archivi

Lavoro economia società

Questa categoria contiene 1300 articoli

Rassegnatevi / 3

L’indignazione fa male alla salute, la volontà non può nulla. E allora? Passivismo unica via!

di Franco «Bifo» Berardi

da Cronaca della psicodeflazione

Indignatevi! è il titolo di un libro di Stéphane Hessel (2010) che ebbe una certa influenza negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando il movimento Occupy tentò di opporsi all’arroganza del ceto dominante e all’impoverimento che venne imposto alla società per ripagare il debito delle banche.

Ci indignammo in gran numero e marciammo nelle vie di New York, di Genova, del Cairo e di Hong Kong, ma l’automa finanziario prevalse, e la logica degli algoritmi costrinse i lavoratori a rinunciare a ogni residuo governo politico sulle vicende dell’economia. 

L’estate greca del 2015 fu il momento culminante dell’indignazione, ma anche dell’impotenza: il 62% degli elettori disse No alle ingiunzioni della finanza centrale europea, ma due giorni dopo Alexis Tsipras fu costretto a firmare l’imposizione depredatrice, e a quel punto tutti capimmo che la democrazia era finita proprio dove 25 secoli fa l’avevano inventata.

Da allora abbiamo continuato a indignarci, ma l’indignazione impotente fa male alla salute. E la salute della società è andata di male in peggio, soprattutto quella mentale. 

So che non è possibile liberarsi della rabbia con un gesto di volontà, ma è utile sapere che da decenni l’equilibrio mentale della popolazione è corroso dal combinato disposto di indignazione per l’intollerabile, e inesorabilità dell’impoverimento e dell’umiliazione prescritti dalla logica degli algoritmi finanziari. 

Poiché la volontà non può nulla contro un sistema di automatismi astratti, è utile elaborare la rabbia perché evolva in estraneità e quindi autonomia.

Umiliazione e rabbia impotente hanno alimentato per decenni un’epidemia psicotica accompagnata dalla massiccia diffusione degli oppiacei e di altre sostanze psicofarmacologiche che producono dipendenza. Poi è arrivato il Covid, e la crisi psichica dell’Occidente ora oscilla sul bordo di un collasso.

Negli Stati Uniti il numero di decessi per overdose di oppiacei sintetici come il Fentanil e l’Oxicontin ha superato il numero di vittime da armi da fuoco (che pure non sono poche in quel paese), e perfino il numero di morti in incidenti stradali. Quasi centomila morti per overdose da oppiacei nel 2020, 62.000 causati soltanto dal Fentanil, una pillola antidolorifica largamente consigliata dai medici con grande profitto degli azionisti di Big Pharma. In Italia il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2020. Dovremmo chiederci quindi se l’indignazione (reazione immediata all’intollerabile) sia la chiave morale e psicologica più adeguata dal punto di vista evolutivo per liberarsi dall’intollerabile, e forse dovremmo concludere che è ora di rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna di democrazia politica, e di espansione economica. 

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca

Abbandonare un orizzonte perché un altro orizzonte possa rivelarsi. L’orizzonte che si schiude all’alba dell’anno 2022 è più scuro che mai, ammesso che quella vecchia metafora della luce e del buio mantenga un po’ della sua forza evocativa. È scuro perché ci siamo resi conto del fatto che la ragione non può governare più il mondo, se mai lo ha governato; e la tecnica, seppur potentissima, non può nulla contro il tempo, contro la morte, e poco può contro il caos.

Nell’Introduzione a Dialettica dellIlluminismo scritta nel 1941, Horkheimer e Adorno colsero, sia pur con il loro linguaggio hegeliano, il nucleo della barbarie cui avevano assistito impotenti: “Non abbiamo il minimo dubbio che la libertà della società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme e quindi anche il suo rapporto alla verità.”

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca in quanto riduce la volontà degli uomini all’impotenza. 

Quando il neoliberismo ha cominciato a produrre i suoi effetti di precarietà, super-sfruttamento e solitudine estrema, è cresciuto un movimento neoreazionario su scala globale, che ha corroso la democrazia liberale ma si è alleato con il liberismo predatorio delle corporation. 

Cominciamo adesso a capire il senso della profezia di Gunther Anders, il quale, dopo Hiroshima e negli anni della proliferazione nucleare, preconizzava un ritorno del Nazismo: “Possiamo aspettarci che gli orrori del Reich futuro eclisseranno gli orrori del Reich del passato… quando un giorno i nostri figli o nipoti, orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri, gli apparirà come un esperimento minore e provinciale”. 

Prescrivere il sintomo

Quasi al termine della Grande Guerra, Sandor Ferenczi, psicoanalista e seguace di Freud, scrisse un testo (“Consulto medico”, in Opere, Vol. II) dove si interroga sulla possibilità di curare la patologia istintuale della civiltà europea che si manifesta nella forma della guerra generalizzata di cui negli anni precedenti si era fatta per la prima volta esperienza. 

Io non ho letto l’articolo e non ho modo di andarlo a cercare, ma me lo sono fatto raccontare da Salvo, un mio vecchio amico che nei primi anni Ottanta scrisse su A/traverso un articolo sul massacro di Jonestown (circa mille persone suicide).

La conclusione di Ferenczi è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. 

In effetti, negli scenari di catastrofe su grande scala le tecniche terapeutiche conosciute non sembrano funzionare. Si può curare la sofferenza dei singoli, ma come curare i moti di panico collettivo, le folle che si imbestialiscono, insomma il fascismo?

Big Pharma ha sfruttato l’epidemia psicotico-depressiva, e incassato somme favolose con la massiccia distribuzione di oppiacei, e la ricerca si orienta verso terapie chimiche che agiscono sull’individuo senza poter minimamente scalfire le radici collettive del dolore e del panico. 

Ma l’organismo sociale può sviluppare autonomamente strategie di terapia adattativa. Il panico può avere una funzione, come nel caso delle sentinelle volanti di alcuni stormi esposti al predatore: le sentinelle strepitano e innescano quello che appare un panico apparentemente disordinato, ma ha notevole efficacia difensiva perché confonde e vanifica la tattica dell’attaccante. E la depressione può avere la funzione di abbassare una tensione dolorosa, così da uscire lentamente dal turbine patogeno di infostimolazione. 

La modernità ha mobilitato tutte le energie della società, ma per far questo 

ci ha abituato a identificare negativamente la rassegnazione. Però sarebbe utile elaborare il significato di questa parola per scoprire la sua potenza curativa paradossale, e il suo potenziale politico liberatorio.

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte.

Prima di tutto, la rassegnazione è riconoscimento di qualcosa di inevitabile (come la morte), e può agire come antidoto al panico. Oggi, in una situazione di irreversibile deterioramento dell’ambiente planetario, si può ipotizzare che la sola salvezza dall’estinzione consista proprio in un abbassamento generale della tensione: una psicodeflazione generalizzata capace di provocare una riduzione di tutti i consumi, prima di tutto quelli energetici.

L’effetto lockdown (con le riduzioni nei consumi e nelle emissioni che ci furono nella primavera 2020) ci permette di immaginare una strategia per la decompressione. Riducendo l’ansia acquisitiva, la psicodeflazione può accompagnarsi a una redistribuzione egualitaria delle risorse, e con un’educazione alla frugalità su scala globale. Solo comunità autonome che abbandonano il gioco sociale possono avviare un processo di questo genere. Ma esistono le condizioni soggettive, culturali, psichiche?

E come è possibile crearle?

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte. La morte individuale è relegata in uno spazio di non visibilità, è rimossa dal discorso pubblico. Ma la pandemia ha riportato la morte sulla scena, e questa si presenta ora come l’orizzonte collettivo di una società profondamente ipocondriaca.

Ne Il suicidio e lanima (1964) James Hillman scrive: “Promuovere la vita è arrivato a significare prolungare la vita…. Ma la vita si può prolungare solo alle spese della morte”. Prolungare la vita a spese della morte significa che lo sforzo medico rivolto a prolungare la vita a tutti i costi ha l’effetto di impoverire la morte, di peggiorare la qualità della morte, riducendola a una sconfitta. E se riduciamo la morte a una sconfitta è la vita intera che perde senso, che si trasforma in una battaglia persa, in un declino umiliante.

Ma la morte non è affatto una sconfitta: essa piuttosto può essere re-significata come la perfezione della coscienza, come il trionfo della coscienza sulla realtà. Il compito della psicoanalisi, secondo Hillman, è anche questo: inscrivere coscientemente la morte nell’esistenza. La psicoanalisi non si riduce a mera psico-terapia: essa può dialogicamente dissipare l’illusione di eternità, può permetterci di comprendere il nulla come proiezione dell’esistenza cosciente. 

Uno spazio nuovo si rivela davanti alla psicoanalisi, dal momento che la politica non può nulla. È lo spazio della terapia paradossale, fondata sulla prescrizione del sintomo di cui parla Watzklawick in Pragmatica della comunicazione umana.

Se il sintomo è una depressione da impotenza, assumi l’impotenza come condizione, ascolta la lezione che la depressione contiene, riconosci la verità che la depressione ti suggerisce, e alla fine lascia che la depressione si dissolva senza dimenticarne l’insegnamento.

Infodemia

Deenan Pillay, professore di virologia all’University College di Londra, riporta al Guardian: “Omicron sembra capace di infettare il tratto respiratorio superiore, le cellule della gola. Là si moltiplica più rapidamente che nelle cellule dei polmoni. Diversi studi puntano in questa direzione. Se il virus produce più cellule nella gola questo lo rende più trasmissibile, e questo spiega la rapida diffusione di Omicron. Un virus capace di infettare i tessuti polmonari, al contrario è più pericoloso ma meno trasmissibile”.

Le autorità sanitarie avvertono: il pericolo principale dell’ondata Omicron sta nel fatto che il sistema sanitario rischia di nuovo di essere sopraffatto. 

Il governo italiano si è ben guardato dall’investire massicciamente sulla sanità pubblica, dal rafforzare gli organici medici e paramedici. Non c’è alcun piano di assunzioni, come qualsiasi persona sana di mente pensava sarebbe accaduto appena domata la prima onda del Covid. Sorprendente, ma non poi tanto, visto che il governo italiano, sostenuto dalla più ampia maggioranza di tutti i tempi, non è nato per rilanciare la sanità pubblica né per proteggere la salute dei cittadini, ma è nato per garantire la piena applicazione di principi liberisti che da quarant’anni impoveriscono la vita sociale. 

Perciò capisco che l’allarme ha motivazioni fondate: fondate soprattutto sul pregiudizio finanziario del quale l’osannatissimo presidente del consiglio è simbolo e strumento. La logica privatistica ha reso la variante Omicron più pericolosa di quanto non sia nella sua realtà biologica.

Di conseguenza, nonostante la sua minor letalità, la rapida diffusione di Omicron ha scatenato una nuova ondata di paura, e ha fatto scattare un automatismo psichico, alimentato dalla macchina mediatica: paura di rinunciare alla paura perché il trauma non è stato elaborato collettivamente. Questo suscita reazioni protettive che mentre tentano di arginare la diffusione del virus diffondono effetti di panico e di depressione.

Si potrebbe affermare che il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne. Ma parlare del virus non è un atto volontario, una scelta politica, come ingenuamente pensano i negazionisti no vax. È una reazione automatica dell’organismo sociale sottoposto all’allarme costante del sistema mediatico, che a sua volta reagisce automaticamente all’iper-sensibilizzazione della psiche collettiva. 

Possiamo parlare in proposito di “infodemia”, un disturbo ossessivo che si è impadronito del discorso pubblico e privato, e prima di tutto dei media.

Smetteremo di parlare di Covid solo quando avremo disattivato il circuito che dalla sfera biosanitaria, grazie all’inevitabile amplificazione mediatica, si trasferisce alla sfera psichica. La circolazione del virus non è soltanto un’infezione biologica, ma è anche riattivazione automatica di una reazione ipocondriaca e al limite panica.

L’ipersensibilizzazione provocata dalla proliferazione virale si sta evolvendo in una sorta di self-fulfilling prophecy: l’immaginario collettivo è attratto da una pulsione distopica che tende ad agire come profezia che si autorealizza.

Guardiamo le grandi produzioni del neo-cinema, o forse è meglio dell’iper-cinema. Guardiamo ai film che Netflix ha prodotto e distribuito globalmente nel secondo anno pandemico.

All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, La casa de papel fu la serie di maggior successo. Quella storia di una fanta-rapina avventurosa condotta fra gesti eroici e raffinatezze tecnologiche incontrò l’immaginazione eccitata dal virus, e la euforizzò per qualche mese. Nel lungo periodo però la psico-deflazione, l’abbassamento del ritmo dell’attività e l’annebbiamento delle prospettive di futuro, hanno prodotto un effetto che oscilla tra il panico di massa e la depressione individuale. 

La macchina immaginaria di Netflix ha prodotto alcuni scenari psicotici che hanno rapidamente incontrato una domanda di eccitazione depressiva.

Squid Game, Hellbound, e infine il film di Adam McKay, Dont Look Up

Nell’immaginario trans-pandemico, stordito da una successione di ondate psico-virali, rischia di innescare una spirale di annunciazioni del collasso finale che creano le condizioni psichiche dell’autoavverarsi. La relazione tra psicosi e realtà si fa sempre più stretta: la realtà viene filtrata e distorta da una psicosi che ha origini psico-mediatiche. Ma quando la psicosi si installa nella mente collettiva, è la psicosi che modella la realtà.

Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

Passivismo

Un possente movimento passivista può essere la via d’uscita dalla sindrome iper-produttiva e iper-comunicativa che ci ha portato al collasso. Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

In Oltre Biden: quale secondo tempo per il neo populismo? scrive Raffaele Sciortino: “Come ha scritto financo Paul Krugman: ‘quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima’. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 2021) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di ‘let’s do things while we still can’, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio – nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento – a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno ‘sciopero generale silenzioso’, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre ‘scioperato con i piedi’ lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro Stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense.”

Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di stare all’ascolto dei comportamenti che emergono dal caos virale con l’intenzione di trovare strategie di sopravvivenza e di cambiamento in una direzione che non è quella dell’opposizione al caos, ma proprio quella dell’assecondarlo. È la lezione che ho imparato da Guattari e Deleuze, che nell’ultimo capitolo del loro ultimo libro (Che cos’è la filosofia) ci avvertono che il caos può essere un pericoloso nemico se pensiamo di poterlo combattere, ma può anche diventare un alleato.

Gli operai americani che smettono di lavorare di per sé non sono una cosa buona né una cosa cattiva: sono un segnale di estraneità che si può e si deve trasformare in autonomia, dando un senso all’abbandono, alla passività, alla rassegnazione. 

Credo che questa sia la scommessa teorica del tempo che viene: come risignificare l’attività secondo un principio di utilità frugale e di godimento di un’esistenza libera dall’imperativo di funzionare.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.

FONTE: https://not.neroeditions.com/rassegnatevi-3/

Articoli precedenti:

Leggi tutto: https://not.neroeditions.com/category/cronaca-della-psicodeflazione/

L’infodemia sul green pass stende un velo sul conflitto sociale

Ferma la costituzionalità relativa alla legittimità dell’obbligo vaccinale, dobbiamo interrogarci sulla pervasività della discussione che lascia fuori tutto il resto

di Alessandra Algostino*

La discussione attorno al green pass e all’obbligo vaccinale continua a stringere in una cappa asfissiante il dibattito pubblico, emblema di una, non innocente, infodemia. Non si intende sminuire la gravità dell’epidemia né la necessità di una attenzione (critica) ai provvedimenti adottati (in sé e in quanto rischiano di normalizzare restrizioni eccezionali e temporanee): sul punto, nella prospettiva di una democrazia solidale, si è ragionato più volte in queste pagine.

Fermo il quadro costituzionale relativo alla legittimità dell’obbligo vaccinale, così come delle limitazioni dei diritti, certo si può annotare come nella selva oscura di disposizioni viepiù caotiche, smarrendo proporzionalità e ragionevolezza, si possano annidare distinzioni arbitrarie e suscettibili di amplificare le diseguaglianze. Tuttavia, il nodo è un altro: è la pervasività e insieme la polarizzazione della discussione attorno al green pass in sé che interroga la democrazia, come pluralista, conflittuale e sociale.

La questione del “green pass” svia l’attenzione da una sindemia che ha acuito le diseguaglianze e dai contenuti di un Piano nazionale di ripresa e resilienza che, nel pretendere di forgiare il corso dei prossimi anni, agisce come se l’unico destino possibile fosse un neoliberismo, che, a fisarmonica, richiede politiche di austerity o di welfare autoreferenziale, in totale spregio di un progetto di futuro, quello della Costituzione (mai nemmeno menzionata).

Il Pnrr è assunto come una regalia nei confronti della quale nutrire unicamente un atteggiamento riconoscente. Non si discute della sua impostazione, ordoliberale, del suo netto sbilanciamento sulle imprese (in una Repubblica fondata sul lavoro…) e della centralità della concorrenza, che relega la giustizia sociale a eventuale effetto collaterale (la concorrenza «può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale» si legge nella Premessa del Piano).

Ugualmente, non si mette in discussione il disinvestimento nella sanità, il suo modello aziendalista, la sua privatizzazione e regionalizzazione, nonostante gli ultimi due anni ne abbiano mostrato fuori di ogni dubbio gli effetti nefasti: la soluzione sono i vaccini e il green pass. Senza negare la loro utilità, essi non possono divenire un alibi, la panacea per risolvere tutti i mali.

L’elenco degli elementi mancanti nel dibattito politico è lungo: la Legge di Bilancio, che evoca ad un tempo il tracollo della democrazia politica, scendendo ulteriormente la china di un Parlamento esautorato e prono, e della democrazia sociale; e poi, la politica industriale, dove a delocalizzazioni selvagge si oppone una debole proceduralizzazione, molto distante dal controllo e dalla programmazione che il costituente immaginava (art. 41, c. 2-3, Cost.), ignorando quanto nasce nella vivacità del conflitto (la proposta di legge elaborata dagli operai della Gkn con i giuristi democratici); il lavoro, che aumenta solo in forme precarie e servili, ….

Ad ipotecare o a trasformare il presente non è il green pass, semplice o super: occorre rimettere al centro la questione dell’eguaglianza, della giustizia sociale ed ambientale, ovvero del modello di sviluppo e di società, ripartire dalla centralità dei conflitti intorno alle materialità delle condizioni dell’esistenza.

Focalizzarsi sul green pass rischia di rivelarsi una trappola, in quanto mistifica la necessità di trasformare l’esistente. Non solo: la polarizzazione sul green pass è una trappola anche in quanto distrae il conflitto sociale attraverso la creazione di un nemico.
Le proteste no green pass, oltre ad essere embedded rispetto alla razionalità dominante nell’adesione ad una libertà senza limiti (senza uguaglianza, senza solidarietà) e, per inciso, oltre a nascere proprio nel disagio e nella disgregazione sociale che essa ha prodotto, integrano ottimamente la figura del nemico; e il nemico compatta la società e occulta il conflitto sociale.

La loro criminalizzazione, inoltre, crea un humus favorevole alla lettura di ogni protesta come azione irresponsabile e nociva per la società, delegittimando il dissenso. Non è solo un timore, i movimenti sociali e i lavoratori da anni conoscono la repressione, e il coro di smodate critiche allo sciopero generale del 16 dicembre è emblematico. È la “democrazia senza conflitto”: un ossimoro, perché la democrazia pacificata in quanto nega l’esistenza del conflitto è un simulacro di se stessa. E tutto ricorda una volta di più che la chiave è la lotta per una democrazia, come quella della Costituzione, pluralista, conflittuale e sociale.

*(docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia diretta con particolare attenzione alla loro concreta attuazione)

FONTE: https://ilmanifesto.it/linfodemia-sul-green-pass-stende-un-velo-sul-conflitto-sociale/

I partigiani del nulla

Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

di Domenico Gallo

Sabato 8 gennaio si è svolta a Torino una singolare manifestazione di protesta contro le misure nazionali anticovid, promossa dalla Commissione DuPre (Dubbio e precauzione), fondata a dicembre da Ugo Mattei con Carlo Freccero, Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. Sul palco è salito Ugo Mattei, professore di diritto civile, noto a sinistra per aver promosso con altri il referendum per l’acqua pubblica e per essere stato vicepresidente della Commissione Rodotà incaricata della riforma delle norme del codice civile sui beni comuni. Evidentemente la salute pubblica per Mattei ed i suoi seguaci non rientra più nei beni comuni, ma non ci interessa il percorso tortuoso che ha portato il professore torinese a divenire idolo e ideologo del movimento dei no vax, quello che ha suscitato scalpore è il tenore esasperato della comunicazione pubblica. Dopo la sfilata a Novara dei no vax, travestiti da deportati nei campi di sterminio, il prof. Mattei, contestando il green pass per gli autobus, aveva invocato la protesta dei negri americani contro le pratiche di apartheid  e richiamato il gesto di Rosa Parks a Montgomery in Alabama. Sabato scorso, nella prima manifestazione contro l’obbligo vaccinale per gli over 50 e il lasciapassare verde, dal palco di Piazza Castello Mattei ha annunciato la rinascita del “Comitato di liberazione nazionale”. Ha proclamato che il “CLN” vuole emulare i movimenti e i partiti che diressero e coordinarono la Resistenza contro gli occupanti tedeschi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale. E si è paragonato proprio a quegli insegnanti che non giurarono fedeltà al regime fascista. “Probabilmente non rivedrò mai più i miei studenti perché non ho intenzione di giurare al draghismo. Quindi sarò sospeso dall’insegnamento. Farò quello che fecero i dodici professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento imposto dal regime. Sono maestri che non piegarono la schiena. A loro dedico la rinascita del Comitato di Liberazione Nazionale”.

Contro questa sceneggiata è insorta la Federazione Italiana delle Associazioni partigiane del Piemonte con un duro comunicato in cui osserva che la pretesa dei no vax di costituire un nuovo CLN offende la storia del movimento partigiano: “Il Comitato di Liberazione Nazionale è una storia di grandezze e eroismi, di scelte coraggiose da cui è nata l’Italia democratica, ponendo fine alla ventennale dittatura fascista e attraversando una sciagurata guerra voluta dal regime mussoliniano. Per tali ragioni – prosegue il comunicato – non dimenticando anche lo scellerato parallelo affermato da persone aderenti a questi movimenti irresponsabili no vax tra la condizione di chi irragionevolmente rifiuta il vaccino, esponendo se stesso e gli altri al propagarsi del contagio e di eventi letali e intasando le strutture sanitarie  sotto stress e gli internati nei lager nazisti,  è intollerabile e inaccettabile l’utilizzo indecente che si  ritiene di poter fare di una storia così importante per il nostro Paese quale fu la Resistenza”.

E’ più che comprensibile l’indignazione dei partigiani veri contro quest’uso cialtronesco della storia, ma il problema politico è un altro. Il malessere diffuso, generato dai guasti economico sociali provocati dalla pandemia e la perdita di fiducia nel futuro hanno provocato un’onda di irrazionalità che risale dal profondo della società. Se, come ha rilevato il CENSIS nell’ultimo rapporto, il 31,4% degli italiani oggi si dice convinto che il vaccino è un farmaco sperimentale e che quindi le persone che si vaccinano fanno da cavie, se il 10,9% sostiene che il vaccino è inutile e inefficace, mentre per il 5,9% (cioè circa 3 milioni di persone) il Covid-19 semplicemente non esiste, se il 5,8% sostiene che la Terra è piatta, è evidente che un forte vento di irrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale, sia a livello individuale, sia a livello dei movimenti collettivi di protesta.  Quando si costruisce un movimento politico sulle paranoie e sulla fuga dalla realtà, si intraprende una lotta contro i mulini a vento che si può trasformare in una formidabile arma di distrazione di massa. Così mentre, per un verso, alcuni combattono eroicamente per la libertà di non vaccinarsi e di fare ciascuno come gli pare, altri, per altro verso, più scaltramente, attribuiscono ai no vax la responsabilità dei fallimenti della politica. Invece è necessario e urgente mettere al centro del dibattito politico e della partecipazione popolare i problemi reali che riguardano le scelte che incidono sulla nostra condizione umana e pregiudicano il futuro. Se gli ospedali sono intasati, se, come ci avverte la Società italiana di chirurgia, negli ospedali sono rinviati otto interventi su dieci e la situazione delle liste d’attesa è terrificante, la responsabilità non è solo dei no vax che intasano le strutture sanitarie, ma al fondo ci sono le scelte di non rafforzare la sanità pubblica, che è rimasta la cenerentola del PNRR. Se l’occupazione cresce solo per la crescita del lavoro precario, la responsabilità è delle non scelte della politica in materia di governo del mercato del lavoro. Contestualmente al non incremento della spesa sanitaria, Governo e Parlamento hanno deciso, sotto dickat della NATO, l’incremento della spesa militare, che toccherà quest’anno il record di 26 miliardi euro, con un incremento di quasi 5 miliardi rispetto al periodo pre-pandemico, mentre le basi di Aviano e Ghedi si apprestano ad ospitare le nuove bombe nucleari americane B61-11. Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/01/i-partigiani-del-nulla/

Cile: La vittoria di Boric e il prossimo futuro

di Rodrigo Andrea Rivas

Il trionfo di Gabriel Boric nel secondo turno delle elezioni presidenziali cilene non ci dà solo la possibilità di prendere una boccata d’aria. Può costituire, anche, una leva per il pensiero costruttivo e per l’attivismo politico e un chiaro segnale stradale che ci indica verso dove rivolgere gli sforzi se si vuole raddrizzare un presente politico complesso e senza speranze apparenti.

La campagna di Boric ha saputo evitare il vittimismo e il trionfalismo oltrepassando i registri apocalittici della facile esagerazione, mantenendo un profilo aperto e un tono propositivo, fiducioso e ottimista.

Con un programma concreto ma capace di interpellare gli indecisi e gli astenuti del primo turno, ha aperto il campo quanto bastava per attrarre nuovi alleati senza cadere nelle provocazioni di chi ha cercato di usare questa posizione per giocare al tanto peggio tanto meglio e per arrivare a disputare l’iniziativa e l’articolazione dell’agenda politica.

Ciò ha reso evidenti i due progetti antitetici sul futuro del Cile mettendo fuori gioco la speculazione “sono tutti uguali”.

Va da sé: il contesto di questa elezione è imprescindibile per capire la sua soluzione.

Come prima approssimazione direi che si tratta di una elezione che può chiudere il ciclo di transizione iniziato nel lontano 1990 mettendo fine alla “democrazia nella misura del possibile”.

Non a caso, l’alleanza politica e sociale costruita attorno a Kast costituiva una coalizione d’interessi che girava attorno a questo unico punto: far abortire il processo di transizione democratica che si propone di mandare definitivamente nel dimenticatoio il regime economico, politico e sociale del pinochetismo.

Oggi, dopo la vittoria di Boric, sappiamo che il Cile avrà una nuova costituzione democratica e che questa codificherà in modo diverso le lotte esemplari delle donne cilene, dei popoli originari, degli studenti e dei lavoratori.

La campagna elettorale ha chiarito che questo processo troverà forti ostacoli e difficoltà. Intendo occuparmi più approfonditamente in futuro del rapporto commissione costituente – governo, programma di trasformazioni strutturali – misure urgenti.

Il risultato di questa elezioni è importante per tutta la regione e non solo.

Alla fine del 2021 l’America Latina attende Lula con un nuovo rapporto di forze, resistendo le mutazioni del bolsonarismo e dando un mandato chiaro alle forze progressiste – dal Messico all’Argentina, dalla Bolivia al Cile e al Perù, in attesa del referendum uruguaiano – per consolidare la stabilità politica del subcontinente, riattivare la cooperazione regionale in un momento di massima incertezza geopolitica e ridare forma ad un progetto economico e politico incentrato sui diritti umani e sulla ridistribuzione sociale.

Ciò disegna una enorme sfida: articolare un nuovo ciclo progressista capace di superare i limiti sviluppisti di quello precedente per rifondare l’orizzonte democratico dell’America Latina.

La vittoria di Boric lascia anche diverse lezioni utili per il futuro. Me ne vengono in mente tre.

La prima è che il Cile ha dimostrato che, anche nel clima surriscaldato e confuso nel quale viviamo, è possibile vincere contro l’ opportunismo dell’ultradestra confrontandosi positivamente, senza avere paura della propria ombra, disputando i temi e l’inquadramento del dibattito, dando un senso alle cose dette, aprendo il campo politico invece di chiuderlo con pseudo alleanze aristocratiche disegnate sulla carta e solide quanto una scorreggia.

La seconda è che il Cile ha dimostrato che si può costruire la politica sul ciclo di mobilitazioni, conquiste e sconfitte che provengono dai decenni scorsi, correggendo comportamenti e politiche tanto quanto sia necessario per recuperare e mantenere vivo il legame con quel ciclo.

La terza, ma in verità è la prima lezione, il Cile ha dimostrato che si possono aprire orizzonti politici alternativi allo sfruttamento delle paure, dell’impotenza e della frustrazione che la crisi politica e sociale che ci attanaglia continua ad accumulare.

Intendo dire che in disputa ci sono altri futuri possibili e che possono essere articolati in modo credibile, convincente e vincente.

L’ultima osservazione è che, al di la dell’importanza relativa dei Paesi, ci sono elezioni che aprono possibilità epocali ed effetti che eccedono ampiamente il loro contesto concreto.

Lo è stata, ad esempio, quella di Trump. Ma lo è stata anche quella di Syriza.

E’ ovvio che il loro divenire dipende dal loro sviluppo concreto, ma la possibilità di apertura di un ciclo democratico nuovo in grado di apportare certezze politiche ad un futuro pericoloso e incerto è la grande sfida politica dei tempi che ci sono già caduti addosso.

FONTE: http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2021/12/dossier-cile.html?m=1

Il Cile avanti a sinistra

di Marco Consolo

Schiacciante vittoria del candidato delle sinistre, Gabriel Boric, nel ballottaggio delle elezioni presidenziali cilene, con quasi 12 punti di differenza da Josè Antonio Kast, nostalgico della dittatura di Pinochet. Domenica scorsa, hanno votato 8.270.318 persone, una cifra che nessuno si aspettava e che rompe la soglia degli 8 milioni di voti, considerata il “Santo Gral” della politica cilena.

Boric è il Presidente più giovane del Cile (36 anni quando assumerà il prossimo 11 marzo) e quello che ha ricevuto più voti in assoluto (4.619.222)  nella storia del Paese, con una spettacolare rimonta dal primo turno (dal 26% al 56%). Dapprima dirigente del movimento degli studenti, poi deputato per due legislature del Frente Amplio, ecologista, il giovane Boric viene dal sud del Paese, rompendo anche simbolicamente il  centralismo della politica cilena. Viene eletto, con la promessa di costruire un Cile pluri-nazionale nel rispetto delle popolazioni originarie, più giusto ed uguale, con un sistema sanitario e pensionistico pubblico, che decentralizzi lo Stato, devolvendo potere alle regioni e alle comunità locali, senza più impunità per le violazioni dei diritti umani.

Da parte sua, il pinochetista Josè Antonio Kast, ultra-liberista, misogino e xenofobo, ha ricevuto 3.648.987 voti (44,13%), trasformandosi nel perdente con la più alta votazione della storia cilena, a soli 150.000 suffragi da quelli ricevuti da Piñera per la sua vittoria del 2017. Al primo turno Kast era arrivato primo, con il 28% dei voti, e per il ballottaggio era riuscito ad ottenere l’appoggio di tutta la destra (compresa una parte della DC). Il pedigree di Kast è di tutto rispetto. Suo padre, scappato dalla Germania in Cile alla fine della guerra, nel 1942 si iscrisse al partito nazista, mentre combatteva con le forze occupanti naziste anche in Italia. Suo fratello, Miguel Kast è stato più volte Ministro della dittatura civico-militare di Pinochet, nonché presidente della Banca centrale. E si parla diffusamente dell’appoggio della famiglia Kast alla repressione pinochetista nella zona in cui viveva.

Nel Cile di oggi Kast incarna il bisogno di “legge e ordine”, gode di una base elettorale importante e dell’appoggio della maggioranza della “famiglia militare”, di cui il governo dovrà tenere conto.

Nel ballottaggio, Boric ha saputo motivare la partecipazione elettorale, aumentata significativamente tra primo e secondo turno (l’8% in più, con 1.200.000 di persone).  Lo ha fatto grazie a una campagna porta a porta, che ha mobilitato tutti i settori sociali e culturali, in tutto il territorio nazionale, ed in cui le donne ed i giovani hanno avuto un ruolo preponderante. Parallelamente, è stato capace di mobilitare i settori moderati del centrosinistra che, dopo la sconfitta al primo turno, provano a scommettere sulla pace sociale e si sono smarcati dal pericolo fascista.

Decisivo il voto nelle province più popolate (Santiago e Valparaiso) con un distacco di quasi 20 punti. Ma anche il recupero nelle regioni del nord minerario, dove al primo turno, una gran parte dei voti era andato a un candidato di centro destra, Franco Parisi, che aveva fatto campagna elettorale dagli Stati Uniti e dichiarato l’appoggio a Kast nel ballottaggio.

Non sono servite le manovre del governo di Piñera e delle destre per boicottare il voto popolare e favorire il candidato  pinochetista Kast. Non è servita la martellante campagna di odio anticomunista, di estrema polarizzazione, di “fake news”, di uso a profusione delle reti sociali e degli algoritmi dei “Big data”. Non è servito l’appoggio della destra mondiale, compresi Salvini e l’opposizione anti-chavista venezuelana tanto cara a Renzi ed a settori del PD. Non è servita neanche la serrata parziale dei padroni dei trasporti privati nel giorno del ballottaggio, per non fare andare a votare la gente dei quartieri popolari, sulla falsa riga del 1973, quando i camionisti furono determinanti per il golpe di Pinochet contro Salvador Allende.

E a proposito di simboli, solo tre giorni fa c’era stato un fatto di enorme valenza simbolica nel Paese. Era morta Lucia Hiriart,  oscuro e tetro personaggio, moglie di Pinochet e sua ispiratrice nelle trame golpiste, nella sanguinosa repressione della dittatura e nei magheggi finanziari che hanno garantito numerosi conti clandestini all’estero. Come suo marito, anche lei è rimasta impune, riuscendo ad evitare la giustizia senza scontare il carcere.

Con la vittoria di Boric, si chiude la “transizione” post dittatura, durata oltre 30 anni, con un’alternanza al governo di centrosinistra e destra. Non c’è dubbio che la sua vittoria rappresenta anche la sconfitta del centro-sinistra della  “Concertaciòn” (Democrazia Cristiana, Partito socialista e Partito por la Democrazia-PPD), che non ha mai messo in discussione il modello sociale ed economico uscito dalla dittatura e da questa applicato sotto dettatura dei “Chicago boys” di Milton Friedman. E’ quindi la sconfitta di un consociativismo di potere che ha accettato,  interiorizzato e praticato uno dei sistemi neoliberisti più feroci e diseguali del continente. Un laboratorio mondiale sin dal golpe del 1973, dove tutto è stato privatizzato (scuola, sanità, pensioni, trasporti, acqua…), dove poche famiglie controllano le leve economiche del Paese e dove il ruolo dello Stato è sussidiario rispetto al mercato.

Il Cile parla a noi

Le elezioni non le ha vinte il centrosinistra, alternatosi al governo con la destra nei tre decenni post-dittatura. Le ha vinte un candidato che viene dalla  sinistra e dalle lotte studentesche, con l’ appoggio dei movimenti e del Partito Comunista che ha avuto un ruolo decisivo. I candidati (e i partiti) del centro-sinistra hanno perso al primo turno ed al  ballottaggio obtorto collo hanno dovuto appoggiare il candidato Boric per allontanare il pericolo fascista.

Come è stato possibile questo ribaltamento dei rapporti di forza?

Il neoliberista Piñera aveva vinto nel 2017, grazie alla delusione ed al disincanto popolare nei confronti del governo di centrosinistra, che non ha mai messo in discussione il modello neoliberista ereditato da Pinochet, ma che al contrario lo ha perfezionato in molti aspetti.

È stata la rivolta sociale del 2019 contro il governo Piñera, sorprendente e di massa, a cambiare i rapporti di forza. Il Cile si è svegliato. I movimenti sociali, pagando un alto prezzo di sangue con decine di morti e migliaia di feriti tra i manifestanti, sono riusciti a imporre il referendum sulla Costituzione per cancellare quella pinochetista.  Questa spinta dal basso ha permesso l’istallazione dell’Assemblea Costituente (che avanza nella definizione della nuova Carta Magna), con una presidente, Elisa Loncón, rappresentante del popolo mapuche, un fatto di enorme valenza simbolica. La mobilitazione ha permesso inoltre la stessa vittoria elettorale alle amministrative.

Quella rivolta ha costruito nel conflitto una coalizione politico-sociale, tra il variegato mondo dei movimenti sociali ed i partiti della sinistra coerenti che, nonostante i rapporti non certo idilliaci, ha cercato di lavorare insieme e costruire un’alternativa che si è riflessa anche sul piano elettorale.

Dopo mesi di rivolta sociale e mobilitazione spesso unitaria, al primo turno delle elezioni presidenziali, la coalizione tra Frente Amplio, Partito Comunista ed altre forze minori ha superato il centrosinistra con un candidato espressione dei movimenti, che domenica scorsa ha sbaragliato le destre.

Dal prossimo 11 marzo si apre un nuovo scenario, i cui sviluppi sono ancora imprevedibili. Sebbene quello cileno sia un regime presidenzialista, in Parlamento la coalizione che ha sostenuto Boric al primo turno ha solo un quarto dei seggi, mentre Kast conta con quasi un terzo dei voti. L’appello al dialogo, più volte ripetuto da Boric, tiene conto anche di questa realtà dei rapporti di forza parlamentari. Il nuovo governo dovrà affrontare una situazione sociale ed economica non certo rosea, dopo i mesi della rivolta sociale e soprattutto dopo quasi 2 anni di pandemia (lungi dal terminare).

Anche il quadro internazionale, in particolare quello di un continente il cui ciclo politico sta cambiando profondamente, nel bene o nel male peserà sul futuro del nuovo Cile. Non c’è dubbio che questa vittoria progressista rafforza le speranze di cambiamento anche in Colombia ed in Brasile che andranno a elezioni nel 2022.

Anche in Cile si riaprono “las grandes alamedas” della speranza di cui parlava il Presidente martire, Salvador Allende.

Splendori e miserie dell’Occidente

Il summit per la democrazia convocato da Biden serve a rilanciare la favola del “mondo libero”. . In realtà più che glorificare il mondo libero dovremmo preoccuparci del degrado della democrazia e dei diritti umani proprio nei paesi dell’Occidente che quella bandiera hanno innalzato e adesso la stanno gettando nel fango.

di Domenico Gallo

I venti di guerra che spiravano al confine fra l’Ucraina e la Russia non si sono attenuati neanche dopo il vertice fra i due Presidenti, Biden e Putin, che hanno abbassato un po’ le canne dei fucili ma si sono scambiati, fra promesse e minacce, i reciproci penultimatum.

Nella stessa settimana la CNN ci informa che Biden si appresta a lanciare il boicottaggio diplomatico delle olimpiadi invernali in Cina in risposta alle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e a Hong Kong e alle pressioni militari cinesi su Taiwan. Si tratta di una misura che i cinesi hanno preso come una grave provocazione politica e che difficilmente porterà ad un miglioramento della situazione nello Xinjiang e a Hong Kong. Gli Stati Uniti non sono Amnesty International e non hanno titolo per ergersi a paladini dei diritti umani nel mondo. Tanto più che, come la Russia, la Cina, Israele e la Turchia, si rifiutano di aderire a quei trattati internazionali, come lo Statuto della Corte penale internazionale, che pongono dei vincoli a quelle violazioni più odiose dei diritti umani, che sono i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità.

In realtà l’argomento della democrazia e della tutela dei diritti umani è usato sempre in modo strumentale per orgoglio politico, per marcare una supremazia.

Questa, infatti, sembra essere la settimana dell’orgoglio dell’Occidente. Il 9-10 dicembre il Presidente Biden ha convocato il «Summit per la Democrazia» che riunirà, in collegamento mondiale online, «leader di governo, società civile e settore privato». La lista degli invitati comprende 111 paesi. Tra questi 28 dei 30 membri della Nato: mancano Turchia e Ungheria ma, in compenso, ci sono Israele e Ucraina, insieme a 26 dei 27 membri della Ue (esclusa l’Ungheria). Il Summit «fornirà loro una piattaforma per difendere la democrazia e i diritti umani all’interno e all’estero, per affrontare attraverso un’ azione collettiva le più grandi minacce che hanno di fronte oggi le democrazie». Verrà in tal modo avviato «un anno di azione per rendere le democrazie più reattive e resilienti», che culminerà con un secondo Summit in presenza per «costruire una comunità di partner impegnati nel rinnovamento democratico globale». Si tratta di una sorta di gay pride dell’Occidente per rilanciare la favola del “mondo libero” unito nella missione di portare la democrazia nel mondo sotto la guida degli Stati Uniti, contenendo le spinte del mondo non-libero, nel quale ci sono la Cina e la Russia, ma non l’Arabia Saudita, né l’Egitto. In realtà più che glorificare il mondo libero dovremmo preoccuparci del degrado della democrazia e dei diritti umani proprio nei paesi dell’Occidente che quella bandiera hanno innalzato e adesso la stanno gettando nel fango. Come accade un po’ dappertutto anche nel Paese che ha inventato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, dove la nuova stella nascente della politica francese, Eric Zemmour, ha impostato la sua campagna presidenziale sullo slogan: immigrazione zero. Questo non è il tempo dello splendore ma delle miserie dell’Occidente e del degrado della democrazia. Di quale gloria si può vantare un paese del mondo libero come la Polonia, dove qualche giorno fa è stata fatta morire una donna incinta con il bambino che portava in seno per il rifiuto di darle accoglienza? Di quale gloria si può vantare l’Unione Europea per aver trasformato il Mediterraneo in un cimitero? Usciamo fuori dalle finzioni e guardiamo la realtà con la cruda sincerità delle parole pronunciate da papa Francesco a Lesbo: “guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: “Quale mondo volete darci?” Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà! “

Forse più che celebrare lo splendore dell’Occidente e del suo Paese guida, dovremmo cominciare a preoccuparci seriamente dello stato di salute della nostra democrazia, che rischia il naufragio nel mare dell’indifferenza e delle nostre miserie.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2021/12/splendori-e-miserie-delloccidente/

Le radici della crisi bielorussa

di Andrea Vento

La crisi politica scoppiata in Bielorussia a seguito della diffusione di risultati delle elezioni del 9 agosto 2020, che hanno assegnato per la sesta volta consecutiva la vittoria al presidente Lukashenko con l’80,1% dei consensi, giudicati dalla maggior parte della società civile frutto di frodi elettorali, ha fatto improvvisamente salire alla ribalta delle cronache il paese ex sovietico, dopo esser rimasto a lungo ai margini dei riflettori mediatici internazionali. Quella che segue è un’analisi focalizzata sui principali aspetti economici, sociali, politici e geopolitici della Repubblica Bielorussa: il suo scopo è fornire strumenti analitici e documentati di comprensione, superando i limiti di una informazione che talvolta risulta dettata da posizionamenti geopolitici e condizionamenti politici preconcetti.

La situazione economica e sociale

Il modello economico della Bielorussia è stato definito da alcuni analisti come “socialismo di mercato”, essendo caratterizzato da una economia di mercato ma con forte presenza dello stato, soprattutto nei settori strategici e nei servizi essenziali, con le aziende pubbliche, secondo l’agenzia Reuters, che generano il 70% della ricchezza prodotta e assorbono 2/3 della forza lavoro. Per quanto riguarda il livello di sviluppo economico la Bielorussia, a parte i tre stati baltici entrati nell’Unione Europea (Lituania, Lettonia ed Estonia), risulta, secondo il Fmi, la repubblica ex sovietica con il quarto Pil pro capite nominale più elevato (circa 6.500 $ nel 2019) dopo Russia (11.160 $), Kazakistan (9.140 $) e Turkmenistan (7.820 $), paesi ricchi di risorse del sottosuolo, e superiore ad Azerbaigian (4.690 $) Armenia (4.530 $), Georgia (4.290 $) e Ucraina (3.590 $).

Dal punto di vista dello sviluppo sociale, grazie a un ampio welfare state, ereditato dal modello sovietico, il governo bielorusso è riuscito a garantire buone condizioni di vita ai circa 9,5 milioni di abitanti attuali: la speranza di vita media secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2015 era infatti di 73,2 anni, inferiore solo a Georgia (76,6), Armenia (75,1) e Azerbaigian (72,7) e molto vicino alla Lettonia (73,6) che peraltro registra un Pil pro capite quasi triplo (18.170 $). Inoltre, secondo la Banca Mondiale, la quota della popolazione al di sotto della soglia nazionale di povertà è scesa dal 41,9% nel 2000 al 5,7% nel 2016 grazie all’inclusività della crescita economica e agli investimenti nella protezione sociale che assorbivano nel 2018 il 2,1% del Pil e il 36,4 % della spesa pubblica. Anche alla sanità è stata riservata particolare attenzione dal momento che in Bielorussia, secondo i dati forniti dalla Cia, si registrano 4,08 medici e 11 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, piazzandosi rispettivamente al sedicesimo e al quinto posto a livello mondiale, con un sistema sanitario universalistico che nel 2015 risultava accessibile al 94,3% della popolazione. Conseguentemente, anche la mortalità infantile entro il primo anno di vita è molto bassa, pari al 3,6 per mille, esattamente allo stesso livello della prospera Svizzera e primo fra tutti i 15 paesi ex sovietici, repubbliche baltiche comprese.

Buona la situazione anche per quanto riguarda la coesione sociale, con disuguaglianze di reddito fra le più basse a livello europeo e, addirittura, con trend in diminuzione, visto che il coefficiente Gini dallo 0,320 del 1998 è sceso allo 0,252 del 2018, mentre più accentuate risultano le disparità territoriali soprattutto fra la capitale Minsk, dove i redditi risultano di gran lunga più elevati, le altre città e, soprattutto, le aree rurali dove i redditi sono nettamente inferiori (Carta 1).

Figura 1. Salari nominali medi mensili nelle province della Bielorussia (2013).
Legenda. I salari nominali mensili maturati nelle raions (province) bielorusse nel gennaio 2013: inferiore a 300 BYN (~ $ 150), 300-350 BYN (~ $ 150 – $ 175), 350-400 BYN (~ $ 175 – $ 200); 400-450 BYN (~ $ 200 – $ 225); 450-500 BYN (~ $ 225 – $ 250); più di 500 BYN (~ $ 250).

Risultati interessanti ottenuti, come sostiene la rivista Bloomberg, grazie al “rifiuto di Lukashenko di privatizzare l’economia negli anni ’90, cosa che ha evitato l’emergere dei cosiddetti oligarchi, gli stessi che hanno fatto razzia dei beni di stato in Ucraina e Russia”. Alexander Pivovarsky, responsabile per il paese della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ha addirittura affermato “che la Bielorussia ha seguito un percorso unico, che ha fornito ai cittadini benefici a cui spesso non si conferisce la giusta importanza, come la stabilità”, specificando però di credere “allo stesso tempo che il modello economico della Bielorussia sia insostenibile”. Infatti, analizzandone la struttura economica, emerge come questa sia sostenuta, oltre che da una solida base industriale che produce il 27% della ricchezza, dai “miliardi di dollari di sussidi energetici che di fatto la Bielorussia riceve, sotto forma di enormi quantità di greggio che acquista dalla Russia a prezzi scontati”, i quali le hanno consentito di creare un’economia petrolifera, raffinando il greggio per riesportarne i prodotti ottenuti. La Bielorussia, infatti, nel 2016 ha esportato petrolio e derivati per un valore di 4.681 milioni di $, prima voce dell’export, pari al 24,6% del totale. Situazione analoga alle forniture di gas russe anch’esse a prezzi di favore, forniture che generano altri miliardi di dollari di risparmi.

Il quadro geo-economico

Come riporta la rivista “Diplomazia Economica Italiana” del Ministero degli Affari Esteri, nel numero di settembre 2019 “un altro elemento di particolare importanza è l’adesione nel 2015 della Bielorussia all’Unione Economica Euroasiatica (UEEA) insieme a Russia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Si tratta di un potenziale bacino di circa 180 milioni di consumatori e del terzo mercato mondiale con un PIL di 4.500 miliardi di dollari, destinato a porsi come nuovo polo di sviluppo economico per i Paesi europei nella commercializzazione di prodotti e nella realizzazione di progetti di investimento”. La Bielorussia ha, infatti, tratto vantaggio da questa sua partecipazione, non solo per la libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e della forza lavoro tra i paesi membri ma, anche perché, dopo le sanzioni unilaterali occidentali imposte alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea, che hanno indotto Mosca a imporre come ritorsione l’embargo sui prodotti agricoli europei, Minsk ha beneficiato di una favorevole rendita di posizione nel riesportare verso la Russia i prodotti europei del comparto agroalimentare, causando un certo risentimento da parte del governo di Mosca.

Tuttavia, lo scenario geo-economico bielorusso negli ultimi anni sta subendo significativi cambiamenti. Le raffinerie nel 2014 pagavano il greggio solo il 50% del prezzo di mercato, quota salita all’80% nel 2019 e, a seguito delle nuove politiche fiscali di Putin, causate sia dalla caduta delle quotazioni del petrolio che dalle crescenti frizioni fra i due stati, entro il 2025 Mosca venderà il petrolio a Minsk a prezzo pieno, con un costo aggiuntivo che il governo ha stimato in dieci miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. I risparmi realizzati grazie alle forniture di greggio a prezzi agevolati fruttano, secondo i dati Unctad, circa 2 miliardi di dollari annui. Minsk, quindi, potrebbe essere costretta a ristrutturare le sue aziende statali, con il rischio di perdita di posti di lavoro e di stato sociale, accertato che i proventi dell’attività petrolifera bielorussa vengono utilizzati dal governo per finanziare il 10% della spesa pubblica.

Sembra, dunque, che la stagione florida dell’economia e del generoso welfare state bielorusso sia indirizzata verso il tramonto, in parte anche a causa di problemi di natura geopolitica, oltre che economici. La Bielorussia è strettamente legata sia politicamente che economicamente alla Russia. Le due economie, come ai tempi dell’Urss, risultano ampiamente integrate e complementari. Quest’ultima infatti, oltre che sovvenzionare Minsk in cambio della fedeltà geopolitica, rappresenta anche il suo primo partner commerciale, con cui tuttavia registra un saldo negativo nell’interscambio, in linea con quello della bilancia commerciale generale (-4.741,6 milioni di euro nel 2018). Minsk, nel 2017, indirizzava nella Federazione russa ben il 44% del proprio export totale, mentre verso l’Ue, secondo partner, il 27%. Tuttavia, il definitivo rifiuto nel 2019 di Lukashenko di accettare la fusione politica con Mosca ha irritato Putin, come il riavvicinamento bielorusso all’Unione Europea e agli Stati Uniti. Con Washington, dopo il ritiro del proprio ambasciatore da Minsk nel 2008, negli ultimi 2 anni vi è stato un graduale riavvicinamento che ha portato nel 2020 al ristabilimento delle relazioni diplomatiche, operazioni finalizzate a ridurre la dipendenza da Mosca, a diversificare le relazioni commerciali e ad attirare investimenti occidentali.

Il percorso dell’economia bielorussa

Dopo la complessa fase degli anni ’90, l’economia bielorussa durante il primo decennio degli anni Duemila ha registrato una crescita sostenuta con punte intorno al 10% annuo, per poi subire un rallentamento negli anni successivi (Tabella 1), con addirittura 2 anni di recessione nel biennio 2015-2016, perfettamente in linea con quanto avvenuto in Russia, a conferma della stretta interconnessione tra due economie (Grafico 1). Anche la ripresa della crescita economica nel triennio 2017-2019 è principalmente riconducibile a fattori esterni quali: il parziale recupero delle quotazioni degli idrocarburi, la ripresa economica russa e la maggiore apertura economica e commerciale verso l’Unione Europea.

Tabella 1: Tasso di variazione annua del Pil in Bielorussia e Russia periodo 2011-2019.
Fonte: index mundi

Grafico 1: Variazione annua del Pil e dei prezzi al consumo (inflazione) periodo 2001-2013.

Fonte: Istituto nazionale di statistica della Bielorussia. Elaborazione su wikipedia.

Nell’ultimo decennio, 2010-2019, l’economia bielorussa è cresciuta in media meno dell’1% annuo secondo Reuters, entrando in una fase di sostanziale stagnazione, frutto dell’alternarsi di due modeste fasi espansive ad una recessiva. A partire dal 2011, infatti, a seguito anche dell’acuirsi del deficit pubblico, ha iniziato a mostrare un sensibile rallentamento, con conseguente crisi valutaria del Rublo bielorusso, più volte svalutato, e aumento dell’inflazione.

La questione salariale

Le criticità economiche, come la bassa crescita e l’alta inflazione, hanno prodotto inevitabili riflessi anche sul potere di acquisto dei salari, i quali benché adeguati ben 13 volte al costo della vita nell’ultimo decennio, non hanno ancora raggiunto la media nazionale effettiva dei 500 $, livello che il governo aveva dichiarato di voler conseguire prima delle elezioni del 2010. In pratica nel decennio successivo gli stipendi medi lordi sono rimasti fermi, arretrando addirittura dai 368 euro di gennaio 2015, ai 290 euro dello stesso mese dell’anno successivo, secondo i dati pubblicati dall’Agenzia nazionale per la statistica, Belstat, come riflesso della recessione che ha colpito l’economia bielorussa.

L’analisi dei livelli e dell’andamento dei salari in Bielorussia non si presenta di semplice interpretazione, non solo a causa di problemi metodologici, quali la scarsa disponibilità di dati ufficiali, le complessità di calcolo dovute alle varie ridenominazioni del Rublo bielorusso (l’ultima del gennaio 2016) e l’impatto dell’inflazione sugli stessi ma, anche, perché presentano marcate differenziazioni sia territoriali, che a seconda del tipo di mansione e del comparto economico di pertinenza. In estrema sintesi, emerge come a seconda della regione di residenza la discrepanza retributiva possa arrivare fino a 2 volte; invece, per quanto riguarda il comparto di lavoro di impiego, si registrano alti salari nella finanza e nell’industria, oltre che nell’esercito, e bassi salari nell’agricoltura. In base ai dati disponibili risulta come il salario medio lordo nazionale, come visto frutto di situazioni molto diversificate, nel 2016 ammontasse a 8.600 Byn (Rubli bielorussi) annui, pari a € 4.300 e $ 4.800, corrispondenti a (7.400 Byn pari a 3.600 euro e 4.000 dollari) netti. In pratica nel 2016 lo stipendio medio netto anno era di 300 euro, molto vicino a quello del 2019 salito nel contempo, al lordo dell’inflazione, a 328 euro.

Le nuove strategie del governo

Lukashenko ha cercato di porre rimedio alla situazione provando a ritagliare un nuovo ruolo geopolitico e geoeconomico per il paese prefigurandolo come una sorta di stato-ponte fra l’Unione Europea e la Russia, come indica, d’altronde, il titolo della pubblicazione del settembre 2019 del Ministero degli esteri precedentemente citata: “La Bielorussia si rinnova e strizza l’occhio all’Italia”.

Il governo ha infatti accelerato sulla transizione verso un’economia di mercato più compiuta, facendo leva sugli investimenti stranieri, come confermano le varie riforme attuate tese a rendere più allettanti le condizioni per le imprese, fra le quali l’Ordinanza Presidenziale n. 7 sullo ‘Sviluppo dell’Imprenditorialità nella Repubblica della Bielorussia‘ del 23 novembre 2017, che ha costituito un passaggio fondamentale per attirare gli investimenti esteri. Il provvedimento ha introdotto una generale facilitazione per l’apertura di nuove imprese straniere, anche individuali, una riduzione delle ispezioni e della pressione fiscale e una semplificazione normativa. Inoltre sono stati creati diversi regimi preferenziali per gli investimenti. I principali sono le Zone Economiche Libere (in tutto 6, una per ogni regione del Paese), il Parco di Alte Tecnologie, il Parco Industriale e Logistico sino-bielorusso ‘Great Stone’, a cui si aggiungono alcune agevolazioni per le zone rurali. Nelle Zone Economiche Libere, nel caso in cui una impresa investa almeno un milione di euro, i profitti non subiranno alcuna tassazione per i primi cinque anni e in seguito godranno di un’imposizione agevolata. Una tappa fondamentale nel processo di  ridimensionamento dell’economia statalizzata, parte integrante di una strategia precedentemente pianificata, visto che  l’Agenzia nazionale per gli investimenti e le privatizzazioni, ente statale istituito appositamente per attrarre investimenti diretti esteri della Repubblica Bielorussa, pubblicava nel 2015 sul proprio sito ufficiale una serie di informazioni rivolte alle imprese straniere atte ad attirare investimenti di capitali al fine di sostenere e rilanciare la propria economia dopo la crisi del 2011 (vedi approfondimento in coda al testo).

A seguito dei provvedimenti introdotti dal governo lo stock di investimenti diretti esteri (Ide) nel paese sono passati dai 15.919 milioni di euro del 2016 ai 17.542 del 2018, quasi completamente indirizzati all’acquisto di aziende preesistenti, in netta prevalenza pubbliche, con scarso interesse verso la creazione di nuove imprese (investimenti in Green field).

Conclusioni

La stagnazione economica e salariale, accompagnata da alcune riforme del mercato del lavoro recentemente introdotte e dal recente processo di privatizzazioni e liberalizzazioni, ha contribuito ad acuire il malcontento sociale. La protesta, seppur emersa di tanto in tanto negli anni precedenti con manifestazioni spontanee di piazza contro singoli provvedimenti, come avvenne nel 2017 dopo l’approvazione della cosiddetta “tassa sui disoccupati” o nei mesi scorsi a causa dell’esclusione di ben 10 candidati alle presidenziali, fra i quali anche Victor Babariko sostenuto da Mosca, è esplosa a inizio agosto 2020 dopo la diffusione dei risultati elettorali giudicati frutto di grossolani brogli.

Le proteste non hanno colto di sorpresa gli analisti più attenti, in quanto il patto sociale che per 5 lustri ha garantito stabilità politica, buone condizioni di vita e garanzie di impiego a vita nelle aziende statali, in cambio di governo autoritario e di scarse libertà politiche (tutti i 110 deputanti eletti alla Camera dei rappresentanti alle elezioni del 2019 sostenevano il governo.) e sindacali, si è definitivamente incrinato, anche a causa della pessima gestione della pandemia da Covid-19 con il presidente Lukashenko che è arrivato a dichiarare che occorre “bere vodka, fare la sauna e lavorare per uccidere il virus”.

A ciò dobbiamo aggiungere la grande indignazione che hanno suscitato le violente repressioni delle proteste da parte degli apparati di sicurezza, che hanno causato 7.000 arresti, feriti, torture e 4 morti, alienandosi anche settori del proprio elettorato, come dimostrano le immagini delle manifestazioni di piazza e delle fabbriche in sciopero. Lo zoccolo duro delle proteste è, infatti, rappresentato dagli operai delle grandi aziende statali che hanno bloccato a oltranza la produzione in attesa che vengano indette nuove elezioni e introdotta la libertà sindacale, in quanto in Bielorussia tutt’oggi è ammesso un unico sindacato controllato dal governo.

La Bielorussia risulta uno dei pochi stati in cui è ancora forte e combattiva la rappresentanza operaia, pertanto, è imprescindibile che quest’ultima acquisisca anche coscienza politica e si strutturi come soggetto organizzato in grado di realizzare un programma avanzato per la tutela dei lavoratori e che scongiuri ulteriori privatizzazioni e liberalizzazioni, esprimendo un candidato unitario per le prossime elezioni presidenziali, in grado di sconfiggere sia la vecchia e corrotta nomenklatura, sia le forze liberiste e filo occidentali, peraltro poco consistenti in un paese in cui l’opinione pubblica è ancora ampiamente legata al “fratello russo” e non è disposta a rinunciare al welfare state che sino ad oggi ha garantito diritti sociali e buone condizioni di vita a tutta la popolazione.

Appendice

L’Agenzia nazionale per gli investimenti e le privatizzazioni, ente statale istituito appositamente per attrarre investimenti diretti esteri della Repubblica Bielorussa, nel 2015 pubblicava sul proprio sito una serie di informazioni rivolte alle imprese straniere atte ad attirare investimenti di capitali al fine di sostenere e rilanciare la propria economia dopo la crisi del 2011. Al di là dell’aspetto pubblicistico dell’operazione, risulta evidente come il governo bielorusso abbia pianificato ed incentivato, da almeno un lustro la transizione verso l’economia di mercato e l’apertura al capitale transnazionale, con conseguenti privatizzazioni e liberalizzazioni.

Riportiamo di seguito un estratto della significativa nota informativa dall’eloquente titolo:

“Perché la Bielorussia?”

La Bielorussia è il posto migliore per i vostri investimenti!

Perché offre:

  1. Una posizione strategicamente vantaggiosa che consente alle aziende di servire con efficacia mercati di grande capacita e in rapida crescita: i paesi dell’Unione europea (500 milioni di consumatori), Russia, Ucraina, Kazakistan e altri paesi della CSI (280 milioni di consumatori).
  2. Accesso diretto al mercato dei tre paesi dell’Unione Economica Euro-Asiatica: Bielorussia, Russia, Kazakistan (ai quali si sono aggiunte l’Armenia e il Kirghizistan). Oggi, alle aziende che investono in Bielorussia è concesso automaticamente all’accesso al mercato da 180 milioni di persone dei tre paesi dell’Ueea ove vige la libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e manodopera.
  3. Il clima d’investimento e fiscale competitivo. In Bielorussia c’è una serie dei regimi preferenziali che possono essere molto utili per le aziende straniere, anche per quanto riguarda la loro pianificazione e ottimizzazione fiscale. La Bielorussia si impegna a creare le condizioni di business aperti e favorevoli sul proprio territorio. Oggi il paese è leader nel miglioramento della legislazione, questo conferma lo studio della Banca Mondiale.
  4. Infrastruttura sviluppata del trasporto e logistica. Grazie della sua posizione geo-economica la Bielorussia è un “hub” del trasporto e della logistica della regione eurasiatica. Le arterie principali che attraversano il paese, sono l’elemento più importante del sistema di trasporto europeo. È infatti attraversata da 2 corridoi transeuropei di trasporto (Carta 2).
  5. Opportunità di privatizzazioni uniche. Bielorussia offre alle aziende straniere opportunità uniche nello sviluppo accelerato delle loro attività legate all’intensificazione del processo di privatizzazione nel paese. Al fine di migliorare ulteriormente l’efficienza dell’economia nazionale, la Bielorussia ha scelto la tattica “a punti” della privatizzazione, ed è interessata a sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con i grandi investitori strategici. Oggi l’Agenzia Nazionale per gli Investimenti e la privatizzazione in collaborazione con la Banca Mondiale stanno introducendo approcci e strumenti moderni che soddisfano le più avanzate pratiche internazionali. Esse mirano a rendere nella Bielorussia le condizioni di privatizzazione più aperte e comprensibili alle società estere.
  6. Forza lavoro altamente qualificata. La Bielorussia ha uno dei popoli più istruiti, altamente qualificati e laboriosi.
  7. Buona “qualità” della vita. Nella classifica mondiale in termini di livello della vita, pubblicata nel rapporto della ONU sullo sviluppo umano nel 2014, la Bielorussia ha raggiunto il 53esimo posto (su 187) ed è stata riconosciuta come leader tra i paesi della CSI.

Figura 2. I corridoi trans-europei che attraversano la Bielorussia, compresi i percorsi terrestri della nuova Via della seta.

Andrea Vento è tra i fondatori del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati (GIGA) e insegna geografia nell’Istituto “A. Pacinotti” di Pisa. E-mail: andreavento2013@gmail.com

Il GIGA è composto da docenti specialisti di Geografia Generale ed Economica, uniti dalla volontà di salvaguardare il valore della disciplina quale strumento fondamentale per comprendere criticamente le dinamiche ambientali, economiche, sociali e geopolitiche delle realtà locali e del mondo globalizzato. Nato nell’ottobre 2013 per contrastare le politiche ministeriali che, a partire dagli anni ’90, hanno fortemente penalizzato l’insegnamento della geografia nelle scuole, il GIGA ha  ampliato il suo campo d’intervento alla divulgazione della cultura geografica e delle potenzialità formative della disciplina, organizzando numerose iniziative di formazione, sia in campo scolastico che nella società civile, in linea con i principi della public geography. Nato in Toscana, il gruppo è impegnato nell’aggregazione di insegnanti di geografia su tutto il territorio nazionale.

FONTE: https://magazine.cisp.unipi.it/le-radici-della-crisi-bielorussa/

L’avvento della meritocrazia

di Giorgio De Girolamo

“Il ritmo del progresso sociale dipende dal grado in cui il potere si accoppia all’intelligenza”. È su questo dogma che si fonda la costruzione della società meritocratica perfetta, che Michael Young, dal lontano 1958, proiettato in un immaginario e distopico 2033, dipinge ai nostri occhi. Con questo saggio, dal titolo “L’avvento della meritocrazia” (anche se più esaustivo degli scopi dell’autore è l’originale: “The Rise of Meritocracy 1870-2033: An Essay on Education and Equality”), Young, sociologo britannico e dirigente del partito laburista nel secondo dopoguerra (fino al 1950), introduce nel linguaggio politico e mediatico una parola tanto longeva quanto pericolosa.

Ma cosa intendeva davvero Young per “meritocrazia“? È un concetto assimilabile a quello oggi sovente rievocato?

La meritocrazia di Young

La meritocrazia di Young è una classe, e non una casta, al potere. La classe dei meritevoli coincide con la classe dei più intelligenti e dei più capaci.

Il merito, quindi, si misura sulla combinazione fra intelligenza e sforzo. Infatti “il genio pigro non è un genio”. Al centro dell’analisi di Young emerge la preminenza del sistema educativo. La costruzione della meritocrazia parte proprio dalle aule di scuola, dal realizzato sforzo di vincere il tentativo egualitario della scuola unica proposta nel secondo dopoguerra, quell’astratto quanto pernicioso anelito a tenere insieme gli intelligenti con gli stupidi.

La divisione nei percorsi di istruzione deve perpetuarsi come una necessità: solo che sarà fondata sul principio dell’uguaglianza delle opportunità. Saranno i più dotati a frequentare le scuole migliori e a essere protetti dalle distrazioni, lavoro compreso, che potrebbero inficiarne la piena maturazione intellettiva e culturale. L’obiettivo di questo sforzo è quello di mantenere e rinforzare la competitività dell’Inghilterra, nella sfida continua al primato scientifico e produttivo. È a tal fine che la meritocrazia, per non perdere metri preziosi, dovrà anticipare sempre più il momento della selezione.

Grazie al progresso scientifico, tra qualche decennio si riuscirà ad anticipare fino alla prima infanzia la misurazione del QI, ministro della saeva fortuna, con un risibile margine di errore. Anni dopo si potrà compiere questa misurazione perfino prima della nascita, basandosi sulle doti degli ascendenti del nascituro. Sulla base del verdetto di questo obiettivo, freddo e inoppugnabile valore numerico, la sorte di ogni uomo è decisa per sempre.

L’abisso tra le classi

Ma occorre fare un passo indietro e riflettere sulla differenza cruciale che intercorre fra la divisione in classi di questa società e quella vigente nelle età precedenti. Questo grande scarto deriva dal differente criterio di legittimazione morale, di cui in ogni società i detentori del potere e i possessori di ricchezza hanno bisogno, per affermare e proteggere all’invidia dei dominati la propria fortuna, riuscendo a “governare con l’illimitata sicurezza che costituisce la fonte segreta del carisma”.

Nell’epoca feudale tale principio era in gran parte rappresentato dal sangue. Nell’epoca capitalistica la ricchezza trovava in sé stessa giustificazione. Ma l’ingiustizia di tale criterio, la sua scarsa e quasi assente dote di obiettività, era evidente alla gran parte dei dominati delle classi inferiori. Tra loro, all’epoca della pre-meritocratica società capitalistica, si celavano quegli intelletti superiori, che seppur repressi, erano in grado di guidare i propri simili e di far sorgere in loro, la coscienza di appartenere ad una classe ingiustamente oppressa.

Nella società meritocratica, invece, sempre grazie a una puntuale misurazione del QI, tali menti vengono strappate dalle classi inferiori e istruite nel sistema educativo riservato ai migliori. Le classi inferiori perdono le proprie trascinanti guide. Il titolo dei dominanti delle età pre-meritocratiche (prima sangue, poi ricchezza acquisita o ereditata) era inoltre tanto debole da far pronunciare al celebre ciompo dipinto da Machiavelli che non

sbigottisca quella antichità del sangue che ei ci rimproverano. Perché tutti gli uomini avuto un medesimo principio sono ugualmente antichi, e dalla natura sono stati fatti ad un modo. Spogliateci tutti ignudi, voi ci vedrete simili; rivestite noi delle vesti loro, ed eglino delle nostre, noi senza dubbio nobili, ed eglino ignobili parranno perché solo la povertà e la ricchezza ci disagguagliano” (Niccolò Machiavelli, Istorie Fiorentine, Firenze: Sansoni Editore, 1962, pp. 311-313).

Tutto cambia con l’avvento della meritocrazia. Tra la classe superiore, quella degli intelligenti, e l’inferiore degli scarsamente dotati, si apre un incolmabile abisso. Non sono più “solo la povertà e la ricchezza” a dividere i dominanti dai dominati. Questi ultimi non potranno ribattere, di fronte al potere dei meritevoli, che il loro diritto si fonda su un privilegio di nascita o su una fortunata accumulazione di ricchezze. Essi sono l’élite perché sono i più intelligenti della Nazione.

Quali argomenti restano allora alla classe inferiore per mettere in discussione la divisione fra classi? Quale significato può avere l’uguaglianza, una volta che tutti i geni stiano nelle élite, e tutti gli stupidi tra i lavoratori?

I dominanti allora acquisiranno più forza e sicurezza di sé dal fondare il proprio dominio sul merito e non più sulla fragile e discutibile ereditarietà. I dominati annegheranno invece nel pozzo della sfiducia in sé stessi:

“Non devono forse ammettere di avere una posizione inferiore non, come nel passato, perché gli venivano negate le possibilità, ma perché sono inferiori? Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio” (Young, L’avvento della meritocrazia, p. 124).

Soccorreranno, ad evitare lo sfaldamento (che sarebbe un vulnus per lo sviluppo della Nazione) delle forze materiali di una classe ormai priva di ogni ideologia, strumenti ideati per tenerla in vita: le distrazioni di massa; le aspirazioni a che i figli siano più intelligenti dei genitori e si elevino fino alla meritocrazia;, il mito dello sport volto a evitare le menomazioni che essa potrebbe causare a sé stessa per la frustrazione della sconfitta.

Ogni cosa si trasforma. Il parlamento viene reso un organo puramente formale, incapace di comprendere la complessità socio-economica di ogni scelta politica, accessibile solo ai governanti istruiti delle classi superiori. Solo “quando sorgono problemi semplici” si lascia “alla camera dei Comuni la possibilità di dar sfogo alle sue opinioni”. I sindacati, privati dei propri leader e della forza di rivendicare diritti per le classi inferiori perdono ogni rilievo sociale. La tecnocrazia sembra avere il controllo di una pace sociale apparentemente inscalfibile. Ma le minacce del populismo per Young sono alle porte. Il sociologo immaginario, voce narrante dal futuro 2033 delle trasformazioni intercorse nel cinquantennio 1980-2030, resta ucciso nelle proteste populiste di Peterloo.

Gli editori riportano, ancora nella fantasia del racconto, che non hanno potuto neppure sottoporgli le bozze del libro per le ultime correzioni.

La finta meritocrazia

Forse dovremmo trarre anche noi insegnamento da una distopia che si è fatta utopia. Young voleva metterci in guardia dalla tirannia, non violenta, autoritaria e dispotica come in London, Orwell od Huxley, ma fondata su un largo consenso: quello del generale pregiudizio che il merito sia un criterio idoneo a fondare una società diseguale. Che la diseguaglianza dovuta al merito sia un’efficiente configurazione sociale (si vedano, nelle varie traduzioni: Jack London, Il tallone di ferro; George Orwell, 1984; Aldous Huxley, Il mondo nuovo).

La nostra è una situazione peggiore. Come osserva, fra molti, Michael Sandel, in un suo recente e noto saggio, siamo lontani dalla meritocrazia di Young (Michael J. Sandel, La tirannia del merito, Milano: Feltrinelli Editore, 2021). La nostra, direbbe il sociologo inglese, si riduce al nepotismo. Il principio ereditario è ancora vigente. I college americani, sia pubblici che privati e di élite, non promuovono la mobilità sociale (Sandel, La tirannia del merito, pp.169-171).

Nota: Si noti che i 1800 college analizzati, hanno permesso al solo 2 per cento dei propri studenti di salire dal quintile inferiore al quintile superiore della scala di reddito. Questo perché la maggior parte di essi sono già benestanti. È come se i college fossero, nota l’autore, ascensori a cui la maggior parte delle persone accede dall’attico.

Lo stesso possiamo dire anche per il nostro sistema di istruzione media e universitaria. Gli https://www.censis.it/formazione/universit%C3%A0-sono-aumentati- gli-iscritti-ma-non-abbastanza-colmare-il-gap-con-l%E2%80%99europa”>ultimi dati disponibili indicano infatti che gli italiani di 30-44 anni laureati e con genitori non in possesso di un titolo di studio corrispondente sono solo il 13,9%, a fronte di una media Ocse del 32,3%. [7] I figli “stupidi” di una buona famiglia sono costantemente promossi più in alto dei figli “intelligenti” delle classi inferiori. Guadagneranno di più è saranno chiamati i meritevoli.

Nota: Chi scrive ha virgolettato l’attribuzione di intelligenza e stupidità perchè lo ritiene un criterio idoneo soltanto a legittimare una disuguaglianza per (de)merito. Ciò non toglie rilievo all’ingiustizia di veder promossi in alto troppi beneficiati per nascita.

Uno scenario di così profonda disuguaglianza pre-meritocratica (dovuta cioè a una gravissima disuguaglianza di opportunità) viene inserito in una narrazione dominante secondo cui sia i vincitori che i vinti della nostra società meriterebbero la posizione che occupano. Si hanno quindi effetti simili a quelli della meritocrazia (tecnocrazia, distruzione dei corpi intermedi, umiliazione dei non istruiti) senza vivere affatto in una società meritocratica.

Questo rende la nostra finta meritocrazia, e la sconfinata “hybris” delle sue élite, una società molto più trasformabile di quanto immaginino le classi dominanti. Dopo aver letto Young, sappiamo che basta una scintilla per reinnescare il conflitto sociale. Basta far sentire gli oppressi uguali ai propri padroni. Così che

“succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono / Magari poi riconoscendosi / Succede che gli schiavi si organizzano / E se si contano allora vincono” (Silvestri Daniele, Kunta Kinte, 2004).

E “l’intelligenza complessiva”, un’astrazione in cui continuiamo a credere, forse un giorno potrà prevalere sul quoziente intellettivo nel fondare una società di eguali.


Riferimenti
Young, Michael, L’avvento della meritocrazia, Roma/Ivrea: Edizioni di Comunità, 2015
Machiavelli, Niccolò, Istorie Fiorentine, Firenze: Sansoni Editore, 1962, pp. 311-313
Sandel, Michael J., La tirannia del merito, Milano: Feltrinelli Editore, 2021

FONTE: https://www.kriticaeconomica.com/

PRIMA VITTORIA PER LA PACIFICA, OCEANICA LOTTA DEI CONTADINI INDIANI INIZIATA IL 26 NOVEMBRE 2020

di Marinella Correggia

Prima, storica vittoria di un grande movimento, quello degli agricoltori indiani, che andrà studiato per le sue modalità (pacifiche), le sue dimensioni (oceaniche), la sua costanza (quotidiana), e un contesto interamente sfavorevole (la crisi sanitaria).

Una svolta epocale in India. Forse.

Il Samyukt Kisan Morcha (Skm, Fronte unitario contadino), coordinamento di quaranta organizzazioni contadine, ha potuto annunciare che il 19 novembre 2021, «nel 358esimo giorno di una lotta che ha visto gli agricoltori uniti, perseveranti e pacifici per il ripristino della democrazia nel paese», si è verificata una «storica prima vittoria» per l’abrogazione di tre leggi – approvate in fretta nel 2020 –, che liberalizzavano il mercato agricolo a favore delle grandi imprese e a tutto scapito del mondo rurale. Infatti, a sorpresa, il primo ministro ha annunciato che le leggi in questione saranno cancellate.

All’annuncio ha fatto seguito l’esultanza composta dei contadini mobilitati da novembre 2020alle porte di New Delhi (Singhu border). Una presenza di piazza oceanica e andata avanti senza sosta, con decine di migliaia di persone. In allegato alcune foto, ma è utile seguire su Twitter e YouTube il costante lavoro di documentazione svolto da Kisan Ekta Morcha, il gruppo comunicazione del movimento.

Nel silenzio del resto del mondo – in altre faccende affaccendato -, i contadini attivisti hanno sopportato il freddo, poi il caldo, gli assalti della polizia, in modo pacifico e organizzato, con le loro tende, le cucine da campo solidali, il presidio medico. Nel mese di gennaio 2021, decine di milioni di contadini sono scesi nelle strade indiane per lo sciopero nazionale di protesta (Bharat Bandh), riconvocato a settembre. Movimenti di donne, tribali, lavoratori e partiti di opposizione hanno offerto il loro appoggio. Centinaia di contadini hanno perso la vita in quest’anno, chi stremato dagli sforzi, chi ucciso. Ma nessuno è riuscito a fermare il movimento; nemmeno il tentativo da parte del governo di criminalizzare i partecipanti. Non sono riusciti nemmeno ad accusarli di diffondere

Giorni fa, il movimento agricolo internazionale La Via Campesina presente in oltre 80 paesi, aveva lanciato l’idea di celebrare l’anno di lotta, il 26 novembre, con eventi e prese di posizione: «E’ una mobilitazione storica, la più grande dei tempi recenti». «La lotta paga», sintetizza l’Associazione rurale italiana (Ari), che di Via Campesina è membro: «Dopo un anno di mobilitazione ininterrotta, il governo nazionalista e neoliberista ha ritirato le tre controverse leggi che colpivano il mondo contadino. Complimenti ai contadini e alle contadine indiani».

Ma che questo movimento «storico e nonviolento» (così l’ha definito Ashish Mittal, uno dei principali promotori del gruppo All India Kisan Mazdoor Sabha), pacifico e di massa non possa ancora interrompersi appare chiaro nel comunicato del coordinamento Samuykt Kisan Morcha: «Aspettiamo che l’annuncio del primo ministro abbia seguito in Parlamento. Ricordiamo che l’agitazione degli agricoltori non riguarda solo l’abrogazione delle tre leggi, ma anche per una garanzia legale di prezzi remunerativi per tutti i prodotti agricoli e per tutti gli agricoltori. Questa importante richiesta degli agricoltori è ancora in sospeso». Skm «valuterà tutti gli sviluppi, e nella sua prossima riunione prenderà le ulteriori decisioni necessarie. Skm rende il suo umile omaggio a circa 675 agricoltori che hanno perso la vita in questa agitazione finora, e afferma che il loro sacrificio non sarà vano. Il governo del Punjab ha annunciato che dedicherà loro un memoriale. La vittoria è dedicata anche ai lavoratori, alle donne e ai tribali diventati parte del movimento». Gli agricoltori chiedono anche che vadano avanti celermente i procedimenti giudiziari contro i colpevoli di omicidio contro diversi agricoltori e anche azioni contro un leader del partito al governo (Bjp) che aveva insultato pesantemente i membri del movimento.

E Rakesh Tikait, leader del sindacato Bhartiya Kisan Union (Bku) ha avvertito che l’annuncio di Modi potrebbe essere una manovra elettorale, visti i timori del suo partito per le prossime elezioni in vari Stati.

La situazione del mondo rurale nel subcontinente indiano, peggiorata negli ultimi tempi a causa di misure scriteriate come un lockdown totale imposto nel marzo 2020 (con il risultato dell’espulsione dalle città di milioni di lavoratori informali inurbati), risulta chiara dai dati sui suicidi. Perfin quelli ufficiali, sottostimati. Il National Crime Records Bureau (Ncrb) on Accidental Deaths and Suicides in India ha registrato per il solo anno 2019 ben 10281 suicidi fra agricoltori (proprietari della terra che coltivano) e 32559 fra i braccianti agricoli…

FLOP26 e lo spettro dell’Apocalisse

di Moreno Pasquinelli

La grande kermesse Cop26 sul clima si è svolta all’insegna del più allarmistico catastrofismo. L’annuncio più tenebroso l’ha fatto Boris Johnson: “L’apocalisse climatica è vicina”. I cronisti ci informano che c’è voluta tale smisurata profezia per risvegliare un Joe Biden in sonno profondo.

Logica vorrebbe che davanti ad una simile epocale minaccia sarebbero state adottate misure salvifiche eccezionali. Colpisce invece la sproporzione tra il paventato pericolo e gli impegni annunciati. Dalle parti degli ambientalisti assatanati è un coro di lagnanze e proteste. Nella gara a chi è più catastrofista, i gretini hanno parlato, riguardo al summit di Glascow, di “fallimento catastrofico”.

Non entriamo qui nel merito — se l’aumento della temperatura abbia, come ci viene detto, “cause antropiche” o se sia manifestazione delle cicliche alterazioni climatiche del pianeta (rimandiamo agli studi critici di Leonardo Mazzei pubblicati su questo sito). Segnaliamo l’inganno semantico che si nasconde dietro all’aggettivo: non il sistema sociale fondato sull’industrializzazione forsennata, non il consumismo scriteriato, non un modello di sviluppo paranoico, sarebbero eventualmente responsabili dei cambiamenti climatici; colpevole sarebbe l’uomo, sotto accusa è posta l’intera umanità — compresi i paesi del terzo e quarto mondo che dell’inquinamento sono solo vittime in quanto vere e proprie discariche di quell “sviluppati”.

La domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: suscitare questo luterano senso di colpa, questo catastrofismo apocalittico, nascondono forse qualcosa? Sono forse funzionali ad un disegno politico dell’élite mondialista? La risposta è un doppio sì.

E’ una novità che essi, le classi dominanti, che solitamente governano all’insegna del motto tranquillizzante e soporifero delle “magnifiche sorti e progressive”, di recente abbiano radicalmente cambiato la narrazione ideologica. Non solo il mondo sarebbe prossimo alla fine, ma da qui alla fine l’umanità sarà devastata da pandemie letali a catena.

Il combinato disposto di catastrofismo sanitario ed ecologistico è anzitutto un gigantesco specchietto per le allodole: serve a spostare l’attenzione dei popoli e dei cittadini, anzitutto occidentali, dalle drammatiche conseguenze della crisi sistemica, facendola focalizzare sugli spauracchi di maligni pericoli extra-storici. L’effetto che essi ottengono è duplice: da una parte terrorizzano e ipnotizzano le grandi masse così da prevenire e spegnere ex ante eventuali pulsioni rivoluzionarie, dall’altra si ergono non più solo come filantropi e benefattori dei popoli, ma come veri e propri salvatori dell’umanità.

L’evocazione dell’apocalisse — intesa non nel senso ebraico-cristiano del maestoso annuncio di salvezza operata dal definitivo intervento di Dio nella storia umana, ma come nichilistica previsione di un grande disastro (ovviamente globale!) — torna infine utilissima per un obiettivo politico per niente escatologico e profano assai: con lo spettro del cataclisma incombente si giustifica l’emergenza permanente, il passaggio ad uno stato d’eccezione, perpetuo; quindi l’edificazione, sulle ceneri delle democrazie parlamentari, di un Leviatano digitale, di un regime politico ibrido che abbiamo chiamato liberal-fascista.

Serve infine, il catastrofismo, a convincere le genti che la “salvezza” potrà essere ottenuta solo grazie alla loro scienza, con sempre più massicce dosi di tecnologia poiché, come ha affermato proprio Draghi, “solo la tecnica ci salverà”. Col che si svela, last but not least, un ulteriore funzione della narrazione catastrofistica, giustificare e spingere fino in fondo il Grande Reset, rigenerare cioè il sistema capitalistico in grave affanno avviando, grazie a massicci investimenti, un nuovo ciclo espansivo. Sempre Draghi infatti ci dice che “non è un problema di soldi…Ci sono decine di trilioni di dollari disponibili se coinvolgiamo il settore privato”. Ecco quindi che si parla di una “santa alleanza globale” tra stati desovranizzati e giganti privati — sodalizio che è alla base del cosiddetto stakeholder capitalism. Si sono già fatti avanti, in odore di colossali profitti, filantropi e benefattori della stazza di Rockefeller e Bill e Melinda Gates….

E’ una vecchia storia che si ripete ad ogni tornante. I borghesi giunsero al potere combattendo sotto la bandiera dell’emancipazione e della liberazione dell’umanità. Oggi i loro ultimi eredi rispolverano quella maschera logorata e se la indossano. Strappategliela e scoprirete che non è l’umanità che davvero vogliono salvare ma solo il loro patologico sistema di dominio. E se essi evocano una disastrosa apocalisse è forse perché vogliono effettivamente causarla come extrema ratio: scatenare il caos per edificare la dittatura dispiegata impedendo così all’umanità di salvarsi dalla effettiva minaccia che essi rappresentano.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21530-moreno-pasquinelli-flop26-e-lo-spettro-dell-apocalisse.html

Un freddo inverno, anzi freddissimo

di Tonino D’Orazio

Non si può non partire dai cambiamenti energetico-geopolitici mondiali. Mettiamo tra parentesi per un momento le questioni ecologiche. Rimaniamo in una panoramica dei modelli di transizione energetica, volti ad accelerare la quarta rivoluzione industriale (4RI) o impedire ad alcuni paesi di accedervi, (il 6G), l’intelligenza artificiale (AI), la robotica e l’Internet degli oggetti.

E’ essenziale reperire il materiale necessario per questa quarta rivoluzione. Da un punto di vista geopolitico, il modello energetico globale e la transizione dipendono dai materiali necessari per realizzare turbine eoliche, pannelli solari e batterie. Così come altri materiali essenziali per lo sviluppo dei settori geo-strategici: aerospaziale, sicurezza informatica, industria farmaceutica e alimentare. Futuri settori ad alto consumo di energia. Prodotti attuali e futuri tutti a alto consumo di energia.

Di fronte a questa realtà, nessuno può essere sicuro della fine dell’era dell’approvvigionamento di petrolio, gas e carbone e confermare la sua sostituzione con nuove fonti di energia, compresa l’energia atomica, in 10-20 o addirittura 30 anni, nel 2050. Lo scenario del cambiamento energetico rimane estremamente complesso e soprattutto politico.

Un primo scenario geopolitico di cambiamento energetico è il rigido inverno annunciato in Europa, che tra l’altro sembra contraddire il discorso sul riscaldamento globale. Il ritornnelo del carbone in Europa mostra che il fotovoltaico e l’eolico sono insufficienti a soddisfare la ripresa industriale post-pandemia e la domanda interna è sempre in crescita. Esaminiamo lo scenario energetico europeo. Le tariffe dei consumi interni nell’Unione Europea sono esplose a causa della strategia (sbagliata) di migrare rapidamente verso l’energia pulita senza un forte supporto ma allo stesso tempo di interrompere il contratto ventennale con la Russia con Nord Stream 2.

Trump si era vantato di rifornire l’Europa con la sua produzione e di sostituire il gas di Putin; ha cercato di chiudere il gasdotto Nord Stream 2, ma quando era già finito. L’Algeria e il Marocco sono sul piede di guerra; l’Algeria ha deciso di chiudere il transito del gas verso Spagna e Portogallo che attraversa il Marocco.

Biden in una controffensiva all’accordo di libero scambio UE-Cina, (il cambiamento geopolitico europeo più importante dalla seconda guerra mondiale), interrompe temporaneamente l’accordo, dicendo che è in competizione con Xi Jinping per l’egemonia mondiale. Quindi veto. L’UE ubbidisce e congela il trattato di investimento con la Cina, cioè il proprio (e nostro) futuro.

Mentre l’Europa non riesce a definire il suo spazio geopolitico, l’inverno sta arrivando. I meteorologi prevedono un inverno freddo e il prezzo del gas naturale in Europa ha iniziato a salire il mese scorso e questa settimana nel continente si è visto un aumento senza precedenti del 60% dei prezzi.

Si presenta uno scenario inimmaginabile parallelamente alla mobilitazione ambientale contro i gas serra: il ritorno della domanda di carbone russo, che è stato respinto dall’Europa solo pochi mesi fa e diventa ora vitale. Le compagnie elettriche europee hanno un disperato bisogno di più carbone, carbone bituminoso, antracite (carbon fossile) e lignite. Ma la Russia, il terzo esportatore mondiale di questi carburanti, rivolge principalmente le vendite ai principali acquirenti in Asia. La Russia ha tagliato da anni le esportazioni di carbone verso l’Europa visto che l’Unione Europea andava chiudendo le centrali elettriche a carbone. Stati membri dell’UE come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria stanno costruendo nuove centrali nucleari.

Storicamente paesi che bruciano carbone, sostengono che il nucleare li renderà più verdi e puliti. Circa 87 eurodeputati sono d’accordo. In una lettera di recente, hanno detto alla Commissione che vogliono più nucleare e che l’energia nucleare debba essere considerata “sostenibile” nel sistema di etichettatura degli investimenti verdi europei. Una decisione è attesa entro la fine dell’anno. Poi “ce lo chiederà l’Europa”. Per “salvaguardare la transizione ecologica”, l’Italia punta al gas (TAP), la Francia al nucleare, la Germania al carbone, (beh sì, il loro sistema rinnovabile copre solo il 20% della produzione elettrica).

Il secondo scenario è la Cina, la fabbrica del mondo. Il presidente Xi Jinping sta riducendo il consumo di energia, innescato dalla forte domanda post-pandemia, mentre la catena di approvvigionamento globale sta facendo pressioni affinché metta da parte gli impegni di decarbonizzazione, di ridurre la propria produzione di aut-put strategici e di fornire prodotti tecnologici di base. Scenario energetico cinese che ha dunque forti impatti sugli approvvigionamenti strategici.

La strategia di Xi Jinping è quella di imporre alle grandi aziende occidentali che operano in Cina quote di approvvigionamento energetico. La domanda occidentale di forniture e materiali strategici viene quindi regolata in base alla pianificazione del consumo energetico. L’obiettivo è garantire che la Cina non si autoinquini rispondendo alla domanda di Europa e Stati Uniti. L’approvvigionamento energetico della Cina è garantito per decenni dagli accordi commerciali di Russia e Iran.

Come terzo scenario possiamo prendere l’esempio del Libano. La carenza di carburante e benzina ha comportato l’interruzione della produzione di elettricità. Il disastro in Medio Oriente è causato dalla prolungata azione militare statunitense, con la partecipazione di Israele e dei suoi alleati europei. Il modello di dominio energetico che ha dominato il XX secolo è finito. Il petrolio adesso è un input, se non un’arma, geostrategico-politica, quindi non più soltanto una merce. Il blackout in Libano deriva dal sostegno dell’Iran a Hezbollah proibito dalle sanzioni Usa-Nato-Israele. Se non hanno capito la bomba sul porto di Beiruth se lo ricorderanno, e anche gli affossamenti di tankers (che passa sotto silenzio stampa) in atto e rappresaglie nel Mediterraneo orientale da quasi due anni. Il supporto per diesel e benzina è la strategia (anche cinese) per operare sulla rotta Iran-Iraq-Siria-Libano.

Emarginato dai gasdotti Israele fa sapere, sempre a modo suo, che non ci sta. Ma in quell’area si tratta solo di petrolio mentre l’atomica prosegue la sua strada in Iran per la stupidità di Trump, ma anche dei vassalli europei. L’Africa, dove c’è il petrolio e anche altrove, dove ci sono le necessarie terre rare, è già domata e asservita.

In questo terzo scenario di guerra di accaparramento e furto si trova anche tutta l’America latina orientale, dove il dannato petrolio continua ad essere “ambito” con qualsiasi mezzo. E sappiamo tutti cosa vuol dire nel “cortile” degli yankees, come altrove.

Pnrr, chi l’ha visto?

Intervista ad Andrea Del Monaco (*), esperto in Fondi Europei. “Per avere i prestiti del Recovery Mario Draghi dovrà fare le “riforme”: non solo quelle buone, ma principalmente (mirando alla contrazione del deficit) il taglio delle pensioni, una nuova tassazione sulle case, nuove privatizzazioni (in primis sanità) e flessibilizzazione ulteriore del lavoro. La Commissione Europea potrà sospendere i pagamenti del Recovery Fund qualora uno Stato Membro non abbia corretto il disavanzo eccessivo o qualora non abbia adempiuto ad un programma di aggiustamento macroeconomico (un memorandum di austerità)”

A cura di Alba Vastano (da http://www.blog-lavoroesalute.org/)

‘Sono in arrivo dall’Europa miliardi di euro e l’economia italiana ripartirà alla grande’. E’ la storiella che ci raccontano lorsignori, i nostri governanti, dai notiziari mainstream. C’è qualche dubbio che così non sarà. Non sta per scendere dalla slitta Babbo Natale con la gerla piena di doni. Per saperne di più su queste promesse di pioggia di euro e su quanto di vero vi sia nelle news filtrate dai media chiediamo lumi sulla questione ad Andrea Del Monaco, fra i maggiori esperti in fondi europei.

Alba Vastano – Il Piano nazionale Ripresa e Resilienza sembra sia in fase di attuazione. Nell’attesa di saperne di più sarà opportuno fare un excursus che ricordi cos’è il Mes e come si è arrivati al Recovery Fund (Next generation Eu).

Andrea Del Monaco – Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità è un trattato internazionale, sottoscritto nel 2012 (per l’Italia dal Governo Monti) e ratificato alla fine da tutti i 27 gli Stati Membri: non è un trattato europeo perché allora la Gran Bretagna non lo sottoscrisse. Il MES è il terzo degli strumenti creati nella crisi post 2008 e ha “aiutato” Cipro, Grecia e Spagna. De facto è un fondo salva-banche: formalmente ha salvato le banche greche e spagnole, debitrici delle banche francesi e tedesche; sostanzialmente i contribuenti europei, pagando il MES, hanno salvato le banche francesi e tedesche creditrici delle banche greche e spagnole. Il MES e gli altri due strumenti salva-banche sono costati all’Italia 60 miliardi di Euro. Precisamente nel MES il capitale sottoscritto totale è pari a 704,8 miliardi di euro, il capitale versato è pari a 80,5 miliardi. La ripartizione delle quote di ciascuno Stato membro al capitale sottoscritto totale è basata sulla partecipazione al capitale versato della BCE, modificata secondo una chiave di conversione.

Importante è la differenza tra capitale sottoscritto e capitale versato. Come evidenziato in tabella tratta dal sito del MES, in merito al capitale sottoscritto, l’Italia è il terzo contributore con 125,4 miliardi di euro (17,7%), dopo la Germania (190 miliardi) e la Francia (142 miliardi). In merito al capitale versato, noi abbiamo versato 14,3 miliardi di euro, la Germania 21,7 miliardi, la Francia 16,3 miliardi. E qui arriviamo al problema dei problemi. Secondo l’articolo 8 dell’attuale Trattato del MES “L’obbligo di un membro del MES di contribuire al capitale autorizzato in conformità al presente trattato non decade allorquando detto membro divenga beneficiario oppure riceva assistenza finanziaria dal MES.”

Quindi se l’Italia avesse chiesto un prestito al MES durante la pandemia (anche nella cosiddetta versione leggera del “MES sanitario”) avrebbe comunque dovuto contribuire allo stesso MES. Inoltre, secondo l’articolo 9 del Trattato del MES “Il consiglio dei governatori può richiedere il versamento in qualsiasi momento del capitale autorizzato non versato e fissare un congruo termine per il relativo pagamento da parte dei membri del MES.” Ergo in qualunque momento il Consiglio dei Governatori può chiedere all’Italia la differenza tra il capitale autorizzato e quello versato, ovvero fino a 111 miliardi (125,4 -14,3= 111,1). In base alla versione vigente del MES, secondo gli allora suoi sponsor italiani come Renzi, Tajani e Zingaretti, l’Italia avrebbe dovuto chiedere un prestito al MES per fronteggiare l’emergenza economica; nel contempo l’Italia avrebbe dovuto contribuire al capitale del MES che ci presta i soldi. Ultimo, ma non meno importante, secondo l’art. 12 del MES: “Ove indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri, il MES può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto.

Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite.” Cos’è il programma di correzioni macroeconomiche? Un Memorandum, ovvero un piano di riduzione del debito nei prossimi anni. Concretamente ulteriori tagli a welfare, sanità e infrastrutture e ulteriori privatizzazioni. Sostanzialmente la Troika in casa in modo non così diverso da come la Troika è entrata in Grecia.

Alba Vastano – A Dicembre 2020, con il governo Conte 2 e con l’accordo dell’Ue si sblocca il Recovery Fund. Tanti soldi, una quantità eccezionale per affrontare la crisi del coronavirus in atto. All’Italia spettano 191 miliardi. La proporzione fra contributo e prestito qual è e la parte a prestito come verrà scaglionata e quanto in effetti peserà sui contribuenti?

Andrea Del Monaco – Andiamo per ordine. Per una volta, imito il Presidente Mario Draghi e auspico l’uso di termini italiani e non inglesi. I momenti cruciali sono due: il Consiglio UE del 17-21 luglio 2020, nel quale i presidenti del Consiglio degli Stati UE (Giuseppe Conte per l’Italia) trovano l’accordo politico, e, l’approvazione da parte del Parlamento Europeo del Regolamento (ue) 2021/241 del parlamento europeo e del consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF). Tale Dispositivo rappresenta la componente centrale di Next Generation EU (NGEU), il pacchetto per la ripresa volto a rilanciare l’economia dell’UE dopo la pandemia di COVID-19. Come ricordato dal Dossier del Senato sulla NADEF (Nota di Aggiornamento al DEF) per ricevere il sostegno previsto dal dispositivo gli Stati membri devono presentare i loro piani per la ripresa e la resilienza (PNRR) alla Commissione, che li valuta rispetto alle raccomandazioni specifiche per paese e alle finalità del dispositivo (missioni).

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) dell’Italia, come evidenziato in tabella presente nel DEF (Documento di Economia e Finanza) è composto dai seguenti strumenti: RRF (Dispositivo per la Ripresa e Resilienza) per un importo di 191,5 miliardi; REACT-EU (Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa) per un importo di 13,5 miliardi (di cui 0,5 utilizzati per l’assistenza tecnica). Per il finanziamento dei progetti del Piano, il Governo impiega anche risorse nazionali, non europee: quelle del Fondo sviluppo e coesione (FSC) per un ammontare di circa 15,5 miliardi; quelle aggiuntive stanziate con il DL 59/2021 per la realizzazione di un Piano nazionale per gli investimenti complementari finalizzato ad integrare gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza per complessivi 31 miliardi circa per gli anni dal 2021 al 2026.

Come evidenziato in tabella, i 191 miliardi europei del PNRR si dividono in: contributi a fondo perduto (sovvenzioni), pari a 68,9 miliardi; prestiti, per un ammontare complessivo di 122,6 miliardi. A loro volta i prestiti sono suddivisi in linee di finanziamento che sostituiscono coperture di interventi già disposte a legislazione vigente (“prestiti sostitutivi”) e“prestiti aggiuntivi” per il finanziamento di nuovi progetti, non dotati di un’autonoma copertura finanziaria. Come peserà la componente prestiti sui contribuenti italiani? Molto semplicemente, i 122,6 miliardi di prestiti, oltre sette punti percentuali di PIL, andranno ad aumentare il rapporto Debito Pubblico/PIL. E quando il Patto di Stabilità diverrà di nuovo cogente, nel 2023, per usare quei soldi per i progetti, dovremo ridurre violentemente il rapporto debito/PIL.

Alba Vastano – Recovery plan. La Commissione europea che gestisce l’erogazione dei fondi chiede ai singoli Paesi un Piano che prevede delle riforme strutturali. Piano che la Commissione dovrà valutare e approvare. Quali sono gli accordi fra governo ed Europa in proposito e quali le riforme più tranchant che ci dobbiamo aspettare?

Andrea Del Monaco – Più delle riforme tranchant dobbiamo temere il ripristino del Patto di Stabilità. Occorre fare una premessa. L’austerità nella UE ha il suo passaggio cruciale nell’irrigidimento del Patto di Stabilità: esso viene normato originariamente dal Ministro tedesco delle Finanze Weigel con il Regolamento 1476/97. Con la crisi dell’Euro, e, in Italia, con l’arrivo del Governo Monti, il Patto di Stabilità viene irrigidito tramite due Regolamenti europei, il Regolamento 1176/2011 e il regolamento 472/2013. Cosa impongono in modo più rigido? Che ogni Stato membro deve ridurre il rapporto Debito/Pil al 60%, valore da raggiungere in venti anni.

Per tale ragione il Governo Monti vara la riforma Fornero, blocca la rivalutazione delle pensioni, mette l’IMU sulla prima casa, avvia una serie di tagli alla spesa pubblica che riducono il numero dei lavoratori dipendenti dello Stato nelle sue varie articolazioni. Stessa cosa faranno i Governi successivi, il Governo Renzi disarticolerà definitivamente l’articolo 18 flessibilizzando in modo definitivo il mercato del lavoro. Prima della pandemia il rapporto Debito/Pil sfiorava il 135%. Nel 2020 siamo arrivati al 155% a causa del deficit necessario per contenere le conseguenze della pandemia. Il Patto di Stabilità è sospeso. Attenzione! Sospeso ma cogente. Quindi in venti anni noi dovremo ridurre il rapporto Debito/PIL dal 155% al 60%.

L’11 settembre il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, nella riunione dell’EcoFin a Brdo, in Slovenia, lo ha detto molto chiaramente: “Quando prepareranno i bilanci 2023, i Paesi europei dovranno tenere conto che la clausola di sospensione del Patto di stabilità verrà disattivata”. E attenzione! Nel PNRR gli Stati membri anticipano i soldi per i progetti con fondi propri e presentano due volte l’anno alla Commissione una richiesta di pagamento del contributo finanziario a Bruxelles: tale richiesta comporta l’avvenuto raggiungimento di traguardi e obiettivi concordati e indicati nel PNRR approvato. La Commissione valuta entro due mesi in via preliminare se questi obiettivi siano stati effettivamente conseguiti “in maniera soddisfacente”. In caso di esito positivo, la Commissione trasmette le proprie conclusioni al Comitato economico e finanziario e adotta “senza indebito ritardo” una decisione che autorizza l’erogazione dei fondi.

Alba Vastano – Se la Commissione valuta negativamente le richieste di pagamento che fine fanno i 191 miliardi UE promessi? E, soprattutto, qual è il nesso fra i 191 miliardi europei e il Patto di Stabilità sopra menzionato?

Andrea Del Monaco – La risposta è nel Regolamento (Ue) 2021/2041 che norma il Recovery Fund. Qualora la Commissione considerasse non raggiunti gli obiettivi indicati nel PNRR il pagamento (totale o parziale) viene sospeso per riprendere solo dopo che lo Stato membro interessato abbia adottato le “misure necessarie per garantire un conseguimento soddisfacente dei traguardi e degli obiettivi”. Se non vi fossero progressi concreti, dopo 18 mesi è prevista la possibilità di risolvere il contratto che norma il PNRR e disimpegnare l’importo del contributo finanziario. Eventuali prefinanziamenti sarebbero integralmente recuperati. Secondo l’articolo 10 del Regolamento sul Recovery Fund, la Commissione presenta al Consiglio una proposta per sospendere in tutto o in parte gli impegni o i pagamenti qualora il Consiglio decida, a norma dell’articolo 126 del Trattato di Funzionamento della UE, che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il suo disavanzo eccessivo.

Oppure i pagamenti possono essere sospesi se il Consiglio adotta due raccomandazioni, a norma del regolamento (UE) n. 1176/2011, perché uno Stato membro ha presentato un piano d’azione correttivo insufficiente, oppure non ha adottato le misure correttive raccomandate. E infine il Consiglio può sospendere i pagamenti se uno Stato membro non rispetta il memorandum imposto dall’articolo 7 del regolamento (UE) n. 472/2013. Che significa? Da un lato la UE ci dà 191 miliardi. Da un altro lato Valdis Dombrovskis ci ricorda che il prossimo anno, nel 2022, quando faremo la Legge di Bilancio per il 2023, il Patto di Stabilità sarà di nuovo cogente. E quindi per usare quei 191 miliardi dovremo tagliare la spesa pubblica in modo violento per tagliare il rapporto Debito/PIL.

E attenzione su questo. Ridurre il rapporto Debito/Pil dall’attuale 155% al 60% in venti anni è impossibile se non vogliamo fare la fine della Grecia. Ma anche ridurlo fino al 100% implica una cura da cavallo: tasse e azzeramento della macchina dello Stato. Se dal 2023 non inizieremo questa nuova cura di austerità non solo i 191 miliardi del Recovery Fund non arriveranno ma la UE si riprenderà anche l’anticipo di 24,9 (sui 191) miliardi arrivato ad agosto al Governo italiano.

Alba Vastano – Il dispositivo RRF richiede agli Stati membri un pacchetto comprensivo di investimenti e riforme articolato in 6 missioni: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, infrastrutture per mobilità sostenibile, inclusione e coesione, salute. A che punto sono gli accordi? Quali i criteri della suddivisione dei fondi relativi alle 6 missioni?

Andrea Del Monaco – Gli accordi con Bruxelles per i singoli progetti sono ancora in alto mare. Come evidenziato in tabella, i criteri della suddivisione dei fondi in missioni ripercorrono quasi pedissequamente la ripartizione richiesta dalla Commissione Europea nel Regolamento UE che norma il fondo. Precisamente i 191,5 miliardi del RFF sono così suddivisi:
1) La missione 1, digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, ha il 21%, ovvero 40,3 miliardi: 9,75 per la digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA, 23,89 per quella del sistema produttivo, 6,68 per turismo e cultura 4.0.2).
2) La missione 2, rivoluzione verde e transizione ecologica, ha il 31%, ovvero 59,47 miliardi: 5,27 per l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, 23,78 per la transizione energetica e mobilità ecosostenibile, 15,36 per efficienza e riqualificazione degli edifici, 15,06 per tutela del territorio e della risorsa idrica.
3) la missione 3, infrastrutture per una mobilità sostenibile, ha il 13,26%, ovvero 25,4 miliardi: 24,77 per rete ferroviaria ad alta velocità/capacità e strade sicure, 0,63 per intermodalità e logistica integrata. 4) La Missione 4, istruzione e ricerca, ha il 16,12% ovvero 30,88 miliardi: 19,44 per il potenziamento dei servizi di istruzione (da asili nido a università), 11,44 per connettere la ricerca all’impresa. 5) La missione 5, inclusione e coesione, ha il 10,34%, ovvero 19,81 miliardi: 6,66 per le politiche del lavoro, 11,17 per infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, 1,98 per interventi speciali di coesione territoriale. 6) La missione 6, salute, ha l’8,16% ovvero 15,63 miliardi: 7 per le reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza territoriale, 8,63 per innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario nazionale.

Alba Vastano – La gestione di questi 191 miliardi è la vera ragione della fine del Governo Conte 2 e dell’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Per dirla con il linguaggio del capitale finanziario, chi avrà la governance dei 191 miliardi? Chi li gestirà?

Andrea Del Monaco – Palazzo Chigi ha la responsabilità di indirizzo del Piano tramite una Cabina di regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri, alla quale partecipano di volta in volta i Ministri e i Sottosegretari competenti in ragione delle tematiche affrontate in ciascuna seduta. La Cabina di regia ha poteri di indirizzo, impulso e coordinamento generale sull’attuazione degli interventi del PNRR. Alla Cabina di regia partecipano i Presidenti di Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano quando sono esaminate questioni di competenza regionale o locale e il Presidente della Conferenza delle Regioni su questioni d’interesse di più Regioni o Province autonome. Attenzione! Supporta la Cabina di regia una Segreteria tecnica. Banale? Assolutamente no! Tale segreteria tecnica ha una durata temporanea sicuramente superiore a quella del Governo Draghi che la istituisce e si protrae fino al completamento del PNRR entro il 31 dicembre 2026.

Che significa? Che qualunque governo succeda a Draghi avrà la segreteria tecnica sul PNRR scelta da Draghi. E poi, la cosa più importante: il monitoraggio e la rendicontazione del Piano sono affidati al Servizio centrale per il PNRR, istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze, che rappresenta il punto di contatto nazionale con la Commissione europea per l’attuazione del Piano. Il Servizio centrale per il PNRR è responsabile della gestione del Fondo di Rotazione del Next Generation EU-Italia e dei connessi flussi finanziari, nonché della gestione del sistema di monitoraggio sull’attuazione delle riforme e degli investimenti del PNRR, assicurando il necessario supporto tecnico ai Ministeri titolari di interventi previsti nel PNRR. Ogni Ministero titolare di interventi previsti dal PNRR individua (o costituisce ex novo) una struttura di coordinamento che agisce come punto di contatto con il Servizio centrale per il PNRR. Presso la Ragioneria dello Stato è inoltre istituito un ufficio dirigenziale con funzioni di audit del PNRR e di monitoraggio anticorruzione. Alla realizzazione operativa degli interventi previsti dal PNRR provvedono i singoli soggetti attuatori: i Ministeri, le Regioni e le Province autonome e gli enti locali.

Ultimo, ma non meno importante, la presidenza del Consiglio ha poteri sostitutivi dei Ministeri, delle regioni e provincie autonome che dimostrino inerzia e mettano a rischio il conseguimento degli obiettivi intermedi e finali del PNRR. Cruciali nel sorvegliare i soggetti attuatori e proporre la loro eventuale sostituzione sono la suddetta segreteria tecnica della cabina di regia e il Servizio Centrale per il PNRR istituito presso il Ministero dell’economia. Insomma Draghi e il Ministro Franco controllano tutto.

Alba Vastano – Nel dispositivo RRF sono comprese anche le riforme. Il governo ha considerato ben quattro aree: Pubblica amministrazione, Giustizia, Semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza. In che misura queste riforme toccheranno l’economia nazionale e quali conseguenze ci saranno, in previsione di possibili tagli, sui redditi dei cittadini lavoratori e pensionati?

Andrea Del Monaco -Tutti vogliamo una pubblica amministrazione digitalizzata ed efficiente. Tutti vogliamo una giustizia celere, magari con la condanna dei criminali e senza l’improcedibilità della riforma Cartabia. Il punto è un altro, l’austerità è di nuovo in arrivo. Prendiamo l’esempio della riforma del catasto. Essa è contenuta all’interno della Legge Delega sulla riforma fiscale che contiene anche proposte di riforma dell’Irap e dell’ imposta sul reddito da capitale. In primo luogo come diceva Ezio Vanoni, Ministro delle Finanze di De Gasperi, meglio riformare il fisco non con una proposta complessiva, ma un pezzo alla volta perché le parti più importanti del sistema tributario sono l’accertamento e la riscossione operate da migliaia di funzionari: per far funzionare bene il sistema tributario occorre spiegare bene ai funzionari le nuove norme e ciò è più facile se si procede con una norma nuova alla volta.

In secondo luogo nel testo approvato in consiglio dei Ministri si crea il catasto patrimoniale: come ricordato dall’ex Ministro socialista delle finanze e per il coordinamento delle politiche comunitarie Francesco Forte, il catasto patrimoniale non può esistere perché il patrimonio, diversamente dal reddito, non ha un valore di mercato concreto e certo. Il contratto di affitto genera un reddito. Al contrario il patrimonio assume un valore solo se periodicamente viene messo in vendita: il patrimonio, se non viene messo in vendita, ha un valore di mercato puramente ipotetico basato su elementi contingenti come la paura dell’inflazione che spinge le persone a investire i propri risparmi sulla casa. Il testo della riforma inoltre è contraddittorio: da un lato, la base imponibile dei tributi sarebbe basata sulle risultanze catastali; da un altro lato, si vuole introdurre, ove possibile, per ogni unità immobiliare una rendita attualizzata ai valori normali espressi dal mercato.

Ma attenzione, se si usasse questa rendita attualizzata, l’aumento della base imponibile ci sarebbe. Nel contempo Draghi ha rassicurato che nessuno pagherà di più o meno. Ma non è così: ovviamente chi possiede un immobile non censito pagherà di più. Non solo! Il Governo avrebbe dovuto prima fare un censimento di tutti gli immobili in modo da far emergere gli immobili non registrati all’Agenzia del Demanio. Una volta fatto il censimento avrebbe dovuto procedere alla riforma del catasto. La sostanza politica purtroppo è la stessa del Governo Monti la cui agenda fu ispirata dalla famosa lettera del 5 agosto 2011 firmata da Draghi governatore della Banca d’Italia e dal presidente della BCE Trichet. Poiché l’80% degli italiani è proprietario di casa, per fare cassa il Governo tassa gli immobili. Con Monti ci fu l’IMU sulla prima casa, con Draghi si riforma il catasto rinviando l’applicazione al 2026 per evitare proteste.

Alba Vastano – Nel RFF viene destinata una considerevole quota per il Mezzogiorno, ben 82 miliardi. Quali i criteri di suddivisione dei fondi per far rinascere il Sud dimenticato da tempo memorabile da tutti i governi che si sono susseguiti da vari decenni?

Andrea Del Monaco – Più che di suddivisione dei fondi in progetti singoli e di riforme strutturali liberiste il Sud e l’Italia avrebbero bisogno di una riforma della struttura produttiva del capitalismo italiano che parta dal Mezzogiorno. Insomma una nuova politica industriale. L’Italia dovrebbe sfruttare l’occasione data dal dominio cinese sulla scena mondiale e dalla ritrovata centralità del Mediterraneo e acquisire il ruolo di leader mondiale nel settore dei trasporti e della logistica. Il Professor Marco Canesi, urbanista del Politecnico di Milano, nei volumi “Il Mezzogiorno e i suoi porti” e“Il cabotaggio fluviale e marittimo in Italia”, ha formulato una prospettiva di sviluppo di un nuovo bacino produttivo nel Mezzogiorno e in Italia.

Tale prospettiva dovrebbe informare il Recovery Fund. Canesi parte dai tre porti del Mezzogiorno, ovvero Taranto, Gioia Tauro e Crotone. Essi garantirebbero alle merci provenienti dai porti dell’Estremo Oriente un accesso all’Europa centrale e all’Europa centrorientale molto più conveniente di quello consentito da Rotterdam e Amburgo o dal Pireo. Canesi risolve anche la grave strozzatura che ha il porto di Taranto non potendo contare sulla ferrovia dell’Adriatico. La linea è già oggi quasi satura, mentre il potenziamento, previsto da Rfi entro il 2026, risulterebbe comunque inadeguato alle nuove esigenze. A breve e medio termine, una risposta potrebbe essere l’istituzione di alcune linee di trasporto su acqua tra Sud e Nord Italia.

Il risultato sarebbe un doppio vantaggio: il porto di Taranto diverrebbe un grande hub nel Mediterraneo e si realizzerebbe una rete di trasporto su acqua lungo le coste della penisola e lungo il Po. In questo disegno la dorsale ferroviaria tirrenica e la dorsale ferroviaria adriatica dovrebbero essere connesse tramite Matera e Potenza che oggi non sono veramente legate alle rete ferroviaria nazionale. Il Mezzogiorno, grazie ai suoi tre grandi hub e a un diffuso processo di industrializzazione, diventerebbe cardine di una nuova area del Mediterraneo, e, il Nord Italia, grazie al Po e alla riqualificazione della sua struttura produttiva, potrebbe essere la nuova cerniera tra Nord Europa e la stessa nuova area del Mediterraneo. Ultimo ma non meno importante, per attuare questo disegno l’Italia, oltre ai fondi del Recovery, per il 2021-2027 l’Italia ha anche gli 80 miliardi di programmi UE ordinari e gli 80 miliardi italiano del Fondo Sviluppo e Coesione. Occorre concentrare tutti i fondi su questa idea.

Alba Vastano – L’ex premier Giuseppe Conte ha favorito la mediazione che ha sbloccato il Recovery. Gli si può pienamente riconoscere la paternità di questa mega operazione finanziaria?

Andrea Del Monaco – Assolutamente si. Conte ha avuto quattro meriti.
1) All’inizio della pandemia ha riproposto gli Eurobond con il premier spagnolo Sanchez e il presidente francese Macron.
2) Malgrado la cancelliera tedesca Merkel e il cancelliere austriaco Kurz abbiano bocciato l’idea di veri e propri Eurobond, Conte è riuscito ad ottenere, per finanziare il Recovery Fund, l’emissione di titoli europei di debito garantiti dalla Commissione europea.
3) L’accordo del Consiglio UE del 17-21 luglio 2020 sul Recovery Fund, è una vittoria, per quanto striminzita sul piano quantitativo (rispetto alle risorse necessarie per fronteggiare la crisi economica), del Governo italiano, spagnolo e francese contro i paesi frugali.
4) Con Conte l’Italia non ha preso i soldi del MES. Tuttavia ciò a cui l’Italia avrebbe dovuto rinunciare ab origine è la quota di prestiti del Recovery Fund. I suddetti 122 miliardi di prestiti, date le condizionalità economiche, più forti di quelle del MES, non sono convenienti per l’Italia. Meglio emettere BTP che prendere i prestiti del Recovery e trovarsi la Troika in casa.

Alba Vastano – “Nell’insieme dei programmi del Pnrr c’è anche e soprattutto il destino del Paese”. Così Mario Draghi, il tecnocrate, colui che ha messo in ginocchio la Grecia nel 2016. Intanto il lavoro, in barba all’art.1 della Costituzione, è ulteriormente messo sotto scacco. Sblocco dei licenziamenti e arrivano oltre 400 lettere di licenziamento agli operai della Gkn. Sotto la supervisione di super Mario-boss come e quando si attuerà la distribuzione dei fondi del nuovo piano Marshall, legato al Pnrr?

Andrea Del Monaco – Il quando coincide con il sestennio 2021-2026. Il come sarà il great reset (grande rifacimento) che lo stesso Mario Draghi ha considerato inevitabile. E allora occorre dire che il grande rifacimento sarà un “Grande Disfacimento”.
Per avere i prestiti del Recovery Mario Draghi dovrà fare le “riforme”: non solo quelle buone, ma principalmente (mirando alla contrazione del deficit) il taglio delle pensioni, una nuova tassazione sulle case, nuove privatizzazioni (in primis sanità) e flessibilizzazione ulteriore del lavoro. La Commissione Europea potrà sospendere i pagamenti del Recovery Fund qualora uno Stato Membro non abbia corretto il disavanzo eccessivo o qualora non abbia adempiuto ad un programma di aggiustamento macroeconomico (un memorandum di austerità).

Inoltre il Recovery Fund selezionerà, con lo spirito della distruzione creatrice di Schumpeter, le aziende (e i lavoratori) da salvare e quelle da non salvare: tale principio è ben spiegato nel paper Reviving and Restructuring the Corporate Sector post-Covid. Designing Public Policy Intervention pubblicato dal Think Tank G30 del cui comitato direttivo Mario Draghi fa parte. Per citare Primo Levi, sceglierà “i Sommersi e i salvati”. Come ricordato da Ferruccio Pinotti nel volume “Potere massonico” a pagina 260-261 Francesco Cossiga nel gennaio 2008 nella trasmissione televisiva Unomattina su rai Uno rispondeva a Luca Giurato sull’ipotesi di nominare Mario Draghi premier con queste parole: “ Non si può nominare presidente del Consiglio dei Ministri chi è stato socio della Goldman Sachs…è il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica italiana…la svendita dell’industria pubblica italiana, quando era direttore generale del Tesoro. E immagina cosa farebbe da presidente del Consiglio dei Ministri! Svenderebbe quel che rimane: Finmeccanica, l’Enel, l’Eni. E certamente ai suoi ex comparuzzi di Goldman Sachs… Male, molto male, io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura (alla Banca d’Italia, nda) a Silvio Berlusconi. Male, molto male.

Alba Vastano

Giornalista. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute

Intervista pubblicata sul numero di ottobre 2021 del mensile

Versione interattiva http://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-ottobre-2021/

PDF http://www.lavoroesalute.org/

(*) – Andrea Del Monaco. Esperto Fondi europei-Consulente per aziende e pubblica amministrazione.
E’ stato consulente del secondo governo Prodi, della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee regionali, dell’Ambasciatore Roberto Rossi, della Regione Toscana, della regione Friuli e della Regione Umbria sui Por (Programmi operativi regionali) e sui Pon (Programmi operativi nazionali)

FONTE: http://www.blog-lavoroesalute.org/pnrr-chi-lha-visto/

Andrea Del Monaco ‘Sud colonia tedesca, la questione meridionale oggi’-
Ed. Ediesse-2017 – Casa editrice CGIL

Cina: crescita economica, progresso e trasformazioni sociali. Gli effetti e le politiche di gestione del Covid.

di Andrea Vento

La tempestosa crescita cinese

La struttura economica cinese ha registrato, dalla sua fondazione ad oggi, un eccezionale sviluppo con una crescita del Pil che l’Istituto Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare, a luglio 20191, ha quantificato, per il periodo compreso fra il 1949 e il 2018, ad un tasso medio annuo addirittura dell’8,1%.

A seguito dell’approvazione delle “Linee di riforma e apertura economica” che hanno avviato la transizione del sistema economico, a partire dal 1979 e per i due decenni successivi (grafico 1), la Cina ha vissuto una rapida, ma non sempre regolare, crescita con percentuali variabili tra il 4 e 14% annuo. Dopo il rallentamento del biennio 1998-99, a seguito della crisi finanziaria dei Paesi de sud-est asiatico, il tasso di crescita ha iniziato ad aumentare di nuovo sino ad un massimo del 14% nel 2007 alle soglie della crisi globale, per poi gradualmente ridursi sino a stabilizzarsi dopo il 2012 su valori di poco inferiori all‘8% e assestarsi nel quinquennio 2015-19 su incrementi compresi fra il 6 e il 7% (tabella 21).

Da uno sguardo sinottico sui primi 40 anni della fase post-maoista, emerge come, a seguito delle riforme, l’economia cinese sia cresciuta ad una media del 9,4% all’anno, un tasso superiore di oltre 3 volte rispetto al del 2,9% della media mondiale.

Grafico 1: anni 1984-2013. Diagramma lineare: variazione annua del pil in percentuale. Istogramma: crescita entità totale del Pil in reminmbi (o Yuan, con cui si identifica l’unità monetaria di base)

Una straordinaria espansione dell’economia certificata dalla crescita del Pil, il quale, sempre secondo il solito rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica cinese, dai soli 67,9 miliardi di yuan del 1952 ha raggiunto i 90.030 miliardi di yuan (circa 13.140 miliardi di dollari) nel 2018 (con un incremento di ben 1.325 volte), un valore pari al 16% del totale dell’economia mondiale; mentre il Pil pro capite nel 2019 ha superato per la prima volta 10.000, facendo attestare la Cina fra i paesi a sviluppo intermedio3.

Tabella 1: tassi di crescita annuali 2015-2019 rilevati in base a la “Nuova normalità”. Fonte: Banca Mondiale

Tassi di crescita dell’economia cinese 2015-2019
annovariazione %
20156,9
20166,7
20176,8
20186,6
20196,1

Il forte surplus commerciale degli ultimi 15 anni (grafico 2), nonostante sia sotto attacco a seguito della guerra commerciale innescata da Trump, ha consentito alla Cina, ormai prima potenza commerciale mondiale dal 2013, di aver accumulato, sino al 2018 nelle proprie casse, ben 3.070 miliardi di dollari di riserve valutarie, segnando per il tredicesimo anno consecutivo il più alto valore a livello mondiale. La Cina è divenuto il primo partner commerciale, scalzando gli Usa, di Giappone (2004) India (2008) e Brasile (2009)

Grafico 2: andamento import-export Repubblica Popolare Cinese anni 1995 – 2017. Dati in miliardi di dollari provenienti da “THE OBSERVATORY OF ECONOMIC COMPLEXITY”

La “Nuova normalità”

Il delicato passaggio del rallentamento della crescita al di sotto del 10% degli ultimi quindici anni è stato accuratamente pianificato e gestito dalla dirigenza cinese attraverso una specifica politica economica, che approvata nel marzo 2015 dall’Assemblea Nazionale, ha assunto la denominazione di “Nuova normalità”. Quest’ultima prevede non solo la riduzione e l’assestamento dei tassi di crescita per gli anni successivi intorno al 7%, ma come annunciato dallo stesso Primo Ministro Li Keqiang, la Cina «deve con­ser­vare un equi­li­brio tra la neces­sità di assi­cu­rare una cre­scita costante e quella di pro­muo­vere aggiu­sta­menti strutturali». «Met­te­remo in atto la stra­te­gia “Made in China 2025″ -ha proseguito Li Keqiang- cer­cando uno svi­luppo basato sull’innovazione, per­se­guendo lo svi­luppo verde e rad­dop­piando i nostri sforzi per miglio­rare la Cina, facen­dola diven­tare da un pro­dut­tore di quan­tità, uno di qua­lità».

Gli obiettivi individuati dal governo mirano:

  • alla trasformazione dell’apparato produttivo tramite l’espansione del settore Hi-Tech con il conseguente ridimensionamento del manifatturiero a basso costo e basso valore aggiunto,
  • alla diminuzione dell’inquinamento
  • all’innalzamento dei redditi dei ceti inferiori al fine di ridurre le disuguaglianze sociali,
  • ad incrementare la domanda interna per compensare il rallentamento di quella internazionale.

La Cina ha cercato, quindi, di porre rimedio all’andamento incerto, e tendenzialmente in fase di rallentamento, dell’economia mondiale (tabella 2) cercando di aumen­tare i con­sumi nazionali e di creare un «mer­cato interno capace di essere volano dell’economia, per i pros­simi anni a venire», come ha con­cluso il primo ministro Li.

Inizio 2020: il Covid 19 deflagra dall’epicentro di Wuhan

L’esplosione della pandemia ad inizio 2020 nella provincia centrale dell’Hubei e la successiva propagazione all’interno del Paese hanno inevitabilmente generato, a seguito delle stringenti misure adottate dal governo, immediati effetti negativi sull’economia cinese spingendola in recessione nel trimestre iniziale dell’anno (-9,7%); il primo da quando viene effettuata la rilevazione trimestrale dell’andamento economico dal 1992 (grafico 3).

L’efficacia delle politiche governative volte al contenimento della diffusione del virus ha, tuttavia, permesso all’economia cinese, la prima a livello mondiale a subirne gli effetti e a scivolare in pesante recessione nel primo trimestre dell’anno, di riprendere la sua traiettoria di crescita sin dal secondo, mentre le economie europee, nello stesso periodo, scivolavano in profondo rosso.

Il corposo rimbalzo del secondo trimestre (+11,6%) ha consentito all’economia cinese l’immediato recupero del terreno perso nel primo e, nella seconda metà dell’anno, di ritornare a livelli di crescita addirittura superiori a quelli antecedenti l’esplosione della pandemia.

In pratica, ad un solo mese di distanza dalla dichiarazione dello stato di pandemia mondiale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avvenuta l’11 marzo 2020, mentre i Paesi sviluppati iniziavano a sprofondare nel baratro della recessione, le autorità cinesi l’8 aprile già procedevano alla rimozione del durissimo lockdown introdotto il 23 gennaio a Wuhan e nell’intera provincia dell’Hubei.

Straordinario risultato senza dubbio riconducibile in primis alle misure di gestione della pandemia da parte delle autorità cinesi che l’articolo “China’s success full control of Covide-194, pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet – Infectious Diseases (grafico 3), individua in:

  • un sistema centralizzato di gestione delle epidemie
  • misure restrittive particolarmente stringenti
  • un sistema nazionale di tracciamento dei contatti
  • capacità di adattare l’apparato industriale all’impennata della domanda di dispositivi di protezione individuale (dpi) come mascherine, camici e di altro materiale medico come i ventilatori polmonari
  • la collaborazione attiva della popolazione nel rispettare le misure adottate dal governo
  • sistematico controllo della trasmissione del virus sui territori e dei flussi di persone dall’estero
  • scarsa presenza, solo il 3% del totale, di popolazione anziana in strutture di riposo.

Grafico 3: andamento dei contagi nella Rep. Popolare Cinese nei primi 11 mesi del 2020.

Conferma in tal senso arriva anche dal dr Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic of Rochester (Usa), i quale ha individuato nella rapidità di risposta l’arma più efficace adottata dal governo, specificando che “In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutiche, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale che non sarebbe considerate accettabili nella maggior parte dei Paesi occidentali. L’impegno per il bene superore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il Covid”.

Risultati eccezionali non solo per la gestione della prima fase pandemica ma soprattutto perché ha evitato le varie ondate successive che invece hanno investito la quasi totalità dei Paesi.

Grafico 4: variazione percentuale trimestrale del Pil della Repubblica Popolare Cinese (2018-2021)

2020: la pandemia si abbatte sull’economia mondiale

L’impatto della pandemia ha, invece, prodotto effetti devastanti sull’economia globale, spingendola a fine 2020, secondo la Banca Mondiale, in una delle peggiori recessioni dal 1870. L’eccezionalità della crisi innescata dalla pandemia viene confermata anche dal capo economista dell’Ocse, Laurence Boone, durante la presentazione dell’Outlook sull’economia mondiale il 16 settembre 2020 a Parigi: “il mondo sta scontando il più drammatico rallentamento dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”5, indicando una riduzione del 5,5%, di poco superiore al 4,8% previsto dal Wto il 6 ottobre dello stesso anno (tab. 2). Recessione che in era di globalizzazione è stata inevitabilmente accompagnata da una riduzione ancor più brusca del commercio internazionale di beni, addirittura, stimata di entità doppia (-9,2%) rispetto al calo del prodotto lordo mondiale. Ciò a seguito anche della riorganizzazione delle catene globali del valore (Global Value Chains – GVC) improvvisamente rivelatesi fonte di fragilità e dipendenza dall’estero per le economie sviluppate. A seguito di ciò, le potenze industriali europee e, soprattutto, gli Stati Uniti, hanno cercato di riacquisire parziale “Autonomia strategica” (Fonte: Ocse 2020), quanto meno nei settori sensibili, imprimendo un nuovo impulso alle politiche di reshoring, che seppur restando fenomeno di dimensioni ridotte, hanno l’obiettivo strategico di mettere in sicurezza quanto meno le produzioni essenziali per l’interesse nazionale6.

Tabella 2: variazione annua % Pil e commercio di beni mondiale 2015-2021. Fonte: Wto – 6 ottobre 20207


Periodo

2015

2016

2017

2018

2019

2020
previsioni

2021
previsioni
Prodotto Lordo Mondiale
2,8

2,4

3,1

2,9

2,2

-4,8

4,9
Commercio Mondiale di beni
2,3

1,6

4,6

3,0

-0,1

-9,2

7,2

Previsioni macroeconomiche indubbiamente drammatiche quelle delle due istituzioni internazionali, solo lievemente attenuate dai dati definitivi rilevati e diffusi dal Fmi per lo scorso anno, a seguito della sensibile ripresa dell’economia mondiale dell’ultima parte dell’anno. Il prodotto lordo mondiale subisce, infatti, un contraccolpo del – 4,6%, con i Paesi europei, i primi ad essere investiti dal Covid-19 dopo quelli asiatici, che registrano le situazioni più gravi: Regno Unito -9,9%, Italia -8,9%, Francia -8,3%, mentre la Germania si ferma ad un solo -4,8%. Tutti valori superiori sia alla media mondiale, sia al dato degli Stati Uniti (-3,5%) che confermano come l’Europa, e in particolare l’area dell’euro (-6,5%), abbia subito le ripercussioni economiche più gravi su scala globale (tab 3).

Nel contesto di questo panorama mondiale recessivo, spicca in senso inverso la situazione della Cina che registra nel 2020, sempre secondo il Fmi, un’espansione dell’economia pari al 2,3%, tasso che pur risultando il più basso degli ultimi 40 anni (grafico 1) consente, tuttavia, al gigante asiatico, da un lato, di annoverarsi come unico paese in crescita fra le principali 20 economie mondiali (G20) e, dall’altro, di alleviare la gravità della recessione globale. Una performance inferiore solo a quella del Vietnam, Paese con modello politico-economico simile a quello cinese, del Bangladesh (+3,8%) già in fase di forte crescita prima della pandemia e dell’Etiopia, uno degli stati africani più dinamici, che registra un eccezionale +6,1%.

L’immediata ripresa dell’economia cinese, oltre alle rigide ed efficaci misure di contenimento della pandemia adottate dal governo, è frutto dell’implementazione di incisive politiche economiche basate su tre linee di intervento: un cospicuo aumento della spesa pubblica corrente (+10,5%), l’eccezionale ripresa dell’export (+30%) e un sensibile incremento degli investimenti pubblici produttivi e infrastrutturali (+14,9%) che ha compensato la diminuzione degli investimenti privati8. In sintesi il governo ha attuato un aumento del disavanzo pubblico imponendo agli istituti bancari di rifinanziare le linee di credito e di posticipare le scadenze e alle imprese pubbliche di aumentare gli investimenti con immediate ricadute positive sia sulla diminuzione dei consumi familiari, fermatisi a -5,8%, che sulla ripresa economica.

Tabella 3: variazione % Pil 2020 e previsioni 2021

AnnoEconomia mondialeCinaRegno UnitoItaliaFraGerUsaArea euroEcon Svil
2020 Dati definitivi
-4,6

2,2

-9,9

-8,9

-8,3

-4,8

-3,5

-6,5

-4,6
2021 previsioni di luglio
6,0

8,1

7,0

4,9

5,8

3,6

7,0

4,6

4,4
Fonte: Wto – luglio 2021 https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2021/07/27/world-economic-outlook-update-july-2021

L’opposto andamento dell’economia cinese rispetto a quella mondiale e dei principali competitors, registrato nel 2020, ha inevitabilmente avuto riflessi sulla geoeconomia globale, nel cui contesto Pechino ha ampliato il proprio ruolo e il proprio peso aumentando dell’1% la quota di prodotto lordo mondiale, salendo al 18,3%, al cospetto degli Usa che restano stabili e dell’Ue che dal 15,4% del 2019 è sceso al 14,9%, un declino peraltro in atto da tempo, con il nostro Paese in prima fila sceso in solo anno da poco meno il 2% all’1,87%9.

Divergenti dinamiche di recupero post pandemico che hanno, inevitabilmente, avuto riflessi sulle traiettorie di crescita delle due economie che secondo il report del Centre for Economics and Business Research (Cebr)10 del 26 dicembre 2020, si incroceranno ben 5 anni prima rispetto alle previsioni pre Covid. In sostanza, nel caso le previsioni dell’autorevole centro di ricerca si riveleranno centrate, già nel 2028 la Repubblica Popolare Cinese si ergerà ai vertici della graduatoria delle potenze economiche mondiali, scalzando gli Stati Uniti.

Alla luce di tali dinamiche geoeconomiche che vanno interpretati alcuni recenti provvedimenti dell’amministrazione Biden tesi a ridimensionare la presenza militare Usa nello scenario Mediorientale, Afghanistan compreso, per aumentarla nello scacchiere Asia-Pacifico, rivitalizzando la politica obamiana del “Pivot to Asia” finalizzata al contenimento dell’espansione cinese nell’area.

Sviluppo economico e progresso sociale

La tumultuosa crescita cinese ha prodotto, per il Paese nel suo complesso, eccezionali progressi in campo economico, come abbiamo appena analizzato, con significativi riflessi positivi anche a livello sociale. Secondo la Banca Mondiale, da quando a fine 1978 Deng Xiao Ping ha fatto approvare “Linee di riforma e apertura economica”, circa 850 milioni di cinesi sarebbero usciti dalla povertà estrema, dei quali 770.000 residenti nelle aree rurali. Un’opera ciclopica mai realizzata prima nella storia dell’umanità che rappresenta il 70% del totale delle persone uscite dalla povertà nel periodo considerato a livello mondiale e che corrisponde alla popolazione dell’Ue a 27 (469 milioni) e degli Stati Uniti (329 milioni)11 messi insieme.

Risultati in linea con il recente progetto di “vitalizzazione delle campagne”, lanciato dal governo il 4 febbraio 2018, tramite il quale è stato prefissato l’obiettivo di far crescere l’economia delle aree rurali e ridurre, entro il 2034, lo squilibrio città/campagna, con lo scopo intermedio di eliminare completamente la povertà nel 2020, come previsto dall’ultimo ciclo di lotta alla povertà inaugurato nel 2012, quando i cinesi in povertà assoluta ammontavano a 98,99 milioni.

Eccezionali progressi che, nonostante la crisi recessione da Covid-19 del primo trimestre 2020, hanno consentito al presidente cinese Xi Jimping, in una cerimonia ufficiale a Pechino, di dichiarare, il 25 febbraio 2021, “vittoria totale” nella lotta alla povertà, a seguito dell’uscita dalla miseria degli ultimi milioni di persone ancora presenti nelle aree rurali12  

Specifichiamo tuttavia che in condizione di povertà estrema attualmente in Cina si trova una persona con un reddito annuo inferiore ai 3.218 yuan, corrispondenti al cambio attuale a circa 1 euro e 10 centesimi al giorno13, un parametro, quindi, meno stringente rispetto alla soglia fissata dalla Banca Mondiale di 1.90 dollari al giorno (1,61 euro)14.

Le trasformazioni del corpo sociale cinese: i nuovi ricchi

La struttura sociale cinese, come abbiamo già accennato, dopo l’egualitarismo dell’era maoista, ha subito profonde trasformazioni con la formazione di una corposa classe media composta attualmente da 430 milioni di persone15 che, concentrate in prevalenza nelle aree urbane, insieme all’elite socio-economica composta dai nuovi ricchi, rappresentano i ceti economicamente in fase di espansione. Infatti, se la prima si è in pratica formata nel breve arco di 2 decenni, anche i secondi, i più facoltosi, sono in rapida crescita come testimoniato dal Billionaires Report 2018, dal quale emerge come miliardari, non i soli componenti di questa classe sociale, in Cina siano passati dai 16 del 2006 ai ben 373 nel 2017 e con un trend in accelerazione visto che proprio in quell’anno se ne sono registrati 89 di nuovi, esattamente il triplo rispetto agli Usa. I miliardari cinesi, circa un quinto del totale mondiale, hanno, inoltre, incrementato il loro patrimonio del 39% rispetto al 2016, facendolo salire a 1.120 miliardi di dollari16.

L’immediata ripresa economica post pandemica hanno innescato un’ulteriore accelerazione al trend sopra analizzato, come testimoniato dal report della Hurun Rich List 2020, l’equivalente cinese della rivista Forbes, del 21 ottobre 2020, il quale ha rilevato una sensibile crescita, rispetto all’anno precedente, del numero di miliardari cinesi e delle loro ricchezze. I miliardari, in un solo anno, aumentano, infatti, di 257 unità facendo salire il numero totale a 878 consentendo di superare addirittura quelli statunitensi (788) con i loro patrimoni che incrementano di ben 1.500 miliardi di $ facendo salire il valore dei loro asset a ben 4.000 miliardi di $. Il solo Jack Ma, cofondatore di Alibaba, incrementa il suo patrimonio di ben il 45%, confermandosi per il terzo anno consecutivo in testa alla graduatoria con un patrimonio di 59 miliardi di $.17

La classe media emergente

 La classe media cinese emergente è contraddistinta da un’educazione di alto livello, è informata, abituata a viaggiare, orientata all’acquisto di prodotti tecnologici, all’utilizzo dei social network e allo shopping online e apprezza i prodotti occidentali e, in particolare, il made in Italy, pertanto rappresenta, soprattutto per la sua entità numerica, il ceto su cui il governo fa leva per l’espansione dei consumi interni. Il rapporto di McKinsey 2013, che fissava il reddito della classe media cinese tra i 9 mila e 34 mila dollari all’anno, aveva previsto che nel 2022 il 75% dei consumatori urbani della Repubblica popolare sarebbe appartenuto a tale fascia, confermando sia la sua crescita numerica, sia la sua concentrazione nelle aree urbane dell’area costiera, a più alto tasso di urbanizzazione e maggiormente progredita dal punto di vista economico.

Un ceto sociale, al pari dei nuovi ricchi, strettamente legato al Partito Comunista in quanto il processo di espansione dell’economia è stato, e resta tutt’ora, subordinato al successo delle politiche implementate dal governo. A smentire le previsioni di alcuni politici e analisti occidentali, in particolare statunitensi, in base alle quali la classe media una volta raggiunta la prosperità economica avrebbe iniziato ad avanzare richieste di riforme politiche in modo da arrivare a scardinare l’egemonia del Partito Comunista dall’interno, è stato lo stesso Quotidiano del popolo. L’organo ufficiale di stampa del Pcc, nel 2017 ha, infatti, affermato, che l’ascesa della classe media non rappresenta una sfida all’autorità del Partito, anzi è fondamentale per sostenerne la legittimità. L’articolo, andava oltre, specificando addirittura che la classe media era diventata una forza trainante nel mantenimento della stabilità interna e che i paesi che ne risultano sprovvisti, come quelli mediorientali e latinoamericani, affrontano crisi politiche e turbolenze sociali cicliche. 

A conferma delle strette interrelazioni presenti fra la leadership politica e il ceto imprenditoriale cinese rileviamo le donazioni spontanee effettuate da alcuni dei nuovi ricchi a seguito del lancio della politica della “Prosperità condivisa” il 17 agosto u.s. tesa a ridurre gli squilibri e ad aumentare il tenore di vita dei ceti più bassi, chiamando a contribuire i soggetti che grazie allo sviluppo economico promosso dal Partito Comunista Cinese sono riusciti ad arricchirsi enormemente negli ultimi 2 decenni. A seguito delle dichiarazioni del presidente Xi Jimping rispetto alla finalità di “aggiustare i redditi eccessivamente alti” e di “rettificare la loro distribuzione” e promuovere la “prosperità condivisa”, invece che una levata di scudi da parte dei nuovi ricchi come sarebbe successo nella quasi totalità dei Paesi, si sono registrate una serie di corpose donazioni da parte dei nuovi ricchi a beneficio delle casse statali da impiegare nelle politiche reddituali perequative a favore dei meno abbienti. Attento alle sollecitazioni governative Jack Ma, i primi di settembre, ha tempestivamente annunciato una donazione spontanea al fondo perequativo di 15,5 miliardi di $ dando la stura a comportamenti analoghi da parte dei suoi pari gradi.

Conclusioni

Arricchirsi è glorioso, sosteneva Deng Xiaoping all’indomani dell’approvazione delle Riforme a fine 1978. Oggi con Xi Jimping le politiche stanno cambiando e forse non è casuale che il ritorno di centralità del pensiero di Mao, al quale il presidente in carica dichiara di volersi ispirare, venga accompagnato da significativi correttivi alle linee di politica economica: non è certo un ritorno all’egualitarismo dell’economia socialista e collettivista. Tuttavia, le ultime politiche economiche cinesi, tendenti alla prosperità di tutto il popolo, all’equità e alla pace sociale, rappresentano nuovi paradigmi che potrebbero aprire spazi di riflessione anche in Occidente.

Andrea Vento – 9 Ottobre 2021

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE

1 http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2019/07/02/in-70-anni-pil-cina-cresciuto-dell81-medio-lanno_816fb340-4d29-4a64-a499-4269d2b13351.html

2 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB?refresh_ce=1

3 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB

4 https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30800-8/fulltext

5 https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Ocse-Peggiore-crisi-dal-dopoguerra-Pil-Italia-10-5-2020-5-4-2021-9187bd81-ba9a-4e88-bc70-b22accaf0915.html

6 https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/06/01/reshoring-globalizzazione-pandemia/

7 https://www.wto.org/english/news_e/pres20_e/pr862_e.htm

8 https://aspeniaonline.it/la-via-cinese-alla-ripresa-post-covid/

9https://www.bancafucino.it/sito-istituzionale/sala-stampa/fucino-social/la-pandemia-ha-accelerato-lavvicinamento-dei-paesi

10 https://cebr.com/

11

12 https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/notiziario_xinhua/2021/02/25/xi-dichiara-vittoria-totale-cinese-sulla-poverta_7dd927ff-ca18-4ea1-a881-415cf4515f30.html

13 https://www.internazionale.it/reportage/gabriele-battaglia/2020/08/10/cina-poverta

14 https://aspeniaonline.it/articolo_aspenia/quanto-pesa-e-cosa-vuole-la-classe-media-in-cina/

15 http://www.limesonline.com/rubrica/la-cina-inizia-anno-del-cane-con-la-lotta-alla-poverta

16 https://cinainitalia.com/2019/03/12/miliardari-cinesi/

17 https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/lusso/2020/10/21/in-cina-i-miliardari-battono-il-covid-piu-ricchi-che-mai_82f4648e-cfef-4284-9d12-3622f538bac6.html

Destino manifesto

di Franco Bifo Berardi

Recentemente, parlando della disfatta di Kabul, in un empito retorico mi è capitato di scrivere che gli USA sono finiti, perché il paese non ha un presidente, dato che Biden, se mai è esistito, è stato annichilito dalla gestione della ritirata. Perché non ha un popolo ma due e in guerra tra di loro. Perché gli alleati se la stanno squagliando, perché la Cina sta vincendo la battaglia diplomatica e anche la competizione economica.

Tutto vero, ma ho dimenticato una cosa non secondaria: l’America è anche un complesso tecno-militare che dispone di una potenza distruttiva capace di distruggere il pianeta e di eliminare il genere umano non una ma molte volte. E si sta anche rendendo capace di avviare l’evacuazione di una piccola minoranza di umani dal pianeta terra, per andare dove non si sa.

La disfatta afghana segna il punto di svolta di un processo di disgregazione dell’occidente i cui segnali si sono accumulati nei due decenni passati.

Uso qui la parola Occidente per intendere una entità geopolitica che corrisponde al mondo culturale giudeo-cristiano (e comprende quindi la stessa Russia).

Forse il capitalismo è eterno, (ipotesi da verificare se ne avremo il tempo ma non credo l’avremo). L’Occidente no. E purtroppo il complesso tecno-militare di cui l’Occidente dispone, e che continua ad alimentare nonostante la sua capacità di overkill, non risponde alla logica della politica, ma è un automatismo che risponde alla logica della deterrenza che un tempo aveva carattere bipolare e simmetrico mentre dopo il crollo dell’URSS ha carattere multipolare, asimmetrico e quindi interminabile. Inoltre il complesso tecno-militare è anche una potenza economica che deve produrre guerra per potersi riprodurre.

È per questo che il crollo dell’Occidente non deve metterci di buon umore, o almeno non tanto: lo sgretolamento dell’Occidente non sarà un processo (quasi) pacifico come fu il crollo dell’Impero sovietico tra l’89 e il ’91.

Prima di crollare l’Occidente potrebbe cancellare il mondo non perché lo voglia o lo decida il cervello politico affetto da evidente necrosi, ma per automatismo. L’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, e pur essendo una potenza militare di seconda fila, dispone di soli 15 aerei anti-incendio, mentre ha 716 aerei da combattimento. Cosa ce ne facciamo? Perché l’Italia sta investendo una cifra enorme per un aereo da combattimento che si chiama Tempest, insieme a Germania e Inghilterra?

Già, perché?

Ora, dopo l’ennesima sconfitta che l’occidente (la NATO, gli USA, l’Europa) ha subito in una guerra convenzionale è ingenuo pensare che l’occidente rinunci alla guerra.

Perciò l’occidente sarà presto condotto verso la guerra non convenzionale.

Il capitalismo non è più in grado di permettere la riproduzione del genere umano, l’espansione ha raggiunto il suo culmine e ora la valorizzazione capitalistica si realizza essenzialmente attraverso l’estrazione di risorse fisiche e nervose che sono ormai al limite dell’esaurimento, e attraverso la distruzione dell’ambiente fisico planetario e del cervello collettivo. A questo punto si aprono due prospettive: quella della dissoluzione del capitalismo e della progressiva costituzione di comunità secessione autonome, egualitarie e frugali. Oppure la guerra. O più probabilmente entrambe le prospettive in contemporanea.

Quel che è certo comunque è l’incapacità dell’Occidente di accettare quel che ora è il suo destino manifesto: il declino la dissoluzione la scomparsa.

Suprematismo nazi-liberista

Il crollo dell’Occidente è iscritto in alcuni processi che ormai possiamo distinguere a occhio nudo: il primo è l’infertilità crescente dei popoli del nord del mondo (in 50 anni la fertilità dei maschi è crollata del 52%). Che sia dovuta, come sostiene Sarah Swan nel suo recentissimo libro Count Down, alla diffusione delle microplastiche nella catena alimentare, e ai disturbi ormonali provocati dalle microplastiche, o che si dovuta alla scelta più o meno consapevole delle donne di non mettere al mondo vittime dell’incendio globale in rapida diffusione poco importa.

Il secondo processo è l’emergere di potenze capitalistiche anti-occidentali (la Cina) che per ragioni iscritte nella formazione psico-cognitiva più facilmente adeguabile alla dinamica dello sciame con cui confligge l’individualismo occidentale. (vedi al proposito il libro di Yuk Hui recentemente pubblicato in italiano da Nero edizioni col titolo Cosmotecnica).

Il terzo è la crisi mentale, l’auto-disprezzo e la pulsione suicidaria della popolazione bianca, incapace di far fronte alla grande migrazione che è conseguenza della colonizzazione in epoca di globalizzazione, e che a ondate successive sta scardinando l’ordine globale. (Forse varrebbe la pena rileggere e attualizzare alcune considerazioni di Mao Tse Tung e di Lin Piao sulle periferie che circondano e strangolano il centro).

La popolazione europea è incapace di fare i conti la migrazione perché difende con le unghie e coi denti il privilegio bianco, e rifiuta di riconoscere la necessità di una restituzione delle risorse sottratte e di un accoglimento senza condizioni. E’ chiaro che queste due condizioni – restituzione e accoglimento – non sono compatibili con il mantenimento del privilegio coloniale che lungi dal recedere si è costantemente rafforzato.

La sinistra europea ha sempre rifiutato di ammettere il carattere radicale di questo fenomeno grande-migratorio, ne ha minimizzato la forza dirompente, quando non ha fatto proprie le posizioni della destra, come nel caso della politica libica di Minniti e nella codardia del PD sulla questione dello ius soli.

L’Occidente resiste quindi all’inevitabile declino, e questa resistenza si manifesta con il rafforzamento dei movimenti neo-reazionari, la risposta identitaria dei popoli dominanti che identifichiamo come Occidente.

Achille Mbembe definisce questa difesa aggressiva del privilegio bianco con l’espressione “tardo-Eurocentrismo”.

“Nel nostro tempo è chiaro che l’ultranazionalismo e le ideologie di supremazia razziale stanno vivendo una rinascita globale. Questo rinnovamento è accompagnato dall’ascesa di un’estrema destra dura, xenofoba e apertamente razzista, che è al potere in molte istituzioni democratiche occidentali e la cui influenza si può sentire anche all’interno dei vari strati della stessa tecnostruttura. In un ambiente segnato dalla segregazione delle memorie e dalla loro privatizzazione, così come dai discorsi sull’incommensurabilità e sull’incomparabilità della sofferenza, il concetto etico del prossimo come altro sé non regge più. L’idea di una somiglianza umana essenziale è stata sostituita dalla nozione di differenza, presa come anatema e divieto… Concetti come lumano, la razza umana, il genere umano o lumanità non significano quasi nulla, anche se le pandemie contemporanee e le conseguenze della combustione in corso del pianeta continuano a dar loro peso e significato.

In Occidente, ma anche in altre parti del mondo, stiamo assistendo al sorgere di nuove forme di razzismo che potremmo definire parossistiche. La natura del razzismo parossistico è che, in maniera metabolica, può infiltrarsi nel funzionamento del potere, della tecnologia, della cultura, del linguaggio e persino dell’aria che respiriamo. La doppia svolta del razzismo verso una varietà tecno-algoritmica ed eco-atmosferica lo sta rendendo un’arma sempre più letale, un virus.

Questa forma di razzismo viene definita virale perché va di pari passo con l’esacerbazione delle paure, compresa e soprattutto la paura dell’estinzione, che sembra essere diventata uno dei motori trainanti della supremazia bianca nel mondo.

(Achille Mbembe Note sul tardo eurocentrismo)

Piuttosto che tardo-Eurocentrismo Io preferisco chiamare il movimento reazionario in corso con l’espressione: “suprematismo nazi-liberista”, perché il privilegio coloniale è il punto di congiunzione tra darwinismo sociale liberista e politiche dello sterminio hitleriane: la selezione naturale.

Missione compiuta

Sono curioso di assistere alla prossime celebrazioni del ventesimo anniversario dell’attacco islamista alle torri di Manhattan, ma forse non ci saranno celebrazioni, si farà finta di niente. Forse non si scriverà sui giornali “siamo tutti americani” come il giorno in cui Bush dichiarò guerra all’Afghanistan, perché l’America ha perso.

La sconfitta in Vietnam fu un dramma nazionale, la sconfitta afghana non scalfisce la coscienza americana perché la popolazione americana è incapace di vedere il fallimento a causa dell’epidemia di demenza senile che l’attanaglia.

Ma la sconfitta in Vietnam non era terminale, la sconfitta in Afghanistan lo è. Pur essendo ancora la più grande potenza militare di tutti i tempi, gli Stati Uniti non dispongono più di una cosa essenziale: se stessi. Non ci sono più gli Stati Uniti d’America. Ce ne sono almeno due, in lotta feroce. Così, mentre il fuoco brucia un’area sempre più vasta del territorio e si avvicina alle megalopoli, mentre le sparatorie psicotiche si susseguono quotidiane, il paese non ha più un governo governante e non ce l’avrà mai più.

La vittoria di Osama bin Laden è ora definitiva, e al suo confronto impallidiscono le vittorie di tutti i grandi condottieri della storia passata, perché bin Laden ha sconfitto le due più grandi potenze di tutti i tempi: l’URSS e gli USA. Cosa accadde all’Unione sovietica dopo la sconfitta afghana lo sappiamo bene. Ora stiamo aspettando quel che accadrà agli Stati Uniti ed è legittimo sperare che gli effetti siano altrettanto definitivi. La società americana è irreparabilmente scissa, avviata ad un processo di disgregazione sociale, culturale e psichica. La guerra civile non ha carattere politico, ma quotidiano, molecolare, onnipresente.

Possiamo dunque sperare che il crollo della potenza americana restituisca gli umani all’umano?

Temo di no perché questo crollo è tardivo: l’America ha già per gran parte portato a termine la sua missione, che non consisteva nell’instaurare il regno della democrazia, come ci raccontavano, ma era quella di distruggere il genere umano.

John Sullivan coniò l’espressione Manifest Destiny, per definire la missione civilizzatrice degli idealisti americani (ma non erano forse accesi idealisti anche i capi delle SS, i propagatori della gioia della razza superiore tedesca?). Quella missione era portare nel mondo la libertà, o più realisticamente trasformare la vita umana in mera articolazione del dominio assoluto del capitale.

Le tappe di questo processo: accumulazione primitiva fondata sulla schiavitù, e sul genocidio. Intensificazione costante della produttività degli sfruttati tramite la sistematica disumanizzazione delle relazioni sociali.

Quella missione è compiuta.

Mentre alcune grandi aziende (Big Pharma, Amazon, grande finanza) fanno oggi profitti senza precedenti, incrementando ogni giorno i guadagni, la psicosi si impadronisce della mente collettiva, la depressione dilaga, le armi da guerra in libera vendita uccidono ogni giorno qualche malcapitato, il salario decresce, le condizioni di lavoro sono sempre più precarie, e intanto le foreste bruciano, e le città sono trappole senza più speranza.

Lo scopo delle guerre americane non era vincere. Era distruggere le condizioni della vita, e ridurre i viventi a spettri dementi come quelli che si aggirano ormai nelle metropoli del mondo.

Nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro il primo summit sul cambiamento climatico. In quella occasione il presidente americano, George Bush senior, dichiarò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”.

Il tenore di vita degli americani consiste nel consumare quattro volte più energia di quanto ne consuma la media degli abitanti del pianeta. Consiste nella bulimia psicopatica che produce obesità e aggressività acquisitiva.

Consiste nel consumare carne in quantità demenziali. E così via.

Il consumismo e la pubblicità commerciale sono state forse il contributo più decisivo del popolo terminatore alla distruzione delle condizioni di vivibilità dell’ambiente planetario.

Lo sterminio dell’umano è intrinseco al carattere neo-umano del protestantesimo puritano dal quale nasce l’idea del Manifest destiny.

Lo sciame cinese

Nel ventunesimo secolo il destino manifesto degli USA è diventato la cancellazione dell’impurità congiuntiva, la piena realizzazione del progetto di integrale digitalizzazione e connessione del biologico dentro il flusso neo-umano.

Ora quel progetto di automazione integrale si sta compiendo, ma per uno scherzo imprevisto (il destino è cinico e baro) non saranno gli occidentali a goderne (si fa per dire). Sarà con ogni probabilità un popolo che è al tempo stesso più paziente e meno individualista, anzi un popolo che funziona come un organismo cognitivo unificato, e non conosce nel suo vocabolario la parola più ingannevole di tutte, la parola “libertà”.

L’occidente è la sfera entro la quale si è costituita la macchina globale del capitale, e questa è indissociabile dal mutamento nella natura della tecnica.

Nella storia precapitalistica la tecnica si è sviluppata come modalità strutturata e funzionale dell’oggetto maneggiato dall’uomo. Ma nel corso dell’evoluzione moderna del modo di produzione capitalistico la tecnica si trasforma in quadro operativo entro il quale l’uomo è costretto ad agire e dal quale non gli è concesso uscire.

Partendo da Heidegger, il pensatore cinese Yuk Hui indica nella parola Gestell la chiave di volta della trasformazione della tecnica in fattore della mutazione dell’umanità in Automa cognitivo. La tecnica istituisce Gestalt entro le quali l’azione umana è sempre più pre-ordinata, fino a funzionare come sciame.

La mutazione tecnologica che ha avuto nella California il suo laboratorio e nell’occidente il suo territorio di sperimentazione è giunta a istituire il modello “neo umano”, l’uomo formattato, compatibile, connettivizzato, il modello sciame in cui i movimenti degli individui sono guidati da un unico cervello, dal quale dipendono i cervelli individuali.

Ma la sperimentazione dell’automa in Occidente sta funzionando solo parzialmente, per ragioni che sono legate alle particolarità culturali e psichiche del processo di individuazione nella sfera occidentale: la base cognitiva comune, legata all’apprendimento del linguaggio, è esile e la resistenza al modello-sciame è molto alta.

Sembra funzionare molto meglio nella sfera delle lingue ideografiche, prima di tutto la Cina, dove il processo di individuazione ha caratteri differenti, perché la base cognitiva comune è duplice: l’apprendimento del linguaggio parlato e della trascrizione ideografica.

La mente cinese è più facilmente integrabile grazie alle caratteristiche differenti del processo di individuazione (acquisizione del linguaggio, doppio stampaggio neurale, facile adesione al modello-sciame).

Cosa ci guadagnate?

Sangihe è una delle innumerevoli isole dell’arcipelago indonesiano. Un tempo l’isola ospitava un uccellino azzurro. Poi parve che fosse scomparso, invece no, recentemente si è scoperto che il passerotto blu saltella ancora nelle foreste. Ma non c’è solo il passerotto, ci sono anche alcune decine di migliaia di persone che vivono sull’isola. Pescatori, raccoglitori, artigiani, insegnanti, studenti.

Qualche tempo fa una compagnia canadese ha ottenuto una concessione su metà del sottosuolo perché recentemente si è scoperto che c’è l’oro. Fino a qualche tempo fa una legge dello stato indonesiano vietava l’estrazione dal sottosuolo delle isole, ma l’anno scorso pressioni internazionali hanno ottenuto l’abolizione di quella legge. Si può scavare. Si può estrarre, e la compagnia canadese che possiede i diritti di sfruttamento si sta facendo avanti per far valere i suoi diritti.

Questa che la BBC documenta in un video che trovate cliccando qui non è affatto una storia originale. È così da qualche centinaio di anni: dei predatori bianchi arrivano in un posto qualsiasi della terra, scoprono che si può estrarne un minerale che ha valore per l’economia bianca (magari un minerale inutile come l’oro, caricato di un immenso significato religioso, al punto da poterlo considerare come il totem della credenza superstiziosa nota come “economia”). I predatori bianchi distruggono tutto, sottomettono gli umani che abitano il territorio a ritmi di lavoro massacranti, e in cambio danno loro un salario, un’automobile, una casa con gli accessori indispensabili nelle trappole per topi in cui i bianchi sono abituati a vivere. Ormai hanno distrutto quasi tutto, e adesso il mondo ha cominciato a bruciare, e brucerà certamente, fin quando la razza umana sarà terminata, salvo forse pochi esemplari che riusciranno a fuggire a bordo di navette nelle quali passeranno il resto dei loro tristi giorni come topi in gabbie volanti nel nulla. Ma alcune isole del pianeta terra non sono ancora state totalmente catturate dagli sterminatori, perché troppo remote. Ad esempio Sangihe.

Alla domanda: “Cosa ci guadagnerete realizzando il vostro progetto” (abbattere le foreste, perforare il terreno, estrarne il minerale che la superstizione economica considera prezioso)? il calvo pacioso rappresentante della compagnia mineraria risponde con una bella risata: “Milioni e milioni di dollari. Quando saremo a pieno regime contiamo di estrarre in pochi anni migliaia di once al mese.”

E ci sarà lavoro per cinquemila persone. Cinquemila persone potranno smettere di pescare, costruire oggetti utili per la comunità, studiare, e potranno finalmente andare a qualche centinaia di metri sotto terra otto ore al giorno in cambio di un salario che gli permetta di avere un’automobile, di sostituire la loro abitazione con una trappola per topi e così via.

Mi ha fatto impressione leggere questa storia perché tutto quel che c’è da sapere sulla modernità sta qui condensato in quattro minuti e mezzo di filmato. La distruzione della vita, del piacere, della bellezza, dell’affetto, della gioia, dell’alba, del tramonto, del cibo, del respiro, in cambio di un salario di un’automobile, e di un cancro ai polmoni ovvero dell’economia.

Dopo cinque secoli ci sono ancora luoghi in cui la cura occidentale non è stata imposta. Le foreste bruciano, i fiumi esondano, le guerre si moltiplicano, la depressione dilaga, ma da qualche parte il progresso non è ancora arrivato. Portiamocelo urgentemente, prima che lo spettacolo sia finito.

È questione di anni, ormai. L’estinzione non è più una lontana prospettiva, ma una questione che riguarda la presente generazione, quella che non può neppure andare a scuola perché c’è un virus misterioso. Prima di essere ingoiati dall’apocalisse che rapidamente si diffonde non dobbiamo dimenticare di trascinarvi dentro anche i poveri abitanti di Sangihe, che ancora non hanno goduto dei frutti del progresso occidentale.

Che ha negli Stati Uniti d’America la sua avanguardia, il suo simbolo.

FONTE: http://effimera.org/destino-manifesto-di-franco-bifo-berardi/

La transizione egemonica mondiale

di Alfonso Gianni

Sintesi dell’intervento di Frattocchie, 3 settembre

Il tempo previsto per gli interventi è contenuto, come è anche giusto che sia e quindi mi limito ad alcune considerazioni sull’onda della bella, approfondita e articolata relazione di Sergio Bellucci e del dibattito che fino a qui è seguito. Il mio accordo in particolare con le cose dette prima di me da Roberto Finelli, mi possono aiutare in questo sforzo – al quale non sono naturalmente vocato – di brevità.

Comincerei col dire che non c’è transizione senza il maturare e il verificarsi di una crisi. Mentre non è vero l’opposto, cioè può benissimo manifestarsi una crisi senza che si avvii una transizione e che le cose possano addirittura indirizzarsi al peggio.

È esattamente il rischio che stiamo correndo in questo frangente. La crisi pandemico-economica ha aperto una voragine, per giunta sovrapponendosi agli effetti negativi della precedente crisi economico finanziaria cominciata nel 2008. Ma di per sé le ingenti risorse di cui disponiamo grazie alle decisioni europee non garantiscono di per sé una transizione verso una società migliore.

Anzi si affacciano, nel caso italiano e non solo, i fantasmi del passato. Si pensi alle “uscite” del ministro Cingolani sul nucleare, alla spinta della Francia in questa direzione per capire che un domani potremmo trovarci in una situazione addirittura peggiore, che, nel nostro paese, tradirebbe gli esiti di ben due referendum popolari sul tema.

Oppure: Giorgio Benvenuto dava, nel suo intervento di poco fa, una visione ottimistica dell’Europa. Certamente si sono fatti passi in avanti con il varo del Recovery Fund, con il progetto di un bilancio europeo opportunamente dotato, con l’emissione di titoli a livello europeo (più o meno i famosi Eurobonds di cui si parlava da tempo e che in molti fino a poco fa ritenevano impossibili). È stato sospeso il Patto di stabilità e crescita. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un webinar che ho condotto quest’estate ha ribadito che le vecchie regole del patto vanno riviste. Con maggiore timidezza così si è espresso anche il Commissario Paolo Gentiloni, seppure precisando che la regola del 60% nel rapporto fra debito e Pil va mantenuta, mentre vanno cambiate modalità e tempi del rientro- Le stesse parole di Mattarella sono state interpretate come un auspicio alla modifica degli stessi Trattati di Maastricht. Ma non possiamo e non dobbiamo dare tutto ciò per acquisito. I falchi non hanno smesso di volare basso. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione (su cui varrebbe la pena aprire un capitolo apposito cosa che qui non possiamo fare), ma soprattutto moltissimo è legato agli esiti di alcuni importanti appuntamenti europei prossimi venturi, come le elezioni federali tedesche del 26 settembre e quelle francesi di qualche mese dopo nel 2022. La battaglia per una transizione verso un’Europa democratica, sociale e federale è del tutto aperta.

Nello stesso tempo non può neanche profilarsi una transizione senza che avvenga la crisi dello stato di cose precedente. Il problema è come indirizzare i cambiamenti che tutti, seppure con diversa intensità, ritengono necessari in una crisi affinché prenda corpo un’alternativa di società. Obiettivo ambizioso come si può ben capire.

Intanto è sotto i nostri occhi, da tempo, una transizione egemonica mondiale. Da Ovest verso Est. Il declino della supremazia americana è stato impietosamente evidenziato e accelerato dalla sconfitta in Afghanistan. Oggi gli Usa sono sostanzialmente fuori dall’Asia e dall’Oceano indiano. Lo confermano le stesse parole pronunciate dalla rappresentante Usa in una importante conferenza internazionale l’altro giorno a Taipei, con le quali ribadiva il sostegno statunitense a Taiwan contro i disegni annessionistici cinesi, ma avvertiva i taiwanesi che devono fare come Israele: armarsi di tutto punto perché nessuno li potrà salvare in vece loro. Gli Usa confermano in sostanza che possono scatenare guerre, ma non riescono a vincerle in breve tempo e quindi a sostenerle in termini di costi economici e umani (si intende i loro).

Ancora una volta si avvera nella storia mondiale quel passaggio di consegne egemoniche che Fernand Braudel e la sua scuola, fino al nostro Giovanni Arrighi, dalle città marinare italiane, ai Paesi bassi nel seicento, alla Impero britannico nel secolo successivo, fino al secolo americano giunto al suo non breve tramonto, mentre si rafforza la potenza cinese. Gli stessi andamenti demografici, che qui non posso descrivere per brevità, accompagnano e sono un fattore di questo cambiamento epocale.

Credo che questo sia un processo irreversibile, a meno che non sia fermato, insieme alla distruzione del pianeta, da un conflitto nucleare generalizzato e non solo dalla guerra a pezzetti già in atto, di cui ci parla Papa Francesco. Il compito per tutti e di tutti è che questa transizione avvenga in modo sostanzialmente pacifico. Se l’Europa fosse un soggetto politico federale democratico e non semplicemente uno spazio economico regolato a vantaggio del capitale finanziario, potrebbe giocare un grande ruolo a livello internazionale per la causa della pace. Il che però presuppone che la Ue abbandoni la scelta di un rinnovato atlantismo fuori dal tempo, rinunci a pensare ad un esercito europeo e invece costruisca una struttura in grado di potere intervenire nelle crisi belliche locali come forza di interposizione e partecipi alla ricostruzione dei paesi colpiti da calamità, devastazioni e pandemie che vedono la loro prima causa nel sistema capitalistico globalizzato.

Come si vede siamo molto lontani da un simile esito. Tra le cose che mancano è la costruzione di una soggettività politica che in Europa si ponga un simile compito.

Qui ci tornano utili le riflessioni che stiamo svolgendo in questo convegno. Non bastano la quantità enormi di dati se essi non passano attraverso un’interpretazione – come diceva Finelli – che dia loro un senso. E quest’ultimo è costituito da un insieme di cose: la necessità di emancipazione delle classi subalterne, le idee, i progetti, i programmi, i sentimenti, le esperienze legati a questo rovesciamento del potere e dei poteri nella società che è un processo di conquista egemonica.

Abbiamo bisogno della (ri)costruzione di un pensiero politico forte che per quanto necessariamente aperto e in una continua tensione dialettica con i dati della realtà, i progetti e le aspirazioni dei movimenti e sommovimenti sociali, non si limiti alla registrazione dello stato d’animo e degli orientamenti attualmente presenti, ma si proponga di entrare in rapporto xon essi sulla base di un solido impianto valoriale.

È quello che chiamo una nuova soggettività politica di sinistra. Attualmente nel nostro paese non c’è. L’esistenza del Partito della Sinistra europea è importante, soprattutto se non si limitasse ad essere un contenitore. Ma anche questo è un obiettivo da conquistare. Quello che c’è fatica o meglio non riesce a mettersi insieme, forse anche perché si comincia dalla parte sbagliata: la costruzione di coalizioni elettorali invece che da quella della propria identità. Per essere conosciuti e riconosciuti dagli altri bisogna innanzitutto riconoscere e conoscere se stessi. Ma anche se quello che c’è si unisse non sarebbe sufficiente. Servirebbe un processo costituente capace di attuare una transizione verso una nuova soggettività politica di sinistra, nel quale ognuno mette in gioco la propria identità e la propria storia in una ricerca e in una lotta culturale e politica.

FONTE: https://transform-italia.it/la-transizione-egemonica-mondiale/

Una transizione per l’Europa, l’Europa per la transizione

di Andrea Amato

Transizione come attraversamento di una crisi sistemica del capitalismo verso una società “oltre-capitalista”, che non significa superamento (magari in senso socialista) del capitalismo ma una evoluzione/mutazione del capitalismo che conosciamo, capace di produrre una società “basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente”. “La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.” Questa, in estrema sintesi, la base analitica su cui poggia la proposta politica contenuta nella relazione introduttiva di Sergio Bellucci all’incontro “Transizione come Variante” (Frattocchie, 3-4 settembre 2021).

L’ economia relazionale, le lotte, il ruolo dello Stato

Diversi i fronti di lotta, appunto per il potere, conseguenti a questa premessa. Innanzi tutto, l’auto-organizzazione dal basso, favorita oggi dalle tecnologie digitali” di forme solidali di produzione sganciate dal perseguimento del profitto, ma anche forme di consumo e servizi “al di fuori degli schemi mercantili sperimentati finora”. Insomma, la costruzione di quella che viene chiamata “economia (e welfare) relazionale”.

Una proposta che condivido pienamente ma che implica una prima notazione. Poiché, come lo stesso Bellucci avverte, la transizione, per definizione, non è il passaggio immediato da una fase all’altra, le forme di sfruttamento attuali, benché destinate a diventare residuali, continueranno a esistere per un tempo non brevissimo. Analogamente, anche se si sarà capaci di costruire un’economia relazionale, ciò non potrà avvenire che gradualmente. Ci troveremo quindi ad operare su due fronti: quello dell’alternativa e quello antico della lotta contro lo sfruttamento e per il trasferimento di quote di potere dal capitale alle classi subalterne. Uno sfruttamento perpetrato in forme diverse e mutevoli, da quelle più raffinate della “società di controllo” ed evolute della produzione di senso, a quelle ottocentesche da capitalismo rapace.

Certamente, su questo fronte bisogna abbandonare prassi “difensive” e “routinarie”, se non altro perché da cinquant’anni le classi subalterne non registrano avanzamenti ma solo arretramenti. E, certamente, passare a nuove forme di attacco deve significare tre cose. In primo luogo, non solo tener conto ma immergersi nella transizione; secondariamente, cogliere tutte le opportunità che, insieme a rischi e condizionamenti, ci offre la rivoluzione digitale (o meglio la digital disruption); in terzo luogo i due fronti, quello dell’alternativa e quello della lotta secolare al capitalismo, non possono semplicemente essere condotte in parallelo, ma debbono continuamente comunicare e sorreggersi a vicenda.

Un’altra questione da approfondire è quella delle condizioni che permettano/favoriscano la costruzione dell’economia relazionale. Nella relazione introduttiva si parla dell’”utilizzo di risorse pubbliche per supportare” l’economia relazionale e il “welfare delle relazioni”. C’è anche un’importante indicazione operativa, quella di coinvolgere i territori e le “strutture di democrazia locale”. Ma, a parte l’accenno all’esigenza di “nuove forme istituzionali e politiche”, manca un chiaro riferimento al ruolo dello Stato, all’idea dello Stato come luogo privilegiato in cui la politica possa “mettere le briglie” (come ha detto nel suo intervento Gigi Agostini) alle derive centralizzatrici, manipolatorie e autoritaristiche dei nuovi poteri che si affermano nella transizione. Ruolo dello Stato, che va appropriatamente considerato per quanto riguarda proprio il sostegno all’economia relazionale.

A questo proposito, ho riportato, nel mio intervento, un’esperienza personale. Nel decennio che ha preceduto le cosiddette primavere arabe, ho coordinato diversi programmi di sviluppo sociale e di rafforzamento delle società civili nei Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo. Oltre alla salvaguardia dei diritti fondamentali e dei diritti di cittadinanza, la disoccupazione era il problema principale in questi Paesi. Oggi, la situazione non solo non è migliorata, ma alla disoccupazione si sono sommate le rovinose conseguenze delle guerre e dei conflitti ancora in corso. La linea direttrice di questa attività si basava sulla costatazione che il gigantesco numero di posti di lavoro che si sarebbero dovuti creare, soltanto per portare la disoccupazione a livelli europei, era un obiettivo impossibile per le politiche economiche ortodosse operanti in questi Paesi, basate, soprattutto dopo l’avvento del Partenariato Euro-Mediterraneo, sui consueti modelli occidentali: produttività, competitività, produzione ed economia export-led.

Propugnavamo, quindi, una politica economica eterodossa, che mettesse al primo posto l’occupazione invece che la crescita, e, soprattutto, con al centro la creazione di una economia relazionale, favorita anche dall’enorme presenza della cosiddetta “economia informale”. Lo sviluppo di una tale politica si rivelava però impossibile, prima ancora che per cause di natura macroeconomica, per ragioni squisitamente politiche, dovute non solo agli interessi spiccioli dei regimi autoritari al potere, ma, soprattutto alla loro indisponibilità a sottrarsi all’assoggettamento dei poteri internazionali, garanzia per la loro permanenza al potere.

Un caso esemplare è quello della Tunisia, un Paese con uno dei tassi disoccupazione più alti al mondo. Dopo la rivoluzione del 2011, cacciato via Ben Ali, c’erano tutte le condizioni interne per affermare una volontà politica che andasse nella direzione dell’economia relazionale. Ciò che è mancata è la disponibilità di risorse per sostenerla. I cosiddetti “vincoli esterni” non sono finiti con l’avvento della, ancorché fragile, democrazia tunisina: drenaggio di risorse a causa del deficit commerciale e dell’insostenibile servizio del debito estero, i diktat dell’”approfondimento” dell’Area di Libero Scambio con l’Unione Europea, le condizionalità imposte dal Fondo Monetario Internazionale, e così via. Vincoli esterni che ancora oggi – grazie alla colpevole ignavia dell’Unione Europea, con l’Italia in primo luogo, preoccupata solo dei flussi migratori – stanno minando alla base la sopravvivenza di questo Paese e distruggendo la sua speranza di democrazia.

Certo, per capire il ruolo dei vincoli esterni nel condizionare il grado di libertà delle politiche economiche, non ci sarebbe bisogno di andare in Tunisia; basterebbe ripercorrere la storia dell’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ma il caso della Tunisia è significativo perché lì l’economia relazionale era a portata di mano, se solo una scelta politica di questo genere si fosse potuta compiere a livello di governo. Insomma, se è vera l’importanza del ruolo dello Stato per incidere sulla transizione e per costruire l’alternativa, questo Stato non può essere lo Stato nazionale. Come è stato detto, gli Stati nazionali sono ormai ridotti a meri amministratori locali di poteri globali.

L’Europa unita nella transizione

Dobbiamo, quindi, rivolgerci a uno Stato sovranazionale; che, però, non può essere l’attuale Unione Europea. Per due motivi. Innanzi tutto, perché l’Unione Europea è la più immediata fonte di vincoli esterni che mortificano la possibilità degli Stati membri di mettere in atto politiche economiche alternative. In secondo luogo, perché è essa stessa condizionata dai vincoli esterni provenienti dai vecchi e nuovi poteri globali.

Occorre valutare appieno le novità post-pandemiche provenienti dall’UE. Sia quelle relative ai vincoli finanziari – viste, a mio avviso, con eccessivo ottimismo nell’intervento di Giorgio Benvenuto, tenendo anche conto che, come ha ribattuto Alfonso Gianni, si tratta di misure temporanee sulle quali lo scontro con i falchi dell’ordoliberismo è di nuovo in atto – sia quelle – a cui ha fatto riferimento Lucia Di Giambattista – che riguardano la nuova strategia dell’Unione nel digitale (bussola, decennio, autonomia digitali). Si tratta di vere svolte strategiche? O, come in molti pensiamo, un necessario aggiustamento del capitalismo europeo per adeguarsi alla crisi globale? Il punto vero è che, sia per eliminare i vincoli posti agli Stati membri che per contrastare quelli imposti dai poteri globali, è indispensabile un’Europa unita che giochi un ruolo da attore politico globale.

In passato – di fronte alla episodicità e alla sostanziale inefficacia, in termini di risultati, delle lotte dei movimenti “No global” o “altermondisti”, fino a quelle di “Occupy  Wall Street” – ho sostenuto la tesi della “via regionale” contro la globalizzazione, intesa come costruzione di una “regione mondiale”, comprendente l’Europa occidentale, i Paesi dell’ex Unione Sovietica, il Medio Oriente e l’Africa, capace di contrapporsi o, quanto meno, riequilibrare il ruolo di quella che, fino a qualche tempo fa, era la potenza unipolare americana. Oggi, di fronte alla dilapidazione, perpetrata dall’Unione Europea, delle opportunità storiche di coinvolgere la Russia in un progetto comune di grande respiro, e alle macerie in cui sono ridotti tanti Paesi di quella “regione mondiale”, non c’è molto spazio, almeno nell’immediato, per una “via regionale” alla transizione. Allora, l’obiettivo minimale e, al tempo stesso, l’imperativo categorico è quello di un ruolo politico riequilibratore, che solo l’Europa unita potrebbe giocare. Non solo nell’arena della nuova economia ereditata dalla globalizzazione, ma anche in quella, strettamente connessa, della politica internazionale e della competizione geostrategica.

Autorevoli commentatori americani hanno messo in parallelo il ritiro dell’URSS dall’Afghanistan, che segnò la fine dell’impero sovietico, e l’attuale abbandono americano che sancirebbe la fine dell’imperialismo (o impero) americano. Certamente, sarebbe la conferma della fine, da tempo appalesatasi, di trent’anni di potenza unipolare statunitense. A quale approdo questo ci porterà, non è ancora sufficientemente chiaro. Per il peso combinato della potenza economica con quella tecnologica, nonché con quella militare, benché allo stato nascente – e senza entrare nel merito della dialettica tra concetti diversi, quali “potere”, “egemonia” e “colonizzazione”, a cui ha fatto riferimento Alfonso Gianni – la previsione che sia la potenza cinese a prevalere, ancorché in termini di egemonia, non sembra del tutto azzardata. La prospettiva, insomma, che noi europei – e noi italiani, in primo luogo – dopo essere stati per 80 anni egemonizzati/colonizzati dagli Stati Uniti passeremo a un destino analogo ad opera della Cina.

Meno probabile, mi sembra la previsione di una dislocazione pacifica delle due egemonie. Non foss’altro che per la loro differente natura. L’egemonia/colonizzazione cinese si basa sull’occupazione dell’economia e l’acquisizione della ricchezza dei Paesi target, con mezzi pacifici. Quella americana, però, non si basa sulla pacificazione del pianeta. Non può essere interpretata in questo modo la drastica riduzione della presenza americana nei territori in conflitto. Quando gli USA dicono a Taiwan “dovete fare come Israele: armatevi” (naturalmente con armi da loro fornite) significa che hanno fatto una scelta più comoda, quella di continuare a perseguire, se non intensificare, la cosiddetta “strategia del caos”, puntando sempre di più sulle “guerre per procura”, che hanno dimostrato di portare agli interessi americani più benefici di quanti non ne abbiano procurato le guerre condotte in prima persona. Questa differenza di approcci e di interessi non può risolversi in una convivenza pacifica e, anche se non si arriverà alla catastrofe del confronto bellico, essa darà sicuramente la stura a continui conflitti tra le due potenze. Questo significherà, da un lato, che esse entreranno in pieno nella cosiddetta “guerra con altri mezzi”, dall’atro, che in molte aree del pianeta continueranno le guerre, le distruzioni, le catastrofi umanitarie.

L’Europa è destinata a fare le spese di questo confronto, in ambedue gli scenari delineati. Nel primo, perché l’Europa, in primo luogo nella sua area mediterranea, sarà una delle prede più ambite dell’egemonia/colonizzazione cinese. Nel secondo scenario, perché essa sarà sempre più accerchiata da aree in cui le conseguenze del caos e dei conflitti, non potranno che riversarsi sulla sua economia e sulla sua società. L’Europa unita può evitare i rischi di questi due scenari? Non è detto che questo avvenga, ma in questa difficile transizione, è la sola carta di cui disponiamo; non solo per la nostra salvezza ma anche per quella del mondo in cui viviamo.

C’è ancora un’altra dimensione in cui il ruolo politico dell’Europa deve essere determinante: quella della trasformazione dell’ecosfera, ovvero della salvezza del pianeta. Non se n’è parlato molto nell’incontro, ma è una questione in cui la transizione ha, e avrà sempre di più, un peso determinante. Non solo per le connessioni con le altre due dimensioni, quella dell’economia globale e quella geostrategica, ma anche per l’impatto che su di essa, sempre più, avrà la rivoluzione digitale. Dobbiamo, per prima cosa, moltiplicare i nostri sforzi d’indagine e affinare le nostre analisi sugli incroci, in atto e in potenza, tra il digitale e le questioni del cambiamento climatico, dei destini dell’energia e dell’agricoltura, della salvaguardia dell’ambiente; e, non per ultimo, sul ruolo di chi distribuirà le carte del digitale nelle vicende del clima e dell’ambiente.

La democrazia europea, terreno di lotta della transizione

Cosa potrà garantire che i nostri obiettivi sulla transizione – ai vari livelli: nazionale, continentale, globale – così come gli sbocchi operativi delle nostre lotte, possano diventare conseguenti politiche dell’Europa unita? La risposta è una sola: la democrazia. Il che significa: una istituzione capace di far arrivare – attraverso efficaci percorsi di rappresentanza e di partecipazione democratica – le istanze di tutti i cittadini europei nelle sedi decisionali. Nadia Urbinati, nel suo intervento, ha detto che, di fronte a una crisi della democrazia rappresentativa, ormai sotto gli occhi di tutti, dovremmo pensare a una democrazia, sempre rappresentativa, ma con spazi aperti alla “partecipazione diretta”. Sono d’accordo, a patto che si chiarisca cosa voglia dire “diretta”. Sarei decisamente contrario se questo significasse la messa in atto di dispositivi simili alla Piattaforma creata dall’Unione Europea per “raccogliere” i desiderata dei cittadini europei nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Una via di mezzo tra Facebook e la Piattaforma Rousseau. Si potrebbero, al contrario, sperimentare forme di partecipazione “diretta” della società civile organizzata – che non significa solo le Organizzazioni formalmente costituite.

Intanto, però, dovremmo occuparci della democrazia rappresentativa (al meglio delle nostre conoscenze e possibilità) nella costruzione dell’Europa unita. Ho già detto che questa non può coincidere con l’attuale Unione Europea. Il motivo è la sua intergovernatività. Non solo perché questa rappresenta un tappo al percorso di rappresentanza democratica, quel vulnus che ha sollevato alti lai per il “deficit democratico” dell’Unione, da parte di tante belle anime che si sono ben guardate da porvi rimedio seriamente. Il sistema intergovernativo deve essere superato, soprattutto, per un motivo politico legato alla transizione e alle possibilità/probabilità di lotte per l’alternativa. Un’Europa, in cui le decisioni sono, sostanzialmente, prese dai Governi nazionali, non potrà mai, non solo contrastare ma nemmeno confrontarsi con i poteri globali, vecchi o nuovi essi siano. Se, come è stato detto, gli Stati nazionali sono solo gli amministratori locali di questi poteri, i Governi non ne sono altro che i mandatari – i lacchè si sarebbe detto una volta.

Una piena rappresentanza democratica, in un’Europa unita e democratica, significa molto semplicemente, che le decisioni debbono essere prese principalmente da un Parlamento eletto a suffragio universale da tutti i cittadini degli Stati che la compongono. Questa è la sostanza del problema; poi potremo discutere della forma di rappresentanza complementare degli Stati membri, delle competenze e dei poteri da attribuire all’istituzione sovranazionale, alla forma federativa; insomma, di come si realizza la cessione di sovranità.

Sono, pertanto, d’accordo con l’indicazione, contenuta nella relazione introduttiva, di individuare nella democrazia uno dei terreni prioritari di lavoro e di sperimentazione della transizione. Una democrazia che, però, non si fermi al livello dei territori né dello Stato nazionale, ma che affronti con coraggio la questione della democrazia europea.

FONTE: https://transform-italia.it/una-transizione-per-leuropa-leuropa-per-la-transizione/

“Chiarezza sui Vaccini” Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

Riceviamo e pubblichiamo il documento fondativo del Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini” – Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica.

MARXISMO E METODO SCIENTIFICO: LOTTA IDEOLOGICA E POLITICA NELLA NUOVA FASE PANDEMICA

Riportare al centro gli interessi di classe e la difesa della salute collettiva per uscire dall’emergenza e aprire nuove prospettive

Un anno e mezzo di pandemia ha messo a nudo la crisi del sistema capitalistico.

L’evidente fallimento delle misure di contenimento – sempre parziali e tardive – attuate dai paesi capitalistici europei, nordamericani ed in generale dalla stragrande maggioranza dei paesi OCSE che seguono le dottrine neoliberiste e le crescenti conseguenze della tattica delle mezze misure prolungate sulle attività economico-sociali maggiormente colpite, hanno provocato disastrosi effetti in termini di salute pubblica, in un clima altalenante di sfiducia ed incertezza.

INFODEMIA

Nel quadro del lento massacro culturale del sistema di educazione pubblica e nel disorientamento ideologico di molti, si sono fatte strada le più fantasiose teorie. In tale clima – mentre infezioni, ricoveri e decessi crescevano – si è diffusa una infodemia incontrollata di “notizie” spesso esaltate, decontestualizzate nonché manipolate (e difficilmente verificabili dai più). Le pseudo-informazioni si sono moltiplicate attraverso un pullulare di blog acchiappa-click ed una informazione mainstream confusionaria e spesso calibrata sulle esigenze economiche immediate di alcuni gruppi dominanti. In questo contesto, hanno avuto gioco facile le attività di nuove sette e altri gruppi reazionari, spesso orientati da campagne abilmente costruite e veicolate trasversalmente in differenti ambiti culturali, sociali, economici e politici e si sono fatte strada le più svariate e fantasiose teorie cospiranoiche circa la reale esistenza o la genesi dell’epidemia da SARS-CoV-2 o in relazione alla natura e alla presunta pericolosità dei vaccini.

UNA GESTIONE FALLIMENTARE NEI PAESI CAPITALISTICI

Da un anno e mezzo denunciamo e condanniamo la gestione della pandemia, nel mondo capitalistico occidentale in generale ed in Italia in particolare, spesso contraddittoria e costellata da errori clamorosi, a partire dalla mancata zona rossa di Alzano e Nembro (Bergamo) e dall’imperdonabile ritardo nella strategia di tracciamento nel 2020, fino alle complicazioni della prima fase della vaccinazione di massa con le case farmaceutiche inadempienti, senza alcuna seria risposta a livello europeo, proseguita con la sclerotica e confusionaria gestione della vicenda Astrazeneca. Tale pessima e contraddittoria gestione, tuttavia, non è la prova di complotti e cospirazioni, come credono taluni, ma la risultante dell’incapacità delle istituzioni borghesi a garantire il “bene comune”. I governi dei paesi capitalistici, stretti dalle lobby industriali che hanno imposto di non fermare la produzione dopo il primo parziale lockdown del governo Conte e che hanno ritardato in modo criminale ogni iniziativa di contenimento, proprio nelle fasi di crescita esponenziale dei contagi (si pensi alla seconda ondata dello scorso ottobre), hanno scelto la strada della cosiddetta “convivenza con il virus”, privilegiando la difesa di interessi particolari anziché la salute pubblica. Si tratta dell’incapacità a sostenere gli interessi generali che Marx stesso aveva compreso fin dagli scritti giovanili e che purtroppo non è chiara a molti militanti ed intere organizzazioni. In tutta evidenza, queste ultime, nonostante si definiscano comuniste, non sono ancora in grado di conquistare la sufficiente e necessaria autonomia ed indipendenza ideologica e politica dall’influenza delle classi dominanti, rendendo decisamente sterili e velleitari i loro stessi proclami rivoluzionari.

Le istituzioni politiche, sempre più screditate a causa della loro incapacità di gestione, incapacità propria di una classe politica di arruffoni e navigatori a vista, più che di una classe dirigente, non sono in grado di fornire una comunicazione efficace, alimentando scetticismo ed assenza di fiducia che pervadono una fascia di popolazione certamente più ampia rispetto a quella degli “anti-vaccinisti ideologici”: la pandemia sempre più colpisce questi ultimi, tra i quali troviamo molti pazienti delle terapie intensive nell’ultimo periodo, ma anche strati di popolazione non protetta, soprattutto a causa della disinformazione e dell’incapacità dei governi borghesi oltre che per la presa di una propaganda reazionaria che ha fatto breccia o disseminato dubbi anche in ambienti tradizionalmente distanti dalla destra più estrema.

IL DISEGNO REAZIONARIO DEI NEOCONS E LO SBANDAMENTO DELLA SINISTRA DI CLASSE

In differenti paesi, dall’America latina all’Europa dell’est, fino in Italia, con le cronache degli ultimi giorni, assistiamo al diffondersi di ideologie e posizioni anti-scientifiche ed irrazionali, alla base di mobilitazioni di matrice chiaramente reazionaria. Purtroppo queste tendenze sono diffuse non solo tra le organizzazioni di natura conservatrice, se non dichiaratamente neofascista, e nei settori di piccola-media borghesia (in molti casi le piccole attività) particolarmente colpiti dalle mezze misure prolungate, ma anche negli ambiti del “pensiero critico” e di un certo attivismo sociale; mentre tra le larghe masse della popolazione – nonostante l’inettitudine delle classi dominanti – ha prevalso in Italia una netta adesione alla campagna di vaccinazione che al momento tocca circa il 73% della popolazione (con l’impressionante numero di quasi 44 milioni di persone che ad oggi hanno aderito alla campagna di vaccinazione in Italia). L’orientamento e le tendenze in vario modo anti scientifiche – sia pur minoritario ed apparentemente residuale – sta attraversando in forma trasversale ogni formazione politica ed ogni ambito sociale organizzato, interessando la maggior parte delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe, sia nella base militante sia nei gruppi dirigenti. Questa situazione spiega l’ambiguità nelle posizioni e indicazioni politiche, mostrando un perverso meccanismo di ricerca del consenso, o una errata interpretazione della linea di massa, piuttosto che la costruzione di una direzione politica basata sulla chiarezza e su una visione scientifica della realtà: in questo senso la scarsa comprensione della realtà concreta è indice di una forte debolezza e subalternità ideologica. Non è un caso che dietro ad una certa propaganda si nascondano soggetti ambigui legati ai locali circuiti della setta nordamericana “QAnon” e dell’estrema destra. Si tratta di una dinamica operante non solo in Italia e nell’Unione Europea, ma anche in Russia, nel Brasile di Bolsonaro, in Argentina ed in altri paesi: una campagna che abbiamo osservato attentamente e visto crescere sin dall’inizio, e che ha preso avvio negli USA all’ombra della precedente amministrazione Trump. Chi condivide piazze e parole d’ordine con questi soggetti deve prendere consapevolezza che si sta assumendo la responsabilità di favorire il loro disegno apertamente reazionario.

Si sta diffondendo un approccio limaccioso, che mescola frammenti di pensiero (apparentemente) critico con atteggiamenti anti-scientifici e irrazionalistici, in un mix che alimenta in maniera indistinta la sfiducia nel potere costituito a prescindere dal suo carattere (borghese conservatore, riformista, o socialista), diffidenza e scetticismo nei riguardi di ogni dato ufficiale o informazione scientificamente fondata, arrivando persino alla aperta avversione verso i medici e gli stessi lavoratori della sanità. Questo fenomeno sta producendo una crescita del pensiero anti-progressista che, anziché dirigere le più ampie masse verso la prospettiva di un’alternativa di sistema in chiave anticapitalista e comunista, affonda nel ribellismo senza prospettive o nel ripiegamento familistico e comunitaristico, nell’individualismo soggettivista e antisociale, o nella polarizzazione esasperata da social network. 

Le forze che si dichiarano apertamente neofasciste stanno tentando di cavalcare e orientare queste inquietudini, finora con esiti piuttosto scarsi, ma con sempre maggiore visibilità e con l’obiettivo di alimentare confusione e diversione dalla lotta di classe, una dinamica favorita dai riflettori mediatici, deviando l’attenzione su una polarizzazione in realtà sterile ed utile alle classi oggi ancora dominanti ma sempre meno dirigenti.

LA NECESSITÀ DI FARE CHIAREZZA SUI VACCINI

È giunto il momento di fare chiarezza su alcuni aspetti, centrali per chi non ha abbandonato una visione del mondo dialettica e storico-materialistica, una visione scientifica della realtà, nonché della necessità e possibilità della sua trasformazione, e che non ha intenzione di sostituirla con un vuoto ribellismo velleitario.

Nelle prime fasi dello scorso anno, 2020, immediatamente a ridosso del primo lockdown, era già necessario rivendicare l’attuazione di misure nette di contenimento, test massivi e gratuiti e misure anticipate all’inizio della seconda ondata di ottobre, seguendo l’esperienza cinese “covid zero” (anziché quella “convivenza con il virus” dei paesi OCSE con poche eccezioni), iniziative tali da evitare il disastro sanitario e un periodo interminabile di mezze misure, invece che legittimare – come hanno fatto alcuni – mobilitazioni contrarie ad ogni pur tardiva ed insufficiente misura di contenimento. Allo stesso modo chi oggi insegue le mobilitazioni anti-vacciniste o variamente riduzioniste non fa che aggiungere confusione invece che fare chiarezza, diversione anziché direzione rispetto ai movimenti spontanei.

Basta con le ambiguità, le banalizzazioni e i luoghi comuni: sui vaccini occorre fare chiarezza!

In merito alla campagna vaccinale, ed alla pandemia in generale, occorre osservare con attenzione i dati, i numeri, i risultati di iniziative di contenimento e di diffusione della vaccinazione nei differenti paesi. Un dato ormai evidente è la protezione dalle forme più gravi di infezione della popolazione vaccinata, consolidato negli ultimi mesi ed in relazione all’uso di tutti i vaccini in circolazione, siano essi di produzione occidentale capitalistica o meno. Ottimi i dati in Uruguay, ad esempio, con una copertura altissima della popolazione, raggiunta in breve tempo con la vaccinazione di massa, in larga parte immunizzata con il vaccino cinese Sinovac (crollo verticale di casi positivi, casi gravi e decessi).

Se il dato sulla protezione a livello clinico in ogni paese deve essere osservato nel tempo, l’aspetto e la ricaduta della vaccinazione sul piano epidemiologico richiede una attenta valutazione là dove la vaccinazione ha raggiunto percentuali elevate della popolazione. Si tratta di considerare molte variabili, sapendo che i vaccini non sono bacchette magiche miracolose, ma potenti strumenti da affiancare ad una vigilanza sanitaria puntuale, con test massivi a disposizione di tutti e tracciamento, con lo sviluppo di un sistema sanitario pubblico e con la messa a punto di cure specifiche per questo tipo di patologie. Chi si illude di risolvere il problema con le sole cure precoci mostra di non comprendere cosa sia una epidemia di questo tipo e le sue conseguenze senza misure di contenimento e mitigazione degli effetti, altrimenti disastrosi e tali da travolgere qualsiasi sistema sanitario, anche il più evoluto.

Non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo e sottolinearlo:

1. il vaccino, qui ed ora, è indispensabile ed imprescindibile ma non va contrapposto alle altre misure. Le altre misure di profilassi generale non sono in alternativa alla vaccinazione di massa ma sono complementari ad essa. Il “consenso informato” non è una liberatoria e consente comunque la richiesta di risarcimento per i rarissimi casi di conseguenze da reazioni avverse, come confermato da sentenza della Corte Costituzionale, che equipara i vaccini obbligatori a quelli consigliati dalle istituzioni statali e regionali.

2. la sanità pubblica e il suo rafforzamento, in prospettiva, non devono essere considerati “spesa” da tagliare, bensì pubblico investimento, anch’esso indispensabile ed imprescindibile, per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Riguardo all’adozione di questo o quel vaccino da parte dei differenti enti regolatori (EMA, FDA, ecc.) ogni paese opera proprie scelte, ma occorre denunciare la differenza tra la validazione di questo o quel vaccino da parte degli enti regolatori, dal riconoscimento di ogni vaccino sviluppato seguendo i protocolli codificati di sperimentazione clinica e quantomeno dal riconoscimento doveroso di ogni vaccino considerato valido dall’OMS (si pensi ai vaccini cinesi). Il mancato riconoscimento da parte di Italia e UE (ma non da parte di altri paesi membri) dei vaccini non di produzione occidentale non ha motivazioni sanitarie ma solo geopolitiche.

Il non riconoscimento di questi vaccini, usati in decine di paesi, ha conseguenze negative nelle relazioni economiche, sociali e culturali tra i popoli, oltre che conseguenze negative per le comunità italiane all’estero (ad esempio in America latina dove prevalente è l’uso dei vaccini di produzione cinese o russa) e per i lavoratori stranieri residenti in Italia. Lo stesso dicasi per il riconoscimento dei vaccini cubani attorno ai quali c’è grande attenzione da parte della comunità scientifica mondiale e di molti governi. In queste ore si registra grande interesse per il vaccino cubano Soberana II che assieme ai cinesi Sinovac e Sinopharm è sviluppato per la vaccinazione già in età pediatrica.

Assodato dunque che il vaccino non fa miracoli, non siamo certi che questa verità elementare che con un minimo di conoscenza storica dell’argomento dovrebbe essere evidente, sia chiara ai governi della borghesia. Soprattutto nei paesi capitalistici dell’area OCSE, infatti, i governi hanno prodotto una comunicazione esageratamente ottimistica sull’imminente uscita dalla pandemia una volta portata a termine la campagna vaccinale, che forse rientra nel libro dei sogni della borghesia e dei propri comitati d’affari per consentire un immediato ritorno alla situazione economica pre COVID-19.

LE CONTRADDIZIONI IN SENO AL GOVERNO DEL CAPITALE

Il capitalismo ogni giorno deve fare i conti con le contraddizioni che egli stesso ha creato ed anche in questo caso non riesce ad uscirne. I governi borghesi, stretti da un lato dalla difesa degli interessi privati come quelli delle case farmaceutiche, dall’altro lato dall’impossibilità di uscire dalla pandemia con questo quadro d’insieme, stanno iniziando a rendersi conto della necessità di permettere la vaccinazione anche agli abitanti dei paesi più poveri, naturalmente non per ragioni etiche ma nell’interesse degli stessi paesi imperialisti. Perfino Biden ha accennato mesi fa alla necessità di una temporanea sospensione dei brevetti, dimostrandoci ancora una volta come la realtà sia dialettica e il capitalismo sia costretto ad avventurarsi in terreni completamente al di fuori dal proprio recinto per cercare soluzioni a problemi altrimenti insormontabili. Ma, per ora, il capitalismo ha soltanto contribuito ad esasperare e rendere più evidente la differenza fra poveri e ricchi, tra oppressi ed oppressori, anche su questo aspetto vitale, e non possiamo dimenticare il criminale bloqueo e le sanzioni contro il popolo cubano, contro la Siria, l’Iran e troppi altri paesi ai quali in piena pandemia viene impedito perfino l’acquisto dei medicinali. Se i dati dei primi di settembre 2021 ci parlano di oltre il 40% della popolazione mondiale che ha ricevuto almeno una dose di vaccino, con oltre 5,5 miliardi di dosi somministrate, l’atrocità della sperequazione si riassume nel dato analogo per i paesi oppressi dall’imperialismo: meno del 2%. Contro il 65% dell’UE e il 54% del Nord America; prodighi di dichiarazioni di principio e avidi nei fatti ad accaparrarsi i vaccini sul “mercato”.

UNA STRATEGIA INTEGRATA CONTRO LA COVID-19

Misure come la sospensione delle licenze dei brevetti sarebbero dunque fondamentali per un’uscita quanto più veloce possibile dalla pandemia, così come lo diventano in prospettiva la ricerca ed il potenziamento della sanità pubblica, che consentirebbe agli stati di non dipendere dalle multinazionali del farmaco e che si profila come aspetto strategico necessario alla stessa infrastruttura economico-produttiva. Da questo punto di vista, Cuba, che è un paese piccolo ma socialista – differenza qualitativa non trascurabile – sotto embargo e continuamente boicottato dal blocco imperialista statunitense, ci dimostra come una soluzione del genere sia non solo possibile ma di gran lunga più efficace, data la capacità che ha avuto di brevettare, produrre e distribuire almeno sul proprio territorio vaccini integralmente pubblici e di promuovere la collaborazione per la produzione di vaccini in altri paesi. Anche questo a dimostrazione della superiorità strategica dei paesi con persistenti elementi di socialismo nell’affrontare le minacce pandemiche. Tutto ciò conferma e rafforza in noi la granitica certezza che l’umanità ha un futuro solo nell’organizzazione socialista della società.

I vaccini rappresentano dunque, sotto l’aspetto sanitario, l’architrave di una strategia integrata che coniuga medicina territoriale (che a differenza dell’ideologia anti-vaccinista, non contrappone ad essa la vaccinazione di massa), tracciamento, prevenzione e ricerca pubblica.

Sul fronte del tracciamento, diventa indispensabile la gratuità dei tamponi, degli esami degli anticorpi e di tutte le analisi finalizzate al contrasto della COVID-19.

IL “GREEN PASS” E L’OBBLIGO DI LEGGE

In una situazione di isteria collettiva, una misura contingente e temporanea come il “Green Pass” diventa l’immaginaria linea gotica che divide due schieramenti contrapposti. La polarizzazione che ne consegue configura nella sostanza un’ennesima arma di distrazione di massa.

Si tratta di un provvedimento contraddittorio che rientra perfettamente nel quadro delle mezze misure, dove le forze politiche non hanno il coraggio di imporre l’obbligo vaccinale. Dunque, ci troviamo davanti ad una politica che non decide ma scarica le proprie responsabilità sulla popolazione aprendo una frattura tra i lavoratori. Benché la vaccinazione stia riscuotendo una larghissima adesione, vi sono settori con un numero significativo di lavoratori ancora scettici, che rischiano di pagare il prezzo più alto in termini sia di salute sia di provvedimenti conseguenti alla mancata vaccinazione.

Le conseguenze pratiche di questa (non) scelta sono ambivalenti: se da un lato questo strumento incentiva la vaccinazione di massa, dall’altro crea la pericolosissima illusione di isole “Covid-free”, che purtroppo nella realtà ancora non possono esistere.

La soluzione più avanzata sarebbe quella di convincere la parte ancora disorientata della popolazione a vaccinarsi attraverso una comunicazione seria ed efficace: al momento riscontriamo come questa prospettiva sia molto lontana e che la scelta del governo sia orientata ad una estensione di un obbligo di fatto ma non giuridico.

SCIOPERO GENERALE DELL’11 OTTOBRE 2021

Riteniamo fondamentale questo appuntamento, che deve mantenere come aspetto centrale la lotta contro i licenziamenti e non quella contro il “Green Pass”, che certamente Confindustria sta cercando di utilizzare a proprio vantaggio, esattamente come la borghesia ed i suoi governi hanno sempre fatto per ogni evento della storia umana e per ogni suo provvedimento consequenziale. Tuttavia, ribadiamo come il tema centrale dello scontro tra capitale e lavoro in questa fase sia quello dei licenziamenti, che dopo il pesantissimo assaggio di questi mesi (come mostrano i casi della Whirlpool e della GKN su tutti), verrà fuori in tutta la sua drammaticità una volta concluso il periodo di cassa integrazione.

Oltre alla lotta contro lo sblocco dei licenziamenti, è fondamentale un impegno massiccio delle organizzazioni sindacali per garantire le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, con il rispetto rigoroso dei protocolli anti-Covid-19 e nei trasporti pubblici, fondamentali per il raggiungimento del posto di lavoro e di studio e che necessariamente devono essere potenziati, oltre all’investimento nella sicurezza e sulle condizioni di lavoro nel settore pubblico (in particolare sanità, scuola e università) e nella ricerca. Non possiamo dimenticare i 621 lavoratori contagiati sul posto di lavoro, morti causa Covid nei primi mesi del 2021, ovvero morti per infortunio sul lavoro, come da relativa richiesta agli enti previdenziali.

IN CONCLUSIONE

Consideriamo che la pandemia da Covid-19 ha messo definitivamente a nudo la crisi del capitalismo e l’incapacità della borghesia di governare il mondo; evidenza che emerge con forza ancora maggiore in presenza di eventi avversi come la pandemia (che alcuni preferiscono definire come ‘sindemia’, sottolineando la sovrapposizione di aspetti naturali ad altri di tipo sistemico).

– Denunciamo gli effetti tossici di un’informazione interessata solo ai click e non alla salute pubblica.

– Condanniamo la gestione disastrosa della pandemia da parte di una classe politica per niente autorevole ed incapace di indirizzare una comunicazione chiara ed efficace.

– Esprimiamo tutta la nostra preoccupazione per il disegno reazionario della componente maggioritaria degli anti-vaccinisti per principio ideologico ed il nostro disappunto e disaccordo con quelle componenti progressiste e comuniste che aderiscono e si accodano alle loro campagne, condividendo piazze e parole d’ordine con neocons e neofascisti dichiarati.

– Rivendichiamo a gran voce la necessità della vaccinazione di massa in tempi rapidi nei paesi oppressi dall’imperialismo, il riconoscimento di tutti i vaccini smarcandosi dai giochi geopolitici, la sospensione delle licenze brevettuali, la gratuità dei tamponi e di tutti gli esami utili per il contrasto alla Covid-19, nonché il massiccio finanziamento alla ricerca pubblica valutando le possibilità della produzione di vaccini pubblici seguendo l’esempio di Cuba.

– Riteniamo che il “Green Pass” sia una mezza misura che scarica le responsabilità sui cittadini, incentiva la vaccinazione ma crea la pericolosissima illusione di luoghi “Covid-free”. Ogni cosa sotto il cielo ha la sua ora ed è giunto il momento del superamento delle fin troppo spesso ipocrite “mezze misure”.

– Chiamiamo le lavoratrici e i lavoratori allo sciopero generale dell’11 Ottobre 2021, contro lo sblocco dei licenziamenti, per adeguate misure di contrasto alla Covid-19 nei luoghi di lavoro, nelle scuole e sui mezzi di trasporto pubblici.

– Facciamo appello alle compagne ed ai compagni, oggi presenti come noi in differenti ambiti o gruppi organizzati, a sostenere apertamente una battaglia di chiarezza oggi necessaria al fine di uscire dall’emergenza e dalle nebbie della polarizzazione controllata, ricostruire una autonomia politica ed ideologica e aprire nuove prospettive di trasformazione rivoluzionaria.

Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini”
Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

8 settembre 2021

Fonte: https://albainformazione.wordpress.com/2021/09/09/24358/

LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

“Eretico Futuro: Per una storia di una sinistra che verrà”- Un libro di Valentino Filippetti

E’ stato presentato ieri a Roma, il libro di Valentino Filippetti “Eretico Futuro, per una storia della sinistra che verrà”. Proponiamo di seguito la prefazione al volume, di Gianfranco Nappi, la premessa dell’autore e l’indice del libro che può essere acquistato on line al seguente link: https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/eretico-futuro/

Prefazione, di Gianfranco Nappi

Debbo un ringraziamento a Valentino Filippetti. In primo luogo per il quadro che emerge da questa “raccolta di materiali” che attraversano un tempo lungo, dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso a oggi, e attraversano anche, esistenzialmente, il cammino stesso del progressivo fallimento di tutte le diverse risposte che dalla fine dell’89 sono state date alla crisi della sinistra.

La cosa che emerge intanto è la voglia del curatore-autore di non fermarsi nella ricerca, di andare sempre avanti, nei modi e nelle forme in cui le circostanze e i processi hanno consentito di farlo; di provare a non smettere di cercare.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Filippetti_Eretico-Futuro-Copertina.jpeg

Ecco, Valentino è un “cercatore permanente”, curioso e aperto al nuovo.

E qui c’è il secondo tratto di questa sua esperienza: ovunque collocato, in qualunque partito o movimento attraversato, Valentino ha provato sempre a far incontrare le ragioni della sinistra e del suo farsi con le contraddizioni più forti e nuove aperte nel cammino della società e del suo sviluppo: non l’assunzione del “nuovo” come terreno di subalternità ma come, invece, ineludibile e prioritaria sfida per qualunque pensiero che voglia continuare a dirsi “critico”, che non faccia risalire all’89 una sorta di fine della storia e di impossibilità per nuove e grandi narrazioni e, dunque, all’introiezione della realtà data come immodificabile con il suo capitalismo contemporaneo (finanziario; o delle piattaforme; o cognitivo; o della sorveglianza; o a buon mercato… per come lo si voglia definire), diventato “Ragione del Mondo” per dirla con due acuti studiosi francesi.

Mi viene subito qui da dire, guardando a due delle più grandi sfide aperte in questo tumultuoso e incerto tempo nostro, pandemia e cambiamenti climatici: come ti ci misuri senza il coraggio di una grande e nuova visione di insieme?

Senza nutrire il tuo agire di un nuovo senso?

È vero esattamente il contrario di quel che si dice oggi e che si è detto come segno prevalente della deriva della sinistra: e cioè, se vuoi attraversare questo tempo da attore e non da spettatore passivo, è di un nuovo orizzonte di senso che hai bisogno.

A una nuova visione critica, capace di nutrirsi anche di nuove forme del proprio agire sociale e politico capaci di rompere ogni centralismo burocratico e di assumere come costitutivo proprio il valore straordinario delle differenze, delle diversità, sono dischiuse oggi possibilità, sembra un paradosso, che mai prima d’ora si presentavano come possibili.

Nella sua traiettoria di sviluppo il capitalismo della rete ha “dovuto” mettere in contatto individui ed esperienze, su scala globale: questo era necessario per sussumere, tendenzialmente, tutte le vite in un meccanismo di estrazione di valore ma, per fare questo, esso ha dovuto abbattere barriere prima inimmaginabili, ha dovuto sollecitare l’intelligenza e la cultura di ogni singolo individuo e deve pagare lo scotto che individui posti in relazione tra di loro maturino nuovi bisogni e nuove esigenze di socialità.

Immaginare un individuo cooperante (per dirla con il saggio di Valentino e Alessandro Genovesi), o l’affermarsi di un lavoro operoso (sempre qui Sergio Bellucci).

Qui c’è la contraddizione che in uno degli ultimi contributi di Valentino viene descritta in modo netto: «Il paradosso fondamentale dei nostri tempi è che proprio la forza dirompente della modernità – il capitalismo – sta diventando la forza che trattiene».

Classico terreno marxiano di analisi questo: lo sviluppo delle forze produttive ha raggiunto un punto tale che negli attuali assetti dei rapporti di produzione, esse non riescono più ad espandersi e, per farlo, si richiede che appunto quei rapporti di produzione vengano messi in discussione.

Le possibilità di affrontare e risolvere problemi antichi dell’umanità; di mettere a frutto le innovazioni e la inusitata capacità di calcolo per costruire società più giuste; per programmare e pianificare le scelte della società in modo partecipato e oculato; per assicurare universalmente la salute; per immaginare una idea dello sviluppo che smetta di divorare il Pianeta e la sua vita ecco, queste possibilità non sono mai state tanto ampie quanto oggi.

Ma per affermarsi richiedono appunto che si forzino limiti e vincoli attuali della gabbia mercantile.

E del resto, a ben vedere, sia sul piano di tante esperienze di movimento come su quello dell’organizzazione della vita sociale, come nel campo dell’autoproduzione o del consumo critico così come in quello del volontariato e dell’esperienza del “dono” o in quello di nuclei di studio, di approfondimento, di diffusione di saperi e conoscenze interconnessi, le esperienze sottratte al dominio mercantile sono tante e in crescita.

Ma mentre matura tutto questo poi non ritrovi una sinistra capace di agire su questa grande contraddizione, di far diventare una nuova visione pratica quotidiana capace di costruire nuovi livelli di senso comune e di protagonismo diffuso nella società.

Il tema è globale ovviamente, come globale è la sfida.

Ma senza costruire risposte nuove a questa contraddizione politica e sociale al tempo stesso, è immaginabile certo 9che dalla crisi attuale del capitalismo, dal suo punto limite raggiunto, si esca con esiti generalmente regressivi.

E anche qui da Valentino viene una domanda centrale, urgente oggi più di ieri, in un altro degli articoli recenti qui ripubblicati: “ciò che manca è l’organizzazione di una risposta politica adeguata che vada a toccare il punto più alto dello sviluppo della nostra società”.

Qui si aprirebbe tutto un altro discorso, parte non di questo lavoro e di sicuro non di questa introduzione.

E qui siamo al nostro de te fabula narratur e ho qui un ultimo motivo per ringraziare Valentino.

Questo lavoro di “raccolta di materiali” mi ha spinto a ripercorrere quell’itinerario politico e umano che lui ci propone e che in larga misura, almeno fino al 2000, ho condiviso.

Non è che avessimo visto giusto su tutto o avessimo elaborato soluzioni organiche ai problemi sul tappeto.

Certo è che avevamo lavorato su una delle frontiere più avanzate per ogni ipotesi di politica di trasformazione, avevamo individuato per questa via alcuni nodi di fondo che imponevano/consentivano uno scarto, una rottura di analisi e di scelte per cogliere i cambiamenti e per far vivere una tensione critica innovata.

Abbiamo provato a coltivare una attitudine oltreché ad elaborare proposte – di analisi, programmatiche o legislative – con una densità che davvero impressiona.

L’attitudine è quella di non rinunciare a osare e a cercare un punto di vista autonomo e critico.

Forse dalla crisi della sinistra, in tutte le varianti politiche organizzate che essa è venuta assumendo, si potrà uscire prima e meglio proprio se si saprà coltivare attitudini simili.

E questo è un dato della nostra esperienza che rimane.


Premessa

Da dove viene la sconfitta del movimento operaio

di Valentino Filippetti

Spesso ci chiediamo dove la sinistra abbia sbagliato o quanto meno quando abbia perso i contatti con la realtà.

Ma forse dovremmo chiederci perché la destra sia arrivata prima a capire e ad interpretare quello che stava succedendo.

Ovvero le questioni della conoscenza, della classe dirigente, delle esperienze.

Nella mia navigazione ci sono stati alcuni incontri con persone e pubblicazioni che hanno contribuito a maturare una visione della società e dell’impegno politico profondamente diversi da quelli vissuti in gioventù. Sicuramente l’esperienza più proficua è stata con il gruppo che si formò attorno al Dipartimento comunicazione di Rifondazione comunista del quale facevano parte Gianfranco Nappi, Roberto Di Matteo, Michele Mezza (con i quali la collaborazione continuò nei Comunisti unitari in MediaEvo e NetWork).

La prima citazione riguarda i lavori dell’Ufficio di Ricerca Scientifica e di Sviluppo del Governo degli Stati Uniti d’America diretto da Vannuvar Bush che operò a metà degli anni Quaranta del secolo scorso.

A mio avviso lì si gettarono le basi che hanno permesso agli Americani di vincere la sfida che si stava profilando alla fine della seconda guerra mondiale con il nuovo protagonista della scena mondiale: l’Unione Sovietica.

Questo gruppo di intellettuali e tecnici capì che si doveva trovare una soluzione alla forza del movimento operaio.

Una forza che contava perché era parte fondamentale della produzione industriale di stampo taylorista e grazie al movimento socialista era diventata potenza.

Quaranta anni di studi e ricerche che hanno creato le premesse per rendere inoffensivo politicamente il ruolo dei lavoratori della grande industria.

Qui pubblichiamo una lettera di Vannuvar al presidente Roosevelt che segnala l’avvio di questo lavoro.

L’epilogo di questa vicenda ce la racconta un’intervista di Michele Mezza a Nikolaj Ivanovič Ryžkov, Primo Ministro dell’URSS dal 1985 al 1987. Ryžkov racconta che Andropov appena nominato Segretario Generale del PCUS riunisce nel 1982 un gruppo di giovani dirigenti sovietici (Ryžkov,

Licaciev, Aliev, Agambengyan, e Gorbaciov) e gli racconta che nel 1975 aveva fatto un rapporto a Breznev dicendo che in America “aveva preso avvio un nuovo modello di sviluppo economico basato su una forte automazione delle attività cognitive, grazie alla diffusione del computer individuale”.

Andropov guardando il calendario fece notare che erano passati sette anni e che quindi ormai la battaglia era persa. Si trattava di trasformare la sconfitta in una ritirata strategica.

Come sappiamo non fu una ritirata ma vero e proprio rompete le righe.

La rottura dei vecchi equilibri unita alla forza delle nuove tecnologie ci ha dato un mondo “globalizzato” dove è cresciuto a dismisura il peso e l’influenza di pochi gruppi economici e di potere che hanno abbandonato qualsiasi cautela e riserva pur di ottenere quello che volevano, fino ad organizzare colpi di Stato e alimentare guerre in tutto il pianeta.

Questo processo ha avuto un’accelerazione enorme dalla rivoluzione informatica e digitale.

Abbiamo conosciuto cosi la globalizzazione, animata e sostenuta dall’idea che tutti potevano fare tutto: viaggiare, arricchirsi, dominare la natura e alterare la vita stessa.

La sinistra in gran parte è stata risucchiata in questo gorgo o ha risposto con un armamentario ideologico e pratiche politiche ormai superate.

Le poche occasioni in cui si sono squarciate le nubi come con il convegno di Rinascita del 1962 sulle Nuove Tendenze del Capitalismo, o dalle esplosioni del 1977 o al G8 di Genova sono state censurate o represse.

Altro incontro importante è quello con Christian Marazzi un economista che con il suo al posto dei calzini è tra i primi a metà degli anni Settanta a cogliere il cambiamento profondo in atto.

Con Sergio Bellucci ho scoperto la portata del digitale e soprattutto come è cambiato il lavoro nella situazione attuale. Il suo concetto di lavoro implicito ha introdotto un approccio completamente diverso creando le premesse per uscire dalle secche in cui è arenato il movimento sindacale.

E per finire un intervento di Luca Cangeni che immagina un nuovo blocco politico militare come emerge dal documento Asymetric Competition: A Strategy for China & Tecnology Actionable Isights for American Leadership.

Questi “incontri” sono avvenuti mentre mi sono trovato a lavorare in diversi partiti di sinistra o centro sinistra, da Rifondazione comunista ai Comunisti Unitari, dai Democratici di Sinistra al Pd e per finire a Patria e Costituzione.

Pubblico documenti e incontri a cui ho partecipato direttamente e che per me hanno rappresentato una serie di occasioni mancate.

Non si può dire che nessuno avesse capito cosa stava accadendo, come cambiava la società e la politica. Le due vicende più eclatanti sono state l’abbandono di Bertinotti e del Manifesto del progetto di tv digitale e satellitare per realizzare il quale fu costituita la società Compagnia Multimediale spa e la liquidazione dell’associazione Tematica e Telematica dei Ds NETWORK che nei contenuti e nel modo di funzionare anticipava di venti anni il fenomeno Cinque Stelle.

Proprio oggi che siamo a un tornante decisivo dove avanza una transizione e il vecchio potere è messo in discussione, ma senza che si delinei il nuovo ponte di comando, può essere utile ripercorrere queste esperienze.


Indice del libro:

Prefazione di Gianfranco Nappi

Premessa: Da dove viene la sconfitta del movimento operaio, di Valentino Filippetti

Le letture

Lettera di Vannuvar a Roosevelt

Intervista di Mezza a Ryzkov

Le azioni del linguaggio, di Christian Marazzi

Digitale e lavoro: taylorismo digitale, lavoro implicito e lavoro operoso, di Sergio Bellucci

Un blocco imperialista digitale? di Luca Cangemi

Gli scritti

Il futuro non va inseguito, va immaginato. di Valentino Filippetti

Una “rete sociale”. di Valentino Filippetti

L’individuo cooperante. di Alessandro Genovesi e Valentino Filippetti

Il futuro del lavoro nel tempo della metrica giapponese, di Valentino Filippetti

Pecunia viro, no vir Pecunia, di Valentino Filippetti

Il mondo in transizione, di Valentino Filippetti

Le esperienze

Partito della Rifondazione comunista

Per stare “in linea” con il partito

Festa Nazionale di Liberazione sulla informazione e sulla comunicazione

Un progetto per i mezzi di comunicazione di massa del Prc

BBS per un giorno

No Fun BBS

Sulle spalle di Gulliver

1° Conferenza Nazionale sulle Comunicazioni Multimediali

Apocalypse Now?

CMM Compagnia Multimediale

Comunisti Unitari

Comunicato stampa

La Rete Democratica

La sinistra nella rete, di Pietro Ingrao

MediAterraneo

Media Evo

Democratici di Sinistra

Più megabit per tutti

Innovazione, di Cesare Massarenti

Quelli di NetWork e le loro proposte per una nuova sinistra, di Valentino Filippetti

Più sapere per tutti, di Valentino Filippetti

Il “netWork” di approfondimento sulla “internet-economy”, di Valentino Filippetti

Nasce l’Osservatorio per l’innovazione

Il futuro non va inseguito, va progettato

Il contratto c’è, ma non per tutti

Analisi delle realtà e delle tendenze dell’informazione regionale digitale

Partito democratico

Un Sincronizzatore Comunicativo per il Partito Duttile, di Valentino Filippetti

All’Eremito Digital De Tox, di Valentino Filippetti

iOlive, un’app per scoprire l’olio, di Valentino Filippetti

Da Radio Galena a Fab Lab Radio, di Valentino Filippetti

X10 Pathology per l’analisi del sangue, di Valentino Filippetti

Showroom 2.0: la concessionaria del futuro, di Valentino Filippetti

L’innovativa app per il corteo storico di Orvieto, di Valentino Filippetti

OLO sbanca con il crowdfunding, di Valentino Filippetti

Vetrya debutta in borsa a Milano. un caso di scuola per la collaborazione pubblico-privato.

To Be srl, alla velocità della luce, di Valentino Filippetti

Social FabLab

Acceleriamo il futuro

Istituto Istruzione superiore e Scientifico tecnico

Eretico Futuro

Eretici nel segno dello sviluppo

Creatività produttiva e pensiero digitale: Orvieto è la capitale, di Davide Pompei

XVII Congresso Nazionale Lega delle Autonomie

Transizione possibile

Patria e Costituzione

Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione – 2019

Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione – 2020, intervento di Valentino Filippetti

II Edizione della scuola estiva di formazione politica. Seminario II “Il nuovo disordine globale”

Ali Umbria propone il webinar “Immuni, un’App di cittadinanza”, di Andrea Crisanti e Michele Mezza

Le occasioni perdute

Soviet e diffidenza. La retrotopia malattia digitale della sinistra, di Michele Mezza

L’occasione perduta dell’associazione NetWork, di Valentino Filippetti

Il tempo di Galileo Galilei

Il tempo di Alì Rashid

Per una carta della civiltà e del benessere tecnologico, di Valentino Filippetti

Il libro è acquistabile on line al link: https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/eretico-futuro/

Viva la vaccinazione. Cuba è l’unico paese in America Latina ad aver sviluppato i propri vaccini Covid che sono altamente efficaci.

Tuttavia, la produzione è in ritardo.

di Bert Hoffmann (da IPG-Journal Newsletter)

Sono tempi duri a Cuba. La situazione dei rifornimenti è peggiorata drammaticamente, anche i generi alimentari di base scarseggiano, la moneta sta perdendo valore, e ora i numeri dei contagi da covid sono alle stelle. In soli dieci giorni, il numero giornaliero di casi è raddoppiato. Con più di 3.000 infezioni al giorno (in una popolazione di undici milioni), il sistema sanitario sta raggiungendo i suoi limiti. Ma allo stesso tempo, è proprio la lotta al covid che porta la più grande speranza. I vaccini sviluppati sull’isola stessa mostrano un’efficacia molto alta – non solo negli studi clinici, ma anche nella pratica.

Il governo dell’Avana ha rischiato molto quando ha deciso nel maggio 2020 di non importare alcun vaccino – né dalla Russia né dalla Cina, e nemmeno attraverso la partecipazione alla piattaforma di vaccini COVAX. Invece, ha fatto affidamento solo sullo sviluppo dei propri vaccini. Molti erano scettici: perché un’isola di undici milioni di abitanti nei Caraibi dovrebbe essere in grado di fare ciò che le aziende farmaceutiche da miliardi di dollari non sono riuscite a fare?

La spiegazione è il settore delle biotecnologie che è stato sistematicamente costruito dagli anni 80 – un’isola di efficienza nell’economia socialista del paese. Fin dall’inizio, c’è stata una particolare attenzione allo sviluppo di vaccini – non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione verso i paesi del Sud globale. È grazie a questa struttura di ricerca e produzione consolidata che Cuba ha potuto portare due vaccini alla maturità applicativa in un tempo molto breve.

Entrambi – “Abdala” e “Soberana-2” – usano il metodo dei vaccini a base di proteine che è stato usato per decenni per la polio, il tetano & co. A differenza dei nuovi vaccini mRNA di Biontech e Moderna, questa è una tecnologia “vecchia scuola”. Ma ha il vantaggio che i vaccini Covid possono essere prodotti nelle fabbriche esistenti, gli effetti collaterali sono facili da valutare, non è necessario un raffreddamento estremo e la somministrazione non è complicata.

E sono molto efficaci. Nel frattempo, gli scienziati cubani hanno anche pubblicato i risultati degli studi di fase III. Secondo questi, Abdala raggiunge un’efficacia del 92% dopo tre dosi. Per Soberana-2, c’è un risultato intermedio: dopo due delle tre dosi di vaccino, questo è del 62% – ancora ben al di sopra del 50% che l’OMS specifica come soglia per i vaccini. Quando viene valutato dopo le tre dosi complete, è probabile che anche qui ci si aspetti un valore superiore all’80% o addirittura intorno al 90%.

I critici hanno messo in dubbio queste cifre e hanno sottolineato la mancanza di trasparenza e di documentazione nelle riviste scientifiche. In pratica, questi valori possono effettivamente essere adattati in una certa misura, soprattutto perché la variante delta è stata introdotta anche a Cuba nel frattempo. Anche la durata della protezione immunitaria è una questione aperta.

Ma la pratica della campagna di vaccinazione parla un linguaggio chiaro. Quando il personale medico del paese è stato vaccinato all’inizio di marzo, il numero di infezioni tra gli operatori sanitari è stato immediatamente ridotto. Questo si sta ripetendo da quando la campagna di vaccinazione di massa è iniziata a maggio.

Quasi sei milioni di dosi sono state somministrate, la maggior parte a L’Avana, originariamente l’epicentro dell’infezione. In tutte le altre province, l’incidenza è attualmente in forte aumento. Nella capitale, tuttavia, dove circa la metà della popolazione è stata vaccinata, sono in costante calo da settimane. Nel frattempo, sono a metà del loro picco.

Un trial di fase III del vaccino Soberana-2 con 24.000 partecipanti è stato condotto anche in Iran. Come risultato dei buoni risultati e dei bassi effetti collaterali, il vaccino cubano ha già ricevuto un’approvazione d’emergenza. Questo è ancora in sospeso a Cuba. L’autorità di regolamentazione cubana, si può presumere, concederà l’approvazione formale solo quando i dati disponibili soddisfaranno tutte le specifiche e i protocolli dell’OMS.

Perché oltre a superare la pandemia nel proprio paese, Cuba spera anche di esportare i suoi vaccini. Ma qui Cuba sta attualmente affrontando alti ostacoli nell’espandere la sua produzione di vaccini. I 100 milioni di dosi di vaccino che all’inizio erano stati promessi per essere prodotti quest’anno rimarranno probabilmente solo una possibilità teorica. I materiali necessari sono diventati estremamente scarsi in tutto il mondo, dato che altri paesi si concentrano sempre più sullo sviluppo di vaccini a base di proteine – da Novavax negli Stati Uniti all’alleanza di Sanofi con GlaxoSmithKline in Europa fino a Anhui in Cina.

Anche se Cuba è “sovrana” nello sviluppo del proprio vaccino, come indica il nome del vaccino “Soberana”, non lo è affatto nelle attrezzature da importare e negli ingredienti necessari. Inoltre, come per tutto a Cuba, c’è il pesante fardello dell’embargo statunitense. Non solo limita la capacità di acquistare macchinari e altri mezzi di produzione, ma le minacce di Washington alle banche internazionali rendono le transazioni finanziarie con l’isola manovre complesse e costose.

Di conseguenza, Cuba si concentrerà inizialmente sulla produzione di vaccini sufficienti per inoculare la propria popolazione a livello nazionale. Certamente, una prima spedizione di 30.000 dosi di “Abdala” è andata come gesto di solidarietà al Venezuela, le cui forniture di petrolio a Cuba sono diminuite ma sono ancora essenziali per l’approvvigionamento dell’isola. Altri dodici milioni sono stati promessi, ma non è chiaro quando saranno consegnate.

Saranno anche negoziate ulteriori opportunità di esportazione, preferibilmente con un finanziamento anticipato per l’acquisto dei materiali di produzione. Sono concepibili anche accordi di licenza con paesi come l’Argentina o il Vietnam, che hanno capacità di produzione proprie. In passato, l’OMS ha acquistato vaccini cubani per le campagne di vaccinazione nei paesi del Sud del mondo e potrebbe farlo di nuovo nell’attuale pandemia. A medio termine, i vaccini a base di proteine, come quelli cubani, sono anche adatti per le vaccinazioni di richiamo.

Per quanto importanti possano essere queste prospettive, i vaccini cubani possono affrontare la crisi sanitaria del paese, ma non quella economica. Questo rimane il compito di un’agenda di riforme che dovrebbe mirare a rilanciare l’intera economia, non solo a rendere il settore delle biotecnologie una lussureggiante e spumeggiante mucca da mungere.

La lotta contro la pandemia a Cuba, come altrove, è una corsa contro il tempo. Tra il ritmo della vaccinazione da un lato, e la diffusione del virus e delle sue varianti dall’altro. Se va bene, la campagna di vaccinazione può salvare gli ospedali di Cuba dal collasso, portare gradualmente il paese fuori dall’isolamento e permettergli di riaprire al turismo internazionale in tempo per l’importantissima stagione invernale. Il turismo era l’industria cruciale dell’isola fino all’inizio della pandemia ed è assolutamente essenziale come fonte di valuta estera nell’attuale crisi di offerta.

Ma i vaccini cubani dovrebbero dare spunti di riflessione anche al di fuori dell’isola. In tempi di catene di approvvigionamento globali, qualsiasi idea di “autosufficienza” è rapidamente vista come antiquata. Nella pandemia, tuttavia, le nazioni occidentali industrializzate hanno dovuto imparare che non si può fare affidamento sulla globalizzazione nei momenti di bisogno. Che si tratti di maschere o di vaccini, quando si arriva al dunque, non c’è solo “l’America First”, ma ogni altro paese prova a fare lo stesso.

Il fatto che il settore biotecnologico di Cuba sia riuscito in modo così convincente a sviluppare i propri vaccini con le risorse molto limitate del paese è quantomeno sensazionale. Anche se Cuba deve affrontare mesi di tensione, visto il rapido aumento del numero di infezioni nelle ultime settimane: C’è molto per presumere che, verso l’autunno o l’inverno, il paese sarà tra i primi in America Latina a raggiungere i “tempi post-Covid” con una diffusa immunizzazione della popolazione.

Tratto da:

Viva la Impfung Als einziges Land Lateinamerikas hat Kuba eigene Covid-Impfstoffe entwickelt – und diese sind hochwirksam. Jedoch ruckelt es bei der Produktion.

Traduzione: Cambiailmondo.org

In Perù, Garabombo non è più invisibile. La reazione delle oligarchie e le pressioni esterne dopo la vittoria di Castillo.

di Marco Consolo

Sono ore di alta tensione in Perù. Dal 6 giugno, data del secondo turno delle elezioni presidenziali sono passate più di 2 settimane e l’autorità elettorale peruviana non ha ancora dichiarato ufficialmente vincitore il maestro Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”. In base al totale dei voti scrutinati, Castillo è in testa per circa 44.000 voti (50,12%), contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della mafia che si è fermata al 49,88 %. Il risultato consegna un Paese diviso in due come una mela, con una profonda crisi istituzionale, più di 190.000 decessi a causa della pandemia, una corruzione dilagante, un profondo classismo (in particolare conro i popoli originari) e le sequele di un estrattivismo selvaggio con morti, feriti e detenuti.

Ma non c’è 2 senza 3, ed è la terza volta consecutiva che Fujimori viene sconfitta, dopo il 2011 ed il 2016.

Come da copione latino americano (e di Trump), va in scena il sovversivismo delle classi dirigenti: l’oligarchia bianca, il fascismo peruviano e la destra internazionale  non si rassegnano alla sconfitta, gridano ai brogli e da tempo hanno attivato un piano per non riconoscere la volontà popolare. Già prima del ballottaggio, il blocco sociale composto da oligarchia, latifondi mediatici, settori delle FF.AA. e della magistratura, insieme alla Confindustria locale, ha lanciato una campagna di odio anti-comunista e di false accuse di fiancheggiamento al terrorismo contro Castillo ed il resto della sinistra.

La strategia golpista

Nelle settimane scorse, a Washington è cresciuto il nervosismo e, sotto suggerimento a stelle e a strisce,  la “signora K” aveva invitato inutilmente il terrorista venezuelano Leopoldo Lopez a dar manforte nella campagna elettorale contro il “castro-chavismo”. Non sono serviti gli appelli anti-comunisti di Vargas Llosa a favore della signora K, con una giravolta rispetto al passato degna di miglior causa.  Nè era stato utile l’appello di 23 ex-presidenti di destra ad ammettere le “denunce” (fuori tempo massimo) di K per “brogli” e non riconoscere la vittoria di Castillo. Sforzi che non sono serviti ad evitare la sconfitta nel “cortile di casa” statunitense, nell’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale.

Oggi la signora K, la “mafia fujimorista” (e Vargas Llosa), cercano di evitare che Castillo sia proclamato presidente il prossimo 28 luglio, con sfacciate manovre golpiste.  Ed altresì, risparmiare 30 anni di galera per corruzione a Keiko Fujimori, accusata in vari processi a suo carico.

Per far ciò, utilizzano una strategia di “guerra asimmetrica” diretta dal famigerato Vladimiro Montesinos (ex capo dei servizi segreti, oggi nel carcere dorato della base navale del Callo) e dalla CIA.

E’ una strategia che conta su diverse mosse, comprese quelle del puntuale e sanguinoso attacco contro la popolazione attribuito immediatamente a Sendero Luminoso (formazione praticamente scomparsa da anni) a pochi giorni dalle elezioni.

In un elenco non esaustivo, all’inizio hanno provato a ritardare il più possibile, e con qualsiasi mezzo, il conteggio dei voti per evitare la proclamazione di Castillo, cosa che non ha portato a nulla a causa della differenza dei suffragi, ammessa dalle stesse autorità elettorali.

Vista la mala parata, hanno iniziato a chiedere nuove elezioni “per brogli”, senza uno straccio di prova ed in totale disprezzo delle leggi e della Costituzione peruviana (promulgata dal padre di Keiko, Alberto Fujimori, golpista, corrotto e genocida attualmente in galera), cercando di fare pressioni di ogni genere sull’autorità elettorale. Per fare ciò, la signora K ha arruolato i più famosi avvocati, con compensi milionari.

In queste settimane, si è intensificata la campagna di odio, paura e false accuse di “terrorista” contro Castillo, con l’appoggio dei mezzi di disinformazione di massa, innaffiati da abbondanti flussi di denaro. Una campagna rivelatasi contro-producente visto che, viceversa, ha provocato il rifiuto di metà della popolazione, della poca stampa indipendente e non corrotta, degli osservatori internazionali (tra cui la stessa progolpista OEA, diretta da Almagro).

Parallelamente, si agita la piazza con i suoi sostenitori, i poveri ingannati e i ricchi convinti (che obbligano le loro lavoratrici domestiche a portarne i cartelli di protesta contro Castillo e il comunismo, con la minaccia di licenziamento): cercano lo scontro fisico con i “ronderos” contadini, e quanti si sono mobilitati a Lima da tutto il Paese, con l’obiettivo di provocare scontri, caos, morti e feriti,  e fare intervenire le forze dell’ordine. Ma nonostante le provocazioni, neanche questo ha finora prodotto risultati.

Per non farsi mancare nulla, cercano anche di dare un golpe istituzionale per poter annullare le elezioni, attraverso manovre parlamentari e la nomina di un nuovo Tribunale Costituzionale, in mano a  un parlamento il cui mandato scade fra un mese.

Tintinnio di sciabole

Dulcis in fundo, si agita il sovversivismo nelle FF.AA., spingendo militari in pensione (di cui molti avevano appoggiato Montesinos nel marzo del 1999, come l’Almirante Jorge Montoya) a pronunciarsi contro il “caos político”. Puntuale come un buon orologio, lo scorso 15 giugno, un comunicato di ex–militari di destra delle tre armi, faceva appello alla sollevazione militare contro Castillo. Dietro le quinte, la regia del generale in pensione Otto Guibovich, oggi deputato di Acción Popular, partito dell’altro golpista Manuel Merino, cacciato dalle mobilitazioni studentesche nel novembre 2020.  Il comunicato ha provocato la dura reazione dell’attuale presidente Francisco Sagasti, che ha chiesto alla magistratura di procedere contro i firmatari.

Non è da sottovalutare questo tintinnio di sciabole, possibile anticamera di un golpe del XXI° secolo, con l’avallo del Pentagono e della CIA, per rendere impossibile il governo del maestro Castillo, “comunista, terrorista, incapace e confiscatore della proprietà privata”. Una modalità da non scartare, nonostante le difficoltà interne ed internazionali.

Ma piaccia o no alle classi dominanti, Castillo dovrebbe essere  proclamato presidente il prossimo 28 luglio. A differenza di Garabombo,  personaggio del bellissimo romanzo dello scomparso Manuel Scorza, che diventava invisibile agli occhi dei potenti per meglio difendere i diritti della povera gente, oggi gli invisibili, si sono palesati nella candidatura di un maestro elementare delle Ande peruviane.  Sono gli esclusi di sempre, delle campagne e  delle periferie urbane, impoveriti dal modello capitalista, neo-liberale ed estrattivista, che hanno poco da perdere, perchè possiedono poco o nulla. Sono tra i principali protagonisti della rivolta contro i poteri forti, contro i mafiosi che hanno governato il Paese negli ultimi decenni con il “pilota automatico” della Costituzione varata nel 1993 dal golpista Fujimori.

Dietro le quinte, la Casabianca corteggia i falchi golpisti e cerca affannosamente nuove e più efficaci strategie. Lo fa oggi con il “volto nuovo” di Biden, lo strascico “politico-letterario” del pennivendolo Vargas Llosa, la mafia di Miami e i congressisti come Marco Rubio, da sempre in prima fila nell’attacco ai processi di trasformazione del continente, con la trita propaganda di “libertà vs comunismo”.

Le priorità del maestro Pedro Castillo

Se sarà finalmente proclamato presidente, Castillo propone di arrivare ad una nuova Costituzione, che restituisca protagonismo allo Stato, sia in quanto a politiche pubbliche incisive, che come regolatore del mercato, per passare da una “Economia Sociale di Mercato” (secondo la costituzione golpista) a quello che il suo programma definisce  “Economia popolare con mercati”. Si tratta di un cambio di modello che propone misure urgenti per i primi 100 giorni. Tra le priorità, combattere a fondo la pandemia; rilanciare l’occupazione e l’economia popolare; un processo progressivo verso la seconda riforma agraria; una giusta fiscalità verso le grandi imprese (che oggi evadono sfacciatamente); la convocazione di un referendum costituente con un grande dialogo nazionale e popolare. Detto in altri termini, le priorità  immediate del futuro governo di Pedro Castillo saranno la campagna di vaccinazioni, e la riattivazione económica,  con l’obiettivo di creare occupazione, soprattutto nelle campagne e per le piccole e medie imprese.

Lungi dall’essere un “libro dei sogni”, sono misure urgenti e necessarie per cambiare il destino del popolo peruviano.

Ma sono misure che dovranno essere approvate dal nuovo Parlamento (eletto al primo turno), nel quale le sinistre di Perù Libre e della coalizione Juntos por el Perù non hanno la maggioranza.    Su 130 deputati, possono solo contare con i 37 del primo e i 5 della seconda, più pochi altri che potrebbero allearsi, per arrivare forse a 50. Sarà quindi una battaglia durissima, soprattutto rispetto alla possibilità di redigere una nuova Costituzione, che si può solo vincere con una forte mobilitazione sociale, come quella del novembre 2020 e di questi ultimi giorni.

Nel frattempo, l’accompagnamento internazionale contro le manovre golpiste in atto può aiutare a fare la differenza.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/in-peru-garabombo-non-e-piu-invisibile/

Centri e periferie dell’economia: il nuovo libro di Gianfranco Viesti

Regioni del Nord e del Sud, un’Europa sempre più divisa: le dinamiche dell’economia producono squilibri tra centri e periferie, ed è compito della politica affrontarli. Il nuovo libro di Gianfranco Viesti offre una mappa delle asimmetrie di oggi.

di Claudio Cozza

L’ultimo libro di Gianfranco Viesti, “Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo” (Laterza, 2021) ha un’ampiezza dei contenuti che va molto oltre l’analisi degli squilibri regionali. Viesti fornisce, infatti, una rassegna delle attuali dinamiche economiche a più livelli territoriali, e lo fa da prospettive multiple.

Per spiegare l’odierna polarizzazione fra centri e periferie, nella prima parte del libro l’autore ripercorre la storia del divario fra le regioni italiane nelle sue varie fasi: dagli sbilanciamenti post-unitari, alla mancata convergenza successiva alle due guerre mondiali, fino all’avvento dell’integrazione europea di fine Novecento. Il testo aiuta a capire le radici storiche del divario fra un Nord “centrale” e un Sud periferico, non come automatismo economico ma come effetto di scelte politiche: più rivolte all’attenuazione delle disuguaglianze le politiche dell’Italia liberale di fine Ottocento o quelle improntate al welfare state del Secondo Dopoguerra; acceleratrici del divario, invece, le politiche del fascismo o quelle dell’austerità di fine Novecento. Le dinamiche storiche e quelle geografiche devono però essere studiate insieme, osservando cioè l’interdipendenza fra territori e i relativi rapporti di forza. Non si può, ad esempio, capire la deindustrializzazione di certe regioni italiane negli ultimi decenni senza considerare l’allargamento a Est dell’Unione Europea.

In questa rassegna molti sono i rimandi alle teorie economiche che hanno accompagnato le politiche dei vari periodi, nonché le tabelle e le rappresentazioni grafiche dei dati che aiutano a capire meglio lo stesso sviluppo storico. Il libro diventa così uno strumento utile sia per la divulgazione al grande pubblico, sia per gli addetti ai lavori che vogliano mettere in ordine le tante informazioni sulla geografia economica del nostro Paese. La prima parte si conclude con un rimando ai grandi temi di attualità nel passaggio dal XX al XXI secolo: l’accelerazione della globalizzazione, lo sviluppo della Cina, la deindustrializzazione dei paesi occidentali, le politiche neoliberiste.

La seconda e terza parte del libro si focalizzano invece sull’Italia di oggi adottando, ancora, un approccio dalle molte angolazioni. L’autore fornisce statistiche aggiornate e significative sulle regioni italiane, con un’attenzione particolare alla struttura industriale del Mezzogiorno. E un intero capitolo è dedicato ai “divari civili” fra Nord e Sud, a dimostrazione di un’analisi che usa le statistiche per andare oltre la sola dimensione economica.

La conclusione del volume è dedicata alle politiche economiche che si sono succedute in Italia e a quelle che è possibile realizzare in futuro. C’è spazio per un’analisi critica delle politiche di austerità, per la descrizione delle debolezze delle politiche di sviluppo italiane ed europee, per gli aggiornamenti delle politiche di coesione. Ma anche per un richiamo alle politiche sull’istruzione, sulla ricerca o sulle infrastrutture che hanno frenato l’intero Paese, e il Mezzogiorno in particolare. Anche l’analisi delle politiche richiede un confronto internazionale e storico: se le economie capitalistiche sono “naturalmente” caratterizzate da fenomeni di concentrazione geografica della ricchezza, con alcuni territori che tendono a diventare “centri” e altri “periferie” come suggerito dai teorici della divergenza che Viesti richiama fin dal primo capitolo, l’azione di politica pubblica è necessaria per controbilanciare queste tendenze. I ritardi italiani rispetto alla media europea nell’istruzione, nella ricerca o nelle infrastrutture suggeriscono allora gli ambiti in cui sarebbe necessaria un’azione pubblica più incisiva. I ritardi interni all’Italia, con disparità regionali superiori a quelle di altri paesi europei, suggeriscono invece dove intervenire. La pandemia ha acuito tutti questi divari e, secondo l’autore, oggi è ancora più necessario un forte dibattito pubblico, con un’ottica di lungo periodo, senza però cadere in “sovranismi regionali” contrapposti.

Da un punto di vista teorico, la contrapposizione fra centri e periferie, fra territori più e meno sviluppati, è la chiave di lettura dell’intero libro ma non esaurisce l’argomentazione dell’autore. E, soprattutto, non è vista come un processo ineluttabile: “lo sviluppo regionale è quindi sempre l’esito complesso, combinato, di condizioni di partenza geografiche date, dei processi di evoluzione storica, degli effetti delle decisioni localizzative degli individui e delle imprese, delle grandi scelte politiche che ciascun paese compie. I suoi esiti non sono determinati a priori”.

Gianfranco Viesti, “Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo” (Laterza, 2021).

FONTE:

https://sbilanciamoci.info/centri-e-periferie-delleconomia/embed/#?secret=ZgsmqhHZ46

Come Cuba resiste al Covid e al bloqueo? Angelo Baracca su medicina e scienza, vaccini e comunicazione scientifica.

Questo testo è tratto da una trasmissione su Radio Mir: https://www.spreaker.com/user/radiomir/baracca-su-cuba-alto-volume

La versione integrale del testo si può trovare qui: https://archive.org/details/cuba-covid-baracca-integrale-4aprile2021

– Abbiamo il piacere di avere qui con noi il professore Angelo Baracca, già professore all’Università di Firenze, nonché attivista e saggista prolifico per campagne ambientaliste, per il disarmo nucleare e contro le guerre. Con la dottoressa Rossella Franconi, ha scritto il libro “Cuba: medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014”. Come la società cubana sta affrontando la pandemia da Covid? Anche in relazione ad altri paesi centro-nord-sudamericani?

Cuba ha una lunga esperienza di epidemie perché sin dai primi anni 1980 affrontò una brutta epidemia di dengue, un’infezione trasmessa da una zanzara. I cubani intervennero proprio con il primo ritrovato della ricerca e dell’industria biotecnologica: l’interferone. Spinti anche dall’intuizione di Fidel Castro, un gruppo di 6 medici cubani si recarono in Finlandia per una settimana e furono ospitati nel laboratorio di Kari Cantell, che aveva realizzato il primo procedimento al mondo per la produzione in quantità considerevoli di interferone umano. Ritornati a Cuba, in 3 mesi realizzarono questo processo piuttosto complesso, con tutti i preparativi, attrezzature moderne e annesse difficoltà a reperirli, perché già allora c’era il bloqueo. Lo stesso Cantell si stupì molto di come i cubani riuscirono a riprodurre il suo procedimento in così poco tempo.

Per combattere l’epidemia di dengue i cubani utilizzarono direttamente l’interferone, riuscirono a metterla sotto controllo e a vincerla. L’applicazione dell’interferone contro la dengue ha caratterizzato l’atteggiamento dei cubani anche oggi di fronte alla pandemia da Covid: i cubani hanno sempre elaborato medicinali, rimedi o vaccini, per utilizzarli proprio sul campo con tutte le precauzioni. Non è che i cubani saltino i requisiti scientifici, medici, i dovuti test e verifiche, però questa prontezza a utilizzare preparati medici di avanguardia ha nettamente caratterizzato tutta quanta la storia della medicina e della scienza cubana dopo il 1959.

L’11 marzo 2020 furono 3 turisti italiani che portarono il contagio a Cuba (!…) . Quando si verificarono questi primi casi di contagio da Covid-19, i cubani erano già pronti a tracciare i contatti e a isolare i contagi; avevano preparato immediatamente un ospedale Covid, evitando la contaminazione di ospedali e pronto soccorso come abbiamo visto in Italia. Hanno saputo isolare e incanalare nel modo corretto l’infezione.

Quindi c’è stata proprio una preparazione capillare, estesa al territorio, che ha coinvolto in prima persona la popolazione, non come in Italia dove la gente non sapeva più cosa fare, dove molte persone per paura hanno smesso di andare ai pronto soccorso. Con queste misure Cuba ha tenuto sotto controllo la pandemia, a differenza di tutti gli altri paesi delle Tre Americhe, nord, centro e sud – dove sappiamo che la pandemia ha invece infuriato in maniera incontrollata, cento volte inferiore ai numeri in Italia ma anche in Europa in generale, anche negli Stati Uniti, in Brasile, per non parlare del Messico e così via.

In questo momento i cubani non sono riusciti ad “abbassare la curva”, però c’è il primo vaccino che sta concludendo la fase 3 dei test clinici. I vaccini messi a punto a Cuba sono cinque (fra cui uno da una collaborazione sino-cubana). Due di questi vaccini sono in fase 3 – “Soberana 2” la sta concludendo – e quindi Cuba sicuramente farà fronte in modo definitivo alla pandemia utilizzando il vaccino. Ma, attenzione! Mentre in Italia il vaccino è una risorsa da ultima spiaggia perché non siamo stati capaci di tenere sotto controllo la pandemia, a Cuba prima la pandemia è stata tenuta sotto controllo – malgrado questa recrudescenza con un’origine precisa dopo le festività di Natale – e poi, con la pandemia sotto controllo, si avvierà progressivamente, in tempi relativamente brevi, la vaccinazione di tutta la popolazione. Credo sia molto importante sottolineare questa differenza con l’Italia.

– Ci ha ricordato il bloqueo. Vale la pena ricordare anche che il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha recentemente approvato una risoluzione su come le sanzioni unilaterali impattino negativamente sul godimento dei diritti umani nei paesi oggetto di sanzione. Di quali limitazioni soffre un paese come Cuba, che da 69 anni è sotto bloqueo statunitense, nel combattere una pandemia?

Questa storia delle sanzioni è una cosa immorale in generale. Pensa che ci sono circa 2 miliardi di persone, quasi un terzo della popolazione mondiale, che sono sotto sanzioni unilaterali degli Stati Uniti, i quali si arrogano il diritto di giudicare chi violi i diritti umani. Queste sanzioni pesano su due miliardi di persone! Perché la narrazione che le sanzioni sono fatte per indebolire i governi  ormai sappiamo che è un’invenzione: nessun governo mi risulta sia caduto in tutta la storia dell’umanità a causa delle sanzioni. Il governo semmai inasprisce le condizioni delle popolazioni.

Sottolineo “sanzioni unilaterali”, e per giunta dalla maggiore potenza mondiale. Che la maggiore potenza mondiale si arroghi il diritto di giudicare chi viola i diritti umani escludendo se stessa, è proprio una cosa che non ha termini possibili per essere definita. Se le Nazioni Unite decidessero delle sanzioni approvate dall’Assemblea Generale – e non dal Consiglio di Sicurezza – allora la cosa sarebbe diversa. Lo scopo sarebbe molto chiaro di una comunità internazionale che adotta queste misure, e non uno scopo contro la politica o l’impostazione politica della dirigenza di un paese soltanto perché agli Stati Uniti non va bene.

All’ONU in questo Consiglio per i Diritti Umani si stavano valutando proprio le sanzioni degli Stati Uniti. Intanto è immorale che l’Italia abbia votato contro la risoluzione perché secondo me è una scelta di principio votare a favore di sanzioni unilaterali di un paese contro 2 miliardi di abitanti del pianeta. Nel caso di Cuba poi – non solo di Cuba: del Venezuela, dell’Iran – è chiaro che in un momento come questo in piena pandemia, queste sanzioni sono proprio di una… come chiamarla?… di una crudeltà inumana, perché rende estremamente difficili proprio le misure sanitarie, mediche, per la popolazione, quelle che devono assolutamente essere prese e che sono fra l’altro non solo un vantaggio necessario per il Paese che viene sanzionato ma per tutti.

Il fatto che l’Italia in particolare abbia votato contro la risoluzione, confermando il suo servilismo all’imperialismo americano, è una cosa veramente vergognosa, tanto più vergognosa e immorale quando abbiamo visto come negli Stati Uniti la cosiddetta “democrazia”, i diritti umani vengono violati. È proprio un momento in cui un Paese, ma tutti i Paesi europei – i quali hanno votato contro alla risoluzione – dovrebbero proprio sottrarsi intenzionalmente, apertamente agli imperativi degli Stati Uniti. Ma poi, in Italia, dopo aver avuto due brigate mediche cubane che sono venute in nostro soccorso, richieste dalle regioni ma attraverso il ministro della sanità italiano, proprio è stata una cosa vergognosa.

Per fortuna, già negli anni Ottanta a Cuba sono stati fondati i primi centri di ricerca biotecnologica con le apparecchiature più moderne, senza le quali non avrebbe raggiunto livelli di eccellenza mondiale in questo campo. Per ottenere tutte queste apparecchiature, i reagenti, le materie prime, chiaramente ha dovuto aggirare le restrizioni del bloqueo e quindi tutte queste cose sono state molto più difficili da ottenere e sono diventate molto più care. Fin dall’inizio degli anni Ottanta, la sua industria biotecnologica le ha permesso di produrre medicinali e anche vaccini, ma le sanzioni rendono molto più difficili le forniture per mantenere in vita questa industria e per portare avanti questi processi e le ricerche necessarie. Penso che questo chiarisca a tutti la gravità assoluta, l’assoluta immoralità di queste sanzioni.

– Potrebbe sorprendere che Cuba sia comunque in grado di progettare, sviluppare, sperimentare, produrre, distribuire 4 vaccini – si parla addirittura di un quinto vaccino anti-Covid, lo apprendo durante questa chiamata. È una filiera molto complessa, nonostante appunto più di 200 sanzioni targate USA. Com’è questo possibile?

In realtà il campo medico e biotecnologico lo conosco molto superficialmente. Io sono un fisico, ho collaborato soprattutto con la facoltà di fisica de L’Avana dal 1995. Chiaramente non sono addentro ai meccanismi economici, organizzativi, dello stato cubano, della ricerca, dell’università. Non conosco i meccanismi specifici. Più che altro vedo gli effetti e l’impostazione che ha tutta la ricerca cubana.

Un primo punto che mi sembra molto importante chiarire è che non si tratta solo di un fatto organizzativo dello stato. Fidel Castro nel famoso discorso del 1960 dichiarò che il futuro di Cuba non può che essere un futuro di uomini di scienza. Tutta l’intelligencja, la comunità tecnica, scientifica, intellettuale, studentesca, docente del paese è stata mobilitata su questo progetto in maniera compatta, con lo spirito di cooperazione.

Tutto questo coordinamento, e anche quello che dicevo per affrontare la pandemia, è possibile perché lo stato controlla tutti i settori. Poi ci saranno disfunzioni, delle storture, perché poi insomma tutto il mondo è paese, non è che i cubani sono perfetti! Con Franconi lo diciamo sempre, i cubani non sono dei superuomini o superbuoni, sono persone normali. Ma la loro potenzialità è aumentata da questo spirito di cooperazione e di collegamento fra tutti.

– Riprendendo da questo discorso, sicuramente la pandemia ha evidenziato un cortocircuito forte fra le comunità scientifiche dei paesi post-industriali e le logiche del profitto. Nel discorso pubblico i caratteri classisti della comunicazione scientifica di medici e scienziati sono stati evidenti: da una parte i c.d. “esperti” si spendono a sfoggiare la propria sapienza contro la popolazione; dall’altra, sedicenti “eroi” in solitaria che hanno contrabbandato l’aneddotica clinica e studi osservazionali per scienza. Alla popolazione viene restituita solo una gran confusione. Sembra invece che a Cuba intercorra un rapporto diverso fra le comunità scientifico-mediche e la popolazione dell’Isola.

In Italia assistiamo a questi spettacoli proprio indegni degli specialisti che litigano in televisione. A Cuba, intanto, non c’è una persona che dubiti che questo coronavirus sia reale e che questa malattia sia reale e che non sia prontissima a vaccinarsi. Non siamo come da noi, dove ci sono i negazionisti del virus, i negazionisti della pandemia, i no-vax o comunque gli scettici. A Cuba è radicalmente diverso. Queste cose non esistono. La televisione statale trasmette regolarmente nel secondo pomeriggio le “mesas redondas”, cioè delle tavole rotonde e ce ne sono state varie registrate e seguibili su internet. Ce ne sono anche varie con argomento la pandemia, i vaccini. Ne ho sentita una a cui parteciparono i direttori dei principali centri cubani che hanno realizzato i vaccini. Ho assistito a una discussione in un’armonia completa, con uno spirito costruttivo di spiegare alla popolazione che cosa sono questi vaccini, come sono fatti, come funzionano, le differenze fra vaccini, le differenze con quelli di altri paesi, come andrà avanti la sperimentazione. La stampa cubana ne parla continuamente, ci sono quotidianamente articoli che aggiornano su queste cose. Questo mi sembra che dia una chiara idea che ci sia un clima generale – e anche specifico – radicalmente diverso da quello proprio avvilente e contraddittorio, molto spesso negativo, che noi conosciamo in un paese come il nostro.

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=35546

12 ore intorno al mondo per la Festa della Repubblica

12 ORE DI DIRETTA  – Evento webradiostreaming
di Radio MIR domani 2 Giugno 2021

 

Un giro del mondo virtuale, seguendo i fusi orari, cominciando alle 6 del mattino con l’Arabia Saudita per concludersi con l’Australia alle 17.30, passando per l’Europa, Nord e Sud America e Asia.

Ci collegheremo con italiani residenti all’estero e con persone che sono immigrate in Italia, mettendone a confronto le esperienze migratorie, le storie di integrazione, come vedono l’Italia dal loro punto di osservazione, nel giorno della Festa della Repubblica.

Circa 50 interventi da più di 25 paesi del mondo:  storie, reti di soggetti e  comunità, iniziative, interventi istituzionali, focus su temi importanti per le nostre comunità  per stimolare l’intreccio di nuove relazioni, incuriosire chi non conosce il mondo degli italiani all’estero. E anche un tentativo di “auto – inchiesta” per provare a riportare il grande tema delle migrazioni all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana.

Ricostruiremo attraverso i collegamenti, una comunità con una propria identità non solo linguistica ma riconducibile al tratto comune di “Cittadini del mondo”.

E da “cittadini del mondo” non si smette di essere italiani quando si varca il proprio confine, semmai è il contrario. E’ l’Italia come Paese che purtroppo dimentica i suoi cittadini all’estero. Quale contributo reale danno possono dare gli italiani all’estero per fare in modo che l’Italia diventi un paese del mondo e non come diceva Metternich ”una mera espressione geografica”?
 

La diretta si svolgerà sulla pagina facebook di Radio MIR e sul canale Youtube e avrà inizio alle ore 6 del 2 Giugno 2021 con la conduzione principale di Fabio Sebastiani e Pietro Lunetto.

REGISTRAZIONE INTEGRALE DELL’EVENTO WEB

FONTE: Radio MIR, radio degli italiani mondo: www.radiomir.space

Franco Fracassi: “I misteri di Wuhan”

Il laboratorio militare di Fort Detrick nel Maryland e quello di Wuhan in Cina avevano programmi paralleli, e lavoravano praticamente in simbiosi su esperimenti GOF (guadagno di funzione dei virus). Inoltre, il laboratorio di Wuhan è finanziato ufficialmente dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato USA. Il collegamento di tutto ciò è Anthony Fauci. Queste sono solo alcune delle “sorprese” che vi aspettano in questa intervista a Franco Fracassi.

FONTE: https://www.luogocomune.net/21-medicina-salute/5778-franco-fracassi-i-misteri-di-wuhan

DOPO COVID-19

Sostieni CAMBIAILMONDO

Dai un contributo (anche piccolo !) a CAMBIAILMONDO

Per donare vai su www.filef.info e clicca sull'icona "DONATE" nella colonna a destra in alto. La pagina Paypal è: filefit@gmail.com

Inserisci la tua e-mail e clicca sul pulsante Cambiailmondo per ricevere le news

Unisciti ad altri 1.736 follower

Blog Stats

  • 1.245.829 hits

ARCHIVIO

LINK consigliati

 

cambiailmondo2012@gmail.com