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Le radici storiche della crisi italiana

di Pierre Assante

Come ogni entità nazionale, l’Italia ha un patrimonio di attualità il cui contenuto va ricordato e che spiega almeno in parte la realtà odierna.

È l’erede degli Stati avanzati del Rinascimento sia in termini di rivoluzione scientifica e tecnica che di organizzazione sociale, economica, politica e culturale. La Toscana, ad esempio, è stata uno dei primi Stati al mondo a sperimentare gli inizi di un capitalismo in costruzione. Marx ci ricorda che questo stato ha conosciuto gli inizi del lavoro salariato. Sostituendo gradualmente la servitù della gleba e l’artigianato, anche se in misura ridotta ma con anticipo, ha prodotto anche Galileo, Machiavelli e Leonardo da Vinci.

Ma la divisione di questi potenti e avanzati Stati italiani non permise di affrontare l’ascesa degli Stati centralizzati (Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), anche se meno avanzati, e la loro potenza di fuoco e organizzazione militare in particolare.

Già nel XIV secolo Petrarca invocava l’unità d’Italia. Eppure, dopo un lungo periodo di dominazione straniera e di declino, solo nel 1860 nuove forze della borghesia, non autonome dalle grandi potenze di allora, riuscirono a costruire un’unità nazionale (si legga Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa). La convergenza negativa di questi elementi portò questi Stati, così avanzati nel Rinascimento, a un’arretratezza economica che cominciò a essere in parte recuperata solo negli anni di Mussolini e poi nel dopoguerra con l’aiuto interessato del capitale statunitense che venne a “liberarli”. Ma il boom economico fu soprattutto il risultato di una politica di sviluppo ispirata dai comunisti, minoritari elettoralmente ma molto influenti in seguito alle lotte antifasciste e di liberazione, una politica portata avanti in un compromesso con il capitale familiare nazionale italiano come la FIAT dell’Avvocato Agnelli; Questo compromesso è durato fino a quando l’accelerazione della concentrazione capitalistica mondiale non ha privato sia il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), entrambi alleati e concorrenti, sia le grandi famiglie, del loro potere sulla proprietà e sul movimento del capitale.

Per spiegare il declino degli Stati italiani avanzati, dobbiamo aggiungere il peso retrogrado della Chiesa, sia dal punto di vista economico che ideologico. Gli episodi di Galileo e Giordano Bruno ne sono un’illustrazione lampante. Non ci può essere sviluppo senza un avanzamento congiunto delle forze produttive e di produzione (produzione antagonista di plusvalore e produzione di valore d’uso in unità contraddittoria), dell’organizzazione sociale e delle idee che la accompagnano.

Un capitalismo nazionale reazionario

Il capitalismo del fascismo italiano è un capitale rurale di grandi latifondi e grandi famiglie che si converte in capitale industriale. Il peso delle grandi famiglie agricole (vedi il 1900 di Bertolucci) si oppone al peso del capitale industriale all’inizio del XX secolo e dà al fascismo tutti gli ingredienti di un’alleanza tra le forze più reazionarie contro l’ascesa del movimento operaio (creazione del PCI nel 1921), debole ma di grande inventiva, come dimostrano i Quaderni del carcere di Gramsci e le proposte permanenti di Togliatti nelle lotte. Gli operai della FIAT e il movimento dei lavoratori agricoli sono stati al centro delle lotte sociali. Solo l’alleanza della Confindustria (il “Medef” italiano) con Mussolini nelle azioni incoraggiate dallo Stato borghese, potremmo dire piccolo-borghese, come l’assassinio di Matteotti, deputato oppositore, o la famosa e ridicola messa in scena mediatica della “Marcia su Roma”, ebbe per un po’ la meglio sul nascente movimento democratico e operaio.

Questo peso del passato non si è spento e l’avanzata delle forze di destra radicale, come la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, lo testimonia. Nella crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, i morti colgono i vivi: questa morte costituisce una cerniera con una possibile partecipazione delle lotte operaie e popolari italiane di oggi alla costruzione di una globalizzazione che sfugga, trasformi e superi il nostro modo di produzione e di scambio obsoleto e malato.

Non tornerò sul processo di superamento (Aufhebung, secondo il termine di Marx) che Paul Boccara e gli economisti comunisti hanno immaginato e proposto nelle e attraverso le misure esposte in questa rivista (crediti, Fondi, SEF, nuovi criteri, diritti del lavoro corrispondenti, SDR, ecc.), tutte convergenti oggettivamente e soggettivamente in uno sviluppo congiunto della società, della persona e dell’uomo produttore e cittadino: processo di coscienza della natura su se stessa secondo i termini dei Manoscritti del 1844.

La grande crisi politica che sta attualmente imperversando (dimissioni del Presidente del Consiglio, elezioni anticipate il 25 settembre, ecc.), è la manifestazione avanzata della crisi generale della produzione e dello scambio nazionale, europeo e mondiale, quella della sovra-accumulazione e della svalutazione del capitale e quella dei rapporti sociali, nell’unità di crisi e di movimento.

Convergenza della crisi: inflazione, crisi del potere d’acquisto popolare e dell’occupazione, dei salari e dei redditi popolari, punto avanzato della crisi in Italia. Aumento dello spread (1), aumento del tasso di riferimento della Banca Centrale Europea, aumento del costo del prestito pubblico. Approfittando della sua azione a capo della BCE per evitare la frammentazione dell’eurozona, Mario Draghi, Presidente del Consiglio italiano, formatosi alle tecniche bancarie statunitensi, ha preteso di risolvere la crisi senza la critica di un’economia politica ortodossa, strettamente bancaria. Questa situazione esaspera la competizione tra i partiti, le ambizioni individuali e le loro stesse illusioni di risolvere i problemi senza affrontare le radici sistemiche della crisi. Frammentazione competitiva e politica del “centrosinistra” liberale, Partito Democratico (PD), nato dallo scioglimento del PCI e dalla sua deriva social-liberale in una fusione con gran parte della DC e del partito 5 Stelle: Conte, Renzi, Letta… in campagna elettorale.

E a ciò si aggiunge l’ascesa dell’estrema destra “radicale”, della Lega, che ha già partecipato al governo di “unità nazionale” di Draghi, e di Fratelli d’Italia, che sta scalando, entrambi approfittando delle difficoltà sociali e della confusione ideologica sulle cause della crisi…

Il vuoto lasciato dall’autodissoluzione del PCI

L’autoscioglimento del PCI nel 1991 (ultimo congresso a Rimini) non fu casuale. Nasce dall’incapacità del Partito di cogliere la trasformazione dell’Italia, a seguito di un generale indebolimento, soprattutto ideologico in una controffensiva del capitale, dei movimenti comunisti nazionali nella trasformazione del mondo. La coscienza del processo inconscio della società, come dice Engels, è in difetto. Testimonia il peso del riformismo in questo partito come in molti altri rispetto ai nuovi dati della crisi di sovra-accumulazione-svalutazione del capitale (descritta a partire dagli anni Settanta e prima da Paul Boccara), e quindi la debolezza ideologica della classe salariata addestrata solo alla difesa del capitale variabile senza collegarlo all’intero movimento del capitale e ai suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle evoluzioni antroponomiche che vanno ben oltre i confini. Questa “lezione” può essere una lezione generale per noi, qui e ora.

Enrico Berlinguer, dopo il golpe in Cile, procede a una giusta “revisione” dei rapporti di forza globali tra capitale e lavoro, capitale e movimento democratico. Procede anche a una valutazione della crisi del lavoro nel capitalismo con la dichiarazione e il discorso agli operai sulla democrazia del “cosa, cosa e come produrre” e sull'”esaurimento della spinta della rivoluzione d’ottobre”; un abbozzo di realtà in atto, ma una riduzione di questa realtà a elementi non sufficientemente collegati, non sufficientemente sintetizzati. La sua morte nel pieno del “sorpasso” (il sorpasso del PCI sulla DC), nel bel mezzo di un incontro elettorale, fu una tragedia che diede libero sfogo allo scontro di ambizioni in un partito che non aveva analizzato la trasformazione del mondo come aveva fatto Berlinguer, in modo avanzato e premonitore; uno scontro che diede libero sfogo agli opportunismi di destra e di sinistra, di cui il successivo voto unanime dei deputati italiani sul “Trattato Costituzionale dell’UE” del 2005 dà un’idea.

Dopo l’autoscioglimento del PCI e la creazione del PDS, che Pietro Ingrao, uno dei pochi dirigenti del PCI contrari a questa operazione, chiamò “La cosa” e che sarebbe diventato l’attuale PD, nacquero il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e altri partiti comunisti come il cosiddetto partito “filosovietico” di Cossutta. Rifondazione ha lavorato alla ricostruzione in Italia e in Europa, con le difficoltà che conosciamo. Il filosofo Domenico Losurdo, scomparso poco tempo fa, ha lavorato per un po’ a questa ricostruzione.

In Italia c’è poco o nessun equivalente di una ricerca economica e politica marxista come quella della nostra rivista e della Commissione economica del Pcf. Questa debolezza esisteva già nel PCI, che lo spinse verso una preponderanza dello “storicismo” teorico e che facilitò la deriva ideologica ed elettorale verso il PD e il suo liberalismo sociale.

Questi elementi di analisi esprimono un punto di vista indubbiamente personale, che richiede un ulteriore approfondimento.

(1) Differenza tra il tasso di interesse sul debito sovrano del Paese e il tasso di interesse pagato dallo Stato tedesco. Va comunque ricordato che l’Italia, terza economia dell’UE, non può essere trattata con la stessa violenza della Grecia.

FONTE: https://www.economie-et-politique.org/2022/09/07/les-racines-historiques-de-la-crise-italienne/


Articolo originale:

Les racines historiques de la crise italienne

Comme toute entité nationale, l’Italie procède, dans les événements actuels, d’un héritage dont il faut rappeler la teneur et qui explique au moins en partie la réalité d’aujourd’hui.

Pierre Assante

Elle est héritière d’États avancés de la Renaissance tant dans la révolution scientifique et technique que dans l’organisation sociale, économique, politique et culturelle. La Toscane par exemple est un des premiers États dans le monde à connaître les prémices d’un capitalisme en construction. Marx rappelle déjà que cet État a connu les débuts du salariat. En le substituant progressivement, en faible part certes mais avec anticipation, au servage et à l’artisanat, elle a produit aussi des Galilée, des Machiavel, des Léonard de Vinci.

Mais la division de ces puissants États avancés de l’Italie ne lui a pas permis de faire face à la montée des États centralisés (Espagne, France, Angleterre…) bien que moins avancés, à leur puissance de feu et à leur organisation militaire en particulier.

Déjà Pétrarque, au XIVe siècle, appelait à l’unité de l’Italie. Pourtant, après une longue période de dominations étrangères et de déclin, c’est seulement en 1860 que de nouvelles forces de la bourgeoisie, non autonomes des grandes puissances d’alors, ont réussi à construire une unité nationale (lire Il Gattopardo de Tomasi di Lampedusa). La convergence négative de ces éléments a conduit ces États, si avancés à la Renaissance, à un retard économique qui n’a commencé à être comblé en partie que dans les années mussoliniennes puis dans l’après-guerre avec l’aide intéressée du capital US venu la « libérer ». Mais l’essor économique résulte surtout d’une politique de développement inspirée par les communistes, minoritaires électoralement mais très influents suite à la lutte antifasciste et de Libération, politique menée dans un compromis avec le capital italien familial national tel la FIAT de «l’Avvocato Agnelli » ; compromis qui va durer jusqu’à ce que l’accélération de la concentration capitaliste mondiale ôte et au Parti Communiste Italien (PCI) et à la Démocratie Chrétienne (DC), à la fois alliés et concurrents, et aux grandes familles, leur pouvoir sur la possession et le mouvement du capital.

Pour expliquer le recul des États italiens avancés, il faut ajouter le poids rétrograde de l’Église sur le plan économique comme sur le plan idéologique. Les épisodes de Galilée ou de Giordano Bruno en sont une illustration marquante. Il n’y pas de développement sans une avancée conjointe des forces productives et productrices (production antagoniste de plus-value et production de valeur d’usage en unité contradictoire), de l’organisation sociale et des idées qui vont avec, conjointement.

Un capitalisme national réactionnaire

Le capitalisme du fascisme italien est un capital rural de grands latifundia et des grandes familles se convertissant au capital industriel. Le poids des grandes familles rurales (Voir 1900 de Bertolucci) s’oppose au poids du capital industriel dans les débuts du XXe siècle et donne au fascisme tous les ingrédients d’une alliance des forces les plus réactionnaires contre la montée du mouvement ouvrier (Création du PCI en 1921), faible mais d’une grande inventivité, que les Cahiers de prison de Gramsci et les propositions permanentes de Togliatti dans les luttes illustrent. Les ouvriers de la FIAT et le mouvement ouvrier agricole sont au centre des luttes sociales. Seule l’alliance de la Confindustria (le « Medef » italien) avec Mussolini dans les exactions encouragées par l’État bourgeois, petit-bourgeois peut-on dire, telles l’assassinat de Matteotti, député opposant, ou la fameuse et ridicule mise en scène médiatique de la « Marche sur Rome », ont raison un temps du mouvement démocratique et ouvrier montant.

Ce poids du passé n’est pas éteint et l’avancée des forces d’extrême droite radicale telles la Lega de Salvini et I fratelli d’Italia de Giorgia Meloni, en témoigne. Dans la crise du capitalisme mondialisé et financiarisé, le mort saisit le vif : ce mort constitue une charnière avec une possible participation des luttes ouvrières et populaires italiennes d’aujourd’hui à la construction d’une mondialisation échappant à, et transformant et dépassant notre mode de production et d’échange obsolète et malade.

Je ne reviens pas sur le processus de dépassement (Aufhebung, selon le terme de Marx) qu’ont imaginé et proposé Paul Boccara et les économistes communistes dans et par les mesures exposées dans cette revue (crédits, Fonds, SEF, nouveaux critères, droits du travail y correspondant, DTS, etc.), le tout convergeant objectivement et subjectivement dans un développement conjoint de la société, de la personne et de l’homme producteur et citoyen : processus de la conscience de la nature sur elle-même selon les termes des Manuscrits de 1844.

La grande crise politique qui sévit actuellement (démission du président du Conseil, élections anticipées le 25 septembre, etc.), est la manifestation avancée de la crise générale de production et d’échanges nationale, européenne et mondiale, celle de la suraccumulation-dévalorisation du capital et celle des rapports sociaux, en unité de crise et de mouvement.

Convergence de crise : inflation, crise du pouvoir d’achat populaire et de l’emploi, des salaires et revenus populaires, pointe avancée en Italie de la crise. Spread (1) en hausse, hausse du taux directeur de la Banque centrale européenne, augmentation du coût des emprunts de l’État. Se prévalant de son action à la tête de la BCE pour empêcher la fragmentation de la zone euro, Mario Draghi, président du Conseil italien, formé aux techniques bancaires étasuniennes, a prétendu résoudre la crise sans une critique d’une économie politique orthodoxe et strictement bancaire. Cette situation exacerbe la concurrence des partis, les ambitions individuelles, et leurs propres illusions de résoudre les problèmes sans s’attaquer aux racines systémiques de la crise. Morcellement concurrentiel et tractations politicardes du « centre gauche » libéral, Partito Democratico (PD) issu de la dissolution du PCI et de sa dérive social-libérale dans une fusion avec une grande partie de la DC et parti des 5 Stelle : Conte, Renzi, Letta… en campagne.

Et là-dessus, la montée de l’extrême droite « radicale », Lega qui a déjà participé au gouvernement Draghi d’« unité nationale », et Fratelli d’Italia qui grimpe, qui profitent tous deux des difficultés sociales et de la confusion idéologique sur les causes de la crise…

Le vide laissé par l’autodissolution du PCI

L’autodissolution du PCI en 1991 (congrès de Rimini, le dernier) n’est pas un hasard. Elle procède de l’incapacité du Parti à saisir la transformation de l’Italie, faisant suite à un affaiblissement général, en particulier idéologique dans une contre-offensive du capital, des mouvements communistes nationaux dans la transformation du monde. La conscience du processus inconscient de la société, comme dit Engels, est en défaut. Elle témoigne du poids du réformisme dans ce parti comme dans bien d’autres par rapport aux nouvelles données de la crise de suraccumulation-dévalorisation du capital (décrite dès les années 1970 et avant par Paul Boccara), et donc de la faiblesse idéologique du salariat formé à la seule défense du capital variable sans la lier à l’ensemble du mouvement du capital et son effet sur le travail, l’emploi, les évolutions anthroponomiques dépassant de loin les frontières. Cette « leçon » peut être une leçon générale pour nous ici et maintenant.

Enrico Berlinguer, après le coup d’État du Chili, procède à une juste « révision » des rapports de forces mondiaux entre capital et travail, capital et mouvement démocratique. Il procède de même à une évaluation de la crise du travail dans le capitalisme avec sa déclaration et adresse aux ouvriers sur la démocratie du « que, quoi, et comment produire » et sur « l’esaurimento de la spinta della revoluzione d’Ottobre », l’épuisement de la poussée de la révolution d’Octobre ; esquisse en cours d’une réalité mais réduction de cette réalité à des éléments insuffisamment reliés, insuffisamment synthétisés. Sa disparition en plein « sorpasso » (dépassement de la DC par le PCI), en plein meeting électoral, est un drame qui va laisser libre cours aux affrontement des ambitions dans un parti n’ayant pas effectué l’analyse de la transformation mondiale comme était en train de la faire Berlinguer, de façon avancée et prémonitoire ; affrontements donnant libre cours aux opportunismes de droite et de gauche dont le vote, plus tard, et à l’unanimité, du « traité constitutionnel de l’UE » de 2005 par les députés italiens, donne une idée.

A la suite de l’autodissolution du PCI, et de la création du PDS que Pietro Ingrao, un des rares dirigeants du PCI opposant à cette opération, appelait « La cosa » (la chose), et qui allait devenir le PD d’aujourd’hui, s’est créé « il Partito della Rifondazione Comunista » (PRC) et d’autre partis communistes comme celui de Cossutta dit « pro soviétique ». Rifondazione  travaille à une reconstruction en Italie et en Europe, avec les difficultés que l’on sait. Le philosophe Domenico Losurdo disparu il y a peu de temps a travaillé un moment à cette reconstruction.

Il existe peu ou pas en Italie l’équivalent d’une recherche économique et politique marxiste du type de celui de notre revue et de la Commission économique du PCF. Cette faiblesse existait déjà dans le PCI, ce qui le poussait à une prépondérance à « l’historicisme » théorique et ce qui a facilité la dérive idéologique et électorale vers le PD et son social-libéralisme

Ces éléments d’analyse expriment un point de vue sans doute personnel, qui appelle des approfondissements.

(1) Écart entre le taux d’intérêt sur la dette souveraine du pays et le taux d’intérêt payé par l’État allemand. Il faut néanmoins se souvenir que l’Italie, troisième puissance économique de l’UE, ne peut pas être traitée avec la même violence que la Grèce.

UNA COSA OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

UNA COSA CHE OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: OCCORRE REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, E COSI’ FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

Occorre revocare le folli sanzioni alla Russia e cosi’ far cessare il disastro economico e sociale che sta trascinando l’intera Europa nell’abisso. E’ la cosa piu’ necessaria e piu’ urgente da fare. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Ed insieme occorre cessare di produrre e fornire le armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Occorre adoperarsi per l’immediato cessate il fuoco e l’immediato avvio di negoziati di pace. Il rischio di una catastrofe atomica e’ enorme. Ed e’ enorme il rischio di una guerra mondiale e nucleare che puo’ annientare l’intera umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Il governo italiano, gli altri governi dell’Unione Europea, i vertici dell’Unione Europea, riconoscano di aver commesso una scellerata idiozia e revochino immediatamente le sanzioni alla Russia cosi’ da ripristinare le necessarie forniture energetiche. Se i governi persisteranno nella loro folle e criminale antipolitica che sta alimentando la guerra e le stragi e sta portando al disastro l’economia e riducendo in miseria le classi lavoratrici e popolari dell’intera Europa, allora siano i parlamenti a togliere loro la fiducia e ad imporre il cambiamento necessario alla salvezza comune. Se anche i parlamenti persisteranno nell’avallare la folle e criminale antipolitica della guerra, delle stragi e del disastro, allora siano i popoli, con gli strumenti nonviolenti della democrazia ed in primo luogo con lo strumento del voto, a difendere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ad eleggere nuovi parlamenti che esprimano nuovi governi che si adoperino per la pace che sola salva le vite. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Revoca immediata delle sanzioni e conseguente ripristino delle forniture energetiche cosi’ da far cessare ipso facto il disastro economico e sociale che sta gettando nel baratro della miseria e della disperazione le classi lavoratrici e e popolari dell’intera Europa. Cessazione immediata delle forniture di armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Impegno immediato per il cessate il fuoco e i negoziati di pace. Subito, prima di una nuova catastrofe atomica. Subito, prima che la guerra dall’Ucraina si allarghi e diventi un conflitto mondiale con armi nucleari che puo’ annientare l’umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 5 settembre 2022

Il Cile a un bivio storico: si vota per la nuova Costituzione

di Marco Consolo

Domenica 4 settembre il Cile vota a favore o contro una nuova Costituzione che dovrebbe sostituire quella imposta con la forza delle armi nel 1980, durante la dittatura civico-militare di Pinochet. Non ci sono vie di mezzo.  Se il Cile dirà sì alla nuova Costituzione, questa volta si potrà iniziare a smantellare l’edificio ultra-neoliberista costruito dalla dittatura. In caso contrario, rimane vigente l’attuale Carta Magna. La posta in gioco è quindi enorme.

Il voto arriva dopo la massiccia rivolta sociale iniziata nell’ottobre 2019 e, in qualche modo, ne rappresenta una logica conseguenza. Una rivolta che, come si ricorderà, è stata repressa nel sangue dal precedente governo di Sebastian Piñera, con decine di morti, centinaia di feriti e di gravissime lesioni oculari. Sulla spinta e pressione della piazza (anche con l’idea di depotenziarla), c’è stato un accordo tra il governo e parte dell’opposizione con cui si è aperto un percorso verso la  convocazione di una “Convenzione Costituente” con il compito di redattare una nuova Costituzione.

Nel primo referendum del dicembre 2020, quasi l’80% dei votanti ha votato a favore di una nuova Costituzione, scritta democraticamente dalla Convenzione Costituente, eletta nell’aprile 2021. Una Convenzione di 155 persone, con una totale parità di genere per la prima volta nella storia, con 17 seggi riservati ai popoli originari, con una forte diversità e frammentazione interna, che rappresentava il Paese in molti dei suoi aspetti e profonde contraddizioni.

Dopo poco più di un anno di lavori, il 4 luglio 2022, la proposta di nuovo testo costituzionale è stata consegnata al Presidente della Repubblica, Gabriel Boric, eletto nel dicembre 2021 alla testa di una coalizione anti-neoliberale, con una importante presenza del Partito Comunista.

Oggi siamo arrivati al dunque: questo secondo referendum è quello decisivo, perchè convalida o meno la proposta di nuova Costituzione.

LA STRATEGIA DELLE DESTRE: los dueños del fundo

Gli eredi dei “Chicago Boys”, le 7-8 famiglie che hanno in mano il Paese in alleanza con il capitale multinazionale, quelli che si sentono “los dueños del fundo” (i padroni del fondo) non hanno nessuna intenzione di perdere un centimetro del loro potere, economico e sociale.

La campagna delle destre ha puntato allo stomaco, non alla ragione ed è iniziata il giorno stesso delle elezioni che hanno permesso all’estrema destra di essere forte in parlamento.

Ma anche per la tempistica elettorale, quello stesso schieramento è stato paradossalmente in minoranza nella Convenzione Costituente, che infatti ha cercato di sabotare in ogni modo. Da subito sono partiti all’attacco con una campagna aggressiva, minacciosa, a tratti violenta. Contro la Convenzione, contro il suo lavoro, contro i singoli Costituenti, sostanzialmente contro chiunque  volesse  cambiare la Costituzione della dittatura.

I poteri forti non hanno badato a spese, e l’artiglieria mediatica è partita da subito, con una campagna sostenuta sfacciatamente da quasi tutti i media, con un uso massiccio del Big Data: telefonate personali per invitare a votare contro, mailing massiccio, SMS, “reti sociali”,  porta a porta anche in zone rurali, etc.

Una campagna con al centro la paura, l’odio di classe, il profondo disprezzo contro i popoli originari (da sempre depredati e negati), un carosello di notizie false, etc.

E quando si parla di balle, la fantasia di lor signori continua a sorprendere. Nel vasto campionario, le destre hanno sostenuto che sarebbero stati cambiati la bandiera cilena, l’inno nazionale e addirittura il nome del Paese. Che con la nuova Costituzione non era più possibile possedere una casa propria. Che lo Stato si sarebbe impossessato dei tuoi soldi versati ai Fondi Pensioni privati per uno straccio di pensione. Che con il riconoscimento dei popoli originari, ci sarebbero stati due sistemi giuridici e che il loro avrebbe prevalso e garantito privilegi esclusivi ai Mapuche, permettendo loro di fare la bella vita con le tasse pagate dal resto della popolazione. Che l’aborto sarebbe stato possibile fino alla fine del nono mese di gravidanza (con diverse chiese evangeliche in prima fila).  Che il Cile sarebbe diventato “Chile-zuela” con la nuova Costituzione, e un lungo etc. etc.

Certo è che, nell’immaginario creato ad hoc, la campagna della paura sembra produrre risultati. Per quel che valgono i sondaggi, da marzo quasi tutti danno la maggioranza al Rechazo (NO alla nuova Costituzione), nonostante un recupero nelle ultime settimane dell’Apruebo (SI alla nuova Costituzione).

Sapientemente, la coalizione del Rechazo ha nascosto dietro le quinte il ciarpame “pinochetista”, nonchè le figure più conosciute e screditate, proiettando un’immagine di “società civile” mobilitata contro la “minaccia del caos”. Hanno anche reclutato figure del centro-sinistra, passate armi e bagagli dall’altra parte e hanno mandato avanti loro per convincere gli indecisi.

Nel frattempo il fascismo cileno perde il pelo, ma non il vizio e, mentre mostra la “faccia buona”, si riorganizza territorialmente e si arma. La campagna di odio si è concretizzata in diversi attacchi squadristi ai sostenitori dell’ Apruebo, spesso sotto lo sguardo benevolo delle “forze dell’ordine”, in un clima che si scalda.

L’OTTIMISMO DELL’APRUEBO

Di fronte a tanto odio, viceversa,  la campagna dell’ Apruebo ha voluto proiettare ottimismo e allegria, si è concentrata sul cambio e sul futuro, mettendo al centro un messaggio di speranza. Importante è stato l’appoggio immediato del settore dell’arte e della cultura, così come del mondo accademico,  della comunità scientifica e di molti altri.

Ma mentre le destre hanno iniziato la loro campagna sin dalla prima sessione della Costituente nel luglio 2021, la variegata coalizione dell’Apruebo è partita in ritardo e deve rimontare. Di fatto,  ha iniziato a organizzare una campagna (in parte comune) solo a luglio, dalla fine dei lavori costituzionali. Oltre ai partiti, sempre meno organizzati su base di massa, in queste settimane i protagonisti sono state migliaia di persone mobilitate con grande creatività. Lo hanno fatto spontaneamente, settorialmente, in modo più o meno coordinato.

Da una parte sulle “reti sociali” con messaggi e video di ogni tipo, con ironia, fantasia e poesia. Dall’altra con una gigantesca campagna porta a porta per visitare più di due milioni di case in tutto il Paese. Gli incontri dell’ Apruebo hanno riunito grandi folle, in un’atmosfera pacifica e a tratti familiare. Le tradizionali “carovane” di veicoli o biciclette hanno attraversato le città, mobilitando molte persone. E giovedì scorso, la manifestazione di chiusura della campagna per l’Apruebo ha visto una enorme e impressionante presenza di circa mezzo milione di persone riempire le strade della capitale (vedi foto di apertura).

La speranza è che il successo di questa appassionata campagna possa ribaltare i sondaggi, convincendo donne e uomini, indecisi ed ingannati. Il Cile riserva sorprese e, anche se difficile, niente è impossibile.

VOTO OBBLIGATORIO

Fino al 2012 il voto era obbligatorio, ma l’iscrizione nel registro elettorale era volontaria. Più di un terzo degli aventi diritto al voto non si era registrato e, nonostante l’obbligo, l’astensione era stata del 15%. Dal 2012 in poi, la registrazione degli elettori è stata automatica, ma il voto non era più obbligatorio e così l’astensione era salita a circa il 50%. Poi, la legge elettorale è cambiata di nuovo. Oggi, tutta la popolazione è registrata e il voto è obbligatorio, anche se sono stati cambiati molti seggi di votazione. Anche per questo regna una grande incertezza e nessuno è davvero in grado di prevedere come voterà quella metà dell’elettorato che non è andata alle urne per tanti anni.

In caso di vittoria del Rechazo, il presidente Boric ha già annunciato che riconvocherà una nuova Assemblea Costituente. Ma se vincerà l’Apruebo, è importante che vinca con una grande differenza, visto che la destra si prepara a contestarne i risultati (alla Trump) gridando ai brogli e agitando possibili violenze di piazza. I risultati dell’Apruebo devono quindi essere indiscutibili, perchè il Cile possa continuare pacificamente il cammino di un cambiamento reale, cercando di ricomporre un Paese profondamente polarizzato.

Con un parlamento dove il governo non ha la maggioranza, se non si approva la nuova Costituzione, ci sono pochi margini per fare le necessarie riforme strutturali: una sicurezza sociale per tutti, un sistema pensionistico in cui lo Stato abbia un ruolo centrale, la ricostruzione di un sistema educativo e sanitario di qualità davvero accessibile a tutti, l’utilizzo delle materie prime (in primis rame e litio) a beneficio del Paese e nel rispetto delle norme ambientali, l’attuazione di un piano per sottrarre l’acqua al controllo dei privati…

La storia bussa alla porta: il 4 settembre del 1970 veniva eletto il Presidente martire Salvador Allende. In una giornata carica di significato simbolico, 52 anni dopo il popolo cileno è di nuovo di fronte a un bivio storico.

La situazione in Libia: destabilizzazione permanente delle forze unipolariste

La situazione in Libia, ennesimo tassello di destabilizzazione permanente delle forze unipolariste, legata alla crisi ucraina, ….e Saif al Islam Gheddafi

A cura di Enrico Vigna (25 agosto 2022)

Forse è ora che l’Europa e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta anche, per l’Italia, un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi. I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee. 

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, ma anche avranno un impatto sull’Italia e sull’Europa. E’ decifrabile che la crisi in Libia, si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che, fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito. Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni alla Russia della UE e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina. L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo petrolifero a Mosca. Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar. Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e cominciare politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora. Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo che a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale. Quando era arrivato a Tripoli nel maggio scorso e aveva tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione. 

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltrechè “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima accreditata da Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa di Tripoli, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale è solo una progettualità virtuale e da uffici delle cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendoun’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliereOnuStephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio diSaif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità politica di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale e presa di potere.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a suo carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saifè stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia, hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70,manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione di Bint Baya.. e scadito slogan che chiedevano a Saif Al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Ubari, 1 agosto 2022

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islamè ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del nazionalismo patriottico libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.


Enrico Vigna, 25 agosto 2022

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Ancora su virus, vaccini e uso militare e geopolitico delle biotecnologie: Dopo le affermazioni di Jeffrey Sachs, che presiede la commissione Covid-19 della prestigiosa rivista medica The Lancet, secondo il quale il COVID-19 “è frutto di un errore della biotecnologia, non di un incidente di percorso naturale” e che i database dei virus, i campioni biologici, le sequenze dei virus, le comunicazioni e-mail e i quaderni di laboratorio potrebbero aiutare a far luce sull’origine della pandemia, ma finora nessuno di questi materiali è stato sottoposto a una “revisione indipendente, oggettiva e scientifica”, il Prof. Joseph Tritto, ha presentato insieme a numerosi altri scienziati un dossier al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia chiedendo l’incriminazione di altrettanti dirigenti di istituzioni internazionali che sovrintendono alla sicurezza sanitaria per non aver controllato o chiuso numerosi laboratori in diversi paesi che lavorano al potenziamento delle funzioni dei virus ignorando i gravissimi rischi per l’umanità.

Il prof. Tritto, presidente esecutivo della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies aveva pubblicato un libro nel 2020 in cui riepilogava le sue tesi, dal titolo CINA, COVID-19, LA CHIMERA CHE HA CAMBIATO IL MONDO; più recentemente, dalla fine dello scorso anno aveva rilasciato una serie di interessanti interviste al giornalista Franco Fracassi che erano state viste da molti utenti su Youtube.

Dopo la comunicazione della recentissima presentazione del dossier al Tribunale penale internazionale de l’Aia, Youtube ha cancellato tutti i video e interviste al Prof. Tritto. La tesi di fondo del Prof. Tritto è che l’origine del Covid-19, come anche del Monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie è artificiale ed è il prodotto di un uso militare e geopolitico delle operazioni di potenziamento dei virus e produzione dei relativi vaccini.

Si tratterebbe, per dirlo più chiaramente, dello sviluppo dell’idea di “DETERRENZA BIOLOGICA” che si sarebbe sostituita negli ultimi anni, ad altre forme di deterrenza, come quella nucleare, che è sottoposta a controlli molto più ferrei approdati, nel corso dei decenni, ad importanti accordi internazionali.

In questo campo, invece, non sussistono adeguati controlli e il fatto che tali tecnologie siano realizzabili con costi relativamente bassi in numerosi laboratori di molti paesi, espone l’umanità a rischi fuori controllo.

Gli elementi portati a sostegno di questa tesi sono diversi e vengono puntualmente illustrati con riferimenti inquietanti nelle citate interviste bannate improvvisamente da Youtube. Restano però ancora disponibili sul sito WWW.OVAL.MEDIA.

L’approccio proposto da Tritto, come anche da Sachs, è tutt’altro che un approccio no-vax, per intenderci, ma piuttosto ripropone un problema centrale della ricerca scientifica quando essa è controllata dalle grandi compagnie private, in stretto rapporto con gli apparati militari e politici delle maggiori potenze.

D’altra parte, la tempistica e la dinamica di distribuzione dei vaccini, il conflitto tra vaccini americani, europei e quelli russi o cinesi, il green pass rilasciato alle persone solo se vaccinate con determinati sieri piuttosto che con altri, avevano fatto già emergere molti dubbi e aperto un universo di contraddizioni non riconducibili alla scienza, ma piuttosto alla geopolitica e alla guerra: una guerra combattuta senza armi che, alla fine, è destinata inesorabilmente a sfociare in guerra senza esclusione di colpi.

A questa situazione è indispensabile porre rapidamente un freno nelle sedi opportune, a partire dall’ONU. La “scoperta” del monkeypox è, secondo Tritto, un altro passaggio di questo confronto che prevede la proliferazione di altri virus letali, magari anche orientati etnicamente, e il controllo geopolitico dei vaccini: praticamente, la competizione tra potenze prevede la creazione di chimere e la produzione esclusiva dei relativi vaccini. In riferimento al monkeypox, già brevettato in USA nel 2004 e al successivo vaccino di riferimento, Tritto ci dice che per la prima volta, la Cina “ha risposto” rendendo noto di aver realizzato un proprio virus monkeypox molto più aggressivo lasciando supporre che dispone anche del relativo vaccino.

Armi di distruzione di massa che si inseriscono nella competizione per l’egemonia mondiale a spese delle popolazioni. Uno sviluppo terrificante della logica di genocidio.


Le interviste a Joseph Tritto che andrebbero ascoltate e diffuse:

LA GUERRA SENZA COMBATTERE (I° e II° Parte)

La comunicazione di Franco Fracassi della cancellazione delle interviste da Youtube:


Le altre interviste rilasciate da Tritto a fine 2021 e nei mesi scorsi:

I PADRONI DEL GENOMA:

CHIMERE EMERGENTI:

DAL COVID AL MONKEYPOX:


Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero principalmente a Parigi, Londra e New York.

Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra.

Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India.

Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Arrestati, perseguitati, braccati. Retate e rappresaglie in Ucraina. (II Parte)

di Enrico Vigna, 28 luglio 2022

La prima parte QUI:

In questa seconda parte del Dossier sulle repressioni dispiegate in Ucraina, viene documentato il livello massificato e generalizzato di “caccia alle streghe”, da parte della giunta golpista di Kiev alla società ucraina nelle sue varie componenti: giornalisti, attivisti per la pace, esponenti di sinistra e delle minoranze del paese, democratici, religiosi, sindacalisti, artisti, antifascisti, avvocati, politici ed esponenti delle istituzioni non assoggettati ai diktat violenti e fomentatori di odio nel paese.

Stanno facendo un vero e proprio lavaggio del cervello, spacciando per un paese libero, un covo di nazisti. Sarebbe importante lo sdegno internazionale dei sempre solerti difensori del giornalismo libero, come quelli che da anni tacciono colpevolmente sulla sorte ignobile riservata a Julian Assange.

Il 20 marzo Zelensky ha unificato in un unico canale le emittenti radio e tv di stato, poi ha bandito gli ultimi 11 partiti politici di sinistra, democratici e di opposizione, che non erano stati messi fuorilegge ( 47 Partiti e associazioni) nel 2014 dopo il golpe di EuroMaidan.

La giornalista e presidente dell’Unione degli emigranti politici e dei prigionieri politici dell’Ucraina Larisa Shesler, attivista per i diritti umani e civili, ha denunciato che il 2 luglio la SBU ha scatenato ennesime incursioni contro cittadini della componente russa a Kiev e contro cittadini che hanno espresso appoggio per la pace, per la negoziazione con la Russia o si sono permessi di criticare le autorità di Kiev.

Secondo questa denuncia, a Kiev e non solo a Kiev, sta avvenendo una feroce epurazione di tutte le persone che si oppongono alla situazione nel paese, molti esponenti antifascisti e giornalisti indipendenti sono stati catturati e portati via dalle proprie abitazioni e di molti non si hanno notizie precise.

Dalla fine di febbraio a giugno, oltre 400 persone sono state arrestate dalla SBU nella sola Kharkiv con l’accusa di cooperazione con la Russia. Il motivo dell’arresto è stata la negazione del fatto dell’aggressione da parte della Russia, il sostegno a Mosca o concorso con la Russia. Gli arrestati con questa accusa rischiano fino a 15 anni di carcere.

L’ufficio del procuratore regionale della città di Zhytomyr riferisce che dal 10 maggio, 40 procedimenti penali sono stati avviati nella regione di Zhytomyr ai sensi dell’articolo 111-1 del codice penale dell’Ucraina “Attività di collaborazione“. A seguito delle indagini, sono state emesse quattordici condanne contro residenti della regione. A giugno altri 23 casi con incriminazioni simili sono stati inviati alla magistratura.

Nella regione di Kirovograd, secondo la stampa locale, “altri cinque cooperatori col nemico” sono andati in prigione per pene da 2 a 5 anni. Sono stati accusati di diffondere informazioni filo-russe sui social network e di condannare le azioni delle autorità ucraine. Già ad aprile, la SBU della regione aveva comunicato di aver messo quattro collaboratori in carcere, per giudizi positivi sui social network, circa le azioni dell’esercito russo. Tra i detenuti, una donna è stata condannata a 4 anni. Un’altra che aveva giudicato legittime le azioni delle forze armate russe in Ucraina, è stata condannata a 5 anni di carcere. 

Negli stessi giorni a Dnepr altre 12 persone sono state arrestate con accuse simili. Solo a marzo sono state arrestati 31 cittadini.

Si sono perse le tracce anche di diversi membri dei movimenti di sinistra “Novyi Sotcialism” (“Nuovo Socialismo”) e “Derzhava” (“Potere”). Hanno smesso di rispondere alle chiamate e sono scomparsi dalle reti. È possibile che si nascondano o che siano già stati presi e detenuti, come successo ad attivisti catturati a Nikolaev.

Arresti e brutalità contro civili della SBU in Dnipropetrovsk. https://twitter.com/i/status/1511301270820343809

Il 19 marzo nella città di Krivoi Rog i militari ucraini hanno arrestato a casa sua Yury Bobchenko, presidente del Sindacato degli operai e minatori ucraini dell’Arcelor Mittal Krivoi Rog, una multinazionale.

Il 5 aprile la SBU ha arrestato il noto antifascista di Kharkov Oleg Novikov. Nel suo canale Telegram è riuscito a scrivere prima di essere portato via: “Sono venuti a prendermi. Siate sempre voi stessi“. Oleg Novikov è un ex deputato del consiglio distrettuale, un attivista antifascista di “Kharkiv anti-Maidan”, disabile con 3 figli piccoli, un uomo di fede ortodossa e convinzioni inflessibili. Nel 2015, come leader della ONG Istok, fu arrestato e condannato a tre anni di carcere per “separatismo”.

Dopo il suo rilascio, Novikov aveva continuato ad esprimere pubblicamente la sua posizione sulle relazioni fraterne tra i popoli russo e ucraino; dopo lo scoppio delle ostilità, ha coraggiosamente cercato di trasmettere la verità alla popolazione.

Il regista cileno americano Gonzalo Lira è stato arrestato e poi messo ai domiciliari a Kharkiv , dopo l’intervento dell’Ambasciata cilena

Dal 15 aprile era scomparso in Ucraina il famoso scrittore e regista americano-cileno Gonzalo Lira. Il 14 aprile aveva avvertito su Telegram, dei suoi timori e del rischio di essere preso e arrestato dal regime di Kiev, dopo aver subito minacce.

Lira ha tenuto una cronaca in inglese sul suo Twitter degli eventi in Ucraina dal 24 febbraio. In particolare aveva criticato il regime di Zelensky, perché in modo scellerato, le autorità ucraine, hanno preso la decisione criminale di distribuire armi alla popolazione senza controllo e nessuna responsabilità. Inoltre denunciava anche che il regime di Kiev organizzava repressioni e linciaggi di persone inermi per le strade delle città ucraine. Aveva anche documentato il ruolo di illegalità dei militanti di estrema destra nei ranghi delle strutture di potere dell’Ucraina.

Volete sapere la verità sul regime di Zelensky? Cercate su Google questi nomi: Vladimir Struk, Denis Kireev, Mikhail e Alexander Kononovichi, Nestor Shufrich, Jan Taksyur, Dmitry Dzhangirov, Elena Berezhnaya.

Se non mi sentite per 12 ore o più, mettetemi in questa lista di scomparsi”, questo avvertimento era stato scritto dal regista poco prima della scomparsa. Alcuni giornalisti hanno condotto una loro indagine su ogni nome indicato dal regista cileno e hanno verificato che sono tutte persone rapite dalla SBU e poi scomparse. Numerosi media cileni hanno riferito della scomparsa di Lira. Su richiesta dei giornalisti cileni, il ministero degli Esteri del Cile ha fatto sapere che stava operando per aiutare il proprio concittadino. Il 20 aprile si è rifatto vivo con un collegamento online facendo sapere che stava bene, ma che non poteva fare altre dichiarazioni essendo ristretto in detenzione domiciliare: “…Fisicamente sto bene. Non posso dire nient’altro, a parte il fatto che sto bene. E grazie per esservi preoccupati per me. Lo apprezzo molto…non posso lasciare Kharkov…”, sono state le sue parole.

Anche la pubblicista e blogger di Kiev, Myroslava Berdnik, nota antifascistae autrice del libro messo al bando in Ucraina “Le pedine nel gioco di qualcun altro. La storia segreta dei nazionalisti ucraini” è stata accusata dall’SBU di attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina e tradimento.

In una intervista aveva raccontato la sua vicenda: “ …una mattina non avevo aperto la porta a una persona sconosciuta che cercava di entrare violentemente nel mio appartamento, affermando di volermi portare in polizia. Dopo un’ora e mezza, ho cominciato a trascinarmi fuori dall’appartamento con le stampelle per andare in taxi alla clinica per le cure, un investigatore della SBU mi ha bloccato nella tromba delle scale e, sotto registrazione video, mi ha letto una notifica dove mi si comunicava che ero in un momento non specificato di un indagine preliminare, perché in circostanze non specificate e in un luogo sconosciuto, rendendomi conto della criminalità delle mie azioni, avrei attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina per rovesciare l’ordine costituzionale“, ha raccontato la Berdnik, dichiarando di essere assolutamente in dissenso “con questa accusa delirante” e di considerarsi estranea alle accuse. “Mi ha davvero irritato, ma non accetterò accordi con le indagini, per confessare accuse assurde e mi difenderò con buoni avvocati. Sono gravemente malata, dopo un’operazione complessa ora ho delle complicazioni, sembra tutto una tortura. Anche sotto Poroshenko, vista la debolezza delle imputazioni e l’assurdità dell’accusa, non avevano osato toccarmi. E ora questi… ehm. Combatterò!” Infatti la SBU l’aveva già minacciata nel 2016: “se non ammetteva la sua colpevolezza”, poteva essere condannata a 15 anni ai sensi dell’articolo 258 del codice penale.

In marzo l’SBU ha arrestato Elena Lysenko, moglie dell’ attivista per i diritti umani e volontario civile di Donetsk Andrey Lysenko, che da molti anni distribuisce donazioni umanitarie internazionali (anche per SOSDonbass Italia), per aiutare la popolazione del Donbass. E’ stata rilasciata e messa in libertà vigilata, ma solo dopo essere stata costretta a registrare un video in cui calunniava il marito. Infatti la SBU ha costretto la donna a diffamare se stessa e la sua famiglia, e ad accusare il marito registrando un video. Elena ha poi dichiarato di essere stata costretta a tutto questo, chiedendo perdono e di averlo fatto per poter accudire le due figlie di sua sorella appena morta. Chi conosce Andrey non ha amai avuto alcun dubbio.

Nelle rappresaglie in corso contro i membri dell’opposizione è anche caduto Viktor Medvedchuk, capo del partito “Piattaforma di Opposizione/ Patrioti per la Vita”, che era il secondo partito più grosso dell’Ucraina, prima di essere anch’esso messo fuorilegge. Medvedchuk è stato rapito ad aprile dalla SBU e poi è stato picchiato, per fargli fare dichiarazioni poi presentate come spontanee.

Il politico è accusato di tradimento e violazione delle leggi di guerra. Secondo gli investigatori, aveva in programma di produrre petrolio e gas sulla piattaforma del Mar Nero nella regione della Crimea e di aver fornito assistenza alla Russia per “attività sovversive contro l’Ucraina“.

Medevdchuk è stato rapito in una operazione molto spettacolare, con presenti molti testimoni, 12 di questi erano pronti a testimoniare circa ciò che accadde. Ora si è scoperto che 10 di questi testimoni, tutti attivisti del Partito di opposizione, sono stati uccisi.

Il 20 marzo, a Kharkiv uomini non identificati con uniformi militari e il bracciale blu, hanno rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, che ha sempre difeso i dissidenti e i prigionieri politici in tribunale, anche accusati di alto profilo. E’ stato portato via in una direzione sconosciuta, portando via dalla sua abitazione documentazioni e fascicoli dei suoi assistiti.

Subito dopo il rapimento, uno dei clienti dell’avvocato, Spartak Golovachev, anche lui poi arrestato, aveva parlato così di Tikhonenkov: “A Kharkiv è stato rapito l’avvocato Dmitry Tikhonenkov, un deputato del consiglio distrettuale e insegnante all’Accademia di giurisprudenza di Kharkiv. Sui libri di testo da lui scritti, ho imparato le scienze giuridiche. L’avvocato ha lasciato un figlio affetto da paralisi cerebrale che ha bisogno di cure costanti. Anche lui è malato di cancro e ha bisogno di cicli di cure. Dmitry Anatolyevich è noto in Ucraina per le sue attività per i diritti umani e ha affrontato molti casi avversi al governo di Kiev. Era, tra le altre cose, il mio avvocato”, ha scritto Golovachev.

L’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina ha riferito che l’avvocato è stato accusato di alto tradimento, in base all’ormai popolare articolo nel paese. L’accusa ritiene che Tikhonenkov abbia fornito ai militari russi dati sul luogo, in cui si trovano unità delle forze armate ucraine.

La moglie dell’avvocato ha sporto denuncia alla polizia per il rapimento. E’ probabile che Tikhonenkov sia stato sequestrato dalla SBU. Egli era anche deputato del Consiglio regionale di Kharkiv del partito politico di opposizione, ora fuorilegge “ Piattaforma per la Vita”.

Ad aprile è stato arrestato dai servizi segreti di Kiev, per sospetto di alto tradimento il giovane blogger ucraino, Gleb Lyashenko, con l’accusa di propaganda anti-ucraina e alto tradimento. Rischia 15 anni di carcere. Lo riporta direttamente la SBU (fonte qui:  https://www.facebook.com/100064794063917/posts/340834014753065/) che spiega nel dettaglio le attività “criminose” di quello che viene definito un “indegno giornalista”. Secondo gli investigatori dell’intelligence il blogger avrebbe screditato la politica del governo e sostenuto le azioni russe. In altre parole è stato incarcerato per aver criticato Zelensky e aver detto che, anche i russi hanno le loro ragioni. Reati d’opinione quindi, né più né meno. Ecco la democrazia “ à la carte”, per la cui difesa stiamo mandando a rotoli l’economia, rischiando di trascinare l’intera Europa in un sanguinoso conflitto totale.

In aprile la SBU ha arrestato a Kiev Dmitry Marunich, ingegnere ed esperto nel campo dell’energia per “tradimento”, la sua colpa sta nel fatto che ha rilasciato diversi commenti pubblici ai media russi su questioni energetiche. In base a quale articolo sia stato accusato, non è riportato, ora si trova in un centro di custodia cautelare.

Il 19 marzo alle 7:34 del mattino è stato arrestato Yuriy Tkachev, un giornalista di Odessa, caporedattore della rivista online “Timer Odessa”. Poco prima di essere preso era riuscito a scrivere sul Web: “Sono venuti a prendermi. E’ stato bello comunicare con voi“. 

Secondo la moglie di Yuri, Oksana, quando lui ha aperto la porta dell’appartamento, non ha fatto alcuna resistenza. Ma, nonostante ciò, la SBU lo ha trascinato sul pavimento, stendendolo a faccia in giù. Poi hanno anche detto a lei di lasciare l’appartamento. Nessuna violenza è stata usata contro di lei. Secondo Oksana Chelysheva, una attivista per i diritti umani, che ha parlato con la moglie, ella afferma di aver visto attraverso la porta d’ingresso aperta, come uno degli ufficiali della SBU è andato nel bagno, dove è rimasto per diversi minuti. Poi è nel bagno che gli ufficiali della SBU hanno dichiarato di aver “scoperto” una granata e una bomba TNT. “Dopo che quest’uomo ha lasciato il bagno, la SBU ha riportato Yury e Oksana nell’appartamento, dove è iniziata la ricerca. Allo stesso tempo, hanno costretto Yuri a spogliarsi. Gli è stato permesso di vestirsi solo prima di essere portato via ”, ha sottolineato l’attivista per i diritti umani. Ora è ai domiciliari in attesa del processo.

TRE RESIDENTI DELLA TRANSCARPAZIA SONO STATI ARRESTATI PER “SOSTEGNO PUBBLICO ALLA RUSSIA”.

Il 7 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto di tre residenti della regione della Transcarpazia, che hanno sostenuto apertamente la Russia sui social network e sui propri siti web, e hanno anche criticato il governo di Kiev. Lo ha riferito il Centro Unificato di Assistenza Legale “Compatrioti” facendo riferimento ad una nota del Centro stampa della SBU.

Uno è un residente del distretto di Mukachevo, capo di una organizzazione pubblica, che, attraverso gli account ei gruppi da lui amministrati nei social network, aveva condotto una campagna di informazione fino a quando non sono stati presi i provvedimenti che riguardano “la minaccia all’ ordine costituzionale e l’integrità territoriale dell’Ucraina”, come scrive l’ SBU. Ai sensi della parte 2 dell’articolo 109 del codice penale ucraino, l’uomo rischia la reclusione fino a tre anni.

Altri due residenti della regione, che hanno parlato a sostegno della Russia, sono stati arrestati per sospetto ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2 (giustificazione, riconoscimento della sua legalità, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina, glorificazione dei suoi partecipi) del codice penale ucraino. Rischiano una condanna fino a cinque anni.

Va ricordato che un residente di Kiev è stato condannato a 5 anni per un like a Odnoklassniki, un network russo, pur riconoscendo che egli non aveva scritto nulla di suo sul portale.

UN CITTADINO DI KIEV È STATO ARRESTATO PER AVER ACCUSATO LE AUTORITÀ UCRAINE DI CRIMINI DI GUERRA

Il 3 giugno il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha arrestato un residente di Kiev, che ha accusato le autorità ucraine di crimini di guerra sui social network, allegando foto e video attinenti alle sue dichiarazioni come prove.

Lo ha comunicato il centro stampa della SBU.

Secondo la SBU, il detenuto è un ex laureato della Scuola per piloti dell’aviazione militare superiore di Chernihiv, che era intitolata a Komsomol Lenin. Secondo l’accusa, dal 24 febbraio 2022 ha iniziato una attività sui social media accusando nei suoi account, crimini di guerra ucraini. In particolare, ha scritto che colonne di rifugiati di Mariupol e Berdyansk erano state colpite da razzi a grappolo delle forze armate ucraine e che l’esercito ucraino, i cui rappresentanti ha definito nazisti, sparavano a bambini e civili nel Donbass.

Allo stesso tempo, ha sostenuto le azioni della Russia per denazificare l’Ucraina e ha caricato video di come l’esercito russo sta aiutando gli ucraini. L’uomo è stato accusato ai sensi della parte 2 dell’art.436-2 (giustificazione, riconoscimento della legalità delle operazioni russe, negazione dell’aggressione armata della Federazione Russa in Ucraina, glorificazione dei suoi partecipanti) del codice penale ucraino. Rischia fino a cinque anni di reclusione.

Con l’accusa di tradimento, è stato arrestato il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale di Nikolaev, Gennady German. Il procuratore generale dell’Ucraina Irina Venediktova ha riferito nel suo blog che è stato il capo dell’ufficio del procuratore regionale di Nikolaev ha scoprire la “talpa”, e poi lo ha denunciato alla SBU.

Secondo la SBU il pubblico ministero avrebbe svolto “compiti criminali per i rappresentanti dello Stato aggressore”. L’accusa comunicata dal funzionario dell’SBU Artem Degtyarenko è “ di essere un sostenitore del “mondo russo” e di aver meticolosamente “fatto trapelare” informazioni al nemico sul numero e sui luoghi di detenzione dei prigionieri di guerra delle forze armate della Federazione Russa, nella regione di Nikolaev. Oltre ad aver fornito dati sul personale militare e sui civili morti e altre informazioni di interesse per gli occupanti. In cambio di queste informazioni, sperava di continuare a lavorare nell’ufficio del pubblico ministero nel caso in cui il nemico avesse catturato la regione, ma ha dimenticato che per tali azioni è previsto l’ergastolo. Le sue attività sono state interrotte in tempo e sono state evitate conseguenze più gravi”, questa la nota dell’SBU.

Secondo l’ex vice della Verkhovna Rada Oleksiy Zhuravko, l’agitazione tra le forze di sicurezza ucraine, rivelata dal caso del procuratore di Nikolaev, German, indica che le autorità golpiste ritengono imminente l’ingresso di truppe russe a Nikolaev e organizzano frettolosamente azioni esemplari dimostrative, per intimidire la popolazione e i funzionari locali: “ E’ la dimostrazione che hanno paura. Questo caso è un altro dei loro falsi. Non hanno via d’uscita e iniziano a intimidire le persone con tali metodi, prevenendo cose che sembrano loro sospette. Ho parlato con Nikolaev, la situazione sta cambiando radicalmente, le persone stanno iniziando a capire chi sia veramente l’assassino della loro stessa gente. Le persone vedono cosa sta succedendo e perché tutto sta accadendo, vedono chi piazza armi, chi piazza punti per i cecchini vicino a edifici residenziali e appartamenti. Ora, penso, i servizi speciali ucraini intensificheranno le repressioni e cercheranno traditori ovunque“, ha detto Zhuravko.

LA SBU HA ARRESTATO A FINE GIUGNO, 19 GIORNALISTI DI OPPOSIZIONE

Il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha annunciato l’arresto in contemporanea di 19 giornalisti di opposizione a Kiev, Kharkov, Odessa, Zaporozhye, nonché nelle regioni di Dnipropetrovsk e Vinnitsa.

Lo ha riferito il centro stampa della SBU. Secondo la nota, i giornalisti hanno pubblicato informazioni sulla detenzione di prigionieri russi, che non erano state concordate con le autorità, e hanno anche preparato materiali su nazionalisti operativi.

INSEGNANTE DI LINGUA UCRAINA, ARRESTATA A ZHYTOMYR PER AVER SOSTENUTO LA RUSSIA

Il 14 giugno la direzione del Servizio di sicurezza ucraino nella regione di Zhytomyr ha riferito dell’arresto di un certo numero di residenti non indicato numericamente, per sostegno alla Russia.

Secondo la comunicazione, anche una insegnante di lingua ucraina di Zhytomyr, la quale discutendo con i suoi colleghi, aveva spiegato che le azioni della Russia in Ucraina, non erano sbagliate, dal momento che aveva l’obiettivo di cancellare Bandera e combattere i neonazisti. Per questo fatto, è stata avviata una causa ai sensi della parte 1 dell’articolo 111-1 (attività di collaborazione) del codice penale. Rischia fino a 15 anni.

In base allo stesso articolo, è stato avviato un procedimento nei confronti di un altro residente di Zhytomyr, che ha apertamente spiegato ai residenti locali, che la Russia in Ucraina stava proteggendo la popolazione di lingua russa dall’oppressione dei nazionalisti neonazisti.

La SBU ha anche arrestato due residenti di Novograd-Volynsky per messaggi e pubblicazioni sui social network a sostegno della Russia. È stato avviato un procedimento contro queste persone ai sensi dell’articolo 436-2, parte 2, del codice penale ucraino. Gli imputati rischiano fino a 5 anni di reclusione.

La SBU ha dichiarato che per un tale atto, un residente di Berdichev è stato condannato alla reclusione per un periodo di tre anni perché nei social aveva sostenuto la Russia.

La SBU ucraina dà la caccia a figure dell’opposizione anche al di fuori dei confini del paese.

All’interno di questa campagna di repressione dispiegata, il 5 maggio, la SBU ha annunciato l’arresto in Spagna del politico e attivista ucraino Anatoly Shariy. Shariy e il suo partito, pur non essendo filorussi, si erano opposti al colpo di stato militare di Maidan del 2014 e anche criticato i presidenti Poroshenko e Zelensky per la loro collaborazione con i neonazisti. Poche settimane prima del suo arresto, Shariy aveva detto alla stampa di essere stato avvertito che la SBU stava preparando un attentato contro di lui, come precedentemente anticipato dalla Fondazione per la lotta alla repressione. Ora, dopo l’arresto, i suoi avvocati spagnoli temono per la sua incolumità, perché è ormai pubblico che le autorità ucraine utilizzano la tortura e l’omicidio per i loro oppositori politici.

Shariy è un ucraino, nel 2019 ha fondato un suo partito politico (ora, uno degli oltre 60 messi fuorilegge). Shariy è stato descritto dai media ucraini e internazionali come un filo-russo e anti-ucraino, etichette che egli nega e contesta nei tribunali. Dopo alcuni suoi lavori investigativi, aveva ricevuto numerose minacce di morte. Dopo essere uscito dall’Ucraina e chiesto asilo politico nell’Unione Europea, lo scorso anno la Lituania gli ha revocato l’asilo politico e lo ha dichiarato persona non grata. A quel punto si è trasferito in Spagna. Nel febbraio 2021, Shariy è stato accusato di tradimento e incitamento all’odio etnico o razziale dal Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU). Il 4 maggio 2022 è stato arrestato dalle autorità spagnole su richiesta della SBU. Ora le autorità spagnole stanno studiando il caso per decidere una estradizione in Ucraina, per il crimine di tradimento e incitamento all’odio, come richiesto dalla giunta di Kiev.

In una recente intervista all’Independiente ha dichiarato: “ I miei legami con la Russia sono gli stessi che si possono avere in qualsiasi paese libero. Sono stato accusato di alto tradimento in Ucraina. Ho ricevuto la notifica un anno fa. Non ho nulla da nascondere perché non è altro che una situazione burlesca. I servizi di sicurezza mi indicano in un posto, ma non si sa quale, con una persona , ma non si sa chi. Poi ad un certo momento, non si sa quando, ho iniziato a stabilire connessioni con la Russia per scopi di propaganda. Queste sono accuse ridicole. Seppure molto pericolose per la mia vita“.

Come ha denunciato il giornalista statunitense Dan Cohen: “…Anatoly Shariy è stato l’obiettivo di un recente tentativo di omicidio della SBU. Shariy è stato un esplicito oppositore del regime di Maidan sostenuto dagli Stati Uniti, ed è stato costretto a fuggire in esilio dopo aver subito anni di vessazioni da parte dei nazionalisti ucraini. Nel marzo di quest’anno, il giornalista libertario aveva ricevuto un’e-mail da un amico, “Igor“, che gli chiedeva di organizzare un incontro. Successivamente ha appreso che Igor era appena stato arrestato dalla SBU e sotto pressioni veniva usato per indurre Shariy a rivelare dov’era.

Egli era inserito nella famigerata lista nera pubblica di Myrotvorets dei “nemici dello stato ucraino“, fondata da Anton Geraschenko, il consigliere del Ministero degli affari interni che ha approvato l’assassinio di parlamentari ucraini accusati di simpatie russe…”.

Il più famoso politologo ucraino, Mikhail Pogrebinsky, di 75 anni, è stato costretto a lasciare l’Ucraina dopo che è stata effettuata una perquisizione nel suo appartamento e una convocazione presso l’SBU. Nei dibattiti aveva sempre sostenuto la necessità di trovare una soluzione politica che facesse rimanere le Repubbliche Popolari del Donbass nella statualità ucraina, ma da febbraio non era più intervenuto in TV o in eventi pubblici.

Dopo che Ukrayinska Pravda, un giornale controllato dai partner di George Soros, aveva riportato che Pogrebinsky era accusato di aver condotto uno studio sociologico, il cui risultato, anche in condizioni di censura e terrore, aveva mostrato un sostegno alle azioni della Russia e di Putin al livello del 45% della popolazione, la situazione ha cominciato a farsi difficile e rischiosa per il politologo, conoscendo i metodi della SBU, anche per la sua famiglia. Ecco perché Pogrebinsky ha scelto l’esilio.

Il 13 marzo una banda di neonazisti ha assaltato e bruciato la casa dell’attivista di sinistra e bikerDmitry Lazarev vicino ad Odessa, nel distretto di Razdelnyansky.

Lazarev è noto ad Odessa per le sue posizioni dopo il golpe di EuroMaidan. Ha sempre osteggiato l’avvento delle forze radicali neonaziste ucraine e difeso la memoria storica della Grande Guerra Patriottica e dell’Unione Sovietica. Per questo negli ultimi otto anni ha dovuto scontrarsi e subire numerosi attacchi e minacce.

E’ sotto processo già dal 1 maggio 2020, per aver issato nel giorno della festa dei lavoratori una bandiera rossa. Per questo sta aspettando una sentenza, dove rischia la reclusione fino a cinque anni, con possibile confisca dei beni. Nonostante questo, anche il 9 maggio, Giornata della Vittoria sul nazismo, ha issato la bandiera dell’URSS.

Infatti nell’Ucrainademocratica” del dopo Maidan, il termine “Grande Guerra Patriottica” è bandito, e per l’esposizione della bandiera rossa, sotto la quale hanno combattuto milioni di ucraini padri e nonni degli attuali cittadini, si può essere processati e condannati fino a tre anni di carcere, per diffusione di simboli sovietici e comunisti.

In una intervista all’attivista dei diritti umani e giornalista ucraina Oxana Chelysheva, scappata dall’Ucraina, così si è espresso Lazarev: I discendenti non ci perdoneranno un Paese fatto a pezzi e deterso con il sangue. Ho capito solo dopo, che la punizione secondo l’attuale legislazione ucraina, potrebbe essere grave. Ma se le leggi inventate dalle persone contraddicono le leggi della coscienza e del buon senso, allora penso che dovremmo essere guidati da quest’ultimo.

Non potevo fare altrimenti, ogni nostro gesto è necessario nella società. Il padre di mia madre e i suoi due fratelli non sono tornati dalla guerra. Memoria eterna e gloria a loro. Voglio il diritto che mi restituiscano i miei nonni almeno per un giorno. Almeno per un’ora. Guardarsi negli occhi, abbracciarsi…Il Giorno della Vittoria è una festa sacra. Mio nonno paterno ha attraversato tutta la guerra. CINQUE medaglie al valore e più di 30 nazisti abbattuti, causati dalla batteria antiaerea che comandava. Per questo alzo lo Stendardo Rosso per i Nonni, per gli Eroi e i Vincitori del 9 maggio…”. Per questi valori “criminali”, nell’Ucraina odierna, gli hanno bruciato la casa e rischia il carcere.

La SBU è arrivata e sta entrando nella mia casa”, queste le ultime parole scritte dallo storico Alexander Karevin, attraverso il web. Ad oggi non si sa il destino dello storico o altre notizie.

La SBU sta irrompendo in casa”, queste invece le ultime parole scritte ad oggi, dal giornalista Dmitry Skortsov, pubblicate sul suo social network. Ad oggi si sa solo che il giornalista è latitante.

Ma le rappresaglie e le ritorsioni in questa Ucraina deformata e coartata non si fermano nemmeno di fronte alle fedi religiose, anzi, negli ultimi mesi si intensificano e dilagano anche contro i Padri della Chiesa ortodossa Ucraina e i milioni di credenti che li seguono, assaltando e distruggendo templi e chiese. Che documenterò in un prossimo lavoro.

Questo è ciò che decine di migliaia di cittadini ucraini, subiscono quotidianamente nel loro paese, dal governo Zelensky, continuatore del golpe di EuroMaidan del 2014, nel più totale oscuramento mediatico del nostro sistema informativo e, OVVIAMENTE, questo è solo la parte visibile dell’iceberg, documentata limitatamente fino a giugno, ma che quotidianamente è incrementata di costanti repressioni.

Tutto ciò avviene ogni giorno mentre i crimini vengono archiviati e i criminali di stato, vivono indisturbati o, come spesso accade vengono addirittura premiati. Come nel caso di Maxim Marchenko, l’ex comandante del battaglione neonazista “Ajdar” accusato dalle organizzazioni per i diritti umani per i suoi numerosi atti di violenza e crimini contro civili… è stato poi nominato governatore dell’Oblast di Odessa.

Fonti:

Fondazione per la lotta alla repressione

CENTRO STAMPA DELL’SBU Ucraina

Mintpressnews

Washington Post

New York Times

5 TV

SOZH Info

Ukraina.ru

Junge Welt

NBC

BBC

t.me/s/repressionoftheleft

Telegram ucraino

White Lives Matter

Timer

PolitNavigator

Vera24.eu

Pravcenter

Independiente

Obozvevatel

Enrico Vigna, 28 luglio 2022

L’AMERICA LATINA SI COLORA NUOVAMENTE DI ROSA?

Aldo Zanchetta dopo un periodo di silenzio è tornato a realizzare il Mini Notiziario America Latina dal basso che offre una panoramica generale della fase evolutiva che sta imboccando il sub-continente e analizza nello specifico la situazione di alcuni Paesi. Proposta editoriale fuori dagli schemi tradizionali della sinistra istituzionale che offre chiavi lettura e di proposta politica “dal basso” che inoltriamo per una diffusione quanto più ampia possibile a beneficio di coloro che desiderano ricomporre un quadro oggettivo e ampio delle tendenze latinoamericane in corso. 

Nel post scrittum l’amico Aldo offre ai lettori del mini notiziario la possibilità di acquistare la sua ultima pubblicazione realizzata in collaborazione con Roberto Bugliani sugli zapatisti del Chiapas ad un prezzo scontato del 30%.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

L’AMERICA LATINA SI COLORA NUOVAMENTE DI ROSA?

Con la storica vittoria elettorale di Gustavo Petro e Francia Márquez in Colombia il 26 giugno sorso, e quella precedente di Gabriel Boric in Cile, l’America  Latina torna a colorarsi di rosa, secondo la nota immagine con cui Hugo Chávez, col suo non dimenticato “rojo, rojito”, celebrò all’inizio del secolo l’ondata di governi “progressisti” che si erano andati affermando nella regione. Fatto veramente storico questa vittoria in Colombia, un paese che per molte decadi è  stato insanguinato da governi autoritari[1] al cui esercito era stato tacitamente consentito di praticare ogni forma di violenza verso i “dissenzienti”, fino alla pratica orrenda dei “falsi positivi”, e dove da anni si procede a una sistematica uccisione di leader indigeni e popolari.[2]

La vittoria, (50,57% dei voti al ballottaggio contro il 47,16% del suo avversario, l’industriale Rodolfo Hernandez), rappresenta perciò veramente un risultato storico eccezionale, come detto, perché apre al paese la possibilità di cessare di essere una <confederazione di piantagioni e di raffinerie> e di diventare uno Stato, come ha acutamente annotato nel suo blog Rodrigo Andrea Rivas, al quale rimandiamo per una meno sintetica presentazione della situazione nel paese.[3] Questa possibilità di ricostruire il paese era stata evocata dallo stesso Petro nel Manifesto con cui il 9 marzo 2021 aveva annunciato il fatto nuovo, eccezionale,  della costituzione del Pacto Historico che per la prima volta vedeva unite le opposizioni di sinistra[4] ed in cui ricordava, dopo essersi riferito al filosofo Rousseau, che:

Il patto storico è il patto Nazionale fondamentale per la convivenza e della Pace.

Quando parliamo di una Nazione come contratto sociale, parliamo dell’inclusione di tutta la società nelle decisioni e nella distribuzione della ricchezza. Una nazione implica Democrazia. E quando parliamo di pace, non ci riferiamo soltanto agli accordi fra i corpi armati, che rispettiamo ed eseguiremo, ma alla Pace Grande, la pace di tutta la società, la Pace vista come un’era e non come l’inizio di una nuova violenza.

Questo è il compito enorme che attende il presidente Petro e la vicepresidente Márquez consapevoli della posta in gioco: fare della Colombia una “potenza per la vita” dopo tante orrende stragi. Per questo, per aprire una nuova prospettiva, la campagna elettorale è stata accompagnata dallo slogan vivir sabroso, vivere con piacere: una prospettiva stimolante dopo tanti lutti e tante sofferenze. Nello stesso Manifesto di lancio del Patto si legge, fra l’altro:

Il programma di governo sarà l’asse fondamentale del Patto Storico.

Poiché molte delle proposte di riforma richiedono per la loro realizzazione più di un periodo presidenziale, non saremmo onesti se promettessimo di cambiare la Colombia in solo quattro anni, abbiamo proposto, come è stato fatto in Cile che, sempre se i cittadini lo chiedono col loro voto, il Patto storico sia opera di vari governi. Non saremmo seri se non dicessimo che un cambio d’epoca, di storia, implica l’impiego di vari quinquenni di trasformazione. Vari governi diretti da persone diverse. Quello che proponiamo è un cambiamento reale verso una Colombia produttiva, democratica, giusta e in Pace.

Il Manifesto ricorda che quello proposto, che ha visto questo importante avvio, non sarà un percorso realizzabile in una sola legislatura, perché i problemi da risolvere sono molti e impegnativi, dalla storica presenza nel paese dei narcos e delle formazioni paramilitari illegali alla ingombrante presenza di sei basi militari statunitensi che considerano il paese come sua linea di difesa meridionale (la Colombia confina con il Venezuela, stato che Obama denunciò essere paese pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti), tanto che sotto la presidenza Santos (2010-2018) e precisamente nel 1918, come uno degli ultimi suoi atti, il paese è stato aggregato alla NATO[5] come <Partner Globale> (sic!). Mastico amaro ricordando che Santos fu premiato col premio Nobel per la pace per l’iniziato processo di pace con le FARC, la principale guerriglia antigovernativa del paese, portato avanti con scarsa determinazione e molta ipocrisia. Nei giorni scorsi è stato ucciso il 324esimo ex-guerrigliero tornato alla vita civile[6] e questo sottolinea ancora una volta come andare al governo non significa poter trasformare di colpo con una bacchetta magica la realtà.[7]

Uno dei primi impegni enunciati da Petro è stato quello di dichiarare la volontà di ripresa del dialogo di pace con l’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale, formazione guerrigliera rimasto attiva dopo l’accordo con le FARC del 2016. A questa dichiarazione si è aggiunta quella di voler ristabilire i rapporti diplomatici col confinante Venezuela, interrotti da tempo.

LA NUOVA NUOVA SINISTRA LATINOAMERICANA

Questo il titolo di un articolo di Josè Natanson, direttore dell’edizione argentina di Le Monde Diplomatique, pubblicato sul numero di giugno-luglio di Nueva Sociedad (NUSO)[8], in cui egli affronta il problema di definire le caratteristiche e di valutare le possibilità di successo di questa nuova “ondata rosa”. Parla di “nuova nuova” sinistra perché l’espressione “nuova sinistra” –con un solo “nuova”- era stata impiegata con dovizia per definire l’ondata rosa del primo decennio del secolo. Data la diversità dei caratteri specifici e dei diversi contesti in cui opera la sinistra odierna rispetto a quella di allora, sembra corretto distinguerla. 

Un inciso. La lettura dell’articolo di Natanson, che condivido per alcuni aspetti ma non per altri, mi ha suscitato una domanda: perché continuare ad usare la parola “sinistra” per alludere a tutte le forze “progressiste” (altra qualificazione problematica), che però ne lascia fuori una parte importante quali ad esempio i movimenti indigeni e afroamericani –presenti questi ultimi in forme differenziate sia nel sud come nel nord del continente americano? In realtà non ricordo di aver mai trovato da qualche parte la qualifica di “sinistra” applicata agli zapatisti messicani o ai mapuche cileni e argentini, per fare un esempio.[9] Per gli zapatisti l’inclusione nella sinistra, quella messicana, la fa Natanson, ma per dichiararne il loro fallimento politico. Da aggiungere che in questo panorama delle sinistre nel subcontinente dimentica del tutto i movimenti indigeni e afro. Certo, da un rigoroso punto di vista storico la sinistra è quella nata in Europa durante la rivoluzione francese ma alla parola sinistra è stato dato un significato più ampio, di “progressismo” che quindi dovrebbe includere anche queste forze. Sarà che la “sinistra” così denominata ha dei problemi on il mondo indigeno, anche in America Latina? Un problema che meriterà essere ripreso, ma per ora, per non complicare le cose, limitiamoci a quanto scrive Natanson della “nuova nuova” sinistra.

Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra che alimentava le sue speranze. La domanda sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità di certe idee seguono a distanza il momento in cui vengono elaborate.

Chiuso per ora l’inciso,  torno a Natanson e alla “nuova nuova sinistra”, prima di parlare della quale egli rievoca il “giro verso sinistra” degli anni 2000 con le vittorie elettorali diHugo Chávez nel 1999 e le successive di Luiz Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo  Morales, Tabaré Vázquez, Rafael Correa e Fernando Lugo nei rispettivi paesi (Venezuela, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay, Ecuador e Paraguay), alle quali aggiunge, con una certa generosità però con titubanza, i governi di centrosinistra in Cile succeduti a Pinochet. Questa “nuova sinistra” che, ricorda:  

In alcuni casi pervenne al governo dopo anni di paziente costruzione partitica e territoriale (il Partito dei Lavoratori brasiliano, il Frente Amplio uruguayano, il socialismo cileno e il Movimiento al Socialismo boliviano; in altri, spiccò il volo diretto al governo come un lampo inatteso(Hugo Chávez, Rafael Correa e, in parte, Néstor Kirchner);e alcuni di questi movimenti e leader (in particolare Evo Morales) combinarono l’azione diretta nelle strade con la classica disputa elettorale.

E  aggiunge:

In tutti i casi la <nuova sinistra>, che al suo zenith arrivò a governare tutti i paesi sudamericani salvo Colombia e Perù, priorizzò l’accesso al potere rispetto alle discussioni astratte. E da lì dispiegò una serie di politiche che le permisero, in un contesto certamente favorevole per i prezzi crescenti delle materie prime, di combinare tre cose: sostenibilità macroeconomica […], ampie politiche di trasferimento delle entrate che consentirono formidabili spinte di inclusione (soprattutto nelle zone più sfavorite, come l’altopiano boliviano e il Nordest brasiliano) e una continuità politico-istituzionale che consentì cicli lunghi di riforme. Il dibattito che divise le diverse componenti della famiglia di sinistra, più pratico che teorico, faceva riferimento al miglior cammino per progredire nelle trasformazioni proposte: promuovere una riforma costituzionale che resettasse il paese per iniziare da un <anno zero>, come fecero Chávez, Morales e Correa, ogarantire una maggior continuità secondo lo stile di Lula da Silva, Kirchner o Tabaré Vázquez?

A differenza del dibattito nella decade del 1960, questa discussione, riassunta nella dicotomia chavismo/lulismo, non alludeva alla profondità delle riforme (non c’è modo per argomentare che, nei fatti, Lula da Silva fosse meno riformista di Correa, o Kirchner di Evo Morales), ma al miglior modo di realizzarle.

Discordo in parte da questa visione di Natanson, come forse ricorderà qualche lettore dei mini dell’epoca, dove trovo un’eccessiva semplificazione e un po’ di smemoratezza, soprattutto per quanto riguarda le ragioni della fine dell’ondata rosa, <la più lunga e brillante della sinistra latinoamericana>, che Natanson motiva così: <mutamento delle condizioni internazionali, l’usura naturale dopo più di un decennio di esercizio ininterrotto del potere, le difficoltà nell’elaborare la successione e il rafforzamento del blocco di destra>. Alcune cose sarebbero da discutere comunque abbiamo riportato queste sue note perché ci hanno permesso di ricordare i governi e i personaggi della sinistra dell’epoca e del contesto in cui operarono e di parlare di filoni di pensiero tuttora ben presenti nella sinistra.

Qual è la sinistra che torna?

Natanson divide i nuovi governi rosa in tre gruppi:

1.  Quello che rappresenta una sinistra autoritaria (Venezuela e Nicaragua)

2. Quello dove la sinistra è al governo per la prima volta (Messico, Honduras, Perù e Colombia)

3. Quello che vi ritorna dopo un’alternanza con la destra (Argentina, Cile, Bolivia, includendo, con una previsione che allo stato delle cose sembra ragionevole, il Brasile).

Liquidare senza un’analisi, nel bene e nel male, il primo gruppo come <sinistra autoritaria>, come in effetti è, senza indagare i contesti, è un po’ sbrigativo (e, per inciso, Cuba dove la mette? Non la cita neppure.  Per lui non è sinistra?)

Sui quattro del secondo gruppo scrive:

Il secondo gruppo, il più nuovo e in certo senso il più interessante, è quello della sinistra che governa in paesi dove la sinistra non aveva governato: Messico, Honduras, Perù e Colombia[10]. Sebbene con enormi differenze fra loro, si tratta in tutti i casi di paesi vicini agli Stati Uniti, per ragioni di emigrazione (Messico e Honduras)[11], commerciali (tutti hanno vigenti trattati di libero commercio con Washington) o di sicurezza (Colombia e Perù sono i due principali produttori di cocaina del mondo e una fonte di preoccupazioni permanenti per gli Stati Uniti).

Resterebbe da parlare del terzo gruppo (Argentina, Cile, Bolivia, Brasile). Un po’ troppo per un mini che tale vuole essere anche nelle dimensioni. In questo il Brasile farà la parte del leone nei prossimi mesi e ci limitiamo al Cile, che invece occuperà lo maggior parte dello spazio del prossimo numero 3.

Sul Cile Natanson annota:

Nel caso di Boric, malgrado sia il candidato di una alleanza alla sinistra della Concertazione[12], il suo programma è lungi dall’essere radicale. E’ piuttosto l’espressione di un progetto di giustizia sociale di tipo socialdemocratico in un paese dove, malgrado l’avanzamento in termini di lotta contro la povertà, sopravvivono forme di disuguaglianza sociale –e gerarchie etniche e di classe- inaccettabili assieme alla mercantilizzazione della vita sociale.

Ci soffermiamo brevemente sul Cile che merita un mini a parte, il prossimo numero 3, e dove la situazione è ancora fluida in quanto è iniziata la fase preparatoria per il Referendum costituzionale -a partecipazione obbligatoria– che si terrà il prossimo 4 settembre, che approverà o respingerà la nuova Costituzione, in cui testo è giunto faticosamente in porto e negli scorsi giorni è stato consegnato dalla Convenzione Costituzionale, conformata da ben 7 gruppi di lavoro, alla Commissione di Armonizzazione incaricata di predisporre il referendum e le modalità dell’eventuale trapasso costituzionale. Possiamo solo dire che il capestro del vincolo dei due terzi di votanti favorevoli (apruebo, approvo) per la sua approvazione, accettato forse troppo incautamente favorevoli per sancirne l’entrata in vigore, rende incerto l’esito, al momento in forse. E fra i molti grossi problemi che il governo Boric si è trovato di fronte, uno dei più scottanti è rappresentato dai rapporti con il popolo mapuche, nel sud del paese, dove il governo ha problematicamente dichiarato lo stato di emergenza.

Circa il Messico, problema affrontato più volte nei mini della precedente serie, il governo di centro sinistra di Lopéz Obrador (AMLO) è in carica ormai da due anni con risultati contrastanti. Si tratta in realtà di un governo della serie social-liberista, con alcune luci (la lotta alla corruzione, l’aiuto ai più sfavoriti) e varie ombre (il programma economico nettamente liberista e le sue ambigue politiche paternaliste verso il mondo indigeno, dove in particolare gli zapatisti –ma non solo loro fra gli indigeni- da tempo sono di nuovo sotto attacco). Nel mondo di “quelli in alto” è già iniziato, con due anni di anticipo, il conto alla rovescia per chi governerà dopo AMLO che, sembra certo, non si ricandiderà. Può stupire ma alcuni analisti qualificati indicano l’astensionismo come il rischio maggiore per le prossime elezioni.[13] A nostro giudizio includere il governo di AMLO fra i governi rosa indica qualche problema di daltonismo politico.

In Perù il governo del contadino e maestro di scuola Castillo, <del popolo e per il popolo>, il prossimo 27 luglio dovrebbe celebrare il suo primo anniversario. Diciamo “dovrebbe” perché fino ad ora la sua è stata una corsa ad ostacoli per superare le continue richieste di impeachement e nel re-impastare il suo governo. Sul Perù però, come sull’Honduras, francamente non abbiamo al momento un quadro sufficientemente chiaro, nè lo spazio, per approfondire.

Per concludere questo numero vogliamo ricordare la situazione esistente in Ecuador dove dal 13 al 30 di giugno si è avuta l’ennesima sollevazione indigena concretizzata col paro (sciopero nazionale) e con la inevitabile occupazione delle strade della capitale da parte delle popolazioni indigene, in particolare quelle della sierra, montagna. In Ecuador, ricordiamo, oggi è al potere il governo di un banchiere, Lasso, la cui elezione, per una serie di circostanze che sarebbe lungo narrare, venne sostenuta anche da parte di elettori indigeni, perché in contrasto con il candidato dello schieramento facente capo all’ex presidente Correa, che tante speranze aveva suscitato con l’andata in vigore di una nuova Costituzione dalle grandi ambizioni (fu la prima Costituzione al mondo a prevedere i “diritti” della natura, mai però realmente attuata con una necessaria coerente legislzione).

Anche questi problemi sono stati da noi trattati nella precedente serie di mini e potrebbe essere utile rileggerne alcuni. Dopo 18 giorni di duri scontri è stato trovato un accordo provvisorio sulla realizzazione del cui contenuto si sta discutendo. Da notare che durante questi 18 giorni il parlamento è stato sul punto di poter dichiarare la destituzione di Lasso, obiettivo alla fine non raggiunto per il voltafaccia finale della frazione correista ma anche di alcuni deputati del Pachakutic, il braccio politico della CONAIE, la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador.

Torneremo sull’argomento Ecuador quando saranno più chiari i contenuti di questo accordo in discussione ma ci azzardiamo a introdurre qualche considerazione su un argomento delicato: quanto i processi elettorali di stampo occidentale con la loro logica maggioranza/minoranza sono applicabili a un mondo, quello indigeno, in cui vige invece tutt’altra logica, quella del consenso. Per cui alleghiamo al mini un documento che affronta, anche se in termini abbastanza diluiti, l’argomento. La stessa osservazione vale probabilmente, e ancor più, per la tormentata presidenza peruviana.

Accenniamo infine alle vicende della convocazione “imperiale” dell’OEA (o Vertice delle Americhe, come comunemente denominato) , l’Organizzazione degli Stati Americani, tenutasi nel mese scorso a Los Angeles, negli USA, che ha visto l’assenza non casuale di alcuni capi di Stato (ad es. del Messicano AMLO e dell’argentino Fernández), ma richiederebbe uno spazio che espanderebbe troppo il presente mini, cosa sconsigliabile in tempi in cui usa premettere ai documenti il tempo necessario per la loro lettura. Due sole osservazioni. La prima è che la guerra russo-ucraina e la costruzione in atto di due blocchi mondiali contrapposti, uno “occidentale” e uno “orientale”, o più precisamente di “tutto l’altro mondo”, potrebbe limitare l’ingerenza statunitense. La seconda è che in ogni caso non si deve confondere questa eventualità, che riguarda un conflitto fra interessi degli stati e delle loro gerarchie di potere, con le lotte e gli interessi di “quelli che stanno in basso” contro “quelli che stanno in alto”. Azzardato pensare ad esempio che AMLO e Fernández non rappresentino, seppur con un fazzoletto rosa nel taschino, gli interessi dei loro capitalismi interni. E per quanto riguarda Lula, se tornerà al potere, sarà bene ricordare che le banche e gli imprenditori brasiliani non hanno mai guadagnato tanto come in occasione dei suoi anni di governo. E questa volta avrebbe al suo fianco come vicepresidente quell’Alckmin che fu suo avversario elettorale come rappresentante delle destre. Certamente il “primitivo” Bolsonaro, che ha una buona sponda nei militari, deve essere spodestato. Ma poi, in caso di successo, cosa farà questa anomala coppia?

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PS Al momento di spedire mi è sorto il pensiero che i commenti di Natanson sullo zapatismo rispecchiano un pensiero diffuso nella sinistra, specie di quella europea, e meritano perciò una riflessione che vada al di là del caso specifico. Poiché questo mini è già troppo poco mini, a breve seguirà il n.3 che non riguarderà il Cile, come scritto sopra, bensì lo zapatismo, fra l’altro da alcuni  mesi di nuovo sotto duro attacco paramilitare nel silenzio del governo ‘rosa’ –evidentemente sbiadito- messicano. Colgo l’occasione per ricordare che da poco è stato pubblicato il libro Murales zapatisti. Progetto di un mondo nuovo, curato da chi scrive assieme all’amico e compagno di viaggi in Chiapas, Roberto Bugliani. Il libro è ordinabile all’editore cliccando qui: http://mutusliber.it/ripensare.html al prezzo di copertina (E 19,90) ma per i lettori di questo mini è ottenibile al prezzo di 14 E però passando attraversi chi scrive (aldozancchetta@gmail.com).


[1] Nel corso della presidenza di Ivan Duque (agosto 2018-agosto2022) sono stati ben 692 i leader sociali assassinati, 294 dei quali indigeni e 203 contadini (dati Indepaz – Istituto colombiano di studi per lo sviluppo e la pace).

[2] Lo scandalo dei falsi positivi, emerso nel 2008, coinvolse numerosi militari anche di alto grado, responsabili di omicidi extragiudiziali di civili innocenti fatti passare per guerriglieri uccisi in combattimento. Questo per lucrare  i premi offerti dal governo per i guerriglieri uccisi in combattimento. Migliaia di persone, attratte da annunci sui giornali che promettevano posti di lavoro, vennero così imprigionate e uccise ed i loro corpi venivano rivestiti per apparire come guerriglieri uccisi. Il solo ricordarlo fa rabbrividire. La cifra esatta non si conosce ma si da per certo che supera le seimilacinquecento uccisioni.

[3] Elezioni 2022 – “Il giorno in cui la Colombia potrebbe perdere lo status di confederazione di piantagioni e raffinerie per trasformarsi in un paese”.http://rodrigoandrearivas.com. Consigliamo di visionare questo post  dove si può leggere una panoramica più generale della situazione del paese.

[4] <Il “Pacto Histórico” è un fronte ampio di partiti ed organizzazioni sociali e comunitarie, tra cui “Colombia Humana” (il partito di Petro), la “Unione Patriottica – Partito Comunista”, il “Polo Democratico Alternativo” (dell’attivista sociale, femminista ed ecologista afrodiscendente Francia Màrquez, che accompagna Petro come numero due), il “Movimento Alternativo Indigena e Sociale ed il “Partito del Lavoro della Colombia”,> ibidem

[5] Petro in campagna elettorale aveva alcune volte accennato al fatto che questo nodo andrà sciolto ma prudentemente, nei discorsi dopo la sua elezione, non lo ha citato fra i problemi da affrontare.

[6] Vado a memoria. Il numero probabilmente non è esatto ma l’ordine di grandezza è questo.

[7] Alla vigilia dell’insediamento di Petro si è verificata l’esplosione del valore del dollaro statunitense ed è di ieri l’annuncio che nei prossimi giorni un esponente governativo statunitense di “alto rango” renderà visita a Petro.

[8] static.nuso.org/media/articles/download/1.TC.Natanson299.pdf

[9] Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra delle sue speranze. Questi movimenti sono includibili nella “sinistra”? La domanda di Girardi sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità delle idee di certi pensatori seguono con ritardo il momento in cui sono elaborate.

[10]  La data in cui è stato scritto l’articolo di Natanson è precedente alle elezioni presidenziali in Colombia, per cui l’inclusione nel gruppo era contrassegnata da un punto interrogativo.

[11]  Il Messico, particolare non trascurabile, ha una frontiera con gli Stati Uniti lunga migliaia di km che giustifica il detto popolaro “il Messio è un paese troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti.

[12]  Per chi non lo ricorda, la Concertazione era la coalizione di sinistra che dopo Pinochet, ha governato in Cile fra il 1990 e il 2010 e di nuovo  dal 2014 al 2018.

[13]  www.jornada.com.mx/2022/06/07/opinion

Dall’economia spazzatura a una falsa visione della storia: dove la civiltà occidentale ha preso una svolta sbagliata

di Michael Hudson

Il testo di Michael Hudson è la trascrizione del suo intervento al simposio Costruire ponti. Attorno al lavoro di David Graeber, che si è svolto a Lione in Francia nei giorni 7-8-9 di questo mese, organizzato del Laboratorio Triangle. Di seguito una breve presentazione degli obiettivi del simposio.

David Graeber, Professore di Antropologia alla London School of Economics, scomparso improvvisamente il 2 settembre 2020, durante la sua breve esistenza ha segnato il suo passaggio attraverso la sua creatività scientifica e i suoi contributi originali ai grandi dibattiti pubblici.

Avendo contribuito a un’antropologia che può essere definita politica, dimostrando che la diversità delle organizzazioni sociali rivelata dalle indagini etnografiche apre l’idea di una pluralità di possibilità e quindi la prospettiva di una società più egualitaria e democratica, è diventato una importante figura intellettuale della sinistra libertaria.

Il suo lavoro, associato al suo coinvolgimento nei movimenti politici di protesta transnazionali, sono la fonte della sua forte visibilità pubblica. Ma le sue opere più accademiche costituiscono anche importanti contributi alle scienze sociali: l’etnografia del Madagascar, l’antropologia della magia, la natura della regalità, la conoscenza delle società preistoriche, tra gli altri. Sono spesso attraversati anche da riflessioni filosofiche ed epistemologiche della storia delle idee nelle scienze sociali, come illustrato dai suoi testi sulle concezioni del valore.

David Graeber

Il suo intervento anche nell’ambito degli effetti della crisi finanziaria degli anni 2008 con la pubblicazione nel 2011 del suo libro Debt, The first 5000 Years, ha messo in discussione drasticamente i dogmi delle istituzioni monetarie ed economiche alla luce della profondità storica e antropologica delle pratiche monetarie, un’opera che avrà ripercussioni a livello mondiale. L’ambizione di questo libro è importante nella misura in cui la sua tesi trasversale è che il debito e le pratiche e istituzioni monetarie ad esso collegate costituiscono per esso la relazione sociale fondamentale. Questa tesi differisce in primo luogo dagli approcci – quelli di alcune tradizioni dell’antropologia economica e dell’economia – che si concentrano sullo scambio e sul mercato. Allo stesso modo, considerando il debito e le istituzioni monetarie come una delle principali strutture di dominio, differisce anche dagli approcci, perpetuati dalla tradizione marxista.

In sintonia con il suo tempo, dove la diffusione delle idee è ampiamente pubblicizzata dai social network, avrà ripercussioni mondiali uno dei suoi articoli più originali, On the Phenomenon of Bullshit Jobs, A Work Rant   pubblicato nel 2013, in cui difende una tesi che farà anche parte dei suoi ultimi lavori:  Burocracy, The Utopy of Rules, nel 2015, e Bullshit Jobs, nel 2018. Il talento di Graeber sta in particolare nel suo modo di trasformare alcune idee ben consolidate nelle rappresentazioni del sistema economico contemporaneo, dimostrando che la presunta efficienza dell’economia di mercato si basa infatti meno su meccanismi veramente liberali che su un processo di crescente burocratizzazione sulla base di un’alleanza tra Stato e poteri economici a beneficio di pochi (l’“1%” dei più ricchi). L’economia, sempre più finanziarizzata e segnata dalla crescita delle disuguaglianze reddituali e patrimoniali, è caratterizzata anche dal moltiplicarsi delle fasce occupazionali (spesso le più retribuite) che rispondono al rafforzamento dei meccanismi gestionali. La tesi dei “lavori di merda” — questi lavori ritenuti inutili dai dipendenti che li svolgono, e che si stanno moltiplicando nell’ambito del processo di burocratizzazione in tutte le sfere della società, dalle imprese, alle organizzazioni pubbliche, ai campi creativi – riemerse durante la crisi covid nel 2020 sotto il tema dei lavori essenziali e non essenziali. Questo dibattito ha fatto eco anche al lavoro antropologico di Graeber sulla contrapposizione tra i principi delle “società commerciali” e delle “società umane” (le cui attività sono orientate alla vita umana e alle relazioni sociali, la cura , le arti, i giochi…) nella storia dell’umanità.

Secondo una formula che Jean-Michel Servet aveva usato nel suo tributo dopo la sua morte, “David Graeber era un contrabbandiere”. Primo, un passante tra le discipline. Gli dobbiamo anzitutto di aver accresciuto la visibilità dell’antropologia nelle scienze sociali e di aver mostrato come essa potrebbe alimentare riflessioni sull’organizzazione sociale, le forme di azione, l’immaginazione di alternative, ecc. e influenzare altre discipline, come l’economia, la sociologia o scienze politiche, con particolare riguardo alle questioni monetarie, ai problemi del lavoro e alla crisi della democrazia. Fu anche un ponte tra azione e riflessione (e inoltre scrisse su questo argomento) e questo in due sensi: il suo approccio testimonia che ha difeso una democrazia epistemica, l’idea che la conoscenza del sociale debba basarsi sull’esperienza degli attori e sulle loro storie (che ovviamente possono essere legate al metodo etnografico, da cui il suo interesse per i social network) o sul valore epistemico della cultura popolare (fantascienza, serie, musica pop); e che la conoscenza prodotta dalle scienze sociali aveva una vocazione strumentale, vale a dire che doveva costituire una forza immaginativa e trasformatrice a favore di una società veramente democratica.

L’obiettivo di questo simposio è onorare, mettendo in discussione, il desiderio di David Graeber di costruire ponti tra le scienze sociali e tra scienza e azione per una società più democratica e più umana. Per questo, riunirà i contributi delle varie discipline sfidate dal lavoro di Graeber: antropologia, sociologia, economia, scienze politiche, filosofia sociale, in particolare. Tali contributi possono rientrare in un determinato ambito disciplinare (Antropologia, Scienze Politiche, Economia, ecc.) o, sulla base di un determinato argomento (democrazia, lavoro, debito, ecc.), affrontarlo in una prospettiva transdisciplinare.

Può sembrare strano invitare un economista a tenere un discorso programmatico a un convegno di scienze sociali. Gli economisti sono stati caratterizzati come autistici e antisociali dalla stampa popolare per una buona ragione. Sono addestrati a pensare in modo astratto e utilizzare la deduzione a priori, in base a come pensano che le società dovrebbero svilupparsi. Gli economisti tradizionali odierni considerano la privatizzazione neoliberista e gli ideali di libero mercato come fattori che portano il reddito e la ricchezza della società a stabilizzarsi a un equilibrio ottimale senza alcun bisogno di regolamentazione del governo, specialmente nei campi del credito e del debito.

L’unico ruolo riconosciuto al governo è quello di far rispettare la “santità dei contratti” e la “sicurezza della proprietà”. Con questo intendono l’esecuzione di contratti di debito, anche quando la loro esecuzione espropria un gran numero di proprietari di case indebitati e altri proprietari di immobili. Questa è la storia di Roma. Oggi stiamo assistendo alla stessa dinamica del debito all’opera. Eppure questo approccio di base ha portato gli economisti tradizionali a insistere sul fatto che la civiltà avrebbe potuto e avrebbe dovuto seguire questa politica a favore dei creditori sin dall’inizio.

La realtà è che la civiltà non sarebbe mai potuta decollare se qualche economista del libero mercato fosse entrato in una macchina del tempo e avesse viaggiato indietro nel tempo di cinquemila anni fino al Neolitico e all’Età del Bronzo. Supponiamo che avrebbe convinto gli antichi capi o governanti a organizzare il loro commercio, denaro e proprietà terriera sulla base dell’”avidità è buona” e qualsiasi regolamentazione pubblica è cattiva.
Se qualche Milton Friedman o Margaret Thatcher avessero persuaso i sovrani sumeri, babilonesi o altri antichi a seguire la filosofia neoliberista di oggi, la civiltà non avrebbe potuto svilupparsi. Le economie si sarebbero polarizzate, come ha fatto Roma e come stanno facendo le economie occidentali di oggi. I cittadini sarebbero scappati, oppure avrebbero appoggiato un riformista o un rivoluzionario locale per rovesciare il sovrano che ascoltava tali consigli economici. Oppure avrebbero disertato per rivaleggiare con aggressori che avevano promesso di cancellare i loro debiti, liberare i servi e ridistribuire la terra.

Eppure molte generazioni di linguisti, storici e persino antropologi hanno assorbito la visione del mondo individualistica antisociale della disciplina economica e immaginano che il mondo debba essere sempre stato così. Molti di questi non economisti hanno inconsapevolmente adottato i loro pregiudizi e si sono avvicinati alla storia antica e moderna con un pregiudizio. Il nostro discorso quotidiano è così bombardato dall’insistenza dei recenti politici americani che il mondo si divide tra “democrazia” con “liberi mercati” e “autocrazia” con regolamentazione pubblica e che c’è molta fantasia all’opera sulla civiltà primitiva.

David Graeber e io abbiamo cercato di espandere la coscienza di quanto fosse diverso il mondo prima che la civiltà occidentale prendesse la via romana delle oligarchie pro-creditorie invece delle economie sontuose che proteggevano gli interessi della popolazione indebitata in generale. All’epoca in cui pubblicò il suo Debt: The First Five Thousand Years nel 2011, il mio gruppo di assiriologi, egittologi e archeologi di Harvard stava ancora scrivendo la storia economica del Vicino Oriente antico in un modo radicalmente diverso da come la maggior parte del pubblico immaginava che fosse accaduto. L’enfasi di David e mia su come i proclami reali di Clean Slate che cancellano i debiti, liberano i servi e ridistribuiscono la terra fossero un ruolo normale e previsto dei governanti mesopotamici e dei faraoni egiziani non era ancora creduto in quel momento.

Il libro di David Graeber ha riassunto la mia indagine sulla cancellazione del debito reale nel Vicino Oriente antico per mostrare che il debito fruttifero era originariamente adottato con controlli e contrappesi per evitare che polarizzasse la società tra creditori e debitori. In effetti, ha sottolineato che le tensioni create dall’emergere della ricchezza monetaria nelle mani delle persone hanno portato a una crisi economica e sociale che ha plasmato l’emergere dei grandi riformatori religiosi e sociali.

Come ha riassunto “il periodo centrale dell’età assiale di Jasper …” corrisponde quasi esattamente al periodo in cui è stata inventata la monetazione. Inoltre, le tre parti del mondo in cui furono inventate le monete per la prima volta erano anche le stesse parti del mondo in cui vivevano quei saggi; divennero, infatti, gli epicentri della creatività religiosa e filosofica dell’età assiale. Buddha, Lao-Tzu e Confucio cercarono tutti di creare un contesto sociale in cui inserire l’economia. Non c’era il concetto di lasciare che i “mercati funzionassero” per allocare ricchezza e reddito senza alcuna idea di come sarebbero stati spesi ricchezza e reddito.

Tutte le società antiche avevano una sfiducia nei confronti della ricchezza, soprattutto monetaria e finanziaria in mano ai creditori, perché generalmente tendeva ad essere accumulata a spese della società in generale. Gli antropologi hanno scoperto che questa è una caratteristica delle società a basso reddito in generale.

Toynbee ha caratterizzato la storia come una lunga dinamica dispiegata di sfide e risposte alle preoccupazioni centrali che modellano le civiltà. La sfida principale è stata di carattere economico: chi trarrà vantaggio dalle eccedenze ottenute man mano che il commercio e la produzione aumentano di scala e diventano sempre più specializzati e monetizzati. Soprattutto, come organizzerebbe la società il credito e il debito necessari per la specializzazione delle attività economiche – e tra funzioni “pubbliche” e “private”?

Quasi tutte le prime società avevano un’autorità centrale incaricata di distribuire il modo in cui il surplus veniva investito in modo da promuovere il benessere economico generale. La grande sfida era impedire che il credito portasse al pagamento dei debiti in un modo che impoverisse la cittadinanza, ad esempio attraverso il debito personale e l’usura – e più della perdita temporanea della libertà (dalla schiavitù o dall’esilio) o dei diritti di proprietà fondiaria.

Il grande problema che il Vicino Oriente dell’età del bronzo ha risolto — ma l’antichità classica e la civiltà occidentale non hanno risolto — era come far fronte al pagamento dei debiti, soprattutto a interessi senza polarizzare le economie tra creditori e debitori e, infine, impoverendo l’economia riducendo la maggior parte della popolazione alla dipendenza dal debito. I mercanti si dedicavano al commercio, sia per se stessi che come agenti per i governanti di palazzo. Chi otterrebbe i profitti? E come verrebbe erogato il credito ma mantenuto in linea con la possibilità di essere erogato?

Teorie pubbliche e private sull’origine della proprietà fondiaria

Le società antiche poggiavano su una base agricola. Il primo e più fondamentale problema da risolvere per la società era come assegnare la proprietà della terra. Anche alle famiglie che vivevano in città che venivano costruite intorno a templi e centri civili, cerimoniali e amministrativi, veniva assegnata una terra di autosostegno, proprio come i russi hanno le dacie, dove la maggior parte del loro cibo veniva coltivato in epoca sovietica.

Nell’analizzare le origini della proprietà fondiaria, come ogni fenomeno economico, troviamo due approcci. Da un lato c’è uno scenario in cui la terra viene assegnata dalla comunità in cambio di obblighi di lavoro corvée e servizio militare. D’altra parte è uno scenario individualistico in cui la proprietà fondiaria ha origine da individui che agiscono spontaneamente da soli sgombrando la terra, facendone propria proprietà e producendo artigianato o altri prodotti (anche metallo da usare come denaro!) da scambiare tra loro.

Quest’ultima visione individualistica del possesso della terra è stata resa popolare da quando John Locke ha immaginato individui che si preparavano a ripulire la terra — apparentemente terra boscosa libera — con il proprio lavoro (e presumibilmente quello delle loro mogli). Quello sforzo ha stabilito la loro proprietà e la resa del raccolto. Alcune famiglie avrebbero più terra di altre, o perché erano più forti nello sgomberarla o perché avevano una famiglia più numerosa che le aiutasse. E c’era abbastanza terra perché tutti potessero sgombrare il terreno per piantare raccolti.

In quest’ottica non c’è bisogno del coinvolgimento di alcuna comunità, nemmeno per proteggersi dagli attacchi militari – o per l’aiuto reciproco in caso di inondazioni o altri problemi. E non c’è bisogno di coinvolgere il credito, sebbene nell’antichità questa fosse la leva principale che distorceva la distribuzione della terra trasferendone la proprietà a ricchi creditori.

Ad un certo punto della storia, a dire il vero, questa teoria vede i governi entrare nel quadro. Forse presero la forma di eserciti invasori, ed è così che gli antenati normanni dei proprietari terrieri ai tempi di John Locke acquisirono terra inglese. E come in Inghilterra, i governanti avrebbero costretto i proprietari terrieri a pagare parte dei loro raccolti in tasse e a prestare il servizio militare. In ogni caso, il ruolo del governo è stato riconosciuto solo come “interferenza” con il diritto del coltivatore di utilizzare il raccolto come meglio credeva, presumibilmente per scambiare le cose di cui aveva bisogno, fatte dalle famiglie nelle proprie officine.

Il mio gruppo di assiriologi, egittologi e archeologi sponsorizzato da Harvard ha trovato una genesi completamente diversa del possesso della terra. I diritti sulla terra sembrano essere stati assegnati in appezzamenti standardizzati in termini di resa del raccolto. Per fornire cibo a questi membri della comunità, le comunità del tardo neolitico e della prima età del bronzo dalla Mesopotamia all’Egitto assegnarono terreni alle famiglie in proporzione a ciò di cui avevano bisogno per vivere e quanto potevano consegnare alle autorità del palazzo.

Questa rendita fiscale versata ai collezionisti di palazzo era la rendita economica originaria. Il possesso della terra rientrava in un quid pro quo, con l’obbligo fiscale di fornire servizi di lavoro in determinati periodi dell’anno e di prestare servizio militare. Quindi è stata la tassazione a creare i diritti di proprietà fondiaria, non il contrario. La terra era di carattere sociale, non individualista. E il ruolo del governo era quello di coordinatore, organizzatore e pianificatore, non solo predatorio ed estrattivo.

Origini del denaro pubbliche e private

In che modo le prime società organizzavano lo scambio di raccolti con prodotti e, cosa più importante, per pafavano tasse e debiti? Era semplicemente un mondo spontaneo di individui “autotrasportatori e baratti”, come diceva Adam Smith? I prezzi senza dubbio sarebbero variati radicalmente poiché gli individui non avevano alcun riferimento di base al costo di produzione o al grado di bisogno. Cosa è successo quando alcuni individui sono diventati commercianti, prendendo ciò che hanno prodotto (o prodotti di altre persone in conto deposito) per realizzare un profitto. Se percorrevano grandi distanze, erano necessarie roulotte o navi e la protezione di grandi gruppi? Tali gruppi sarebbero stati protetti dalle loro comunità? Domanda e offerta hanno avuto un ruolo? E, cosa più importante, in che modo il denaro è emerso come denominatore comune per fissare i prezzi di ciò che veniva scambiato o pagato con le tasse e per saldare i debiti?

Un secolo dopo Adam Smith, l’economista austriaco Anton Menger sviluppò una fantasia su come e perché gli antichi avrebbero preferito mantenere i propri risparmi sotto forma di metalli, principalmente argento ma anche rame, bronzo o oro. Si diceva che il vantaggio del metallo fosse che non si deteriorava (a differenza del grano portato in tasca, per esempio). Si presumeva inoltre che fosse di qualità uniforme. Quindi pezzi di denaro metallico divennero gradualmente il mezzo con cui altri prodotti venivano misurati mentre venivano barattati in cambio in mercati in cui i governi non avevano alcun ruolo!

Il fatto che questa teoria austriaca sia stata insegnata ormai da quasi un secolo e mezzo è un’indicazione di come gli economisti creduloni siano disposti ad accettare una fantasia in contrasto con tutti i documenti storici provenienti da ogni parte della storia mondiale registrata. Per cominciare, l’argento e altri metalli non sono affatto di qualità uniforme. La contraffazione è antica, ma le teorie individualistiche ignorano il ruolo della frode e, quindi, la necessità che l’autorità pubblica la prevenga. Quel punto cieco è il motivo per cui il presidente della Federal Reserve statunitense Alan Greenspan era così impreparato ad affrontare la massiccia crisi delle banche dei mutui spazzatura che ha raggiunto il picco nel 2008. Ovunque sia coinvolto denaro, la frode è onnipresente.

Questo è ciò che accade nei mercati non regolamentati, come possiamo vedere dalle frodi bancarie di oggi, dall’evasione fiscale e dalla criminalità che paga molto, molto bene. Senza un governo forte che protegga la società dalla frode, dalle violazioni della legge, dall’uso della forza e dallo sfruttamento, le società si polarizzeranno e diventeranno più povere. Per ovvie ragioni, i beneficiari di queste prese cercano di indebolire il potere normativo e la capacità di prevenire tale grattazione.

Per evitare frodi monetarie, le monete d’argento e successivamente d’oro dalla Mesopotamia dell’età del bronzo fino alla Grecia classica e a Roma furono coniate nei templi per santificare la loro qualità standardizzata. Ecco perché la nostra parola per denaro viene dal tempio romano di Giunone Moneta, dove fu coniata la moneta di Roma. Migliaia di anni prima che fosse coniato il lingotto, veniva fornito in strisce di metallo, bracciali e altre forme coniate nelle aste, a proporzioni di lega standardizzate.

La purezza dei metalli non è l’unico problema con l’utilizzo di lingotti. Il problema immediato che avrebbe dovuto affrontare chiunque cambiasse prodotti con argento è come pesare e misurare ciò che veniva acquistato e venduto, e anche come pagare tasse e debiti. Da Babilonia alla Bibbia troviamo denunce contro i mercanti che usano pesi e misure false. Le tasse implicano un ruolo di governo e in tutte le società arcaiche erano i templi a vigilare sui pesi e sulle misure, nonché sulla purezza dei metalli. E la denominazione di pesi e misure ne indica l’origine nel settore pubblico: frazioni divise in 60esimi in Mesopotamia, e 12esimi a Roma.

Il commercio degli elementi essenziali di base aveva standardizzato i prezzi o i pagamenti consuetudinari ai palazzi o ai templi. Le tasse e i debiti erano i più importanti utilizzati per il denaro. Ciò riflette il fatto che il “denaro” sotto forma di merci designate era necessario principalmente per pagare le tasse o acquistare prodotti dai palazzi o dai templi e, alla fine della stagione del raccolto, per pagare i debiti per saldare tali acquisti.

Il mainstream economico neoliberista di oggi ha creato una favola sulla civiltà esistente senza alcun controllo normativo o ruolo produttivo per il governo e senza alcuna necessità di imporre tasse per fornire servizi sociali di base come l’edilizia pubblica o persino il servizio militare. Non è necessario prevenire le frodi, il sequestro violento di proprietà o la perdita dei diritti di proprietà fondiaria ai creditori a causa di debiti. Ma come notò Balzac, la maggior parte delle grandi fortune di famiglia sono state il risultato di qualche grande furto, perso nella notte dei tempi e legittimato nel corso dei secoli, come se fosse tutto naturale.

Questi punti ciechi sono necessari per difendere l’idea del “libero mercato” controllato dai ricchi, soprattutto dai creditori. Si dice che questo sia il migliore e il modo in cui la società dovrebbe essere gestita. Ecco perché la Nuova Guerra Fredda di oggi viene combattuta dai neoliberisti contro il socialismo, combattuta con violenza, escludendo lo studio della storia dal curriculum accademico di economia e quindi dalla coscienza del pubblico in generale. Come ha detto Rosa Luxemburg, la lotta è tra socialismo e barbarie.

Origini pubbliche e private del debito fruttifero

I tassi di interesse sono stati regolati e stabili per molti secoli e secoli. La chiave era la facilità di calcolo: 10°, 12° o 60°.

Gli scribi babilonesi furono addestrati a calcolare qualsiasi tasso di interesse come tempo di raddoppio. I debiti sono cresciuti esponenzialmente; ma agli studenti degli scribi veniva insegnato anche che le mandrie di bovini e altra produzione economica materiale si assottigliavano in una curva a S. Ecco perché l’interesse composto era proibito. Era anche il motivo per cui era necessario cancellare periodicamente i debiti.

Se i governanti non avessero cancellato i debiti, il decollo del mondo antico avrebbe subito prematuramente il tipo di declino e caduta che impoverì i cittadini di Roma e portò al declino e alla caduta della sua Repubblica, lasciando un sistema legale di leggi pro-creditore a plasmare la successiva civiltà occidentale .

Cosa rende la civiltà occidentale distintamente occidentale? È stata tutta una deviazione?

La civiltà non avrebbe potuto svilupparsi se un moderno Milton Friedman o un suo parente vincitore del Premio Nobel per l’Economia fossero tornati indietro nel tempo e avessero convinto Hammurabi o il faraone egiziano a lasciare che gli individui agissero da soli e che i ricchi creditori riducessero i debitori alla schiavitù — e poi a usare il loro lavoro come esercito per rovesciare i re e assumere il governo per se stessi, creando un’oligarchia in stile romano. Questo è ciò che le famiglie bizantine hanno cercato di fare nel IX e X secolo.

Se i ragazzi della “libera impresa” avessero fatto a modo loro non ci sarebbe stato il conio del tempio o la supervisione di pesi e misure. La terra apparterrebbe a chiunque potesse afferrarla, precluderla o conquistarla. L’interesse avrebbe permesso qualunque cosa a un ricco mercante di poter costringere a pagare un coltivatore bisognoso. Ma per gli economisti, tutto ciò che accade è una questione di “scelta”. Come se non ci fosse un’assoluta necessità: mangiare o pagare.

Un premio Nobel economico è stato assegnato a Douglass North per aver affermato che il progresso economico oggi e in effetti nel corso di tutta la storia si è basato sulla “sicurezza dei contratti” e sui diritti di proprietà. Con questo si intende la priorità dei creditori di precludere la proprietà dei debitori. Questi sono i diritti di proprietà per creare latifondi e ridurre le popolazioni alla schiavitù del debito.

Nessuna civiltà arcaica sarebbe sopravvissuta a lungo seguendo questo percorso. E Roma non è sopravvissuta istituendo quella che è diventata la caratteristica distintiva della civiltà occidentale: dare il controllo del governo e della sua regolamentazione a una ricca classe di creditori che monopolizza la terra e la proprietà.

Se una società antica lo avesse fatto, la vita economica si sarebbe impoverita. La maggior parte della popolazione sarebbe scappata. Altrimenti, l’élite della Thatcherite/Chicago School sarebbe stata rovesciata. Le famiglie benestanti che hanno sponsorizzato questa acquisizione sarebbero state esiliate, come accadde in molte città greche nel VII e VI secolo a.C. Oppure, popolazioni scontente se ne sarebbero andate e/o avrebbero minacciato di disertare davanti a truppe straniere promettendo di liberare i servi, cancellare i loro debiti e ridistribuire la terra, come accadde con le Secessioni della Plebe di Roma nel V e IV secolo a.C.

Quindi siamo riportati al punto di David Graeber secondo cui i grandi riformatori dell’Eurasia sono cresciuti nello stesso momento in cui le economie sono state monetizzate e sempre più privatizzate – un’epoca in cui le famiglie benestanti stavano aumentando la loro influenza sul modo in cui venivano gestite le città-stato. Non solo i grandi riformatori religiosi, ma anche i principali filosofi, poeti e drammaturghi greci hanno spiegato come la ricchezza crei dipendenza e porti a un’arroganza che li porta a cercare la ricchezza in modi che danneggiano gli altri.

Esaminando l’arco della storia antica, possiamo vedere che l’obiettivo principale dei governanti da Babilonia all’Asia meridionale e orientale era impedire l’emergere di un’oligarchia mercantile e creditoria e concentrare la proprietà della terra nelle proprie mani. Il loro piano aziendale implicito era quello di ridurre la popolazione in generale alla clientela, alla servitù per debiti e alla servitù della gleba.

Così è successo in Occidente, a Roma. E stiamo ancora vivendo nel dopo. In tutto l’Occidente oggi, il nostro sistema legale rimane a favore del creditore, non a favore della popolazione indebitata in generale. Questo è il motivo per cui i debiti personali, i debiti aziendali, i debiti pubblici e i debiti internazionali dei paesi del Sud del mondo sono aumentati fino a condizioni di crisi che minacciano di bloccare le economie in una prolungata deflazione e depressione del debito.

È stato per protestare contro questo che David ha contribuito a organizzare Occupy Wall Street. È ovvio che abbiamo a che fare non solo con un settore finanziario sempre più aggressivo, ma che ha creato una falsa storia, una falsa coscienza progettata per scoraggiare la rivolta affermando che non esiste alternativa (TINA).

Dove la civiltà occidentale ha sbagliato

Abbiamo due scenari diametralmente opposti che descrivono come sono nate le relazioni economiche più elementari. Da un lato, vediamo società del Vicino Oriente e dell’Asia organizzate per mantenere l’equilibrio sociale mantenendo i rapporti di debito e la ricchezza mercantile subordinati al benessere pubblico. Quell’obiettivo caratterizzava la società arcaica e le società non occidentali.

Ma la periferia occidentale, nell’Egeo e nel Mediterraneo, mancava della tradizione del Vicino Oriente della “regalità divina” e delle tradizioni religiose asiatiche. Questo vuoto ha consentito a una ricca oligarchia di creditori di prendere il potere e di concentrare la proprietà della terra e della proprietà nelle proprie mani. Ai fini delle pubbliche relazioni, ha affermato di essere una “democrazia” e ha denunciato qualsiasi regolamentazione protettiva del governo come, per definizione, “autocrazia”.

La tradizione occidentale manca infatti di una politica che subordini la ricchezza alla crescita economica complessiva. L’Occidente non ha forti controlli governativi per impedire che un’oligarchia dipendente dalla ricchezza emerga per trasformarsi in un’aristocrazia ereditaria. Trasformare debitori e clienti in una classe ereditaria, dipendente da ricchi creditori, è ciò che gli economisti di oggi chiamano “libero mercato”. È uno senza controlli e contrappesi pubblici contro la disuguaglianza, la frode o la privatizzazione del pubblico dominio.

Può sembrare sorprendente per qualche futuro storico che i leader politici e intellettuali del mondo di oggi abbiano fantasie neoliberiste così individualistiche che la società arcaica “dovrebbe” essersi sviluppata in questo modo — senza riconoscere che questo è il modo in cui la Repubblica oligarchica di Roma si è effettivamente sviluppata, portando al suo inevitabile declino e caduta.

Cancellazione dei debiti dell’età del bronzo e moderna dissonanza cognitiva

Quindi siamo ricondotti al motivo per cui sono stato invitato a parlare qui oggi. David Graeber ha scritto nel suo libro Debt che stava cercando di rendere popolare la documentazione del mio gruppo di Harvard secondo cui le cancellazioni di debiti esistevano davvero e non erano semplicemente esercizi utopici letterari. Il suo libro ha contribuito a rendere il debito un problema pubblico, così come i suoi sforzi nel movimento Occupy Wall Street.

L’amministrazione Obama ha appoggiato la polizia che ha demolito gli accampamenti di OWS e ha fatto tutto il possibile per distruggere la consapevolezza dei problemi di debito che affliggono gli Stati Uniti e le economie straniere. E non solo i media mainstream, ma anche l’ortodossia accademica hanno fatto il giro dei loro carri anche contro il pensiero che i debiti potessero essere cancellati e in effetti dovevano essere cancellati per evitare che le economie cadessero in depressione.

Quell’etica neoliberista pro-creditore è la radice della Nuova Guerra Fredda di oggi. Quando il presidente Biden descrive questo grande conflitto mondiale volto a isolare Cina, Russia, India, Iran e i loro partner commerciali eurasiatici, lo caratterizza come una lotta esistenziale tra “democrazia” e “autocrazia”.

Con “democrazia” intende l’oligarchia. E per “autocrazia” si intende qualsiasi governo abbastanza forte da impedire a un’oligarchia finanziaria di prendere il controllo del governo e della società e di imporre regole neoliberiste — con la forza. L’ideale è fare in modo che il resto del mondo assomigli alla Russia di Boris Eltsin, dove i neoliberisti americani hanno avuto mano libera nell’eliminare ogni proprietà pubblica di terra, diritti minerari e servizi pubblici di base.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/11/dalleconomia-spazzatura-a-una-falsa-visione-della-storia-dove-la-civilta-occidentale-ha-preso-una-svolta-sbagliata/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

Marx non l’aveva previsto

di Tonino D’Orazio

Non vogliono più lavorare. Nel mondo occidentale, milioni di persone lasciano il lavoro. L’offensiva neoliberista, la caduta di idealità e utilità collettiva, le lotte che non portano a nulla, anzi, lo sfruttamento evidente al limite dello schiavismo, la paura del futuro insicuro, continuamente suggerita e imposta, la guerra, la catastrofe ecologica e la pandemia hanno alimentato questa fuga massiccia. Il neoliberismo ha tirato troppo la corda, l’aver ridotto il lavoro a una anonima merce sfruttabile e tutt’altro che pregiata, aver portato a povertà proprio chi lavora, iniziano a dare risultati sorprendenti sugli individui.

Non è solo in Francia, spesso prototipo di storici capovolgimenti sociali, ma in tutto il mondo occidentale. La chiamata a disertare, lanciata il 10 maggio dagli studenti di AgroParisTech ha agito come un detonatore. Visto più di 12 milioni di volte, il loro video ha liberato la parola e ha rivelato un movimento fondamentale che sfida direttamente i modelli di successo sociale. È una crepa nell’ordine stabilito: la carriera non è più un sogno e nemmeno il “Rolex a cinquant’anni”. Ovunque, giovani e meno giovani mettono in discussione il lavoro, il suo scopo e il suo significato. Alcuni, addirittura, lo rifiutano, per inventare, altrove, una vita che loro considerano, povera ugualmente, ma più ricca e densa. Solo pochi mesi dopo la campana a morto dei confinamenti, che ha congelato interi settori delle attività economiche, produttive e mentali, una parte della popolazione è ancora riluttante a rientrare nei ranghi, a terminare gli studi, o a rientrare nelle fabbriche o nelle attività commerciali diventate così immediatamente obsolete e facilmente ingoianti i sacrifici del lavoro di una vita. Il virus ha ucciso la speranza, la scienza e l’informazione.

Ma, ancor più di questi dati, è la bolla mediatica a esplodere. “L’eco che possono aver avuto gli appelli alla diserzione la dice lunga sulle questioni che agitano la società, Oggi l’abbandono arriva a intaccare le professioni essenziali al funzionamento del modello capitalista. Mette a rischio la sostenibilità del sistema”. Non è una cosa nuova, anche se è il trionfo dell’individualismo? O è vecchia perché non c’è nulla di nuovo all’orizzonte? La riflessione suggerita è essenziale e la diserzione una delle strade da prendere, così come la disobbedienza passiva o anche la resistenza effettiva. La posta in gioco è alta, se non sono i reticenti a cambiare il sistema, è il sistema che ci schiaccerà tutti, sotto un tallone di ferro…

Negli Stati Uniti i sociologi hanno battezzato questo fenomeno “Great Resignation” o “Big Quit”: “the great dimission”. Nel 2021, oltre 38 milioni di americani “hanno lasciato” il lavoro. Il 40% non è ancora tornato al lavoro. Uno tsunami che colpisce tutte le età, tutte le professioni. E che inverte profondamente gli equilibri di potere tra dipendenti e aziende.

Ci stiamo dimettendo tutti, ci scusiamo per il disagio“, scrivono su un poster i dipendenti di un Burger King in Nebraska. “Per favore, siate pazienti con il personale che ha risposto, nessuno vuole più lavorare“, affermano i dipendenti di un McDonald’s in Texas. “Fanculo i dirigenti, fanculo questa azienda, fanculo questo lavoro… ho smesso, cazzo!” grida nell’altoparlante del suo negozio un impiegato Walmart in Texas.

L’America è in movimento e non è sola. In Inghilterra, gli anziani si stanno dimettendo in massa. 300.000 lavoratori tra i 50 ei 65 anni sono entrati nella categoria degli “inattivi economicamente”. Il loro desiderio principale, secondo il risultato di un ampio studio? Andare in pensione e fuggire definitivamente dal mondo professionale.

In Quebec la tensione è tale che i datori di lavoro non sono più restii ad assumere minori per far fronte alla carenza di lavoratori nei settori della logistica e dei servizi. Rimangono abbandonate 240.000 posizioni. In Spagna immaginano addirittura di portare migliaia di marocchini ed estendere i permessi di soggiorno degli stranieri per sopperire alla mancanza di manodopera nel settore turistico e agricolo.

Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Questa situazione risuona in Francia. Anche qui è iniziato l’esodo. Centinaia di migliaia di posti non vengono occupati, per mancanza di candidati, nel settore alberghiero o della ristorazione, mentre nelle Grandes Ecoles, tra l’alta borghesia, si prepara la secessione generazionale. Al di là dei fragorosi discorsi sulla stampa, (esempio da noi la carenza di camerieri) si sta diffondendo una rivolta più tranquilla. In ogni promozione, e anche dove meno te lo aspetti, nelle aziende di combustibili fossili o nell’alta pubblica amministrazione. Il dubbio si sta diffondendo. La crisi ecologica sta mandando in frantumi i sogni bucolici di una volta. Quanto vale una promozione di fronte al pericolo climatico? All’avvelenamento quotidiano cibo, aria, acqua, terra? Perché lottare per i posti quando l’intero sistema vacilla? Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Capisco che il lavoro è magari il fondamento della nostra Costituzione, ma per qualcuno, così violentata articolo per articolo, esiste ancora?

Secondo un recente sondaggio, pubblicato a maggio, più di un terzo degli intervistati (35%) afferma di non aver mai avuto tanta voglia di smettere come adesso. Una quota che sale al 42% tra gli under 35. Gli osservatori parlano di una “rivoluzione sociale” (magari societale) e di una “minaccia per l’economia francese”. In fondo alla classifica, spinge anche l’offensiva neoliberista. Di fronte al deterioramento delle condizioni di lavoro e ai bassi salari, molti dipendenti, disgustati, si defilano. In ospedale il fenomeno è particolarmente visibile. Le cadenze, le coercizioni e il mancato riconoscimento incoraggiano gli operatori sanitari e gli infermieri ad andarsene. 60.000 posti di lavoro non riescono ancora a trovare acquirenti.

La “pandemia” ha svolto un ruolo catalizzatore. Ha colpito gli spiriti e il capitalismo. Il confinamento ha fermato la macchina, “il cui freno di emergenza non è stato trovato”, (Dalla poesia “Monologo del virus”). Sospendendo, per un certo tempo, il funzionamento di cui eravamo tutti ostaggi, il virus ha rivelato l’aberrazione della “normalità”. Gli autori di un potente testo pubblicato a marzo 2020 ritengono che: “Quello che si apre davanti a te, non è uno spazio delimitato, è un divario immenso. Il virus ti rende pigro. […] Ti pone ai piedi della biforcazione che tacitamente strutturava la tua vita: l’economia o la vita. Tocca a te e la questione è storica”. Cosa ci importa davvero? Mentre il mondo cambia, abbiamo a disposizione scelte decisive. Risuonano come tante piccole voci interiori. È tempo di vivere la tua vita, di smettere di rinnegare te stesso, di uscire dalla dissonanza. “Bisogna trovare la forza per dire di no“, scriveva Albert Camus in L’homme révolté.

Non tornerò a lavorare per un capo, sessanta ore a settimana per una miseria”. “Non voglio più partecipare a questa mascherata”. “Non voglio più mettere la mia forza lavoro al servizio di lavori distruttivi”. Riecheggiano i motti dei Situazionisti del maggio ’68 francese, come quello storico scritto su tanti muri: ”Non lavorate mai!”. È ancora difficile misurare il prossimo terremoto sociale che si avvicina.(Landini dixit, pensando all’autunno italiano, mentre altri paesi hanno già cominciato). Ma c’è un profumo da Anno Zero nell’aria, emblematico della protesta libertaria degli anni ’70, con lo slogan eloquente: “Fermiamo tutto, pensiamo e non è triste.”

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

ECUADOR. UNA RICOSTRUZIONE ANTROPOLOGICA DELLO SCIOPERO NAZIONALE DEL GIUGNO 2022

di Mattia Sandrini

Quito 02.07.22

Dopo 18 giorni di resistenza, termina in Ecuador uno sciopero nazionale organizzato dal movimento indigeno contro le politiche estrattiviste e le privatizzazioni dell’attuale governo in carica da un anno. Alle mobilitazioni hanno partecipato soprattutto abitanti delle zone rurali e periferiche del Paese, le più segnate da povertà e diseguaglianze socio-ambientali. Ad aggravare le già difficili condizioni di vita della maggioranza del popolo ecuadoriano sono state la violenta repressione delle forze dell’ordine e il complicato dialogo col governo. La mobilitazione popolare, o “paro nacional”, era stata convocata a tempo indeterminato dalla CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador) il 13 giugno 2022, dopo mesi di inconcludenti dialoghi e negoziati col governo di destra del presidente Guillermo Lasso, banchiere e politico.

Unico obiettivo della CONAIE, e delle decine di organizzazioni nazionali a sostegno dei diritti dei lavoratori e delle nazionalità indigene, era la presa in carico da parte del governo di dieci punti fondamentali. Tra questi la riduzione dei prezzi del combustibile, la regolamentazione dei costi del settore agricolo e dei beni di prima necessità, la deroga dei decreti 95 e 151 che promuovono l’aumento dell’estrazione petrolifera e mineraria nei territori indigeni (nei quali risiede l’80% dei giacimenti nazionali), il rispetto dei ventuno diritti collettivi sanciti dalla Costituzione, uno stop alla privatizzazione di settori strategici come quello della salute e dell’educazione e, infine, misure di sicurezza che possano realmente contrastare i fenomeni di sicariato, delinquenza e narcotraffico che affettano il Paesei. I risultati di 18 giorni di scioperi e proteste, ratificati dall’accordo di pace firmato in data 30/06 tra governo nazionale, CONAIE e altre associazioni, consistono nella riduzione di 0,15 USD di Diésel, Extra ed Ecopaìs, nella deroga del decreto 95 assieme a una maggiore tutela giuridico-ambientale dei territori indigeni, nella dichiarazione di emergenza sanitaria col decreto 454 e nella prevenzione di speculazione sui prezzi dei prodotti di prima necessità col decreto 452ii. Il governo ha 90 giorni per concretizzare tali impegni e continuare il dialogo col movimento indigeno, pena, assicura la CONAIE, una ripresa dello sciopero.

Per comprendere le ragioni che stanno dietro ad uno sciopero nazionale tanto partecipato e protratto nel tempo bisogna tenere a mente alcuni dati dell’INEC (Istituto Nazionale Statistica e Censo dell’Ecuador) riportati dai manifesti appesi in queste settimane per le strade di Quito. In Ecuador “il 32% della popolazione (quasi 5 milioni di persone) vive con meno di 2,80 dollari al giorno”iii. “Il 27% dei bambini minori di due anni soffre di denutrizione cronica”iv. “Tre famiglie su dieci non arrivano a coprire la canasta basica”, ovvero la spesa minima per viverev. Se in Ecuador il salario minimo corrisponde a 425 USD circa, infatti, la canasta basica ammonta a 729 USD. Rispetto all’attuale condizione del Paese,

il governo nega ogni responsabilità. Un fatto ben noto a molti ecuadoriani ed ecuadoriane è che, appena eletto, “il presidente non sapeva quanto costasse un litro di latte”vi. Non sapere quanto costino i beni di prima necessità è un privilegio che spesso si dà per scontato. Lasso, informano i manifesti, “appartiene allo 0,1% più ricco della popolazione mondiale, con un capitale di 39,9 milioni di dollari, mentre la povertà nelle aree rurali dell’Ecuador raggiunge il 42,4%”vii.

Se all’inizio del mandato Lasso godeva di un consenso del 75%, ora l’opposizione popolare nei suoi confronti si aggira attorno all’85%. Giusto il 28/06 l’Assemblea Nazionale ecuadoriana aveva votato la sua destituzione per inadempimento del mandato, grave crisi politica e commozione interna, mancando tuttavia di 12 voti la quota necessaria per attuarlaviii. Questo strumento legale, applicabile solo a un anno dall’inizio del mandato, è garantito dagli articoli 111, 130, 148 della Costituzioneix. Non è un caso dunque che lo sciopero sia stato convocato le scorse settimane e che raccogliesse i malcontenti di una grande fetta del popolo ecuadoriano. Nell’ultimo anno il presidente ha dato la priorità a finanziare grandi imprese e banche in linea agli accordi stipulati con l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), a discapito di politiche pubbliche e socialix. Nel primo trimestre 2022 si è registrato il minore investimento pubblico nella storia della Repubblica dell’Ecuador, pari all’82% in meno rispetto al primo trimestre 2021xi. Sono però le classi sociali meno abbienti ad essere le più colpite dalle misure neoliberiste e dall’aumento dei prezzi nel contesto del Covid-19 e del conflitto russo-ucraino.

Le difficoltà che sta attraversando il Paese tuttavia non sono solo di carattere economico. Quella ecuadoriana è una crisi strutturale che coinvolge anche la sanità, l’educazione, la sicurezza sociale e la giustizia ambientale. Nonostante la sanità in Ecuador non sia gratuita (prevede infatti una tassazione mensile), gli ospedali mancano di farmaci e strutture adattexii. Questo costringe gli ecuadoriani a rivolgersi ad enti e istituti privati, ma solo nel caso in cui possano permetterselo. L’istruzione, specie nelle aree rurali del Paese, è generalmente poco accessibile o di scarsa qualità rispetto agli standard internazionalixiii. Con la pandemia, in particolare, milioni di studenti si sono ritrovati sprovvisti di strumenti idonei alla didattica a distanza. Sulla criminalità, quasi ogni giorno i telegiornali riportano episodi di sicariato e delinquenza legati al narcotraffico o alla crisi carcerariaxiv. A tutto ciò fa da sfondo il razzismo culturale, interiorizzato e di tradizione secolare nei confronti di popolazioni indigene e afrodiscendenti, in un Paese dichiarato “plurinazionale” dalla Costituzione del 2008. Il tema ambientale dell’estrattivismo e della deforestazione, infine, è tutt’altro che secondario in una delle nazioni col più alto tasso di biodiversità del pianeta. Sono le popolazioni indigene a tutelare e difendere gli ecosistemi ecuadoriani, tanto nelle regioni andine quanto in quelle amazzoniche. L’articolo 71 della Costituzione afferma: “La natura, o Pachamama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sue funzioni e dei suoi processi evolutivi. Ogni persona, comunità, popolo o nazionalità potrà pretendere dall’autorità pubblica l’osservanza dei diritti della natura”. Nonostante ciò il modello estrattivista e neoliberista promosso dal governo procede nella direzione opposta, generando attivamente ingiustizie socio-ambientali e finanziando direttamente il cambiamento climatico. Un modello di sviluppo e civilizzazione tutto incentrato sul capitale a discapito di salute, diritti e biodiversità non può garantire nel lungo termine un futuro alle generazioni che verranno. Questo è quanto denuncia la mobilitazione indigena con il motto “La radice è corrotta”.

In queste settimane il paro ha preso la forma di blocchi stradali in tutte le provincie del Paese, paralizzando trasporti umani e agricoli tanto nelle aree rurali quanto in quelle urbane. Questo ha comportato la carenza di alcuni prodotti negli scaffali di botteghe e supermercati e un generale aumento dei prezzi. Contestualmente, il paro ha assunto anche la forma di scioperi coordinati da parte di commercianti, tassisti, contadini, pescatori, studenti, professori, personale pubblico, nazionalità afrodiscendenti e indigene. Alle proteste hanno partecipato famiglie, bambini, giovani, donne incinte e anziani.

Nonostante ciò le forze dell’ordine, attraverso l’“uso progressivo della forza”, hanno disperso e represso i manifestanti con manganelli, bombe a gas lacrimogeno e, a partire dal 24/06, armi letalixv. Numerosi sono i filmati di corpi feriti, mutilati o uccisi che testimoniano una violenza da parte della polizia nazionale ingiustificata e illegittima. Si contano centinaia tra detenuti, torturati, minacciati e dispersi. Attualmente l’Alleanza per i diritti umani parla di 104 eventi di brutalità statale e 68 violazioni di diritti umani nei confronti di cittadini e cittadine incapaci di difendersi né di confrontarsi con i politici e con la leggexvi. In data 24/06 il presidente aveva esplicitamente dichiarato: “Se in questa battaglia per la sicurezza ci sono dei caduti, che siano della fazione opposta e non della nostra”xvii. Ci si chiede quanto sia accettabile, ancor prima che legittimo, che un presidente democraticamente eletto rilasci tali dichiarazioni e intimi questo tipo di violenza.

Ciò che più ha indignato il popolo ecuadoriano però è stata la macchina di criminalizzazione della lotta messa in moto dal governo Lasso, laddove la maggioranza dei manifestanti si è espressa con il diritto, con l’arte, con la musica, con la presenza. Centinaia di famiglie indigene hanno lasciato le proprie comunità in canoa e furgoni o camminando per giorni in direzione di Quito, “armate” di bandiere e abiti tradizionali per chiedere una vita più degna per tutti e tutte. Quito però le ha accolte con razzismo e repressione, come se la città non appartenesse anche a loro e come se loro non la meritassero.

In Ecuador la protesta è un diritto costituzionale sancito dall’articolo 66.13, il quale riconosce il “diritto ad associarsi, riunirsi e manifestare in forma libera e volontaria” e dall’articolo 98, secondo cui “individui e collettività potranno esercitare il diritto alla resistenza davanti ad azioni o omissione del potere pubblico […] che vulnerano o possano vulnerare i loro diritti costituzionali”. Dal giorno uno dello sciopero, i media nazionali e il governo ecuadoriano non solo non hanno riconosciuto la legittimità della protesta sociale e delle dieci richieste, ma anche hanno attivamente generalizzato e criminalizzato una lotta per la giustizia socio-ambientale in realtà complessa, vasta ed eterogenea.

Questo processo di delegittimazione è passato attraverso molteplici canali, azioni e soggettività. Nel secondo giorno di sciopero (14/06) il leader indigeno e presidente della CONAIE Leonidas Iza è stato arrestato e detenuto illegalmente dalle forze dell’ordine per circa 24 orexviii. Nel sesto giorno di sciopero (18/06), con il decreto 455, Lasso ha proclamato in alcune provincie del Paese lo “stato d’eccezione” col quale sospendeva il diritto alla inviolabilità di domicilio, alla libera comunicazione e alla libera associazione rendendo la mobilitazione, di fatto, illegalexix. Nel settimo giorno di sciopero (19/06) la polizia di Quito ha occupato e militarizzato la Casa delle Culture dell’Ecuador (CCE), area di pace per i manifestanti arrivati da tutto il Paese, col pretesto di ricercare possibili armi trovando tuttavia solo libri e artexx. L’ultima volta che la CCE aveva subito un intervento della polizia era stata durante la dittatura nel 1963. La sera dell’ottavo giorno di sciopero (21/06), sempre la polizia nazionale, ha lanciato bombe lacrimogene all’interno dell’Università centrale di Quito, centro di accoglienza umanitario dove si stavano rifugiando centinaia di manifestanti, tra cui bambini, donne e anzianixxi. Contestualmente si sono registrati i primi decessi tra i manifestanti, tutti in circostanze da provare di fronte alla legge. I loro corpi esanimi (ufficialmente sei) tutt’ora sono terreno di negoziazione e polarizzazione dell’opinione pubblica tra coloro che sostengono o che negano la colpevolezza delle forze dell’ordine. L’Alleanza internazionale per i diritti umani, comunque, fin dal primo giorno ha denunciato questi atti impuniti chiedendo al governo un cessate il fuoco immediato.

La colpevolizzazione e criminalizzazione dei manifestanti, oltre che per i fatti, è passata soprattutto attraverso le parole. In primo luogo quelle del presidente Lasso che, nei suoi discorsi alla Nazione, ha parlato di manifestanti violenti e infiltrati, vandali e criminali intenzionati a disturbare l’ordine pubblico e ad attentare alla pace e alla democrazia del Paese. Ha parlato però anche di comunità indigene “attirate a Quito con l’inganno” da un leader, Leonidas Iza, che farebbe solo “il proprio interesse personale”xxii. Fino all’ultimo giorno di sciopero il governo non si è dimostrato in grado di accogliere le richieste della CONAIE perché incapace di ascoltare e di comprendere i fenomeni di povertà, fame e diseguaglianze iscritti nei corpi e nelle vite del popolo ecuadoriano.

Oltretutto, in un contesto tanto complesso dove rivendicazioni, bisogni sociali e interessi differenti si incontrano e scontrano, generalizzare significa discriminare e stigmatizzare. Uno sciopero nazionale non è altro che il risultato di un lungo processo di diseguaglianze, malcontenti e ingiustizie socio-ambientali. Non si dà dal giorno alla notte. Lasso ha personificato un nemico quando nelle strade e nelle piazze dell’Ecuador ci sono migliaia di persone con nomi differenti che chiedono una vita degna, perché i diritti sociali, ambientali e culturali sanciti dalla Costituzione non rimangano sulla carta. Sono le parole a definire la verità, legittimandola o delegittimandola. Anche i muri di Quito sono testimoni di questa battaglia di attribuzione, c9on scritte in antitesi tra loro come “Conaie terrorista” e “Fuori Lasso”, “Quito non si distrugge” e “Viva il paro”. Quella dei manifestanti però è una lotta di fatti e non di opinioni.

In questo contesto polarizzato ciò che è risultato più urgente è stato un dialogo che realmente rispondesse ai bisogni sociali della cittadinanza.

Paradossalmente gli scontri e le opposizioni erano scaturiti dall’assenza di dialogo e allo stesso tempo orientati a costruirlo. Nelle prime due settimane di sciopero nazionale, il governo ecuadoriano si era dichiarato aperto all’incontro. In data 28/06 si è tenuto il primo colloquio formale tra esponenti del governo e del movimento indigeno, senza però altri appuntamenti futuri. Terminato l’incontro, infatti, il presidente Lasso aveva affermato: “non torneremo a sederci per dialogare con Leonidas Iza che difende solo il suo interesse politico e non quello delle sue basi, […] che gioca con la salute e la vita degli ecuadoriani”xxiii. Con questo avviso il dichiarato governo dell’incontro e della pace di Lasso non solo rifiutava di confrontarsi col nemico che esso stesso aveva creato, ma con l’intero movimento indigeno e la popolazione in resistenza. Un’incomunicabilità strutturale, quella tra le due parti, nella misura in cui un qualsiasi leader, nell’orizzonte culturale indigeno, non è concepibile in termini individuali. Un leader è rappresentante e voce della collettività e non una figura singola politicamente autonoma. Piuttosto egli attivamente partecipa di processi decisionali condivisi e decentralizzati. Il caso ecuadoriano rivela in questo la sua peculiarità. A scontrarsi infatti non solo sono le rivendicazioni delle parti, ma anche due ordinamenti giuridico-politici difficilmente conciliabili: da un lato la democrazia rappresentativa dello Stato ecuadoriano che reprime il dissenso con la violenza; dall’altro la democrazia partecipativa delle popolazioni indigene orientata al bene comune (anche chiamato “buen vivir”) e al rispetto dei cicli di rigenerazione della Terra. In altre parole le parti faticano a dialogare perché ragionano entro differenti sistemi di pensiero e linguaggio.

Per il momento il paro è terminato. Le popolazioni indigene festeggiano e tornano alle loro comunità, le strade sono nuovamente aperte e gli studenti tornano a scuola. Gli accordi di pace firmati tra le organizzazioni sociali e il governo di Lasso sembrano suggerire un’apertura alle ragioni altrui e la volontà politica di operare un cambiamento nelle condizioni materiali ed esistenziali del popolo ecuadoriano. La lotta tuttavia continua, così come il lavoro dei movimenti per la giustizia socio-ambientale nel garantire, sempre, l’esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione.

FONTE: https://www.pressenza.com/it/author/redazione-italia/

i https://conaie.org/2022/06/20/demandas-de-la-movilizacion-nacional-popular-y-plurinacional/.

ii https://www.primicias.ec/primicias-tv/politica/acuerdos-pusieron-fin-paro-nacional-ecuador/.

iii https://www.primicias.ec/noticias/economia/ecuatorianos-poblacion-condicion-vida-pobreza-estadistica/.

ivhttps://www.unicef.org/ecuador/desnutrici%C3%B3n#:~:text=En%20Ecuador%2C%2027%25%20de%20ni%C3%B1os,mayores%20%C3%ADndices%20despu%C3%A9s%20de%20Guatemala.

v https://www.opendemocracy.net/es/ecuador-paro-dialogo/.

vi https://www.youtube.com/watch?v=HBn9aDxALME.

vii https://wambra.ec/lasso-presidente-del-01-por-ciento/.

viii https://www.dw.com/es/congreso-de-ecuador-niega-pedido-de-destituci%C3%B3n-de-guillermo-lasso/a-62297038.

ix https://www.oas.org/juridico/pdfs/mesicic4_ecu_const.pdf.

x https://rebelion.org/lasso-y-el-fmi-cronica-de-una-muerte-anunciada/.

xi https://www.pichinchacomunicaciones.com.ec/inversion-publica-ecuador-gasto-en-primer-trimestre-apenas-llega-al-37-de-lo-presupuestado-para-el-2022/.

xii https://www.eluniverso.com/opinion/cartas-al-director/salud-en-ecuador-nota/.

xiii https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-61926354.

xiv https://www.swissinfo.ch/spa/ecuador-tortura_ai-incluye-la-crisis-carcelaria-de-ecuador-en-su-dossier-de-torturas-de-2021/47701794.

xv https://www.eluniverso.com/noticias/politica/recurrir-al-uso-progresivo-de-la-fuerza-para-establecer-el-orden-es-un-mecanismo-legitimo-senalan-expertos-nota/.

xvi https://surkuna.org/wp-content/uploads/2022/06/INFORME-PRELIMINAR-VIOLACIO%CC%81N-DE-DDHH-EN-ECUADOR-EN-EL-MARCO-DEL-PARO-NACIONAL-2022.pdf.

xvii https://www.facebook.com/watch/?v=686990169070283.

xviii https://www.primicias.ec/noticias/lo-ultimo/policia-detuvo-leonidas-iza-paro-nacional/.

xix https://www.primicias.ec/noticias/politica/presidente-medidas-paro-nacional-conaie/.

xx https://www.telesurtv.net/news/ecuador-policia-nacional-toma-casa-cultura-quito-20220619-0035.html.

xxi https://www.eluniverso.com/noticias/politica/paro-nacional-policia-disparo-gas-lacrimogeno-a-la-universidad-central-nota/.

xxii https://gk.city/2022/06/24/lasso-discurso-pide-manifestantes-regresar-comunidades-iza-perdio-control-infiltrados/.

xxiii https://www.ecuadorenvivo.com/index.php/politica/item/145206-presidente-lasso-se-pronuncia-sobre-dialogos-con-la-conaie.

Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

Svolta storica in Colombia, vince la sinistra di Petro

di Geraldina Colotti

Gustavo Petro è il nuovo presidente della Colombia, per il periodo 2022-2026. Il candidato della coalizione Pacto Historico è stato votato da 11.281.013 di persone, totalizzando il 50,44% delle preferenze, contro i 10.580.412 dello sfidante, Rodolfo Hernandez, che ha corso per l’alleanza Liga de Gobernantes Anticorrupción, ottenendo il 47,31%. Entrambi i candidati hanno notevolmente aumentato il numero dei voti, considerando che, al primo turno, Petro aveva vinto con 8.526.352 di voti (più del 40%), mentre per Hernández avevano votato 5.952.748 (poco più del 28%). Molti dei 15 milioni di astenuti, che erano rimasti lontani dalle urne il 29 maggio, sono andati a votare, facendo registrare una partecipazione del 58,09%, l’astensione più bassa da vent’anni a questa parte per le prime elezioni realizzate dopo la pandemia.

Un risultato su cui le destre, al di là delle “congratulazioni” dell’ex presidente Ivan Duque e delle dichiarazioni di Hernández, che ha riconosciuto la sconfitta, si apprestano a speculare. Contano sulla loro capacità di incidere, attraverso i meccanismi giudiziari, sulla realtà politica, infangando, perseguendo e mettendo fuori gioco gli avversari. Un meccanismo smascherato dallo scoppio delle proteste del 2001, precedute da altre minori, nel 2019 e nel 2020. Il governo Duque, che aveva cercato di imporre una riforma fiscale a scapito dei settori popolari già ampiamente colpiti dalla crisi e dalla pandemia, ha dovuto far fronte a mesi di sciopero generale, contro cui ha

ha scatenato una repressione senza precedenti. La polizia ha torturato, violentato e compiuto esecuzioni extragiudiziarie. Almeno 87 persone sono state uccise, vi sono stati centinaia di feriti, molti dei quali con danni permanenti alla vista, come accadde durante la repressione in Cile. Durante il suo primo comizio da presidente, Petro ha chiesto al procuratore generale Francisco Barbosa di liberare i giovani della “prima linea”, arrestati durante le proteste, e che vengano restituiti all’attività pubblica i sindaci destituiti per le proteste.

Barbosa si è subito trincerato dietro la separazione dei poteri e ha replicato che “se il presidente eletto vuole la liberazione di chi ha commesso delitti, deve chiedere il favore al Congresso affinché cambi la legge, non al procuratore generale”. Un riferimento chiaro alla battaglia istituzionale che si annuncia per impedire alcune delle riforme proposte da Petro in campagna elettorale.

Mentre al Senato il Pacto Historico ha ottenuto la maggioranza alle elezioni politiche del 13 marzo, al Congresso è la seconda forza rappresentata, ma non ha i numeri necessari per far passare agevolmente una legge. Dovrà, quindi, cercare alleanze nel campo moderato su temi puntuali, sapendo che l’uribismo, per quanto in crisi, non ha alcuna intenzione di mollare l’osso, e che anzi cercherà di ricompattare i ranghi usando alcune zone geografiche di confine e alcuni suoi bastioni istituzionali, in vista delle elezioni dei sindaci e dei governatori dell’ottobre 2023. Il calcolo definitivo dei parlamentari eletti il 19 si avrà solo a metà luglio.

Nel secondo paese dell’America latina con il maggior indice di disuguaglianza dopo il Brasile, che conta oltre 21 milioni di poveri e 7,4 milioni che vivono in povertà estrema, il piano di governo di Petro implica riforme economiche che riguardano le pensioni e la sanità, dove si prevede di ridurre il margine di manovra delle imprese private incaricate di erogare prestazioni mediche. La figura della vicepresidenta, Francia Marquez, premio Nobel per l’ambiente e femminista afro-colombiana, votata soprattutto dai giovani, dalle donne, da lavoratori poveri e dai senza-diritto, rappresenta le aspettative degli esclusi e delle escluse: lavoratrici domestiche, gli spazzini, i contadini poveri, quelli che non hanno mai avuto incarichi politici, e che hanno dato voce alle proteste popolari denunciando il volto feroce di una società razzista e classista.

Da politico navigato che non si caratterizza per posizioni radicali, Petro ha promesso di impegnarsi per costruire un “miglior capitalismo”, promettendo però di voler passare da un modello estrattivista, ossia dipendente dal petrolio e dell’estrazione mineraria (il settore petrolifero contribuisce al Pil per il 7,1%), a uno produttivo, basato sulla produzione agro-pecuaria. Considerando che la Colombia vanta il triste primato dei conflitti ambientali nel continente, è facile comprendere che per passare dalle parole ai fatti, anche per portare avanti un programma di riforme conseguenti, Petro dovrà scegliere però da che parte stare nello scontro fra le popolazioni, soprattutto indigene, e le grandi multinazionali. Sono già 47 i massacri avvenuti in Colombia dall’inizio dell’anno, durante il quale sono stati uccisi oltre 76 leader sociali e 21 ex-guerriglieri. Molti dei paramilitari, impiegati in precedenza nella guerra sporca contro la guerriglia e contro l’opposizione sociale si sono riconvertiti in esercito privato della sicurezza delle grandi imprese multinazionali.

Francia Marquez ha promesso di dar voce alle zone più povere delle campagne, che scontano l’assenza di una riforma agraria in un paese che, principalmente per questo, ha visto il sorgere di due guerriglie lungo oltre mezzo secolo (le Farc-Ep e l’Eln). Una delle principali rivendicazioni del processo di pace che Duque si è dedicato a demolire, e che Petro ha promesso di portare avanti, contando anche sui seggi degli ex guerriglieri passati alla vita politica.

Un compito non facile, considerando i grandi interessi che intrecciano il potere dell’oligarchia locale con quelli degli Stati Uniti, che perpetuano la logica del Plan Colombia intrecciando l’economia di guerra con quella del controllo del territorio. In Colombia, l’unico socio della Nato in America Latina, risiede il maggior numero di basi militari Usa della regione, supportate da un sistema militare di antico fervore anticomunista, che data almeno della guerra di Corea. Nel 1950, la Colombia fu l’unico paese latinoamericano che mandò le sue truppe agli ordini degli Usa contro i comunisti coreani.

Nel secondo paese del continente per numero di militari dopo il Brasile e il primo in relazione alla quantità di abitanti, non si contano le denunce per le violazioni compiute dai militari, presentate dalle organizzazioni per i diritti umani. Eppure, la fitta rete di propaganda che circonda la “famiglia militare”, che si considera nemica di Petro, indica la pervasività di questa cultura in vari settori della società colombiana. Tanto che, in base a un’inchiesta del 2021, la Forza Armata risultava essere l’istituzione considerata più prestigiosa dal 26,8% della popolazione. All’ultimo posto, figuravano i partiti e i movimenti politici, con solo un 8,5% di gradimento.

Le ripetute aggressioni al Venezuela bolivariano hanno potuto contare sulla posizione strategica delle basi militari, visibili o occulte, fornite di potenti strumenti satellitari e di controllo, i cui terminali agiscono anche dall’ambasciata nordamericana, e che sono stati impiegati in modo massiccio per perseguire le proteste popolari. La space-economy è un settore importante dell’economia di guerra, e la Colombia è anche in questo campo un satellite importante degli Stati Uniti.

Intanto, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, Juan Carlos Pinzón, ha detto che lascerà il paese il giorno prima dell’assunzione d’incarico di Petro, il 7 agosto. Per quella data, Duque ha organizzato un grande concerto di addio, durante il quale darà libero accesso ai “migranti venezuelani”, per i quali ha ricevuto dai suoi padrini nordamericani e europei finanziamenti miliardari di cui non hanno mai visto un centesimo, dando però in cambio il proprio voto all’uribismo che glielo aveva concesso a tempo di record.

Si spera che, oltre all’ambasciatore Usa facciano fagotto anche i rappresentanti dell’autoproclamato “presidente a interim” del Venezuela, Juan Guaidó, ai quali Duque ha “regalato” l’impresa petrolchimica Monómeros, sottratta al Venezuela per conto degli Usa. Sia il presidente venezuelano Nicolas Maduro che il vicepresidente del Psuv, Diosdado Cabello, hanno felicitato l’arrivo di Petro e Marquez al governo della Colombia, unendo la propria voce a quella degli altri presidenti progressisti dell’America Latina e a quella del presidente dell’Alba, Sacha Llorenti.

Durante la campagna elettorale, per impulso dei settori più radicali che compongono la sua coalizione, Petro, nonostante precedenti dichiarazioni infelici contro il governo Maduro, ha promesso di riallacciare le relazioni con il Venezuela. E nel suo primo comizio ha nuovamente accennato all’integrazione latinoamericana, parlando di “un cambiamento senza odio, né vendetta”, basato sul un “dialogo regionale”. Un altro punto su cui il ricatto dei poteri forti si è già fatto sentire, amplificato dai media internazionali e dalle piattaforme uribiste che intossicano le reti sociali.

FONTE: https://www.bricspsuv.com/2022/06/20/svolta-storica-in-colombia-vince-la-sinistra-di-petro/

100 milioni di libri al macero

di Tonino D’Orazio

 In un’intervista di Oleksandra Koval, Direttrice dell’Istituto del Libro Ucraino, a Interfax- Ucraina, si legge:

“[…] per studiare letteratura straniera, e la letteratura russa è proprio questo, è necessario un certo equilibrio. Ora siamo convinti che la letteratura britannica, francese e tedesca, la letteratura degli Stati Uniti e delle nazioni dell’Est, abbia dato al mondo molti più capolavori della letteratura russa”.

L’evocazione di tale aspetto quantitativo rappresenta bene il personaggio Koval e la sua russofobia. Sotto l’aspetto qualitativo non va meglio. Per esempio Puškin e Dostoevskij «hanno gettato le basi della “misura russa” e il messianismo», dunque è questo il motivo per ritenere che i classici della letteratura russa siano “in realtà una letteratura molto dannosa, che può davvero influenzare le opinioni delle persone. Pertanto, è mia personale opinione che questi libri debbano essere rimossi anche dalle biblioteche pubbliche e scolastiche”.

Prosegue cosi: Penso che verranno scritte molte riflessioni e ricerche scientifiche su come i classici russi abbiano influenzato la mentalità dei russi e su come abbiano indirettamente portato a una posizione cosi aggressiva e ai tentativi di disumanizzare qualsiasi altro popolo del mondo, inclusa l’Ucraina”.

La Koval sostiene che le biblioteche scientifiche potrebbero conservare “letteratura scientifica specializzata i cui autori potrebbero avere opinioni anti-ucraine” per il momento, “ma solo se il libro scientifico in questione non ha connotazioni ideologiche”. Dunque autori come Karl Marx, Rosa Luxemburg o Bertolt Brecht, pur tedeschi, verranno rimossi dalle biblioteche ucraine. E poi chissà quali e quanti altri.

Questo il programma della Koval: “stimo che ora potrebbero esserci più di 100 milioni di copie del patrimonio di biblioteche pubbliche che necessitano di sequestro”. Si tratta della rimozione/distruzione di metà del patrimonio bibliotecario ucraino.

Ovviamente non poteva mancare la giustificazione anche in chiave economica riguardo un simile provvedimento di rimozione e censura: “A mio avviso, l’ostacolo principale nel processo di rimozione della letteratura che può essere rapidamente eliminata non è la difesa degli interessi di Tolstoj, ma semplici, mercantili, ma allo stesso tempo chiari interessi dei bibliotecari. Il fatto è che a seconda del numero di fondi, alla biblioteca viene assegnata una determinata categoria. Di conseguenza, gli stipendi di tutti i dipendenti dipendono dalla categoria della biblioteca”.

Il ministro della Cultura e della politica dell’informazione ucraino, Oleksandr Tkachenko, ha dichiarato “che i libri di propaganda russa confiscati dai fondi della biblioteca ucraina possono essere usati come carta straccia”.

Prosegue anche la campagna di “decolonizzazione” cambiando i nomi delle strade e delle fermate della metropolitana. Per esempio, riportava il NYT il 7 giugno, Lev Tolstoj sarà cancellato da una fermata della metropolitana di Kiev. Tale campagna ha assunto un carattere sia velenoso che assurdo, se si considera che il confine tra cosa e chi è ucraino o russo è spesso sfocato. Pyotr Tchaikovsky, che ha ridefinito la musica classica occidentale, aveva radici ucraine, e così come molti altri artisti e scrittori, come Nikolai Gogol, Mikhail Bulgakov, Anna Akhmatova, oppure il poeta sovietico Mayakovsky, nato da madre ucraina.

Indipendentemente dal fatto che i nazionalisti ucraini siano direttamente influenzati dall’ideologia nazista, e non pochi di loro lo sono, questo “rogo” del libro rivela la loro visione fanatica, autoritaria e sciovinista. La destra europea non vede l’ora di accoglierli nell’Unione Europea. Che cosa ne pensino gli altrimenti loquaci intellettuali occidentali non è dato sapere. Non fanno ancora nemmeno finta. Ne vedremo delle belle, signori democratici del cazzo. I libri non si toccano. Non mi scuso, è per i miei ambigui amici “liberal-democratici” che non riescono a vedere che da qualche parte, sempre in terra d’Europa, “si sta ricominciando daccapo”.

L’UE dopo l’Ucraina

di Wolfgang Streeck

CE7YG8 Cracking EU flag – concept representing euro default / debt / break up of the European Union

La guerra è padre di tutti e re di tutti.

Supponendo che la storia dell’Unione Europea inizi con la Comunità Economica Europea (CEE), costituita nel 1958, essa è durata ormai quasi due terzi di secolo. È iniziata come un’alleanza di sei paesi che amministrava congiuntamente due settori chiave dell’economia del dopoguerra, il carbone e l’acciaio, rendendo superfluo per la Francia ripetere l’occupazione della valle della Ruhr, che aveva contribuito all’ascesa del revanscismo tedesco dopo la prima guerra mondiale Sulla scia della guerra industriale della fine degli anni ’60, e in seguito all’ingresso di altri tre paesi, Regno Unito, Irlanda e Danimarca, la CEE si è trasformata nella Comunità Europea (CE). Dedicata alla politica industriale e alla riforma socialdemocratica, la CE doveva aggiungere una “dimensione sociale” a quello che stava per diventare un mercato comune. Dopo, dopo la rivoluzione neoliberista e il crollo del comunismo, quella che ora è stata ribattezzata Unione Europea (UE) è diventata sia un contenitore per i nuovi stati-nazione indipendenti dell’Est desiderosi di unirsi al mondo capitalista, sia un motore di riforma neoliberista, fornitura- side economics e New Labourism in ventotto paesi europei. È anche diventato saldamente radicato nell’ordine globale unipolare dominato dagli americani dopo la “fine della storia”.

L’Unione Europea degli ultimi tre decenni è stata un microcosmo regionale di quella che è stata chiamata iperglobalizzazione. 1 In effetti, era in modo significativo un modello continentale di dimensioni ridotte per il capitalismo globale integrato che era l’obiettivo finale di coloro che all’epoca sottoscrivevano il Washington Consensus.

L’UE ha offerto un mercato interno senza confini per beni, servizi, lavoro e capitali; la governance economica basata su regole è stata sostenuta da un’onnipotente corte internazionale, la Corte di giustizia europea (CGCE); e una moneta comune, l’euro, era gestita da una banca centrale altrettanto onnipotente, la BCE. L’accordo corrispondeva da vicino all’idea hayekiana di una federazione internazionale progettata per limitare la politica economica discrezionale: anapprossimazione quasi perfetta di ciò che Hayek chiamava isonomia: identiche leggi liberali del mercato in tutti gli stati inclusi nel sistema. 2 Questa economia non più politica era governata da una combinazione politicamente sterilizzata di tecnocrazia – la BCE e lo pseudo-esecutivo dell’UE, la Commissione europea – e quella che potrebbe essere chiamata nomocrazia – la Corte di giustizia europea – in base a una costituzione di fatto immutabile in pratica. Quest’ultimo consisteva in due trattati, 3 illeggibili per il cittadino normale, tra ventotto paesi, ciascuno dei quali aveva diritto a porre il veto a qualsiasi modifica. 4Ancorando l’intero progetto all’interno del sistema finanziario globale dominato dagli Stati Uniti, i trattati prevedevano una mobilità illimitata dei capitali, vietando ogni tipo di controllo sui capitali non solo all’interno dell’Unione ma anche oltre i suoi confini. 5

Che questa costruzione soffrisse di quello che venne eufemisticamente chiamato “deficit democratico” non passò inosservato. In effetti, tra gli addetti ai lavori a Bruxelles, si sente spesso la battuta che, con la sua attuale costituzione, l’Unione europea non sarebbe mai autorizzata a unirsi a se stessa. Negli ultimi anni, la Commissione Europea e, in particolare, il cosiddetto Parlamento Europeo si sono adoperati per colmare il divario democratico con una politica dei “valori” che l’UE deve imporre ai suoi Stati membri. I diritti umani, secondo le interpretazioni occidentali contemporanee, servirebbero come sostituti dei dibattiti sull’economia politica che erano stati esclusi dal sistema politico dell’Unione. Ciò ha comportato soprattutto interventi educativi nei paesi dell’ex impero sovietico per convertire governi, partiti, e popoli al liberalismo dell’Europa occidentale, economico ma anche sociale, se necessario trattenendo parte degli aiuti fiscali destinati a sostenere la trasformazione di questi paesi in economie di mercato in buona fede più democrazie capitaliste. Programmi educativi sempre più verticistici di questo tipo, il cui mandato derivava da interpretazioni sempre più ampie e anzi invadenti delle sezioni dichiarative dei trattati dell’UE, culminarono in una crociata contro i cosiddetti antieuropei, individuati dagli scienziati sociali e spin doctor politici come “populisti”.6

Con il tempo, la centralizzazione e la depoliticizzazione di fatto dell’economia politica dell’Unione ha inserito nell’Unione una dimensione gerarchica centro-periferia. Lo “stato di diritto” istituito come regola di un tribunale onnipotente; la politica economica formalmente basata su regole ma in pratica sempre più discrezionale della Banca centrale europea politicamente indipendente; e la rieducazione ai “valori” europei sanzionata ha portato l’UE ad assomigliare sempre più a un impero liberale , sia in senso economico che culturale, il secondo come legittimazione del primo.

Prima dell’Ucraina: linee di faglia critiche, guasto prevedibile

Gli imperi corrono un rischio congenito di sovraestensione, in termini territoriali, economici, politici, culturali e di altro tipo. Più diventano grandi, più costa tenerli insieme, poiché le forze centrifughe crescono e il centro ha bisogno di mobilitare sempre più risorse per contenerle. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e la sua diffusione in Europa dopo il 2009, l’UE e l’UEM hanno iniziato a fratturarsi lungo diverse dimensioni, le loro capacità economiche, ideologiche e coercitive di integrazione sono diventate sempre più sovraccaricate. Sul versante occidentale dell’UELa Brexit è stato il primo caso di uscita di uno Stato membro da un’Unione che ideologicamente si considera permanente. Ci sono stati molti fattori coinvolti che hanno contribuito all’esito del referendum sulla Brexit, che è stato ampiamente dibattuto per quasi un decennio. Uno dei motivi principali (meno spettacolare ma sicuramente più fondamentale di molti altri) per cui l’adesione britannica si è rivelata insostenibile è stata una profonda incompatibilità della costituzione britannica de facto, e del suo assolutismo parlamentare, con il governo in stile Bruxelles di giudici e tecnocrati. Un altro motivo, ovviamente, è stata l’incapacità e, in effetti, la riluttanza di Bruxelles a fare qualcosa per l’abbandono a lungo termine da parte dei governi britannici della disintegrazione del tessuto sociale del paese.

Volgendosi al sud , le radicate modalità nazionali di fare capitalismo si sono rivelate incompatibili con le prescrizioni dell’UEM e del mercato interno, portando l’Italia in particolare su un sentiero di declino economico prolungato e, a tutti gli effetti, irreversibile. I tentativi di invertire la tendenza o attraverso le “riforme strutturali”, secondo le prescrizioni neoliberiste, o attraverso la BCE e la Commissione europea piegando le regole anti-interventiste che regolano l’Unione monetaria, silenziosamente tollerate dai governi francese e tedesco, sono falliti miseramente. Ormai è diventato chiaro che nemmeno il Corona Recovery and Resilience Facility (RRF) dell’Unione Europea, e i sussidi che fornirà all’Italia, non fermeranno il declino italiano. 7Tra l’altro, il caso italiano mostra che un’efficace politica regionale finalizzata alla convergenza economica è ancor meno praticabile tra, rispetto all’interno, degli Stati-nazione.

Inoltre, alla periferia orientale dell’Unione , i paesi portano un’eredità storica di tradizionalismo culturale, autoritarismo politico e resistenza nazionalista contro l’intervento internazionale nella loro vita interna, quest’ultima rafforzata dalla loro esperienza sotto l’impero sovietico. Gli sforzi per imporre i costumi e i gusti dell’Europa occidentale a queste società, soprattutto se accompagnati da minacce di sanzioni economiche (come nel caso delle cosiddette politiche dell’Unione di “stato di diritto”), hanno causato opposizione e risentimento “populisti” contro ciò che è stato percepito da molti come un tentativo di privarli della loro sovranità nazionale appena recuperata. 8I conflitti in seno al Consiglio europeo su questioni culturali si sono spinti fino al punto che i capi di governo occidentali hanno esortato più o meno esplicitamente i loro colleghi orientali, in particolare quelli ungheresi e polacchi, ad uscire dall’Unione se non fossero stati disposti a condividerne i “valori”. 9 Insieme alla minaccia di sanzioni economiche, questo in effetti non è stato altro che un tentativo di realizzare un cambio di regime negli altri Stati membri.

Infine, nel nord , gli sforzi dell’Unione Europea per preservare un ricordo della sua antica ambizione di sviluppare una “dimensione sociale” sono regolarmente contrastati, tra tutti i paesi, dagli Stati membri scandinavi, che insistono sulla loro tradizione di regolamentazione del mercato del lavoro, compresa la regolamentazione salariale, dalla contrattazione collettiva piuttosto che dalla legge statale. Di recente, ciò ha portato alcuni sindacati scandinavi a minacciare di uscire dalla confederazione sindacale europea, lamentando di non aver sufficientemente rispettato la loro prassi nazionale consolidata.

Ulteriori linee di faglia, sia vecchie che nuove, esistono all’interno del centro dell’impero liberale, a causa del fatto che l’Unione Europea non ha uno Stato membro abbastanza potente da essere il suo unico egemone. Ci sono invece due paesi leader, Germania e Francia, nessuno dei quali può da solo dominare l’Unione. Sebbene l’uno abbia bisogno dell’altro, non sono in grado di concordare strutture centrali, interessi e politiche di un’Europa integrata. Tradizionalmente, le differenze franco-tedesche sono viste come derivanti dalle differenze tra le loro varietà nazionali di capitalismo, con la Francia che coltiva una tradizione di dirigismo statalista e la Germania che insiste sulla sua invenzione del dopoguerra di una “economia sociale di mercato”. Di conseguenza, Francia e Germania tendono ad essere in contrasto nella politica dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea, con la Francia, tra le altre cose, a favore di una politica fiscale e monetaria più espansiva e politicamente discrezionale.

Più recentemente, soprattutto dopo la Brexit, sono emerse anche differenze nella politica estera e di sicurezza. Sebbene esistessero già negli anni ’60, sono stati messi in rilievo, prima dalla fine del mondo bipolare dopo il 1989 e poi dal fatto che, dopo la Brexit, la Francia è l’unico Stato membro dell’Unione Europea con armi nucleari e una sede permanente sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Poiché nemmeno la Francia è disposta a condividere, la dipendenza nucleare della Germania dagli Stati Uniti, che mantiene circa quarantamila soldati sul suolo tedesco, insieme a un numero incalcolabile di testate nucleari, ostacola di fatto la “sovranità strategica europea”, poiché i francesi chiamalo : atrasferimento della sovranità strategica all’“Europa” che è accettabile per la dottrina della sicurezza nazionale francese solo sotto la guida francese. Inoltre, mentre la Francia ha forti interessi in Africa e in Medio Oriente, gli interessi nazionali tedeschi, in relazione all’Europa, si concentrano sull’Europa orientale e sui Balcani. Di conseguenza, il disaccordo, se accuratamente nascosto, è endemico tra i due aspiranti piloti di quello che a volte viene chiamato eufemisticamente il tandem europeo franco-tedesco.

Più unità attraverso meno unità?

Prima della guerra in Ucraina, c’erano due progetti radicalmente diversi nell’aria, o almeno concepibili, su come prevenire l’imminente disintegrazione dell’Unione Europea, a causa della sovraestensione e sovraintegrazione. Uno può essere riassunto come una strategia di maggiore unità attraverso una minore unità , o di ridimensionamento, se non territoriale, quindi funzionalmente, annullando alcuni elementi principali della “sempre più stretta unione dei popoli d’Europa” dell’UE. Tra gli altri, è stato il sociologo americano Amitai Etzioni a sostenere da tempo il ridimensionamento come mezzo per sbloccare l’integrazione europea. 10Per molti versi, la sua proposta ricordava i concetti più antichi di un sistema statale integrato dell’Europa occidentale come un’Europa à la carte, o anche come “l’Europa delle patrie” di de Gaulle. 11 Ciò che queste nozioni avevano in comune era una visione di un sistema statale regionale sul modello di una cooperativa piuttosto che di un impero, come ha recentemente delineato da Hans Joas in un importante libro su “L’Europa come progetto di pace”. 12In esso, Joas fa riferimento a un dibattito sulle possibilità di pace internazionale tra Carl Schmitt e lo storico tedesco Otto Hintze negli anni ’20 e ’30. Schmitt credeva che la pace in una regione globale potesse essere assicurata solo da una potenza imperiale centrale libera di imporre l’ordine alla sua periferia, ai suoi stati dipendenti, essenzialmente come riteneva opportuno. Il suo modello reale di un ordine internazionale praticabile, per inciso, era l’emisfero americano sotto la Dottrina Monroe. Argomentando contro di lui, Hintze, che aveva studiato la tradizione tedesca delle associazioni cooperative ( Genossenschaften), ha insistito sulla possibilità di un ordine sociale basato sulla cooperazione volontaria in un quadro che obbligasse i paesi partecipanti a riconoscersi reciprocamente l’indipendenza o la sovranità. In vari modi, questo modello si avvicinò a quello della Pace di Westfalia del 1648, dopo la Guerra dei Trent’anni, con la creazione di quello che in seguito sarebbe stato chiamato lo “Stato di Westfalia”.

Che aspetto avrebbe un’Unione Europea à la carte, se mai fosse diventata realtà? In generale, avrebbe previsto un’autonomia più locale, nel senso di nazionale, invece di insistere sull’uniformità politico-economica tra gli Stati membri, con istituzioni meno centralizzate e gerarchiche e più spazio per la sovranità nazionale. 13La Commissione Europea sarebbe stata trasformata in qualcosa come una piattaforma per la cooperazione volontaria tra gli stati membri, abbandonando la sua aspirazione a diventare un esecutivo paneuropeo; lo stesso, mutatis mutandis, si sarebbe applicato al Parlamento Ue. Anche il ruolo della Corte di giustizia europea dovrebbe essere sensibilmente ridotto: essa non sarebbe più un legislatore costituzionale dissimulato, incaricato di tutto ciò che sceglie di farsi carico e di intervenire a suo piacimento negli Stati nazionali, nel diritto nazionale, e politica nazionale. In un certo senso, un’Unione europea di questo tipo sarebbe stata simile al Consiglio nordico formato dagli stati scandinavi negli anni ’50. I membri sono Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Isole Faroe, Groenlandia e Åland. Il blocco non conosce equivalenti alla Corte Europea, al Parlamento Europeo, o la Commissione Europea. Mentre gli Stati membri mantengono i confini aperti tra di loro, continuano ad avere le proprie politiche economiche e sociali.14

Per molti versi, ripristinare l’integrazione per preservarla è stato fin dall’inizio un progetto irrealistico, se si potesse definire un progetto. Molto probabilmente, per avere qualche possibilità, avrebbe dovuto essere preceduto da un massiccio crollo dell’Unione Europea, dovuto all’intensificarsi delle interruzioni lungo le sue linee di faglia e, molto probabilmente, da un fallimento statale dell’Italia. Niente di tutto questo avrebbe potuto essere escluso, e più unità attraverso meno unitàavrebbe potuto essere realistico come progetto di ricostruzione dopo un collasso istituzionale, piuttosto che come politica di riforma per prevenire tale collasso. Secondo le regole esistenti, avrebbe richiesto un’ampia revisione del trattato concordata da tutti i ventisette stati membri post-Brexit, alcuni dei quali necessitavano dell’approvazione del voto popolare. L’impossibilità pratica di una revisione significativa dei Trattati di governo può essere considerata una caratteristica essenziale di un progetto di integrazione europea destinato ad essere irreversibile (sminuendo così involontariamente la sua legittimità democratica).

Integrazione per militarizzazione?

Un’altra potenziale via d’uscita dal malessere da sovraestensione è stata suggerita da un gruppo di politici tedeschi in pensione, di entrambi i principali partiti, guidati e ispirati dal filosofo Jürgen Habermas. Tra i suoi membri c’era Friedrich Merz, allora presidente del consiglio di BlackRock Germany, un rivale di lunga data emarginato di Angela Merkel. (Sorprendentemente, Merz è stato recentemente resuscitato per essere il successore della Merkel come leader di quello che oggi è il principale partito di opposizione tedesco, cdu/csu .) Nell’ottobre 2018, il gruppo ha lanciato un appello pubblico intitolato “Per un’Europa basata sulla solidarietà: facciamo sul serio sulla volontà della nostra Costituzione, ora!” 15Tra l’altro, il gruppo ha sollecitato la creazione di un esercito europeo (“Noi chiediamo un esercito europeo”), dato che “Trump, Russia e Cina” stavano “testando sempre più duramente. . . L’unità dell’Europa, la nostra volontà di difendere insieme i nostri valori, di difendere il nostro modo di vivere”. A questo potrebbe esserci “una sola risposta: la solidarietà e la lotta contro il nazionalismo e l’egoismo internamente, e l’unità e la sovranità comune all’esterno”. La creazione di un esercito europeo doveva essere il primo passo verso una “profonda integrazione della politica estera e di sicurezza basata su decisioni a maggioranza” del Consiglio europeo. Il gruppo ha affermato che un esercito europeo non richiedeva “più soldi” poiché “i membri europei della NATO insieme spendono circa il triplo della Russia per la difesa”; 16tutto ciò che serviva era porre fine alla frammentazione nazionale, che avrebbe creato “molto più potere difensivo senza denaro aggiuntivo”. (Non è stato fornito alcun motivo per cui ciò fosse necessario, dato che i paesi in questione stavano già spendendo tre volte di più per le loro forze armate rispetto al loro nemico designato.) Inoltre, “poiché le difese dell’Europa non sono dirette contro nessuno, la creazione di un l’esercito dovrebbe essere collegato al controllo degli armamenti e alle iniziative di disarmo”, uno sforzo in cui Germania e Francia, “gli stati fondatori dell’Europa”, dovrebbero prendere l’iniziativa.

Come più unità attraverso meno unità , la costruzione dello stato europeo attraverso la militarizzazione, che in qualche modo ricorda il modello prussiano, 17 non ha mai avuto una possibilità. Questo nonostante il fatto che in superficie, quando i suoi sostenitori hanno chiesto una “sovranità comune” per l’Europa, si sono ovviamente accontentati del gusto francese, come espresso nel discorso alla Sorbona del 2017 di Macron, tenuto il giorno dopo l’ultima rielezione di Angela Merkel . 18Inoltre, lasciando scoperto chi fosse il nemico da cui l’Europa doveva essere difesa, non precludeva qualcosa come l’equidistanza europea verso Russia e Cina, da un lato, e “Trump” dall’altro, che in linea di principio sarebbe stato il benvenuto in Francia. Inoltre, la NATO non è mai stata menzionata, e certamente non la sua dottrina rivista, adottata nel 1992, estendendo la sua missione a livello mondiale per includere operazioni “fuori area” come, presumibilmente, interventi umanitari in adempimento di un presunto “dovere di proteggere”. Inoltre, sostenendo che il nuovo esercito europeo non avrebbe bisogno di maggiori spese per la difesa, l’appello ha implicitamente respinto la richiesta americana che i membri europei della NATO, in particolare la Germania, aumentino le loro spese militari al 2% del PIL, il cheper la Germania nel 2018 avrebbe significato un aumento non inferiore al 50 per cento. 19 Si noti che la prima volta che la NATO, a seguito delle pressioni americane, ha discusso l’obiettivo del 2 per cento è stato in un vertice a Praga nel 2002. Questo è stato lo stesso incontro in cui l’alleanza ha aperto i colloqui di adesione con Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, e ha confermato una politica delle porte aperte per l’Europa orientale, comprese Georgia e Ucraina, contro le forti obiezioni pubbliche del governo russo.

Ancora più importante, il documento non è riuscito ad affrontare la questione delle armi nucleari, non ultimo, si è portati a credere, per consentire ai Verdi tedeschi di unirsi alla causa. Tuttavia, se il progetto fosse mai diventato reale, per la Germania, impegnata a non avere armi nucleari, e anzi vietata di averle ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare del 1968, un esercito europeo comportava il rischio di dover sostituire la protezione nucleare americana con quella francese. Quel rischio sarebbe sembrato inaccettabile in Germania come lo era l’idea in Francia di condividere la sua forza nucleare con “l’Europa”, il che significa che la Germania batteva bandiera europea. In fondo c’era la questione fondamentale della misura in cui un esercito europeo sarebbe, o avrebbe dovuto essere, integrato nella struttura di comando della NATO, in effetti, la sua “interoperabilità” con l’esercito degli Stati Uniti. Dal riarmo della Germania negli anni ’50, la Bundeswehr è stata completamente integrata nella NATO e gli Stati Uniti avrebbero probabilmente insistito sul fatto che qualsiasi esercito europeo, in particolare il suo contingente tedesco, sarebbe stato integrato anche nella NATO.

Se l’appello di Habermas avesse toccato la questione nucleare, sarebbe diventato ovvio che, nonostante le somiglianze superficiali, era incompatibile con gli elementi centrali del progetto di sicurezza europeo francese. Come gli Stati Uniti, la Francia voleva (e vuole) che la Germania spendesse di più per la difesa. Piuttosto che rafforzare la potenza americana transatlantica, tuttavia, la spesa aggiuntiva della Germania è stata quella di colmare il divario convenzionale nell’esercito francese causato dagli alti costi della sua forza nucleare, in modo da consentire all’”Europa” di servire meglio le ambizioni francesi in Africa e Medio Oriente . Per una “sovranità strategica europea” di questo tipo, sarebbe utile una qualche forma di distensione con la Russia. Un insediamento eurasiatico, tuttavia, sarebbe in contrasto con l’espansione americana attraverso la NATO alla periferia russa. Per gli Stati Uniti, l’obiettivo era quello di integrare gli ex paesi comunisti dell’Europa orientale in un “Occidente” guidato dagli americani. Far assumere all’Europa attraverso la NATO una posizione antagonista nei confronti della Russia garantirebbe la dipendenza europea da un’alleanza con gli Stati Uniti nel mondo bipolare che nasce dal “Nuovo Ordine Mondiale” di George HW Bush. Per la Francia, al contrario, un esercito europeo interessava proprio nella misura in cui avrebbe strappato l’Europa dallo stretto abbraccio in cui la tenevano gli Stati Uniti, tra l’altro mantenendo la Germania non nucleare dipendente dalla protezione nucleare americana.

Dopo l’Ucraina

La guerra è l’ultima fonte stocastica della storia e, una volta iniziata, non c’è limite alle sorprese che può portare. Tuttavia, anche se la guerra in Ucraina sembra tutt’altro che finita al momento in cui scriviamo, ci si può sentire giustificati osservando che ha posto fine, almeno per il prossimo futuro, a qualsiasi visione di uno stato indipendente, non imperiale e cooperativo sistema in Europa. La guerra sembra anche aver inferto un colpo mortale al sogno francese di trasformare l’impero liberale dell’Unione Europea in una forza globale strategicamente sovrana, rivaleggiando credibilmente sia con una Cina in ascesa che con gli Stati Uniti in declino. L’invasione russa dell’Ucraina sembra aver risposto alla domanda sull’ordine europeo ripristinando il modello, a lungo ritenuto storia, della Guerra Fredda: un’Europa unita sotto la guida americana come testa di ponte transatlantica per gli Stati Uniti in un’alleanza contro un nemico comune, prima l’Unione Sovietica e ora la Russia. L’inclusione e la subordinazione a un “Occidente” risorto e rimilitarizzato, come sottodipartimento europeo della NATO, sembra aver salvato, per il momento, l’Unione Europea dalle sue forze centrifughe distruttive, senza tuttavia eliminarle. Ripristinando l’Occidente, la guerra ha neutralizzato le varie faglie lungo le quali l’UE si stava sgretolando, chi più e chi meno, catapultando gli Stati Uniti in una posizione di rinnovata egemonia sull’Europa occidentale, compresa la sua organizzazione regionale, l’Unione Europea. ” Come sottodipartimento europeo della NATO, sembra aver salvato, per il momento, l’Unione Europea dalle sue distruttive forze centrifughe, senza però eliminarle.

Soprattutto, il reinserimento dell’Occidente sotto la guida americana ha risolto la vecchia questione dei rapporti tra Nato e Ue a favore di una divisione dei compiti che ha stabilito il primato della prima sulla seconda. In modo interessante, questo sembra aver sanato la divisione tra l’Europa continentale e il Regno Unito che si era aperta nel corso della Brexit. Quando la NATO è salita alla supremazia, il fatto che includa il Regno Unito insieme ai principali Stati membri dell’UE ripristina un ruolo europeo di primo piano per la Gran Bretagna attraverso le sue relazioni speciali con gli Stati Uniti. Come questo influisca sullo status internazionale di un paese come la Francia è stato recentemente illustrato da un accordo strategico – il cosiddetto patto aukus – tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Sotto aukus , l’Australia ha annullato un accordo del 2016 con la Francia sui sottomarini diesel francesi, impegnandosi invece a sviluppare sottomarini a propulsione nucleare insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito, un evento che ha mostrato alla Francia i limiti di un’UE a guida francese come una potenza globale.

Per quanto riguarda l’UE, l’ascesa della NATO ha comportato il suo declino allo status di ausiliario civile della NATO, asservito agli obiettivi strategici americani, principalmente ma non esclusivamente in Europa. Gli Stati Uniti avevano a lungo pensato all’UE come a una sorta di sala d’attesa o di una scuola di preparazione per i futuri membri della NATO, in particolare quelli vicini alla Russia, come Georgia e Ucraina, ma anche i Balcani occidentali. 20L’UE, da parte sua, aveva insistito sulle proprie procedure di ammissione che includevano lunghi negoziati sulle condizioni istituzionali ed economiche nazionali che dovevano essere soddisfatte prima dell’adesione formale. Questo per ridurre l’onere che i nuovi paesi avrebbero imposto al bilancio dell’UE e per garantire che le loro élite politiche fossero sufficientemente “pro-europee” in modo da non scuotere la barca comune. Agli Stati Uniti, con i loro obiettivi geostrategici, questo in genere appariva come eccessivamente pedante se non ostruzionistico. In effetti, la Francia in particolare aveva resistito e resiste tuttora all’eccessivo “allargamento” dell’Unione, temendo che potesse ostacolare il suo “approfondimento”. Dal punto di vista americano, la condivisione degli oneri con i paesi europei significava che questi ultimi erano responsabili della fornitura di incentivi economici per l’adesione di nuovi stati all’Occidente, e per averli aiutati a costruire la base economica dell’occidentalizzazione, ad esempio attraverso sussidi finanziari che aiutano gli aspiranti Stati membri a raggiungere la stabilità sociale in senso occidentale, liberale e democratico.

Con la guerra in Ucraina, la visione americana dell’UE come dimora temporanea per i futuri membri della NATO sta rapidamente diventando realtà. Qualsiasi soluzione negoziata della guerra precluderà probabilmente l’adesione dell’Ucraina alla NATO nel prossimo futuro e non così vicino. L’ammissione accelerata all’Unione Europea potrebbe essere offerta a titolo di risarcimento, anche perché assicurerebbe i fondi per riparare i danni causati dalla guerra. 21Sembra anche probabile che alla Francia non sarà più consentito bloccare l’adesione di paesi come Albania, Bosnia ed Erzegovina (un paese), Macedonia del Nord, Montenegro, Kosovo e Serbia (a condizione che i sussidi europei possano far cambiare idea alla sua élite politica e diventare “pro-europeo”). A seconda di come si svilupperà la guerra, potrebbe anche esserci una sorta di affiliazione simile all’adesione in serbo per Georgia e Armenia, che probabilmente richiederanno tutte richieste significative al bilancio dell’UE senza rendere l’UE più facile da governare.

Inoltre, durante la guerra la Commissione europea era e continua ad essere molto richiesta come agenzia per la pianificazione, il coordinamento e il monitoraggio delle sanzioni economiche europee contro la Russia e, prevedibilmente, la Cina. In definitiva, le sanzioni implicano una profonda riorganizzazione delle catene di approvvigionamento estese dell’era neoliberista e del Nuovo Ordine Mondiale, in risposta al mondo multipolare che sta per emergere, con la sua rinnovata enfasi sulla sicurezza economica e sull’autonomia. Quella che da tempo è stata un’agenzia che promuove la globalizzazione si trasformerà quindi, sotto importanti aspetti, in un’agenzia dedita alla de-globalizzazione: la qual cosa fino a poche settimane fa ritenuta nient’altro che un’assurdità di sinistra (o forse populista). L’accorciamento delle catene di approvvigionamento è una funzione meno del governo che delle competenze tecnocratiche, già abbastanza difficile dato l’alto livello di interdipendenza economica ereditato dall’iperglobalizzazione. Politicamente, quali sanzioni devono essere imposte e quali catene di approvvigionamento internazionali devono ancora essere considerate sicure, spetta ai governi nazionali essere determinata; o più precisamente, per la loro organizzazione ora principale, la NATO, controllata dal suo stato-nazione più forte, gli Stati Uniti, da determinare. Un esempio è la disputa sugli acquisti tedeschi di gas naturale russo e la loro sostituzione con gas naturale liquefatto americano. Poiché la NATO non ha le competenze necessarie in materia economica per valutare gli effetti delle sanzioni sulla Russia, da un lato, e sull’Europa occidentale, dall’altro, l’UE continuerà ad essere necessaria come fornitore di servizi amministrativi nella gestione di un’economia europea di recente politicizzazione.

Infine, da non sottovalutare, è probabile che l’UE svolga un ruolo importante nella generazione di denaro pubblico per la ricostruzione dell’Ucraina una volta terminata la guerra. Lo stesso vale per la fornitura di sostegno finanziario ad altri paesi della periferia europea che saranno candidati all’Unione Europea e, in ultima analisi, all’adesione alla NATO. È probabile che la capacità dell’UE di fungere da ricettacolo per il debito pubblico politicamente meno evidente, come nel caso del Corona Recovery and Resilience Fund, la prima manifestazione della Next Generation EU (NGEU) della Commissione, sia permanente e ampiamente utilizzato per mobilitare i contributi europei verso i costi non militari a lungo termine della guerra, compreso ad esempio il reinsediamento dei rifugiati ucraini. 22(L’esperienza suggerisce che il contributo americano si limiterà e si concluderà con le ostilità militari. 23 ) Per questo saranno necessari anche servizi speciali della BCE, come nella lotta contro la “stagnazione secolare” e, successivamente, la pandemia . Il debito NGEU non compare nei bilanci nazionali ed è per questo meno controverso dal punto di vista politico. Ciò è simile agli acquisti di debito pubblico da parte della BCE come forma di finanziamento indiretto dello Stato, nel contesto del quantitative easing, in elusione dei trattati europei.

Passività Vecchie e Nuove

Le nuove funzioni assunte dall’UE a seguito della guerra in Ucraina, e in particolare nel corso della sua subordinazione alla NATO, sono lontane dal risolvere i suoi vecchi problemi; a lungo termine, infatti, possono aggiungersi ed esacerbarsi. Sul fianco occidentale dell’UE, il Regno Unito, attraverso la sua stretta alleanza con gli Stati Uniti sotto la NATO, è tornato al gregge europeo con una vendetta, sebbene più come un tenente che come un soldato di fanteria tra gli altri. Al sud, non c’è motivo di ritenere che la supremazia della NATO contribuirà a migliorare la performance economica italiana; al contrario, sanzioni e filiere accorciate rischiano di imporre costi aggiuntivi alle economie mediterranee. Questi sicuramente richiederanno un risarcimento, non dagli Stati Uniti ma dall’UE. I suoi Stati membri ricchi, tuttavia, saranno preoccupati di aumentare le proprie spese per la difesa per soddisfare le richieste della NATO, per non parlare del finanziamento dell’adesione di altri Stati membri dell’UE nel loro cammino verso la NATO. La concorrenza per i sussidi dell’UE, in particolare per il “Fondo di coesione” dell’UE 24aumenterà ulteriormente a causa delle nuove esigenze legate alla guerra degli Stati membri orientali, ad esempio l’accoglienza dei rifugiati ucraini e, se le sanzioni occidentali inizieranno a mordere, russi. I piani del Parlamento Europeo e della Commissione per tagliare l’assistenza finanziaria a paesi come la Polonia o l’Ungheria per le carenze dello “stato di diritto” diventeranno sempre più obsoleti poiché i conflitti culturali tra democrazia “liberale” e “illiberale” saranno eclissati dagli obiettivi geostrategici della NATO e degli Stati Uniti. 25

Con l’aumento dei costi della “coesione”, potrebbe essere imminente uno spostamento del potere politico all’interno dell’UE a favore degli Stati del fronte orientale dell’Unione, con conseguenti maggiori obblighi finanziari per i paesi del ricco nord-ovest. Mentre gli esercizi di educazione culturale dell’Europa occidentale hanno cominciato ad apparire meschini di fronte a milioni di rifugiati ucraini che arrivano in un paese come la Polonia, gli Stati Uniti hanno poche ragioni per costringere i loro alleati orientali a soddisfare le sensibilità liberali tedesche o olandesi. Gli sforzi per subordinare il sostegno finanziario ai paesi post-comunisti alla loro adesione ai “valori democratici” saranno vani fintanto che gli Stati Uniti saranno soddisfatti della loro adesione alla NATO e della loro volontà di combattere la buona battaglia filo-occidentale. Siccome gli Stati Uniti, nelle stesse parole della sua amministrazione al momento della scrittura,si preparano a una guerra che durerà diversi anni – il che è logico solo se l’obiettivo è un cambio di regime in Russia – la volontà di un paese di ospitare truppe, aerei e missili americani deve avere la precedenza sulla condizionalità democratica dei trattati dell’UE (o della Corte di giustizia). Con l’Unione Europea che deve affrontare una guerra che durerà un numero incerto di anni, è probabile che i suoi stati del fronte orientale domineranno l’agenda politica comune. In questo saranno supportati dagli Stati Uniti, con il loro interesse geostrategico a tenere sotto controllo la Russia politicamente, economicamente e militarmente. In definitiva, ciò potrebbe portare gli Stati Uniti, agendo attraverso i loro alleati dell’Europa orientale e la NATO, a prendere il posto della doppia leadership troppo spesso divisa dell’UE, il tandem franco-tedesco.

Sogni americani

Uno dei tanti sviluppi notevoli intorno alla guerra ucraina è come il triste record dei recenti interventi militari americani sia quasi completamente scomparso dalla memoria pubblica europea. Fino a pochi mesi fa, la fine disastrosa della costruzione della nazione americana in Afghanistan era un tema frequente per il commentariato europeo. Presente, se più in secondo piano, anche la Siria, con le “linee rosse” di Obama prima tracciate e poi dimenticate; la Libia, abbandonata dopo essere stata trasformata in un inferno vivente; e l’Iraq con una stima prudente di duecentomila civili morti dall’invasione americana. Niente di tutto ciò è menzionato in questi giorni nella buona società europea; se viene menzionato al di fuori di essa, viene immediatamente bollato come un diversivo antiamericano dai mali commessi da Putin e dal suo esercito.

Con l’aumentare delle tensioni intorno all’Ucraina, visibili nell’ammassamento di truppe russe ai confini ucraini, i paesi dell’Europa occidentale, a quanto pare, hanno conferito una procura agli Stati Uniti, consentendogli attraverso la NATO di agire in loro nome e per loro conto. Ora, con il trascinarsi della guerra, l’Europa, organizzata in un’Unione Europea subordinata alla NATO, si troverà a dipendere dalle bizzarrie della politica interna degli Stati Uniti, una grande potenza in declino che si prepara al conflitto globale con una grande potenza emergente, la Cina. Iraq, Libia, Siria e Afghanistan avrebbero dovuto documentare ampiamente la propensione americana ad uscire se i loro sforzi, sempre e per definizione ben intenzionati, in altre parti del mondo fallissero per qualsiasi motivo, lasciando dietro di sé un pasticcio letale che altri devono ripulire se aspirano a un minimo di ordine internazionale alle loro porte. Sorprendentemente, da nessuna parte nell’Europa occidentale viene posta la domanda su cosa accadrà nel caso, nel 2024, Trump dovesse essere rieletto – il che non sembra affatto impossibile – o al suo posto venisse eletto qualche surrogato di Trump. Ma anche con Biden o qualche repubblicano moderato, il notoriamente breve intervallo di attenzione della politica imperiale americana dovrebbe, ma non sembra, entrare nei calcoli strategici, se ce ne sono, dei governi europei.

Una spiegazione troppo raramente invocata per l’incoscienza con cui gli Stati Uniti entrano ed escono troppo spesso da avventure militari lontane è la loro posizione su un’isola delle dimensioni di un continente, lontano da quei luoghi in cui potrebbero sentire il bisogno di fornire impegno per quella che considera stabilità politica. Qualunque cosa gli Stati Uniti facciano o non facciano all’estero ha poche o nessuna conseguenza per i suoi cittadini in patria. (Le truppe irachene non marceranno mai a Washington, DC, e non arresteranno George Bush per consegnarlo alla Corte penale internazionale dell’Aia.) Quando le cose vanno male, gli americani possono ritirarsi da dove sono venuti, dove nessuno può seguirli. C’è, se non altro per questo motivo, una tentazione duratura nella politica estera americana di lasciarsi guidare da pio desiderio, intelligenza carente, pianificazione sciatta, e un volubile adattamento delle politiche internazionali ai sentimenti pubblici interni. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che i paesi europei, apparentemente senza alcun dibattito, abbiano lasciato così completamente la gestione dell’Ucraina agli Stati Uniti. In effetti, questo rappresenta un responsabile che affida la gestione dei suoi interessi vitali a un agente con un recente record pubblico di incompetenza e irresponsabilità.

Quali saranno gli obiettivi di guerra degli Stati Uniti, agendo per e con l’Europa attraverso la NATO? Avendo lasciato a Biden la decisione in suo nome, il destino dell’Europa dipenderà dal destino di Biden, cioè dalle decisioni, o non decisioni, del governo degli Stati Uniti. A parte quello che i tedeschi nella prima guerra mondiale chiamavano un Siegfrieden – una pace vittoriosa imposta a un nemico sconfitto, come probabilmente sognato negli Stati Uniti sia dai neocon che dagli imperialisti liberali della scuola di Hillary Clinton – Biden può andare per, o addirittura preferire, una lunga situazione di stallo, una guerra di logoramento che tiene impegnati sia la Russia che l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Uno scontro duraturo tra gli eserciti russo e ucraino, o “occidentale”, sul suolo ucraino unirebbe l’Europa sotto la NATO e obbligherebbe convenientemente i paesi europei a mantenere alti livelli di spesa militare. Inoltre, costringerebbe l’Europa a continuare ad applicare sanzioni economiche ad ampio raggio, anzi paralizzanti, nei confronti della Russia, come effetto collaterale rafforzando la posizione degli Stati Uniti come fornitore di energia e materie prime di vario genere per l’Europa. Inoltre, una guerra in corso, o quasi, ostacolerebbe l’Europa nello sviluppo di una propria architettura di sicurezza eurasiatica, inclusa la Russia. Consoliderebbe il controllo americano sull’Europa occidentale ed escluderebbe le idee francesi di “sovranità strategica europea” così come le speranze tedesche di distensione, presupponendo entrambi una sorta di accordo russo. E non meno importante, la Russia sarebbe occupata dai preparativi per gli interventi militari occidentali, al di sotto della soglia nucleare, sulla sua estesa periferia.

Molto probabilmente, uno scontro prolungato sull’Ucraina costringerebbe la Russia a uno stretto rapporto di dipendenza dalla Cina, assicurando alla Cina un alleato eurasiatico prigioniero e dandole un accesso assicurato alle risorse russe, a prezzi stracciati poiché l’Occidente non sarebbe più in competizione per loro. La Russia, a sua volta, potrebbe beneficiare della tecnologia cinese, nella misura in cui sarebbe resa disponibile. A prima vista, un’alleanza come questa potrebbe sembrare contraria agli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, verrebbe con un’alleanza ugualmente stretta e ugualmente asimmetrica, dominata dagli americani tra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, in cui ciò che l’Europa può offrire agli Stati Uniti supererebbe chiaramente ciò che la Russia può fornire alla Cina.


Questo articolo è apparso originariamente in American Affairs Volume VI, Numero 2 (estate 2022): 107–24.

Note
1 Questo concetto è tratto da Dani Rodrik, The Globalization Paradox (New York: WW Norton, 2011).
2 FA Hayek, La Costituzione della Libertà (Chicago: University of Chicago Press, 1960).
3 I due trattati sono il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), il primo chiamato anche Trattato di Maastricht, in vigore dal 1993, il secondo Trattato di Roma, in vigore dal 1958, entrambi modificato più volte, ad esempio dal Trattato di Lisbona del 2009. Inoltre, secondo Wikipedia, “vi sono 37 protocolli, 2 allegati e 65 dichiarazioni che vengono allegati ai trattati per elaborare dettagli, spesso in connessione con un solo Paese, senza essere nel testo legale completo”.
4 Nel maggio 2005, una proposta di “Costituzione dell’Unione Europea” è fallita in un referendum francese, dopo che il 55 per cento degli elettori l’ha respinta. L’affluenza è stata del 69 per cento. Il rifiuto è stato in parte attribuito al governo francese per aver commesso l’errore di distribuire una copia della bozza di costituzione, lunga centinaia di pagine e impossibile da capire per i non specialisti, a ogni famiglia francese.
5 Ai sensi dell’articolo 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), “sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri e tra Stati membri e paesi terzi”, lo stesso vale per “tutte le restrizioni pagamenti”, sempre “tra Stati membri e paesi terzi”.
6L’articolo 4, comma 1, del TUE recita: “A norma dell’articolo 5, le competenze non attribuite all’Unione nei Trattati restano agli Stati membri”. Ai sensi dell’articolo 5, comma 1, “I limiti delle competenze dell’Unione sono disciplinati dal principio di attribuzione. L’uso delle competenze dell’Unione è disciplinato dai principi di sussidiarietà e proporzionalità. La Commissione europea e la Corte di giustizia stanno da tempo cercando di aggirare restrizioni di questo tipo dei Trattati, traendo competenze specifiche per se stesse da clausole generali come, ad esempio, l’articolo 2 TUE: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto dell’uomo dignità, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze.
7La RRF è stata istituita nel luglio 2020 per erogare 750 miliardi di euro ai paesi membri, in proporzione alle perdite che la Commissione europea ha ritenuto che abbiano subito a causa della pandemia di corona. L’Italia è il primo beneficiario, con 192 miliardi di euro (69 miliardi di euro in sovvenzioni, il resto in prestiti). La RRF è la prima volta che l’UE è stata autorizzata dai suoi Stati membri a contrarre debiti; il fondo è interamente finanziato tramite debito. Per avere un’idea della sua portata effettiva, si noti che la Germania, rispondendo alle lamentele americane per non aver speso abbastanza per la difesa, ha accantonato all’inizio del 2022, nel giro di pochi giorni, un fondo finanziato da debito di 100 miliardi di euro per potenziando il suo esercito, da spendere immediatamente. Questo è più della metà di quanto l’intero Paese d’Italia è stato stanziato dall’Unione Europea,
8 Sulla politica della controversia sullo “stato di diritto” si veda Wolfgang Streeck, “ Ultra Vires ”, New Left Review Sidecar , 7 gennaio 2022; Wolfgang Streeck, ” Rusty Charley “, New Left Review Sidecar , 2 novembre 2021.
9 In un vertice dell’UE nel giugno 2021, il primo ministro olandese, Mark Rutte, sotto pressione in patria a causa di uno scandalo sulle misure punitive illegali adottate dal suo governo contro i beneficiari del welfare, ha detto al suo omologo ungherese, Viktor Orbán, che l’Ungheria doveva lasciare l’UE a meno che il suo governo non abbia ritirato una legge che vieti alle scuole di utilizzare materiali ritenuti promuovere l’omosessualità. Da un rapporto Reuters:
Diversi partecipanti al vertice dell’UE hanno parlato dello scontro personale tra i leader del blocco più intenso degli ultimi anni. . . . “Era davvero forte, una profonda sensazione che questo non potesse essere. Riguardava i nostri valori; questo è ciò che rappresentiamo”, ha detto Rutte ai giornalisti venerdì. “Ho detto ‘Smettila, devi ritirare la legge e, se non ti piace e dici davvero che i valori europei non sono i tuoi valori, allora devi pensare se rimanere nell’Unione Europea’”.
10 Cfr. Amitai Etzioni, Reclaiming Patriotism (Charlottesville: University of Virginia Press, 2019), 142 ss.
11 In questa categoria rientra anche l’idea dell’“Europa delle diverse velocità”, che è stata fortemente e con successo osteggiata dai paesi dell’Europa orientale dell’UE.
12 Hans Joas, Friedensprojekt Europa (Monaco: Kösel, 2020). Ho tratto grande beneficio da Joas; vedi Wolfgang Streeck, Zwischen Globalismus und Demokratie: Politische Ökonomie im ausgehenden Neoliberalismus (Berlino: Suhrkamp, 2020). Una traduzione in inglese è in arrivo da Verso.
13 Cfr. Streeck, Zwischen Globalismus und Demokratie .
14 Secondo il suo sito web, “Il Consiglio dei ministri nordico è l’organismo ufficiale per la cooperazione intergovernativa nella regione nordica. Cerca soluzioni nordiche ovunque e ogni volta che i paesi possono ottenere di più insieme che lavorando da soli”.
15 Hans Eichel et al., “ Für ein solidarisches Europa—Machen wir Ernst mit dem Willen unseres Grundgesetzes, jetzt! ”, Handelsblatt , 21 ottobre 2018.
16 Sipri , l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, riporta che la spesa militare russa nel 2018 è stata di 62,4 miliardi di dollari. Regno Unito, Francia, Germania e Italia, i quattro maggiori membri europei della NATO, nel 2018 hanno speso insieme 175,2 miliardi di dollari, 2,8 volte di più della Russia.
17 Come avrebbe affermato lo statista francese Conte Mirabeau nel 1786, anno della morte di Federico II di Prussia: “Altri stati possiedono un esercito; La Prussia è un esercito che possiede uno stato.
18 “In Europa assistiamo a un duplice movimento: un graduale e inevitabile disimpegno da parte degli Stati Uniti e una minaccia terroristica a lungo termine con l’obiettivo dichiarato di dividere le nostre società libere. . . . Nell’area della difesa, il nostro obiettivo deve essere quello di garantire le capacità operative autonome dell’Europa, a complemento della NATO”. Emmanuel Macron, ” Discorso alla Sorbona “, 26 settembre 2017.
19 Secondo Statista, la Germania nel 2018 ha speso l’1,2% del suo PIL per le sue forze armate, pari a 44,7 miliardi di dollari. Puntare al 2%, come richiesto dalla NATO, sarebbe stato equivalente a 74,5 miliardi di dollari, ovvero 12,1 miliardi di dollari in più rispetto alla Russia.
20 Dopo l’adesione della Croazia nel 2013 e del Montenegro nel 2017, Serbia, Macedonia del Nord e Albania sono attualmente candidati ufficiali all’adesione. Bosnia ed Erzegovina e Kosovo aspettano dietro le quinte.
21 In passato, le richieste di ammissione ucraine non hanno portato a nulla poiché Bruxelles sentiva chiaramente che il paese non era idoneo per l’adesione. Forti dubbi sono stati espressi sulla natura democratica dello Stato ucraino, sul ruolo dei suoi oligarchi e del loro potere politico e sul trattamento delle minoranze, compresa quella di lingua russa nelle province orientali; c’è anche una percezione di corruzione dilagante. In parte questa potrebbe essere stata una finzione, tuttavia, e la vera ragione del rifiuto molti sono stati la povertà del paese, che avrebbe imposto un enorme onere aggiuntivo alle finanze interne dell’UE, in particolare ai suoi vari fondi di assistenza. La guerra ora può ignorare tali preoccupazioni rendendole meno presentabili pubblicamente.
22 Le proiezioni del governo ucraino sui costi di riparazione dei danni causati dalla guerra al momento raggiungono i 2 miliardi di dollari.
23 Ad esempio, nel febbraio 2022, l’amministrazione Biden ha confiscato metà dei beni congelati della banca centrale dell’Afghanistan, depositati presso la filiale della Federal Reserve di New York City, da destinare ai sopravvissuti all’11 settembre e ai loro avvocati. I fondi sequestrati ammontavano a $ 3,5 miliardi. Poche settimane dopo, una conferenza internazionale dei donatori organizzata dalle Nazioni Unite, insieme a Germania, Regno Unito e Qatar, ha cercato di raccogliere 4,4 miliardi di dollari per aiutare a porre fine alla fame di massa in Afghanistan, dove i talebani erano tornati al potere dopo la partenza degli americani. Solo 2,44 miliardi di dollari sono stati donati dalle quarantuno nazioni che erano presenti (virtuali).
24 Il “Fondo di coesione” dell’UE sostiene gli Stati membri con un PIL pro capite inferiore al 90 per cento della media dell’UE, “per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale dell’UE”.
25Le politiche dello “stato di diritto” europeo sono complicate. Dall’inizio della guerra la Commissione sembra aver rinviato, se non silenziosamente annullato, i procedimenti legali contro la Polonia per la sua politicizzazione della magistratura e la corruzione della spesa dell’UE. La situazione è stata diversa con l’Ungheria, il cui leader semi-dittatoriale, Viktor Orbán, è stato rieletto per la terza volta il 3 aprile di quest’anno, con una maggioranza popolare del 53 per cento, maggiore rispetto a qualsiasi delle sue precedenti elezioni. A differenza della Polonia, l’Ungheria sotto Orbán è rimasta in una relazione orale con il presidente russo, Vladimir Putin, forse anche a causa della discriminazione in Ucraina nei confronti di una consistente minoranza filo-russa di lingua ungherese. Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Orbán, la Commissione ha avviato un procedimento contro l’Ungheria, anche se solo sulla meno grave delle due presunte infrazioni, sostanzialmente accuse di corruzione ufficiale. La natura politicizzata della questione è palese in quanto la Commissione e il Parlamento dell’UE non sono particolarmente preoccupati per la corruzione in Stati membri come Malta, Cipro, Bulgaria, Romania, Slovenia e Slovacchia, che differiscono da Ungheria e Polonia non per la loro natura legale o illegale. , pratiche ma in quanto i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca. che differiscono da Ungheria e Polonia non per le loro pratiche legali o illegali, ma per il fatto che i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca. che differiscono da Ungheria e Polonia non per le loro pratiche legali o illegali, ma per il fatto che i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca.

https://americanaffairsjournal.org/2022/05/the-eu-after-ukraine/#notes

La più nota attivista ucraina per i diritti umani e sociali, Elena Berezhnaya, è stata arrestata e sequestrata a Kiev

di Enrico Vigna

Elena Berezhnaya, fondatrice e direttrice dell’Istituto di politica giuridica e protezione sociale ucraino, la più nota attivista ucraina per i diritti umani, dal 16 marzo è stata sequestrata, dopo essere stata arrestata dalla polizia nel suo appartamento e portata al dipartimento di polizia del distretto di Goloseevsky; dopo un giorno l’hanno poi portata alla SBU, i Servizi di Sicurezza ucraini, e da allora nessuno sa più niente di lei.

Elena Berezhnaya è una forte e coraggiosa donna che in tutti questi anni è stata una spina nel fianco della giunta golpista, nonostante innumerevoli tentativi di assassinarla, minacce continue di morte da parte dei neonazisti e più volte picchiata e maltrattata, non ha mai smesso di battersi per la verità, per la giustizia, contro la guerra nel Donbass e per la pace. E nonostante il clima terroristico, non ha mai lasciato l’Ucraina. Ora sta pagando la sua coerenza ed il suo coraggio, insieme a decine di migliaia di attivisti, antifascisti, semplici cittadini pacifisti, la sua lotta senza compromessi per i diritti umani, sociali e civili del popolo ucraino, vessato in questi otto anni di aggressione golpista.

Conosciuta a livello internazionale, ha parlato spesso in Forum internazionali e conferenze organizzati dall’OSCE, dalla Missione internazionale di monitoraggio delle Nazioni Unite in Ucraina, dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti delle minoranze nazionali, dove, utilizzando esempi dettagliati e con dati alla mano, ha sempre denunciato le pratiche discriminatorie e violente della Kiev golpista, contro i diritti della popolazione russofona e contro la popolazione antifascista ucraina. Ha sistematicamente indicato il ruolo e la violenza dei gruppi neonazisti, le atrocità di cui si sono macchiati e i legami strettissimi e complici, e gli interessi intrecciati tra la giunta ed essi. Aveva organizzato la campagna contro la guerra e per la pace: “STOP alla Guerra! L’Ucraina ha bisogno di Pace!”.

Il sequestro è stato denunciato alla stampa dall’avvocatessa e sua collega, Svetlana Novitskaya, un’altra grande donna ucraina, coraggiosa avvocato difensore di prigionieri politici e di coscienza, attraverso l’Istituto per la politica legale e la protezione sociale. Secondo la Novitskaya, la Berezhnaya è accusata di crimini ai sensi dell’ormai noto articolo 111: tradimento. “Cattive notizie su Elena Berezhnaya. Si trova nel centro di detenzione Lukyanovsky, è sospettata di alto tradimento per aver parlato nei media, sui canali YouTube e aver fatto dichiarazioni “anti ucraine” … (leggi articolo 111 del codice penale ucraino), articolo secondo cui ora vengono sospettate e arrestate tutte le persone considerate inaffidabili per il governo di Kiev, spesso accusate “trascinandole per le orecchie”, di simpatie o affinità con la Russia o il “mondo russo” “., ha detto la Novitskaya.

Elena Berezhnaya, aveva anche fornito ad Angela Merkel, tramite Andriy Khunko, deputato del Blocco di sinistra, un rapporto sui crimini dello Stato ucraino contro i propri cittadini, documentando una serie di prove per le gravi violazioni da parte dell’Ucraina della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, presentando il Dossier al Bundestag, nella tavola rotonda “Diritti umani e libertà dei media in Ucraina“. 

L’attivista per i diritti umani ha sempre denunciato in questi anni che gli accordi di Minsk non sono stati attuati principalmente dalla parte ucraina, accordi che furono caldeggiati dalla cancelliera tedesca Merkel. Nel Dossier la Berezhnaya denunciava che l’Ucraina violava gli articoli 6 e 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per il diritto a un processo equo. Nel novembre 2017, l’Istituto per la politica giuridica e la protezione sociale intitolato, preparò un rapporto per l’OSCE sull’accesso alla giustizia in Ucraina e le conseguenze della cosiddetta riforma giudiziaria.

La Berezhnaya è anche molto conosciuta in Ucraina per la sua posizione fermamente antifascista: ha anche combattuto contro la ridenominazione delle strade e degli insediamenti ucraini in onore di criminali e collaboratori nazisti. E’ stata organizzatrice e referente, insieme a Nataliya Vitrenko delReggimento Immortale” a Kiev, ed ogni anno veniva attaccata, arrestata perché indossava il nastro di San Giorgio o portava le foto dei Veterani o del giornalista assassinato Oleg Buzina.

In una di queste detenzioni, nel 2017 fu picchiata dai neonazisti del gruppo neonazista C14 e da agenti di polizia. Secondo la sua conferenza stampa, in quell’occasione: “…Insieme alla polizia, hanno iniziato a picchiarmi, torcendomi le braccia. Poi mi hanno gettato a terra e ho sbattuto la testa sull’asfalto e mi sono ferita, ho chiesto un’ambulanza. Invece, mi hanno spinto per le braccia per le gambe trascinandomi in macchina. Non hanno voluto chiamare un’ambulanza presso il dipartimento di polizia regionale fino all’arrivo di esponenti delle Nazioni Unite, dell’OSCE e dell’avvocato convocato…”.

La Missione permanente della Russia presso le Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per la scomparsa della Berezhnaya. D. Polyansky, Primo Vice Rappresentante Permanente della Federazione Russa alle Nazioni Unite, ha chiesto l’intervento dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza: “…Attiriamo l’attenzione su questo fatto di persecuzione politica e intimidazione, la leadership delle Nazioni Unite e dei membri del Consiglio di sicurezza, dato il fanatismo nazionalista radicale che ha inghiottito Kiev, ci sono tutte le ragioni per temere per la sua vita e salute …Il motivo del rapimento è molto probabilmente legato all’appello della Berezhnaya ai membri del Consiglio di sicurezza, sulla questione del fascismo dilagante in Ucraina. Essa si era rivolta ai membri del Consiglio di sicurezza durante un incontro informale sulla Formula Arria, il 22 dicembre dello scorso anno, parlando del fascismo dilagante in Ucraina. Vasily Nebenzya, rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, aveva poi ripreso quella documentazione ai membri delle Nazioni Unite dalla tribuna dell’Assemblea generale il 28 febbraio …Siamo estremamente preoccupati per la notizia che la SBU ha arrestato la nota attivista ucraina per i diritti umani e antifascista, Elena Berezhnaya “, ha scritto Polyansky nrella sua nota alle NU.

In Ucraina, sono ormai migliaia gli attivisti o esponenti non asserviti alla giunta golpista, che sono stati arrestati, torturati o scomparsi, in una feroce “caccia all’uomo”, casa per casa, oltre alle decine di migliaia di militanti costretti alla latitanza o alla fuga dal paese. L’accusa di “tradimento” vale per qualsiasi opinione, dichiarazione, presa di posizione per la pace, antifascista o di difesa dei diritti umani e civili. O hanno semplicemente sostenuto lo sviluppo di legami paritari e pacifici con la Russia. Documenteremmo tutto questo.


“…Chiediamo con forza, l’immediato rilascio dell’attivista ucraina per i diritti umani e di tutti gli esponenti politici e civili detenuti illegalmente o pretestuosamente. Ci aspettiamo anche la reazione e l’intervento di strutture e organismi internazionali pertinenti attraverso l’ONU, l’OSCE, l’UE e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo..” ha affermato Maria Zakharova in una dichiarazione pubblica.

Enrico Vigna, 28 maggio 2022

L’UMANITÀ CONTRO LA NATO! COMUNICAZIONE ALL’OPINIONE PUBBLICA

In vista del vertice NATO di giugno che si terrà a Madrid il 29 e 30 giugno 2022 e dell’espansione di questa organizzazione criminale in Svezia e Finlandia, è urgente coordinare e progettare azioni di protesta durante il vertice in tutti i paesi e preparare il terreno con dibattiti, manifestazioni, “agit prop” e altre azioni. Molto importanti i dibattiti e le interviste con vari attivisti, relatori, per denunciare la NATO come braccio armato del capitale. Occorre promuovere la lotta alla presenza di basi militari straniere sul territorio spagnolo, italiano, tedesco, francese, nonché la lotta per l’uscita dalla NATO prima e il suo scioglimento poi. Non ci può essere una politica di sicurezza comune finché esiste la NATO.

Intellettuali, personalità, pacifisti, politici e leader di diversi paesi denunciano l’espansione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e si uniscono al clamore globale per la pace di fronte agli eventi nell’Europa orientale e chiedono la democratizzazione dell’ONU al fine di metterlo nell’interesse dell’umanità.

Il “Communiqué à la public opinion”, firmato da cittadini di decine di paesi, descrive la NATO come l’ala armata del capitalismo neoliberista e respinge anche le misure coercitive unilaterali imposte dalle grandi potenze mondiali.

Infine, è stato evidenziato che il suddetto comunicato, che già sta circolando nei diversi continenti del pianeta, è il preambolo di una serie di azioni che verranno attuate per rivelare il carattere genocida di questa Organizzazione, per ripudiare la proliferazione delle sue basi militari, oltre a chiederne lo smantellamento per preservare l’autodeterminazione dei popoli e la pace nel mondo.

Cronica Digitale
Santiago del Cile, 15 marzo 2022

COMUNICAZIONE ALL’OPINIONE PUBBLICA

CONSIDERANDO:

PRIMO . Che lo scontro militare nell’Europa orientale rappresenti un doloroso dramma umano che piange molte famiglie, così come la perdita di alloggi e notevoli danni economici per la popolazione dell’Ucraina e della Federazione Russa.

SECONDO. Che l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), convertita nel braccio militare del capitalismo neoliberista, estenda le sue armi di distruzione di massa in tutta Europa e nei territori di altri continenti, una questione che genera una minaccia per la vita, la sovranità dei popoli e la pace nel mondo . Indubbiamente, questo fatto contribuisce a spiegare la grave situazione politico-militare che il mondo sta vivendo oggi.

IN TERZO LUOGO. Che le misure coercitive unilaterali attuate dalle potenze occidentali costituiscono una flagrante violazione dei diritti umani. Allo stesso modo, tali misure costituiscono un attacco ai principi dell’autodeterminazione dei popoli, dell’uguaglianza tra gli Stati e della composizione pacifica delle controversie internazionali. Principi contenuti nel diritto internazionale pubblico e tutelati dalla Carta delle Nazioni Unite (ONU).

CONDIVIDIAMO QUANTO SEGUE:

PRIMO . Esprimiamo le nostre sentite parole di solidarietà alle famiglie che hanno perso i loro cari negli scontri armati nell’Europa orientale. Ci uniamo, come cittadini del mondo, al clamore dell’umanità che chiede il rispetto degli “Accordi di Minsk” sulla base di una soluzione pacifica e negoziata del conflitto tra NATO e Federazione Russa.

SECONDO. Condanna l’espansionismo della NATO, la proliferazione delle sue basi militari nel mondo e, soprattutto, unisciti alle nostre voci nel respingere il dispiegamento di armi nucleari. Deplorare inoltre con la massima fermezza l’uso di mercenari in guerra da parte delle grandi potenze e ripudiare la fornitura di materiale bellico alle parti coinvolte, poiché ciò contribuisce a un’escalation del conflitto.

TERZO. Chiedere l’immediata cessazione delle misure coercitive unilaterali contro i popoli del mondo, poiché si tratta di azioni neocoloniali che violano l’ordinamento giuridico internazionale che colpiscono ciecamente la popolazione e minano i diritti umani.

QUARTO. Proporre di ripensare l’ONU per farne un’istituzione veramente democratica e rispondente ai sacri interessi dell’umanità. In questo senso, va notato che la libertà di espressione e il diritto alla vita sono beni giuridici protetti dal diritto internazionale pubblico e sono parte integrante della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Chiediamo che l’ONU richieda il rispetto della vita e la fine della censura dei media da parte delle maggiori potenze.

Sottoscrizioni al 15 marzo 2022:

Frei Betto (Brasil), Enrique Dussel (Argentina), Dip. Diosdado Cabello Rondón (1 Vice-Presidente del PSUV), Ignacio Ramonet (Francia), Atilio Borón (Argentina), Fernando Buen Abad (México), Stella Calloni (Argentina), Nestor Kohan (Argentina), Dip. Julio Chávez (Venezuela), Ángeles Maestro Martín (España), Dip. Tania Díaz (Venezuela), Iñaky Gil De San Vicente (Euskal Herria), Gobernador Freddy Bernal (Venezuela), Ramón Grosfoguel (Puerto Rico), Dip. Jesús Faría (Venezuela), Héctor Díaz Polanco (México), Dip. Francisco Torrealba (Venezuela), Senadora Piedad Córdoba (Colombia), Fernando Rivero (Venezuela), Hernando Calvo Ospina (Colombia), Narciso Isa Conde (República Dominicana), Gobernador Gerardo Márquez (Venezuela), Pablo Sepulveda Allende (Chile), Dip. Blanca Eekhout (Venezuela), Rafael Bautista Segales (Bolivia), Gobernador Miguel Rodríguez (Venezuela), Carlos Aznarez (Argentina), Carlos Casanueva (Chile), Ingrid Carmona (Venezuela), Tatiana Pérez (Periodista TeleSUR-Colombia), Dip. Giuseppe Alessandrello (Venezuela), Fernando Bossi (Argentina), Dip. Fernando Soto Rojas (Venezuela), Fernando Casado (España), Dip. María León (Venezuela), René Ortiz (Mexico-Morena), Hugo Moldiz (Bolivia), Rommel Díaz (México), Dip. Carolina Cestari (Venezuela), Txema Sánchez (España), Danny Shaw (Estados Unidos), Padre Numa Molina (Venezuela), Gloria Gaitán (Colombia), Dip. Ángel Rodríguez (Presidente del Parlatino-Capítulo Venezuela), Issam Khawaja (VicePresidente del Partido Unidad Popular Democrático-Jordania), Dip. Desiree Santos Amaral (Venezuela), Dip. Macos Choque (Secretario General JMAS-IPSP), Dip. Gustavo Villapol (Venezuela), Constituyente Hugo Gutiérrez (Chile), Gabriela Cultelli (Uruguay), Alcalde Donald Donaire (Venezuela), Mark Burton (Estados Unidos), Dip. Renán Cabeza (MAS-Bolivia), Alcalde Ramón Piñango (Venezuela), Carlos Morais (Galiza), Pedro Carvajalino (Venezuela), Leonard Fores (Estados Unidos), Lourdes Contreras (República Dominicana), Benjamín Prado (Estados Unidos), Martín Guerra (Partido Izquierda Socialista-Perú), Dip. Yasneidy Guarnieri (Venezuela), Kassim Saleh (Libano), Osly Hernández (Venezuela), Juan Carlos Tanus (Colombia), Ermelinda Malcotte (Bégica), Dick Emanuelson (Suecia), Concejal Roswill Guacaran (Venezuela), Manuel Zarate (Panamá), Edson Carneiro Índio (Inter-Sindical-Brasil), Dip. Pedro Lander (Venezuela), Xadeni Méndez (México), Dip. Ricardo González (Venezuela), Daniela Genovez (El Salvador), Geraldine Colotti (Italia), Iván Mcgregor (Venezuela), Miguel Sandoval (Guatemala), Eduardo Idrovo (Ecuador), Cesar Quiróz (Chile), Irene León (Ecuador), Fatima Rallo Gutierrez (Paraguay), Nayor López (México), Dip. Ismael Morales (Venezuela), Katú Arconada (Euska Herria), Melania Ferreira (MDP República Dominicana), Adrian Sotelo Valencia (CELA-México), Yosman Colina (Venezuela), José Amesty (Costa Rica), Jorge Kreines (Secretario Relaciones Internacionales de Partido Comunista de Argentina), Maribel Nuñez Valdez (República Dominicana), Malick Gueye (España), Omar Cid (Chile), William Capó (Veneuzuela), Virtudes De La Rosa (Directora del Centro de Genero UASD-RD), Alejandro Rusconi (Movimiento Evita), Héctor Tajan (Venezuela), Yoselin Mateo (República Dominicana), Cristian Cuevas (Chile), Rosa Rodríguez (República Dominicana), Tajan Cabrera (Uruguay), Desiree Sequera (Venezuela), Isis Amador Campusano (República Dominicana), Roberto Muñoz (Centro de Estudios Francisco Bilbao Chile), Alfredo Pierre (RD), Alina Duarte (México), Ángel Prieto (Venezuela), Esteban Silva (Chile), Eliecer Jimenez Julio (Suiza), Anabel Díaz (Venezuela), Necxy De León (República Dominicana), Luis Carvajal (RD), Fernando Figueredo Sánchez (RD), María Fernanda Cautivo (Chile), Francisca Peguero (República Dominicana), Fermin Santxez (Euska Herria), Luis González (RD), Ishak Khoury (Palestina), Litbell Díaz Aché (Venezuela), Xiomara Peralta (República Dominicana), Ildefonso Finol (Venezuela), Kenia Ferreras (República Dominicana), Gilberto López (México), Xavier Sarabia (Venezuela), Elsa Sánchez (RD), José Félix (RD), Julio Ortega (RD), Roberto Bermudez Pellegrin (Chile), Alí Rojas (Venezuela), Lilian Oviedo (RD), Raynelda Rodríguez (RD), Luis Atenas Baeza (Chile), Alba Granada North Africa ( Túnez)

Per aderire a questa iniziativa scrivere a :

Ciudadanosdelmundo200@gmail.com

FONTE: https://albagranadanorthafrica.wordpress.com/2022/05/19/communication-a-lopinion-publique-lhumanite-contre-lotan/


En vue du sommet de l ‘OTAN juin qui se tiendra à Madrid le 29 et 30 Juin 2022 et de l’elargissement de cette organisation criminelle à la Suède et à la Finlande, il est urgent de coordonner et concevoir des actions de protestation pendant le sommet dans tous les pays, et préparer, le terrain avec des débats, des manifestations, des «agit prop» et d’autres actions. Les débats et les entretiens avec différents militants, intervenants , pour dénoncer l’OTAN comme le bras armé du capital sont tres importants. Il est nécessaire de promouvoir la lutte contre la présence de bases militaires étrangères sur le territoire Espagnol, Italien , Allemand, Français.. ainsi que la lutte pour la sortie de l’OTAN d’abord et sa dissolution ensuite. Il ne peut y avoir de politique de sécurité commune tant que l’OTAN existe.

Des intellectuels, des personnalités, des pacifistes, des responsables politiques et des dirigeants de différents pays dénoncent l’élargissement de l’Organisation du traité de l’Atlantique Nord (OTAN), et se joignent à la clameur mondiale pour la paix face aux événements en Europe de l’Est et exigent la démocratisation de l’ONU afin de la mettre aux intérêts de l’humanité.

Le «Communiqué à l’opinion publique», signé par les citoyens de dizaines de pays, qualifie l’OTAN de bras armé du capitalisme néolibéral et rejette également les mesures coercitives unilatérales imposées par les grandes puissances du monde.

Enfin, il a été signalé que le communiqué susmentionné, qui circule déjà dans les différents continents de la planète, est le préambule d’un ensemble d’actions qui seront menées pour révéler le caractère génocidaire de cette Organisation, répudier la prolifération de ses effectifs militaires bases, ainsi que demander son démantèlement pour préserver l’autodétermination des peuples et la paix dans le monde.

Crónica Digital
Santiago du Chili, 15 mars 2022

COMMUNICATION A L’OPINION PUBLIQUE

CONSIDÉRANT

PREMIEREMENT . Que la confrontation militaire en Europe de l’Est représente un drame humain douloureux qui endeuille de nombreuses familles, ainsi que la perte de logements et des dommages économiques importants à la population de l’Ukraine et de la Fédération de Russie.

DEUXIÈMEMENT . Que l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord (OTAN), convertie en bras militaire du capitalisme néolibéral, étende ses armes de destruction massive à travers l’Europe et les territoires des autres continents, une question qui génère une menace pour la vie, la souveraineté des peuples et le monde paix. Sans aucun doute, ce fait contribue à expliquer la grave situation politico-militaire que connaît le monde aujourd’hui.

TROISIÈMEMENT. Que les mesures coercitives unilatérales mises en œuvre par les puissances occidentales constituent une violation flagrante des droits de l’homme. De même, de telles mesures constituent une atteinte aux principes d’autodétermination des peuples, d’égalité entre les États et de règlement pacifique des différends internationaux. Principes contenus dans le droit international public et protégés par la Charte de l’Organisation des Nations Unies (ONU).

NOUS CONCORDONS QUE

PREMIEREMENT . Exprimons nos paroles de solidarité les plus sincères aux familles qui ont perdu des êtres chers lors des affrontements armés en Europe de l’Est. Nous nous joignons, en tant que citoyens du monde, à la clameur de l’humanité qui exige le respect des «Accords de Minsk» sur la base d’une solution pacifique et négociée au conflit entre l’OTAN et la Fédération de Russie.

DEUXIÈMEMENT. Condamner l’expansionnisme de l’OTAN, la prolifération de ses bases militaires dans le monde et surtout, joindre nos voix au rejet du déploiement des armes nucléaires. De plus, déplorer dans les termes les plus vifs l’utilisation de mercenaires dans la guerre par les grandes puissances et répudier la fourniture de matériel de guerre aux parties en présence, car cela contribue à une escalade du conflit.

TROISIÈMEMENT . Exigez la cessation immédiate des mesures coercitives unilatérales contre les peuples du monde, car ce sont des actions néocoloniales qui violent l’ordre juridique international qui affectent aveuglément la population et portent atteinte aux droits de l’homme.

QUATRIÈMEMENT. Proposer de repenser l’ONU afin d’en faire une institution véritablement démocratique et en correspondance avec les intérêts sacrés de l’humanité. En ce sens, il convient de noter que la liberté d’expression et le droit à la vie sont des biens juridiques protégés par le droit international public et font partie intégrante de la Déclaration universelle des droits de l’homme. Nous exigeons que l’ONU exige des grandes puissances le respect de la vie et la fin de la censure des médias.

Le quinzième (15) mars 2022, à l’appui de la convention, signent :

Frei Betto (Brasil), Enrique Dussel (Argentina), Dip. Diosdado Cabello Rondón (1 Vice-Presidente del PSUV), Ignacio Ramonet (Francia), Atilio Borón (Argentina), Fernando Buen Abad (México), Stella Calloni (Argentina), Nestor Kohan (Argentina), Dip. Julio Chávez (Venezuela), Ángeles Maestro Martín (España), Dip. Tania Díaz (Venezuela), Iñaky Gil De San Vicente (Euskal Herria), Gobernador Freddy Bernal (Venezuela), Ramón Grosfoguel (Puerto Rico), Dip. Jesús Faría (Venezuela), Héctor Díaz Polanco (México), Dip. Francisco Torrealba (Venezuela), Senadora Piedad Córdoba (Colombia), Fernando Rivero (Venezuela), Hernando Calvo Ospina (Colombia), Narciso Isa Conde (República Dominicana), Gobernador Gerardo Márquez (Venezuela), Pablo Sepulveda Allende (Chile), Dip. Blanca Eekhout (Venezuela), Rafael Bautista Segales (Bolivia), Gobernador Miguel Rodríguez (Venezuela), Carlos Aznarez (Argentina), Carlos Casanueva (Chile), Ingrid Carmona (Venezuela), Tatiana Pérez (Periodista TeleSUR-Colombia), Dip. Giuseppe Alessandrello (Venezuela), Fernando Bossi (Argentina), Dip. Fernando Soto Rojas (Venezuela), Fernando Casado (España), Dip. María León (Venezuela), René Ortiz (Mexico-Morena), Hugo Moldiz (Bolivia), Rommel Díaz (México), Dip. Carolina Cestari (Venezuela), Txema Sánchez (España), Danny Shaw (Estados Unidos), Padre Numa Molina (Venezuela), Gloria Gaitán (Colombia), Dip. Ángel Rodríguez (Presidente del Parlatino-Capítulo Venezuela), Issam Khawaja (VicePresidente del Partido Unidad Popular Democrático-Jordania), Dip. Desiree Santos Amaral (Venezuela), Dip. Macos Choque (Secretario General JMAS-IPSP), Dip. Gustavo Villapol (Venezuela), Constituyente Hugo Gutiérrez (Chile), Gabriela Cultelli (Uruguay), Alcalde Donald Donaire (Venezuela), Mark Burton (Estados Unidos), Dip. Renán Cabeza (MAS-Bolivia), Alcalde Ramón Piñango (Venezuela), Carlos Morais (Galiza), Pedro Carvajalino (Venezuela), Leonard Fores (Estados Unidos), Lourdes Contreras (República Dominicana), Benjamín Prado (Estados Unidos), Martín Guerra (Partido Izquierda Socialista-Perú), Dip. Yasneidy Guarnieri (Venezuela), Kassim Saleh (Libano), Osly Hernández (Venezuela), Juan Carlos Tanus (Colombia), Ermelinda Malcotte (Bégica), Dick Emanuelson (Suecia), Concejal Roswill Guacaran (Venezuela), Manuel Zarate (Panamá), Edson Carneiro Índio (Inter-Sindical-Brasil), Dip. Pedro Lander (Venezuela), Xadeni Méndez (México), Dip. Ricardo González (Venezuela), Daniela Genovez (El Salvador), Geraldine Colotti (Italia), Iván Mcgregor (Venezuela), Miguel Sandoval (Guatemala), Eduardo Idrovo (Ecuador), Cesar Quiróz (Chile), Irene León (Ecuador), Fatima Rallo Gutierrez (Paraguay), Nayor López (México), Dip. Ismael Morales (Venezuela), Katú Arconada (Euska Herria), Melania Ferreira (MDP República Dominicana), Adrian Sotelo Valencia (CELA-México), Yosman Colina (Venezuela), José Amesty (Costa Rica), Jorge Kreines (Secretario Relaciones Internacionales de Partido Comunista de Argentina), Maribel Nuñez Valdez (República Dominicana), Malick Gueye (España), Omar Cid (Chile), William Capó (Veneuzuela), Virtudes De La Rosa (Directora del Centro de Genero UASD-RD), Alejandro Rusconi (Movimiento Evita), Héctor Tajan (Venezuela), Yoselin Mateo (República Dominicana), Cristian Cuevas (Chile), Rosa Rodríguez (República Dominicana), Tajan Cabrera (Uruguay), Desiree Sequera (Venezuela), Isis Amador Campusano (República Dominicana), Roberto Muñoz (Centro de Estudios Francisco Bilbao Chile), Alfredo Pierre (RD), Alina Duarte (México), Ángel Prieto (Venezuela), Esteban Silva (Chile), Eliecer Jimenez Julio (Suiza), Anabel Díaz (Venezuela), Necxy De León (República Dominicana), Luis Carvajal (RD), Fernando Figueredo Sánchez (RD), María Fernanda Cautivo (Chile), Francisca Peguero (República Dominicana), Fermin Santxez (Euska Herria), Luis González (RD), Ishak Khoury (Palestina), Litbell Díaz Aché (Venezuela), Xiomara Peralta (República Dominicana), Ildefonso Finol (Venezuela), Kenia Ferreras (República Dominicana), Gilberto López (México), Xavier Sarabia (Venezuela), Elsa Sánchez (RD), José Félix (RD), Julio Ortega (RD), Roberto Bermudez Pellegrin (Chile), Alí Rojas (Venezuela), Lilian Oviedo (RD), Raynelda Rodríguez (RD), Luis Atenas Baeza (Chile), Alba Granada North Africa ( Túnez)

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Palestina e lotta popolare non armata e nonviolenta

di Giorgio Gallo

Viviamo un momento particolarmente drammatico, caratterizzato da una crescente pervasività della cultura della guerra. I media e il discorso pubblico sono monopolizzati dalla guerra in Ucraina. Non esiste quasi altro. Gli altri conflitti scompaiono. Eppure, sono tanti e non meno dolorosi e drammatici per le popolazioni civili di quello che si vive oggi nel nostro continente. Fra questi, anche se con caratteristiche un po’ particolari, quello fra Israele e Palestina, che ha visto recentemente una crescita di tensioni a Gerusalemme, in particolare, in questo periodo di Ramadan, nella spianata delle moschee, e tensioni a Hebron per l’approvazione della costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella città vecchia.

Ovviamente qualsiasi paragone fra i due conflitti, quello in Ucraina e quello in Palestina, è certamente discutibile: ogni conflitto è, nella sua complessità, unico. C’è però qualcosa su cui l’esperienza del conflitto israelo-palestinese può fornire utili suggerimenti anche per altri conflitti e per quello in Ucraina in particolare. E si tratta dell’uso di tecniche di lotta nonviolenta in alternativa a quella armata e violenta. Da questo punto di vista l’esperienza palestinese è particolarmente interessante, in positivo e purtroppo anche in negativo.

La prima Intifada, nota anche come Intifada delle pietre, si svolge fra il 1987 e il 1991, ed è, almeno nel primo anno un interessante esempio di lotta non armata e nonviolenta. Prima del suo inizio, nel novembre 1986, si era tenuto in Giordania, proprio sull’uso della nonviolenza, un vertice, a cui avevano partecipato soprattutto militanti palestinesi. Questo aveva portato a un aumento significativo di azioni nonviolente (dimostrazioni, scioperi, petizioni, …) in Palestina. Ma l’Intifada inizia in autunno con un crescendo di scioperi e manifestazioni in risposta alle uccisioni di palestinesi. Le prime manifestazioni, che coinvolgono scuole e università a Gaza, seguono l’uccisione di tre palestinesi nel campo profughi di Al-Bureij a Gaza. La brutale repressione dell’esercito porta ad altre manifestazioni e proteste, e, naturalmente, a nuove vittime palestinesi. Particolarmente rilevanti le manifestazioni che avvengono a seguito della morte di quattro palestinesi e del ferimento di altri cinque, investiti da un camion israeliano a Gaza, il 9 dicembre 1987. Apparentemente non si trattò di un incidente, ma di un atto di vendetta per l’uccisione di un israeliano da parte di un palestinese. Le manifestazioni non si limitarono alla striscia di Gaza ma si diffusero in tutta la Palestina. Le immagini di adolescenti palestinesi che, usando solo armi a portata di mano – sassi, copertoni da bruciare e anche ‘prese in giro’ -, si scontravano in strada con uno degli eserciti più sofisticati del mondo fecero presto il giro di tutto il mondo. Fu questo che da molti viene considerato l’inizio dell’Intifada. Molti ricordano non solo le immagini degli adolescenti che lanciano pietre, ma anche le immagini di quegli stessi adolescenti a cui i soldati spezzano sistematicamente braccia e a volte anche gambe. Una politica questa decisa dal ministro della difesa Yitzhak Rabin. Sperava di spezzare la resistenza palestinese, ma il risultato fu l’opposto: la resistenza continuò e, per tutto il primo anno, fu sostanzialmente nonviolenta, a parte il lancio di pietre da parte di bimbi e ragazzi. Infatti, in questo primo anno di Intifada, non ci furono morti nell’esercito israeliano, mentre 204 palestinesi furono uccisi, e di questi circa la metà erano minorenni. Ma i video dei soldati che spezzavano le braccia a ragazzini ebbero l’effetto di cambiare l’immagine stessa di Israele di fronte all’opinione pubblica internazionale.

Le manifestazioni di protesta non solo raggiunsero presto tutta la Palestina, ma si estero oltre la linea verde, nelle regioni di Israele abitate da arabi. Il 24 gennaio 1988, oltre 60.000 palestinesi, cittadini di Israele, dimostrarono a Nazareth, chiedendo la fine dell’occupazione e il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese. Sia da una parte che dall’altra della linea verde si formarono comitati spontanei di coordinamento e di iniziativa. Ma quello che fu chiaro nei primi mesi fu che le diverse forme di protesta, scioperi, boicottaggi, manifestazioni, si svilupparono spontaneamente, portando alla formazione ed empowerment di una dirigenza locale alternativa al potere dell’occupante. La forza autonoma di questo movimento dal basso e la sua relativa indipendenza dalla dirigenza palestinese dell’OLP, che si trovava a circa 2.000 km di distanza, a Tunisi, fu una ragione non trascurabile del suo successo.

Dei comitati che si erano spontaneamente formati facevano parte personalità di grande rilievo, quali Faisal Al-Husseini e Sari Nusseibeh. Il primo definito da qualcuno il “volto” dell’Intifada e il secondo il suo “cervello”. All’inizio del 1988 fu presentato un piano sistematico per un’azione nonviolenta da Hanna Siniora, un intellettuale palestinese rispettato, direttore del giornale di Gerusalemme al-Fajr. Il piano, formulato da Mubarak Awad, il “Ghandi palestinese”, che cinque anni prima aveva fondato, a Gerusalemme, il Centro palestinese per lo studio della nonviolenza, aveva quattro fasi. La prima sarebbe stata la rinuncia alle sigarette israeliane, un gesto simbolico, seguito dal boicottaggio delle bibite israeliane. Poi i palestinesi avrebbero sospeso i pagamenti delle tasse a tutte le autorità israeliane, e infine i lavoratori palestinesi avrebbero smesso di andare al loro lavoro in Israele. Gli obiettivi del piano includevano il rilascio dei prigionieri politici, la fine delle trivellazioni idriche e degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, e infine la cessazione dello stesso controllo israeliano sui territori.

Il piano trovò un’applicazione particolarmente eclatante nella cittadina di Beit Sahour, nei pressi di Betlemme. I residenti smisero di pagare le tasse e gettarono via le loro carte di identità israeliane. A partire dal luglio 1988, l’esercito israeliano fece diverse incursioni nella città, impose il coprifuoco in varie occasioni e assediò la città. Furono minacciati gli abitanti e quelli che venivano ritenuti gli organizzatori della rivolta furono arrestati. Dal 19 settembre 1989 partì una pesante campagna militare contro Beit Sahour, con l’obiettivo di distruggere la sua economia, attraverso assedio della città, rotture di braccia, imprigionamenti anche di bambini, e saccheggio di negozi, fabbriche e residenze. La popolazione resistette in diversi modi, in particolare sviluppando forme di autosufficienza, ad esempio alimentare, con allevamenti e orti distribuiti fra le case.

Nei fatti l’Intifada stava diventando qualcosa di più di una semplice rivolta: un modo per costruire una nuova società, per mettere le basi per un cammino di indipendenza del popolo palestinese. Ha fatto emergere nella società palestinese il conflitto interno tra diversi gruppi sociali, varie istituzioni e diverse ideologie e ha gradualmente politicizzato le questioni di classe e di genere, aumentando la coscienza politica e sociale del pubblico su questi temi. I palestinesi dei territori occupati, soprattutto i giovani e le donne, hanno imparato ad auto organizzarsi e a prendere l’iniziativa dal basso, mettendo in crisi le tradizionali strutture di potere proprie di una società fortemente patriarcale, scavalcando la stessa dirigenza palestinese dell’Olp, lontana a Tunisi. In particolare, si è fortemente accresciuto il ruolo politico, economico e sociale delle donne. Questo aspetto dell’Intifada ha minato la natura individuale e patriarcale della società e ha rafforzato i suoi valori collettivi, cooperativi e democratici.

E l’Intifada stava avendo ricadute rilevanti anche sullo stesso Israele, sia in termini di immagine, che anche dal punto di vista economico: nei primi tre mesi dell’Intifada gli introiti del governo israeliano si erano ridotti del 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le spese militari e di sicurezza erano drammaticamente cresciute e il turismo fortemente ridotto.

I negoziati di Madrid, iniziati il 30 ottobre 1991, imposti dall’amministrazione Usa al primo ministro israeliano Shamir, furono anche una delle conseguenze di tutto ciò. Nel discorso introduttivo, il capo della delegazione palestinese, Abd al-Shafi, a nome del popolo palestinese, si rivolse direttamente al popolo israeliano: “lo invitiamo a condividere la speranza. Noi desideriamo vivere fianco a fianco condividendo la terra e la promessa del futuro.” La forza di Abd al-Shafi stava proprio nel protagonismo del popolo palestinese, che l’Intifada aveva fatto emergere. Questo preoccupò molto da un lato Israele, che non aveva intenzione di interrompere il processo di annessione della Cisgiordania, e, dall’altro, la stessa Olp di Arafat che rischiava di vedere ridotto il suo ruolo. Da qui la partenza, in segreto, dei negoziati di Oslo che portarono presto quelli ufficiali, iniziati a Madrid, su un binario morto.

Negli anni successivi, gli accordi di Oslo hanno mostrato i loro grandi limiti, ma, anche se spesso la violenza ha prevalso (attentati suicidi, seconda Intifada, diverse guerre a Gaza, …), tuttavia i movimenti popolari dal basso, che avevano caratterizzato la prima Intifada, hanno continuato a produrre diverse e nuove forme di resistenza nonviolenta. Fra queste, con una eco particolarmente rilevante a livello internazionale, il movimento per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) e la denuncia dell’occupazione israeliana come una forma di Apartheid.

Certo la nonviolenza non ha portato alla fine dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, forse anche perché troppo presto abbandonata. Ma ha cambiato in meglio la società palestinese, e ha mostrato la sua potenziale forza ed efficacia. C’è ovviamente da considerare che mentre nel caso dell’Ucraina, gli Usa, con tutta la loro forza economica e anche militare, stanno nettamente dalla parte dell’aggredito, nel caso della Palestina è l’aggressore, cioè Israele, che gode del loro appoggio.

1 Ripreso da in dialogo, Notiziario della Rete Radiè Resch, n. 136, 2022.

Uccisione a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Comunicato del Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina

Il Comitato Popolare sangiulianese esprime il proprio cordoglio e condanna fermamente l’uccisione di questa mattina  a sangue freddo della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh da parte dell’esercito israeliano.

Lo stillicidio di vittime palestinesi che viene attuato ogni giorno dalle forze di occupazione israeliane, seppur taciuto dai media main stream, impone ai compiacenti governi occidentali di condannare il vile omicidio e di adoperarsi per una risoluzione diplomatica dell’occupazione dei Territori Palestinesi in linea con il diritto internazionale e le Risoluzioni Onu che intimano ad Israele di ritirarsi entro i confini antecedenti al 5 giugno del 1967.

Violazioni del diritto e crimini contro civili inermi che devono essere sanzionate con misure economiche restrittive, come l’Occidente si è apprestato ad introdurre con solerzia e particolare durezza contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

Il doppiopesismo occidentale è ipocrita e complice dell’occupazione e dei suoi intollerabili crimini.

Terra e libertà per il popolo palestinese.


Il Comitato Popolare sangiulianese per la Palestina e i popoli opprressi


11 maggio 2022

Con invito di pubblicazione e di divulgazione.

Grazie

Chi era Shireen Abu Aqleh?

Shireen Nasri Abu Aqleh (nata nel 1971 a Gerusalemme – martirizzata l’11 maggio 2022 nel campo di Jenin all’età di 51 anni) è una giornalista palestinese che lavora con la rete mediatica Al Jazeera.

Sherine Abu Aqleh è di Betlemme, ma è nata e cresciuta a Gerusalemme, la religione di Sherine appartiene a una famiglia cristiana.

Ha terminato gli studi secondari presso la Rosary Sisters School di Beit Hanina

Inizialmente ha studiato architettura all’Università di Scienza e Tecnologia in Giordania, poi si è laureata in giornalismo scritto e ha conseguito una laurea presso l’Università di Yarmouk in Giordania.

Dopo la laurea, è tornata in Palestina e ha lavorato in diversi siti come UNRWA, Voice of Palestine Radio, Amman Satellite Channel, poi la Miftah Foundation e Monte Carlo Radio. Successivamente si è trasferita a lavorare nel 1997 con il canale satellitare Al Jazeera, fino a quando è stata colpita dall’esercito israeliano questa mattina.

Dichiarazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

 Jamil Mezher piange la grande giornalista, la martire della verità, Sherine Abu Akleh

Oggi, mercoledì 11 maggio, il membro dell’Ufficio Politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Jamil Mezher, ha espresso le nostre più sincere condoglianze al nostro popolo palestinese e ai  giornalisti e professionisti dei media per il martirio della grande giornalista Sherine Abu Akleh, corrispondente del canale satellitare Al-Jazeera, a causa di un perfido crimine sionista che l’ha presa di mira mentre “copriva da un punto di vista mediatico” l’invasione sionista di Jenin all’alba di oggi.

In una dichiarazione, Mezher ha espresso “i suoi desideri per una pronta guarigione al giornalista Ali Al-Samudi, che è stato anche lui ferito da un proiettile degli occupanti alla schiena, mentre copriva gli eventi di Jenin”.

Mezher ha descritto il “crimine di assassinio e presa di mira diretta di giornalisti come un crimine a tutti gli effetti che mirava ed è tuttora finalizzato a intimidire i giornalisti, ed a mettere a tacere la voce della verità e a prevenire l’immagine e la verità dei crimini commessi dall’occupazione contro il popolo palestinese al mondo.”

Mezher ha sottolineato che “la Palestina, i media e le istituzioni giornalistiche e il mondo libero hanno perso una giornalista nota per il suo coraggio, audacia e sincerità, appartenente alla causa palestinese e insistente nel coprire le pratiche aggressive in corso  controllo il popolo palestinese.  E non si è mai considerata solo un’impiegata dei media o una giornalista, ma piuttosto una testimone e una trasmittente della verità e della narrativa palestinese”.

Mezher ha sottolineato l’importanza di “proteggere i giornalisti dalla macchina criminale sionista”, esprimendo la speranza che “il crimine del martirio della grande giornalista Abu Akleh costituirà un incentivo per il mondo libero e una pressione affinché la comunità internazionale prenda misure contro l’occupazione e per attuare accordi internazionali che prevedano la protezione dei giornalisti, compreso il deferimento di tutti i suoi crimini e il diritto del popolo palestinese, in particolare dei giornalisti, alla Corte penale internazionale.

Mezher ha concluso la sua dichiarazione, sottolineando che “il nostro popolo palestinese, il suo movimento nazionale, i suoi media e le istituzioni di stampa non dimenticheranno la martire della verità, Sherine Abu Aqleh, e lei rimarrà viva nella nostra memoria, e un esempio ispiratore per noi e per tutti i giornalisti e ciò che ha compiuto per trasmettere l’immagine e la verità dal campo di battaglia, così come la sua audacia, e il suo alto coraggio rimarranno un’eredità” e un’ispirazione per tutti i giornalisti.

”ODESSA, 2 maggio 2014-2022”: Per NON dimenticare

ATTENZIONE: le immagini all’interno dell’articolo protrebbero urtare la vostra sensibilità.

di Enrico Vigna

A otto anni da questo feroce massacro compiuto dai criminali neonazisti oggi assurti a ”Eroi della patria ucraina”, nei media occidentali, nessuno è stato punito per quanto accaduto a Odessa. I principali imputati sono ancora nella lista dei ricercati. In tutto questo tempo l’ONU, l’OSCE, Amnesty, la Russia, così come altre organizzazioni internazionali, hanno ripetutamente criticato la giunta dell’Ucraina per un’indagine superficiale e restia sulla tragedia di Odessa.

Il 21 febbraio scorso il governo russo e la Duma di stato all’unanimità, hanno dichiarato che le identità dei responsabili della tragedia di Odessa sono note, con nomi e identità fotografiche agli organi investigativi della Federazione Russa, e che la Russia adotterà le misure necessarie per trovare gli autori di questo crimine, “assicurarli alla giustizia e punirli».

”… Hanno dato la caccia a chi scappava dal palazzo come i lupi fanno con le prede…così, tanti hanno rinunciato persino a uscire dall’edificio. Una vera e propria lotta tra la paura di morire ustionati o intossicati, con quella di essere uccisi a bastonate…”. Così la BBC inglese ha descritto i fatti di Odessa.

“…È impossibile ricordare senza rabbrividire la terribile tragedia di Odessa, dove i partecipanti a una protesta pacifica sono stati brutalmente uccisi, bruciati vivi nella Casa dei sindacati. I criminali che hanno commesso questa atrocità non sono ancora stati puniti e nessuno li sta cercando. Ma li conosciamo per nome e faremo di tutto per punirli: trovarli, assicurarli alla giustizia e punirli“, è stato dichiarato ufficialmente.

Nella realtà la giunta di Kiev, ha protetto ed è complice degli atti atroci dei neonazisti. Addirittura l’ex primo ministro Tymoshenko e l’ex presidente Yushchenko, i golpisti del dopo Maidan, salutarono come un atto di pulizia il massacro. Yushcenko arrivò ad affermare in piazza, rivolto agli autori delle atrocità di Odessa: “Lo acclamo, ne sono orgoglioso”. L’Occidente ha sempre fatto finta che non fosse successo niente. Non una sola parola di condanna di questo efferato crimine è stata udita uscire dalle labbra ufficiali dei “democratici” leader occidentali, che di solito difendono i diritti umani in ogni angolo del mondo “non sottomesso” ai loro voleri, con la schiuma alla bocca.

Come dichiarato dagli organi investigativi russi, i nomi degli assassini sono noti, sono di pubblico dominio e comunicati. È noto che alla fine del massacro c’erano una dozzina di autobus a Odessa, sui cui parabrezza c’erano indicazioni delle città da cui provenivano i banditi armati per poi ritornare nelle loro sedi. Ora queste persone, o meglio, criminali, hanno paura di essere presi e vivono nascosti ma pur sempre attivi. Alcuni hanno cambiato il cognome, alcuni sono morti nei combattimenti di queste settimane a Mariupol e in altre città, ma occorre sperare che i sopravvissuti ricevano il giusto castigo al più presto.

In questi giorni il presidente del Comitato investigativo russo, Alexander Bastrykin ha incaricato l’ufficio centrale del dipartimento di Intelligence, di avere informazioni che si sta progettando la preparazione di una provocazione contro i civili nella regione di Odessa. Secondo il ministero della Difesa russo, il servizio di sicurezza dell’Ucraina SBU, sta preparando un’altra provocazione nella regione di Odessa con l’obiettivo di accusare successivamente i militari russi di aver commesso queste azioni. “…E’ in preparazione a breve, da parte dei nazionalisti ucraini una provocazione pianificata, con l’uso di uniformi dei militari russi, che compiono esecuzioni sommarie di civili ad Odessa”, hanno informato il CIR e il Ministero della Difesa russo.

Dall’inizio di aprile, un gran numero di militari ucraini, mercenari stranieri e veicoli corazzati delle forze armate ucraine si sono concentrati nella parte posteriore della regione di Odessa. Il gruppo Odessa delle forze armate ucraine ha ricevuto i MANPADS, un sistema missilistico antiaereo a corto raggio trasportabile a spalla, prodotti da Francia e Polonia. È stato notato dai satelliti, che molte forze di sicurezza ucraine indossano l’uniforme dell’esercito russo, e hanno bracciali bianchi sul braccio destro, come le forze russe. La SBU fornisce la copertura informativa per questa provocazione. I subalterni del capo della SBU, Ivan Bakanov, dichiarano quasi ogni giorno che “sabotatori russi” infiltrati tra i pacifici Odessani sarebbero stati catturati nella regione di Odessa.

Secondo l’Intelligence russa questi sono i segnali di essere alla vigilia di una provocazione, proprio in questi giorni, il ramo di Odessa del Corpo Nazionale , dove sono inquadrati i battaglioni neonazisti, ha ricevuto il sostegno morale di Volodymyr Zelensky . L’ordine “Al coraggio” è stato assegnato al militante del “National Corps” di Odessa, Artur Savelyev di 22 anni. Saveliev è stato gratificato postumo. Infatti questo neonazista è stato ucciso il 16 aprile a Mariupol, durante i combattimenti con le forze delle Milizie Popolari del Donbass,  Il 2 maggio 2014, Artur Savelyev, allora minorenne, aveva partecipato all’omicidio di massa nella Camera dei sindacati di Odessa, ed è sfuggito alle sue responsabilità. Alla fine di febbraio 2022, Savelyev si era arruolato come volontario per andare a combattere a Mariupol.

Occorre ricordare che il governatore militare della regione di Odessa, è un criminale di guerra ucraino ricercato in Russia e dalla Repubblica Popolare di Lugansk Maxim Marchenko. Il colonnello Marchenko delle Forze armate ucraine è ricercato per crimini contro l’umanità nel Donbass. Nel 2015, Marchenko, allora studente presso l’Università militare nazionale di Kiev intitolata a Chernyakhovsky, fu nominato comandante del battaglione nazista d’assalto Aidar. 
Marchenko è stato soprannominato “Gauleiter” a Odessa. “Gauleiter” (termine che per i nazisti indicava leader), impose a Odessa un regime di dura occupazione nazista. Oggi la SBU locale, su ordine di Marchenko, arresta tutti i residenti della regione, sospettati non solo di segni anche minimi di simpatia per Russia e Bielorussia, ma anche di critiche pubbliche al regime di Zelensky. Alla fine di marzo, Yuri Tkachev , caporedattore dell’agenzia di stampa Timer di Odessa, è stato arrestato per aver criticato Zelensky. Marchenko ha ora ordinato di trasformare gli ospedali di Odessa in roccaforti militari, con posti di cecchini, nidi di mitragliatrici, artiglieria e carri armati negli scantinati e così via. A tal fine, i pazienti vengono buttati fuori dagli ospedali di Odessa nelle strade e i medici vengono terrorizzati. Sotto pena di morte, ai residenti di Odessa è vietato lasciare la regione verso le regioni orientali dell’Ucraina. Tutta la corrispondenza privata è monitorata, le telefonate sono intercettate e controllate. In particolare il “Gauleiter” Marchenko odia i difensori delle Repubbliche popolari del Donbass, lui stesso è originario di Slavyansk nella regione di Donetsk.

Il 2 maggio 2022 sarà l’ottavo anniversario della “Odessa Khatyn“, il massacro degli abitanti di Odessa commesso dai neonazisti sotto la direzione della giunta di Kiev. Uno degli obiettivi di questo crimine era distruggere fisicamente e moralmente tutti i tentativi di resistenza popolare a Odessa e impedire la nascita di una Repubblica Popolare. Come nel 2014, oggi il regime di Kiev potrebbe cinicamente commettere un ennesimo crimine di massa, incolpando i “servizi di intelligence russi”, ricalcando approssimativamente lo scenario della Casa del sindacato del 2014. Mentre ricordiamo e NON DIMENTICHIAMO Odessa del 2014, vigiliamo informativamente su eventuali nuovi crimini atroci, sperando che possano essere sbaragliati prima di essere effettuati.

La verità sulla strage di Odessa

Uccisi come animali, uno per uno. Una vera e propria esecuzione di massa premeditata.

Il massacro alla Casa del Sindacato di Odessa

Come i criminali nazisti hanno ucciso gli abitanti di Odessa nella Casa del Sindacato

I dettagli di uno scenario di sangue.

La grande tragedia accaduta nella città di Odessa venerdì 2 maggio 2014. Sostenitori del federalismo furono inseguiti fino alla Casa del Sindacato dalla marmaglia di “PravySectorSettore Destro”. L’edificio subito dopo fu dato alle fiamme e morirono, secondo i rapporti ufficiali, 48 persone, oltra a quasi 300 feriti. È chiaro che il numero delle vittime nella Casa del Sindacato è di gran lunga più elevato. I provocatori intrappolarono le persone all’interno dell’edificio dove era possibile ammazzarle impunemente, con grande piacere e senza testimoni. Il fuoco all’interno dell’edificio fu appiccato allo scopo di coprire l’assassinio di massa di cittadini ucraini.

Le persone rifugiatesi dietro le porte del piano terra furono attaccate dai criminali del “Settore Destra” che erano lì dentro da molto tempo prima che l’esecuzione iniziasse. Quelle persone furono arse fino alle ossa, prima all’ingresso principale…

poi toccò agli altri.

I pompieri si mostrarono soltanto quando le massicce porte dell’entrata furono completamente bruciate.

Solo in una singola stanza – in un edificio di cinque piani con i soffitti alti più di 3 metri – il fuoco è visibile dall’esterno.

Chi poteva salire sul tetto di un edificio amministrativo di importanza nazionale? Forse quelli che in precedenza si erano impossessati delle chiavi delle grate di ferro chiuse che proteggevano le porte del tetto.

Questi criminali debbono essere trovati. Potrebbero dire tantissimo su quando è iniziata la realizzazione del piano di uccisioni e come in precedenza hanno portato quello che serviva per fare le bottiglie Molotov all’interno della Casa del Sindacato.

Nella foto alcuni bravacci interpretano la parte di sostenitori federalisti. Tipica rappresentazione di “false flag” stile hollywoodiano.

Corpi carbonizzati al piano terra, vicino alle porte di ingresso.

Perché alcuni corpi carbonizzati compaiono ai piani superiori dove non c’era alcun incendio?

Gli stessi corpi da un’altra prospettiva:
– la fila di pannelli di legno, la ringhiera e gli scalini di legno, i fogli di truciolato non appaiono bruciati;
– l’ovale blu indica la barriera fatta di tavoli, sedie e armadietti: non è stata neppure toccata dal fuoco, a differenza dei corpi carbonizzati (in primo piano);
– Da dove è saltata fuori questa barriera? Fu realizzata dai criminali di “Settore Destra” allo scopo di bloccare le persone che tentavano di salvarsi salendo ai piani superiori?

Un cadavere femminile trascinato sul pavimento dal vero posto in cui era intervenuta la morte. Chi e perché ha fatto questo?

A quest’uomo hanno sparato in testa. A giudicare dalla pozza di sangue (chiaramente visibile) l’assassino ha sparato a bruciapelo e il proiettile ha trapassato il cranio.

Avete notato che alcune persone morte sono bruciate soltanto sulla testa e sulle spalle? Perché i vestiti sotto il torace non sono intaccati dal fuoco?
In questa e nelle successive immagini si può vedere una strana macchia bianca sul pavimento: si tratta della polvere degli estintori usati dagli assassini dopo la morte delle persone per non ustionarsi o subire il monossido di carbonio.

Un giovane e una giovane. Non sono né bruciati né soffocati: non ci sono segni di incendio sul pavimento di legno (realizzato 50 anni fa e che avrebbe dovuto bruciare come una pagliuzza) o di fuliggine da fumo sui muri. I due giovani sono stati uccisi con altri mezzi? Probabilmente qualcuno gli ha rotto il collo. Un lavoro da “professionisti”.

Barricate erano anche agli altri piani. Sangue sul pavimento: Teste bruciate.
Nella freccia rossa: è possibile che gli assassini abbiano scambiato i loro vestiti con quelli delle vittime.
Un ben noto accorgimento, semplice ed efficace.

Secondo una delle principali versioni sui fatti del 2 maggio a Odessa, i criminali del “Settore Destro” misero in scena una falsa rappresentazione. Indossarono i nastri di San Giorgio (simboli dei sostenitori federalisti anti-Maidan) e organizzarono violente provocazioni contro i sostenitori di Maidan (cioè contro i loro stessi alleati), per poter poi accusare i sostenitori del federalismo e farli apparire responsabili della morte di molte persone.

Una donna morta vicino all’ascensore con gli abiti mancanti al di sotto della vita. Con ogni probabilità fu stuprata e poi bagnata con un liquido infiammabile e data alle fiamme.

Persone uccise con un colpo alla testa.

Teste, mani e spalle bruciate, mentre le parti inferiori del corpo non toccate dalle fiamme.

Un uomo con numerosi colpi alla testa.

L’immagine forse più terribile.

Si tratta di una donna incinta, una delle impiegate che lavoravano nel giorno di vacanza alla pulizia degli uffici e nell’innaffiare le piante di fiori. È stata strangolasta con un filo elettrico. Aveva tentato di resistere: si possono vedere i fiori scaraventati sul pavimento.

Questo cartello esplicativo sulla vittima dell’assassino e sulla scena del crimine dice: “Abbiamo eliminato la Mamma! Gloria all’Ukraina!”. Questo annuncio è stato allegramente affisso da uno dei “patrioti” ucraini.
Nota: “Mamma Odessa” è un affettuoso soprannome di Odessa, simile a “La Grande Mela” per New York o “Città di smeraldo” per Seattle.
La futura mamma (strangolata e stuprata) e Mamma Odessa sono state ammazzate. Come l’intera Ucraina.

probabilmente quello è il suo assassino.

P.S.: Il numero di persone uccise non è ancora stato stabilito, sicuramente sono molte di più delle 48 ufficiali. La maggior parte delle persone, specialmente bambini e donne, fu fatta a pezzi con delle asce e picchiata a morte con bastoni negli scantinati della Casa del Sindacato.
da vlad-dolohov.livejournal 2 maggio 2021

da http://www.livejournal.com/go.bml?journal=ersieesist&itemid=813&dir=next

Strage di Odessa:

Il Sindaco di Odessa Volodimyr Nemirovsky ha dichiarato: “L’operazione anti-terrorismo di Odessa è legale”.

Olesya Orobets, vice presidente del Partito di Svoboda: “E ‘una giornata storica per l’Ucraina, sono così felice che questi separatisti fastidiosi a Odessa sono stati finalmente liquidati.”

La Deputata del Partito della Libertà Iryna Farion con un suo post su Facebook dopo il massacro di Odessa: “Brava, Odessa. Perla dello spirito ucraino. Lasciate che i diavoli brucino all’inferno. Brava. “.

L’ex sindaco di Odessa Edward Gurvits: “Odessa è stato un atto di autodifesa”.

Kateryna Kruk, politologa e sostenitrice di Euromaidan:

Odessa ha “pulito” sé stessa dai terroristi, orgogliosa per questa città che combatte per la sua identità, onore agli eroi caduti….

Gli autori della strage negano di aver commesso alcun reato. Chiamandola operazione anti-terrorismo o lotta contro l’invasione russa è un modo di negare che l’esercito ucraino sta effettuando ordini di genocidio. Rifiuti così precisi portano a pensare che le vittime di Odessa si sono bruciate da sole o che le vittime a Lugansk si sono bombardati da sè.

Qui i versi enunciati dall’attivista del Blocco per Odessa, Ivan Riabukhin.

Vittoria amara di Maidan

E ancora  Maggio! Tutti i fiori sbocciano. Gioisce e canta il popolo odessano.

Ma nel cuore il dolore non riesce a placarsi. E il veterano, asciugandosi una lacrima.

Spera che il mondo non attenda di nuovo. E per quelli che portano il dolore e fatica,

Non è necessario il ricordo della guerra. Vogliamo raccogliere la vittoria,

E il ricordo di quel grande giorno . E c’è chi si trasforma in ladro,

E predica il nazismo. E brucia i nastri degli eroi!

E’ impudenza mi dici ? NO! E’ Fascismo ! E la gioia dei veterani svanisce

Quelli che hanno avuto la guerra sulle loro spalle. Vittoria amara di Maidan

E con le lacrime agli occhi ! Congratulandomi  nel Giorno della Vittoria,

con i Valorosi figli della Patria. Vi invito a mantenere la memoria sacra

Dei nostri padri e nonni caduti! Ivan Riabukhin

CRIMINE CONTRO L’UMANITA’ !

Ancora OGGI, 2 Maggio 2022, il popolo di Odessa aspetta

VERITA’ e GIUSTIZIA!

NESSUNO DIMENTICA. NULLA E’ DIMENTICATO!

(A cura di Enrico Vigna SOS Ucraina antifascista/CIVG)

“La Russia sta perdendo la guerra dell’informazione?” – Un’analisi impressionante della guerra congnitiva

di Laura Ruggeri – Strategic Culture

(traduzione di Giuseppe Masala)

Il 10 marzo, quando il direttore della CIA Bill Burns si è rivolto al Senato degli Stati Uniti e ha dichiarato che “la Russia sta perdendo la guerra dell’informazione sull’Ucraina”, ha ripetuto un’affermazione che era già stata amplificata dai media angloamericani dall’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina. Sebbene la sua affermazione sia effettivamente vera, non ci dice perché e riflette principalmente la prospettiva dell’Occidente. Come al solito la realtà è molto più complicata.

L’abilità nella “guerra dell’informazione” degli Stati Uniti non ha eguali: quando si tratta di manipolare le percezioni, produrre una realtà alternativa e conseguentemente armare le menti del pubblico, gli Stati Uniti non hanno rivali. Anche la capacità, da parte degli USA, di dispiegare strumenti di potere non militari per rafforzare la propria egemonia e attaccare qualsiasi stato intenda metterla in discussione, è innegabile. Ed è proprio per questo che alla Russia non è rimasta altra scelta che quella dell’utilizzo dello strumento militare per difendere i propri interessi vitali e la propria sicurezza nazionale.

La guerra ibrida – e la guerra dell’informazione come parte integrante di essa – si è evoluta nella dottrina standard degli Stati Uniti e della NATO, ma non ha reso la forza militare ridondante, come dimostrano le guerre per procura. Con capacità di guerra ibrida più limitate, la Russia deve invece fare affidamento sul suo esercito per influenzare l’esito di uno scontro con l’Occidente che Mosca considera esistenziale. E quando la propria esistenza come nazione è a rischio, vincere o perdere la guerra dell’informazione nel metaverso occidentale diventa piuttosto irrilevante. Vincere a casa e assicurarsi che i propri partner e alleati comprendano la posizione e la logica dietro le proprie azioni ha, inevitabilmente, la precedenza.

L’approccio della Russia alla questione ucraina è notevolmente diverso da quello dell’Occidente. Per quanto riguarda Mosca, l’Ucraina non è una pedina sulla scacchiera, ma piuttosto un membro della famiglia con cui la comunicazione è diventata impossibile a causa delle continue ingerenze straniere portate avanti attraverso delle operazioni di influenza. Secondo Andrei Ilnitsky – consigliere del Ministero della Difesa russo – l’Ucraina è il territorio in cui il mondo russo ha perso una delle battaglie strategiche della guerra cognitiva. Avendo perso questa battaglia, la Russia si sente ancora più obbligata a vincere la guerra; una guerra per riparare i danni a un paese che storicamente ha sempre fatto parte del mondo russo e per prevenire gli stessi danni in patria. È piuttosto eloquente che quella che USA-NATO chiamano una “guerra dell’informazione” viene chiamata da questo eminente stratega russo, “mental’naya voina“, cioè guerra cognitiva. Essendo principalmente soggetto passivo di operazioni di informazione/influenza, la Russia ne ha conosciuto e studiato gli effetti deleteri.

Sebbene sia troppo presto per prevedere la traiettoria del conflitto tra  Russia e Ucraina e dunque i suoi esiti politici finali, uno dei principali aspetti negativi è che l’impiego da parte degli Stati Uniti di tutti gli strumenti di guerra ibrida per istigare e alimentare questo conflitto, non ha lasciato alla Russia alcuna alternativa a quello del  ricorso al potere militare per risolverlo. Non si può vincere la battaglia per i cuori e le menti quando il proprio avversario controlla entrambi. Occorre prima ripristinare le condizioni che permetteranno di raggiungere menti e cuori e anche allora ci vorranno anni per rimarginare le ferite e annullare i condizionamenti psicologici.

Sebbene la disinformazione e l’inganno siano sempre stati parte della guerra, e le informazioni siano state a lungo utilizzate per supportare le operazioni di combattimento, nell’ambito della guerra ibrida l’informazione gioca un ruolo ancora più centrale, tanto che in Occidente il combattimento è visto principalmente attraverso essa e vaste risorse vengono assegnate per influenzare le operazioni sia in ambito online che offline. Nel 2006 il Magg. Generale degli Stati Uniti in pensione Robert H. Scales ha spiegato quella che era una nuova filosofia di combattimento che sarebbe stata in seguito adottata ufficialmente nella dottrina della NATO: “La vittoria sarà definita più in termini di acquisizione delle alture psico-culturali piuttosto che geografiche”.(1)

Nel lessico USA-NATO, informazione e influenza sono parole intercambiabili. “Le informazioni comprendono e aggregano numerosi attributi sociali, culturali, cognitivi, tecnici e fisici che agiscono e influiscono sulla conoscenza, la comprensione, le credenze, le visioni del mondo e, in definitiva, le azioni di un individuo, gruppo, sistema, comunità o organizzazione“. (2)

L’arsenale della guerra dell’informazione degli Stati Uniti non ha eguali perché controlla Internet e i suoi principali collettori (ma anche guardiani) di contenuti come Google, Facebook, YouTube, Twitter, Wikipedia… Ciò significa che gli Stati Uniti possono esercitare il controllo sulla noosfera, ovvero quel “regno della mente che abbraccia il globo” che la RAND nel 1999 presentava già come parte integrante della strategia dell’informazione americana. Per questo motivo nessun governo può ignorare il profondo impatto di Internet sull’opinione pubblica, sulla politica e sulla sovranità nazionale. Poiché né la Russia né la Cina possono battere gli Stati Uniti in un gioco in cui questi ultimi detengono tutte le carte; l’unica cosa intelligente da fare è lasciare il tavolo da gioco, che è esattamente ciò che stanno facendo entrambe le potenze, ognuna attingendo ai propri punti di forza specifici.

La “guerra dell’informazione sull’Ucraina” non è iniziata in risposta alle operazioni militari russe nel 2022, ma è in corso da molti decenni. Dal 1991 gli Stati Uniti hanno speso miliardi di dollari e l’UE decine di milioni per separare questo paese dalla Russia, per non parlare poi dei soldi spesi dalla Open Society di Soros. Nessun prezzo è stato ritenuto troppo alto a causa dell’importanza dell’Ucraina sulla scacchiera geopolitica. Le operazioni di influenza degli Stati Uniti hanno portato a due rivoluzioni colorate; prima la Rivoluzione Arancione (2004–2005) e poi l’EuroMaidan (2013–14). Dopo il sanguinoso colpo di stato del 2014, con la rimozione di qualsiasi contrappeso, l’influenza USA-NATO si è trasformata in pieno controllo e repressione violenta del dissenso. Coloro che si erano opposti a Maidan vivevano nella paura: il massacro di Odessa è stato un costante promemoria del destino che sarebbe toccato a chiunque avesse osato opporsi al nuovo regime.

La promozione delle tendenze neonaziste si accrebbe (dal 2014 NdT) parallelamente al culto del collaborazionista nazista Stepan Bandera; membri di organizzazioni terroristiche come il Battaglione Azov e altri gruppi ultranazionalisti si unirono al governo e alla Guardia nazionale ucraina. Il passato fu cancellato e la storia riscritta, i monumenti sovietici furono distrutti, i cosiddetti russofoni (i cittadini ucraini di lingua madre russa) subirono minacce e discriminazioni quotidiane, i partiti filo-russi furono banditi così come i loro organi di informazione. La russofobia è stata inculcata nei bambini a partire dall’asilo. Solo nel 2020 i progetti ultranazionalisti, come per esempio il “Corso per giovani banderisti” e il “Festival dello spirito ucraino di Banderstadt” hanno ricevuto quasi la metà di tutti i fondi stanziati dal governo ucraino per le organizzazioni di bambini e giovani.

Invece gli ucraini che vivevano nelle Repubbliche popolari separatiste di Donetsk e Lugansk non potendo essere presi di mira da operazioni di influenza sono stati presi di mira direttamente a colpi di artiglieria: gli ex compatrioti furono riformulati come nemici quasi dall’oggi al domani.

Sebbene tutti gli indicatori della qualità della vita rivelassero un netto peggioramento, ampi segmenti della popolazione vissero in uno stato permanente di dissonanza cognitiva: fu loro detto che discriminare gli LGBT è sbagliato ma discriminare chi parla russo è invece giusto. Oppure ancora che ricordare i soldati sovietici che avevano combattuto il nazismo nella seconda guerra mondiale e liberato Auschwitz è sbagliato e invece ricordare l’Olocausto è giusto. Poiché la dissonanza cognitiva è una sensazione spiacevole, le persone sono ricorse alla negazione e all’autoinganno, abbracciando così qualsiasi opinione dominante nel loro ambiente sociale al fine di avere sollievo psicologico.

Dal momento che la mentalità di un’intera popolazione non può essere modificata dall’oggi al domani, anche con un esercito di specialisti del comportamento cognitivo, l’operazione è stata realizzata in più fasi. Dapprima con la Rivoluzione Arancione  si è contribuito a promuovere l’identità nazionale ucraina; ma proprio perché questa ha fatto leva sulle differenze culturali e linguistiche esistenti è finita per essere la più divisiva a livello regionale di tutte le rivoluzioni colorate. Gli ucraini occidentali hanno dominato le proteste mentre gli ucraini orientali vi si sono ampiamente opposti. La Rivoluzione Arancione ha avuto dunque un profondo effetto sul modo in cui gli ucraini percepivano se stessi e la propria identità nazionale, ma non è riuscita comunque a recidere i legami politici, culturali, sociali ed economici tra Ucraina e Russia. La maggior parte delle persone su entrambi i lati del confine continuò a considerare i due paesi come inestricabilmente intrecciati.

Una seconda rivoluzione, Euromaidan, avrebbe però portato a termine il lavoro iniziato nel 2004. Questa volta la narrazione ha avuto un fascinazione più ampia sulla popolazione: i suoi sostenitori/realizzatori identificarono nella corruzione e nella mancanza di prospettive economiche come i focus principali capaci di incanalare e dare sfogo alle frustrazioni dei cittadini. Successivamente indicarono nella leadership dell’Ucraina e nei suoi legami con la Russia la principale causa dei problemi del Paese e infine contrapposero a questa la prospettiva dell’integrazione nell’UE come la panacea di tutti i mali.

Trasformare la Russia in un capro espiatorio per tutti i problemi sociali ed economici dell’Ucraina, alimentando così un sentimento anti-russo era esattamente ciò che una miriade di attori finanziati dagli Stati Uniti  avevano fatto sin dalla caduta dell’Unione Sovietica. L’Ucraina, come il resto dei paesi post-sovietici, pullulava di organi di informazione, ONG, educatori, gruppi della diaspora, attivisti politici, imprenditori e leader della comunità il cui status era artificialmente gonfiato dal loro accesso alle risorse straniere e alle reti internazionali.

Questi “vettori di influenza” si sono presentati come fornitori di “standard globali e migliori pratiche”, “regole democratiche” e  “sviluppo partecipativo e responsabile”, utilizzando slogan costruiti con le tecniche del marketing per fare il lavoro prima di demolizione delle pratiche esistenti e dei quadri di riferimento per poi imporre la costituzione di un  nuovo “sistema di valori”, spesso di qualità inferiore. Con il pretesto di combattere la corruzione, offrendo un percorso di modernizzazione e sviluppo, questi attori si sono radicati nella società civile ucraina, plasmandone la coscienza collettiva e demonizzando sia la Russia, sia i politici locali che le figure pubbliche che sostenevano relazioni più strette con Mosca.

Il lavoro di questi agenti di influenza è stato determinante nel demolire visioni del mondo, credenze, valori e percezioni che risalivano all’epoca sovietica, alterando così l’autocomprensione della popolazione e assicurando che le generazioni più giovani ignorassero la storia del proprio paese e abbracciassero una nuova identità immaginaria.

Ma le rivoluzioni colorate richiedono oltre al cervello anche i muscoli per rovesciare prima i governi e poi difendere il potere della nuova classe dirigente emergente. La forza bruta necessaria per intimidire e attaccare coloro che erano insensibili alle operazioni di influenza poteva essere fornita solo da elementi marginali della società che erano stati sedotti dalla retorica ultranazionalista.

Questi gruppi marginali violenti sono stati organizzati e autorizzati ad esercitare una maggiore influenza in Ucraina per poi fare proselitismo reclutando così nelle loro fila nuovi seguaci. Un’identità immaginaria romanzata è stata radicalizzata da assurde affermazioni secondo cui ucraini e russi non possono essere considerati popoli fratelli perché gli ucraini sono “slavi purosangue”, mentre i russi sono “barbari di sangue misto”. Niente era fuori dal comune: eleganti rievocazioni di liturgie naziste come fiaccolate che apparivano impressionanti sui social media; discorsi che facevano eco alla retorica xenofoba e antisemita di Hitler; il culto di Bandera e di coloro che combatterono con i nazisti contro l’esercito sovietico.

Mentre i gruppi esteri (rispetto all’Ucraina NdT) che condividevano la stessa cassetta degli attrezzi ideologica furono etichettati come gruppi estremisti e organizzazioni terroristiche appena oltre il confine, in Ucraina ricevettero consigli, sostegno finanziario e militare dalle forze armate statunitensi e dalla CIA. Allo stesso tempo, lo spin-off presentabile della CIA, il NED, distribuiva fondi, sovvenzioni, borse di studio e premi pubblicizzati sui media agli attivisti di queste campagne globaliste – politicamente corrette – che venivano mandate avanti attraverso il motto “libertà, democrazia e diritti umani“. Quest’ultima coorte dava così una verniciata di bianco ai crimini dei neonazisti. Dopotutto, se i membri di Al-Qaeda che indossavano gli elmetti bianchi in Siria divennero i beniamini dei media occidentali vincendo persino un Oscar, i neonazisti potevano facilmente essere commercializzati come difensori della democrazia.

La popolazione ucraina è stata sottoposta a questo tipo di operazioni psicologiche che anziché agire come un medicinale che cura la malattia portò alla morte del paziente. Tutto questo per fare del paese una testa di ponte da cui lanciare operazioni ostili volte ad indebolire la Russia e a creare una spaccatura tra Mosca e l’Europa. La russofobia divenne una sorta di religione di stato dove chi non la praticava doveva essere emarginato ed eventualmente escluso dal discorso pubblico. La pressione a conformarsi era così forte da compromettere il giudizio sui fatti, sulla storia e sulla realtà.

La costruzione discorsiva di un nemico richiedeva la costante demonizzazione della Russia (Mordor), dei russi (barbari eurasiatici incivili) e dei separatisti del Donbass (selvaggi, subumani).

Quando le narrazioni neonaziste e la russofobia furono normalizzate e autorizzate per plasmare sia le politiche che il discorso dominante, quando le persone furono private del pensiero critico e dalla conoscenza della propria storia reale a tal punto da accettare l’intrapresa di una guerra di otto anni contro i loro stessi connazionali, significava inequivocabilmente che le menti delle persone erano state armate.

La coscienza pubblica è stata attivamente manipolata sia a livello di significato che a livello di emozioni. La percezione selettiva e le fantasie consolatorie furono alcuni dei meccanismi psicologici che assicuravano alla popolazione di gestire lo stress di vivere in uno stato di dissonanza cognitiva in cui fatti e finzione non potevano più essere separati. Offrendo un passaggio “facile” attraverso un mondo complesso, queste narrazioni fornivano la certezza emotiva a scapito della comprensione razionale.

La decisione emotivamente soddisfacente di credere, di avere fede che veniva instillata dalla propaganda a cui erano sottoposti gli individui creava una barriera contro la quale si infrangevano le contro-argomentazioni e i  fatti scomodi. L’elezione di un attore sulla base della sua convincente interpretazione a presidente in una serie tv intitolata “Servant of the People” ha confermato la riuscita sostituzione della politica con una parodia che era solo spettacolare simulazione della stessa: non era semplicemente la sovrapposizione di illusione e realtà, ma l’autenticazione dell’illusione come più reale del reale stesso. La maggior parte degli ucraini ha votato per un partito nuovo di zecca che prende il nome dalla fiction televisiva e nasce da un’idea delle stesse persone. Un partito che ha persino utilizzato cartelloni pubblicitari realizzati per la serie tv  anche per la campagna elettorale di Zelensky.

Con lo streaming globale della serie TV di Netflix e la sua messa in onda da più di una dozzina di canali tv in Europa, vediamo la commercializzazione di Zelensky ad un pubblico straniero come un oggetto-immagine la cui realtà immediata è la sua funzione simbolica in un sistema semiotico di significanti astratti che prendono vita propria e generano una realtà virtuale parallela. Questa realtà virtuale a sua volta genera il proprio discorso.

Ad esempio, per il pubblico straniero la guerra di 8 anni nel Donbass che ha causato 14.000 morti è meno reale delle immagini estrapolate da un videogioco e spacciate per “il bombardamento di Kiev”. Questo perché la guerra nel Donbass è stata ampiamente ignorata dai media internazionali.

Le immagini delle atrocità, siano esse prese da altri contesti o fabbricate, sono diventate significanti fluttuanti che possono essere riproposti secondo le esigenze dei propagandisti, mentre le vere atrocità devono essere nascoste alla vista. Dopotutto non importa se la narrazione è vera o falsa, ciò che conta è che sia convincente.

Nell’Ucraina post-Maidan si può vedere un’anticipazione del destino che attende il resto d’Europa, quasi come se l’Ucraina non fosse stata solo un laboratorio di una rivoluzione colorata, ma anche un banco di prova per quel preciso tipo di operazioni di guerra cognitiva che stanno portando alla rapida distruzione di qualunque traccia di civiltà, logica e razionalità rimasta in Occidente.

La guerra cognitiva integra capacità informatiche, educative, psicologiche e di ingegneria sociale al fine di raggiungere i propri scopi. I social media svolgono un ruolo centrale come moltiplicatore di forza e sono un potente strumento per sfruttare le emozioni e rafforzare i pregiudizi cognitivi. Il volume e la velocità delle informazioni senza precedenti travolgono le capacità cognitive individuali e incoraggiano a “pensare velocemente” (in modo automatico ed emotivo) invece di “pensare lentamente” (razionalmente e giudiziosamente). I social media inducono anche prove sociali, in cui l’individuo imita e afferma le azioni e le credenze degli altri per adattarsi, creando così camere d’eco di conformismo e pensiero di gruppo. Dare forma alle percezioni è tutto ciò che conta; opinioni critiche, verità scomode, fatti che contraddicono la narrativa dominante possono essere cancellati con un clic dell’utente o con l’algoritmo del gestore/moderatore. La NATO utilizza forme di Intelligenza Artificiale basate sul deep learning che consentono il riconoscimento dei modelli per identificare rapidamente i luoghi in cui hanno origine i post, i messaggi e gli articoli sui social media, nonché gli argomenti in discussione, il sentment, gli identificatori linguistici, il ritmo delle pubblicazioni, i collegamenti tra gli account dei social media ecc. Tale sistema consente così il monitoraggio in tempo reale e fornisce avvisi alla NATO e ai suoi partner sul sentment dominante nei social media su un determinato argomento e qualora questo non sia favorevole possono essere intraprese azioni quali lo “shadow banning” o anche la rimozione degli account e dei contenuti valutati come problematici.

Una popolazione polarizzata e cognitivamente disorientata è un obiettivo maturo per un tipo di manipolazione emotiva nota come script di pensiero e mind boxing. Il pensiero di una persona arriva a congelarsi attorno a copioni sempre più prestabiliti. E se lo script è discutibile, è improbabile che venga modificato tramite l’argomento. Il cervello ben inscatolato è impermeabile alle informazioni che non sono conformi al copione e indifeso contro falsità o semplificazioni a cui è stato preparato a credere. Più una mente inscatolata e più è polarizzato l’ambiente politico e il dialogo pubblico. Questo danno cognitivo rende tutti gli sforzi per promuovere l’equilibrio e il compromesso poco attraenti e nei casi peggiori addirittura impossibili. La svolta totalitaria dei regimi liberali occidentali e la mentalità isolata e impermeabile all’esterno delle élite politiche occidentali sembrano confermare questo triste stato di cose.

Con il divieto di trasmissione dei mezzi di informazione russi, l’esclusione e il bullismo di chiunque cerchi di spiegare la posizione della Russia, è stato raggiunto l’equivalente della pulizia etnica del discorso pubblico nel quale le “cheerleader del pensiero dominante”  hanno un sorriso folle sul viso che non fa ben sperare.

Gli esempi di irrazionale frenesia della folla sono troppi da elencare; coloro che sono caduti vittime di questo fervore pseudo-religioso chiedono che la Russia e i russi siano cancellati. Del resto non è nemmeno necessario essere umani o vivi per diventare il bersaglio dell’isteria di massa: cani e gatti russi sono stati banditi dalle competizioni, i classici russi banditi dalle università e i prodotti russi tolti dagli scaffali.

L’implacabile manipolazione delle emozioni delle persone ha scatenato un pericoloso vortice di follia di massa. Come in Ucraina, così in Europa i cittadini sostengono le decisioni e chiedono misure contro i propri interessi, prosperità e futuro. “Resto al freddo!!” è il nuovo sfoggio di virtù tra coloro che accedono solo a informazioni approvate dagli Stati Uniti ovvero al tipo di script compatibile con un quadro di riferimento che esclude la complessità. In questo universo fittizio e parallelo, una sorta di metaverso sicuro, rassicurante e compensatorio che si è liberato dall’entropia della realtà dove l’Occidente occupa sempre il livello morale più elevato.

In generale, la copertura mediatica internazionale della guerra in Ucraina non è stata solo immaginaria ma anche completamente allineata con le narrazioni fornite dalle unità di propaganda ucraine che sono state istituite e finanziate da USAID, NED, Open Society, Pierre Omidyar Network ed European Endowment for Democracy .

Le campagne di disinformazione ucraine influenzano il giudizio sia del pubblico sia degli stessi legislatori occidentali (ci si riferisce ai legislatori dei paesi vassalli degli USA, NdT). L’8 marzo, quando il presidente ucraino Zelensky si è rivolto a distanza alla Camera dei Comuni britannica, molti membri del parlamento non avevano neanche gli auricolari per ascoltare la traduzione simultanea del suo discorso. Non importava. A loro è piaciuto lo spettacolo e hanno applaudito con entusiasmo. Nelle loro menti inscatolate, Zelensky era già stato inquadrato come “il nostro bravo ragazzo a Kiev”, e qualsiasi sceneggiatura, anche incomprensibile, sarebbe andata bene. Il 1° marzo i diplomatici dei paesi occidentali e dei loro alleati si sono ritirati durante un discorso  – in collegamento video –  del ministro degli Esteri russo Lavrov alla Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo a Ginevra. I cervelli in scatola sono cognitivamente incapaci di impegnarsi in discussioni con coloro che hanno punti di vista diversi, rendendo impossibile la diplomazia. Ecco perché al posto delle abilità diplomatiche vediamo gesti teatrali e acrobazie mediatiche, abiti vuoti che forniscono linee di sceneggiatura che hanno il fine di proiettare superiorità morale.

L’Occidente ha trovato rifugio in questo mondo fittizio generato dai media perché non può più risolvere i suoi problemi sistemici: invece di sviluppo e progresso vediamo regressione economica, sociale, intellettuale e politica, ansia, frustrazione, manie di grandezza e irrazionalità. L’Occidente è diventato completamente autoreferenziale.

Progetti ideologici, distopici e di ingegneria sociale come il Transumanesimo e il Grande Reset sono le uniche soluzioni che le élite occidentali possono offrire per affrontare l’inevitabile implosione di un sistema che hanno contribuito a far naufragare.

Queste “soluzioni” richiedono la soppressione del pluralismo la limitazione della libertà di informazione e di espressione, l’uso diffuso della violenza per intimidire i pensatori critici, la disinformazione e la manipolazione emotiva; in breve, la distruzione delle basi stesse della democrazia moderna, del discorso pubblico, dibattito razionale e partecipazione informata ai processi decisionali. La ciliegina sulla torta è che è cinicamente confezionato e commercializzato come una “vittoria della democrazia contro l’autoritarismo”. Per proiettare la democrazia prima dovevano ucciderla e poi sostituirla con la sua simulazione.

Ma uno spazio globale di comunicazione e informazione che non rispetta il principio del pluralismo e del rispetto reciproco produce inevitabilmente i propri becchini. Vediamo già come questo spazio globale si stia frammentando in spazi informativi fortemente difesi lungo le linee delle sfere di influenza geopolitiche. Il progetto di globalizzazione guidato dagli Stati Uniti si sta disfacendo e ciò è dovuto principalmente alla sua eccessiva ambizione.

Gli Stati Uniti potrebbero vincere la guerra dell’informazione in Occidente, ma qualsiasi vittoria nell’universo parallelo creato dai media potrebbe facilmente trasformarsi in una vittoria di Pirro quando la realtà si riaffermerà.

La storia recente ci dice che narrazioni accuratamente elaborate, disinformazione e demonizzazione dell’avversario radicalizzano e polarizzano l’opinione pubblica, ma la vittoria sul campo di battaglia dell’informazione non si traduce necessariamente in una vittoria militare o politica, come abbiamo visto in Siria e in Afghanistan.

Mentre l’Occidente collettivo si compiace del suo successo dopo l’opzione nucleare di bandire tutti i media russi dall’infosfera globale che controlla, è troppo accecato dall’arroganza per notare le inevitabili ricadute della sua mossa. Il controllo totale sulla narrazione ottienuta attraverso misure autoritarie e la repressione delle voci dissenzienti, cioè attraverso un capovolgimento di quella democrazia inclusiva dai valori universalisti che l’Occidente ipocritamente pretende di difendere e che proietta attivamente nel Sud del mondo. Nel confronto ideologico con i paesi che definisce “autoritari” l’Occidente sta perdendo il vantaggio che pretendeva di possedere.

L’ordine mondiale unipolare guidato dagli Stati Uniti sta volgendo al termine e l’Occidente sta rapidamente perdendo la sua influenza. La Russia sta prestando attenzione e in futuro potrebbe invece investire più energia nel raggiungere un pubblico non occidentale, ovvero persone che non sono così indottrinate e insensibili alla verità, ai fatti e alla ragione come le loro controparti occidentali.

Mentre all’inizio della rivoluzione dell’informazione la Cina ha adottato misure per proteggere la propria sovranità digitale, per molte ragioni la Russia ha impiegato più tempo a riconoscere il pericolo rappresentato da un sistema di comunicazione e informazione che, nonostante le iniziali pretese di essere un campo di gioco aperto e uniforme, era in realtà truccato a favore di chi lo controllava. L’iniziativa della Russia in Ucraina non è solo una risposta agli attacchi alla popolazione del Donbass e un modo per prevenire l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Il suo obiettivo dichiarato di denazificare l’Ucraina è una risposta difensiva alle intense operazioni di guerra cognitiva che gli Stati Uniti hanno condotto sia all’interno della Russia che nei paesi vicini. L’espansione verso est della NATO non è stata semplicemente un’espansione militare, ma ha portato anche all’occupazione dello spazio psico-culturale, informativo e politico.

Dopo aver perso la battaglia strategica nella guerra cognitiva, aver così assistito alla normalizzazione della russofobia neonazista e aver realizzato che le forze ostili, sia interne che straniere, si sono radicate in Ucraina, la Russia si sente ancora più obbligata a vincere la guerra, come ha spiegato Andrei Ilnitsky in un’intervista a Zvesda.(4)

Ilnitsky ha riconosciuto che “Il pericolo principale della guerra cognitiva è che le sue conseguenze sono irreversibili e possono manifestarsi attraverso le generazioni. Le persone che parlano la nostra stessa lingua, improvvisamente sono diventate nostre nemiche“. L’erezione di monumenti a Stepan Bandera mentre quelli dei soldati sovietici venivano distrutti, non è stata solo un’intollerabile provocazione per la Russia – un paese che ha perso 26,6 milioni di persone che combattevano il nazismo nella seconda guerra mondiale – è stata anche un’espressione tangibile del tipo di cancellazione e riscrittura della storia che non si limita peraltro alla sola Ucraina.

L’attuale conflitto in Ucraina mostra che ripristinare il senso della realtà richiede un tributo pesante e sanguinoso. Purtroppo in materia di sicurezza nazionale decisioni dolorose non possono essere rinviate all’infinito.

NOTE:

  1. http://armedforcesjournal.com/clausewitz-and-world-war-iv/
  2. JP 3–0, Joint Operations, 17 January 2017, Incorporating Change 1, 22 October 2018 (jcs.mil)
  3. Ukraine’s Propaganda War: International PR Firms, DC Lobbyists and CIA Cutouts (mintpressnews.com)
  4. ?????? ?????????: «?????????? ????? ?? ??????? ??????» (zvezdaweekly.ru)

FONTE Traduzione: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_russia_sta_perdendo_la_guerra_dellinformazione/39602_45832/

FONTE ORIGINALE: https://laura-ruggeri.medium.com/is-russia-losing-the-information-war-79016e0ee32e


IS RUSSIA LOSING THE INFORMATION WAR?

On March 10 when CIA director Bill Burns addressed the US Senate and declared “Russia is losing the information war over Ukraine”, he repeated a claim that had already been amplified by Anglo-American media since the start of Russia’s military operations in Ukraine. Though his statement is factually true, it doesn’t tell us why and mainly reflects the West’s perspective. As usual the reality is a lot more complicated.

The US information warfare capability is unparalleled: when it comes to manipulating perceptions, producing an alternate reality and weaponizing minds, the US has no rivals. The US coercive deployment of non-military instruments of power to bolster its hegemony, and attack any state that challenges it, is also undeniable. And that’s precisely why Russia was left with no other option than the military one to defend its interests and national security.

Hybrid warfare, and information warfare as an integral part of it, evolved into standard US and NATO doctrine, but it hasn’t made military force redundant, as proxy wars demonstrate. With more limited hybrid warfare capabilities, Russia has to rely on its army to influence the outcome of a confrontation with the West that Moscow regards as an existential one. And when your existence as a nation is at risk, winning or losing the information war in the Western metaverse becomes rather irrelevant. Winning it at home and ensuring that your partners and allies understand your position and the rationale behind your actions inevitably takes precedence.

Russia’s approach to the Ukraine question is remarkably different from the West’s. As far as Russia is concerned Ukraine is not a pawn on the chessboard but rather a member of the family with whom communication has become impossible due to protracted foreign interference and influence operations. According to Andrei Ilnitsky, an advisor to the Russian Ministry of Defence, Ukraine is the territory where the Russian world lost one of the strategic battles in the cognitive war. Having lost the battle, Russia feels all the more obliged to win the war — a war to undo the damage to a country that historically has always been part of the Russian world and to prevent the same damage at home. It is rather telling that what US-NATO call an “information war” is referred to as “mental’naya voina”, that is cognitive war, by this prominent Russian strategist. Being mainly on the receiving end of information/influence operations, Russia has been studying their deleterious effects.

While it is too early to predict the trajectory of the Russia-Ukraine conflict and its political outcomes, one of the main takeaways is that the US employment of all instruments of hybrid warfare to instigate and fuel this conflict, left Russia no alternative than the recourse to military power to solve it. You can’t win the battle for hearts and minds when your opponent controls them. You first need to restore the conditions that will make it possible to reach them and even then it will take years to heal wounds, undo the psychological conditioning.

Though disinformation and deception have always been a part of warfare, and information has long been used to support combat operations, within the framework of hybrid warfare information plays a central role, so much so that in the West combat is seen as taking place primarily through it and vast resources are assigned to influence operations both online and offline. In 2006 retired US Maj. General Robert H. Scales explained a new combat philosophy that would later be enshrined in NATO’s doctrine: “Victory will be defined more in terms of capturing the psycho-cultural rather than the geographical high ground.”(1)

In the US-NATO lexicon, information and influence are interchangeable words. “Information comprises and aggregates numerous social, cultural, cognitive, technical, and physical attributes that act upon and impact knowledge, understanding, beliefs, world views, and, ultimately, actions of an individual, group, system, community, or organization.”(2)

The US information war arsenal is unmatched because it controls the Internet and its main gatekeepers of content such as Google, Facebook, YouTube, Twitter, Wikipedia… It means the US can exercise control over the noosphere, that “globe-spanning realm of the mind” that RAND in 1999 was already presenting as integral to the American information strategy. For this reason no government can ignore the profound impact of the Internet on public opinion, statecraft and national sovereignty. Because neither Russia nor China can beat the US in a game where it holds all the cards, the smart thing to do is to leave the gaming table, which is exactly what both powers are doing, each drawing on its specific strengths.

The “information war over Ukraine” didn’t start in response to Russia’s military operations in 2022. It was initially unleashed in Ukraine. Since 1991 the US spent billions of dollars, and the EU tens of millions, to tear this country apart from Russia, not to mention the money spent by Soros’ Open Society. No price was deemed too high due to the importance of Ukraine on the geopolitical chessboard. US influence operations led to two colour revolutions, the Orange Revolution (2004–05) and EuroMaidan (2013–14). After the 2014 bloody coup, with the removal of any counterweight, US-NATO influence turned into full control and violent repression of dissent: those who had opposed Maidan lived in fear — the Odessa massacre being a constant reminder of the fate that would befall anyone who dared to resist the new regime.

The promotion of Neo-Nazi tendencies intensified, together with the cult of Nazi collaborationist Stepan Bandera; members of terrorist organizations such as the Azov Battalion and other ultranationalist groups joined government and the Ukranian National Guard, the past was erased and history re-written, Soviet monuments were destroyed, Russian-speakers faced daily threats and discrimination, pro-Russian parties and information outlets were banned, Russophobia was inculcated in children starting from kindergarten. In 2020 alone ultranationalist projects, such as the “Young Banderite Course”, “Banderstadt Festival of Ukrainian Spirit”, etc. received almost half of all the funds allocated by the Ukrainian government for children’s and youth organisations.

Ukrainians who lived in the separatist People’s Republics of Donetsk and Lugansk and couldn’t be targeted by influence operations were targeted by rockets, bombs and bullets: the former compatriots had been recast as enemies almost overnight.

While all quality of life indicators revealed a marked decline, large segments of the population lived in a permanent state of cognitive dissonance: they were told that discriminating LGBT is wrong but discriminating Russian speakers is right, remembering Soviet soldiers who had fought Nazism in WW2 and liberated Auschwitz is wrong, remembering the Holocaust is right. Because cognitive dissonance is an uncomfortable feeling, people resorted to denial and self-deception, embraced whatever opinion was dominant in their social environment to seek relief.

Since the mindset of an entire population cannot be changed overnight, even with an army of cognitive behaviour specialists, the groundwork was laid in stages. The Orange Revolution helped foster Ukrainian national identity but precisely because it leveraged on existing cultural and linguistic differences it ended up being the most regionally divided of all colour revolutions: western Ukrainians dominated the protests and eastern Ukrainians largely opposed them. The Orange Revolution had a profound effect on the way Ukrainians perceived themselves and their national identity but it didn’t succeed in severing the political, cultural, social, and economic ties between Ukraine and Russia. Most people on both sides of the border continued to regard the two countries as inextricably intertwined.

A second revolution, Euromaidan, would finish the job started in 2004. This time the narrative had a wider appeal: its proponents identified corruption and lack of economic prospects as the main grievances of the population, indicated Ukraine’s leadership and its ties to Russia as the main cause of the country’s troubles and proposed integration into the EU as a cure-all solution.

Turning Russia into a scapegoat for all societal and economic problems, fuelling an anti-Russian sentiment was exactly what a myriad of US and US-funded players had been doing since the fall of the Soviet Union. Ukraine, like the rest of post-Soviet countries, was teeming with media outlets, NGOs, educators, diaspora groups, political activists, business and community leaders whose status was artificially inflated by their access to foreign resources and international networks.

These “vectors of influence” introduced themselves as purveyors of “global standards and best practices”, “democratic rules”, “participatory development and accountability”, used marketing buzzwords for their work of demolition of existing practices, frames of reference and their sostitution with new ones, often of inferior quality. Under the guise of fighting corruption, offering a path to modernization and development these players became entrenched in Ukraine’s civil society, shaped its collective consciousness and demonized both Russia, local politicians and public figures who advocated closer relations with Moscow.

The work of these agents of influence was instrumental in demolishing worldviews, beliefs, values and perceptions that dated back to Soviet times, thus altering the population’s self-understanding. It ensured that younger generations would be ignorant about their country’s history and embrace a new fictional identity.

But colour revolutions require both brain and brawn to topple governments and defend the power of the new ruling class. The brute force that was necessary to intimidate and attack those who were impervious to influence operations could only be provided by fringe elements in society who had been seduced by the ultra-nationalist rhetoric.

These violent fringe groups were organized and empowered to exercise greater influence in Ukraine and thus attract more followers. A romanticized, imaginary identity was radicalized by absurd claims that Ukrainians and Russians cannot be called brotherly nations because Ukrainians are “pure-blood Slavs”, while Russians are “mixed-blood barbarians”. Nothing was beyond the pale: sleek re-enactments of Nazi propaganda tropes like torchlight parades that looked impressive on social media, speeches that echoed Hitler’s, xenophobic and anti-Semitic rhetoric, the cult of Bandera and those who fought with the Nazis against the Soviet Army.

While foreign groups sharing the same ideological tool box were labelled extremist and terrorist organizations just across the border, in Ukraine they received advice, financial and military support by the US military and the CIA. At the same time the CIA presentable spin-off, NED, was giving out funds, grants, scholarships and media awards to their globalist, politically-correct, “freedom, democracy and human rights” country fellows. The latter cohort would whitewash the crimes of the former. After all, if members of Al-Qaeda donning white helmets in Syria became the darlings of Western media and even won an Oscar, Neo-Nazis could be marketed as defenders of democracy just as easily.

Ukraine’s population was subjected to the sort of psychological operations that would make it want more of a medicine that not only didn’t cure the disease but could kill the patient. In order to turn the country into a beachhead from which to launch hostile operations aimed at weakening Russia and creating a rift between Moscow and Europe, Russophobia had to become a sort of state religion, anyone who didn’t practise it was to be marginalized and eventually excluded from public discourse. The pressure to conform was so strong that it impaired judgement.

The discursive construction of an enemy required the constant demonization of Russia (Mordor), Russians (uncivilized Eurasian barbarians) and Donbass separatists (savages, subhumans).

When neo-Nazi narratives and Russophobia are normalized and allowed to shape both policies and dominant discourse, when people are “weaned” from critical thinking, from their own history, and wage an 8-year long war against their fellow countrymen, that’s a sign people’s minds have been weaponized.

Public consciousness was actively manipulated both at the level of meaning and at the level of emotions. Selective perception and consolatory fantasies were some of the psychological mechanisms ensuring that the population would manage the stress of living in a state of cognitive dissonance where facts and fiction could no longer be separated. By offering cheap passage through a complex world, these narratives provided emotional certainty at the cost of rational understanding.

The emotionally satisfying decision to believe, to have faith, inoculated individuals against counter-arguments and inconvenient facts. The election of an actor on the basis of his convincing performance as a president in a TV series titled “Servant of the People” confirmed the successful substitution of politics with its spectacular simulation: it wasn’t simply the blurring of illusion and reality, but the authentication of illusion as more real than the real itself. The majority of Ukrainians voted for a brand new party that was named after the TV fiction and was the brainchild of the same people. A party that even used billboards advertising the series for Zelensky’s election campaign.

With the global streaming of the TV series by Netflix and its broadcasting by more than a dozen TV channels in Europe we see the marketing of Zelensky to foreign audiences as an image-object whose immediate reality is its symbolic function in a semiotic system of abstract signifiers that take on a life of their own and generate a parallel, virtual reality. This virtual reality in turn generates its own discourse.

For instance, to foreign audiences the 8-year long war in Donbass that caused 14,000 deaths is less real than images extrapolated from a videogame and passed off as “the bombing of Kiev.” That’s because the war in Donbass has been largely ignored by international media.

Images of atrocities, whether taken from other contexts or fabricated, have become free-floating signifiers that can be repurposed according to the needs of propagandists, while real atrocities must be hidden from view. After all it doesn’t matter whether the narrative is true or false, as long as it is convincing.

In post-Maidan Ukraine one could see an anticipation of the fate that awaited the rest of Europe, almost as if Ukraine had been not only a laboratory for colour revolutions, but also a testing ground for the kind of cognitive warfare operations that are leading to the rapid destruction of whatever vestige of civility, logic and rationality is left in the West.

Cognitive warfare integrates cyber, information, education, psychological, and social engineering capabilities to achieve its ends. Social media play a central role as a force multiplier and are a powerful tool for exploiting emotions and reinforcing cognitive biases. Unprecedented information volume and velocity overwhelms individual cognitive capabilities and encourages “thinking fast” (reflexively and emotionally) as opposed to “thinking slow” (rationally and judiciously). Social media also induce social proofing, wherein the individual mimics and affirms others’ actions and beliefs to fit in, thus creating echo chambers of conformism and groupthink. Shaping perceptions is all that matters; critical opinions, inconvenient truths, facts that contradict the dominant narrative can be cancelled with a click, or by tweaking the algorithm. NATO uses machine learning and pattern recognition to quickly identify the locations in which social media posts, messages, and news articles originate, the topics under discussion, sentiment and linguistic identifiers, pacing of releases, links between social media accounts etc.

Such system allows real-time monitoring and provides alerts to NATO and its social media partners, who invariably comply with its requests to remove or ‘shadow ban’ content and accounts deemed problematic.

A polarized, cognitively disoriented population is a ripe target for a type of emotional manipulation known as thought-scripting and mind-boxing. A person’s thinking comes to congeal around increasingly set scripts. And if the script is arguable, it is unlikely to be changed through argument. The well-boxed brain is impervious to information that doesn’t conform to the script and defenceless against powerful falsehoods or simplifications that it has been primed to believe. The more boxed a mind, the more polarized the political environment and public dialogue. This cognitive damage makes all efforts to promote balance and compromise unattractive, in the worst cases even impossible. The totalitarian turn of Western liberal regimes and the insular mentality of Western political elites seem to confirm this sad state of affairs.

With the ban on Russian information outlets, the exclusion and bullying of anyone who seeks to explain Russia’s position, the equivalent of ethnic cleansing of public discourse has been achieved and its cheerleaders have a mad grin on their face that doesn’t bode well.

Examples of irrational mob frenzy are too many to list, those who have fallen victims to this pseudo-religious fervour demand that Russia and Russians be cancelled. For that matter you don’t even need to be human or alive to become a target of mass hysteria: Russian cats and dogs have been banned from competitions, Russian classics banned from universities, Russian products taken off the shelves.

The relentless manipulation of people’s emotions has unleashed a dangerous whirlwind of mass insanity. As in Ukraine, so in Europe citizens are supporting decisions and calling for measures against their own interests, prosperity and future. “I’ll freeze for Ukraine!” is the new epitome of virtue-signalling among those who access only US- approved information, the kind of script compatible with a frame of reference that excludes complexity. In this fictional, parallel universe, a sort of safe, reassuring, compensatory metaverse that has broken free from the messiness of reality, the West always occupies the moral high-ground.

By and large international media coverage of the war in Ukraine has been not only fictional but also completely aligned with narratives provided by Ukrainian propaganda units that were set up and funded by USAID, NED, Open Society, Pierre Omidyar Network, the European Endowment for Democracy et al.

Dan Cohen in an article published by Mint Press News described in detail how the system of Ukrainian strategic information works.(3) Ukraine, with the help of foreign consultants and key media partners, built an effective network of PR-media agencies that actively churn out and promote fake news. In NATO countries whoever dares to question the correctness of this information is accused of being a “Putin’s agent”, attacked and excluded from public debate. The information space is so heavily guarded that it resembles an echo-chamber.

Ukrainian disinformation campaigns affect the judgment of both Western audiences and lawmakers. On March 8 when Ukrainian President Zelensky addressed the British House of Commons remotely, many members of parliament had no earphones to listen to the simultaneous translation of his speech. It didn’t matter. They liked the show and applauded enthusiastically. In their boxed-minds Zelensky had already been framed as “our good guy in Kiev”, and any script, even an incomprehensible one, would do. On March 1 diplomats from Western countries and their allies walked out during a video link address by Russia’s Foreign Minister Lavrov at the UN Conference on Disarmament in Geneva. Boxed-brains are cognitively incapable to engage in discussions with those who hold different views, making diplomacy impossible. That’s why in lieu of diplomatic skills we see theatrics and media stunts, empty suits who deliver script lines and project moral superiority.

The West has found refuge in this media-generated make-believe world because it can no longer solve its systemic problems: instead of development and progress we see economic, social, intellectual and political regression, anxiety, frustration, delusions of grandeur and irrationality. The West has become completely self-referential.

Dystopian ideological and social-engineering projects such as Trans-humanism and the Great Reset are the only solutions Western elites can offer to address the inevitable implosion of a system they contributed to wreck.

These “solutions” require the suppression of pluralism, the curtailing of freedom of information and expression, the widespread use of violence to intimidate critical thinkers, disinformation and emotional manipulation, in short, the destruction of the very foundations of modern democracy, public discourse, rational debate and informed participation in decision-making processes. The cherry on top is that it is cynically packaged and marketed as a “victory of democracy against authoritarianism.” To project democracy first they had to kill it and then replace it with its simulation.

But a global communication and information space that doesn’t respect the principle of pluralism and mutual respect inevitably produces its own gravediggers. We already see how this global space is fragmenting into heavily defended information spaces along the lines of geopolitical spheres of influence. The US-led globalization project is unravelling and that’s mainly due to its overambition.

The US might be winning the information war in the West but any victory in the parallel universe created by the media could easily turn into a Pyrrhic one when reality reasserts itself.

Recent history tells us that carefully crafted narratives, disinformation and demonization of the opponent radicalize and polarize public opinion, but victory in the information battlefield doesn’t necessarily translate into military or political victory, as we have seen in Syria and Afghanistan.

While the collective West revels in its success after the nuclear option of banning all Russian media from the global infosphere it controls, it’s too blinded by hubris to even notice the inevitable fallout. Total control over the narrative is achieved through authoritarian measures and the repression of dissenting voices, that is a reversal of those inclusive democracy and universalist values that the West hypocritically claims to defend and is actively projecting in the Global South. In the ideological confrontation with countries it defines “authoritarian” the West is losing the edge it claimed to possess.

The unipolar, US-led world order is coming to an end and the West is fast losing its influence. Russia is paying attention and in the future it might invest more energy in reaching non-Western audiences instead, that is people who aren’t as indoctrinated and impervious to truth, facts and reason as their Western counterparts.

While at the beginning of the information revolution China took measures to protect its digital sovereignty, for many reasons it took Russia longer to recognize the danger posed by a communication and information system that despite initial claims of being an open, level playing field, was actually rigged in favour of those who controlled it.

Russia’s initiative in Ukraine is not only a response to attacks on the population of Donbass and a way to forestall Ukraine’s accession to NATO. Its avowed goal to denazify Ukraine is a defensive response to the intense cognitive war operations that the US has been conducting both inside Russia and in neighbouring countries. NATO’s eastward expansion wasn’t simply a military expansion, it led to the occupation of the psycho-cultural, information and political space as well.

After losing a strategic battle in the cognitive war, watching the normalization of Neo-Nazi Russophobia and realizing that hostile forces, both domestic and foreign, have become entrenched in Ukraine, Russia feels all the more obliged to win the war, as Andrei Ilnitsky explained in an interview to Zvesda.(4)

Ilnitsky recognized that “The main danger of cognitive warfare is that its consequences are irreversible and can manifest themselves through generations. People who speak the same language as us, suddenly became our enemies.” The erection of monuments to Stepan Bandera while those of Soviet soldiers were being destroyed, was not only an intolerable provocation for Russia — a country that lost 26.6 million people fighting Nazism in WW2 — it was also a tangible expression of the kind of erasure and rewriting of history that is not limited to Ukraine.

The current conflict in Ukraine shows that restoring a sense of reality exacts a heavy and bloody toll. Unfortunately in matters of national security painful decisions cannot be postponed indefinitely.

1. http://armedforcesjournal.com/clausewitz-and-world-war-iv/

2. JP 3–0, Joint Operations, 17 January 2017, Incorporating Change 1, 22 October 2018 (jcs.mil)

3. Ukraine’s Propaganda War: International PR Firms, DC Lobbyists and CIA Cutouts (mintpressnews.com)

4. Андрей Ильницкий: «Ментальная война за будущее России» (zvezdaweekly.ru)

“Propaganda Europa”: contro l’europeismo acritico. (Ed. Gruppo Abele)

Terminato a fine 2021 e uscito a ridosso della guerra in Ucraina, “Propaganda Europa” (di Alexander D. Ricci, Ed. Gruppo Abele) partendo dai nodi centrali delle migrazioni, dello stato di diritto, del modello sociale europeo, fornisce un quadro di riferimento utile a delineare le possibili sorti della UE in un momento delicatissimo della sua storia, caratterizzato da manifeste contraddizioni interne e (anche) dalla impressionante carenza di iniziativa autonoma sullo scenario internazionale. La prima parte del libro evidenzia, con abbondanza di citazioni e valutazioni critiche di osservatori non italiani, le innumerevoli incongruenze tra principi dichiarati e le concrete prassi comunitarie nei tre ambiti presi presi ad esempio. Mentre nella seconda parte si tenta di individuare le possibili strade per il loro superamento, a partire da un atteggiamento critico e dall’auspicio di una partecipazione dal basso delle rappresentanze sociali e civili, come possibile, e forse unica opportunità di attuarlo.

Ma qui emerge la contraddizione forse più significativa e i limiti insiti della costruzione comunitaria: la sistematizzazione normativa e tecnocratica dell’Europa non è fondata sulla partecipazione (dei popoli), anzi la scavalca (e la esclude) a priori. L’edificio europeo sembra restare in piedi perché, se non ci fosse, la “libera” dinamica dei loro attori creerebbe ulteriori elementi di caos sistemico e accentuerebbe le frizioni interne allo spazio europeo. I minimi comun denominatori ponderati tra singole dimensioni di potenza nazionali e la comune membrana ideologica del libero mercato, configura un equilibrio instabile che va ricondotto ad un ordine accettabile e sostenibile pur con continue sollecitazioni di ardua gestione: tutto il resto (i presunti principi fondanti della civiltà europea) può essere di volta in volta sacrificato.

Resta la narrazione come elemento portante e indispensabile del processo unitario, senza il quale, l’edificio rischierebbe di crollare da un momento all’altro. Narrazione che si attua attraverso imponenti investimenti mediatici e che deve necessariamente ridurre al minimo gli spazi critici. Resta cioè un’Europa che, come conferma a posteriori la totale incapacità di porsi come attore internazionale autonomo e credibile nella crisi Ucraina-Russia che stiamo vivendo, si dà, essenzialmente, e non solo nei peggiori esiti italiani, come pura Propaganda.

Il pressappochismo del dibattito sull’Ue e il bisogno di europeismo critico

Il dibattito sull’Ue soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave, quando in realtà il panorama mediatico italiano avrebbe bisogno di un approccio critico-costruttivo

Alla mancata problematizzazione delle strategie della Commissione europea, alla forzatura di un dibattito sul futuro dell’Unione presentato alla stregua di Guerre Stellari con tanto di Jedi (integrazionisti) e Sith (sovranisti), all’esistenza di tabù narrativi forti, si aggiunge infine un problema di linguaggi e vocabolario.

In primis, il dibattito sull’Europa soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave: basti pensare alle formule vuote «Serve l’Europa», «Ce lo chiede l’Europa», «I soldi dell’Europa» che, di fatto, hanno trasformato l’«Europa» stessa in un feticcio, utile, al massimo, a condurre qualche programma televisivo. Fuor di metafora, dietro alla parola Europa si celano perlomeno tre istituzioni differenti: Commissione, Consiglio e Parlamento.

Probabilmente si potrebbe andare ben più in là, specificando sempre, esattamente, chi si stia chiamando in causa o a chi ci si stia rivolgendo – pensiamo alla Cgue, alle agenzie (Frontex), alla Bce o alle altre istituzioni consultive dell’Ue.

Può sembrare un problema marginale, ma chi userebbe lo stesso grado di approssimazione in Italia, parlando delle varie istituzioni dello Stato italiano, nel contesto della cronaca politica? Nessuno. Eppure, una proporzione considerevole delle leggi approvate nei Parlamenti nazionali deriva, in un modo o in un altro – e al netto dei ritardi –, da quanto viene deciso a Bruxelles e a Strasburgo.

Sebbene gli ultimi due decenni passeranno probabilmente alla storia come l’epoca della nascita dei social media, i media tradizionali rimangono saldamente al timone di quella che potrebbe essere definita come capacità di plasmare e indirizzare il dibattito pubblico nazionale e l’opinione pubblica. Ciò vale in particolare, nel breve periodo, per il media televisivo.

Oltre a giocare un ruolo chiave nel determinare la strutturazione del dibattito sul futuro dell’Unione europea e la capacità da parte dei cittadini di comprendere correttamente e criticamente la posta in gioco nei processi legislativi europei, i media tradizionali possono avere anche una funzione di veicolazione di messaggi critici portati da attori del cambiamento come Ong e movimenti sociali.

E, quindi, stimolare un processo di trasformazione.

Eppure, nel corso degli ultimi quindici anni, ciò è avvenuto probabilmente soltanto in un’occasione: durante la crisi della potenziale Grexit del 2015. Ed è anche a partire da quell’esperienza che si è cominciata a fare largo, a sinistra, la discussione sull’opportunità di continuare a scommettere su un’evoluzione dell’Unione europea.


Mercoledì 2 marzo, per Edizioni Gruppo Abele, è uscito in libreria Propaganda Europa, di Alexander Damiano Ricci. Un testo che invita al dibattito sull’europeismo acritico e analizza pregi e difetti dell’attuale modello europeo.
L’11 marzo scorso è stato presentato presso il circolo Sparwasser di Roma e sono in programma altre presentazioni in diverse città.

“Al netto della pandemia Covid-19, l’Europa sembra immersa in un grande e prolungato ventennio di crisi”. Migratoria, economica, politica, sociale. Una crisi che genera un profondo senso di inadeguatezza davanti alle istituzioni europee e alle loro scelte: come si può lodare senza se e senza ma l’Europa malgrado il suo silenzio sulla crisi dei profughi dell’isola di Lesbo? Come si può rimanere eurottimisti quando l’Europa tace in tanti contesti dove sarebbe dovuta intervenire ma non l’ha fatto? Alexander Damiano Ricci – giornalista esperto di tematiche europee – in Propaganda Europa prova a sistematizzare quella sfasatura sempre più crescente fra la narrazione autoreferenziale e autoassolutoria dell’Europa fatta dai media e la realtà vissuta da chi opera con continuità nei contesti di crisi. È un viaggio attraverso le contraddizioni e i tabù del processo d’integrazione europea, visti da una prospettiva di sinistra, di movimento, progressista.

Superare lo scontro ideologico
Con un approccio giornalistico, ogni capitolo è una combinazione di interviste, analisi, storie ed esperienze di attiviste e attivisti di tutta Europa.
Nella prima parte del volume prendono spazio diverse indagini tematiche: migranti e richiedenti asilo in Grecia; lo Stato di diritto – e il suo fallimento – in Ungheria e Bulgaria; la crisi abitativa in Portogallo e Irlanda; i diritti delle persone LGBTQIA+ e delle donne in Polonia. Per ognuno di questi contesti, l’Europa c’è ma non si vede: “La Commissione europea conta in mesi, ma la nostra vita è a rischio ogni giorno” racconta Marta Lempart del movimento polacco per i diritti delle donne Ogólnopolski Strajk Kobiet. Un insieme di fallimenti che rischia di minare alla base la fiducia nell’Europa da parte di cittadine e cittadini.
Nella seconda parte di Propaganda Europa, Alexander Damiano Ricci analizza l’evolversi della narrazione europea e delle sue istituzioni. Con un occhio critico e realista, l’autore mette in luce le imperfezioni e i difetti anche su quei temi che paiono inopinabili, come gli strumenti democratici ed elettivi delle istituzioni europee: ad esempio, perché il Parlamento europeo, l’unico organo che ha investitura popolare, gode di così pochi poteri? E ancora, perché sono stati posti tanti lacci e lacciuoli alle iniziative di democrazia partecipativa  dal basso?

Propaganda Europa non è un libro euroscettico, quanto più un’analisi critica – sempre più rara – dei dogmi dell’europeismo a tutti i costi. Alexander Damiano Ricci, forte del suo lavoro radicato in tutto il territorio europeo, propone una riflessione che cerca di superare il generale appiattimento dello scontro ideologico di sovranismo contro europeismo. Un punto di partenza necessario e imprescindibile per costruire un’Europa che sia davvero unita e, soprattutto, funzionale. Per tutte e tutti.

L’autore
Alexander Damiano Ricci
è direttore editoriale dell’agenzia podcast europea Bulle Media. È ideatore del progetto e network giornalistico Sphera-hub.com e del portale di reportage multilingue ereb.eu. Si occupa di Europa dal 2013 per testate italiane e internazionali. Nel 2019 è stato grantee della European Cultural Foundation (ECF) con il progetto Europa Reloaded – il podcast sulle lotte sociali in Europa.

Per acquistare il libro:

https://www.gruppoabele.org/event/esce-in-libreria-propaganda-europa-di-alexander-damiano-ricci/

Versione E-book:

https://store.streetlib.com/it/alexander-damiano-ricci/propaganda-europa?_ga=2.67337361.1815287928.1647600581-344207539.1647600581

Le contromisure russe e l’Occidente.

di Tonino D’Orazio

La Russia stila l’elenco dei paesi ostili. C’è anche l’Italia. Oltre che l’Ucraina, gli Usa, i paesi Ue, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’Australia, Taiwan, e Singapore. Anche la Svizzera che ha interrotto la sua proverbiale neutralità. Nella lista figurano anche piccoli paesi, Andorra, Islanda, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Micronesia. (Sono tutti paradisi fiscali).

Decreto: la Stato, le imprese e i cittadini russi che abbiano debiti verso creditori stranieri appartenenti a questa lista potranno pagare in rubli. Il principio è il seguente: per pagare i prestiti ottenuti da un paese sanzionatorio che superano i 10 milioni di rubli al mese, le società russe non hanno bisogno di effettuare un trasferimento. Chiedono a una banca russa di aprire un conto di corrispondenza in rubli a nome del creditore. Quindi la società trasferisce rubli su questo conto al tasso di cambio corrente e tutto ciò è perfettamente legale. L’equivalente in rubli sarà depositato da qualche parte, nelle banche russe, ma le banche occidentali, allo stato attuale, non possono accedervi. I bond emessi dallo stato russo potrebbero perdere valore, anche se il rublo è stato agganciato al valore dell’oro, superando “il Bretton Woods” americano del 1971 che indicava il dollaro come unica moneta internazionale non convertibile.

Tuttavia, non si possono escludere altre contromisure. Oltre alla completa de-dollarizzazione la Russia potrebbe vietare l’esportazione di titanio, terre rare, combustibili nucleari e, già in vigore, motori a razzo. Alcune delle misure altamente tossiche includono il sequestro di tutti i beni esteri di nazioni ostili, il congelamento di tutti i rimborsi dei prestiti alle banche occidentali e il deposito di fondi in un conto congelato presso una banca russa, il divieto totale di tutti i media stranieri ostili, la loro proprietà, ONG di facciata, oltre a fornire alle nazioni amiche armi avanzate, condivisione di informazioni e addestramento ed esercitazioni congiunte.

Blocco del sistema Swift? Quel che è certo è che una nuova architettura dei sistemi di pagamento che già unisce SPFS russo e CHIPS cinese, potrebbe presto essere offerta a decine di nazioni eurasiatiche e del Sud, molte delle quali già sanzionate, come Iran, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Siria, Iraq, Libano e RPDC. Lentamente ma inesorabilmente, siamo già sulla strada per l’emergere di un grande blocco nel Sud del mondo che è immune alla guerra finanziaria degli Stati Uniti. I BRICS, RIC – Russia, India e Cina – stanno già aumentando il commercio nelle proprie valute. Se guardiamo all’elenco delle nazioni che all’ONU non hanno votato contro la Russia o si sono astenute dal condannare l’Operazione Z in Ucraina, più quelle che non hanno sanzionato la Russia, abbiamo almeno il 70% dell’intero Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, è l’Occidente – più le satrapie coloniali come il Giappone e Singapore in Asia – contro il resto: Eurasia, Sud-est asiatico, Africa, America Latina. L’altro lato della nuova cortina di ferro.

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli di Stato russi con rating C, catalogandoli come  “spazzatura”. Il declassamento è ovviamente dovuto alla guerra e al conseguente tentativo di isolamento economico del Paese. Il rating C indica una “insolvenza sovrana”(default) che si va ad aggiungere all’embargo contro il gas e il petrolio russo dichiarato da USA e UK. Veramente forse ce lo taglia Putin il gas e il petrolio, imbarcandoci in una nuova era di energia nucleare. In quanto al default politico, perché la Russia ha debito sovrano minimo e nessun bisogno del mercato dei capitali globali, chi deve temere sono i creditori e i risparmiatori privati. (Credit Ansa). l’Italia e l’Europa subiranno delle ripercussioni economiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, alimentare, di materie prime e il pagamento dei crediti in rubli. Un grande problema per i creditori internazionali perché non saprebbero, poi, cambiare quanto ricevuto in altra valuta. Il problema non tocca tanto l’emissione dei bond statali, quanto quelli societari, molto più diffusi, anche tra gli investimenti dei piccoli risparmiatori italiani.

i fatti sul campo alla fine porteranno intere economie occidentali al macello, con il caos delle merci che porterà a costi energetici e alimentari alle stelle. A rischio fino al 60% delle industrie manifatturiere tedesche e il 70% delle industrie manifatturiere italiane; potrebbero essere costrette a chiudere definitivamente, con conseguenze sociali catastrofiche. Il che fa dire che è una guerra degli Usa contro una potenza economica concorrente, la Ue. Non possiamo più comprare a Russia e Cina, ma solo agli Usa e rilanciare la loro economia per competere, fuori noi, con la potenza commerciale cinese.

Oppure gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si aspettavano un Froelicher Krieg (“guerra felice”) ? La Germania e altri paesi non hanno ancora iniziato a sentire il dolore della privazione di gas, minerali e cibo. Questo sarebbe il vero obiettivo: strappare l’Europa dal controllo degli Stati Uniti attraverso la NATO. Ciò necessita un movimento e un partito politico per un Nuovo Ordine Mondiale, come il movimento comunista di un secolo fa. Potremmo chiamarlo un nuovo Grande Risveglio o una rivolta contro il capitalismo becero. Purtroppo all’orizzonte momentaneamente ci sono solo destre nazionalistiche, sempre molto legate al – o prodotto del – capitalismo.

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden è ora assolutamente disperata: oggi (10 marzo), ha vietato tutte le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, che risulta essere il secondo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dietro al Canada e davanti al Messico. La grande “strategia di sostituzione” degli Stati Uniti per l’energia russa consiste nel chiedere petrolio all’Iran e al Venezuela. All’Iran al tavolo delle trattative a Vienna, sull’eventuale ripristino dell’accordo strappato da Trump, sulle centrali atomiche. Forse, senza ironia, un po’ gliene daranno. In Venezuela, sono arrivati con addirittura una delegazione governativa di livello. L’offerta Usa è quella di “alleviare” le sanzioni imposte a Caracas in cambio di petrolio. Il governo degli Stati Uniti ha passato anni, anche decenni, a bruciare tutti i ponti con il Venezuela e l’Iran. Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq e la Libia e hanno isolato il Venezuela e l’Iran nel tentativo di prendere il controllo dei mercati petroliferi mondiali, solo al fine di tentare miseramente di rilevare entrambi i paesi e poi fuggire schiacciati dalle forze economiche che avevano scatenato. Ciò dimostra, ancora una volta, che i “decisori” imperiali sono totalmente disperati. Caracas ha chiesto la rimozione di tutte le sanzioni contro il Venezuela e la restituzione di tutto l’oro confiscato. Aspettano risposta.

L’Europa importa circa 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 200 miliardi provengono dalla Russia. È impossibile per l’Europa trovare 200 miliardi di metri cubi altrove per sostituire la Russia, che sia in Algeria, Qatar o Turkmenistan. Per non parlare della mancanza dei necessari terminali GNL. L’Europa si ritroverà con una produzione ridotta di gas per la sua industria in declino, la perdita di posti di lavoro, la riduzione della qualità della vita, l’aumento della pressione sul sistema di sicurezza sociale e, ultimo ma non meno importante, la necessità di richiedere ulteriori prestiti, con carta straccia, agli Stati Uniti. (Nuovo Piano Marshall, Nuovo debito di guerra). Alcuni paesi tornano al carbone per il riscaldamento e l’energia, e quella atomica sicura (altro specchietto per merli) che si realizzerà fra minimo 10 anni. I Verdi e Cop26 diventano semplicemente lividi. Mi dispiace moltissimo, anche perché mi toccherà conviverci in questo mondo senza speranza.

Sostengo Putin? No, dico solo che la guerra è perdente per chi la fa, chi la subisce e peggio ancora per chi la sostiene con attacca brighe per conto terzi.

11 marzo 2022.

Cile 11 marzo: emerso dalle proteste popolari, si insedia il governo Boric. Cronologia degli eventi cileni dal 1970 ad oggi

Grandi attese per la conclusione del processo costituente, per la fine della “transizione democratica” e per l’attuazione di un piano di riforme sociali ed economiche all’insegna della giustizia e del progresso sociale

Dall’esplosione delle proteste di piazza del 2019 alle elezioni presidenziali di fine 2021

Due contributi di giovani studenti di Geopolitica

Noi ragazzi del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali” dell’Ite Pacinotti di Pisa seguiamo le vicende del Cile, con l’aiuto dell’esule cileno Rodrigo Rivas, almeno dall’autunno del 2019 quando improvvisamente scoppiarono le proteste popolari innescate dall’aumento del costo dei trasporti pubblici. Manifestazioni oceaniche che, nel biennio 2019/20, costarono la vita a 34 pacifici manifestanti e l’arresto di alcune migliaia, a causa delle violente repressioni delle forze di sicurezza e dell’esercito. Nonostante, ciò il movimento di protesta giovanile ha continuato a scendere in piazza per alcuni mesi fino a trasformarsi in soggetto sociale più ampio e articolato in grado di elaborare un programma di riforme, compresa quella costituzionale, col quale il governo Pinera, ob torto collo, è stato costretto a confrontarsi.

A seguito delle incessanti richieste popolari, il 25 ottobre 2020 si è finalmente svolto il Plebiscito per l’approvazione di una nuova costituzione e per l’organismo che avrebbe dovuto redigerla con un duplice schiacciante successo (78%) in entrambi i requisiti, dai quali è emersa la chiara volontà dei cileni per una “Costituzione scritta dal popolo”, senza la partecipazione di membri del Parlamento in carica.

Nel maggio del 2021, si sono, quindi, tenute le elezioni per l’Assemblea costituente (Convenciòn Constituyente), dalle quali sono emersi vincitori gli indipendenti esponenti nel movimento popolare con 48 seggi su 155, organismo che sta continuando a lavorare nel tentativo di redigere un nuovo testo costituzionale.

A fine 2021 si sono svolte le previste elezioni presidenziali, il cui primo turno del 21 novembre ha evidenziato una polarizzazione dei risultati tra il candidato dell’estrema destra, ex-pinochetista, José Antonio Kast in testa col 29% e, dall’altra parte, un giovane esponente della sinistra emerso dalle proteste giovanili, Gabriel Boric, posizionarsi al secondo posto con il 27% dei consensi.

Domenica 19 dicembre si è svolto, infine, il secondo turno che ha posto il Cile di fronte ad un bivio storico: un ritorno verso i tempi bui della dittatura (1973-1990), oppure compiere un’ulteriore passo avanti verso una democrazia compiuta, scongiurando il ritorno degli eredi di Pinochet al potere.

Lo scontro elettorale è parso sin da subito frontale fra due concezioni alternative di società. Da una parte il blocco che possiamo qualificare di destra con un candidato estremista di nome Kast che non ha mai rinnegato le sue simpatie per la dittatura di Pinochet e per il nazismo. Non per caso, ha pubblicamente affermato che tutto sommato nella Germania di Hitler ci furono tante cose buone e che Pinochet sicuramente è un personaggio estremamente positivo nel caso cileno.

Uno dei suoi deputati eletti al primo turno, ha dichiarato che avere concesso il voto alle donne probabilmente è stato un errore nel Cile e altrove, perché le donne non hanno la capacità di decidere meditatamente. Sostanzialmente, i primi soggetti che in Cile sarebbero stati discriminati se Kast avesse vinto sarebbero state le donne.

In Cile la popolazione è prevalentemente di origine europea, anche se non esclusivamente spagnola; se esiste una maggioranza relativa è quella meticcia, frutto dell’incrocio fra bianchi e Indios. L’unico elemento etnico che non è presente in Cile, contrariamente alla maggioranza dei Paesi sudamericani, sono i neri e questa è un forte limite culturale perché manca un pezzo di allegria e di grande capacità di movimento fisico. I neri sono stati deportati in America in condizioni di schiavitù per lavorare come manodopera non pagata nelle piantagioni ma, nel Cile questo non era necessario perché le condizioni climatiche temperate non consentivano la coltivazione dei prodotti tropicali che interessavano ai colonizzatori. Stesso motivo per cui i neri sono pochi in Argentina, salvo nel nord del Paese dove però poi sono stati quasi eliminati.

Nel Cile i neri sono arrivati solo dopo i fatti di Haiti (terremoto e vicende politiche), negli ultimi 10 anni, anche a causa del fatto che i cileni bianchi in prevalenza sono razzisti, come lo sono in genere tutti le oligarchie bianche latinoamericane, non è un caso, infatti, che il progetto della Patria grande di Bolivar sia rimasto sostanzialmente incompiuto.

Questo breve excursus sulla popolazione cilena è per introdurre il fatto che Kast ha sostenuto la proposta di costruire una grande trincea per respingere quelli che arriveranno come immigrati nel Paese in futuro. Naturalmente non per quelli che arriveranno in aereo, compresi gli argentini che altrimenti dovrebbero superare la Cordigliera delle Ande. Quelli che arrivano via terra sono sostanzialmente peruviani e boliviani.

Quindi se Kast avesse vinto le elezioni ci sarebbero stati problemi oltre che per i diritti delle donne anche per le diverse etnie minoritarie del Paese, con i Mapuche e con gli immigrati non bianchi, in primis.

Inoltre, sussistono questioni più banali ma ugualmente importanti come per esempio il trattamento di coloro che hanno partecipato come torturatori, unici attori della dittatura che sono in galera in Cile, e questi secondo Kast sono dei prigionieri politici che vanno liberati.

Questo è il profilo sintetico del primo personaggio: Kast è figlio di un sergente dell’esercito nazista delle SS arrivato in Cile come profugo grazie ai buoni auspici del Vaticano che, peraltro, costruì per molti reduci nazisti una via d’uscita verso l’America Latina, e che è rimasto sostanzialmente fedele alle convinzioni politiche del padre. Quindi è anche curioso che il figlio di un “profugo” che arriva in un paese, dopo qualche anno dichiari che il suo primo obiettivo è quello di scavare un fossato per impedire l’arrivo di altri immigrati.

Dall’altra parte c’era Gabriel Boric, il cognome non è spagnolo ma croato.

Le caratteristiche fondamentali di Boric: la prima è la giovinezza, al momento della candidatura aveva 34 anni e per il Cile, che è un paese gerontocratico come l’Italia nel quale se non si ha settant’anni non si può neanche pensare di fare il presidente, già questo sarebbe stato un grande svantaggio, secondo le tradizioni cilene, per il giovane candidato.

Passando al programma politico, Boric ha dichiarato che è assolutamente insopportabile che in Cile esista una sanità per i ricchi e una per i poveri e che quindi vada realizzato un sistema sanitario nazionale. Ha detto inoltre che è inaccettabile che esistano scuole per i ricchi e scuole per i poveri; le università per l’80% sono private e quelle pubbliche sono di scarso livello e quindi va sviluppato un sistema di educazione pubblico. La proposta economica di Boric è sostanzialmente una proposta neo-keynesiana che si basa su una presenza integrativa dello Stato.

In Cile nelle scuole private gli insegnanti sono retribuiti molto meglio di quanto non lo siano nelle scuole pubbliche e lavorano tutto sommato lo stesso tempo. Nelle scuole pubbliche spesso c’è carenza di mezzi e talvolta neanche il gesso per scrivere sulla lavagna.

Chi insegna alla scuola pubblica o è un docente che non trova lavoro alla scuola privata oppure è una sorta di missionario laico che ha deciso di aiutare i ragazzi che hanno minori mezzi economici. Possiamo capire la prima condizione, non è accettabile invece la seconda perché pensiamo che la scuola pubblica non si possa fondare sul “missionariato”. Questo, ovviamente, vale in tutti i settori lavorativi, pertanto i medici delle cliniche private, che in genere sono di livello altissimo, sono molto ben pagati, mentre i pari grado degli ospedali pubblici sono mal pagati e hanno poche medicine, pochi letti a disposizione: sono poveri ospedali per gente povera.

L’idea che deve esistere una sanità pubblica, una scuola pubblica, una pensione pubblica (perché anche le pensioni in Cile sono private) vista dall’Europa è social-democratica ma, vista dal Cile, è invece rivoluzionaria.

DALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI ALL’INSEDIAMENTO DEL NUOVO GOVERNO

La maggior parte dei giornali cileni alla vigilia del secondo turno dava come favorito Kast. I risultati invece sono stati diversi visto il totale ribaltamento della situazione del primo turno, per cui Boric si è affermato nettamente con 12 punti di scarto e con un’affluenza record che ha superato il 56%, in più ha accumulato un doppio record: quello del presidente della Repubblica più giovane della storia del Cile e anche quello più votato dal popolo in voti assoluti.

Il risultato definitivo è stato di 56% a 44% grossomodo, quindi 12 punti in termini politici. È stata una grande vittoria. Nonostante la propaganda strumentale fatta durante la campagna elettorale da parte della destra, tutta incentrata sulla paura dell’arrivo dei comunisti. “Arriveranno i comunisti vi toglieranno le macchine, vi invaderanno le case, vi cacceranno via, andrete in galera”: questa è stata la campagna elettorale della destra, del terrore e della paura fondata sul niente visto le caratteristiche del candidato e vista la storia recente del Cile: se nel Cile qualcuno ha compiuto tutto questo non erano di certo i comunisti, ma i militari ed i sostenitori di questa campagna.

La stessa sera della vittoria di Boric alcuni energumeni della destra hanno invocato il “Colpo di Stato”; l’hanno fatto pubblicamente, l’hanno fatto in televisione ma non hanno avuto naturalmente successo.

Un’altra considerazione da fare sulla vittoria di Boric è che da dicembre 2021 fino all’11 marzo 2022 sono intercorsi quasi 3 mesi. Non è esattamente la stessa situazione, ma nel 1970 quando le elezioni cilene furono vinte da Salvador Allende e dall’ “Unidad Popular” nei mesi che separavano le elezioni dal giorno in cui Allende diventava Presidente successe il finimondo, nel vero senso della parola: ci furono uccisioni per strada, appelli di ogni tipo al Colpo di Stato, che peraltro si concretizzò 3 anni dopo e, inoltre, venne ucciso addirittura un comandante dell’esercito.

Quindi questo periodo, questi 3 mesi, sono stati vissuti con apprensione nel Paese perché sono tradizionalmente mesi di un relativo vuoto di potere, potenzialmente rischioso per la tenuta democratica.

Dal 1970 al 2021 sono ovviamente cambiati il candidato ed il programma di governo ma anche il comportamento degli Stati Uniti; nel senso che nel 1970 il Governo statunitense ha organizzato direttamente il Colpo di Stato contro Allende, mentre nel 2021 Biden non è sulle stesse posizioni politiche rispetto all’America Latina e quindi ciò rende queste avventure meno immediatamente pericolose.

Cosa aspettarsi dal Governo Boric

L’11 marzo si è insediata la nuova amministrazione cilena con un mandato quadriennale, in un clima di grande aspettativa nel Paese. Proviamo a sviluppare una riflessione su ciò che ci possiamo attendere parlando in primis del Presidente. Il Presidente eletto ha 35 anni appena compiuti e questo è già una trasformazione enorme per un paese dove il Capo di stato più giovane finora ne ha avuti 60/65.

Boric ha studiato diritto ed inoltre è diventato Presidente della Federazione degli studenti del Cile.

Che cosa rappresenta il Governo Boric?

Per definirlo bisogna far riferimento alla storia del Cile: il Cile ha avuto uno sviluppo politico relativamente lineare e democratico a partire dagli anni ’20 del secolo scorso fino al 1973. In quell’arco di tempo si sono susseguiti governi di destra, di sinistra, conservatori, social-democratici ma, tutto questo è brutalmente finito con il Colpo di Stato nel 1973, durante il mandato del governo più a sinistra della storia del Paese. Questo “Golpe” ha consolidato la tendenza dei Colpi di Stato in tutta l’area latinoamericana ed è anche risultato uno dei più duraturi, visto che ha aperto la strada a 17 anni di dittatura da parte del suo autore: il generale Augusto Pinochet. Questo vuol dire che moltissime persone nate durante il periodo di terrore di Pinochet sono quasi arrivate alla maggiore età senza aver conosciuto altro che una dittatura e questo è molto significativo dal punto di vista della formazione politica e delle abitudini che ognuno ha sviluppato; anche Boric è tra queste persone.

Finita l’era Pinochet con il Plebiscito del 1988, dal 1990 si apre la cosiddetta “transizione” che Rodrigo Rivas definisce con una frase del primo Presidente post diddatura, il democristiano Patricio Alwyn: “bisogna ricostruire la democrazia nella misura del possibile”, cioè che la democrazia va benissimo ma bisogna tenere conto che non può essere democrazia vera, questa transizione purtroppo va avanti dal 1990 fino ad oggi. In questo periodo non ha governato la destra cilena, ma prevalentemente il centro-sinistra. In questi 30 anni circa, si sono susseguiti 8 mandati presidenziali, dei quali 6 appannaggio del centro-sinistra e 2 della destra, quindi questa “transizione” è stata guidata fondamentalmente dal centro-sinistra e in particolare dall’alleanza della Concertacion.

Negli ultimi anni ragazzi e studenti hanno fondato molti partiti ed uno di questi è quello del signor Boric, fondato circa 7 anni fa. Questo per dire che Boric ha raggiunto anche un altro record, ovvero quello di fondare un partito nel 2015 e nel 2022 diventare Presidente.

Contemporaneamente al primo turno delle presidenziali del 21 novembre 2021 è stato eletto anche il nuovo Parlamento cileno che vede la destra maggioranza relativa, quindi Boric dovrà fare i conti con un Parlamento che è “dall’altra parte”. Il Cile ha una struttura costituzionale presidenzialista, ciò significa che il Presidente ha la maggior parte delle attribuzioni di Governo ma il Parlamento contribuisce a redigere e approvare le leggi, quindi può ostacolarle oppure facilitarle.

Il secondo elemento importante è che si è arrivati alle ultime elezioni in seguito ad un periodo di forte agitazione politica popolare che ha portato il Cile tra l’ottobre ed il novembre del 2019 a una situazione

“pre-insurezionale”, con la gente nelle strade permanentemente e con una risposta da parte del governo estremamente dura. L’allora Presidente in carica, il signor Pinera, ebbe a dichiarare che il governo era in guerra contro questa gente che occupava le strade. Un governo in guerra contro il proprio popolo è un evento veramente raro e normalmente nessun politico responsabile compie tali affermazioni.

Come è composto il governo Boric?

Il nuovo governo è composto da 24 ministri con portafoglio, tutte persone sostanzialmente giovani, quindi simili al Presidente con poca esperienza politica, e comprende anche esponenti del partito comunista.

Il partito comunista cileno è un partito che ha partecipato a diversi altri governi nella storia del Cile fin dagli anni ’30 del secolo scorso, ma non ha mai voluto avere un ruolo di prima fila, è stato sempre un partito che si è tenuto dietro le quinte con molta discrezione.

Tuttavia, l’aspetto inedito è che per la prima volta in America Latina un governo avrà la maggioranza di componenti femminili, ben 14, fra cui al Ministero degli Interni Izkia Siches (35 anni), prima donna a ricoprire tale ruolo, e la deputata comunista Camila Vallejo, già leader delle proteste studentesche di inizio anni ’10. Le altre Ministre sono: Antonia Urrejola (Esteri), Maya Fernández Allende (Difesa), Jeanette Vega (Sviluppo sociale), Marcela Rios (Giustizia), Jeanette Jara (Lavoro), Maria Begona Yarza (Salute), Marcela Hernando (Miniere), Javiera Toro (Beni nazionali), Maria Eloisa Rojas (Ambiente), Alexandra Benado (Sport), Antonia Orellana (Donne) e Julieta Brodsky (Cultura). Al Ministero del Tesoro va, invece, Mario Marcel, presidente della Banca Centrale del Cile, ben accreditato negli ambienti economici e finanziari e su posizioni critiche verso Boric durante la campagna elettorale, e probabilmente prescelto proprio per non inimicarsi preventivamente i poteri forti nazionali e internazionali.

Particolare importanza storico-politica riveste la nomina della nipote di Salvador Allende al Ministero della Difesa, la quale, dopo il colpo di stato in cui trovò la morte suo nonno l’11 settembre 1973, all’età di 2 anni riparò esule a Cuba insieme alla madre. Maya Fernández Allende rientrò in Cile al termine della dittatura nel 1990 dove si laureò in biologia e si iscrisse al partito socialista, come il nonno, partecipando attivamente alla vita politica, fino all’elezione in parlamento nel 2014. Sostenitrice di un radicale cambiamento politico, economico e sociale, ha deciso di lasciare la corrente minoritaria di sinistra del partito socialista per aderire al movimento di Boric e contribuire all’affermazione di un governo più a sinistra della tradizionale alleanza di centro-sinistra, più o meno allargata.

Le sfide del nuovo governo?

L’insurrezione popolare 2019, come detto, ha portato alla formazione di un’Assemblea costituente che è stata eletta con voto universale e per la prima volta nella storia del Cile una assise eletta dovrà dare origine ad una nuova Costituzione. Infine, il testo elaborato dovrà essere sottoposto ad un plebiscito popolare per la definitiva approvazione. Si suppone che questa Convenciòn terminerà i suoi lavori tra circa 2 anni.

L’insediamento del nuovo governo Boric, uscito dalle proteste popolari, ha come compito principale quello di vigilare sui lavori dell’Assemblea costituente evitando che tendano ad insabbiarsi, come sarebbe stato nelle intenzioni di Kast, e organizzare lo svolgimento del plebiscito confermativo, oltre ad implementare il piano di riforme economiche annunciati.

Solo allora il Cile volterà definitivamente pagina, chiudendo il lungo capitolo della “transizione” e archiviando l’eredità della Dittatura con la sostituzione della Costituzione fatta approvare da Pinochet nel 1980 con una nuova realmente democratica e plurinazionale in grado di superare l’impianto economico neoliberista introdotto da Pinochet e tutt’ora persistente.

Solo allora i cileni potranno aspirare ad un futuro veramente diverso.

Emiliano Barsotti (da colloqui con Rodrigo Rivas)

11 marzo 2021

Allende, 1970 – Boric, 2022

Cronologia cilena dal governo di Unidad popular ad oggi

4/9/1970: Il candidato di Unidad popular (Up) Salvador Allende viene eletto presidente col 36,3% contro il 35,8% del candidato della destra Jorge Alessandri e il 30% del democristiano R. Tomic

4/11/1970:insediamento di Allende e attivazione delle “Quaranta misure del governo popolare” finalizzate all’attuazione di un programma di costruzione del socialismo per via democratica

6/11/1970: il presidente Usa Nixon davanti al Consiglio nazionale di sicurezza dichiara “Non dobbiamo permettere che l’America Latina pensi di poter intraprendere questo cammino senza subirne le conseguenze”

15/7/1971: nazionalizzazione delle miniere del rame di proprietà di 2 multinazionali statunitensi. Washington indispettita acuisce le azioni di destabilizzazione contro il governo di Allende

Dicembre 1971: prima grande mobilitazione delle “pentole vuote” orchestrata dalla destra

Ottobre 1972: le manovre di destabilizzazione si intensificano minando l’unità del governo e culminano nello sciopero dei camionisti che, finanziato da gli Usa con 4 mln $, paralizza il Paese

Novembre 1972: grazie alla mobilitazione popolare e agli sforzi impiegati, il blocco dei trasporti viene superato. Allende avvia una tournèe mondiale che lo condurrà fino alla tribuna dell’Onu, dove denuncia gli attacchi che subisce il suo governo, soprattutto da parte di imprese statunitensi: “…il potere e la condotta nefasta delle multinazionali, i cui bilanci superano quelli di molti paesi… Gli stati subiscono interferenze nelle loro decisioni fondamentali, politiche economiche e militari, da parte di organizzazioni globali che non dipendono da nessuno stato e che non rispondono né sono controllate da nessun parlamento o istituzione rappresentativa dell’interesse collettivo”. Un’analisi lungimirante di ciò che in seguito sarà definito processo di globalizzazione

Marzo 1973: alle elezioni legislative l’Unidad popular avanza e ottiene il 43,4% dei voti

29/6/1973: un reggimento di artiglieria sotto il comando del Tenente Colonnello Roberto Souper insorge e assedia i palazzi del governo con carri armati e altri mezzi pesanti ma viene respinto dalle forze armate lealiste: è il tanquetazo che servirà come prova generale del golpe

agosto 1973: viene proclamato un nuovo sciopero dei trasporti che paralizza il Cile. Il 22 Pinochet viene nominato capo di stato maggiore dopo le dimissioni di Prats a seguito dei contrasti all’interno delle forze armate. Allende dichiara pubblicamente la propria fiducia nei confronti di Pinochet 

22/8/1973: il parlamento approva una mozione della Democrazia Cristiana in cui si denuncia “il grave deterioramento dell’ordine democratico” perpetrato da Allende e si chiede alle forze armate di “porre immediatamente fine a tutte queste situazioni”

11/9/1973: colpo di stato militare guidato da A. Pinochet sostenuto dalla destra e dalla Democrazia Cristiana e organizzato dagli Usa. Allende assediato alla Moneda con i suoi fedelissimi rifiuta la resa e si suicida. Svanisce il sogno cileno di una transizione democratica verso il socialismo. Nei mille giorni del suo governo il Cile si riappropriò del rame, estese la riforma agraria, difese l’istruzione pubblica e gratuita, ridusse la mortalità infantile, aumentò i salari, creò l’area sociale dell’economia, nazionalizzò le banche e altre imprese strategiche e promosse la partecipazione popolare

Viene instaurata una feroce dittatura militare che provoca 3.200 morti, oltre 100.000 arresti, 38.00 torturati e decine di migliaia di esiliati. Un’intera generazione, insieme alla prospettiva di una società più equa, viene annientata

1975: applicazione delle teorie neoliberiste della ‘Scuola di Chicago’ sul laissez-faire, sul libero mercato e sulla riduzione della spesa pubblica: vennero privatizzate gran parte delle imprese appena nazionalizzate, restituiti ai latifondisti 1/3 delle terre oggetto di riforma, ridotti gli stipendi, privatizzate la sanità e l’istruzione ma, in compenso, vennero aumentate le spese militari. La ricetta neoliberista, in assoluta anteprima mondiale, portò ad un quindicennio di crescita economica sostenuta (6-8% annuo) che andò per l’85% a beneficio del 20% più ricco della popolazione e creò gravi effetti sociali, economici e culturali ai danni dei strati popolari e del ceto medio

11/9/1980: approvazione della nuova costituzione che contiene principi di politiche economiche liberiste e garantisce a Pinochet la presidenza fino al 1989

1988: il Plebiscito indetto da Pinochet per ottenere il prolungamento del mandato presidenziale per un’altro quadriennio viene, a sorpresa, respinto da parte del 56% dei votanti

14/12/1989: le prime elezioni democratiche presidenziali registrano la vittoria della Concertazione Democratica di centrosinistra che porta il democristiano Patricio Alwyin alla presidenza

11/3/1990: insediamento del nuovo presidente e avvio della “transizione alla democrazia” che incontra grandi resistenze da parte dei militari che mantengono ampi poteri ottenendo anche l’impunità per i crimini commessi durante la dittatura. Pinochet nominato Capo delle forze armate

11/3/1994:  Eduardo Frei Ruiz-Tagle, candidato democristiano della Concertazione Democratica si insedia alla presidenza. Sotto il suo governo il Cile ha registrato una sostenuta crescita economica (fino al ’98) ed è entrato a far parte del Mercosur come membro associato nel 1996 e ha stipulato trattati di libero commercio con gli Stati Uniti, la Cina e i paesi dell’Unione Europea.

Le politiche economiche, attuate dai presidenti della Concertazione Democratica dopo il ritorno alla democrazia nel 1990, non sono risultate in controtendenza rispetto al liberismo del periodo di Pinochet: sono infatti continuate le privatizzazioni come è il caso dell’acqua e delle concessioni alle multinazionali per lo sfruttamento del rame. Venne, però, perseguita una politica di riduzione del disagio sociale senza tuttavia incidere in modo sostanziale negli squilibri socioeconomici: nel 1996 il 20% più ricco della popolazione deteneva ancora il 56,5% del reddito nazionale, mentre il 20% più povero solo il 3,9% e nel 2011 erano ancora rispettivamente del 51,03% e del 5,38%. Il Cile è il paese con il maggior squilibrio nella distribuzione della reddito dell’America Meridionale.

1998: Pinochet diventa senatore a vita ma ciò non fu sufficiente, il 17 ottobre del 1998, ad evitargli la reclusione nell’ospedale londinese in cui era ricoverato, a seguito del mandato di arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garcon, per i crimini commessi contro i propri connazionali. Si aprì un complesso caso diplomatico internazionale che coinvolse, oltre il Cile e il Regno Unito, anche la Spagna e che si concluse con la scarcerazione di Pinochet decretata nel marzo 2000 dal ministro degli interni laburista Jack Straw per motivi “umanitari”. La revoca, al rientro in patria, dell’immunità parlamentare da parte della Corte d’Appello, spalancò all’ex dittatore le porte del processo nel quale, dopo un iniziale rinvio a giudizio, ottenne, l’anno successivo, la sospensione per motivi di salute. La Corte Suprema nel 2005 respingendo il ricorso della difesa dette nuovamente via libera all’effettuazione del processo che non arrivò a conclusione per la sopraggiunta morte, il 10 dicembre 2006, dell’ex dittatore che per 17 anni governò il paese con pugno di ferro macchiandosi di orrendi crimini

11/3/2000: Ricardo Lagos socialista diviene il terzo presidente della Concertazione Democratica. Il governo di Lagos è stato uno dei più apprezzati arrivando a toccare il 75% di popolarità. Durante la sua presidenza si sono intensificate le relazioni estere, le riforme istituzionali e la crescita economica dopo la recessione del ’99

11/3/2006: si insedia alla presidenza la socialista Michelle Bachelet della Concertazione Democratica. Rifiuta i funerali di stato a Pinochet. Contro di lei si solleva la contestazione degli studenti per la mancata riforma dell’istruzione. Recupera in seguito popolarità grazie alla capacità di affrontare la crisi economica del 20082009 ottenendo il consenso dell’opinione pubblica e del sistema economico del Paese ma scontentando i ceti popolari per la diminuzione salariale. Nel 2008 è stata nominata Presidente della neocostituita Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane

11/3/2010: il magnate SebastianPiñera di Rinnovamento Nazionale, candidato della “Coalición por el Cambio” si insedia come primo presidente di destra dopo il ritorno alla democrazia, favorito dalle divisioni nel campo del centrosinistra, causate dall’incapacità di invertire le politiche neoliberiste di Pinochet.

2011-2013: Sotto Piñera, riprende forza il movimento studentesco nel 2011 e nel 2013, fino a scuotere l’intera sinistra e a richiedere non soltanto un’educazione ‘gratuita e di qualità ma anche i mezzi per ottenerla: riforma fiscale, nazionalizzazione del rame e, soprattutto, fine del modello liberista inscritto nella Costituzione del 1980 attraverso la convocazione di un’assemblea costituente. Questi sono le richieste più importanti, insieme, alla riforma sanitaria, che gli studenti avanzano a Michelle Bachelet nuovamente candidata, alle presidenziali del 17 novembre 2013 di “Nueva Mayoria” (Nuova Maggioranza) la coalizione che comprende la Concertazione, i partiti di sinistra ed i movimenti.

Dopo decenni in cui Allende ha rappresentato solo un grande politico da commemorare, durante le manifestazioni, in cui gli studenti si sono fusi con i minatori e i portuali, il ritratto di Allende è tornato nelle strade ma, questa volta non si trattava più di celebrare un’icona: i manifestanti affermavano di riconoscersi nel progetto politico che egli incarnava e che continua a rappresentare. L’esperienza dell’Unidad Popular non è fallita: è stata soltanto interrotta e la figura di Allende non è quella di un presidente che si lascia alle spalle un processo politico condannato.Essa incarna l’audacia politica: quella che ha affermato la modernità di un progetto di trasformazione della società, non solo in Cile, ma in tutto il continente latinoamericano.

15/12/2013: al secondo turno delle elezioni presidenziali la socialista Michelle Bachelet, col 62% dei voti sconfigge la candidata dell’Unione democratica Indipendente Evelyn Matthei, sostenuta dalla coalizione di destra Alleanza per il Cile che assume l’incarico l’11 marzo 2014

17/12/2017: Sebastian Piñera di Rinnovamento Nazionale, sostenuto dall’alleanza Chile Vamos, al secondo turno delle presidenziali conquista, col 54,6% dei consensi, il secondo mandato ai danni dell’esponente del Partito Radicale Social Democratico, Alejandro Guiller, appoggiato dalla coalizione Nuova Maggioranza. Anche lui come i predecessori si insedia il 11 marzo successivo

18/10/2019: a Santiago esplodono le proteste studentesche innescata dall’aumento del prezzo dei biglietti dei trasporti urbani che nei giorni successivi si estendono alle classi sociali impoverite dalle mancate riforme della struttura economica ancora di chiara matrice liberista. “Non per 30 centesimi, ma per 30 anni” diviene lo slogan delle piazze gremite, lasciando intendere che l’esasperazione popolare era frutto non tanto dell’aumento dei trasporti urbani di 30 centesimi, bensì di 30 anni di mancate riforme. Durante la “transizione” post dittatura il Cile ha conosciuto un periodo di forte sviluppo economico, ma questo ha ulteriormente ampliato le diseguaglianze, e ha lasciato indietro e ai margini larghe fasce della popolazione. Il Paese non è riuscito a trovare un compromesso tra lo sviluppo dell’economia di mercato e le protezioni sociali, in modo da garantire coesione sociale e stabilità democratica.

Ottobre 2019–18/3/2020: le oceaniche proteste si allargano alle principali città cilene guadagnandosi l’appellativo di Estallido social (esplosione sociale). Il 18 ottobre il presidente Sebastián Piñera dichiara lo stato di emergenza, autorizzando il dispiegamento dell’esercito cileno nelle principali regioni a fianco delle forze di sicurezza (i famigerati Carabineros). L’esercito torna nelle strade per la prima volta dai tempi della dittatura. La repressione violenta dei manifestanti viene denunciata, oltre che dall’Onu, anche dal direttore dell’Istituto nazionale per i diritti umani del Cile Sergio Micco: “L’Istituto ha registrato testimonianze di denudamenti, torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e mentali, botte e ritardi della polizia nel condurre le persone fermate al commissariato, mantenendole nei furgoni, ammassate e con scarsa ventilazione, per ore”. Le proteste di piazza cessano a metà marzo, a causa dalla pandemia da Covid-19, con un pesante bilancio: 34 fra uccisioni dirette e sospette, 2.400 feriti fra cui alcune centinaia colpiti volontariamente agli occhi, circa 5.000 arresti e numerose violenze sessuali ai danni delle donne fermate.

I partiti presenti in Parlamento si accordano per l’effettuazione di un Plebiscito per una nuova costituzione che chiuda i conti con la dittatura e con il neoliberismo istituzionalizzato.

25/10/2020: il Plebiscito Nazionale 2020 chiama i cileni ad esprimersi su una nuova costituzione o sul mantenimento di quella di Pinochet del 1980 e su quale organo debba provvedere a redigerla. Vittoria schiacciante di Apruebo, nel primo quesito, e di una assemblea costituente elettiva ex novo nel secondo, con oltre il 78% dei consensi in entrambi.

16-17 maggio 2021: votazioni per l’Assemblea costituente (Convenciòn Constituyente), netta sconfitta dei partiti tradizionali, soprattutto di centro-destra (38 seggi), e vittoria degli indipendenti, in prevalenza esponenti del movimento popolare, con 48 seggi su 155, dei quali 24 conquistati dalla Lista del Pueblo; la sinistra radicale (Apruebo Dignidad), alleanza fra Partito comunista e Frente Amplio, ottiene 27 seggi contro i 25 della lista Apruebo di centrosinistra, mentre 17 vengono riservati alle popolazioni amerindie

21/11/2021: il primo turno delle elezioni presidenziali vede in testa José Antonio Kast di estrema destra con il 28%, seguito da Gabriel Boric, giovane esponente della sinistra emerso dalle proteste

19/12/2021: contro i pronostici al secondo turno delle presidenziali Boric sconfigge l’ex pinochetista Kast 56% a 44% divenendo il presidente della Repubblica più giovane della storia del Cile e anche quello più votato dal popolo in voti assoluti. Scongiurato il ritorno verso i tempi bui della dittatura e compiuto un fondamentale passo avanti verso la fine della “transizione democratica”. Promesso sostegno politico dal nuovo governo alla conclusione del percorso costituente che porti all’approvazione di un nuovo testo costituzionale che chiuda i conti con l’eredità della dittatura e con l’impianto neoliberista dello stato cileno

11/3/2022: si insedia il nuovo presidente Boric con il primo governo della storia sudamericana a maggioranza femminile (14 su 24). Al ministero della Difesa va la nipote di Salvador Allende, Maya Fernández Allende, già deputata del Partito socialista e recentemente approdata al partito di Boric.

Emiliano Barsotti, Tobia Fabeni, Federico Barsotti, Riccardo Cesari ed Eludit Vicente Núñez

(Studenti del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali” dell’ite Pacinotti di Pisa)

13 marzo 2021

Guerra Ucraina: note sul punto di vista dell’altra metà del mondo.

di Alessandro Visalli

Con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astenuti è passata all’Onu una risoluzione che condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Hanno votato contro la Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, l’Eritrea e la Siria, voleva votare anche il Venezuela, ma gli è stato impedito con un cavillo. Gli astenuti, posizione molto difficile in questo contesto, sono la Cina, l’India, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, l’Algeria, l’Angola, l’Armenia, il Bangladesh, la Bolivia, il Burundi, la Repubblica Centro Africana, il Congo, El Salvador, il Kazakistan, il Kyrgystan, il Madagascar, il Mali, la Mongolia, il Mozambico, la Namibia, il Nicaragua, il Senegal, il Sud Africa, il Sud Sudan, il Tajikistan, l’Uganda, la Tanzania, il Vietnam, lo Zinbabwe. Quindi molti paesi asiatici, africani e sudamericani.

La risoluzione chiedeva la fine della guerra ed il ritiro delle forze di invasione.

Si sono espressi con un’astensione paesi che complessivamente comprendono oltre quattro miliardi di persone. Proviamo a vedere quali ragioni avevano.

Sulla stampa cinese. Maria Siow su South Csulina Morning Post[1] si chiede se il rifiuto della Cina e dell’India di condannare la Russia danneggerà la loro reputazione nell’Asean (che ha votato a favore della risoluzione dell’Onu con l’astensione, oltre che di Cina e India, solo di Vietnam e Laos). La posizione cinese è quindi descritta come ambivalente, dal ministero degli esteri che accusa gli Usa di aver provocato la guerra allo stesso Ministro che, tuttavia, si dichiara addolorato per il conflitto e le perdite civili.

Il China Daily[2] descrive, come tutte le altre testate, l’apertura della 13° sessione del NPC nella quale Xi ha proposto l’ampliamento del budget militare del 7,1% (la Cina spende ca 250 miliardi di dollari, gli Usa 780 e la Russia 61 miliardi, l’India 72, la Ue 378 miliardi). Quindi in un articolo di commento di Zhang Zhouxiang vengono descritte le posizioni propagandate dal New York Times[3]. Secondo le fonti di intelligence citate dal giornale americano la Cina avrebbe chiesto alla Russia di spostare la guerra a dopo le olimpiadi. Ne deriverebbe che conosceva i piani russi. Questa illazione viene respinta fermamente, ricordando come l’intelligence occidentale avesse dato pessima prova nella guerra irachena. L’intensificazione della crisi è, invece, interamente attribuita alla continua espansione della Nato verso Est e quindi le “politiche aggressive degli Stati Uniti”. Secondo il motto cinese per il quale “un nodo può essere sciolto solo dalla persona che lo ha fatto” è tempo quindi che gli Usa assumano la propria responsabilità.

Una linea che è ripresa da un durissimo articolo di Lui Ruo “Dove ancora l’America vuole portare il fuoco?” nel quotidiano Beijing Ribao[4], che è il quotidiano organo ufficiale del Partito Comunista di Pechino. lo spunto viene dalla visita di Mike Pompeo a Taiwan nella quale l’ex esponente dell’amministrazione Usa ha dichiarato che dovrebbe essere riconosciuta la regione cinese come stato autonomo. Inoltre viene ricordato il passaggio del cacciatorpediniere USS Johnson nello stretto. Ovviamente la cosa è inscritta nel quadro della ricerca dei democratici di acquisire consensi in vista delle elezioni di medio termine, ma anche della costante “intenzione di creare controversie e disastri” della potenza americana. Gli Stati Uniti sono, infatti, “il più grande esportatore di disastri”; dal 1945 al 2001 dei 248 conflitti armati in 153 regioni ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti, dalla fine della guerra fredda in 80 casi sono state condotte operazioni armate all’estero e più di 800.000 persone sono morte a causa di ciò (di queste 335.000 erano civili). Le guerre hanno causato 21 milioni di emigrati. Nell’articolo si continua dichiarando che gli iniziatori del conflitto tra Russia e Ucraina sono ancora gli Usa, a causa della persistente espansione verso Est della Nato, promossa dal complesso militare-industriale. Espansione che “ha minato l’architettura ed il pensiero della sicurezza europea”.

In Asia Times[5] David Goldman afferma invece che la strategia della Russia per distruggere l’esercito ucraino procede secondo i piani[6], avvolgendo l’esercito nemico in una serie di sacche (come fecero nella grande offensiva durante la seconda guerra mondiale). D’altra parte dalla stampa indiana si ricava che gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna “in grande scala” per reclutare piloti militari privati e da Francia e Germania, oltre che dal Regno Unito, la Danimarca, la Lettonia, Polonia e Croazia sono in arrivo mercenari o combattenti in Ucraina[7]. Il premier Modi sta coordinando in questo momento incontri di alto livello per assumere una posizione e sono in corso l’evacuazione dei cittadini indiani.

Nello stesso giornale l’astensione dell’India dal voto del Consiglio di Sicurezza è dichiarata “coerente con il fermo sostegno di Nuova Dehli al suo alleato di lunga data”[8]. Alleato dal quale l’India acquista il 60% delle proprie armi.

In “The Indian Express” un interessante articolo[9] sulle prospettive di accordo tra Russia e Ucraina cita l’opinione di Gustav Gressel dell’ECFR e di Marcel Röthig, Capo dell’ufficio della Fondazione Ebert a Kiev. Quest’ultimo sostiene che si potrebbe arrivare ad una Ucraina federale, con autonomia per il Donetrsk e Luhansk, o alla fine alla diretta cessione a Mosca delle tre aree (Crimea inclusa). Infine una neutralità garantita internazionalmente. Ma segnala correttamente che un compromesso troppo doloroso per l’Ucraina potrebbe portare ad un esito simile a quello che il Trattato di Versailles portò in Germania (ovvero essere la causa di radicalizzazione delle forze nazionaliste, e alla crescita di un nuovo focolare di nazismo in Europa).

Sulla stampa pakistana viene riportata[10] la risposta del governo alle minacce americane seguite al volto all’Onu. Il Pakistan ha dichiarato in risposta di “sostenere un cessate il fuoco e negoziati”, precisando che non ha aderito alla risoluzione per conservare uno spazio diplomatico tra le due parti. Del resto nella regione dell’Asia meridionale solo il Nepal ha votato a favore. L’articolo prosegue dichiarando che la nazione “vede la Cina come il suo più stretto alleato” e, come per il Bangladesh, la percezione della “forte posizione filo-russa della Cina” (come scrivono) ha influenzato la decisione. Per quanto riguarda l’India si tratterebbe (ma su questo anche la stampa cinese sembra concorde) piuttosto di una indecisione tra il vecchio alleato, la Russia, e il nuovo partner strategico (in chiave anticinese). Munir Akram, ambasciatore pakistano alle Nazioni Unite ha spiegato del resto l’astensione in quanto la mozione tralasciava alcuni punti chiave. Precisamente che la Russia era legittimamente preoccupata per l’espansione Nato ai suoi confini, ed era quindi “in un certo senso unilaterale”. Il Pakistan “vuole un approccio equilibrato e ritiene che questa controversia debba essere risolta attraverso negoziati”. Continuando ha confermato di condannare sempre le morti di civili, siano esse in Ucraina, nel Kashmir o in Afganistan, ma che “c’è molta propaganda e notizie false”.

Nell’articolo di fondo del 21 febbraio, “Costruisci vivamente una comunità futura con un futuro condiviso per l’umanità[11], non firmato e dunque posizione del Partito, viene richiamata la dichiarazione di Xi Jinping per la quale “La comunità con un futuro condiviso per l’umanità, come suggerisce il nome, è che il futuro e il destino di ogni nazione e paese sono strettamente legati. La grande famiglia armoniosa ha trasformato il desiderio di una vita migliore di persone provenienti da tutto il mondo nella realtà”. Ora, il concetto di “grande famiglia armoniosa” è uno dei concetti chiave della cultura cinese e dovremo tornarci brevemente. Nell’articolo viene declinato l’universalismo nella visione cinese, per il quale l’umanità ha un “destino condiviso”, cosa che implica che un mondo universalmente sicuro discende dalla condivisione della sicurezza di tutti, secondo lo slogan: “tu sei al sicuro, io sono al sicuro”. Xi Jinping ha sottolineato durante le conferenze dei giochi olimpici: “L’umanità è un tutto e la terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una “Simbiosi” che ha tre livelli: realizzazione di sé, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo.

Ciò significa anche che costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità è una pratica contemporanea di “comunità di persone libere”. Sapendo che i gruppi umani sono collegati e che l’associazione di uomini liberi rappresentata da Marx è un concetto concepito al di là dell’alienazione dell’uomo nell’era dell’economia industriale. 

La posizione cinese potrà divenire più chiara forse lunedì 7 marzo, quando, alle 15.00, nella Quinta Sessione del 13° Congresso Nazionale del Popolo (una delle più importanti assemblee consultive periodiche del complesso sistema di governo cinese) il Ministro degli Esteri Wang Yi discuterà con la stampa cinese ed estera della “Politica estera e delle relazioni della Cina”.

Intanto alcuni spunti possono essere desunti sia dal concetto cinese di Tianxia, sul quale torniamo alla fine, sia dalla lettura di due documenti recenti: una dichiarazione del Ministro Wang del 26 febbraio, e il protocollo firmato tra Russia e Cina in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Il Ministro Wang ha dichiarato[12] che la posizione si articola in cinque punti:

  • In primo luogo, la Cina sostiene fermamente il rispetto e la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti gli Stati, attenendosi con serietà agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La posizione della Cina è coerente, chiara e si applica anche alla questione dell’Ucraina.

Commento: il primo punto non arruola automaticamente la Cina nella guerra di invasione russa, che all’epoca aveva contorni ancora meno definiti, individuando come linea rossa l’integrità territoriale (cfr. Dombass? Taiwan, che, ricordo, è rivendicato dai cinesi come proprio territorio?). In altre parole, con le armi non si spostano i confini.

  • In secondo luogo, la Cina sostiene il concetto di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile. La Cina ritiene che la sicurezza di un Paese non possa venire a scapito di quella degli altri e che la sicurezza regionale non possa essere garantita rafforzando e persino espandendo i blocchi militari. Inoltre, le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di tutti gli Stati dovrebbero essere rispettate. Dopo le cinque occasioni consecutive di espansione verso est dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, le richieste legittime della Russia in merito alla sicurezza dovrebbero essere considerate seriamente e risolte in modo adeguato.

Commento: questo è un punto molto denso di teoria ed in linea con la tradizionale linea cinese, la sicurezza non è di uno, è un bene di tutti, quindi è ‘comune, globale, cooperativa e sostenibile’, ogni parola conta. Non è sicurezza quella della Nato che ritiene di essere sicura se sviluppa una soverchiante capacità di minaccia verso un vicino subalterno. Espandendo, appunto, senza limiti il proprio blocco militare. Senza rispettare le ‘ragionevoli preoccupazioni di sicurezza’ di tutti. Quindi cinque e successive espansioni della Nato verso Est determinano ‘legittime richieste di sicurezza’ da parte della Russia.

  • In terzo luogo, la Cina ha seguito l’evoluzione della questione ucraina e la situazione attuale è qualcosa che il Paese asiatico non vuole vedere. È assolutamente indispensabile che tutte le parti esercitino la necessaria moderazione per evitare che la situazione in Ucraina possa peggiorare o addirittura finire fuori controllo. La sicurezza delle vite e delle proprietà della gente comune dovrebbe essere efficacemente salvaguardata, e in particolare, devono essere evitate crisi umanitarie su larga scala.

Commento: la Cina, in quanto grande potenza emergente non ha alcun interesse a veder precipitare il mondo nella guerra indiscriminata (che non potrebbe evitare di coinvolgerla, arrestando il suo sviluppo) prima che il percorso di crescita si compia. A giungere ad un redde rationem prima che si compia sono, casomai, interessati altri (è sempre stata una delle linee difese da parte dell’establishment Usa, fino ad ora minoritaria). La paura che tutto finisca ‘fuori controllo’ (ovvero che tutto finisca) è depositata qui.

  • In quarto luogo, la parte cinese sostiene e incoraggia tutti gli sforzi diplomatici che portano alla soluzione pacifica della crisi ucraina e il Paese asiatico accoglie con favore i colloqui diretti e i negoziati tra la Russia e l’Ucraina, da svolgersi il più presto possibile. La questione ucraina si è evoluta in un complesso contesto storico. L’Ucraina dovrebbe essere un ponte di comunicazione tra l’Est e l’Ovest, invece di essere il fronte di scontro tra grandi Paesi. La Cina sostiene anche l’Europa e la Russia nei propri sforzi per tenere un dialogo su un piano di parità sulla questione della sicurezza europea e alla fine formare un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile.

Commento: deriva dal primo e soprattutto dal secondo punto che la Cina chiede un accordo. L’accordo non potrà che essere, giunti a questo punto della cosa, globale e terrà a battesimo (se eviteremo il peggio) il nuovo mondo multipolare. Ovvero, abbastanza inevitabilmente dato l’atteggiamento americano e nostro, terrà a battesimo la nuova guerra fredda che farà da transizione tra il mondo unipolare occidentale e il mondo futuro. Sarà il caso di ricordare che la guerra fredda è stata tale perché esisteva un sottostante accordo di civiltà che fu probabilmente stipulato al termine della Guerra di Corea. Più specificamente la dottrina cinese individua due poli (‘Est e Ovest’), iscrivendo implicitamente sé stessa e la Russia (ma anche Iran, Pakistan e probabilmente India, per quanto ciò sia iperdifficile) in un campo. Inoltre individua come soluzione la sicurezza europea come problema comune sia della Russia sia della Ue e soci, evidentemente senza gli Usa. Auspica, in altre parole, la dissoluzione della Nato. Sarebbe la cosa giusta (se non avessimo 60.000 soldati occupanti permanentemente sul suolo europeo dal 1945).

  • In quinto luogo, la Cina ritiene che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione della questione ucraina e che la pace e la stabilità regionali, così come la sicurezza di tutti i Paesi, dovrebbero essere messe al primo posto. Le azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza dovrebbero quindi ridurre la tensione, piuttosto che gettare benzina sul fuoco, e dovrebbero aiutare a far avanzare la soluzione della questione attraverso mezzi diplomatici, piuttosto che aggravare ulteriormente la questione. La Cina è sempre contraria a citare intenzionalmente il Capitolo VII nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per autorizzare l’uso della forza e delle sanzioni”.

Commento: contro la tradizione di utilizzare l’Onu come proprio utile servitore (salvo ignorarlo quando non si allinea) degli Usa, la Cina individua quindi negli organismi internazionali (nei quali, se la IIWW effettivamente terminasse potrebbe essere molto ben rappresentata insieme ai suoi alleati) il punto di equilibrio decisivo della transizione egemonica di potenza in corso.

Insomma,

  • La Cina aderisce alla via della pace, dello sviluppo ed è impegnata a costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. Il Paese asiatico continuerà a respingere fermamente tutte le egemonie e i poteri forti, a salvaguardare fermamente i diritti, gli interessi legittimi e legali degli Stati in via di sviluppo, specialmente di quelli di piccole e medie dimensioni.

Invece la Dichiarazione Congiunta del 4 febbraio[13] i due paesi, Russia e Cina, recita così:

Dichiarazione congiunta della Repubblica popolare cinese e della Federazione russa sulle relazioni internazionali e lo sviluppo sostenibile globale nella nuova era

Su invito del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, il presidente Vladimir Putin della Federazione Russa visiterà la Cina il 4 febbraio 2022. I due capi di stato hanno tenuto colloqui a Pechino e hanno partecipato alla cerimonia di apertura delle 24 Olimpiadi invernali.

La Repubblica popolare cinese e la Federazione russa (di seguito denominate le “Parti”) dichiarano quanto segue:

Attualmente, il mondo sta attraversando grandi cambiamenti e la società umana è entrata in una nuova era di grande sviluppo e grande cambiamento. La multipolarizzazione mondiale, la globalizzazione economica, l’informatizzazione sociale e la diversificazione culturale hanno continuato a svilupparsi, il sistema di governance globale e l’ordine internazionale hanno continuato a cambiare, l’interconnessione e l’interdipendenza dei paesi sono state notevolmente approfondite, la distribuzione del potere internazionale è tesa da ristrutturare, e le preoccupazioni della comunità internazionale per la pace e L’appello per uno sviluppo sostenibile è ancora più forte. Allo stesso tempo, l’epidemia di COVID-19 continua a diffondersi in tutto il mondo, la situazione della sicurezza internazionale e regionale sta diventando sempre più complessa e le minacce e le sfide globali sono in aumento. Alcune forze internazionali continuano a perseguire ostinatamente l’unilateralismo, a ricorrere alla politica di potere, a interferire negli affari interni di altri paesi, a ledere i diritti e gli interessi legittimi di altri paesi, a creare contraddizioni, differenze e scontri e ad ostacolare lo sviluppo e il progresso della società umana . La comunità internazionale non lo accetterà mai.

Le due parti invitano tutti i paesi a rafforzare il dialogo, rafforzare la fiducia reciproca, creare consenso, salvaguardare i valori comuni di pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà per tutta l’umanità e rispettare i diritti delle persone di tutti i paesi a scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo e la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi Sviluppare interessi, difendere il sistema internazionale con al centro le Nazioni Unite e l’ordine internazionale basato sul diritto internazionale, praticare un vero multilateralismo in cui le Nazioni Unite e la Sicurezza delle Nazioni Unite Il Consiglio svolge un ruolo centrale di coordinamento, promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali e realizza lo sviluppo della pace, della stabilità e della sostenibilità nel mondo.

uno

Le due parti hanno convenuto che la democrazia è il valore comune di tutta l’umanità, non il brevetto di pochi paesi.Promuovere e salvaguardare la democrazia è la causa comune della comunità internazionale.

Le due parti credono che la democrazia sia un modo per i cittadini di partecipare alla gestione dei propri affari e mira a migliorare il benessere delle persone e realizzare il dominio delle persone sul paese. La democrazia dovrebbe essere un intero processo e orientato verso tutte le persone, riflettere gli interessi e la volontà di tutte le persone, proteggere i diritti delle persone, soddisfare i bisogni delle persone e salvaguardare gli interessi delle persone. La pratica delle istituzioni democratiche non è rigida e dovrebbe tenere conto dei sistemi socio-politici e delle caratteristiche storiche, tradizionali e culturali dei diversi paesi. Le persone di tutti i paesi hanno il diritto di scegliere le forme ei metodi di pratica democratica che si adattano alle loro condizioni nazionali. Se un paese è democratico o meno può essere giudicato solo dalla sua gente.

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto potenze mondiali con lunghe tradizioni storiche e culturali, hanno profonde tradizioni democratiche radicate nell’esperienza di sviluppo del millennio e sono ampiamente sostenute dal loro stesso popolo, riflettendo i bisogni e gli interessi dei loro cittadini. Cina e Russia hanno assicurato che il loro popolo abbia il diritto di partecipare alla gestione dello stato e degli affari sociali attraverso vari canali e forme in conformità con la legge. Le persone dei due paesi hanno piena fiducia in se stessi sulla strada e rispettano i sistemi democratici e le tradizioni degli altri paesi.

Le due parti hanno sottolineato che i principi democratici dovrebbero riflettersi non solo nella governance interna ma anche nella governance globale. Alcuni paesi tentano di tracciare linee ideologiche, costringere altri paesi ad accettare gli “standard democratici” di questi paesi e monopolizzare il diritto di definire la democrazia mettendo insieme vari piccoli gruppi e alleanze “situazionali”. Questo è in realtà un calpestare la democrazia e il spirito di democrazia e tradimento dei veri valori democratici. Tale ricerca dell’egemonia rappresenta una seria minaccia alla pace e alla stabilità regionale e globale e danneggia la stabilità dell’ordine internazionale.

Le due parti credono fermamente che la difesa della democrazia e dei diritti umani non debba essere usata come strumento per esercitare pressioni su altri paesi. Le due parti si oppongono all’abuso dei valori democratici da parte di qualsiasi paese, all’ingerenza negli affari interni dei paesi sovrani con il pretesto della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani e alla provocazione della divisione e del confronto mondiale. Le due parti hanno invitato la comunità internazionale a rispettare la diversità delle culture e delle civiltà ei diritti all’autodeterminazione dei popoli di paesi diversi. Le due parti sono disposte a collaborare con tutti i paesi disponibili per promuovere la vera democrazia.

Le due parti hanno sottolineato che la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani hanno stabilito obiettivi elevati e principi di base per la causa globale dei diritti umani, che dovrebbero essere seguiti e praticati da tutti i paesi. Allo stesso tempo, ogni Paese ha diverse condizioni nazionali, e ci sono differenze nella storia, nella cultura, nel sistema sociale e nel livello di sviluppo economico e sociale.È necessario aderire alla combinazione dell’universalità dei diritti umani e delle condizioni reali di vari paesi e proteggere i diritti umani in base alle loro condizioni nazionali e alle esigenze delle persone. La promozione e la protezione dei diritti umani è la causa comune della comunità internazionale e tutti i paesi dovrebbero prestare uguale attenzione e promuovere sistematicamente vari tipi di diritti umani. La cooperazione internazionale in materia di diritti umani dovrebbe essere discussa da tutti i paesi sulla base di un dialogo paritario. Tutti i paesi dovrebbero godere dello stesso diritto allo sviluppo. Tutti i paesi dovrebbero svolgere la cooperazione e la cooperazione in materia di diritti umani sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e rafforzare la costruzione del sistema internazionale dei diritti umani.

due

Le due parti credono che la pace, lo sviluppo e la cooperazione siano la corrente principale dell’odierno sistema internazionale. Lo sviluppo è la chiave per raggiungere il benessere delle persone. La continua diffusione dell’epidemia di COVID-19 ha portato gravi sfide all’attuazione globale dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 2030. È fondamentale migliorare il partenariato globale per lo sviluppo e spingere lo sviluppo globale verso una nuova fase di equilibrio, coordinamento e inclusività .

Le due parti promuoveranno attivamente la cooperazione tra la costruzione congiunta della “Cintura e della strada” e l’Unione economica eurasiatica e approfondiranno la cooperazione pratica tra la Cina e l’Unione economica eurasiatica in vari campi. Migliorare il livello di connettività nelle regioni Asia-Pacifico ed Eurasiatica. Le due parti sono disposte a continuare a promuovere lo sviluppo parallelo e coordinato della costruzione congiunta della “Belt and Road” e del “Greater Eurasian Partnership”, promuovere lo sviluppo delle organizzazioni regionali e il processo di integrazione economica bilaterale e multilaterale, e a beneficio delle persone di tutti i paesi del continente eurasiatico.

Le due parti hanno convenuto di approfondire ulteriormente la cooperazione pragmatica nello sviluppo sostenibile dell’Artico.

Le due parti rafforzeranno la cooperazione nei meccanismi multilaterali come le Nazioni Unite, promuoveranno la comunità internazionale a porre lo sviluppo in una posizione importante nel coordinamento delle politiche macro globali, inviteranno i paesi sviluppati ad adempiere seriamente ai loro obblighi APS, forniranno ai paesi in via di sviluppo maggiori risorse, e risolvere problemi di sviluppo tra paesi e all’interno dei paesi, squilibri e altre questioni e promuovere lo sviluppo globale e la cooperazione internazionale allo sviluppo. La parte russa ha ribadito la sua volontà di continuare a svolgere un lavoro rilevante sulla promozione dell’iniziativa di sviluppo globale proposta dalla parte cinese, inclusa la partecipazione alle attività del “Gruppo di amici dell’iniziativa di sviluppo globale” sulla piattaforma delle Nazioni Unite. Entrambe le parti invitano la comunità internazionale a concentrarsi sulla riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’antiepidemia e i vaccini, il finanziamento dello sviluppo, il cambiamento climatico, lo sviluppo verde e sostenibile, l’industrializzazione, l’economia digitale, la connettività, ecc. e ad intraprendere azioni pratiche per accelerare il attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Le due parti chiedono alla comunità internazionale di creare un ambiente aperto, equo, giusto e non discriminatorio per lo sviluppo scientifico e tecnologico, accelerare la trasformazione delle conquiste scientifiche e tecnologiche in vere forze produttive e sfruttare un nuovo slancio per la crescita economica.

Le due parti chiedono ai paesi di rafforzare la cooperazione nel campo del trasporto sostenibile, svolgere attivamente lo sviluppo delle capacità di trasporto e lo scambio di conoscenze, compresi i trasporti intelligenti, il trasporto sostenibile, lo sviluppo e il funzionamento delle vie navigabili artiche, ecc., Per aiutare la ripresa globale dopo l’epidemia .

Le due parti hanno adottato misure forti per affrontare il cambiamento climatico e hanno dato importanti contributi. Le due parti hanno commemorato congiuntamente il 30° anniversario della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, hanno riaffermato la loro adesione agli obiettivi, ai principi e alle disposizioni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e del suo Accordo di Parigi, in particolare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate , e si è impegnata a promuovere congiuntamente la “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” e il relativo accordo di Parigi. L’accordo di Parigi è pienamente ed efficacemente attuato. Le due parti adempiranno ai rispettivi impegni e si aspettano che i paesi sviluppati attuino seriamente i 100 miliardi di dollari annuali di sostegno finanziario per il clima ai paesi in via di sviluppo. Le due parti si oppongono all’istituzione di nuove barriere commerciali internazionali sulla base della lotta al cambiamento climatico.

Le due parti promuovono fermamente la cooperazione internazionale e gli scambi sulla biodiversità, partecipano attivamente al processo di governance globale della biodiversità e promuovono congiuntamente lo sviluppo coordinato dell’uomo e della natura e la trasformazione verde e contribuiscono allo sviluppo sostenibile globale.

I capi di stato di Cina e Russia hanno affermato la fruttuosa cooperazione bilaterale e multilaterale tra le due parti in risposta alla pandemia globale di COVID-19 e salvaguardando la vita e la salute delle persone dei due paesi e del mondo. Le due parti continueranno a rafforzare la cooperazione nello sviluppo e nella produzione di vaccini e nuovi farmaci contro il coronavirus e ad approfondire la cooperazione nei settori della salute pubblica e della medicina moderna. Le due parti rafforzeranno il coordinamento e l’allineamento delle misure di prevenzione delle epidemie per fornire una forte garanzia per la salute, la sicurezza e gli scambi ordinati di personale tra i due paesi. Le due parti hanno commentato positivamente il lavoro svolto dai dipartimenti e dalle località competenti dei due paesi per garantire la prevenzione dell’epidemia nelle aree di confine e il funzionamento stabile dei porti, istituendo un meccanismo congiunto di prevenzione e controllo nelle aree di confine, coordinando la promozione di prevenzione e controllo delle epidemie, condivisione delle informazioni e costruzione di infrastrutture nei porti frontalieri e miglioramento continuo dell’efficienza delle spedizioni portuali.

Le due parti hanno sottolineato che rintracciare l’origine del nuovo coronavirus è una questione scientifica, che dovrebbe essere svolta in collaborazione con scienziati di tutto il mondo sulla base di una prospettiva globale, e opporsi alla politicizzazione della questione della ricerca dell’origine. La Russia accoglie favorevolmente la ricerca congiunta sulla tracciabilità condotta da Cina e OMS e sostiene il rapporto di ricerca sulla tracciabilità congiunta Cina-OMS. Entrambe le parti chiedono alla comunità internazionale di mantenere congiuntamente la natura scientifica e la serietà della ricerca sulla tracciabilità.

La Russia sostiene la Cina nell’ospitare con successo le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Pechino 2022.

Le due parti hanno parlato molto del livello di cooperazione tra i due paesi nello sport e nei Giochi Olimpici e sono disposte a promuovere ulteriormente lo sviluppo di una cooperazione pertinente.

tre

Le due parti hanno espresso profonda preoccupazione per le gravi sfide che devono affrontare la situazione della sicurezza internazionale e hanno creduto che le persone di tutti i paesi condividano un destino comune e che nessun paese può e non deve raggiungere la propria sicurezza staccandosi dalla sicurezza mondiale e a spese della sicurezza di altri paesi. La comunità internazionale dovrebbe partecipare attivamente alla governance della sicurezza globale per ottenere una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile.

Le due parti hanno ribadito di sostenere fermamente gli interessi fondamentali reciproci, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e si oppongono alle interferenze esterne negli affari interni dei due paesi.

La parte russa ha ribadito che si attiene al principio della Cina unica, riconosce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese e si oppone a qualsiasi forma di “indipendenza di Taiwan”.

Cina e Russia si oppongono alle forze esterne che minano la sicurezza e la stabilità delle aree circostanti comuni dei due paesi, si oppongono a forze esterne che interferiscono negli affari interni dei paesi sovrani con qualsiasi pretesto e si oppongono alle “rivoluzioni colorate” e rafforzeranno la cooperazione nei suddetti aree citate.

Le due parti hanno condannato il terrorismo in tutte le sue forme, esortato la comunità internazionale a istituire un fronte unito globale antiterrorismo incentrato sulle Nazioni Unite e rafforzato il coordinamento politico multilaterale e la cooperazione costruttiva nel campo dell’antiterrorismo. Si oppone alla politicizzazione e alla strumentalizzazione delle questioni antiterrorismo e all’attuazione di “doppi standard” e condanna l’uso di organizzazioni terroristiche ed estremiste e l’interferenza negli affari interni di altri paesi in nome della lotta al terrorismo internazionale e all’estremismo per raggiungere obiettivi geopolitici .

Le due parti ritengono che i singoli paesi, alleanze o alleanze politico-militari cerchino la superiorità militare unilaterale diretta o indiretta, danneggino la sicurezza di altri paesi attraverso la concorrenza sleale e altri mezzi, intensifichino la concorrenza geopolitica, esagerino la rivalità e il confronto, minano gravemente l’ordine di sicurezza internazionale , e minano la stabilità strategica globale. Le due parti si oppongono alla continua espansione della NATO e chiedono alla NATO di abbandonare l’ideologia della Guerra Fredda, rispettare la sovranità, la sicurezza, gli interessi e la diversità delle civiltà, della storia e della cultura di altri paesi e considerare lo sviluppo pacifico di altri paesi in modo obiettivo ed equo. Le due parti si oppongono all’instaurazione di un sistema di alleanze chiuse nella regione Asia-Pacifico e alla creazione di un campo di confronto, e sono molto vigili sull’impatto negativo della “strategia indo-pacifica” promossa dagli Stati Uniti sulla pace e la stabilità della regione. La Cina e la Russia si sono sempre impegnate a costruire un sistema di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico che sia equo, aperto, inclusivo e non mirato ai paesi terzi, e mantenga pace, stabilità e prosperità.

Le due parti hanno accolto con favore la pubblicazione della Dichiarazione congiunta dei leader dei cinque Stati dotati di armi nucleari sulla prevenzione della guerra nucleare e sull’evitare una corsa agli armamenti e hanno affermato che tutti gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero abbandonare la mentalità della guerra fredda e il gioco a somma zero, ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle politiche di sicurezza nazionale e ritirarsi Le armi nucleari dispiegate all’estero non consentono lo sviluppo illimitato del sistema antimissilistico globale, riducendo efficacemente il rischio di guerra nucleare e qualsiasi conflitto militare tra paesi con forze nucleari militari .

Le due parti hanno ribadito che il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari è la pietra angolare del sistema internazionale di disarmo e non proliferazione nucleare, una parte importante del sistema di sicurezza internazionale del dopoguerra, e il suo ruolo nella promozione della pace e dello sviluppo nel mondo è insostituibile. La comunità internazionale dovrebbe promuovere i tre pilastri del trattato in modo equilibrato e mantenere congiuntamente l’autorità, l’efficacia e l’universalità del trattato.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per l’istituzione del “Partenariato trilaterale per la sicurezza” (AUKUS) tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, in particolare per la cooperazione nei settori della stabilità strategica come i sottomarini a propulsione nucleare, aggravando il pericolo di una corsa agli armamenti regionale e ponendo un serio rischio di proliferazione nucleare. Le due parti condannano fermamente atti simili ed esortano gli stati membri dell’AUKUS ad adempiere rigorosamente ai loro obblighi per prevenire la proliferazione nucleare e missilistica e mantenere la pace, la stabilità e lo sviluppo regionali.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per il previsto scarico nell’oceano da parte del Giappone di acqua radioattivamente inquinata dall’incidente della centrale nucleare di Fukushima e il suo potenziale impatto ambientale, sottolineando che il Giappone deve consultarsi pienamente con i paesi vicini e le altre parti interessate e le istituzioni internazionali pertinenti, e condurre dimostrazione aperta, trasparente, scientifica, Smaltire correttamente l’acqua contaminata radioattivamente in modo responsabile in conformità con il diritto internazionale.

Le due parti ritengono che dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF, hanno accelerato lo sviluppo di missili terrestri a medio e corto raggio e hanno cercato di dispiegarli e fornirli ai loro alleati nelle regioni Asia-Pacifico ed europee , intensificando la tensione e la sfiducia, aumentando i rischi per la sicurezza internazionale e regionale e indebolendo la non proliferazione internazionale e il sistema di controllo degli armamenti mina la stabilità strategica globale. Le due parti esortano gli Stati Uniti a rispondere attivamente all’iniziativa della Russia e ad abbandonare i piani per dispiegare missili terrestri a medio e corto raggio nell’Asia-Pacifico e in Europa. Le due parti manterranno la comunicazione e rafforzeranno il coordinamento al riguardo.

La Cina comprende e sostiene le proposte avanzate dalla Russia per costruire una garanzia di sicurezza a lungo termine legalmente vincolante per l’Europa.

Le due parti hanno sottolineato che il ritiro degli Stati Uniti da una serie di importanti accordi internazionali nel campo del controllo degli armamenti ha avuto un enorme impatto negativo sulla sicurezza e stabilità internazionale e regionale. Entrambe le parti hanno espresso preoccupazione per il progresso degli Stati Uniti nel loro programma antimissilistico globale e il dispiegamento di sistemi antimissilistici in tutto il mondo, rafforzando al contempo le loro armi non nucleari ad alta precisione in grado di condurre missioni strategiche come attacchi preventivi. Le due parti hanno sottolineato l’importanza degli usi pacifici dello spazio extraatmosferico, hanno sostenuto fermamente il ruolo centrale del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extraatmosferico nella promozione della cooperazione internazionale nello spazio extraatmosferico, nel mantenimento e nello sviluppo del diritto internazionale nel campo dello spazio extraatmosferico , e il controllo delle attività nello spazio extraatmosferico, e continuerà a discutere dello spazio extraatmosferico Rafforzare la cooperazione su questioni di interesse reciproco, come la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali e lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse spaziali. Le due parti si oppongono ai tentativi di alcuni paesi di trasformare lo spazio esterno in un territorio di scontro militare, ribadiscono che faranno ogni sforzo per prevenire l’armamento e la corsa agli armamenti nello spazio esterno, si oppongono ad attività rilevanti volte a cercare la superiorità militare nello spazio esterno e condurre operazioni nello spazio extraatmosferico e ribadire che sulla base del progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio extraatmosferico, l’uso o la minaccia dell’uso della forza su oggetti dello spazio extraatmosferico, Cina e Russia avvieranno negoziati il ​​prima possibile concludere un documento multilaterale giuridicamente vincolante per fornire una garanzia fondamentale e affidabile per prevenire una corsa agli armamenti e l’armamento nello spazio.

Cina e Russia sottolineano che le iniziative/impegni politici internazionali in materia di trasparenza e misure di rafforzamento della fiducia, compreso il “nessun primo dispiegamento di armi nello spazio esterno”, contribuiscono all’obiettivo di prevenire una corsa agli armamenti nello spazio esterno, ma tali misure sono solo complementari alla regolamentazione misure per le attività nello spazio extraatmosferico e non dovrebbero sostituire un meccanismo giuridicamente vincolante efficace.

Le due parti hanno riaffermato che la Convenzione sulle armi biologiche è un pilastro vitale della pace e della sicurezza internazionali e sono determinate a mantenere l’autorità e l’efficacia della Convenzione.

Le due parti riaffermano che la Convenzione dovrebbe essere pienamente rispettata e ulteriormente rafforzata, compresa l’istituzionalizzazione della Convenzione, il rafforzamento del meccanismo della Convenzione, la conclusione di un protocollo giuridicamente vincolante che includa un efficace meccanismo di verifica e la risoluzione delle questioni relative all’attuazione della Convenzione attraverso una regolare consultazione e cooperazione per qualsiasi problema.

Le due parti hanno sottolineato che le attività di militarizzazione biologica svolte dagli Stati Uniti e dai loro alleati in patria e all’estero hanno sollevato serie preoccupazioni e interrogativi da parte della comunità internazionale sulla sua conformità. Le attività in questione rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale di Cina e Russia e danneggiano anche la sicurezza delle regioni interessate. Le due parti esortano gli Stati Uniti ei loro alleati a chiarire le proprie attività di militarizzazione biologica in patria e all’estero in modo aperto, trasparente e responsabile e a sostenere la ripresa dei negoziati su un protocollo di verifica giuridicamente vincolante alla Convenzione sulle armi biologiche.

Le due parti hanno riaffermato il loro impegno per l’obiettivo di un mondo libero dalle armi chimiche e hanno invitato tutte le parti della Convenzione sulle armi chimiche a sostenere congiuntamente l’autorità e l’efficacia della Convenzione. La Cina e la Russia sono profondamente preoccupate per la politicizzazione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e invitano gli Stati parti a rafforzare la solidarietà e la cooperazione e a mantenere la tradizione del consenso. Cina e Russia esortano gli Stati Uniti ad accelerare la distruzione delle scorte di armi chimiche come unico Stato parte che non ha completato la distruzione di armi chimiche.

Le due parti hanno sottolineato che l’attuazione degli obblighi di non proliferazione dovrebbe essere bilanciata con la salvaguardia dei diritti e degli interessi legittimi dei paesi nella cooperazione internazionale nell’uso pacifico di tecnologie, materiali e attrezzature avanzati. Le due parti hanno sottolineato che la risoluzione su “Promuovere l’uso pacifico della cooperazione internazionale nel campo della sicurezza internazionale” proposta dalla parte cinese e proposta congiuntamente dalla parte russa è stata adottata dalla 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Entrambe le parti attribuiscono grande importanza alla questione della governance dell’IA. Le due parti sono disposte a rafforzare gli scambi e i dialoghi su questioni di intelligenza artificiale.

Le due parti hanno ribadito che approfondiranno la cooperazione nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione e promuoveranno la creazione di un ambiente aperto, sicuro, sostenibile e accessibile per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le due parti hanno sottolineato che i principi di non uso della forza, rispetto della sovranità nazionale e dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo e della non interferenza negli affari interni stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite si applicano allo spazio dell’informazione, hanno riaffermato il ruolo chiave dell’ONU nel rispondere alle minacce alla sicurezza internazionale dell’informazione e ha sostenuto le Nazioni Unite nella formulazione di nuove politiche in questo settore.codice di condotta nazionale.

Le due parti accolgono con favore lo svolgimento di negoziati globali nel campo della sicurezza dell’informazione internazionale nel quadro di un meccanismo unificato, sostengono il lavoro del gruppo di lavoro aperto delle Nazioni Unite sulla sicurezza dell’informazione per il periodo 2021-2025 e sono disposte ad esprimere posizioni comuni all’interno il gruppo di lavoro. Le due parti ritengono che la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per formulare un nuovo e responsabile codice di condotta nazionale nel cyberspazio dell’informazione, compreso un documento legale internazionale universale con forza legale che regoli le attività di vari paesi nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione . Le due parti ritengono che la Global Data Security Initiative proposta dalla Cina e sostenuta in linea di principio dalla Russia fornisca una base per il gruppo di lavoro per discutere e formulare contromisure per la sicurezza dei dati e altre minacce internazionali alla sicurezza delle informazioni.

Le due parti hanno ribadito il loro sostegno alle Risoluzioni 74/247 e 75/282 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al lavoro del Comitato intergovernativo di esperti ad hoc, alla promozione della negoziazione di una convenzione internazionale contro l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fini criminali nel quadro delle Nazioni Unite e ha sostenuto che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati per garantire che una convenzione globale autorevole e universale possa essere raggiunta il prima possibile in conformità con la risoluzione 75/282 dell’UNGA e presentata alla 78a sessione dell’UNGA . Cina e Russia hanno presentato congiuntamente il progetto di convenzione come base per i relativi negoziati.

Le due parti sostengono l’istituzione di un sistema internazionale di governance di Internet. Credono che tutti i paesi abbiano uguali diritti alla governance di Internet e che i paesi sovrani abbiano il diritto di controllare e proteggere la propria sicurezza della rete. Qualsiasi tentativo di limitare la sovranità della rete nazionale è inaccettabile , e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni dovrebbe essere incoraggiata a risolvere le questioni rilevanti. svolgere un ruolo più attivo.

Le due parti approfondiranno la cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione sulla base dell’accordo tra il governo della Repubblica popolare cinese e il governo della Federazione russa sulla cooperazione nel campo della garanzia della sicurezza internazionale dell’informazione (firmato a maggio 8, 2015) programma di cooperazione in questo campo.

quattro

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto maggiori potenze mondiali e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sosterranno la responsabilità e la moralità, salvaguarderanno fermamente il sistema internazionale in cui l’ONU svolge un ruolo centrale di coordinamento negli affari internazionali e con fermezza sostenere i principi del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite.Lavoreremo insieme per costruire un mondo più prospero, stabile, equo e giusto e costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali.

La parte russa ha parlato positivamente del concetto cinese di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, che aiuterà a rafforzare la solidarietà della comunità internazionale e ad affrontare insieme le sfide comuni. La Cina parla positivamente degli sforzi della Russia per costruire un sistema di relazioni internazionali equo e multipolare.

Le due parti hanno difeso fermamente la vittoria della seconda guerra mondiale e l’ordine internazionale del dopoguerra, hanno salvaguardato risolutamente l’autorità delle Nazioni Unite e l’equità e la giustizia internazionali e si sono opposte ai tentativi di negare, distorcere e manomettere la storia della seconda guerra mondiale.

Per evitare che si ripetesse la tragedia della guerra mondiale, le due parti condannarono risolutamente gli aggressori fascisti e militaristi ei loro complici a sottrarsi alle colpe storiche e calunniare i paesi vincitori.

Le due parti hanno sostenuto e promosso la costruzione di un nuovo tipo di relazione tra i principali paesi caratterizzati da rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti, e hanno sottolineato che il nuovo tipo di relazione tra Cina e Russia va oltre il modello di alleanza politico-militare durante la Guerra Fredda. Non c’è limite all’amicizia tra i due paesi, non c’è uno spazio ristretto per la cooperazione.Il rafforzamento della cooperazione strategica non è rivolto a un paese terzo, né è influenzato dai cambiamenti del paese terzo e della situazione internazionale.

Le due parti hanno ribadito che la comunità internazionale dovrebbe essere unita piuttosto che divisa e dovrebbe cooperare piuttosto che confrontarsi. Le due parti si oppongono al ritorno delle relazioni internazionali nell’era del confronto tra le grandi potenze e la legge della giungla. Contrastare i tentativi di sostituire accordi e meccanismi generalmente accettati conformi al diritto internazionale con regole di “piccola cerchia” formulate da singoli paesi e gruppi di paesi, opporsi all’uso di soluzioni evasive che non hanno raggiunto un consenso per risolvere problemi internazionali, contrastare la politica di potere, il bullismo , e sanzioni unilaterali e “giurisdizione a braccio lungo”, che si oppone all’abuso dei controlli sulle esportazioni e sostiene e facilita il commercio conforme all’OMC.

Le due parti hanno ribadito che rafforzeranno il coordinamento della politica estera, praticheranno un autentico multilateralismo, rafforzeranno la cooperazione all’interno dei meccanismi multilaterali, salvaguarderanno gli interessi comuni, manterranno l’equilibrio del potere internazionale e regionale e lavoreranno insieme per migliorare la governance globale.

Le due parti sostengono e mantengono il sistema commerciale multilaterale con al centro l’OMC, partecipano attivamente alla riforma dell’OMC e si oppongono all’unilateralismo e al protezionismo. Le due parti rafforzeranno il dialogo, la cooperazione e il coordinamento delle posizioni su questioni economiche e commerciali di interesse comune, contribuiranno a garantire il funzionamento stabile ea lungo termine delle catene industriali e di approvvigionamento globali e regionali e promuoveranno l’istituzione di un sistema più aperto, inclusivo, sistema di regole economiche e commerciali internazionali trasparente e non discriminatorio.

Le due parti sostengono il G20 per svolgere il ruolo di forum principale per la cooperazione economica internazionale e un’importante piattaforma per la risposta alle crisi, e promuovono congiuntamente il G20 per portare avanti lo spirito di solidarietà e cooperazione nella lotta internazionale contro l’epidemia, la ripresa dell’economia mondiale, la promozione dello sviluppo inclusivo e sostenibile e il miglioramento di un ambiente globale equo e ragionevole Giocheremo un ruolo guida nel sistema di governance economica e in altri aspetti e lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali.

Le due parti sostengono i paesi BRICS per approfondire la loro partnership strategica, espandere la cooperazione nelle tre direzioni principali di sicurezza politica, economia, commercio e finanza e scambi interpersonali e culturali, promuovere la cooperazione nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche come quelle pubbliche salute, economia digitale e intelligenza artificiale e migliorare il livello di cooperazione internazionale BRICS. Le due parti sono impegnate nel modello “BRICS+” e nel Dialogo BRICS come meccanismo di dialogo efficace con i paesi in via di sviluppo ei paesi dei mercati emergenti, i meccanismi e le organizzazioni di integrazione regionale.

La parte russa sosterrà pienamente la parte cinese nel suo lavoro come presidenza BRICS nel 2022 e promuoverà congiuntamente la 14a riunione dei leader BRICS per ottenere risultati fruttuosi.

Le due parti rafforzeranno e rafforzeranno ulteriormente il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e promuoveranno la costruzione di un modello mondiale multipolare basato su norme riconosciute di diritto internazionale, multilateralismo, uguaglianza, comune, indivisibile, globale, cooperativo e sostenibile sicurezza.

Le due parti ritengono che sia fondamentale attuare il consenso sul miglioramento della risposta degli Stati membri della SCO alle sfide e alle minacce alla sicurezza e, a tal fine, entrambe le parti sostengono l’espansione delle funzioni dell’agenzia regionale antiterrorismo della SCO.

Le due parti promuoveranno il miglioramento e il potenziamento della cooperazione economica tra gli Stati membri della SCO, continueranno a rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri in aree di interesse comune come il commercio, l’industria, i trasporti, l’energia, la finanza, gli investimenti, l’agricoltura, le dogane, telecomunicazioni, innovazione, ecc. Risparmio, risparmio energetico, applicazione della tecnologia verde.

Le due parti hanno sottolineato che lo “Shanghai Cooperation Organization Member States Intergovernmental Cooperation Agreement on Safeguarding International Information Security” (firmato il 16 giugno 2009) e la cooperazione nell’ambito del SCO Member States International Information Security Expert Group hanno ottenuto risultati fruttuosi Il “Piano di cooperazione 2022-2023 per gli Stati membri della SCO per salvaguardare la sicurezza dell’informazione internazionale” adottato dal Consiglio dei capi di Stato degli Stati membri della SCO a Dushanbe il 17.

Le due parti ritengono che l’importanza della cooperazione interpersonale e culturale per lo sviluppo della SCO sia in costante aumento. Le due parti approfondiranno ulteriormente la cooperazione in materia di cultura, istruzione, scienza e tecnologia, salute, protezione ambientale, turismo, scambi di personale e sport tra gli Stati membri della SCO e miglioreranno la comprensione reciproca tra le persone degli Stati membri.

Le due parti continueranno a consolidare il ruolo dell’APEC come principale piattaforma di dialogo economico multilaterale nella regione, rafforzeranno la collaborazione nell’attuazione dell’APEC Putrajaya Vision 2040 e costruiranno aree regionali libere, aperte, eque, non discriminatorie, trasparenti e prevedibili. commercio Ambiente di investimento, concentrandosi sul rafforzamento della risposta alla nuova epidemia di polmonite coronarica, sulla promozione della ripresa economica, sulla promozione della trasformazione digitale in vari campi, sul rilancio dell’economia delle aree remote e sul sostegno dell’APEC e di altre organizzazioni multilaterali regionali per svolgere la cooperazione nelle aree di cui sopra .

Le due parti continueranno a portare avanti la cooperazione nell’ambito del meccanismo Cina-Russia-India e rafforzeranno la cooperazione in piattaforme come il vertice dell’Asia orientale, il forum regionale dell’ASEAN e l’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN Plus. Cina e Russia sostengono la centralità dell’ASEAN nella cooperazione dell’Asia orientale, continuano a rafforzare il coordinamento per approfondire la cooperazione con l’ASEAN, promuovono congiuntamente la cooperazione in materia di salute pubblica, sviluppo sostenibile, antiterrorismo e lotta ai crimini transnazionali e rafforzano il ruolo dell’ASEAN come componente chiave della architettura.

4 febbraio 2022 a Pechino

Si tratta di una dichiarazione molto lunga, che non nomina la parola “alleanza”, ma ci va vicino. In essa viene dichiarata con una formula tipicamente cinese la necessità di plasmare un mondo multipolare e cita i due nodi rispettivamente cruciali dell’espansione della Nato e della richiesta indipendenza di Taiwan, sostenendo le posizioni rispettive. Taiwan è parte della Cina “inalienabile” e la Nato non deve espandersi ancora. La dichiarazione non fa capire che la Cina fosse al corrente dell’imminente invasione.

Altri elementi:

  • impegno ad aumentare l’interscambio di 250 miliardi all’anno (oggi è 140, traduzione: triplica),
  • promozione delle valute nazionali (traduzione: il gas ed il petrolio russo non saranno più pagati in dollari),
  • cooperazione tecnico-militare,
  • interoperabilità informatica,
  • potenziamento della vendita di gas e petrolio (10 miliardi di mc, traduzione: meno per noi, anche se poco)
  • rivendicazione del multilateralismo e del principio di autodeterminazione dei popoli,
  • censura ai tentativi di ideologizzare le relazioni internazionali, di stabilire standard e doppi standard e di imporli con la forza, delle ‘rivoluzioni colorate’,
  • invito a dismettere arsenali chimici e biologici (diretto agli Usa per esplicita menzione),
  • impegno al sostegno reciproco.

Sostegno che al momento è solo diplomatico, in quanto l’invasione russa è fortemente estranea alle tradizioni diplomatiche dell’impero di mezzo e imbarazzante per il complesso quadro d’area nel quale la Cina si muove.

Nel concetto cinese di Tianxia (la “via del cielo”) è presente quel che Azzarà in un suo recente libro[14] chiama universalismo concreto e dialettica dell’inclusione. Contro la tradizione del razionalismo occidentale, che pensa a partire dal principio individuale e finisce per divenire copertura di interessi di parte, geopolitici o altro, seguendo una falsa generalizzazione autocontraddittoria (ovvero non realmente universalizzabile, se non piegando e non riconoscendo l’altro) per l’impostazione cinese la razionalità è realmente tale se porta ad una situazione collettiva accettata senza coercizione. Una ‘razionalità collettiva’ che non può essere definita ex ante, ma solo a seguito di un processo concreto di confronto. Processo dal quale emerge il piano cooperativo. Una “razionalità relazionale”, come propone di chiamarla Azzarà[15], che non produce necessariamente e strutturalmente amici e nemici. Per il Tianxia, al contrario, ogni fenomeno produce necessariamente una ‘vita in comune’ e rappresenta una ‘totalità’. Questo è una componente del concetto di “armonia” che è al centro dell’approccio diplomatico cinese.

Il sistema mondiale è di tutti in questo senso, 大道之行也天下為公, “quando prevarrà la Grande Via, l’Universo apparterrà a tutti”, un verso del testo confuciano “I riti”, ripreso da Qing Kang Youwei e dal Sun Yat-sen nell’espressione “Tian xia wei gong”. Come ogni concetto sintetico ha una dimensione utopica (sin dalla sua formazione nella tarda epoca Qing, ma anche di orientamento.

Del resto la radice di tale diverso atteggiamento è molto profonda, come mostra Yuk Hui nel suo “Cosmotecnica”[16] il tema al cuore della filosofia cinese non è l’’essere’, quanto il ‘vivente’. Ovvero, nel confucianesimo come nel daoismo, la possibilità di condurre una vita morale e buona. La vita è soggetta a causalità reciproca e l’universo è in essa sempre pensato come una totalità di relazioni. Nel confucianesimo, racconta il filosofo cinese, “il Dao è riconosciuto come coerenza tra l’ordine cosmologico e quello morale, e tale coerenza è chiamata zi ran, spesso tradotto con ‘natura’”[17]. ‘Natura’ nel cinese moderno significa piante, fiumi, etc. ma anche attuare e comportarsi in armonia con il sé e senza pretesa, “lasciare che le cose siano come sono”. Cosmo ed essere umano sono sempre connessi, se pure mediati da esseri tecnici (Qi). Nella cultura cinese l’odine cosmologico non può essere ‘perfezionato’ dalla techné, perché è sempre anche un ordine morale.

Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia.

Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel daoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi, “governare senza intervenire”, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale.

Avremmo da imparare, se sapessimo essere con l’altro.

FONTE: https://tempofertile.blogspot.com/2022/03/guerra-ucraina-note-sul-punto-di-vista.html

Note

[1] – https://www.scmp.com/

[2] – http://www.chinadaily.com.cn/

[3] – https://www.nytimes.com/

[4] – https://news.bjd.com.cn//2022/03/05/10050663.shtml

[5] – https://asiatimes.com/

[6] – https://asiatimes.com/2022/02/russias-strategy-to-destroy-ukraine-army-going-to-plan/

[7] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/data/russia-ukraine-history

[8] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/six-times-when-the-soviet-veto-came-to-indias-rescue/articleshow/89941338.cms

[9] – https://indianexpress.com/article/world/ukraine-russia-war-what-could-be-a-way-out-7802307/

[10] – https://www.dawn.com/news/1678353/us-warns-pakistan-of-ukraine-war-consequences

[11] – https://news.bjd.com.cn//2022/02/21/10044979.shtml

[12] – https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2022/02/26/cina-wang-yi-elabora-posizione-sullucraina_c588f530-bc74-44a8-a89d-4637eea4c122.html?fbclid=IwAR2ppmNzWfUqTJUE5zpqj4wGFsdcoGKIr20MyTPktnpHbTDlIVsKMevLfok

[13] – Che devo riprendere da questo link non essendo più disponibili i siti russi:

https://observatoriocrisis.com/2022/02/06/desempaquetando-la-declaracion-conjunta-china-rusa/?fbclid=IwAR3tadzZ0rJFXhsIq95hdypqf7wrA1nl0lb1A3ZcF3Wf6dZnJsZDm43f2Nw ;

questa è la versione cinese: http://www.gov.cn/xinwen/2022-02/04/content_5672025.htm

[14] – Stefano G. Azzarà, “Il virus dell’occidente”, Mimesis 2020.[15] – Ivi, p. 108[16] – Yuk Hui, “Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina”, Nero 2021.[17] – Ivi, p.65.

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