogni paese dovrebbe essere in grado di commerciare nei mercati globali nella propria valuta sovrana; ecco cos’è una valuta fiat: un mezzo di scambio sostenuto dall’accordo tra le persone come misura del valore dei propri beni e servizi, sostenuto dalla “piena fede e credito” della nazione.

Ma questo tipo di sistema di baratto globale potrebbe crollare, proprio come fanno i sistemi di baratto locali, se una parte del commercio non volesse più i beni o i servizi dell’altra. In tal caso sarebbe necessaria una valuta di riserva intermedia per fungere da mezzo di scambio.

Glazyev e le sue controparti ci stanno lavorando. In un’intervista tradotta pubblicata su The Saker, Glazyev ha dichiarato:

Attualmente stiamo lavorando a una bozza di accordo internazionale sull’introduzione di una nuova valuta di regolamento mondiale, ancorata alle valute nazionali dei paesi partecipanti e ai beni scambiati che determinano i valori reali. Non avremo bisogno di banche americane ed europee. Nel mondo si sta sviluppando un nuovo sistema di pagamento basato sulle moderne tecnologie digitali con blockchain, dove le banche stanno perdendo importanza.

Russia e Cina hanno entrambe sviluppato alternative al sistema di messaggistica SWIFT da cui alcune banche russe sono state sospese. Il commentatore londinese Alexander Mercouris fa l’interessante osservazione che uscire dallo SWIFT significa che le banche occidentali non possono tracciare le operazioni russe e cinesi.

L’analista geopolitico Pepe Escobar riassume i piani per un reset finanziario eurasiatico/cinese in un articolo intitolato “Salute all’oro russo e al Petroyuan cinese”. Lui scrive:

Ci è voluto molto tempo, ma finalmente stanno emergendoalcuni lineamenti chiave delle nuove fondamenta del mondo multipolare.

Venerdì 1 marzo, dopo una riunione in videoconferenza, l’Eurasian Economic Union (EAEU) e la Cina hanno concordato di progettare il meccanismo per un sistema monetario e finanziario internazionale indipendente. L’EAEU, composta da Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Bielorussia e Armenia, sta stabilendo accordi di libero scambio con altre nazioni eurasiatiche e si sta progressivamente interconnettendo con la Chinese Belt and Road Initiative (BRI).

A tutti gli effetti pratici, l’idea viene da Sergei Glazyev, il più importante economista indipendente della Russia.
Abbastanza diplomaticamente, Glazyev ha attribuito il concretizzarsi della sua idea alle comuni sfide e ai rischi associati al rallentamento economico globale e alle misure restrittive contro gli stati dell’EAEU e la Cina”.

Traduzione: poiché la Cina è una potenza eurasiatica tanto quanto la Russia, devono coordinare le loro strategie per aggirare il sistema unipolare degli Stati Uniti.

Il sistema eurasiatico sarà basato su “una nuova valuta internazionale”, molto probabilmente con riferimento allo yuan, calcolato come indice delle valute nazionali dei paesi partecipanti, nonché dei prezzi delle materie prime.

Il sistema eurasiatico è destinato a diventare una seria alternativa al dollaro USA, poiché l’EAEU potrebbe attrarre non solo le nazioni che hanno aderito alla BRI ma anche i principali attori della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e dell’ASEAN. Gli attori dell’Asia occidentale, Iran, Iraq, Siria, Libano, saranno inevitabilmente interessati.

Privilegio esorbitante o onere esorbitante?

Se quel sistema avrà successo, quali saranno gli effetti sull’economia statunitense?
La ‘stratega degli investimenti’ Lynn Alden scrive, in un’analisi dettagliata intitolata “The Fraying of the US Global Currency Reserve System”, che ci sarà dolore a breve termine, ma, a lungo termine, la cosa andrà a beneficio dell’economia statunitense.

L’argomento è complicato, ma la linea di fondo è che il predominio del dollaro come valuta di riserva ha portato alla distruzione della nostra base manifatturiera e all’accumulo di un enorme debito federale. La condivisione dell’onere della valuta di riserva avrebbe l’effetto che le sanzioni stanno avendo sull’economia russa: di alimentare le industrie nazionali come farebbero dazi, consentendo la ricostruzione della base manifatturiera americana.

Altri commentatori affermano anche che essere l’unica valuta di riserva globale è più un onere esorbitante che un privilegio esorbitante. La perdita di tale status non porrebbe fine all’importanza del dollaro USA, che è troppo fortemente radicato nella finanza globale per essere rimosso, ma potrebbe significare la fine del petrodollaro come unica valuta di riserva globale e la fine delle devastanti guerre petrolifere finanziate per mantenere il suo dominio.

FONTE: https://storiasegreta.com/2022/04/10/limminente-rivoluzione-finanziaria-globale-la-russia-segue-il-copione-americano/

Lo zar russo della geoeconomia, Sergey Glazyev, introduce il nuovo sistema finanziario globale

di Pepe Escobar (Traduzione da The Cradle)

Il nuovo sistema monetario mondiale, sostenuto da una valuta digitale, sarà sostenuto da un paniere di nuove valute estere e risorse naturali. E libererà il Sud del mondo sia dal debito occidentale che dall’austerità indotta dal FMI.

Sergey Glazyev è un uomo che vive proprio nell’occhio del nostro attuale uragano geopolitico e geoeconomico. Uno degli economisti più influenti al mondo, membro dell’Accademia delle scienze russa ed ex consigliere del Cremlino dal 2012 al 2019, negli ultimi tre anni ha guidato il portafoglio super strategico di Mosca come ministro incaricato dell’integrazione e Macroeconomia dell’Unione economica dell’Eurasia (EAEU).

La recente produzione intellettuale di Glazyev è stata a dir poco trasformativa, sintetizzata dal suo saggio Sanzioni e sovranità e da un’ampia discussione sul nuovo paradigma geoeconomico emergente in un’intervista a una rivista economica russa.

In un altro dei suoi recenti saggi, Glazyev commenta come “sono cresciuto a Zaporozhye, vicino al quale sono in corso pesanti combattimenti per distruggere i nazisti ucraini, che non sono mai esistiti nella mia piccola Patria. Ho studiato in una scuola ucraina e conosco bene la letteratura e la lingua ucraina, che da un punto di vista scientifico è un dialetto russo. Non ho notato nulla di russofobo nella cultura ucraina. Nei 17 anni della mia vita a Zaporozhye, non ho mai incontrato un solo Banderista.

Glazyev è stato gentile a prendersi del tempo dal suo fitto programma per fornire risposte dettagliate a una prima serie di domande in quella che ci aspettiamo diventi una conversazione in corso, incentrata soprattutto sul Sud del mondo. Questa è la sua prima intervista con una pubblicazione straniera dall’inizio dell’Operazione Z. Mille grazie ad Alexey Subottin per la traduzione russo-inglese.

The Cradle: Sei in prima linea in uno sviluppo geoeconomico rivoluzionario: la progettazione di un nuovo sistema monetario/finanziario attraverso un’associazione tra EAEU e Cina, bypassando il dollaro USA, con una bozza che sarà presto conclusa. Potresti forse anticipare alcune delle caratteristiche di questo sistema – che non è certo un Bretton Woods III – ma sembra essere una chiara alternativa al consenso di Washington e molto vicino alle necessità del Sud del mondo?

Glazyev: In un attacco di isteria russofobica, l’élite dominante degli Stati Uniti ha giocato il suo ultimo “asso della briscola” nella guerra ibrida contro la Russia. L’aver “congelato” le riserve valutarie russe nei conti di deposito delle banche centrali occidentali, i regolatori finanziari degli Stati Uniti, dell’UE e del Regno Unito ha minato lo status del dollaro, dell’euro e della sterlina come valute di riserva globali. Questo passo ha fortemente accelerato il continuo smantellamento dell’ordine economico mondiale basato sul dollaro.

Oltre un decennio fa, i miei colleghi dell’Astana Economic Forum ed io abbiamo proposto di passare a un nuovo sistema economico globale basato su una nuova valuta commerciale sintetica basata su un indice delle valute dei paesi partecipanti. Successivamente, abbiamo proposto di espandere il paniere valutario sottostante aggiungendo una ventina di materie prime negoziate in borsa. Un’unità monetaria basata su un paniere così esteso è stata modellata matematicamente e ha dimostrato un elevato grado di resilienza e stabilità.

Più o meno nello stesso periodo, abbiamo proposto di creare un’ampia coalizione internazionale di resistenza nella guerra ibrida per il dominio globale che l’élite finanziaria e di potere degli Stati Uniti ha scatenato sui paesi che sono rimasti fuori dal suo controllo. Il mio libro The Last World War: the USA to Move and Lose , pubblicato nel 2016, ha spiegato scientificamente la natura di questa guerra in arrivo e ne ha sostenuto l’inevitabilità, una conclusione basata su leggi oggettive dello sviluppo economico a lungo termine. Basandosi sulle stesse leggi oggettive, il libro sosteneva l’inevitabilità della sconfitta del vecchio potere dominante.

Attualmente, gli Stati Uniti stanno lottando per mantenere il loro dominio, ma proprio come in precedenza la Gran Bretagna, che ha provocato due guerre mondiali ma non è stata in grado di mantenere il suo impero e la sua posizione centrale nel mondo a causa dell’obsolescenza del suo sistema economico coloniale, è destinata a fallire. Il sistema economico coloniale britannico basato sul lavoro degli schiavi è stato superato dai sistemi economici strutturalmente più efficienti degli Stati Uniti e dell’URSS. Sia gli Stati Uniti che l’URSS erano più efficienti nella gestione del capitale umano in sistemi integrati verticalmente, che dividevano il mondo nelle loro zone di influenza. Dopo la disintegrazione dell’URSS è iniziata una transizione verso un nuovo ordine economico mondiale. Questa transizione sta ora raggiungendo la sua conclusione con l’imminente disintegrazione del sistema economico globale basato sul dollaro, che ha fornito le basi del dominio globale degli Stati Uniti.

Il nuovo sistema economico convergente emerso nella RPC (Repubblica Popolare Cinese) e in India è la prossima inevitabile fase di sviluppo, combinando i vantaggi sia della pianificazione strategica centralizzata e dell’economia di mercato, sia del controllo statale dell’infrastruttura monetaria e fisica e imprenditoria. Il nuovo sistema economico ha unito vari strati delle loro società attorno all’obiettivo di aumentare il benessere comune in un modo sostanzialmente più forte delle alternative anglosassoni ed europee. Questo è il motivo principale per cui Washington non sarà in grado di vincere la guerra ibrida globale che ha iniziato. Questo è anche il motivo principale per cui l’attuale sistema finanziario globale incentrato sul dollaro sarà sostituito da uno nuovo, basato sul consenso dei paesi che aderiscono al nuovo ordine economico mondiale.

Nella prima fase della transizione, questi paesi ricorrono all’utilizzo delle loro valute nazionali e ai meccanismi di compensazione, supportati da swap bilaterali in valuta. A questo punto, la formazione dei prezzi è ancora principalmente guidata dai prezzi in varie borse, denominati in dollari. Questa fase è quasi finita: dopo che le riserve russe in dollari, euro, sterlina e yen sono state “congelate”, è improbabile che un paese sovrano continui ad accumulare riserve in queste valute. La loro sostituzione immediata sono le valute nazionali e l’oro.

La seconda fase della transizione coinvolgerà nuovi meccanismi di tariffazione che non fanno riferimento al dollaro. La formazione dei prezzi nelle valute nazionali comporta sostanziali spese generali, tuttavia, sarà ancora più interessante rispetto alla determinazione dei prezzi in valute “non ancorate” e traditrici come dollari, sterline, euro e yen. L’unico candidato valutario globale rimasto, lo yuan, non prenderà il loro posto a causa della sua inconvertibilità e del limitato accesso esterno ai mercati dei capitali cinesi. L’uso dell’oro come riferimento del prezzo è vincolato dall’inconveniente del suo utilizzo per i pagamenti.

La terza e ultima fase della transizione del nuovo ordine economico riguarderà la creazione di una nuova valuta di pagamento digitale fondata attraverso un accordo internazionale basato sui principi di trasparenza, equità, buona volontà ed efficienza. Mi aspetto che il modello di tale unità monetaria che abbiamo sviluppato svolga il suo ruolo in questa fase. Una valuta come questa può essere emessa da un pool di riserve valutarie dei paesi BRICS, a cui tutti i paesi interessati potranno aderire. Il peso di ciascuna valuta nel paniere potrebbe essere proporzionale al PIL di ciascun paese (basato sulla parità del potere d’acquisto, ad esempio), alla sua quota nel commercio internazionale, nonché alle dimensioni della popolazione e del territorio dei paesi partecipanti.

Inoltre, il paniere potrebbe contenere un indice dei prezzi delle principali materie prime negoziate in borsa: oro e altri metalli preziosi, metalli industriali chiave, idrocarburi, cereali, zucchero, nonché acqua e altre risorse naturali. Per fornire sostegno e rendere la valuta più resiliente, a tempo debito possono essere create rilevanti riserve di risorse internazionali. Questa nuova valuta verrebbe utilizzata esclusivamente per pagamenti transfrontalieri ed emessa nei paesi partecipanti sulla base di una formula predefinita. I paesi partecipanti userebbero invece le loro valute nazionali per la creazione di credito, al fine di finanziare gli investimenti nazionali e l’industria, nonché per le riserve di ricchezza sovrana. I flussi transfrontalieri in conto capitale rimarrebbero disciplinati dalle normative valutarie nazionali.

The Cradle: Michael Hudson chiede specificamente che se questo nuovo sistema consente alle nazioni del Sud del mondo di sospendere il debito in dollari e si basa sulla capacità di pagare (in valuta estera), questi prestiti possono essere legati a materie prime o, per la Cina, una partecipazione tangibile nell’infrastruttura di capitale finanziata da crediti esteri non in dollari?

Glazyev: La transizione al nuovo ordine economico mondiale sarà probabilmente accompagnata dal sistematico rifiuto di onorare gli obblighi in dollari, euro, sterline e yen. A questo proposito, non sarà diverso dall’esempio dato dai paesi emittenti queste valute che hanno ritenuto opportuno rubare riserve valutarie di Iraq, Iran, Venezuela, Afghanistan e Russia per un importo di trilioni di dollari. Dal momento che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’UE e il Giappone si sono rifiutati di onorare i loro obblighi e hanno confiscato la ricchezza di altre nazioni che era detenuta nelle loro valute, perché altri paesi dovrebbero essere obbligati a ripagarli e a pagare i loro prestiti?

In ogni caso, la partecipazione al nuovo sistema economico non sarà vincolata dagli obblighi del vecchio. I paesi del Sud del mondo possono partecipare a pieno titolo al nuovo sistema indipendentemente dai loro debiti accumulati in dollari, euro, sterline e yen. Anche se dovessero adempiere ai loro obblighi in quelle valute, ciò non avrebbe alcun effetto sul loro rating creditizio nel nuovo sistema finanziario. Allo stesso modo, la nazionalizzazione dell’industria estrattiva non provocherebbe interruzioni. Inoltre, se questi paesi riservassero una parte delle loro risorse naturali per il sostegno del nuovo sistema economico, il loro rispettivo peso nel paniere valutario della nuova unità monetaria aumenterebbe di conseguenza, fornendo a quella nazione maggiori riserve valutarie e capacità di credito. 

The Cradle: In uno dei tuoi ultimi saggi, The Economics of the Russian Victory , chiedi “una formazione accelerata di un nuovo paradigma tecnologico e la formazione di istituzioni di un nuovo ordine economico mondiale”. Tra le raccomandazioni, si propone in particolare la creazione di “un sistema di pagamento e regolamento nelle valute nazionali degli Stati membri dell’EAEU” e lo sviluppo e l’attuazione di “un sistema indipendente di regolamenti internazionali nell’EAEU, SCO e BRICS, che potrebbe eliminare la dipendenza critica della Sistema SWIFT controllato dagli USA”. È possibile prevedere una spinta congiunta concertata da parte dell’EAEU e della Cina per “vendere” il nuovo sistema ai membri della SCO, ad altri membri BRICS, ai membri dell’ASEAN e alle nazioni dell’Asia occidentale, dell’Africa e dell’America Latina? E ciò si tradurrà in una geoeconomia bipolare: l’Occidente contro il resto?

Glazyev: In effetti, questa è la direzione in cui siamo diretti. Purtroppo, le autorità monetarie russe fanno ancora parte del paradigma di Washington e rispettano le regole del sistema basato sul dollaro, anche dopo che le riserve valutarie russe sono state prese dall’Occidente. D’altra parte, le recenti sanzioni hanno spinto a un’estesa ricerca interiore tra il resto dei paesi senza blocco del dollaro. Gli “agenti di influenza” occidentali controllano ancora le banche centrali della maggior parte dei paesi, costringendole ad applicare le politiche suicide prescritte dal FMI. Tuttavia, tali politiche a questo punto sono così ovviamente contrarie agli interessi nazionali di questi paesi non occidentali che le loro autorità stanno giustamente crescendo preoccupate per la sicurezza finanziaria.

Evidenzia correttamente i ruoli potenzialmente centrali di Cina e Russia nella genesi del nuovo ordine economico mondiale. Sfortunatamente, l’attuale leadership della CBR (Banca Centrale di Russia) rimane intrappolata all’interno del cul-de-sac intellettuale del paradigma di Washington e non è in grado di diventare un partner fondatore nella creazione di un nuovo quadro economico e finanziario globale. Allo stesso tempo, la CBR doveva già affrontare la realtà e creare un sistema nazionale per la messaggistica interbancaria che non dipendesse da SWIFT, e lo ha aperto anche alle banche estere. Le linee di scambio di valute incrociate sono già state istituite con le principali nazioni partecipanti. La maggior parte delle transazioni tra gli Stati membri dell’EAEU sono già denominate in valute nazionali e la quota delle loro valute nel commercio interno sta crescendo rapidamente.

Una transizione simile sta avvenendo nel commercio con Cina, Iran e Turchia. L’India ha indicato di essere pronta a passare anche ai pagamenti in valute nazionali. Viene fatto un grande sforzo nello sviluppo di meccanismi di compensazione per i pagamenti in valuta nazionale. Parallelamente, è in corso uno sforzo per sviluppare un sistema di pagamento digitale non bancario, che sarebbe collegato all’oro e ad altre materie prime scambiate in borsa: le “stablecoin”.

Le recenti sanzioni statunitensi ed europee imposte ai canali bancari hanno causato un rapido aumento di questi sforzi. Il gruppo di paesi che lavora al nuovo sistema finanziario deve solo annunciare il completamento del quadro e la disponibilità della nuova valuta commerciale e da lì il processo di formazione del nuovo ordine finanziario mondiale accelererà ulteriormente. Il modo migliore per realizzarlo sarebbe annunciarlo alle riunioni regolari SCO o BRICS. Ci stiamo lavorando.

The Cradle: questa è stata una questione assolutamente chiave nelle discussioni di analisti indipendenti in tutto l’occidente. La Banca centrale russa stava consigliando ai produttori d’oro russi di vendere il loro oro sul mercato londinese per ottenere un prezzo più alto di quello che avrebbero pagato il governo russo o la Banca centrale? Non c’era alcuna previsione che l’imminente alternativa al dollaro USA dovesse basarsi in gran parte sull’oro? Come definiresti quello che è successo? Quanti danni pratici ha inflitto questo all’economia russa a breve ea medio termine?

Glazyev: La politica monetaria della CBR, attuata in linea con le raccomandazioni del FMI, è stata devastante per l’economia russa. I disastri combinati del “congelamento” di circa $ 400 miliardi di riserve valutarie e di oltre un trilione di dollari sottratti all’economia dagli oligarchi nelle destinazioni offshore occidentali, sono avvenuti sullo sfondo di politiche altrettanto disastrose della CBR, che includevano tassi reali eccessivamente alti combinati con un flottante gestito del tasso di cambio. Stimiamo che ciò abbia causato un sotto investimento di circa 20 trilioni di rubli e una sottoproduzione di circa 50 trilioni di rubli in beni.

Seguendo le raccomandazioni di Washington, la CBR ha smesso di acquistare oro negli ultimi due anni, costringendo di fatto i minatori d’oro nazionali ad esportare pieni volumi di produzione, che hanno aggiunto fino a 500 tonnellate di oro. In questi giorni l’errore e il danno che ha causato sono molto evidenti. Attualmente, la CBR ha ripreso gli acquisti di oro e, si spera, continuerà con solide politiche nell’interesse dell’economia nazionale invece di “mirare l’inflazione” a beneficio degli speculatori internazionali, come era avvenuto nell’ultimo decennio.

The Cradle: La Fed e la BCE non sono state consultate sul congelamento delle riserve estere russe. Si dice a New York e Francoforte che si sarebbero opposti se gli fosse stato chiesto. Ti aspettavi personalmente il congelamento? E la leadership russa se lo aspettava?

Glazyev: Il mio libro, The Last World War, che ho già menzionato, pubblicato nel lontano 2015, sosteneva che la probabilità che ciò accada alla fine è molto alta. In questa guerra ibrida, la guerra economica e la guerra informativa/cognitiva sono i principali teatri di conflitto. Su entrambi questi fronti, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno una schiacciante superiorità e non avevo alcun dubbio che ne avrebbero tratto pieno vantaggio a tempo debito.

Ho discusso a lungo per la sostituzione di dollari, euro, sterline e yen nelle nostre riserve valutarie con l’oro, prodotto in abbondanza in Russia. Sfortunatamente, gli agenti di influenza occidentali che occupano ruoli chiave nelle banche centrali della maggior parte dei paesi, così come le agenzie di rating e le pubblicazioni chiave, sono riusciti a mettere a tacere le mie idee. Per fare un esempio, non ho dubbi sul fatto che alti funzionari della Fed e della BCE siano stati coinvolti nello sviluppo di sanzioni finanziarie antirusse. Queste sanzioni sono state costantemente intensificate e vengono applicate quasi istantaneamente, nonostante le ben note difficoltà con il processo decisionale burocratico nell’UE.

The Cradle: Elvira Nabiullina è stata riconfermata alla guida della Banca Centrale Russa. Cosa faresti diversamente rispetto alle sue azioni precedenti? Qual è il principale principio guida implicato nei tuoi diversi approcci?

Glazyev: La differenza tra i nostri approcci è molto semplice. Le sue politiche sono un’attuazione ortodossa delle raccomandazioni del FMI e dei dogmi del paradigma di Washington, mentre le mie raccomandazioni si basano sul metodo scientifico e sull’evidenza empirica accumulata negli ultimi cento anni nei principali paesi.

The Cradle: il partenariato strategico Russia-Cina sembra essere sempre più corazzato, come ribadiscono costantemente gli stessi presidenti Putin e Xi. Ma ci sono voci contrarie non solo in Occidente, ma anche in alcuni circoli politici russi. In questo momento storico estremamente delicato, quanto è affidabile la Cina come alleato per tutte le stagioni della Russia?

Glazyev: Il fondamento del partenariato strategico russo-cinese è il buon senso, gli interessi comuni e l’esperienza di cooperazione di centinaia di anni. L’élite dirigente statunitense ha avviato una guerra ibrida globale volta a difendere la propria posizione egemonica nel mondo, prendendo di mira la Cina come principale concorrente economico e la Russia come principale forza di contrappeso. Inizialmente, gli sforzi geopolitici statunitensi miravano a creare un conflitto tra Russia e Cina. Gli agenti dell’influenza occidentale stavano amplificando le idee xenofobe nei nostri media e bloccando qualsiasi tentativo di transizione verso i pagamenti nelle valute nazionali. Da parte cinese, agenti dell’influenza occidentale stavano spingendo il governo ad allinearsi con le richieste degli interessi statunitensi.

Tuttavia, gli interessi sovrani di Russia e Cina hanno logicamente portato alla loro crescente partnership strategica e cooperazione, al fine di affrontare le minacce comuni provenienti da Washington. La guerra tariffaria degli Stati Uniti con la Cina e la guerra delle sanzioni finanziarie con la Russia hanno convalidato queste preoccupazioni e hanno dimostrato il pericolo chiaro e presente che i nostri due paesi stanno affrontando. Interessi comuni di sopravvivenza e resistenza stanno unendo Cina e Russia, e i nostri due paesi sono economicamente in gran parte simbionti. Si integrano e aumentano i vantaggi competitivi reciproci. Questi interessi comuni persisteranno nel lungo periodo.

Il governo e il popolo cinese ricordano molto bene il ruolo dell’Unione Sovietica nella liberazione del proprio Paese dall’occupazione giapponese e nell’industrializzazione della Cina nel dopoguerra. I nostri due paesi hanno una solida base storica per un partenariato strategico e siamo destinati a collaborare strettamente nei nostri interessi comuni. Mi auguro che il partenariato strategico tra Russia e RPC, rafforzato dall’accoppiamento della One Belt One Road con l’Unione economica eurasiatica, diventi la base del progetto del Presidente Vladimir Putin del Greater Eurasian Partnership e il nucleo del nuovo ordine economico mondiale.

Una nuova valuta commerciale di Russia e Cina tra le pieghe del conflitto.

La possibile apparizione di una nuova moneta internazionale alternativa al dollaro non è una sorpresa. Ma potrebbe stupire chi crede che gli eventi importanti accadano all’improvviso, senza la necessaria e lunga preparazione. Ora rischiamo di trovarci di fronte a un fatto che è andato maturando negli anni, mentre i competenti organismi internazionali si sono ben guardati dal riformare il sistema monetario globale, nonostante le varie crisi finanziarie e le richieste avanzate da più parti.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all’economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

A metà marzo si è tenuto in Armenia l’incontro “Nuova fase della cooperazione monetaria, finanziaria ed economica tra l’Unione economica euroasiatica (Uee) e la Repubblica popolare cinese”, organizzato dall’Unione economica euroasiatica e dall’Università Renmin di Pechino per definire i contorni di un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale, almeno per quanto riguarda la parte orientale del mondo.

    L’Uee è l’unione economica e commerciale cui partecipano la Russia, la Bielorussia, il Kazakistan, la Kirghisia e l’Armenia con un Pil di circa 1.700 miliardi di dollari. Essa è molto proiettata verso una stretta collaborazione con la Belt and Road Initiative, la nuova “Via della seta” voluta dalla Cina. Già nel 2020 la Cina aveva aumentato di circa il 20% il suo turnover commerciale con l’Uee, mentre l’utilizzo delle monete nazionali rappresentava solo il 15% dell’interscambio totale.

    Sul tavolo vi è la creazione di una “nuova moneta” basata su un paniere di valute, tra cui il rublo e lo yuan, ancorata anche al valore di alcune materie prime strategiche, incluso l’oro. 

    Pensare che sia solo la reazione disperata alla recente imposizione di super sanzioni nei confronti della Russia, sarebbe una valutazione fuorviante. Si tratta, invece, di un progetto in campo da molti, molti anni, sia in Russia sia in Cina.

    Il progetto fu reso pubblico già nell’ottobre del 2020 dall’economista russo Sergei Glazyev, membro del consiglio e ministro incaricato dell’Integrazione e della Macroeconomia della Unione economica euroasiatica. Egli aveva sollecitato a creare nuovi strumenti nazionali di pagamento per accantonare l’utilizzo di “valute di Paesi terzi”, intendendo ovviamente soprattutto il dollaro e l’euro, nelle transazioni commerciali e monetarie tra i membri dell’Unione euroasiatica e la Cina.

    Glazyev affermava che l’idea era la risposta “alle sfide e ai rischi comuni associati al rallentamento economico globale e alle misure restrittive contro gli Stati dell’Uee e la Cina”. Si trattava di un piano per superare il sistema unipolare del dollaro, già in atto dopo le sanzioni imposte alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea nel 2014.

    L’economista russo sosteneva che l’infrastruttura finanziaria e di pagamento era già stata creata ed era necessario sviluppare un sistema d’incentivi per favorirne l’utilizzo nelle relazioni commerciali ed economiche.

    Il ministro dell’Unione economica euroasiatica proponeva:

1)  sviluppare dei meccanismi per stabilizzare i tassi di cambio delle valute nazionali dei Paesi membri, riducendo le commissioni bancarie e gli interessi sui prestiti;

2) creare dei meccanismi per determinare i prezzi delle merci nelle valute nazionali nell’ambito degli accordi tra l’Uee e la Belt and Road Initiative, coinvolgendo in seguito anche altri Paesi, eventualmente quelli della Shanghai Cooperation Organization (Sco) e quelli dell’Asean.

    Naturalmente in tale processo s’inserisce anche la recente richiesta di Putin di esigere il pagamento in rubli per le forniture del gas, i cui contorni sono ancora da chiarire.

    Riconoscendo l’incapacità del dollaro di sostenere l’intero sistema monetario e finanziario globale, già prima della grande crisi finanziaria del 2008 avevamo proposto l’idea di creare, in modo lungimirante e concordato, un nuovo sistema internazionale basato su un paniere di monete importanti, tra cui il dollaro, l’euro, lo yuan e il rublo. In un mondo erroneamente creduto unipolare, purtroppo, non se n’è fatto niente. Il sistema del dollaro, e gli interessi geoeconomici a esso connessi, non l’hanno permesso.

    La recente proposta russo-cinese di creare una loro nuova moneta basata su un paniere di valute e di materie prime è un dato di fatto da analizzare. Possiamo solo affermare che, in questo modo separato, purtroppo non potrà che approfondirsi la divisione tra Est e Ovest e aggravare ulteriormente la pericolosa situazione attuale. 

    Pesanti, secondo noi che ne scriviamo da anni, sono le responsabilità dei competenti organismi internazionali, come il G20, che non hanno mai voluto affrontare con determinazione la questione, nonostante le varie crisi finanziarie e le richieste avanzate da più parti.

FONTE: Emigrazione Notizie

“La Russia sta perdendo la guerra dell’informazione?” – Un’analisi impressionante della guerra congnitiva

di Laura Ruggeri – Strategic Culture

(traduzione di Giuseppe Masala)

Il 10 marzo, quando il direttore della CIA Bill Burns si è rivolto al Senato degli Stati Uniti e ha dichiarato che “la Russia sta perdendo la guerra dell’informazione sull’Ucraina”, ha ripetuto un’affermazione che era già stata amplificata dai media angloamericani dall’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina. Sebbene la sua affermazione sia effettivamente vera, non ci dice perché e riflette principalmente la prospettiva dell’Occidente. Come al solito la realtà è molto più complicata.

L’abilità nella “guerra dell’informazione” degli Stati Uniti non ha eguali: quando si tratta di manipolare le percezioni, produrre una realtà alternativa e conseguentemente armare le menti del pubblico, gli Stati Uniti non hanno rivali. Anche la capacità, da parte degli USA, di dispiegare strumenti di potere non militari per rafforzare la propria egemonia e attaccare qualsiasi stato intenda metterla in discussione, è innegabile. Ed è proprio per questo che alla Russia non è rimasta altra scelta che quella dell’utilizzo dello strumento militare per difendere i propri interessi vitali e la propria sicurezza nazionale.

La guerra ibrida – e la guerra dell’informazione come parte integrante di essa – si è evoluta nella dottrina standard degli Stati Uniti e della NATO, ma non ha reso la forza militare ridondante, come dimostrano le guerre per procura. Con capacità di guerra ibrida più limitate, la Russia deve invece fare affidamento sul suo esercito per influenzare l’esito di uno scontro con l’Occidente che Mosca considera esistenziale. E quando la propria esistenza come nazione è a rischio, vincere o perdere la guerra dell’informazione nel metaverso occidentale diventa piuttosto irrilevante. Vincere a casa e assicurarsi che i propri partner e alleati comprendano la posizione e la logica dietro le proprie azioni ha, inevitabilmente, la precedenza.

L’approccio della Russia alla questione ucraina è notevolmente diverso da quello dell’Occidente. Per quanto riguarda Mosca, l’Ucraina non è una pedina sulla scacchiera, ma piuttosto un membro della famiglia con cui la comunicazione è diventata impossibile a causa delle continue ingerenze straniere portate avanti attraverso delle operazioni di influenza. Secondo Andrei Ilnitsky – consigliere del Ministero della Difesa russo – l’Ucraina è il territorio in cui il mondo russo ha perso una delle battaglie strategiche della guerra cognitiva. Avendo perso questa battaglia, la Russia si sente ancora più obbligata a vincere la guerra; una guerra per riparare i danni a un paese che storicamente ha sempre fatto parte del mondo russo e per prevenire gli stessi danni in patria. È piuttosto eloquente che quella che USA-NATO chiamano una “guerra dell’informazione” viene chiamata da questo eminente stratega russo, “mental’naya voina“, cioè guerra cognitiva. Essendo principalmente soggetto passivo di operazioni di informazione/influenza, la Russia ne ha conosciuto e studiato gli effetti deleteri.

Sebbene sia troppo presto per prevedere la traiettoria del conflitto tra  Russia e Ucraina e dunque i suoi esiti politici finali, uno dei principali aspetti negativi è che l’impiego da parte degli Stati Uniti di tutti gli strumenti di guerra ibrida per istigare e alimentare questo conflitto, non ha lasciato alla Russia alcuna alternativa a quello del  ricorso al potere militare per risolverlo. Non si può vincere la battaglia per i cuori e le menti quando il proprio avversario controlla entrambi. Occorre prima ripristinare le condizioni che permetteranno di raggiungere menti e cuori e anche allora ci vorranno anni per rimarginare le ferite e annullare i condizionamenti psicologici.

Sebbene la disinformazione e l’inganno siano sempre stati parte della guerra, e le informazioni siano state a lungo utilizzate per supportare le operazioni di combattimento, nell’ambito della guerra ibrida l’informazione gioca un ruolo ancora più centrale, tanto che in Occidente il combattimento è visto principalmente attraverso essa e vaste risorse vengono assegnate per influenzare le operazioni sia in ambito online che offline. Nel 2006 il Magg. Generale degli Stati Uniti in pensione Robert H. Scales ha spiegato quella che era una nuova filosofia di combattimento che sarebbe stata in seguito adottata ufficialmente nella dottrina della NATO: “La vittoria sarà definita più in termini di acquisizione delle alture psico-culturali piuttosto che geografiche”.(1)

Nel lessico USA-NATO, informazione e influenza sono parole intercambiabili. “Le informazioni comprendono e aggregano numerosi attributi sociali, culturali, cognitivi, tecnici e fisici che agiscono e influiscono sulla conoscenza, la comprensione, le credenze, le visioni del mondo e, in definitiva, le azioni di un individuo, gruppo, sistema, comunità o organizzazione“. (2)

L’arsenale della guerra dell’informazione degli Stati Uniti non ha eguali perché controlla Internet e i suoi principali collettori (ma anche guardiani) di contenuti come Google, Facebook, YouTube, Twitter, Wikipedia… Ciò significa che gli Stati Uniti possono esercitare il controllo sulla noosfera, ovvero quel “regno della mente che abbraccia il globo” che la RAND nel 1999 presentava già come parte integrante della strategia dell’informazione americana. Per questo motivo nessun governo può ignorare il profondo impatto di Internet sull’opinione pubblica, sulla politica e sulla sovranità nazionale. Poiché né la Russia né la Cina possono battere gli Stati Uniti in un gioco in cui questi ultimi detengono tutte le carte; l’unica cosa intelligente da fare è lasciare il tavolo da gioco, che è esattamente ciò che stanno facendo entrambe le potenze, ognuna attingendo ai propri punti di forza specifici.

La “guerra dell’informazione sull’Ucraina” non è iniziata in risposta alle operazioni militari russe nel 2022, ma è in corso da molti decenni. Dal 1991 gli Stati Uniti hanno speso miliardi di dollari e l’UE decine di milioni per separare questo paese dalla Russia, per non parlare poi dei soldi spesi dalla Open Society di Soros. Nessun prezzo è stato ritenuto troppo alto a causa dell’importanza dell’Ucraina sulla scacchiera geopolitica. Le operazioni di influenza degli Stati Uniti hanno portato a due rivoluzioni colorate; prima la Rivoluzione Arancione (2004–2005) e poi l’EuroMaidan (2013–14). Dopo il sanguinoso colpo di stato del 2014, con la rimozione di qualsiasi contrappeso, l’influenza USA-NATO si è trasformata in pieno controllo e repressione violenta del dissenso. Coloro che si erano opposti a Maidan vivevano nella paura: il massacro di Odessa è stato un costante promemoria del destino che sarebbe toccato a chiunque avesse osato opporsi al nuovo regime.

La promozione delle tendenze neonaziste si accrebbe (dal 2014 NdT) parallelamente al culto del collaborazionista nazista Stepan Bandera; membri di organizzazioni terroristiche come il Battaglione Azov e altri gruppi ultranazionalisti si unirono al governo e alla Guardia nazionale ucraina. Il passato fu cancellato e la storia riscritta, i monumenti sovietici furono distrutti, i cosiddetti russofoni (i cittadini ucraini di lingua madre russa) subirono minacce e discriminazioni quotidiane, i partiti filo-russi furono banditi così come i loro organi di informazione. La russofobia è stata inculcata nei bambini a partire dall’asilo. Solo nel 2020 i progetti ultranazionalisti, come per esempio il “Corso per giovani banderisti” e il “Festival dello spirito ucraino di Banderstadt” hanno ricevuto quasi la metà di tutti i fondi stanziati dal governo ucraino per le organizzazioni di bambini e giovani.

Invece gli ucraini che vivevano nelle Repubbliche popolari separatiste di Donetsk e Lugansk non potendo essere presi di mira da operazioni di influenza sono stati presi di mira direttamente a colpi di artiglieria: gli ex compatrioti furono riformulati come nemici quasi dall’oggi al domani.

Sebbene tutti gli indicatori della qualità della vita rivelassero un netto peggioramento, ampi segmenti della popolazione vissero in uno stato permanente di dissonanza cognitiva: fu loro detto che discriminare gli LGBT è sbagliato ma discriminare chi parla russo è invece giusto. Oppure ancora che ricordare i soldati sovietici che avevano combattuto il nazismo nella seconda guerra mondiale e liberato Auschwitz è sbagliato e invece ricordare l’Olocausto è giusto. Poiché la dissonanza cognitiva è una sensazione spiacevole, le persone sono ricorse alla negazione e all’autoinganno, abbracciando così qualsiasi opinione dominante nel loro ambiente sociale al fine di avere sollievo psicologico.

Dal momento che la mentalità di un’intera popolazione non può essere modificata dall’oggi al domani, anche con un esercito di specialisti del comportamento cognitivo, l’operazione è stata realizzata in più fasi. Dapprima con la Rivoluzione Arancione  si è contribuito a promuovere l’identità nazionale ucraina; ma proprio perché questa ha fatto leva sulle differenze culturali e linguistiche esistenti è finita per essere la più divisiva a livello regionale di tutte le rivoluzioni colorate. Gli ucraini occidentali hanno dominato le proteste mentre gli ucraini orientali vi si sono ampiamente opposti. La Rivoluzione Arancione ha avuto dunque un profondo effetto sul modo in cui gli ucraini percepivano se stessi e la propria identità nazionale, ma non è riuscita comunque a recidere i legami politici, culturali, sociali ed economici tra Ucraina e Russia. La maggior parte delle persone su entrambi i lati del confine continuò a considerare i due paesi come inestricabilmente intrecciati.

Una seconda rivoluzione, Euromaidan, avrebbe però portato a termine il lavoro iniziato nel 2004. Questa volta la narrazione ha avuto un fascinazione più ampia sulla popolazione: i suoi sostenitori/realizzatori identificarono nella corruzione e nella mancanza di prospettive economiche come i focus principali capaci di incanalare e dare sfogo alle frustrazioni dei cittadini. Successivamente indicarono nella leadership dell’Ucraina e nei suoi legami con la Russia la principale causa dei problemi del Paese e infine contrapposero a questa la prospettiva dell’integrazione nell’UE come la panacea di tutti i mali.

Trasformare la Russia in un capro espiatorio per tutti i problemi sociali ed economici dell’Ucraina, alimentando così un sentimento anti-russo era esattamente ciò che una miriade di attori finanziati dagli Stati Uniti  avevano fatto sin dalla caduta dell’Unione Sovietica. L’Ucraina, come il resto dei paesi post-sovietici, pullulava di organi di informazione, ONG, educatori, gruppi della diaspora, attivisti politici, imprenditori e leader della comunità il cui status era artificialmente gonfiato dal loro accesso alle risorse straniere e alle reti internazionali.

Questi “vettori di influenza” si sono presentati come fornitori di “standard globali e migliori pratiche”, “regole democratiche” e  “sviluppo partecipativo e responsabile”, utilizzando slogan costruiti con le tecniche del marketing per fare il lavoro prima di demolizione delle pratiche esistenti e dei quadri di riferimento per poi imporre la costituzione di un  nuovo “sistema di valori”, spesso di qualità inferiore. Con il pretesto di combattere la corruzione, offrendo un percorso di modernizzazione e sviluppo, questi attori si sono radicati nella società civile ucraina, plasmandone la coscienza collettiva e demonizzando sia la Russia, sia i politici locali che le figure pubbliche che sostenevano relazioni più strette con Mosca.

Il lavoro di questi agenti di influenza è stato determinante nel demolire visioni del mondo, credenze, valori e percezioni che risalivano all’epoca sovietica, alterando così l’autocomprensione della popolazione e assicurando che le generazioni più giovani ignorassero la storia del proprio paese e abbracciassero una nuova identità immaginaria.

Ma le rivoluzioni colorate richiedono oltre al cervello anche i muscoli per rovesciare prima i governi e poi difendere il potere della nuova classe dirigente emergente. La forza bruta necessaria per intimidire e attaccare coloro che erano insensibili alle operazioni di influenza poteva essere fornita solo da elementi marginali della società che erano stati sedotti dalla retorica ultranazionalista.

Questi gruppi marginali violenti sono stati organizzati e autorizzati ad esercitare una maggiore influenza in Ucraina per poi fare proselitismo reclutando così nelle loro fila nuovi seguaci. Un’identità immaginaria romanzata è stata radicalizzata da assurde affermazioni secondo cui ucraini e russi non possono essere considerati popoli fratelli perché gli ucraini sono “slavi purosangue”, mentre i russi sono “barbari di sangue misto”. Niente era fuori dal comune: eleganti rievocazioni di liturgie naziste come fiaccolate che apparivano impressionanti sui social media; discorsi che facevano eco alla retorica xenofoba e antisemita di Hitler; il culto di Bandera e di coloro che combatterono con i nazisti contro l’esercito sovietico.

Mentre i gruppi esteri (rispetto all’Ucraina NdT) che condividevano la stessa cassetta degli attrezzi ideologica furono etichettati come gruppi estremisti e organizzazioni terroristiche appena oltre il confine, in Ucraina ricevettero consigli, sostegno finanziario e militare dalle forze armate statunitensi e dalla CIA. Allo stesso tempo, lo spin-off presentabile della CIA, il NED, distribuiva fondi, sovvenzioni, borse di studio e premi pubblicizzati sui media agli attivisti di queste campagne globaliste – politicamente corrette – che venivano mandate avanti attraverso il motto “libertà, democrazia e diritti umani“. Quest’ultima coorte dava così una verniciata di bianco ai crimini dei neonazisti. Dopotutto, se i membri di Al-Qaeda che indossavano gli elmetti bianchi in Siria divennero i beniamini dei media occidentali vincendo persino un Oscar, i neonazisti potevano facilmente essere commercializzati come difensori della democrazia.

La popolazione ucraina è stata sottoposta a questo tipo di operazioni psicologiche che anziché agire come un medicinale che cura la malattia portò alla morte del paziente. Tutto questo per fare del paese una testa di ponte da cui lanciare operazioni ostili volte ad indebolire la Russia e a creare una spaccatura tra Mosca e l’Europa. La russofobia divenne una sorta di religione di stato dove chi non la praticava doveva essere emarginato ed eventualmente escluso dal discorso pubblico. La pressione a conformarsi era così forte da compromettere il giudizio sui fatti, sulla storia e sulla realtà.

La costruzione discorsiva di un nemico richiedeva la costante demonizzazione della Russia (Mordor), dei russi (barbari eurasiatici incivili) e dei separatisti del Donbass (selvaggi, subumani).

Quando le narrazioni neonaziste e la russofobia furono normalizzate e autorizzate per plasmare sia le politiche che il discorso dominante, quando le persone furono private del pensiero critico e dalla conoscenza della propria storia reale a tal punto da accettare l’intrapresa di una guerra di otto anni contro i loro stessi connazionali, significava inequivocabilmente che le menti delle persone erano state armate.

La coscienza pubblica è stata attivamente manipolata sia a livello di significato che a livello di emozioni. La percezione selettiva e le fantasie consolatorie furono alcuni dei meccanismi psicologici che assicuravano alla popolazione di gestire lo stress di vivere in uno stato di dissonanza cognitiva in cui fatti e finzione non potevano più essere separati. Offrendo un passaggio “facile” attraverso un mondo complesso, queste narrazioni fornivano la certezza emotiva a scapito della comprensione razionale.

La decisione emotivamente soddisfacente di credere, di avere fede che veniva instillata dalla propaganda a cui erano sottoposti gli individui creava una barriera contro la quale si infrangevano le contro-argomentazioni e i  fatti scomodi. L’elezione di un attore sulla base della sua convincente interpretazione a presidente in una serie tv intitolata “Servant of the People” ha confermato la riuscita sostituzione della politica con una parodia che era solo spettacolare simulazione della stessa: non era semplicemente la sovrapposizione di illusione e realtà, ma l’autenticazione dell’illusione come più reale del reale stesso. La maggior parte degli ucraini ha votato per un partito nuovo di zecca che prende il nome dalla fiction televisiva e nasce da un’idea delle stesse persone. Un partito che ha persino utilizzato cartelloni pubblicitari realizzati per la serie tv  anche per la campagna elettorale di Zelensky.

Con lo streaming globale della serie TV di Netflix e la sua messa in onda da più di una dozzina di canali tv in Europa, vediamo la commercializzazione di Zelensky ad un pubblico straniero come un oggetto-immagine la cui realtà immediata è la sua funzione simbolica in un sistema semiotico di significanti astratti che prendono vita propria e generano una realtà virtuale parallela. Questa realtà virtuale a sua volta genera il proprio discorso.

Ad esempio, per il pubblico straniero la guerra di 8 anni nel Donbass che ha causato 14.000 morti è meno reale delle immagini estrapolate da un videogioco e spacciate per “il bombardamento di Kiev”. Questo perché la guerra nel Donbass è stata ampiamente ignorata dai media internazionali.

Le immagini delle atrocità, siano esse prese da altri contesti o fabbricate, sono diventate significanti fluttuanti che possono essere riproposti secondo le esigenze dei propagandisti, mentre le vere atrocità devono essere nascoste alla vista. Dopotutto non importa se la narrazione è vera o falsa, ciò che conta è che sia convincente.

Nell’Ucraina post-Maidan si può vedere un’anticipazione del destino che attende il resto d’Europa, quasi come se l’Ucraina non fosse stata solo un laboratorio di una rivoluzione colorata, ma anche un banco di prova per quel preciso tipo di operazioni di guerra cognitiva che stanno portando alla rapida distruzione di qualunque traccia di civiltà, logica e razionalità rimasta in Occidente.

La guerra cognitiva integra capacità informatiche, educative, psicologiche e di ingegneria sociale al fine di raggiungere i propri scopi. I social media svolgono un ruolo centrale come moltiplicatore di forza e sono un potente strumento per sfruttare le emozioni e rafforzare i pregiudizi cognitivi. Il volume e la velocità delle informazioni senza precedenti travolgono le capacità cognitive individuali e incoraggiano a “pensare velocemente” (in modo automatico ed emotivo) invece di “pensare lentamente” (razionalmente e giudiziosamente). I social media inducono anche prove sociali, in cui l’individuo imita e afferma le azioni e le credenze degli altri per adattarsi, creando così camere d’eco di conformismo e pensiero di gruppo. Dare forma alle percezioni è tutto ciò che conta; opinioni critiche, verità scomode, fatti che contraddicono la narrativa dominante possono essere cancellati con un clic dell’utente o con l’algoritmo del gestore/moderatore. La NATO utilizza forme di Intelligenza Artificiale basate sul deep learning che consentono il riconoscimento dei modelli per identificare rapidamente i luoghi in cui hanno origine i post, i messaggi e gli articoli sui social media, nonché gli argomenti in discussione, il sentment, gli identificatori linguistici, il ritmo delle pubblicazioni, i collegamenti tra gli account dei social media ecc. Tale sistema consente così il monitoraggio in tempo reale e fornisce avvisi alla NATO e ai suoi partner sul sentment dominante nei social media su un determinato argomento e qualora questo non sia favorevole possono essere intraprese azioni quali lo “shadow banning” o anche la rimozione degli account e dei contenuti valutati come problematici.

Una popolazione polarizzata e cognitivamente disorientata è un obiettivo maturo per un tipo di manipolazione emotiva nota come script di pensiero e mind boxing. Il pensiero di una persona arriva a congelarsi attorno a copioni sempre più prestabiliti. E se lo script è discutibile, è improbabile che venga modificato tramite l’argomento. Il cervello ben inscatolato è impermeabile alle informazioni che non sono conformi al copione e indifeso contro falsità o semplificazioni a cui è stato preparato a credere. Più una mente inscatolata e più è polarizzato l’ambiente politico e il dialogo pubblico. Questo danno cognitivo rende tutti gli sforzi per promuovere l’equilibrio e il compromesso poco attraenti e nei casi peggiori addirittura impossibili. La svolta totalitaria dei regimi liberali occidentali e la mentalità isolata e impermeabile all’esterno delle élite politiche occidentali sembrano confermare questo triste stato di cose.

Con il divieto di trasmissione dei mezzi di informazione russi, l’esclusione e il bullismo di chiunque cerchi di spiegare la posizione della Russia, è stato raggiunto l’equivalente della pulizia etnica del discorso pubblico nel quale le “cheerleader del pensiero dominante”  hanno un sorriso folle sul viso che non fa ben sperare.

Gli esempi di irrazionale frenesia della folla sono troppi da elencare; coloro che sono caduti vittime di questo fervore pseudo-religioso chiedono che la Russia e i russi siano cancellati. Del resto non è nemmeno necessario essere umani o vivi per diventare il bersaglio dell’isteria di massa: cani e gatti russi sono stati banditi dalle competizioni, i classici russi banditi dalle università e i prodotti russi tolti dagli scaffali.

L’implacabile manipolazione delle emozioni delle persone ha scatenato un pericoloso vortice di follia di massa. Come in Ucraina, così in Europa i cittadini sostengono le decisioni e chiedono misure contro i propri interessi, prosperità e futuro. “Resto al freddo!!” è il nuovo sfoggio di virtù tra coloro che accedono solo a informazioni approvate dagli Stati Uniti ovvero al tipo di script compatibile con un quadro di riferimento che esclude la complessità. In questo universo fittizio e parallelo, una sorta di metaverso sicuro, rassicurante e compensatorio che si è liberato dall’entropia della realtà dove l’Occidente occupa sempre il livello morale più elevato.

In generale, la copertura mediatica internazionale della guerra in Ucraina non è stata solo immaginaria ma anche completamente allineata con le narrazioni fornite dalle unità di propaganda ucraine che sono state istituite e finanziate da USAID, NED, Open Society, Pierre Omidyar Network ed European Endowment for Democracy .

Le campagne di disinformazione ucraine influenzano il giudizio sia del pubblico sia degli stessi legislatori occidentali (ci si riferisce ai legislatori dei paesi vassalli degli USA, NdT). L’8 marzo, quando il presidente ucraino Zelensky si è rivolto a distanza alla Camera dei Comuni britannica, molti membri del parlamento non avevano neanche gli auricolari per ascoltare la traduzione simultanea del suo discorso. Non importava. A loro è piaciuto lo spettacolo e hanno applaudito con entusiasmo. Nelle loro menti inscatolate, Zelensky era già stato inquadrato come “il nostro bravo ragazzo a Kiev”, e qualsiasi sceneggiatura, anche incomprensibile, sarebbe andata bene. Il 1° marzo i diplomatici dei paesi occidentali e dei loro alleati si sono ritirati durante un discorso  – in collegamento video –  del ministro degli Esteri russo Lavrov alla Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo a Ginevra. I cervelli in scatola sono cognitivamente incapaci di impegnarsi in discussioni con coloro che hanno punti di vista diversi, rendendo impossibile la diplomazia. Ecco perché al posto delle abilità diplomatiche vediamo gesti teatrali e acrobazie mediatiche, abiti vuoti che forniscono linee di sceneggiatura che hanno il fine di proiettare superiorità morale.

L’Occidente ha trovato rifugio in questo mondo fittizio generato dai media perché non può più risolvere i suoi problemi sistemici: invece di sviluppo e progresso vediamo regressione economica, sociale, intellettuale e politica, ansia, frustrazione, manie di grandezza e irrazionalità. L’Occidente è diventato completamente autoreferenziale.

Progetti ideologici, distopici e di ingegneria sociale come il Transumanesimo e il Grande Reset sono le uniche soluzioni che le élite occidentali possono offrire per affrontare l’inevitabile implosione di un sistema che hanno contribuito a far naufragare.

Queste “soluzioni” richiedono la soppressione del pluralismo la limitazione della libertà di informazione e di espressione, l’uso diffuso della violenza per intimidire i pensatori critici, la disinformazione e la manipolazione emotiva; in breve, la distruzione delle basi stesse della democrazia moderna, del discorso pubblico, dibattito razionale e partecipazione informata ai processi decisionali. La ciliegina sulla torta è che è cinicamente confezionato e commercializzato come una “vittoria della democrazia contro l’autoritarismo”. Per proiettare la democrazia prima dovevano ucciderla e poi sostituirla con la sua simulazione.

Ma uno spazio globale di comunicazione e informazione che non rispetta il principio del pluralismo e del rispetto reciproco produce inevitabilmente i propri becchini. Vediamo già come questo spazio globale si stia frammentando in spazi informativi fortemente difesi lungo le linee delle sfere di influenza geopolitiche. Il progetto di globalizzazione guidato dagli Stati Uniti si sta disfacendo e ciò è dovuto principalmente alla sua eccessiva ambizione.

Gli Stati Uniti potrebbero vincere la guerra dell’informazione in Occidente, ma qualsiasi vittoria nell’universo parallelo creato dai media potrebbe facilmente trasformarsi in una vittoria di Pirro quando la realtà si riaffermerà.

La storia recente ci dice che narrazioni accuratamente elaborate, disinformazione e demonizzazione dell’avversario radicalizzano e polarizzano l’opinione pubblica, ma la vittoria sul campo di battaglia dell’informazione non si traduce necessariamente in una vittoria militare o politica, come abbiamo visto in Siria e in Afghanistan.

Mentre l’Occidente collettivo si compiace del suo successo dopo l’opzione nucleare di bandire tutti i media russi dall’infosfera globale che controlla, è troppo accecato dall’arroganza per notare le inevitabili ricadute della sua mossa. Il controllo totale sulla narrazione ottienuta attraverso misure autoritarie e la repressione delle voci dissenzienti, cioè attraverso un capovolgimento di quella democrazia inclusiva dai valori universalisti che l’Occidente ipocritamente pretende di difendere e che proietta attivamente nel Sud del mondo. Nel confronto ideologico con i paesi che definisce “autoritari” l’Occidente sta perdendo il vantaggio che pretendeva di possedere.

L’ordine mondiale unipolare guidato dagli Stati Uniti sta volgendo al termine e l’Occidente sta rapidamente perdendo la sua influenza. La Russia sta prestando attenzione e in futuro potrebbe invece investire più energia nel raggiungere un pubblico non occidentale, ovvero persone che non sono così indottrinate e insensibili alla verità, ai fatti e alla ragione come le loro controparti occidentali.

Mentre all’inizio della rivoluzione dell’informazione la Cina ha adottato misure per proteggere la propria sovranità digitale, per molte ragioni la Russia ha impiegato più tempo a riconoscere il pericolo rappresentato da un sistema di comunicazione e informazione che, nonostante le iniziali pretese di essere un campo di gioco aperto e uniforme, era in realtà truccato a favore di chi lo controllava. L’iniziativa della Russia in Ucraina non è solo una risposta agli attacchi alla popolazione del Donbass e un modo per prevenire l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Il suo obiettivo dichiarato di denazificare l’Ucraina è una risposta difensiva alle intense operazioni di guerra cognitiva che gli Stati Uniti hanno condotto sia all’interno della Russia che nei paesi vicini. L’espansione verso est della NATO non è stata semplicemente un’espansione militare, ma ha portato anche all’occupazione dello spazio psico-culturale, informativo e politico.

Dopo aver perso la battaglia strategica nella guerra cognitiva, aver così assistito alla normalizzazione della russofobia neonazista e aver realizzato che le forze ostili, sia interne che straniere, si sono radicate in Ucraina, la Russia si sente ancora più obbligata a vincere la guerra, come ha spiegato Andrei Ilnitsky in un’intervista a Zvesda.(4)

Ilnitsky ha riconosciuto che “Il pericolo principale della guerra cognitiva è che le sue conseguenze sono irreversibili e possono manifestarsi attraverso le generazioni. Le persone che parlano la nostra stessa lingua, improvvisamente sono diventate nostre nemiche“. L’erezione di monumenti a Stepan Bandera mentre quelli dei soldati sovietici venivano distrutti, non è stata solo un’intollerabile provocazione per la Russia – un paese che ha perso 26,6 milioni di persone che combattevano il nazismo nella seconda guerra mondiale – è stata anche un’espressione tangibile del tipo di cancellazione e riscrittura della storia che non si limita peraltro alla sola Ucraina.

L’attuale conflitto in Ucraina mostra che ripristinare il senso della realtà richiede un tributo pesante e sanguinoso. Purtroppo in materia di sicurezza nazionale decisioni dolorose non possono essere rinviate all’infinito.

NOTE:

  1. http://armedforcesjournal.com/clausewitz-and-world-war-iv/
  2. JP 3–0, Joint Operations, 17 January 2017, Incorporating Change 1, 22 October 2018 (jcs.mil)
  3. Ukraine’s Propaganda War: International PR Firms, DC Lobbyists and CIA Cutouts (mintpressnews.com)
  4. ?????? ?????????: «?????????? ????? ?? ??????? ??????» (zvezdaweekly.ru)

FONTE Traduzione: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_russia_sta_perdendo_la_guerra_dellinformazione/39602_45832/

FONTE ORIGINALE: https://laura-ruggeri.medium.com/is-russia-losing-the-information-war-79016e0ee32e


IS RUSSIA LOSING THE INFORMATION WAR?

On March 10 when CIA director Bill Burns addressed the US Senate and declared “Russia is losing the information war over Ukraine”, he repeated a claim that had already been amplified by Anglo-American media since the start of Russia’s military operations in Ukraine. Though his statement is factually true, it doesn’t tell us why and mainly reflects the West’s perspective. As usual the reality is a lot more complicated.

The US information warfare capability is unparalleled: when it comes to manipulating perceptions, producing an alternate reality and weaponizing minds, the US has no rivals. The US coercive deployment of non-military instruments of power to bolster its hegemony, and attack any state that challenges it, is also undeniable. And that’s precisely why Russia was left with no other option than the military one to defend its interests and national security.

Hybrid warfare, and information warfare as an integral part of it, evolved into standard US and NATO doctrine, but it hasn’t made military force redundant, as proxy wars demonstrate. With more limited hybrid warfare capabilities, Russia has to rely on its army to influence the outcome of a confrontation with the West that Moscow regards as an existential one. And when your existence as a nation is at risk, winning or losing the information war in the Western metaverse becomes rather irrelevant. Winning it at home and ensuring that your partners and allies understand your position and the rationale behind your actions inevitably takes precedence.

Russia’s approach to the Ukraine question is remarkably different from the West’s. As far as Russia is concerned Ukraine is not a pawn on the chessboard but rather a member of the family with whom communication has become impossible due to protracted foreign interference and influence operations. According to Andrei Ilnitsky, an advisor to the Russian Ministry of Defence, Ukraine is the territory where the Russian world lost one of the strategic battles in the cognitive war. Having lost the battle, Russia feels all the more obliged to win the war — a war to undo the damage to a country that historically has always been part of the Russian world and to prevent the same damage at home. It is rather telling that what US-NATO call an “information war” is referred to as “mental’naya voina”, that is cognitive war, by this prominent Russian strategist. Being mainly on the receiving end of information/influence operations, Russia has been studying their deleterious effects.

While it is too early to predict the trajectory of the Russia-Ukraine conflict and its political outcomes, one of the main takeaways is that the US employment of all instruments of hybrid warfare to instigate and fuel this conflict, left Russia no alternative than the recourse to military power to solve it. You can’t win the battle for hearts and minds when your opponent controls them. You first need to restore the conditions that will make it possible to reach them and even then it will take years to heal wounds, undo the psychological conditioning.

Though disinformation and deception have always been a part of warfare, and information has long been used to support combat operations, within the framework of hybrid warfare information plays a central role, so much so that in the West combat is seen as taking place primarily through it and vast resources are assigned to influence operations both online and offline. In 2006 retired US Maj. General Robert H. Scales explained a new combat philosophy that would later be enshrined in NATO’s doctrine: “Victory will be defined more in terms of capturing the psycho-cultural rather than the geographical high ground.”(1)

In the US-NATO lexicon, information and influence are interchangeable words. “Information comprises and aggregates numerous social, cultural, cognitive, technical, and physical attributes that act upon and impact knowledge, understanding, beliefs, world views, and, ultimately, actions of an individual, group, system, community, or organization.”(2)

The US information war arsenal is unmatched because it controls the Internet and its main gatekeepers of content such as Google, Facebook, YouTube, Twitter, Wikipedia… It means the US can exercise control over the noosphere, that “globe-spanning realm of the mind” that RAND in 1999 was already presenting as integral to the American information strategy. For this reason no government can ignore the profound impact of the Internet on public opinion, statecraft and national sovereignty. Because neither Russia nor China can beat the US in a game where it holds all the cards, the smart thing to do is to leave the gaming table, which is exactly what both powers are doing, each drawing on its specific strengths.

The “information war over Ukraine” didn’t start in response to Russia’s military operations in 2022. It was initially unleashed in Ukraine. Since 1991 the US spent billions of dollars, and the EU tens of millions, to tear this country apart from Russia, not to mention the money spent by Soros’ Open Society. No price was deemed too high due to the importance of Ukraine on the geopolitical chessboard. US influence operations led to two colour revolutions, the Orange Revolution (2004–05) and EuroMaidan (2013–14). After the 2014 bloody coup, with the removal of any counterweight, US-NATO influence turned into full control and violent repression of dissent: those who had opposed Maidan lived in fear — the Odessa massacre being a constant reminder of the fate that would befall anyone who dared to resist the new regime.

The promotion of Neo-Nazi tendencies intensified, together with the cult of Nazi collaborationist Stepan Bandera; members of terrorist organizations such as the Azov Battalion and other ultranationalist groups joined government and the Ukranian National Guard, the past was erased and history re-written, Soviet monuments were destroyed, Russian-speakers faced daily threats and discrimination, pro-Russian parties and information outlets were banned, Russophobia was inculcated in children starting from kindergarten. In 2020 alone ultranationalist projects, such as the “Young Banderite Course”, “Banderstadt Festival of Ukrainian Spirit”, etc. received almost half of all the funds allocated by the Ukrainian government for children’s and youth organisations.

Ukrainians who lived in the separatist People’s Republics of Donetsk and Lugansk and couldn’t be targeted by influence operations were targeted by rockets, bombs and bullets: the former compatriots had been recast as enemies almost overnight.

While all quality of life indicators revealed a marked decline, large segments of the population lived in a permanent state of cognitive dissonance: they were told that discriminating LGBT is wrong but discriminating Russian speakers is right, remembering Soviet soldiers who had fought Nazism in WW2 and liberated Auschwitz is wrong, remembering the Holocaust is right. Because cognitive dissonance is an uncomfortable feeling, people resorted to denial and self-deception, embraced whatever opinion was dominant in their social environment to seek relief.

Since the mindset of an entire population cannot be changed overnight, even with an army of cognitive behaviour specialists, the groundwork was laid in stages. The Orange Revolution helped foster Ukrainian national identity but precisely because it leveraged on existing cultural and linguistic differences it ended up being the most regionally divided of all colour revolutions: western Ukrainians dominated the protests and eastern Ukrainians largely opposed them. The Orange Revolution had a profound effect on the way Ukrainians perceived themselves and their national identity but it didn’t succeed in severing the political, cultural, social, and economic ties between Ukraine and Russia. Most people on both sides of the border continued to regard the two countries as inextricably intertwined.

A second revolution, Euromaidan, would finish the job started in 2004. This time the narrative had a wider appeal: its proponents identified corruption and lack of economic prospects as the main grievances of the population, indicated Ukraine’s leadership and its ties to Russia as the main cause of the country’s troubles and proposed integration into the EU as a cure-all solution.

Turning Russia into a scapegoat for all societal and economic problems, fuelling an anti-Russian sentiment was exactly what a myriad of US and US-funded players had been doing since the fall of the Soviet Union. Ukraine, like the rest of post-Soviet countries, was teeming with media outlets, NGOs, educators, diaspora groups, political activists, business and community leaders whose status was artificially inflated by their access to foreign resources and international networks.

These “vectors of influence” introduced themselves as purveyors of “global standards and best practices”, “democratic rules”, “participatory development and accountability”, used marketing buzzwords for their work of demolition of existing practices, frames of reference and their sostitution with new ones, often of inferior quality. Under the guise of fighting corruption, offering a path to modernization and development these players became entrenched in Ukraine’s civil society, shaped its collective consciousness and demonized both Russia, local politicians and public figures who advocated closer relations with Moscow.

The work of these agents of influence was instrumental in demolishing worldviews, beliefs, values and perceptions that dated back to Soviet times, thus altering the population’s self-understanding. It ensured that younger generations would be ignorant about their country’s history and embrace a new fictional identity.

But colour revolutions require both brain and brawn to topple governments and defend the power of the new ruling class. The brute force that was necessary to intimidate and attack those who were impervious to influence operations could only be provided by fringe elements in society who had been seduced by the ultra-nationalist rhetoric.

These violent fringe groups were organized and empowered to exercise greater influence in Ukraine and thus attract more followers. A romanticized, imaginary identity was radicalized by absurd claims that Ukrainians and Russians cannot be called brotherly nations because Ukrainians are “pure-blood Slavs”, while Russians are “mixed-blood barbarians”. Nothing was beyond the pale: sleek re-enactments of Nazi propaganda tropes like torchlight parades that looked impressive on social media, speeches that echoed Hitler’s, xenophobic and anti-Semitic rhetoric, the cult of Bandera and those who fought with the Nazis against the Soviet Army.

While foreign groups sharing the same ideological tool box were labelled extremist and terrorist organizations just across the border, in Ukraine they received advice, financial and military support by the US military and the CIA. At the same time the CIA presentable spin-off, NED, was giving out funds, grants, scholarships and media awards to their globalist, politically-correct, “freedom, democracy and human rights” country fellows. The latter cohort would whitewash the crimes of the former. After all, if members of Al-Qaeda donning white helmets in Syria became the darlings of Western media and even won an Oscar, Neo-Nazis could be marketed as defenders of democracy just as easily.

Ukraine’s population was subjected to the sort of psychological operations that would make it want more of a medicine that not only didn’t cure the disease but could kill the patient. In order to turn the country into a beachhead from which to launch hostile operations aimed at weakening Russia and creating a rift between Moscow and Europe, Russophobia had to become a sort of state religion, anyone who didn’t practise it was to be marginalized and eventually excluded from public discourse. The pressure to conform was so strong that it impaired judgement.

The discursive construction of an enemy required the constant demonization of Russia (Mordor), Russians (uncivilized Eurasian barbarians) and Donbass separatists (savages, subhumans).

When neo-Nazi narratives and Russophobia are normalized and allowed to shape both policies and dominant discourse, when people are “weaned” from critical thinking, from their own history, and wage an 8-year long war against their fellow countrymen, that’s a sign people’s minds have been weaponized.

Public consciousness was actively manipulated both at the level of meaning and at the level of emotions. Selective perception and consolatory fantasies were some of the psychological mechanisms ensuring that the population would manage the stress of living in a state of cognitive dissonance where facts and fiction could no longer be separated. By offering cheap passage through a complex world, these narratives provided emotional certainty at the cost of rational understanding.

The emotionally satisfying decision to believe, to have faith, inoculated individuals against counter-arguments and inconvenient facts. The election of an actor on the basis of his convincing performance as a president in a TV series titled “Servant of the People” confirmed the successful substitution of politics with its spectacular simulation: it wasn’t simply the blurring of illusion and reality, but the authentication of illusion as more real than the real itself. The majority of Ukrainians voted for a brand new party that was named after the TV fiction and was the brainchild of the same people. A party that even used billboards advertising the series for Zelensky’s election campaign.

With the global streaming of the TV series by Netflix and its broadcasting by more than a dozen TV channels in Europe we see the marketing of Zelensky to foreign audiences as an image-object whose immediate reality is its symbolic function in a semiotic system of abstract signifiers that take on a life of their own and generate a parallel, virtual reality. This virtual reality in turn generates its own discourse.

For instance, to foreign audiences the 8-year long war in Donbass that caused 14,000 deaths is less real than images extrapolated from a videogame and passed off as “the bombing of Kiev.” That’s because the war in Donbass has been largely ignored by international media.

Images of atrocities, whether taken from other contexts or fabricated, have become free-floating signifiers that can be repurposed according to the needs of propagandists, while real atrocities must be hidden from view. After all it doesn’t matter whether the narrative is true or false, as long as it is convincing.

In post-Maidan Ukraine one could see an anticipation of the fate that awaited the rest of Europe, almost as if Ukraine had been not only a laboratory for colour revolutions, but also a testing ground for the kind of cognitive warfare operations that are leading to the rapid destruction of whatever vestige of civility, logic and rationality is left in the West.

Cognitive warfare integrates cyber, information, education, psychological, and social engineering capabilities to achieve its ends. Social media play a central role as a force multiplier and are a powerful tool for exploiting emotions and reinforcing cognitive biases. Unprecedented information volume and velocity overwhelms individual cognitive capabilities and encourages “thinking fast” (reflexively and emotionally) as opposed to “thinking slow” (rationally and judiciously). Social media also induce social proofing, wherein the individual mimics and affirms others’ actions and beliefs to fit in, thus creating echo chambers of conformism and groupthink. Shaping perceptions is all that matters; critical opinions, inconvenient truths, facts that contradict the dominant narrative can be cancelled with a click, or by tweaking the algorithm. NATO uses machine learning and pattern recognition to quickly identify the locations in which social media posts, messages, and news articles originate, the topics under discussion, sentiment and linguistic identifiers, pacing of releases, links between social media accounts etc.

Such system allows real-time monitoring and provides alerts to NATO and its social media partners, who invariably comply with its requests to remove or ‘shadow ban’ content and accounts deemed problematic.

A polarized, cognitively disoriented population is a ripe target for a type of emotional manipulation known as thought-scripting and mind-boxing. A person’s thinking comes to congeal around increasingly set scripts. And if the script is arguable, it is unlikely to be changed through argument. The well-boxed brain is impervious to information that doesn’t conform to the script and defenceless against powerful falsehoods or simplifications that it has been primed to believe. The more boxed a mind, the more polarized the political environment and public dialogue. This cognitive damage makes all efforts to promote balance and compromise unattractive, in the worst cases even impossible. The totalitarian turn of Western liberal regimes and the insular mentality of Western political elites seem to confirm this sad state of affairs.

With the ban on Russian information outlets, the exclusion and bullying of anyone who seeks to explain Russia’s position, the equivalent of ethnic cleansing of public discourse has been achieved and its cheerleaders have a mad grin on their face that doesn’t bode well.

Examples of irrational mob frenzy are too many to list, those who have fallen victims to this pseudo-religious fervour demand that Russia and Russians be cancelled. For that matter you don’t even need to be human or alive to become a target of mass hysteria: Russian cats and dogs have been banned from competitions, Russian classics banned from universities, Russian products taken off the shelves.

The relentless manipulation of people’s emotions has unleashed a dangerous whirlwind of mass insanity. As in Ukraine, so in Europe citizens are supporting decisions and calling for measures against their own interests, prosperity and future. “I’ll freeze for Ukraine!” is the new epitome of virtue-signalling among those who access only US- approved information, the kind of script compatible with a frame of reference that excludes complexity. In this fictional, parallel universe, a sort of safe, reassuring, compensatory metaverse that has broken free from the messiness of reality, the West always occupies the moral high-ground.

By and large international media coverage of the war in Ukraine has been not only fictional but also completely aligned with narratives provided by Ukrainian propaganda units that were set up and funded by USAID, NED, Open Society, Pierre Omidyar Network, the European Endowment for Democracy et al.

Dan Cohen in an article published by Mint Press News described in detail how the system of Ukrainian strategic information works.(3) Ukraine, with the help of foreign consultants and key media partners, built an effective network of PR-media agencies that actively churn out and promote fake news. In NATO countries whoever dares to question the correctness of this information is accused of being a “Putin’s agent”, attacked and excluded from public debate. The information space is so heavily guarded that it resembles an echo-chamber.

Ukrainian disinformation campaigns affect the judgment of both Western audiences and lawmakers. On March 8 when Ukrainian President Zelensky addressed the British House of Commons remotely, many members of parliament had no earphones to listen to the simultaneous translation of his speech. It didn’t matter. They liked the show and applauded enthusiastically. In their boxed-minds Zelensky had already been framed as “our good guy in Kiev”, and any script, even an incomprehensible one, would do. On March 1 diplomats from Western countries and their allies walked out during a video link address by Russia’s Foreign Minister Lavrov at the UN Conference on Disarmament in Geneva. Boxed-brains are cognitively incapable to engage in discussions with those who hold different views, making diplomacy impossible. That’s why in lieu of diplomatic skills we see theatrics and media stunts, empty suits who deliver script lines and project moral superiority.

The West has found refuge in this media-generated make-believe world because it can no longer solve its systemic problems: instead of development and progress we see economic, social, intellectual and political regression, anxiety, frustration, delusions of grandeur and irrationality. The West has become completely self-referential.

Dystopian ideological and social-engineering projects such as Trans-humanism and the Great Reset are the only solutions Western elites can offer to address the inevitable implosion of a system they contributed to wreck.

These “solutions” require the suppression of pluralism, the curtailing of freedom of information and expression, the widespread use of violence to intimidate critical thinkers, disinformation and emotional manipulation, in short, the destruction of the very foundations of modern democracy, public discourse, rational debate and informed participation in decision-making processes. The cherry on top is that it is cynically packaged and marketed as a “victory of democracy against authoritarianism.” To project democracy first they had to kill it and then replace it with its simulation.

But a global communication and information space that doesn’t respect the principle of pluralism and mutual respect inevitably produces its own gravediggers. We already see how this global space is fragmenting into heavily defended information spaces along the lines of geopolitical spheres of influence. The US-led globalization project is unravelling and that’s mainly due to its overambition.

The US might be winning the information war in the West but any victory in the parallel universe created by the media could easily turn into a Pyrrhic one when reality reasserts itself.

Recent history tells us that carefully crafted narratives, disinformation and demonization of the opponent radicalize and polarize public opinion, but victory in the information battlefield doesn’t necessarily translate into military or political victory, as we have seen in Syria and Afghanistan.

While the collective West revels in its success after the nuclear option of banning all Russian media from the global infosphere it controls, it’s too blinded by hubris to even notice the inevitable fallout. Total control over the narrative is achieved through authoritarian measures and the repression of dissenting voices, that is a reversal of those inclusive democracy and universalist values that the West hypocritically claims to defend and is actively projecting in the Global South. In the ideological confrontation with countries it defines “authoritarian” the West is losing the edge it claimed to possess.

The unipolar, US-led world order is coming to an end and the West is fast losing its influence. Russia is paying attention and in the future it might invest more energy in reaching non-Western audiences instead, that is people who aren’t as indoctrinated and impervious to truth, facts and reason as their Western counterparts.

While at the beginning of the information revolution China took measures to protect its digital sovereignty, for many reasons it took Russia longer to recognize the danger posed by a communication and information system that despite initial claims of being an open, level playing field, was actually rigged in favour of those who controlled it.

Russia’s initiative in Ukraine is not only a response to attacks on the population of Donbass and a way to forestall Ukraine’s accession to NATO. Its avowed goal to denazify Ukraine is a defensive response to the intense cognitive war operations that the US has been conducting both inside Russia and in neighbouring countries. NATO’s eastward expansion wasn’t simply a military expansion, it led to the occupation of the psycho-cultural, information and political space as well.

After losing a strategic battle in the cognitive war, watching the normalization of Neo-Nazi Russophobia and realizing that hostile forces, both domestic and foreign, have become entrenched in Ukraine, Russia feels all the more obliged to win the war, as Andrei Ilnitsky explained in an interview to Zvesda.(4)

Ilnitsky recognized that “The main danger of cognitive warfare is that its consequences are irreversible and can manifest themselves through generations. People who speak the same language as us, suddenly became our enemies.” The erection of monuments to Stepan Bandera while those of Soviet soldiers were being destroyed, was not only an intolerable provocation for Russia — a country that lost 26.6 million people fighting Nazism in WW2 — it was also a tangible expression of the kind of erasure and rewriting of history that is not limited to Ukraine.

The current conflict in Ukraine shows that restoring a sense of reality exacts a heavy and bloody toll. Unfortunately in matters of national security painful decisions cannot be postponed indefinitely.

1. http://armedforcesjournal.com/clausewitz-and-world-war-iv/

2. JP 3–0, Joint Operations, 17 January 2017, Incorporating Change 1, 22 October 2018 (jcs.mil)

3. Ukraine’s Propaganda War: International PR Firms, DC Lobbyists and CIA Cutouts (mintpressnews.com)

4. Андрей Ильницкий: «Ментальная война за будущее России» (zvezdaweekly.ru)

Le contromisure russe e l’Occidente.

di Tonino D’Orazio

La Russia stila l’elenco dei paesi ostili. C’è anche l’Italia. Oltre che l’Ucraina, gli Usa, i paesi Ue, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’Australia, Taiwan, e Singapore. Anche la Svizzera che ha interrotto la sua proverbiale neutralità. Nella lista figurano anche piccoli paesi, Andorra, Islanda, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Micronesia. (Sono tutti paradisi fiscali).

Decreto: la Stato, le imprese e i cittadini russi che abbiano debiti verso creditori stranieri appartenenti a questa lista potranno pagare in rubli. Il principio è il seguente: per pagare i prestiti ottenuti da un paese sanzionatorio che superano i 10 milioni di rubli al mese, le società russe non hanno bisogno di effettuare un trasferimento. Chiedono a una banca russa di aprire un conto di corrispondenza in rubli a nome del creditore. Quindi la società trasferisce rubli su questo conto al tasso di cambio corrente e tutto ciò è perfettamente legale. L’equivalente in rubli sarà depositato da qualche parte, nelle banche russe, ma le banche occidentali, allo stato attuale, non possono accedervi. I bond emessi dallo stato russo potrebbero perdere valore, anche se il rublo è stato agganciato al valore dell’oro, superando “il Bretton Woods” americano del 1971 che indicava il dollaro come unica moneta internazionale non convertibile.

Tuttavia, non si possono escludere altre contromisure. Oltre alla completa de-dollarizzazione la Russia potrebbe vietare l’esportazione di titanio, terre rare, combustibili nucleari e, già in vigore, motori a razzo. Alcune delle misure altamente tossiche includono il sequestro di tutti i beni esteri di nazioni ostili, il congelamento di tutti i rimborsi dei prestiti alle banche occidentali e il deposito di fondi in un conto congelato presso una banca russa, il divieto totale di tutti i media stranieri ostili, la loro proprietà, ONG di facciata, oltre a fornire alle nazioni amiche armi avanzate, condivisione di informazioni e addestramento ed esercitazioni congiunte.

Blocco del sistema Swift? Quel che è certo è che una nuova architettura dei sistemi di pagamento che già unisce SPFS russo e CHIPS cinese, potrebbe presto essere offerta a decine di nazioni eurasiatiche e del Sud, molte delle quali già sanzionate, come Iran, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Siria, Iraq, Libano e RPDC. Lentamente ma inesorabilmente, siamo già sulla strada per l’emergere di un grande blocco nel Sud del mondo che è immune alla guerra finanziaria degli Stati Uniti. I BRICS, RIC – Russia, India e Cina – stanno già aumentando il commercio nelle proprie valute. Se guardiamo all’elenco delle nazioni che all’ONU non hanno votato contro la Russia o si sono astenute dal condannare l’Operazione Z in Ucraina, più quelle che non hanno sanzionato la Russia, abbiamo almeno il 70% dell’intero Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, è l’Occidente – più le satrapie coloniali come il Giappone e Singapore in Asia – contro il resto: Eurasia, Sud-est asiatico, Africa, America Latina. L’altro lato della nuova cortina di ferro.

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli di Stato russi con rating C, catalogandoli come  “spazzatura”. Il declassamento è ovviamente dovuto alla guerra e al conseguente tentativo di isolamento economico del Paese. Il rating C indica una “insolvenza sovrana”(default) che si va ad aggiungere all’embargo contro il gas e il petrolio russo dichiarato da USA e UK. Veramente forse ce lo taglia Putin il gas e il petrolio, imbarcandoci in una nuova era di energia nucleare. In quanto al default politico, perché la Russia ha debito sovrano minimo e nessun bisogno del mercato dei capitali globali, chi deve temere sono i creditori e i risparmiatori privati. (Credit Ansa). l’Italia e l’Europa subiranno delle ripercussioni economiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, alimentare, di materie prime e il pagamento dei crediti in rubli. Un grande problema per i creditori internazionali perché non saprebbero, poi, cambiare quanto ricevuto in altra valuta. Il problema non tocca tanto l’emissione dei bond statali, quanto quelli societari, molto più diffusi, anche tra gli investimenti dei piccoli risparmiatori italiani.

i fatti sul campo alla fine porteranno intere economie occidentali al macello, con il caos delle merci che porterà a costi energetici e alimentari alle stelle. A rischio fino al 60% delle industrie manifatturiere tedesche e il 70% delle industrie manifatturiere italiane; potrebbero essere costrette a chiudere definitivamente, con conseguenze sociali catastrofiche. Il che fa dire che è una guerra degli Usa contro una potenza economica concorrente, la Ue. Non possiamo più comprare a Russia e Cina, ma solo agli Usa e rilanciare la loro economia per competere, fuori noi, con la potenza commerciale cinese.

Oppure gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si aspettavano un Froelicher Krieg (“guerra felice”) ? La Germania e altri paesi non hanno ancora iniziato a sentire il dolore della privazione di gas, minerali e cibo. Questo sarebbe il vero obiettivo: strappare l’Europa dal controllo degli Stati Uniti attraverso la NATO. Ciò necessita un movimento e un partito politico per un Nuovo Ordine Mondiale, come il movimento comunista di un secolo fa. Potremmo chiamarlo un nuovo Grande Risveglio o una rivolta contro il capitalismo becero. Purtroppo all’orizzonte momentaneamente ci sono solo destre nazionalistiche, sempre molto legate al – o prodotto del – capitalismo.

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden è ora assolutamente disperata: oggi (10 marzo), ha vietato tutte le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, che risulta essere il secondo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dietro al Canada e davanti al Messico. La grande “strategia di sostituzione” degli Stati Uniti per l’energia russa consiste nel chiedere petrolio all’Iran e al Venezuela. All’Iran al tavolo delle trattative a Vienna, sull’eventuale ripristino dell’accordo strappato da Trump, sulle centrali atomiche. Forse, senza ironia, un po’ gliene daranno. In Venezuela, sono arrivati con addirittura una delegazione governativa di livello. L’offerta Usa è quella di “alleviare” le sanzioni imposte a Caracas in cambio di petrolio. Il governo degli Stati Uniti ha passato anni, anche decenni, a bruciare tutti i ponti con il Venezuela e l’Iran. Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq e la Libia e hanno isolato il Venezuela e l’Iran nel tentativo di prendere il controllo dei mercati petroliferi mondiali, solo al fine di tentare miseramente di rilevare entrambi i paesi e poi fuggire schiacciati dalle forze economiche che avevano scatenato. Ciò dimostra, ancora una volta, che i “decisori” imperiali sono totalmente disperati. Caracas ha chiesto la rimozione di tutte le sanzioni contro il Venezuela e la restituzione di tutto l’oro confiscato. Aspettano risposta.

L’Europa importa circa 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 200 miliardi provengono dalla Russia. È impossibile per l’Europa trovare 200 miliardi di metri cubi altrove per sostituire la Russia, che sia in Algeria, Qatar o Turkmenistan. Per non parlare della mancanza dei necessari terminali GNL. L’Europa si ritroverà con una produzione ridotta di gas per la sua industria in declino, la perdita di posti di lavoro, la riduzione della qualità della vita, l’aumento della pressione sul sistema di sicurezza sociale e, ultimo ma non meno importante, la necessità di richiedere ulteriori prestiti, con carta straccia, agli Stati Uniti. (Nuovo Piano Marshall, Nuovo debito di guerra). Alcuni paesi tornano al carbone per il riscaldamento e l’energia, e quella atomica sicura (altro specchietto per merli) che si realizzerà fra minimo 10 anni. I Verdi e Cop26 diventano semplicemente lividi. Mi dispiace moltissimo, anche perché mi toccherà conviverci in questo mondo senza speranza.

Sostengo Putin? No, dico solo che la guerra è perdente per chi la fa, chi la subisce e peggio ancora per chi la sostiene con attacca brighe per conto terzi.

11 marzo 2022.

Sotto i cieli della guerra

Secondo Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo è quello che ha inteso fare Putin, cercando di tagliare con la spada il nodo dei conflitti politici e d’interesse che lo dividono dall’Ucraina. Però questo assioma si può rovesciare nel suo contrario: la politica può essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi.

di Domenico Gallo

Siamo arrivati al quindicesimo giorno di guerra e ancora non sappiamo se e quando arriverà il cessate il fuoco. Quello che è certo è che il linguaggio della guerra si fa sempre più duro e coinvolge l’opinione pubblica, i media e la cultura ancor più che i governi che da questa e dall’altra sponda dell’Atlantico reagiscono agli eventi. La reazione prevalente non è quella della condanna della Russia per aver sollevato l’ascia di guerra che la Carta dell’ONU voleva definitivamente sepolta, ma quella della partecipazione al conflitto, sia pure con mezzi diversi (per ora) dal ricorso alla violenza bellica.

I giornali e le TV hanno indossato l’elmetto e arruolano l’opinione pubblica in una guerra di parole contro il nemico, mentre i governi studiano sanzioni sempre più pesanti per affondare l’economia e isolare la Russia dal resto del mondo. In questa guerra delle parole si è schierata, purtroppo, anche la RAI, adeguandosi ad una direttiva venuta dalle principali agenzie occidentali, ed ha ritirato i propri corrispondenti ed inviati dalla Russia. Ricordiamo che durante la seconda guerra del Golfo (2003), le inviate della RAI, hanno trasmesso da Bagdad, sebbene il regime di Saddam Hussein non fosse paladino della libertà dell’informazione. Anzi se ci sono stati degli attacchi ai corrispondenti di guerra, questi sono venuti dagli americani, visto che un carro armato USA, l’8 aprile 2003 ha sparato contro l’hotel Palestine, quartier generale della stampa estera a Bagdad, uccidendo i cameraman Taras Protsyuk, ucraino della Reuters, e Jose Couso, spagnolo di Telecinco.

Il governo italiano, adeguandosi a decisioni prese altrove, ha (non solo simbolicamente) arruolato il nostro paese nella guerra, decidendo la fornitura di armi letali (il cui elenco è stato rigorosamente secretato) all’Ucraina. Abbiamo già osservato che l’invio di armi ad un paese in guerra è una violazione della neutralità. La costituzionalista Alessandra Algostino ha osservato: “L’invio di armi è una forma di partecipazione alla guerra e la esacerba: è contro il ripudio della guerra ed è contro l’idea di una comunità internazionale fondata sulla pace e sulla giustizia fra le Nazioni..” (il manifesto, 9 marzo). In effetti sia gli USA, sia i principali paesi dell’Unione Europea, fornendo le armi, stanno partecipando alla guerra contro la Russia, mostrandosi disponibili a combattere gli invasori fino all’ultimo uomo (ucraino). Il Presidente Zelensky, nei suoi continui collegamenti video con l’Occidente, l’ultimo con il Parlamento inglese, ricattandoci con le sofferenze del suo popolo ed esaltandone la volontà di resistenza sino all’estremo, cerca di coinvolgerci direttamente nello scontro armato chiedendo che la NATO istituisca una “no fly zone” sui cieli dell’Ucraina. Vale a dire che si impegni in una guerra aerea con l’aviazione della Russia. La via verso il disastro è aperta, se avessimo seguito i consigli di Zelensky la terza guerra mondiale sarebbe già scoppiata. Non è ancora successo, ma siamo ancora seduti sull’orlo dell’abisso.

Secondo Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo è quello che ha inteso fare Putin, cercando di tagliare con la spada il nodo dei conflitti politici e d’interesse che lo dividono dall’Ucraina. Però questo assioma si può rovesciare nel suo contrario: la politica può essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Nel suo articolato saggio pubblicato su Limes (la via verso il disastro) il generale Fabio Mini ci spiega con dovizia di particolari che la guerra non solo era prevedibile, ma era anche prevenibile. Non si è voluto fare niente per prevenirla, anzi fino all’ultimo non si è arretrato di un passo sul principio “non negoziabile” della libertà dell’Ucraina di scegliersi le alleanze che vuole, né si è fatto nulla per fermare le continue violazioni della tregua nel Donbass. Non dobbiamo stancarci di chiedere il cessate il fuoco, però è evidente che non si potrà mai ristabilire la pace se non si pone mano alla soluzione dei nodi politici che hanno innescato la guerra. Ci vuole una visione del futuro. Il 14 agosto del 1941, quando le armate naziste dilagavano dall’Atlantico agli Urali, il Presidente degli Stati Uniti, Roosvelt e il primo ministro inglese Churchill sentirono l’esigenza di tracciare un nuovo scenario prefigurando il mondo che sarebbe venuto fuori dopo la guerra. Per questo rilasciarono una dichiarazione comune, nota come Carta Atlantica, che preconizzava un nuovo ordine mondiale pacifico e divenne la base per la nascita dell’ONU.

Quale futuro ci prefigurano il riarmo della Germania e l’accanimento di USA e GB per l’irrogazione di sanzioni sempre più soffocanti nei confronti della Russia? In particolare continueranno le continue provocazioni allo scontro della Gran Bretagna, volte ad annullare il ruolo internazionale dell’Unione europea e a destabilizzare l’Euro?

Si uscirà dalla guerra con una nuova Conferenza di Helsinki che rilanci la cooperazione e la sicurezza comune in Europa o si proseguirà la guerra contro la Russia con altri mezzi, cercando di metterla in ginocchio con le sanzioni, come si fece con l’Irak, di sfiancarla con la corsa al riarmo e di rendere perpetua la nuova cortina di ferro?

Quale futuro dobbiamo aspettarci? Dipende anche da noi.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/03/sotto-i-cieli-della-guerra/

Domenico Gallo

Nato ad Avellino l’1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

Guerra in Ucraina, invio di armi e propaganda. Il Generale Fabio Mini intervistato da l’AntiDiplomatico

(da l’Antidiplomatico)

“Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti.” E’ il pensiero di Fabio Mini, generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. “E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui”, dichiara a l’AntiDiplomatico.

E’ stato scritto correttamente come le voci più sensate nel panorama della propaganda a senso unico siano quelle dei generali, di coloro che conoscono bene come pesare le parole in momenti come questi. Come l’AntiDiplomatico abbiamo avuto l’onore di poter intervistare uno dei più autorevoli. 

Fabio Mini all’epoca della guerra in Jugoslavia

L’INTERVISTA

Dal Golfo di Tonchino alle armi di distruzione di massa in Iraq- e tornando anche molto indietro nella storia – Generale nel suo libro “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?” Lei riesce brillantemente a ricostruire i falsi che hanno determinato il pretesto per lo scoppio di diverse guerre. Qual è l’ipocrisia e il falso che si cela dietro il conflitto in corso in Ucraina?

Il falso è che la guerra sia cominciata con l’invasione russa dell’Ucraina. Questo in realtà è un atto nemmeno finale di una guerra tra Russia e Ucraina cominciata nel 2014 con l’insurrezione delle provincie del Donbas poi dichiaratesi indipendenti. Da allora le forze ucraine hanno martoriato la popolazione russofona ai limiti del massacro e nessuno ha detto niente. Per quella popolazione in rivolta contro il regime ucraino non è stata neppure usata la parola guerra di liberazione o di autodeterminazione così care a certi osservatori internazionali. E’ bastato dire che la “Russia di Putin” voleva tornare all’impero zarista per liquidare la questione. L’ipocrisia è l’atteggiamento della propaganda occidentale pro-Ucraina che, prendendo atto che esiste una guerra, finge di non sapere chi e che cosa l’ha causata e si stupisce che qualcuno spari, qualcun altro muoia e molti siano costretti a fuggire. Ipocrisia ancor più grave della propaganda è il silenzio omertoso di coloro che tacciono sul fatto che dal 2014 Stati Uniti e Nato hanno riversato miliardi in aiuti quasi interamente destinati ad armare l’Ucraina e migliaia di professionisti della guerra per addestrare e arricchire i gruppi estremisti e neo- nazisti.

Nella stampa occidentale si tende a definire Putin come “un pazzo che ha scioccato il mondo con la sua iniziativa”. Eppure in un video del 1997 l’attuale presidente americano Biden dichiarava come l’allargamento ai paesi baltici (non all’Ucraina!) della Nato sarebbe stato in grado di generare una risposta militare della Russia. Non crede che dal 2014 l’Europa abbia sottovalutato la questione ucraina?

Non credo sia stata sottovalutata, ma è stata volutamente indirizzata verso la trasformazione graduale del paese in un avamposto contro la Russia, a prescindere dalla sua ammissione alla Nato. Di qui la pseudo rivoluzione arancione “ (2004), il sabotaggio interno ed esterno di ogni tentativo di stabilizzazione, l’alternanza di governi corrotti, la pseudo rivolta di Euromaidan, il colpo di stato contro il presidente Yanukovich (2014) fino alla elezione di Zelensky. Quest’ultimo è passato da un programma elettorale contro gli oligarchi, contro la corruzione politica e la promessa di “servire il popolo” ad una politica dichiaratamente provocatoria nei confronti della Russia. E questo era esattamente ciò che volevano gli Stati Uniti e quindi la Nato dal 1997.

Il tema dell’espansione Nato però è sempre stato tabù da noi…

L’espansione della Nato a est iniziata in quell’anno dopo una serie di prove di coinvolgere nella “cooperazione militare “i paesi dell’Europa orientale ( programma “Partnership for peace”) è stata una provocazione continua per 24 anni. Per oltre un decennio la Russia non ha potuto opporsi e la Nato, sollecitata in particolare da Gran Bretagna, Polonia e repubbliche baltiche ha pensato di poter chiudere il cerchio attorno ad essa “attivando” sia Georgia sia Ucraina. La Russia è intervenuta militarmente in Georgia e questo ha dato un segnale forte agli Usa e alla Nato, che non hanno voluto intervenire. Durante la crisi siriana del 2011 la Russia si è schierata con il governo di Bashar Assad e successivamente con la guerra all’Isis è intervenuta militarmente dando un contributo sostanziale alla sua neutralizzazione. Bashar Assad è ancora lì. Le operazioni russe in Siria ancorchè concordate e coordinate sul campo con la coalizione a guida americana, hanno disturbato i piani di chi voleva approfittare dell’Isis e delle bande collegate per destabilizzare l’intero medioriente.  Un altro segnale del mutato umore russo è stata l’annessione della Crimea subito dopo il colpo di stato contro Yanukovic sostenuto dagli Stati Uniti e in particolare dall’inviata del Dipartimento di Stato Victoria Nuland e dall’allora vice presidente Biden. Dal 2014 in poi l’Ucraina con il sostegno degli Stati Uniti e della Nato ha assunto una linea ancora più ostile nei confronti della Russia e iniziato ad integrare nelle forze armate e nella polizia  i gruppi neonazisti che si erano “distinti” negli scontri di Maidan. Gli stessi che ora organizzano la “resistenza ucraina” e coordinano i circa 16000 mercenari sparsi per il paese. Per tutto questo mi sento di dire che la Nato non ha trascurato l’Ucraina, anzi l’ha spinta con forza in un’avventura pericolosa per entrambi e soprattutto per noi europei.

In una recente apparizione in TV Lei ha detto di aver avuto modo di conoscere in prima persona i generali russi e ha definito quella russa “una guerra limitata per scopi limitati”. Quali sono gli obiettivi che i russi si sono posti sul territorio secondo lei?

In Kosovo avevo alle dipendenze anche il contingente russo di cui una parte garantiva sicurezza dell’aeroporto militare/civile di Pristina e un’altra schierata nel settore montano al confine con la Serbia. I rapporti con i generali russi erano quasi giornalieri e sempre molto corretti soprattutto nei miei confronti (in quanto italiano). Parlavamo di sicurezza collettiva e di futuro del Kosovo, una cosa alla quale nessuno nella Nato aveva pensato prima di andare in guerra. Parlavamo anche di operazioni militari e di dottrina. Vent’anni fa. La guerra limitata è una categoria prevista anche da Clausewitz e i russi sono sempre stati clausewitziani. All’inizio dell’invasione ho cominciato a vedere i segni non di una operazione speciale come l’ha definita Putin, ma di una serie di operazioni ad obiettivi limitati, unite dallo scopo strategico di impedire all’Ucraina di diventare il fulcro della minaccia militare alla Russia , ma tatticamente indipendenti. Le operazioni riguardavano la messa in sicurezza di territori del Donbass, la fascia costiera del mare d’Azov e del Mar Nero fino a Odessa e, se necessario, fino al confine con la Moldavia neutrale. L’avanzata su Kiev doveva essere l’operazione principalmente politica di pressione per i negoziati e l’eventuale instaurazione di un governo favorevole alla linea russa. Questa operazione non vincolata né al tempo né agli obiettivi: dipende dagli eventi. Se quelli diplomatici, politici e operativi evolvono in maniera soddisfacente l’operazione può essere interrotta. In caso contrario, dalla marcia d’afflusso le forze possono passare allo schieramento attorno alla città, e se ancora gli eventi sono negativi possono passare alla “preparazione” di fuoco poi al fuoco aereo e poi se e quando la città è allo stremo potrà iniziare la presa vera e propria della città. Questo tipo di operazioni con la tecnica del carciofo ha spiazzato tutti gli analisti della domenica che si aspettavano e forse cinicamente si auguravano di vedere la tempesta di fuoco alla quale ci hanno abituato gli americani in tutte le loro guerre. Ovviamente questa incredulità ha alimentato le speculazioni sull’effettiva potenza dell’apparato russo e sulla eroica resistenza ucraina che avrebbe arrestato  l’invasione. L’apparato che vediamo in televisione dice però una cosa diversa: l’operazione è ancora intenzionalmente alla prima fase, in attesa di eventi. In questa situazione i vantaggi vengono soltanto dall’efficacia e credibilità della pressione. Gli svantaggi riguardano sia le provocazioni esterne (da parte della Nato) sia il rafforzamento della resistenza interna che non muterebbe il risultato dell’operazione ma farebbe molti più danni.

Ritiene che le armi che l’Italia invierà e i mercenari che stanno influendo potranno incidere sulle sorti del conflitto? E se comunque possono essere causa di ulteriori rischi…

Credo proprio di no. Lo renderanno più sanguinoso e anche di livello operativo più elevato. In caso di squilibrio di forze tattiche , si tende a passare a quello strategico e allora potranno essere impiegate armi di livello strategico come bombardieri, missili e perfino armi nucleari tattiche: tutte cose che porterebbero ad uno scontro diretto fra Nato e Russia.

Ritiene che il pericolo che i jihadisti-mercenari possano affluire dalla Siria in Ucraina in gran numero? E che complicanze si creerebbero nel conflitto?  

I Jihadisti mercenari saranno pochi e potranno influire sul livello di barbarie, alzandolo. Di mercenari ce ne sono tanti e sono anche ben pagati. Quelli per l’Ucraina con i soldi nostri e quelli per la Russia con i soldi russi. L’afflusso di mercenari ha però un lato interessante: smonta completamente la tesi dei volontari combattenti per la patria. Inoltre, le compagnie di mercenari o contractors non si accontentano mai della semplice paga per i soldati ma pretendono sempre grandi cose dagli stati che li assoldano. Vogliono anche potere, assetti  nazionali importanti come miniere, industrie, infrastrutture sensibili. Non sono mai soddisfatti e sono caduti dei regni per mercenari insoddisfatti.

Sui negoziati in Bielorussia. La Francia e Germania sembrano orientate ad un approccio di maggior mediazione mentre il nostro paese, assente nel vertice franco-tedesco-cinese, sembra preferire una visione più oltranzista. Giudica le richieste della Russia una base di partenza valida per l’Europa e cosa si rischia prolungando l’attesa di un vero confronto?

Le richieste russe, come in qualsiasi negoziato sono la base di una discussione. Se non è soddisfacente, ciascuna parte deve finirla di dire cosa vuole e cominciare a pensare cosa può cedere. In genere il più forte è quello più disponibile a cedere perché ritiene di “concedere” e quindi mantiene il prestigio intatto. La parte più debole deve solo ridimensionare il livello di ambizione. In questo caso ogni minima riduzione dell’ambizione ucraina porterebbe una grande concessione: la salvezza del paese. Il nostro paese ha decretato unilateralmente, come se parlasse per tutti, la fine dei negoziati, fra l’altro con un atteggiamento bullistico. L’atteggiamento degli altri è molto meno arrogante. E questo li rende in sintonia. Ma anche nel bullismo non siamo fra i migliori. La Gran Bretagna e la Polonia ci battono.

Il governo polacco ha dichiarato di voler fornire i propri Mig alle forze ucraine, ma facendoli partire dalle basi tedesche. Gli Stati Uniti hanno poi frenato l’iniziativa polacca. Quanto è reale l’opzione di una No fly zone in Ucraina e quanto è probabile un futuro coinvolgimento militare della NATO?

La dichiarazione di No fly zone dei cieli dell’Ucraina sarebbe un modo per accelerare il disastro. Chi la sta chiedendo a gran voce vuole il disastro e dimostra la propria incapacità di controllare il proprio spazio aereo. Vuole un pretesto per trascinare in guerra tutta l’Europa. Non dobbiamo cedere a questa tentazione perversa, soprattutto nei momenti come questi quando un attacco aereo finisce per colpire un padiglione di ospedale e l’emozione soffoca la razionalità.

La narrativa occidentale cerca oggi di minimizzare (o censurare del tutto) la presenza di neo-nazisti nei battaglioni incorporati alle forze ucraine, nonostante decine di reportage (dalla Bbc al Time al Guardian) in passato avessero fatto luce sulla vicenda con toni giustamente inorriditi. Ritiene credibile Putin quando parla di denazificare l’Ucraina come uno degli obiettivi?

La denazificazione a cui si riferisce Putin non riguarda l’Ucraina, ma il suo apparato governativo in cui tali elementi si trovano anche in posizione di vertice. I reportage hanno tutti ragione e comunque non rendono l’esatto conto della presenza e dell’influenza di questi gruppi. Sono state proprio le forze di polizia e dell’intelligence ucraina ad opporsi all’inserimento di tali elementi nei loro ranghi. Hanno dovuto subire ma oggi la caccia al russo (o filorusso) potrà mutare in caccia al nazi e visti i numeri e la frenesia degli interessati non mi stupirei se domani l’Ucraina cadesse dalla padella della guerra contro la Russia nella brace di una guerra civile .

Cosa dovrebbe fare il governo italiano in questo contesto e più in generale l’Europa?

Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-guerra_in_ucraina_invio_di_armi_e_propaganda_lintervista_del_generale_fabio_mini_a_lantidiplomatico/5496_45535/

Guerra Ucraina: note sul punto di vista dell’altra metà del mondo.

di Alessandro Visalli

Con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astenuti è passata all’Onu una risoluzione che condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Hanno votato contro la Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, l’Eritrea e la Siria, voleva votare anche il Venezuela, ma gli è stato impedito con un cavillo. Gli astenuti, posizione molto difficile in questo contesto, sono la Cina, l’India, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, l’Algeria, l’Angola, l’Armenia, il Bangladesh, la Bolivia, il Burundi, la Repubblica Centro Africana, il Congo, El Salvador, il Kazakistan, il Kyrgystan, il Madagascar, il Mali, la Mongolia, il Mozambico, la Namibia, il Nicaragua, il Senegal, il Sud Africa, il Sud Sudan, il Tajikistan, l’Uganda, la Tanzania, il Vietnam, lo Zinbabwe. Quindi molti paesi asiatici, africani e sudamericani.

La risoluzione chiedeva la fine della guerra ed il ritiro delle forze di invasione.

Si sono espressi con un’astensione paesi che complessivamente comprendono oltre quattro miliardi di persone. Proviamo a vedere quali ragioni avevano.

Sulla stampa cinese. Maria Siow su South Csulina Morning Post[1] si chiede se il rifiuto della Cina e dell’India di condannare la Russia danneggerà la loro reputazione nell’Asean (che ha votato a favore della risoluzione dell’Onu con l’astensione, oltre che di Cina e India, solo di Vietnam e Laos). La posizione cinese è quindi descritta come ambivalente, dal ministero degli esteri che accusa gli Usa di aver provocato la guerra allo stesso Ministro che, tuttavia, si dichiara addolorato per il conflitto e le perdite civili.

Il China Daily[2] descrive, come tutte le altre testate, l’apertura della 13° sessione del NPC nella quale Xi ha proposto l’ampliamento del budget militare del 7,1% (la Cina spende ca 250 miliardi di dollari, gli Usa 780 e la Russia 61 miliardi, l’India 72, la Ue 378 miliardi). Quindi in un articolo di commento di Zhang Zhouxiang vengono descritte le posizioni propagandate dal New York Times[3]. Secondo le fonti di intelligence citate dal giornale americano la Cina avrebbe chiesto alla Russia di spostare la guerra a dopo le olimpiadi. Ne deriverebbe che conosceva i piani russi. Questa illazione viene respinta fermamente, ricordando come l’intelligence occidentale avesse dato pessima prova nella guerra irachena. L’intensificazione della crisi è, invece, interamente attribuita alla continua espansione della Nato verso Est e quindi le “politiche aggressive degli Stati Uniti”. Secondo il motto cinese per il quale “un nodo può essere sciolto solo dalla persona che lo ha fatto” è tempo quindi che gli Usa assumano la propria responsabilità.

Una linea che è ripresa da un durissimo articolo di Lui Ruo “Dove ancora l’America vuole portare il fuoco?” nel quotidiano Beijing Ribao[4], che è il quotidiano organo ufficiale del Partito Comunista di Pechino. lo spunto viene dalla visita di Mike Pompeo a Taiwan nella quale l’ex esponente dell’amministrazione Usa ha dichiarato che dovrebbe essere riconosciuta la regione cinese come stato autonomo. Inoltre viene ricordato il passaggio del cacciatorpediniere USS Johnson nello stretto. Ovviamente la cosa è inscritta nel quadro della ricerca dei democratici di acquisire consensi in vista delle elezioni di medio termine, ma anche della costante “intenzione di creare controversie e disastri” della potenza americana. Gli Stati Uniti sono, infatti, “il più grande esportatore di disastri”; dal 1945 al 2001 dei 248 conflitti armati in 153 regioni ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti, dalla fine della guerra fredda in 80 casi sono state condotte operazioni armate all’estero e più di 800.000 persone sono morte a causa di ciò (di queste 335.000 erano civili). Le guerre hanno causato 21 milioni di emigrati. Nell’articolo si continua dichiarando che gli iniziatori del conflitto tra Russia e Ucraina sono ancora gli Usa, a causa della persistente espansione verso Est della Nato, promossa dal complesso militare-industriale. Espansione che “ha minato l’architettura ed il pensiero della sicurezza europea”.

In Asia Times[5] David Goldman afferma invece che la strategia della Russia per distruggere l’esercito ucraino procede secondo i piani[6], avvolgendo l’esercito nemico in una serie di sacche (come fecero nella grande offensiva durante la seconda guerra mondiale). D’altra parte dalla stampa indiana si ricava che gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna “in grande scala” per reclutare piloti militari privati e da Francia e Germania, oltre che dal Regno Unito, la Danimarca, la Lettonia, Polonia e Croazia sono in arrivo mercenari o combattenti in Ucraina[7]. Il premier Modi sta coordinando in questo momento incontri di alto livello per assumere una posizione e sono in corso l’evacuazione dei cittadini indiani.

Nello stesso giornale l’astensione dell’India dal voto del Consiglio di Sicurezza è dichiarata “coerente con il fermo sostegno di Nuova Dehli al suo alleato di lunga data”[8]. Alleato dal quale l’India acquista il 60% delle proprie armi.

In “The Indian Express” un interessante articolo[9] sulle prospettive di accordo tra Russia e Ucraina cita l’opinione di Gustav Gressel dell’ECFR e di Marcel Röthig, Capo dell’ufficio della Fondazione Ebert a Kiev. Quest’ultimo sostiene che si potrebbe arrivare ad una Ucraina federale, con autonomia per il Donetrsk e Luhansk, o alla fine alla diretta cessione a Mosca delle tre aree (Crimea inclusa). Infine una neutralità garantita internazionalmente. Ma segnala correttamente che un compromesso troppo doloroso per l’Ucraina potrebbe portare ad un esito simile a quello che il Trattato di Versailles portò in Germania (ovvero essere la causa di radicalizzazione delle forze nazionaliste, e alla crescita di un nuovo focolare di nazismo in Europa).

Sulla stampa pakistana viene riportata[10] la risposta del governo alle minacce americane seguite al volto all’Onu. Il Pakistan ha dichiarato in risposta di “sostenere un cessate il fuoco e negoziati”, precisando che non ha aderito alla risoluzione per conservare uno spazio diplomatico tra le due parti. Del resto nella regione dell’Asia meridionale solo il Nepal ha votato a favore. L’articolo prosegue dichiarando che la nazione “vede la Cina come il suo più stretto alleato” e, come per il Bangladesh, la percezione della “forte posizione filo-russa della Cina” (come scrivono) ha influenzato la decisione. Per quanto riguarda l’India si tratterebbe (ma su questo anche la stampa cinese sembra concorde) piuttosto di una indecisione tra il vecchio alleato, la Russia, e il nuovo partner strategico (in chiave anticinese). Munir Akram, ambasciatore pakistano alle Nazioni Unite ha spiegato del resto l’astensione in quanto la mozione tralasciava alcuni punti chiave. Precisamente che la Russia era legittimamente preoccupata per l’espansione Nato ai suoi confini, ed era quindi “in un certo senso unilaterale”. Il Pakistan “vuole un approccio equilibrato e ritiene che questa controversia debba essere risolta attraverso negoziati”. Continuando ha confermato di condannare sempre le morti di civili, siano esse in Ucraina, nel Kashmir o in Afganistan, ma che “c’è molta propaganda e notizie false”.

Nell’articolo di fondo del 21 febbraio, “Costruisci vivamente una comunità futura con un futuro condiviso per l’umanità[11], non firmato e dunque posizione del Partito, viene richiamata la dichiarazione di Xi Jinping per la quale “La comunità con un futuro condiviso per l’umanità, come suggerisce il nome, è che il futuro e il destino di ogni nazione e paese sono strettamente legati. La grande famiglia armoniosa ha trasformato il desiderio di una vita migliore di persone provenienti da tutto il mondo nella realtà”. Ora, il concetto di “grande famiglia armoniosa” è uno dei concetti chiave della cultura cinese e dovremo tornarci brevemente. Nell’articolo viene declinato l’universalismo nella visione cinese, per il quale l’umanità ha un “destino condiviso”, cosa che implica che un mondo universalmente sicuro discende dalla condivisione della sicurezza di tutti, secondo lo slogan: “tu sei al sicuro, io sono al sicuro”. Xi Jinping ha sottolineato durante le conferenze dei giochi olimpici: “L’umanità è un tutto e la terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una “Simbiosi” che ha tre livelli: realizzazione di sé, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo.

Ciò significa anche che costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità è una pratica contemporanea di “comunità di persone libere”. Sapendo che i gruppi umani sono collegati e che l’associazione di uomini liberi rappresentata da Marx è un concetto concepito al di là dell’alienazione dell’uomo nell’era dell’economia industriale. 

La posizione cinese potrà divenire più chiara forse lunedì 7 marzo, quando, alle 15.00, nella Quinta Sessione del 13° Congresso Nazionale del Popolo (una delle più importanti assemblee consultive periodiche del complesso sistema di governo cinese) il Ministro degli Esteri Wang Yi discuterà con la stampa cinese ed estera della “Politica estera e delle relazioni della Cina”.

Intanto alcuni spunti possono essere desunti sia dal concetto cinese di Tianxia, sul quale torniamo alla fine, sia dalla lettura di due documenti recenti: una dichiarazione del Ministro Wang del 26 febbraio, e il protocollo firmato tra Russia e Cina in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Il Ministro Wang ha dichiarato[12] che la posizione si articola in cinque punti:

  • In primo luogo, la Cina sostiene fermamente il rispetto e la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti gli Stati, attenendosi con serietà agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La posizione della Cina è coerente, chiara e si applica anche alla questione dell’Ucraina.

Commento: il primo punto non arruola automaticamente la Cina nella guerra di invasione russa, che all’epoca aveva contorni ancora meno definiti, individuando come linea rossa l’integrità territoriale (cfr. Dombass? Taiwan, che, ricordo, è rivendicato dai cinesi come proprio territorio?). In altre parole, con le armi non si spostano i confini.

  • In secondo luogo, la Cina sostiene il concetto di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile. La Cina ritiene che la sicurezza di un Paese non possa venire a scapito di quella degli altri e che la sicurezza regionale non possa essere garantita rafforzando e persino espandendo i blocchi militari. Inoltre, le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di tutti gli Stati dovrebbero essere rispettate. Dopo le cinque occasioni consecutive di espansione verso est dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, le richieste legittime della Russia in merito alla sicurezza dovrebbero essere considerate seriamente e risolte in modo adeguato.

Commento: questo è un punto molto denso di teoria ed in linea con la tradizionale linea cinese, la sicurezza non è di uno, è un bene di tutti, quindi è ‘comune, globale, cooperativa e sostenibile’, ogni parola conta. Non è sicurezza quella della Nato che ritiene di essere sicura se sviluppa una soverchiante capacità di minaccia verso un vicino subalterno. Espandendo, appunto, senza limiti il proprio blocco militare. Senza rispettare le ‘ragionevoli preoccupazioni di sicurezza’ di tutti. Quindi cinque e successive espansioni della Nato verso Est determinano ‘legittime richieste di sicurezza’ da parte della Russia.

  • In terzo luogo, la Cina ha seguito l’evoluzione della questione ucraina e la situazione attuale è qualcosa che il Paese asiatico non vuole vedere. È assolutamente indispensabile che tutte le parti esercitino la necessaria moderazione per evitare che la situazione in Ucraina possa peggiorare o addirittura finire fuori controllo. La sicurezza delle vite e delle proprietà della gente comune dovrebbe essere efficacemente salvaguardata, e in particolare, devono essere evitate crisi umanitarie su larga scala.

Commento: la Cina, in quanto grande potenza emergente non ha alcun interesse a veder precipitare il mondo nella guerra indiscriminata (che non potrebbe evitare di coinvolgerla, arrestando il suo sviluppo) prima che il percorso di crescita si compia. A giungere ad un redde rationem prima che si compia sono, casomai, interessati altri (è sempre stata una delle linee difese da parte dell’establishment Usa, fino ad ora minoritaria). La paura che tutto finisca ‘fuori controllo’ (ovvero che tutto finisca) è depositata qui.

  • In quarto luogo, la parte cinese sostiene e incoraggia tutti gli sforzi diplomatici che portano alla soluzione pacifica della crisi ucraina e il Paese asiatico accoglie con favore i colloqui diretti e i negoziati tra la Russia e l’Ucraina, da svolgersi il più presto possibile. La questione ucraina si è evoluta in un complesso contesto storico. L’Ucraina dovrebbe essere un ponte di comunicazione tra l’Est e l’Ovest, invece di essere il fronte di scontro tra grandi Paesi. La Cina sostiene anche l’Europa e la Russia nei propri sforzi per tenere un dialogo su un piano di parità sulla questione della sicurezza europea e alla fine formare un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile.

Commento: deriva dal primo e soprattutto dal secondo punto che la Cina chiede un accordo. L’accordo non potrà che essere, giunti a questo punto della cosa, globale e terrà a battesimo (se eviteremo il peggio) il nuovo mondo multipolare. Ovvero, abbastanza inevitabilmente dato l’atteggiamento americano e nostro, terrà a battesimo la nuova guerra fredda che farà da transizione tra il mondo unipolare occidentale e il mondo futuro. Sarà il caso di ricordare che la guerra fredda è stata tale perché esisteva un sottostante accordo di civiltà che fu probabilmente stipulato al termine della Guerra di Corea. Più specificamente la dottrina cinese individua due poli (‘Est e Ovest’), iscrivendo implicitamente sé stessa e la Russia (ma anche Iran, Pakistan e probabilmente India, per quanto ciò sia iperdifficile) in un campo. Inoltre individua come soluzione la sicurezza europea come problema comune sia della Russia sia della Ue e soci, evidentemente senza gli Usa. Auspica, in altre parole, la dissoluzione della Nato. Sarebbe la cosa giusta (se non avessimo 60.000 soldati occupanti permanentemente sul suolo europeo dal 1945).

  • In quinto luogo, la Cina ritiene che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione della questione ucraina e che la pace e la stabilità regionali, così come la sicurezza di tutti i Paesi, dovrebbero essere messe al primo posto. Le azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza dovrebbero quindi ridurre la tensione, piuttosto che gettare benzina sul fuoco, e dovrebbero aiutare a far avanzare la soluzione della questione attraverso mezzi diplomatici, piuttosto che aggravare ulteriormente la questione. La Cina è sempre contraria a citare intenzionalmente il Capitolo VII nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per autorizzare l’uso della forza e delle sanzioni”.

Commento: contro la tradizione di utilizzare l’Onu come proprio utile servitore (salvo ignorarlo quando non si allinea) degli Usa, la Cina individua quindi negli organismi internazionali (nei quali, se la IIWW effettivamente terminasse potrebbe essere molto ben rappresentata insieme ai suoi alleati) il punto di equilibrio decisivo della transizione egemonica di potenza in corso.

Insomma,

  • La Cina aderisce alla via della pace, dello sviluppo ed è impegnata a costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. Il Paese asiatico continuerà a respingere fermamente tutte le egemonie e i poteri forti, a salvaguardare fermamente i diritti, gli interessi legittimi e legali degli Stati in via di sviluppo, specialmente di quelli di piccole e medie dimensioni.

Invece la Dichiarazione Congiunta del 4 febbraio[13] i due paesi, Russia e Cina, recita così:

Dichiarazione congiunta della Repubblica popolare cinese e della Federazione russa sulle relazioni internazionali e lo sviluppo sostenibile globale nella nuova era

Su invito del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, il presidente Vladimir Putin della Federazione Russa visiterà la Cina il 4 febbraio 2022. I due capi di stato hanno tenuto colloqui a Pechino e hanno partecipato alla cerimonia di apertura delle 24 Olimpiadi invernali.

La Repubblica popolare cinese e la Federazione russa (di seguito denominate le “Parti”) dichiarano quanto segue:

Attualmente, il mondo sta attraversando grandi cambiamenti e la società umana è entrata in una nuova era di grande sviluppo e grande cambiamento. La multipolarizzazione mondiale, la globalizzazione economica, l’informatizzazione sociale e la diversificazione culturale hanno continuato a svilupparsi, il sistema di governance globale e l’ordine internazionale hanno continuato a cambiare, l’interconnessione e l’interdipendenza dei paesi sono state notevolmente approfondite, la distribuzione del potere internazionale è tesa da ristrutturare, e le preoccupazioni della comunità internazionale per la pace e L’appello per uno sviluppo sostenibile è ancora più forte. Allo stesso tempo, l’epidemia di COVID-19 continua a diffondersi in tutto il mondo, la situazione della sicurezza internazionale e regionale sta diventando sempre più complessa e le minacce e le sfide globali sono in aumento. Alcune forze internazionali continuano a perseguire ostinatamente l’unilateralismo, a ricorrere alla politica di potere, a interferire negli affari interni di altri paesi, a ledere i diritti e gli interessi legittimi di altri paesi, a creare contraddizioni, differenze e scontri e ad ostacolare lo sviluppo e il progresso della società umana . La comunità internazionale non lo accetterà mai.

Le due parti invitano tutti i paesi a rafforzare il dialogo, rafforzare la fiducia reciproca, creare consenso, salvaguardare i valori comuni di pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà per tutta l’umanità e rispettare i diritti delle persone di tutti i paesi a scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo e la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi Sviluppare interessi, difendere il sistema internazionale con al centro le Nazioni Unite e l’ordine internazionale basato sul diritto internazionale, praticare un vero multilateralismo in cui le Nazioni Unite e la Sicurezza delle Nazioni Unite Il Consiglio svolge un ruolo centrale di coordinamento, promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali e realizza lo sviluppo della pace, della stabilità e della sostenibilità nel mondo.

uno

Le due parti hanno convenuto che la democrazia è il valore comune di tutta l’umanità, non il brevetto di pochi paesi.Promuovere e salvaguardare la democrazia è la causa comune della comunità internazionale.

Le due parti credono che la democrazia sia un modo per i cittadini di partecipare alla gestione dei propri affari e mira a migliorare il benessere delle persone e realizzare il dominio delle persone sul paese. La democrazia dovrebbe essere un intero processo e orientato verso tutte le persone, riflettere gli interessi e la volontà di tutte le persone, proteggere i diritti delle persone, soddisfare i bisogni delle persone e salvaguardare gli interessi delle persone. La pratica delle istituzioni democratiche non è rigida e dovrebbe tenere conto dei sistemi socio-politici e delle caratteristiche storiche, tradizionali e culturali dei diversi paesi. Le persone di tutti i paesi hanno il diritto di scegliere le forme ei metodi di pratica democratica che si adattano alle loro condizioni nazionali. Se un paese è democratico o meno può essere giudicato solo dalla sua gente.

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto potenze mondiali con lunghe tradizioni storiche e culturali, hanno profonde tradizioni democratiche radicate nell’esperienza di sviluppo del millennio e sono ampiamente sostenute dal loro stesso popolo, riflettendo i bisogni e gli interessi dei loro cittadini. Cina e Russia hanno assicurato che il loro popolo abbia il diritto di partecipare alla gestione dello stato e degli affari sociali attraverso vari canali e forme in conformità con la legge. Le persone dei due paesi hanno piena fiducia in se stessi sulla strada e rispettano i sistemi democratici e le tradizioni degli altri paesi.

Le due parti hanno sottolineato che i principi democratici dovrebbero riflettersi non solo nella governance interna ma anche nella governance globale. Alcuni paesi tentano di tracciare linee ideologiche, costringere altri paesi ad accettare gli “standard democratici” di questi paesi e monopolizzare il diritto di definire la democrazia mettendo insieme vari piccoli gruppi e alleanze “situazionali”. Questo è in realtà un calpestare la democrazia e il spirito di democrazia e tradimento dei veri valori democratici. Tale ricerca dell’egemonia rappresenta una seria minaccia alla pace e alla stabilità regionale e globale e danneggia la stabilità dell’ordine internazionale.

Le due parti credono fermamente che la difesa della democrazia e dei diritti umani non debba essere usata come strumento per esercitare pressioni su altri paesi. Le due parti si oppongono all’abuso dei valori democratici da parte di qualsiasi paese, all’ingerenza negli affari interni dei paesi sovrani con il pretesto della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani e alla provocazione della divisione e del confronto mondiale. Le due parti hanno invitato la comunità internazionale a rispettare la diversità delle culture e delle civiltà ei diritti all’autodeterminazione dei popoli di paesi diversi. Le due parti sono disposte a collaborare con tutti i paesi disponibili per promuovere la vera democrazia.

Le due parti hanno sottolineato che la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani hanno stabilito obiettivi elevati e principi di base per la causa globale dei diritti umani, che dovrebbero essere seguiti e praticati da tutti i paesi. Allo stesso tempo, ogni Paese ha diverse condizioni nazionali, e ci sono differenze nella storia, nella cultura, nel sistema sociale e nel livello di sviluppo economico e sociale.È necessario aderire alla combinazione dell’universalità dei diritti umani e delle condizioni reali di vari paesi e proteggere i diritti umani in base alle loro condizioni nazionali e alle esigenze delle persone. La promozione e la protezione dei diritti umani è la causa comune della comunità internazionale e tutti i paesi dovrebbero prestare uguale attenzione e promuovere sistematicamente vari tipi di diritti umani. La cooperazione internazionale in materia di diritti umani dovrebbe essere discussa da tutti i paesi sulla base di un dialogo paritario. Tutti i paesi dovrebbero godere dello stesso diritto allo sviluppo. Tutti i paesi dovrebbero svolgere la cooperazione e la cooperazione in materia di diritti umani sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e rafforzare la costruzione del sistema internazionale dei diritti umani.

due

Le due parti credono che la pace, lo sviluppo e la cooperazione siano la corrente principale dell’odierno sistema internazionale. Lo sviluppo è la chiave per raggiungere il benessere delle persone. La continua diffusione dell’epidemia di COVID-19 ha portato gravi sfide all’attuazione globale dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 2030. È fondamentale migliorare il partenariato globale per lo sviluppo e spingere lo sviluppo globale verso una nuova fase di equilibrio, coordinamento e inclusività .

Le due parti promuoveranno attivamente la cooperazione tra la costruzione congiunta della “Cintura e della strada” e l’Unione economica eurasiatica e approfondiranno la cooperazione pratica tra la Cina e l’Unione economica eurasiatica in vari campi. Migliorare il livello di connettività nelle regioni Asia-Pacifico ed Eurasiatica. Le due parti sono disposte a continuare a promuovere lo sviluppo parallelo e coordinato della costruzione congiunta della “Belt and Road” e del “Greater Eurasian Partnership”, promuovere lo sviluppo delle organizzazioni regionali e il processo di integrazione economica bilaterale e multilaterale, e a beneficio delle persone di tutti i paesi del continente eurasiatico.

Le due parti hanno convenuto di approfondire ulteriormente la cooperazione pragmatica nello sviluppo sostenibile dell’Artico.

Le due parti rafforzeranno la cooperazione nei meccanismi multilaterali come le Nazioni Unite, promuoveranno la comunità internazionale a porre lo sviluppo in una posizione importante nel coordinamento delle politiche macro globali, inviteranno i paesi sviluppati ad adempiere seriamente ai loro obblighi APS, forniranno ai paesi in via di sviluppo maggiori risorse, e risolvere problemi di sviluppo tra paesi e all’interno dei paesi, squilibri e altre questioni e promuovere lo sviluppo globale e la cooperazione internazionale allo sviluppo. La parte russa ha ribadito la sua volontà di continuare a svolgere un lavoro rilevante sulla promozione dell’iniziativa di sviluppo globale proposta dalla parte cinese, inclusa la partecipazione alle attività del “Gruppo di amici dell’iniziativa di sviluppo globale” sulla piattaforma delle Nazioni Unite. Entrambe le parti invitano la comunità internazionale a concentrarsi sulla riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’antiepidemia e i vaccini, il finanziamento dello sviluppo, il cambiamento climatico, lo sviluppo verde e sostenibile, l’industrializzazione, l’economia digitale, la connettività, ecc. e ad intraprendere azioni pratiche per accelerare il attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Le due parti chiedono alla comunità internazionale di creare un ambiente aperto, equo, giusto e non discriminatorio per lo sviluppo scientifico e tecnologico, accelerare la trasformazione delle conquiste scientifiche e tecnologiche in vere forze produttive e sfruttare un nuovo slancio per la crescita economica.

Le due parti chiedono ai paesi di rafforzare la cooperazione nel campo del trasporto sostenibile, svolgere attivamente lo sviluppo delle capacità di trasporto e lo scambio di conoscenze, compresi i trasporti intelligenti, il trasporto sostenibile, lo sviluppo e il funzionamento delle vie navigabili artiche, ecc., Per aiutare la ripresa globale dopo l’epidemia .

Le due parti hanno adottato misure forti per affrontare il cambiamento climatico e hanno dato importanti contributi. Le due parti hanno commemorato congiuntamente il 30° anniversario della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, hanno riaffermato la loro adesione agli obiettivi, ai principi e alle disposizioni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e del suo Accordo di Parigi, in particolare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate , e si è impegnata a promuovere congiuntamente la “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” e il relativo accordo di Parigi. L’accordo di Parigi è pienamente ed efficacemente attuato. Le due parti adempiranno ai rispettivi impegni e si aspettano che i paesi sviluppati attuino seriamente i 100 miliardi di dollari annuali di sostegno finanziario per il clima ai paesi in via di sviluppo. Le due parti si oppongono all’istituzione di nuove barriere commerciali internazionali sulla base della lotta al cambiamento climatico.

Le due parti promuovono fermamente la cooperazione internazionale e gli scambi sulla biodiversità, partecipano attivamente al processo di governance globale della biodiversità e promuovono congiuntamente lo sviluppo coordinato dell’uomo e della natura e la trasformazione verde e contribuiscono allo sviluppo sostenibile globale.

I capi di stato di Cina e Russia hanno affermato la fruttuosa cooperazione bilaterale e multilaterale tra le due parti in risposta alla pandemia globale di COVID-19 e salvaguardando la vita e la salute delle persone dei due paesi e del mondo. Le due parti continueranno a rafforzare la cooperazione nello sviluppo e nella produzione di vaccini e nuovi farmaci contro il coronavirus e ad approfondire la cooperazione nei settori della salute pubblica e della medicina moderna. Le due parti rafforzeranno il coordinamento e l’allineamento delle misure di prevenzione delle epidemie per fornire una forte garanzia per la salute, la sicurezza e gli scambi ordinati di personale tra i due paesi. Le due parti hanno commentato positivamente il lavoro svolto dai dipartimenti e dalle località competenti dei due paesi per garantire la prevenzione dell’epidemia nelle aree di confine e il funzionamento stabile dei porti, istituendo un meccanismo congiunto di prevenzione e controllo nelle aree di confine, coordinando la promozione di prevenzione e controllo delle epidemie, condivisione delle informazioni e costruzione di infrastrutture nei porti frontalieri e miglioramento continuo dell’efficienza delle spedizioni portuali.

Le due parti hanno sottolineato che rintracciare l’origine del nuovo coronavirus è una questione scientifica, che dovrebbe essere svolta in collaborazione con scienziati di tutto il mondo sulla base di una prospettiva globale, e opporsi alla politicizzazione della questione della ricerca dell’origine. La Russia accoglie favorevolmente la ricerca congiunta sulla tracciabilità condotta da Cina e OMS e sostiene il rapporto di ricerca sulla tracciabilità congiunta Cina-OMS. Entrambe le parti chiedono alla comunità internazionale di mantenere congiuntamente la natura scientifica e la serietà della ricerca sulla tracciabilità.

La Russia sostiene la Cina nell’ospitare con successo le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Pechino 2022.

Le due parti hanno parlato molto del livello di cooperazione tra i due paesi nello sport e nei Giochi Olimpici e sono disposte a promuovere ulteriormente lo sviluppo di una cooperazione pertinente.

tre

Le due parti hanno espresso profonda preoccupazione per le gravi sfide che devono affrontare la situazione della sicurezza internazionale e hanno creduto che le persone di tutti i paesi condividano un destino comune e che nessun paese può e non deve raggiungere la propria sicurezza staccandosi dalla sicurezza mondiale e a spese della sicurezza di altri paesi. La comunità internazionale dovrebbe partecipare attivamente alla governance della sicurezza globale per ottenere una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile.

Le due parti hanno ribadito di sostenere fermamente gli interessi fondamentali reciproci, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e si oppongono alle interferenze esterne negli affari interni dei due paesi.

La parte russa ha ribadito che si attiene al principio della Cina unica, riconosce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese e si oppone a qualsiasi forma di “indipendenza di Taiwan”.

Cina e Russia si oppongono alle forze esterne che minano la sicurezza e la stabilità delle aree circostanti comuni dei due paesi, si oppongono a forze esterne che interferiscono negli affari interni dei paesi sovrani con qualsiasi pretesto e si oppongono alle “rivoluzioni colorate” e rafforzeranno la cooperazione nei suddetti aree citate.

Le due parti hanno condannato il terrorismo in tutte le sue forme, esortato la comunità internazionale a istituire un fronte unito globale antiterrorismo incentrato sulle Nazioni Unite e rafforzato il coordinamento politico multilaterale e la cooperazione costruttiva nel campo dell’antiterrorismo. Si oppone alla politicizzazione e alla strumentalizzazione delle questioni antiterrorismo e all’attuazione di “doppi standard” e condanna l’uso di organizzazioni terroristiche ed estremiste e l’interferenza negli affari interni di altri paesi in nome della lotta al terrorismo internazionale e all’estremismo per raggiungere obiettivi geopolitici .

Le due parti ritengono che i singoli paesi, alleanze o alleanze politico-militari cerchino la superiorità militare unilaterale diretta o indiretta, danneggino la sicurezza di altri paesi attraverso la concorrenza sleale e altri mezzi, intensifichino la concorrenza geopolitica, esagerino la rivalità e il confronto, minano gravemente l’ordine di sicurezza internazionale , e minano la stabilità strategica globale. Le due parti si oppongono alla continua espansione della NATO e chiedono alla NATO di abbandonare l’ideologia della Guerra Fredda, rispettare la sovranità, la sicurezza, gli interessi e la diversità delle civiltà, della storia e della cultura di altri paesi e considerare lo sviluppo pacifico di altri paesi in modo obiettivo ed equo. Le due parti si oppongono all’instaurazione di un sistema di alleanze chiuse nella regione Asia-Pacifico e alla creazione di un campo di confronto, e sono molto vigili sull’impatto negativo della “strategia indo-pacifica” promossa dagli Stati Uniti sulla pace e la stabilità della regione. La Cina e la Russia si sono sempre impegnate a costruire un sistema di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico che sia equo, aperto, inclusivo e non mirato ai paesi terzi, e mantenga pace, stabilità e prosperità.

Le due parti hanno accolto con favore la pubblicazione della Dichiarazione congiunta dei leader dei cinque Stati dotati di armi nucleari sulla prevenzione della guerra nucleare e sull’evitare una corsa agli armamenti e hanno affermato che tutti gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero abbandonare la mentalità della guerra fredda e il gioco a somma zero, ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle politiche di sicurezza nazionale e ritirarsi Le armi nucleari dispiegate all’estero non consentono lo sviluppo illimitato del sistema antimissilistico globale, riducendo efficacemente il rischio di guerra nucleare e qualsiasi conflitto militare tra paesi con forze nucleari militari .

Le due parti hanno ribadito che il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari è la pietra angolare del sistema internazionale di disarmo e non proliferazione nucleare, una parte importante del sistema di sicurezza internazionale del dopoguerra, e il suo ruolo nella promozione della pace e dello sviluppo nel mondo è insostituibile. La comunità internazionale dovrebbe promuovere i tre pilastri del trattato in modo equilibrato e mantenere congiuntamente l’autorità, l’efficacia e l’universalità del trattato.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per l’istituzione del “Partenariato trilaterale per la sicurezza” (AUKUS) tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, in particolare per la cooperazione nei settori della stabilità strategica come i sottomarini a propulsione nucleare, aggravando il pericolo di una corsa agli armamenti regionale e ponendo un serio rischio di proliferazione nucleare. Le due parti condannano fermamente atti simili ed esortano gli stati membri dell’AUKUS ad adempiere rigorosamente ai loro obblighi per prevenire la proliferazione nucleare e missilistica e mantenere la pace, la stabilità e lo sviluppo regionali.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per il previsto scarico nell’oceano da parte del Giappone di acqua radioattivamente inquinata dall’incidente della centrale nucleare di Fukushima e il suo potenziale impatto ambientale, sottolineando che il Giappone deve consultarsi pienamente con i paesi vicini e le altre parti interessate e le istituzioni internazionali pertinenti, e condurre dimostrazione aperta, trasparente, scientifica, Smaltire correttamente l’acqua contaminata radioattivamente in modo responsabile in conformità con il diritto internazionale.

Le due parti ritengono che dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF, hanno accelerato lo sviluppo di missili terrestri a medio e corto raggio e hanno cercato di dispiegarli e fornirli ai loro alleati nelle regioni Asia-Pacifico ed europee , intensificando la tensione e la sfiducia, aumentando i rischi per la sicurezza internazionale e regionale e indebolendo la non proliferazione internazionale e il sistema di controllo degli armamenti mina la stabilità strategica globale. Le due parti esortano gli Stati Uniti a rispondere attivamente all’iniziativa della Russia e ad abbandonare i piani per dispiegare missili terrestri a medio e corto raggio nell’Asia-Pacifico e in Europa. Le due parti manterranno la comunicazione e rafforzeranno il coordinamento al riguardo.

La Cina comprende e sostiene le proposte avanzate dalla Russia per costruire una garanzia di sicurezza a lungo termine legalmente vincolante per l’Europa.

Le due parti hanno sottolineato che il ritiro degli Stati Uniti da una serie di importanti accordi internazionali nel campo del controllo degli armamenti ha avuto un enorme impatto negativo sulla sicurezza e stabilità internazionale e regionale. Entrambe le parti hanno espresso preoccupazione per il progresso degli Stati Uniti nel loro programma antimissilistico globale e il dispiegamento di sistemi antimissilistici in tutto il mondo, rafforzando al contempo le loro armi non nucleari ad alta precisione in grado di condurre missioni strategiche come attacchi preventivi. Le due parti hanno sottolineato l’importanza degli usi pacifici dello spazio extraatmosferico, hanno sostenuto fermamente il ruolo centrale del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extraatmosferico nella promozione della cooperazione internazionale nello spazio extraatmosferico, nel mantenimento e nello sviluppo del diritto internazionale nel campo dello spazio extraatmosferico , e il controllo delle attività nello spazio extraatmosferico, e continuerà a discutere dello spazio extraatmosferico Rafforzare la cooperazione su questioni di interesse reciproco, come la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali e lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse spaziali. Le due parti si oppongono ai tentativi di alcuni paesi di trasformare lo spazio esterno in un territorio di scontro militare, ribadiscono che faranno ogni sforzo per prevenire l’armamento e la corsa agli armamenti nello spazio esterno, si oppongono ad attività rilevanti volte a cercare la superiorità militare nello spazio esterno e condurre operazioni nello spazio extraatmosferico e ribadire che sulla base del progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio extraatmosferico, l’uso o la minaccia dell’uso della forza su oggetti dello spazio extraatmosferico, Cina e Russia avvieranno negoziati il ​​prima possibile concludere un documento multilaterale giuridicamente vincolante per fornire una garanzia fondamentale e affidabile per prevenire una corsa agli armamenti e l’armamento nello spazio.

Cina e Russia sottolineano che le iniziative/impegni politici internazionali in materia di trasparenza e misure di rafforzamento della fiducia, compreso il “nessun primo dispiegamento di armi nello spazio esterno”, contribuiscono all’obiettivo di prevenire una corsa agli armamenti nello spazio esterno, ma tali misure sono solo complementari alla regolamentazione misure per le attività nello spazio extraatmosferico e non dovrebbero sostituire un meccanismo giuridicamente vincolante efficace.

Le due parti hanno riaffermato che la Convenzione sulle armi biologiche è un pilastro vitale della pace e della sicurezza internazionali e sono determinate a mantenere l’autorità e l’efficacia della Convenzione.

Le due parti riaffermano che la Convenzione dovrebbe essere pienamente rispettata e ulteriormente rafforzata, compresa l’istituzionalizzazione della Convenzione, il rafforzamento del meccanismo della Convenzione, la conclusione di un protocollo giuridicamente vincolante che includa un efficace meccanismo di verifica e la risoluzione delle questioni relative all’attuazione della Convenzione attraverso una regolare consultazione e cooperazione per qualsiasi problema.

Le due parti hanno sottolineato che le attività di militarizzazione biologica svolte dagli Stati Uniti e dai loro alleati in patria e all’estero hanno sollevato serie preoccupazioni e interrogativi da parte della comunità internazionale sulla sua conformità. Le attività in questione rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale di Cina e Russia e danneggiano anche la sicurezza delle regioni interessate. Le due parti esortano gli Stati Uniti ei loro alleati a chiarire le proprie attività di militarizzazione biologica in patria e all’estero in modo aperto, trasparente e responsabile e a sostenere la ripresa dei negoziati su un protocollo di verifica giuridicamente vincolante alla Convenzione sulle armi biologiche.

Le due parti hanno riaffermato il loro impegno per l’obiettivo di un mondo libero dalle armi chimiche e hanno invitato tutte le parti della Convenzione sulle armi chimiche a sostenere congiuntamente l’autorità e l’efficacia della Convenzione. La Cina e la Russia sono profondamente preoccupate per la politicizzazione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e invitano gli Stati parti a rafforzare la solidarietà e la cooperazione e a mantenere la tradizione del consenso. Cina e Russia esortano gli Stati Uniti ad accelerare la distruzione delle scorte di armi chimiche come unico Stato parte che non ha completato la distruzione di armi chimiche.

Le due parti hanno sottolineato che l’attuazione degli obblighi di non proliferazione dovrebbe essere bilanciata con la salvaguardia dei diritti e degli interessi legittimi dei paesi nella cooperazione internazionale nell’uso pacifico di tecnologie, materiali e attrezzature avanzati. Le due parti hanno sottolineato che la risoluzione su “Promuovere l’uso pacifico della cooperazione internazionale nel campo della sicurezza internazionale” proposta dalla parte cinese e proposta congiuntamente dalla parte russa è stata adottata dalla 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Entrambe le parti attribuiscono grande importanza alla questione della governance dell’IA. Le due parti sono disposte a rafforzare gli scambi e i dialoghi su questioni di intelligenza artificiale.

Le due parti hanno ribadito che approfondiranno la cooperazione nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione e promuoveranno la creazione di un ambiente aperto, sicuro, sostenibile e accessibile per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le due parti hanno sottolineato che i principi di non uso della forza, rispetto della sovranità nazionale e dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo e della non interferenza negli affari interni stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite si applicano allo spazio dell’informazione, hanno riaffermato il ruolo chiave dell’ONU nel rispondere alle minacce alla sicurezza internazionale dell’informazione e ha sostenuto le Nazioni Unite nella formulazione di nuove politiche in questo settore.codice di condotta nazionale.

Le due parti accolgono con favore lo svolgimento di negoziati globali nel campo della sicurezza dell’informazione internazionale nel quadro di un meccanismo unificato, sostengono il lavoro del gruppo di lavoro aperto delle Nazioni Unite sulla sicurezza dell’informazione per il periodo 2021-2025 e sono disposte ad esprimere posizioni comuni all’interno il gruppo di lavoro. Le due parti ritengono che la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per formulare un nuovo e responsabile codice di condotta nazionale nel cyberspazio dell’informazione, compreso un documento legale internazionale universale con forza legale che regoli le attività di vari paesi nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione . Le due parti ritengono che la Global Data Security Initiative proposta dalla Cina e sostenuta in linea di principio dalla Russia fornisca una base per il gruppo di lavoro per discutere e formulare contromisure per la sicurezza dei dati e altre minacce internazionali alla sicurezza delle informazioni.

Le due parti hanno ribadito il loro sostegno alle Risoluzioni 74/247 e 75/282 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al lavoro del Comitato intergovernativo di esperti ad hoc, alla promozione della negoziazione di una convenzione internazionale contro l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fini criminali nel quadro delle Nazioni Unite e ha sostenuto che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati per garantire che una convenzione globale autorevole e universale possa essere raggiunta il prima possibile in conformità con la risoluzione 75/282 dell’UNGA e presentata alla 78a sessione dell’UNGA . Cina e Russia hanno presentato congiuntamente il progetto di convenzione come base per i relativi negoziati.

Le due parti sostengono l’istituzione di un sistema internazionale di governance di Internet. Credono che tutti i paesi abbiano uguali diritti alla governance di Internet e che i paesi sovrani abbiano il diritto di controllare e proteggere la propria sicurezza della rete. Qualsiasi tentativo di limitare la sovranità della rete nazionale è inaccettabile , e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni dovrebbe essere incoraggiata a risolvere le questioni rilevanti. svolgere un ruolo più attivo.

Le due parti approfondiranno la cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione sulla base dell’accordo tra il governo della Repubblica popolare cinese e il governo della Federazione russa sulla cooperazione nel campo della garanzia della sicurezza internazionale dell’informazione (firmato a maggio 8, 2015) programma di cooperazione in questo campo.

quattro

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto maggiori potenze mondiali e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sosterranno la responsabilità e la moralità, salvaguarderanno fermamente il sistema internazionale in cui l’ONU svolge un ruolo centrale di coordinamento negli affari internazionali e con fermezza sostenere i principi del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite.Lavoreremo insieme per costruire un mondo più prospero, stabile, equo e giusto e costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali.

La parte russa ha parlato positivamente del concetto cinese di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, che aiuterà a rafforzare la solidarietà della comunità internazionale e ad affrontare insieme le sfide comuni. La Cina parla positivamente degli sforzi della Russia per costruire un sistema di relazioni internazionali equo e multipolare.

Le due parti hanno difeso fermamente la vittoria della seconda guerra mondiale e l’ordine internazionale del dopoguerra, hanno salvaguardato risolutamente l’autorità delle Nazioni Unite e l’equità e la giustizia internazionali e si sono opposte ai tentativi di negare, distorcere e manomettere la storia della seconda guerra mondiale.

Per evitare che si ripetesse la tragedia della guerra mondiale, le due parti condannarono risolutamente gli aggressori fascisti e militaristi ei loro complici a sottrarsi alle colpe storiche e calunniare i paesi vincitori.

Le due parti hanno sostenuto e promosso la costruzione di un nuovo tipo di relazione tra i principali paesi caratterizzati da rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti, e hanno sottolineato che il nuovo tipo di relazione tra Cina e Russia va oltre il modello di alleanza politico-militare durante la Guerra Fredda. Non c’è limite all’amicizia tra i due paesi, non c’è uno spazio ristretto per la cooperazione.Il rafforzamento della cooperazione strategica non è rivolto a un paese terzo, né è influenzato dai cambiamenti del paese terzo e della situazione internazionale.

Le due parti hanno ribadito che la comunità internazionale dovrebbe essere unita piuttosto che divisa e dovrebbe cooperare piuttosto che confrontarsi. Le due parti si oppongono al ritorno delle relazioni internazionali nell’era del confronto tra le grandi potenze e la legge della giungla. Contrastare i tentativi di sostituire accordi e meccanismi generalmente accettati conformi al diritto internazionale con regole di “piccola cerchia” formulate da singoli paesi e gruppi di paesi, opporsi all’uso di soluzioni evasive che non hanno raggiunto un consenso per risolvere problemi internazionali, contrastare la politica di potere, il bullismo , e sanzioni unilaterali e “giurisdizione a braccio lungo”, che si oppone all’abuso dei controlli sulle esportazioni e sostiene e facilita il commercio conforme all’OMC.

Le due parti hanno ribadito che rafforzeranno il coordinamento della politica estera, praticheranno un autentico multilateralismo, rafforzeranno la cooperazione all’interno dei meccanismi multilaterali, salvaguarderanno gli interessi comuni, manterranno l’equilibrio del potere internazionale e regionale e lavoreranno insieme per migliorare la governance globale.

Le due parti sostengono e mantengono il sistema commerciale multilaterale con al centro l’OMC, partecipano attivamente alla riforma dell’OMC e si oppongono all’unilateralismo e al protezionismo. Le due parti rafforzeranno il dialogo, la cooperazione e il coordinamento delle posizioni su questioni economiche e commerciali di interesse comune, contribuiranno a garantire il funzionamento stabile ea lungo termine delle catene industriali e di approvvigionamento globali e regionali e promuoveranno l’istituzione di un sistema più aperto, inclusivo, sistema di regole economiche e commerciali internazionali trasparente e non discriminatorio.

Le due parti sostengono il G20 per svolgere il ruolo di forum principale per la cooperazione economica internazionale e un’importante piattaforma per la risposta alle crisi, e promuovono congiuntamente il G20 per portare avanti lo spirito di solidarietà e cooperazione nella lotta internazionale contro l’epidemia, la ripresa dell’economia mondiale, la promozione dello sviluppo inclusivo e sostenibile e il miglioramento di un ambiente globale equo e ragionevole Giocheremo un ruolo guida nel sistema di governance economica e in altri aspetti e lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali.

Le due parti sostengono i paesi BRICS per approfondire la loro partnership strategica, espandere la cooperazione nelle tre direzioni principali di sicurezza politica, economia, commercio e finanza e scambi interpersonali e culturali, promuovere la cooperazione nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche come quelle pubbliche salute, economia digitale e intelligenza artificiale e migliorare il livello di cooperazione internazionale BRICS. Le due parti sono impegnate nel modello “BRICS+” e nel Dialogo BRICS come meccanismo di dialogo efficace con i paesi in via di sviluppo ei paesi dei mercati emergenti, i meccanismi e le organizzazioni di integrazione regionale.

La parte russa sosterrà pienamente la parte cinese nel suo lavoro come presidenza BRICS nel 2022 e promuoverà congiuntamente la 14a riunione dei leader BRICS per ottenere risultati fruttuosi.

Le due parti rafforzeranno e rafforzeranno ulteriormente il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e promuoveranno la costruzione di un modello mondiale multipolare basato su norme riconosciute di diritto internazionale, multilateralismo, uguaglianza, comune, indivisibile, globale, cooperativo e sostenibile sicurezza.

Le due parti ritengono che sia fondamentale attuare il consenso sul miglioramento della risposta degli Stati membri della SCO alle sfide e alle minacce alla sicurezza e, a tal fine, entrambe le parti sostengono l’espansione delle funzioni dell’agenzia regionale antiterrorismo della SCO.

Le due parti promuoveranno il miglioramento e il potenziamento della cooperazione economica tra gli Stati membri della SCO, continueranno a rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri in aree di interesse comune come il commercio, l’industria, i trasporti, l’energia, la finanza, gli investimenti, l’agricoltura, le dogane, telecomunicazioni, innovazione, ecc. Risparmio, risparmio energetico, applicazione della tecnologia verde.

Le due parti hanno sottolineato che lo “Shanghai Cooperation Organization Member States Intergovernmental Cooperation Agreement on Safeguarding International Information Security” (firmato il 16 giugno 2009) e la cooperazione nell’ambito del SCO Member States International Information Security Expert Group hanno ottenuto risultati fruttuosi Il “Piano di cooperazione 2022-2023 per gli Stati membri della SCO per salvaguardare la sicurezza dell’informazione internazionale” adottato dal Consiglio dei capi di Stato degli Stati membri della SCO a Dushanbe il 17.

Le due parti ritengono che l’importanza della cooperazione interpersonale e culturale per lo sviluppo della SCO sia in costante aumento. Le due parti approfondiranno ulteriormente la cooperazione in materia di cultura, istruzione, scienza e tecnologia, salute, protezione ambientale, turismo, scambi di personale e sport tra gli Stati membri della SCO e miglioreranno la comprensione reciproca tra le persone degli Stati membri.

Le due parti continueranno a consolidare il ruolo dell’APEC come principale piattaforma di dialogo economico multilaterale nella regione, rafforzeranno la collaborazione nell’attuazione dell’APEC Putrajaya Vision 2040 e costruiranno aree regionali libere, aperte, eque, non discriminatorie, trasparenti e prevedibili. commercio Ambiente di investimento, concentrandosi sul rafforzamento della risposta alla nuova epidemia di polmonite coronarica, sulla promozione della ripresa economica, sulla promozione della trasformazione digitale in vari campi, sul rilancio dell’economia delle aree remote e sul sostegno dell’APEC e di altre organizzazioni multilaterali regionali per svolgere la cooperazione nelle aree di cui sopra .

Le due parti continueranno a portare avanti la cooperazione nell’ambito del meccanismo Cina-Russia-India e rafforzeranno la cooperazione in piattaforme come il vertice dell’Asia orientale, il forum regionale dell’ASEAN e l’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN Plus. Cina e Russia sostengono la centralità dell’ASEAN nella cooperazione dell’Asia orientale, continuano a rafforzare il coordinamento per approfondire la cooperazione con l’ASEAN, promuovono congiuntamente la cooperazione in materia di salute pubblica, sviluppo sostenibile, antiterrorismo e lotta ai crimini transnazionali e rafforzano il ruolo dell’ASEAN come componente chiave della architettura.

4 febbraio 2022 a Pechino

Si tratta di una dichiarazione molto lunga, che non nomina la parola “alleanza”, ma ci va vicino. In essa viene dichiarata con una formula tipicamente cinese la necessità di plasmare un mondo multipolare e cita i due nodi rispettivamente cruciali dell’espansione della Nato e della richiesta indipendenza di Taiwan, sostenendo le posizioni rispettive. Taiwan è parte della Cina “inalienabile” e la Nato non deve espandersi ancora. La dichiarazione non fa capire che la Cina fosse al corrente dell’imminente invasione.

Altri elementi:

  • impegno ad aumentare l’interscambio di 250 miliardi all’anno (oggi è 140, traduzione: triplica),
  • promozione delle valute nazionali (traduzione: il gas ed il petrolio russo non saranno più pagati in dollari),
  • cooperazione tecnico-militare,
  • interoperabilità informatica,
  • potenziamento della vendita di gas e petrolio (10 miliardi di mc, traduzione: meno per noi, anche se poco)
  • rivendicazione del multilateralismo e del principio di autodeterminazione dei popoli,
  • censura ai tentativi di ideologizzare le relazioni internazionali, di stabilire standard e doppi standard e di imporli con la forza, delle ‘rivoluzioni colorate’,
  • invito a dismettere arsenali chimici e biologici (diretto agli Usa per esplicita menzione),
  • impegno al sostegno reciproco.

Sostegno che al momento è solo diplomatico, in quanto l’invasione russa è fortemente estranea alle tradizioni diplomatiche dell’impero di mezzo e imbarazzante per il complesso quadro d’area nel quale la Cina si muove.

Nel concetto cinese di Tianxia (la “via del cielo”) è presente quel che Azzarà in un suo recente libro[14] chiama universalismo concreto e dialettica dell’inclusione. Contro la tradizione del razionalismo occidentale, che pensa a partire dal principio individuale e finisce per divenire copertura di interessi di parte, geopolitici o altro, seguendo una falsa generalizzazione autocontraddittoria (ovvero non realmente universalizzabile, se non piegando e non riconoscendo l’altro) per l’impostazione cinese la razionalità è realmente tale se porta ad una situazione collettiva accettata senza coercizione. Una ‘razionalità collettiva’ che non può essere definita ex ante, ma solo a seguito di un processo concreto di confronto. Processo dal quale emerge il piano cooperativo. Una “razionalità relazionale”, come propone di chiamarla Azzarà[15], che non produce necessariamente e strutturalmente amici e nemici. Per il Tianxia, al contrario, ogni fenomeno produce necessariamente una ‘vita in comune’ e rappresenta una ‘totalità’. Questo è una componente del concetto di “armonia” che è al centro dell’approccio diplomatico cinese.

Il sistema mondiale è di tutti in questo senso, 大道之行也天下為公, “quando prevarrà la Grande Via, l’Universo apparterrà a tutti”, un verso del testo confuciano “I riti”, ripreso da Qing Kang Youwei e dal Sun Yat-sen nell’espressione “Tian xia wei gong”. Come ogni concetto sintetico ha una dimensione utopica (sin dalla sua formazione nella tarda epoca Qing, ma anche di orientamento.

Del resto la radice di tale diverso atteggiamento è molto profonda, come mostra Yuk Hui nel suo “Cosmotecnica”[16] il tema al cuore della filosofia cinese non è l’’essere’, quanto il ‘vivente’. Ovvero, nel confucianesimo come nel daoismo, la possibilità di condurre una vita morale e buona. La vita è soggetta a causalità reciproca e l’universo è in essa sempre pensato come una totalità di relazioni. Nel confucianesimo, racconta il filosofo cinese, “il Dao è riconosciuto come coerenza tra l’ordine cosmologico e quello morale, e tale coerenza è chiamata zi ran, spesso tradotto con ‘natura’”[17]. ‘Natura’ nel cinese moderno significa piante, fiumi, etc. ma anche attuare e comportarsi in armonia con il sé e senza pretesa, “lasciare che le cose siano come sono”. Cosmo ed essere umano sono sempre connessi, se pure mediati da esseri tecnici (Qi). Nella cultura cinese l’odine cosmologico non può essere ‘perfezionato’ dalla techné, perché è sempre anche un ordine morale.

Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia.

Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel daoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi, “governare senza intervenire”, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale.

Avremmo da imparare, se sapessimo essere con l’altro.

FONTE: https://tempofertile.blogspot.com/2022/03/guerra-ucraina-note-sul-punto-di-vista.html

Note

[1] – https://www.scmp.com/

[2] – http://www.chinadaily.com.cn/

[3] – https://www.nytimes.com/

[4] – https://news.bjd.com.cn//2022/03/05/10050663.shtml

[5] – https://asiatimes.com/

[6] – https://asiatimes.com/2022/02/russias-strategy-to-destroy-ukraine-army-going-to-plan/

[7] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/data/russia-ukraine-history

[8] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/six-times-when-the-soviet-veto-came-to-indias-rescue/articleshow/89941338.cms

[9] – https://indianexpress.com/article/world/ukraine-russia-war-what-could-be-a-way-out-7802307/

[10] – https://www.dawn.com/news/1678353/us-warns-pakistan-of-ukraine-war-consequences

[11] – https://news.bjd.com.cn//2022/02/21/10044979.shtml

[12] – https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2022/02/26/cina-wang-yi-elabora-posizione-sullucraina_c588f530-bc74-44a8-a89d-4637eea4c122.html?fbclid=IwAR2ppmNzWfUqTJUE5zpqj4wGFsdcoGKIr20MyTPktnpHbTDlIVsKMevLfok

[13] – Che devo riprendere da questo link non essendo più disponibili i siti russi:

https://observatoriocrisis.com/2022/02/06/desempaquetando-la-declaracion-conjunta-china-rusa/?fbclid=IwAR3tadzZ0rJFXhsIq95hdypqf7wrA1nl0lb1A3ZcF3Wf6dZnJsZDm43f2Nw ;

questa è la versione cinese: http://www.gov.cn/xinwen/2022-02/04/content_5672025.htm

[14] – Stefano G. Azzarà, “Il virus dell’occidente”, Mimesis 2020.[15] – Ivi, p. 108[16] – Yuk Hui, “Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina”, Nero 2021.[17] – Ivi, p.65.

SOSPENDERE L’USO PUBBLICO DELLA RAGIONE.

di Pierluigi Fagan

La “società aperta” ha deciso di chiudersi. La società liberale va a polarizzarsi nella contraddizione delle sue stesse premesse.

L’ambasciatore italiano a Mosca, lì col chiaro mandato di favorire le relazioni commerciali bilaterali, ha avuto l’ardire di segnalare in una audizione parlamentare, il costo delle sanzioni per le nostre imprese su dati FMI. Un argomento che dovrebbe interessare una democrazia di mercato visto che parla di mercato, no? Dire questo è dire che non si dovevano elevare sanzioni? Credo che un ambasciatore navigato come Starace con un passato in Cina, USA, Giappone sappia qual è il suo limite ovvero dare informazioni, non suggerire decisioni. Ma la società aperta che amava definirsi anche società dell’informazione, ora scopre che le informazioni non piacciono, le informazioni disturbano le decisioni o per lo meno ne ricordano il prezzo. Non c’è nulla di male a sapere il costo delle decisioni, aiuta ad organizzarsi per poterle pagare o si pensa o si vuol far pensare che le decisioni ideali siano libere e gratuite?

Il direttore dell’unico quotidiano di informazioni sulle relazioni internazionali, Sicurezza internazionale, edito dalla LUISS Guido Carli, collegata in vari modi a Confindustria, diretto da un professore ricercatore affiliato al MIT di Boston e che pubblica in USA con la Cornell University, A. Orsini, ha l’ardire di invitare in tv ad inserire ciò che sta avvenendo in Ucraina in una inquadratura più ampia, nello spazio (geografia) e nel tempo (storia). Bassanini domanda nervosamente su twitter se Orsini esprime il pensiero della LUISS o personale di modo che LUISS sia obbligata a ribadire la sua stretta osservanza atlantista facendo una ramanzina al suo professore in pubblico sul fatto che questi si doveva attenere ai fatti e non dare interpretazioni. Già, “i fatti”.

Il giornalista RAI Marc Innaro, una prima volta a Mosca per sette anni, poi di nuovo negli ultimi otto, per aver riferito cosa i russi dicono dei fatti (se sta a Mosca cosa deve fare, riferire cosa dice Zelensky? Quello già lo riferiscono 7/24 sette-reti-sette+stampa e radio) è ora richiesto a gran voce esser spostato ad altro incarico. Magari come mi è capitato di sentire l’altro giorno su RAI News riferisce che i russi affermano di aver convocato l’ambasciatore della Croazia perché i russi avrebbero pizzicato 200 neo-nazi con passaporto croato ed avrebbero affermato che ve ne sono da ogni parte d’Europa e quindi hanno poi affermato che non tratteranno gli stranieri come prigionieri di guerra (il che ha un brutto significato come potrete intuire). O come ieri ha riferito che i russi sostengono che non sono così deficienti da sparare ad una centrale nucleare: 1) perché la vogliono prendere intatta; 2) perché la Russia dista dalla centrale meno che la Moldavia; 3) perché Mosca dista meno di Vienna. Così i russi sostengono che la controllano da giorni e che l’incidente è organizzato dagli ucraini per mandare in mondovisione la fake news. Siamo tutti adulti e dovremmo sapere tutti che la guerra delle informazioni e controinformazioni è norma, ma quando la fa Zelensky è verità, quando la fa Mosca è falsità sempre e comunque. Ma poi, non si capisce cosa altro dovrebbe fare Innaro se non riferire cosa dicono lì, cosa significa “corrispondente”?

Così, nell’uso pubblico della ragione, non puoi avanzare qualche dissonanza se prima non reciti il Credo nella Verità della Chiesa Unitariana del Bene contro il Male e del Vangelo della Marvel Comics, ma pare che ormai non basti più neanche quello. Non vogliamo nessun mondo multipolare, quindi ci polarizziamo, noi Bene, altri Male, tertium non datur e chi lo dà è collaborazionista suo malgrado. Il mondo crede a quel Vangelo, l’ha celebrato anche all’ONU. Peccato che tra astensioni e contrari, abbiamo votato paesi con metà della popolazione terrestre e poiché quel voto non comportava alcuna sanzione, è pure dubitabile che chi ha votato per la risoluzione voglia mai andare oltre alla semplice dichiarazione. Io non sono un paese ONU, ma se fossi stato lì l’avrei votata anche io quella dichiarazione, chi mai può difendere il “diritto” si un paese a varcare armato il confine di un altro? Siamo all’ovvio. Com’è ovvio che a tutt’oggi solo un quarto del mondo, l’Occidente polarizzato su Washington con il senior partner UK, ha elevato sanzioni, sebbene secondo la strana geografia surrealista della von der Leyen, questa sia la “comunità globale”.  

Cos’è l’Illuminismo? Pensare con la tua testa. Avere il coraggio, pagarne il prezzo. Non pagare chi pensa per te tenendoti nell’infanzia eterna deresponsabilizzata, assumerti le tue responsabilità davanti al mondo. “Senonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: – Non ragionate! – L’ufficiale dice: – Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. – L’impiegato di finanza: – non ragionate, ma pagate! – L’uomo di chiesa: – Non ragionate, ma credete!” diceva Kant in quel del 1784. Comprendere è prender assieme quanti più fatti ci è possibile, giudicare viene solo dopo che hai ben compreso, comprensione e giustificazione sono atti separati e con fini diversi.

Così oggi sembra che la società aperta-chiusa, la Wide-Shut-Society, la società spalancate ad alcune cose ma chiusa ad altre, necessiti di spegnare la luce, non è epoca di illuminismi. La società aperta mi sembrava dovesse esser liberale, ma si sa i liberali annunciano principi universali, ma con applicazioni particolari. Sono come i contratti assicurativi, la fregatura è a corpo 5. Locke annunciava la totale libertà di credenza, ma il totale era dentro il protestantesimo, se eri cattolico o ateo andavi al gabbio e buttavano via la chiave, se non di peggio.

Quando s’impone il buio, vuol dire che si vuol nascondere qualcosa?

FONTE: https://pierluigifagan.files.wordpress.com

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