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Palestina e lotta popolare non armata e nonviolenta

di Giorgio Gallo

Viviamo un momento particolarmente drammatico, caratterizzato da una crescente pervasività della cultura della guerra. I media e il discorso pubblico sono monopolizzati dalla guerra in Ucraina. Non esiste quasi altro. Gli altri conflitti scompaiono. Eppure, sono tanti e non meno dolorosi e drammatici per le popolazioni civili di quello che si vive oggi nel nostro continente. Fra questi, anche se con caratteristiche un po’ particolari, quello fra Israele e Palestina, che ha visto recentemente una crescita di tensioni a Gerusalemme, in particolare, in questo periodo di Ramadan, nella spianata delle moschee, e tensioni a Hebron per l’approvazione della costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella città vecchia.

Ovviamente qualsiasi paragone fra i due conflitti, quello in Ucraina e quello in Palestina, è certamente discutibile: ogni conflitto è, nella sua complessità, unico. C’è però qualcosa su cui l’esperienza del conflitto israelo-palestinese può fornire utili suggerimenti anche per altri conflitti e per quello in Ucraina in particolare. E si tratta dell’uso di tecniche di lotta nonviolenta in alternativa a quella armata e violenta. Da questo punto di vista l’esperienza palestinese è particolarmente interessante, in positivo e purtroppo anche in negativo.

La prima Intifada, nota anche come Intifada delle pietre, si svolge fra il 1987 e il 1991, ed è, almeno nel primo anno un interessante esempio di lotta non armata e nonviolenta. Prima del suo inizio, nel novembre 1986, si era tenuto in Giordania, proprio sull’uso della nonviolenza, un vertice, a cui avevano partecipato soprattutto militanti palestinesi. Questo aveva portato a un aumento significativo di azioni nonviolente (dimostrazioni, scioperi, petizioni, …) in Palestina. Ma l’Intifada inizia in autunno con un crescendo di scioperi e manifestazioni in risposta alle uccisioni di palestinesi. Le prime manifestazioni, che coinvolgono scuole e università a Gaza, seguono l’uccisione di tre palestinesi nel campo profughi di Al-Bureij a Gaza. La brutale repressione dell’esercito porta ad altre manifestazioni e proteste, e, naturalmente, a nuove vittime palestinesi. Particolarmente rilevanti le manifestazioni che avvengono a seguito della morte di quattro palestinesi e del ferimento di altri cinque, investiti da un camion israeliano a Gaza, il 9 dicembre 1987. Apparentemente non si trattò di un incidente, ma di un atto di vendetta per l’uccisione di un israeliano da parte di un palestinese. Le manifestazioni non si limitarono alla striscia di Gaza ma si diffusero in tutta la Palestina. Le immagini di adolescenti palestinesi che, usando solo armi a portata di mano – sassi, copertoni da bruciare e anche ‘prese in giro’ -, si scontravano in strada con uno degli eserciti più sofisticati del mondo fecero presto il giro di tutto il mondo. Fu questo che da molti viene considerato l’inizio dell’Intifada. Molti ricordano non solo le immagini degli adolescenti che lanciano pietre, ma anche le immagini di quegli stessi adolescenti a cui i soldati spezzano sistematicamente braccia e a volte anche gambe. Una politica questa decisa dal ministro della difesa Yitzhak Rabin. Sperava di spezzare la resistenza palestinese, ma il risultato fu l’opposto: la resistenza continuò e, per tutto il primo anno, fu sostanzialmente nonviolenta, a parte il lancio di pietre da parte di bimbi e ragazzi. Infatti, in questo primo anno di Intifada, non ci furono morti nell’esercito israeliano, mentre 204 palestinesi furono uccisi, e di questi circa la metà erano minorenni. Ma i video dei soldati che spezzavano le braccia a ragazzini ebbero l’effetto di cambiare l’immagine stessa di Israele di fronte all’opinione pubblica internazionale.

Le manifestazioni di protesta non solo raggiunsero presto tutta la Palestina, ma si estero oltre la linea verde, nelle regioni di Israele abitate da arabi. Il 24 gennaio 1988, oltre 60.000 palestinesi, cittadini di Israele, dimostrarono a Nazareth, chiedendo la fine dell’occupazione e il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese. Sia da una parte che dall’altra della linea verde si formarono comitati spontanei di coordinamento e di iniziativa. Ma quello che fu chiaro nei primi mesi fu che le diverse forme di protesta, scioperi, boicottaggi, manifestazioni, si svilupparono spontaneamente, portando alla formazione ed empowerment di una dirigenza locale alternativa al potere dell’occupante. La forza autonoma di questo movimento dal basso e la sua relativa indipendenza dalla dirigenza palestinese dell’OLP, che si trovava a circa 2.000 km di distanza, a Tunisi, fu una ragione non trascurabile del suo successo.

Dei comitati che si erano spontaneamente formati facevano parte personalità di grande rilievo, quali Faisal Al-Husseini e Sari Nusseibeh. Il primo definito da qualcuno il “volto” dell’Intifada e il secondo il suo “cervello”. All’inizio del 1988 fu presentato un piano sistematico per un’azione nonviolenta da Hanna Siniora, un intellettuale palestinese rispettato, direttore del giornale di Gerusalemme al-Fajr. Il piano, formulato da Mubarak Awad, il “Ghandi palestinese”, che cinque anni prima aveva fondato, a Gerusalemme, il Centro palestinese per lo studio della nonviolenza, aveva quattro fasi. La prima sarebbe stata la rinuncia alle sigarette israeliane, un gesto simbolico, seguito dal boicottaggio delle bibite israeliane. Poi i palestinesi avrebbero sospeso i pagamenti delle tasse a tutte le autorità israeliane, e infine i lavoratori palestinesi avrebbero smesso di andare al loro lavoro in Israele. Gli obiettivi del piano includevano il rilascio dei prigionieri politici, la fine delle trivellazioni idriche e degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, e infine la cessazione dello stesso controllo israeliano sui territori.

Il piano trovò un’applicazione particolarmente eclatante nella cittadina di Beit Sahour, nei pressi di Betlemme. I residenti smisero di pagare le tasse e gettarono via le loro carte di identità israeliane. A partire dal luglio 1988, l’esercito israeliano fece diverse incursioni nella città, impose il coprifuoco in varie occasioni e assediò la città. Furono minacciati gli abitanti e quelli che venivano ritenuti gli organizzatori della rivolta furono arrestati. Dal 19 settembre 1989 partì una pesante campagna militare contro Beit Sahour, con l’obiettivo di distruggere la sua economia, attraverso assedio della città, rotture di braccia, imprigionamenti anche di bambini, e saccheggio di negozi, fabbriche e residenze. La popolazione resistette in diversi modi, in particolare sviluppando forme di autosufficienza, ad esempio alimentare, con allevamenti e orti distribuiti fra le case.

Nei fatti l’Intifada stava diventando qualcosa di più di una semplice rivolta: un modo per costruire una nuova società, per mettere le basi per un cammino di indipendenza del popolo palestinese. Ha fatto emergere nella società palestinese il conflitto interno tra diversi gruppi sociali, varie istituzioni e diverse ideologie e ha gradualmente politicizzato le questioni di classe e di genere, aumentando la coscienza politica e sociale del pubblico su questi temi. I palestinesi dei territori occupati, soprattutto i giovani e le donne, hanno imparato ad auto organizzarsi e a prendere l’iniziativa dal basso, mettendo in crisi le tradizionali strutture di potere proprie di una società fortemente patriarcale, scavalcando la stessa dirigenza palestinese dell’Olp, lontana a Tunisi. In particolare, si è fortemente accresciuto il ruolo politico, economico e sociale delle donne. Questo aspetto dell’Intifada ha minato la natura individuale e patriarcale della società e ha rafforzato i suoi valori collettivi, cooperativi e democratici.

E l’Intifada stava avendo ricadute rilevanti anche sullo stesso Israele, sia in termini di immagine, che anche dal punto di vista economico: nei primi tre mesi dell’Intifada gli introiti del governo israeliano si erano ridotti del 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le spese militari e di sicurezza erano drammaticamente cresciute e il turismo fortemente ridotto.

I negoziati di Madrid, iniziati il 30 ottobre 1991, imposti dall’amministrazione Usa al primo ministro israeliano Shamir, furono anche una delle conseguenze di tutto ciò. Nel discorso introduttivo, il capo della delegazione palestinese, Abd al-Shafi, a nome del popolo palestinese, si rivolse direttamente al popolo israeliano: “lo invitiamo a condividere la speranza. Noi desideriamo vivere fianco a fianco condividendo la terra e la promessa del futuro.” La forza di Abd al-Shafi stava proprio nel protagonismo del popolo palestinese, che l’Intifada aveva fatto emergere. Questo preoccupò molto da un lato Israele, che non aveva intenzione di interrompere il processo di annessione della Cisgiordania, e, dall’altro, la stessa Olp di Arafat che rischiava di vedere ridotto il suo ruolo. Da qui la partenza, in segreto, dei negoziati di Oslo che portarono presto quelli ufficiali, iniziati a Madrid, su un binario morto.

Negli anni successivi, gli accordi di Oslo hanno mostrato i loro grandi limiti, ma, anche se spesso la violenza ha prevalso (attentati suicidi, seconda Intifada, diverse guerre a Gaza, …), tuttavia i movimenti popolari dal basso, che avevano caratterizzato la prima Intifada, hanno continuato a produrre diverse e nuove forme di resistenza nonviolenta. Fra queste, con una eco particolarmente rilevante a livello internazionale, il movimento per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) e la denuncia dell’occupazione israeliana come una forma di Apartheid.

Certo la nonviolenza non ha portato alla fine dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, forse anche perché troppo presto abbandonata. Ma ha cambiato in meglio la società palestinese, e ha mostrato la sua potenziale forza ed efficacia. C’è ovviamente da considerare che mentre nel caso dell’Ucraina, gli Usa, con tutta la loro forza economica e anche militare, stanno nettamente dalla parte dell’aggredito, nel caso della Palestina è l’aggressore, cioè Israele, che gode del loro appoggio.

1 Ripreso da in dialogo, Notiziario della Rete Radiè Resch, n. 136, 2022.

Uccisione a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Comunicato del Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina

Il Comitato Popolare sangiulianese esprime il proprio cordoglio e condanna fermamente l’uccisione di questa mattina  a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Lo stillicidio di vittime palestinesi che viene attuato ogni giorno dalle forze di occupazione israeliane, seppur taciuto dai media main stream, impone ai compiacenti governi occidentali di condannare il vile omicidio e di adoperarsi per una risoluzione diplomatica dell’occupazione dei Territori Palestinesi in linea con il diritto internazionale e le Risoluzioni Onu che intimano ad Israele di ritirarsi entro i confini antecedenti al 5 giugno del 1967.

Violazioni del diritto e crimini contro civili inermi che devono essere sanzionate con misure economiche restrittive, come l’Occidente si è apprestato ad introdurre con solerzia e particolare durezza contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

Il doppiopesismo occidentale è ipocrita e complice dell’occupazione e dei suoi intollerabili crimini.

Terra e libertà per il popolo palestinese.


Il Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina e i popoli opprressi


11 maggio 2022

Con invito di pubblicazione e di divulgazione.

Grazie

Chi era Shireen Abu Aqleh?

Shireen Nasri Abu Aqleh (nata nel 1971 a Gerusalemme – martirizzata l’11 maggio 2022 nel campo di Jenin all’età di 51 anni) è una giornalista palestinese che lavora con la rete mediatica Al Jazeera.

Sherine Abu Aqleh è di Betlemme, ma è nata e cresciuta a Gerusalemme, la religione di Sherine appartiene a una famiglia cristiana.

Ha terminato gli studi secondari presso la Rosary Sisters School di Beit Hanina

Inizialmente ha studiato architettura all’Università di Scienza e Tecnologia in Giordania, poi si è laureata in giornalismo scritto e ha conseguito una laurea presso l’Università di Yarmouk in Giordania.

Dopo la laurea, è tornata in Palestina e ha lavorato in diversi siti come UNRWA, Voice of Palestine Radio, Amman Satellite Channel, poi la Miftah Foundation e Monte Carlo Radio. Successivamente si è trasferita a lavorare nel 1997 con il canale satellitare Al Jazeera, fino a quando è stata colpita dall’esercito israeliano questa mattina.

Dichiarazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

 Jamil Mezher piange la grande giornalista, la martire della verità, Sherine Abu Akleh

Oggi, mercoledì 11 maggio, il membro dell’Ufficio Politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Jamil Mezher, ha espresso le nostre più sincere condoglianze al nostro popolo palestinese e ai  giornalisti e professionisti dei media per il martirio della grande giornalista Sherine Abu Akleh, corrispondente del canale satellitare Al-Jazeera, a causa di un perfido crimine sionista che l’ha presa di mira mentre “copriva da un punto di vista mediatico” l’invasione sionista di Jenin all’alba di oggi.

In una dichiarazione, Mezher ha espresso “i suoi desideri per una pronta guarigione al giornalista Ali Al-Samudi, che è stato anche lui ferito da un proiettile degli occupanti alla schiena, mentre copriva gli eventi di Jenin”.

Mezher ha descritto il “crimine di assassinio e presa di mira diretta di giornalisti come un crimine a tutti gli effetti che mirava ed è tuttora finalizzato a intimidire i giornalisti, ed a mettere a tacere la voce della verità e a prevenire l’immagine e la verità dei crimini commessi dall’occupazione contro il popolo palestinese al mondo.”

Mezher ha sottolineato che “la Palestina, i media e le istituzioni giornalistiche e il mondo libero hanno perso una giornalista nota per il suo coraggio, audacia e sincerità, appartenente alla causa palestinese e insistente nel coprire le pratiche aggressive in corso  controllo il popolo palestinese.  E non si è mai considerata solo un’impiegata dei media o una giornalista, ma piuttosto una testimone e una trasmittente della verità e della narrativa palestinese”.

Mezher ha sottolineato l’importanza di “proteggere i giornalisti dalla macchina criminale sionista”, esprimendo la speranza che “il crimine del martirio della grande giornalista Abu Akleh costituirà un incentivo per il mondo libero e una pressione affinché la comunità internazionale prenda misure contro l’occupazione e per attuare accordi internazionali che prevedano la protezione dei giornalisti, compreso il deferimento di tutti i suoi crimini e il diritto del popolo palestinese, in particolare dei giornalisti, alla Corte penale internazionale.

Mezher ha concluso la sua dichiarazione, sottolineando che “il nostro popolo palestinese, il suo movimento nazionale, i suoi media e le istituzioni di stampa non dimenticheranno la martire della verità, Sherine Abu Aqleh, e lei rimarrà viva nella nostra memoria, e un esempio ispiratore per noi e per tutti i giornalisti e ciò che ha compiuto per trasmettere l’immagine e la verità dal campo di battaglia, così come la sua audacia, e il suo alto coraggio rimarranno un’eredità” e un’ispirazione per tutti i giornalisti.

”ODESSA, 2 maggio 2014-2022”: Per NON dimenticare

ATTENZIONE: le immagini all’interno dell’articolo protrebbero urtare la vostra sensibilità.

di Enrico Vigna

A otto anni da questo feroce massacro compiuto dai criminali neonazisti oggi assurti a ”Eroi della patria ucraina”, nei media occidentali, nessuno è stato punito per quanto accaduto a Odessa. I principali imputati sono ancora nella lista dei ricercati. In tutto questo tempo l’ONU, l’OSCE, Amnesty, la Russia, così come altre organizzazioni internazionali, hanno ripetutamente criticato la giunta dell’Ucraina per un’indagine superficiale e restia sulla tragedia di Odessa.

Il 21 febbraio scorso il governo russo e la Duma di stato all’unanimità, hanno dichiarato che le identità dei responsabili della tragedia di Odessa sono note, con nomi e identità fotografiche agli organi investigativi della Federazione Russa, e che la Russia adotterà le misure necessarie per trovare gli autori di questo crimine, “assicurarli alla giustizia e punirli».

”… Hanno dato la caccia a chi scappava dal palazzo come i lupi fanno con le prede…così, tanti hanno rinunciato persino a uscire dall’edificio. Una vera e propria lotta tra la paura di morire ustionati o intossicati, con quella di essere uccisi a bastonate…”. Così la BBC inglese ha descritto i fatti di Odessa.

“…È impossibile ricordare senza rabbrividire la terribile tragedia di Odessa, dove i partecipanti a una protesta pacifica sono stati brutalmente uccisi, bruciati vivi nella Casa dei sindacati. I criminali che hanno commesso questa atrocità non sono ancora stati puniti e nessuno li sta cercando. Ma li conosciamo per nome e faremo di tutto per punirli: trovarli, assicurarli alla giustizia e punirli“, è stato dichiarato ufficialmente.

Nella realtà la giunta di Kiev, ha protetto ed è complice degli atti atroci dei neonazisti. Addirittura l’ex primo ministro Tymoshenko e l’ex presidente Yushchenko, i golpisti del dopo Maidan, salutarono come un atto di pulizia il massacro. Yushcenko arrivò ad affermare in piazza, rivolto agli autori delle atrocità di Odessa: “Lo acclamo, ne sono orgoglioso”. L’Occidente ha sempre fatto finta che non fosse successo niente. Non una sola parola di condanna di questo efferato crimine è stata udita uscire dalle labbra ufficiali dei “democratici” leader occidentali, che di solito difendono i diritti umani in ogni angolo del mondo “non sottomesso” ai loro voleri, con la schiuma alla bocca.

Come dichiarato dagli organi investigativi russi, i nomi degli assassini sono noti, sono di pubblico dominio e comunicati. È noto che alla fine del massacro c’erano una dozzina di autobus a Odessa, sui cui parabrezza c’erano indicazioni delle città da cui provenivano i banditi armati per poi ritornare nelle loro sedi. Ora queste persone, o meglio, criminali, hanno paura di essere presi e vivono nascosti ma pur sempre attivi. Alcuni hanno cambiato il cognome, alcuni sono morti nei combattimenti di queste settimane a Mariupol e in altre città, ma occorre sperare che i sopravvissuti ricevano il giusto castigo al più presto.

In questi giorni il presidente del Comitato investigativo russo, Alexander Bastrykin ha incaricato l’ufficio centrale del dipartimento di Intelligence, di avere informazioni che si sta progettando la preparazione di una provocazione contro i civili nella regione di Odessa. Secondo il ministero della Difesa russo, il servizio di sicurezza dell’Ucraina SBU, sta preparando un’altra provocazione nella regione di Odessa con l’obiettivo di accusare successivamente i militari russi di aver commesso queste azioni. “…E’ in preparazione a breve, da parte dei nazionalisti ucraini una provocazione pianificata, con l’uso di uniformi dei militari russi, che compiono esecuzioni sommarie di civili ad Odessa”, hanno informato il CIR e il Ministero della Difesa russo.

Dall’inizio di aprile, un gran numero di militari ucraini, mercenari stranieri e veicoli corazzati delle forze armate ucraine si sono concentrati nella parte posteriore della regione di Odessa. Il gruppo Odessa delle forze armate ucraine ha ricevuto i MANPADS, un sistema missilistico antiaereo a corto raggio trasportabile a spalla, prodotti da Francia e Polonia. È stato notato dai satelliti, che molte forze di sicurezza ucraine indossano l’uniforme dell’esercito russo, e hanno bracciali bianchi sul braccio destro, come le forze russe. La SBU fornisce la copertura informativa per questa provocazione. I subalterni del capo della SBU, Ivan Bakanov, dichiarano quasi ogni giorno che “sabotatori russi” infiltrati tra i pacifici Odessani sarebbero stati catturati nella regione di Odessa.

Secondo l’Intelligence russa questi sono i segnali di essere alla vigilia di una provocazione, proprio in questi giorni, il ramo di Odessa del Corpo Nazionale , dove sono inquadrati i battaglioni neonazisti, ha ricevuto il sostegno morale di Volodymyr Zelensky . L’ordine “Al coraggio” è stato assegnato al militante del “National Corps” di Odessa, Artur Savelyev di 22 anni. Saveliev è stato gratificato postumo. Infatti questo neonazista è stato ucciso il 16 aprile a Mariupol, durante i combattimenti con le forze delle Milizie Popolari del Donbass,  Il 2 maggio 2014, Artur Savelyev, allora minorenne, aveva partecipato all’omicidio di massa nella Camera dei sindacati di Odessa, ed è sfuggito alle sue responsabilità. Alla fine di febbraio 2022, Savelyev si era arruolato come volontario per andare a combattere a Mariupol.

Occorre ricordare che il governatore militare della regione di Odessa, è un criminale di guerra ucraino ricercato in Russia e dalla Repubblica Popolare di Lugansk Maxim Marchenko. Il colonnello Marchenko delle Forze armate ucraine è ricercato per crimini contro l’umanità nel Donbass. Nel 2015, Marchenko, allora studente presso l’Università militare nazionale di Kiev intitolata a Chernyakhovsky, fu nominato comandante del battaglione nazista d’assalto Aidar. 
Marchenko è stato soprannominato “Gauleiter” a Odessa. “Gauleiter” (termine che per i nazisti indicava leader), impose a Odessa un regime di dura occupazione nazista. Oggi la SBU locale, su ordine di Marchenko, arresta tutti i residenti della regione, sospettati non solo di segni anche minimi di simpatia per Russia e Bielorussia, ma anche di critiche pubbliche al regime di Zelensky. Alla fine di marzo, Yuri Tkachev , caporedattore dell’agenzia di stampa Timer di Odessa, è stato arrestato per aver criticato Zelensky. Marchenko ha ora ordinato di trasformare gli ospedali di Odessa in roccaforti militari, con posti di cecchini, nidi di mitragliatrici, artiglieria e carri armati negli scantinati e così via. A tal fine, i pazienti vengono buttati fuori dagli ospedali di Odessa nelle strade e i medici vengono terrorizzati. Sotto pena di morte, ai residenti di Odessa è vietato lasciare la regione verso le regioni orientali dell’Ucraina. Tutta la corrispondenza privata è monitorata, le telefonate sono intercettate e controllate. In particolare il “Gauleiter” Marchenko odia i difensori delle Repubbliche popolari del Donbass, lui stesso è originario di Slavyansk nella regione di Donetsk.

Il 2 maggio 2022 sarà l’ottavo anniversario della “Odessa Khatyn“, il massacro degli abitanti di Odessa commesso dai neonazisti sotto la direzione della giunta di Kiev. Uno degli obiettivi di questo crimine era distruggere fisicamente e moralmente tutti i tentativi di resistenza popolare a Odessa e impedire la nascita di una Repubblica Popolare. Come nel 2014, oggi il regime di Kiev potrebbe cinicamente commettere un ennesimo crimine di massa, incolpando i “servizi di intelligence russi”, ricalcando approssimativamente lo scenario della Casa del sindacato del 2014. Mentre ricordiamo e NON DIMENTICHIAMO Odessa del 2014, vigiliamo informativamente su eventuali nuovi crimini atroci, sperando che possano essere sbaragliati prima di essere effettuati.

La verità sulla strage di Odessa

Uccisi come animali, uno per uno. Una vera e propria esecuzione di massa premeditata.

Il massacro alla Casa del Sindacato di Odessa

Come i criminali nazisti hanno ucciso gli abitanti di Odessa nella Casa del Sindacato

I dettagli di uno scenario di sangue.

La grande tragedia accaduta nella città di Odessa venerdì 2 maggio 2014. Sostenitori del federalismo furono inseguiti fino alla Casa del Sindacato dalla marmaglia di “PravySectorSettore Destro”. L’edificio subito dopo fu dato alle fiamme e morirono, secondo i rapporti ufficiali, 48 persone, oltra a quasi 300 feriti. È chiaro che il numero delle vittime nella Casa del Sindacato è di gran lunga più elevato. I provocatori intrappolarono le persone all’interno dell’edificio dove era possibile ammazzarle impunemente, con grande piacere e senza testimoni. Il fuoco all’interno dell’edificio fu appiccato allo scopo di coprire l’assassinio di massa di cittadini ucraini.

Le persone rifugiatesi dietro le porte del piano terra furono attaccate dai criminali del “Settore Destra” che erano lì dentro da molto tempo prima che l’esecuzione iniziasse. Quelle persone furono arse fino alle ossa, prima all’ingresso principale…

poi toccò agli altri.

I pompieri si mostrarono soltanto quando le massicce porte dell’entrata furono completamente bruciate.

Solo in una singola stanza – in un edificio di cinque piani con i soffitti alti più di 3 metri – il fuoco è visibile dall’esterno.

Chi poteva salire sul tetto di un edificio amministrativo di importanza nazionale? Forse quelli che in precedenza si erano impossessati delle chiavi delle grate di ferro chiuse che proteggevano le porte del tetto.

Questi criminali debbono essere trovati. Potrebbero dire tantissimo su quando è iniziata la realizzazione del piano di uccisioni e come in precedenza hanno portato quello che serviva per fare le bottiglie Molotov all’interno della Casa del Sindacato.

Nella foto alcuni bravacci interpretano la parte di sostenitori federalisti. Tipica rappresentazione di “false flag” stile hollywoodiano.

Corpi carbonizzati al piano terra, vicino alle porte di ingresso.

Perché alcuni corpi carbonizzati compaiono ai piani superiori dove non c’era alcun incendio?

Gli stessi corpi da un’altra prospettiva:
– la fila di pannelli di legno, la ringhiera e gli scalini di legno, i fogli di truciolato non appaiono bruciati;
– l’ovale blu indica la barriera fatta di tavoli, sedie e armadietti: non è stata neppure toccata dal fuoco, a differenza dei corpi carbonizzati (in primo piano);
– Da dove è saltata fuori questa barriera? Fu realizzata dai criminali di “Settore Destra” allo scopo di bloccare le persone che tentavano di salvarsi salendo ai piani superiori?

Un cadavere femminile trascinato sul pavimento dal vero posto in cui era intervenuta la morte. Chi e perché ha fatto questo?

A quest’uomo hanno sparato in testa. A giudicare dalla pozza di sangue (chiaramente visibile) l’assassino ha sparato a bruciapelo e il proiettile ha trapassato il cranio.

Avete notato che alcune persone morte sono bruciate soltanto sulla testa e sulle spalle? Perché i vestiti sotto il torace non sono intaccati dal fuoco?
In questa e nelle successive immagini si può vedere una strana macchia bianca sul pavimento: si tratta della polvere degli estintori usati dagli assassini dopo la morte delle persone per non ustionarsi o subire il monossido di carbonio.

Un giovane e una giovane. Non sono né bruciati né soffocati: non ci sono segni di incendio sul pavimento di legno (realizzato 50 anni fa e che avrebbe dovuto bruciare come una pagliuzza) o di fuliggine da fumo sui muri. I due giovani sono stati uccisi con altri mezzi? Probabilmente qualcuno gli ha rotto il collo. Un lavoro da “professionisti”.

Barricate erano anche agli altri piani. Sangue sul pavimento: Teste bruciate.
Nella freccia rossa: è possibile che gli assassini abbiano scambiato i loro vestiti con quelli delle vittime.
Un ben noto accorgimento, semplice ed efficace.

Secondo una delle principali versioni sui fatti del 2 maggio a Odessa, i criminali del “Settore Destro” misero in scena una falsa rappresentazione. Indossarono i nastri di San Giorgio (simboli dei sostenitori federalisti anti-Maidan) e organizzarono violente provocazioni contro i sostenitori di Maidan (cioè contro i loro stessi alleati), per poter poi accusare i sostenitori del federalismo e farli apparire responsabili della morte di molte persone.

Una donna morta vicino all’ascensore con gli abiti mancanti al di sotto della vita. Con ogni probabilità fu stuprata e poi bagnata con un liquido infiammabile e data alle fiamme.

Persone uccise con un colpo alla testa.

Teste, mani e spalle bruciate, mentre le parti inferiori del corpo non toccate dalle fiamme.

Un uomo con numerosi colpi alla testa.

L’immagine forse più terribile.

Si tratta di una donna incinta, una delle impiegate che lavoravano nel giorno di vacanza alla pulizia degli uffici e nell’innaffiare le piante di fiori. È stata strangolasta con un filo elettrico. Aveva tentato di resistere: si possono vedere i fiori scaraventati sul pavimento.

Questo cartello esplicativo sulla vittima dell’assassino e sulla scena del crimine dice: “Abbiamo eliminato la Mamma! Gloria all’Ukraina!”. Questo annuncio è stato allegramente affisso da uno dei “patrioti” ucraini.
Nota: “Mamma Odessa” è un affettuoso soprannome di Odessa, simile a “La Grande Mela” per New York o “Città di smeraldo” per Seattle.
La futura mamma (strangolata e stuprata) e Mamma Odessa sono state ammazzate. Come l’intera Ucraina.

probabilmente quello è il suo assassino.

P.S.: Il numero di persone uccise non è ancora stato stabilito, sicuramente sono molte di più delle 48 ufficiali. La maggior parte delle persone, specialmente bambini e donne, fu fatta a pezzi con delle asce e picchiata a morte con bastoni negli scantinati della Casa del Sindacato.
da vlad-dolohov.livejournal 2 maggio 2021

da http://www.livejournal.com/go.bml?journal=ersieesist&itemid=813&dir=next

Strage di Odessa:

Il Sindaco di Odessa Volodimyr Nemirovsky ha dichiarato: “L’operazione anti-terrorismo di Odessa è legale”.

Olesya Orobets, vice presidente del Partito di Svoboda: “E ‘una giornata storica per l’Ucraina, sono così felice che questi separatisti fastidiosi a Odessa sono stati finalmente liquidati.”

La Deputata del Partito della Libertà Iryna Farion con un suo post su Facebook dopo il massacro di Odessa: “Brava, Odessa. Perla dello spirito ucraino. Lasciate che i diavoli brucino all’inferno. Brava. “.

L’ex sindaco di Odessa Edward Gurvits: “Odessa è stato un atto di autodifesa”.

Kateryna Kruk, politologa e sostenitrice di Euromaidan:

Odessa ha “pulito” sé stessa dai terroristi, orgogliosa per questa città che combatte per la sua identità, onore agli eroi caduti….

Gli autori della strage negano di aver commesso alcun reato. Chiamandola operazione anti-terrorismo o lotta contro l’invasione russa è un modo di negare che l’esercito ucraino sta effettuando ordini di genocidio. Rifiuti così precisi portano a pensare che le vittime di Odessa si sono bruciate da sole o che le vittime a Lugansk si sono bombardati da sè.

Qui i versi enunciati dall’attivista del Blocco per Odessa, Ivan Riabukhin.

Vittoria amara di Maidan

E ancora  Maggio! Tutti i fiori sbocciano. Gioisce e canta il popolo odessano.

Ma nel cuore il dolore non riesce a placarsi. E il veterano, asciugandosi una lacrima.

Spera che il mondo non attenda di nuovo. E per quelli che portano il dolore e fatica,

Non è necessario il ricordo della guerra. Vogliamo raccogliere la vittoria,

E il ricordo di quel grande giorno . E c’è chi si trasforma in ladro,

E predica il nazismo. E brucia i nastri degli eroi!

E’ impudenza mi dici ? NO! E’ Fascismo ! E la gioia dei veterani svanisce

Quelli che hanno avuto la guerra sulle loro spalle. Vittoria amara di Maidan

E con le lacrime agli occhi ! Congratulandomi  nel Giorno della Vittoria,

con i Valorosi figli della Patria. Vi invito a mantenere la memoria sacra

Dei nostri padri e nonni caduti! Ivan Riabukhin

CRIMINE CONTRO L’UMANITA’ !

Ancora OGGI, 2 Maggio 2022, il popolo di Odessa aspetta

VERITA’ e GIUSTIZIA!

NESSUNO DIMENTICA. NULLA E’ DIMENTICATO!

(A cura di Enrico Vigna SOS Ucraina antifascista/CIVG)

“La Russia sta perdendo la guerra dell’informazione?” – Un’analisi impressionante della guerra congnitiva

di Laura Ruggeri – Strategic Culture

(traduzione di Giuseppe Masala)

Il 10 marzo, quando il direttore della CIA Bill Burns si è rivolto al Senato degli Stati Uniti e ha dichiarato che “la Russia sta perdendo la guerra dell’informazione sull’Ucraina”, ha ripetuto un’affermazione che era già stata amplificata dai media angloamericani dall’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina. Sebbene la sua affermazione sia effettivamente vera, non ci dice perché e riflette principalmente la prospettiva dell’Occidente. Come al solito la realtà è molto più complicata.

L’abilità nella “guerra dell’informazione” degli Stati Uniti non ha eguali: quando si tratta di manipolare le percezioni, produrre una realtà alternativa e conseguentemente armare le menti del pubblico, gli Stati Uniti non hanno rivali. Anche la capacità, da parte degli USA, di dispiegare strumenti di potere non militari per rafforzare la propria egemonia e attaccare qualsiasi stato intenda metterla in discussione, è innegabile. Ed è proprio per questo che alla Russia non è rimasta altra scelta che quella dell’utilizzo dello strumento militare per difendere i propri interessi vitali e la propria sicurezza nazionale.

La guerra ibrida – e la guerra dell’informazione come parte integrante di essa – si è evoluta nella dottrina standard degli Stati Uniti e della NATO, ma non ha reso la forza militare ridondante, come dimostrano le guerre per procura. Con capacità di guerra ibrida più limitate, la Russia deve invece fare affidamento sul suo esercito per influenzare l’esito di uno scontro con l’Occidente che Mosca considera esistenziale. E quando la propria esistenza come nazione è a rischio, vincere o perdere la guerra dell’informazione nel metaverso occidentale diventa piuttosto irrilevante. Vincere a casa e assicurarsi che i propri partner e alleati comprendano la posizione e la logica dietro le proprie azioni ha, inevitabilmente, la precedenza.

L’approccio della Russia alla questione ucraina è notevolmente diverso da quello dell’Occidente. Per quanto riguarda Mosca, l’Ucraina non è una pedina sulla scacchiera, ma piuttosto un membro della famiglia con cui la comunicazione è diventata impossibile a causa delle continue ingerenze straniere portate avanti attraverso delle operazioni di influenza. Secondo Andrei Ilnitsky – consigliere del Ministero della Difesa russo – l’Ucraina è il territorio in cui il mondo russo ha perso una delle battaglie strategiche della guerra cognitiva. Avendo perso questa battaglia, la Russia si sente ancora più obbligata a vincere la guerra; una guerra per riparare i danni a un paese che storicamente ha sempre fatto parte del mondo russo e per prevenire gli stessi danni in patria. È piuttosto eloquente che quella che USA-NATO chiamano una “guerra dell’informazione” viene chiamata da questo eminente stratega russo, “mental’naya voina“, cioè guerra cognitiva. Essendo principalmente soggetto passivo di operazioni di informazione/influenza, la Russia ne ha conosciuto e studiato gli effetti deleteri.

Sebbene sia troppo presto per prevedere la traiettoria del conflitto tra  Russia e Ucraina e dunque i suoi esiti politici finali, uno dei principali aspetti negativi è che l’impiego da parte degli Stati Uniti di tutti gli strumenti di guerra ibrida per istigare e alimentare questo conflitto, non ha lasciato alla Russia alcuna alternativa a quello del  ricorso al potere militare per risolverlo. Non si può vincere la battaglia per i cuori e le menti quando il proprio avversario controlla entrambi. Occorre prima ripristinare le condizioni che permetteranno di raggiungere menti e cuori e anche allora ci vorranno anni per rimarginare le ferite e annullare i condizionamenti psicologici.

Sebbene la disinformazione e l’inganno siano sempre stati parte della guerra, e le informazioni siano state a lungo utilizzate per supportare le operazioni di combattimento, nell’ambito della guerra ibrida l’informazione gioca un ruolo ancora più centrale, tanto che in Occidente il combattimento è visto principalmente attraverso essa e vaste risorse vengono assegnate per influenzare le operazioni sia in ambito online che offline. Nel 2006 il Magg. Generale degli Stati Uniti in pensione Robert H. Scales ha spiegato quella che era una nuova filosofia di combattimento che sarebbe stata in seguito adottata ufficialmente nella dottrina della NATO: “La vittoria sarà definita più in termini di acquisizione delle alture psico-culturali piuttosto che geografiche”.(1)

Nel lessico USA-NATO, informazione e influenza sono parole intercambiabili. “Le informazioni comprendono e aggregano numerosi attributi sociali, culturali, cognitivi, tecnici e fisici che agiscono e influiscono sulla conoscenza, la comprensione, le credenze, le visioni del mondo e, in definitiva, le azioni di un individuo, gruppo, sistema, comunità o organizzazione“. (2)

L’arsenale della guerra dell’informazione degli Stati Uniti non ha eguali perché controlla Internet e i suoi principali collettori (ma anche guardiani) di contenuti come Google, Facebook, YouTube, Twitter, Wikipedia… Ciò significa che gli Stati Uniti possono esercitare il controllo sulla noosfera, ovvero quel “regno della mente che abbraccia il globo” che la RAND nel 1999 presentava già come parte integrante della strategia dell’informazione americana. Per questo motivo nessun governo può ignorare il profondo impatto di Internet sull’opinione pubblica, sulla politica e sulla sovranità nazionale. Poiché né la Russia né la Cina possono battere gli Stati Uniti in un gioco in cui questi ultimi detengono tutte le carte; l’unica cosa intelligente da fare è lasciare il tavolo da gioco, che è esattamente ciò che stanno facendo entrambe le potenze, ognuna attingendo ai propri punti di forza specifici.

La “guerra dell’informazione sull’Ucraina” non è iniziata in risposta alle operazioni militari russe nel 2022, ma è in corso da molti decenni. Dal 1991 gli Stati Uniti hanno speso miliardi di dollari e l’UE decine di milioni per separare questo paese dalla Russia, per non parlare poi dei soldi spesi dalla Open Society di Soros. Nessun prezzo è stato ritenuto troppo alto a causa dell’importanza dell’Ucraina sulla scacchiera geopolitica. Le operazioni di influenza degli Stati Uniti hanno portato a due rivoluzioni colorate; prima la Rivoluzione Arancione (2004–2005) e poi l’EuroMaidan (2013–14). Dopo il sanguinoso colpo di stato del 2014, con la rimozione di qualsiasi contrappeso, l’influenza USA-NATO si è trasformata in pieno controllo e repressione violenta del dissenso. Coloro che si erano opposti a Maidan vivevano nella paura: il massacro di Odessa è stato un costante promemoria del destino che sarebbe toccato a chiunque avesse osato opporsi al nuovo regime.

La promozione delle tendenze neonaziste si accrebbe (dal 2014 NdT) parallelamente al culto del collaborazionista nazista Stepan Bandera; membri di organizzazioni terroristiche come il Battaglione Azov e altri gruppi ultranazionalisti si unirono al governo e alla Guardia nazionale ucraina. Il passato fu cancellato e la storia riscritta, i monumenti sovietici furono distrutti, i cosiddetti russofoni (i cittadini ucraini di lingua madre russa) subirono minacce e discriminazioni quotidiane, i partiti filo-russi furono banditi così come i loro organi di informazione. La russofobia è stata inculcata nei bambini a partire dall’asilo. Solo nel 2020 i progetti ultranazionalisti, come per esempio il “Corso per giovani banderisti” e il “Festival dello spirito ucraino di Banderstadt” hanno ricevuto quasi la metà di tutti i fondi stanziati dal governo ucraino per le organizzazioni di bambini e giovani.

Invece gli ucraini che vivevano nelle Repubbliche popolari separatiste di Donetsk e Lugansk non potendo essere presi di mira da operazioni di influenza sono stati presi di mira direttamente a colpi di artiglieria: gli ex compatrioti furono riformulati come nemici quasi dall’oggi al domani.

Sebbene tutti gli indicatori della qualità della vita rivelassero un netto peggioramento, ampi segmenti della popolazione vissero in uno stato permanente di dissonanza cognitiva: fu loro detto che discriminare gli LGBT è sbagliato ma discriminare chi parla russo è invece giusto. Oppure ancora che ricordare i soldati sovietici che avevano combattuto il nazismo nella seconda guerra mondiale e liberato Auschwitz è sbagliato e invece ricordare l’Olocausto è giusto. Poiché la dissonanza cognitiva è una sensazione spiacevole, le persone sono ricorse alla negazione e all’autoinganno, abbracciando così qualsiasi opinione dominante nel loro ambiente sociale al fine di avere sollievo psicologico.

Dal momento che la mentalità di un’intera popolazione non può essere modificata dall’oggi al domani, anche con un esercito di specialisti del comportamento cognitivo, l’operazione è stata realizzata in più fasi. Dapprima con la Rivoluzione Arancione  si è contribuito a promuovere l’identità nazionale ucraina; ma proprio perché questa ha fatto leva sulle differenze culturali e linguistiche esistenti è finita per essere la più divisiva a livello regionale di tutte le rivoluzioni colorate. Gli ucraini occidentali hanno dominato le proteste mentre gli ucraini orientali vi si sono ampiamente opposti. La Rivoluzione Arancione ha avuto dunque un profondo effetto sul modo in cui gli ucraini percepivano se stessi e la propria identità nazionale, ma non è riuscita comunque a recidere i legami politici, culturali, sociali ed economici tra Ucraina e Russia. La maggior parte delle persone su entrambi i lati del confine continuò a considerare i due paesi come inestricabilmente intrecciati.

Una seconda rivoluzione, Euromaidan, avrebbe però portato a termine il lavoro iniziato nel 2004. Questa volta la narrazione ha avuto un fascinazione più ampia sulla popolazione: i suoi sostenitori/realizzatori identificarono nella corruzione e nella mancanza di prospettive economiche come i focus principali capaci di incanalare e dare sfogo alle frustrazioni dei cittadini. Successivamente indicarono nella leadership dell’Ucraina e nei suoi legami con la Russia la principale causa dei problemi del Paese e infine contrapposero a questa la prospettiva dell’integrazione nell’UE come la panacea di tutti i mali.

Trasformare la Russia in un capro espiatorio per tutti i problemi sociali ed economici dell’Ucraina, alimentando così un sentimento anti-russo era esattamente ciò che una miriade di attori finanziati dagli Stati Uniti  avevano fatto sin dalla caduta dell’Unione Sovietica. L’Ucraina, come il resto dei paesi post-sovietici, pullulava di organi di informazione, ONG, educatori, gruppi della diaspora, attivisti politici, imprenditori e leader della comunità il cui status era artificialmente gonfiato dal loro accesso alle risorse straniere e alle reti internazionali.

Questi “vettori di influenza” si sono presentati come fornitori di “standard globali e migliori pratiche”, “regole democratiche” e  “sviluppo partecipativo e responsabile”, utilizzando slogan costruiti con le tecniche del marketing per fare il lavoro prima di demolizione delle pratiche esistenti e dei quadri di riferimento per poi imporre la costituzione di un  nuovo “sistema di valori”, spesso di qualità inferiore. Con il pretesto di combattere la corruzione, offrendo un percorso di modernizzazione e sviluppo, questi attori si sono radicati nella società civile ucraina, plasmandone la coscienza collettiva e demonizzando sia la Russia, sia i politici locali che le figure pubbliche che sostenevano relazioni più strette con Mosca.

Il lavoro di questi agenti di influenza è stato determinante nel demolire visioni del mondo, credenze, valori e percezioni che risalivano all’epoca sovietica, alterando così l’autocomprensione della popolazione e assicurando che le generazioni più giovani ignorassero la storia del proprio paese e abbracciassero una nuova identità immaginaria.

Ma le rivoluzioni colorate richiedono oltre al cervello anche i muscoli per rovesciare prima i governi e poi difendere il potere della nuova classe dirigente emergente. La forza bruta necessaria per intimidire e attaccare coloro che erano insensibili alle operazioni di influenza poteva essere fornita solo da elementi marginali della società che erano stati sedotti dalla retorica ultranazionalista.

Questi gruppi marginali violenti sono stati organizzati e autorizzati ad esercitare una maggiore influenza in Ucraina per poi fare proselitismo reclutando così nelle loro fila nuovi seguaci. Un’identità immaginaria romanzata è stata radicalizzata da assurde affermazioni secondo cui ucraini e russi non possono essere considerati popoli fratelli perché gli ucraini sono “slavi purosangue”, mentre i russi sono “barbari di sangue misto”. Niente era fuori dal comune: eleganti rievocazioni di liturgie naziste come fiaccolate che apparivano impressionanti sui social media; discorsi che facevano eco alla retorica xenofoba e antisemita di Hitler; il culto di Bandera e di coloro che combatterono con i nazisti contro l’esercito sovietico.

Mentre i gruppi esteri (rispetto all’Ucraina NdT) che condividevano la stessa cassetta degli attrezzi ideologica furono etichettati come gruppi estremisti e organizzazioni terroristiche appena oltre il confine, in Ucraina ricevettero consigli, sostegno finanziario e militare dalle forze armate statunitensi e dalla CIA. Allo stesso tempo, lo spin-off presentabile della CIA, il NED, distribuiva fondi, sovvenzioni, borse di studio e premi pubblicizzati sui media agli attivisti di queste campagne globaliste – politicamente corrette – che venivano mandate avanti attraverso il motto “libertà, democrazia e diritti umani“. Quest’ultima coorte dava così una verniciata di bianco ai crimini dei neonazisti. Dopotutto, se i membri di Al-Qaeda che indossavano gli elmetti bianchi in Siria divennero i beniamini dei media occidentali vincendo persino un Oscar, i neonazisti potevano facilmente essere commercializzati come difensori della democrazia.

La popolazione ucraina è stata sottoposta a questo tipo di operazioni psicologiche che anziché agire come un medicinale che cura la malattia portò alla morte del paziente. Tutto questo per fare del paese una testa di ponte da cui lanciare operazioni ostili volte ad indebolire la Russia e a creare una spaccatura tra Mosca e l’Europa. La russofobia divenne una sorta di religione di stato dove chi non la praticava doveva essere emarginato ed eventualmente escluso dal discorso pubblico. La pressione a conformarsi era così forte da compromettere il giudizio sui fatti, sulla storia e sulla realtà.

La costruzione discorsiva di un nemico richiedeva la costante demonizzazione della Russia (Mordor), dei russi (barbari eurasiatici incivili) e dei separatisti del Donbass (selvaggi, subumani).

Quando le narrazioni neonaziste e la russofobia furono normalizzate e autorizzate per plasmare sia le politiche che il discorso dominante, quando le persone furono private del pensiero critico e dalla conoscenza della propria storia reale a tal punto da accettare l’intrapresa di una guerra di otto anni contro i loro stessi connazionali, significava inequivocabilmente che le menti delle persone erano state armate.

La coscienza pubblica è stata attivamente manipolata sia a livello di significato che a livello di emozioni. La percezione selettiva e le fantasie consolatorie furono alcuni dei meccanismi psicologici che assicuravano alla popolazione di gestire lo stress di vivere in uno stato di dissonanza cognitiva in cui fatti e finzione non potevano più essere separati. Offrendo un passaggio “facile” attraverso un mondo complesso, queste narrazioni fornivano la certezza emotiva a scapito della comprensione razionale.

La decisione emotivamente soddisfacente di credere, di avere fede che veniva instillata dalla propaganda a cui erano sottoposti gli individui creava una barriera contro la quale si infrangevano le contro-argomentazioni e i  fatti scomodi. L’elezione di un attore sulla base della sua convincente interpretazione a presidente in una serie tv intitolata “Servant of the People” ha confermato la riuscita sostituzione della politica con una parodia che era solo spettacolare simulazione della stessa: non era semplicemente la sovrapposizione di illusione e realtà, ma l’autenticazione dell’illusione come più reale del reale stesso. La maggior parte degli ucraini ha votato per un partito nuovo di zecca che prende il nome dalla fiction televisiva e nasce da un’idea delle stesse persone. Un partito che ha persino utilizzato cartelloni pubblicitari realizzati per la serie tv  anche per la campagna elettorale di Zelensky.

Con lo streaming globale della serie TV di Netflix e la sua messa in onda da più di una dozzina di canali tv in Europa, vediamo la commercializzazione di Zelensky ad un pubblico straniero come un oggetto-immagine la cui realtà immediata è la sua funzione simbolica in un sistema semiotico di significanti astratti che prendono vita propria e generano una realtà virtuale parallela. Questa realtà virtuale a sua volta genera il proprio discorso.

Ad esempio, per il pubblico straniero la guerra di 8 anni nel Donbass che ha causato 14.000 morti è meno reale delle immagini estrapolate da un videogioco e spacciate per “il bombardamento di Kiev”. Questo perché la guerra nel Donbass è stata ampiamente ignorata dai media internazionali.

Le immagini delle atrocità, siano esse prese da altri contesti o fabbricate, sono diventate significanti fluttuanti che possono essere riproposti secondo le esigenze dei propagandisti, mentre le vere atrocità devono essere nascoste alla vista. Dopotutto non importa se la narrazione è vera o falsa, ciò che conta è che sia convincente.

Nell’Ucraina post-Maidan si può vedere un’anticipazione del destino che attende il resto d’Europa, quasi come se l’Ucraina non fosse stata solo un laboratorio di una rivoluzione colorata, ma anche un banco di prova per quel preciso tipo di operazioni di guerra cognitiva che stanno portando alla rapida distruzione di qualunque traccia di civiltà, logica e razionalità rimasta in Occidente.

La guerra cognitiva integra capacità informatiche, educative, psicologiche e di ingegneria sociale al fine di raggiungere i propri scopi. I social media svolgono un ruolo centrale come moltiplicatore di forza e sono un potente strumento per sfruttare le emozioni e rafforzare i pregiudizi cognitivi. Il volume e la velocità delle informazioni senza precedenti travolgono le capacità cognitive individuali e incoraggiano a “pensare velocemente” (in modo automatico ed emotivo) invece di “pensare lentamente” (razionalmente e giudiziosamente). I social media inducono anche prove sociali, in cui l’individuo imita e afferma le azioni e le credenze degli altri per adattarsi, creando così camere d’eco di conformismo e pensiero di gruppo. Dare forma alle percezioni è tutto ciò che conta; opinioni critiche, verità scomode, fatti che contraddicono la narrativa dominante possono essere cancellati con un clic dell’utente o con l’algoritmo del gestore/moderatore. La NATO utilizza forme di Intelligenza Artificiale basate sul deep learning che consentono il riconoscimento dei modelli per identificare rapidamente i luoghi in cui hanno origine i post, i messaggi e gli articoli sui social media, nonché gli argomenti in discussione, il sentment, gli identificatori linguistici, il ritmo delle pubblicazioni, i collegamenti tra gli account dei social media ecc. Tale sistema consente così il monitoraggio in tempo reale e fornisce avvisi alla NATO e ai suoi partner sul sentment dominante nei social media su un determinato argomento e qualora questo non sia favorevole possono essere intraprese azioni quali lo “shadow banning” o anche la rimozione degli account e dei contenuti valutati come problematici.

Una popolazione polarizzata e cognitivamente disorientata è un obiettivo maturo per un tipo di manipolazione emotiva nota come script di pensiero e mind boxing. Il pensiero di una persona arriva a congelarsi attorno a copioni sempre più prestabiliti. E se lo script è discutibile, è improbabile che venga modificato tramite l’argomento. Il cervello ben inscatolato è impermeabile alle informazioni che non sono conformi al copione e indifeso contro falsità o semplificazioni a cui è stato preparato a credere. Più una mente inscatolata e più è polarizzato l’ambiente politico e il dialogo pubblico. Questo danno cognitivo rende tutti gli sforzi per promuovere l’equilibrio e il compromesso poco attraenti e nei casi peggiori addirittura impossibili. La svolta totalitaria dei regimi liberali occidentali e la mentalità isolata e impermeabile all’esterno delle élite politiche occidentali sembrano confermare questo triste stato di cose.

Con il divieto di trasmissione dei mezzi di informazione russi, l’esclusione e il bullismo di chiunque cerchi di spiegare la posizione della Russia, è stato raggiunto l’equivalente della pulizia etnica del discorso pubblico nel quale le “cheerleader del pensiero dominante”  hanno un sorriso folle sul viso che non fa ben sperare.

Gli esempi di irrazionale frenesia della folla sono troppi da elencare; coloro che sono caduti vittime di questo fervore pseudo-religioso chiedono che la Russia e i russi siano cancellati. Del resto non è nemmeno necessario essere umani o vivi per diventare il bersaglio dell’isteria di massa: cani e gatti russi sono stati banditi dalle competizioni, i classici russi banditi dalle università e i prodotti russi tolti dagli scaffali.

L’implacabile manipolazione delle emozioni delle persone ha scatenato un pericoloso vortice di follia di massa. Come in Ucraina, così in Europa i cittadini sostengono le decisioni e chiedono misure contro i propri interessi, prosperità e futuro. “Resto al freddo!!” è il nuovo sfoggio di virtù tra coloro che accedono solo a informazioni approvate dagli Stati Uniti ovvero al tipo di script compatibile con un quadro di riferimento che esclude la complessità. In questo universo fittizio e parallelo, una sorta di metaverso sicuro, rassicurante e compensatorio che si è liberato dall’entropia della realtà dove l’Occidente occupa sempre il livello morale più elevato.

In generale, la copertura mediatica internazionale della guerra in Ucraina non è stata solo immaginaria ma anche completamente allineata con le narrazioni fornite dalle unità di propaganda ucraine che sono state istituite e finanziate da USAID, NED, Open Society, Pierre Omidyar Network ed European Endowment for Democracy .

Le campagne di disinformazione ucraine influenzano il giudizio sia del pubblico sia degli stessi legislatori occidentali (ci si riferisce ai legislatori dei paesi vassalli degli USA, NdT). L’8 marzo, quando il presidente ucraino Zelensky si è rivolto a distanza alla Camera dei Comuni britannica, molti membri del parlamento non avevano neanche gli auricolari per ascoltare la traduzione simultanea del suo discorso. Non importava. A loro è piaciuto lo spettacolo e hanno applaudito con entusiasmo. Nelle loro menti inscatolate, Zelensky era già stato inquadrato come “il nostro bravo ragazzo a Kiev”, e qualsiasi sceneggiatura, anche incomprensibile, sarebbe andata bene. Il 1° marzo i diplomatici dei paesi occidentali e dei loro alleati si sono ritirati durante un discorso  – in collegamento video –  del ministro degli Esteri russo Lavrov alla Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo a Ginevra. I cervelli in scatola sono cognitivamente incapaci di impegnarsi in discussioni con coloro che hanno punti di vista diversi, rendendo impossibile la diplomazia. Ecco perché al posto delle abilità diplomatiche vediamo gesti teatrali e acrobazie mediatiche, abiti vuoti che forniscono linee di sceneggiatura che hanno il fine di proiettare superiorità morale.

L’Occidente ha trovato rifugio in questo mondo fittizio generato dai media perché non può più risolvere i suoi problemi sistemici: invece di sviluppo e progresso vediamo regressione economica, sociale, intellettuale e politica, ansia, frustrazione, manie di grandezza e irrazionalità. L’Occidente è diventato completamente autoreferenziale.

Progetti ideologici, distopici e di ingegneria sociale come il Transumanesimo e il Grande Reset sono le uniche soluzioni che le élite occidentali possono offrire per affrontare l’inevitabile implosione di un sistema che hanno contribuito a far naufragare.

Queste “soluzioni” richiedono la soppressione del pluralismo la limitazione della libertà di informazione e di espressione, l’uso diffuso della violenza per intimidire i pensatori critici, la disinformazione e la manipolazione emotiva; in breve, la distruzione delle basi stesse della democrazia moderna, del discorso pubblico, dibattito razionale e partecipazione informata ai processi decisionali. La ciliegina sulla torta è che è cinicamente confezionato e commercializzato come una “vittoria della democrazia contro l’autoritarismo”. Per proiettare la democrazia prima dovevano ucciderla e poi sostituirla con la sua simulazione.

Ma uno spazio globale di comunicazione e informazione che non rispetta il principio del pluralismo e del rispetto reciproco produce inevitabilmente i propri becchini. Vediamo già come questo spazio globale si stia frammentando in spazi informativi fortemente difesi lungo le linee delle sfere di influenza geopolitiche. Il progetto di globalizzazione guidato dagli Stati Uniti si sta disfacendo e ciò è dovuto principalmente alla sua eccessiva ambizione.

Gli Stati Uniti potrebbero vincere la guerra dell’informazione in Occidente, ma qualsiasi vittoria nell’universo parallelo creato dai media potrebbe facilmente trasformarsi in una vittoria di Pirro quando la realtà si riaffermerà.

La storia recente ci dice che narrazioni accuratamente elaborate, disinformazione e demonizzazione dell’avversario radicalizzano e polarizzano l’opinione pubblica, ma la vittoria sul campo di battaglia dell’informazione non si traduce necessariamente in una vittoria militare o politica, come abbiamo visto in Siria e in Afghanistan.

Mentre l’Occidente collettivo si compiace del suo successo dopo l’opzione nucleare di bandire tutti i media russi dall’infosfera globale che controlla, è troppo accecato dall’arroganza per notare le inevitabili ricadute della sua mossa. Il controllo totale sulla narrazione ottienuta attraverso misure autoritarie e la repressione delle voci dissenzienti, cioè attraverso un capovolgimento di quella democrazia inclusiva dai valori universalisti che l’Occidente ipocritamente pretende di difendere e che proietta attivamente nel Sud del mondo. Nel confronto ideologico con i paesi che definisce “autoritari” l’Occidente sta perdendo il vantaggio che pretendeva di possedere.

L’ordine mondiale unipolare guidato dagli Stati Uniti sta volgendo al termine e l’Occidente sta rapidamente perdendo la sua influenza. La Russia sta prestando attenzione e in futuro potrebbe invece investire più energia nel raggiungere un pubblico non occidentale, ovvero persone che non sono così indottrinate e insensibili alla verità, ai fatti e alla ragione come le loro controparti occidentali.

Mentre all’inizio della rivoluzione dell’informazione la Cina ha adottato misure per proteggere la propria sovranità digitale, per molte ragioni la Russia ha impiegato più tempo a riconoscere il pericolo rappresentato da un sistema di comunicazione e informazione che, nonostante le iniziali pretese di essere un campo di gioco aperto e uniforme, era in realtà truccato a favore di chi lo controllava. L’iniziativa della Russia in Ucraina non è solo una risposta agli attacchi alla popolazione del Donbass e un modo per prevenire l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Il suo obiettivo dichiarato di denazificare l’Ucraina è una risposta difensiva alle intense operazioni di guerra cognitiva che gli Stati Uniti hanno condotto sia all’interno della Russia che nei paesi vicini. L’espansione verso est della NATO non è stata semplicemente un’espansione militare, ma ha portato anche all’occupazione dello spazio psico-culturale, informativo e politico.

Dopo aver perso la battaglia strategica nella guerra cognitiva, aver così assistito alla normalizzazione della russofobia neonazista e aver realizzato che le forze ostili, sia interne che straniere, si sono radicate in Ucraina, la Russia si sente ancora più obbligata a vincere la guerra, come ha spiegato Andrei Ilnitsky in un’intervista a Zvesda.(4)

Ilnitsky ha riconosciuto che “Il pericolo principale della guerra cognitiva è che le sue conseguenze sono irreversibili e possono manifestarsi attraverso le generazioni. Le persone che parlano la nostra stessa lingua, improvvisamente sono diventate nostre nemiche“. L’erezione di monumenti a Stepan Bandera mentre quelli dei soldati sovietici venivano distrutti, non è stata solo un’intollerabile provocazione per la Russia – un paese che ha perso 26,6 milioni di persone che combattevano il nazismo nella seconda guerra mondiale – è stata anche un’espressione tangibile del tipo di cancellazione e riscrittura della storia che non si limita peraltro alla sola Ucraina.

L’attuale conflitto in Ucraina mostra che ripristinare il senso della realtà richiede un tributo pesante e sanguinoso. Purtroppo in materia di sicurezza nazionale decisioni dolorose non possono essere rinviate all’infinito.

NOTE:

  1. http://armedforcesjournal.com/clausewitz-and-world-war-iv/
  2. JP 3–0, Joint Operations, 17 January 2017, Incorporating Change 1, 22 October 2018 (jcs.mil)
  3. Ukraine’s Propaganda War: International PR Firms, DC Lobbyists and CIA Cutouts (mintpressnews.com)
  4. ?????? ?????????: «?????????? ????? ?? ??????? ??????» (zvezdaweekly.ru)

FONTE Traduzione: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_russia_sta_perdendo_la_guerra_dellinformazione/39602_45832/

FONTE ORIGINALE: https://laura-ruggeri.medium.com/is-russia-losing-the-information-war-79016e0ee32e


IS RUSSIA LOSING THE INFORMATION WAR?

On March 10 when CIA director Bill Burns addressed the US Senate and declared “Russia is losing the information war over Ukraine”, he repeated a claim that had already been amplified by Anglo-American media since the start of Russia’s military operations in Ukraine. Though his statement is factually true, it doesn’t tell us why and mainly reflects the West’s perspective. As usual the reality is a lot more complicated.

The US information warfare capability is unparalleled: when it comes to manipulating perceptions, producing an alternate reality and weaponizing minds, the US has no rivals. The US coercive deployment of non-military instruments of power to bolster its hegemony, and attack any state that challenges it, is also undeniable. And that’s precisely why Russia was left with no other option than the military one to defend its interests and national security.

Hybrid warfare, and information warfare as an integral part of it, evolved into standard US and NATO doctrine, but it hasn’t made military force redundant, as proxy wars demonstrate. With more limited hybrid warfare capabilities, Russia has to rely on its army to influence the outcome of a confrontation with the West that Moscow regards as an existential one. And when your existence as a nation is at risk, winning or losing the information war in the Western metaverse becomes rather irrelevant. Winning it at home and ensuring that your partners and allies understand your position and the rationale behind your actions inevitably takes precedence.

Russia’s approach to the Ukraine question is remarkably different from the West’s. As far as Russia is concerned Ukraine is not a pawn on the chessboard but rather a member of the family with whom communication has become impossible due to protracted foreign interference and influence operations. According to Andrei Ilnitsky, an advisor to the Russian Ministry of Defence, Ukraine is the territory where the Russian world lost one of the strategic battles in the cognitive war. Having lost the battle, Russia feels all the more obliged to win the war — a war to undo the damage to a country that historically has always been part of the Russian world and to prevent the same damage at home. It is rather telling that what US-NATO call an “information war” is referred to as “mental’naya voina”, that is cognitive war, by this prominent Russian strategist. Being mainly on the receiving end of information/influence operations, Russia has been studying their deleterious effects.

While it is too early to predict the trajectory of the Russia-Ukraine conflict and its political outcomes, one of the main takeaways is that the US employment of all instruments of hybrid warfare to instigate and fuel this conflict, left Russia no alternative than the recourse to military power to solve it. You can’t win the battle for hearts and minds when your opponent controls them. You first need to restore the conditions that will make it possible to reach them and even then it will take years to heal wounds, undo the psychological conditioning.

Though disinformation and deception have always been a part of warfare, and information has long been used to support combat operations, within the framework of hybrid warfare information plays a central role, so much so that in the West combat is seen as taking place primarily through it and vast resources are assigned to influence operations both online and offline. In 2006 retired US Maj. General Robert H. Scales explained a new combat philosophy that would later be enshrined in NATO’s doctrine: “Victory will be defined more in terms of capturing the psycho-cultural rather than the geographical high ground.”(1)

In the US-NATO lexicon, information and influence are interchangeable words. “Information comprises and aggregates numerous social, cultural, cognitive, technical, and physical attributes that act upon and impact knowledge, understanding, beliefs, world views, and, ultimately, actions of an individual, group, system, community, or organization.”(2)

The US information war arsenal is unmatched because it controls the Internet and its main gatekeepers of content such as Google, Facebook, YouTube, Twitter, Wikipedia… It means the US can exercise control over the noosphere, that “globe-spanning realm of the mind” that RAND in 1999 was already presenting as integral to the American information strategy. For this reason no government can ignore the profound impact of the Internet on public opinion, statecraft and national sovereignty. Because neither Russia nor China can beat the US in a game where it holds all the cards, the smart thing to do is to leave the gaming table, which is exactly what both powers are doing, each drawing on its specific strengths.

The “information war over Ukraine” didn’t start in response to Russia’s military operations in 2022. It was initially unleashed in Ukraine. Since 1991 the US spent billions of dollars, and the EU tens of millions, to tear this country apart from Russia, not to mention the money spent by Soros’ Open Society. No price was deemed too high due to the importance of Ukraine on the geopolitical chessboard. US influence operations led to two colour revolutions, the Orange Revolution (2004–05) and EuroMaidan (2013–14). After the 2014 bloody coup, with the removal of any counterweight, US-NATO influence turned into full control and violent repression of dissent: those who had opposed Maidan lived in fear — the Odessa massacre being a constant reminder of the fate that would befall anyone who dared to resist the new regime.

The promotion of Neo-Nazi tendencies intensified, together with the cult of Nazi collaborationist Stepan Bandera; members of terrorist organizations such as the Azov Battalion and other ultranationalist groups joined government and the Ukranian National Guard, the past was erased and history re-written, Soviet monuments were destroyed, Russian-speakers faced daily threats and discrimination, pro-Russian parties and information outlets were banned, Russophobia was inculcated in children starting from kindergarten. In 2020 alone ultranationalist projects, such as the “Young Banderite Course”, “Banderstadt Festival of Ukrainian Spirit”, etc. received almost half of all the funds allocated by the Ukrainian government for children’s and youth organisations.

Ukrainians who lived in the separatist People’s Republics of Donetsk and Lugansk and couldn’t be targeted by influence operations were targeted by rockets, bombs and bullets: the former compatriots had been recast as enemies almost overnight.

While all quality of life indicators revealed a marked decline, large segments of the population lived in a permanent state of cognitive dissonance: they were told that discriminating LGBT is wrong but discriminating Russian speakers is right, remembering Soviet soldiers who had fought Nazism in WW2 and liberated Auschwitz is wrong, remembering the Holocaust is right. Because cognitive dissonance is an uncomfortable feeling, people resorted to denial and self-deception, embraced whatever opinion was dominant in their social environment to seek relief.

Since the mindset of an entire population cannot be changed overnight, even with an army of cognitive behaviour specialists, the groundwork was laid in stages. The Orange Revolution helped foster Ukrainian national identity but precisely because it leveraged on existing cultural and linguistic differences it ended up being the most regionally divided of all colour revolutions: western Ukrainians dominated the protests and eastern Ukrainians largely opposed them. The Orange Revolution had a profound effect on the way Ukrainians perceived themselves and their national identity but it didn’t succeed in severing the political, cultural, social, and economic ties between Ukraine and Russia. Most people on both sides of the border continued to regard the two countries as inextricably intertwined.

A second revolution, Euromaidan, would finish the job started in 2004. This time the narrative had a wider appeal: its proponents identified corruption and lack of economic prospects as the main grievances of the population, indicated Ukraine’s leadership and its ties to Russia as the main cause of the country’s troubles and proposed integration into the EU as a cure-all solution.

Turning Russia into a scapegoat for all societal and economic problems, fuelling an anti-Russian sentiment was exactly what a myriad of US and US-funded players had been doing since the fall of the Soviet Union. Ukraine, like the rest of post-Soviet countries, was teeming with media outlets, NGOs, educators, diaspora groups, political activists, business and community leaders whose status was artificially inflated by their access to foreign resources and international networks.

These “vectors of influence” introduced themselves as purveyors of “global standards and best practices”, “democratic rules”, “participatory development and accountability”, used marketing buzzwords for their work of demolition of existing practices, frames of reference and their sostitution with new ones, often of inferior quality. Under the guise of fighting corruption, offering a path to modernization and development these players became entrenched in Ukraine’s civil society, shaped its collective consciousness and demonized both Russia, local politicians and public figures who advocated closer relations with Moscow.

The work of these agents of influence was instrumental in demolishing worldviews, beliefs, values and perceptions that dated back to Soviet times, thus altering the population’s self-understanding. It ensured that younger generations would be ignorant about their country’s history and embrace a new fictional identity.

But colour revolutions require both brain and brawn to topple governments and defend the power of the new ruling class. The brute force that was necessary to intimidate and attack those who were impervious to influence operations could only be provided by fringe elements in society who had been seduced by the ultra-nationalist rhetoric.

These violent fringe groups were organized and empowered to exercise greater influence in Ukraine and thus attract more followers. A romanticized, imaginary identity was radicalized by absurd claims that Ukrainians and Russians cannot be called brotherly nations because Ukrainians are “pure-blood Slavs”, while Russians are “mixed-blood barbarians”. Nothing was beyond the pale: sleek re-enactments of Nazi propaganda tropes like torchlight parades that looked impressive on social media, speeches that echoed Hitler’s, xenophobic and anti-Semitic rhetoric, the cult of Bandera and those who fought with the Nazis against the Soviet Army.

While foreign groups sharing the same ideological tool box were labelled extremist and terrorist organizations just across the border, in Ukraine they received advice, financial and military support by the US military and the CIA. At the same time the CIA presentable spin-off, NED, was giving out funds, grants, scholarships and media awards to their globalist, politically-correct, “freedom, democracy and human rights” country fellows. The latter cohort would whitewash the crimes of the former. After all, if members of Al-Qaeda donning white helmets in Syria became the darlings of Western media and even won an Oscar, Neo-Nazis could be marketed as defenders of democracy just as easily.

Ukraine’s population was subjected to the sort of psychological operations that would make it want more of a medicine that not only didn’t cure the disease but could kill the patient. In order to turn the country into a beachhead from which to launch hostile operations aimed at weakening Russia and creating a rift between Moscow and Europe, Russophobia had to become a sort of state religion, anyone who didn’t practise it was to be marginalized and eventually excluded from public discourse. The pressure to conform was so strong that it impaired judgement.

The discursive construction of an enemy required the constant demonization of Russia (Mordor), Russians (uncivilized Eurasian barbarians) and Donbass separatists (savages, subhumans).

When neo-Nazi narratives and Russophobia are normalized and allowed to shape both policies and dominant discourse, when people are “weaned” from critical thinking, from their own history, and wage an 8-year long war against their fellow countrymen, that’s a sign people’s minds have been weaponized.

Public consciousness was actively manipulated both at the level of meaning and at the level of emotions. Selective perception and consolatory fantasies were some of the psychological mechanisms ensuring that the population would manage the stress of living in a state of cognitive dissonance where facts and fiction could no longer be separated. By offering cheap passage through a complex world, these narratives provided emotional certainty at the cost of rational understanding.

The emotionally satisfying decision to believe, to have faith, inoculated individuals against counter-arguments and inconvenient facts. The election of an actor on the basis of his convincing performance as a president in a TV series titled “Servant of the People” confirmed the successful substitution of politics with its spectacular simulation: it wasn’t simply the blurring of illusion and reality, but the authentication of illusion as more real than the real itself. The majority of Ukrainians voted for a brand new party that was named after the TV fiction and was the brainchild of the same people. A party that even used billboards advertising the series for Zelensky’s election campaign.

With the global streaming of the TV series by Netflix and its broadcasting by more than a dozen TV channels in Europe we see the marketing of Zelensky to foreign audiences as an image-object whose immediate reality is its symbolic function in a semiotic system of abstract signifiers that take on a life of their own and generate a parallel, virtual reality. This virtual reality in turn generates its own discourse.

For instance, to foreign audiences the 8-year long war in Donbass that caused 14,000 deaths is less real than images extrapolated from a videogame and passed off as “the bombing of Kiev.” That’s because the war in Donbass has been largely ignored by international media.

Images of atrocities, whether taken from other contexts or fabricated, have become free-floating signifiers that can be repurposed according to the needs of propagandists, while real atrocities must be hidden from view. After all it doesn’t matter whether the narrative is true or false, as long as it is convincing.

In post-Maidan Ukraine one could see an anticipation of the fate that awaited the rest of Europe, almost as if Ukraine had been not only a laboratory for colour revolutions, but also a testing ground for the kind of cognitive warfare operations that are leading to the rapid destruction of whatever vestige of civility, logic and rationality is left in the West.

Cognitive warfare integrates cyber, information, education, psychological, and social engineering capabilities to achieve its ends. Social media play a central role as a force multiplier and are a powerful tool for exploiting emotions and reinforcing cognitive biases. Unprecedented information volume and velocity overwhelms individual cognitive capabilities and encourages “thinking fast” (reflexively and emotionally) as opposed to “thinking slow” (rationally and judiciously). Social media also induce social proofing, wherein the individual mimics and affirms others’ actions and beliefs to fit in, thus creating echo chambers of conformism and groupthink. Shaping perceptions is all that matters; critical opinions, inconvenient truths, facts that contradict the dominant narrative can be cancelled with a click, or by tweaking the algorithm. NATO uses machine learning and pattern recognition to quickly identify the locations in which social media posts, messages, and news articles originate, the topics under discussion, sentiment and linguistic identifiers, pacing of releases, links between social media accounts etc.

Such system allows real-time monitoring and provides alerts to NATO and its social media partners, who invariably comply with its requests to remove or ‘shadow ban’ content and accounts deemed problematic.

A polarized, cognitively disoriented population is a ripe target for a type of emotional manipulation known as thought-scripting and mind-boxing. A person’s thinking comes to congeal around increasingly set scripts. And if the script is arguable, it is unlikely to be changed through argument. The well-boxed brain is impervious to information that doesn’t conform to the script and defenceless against powerful falsehoods or simplifications that it has been primed to believe. The more boxed a mind, the more polarized the political environment and public dialogue. This cognitive damage makes all efforts to promote balance and compromise unattractive, in the worst cases even impossible. The totalitarian turn of Western liberal regimes and the insular mentality of Western political elites seem to confirm this sad state of affairs.

With the ban on Russian information outlets, the exclusion and bullying of anyone who seeks to explain Russia’s position, the equivalent of ethnic cleansing of public discourse has been achieved and its cheerleaders have a mad grin on their face that doesn’t bode well.

Examples of irrational mob frenzy are too many to list, those who have fallen victims to this pseudo-religious fervour demand that Russia and Russians be cancelled. For that matter you don’t even need to be human or alive to become a target of mass hysteria: Russian cats and dogs have been banned from competitions, Russian classics banned from universities, Russian products taken off the shelves.

The relentless manipulation of people’s emotions has unleashed a dangerous whirlwind of mass insanity. As in Ukraine, so in Europe citizens are supporting decisions and calling for measures against their own interests, prosperity and future. “I’ll freeze for Ukraine!” is the new epitome of virtue-signalling among those who access only US- approved information, the kind of script compatible with a frame of reference that excludes complexity. In this fictional, parallel universe, a sort of safe, reassuring, compensatory metaverse that has broken free from the messiness of reality, the West always occupies the moral high-ground.

By and large international media coverage of the war in Ukraine has been not only fictional but also completely aligned with narratives provided by Ukrainian propaganda units that were set up and funded by USAID, NED, Open Society, Pierre Omidyar Network, the European Endowment for Democracy et al.

Dan Cohen in an article published by Mint Press News described in detail how the system of Ukrainian strategic information works.(3) Ukraine, with the help of foreign consultants and key media partners, built an effective network of PR-media agencies that actively churn out and promote fake news. In NATO countries whoever dares to question the correctness of this information is accused of being a “Putin’s agent”, attacked and excluded from public debate. The information space is so heavily guarded that it resembles an echo-chamber.

Ukrainian disinformation campaigns affect the judgment of both Western audiences and lawmakers. On March 8 when Ukrainian President Zelensky addressed the British House of Commons remotely, many members of parliament had no earphones to listen to the simultaneous translation of his speech. It didn’t matter. They liked the show and applauded enthusiastically. In their boxed-minds Zelensky had already been framed as “our good guy in Kiev”, and any script, even an incomprehensible one, would do. On March 1 diplomats from Western countries and their allies walked out during a video link address by Russia’s Foreign Minister Lavrov at the UN Conference on Disarmament in Geneva. Boxed-brains are cognitively incapable to engage in discussions with those who hold different views, making diplomacy impossible. That’s why in lieu of diplomatic skills we see theatrics and media stunts, empty suits who deliver script lines and project moral superiority.

The West has found refuge in this media-generated make-believe world because it can no longer solve its systemic problems: instead of development and progress we see economic, social, intellectual and political regression, anxiety, frustration, delusions of grandeur and irrationality. The West has become completely self-referential.

Dystopian ideological and social-engineering projects such as Trans-humanism and the Great Reset are the only solutions Western elites can offer to address the inevitable implosion of a system they contributed to wreck.

These “solutions” require the suppression of pluralism, the curtailing of freedom of information and expression, the widespread use of violence to intimidate critical thinkers, disinformation and emotional manipulation, in short, the destruction of the very foundations of modern democracy, public discourse, rational debate and informed participation in decision-making processes. The cherry on top is that it is cynically packaged and marketed as a “victory of democracy against authoritarianism.” To project democracy first they had to kill it and then replace it with its simulation.

But a global communication and information space that doesn’t respect the principle of pluralism and mutual respect inevitably produces its own gravediggers. We already see how this global space is fragmenting into heavily defended information spaces along the lines of geopolitical spheres of influence. The US-led globalization project is unravelling and that’s mainly due to its overambition.

The US might be winning the information war in the West but any victory in the parallel universe created by the media could easily turn into a Pyrrhic one when reality reasserts itself.

Recent history tells us that carefully crafted narratives, disinformation and demonization of the opponent radicalize and polarize public opinion, but victory in the information battlefield doesn’t necessarily translate into military or political victory, as we have seen in Syria and Afghanistan.

While the collective West revels in its success after the nuclear option of banning all Russian media from the global infosphere it controls, it’s too blinded by hubris to even notice the inevitable fallout. Total control over the narrative is achieved through authoritarian measures and the repression of dissenting voices, that is a reversal of those inclusive democracy and universalist values that the West hypocritically claims to defend and is actively projecting in the Global South. In the ideological confrontation with countries it defines “authoritarian” the West is losing the edge it claimed to possess.

The unipolar, US-led world order is coming to an end and the West is fast losing its influence. Russia is paying attention and in the future it might invest more energy in reaching non-Western audiences instead, that is people who aren’t as indoctrinated and impervious to truth, facts and reason as their Western counterparts.

While at the beginning of the information revolution China took measures to protect its digital sovereignty, for many reasons it took Russia longer to recognize the danger posed by a communication and information system that despite initial claims of being an open, level playing field, was actually rigged in favour of those who controlled it.

Russia’s initiative in Ukraine is not only a response to attacks on the population of Donbass and a way to forestall Ukraine’s accession to NATO. Its avowed goal to denazify Ukraine is a defensive response to the intense cognitive war operations that the US has been conducting both inside Russia and in neighbouring countries. NATO’s eastward expansion wasn’t simply a military expansion, it led to the occupation of the psycho-cultural, information and political space as well.

After losing a strategic battle in the cognitive war, watching the normalization of Neo-Nazi Russophobia and realizing that hostile forces, both domestic and foreign, have become entrenched in Ukraine, Russia feels all the more obliged to win the war, as Andrei Ilnitsky explained in an interview to Zvesda.(4)

Ilnitsky recognized that “The main danger of cognitive warfare is that its consequences are irreversible and can manifest themselves through generations. People who speak the same language as us, suddenly became our enemies.” The erection of monuments to Stepan Bandera while those of Soviet soldiers were being destroyed, was not only an intolerable provocation for Russia — a country that lost 26.6 million people fighting Nazism in WW2 — it was also a tangible expression of the kind of erasure and rewriting of history that is not limited to Ukraine.

The current conflict in Ukraine shows that restoring a sense of reality exacts a heavy and bloody toll. Unfortunately in matters of national security painful decisions cannot be postponed indefinitely.

1. http://armedforcesjournal.com/clausewitz-and-world-war-iv/

2. JP 3–0, Joint Operations, 17 January 2017, Incorporating Change 1, 22 October 2018 (jcs.mil)

3. Ukraine’s Propaganda War: International PR Firms, DC Lobbyists and CIA Cutouts (mintpressnews.com)

4. Андрей Ильницкий: «Ментальная война за будущее России» (zvezdaweekly.ru)

“Propaganda Europa”: contro l’europeismo acritico. (Ed. Gruppo Abele)

Terminato a fine 2021 e uscito a ridosso della guerra in Ucraina, “Propaganda Europa” (di Alexander D. Ricci, Ed. Gruppo Abele) partendo dai nodi centrali delle migrazioni, dello stato di diritto, del modello sociale europeo, fornisce un quadro di riferimento utile a delineare le possibili sorti della UE in un momento delicatissimo della sua storia, caratterizzato da manifeste contraddizioni interne e (anche) dalla impressionante carenza di iniziativa autonoma sullo scenario internazionale. La prima parte del libro evidenzia, con abbondanza di citazioni e valutazioni critiche di osservatori non italiani, le innumerevoli incongruenze tra principi dichiarati e le concrete prassi comunitarie nei tre ambiti presi presi ad esempio. Mentre nella seconda parte si tenta di individuare le possibili strade per il loro superamento, a partire da un atteggiamento critico e dall’auspicio di una partecipazione dal basso delle rappresentanze sociali e civili, come possibile, e forse unica opportunità di attuarlo.

Ma qui emerge la contraddizione forse più significativa e i limiti insiti della costruzione comunitaria: la sistematizzazione normativa e tecnocratica dell’Europa non è fondata sulla partecipazione (dei popoli), anzi la scavalca (e la esclude) a priori. L’edificio europeo sembra restare in piedi perché, se non ci fosse, la “libera” dinamica dei loro attori creerebbe ulteriori elementi di caos sistemico e accentuerebbe le frizioni interne allo spazio europeo. I minimi comun denominatori ponderati tra singole dimensioni di potenza nazionali e la comune membrana ideologica del libero mercato, configura un equilibrio instabile che va ricondotto ad un ordine accettabile e sostenibile pur con continue sollecitazioni di ardua gestione: tutto il resto (i presunti principi fondanti della civiltà europea) può essere di volta in volta sacrificato.

Resta la narrazione come elemento portante e indispensabile del processo unitario, senza il quale, l’edificio rischierebbe di crollare da un momento all’altro. Narrazione che si attua attraverso imponenti investimenti mediatici e che deve necessariamente ridurre al minimo gli spazi critici. Resta cioè un’Europa che, come conferma a posteriori la totale incapacità di porsi come attore internazionale autonomo e credibile nella crisi Ucraina-Russia che stiamo vivendo, si dà, essenzialmente, e non solo nei peggiori esiti italiani, come pura Propaganda.

Il pressappochismo del dibattito sull’Ue e il bisogno di europeismo critico

Il dibattito sull’Ue soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave, quando in realtà il panorama mediatico italiano avrebbe bisogno di un approccio critico-costruttivo

Alla mancata problematizzazione delle strategie della Commissione europea, alla forzatura di un dibattito sul futuro dell’Unione presentato alla stregua di Guerre Stellari con tanto di Jedi (integrazionisti) e Sith (sovranisti), all’esistenza di tabù narrativi forti, si aggiunge infine un problema di linguaggi e vocabolario.

In primis, il dibattito sull’Europa soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave: basti pensare alle formule vuote «Serve l’Europa», «Ce lo chiede l’Europa», «I soldi dell’Europa» che, di fatto, hanno trasformato l’«Europa» stessa in un feticcio, utile, al massimo, a condurre qualche programma televisivo. Fuor di metafora, dietro alla parola Europa si celano perlomeno tre istituzioni differenti: Commissione, Consiglio e Parlamento.

Probabilmente si potrebbe andare ben più in là, specificando sempre, esattamente, chi si stia chiamando in causa o a chi ci si stia rivolgendo – pensiamo alla Cgue, alle agenzie (Frontex), alla Bce o alle altre istituzioni consultive dell’Ue.

Può sembrare un problema marginale, ma chi userebbe lo stesso grado di approssimazione in Italia, parlando delle varie istituzioni dello Stato italiano, nel contesto della cronaca politica? Nessuno. Eppure, una proporzione considerevole delle leggi approvate nei Parlamenti nazionali deriva, in un modo o in un altro – e al netto dei ritardi –, da quanto viene deciso a Bruxelles e a Strasburgo.

Sebbene gli ultimi due decenni passeranno probabilmente alla storia come l’epoca della nascita dei social media, i media tradizionali rimangono saldamente al timone di quella che potrebbe essere definita come capacità di plasmare e indirizzare il dibattito pubblico nazionale e l’opinione pubblica. Ciò vale in particolare, nel breve periodo, per il media televisivo.

Oltre a giocare un ruolo chiave nel determinare la strutturazione del dibattito sul futuro dell’Unione europea e la capacità da parte dei cittadini di comprendere correttamente e criticamente la posta in gioco nei processi legislativi europei, i media tradizionali possono avere anche una funzione di veicolazione di messaggi critici portati da attori del cambiamento come Ong e movimenti sociali.

E, quindi, stimolare un processo di trasformazione.

Eppure, nel corso degli ultimi quindici anni, ciò è avvenuto probabilmente soltanto in un’occasione: durante la crisi della potenziale Grexit del 2015. Ed è anche a partire da quell’esperienza che si è cominciata a fare largo, a sinistra, la discussione sull’opportunità di continuare a scommettere su un’evoluzione dell’Unione europea.


Mercoledì 2 marzo, per Edizioni Gruppo Abele, è uscito in libreria Propaganda Europa, di Alexander Damiano Ricci. Un testo che invita al dibattito sull’europeismo acritico e analizza pregi e difetti dell’attuale modello europeo.
L’11 marzo scorso è stato presentato presso il circolo Sparwasser di Roma e sono in programma altre presentazioni in diverse città.

“Al netto della pandemia Covid-19, l’Europa sembra immersa in un grande e prolungato ventennio di crisi”. Migratoria, economica, politica, sociale. Una crisi che genera un profondo senso di inadeguatezza davanti alle istituzioni europee e alle loro scelte: come si può lodare senza se e senza ma l’Europa malgrado il suo silenzio sulla crisi dei profughi dell’isola di Lesbo? Come si può rimanere eurottimisti quando l’Europa tace in tanti contesti dove sarebbe dovuta intervenire ma non l’ha fatto? Alexander Damiano Ricci – giornalista esperto di tematiche europee – in Propaganda Europa prova a sistematizzare quella sfasatura sempre più crescente fra la narrazione autoreferenziale e autoassolutoria dell’Europa fatta dai media e la realtà vissuta da chi opera con continuità nei contesti di crisi. È un viaggio attraverso le contraddizioni e i tabù del processo d’integrazione europea, visti da una prospettiva di sinistra, di movimento, progressista.

Superare lo scontro ideologico
Con un approccio giornalistico, ogni capitolo è una combinazione di interviste, analisi, storie ed esperienze di attiviste e attivisti di tutta Europa.
Nella prima parte del volume prendono spazio diverse indagini tematiche: migranti e richiedenti asilo in Grecia; lo Stato di diritto – e il suo fallimento – in Ungheria e Bulgaria; la crisi abitativa in Portogallo e Irlanda; i diritti delle persone LGBTQIA+ e delle donne in Polonia. Per ognuno di questi contesti, l’Europa c’è ma non si vede: “La Commissione europea conta in mesi, ma la nostra vita è a rischio ogni giorno” racconta Marta Lempart del movimento polacco per i diritti delle donne Ogólnopolski Strajk Kobiet. Un insieme di fallimenti che rischia di minare alla base la fiducia nell’Europa da parte di cittadine e cittadini.
Nella seconda parte di Propaganda Europa, Alexander Damiano Ricci analizza l’evolversi della narrazione europea e delle sue istituzioni. Con un occhio critico e realista, l’autore mette in luce le imperfezioni e i difetti anche su quei temi che paiono inopinabili, come gli strumenti democratici ed elettivi delle istituzioni europee: ad esempio, perché il Parlamento europeo, l’unico organo che ha investitura popolare, gode di così pochi poteri? E ancora, perché sono stati posti tanti lacci e lacciuoli alle iniziative di democrazia partecipativa  dal basso?

Propaganda Europa non è un libro euroscettico, quanto più un’analisi critica – sempre più rara – dei dogmi dell’europeismo a tutti i costi. Alexander Damiano Ricci, forte del suo lavoro radicato in tutto il territorio europeo, propone una riflessione che cerca di superare il generale appiattimento dello scontro ideologico di sovranismo contro europeismo. Un punto di partenza necessario e imprescindibile per costruire un’Europa che sia davvero unita e, soprattutto, funzionale. Per tutte e tutti.

L’autore
Alexander Damiano Ricci
è direttore editoriale dell’agenzia podcast europea Bulle Media. È ideatore del progetto e network giornalistico Sphera-hub.com e del portale di reportage multilingue ereb.eu. Si occupa di Europa dal 2013 per testate italiane e internazionali. Nel 2019 è stato grantee della European Cultural Foundation (ECF) con il progetto Europa Reloaded – il podcast sulle lotte sociali in Europa.

Per acquistare il libro:

https://www.gruppoabele.org/event/esce-in-libreria-propaganda-europa-di-alexander-damiano-ricci/

Versione E-book:

https://store.streetlib.com/it/alexander-damiano-ricci/propaganda-europa?_ga=2.67337361.1815287928.1647600581-344207539.1647600581

Le contromisure russe e l’Occidente.

di Tonino D’Orazio

La Russia stila l’elenco dei paesi ostili. C’è anche l’Italia. Oltre che l’Ucraina, gli Usa, i paesi Ue, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’Australia, Taiwan, e Singapore. Anche la Svizzera che ha interrotto la sua proverbiale neutralità. Nella lista figurano anche piccoli paesi, Andorra, Islanda, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Micronesia. (Sono tutti paradisi fiscali).

Decreto: la Stato, le imprese e i cittadini russi che abbiano debiti verso creditori stranieri appartenenti a questa lista potranno pagare in rubli. Il principio è il seguente: per pagare i prestiti ottenuti da un paese sanzionatorio che superano i 10 milioni di rubli al mese, le società russe non hanno bisogno di effettuare un trasferimento. Chiedono a una banca russa di aprire un conto di corrispondenza in rubli a nome del creditore. Quindi la società trasferisce rubli su questo conto al tasso di cambio corrente e tutto ciò è perfettamente legale. L’equivalente in rubli sarà depositato da qualche parte, nelle banche russe, ma le banche occidentali, allo stato attuale, non possono accedervi. I bond emessi dallo stato russo potrebbero perdere valore, anche se il rublo è stato agganciato al valore dell’oro, superando “il Bretton Woods” americano del 1971 che indicava il dollaro come unica moneta internazionale non convertibile.

Tuttavia, non si possono escludere altre contromisure. Oltre alla completa de-dollarizzazione la Russia potrebbe vietare l’esportazione di titanio, terre rare, combustibili nucleari e, già in vigore, motori a razzo. Alcune delle misure altamente tossiche includono il sequestro di tutti i beni esteri di nazioni ostili, il congelamento di tutti i rimborsi dei prestiti alle banche occidentali e il deposito di fondi in un conto congelato presso una banca russa, il divieto totale di tutti i media stranieri ostili, la loro proprietà, ONG di facciata, oltre a fornire alle nazioni amiche armi avanzate, condivisione di informazioni e addestramento ed esercitazioni congiunte.

Blocco del sistema Swift? Quel che è certo è che una nuova architettura dei sistemi di pagamento che già unisce SPFS russo e CHIPS cinese, potrebbe presto essere offerta a decine di nazioni eurasiatiche e del Sud, molte delle quali già sanzionate, come Iran, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Siria, Iraq, Libano e RPDC. Lentamente ma inesorabilmente, siamo già sulla strada per l’emergere di un grande blocco nel Sud del mondo che è immune alla guerra finanziaria degli Stati Uniti. I BRICS, RIC – Russia, India e Cina – stanno già aumentando il commercio nelle proprie valute. Se guardiamo all’elenco delle nazioni che all’ONU non hanno votato contro la Russia o si sono astenute dal condannare l’Operazione Z in Ucraina, più quelle che non hanno sanzionato la Russia, abbiamo almeno il 70% dell’intero Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, è l’Occidente – più le satrapie coloniali come il Giappone e Singapore in Asia – contro il resto: Eurasia, Sud-est asiatico, Africa, America Latina. L’altro lato della nuova cortina di ferro.

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli di Stato russi con rating C, catalogandoli come  “spazzatura”. Il declassamento è ovviamente dovuto alla guerra e al conseguente tentativo di isolamento economico del Paese. Il rating C indica una “insolvenza sovrana”(default) che si va ad aggiungere all’embargo contro il gas e il petrolio russo dichiarato da USA e UK. Veramente forse ce lo taglia Putin il gas e il petrolio, imbarcandoci in una nuova era di energia nucleare. In quanto al default politico, perché la Russia ha debito sovrano minimo e nessun bisogno del mercato dei capitali globali, chi deve temere sono i creditori e i risparmiatori privati. (Credit Ansa). l’Italia e l’Europa subiranno delle ripercussioni economiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, alimentare, di materie prime e il pagamento dei crediti in rubli. Un grande problema per i creditori internazionali perché non saprebbero, poi, cambiare quanto ricevuto in altra valuta. Il problema non tocca tanto l’emissione dei bond statali, quanto quelli societari, molto più diffusi, anche tra gli investimenti dei piccoli risparmiatori italiani.

i fatti sul campo alla fine porteranno intere economie occidentali al macello, con il caos delle merci che porterà a costi energetici e alimentari alle stelle. A rischio fino al 60% delle industrie manifatturiere tedesche e il 70% delle industrie manifatturiere italiane; potrebbero essere costrette a chiudere definitivamente, con conseguenze sociali catastrofiche. Il che fa dire che è una guerra degli Usa contro una potenza economica concorrente, la Ue. Non possiamo più comprare a Russia e Cina, ma solo agli Usa e rilanciare la loro economia per competere, fuori noi, con la potenza commerciale cinese.

Oppure gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si aspettavano un Froelicher Krieg (“guerra felice”) ? La Germania e altri paesi non hanno ancora iniziato a sentire il dolore della privazione di gas, minerali e cibo. Questo sarebbe il vero obiettivo: strappare l’Europa dal controllo degli Stati Uniti attraverso la NATO. Ciò necessita un movimento e un partito politico per un Nuovo Ordine Mondiale, come il movimento comunista di un secolo fa. Potremmo chiamarlo un nuovo Grande Risveglio o una rivolta contro il capitalismo becero. Purtroppo all’orizzonte momentaneamente ci sono solo destre nazionalistiche, sempre molto legate al – o prodotto del – capitalismo.

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden è ora assolutamente disperata: oggi (10 marzo), ha vietato tutte le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, che risulta essere il secondo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dietro al Canada e davanti al Messico. La grande “strategia di sostituzione” degli Stati Uniti per l’energia russa consiste nel chiedere petrolio all’Iran e al Venezuela. All’Iran al tavolo delle trattative a Vienna, sull’eventuale ripristino dell’accordo strappato da Trump, sulle centrali atomiche. Forse, senza ironia, un po’ gliene daranno. In Venezuela, sono arrivati con addirittura una delegazione governativa di livello. L’offerta Usa è quella di “alleviare” le sanzioni imposte a Caracas in cambio di petrolio. Il governo degli Stati Uniti ha passato anni, anche decenni, a bruciare tutti i ponti con il Venezuela e l’Iran. Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq e la Libia e hanno isolato il Venezuela e l’Iran nel tentativo di prendere il controllo dei mercati petroliferi mondiali, solo al fine di tentare miseramente di rilevare entrambi i paesi e poi fuggire schiacciati dalle forze economiche che avevano scatenato. Ciò dimostra, ancora una volta, che i “decisori” imperiali sono totalmente disperati. Caracas ha chiesto la rimozione di tutte le sanzioni contro il Venezuela e la restituzione di tutto l’oro confiscato. Aspettano risposta.

L’Europa importa circa 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 200 miliardi provengono dalla Russia. È impossibile per l’Europa trovare 200 miliardi di metri cubi altrove per sostituire la Russia, che sia in Algeria, Qatar o Turkmenistan. Per non parlare della mancanza dei necessari terminali GNL. L’Europa si ritroverà con una produzione ridotta di gas per la sua industria in declino, la perdita di posti di lavoro, la riduzione della qualità della vita, l’aumento della pressione sul sistema di sicurezza sociale e, ultimo ma non meno importante, la necessità di richiedere ulteriori prestiti, con carta straccia, agli Stati Uniti. (Nuovo Piano Marshall, Nuovo debito di guerra). Alcuni paesi tornano al carbone per il riscaldamento e l’energia, e quella atomica sicura (altro specchietto per merli) che si realizzerà fra minimo 10 anni. I Verdi e Cop26 diventano semplicemente lividi. Mi dispiace moltissimo, anche perché mi toccherà conviverci in questo mondo senza speranza.

Sostengo Putin? No, dico solo che la guerra è perdente per chi la fa, chi la subisce e peggio ancora per chi la sostiene con attacca brighe per conto terzi.

11 marzo 2022.

Cile 11 marzo: emerso dalle proteste popolari, si insedia il governo Boric. Cronologia degli eventi cileni dal 1970 ad oggi

Grandi attese per la conclusione del processo costituente, per la fine della “transizione democratica” e per l’attuazione di un piano di riforme sociali ed economiche all’insegna della giustizia e del progresso sociale

Dall’esplosione delle proteste di piazza del 2019 alle elezioni presidenziali di fine 2021

Due contributi di giovani studenti di Geopolitica

Noi ragazzi del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali” dell’Ite Pacinotti di Pisa seguiamo le vicende del Cile, con l’aiuto dell’esule cileno Rodrigo Rivas, almeno dall’autunno del 2019 quando improvvisamente scoppiarono le proteste popolari innescate dall’aumento del costo dei trasporti pubblici. Manifestazioni oceaniche che, nel biennio 2019/20, costarono la vita a 34 pacifici manifestanti e l’arresto di alcune migliaia, a causa delle violente repressioni delle forze di sicurezza e dell’esercito. Nonostante, ciò il movimento di protesta giovanile ha continuato a scendere in piazza per alcuni mesi fino a trasformarsi in soggetto sociale più ampio e articolato in grado di elaborare un programma di riforme, compresa quella costituzionale, col quale il governo Pinera, ob torto collo, è stato costretto a confrontarsi.

A seguito delle incessanti richieste popolari, il 25 ottobre 2020 si è finalmente svolto il Plebiscito per l’approvazione di una nuova costituzione e per l’organismo che avrebbe dovuto redigerla con un duplice schiacciante successo (78%) in entrambi i requisiti, dai quali è emersa la chiara volontà dei cileni per una “Costituzione scritta dal popolo”, senza la partecipazione di membri del Parlamento in carica.

Nel maggio del 2021, si sono, quindi, tenute le elezioni per l’Assemblea costituente (Convenciòn Constituyente), dalle quali sono emersi vincitori gli indipendenti esponenti nel movimento popolare con 48 seggi su 155, organismo che sta continuando a lavorare nel tentativo di redigere un nuovo testo costituzionale.

A fine 2021 si sono svolte le previste elezioni presidenziali, il cui primo turno del 21 novembre ha evidenziato una polarizzazione dei risultati tra il candidato dell’estrema destra, ex-pinochetista, José Antonio Kast in testa col 29% e, dall’altra parte, un giovane esponente della sinistra emerso dalle proteste giovanili, Gabriel Boric, posizionarsi al secondo posto con il 27% dei consensi.

Domenica 19 dicembre si è svolto, infine, il secondo turno che ha posto il Cile di fronte ad un bivio storico: un ritorno verso i tempi bui della dittatura (1973-1990), oppure compiere un’ulteriore passo avanti verso una democrazia compiuta, scongiurando il ritorno degli eredi di Pinochet al potere.

Lo scontro elettorale è parso sin da subito frontale fra due concezioni alternative di società. Da una parte il blocco che possiamo qualificare di destra con un candidato estremista di nome Kast che non ha mai rinnegato le sue simpatie per la dittatura di Pinochet e per il nazismo. Non per caso, ha pubblicamente affermato che tutto sommato nella Germania di Hitler ci furono tante cose buone e che Pinochet sicuramente è un personaggio estremamente positivo nel caso cileno.

Uno dei suoi deputati eletti al primo turno, ha dichiarato che avere concesso il voto alle donne probabilmente è stato un errore nel Cile e altrove, perché le donne non hanno la capacità di decidere meditatamente. Sostanzialmente, i primi soggetti che in Cile sarebbero stati discriminati se Kast avesse vinto sarebbero state le donne.

In Cile la popolazione è prevalentemente di origine europea, anche se non esclusivamente spagnola; se esiste una maggioranza relativa è quella meticcia, frutto dell’incrocio fra bianchi e Indios. L’unico elemento etnico che non è presente in Cile, contrariamente alla maggioranza dei Paesi sudamericani, sono i neri e questa è un forte limite culturale perché manca un pezzo di allegria e di grande capacità di movimento fisico. I neri sono stati deportati in America in condizioni di schiavitù per lavorare come manodopera non pagata nelle piantagioni ma, nel Cile questo non era necessario perché le condizioni climatiche temperate non consentivano la coltivazione dei prodotti tropicali che interessavano ai colonizzatori. Stesso motivo per cui i neri sono pochi in Argentina, salvo nel nord del Paese dove però poi sono stati quasi eliminati.

Nel Cile i neri sono arrivati solo dopo i fatti di Haiti (terremoto e vicende politiche), negli ultimi 10 anni, anche a causa del fatto che i cileni bianchi in prevalenza sono razzisti, come lo sono in genere tutti le oligarchie bianche latinoamericane, non è un caso, infatti, che il progetto della Patria grande di Bolivar sia rimasto sostanzialmente incompiuto.

Questo breve excursus sulla popolazione cilena è per introdurre il fatto che Kast ha sostenuto la proposta di costruire una grande trincea per respingere quelli che arriveranno come immigrati nel Paese in futuro. Naturalmente non per quelli che arriveranno in aereo, compresi gli argentini che altrimenti dovrebbero superare la Cordigliera delle Ande. Quelli che arrivano via terra sono sostanzialmente peruviani e boliviani.

Quindi se Kast avesse vinto le elezioni ci sarebbero stati problemi oltre che per i diritti delle donne anche per le diverse etnie minoritarie del Paese, con i Mapuche e con gli immigrati non bianchi, in primis.

Inoltre, sussistono questioni più banali ma ugualmente importanti come per esempio il trattamento di coloro che hanno partecipato come torturatori, unici attori della dittatura che sono in galera in Cile, e questi secondo Kast sono dei prigionieri politici che vanno liberati.

Questo è il profilo sintetico del primo personaggio: Kast è figlio di un sergente dell’esercito nazista delle SS arrivato in Cile come profugo grazie ai buoni auspici del Vaticano che, peraltro, costruì per molti reduci nazisti una via d’uscita verso l’America Latina, e che è rimasto sostanzialmente fedele alle convinzioni politiche del padre. Quindi è anche curioso che il figlio di un “profugo” che arriva in un paese, dopo qualche anno dichiari che il suo primo obiettivo è quello di scavare un fossato per impedire l’arrivo di altri immigrati.

Dall’altra parte c’era Gabriel Boric, il cognome non è spagnolo ma croato.

Le caratteristiche fondamentali di Boric: la prima è la giovinezza, al momento della candidatura aveva 34 anni e per il Cile, che è un paese gerontocratico come l’Italia nel quale se non si ha settant’anni non si può neanche pensare di fare il presidente, già questo sarebbe stato un grande svantaggio, secondo le tradizioni cilene, per il giovane candidato.

Passando al programma politico, Boric ha dichiarato che è assolutamente insopportabile che in Cile esista una sanità per i ricchi e una per i poveri e che quindi vada realizzato un sistema sanitario nazionale. Ha detto inoltre che è inaccettabile che esistano scuole per i ricchi e scuole per i poveri; le università per l’80% sono private e quelle pubbliche sono di scarso livello e quindi va sviluppato un sistema di educazione pubblico. La proposta economica di Boric è sostanzialmente una proposta neo-keynesiana che si basa su una presenza integrativa dello Stato.

In Cile nelle scuole private gli insegnanti sono retribuiti molto meglio di quanto non lo siano nelle scuole pubbliche e lavorano tutto sommato lo stesso tempo. Nelle scuole pubbliche spesso c’è carenza di mezzi e talvolta neanche il gesso per scrivere sulla lavagna.

Chi insegna alla scuola pubblica o è un docente che non trova lavoro alla scuola privata oppure è una sorta di missionario laico che ha deciso di aiutare i ragazzi che hanno minori mezzi economici. Possiamo capire la prima condizione, non è accettabile invece la seconda perché pensiamo che la scuola pubblica non si possa fondare sul “missionariato”. Questo, ovviamente, vale in tutti i settori lavorativi, pertanto i medici delle cliniche private, che in genere sono di livello altissimo, sono molto ben pagati, mentre i pari grado degli ospedali pubblici sono mal pagati e hanno poche medicine, pochi letti a disposizione: sono poveri ospedali per gente povera.

L’idea che deve esistere una sanità pubblica, una scuola pubblica, una pensione pubblica (perché anche le pensioni in Cile sono private) vista dall’Europa è social-democratica ma, vista dal Cile, è invece rivoluzionaria.

DALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI ALL’INSEDIAMENTO DEL NUOVO GOVERNO

La maggior parte dei giornali cileni alla vigilia del secondo turno dava come favorito Kast. I risultati invece sono stati diversi visto il totale ribaltamento della situazione del primo turno, per cui Boric si è affermato nettamente con 12 punti di scarto e con un’affluenza record che ha superato il 56%, in più ha accumulato un doppio record: quello del presidente della Repubblica più giovane della storia del Cile e anche quello più votato dal popolo in voti assoluti.

Il risultato definitivo è stato di 56% a 44% grossomodo, quindi 12 punti in termini politici. È stata una grande vittoria. Nonostante la propaganda strumentale fatta durante la campagna elettorale da parte della destra, tutta incentrata sulla paura dell’arrivo dei comunisti. “Arriveranno i comunisti vi toglieranno le macchine, vi invaderanno le case, vi cacceranno via, andrete in galera”: questa è stata la campagna elettorale della destra, del terrore e della paura fondata sul niente visto le caratteristiche del candidato e vista la storia recente del Cile: se nel Cile qualcuno ha compiuto tutto questo non erano di certo i comunisti, ma i militari ed i sostenitori di questa campagna.

La stessa sera della vittoria di Boric alcuni energumeni della destra hanno invocato il “Colpo di Stato”; l’hanno fatto pubblicamente, l’hanno fatto in televisione ma non hanno avuto naturalmente successo.

Un’altra considerazione da fare sulla vittoria di Boric è che da dicembre 2021 fino all’11 marzo 2022 sono intercorsi quasi 3 mesi. Non è esattamente la stessa situazione, ma nel 1970 quando le elezioni cilene furono vinte da Salvador Allende e dall’ “Unidad Popular” nei mesi che separavano le elezioni dal giorno in cui Allende diventava Presidente successe il finimondo, nel vero senso della parola: ci furono uccisioni per strada, appelli di ogni tipo al Colpo di Stato, che peraltro si concretizzò 3 anni dopo e, inoltre, venne ucciso addirittura un comandante dell’esercito.

Quindi questo periodo, questi 3 mesi, sono stati vissuti con apprensione nel Paese perché sono tradizionalmente mesi di un relativo vuoto di potere, potenzialmente rischioso per la tenuta democratica.

Dal 1970 al 2021 sono ovviamente cambiati il candidato ed il programma di governo ma anche il comportamento degli Stati Uniti; nel senso che nel 1970 il Governo statunitense ha organizzato direttamente il Colpo di Stato contro Allende, mentre nel 2021 Biden non è sulle stesse posizioni politiche rispetto all’America Latina e quindi ciò rende queste avventure meno immediatamente pericolose.

Cosa aspettarsi dal Governo Boric

L’11 marzo si è insediata la nuova amministrazione cilena con un mandato quadriennale, in un clima di grande aspettativa nel Paese. Proviamo a sviluppare una riflessione su ciò che ci possiamo attendere parlando in primis del Presidente. Il Presidente eletto ha 35 anni appena compiuti e questo è già una trasformazione enorme per un paese dove il Capo di stato più giovane finora ne ha avuti 60/65.

Boric ha studiato diritto ed inoltre è diventato Presidente della Federazione degli studenti del Cile.

Che cosa rappresenta il Governo Boric?

Per definirlo bisogna far riferimento alla storia del Cile: il Cile ha avuto uno sviluppo politico relativamente lineare e democratico a partire dagli anni ’20 del secolo scorso fino al 1973. In quell’arco di tempo si sono susseguiti governi di destra, di sinistra, conservatori, social-democratici ma, tutto questo è brutalmente finito con il Colpo di Stato nel 1973, durante il mandato del governo più a sinistra della storia del Paese. Questo “Golpe” ha consolidato la tendenza dei Colpi di Stato in tutta l’area latinoamericana ed è anche risultato uno dei più duraturi, visto che ha aperto la strada a 17 anni di dittatura da parte del suo autore: il generale Augusto Pinochet. Questo vuol dire che moltissime persone nate durante il periodo di terrore di Pinochet sono quasi arrivate alla maggiore età senza aver conosciuto altro che una dittatura e questo è molto significativo dal punto di vista della formazione politica e delle abitudini che ognuno ha sviluppato; anche Boric è tra queste persone.

Finita l’era Pinochet con il Plebiscito del 1988, dal 1990 si apre la cosiddetta “transizione” che Rodrigo Rivas definisce con una frase del primo Presidente post diddatura, il democristiano Patricio Alwyn: “bisogna ricostruire la democrazia nella misura del possibile”, cioè che la democrazia va benissimo ma bisogna tenere conto che non può essere democrazia vera, questa transizione purtroppo va avanti dal 1990 fino ad oggi. In questo periodo non ha governato la destra cilena, ma prevalentemente il centro-sinistra. In questi 30 anni circa, si sono susseguiti 8 mandati presidenziali, dei quali 6 appannaggio del centro-sinistra e 2 della destra, quindi questa “transizione” è stata guidata fondamentalmente dal centro-sinistra e in particolare dall’alleanza della Concertacion.

Negli ultimi anni ragazzi e studenti hanno fondato molti partiti ed uno di questi è quello del signor Boric, fondato circa 7 anni fa. Questo per dire che Boric ha raggiunto anche un altro record, ovvero quello di fondare un partito nel 2015 e nel 2022 diventare Presidente.

Contemporaneamente al primo turno delle presidenziali del 21 novembre 2021 è stato eletto anche il nuovo Parlamento cileno che vede la destra maggioranza relativa, quindi Boric dovrà fare i conti con un Parlamento che è “dall’altra parte”. Il Cile ha una struttura costituzionale presidenzialista, ciò significa che il Presidente ha la maggior parte delle attribuzioni di Governo ma il Parlamento contribuisce a redigere e approvare le leggi, quindi può ostacolarle oppure facilitarle.

Il secondo elemento importante è che si è arrivati alle ultime elezioni in seguito ad un periodo di forte agitazione politica popolare che ha portato il Cile tra l’ottobre ed il novembre del 2019 a una situazione

“pre-insurezionale”, con la gente nelle strade permanentemente e con una risposta da parte del governo estremamente dura. L’allora Presidente in carica, il signor Pinera, ebbe a dichiarare che il governo era in guerra contro questa gente che occupava le strade. Un governo in guerra contro il proprio popolo è un evento veramente raro e normalmente nessun politico responsabile compie tali affermazioni.

Come è composto il governo Boric?

Il nuovo governo è composto da 24 ministri con portafoglio, tutte persone sostanzialmente giovani, quindi simili al Presidente con poca esperienza politica, e comprende anche esponenti del partito comunista.

Il partito comunista cileno è un partito che ha partecipato a diversi altri governi nella storia del Cile fin dagli anni ’30 del secolo scorso, ma non ha mai voluto avere un ruolo di prima fila, è stato sempre un partito che si è tenuto dietro le quinte con molta discrezione.

Tuttavia, l’aspetto inedito è che per la prima volta in America Latina un governo avrà la maggioranza di componenti femminili, ben 14, fra cui al Ministero degli Interni Izkia Siches (35 anni), prima donna a ricoprire tale ruolo, e la deputata comunista Camila Vallejo, già leader delle proteste studentesche di inizio anni ’10. Le altre Ministre sono: Antonia Urrejola (Esteri), Maya Fernández Allende (Difesa), Jeanette Vega (Sviluppo sociale), Marcela Rios (Giustizia), Jeanette Jara (Lavoro), Maria Begona Yarza (Salute), Marcela Hernando (Miniere), Javiera Toro (Beni nazionali), Maria Eloisa Rojas (Ambiente), Alexandra Benado (Sport), Antonia Orellana (Donne) e Julieta Brodsky (Cultura). Al Ministero del Tesoro va, invece, Mario Marcel, presidente della Banca Centrale del Cile, ben accreditato negli ambienti economici e finanziari e su posizioni critiche verso Boric durante la campagna elettorale, e probabilmente prescelto proprio per non inimicarsi preventivamente i poteri forti nazionali e internazionali.

Particolare importanza storico-politica riveste la nomina della nipote di Salvador Allende al Ministero della Difesa, la quale, dopo il colpo di stato in cui trovò la morte suo nonno l’11 settembre 1973, all’età di 2 anni riparò esule a Cuba insieme alla madre. Maya Fernández Allende rientrò in Cile al termine della dittatura nel 1990 dove si laureò in biologia e si iscrisse al partito socialista, come il nonno, partecipando attivamente alla vita politica, fino all’elezione in parlamento nel 2014. Sostenitrice di un radicale cambiamento politico, economico e sociale, ha deciso di lasciare la corrente minoritaria di sinistra del partito socialista per aderire al movimento di Boric e contribuire all’affermazione di un governo più a sinistra della tradizionale alleanza di centro-sinistra, più o meno allargata.

Le sfide del nuovo governo?

L’insurrezione popolare 2019, come detto, ha portato alla formazione di un’Assemblea costituente che è stata eletta con voto universale e per la prima volta nella storia del Cile una assise eletta dovrà dare origine ad una nuova Costituzione. Infine, il testo elaborato dovrà essere sottoposto ad un plebiscito popolare per la definitiva approvazione. Si suppone che questa Convenciòn terminerà i suoi lavori tra circa 2 anni.

L’insediamento del nuovo governo Boric, uscito dalle proteste popolari, ha come compito principale quello di vigilare sui lavori dell’Assemblea costituente evitando che tendano ad insabbiarsi, come sarebbe stato nelle intenzioni di Kast, e organizzare lo svolgimento del plebiscito confermativo, oltre ad implementare il piano di riforme economiche annunciati.

Solo allora il Cile volterà definitivamente pagina, chiudendo il lungo capitolo della “transizione” e archiviando l’eredità della Dittatura con la sostituzione della Costituzione fatta approvare da Pinochet nel 1980 con una nuova realmente democratica e plurinazionale in grado di superare l’impianto economico neoliberista introdotto da Pinochet e tutt’ora persistente.

Solo allora i cileni potranno aspirare ad un futuro veramente diverso.

Emiliano Barsotti (da colloqui con Rodrigo Rivas)

11 marzo 2021

Allende, 1970 – Boric, 2022

Cronologia cilena dal governo di Unidad popular ad oggi

4/9/1970: Il candidato di Unidad popular (Up) Salvador Allende viene eletto presidente col 36,3% contro il 35,8% del candidato della destra Jorge Alessandri e il 30% del democristiano R. Tomic

4/11/1970:insediamento di Allende e attivazione delle “Quaranta misure del governo popolare” finalizzate all’attuazione di un programma di costruzione del socialismo per via democratica

6/11/1970: il presidente Usa Nixon davanti al Consiglio nazionale di sicurezza dichiara “Non dobbiamo permettere che l’America Latina pensi di poter intraprendere questo cammino senza subirne le conseguenze”

15/7/1971: nazionalizzazione delle miniere del rame di proprietà di 2 multinazionali statunitensi. Washington indispettita acuisce le azioni di destabilizzazione contro il governo di Allende

Dicembre 1971: prima grande mobilitazione delle “pentole vuote” orchestrata dalla destra

Ottobre 1972: le manovre di destabilizzazione si intensificano minando l’unità del governo e culminano nello sciopero dei camionisti che, finanziato da gli Usa con 4 mln $, paralizza il Paese

Novembre 1972: grazie alla mobilitazione popolare e agli sforzi impiegati, il blocco dei trasporti viene superato. Allende avvia una tournèe mondiale che lo condurrà fino alla tribuna dell’Onu, dove denuncia gli attacchi che subisce il suo governo, soprattutto da parte di imprese statunitensi: “…il potere e la condotta nefasta delle multinazionali, i cui bilanci superano quelli di molti paesi… Gli stati subiscono interferenze nelle loro decisioni fondamentali, politiche economiche e militari, da parte di organizzazioni globali che non dipendono da nessuno stato e che non rispondono né sono controllate da nessun parlamento o istituzione rappresentativa dell’interesse collettivo”. Un’analisi lungimirante di ciò che in seguito sarà definito processo di globalizzazione

Marzo 1973: alle elezioni legislative l’Unidad popular avanza e ottiene il 43,4% dei voti

29/6/1973: un reggimento di artiglieria sotto il comando del Tenente Colonnello Roberto Souper insorge e assedia i palazzi del governo con carri armati e altri mezzi pesanti ma viene respinto dalle forze armate lealiste: è il tanquetazo che servirà come prova generale del golpe

agosto 1973: viene proclamato un nuovo sciopero dei trasporti che paralizza il Cile. Il 22 Pinochet viene nominato capo di stato maggiore dopo le dimissioni di Prats a seguito dei contrasti all’interno delle forze armate. Allende dichiara pubblicamente la propria fiducia nei confronti di Pinochet 

22/8/1973: il parlamento approva una mozione della Democrazia Cristiana in cui si denuncia “il grave deterioramento dell’ordine democratico” perpetrato da Allende e si chiede alle forze armate di “porre immediatamente fine a tutte queste situazioni”

11/9/1973: colpo di stato militare guidato da A. Pinochet sostenuto dalla destra e dalla Democrazia Cristiana e organizzato dagli Usa. Allende assediato alla Moneda con i suoi fedelissimi rifiuta la resa e si suicida. Svanisce il sogno cileno di una transizione democratica verso il socialismo. Nei mille giorni del suo governo il Cile si riappropriò del rame, estese la riforma agraria, difese l’istruzione pubblica e gratuita, ridusse la mortalità infantile, aumentò i salari, creò l’area sociale dell’economia, nazionalizzò le banche e altre imprese strategiche e promosse la partecipazione popolare

Viene instaurata una feroce dittatura militare che provoca 3.200 morti, oltre 100.000 arresti, 38.00 torturati e decine di migliaia di esiliati. Un’intera generazione, insieme alla prospettiva di una società più equa, viene annientata

1975: applicazione delle teorie neoliberiste della ‘Scuola di Chicago’ sul laissez-faire, sul libero mercato e sulla riduzione della spesa pubblica: vennero privatizzate gran parte delle imprese appena nazionalizzate, restituiti ai latifondisti 1/3 delle terre oggetto di riforma, ridotti gli stipendi, privatizzate la sanità e l’istruzione ma, in compenso, vennero aumentate le spese militari. La ricetta neoliberista, in assoluta anteprima mondiale, portò ad un quindicennio di crescita economica sostenuta (6-8% annuo) che andò per l’85% a beneficio del 20% più ricco della popolazione e creò gravi effetti sociali, economici e culturali ai danni dei strati popolari e del ceto medio

11/9/1980: approvazione della nuova costituzione che contiene principi di politiche economiche liberiste e garantisce a Pinochet la presidenza fino al 1989

1988: il Plebiscito indetto da Pinochet per ottenere il prolungamento del mandato presidenziale per un’altro quadriennio viene, a sorpresa, respinto da parte del 56% dei votanti

14/12/1989: le prime elezioni democratiche presidenziali registrano la vittoria della Concertazione Democratica di centrosinistra che porta il democristiano Patricio Alwyin alla presidenza

11/3/1990: insediamento del nuovo presidente e avvio della “transizione alla democrazia” che incontra grandi resistenze da parte dei militari che mantengono ampi poteri ottenendo anche l’impunità per i crimini commessi durante la dittatura. Pinochet nominato Capo delle forze armate

11/3/1994:  Eduardo Frei Ruiz-Tagle, candidato democristiano della Concertazione Democratica si insedia alla presidenza. Sotto il suo governo il Cile ha registrato una sostenuta crescita economica (fino al ’98) ed è entrato a far parte del Mercosur come membro associato nel 1996 e ha stipulato trattati di libero commercio con gli Stati Uniti, la Cina e i paesi dell’Unione Europea.

Le politiche economiche, attuate dai presidenti della Concertazione Democratica dopo il ritorno alla democrazia nel 1990, non sono risultate in controtendenza rispetto al liberismo del periodo di Pinochet: sono infatti continuate le privatizzazioni come è il caso dell’acqua e delle concessioni alle multinazionali per lo sfruttamento del rame. Venne, però, perseguita una politica di riduzione del disagio sociale senza tuttavia incidere in modo sostanziale negli squilibri socioeconomici: nel 1996 il 20% più ricco della popolazione deteneva ancora il 56,5% del reddito nazionale, mentre il 20% più povero solo il 3,9% e nel 2011 erano ancora rispettivamente del 51,03% e del 5,38%. Il Cile è il paese con il maggior squilibrio nella distribuzione della reddito dell’America Meridionale.

1998: Pinochet diventa senatore a vita ma ciò non fu sufficiente, il 17 ottobre del 1998, ad evitargli la reclusione nell’ospedale londinese in cui era ricoverato, a seguito del mandato di arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garcon, per i crimini commessi contro i propri connazionali. Si aprì un complesso caso diplomatico internazionale che coinvolse, oltre il Cile e il Regno Unito, anche la Spagna e che si concluse con la scarcerazione di Pinochet decretata nel marzo 2000 dal ministro degli interni laburista Jack Straw per motivi “umanitari”. La revoca, al rientro in patria, dell’immunità parlamentare da parte della Corte d’Appello, spalancò all’ex dittatore le porte del processo nel quale, dopo un iniziale rinvio a giudizio, ottenne, l’anno successivo, la sospensione per motivi di salute. La Corte Suprema nel 2005 respingendo il ricorso della difesa dette nuovamente via libera all’effettuazione del processo che non arrivò a conclusione per la sopraggiunta morte, il 10 dicembre 2006, dell’ex dittatore che per 17 anni governò il paese con pugno di ferro macchiandosi di orrendi crimini

11/3/2000: Ricardo Lagos socialista diviene il terzo presidente della Concertazione Democratica. Il governo di Lagos è stato uno dei più apprezzati arrivando a toccare il 75% di popolarità. Durante la sua presidenza si sono intensificate le relazioni estere, le riforme istituzionali e la crescita economica dopo la recessione del ’99

11/3/2006: si insedia alla presidenza la socialista Michelle Bachelet della Concertazione Democratica. Rifiuta i funerali di stato a Pinochet. Contro di lei si solleva la contestazione degli studenti per la mancata riforma dell’istruzione. Recupera in seguito popolarità grazie alla capacità di affrontare la crisi economica del 20082009 ottenendo il consenso dell’opinione pubblica e del sistema economico del Paese ma scontentando i ceti popolari per la diminuzione salariale. Nel 2008 è stata nominata Presidente della neocostituita Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane

11/3/2010: il magnate SebastianPiñera di Rinnovamento Nazionale, candidato della “Coalición por el Cambio” si insedia come primo presidente di destra dopo il ritorno alla democrazia, favorito dalle divisioni nel campo del centrosinistra, causate dall’incapacità di invertire le politiche neoliberiste di Pinochet.

2011-2013: Sotto Piñera, riprende forza il movimento studentesco nel 2011 e nel 2013, fino a scuotere l’intera sinistra e a richiedere non soltanto un’educazione ‘gratuita e di qualità ma anche i mezzi per ottenerla: riforma fiscale, nazionalizzazione del rame e, soprattutto, fine del modello liberista inscritto nella Costituzione del 1980 attraverso la convocazione di un’assemblea costituente. Questi sono le richieste più importanti, insieme, alla riforma sanitaria, che gli studenti avanzano a Michelle Bachelet nuovamente candidata, alle presidenziali del 17 novembre 2013 di “Nueva Mayoria” (Nuova Maggioranza) la coalizione che comprende la Concertazione, i partiti di sinistra ed i movimenti.

Dopo decenni in cui Allende ha rappresentato solo un grande politico da commemorare, durante le manifestazioni, in cui gli studenti si sono fusi con i minatori e i portuali, il ritratto di Allende è tornato nelle strade ma, questa volta non si trattava più di celebrare un’icona: i manifestanti affermavano di riconoscersi nel progetto politico che egli incarnava e che continua a rappresentare. L’esperienza dell’Unidad Popular non è fallita: è stata soltanto interrotta e la figura di Allende non è quella di un presidente che si lascia alle spalle un processo politico condannato.Essa incarna l’audacia politica: quella che ha affermato la modernità di un progetto di trasformazione della società, non solo in Cile, ma in tutto il continente latinoamericano.

15/12/2013: al secondo turno delle elezioni presidenziali la socialista Michelle Bachelet, col 62% dei voti sconfigge la candidata dell’Unione democratica Indipendente Evelyn Matthei, sostenuta dalla coalizione di destra Alleanza per il Cile che assume l’incarico l’11 marzo 2014

17/12/2017: Sebastian Piñera di Rinnovamento Nazionale, sostenuto dall’alleanza Chile Vamos, al secondo turno delle presidenziali conquista, col 54,6% dei consensi, il secondo mandato ai danni dell’esponente del Partito Radicale Social Democratico, Alejandro Guiller, appoggiato dalla coalizione Nuova Maggioranza. Anche lui come i predecessori si insedia il 11 marzo successivo

18/10/2019: a Santiago esplodono le proteste studentesche innescata dall’aumento del prezzo dei biglietti dei trasporti urbani che nei giorni successivi si estendono alle classi sociali impoverite dalle mancate riforme della struttura economica ancora di chiara matrice liberista. “Non per 30 centesimi, ma per 30 anni” diviene lo slogan delle piazze gremite, lasciando intendere che l’esasperazione popolare era frutto non tanto dell’aumento dei trasporti urbani di 30 centesimi, bensì di 30 anni di mancate riforme. Durante la “transizione” post dittatura il Cile ha conosciuto un periodo di forte sviluppo economico, ma questo ha ulteriormente ampliato le diseguaglianze, e ha lasciato indietro e ai margini larghe fasce della popolazione. Il Paese non è riuscito a trovare un compromesso tra lo sviluppo dell’economia di mercato e le protezioni sociali, in modo da garantire coesione sociale e stabilità democratica.

Ottobre 2019–18/3/2020: le oceaniche proteste si allargano alle principali città cilene guadagnandosi l’appellativo di Estallido social (esplosione sociale). Il 18 ottobre il presidente Sebastián Piñera dichiara lo stato di emergenza, autorizzando il dispiegamento dell’esercito cileno nelle principali regioni a fianco delle forze di sicurezza (i famigerati Carabineros). L’esercito torna nelle strade per la prima volta dai tempi della dittatura. La repressione violenta dei manifestanti viene denunciata, oltre che dall’Onu, anche dal direttore dell’Istituto nazionale per i diritti umani del Cile Sergio Micco: “L’Istituto ha registrato testimonianze di denudamenti, torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e mentali, botte e ritardi della polizia nel condurre le persone fermate al commissariato, mantenendole nei furgoni, ammassate e con scarsa ventilazione, per ore”. Le proteste di piazza cessano a metà marzo, a causa dalla pandemia da Covid-19, con un pesante bilancio: 34 fra uccisioni dirette e sospette, 2.400 feriti fra cui alcune centinaia colpiti volontariamente agli occhi, circa 5.000 arresti e numerose violenze sessuali ai danni delle donne fermate.

I partiti presenti in Parlamento si accordano per l’effettuazione di un Plebiscito per una nuova costituzione che chiuda i conti con la dittatura e con il neoliberismo istituzionalizzato.

25/10/2020: il Plebiscito Nazionale 2020 chiama i cileni ad esprimersi su una nuova costituzione o sul mantenimento di quella di Pinochet del 1980 e su quale organo debba provvedere a redigerla. Vittoria schiacciante di Apruebo, nel primo quesito, e di una assemblea costituente elettiva ex novo nel secondo, con oltre il 78% dei consensi in entrambi.

16-17 maggio 2021: votazioni per l’Assemblea costituente (Convenciòn Constituyente), netta sconfitta dei partiti tradizionali, soprattutto di centro-destra (38 seggi), e vittoria degli indipendenti, in prevalenza esponenti del movimento popolare, con 48 seggi su 155, dei quali 24 conquistati dalla Lista del Pueblo; la sinistra radicale (Apruebo Dignidad), alleanza fra Partito comunista e Frente Amplio, ottiene 27 seggi contro i 25 della lista Apruebo di centrosinistra, mentre 17 vengono riservati alle popolazioni amerindie

21/11/2021: il primo turno delle elezioni presidenziali vede in testa José Antonio Kast di estrema destra con il 28%, seguito da Gabriel Boric, giovane esponente della sinistra emerso dalle proteste

19/12/2021: contro i pronostici al secondo turno delle presidenziali Boric sconfigge l’ex pinochetista Kast 56% a 44% divenendo il presidente della Repubblica più giovane della storia del Cile e anche quello più votato dal popolo in voti assoluti. Scongiurato il ritorno verso i tempi bui della dittatura e compiuto un fondamentale passo avanti verso la fine della “transizione democratica”. Promesso sostegno politico dal nuovo governo alla conclusione del percorso costituente che porti all’approvazione di un nuovo testo costituzionale che chiuda i conti con l’eredità della dittatura e con l’impianto neoliberista dello stato cileno

11/3/2022: si insedia il nuovo presidente Boric con il primo governo della storia sudamericana a maggioranza femminile (14 su 24). Al ministero della Difesa va la nipote di Salvador Allende, Maya Fernández Allende, già deputata del Partito socialista e recentemente approdata al partito di Boric.

Emiliano Barsotti, Tobia Fabeni, Federico Barsotti, Riccardo Cesari ed Eludit Vicente Núñez

(Studenti del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali” dell’ite Pacinotti di Pisa)

13 marzo 2021

Guerra Ucraina: note sul punto di vista dell’altra metà del mondo.

di Alessandro Visalli

Con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astenuti è passata all’Onu una risoluzione che condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Hanno votato contro la Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, l’Eritrea e la Siria, voleva votare anche il Venezuela, ma gli è stato impedito con un cavillo. Gli astenuti, posizione molto difficile in questo contesto, sono la Cina, l’India, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, l’Algeria, l’Angola, l’Armenia, il Bangladesh, la Bolivia, il Burundi, la Repubblica Centro Africana, il Congo, El Salvador, il Kazakistan, il Kyrgystan, il Madagascar, il Mali, la Mongolia, il Mozambico, la Namibia, il Nicaragua, il Senegal, il Sud Africa, il Sud Sudan, il Tajikistan, l’Uganda, la Tanzania, il Vietnam, lo Zinbabwe. Quindi molti paesi asiatici, africani e sudamericani.

La risoluzione chiedeva la fine della guerra ed il ritiro delle forze di invasione.

Si sono espressi con un’astensione paesi che complessivamente comprendono oltre quattro miliardi di persone. Proviamo a vedere quali ragioni avevano.

Sulla stampa cinese. Maria Siow su South Csulina Morning Post[1] si chiede se il rifiuto della Cina e dell’India di condannare la Russia danneggerà la loro reputazione nell’Asean (che ha votato a favore della risoluzione dell’Onu con l’astensione, oltre che di Cina e India, solo di Vietnam e Laos). La posizione cinese è quindi descritta come ambivalente, dal ministero degli esteri che accusa gli Usa di aver provocato la guerra allo stesso Ministro che, tuttavia, si dichiara addolorato per il conflitto e le perdite civili.

Il China Daily[2] descrive, come tutte le altre testate, l’apertura della 13° sessione del NPC nella quale Xi ha proposto l’ampliamento del budget militare del 7,1% (la Cina spende ca 250 miliardi di dollari, gli Usa 780 e la Russia 61 miliardi, l’India 72, la Ue 378 miliardi). Quindi in un articolo di commento di Zhang Zhouxiang vengono descritte le posizioni propagandate dal New York Times[3]. Secondo le fonti di intelligence citate dal giornale americano la Cina avrebbe chiesto alla Russia di spostare la guerra a dopo le olimpiadi. Ne deriverebbe che conosceva i piani russi. Questa illazione viene respinta fermamente, ricordando come l’intelligence occidentale avesse dato pessima prova nella guerra irachena. L’intensificazione della crisi è, invece, interamente attribuita alla continua espansione della Nato verso Est e quindi le “politiche aggressive degli Stati Uniti”. Secondo il motto cinese per il quale “un nodo può essere sciolto solo dalla persona che lo ha fatto” è tempo quindi che gli Usa assumano la propria responsabilità.

Una linea che è ripresa da un durissimo articolo di Lui Ruo “Dove ancora l’America vuole portare il fuoco?” nel quotidiano Beijing Ribao[4], che è il quotidiano organo ufficiale del Partito Comunista di Pechino. lo spunto viene dalla visita di Mike Pompeo a Taiwan nella quale l’ex esponente dell’amministrazione Usa ha dichiarato che dovrebbe essere riconosciuta la regione cinese come stato autonomo. Inoltre viene ricordato il passaggio del cacciatorpediniere USS Johnson nello stretto. Ovviamente la cosa è inscritta nel quadro della ricerca dei democratici di acquisire consensi in vista delle elezioni di medio termine, ma anche della costante “intenzione di creare controversie e disastri” della potenza americana. Gli Stati Uniti sono, infatti, “il più grande esportatore di disastri”; dal 1945 al 2001 dei 248 conflitti armati in 153 regioni ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti, dalla fine della guerra fredda in 80 casi sono state condotte operazioni armate all’estero e più di 800.000 persone sono morte a causa di ciò (di queste 335.000 erano civili). Le guerre hanno causato 21 milioni di emigrati. Nell’articolo si continua dichiarando che gli iniziatori del conflitto tra Russia e Ucraina sono ancora gli Usa, a causa della persistente espansione verso Est della Nato, promossa dal complesso militare-industriale. Espansione che “ha minato l’architettura ed il pensiero della sicurezza europea”.

In Asia Times[5] David Goldman afferma invece che la strategia della Russia per distruggere l’esercito ucraino procede secondo i piani[6], avvolgendo l’esercito nemico in una serie di sacche (come fecero nella grande offensiva durante la seconda guerra mondiale). D’altra parte dalla stampa indiana si ricava che gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna “in grande scala” per reclutare piloti militari privati e da Francia e Germania, oltre che dal Regno Unito, la Danimarca, la Lettonia, Polonia e Croazia sono in arrivo mercenari o combattenti in Ucraina[7]. Il premier Modi sta coordinando in questo momento incontri di alto livello per assumere una posizione e sono in corso l’evacuazione dei cittadini indiani.

Nello stesso giornale l’astensione dell’India dal voto del Consiglio di Sicurezza è dichiarata “coerente con il fermo sostegno di Nuova Dehli al suo alleato di lunga data”[8]. Alleato dal quale l’India acquista il 60% delle proprie armi.

In “The Indian Express” un interessante articolo[9] sulle prospettive di accordo tra Russia e Ucraina cita l’opinione di Gustav Gressel dell’ECFR e di Marcel Röthig, Capo dell’ufficio della Fondazione Ebert a Kiev. Quest’ultimo sostiene che si potrebbe arrivare ad una Ucraina federale, con autonomia per il Donetrsk e Luhansk, o alla fine alla diretta cessione a Mosca delle tre aree (Crimea inclusa). Infine una neutralità garantita internazionalmente. Ma segnala correttamente che un compromesso troppo doloroso per l’Ucraina potrebbe portare ad un esito simile a quello che il Trattato di Versailles portò in Germania (ovvero essere la causa di radicalizzazione delle forze nazionaliste, e alla crescita di un nuovo focolare di nazismo in Europa).

Sulla stampa pakistana viene riportata[10] la risposta del governo alle minacce americane seguite al volto all’Onu. Il Pakistan ha dichiarato in risposta di “sostenere un cessate il fuoco e negoziati”, precisando che non ha aderito alla risoluzione per conservare uno spazio diplomatico tra le due parti. Del resto nella regione dell’Asia meridionale solo il Nepal ha votato a favore. L’articolo prosegue dichiarando che la nazione “vede la Cina come il suo più stretto alleato” e, come per il Bangladesh, la percezione della “forte posizione filo-russa della Cina” (come scrivono) ha influenzato la decisione. Per quanto riguarda l’India si tratterebbe (ma su questo anche la stampa cinese sembra concorde) piuttosto di una indecisione tra il vecchio alleato, la Russia, e il nuovo partner strategico (in chiave anticinese). Munir Akram, ambasciatore pakistano alle Nazioni Unite ha spiegato del resto l’astensione in quanto la mozione tralasciava alcuni punti chiave. Precisamente che la Russia era legittimamente preoccupata per l’espansione Nato ai suoi confini, ed era quindi “in un certo senso unilaterale”. Il Pakistan “vuole un approccio equilibrato e ritiene che questa controversia debba essere risolta attraverso negoziati”. Continuando ha confermato di condannare sempre le morti di civili, siano esse in Ucraina, nel Kashmir o in Afganistan, ma che “c’è molta propaganda e notizie false”.

Nell’articolo di fondo del 21 febbraio, “Costruisci vivamente una comunità futura con un futuro condiviso per l’umanità[11], non firmato e dunque posizione del Partito, viene richiamata la dichiarazione di Xi Jinping per la quale “La comunità con un futuro condiviso per l’umanità, come suggerisce il nome, è che il futuro e il destino di ogni nazione e paese sono strettamente legati. La grande famiglia armoniosa ha trasformato il desiderio di una vita migliore di persone provenienti da tutto il mondo nella realtà”. Ora, il concetto di “grande famiglia armoniosa” è uno dei concetti chiave della cultura cinese e dovremo tornarci brevemente. Nell’articolo viene declinato l’universalismo nella visione cinese, per il quale l’umanità ha un “destino condiviso”, cosa che implica che un mondo universalmente sicuro discende dalla condivisione della sicurezza di tutti, secondo lo slogan: “tu sei al sicuro, io sono al sicuro”. Xi Jinping ha sottolineato durante le conferenze dei giochi olimpici: “L’umanità è un tutto e la terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una “Simbiosi” che ha tre livelli: realizzazione di sé, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo.

Ciò significa anche che costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità è una pratica contemporanea di “comunità di persone libere”. Sapendo che i gruppi umani sono collegati e che l’associazione di uomini liberi rappresentata da Marx è un concetto concepito al di là dell’alienazione dell’uomo nell’era dell’economia industriale. 

La posizione cinese potrà divenire più chiara forse lunedì 7 marzo, quando, alle 15.00, nella Quinta Sessione del 13° Congresso Nazionale del Popolo (una delle più importanti assemblee consultive periodiche del complesso sistema di governo cinese) il Ministro degli Esteri Wang Yi discuterà con la stampa cinese ed estera della “Politica estera e delle relazioni della Cina”.

Intanto alcuni spunti possono essere desunti sia dal concetto cinese di Tianxia, sul quale torniamo alla fine, sia dalla lettura di due documenti recenti: una dichiarazione del Ministro Wang del 26 febbraio, e il protocollo firmato tra Russia e Cina in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Il Ministro Wang ha dichiarato[12] che la posizione si articola in cinque punti:

  • In primo luogo, la Cina sostiene fermamente il rispetto e la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti gli Stati, attenendosi con serietà agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La posizione della Cina è coerente, chiara e si applica anche alla questione dell’Ucraina.

Commento: il primo punto non arruola automaticamente la Cina nella guerra di invasione russa, che all’epoca aveva contorni ancora meno definiti, individuando come linea rossa l’integrità territoriale (cfr. Dombass? Taiwan, che, ricordo, è rivendicato dai cinesi come proprio territorio?). In altre parole, con le armi non si spostano i confini.

  • In secondo luogo, la Cina sostiene il concetto di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile. La Cina ritiene che la sicurezza di un Paese non possa venire a scapito di quella degli altri e che la sicurezza regionale non possa essere garantita rafforzando e persino espandendo i blocchi militari. Inoltre, le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di tutti gli Stati dovrebbero essere rispettate. Dopo le cinque occasioni consecutive di espansione verso est dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, le richieste legittime della Russia in merito alla sicurezza dovrebbero essere considerate seriamente e risolte in modo adeguato.

Commento: questo è un punto molto denso di teoria ed in linea con la tradizionale linea cinese, la sicurezza non è di uno, è un bene di tutti, quindi è ‘comune, globale, cooperativa e sostenibile’, ogni parola conta. Non è sicurezza quella della Nato che ritiene di essere sicura se sviluppa una soverchiante capacità di minaccia verso un vicino subalterno. Espandendo, appunto, senza limiti il proprio blocco militare. Senza rispettare le ‘ragionevoli preoccupazioni di sicurezza’ di tutti. Quindi cinque e successive espansioni della Nato verso Est determinano ‘legittime richieste di sicurezza’ da parte della Russia.

  • In terzo luogo, la Cina ha seguito l’evoluzione della questione ucraina e la situazione attuale è qualcosa che il Paese asiatico non vuole vedere. È assolutamente indispensabile che tutte le parti esercitino la necessaria moderazione per evitare che la situazione in Ucraina possa peggiorare o addirittura finire fuori controllo. La sicurezza delle vite e delle proprietà della gente comune dovrebbe essere efficacemente salvaguardata, e in particolare, devono essere evitate crisi umanitarie su larga scala.

Commento: la Cina, in quanto grande potenza emergente non ha alcun interesse a veder precipitare il mondo nella guerra indiscriminata (che non potrebbe evitare di coinvolgerla, arrestando il suo sviluppo) prima che il percorso di crescita si compia. A giungere ad un redde rationem prima che si compia sono, casomai, interessati altri (è sempre stata una delle linee difese da parte dell’establishment Usa, fino ad ora minoritaria). La paura che tutto finisca ‘fuori controllo’ (ovvero che tutto finisca) è depositata qui.

  • In quarto luogo, la parte cinese sostiene e incoraggia tutti gli sforzi diplomatici che portano alla soluzione pacifica della crisi ucraina e il Paese asiatico accoglie con favore i colloqui diretti e i negoziati tra la Russia e l’Ucraina, da svolgersi il più presto possibile. La questione ucraina si è evoluta in un complesso contesto storico. L’Ucraina dovrebbe essere un ponte di comunicazione tra l’Est e l’Ovest, invece di essere il fronte di scontro tra grandi Paesi. La Cina sostiene anche l’Europa e la Russia nei propri sforzi per tenere un dialogo su un piano di parità sulla questione della sicurezza europea e alla fine formare un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile.

Commento: deriva dal primo e soprattutto dal secondo punto che la Cina chiede un accordo. L’accordo non potrà che essere, giunti a questo punto della cosa, globale e terrà a battesimo (se eviteremo il peggio) il nuovo mondo multipolare. Ovvero, abbastanza inevitabilmente dato l’atteggiamento americano e nostro, terrà a battesimo la nuova guerra fredda che farà da transizione tra il mondo unipolare occidentale e il mondo futuro. Sarà il caso di ricordare che la guerra fredda è stata tale perché esisteva un sottostante accordo di civiltà che fu probabilmente stipulato al termine della Guerra di Corea. Più specificamente la dottrina cinese individua due poli (‘Est e Ovest’), iscrivendo implicitamente sé stessa e la Russia (ma anche Iran, Pakistan e probabilmente India, per quanto ciò sia iperdifficile) in un campo. Inoltre individua come soluzione la sicurezza europea come problema comune sia della Russia sia della Ue e soci, evidentemente senza gli Usa. Auspica, in altre parole, la dissoluzione della Nato. Sarebbe la cosa giusta (se non avessimo 60.000 soldati occupanti permanentemente sul suolo europeo dal 1945).

  • In quinto luogo, la Cina ritiene che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione della questione ucraina e che la pace e la stabilità regionali, così come la sicurezza di tutti i Paesi, dovrebbero essere messe al primo posto. Le azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza dovrebbero quindi ridurre la tensione, piuttosto che gettare benzina sul fuoco, e dovrebbero aiutare a far avanzare la soluzione della questione attraverso mezzi diplomatici, piuttosto che aggravare ulteriormente la questione. La Cina è sempre contraria a citare intenzionalmente il Capitolo VII nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per autorizzare l’uso della forza e delle sanzioni”.

Commento: contro la tradizione di utilizzare l’Onu come proprio utile servitore (salvo ignorarlo quando non si allinea) degli Usa, la Cina individua quindi negli organismi internazionali (nei quali, se la IIWW effettivamente terminasse potrebbe essere molto ben rappresentata insieme ai suoi alleati) il punto di equilibrio decisivo della transizione egemonica di potenza in corso.

Insomma,

  • La Cina aderisce alla via della pace, dello sviluppo ed è impegnata a costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. Il Paese asiatico continuerà a respingere fermamente tutte le egemonie e i poteri forti, a salvaguardare fermamente i diritti, gli interessi legittimi e legali degli Stati in via di sviluppo, specialmente di quelli di piccole e medie dimensioni.

Invece la Dichiarazione Congiunta del 4 febbraio[13] i due paesi, Russia e Cina, recita così:

Dichiarazione congiunta della Repubblica popolare cinese e della Federazione russa sulle relazioni internazionali e lo sviluppo sostenibile globale nella nuova era

Su invito del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, il presidente Vladimir Putin della Federazione Russa visiterà la Cina il 4 febbraio 2022. I due capi di stato hanno tenuto colloqui a Pechino e hanno partecipato alla cerimonia di apertura delle 24 Olimpiadi invernali.

La Repubblica popolare cinese e la Federazione russa (di seguito denominate le “Parti”) dichiarano quanto segue:

Attualmente, il mondo sta attraversando grandi cambiamenti e la società umana è entrata in una nuova era di grande sviluppo e grande cambiamento. La multipolarizzazione mondiale, la globalizzazione economica, l’informatizzazione sociale e la diversificazione culturale hanno continuato a svilupparsi, il sistema di governance globale e l’ordine internazionale hanno continuato a cambiare, l’interconnessione e l’interdipendenza dei paesi sono state notevolmente approfondite, la distribuzione del potere internazionale è tesa da ristrutturare, e le preoccupazioni della comunità internazionale per la pace e L’appello per uno sviluppo sostenibile è ancora più forte. Allo stesso tempo, l’epidemia di COVID-19 continua a diffondersi in tutto il mondo, la situazione della sicurezza internazionale e regionale sta diventando sempre più complessa e le minacce e le sfide globali sono in aumento. Alcune forze internazionali continuano a perseguire ostinatamente l’unilateralismo, a ricorrere alla politica di potere, a interferire negli affari interni di altri paesi, a ledere i diritti e gli interessi legittimi di altri paesi, a creare contraddizioni, differenze e scontri e ad ostacolare lo sviluppo e il progresso della società umana . La comunità internazionale non lo accetterà mai.

Le due parti invitano tutti i paesi a rafforzare il dialogo, rafforzare la fiducia reciproca, creare consenso, salvaguardare i valori comuni di pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà per tutta l’umanità e rispettare i diritti delle persone di tutti i paesi a scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo e la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi Sviluppare interessi, difendere il sistema internazionale con al centro le Nazioni Unite e l’ordine internazionale basato sul diritto internazionale, praticare un vero multilateralismo in cui le Nazioni Unite e la Sicurezza delle Nazioni Unite Il Consiglio svolge un ruolo centrale di coordinamento, promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali e realizza lo sviluppo della pace, della stabilità e della sostenibilità nel mondo.

uno

Le due parti hanno convenuto che la democrazia è il valore comune di tutta l’umanità, non il brevetto di pochi paesi.Promuovere e salvaguardare la democrazia è la causa comune della comunità internazionale.

Le due parti credono che la democrazia sia un modo per i cittadini di partecipare alla gestione dei propri affari e mira a migliorare il benessere delle persone e realizzare il dominio delle persone sul paese. La democrazia dovrebbe essere un intero processo e orientato verso tutte le persone, riflettere gli interessi e la volontà di tutte le persone, proteggere i diritti delle persone, soddisfare i bisogni delle persone e salvaguardare gli interessi delle persone. La pratica delle istituzioni democratiche non è rigida e dovrebbe tenere conto dei sistemi socio-politici e delle caratteristiche storiche, tradizionali e culturali dei diversi paesi. Le persone di tutti i paesi hanno il diritto di scegliere le forme ei metodi di pratica democratica che si adattano alle loro condizioni nazionali. Se un paese è democratico o meno può essere giudicato solo dalla sua gente.

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto potenze mondiali con lunghe tradizioni storiche e culturali, hanno profonde tradizioni democratiche radicate nell’esperienza di sviluppo del millennio e sono ampiamente sostenute dal loro stesso popolo, riflettendo i bisogni e gli interessi dei loro cittadini. Cina e Russia hanno assicurato che il loro popolo abbia il diritto di partecipare alla gestione dello stato e degli affari sociali attraverso vari canali e forme in conformità con la legge. Le persone dei due paesi hanno piena fiducia in se stessi sulla strada e rispettano i sistemi democratici e le tradizioni degli altri paesi.

Le due parti hanno sottolineato che i principi democratici dovrebbero riflettersi non solo nella governance interna ma anche nella governance globale. Alcuni paesi tentano di tracciare linee ideologiche, costringere altri paesi ad accettare gli “standard democratici” di questi paesi e monopolizzare il diritto di definire la democrazia mettendo insieme vari piccoli gruppi e alleanze “situazionali”. Questo è in realtà un calpestare la democrazia e il spirito di democrazia e tradimento dei veri valori democratici. Tale ricerca dell’egemonia rappresenta una seria minaccia alla pace e alla stabilità regionale e globale e danneggia la stabilità dell’ordine internazionale.

Le due parti credono fermamente che la difesa della democrazia e dei diritti umani non debba essere usata come strumento per esercitare pressioni su altri paesi. Le due parti si oppongono all’abuso dei valori democratici da parte di qualsiasi paese, all’ingerenza negli affari interni dei paesi sovrani con il pretesto della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani e alla provocazione della divisione e del confronto mondiale. Le due parti hanno invitato la comunità internazionale a rispettare la diversità delle culture e delle civiltà ei diritti all’autodeterminazione dei popoli di paesi diversi. Le due parti sono disposte a collaborare con tutti i paesi disponibili per promuovere la vera democrazia.

Le due parti hanno sottolineato che la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani hanno stabilito obiettivi elevati e principi di base per la causa globale dei diritti umani, che dovrebbero essere seguiti e praticati da tutti i paesi. Allo stesso tempo, ogni Paese ha diverse condizioni nazionali, e ci sono differenze nella storia, nella cultura, nel sistema sociale e nel livello di sviluppo economico e sociale.È necessario aderire alla combinazione dell’universalità dei diritti umani e delle condizioni reali di vari paesi e proteggere i diritti umani in base alle loro condizioni nazionali e alle esigenze delle persone. La promozione e la protezione dei diritti umani è la causa comune della comunità internazionale e tutti i paesi dovrebbero prestare uguale attenzione e promuovere sistematicamente vari tipi di diritti umani. La cooperazione internazionale in materia di diritti umani dovrebbe essere discussa da tutti i paesi sulla base di un dialogo paritario. Tutti i paesi dovrebbero godere dello stesso diritto allo sviluppo. Tutti i paesi dovrebbero svolgere la cooperazione e la cooperazione in materia di diritti umani sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e rafforzare la costruzione del sistema internazionale dei diritti umani.

due

Le due parti credono che la pace, lo sviluppo e la cooperazione siano la corrente principale dell’odierno sistema internazionale. Lo sviluppo è la chiave per raggiungere il benessere delle persone. La continua diffusione dell’epidemia di COVID-19 ha portato gravi sfide all’attuazione globale dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 2030. È fondamentale migliorare il partenariato globale per lo sviluppo e spingere lo sviluppo globale verso una nuova fase di equilibrio, coordinamento e inclusività .

Le due parti promuoveranno attivamente la cooperazione tra la costruzione congiunta della “Cintura e della strada” e l’Unione economica eurasiatica e approfondiranno la cooperazione pratica tra la Cina e l’Unione economica eurasiatica in vari campi. Migliorare il livello di connettività nelle regioni Asia-Pacifico ed Eurasiatica. Le due parti sono disposte a continuare a promuovere lo sviluppo parallelo e coordinato della costruzione congiunta della “Belt and Road” e del “Greater Eurasian Partnership”, promuovere lo sviluppo delle organizzazioni regionali e il processo di integrazione economica bilaterale e multilaterale, e a beneficio delle persone di tutti i paesi del continente eurasiatico.

Le due parti hanno convenuto di approfondire ulteriormente la cooperazione pragmatica nello sviluppo sostenibile dell’Artico.

Le due parti rafforzeranno la cooperazione nei meccanismi multilaterali come le Nazioni Unite, promuoveranno la comunità internazionale a porre lo sviluppo in una posizione importante nel coordinamento delle politiche macro globali, inviteranno i paesi sviluppati ad adempiere seriamente ai loro obblighi APS, forniranno ai paesi in via di sviluppo maggiori risorse, e risolvere problemi di sviluppo tra paesi e all’interno dei paesi, squilibri e altre questioni e promuovere lo sviluppo globale e la cooperazione internazionale allo sviluppo. La parte russa ha ribadito la sua volontà di continuare a svolgere un lavoro rilevante sulla promozione dell’iniziativa di sviluppo globale proposta dalla parte cinese, inclusa la partecipazione alle attività del “Gruppo di amici dell’iniziativa di sviluppo globale” sulla piattaforma delle Nazioni Unite. Entrambe le parti invitano la comunità internazionale a concentrarsi sulla riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’antiepidemia e i vaccini, il finanziamento dello sviluppo, il cambiamento climatico, lo sviluppo verde e sostenibile, l’industrializzazione, l’economia digitale, la connettività, ecc. e ad intraprendere azioni pratiche per accelerare il attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Le due parti chiedono alla comunità internazionale di creare un ambiente aperto, equo, giusto e non discriminatorio per lo sviluppo scientifico e tecnologico, accelerare la trasformazione delle conquiste scientifiche e tecnologiche in vere forze produttive e sfruttare un nuovo slancio per la crescita economica.

Le due parti chiedono ai paesi di rafforzare la cooperazione nel campo del trasporto sostenibile, svolgere attivamente lo sviluppo delle capacità di trasporto e lo scambio di conoscenze, compresi i trasporti intelligenti, il trasporto sostenibile, lo sviluppo e il funzionamento delle vie navigabili artiche, ecc., Per aiutare la ripresa globale dopo l’epidemia .

Le due parti hanno adottato misure forti per affrontare il cambiamento climatico e hanno dato importanti contributi. Le due parti hanno commemorato congiuntamente il 30° anniversario della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, hanno riaffermato la loro adesione agli obiettivi, ai principi e alle disposizioni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e del suo Accordo di Parigi, in particolare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate , e si è impegnata a promuovere congiuntamente la “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” e il relativo accordo di Parigi. L’accordo di Parigi è pienamente ed efficacemente attuato. Le due parti adempiranno ai rispettivi impegni e si aspettano che i paesi sviluppati attuino seriamente i 100 miliardi di dollari annuali di sostegno finanziario per il clima ai paesi in via di sviluppo. Le due parti si oppongono all’istituzione di nuove barriere commerciali internazionali sulla base della lotta al cambiamento climatico.

Le due parti promuovono fermamente la cooperazione internazionale e gli scambi sulla biodiversità, partecipano attivamente al processo di governance globale della biodiversità e promuovono congiuntamente lo sviluppo coordinato dell’uomo e della natura e la trasformazione verde e contribuiscono allo sviluppo sostenibile globale.

I capi di stato di Cina e Russia hanno affermato la fruttuosa cooperazione bilaterale e multilaterale tra le due parti in risposta alla pandemia globale di COVID-19 e salvaguardando la vita e la salute delle persone dei due paesi e del mondo. Le due parti continueranno a rafforzare la cooperazione nello sviluppo e nella produzione di vaccini e nuovi farmaci contro il coronavirus e ad approfondire la cooperazione nei settori della salute pubblica e della medicina moderna. Le due parti rafforzeranno il coordinamento e l’allineamento delle misure di prevenzione delle epidemie per fornire una forte garanzia per la salute, la sicurezza e gli scambi ordinati di personale tra i due paesi. Le due parti hanno commentato positivamente il lavoro svolto dai dipartimenti e dalle località competenti dei due paesi per garantire la prevenzione dell’epidemia nelle aree di confine e il funzionamento stabile dei porti, istituendo un meccanismo congiunto di prevenzione e controllo nelle aree di confine, coordinando la promozione di prevenzione e controllo delle epidemie, condivisione delle informazioni e costruzione di infrastrutture nei porti frontalieri e miglioramento continuo dell’efficienza delle spedizioni portuali.

Le due parti hanno sottolineato che rintracciare l’origine del nuovo coronavirus è una questione scientifica, che dovrebbe essere svolta in collaborazione con scienziati di tutto il mondo sulla base di una prospettiva globale, e opporsi alla politicizzazione della questione della ricerca dell’origine. La Russia accoglie favorevolmente la ricerca congiunta sulla tracciabilità condotta da Cina e OMS e sostiene il rapporto di ricerca sulla tracciabilità congiunta Cina-OMS. Entrambe le parti chiedono alla comunità internazionale di mantenere congiuntamente la natura scientifica e la serietà della ricerca sulla tracciabilità.

La Russia sostiene la Cina nell’ospitare con successo le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Pechino 2022.

Le due parti hanno parlato molto del livello di cooperazione tra i due paesi nello sport e nei Giochi Olimpici e sono disposte a promuovere ulteriormente lo sviluppo di una cooperazione pertinente.

tre

Le due parti hanno espresso profonda preoccupazione per le gravi sfide che devono affrontare la situazione della sicurezza internazionale e hanno creduto che le persone di tutti i paesi condividano un destino comune e che nessun paese può e non deve raggiungere la propria sicurezza staccandosi dalla sicurezza mondiale e a spese della sicurezza di altri paesi. La comunità internazionale dovrebbe partecipare attivamente alla governance della sicurezza globale per ottenere una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile.

Le due parti hanno ribadito di sostenere fermamente gli interessi fondamentali reciproci, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e si oppongono alle interferenze esterne negli affari interni dei due paesi.

La parte russa ha ribadito che si attiene al principio della Cina unica, riconosce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese e si oppone a qualsiasi forma di “indipendenza di Taiwan”.

Cina e Russia si oppongono alle forze esterne che minano la sicurezza e la stabilità delle aree circostanti comuni dei due paesi, si oppongono a forze esterne che interferiscono negli affari interni dei paesi sovrani con qualsiasi pretesto e si oppongono alle “rivoluzioni colorate” e rafforzeranno la cooperazione nei suddetti aree citate.

Le due parti hanno condannato il terrorismo in tutte le sue forme, esortato la comunità internazionale a istituire un fronte unito globale antiterrorismo incentrato sulle Nazioni Unite e rafforzato il coordinamento politico multilaterale e la cooperazione costruttiva nel campo dell’antiterrorismo. Si oppone alla politicizzazione e alla strumentalizzazione delle questioni antiterrorismo e all’attuazione di “doppi standard” e condanna l’uso di organizzazioni terroristiche ed estremiste e l’interferenza negli affari interni di altri paesi in nome della lotta al terrorismo internazionale e all’estremismo per raggiungere obiettivi geopolitici .

Le due parti ritengono che i singoli paesi, alleanze o alleanze politico-militari cerchino la superiorità militare unilaterale diretta o indiretta, danneggino la sicurezza di altri paesi attraverso la concorrenza sleale e altri mezzi, intensifichino la concorrenza geopolitica, esagerino la rivalità e il confronto, minano gravemente l’ordine di sicurezza internazionale , e minano la stabilità strategica globale. Le due parti si oppongono alla continua espansione della NATO e chiedono alla NATO di abbandonare l’ideologia della Guerra Fredda, rispettare la sovranità, la sicurezza, gli interessi e la diversità delle civiltà, della storia e della cultura di altri paesi e considerare lo sviluppo pacifico di altri paesi in modo obiettivo ed equo. Le due parti si oppongono all’instaurazione di un sistema di alleanze chiuse nella regione Asia-Pacifico e alla creazione di un campo di confronto, e sono molto vigili sull’impatto negativo della “strategia indo-pacifica” promossa dagli Stati Uniti sulla pace e la stabilità della regione. La Cina e la Russia si sono sempre impegnate a costruire un sistema di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico che sia equo, aperto, inclusivo e non mirato ai paesi terzi, e mantenga pace, stabilità e prosperità.

Le due parti hanno accolto con favore la pubblicazione della Dichiarazione congiunta dei leader dei cinque Stati dotati di armi nucleari sulla prevenzione della guerra nucleare e sull’evitare una corsa agli armamenti e hanno affermato che tutti gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero abbandonare la mentalità della guerra fredda e il gioco a somma zero, ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle politiche di sicurezza nazionale e ritirarsi Le armi nucleari dispiegate all’estero non consentono lo sviluppo illimitato del sistema antimissilistico globale, riducendo efficacemente il rischio di guerra nucleare e qualsiasi conflitto militare tra paesi con forze nucleari militari .

Le due parti hanno ribadito che il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari è la pietra angolare del sistema internazionale di disarmo e non proliferazione nucleare, una parte importante del sistema di sicurezza internazionale del dopoguerra, e il suo ruolo nella promozione della pace e dello sviluppo nel mondo è insostituibile. La comunità internazionale dovrebbe promuovere i tre pilastri del trattato in modo equilibrato e mantenere congiuntamente l’autorità, l’efficacia e l’universalità del trattato.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per l’istituzione del “Partenariato trilaterale per la sicurezza” (AUKUS) tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, in particolare per la cooperazione nei settori della stabilità strategica come i sottomarini a propulsione nucleare, aggravando il pericolo di una corsa agli armamenti regionale e ponendo un serio rischio di proliferazione nucleare. Le due parti condannano fermamente atti simili ed esortano gli stati membri dell’AUKUS ad adempiere rigorosamente ai loro obblighi per prevenire la proliferazione nucleare e missilistica e mantenere la pace, la stabilità e lo sviluppo regionali.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per il previsto scarico nell’oceano da parte del Giappone di acqua radioattivamente inquinata dall’incidente della centrale nucleare di Fukushima e il suo potenziale impatto ambientale, sottolineando che il Giappone deve consultarsi pienamente con i paesi vicini e le altre parti interessate e le istituzioni internazionali pertinenti, e condurre dimostrazione aperta, trasparente, scientifica, Smaltire correttamente l’acqua contaminata radioattivamente in modo responsabile in conformità con il diritto internazionale.

Le due parti ritengono che dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF, hanno accelerato lo sviluppo di missili terrestri a medio e corto raggio e hanno cercato di dispiegarli e fornirli ai loro alleati nelle regioni Asia-Pacifico ed europee , intensificando la tensione e la sfiducia, aumentando i rischi per la sicurezza internazionale e regionale e indebolendo la non proliferazione internazionale e il sistema di controllo degli armamenti mina la stabilità strategica globale. Le due parti esortano gli Stati Uniti a rispondere attivamente all’iniziativa della Russia e ad abbandonare i piani per dispiegare missili terrestri a medio e corto raggio nell’Asia-Pacifico e in Europa. Le due parti manterranno la comunicazione e rafforzeranno il coordinamento al riguardo.

La Cina comprende e sostiene le proposte avanzate dalla Russia per costruire una garanzia di sicurezza a lungo termine legalmente vincolante per l’Europa.

Le due parti hanno sottolineato che il ritiro degli Stati Uniti da una serie di importanti accordi internazionali nel campo del controllo degli armamenti ha avuto un enorme impatto negativo sulla sicurezza e stabilità internazionale e regionale. Entrambe le parti hanno espresso preoccupazione per il progresso degli Stati Uniti nel loro programma antimissilistico globale e il dispiegamento di sistemi antimissilistici in tutto il mondo, rafforzando al contempo le loro armi non nucleari ad alta precisione in grado di condurre missioni strategiche come attacchi preventivi. Le due parti hanno sottolineato l’importanza degli usi pacifici dello spazio extraatmosferico, hanno sostenuto fermamente il ruolo centrale del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extraatmosferico nella promozione della cooperazione internazionale nello spazio extraatmosferico, nel mantenimento e nello sviluppo del diritto internazionale nel campo dello spazio extraatmosferico , e il controllo delle attività nello spazio extraatmosferico, e continuerà a discutere dello spazio extraatmosferico Rafforzare la cooperazione su questioni di interesse reciproco, come la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali e lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse spaziali. Le due parti si oppongono ai tentativi di alcuni paesi di trasformare lo spazio esterno in un territorio di scontro militare, ribadiscono che faranno ogni sforzo per prevenire l’armamento e la corsa agli armamenti nello spazio esterno, si oppongono ad attività rilevanti volte a cercare la superiorità militare nello spazio esterno e condurre operazioni nello spazio extraatmosferico e ribadire che sulla base del progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio extraatmosferico, l’uso o la minaccia dell’uso della forza su oggetti dello spazio extraatmosferico, Cina e Russia avvieranno negoziati il ​​prima possibile concludere un documento multilaterale giuridicamente vincolante per fornire una garanzia fondamentale e affidabile per prevenire una corsa agli armamenti e l’armamento nello spazio.

Cina e Russia sottolineano che le iniziative/impegni politici internazionali in materia di trasparenza e misure di rafforzamento della fiducia, compreso il “nessun primo dispiegamento di armi nello spazio esterno”, contribuiscono all’obiettivo di prevenire una corsa agli armamenti nello spazio esterno, ma tali misure sono solo complementari alla regolamentazione misure per le attività nello spazio extraatmosferico e non dovrebbero sostituire un meccanismo giuridicamente vincolante efficace.

Le due parti hanno riaffermato che la Convenzione sulle armi biologiche è un pilastro vitale della pace e della sicurezza internazionali e sono determinate a mantenere l’autorità e l’efficacia della Convenzione.

Le due parti riaffermano che la Convenzione dovrebbe essere pienamente rispettata e ulteriormente rafforzata, compresa l’istituzionalizzazione della Convenzione, il rafforzamento del meccanismo della Convenzione, la conclusione di un protocollo giuridicamente vincolante che includa un efficace meccanismo di verifica e la risoluzione delle questioni relative all’attuazione della Convenzione attraverso una regolare consultazione e cooperazione per qualsiasi problema.

Le due parti hanno sottolineato che le attività di militarizzazione biologica svolte dagli Stati Uniti e dai loro alleati in patria e all’estero hanno sollevato serie preoccupazioni e interrogativi da parte della comunità internazionale sulla sua conformità. Le attività in questione rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale di Cina e Russia e danneggiano anche la sicurezza delle regioni interessate. Le due parti esortano gli Stati Uniti ei loro alleati a chiarire le proprie attività di militarizzazione biologica in patria e all’estero in modo aperto, trasparente e responsabile e a sostenere la ripresa dei negoziati su un protocollo di verifica giuridicamente vincolante alla Convenzione sulle armi biologiche.

Le due parti hanno riaffermato il loro impegno per l’obiettivo di un mondo libero dalle armi chimiche e hanno invitato tutte le parti della Convenzione sulle armi chimiche a sostenere congiuntamente l’autorità e l’efficacia della Convenzione. La Cina e la Russia sono profondamente preoccupate per la politicizzazione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e invitano gli Stati parti a rafforzare la solidarietà e la cooperazione e a mantenere la tradizione del consenso. Cina e Russia esortano gli Stati Uniti ad accelerare la distruzione delle scorte di armi chimiche come unico Stato parte che non ha completato la distruzione di armi chimiche.

Le due parti hanno sottolineato che l’attuazione degli obblighi di non proliferazione dovrebbe essere bilanciata con la salvaguardia dei diritti e degli interessi legittimi dei paesi nella cooperazione internazionale nell’uso pacifico di tecnologie, materiali e attrezzature avanzati. Le due parti hanno sottolineato che la risoluzione su “Promuovere l’uso pacifico della cooperazione internazionale nel campo della sicurezza internazionale” proposta dalla parte cinese e proposta congiuntamente dalla parte russa è stata adottata dalla 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Entrambe le parti attribuiscono grande importanza alla questione della governance dell’IA. Le due parti sono disposte a rafforzare gli scambi e i dialoghi su questioni di intelligenza artificiale.

Le due parti hanno ribadito che approfondiranno la cooperazione nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione e promuoveranno la creazione di un ambiente aperto, sicuro, sostenibile e accessibile per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le due parti hanno sottolineato che i principi di non uso della forza, rispetto della sovranità nazionale e dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo e della non interferenza negli affari interni stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite si applicano allo spazio dell’informazione, hanno riaffermato il ruolo chiave dell’ONU nel rispondere alle minacce alla sicurezza internazionale dell’informazione e ha sostenuto le Nazioni Unite nella formulazione di nuove politiche in questo settore.codice di condotta nazionale.

Le due parti accolgono con favore lo svolgimento di negoziati globali nel campo della sicurezza dell’informazione internazionale nel quadro di un meccanismo unificato, sostengono il lavoro del gruppo di lavoro aperto delle Nazioni Unite sulla sicurezza dell’informazione per il periodo 2021-2025 e sono disposte ad esprimere posizioni comuni all’interno il gruppo di lavoro. Le due parti ritengono che la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per formulare un nuovo e responsabile codice di condotta nazionale nel cyberspazio dell’informazione, compreso un documento legale internazionale universale con forza legale che regoli le attività di vari paesi nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione . Le due parti ritengono che la Global Data Security Initiative proposta dalla Cina e sostenuta in linea di principio dalla Russia fornisca una base per il gruppo di lavoro per discutere e formulare contromisure per la sicurezza dei dati e altre minacce internazionali alla sicurezza delle informazioni.

Le due parti hanno ribadito il loro sostegno alle Risoluzioni 74/247 e 75/282 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al lavoro del Comitato intergovernativo di esperti ad hoc, alla promozione della negoziazione di una convenzione internazionale contro l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fini criminali nel quadro delle Nazioni Unite e ha sostenuto che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati per garantire che una convenzione globale autorevole e universale possa essere raggiunta il prima possibile in conformità con la risoluzione 75/282 dell’UNGA e presentata alla 78a sessione dell’UNGA . Cina e Russia hanno presentato congiuntamente il progetto di convenzione come base per i relativi negoziati.

Le due parti sostengono l’istituzione di un sistema internazionale di governance di Internet. Credono che tutti i paesi abbiano uguali diritti alla governance di Internet e che i paesi sovrani abbiano il diritto di controllare e proteggere la propria sicurezza della rete. Qualsiasi tentativo di limitare la sovranità della rete nazionale è inaccettabile , e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni dovrebbe essere incoraggiata a risolvere le questioni rilevanti. svolgere un ruolo più attivo.

Le due parti approfondiranno la cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione sulla base dell’accordo tra il governo della Repubblica popolare cinese e il governo della Federazione russa sulla cooperazione nel campo della garanzia della sicurezza internazionale dell’informazione (firmato a maggio 8, 2015) programma di cooperazione in questo campo.

quattro

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto maggiori potenze mondiali e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sosterranno la responsabilità e la moralità, salvaguarderanno fermamente il sistema internazionale in cui l’ONU svolge un ruolo centrale di coordinamento negli affari internazionali e con fermezza sostenere i principi del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite.Lavoreremo insieme per costruire un mondo più prospero, stabile, equo e giusto e costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali.

La parte russa ha parlato positivamente del concetto cinese di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, che aiuterà a rafforzare la solidarietà della comunità internazionale e ad affrontare insieme le sfide comuni. La Cina parla positivamente degli sforzi della Russia per costruire un sistema di relazioni internazionali equo e multipolare.

Le due parti hanno difeso fermamente la vittoria della seconda guerra mondiale e l’ordine internazionale del dopoguerra, hanno salvaguardato risolutamente l’autorità delle Nazioni Unite e l’equità e la giustizia internazionali e si sono opposte ai tentativi di negare, distorcere e manomettere la storia della seconda guerra mondiale.

Per evitare che si ripetesse la tragedia della guerra mondiale, le due parti condannarono risolutamente gli aggressori fascisti e militaristi ei loro complici a sottrarsi alle colpe storiche e calunniare i paesi vincitori.

Le due parti hanno sostenuto e promosso la costruzione di un nuovo tipo di relazione tra i principali paesi caratterizzati da rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti, e hanno sottolineato che il nuovo tipo di relazione tra Cina e Russia va oltre il modello di alleanza politico-militare durante la Guerra Fredda. Non c’è limite all’amicizia tra i due paesi, non c’è uno spazio ristretto per la cooperazione.Il rafforzamento della cooperazione strategica non è rivolto a un paese terzo, né è influenzato dai cambiamenti del paese terzo e della situazione internazionale.

Le due parti hanno ribadito che la comunità internazionale dovrebbe essere unita piuttosto che divisa e dovrebbe cooperare piuttosto che confrontarsi. Le due parti si oppongono al ritorno delle relazioni internazionali nell’era del confronto tra le grandi potenze e la legge della giungla. Contrastare i tentativi di sostituire accordi e meccanismi generalmente accettati conformi al diritto internazionale con regole di “piccola cerchia” formulate da singoli paesi e gruppi di paesi, opporsi all’uso di soluzioni evasive che non hanno raggiunto un consenso per risolvere problemi internazionali, contrastare la politica di potere, il bullismo , e sanzioni unilaterali e “giurisdizione a braccio lungo”, che si oppone all’abuso dei controlli sulle esportazioni e sostiene e facilita il commercio conforme all’OMC.

Le due parti hanno ribadito che rafforzeranno il coordinamento della politica estera, praticheranno un autentico multilateralismo, rafforzeranno la cooperazione all’interno dei meccanismi multilaterali, salvaguarderanno gli interessi comuni, manterranno l’equilibrio del potere internazionale e regionale e lavoreranno insieme per migliorare la governance globale.

Le due parti sostengono e mantengono il sistema commerciale multilaterale con al centro l’OMC, partecipano attivamente alla riforma dell’OMC e si oppongono all’unilateralismo e al protezionismo. Le due parti rafforzeranno il dialogo, la cooperazione e il coordinamento delle posizioni su questioni economiche e commerciali di interesse comune, contribuiranno a garantire il funzionamento stabile ea lungo termine delle catene industriali e di approvvigionamento globali e regionali e promuoveranno l’istituzione di un sistema più aperto, inclusivo, sistema di regole economiche e commerciali internazionali trasparente e non discriminatorio.

Le due parti sostengono il G20 per svolgere il ruolo di forum principale per la cooperazione economica internazionale e un’importante piattaforma per la risposta alle crisi, e promuovono congiuntamente il G20 per portare avanti lo spirito di solidarietà e cooperazione nella lotta internazionale contro l’epidemia, la ripresa dell’economia mondiale, la promozione dello sviluppo inclusivo e sostenibile e il miglioramento di un ambiente globale equo e ragionevole Giocheremo un ruolo guida nel sistema di governance economica e in altri aspetti e lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali.

Le due parti sostengono i paesi BRICS per approfondire la loro partnership strategica, espandere la cooperazione nelle tre direzioni principali di sicurezza politica, economia, commercio e finanza e scambi interpersonali e culturali, promuovere la cooperazione nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche come quelle pubbliche salute, economia digitale e intelligenza artificiale e migliorare il livello di cooperazione internazionale BRICS. Le due parti sono impegnate nel modello “BRICS+” e nel Dialogo BRICS come meccanismo di dialogo efficace con i paesi in via di sviluppo ei paesi dei mercati emergenti, i meccanismi e le organizzazioni di integrazione regionale.

La parte russa sosterrà pienamente la parte cinese nel suo lavoro come presidenza BRICS nel 2022 e promuoverà congiuntamente la 14a riunione dei leader BRICS per ottenere risultati fruttuosi.

Le due parti rafforzeranno e rafforzeranno ulteriormente il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e promuoveranno la costruzione di un modello mondiale multipolare basato su norme riconosciute di diritto internazionale, multilateralismo, uguaglianza, comune, indivisibile, globale, cooperativo e sostenibile sicurezza.

Le due parti ritengono che sia fondamentale attuare il consenso sul miglioramento della risposta degli Stati membri della SCO alle sfide e alle minacce alla sicurezza e, a tal fine, entrambe le parti sostengono l’espansione delle funzioni dell’agenzia regionale antiterrorismo della SCO.

Le due parti promuoveranno il miglioramento e il potenziamento della cooperazione economica tra gli Stati membri della SCO, continueranno a rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri in aree di interesse comune come il commercio, l’industria, i trasporti, l’energia, la finanza, gli investimenti, l’agricoltura, le dogane, telecomunicazioni, innovazione, ecc. Risparmio, risparmio energetico, applicazione della tecnologia verde.

Le due parti hanno sottolineato che lo “Shanghai Cooperation Organization Member States Intergovernmental Cooperation Agreement on Safeguarding International Information Security” (firmato il 16 giugno 2009) e la cooperazione nell’ambito del SCO Member States International Information Security Expert Group hanno ottenuto risultati fruttuosi Il “Piano di cooperazione 2022-2023 per gli Stati membri della SCO per salvaguardare la sicurezza dell’informazione internazionale” adottato dal Consiglio dei capi di Stato degli Stati membri della SCO a Dushanbe il 17.

Le due parti ritengono che l’importanza della cooperazione interpersonale e culturale per lo sviluppo della SCO sia in costante aumento. Le due parti approfondiranno ulteriormente la cooperazione in materia di cultura, istruzione, scienza e tecnologia, salute, protezione ambientale, turismo, scambi di personale e sport tra gli Stati membri della SCO e miglioreranno la comprensione reciproca tra le persone degli Stati membri.

Le due parti continueranno a consolidare il ruolo dell’APEC come principale piattaforma di dialogo economico multilaterale nella regione, rafforzeranno la collaborazione nell’attuazione dell’APEC Putrajaya Vision 2040 e costruiranno aree regionali libere, aperte, eque, non discriminatorie, trasparenti e prevedibili. commercio Ambiente di investimento, concentrandosi sul rafforzamento della risposta alla nuova epidemia di polmonite coronarica, sulla promozione della ripresa economica, sulla promozione della trasformazione digitale in vari campi, sul rilancio dell’economia delle aree remote e sul sostegno dell’APEC e di altre organizzazioni multilaterali regionali per svolgere la cooperazione nelle aree di cui sopra .

Le due parti continueranno a portare avanti la cooperazione nell’ambito del meccanismo Cina-Russia-India e rafforzeranno la cooperazione in piattaforme come il vertice dell’Asia orientale, il forum regionale dell’ASEAN e l’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN Plus. Cina e Russia sostengono la centralità dell’ASEAN nella cooperazione dell’Asia orientale, continuano a rafforzare il coordinamento per approfondire la cooperazione con l’ASEAN, promuovono congiuntamente la cooperazione in materia di salute pubblica, sviluppo sostenibile, antiterrorismo e lotta ai crimini transnazionali e rafforzano il ruolo dell’ASEAN come componente chiave della architettura.

4 febbraio 2022 a Pechino

Si tratta di una dichiarazione molto lunga, che non nomina la parola “alleanza”, ma ci va vicino. In essa viene dichiarata con una formula tipicamente cinese la necessità di plasmare un mondo multipolare e cita i due nodi rispettivamente cruciali dell’espansione della Nato e della richiesta indipendenza di Taiwan, sostenendo le posizioni rispettive. Taiwan è parte della Cina “inalienabile” e la Nato non deve espandersi ancora. La dichiarazione non fa capire che la Cina fosse al corrente dell’imminente invasione.

Altri elementi:

  • impegno ad aumentare l’interscambio di 250 miliardi all’anno (oggi è 140, traduzione: triplica),
  • promozione delle valute nazionali (traduzione: il gas ed il petrolio russo non saranno più pagati in dollari),
  • cooperazione tecnico-militare,
  • interoperabilità informatica,
  • potenziamento della vendita di gas e petrolio (10 miliardi di mc, traduzione: meno per noi, anche se poco)
  • rivendicazione del multilateralismo e del principio di autodeterminazione dei popoli,
  • censura ai tentativi di ideologizzare le relazioni internazionali, di stabilire standard e doppi standard e di imporli con la forza, delle ‘rivoluzioni colorate’,
  • invito a dismettere arsenali chimici e biologici (diretto agli Usa per esplicita menzione),
  • impegno al sostegno reciproco.

Sostegno che al momento è solo diplomatico, in quanto l’invasione russa è fortemente estranea alle tradizioni diplomatiche dell’impero di mezzo e imbarazzante per il complesso quadro d’area nel quale la Cina si muove.

Nel concetto cinese di Tianxia (la “via del cielo”) è presente quel che Azzarà in un suo recente libro[14] chiama universalismo concreto e dialettica dell’inclusione. Contro la tradizione del razionalismo occidentale, che pensa a partire dal principio individuale e finisce per divenire copertura di interessi di parte, geopolitici o altro, seguendo una falsa generalizzazione autocontraddittoria (ovvero non realmente universalizzabile, se non piegando e non riconoscendo l’altro) per l’impostazione cinese la razionalità è realmente tale se porta ad una situazione collettiva accettata senza coercizione. Una ‘razionalità collettiva’ che non può essere definita ex ante, ma solo a seguito di un processo concreto di confronto. Processo dal quale emerge il piano cooperativo. Una “razionalità relazionale”, come propone di chiamarla Azzarà[15], che non produce necessariamente e strutturalmente amici e nemici. Per il Tianxia, al contrario, ogni fenomeno produce necessariamente una ‘vita in comune’ e rappresenta una ‘totalità’. Questo è una componente del concetto di “armonia” che è al centro dell’approccio diplomatico cinese.

Il sistema mondiale è di tutti in questo senso, 大道之行也天下為公, “quando prevarrà la Grande Via, l’Universo apparterrà a tutti”, un verso del testo confuciano “I riti”, ripreso da Qing Kang Youwei e dal Sun Yat-sen nell’espressione “Tian xia wei gong”. Come ogni concetto sintetico ha una dimensione utopica (sin dalla sua formazione nella tarda epoca Qing, ma anche di orientamento.

Del resto la radice di tale diverso atteggiamento è molto profonda, come mostra Yuk Hui nel suo “Cosmotecnica”[16] il tema al cuore della filosofia cinese non è l’’essere’, quanto il ‘vivente’. Ovvero, nel confucianesimo come nel daoismo, la possibilità di condurre una vita morale e buona. La vita è soggetta a causalità reciproca e l’universo è in essa sempre pensato come una totalità di relazioni. Nel confucianesimo, racconta il filosofo cinese, “il Dao è riconosciuto come coerenza tra l’ordine cosmologico e quello morale, e tale coerenza è chiamata zi ran, spesso tradotto con ‘natura’”[17]. ‘Natura’ nel cinese moderno significa piante, fiumi, etc. ma anche attuare e comportarsi in armonia con il sé e senza pretesa, “lasciare che le cose siano come sono”. Cosmo ed essere umano sono sempre connessi, se pure mediati da esseri tecnici (Qi). Nella cultura cinese l’odine cosmologico non può essere ‘perfezionato’ dalla techné, perché è sempre anche un ordine morale.

Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia.

Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel daoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi, “governare senza intervenire”, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale.

Avremmo da imparare, se sapessimo essere con l’altro.

FONTE: https://tempofertile.blogspot.com/2022/03/guerra-ucraina-note-sul-punto-di-vista.html

Note

[1] – https://www.scmp.com/

[2] – http://www.chinadaily.com.cn/

[3] – https://www.nytimes.com/

[4] – https://news.bjd.com.cn//2022/03/05/10050663.shtml

[5] – https://asiatimes.com/

[6] – https://asiatimes.com/2022/02/russias-strategy-to-destroy-ukraine-army-going-to-plan/

[7] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/data/russia-ukraine-history

[8] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/six-times-when-the-soviet-veto-came-to-indias-rescue/articleshow/89941338.cms

[9] – https://indianexpress.com/article/world/ukraine-russia-war-what-could-be-a-way-out-7802307/

[10] – https://www.dawn.com/news/1678353/us-warns-pakistan-of-ukraine-war-consequences

[11] – https://news.bjd.com.cn//2022/02/21/10044979.shtml

[12] – https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2022/02/26/cina-wang-yi-elabora-posizione-sullucraina_c588f530-bc74-44a8-a89d-4637eea4c122.html?fbclid=IwAR2ppmNzWfUqTJUE5zpqj4wGFsdcoGKIr20MyTPktnpHbTDlIVsKMevLfok

[13] – Che devo riprendere da questo link non essendo più disponibili i siti russi:

https://observatoriocrisis.com/2022/02/06/desempaquetando-la-declaracion-conjunta-china-rusa/?fbclid=IwAR3tadzZ0rJFXhsIq95hdypqf7wrA1nl0lb1A3ZcF3Wf6dZnJsZDm43f2Nw ;

questa è la versione cinese: http://www.gov.cn/xinwen/2022-02/04/content_5672025.htm

[14] – Stefano G. Azzarà, “Il virus dell’occidente”, Mimesis 2020.[15] – Ivi, p. 108[16] – Yuk Hui, “Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina”, Nero 2021.[17] – Ivi, p.65.

ILAN PAPPE’- “LE QUATTRO LEZIONI DALL’UCRAINA: I DOPPI STANDARD OCCIDENTALI”

USA Today [terzo quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] ha informato che una foto diventata virale di un grattacielo colpito da un bombardamento russo in Ucraina è risultata essere di un grattacielo demolito nella Striscia di Gaza dall’aviazione israeliana nel maggio 2021. Pochi giorni prima il ministero degli Esteri ucraino si è lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev che “ci state trattando come Gaza”. Era furioso che Israele non avesse condannato l’invasione russa e fosse interessato esclusivamente a portare via i cittadini israeliani dallo Stato (Haaretz, 17 febbraio 2022). Si è trattato di un misto di riferimenti all’evacuazione da parte dell’Ucraina di mogli ucraine sposate con palestinesi dalla Striscia di Gaza nel maggio 2021 e un ricordo a Israele del pieno appoggio del presidente ucraino all’attacco israeliano contro la Striscia di Gaza di quel mese (tornerò a quell’appoggio verso la fine di questo articolo).

In effetti quando si valuta l’attuale crisi in Ucraina gli attacchi israeliani contro Gaza dovrebbero essere citati e presi in considerazione. Non è un caso che alcune foto vengano confuse: non ci sono molti grattacieli che siano stati abbattuti in Ucraina, ma ce ne sono parecchi che sono stati distrutti nella Striscia di Gaza. Tuttavia quando si prende in considerazione la crisi ucraina in un contesto più ampio non emerge solo l’ipocrisia riguardo alla Palestina. È il complessivo doppio standard dell’Occidente che dovrebbe essere analizzato, senza rimanere neppure per un istante indifferenti alle notizie e alle immagini che ci giungono dalla zona di guerra in Ucraina: bambini traumatizzati, flussi di rifugiati, bellezze architettoniche distrutte dai bombardamenti e il pericolo incombente che ciò sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Nel contempo quanti di noi hanno sperimentato, informato e raccontato le catastrofi umanitarie in Palestina non possono ignorare l’ipocrisia dell’Occidente, e possiamo evidenziarlo senza sminuire per un solo momento la nostra solidarietà umana ed empatia con le vittime di ogni guerra.

Lo dobbiamo fare in quanto la disonestà etica che è implicita negli scopi ingannevoli stabiliti dalle élite politiche e dai media occidentali li porterà ancora una volta a nascondere il loro razzismo e la loro impunità in quanto continuerà a garantire l’immunità a Israele e alla sua oppressione dei palestinesi. Ho individuato quattro affermazioni false che fino ad ora sono al centro dell’impegno delle élite occidentali con la crisi ucraina e le ho strutturate come quattro lezioni.

Prima lezione: i rifugiati bianchi sono benvenuti, gli altri molto meno

L’inedita decisione collettiva dell’UE di aprire le sue frontiere ai rifugiati ucraini, seguita da una politica più prudente della Gran Bretagna, non può passare inosservata rispetto alla chiusura della maggior parte degli ingressi in Europa ai rifugiati che arrivano dal mondo arabo e dall’Africa dal 2015. La priorità chiaramente razzista che distingue in base al colore, alla religione e all’etnia tra chi cerca di salvarsi la vita è aberrante, ma è improbabile che cambi molto rapidamente. Alcuni dirigenti europei non si vergognano neppure di esprimere pubblicamente il proprio razzismo, come ha fatto il primo ministro bulgaro Kiril Petkov:

“Questi (i rifugiati ucraini) non sono i rifugiati a cui siamo abituati…questa gente è europea. Queste persone sono intelligenti, sono istruite… Non è l’ondata di rifugiati a cui siamo abituati, persone della cui identità non siamo sicuri, senza un passato chiaro, che potrebbero persino essere stati dei terroristi…”

Non è solo. I mezzi di comunicazione occidentali parlano tutto il tempo del “nostro tipo di rifugiati”, e questo razzismo si esprime chiaramente ai valichi di confine tra l’Ucraina e i suoi vicini europei. Questo atteggiamento razzista, con sfumature chiaramente islamofobe, non cambierà, dato che i dirigenti europei stanno ancora negando il tessuto multietnico e multiculturale delle società in tutto il continente. Una realtà umana creata da anni di colonialismo e imperialismo europei che gli attuali governi europei negano e ignorano e, nel contempo, questi governi perseguono politiche migratorie basate sullo stesso razzismo che permeava il colonialismo e l’imperialismo del passato.

Seconda lezione: puoi invadere l’Iraq ma non l’Ucraina

La mancanza di volontà dei media occidentali di contestualizzare la decisione russa di invadere all’interno di una più ampia, e ovvia, analisi di come nel 2003 siano cambiate le regole del gioco internazionale è veramente sconcertante. È difficile trovare un’analisi che evidenzi il fatto che gli USA e la Gran Bretagna violarono le leggi internazionali contro la sovranità di uno Stato quando i loro eserciti, con una coalizione di Paesi occidentali, invasero l’Afghanistan e l’Iraq. Occupare un intero Paese per scopi politici non è stato inventato in questo secolo da Vladimir Putin, è stato inaugurato dall’Occidente come uno strumento giustificato di politica.

Terza lezione: a volte il neonazismo può essere accettabile

L’analisi riguardo all’Ucraina non evidenzia neppure alcuni dei validi argomenti di Putin, che non giustificano affatto l’invasione, ma che richiedono la nostra attenzione persino durante l’invasione. Fino all’attuale crisi i mezzi di comunicazione progressisti occidentali, come The Nation, the Guardian, the Washington Post, ecc., ci hanno messi in guardia dal crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina che potrebbe incidere sul futuro dell’Europa, e non solo. Gli stessi mezzi di informazione oggi ignorano l’importanza del neonazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation informava:

“Oggi crescenti notizie sulla violenza di estrema destra, dell’ultranazionalismo e dell’erosione delle libertà fondamentali stanno smentendo l’iniziale euforia dell’Occidente. Ci sono pogrom neonazisti contro i rom, crescenti aggressioni contro femministe e gruppi LGBT, censura di libri e glorificazione sponsorizzata dallo Stato di collaboratori del nazismo.”

Due anni prima il Washington Post (15 giugno 2017) aveva avvertito, in modo molto perspicace, che uno scontro dell’Ucraina con la Russia non avrebbe dovuto portarci a dimenticare il potere del neonazismo in Ucraina:

“Mentre la lotta dell’Ucraina contro i separatisti appoggiati dalla Russia continua, Kiev affronta un’altra minaccia a lungo termine alla sua sovranità: potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Queste organizzazioni non si vergognano di utilizzare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, che sono sicuramente in contrasto con la tollerante democrazia di tipo occidentale che Kiev cerca apparentemente di diventare.”

Tuttavia oggi il Washington Post adotta un atteggiamento sprezzante e definisce una descrizione simile come un’“accusa falsa”:

“In Ucraina agiscono una serie di gruppi nazionalisti paramilitari, come il movimento Azov e il Settore di Destra, che abbracciano un’ideologia neonazista. Benché di spicco, sembrano avere scarse adesioni. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, e ha solo un deputato.”

I precedenti avvertimenti di un mezzo di comunicazione come The Hill (9 novembre 2017), il principale sito indipendente di notizie degli USA, sono dimenticate:

“In effetti ci sono formazioni neonaziste in Ucraina. Ciò è stato massicciamente confermato da quasi tutti i principali mezzi di informazione occidentali. Il fatto che alcuni analisti possano smentirlo come propaganda diffusa da Mosca è profondamente inquietante, soprattutto alla luce dell’attuale incremento di neonazisti e suprematisti bianchi in tutto il pianeta.”

Quarta lezione: colpire grattacieli è un crimine di guerra solo in Europa

Foto acquisita da ANSA su Twitter e rilanciata da RAI e molti network internazionali

Non solo la dirigenza ucraina ha rapporti con questi gruppi e milizie neonazisti, è anche filo-israeliano in modo preoccupante e imbarazzante. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dalla Commissione delle Nazioni Unite sull’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese, l’unico tribunale internazionale a garantire che la Nakba non venga negata o dimenticata.

L’iniziativa è stata del presidente ucraino. Egli non ha dimostrato alcuna solidarietà nei confronti delle sofferenze dei rifugiati palestinesi, né li ha considerati vittime di crimini. Nella sua intervista dopo l’ultimo barbaro bombardamento israeliano della Striscia di Gaza nel maggio 2021 ha affermato che l’unica tragedia a Gaza è stata quella patita dagli israeliani. Se è così, allora sono solo i russi che soffrono in Ucraina.

Ma Zelensky non è solo. Quando si tratta della Palestina l’ipocrisia raggiunge livelli mai visti. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina ha dominato le notizie e provocato profonde analisi su brutalità umana, Putin e disumanità. Ovviamente questi bombardamenti devono essere condannati, ma risulta che quelli tra i leader del mondo che guidano la condanna rimasero in silenzio quando Israele rase al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e la città di Gaza negli ultimi 15 anni in un’ondata di brutalità dietro l’altra.

Non è stata discussa, per non dire imposta, alcuna sanzione di qualunque tipo contro Israele per i suoi crimini di guerra dal 1948 in poi. Di fatto nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali che oggi stanno guidando le sanzioni contro la Russia persino menzionare la possibilità di imporre sanzioni contro Israele è illegale e considerato antisemita.

Persino quando è giustamente espressa la sincera solidarietà umana dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina non possiamo ignorare questo contesto razzista ed eurocentrico. La massiccia solidarietà dell’Occidente è riservata a chi voglia unirsi al suo blocco e alla sua sfera di influenza. Questa empatia ufficiale non appare affatto quando violenze simili, e peggiori, sono dirette contro non-europei in generale, e verso i palestinesi in particolare.

Ci possiamo orientare come persone di coscienza tra le nostre risposte alle calamità e la nostra responsabilità per evidenziare l’ipocrisia che in molti modi ha aperto la strada a queste catastrofi. Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e consentire la continua colonizzazione e oppressione di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà in futuro a ulteriori tragedie come quella dell’Ucraina, e ovunque sul nostro pianeta.

– Ilan Pappé è docente all’università di Exeter. È stato in precedenza professore associato all’università di Haifa. È autore di La pulizia etnica della Palestina [Fazi, 2008], The Modern Middle East [Il moderno Medio Oriente], Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli [Einaudi, 2014] e Ten Myths about Israel [Dieci miti su Israele]. Pappé è considerato uno dei “nuovi storici” israeliani che, da quando all’inizio degli anni ’80 sono stati resi pubblici documenti ufficiali britannici e israeliani sull’argomento, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

Pino Cabras su guerra, energia, transizione, informazione, controllo sociale (VIDEO-intervista)

Intervista di Max Civili a Pino Cabras, deputato ex M5Stelle, attualmente gruppo Misto Alternativa, sulle implicazioni della guerra in corso e dell’interventismo italiano e dei paesi occidentali.

Intervista a Pino Cabras del 4 marzo 2022

Anne Morelli sulla propaganda di guerra in Ucraina: Non c’è spazio per le opinioni divergenti

Anne Morelli, storica e docente all’Université Libre de Bruxelles (ULB), specializzata in critica storica applicata ai media, ha pubblicato l’opera di riferimento “Principi elementari della propaganda di guerra” (Ediesse, 2005).

In questa intervista, pubblicata sul sito di Investig’Action, analizza la propaganda di guerra applicata al conflitto ucraino. Scaricare la responsabilità sull’altra parte, come abbiamo visto nei media negli ultimi giorni, è uno dei dieci principi del suo libro. La demonizzazione dell’avversario, la cui parola è costantemente screditata, non aiuta a capire il conflitto, sostiene Anne Morelli.

*****

I nostri media danno tutta la responsabilità a Putin. Perché non guardano le conseguenze delle azioni precedenti da parte dell’Occidente, cioè quelle degli Stati Uniti, dell’Europa e della leadership ucraina?

Siamo in una situazione in cui non c’è spazio per le divergenze. Sono stupita di vedere manifesti nella ULB con “Salvare l’Ucraina”, “Putin è un assassino” e altri messaggi del genere. È la prima volta che vedo studenti posizionarsi così in un conflitto militare.

Bisogna sottolineare che l’Ucraina ha delle armi, e queste armi non sono arrivate da sole. L’Ucraina è armata dal 2014 e il governo lancia regolarmente le sue armi contro gli “indisciplinati” nei cosiddetti territori “filorussi”.

Quando in Jugoslavia, territori come la Croazia e il Kosovo hanno fatto la loro secessione, sono stati applauditi. I paesi occidentali li hanno sostenuti direttamente. Per esempio, la Germania e il Vaticano hanno riconosciuto immediatamente l’indipendenza della Croazia mentre erano impegnati a fare a pezzi un paese che prima era unito.

Ma quando è il contrario, come nel caso del nostro nemico che sostiene l’autonomia, allora diciamo che è scandaloso. Abbiamo un evidente doppio standard. Immaginate se domani i baschi, i catalani o i fiamminghi volessero la loro autonomia. Applaudiremmo?

Non si capisce bene cosa abbia spinto la Russia ad attaccare l’Ucraina, a meno che non si consideri che Putin è un pazzo che vuole dominare il mondo. Un dispaccio dell’AFP, ripreso da molti media, menziona ciò di cui Mosca accusa Kiev: il genocidio nel Donbass, la presenza di neonazisti e le affermazioni atomiche di Zelensky Ma l’AFP precisa che si tratta di “accuse assurde”. È realmente così?

La demonizzazione del nemico è un principio basilare della propaganda di guerra, ed è abbastanza continuo. Napoleone era pazzo. Anche il Kaiser, Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi. E Putin è pazzo, naturalmente. Siamo fortunati ad avere dei leader che sono tutti sani di mente, mentre dall’altra parte sono tutti pazzi furiosi. È un principio elementare della propaganda di guerra.

Eppure la questione dei neonazisti è molto reale. Il Battaglione Azov non sono dei chierichetti, sono neonazisti. Dobbiamo anche ricordare che una parte della popolazione ucraina era solidale con la Germania nazista. C’è una parte della popolazione che ha combattuto i nazisti, ma una parte che ha sostenuto il genocidio degli ebrei e tutte le atrocità.

Quando Putin dice “combatteremo contro i fascisti ucraini”, la Russia sa di cosa sta parlando. Anche qui, la propaganda occidentale ha fatto dimenticare che è stata l’ex URSS a collaborare maggiormente alla sconfitta della Germania nazista. Questo era abbastanza ovvio per la popolazione belga nel 1945.

Ma da allora, la propaganda ha avuto il suo effetto attraverso le produzioni di Hollywood, film come “Salvate il soldato Ryan” e molti altri.

Come possiamo sviluppare un movimento per la pace in queste condizioni e quale ruolo possiamo svolgere?

Al momento è molto difficile. È il decimo principio, se fai domande al momento della guerra stai già andando troppo lontano. In questo modo si viene considerati praticamente come un agente del nemico.

Se chiedi “il popolo del Donbass non ha diritto all’indipendenza, come il popolo del Kosovo?”, sei sospettato di essere un agente di Putin. No, Putin non mi piace affatto. Ma non voglio un’informazione così partigiana, non voglio un’informazione che sia in definitiva un’informazione della NATO!

Cosa fare allora? Sono stata invitata diverse volte ai canali televisivi e quando ho chiesto di proiettare la mappa del 1989 in Europa per mostrare chi sta avanzando le sue pedine verso l’altro, curiosamente mi è stato detto che non era necessario che io intervenissi.

Penso che in una situazione di forte propaganda come quella attuale, la nostra voce sia inudibile.

Ma dobbiamo vedere chi circonda chi. Sono le truppe della NATO che circondano la Russia, non il contrario.

Recentemente, per una manifestazione contro la guerra, c’erano solo poche persone. Dalla guerra in Iraq ad oggi, c’è stato un certo scoraggiamento del movimento per la pace. Quando si vedono le enormi manifestazioni che si sono svolte in Gran Bretagna e in Italia, per esempio, questo non ha impedito ai governi di andare avanti nonostante le reazioni popolari contro la guerra.

Lei ha detto in un’intervista a La Libre Belgique che per Biden “essendo la Cina un pezzo troppo grande, attaccare la Russia attraverso la NATO sembra più accessibile”. La realtà di una guerra USA-Russia non è esagerata?

Non credo che Biden lo farà da solo, ha promesso al suo elettorato che non manderà le truppe americane direttamente al fronte. Ma da un lato, sta inviando truppe in paesi che una volta erano nell’orbita sovietica, come gli Stati baltici, la Polonia, ecc. E dall’altro lato, spera che i paesi europei combattano la guerra contro la Russia.

In questo caso, Biden non dovrà affrontare la sua opinione pubblica. E al contrario, si farà una reputazione di uomo coraggioso nei confronti del nemico. Sono solo uno storico, ma penso che Biden cercherà di convincere altri a combattere la guerra. Gli ucraini hanno già ricevuto molto equipaggiamento militare.

FONTE: https://contropiano.org/

Articolo originale

Anne Morelli sur la guerre en Ukraine: « Il n’y pas de place pour des avis divergents »

Historienne et professeure à l’ULB, spécialiste de la critique historique appliquée aux médias, Anne Morelli a publié l’ouvrage de référence “Principes élémentaires de propagande de guerre“. Nous l’interrogeons sur la propagande de guerre appliquée au conflit ukrainien. Le rejet de la responsabilité sur l’autre partie que l’on peut apercevoir ces derniers jours dans les médias correspond à un des dix principes édictés dans son livre. Elle affirme que la diabolisation de l’adversaire, dont la parole est sans cesse décrédibilisée, ne permet pas de comprendre le conflit.

Nos médias donnent toute la responsabilité à Poutine. Pourquoi n’examinent-ils pas les conséquences des actions qui ont précédé dans le camp occidental, à savoir celles des États-Unis, de l’Europe et des dirigeants ukrainiens?

On est dans une situation où il n’y a pas de place pour les divergences. Je suis sidérée de voir à l’ULB des affiches « Sauver l’Ukraine », « Poutine assassin ! » et d’autres messages de ce type. C’est la première fois que je vois des étudiants se positionner comme ça dans un conflit militaire. Il faut souligner que l’Ukraine à des armes, et ces armes ne sont pas arrivées toutes seules. On arme l’Ukraine depuis 2014 et le gouvernement lance régulièrement ses armes contre les « indisciplinés » des territoires que l’on appelle « prorusses ».

Lorsqu’en Yougoslavie, des territoires comme la Croatie et le Kosovo ont fait sécession, on a applaudi. Les pays occidentaux les ont directement soutenus. Par exemple, l’Allemagne ou le Vatican ont tout de suite reconnu l’indépendance de la Croatie alors qu’on était occupé à dépecer un pays qui jusque-là était uni. Mais quand c’est l’inverse, comme c’est le cas ici avec notre ennemi qui soutient une autonomie, là on dit que c’est scandaleux. On a un deux poids deux mesures flagrant. Imaginez si demain les Basques, les Catalans ou les Flamands voulaient leur autonomie. Est-ce qu’on applaudirait ?

On ne comprend pas très bien ce qui a poussé la Russie à attaquer l’Ukraine, sauf à considérer que Poutine est un fou furieux qui veut dominer le monde. Une dépêche de l’AFP, reprise par de nombreux médias, évoque pourtant ce que Moscou reproche à Kiev: génocide au Donbass, présence de néonazis et prétentions atomiques de Zelensky… Mais l’AFP précise que ce sont des « accusations folles ». Vraiment? 

La diabolisation de l’ennemi, c’est un principe de base de la propagande de guerre, assez continu. Napoléon était fou. Le Kaiser, Saddam Hussein, Milosevic et Khadafi l’étaient aussi. Et Poutine est fou bien entendu. Nous, nous avons la chance d’avoir des dirigeants qui sont tous sains d’esprit tandis que de l’autre côté, ce sont tous des fous furieux. C’est élémentaire comme principe de propagande de guerre.

Pourtant, la question des néonazis est bien réelle. Le Bataillon Azov, ce n’est pas des enfants de choeur, ce sont des néo-nazis. Il faut aussi rappeler qu’une partie des Ukrainiens se sont solidarisés de l’Allemagne nazie. Il y a une partie de la population qui a combattu les nazis, mais une partie qui a soutenu le génocide des juifs et toutes les atrocités.

Quand Poutine dit « On va lutter contre les fascistes ukrainiens », la Russie sait de quoi elle parle. Là aussi, la propagande occidentale a fait oublier que c’est l’ex-URSS qui a le plus collaboré à la  défaite de l’Allemagne nazie. C’était tout à fait évident pour la population belge en 1945. Mais depuis, la propagande a fait ses effets à travers notamment les productions d’Hollywood, des films comme Il faut sauver le soldat Ryan et une multitude d’autres.

Comment développer un mouvement pacifiste dans ces conditions et quel rôle pouvons-nous jouer ?

C’est très difficile pour l’instant. Ça correspond au dixième principe, si on pose des questions au moment de la guerre c’est déjà aller trop loin. On vous considère pratiquement comme un agent de l’ennemi.

Si on demande « Est-ce que des gens du Donbass n’ont pas le droit, comme ceux du Kosovo, d’avoir leur indépendance? », on est suspecté d’être un agent de Poutine. Non, j’aime pas du tout Poutine. Mais j’ai pas envie d’une information qui est si partisane, pas envie d’une information qui est finalement celle de l’OTAN!

Que faire alors? J’ai été plusieurs fois invitée à des chaines de télévision et quand j’ai demandé de projeter la carte de 1989 en Europe pour montrer qui avance ses pions vers l’autre, curieusement on m’a dit que ce n’était finalement pas nécessaire que j’intervienne.

FONTE: https://www.investigaction.net/fr/anne-morelli-sur-la-guerre-en-ukraine-il-ny-pas-de-places-pour-des-avis-divergents/

La guerra senza combattere: Intervista con Joseph Tritto, presidente della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies

Narrative #12 by Franco Fracassi – Prof. Joseph Tritto La guerra senza combattere Le notevoli rivelazioni del professor Joseph Tritto, presidente del World Academy of BioMedical Technologies. Una cascata di notizie sul virus, la sua genesi, sul laboratorio gemello di Wuhan e molto altro ancora, da parte di chi conosce profondamente l’elite mondiale degli scienziati e le dinamiche che li coinvolgono. Un ospite che si vorrebbe non smettesse mai di raccontare. Anzi, se volete lasciare delle domande lo invitiamo un´altra volta e gliele facciamo .

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Ucraina, rischi di guerra? Donbass: la guerra c’è già da otto anni, nell’indifferenza generale dell’occidente.

di Enrico Vigna (19 febbraio 2022)

Da due mesi i “distrazionisti” professionali hanno concentrato luci e attenzioni mediatiche su una presunta e ipotetica invasione russa dell’Ucraina, sapendo bene che la Russia, non ha nessuna progettualità di guerra, semplicemente perché non è un suo interesse strategico, uno scontro militare con USA, NATO e Unione Europea. Salvo naturalmente qualche inaccettabile provocazione degli “ucro” neonazisti, pretoriani del governo golpista di Kiev e della NATO.
Mentre la realtà tragica è la guerra che, da otto anni è in atto contro la popolazione del Donbass, di cui solo pochi organi informativi e realtà occidentali hanno finora documentato. Ora che c’è il rischio di un dispiegamento a domino di questo conflitto…fa notizia.
I media occidentali sono una forza che può favorire una guerra, sono un’arma potente, il loro lavoro è un segnale di azione che deve arrivare, che essi preparano in anticipo.
Gli ululati di guerra occidentali, da mesi hanno decretato che Putin intende invadere l’Ucraina. Ma per quale motivo dovrebbe farlo, nessuno sa dirlo. L’ex ufficiale dell’intelligence statunitense e membro di un’associazione di ex professionisti dell’intelligence e dell’utilizzazione dell’intelligence USA (VIP), Raymond Mcgovern, considera un’invasione russa dell’Ucraina, tanto probabile quanto l’arrivo tanto annunciato del sinistro “Godot” nell’opera teatrale di Beckett “Aspettando Godot ”.

In ogni caso…nella dichiarazione congiunta all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali del 2022, i presidenti Xi Jin-ping e VladimirPutin hanno sottolineato che “Russia e Cina si opporranno a qualsiasi tentativo di forze esterne, di minare la sicurezza e la stabilità in regioni confinanti e “un ulteriore espansione della NATO “!

Nel frattempo il conflitto armato nel Donbass continua a mietere vittime: morti, feriti e centinaia di edifici bombardati e distrutti ogni anno. Secondo R. Savchenko dell’Ufficio per i diritti umani nella RP di Donetsk, il numero delle vittime nel 2021è aumentato del 46% rispetto al precedente anno.
Questa situazione persiste nonostante il 27 luglio 2020, sia entrato in vigore un cessate il fuoco globale nell’area del Donbass. Kiev, Donetsk e Luhansk si erano impegnati a non usare armi e ad astenersi da qualsiasi provocazione. Ma già dopo pochi mesi sono ripresi gli attacchi e i
bombardamenti degli insediamenti delle Repubbliche Popolari sulla linea di contatto.

Oggi la situazione si sta ampliando con bombardamenti quotidiani, occupazioni di villaggi delle Forze armate di Kiev oltre la linea di contatto stabilita negli accordi di Minsk, ed è palese che si sta cercando di provocare un conflitto armato, incolpando la Russia per questo.
Mai, dalla firma degli accordi di cessate il fuoco nel luglio 2020, la situazione in Donbass è stata così esplosiva. La Missione OSCE, pur in un suo ruolo estremamente “pigro” nel prendere posizione o denunciare molte situazioni, rileva sempre più violazioni del cessate il fuoco e nei vertici politici e militari delle Repubbliche Popolari, c’è sempre più la consapevolezza che le forze armate ucraine (APU) potrebbero presto attaccare il Donbass, altro che invasione russa dell’Ucraina.
Attraverso tutti i contatti quotidiani con i referenti dei nostri Progetti in loco, dai Veterani, ad analisti militari, deputati, responsabili scolastici e sanitari, ai miliziani, alle Associazioni delle vedove di guerra, agli attivisti per la pace, giungono considerazioni e la coscienza che, se non si attenua la tensione, un conflitto dispiegato e devastante può succedere in qualsiasi momento e in questo caso la Russia non potrebbe restare passiva, sia per la difesa della popolazione russofona (il 90%) del Donbass, che per preservare la sua sicurezza nazionale. Voglio sottolineare che queste mie righe sono fondate sulla sintesi e le documentazioni che mi vengono mandate da quei luoghi, non sono esternazioni personali.

Elena Shishkina, deputata del Consiglio popolare della RPD, ha dichiarato che, in ogni caso la Repubblica è pronta a qualsiasi scenario e ad una escalation conflittuale, e che le Forze armate e le
Milizie sono in piena allerta. “Ci sono state dichiarazioni su una possibile provocazione con armi chimiche. Questo, ovviamente, ci allarma e ci preoccupa, ma abbiamo adottato tutte le misure necessarie per proteggerci in caso di una tale provocazione. Sulla base delle dichiarazioni dei funzionari ucraini e dei bombardamenti in corso, temiamo un’escalation del conflitto armato…Possiamo aspettarci tutto dall’Ucraina, sappiamo che le RPDL sono uno strumento della lotta dell’Occidente contro la Russia. Tutto dipende dall’Ucraina. Noi chiediamo solo uno status speciale al Donbass,il ritiro delle forze e dei mezzi militari dalla linea di contatto. Su queste basi un accordo pacifico è possibile”, ha detto la Shiskina.
La situazione nel Donbass si è trasformata in un processo di provocazioni continue, che hanno l’intento di alzare la posta, come ha dichiarato il politologo russo G. Pavlovsky. L’Ucraina golpista sta cercando di aumentare il livello di escalation e di coinvolgere il maggior numero possibile di paesi nel conflitto, attraverso la NATO, così quello che sta accadendo nel Donbass è diventata una questione di politica internazionale.
Analisti dal lato ucraino così inquadrano la situazione: Il capo del consiglio del Centro ucraino per la ricerca politica “Penta” V. Fesenko ritiene che: “ l’aggravamento della situazione in Ucraina sia possibile, la situazione è peggiorata, ma già dal 2014, in Ucraina si sa che qualsiasi tentativo di risolvere il problema del Donbass con mezzi militari provocherebbe un intervento militare russo.
Nessuno combatterà per l’Ucraina, ne siamo coscienti, non ci sono illusioni su questo. Ma siamo fiduciosi che ci sosterranno quei paesi occidentali che già ora supportano l’Ucraina”, ha affermato.
Secondo M. Pogrebinsky, direttore del Centro di studi politici e dei conflitti di Kiev, un aggravamento del conflitto nel Donbass può verificarsi se saltano i negoziati tra il Cremlino e la Casa Bianca. “ La ricerca di un compromesso, è l’interesse sia di Mosca che di Washington, ed è lo scenario più probabile…”, ha dichiarato.

Il giornalista e politologo russo Mikhail Demurin, ha domandato: “ perché la Russia non avrebbe il diritto di agire in Donbass, secondo lo scenario e la prassi della NATO in Jugoslavia e in Serbia poi?”.
Chi sta cercando la pace e la negoziazione, e chi cerca la guerra.

QUI, dati, fatti, documenti inoppugnabili. Non opinioni, valutazioni, analisi personali di esperti e pensatori vari. Questo lo scenario della realtà sul campo:
In questo momento i 3/4 dell’esercito ucraino è concentrato nel Donbass.
Dal 2014 al 2021 i paesi occidentali hanno fornito a Kiev munizioni e armamenti per un valore di 2,5 miliardi di dollari, comprese armi letali. Su richiesta del presidente ucraino Zelensky alla NATO, tonnellate di armamenti continuano ad entrare nel Paese, anche dagli Stati Uniti. Il tutto in violazione palese degli accordi di Minsk.

Biden ha annunciato il trasferimento di altre forze armate statunitensi nell’Europa orientale e nei paesi della NATO. Il Senato statunitense ha presentato un disegno di legge per fornire all’Ucraina aiuti militari nell’ambito della legge Lend-Lease (affitti e prestiti), per proteggersi dalla Russia.
Gli Stati Uniti hanno anche consentito ai paesi baltici di fornire assistenza militare all’Ucraina trasferendo armi di fabbricazione americana.

L’UE chiede l’introduzione preventiva di sanzioni anti-russe, sulla base di una invasione che non c’è.
Il portavoce del presidente della Federazione Russa Peskov, ha invitato tutte le parti a evitare di creare una maggiore tensione attorno alla situazione nel Donbass: “ nelle condizioni attuali che si sono sviluppate intorno al Donbass, occorre evitare provvedimenti che provochino un aumento della tensione nella regione , che è altissima in questo momento. E’ molto importante essere consapevoli della responsabilità di passi equilibrati che tengano conto dell’attuale situazione di tensione “, ha affermato Peskov.
L’ex deputato ucraino della Verkhovna Rada, A. Zhuravko, ha dichiarato che: “Quando la Russia conduce esercitazioni sul suo territorio, l’Occidente e gli Stati Uniti sono isterici. Ma quando l’Ucraina, in prossimità del confine con la Crimea, spara con i sistemi a lancio multiplo BM-21 Grad, nessuno strilla. Perché gli standard sono doppi. Non ci sono soldi nel paese, le persone sono per metà affamate e per metà infreddolite, la disoccupazione dilaga, le infrastrutture stanno cadendo a pezzi davanti ai nostri occhi, lo stato sta sprofondando nel baratro e questi idioti continuano a sparare soldi al cielo. Questa è un’ assurdità pazzesca. Semplicemente non si adatta a una mente normale. L’ Ucraina è povera, impoverita e questo stolto regime di Kiev chiama la guerra a casa sua”, ha detto Zhuravko.
Il 1 ottobre 2021, il comandante in capo delle forze armate ucraine Zaluzhny ha consentito l’uso di tutte le armi disponibili sulla linea di contatto del Donbass. In questo modo i comandanti delle unità sul fronte non hanno bisogno di coordinarsi con il comando centrale. Inoltre, i droni d’attacco turchi Bayraktar sono stati schierati in prima linea.
Il 21 gennaio il presidente della Bielorussia Lukashenko ha dichiarato che la situazione ai confini meridionali è allarmante: “…l’Ucraina sta rafforzando pesantemente il suo contingente militare.
Con il dolore nel cuore, stiamo osservando tutto ciò che sta accadendo in Ucraina. La sua attuale leadership politica, essendo sotto il controllo straniero, si comporta in modo imprevedibile e inadeguato. Pertanto, nei casi di imprevedibilità e inadeguatezza, e nel caso, Dio non voglia, di azioni militari, noi dobbiamo prendere decisioni. Abbiamo quasi un migliaio e mezzo di chilometri di confine meridionale tra Bielorussia e Ucraina. Qualunque sia l’onere, dobbiamo non solo vedere cosa accadrà e sta accadendo su questo confine, ma dobbiamo essere pronti a proteggerci in modo affidabile. Sappiamo come rispondere a questo. Oggi, dobbiamo prevedere la situazione per il futuro: cosa accadrà domani e dopodomani. Pertanto, la massima “Se vuoi la pace, preparati alla guerra”, brutale, ma realistico è presente nei nostri pensieri. Dobbiamo fare di tutto per garantire di non essere colti di sorpresa e che possiamo rispondere al momento giusto. Sono assolutamente convinto che i nostri uomini in divisa, sanno cosa bisogna fare per proteggere la nostra terra”, ha osservato il leader bielorusso.
Il 21 gennaio 2022 un drone e un aereo da ricognizione strategica statunitense hanno sorvolato il territorio contiguo all’area del conflitto armato e pattugliano il cielo nella regione nel Donbass.
Questo è stato documentato dai dati del servizio di tracciamento dei voli dell’aviazione Flightradar.

Il 24 gennaio il Dipartimento della Milizia popolare della Repubblica Popolare di Lugansk ha comunicato che, secondo il loro lavoro di Intelligence, le forze armate ucraine si stanno preparando per un’offensiva nel Donbass, per la quale stanno rafforzando i gruppi d’assalto. L’ informazione è stata confermata dal rappresentante ufficiale della Milizia popolare della RPD, il colonnello Basurin.
Il 30 gennaio il primo ministro britannico Johnson ha ordinato ai militari inglesi di essere pronti a schierarsi sul fianco orientale della NATO vicino ai confini dell’Ucraina. Aerei da trasporto RAF C-17A hanno portato armi anticarro NLAW, il cui numero, secondo indiscrezioni, sarebbe di circa 2000 pezzi. La Gran Bretagna ha anche inviato Rangers della “ Army Special Operations Brigade ” per addestrare le forze armate ucraine.
Il 4 febbraio, giorno di apertura delle Olimpiadi invernali in Cina, l’esercito americano ha trasportato i suoi rinforzi da Ramstein via Görlitz, a Rzeszow-Jasionka in Polonia, vicino al confine ucraino. Pochi giorni prima, gli Stati Uniti avevano già spostato caccia F-16 a Łask, in Polonia.
Nello stesso tempo, si svolgevano nel Mediterraneo le manovre Neptune Strike 22 della NATO, che hanno coinvolto più di 140 navi e 10.000 soldati. Il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin ha poi deciso di lasciare la portaerei “USS Harry Truman” nel Mediterraneo, per “rassicurare” gli europei alla luce del conflitto con la Russia. La sua funzione è che i droni da ricognizione, possono monitorare l’area di crisi dalla portaerei. Inoltre, la nave potrebbe anche spostarsi rapidamente nel Mar Nero.
Il 9 febbraio, in una tumultuosa sessione parlamentare, i deputati slovacchi hanno votato a favore di un accordo militare con gli Stati Uniti: nel quale è previsto che la Slovacchia metterà a disposizione i due aeroporti militari di Sliac e Kuchyna, sotto il pieno controllo delle forze statunitensi per i prossimi dieci anni. Alla fine, 79 parlamentari su 140 presenti hanno votato a favore di questo “Accordo di cooperazione per la difesa” (DCA), mentre i due terzi della popolazione sono contrari, prevedendo la perdita di sovranità, lo stazionamento di armi nucleari sul proprio territorio e il pericolo di essere coinvolti in un possibile conflitto armato tra la vicina Ucraina e la Russia.
Dal 9 febbraio, in Germania nella regione della Sassonia, la popolazione è stata informata che convogli militari dell’esercito USA stavano spostando 500 veicoli militari verso l’Europa orientale principalmente di notte per le esercitazioni “Saber Strike 2022”.

Il 17 febbraio, le forze armate ucraine per tutta la notte hanno effettuato pesanti attacchi di artiglieria sul territorio del Donbass controllato dalle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk, non solo con l’uso di mortai, ma anche con pezzi di artiglieria di grosso calibro e, secondo diverse fonti, con l’uso di 122 mm., con più sistemi di lancio di razzi. I colpi sono stati sferrati quasi lungo l’intera linea del fronte, infliggendo danni significativi alla prima linea di difesa delle milizie.
L’intera parte occidentale della RPD e la parte settentrionale della RPL sono sotto bombardamento.

In risposta all’attacco di Kiev, le forze militari delle Repubbliche popolari hanno reagito utilizzando non solo l’artiglieria, ma anche carri armati, veicoli da combattimento di fanteria e altre armi per attacchi di ritorsione, provocando grosse perdite alle forze ucraine.
Negli ultimi giorni il numero dei bombardamenti e egli attacchi sul territorio del Donbass è aumentato di 8 volte e, a giudicare dalla continua intensificazione, la tensione continuerà a crescere. Per questo le autorità delle RP hanno annunciato una evacuazione generale dei civili dagli insediamenti situati lungo la linea di contatto verso la Russia. L’evacuazione è in corso senza esercitare pressioni sui residenti locali ma come indicazione per la loro sicurezza.
L’evacuazione è rivolta a diverse decine di insediamenti. Le milizie locali hanno riferito che attacchi così su larga scala da parte delle forze armate ucraine non succedevano dal 2015. Da notare che, gli attacchi ucraini sono iniziati subito dopo che le truppe russe hanno iniziato ad allontanarsi dal confine ucraino.

Oggi un conflitto complesso e destabilizzante per il mondo intero, come quello del Donbass, potrebbe esplodere in modo incontrollabile, ma questa guerra non può essere ridotta a un confronto tra l’Ucraina e le Repubbliche non riconosciute o solo contro la Federazione Russa.
Questo è solo il livello micro, in realtà, la contraddizione è molto più profonda: può diventare uno scontro di civiltà. Uno scontro che attraversa l’umanità, come già si è sviscerato nei teatri conflittuali del pianeta. Da una parte i paesi occidentali, sottomessi e soggiogati, anche culturalmente ed eticamente al ruolo imperialista e banditesco degli USA e della NATO, dall’altra parte paesi e popoli che chiedono solo di restare liberi, indipendenti e sovrani a casa propria, con differenze e radici storiche anche completamente diverse, ma uniti dalla scelta che solo in un mondo Multipolare e di conseguenza, con un processo di resistenza a un MONDO UNIPOLARE, è possibile sopravvivere liberi, per qualsiasi paese, popolo e società.
Questa guerra potrebbe travolgere tutti, compresi noi abitanti di questo paese, sottomesso a interessi stranieri e contrapposti a chi lavora e vive onestamente, la guerra è nemica dei lavoratori, tranne che sia una lotta di liberazione nazionale. La guerra, così come la NATO, comporta sacrifici, costi e rischi per tutti, ma è sempre interesse SOLO di una piccola parte di speculatori, approfittatori, difensori del proprio status sociale ed economico, o seguaci di ideologie fasciste e scioviniste.

Il nostro paese, come nelle aggressioni alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, alla Libia, allo Yemen, è sempre stato complice e corresponsabile della sofferenza, della morte, della devastazione di quei paesi e popoli. Anche in questa guerra “obliata” del Donbass l’Italia sarà complice e responsabile di ciò che potrebbe succedere.
Facendomi portavoce, come da loro richiestomi, di tutte le Associazioni, le istituzioni, i Veterani antifascisti, volontari per la pace, i padri ortodossi, i mutilati, le vedove, i nostri bambini orfani, tutte le vittime che già da otto anni soffrono, e che con le nostre Associazioni di Solidarietà concreta di SOS Donbass Italia, da otto anni cerchiamo di supportare e sostenere, trasmetto questo Appello:

MOBILITIAMOCI, INFORMIAMO, sosteniamo PROGETTI di SOLIDARIETA’ CONCRETA, non lasciamoli soli.
Come dicevano i nostri vecchi “la solidarietà è un’ arma per i popoli”, mettiamolo nelle nostre pratiche e battaglie quotidiane e strategiche.
Mettiamo in discussione e mobilitiamoci contro alleanze militari aggressive e oppressive come la NATO, che non hanno alcuna motivazione legittima di esistere, e sono un fattore di divisione e aggressione ai popoli e stati indipendenti e sovrani, e sono contro gli interessi dei lavoratori e della gente onesta. Tutto questo deve essere un compito e un impegno etico, sociale e politico.

Come ci hanno scritto i Veterani antifascisti: “NON PASSERANNO!”.
Enrico Vigna SOS Donbass/CIVG Italia – 19 febbraio 2022

Complesso Militare Industriale, Cyber Diplomacy e Democrazia

di Giorgio Gallo

Nel 1961, alla fine del suo secondo mandato, nel discorso di addio, il presidente Dwight D. Eisenhower mise in guardia il popolo americano sul “complesso militare-industriale”, sempre più potente, e sulla minaccia che esso rappresentava per la democrazia. Quell’espressione, coniata originariamente dal sociologo americano Wright Mills, è diventata, dopo il discorso di Eisenhower, di uso comune per denotare un convergere di interessi diversi (economici, ideologici, politici) che rischia di distruggere la stessa democrazia. Molto forte negli USA, il complesso militare-industriale è presente in realtà in molti altri paesi. Ad esempio, in Italia, dove, grazie soprattutto all’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, la spesa militare si attesta a 24,97 miliardi di euro nel 2021. Un aumento dell’8,1% rispetto al 2020 e del 15,7% rispetto al 2019. E questo in una fase caratterizzata dalla pandemia Covid che ha evidenziato l’inadeguatezza delle somme stanziate nel bilancio nazionale per la sanità e la scuola.

Particolarmente rilevante è il ruolo del complesso militare-industriale in Israele. In un articolo (1) del 1985, Alex Mintz, scienziato politico israeliano, riporta che, mentre negli USA il bilancio della difesa raggiungeva (dati del 1982) il 6,5% del PIL, con 9 lavoratori su 1000 impiegati nel settore della difesa, in Israele si arrivava al 28% del PIL, con un quarto della forza lavoro del paese impiegata nell’esercito, nelle industrie delle armi e nel ministero della difesa. Questi dati sono in accordo con il fatto che il settore difesa in Israele va ben al di là delle strette competenze militari: gestisce una stazione radio e una casa editrice, è fortemente presente nelle scuole, costruisce strade e ponti, e, nei territori occupati è responsabile delle attività che riguardano gli insediamenti e l’amministrazione. Mentre negli USA il complesso militare industriale trovava la sua giustificazione ideologica nella guerra fredda, qui la motivazione, almeno quella che viene usualmente fornita, è piuttosto legata all’essere Israele un piccolo paese circondato da paesi molto più popolosi ed ostili. Si tratterebbe di una necessità di sopravvivenza. Una motivazione forse con un qualche fondamento negli anni immediatamente successivi alla nascita dello stato, ma ormai poco credibile, essendo Israele, anche non tenendo conto del suo armamento nucleare, enormemente più forte di tutti gli altri stati della regione. Come osserva Alex Mintz, è ormai sempre più “difficile determinare se le dinamiche degli investimenti nell’industria della difesa derivino da considerazioni di tipo ideologico, securitario o economico”. Certamente, fra le
motivazioni più plausibili oggi appaiono, da un lato, il fatto che Israele si trovi a tenere sotto occupazione militare un territorio abitato da una popolazione dello stesso ordine di grandezza della sua, e, dall’altro, l’importante ruolo che la sviluppatissima e tecnologicamente avanzata industria militare israeliana svolge, sia in termini economici che di politica internazionale. E in effetti, Israele
è oggi tra i primi 10 esportatori di armi al mondo e, nonostante la pandemia di coronavirus, le esportazioni della sua industria della difesa sono aumentate del 15% nel 2020. (2) Un rapporto di
Amnesty International del 2019 critica duramente le politiche di Israele sulle esportazioni di armi. (3)
Secondo il rapporto, le aziende israeliane del settore della difesa esportano armi in paesi che violano sistematicamente i diritti umani.

Fra i destinatari delle esportazioni militari israeliane, il rapporto cita in particolare otto paesi: Sud Sudan, Myanmar, Filippine, Camerun, Azerbaijan, Sri Lanka, Messico ed Emirati Arabi Uniti. Sono paesi che danno limitatissime garanzie dal punto di vista della democrazia interna e del rispetto dei diritti umani. Va detto che le esportazioni di armi israeliane verso paesi dittatoriali non sono una cosa recente. È noto come il Cile ai tempi di Pinochet o il Sudafrica durante gli anni dell’apartheid fossero nella lista dei partner commerciali di Israele.
Nel discorso di Eisenhower citato veniva evidenziato il rischio per la stessa democrazia del complesso militare-industriale. Questo è certamente vero per Israele, come sostiene un recente articolo (4) del giornalista israeliano Yossi Melman dal titolo “Un selvaggio e pericoloso complesso militare-securitario ha preso il potere in Israele”. Secondo Melman, “la mano libera per la vendita di armi e tecnologia (da pistole e munizioni a missili, aerei, navi, carri armati e tecnologia di intelligence), data dai governi che si sono succeduti nel tempo, ha trasformato l’establishment della difesa in uno stato dentro lo stato”. In particolare, l’articolo si concentra sul ruolo della azienda informatica NSO e del suo software Pegasus. Si tratta di uno spyware (software spia) che può essere installato da remoto su uno smartphone senza che il suo proprietario lo sappia, né faccia nulla. Una volta installato, permette di prendere il controllo completo del dispositivo e di accedere a tutto ciò che esso contiene: e-mail, corrispondenza WhatsApp, uso dei social media, foto e video, dati di localizzazione, documenti, note e metadati.
NSO vende da diversi anni il suo software Pegasus, e spesso fra i suoi clienti ci sono governi non democratici e repressivi. In prima linea nella denuncia di NSO, a livello internazionale, si trova, dal 2016, un piccolo istituto interdisciplinare dell’Università di Toronto, il Citizen Lab, la cui attività di ricerca si colloca all’intersezione fra le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i diritti umani e la sicurezza globale. Tra il 2016 e il 2018, il Citizen Lab ha analizzato i telefoni di centinaia di giornalisti, scienziati, dissidenti e ricercatori che indagano su casi di corruzione, in non meno di 45 paesi.

Il software Pegasus è stato trovato in tutti i dispositivi. Questa indagine ha, tra gli altri, evidenziato il collegamento fra due assassinii che hanno avuto una vasta eco a livello internazionale e l’uso di Pegasus. Il primo è quello del giornalista messicano Javier Valdez ucciso nel maggio 2017, mentre investigava sui cartelli della droga e sul crimine organizzato in Messico. Il secondo è l’uccisione del giornalista saudita dissidente Jamal Khashoggi all’interno dell’ambasciata saudita a Istanbul nel 2018. Le denunce del Citizen Lab sono all’origine della decisione di Washington, lo scorso autunno, di inserire NSO nella lista nera delle aziende la cui attività è considerata dannosa per l’interesse nazionale degli Stati Uniti.
Il sempre più diffuso e invasivo uso degli strumenti software per il controllo della nostra vita (pensieri, spostamenti, amicizie, telefonate, messaggi, …) è oggetto di un recente e inquietante libro (5) di Ronald J. Deibert, fondatore di Citizen Lab. In particolare, il tema è trattato in dettaglio nel terzo capitolo (“Un grande balzo in avanti … per l’abuso di potere”), dove si analizza la diffusione e pervasività degli strumenti di controllo elettronico. Strumenti sempre più efficaci, anche grazie alla loro capacità di sfruttare l’enorme quantità di dati accessibile in rete a chi dispone di tecnologie di ricerca e raccolta sufficientemente sofisticate, anche se non sempre del tutto legali. Pensiamo alla diffusione di telecamere(6) , spesso collegate fra loro e accessibili via rete, all’enorme quantità di informazioni che vengono raccolte come sottoprodotto dei nostri acquisti via internet, a ciò che noi stessi mettiamo in rete attraverso i diversi social media, e, naturalmente, a tutte le informazioni ottenibili dall’uso che facciamo dei nostri smartphone. Questo da un lato comporta notevoli rischi per chi vive in paesi con regimi autoritari e repressivi, e dall’altro, anche in paesi democratici, crea incentivi verso forme crescenti e diffuse di controllo illegale.

Interessante da questo punto di vista ciò che ha scritto sul sito di The Israel Democracy Institute (7) , il 20 gennaio scorso, la politologa Tehilla Shwartz Altshuler a proposito delle rivelazioni emerse sulla stampa circa l’uso dello spyware Pegasus in Israele: “Non è che non sapessimo che il sistema Pegasus è diventato un dono amichevole elargito dallo Stato d’Israele alle dittature e semi-dittature di tutto il mondo, ed eravamo persino consapevoli che viene usato contro i palestinesi in Cisgiordania.

Ma queste nuove rivelazioni ci hanno mostrato chiaramente il pendio scivoloso in azione: Quando si rende disponibile una tecnologia di raccolta delle informazioni intrusiva, è solo una questione di tempo prima che venga usata contro di noi, i cittadini d’Israele. Inoltre, quando la tecnologia viene usata illegalmente per “combattere il crimine grave”, alla fine verrà usata anche contro i manifestanti e i rivali politici.” Curioso che sullo stesso tema, lo stesso giorno, compaia su Haaretz un articolo in cui il problema viene visto da un’angolazione diversa, anche se, in qualche modo, complementare. La giornalista che scrive è Hanin Majadli, israeliana, ma appartenente alla comunità araba. la differenza emerge già dal titolo, sottilmente ironico: “Gli ebrei sono allarmati, ma gli arabi possono solo sognare che la polizia usi Pegasus contro di loro” (8) . La giornalista osserva infatti come per controllare i cittadini ebrei, la polizia usi metodi tecnologici, silenziosi, discreti, che non disturbino troppo. Non sarebbe carino usare metodi più violenti, “dopo tutto, sono ebrei”.
Invece nei riguardi dei cittadini arabi, che abbiano partecipato a dimostrazioni o solamente che abbiano scritto post che non sono di gradimento della polizia, si preferisce usare i metodi, ben collaudati, che la polizia conosce bene dai tempi del governo militare (9) : irruzioni nel cuore della notte, minacce contro i membri della famiglia, detenzione amministrativa e minacce di revoca della cittadinanza.
Siamo partiti in questa analisi dal complesso militare-industriale e dai rischi che la sua crescita comporta per la democrazia. Abbiamo visto come quello israeliano sia particolarmente sviluppato, uno stato dentro lo stato, e come contenga un settore ad altissimo contenuto tecnologico, centrato sul controllo e sullo spionaggio. Le tecnologie sviluppate da questo settore costituiscono anche un importante strumento di politica estera, e vengono vendute e fornite a molti paesi, spesso oppressivi e dittatoriali, senza alcun controllo. Si è parlato a questo proposito di «cyber diplomacy» (10) . Quella che spesso viene presentata come l’unica democrazia del Medioriente, non si fa scrupolo di fornire a governi non democratici strumenti per controllare le proprie popolazioni e per eliminare, spesso anche fisicamente, gli oppositori interni. Ma ancora una volta si constata come democrazia e diritti umani siano indivisibili. Non si può aiutare a violare questi ultimi fuori dai propri confini e allo stesso tempo garantirli all’interno, ai propri cittadini. Proprio oggi, mentre scrivo, è stata pubblicata su The Times of Israel la notizia che la stessa polizia israeliana avrebbe finalmente ammesso l’uso, senza autorizzazione da parte della magistratura, del software spia di NSO per controllare i propri cittadini. (11)

E neppure è possibile garantire diritti e democrazia solo a una parte della popolazione sotto il proprio controllo senza mettere in discussione la stessa natura dello stato. E proprio in questi giorni è stato reso pubblico un dettagliato rapporto di Amnesty International in cui Israele viene accusato di essere un sistema di apartheid, in cui una parte della popolazione viene trattata come un gruppo razziale inferiore, che si tratti di cittadini israeliani di origine araba, o di palestinesi che vivono nei territori occupati della Cisgiordania e di Gaza. (12-13)

  1. ) Alex Mintz, “The Military-Industrial Complex”, Journal of Conflit Resolution, December 1985.
  2. ) Yoav ZItun, “Israel one of world’s top 10 arms exporters”, Ynetnews, 06.01.21.
  3. ) Amos Harel, “Arming Dictators, Equipping Pariahs: Alarming Picture of Israel’s Arms Sales”, Haaretz, May 19, 2019.

4.) Yossi Melman, “A wild, dangerous military-security complex has seized power in Israel”, Haaretz, Jan. 20, 2022
5.) Ronald J. Deibert, RESET. Reclaiming the Internet for Civil Society, September Publishing, 2020.
6.) In Cina si parla di una telecamera ogni 7 abitanti.

7.) https://en.idi.org.il/articles/38153
8.) Hanin Majadli, “Jews are alarmed, but Arabs can only dream of police using Pegasus against them”, Haaretz, Jan. 20, 2022.
9.) Dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948, gli arabi rimasti all’interno dei confini, pur avendo ottenuto la cittadinanza, sono stati tenuti sotto amministrazione militare fino al 1966.
10.) Amos Harel, “Analysis | Police Using Pegasus Spyware Against Israelis Shows: NSO Is an Arm of the State”, Haaretz, Jan. 18, 2022.

11.) Amy Spiro, “In about-face, police admit misuse of NSO phone hacking tech”, The Times of Israel, Feb. 1, 2022.
12.) Lazar Berman, “Amnesty: Israel practices apartheid against Palestinians in West Bank, Gaza, Israel”, The Times of Israel, Feb. 02, 2022.
13.) https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2022/02/israels-system-of-apartheid/

RETE SAHARAWI: SOLIDARIETÀ ITALIANA CON IL POPOLO SAHARAWI ODV

Dopo un lungo percorso di collaborazione tra le associazioni italiane che promuovono la solidarietà e la cooperazione con il popolo saharawi, in stretto rapporto con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, la “Rete Saharawi – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV” si è costituita ufficialmente nel gennaio 2020.

La Rete Saharawi rappresenta l’Italia al Coordinamento Europeo di Solidarietà con il popolo saharawi (EUCOCO) e opera coordinando in Italia i progetti di solidarietà e cooperazione internazionale di molte associazioni impegnate a supporto della popolazione saharawi, alcune con esperienza pluridecennale. Gli obiettivi della Rete ruotano attorno al diritto all’autodeterminazione dei popoli (basato sulla Risoluzione Onu n. 1514 del 1960), all’applicazione del diritto internazionale, al rispetto dei diritti umani.

Le azioni della Rete si sviluppano a partire dalle condizioni reali in cui la popolazione saharawi vive in quattro diversi scenari: nell’area del Sahara Occidentale occupato dal Marocco; nei territori del Sahara Occidentale liberati dal Fronte Polisario; nei campi profughi saharawi ospitati in Algeria; nei vari luoghi della diaspora saharawi.

In collaborazione con le istituzioni della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), la Rete promuove all’estero interventi nei vari settori della cooperazione allo sviluppo e dell’emergenza. In Italia promuove l’accoglienza di minori saharawi, con il programma estivo “Piccoli ambasciatori di Pace”; favorisce cure mediche necessarie e corsi di studio di vario indirizzo; l’educazione alla mondialità, alla promozione dei diritti umani e alla pace, coinvolgendo enti locali, scuole e università; promuove la commercializzazione di prodotti equi e solidali; i viaggi di conoscenza nei campi profughi, permettendo un rapporto diretto con le famiglie e l’amministrazione delle diverse wilaye; le ricerche e le pubblicazioni sulla storia e la cultura saharawi; organizza eventi pubblici di informazione e aggiornamento della lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, nel quadro della diplomazia regionale, nazionale e internazionale.

Coordinando e facendo interagire le esperienze di solidarietà e cooperazione organizzate dalle associazioni, dalle ong e dagli enti italiani impegnati a sostenere il popolo saharawi, la Rete si propone di ampliare l’efficacia di ogni singola azione, fornendo linee guida, manuali, codici di comportamento, consulenza e formazione sui vari settori di intervento. In collaborazione con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, il movimento solidale rappresentato dalla Rete punta a far conoscere e avvicinare il maggior numero di persone, istituzioni e associazioni al popolo del Sahara Occidentale, alle sue tradizioni, ai suoi diritti e alla sua battaglia di libertà, rispettando e collaborando attivamente con le diverse realtà in cui interviene. A questo scopo l’Ufficio Stampa redige e diffonde comunicati interni ed esterni alla Rete, utilizzando tutti i possibili canali mediatici. Gestisce il sito web della Rete e cura la redazione di comunicati e lettere.

La Rete in questi due anni si è occupata della raccolta fondi per il progetto di “Accoglienza Alternativa” nei campi dell’esilio saharawi.

Ha sollecitato comuni e organizzazione politiche ad esprimersi con ordini del giorno e mozioni sulla grave violazione del cessate il fuoco da parte delle forze armate del Marocco nella zona del varco illegale di Guerguerat, e ha ottenuto il sostegno di molti artisti italiani alla lotta per la decolonizzazione della terra saharawi, le loro parole sono raccolte nel video “Voci per il Sahara” (visibile all’indirizzo FaceBook della Rete). Anche importanti fotografi italiani hanno donato i loro scatti per il progetto “Cartoline”.

Ha sollecitato comuni e regioni a scrivere al presidente Usa Joe Biden invitandolo a dissociarsi dalla decisione unilaterale di Donald Trump, al termine del suo mandato, di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale.

Collabora costantemente con il gruppo interparlamentare “Amici del popolo saharawi”.

Ha istituito una serie di gruppi di lavoro per meglio garantire alcune azioni e progetti in ambiti essenziali:

Gruppo Enti Locali. Lavora al coinvolgimento dei comuni, delle province e della regione alle iniziative e ai progetti. Sta proponendo la creazione della “Giornata Nazionale Italiana dei gemellaggi e dei Patti d’Amicizia con il popolo saharawi”.

Gruppo Archivio e Documentazione. Raccoglie tutto il materiale edito sulla questione saharawi, ordina l’ampia documentazione della RS e riversa progressivamente i file in un unico drive allo scopo di facilitare la loro catalogazione, la ricerca e la divulgazione.

Gruppo Rete solidale diversamente abili e sanitario. Raccoglie le conoscenze e le esperienze delle associazioni italiane che si occupano di disabili e dei casi sanitari di cittadini saharawi in Italia e nei campi profughi, in vista di una potenziale accoglienza in strutture adeguate.

Gruppo Diritti Umani. Si occupa dei prigionieri politici saharawi nelle carceri del Marocco e del Sahara Occidentale, in stretta collaborazione con la rappresentanza saharawi in Italia e con la “Lega dei prigionieri politici” attiva nel Sahara occupato. Sollecita l’adesione alle campagne di sostegno ai prigionieri, rivolgendosi a personalità e gruppi della società civile oltre che alle diverse realtà della politica italiana e internazionale. In questa ottica, ha ideato la campagna “Ora liberi” per individuare e responsabilizzare 62 custodi dei prigionieri e per redarre “La lettera del venerdì”, un messaggio da inviare a ciascun dissidente e da divulgare, attraverso i social media, per aggirare la censura che vieta le comunicazioni da e per il carcere.

Gruppo Accoglienza Piccoli Ambasciatori di Pace. È il gruppo che si rapporta con le autorità competenti nazionali, regionali e internazionali per l’organizzazione del soggiorno per ogni aspetto organizzativo e logistico del soggiorno.

Gruppo Viaggi Solidali. Lavora alla condivisione delle esperienze dei viaggi di conoscenza tra giovani e altre persone interessate a conoscere la causa saharawi, soprattutto in concomitanza di ricorrenze o importanti manifestazioni culturali e politiche.

Gruppo Comunicazione. Raccoglie informazioni corrette sulla causa saharawi e collabora con l’Ufficio Stampa della Rete Saharawi.

Gruppo Internazionale e Risorse Naturali. Ha la responsabilità di facilitare la diffusione della documentazione prodotta all’estero sul tema (traducendo in italiano, e viceversa, le comunicazioni). Partecipa ad eventi in ambito europeo ed internazionale e promuove iniziative su proposta della Rete. Documenta le attività commerciali illecite del Marocco e studia le azioni di contrasto allo sfruttamento delle risorse naturali nel Sahara Occidentale occupato.

Gruppo Ambiente. È impegnato in una attività di analisi e valutazione ambientale delle risorse idriche, monitora la qualità dell’acqua e le possibili ricadute, in ambito sanitario, sulla popolazione saharawi nei campi profughi e nei territori liberati. Effettua considerazioni preliminari per la gestione dei rifiuti nei campi e nei territori liberati.

Gruppo Formazione. Prepara gli operatori, gli accompagnatori e le figure istituzionali saharawi che seguiranno i vari progetti delle associazioni nei campi profughi e nell’accoglienza dei bambini in Italia.

Gruppo Sport e benessere. È impegnato a garantire l’accesso alle attività sportive, di giovani e adulti, in tutte le wilaya dei campi profughi. Lavora alla formazione di operatori e operatrici di varie discipline.

Gruppo Territori Liberati e Rete Tifariti. Si occupa di garantire la scolarizzazione e una corretta alimentazione ai bambini/e e alle famiglie che praticano il nomadismo nei territori liberati. Da poco ha rimodulato il progetto per avviare attività nelle scuole dei campi profughi.

Gruppo sull’Etica per coniugare i principi e i valori di etica con la pratica quotidiana nei suoi multipli aspetti: organizzativi, progettuali, operativi.

RETE SAHARAWI – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV

via Stazione 80, Sasso Marconi 40037 Bologna

Codice fiscale: 91424060373 – IBAN Banca Etica IT45I0501812800000

Potere al Popolo (PaP) e Paolo Maddalena

di Ferdinando Pastore

Le forze politiche che in questi anni si sono trovate all’opposizione del sistema neo-liberale, quindi non tanto di uno specifico governo, ma di tutto l’impianto ideologico sottostante l’impalcatura della Governance dei mercati, per la prima volta sono riuscite ad esprimere un nome unitario per la Presidenza della Repubblica. Il fatto non è così scontato come apparentemente potrebbe apparire. Quell’area politica, poco rappresentata in Parlamento, conta su forze eterogenee, non tutte provenienti dalla tradizione socialista o comunista. Molte di esse fanno riferimento a quel radicalismo costituzionale che si è sviluppato nella coscienza popolare a seguito della sempre più invasiva gestione del Paese da parte delle istituzioni sovranazionali.

Con i suoi vincoli di bilancio e monetari, con le sue determinazioni di dottrina in netto contrasto con l’ispirazione sociale della Costituzione. In particolare l’accordo si è trovato sul Prof. Paolo Maddalena, ex Giudice della Corte Costituzionale. In questi anni Maddalena si è contraddistinto per le sue coraggiose prese di posizione, in netta controtendenza con il sapere giuridico dei nostri tempi, sempre accomodante con lo spirito di costituzionalizzazione del diritto privato.

L’ex Giudice Costituzionale ha partecipato a battaglie contro le delocalizzazioni, a difesa dei beni pubblici (non comuni, ma pubblici), contro l’invasione dei Trattati Europei. La sua attività non si è limitata nello snocciolare mere opinioni, ma si è resa partecipe di iniziative politiche a difesa della Carta, con uno spirito militante non comune. La presenza di Maddalena nelle lotte sociali, costituzionali e politiche ha dato legittimazione a quei movimenti, a quelle forze oggi escluse dal consesso dei soggetti parlanti nei mezzi di comunicazione. Di chi si è reso conto che il totalitarismo liberale è un sistema oppressivo quanto quelli novecenteschi più militarizzati. Paolo Maddalena è un cattolico che ha espresso anche pubbliche opinioni contro la legge 194. Si deve specificare che mai nella sua attività di Giudice Costituzionale ha posto in pericolo quella legge. Ma ha semplicemente dichiarato le sue perplessità umane e giuridiche. Personalmente non concordo con lui sul punto. Improvvisamente Potere al Popolo, che inizialmente aveva sostenuto la sua candidatura, spinto dalla rivolta interna del mondo femminista, ha ritirato il proprio appoggio. All’interno di PaP militano compagni che godono della mia stima, ma la stima personale non è una categoria politica. Potere al Popolo cade nel solito tranello sempre affascinante per un certo antagonismo di sinistra, anarco-libertario e decisamente parolaio. E commette due errori strategici. Il primo è considerare la battaglia costituzionale un’eventualità settaria, da condividere nella purezza della specie. In realtà si scorda proprio del carattere sovversivo dei sistemi di potere neo-liberali e di conseguenza dello spirito generalista e di Governo di quella lotta. Per questo condividerla con il mondo cattolico anti-liberista non solo appare utile ma si rende necessario per agganciarsi a una prospettiva di egemonia. Inoltre si rende partecipe di un classico equivoco che è alla base dell’irrilevanza della sinistra estrema. Considerare oggi il Potere come un apparato tipicamente conservatore o nostalgico nel quale la Chiesa cattolica è capace di influenzare le coscienze e il sistema/mondo sotto gli imperativi di Dio, Patria e Famiglia. Quindi non comprendendo che oggi la struttura dominante è tipicamente laicizzata. La finanziarizzazione dell’economia, il consumo di massa, si poggiano sulla mercificazione assoluta dell’esistenza e non concepiscono ostacoli etici, morali, religiosi e giuridici all’espansione delle logiche commerciali, speculative, mercantiliste. Perché questo avvenga occorre iniziare l’individuo a un’educazione di mercato, evolutiva e imprenditoriale. Non comprendere questo cambiamento di rotta nelle dinamiche capitaliste, significa trincerarsi dietro battaglie di retroguardia, superflue, che lo stesso Potere utilizza a proprio comodo, per pubblicizzare un progressismo di facciata, una propensione all’espansione dei diritto ad avere diritti, mentre sotterra in maniera propriamente reazionaria, una ad una, le conquiste sociali e democratiche dei movimenti operai e popolari. Si finisce così nella logica del centro-sinistra. Liberismo e libertarismo. Per essere nella sostanza una sinistra comoda del Partito Unico Liberale.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/22101-ferdinando-pastore-potere-al-popolo-pap-e-paolo-maddalena.html

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L’indignazione fa male alla salute, la volontà non può nulla. E allora? Passivismo unica via!

di Franco «Bifo» Berardi

da Cronaca della psicodeflazione

Indignatevi! è il titolo di un libro di Stéphane Hessel (2010) che ebbe una certa influenza negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando il movimento Occupy tentò di opporsi all’arroganza del ceto dominante e all’impoverimento che venne imposto alla società per ripagare il debito delle banche.

Ci indignammo in gran numero e marciammo nelle vie di New York, di Genova, del Cairo e di Hong Kong, ma l’automa finanziario prevalse, e la logica degli algoritmi costrinse i lavoratori a rinunciare a ogni residuo governo politico sulle vicende dell’economia. 

L’estate greca del 2015 fu il momento culminante dell’indignazione, ma anche dell’impotenza: il 62% degli elettori disse No alle ingiunzioni della finanza centrale europea, ma due giorni dopo Alexis Tsipras fu costretto a firmare l’imposizione depredatrice, e a quel punto tutti capimmo che la democrazia era finita proprio dove 25 secoli fa l’avevano inventata.

Da allora abbiamo continuato a indignarci, ma l’indignazione impotente fa male alla salute. E la salute della società è andata di male in peggio, soprattutto quella mentale. 

So che non è possibile liberarsi della rabbia con un gesto di volontà, ma è utile sapere che da decenni l’equilibrio mentale della popolazione è corroso dal combinato disposto di indignazione per l’intollerabile, e inesorabilità dell’impoverimento e dell’umiliazione prescritti dalla logica degli algoritmi finanziari. 

Poiché la volontà non può nulla contro un sistema di automatismi astratti, è utile elaborare la rabbia perché evolva in estraneità e quindi autonomia.

Umiliazione e rabbia impotente hanno alimentato per decenni un’epidemia psicotica accompagnata dalla massiccia diffusione degli oppiacei e di altre sostanze psicofarmacologiche che producono dipendenza. Poi è arrivato il Covid, e la crisi psichica dell’Occidente ora oscilla sul bordo di un collasso.

Negli Stati Uniti il numero di decessi per overdose di oppiacei sintetici come il Fentanil e l’Oxicontin ha superato il numero di vittime da armi da fuoco (che pure non sono poche in quel paese), e perfino il numero di morti in incidenti stradali. Quasi centomila morti per overdose da oppiacei nel 2020, 62.000 causati soltanto dal Fentanil, una pillola antidolorifica largamente consigliata dai medici con grande profitto degli azionisti di Big Pharma. In Italia il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2020. Dovremmo chiederci quindi se l’indignazione (reazione immediata all’intollerabile) sia la chiave morale e psicologica più adeguata dal punto di vista evolutivo per liberarsi dall’intollerabile, e forse dovremmo concludere che è ora di rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna di democrazia politica, e di espansione economica. 

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca

Abbandonare un orizzonte perché un altro orizzonte possa rivelarsi. L’orizzonte che si schiude all’alba dell’anno 2022 è più scuro che mai, ammesso che quella vecchia metafora della luce e del buio mantenga un po’ della sua forza evocativa. È scuro perché ci siamo resi conto del fatto che la ragione non può governare più il mondo, se mai lo ha governato; e la tecnica, seppur potentissima, non può nulla contro il tempo, contro la morte, e poco può contro il caos.

Nell’Introduzione a Dialettica dellIlluminismo scritta nel 1941, Horkheimer e Adorno colsero, sia pur con il loro linguaggio hegeliano, il nucleo della barbarie cui avevano assistito impotenti: “Non abbiamo il minimo dubbio che la libertà della società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme e quindi anche il suo rapporto alla verità.”

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca in quanto riduce la volontà degli uomini all’impotenza. 

Quando il neoliberismo ha cominciato a produrre i suoi effetti di precarietà, super-sfruttamento e solitudine estrema, è cresciuto un movimento neoreazionario su scala globale, che ha corroso la democrazia liberale ma si è alleato con il liberismo predatorio delle corporation. 

Cominciamo adesso a capire il senso della profezia di Gunther Anders, il quale, dopo Hiroshima e negli anni della proliferazione nucleare, preconizzava un ritorno del Nazismo: “Possiamo aspettarci che gli orrori del Reich futuro eclisseranno gli orrori del Reich del passato… quando un giorno i nostri figli o nipoti, orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri, gli apparirà come un esperimento minore e provinciale”. 

Prescrivere il sintomo

Quasi al termine della Grande Guerra, Sandor Ferenczi, psicoanalista e seguace di Freud, scrisse un testo (“Consulto medico”, in Opere, Vol. II) dove si interroga sulla possibilità di curare la patologia istintuale della civiltà europea che si manifesta nella forma della guerra generalizzata di cui negli anni precedenti si era fatta per la prima volta esperienza. 

Io non ho letto l’articolo e non ho modo di andarlo a cercare, ma me lo sono fatto raccontare da Salvo, un mio vecchio amico che nei primi anni Ottanta scrisse su A/traverso un articolo sul massacro di Jonestown (circa mille persone suicide).

La conclusione di Ferenczi è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. 

In effetti, negli scenari di catastrofe su grande scala le tecniche terapeutiche conosciute non sembrano funzionare. Si può curare la sofferenza dei singoli, ma come curare i moti di panico collettivo, le folle che si imbestialiscono, insomma il fascismo?

Big Pharma ha sfruttato l’epidemia psicotico-depressiva, e incassato somme favolose con la massiccia distribuzione di oppiacei, e la ricerca si orienta verso terapie chimiche che agiscono sull’individuo senza poter minimamente scalfire le radici collettive del dolore e del panico. 

Ma l’organismo sociale può sviluppare autonomamente strategie di terapia adattativa. Il panico può avere una funzione, come nel caso delle sentinelle volanti di alcuni stormi esposti al predatore: le sentinelle strepitano e innescano quello che appare un panico apparentemente disordinato, ma ha notevole efficacia difensiva perché confonde e vanifica la tattica dell’attaccante. E la depressione può avere la funzione di abbassare una tensione dolorosa, così da uscire lentamente dal turbine patogeno di infostimolazione. 

La modernità ha mobilitato tutte le energie della società, ma per far questo 

ci ha abituato a identificare negativamente la rassegnazione. Però sarebbe utile elaborare il significato di questa parola per scoprire la sua potenza curativa paradossale, e il suo potenziale politico liberatorio.

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte.

Prima di tutto, la rassegnazione è riconoscimento di qualcosa di inevitabile (come la morte), e può agire come antidoto al panico. Oggi, in una situazione di irreversibile deterioramento dell’ambiente planetario, si può ipotizzare che la sola salvezza dall’estinzione consista proprio in un abbassamento generale della tensione: una psicodeflazione generalizzata capace di provocare una riduzione di tutti i consumi, prima di tutto quelli energetici.

L’effetto lockdown (con le riduzioni nei consumi e nelle emissioni che ci furono nella primavera 2020) ci permette di immaginare una strategia per la decompressione. Riducendo l’ansia acquisitiva, la psicodeflazione può accompagnarsi a una redistribuzione egualitaria delle risorse, e con un’educazione alla frugalità su scala globale. Solo comunità autonome che abbandonano il gioco sociale possono avviare un processo di questo genere. Ma esistono le condizioni soggettive, culturali, psichiche?

E come è possibile crearle?

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte. La morte individuale è relegata in uno spazio di non visibilità, è rimossa dal discorso pubblico. Ma la pandemia ha riportato la morte sulla scena, e questa si presenta ora come l’orizzonte collettivo di una società profondamente ipocondriaca.

Ne Il suicidio e lanima (1964) James Hillman scrive: “Promuovere la vita è arrivato a significare prolungare la vita…. Ma la vita si può prolungare solo alle spese della morte”. Prolungare la vita a spese della morte significa che lo sforzo medico rivolto a prolungare la vita a tutti i costi ha l’effetto di impoverire la morte, di peggiorare la qualità della morte, riducendola a una sconfitta. E se riduciamo la morte a una sconfitta è la vita intera che perde senso, che si trasforma in una battaglia persa, in un declino umiliante.

Ma la morte non è affatto una sconfitta: essa piuttosto può essere re-significata come la perfezione della coscienza, come il trionfo della coscienza sulla realtà. Il compito della psicoanalisi, secondo Hillman, è anche questo: inscrivere coscientemente la morte nell’esistenza. La psicoanalisi non si riduce a mera psico-terapia: essa può dialogicamente dissipare l’illusione di eternità, può permetterci di comprendere il nulla come proiezione dell’esistenza cosciente. 

Uno spazio nuovo si rivela davanti alla psicoanalisi, dal momento che la politica non può nulla. È lo spazio della terapia paradossale, fondata sulla prescrizione del sintomo di cui parla Watzklawick in Pragmatica della comunicazione umana.

Se il sintomo è una depressione da impotenza, assumi l’impotenza come condizione, ascolta la lezione che la depressione contiene, riconosci la verità che la depressione ti suggerisce, e alla fine lascia che la depressione si dissolva senza dimenticarne l’insegnamento.

Infodemia

Deenan Pillay, professore di virologia all’University College di Londra, riporta al Guardian: “Omicron sembra capace di infettare il tratto respiratorio superiore, le cellule della gola. Là si moltiplica più rapidamente che nelle cellule dei polmoni. Diversi studi puntano in questa direzione. Se il virus produce più cellule nella gola questo lo rende più trasmissibile, e questo spiega la rapida diffusione di Omicron. Un virus capace di infettare i tessuti polmonari, al contrario è più pericoloso ma meno trasmissibile”.

Le autorità sanitarie avvertono: il pericolo principale dell’ondata Omicron sta nel fatto che il sistema sanitario rischia di nuovo di essere sopraffatto. 

Il governo italiano si è ben guardato dall’investire massicciamente sulla sanità pubblica, dal rafforzare gli organici medici e paramedici. Non c’è alcun piano di assunzioni, come qualsiasi persona sana di mente pensava sarebbe accaduto appena domata la prima onda del Covid. Sorprendente, ma non poi tanto, visto che il governo italiano, sostenuto dalla più ampia maggioranza di tutti i tempi, non è nato per rilanciare la sanità pubblica né per proteggere la salute dei cittadini, ma è nato per garantire la piena applicazione di principi liberisti che da quarant’anni impoveriscono la vita sociale. 

Perciò capisco che l’allarme ha motivazioni fondate: fondate soprattutto sul pregiudizio finanziario del quale l’osannatissimo presidente del consiglio è simbolo e strumento. La logica privatistica ha reso la variante Omicron più pericolosa di quanto non sia nella sua realtà biologica.

Di conseguenza, nonostante la sua minor letalità, la rapida diffusione di Omicron ha scatenato una nuova ondata di paura, e ha fatto scattare un automatismo psichico, alimentato dalla macchina mediatica: paura di rinunciare alla paura perché il trauma non è stato elaborato collettivamente. Questo suscita reazioni protettive che mentre tentano di arginare la diffusione del virus diffondono effetti di panico e di depressione.

Si potrebbe affermare che il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne. Ma parlare del virus non è un atto volontario, una scelta politica, come ingenuamente pensano i negazionisti no vax. È una reazione automatica dell’organismo sociale sottoposto all’allarme costante del sistema mediatico, che a sua volta reagisce automaticamente all’iper-sensibilizzazione della psiche collettiva. 

Possiamo parlare in proposito di “infodemia”, un disturbo ossessivo che si è impadronito del discorso pubblico e privato, e prima di tutto dei media.

Smetteremo di parlare di Covid solo quando avremo disattivato il circuito che dalla sfera biosanitaria, grazie all’inevitabile amplificazione mediatica, si trasferisce alla sfera psichica. La circolazione del virus non è soltanto un’infezione biologica, ma è anche riattivazione automatica di una reazione ipocondriaca e al limite panica.

L’ipersensibilizzazione provocata dalla proliferazione virale si sta evolvendo in una sorta di self-fulfilling prophecy: l’immaginario collettivo è attratto da una pulsione distopica che tende ad agire come profezia che si autorealizza.

Guardiamo le grandi produzioni del neo-cinema, o forse è meglio dell’iper-cinema. Guardiamo ai film che Netflix ha prodotto e distribuito globalmente nel secondo anno pandemico.

All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, La casa de papel fu la serie di maggior successo. Quella storia di una fanta-rapina avventurosa condotta fra gesti eroici e raffinatezze tecnologiche incontrò l’immaginazione eccitata dal virus, e la euforizzò per qualche mese. Nel lungo periodo però la psico-deflazione, l’abbassamento del ritmo dell’attività e l’annebbiamento delle prospettive di futuro, hanno prodotto un effetto che oscilla tra il panico di massa e la depressione individuale. 

La macchina immaginaria di Netflix ha prodotto alcuni scenari psicotici che hanno rapidamente incontrato una domanda di eccitazione depressiva.

Squid Game, Hellbound, e infine il film di Adam McKay, Dont Look Up

Nell’immaginario trans-pandemico, stordito da una successione di ondate psico-virali, rischia di innescare una spirale di annunciazioni del collasso finale che creano le condizioni psichiche dell’autoavverarsi. La relazione tra psicosi e realtà si fa sempre più stretta: la realtà viene filtrata e distorta da una psicosi che ha origini psico-mediatiche. Ma quando la psicosi si installa nella mente collettiva, è la psicosi che modella la realtà.

Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

Passivismo

Un possente movimento passivista può essere la via d’uscita dalla sindrome iper-produttiva e iper-comunicativa che ci ha portato al collasso. Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

In Oltre Biden: quale secondo tempo per il neo populismo? scrive Raffaele Sciortino: “Come ha scritto financo Paul Krugman: ‘quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima’. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 2021) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di ‘let’s do things while we still can’, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio – nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento – a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno ‘sciopero generale silenzioso’, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre ‘scioperato con i piedi’ lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro Stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense.”

Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di stare all’ascolto dei comportamenti che emergono dal caos virale con l’intenzione di trovare strategie di sopravvivenza e di cambiamento in una direzione che non è quella dell’opposizione al caos, ma proprio quella dell’assecondarlo. È la lezione che ho imparato da Guattari e Deleuze, che nell’ultimo capitolo del loro ultimo libro (Che cos’è la filosofia) ci avvertono che il caos può essere un pericoloso nemico se pensiamo di poterlo combattere, ma può anche diventare un alleato.

Gli operai americani che smettono di lavorare di per sé non sono una cosa buona né una cosa cattiva: sono un segnale di estraneità che si può e si deve trasformare in autonomia, dando un senso all’abbandono, alla passività, alla rassegnazione. 

Credo che questa sia la scommessa teorica del tempo che viene: come risignificare l’attività secondo un principio di utilità frugale e di godimento di un’esistenza libera dall’imperativo di funzionare.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.

FONTE: https://not.neroeditions.com/rassegnatevi-3/

Articoli precedenti:

Leggi tutto: https://not.neroeditions.com/category/cronaca-della-psicodeflazione/

L’infodemia sul green pass stende un velo sul conflitto sociale

Ferma la costituzionalità relativa alla legittimità dell’obbligo vaccinale, dobbiamo interrogarci sulla pervasività della discussione che lascia fuori tutto il resto

di Alessandra Algostino*

La discussione attorno al green pass e all’obbligo vaccinale continua a stringere in una cappa asfissiante il dibattito pubblico, emblema di una, non innocente, infodemia. Non si intende sminuire la gravità dell’epidemia né la necessità di una attenzione (critica) ai provvedimenti adottati (in sé e in quanto rischiano di normalizzare restrizioni eccezionali e temporanee): sul punto, nella prospettiva di una democrazia solidale, si è ragionato più volte in queste pagine.

Fermo il quadro costituzionale relativo alla legittimità dell’obbligo vaccinale, così come delle limitazioni dei diritti, certo si può annotare come nella selva oscura di disposizioni viepiù caotiche, smarrendo proporzionalità e ragionevolezza, si possano annidare distinzioni arbitrarie e suscettibili di amplificare le diseguaglianze. Tuttavia, il nodo è un altro: è la pervasività e insieme la polarizzazione della discussione attorno al green pass in sé che interroga la democrazia, come pluralista, conflittuale e sociale.

La questione del “green pass” svia l’attenzione da una sindemia che ha acuito le diseguaglianze e dai contenuti di un Piano nazionale di ripresa e resilienza che, nel pretendere di forgiare il corso dei prossimi anni, agisce come se l’unico destino possibile fosse un neoliberismo, che, a fisarmonica, richiede politiche di austerity o di welfare autoreferenziale, in totale spregio di un progetto di futuro, quello della Costituzione (mai nemmeno menzionata).

Il Pnrr è assunto come una regalia nei confronti della quale nutrire unicamente un atteggiamento riconoscente. Non si discute della sua impostazione, ordoliberale, del suo netto sbilanciamento sulle imprese (in una Repubblica fondata sul lavoro…) e della centralità della concorrenza, che relega la giustizia sociale a eventuale effetto collaterale (la concorrenza «può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale» si legge nella Premessa del Piano).

Ugualmente, non si mette in discussione il disinvestimento nella sanità, il suo modello aziendalista, la sua privatizzazione e regionalizzazione, nonostante gli ultimi due anni ne abbiano mostrato fuori di ogni dubbio gli effetti nefasti: la soluzione sono i vaccini e il green pass. Senza negare la loro utilità, essi non possono divenire un alibi, la panacea per risolvere tutti i mali.

L’elenco degli elementi mancanti nel dibattito politico è lungo: la Legge di Bilancio, che evoca ad un tempo il tracollo della democrazia politica, scendendo ulteriormente la china di un Parlamento esautorato e prono, e della democrazia sociale; e poi, la politica industriale, dove a delocalizzazioni selvagge si oppone una debole proceduralizzazione, molto distante dal controllo e dalla programmazione che il costituente immaginava (art. 41, c. 2-3, Cost.), ignorando quanto nasce nella vivacità del conflitto (la proposta di legge elaborata dagli operai della Gkn con i giuristi democratici); il lavoro, che aumenta solo in forme precarie e servili, ….

Ad ipotecare o a trasformare il presente non è il green pass, semplice o super: occorre rimettere al centro la questione dell’eguaglianza, della giustizia sociale ed ambientale, ovvero del modello di sviluppo e di società, ripartire dalla centralità dei conflitti intorno alle materialità delle condizioni dell’esistenza.

Focalizzarsi sul green pass rischia di rivelarsi una trappola, in quanto mistifica la necessità di trasformare l’esistente. Non solo: la polarizzazione sul green pass è una trappola anche in quanto distrae il conflitto sociale attraverso la creazione di un nemico.
Le proteste no green pass, oltre ad essere embedded rispetto alla razionalità dominante nell’adesione ad una libertà senza limiti (senza uguaglianza, senza solidarietà) e, per inciso, oltre a nascere proprio nel disagio e nella disgregazione sociale che essa ha prodotto, integrano ottimamente la figura del nemico; e il nemico compatta la società e occulta il conflitto sociale.

La loro criminalizzazione, inoltre, crea un humus favorevole alla lettura di ogni protesta come azione irresponsabile e nociva per la società, delegittimando il dissenso. Non è solo un timore, i movimenti sociali e i lavoratori da anni conoscono la repressione, e il coro di smodate critiche allo sciopero generale del 16 dicembre è emblematico. È la “democrazia senza conflitto”: un ossimoro, perché la democrazia pacificata in quanto nega l’esistenza del conflitto è un simulacro di se stessa. E tutto ricorda una volta di più che la chiave è la lotta per una democrazia, come quella della Costituzione, pluralista, conflittuale e sociale.

*(docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia diretta con particolare attenzione alla loro concreta attuazione)

FONTE: https://ilmanifesto.it/linfodemia-sul-green-pass-stende-un-velo-sul-conflitto-sociale/

La festa (imperiale) delle corporation della guerra è finita. Sulla fuga da Kabul.

di Antonio Pagliarone

Le rivoluzioni devono ottenere il loro biglietto di

ingresso alla scena ufficiale dalle mani delle classi

dominanti.

(Karl Marx “New York Herald Tribune” 27 luglio 1857)

Premessa

Ricordo che molti anni fa l’alternativa “Socialismo o Barbarie” era il ritornello che gli intellettuali più radicali ci prospettavano di fronte ai grandi eventi che si sono verificati nel lungo periodo in cui i miti della sinistra hanno influenzato il cosiddetto “vecchio movimento operaio”. Fu Rosa Luxemburg a proporre queste due possibili soluzioni poste in alternativa allo scoppio del Primo conflitto mondiale ma questo slogan è stato ripreso regolarmente in occasione dei “processi di trasformazione” che, secondo certa pubblicistica di estrema sinistra, si sarebbero manifestati nel corso del XX secolo. Sinora però nessuno si è preoccupato minimamente di dare una descrizione chiara e ragionevole ai due fenomeni in oggetto, anche se oggi possiamo affermare che il socialismo ha prodotto quell’ assurdo costituito dall’economia e dalla società sovietica, ma ci si dovrebbe soffermare un momento sul termine barbarie specie dopo gli avvenimenti in Afghanistan, in Iraq e successivamente in Libano e in Siria.

L’errore che viene ripetuto regolarmente dai commentatori sia di destra che di sinistra, al di là dei buoni propositi che li alimentano, è quello di partire da una tesi precostituita come l’anti-imperialismo per gli opinionisti della sinistra radicale o la difesa della democrazia che caratterizza i paesi occidentali contro ogni aggressione esterna sostenuta da lacchè ben vestiti. Queste posizioni costituiscono la base per spiegare tutti gli avvenimenti che scuotono la monotonia della vita quotidiana. Chiunque non sia impegnato a “sbarcare il lunario” manifesta quel vezzo piuttosto antipatico di trattare ogni singolo fatto come una nuova tendenza senza mai darsi la pena di analizzare i processi nel loro insieme ed ogni avvenimento viene considerato come una “svolta nella storia dell’umanità”.

I sostenitori dell’antimperialismo considerano ogni azione militare, politica ed economica come una aggressione operata da una nazione più forte a scapito di un paese economicamente arretrato per tutta una serie di motivi quali la rapina delle risorse, la conquista di nuovi mercati, nuove aree per operare investimenti redditizi oppure il controllo militare strategico di vaste regioni del pianeta. Ora tutte queste motivazioni si sono rivelate fallaci specie dopo la guerra del Vietnam infatti potevamo chiederci a suo tempo: quali erano le risorse del paese? Il mercato vietnamita era così allettante? Forse gli USA intendevano operare investimenti in un paese così lontano e privo di infrastrutture? Che tipo di dominio e di controllo della regione avrebbero avuto gli americani se avessero vinto la guerra? Erano pressoché circondati da nazioni ostili e il Vietnam sarebbe stata la Cuba degli occidentali. Spesso tali interpretazioni vengono utilizzate insieme per poter giustificare una tesi di partenza basata sulla volontà di dominio di un paese ricco su uno o più paesi del terzo mondo. Coloro che invece difendono la democrazia occidentale ritengono il capitalismo come unica forma economica e sociale possibile e, più o meno in buona fede, temono qualsiasi fenomeno che possa minarne le fondamenta.

Entrambe i punti di vista considerano l’evoluzione della società esclusivamente secondo delle tappe in occasione delle quali l’economia e la politica subiscono degli scossoni che ne deviano il corso.

Per confutare le chincaglierie di queste testi novecentesche possiamo notare che le due grandi economie occidentali che hanno dominato nel corso della storia del capitalismo, perché erano i maggiori possessori di asset1 esteri, hanno progressivamente manifestato un declino vistoso come risulta evidente dal grafico di figura 1.

Figura 1: Andamento disaggregato dei due paesi con il maggior numero di asset stranieri: Gran Bretagna e Stati Uniti2

Fonte: Maurice Obstfeld and Alan. M. Taylor, Global Capital Markets: Integration, Crisis and Growth (Cambridge: Cambridge University Press, 2004), Table 2-1, pp. 52-53

Gli asset esteri in possesso della Gran Bretagna raggiungono il picco nel 1850 poi declinano continuamente (linea grigia) mentre gli asset esteri nelle mani degli USA (non di una nazione, come si crede erroneamente, ma di imprese pubbliche e private) crescono fino al 1960 (gli USA prendono il posto del Regno Unito dopo la IIGM) per poi declinare continuamente salvo qualche debole picco, fino ai giorni nostri. Questo vuol dire che gli investimenti in asset degli USA si rivolgono all’interno dell’area OCSE e sempre meno nei paesi del cosiddetto terzo mondo o in via di sviluppo3.

Introduzione (2021)

L’imperialismo è (veramente) una tigre di carta

Tutti gli osservatori ed i giornalisti di vario genere sono rimasti allibiti in occasione dell’abbandono disastroso dell’Afghanistan da parte delle truppe USA, paragonando le immagini sconvolgenti alla fuga da Saigon nell’Aprile 1975. Le truppe della maggiore potenza economica e militare del mondo lasciano il paese nelle mani delle orde di talebani che come dei vampiri si sono precipitati a riconquistare un paese ormai ridotto alla miseria ed alla fame. La stragrande maggioranza dei commenti diffusi immediatamente sui mass media e sul web si sono limitati a riproporre le solite litanie dettate da posizioni “politiche” ufficiali e di nicchia. Dall’impossibilità ad introdurre la democrazia nei paesi arretrati legati all’Islam, al fallimento dell’imperialismo americano (o grande potenza USA) simile a quello manifestatosi in Vietnam dove una popolazione legata fortemente al proprio territorio ed un “fronte interno” di opposizione hanno determinato la disfatta di un esercito tecnologicamente avanzato, cosa che non si è assolutamente verificata in Afghanistan.

Di conseguenza ho deciso di riproporre un vecchio scritto prodotto qualche anno dopo l’11 settembre sull’aggressione americana in Afghanistan ed in Iraq aggiornandone i dati e gli elementi alla luce degli avvenimenti più recenti. Naturalmente nessuno può affermare di avere compreso definitivamente gli accadimenti ma una cosa è certa: occorre approfondire l’analisi attraverso l’evidenza empirica e la logica senza farsi abbagliare dal metodo adottato da certi osservatori legati all’ideologia dominante, ma nemmeno da certa sociologia-politica manifestata da coloro che sono ancora legati all’ideologia della vecchia e “nuova” sinistra che da tempo ha mandato Karl Marx in soffitta. Naturalmente i dati ed i grafici proposti a suo tempo sono stati aggiornati e posso affermare che confermano le tesi espresse allora e la penosa uscita dell’esercito USA dall’operazione Enduring Freedom, che aveva come obiettivo l’eliminazione del terrorismo islamico in seguito agli attentati piuttosto spettacolari dell’11 settembre. Nel mio scritto del 2007 avevo avanzato l’ipotesi che fu la lobby del Pentagono, che dominava il Complesso Militare Industriale, a fare degli attentati attribuiti (falsamente) ad Al Qaeda, la ragione del suo rilancio dopo anni di smantellamento delle strutture e dei finanziamenti alla Difesa in seguito al crollo del sistema sovietico. Le spese militari americane si erano ridotte all’osso ed era necessario trovare un nuovo “nemico” per giustificare lo spostamento delle risorse federali dal welfare alle corporation legate al Complesso, i cui dirigenti guarda caso erano presenti nella lobby e all’interno dell’amministrazione Bush Junior. Così possiamo notare che dopo il continuo declino successivo alla II Guerra Mondiale, il budget per la difesa negli ultimi due decenni si è innalzato passando dai 305 miliardi di dollari del 2001 ai 754 miliardi di dollari del 2021, con un probabile picco a 777 miliardi di dollari se l’operazione in Afghanistan non fosse stata interrotta. Nella figura 2 di seguito vengono rappresentate le spesemilitari come percentuale del PIL per gli Stati Uniti nel periodo 1940-2018 (andamento aggiornato rispetto a quello dei grafici 4 e 5 presenti nel vecchio testo).

Figura 2. USA. Spese militari come percentuale del PIL

Grafico costruito sulla base dei dati del Office of Management and Budget

Come si può notare dopo il picco di massima del periodo relativo all’intervento nel secondo conflitto mondiale si raggiunge il minimo nel 1946 attorno al 3%, la risalita dei primi anni 50 del secolo scorso è dovuta alla guerra di Corea dopo di che si verifica un declino fino alla metà degli anni 60 con una debole risalita causata dalla guerra del Vietnam, l’ultimo conflitto militare che si può definire come tale. Successivamente si osserva un continuo declino interrotto da una debole risalita dovuta alle famose “Guerre Stellari” di Ronald Reagan, ma dopo il crollo dell’ex Unione Sovietica si può notare un crollo delle spese militari a livelli inferiori al 3% con una ripresa che risulta evidente dopo i fatti dell’11 settembre 2001 che hanno rappresentato uno stimolo ad una crescita che ha raggiunto il livello massimo del 5% nel 2012 per poi declinare nuovamente. Dal rapporto del SIPRI del 2018 possiamo riportare che

“Tra il 2009 e il 2018, tutti i primi 15 paesi meno tre hanno aumentato le loro spese militari; le eccezioni sono gli Stati Uniti (–17 percento), il Regno Unito (–17 percento) e l’Italia (–14 percento). Sono stati registrati aumenti della spesa particolarmente cospicui nel decennio da parte della Cina (83 per cento) e della Turchia (65 per cento).”

Ora la diminuzione del 17% delle spese militari USA (e Regno Unito) tra il 2009 ed il 2018 si nota anche osservando il grafico di figura 2, ma sia chiaro questo non vuol dire che gli USA sono crollati militarmente ma solo che le spese militari non costituiscono assolutamente una voce importante del bilancio.

Contrariamente a quanto hanno creduto ingenuamente gli americani i proventi dalla tassazione (750 milioni di dollari l’anno per ogni soldato impegnato nelle operazioni) non venivano destinati alla “ricostruzione” dei paesi aggrediti ma erano il bottino che si intascavano le corporation americane dalla vendita di armi e servizi allo stesso esercito USA, a prezzi esorbitanti che garantivano sovraprofitti eccezionali conseguiti anche grazie all’aumento del valore delle azioni delle stesse e dei contratti di vario genere e natura legati all’operazione bellica. Jon Schwarz riporta in un articolo pubblicato su Intercept che 10.000 dollari investiti in azioni della Difesa, ossia delle cinque maggiori corporation legate al Complesso Militare Industriale ovveroBoeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics4, all’inizio della guerra in Afghanistan, ora valgono quasi 100mila dollari. Si tratta di un rendimento estremamente più elevato di quello dato dal mercato azionario complessivo nello stesso periodo. 10.000 dollari investiti in un fondo indicizzato S&P 500 il 18 settembre 2001, varrebbero ora 61.613 dollari, il che significa che, durante la cosiddetta guerra in Afghanistan, i titoli delle cinque maggiori corporation hanno superato il mercato azionario del 58%. Una parte significativa dei fondi spesi, e obbligati ad essere spesi, per l’intervento in Afghanistan e Iraq è andata ad appaltatori militari i cui lavoratori attualmente sono più di tre a uno rispetto ai soldati impegnati in Afghanistan. I beneficiari sono la Lockheed Martin, DynCorp5, Black & Veatch, Academi (ex Blackwater) e le compagnie petrolifere che spediscono il carburante utilizzato dall’esercito come la Kellogg, Brown and Root e la ExxonMobil. I contratti spesso hanno dimensioni enormi: l’anno scorso la Harris Corporation, ad esempio, si è aggiudicata un contratto da 1,7 miliardi di dollari per la fornitura di apparecchiature di comunicazione alle forze di sicurezza afghane. Solo tra il 2019 ed il 2020 queste cinque corporation hanno percepito 286 miliardi di dollari grazie a contratti sottoscritti con il Complesso Militare Industriale e dal 2001 al 2020 hanno spillato al Pentagono 2,1 trilioni di dollari (a dollaro 2021). Per avere un’idea delle cifre di cui stiamo parlando, le entrate della Halliburton sono cresciute più di dieci volte dall’esercizio del 2002 fino al 2006 grazie ai suoi contratti per ricostruire le infrastrutture petrolifere irachene e fornire supporto logistico alle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan. Nel solo mese di agosto 2008 la Lockheed Martin ha ricevuto oltre 30 miliardi di dollari per un contratto sulla logistica e per il solo 2020 ha percepito 75 miliardi per contratti che corrispondono ad una volta e mezza l’intero budget di 44 miliardi previsti per quell’anno. Diecimila dollari in azioni della Lockheed Martin vengono ora valutati a 133.559,21 dollari. Molte di queste corporate tra l’altro hanno operato in maniera scadente non soddisfacendo i contratti a suo tempo sottoscritti. Un caso particolarmente eclatante di un lavoro scadente che ha avuto tragiche conseguenze umane è rappresentato dall’elettrificazione di almeno diciotto basi militari in Iraq a partire dal 2004 a causa di installazioni elettriche difettose, alcune delle quali realizzate dalla KBR e dai suoi subappaltatori. Un’indagine dell’ispettore generale del Pentagono ha rilevato che i comandanti sul campo “non erano riusciti a garantire che i lavori di ristrutturazione… fossero stati eseguiti correttamente, l’esercito non ha fissato gli standard per i lavori o gli appaltatori e KBR non hanno messo semplicemente a terra le apparecchiature elettriche installate così da provocare numerose vittime e feriti tra le truppe di stanza nelle diverse basi in Iraq”.

Per queste corporate, l’intera avventura è stata un successo strepitoso, misurato nei trilioni di dollari dei contribuenti che sono passati attraverso i loro budget e nei profitti accumulati nei due decenni in cui hanno mantenuto con successo le operazioni. Nel 2019, la CACI International ha sottoscritto un contratto quinquennale di quasi 907 milioni di dollari per fornire “operazioni di intelligence e supporto analitico” all’esercito degli Stati Uniti in Afghanistan. Dal 2015 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha speso 3,8 miliardi di dollari per l’impegno di Fluor Corporation in Afghanistan, la maggior parte dei quali per i servizi logistici. Per la General Dynamics, la guerra in Afghanistan è stata particolarmente redditizia in quanto il veicolo corazzato leggero LAV-25 dei Marines è stato ampiamente utilizzato nelle operazioni. Inoltre, GD ha anche fornito prodotti e servizi di comunicazione, tecnologia e sicurezza informatica. Raytheon Technologies, solo nel 2020 ha guadagnato fino a 145 milioni di dollari quando ha firmato un contratto con le forze armate statunitensi per addestrare i piloti dell’aeronautica afgana. Occorre sottolineare come il più grande appaltatore della difesa del mondo, la Lockheed è famosa per i suoi elicotteri Black Hawk, che sono stati ampiamente utilizzati nella guerra in Afghanistan, ma i maggiori guadagni per questa corporation sono venuti dai contratti per il caccia stealth F-35. Queste sono solo alcune delle corporation che hanno tratto enorme profitto dai lucrosi contratti di Washington. La spesa del Pentagono ha superato nel complesso i 14 trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile quando ebbe inizio l’intervento in Afghanistan nel 2001, e quasi la metà di questa cifra faraonica è andata direttamente alle corporation appaltatrici della difesa.

Così non ci dobbiamo meravigliare se i media ci informano che la popolazione dell’Afghanistan ha raggiunto livelli di povertà assoluta in un paese pieno di macerie grazie ai bombardamenti “intelligenti” o ad attentati dettati dalla disperazione piuttosto che dalla mitologia della sciaria. Dopo aver speso 2,26 trilioni di dollari nei vent’anni di “guerra” (50 mila dollari per ogni afghano dei 40 milioni che popolano il paese) ecco che l’impresa come per incanto viene abbandonata con i conseguenti commenti più o meno coerenti dei mass media. In occasione del disimpegno dall’Afghanistan, David Berteau, presidente del Consiglio per i servizi professionali, che rappresenta 400 appaltatori governativi, molti dei quali lavorano in Afghanistan, ha dichiarato che “Il calendario per farlo correttamente è già troppo stretto, Non abbiamo anni, ma abbiamo solo mesi. Tutte le cose belle devono finire, vero?”

Quando mai gli Americani non hanno abbandonato i loro alleati locali? I Curdi della Siria settentrionale, che gli Americani in ritirata hanno abbandonato ai tanto amichevoli Turchi, sono l’ultimo esempio che possiamo fare. Ma quanti Americani si ricordano di quel lontano passato? È semplicemente quello che fanno gli Americani, da sempre.

I lauti, strepitosi rendimenti intascati dai maggiori contractors statunitensi della Difesa sono entrati in rotta di collisione con gli interessi complessivi delle altre corporation americane non legate al Complesso Militare Industriale, ma soprattutto con gli interessi dei lavoratori americani ormai stanchi di dover finanziare, attraverso la tassazione ed i tagli alle spese per welfare, un pachiderma militare ormai divenuto del tutto inutile, ma dal quale traggono profitti imprese ed individui senza scrupoli organizzati in bande di avventurieri6.

Tra l’altro la Brown University ha previsto anche che il costo degli interessi sul debito di guerra afghano degli Stati Uniti salirà a 6,5 trilioni di dollari entro il 2050, cosa che contribuirà ad indispettire ulteriormente l’americano medio poiché si traduce in 20.000 dollari di esborso per ogni cittadino USA. In una condizione generale di una continua crescita dell’indebitamento sia pubblico che privato7, rappresentata nelle successive figure 3 e 4, e dal declino dei profitti relativi al totale delle corporate (vedi figura 5), risulta sempre più chiaro che le amministrazioni successive alla presidenza Bush hanno dovuto affrontare il problema della spesa in maniera diretta, attraverso il disimpegno nei confronti delle “missioni” militari all’estero ed attraverso i tagli all’interno del paese. Mentre molti appaltatori legati al Complesso Militare Industriale stanno ancora raccogliendo ingenti somme di denaro per fare affari in Afghanistan, alcuni si stanno ritirando insieme alle truppe. L’ultimo rapporto trimestrale del Dipartimento della Difesa ha indicato che il numero totale di appaltatori in Afghanistan è sceso significativamente negli ultimi tre mesi da quasi 17.000 ad aprile a 7.800 a luglio. Quando Trump è entrato alla Casa Bianca nel 2017, il numero totale di appaltatori in Afghanistan era di circa 3.400.

Figura 3. USA. Andamento del debito pubblico dal 1990 al 2019 (miliardi di dollari)

Fonte: Dipartimento del Tesoro USA.

Figura 4. USA. Debito delle corporation non finanziarie come percentuale del PIL

Nota. Le strisce rappresentano le recessioni.

Fonte: I dati relativi al debito delle corporation provengono dal Financial Accounts of the United States.

Parallelamente all’aumento del debito possiamo notare che i profitti netti delle corporation non finanziarie e finanziarie subiscono un crollo dopo il crash del 2007-08 e non si riprendono fino al 2014 (e non si sono ancora ripresi dopo la pandemia) come si può notare chiaramente dalla figura 5

Figura 5. USA. Variazioni nei Profitti Netti Nominali delle NFC (linea tratteggiata) e delle FC (linea continua) [miliardi di US$]. 1998-2014.

Dall’andamento dei profitti relativi alle corporation finanziarie possiamo notare en passant che fa acqua anche la moderna tesi dell’imperialismo finanziario. Nel frattempo le corporate legate al Pentagono continuano a fare affari d’oro

Ma la figura successiva 6 mostra chiaramente il gap tra profitti lordi e netti delle corporation (linea grigia) e delle imprese USA (linea nera) (siamo nel picco della fig precedente) (pagamento del debito e del servizio del debito) e si nota che tale divario va aumentando per cui l’economia USA ed i lavoratori premono perché le tasse vengano diminuite.

Figura 6. Profitti di tutte le corporation USA prima (linea grigia punteggiata) e dopo le tasse (linea grigia quadratini), profitti di tutte le altre industrie (linea scura punteggiata e coi quadratini) in miliardi di dollari

Fonte NIPA tavole 1.10 e 1.12 (aprile 2015)

Il debito delle famiglie statunitensi nel secondo trimestre 2021 ha raggiunto la cifra record di 15 trilioni di dollari, mentre il debito ipotecario è salito a10,4 miliardi di dollari in conseguenza di un boom di rifinanziamenti. Secondo l’ultimo rapporto della Fed di New York relativo al debito e al credito delle famiglie, tra aprile e giugno del 2021 il debito ipotecario è aumentato di ben 282 miliardi di dollari. Nella figura 7 riportiamo l’andamento del debito delle famiglie americane dal 2000 al 2021.

Figura 7. USA. Andamento del debito delle famiglie dal 2000 al 2021 (nel II trimestre ha raggiunto i 15 trilioni di dollari)

Nota: la parte in basso grigio scura rappresenta i mutui, via via le parti sempre più chiare rappresentano in successione i crediti ipotecari, i prestiti per l’acquisto dell’automobile, passività delle carte di credito, i prestiti per lo studio ed altri

Fonte: New York Fed Consumer Credit Panel/Equifax

Di conseguenza la scelta politica delle amministrazioni Obama, Trump e Biden è stata quella di staccarsi progressivamente dagli impegni militari facendo finire la festa alla Lobby del Pentagono.

Nonostante ciò ad aprile 2021, alcune delle 70 società di sicurezza e difesa americane hanno sottoscritto contratti annuali che vanno oltre l’11 settembre. Una di queste società è la Triple Canopy, di proprietà di Constellis, una società che possiede anche Academi, la più recente dei famigerati appaltatori militari privati ​​come la Blackwater. Triple Canopy sta assumendo guardie armate a Bagram per fornire sicurezza al personale statunitense rimanente in quattro siti in tutto il paese. Anche Erik Prince, fondatore della Blackwater e amico personale di Donald Trump, per far soldi ha impegnato la società nella evacuazione di persone da Kabul cui vengono richiesti 6.500 dollari per essere portati in salvo all’aeroporto per poi venire imbarcati in uno dei voli della società. Una tariffa extra verrebbe poi applicata nelle situazioni più complicate in cui le persone da salvare sono rimaste intrappolate nelle proprie abitazioni.

Dalle stesse autorità americane è stato rilevato che gran parte dei miliardi profusi in enormi progetti infrastrutturali in Afghanistan sono andati sprecati. Dighe e autostrade sono in rovina, poiché questa ondata di aiuti è stata gestita da burocrati di stato corrotti sodali con i funzionari del Complesso Militare Industriale. Gli ospedali e le scuole di nuova costruzione erano vuoti, così il denaro degli Stati Uniti ha alimentato sempre di più la corruzione che ha minato la legittimità del governo. Nonostante la campagna antidroga, dalla quale molti ne hanno tratto vantaggio, le esportazioni di oppio hanno raggiunto livelli record8, e, nonostante i miliardi spesi in armi e per l’addestramento delle forze di sicurezza afghane, i talebani hanno continuato ad espandere il loro controllo sul paese. Malgrado le enormi spese per la creazione di posti di lavoro e per il benessere del popolo afghano, la disoccupazione si aggira intorno al 25% e, secondo la Banca mondiale, nel corso degli anni il tasso di povertà ha continuato ad oscillare, raggiungendo il 47% nel 2020, rispetto al 36% quando si è iniziato a calcolare nel 2007. Il 90% della popolazione dell’Afghanistan vive con meno di 2 dollari al giorno. Di tutto questo ne hanno dovuto prendere atto tanto Trump (per primo) quanto Biden dopo aver tastato il polso agli americani in occasione delle elezioni che li hanno portati ai vertici dell’amministrazione USA. Nel 2018 lo staff del presidente Trump avviò nuove trattative con i talebani che si sono concluse il 29 febbraio 2020 con la firma di un accordo che prevedeva, tra le altre cose, il ritiro definitivo dei 12 mila soldati americani ancora presenti sul territorio afghano entro il 1 maggio 2021.

Oltre alle perdite economiche ormai divenute disastrose bisogna sottolineare però che dall’inizio della guerra la coalizione ha contato più di 3.500 morti, di cui più di 2.300 erano soldati americani e 450 delle truppe britanniche, 20.660 soldati americani sono poi rimasti feriti in azione. Ma questi dati sulle vittime delle truppe della coalizione vengono sminuite dalla perdita di vite tra le forze di sicurezza ed i civili afgani. Nel 2019 una ricerca della Brown University ha stimato che a partire dall’ottobre 2001, quando è iniziato l’intervento, la perdita di vite tra l’esercito nazionale e la polizia dell’Afghanistan ha superato le 64.100 persone, mentre secondo la United Nations Assistance Mission in Afghanistan (Unama), quasi 111.000 cittadini sono stati uccisi o feriti da quando ha iniziato nel 2009 a registrare sistematicamente le vittime civili. Quattro milioni di afgani sono sfollati dalle loro case e sono stati spinti dalla violenza quotidiana nelle baraccopoli urbane o oltre confine, in Pakistan o in Iran; di conseguenza la sfiducia nei confronti degli occidentali ha continuato ad aumentare favorendo così l’influenza dei talebani che controllavano sempre più il territorio. In fin dei conti ciò che si può rimarcare chiaramente è che dopo la sconfitta del Vietnam gli Stati Uniti hanno perso il ruolo di superpotenza conquistato dopo la II Guerra Mondiale una volta esauritosi il predominio del Regno Unito, e che il capitalismo dei paesi maggiormente sviluppati è caratterizzato dagli interessi concorrenziali delle grandi corporation che non hanno nazione pur avendo sede, nella maggior parte di casi, negli Stati Uniti. Infine non possiamo prevedere cosa può riservarci il futuro ma di sicuro non assisteremo ad un nuovo conflitto, almeno nel breve periodo, viste le gravi condizioni in cui versano le casse statali e quelle di un capitalismo che manifesta sempre più le sue difficoltà generate dalla speculazione che come un tumore investe ogni aspetto della vita quotidiana.

NOTE:

1 Gli asset esteri lordi sono costituiti da contanti, prestiti, obbligazioni e azioni di proprietà di non residenti.

2 “The External Wealth of Nations Revisited: International Financial Integration in the Aftermath of the Global Financial Crisis” IMF Economic Review volume66 al sitohttps://link.springer.com/article/10.1057/s41308-017-0048-y

3 Peter Nolan “La Cina si sta comprando il mondo?” presente nel volume Il mistero del dragone Asterios 2019.

4 Possiamo sottolineare che nel consiglio di amministrazione della Lockheed è presente Robert Work (ex vice segretario della difesa) e Joseph Dunford Jr (generale in pensione del Corpo dei Marine), in quello della Boeing sono presenti: Edmund P. Giambastiani Jr (ex vice presidente, Capo di stato maggiore), Stayce D. Harris (ex ispettore generale, Air Force), John M. Richardson (ex capo delle operazioni navali). Il consiglio di amministrazione della Raytheon comprende: Ellen Pawlikowski (generale dell’aeronautica in pensione), James Winnefeld Jr (ammiraglio della marina in pensione), Bruce Carlson (generale dell’aeronautica in pensione), mentre ai vertici dellaGeneral Dynamics sono presenti Rudy deLeon (ex vice segretario della difesa), Cecil Haney (ammiraglio della marina in pensione), James Mattis (ex segretario della Difesa ed ex generale del corpo dei marines), Peter Wall (generale britannico in pensione). Alla Northrop Grumman notiamo Gary Roughead (ammiraglio della Marina in pensione), Mark Welsh III (generale dell’Aeronautica in pensione). Nei consigli di amministrazione delle grandi corporation legate al Pentagono vi erano anche gli ex segretari alla difesa dell’amministrazione Trump James Mattis (membro del consiglio di amministrazione di General Dynamics), Patrick Shanahan (dirigente di Boeing), Mark Esper (capo delle relazioni con il governo di Raytheon) e il segretario alla difesa dell’amministrazione di Biden Lloyd Austin (membro del consiglio di amministrazione di Raytheon Technologies). Molte di queste informazioni provengono dall’ottimo studio Profits of War: Corporate Beneficiaries of the Post-9/11 Pentagon Spending Surge di William D. Hartung che dirige l’Arms and Security Program presso il Center for International Policy.

5 DynCorp, con a capo il finanziere miliardario Stephen Feinberg, è nota da tempo per scandali di corruzione e un discutibile record di prestazioni, fino ad essere implicata in un caso di abusi sessuali. Ma nulla di tutto ciò sembra aver scoraggiato il governo degli Stati Uniti dall’aggiudicare nuovi contratti alla società. Il Dipartimento di Stato ha pagato quasi 4 miliardi di dollari per progetti di aiuto alla ricostruzione afgana dal 2002 al 2013. 2,5 miliardi di dollari sono andati alla DynCorp, il 69% di tutti i soldi assegnati dal Dipartimento di Stato per quasi tutta la durata della guerra.

6 Oltre all’esercito di contractors legato alle imprese impegnate in Afghanistan, possiamo fare riferimento a personaggi piuttosto sinistri come il colonnello dell’esercito Norbert Vergez che gestiva il programma di rifornimenti di elicotteri all’esercito afghano in cui le truffe erano all’ordine del giorno, inoltre gli appaltatori della difesa hanno continuato a spendere molto in Afghanistan poco prima che gli Stati Uniti partissero e i talebani prendessero il controllo del paese, come riportanoAnna Massoglia e Julia Forrest in un articolo su Open Secrets. Nell’articolo si sottolinea che la maggioranza dei membri plenari dell’Afghanistan Study Group, che ha consigliato al presidente Joe Biden di prorogare la scadenza del 1 maggio inizialmente negoziata per il ritiro dall’Afghanistan, ha legami con l’industria della difesa. Un paio di questi membri includono il principale vicedirettore dell’intelligence nazionale dell’ex presidente Donald Trump, Susan M. Gordon, e Stephen J. Hadley, vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente George W. Bush.

7 Per una visione più approfondita dello stato delle cose all’interno dell’economia USA, vedi La lotta di classe all’epoca della finanza a cura di Antonio Pagliarone di prossima pubblicazione presso Asterios Trieste.

8 L’Afghanistan è stato trasformato nella fabbrica di eroina del mondo, arrivando a produrre l’85% della fornitura globale stimata di eroina e di morfina, un quasi monopolio. Occorre chiarire che prima dell’invasione USA/NATO dell’Afghanistan, la coltivazione del papavero era stata vietata dai Talebani.

Afghanistan: quale bilancio dell’esperienza militare italiana?

di Andrea Vento

A distanza di quattro mesi dal ritiro delle forze Nato e dal ritorno dei Talebani al potere, nel nostro Paese ancora non sono stati improntati ne una seria riflessione pubblica, ne un bilancio politico ufficiale sui risultati di 20 anni di presenza militare, sui suoi esiti, i sui suoi costi e sulle ricadute sulla popolazione afghana.

Il mal pianificato ritiro delle forze armate Usa e Nato disposto dall’amministrazione Biden, a seguito degli Accordi di Doha, sottoscritti da Trump il 29 febbraio 2020, e la drammatica fuga dal Paese degli occidentali e dei loro collaboratori dopo la repentina presa di Kabul da parte dei Talebani del 15 agosto, hanno concluso, con la partenza degli ultimi voli di evacuazione del 31 agosto 2021, la ventennale presenza militare, anche italiana, in Afghanistan.

Nonostante fossimo stati fra i principali attori delle vicende militari degli ultimi vent’anni del Paese centroasiatico, fin dalla seconda metà di agosto l’attenzione politica e mediatica è stata tuttavia indirizzata sulla questione del caotico e parziale trasferimento all’estero dei collaborazionisti afghani e sul nuovo esodo di profughi, le vere vittime dell’intera vicenda, che il ritorno dei Talebani al potere ha innescato. Migliaia di persone che, a vario titolo, avevano prestato servizio per le forze della Nato o per il corrotto governo di Asrhaf Ghani sono state in pratica abbandonate al rischio delle probabili ritorsioni talebane.

I responsabili della disastrosa esperienza afghana nell’intento di distogliere l’attenzione dalle reali cause del disastro, si sono adoperati per implementare una ben architettata campagna di distrazione di massa. Il ceto politico direttamente coinvolto e i media compiacenti hanno, infatti, cercato di sollevare sdegno nell’opinione pubblica nostrana in modo da far apparire come unici responsabili delle violenze e del caos di quei giorni agostani esclusivamente gli “studenti coranici”.

La formazione del nuovo governo monocolore talebano ai primi di settembre, in disprezzo di un fondamentale pilastro degli Accordi di Doha, ha innescato come ritorsione sia il mancato riconoscimento politico del nuovo esecutivo, sia l’applicazione di “sanzioni economiche” occidentali. Le nuove misure restrittive, divenute ormai una consolidata prassi ai danni dei governi che intendono sottrarsi all’assoggettamento Usa, hanno portato, da un lato, al congelamento dei 9 miliardi di $ di fondi della Banca Centrale Afghana depositati all’estero e, dall’altro, alla sospensione dei generosi finanziamenti e aiuti (pari ad almeno il 20% del Pil afghano) che avevano tenuto in piedi fino a quel momento la traballante Repubblica Islamica dell’Afghanistan, il nuovo stato creato dagli occidentali dopo l’invasione del 2001.

Una gravissima crisi umanitaria, con il 72% della popolazione in condizioni di povertà già a settembre 2021, e pesanti ripercussioni economiche, con il crollo del Pil autunnale stimato intorno al 40%, sono gli inevitabili effetti di tali provvedimenti. La deriva sociale ed economica del Paese, che si è aggravata con l’arrivo dell’inverno, ha finito per catalizzare la residua attenzione mediatica riservata, in Occidente, alle vicende del martoriato Paese centro-asiatico, ormai afflitto ininterrottamente da guerre e conflitti interni dal 1979. Nonostante ciò, nello scenario nazionale, le vicende afghane sono da un paio di mesi relegate nelle pagine finali dei quotidiani e dei telegiornali, mentre le forze politiche, fino ad oggi, non hanno mostrato interesse verso l’apertura di inchieste ufficiali e approfondite riflessioni pubbliche sulla nostra presenza in Afghanistan.

La partecipazione militare italiana al conflitto afghano era stata autorizzata il 7 novembre 2001 dal Parlamento e regolarmente rifinanziata ogni 6 mesi con analogo atto parlamentare, spesso con voto bipartisan, da tutte le maggioranze parlamentari succedutesi da allora, senza che ogni volta si aprisse un dibattito serio nel Pese e in Parlamento sulla nostra avventura militare nel Paese centroasiatico, sui suoi costi, sugli obiettivi e sui risultati che stavamo conseguendo. In questo ventennio frequentemente sono state raccontate versioni non corrispondenti a vero e, nel migliore dei casi, edulcorate rispetto a ciò che effettivamente stava accadendo in Afghanistan, dove, addirittura dall’ottobre 2003, i Talebani erano riusciti ad invertire l’inerzia del conflitto e, gradualmente, a passare alla controffensiva, come dimostra, oltre alla ricostruzione storica del prof Gastone Breccia1, l’andamento del diagramma delle morti dei militari Nato e delle forze di sicurezza afghane (grafico 1).

Grafico 1: perdite della Nato, con e senza gli Usa, e delle forze di sicurezza afghane 2002-2014

1 “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

Alla missione italiana, dislocata nel settore occidentale del Paese con base di comando ad Herat, hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (con una presenza sul territorio afghano che non ha mai superato le 5.000 unità), di questi 54 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati, e 700 sono stati feriti. Il costo della presenza militare italiana in totale ammonta a ben 8,7 miliardi di euro, dei quali 840.000 milioni per la creazione e l’addestramento delle forze militari e di sicurezza della Repubblica Islamica d’Afghanistan (tabella 1). Le stesse che si sona disciolte come neve al sole primaverile, lasciando campo libero all’avanzata finale talebana sferrata ai primi di agosto.

I legittimi quesiti e le richieste di effettuazione di un bilancio sollevati, in questi mesi, dall’opinione pubblica italiana, al momento non hanno trovato ascolto nel ceto politico nazionale. Eppure, il principale artefice dell’avventura militare in Afghanistan, gli Stati Uniti d’America, iniziata con l’operazione Enduring Freedom il 7 ottobre del 2001, sembra intenzionato a fare un po’ di chiarezza sulla ventennale permanenza militare nel Paese. Già il 13 settembre, infatti, il segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, era stato sottoposto a quattro ore di incalzanti domande, da parte della Commissione per gli affari esteri della Camera, sullo scomposto ritiro dall’Afghanistan di fine agosto. E, soprattutto, mercoledì 15 dicembre, il Senato statunitense ha approvato, a larga maggioranza, l’istituzione di una Commissione d’inchiesta indipendente composta da 16 membri, equamente suddivisi fra le due tradizionali forze politiche, alla scopo di analizzare gli errori e l’eredità di 20 della guerra in Afghanistan, di gran lunga la più duratura della storia Usa.

Tabella 1: costo e presenza di truppe della Missione italiana in Afghanistan 2001-2021

L’elevato costo totale, addirittura circa 2.300 miliardi di $1 (fig. 1), della ventennale esperienza militare statunitense conclusasi con una clamorosa sconfitta e un disordinato ritiro, oltre all’aggravarsi della crisi lasciata in eredità, devono aver probabilmente spinto i senatori Usa a cercare di venire incontro alle richieste dell’opinione pubblica interna che sta prendendo atto, giorno per giorno, dopo anni di disinformazione, l’effettiva gravità dell’attuale situazione afghana. Come, peraltro, aveva denunciato, già da settembre, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP): “l’Afghanistan vacilla sull’orlo della povertà universale” a causa dell’inevitabile peggioramento della situazione che, in mancanza di significativi interventi esterni, a metà del 2022 porterà la percentuale dei poveri addirittura al 97% con l’economia dell’Afghanistan si sta disfacendo “davanti ai nostri occhi“.

Figura 1: la ripartizione per capitoli delle spese totali Usa in Afghanistan 2001-2021.

Fonte: Watson Institute della Brown University (Usa)

Anche il recente grido di allarme di Malalai Joya, giovane afghana attivista per i diritti delle donne, non sembra lasciar spazio ad equivoci rispetto alla situazione attuale e allo sconforto degli afghani: “trascorsi vent’anni dall’inizio dell’invasione e della guerra lanciati dagli Usa, il popolo del mio paese, che soffre da molto tempo, è di nuovo al punto di partenza. Dopo aver speso migliaia di miliardi di dollari e aver provocato centinaia di migliaia di morti e sfollati, la bandiera talebana torna a sventolare sull’Afghanistan. Come più giovane donna eletta al Parlamento dell’Afghanistan nel 2005, la mia esperienza riflette il fallimento della guerra degli Stati Uniti e della Nato – una politica che ha usato i diritti delle donne come pretesto per l’occupazione, ma è riuscita solo a rafforzare le forze più corrotte della nostra società

Nel tentativo di riportare la crisi umanitaria in corso al centro dell’attenzione politica nostrana, le associazioni “45mo Parallelo” e “Afgana”, hanno organizzato a Trento il 15 dicembre scorso il convegno “Afghanistan il futuro negato” al quale è stata invitata, come interlocutrice principale, la Viceministra agli Esteri Marina Sereni, oltre ad attori della cooperazione italiana nel Paese e dell’Unesco. Nel corso dell’incontro, come riporta il sito Atlante delle guerre e dei conflitti1, sono stati trattati temi cruciali come: i fondi bloccati negli Usa e i 150 milioni di euro in aiuti umanitari da utilizzare, secondo le intenzioni del Governo, come strumento per ammorbidire le posizioni dei Talebani sui diritti umani, oltre all’elaborazione di una strategia negoziale con l’Emirato Islamico d’Afghanistan, senza procederne al riconoscimento politico. Un’iniziativa importante quella di Trento che dirada le nebbie mediatiche calate sul Paese centroasiatico e che ha affrontato l’impellente questione della crisi umanitaria esplosa dopo il ritiro Nato, alla quale, tuttavia, dovranno seguirne altre che favoriscano l’apertura di un dibattito politico in Parlamento, oltre che a uno pubblico nel Paese, che tracci un bilancio sulla nostra permanenza militare e, in generale, sulla disastrosa strategia della “Guerra umanitaria” che negli ultimi 20 anni ha destabilizzato il Medio Oriente, con ferite tutt’ora sanguinanti in Iraq, Siria e Libia.

La spinta propulsiva verso questo indispensabile passaggio, doveroso per una democrazia matura, probabilmente dovrà provenire, ancora una volta, dalla società civile, visto l’immobilismo della classe politica di questi mesi. Mancato attivismo probabilmente condizionato dal fatto che tutte le forze politiche attualmente presenti un Parlamento, in questi vent’anni, hanno votato il rifinanziamento delle Missioni militari in Afghanistan.

Un passo utile in tale direzione potrebbe rappresentare il coinvolgimento del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in un convegno che abbia come fine ultimo la richiesta di un’analisi politica ufficiale in Parlamento e una riflessione approfondita nel contesto dei Paesi atlantisti in merito all’avventura militare in Afghanistan. Tutto ciò sulla scorta del contenuto delle dichiarazioni del nostro massimo rappresentante della Politica Estera sulla crisi afghana e sui suoi sviluppi, rilasciate davanti alle Commissione riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato il 23 agosto: “A tempo debito, non potremo e non dovremo esimerci – come Occidente, come Europa, come Nato – da una riflessione approfondita sulle lezioni da apprendere. Una riflessione che deve partire dal riconoscimento obiettivo delle nostre responsabilità, ma anche dalla consapevolezza di non essere stati in Afghanistan invano“. Il Ministro Di Maio ha inoltre aggiunto che “la fragilità delle istituzioni afghane, la liquefazione istantanea delle forze armate locali, l’inaffidabilità delle previsioni sulla loro tenuta sono sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che in questi 20 anni abbiamo contribuito a mantenere la stabilità regionale, contrastare il terrorismo, favorire più istruzione, diritti e libertà per il popolo afghano. È proprio questa consapevolezza a spronarci a fare il possibile perché quei diritti non vengano ora brutalmente cancellati“. Dichiarazioni importanti che se da un lato dovrebbero essere rilanciate per quanto riguarda l’apertura di una riflessione sullo strumento della guerra e sulle nostre responsabilità, dall’altro lasciano spazio a perplessità rispetto ai risultati ottenuti con la nostra missione militare, nello specifico rispetto ai benefici portati alla popolazione civile.

In base ai dati forniti dal Factbook mondiale 2021 della Cia2, rileviamo come l’Afghanistan, già prima del ritorno dei Talebani, era caratterizzato da una condizione sociale disastrosa con i peggiori valori a livello mondiale sia per quanto riguarda la mortalità infantile, salita al 106,75 x 1.000 nel 2021, che la speranza di vita media ferma a soli 53,3 anni e con la povertà passata dal 22% del 2002 al 54,5% del 20203. Per quanto riguarda la condizione femminile, si è registrato un miglioramento solamente le aree urbane (che però raccolgono ad oggi solo il 26% della popolazione), mentre nel resto del Paese è rimasta sostanzialmente invariata visto che il tasso di occupazione femminile dal 35% del 2003 e salito al 35,7% del 20184. Anche dal punto di vista macroeconomico il Paese è progredito in misura ridotta rispetto ad altri Paesi che nel 2001 avevano condizioni simili o addirittura più critiche: il Pil pro capite è passato, infatti, da 280 $ del 1998 ai 545 $ del 2018 con una rapporto di incremento del solo 1,95, mentre, nello stesso arco di tempo, in Ruanda è stato del 3,16 e in Etiopia addirittura dell’8,52.

Il quadro impietoso della situazione economica e sociale lasciata dalla Nato e il fallimento militare e politico della missione militare costituiscono elementi prioritari dell’ineludibile dibattito che l’opinione pubblica nazionale invoca in merito agli errori commessi in Afghanistan, alla falsa retorica della Guerra umanitaria e sul nostro grado di autonomia in politica estera e militare.

Probabilmente se invece di aver destinato allo sviluppo sociale solo una cifra stimata fra il 5 e il 10% degli 8,7 miliardi di euro costati al contribuente italiano, avessimo seguito l’esempio indicato da Gino Strada che tramite Emergency in Afghanistan ha costruito tre ospedali e curato gratuitamente 8 milioni di persone, oggi la situazione avrebbe connotati decisamente diversi sia per il popolo afghano, che per gli occidentali.

Illuminanti in tal senso le affermazioni dello stesso Gino Strada nel suo ultimo articolo, uscito su La Stampa il 13 agosto 2021, proprio il giorno della sua scomparsa, nel quale ripercorre i 20 anni di guerra cercando di tracciarne un bilancio: ” Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,7 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe”.

Andrea Vento – 28 dicembre 2021 – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati.

NOTE:

1) “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

2) Secondo le stime del Watson Institute della Brown University del Rhode Island (Usa) https://www.sigar.mil/pdf/quarterlyreports/2021-01-30qr-section2-funding.pdf

3) https://www.atlanteguerre.it/il-futuro-afgano-dopo-lincontro-di-trento/

4) Fonte: Il Factbook mondiale 2021 . Washington, DC: Central Intelligence Agency, 2021.
https://www.cia.gov/the-world-factbook/

5) Fonte: https://www.indexmundi.com/g/g.aspx?c=af&v=69&l=itCIA World Factbook

6) Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2003 e 2020

CILE: parla il Presidente del Partito Comunista del Cile

26 dicembre 2021

Non giocheremo un ruolo egemonico nel governo di Boric”.

“Siamo il più grande partito della coalizione “Apruebo Dignidad”, molto bene. Ma l’unica cosa che ci fa vedere è che abbiamo una grande responsabilità”, sottolinea il presidente del Partito Comunista, Guillermo Teillier. Sul ruolo dei comunisti nel futuro gabinetto di Gabriel Boric, ha detto che spetta al presidente eletto decidere “se siamo nel comitato politico o no”. Ha sostenuto che “siamo d’accordo con quello che ha detto Boric, che il suo governo avrà entrambi i piedi in strada, strettamente legato al movimento sociale”.

di Hugo Guzmán

A cosa attribuisce il trionfo di Gabriel Boric, soprattutto con una distanza di 10 punti su José Antonio Kast?

Ci sono diversi elementi. In primo luogo, è stato possibile convincere settori di altre forze politiche a votare per Boric; la base di molti partiti che non fanno parte di Apruebo Dignidad ha votato per Boric. Una cosa molto importante è che abbiamo fatto appello ai giovani che avevano votato per l’Apruebo (nuova Costituzione), ma che non avevano votato al primo turno e che lo hanno fatto al ballottaggio, dicendo che bisognava difendere la democrazia, una nuova Costituzione e che bisognava andare avanti per rispondere alle richieste sociali fatte dall’ottobre 2019, nella rivolta popolare. Il recupero del terreno perso in luoghi come Antofagasta, che rende chiaro che il voto per (Franco) Parisi è andato a Boric, non a Kast, e il voto nella Regione Metropolitana è stato abbastanza grande e spettacolare. Ci sono stati ottime votazioni nei comuni popolari, per esempio Lo Espejo, dove Boric ha avuto il 72%, altri come Pedro Aguirre Cerda con alta votazione, El Bosque, Puente Alto, e la regione di Valparaíso altrettanto, con molti voti per Boric. Il terreno è stato riconquistato in diversi comuni dove Kast aveva vinto al primo turno. È stato anche importante che Gabriel Boric abbia chiarito molto bene i punti chiave del programma che porterà avanti. Un altro fattore è che c’è stato molto movimento sui territori, nelle reti sociali, e nella pubblicità elettorale il progetto è stato presentato molto bene.

Vale la pena sottolineare che il comando è stato riconfigurato nel secondo turno, che è stato allargato, che ci sono state figure che hanno giocato un ruolo molto importante, di tutti i partiti, con indipendenti, c’è stato un rafforzamento di tutto il lavoro che una campagna elettorale di questa natura richiede.

Ha anche a che vedere con il fatto che Kast ha sbagliato completamente campagna, con il suo anticomunismo abusivo e ripetitivo. E ha sbagliato soprattutto pensando che la sua missione fosse di vincere contro il comunismo, senza rendersi conto che questo non è un programma dei comunisti, ma di un collettivo, di vari partiti, di molti professionisti, che è stato fatto insieme alla gente. Questo è stato uno dei fattori della sconfitta di Kast. La gente ha capito che questa campagna fa parte di una formula di questi settori per giustificare le loro politiche e la loro prepotenza oltraggiosa.

Ma non vogliono metterlo da parte. Ed ora parlano di come il Partito Comunista sarà un peso per il governo di Boric, che sarà rigido, che è estremo. Ripetono quello che hanno detto in campagna elettorale.

L’anticomunismo è stato sconfitto dal popolo cileno. È stato il popolo cileno a vincere. Noi partecipiamo a questo trionfo, ma è il popolo che ha difeso la democrazia e il processo costituente.

Ora, noi comunisti, lo abbiamo detto e deve essere chiaro, non abbiamo intenzione di giocare un ruolo egemonico nel governo di Boric. Siamo il più grande partito del conglomerato Apruebo Dignidad, molto bene. Ma l’unica cosa che ci fa capire è che abbiamo una grande responsabilità. Il popolo ci ha dato una responsabilità, ci ha dato più voti, più parlamentari, ci ha permesso di rompere l’esclusione nel Senato, di avere più consiglieri regionali, ma questo non significa che saremo la forza egemone. Vogliamo agire su un piano di parità con le altre forze. Se partecipiamo al gabinetto ministeriale, vogliamo farlo su un piano di parità con tutti gli altri, non vogliamo avere privilegi, ma nemmeno essere sottovalutati. In altre parole, abbiamo gli stessi diritti e vogliamo avere le stesse opportunità.

In questo senso, cosa diresti sul fatto che il PC dovrebbe essere nel comitato politico di La Moneda?

Questa è una decisione del presidente eletto che ha detto che formerà il governo prima del 25 gennaio. Bisognerà vedere, dovrà decidere lui. Boric ha detto che conversarà con i partiti – senza che i partiti impongano la loro volontà al Presidente eletto – e quando si dialogherà, sarà il momento di fare le nostre proposte. Non abbiamo discusso di cosa vogliamo nel gabinetto. Ciò che ci interessa è essere in grado, nei luoghi in cui possiamo, di contribuire al meglio alla realizzazione del programma e alle richieste dei cittadini. Quindi, alla domanda se saremo nel comitato politico o meno, o in quali posti di governo, può rispondere solo il presidente eletto.

Bene, vediamo se abbiamo la possibilità di chiederglielo. Nell’era post-dittatoriale, questa è la seconda volta che il Partito Comunista è in un’alleanza che vince le elezioni presidenziali.

Che significato e proiezione ha per il PC?

Siamo stati costanti nel promuovere profonde riforme, nel lottare per la democrazia, nel lasciarci alle spalle la Costituzione della dittatura, nel promuovere i diritti dei lavoratori e del popolo. Per questo ci siamo uniti al governo di Michelle Bachelet, penso che siamo riconosciuti per questo, per quegli obiettivi. Alcune riforme si sono realizzate, altre no. Prima del governo Bachelet non avevamo molta esperienza, perché quelli che erano nel governo di (Salvador) Allende non c’erano più o non avevano le condizioni per entrare al governo. Avevamo meno capacità di adesso in termini di quadri, di esperienza, avevamo meno forza, meno parlamentari, meno voti. Ora la situazione è cambiata. L’esperienza del governo di Michelle Bachelet, con tutti i suoi successi ed errori, ci è stata molto utile, e oggi questo ci dà una maggiore capacità di contribuire al governo di Boric.

Ora, noi abbiamo sempre visto questo come parte di un processo in cui si uniscono molti fattori, molti fenomeni che si concatenano nel tempo: ci sono state le lotte studentesche, le lunghe lotte operaie, i processi elettorali, la rivolta sociale, e siamo andati avanti nel perfezionamento della democrazia e della partecipazione. Speriamo che questo governo significhi ulteriori progressi, in varie direzioni, lo speriamo sinceramente. Speriamo che le principali misure  proposte si realizzino nel breve tempo che sono quattro anni.

Proprio in termini di partecipazione, come vede il PC la forma in cui il movimento sociale dovrà esprimersi in questi quattro anni?

Siamo abbastanza d’accordo con quello che ha detto Gabriel Boric nel suo discorso la notte della vittoria, che il suo governo avrà entrambi i piedi in strada, cioè, sarà strettamente legato al movimento sociale, dialogando con il movimento sociale. Siamo assolutamente d’accordo con questo, così come con l’avere il contributo e l’appoggio del mondo sociale. Questo è vitale.

Oggi è impossibile parlare dell’ex “Concertación”. Sembra che la Democrazia Cristiana sarà all’opposizione di Boric, il Partito Socialista vuole collaborare.

Come vede la possibilità di integrare questi partiti nel futuro governo?

Il Presidente eletto ha invitato i presidenti e le presidenti dei partiti politici di Apruebo Dignidad e degli altri partiti che hanno contribuito alla vittoria di Boric e alla sconfitta di Kast.

Avete parlato domenica sera?

Sì, domenica pomeriggio. Gabriel Boric ha ringraziato i partiti di Apruebo Dignidad, e tutti gli altri partiti, per il loro contributo alla sua vittoria, ed è stato molto chiaro nell’affermare che cercherà il contributo, l’opinione e la collaborazione di tutti coloro che vogliono lavorare per realizzare il programma e le misure proposte. Avendo chiaro, ha detto, che il domicilio di questo governo è Apruebo Dignidad. Tuttavia, da lì, si può cercare di ampliare la base di sostegno o l’accumulazione di forze per realizzare i cambiamenti.

Non ha parlato di integrare altri partiti nell’alleanza, ma ha detto di essere disposto a lavorare con i partiti a livello istituzionale. Ha detto “sono un militante di partito, rispetto i partiti, voglio che si sviluppino”, e ha anche proposto di lavorare con gli indipendenti. Quindi penso che non sia ancora chiaro da parte del Presidente eletto come nominerà il gabinetto.

In Apruebo Dignidad, prima della campagna, durante la campagna e forse durante il governo, c’erano e ci saranno differenze tra i partiti. Come gestirle?

Beh, gestendole…

Perché sorgeranno.

Non abbiamo altra scelta.

Guarda, in un sistema come questo (presidenzialista ndt), il Presidente della Repubblica avrà sempre la preponderanza. Senza dubbio ci saranno opinioni diverse, ma questo non significa attentare contro il governo. Tutte le parti dovranno fare attenzione e sarà necessario un dialogo permanente. Credo che saremo così impegnati a realizzare il programma e il lavoro del governo e del Parlamento che non ci saranno tante differenze, che peraltro sono normali.

Ci vorrà molta abilità e dialogo a livello parlamentare.

Senza dubbio. Poiché c’è un pareggio al Senato, anche se abbiamo una maggioranza abbastanza comoda alla Camera dei Deputati e alla Camera dei Deputati, potremmo anche raggiungere i tre quinti. Ma ci sono riforme costituzionali che potrebbero non essere possibili se non abbiamo i due terzi. Ci sono leggi semplici, come la riforma fiscale, che è molto importante, e ci sono possibilità di farla passare se è ben discussa. Qui avremmo bisogno dell’appoggio delle organizzazioni sociali e sindacali, di tutti coloro che vogliono portare avanti le trasformazioni.

Si parla di raggiungere accordi, di costruire ponti. Ma fa capolino il fantasma della “politica del consenso” attuata durante la transizione, che includeva la destra.

Dipende a cosa serve il consenso. Perché se si tratta di fare le cose “nella misura del possibile”, non credo. Ma se c’è un consenso per realizzare una riforma, senza che questo significhi farlo “in cucina”, andrà bene. La parola consenso non è un male in sé. Posso avere un consenso nel Partito Comunista e non è una cosa negativa, il consenso è per avanzare. Ma se è per fermare i cambiamenti, questo non è positivo. Non si tratta di cercare consensi a destra, dove le cose sono rimaste più o meno le stesse.

Sarete attenti, vigili su ciò che le forze di destra e i segmenti dell’estrema destra potranno fare durante il governo Boric?

È chiaro che ci sono già spaccature a destra. Per esempio, vedo che ci sono diverse persone che non vogliono che Kast faccia parte di Chile Vamos (il patto della destra, ndt), che non avrà la leadership della destra. Ci sono persone come il senatore (Manuel José) Ossandón che si è detto disponibile a partecipare a processi prelegislativi per dare la possibilità di approvare alcune leggi del futuro governo. C’è la possibilità che nel caso di alcune leggi si possa contare sul voto di una destra meno estremista. Penso che i settori di estrema destra, dalle dichiarazioni iniziali di persone come Rojo Edwards, continueranno con il loro anticomunismo, cercheranno di continuare ad usare l’anticomunismo nel modo peggiore. Tuttavia, questo minaccioso anticomunismo sarà sconfitto e prevarranno la speranza e le aspettative del popolo.

Fonte:https://elsiglo.cl/2021/12/21/no-vamos-a-jugar-un-papel-hegemonico-en-el-gobierno-de-boric/

(Traduzione Marco Consolo)

Cile: La vittoria di Boric e il prossimo futuro

di Rodrigo Andrea Rivas

Il trionfo di Gabriel Boric nel secondo turno delle elezioni presidenziali cilene non ci dà solo la possibilità di prendere una boccata d’aria. Può costituire, anche, una leva per il pensiero costruttivo e per l’attivismo politico e un chiaro segnale stradale che ci indica verso dove rivolgere gli sforzi se si vuole raddrizzare un presente politico complesso e senza speranze apparenti.

La campagna di Boric ha saputo evitare il vittimismo e il trionfalismo oltrepassando i registri apocalittici della facile esagerazione, mantenendo un profilo aperto e un tono propositivo, fiducioso e ottimista.

Con un programma concreto ma capace di interpellare gli indecisi e gli astenuti del primo turno, ha aperto il campo quanto bastava per attrarre nuovi alleati senza cadere nelle provocazioni di chi ha cercato di usare questa posizione per giocare al tanto peggio tanto meglio e per arrivare a disputare l’iniziativa e l’articolazione dell’agenda politica.

Ciò ha reso evidenti i due progetti antitetici sul futuro del Cile mettendo fuori gioco la speculazione “sono tutti uguali”.

Va da sé: il contesto di questa elezione è imprescindibile per capire la sua soluzione.

Come prima approssimazione direi che si tratta di una elezione che può chiudere il ciclo di transizione iniziato nel lontano 1990 mettendo fine alla “democrazia nella misura del possibile”.

Non a caso, l’alleanza politica e sociale costruita attorno a Kast costituiva una coalizione d’interessi che girava attorno a questo unico punto: far abortire il processo di transizione democratica che si propone di mandare definitivamente nel dimenticatoio il regime economico, politico e sociale del pinochetismo.

Oggi, dopo la vittoria di Boric, sappiamo che il Cile avrà una nuova costituzione democratica e che questa codificherà in modo diverso le lotte esemplari delle donne cilene, dei popoli originari, degli studenti e dei lavoratori.

La campagna elettorale ha chiarito che questo processo troverà forti ostacoli e difficoltà. Intendo occuparmi più approfonditamente in futuro del rapporto commissione costituente – governo, programma di trasformazioni strutturali – misure urgenti.

Il risultato di questa elezioni è importante per tutta la regione e non solo.

Alla fine del 2021 l’America Latina attende Lula con un nuovo rapporto di forze, resistendo le mutazioni del bolsonarismo e dando un mandato chiaro alle forze progressiste – dal Messico all’Argentina, dalla Bolivia al Cile e al Perù, in attesa del referendum uruguaiano – per consolidare la stabilità politica del subcontinente, riattivare la cooperazione regionale in un momento di massima incertezza geopolitica e ridare forma ad un progetto economico e politico incentrato sui diritti umani e sulla ridistribuzione sociale.

Ciò disegna una enorme sfida: articolare un nuovo ciclo progressista capace di superare i limiti sviluppisti di quello precedente per rifondare l’orizzonte democratico dell’America Latina.

La vittoria di Boric lascia anche diverse lezioni utili per il futuro. Me ne vengono in mente tre.

La prima è che il Cile ha dimostrato che, anche nel clima surriscaldato e confuso nel quale viviamo, è possibile vincere contro l’ opportunismo dell’ultradestra confrontandosi positivamente, senza avere paura della propria ombra, disputando i temi e l’inquadramento del dibattito, dando un senso alle cose dette, aprendo il campo politico invece di chiuderlo con pseudo alleanze aristocratiche disegnate sulla carta e solide quanto una scorreggia.

La seconda è che il Cile ha dimostrato che si può costruire la politica sul ciclo di mobilitazioni, conquiste e sconfitte che provengono dai decenni scorsi, correggendo comportamenti e politiche tanto quanto sia necessario per recuperare e mantenere vivo il legame con quel ciclo.

La terza, ma in verità è la prima lezione, il Cile ha dimostrato che si possono aprire orizzonti politici alternativi allo sfruttamento delle paure, dell’impotenza e della frustrazione che la crisi politica e sociale che ci attanaglia continua ad accumulare.

Intendo dire che in disputa ci sono altri futuri possibili e che possono essere articolati in modo credibile, convincente e vincente.

L’ultima osservazione è che, al di la dell’importanza relativa dei Paesi, ci sono elezioni che aprono possibilità epocali ed effetti che eccedono ampiamente il loro contesto concreto.

Lo è stata, ad esempio, quella di Trump. Ma lo è stata anche quella di Syriza.

E’ ovvio che il loro divenire dipende dal loro sviluppo concreto, ma la possibilità di apertura di un ciclo democratico nuovo in grado di apportare certezze politiche ad un futuro pericoloso e incerto è la grande sfida politica dei tempi che ci sono già caduti addosso.

FONTE: http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2021/12/dossier-cile.html?m=1

Il Cile avanti a sinistra

di Marco Consolo

Schiacciante vittoria del candidato delle sinistre, Gabriel Boric, nel ballottaggio delle elezioni presidenziali cilene, con quasi 12 punti di differenza da Josè Antonio Kast, nostalgico della dittatura di Pinochet. Domenica scorsa, hanno votato 8.270.318 persone, una cifra che nessuno si aspettava e che rompe la soglia degli 8 milioni di voti, considerata il “Santo Gral” della politica cilena.

Boric è il Presidente più giovane del Cile (36 anni quando assumerà il prossimo 11 marzo) e quello che ha ricevuto più voti in assoluto (4.619.222)  nella storia del Paese, con una spettacolare rimonta dal primo turno (dal 26% al 56%). Dapprima dirigente del movimento degli studenti, poi deputato per due legislature del Frente Amplio, ecologista, il giovane Boric viene dal sud del Paese, rompendo anche simbolicamente il  centralismo della politica cilena. Viene eletto, con la promessa di costruire un Cile pluri-nazionale nel rispetto delle popolazioni originarie, più giusto ed uguale, con un sistema sanitario e pensionistico pubblico, che decentralizzi lo Stato, devolvendo potere alle regioni e alle comunità locali, senza più impunità per le violazioni dei diritti umani.

Da parte sua, il pinochetista Josè Antonio Kast, ultra-liberista, misogino e xenofobo, ha ricevuto 3.648.987 voti (44,13%), trasformandosi nel perdente con la più alta votazione della storia cilena, a soli 150.000 suffragi da quelli ricevuti da Piñera per la sua vittoria del 2017. Al primo turno Kast era arrivato primo, con il 28% dei voti, e per il ballottaggio era riuscito ad ottenere l’appoggio di tutta la destra (compresa una parte della DC). Il pedigree di Kast è di tutto rispetto. Suo padre, scappato dalla Germania in Cile alla fine della guerra, nel 1942 si iscrisse al partito nazista, mentre combatteva con le forze occupanti naziste anche in Italia. Suo fratello, Miguel Kast è stato più volte Ministro della dittatura civico-militare di Pinochet, nonché presidente della Banca centrale. E si parla diffusamente dell’appoggio della famiglia Kast alla repressione pinochetista nella zona in cui viveva.

Nel Cile di oggi Kast incarna il bisogno di “legge e ordine”, gode di una base elettorale importante e dell’appoggio della maggioranza della “famiglia militare”, di cui il governo dovrà tenere conto.

Nel ballottaggio, Boric ha saputo motivare la partecipazione elettorale, aumentata significativamente tra primo e secondo turno (l’8% in più, con 1.200.000 di persone).  Lo ha fatto grazie a una campagna porta a porta, che ha mobilitato tutti i settori sociali e culturali, in tutto il territorio nazionale, ed in cui le donne ed i giovani hanno avuto un ruolo preponderante. Parallelamente, è stato capace di mobilitare i settori moderati del centrosinistra che, dopo la sconfitta al primo turno, provano a scommettere sulla pace sociale e si sono smarcati dal pericolo fascista.

Decisivo il voto nelle province più popolate (Santiago e Valparaiso) con un distacco di quasi 20 punti. Ma anche il recupero nelle regioni del nord minerario, dove al primo turno, una gran parte dei voti era andato a un candidato di centro destra, Franco Parisi, che aveva fatto campagna elettorale dagli Stati Uniti e dichiarato l’appoggio a Kast nel ballottaggio.

Non sono servite le manovre del governo di Piñera e delle destre per boicottare il voto popolare e favorire il candidato  pinochetista Kast. Non è servita la martellante campagna di odio anticomunista, di estrema polarizzazione, di “fake news”, di uso a profusione delle reti sociali e degli algoritmi dei “Big data”. Non è servito l’appoggio della destra mondiale, compresi Salvini e l’opposizione anti-chavista venezuelana tanto cara a Renzi ed a settori del PD. Non è servita neanche la serrata parziale dei padroni dei trasporti privati nel giorno del ballottaggio, per non fare andare a votare la gente dei quartieri popolari, sulla falsa riga del 1973, quando i camionisti furono determinanti per il golpe di Pinochet contro Salvador Allende.

E a proposito di simboli, solo tre giorni fa c’era stato un fatto di enorme valenza simbolica nel Paese. Era morta Lucia Hiriart,  oscuro e tetro personaggio, moglie di Pinochet e sua ispiratrice nelle trame golpiste, nella sanguinosa repressione della dittatura e nei magheggi finanziari che hanno garantito numerosi conti clandestini all’estero. Come suo marito, anche lei è rimasta impune, riuscendo ad evitare la giustizia senza scontare il carcere.

Con la vittoria di Boric, si chiude la “transizione” post dittatura, durata oltre 30 anni, con un’alternanza al governo di centrosinistra e destra. Non c’è dubbio che la sua vittoria rappresenta anche la sconfitta del centro-sinistra della  “Concertaciòn” (Democrazia Cristiana, Partito socialista e Partito por la Democrazia-PPD), che non ha mai messo in discussione il modello sociale ed economico uscito dalla dittatura e da questa applicato sotto dettatura dei “Chicago boys” di Milton Friedman. E’ quindi la sconfitta di un consociativismo di potere che ha accettato,  interiorizzato e praticato uno dei sistemi neoliberisti più feroci e diseguali del continente. Un laboratorio mondiale sin dal golpe del 1973, dove tutto è stato privatizzato (scuola, sanità, pensioni, trasporti, acqua…), dove poche famiglie controllano le leve economiche del Paese e dove il ruolo dello Stato è sussidiario rispetto al mercato.

Il Cile parla a noi

Le elezioni non le ha vinte il centrosinistra, alternatosi al governo con la destra nei tre decenni post-dittatura. Le ha vinte un candidato che viene dalla  sinistra e dalle lotte studentesche, con l’ appoggio dei movimenti e del Partito Comunista che ha avuto un ruolo decisivo. I candidati (e i partiti) del centro-sinistra hanno perso al primo turno ed al  ballottaggio obtorto collo hanno dovuto appoggiare il candidato Boric per allontanare il pericolo fascista.

Come è stato possibile questo ribaltamento dei rapporti di forza?

Il neoliberista Piñera aveva vinto nel 2017, grazie alla delusione ed al disincanto popolare nei confronti del governo di centrosinistra, che non ha mai messo in discussione il modello neoliberista ereditato da Pinochet, ma che al contrario lo ha perfezionato in molti aspetti.

È stata la rivolta sociale del 2019 contro il governo Piñera, sorprendente e di massa, a cambiare i rapporti di forza. Il Cile si è svegliato. I movimenti sociali, pagando un alto prezzo di sangue con decine di morti e migliaia di feriti tra i manifestanti, sono riusciti a imporre il referendum sulla Costituzione per cancellare quella pinochetista.  Questa spinta dal basso ha permesso l’istallazione dell’Assemblea Costituente (che avanza nella definizione della nuova Carta Magna), con una presidente, Elisa Loncón, rappresentante del popolo mapuche, un fatto di enorme valenza simbolica. La mobilitazione ha permesso inoltre la stessa vittoria elettorale alle amministrative.

Quella rivolta ha costruito nel conflitto una coalizione politico-sociale, tra il variegato mondo dei movimenti sociali ed i partiti della sinistra coerenti che, nonostante i rapporti non certo idilliaci, ha cercato di lavorare insieme e costruire un’alternativa che si è riflessa anche sul piano elettorale.

Dopo mesi di rivolta sociale e mobilitazione spesso unitaria, al primo turno delle elezioni presidenziali, la coalizione tra Frente Amplio, Partito Comunista ed altre forze minori ha superato il centrosinistra con un candidato espressione dei movimenti, che domenica scorsa ha sbaragliato le destre.

Dal prossimo 11 marzo si apre un nuovo scenario, i cui sviluppi sono ancora imprevedibili. Sebbene quello cileno sia un regime presidenzialista, in Parlamento la coalizione che ha sostenuto Boric al primo turno ha solo un quarto dei seggi, mentre Kast conta con quasi un terzo dei voti. L’appello al dialogo, più volte ripetuto da Boric, tiene conto anche di questa realtà dei rapporti di forza parlamentari. Il nuovo governo dovrà affrontare una situazione sociale ed economica non certo rosea, dopo i mesi della rivolta sociale e soprattutto dopo quasi 2 anni di pandemia (lungi dal terminare).

Anche il quadro internazionale, in particolare quello di un continente il cui ciclo politico sta cambiando profondamente, nel bene o nel male peserà sul futuro del nuovo Cile. Non c’è dubbio che questa vittoria progressista rafforza le speranze di cambiamento anche in Colombia ed in Brasile che andranno a elezioni nel 2022.

Anche in Cile si riaprono “las grandes alamedas” della speranza di cui parlava il Presidente martire, Salvador Allende.

Splendori e miserie dell’Occidente

Il summit per la democrazia convocato da Biden serve a rilanciare la favola del “mondo libero”. . In realtà più che glorificare il mondo libero dovremmo preoccuparci del degrado della democrazia e dei diritti umani proprio nei paesi dell’Occidente che quella bandiera hanno innalzato e adesso la stanno gettando nel fango.

di Domenico Gallo

I venti di guerra che spiravano al confine fra l’Ucraina e la Russia non si sono attenuati neanche dopo il vertice fra i due Presidenti, Biden e Putin, che hanno abbassato un po’ le canne dei fucili ma si sono scambiati, fra promesse e minacce, i reciproci penultimatum.

Nella stessa settimana la CNN ci informa che Biden si appresta a lanciare il boicottaggio diplomatico delle olimpiadi invernali in Cina in risposta alle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e a Hong Kong e alle pressioni militari cinesi su Taiwan. Si tratta di una misura che i cinesi hanno preso come una grave provocazione politica e che difficilmente porterà ad un miglioramento della situazione nello Xinjiang e a Hong Kong. Gli Stati Uniti non sono Amnesty International e non hanno titolo per ergersi a paladini dei diritti umani nel mondo. Tanto più che, come la Russia, la Cina, Israele e la Turchia, si rifiutano di aderire a quei trattati internazionali, come lo Statuto della Corte penale internazionale, che pongono dei vincoli a quelle violazioni più odiose dei diritti umani, che sono i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità.

In realtà l’argomento della democrazia e della tutela dei diritti umani è usato sempre in modo strumentale per orgoglio politico, per marcare una supremazia.

Questa, infatti, sembra essere la settimana dell’orgoglio dell’Occidente. Il 9-10 dicembre il Presidente Biden ha convocato il «Summit per la Democrazia» che riunirà, in collegamento mondiale online, «leader di governo, società civile e settore privato». La lista degli invitati comprende 111 paesi. Tra questi 28 dei 30 membri della Nato: mancano Turchia e Ungheria ma, in compenso, ci sono Israele e Ucraina, insieme a 26 dei 27 membri della Ue (esclusa l’Ungheria). Il Summit «fornirà loro una piattaforma per difendere la democrazia e i diritti umani all’interno e all’estero, per affrontare attraverso un’ azione collettiva le più grandi minacce che hanno di fronte oggi le democrazie». Verrà in tal modo avviato «un anno di azione per rendere le democrazie più reattive e resilienti», che culminerà con un secondo Summit in presenza per «costruire una comunità di partner impegnati nel rinnovamento democratico globale». Si tratta di una sorta di gay pride dell’Occidente per rilanciare la favola del “mondo libero” unito nella missione di portare la democrazia nel mondo sotto la guida degli Stati Uniti, contenendo le spinte del mondo non-libero, nel quale ci sono la Cina e la Russia, ma non l’Arabia Saudita, né l’Egitto. In realtà più che glorificare il mondo libero dovremmo preoccuparci del degrado della democrazia e dei diritti umani proprio nei paesi dell’Occidente che quella bandiera hanno innalzato e adesso la stanno gettando nel fango. Come accade un po’ dappertutto anche nel Paese che ha inventato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, dove la nuova stella nascente della politica francese, Eric Zemmour, ha impostato la sua campagna presidenziale sullo slogan: immigrazione zero. Questo non è il tempo dello splendore ma delle miserie dell’Occidente e del degrado della democrazia. Di quale gloria si può vantare un paese del mondo libero come la Polonia, dove qualche giorno fa è stata fatta morire una donna incinta con il bambino che portava in seno per il rifiuto di darle accoglienza? Di quale gloria si può vantare l’Unione Europea per aver trasformato il Mediterraneo in un cimitero? Usciamo fuori dalle finzioni e guardiamo la realtà con la cruda sincerità delle parole pronunciate da papa Francesco a Lesbo: “guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: “Quale mondo volete darci?” Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà! “

Forse più che celebrare lo splendore dell’Occidente e del suo Paese guida, dovremmo cominciare a preoccuparci seriamente dello stato di salute della nostra democrazia, che rischia il naufragio nel mare dell’indifferenza e delle nostre miserie.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2021/12/splendori-e-miserie-delloccidente/

Le radici della crisi bielorussa

di Andrea Vento

La crisi politica scoppiata in Bielorussia a seguito della diffusione di risultati delle elezioni del 9 agosto 2020, che hanno assegnato per la sesta volta consecutiva la vittoria al presidente Lukashenko con l’80,1% dei consensi, giudicati dalla maggior parte della società civile frutto di frodi elettorali, ha fatto improvvisamente salire alla ribalta delle cronache il paese ex sovietico, dopo esser rimasto a lungo ai margini dei riflettori mediatici internazionali. Quella che segue è un’analisi focalizzata sui principali aspetti economici, sociali, politici e geopolitici della Repubblica Bielorussa: il suo scopo è fornire strumenti analitici e documentati di comprensione, superando i limiti di una informazione che talvolta risulta dettata da posizionamenti geopolitici e condizionamenti politici preconcetti.

La situazione economica e sociale

Il modello economico della Bielorussia è stato definito da alcuni analisti come “socialismo di mercato”, essendo caratterizzato da una economia di mercato ma con forte presenza dello stato, soprattutto nei settori strategici e nei servizi essenziali, con le aziende pubbliche, secondo l’agenzia Reuters, che generano il 70% della ricchezza prodotta e assorbono 2/3 della forza lavoro. Per quanto riguarda il livello di sviluppo economico la Bielorussia, a parte i tre stati baltici entrati nell’Unione Europea (Lituania, Lettonia ed Estonia), risulta, secondo il Fmi, la repubblica ex sovietica con il quarto Pil pro capite nominale più elevato (circa 6.500 $ nel 2019) dopo Russia (11.160 $), Kazakistan (9.140 $) e Turkmenistan (7.820 $), paesi ricchi di risorse del sottosuolo, e superiore ad Azerbaigian (4.690 $) Armenia (4.530 $), Georgia (4.290 $) e Ucraina (3.590 $).

Dal punto di vista dello sviluppo sociale, grazie a un ampio welfare state, ereditato dal modello sovietico, il governo bielorusso è riuscito a garantire buone condizioni di vita ai circa 9,5 milioni di abitanti attuali: la speranza di vita media secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2015 era infatti di 73,2 anni, inferiore solo a Georgia (76,6), Armenia (75,1) e Azerbaigian (72,7) e molto vicino alla Lettonia (73,6) che peraltro registra un Pil pro capite quasi triplo (18.170 $). Inoltre, secondo la Banca Mondiale, la quota della popolazione al di sotto della soglia nazionale di povertà è scesa dal 41,9% nel 2000 al 5,7% nel 2016 grazie all’inclusività della crescita economica e agli investimenti nella protezione sociale che assorbivano nel 2018 il 2,1% del Pil e il 36,4 % della spesa pubblica. Anche alla sanità è stata riservata particolare attenzione dal momento che in Bielorussia, secondo i dati forniti dalla Cia, si registrano 4,08 medici e 11 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, piazzandosi rispettivamente al sedicesimo e al quinto posto a livello mondiale, con un sistema sanitario universalistico che nel 2015 risultava accessibile al 94,3% della popolazione. Conseguentemente, anche la mortalità infantile entro il primo anno di vita è molto bassa, pari al 3,6 per mille, esattamente allo stesso livello della prospera Svizzera e primo fra tutti i 15 paesi ex sovietici, repubbliche baltiche comprese.

Buona la situazione anche per quanto riguarda la coesione sociale, con disuguaglianze di reddito fra le più basse a livello europeo e, addirittura, con trend in diminuzione, visto che il coefficiente Gini dallo 0,320 del 1998 è sceso allo 0,252 del 2018, mentre più accentuate risultano le disparità territoriali soprattutto fra la capitale Minsk, dove i redditi risultano di gran lunga più elevati, le altre città e, soprattutto, le aree rurali dove i redditi sono nettamente inferiori (Carta 1).

Figura 1. Salari nominali medi mensili nelle province della Bielorussia (2013).
Legenda. I salari nominali mensili maturati nelle raions (province) bielorusse nel gennaio 2013: inferiore a 300 BYN (~ $ 150), 300-350 BYN (~ $ 150 – $ 175), 350-400 BYN (~ $ 175 – $ 200); 400-450 BYN (~ $ 200 – $ 225); 450-500 BYN (~ $ 225 – $ 250); più di 500 BYN (~ $ 250).

Risultati interessanti ottenuti, come sostiene la rivista Bloomberg, grazie al “rifiuto di Lukashenko di privatizzare l’economia negli anni ’90, cosa che ha evitato l’emergere dei cosiddetti oligarchi, gli stessi che hanno fatto razzia dei beni di stato in Ucraina e Russia”. Alexander Pivovarsky, responsabile per il paese della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ha addirittura affermato “che la Bielorussia ha seguito un percorso unico, che ha fornito ai cittadini benefici a cui spesso non si conferisce la giusta importanza, come la stabilità”, specificando però di credere “allo stesso tempo che il modello economico della Bielorussia sia insostenibile”. Infatti, analizzandone la struttura economica, emerge come questa sia sostenuta, oltre che da una solida base industriale che produce il 27% della ricchezza, dai “miliardi di dollari di sussidi energetici che di fatto la Bielorussia riceve, sotto forma di enormi quantità di greggio che acquista dalla Russia a prezzi scontati”, i quali le hanno consentito di creare un’economia petrolifera, raffinando il greggio per riesportarne i prodotti ottenuti. La Bielorussia, infatti, nel 2016 ha esportato petrolio e derivati per un valore di 4.681 milioni di $, prima voce dell’export, pari al 24,6% del totale. Situazione analoga alle forniture di gas russe anch’esse a prezzi di favore, forniture che generano altri miliardi di dollari di risparmi.

Il quadro geo-economico

Come riporta la rivista “Diplomazia Economica Italiana” del Ministero degli Affari Esteri, nel numero di settembre 2019 “un altro elemento di particolare importanza è l’adesione nel 2015 della Bielorussia all’Unione Economica Euroasiatica (UEEA) insieme a Russia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Si tratta di un potenziale bacino di circa 180 milioni di consumatori e del terzo mercato mondiale con un PIL di 4.500 miliardi di dollari, destinato a porsi come nuovo polo di sviluppo economico per i Paesi europei nella commercializzazione di prodotti e nella realizzazione di progetti di investimento”. La Bielorussia ha, infatti, tratto vantaggio da questa sua partecipazione, non solo per la libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e della forza lavoro tra i paesi membri ma, anche perché, dopo le sanzioni unilaterali occidentali imposte alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea, che hanno indotto Mosca a imporre come ritorsione l’embargo sui prodotti agricoli europei, Minsk ha beneficiato di una favorevole rendita di posizione nel riesportare verso la Russia i prodotti europei del comparto agroalimentare, causando un certo risentimento da parte del governo di Mosca.

Tuttavia, lo scenario geo-economico bielorusso negli ultimi anni sta subendo significativi cambiamenti. Le raffinerie nel 2014 pagavano il greggio solo il 50% del prezzo di mercato, quota salita all’80% nel 2019 e, a seguito delle nuove politiche fiscali di Putin, causate sia dalla caduta delle quotazioni del petrolio che dalle crescenti frizioni fra i due stati, entro il 2025 Mosca venderà il petrolio a Minsk a prezzo pieno, con un costo aggiuntivo che il governo ha stimato in dieci miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. I risparmi realizzati grazie alle forniture di greggio a prezzi agevolati fruttano, secondo i dati Unctad, circa 2 miliardi di dollari annui. Minsk, quindi, potrebbe essere costretta a ristrutturare le sue aziende statali, con il rischio di perdita di posti di lavoro e di stato sociale, accertato che i proventi dell’attività petrolifera bielorussa vengono utilizzati dal governo per finanziare il 10% della spesa pubblica.

Sembra, dunque, che la stagione florida dell’economia e del generoso welfare state bielorusso sia indirizzata verso il tramonto, in parte anche a causa di problemi di natura geopolitica, oltre che economici. La Bielorussia è strettamente legata sia politicamente che economicamente alla Russia. Le due economie, come ai tempi dell’Urss, risultano ampiamente integrate e complementari. Quest’ultima infatti, oltre che sovvenzionare Minsk in cambio della fedeltà geopolitica, rappresenta anche il suo primo partner commerciale, con cui tuttavia registra un saldo negativo nell’interscambio, in linea con quello della bilancia commerciale generale (-4.741,6 milioni di euro nel 2018). Minsk, nel 2017, indirizzava nella Federazione russa ben il 44% del proprio export totale, mentre verso l’Ue, secondo partner, il 27%. Tuttavia, il definitivo rifiuto nel 2019 di Lukashenko di accettare la fusione politica con Mosca ha irritato Putin, come il riavvicinamento bielorusso all’Unione Europea e agli Stati Uniti. Con Washington, dopo il ritiro del proprio ambasciatore da Minsk nel 2008, negli ultimi 2 anni vi è stato un graduale riavvicinamento che ha portato nel 2020 al ristabilimento delle relazioni diplomatiche, operazioni finalizzate a ridurre la dipendenza da Mosca, a diversificare le relazioni commerciali e ad attirare investimenti occidentali.

Il percorso dell’economia bielorussa

Dopo la complessa fase degli anni ’90, l’economia bielorussa durante il primo decennio degli anni Duemila ha registrato una crescita sostenuta con punte intorno al 10% annuo, per poi subire un rallentamento negli anni successivi (Tabella 1), con addirittura 2 anni di recessione nel biennio 2015-2016, perfettamente in linea con quanto avvenuto in Russia, a conferma della stretta interconnessione tra due economie (Grafico 1). Anche la ripresa della crescita economica nel triennio 2017-2019 è principalmente riconducibile a fattori esterni quali: il parziale recupero delle quotazioni degli idrocarburi, la ripresa economica russa e la maggiore apertura economica e commerciale verso l’Unione Europea.

Tabella 1: Tasso di variazione annua del Pil in Bielorussia e Russia periodo 2011-2019.
Fonte: index mundi

Grafico 1: Variazione annua del Pil e dei prezzi al consumo (inflazione) periodo 2001-2013.

Fonte: Istituto nazionale di statistica della Bielorussia. Elaborazione su wikipedia.

Nell’ultimo decennio, 2010-2019, l’economia bielorussa è cresciuta in media meno dell’1% annuo secondo Reuters, entrando in una fase di sostanziale stagnazione, frutto dell’alternarsi di due modeste fasi espansive ad una recessiva. A partire dal 2011, infatti, a seguito anche dell’acuirsi del deficit pubblico, ha iniziato a mostrare un sensibile rallentamento, con conseguente crisi valutaria del Rublo bielorusso, più volte svalutato, e aumento dell’inflazione.

La questione salariale

Le criticità economiche, come la bassa crescita e l’alta inflazione, hanno prodotto inevitabili riflessi anche sul potere di acquisto dei salari, i quali benché adeguati ben 13 volte al costo della vita nell’ultimo decennio, non hanno ancora raggiunto la media nazionale effettiva dei 500 $, livello che il governo aveva dichiarato di voler conseguire prima delle elezioni del 2010. In pratica nel decennio successivo gli stipendi medi lordi sono rimasti fermi, arretrando addirittura dai 368 euro di gennaio 2015, ai 290 euro dello stesso mese dell’anno successivo, secondo i dati pubblicati dall’Agenzia nazionale per la statistica, Belstat, come riflesso della recessione che ha colpito l’economia bielorussa.

L’analisi dei livelli e dell’andamento dei salari in Bielorussia non si presenta di semplice interpretazione, non solo a causa di problemi metodologici, quali la scarsa disponibilità di dati ufficiali, le complessità di calcolo dovute alle varie ridenominazioni del Rublo bielorusso (l’ultima del gennaio 2016) e l’impatto dell’inflazione sugli stessi ma, anche, perché presentano marcate differenziazioni sia territoriali, che a seconda del tipo di mansione e del comparto economico di pertinenza. In estrema sintesi, emerge come a seconda della regione di residenza la discrepanza retributiva possa arrivare fino a 2 volte; invece, per quanto riguarda il comparto di lavoro di impiego, si registrano alti salari nella finanza e nell’industria, oltre che nell’esercito, e bassi salari nell’agricoltura. In base ai dati disponibili risulta come il salario medio lordo nazionale, come visto frutto di situazioni molto diversificate, nel 2016 ammontasse a 8.600 Byn (Rubli bielorussi) annui, pari a € 4.300 e $ 4.800, corrispondenti a (7.400 Byn pari a 3.600 euro e 4.000 dollari) netti. In pratica nel 2016 lo stipendio medio netto anno era di 300 euro, molto vicino a quello del 2019 salito nel contempo, al lordo dell’inflazione, a 328 euro.

Le nuove strategie del governo

Lukashenko ha cercato di porre rimedio alla situazione provando a ritagliare un nuovo ruolo geopolitico e geoeconomico per il paese prefigurandolo come una sorta di stato-ponte fra l’Unione Europea e la Russia, come indica, d’altronde, il titolo della pubblicazione del settembre 2019 del Ministero degli esteri precedentemente citata: “La Bielorussia si rinnova e strizza l’occhio all’Italia”.

Il governo ha infatti accelerato sulla transizione verso un’economia di mercato più compiuta, facendo leva sugli investimenti stranieri, come confermano le varie riforme attuate tese a rendere più allettanti le condizioni per le imprese, fra le quali l’Ordinanza Presidenziale n. 7 sullo ‘Sviluppo dell’Imprenditorialità nella Repubblica della Bielorussia‘ del 23 novembre 2017, che ha costituito un passaggio fondamentale per attirare gli investimenti esteri. Il provvedimento ha introdotto una generale facilitazione per l’apertura di nuove imprese straniere, anche individuali, una riduzione delle ispezioni e della pressione fiscale e una semplificazione normativa. Inoltre sono stati creati diversi regimi preferenziali per gli investimenti. I principali sono le Zone Economiche Libere (in tutto 6, una per ogni regione del Paese), il Parco di Alte Tecnologie, il Parco Industriale e Logistico sino-bielorusso ‘Great Stone’, a cui si aggiungono alcune agevolazioni per le zone rurali. Nelle Zone Economiche Libere, nel caso in cui una impresa investa almeno un milione di euro, i profitti non subiranno alcuna tassazione per i primi cinque anni e in seguito godranno di un’imposizione agevolata. Una tappa fondamentale nel processo di  ridimensionamento dell’economia statalizzata, parte integrante di una strategia precedentemente pianificata, visto che  l’Agenzia nazionale per gli investimenti e le privatizzazioni, ente statale istituito appositamente per attrarre investimenti diretti esteri della Repubblica Bielorussa, pubblicava nel 2015 sul proprio sito ufficiale una serie di informazioni rivolte alle imprese straniere atte ad attirare investimenti di capitali al fine di sostenere e rilanciare la propria economia dopo la crisi del 2011 (vedi approfondimento in coda al testo).

A seguito dei provvedimenti introdotti dal governo lo stock di investimenti diretti esteri (Ide) nel paese sono passati dai 15.919 milioni di euro del 2016 ai 17.542 del 2018, quasi completamente indirizzati all’acquisto di aziende preesistenti, in netta prevalenza pubbliche, con scarso interesse verso la creazione di nuove imprese (investimenti in Green field).

Conclusioni

La stagnazione economica e salariale, accompagnata da alcune riforme del mercato del lavoro recentemente introdotte e dal recente processo di privatizzazioni e liberalizzazioni, ha contribuito ad acuire il malcontento sociale. La protesta, seppur emersa di tanto in tanto negli anni precedenti con manifestazioni spontanee di piazza contro singoli provvedimenti, come avvenne nel 2017 dopo l’approvazione della cosiddetta “tassa sui disoccupati” o nei mesi scorsi a causa dell’esclusione di ben 10 candidati alle presidenziali, fra i quali anche Victor Babariko sostenuto da Mosca, è esplosa a inizio agosto 2020 dopo la diffusione dei risultati elettorali giudicati frutto di grossolani brogli.

Le proteste non hanno colto di sorpresa gli analisti più attenti, in quanto il patto sociale che per 5 lustri ha garantito stabilità politica, buone condizioni di vita e garanzie di impiego a vita nelle aziende statali, in cambio di governo autoritario e di scarse libertà politiche (tutti i 110 deputanti eletti alla Camera dei rappresentanti alle elezioni del 2019 sostenevano il governo.) e sindacali, si è definitivamente incrinato, anche a causa della pessima gestione della pandemia da Covid-19 con il presidente Lukashenko che è arrivato a dichiarare che occorre “bere vodka, fare la sauna e lavorare per uccidere il virus”.

A ciò dobbiamo aggiungere la grande indignazione che hanno suscitato le violente repressioni delle proteste da parte degli apparati di sicurezza, che hanno causato 7.000 arresti, feriti, torture e 4 morti, alienandosi anche settori del proprio elettorato, come dimostrano le immagini delle manifestazioni di piazza e delle fabbriche in sciopero. Lo zoccolo duro delle proteste è, infatti, rappresentato dagli operai delle grandi aziende statali che hanno bloccato a oltranza la produzione in attesa che vengano indette nuove elezioni e introdotta la libertà sindacale, in quanto in Bielorussia tutt’oggi è ammesso un unico sindacato controllato dal governo.

La Bielorussia risulta uno dei pochi stati in cui è ancora forte e combattiva la rappresentanza operaia, pertanto, è imprescindibile che quest’ultima acquisisca anche coscienza politica e si strutturi come soggetto organizzato in grado di realizzare un programma avanzato per la tutela dei lavoratori e che scongiuri ulteriori privatizzazioni e liberalizzazioni, esprimendo un candidato unitario per le prossime elezioni presidenziali, in grado di sconfiggere sia la vecchia e corrotta nomenklatura, sia le forze liberiste e filo occidentali, peraltro poco consistenti in un paese in cui l’opinione pubblica è ancora ampiamente legata al “fratello russo” e non è disposta a rinunciare al welfare state che sino ad oggi ha garantito diritti sociali e buone condizioni di vita a tutta la popolazione.

Appendice

L’Agenzia nazionale per gli investimenti e le privatizzazioni, ente statale istituito appositamente per attrarre investimenti diretti esteri della Repubblica Bielorussa, nel 2015 pubblicava sul proprio sito una serie di informazioni rivolte alle imprese straniere atte ad attirare investimenti di capitali al fine di sostenere e rilanciare la propria economia dopo la crisi del 2011. Al di là dell’aspetto pubblicistico dell’operazione, risulta evidente come il governo bielorusso abbia pianificato ed incentivato, da almeno un lustro la transizione verso l’economia di mercato e l’apertura al capitale transnazionale, con conseguenti privatizzazioni e liberalizzazioni.

Riportiamo di seguito un estratto della significativa nota informativa dall’eloquente titolo:

“Perché la Bielorussia?”

La Bielorussia è il posto migliore per i vostri investimenti!

Perché offre:

  1. Una posizione strategicamente vantaggiosa che consente alle aziende di servire con efficacia mercati di grande capacita e in rapida crescita: i paesi dell’Unione europea (500 milioni di consumatori), Russia, Ucraina, Kazakistan e altri paesi della CSI (280 milioni di consumatori).
  2. Accesso diretto al mercato dei tre paesi dell’Unione Economica Euro-Asiatica: Bielorussia, Russia, Kazakistan (ai quali si sono aggiunte l’Armenia e il Kirghizistan). Oggi, alle aziende che investono in Bielorussia è concesso automaticamente all’accesso al mercato da 180 milioni di persone dei tre paesi dell’Ueea ove vige la libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e manodopera.
  3. Il clima d’investimento e fiscale competitivo. In Bielorussia c’è una serie dei regimi preferenziali che possono essere molto utili per le aziende straniere, anche per quanto riguarda la loro pianificazione e ottimizzazione fiscale. La Bielorussia si impegna a creare le condizioni di business aperti e favorevoli sul proprio territorio. Oggi il paese è leader nel miglioramento della legislazione, questo conferma lo studio della Banca Mondiale.
  4. Infrastruttura sviluppata del trasporto e logistica. Grazie della sua posizione geo-economica la Bielorussia è un “hub” del trasporto e della logistica della regione eurasiatica. Le arterie principali che attraversano il paese, sono l’elemento più importante del sistema di trasporto europeo. È infatti attraversata da 2 corridoi transeuropei di trasporto (Carta 2).
  5. Opportunità di privatizzazioni uniche. Bielorussia offre alle aziende straniere opportunità uniche nello sviluppo accelerato delle loro attività legate all’intensificazione del processo di privatizzazione nel paese. Al fine di migliorare ulteriormente l’efficienza dell’economia nazionale, la Bielorussia ha scelto la tattica “a punti” della privatizzazione, ed è interessata a sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con i grandi investitori strategici. Oggi l’Agenzia Nazionale per gli Investimenti e la privatizzazione in collaborazione con la Banca Mondiale stanno introducendo approcci e strumenti moderni che soddisfano le più avanzate pratiche internazionali. Esse mirano a rendere nella Bielorussia le condizioni di privatizzazione più aperte e comprensibili alle società estere.
  6. Forza lavoro altamente qualificata. La Bielorussia ha uno dei popoli più istruiti, altamente qualificati e laboriosi.
  7. Buona “qualità” della vita. Nella classifica mondiale in termini di livello della vita, pubblicata nel rapporto della ONU sullo sviluppo umano nel 2014, la Bielorussia ha raggiunto il 53esimo posto (su 187) ed è stata riconosciuta come leader tra i paesi della CSI.

Figura 2. I corridoi trans-europei che attraversano la Bielorussia, compresi i percorsi terrestri della nuova Via della seta.

Andrea Vento è tra i fondatori del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati (GIGA) e insegna geografia nell’Istituto “A. Pacinotti” di Pisa. E-mail: andreavento2013@gmail.com

Il GIGA è composto da docenti specialisti di Geografia Generale ed Economica, uniti dalla volontà di salvaguardare il valore della disciplina quale strumento fondamentale per comprendere criticamente le dinamiche ambientali, economiche, sociali e geopolitiche delle realtà locali e del mondo globalizzato. Nato nell’ottobre 2013 per contrastare le politiche ministeriali che, a partire dagli anni ’90, hanno fortemente penalizzato l’insegnamento della geografia nelle scuole, il GIGA ha  ampliato il suo campo d’intervento alla divulgazione della cultura geografica e delle potenzialità formative della disciplina, organizzando numerose iniziative di formazione, sia in campo scolastico che nella società civile, in linea con i principi della public geography. Nato in Toscana, il gruppo è impegnato nell’aggregazione di insegnanti di geografia su tutto il territorio nazionale.

FONTE: https://magazine.cisp.unipi.it/le-radici-della-crisi-bielorussa/

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