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UNA COSA OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

UNA COSA CHE OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: OCCORRE REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, E COSI’ FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

Occorre revocare le folli sanzioni alla Russia e cosi’ far cessare il disastro economico e sociale che sta trascinando l’intera Europa nell’abisso. E’ la cosa piu’ necessaria e piu’ urgente da fare. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Ed insieme occorre cessare di produrre e fornire le armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Occorre adoperarsi per l’immediato cessate il fuoco e l’immediato avvio di negoziati di pace. Il rischio di una catastrofe atomica e’ enorme. Ed e’ enorme il rischio di una guerra mondiale e nucleare che puo’ annientare l’intera umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Il governo italiano, gli altri governi dell’Unione Europea, i vertici dell’Unione Europea, riconoscano di aver commesso una scellerata idiozia e revochino immediatamente le sanzioni alla Russia cosi’ da ripristinare le necessarie forniture energetiche. Se i governi persisteranno nella loro folle e criminale antipolitica che sta alimentando la guerra e le stragi e sta portando al disastro l’economia e riducendo in miseria le classi lavoratrici e popolari dell’intera Europa, allora siano i parlamenti a togliere loro la fiducia e ad imporre il cambiamento necessario alla salvezza comune. Se anche i parlamenti persisteranno nell’avallare la folle e criminale antipolitica della guerra, delle stragi e del disastro, allora siano i popoli, con gli strumenti nonviolenti della democrazia ed in primo luogo con lo strumento del voto, a difendere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ad eleggere nuovi parlamenti che esprimano nuovi governi che si adoperino per la pace che sola salva le vite. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Revoca immediata delle sanzioni e conseguente ripristino delle forniture energetiche cosi’ da far cessare ipso facto il disastro economico e sociale che sta gettando nel baratro della miseria e della disperazione le classi lavoratrici e e popolari dell’intera Europa. Cessazione immediata delle forniture di armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Impegno immediato per il cessate il fuoco e i negoziati di pace. Subito, prima di una nuova catastrofe atomica. Subito, prima che la guerra dall’Ucraina si allarghi e diventi un conflitto mondiale con armi nucleari che puo’ annientare l’umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 5 settembre 2022

Ucraina: l’invasione del capitale

di Michael Roberts

La scorsa settimana, i creditori privati stranieri dell’Ucraina hanno accolto la richiesta del Paese di congelare per due anni i pagamenti di circa 20 miliardi di dollari di debito estero. Ciò consentirebbe all’Ucraina di evitare l’insolvenza sui prestiti contratti all’estero. A differenza di altre “economie emergenti” in difficoltà sul fronte del debito, sembra che gli obbligazionisti stranieri siano felici di aiutare l’Ucraina, anche se solo per due anni. La mossa farà risparmiare all’Ucraina 6 miliardi di dollari nell’arco del periodo, contribuendo a ridurre la pressione sulle riserve della banca centrale, che sono diminuite del 28% da un anno all’altro, nonostante gli ingenti aiuti esteri.

L’economia ucraina è, non a caso, in uno stato disperato. Si prevede che il PIL reale diminuirà di oltre il 30% nel 2022 e il tasso di disoccupazione è del 35% (Constantinescu et al. 2022, Blinov e Djankov 2022, Banca Nazionale Ucraina 2022). “Siamo grati per il sostegno del settore privato alla nostra proposta in tempi così terribili per il nostro Paese”, ha risposto Yuriy Butsa, viceministro delle Finanze ucraino, “Vorrei sottolineare che il sostegno che abbiamo ricevuto durante questa transazione è difficile da sottovalutare…”. Rimarremo pienamente impegnati con la comunità degli investitori anche in futuro e speriamo nel loro coinvolgimento nel finanziamento della ricostruzione del nostro Paese dopo la vittoria della guerra”, ha detto Butsa.

Qui Butsa rivela il prezzo da pagare per questa limitata generosità da parte dei creditori stranieri: l’accelerazione della richiesta delle multinazionali e dei governi stranieri di assumere il controllo delle risorse dell’Ucraina e di portarle sotto il controllo del capitale straniero senza alcuna restrizione e limitazione.

In un post passato, avevo delineato il piano per privatizzare e consegnare le vaste risorse agricole dell’Ucraina alle multinazionali straniere. Da diversi anni, una serie di rapporti dell’ Oakland Institute economic observatory, hanno documentato le acquisizione del capitale straniero. Gran parte di ciò che segue proviene da questi studi.

L’Ucraina post-sovietica, con i suoi 32 milioni di ettari coltivabili di ricca e fertile terra nera (nota come “cernozëm”), possiede l’equivalente di un terzo di tutta la terra agricola esistente nell’Unione Europea. Il “granaio d’Europa”, come viene chiamato, ha una produzione annuale di 64 milioni di tonnellate di cereali e semi, tra i maggiori produttori mondiali di orzo, grano e olio di girasole (per quest’ultimo, l’Ucraina produce circa il 30% del totale mondiale).

Come ho spiegato nel mio precedente post, l’acquisizione pianificata delle risorse dell’Ucraina ha in parte provocato il conflitto: la guerra semi-civile, la rivolta di Maidan e l’annessione della Crimea da parte della Russia. Come ha sottolineato l’Oakland Institute, per limitare la privatizzazione sfrenata, nel 2001 era stata imposta una moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri. Da allora, l’abrogazione di questa norma è stata uno dei principali obiettivi delle istituzioni occidentali. Già nel 2013, ad esempio, la Banca Mondiale ha concesso un prestito di 89 milioni di dollari per lo sviluppo di un programma di atti e titoli di proprietà fondiaria necessari per la commercializzazione delle terre di proprietà dello Stato e delle cooperative. Nelle parole di un documento della Banca Mondiale del 2019, l’obiettivo era quello di “accelerare gli investimenti privati in agricoltura”. Quell’accordo, denunciato all’epoca dalla Russia come una porta di servizio per facilitare l’ingresso delle multinazionali occidentali, include la promozione di una “produzione agricola moderna… incluso l’uso di biotecnologie”, un’apparente apertura verso le colture OGM nei campi ucraini.

Nonostante la moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri, nel 2016 dieci multinazionali agricole erano già arrivate a controllare 2,8 milioni di ettari di terreno. Oggi, alcune stime parlano di 3,4 milioni di ettari nelle mani di società straniere e di società ucraine con fondi stranieri come azionisti. Altre stime arrivano a 6 milioni di ettari. La moratoria sulle vendite, che il Dipartimento di Stato americano, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale avevano ripetutamente chiesto di rimuovere, è stata infine abrogata dal governo Zelensky nel 2020, prima di un referendum finale sulla questione previsto per il 2024.

Ora, con la guerra in corso, i governi e le imprese occidentali stanno intensificando i loro piani per incorporare l’Ucraina e le sue risorse nelle economie capitalistiche dell’Occidente. Il 4 e 5 luglio 2022, alti funzionari di Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud si sono incontrati in Svizzera per la cosiddetta “Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina”.

L’agenda dell’URC era esplicitamente incentrata sull’imposizione di cambiamenti politici al Paese, ovvero “rafforzamento dell’economia di mercato“, “decentralizzazione, privatizzazione, riforma delle imprese statali, riforma fondiaria, riforma dell’amministrazione statale” e “integrazione euro-atlantica“. L’ordine del giorno era in realtà un seguito alla Conferenza sulla riforma dell’Ucraina del 2018, che aveva sottolineato l’importanza di privatizzare la maggior parte del settore pubblico ucraino rimanente, affermando che “l’obiettivo finale della riforma è quello di vendere le imprese statali agli investitori privati“, insieme alla richiesta di ulteriori “privatizzazioni, deregolamentazione, riforma energetica, riforma fiscale e doganale“. Lamentando che “il governo è il più grande detentore di beni dell’Ucraina”, il rapporto afferma: “La riforma delle privatizzazioni e delle aziende di Stato è stata a lungo attesa, poiché questo settore dell’economia ucraina è rimasto in gran parte invariato dal 1991“.

L’ironia è che i piani dell’URC per il 2018 sono stati osteggiati dalla maggior parte degli ucraini. Un sondaggio dell’opinione pubblica ha rilevato che solo il 12,4% è favorevole alla privatizzazione delle imprese statali (SOE), mentre il 49,9% si oppone. (Un ulteriore 12% era indifferente, mentre il 25,7% non ha risposto).

Tuttavia, la guerra può fare la differenza. Nel giugno 2020, l’FMI ha approvato un programma di prestito di 18 mesi e 5 miliardi di dollari con l’Ucraina. In cambio, il governo ucraino ha revocato la moratoria di 19 anni sulla vendita di terreni agricoli di proprietà statale, dopo le forti pressioni esercitate dalle istituzioni finanziarie internazionali. Olena Borodina, della Rete ucraina per lo sviluppo rurale, ha commentato che “gli interessi del settore agroalimentare e gli oligarchi saranno i primi beneficiari di questa riforma… Questo non farà altro che emarginare ulteriormente i piccoli agricoltori e rischia di separarli dalla loro risorsa più preziosa“.

E ora l’URC di luglio ha ribadito i suoi piani di acquisizione dell’economia ucraina da parte del capitale, con la piena approvazione del governo Zelensky. Al termine dell’incontro, tutti i governi e le istituzioni presenti hanno approvato una dichiarazione congiunta denominata Dichiarazione di Lugano. Questa dichiarazione è stata integrata da un “Piano di ripresa nazionale“, a sua volta preparato da un “Consiglio di ripresa nazionale” istituito dal governo ucraino.

Il piano prevedeva una serie di misure a favore del capitale, tra cui la “privatizzazione delle imprese non critiche” e la “finalizzazione dell’aziendalizzazione delle SOE” (imprese di proprietà dello Stato), come ad esempio la vendita della società statale ucraina di energia nucleare EnergoAtom. Per “attrarre capitali privati nel sistema bancario”, la proposta chiedeva anche la “privatizzazione delle SOB” (banche statali). Cercando di aumentare “gli investimenti privati e di stimolare l’imprenditorialità a livello nazionale”, il Piano di ripresa nazionale ha sollecitato una significativa “deregolamentazione” e ha proposto la creazione di “progetti catalizzatori” per sbloccare gli investimenti privati nei settori prioritari.

In un esplicito invito a ridurre le tutele del lavoro, il documento ha attaccato le rimanenti leggi a favore dei lavoratori in Ucraina, alcune delle quali sono un retaggio dell’era sovietica. Il Piano di ripresa nazionale lamentava una “legislazione del lavoro obsoleta che porta a complicare i processi di assunzione e licenziamento, la regolamentazione degli straordinari”, ecc. Come esempio di questa presunta “legislazione del lavoro obsoleta”, il piano sostenuto dall’Occidente lamentava che ai lavoratori ucraini con un anno di esperienza viene concesso un “periodo di preavviso per il licenziamento” di nove settimane, rispetto alle sole quattro settimane di Polonia e Corea del Sud.

Nel marzo 2022, il Parlamento ucraino ha adottato una legislazione d’emergenza che consente ai datori di lavoro di sospendere i contratti collettivi. Poi, a maggio, ha approvato un pacchetto di riforme permanenti che esentano di fatto la stragrande maggioranza dei lavoratori ucraini (quelli delle aziende con meno di 200 dipendenti) dal diritto del lavoro ucraino. I documenti trapelati nel 2021 mostrano che il governo britannico ha istruito i funzionari ucraini su come convincere un’opinione pubblica recalcitrante a rinunciare ai diritti dei lavoratori e ad attuare politiche antisindacali. I materiali di formazione lamentavano il fatto che l’opinione popolare nei confronti delle riforme proposte fosse in gran parte negativa, ma fornivano strategie di messaggistica per indurre gli ucraini a sostenerle.

Mentre i diritti dei lavoratori saranno eliminati nella “nuova Ucraina”, il Piano di ripresa nazionale mira invece ad aiutare le imprese e i ricchi riducendo le tasse. Il piano si lamentava del fatto che il 40% del PIL ucraino provenisse dal gettito fiscale, definendolo un “onere fiscale piuttosto elevato” rispetto all’esempio della Corea del Sud. Il piano chiedeva quindi di “trasformare il servizio fiscale” e di “rivedere il potenziale per diminuire la quota del gettito fiscale sul PIL“. In nome dell’”integrazione nell’UE e dell’accesso ai mercati”, ha proposto anche la “rimozione delle tariffe e delle barriere non tariffarie non tecniche per tutti i beni ucraini“, chiedendo al contempo di “facilitare l’attrazione degli IDE (investimenti diretti esteri) per portare in Ucraina le più grandi aziende internazionali”, con “speciali incentivi agli investimenti” per le società straniere.

Oltre al Piano di ripresa nazionale e al briefing strategico, la Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina del luglio 2022 ha presentato un rapporto preparato dalla società Economist Impact, una società di consulenza aziendale che fa parte del Gruppo Economist. L’Ukraine Reform Tracker spingeva ad “aumentare gli investimenti diretti esteri (IDE)” da parte delle società internazionali, e non a investire risorse in programmi sociali per il popolo ucraino. Il rapporto del Tracker sottolinea l’importanza di sviluppare il settore finanziario e chiede di “rimuovere le regolamentazioni eccessive” e le tariffe. Ha chiesto di “liberalizzare ulteriormente l’agricoltura” per “attrarre gli investimenti stranieri e incoraggiare l’imprenditoria nazionale”, così come “semplificazioni procedurali” per “rendere più facile per le piccole e medie imprese” espandersi “acquistando e investendo in beni di proprietà dello Stato”, rendendo così “più facile per gli investitori stranieri entrare nel mercato dopo il conflitto“.

L’Ukraine Reform Tracker ha presentato la guerra come un’opportunità per imporre l’acquisizione da parte del capitale straniero. “Il momento postbellico può rappresentare un’opportunità per completare la difficile riforma fondiaria estendendo il diritto di acquistare terreni agricoli a persone giuridiche, anche straniere“, si legge nel rapporto. “L’apertura della strada al capitale internazionale per l’agricoltura ucraina probabilmente aumenterà la produttività del settore, incrementando la sua competitività nel mercato dell’UE”, ha aggiunto. “Una volta terminata la guerra, il governo dovrà anche prendere in considerazione la possibilità di ridurre in modo sostanziale la quota delle banche statali, privatizzando Privatbank, il più grande istituto di credito del Paese, e Oshchadbank, che si occupa di pensioni e pagamenti sociali”.

Altrove le politiche pro-capitale offerte dagli economisti occidentali semi-keynesiani sono meno esplicite. In una recente raccolta del Center for Economic Policy Research (CEPR), diversi economisti hanno proposto politiche macroeconomiche per l’Ucraina in tempo di guerra. In questo documento gli autori “sottolineano all’inizio che la crisi ucraina non è un contesto per un tipico programma di aggiustamento macroeconomico, cioè non le solite richieste di austerità fiscale e privatizzazione del FMI. Ma dopo molte pagine, diventa chiaro che le loro proposte sono poco diverse da quelle dell’URC. Come dicono loro stessi, “l’obiettivo dovrebbe essere quello di perseguire un’ampia e radicale deregolamentazione dell’attività economica, evitare il controllo dei prezzi, facilitare l’incontro tra lavoro e capitale e migliorare la gestione dei beni russi sequestrati e di altri beni sottoposti a sanzioni“.

L’acquisizione dell’Ucraina da parte del capitale (principalmente straniero) sarà così completata e l’Ucraina potrà iniziare a ripagare i suoi debiti e a fornire nuovi profitti all’imperialismo occidentale.

(Traduzione: Emi-News)

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=39021

FONTE Originale: https://thenextrecession.wordpress.com/2022/08/13/ukraine-the-invasion-of-capital/

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Ancora su virus, vaccini e uso militare e geopolitico delle biotecnologie: Dopo le affermazioni di Jeffrey Sachs, che presiede la commissione Covid-19 della prestigiosa rivista medica The Lancet, secondo il quale il COVID-19 “è frutto di un errore della biotecnologia, non di un incidente di percorso naturale” e che i database dei virus, i campioni biologici, le sequenze dei virus, le comunicazioni e-mail e i quaderni di laboratorio potrebbero aiutare a far luce sull’origine della pandemia, ma finora nessuno di questi materiali è stato sottoposto a una “revisione indipendente, oggettiva e scientifica”, il Prof. Joseph Tritto, ha presentato insieme a numerosi altri scienziati un dossier al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia chiedendo l’incriminazione di altrettanti dirigenti di istituzioni internazionali che sovrintendono alla sicurezza sanitaria per non aver controllato o chiuso numerosi laboratori in diversi paesi che lavorano al potenziamento delle funzioni dei virus ignorando i gravissimi rischi per l’umanità.

Il prof. Tritto, presidente esecutivo della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies aveva pubblicato un libro nel 2020 in cui riepilogava le sue tesi, dal titolo CINA, COVID-19, LA CHIMERA CHE HA CAMBIATO IL MONDO; più recentemente, dalla fine dello scorso anno aveva rilasciato una serie di interessanti interviste al giornalista Franco Fracassi che erano state viste da molti utenti su Youtube.

Dopo la comunicazione della recentissima presentazione del dossier al Tribunale penale internazionale de l’Aia, Youtube ha cancellato tutti i video e interviste al Prof. Tritto. La tesi di fondo del Prof. Tritto è che l’origine del Covid-19, come anche del Monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie è artificiale ed è il prodotto di un uso militare e geopolitico delle operazioni di potenziamento dei virus e produzione dei relativi vaccini.

Si tratterebbe, per dirlo più chiaramente, dello sviluppo dell’idea di “DETERRENZA BIOLOGICA” che si sarebbe sostituita negli ultimi anni, ad altre forme di deterrenza, come quella nucleare, che è sottoposta a controlli molto più ferrei approdati, nel corso dei decenni, ad importanti accordi internazionali.

In questo campo, invece, non sussistono adeguati controlli e il fatto che tali tecnologie siano realizzabili con costi relativamente bassi in numerosi laboratori di molti paesi, espone l’umanità a rischi fuori controllo.

Gli elementi portati a sostegno di questa tesi sono diversi e vengono puntualmente illustrati con riferimenti inquietanti nelle citate interviste bannate improvvisamente da Youtube. Restano però ancora disponibili sul sito WWW.OVAL.MEDIA.

L’approccio proposto da Tritto, come anche da Sachs, è tutt’altro che un approccio no-vax, per intenderci, ma piuttosto ripropone un problema centrale della ricerca scientifica quando essa è controllata dalle grandi compagnie private, in stretto rapporto con gli apparati militari e politici delle maggiori potenze.

D’altra parte, la tempistica e la dinamica di distribuzione dei vaccini, il conflitto tra vaccini americani, europei e quelli russi o cinesi, il green pass rilasciato alle persone solo se vaccinate con determinati sieri piuttosto che con altri, avevano fatto già emergere molti dubbi e aperto un universo di contraddizioni non riconducibili alla scienza, ma piuttosto alla geopolitica e alla guerra: una guerra combattuta senza armi che, alla fine, è destinata inesorabilmente a sfociare in guerra senza esclusione di colpi.

A questa situazione è indispensabile porre rapidamente un freno nelle sedi opportune, a partire dall’ONU. La “scoperta” del monkeypox è, secondo Tritto, un altro passaggio di questo confronto che prevede la proliferazione di altri virus letali, magari anche orientati etnicamente, e il controllo geopolitico dei vaccini: praticamente, la competizione tra potenze prevede la creazione di chimere e la produzione esclusiva dei relativi vaccini. In riferimento al monkeypox, già brevettato in USA nel 2004 e al successivo vaccino di riferimento, Tritto ci dice che per la prima volta, la Cina “ha risposto” rendendo noto di aver realizzato un proprio virus monkeypox molto più aggressivo lasciando supporre che dispone anche del relativo vaccino.

Armi di distruzione di massa che si inseriscono nella competizione per l’egemonia mondiale a spese delle popolazioni. Uno sviluppo terrificante della logica di genocidio.


Le interviste a Joseph Tritto che andrebbero ascoltate e diffuse:

LA GUERRA SENZA COMBATTERE (I° e II° Parte)

La comunicazione di Franco Fracassi della cancellazione delle interviste da Youtube:


Le altre interviste rilasciate da Tritto a fine 2021 e nei mesi scorsi:

I PADRONI DEL GENOMA:

CHIMERE EMERGENTI:

DAL COVID AL MONKEYPOX:


Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero principalmente a Parigi, Londra e New York.

Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra.

Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India.

Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Arrestati, perseguitati, braccati. Retate e rappresaglie in Ucraina. (II Parte)

di Enrico Vigna, 28 luglio 2022

La prima parte QUI:

In questa seconda parte del Dossier sulle repressioni dispiegate in Ucraina, viene documentato il livello massificato e generalizzato di “caccia alle streghe”, da parte della giunta golpista di Kiev alla società ucraina nelle sue varie componenti: giornalisti, attivisti per la pace, esponenti di sinistra e delle minoranze del paese, democratici, religiosi, sindacalisti, artisti, antifascisti, avvocati, politici ed esponenti delle istituzioni non assoggettati ai diktat violenti e fomentatori di odio nel paese.

Stanno facendo un vero e proprio lavaggio del cervello, spacciando per un paese libero, un covo di nazisti. Sarebbe importante lo sdegno internazionale dei sempre solerti difensori del giornalismo libero, come quelli che da anni tacciono colpevolmente sulla sorte ignobile riservata a Julian Assange.

Il 20 marzo Zelensky ha unificato in un unico canale le emittenti radio e tv di stato, poi ha bandito gli ultimi 11 partiti politici di sinistra, democratici e di opposizione, che non erano stati messi fuorilegge ( 47 Partiti e associazioni) nel 2014 dopo il golpe di EuroMaidan.

La giornalista e presidente dell’Unione degli emigranti politici e dei prigionieri politici dell’Ucraina Larisa Shesler, attivista per i diritti umani e civili, ha denunciato che il 2 luglio la SBU ha scatenato ennesime incursioni contro cittadini della componente russa a Kiev e contro cittadini che hanno espresso appoggio per la pace, per la negoziazione con la Russia o si sono permessi di criticare le autorità di Kiev.

Secondo questa denuncia, a Kiev e non solo a Kiev, sta avvenendo una feroce epurazione di tutte le persone che si oppongono alla situazione nel paese, molti esponenti antifascisti e giornalisti indipendenti sono stati catturati e portati via dalle proprie abitazioni e di molti non si hanno notizie precise.

Dalla fine di febbraio a giugno, oltre 400 persone sono state arrestate dalla SBU nella sola Kharkiv con l’accusa di cooperazione con la Russia. Il motivo dell’arresto è stata la negazione del fatto dell’aggressione da parte della Russia, il sostegno a Mosca o concorso con la Russia. Gli arrestati con questa accusa rischiano fino a 15 anni di carcere.

L’ufficio del procuratore regionale della città di Zhytomyr riferisce che dal 10 maggio, 40 procedimenti penali sono stati avviati nella regione di Zhytomyr ai sensi dell’articolo 111-1 del codice penale dell’Ucraina “Attività di collaborazione“. A seguito delle indagini, sono state emesse quattordici condanne contro residenti della regione. A giugno altri 23 casi con incriminazioni simili sono stati inviati alla magistratura.

Nella regione di Kirovograd, secondo la stampa locale, “altri cinque cooperatori col nemico” sono andati in prigione per pene da 2 a 5 anni. Sono stati accusati di diffondere informazioni filo-russe sui social network e di condannare le azioni delle autorità ucraine. Già ad aprile, la SBU della regione aveva comunicato di aver messo quattro collaboratori in carcere, per giudizi positivi sui social network, circa le azioni dell’esercito russo. Tra i detenuti, una donna è stata condannata a 4 anni. Un’altra che aveva giudicato legittime le azioni delle forze armate russe in Ucraina, è stata condannata a 5 anni di carcere. 

Negli stessi giorni a Dnepr altre 12 persone sono state arrestate con accuse simili. Solo a marzo sono state arrestati 31 cittadini.

Si sono perse le tracce anche di diversi membri dei movimenti di sinistra “Novyi Sotcialism” (“Nuovo Socialismo”) e “Derzhava” (“Potere”). Hanno smesso di rispondere alle chiamate e sono scomparsi dalle reti. È possibile che si nascondano o che siano già stati presi e detenuti, come successo ad attivisti catturati a Nikolaev.

Arresti e brutalità contro civili della SBU in Dnipropetrovsk. https://twitter.com/i/status/1511301270820343809

Il 19 marzo nella città di Krivoi Rog i militari ucraini hanno arrestato a casa sua Yury Bobchenko, presidente del Sindacato degli operai e minatori ucraini dell’Arcelor Mittal Krivoi Rog, una multinazionale.

Il 5 aprile la SBU ha arrestato il noto antifascista di Kharkov Oleg Novikov. Nel suo canale Telegram è riuscito a scrivere prima di essere portato via: “Sono venuti a prendermi. Siate sempre voi stessi“. Oleg Novikov è un ex deputato del consiglio distrettuale, un attivista antifascista di “Kharkiv anti-Maidan”, disabile con 3 figli piccoli, un uomo di fede ortodossa e convinzioni inflessibili. Nel 2015, come leader della ONG Istok, fu arrestato e condannato a tre anni di carcere per “separatismo”.

Dopo il suo rilascio, Novikov aveva continuato ad esprimere pubblicamente la sua posizione sulle relazioni fraterne tra i popoli russo e ucraino; dopo lo scoppio delle ostilità, ha coraggiosamente cercato di trasmettere la verità alla popolazione.

Il regista cileno americano Gonzalo Lira è stato arrestato e poi messo ai domiciliari a Kharkiv , dopo l’intervento dell’Ambasciata cilena

Dal 15 aprile era scomparso in Ucraina il famoso scrittore e regista americano-cileno Gonzalo Lira. Il 14 aprile aveva avvertito su Telegram, dei suoi timori e del rischio di essere preso e arrestato dal regime di Kiev, dopo aver subito minacce.

Lira ha tenuto una cronaca in inglese sul suo Twitter degli eventi in Ucraina dal 24 febbraio. In particolare aveva criticato il regime di Zelensky, perché in modo scellerato, le autorità ucraine, hanno preso la decisione criminale di distribuire armi alla popolazione senza controllo e nessuna responsabilità. Inoltre denunciava anche che il regime di Kiev organizzava repressioni e linciaggi di persone inermi per le strade delle città ucraine. Aveva anche documentato il ruolo di illegalità dei militanti di estrema destra nei ranghi delle strutture di potere dell’Ucraina.

Volete sapere la verità sul regime di Zelensky? Cercate su Google questi nomi: Vladimir Struk, Denis Kireev, Mikhail e Alexander Kononovichi, Nestor Shufrich, Jan Taksyur, Dmitry Dzhangirov, Elena Berezhnaya.

Se non mi sentite per 12 ore o più, mettetemi in questa lista di scomparsi”, questo avvertimento era stato scritto dal regista poco prima della scomparsa. Alcuni giornalisti hanno condotto una loro indagine su ogni nome indicato dal regista cileno e hanno verificato che sono tutte persone rapite dalla SBU e poi scomparse. Numerosi media cileni hanno riferito della scomparsa di Lira. Su richiesta dei giornalisti cileni, il ministero degli Esteri del Cile ha fatto sapere che stava operando per aiutare il proprio concittadino. Il 20 aprile si è rifatto vivo con un collegamento online facendo sapere che stava bene, ma che non poteva fare altre dichiarazioni essendo ristretto in detenzione domiciliare: “…Fisicamente sto bene. Non posso dire nient’altro, a parte il fatto che sto bene. E grazie per esservi preoccupati per me. Lo apprezzo molto…non posso lasciare Kharkov…”, sono state le sue parole.

Anche la pubblicista e blogger di Kiev, Myroslava Berdnik, nota antifascistae autrice del libro messo al bando in Ucraina “Le pedine nel gioco di qualcun altro. La storia segreta dei nazionalisti ucraini” è stata accusata dall’SBU di attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina e tradimento.

In una intervista aveva raccontato la sua vicenda: “ …una mattina non avevo aperto la porta a una persona sconosciuta che cercava di entrare violentemente nel mio appartamento, affermando di volermi portare in polizia. Dopo un’ora e mezza, ho cominciato a trascinarmi fuori dall’appartamento con le stampelle per andare in taxi alla clinica per le cure, un investigatore della SBU mi ha bloccato nella tromba delle scale e, sotto registrazione video, mi ha letto una notifica dove mi si comunicava che ero in un momento non specificato di un indagine preliminare, perché in circostanze non specificate e in un luogo sconosciuto, rendendomi conto della criminalità delle mie azioni, avrei attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina per rovesciare l’ordine costituzionale“, ha raccontato la Berdnik, dichiarando di essere assolutamente in dissenso “con questa accusa delirante” e di considerarsi estranea alle accuse. “Mi ha davvero irritato, ma non accetterò accordi con le indagini, per confessare accuse assurde e mi difenderò con buoni avvocati. Sono gravemente malata, dopo un’operazione complessa ora ho delle complicazioni, sembra tutto una tortura. Anche sotto Poroshenko, vista la debolezza delle imputazioni e l’assurdità dell’accusa, non avevano osato toccarmi. E ora questi… ehm. Combatterò!” Infatti la SBU l’aveva già minacciata nel 2016: “se non ammetteva la sua colpevolezza”, poteva essere condannata a 15 anni ai sensi dell’articolo 258 del codice penale.

In marzo l’SBU ha arrestato Elena Lysenko, moglie dell’ attivista per i diritti umani e volontario civile di Donetsk Andrey Lysenko, che da molti anni distribuisce donazioni umanitarie internazionali (anche per SOSDonbass Italia), per aiutare la popolazione del Donbass. E’ stata rilasciata e messa in libertà vigilata, ma solo dopo essere stata costretta a registrare un video in cui calunniava il marito. Infatti la SBU ha costretto la donna a diffamare se stessa e la sua famiglia, e ad accusare il marito registrando un video. Elena ha poi dichiarato di essere stata costretta a tutto questo, chiedendo perdono e di averlo fatto per poter accudire le due figlie di sua sorella appena morta. Chi conosce Andrey non ha amai avuto alcun dubbio.

Nelle rappresaglie in corso contro i membri dell’opposizione è anche caduto Viktor Medvedchuk, capo del partito “Piattaforma di Opposizione/ Patrioti per la Vita”, che era il secondo partito più grosso dell’Ucraina, prima di essere anch’esso messo fuorilegge. Medvedchuk è stato rapito ad aprile dalla SBU e poi è stato picchiato, per fargli fare dichiarazioni poi presentate come spontanee.

Il politico è accusato di tradimento e violazione delle leggi di guerra. Secondo gli investigatori, aveva in programma di produrre petrolio e gas sulla piattaforma del Mar Nero nella regione della Crimea e di aver fornito assistenza alla Russia per “attività sovversive contro l’Ucraina“.

Medevdchuk è stato rapito in una operazione molto spettacolare, con presenti molti testimoni, 12 di questi erano pronti a testimoniare circa ciò che accadde. Ora si è scoperto che 10 di questi testimoni, tutti attivisti del Partito di opposizione, sono stati uccisi.

Il 20 marzo, a Kharkiv uomini non identificati con uniformi militari e il bracciale blu, hanno rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, che ha sempre difeso i dissidenti e i prigionieri politici in tribunale, anche accusati di alto profilo. E’ stato portato via in una direzione sconosciuta, portando via dalla sua abitazione documentazioni e fascicoli dei suoi assistiti.

Subito dopo il rapimento, uno dei clienti dell’avvocato, Spartak Golovachev, anche lui poi arrestato, aveva parlato così di Tikhonenkov: “A Kharkiv è stato rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, un deputato del consiglio distrettuale e insegnante all’Accademia di giurisprudenza di Kharkiv. Sui libri di testo da lui scritti, ho imparato le scienze giuridiche. L’avvocato ha lasciato un figlio affetto da paralisi cerebrale che ha bisogno di cure costanti. Anche lui è malato di cancro e ha bisogno di cicli di cure. Dmitry Anatolyevich è noto in Ucraina per le sue attività per i diritti umani e ha affrontato molti casi avversi al governo di Kiev. Era, tra le altre cose, il mio avvocato”, ha scritto Golovachev.

L’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina ha riferito che l’avvocato è stato accusato di alto tradimento, in base all’ormai popolare articolo nel paese. L’accusa ritiene che Tikhonenkov abbia fornito ai militari russi dati sul luogo, in cui si trovano unità delle forze armate ucraine.

La moglie dell’avvocato ha sporto denuncia alla polizia per il rapimento. E’ probabile che Tikhonenkov sia stato sequestrato dalla SBU. Egli era anche deputato del Consiglio regionale di Kharkiv del partito politico di opposizione, ora fuorilegge “ Piattaforma per la Vita”.

Ad aprile è stato arrestato dai servizi segreti di Kiev, per sospetto di alto tradimento il giovane blogger ucraino, Gleb Lyashenko, con l’accusa di propaganda anti-ucraina e alto tradimento. Rischia 15 anni di carcere. Lo riporta direttamente la SBU (fonte qui:  https://www.facebook.com/100064794063917/posts/340834014753065/) che spiega nel dettaglio le attività “criminose” di quello che viene definito un “indegno giornalista”. Secondo gli investigatori dell’intelligence il blogger avrebbe screditato la politica del governo e sostenuto le azioni russe. In altre parole è stato incarcerato per aver criticato Zelensky e aver detto che, anche i russi hanno le loro ragioni. Reati d’opinione quindi, né più né meno. Ecco la democrazia “ à la carte”, per la cui difesa stiamo mandando a rotoli l’economia, rischiando di trascinare l’intera Europa in un sanguinoso conflitto totale.

In aprile la SBU ha arrestato a Kiev Dmitry Marunich, ingegnere ed esperto nel campo dell’energia per “tradimento”, la sua colpa sta nel fatto che ha rilasciato diversi commenti pubblici ai media russi su questioni energetiche. In base a quale articolo sia stato accusato, non è riportato, ora si trova in un centro di custodia cautelare.

Il 19 marzo alle 7:34 del mattino è stato arrestato Yuriy Tkachev, un giornalista di Odessa, caporedattore della rivista online “Timer Odessa”. Poco prima di essere preso era riuscito a scrivere sul Web: “Sono venuti a prendermi. E’ stato bello comunicare con voi“. 

Secondo la moglie di Yuri, Oksana, quando lui ha aperto la porta dell’appartamento, non ha fatto alcuna resistenza. Ma, nonostante ciò, la SBU lo ha trascinato sul pavimento, stendendolo a faccia in giù. Poi hanno anche detto a lei di lasciare l’appartamento. Nessuna violenza è stata usata contro di lei. Secondo Oksana Chelysheva, una attivista per i diritti umani, che ha parlato con la moglie, ella afferma di aver visto attraverso la porta d’ingresso aperta, come uno degli ufficiali della SBU è andato nel bagno, dove è rimasto per diversi minuti. Poi è nel bagno che gli ufficiali della SBU hanno dichiarato di aver “scoperto” una granata e una bomba TNT. “Dopo che quest’uomo ha lasciato il bagno, la SBU ha riportato Yury e Oksana nell’appartamento, dove è iniziata la ricerca. Allo stesso tempo, hanno costretto Yuri a spogliarsi. Gli è stato permesso di vestirsi solo prima di essere portato via ”, ha sottolineato l’attivista per i diritti umani. Ora è ai domiciliari in attesa del processo.

TRE RESIDENTI DELLA TRANSCARPAZIA SONO STATI ARRESTATI PER “SOSTEGNO PUBBLICO ALLA RUSSIA”.

Il 7 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto di tre residenti della regione della Transcarpazia, che hanno sostenuto apertamente la Russia sui social network e sui propri siti web, e hanno anche criticato il governo di Kiev. Lo ha riferito il Centro Unificato di Assistenza Legale “Compatrioti” facendo riferimento ad una nota del Centro stampa della SBU.

Uno è un residente del distretto di Mukachevo, capo di una organizzazione pubblica, che, attraverso gli account ei gruppi da lui amministrati nei social network, aveva condotto una campagna di informazione fino a quando non sono stati presi i provvedimenti che riguardano “la minaccia all’ ordine costituzionale e l’integrità territoriale dell’Ucraina”, come scrive l’ SBU. Ai sensi della parte 2 dell’articolo 109 del codice penale ucraino, l’uomo rischia la reclusione fino a tre anni.

Altri due residenti della regione, che hanno parlato a sostegno della Russia, sono stati arrestati per sospetto ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2 (giustificazione, riconoscimento della sua legalità, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina, glorificazione dei suoi partecipi) del codice penale ucraino. Rischiano una condanna fino a cinque anni.

Va ricordato che un residente di Kiev è stato condannato a 5 anni per un like a Odnoklassniki, un network russo, pur riconoscendo che egli non aveva scritto nulla di suo sul portale.

UN CITTADINO DI KIEV È STATO ARRESTATO PER AVER ACCUSATO LE AUTORITÀ UCRAINE DI CRIMINI DI GUERRA

Il 3 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha arrestato un residente di Kiev, che ha accusato le autorità ucraine di crimini di guerra sui social network, allegando foto e video attinenti alle sue dichiarazioni come prove.

Lo ha comunicato il centro stampa della SBU.

Secondo la SBU, il detenuto è un ex laureato della Scuola per piloti dell’aviazione militare superiore di Chernihiv, che era intitolata a Komsomol Lenin. Secondo l’accusa, dal 24 febbraio 2022 ha iniziato una attività sui social media accusando nei suoi account, crimini di guerra ucraini. In particolare, ha scritto che colonne di rifugiati di Mariupol e Berdyansk erano state colpite da razzi a grappolo delle forze armate ucraine e che l’esercito ucraino, i cui rappresentanti ha definito nazisti, sparavano a bambini e civili nel Donbass.

Allo stesso tempo, ha sostenuto le azioni della Russia per denazificare l’Ucraina e ha caricato video di come l’esercito russo sta aiutando gli ucraini. L’uomo è stato accusato ai sensi della parte 2 dell’art.436-2 (giustificazione, riconoscimento della legalità delle operazioni russe, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa in Ucraina, glorificazione dei suoi partecipanti) del codice penale ucraino. Rischia fino a cinque anni di reclusione.

Con l’accusa di tradimento, è stato arrestato il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale di Nikolaev, Gennady German. Il procuratore generale dell’Ucraina Irina Venediktova ha riferito nel suo blog che è stato il capo dell’ufficio del procuratore regionale di Nikolaev ha scoprire la “talpa”, e poi lo ha denunciato alla SBU.

Secondo la SBU il pubblico ministero avrebbe svolto “compiti criminali per i rappresentanti dello Stato aggressore”. L’accusa comunicata dal funzionario dell’SBU Artem Degtyarenko è “ di essere un sostenitore del “mondo russo” e di aver meticolosamente “fatto trapelare” informazioni al nemico sul numero e sui luoghi di detenzione dei prigionieri di guerra delle forze armate della Federazione Russa, nella regione di Nikolaev. Oltre ad aver fornito dati sul personale militare e sui civili morti e altre informazioni di interesse per gli occupanti. In cambio di queste informazioni, sperava di continuare a lavorare nell’ufficio del pubblico ministero nel caso in cui il nemico avesse catturato la regione, ma ha dimenticato che per tali azioni è previsto l’ergastolo. Le sue attività sono state interrotte in tempo e sono state evitate conseguenze più gravi”, questa la nota dell’SBU.

Secondo l’ex vice della Verkhovna Rada Oleksiy Zhuravko, l’agitazione tra le forze di sicurezza ucraine, rivelata dal caso del procuratore di Nikolaev, German, indica che le autorità golpiste ritengono imminente l’ingresso di truppe russe a Nikolaev e organizzano frettolosamente azioni esemplari dimostrative, per intimidire la popolazione e i funzionari locali: “ E’ la dimostrazione che hanno paura. Questo caso è un altro dei loro falsi. Non hanno via d’uscita e iniziano a intimidire le persone con tali metodi, prevenendo cose che sembrano loro sospette. Ho parlato con Nikolaev, la situazione sta cambiando radicalmente, le persone stanno iniziando a capire chi sia veramente l’assassino della loro stessa gente. Le persone vedono cosa sta succedendo e perché tutto sta accadendo, vedono chi piazza armi, chi piazza punti per i cecchini vicino a edifici residenziali e appartamenti. Ora, penso, i servizi speciali ucraini intensificheranno le repressioni e cercheranno traditori ovunque“, ha detto Zhuravko.

LA SBU HA ARRESTATO A FINE GIUGNO, 19 GIORNALISTI DI OPPOSIZIONE

Il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto in contemporanea di 19 giornalisti di opposizione a Kiev, Kharkov, Odessa, Zaporozhye, nonché nelle regioni di Dnipropetrovsk e Vinnitsa.

Lo ha riferito il centro stampa della SBU. Secondo la nota, i giornalisti hanno pubblicato informazioni sulla detenzione di prigionieri russi, che non erano state concordate con le autorità, e hanno anche preparato materiali su nazionalisti operativi.

INSEGNANTE DI LINGUA UCRAINA, ARRESTATA A ZHYTOMYR PER AVER SOSTENUTO LA RUSSIA

Il 14 giugno la direzione del Servizio di sicurezza ucraino nella regione di Zhytomyr ha riferito dell’arresto di un certo numero di residenti non indicato numericamente, per sostegno alla Russia.

Secondo la comunicazione, anche una insegnante di lingua ucraina di Zhytomyr, la quale discutendo con i suoi colleghi, aveva spiegato che le azioni della Russia in Ucraina, non erano sbagliate, dal momento che aveva l’obiettivo di cancellare Bandera e combattere i neonazisti. Per questo fatto, è stata avviata una causa ai sensi della parte 1 dell’articolo 111-1 (attività di collaborazione) del codice penale. Rischia fino a 15 anni.

In base allo stesso articolo, è stato avviato un procedimento nei confronti di un altro residente di Zhytomyr, che ha apertamente spiegato ai residenti locali, che la Russia in Ucraina stava proteggendo la popolazione di lingua russa dall’oppressione dei nazionalisti neonazisti.

La SBU ha anche arrestato due residenti di Novograd-Volynsky per messaggi e pubblicazioni sui social network a sostegno della Russia. È stato avviato un procedimento contro queste persone ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2, del codice penale ucraino. Gli imputati rischiano fino a 5 anni di reclusione.

La SBU ha dichiarato che per un tale atto, un residente di Berdichev è stato condannato alla reclusione per un periodo di tre anni perché nei social aveva sostenuto la Russia.

La SBU ucraina dà la caccia a figure dell’opposizione anche al di fuori dei confini del paese.

All’interno di questa campagna di repressione dispiegata, il 5 maggio, la SBU ha annunciato l’arresto in Spagna del politico e attivista ucraino Anatoly Shariy. Shariy e il suo partito, pur non essendo filorussi, si erano opposti al colpo di stato militare di Maidan del 2014 e anche criticato i presidenti Poroshenko e Zelensky per la loro collaborazione con i neonazisti. Poche settimane prima del suo arresto, Shariy aveva detto alla stampa di essere stato avvertito che la SBU stava preparando un attentato contro di lui, come precedentemente anticipato dalla Fondazione per la lotta alla repressione. Ora, dopo l’arresto, i suoi avvocati spagnoli temono per la sua incolumità, perché è ormai pubblico che le autorità ucraine utilizzano la tortura e l’omicidio per i loro oppositori politici.

Shariy è un ucraino, nel 2019 ha fondato un suo partito politico (ora, uno degli oltre 60 messi fuorilegge). Shariy è stato descritto dai media ucraini e internazionali come un filo-russo e anti-ucraino, etichette che egli nega e contesta nei tribunali. Dopo alcuni suoi lavori investigativi, aveva ricevuto numerose minacce di morte. Dopo essere uscito dall’Ucraina e chiesto asilo politico nell’Unione Europea, lo scorso anno la Lituania gli ha revocato l’asilo politico e lo ha dichiarato persona non grata. A quel punto si è trasferito in Spagna. Nel febbraio 2021, Shariy è stato accusato di tradimento e incitamento all’odio etnico o razziale dal Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU). Il 4 maggio 2022 è stato arrestato dalle autorità spagnole su richiesta della SBU. Ora le autorità spagnole stanno studiando il caso per decidere una estradizione in Ucraina, per il crimine di tradimento e incitamento all’odio, come richiesto dalla giunta di Kiev.

In una recente intervista all’Independiente ha dichiarato: “ I miei legami con la Russia sono gli stessi che si possono avere in qualsiasi paese libero. Sono stato accusato di alto tradimento in Ucraina. Ho ricevuto la notifica un anno fa. Non ho nulla da nascondere perché non è altro che una situazione burlesca. I servizi di sicurezza mi indicano in un posto, ma non si sa quale, con una persona , ma non si sa chi. Poi ad un certo momento, non si sa quando, ho iniziato a stabilire connessioni con la Russia per scopi di propaganda. Queste sono accuse ridicole. Seppure molto pericolose per la mia vita“.

Come ha denunciato il giornalista statunitense Dan Cohen: “…Anatoly Shariy è stato l’obiettivo di un recente tentativo di omicidio della SBU. Shariy è stato un esplicito oppositore del regime di Maidan sostenuto dagli Stati Uniti, ed è stato costretto a fuggire in esilio dopo aver subito anni di vessazioni da parte dei nazionalisti ucraini. Nel marzo di quest’anno, il giornalista libertario aveva ricevuto un’e-mail da un amico, “Igor“, che gli chiedeva di organizzare un incontro. Successivamente ha appreso che Igor era appena stato arrestato dalla SBU e sotto pressioni veniva usato per indurre Shariy a rivelare dov’era.

Egli era inserito nella famigerata lista nera pubblica di Myrotvorets dei “nemici dello stato ucraino“, fondata da Anton Geraschenko, il consigliere del Ministero degli affari interni che ha approvato l’assassinio di parlamentari ucraini accusati di simpatie russe…”.

Il più famoso politologo ucraino, Mikhail Pogrebinsky, di 75 anni, è stato costretto a lasciare l’Ucraina dopo che è stata effettuata una perquisizione nel suo appartamento e una convocazione presso l’SBU. Nei dibattiti aveva sempre sostenuto la necessità di trovare una soluzione politica che facesse rimanere le Repubbliche Popolari del Donbass nella statualità ucraina, ma da febbraio non era più intervenuto in TV o in eventi pubblici.

Dopo che Ukrayinska Pravda, un giornale controllato dai partner di George Soros, aveva riportato che Pogrebinsky era accusato di aver condotto uno studio sociologico, il cui risultato, anche in condizioni di censura e terrore, aveva mostrato un sostegno alle azioni della Russia e di Putin al livello del 45% della popolazione, la situazione ha cominciato a farsi difficile e rischiosa per il politologo, conoscendo i metodi della SBU, anche per la sua famiglia. Ecco perché Pogrebinsky ha scelto l’esilio.

Il 13 marzo una banda di neonazisti ha assaltato e bruciato la casa dell’attivista di sinistra e bikerDmitry Lazarev vicino ad Odessa, nel distretto di Razdelnyansky.

Lazarev è noto ad Odessa per le sue posizioni dopo il golpe di EuroMaidan. Ha sempre osteggiato l’avvento delle forze radicali neonaziste ucraine e difeso la memoria storica della Grande Guerra Patriottica e dell’Unione Sovietica. Per questo negli ultimi otto anni ha dovuto scontrarsi e subire numerosi attacchi e minacce.

E’ sotto processo già dal 1 maggio 2020, per aver issato nel giorno della festa dei lavoratori una bandiera rossa. Per questo sta aspettando una sentenza, dove rischia la reclusione fino a cinque anni, con possibile confisca dei beni. Nonostante questo, anche il 9 maggio, Giornata della Vittoria sul nazismo, ha issato la bandiera dell’URSS.

Infatti nell’Ucrainademocratica” del dopo Maidan, il termine “Grande Guerra Patriottica” è bandito, e per l’esposizione della bandiera rossa, sotto la quale hanno combattuto milioni di ucraini padri e nonni degli attuali cittadini, si può essere processati e condannati fino a tre anni di carcere, per diffusione di simboli sovietici e comunisti.

In una intervista all’attivista dei diritti umani e giornalista ucraina Oxana Chelysheva, scappata dall’Ucraina, così si è espresso Lazarev: I discendenti non ci perdoneranno un Paese fatto a pezzi e deterso con il sangue. Ho capito solo dopo, che la punizione secondo l’attuale legislazione ucraina, potrebbe essere grave. Ma se le leggi inventate dalle persone contraddicono le leggi della coscienza e del buon senso, allora penso che dovremmo essere guidati da quest’ultimo.

Non potevo fare altrimenti, ogni nostro gesto è necessario nella società. Il padre di mia madre e i suoi due fratelli non sono tornati dalla guerra. Memoria eterna e gloria a loro. Voglio il diritto che mi restituiscano i miei nonni almeno per un giorno. Almeno per un’ora. Guardarsi negli occhi, abbracciarsi…Il Giorno della Vittoria è una festa sacra. Mio nonno paterno ha attraversato tutta la guerra. CINQUE medaglie al valore e più di 30 nazisti abbattuti, causati dalla batteria antiaerea che comandava. Per questo alzo lo Stendardo Rosso per i Nonni, per gli Eroi e i Vincitori del 9 maggio…”. Per questi valori “criminali”, nell’Ucraina odierna, gli hanno bruciato la casa e rischia il carcere.

La SBU è arrivata e sta entrando nella mia casa”, queste le ultime parole scritte dallo storico Alexander Karevin, attraverso il web. Ad oggi non si sa il destino dello storico o altre notizie.

La SBU sta irrompendo in casa”, queste invece le ultime parole scritte ad oggi, dal giornalista Dmitry Skortsov, pubblicate sul suo social network. Ad oggi si sa solo che il giornalista è latitante.

Ma le rappresaglie e le ritorsioni in questa Ucraina deformata e coartata non si fermano nemmeno di fronte alle fedi religiose, anzi, negli ultimi mesi si intensificano e dilagano anche contro i Padri della Chiesa ortodossa Ucraina e i milioni di credenti che li seguono, assaltando e distruggendo templi e chiese. Che documenterò in un prossimo lavoro.

Questo è ciò che decine di migliaia di cittadini ucraini, subiscono quotidianamente nel loro paese, dal governo Zelensky, continuatore del golpe di EuroMaidan del 2014, nel più totale oscuramento mediatico del nostro sistema informativo e, OVVIAMENTE, questo è solo la parte visibile dell’iceberg, documentata limitatamente fino a giugno, ma che quotidianamente è incrementata di costanti repressioni.

Tutto ciò avviene ogni giorno mentre i crimini vengono archiviati e i criminali di stato, vivono indisturbati o, come spesso accade vengono addirittura premiati. Come nel caso di Maxim Marchenko, l’ex comandante del battaglione neonazista “Ajdar” accusato dalle organizzazioni per i diritti umani per i suoi numerosi atti di violenza e crimini contro civili… è stato poi nominato governatore dell’Oblast di Odessa.

Fonti:

Fondazione per la lotta alla repressione

CENTRO STAMPA DELL’SBU Ucraina

Mintpressnews

Washington Post

New York Times

5 TV

SOZH Info

Ukraina.ru

Junge Welt

NBC

BBC

t.me/s/repressionoftheleft

Telegram ucraino

White Lives Matter

Timer

PolitNavigator

Vera24.eu

Pravcenter

Independiente

Obozvevatel

Enrico Vigna, 28 luglio 2022

RAZIONAMENTO: Lo vuole e lo decide l’Europa

di Tonino D’Orazio (1 agosto 2022)

Un Consiglio europeo dei ministri dell’Energia ha convalidato, il 20/7/22, COM(2022)361Final, una proposta di Regolamento presentata dalla Commissione per organizzare il taglio del gas nell’Unione. L’operazione è ricoperta dalla modesta denominazione di “riduzione dei consumi”, in questo caso del 15%. La stampa sovvenzionata (e anestetizzata dagli elementi di linguaggio forniti dall’American Deep State) è attenta a non svegliare il pubblico comune: evita di spiegare chiaramente che la riduzione dei consumi si tradurrà in un razionamento più o meno brutale a seconda dei paesi. E il regolamento prevede espressamente di prendere di mira, in via prioritaria, le famiglie tralasciando le imprese.

Dobbiamo assaporare le formule pudiche che la stampa riprende continuamente senza spiegarne chiaramente il significato al grande pubblico. Il regolamento che l’Unione sta per imporre ai popoli che la compongono si chiama “misure coordinate di riduzione della domanda di gas”. Questa formula tecnocratica non significa altro che “tagli gas per le famiglie ordinati dalla Commissione europea”. La mia formulazione ha lo svantaggio di indicare esattamente quale sia il prezzo che i cittadini dell’Unione devono pagare per il loro sostegno alla politica suicida americana di guerra contro la Russia; che dovremo pagarne il prezzo alto, vale a dire, diventare più poveri e avere freddo d’inverno, e forse non basterà. Per finire, i tagli del gas a gennaio 2023 saranno ordinati da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione burocratica (di nuovo la Troika), senza tener conto dei bisogni popolari… o dei governi nazionali. Questo è ciò che la Commissione chiama ironicamente “riduzioni volontarie della domanda”.

Scopriamo inoltre, in questo regolamento, il cui scopo principale è trasferire la nostra cosiddetta “sovranità energetica” alla Commissione von der Leyen, l’invenzione di un nuovo concetto: “l’allarme dell’Unione”. “Allarme dell’Unione” indica un livello di crisi specifico dell’Unione che fa scattare un obbligo di riduzione della domanda e che non è collegato a nessuno dei livelli di crisi di cui all’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2017/1938. Infatti il nuovo regolamento in arrivo prevede una tappa aggiuntiva nei dispositivi repressivi e di spoliazione pazientemente costruiti dal 2014: in questo caso, un “allerta dell’Unione” dà a Bruxelles il potere di tagliare il gas ai cittadini dell’Unione senza che uno Stato membro possa opporsi. Sono convinto che questa innovazione sarà un altro punto di rottura della stessa Unione europea.

Questo principio di “allerta dell’Unione” è al centro del regolamento (17 pagine), che ne dà istruzioni per l’uso: La Commissione può dichiarare una segnalazione dell’Unione solo in caso di rischio significativo di una grave carenza di approvvigionamento di gas o di una domanda di gas eccezionalmente elevata. Il caso è cucito con filo bianco: in caso di “grave carenza di approvvigionamento di gas”, la Commissione europea prenderà il controllo e deciderà tagli drastici alla distribuzione del gas per evitare disastri. I criteri definiti dal regolamento per innescare questa “allerta”, che altro non è che una presa di potere da parte della Commissione, sono talmente vaghi che tutto è ormai possibile. In pratica, alla minima ondata di freddo, gli Stati saranno espropriati del loro ruolo di “regolazione del mercato”, e tutto si deciderà a Bruxelles, (o forse meglio, a Berlino). Poi dicono che Orban è cattivo.

In pratica, una segnalazione dell’Unione fa scattare una “riduzione obbligatoria” (che non è più una riduzione del tutto volontaria, si concorderà) dei consumi di gas. Ai fini della riduzione obbligatoria della domanda, fintantoché l’allerta dell’Unione è dichiarata, il consumo aggregato di gas naturale di ciascuno Stato membro nel periodo dal 1 agosto di ogni anno al 31 marzo dell’anno successivo (“periodo di attuazione”) è ridotto di almeno il 15% rispetto al consumo medio di questo Stato membro nel periodo dal 1 agosto al 31 marzo (“periodo di confronto”) per i cinque anni consecutivi precedenti la data di entrata in vigore del presente regolamento.

Anche qui, va notato che il cartello della stampa sovvenzionata evita abilmente di specificare che i tagli del gas sono previsti per un intero inverno… Questi tagli dovrebbero ufficialmente far risparmiare il 15% dei consumi di ciascuno Stato. Ma nulla esclude che, in solidarietà con l’industria tedesca, (fino ad oggi rifiutato dai paesi/colonie del Mediterraneo), ogni Paese sia chiamato a fare temporaneamente di più…

Saranno quindi le famiglie ad essere colpite in via prioritaria per proteggere le imprese … Sono soprattutto i criteri di selezione dei target a meritare un’attenzione particolare, criteri di cui ovviamente nessuno parla per paura di suscitare rabbia contro la solita e stupida sottomissione dell’Unione a Washington. La selezione spiega semplicemente chi non dovrebbe essere influenzato dai tagli di gas che si stanno preparando. In questo caso, queste persone privilegiate, ribattezzate “clienti tutelati”, sono quelle che ricoprono un ruolo essenziale “per la società”, e che non potrebbero più ricoprirlo in caso di mancanza gas, ma anche coloro che svolgono un “ruolo essenziale per la società” degli altri Stati membri. A questo gruppo si aggiungono le industrie che rischierebbero di essere danneggiate in caso di interruzione della fornitura di gas, o quelle (un gruppo ancora più vago) che davvero non possono fare a meno di utilizzare il gas. Coloro che non sono in questa lista sono “clienti non protetti”. In concreto, si tratta di famiglie e società di servizi che pagheranno per i protetti. E’ il cetriolo legalizzato.

E’ il prezzo da pagare per l’Ucraina. Molti europei, a febbraio, erano soddisfatti della narrazione ufficiale, “fabbricata” da organizzazioni vicine alla CIA, per decifrare la situazione in Ucraina. Il malvagio Putin ha brutalmente invaso i gentili ucraini che meritano il nostro pieno sostegno. Finché la guerra è stata uno spettacolo televisivo, lontano da noi, con le sue immagini piene di emozioni binarie, appoggiandosi anche su allestimenti crudi e macabri come in Bucha, molti potrebbero essere pigramente soddisfatti di questa spiegazione. Ma, a poco a poco, la guerra in Ucraina e la strategia americana di mettere in ginocchio l’Europa sotto la copertura di una frenetica difesa del loro Occidente, oltrepasserà lo schermo e si intrometterà nella vita quotidiana degli europei: inflazione, privazioni di gas, elettricità, razionamento del carburante attraverso aumenti di prezzo. Povertà. Rivolte sociali?

Scommetto sul fatto che l’escalation del caos che la casta organizza per difendere il proprio ordine, strumentalizzando tutto ciò che può, comprese le tragiche morti dei poveri ucraini, produrrà lo stesso effetto degli sproloqui e delle incongruenze sul COVID: a poco a poco, interi settori dell’opinione pubblica capiranno il trucco e, con dolore, rivolgeranno le loro armi, politiche, contro il loro governo corrotto. A tirare troppo la corda, alla fine questa si strappa.

Colonizzatori e colonizzati

di Andrea Zhok

L’altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti “postcolonial studies”.

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un’Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano “compreso” i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un’identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come “essere umano pienamente riuscito”, perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest’inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato.

D’altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di “prima”.

Il passo finale decisivo era l’adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che “noi” fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.

Ma poi, d’un tratto, lo slittamento gestaltico, l’intuizione.

D’un tratto ho visto che immaginarci come quel “noi” era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori.

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.

Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli orientamenti della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

FONTE: Pagina Facebook di Andrea Zhok

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/23470-andrea-zhok-colonizzatori-e-colonizzati.html?auid=76958

Ucraina la trappola mortale

di Tonino D’Orazio

Le tattiche delle incessanti operazioni militari in Ucraina lasciano perplessi i migliori analisti del Pentagono, e solo pochi hanno cominciato a intuire che l’obiettivo principale dell’operazione non è affatto la resa di Kiev. La caduta del regime di Kiev è senza dubbio prevista nei piani dell’operazione militare speciale, ma non come culmine delle azioni russe, ma solo come tappa intermedia. La guerra si sta effettivamente svolgendo a un livello molto più alto. Per i politici e i generali americani gli Stati Uniti stanno usando l’Ucraina come arma per esaurire la Russia. La realtà potrebbe però essere diversa, se non opposta: gli anglosassoni sono stati attirati in questo campo di battaglia per porre fine alla loro dubbia e declinante egemonia. Alcuni a Washington cominciarono a sospettare qualcosa, in ritardo, perché la trappola per gli Stati Uniti era già chiusa e gli stessi americani facevano del loro meglio per perfezionarla. L’astuzia principale dell’operazione speciale della Federazione Russa è stata rivelata dal politico e giornalista ucraino Dmitry Vasilets, il quale ha osservato che andando avanti senza fretta, le forze alleate russe attuano in modo molto efficace il processo di smilitarizzazione non solo dell’Ucraina, ma anche dell’intero Occidente collettivo. Tanto che ormai alcuni paesi rifiutano le armi all’Ucraina perché ne rimangono loro stessi “sguarniti”.

L’esercito russo ha preso una pausa tattica per riorganizzarsi prima dell’attacco a Slavyansk. Anche in Occidente, in diversi hanno rilevato che siamo molto lontani dalla guerra tradizionale motivandolo con il fatto che Putin “ha paura di perdere”. Tuttavia L’esercito russo da tempo potrebbe distruggere tutti i ponti che attraversano il Dnepr e fermare il trasferimento di equipaggiamenti e personale dall’ovest del paese alle forze armate ucraine nel Donbass; dà così al nemico tempo e opportunità per accumulare riserve sulla linea del fronte in modo da poterne distruggere, lentamente, il potenziale militare concentrato ad est.

Sembrerebbe cioè che, in Ucraina, la Russia stia pianificando una guerra di lungo termine con l’Occidente. La maggior parte del territorio dell’Ucraina sta diventando un giogo finanziario per l’Europa e gli Stati Uniti. Come si dice, la politica è un’economia concentrata e la guerra è un’economia ancora più concentrata. Su questo piano, contrariamente alle previsioni, la Russia sta vincendo e arricchendosi. “L’Occidente è caduto in una trappola mortale”.

Per molti anni i ‘partner’ di Kiev hanno esportato molte loro risorse verso l’Ucraina, ma oggi sono solo costretti a iniettare enormi quantità di denaro senza ricevere nulla in cambio. È una trappola mortale per gli Stati Uniti e i suoi satelliti. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha riferito che gli alleati statunitensi ed europei non saranno in grado di mantenere l’attuale livello di sostegno a Kiev per un lungo periodo. Sebbene il presidente Biden si sia impegnato a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, (a che cosa?), nessuno si aspetta che l’Ucraina riceva miliardi di dollari aggiuntivi quando il pacchetto di aiuti da 54 miliardi attualmente autorizzato in dollari (pur con mugugni parlamentari e popolari) per l’assistenza militare e di altro tipo sarà esaurito, compresi i miliardi di euro dell’UE e di vari paesi della Nato.

Inoltre la guerra delle sanzioni sta danneggiando anche l’economia statunitense e soprattutto europea. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono comunque tenere in piedi l’Ucraina, arrivando a pagare gli stipendi dell’intero apparato statale, e presto dovranno anche sostenere l’economia in crisi dell’Unione Europea per mantenere sotto controllo la già vacillante coalizione anti-russa. Gli americani semplicemente non usciranno facilmente da una lunga guerra in tali condizioni, e, in teoria, non possono nemmeno ritirarsi, almeno senza gravi perdite geopolitiche. La trappola si è davvero chiusa e in Ucraina loro (i russi) stanno ora operando come uno schiacciasassi, prendendo tempo non solo verso le forze armate ucraine, ma verso l’intero Occidente collettivo.

Aspettando soprattutto l’esito del disastro politico-economico dell’Ue, altro fine prioritario dell’operazione speciale putiniana. E’ possibile allora, che per “denazificazione” si intenda piuttosto, in senso lato, liberare l’Europa dal dogma neoliberista anglosassone così inumanamente disastroso per i popoli? È una operazione iniziata con “fame e freddo”, “grandi sofferenze” in cambio di “libertà” e improvvisamente intaccata dalle evidenze di sputtanamento e corruzione di grandi politici europei, in vista di una rivolta generale? Una “rivolta” politica di quelli che non sostengono più questa stupida guerra a perdere, ivi incluse le classi imprenditoriali della produzione reale? Comprese quelle che fanno riferimento al capitalismo realistico trumpiano e non a quello degli ideologi transumanisti di Davos? Non sarà mica che il problema di quel genio di Draghi sia proprio questo?

Nel giugno 2022, il vice capogruppo del Partito conservatore britannico Chris Pincher è stato visto a Londra ubriaco, molestare e picchiare uomini al Carlton Club. Successivamente, il 3 luglio, varie testimonianze hanno mostrato che non era la prima volta che violava la morale puritana della classe dirigente del Paese. Seguono le dimissioni a catena all’interno dell’amministrazione di Boris Johnson (63 dipendenti su 179) e infine le dimissioni del Primo Ministro, pur se estranei alle vicende, il 7 luglio 2022. “Un clown di meno”.

L’8 luglio 2022, l’ex primo ministro giapponese e uomo forte del suo partito politico, Shinzo Abe, è stato assassinato durante una manifestazione elettorale. Suo padre aveva introdotto la Chiesa dell’Unificazione del Reverendo Moon in Giappone negli anni ’50. L’intero clan Abe era strettamente legato a questo gruppo militare-politico-religioso, uno strumento indispensabile della CIA durante la Guerra Fredda. Shinzo Abe e la setta della Luna stavano influenzando il Giappone ad allearsi pubblicamente con gli Stati Uniti contro la Cina. Ma altri pensano ad un suo realistico avvicinamento pacifico e politico alla Russia.

Il 10 luglio 2022, diverse giovani donne che hanno partecipato a una festa estiva del Partito socialdemocratico tedesco hanno “espresso gravi disagi”. All’evento hanno preso parte un migliaio di persone, tra cui il cancelliere Olaf Scholz, i parlamentari di partito e le loro squadre. Sembra che almeno nove giovani donne siano state inconsapevolmente drogate e violentate. Ma Scholz si deve soprattutto confrontare con gli interpreti del capitalismo reale della Renania i quali non sono pronti a suicidarsi sull’altare della guerra totale contro Putin.

L’11 luglio 2022 il quotidiano Le Monde ha pubblicato a fine mattinata la prima parte di uno studio di documenti ricevuti da un consorzio di media che attestano i metodi dell’azienda Uber. Sembra che il presidente francese Emmanuel Macron abbia stipulato un accordo segreto con la società americana per stabilirla in Francia modificando le leggi in vigore a suo vantaggio. Tuttavia, per il momento, nessun documento pubblicato autorizza a parlare di corruzione. E’ difficile immaginare Macron resistere a una nuova ondata dei Gilet gialli alla potenza, e per giunta, adesso, anche con supporto parlamentare.

In Olanda sono in corso proteste contro la prevista scomparsa di un terzo delle fattorie produttive in applicazione di un piano di acquisizione del massimo di terreni agricoli a fini speculativi per le multinazionali. Il cibo e l’acqua, la (nuova) ricchezza del mondo.

Anche l’Italia guidata dal cassiere-palo Draghi è in fermento e potrebbe cadere anche “in un indefinito coercitivo” non avendo più il reame parlamentare ai suoi piedi, anche se Mattarella ha rifiutato le sue dimissioni, dopo essersi presumibilmente consultato con l’Ambasciata americana, come fanno tutti (o quasi) da 70 anni a questa parte. Era già nell’aria la fuga del cassiere dopo aver distribuito il malloppo europeo a chi di dovere.

Avvertiamo che il Sistema è senza fiato e che la sua “narrativa” si va esaurendo quando anche il muro di bugie sulla pseudo-crisi sanitaria inizia a incrinarsi. L’estate è molto calda, ma si prevede un autunno torrido con, alla fine, forse, il superamento del G7 da parte del G20 (abbiamo capito che non si tratta di una presuntuosa “estensione” dell’Occidente visto che i 7 ormai sono minoranza contro i 13 non anti-russi); ma forse potrebbero essere messe in discussione anche un certo numero di altre organizzazioni internazionali come l’OMS (grato delle donazioni di Bill Gates e che pensa di decidere per il mondo intero), l’OMC (il volume centrale del commercio si sta spostando altrove), l’AIEA (i controllori del nucleare cacciati dall’Iran per visite e intrusioni pretestuose dopo il fallimento degli accordi di Vienna) ed altre che sono diventate, nel tempo, solo cinghie di trasmissione del “mondo aperto” e che sembrano molto poco adatte al nuovo mondo multipolare che si sta aprendo davanti a noi. Allora si potrebbe capire perché l’esercito russo “prenda tempo”. L’arrischiata mossa del cavallo dello scacchista Putin pare una mossa di lungo termine e la scacchiera non è l’Ucraina.

15 luglio 2022

L’Ucraina è un trojan per la dipendenza della Germania (e Europa) dagli Stati Uniti

Intervista a Michael Hudson

Il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA

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Prof. Hudson, il tuo nuovo libro “The Destiny of Civilization” è uscito ora. Questa serie di conferenze sul capitalismo finanziario e la Nuova Guerra Fredda presenta una panoramica unica della tua prospettiva geopolitica.
 Parli di un conflitto ideologico e materiale in corso tra paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. Di cosa tratta questo conflitto e perché il mondo in questo momento si trova a un “punto di frattura” unico come afferma il tuo libro?

M. Hudson. L’odierna frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: negli Stati Uniti/NATO occidentali, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato la produzione alla leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri paesi asiatici insieme alla Russia fornendo materie prime e armi.

Questi paesi sono un’estensione fondamentale del capitalismo industriale che si evolve nel socialismo, cioè in un’economia mista con forti investimenti in infrastrutture governative per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altri bisogni di base trattandoli come servizi pubblici con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità. Nell’Occidente neoliberista USA/NATO, al contrario, questa infrastruttura di base viene privatizzata come monopolio naturale per l’estrazione di rendite. Il risultato è che l’Occidente USA/NATO resta un’economia ad alto costo, con le sue spese per l’alloggio, l’istruzione e le cure mediche sempre più finanziate con debiti, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione di capitale) . Ciò pone un problema esistenziale per il capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di una rendita finanziarizzata che impoverisce il 99% per arricchire l’uno per cento?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO, un modo più utile di pensare alla frattura globale dei BRICS). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satellite, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro economico di sanzioni di Berlino per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è immischiata nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberisti alla guida del governo. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche le loro fortune politiche personali) è strettamente alleato con la leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è ora diventata sostanzialmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come mantenere il Sud del mondo – America Latina, Africa e molti paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi paesi aumentando drasticamente i prezzi di petrolio, gas e generi alimentari (oltre ai prezzi di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando risparmi finanziari e credito bancario in titoli denominati in dollari USA.

Ciò ha aumentato il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i paesi SCO e del Sud del mondo pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.
Ciò costringe questi paesi a scegliere: o rinunciare a energia e cibo per pagare i creditori esteri – mettendo così gli interessi finanziari internazionali prima della loro sopravvivenza economica interna – o inadempiere ai loro debiti, come accadde negli anni ’80 dopo che il Messico annunciò nel 1982 di non poteva pagare obbligazionisti stranieri.

Come vede la guerra/operazione militare speciale in corso in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia si è assicurata l’Ucraina orientale di lingua russa e la sua costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “colpire l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, in particolare da parte di combattenti polacchi.

I paesi della NATO hanno scaricato le loro armi vecchie e obsolete in Ucraina e ora devono spendere ingenti somme per modernizzare il loro equipaggiamento militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale degli Stati Uniti eserciterà pressioni al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica, il tutto in aggiunta al loro crescente deficit energetico e alimentare. Quindi l’euro e la sterlina si stanno dirigendo verso la parità con il dollaro USA. L’euro è quasi arrivato ora (circa $ 1,07). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi per l’Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti in Oriente e in Occidente ritengono che ciò danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che ciò si ritorcerà contro o avrà davvero un enorme effetto boomerang sui paesi occidentali.

La politica prevalente degli Stati Uniti è combattere contro la Cina, sperando di rompere le regioni degli uiguri occidentali e dividere la Cina in stati più piccoli. Per fare ciò, è necessario spezzare il supporto militare russo e delle materie prime alla Cina e, a tempo debito, suddividerlo in una serie di stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.) .

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita così sgradevoli per i russi che avrebbero fatto pressioni per un cambio di regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare la Russia militarmente, facendo in modo che i corpi degli ucraini esauriscano la scorta russa di proiettili e bombe dando la vita semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno del popolo russo a Putin, esattamente l’opposto di quanto previsto. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto cosa hanno fatto gli Harvard Boys alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica domestica che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo azioni di petrolio, nichel e servizi pubblici a l’Occidente, e poi spronando gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. C’è un accordo generale sul fatto che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est invece che verso ovest.

Quindi l’effetto delle sanzioni statunitensi e dell’opposizione militare alla Russia è stato quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che blocca l’Europa alla dipendenza dagli Stati Uniti, mentre spinge la Russia verso la Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e il cibo russi, a grande vantaggio dei fornitori di gas GNL e degli esportatori agricoli statunitensi, minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Ma per l’Europa il danno è già stato fatto, e né la Russia né la Cina dovrebbero credere che i funzionari del governo europeo possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali provocate dall’interferenza degli Stati Uniti.

Qui in Germania ascolto il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck dei Verdi, che parla di attivare il “gas di emergenza” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si riassumerà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di suicidarsi economicamente e di provocare una depressione, prezzi al consumo più alti e standard di vita più bassi. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la loro produzione di fertilizzanti, vista l’accettazione da parte della Germania delle sanzioni finanziarie che le impediscono di acquistare gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le case automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli all’offerta.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti sul petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da società statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi da parte dell’Europa che ha donato all’Ucraina è anche un vantaggio per il complesso militare-industriale degli Stati Uniti, i cui profitti sono alle stelle.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici per l’Europa, che sembra il grande perdente.

I produttori arabi di petrolio hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di addebitare meno per il loro petrolio. Sembrano essere guadagni inaspettati dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è stata infranta. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee a causa del furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quando la Russia smetterà semplicemente di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando in effetti l’onere fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca politicamente agli Stati Uniti, rinunciando ai suoi governi ma almeno portando alcuni europei al Senato e alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano la a) Nuova Guerra Fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberista nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la tua recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’area del dollaro occidentale dall’Eurasia e dal sud del mondo. I politici statunitensi promettono di continuare la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questo possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica ora sembra che possa minacciare di essere l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di disabilitare la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente bloccandola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza intoppi al sistema di compensazione bancaria cinese. La seconda tattica consisteva nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e le disponibilità di titoli finanziari statunitensi. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a buon mercato mentre l’Occidente li ha scaricati. La terza tattica era impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le sue esportazioni di petrolio, gas e cibo sono in aumento. Ciò ha alzato il tasso di cambio del rublo invece di danneggiarlo. E poiché le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà molto nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, le tariffe Trump contro le esportazioni europee verso gli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali in diminuzione. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare ad acquistare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma semmai taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’Eurozona si è imposta.
Nel medio e lungo periodo, quindi, le sanzioni USA/NATO sono rivolte principalmente all’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il predominio egoistico di energia, cibo e finanza.

In Germania il progetto Nord Stream II è ancora un grosso problema politico. Nel tuo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” hai scritto: “Ora è chiaro che l’odierna escalation della Nuova Guerra Fredda era pianificata più di un anno fa. Il piano americano di bloccare il Nord Stream 2 faceva davvero parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare prosperità attraverso scambi e investimenti reciproci con Cina e Russia”. Potresti spiegarlo ai nostri lettori?

Ciò che definisci “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica Buy-American. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare gas al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il suo gas dai fornitori statunitensi di GNL e a spendere 5 miliardi di dollari per espandere la capacità portuale, che non sarà nemmeno disponibile subito ma nei prossimi anni.

Ciò minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e altri paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. Fondamentalmente, i parlamenti nazionali sono ora sottomessi alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come notato sopra, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro USA. È probabile che gli investitori europei trasferiscano i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i loro guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente cali di prezzo per le loro azioni e obbligazioni misurate in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato un nuovo disegno di legge: i legislatori tedeschi hanno approvato un possibile esproprio delle società energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le società energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non possono più svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare alla camera alta del parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che ha come azionista di maggioranza la Rosneft, di proprietà statale russa.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro paesi e venderanno (o faranno confiscare alla Russia) gli investimenti dei paesi NATO in Russia. Ciò significa uno svincolo dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra la prossima economia ad essere sanzionata dalla NATO poiché diventa un’Organizzazione del Trattato del Pacifico orientale che coinvolge l’Europa in questo confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) ha sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe a esercitare pressioni europee sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere che hanno sequestrato.

Ma anche dopo un simile accordo di restituzione e riparazione, sembra improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento nella consapevolezza di come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti contro alleati e avversari allo stesso modo.

La mia domanda sarebbe: il socialismo è un argomento importante nel tuo nuovo libro. Qual è la tua opinione su quelle misure “socialiste” prese ora da un paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa, ci si aspettava che la “fase finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. C’erano molti diversi tipi di socialismo: socialismo di stato, socialismo marxista, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era una maggiore spesa per le infrastrutture del governo. La transizione al socialismo è stata guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di sussistenza di base) e il costo delle attività economiche mediante investimenti del governo in infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi agevolati.

Tale obiettivo eviterebbe che i servizi di base diventino opportunità di affitto monopolistico. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi hanno consegnato servizi di pubblica utilità a investitori privati. Le società sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e pagamenti alla direzione. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberali in economie ad alto costo incapaci di competere nei prezzi di produzione con paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa opposizione nei sistemi economici è la chiave per comprendere la frattura globale del mondo di oggi.

In questo momento sono al centro dell’attenzione soprattutto petrolio e gas russi. Mosca richiede pagamenti solo in rublo e sta ampliando il proprio campo di acquirenti riempiendolo di Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in Euro o Dollaro USA. Qual è la tua opinione su questa guerra in corso sulle risorse? Il Rublo sembra essere un vincitore.

Il rublo è certamente in aumento. Ma questo non rende la Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le proprie importazioni necessarie per il corretto funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia finirà per vincere se riuscirà a organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e a ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire ciò che è stato privatizzato sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni ’90.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria in Oriente accompagnata da un rafforzamento dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO)?

Ci saranno ancora petrodollari, ma anche una varietà di blocchi dell’area valutaria mentre il mondo de-dollarizza i suoi accordi internazionali di commercio e investimento. Alla fine di maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha affermato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, BRICS+ potrebbe espandersi per includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo sudafricana (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali in valuta estera per i paesi non NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai paesi satelliti degli Stati Uniti, sovvenzionando la fuga di capitali dai paesi del Sud del mondo e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate 2022 sarà un banco di prova poiché i paesi del Sud del mondo subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento del deficit petrolifero e alimentare insieme ai maggiori costi in valuta nazionale per sostenere i loro debiti in dollari esteri. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari USA per mantenere viva l’illusione della solvibilità. Ma i paesi SCO possono offrire petrolio e cibo – i paesi IF danno garanzie di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella tua recente intervista a Michael Welch ( “Crisi accidentale?” ) fai un’analisi specifica sull’attualità della guerra Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potresti per favore approfondire?

Come ho spiegato sopra, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno bloccando in Germania la dipendenza dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per potenziare la NATO nell’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci di scambi e investimenti con la Russia. Si sta trasformando nel partner junior (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema per gli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non puoi crearla in casa è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto 1971, lo standard del Treasury Bill ha dato agli Stati Uniti un passaggio gratuito a spese estere. Le banche centrali estere hanno riciclato il loro afflusso di dollari derivante dal disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense in prestiti al Tesoro statunitense, ovvero per acquistare titoli del Tesoro USA per detenere i propri risparmi. Questo accordo ha consentito agli Stati Uniti di intraprendere spese militari straniere per le sue quasi 800 basi militari intorno all’Eurasia senza dover svalutare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro degli Stati Uniti.

Ma ora che è diventato pericoloso per i paesi detenere depositi bancari statunitensi o titoli di stato o investimenti denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare a fare “un giro” gratis?

In effetti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economica che è stata scomposta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, mira a tassare l’Europa e trasformare altri paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che implichi la riduzione dell’autosufficienza straniera per costringere altri paesi alla dipendenza economica dagli Stati Uniti, in modo che gli Stati Uniti possano minacciare questi paesi con sanzioni dirompenti se cercano di porre i propri interessi nazionali su ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano .

In che modo tutto ciò influenzerà la bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensi che l’Unione Europea sia sulla buona strada per diventare il nuovo “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una valuta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non possono gestire deficit di bilancio interno per far fronte alla prossima depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando una dipendenza militare. Questa è la “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto che devono controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro stretta economica è un “danno collaterale” alla Nuova Guerra Fredda di oggi.

Un filosofo svizzero ha scritto un saggio critico a metà marzo per il quotidiano socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex testata giornalistica del governo della RDT. La signora Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per i comportamenti attuali riguardo alla crisi ucraina e alla gestione del covid. La sinistra, dice, è troppo pro-governo/stato autoritario – e quindi copia i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividi questo punto di vista? O è troppo duro?

Come risponderesti a questa domanda , esp. per quanto riguarda la tesi del tuo nuovo libro: “… la via alternativa è in larga misura il capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente Wurlitzer” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, anticipando che la grande minaccia per il capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarà il socialismo. Ciò ha incluso le parti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è rivelata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non puoi essere favorevole all’ambiente e alla guerra allo stesso tempo!

Ciò ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dalle ingerenze politiche statunitensi. È da lì che viene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alla spesa militare contro la Russia sono arrivati ​​dai repubblicani. L’intera “squadra” del Partito Democratico di “sinistra” ha votato per la spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di salire nella classe rentier, o almeno di diventare investitori azionari e obbligazionari in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri paesi. Discuto di questo allineamento politico in The Destiny of Civilization.

I propagandisti statunitensi chiamano “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi di pubblica utilità. Essere “democratici” significa lasciare che le aziende statunitensi abbiano il controllo di queste vette, essendo “libere” dalla regolamentazione del governo e dalla tassazione del capitale finanziario. Quindi “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica nel mondo? O il neoliberista Nuovo Ordine Mondiale è in ascesa? Come lo vedi?

Come ho risposto alla tua prima domanda, il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale dell’Occidente contro l’Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e la SCO.

I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia e esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/09/lucraina-e-un-trojan-per-la-dipendenza-della-germania-dagli-stati-uniti/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

La “decolonizzazione” della Russia, nuova prospettiva strategica del “Lebensraum” anglosassone

Il conflitto ucraino e le classi dirigenti italiane: un test (radiofonico)

di Roberto Buffagni (da Facebook)

Stamattina ho fatto un test, obiettivo: capire che pensano le classi dirigenti italiane del conflitto ucraino.

Telefonato a “Prima Pagina” di RadioTre, conduttore F. Fubini. 

Sintesi mia domanda: “Che vuol dire ‘non possiamo permettere che la Russia vinca’? Quali sono gli obiettivi strategici occidentali nel conflitto ucraino? Il 23 giugno scorso la Commission on Security and Cooperation in Europe, nota anche come Helsinki Commission, un organismo del governo federale USA, ha tenuto un briefing dal titolo ‘Decolonizzare la Russia. Necessità morale e strategica di frammentare politicamente la Russia’, con tanto di cartina dove la Federazione Russa appare divisa in una decina di staterelli. D’altronde hanno implicato lo stesso obiettivo strategico di regime change e frammentazione politica della Russia anche i Ministri della Difesa e degli Esteri, e il Presidente degli Stati Uniti, che hanno dichiarato: ‘Dobbiamo indebolire la Russia e far sì che non possa mai più rifare qualcosa come l’invasione dell’Ucraina’. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è espellere la Russia dal novero delle grandi potenze, ossia frammentarla politicamente.

Questo è un obiettivo molto difficile da raggiungere, ammesso che sia possibile tentarlo senza innescare un confronto nucleare strategico tra Russia e USA; ma anche se fosse raggiunto, la frammentazione della Russia aprirebbe un buco nero geopolitico in Eurasia in cui precipiterebbe l’intero mondo. Domanda: ci abbiamo pensato seriamente, noi europei?”

Sintesi risposta Fubini: “Dobbiamo ammettere che sul terreno, la Russia sta ottenendo i suoi obiettivi. Pare che i territori del Donbass saranno integrati nel territorio russo, dopo un referendum bandito dai sindaci fantoccio imposti dai russi, quindi sarà impossibile toccarli perché sarebbe una minaccia esistenziale per la Russia [che reagirebbe con le armi nucleari, NdA]. Inoltre le sanzioni alla Russia, contrariamente a quel che anch’io pensavo, non stanno ottenendo l’effetto sperato di indebolire la Russia tanto da impedirle di proseguire la guerra, almeno entro 12 o 18 mesi. Però questa delle sanzioni è una scommessa sul lungo periodo, a lungo termine la Russia sarà indebolita economicamente e anche come potenzialità militari, per esempio perché manca di semiconduttori. Quindi la fermezza è importante e va mantenuta.”

Risultato test. Le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito (la domanda permanente della nostra epoca), assolutamente niente.

Ragioni:

1) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che gli obiettivi strategici dell’occidente li detta Washington, e punto. Non li detta il Corriere della Sera, non li detta il governo italiano, non li detta la UE.

2) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica USA è affrontare INSIEME Russia e Cina. L’obiettivo strategico frammentazione della Russia è propedeutico al contenimento del nemico principale, la Cina.

3) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica degli USA implica necessariamente a) la probabilità di un allargamento e una escalation del conflitto, tanto maggiore quanto più esso si prolunga b) la possibilità reale di una degenerazione nucleare, che inizierebbe con l’uso delle atomiche tattiche e potrebbe escalare a un conflitto nucleare strategico.

4) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che per gli Stati europei è possibile modificare la linea strategica degli USA soltanto se vi si contrappongono apertamente, rompendo il fronte NATO-UE. I mormorii nei corridoi delle Cancellerie o le virgole allusive nelle dichiarazioni diplomatiche contano zero. Altrimenti resta solo pregare che la prossima Amministrazione presidenziale americana rinsavisca e inverta rotta (probabilità: molto bassa).

5) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che i numeretti magici della Bocconi non spiegano niente e non decidono niente, in questo conflitto. L’economia vi ha un importante ruolo solo come “potenza latente” trasformabile in “potenza manifesta” militare, e la Russia con le sue risorse e la sua rete di alleanze, in primis la Cina, è economicamente inaffondabile.

6) Non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che sia la Russia, sia gli USA, fanno sul serio, mortalmente sul serio. Non bluffano, non le sparano grosse per fini propagandistici. Gli obiettivi strategici americani sono quelli, frammentazione della Russia in vista del contenimento della Cina. Per la Russia configurano una minaccia esistenziale immediata. La Cina sa benissimo di essere il prossimo Stato nel mirino, e ne trae le conseguenze logiche.

6) insomma le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, un cao. Dio ci aiuti, anche se non ce lo meritiamo.


Un commento

Quello che segue è il testo di presentazione del briefing oggetto dell’intervento di Buffagni; al centro della discussione la questione della “decolonizzazione” della Russia, ovvero dello smembramento e suddivisione del suo territorio in una decina di repubbliche indipendenti, un obiettivo antico che ha attraversato il ‘900 e che fu anche abbozzato nell’operazione Barbarossa lanciata da Hitler nel 1943. Mentre allora la motivazione aperta e nota a tutti era costituita dalla conquista dello spazio vitale “Lebensraum” per la razza ariana a scapito del mondo slavo (schiavo), per cui quelle terre dovevano anche essere parallelamente epurate dalla antica presenza ebraica in modo da far posto ai tedeschi che sarebbero giunti da ovest per colonizzarle, oggi, in sintonia con la sperimentata narrazione della “superiorità morale” dell’occidente, si tratterebbe piuttosto di liberare le tante nazioni sottoposte al dominio russo dalla loro condizione di “colonie”.

L’intervento del superiore occidente si configurerebbe quindi come sostegno all’ansia di liberazione nazionale di quei popoli (prospettiva che era stata già stata considerata all’epoca di Jeltzin) con la frammentazione della Federazione Russa, analogamente a quanto già avvenuto in Jugoslavia e, all’inizio del ‘900, con la cancellazione dell’impero austro-ungarico, il grande impero multinazionale centro europeo abbattuto dalla logica nazionalista che aveva conquistato l’Europa.

La guerra in Ucraina non sarebbe dunque altro che uno step di un progetto molto più ampio, preparato lungamente e finanziato con decine di miliardi di dollari con la sollecitazione della presunta differenza etnica, linguistica, nazionale interna, con l’approntamento di corpi speciali, per arrivare alla guerra civile da esportare poi, quando la situazione di indebolimento lo consentirà, al resto della Federazione russa.

Il primato morale dell’Occidente si riconfigura quindi come un nuovo internazionalismo per la liberazione di popoli ed etnie che può essere usato in ogni contesto ove una potenza locale si ostini eccessivamente nel rivendicare la propria sovranità. E’ l’antico “divide et impera” come mostra anche, parallelamente, l’esito del processo di unificazione europeo, supportabile solo se compatibile con la superiorità e il controllo politico anglosassone, cioè solo – e, ormai è sufficientemente chiaro – se la soglia di unificazione economica non si traduce in unificazione politica dotata di autonomia. Quando tale soglia si avvicina, deve essere rapidamente rimessa in forse anche la sua capacità e forza economica in modo da tornare ad un livello più gestibile e controllabile.

E’ anche evidente che questa strategia è l’unica percorribile (per gli anglosassoni) per evitare uno scontro diretto immediato con la Cina, la quale anche può essere sottoposta alla stessa procedura, attraverso l’amplificazione delle frizioni interne nelle sue aree islamiche, nel Tibet, ecc.

La nuova narrazione di un occidente che si sostituirebbe all’URSS come garante dei processi di liberazione nazionale in senso anti-coloniale, modifica quindi, provvisoriamente, quella, troppo assertiva e fallimentare, dell’esportazione della democrazia, che può tornare in auge in un secondo momento, quando la destrutturazione di questi spazi politici è già avvenuta, in termini di un format riutilizzabile per la ricostruzione e il consolidamento delle nuove repubbliche, dopo l’inevitabile e salutare caos che ne conseguirà.

Una narrazione che deve celare ciò che è ovvio, il tentativo di perpetuazione dell’ordine unipolare, ricostruendo una coerenza meta-culturale cioè anche sul versante del riconoscimento delle “differenze”, su cui l’occidente ha investito enormi risorse nei singoli paesi, proponendo un sistema di identità posticce cui conformare gli individui, le tribù, i territori, gli spazi mentali, ad uso della completa distruzione della coscienza sociale e di classe, attraverso l’uso di un marketing mirato e generalizzato, che ha transitato, fin dall’inizio della globalizzazione neoliberista, dalla produzione orientata al mercato con i suoi prodotti personalizzati secondo le congenialità individuali creati dall’offerta, alla riproduzione finale delle stesse persone.

Questa ricercata coerenza tra opzioni geopolitiche e vissuto quotidiano dei soggetti gettati (dell’occidente), serve a riunificare una visione del mondo, dal micro al macro e viceversa, senza la quale alcune contraddizioni rischiano di emergere e di minare il consenso sulle inevitabili scelte che sono di fronte.

Ma sempre di narrazione si tratta, bisogna tenerlo presente. Perché forse vi è un altra ragione molto meno spirituale e molto più pregnante nella messa a punto della strategia per il mantenimento del dominio unipolare dell’occidente sul pianeta in questo secolo; si tratta appunto della terra: una terra piena di risorse di base per le produzioni industriali, ma soprattutto di enormi riserve naturali, a partire delle acque, dalle terre vergini e dalle immense foreste e biodiversità; non è una novità, ma appare oggi come insopportabile che questa ricchezza sia gestita da soli 150 milioni di persone (di oltre 100 etnie che parlano 150 lingue), nel momento più grave che l’umanità sta attraversando dall’inizio della sua storia: la crisi climatica, la progressiva desertificazione, l’innalzamento oceanico.

Nei prossimi decenni sono probabili sommovimenti di popolazioni senza pari nello scenario globale. Le terre meno aggredibili o più tardi aggredibili dalle catastrofi ecologiche sono le più appetibili. Chi controllerà l’Asia centrale e l’immensa Siberia avrà in mano lo scettro, molto più di quando lo pensavano Halford Mackinder e Zbigniew Brzezinski in riferimento all’Hearthland. E da questo punto di vista, la “liberazione coloniale” della Russia significa una vera e propria guerra di conquista che potrebbe addirittura mitigare gli altri conflitti in programma; la spartizione ipotizzata della Russia può placare gli appetiti di molti su quel lunghissimo confine fino alla Kamschakta e allo stretto di Bering, magari al punto di rendere superflui, per un certo tempo, altri scontri finali.

C’è uno scenario alternativo a questa terrorizzante prospettiva ? C’era, ed era quello di una cooperazione tra sovranità diverse che si riconoscevano e che era andata costruendosi faticosamente tra Europa e Russia a partire dalla Ost-Politik e poi tra Europa e Cina negli ultimi 30 anni. Ma era proprio questo che andava distrutto. La decolonizzazione della Russia, iniziata con la destabilizzazione dell’Ucraina, è ciò dovrebbe rendere impraticabile qualsiasi ritorno di fiamma in Eurasia.

La cooperazione euroasiatica andava cancellata con una operazione Barbarossa 2.0 a favore del Lebensraum anglosassone del XXI Secolo. Non sappiamo se il tentativo di denazificazione andrà in porto secondo i programmi russi. Ma alla luce dei contenuti dell’imperativo morale e strategico della Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa-Commissione di Helsinki e alla continuità di tradizione che essa rappresenta, appare quantomeno comprensibile.

G.Giorgi


Di seguito presentazione e video dell’incontro.

WASHINGTON-La Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nota anche come Commissione di Helsinki, ha annunciato oggi il seguente briefing online:

DECOLONIZZARE LA RUSSIA
Un imperativo morale e strategico

Giovedì 23 giugno 2022
ore 10:00

“La barbara guerra della Russia contro l’Ucraina – e prima ancora contro la Siria, la Libia, la Georgia e la Cecenia – ha esposto al mondo intero il carattere ferocemente imperiale della Federazione Russa. La sua aggressione sta anche catalizzando una conversazione a lungo attesa sull’impero interno della Russia, dato il dominio di Mosca su molte nazioni indigene non russe e la misura brutale con cui il Cremlino ha soppresso la loro autoespressione e autodeterminazione nazionale.

Sono ora in corso discussioni serie e controverse sulla necessità di fare i conti con l’imperialismo di fondo della Russia e sulla necessità di “decolonizzare” la Russia per farla diventare un soggetto valido per la sicurezza e la stabilità europea. Come successore dell’Unione Sovietica, che ammantava la sua agenda coloniale con una nomenclatura anti-imperiale e anti-capitalista, la Russia non ha ancora attirato un’adeguata attenzione per le sue tendenze imperiali coerenti e spesso brutali.”

È prevista la partecipazione dei seguenti relatori:

Fatima Tlis, giornalista circassa
Botakoz Kassymbekova, docente, Università di Basilea
Erica Marat, Professore associato, Collegio degli Affari di Sicurezza Internazionale, Università della Difesa Nazionale
Hanna Hopko, presidente della Conferenza Democracy in Action; ex membro del Parlamento ucraino
Casey Michel, Autore, Kleptocrazia americana

Contatto con i media
Indirizzo e-mail
csce[dot]press[at]mail[dot]house[dot]gov

Phone:202.225.1901

FONTE: https://www.csce.gov/international-impact/events/decolonizing-russia

Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali (II° Parte)

Seconda parte degli atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali.

(La prima parte è a questo link: https://cambiailmondo.org/2022/06/17/guerra-in-ucraina-e-nuovo-ordine-mondiale-gli-effetti-nelleconomia-nella-finanza-nelle-relazioni-internazionali-i-parte/#respond)

Il vero atto di nascita dell’incremento dei prezzi dell’energia, dell’inflazione e dell’aumento dei tassi.

Già nel secondo/terzo trimestre del 2021 di fronte al balzo dell’inflazione, soprattutto negli Stati Uniti, ci si domandava se essa fosse un fenomeno strutturale o temporaneo. Le banche centrali per mesi hanno sostenuto la narrazione che fosse un fenomeno temporaneo e frutto delle riaperture post-covid. Molti già allora fornivano interpretazioni opposte, per esempio Bruno Rovelli di Black Rock: “Riteniamo che l’inflazione in futuro sarà strutturalmente più alta rispetto all’ultimo decennio”.

Le cause dell’aumento dell’inflazione

La carenza di materie prime, non solo quelle energetiche.

Il covid aveva portato o si pensava che portasse a massicci investimenti infrastrutturali, in particolare nel campo tecnologico relativamente alla cosiddetta transizione digitale e, in subordine, a quella energetica. Tutto questo necessitava di grandi quantità di materie prime che già cominciavano a scarseggiare, con quotazioni sempre più elevati e tempi di attesa sempre più lunghi. Se è vero che i “colli di bottiglia” nelle catene globali delle forniture erano dovuti alle riaperture, è anche vero che l’offerta non solo aveva difficoltà di adattamento di fronte al massiccio incremento della domanda, ma subiva il controllo delle proprie supply chain, le proprie catene globali di fornitura, da parte di USA, UE, Cina. Il caso emblematico è quello dei microchip, “l’oro” del nuovo mondo digitale. La Cina ha attualmente un’autonomia del 20% nella produzione dei semiconduttori, ma punta ad arrivare al 70% entro il 2025. Gli USA mirano alla difesa della loro posizione. Dalla protezione delle catene delle forniture il passo è breve verso nuovi protezionismi e verso potenziali scontri anche militari (vedi Taiwan).

La domanda globale era stata potenziata dall’intervento, mai avvenuto in precedenza in questi termini, delle Banche centrali.

Nel caso del secondo e terzo trimestre del 2021 i bilanci della Federal Reserve USA (Fed), della BCE, della Bank of England (BoE), della Banca del Giappone e della Banca del Popolo cinese avevano superato i 30 mila miliardi di dollari: un oceano di liquidità (oggi siamo ancora oltre). Prima della grande crisi sistemica del 2007-8 e della grande deflazione, viaggiavano intorno a 7 mila miliardi. Nel 2019, dopo anni di progressiva crescita, si attestavano poco sotto i 20 mila miliardi. Poi, con la pandemia, il grande balzo.

I tassi sono passati da una media del 3,5% di fine anni ’90, al 2,1% fra il 2001 e il 2007, alla novità di un valore negativo di -1,1% tra il 2008 e il 2019, fino al -2% del post-covid.

Quindi, grande facilità del credito a buon mercato, crescita spaventosa di valore di tutti gli asset, in particolare di quelli finanziari. Incremento parossistico delle operazioni finanziarie, incremento del debito privato per l’uso ampio della leva (soprattutto da parte degli hedge fund). Paradiso per la speculazione di hedge, di società finanziarie, di banche; incremento di valore degli asset “in pancia” delle banche (in Italia soprattutto titoli del debito pubblico). Incremento reale e finanziario del settore tecnologico “growth” fondato più sulle prospettive future che sulle profittabilità e solidità attuali (con crescita spropositata del listino tecnologico Nasdaq).

A tutto ciò si aggiunga la spinta dell’intervento fiscale degli Stati soprattutto per assistenza diretta e indiretta all’accumulazione delle imprese (finanziamenti a fondo perduto, prestiti a zero o pressoché a zero con garanzia pubblica, rinvio delle scadenze fiscali, risparmi “forzosi” per il covid).

Da qui, alle riaperture, grande aumento della domanda di beni di investimento e di consumo (soprattutto in USA) e offerta claudicante per le ragioni sopra accennate: i prezzi aumentano.

Ancora sulle materie prime

Nell’ottobre 2021così scriveva Sissi Bellomo, esperta di questioni energetiche, su “Il Sole 24 Ore”: “Carenza di materie prime, microchip introvabili, trasporti via container diventati un incubo, con costi e tempi di spedizione da primato. Dovevano essere shock temporanei, proprio come le fiammate dell’inflazione. Ma le catene di rifornimento, sconvolte dal covid, sono tuttora nel caos […]. I problemi persistono e il ritorno alla normalità non sembra dietro l’angolo. Al contrario dall’autunno del 2020, quando la paralisi della pandemia si era temporaneamente interrotta e avevamo registrato una forte ripresa dell’attività industriale e della corsa al ristoccaggio, la situazione si sta aggravando, per es. per i semiconduttori come continuano a denunciare le case automobilistiche. Intanto i noli marittimi sono alle stelle. I contratti di trasporto vengono sottoscritti a prezzi più che doppi rispetto a un anno fa”. Le navi fanno la coda in attesa di scaricare nei principali terminal e “anche per le materie prime non si registra una vera svolta [oltre i prezzi], difficoltà di approvvigionamento per gomma, legname, acciaio e altri metalli. Nel frattempo sono infiammati sempre più i prezzi dell’energia. Il gas in particolare ha raggiunto prezzi mai visti nella storia, superando sui principali hub europei i 100 euro per megawattora, un prezzo quintuplicato da inizio anno [2021] ed equivalente – se si trattasse di petrolio – a 190 euro al barile, più del doppio rispetto alle quotazioni [di allora] del Brent. Da record è anche il prezzo del carbone che […] sta tornando in auge a causa dei rincari del gas. E il prezzo dei diritti UE per l’emissione di CO2, che ha superato 65 euro per tonnellata”.

Prima di affrontare il tema degli ETS, della loro finanziarizzazione e della loro grande influenza sulla formazione dei prezzi dei combustibili fossili, vorrei sottolineare il fattore strutturale di ogni rincaro dell’energia nel nostro tempo: le politiche e le modalità delle politiche della cosiddetta transizione verde e delle rinnovabili. Già prima dello stesso covid esiste, per usare le parole dell’esperto di questioni energetiche Tabarelli, un mercato corto, contratto, a causa di carenze di investimenti per le pressioni della finanza (ESG) e della politica (UE e nazionali), che chiedono l’abbandono dei combustibili fossili mentre le rinnovabili non sono ancora in grado di rimpiazzarli. La guerra ha solo accelerato processi ben radicati da tempo e dovuti a ragioni che nulla hanno a che vedere con la guerra stessa.

Gli European Union Emissions Trading Scheme (EU ETS)

È una questione poco nota, una questione finanziaria, che ha un ruolo importante nella generazione dei prezzi energetici. Il sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra è stato concepito dall’UE con l’obiettivo di indurre le grandi imprese del vecchio Continente ad inquinare di meno. L’idea originaria era semplice: fissare un tetto massimo alle emissioni di alcuni agenti inquinanti. In particolare il biossido di carbonio (CO2), l’ossido di azoto (N2O) e iperfluorocarburi (PFC).

Le aziende che, per la loro attività, emettono tali sostanze, ricevono i cosiddetti “carbon credit” (o “quote di emissione”). In sostanza dei diritti ad inquinare: la direttiva UE ETS stabilisce che dal 2013 gli impianti di produzione di energia elettrica e gli impianti che svolgono attività di cattura, trasporto e stoccaggio del carbonio, devono approvvigionarsi all’asta di quote per l’intero proprio fabbisogno (assegnazione a titolo oneroso). Al contrario, gli impianti afferenti i settori manifatturieri hanno diritto all’assegnazione a titolo gratuito sulla base del loro livello di attività e degli standard di riferimento (benchmark). Una quota corrisponde all’autorizzazione di emettere una tonnellata equivalente di CO2. Le aziende poi possono acquistare le quotesul mercato ETS come se fossero un qualsiasi asset finanziario. I titoli che troveranno sono quelli posti in vendita da altre imprese, che hanno inquinato di meno e quindi non hanno, in tutto o in parte, utilizzato i loro diritti.

L’idea era stata introdotta dal protocollo di Kyoto firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005.

La ragione per cui fu introdotto un tetto fu quella di rendere il più possibile “rari” i diritti ad inquinare, cosa che avrebbe dovuto tenere alti i prezzi (per domanda e offerta) e fungere da deterrente. Le imprese in tal modo pur di non spendere quanto necessario per acquistare i titoli ETS avrebbero dovuto preferire investire per adottare tecnologie in grado di limitare le emissioni oppure riconvertire le loro produzioni.

È stato stabilito che ciascuno Stato membro elabori un proprio Piano Nazionale di allocazione delle quote e lo faccia approvare dalla Commissione europea, la quale avrebbe dovuto vigilare affinché il tetto globale non venisse superato. Secondo alcuni esperti, centrare gli obiettivi climatici significava un prezzo non inferiore a 40 euro. Il meccanismo ETS prevede che anche le banche d’investimento possano acquistare titoli, aprendo alla finanziarizzazione di tutto il settore.

Con gli effetti della crisi del 2008 e poi col covid lo schema è saltato. Numerose imprese hanno diminuito la loro produzione. Tale evento ha provocato un calo delle emissioni inquinanti. Di conseguenza molte aziende si sono trovate in mano carbon credit in eccesso, e hanno cercato di venderli. Tale aumento dell’offerta (anche se limitata solo nel suo complesso dal tetto globale) ha portato a un crollo dei prezzi degli ETS. E’ bene dire in questa sede che tale diminuzione coinvolse i prezzi energetici e fece orientare gli intermediari verso i prezzi spot all’epoca molto bassi con abbandono dei contratti a lungo termine. I fornitori dei vari mercati seguirono il movimento della finanza.

Con la ripresa rifiorirono le scommesse speculative sugli ETS con l’utilizzo dell’armamentario consueto in queste circostanze: posizioni rialziste sostenute da opzioni. Cioè la speculazione prevedendo la ripresa post-covid si è messa “long”. Secondo alcuni esponenti delle stesse istituzioni europee, la speculazione sugli ETS ha contribuito, già nell’autunno 2021, per un 30-35%, all’aumento dei prezzi di gas naturale, petrolio e carbone.

E’ certo che siano intervenuti gli hedge fund. Questi sono particolari fondi comuni di investimento caratterizzati da una gestione piuttosto rischiosa dei capitali privati. Possono essere istituiti dalle società di gestione del risparmio, in Italia con la dizione obbligatoria di fondo comune di investimento speculativo.

I fondi speculativi hanno la seguente strategia:

  1. compravendita simultanea di titoli collegati (arbitraggio);
  2. vendita allo scoperto (short selling) di titoli presi in prestito o non posseduti: speculazione al ribasso spesso sostenuta da opzioni put; speculazione al rialzo in genere operazione speculativa sui derivati;
  3. utilizzo ampio della leva finanziaria, grazie (generalmente) alla disponibilità del sistema bancario. Leva frequente: 1/5 e 1/10.

Opzioni

Diciamo ora qualcosa sulle opzioni (strumento derivato standard con finalità di speculazione).

Con il termine di opzione (option) si intende quel particolare tipo di contratto che conferisce al possessore la facoltà, e non l’obbligo (da qui opzione), di acquistare o vendere il titolo sul quale l’opzione è iscritta, che è lo strumento sottostante o semplicemente sottostante, a un determinato prezzo prestabilito (prezzo di esercizio o strike price) a una certa data (opzioni dette europee), a fronte di un premio pagato non recuperabile. Le opzioni possono avere i più diversi sottostanti: azioni, materie prime, tassi, etc..

Le opzioni call conferiscono la facoltà di acquistare, le opzioni put quella di vendere.

Nel caso di un’opzione call l’acquirente alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare la facoltà di opzione acquistando il sottostante al prezzo di esercizio, se questo risulta inferiore al prezzo di mercato
  • rinunciare all’acquisto e al premio versato in caso contrario.

Nel caso di opzione put alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare il diritto di opzione, vendendo al prezzo di esercizio, se questo risulta superiore al prezzo di mercato
  • rinunciare.

Acquistando opzioni call o vendendo opzioni put si assumono posizioni rialziste. Come è avvenuto nel caso degli ETS. Naturalmente le stesse opzioni sono sul mercato ed hanno un prezzo.

È proprio di questi giorni (8 giugno) il voto del Parlamento europeo, tra le altre cose, sugli ETS.

Il cosiddetto pacchetto “Fit-for-55”, cioè il taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto al livello del 1990, per raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, comprende la cosiddetta riforma degli ETS e la carbon tax alle frontiere.

Dopo un mare di discussioni nessun accordo è stato raggiunto. Leggiamo su “Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno: “Il nodo più critico ha riguardato la riforma del mercato delle quote di emissioni nocive. L’esecutivo comunitario ha proposto di abolire, entro il 2035, il numero di quote distribuite gratuitamente alle imprese più inquinanti [ETS appunto], introducendo nel frattempo un dazio ambientale per i beni provenienti da paesi terzi”. Per contrasti tra i partiti (PPE, socialisti, liberali, verdi) la questione non è stata decisa ed è ritornata “sine die” in commissione ambiente “insieme alla proposta relativa al dazio ambientale che va a braccetto con la riduzione delle quote ETS gratuite”.

Guerra, gas e petrolio

Quali le conseguenze di un embargo sul gas russo?

Importare gas dagli USA? Il GNL (gas naturale liquefatto), presentato come alternativa al gas russo, costa il 50% in più, ma anche il quintuplo di quanto si pagherebbe a Gazprom, ci spiega l’esperta Sissi Bellomo su “Il Sole – 24 Ore” del 13 aprile scorso, “se invece di importare direttamente dai produttori americani [ci si rivolge] a un intermediario, ad esempio “Vitol” [multinazionale a base olandese], “Shell” [multinazionale a base GB] o a “Trafigura” [multinazionale con base a Singapore], colossi del commercio globale del gas liquefatto”.

Che il GNL sia più caro delle forniture via gasdotto è ovvio: dai giacimenti il gas deve essere trasferito in impianti speciali dove viene liquefatto ad una temperatura di 162° sotto zero che ne riduce il volume di circa 600 volte, poi c’è il trasporto su navi metaniere e infine, una volta a destinazione, bisogna rigassificare il carico. Ma in tutto quanto costa? Dipende da quando e da come si effettua l’acquisto di gas. Se si compra in modo occasionale sul mercato spot (vedi glossario) oppure con un contratto pluriennale che può durare anche 20 o 30 anni. I dettagli dei contratti sono coperti da segreto commerciale. Nello scorso maggio sono state denunciate speculazioni dallo stesso Bonomi, presidente di Confindustria, in particolare dell’Eni. Il governo ha mandato i contratti all’Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente), ove, per quanto mi risulta, ancora giacciono. Impiegando dati ufficiali relativi al dicembre 2021, un carico di GNL USA è stato venduto in media per 28,7 milioni di dollari, prezzo FoB. Tutto il resto si paga a parte e il carico diventa di 35,3 milioni di dollari. La conclusione a cui si giunge è questa: il costo di 1000 metri cubi di gas USA immesso in rete è di 415 dollari contro i 273 di Gazprom. In altri termini, 34,5 euro per megawattora per il gas USA e 22,6 euro per quello russo.

Comprare il GNL USA è stato ancora più oneroso per chi non si è rivolto direttamente ai produttori (in Italia solo Enel, attraverso la controllata Endesa, ha un contratto per rifornirsi da un impianto texano). Se si compra spot da un intermediario (Vitol, Shell, Trafigura, Enel, Eni) lo si effettua a prezzi di mercato e il riferimento europeo è il TTF (Title Transer Facility) olandese (in USA il Nimex) che a dicembre indicava valori cinque volte più alti dei prezzi praticati da Gazprom.

Il conto fatto sopra saliva a più di 100 milioni di dollari per una metaniera USA, dei quali una gran parte finivano nelle tasche dell’intermediario.

La Vitol (ma anche le altre) sta facendo da molti mesi affari colossali comprando da Gazprom a prezzi scontati (in base a contratti di lunga durata) e rivendendo a prezzi quintuplicati sul mercato spot.

Il TTF è il mercato all’ingrosso del gas naturale.

Attraverso questa piattaforma avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e trader del settore (detti i produttori e fornitori), che rispettivamente vendono e acquistano il gas naturale. I fornitori del mercato italiano acquistano il gas naturale per poi rivenderlo a loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza cui si aggiunge un margine, ossia il gAncora sulle mateuadagno del fornitore. Ripresa dell’economia e aspettative speculative, a partire dall’estate 2021, hanno determinato un aumento del prezzo del gas TTF (tabella 1).

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra settembre 2021 e maggio 2022


I prezzi spot del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in $ al mc
Agosto20210,472
Settembre20210,679
Ottobre20210,936
Novembre20210,874
Dicembre20211,178
Gennaio20220,895
Febbraio20220,889
Marzo20221,342
Aprile20220,990
Maggio20220,956

Il PUN è il Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica e viene associato al TTF.

Il PUN è il principale riferimento del nostro mercato e di tante “offerte luce” a prezzo variabile. L’andamento del prezzo PUN dell’energia elettrica è legato a quello del gas nel nostro Paese, poiché una buona parte dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene proprio dalla combustione del gas metano. Il prezzo del gas quindi influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa dell’elettricità.

Pertanto il prezzo che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione finanziaria, ed è questa la ragione della mancata apposizione di un tetto al prezzo del gas.

Alcune offerte di gas a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del prezzo del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore dei Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale. I valori del prezzo del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi 2022 sono pressoché identici.

Quando si parla di prezzo spot si considera il prezzo del gas consegnato a breve termine, generalmente il giorno successivo. La sua formazione è relativa al mese di riferimento (quello precedente il mese corrente) ed è la media aritmetica dei prezzi giornalieri.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di fornitura indicizzati al TTF (o PSV), prezzo per lungo tempo basso, che aveva invogliato a forniture spot. La Russia aveva messo in guardia dall’autunno 2021 dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione ideologica occidentale della Russia come causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e non invece la speculazione.

I prezzi futures riguardano le consegne più lontane nel tempo, una previsione a lungo termine.

I prezzi, basati sui contratti futures, sono quelli utilizzati nelle offerte di forniture del gas a prezzo fisso.

A causa della speculazione negli ultimi mesi si è verificato l’inconsueto fenomeno che le offerte a prezzo fisso sono state di misura inferiore a quelle a prezzo variabile.

Il prezzo al TTF è ormai completamente dissociato dai costi produttivi e risente anche del costo crescente delle coperture dei trader, che alimenta la spirale rialzista.

I russi hanno costi di estrazione tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA.

Gazprom vende quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedono un volume minimo di forniture da pagare se non vengono ritirate: il noto “take or pay” che farebbe violare i contratti in caso di embargo o riduzione repentina dell’import dalla Russia, e che saremmo comunque costretti a pagare. Il prezzo spot del gas russo è agganciato solo per una parte al TTF (60-70%).

I contratti futures (strumento derivato): breve cenno

Gli strumenti derivati, istituzionalizzati nei prezzi futures delle consegne di gas più a lungo termine, sono ampiamente utilizzati anche nel mercato spot. L’andamento di tutti i prezzi del gas dipende in misura più o meno grande dalle scommesse speculative le quali, si badi bene, si fondano su elementi di previsione reali che vengono però, a seconda delle convenienze, manipolati: talora enfatizzati, talora sottaciuti. Il rialzo di benzine e altri combustibili di questi giorni è legato speculativamente (ma c’è anche una base reale) alla sesta tornata di sanzioni a carico della Russia.

I prezzi sono immediatamente cresciuti: il Brent, sostenuto dall’allentamento del lockdown in Cina, ha superato i 125 dollari al barile. Nei giorni successivi i prezzi si sono stabilizzati a 120-121 dollari al barile. E anche se la Russia sta vendendo a prezzi scontati (l’Ural costa 30 dollari in meno del Brent), Bloomberg stima che l’embargo dovrebbe costare alla Russia non più di 10 miliardi di dollari di mancati introiti sui 270 miliardi che il governo si aspetta dall’export di prodotti energetici.

La guerra (e l’atteggiamento ancillare agli USA dell’UE e degli altri Paesi occidentali) favorisce l’incremento della produzione americana di gas naturale. Ma sullo sfondo del nuovo output della fonte fossile di energia ricavata con la tecnica del fracking resta aperta la grande questione ambientale. La frantumazione idraulica è nefasta ecologicamente per le emissioni di metano, le quali aggravano l’effetto serra, e per l’inquinamento delle falde acquifere, a causa dell’uso sotterraneo di fluidi e sostanze chimiche. La concentrazione di metano nell’atmosfera ha conosciuto il balzo maggiore nel 2021. Le emissioni di metano, delle quali le compagnie petrolifere e di gas naturale sono le maggiori responsabili, hanno ripercussioni di decine di volte superiori all’anidride carbonica in termini di surriscaldamento dell’atmosfera.

Un quarto dell’effetto serra è oggi attribuibile alle emissioni di metano. A metà maggio (11/5) “iI Sole – 24 Ore” ci ha informato che le importazioni di GNL USA (in Europa) sono letteralmente esplose: il vecchio continente (incluse R.U. e Turchia) ne ha ricevuto 16,1 milioni di tonnellate nel primo trimestre, che in forma rigassificata equivalgono a 22,1 miliardi di metri cubi: consegne quasi quadruplicate rispetto un anno fa e che si confrontano con i 22,2 milioni di tonnellate dell’intero 2021. Oggi l’Europa è di gran lunga la prima destinazione, con una quota del 71% tra gennaio e marzo. Da aprile la tendenza si è accentuata e gli acquisti hanno accelerato il passo. In aprile “S e P Global” ha contato 104 metaniere in arrivo in Europa.

Glossario:

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cash poiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l'acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato
I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l'obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.
A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.
I futures si distinguono in:
Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:
  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.
Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e, altre materie prime. 

Alcune considerazioni sull’atteggiamento del governo e dello stesso Draghi

Intanto Draghi, Cingolani e Franco, hanno costruito un muro di omertà sulla questione della formazione dei prezzi del gas in generale (TTF) e, quando ne hanno accennato, lo hanno fatto in maniera incomprensibile e sibillina con espressioni tipo: “dobbiamo scollegare il prezzo della bolletta dal metano” ed altre simili. Nulla hanno fatto se non mettere “pecette” perlopiù a carico dei contribuenti con interventi su accise e Iva (il resto in piccola parte finanziato con extra profitti dei produttori di energie rinnovabili, prodotte a costi più bassi ma vendute per la produzione di energia elettrica come se fosse gas e ai prezzi di quest’ultimo; e con gli extra guadagni, a determinate condizioni, delle altre aziende produttrici di energia dovuti all’altissimo livello dei prezzi energetici). Ai lavoratori e agli italiani in genere, non è stato naturalmente raccontata la dinamica, tutta ferocemente capitalistica e finanziaria, del mercato del gas, ma è stato detto che viene fatto tutto il possibile in sede UE per apporre un tetto al prezzo dell’energia e che purtroppo ci sono forti resistenze (chissà perché?).

Lo stesso Paolo Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, è giunto a dire (“Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno): “Quest’inverno non sarà semplice senza un tetto sul prezzo del gas”. E non lo sarà perché se “i volumi ci saranno, le bollette si dimostreranno ugualmente pesanti per le aziende come per i consumatori”, gonfiate da “distorsioni” sul mercato che richiederebbero “l’adozione di tetti ai prezzi”. Sono rincari “quelli in atto, ingiustificati”, dove si fa sentire “la distorsione speculativa del mercato”. Ohibò! Ma non era tutta colpa della Russia? E invita Mario Draghi a “insistere” su questo fronte, nonostante le resistenze. Il nodo da sciogliere, prosegue Descalzi, non è legato ai volumi. “Per l’inverno visto che il gas russo c’è ancora, non esiste un problema di flussi bensì di prezzi. Senza ragione abbiamo un prezzo che è più alto di 6-7 volte rispetto al 2019. Un tetto alle quotazioni, “pari a livelli [per carità!] sempre nettamente superiori ai costi di produzione, vuol dire ridurre il prezzo dell’elettricità e garantire la sicurezza energetica”.

Draghi al discorso di apertura della sessione ministeriale dell’OCSE a Parigi il 9 giugno, parla del rincaro delle materie prime e mette nel carnet dei propri successi che: “il Consiglio UE ha approvato di considerare di imporre un tetto dei prezzi per le importazioni di gas russo [?!]: questo potrebbe limitare l’incremento dell’inflazione e ridurre i flussi finanziari verso Mosca [??]” (“Il Sole – 24 Ore” del 10 giugno). Ma l’importazione è solo di gas russo? Ma non abbiamo detto che le importazioni dalla Russia avvengono prevalentemente sulla base di contratti (a clausole spesso segrete) o, se spot, a un prezzo di riferimento solo parzialmente (60-70%) collegato al TTF?

La falsificazione della realtà operata da Draghi è ben più vistosa di quella di Descalzi, che pure con i compari Vitol, Shell ed altri, è tra i pescecani del mercato del gas.

Dulcis in fundo, Draghi, esperto di strumenti finanziari UE chiede, anche per il caro-energia, l’intervento del SURE (strumento temporaneo europeo approvato dalla Commissione e dal Consiglio durante il primo lockdown per supportare gli Stati Membri nella protezione dei posti di lavoro messi a rischio dalla crisi pandemica). La UE, egli ha detto a Parigi, deve valutare di replicare strumenti come il SURE “che ci hanno aiutato a riprenderci rapidamente dalla pandemia”. Uno strumento simile, ha aggiunto Draghi, “potrebbe garantire ai paesi vulnerabili più spazio per aiutare i propri concittadini in un momento di crisi, rafforzerebbe il sostegno popolare al nostro sforzo sanzionatorio congiunto e contribuirebbe a preservare la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro”. Peccato che la provvista del SURE, con l’emissione di obbligazioni, la garantiscano gli Stati membri e il rimborso delle obbligazioni lo pagano i cittadini italiani e degli altri Stati membri!

Anche il petrolio USA guadagna quote di mercato in Europa. Bloomberg stima che dai maggiori terminal del Texas e della Louisiana ci siano stati spediti 48,8 milioni di barili di greggio ad aprile: in media 1,6 mgb, un record da quando gli USA nel 2015 hanno rimosso il divieto di esportazione.

Arriva greggio anche dalle riserve strategiche USA: un paradosso, visto che la Casa Bianca aveva decretato l’utilizzo delle riserve per raffreddare i prezzi alla pompa a vantaggio dei cittadini americani.

L’export complessivo del greggio USA ha toccato punte superiori a 4 mbg (milioni di barili al giorno) ad aprile (dati Eia). Nel primo trimestre la media era di 3,3 mbg secondo il “Census Bureau”, le cui statistiche evidenziano che il boom di esportazioni energetiche – unito ai prezzi record – stia fornendo ossigeno alla bilancia dei pagamenti USA in perenne e pesante deficit: petrolio e carburanti hanno generato entrate per 56,7 miliardi di dollari nel primo trimestre (di cui 22,9 miliardi a marzo), quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2021. L’export di gas ha invece fruttato 21 miliardi, circa un terzo in più del 2021.

Nel 2021 l’Italia ha importato dalla Russia il 38,2% del gas che consuma. Si tratta di 29,07 miliardi di metri cubi di gas naturale. E questo dopo l’adesione della Crimea alla Russia; infatti precedentemente la percentuale era del 44%.

L’Italia estrae il 4,4% del gas che consuma. In sostanza produciamo 3,34 miliardi di metri cubi di gas naturale, ma ne utilizziamo 76,1 miliardi all’anno.

Dati 2020: l’Italia ha importato l’11,1% del suo fabbisogno petrolifero dalla Russia. L’import dei prodotti raffinati è sceso al 12,5%.

La Germania ha importato il 34% del suo greggio dalla Russia contro il 28,7% del 2000 e quasi il 30% dei prodotti raffinati.

Il sesto pacchetto di sanzioni approvato dal Consiglio europeo.

Esso prevede l’embargo, non dal 1° gennaio, come è stato ripetutamente detto, ma tra 6 mesi per il greggio e 8 mesi per i prodotti raffinati del petrolio russo e dei prodotti raffinati provenienti via mare (i 2/3), con una deroga temporanea senza specifica scadenza per il greggio proveniente via oleodotto Druzhba (il restante 1/3). La deroga è stata ottenuta dai paesi più dipendenti dalla Russia e privi di sbocchi sul mare (Ungheria, Cechia, Slovacchia). Tali paesi sono serviti dal ramo sud dell’oleodotto Druzhba. Il braccio nord serve Germania e Polonia.

Il greggio via terra costa il 30% in meno circa di quello sotto embargo. Di questa situazione hanno provato ad approfittare la Germania e la Polonia col sostegno della Francia di Macron. Olanda Belgio e Italia si sono opposte perché le prime due sono grandi importatrici di petrolio via mare e tutte e tre perché, con la Germania in campo, si creerebbero squilibri fra Stati membri con penalizzazioni dei sistemi produttivi concorrenti con la Germania, e di quello italiano in particolare.

La Germania ha dapprima fatto il pesce in barile, ma poi è stata costretta dagli altri a mettere per iscritto l’impegno ad uniformarsi comunque all’embargo. E questo giustificherebbe l’affermazione di von der Leyen che lo stop al greggio russo dovrebbe arrivare al 90%. È ritenuto invece tollerabile il vantaggio competitivo di Ungheria, Cechia e Slovacchia (anche se la Commissione vigilerà).

La più volte citata esperta di economia energetica Sissi Bellomo ci dice, e giustamente, che l’impalcatura sanzionatoria è fragile per le seguenti ragioni.

In primo luogo il fattore prezzi: se, a causa delle sanzioni, i combustibili, come stiamo vedendo, diventeranno più cari, questo potrebbe limitare o azzerare per la Russia l’effetto di un calo delle proprie esportazioni.

In secondo luogo, c’è il fattore tempo, con una gradualità nell’avvio dell’embargo che non agevola solo gli europei nella ricerca di fornitori alternativi, ma anche la Russia, che si sta già organizzando con successo per servire i nuovi clienti come l’India.

In terzo luogo, l’aggiramento delle sanzioni (trasferimenti ship-to-ship in alto mare), i vari tipi di triangolazione ed altro.

Il piano REPower EU (e altro)

La rottura strategica con la Russia

Il 18 maggio scorso l’intera Commissione europea ha firmato il piano REPower EU.

Cosa prevede il piano? Quali sono i suoi obiettivi?

L’obiettivo di fondo è ridurre la dipendenza dalla Russia per mezzo di alcune azioni ritenute indispensabili.

Il piano REPower EU è la concreta decisione dell’UE è di allontanarsi dalle fonti fossili provenienti dalla Russia. Tale percorso è stabilito compiersi nei prossimi cinque anni.

I punti cardine del piano si riassumono nelle seguenti azioni:

  1. cambiare i fornitori per il gas e dotarsi delle infrastrutture necessarie (es. rigassificatori);
  2. sostenere la crescita delle rinnovabili con l’obiettivo elevato al 45% entro il 2030;

3) concretizzare l’impegno verso un cospicuo risparmio energetico;

4) triplicare i siti di stoccaggio di energia per il prossimo inverno.

C’è un quinto obiettivo: la strategia solare che tocca il tema del fotovoltaico.

Queste sono le misure chiave con cui il la Commissione europea “risponde all’invasione russa per accelerare la transizione energetica”.

A tal riguardo sono stati stanziati 300 miliardi di euro, di cui 225 in sovvenzioni e 75 come prestiti.

Il complesso delle misure del piano REPower EU definitivo (iniziative legislative, schemi non vincolanti, raccomandazioni dell’esecutivo ai paesi membri), mira all’azzeramento della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2027, incominciando già da quest’anno con l’abbattimento di quasi 2/3 delle importazioni di gas dalla Russia. Una grandissima parte delle somme stanziate andranno a finanziare la transizione energetica europea.

E’ poi ritenuto necessario ridurre la domanda di energia.

Nel breve termine, i tagli alla domanda giungono sotto forma di una comunicazione da parte della Commissione: si tratta di indicazioni sui comportamenti da tenere per famiglie e industrie e dovrebbero contribuire a tagliare circa il 5% della dipendenza europea da petrolio e gas russi. Per esempio: ridurre i limiti di velocità in autostrada, fare buon uso dei propri condizionatori (do you remember, Draghi?) e apparecchi elettrici domestici. Nel frattempo la commissione predispone un’iniziativa legislativa per aumentare la quota di veicoli a zero emissioni e rendere più sostenibile il traffico commerciale.

La EU Energy Platform sarà il veicolo chiave per la diversificazione delle forniture di gas ora provenienti dalla Russia.

È un meccanismo volontario per mettere in comune la domanda, negoziare con i partner internazionali per facilitare gli acquisti comuni di gas, GNL e idrogeno.

Una parte degli investimenti (10 miliardi) verrà riservata all’adeguamento delle infrastrutture in particolare tramite il raddoppio del Tap (Trans Adriatic Pipeline), il potenziamento del Corridoio Sud del gas che è il corridoio progettato come espansione del gasdotto del Caucaso meridionale, chiamato Bakù-Tbilisi-Erzurum Shah Deniz 2 , così come la costruzione del gasdotto TANAP in Turchia e la sua estensione in Europa: il gasdotto trans-adriatico,  lungo 878 chilometri, che interessa Grecia, Albania e Italia dove a Brindisi si connette alla rete Snam. 

Carta 1: i gasdotti Shah Deniz 2 – Tanap

Con la EU Solar Strategy l’Unione punta a rendere obbligatoria l’istallazione dei tetti fotovoltaici, sia pure gradualmente: tutti i nuovi edifici residenziali dovranno avere tetti solari dal 2029.

Marcello Messori (“Il Sole – 24 Ore” del 26 maggio) fa un po’ di conti.

Il piano della Commissione riguarda non solo la transizione energetica, REPower EU, ma anche il sostegno di liquidità e la “ricostruzione” dell’Ucraina.

Gli investimenti, richiesti fino al 2027 per il raggiungimento di questi obiettivi, sono dell’ordine di 280 miliardi; si tratta di risorse che si aggiungono ai 390 miliardi necessari fino al 2030 per realizzare gli impegni del programma sul clima (“Fit-for-55”).

Per coprire i 280 miliardi aggiuntivi, si prevede di trasferire al “Dispositivo di ripresa e resilienza” (il “Recovery and Resilience Facility” o RRF), 20 miliardi di euro provenienti dalla vendita degli ETS, attualmente nella riserva per la stabilizzazione del mercato.

Sono poi disponibili i prestiti non utilizzati del RRF (prestiti del “Piano di Ripresa e Resilienza o RRF, erogati agli Stati e da questi in tutto o in parte non utilizzati) che ammontano oggi a 225 miliardi di euro.

Per favorirne il completo utilizzo, la Commissione propone di redistribuire fra i Paesi dell’Unione europea i prestiti già destinati dal RRF a singoli Stati membri, ma non inseriti nei relativi PNRR. Entro 30 giorni dall’approvazione del nuovo regolamento RRF, gli Stati potranno richiedere i loro eventuali prestiti residui; dopo quella data, i prestiti eccedenti saranno redistribuibili agli altri Paesi (quindi anche all’Italia) anche oltre il tetto massimo dei prestiti, oggi fissato al 6,8% del PIL.

Ogni paese può inoltre trasferire, su base volontaria, fino al 12% delle riserve dei propri fondi di coesione (per un massimo di 45 miliardi) e dei propri fondi legati alla politica agricola comune (per un massimo di 7,5 miliardi).

Fondi di carattere sociale e destinati all’agricoltura mobilitati in funzione antirussa!

Oltre al REPower EU, la Commissione ha proposto di accrescere l’assistenza macro finanziaria all’Ucraina per le necessità di liquidità aggiungendo 9 miliardi agli 1,2 miliardi già stanziati.

La Commissione ha poi delineato un vero e proprio “Piano Marshall”, per la “ricostruzione” dell’Ucraina dopo la fine della guerra. Per finanziarlo la Commissione propone che la UE si indebiti sul mercato in base alle garanzie fornite dagli Stati membri (seguendo la linea del programma di sostegno dei disoccupati temporanei per la pandemia: SURE) e/o emetta titoli a margine di un rafforzato bilancio pluriennale europeo (seguendo l’iter dell’RRF, in Italia PNRR). La cifra non è nota. Verosimilmente qualche centinaio di miliardi a peso della collettività nazionale! Con l’immissione di una nuova montagna di titoli sul mercato finanziario! L’Europa, cioè i cittadini europei che pagano le tasse, dovrà ricostruire l’Ucraina, non gli USA!

Firenze, 13 giugno 2022

Raffaele Picarelli


Aggiornamento

La falsa narrazione

Negli ultimi giorni i gruppi capitalistici dominanti e il governo Draghi stanno diffondendo una narrazione totalmente falsa dell’aumento del prezzo del gas e dei combustibili fossili in generale. Si vuole accreditare la leggenda metropolitana che è tutto causato dalla presunta preparazione pluriennale dei Russi alla guerra in Ucraina. Anche una persona preparata e normalmente corretta come Franco Bernabe’, ha dichiarato, qualche giorno fa, nel corso di una trasmissione televisiva, che i Russi, in una lunghissima prospettiva bellica, avrebbero abbandonato il mercato spot del gas presso la borsa di Amsterdam per farne aumentare i prezzi. Quest’affermazione è spudoratamente falsa e smentisce quanto detto e scritto fino a pochi giorni fa dallo stesso Bernabe’.

I Russi sono sempre stati contrari ad affidare movimento giornaliero della finanza, ai movimenti su larga scala dei pescecani europei del gas (Vitol, Shell, Eni ed altri), alle speculazioni degli hedge fund e della finanza derivata nella formazione dei prezzi.

Anzi, hanno sempre messo in guardia gli operatori europei e la stessa UE dai pericoli d’instabilità per il mercato del gas di affidarsi alla borsa per le operazioni spot, consigliando le proprie controparti europee a porre in essere con la stessa Russia contratti pluriennali (anche trentennali) a prezzi fissi o comunque concordati. Nel mio saggio ciò è abbondantemente trattato e spiegato, spero chiaramente.

Lo scopo di questo cambiamento repentino nella narrazione dei gruppi dominanti è il seguente: essi temono una catastrofe economico-sociale nei prossimi mesi e cercano un facile capro espiatorio nel “nemico”. Come in tutte le guerre e in tutte le economie di guerra. Hanno raccontato il falso sull’esproprio colossale delle bollette, con le quali scaricano sulla popolazione italiana i guadagni stratosferici dei pescecani del gas. Temono che l’iperinflazione in arrivo e il conseguente massacro sociale possano far saltare le fondamenta dell’attuale regime.

Diamante (Cs),

26 giugno 2022

Raffaele Picarelli

Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

100 milioni di libri al macero

di Tonino D’Orazio

 In un’intervista di Oleksandra Koval, Direttrice dell’Istituto del Libro Ucraino, a Interfax- Ucraina, si legge:

“[…] per studiare letteratura straniera, e la letteratura russa è proprio questo, è necessario un certo equilibrio. Ora siamo convinti che la letteratura britannica, francese e tedesca, la letteratura degli Stati Uniti e delle nazioni dell’Est, abbia dato al mondo molti più capolavori della letteratura russa”.

L’evocazione di tale aspetto quantitativo rappresenta bene il personaggio Koval e la sua russofobia. Sotto l’aspetto qualitativo non va meglio. Per esempio Puškin e Dostoevskij «hanno gettato le basi della “misura russa” e il messianismo», dunque è questo il motivo per ritenere che i classici della letteratura russa siano “in realtà una letteratura molto dannosa, che può davvero influenzare le opinioni delle persone. Pertanto, è mia personale opinione che questi libri debbano essere rimossi anche dalle biblioteche pubbliche e scolastiche”.

Prosegue cosi: Penso che verranno scritte molte riflessioni e ricerche scientifiche su come i classici russi abbiano influenzato la mentalità dei russi e su come abbiano indirettamente portato a una posizione cosi aggressiva e ai tentativi di disumanizzare qualsiasi altro popolo del mondo, inclusa l’Ucraina”.

La Koval sostiene che le biblioteche scientifiche potrebbero conservare “letteratura scientifica specializzata i cui autori potrebbero avere opinioni anti-ucraine” per il momento, “ma solo se il libro scientifico in questione non ha connotazioni ideologiche”. Dunque autori come Karl Marx, Rosa Luxemburg o Bertolt Brecht, pur tedeschi, verranno rimossi dalle biblioteche ucraine. E poi chissà quali e quanti altri.

Questo il programma della Koval: “stimo che ora potrebbero esserci più di 100 milioni di copie del patrimonio di biblioteche pubbliche che necessitano di sequestro”. Si tratta della rimozione/distruzione di metà del patrimonio bibliotecario ucraino.

Ovviamente non poteva mancare la giustificazione anche in chiave economica riguardo un simile provvedimento di rimozione e censura: “A mio avviso, l’ostacolo principale nel processo di rimozione della letteratura che può essere rapidamente eliminata non è la difesa degli interessi di Tolstoj, ma semplici, mercantili, ma allo stesso tempo chiari interessi dei bibliotecari. Il fatto è che a seconda del numero di fondi, alla biblioteca viene assegnata una determinata categoria. Di conseguenza, gli stipendi di tutti i dipendenti dipendono dalla categoria della biblioteca”.

Il ministro della Cultura e della politica dell’informazione ucraino, Oleksandr Tkachenko, ha dichiarato “che i libri di propaganda russa confiscati dai fondi della biblioteca ucraina possono essere usati come carta straccia”.

Prosegue anche la campagna di “decolonizzazione” cambiando i nomi delle strade e delle fermate della metropolitana. Per esempio, riportava il NYT il 7 giugno, Lev Tolstoj sarà cancellato da una fermata della metropolitana di Kiev. Tale campagna ha assunto un carattere sia velenoso che assurdo, se si considera che il confine tra cosa e chi è ucraino o russo è spesso sfocato. Pyotr Tchaikovsky, che ha ridefinito la musica classica occidentale, aveva radici ucraine, e così come molti altri artisti e scrittori, come Nikolai Gogol, Mikhail Bulgakov, Anna Akhmatova, oppure il poeta sovietico Mayakovsky, nato da madre ucraina.

Indipendentemente dal fatto che i nazionalisti ucraini siano direttamente influenzati dall’ideologia nazista, e non pochi di loro lo sono, questo “rogo” del libro rivela la loro visione fanatica, autoritaria e sciovinista. La destra europea non vede l’ora di accoglierli nell’Unione Europea. Che cosa ne pensino gli altrimenti loquaci intellettuali occidentali non è dato sapere. Non fanno ancora nemmeno finta. Ne vedremo delle belle, signori democratici del cazzo. I libri non si toccano. Non mi scuso, è per i miei ambigui amici “liberal-democratici” che non riescono a vedere che da qualche parte, sempre in terra d’Europa, “si sta ricominciando daccapo”.

Le sottigliezze della retorica di sinistra

di Tonino D’Orazio.

Il fatto sconcertante è che molti intellettuali di sinistra “rispettati” sono in realtà guardiani dell’impero. Opposizione controllata. Tra queste persone, l’anticomunismo e l’antisocialismo sono profondi e le mezze verità sono abilmente brandite per rivendicare un’elevata imparzialità.

Mentre i media cosiddetti liberali e conservatori – tutti al soldo delle agenzie di intelligence – riversano la propaganda più sfacciata su Russia e Ucraina, così evidente che diventerebbe comica se non fosse così pericolosa, gli autoproclamati intenditori ingeriscono anche messaggi più sottili, spesso da media alternativi.

Esiste un ottimo esempio di resoconto fuorviante, in cui la verità si mescola con le bugie per trasmettere una narrativa “liberale”, che sostiene fondamentalmente le élite al potere mentre sembra combatterle. Questa non è una novità, ovviamente, dal momento che questo è il modus operandi di tutti i media aziendali, ciascuno a suo modo ideologico e spesso disonesto, come The New York Times, CBS, The Washington Post, The New York Daily News, Fox News, CNN, NBC, ecc. da molto tempo. Anche quelli di stato come la Pravda.

Per esempio in The Intercept, giornale on line del miliardario Pierre Omidyar, ho letto un articolo. Scritto da Alice Speri, il suo titolo suonava ambiguo – “La sinistra in Europa affronta la rinascita della NATO dopo che la Russia invade l’Ucraina” – finché non ho visto il sottotitolo che inizia con queste parole: “La brutale invasione della Russia complica…” Ma ho continuato a leggere. Nel quarto paragrafo, è diventato chiaro dove stava andando l’articolo. Speri scrive che “In Ucraina, in contrasto [con l’Iraq], è stata la Russia a organizzare un’invasione illegale e non provocata, e il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina è stato considerato da molti cruciale per evitare atrocità anche peggiori di quelle che l’esercito russo aveva già commesso”.

In realtà, sebbene apparentemente siano attivisti europei contro la guerra e contro la NATO, sono presi in un dilemma, l’articolo prosegue affermando che mentre gli Stati Uniti e la NATO sono stati colpevoli di un’espansione ingiustificata per molti anni, la Russia è stata un aggressore in Ucraina e Georgia ed è colpevole di terribili crimini di guerra e così via. Non c’è una parola sul colpo di stato sponsorizzato dagli Stati Uniti del 2014, o sui mercenari sostenuti dalla CIA e dal Pentagono in Ucraina, o sul loro sostegno al battaglione neonazista Azov e sugli anni degli attacchi ucraini nel Donbass dove sono state uccise diverse migliaia di persone. Si presume che queste azioni non siano criminali o provocatorie.

E c’è questo: “La risposta vacillante degli attivisti europei per la pace è sia il riflesso di un’invasione brutale e non provocata che ha sbalordito il mondo (sic) sia di un movimento contro la guerra che si è rimpicciolito ed è stato emarginato nel corso degli anni. La sinistra sia in Europa sia negli Stati Uniti ha lottato per rispondere a un’effusione di sostegno all’Ucraina che va contro gli sforzi decennale per liberare l’Europa da un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti”. In altre parole, l’articolo, stratificato in una retorica contro la guerra, è propaganda anti-russa.

Per esempio lo stesso Noam Chomsky, uno degli intellettuali di massimo rilievo internazionale, parla saggiamente della propaganda dei media statunitensi riguardo alla loro guerra non provocata contro l’Iraq e definisce con precisione la guerra in Ucraina “provocata”. E poi, riguardo alla guerra in Ucraina, lascia cadere questa affermazione sorprendente:

Non credo che ci siano ‘menzogne ​​significative’ nei resoconti di guerra. I media americani generalmente fanno un lavoro molto lodevole nel denunciare i crimini russi in Ucraina. (sic) È prezioso, così come è prezioso che siano in corso indagini internazionali per possibili processi per crimini di guerra”.

In un batter ciglia, Chomsky dice qualcosa di così incredibilmente falso che a meno che non lo si consideri un moderno Galileo, cosa che molti fanno (spesso anch’io da decenni), può passare per vero e si passerà senza problemi al paragrafo successivo. Eppure è un’affermazione così falsa che diventa ridicola. La propaganda dei media sugli eventi in Ucraina è stata così palesemente falsa e ridicola che un lettore attento si fermerà immediatamente e penserà: l’ha appena detto?

Chomsky quindi ora ritiene che i media, come il New York Times e simili, che ha giustamente castigato per la propaganda per gli Stati Uniti in Iraq e Timor Est, per citare solo due esempi, stiano facendo “un lavoro molto onorevole nel riportare crimini in Ucraina”, come se improvvisamente non fossero più i portavoce della CIA e della disinformazione americana. E lo dice mentre siamo nel mezzo del più grande blitz propagandistico dalla prima guerra mondiale, con la sua censura, il suo comitato per la governance della disinformazione, che rintraccia i dissidenti, ecc. che rasenta la parodia di Orwell del 1984. E’ semplicemente magistrale. Spiegare come la propaganda raggiunge i vertici e come opporsi a essa, e poi insinuare un sospetto nella sua analisi: “La rivendicazione di Putin è pari alla nostra”.

Il revanscismo della Russia? Dove? Revanscismo? Quale territorio perduto gli Stati Uniti hanno mai fatto la guerra per recuperare? Iraq, Siria, Cuba, Vietnam, Jugoslavia, Afganistan, ecc. ? La storia degli Stati Uniti non è una storia di revanscismo ma di conquista imperiale, di sequestro e furto o di controllo del territorio, mentre la guerra della Russia in Ucraina è chiaramente un atto di autodifesa dopo anni di provocazioni e minacce USA/NATO/Ucraina, ciò che Hedges riconosce. «Nove settimane di umilianti fallimenti militari»? – mentre controllano gran parte dell’Ucraina orientale e meridionale, compreso il Donbass. Ma il suo falso messaggio è sottilmente intessuto, come quello di Chomsky, in frasi che sono vere.

Ma essendo nel campo dei giochi mentali (troppa coerenza porta alla chiarezza e tradisce il gioco), ci si può aspettare che offuschino continuamente i loro messaggi per servire l’agenda americana in Ucraina e continuare l’espansione della NATO nella guerra non dichiarata con la Russia, per la quale il popolo ucraino sarà sacrificato. Orwell lo chiamò «pensiero doppio»: “Il duplice pensiero è al centro stesso dell’Ingsoc, poiché l’atto essenziale del Partito è quello di ricorrere all’inganno cosciente pur mantenendo la fermezza d’intenzione che va di pari passo con l’onestà totale. Dire bugie deliberate credendoci sinceramente, dimenticare ogni fatto diventato imbarazzante, poi, quando diventa necessario, tirarlo fuori dall’oblio giusto il tempo necessario, negare l’esistenza della realtà oggettiva e, allo stesso tempo, tenere conto della realtà che si nega – tutto questo è indispensabile… con la menzogna sempre davanti alla verità”.

Christian Parenti scrive questo su Chomsky: “La quasi totalità dell’intellighenzia di sinistra è rimasta psichicamente bloccata nel marzo 2020. I suoi membri hanno applaudito la nuova repressione della biosicurezza e hanno definito bugiardi, truffatori e fascisti tutti coloro che non erano d’accordo. Di solito lo hanno fatto senza nemmeno impegnarsi con le prove ed evitando il dibattito pubblico. Tra i più visibili citiamo Noam Chomsky che ha chiamato le persone non vaccinate a “ritirarsi dalla società” e ha suggerito che si dovrebbero lasciar morire di fame se si rifiutavano di sottomettersi”.

La critica di Parenti sulla risposta della sinistra (non solo quella di Chomsky e Hedges) al Covid si applica anche agli eventi fondatori sopra menzionati, il che solleva domande più profonde sulla penetrazione della CIA e della NSA nei media in generale, un argomento che esula dall’ambito di tale analisi.

Per quelli che probabilmente direbbero di quello che ho scritto qui: Perché prendersela con la sinistra? La mia risposta è molto semplice.

Le perniciose agende della destra e dei neoconservatori sono evidenti; nulla è veramente nascosto; si può e si deve quindi opporsi. Ma molti di sinistra servono due maestri e sono molto più sottili. Ostentatamente dalla parte della gente comune e contraria all’imperialismo e alle predazioni delle élite all’interno e all’esterno del paese, sono spesso gli autori di una retorica seducente che sfugge ai loro sostenitori. Una retorica che alimenta indirettamente le guerre alle quali spesso pretendono di opporsi.

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE. Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (I° parte)

Atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali” tenuto da Raffaele Picarelli

Proponiamo gli atti della prima tranche del seminario  “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza e nelle relazioni internazionali” tenuto dal dr Raffaele Picarelli al Circolo Arci di San Giuliano Terme sabato 4 giugno suiniziativa del Comitato Popolare Sangiulianese in collaborazione con le seguenti associazioni:Ita-nica di Livorno, il Laboratorio della solidarietà di Livorno, Codice Rosso e la Libera Università Popolare di Livorno.

Raffaele Picarelli, saggista ed esperto di questioni economico-finanziarie e di relazioni internazionali, ha offerto una approfondita e organica disamina a 360° dei processi in corso ormai da anni nell’economia occidentale e degli effetti provocati dalla guerra in Ucraina e, soprattutto, dalle sanzioni comminate alla Russia dai Paesi occidentali che consente di comprendere parte delle verità sottaciute dalla narrazione mediatica main stream, ma anche di avere una quadro organico delle dinamiche geopolitiche che sottostanno al conflitto.

Questo il breve abstract della prima parte della relazione che risulta estremamente utile oltre che per la comprensione degli scenari in essere, anche per fornire strumenti di analisi e di lotta politica per gli attivisti.

“La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati agli anni della pandemia ed agli effetti della crisi sistemica cominciata nel 2008.

Inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi di interesse, caduta di valore di tutti gli asset finanziari: queste tendenze risultavano già in atto a partire dal terzo trimestre del 2021.

Cosa è successo di veramente nuovo con la guerra? Il tentativo di riaffermare la supremazia del modello Usa di riproduzione capitalistica basato su industria delle armi, controllo dell’energia, forza del dollaro e macroscopica finanziarizzazione a fronte del grave indebolimento del progetto capitalistico europeo a base tedesca, fondato su approvvigionamento energetico a basso costo e modello industriale deflattivo.

Insieme al tentativo di liquidazione della possibilità di integrazione  tra manifattura, tecnologia e finanza europee ed energia, tecnologie e  grandi mercati russo e cinese.

Un disperato e feroce tentativo dell’imperialismo a base angloamericana di “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del proprio dominio mondiale da tempo in crisi e in declino.

Un incontro partecipato da circa 50 persone che è risultato interessante non solo per lo spessore culturale e l’assoluto livello di competenze del relatore ma anche perché ha consentito di fornire un quadro abbastanza nitido delle cause e degli effetti della guerra in Ucraina sull’andamento preesistente dell’economia mondiale.

E’ possibile fruire della videoregistrazione dell’incontro dalla pagina Facebook del Comitato Popolare Sangiulianese tramite il link: https://fb.watch/dvlB6lmcnM/

Il presidente del Comitato Popolare Sangiulianese

Andrea Vento


GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE.

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

1. Quadro macroeconomico generale e contesto geopolitico

La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati al perdurare di numerosi effetti della crisi sistemica emersa nel 2007-2008 e alle ripercussioni della pandemia. Tuttavia, sussistono fatti nuovi e assai profondi che, in questa introduzione, mi limiterò solo ad enunciare.

In primo luogo l’approfondimento della rottura della mondializzazione capitalistica e del suo ineguale incedere per circa un trentennio. Dico approfondimento perché una prima frattura si era precedentemente verificata con la vasta apposizione di dazi commerciali e di altre misure restrittive alla Cina da parte degli USA, a partire dalla seconda metà del decennio passato. E con il covid.

Ora tale processo nel suo incedere delinea un futuro assetto mondiale policentrico, ripartito in macroaree più o meno integrate e conflittuali, policentrismo che si contrappone al trentennale unilateralismo statunitense.

Da parte di Washington è in atto il tentativo, attraverso la guerra per procura (proxy war) che si combatte sul suolo ucraino, di mantenere e riaffermare nel medio/lungo periodo la supremazia del modello USA di riproduzione capitalistica basato sulla guerra permanente, sull’egemonia del complesso militar-industriale, sul controllo dell’energia, sulla centralità internazionale del dollaro, su una macroscopica finanziarizzazione dell’economia e, naturalmente, sul controllo delle catene del valore e delle nuove tecnologie.

Da parte della Russia e di molta parte del “resto del mondo” c’è la volontà di opporsi a tale disegno contrastando il signoraggio del dollaro in nome di nuove centralità valutarie esistenti o progettate (rublo, yuan, sur latinoamericano del progetto del presidente “in pectore” brasiliano Ignacio Lula).

In questo senso la guerra in Ucraina è anche una guerra contro il dollaro. E di riappropriazione del pieno controllo delle proprie materie prime e delle proprie catene di approvvigionamento e valore.

Sussiste inoltre la volontà di opporsi al nuovo “piano Brzezinski” portato avanti dai suoi eredi “politico-intellettuali”, Victoria Nuland e Tony Blinken, che ha come obiettivo l’annichilimento della Russia usando l’Ucraina come ariete: una versione aggiornata della dottrina Brzezinski sull’impossibilità di un “impero euroasiatico senza l’Ucraina”.

Dicevamo che la guerra in Ucraina ha accelerato processi già in corso: inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi, caduta di valore degli asset finanziari, costituivano fenomeni già marcatamente presenti a partire dal terzo trimestre del 2021 e dei quali cercheremo di analizzarne lo sviluppo delle rispettive dinamiche nell’ambito del conflitto e tenteremo di delinearne gli scenari post-conflitto.

Ma è solo la Russia l’obiettivo della politica bellica statunitense? Ci pare oltremodo evidente che gli USA, all’interno del campo occidentale, tendano ad indebolire e, se possibile, addirittura a liquidare il progetto europeo a base “renana” che, in termini molto generali, possiamo considerare fondato su un approvvigionamento energetico a basso costo e un modello industriale deflattivo. Con il corollario di liquidare ogni duratura possibilità di integrazione tra manifattura e finanza europea ed energia, materie prime, tecnologia e grandi mercati russo e cinese. E di bloccare ogni espansione e radicamento della manifattura tedesca e italiana nei mercati russo, cinese e “degli altri”.

A tale evidente, e talora dichiarato, intendimento USA di deindustrializzazione europea, l’Europa (con l’eccellenza italiana) ha risposto con il proprio suicidio economico e geopolitico.

Nel contesto dell’analisi, cercherò inoltre di dare rilievo ad un aspetto quasi sempre sottaciuto nella narrazione corrente del conflitto, per interposta Ucraina, USA-Russia: il ruolo importante della finanza, e in particolare della finanza derivata, anche in questa guerra, e della propria capacità di accelerazione bellica di processi preesistenti, concernenti la determinazione e la crescita dei prezzi di energia, materie prime e “inflazione di fondo”.

Di contro, cercherò di analizzare i progetti, ancora “in nuce”, di una reindustrializzazione russa dopo la devastazione eltsiniano-statunitense della manifattura sovietica dei primi anni Novanta e l’instaurazione in Russia di una “monocoltura estrattivista” dell’energia e delle materie prime.

Infine, a fronte del dissolvimento, nelle intenzioni USA, di quella sorta di utopia nata dall’incontro dell’Ostpolitik tedesca (Willy Brandt 1970) e delle ultime leadership sovietiche di una “Europa dagli Urali all’Atlantico”, proporremo l’analisi dei nuovi scenari che sembrano nascere da questa asperrima vicenda bellica.

Con una scelta chiara: opporsi alla “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del dominio dei vecchi “signori del mondo”, ormai in declino, e ampliare lo sguardo verso nuove ed emergenti potenze mondiali.

2. Banca Centrale Russa, rublo, falso default, finanza derivata.

Un nuovo Gold standard in Russia?

Lunedì 18 aprile la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, abile tessitrice della difesa finanziaria ed economica del rublo, ha affermato in una pubblica audizione che gli effetti delle sanzioni occidentali si sentiranno maggiormente a partire dai mesi estivi e che bisogna attrezzarsi fin da ora per gestirli. L’economia reale russa, ha proseguito, dovrà affrontare “cambiamenti strutturali”.

Era chiaro il riferimento alla ricostruzione di un’industria e di una manifattura nazionali russe, devastate negli anni Novanta del Novecento dagli USA e dai governi Elsin e in parte “appaltate”, negli anni successivi, sia pure in partnership, ad imprese soprattutto europee (automotive, industrie di trasformazione, semilavorati, etc). La primazia energetica e delle materie prime, nell’ultimo decennio dello scorso secolo una vera monocoltura, l’utilizzo dell’eccedenza negli ultimi vent’anni per la ricostruzione di un apparato difensivo caduto in rovina, la permanenza di forme decenti, anche se non eccelse, di welfare nel campo della sanità, dell’istruzione e della previdenza, l’esistenza di eccellenze nel campo della ricerca e della tecnologia, non sono più un modello sufficientemente sostenibile nell’età delle sanzioni e dello scontro generale con l’Occidente. La guerra e le sanzioni richiedono “cambiamenti strutturali”. Una situazione in forte cambiamento, in forte movimento è alle viste. Quale ne sarà l’esito? Non è facile prevederlo. Molto dipenderà dalle forze politiche e dal popolo russo, molto dalle relazioni internazionali. Vedremo.

Ritorniamo adesso all’oggetto di questo paragrafo.

Per la prima volta in assoluto dal 28 febbraio è stato deciso di applicare le sanzioni ad una banca centrale di un paese del G20: la Banca Centrale della Federazione Russa (CBR, Central Bank of Russian Federation, Bank Rossij). L’idea di congelare gli asset della Banca centrale è stata di Draghi, anche se era già stata applicata dagli USA, da ultimo nei confronti dell’Afghanistan, dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani.

Le riserve russe alla fine di febbraio 2022 ammontavano a complessivi 630 miliardi di dollari in valute estere (euro, dollari, yen, sterline, yuan), titoli e oro (grafico 1).

Erano lievitate a tale valore dai 368 miliardi di dollari del post-Crimea. Nel 2018 la Banca Centrale russa aveva venduto una notevole quantità di T-bond americani. All’8 aprile le riserve ammontavano a circa 609 miliardi di dollari, di cui 478 in valute estere e 131 in oro. Il 28 febbraio i rappresentanti di Usa, Giappone e UE in una dichiarazione congiunta affermarono di essere determinati ad imporre sanzioni per isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale. Oltre il 50% delle riserve della CBR presso altre Banche centrali (soprattutto presso Bundesbank) e anche banche commerciali (soprattutto J.P. Morgan) furono resi indisponibili, non confiscati (in gergo giornalistico “congelati”).

Rimanevano riserve non toccate dalle sanzioni: il 13% delle riserve costituite da yuan (renmimbi/RMB) e il 22% da oro. Restavano esclusi dalle sanzioni i pagamenti in favore delle società russe fornitrici di energia.

Il 13% di yuan è detenuto in Cina. Come è noto, la Cina è l’unico paese emittente di una valuta di riserva a livello internazionale a non aver partecipato alle sanzioni, giudicate prive di “basi legali”.

Sebbene un Paese possa naturalmente detenere le proprie riserve presso le proprie banche, le banche centrali (e i governi) spesso scelgono di mantenere le proprie riserve all’estero per evitare costose transazioni transfrontaliere e ottenere l’accesso diretto ai mercati delle valute estere e del debito estero.

Come è noto le riserve in valute estere sono essenziali per gestire l’inflazione interna e i pagamenti dell’import. L’indisponibilità totale o parziale delle proprie riserve impedisce a una banca centrale di difendere la propria valuta, che tende a deprezzarsi e quindi, negli acquisti dall’estero, a “importare inflazione” all’interno del Paese. Crollo del rublo, inflazione elevata all’interno della Russia, sconvolgimenti complessivi del sistema economico: era ciò a cui miravano i Paesi che hanno dichiarato e applicato le sanzioni.

Grafico 1: Valore in miliardi di Dollari e luogo di deposito delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa

Sul rublo e sul debito estero russo torneremo fra poco.

Ora alcuni cenni a questioni di contorno, comunque rilevanti.

E’ noto che in campo commerciale, a metà marzo, l’Occidente e il Giappone hanno revocato alla Russia lo status di “nazione più favorita”, ossia hanno revocato l’uguale trattamento riservato ad ogni Paese membro del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), con la conseguenza che ora le merci russe possono essere soggette a dazi aggiuntivi.

UE, Regno Unito e Stati Uniti hanno vietato l’export in Russia di una vasta quantità di beni strumentali, di uso comune e di lusso e l’import di molti prodotti fra cui, importanti, i prodotti in ferro e in acciaio. Sono chiusi alle navi russe i porti di UE, UK, USA, Canada e Nuova Zelanda. E’ stato posto il divieto di noleggiare navi di altri Paesi e di assicurare le merci in viaggio.

I dati del commercio estero russo relativi al primo trimestre 2022 (che risentono solo in parte delle sanzioni) evidenziano conseguentemente un calo dell’8% del valore dell’export e del 17% dell’import rispetto agli ultimi tre mesi del 2021.

La previsione del FMI, coincidente con quella della Banca centrale russa, è di un calo del PIL russo di quest’anno tra il 7,5 e l’8,5%.

In campo energetico discuteremo più avanti della sesta tornata di sanzioni aventi ad oggetto il petrolio e i prodotti petroliferi. Diciamo ora che gli USA, forti della scarsa dipendenza dalla Russia, hanno imposto un divieto totale dell’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi, gas, carbone russi. Il Regno Unito ha annunciato lo stop al petrolio entro la fine dell’anno (periodo, vedremo, che più o meno coincide temporalmente con quello UE).

Prima della sesta tornata di sanzioni, l’UE, importatrice nel 2021 del 25% del grezzo, per un valore superiore ai 70 miliardi, il 40% del gas (55% per la Germania) pari a 16,3 miliardi e il 49% del carbone dalla Russia, aveva trovato l’accordo solo sul divieto di importazione del carbone, a partire da agosto.

E’ il caso di fare appena un cenno all’esclusione delle principali banche russe dal sistema di pagamento internazionale SWIFT (alle prime sette si è aggiunta all’inizio di giugno la Sberbank), per lo scambio di informazioni e pagamenti tra istituzioni finanziarie (conti accentrati, conti reciproci tra banche, conti su terze banche, etc.). Diventa molto difficile effettuare o ricevere pagamenti da banche occidentali, tranne le eccezioni come Gazprombank, perché legata alle fonti energetiche essenziali per l’Occidente. Come è appena il caso di dire che sono state prese una serie di misure mirate a escludere la Russia dal mercato dei capitali (collocamenti nei paesi occidentali, prestiti, etc.).

Ma torniamo al rublo.

A partire dal 24 febbraio il rublo ha cominciato a deprezzarsi fino a giungere al suo punto più basso il 7 marzo: per un dollaro occorrevano 139 rubli. Era questo il primo effetto di quella congerie di provvedimenti dei primi giorni di guerra (downgrade del debito russo, sanzioni ed altro). Era diventato, diceva Biden, una valuta “rubble”, cioè spazzatura, e valeva meno di un “cent”.

Ai primi di giugno il rublo è la migliore valuta del 2022, quella con il maggior rialzo nei confronti del dollaro: oltre il 14% (seguono il real brasiliano e il peso messicano). Sono negative rispetto al dollaro tutte le altre valute. Perché?

Per prima cosa l’avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti russa.

A fine 2022, secondo la rivista tedesca “Die Welt”, potrebbe superare i 250 miliardi di dollari. Grazie al rialzo dei prezzi di gas e petrolio, leggiamo sull’“Economist”, nel primo trimestre del 2022 le entrate da idrocarburi sono aumentate dell’80% anno su anno. Tra gennaio e aprile il surplus commerciale è stato di 96 miliardi di dollari, quasi quadruplicato rispetto ai 27 miliardi di un anno fa. E’ il surplus più alto dal 1994. Rammentiamo che l’“Economist” è controllato al 43% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, la stessa che possiede l’89% di Gedi che edita “La Repubblica”, “La Stampa” ed il “Secolo XIX”.

Sempre l’“Economist” afferma che se è vero che i prezzi al consumo in Russia sono aumentati (17,5% a maggio) per il calo dell’offerta dovuto al ritiro di molte aziende occidentali, è anche vero che i consumi elettrici sono diminuiti di poco e che regge la domanda per beni di consumo.

Al momento le condizioni dell’economia reale fanno apparire eccessive le previsioni degli enti occidentali di una caduta del PIL russo (dal 10 al 15%) e le stesse previsioni del Ministero russo dello Sviluppo Economico del 7,8% nel 2022.

Ma ci sono altri fattori alla base dell’apprezzamento del rublo:

A) Il controllo sul movimento dei capitali. E’ stato introdotto il limite di 10 mila dollari, poi portato a 50 mila per persona al mese, al trasferimento di valuta estera verso Paesi terzi. Che il limite sia stato elevato testimonia che cominciano ad affiorare preoccupazioni per la forza del rublo, soprattutto in relazione alle società orientate all’export che spendono in rubli sul mercato interno.

Le aziende russe che incassano valuta estera devono convertirne l’80% in rubli entro tre giorni.

Il meccanismo del doppio conto delle imprese straniere importatrici di energia russa presso Gazprombank porta alla conversione del 100% della valuta pervenuta dagli acquirenti esteri, essenzialmente per l’acquisto di gas e petrolio.

B) L’ancora alto tasso di interesse passato dal 20 agli inizi della guerra, gradualmente al 17, al 14 e infine all’11%. La Banca Centrale russa in data 9 giugno ha ulteriormente ridotto il tasso di riferimento al 9,5%.

La CBR ha dichiarato che il tasso d’inflazione è calato e il rallentamento della crescita ad aprile è stato inferiore al previsto. Anche se l’economia russa ha ancora davanti diversi venti contrari. L’alto tasso iniziale ha frenato la fuoriuscita dei capitali. Dopo il taglio di tre punti del 26 maggio il valore del rublo è sceso di quasi il 10% per poi risalire. Il taglio del 9 giugno ha comportato una perdita di oltre il 3% della valuta russa. L’inflazione tendenziale, pur scesa al 17,5% in maggio (e ridotta al 17% i primi di giugno), è coperta al 60% dell’aumento medio del 10% di salari e pensioni medio-bassi (misura strutturale, non “una tantum”).

C) Rapporto ottimale debito/PIL sotto il 20%.

La forza prospettica della valuta russa risiede in altri fattori.

La Banca centrale russa all’inizio del conflitto disponeva di 130 miliardi di dollari di riserve auree. Negli ultimi mesi l’Istituto ha avviato nuovi acquisti di oro dalle banche locali: prima al prezzo fisso di 5000 rubli al grammo e successivamente a un valore negoziato. E’ questo il primo passo importante, come più volte il governo ha dichiarato, verso una convertibilità, quantomeno parziale, del rublo in oro.

La Russia sta accumulando riserve auree che potrebbero costituire in tutto o in parte una garanzia per la sua moneta. Il rublo in tal modo potrebbe avere grandi possibilità di essere accettato come valuta di pagamento nelle transazioni internazionali.

Non dimentichiamo che la Russia è il terzo produttore e il quinto detentore mondiale di oro. Il regolamento in valute locali (e non in dollari) degli scambi si è accentuato in questi mesi (l’India paga in rupie il petrolio che acquista a prezzi scontati dalla Russia). La Russia, per tale ragione, vuole una valuta forte che appaia più stabile anche all’esterno.

È lecito pensare che non sia così lontana dall’orientamento della leadership russo-cinese una nuova Bretton Woods con baricentro spostato nelle economie provviste di materie prime minerarie, energetiche e agricole? Certo che possiamo pensarlo perché tali sono in misura diversa la Russia e la Cina, dotate tra l’altro di tecnologie avanzate.

E’ fantasia e pura illusione oppure è il senso di individuare i processi qualitativi per come si delineano a una osservazione attenta e interessata?

Potrebbe essere questo, “in nuce”, un elemento del Nuovo Ordine Mondiale con baricentro in Russia, Cina e nei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni e non le hanno sostenute.

Il debito estero russo verso i paesi “ostili” ammonta a 49 miliardi dollari. A questo va aggiunto il debito privato che è di molto superiore (non ne conosco l’ammontare. Ho letto di 150 – 200 miliardi di dollari), con ampio flusso cedolare che coinvolge principalmente Gazprom e Rosneft. Per il servizio del debito estero teoricamente basterebbe alla Russia il 13% delle riserve denominate in yuan, ma ovviamente ora più che mai esse sono strategiche per mantenere aperto un legame tra la Russia e il resto del mondo. Un utilizzo delle riserve significherebbe dirottare le entrate energetiche (un miliardo di euro al giorno) per il servizio del debito anziché per l’acquisto di risorse necessarie all’economia russa. E questo sarebbe un controsenso. Da qui la battaglia quasi completamente vinta dalla Russia per il pagamento del gas in rubli (fanno eccezione Olanda, Danimarca, Polonia, Finlandia e Bulgaria, alle quali le forniture sono state sospese).

Le sanzioni imposte alla Russia dagli USA, in un primo momento erano accompagnate da una serie di “licenze generali” che hanno consentito lo svolgimento di transazioni altrimenti vietate. La licenza “9c” ha permesso ai russi, a marzo, di utilizzare i fondi in dollari del Ministero delle Finanze presso la banca J.P. Morgan di New York e trasferirli ai creditori. Si trattava di titoli a scadenza e cedole su obbligazioni. A inizio aprile il provvedimento di “licenza” veniva modificato dagli USA e i conti venivano definitivamente bloccati. Giungevano a scadenza a fine aprile un eurobond denominato in dollari e un coupon su obbligazione con scadenza aprile 2042, per un totale di 649,2 milioni di dollari. Il rischio di default era evidente con tutte le sue conseguenze (assai prolungato e definitivo non accesso ai mercati, difficoltà estrema di rifinanziamento, suoi costi esorbitanti, diventare un “paria” della comunità finanziaria oltre l’inaccettabilità politica per la Russia dell’insolvenza “coattiva”).

In questa circostanza la Russia ha utilizzato, per pagare, i conti della società finanziaria “Dom. R F” non sottoposta a sanzioni.

Tuttavia, la “licenza” è scaduta il 24 maggio scorso e non è stata rinnovata dagli USA. La Russia ha offerto il pagamento in anticipo sulla scadenza (27 maggio). Nulla da fare. Era stata tolta alla Russia la possibilità di pagare. Sta ora decorrendo il periodo di “comporto” di 30 giorni, decorso inutilmente il quale si sarà verificato l’“evento” default.

Intanto, nella concitazione delle prime settimane di guerra, era stato permesso a fondi ed hedge, statunitensi e non solo, di portare a casa i soldi degli interessi e delle cedole su bond emessi dalla Banca Centrale russa, dal Fondo sovrano per gli investimenti e dal Ministero delle Finanze. L’“evento” default “artificiale”, provocato dagli USA, consentirebbe ai creditori, soprattutto statunitensi, di attivare i CDS.

“Abbiamo sia i soldi che il desiderio di effettuare i pagamenti”, ha dichiarato a fine maggio il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. E questo vuole esserci impedito. “Poiché la mancata estensione della licenza ci rende impossibile rispettare il servizio del debito in dollari, i pagamenti saranno effettuati nella valuta russa”, con la possibilità di convertirla in un secondo momento nella valuta di partenza dell’emissione utilizzando un Istituto finanziario russo come agente di pagamento.

Tuttavia, con l’ultimo pacchetto di sanzioni adottate formalmente il 3 giugno scorso (quelle della sesta tornata), l’UE si è perfettamente allineata agli USA. “[Si tratta] di una decisione che avvicina ulteriormente la Russia al default, malgrado la determinazione del governo [russo] di rispettare gli impegni presi […]. Bruxelles ha infatti aggiunto alla lista di individui e organizzazioni sanzionate il National Settlement Depository, organismo a cui il Ministero delle Finanze russo contava di affidare i pagamenti sugli eurobond in scadenza, comprese due emissioni che Mosca ha cercato di rimborsare entro il 27 maggio scorso. Pagamenti bloccati, tuttavia: al termine del periodo di grazia, a fine giugno, scatterà il default” (“Il Sole 24 Ore” del 4 giugno scorso).

Grande soddisfazione della finanza statunitense ed europea aver impedito il pagamento a un debitore che ha fatto tutto il possibile per pagare.

Ma questo perché? Torniamo ai CDS.

Si può dire che le due deroghe avevano fatto lievitare i CDS sulle obbligazioni e permesso ai possessori statunitensi ed europei di incassare cedole e capitale e poi garantirsi e attivare la protezione.

Cosa sono i CDS? Il “credit default swap” (CDS) è uno swap, cioè uno strumento derivato, che ha la funzione di trasferire il rischio di credito, cioè il rischio di insolvenza. È il più comune dei derivati creditizi, quello che il megafinanziere Warren Buffet, proprietario di una pluralità di fondi, hedge e quant’altro, chiamò “l’arma di distruzione di massa” della finanza.

Lo schema di base di un CDS è il seguente: un investitore A vanta un credito nei confronti di una controparte debitrice B e vuole proteggersi dal rischio che B non paghi e il credito diventi inesigibile. A tal fine si rivolge a una terza parte C, disposta ad accollarsi tale rischio. C agisce come se fosse una assicurazione, e nel gergo tecnico è definito “protection seller” ovvero “venditore di protezione”.

La parte A (protection buyer) si impegna a versare a C un importo periodico il cui ammontare è il prezzo della copertura. In cambio di tale flusso di cassa, il venditore di protezione C (di solito una banca, una società finanziaria, un buyer) si impegna a rimborsare ad A il valore nominale del titolo di credito nel caso in cui il debitore B diventi insolvente (evento definito “credit default”).

Lo stesso discorso vale per il mancato pagamento di cedole e/o interessi. I CDS, nati per scambiare protezione come avviene per le valute o le materie prime, sono utilizzabili, come ogni derivato, soprattutto per scopi speculativi, e tale era fin dall’inizio lo scopo della banca d’affari J. P. Morgan, che li creò nei primi anni Novanta.

Nel mercato dei CDS è pratica comune che si possa speculare comprando protezione dal rischio pur non avendo nulla da proteggere, ma aspettandosi che il rischio aumenti, magari esagerandolo o addirittura costruendolo artificialmente e dunque la protezione acquistata valga man mano di più. I CDS si comprano nei mercati “over the counter” (OTC), mercati paralleli fuori borsa che rappresentano una fetta importante degli scambi finanziari alternativi alle borse ufficiali. Tali mercati sono gestiti da un’associazione privata chiamata ISDA (International Swaps and Derivatives Association), con più di 800 aderenti (banche, assicurazioni, società finanziarie, governi, enti sovranazionali). Tale associazione è fuori da ogni controllo politico.

I CDS sulla Russia, sull’onda delle reiterate dichiarazioni dei media e sulle cattive notizie propalate riguardanti il pagamento, sono cresciuti di valore. La parte A, a questo punto, potrà rivendere i CDS sul mercato OTC prima della loro naturale scadenza, lucrando la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Oppure può acquistare il “sottostante”, cioè i titoli garantiti, per esempio BTP, pagandoli però meno, perché le voci o le dichiarazioni di imminente default dell’ente debitore ne hanno svilito il prezzo (per esempio 40 su 100 di nominale rimborsabile). Ma poi appunto, essendo garantito il nominale, una volta avvenuto il default, A riceverà dal “protection seller” l’intero, nel nostro caso 100. Anche se non è il caso della Russia, il cui default, se ci sarà, sarà causato da un atto arbitrario e illegale, le speculazioni per esempio sul debito sovrano di un Paese, possono accelerare, come è accaduto molte volte in passato, la crisi del paese stesso e il suo tracollo, alla maniera di una profezia autoavverantesi.

Ciò, su scala assai larga, è avvenuto con il default del debito sovrano greco.

Ai possessori dei CDS, soprattutto le grandi istituzioni finanziarie, è stata destinata una parte significativa dei prestiti della famigerata “troika” (BCE, FMI, UE), finalizzata al rimborso dei titoli garantiti.

Regista di tale operazione fu, come è noto, l’allora governatore della BCE Mario Draghi, mentre vittima della stessa fu la gran parte della popolazione greca, portata alla fame.

Firenze, 13 giugno 2022 Raffaele Picarelli

L’imminente frattura globale causata dallo scontro tra diversi ordini economici

Intervista a Michael Hudson

Il post che segue è la traduzione di un’intervista al prof. Michael Hudson pubblicata su The Unz Review. Un’altra analisi essenziale per comprendere gli avvenimenti epocali che stiamo vivendo e orientarci in un mondo che si fa sempre più complesso, oltre che “grande e terribile”. L’originale lo puoi trovare qui.

Prof. Hudson, è uscito il suo nuovo libro “Il destino della civiltà”. Questo ciclo di conferenze sul capitalismo finanziario e la nuova guerra fredda presenta una panoramica della sua particolare prospettiva geopolitica.

Lei parla di un conflitto ideologico e materiale in corso tra Paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. In che cosa consiste questo conflitto e perché il mondo si trova in questo momento in un “punto di frattura” particolare, come afferma il suo libro?

L’attuale frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: Nell’Occidente USA/NATO, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato l’industria manifatturiera verso la leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri Paesi asiatici, insieme alla Russia che fornisce materie prime di base e armi.

Questi Paesi sono un’estensione di base del capitalismo industriale che si sta evolvendo verso il socialismo, cioè verso un’economia mista con forti investimenti governativi nelle infrastrutture per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altre necessità di base, trattandole come servizi di pubblica utilità con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità.

Nell’Occidente neoliberale degli Stati Uniti e della NATO, invece, questa infrastruttura di base viene privatizzata come un monopolio naturale che estrae rendite.

Il risultato è che l’Occidente USA/NATO è rimasto un’economia ad alto costo, con le spese per la casa, l’istruzione e la sanità sempre più finanziate dal debito, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione del capitale).

Ciò pone un problema esistenziale al capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di rendite finanziarizzate che impoveriscono il 99% per arricchire l’1%?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satelliti, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro di Berlino economico fatto di sanzioni per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è intromessa nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberali alla guida dei governi. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche la loro fortuna politica personale) è strettamente legato alla leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è diventata fondamentalmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come tenere il Sud globale – America Latina, Africa e molti Paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi Paesi, aumentando drasticamente i prezzi del petrolio, del gas e dei prodotti alimentari (nonché di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando i risparmi finanziari e il credito bancario verso i titoli denominati in dollari. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i Paesi della SCO e del Sud globale pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.

Ciò impone a questi paesi una scelta: o rimanere senza energia e cibo per pagare i creditori stranieri – anteponendo così gli interessi finanziari internazionali alla loro sopravvivenza economica interna – o andare in default sul debito, come è successo negli anni ’80 dopo che il Messico ha annunciato nel 1982 di non essere in grado di pagare gli obbligazionisti stranieri.

Come vede l’attuale guerra/operazione militare speciale in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia ha messo in sicurezza l’Ucraina orientale russofona e la costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “punzecchiare l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, soprattutto da parte di combattenti polacchi.

I Paesi della NATO hanno scaricato in Ucraina le loro armi vecchie e obsolete e ora devono spendere somme immense per modernizzare il loro hardware militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale statunitense eserciterà una pressione al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica – il tutto in aggiunta ai loro deficit energetici e alimentari in aumento. Pertanto, l’euro e la sterlina si dirigono verso la parità con il dollaro statunitense. L’euro ci è quasi arrivato (circa 1,07 dollari). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi in Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti, sia a Est che a Ovest, ritengono che questo danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che si ritorceranno contro o avranno un enorme effetto boomerang sui Paesi occidentali.

La politica degli Stati Uniti è quella di lottare contro la Cina, sperando di separare le regioni occidentali degli Uiguri e di dividere la Cina in Stati più piccoli. A tal fine, è necessario eliminare il sostegno militare e di materie prime della Russia alla Cina – e, a tempo debito, suddividerla in una serie di Stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.)

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita dei russi così sgradevoli da spingerli a cambiare regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare militarmente la Russia – facendo sì che i corpi degli ucraini esaurissero le scorte di proiettili e bombe della Russia, dando le loro vite semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno russo a Putin, proprio il contrario di ciò che si voleva ottenere. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto ciò che gli Harvard Boys hanno fatto alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica interna che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo all’Occidente azioni del petrolio, del nichel e dei servizi pubblici, per poi stimolare gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. È opinione comune che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est anziché verso ovest.

L’effetto delle sanzioni e dell’opposizione militare degli Stati Uniti alla Russia è stato quindi quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che ha costretto l’Europa a dipendere dagli Stati Uniti, mentre ha spinto la Russia a unirsi alla Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e i prodotti alimentari russi – a tutto vantaggio dei fornitori di gas LNG e degli esportatori agricoli statunitensi – minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Per l’Europa, però, il danno è già stato fatto e né la Russia né la Cina probabilmente confidano che i funzionari governativi europei possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali esercitate dall’interferenza statunitense.

Qui in Germania sto ascoltando il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck del partito dei Verdi, che parla di attivare l’”emergenza gas” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito, dicono le notizie). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si concluderà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di commettere un suicidio economico e di provocare una depressione, un aumento dei prezzi al consumo e un abbassamento del tenore di vita. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la produzione di fertilizzanti, dato che la Germania ha accettato le sanzioni commerciali e finanziarie che le impediscono di acquistare il gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le aziende automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli alle forniture.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti grazie al petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da compagnie statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi che l’Europa ha donato all’Ucraina è anche una manna per il complesso militare-industriale statunitense, i cui profitti sono in aumento.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici verso l’Europa, che sembra la grande perdente.

I produttori di petrolio arabi hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di far pagare meno il loro petrolio. Si prevede che saranno i primi a guadagnare dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è venuta meno. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee dopo il furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quanto presto la Russia smetterà di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando di fatto il peso fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca agli Stati Uniti dal punto di vista politico, rinunciando ai propri governi ma ottenendo almeno qualche europeo nel Senato e nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano a) la nuova guerra fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberale nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la vostra recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’Occidente dell’area del dollaro dall’Eurasia e dal Sud globale. I politici statunitensi promettono di mantenere la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questa possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica sembra ora minacciare di diventare l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti come oligarchia cliente, con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di mettere fuori gioco la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente escludendola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza problemi al sistema di compensazione bancaria della Cina.

La seconda tattica è consistita nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e i titoli finanziari americani. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a basso costo, mentre l’Occidente li scaricava.

La terza tattica è stata quella di impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le esportazioni di petrolio, gas e cibo sono aumentate. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del rublo, invece di danneggiarlo. Mentre le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il Presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà pesantemente nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, i dazi di Trump contro le esportazioni europee negli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali sempre più ridotte. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare a comprare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma soprattutto taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’eurozona si è imposta.

Nel medio e lungo periodo, le sanzioni USA/NATO sono quindi rivolte principalmente contro l’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il dominio energetico, alimentare e finanziario.

In Germania lo stop al progetto energetico Nord Stream II è ancora una grande questione politica. Nel suo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” lei ha scritto: “È ormai chiaro che l’odierna escalation della nuova guerra fredda è stata pianificata più di un anno fa. Il piano dell’America di bloccare il Nord Stream 2 era in realtà parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare la prosperità attraverso il commercio e gli investimenti reciproci con la Cina e la Russia”. Può spiegare questo ai nostri lettori?

Quello che lei definisce “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica tesa a favorire i prodotti americani. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare sul mercato al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il gas proveniente dai fornitori statunitensi di LGN e a spendere 5 miliardi di dollari per l’espansione della capacità portuale, che non sarà disponibile prima di un anno.

Questo minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e gli altri Paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. In sostanza, i parlamenti nazionali sono ora asserviti alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come già detto, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro americano. È probabile che gli investitori europei spostino i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente il calo dei prezzi delle loro azioni e obbligazioni misurati in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il Parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato una nuova legge: I legislatori tedeschi hanno approvato la possibilità di espropriare le aziende energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le aziende energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non sono più in grado di svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare la Camera alta del Parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che è di proprietà della società statale russa Rosneft.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro Paesi e venderanno (o faranno confiscare dalla Russia) gli investimenti dei Paesi NATO in Russia. Ciò significa un distacco dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra essere la prossima economia a essere sanzionata dalla NATO, in quanto quest’ultima diventerà un’Organizzazione del Trattato del Pacifico Orientale che coinvolgerà l’Europa nel confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) hanno sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe l’Europa a fare pressione sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere di cui si sono impossessati.

Ma anche dopo tale accordo di restituzione e risarcimento, è improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento di coscienza su come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti sia agli alleati che agli avversari.

La mia domanda sarebbe: Il socialismo è un tema importante nel suo nuovo libro. Qual è la sua opinione sulle misure “socialiste” adottate ora da un Paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa si pensava che lo “stadio finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. Esistevano diversi tipi di socialismo: Socialismo di Stato, socialismo marxiano, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che si verificò dopo la Prima Guerra Mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era il rafforzamento della spesa pubblica per le infrastrutture. La transizione verso il socialismo era guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di base) e il costo dell’attività economica attraverso investimenti statali nelle infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi sovvenzionati.

Questo obiettivo avrebbe impedito ai servizi di base di diventare opportunità di rendita monopolistica. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi cedettero i servizi pubblici agli investitori privati. Le aziende sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e ai pagamenti al management. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberiste in economie ad alto costo, incapaci di competere nei prezzi di produzione con i Paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa contrapposizione tra sistemi economici è la chiave per comprendere l’attuale frattura mondiale.

Soprattutto il petrolio e il gas russi sono al centro dell’attenzione in questo momento. Mosca richiede pagamenti solo in rubli e sta ampliando il suo campo di acquirenti con Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in euro o in dollari. Qual è la sua opinione su questa guerra delle risorse in corso? Il rublo sembra essere il vincitore.

Il rublo sta certamente salendo. Ma questo non fa della Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le importazioni necessarie al buon funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia risulterà vincente se sarà in grado di organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e di ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire quelle che sono state privatizzate sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni Novanta.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria a est, accompagnata dal rafforzamento dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization (SCO)?

Ci saranno ancora i petrodollari, ma anche una serie di blocchi di aree valutarie, man mano che il mondo de-dollarizza i suoi accordi di commercio e investimento internazionale. A fine maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha dichiarato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, il BRICS+ potrebbe espandersi fino a includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo del Sudafrica (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali di valuta estera per i Paesi non appartenenti alla NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai Paesi satellite degli Stati Uniti, sovvenzionando al contempo la fuga di capitali dai Paesi del Sud globale e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate del 2022 sarà un banco di prova, poiché i Paesi del Sud globale subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento dei deficit petroliferi e alimentari e dei maggiori costi in valuta nazionale per il mantenimento del debito in dollari. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari per mantenere l’illusione della solvibilità. Ma i Paesi della SCO possono offrire petrolio e cibo – SE i Paesi garantiscono di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella sua recente intervista con Michael Welch (“Accidental Crisis?“) lei ha un’analisi specifica sugli attuali eventi in Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potrebbe approfondire questo punto?

Come ho spiegato in precedenza, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno costringendo la Germania a dipendere dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per trasformare la NATO in un’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci in termini di commercio e investimenti con la Russia. L’Europa si sta trasformando in un junior partner (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti, sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema degli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non si riesce a crearla in patria è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto del 1971, lo standard dei Buoni del Tesoro americano abbia dato agli Stati Uniti un giro gratuito a spese dell’estero. Le banche centrali straniere hanno riciclato l’afflusso di dollari derivante dal deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti in prestiti al Tesoro americano, cioè nell’acquisto di titoli del Tesoro americano per custodire i propri risparmi. Questo accordo ha permesso agli Stati Uniti di intraprendere spese militari all’estero per le loro quasi 800 basi militari in Eurasia senza dover deprezzare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai Paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro americano.

Ma ora che è diventato pericoloso per i Paesi detenere depositi bancari o titoli di Stato o investimenti statunitensi denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare ad avere un giro gratis?

Infatti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economico che è stata interrotta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, essa mira a tassare l’Europa e a trasformare altri Paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che si tratti di ridurre l’autosufficienza estera per costringere altri Paesi a dipendere economicamente dagli Stati Uniti, in modo che questi ultimi possano minacciare sanzioni dirompenti se cercano di anteporre i propri interessi nazionali a ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano.

Come influirà tutto questo sulla bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi sul tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensa che l’Unione Europea si stia avviando a diventare una nuova “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una moneta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non sono in grado di gestire i deficit di bilancio interni per far fronte all’imminente depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando la dipendenza militare. Si tratta di una “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto di dover controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro compressione economica è un “danno collaterale” dell’attuale Nuova Guerra Fredda.

Una filosofa svizzera ha scritto a metà marzo un saggio critico per il giornale socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex organo di informazione del governo della DDR. Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per l’attuale comportamento in merito alla crisi ucraina e alla gestione del Covid. La sinistra, a suo dire, è troppo favorevole a governi/stati autoritari, copiando così i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividete questo punto di vista? O è troppo severa?

Come risponderebbe a questa domanda, soprattutto per quanto riguarda la tesi del suo nuovo libro: “… il percorso alternativo è un capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente altoparlante” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, prevedendo che la grande minaccia al capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarebbe stato il socialismo. Questo ha incluso i partiti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è dimostrata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non si può essere a favore dell’ambiente e della guerra allo stesso tempo!

Questo ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dall’ingerenza politica degli Stati Uniti. È da qui che proviene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alle spese militari contro la Russia sono arrivati dai repubblicani. L’intera “squadra di sinistra” del Partito Democratico ha votato a favore della spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di entrare nella classe dei rentier, o almeno di diventare investitori in azioni e obbligazioni in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri Paesi. Discuto di questo allineamento politico in Il destino della civiltà.

I propagandisti statunitensi definiscono “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi pubblici. Essere “democratici” significa lasciare che le imprese statunitensi controllino queste altezze di comando, essendo “libere” dalla regolamentazione governativa e dalla tassazione del capitale finanziario. Così “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano in doppia lingua sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica del mondo? Oppure il Nuovo Ordine Mondiale neoliberista è in ascesa? Come lo vede?

Come ho spiegato nella domanda n. 1, il mondo si sta dividendo in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: il capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza dell’Eurasia e della SCO.

I Paesi non allineati non erano in grado di “andare avanti da soli” negli anni ’70 perché non avevano una massa critica per produrre autonomamente cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi Paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro statunitense.

FONTE: https://pensieriprovinciali.wordpress.com/

Non temere di essere dichiarato un “traditore della patria”

“Dove siete stati per otto anni?” è la domanda che la propaganda russa ripete ossessivamente. Andrij Movčan, giornalista ed attivista di sinistra ucraino, racconta la sua lotta contro l’estrema destra e l’emigrazione, ed invita la sinistra russa a prendere posizione contro la guerra

8 giugno 2022

Andrij Movčan

La domanda “Dove siete stati negli ultimi 8 anni” è ancora, dopo mesi di guerra devastante, una delle più importanti tematiche utilizzate dalla propaganda russa. Questa domanda retorica sottintende che coloro che oggi si oppongono alla guerra hanno preferito non notare la violenta repressione del dissenso e l’ascesa dell’estrema destra in corso nella stessa Ucraina. Sappiamo bene che il movente degli “ultimi 8 anni” è basato sulla menzogna e sulla sostituzione di concetti: una violenza subita non può essere il pretesto per un’altra inflitta (oltretutto su scala molto più ampia), e migliaia di vittime non possono essere ripagate da decine di migliaia. Eppure, questo articolo dell’antifascista e socialista ucraino Andrij Movčan è di grande importanza, poiché è rivolto principalmente a quella parte del pubblico russo (compresa parte della sinistra), che cerca di giustificare il proprio conformismo usando pretesti come “gli 8 anni” oppure “entrambe le parti sono da biasimare”.

Ho ricevuto la notizia dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina verso le cinque del mattino del 24 febbraio, svegliandomi da un sonno inquieto. Non sono stati suoni di sirene o esplosioni a svegliarmi, ma il rumore del primo treno della metropolitana, che a quell’ora inizia a correre tra le stazioni di Barcellona. Da più di sette anni vivo lontano dalla mia nativa Kiev, sei dei quali in Catalogna. Sono un emigrato politico. Alla fine del 2014 ho dovuto lasciare il mio paese a causa della mia posizione contro la guerra. Perché non ero d’accordo con la soluzione militare del conflitto nel Donbass. Per molti miei compatrioti, ex amici, colleghi, conoscenti, io sono un traditore della patria.

Quindici anni fa, dopo aver aderito al movimento della sinistra, non potevo nemmeno immaginare dove questa strada avrebbe condotto me e i miei pochi compagni. Anche in quei lontani giorni di pace per un giovane diventare comunista o socialista in Ucraina era una scelta decisamente anticonformista, una sfida al mainstream anticomunista, che già allora occupava una posizione dominante. Una tale scelta non prometteva altro che problemi. Tuttavia, ancora non avevamo intuito quali.

La loro vera portata ha cominciato a emergere nei primi anni successivi al 2010: una crescita spasmodica dell’estrema destra stava letteralmente avvenendo davanti ai nostri occhi. E noi, una manciata di attivisti di sinistra, siamo stati i primi ad essere esposti alla violenza di queste formazioni. Quando le bande di estrema destra non si erano neanche sentite nominare in Donbass o in Crimea, noi conoscevamo queste persone di vista ed eravamo quasi gli unici che cercavano di attirare l’attenzione su questo problema e in qualche modo resistervi.

Negli ultimi quattro anni della mia vita in Ucraina, io (da solo o in gruppo con i compagni) ho subito una decina di attacchi di strada da parte di estremisti di destra. Alcuni di loro sono finiti in rianimazione. I fotografi mi chiedono ancora dove mi sono rotto il naso; i dentisti sono interessati a come mi sono frantumato i denti; i parrucchieri si sorprendono di trovarmi cicatrici da oggetti metallici sul cranio. Era il terrore. Siamo stati fisicamente allontanati dalla strada.

Per ovvie ragioni, non ho accettato il Maidan. Perché conoscevo di persona i suoi promotori e che tipo di valori condividevano queste persone. Inoltre, non mi facevo illusioni su cosa avrebbe riservato il futuro nella nuova Ucraina a coloro che condividevano idee comuniste. Andava molto male. Da quando la Russia ha annesso la Crimea, è andata anche peggio.

Mi sono reso conto con orrore di quale vaso di Pandora era stato aperto. Naturalmente, sapevo che i russi di Crimea si erano avvicinati alla Russia per 25 anni non avendo mai percepito lo stato ucraino come casa loro. Quello che è successo non è stata una sorpresa. Mi spaventava capire in che modo le perdite territoriali avrebbero esacerbato il problema del nazionalismo in Ucraina. Quanto questo avrebbe complicato la già deplorevole situazione di tutte le opposizioni, soprattutto di sinistra. Da quel momento chiunque criticasse il nazionalismo, chiunque criticasse il nuovo governo, e ancor di più chiunque osasse balbettare qualcosa sul diritto all’autodeterminazione degli abitanti della Crimea, avrebbe potuto essere dichiarato un “traditore della patria”. Non solo avrebbe potuto… è stato dichiarato tale.

L’annessione della Crimea ha complicato radicalmente la vita di quegli ucraini che non volevano accettare il nuovo ordine. Ognuno di noi ha dovuto affrontare una scelta: come bisognava reagire a quello che era successo? Inchinarsi davanti ai nazionalisti per la Crimea, o rimanere fedeli ai propri ideali e subire il marchio dei traditori della patria e dei perseguitati? Per me ho scelto la seconda via.

Alla Crimea è seguito il Donbass. E questo ha ulteriormente aggravato la nostra situazione. Ogni ucraino di sinistra doveva darsi una risposta alla domanda: come descrivere questa guerra? Era difficile per me rendermi conto che la logica dei processi era quella di un conflitto territoriale. Se il Donbass fosse rimasto parte dell’Ucraina, sarebbe inevitabilmente diventato il cuore dell’opposizione e del movimento di protesta dei lavoratori industriali. Il Donbass sarebbe diventato la base sociale delle forze di sinistra, avrebbe fatto pressione sul governo di Kiev e con i suoi voti avrebbe minato l’egemonia dei partiti filoccidentali di destra. Invece, la regione stava volando a tutta velocità verso il suo stato attuale: distrutto, deindustrializzato, un simbolo dell’irredentismo russo in balia della guerra e dell’odio nazionale.

I nostri desideri e le nostre speranze raramente coincidono con quanto poi accade realmente. Questo è successo anche con il Donbass. Avevo la sensazione che il Donbass, lasciando l’Ucraina, stesse lasciando altri lavoratori ucraini faccia a faccia con il governo neoliberista, dipendente dall’Occidente e i suoi fedeli cani da guardia delle bande di estrema destra. Ma avrei mai potuto accogliere con favore lo strangolamento militare del Donbass dissidente? No.

Ero profondamente disgustato dai leader della rivolta nel Donbass. Ero disgustato dal loro nazionalismo russo, dalla loro manifesta ucrainofobia, dal loro disprezzo per la lingua ucraina, che è la mia lingua madre. Ero disgustato dalla diffusa e volgare concezione del passato sovietico come proiezione della grande potenza russa. Era disgustoso non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista estetico. Tuttavia, non ho ritenuto possibile per me schierarmi dalla parte del governo ucraino e dei nazionalisti. Perché lo stato ucraino, a mio avviso, aveva assunto un ruolo repressivo del dissenso nei confronti dei suoi propri cittadini.

Come comunista e come ucraino, ho deciso che il mio dovere in quella situazione era quello di criticare il mio governo, l’esercito e il nazionalismo. Qualcuno deve rendere noti alla società anche i fatti più spiacevoli. Che dall’altra parte del fronte ci sono più nostri concittadini ucraini che soldati e mercenari russi. Che l’artiglieria sta bombardando le zone residenziali. Che l’esercito ucraino nel Donbass non viene accolto con mazzi di fiori. Che i battaglioni di volontari commettono atrocità sui civili. Che i membri del governo si arricchiscono in guerra. Che il nemico principale è nel nostro stesso paese.

Potete immaginare cosa possa significare una tale posizione in una società che sta soffrendo un dolore all’arto fantasma a causa delle perdite territoriali. La mia carriera giornalistica era finita. Gli ex amici si sono affrettati a rinnegarmi. Ho perso tutto il capitale sociale accumulato negli anni precedenti. L’80% delle persone del mio ambiente ha deciso che era meglio non avere nulla a che fare con me. Altri hanno anche preso parte attiva alla campagna di molestie pubbliche.

Per i nazionalisti, sono diventato ancora più odioso di prima. Vivevo in un rifugio urbano, limitavo sensibilmente i miei contatti ed ogni viaggio nel centro della mia città natale diventava una prova per i miei nervi: troppe persone mi conoscevano di vista e spesso non era la gente migliore di Kiev. Il fatto che nel 2014 ci sia stato un solo attacco contro di me è stata una felice coincidenza. Allora la maggior parte degli elementi di spicco dell’ultra-destra era nel Donbass, non avevano tempo per me. Ma hanno minacciato di tornare presto e di occuparsi della “quinta colonna”.

Verso la fine del 2014, i miei cari mi hanno convinto a lasciare il paese. Così sono finito a Madrid. Poi ci sono state le lunghe peregrinazioni della vita da clandestino: senza documenti, senza soldi, senza parlare la lingua, senza amici, senza lavoro, senza la possibilità di tornare in patria. Sono stati gli anni più difficili della mia vita.

Ma non ho rimpianti per la posizione che ho sostenuto e difeso in tutti questi anni.

Dopo il 24 febbraio, cari compagni russi, state affrontando le stesse sfide che abbiamo affrontato noi otto anni fa. Adesso voi siete come noi.

E la vostra scelta è molto più facile e più ovvia. Il vostro paese, a differenza dell’Ucraina nel 2014, non ha subìto perdite territoriali, non deve risolvere problemi di integrità territoriale, non deve resistere ad interventi sotto copertura. La Russia sta conducendo un’aggressiva guerra di conquista sul territorio di uno stato sovrano, mettendo in discussione lo stesso diritto di esistere di quest’ultimo. Bombarda città pacifiche, uccide la popolazione civile (principalmente di lingua russa), commette atrocità nei territori occupati. E voi stessi sapete che questo è vero.

È dovere di ogni comunista e internazionalista russo opporsi a questa invasione criminale. E richiedere il ritiro immediato e incondizionato delle truppe della Federazione Russa almeno entro i confini del 24 febbraio.

Potreste chiedere: “Dove sei stato in tutti questi otto anni?”. Se avete letto fino a qui, lo sapete dove sono stato e cosa ho fatto. Mi sono opposto a quella guerra, guadagnandomi il marchio di traditore della patria.

Parte della sinistra russa esprime diverse motivazioni sul perché sia ​​necessario sostenere l’“operazione speciale” o non interferire con essa. Non sono per niente convincenti. No, non si tratta di argomentazioni politiche razionali, si tratta di qualcos’altro. Per me è diventato ovvio che la paura più profonda di molti esponenti della sinistra in Russia è quella di venire marchiati come traditori della patria. Conosco questa sensazione. Questa paura del “tradimento” deve essere superata, come l’abbiamo superata noi.

Sì, se condannerete la guerra, sarete sicuramente accusati di tradire la vostra patria. Perderete amici e conoscenti, prospettive di carriera e meriti passati. Sarete odiati e disprezzati dai “patrioti”. Sarete perseguitati. Ma i comunisti sono stati perseguitati in ogni momento, in tutti gli angoli del mondo sono stati accusati di non amare la loro patria borghese e di lavorare per il nemico. Ora è il turno della sinistra russa di partecipare all’Internazionale attraverso una rottura simbolica con la “patria-stato”.

E sono sinceramente felice che in Russia molte persone che rispetto non abbiano avuto paura di questo marchio. Perché il vero patriottismo ora consiste nel contrastare una catastrofe nazionale fermando questa guerra vergognosa.

Traduzione dal russo di Marco Ferrentino

FONTE:

La più nota attivista ucraina per i diritti umani e sociali, Elena Berezhnaya, è stata arrestata e sequestrata a Kiev

di Enrico Vigna

Elena Berezhnaya, fondatrice e direttrice dell’Istituto di politica giuridica e protezione sociale ucraino, la più nota attivista ucraina per i diritti umani, dal 16 marzo è stata sequestrata, dopo essere stata arrestata dalla polizia nel suo appartamento e portata al dipartimento di polizia del distretto di Goloseevsky; dopo un giorno l’hanno poi portata alla SBU, i Servizi di Sicurezza ucraini, e da allora nessuno sa più niente di lei.

Elena Berezhnaya è una forte e coraggiosa donna che in tutti questi anni è stata una spina nel fianco della giunta golpista, nonostante innumerevoli tentativi di assassinarla, minacce continue di morte da parte dei neonazisti e più volte picchiata e maltrattata, non ha mai smesso di battersi per la verità, per la giustizia, contro la guerra nel Donbass e per la pace. E nonostante il clima terroristico, non ha mai lasciato l’Ucraina. Ora sta pagando la sua coerenza ed il suo coraggio, insieme a decine di migliaia di attivisti, antifascisti, semplici cittadini pacifisti, la sua lotta senza compromessi per i diritti umani, sociali e civili del popolo ucraino, vessato in questi otto anni di aggressione golpista.

Conosciuta a livello internazionale, ha parlato spesso in Forum internazionali e conferenze organizzati dall’OSCE, dalla Missione internazionale di monitoraggio delle Nazioni Unite in Ucraina, dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti delle minoranze nazionali, dove, utilizzando esempi dettagliati e con dati alla mano, ha sempre denunciato le pratiche discriminatorie e violente della Kiev golpista, contro i diritti della popolazione russofona e contro la popolazione antifascista ucraina. Ha sistematicamente indicato il ruolo e la violenza dei gruppi neonazisti, le atrocità di cui si sono macchiati e i legami strettissimi e complici, e gli interessi intrecciati tra la giunta ed essi. Aveva organizzato la campagna contro la guerra e per la pace: “STOP alla Guerra! L’Ucraina ha bisogno di Pace!”.

Il sequestro è stato denunciato alla stampa dall’avvocatessa e sua collega, Svetlana Novitskaya, un’altra grande donna ucraina, coraggiosa avvocato difensore di prigionieri politici e di coscienza, attraverso l’Istituto per la politica legale e la protezione sociale. Secondo la Novitskaya, la Berezhnaya è accusata di crimini ai sensi dell’ormai noto articolo 111: tradimento. “Cattive notizie su Elena Berezhnaya. Si trova nel centro di detenzione Lukyanovsky, è sospettata di alto tradimento per aver parlato nei media, sui canali YouTube e aver fatto dichiarazioni “anti ucraine” … (leggi articolo 111 del codice penale ucraino), articolo secondo cui ora vengono sospettate e arrestate tutte le persone considerate inaffidabili per il governo di Kiev, spesso accusate “trascinandole per le orecchie”, di simpatie o affinità con la Russia o il “mondo russo” “., ha detto la Novitskaya.

Elena Berezhnaya, aveva anche fornito ad Angela Merkel, tramite Andriy Khunko, deputato del Blocco di sinistra, un rapporto sui crimini dello Stato ucraino contro i propri cittadini, documentando una serie di prove per le gravi violazioni da parte dell’Ucraina della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, presentando il Dossier al Bundestag, nella tavola rotonda “Diritti umani e libertà dei media in Ucraina“. 

L’attivista per i diritti umani ha sempre denunciato in questi anni che gli accordi di Minsk non sono stati attuati principalmente dalla parte ucraina, accordi che furono caldeggiati dalla cancelliera tedesca Merkel. Nel Dossier la Berezhnaya denunciava che l’Ucraina violava gli articoli 6 e 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per il diritto a un processo equo. Nel novembre 2017, l’Istituto per la politica giuridica e la protezione sociale intitolato, preparò un rapporto per l’OSCE sull’accesso alla giustizia in Ucraina e le conseguenze della cosiddetta riforma giudiziaria.

La Berezhnaya è anche molto conosciuta in Ucraina per la sua posizione fermamente antifascista: ha anche combattuto contro la ridenominazione delle strade e degli insediamenti ucraini in onore di criminali e collaboratori nazisti. E’ stata organizzatrice e referente, insieme a Nataliya Vitrenko delReggimento Immortale” a Kiev, ed ogni anno veniva attaccata, arrestata perché indossava il nastro di San Giorgio o portava le foto dei Veterani o del giornalista assassinato Oleg Buzina.

In una di queste detenzioni, nel 2017 fu picchiata dai neonazisti del gruppo neonazista C14 e da agenti di polizia. Secondo la sua conferenza stampa, in quell’occasione: “…Insieme alla polizia, hanno iniziato a picchiarmi, torcendomi le braccia. Poi mi hanno gettato a terra e ho sbattuto la testa sull’asfalto e mi sono ferita, ho chiesto un’ambulanza. Invece, mi hanno spinto per le braccia per le gambe trascinandomi in macchina. Non hanno voluto chiamare un’ambulanza presso il dipartimento di polizia regionale fino all’arrivo di esponenti delle Nazioni Unite, dell’OSCE e dell’avvocato convocato…”.

La Missione permanente della Russia presso le Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per la scomparsa della Berezhnaya. D. Polyansky, Primo Vice Rappresentante Permanente della Federazione Russa alle Nazioni Unite, ha chiesto l’intervento dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza: “…Attiriamo l’attenzione su questo fatto di persecuzione politica e intimidazione, la leadership delle Nazioni Unite e dei membri del Consiglio di sicurezza, dato il fanatismo nazionalista radicale che ha inghiottito Kiev, ci sono tutte le ragioni per temere per la sua vita e salute …Il motivo del rapimento è molto probabilmente legato all’appello della Berezhnaya ai membri del Consiglio di sicurezza, sulla questione del fascismo dilagante in Ucraina. Essa si era rivolta ai membri del Consiglio di sicurezza durante un incontro informale sulla Formula Arria, il 22 dicembre dello scorso anno, parlando del fascismo dilagante in Ucraina. Vasily Nebenzya, rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, aveva poi ripreso quella documentazione ai membri delle Nazioni Unite dalla tribuna dell’Assemblea generale il 28 febbraio …Siamo estremamente preoccupati per la notizia che la SBU ha arrestato la nota attivista ucraina per i diritti umani e antifascista, Elena Berezhnaya “, ha scritto Polyansky nrella sua nota alle NU.

In Ucraina, sono ormai migliaia gli attivisti o esponenti non asserviti alla giunta golpista, che sono stati arrestati, torturati o scomparsi, in una feroce “caccia all’uomo”, casa per casa, oltre alle decine di migliaia di militanti costretti alla latitanza o alla fuga dal paese. L’accusa di “tradimento” vale per qualsiasi opinione, dichiarazione, presa di posizione per la pace, antifascista o di difesa dei diritti umani e civili. O hanno semplicemente sostenuto lo sviluppo di legami paritari e pacifici con la Russia. Documenteremmo tutto questo.


“…Chiediamo con forza, l’immediato rilascio dell’attivista ucraina per i diritti umani e di tutti gli esponenti politici e civili detenuti illegalmente o pretestuosamente. Ci aspettiamo anche la reazione e l’intervento di strutture e organismi internazionali pertinenti attraverso l’ONU, l’OSCE, l’UE e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo..” ha affermato Maria Zakharova in una dichiarazione pubblica.

Enrico Vigna, 28 maggio 2022

L’UMANITÀ CONTRO LA NATO! COMUNICAZIONE ALL’OPINIONE PUBBLICA

In vista del vertice NATO di giugno che si terrà a Madrid il 29 e 30 giugno 2022 e dell’espansione di questa organizzazione criminale in Svezia e Finlandia, è urgente coordinare e progettare azioni di protesta durante il vertice in tutti i paesi e preparare il terreno con dibattiti, manifestazioni, “agit prop” e altre azioni. Molto importanti i dibattiti e le interviste con vari attivisti, relatori, per denunciare la NATO come braccio armato del capitale. Occorre promuovere la lotta alla presenza di basi militari straniere sul territorio spagnolo, italiano, tedesco, francese, nonché la lotta per l’uscita dalla NATO prima e il suo scioglimento poi. Non ci può essere una politica di sicurezza comune finché esiste la NATO.

Intellettuali, personalità, pacifisti, politici e leader di diversi paesi denunciano l’espansione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e si uniscono al clamore globale per la pace di fronte agli eventi nell’Europa orientale e chiedono la democratizzazione dell’ONU al fine di metterlo nell’interesse dell’umanità.

Il “Communiqué à la public opinion”, firmato da cittadini di decine di paesi, descrive la NATO come l’ala armata del capitalismo neoliberista e respinge anche le misure coercitive unilaterali imposte dalle grandi potenze mondiali.

Infine, è stato evidenziato che il suddetto comunicato, che già sta circolando nei diversi continenti del pianeta, è il preambolo di una serie di azioni che verranno attuate per rivelare il carattere genocida di questa Organizzazione, per ripudiare la proliferazione delle sue basi militari, oltre a chiederne lo smantellamento per preservare l’autodeterminazione dei popoli e la pace nel mondo.

Cronica Digitale
Santiago del Cile, 15 marzo 2022

COMUNICAZIONE ALL’OPINIONE PUBBLICA

CONSIDERANDO:

PRIMO . Che lo scontro militare nell’Europa orientale rappresenti un doloroso dramma umano che piange molte famiglie, così come la perdita di alloggi e notevoli danni economici per la popolazione dell’Ucraina e della Federazione Russa.

SECONDO. Che l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), convertita nel braccio militare del capitalismo neoliberista, estenda le sue armi di distruzione di massa in tutta Europa e nei territori di altri continenti, una questione che genera una minaccia per la vita, la sovranità dei popoli e la pace nel mondo . Indubbiamente, questo fatto contribuisce a spiegare la grave situazione politico-militare che il mondo sta vivendo oggi.

IN TERZO LUOGO. Che le misure coercitive unilaterali attuate dalle potenze occidentali costituiscono una flagrante violazione dei diritti umani. Allo stesso modo, tali misure costituiscono un attacco ai principi dell’autodeterminazione dei popoli, dell’uguaglianza tra gli Stati e della composizione pacifica delle controversie internazionali. Principi contenuti nel diritto internazionale pubblico e tutelati dalla Carta delle Nazioni Unite (ONU).

CONDIVIDIAMO QUANTO SEGUE:

PRIMO . Esprimiamo le nostre sentite parole di solidarietà alle famiglie che hanno perso i loro cari negli scontri armati nell’Europa orientale. Ci uniamo, come cittadini del mondo, al clamore dell’umanità che chiede il rispetto degli “Accordi di Minsk” sulla base di una soluzione pacifica e negoziata del conflitto tra NATO e Federazione Russa.

SECONDO. Condanna l’espansionismo della NATO, la proliferazione delle sue basi militari nel mondo e, soprattutto, unisciti alle nostre voci nel respingere il dispiegamento di armi nucleari. Deplorare inoltre con la massima fermezza l’uso di mercenari in guerra da parte delle grandi potenze e ripudiare la fornitura di materiale bellico alle parti coinvolte, poiché ciò contribuisce a un’escalation del conflitto.

TERZO. Chiedere l’immediata cessazione delle misure coercitive unilaterali contro i popoli del mondo, poiché si tratta di azioni neocoloniali che violano l’ordinamento giuridico internazionale che colpiscono ciecamente la popolazione e minano i diritti umani.

QUARTO. Proporre di ripensare l’ONU per farne un’istituzione veramente democratica e rispondente ai sacri interessi dell’umanità. In questo senso, va notato che la libertà di espressione e il diritto alla vita sono beni giuridici protetti dal diritto internazionale pubblico e sono parte integrante della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Chiediamo che l’ONU richieda il rispetto della vita e la fine della censura dei media da parte delle maggiori potenze.

Sottoscrizioni al 15 marzo 2022:

Frei Betto (Brasil), Enrique Dussel (Argentina), Dip. Diosdado Cabello Rondón (1 Vice-Presidente del PSUV), Ignacio Ramonet (Francia), Atilio Borón (Argentina), Fernando Buen Abad (México), Stella Calloni (Argentina), Nestor Kohan (Argentina), Dip. Julio Chávez (Venezuela), Ángeles Maestro Martín (España), Dip. Tania Díaz (Venezuela), Iñaky Gil De San Vicente (Euskal Herria), Gobernador Freddy Bernal (Venezuela), Ramón Grosfoguel (Puerto Rico), Dip. Jesús Faría (Venezuela), Héctor Díaz Polanco (México), Dip. Francisco Torrealba (Venezuela), Senadora Piedad Córdoba (Colombia), Fernando Rivero (Venezuela), Hernando Calvo Ospina (Colombia), Narciso Isa Conde (República Dominicana), Gobernador Gerardo Márquez (Venezuela), Pablo Sepulveda Allende (Chile), Dip. Blanca Eekhout (Venezuela), Rafael Bautista Segales (Bolivia), Gobernador Miguel Rodríguez (Venezuela), Carlos Aznarez (Argentina), Carlos Casanueva (Chile), Ingrid Carmona (Venezuela), Tatiana Pérez (Periodista TeleSUR-Colombia), Dip. Giuseppe Alessandrello (Venezuela), Fernando Bossi (Argentina), Dip. Fernando Soto Rojas (Venezuela), Fernando Casado (España), Dip. María León (Venezuela), René Ortiz (Mexico-Morena), Hugo Moldiz (Bolivia), Rommel Díaz (México), Dip. Carolina Cestari (Venezuela), Txema Sánchez (España), Danny Shaw (Estados Unidos), Padre Numa Molina (Venezuela), Gloria Gaitán (Colombia), Dip. Ángel Rodríguez (Presidente del Parlatino-Capítulo Venezuela), Issam Khawaja (VicePresidente del Partido Unidad Popular Democrático-Jordania), Dip. Desiree Santos Amaral (Venezuela), Dip. Macos Choque (Secretario General JMAS-IPSP), Dip. Gustavo Villapol (Venezuela), Constituyente Hugo Gutiérrez (Chile), Gabriela Cultelli (Uruguay), Alcalde Donald Donaire (Venezuela), Mark Burton (Estados Unidos), Dip. Renán Cabeza (MAS-Bolivia), Alcalde Ramón Piñango (Venezuela), Carlos Morais (Galiza), Pedro Carvajalino (Venezuela), Leonard Fores (Estados Unidos), Lourdes Contreras (República Dominicana), Benjamín Prado (Estados Unidos), Martín Guerra (Partido Izquierda Socialista-Perú), Dip. Yasneidy Guarnieri (Venezuela), Kassim Saleh (Libano), Osly Hernández (Venezuela), Juan Carlos Tanus (Colombia), Ermelinda Malcotte (Bégica), Dick Emanuelson (Suecia), Concejal Roswill Guacaran (Venezuela), Manuel Zarate (Panamá), Edson Carneiro Índio (Inter-Sindical-Brasil), Dip. Pedro Lander (Venezuela), Xadeni Méndez (México), Dip. Ricardo González (Venezuela), Daniela Genovez (El Salvador), Geraldine Colotti (Italia), Iván Mcgregor (Venezuela), Miguel Sandoval (Guatemala), Eduardo Idrovo (Ecuador), Cesar Quiróz (Chile), Irene León (Ecuador), Fatima Rallo Gutierrez (Paraguay), Nayor López (México), Dip. Ismael Morales (Venezuela), Katú Arconada (Euska Herria), Melania Ferreira (MDP República Dominicana), Adrian Sotelo Valencia (CELA-México), Yosman Colina (Venezuela), José Amesty (Costa Rica), Jorge Kreines (Secretario Relaciones Internacionales de Partido Comunista de Argentina), Maribel Nuñez Valdez (República Dominicana), Malick Gueye (España), Omar Cid (Chile), William Capó (Veneuzuela), Virtudes De La Rosa (Directora del Centro de Genero UASD-RD), Alejandro Rusconi (Movimiento Evita), Héctor Tajan (Venezuela), Yoselin Mateo (República Dominicana), Cristian Cuevas (Chile), Rosa Rodríguez (República Dominicana), Tajan Cabrera (Uruguay), Desiree Sequera (Venezuela), Isis Amador Campusano (República Dominicana), Roberto Muñoz (Centro de Estudios Francisco Bilbao Chile), Alfredo Pierre (RD), Alina Duarte (México), Ángel Prieto (Venezuela), Esteban Silva (Chile), Eliecer Jimenez Julio (Suiza), Anabel Díaz (Venezuela), Necxy De León (República Dominicana), Luis Carvajal (RD), Fernando Figueredo Sánchez (RD), María Fernanda Cautivo (Chile), Francisca Peguero (República Dominicana), Fermin Santxez (Euska Herria), Luis González (RD), Ishak Khoury (Palestina), Litbell Díaz Aché (Venezuela), Xiomara Peralta (República Dominicana), Ildefonso Finol (Venezuela), Kenia Ferreras (República Dominicana), Gilberto López (México), Xavier Sarabia (Venezuela), Elsa Sánchez (RD), José Félix (RD), Julio Ortega (RD), Roberto Bermudez Pellegrin (Chile), Alí Rojas (Venezuela), Lilian Oviedo (RD), Raynelda Rodríguez (RD), Luis Atenas Baeza (Chile), Alba Granada North Africa ( Túnez)

Per aderire a questa iniziativa scrivere a :

Ciudadanosdelmundo200@gmail.com

FONTE: https://albagranadanorthafrica.wordpress.com/2022/05/19/communication-a-lopinion-publique-lhumanite-contre-lotan/


En vue du sommet de l ‘OTAN juin qui se tiendra à Madrid le 29 et 30 Juin 2022 et de l’elargissement de cette organisation criminelle à la Suède et à la Finlande, il est urgent de coordonner et concevoir des actions de protestation pendant le sommet dans tous les pays, et préparer, le terrain avec des débats, des manifestations, des «agit prop» et d’autres actions. Les débats et les entretiens avec différents militants, intervenants , pour dénoncer l’OTAN comme le bras armé du capital sont tres importants. Il est nécessaire de promouvoir la lutte contre la présence de bases militaires étrangères sur le territoire Espagnol, Italien , Allemand, Français.. ainsi que la lutte pour la sortie de l’OTAN d’abord et sa dissolution ensuite. Il ne peut y avoir de politique de sécurité commune tant que l’OTAN existe.

Des intellectuels, des personnalités, des pacifistes, des responsables politiques et des dirigeants de différents pays dénoncent l’élargissement de l’Organisation du traité de l’Atlantique Nord (OTAN), et se joignent à la clameur mondiale pour la paix face aux événements en Europe de l’Est et exigent la démocratisation de l’ONU afin de la mettre aux intérêts de l’humanité.

Le «Communiqué à l’opinion publique», signé par les citoyens de dizaines de pays, qualifie l’OTAN de bras armé du capitalisme néolibéral et rejette également les mesures coercitives unilatérales imposées par les grandes puissances du monde.

Enfin, il a été signalé que le communiqué susmentionné, qui circule déjà dans les différents continents de la planète, est le préambule d’un ensemble d’actions qui seront menées pour révéler le caractère génocidaire de cette Organisation, répudier la prolifération de ses effectifs militaires bases, ainsi que demander son démantèlement pour préserver l’autodétermination des peuples et la paix dans le monde.

Crónica Digital
Santiago du Chili, 15 mars 2022

COMMUNICATION A L’OPINION PUBLIQUE

CONSIDÉRANT

PREMIEREMENT . Que la confrontation militaire en Europe de l’Est représente un drame humain douloureux qui endeuille de nombreuses familles, ainsi que la perte de logements et des dommages économiques importants à la population de l’Ukraine et de la Fédération de Russie.

DEUXIÈMEMENT . Que l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord (OTAN), convertie en bras militaire du capitalisme néolibéral, étende ses armes de destruction massive à travers l’Europe et les territoires des autres continents, une question qui génère une menace pour la vie, la souveraineté des peuples et le monde paix. Sans aucun doute, ce fait contribue à expliquer la grave situation politico-militaire que connaît le monde aujourd’hui.

TROISIÈMEMENT. Que les mesures coercitives unilatérales mises en œuvre par les puissances occidentales constituent une violation flagrante des droits de l’homme. De même, de telles mesures constituent une atteinte aux principes d’autodétermination des peuples, d’égalité entre les États et de règlement pacifique des différends internationaux. Principes contenus dans le droit international public et protégés par la Charte de l’Organisation des Nations Unies (ONU).

NOUS CONCORDONS QUE

PREMIEREMENT . Exprimons nos paroles de solidarité les plus sincères aux familles qui ont perdu des êtres chers lors des affrontements armés en Europe de l’Est. Nous nous joignons, en tant que citoyens du monde, à la clameur de l’humanité qui exige le respect des «Accords de Minsk» sur la base d’une solution pacifique et négociée au conflit entre l’OTAN et la Fédération de Russie.

DEUXIÈMEMENT. Condamner l’expansionnisme de l’OTAN, la prolifération de ses bases militaires dans le monde et surtout, joindre nos voix au rejet du déploiement des armes nucléaires. De plus, déplorer dans les termes les plus vifs l’utilisation de mercenaires dans la guerre par les grandes puissances et répudier la fourniture de matériel de guerre aux parties en présence, car cela contribue à une escalade du conflit.

TROISIÈMEMENT . Exigez la cessation immédiate des mesures coercitives unilatérales contre les peuples du monde, car ce sont des actions néocoloniales qui violent l’ordre juridique international qui affectent aveuglément la population et portent atteinte aux droits de l’homme.

QUATRIÈMEMENT. Proposer de repenser l’ONU afin d’en faire une institution véritablement démocratique et en correspondance avec les intérêts sacrés de l’humanité. En ce sens, il convient de noter que la liberté d’expression et le droit à la vie sont des biens juridiques protégés par le droit international public et font partie intégrante de la Déclaration universelle des droits de l’homme. Nous exigeons que l’ONU exige des grandes puissances le respect de la vie et la fin de la censure des médias.

Le quinzième (15) mars 2022, à l’appui de la convention, signent :

Frei Betto (Brasil), Enrique Dussel (Argentina), Dip. Diosdado Cabello Rondón (1 Vice-Presidente del PSUV), Ignacio Ramonet (Francia), Atilio Borón (Argentina), Fernando Buen Abad (México), Stella Calloni (Argentina), Nestor Kohan (Argentina), Dip. Julio Chávez (Venezuela), Ángeles Maestro Martín (España), Dip. Tania Díaz (Venezuela), Iñaky Gil De San Vicente (Euskal Herria), Gobernador Freddy Bernal (Venezuela), Ramón Grosfoguel (Puerto Rico), Dip. Jesús Faría (Venezuela), Héctor Díaz Polanco (México), Dip. Francisco Torrealba (Venezuela), Senadora Piedad Córdoba (Colombia), Fernando Rivero (Venezuela), Hernando Calvo Ospina (Colombia), Narciso Isa Conde (República Dominicana), Gobernador Gerardo Márquez (Venezuela), Pablo Sepulveda Allende (Chile), Dip. Blanca Eekhout (Venezuela), Rafael Bautista Segales (Bolivia), Gobernador Miguel Rodríguez (Venezuela), Carlos Aznarez (Argentina), Carlos Casanueva (Chile), Ingrid Carmona (Venezuela), Tatiana Pérez (Periodista TeleSUR-Colombia), Dip. Giuseppe Alessandrello (Venezuela), Fernando Bossi (Argentina), Dip. Fernando Soto Rojas (Venezuela), Fernando Casado (España), Dip. María León (Venezuela), René Ortiz (Mexico-Morena), Hugo Moldiz (Bolivia), Rommel Díaz (México), Dip. Carolina Cestari (Venezuela), Txema Sánchez (España), Danny Shaw (Estados Unidos), Padre Numa Molina (Venezuela), Gloria Gaitán (Colombia), Dip. Ángel Rodríguez (Presidente del Parlatino-Capítulo Venezuela), Issam Khawaja (VicePresidente del Partido Unidad Popular Democrático-Jordania), Dip. Desiree Santos Amaral (Venezuela), Dip. Macos Choque (Secretario General JMAS-IPSP), Dip. Gustavo Villapol (Venezuela), Constituyente Hugo Gutiérrez (Chile), Gabriela Cultelli (Uruguay), Alcalde Donald Donaire (Venezuela), Mark Burton (Estados Unidos), Dip. Renán Cabeza (MAS-Bolivia), Alcalde Ramón Piñango (Venezuela), Carlos Morais (Galiza), Pedro Carvajalino (Venezuela), Leonard Fores (Estados Unidos), Lourdes Contreras (República Dominicana), Benjamín Prado (Estados Unidos), Martín Guerra (Partido Izquierda Socialista-Perú), Dip. Yasneidy Guarnieri (Venezuela), Kassim Saleh (Libano), Osly Hernández (Venezuela), Juan Carlos Tanus (Colombia), Ermelinda Malcotte (Bégica), Dick Emanuelson (Suecia), Concejal Roswill Guacaran (Venezuela), Manuel Zarate (Panamá), Edson Carneiro Índio (Inter-Sindical-Brasil), Dip. Pedro Lander (Venezuela), Xadeni Méndez (México), Dip. Ricardo González (Venezuela), Daniela Genovez (El Salvador), Geraldine Colotti (Italia), Iván Mcgregor (Venezuela), Miguel Sandoval (Guatemala), Eduardo Idrovo (Ecuador), Cesar Quiróz (Chile), Irene León (Ecuador), Fatima Rallo Gutierrez (Paraguay), Nayor López (México), Dip. Ismael Morales (Venezuela), Katú Arconada (Euska Herria), Melania Ferreira (MDP República Dominicana), Adrian Sotelo Valencia (CELA-México), Yosman Colina (Venezuela), José Amesty (Costa Rica), Jorge Kreines (Secretario Relaciones Internacionales de Partido Comunista de Argentina), Maribel Nuñez Valdez (República Dominicana), Malick Gueye (España), Omar Cid (Chile), William Capó (Veneuzuela), Virtudes De La Rosa (Directora del Centro de Genero UASD-RD), Alejandro Rusconi (Movimiento Evita), Héctor Tajan (Venezuela), Yoselin Mateo (República Dominicana), Cristian Cuevas (Chile), Rosa Rodríguez (República Dominicana), Tajan Cabrera (Uruguay), Desiree Sequera (Venezuela), Isis Amador Campusano (República Dominicana), Roberto Muñoz (Centro de Estudios Francisco Bilbao Chile), Alfredo Pierre (RD), Alina Duarte (México), Ángel Prieto (Venezuela), Esteban Silva (Chile), Eliecer Jimenez Julio (Suiza), Anabel Díaz (Venezuela), Necxy De León (República Dominicana), Luis Carvajal (RD), Fernando Figueredo Sánchez (RD), María Fernanda Cautivo (Chile), Francisca Peguero (República Dominicana), Fermin Santxez (Euska Herria), Luis González (RD), Ishak Khoury (Palestina), Litbell Díaz Aché (Venezuela), Xiomara Peralta (República Dominicana), Ildefonso Finol (Venezuela), Kenia Ferreras (República Dominicana), Gilberto López (México), Xavier Sarabia (Venezuela), Elsa Sánchez (RD), José Félix (RD), Julio Ortega (RD), Roberto Bermudez Pellegrin (Chile), Alí Rojas (Venezuela), Lilian Oviedo (RD), Raynelda Rodríguez (RD), Luis Atenas Baeza (Chile), Alba Granada North Africa ( Túnez)

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Palestina e lotta popolare non armata e nonviolenta

di Giorgio Gallo

Viviamo un momento particolarmente drammatico, caratterizzato da una crescente pervasività della cultura della guerra. I media e il discorso pubblico sono monopolizzati dalla guerra in Ucraina. Non esiste quasi altro. Gli altri conflitti scompaiono. Eppure, sono tanti e non meno dolorosi e drammatici per le popolazioni civili di quello che si vive oggi nel nostro continente. Fra questi, anche se con caratteristiche un po’ particolari, quello fra Israele e Palestina, che ha visto recentemente una crescita di tensioni a Gerusalemme, in particolare, in questo periodo di Ramadan, nella spianata delle moschee, e tensioni a Hebron per l’approvazione della costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella città vecchia.

Ovviamente qualsiasi paragone fra i due conflitti, quello in Ucraina e quello in Palestina, è certamente discutibile: ogni conflitto è, nella sua complessità, unico. C’è però qualcosa su cui l’esperienza del conflitto israelo-palestinese può fornire utili suggerimenti anche per altri conflitti e per quello in Ucraina in particolare. E si tratta dell’uso di tecniche di lotta nonviolenta in alternativa a quella armata e violenta. Da questo punto di vista l’esperienza palestinese è particolarmente interessante, in positivo e purtroppo anche in negativo.

La prima Intifada, nota anche come Intifada delle pietre, si svolge fra il 1987 e il 1991, ed è, almeno nel primo anno un interessante esempio di lotta non armata e nonviolenta. Prima del suo inizio, nel novembre 1986, si era tenuto in Giordania, proprio sull’uso della nonviolenza, un vertice, a cui avevano partecipato soprattutto militanti palestinesi. Questo aveva portato a un aumento significativo di azioni nonviolente (dimostrazioni, scioperi, petizioni, …) in Palestina. Ma l’Intifada inizia in autunno con un crescendo di scioperi e manifestazioni in risposta alle uccisioni di palestinesi. Le prime manifestazioni, che coinvolgono scuole e università a Gaza, seguono l’uccisione di tre palestinesi nel campo profughi di Al-Bureij a Gaza. La brutale repressione dell’esercito porta ad altre manifestazioni e proteste, e, naturalmente, a nuove vittime palestinesi. Particolarmente rilevanti le manifestazioni che avvengono a seguito della morte di quattro palestinesi e del ferimento di altri cinque, investiti da un camion israeliano a Gaza, il 9 dicembre 1987. Apparentemente non si trattò di un incidente, ma di un atto di vendetta per l’uccisione di un israeliano da parte di un palestinese. Le manifestazioni non si limitarono alla striscia di Gaza ma si diffusero in tutta la Palestina. Le immagini di adolescenti palestinesi che, usando solo armi a portata di mano – sassi, copertoni da bruciare e anche ‘prese in giro’ -, si scontravano in strada con uno degli eserciti più sofisticati del mondo fecero presto il giro di tutto il mondo. Fu questo che da molti viene considerato l’inizio dell’Intifada. Molti ricordano non solo le immagini degli adolescenti che lanciano pietre, ma anche le immagini di quegli stessi adolescenti a cui i soldati spezzano sistematicamente braccia e a volte anche gambe. Una politica questa decisa dal ministro della difesa Yitzhak Rabin. Sperava di spezzare la resistenza palestinese, ma il risultato fu l’opposto: la resistenza continuò e, per tutto il primo anno, fu sostanzialmente nonviolenta, a parte il lancio di pietre da parte di bimbi e ragazzi. Infatti, in questo primo anno di Intifada, non ci furono morti nell’esercito israeliano, mentre 204 palestinesi furono uccisi, e di questi circa la metà erano minorenni. Ma i video dei soldati che spezzavano le braccia a ragazzini ebbero l’effetto di cambiare l’immagine stessa di Israele di fronte all’opinione pubblica internazionale.

Le manifestazioni di protesta non solo raggiunsero presto tutta la Palestina, ma si estero oltre la linea verde, nelle regioni di Israele abitate da arabi. Il 24 gennaio 1988, oltre 60.000 palestinesi, cittadini di Israele, dimostrarono a Nazareth, chiedendo la fine dell’occupazione e il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese. Sia da una parte che dall’altra della linea verde si formarono comitati spontanei di coordinamento e di iniziativa. Ma quello che fu chiaro nei primi mesi fu che le diverse forme di protesta, scioperi, boicottaggi, manifestazioni, si svilupparono spontaneamente, portando alla formazione ed empowerment di una dirigenza locale alternativa al potere dell’occupante. La forza autonoma di questo movimento dal basso e la sua relativa indipendenza dalla dirigenza palestinese dell’OLP, che si trovava a circa 2.000 km di distanza, a Tunisi, fu una ragione non trascurabile del suo successo.

Dei comitati che si erano spontaneamente formati facevano parte personalità di grande rilievo, quali Faisal Al-Husseini e Sari Nusseibeh. Il primo definito da qualcuno il “volto” dell’Intifada e il secondo il suo “cervello”. All’inizio del 1988 fu presentato un piano sistematico per un’azione nonviolenta da Hanna Siniora, un intellettuale palestinese rispettato, direttore del giornale di Gerusalemme al-Fajr. Il piano, formulato da Mubarak Awad, il “Ghandi palestinese”, che cinque anni prima aveva fondato, a Gerusalemme, il Centro palestinese per lo studio della nonviolenza, aveva quattro fasi. La prima sarebbe stata la rinuncia alle sigarette israeliane, un gesto simbolico, seguito dal boicottaggio delle bibite israeliane. Poi i palestinesi avrebbero sospeso i pagamenti delle tasse a tutte le autorità israeliane, e infine i lavoratori palestinesi avrebbero smesso di andare al loro lavoro in Israele. Gli obiettivi del piano includevano il rilascio dei prigionieri politici, la fine delle trivellazioni idriche e degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, e infine la cessazione dello stesso controllo israeliano sui territori.

Il piano trovò un’applicazione particolarmente eclatante nella cittadina di Beit Sahour, nei pressi di Betlemme. I residenti smisero di pagare le tasse e gettarono via le loro carte di identità israeliane. A partire dal luglio 1988, l’esercito israeliano fece diverse incursioni nella città, impose il coprifuoco in varie occasioni e assediò la città. Furono minacciati gli abitanti e quelli che venivano ritenuti gli organizzatori della rivolta furono arrestati. Dal 19 settembre 1989 partì una pesante campagna militare contro Beit Sahour, con l’obiettivo di distruggere la sua economia, attraverso assedio della città, rotture di braccia, imprigionamenti anche di bambini, e saccheggio di negozi, fabbriche e residenze. La popolazione resistette in diversi modi, in particolare sviluppando forme di autosufficienza, ad esempio alimentare, con allevamenti e orti distribuiti fra le case.

Nei fatti l’Intifada stava diventando qualcosa di più di una semplice rivolta: un modo per costruire una nuova società, per mettere le basi per un cammino di indipendenza del popolo palestinese. Ha fatto emergere nella società palestinese il conflitto interno tra diversi gruppi sociali, varie istituzioni e diverse ideologie e ha gradualmente politicizzato le questioni di classe e di genere, aumentando la coscienza politica e sociale del pubblico su questi temi. I palestinesi dei territori occupati, soprattutto i giovani e le donne, hanno imparato ad auto organizzarsi e a prendere l’iniziativa dal basso, mettendo in crisi le tradizionali strutture di potere proprie di una società fortemente patriarcale, scavalcando la stessa dirigenza palestinese dell’Olp, lontana a Tunisi. In particolare, si è fortemente accresciuto il ruolo politico, economico e sociale delle donne. Questo aspetto dell’Intifada ha minato la natura individuale e patriarcale della società e ha rafforzato i suoi valori collettivi, cooperativi e democratici.

E l’Intifada stava avendo ricadute rilevanti anche sullo stesso Israele, sia in termini di immagine, che anche dal punto di vista economico: nei primi tre mesi dell’Intifada gli introiti del governo israeliano si erano ridotti del 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le spese militari e di sicurezza erano drammaticamente cresciute e il turismo fortemente ridotto.

I negoziati di Madrid, iniziati il 30 ottobre 1991, imposti dall’amministrazione Usa al primo ministro israeliano Shamir, furono anche una delle conseguenze di tutto ciò. Nel discorso introduttivo, il capo della delegazione palestinese, Abd al-Shafi, a nome del popolo palestinese, si rivolse direttamente al popolo israeliano: “lo invitiamo a condividere la speranza. Noi desideriamo vivere fianco a fianco condividendo la terra e la promessa del futuro.” La forza di Abd al-Shafi stava proprio nel protagonismo del popolo palestinese, che l’Intifada aveva fatto emergere. Questo preoccupò molto da un lato Israele, che non aveva intenzione di interrompere il processo di annessione della Cisgiordania, e, dall’altro, la stessa Olp di Arafat che rischiava di vedere ridotto il suo ruolo. Da qui la partenza, in segreto, dei negoziati di Oslo che portarono presto quelli ufficiali, iniziati a Madrid, su un binario morto.

Negli anni successivi, gli accordi di Oslo hanno mostrato i loro grandi limiti, ma, anche se spesso la violenza ha prevalso (attentati suicidi, seconda Intifada, diverse guerre a Gaza, …), tuttavia i movimenti popolari dal basso, che avevano caratterizzato la prima Intifada, hanno continuato a produrre diverse e nuove forme di resistenza nonviolenta. Fra queste, con una eco particolarmente rilevante a livello internazionale, il movimento per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) e la denuncia dell’occupazione israeliana come una forma di Apartheid.

Certo la nonviolenza non ha portato alla fine dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, forse anche perché troppo presto abbandonata. Ma ha cambiato in meglio la società palestinese, e ha mostrato la sua potenziale forza ed efficacia. C’è ovviamente da considerare che mentre nel caso dell’Ucraina, gli Usa, con tutta la loro forza economica e anche militare, stanno nettamente dalla parte dell’aggredito, nel caso della Palestina è l’aggressore, cioè Israele, che gode del loro appoggio.

1 Ripreso da in dialogo, Notiziario della Rete Radiè Resch, n. 136, 2022.

Uccisione a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Comunicato del Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina

Il Comitato Popolare sangiulianese esprime il proprio cordoglio e condanna fermamente l’uccisione di questa mattina  a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Lo stillicidio di vittime palestinesi che viene attuato ogni giorno dalle forze di occupazione israeliane, seppur taciuto dai media main stream, impone ai compiacenti governi occidentali di condannare il vile omicidio e di adoperarsi per una risoluzione diplomatica dell’occupazione dei Territori Palestinesi in linea con il diritto internazionale e le Risoluzioni Onu che intimano ad Israele di ritirarsi entro i confini antecedenti al 5 giugno del 1967.

Violazioni del diritto e crimini contro civili inermi che devono essere sanzionate con misure economiche restrittive, come l’Occidente si è apprestato ad introdurre con solerzia e particolare durezza contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

Il doppiopesismo occidentale è ipocrita e complice dell’occupazione e dei suoi intollerabili crimini.

Terra e libertà per il popolo palestinese.


Il Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina e i popoli opprressi


11 maggio 2022

Con invito di pubblicazione e di divulgazione.

Grazie

Chi era Shireen Abu Aqleh?

Shireen Nasri Abu Aqleh (nata nel 1971 a Gerusalemme – martirizzata l’11 maggio 2022 nel campo di Jenin all’età di 51 anni) è una giornalista palestinese che lavora con la rete mediatica Al Jazeera.

Sherine Abu Aqleh è di Betlemme, ma è nata e cresciuta a Gerusalemme, la religione di Sherine appartiene a una famiglia cristiana.

Ha terminato gli studi secondari presso la Rosary Sisters School di Beit Hanina

Inizialmente ha studiato architettura all’Università di Scienza e Tecnologia in Giordania, poi si è laureata in giornalismo scritto e ha conseguito una laurea presso l’Università di Yarmouk in Giordania.

Dopo la laurea, è tornata in Palestina e ha lavorato in diversi siti come UNRWA, Voice of Palestine Radio, Amman Satellite Channel, poi la Miftah Foundation e Monte Carlo Radio. Successivamente si è trasferita a lavorare nel 1997 con il canale satellitare Al Jazeera, fino a quando è stata colpita dall’esercito israeliano questa mattina.

Dichiarazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

 Jamil Mezher piange la grande giornalista, la martire della verità, Sherine Abu Akleh

Oggi, mercoledì 11 maggio, il membro dell’Ufficio Politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Jamil Mezher, ha espresso le nostre più sincere condoglianze al nostro popolo palestinese e ai  giornalisti e professionisti dei media per il martirio della grande giornalista Sherine Abu Akleh, corrispondente del canale satellitare Al-Jazeera, a causa di un perfido crimine sionista che l’ha presa di mira mentre “copriva da un punto di vista mediatico” l’invasione sionista di Jenin all’alba di oggi.

In una dichiarazione, Mezher ha espresso “i suoi desideri per una pronta guarigione al giornalista Ali Al-Samudi, che è stato anche lui ferito da un proiettile degli occupanti alla schiena, mentre copriva gli eventi di Jenin”.

Mezher ha descritto il “crimine di assassinio e presa di mira diretta di giornalisti come un crimine a tutti gli effetti che mirava ed è tuttora finalizzato a intimidire i giornalisti, ed a mettere a tacere la voce della verità e a prevenire l’immagine e la verità dei crimini commessi dall’occupazione contro il popolo palestinese al mondo.”

Mezher ha sottolineato che “la Palestina, i media e le istituzioni giornalistiche e il mondo libero hanno perso una giornalista nota per il suo coraggio, audacia e sincerità, appartenente alla causa palestinese e insistente nel coprire le pratiche aggressive in corso  controllo il popolo palestinese.  E non si è mai considerata solo un’impiegata dei media o una giornalista, ma piuttosto una testimone e una trasmittente della verità e della narrativa palestinese”.

Mezher ha sottolineato l’importanza di “proteggere i giornalisti dalla macchina criminale sionista”, esprimendo la speranza che “il crimine del martirio della grande giornalista Abu Akleh costituirà un incentivo per il mondo libero e una pressione affinché la comunità internazionale prenda misure contro l’occupazione e per attuare accordi internazionali che prevedano la protezione dei giornalisti, compreso il deferimento di tutti i suoi crimini e il diritto del popolo palestinese, in particolare dei giornalisti, alla Corte penale internazionale.

Mezher ha concluso la sua dichiarazione, sottolineando che “il nostro popolo palestinese, il suo movimento nazionale, i suoi media e le istituzioni di stampa non dimenticheranno la martire della verità, Sherine Abu Aqleh, e lei rimarrà viva nella nostra memoria, e un esempio ispiratore per noi e per tutti i giornalisti e ciò che ha compiuto per trasmettere l’immagine e la verità dal campo di battaglia, così come la sua audacia, e il suo alto coraggio rimarranno un’eredità” e un’ispirazione per tutti i giornalisti.

Guerra in Ucraina. Cannonate sull’Africa

di Francesco Gesualdi

( da Avvenire, venerdì 6 maggio 2022)

Lo sconquasso economico provocato dall’aggressione russa all’Ucraina, sta riscrivendo la geopolitica del gas facendo salire d’importanza alcune nazioni africane che fino a ieri giocavano ruoli minori sullo scacchiere energetico e dunque sulla scena del mondo.

Fra essi l’Angola, il Congo, il Mozambico, che molti Paesi europei, anche l’Italia, stanno aggiungendo alla lista dei propri fornitori, per ridurre la propria dipendenza dal gas russo. Qualcuno ha definito i prodotti minerari ed energetici ‘sterco del diavolo’, per fare intendere che dietro queste risorse spesso si celano trame corruttive e di latrocinio che arricchiscono solo piccole élite senza fare arrivare benefici alle popolazioni locali. Ma questo genere di informazioni non trova accoglienza negli indicatori di contabilità nazionale e chi pretendesse di valutare lo stato di salute delle economie basandosi solo sui numeri del Pil e delle esportazioni, potrebbe concludere che certi paesi africani hanno ottenuto vantaggi dalla crisi bellica in cui è piombata l’Europa.
Invece no.
In un articolo pubblicato sul suo blog, il Fondo Monetario Internazionale sostiene che tutta l’Africa subsahariana sta subendo pesanti effetti negativi a causa della guerra scoppiata in Europa. Tesi basata su tre elementi: il prezzo del cibo, il prezzo dei prodotti petroliferi, il peggioramento del debito.
I lettori di Avvenire sono già infornati su questo, ma è bene ricapitolare.
In quest’area del mondo l’85% del grano consumato è d’importazione, non di rado principalmente dalla Russia e dall’Ucraina. In Kenya, ad esempio, il 33% del grano importato proviene da questi due Paesi, mentre nel caso della Tanzania sale al 70%. La guerra ha bloccato le esportazioni dall’Ucraina e ridotto quelle dalla Russia e, immediatamente, il prezzo del grano ha subìto un’impennata globale. Nel mese di marzo l’aumento è stato del 19,7% sul mese di febbraio, con conseguenze gravissime per tutte le famiglie africane che destinano al cibo il 40% delle proprie entrate. Col progredire della guerra la situazione è destinata solo a peggiorare perché in Ucraina molti raccolti di quest’anno sembrano destinati ad andare persi, mentre molte terre potrebbero non ricevere la semina per il raccolto del 2023. E quei paesi che volessero trovare rimedio aumentando la produzione interna, dovrebbero fare i conti sia con l’aumento dei fertilizzanti, di cui Russia e Ucraina sono fra i maggiori produttori, sia con l’aumento dei carburanti per i macchinari. Un insieme di elementi che riducono sin d’ora, e considerevolmente, il livello di sicurezza alimentare dei Paesi africani, minacciando in particolare i poveri delle aree urbane.

Come anche i non addetti ai lavori ormai sanno, la Russia oltre che di gas è anche grande produttore ed esportatore di petrolio, il cui prezzo è inevitabilmente aumentato con lo scoppio della guerra.
Il Fmi ha calcolato che ai Paesi africani importatori di petrolio l’aumento della bolletta energetica comporterà nel 2022 un maggiore esborso collettivo stimato in 19 miliardi di dollari.E sebbene sia vero che i produttori di petrolio esistenti nell’area subsahariana beneficeranno degli aumenti, l’effetto sarà solo parziale perché per assurdo molti di loro pur producendo petrolio debbono importare benzina a causa del fatto che non dispongono di impianti di raffinazione. Valga come esempio la Nigeria che pur essendo il primo produttore africano di petrolio, importa tutta la benzina che le serve. L’Opec certifica che nel 2020 la Nigeria ha speso 71,2 miliardi di dollari per l’importazione di prodotti petroliferi raffinati, mentre dalla vendita di petrolio grezzo ha incassato 27,7 miliardi di dollari. Un saldo negativo di oltre 43 miliardi di dollari. L’aumento del prezzo del cibo, dei fertilizzanti, dei prodotti energetici, non farà altro che peggiorare il debito commerciale dei Paesi africani contribuendo alla lievitazione del loro indebitamente. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2020 dicono che Il debito estero complessivo dell’Africa subsahariana ammonta a 702 miliardi di dollari, per il 65% a carico dei governi.

E considerato che il biennio 2020-2021 è stato un periodo orribile per tutti a causa del Covid, il Fmi teme che gli choc provocati dalla guerra all’Ucraina possano mettere definitivamente al tappeto molti governi africani che durante il Covid hanno visto accrescere i propri deficit a causa di una riduzione del gettito fiscale e un aumento delle spese pubbliche, soprattutto di carattere sanitario. Metà dei Paesi a basso reddito dell’area subsahariana sono già ad alto rischio di bancarotta. E ora il rischio si fa più concreto, visto e considerato che il mancato rilancio economico dovuto all’aumento dei prezzi mondiali limiterà ulteriormente i gettiti fiscali, mentre le spese pubbliche sono destinate a crescere ancora per due ragioni principali. Da una parte per sostenere i cittadini alle prese con l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità; dall’altra per tamponare la spesa per interessi che i tassi in salita stani facendo correre.

Sullo sfondo di tutto questo, c’è il rischio che la corsa al riarmo faccia ridurre il flusso di denaro, già scarso, che i Paesi ricchi destinano alla cooperazione internazionale e che hanno promesso a quelli poveri per aiutarli superare sia le criticità create da cinque secoli di colonialismo sia quelle dovute al dissesto climatico e ambientale. La prova concreta di come la spesa in armamenti sia una dichiarazione permanente di guerra ai più poveri anche quando cannoni e missili sembrano far danno solo altrove.

FONTE: Avvenire 6-5-22

77 anni dalla fine della II guerra mondiale. L’Armata rossa conquista Berlino.

77 anni fa, con le presa di Berlino, la vittoria dell’Armata Rossa e la fine della seconda guerra mondiale. Al di là della terribile cronaca della guerra in atto in Ucraina, la storia non si cancella. Il sacrificio di milioni di sodati e di donne e uomini civili delle repubbliche dell’Unione Sovietica (forse 27 milioni di morti nei 4 anni di guerra iniziati con l’aggressione nazista all’URSS) sono da ricordare sempre.

E’ un riconoscimento e un debito che riguarda l’oriente e l’occidente. Ed è incancellabile.

BENVENUTI NEL NUOVO MONDO

di Vittorio Stano

… Tu sei al sicuro, io sono al sicuro !

“ L’Umanità è un tutto e la Terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’Umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una simbiosi che ha tre livelli: realizzazione di sè, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo. (1)

Xi Jinping

Un Paese e un esercito senza comunicazioni fanno molta fatica a organizzare difesa e resistenza. L’Ucraina in guerra sembra contraddire questo principio. Infrastrutture tradizionali fuori uso, centrali telefoniche, antenne tv/telefonia mobile e connessioni Internet bombardate, eppure il governo ucraino e i militari, non ancora completamente domati, si connettono ai parlamenti e a redazioni di giornali di mezzo mondo. Come è possibile? Come ha fatto il sergente Leonid Kuznetsov della Guardia Nazionale Ucraina, asserragliato da giorni insieme ai suoi uomini del battaglione nazista Azov dentro l’acciaieria Azovstal di Mariupol, a comunicare con un giornalista del New York Times raccontando la sua storia e inviando un filmato? Come ha fatto a trovare una connessione Internet funzionante a Mariupol ? E’ tutto merito dei satelliti Starling dell’imprenditore sudafricano con cittadinanza canadese-naturalizzato statunitense, Elon Reeve Musk, CEO e CTO della compagnia aerospaziale SpaceX, CEO della casa automobilistica TESLA, cofondatore e CEO di Neuralink, proprietario di Twitter, presidente di SolarCity, fondatore di The Boring Company, cofondatore di PayPal, Open AI e…

I satelliti Starling da due mesi stanno garantendo l’accesso alla rete alla popolazione ucraina, in gran parte del paese. Lo scorso 26 febbraio il governo ucraino aveva inviato un appello via Twitter a Elon Musk, invitandolo a mettere a disposizione della popolazione colpita dalla guerra la rete di satelliti per telecomunicazioni Starling. Musk aveva immediatamente risposto dicendo che la rete Starling era già attiva su tutta l’Ucraina e che SpaceX avrebbe inviato le antenne e i terminali necessari per garantire la connettività. Starling prevede il lancio di migliaia di piccoli satelliti per telecomunicazioni così da formare una fitta rete tutta attorno alla Terra. Questo rende possibile che sopra le nostre teste ci sia, sempre, almeno un satellite in grado di garantire la connessione a Internet. Il sistema per funzionare ha bisogno di una parabola e uno speciale router. In una foto pubblicata su Twitter il vice premier ucraino Fedorov mostra l’arrivo in Ucraina di un camion che trasporta centinaia di queste piccole stazioni. Nel giro di pochi giorni l’azienda di Musk ha accelerato l’accensione dell’infrastruttura. Si tratta di uno dei progetti più ambiziosi del miliardario americano. Quindi è il miliardario Musk che sta consentendo di resistere agli ucraini filoamericani e alle decine e decine di migliaia (…forse più di 100mila) di contractors (2) al soldo della Blackwater e altre “aziende” anglosassoni che arruolano mercenari da mandare a combattere in Ucraina. Sono i satelliti Starling, a volte osservabili nelle notti più limpide, che permettono a politici e militari di collegarsi a Internet anche in caso di attacco alle infrastrutture tradizionali.

Il conflitto tra Russia e Ucraina è senza dubbio il più tecnologico mai combattuto, non solo per le armi più o meno sofisticate messe in campo dai due schieramenti.

ZELENSKY & Co.

L’entourage dell’ex attore-comico ucraino, osservato da vicino, è costituito da soggetti, tutti mediamente giovani. Molti hanno studiato o lavorato in Gran Bretagna, qualcuno negli Stati Uniti. Alcuni di loro, presentati dalle reti televisive occidentali o tramite video online, sono dotati di capacità argomentativa non banale, sono coordinati tra loro e sembrano usciti da una riunione briefing in cui tutti hanno condiviso una identica linea. Sembra evidente che Zelensky & Co. sia un gruppo coeso ed omogeneo di soggetti che condividono una precisa strategia politica per tenersi al potere in Ucraina. Ma per conto di chi ?, e soprattutto, per quale fine ?

Sappiamo quali siano i partners interessati: USA, GB, parte dell’Europa orientale, i vertici della burocrazia euro-unionista, il miliardario ucraino Kolomoinskyi (3), la NATO. Senza il sostegno attivo di questi importanti apparati politici, economici e militari che da più di 20anni finanziano e riempiono di armi il paese, l’Ucraina si sarebbe arresa ai Russi dopo 24 ore di combattimenti (4). Questo gruppo è diventato un partito politico poco prima che finisse la terza stagione della serie televisiva “Servant of the people” che vedeva Zelensky come protagonista. Senza avere un programma di governo, né piani per affrontare gli immani problemi del paese, basandosi su video virali, concerti di cabaret e battute al posto di una normale campagna elettorale, otteneva il 30% dei consensi.

Lo scenario politico ucraino era così articolato: ad ovest i nazionalismi di Poroshenko-Timoshenko, a est i filorussi schierati a sinistra, Zelensky allocato al centro. Il gruppo dei giovani di Zelenski era stato “confezionato” con tecniche di marketing e comunicazione mediatica molto occidentali. E’ accertata la collaborazione sul campo dei più esperti spin-doctors operanti nel mercato statunitense. Questi rendono la “speranza” di Zelenski realtà. Prima del 24 febbraio 2022 questa speranza stava scemando. Il gradimento di Zelenski era in discesa; la rielezione nel 2024 era improbabile. Questi giovani rampanti sembrano un gruppo di giovani europei occidentali e filo-anglosassoni che sono stati paracadutati in un complicato e declinante paese ex-sovietico. Sono svegli, non c’è dubbio. Sono dei “manipolati”? Delle marionette degli anglo-sassoni? Certo che lo sono, ma perché? Per fare cosa?

PRIMA DEL 24 FEBBRAIO 2022

Prima della guerra l’Ucraina era il 133° paese su 190 al mondo per PIL pro-capite. Si classificava tra il Guatemala e El Salvador. La Bulgaria, che ha la media più bassa nell’UE, è 84°. Già questo non avrebbe mai consentito all’Ucraina di entrare nell’UE. Inoltre con gli indicatori qualitativi come trasparenza, corruzione, sostenibilità e prospettive era ancora peggio: rendevano impossibile la sua ammissione all’UE. Dal 2000 al 2021 ha perso 6 milioni di abitanti (15% della popolazione) per migrazioni, scarsa fertilità (la più bassa d’Europa) ed elevata mortalità tra gli anziani. È dal 1994 che l’U. perde popolazione. Ha perso anche la Crimea e le Repubbliche Popolari del Donbass e forse bisognerà aggiungere gli abitanti dei diversi territori che continueranno a perdere durante il conflitto in corso. L’ultimo censimento (2000) attestava 42milioni di abitanti, ma altre stime più aggiornate, fatte dagli ucraini stessi, il numero di abitanti scendeva a 32milioni. Dal 24 febbraio 2022 fino ad oggi, in poco più di due mesi, altri 6 milioni di ucraini sono scappati come profughi. È da vedere poi quanti di questi resteranno nei paesi d’accoglienza o ritorneranno alle loro case. Intanto sono sempre di più quelli che vanno via. L’U. ha la più alta percentuale di popolazione femminile e il più alto indice di disuguaglianza di genere in Europa: 88° posto su 189 paesi (dati ONU). L’U. è al 2° posto in Europa per mortalità, dopo la Bulgaria. L’alto tasso di mortalità è dovuto all’inquinamento atmosferico, all’alcol, al tabagismo, alla cattiva alimentazione e alla cattiva qualità del sistema sanitario nazionale. La composizione etnica è mista: all’estremo occidente la popolazione è pienamente ucraina e tendenzialmente di cultura balto-slava europea. All’estremo oriente è più russofona. Il fiume Dnepr taglia in due il continuum ucraino e funge da separatore tra due diverse composizioni socio-demografiche. In U. è storicamente attiva la tratta di giovani donne avviate alla prostituzione. Altro ambito in cui la criminalità organizzata è attiva è il traffico d’armi, a partire dal 1991, quando inizia la grande svendita degli asset militari sovietici. Il rapporto del 2021 del Global Organized Crime Index indica l’U. come il principale mercato d’armi d’Europa. Soprattutto armi di piccolo e medio calibro e relative munizioni derivate dall’incessante flusso d’armamenti provenienti dagli USA da almeno 20anni. Queste armi venivano distribuite al terrorismo e alla criminalità di mezzo mondo. L’attuale flusso proveniente dall’Europa restia ad impegnarsi su armi più potenti e sofisticate, darà ancora più impulso al malefico traffico. Il rapporto del 2013 del dipartimento di Stato americano INCSR (International Narcotic Control Strategy Report) classifica l’U. come uno dei paesi chiave per il traffico di droga internazionale. Eroina e cocaina entrano in Europa tramite i porti di Odessa e Mariupol. La mafia ucraina è in solidi affari (armi, droga, prostituzione) con la ‘ndrangheta calabrese. La vaccinazione anti-covid19 è tra le più basse al mondo (38%). Nella speciale classifica del The Economist condotta nel 2006 l’U. era all’80° posto del Democracy Index, tra le isole Fiji e il Senegal. Era qualificata come “regime ibrido”. Dal 2020, il governo ha intrapreso una serrata lotta con la Corte Costituzionale per amministrare con più “disinvoltura” e per poter saltare le cautele costituzionali.

Da 2 mesi, complice la guerra, ha potuto arrestare e far sparire molta gente scomoda, silenziando i media non conformisti, mettendo fuori legge i partiti “nemici”. È in vigore la legge marziale.

L’Ucraina verso la fine degli anni ’90 era già un paese fallito. Troppo grande, troppo poco popolato, troppo etnicamente disomogeneo, troppo asimmetrico nei generi, troppo povero, troppo agro-industriale mentre l’occidente si è sviluppato nei servizi, troppo vicina ai minacciosi russi. Troppi interessi contrastanti, come quelli degli oligarchi, tra i quali vi è un congruo numero di veri e propri delinquenti dediti al traffico di donne, armi e droga, spesso proprietari di vari mezzi di informazione. L’oligarca Kolomoinski è proprietario di media, industrie, banche, squadre di calcio e… da moderno “capitano di ventura” anche un esercito privato di 12mila nazisti in armi, il famigerato battaglione Azov, che obbediscono ai suoi ordini. Da qualche settimana il battaglione Azov è stato integrato nelle forze armate ucraine. Ma non cambia nulla: nazisti erano e rimangono!, anche se ultimamente assurti a “eroi della patria ucraina”.

Un sistema del genere non aveva nessun futuro. Come avrebbe fatto ad entrare nell’UE ? un sistema del genere non interessava a nessuno, nemmeno all’entourage di Zelenski. E ora, che fare ?

L’OBIETTIVO DI ZELENSKI: “FARE DELL’UCRAINA UNA GRANDE ISRAELE”

Zelenski lo ha dichiarato ai primi di aprile: fare dell’Ucraina una Grande Israele. L’obiettivo non ha niente di religioso ma è geopolitico e strategico economico. È tutta farina del suo sacco ? Certo che no . Israele è un paese che non ha mai conosciuto la pace. È circondato da nemici. Per difendersi ha dovuto militarizzare la vita civile e asservire la direzione economica a questa. Nel 2009 Israele fu definita una Start up Nation. I primati tecnologici, di brevetto e sviluppo nelle nuove tecnologie è universalmente riconosciuto. Le ricadute positive sul comparto civile sono anche importanti, ma tutto parte dalle strategie militari. I Palestinesi sono le loro povere vittime.

Zelenski si candida a ospitare qualcosa di simile sul suolo ucraino restante dopo la fine di questa guerra ? La guerra l’Ucraina l’ha già persa. Se i Russi arrivano fino a Odessa, città russa per antonomasia, l’Ucraina non avrà più sbocco al mare. Attraverso l’Ucraina gli Stati Uniti vogliono costringere l’UE nella morsa atlantica, bloccare le vie della seta e tornare al duello Est-ovest. Lo scambio USA-UE prevede il riarmo della Germania. Una volta ottenuto, l’UE si è lanciata in prima linea, dopo un’ apparente perplessità iniziale. Intanto la balcanizzazione dell’Europa orientale è ormai cosa fatta. Ma il futuro non è scritto…

I biolaboratori in conto terzi di cui si vocifera l’esistenza già oggi in Ucraina (30 sarebbero quelli gestiti dai soli americani) disegnano una possibilità di ospitare le forme di ricerca più avanzate ma anche più rischiose, ad esempio sull’AI (Artificial Intelligenz). Elon Musk ha già portato i terminali per Starling. La ricerca avanzata in questi campi è rischiosa per paesi come USA, GB, Francia, e Germania, per cui delocalizzare i rischi in Ucraina preserva i propri cittadini da questi rischi e le autorità da sicure proteste degli stessi.

Gli investimenti militari e una mentalità orientata all’efficienza digitale, necessaria per qualunque guerra, potrebbero rappresentare lo stesso motore d’innovazione per l’Ucraina, che già conta 4 Innovation Park, a Kiev e a Charkiv, che aiutano talenti, inventori e imprenditori a incontrarsi e a farli interagire organicamente tra loro, creando spazio per una rapida crescita e partneship vantaggiose per tutti. L’ecosistema Unit.City di Kiev e Charkiv contempla nelle sue strutture anche collaudati strumenti di networking internazionale e potenziamento aziendale, inclusi programmi di sovvenzione e tutoraggio di Amazon e dell’Università di Berkeley. Unit.City a Kiev è già oggi il più importante parco tecnologico dell’Europa orientale. Ma, come nel caso israeliano, questo tipo di sviluppo economico, centrato sull’ICT (Information and Communication Technologies), può reggere solo su una demografia più giovane e contenuta di quella precedente.

Se per realizzare questo disegno Zelenski sta mettendo in conto la fuga di milioni di suoi concittadini e la morte di chissà quanti altri, dandoli in pasto ai carrarmati russi, è un cinico criminale. Da quando è stato eletto la scia di sangue ucraino si fa copiosa sotto i suoi piedi e più persevera e più si allargherà.

Zelenski & Co. si sono mostrati pronti al conflitto e lo stanno gestendo, aiutati da abili spin doctors americani, in modo davvero abile. Le sue apparizioni televisive e i videomessaggi mandati in giro per il mondo sembrano spesso trailer di film gialli e di gangster. Allucinante quello rivolto al parlamento greco: il “nostro eroe” è apparso tra due sgherri del battaglione Azov mummificati e armati. La protesta dei parlamentari greci è stata veemente.

Sembra che Zelenski & Co. avevano e hanno bisogno della guerra per far fare ai russi, operazioni di semplificazione dell’Ucraina. Rimpicciolire un territorio ingestibile e irriformabile. Una prova è non essere interessati alla pace. A far fallire gli ipotetici tavoli di trattativa ci pensano gli americani, con il loro senile e russofobo presidente e gli inglesi con il loro rozzo e oltranzista premier-gaffeur. Zelenski è il “servant” degli anglo-sassoni, prono a considerare questa guerra una sorta di operazione senza anestesia, necessaria ma dolorosa, per i regolamenti di conti nella battaglia di grande strategia tra bipolarismo e multilateralismo. Naturalmente non sono loro a dirigere le danze. Da chi le dirige, Z.&Co. cercano protezione, gratitudine ed investimenti futuri, oltre che i necessari piani Marshall per la ricostruzione. Z. ha già detto che vuole almeno 500 miliardi di dollari per ricostruire la mini Ucraina/Grande Israele in conflitto permanente con russi e ucraini filo-russi (5). Chi pagherà ?

Nella fase di retrazione del globalismo dell’impero americano, che sta richiamando una parte dei propri tentacoli, per consolidarsi e arroccarsi sulle posizioni più facilmente difendibili per l’occidente egemonizzato e colonizzato da loro stessi. Gli spaventosi costi economici li pagheranno i Paesi che sono alla periferia dell’impero, in proporzione al potere contrattuale delle varie parti. L’Italia è tra questi. Questa fase durerà certamente diversi anni. La demonizzazione di Putin, e dei russi in toto, è funzionale a creare una barriera nel sentire popolare, che induca nel lungo periodo a separare Russia ed Europa, riconducendo economicamente l’Europa pienamente sotto l’ala americana.

L’Europa, cui gli USA avevano allentato la catena negli ultimi 30anni, lasciando che dopo il trattato di Maastricht essa divenisse un polo neoliberale autonomo, viene chiamata all’ordine. L’idea, cullata da molti europeisti, che l’UE fosse il nucleo di una forza mondiale autonoma viene riportata alla dura realtà: salvo i fratelli minori degli USA nel Regno Unito, l’Europa dal 1945 non è mai stata altro che una colonia americana, territorio occupato. Dal 1945 60mila soldati americani occupano permanentemente il suolo europeo. (6)

L’americanizzazione culturale ha proceduto in maniera capillare a tutti i livelli, sempre però all’ombra silente di una dipendenza militare assoluta (cui solo la Francia ha occasionalmente opposto qualche mugugno). Così si spiega anche il compattamento europeo attorno alla posizione americana. L’UE ha preso coscienza del fatto che la sconfitta del nazionalismo filo-europeista ucraino l’avrebbe costretta a fare i conti con la Russia in altro modo, rispettandone il ruolo di grande potenza e ponendo fine al tentativo di rovesciarne gli equilibri interni per farne un terreno di caccia del tipo di quello aperto a suo tempo da Eltsin e Gorbabaciov. Adesso che il conflitto è aperto, gli appelli alla trattativa non hanno basi reali. Gli esiti dipenderanno da quello che si determinerà sul campo di battaglia e dalla forma che prenderà la guerra. Su questo possiamo metterci l’anima in pace…

…Bisogna dunque rassegnarsi con fatalismo alla guerra ? Certamente no. Occorre invece intervenire, ma nel modo giusto, avendo coscienza di qual è il nemico, capendo che bisogna rovesciare la logica di chi vede l’Ucraina aggredita dai Russi e i Russi responsabili dell’aggressione, e APRENDO LO SCONTRO CON UN GOVERNO COME IL NOSTRO CHE COLLABORA ALLA GUERRA. La PACE si conquisterà tanto più rapidamente quanto più si riuscirà a indebolire la posizione di chi la guerra l’ha voluta realmente e lungamente preparata.

In Italia il governo Draghi ha calato l’elmetto anche a quel 60% di Italiani contrario alla guerra. Inoltre un solido 30% di elettori democratici e pacifisti non si sente rappresentato da nessun partito dell’arco costituzionale. In 2 anni siamo passati dallo Stato di diritto allo Stato dei permessi. Il 90% della popolazione è stato convinto a vaccinarsi anche grazie all’operato congiunto di tv e virologi. Adesso tra una pubblicità e l’altra, la solita tv sostituisce i virologi con “esperti militari” che danno la linea per interpretare la realtà raccontando quello che avviene in Ucraina.

…Non la vedo bene per la Pace. Nel senso che questa volta gli USA o vincono o perdono. Russia e USA giocheranno “cinicamente” le loro carte sulla pelle dell’intera Europa, per ora quella orientale, ma di riflesso su quella occidentale, ovviamente. Economicamente verrà colpita tutta. Le popolazioni europee sono allo sbando. Nessuna di loro controlla le proprie élites. Sono manipolate, divise ,usate e impoverite. Sostanzialmente cacciate in una “guerra civile” del “si salvi chi può” . Non ne sono consapevoli, quando lo saranno, sarà troppo tardi. Non si può sapere quanto lungo sarà questo processo. Dipenderà da molti fattori in movimento. Il più importante sarà dato dal grado di convinzione che Francia, Germania e Italia metteranno nel loro appoggio agli USA. Se diventerà accordo globale alla conquista della Russia, sarà guerra atomica. Il destino dell’Europa è nelle sue mani. In questo momento l’Europa si sta suicidando. Per la terza volta. Niente fa pensare che sceglierà un’altra strada.

…Ma, proprio per questo, io credo che ha senso farsi delle domande lecite:

  • Ha senso che per far esistere la NATO e far entrare altri paesi andiamo verso la guerra nucleare, la fame, la miseria ?
  • Ha senso avere la NATO e dover fare la fame ?
  • HA SENSO LA NATO ?
  • Davvero l’Ucraina non può vivere come la Finlandia e dobbiamo fare una guerra mondiale per farla entrare nella NATO ?
  • Dobbiamo razionare il cibo e la corrente perché l’Ucraina non può essere neutrale e deve entrare per forza nella NATO ? Quando ? Quando saremo morti ?
  • Ha senso una terza guerra mondiale (nucleare) per far entrare l’Ucraina nella NATO ? Ci entreranno da morti?

È LA NATO IL PERICOLO !!!

… SCIOGLIERE LA NATO E… FUORI LA GUERRA DALLA STORIA !!!!!!!!!!

VITTORIO STANO

Note

  1. Nella cultura cinese l’ordine cosmologico non può essere “perfezionato” dalla technè, perché è sempre anche un ordine morale. Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia. Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel taoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi , governare senza intervenire, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale. Avremmo da imparare se sapessimo essere con l’altro. Il tema al cuore della filosofia cinese non è l’ “essere” , quanto il vivente.
  2. Contractors : mercenari arruolati da aziende private anglosassoni; armati ,finanziati e addestrati da USA, Francia, Gran Bretagna e Canada. Sono di almeno 19 nazionalità (Svizzera compresa). Sono peggiori dei nazisti. Nel 2014 Newsweek li associava all’ISIS. Contano più di 102mila uomini (Reuters). Dal 2020 costituiscono il 40% delle forze armate ucraine. Le aziende che li arruolano sono: Blackwater (USA), STAM (GranBretagna), G4S (GranBretagna/Londra). I mercenari ricevono armi, vitto, alloggio, uniformi gratuiti e un salario. Il salario base è di 1000 $ al mese +30% (1400 $) per introdurre armi europee dai confini porosi (Ungheria, Romania, paesi baltici, …) +70% azioni pericolose: 2500 -3000 $ al mese. Chi paga? La NATO? La CIA di sicuro! La Blackwater arruola circa 35mila unità all’anno. Lavorano a contratto con il Pentagono o con il Ministero della Difesa Britannico. La Polonia è il punto di raccolta della “brigata volontari per l’Ucraina”. I mercenari sono arrivati dal Canada, Giappone, Finlandia, Gran Bretagna, Francia, Sudan, USA, …
  3. Kolomoinskji : miliardario ucraino, signore e padrone di Dnipro (centro di produzione degli armamenti di tutta l’ex-URSS), proprietario di media, industrie, banche, squadre di calcio e… da moderno “capitano di ventura”, anche un esercito privato di 12mila nazisti in armi (il famigerato battaglione Azov) che obbediscono ai suoi ordini. Da alcune settimane queste bande di assassini sono state integrate nelle forze armate ucraine. Ma che cambia ? sempre nazisti sono !, anche se assurti a “eroi della patria ucraina”. Kolomoinski è anche il finanziatore di Zelenski. Dopo aver finanziato la fortunata serie televisiva “Servant of the people”, finanzia il partito e anche Zelenski stesso: nei “Pandora papers” resi pubblici da Julian Assange spunta un conto cifrato intestato a lui con 40milioni di dollari. Alla faccia del Servant of the people.
  4. Esercito ucraino: teoricamente composto da 300mila uomini era nell’ottobre 2018 in uno stato disastroso. Aveva perso 2700 uomini nel Donbass (di cui: 897 per malattia, 318 in incidenti stradali, 177 in altri incidenti, 175 per droghe, alcol, 182 per incauto maneggio d’armi, 288 per omicidio, 615 per suicidio). Dal 2014 operavano nel paese i mercenari che tesero a cittadini, forze regolari e polizia la trappola di Piazza Maidan durante il colpo di Stato. In seguito i mercenari si spostarono nel Donbass per massacrare i separatisti. Il Ministero ucraino si rivolse alla NATO per rendere le sue forze più presentabili. Così per compensare la mancanza di soldati, il governo ucraino e la NATO hanno rafforzato le milizie paramilitari. Il Donbass è un pretesto. Se si trattasse di colpire direttamente la Russia allora si potrebbe sacrificare l’Europa intera: Fuck the EU!, Victoria Nuland, 2014.
  5. Soldi all’Ucraina 1991-2022 : dal 1991 al 2014 , 7,5 miliardi di $ USA (6,5 mld Congresso Americano; 1 mld Fondo Fiduciario Nato /FFN ; 2 mld di sterline GB donati a Kiev ; 10 mld di $ da Eric Prince fondatore di Blackwater ; 500 milioni di € dall’UE per il riarmo di Zelenski/fine marzo 2022 ; USA/Biden, marzo 2022 , 2 miliardi ; ITALIA, fine marzo 2022 , 110 milioni di € , per difesa Kiev . Dal 1991 ad oggi: circa 300 miliardi di dollari sono arrivati in Ucraina. A questi vanno aggiunti quelli che arrivano da febbraio 2022 (+ Euro e sterline) Fonte: Cumpanis
  6. USA grande esportatore… di disastri : dal 1945 al 2001 ci sono stati 248 conflitti armati in 153 regioni, di questi ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti ; dalla fine della guerra fredda : 80 operazioni armate all’estero , 800mila morti (335mila civili) + 21 milioni di emigrati.

”ODESSA, 2 maggio 2014-2022”: Per NON dimenticare

ATTENZIONE: le immagini all’interno dell’articolo protrebbero urtare la vostra sensibilità.

di Enrico Vigna

A otto anni da questo feroce massacro compiuto dai criminali neonazisti oggi assurti a ”Eroi della patria ucraina”, nei media occidentali, nessuno è stato punito per quanto accaduto a Odessa. I principali imputati sono ancora nella lista dei ricercati. In tutto questo tempo l’ONU, l’OSCE, Amnesty, la Russia, così come altre organizzazioni internazionali, hanno ripetutamente criticato la giunta dell’Ucraina per un’indagine superficiale e restia sulla tragedia di Odessa.

Il 21 febbraio scorso il governo russo e la Duma di stato all’unanimità, hanno dichiarato che le identità dei responsabili della tragedia di Odessa sono note, con nomi e identità fotografiche agli organi investigativi della Federazione Russa, e che la Russia adotterà le misure necessarie per trovare gli autori di questo crimine, “assicurarli alla giustizia e punirli».

”… Hanno dato la caccia a chi scappava dal palazzo come i lupi fanno con le prede…così, tanti hanno rinunciato persino a uscire dall’edificio. Una vera e propria lotta tra la paura di morire ustionati o intossicati, con quella di essere uccisi a bastonate…”. Così la BBC inglese ha descritto i fatti di Odessa.

“…È impossibile ricordare senza rabbrividire la terribile tragedia di Odessa, dove i partecipanti a una protesta pacifica sono stati brutalmente uccisi, bruciati vivi nella Casa dei sindacati. I criminali che hanno commesso questa atrocità non sono ancora stati puniti e nessuno li sta cercando. Ma li conosciamo per nome e faremo di tutto per punirli: trovarli, assicurarli alla giustizia e punirli“, è stato dichiarato ufficialmente.

Nella realtà la giunta di Kiev, ha protetto ed è complice degli atti atroci dei neonazisti. Addirittura l’ex primo ministro Tymoshenko e l’ex presidente Yushchenko, i golpisti del dopo Maidan, salutarono come un atto di pulizia il massacro. Yushcenko arrivò ad affermare in piazza, rivolto agli autori delle atrocità di Odessa: “Lo acclamo, ne sono orgoglioso”. L’Occidente ha sempre fatto finta che non fosse successo niente. Non una sola parola di condanna di questo efferato crimine è stata udita uscire dalle labbra ufficiali dei “democratici” leader occidentali, che di solito difendono i diritti umani in ogni angolo del mondo “non sottomesso” ai loro voleri, con la schiuma alla bocca.

Come dichiarato dagli organi investigativi russi, i nomi degli assassini sono noti, sono di pubblico dominio e comunicati. È noto che alla fine del massacro c’erano una dozzina di autobus a Odessa, sui cui parabrezza c’erano indicazioni delle città da cui provenivano i banditi armati per poi ritornare nelle loro sedi. Ora queste persone, o meglio, criminali, hanno paura di essere presi e vivono nascosti ma pur sempre attivi. Alcuni hanno cambiato il cognome, alcuni sono morti nei combattimenti di queste settimane a Mariupol e in altre città, ma occorre sperare che i sopravvissuti ricevano il giusto castigo al più presto.

In questi giorni il presidente del Comitato investigativo russo, Alexander Bastrykin ha incaricato l’ufficio centrale del dipartimento di Intelligence, di avere informazioni che si sta progettando la preparazione di una provocazione contro i civili nella regione di Odessa. Secondo il ministero della Difesa russo, il servizio di sicurezza dell’Ucraina SBU, sta preparando un’altra provocazione nella regione di Odessa con l’obiettivo di accusare successivamente i militari russi di aver commesso queste azioni. “…E’ in preparazione a breve, da parte dei nazionalisti ucraini una provocazione pianificata, con l’uso di uniformi dei militari russi, che compiono esecuzioni sommarie di civili ad Odessa”, hanno informato il CIR e il Ministero della Difesa russo.

Dall’inizio di aprile, un gran numero di militari ucraini, mercenari stranieri e veicoli corazzati delle forze armate ucraine si sono concentrati nella parte posteriore della regione di Odessa. Il gruppo Odessa delle forze armate ucraine ha ricevuto i MANPADS, un sistema missilistico antiaereo a corto raggio trasportabile a spalla, prodotti da Francia e Polonia. È stato notato dai satelliti, che molte forze di sicurezza ucraine indossano l’uniforme dell’esercito russo, e hanno bracciali bianchi sul braccio destro, come le forze russe. La SBU fornisce la copertura informativa per questa provocazione. I subalterni del capo della SBU, Ivan Bakanov, dichiarano quasi ogni giorno che “sabotatori russi” infiltrati tra i pacifici Odessani sarebbero stati catturati nella regione di Odessa.

Secondo l’Intelligence russa questi sono i segnali di essere alla vigilia di una provocazione, proprio in questi giorni, il ramo di Odessa del Corpo Nazionale , dove sono inquadrati i battaglioni neonazisti, ha ricevuto il sostegno morale di Volodymyr Zelensky . L’ordine “Al coraggio” è stato assegnato al militante del “National Corps” di Odessa, Artur Savelyev di 22 anni. Saveliev è stato gratificato postumo. Infatti questo neonazista è stato ucciso il 16 aprile a Mariupol, durante i combattimenti con le forze delle Milizie Popolari del Donbass,  Il 2 maggio 2014, Artur Savelyev, allora minorenne, aveva partecipato all’omicidio di massa nella Camera dei sindacati di Odessa, ed è sfuggito alle sue responsabilità. Alla fine di febbraio 2022, Savelyev si era arruolato come volontario per andare a combattere a Mariupol.

Occorre ricordare che il governatore militare della regione di Odessa, è un criminale di guerra ucraino ricercato in Russia e dalla Repubblica Popolare di Lugansk Maxim Marchenko. Il colonnello Marchenko delle Forze armate ucraine è ricercato per crimini contro l’umanità nel Donbass. Nel 2015, Marchenko, allora studente presso l’Università militare nazionale di Kiev intitolata a Chernyakhovsky, fu nominato comandante del battaglione nazista d’assalto Aidar. 
Marchenko è stato soprannominato “Gauleiter” a Odessa. “Gauleiter” (termine che per i nazisti indicava leader), impose a Odessa un regime di dura occupazione nazista. Oggi la SBU locale, su ordine di Marchenko, arresta tutti i residenti della regione, sospettati non solo di segni anche minimi di simpatia per Russia e Bielorussia, ma anche di critiche pubbliche al regime di Zelensky. Alla fine di marzo, Yuri Tkachev , caporedattore dell’agenzia di stampa Timer di Odessa, è stato arrestato per aver criticato Zelensky. Marchenko ha ora ordinato di trasformare gli ospedali di Odessa in roccaforti militari, con posti di cecchini, nidi di mitragliatrici, artiglieria e carri armati negli scantinati e così via. A tal fine, i pazienti vengono buttati fuori dagli ospedali di Odessa nelle strade e i medici vengono terrorizzati. Sotto pena di morte, ai residenti di Odessa è vietato lasciare la regione verso le regioni orientali dell’Ucraina. Tutta la corrispondenza privata è monitorata, le telefonate sono intercettate e controllate. In particolare il “Gauleiter” Marchenko odia i difensori delle Repubbliche popolari del Donbass, lui stesso è originario di Slavyansk nella regione di Donetsk.

Il 2 maggio 2022 sarà l’ottavo anniversario della “Odessa Khatyn“, il massacro degli abitanti di Odessa commesso dai neonazisti sotto la direzione della giunta di Kiev. Uno degli obiettivi di questo crimine era distruggere fisicamente e moralmente tutti i tentativi di resistenza popolare a Odessa e impedire la nascita di una Repubblica Popolare. Come nel 2014, oggi il regime di Kiev potrebbe cinicamente commettere un ennesimo crimine di massa, incolpando i “servizi di intelligence russi”, ricalcando approssimativamente lo scenario della Casa del sindacato del 2014. Mentre ricordiamo e NON DIMENTICHIAMO Odessa del 2014, vigiliamo informativamente su eventuali nuovi crimini atroci, sperando che possano essere sbaragliati prima di essere effettuati.

La verità sulla strage di Odessa

Uccisi come animali, uno per uno. Una vera e propria esecuzione di massa premeditata.

Il massacro alla Casa del Sindacato di Odessa

Come i criminali nazisti hanno ucciso gli abitanti di Odessa nella Casa del Sindacato

I dettagli di uno scenario di sangue.

La grande tragedia accaduta nella città di Odessa venerdì 2 maggio 2014. Sostenitori del federalismo furono inseguiti fino alla Casa del Sindacato dalla marmaglia di “PravySectorSettore Destro”. L’edificio subito dopo fu dato alle fiamme e morirono, secondo i rapporti ufficiali, 48 persone, oltra a quasi 300 feriti. È chiaro che il numero delle vittime nella Casa del Sindacato è di gran lunga più elevato. I provocatori intrappolarono le persone all’interno dell’edificio dove era possibile ammazzarle impunemente, con grande piacere e senza testimoni. Il fuoco all’interno dell’edificio fu appiccato allo scopo di coprire l’assassinio di massa di cittadini ucraini.

Le persone rifugiatesi dietro le porte del piano terra furono attaccate dai criminali del “Settore Destra” che erano lì dentro da molto tempo prima che l’esecuzione iniziasse. Quelle persone furono arse fino alle ossa, prima all’ingresso principale…

poi toccò agli altri.

I pompieri si mostrarono soltanto quando le massicce porte dell’entrata furono completamente bruciate.

Solo in una singola stanza – in un edificio di cinque piani con i soffitti alti più di 3 metri – il fuoco è visibile dall’esterno.

Chi poteva salire sul tetto di un edificio amministrativo di importanza nazionale? Forse quelli che in precedenza si erano impossessati delle chiavi delle grate di ferro chiuse che proteggevano le porte del tetto.

Questi criminali debbono essere trovati. Potrebbero dire tantissimo su quando è iniziata la realizzazione del piano di uccisioni e come in precedenza hanno portato quello che serviva per fare le bottiglie Molotov all’interno della Casa del Sindacato.

Nella foto alcuni bravacci interpretano la parte di sostenitori federalisti. Tipica rappresentazione di “false flag” stile hollywoodiano.

Corpi carbonizzati al piano terra, vicino alle porte di ingresso.

Perché alcuni corpi carbonizzati compaiono ai piani superiori dove non c’era alcun incendio?

Gli stessi corpi da un’altra prospettiva:
– la fila di pannelli di legno, la ringhiera e gli scalini di legno, i fogli di truciolato non appaiono bruciati;
– l’ovale blu indica la barriera fatta di tavoli, sedie e armadietti: non è stata neppure toccata dal fuoco, a differenza dei corpi carbonizzati (in primo piano);
– Da dove è saltata fuori questa barriera? Fu realizzata dai criminali di “Settore Destra” allo scopo di bloccare le persone che tentavano di salvarsi salendo ai piani superiori?

Un cadavere femminile trascinato sul pavimento dal vero posto in cui era intervenuta la morte. Chi e perché ha fatto questo?

A quest’uomo hanno sparato in testa. A giudicare dalla pozza di sangue (chiaramente visibile) l’assassino ha sparato a bruciapelo e il proiettile ha trapassato il cranio.

Avete notato che alcune persone morte sono bruciate soltanto sulla testa e sulle spalle? Perché i vestiti sotto il torace non sono intaccati dal fuoco?
In questa e nelle successive immagini si può vedere una strana macchia bianca sul pavimento: si tratta della polvere degli estintori usati dagli assassini dopo la morte delle persone per non ustionarsi o subire il monossido di carbonio.

Un giovane e una giovane. Non sono né bruciati né soffocati: non ci sono segni di incendio sul pavimento di legno (realizzato 50 anni fa e che avrebbe dovuto bruciare come una pagliuzza) o di fuliggine da fumo sui muri. I due giovani sono stati uccisi con altri mezzi? Probabilmente qualcuno gli ha rotto il collo. Un lavoro da “professionisti”.

Barricate erano anche agli altri piani. Sangue sul pavimento: Teste bruciate.
Nella freccia rossa: è possibile che gli assassini abbiano scambiato i loro vestiti con quelli delle vittime.
Un ben noto accorgimento, semplice ed efficace.

Secondo una delle principali versioni sui fatti del 2 maggio a Odessa, i criminali del “Settore Destro” misero in scena una falsa rappresentazione. Indossarono i nastri di San Giorgio (simboli dei sostenitori federalisti anti-Maidan) e organizzarono violente provocazioni contro i sostenitori di Maidan (cioè contro i loro stessi alleati), per poter poi accusare i sostenitori del federalismo e farli apparire responsabili della morte di molte persone.

Una donna morta vicino all’ascensore con gli abiti mancanti al di sotto della vita. Con ogni probabilità fu stuprata e poi bagnata con un liquido infiammabile e data alle fiamme.

Persone uccise con un colpo alla testa.

Teste, mani e spalle bruciate, mentre le parti inferiori del corpo non toccate dalle fiamme.

Un uomo con numerosi colpi alla testa.

L’immagine forse più terribile.

Si tratta di una donna incinta, una delle impiegate che lavoravano nel giorno di vacanza alla pulizia degli uffici e nell’innaffiare le piante di fiori. È stata strangolasta con un filo elettrico. Aveva tentato di resistere: si possono vedere i fiori scaraventati sul pavimento.

Questo cartello esplicativo sulla vittima dell’assassino e sulla scena del crimine dice: “Abbiamo eliminato la Mamma! Gloria all’Ukraina!”. Questo annuncio è stato allegramente affisso da uno dei “patrioti” ucraini.
Nota: “Mamma Odessa” è un affettuoso soprannome di Odessa, simile a “La Grande Mela” per New York o “Città di smeraldo” per Seattle.
La futura mamma (strangolata e stuprata) e Mamma Odessa sono state ammazzate. Come l’intera Ucraina.

probabilmente quello è il suo assassino.

P.S.: Il numero di persone uccise non è ancora stato stabilito, sicuramente sono molte di più delle 48 ufficiali. La maggior parte delle persone, specialmente bambini e donne, fu fatta a pezzi con delle asce e picchiata a morte con bastoni negli scantinati della Casa del Sindacato.
da vlad-dolohov.livejournal 2 maggio 2021

da http://www.livejournal.com/go.bml?journal=ersieesist&itemid=813&dir=next

Strage di Odessa:

Il Sindaco di Odessa Volodimyr Nemirovsky ha dichiarato: “L’operazione anti-terrorismo di Odessa è legale”.

Olesya Orobets, vice presidente del Partito di Svoboda: “E ‘una giornata storica per l’Ucraina, sono così felice che questi separatisti fastidiosi a Odessa sono stati finalmente liquidati.”

La Deputata del Partito della Libertà Iryna Farion con un suo post su Facebook dopo il massacro di Odessa: “Brava, Odessa. Perla dello spirito ucraino. Lasciate che i diavoli brucino all’inferno. Brava. “.

L’ex sindaco di Odessa Edward Gurvits: “Odessa è stato un atto di autodifesa”.

Kateryna Kruk, politologa e sostenitrice di Euromaidan:

Odessa ha “pulito” sé stessa dai terroristi, orgogliosa per questa città che combatte per la sua identità, onore agli eroi caduti….

Gli autori della strage negano di aver commesso alcun reato. Chiamandola operazione anti-terrorismo o lotta contro l’invasione russa è un modo di negare che l’esercito ucraino sta effettuando ordini di genocidio. Rifiuti così precisi portano a pensare che le vittime di Odessa si sono bruciate da sole o che le vittime a Lugansk si sono bombardati da sè.

Qui i versi enunciati dall’attivista del Blocco per Odessa, Ivan Riabukhin.

Vittoria amara di Maidan

E ancora  Maggio! Tutti i fiori sbocciano. Gioisce e canta il popolo odessano.

Ma nel cuore il dolore non riesce a placarsi. E il veterano, asciugandosi una lacrima.

Spera che il mondo non attenda di nuovo. E per quelli che portano il dolore e fatica,

Non è necessario il ricordo della guerra. Vogliamo raccogliere la vittoria,

E il ricordo di quel grande giorno . E c’è chi si trasforma in ladro,

E predica il nazismo. E brucia i nastri degli eroi!

E’ impudenza mi dici ? NO! E’ Fascismo ! E la gioia dei veterani svanisce

Quelli che hanno avuto la guerra sulle loro spalle. Vittoria amara di Maidan

E con le lacrime agli occhi ! Congratulandomi  nel Giorno della Vittoria,

con i Valorosi figli della Patria. Vi invito a mantenere la memoria sacra

Dei nostri padri e nonni caduti! Ivan Riabukhin

CRIMINE CONTRO L’UMANITA’ !

Ancora OGGI, 2 Maggio 2022, il popolo di Odessa aspetta

VERITA’ e GIUSTIZIA!

NESSUNO DIMENTICA. NULLA E’ DIMENTICATO!

(A cura di Enrico Vigna SOS Ucraina antifascista/CIVG)

DOPO COVID-19

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