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Ambiente

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I paradossi della transizione ecologica

Tonino D’Orazio. 17 settembre 2022.

E’ saltato tutto. Ma già l’aver inserito il nucleare e il gas nell’elenco delle attività classificate dall’Unione europea come “sostenibili dal punto di vista ambientale”, delineava uno dei paradossi degli aspetti contraddittori della cosiddetta transizione energetica. In verità ne inficiava già la naturalezza ponendola su scala del mercato dell’energia e del profitto. Tutti i dati sono riferiti a prima della guerra in Ucraina.

E’ un assioma, pur rigirandolo da ogni parte, per creare energia bisogna consumare altro, quindi la parola creare è inappropriata, meglio ottenere. Mi direte che quello pulito può essere l’eolico o il fotovoltaico. Passo sopra solo per non elencare i costi connessi, dai materiali particolari, alla loro acquisizione e alla loro eliminazione o riciclaggio (non sempre possibile). Oltre che alla loro aleatorietà, se c’è sole o se c’è vento, e all’incapacità di stoccaggio dell’elettricità stessa. La produzione di energia da fonti rinnovabili per le auto elettriche sta generando tensioni sulla domanda e sui prezzi di “minerali critici” quali rame, litio, nickel, manganese, cobalto, zinco e terre rare. Tutti da scavare.

Esiste anche un argomento pregnante del mercato capitalistico. Lo vedete i colossi energetici mollare gli enormi benefici e mollare la presa ricattatoria sugli utenti, sulle popolazioni, e ormai sugli Stati? Chiunque ha oggi un impianto fotovoltaico, e pensa di essere diventato autonomo, (un po’ sì, se non si bada ai costi iniziali), è sottomesso alle decisioni Enel sul trasferimento del prodotto, sull’acquisto, sul limite di produrre di Kw (5) per abitazione (potreste arricchirvi con di più!), sull’utilizzo di una eventuale batteria di accumulo (es. se l’Enel stacca la luce, o questa salta, non potete usare la vostra batteria, non esiste swich …), ecc.

Il progetto del M5S, (110 Bonus), che in fondo prevede l’unica opzione politico economico-energetico per il futuro, cioè quello di tappezzare gran parte dei tetti d’Italia con il fotovoltaico per una certa autonomia e indipendenza di cittadinanza, dei costi risparmiati dall’utilizzo di energie fossili e inquinanti, non riesce a uscire dagli sbarramenti che i grandi monopoli introducono costantemente. E comunque l’Enel non riuscirebbe a gestire un eventuale afflusso enorme di energie rinnovabili, stagionali o meno. Non vorrei che l’energia verde sia un inganno vista l’impossibilità fisica di sostituire le attuali fonti di energia. Nonostante migliaia di miliardi di investimenti in energia verde, questa non rappresenta più del 3% dell’energia mondiale attualmente consumata. Immaginate tutti quelli “green” che hanno impiantato solo le pompe di calore per quest’inverno?

Anche gli altri paradossi sono pesanti. Soprattutto se si prevedono interventi per ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 e arrivare nel 2050 a emissioni zero. Cosa che presuppone effetti solo per i semplici cittadini, automobili e case, tralasciando quindi i consumi più inquinanti delle petroliere, dei porta-container, e dell’aviazione civile e militare, Negli ultimi 5 anni il parco auto circolante in Europa è passato da 248 a 268 milioni di veicoli, dilatando anche il divario di età. Tra le auto in media più giovani (in Lussemburgo e Regno Unito) e quelle più vecchie (Estonia, Lituania e Romania) c’è una differenza anche di 10 anni. Nel 2021 nel mondo sono state prodotti 80.145.988 di veicoli tra trasporto passeggeri e commerciali. Cifra ben lontana dal record del 2017, quando le fabbriche sparse in tutto il mondo ne sfornarono più di 97 milioni, ma in risalita rispetto al terribile 2020, fermo a 77.621.528 unità. Secondo l’annuario statistico dell’Aci, quelle che circolavano sulle strade del nostro Paese erano 36.751.311 milioni nel 2010. Un numero destinato a salire fino a 39.717.874 nel 2020, per i circa 50 milioni di cittadini maggiorenni.

In Europa nel 2020 appena lo 0,44% dei veicoli circolanti era un’auto elettrica. Di queste, 53mila immatricolate nel nostro paese. Il paradosso sta tra il sogno e la realtà. Non sarà possibile il ricambio complessivo dei veicoli europei. Non sarà possibile costruire in Europa almeno 10 milioni di colonnine di ricarica. L’impoverimento complessivo della popolazione, impedirà l’acquisto massiccio di costosi veicoli elettrici, con autonomie così ridicole da essere utilizzati misti o solo come city car. L’attuale discorso del “tutto elettrico” è semplicemente fuorviante, è un vicolo cieco fisico. Affermare da un giorno all’altro che non ci saranno più veicoli a combustione interna entro il 2035 è fisicamente insostenibile, è un’impossibilità materiale.

Nel condurre le politiche di riduzione, l’Ue continua a mantenere un’alta dipendenza energetica dall’estero, con importazioni nette pari al 57,5% dei suoi consumi, quota che sale all’83,6% per il gas naturale e al 97% per il petrolio greggio. I Verdi tedeschi ringraziano Putin del taglio netto di questi prodotti, propedeutico al sole verde dell’avvenire. Ma il 2030 è dietro l’angolo e la guerra in corso ha fatto saltare tutti i buoni propositi.

Risale l’uso del carbone. Nei primi dieci mesi del 2021, prima della guerra, vi sono incrementi a doppia cifra della produzione di energia elettrica con il carbone: +21,0% rispetto all’anno precedente nell’Unione europea a 27, con +27,1% in Germania e +17,8% in Polonia, i due Paesi che concentrano il 70,1% dell’elettricità prodotta con il carbone nell’Unione.

In Italia la produzione di elettricità dipende per il 47,7% dal gas, quota più che doppia del 20,1% della media dell’Unione europea. L’escalation della quotazioni del gas europeo si è traslata sul mercato elettrico, che dal varo del Green Deal a gennaio 2021 si è moltiplicato per 4,9 volte, con effetti pesanti, spesso drammatici, sui costi di produzione delle imprese e sulle famiglie. Nei primi undici mesi del 2021 la quota di gas liquefatto è scesa al 14% delle importazioni, ben 5,6 punti in meno rispetto al 19,6% del corrispondente periodo del 2019.

I principi generali della politica ambientale europea, a cui si dovrebbero conformare gli interventi fiscali del Green Deal prevedono una tassazione basata sul principio “chi inquina paga”. Alla prova dei fatti, però, tale principio risulta ampiamente disatteso. Nel 2020 la tassazione ambientale nel nostro Paese è del 3,0% del Pil, di 0,8 punti superiore al 2,2% della media Ue, uno spread che vale 13,2 miliardi di extra-prelievo. L’Italia, con questo livello di tassazione green, si colloca al 6° posto tra i 27 paesi dell’Unione europea, tuttavia si posiziona al 18° posto per emissioni di CO2 per abitante. Nel confronto tra le due maggiori economie manifatturiere europee, l’Italia registra un’intensità di emissioni del 28,7% inferiori a quelle della Germania a fronte di una tassazione ambientale superiore del 77,8% (1,3 punti di Pil in più rispetto all’1,7% della Germania). Paradosso, incongruenza, disorganizzazione, furto legalizzato dei monopoli privati, paga di più chi consuma meno, si paga la Tari a m2 invece che a persona inquinante…?

E adesso che siamo in guerra (solo all’inizio e anche all’inizio delle speculazioni legali di mercato neoliberista), tutto è decuplicato nei costi, sia all’origine che al consumo; si riaccendono le imprese elettriche a carbone; quelli che li hanno riaccendono i reattori nucleari, (ma tanto questi sono “ambientalmente sostenibili”), si blocca il foto-voltaico generalizzato del 110-Bonus, ecc … In fondo se il Green Deal era l’invenzione di una nuovo rilancio industriale di un capitalismo disperato, dobbiamo dire che sta fallendo. Al limite dispiace perché in fondo era legato alla produzione e al lavoro, non solo alla finanziarizzazione. Se era veramente un rilancio pulito ed ecologico per il futuro, dobbiamo dire che è fallito, non idealmente certo, ma nel paradosso della cruda realtà e dell’aver sognato oltre le possibilità reali in così poco tempo e l’aver sognato che il capitalismo buono di mercato avrebbe fatto la sua parte.

L’Ucraina è un trojan per la dipendenza della Germania (e Europa) dagli Stati Uniti

Intervista a Michael Hudson

Il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA

* * * *

Prof. Hudson, il tuo nuovo libro “The Destiny of Civilization” è uscito ora. Questa serie di conferenze sul capitalismo finanziario e la Nuova Guerra Fredda presenta una panoramica unica della tua prospettiva geopolitica.
 Parli di un conflitto ideologico e materiale in corso tra paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. Di cosa tratta questo conflitto e perché il mondo in questo momento si trova a un “punto di frattura” unico come afferma il tuo libro?

M. Hudson. L’odierna frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: negli Stati Uniti/NATO occidentali, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato la produzione alla leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri paesi asiatici insieme alla Russia fornendo materie prime e armi.

Questi paesi sono un’estensione fondamentale del capitalismo industriale che si evolve nel socialismo, cioè in un’economia mista con forti investimenti in infrastrutture governative per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altri bisogni di base trattandoli come servizi pubblici con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità. Nell’Occidente neoliberista USA/NATO, al contrario, questa infrastruttura di base viene privatizzata come monopolio naturale per l’estrazione di rendite. Il risultato è che l’Occidente USA/NATO resta un’economia ad alto costo, con le sue spese per l’alloggio, l’istruzione e le cure mediche sempre più finanziate con debiti, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione di capitale) . Ciò pone un problema esistenziale per il capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di una rendita finanziarizzata che impoverisce il 99% per arricchire l’uno per cento?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO, un modo più utile di pensare alla frattura globale dei BRICS). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satellite, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro economico di sanzioni di Berlino per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è immischiata nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberisti alla guida del governo. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche le loro fortune politiche personali) è strettamente alleato con la leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è ora diventata sostanzialmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come mantenere il Sud del mondo – America Latina, Africa e molti paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi paesi aumentando drasticamente i prezzi di petrolio, gas e generi alimentari (oltre ai prezzi di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando risparmi finanziari e credito bancario in titoli denominati in dollari USA.

Ciò ha aumentato il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i paesi SCO e del Sud del mondo pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.
Ciò costringe questi paesi a scegliere: o rinunciare a energia e cibo per pagare i creditori esteri – mettendo così gli interessi finanziari internazionali prima della loro sopravvivenza economica interna – o inadempiere ai loro debiti, come accadde negli anni ’80 dopo che il Messico annunciò nel 1982 di non poteva pagare obbligazionisti stranieri.

Come vede la guerra/operazione militare speciale in corso in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia si è assicurata l’Ucraina orientale di lingua russa e la sua costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “colpire l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, in particolare da parte di combattenti polacchi.

I paesi della NATO hanno scaricato le loro armi vecchie e obsolete in Ucraina e ora devono spendere ingenti somme per modernizzare il loro equipaggiamento militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale degli Stati Uniti eserciterà pressioni al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica, il tutto in aggiunta al loro crescente deficit energetico e alimentare. Quindi l’euro e la sterlina si stanno dirigendo verso la parità con il dollaro USA. L’euro è quasi arrivato ora (circa $ 1,07). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi per l’Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti in Oriente e in Occidente ritengono che ciò danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che ciò si ritorcerà contro o avrà davvero un enorme effetto boomerang sui paesi occidentali.

La politica prevalente degli Stati Uniti è combattere contro la Cina, sperando di rompere le regioni degli uiguri occidentali e dividere la Cina in stati più piccoli. Per fare ciò, è necessario spezzare il supporto militare russo e delle materie prime alla Cina e, a tempo debito, suddividerlo in una serie di stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.) .

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita così sgradevoli per i russi che avrebbero fatto pressioni per un cambio di regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare la Russia militarmente, facendo in modo che i corpi degli ucraini esauriscano la scorta russa di proiettili e bombe dando la vita semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno del popolo russo a Putin, esattamente l’opposto di quanto previsto. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto cosa hanno fatto gli Harvard Boys alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica domestica che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo azioni di petrolio, nichel e servizi pubblici a l’Occidente, e poi spronando gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. C’è un accordo generale sul fatto che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est invece che verso ovest.

Quindi l’effetto delle sanzioni statunitensi e dell’opposizione militare alla Russia è stato quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che blocca l’Europa alla dipendenza dagli Stati Uniti, mentre spinge la Russia verso la Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e il cibo russi, a grande vantaggio dei fornitori di gas GNL e degli esportatori agricoli statunitensi, minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Ma per l’Europa il danno è già stato fatto, e né la Russia né la Cina dovrebbero credere che i funzionari del governo europeo possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali provocate dall’interferenza degli Stati Uniti.

Qui in Germania ascolto il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck dei Verdi, che parla di attivare il “gas di emergenza” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si riassumerà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di suicidarsi economicamente e di provocare una depressione, prezzi al consumo più alti e standard di vita più bassi. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la loro produzione di fertilizzanti, vista l’accettazione da parte della Germania delle sanzioni finanziarie che le impediscono di acquistare gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le case automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli all’offerta.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti sul petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da società statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi da parte dell’Europa che ha donato all’Ucraina è anche un vantaggio per il complesso militare-industriale degli Stati Uniti, i cui profitti sono alle stelle.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici per l’Europa, che sembra il grande perdente.

I produttori arabi di petrolio hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di addebitare meno per il loro petrolio. Sembrano essere guadagni inaspettati dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è stata infranta. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee a causa del furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quando la Russia smetterà semplicemente di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando in effetti l’onere fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca politicamente agli Stati Uniti, rinunciando ai suoi governi ma almeno portando alcuni europei al Senato e alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano la a) Nuova Guerra Fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberista nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la tua recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’area del dollaro occidentale dall’Eurasia e dal sud del mondo. I politici statunitensi promettono di continuare la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questo possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica ora sembra che possa minacciare di essere l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di disabilitare la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente bloccandola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza intoppi al sistema di compensazione bancaria cinese. La seconda tattica consisteva nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e le disponibilità di titoli finanziari statunitensi. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a buon mercato mentre l’Occidente li ha scaricati. La terza tattica era impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le sue esportazioni di petrolio, gas e cibo sono in aumento. Ciò ha alzato il tasso di cambio del rublo invece di danneggiarlo. E poiché le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà molto nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, le tariffe Trump contro le esportazioni europee verso gli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali in diminuzione. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare ad acquistare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma semmai taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’Eurozona si è imposta.
Nel medio e lungo periodo, quindi, le sanzioni USA/NATO sono rivolte principalmente all’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il predominio egoistico di energia, cibo e finanza.

In Germania il progetto Nord Stream II è ancora un grosso problema politico. Nel tuo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” hai scritto: “Ora è chiaro che l’odierna escalation della Nuova Guerra Fredda era pianificata più di un anno fa. Il piano americano di bloccare il Nord Stream 2 faceva davvero parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare prosperità attraverso scambi e investimenti reciproci con Cina e Russia”. Potresti spiegarlo ai nostri lettori?

Ciò che definisci “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica Buy-American. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare gas al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il suo gas dai fornitori statunitensi di GNL e a spendere 5 miliardi di dollari per espandere la capacità portuale, che non sarà nemmeno disponibile subito ma nei prossimi anni.

Ciò minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e altri paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. Fondamentalmente, i parlamenti nazionali sono ora sottomessi alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come notato sopra, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro USA. È probabile che gli investitori europei trasferiscano i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i loro guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente cali di prezzo per le loro azioni e obbligazioni misurate in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato un nuovo disegno di legge: i legislatori tedeschi hanno approvato un possibile esproprio delle società energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le società energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non possono più svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare alla camera alta del parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che ha come azionista di maggioranza la Rosneft, di proprietà statale russa.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro paesi e venderanno (o faranno confiscare alla Russia) gli investimenti dei paesi NATO in Russia. Ciò significa uno svincolo dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra la prossima economia ad essere sanzionata dalla NATO poiché diventa un’Organizzazione del Trattato del Pacifico orientale che coinvolge l’Europa in questo confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) ha sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe a esercitare pressioni europee sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere che hanno sequestrato.

Ma anche dopo un simile accordo di restituzione e riparazione, sembra improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento nella consapevolezza di come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti contro alleati e avversari allo stesso modo.

La mia domanda sarebbe: il socialismo è un argomento importante nel tuo nuovo libro. Qual è la tua opinione su quelle misure “socialiste” prese ora da un paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa, ci si aspettava che la “fase finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. C’erano molti diversi tipi di socialismo: socialismo di stato, socialismo marxista, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era una maggiore spesa per le infrastrutture del governo. La transizione al socialismo è stata guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di sussistenza di base) e il costo delle attività economiche mediante investimenti del governo in infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi agevolati.

Tale obiettivo eviterebbe che i servizi di base diventino opportunità di affitto monopolistico. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi hanno consegnato servizi di pubblica utilità a investitori privati. Le società sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e pagamenti alla direzione. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberali in economie ad alto costo incapaci di competere nei prezzi di produzione con paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa opposizione nei sistemi economici è la chiave per comprendere la frattura globale del mondo di oggi.

In questo momento sono al centro dell’attenzione soprattutto petrolio e gas russi. Mosca richiede pagamenti solo in rublo e sta ampliando il proprio campo di acquirenti riempiendolo di Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in Euro o Dollaro USA. Qual è la tua opinione su questa guerra in corso sulle risorse? Il Rublo sembra essere un vincitore.

Il rublo è certamente in aumento. Ma questo non rende la Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le proprie importazioni necessarie per il corretto funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia finirà per vincere se riuscirà a organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e a ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire ciò che è stato privatizzato sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni ’90.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria in Oriente accompagnata da un rafforzamento dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO)?

Ci saranno ancora petrodollari, ma anche una varietà di blocchi dell’area valutaria mentre il mondo de-dollarizza i suoi accordi internazionali di commercio e investimento. Alla fine di maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha affermato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, BRICS+ potrebbe espandersi per includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo sudafricana (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali in valuta estera per i paesi non NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai paesi satelliti degli Stati Uniti, sovvenzionando la fuga di capitali dai paesi del Sud del mondo e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate 2022 sarà un banco di prova poiché i paesi del Sud del mondo subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento del deficit petrolifero e alimentare insieme ai maggiori costi in valuta nazionale per sostenere i loro debiti in dollari esteri. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari USA per mantenere viva l’illusione della solvibilità. Ma i paesi SCO possono offrire petrolio e cibo – i paesi IF danno garanzie di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella tua recente intervista a Michael Welch ( “Crisi accidentale?” ) fai un’analisi specifica sull’attualità della guerra Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potresti per favore approfondire?

Come ho spiegato sopra, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno bloccando in Germania la dipendenza dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per potenziare la NATO nell’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci di scambi e investimenti con la Russia. Si sta trasformando nel partner junior (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema per gli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non puoi crearla in casa è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto 1971, lo standard del Treasury Bill ha dato agli Stati Uniti un passaggio gratuito a spese estere. Le banche centrali estere hanno riciclato il loro afflusso di dollari derivante dal disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense in prestiti al Tesoro statunitense, ovvero per acquistare titoli del Tesoro USA per detenere i propri risparmi. Questo accordo ha consentito agli Stati Uniti di intraprendere spese militari straniere per le sue quasi 800 basi militari intorno all’Eurasia senza dover svalutare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro degli Stati Uniti.

Ma ora che è diventato pericoloso per i paesi detenere depositi bancari statunitensi o titoli di stato o investimenti denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare a fare “un giro” gratis?

In effetti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economica che è stata scomposta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, mira a tassare l’Europa e trasformare altri paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che implichi la riduzione dell’autosufficienza straniera per costringere altri paesi alla dipendenza economica dagli Stati Uniti, in modo che gli Stati Uniti possano minacciare questi paesi con sanzioni dirompenti se cercano di porre i propri interessi nazionali su ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano .

In che modo tutto ciò influenzerà la bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensi che l’Unione Europea sia sulla buona strada per diventare il nuovo “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una valuta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non possono gestire deficit di bilancio interno per far fronte alla prossima depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando una dipendenza militare. Questa è la “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto che devono controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro stretta economica è un “danno collaterale” alla Nuova Guerra Fredda di oggi.

Un filosofo svizzero ha scritto un saggio critico a metà marzo per il quotidiano socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex testata giornalistica del governo della RDT. La signora Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per i comportamenti attuali riguardo alla crisi ucraina e alla gestione del covid. La sinistra, dice, è troppo pro-governo/stato autoritario – e quindi copia i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividi questo punto di vista? O è troppo duro?

Come risponderesti a questa domanda , esp. per quanto riguarda la tesi del tuo nuovo libro: “… la via alternativa è in larga misura il capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente Wurlitzer” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, anticipando che la grande minaccia per il capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarà il socialismo. Ciò ha incluso le parti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è rivelata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non puoi essere favorevole all’ambiente e alla guerra allo stesso tempo!

Ciò ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dalle ingerenze politiche statunitensi. È da lì che viene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alla spesa militare contro la Russia sono arrivati ​​dai repubblicani. L’intera “squadra” del Partito Democratico di “sinistra” ha votato per la spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di salire nella classe rentier, o almeno di diventare investitori azionari e obbligazionari in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri paesi. Discuto di questo allineamento politico in The Destiny of Civilization.

I propagandisti statunitensi chiamano “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi di pubblica utilità. Essere “democratici” significa lasciare che le aziende statunitensi abbiano il controllo di queste vette, essendo “libere” dalla regolamentazione del governo e dalla tassazione del capitale finanziario. Quindi “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica nel mondo? O il neoliberista Nuovo Ordine Mondiale è in ascesa? Come lo vedi?

Come ho risposto alla tua prima domanda, il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale dell’Occidente contro l’Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e la SCO.

I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia e esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/09/lucraina-e-un-trojan-per-la-dipendenza-della-germania-dagli-stati-uniti/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE: Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (III° Parte)

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

Terza parte atti del seminario

(QUI la prima e la seconda parte degli atti già pubblicati)

di Raffaele Picarelli

Inflazione, alti tassi, recessione

Il 31 maggio scorso i dati preliminari di Eurostat hanno mostrato che l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona è salito all’ 8,1% su base annua, dal 7,4% di aprile, ben al di sopra del “consenso” degli analisti che era di un aumento del 7,7%.

In Germania l’inflazione a maggio ha toccato il 7,9% anno su anno come ai tempi della crisi petrolifera del 1973, in Spagna ha registrato un aumento dell’8,7%.

In Italia, dopo il lieve rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare in maggio, portandosi al 6,9% anno su anno, un livello che non si registrava dal 1986.

In USA in aprile l’inflazione era all’8,3%. In maggio è cresciuta all’8,6%, nuovo massimo dal dicembre del 1981. Biden: “I nuovi dati dimostrano il perché l’inflazione è la mia priorità […]. I rialzi dei prezzi causati da Vladimir Putin hanno colpito duramente in maggio […]. Faremo il possibile per ridurre i prezzi.” (“Il Sole – 24 Ore” dell’11 giugno). Non c’è limite alla menzogna e alla spudoratezza! Le cause dell’inflazione sono varie e, si è detto, anteriori all’attuale conflitto in Ucraina, anche se la guerra, in alcuni casi, ha funzionato da acceleratore: prezzi energetici, rottura delle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, “rarità” di alcune materie prime.

“Bisogna dare uno sguardo ai cambiamenti in atto. Il primo riguarda la globalizzazione: […] dopo aver […] guidato il mondo dagli anni ’80, si sta bruscamente invertendo. Ormai la maggior parte delle aziende ha capito che tenere catene globali delle forniture troppo lunghe rappresenta un rischio. Basta una pandemia, un porto chiuso o un conflitto che non arriva più nulla. Tanti stanno dunque accorciando le catene. O intendono farlo. Questo terrà alta l’inflazione. Stesso discorso per le materie prime: improvvisamente ci si accorge quanto siano scarse e dislocate nelle parti più instabili […]. Il 44% del palladio globale arriva dalla Russia. Idem per oltre il 16-17% del gas naturale e dei fertilizzanti. Scarsità, in economia, significa rincari. Prezzi alti. Insomma: inflazione […]. L’inflazione è diventata strutturale.” (M. Longo ne “Il Sole – 24 Ore” del 13 giugno). E ancora: “Per anni le aziende hanno aumentato i margini pur in un’economia stagnante, perché potevano tagliare i costi. Riuscivano a farlo perché potevano allungare le “supply chain” e sfruttare la manodopera dove il costo del lavoro era basso, oppure perché potevano usare materie prime anche di scarsa sostenibilità ambientale da qualche parte del mondo. Nessuno lo sapeva.” (R. Almeida di Mfs Investment Management, ibidem).

Ora tutto questo (sfruttamento selvaggio del lavoro, devastazione ambientale ecc) è più difficile. Allora “i costi salgono. E l’accorciamento delle catene globali fa il resto.” E “la domanda è: chi pagherà questi maggiori costi industriali? Le aziende riducendo i margini oppure i consumatori con prezzi più alti?” (Ibidem).

Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo (risalente a fine marzo) dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dall’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della BCE del 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa “è stata causata l’extra inflazione di oggi [fine marzo]. Si tratta di 3,9 punti percentuali in più [ora l’inflazione ufficiale è ancora più alta di almeno un punto]. Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti su 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa.” (M. Longo, “Il Sole – 24 Ore” del 31 marzo).

Diversa la situazione in USA dove la componente energia ha causato solo un terzo del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dai rincari da domanda per consumi.

Di alcuni fattori che rendono strutturale il carovita abbiamo già trattato. La deglobalizzazione, è utile ribadirlo, è uno di questi. Il rischio di filiere produttive lunghe e globali concerne settori sensibili come i semiconduttori, l’energia, i prodotti farmaceutici, ed è opinione diffusa che. principalmente in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni (reshoring). E questo farà salire i prezzi. Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo la transizione produce un aumento dei prezzi.

Giordano Lombardo della casa d’investimento Plenisfer, in un’intervista del 7 aprile scorso al giornale confindustriale dichiarava: “In un mondo che va verso una nuova divisione in blocchi è inevitabile che aumenti il potere geopolitico e negoziale di Paesi non allineati con il blocco occidentale ma fondamentali per l’approvvigionamento di materie prime. [E quindi aumentino i prezzi]”. In una realtà fatta “di blocchi antagonisti, uno guidato dalla Cina [e dalla Russia] e uno dall’Occidente, le supply chain (le catene di approvvigionamento) si devono accorciare. Ma […] questo farà salire l’inflazione”. Per il fattore inflattivo rappresentato dalla transizione energetica, il problema è che “da anni è in corso un deciso calo degli investimenti in tutti i combustibili fossili. Peccato che oggi proprio questi combustibili rappresentino ancora l’80% del fabbisogno energetico globale. Si stima che per soddisfarlo con altre fonti, bisognerebbe moltiplicare per tre l’energia nucleare esistente oggi, oppure per cinque quella solare, oppure per 10 quella eolica. Nel breve periodo è impossibile che queste fonti rinnovabili riescano a soddisfare le necessità”(Ibidem).

Allora, dato che in Europa l’inflazione non è da consumi ma quasi interamente causata da rincari eccezionali delle materie prime (accelerati, talora, dal conflitto in corso), si tratta di un’inflazione da costi, un’ “inflazione importata”. Essa riduce gli investimenti perché non sempre si è in grado di trasferire in tutto, ma anche in parte, l’aumento dei costi (prezzi di produzione) sul prezzo finale dei beni e dei servizi. E se questo avviene, l’inflazione riduce il potere d’acquisto dei ceti deboli, dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati, dei piccoli risparmiatori.

Scrive Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo: “Quando l’inflazione dipende dal rincaro dell’energia e delle materie prime, si distruggono i consumi”. Inoltre, le politiche delle banche centrali sono poco efficaci quando l’inflazione è causata da energia e materie prime: per quanto alzino i tassi, i prezzi di petrolio e gas restano elevati. L’unica cosa che possono fare è causare una “devastante” recessione: diminuendo drasticamente i consumi, crolla la domanda di energia e materie prime e quindi, piano piano, anche i prezzi calano. Tutto questo processo, con conseguente aumento dei tassi, accade, non dimentichiamolo, in una fase di contrazione dell’economia europea e globale.

Ma “in Europa i salari non stanno salendo” e se aumenti ci saranno “non saranno elevati […]. Oggi invece l’occupazione è ben diversa: tanti lavoratori sono precari, a tempo determinato, impiegati nella gig economy e in generale meno sindacalizzati” (“II Sole – 24 Ore” cit.).

L’inflazione da costi è per definizione un massacro sociale.

Lo è direttamente perché distrugge redditi e consumi e, in certa misura, cioè nella misura in cui le aziende non riescono a trasferirla sui prezzi finali, anche gli investimenti. I più colpiti sono naturalmente i gruppi sociali più fragili.

Lo è indirettamente, con l’aumento dei tassi di interesse praticato dalle banche centrali e, a cascata, da tutto il sistema creditizio.

Questo aumento se, come si è detto, è vano direttamente contro l’inflazione importata, fa crollare più o meno rapidamente tutti i consumi (perché tende a propagarsi a tutti settori) e anche la domanda di energia e materie prime.

Quindi i prezzi cadono proprio attraverso e a causa di un massacro sociale.

Da qui il passo verso la recessione (forse attraverso una fase di stagflazione) è breve.

Le “stazioni” di tale massacro (riduzione del potere d’acquisto, impoverimento soprattutto dei ceti deboli, svalorizzazione dei risparmi e degli asset, liquidazione degli ultimi brandelli di welfare, disoccupazione, riduzione ulteriore degli investimenti, ulteriore disoccupazione, etc.), hanno anche un contraltare positivo per i governi molto indebitati: il debito pubblico (anche quello privato) con l’inflazione si svaluta.

A fronte di tutto questo, in Italia e non solo, i ceti popolari non hanno nessun valido strumento di protezione e recupero. Ma di ciò parleremo più avanti.

La dinamica dell’adozione dei tassi e delle condizioni finanziarie più restrittive

Il 10 giugno scorso la presidente Christine Lagarde ha anticipato gli aumenti dei prossimi mesi, “rebus sic stantibus”. Il 1 luglio terminerà il programma APP di acquisti netti di titoli pubblici da parte della BCE; il 21 luglio, alla prossima riunione del Consiglio della BCE, i tassi di riferimento saliranno dello 0,25% e di un altro 0,25 o 0,50% (a seconda dell’inflazione) alla riunione successiva dell’8 settembre.

Mercoledì 15 giugno la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 75 punti base (0,75%). È la prima volta dal novembre 1994 che un rialzo è così forte. E ulteriori consistenti rialzi sono previsti nei prossimi mesi.

Le borse mondiali hanno reagito con pesanti perdite, e titoli pubblici e corporate bond hanno visto aumentare in modo rilevante i rendimenti e scendere altrettanto cospicuamente i prezzi.

L’aumento dei tassi e la conseguente caduta della domanda non piace a Confindustria perché, in prospettiva, aumenta i costi di produzione e affievolisce le vendite. Per Carlo Bonomi l’aumento dei tassi della BCE “non è la soluzione per controllare l’inflazione […]. Il Paese è fermo, e abbiamo un debito pubblico enorme. Capisco che si debba controllare l’inflazione. Ma con il rialzo dei tassi avremo sicuramente dei problemi” (“Il sole-24 ore” 11 giugno).

Di fronte a possibili rivendicazioni salariali, il fuoco di sbarramento è la richiesta di soldi pubblici per il taglio del cuneo fiscale e contributivo.

Alla luce di quanto detto finora è semplicemente inconcepibile che un’inflazione da costi diventi, sic et simpliciter, un’ inflazione da domanda. Eppure la parola d’ordine in questi tempi del governo e della Banca d’Italia é di “non disancorare” l’inflazione e impedire la spirale prezzi-salari. Se i salari sono fermi, se non esistono meccanismi di indicizzazione e recupero, tali affermazioni surreali e spudorate che senso hanno? Hanno il senso di un fuoco di sbarramento contro ogni futura, possibile richiesta salariale.

E’ una menzogna, nella situazione attuale, evocare la spirale prezzi-salari. Nelle “Considerazioni finali” del 31 maggio scorso, il Governatore della Banca d’Italia Visco ammette che se è concepibile una spirale prezzi-salari in USA ove esiste un’inflazione da domanda, nell’area euro “la dinamica delle retribuzioni è sinora rimasta moderata”. Ciò nonostante, le richieste di adeguamenti salariali sarebbero accettabili solo se si risolvessero “in aumenti una tantum [perché in tal caso] il rischio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto”. Anziché ad una “vana rincorsa tra prezzi e salari”, ci ricorda Visco, bisogna mettere mano alla produttività.

Il governo Draghi, in stretta assonanza, ribadisce il salvifico appello: “Sindacati, imprese e governo lavorino insieme”.

Indice IPCA / massacro sociale / un cenno ancora al gas

È giunto ora il momento di affrontare la questione dell’indice IPCA e della contrattazione collettiva. Ho presente al riguardo la pubblicazione online della collana “ADAPT – Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro, numero del 2013”. La collana è (o almeno era) diretta da Michele Tiraboschi e si ispirava ad Ezio Tarantelli. Il paragrafo che ci interessa reca appunto il titolo “Indice IPCA e contrattazione collettiva”.

Vi leggiamo: “Le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-1980 hanno restituito all’Italia degli anni Ottanta un’inflazione galoppante, contrastata dagli interventi di politica dei redditi studiati dal professor Ezio Tarantelli (lodo Scotti e decreto di San Valentino), volti ad arrestare la spirale prezzi-salari-prezzi e ridurre l’inflazione giocando una politica salariale d’anticipo in grado di programmare gli aumenti retributivi in linea con l’inflazione attesa”.

Si legge inoltre che, nel Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali del 1993, le parti sociali “abbandonarono definitivamente il meccanismo della scala mobile, concordando l’utilizzo dell’inflazione programmata nel primo livello di contrattazione e garantendo, quale elemento di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori, il recupero dello scostamento tra inflazione programmata ed effettiva.

Al secondo livello di contrattazione spettava invece la regolazione delle retribuzioni sulla base dei risultati di produttività e redditività aziendale”.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2009, allorché, con l’Accordo Quadro sulla riforma degli assetti contrattuali, “governo e parti sociali hanno stabilito un nuovo indice previsionale di inflazione: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA) depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione è stata affidata ad un soggetto terzo, identificato […] a partire dal 2011 […] nell’Istat”.

L’IPCA è una delle innovazioni più note dell’Accordo del 2009, (la Cgil non aderì denunciando la minore protezione fornita da questo indice al potere d’acquisto dei salari).

“L’Accordo ha confermato il sistema di salvaguardia del potere d’acquisto [?!] attraverso la verifica di eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista [non più programmata] e quella reale effettivamente osservata”.

Quindi, tale indice istituzionalmente non contiene l’inflazione importata. I meccanismi dell’inflazione programmata prima e dell’inflazione prevista poi, prevedono recuperi degli altri tipi di inflazione ex post e solo in parte con l’inevitabile effetto che una parte del salario è sottratta ai lavoratori.

Se l’inflazione prevista non contempla, come non contempla, l’inflazione importata, quale strumento di difesa rimane ai lavoratori?

I rinnovi contrattuali che sono lenti, farraginosi, sempre rinviati.

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” del 4 giugno scorso: “Quasi sette milioni di lavoratori italiani sono in attesa del rinnovo del contratto nazionale. Per dirla meglio, quasi sette milioni di persone aspettano un aumento in busta paga che permetta quantomeno di far fronte ai rincari. Non è tutto: oltre a questi, tanti altri lavoratori hanno ottenuto di recente il rinnovo, ma non ancorato all’inflazione [ora al 6,9%]. […]. Una serie di trattative sono in corso, ma di solito si ragiona prendendo come riferimento l’indice IPCA che non tiene conto dei rincari energetici importati […]. A marzo 2022, secondo l’Istat, il tempo medio di rinnovo dei contratti scaduti risulta pari a 30,8 mesi”.

Dall’abolizione della scala mobile, avviata con il referendum del 1985, i salari hanno molto perduto. La situazione si è aggravata negli ultimi trent’anni (è del 23 luglio 1993, abbiamo visto, il primo accordo interconfederale post scala mobile).

La massa salariale è scemata in modo esponenziale. l’Istat prevede che quest’anno il potere d’acquisto delle famiglie calerà almeno del 5% (la valutazione è benevola).

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi trent’anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia del 31% e in Spagna del 6% (Grafico 1).

Grafico 1: dinamica degli stipendi nei Paesi Ocse fra il 1990 e il 2020. Fonte Ocse

In conclusione, il governo e le elites dei gruppi capitalistici dominanti italiani ed europei (oltre gli USA) che hanno alimentato il carovita prima della guerra in Ucraina, e lo hanno incrementato con le loro politiche guerrafondaie e sanzionatorie nel corso del conflitto, stanno scaricando, e hanno in progetto di continuare a scaricare in futuro, tutto il peso della crisi sui subalterni, sulle masse popolari, le quali non dispongono in Italia (e non solo), di adeguati strumenti di difesa e di soggetti sociali e politici che abbiano la volontà e/o i mezzi per sostenerli.

Inflazione, riarmo, politiche monetarie restrittive, stagflazione, incipiente recessione (in alcuni paesi, esempio Regno Unito, già cruda realtà), disoccupazione, erosione dei risparmi, sostanziale estinzione dei pochi residui di welfare, è questo il quadro d’insieme che abbiamo davanti.

Solo un’ampia mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati contro il carovita e la guerra, per la difesa dei salari e delle pensioni, per il lavoro, può contrastare la deriva alla quale UE ed USA hanno condannato gran parte dei loro popoli.

Abbiamo precedentemente affrontato le dinamiche dei prezzi energetici e della loro riferibilità, se non in termini assai parziali, al conflitto in corso in Ucraina.

Dedichiamo ora un cenno al caso degli ultimi giorni del prezzo del gas e alle parziali sospensioni della sua erogazione, da parte di Gazprom, a Germania e Italia (totale la sospensione del poco gas erogato alla Francia).

Nelle ultime settimane l’UE ha proposto il piano REPower EU (confronta sopra) di chiusura strategica all’apporto del gas russo alle sue economie, ha stipulato accordi con l’Algeria per la fornitura di gas a parziale copertura di quello russo (gas che l’Algeria ha potuto fornire perché, per ragioni legate ai suoi rapporti bilaterali con la Spagna per la questione del Sahara Occidentale, lo ha completamente sottratto a quest’ultima). Sono stati stipulati accordi tra UE, Israele ed Egitto per la fornitura di GNL, trasformato dall’Egitto, ed arbitrariamente estratto come gas naturale da Israele nel Mediterraneo, senza intesa alcuna con altri Stati, come il Libano, che ne rivendicano pure la propria giurisdizione.

Tale accordo prelude a un ridisegno dell’area mediorientale con l’emarginazione definitiva di Libano e Siria dai grandi movimenti e interessi d’area e con l’allineamento, pressoché completo, (e questo è un fatto nuovo) delle politiche dell’UE e degli USA anche relativamente alla questione palestinese (a quando il riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte della burocrazia di Bruxelles?).

È nota poi l’estensione della ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo dell’UE a paesi africani e all’Azerbaigian.

Non si può sottacere inoltre che la Germania ha espropriato “Gazprom Germania”, nodo distributivo e finanziario importante di Gazprom nella diramazione del gas in Germania (e non solo).

L’UE ha varato, si è visto, la sesta tornata di sanzioni alla Russia per il petrolio e i prodotti petroliferi.

Dopo tutto questo, si attendeva dall’Occidente che tutto continuasse come prima da parte della Russia, in modo da permettere all’Occidente stesso di completare, in tempo utile per l’inverno, le operazioni di stoccaggio con il gas russo! Sembrano le pretese di un bambino prepotente che sottrae i giocattoli, tutti i giocattoli, a un altro bambino e vuole continuare, col consenso di quest’ultimo, a giocare con lui.

Inflazione e recessione: il caso emblematico dell’Inghilterra

All’inizio dell’anno la banconota britannica era ai massimi degli ultimi anni sull’euro. Nel giro di poche settimane la sterlina è di nuovo nel ciclone e sta perdendo rapidamente posizioni contro euro e dollaro. Ora il Pound è definito “il malato del mondo” tra le valute. Ha subito un calo del 10% sull’euro in tre mesi.

È una flessione molto rapida che si spiega con una scommessa al ribasso sul Paese: gli hedge fund hanno cambiato posizione sulla sterlina. I dati del mercato dei future statunitensi mostrano che i fondi speculativi hanno iniziato a scommettere contro la sterlina: una scommessa che ora vale quasi 5 miliardi di dollari.

Poco prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, i dati della “Commodity Futures Trading Commission” hanno mostrato che i fondi detenevano una piccola posizione lunga scadenza sulla sterlina e la stessa valuta veniva scambiata a 1,4 sul dollaro. Nove settimane dopo, i fondi sono short (corti) in sterline per un totale di circa 59 mila contratti: è la più grande scommessa contro la sterlina da tempo.

La giravolta degli hadge fund è conseguenza dell’imminente recessione economica. La Banca d’Inghilterra teme una “apocalisse” economica nel 2022. Scrive ”Il Sole – 24 Ore” del 25 maggio: “Sono gli effetti del mondo post covid, che ha visto l’inflazione salire; e della guerra in Ucraina che ha dato una mazzata al costo dell’energia. Il costo della vita sta salendo a ritmi insostenibili: l’inflazione è attesa al 10% a fine anno, e i redditi delle famiglie sono erosi per pagare le bollette e gli affitti. Con meno consumi, in un’economia che vive di servizi, l’economia rallenta. Ecco che allora hedge fund fiutano la preda e [prendono] posizione. Il Regno Unito [che importa energia] ma anche molto cibo e semilavorati, ha fatto forza su accordi commerciali extra Ue per compensare le perdite del mercato unico. Accordi che finora hanno funzionato anche grazie una valuta forte. Per un paese importatore, significa potere d’acquisto. Ma con una sterlina debole […] diventa molto più costoso. E quindi, a cascata, ancora più inflazione e un’economia ancora più in difficoltà”.

E quindi ancora più vendite sulla valuta da parte dei fondi speculativi. Allora rialzo dei tassi e recessione.

Economia di guerra / armi / dollaro

L’Osservatorio del sulle spese militari italiane (Milex) – fondato nel 2016 con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito di attività della Rete italiana per il disarmo – il 16 marzo scorso riporta il voto a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 contrari) di un ordine del giorno collegato al decreto “Ucraina” proposto dalla Lega e sottoscritto da PD, FI, IV, M5S,e FdI. Il voto di tale odg impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la “Difesa” verso il traguardo del 2% del Pil. Nella parte dispositiva del testo approvato, si legge che tale risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e di protezione”. Mentre nell’immediato bisogna agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal ministro Guerini, passare da 25,8 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

L’indicazione di spese militari pari ad almeno il 2% del Pil in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles.

Era stato deciso che l’obiettivo dovesse essere raggiunto entro il 2024, con un 20% di spesa da destinare ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

La quota indicata del 2% del Pil non ha mai avuto una giustificazione specifica e di natura militare, cioè dettata da esigenze operative, ma è stata vista come spinta alla crescita della spesa. Accanto e oltre l’obiettivo del 2% dei paesi Nato, c’è un ulteriore fondo, “European Defence Fund” (Edf), per cofinanziare progetti transfrontalieri insieme ai bilanci nazionali.

L’Edf (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 26 maggio) ha il compito di assemblare le proposte della lobby delle armi di cui è espressione il Commissario europeo alla Difesa Thierry Breton.

“L’anno scorso Breton ha ufficialmente istituito un comitato di esperti in cui cura a porte chiuse i suoi rapporti personali con i giganti del business della guerra che ambiscono a spartirsi gli 8 miliardi stanziati dall’Edf dal 2021 al 2027”.

Al comitato partecipano 61 enti, la stragrande maggioranza produttori di armi. Tra questi l’italiana Leonardo, le francesi Thales e Safran, la spagnola Indra e Airbus, la società transeuropea con sede in Olanda.

Leonardo è tra i produttori di armi con cifre record per finanziamenti UE, spese di lobbyng ed export.

Nell’elenco dei primi 100 esportatori di armi al mondo, stilato nel dicembre 2021 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma, Leonardo occupa il 13º posto con vendite per un valore di 10,6 miliardi. In Europa è terza, alle spalle solo del britannica Bae Systems (22,7 miliardi) e della franco-tedesca Airbus (11,3 miliardi).

L’annunciato riarmo europeo (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio), spingerà i Paesi a una ristrutturazione dell’industrie nazionali per sedersi al tavolo della futura Difesa comune, evitando duplicazioni nei programmi. Per questa ragione il governo sta mettendo a punto un “polo militare italiano”, secondo le parole di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che potrebbe passare dalla fusione tra Fincantieri e Leonardo.

Se la guerra darà impulso al progetto di Difesa europea bisognerà presentarsi con gruppi solidi e punti di forza di fronte ai concorrenti e in tale quadro va vista la liquidazione di Giuseppe Bono di Fincantieri, considerato un ostacolo all’operazione (era proprio quel Bono della cena con D’Alema, quest’ultimo scoperto a fare da mediatore per una commessa alla Colombia di armi di Leonardo e Fincantieri).

Germania e armi

“Quello che non è riuscito all’ex presidente USA Donald Trump”, (“Il Fatto” del 5 giugno scorso) ”è riuscito al democratico Joe Biden. La Germania pagherà. Comincerà col fondo straordinario di 100 miliardi di euro [da spendere in 3-4 anni] […] per ammodernare le forze armate tedesche […]. Gran parte di questi soldi verranno usati per comprare armi prodotte da aziende americane, a partire dagli F-35.”

Il Parlamento federale ha approvato il 3 giugno scorso la modifica della Costituzione necessaria per creare, con nuovo debito pubblico, il fondo di 100 miliardi annunciato dal cancelliere Scholz il 27 febbraio. E’ pure confermato l’impegno ad aumentare lo stanziamento annuale per la difesa al 2% del Pil, prodotto che nel 2021 ha superato 3.500 miliardi di euro (il doppio di quello italiano). Il che significa che raggiungere il 2% entro il 2024 vuol dire spendere quasi 17 miliardi in più all’anno. Ne è conseguita naturalmente una grande impennata delle quotazioni delle industrie tedesche di armi, in primis la Rheinmetall, colosso degli armamenti terrestri, e poi la Hensoldt, che produce sensori elettronici per i caccia Eurofighter.

Giulio Da Silva sul “Fatto” cit., ci spiega che appunto buona parte (dei 100 miliardi) verrà usata per armi statunitensi. La Germania in marzo ha deciso di comprare 35 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed, gli unici in grado di trasportare bombe atomiche. E intende comprare anche 60 elicotteri pesanti da trasporto prodotti dalla Boeing. Dagli USA verranno comprati anche missili della Raytheon.

Se l’80% degli stanziamenti tedeschi sarà mandato altrove (USA in particolare), il 60% delle armi già comprate dai Paesi UE tra il 2007 e 2016 è di provenienza USA (e Israele).

Regime militare USA e dollaro

Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche per Pace di Stoccolma) ha calcolato che i primi 100 produttori di armi del mercato mondiale hanno totalizzato nel 2020 vendite per 531 miliardi di dollari. Mentre la spesa militare mondiale del 2021 ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi, tenendo conto di tutte le voci ad esempio il personale (Grafico 2).

Grafico 2: andamento delle spese militari mondiali dal 1988 al 2021. Fonte Sipri

Sempre nel 2021 il Paese che ha speso di più sono stati gli USA (801 miliardi di dollari), seguiti da Cina (293 miliardi), India (76,6 miliardi), Regno Unito e Russia (Grafico 3).

Grafico 3: la spesa militare per Stato nel 2021. Fonte Sipri

Dati più recenti che tengono conto dell’incremento poderoso delle spese militari nel corso dell’attuale conflitto, proiettano la spesa USA non lontana da 1.000 miliardi nel 2022.

Le aziende statunitensi dominano, sono 41 tra le prime 100.

I dati elaborati dal Sipri sono riferiti al 2020 e solo ai ricavi nelle “armi e servizi militari”. Al primo posto c’è Lockheed Martin: 58,2 miliardi di dollari di ricavi su 65,4 del gruppo; al secondo Raytheon, si è visto primo produttore mondiale di missili, quali i noti Patriot. Produce anche gli Stinger e, con Lockheed, i Javelin anticarro forniti anche, e abbondantemente, all’Ucraina.

Terza è la Boeing, 32,1 miliardi di ricavi nella difesa (produce aerei da caccia e armi da rifornimento).

La prima europea è la britannica Bae Systems, sesta con 24 miliardi di ricavi nel settore delle armi. Di Leonardo abbiamo già detto.

La strategia, ormai quasi ottantennale degli USA, di “costruire nemici”, meglio se stabili e di lunga durata, è propria delle logiche di ogni Stato e regime militare. Serve a più scopi rimasti nel tempo abbastanza invariati.

In primo luogo è utile ai fini interni per compattare la popolazione e ottenere consenso all’azione del regime. L’adesione acritica diffusa, infantile, della gran parte dei nordamericani è “costruita”, direi scientificamente, utilizzando le più moderne tecnologie e un apparato vasto e complesso di personale e competenze permanentemente mobilitati allo scopo. Spesso collegati o addirittura emanazione della CIA e delle altre strutture simili (negli ultimi trent’anni soprattutto nell’est Europa sotto la veste esteriore di Ong).

In secondo luogo è basilare per la per la riproduzione capitalistica USA, cioè per quella parte di essa, assai importante, che si fonda sul complesso militar-industriale. Una spesa militare di quasi 1.000 miliardi all’anno destinata in misura rilevante a commesse verso le proprie aziende militari le quali grazie anche al trasferimento dell’innovazione tecnologica realizzata con fondi pubblici facilitano l’export di armamenti che risulta una voce di primo piano del Pil statunitense e della sua bilancia dei pagamenti (Grafico 4).

Grafico 4: i principali 10 Paesi esportatori di armamenti nel quinquennio 2017-21. Fonte: Sipri.

Qual è lo strumento che si è rivelato storicamente più efficace non solo per il predominio geopolitico, ma per la supremazia valutaria e finanziaria su scala planetaria?

È la forza, la forza militare, la preponderanza strategico-militare. Che è (o è stata) anche preponderanza tecnologico-scientifica.

La forza del dollaro, la possibilità per gli USA di ottenere “in perpetuo” il finanziamento del proprio cronico deficit esterno mediante l’uso dell’avanzo delle bilance dei pagamenti degli altri Stati, cioè con il risparmio mondiale, dipendono dalla (finora) grande affidabilità del dollaro e dall’enorme movimento di capitali planetari verso i porti della finanza americana. E tutto questo discende da varie cose, di cui una è essenziale: la primazia militare.

Per tale ragione le opposizioni – quale quella russa per interposta Ucraina – all’ormai longevo modello statunitense, destano reazioni viscerali e un’aspra volontà di annichilimento dell’oppositore, meglio se attraverso conflitti (degli altri) di lunga durata.

Quindi opporsi ai disegni guerrafondai degli USA, per interposta Nato e con l’assistenza ancillare dell’UE, è opporsi a quel modello e al conseguente signoraggio del dollaro.

Quale Russia?

Due mesi e mezzo fa (a 45 giorni dall’inizio delle ostilità) erano state valutate in più di 600 le multinazionali che si supponeva avessero deciso o annunciato di uscire in tutto o in parte dalla Russia. Nei settori più diversi, da petrolio e hamburger all’high tech, media e banche.

Secondo Jeffrey Sonnenfeld, dell’Università di Yale, gran parte delle imprese in uscita era statunitense ed europea con alcune rilevanti eccezioni asiatiche come Samsung e Toyota.

Del complesso delle aziende alcune si ritirarono (all’aprile scorso 250), altre sospesero le attività (257), altre si ridimensionarono (72), altre ancora presero tempo (99), rinviando gli investimenti. Secondo Sonnenfeld erano 194 i gruppi, per così dire, “arroccati” in Russia. Tra questi la conglomerata USA Koch Industries, Astra-Zeneca, J&J (“Il Sole – 24 Ore”del 9 aprile scorso).

Tra le italiane, l’ad (Amministratore Delegato) di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ebbe a dichiarare in aprile che l’impatto sulla banca fosse “assolutamente gestibile”, mentre la presenza in Russia fosse ormai “in fase di revisione strategica”. Intesa “sin dall’inizio della crisi […] non ha perfezionato nuovi finanziamenti con controparti russe e bielorusse e ha interrotto le attività di investimento in strumenti finanziari”. L’esposizione complessiva di Intesa San Paolo verso la Russia era al momento di circa 5,1 miliardi di euro.

Più significativa era l’esposizione di Unicredit Russia (13,3 miliardi), presente al Forum di San Pietroburgo del 15-18 giugno (Spief) con Vadim Aparkhov, membro del consiglio di amministrazione della controllata russa AO Unicredit Bank.

Andrea Orcel, ad di Unicredit, nei giorni a ridosso del Forum, a proposito dell’attività della banca in Russia, ha dichiarato: “La nostra esposizione in Russia è stata gestita in modo razionale: l’abbiamo ridotta, ma svalutare il business non è corretto e non è nemmeno in linea con le sanzioni”. In sostanza Unicredit non intende svendere le sue attività in Russia.

L’ad di Enel, Francesco Starace, nei mesi scorsi a più riprese ebbe a dichiarare che il gruppo “non poteva avere un ulteriore crescita in Russia”, ove controlla tre impianti di generazione a ciclo combinato e due impianti eolici. Tutte le strade per lui “erano percorribili”.

Il 16 giugno scorso (cfr. “Il Sole – 24 Ore” del 17 giugno), prima energy company, Enel ha concluso un accordo di vendita di tutti gli asset in Russia. I compratori sono Lukoil (la più importante società petrolifera russa e una delle principali al mondo) e il Fondo privato di investimento Gazprombank-Frezia, non colpiti dalle sanzioni. Enel ha ceduto per 137 milioni di euro il 56,43% che deteneva di Enel Russia. L’operazione deve ancora ottenere il via libera della Commissione governativa russa per il monitoraggio degli investimenti esteri, autorizzazione che non dovrebbe mancare perché, ci spiega Starace, “i compratori hanno già avuto un via libera quando hanno rilevato le catene di distribuzione che la Shell ha venduto in Russia”.

Gli azionisti di riferimento di Lukoil, fino alle dimissioni in aprile di Alekperov, erano appunto Vagit Alekperov (28,30%) e Leonid Fedun (9,32%). Alekperov era un giovanissimo dirigente d’azienda sovietico, il quale, nella veloce transizione dei primi anni Novanta è diventato dirigente dell’azienda privatizzata e poi socio di riferimento della medesima. Le dimissioni, apparentemente per dissenso con l’ “operazione speciale” in Ucraina, per molti in Russia, sono stati un “escamotage” per salvare Lukoil in caso di esito infausto per la Russia della vicenda Ucraina (e per salvare Alekperov stesso). Non si può dire. Vedremo.

Senz’altro la cessione degli importanti asset dell’Enel in Russia è avvenuta a favore di soggetti privati, uno dei quali è un soggetto finanziario.

Per come si presenta, sembrerebbe un’operazione in continuità con il passato.

Un brevissimo cenno a Eni, la quale ha dichiarato di essere pronta a cedere le quote in Blue Stream (detenute con Gazprom). Fermiamoci qui.

La Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, il 25 maggio scorso ha approvato una legge che consente al governo russo di nominare un nuovo management e di fatto espropriare le società (soprattutto USA, giapponesi ed europee) che hanno interrotto la loro attività nel paese, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, non per motivi economici ma “per sentimenti antirussi” (“Il Sole 24 – Ore” del 26 maggio).

Secondo la Yale School of Management, a fine maggio, sono 500 le società che hanno deciso di lasciare la Russia. Esse rappresentano il 63% delle aziende straniere presenti nel territorio russo prima della guerra, con quasi 40 mila dipendenti e un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro. “La lista nera stilata da Mosca comprende decine di multinazionali della logistica, dell’industria energetica, delle tecnologie, dell’automotive, della grande distribuzione: da Maersk a Msc; da Shell a Bp; da Volkswagen-Porsche a Toyota, Volvo e Renault; da Apple a Microsoft a Ibm; da McDonald’s a Starbuks, Levi’s, Ikea [etc.]. Molte di queste hanno sospeso le operazioni, […] altre hanno abbandonato tutto, nonostante i notevoli investimenti” (ib.).

Il 25° International Economic Forum di San Pietroburgo (SPIEF)

Il 6 giugno scorso, in un messaggio agli organizzatori del Forum, il presidente Putin ha parlato dei settori industriali in difficoltà. Si tratta in primo luogo del settore automobilistico sul quale pesa (oltre la partenza di importanti case straniere come Renault e Volkswagen), la mancanza, a causa delle sanzioni, di componenti importate. Ciò costringerà le fabbriche a chiudere via via che le scorte si esauriranno. Anche l’industria siderurgica rischia “sostanziali tagli produttivi nel medio termine”.

Entro fine luglio il Governo, secondo una direttiva presidenziale, dovrà definire una nuova impostazione del budget federale per i prossimi anni, che miri a ridare slancio alla crescita.

Sono molte le domande che nascono di fronte alla genericità del progetto di espropriazione delle realtà industriali dei “paesi ostili” e all’altrettale genericità del “nuovo” budget federale. A chi andranno le industrie espropriate o acquistate? Saranno puramente e semplicemente privatizzate? Chi costruirà i loro progetti industriali? Il management proverrà dal bacino del modello economico putiniano dei decenni precedenti? Le aziende pubbliche e/o pubblicizzate che ruolo avranno nella Russia del post-conflitto?

L’intervento di Putin del 17 giugno scorso alla sessione plenaria del Forum, qualche risposta (non molte) l’ha data.

Dividiamo il suo intervento in due parti: quella dell’attacco (fondato e condivisibile) all’Occidente e quella progettuale.

“Gli Stati Uniti si consideravano l’emissario di dio sulla terra ma ora la Russia sta prendendo il proprio posto in un nuovo ordine mondiale le cui regole sono stabilite da Stati forti e sovrani […]. L’era dell’ordine mondiale unipolare fondato sullo strapotere degli USA è finita”.

“Nulla sarà come prima, nulla è eterno” dice poi il presidente della federazione russa. “Il blitzkrieg economico contro la Russia non è riuscito, non aveva alcuna possibilità di riuscire fin dall’inizio”. Ed ora danneggerà di più chi ha imposto le sanzioni “folli e insensate”, una spada a doppio taglio che potrebbe far perdere all’UE più di 400 miliardi di dollari.

“La Russia” prosegue, “non ha alcuna responsabilità” per la crisi economica e per un’inflazione in Occidente le cui radici, sottolinea, risalgono a prima del conflitto. “La Russia perseguirà l’obiettivo di inflazione al 4% […]”.

“Abbiamo sentito parlare tutti di inflazione putiniana […]. Io penso: ma chi ha ideato questa stupidaggine? Chi non sa né leggere né scrivere. Ecco tutto”.

E ancora: “L’UE ha perso la sua sovranità politica, adottando sanzioni che le si sono ritorte contro e i cui costi ricadranno sulle popolazioni […]. Hanno fatto tutto con le loro mani”.

Per l’Europa poi già si intravede “un aggravamento delle disparità, delle tensioni sociali, dei radicalismi […] e in prospettiva il cambio delle elites al potere”.

Passando alla seconda parte, Putin dichiara che la Russia è “pronta ai cambiamenti globali e propone nuove soluzioni alla crisi”. Bisogna trasformare i problemi in possibilità. “Dobbiamo fare un lavoro sistemico, un piano di sviluppo a lungo termine impostato su alcuni principi chiave”.

In primis il rifiuto dell’isolamento: “La Russia si svilupperà come un’economia aperta, non imboccherà la strada dell’autarchia”.

Il secondo elemento fondamentale è l’appello al contributo degli imprenditori privati, come Oleg Deripaska, che ascolta in prima fila.

La Russia “deve essere in grado di produrre tecnologie chiave”. E’ fondamentale raggiungere “l’indipendenza” nelle alte tecnologie.

E, rivolto agli investitori, anche occidentali: “Il nostro Paese ha un enorme potenziale […] investite qui, investite nella creazione di nuove imprese […]”.

Un ruolo centrale nella Russia post-conflitto sembra destinato allora all’impresa privata interna ed esterna. L’inquietante presenza di gente come Deripaska, lascia aperto il dubbio che si tratti solo di un parziale rimescolamento di ceti capitalistici russi sempre interni al modello e alle caratteristiche proprie del ceto dirigente economico-finanziario russo degli ultimi decenni.

Non basta il riferimento, nella relazione, alle indicizzazioni che sono effettive, al mantenimento di una qualche forma di welfare e a misure di tutela dei ceti subalterni, quali i crediti agevolati, i sussidi, mutui a tassi bassi. Ne basta l’importante aumento (10%), operato nei mesi scorsi, di salari e pensioni medio-bassi per fronteggiare l’inflazione. Parte di tutto questo, e in misura certamente minore, lo vediamo anche in Occidente.

Non è visibile al momento, a giudicare dalle parole di Putin, una chiara volontà di costruire un’architettura economico-sociale “alla cinese”, con un ruolo importante deferito al capitale pubblico (e ai soggetti economici pubblici) e con la relativa capacità di orientamento e controllo, se e quando strettamente necessario, da parte del ceto politico nei confronti di un consistente e intraprendente ceto capitalistico.

Nel discorso di Putin al Forum, le aziende a partecipazione statale, per il futuro, sembrano relegate a un ruolo economicamente e politicamente non più rilevante di quello che occupano ora.

Ma esiste un progetto alternativo e di opposizione nella Russia post-bellica, escludendo, il dissenso dei ceti filo-occidentali delle grandi città legati, per rapporti materiali e culturali, alle multinazionali occidentali?

Non è dato sapere con chiarezza. Di certo il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha mostrato da tempo subalternità rispetto al disegno e alla prassi politica dei partiti che hanno sostenuto i vari governi russi.

Concludo affermando che sarebbe un’occasione perduta, per la Russia e anche per le masse popolari dell’Occidente, se tutto o gran parte di quello che è successo e sta succedendo fuori dalla Russia e dentro la Russia si risolvesse alla fine in una operazione puramente geopolitica, oltre naturalmente che di difesa delle popolazioni vessate del Donbass e di resistenza all’aggressività della Nato per interposta Ucraina. E non favorisse i “cambiamenti strutturali” economico-sociali e politici (quantomeno verso un’economia mista del tipo cinese), con la comparsa di nuove soggettività, di nuove rivendicazioni e di nuova democrazia sociale, economica e politica.

Firenze, 22 giugno 2022

Raffaele Picarelli

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

La “decolonizzazione” della Russia, nuova prospettiva strategica del “Lebensraum” anglosassone

Il conflitto ucraino e le classi dirigenti italiane: un test (radiofonico)

di Roberto Buffagni (da Facebook)

Stamattina ho fatto un test, obiettivo: capire che pensano le classi dirigenti italiane del conflitto ucraino.

Telefonato a “Prima Pagina” di RadioTre, conduttore F. Fubini. 

Sintesi mia domanda: “Che vuol dire ‘non possiamo permettere che la Russia vinca’? Quali sono gli obiettivi strategici occidentali nel conflitto ucraino? Il 23 giugno scorso la Commission on Security and Cooperation in Europe, nota anche come Helsinki Commission, un organismo del governo federale USA, ha tenuto un briefing dal titolo ‘Decolonizzare la Russia. Necessità morale e strategica di frammentare politicamente la Russia’, con tanto di cartina dove la Federazione Russa appare divisa in una decina di staterelli. D’altronde hanno implicato lo stesso obiettivo strategico di regime change e frammentazione politica della Russia anche i Ministri della Difesa e degli Esteri, e il Presidente degli Stati Uniti, che hanno dichiarato: ‘Dobbiamo indebolire la Russia e far sì che non possa mai più rifare qualcosa come l’invasione dell’Ucraina’. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è espellere la Russia dal novero delle grandi potenze, ossia frammentarla politicamente.

Questo è un obiettivo molto difficile da raggiungere, ammesso che sia possibile tentarlo senza innescare un confronto nucleare strategico tra Russia e USA; ma anche se fosse raggiunto, la frammentazione della Russia aprirebbe un buco nero geopolitico in Eurasia in cui precipiterebbe l’intero mondo. Domanda: ci abbiamo pensato seriamente, noi europei?”

Sintesi risposta Fubini: “Dobbiamo ammettere che sul terreno, la Russia sta ottenendo i suoi obiettivi. Pare che i territori del Donbass saranno integrati nel territorio russo, dopo un referendum bandito dai sindaci fantoccio imposti dai russi, quindi sarà impossibile toccarli perché sarebbe una minaccia esistenziale per la Russia [che reagirebbe con le armi nucleari, NdA]. Inoltre le sanzioni alla Russia, contrariamente a quel che anch’io pensavo, non stanno ottenendo l’effetto sperato di indebolire la Russia tanto da impedirle di proseguire la guerra, almeno entro 12 o 18 mesi. Però questa delle sanzioni è una scommessa sul lungo periodo, a lungo termine la Russia sarà indebolita economicamente e anche come potenzialità militari, per esempio perché manca di semiconduttori. Quindi la fermezza è importante e va mantenuta.”

Risultato test. Le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito (la domanda permanente della nostra epoca), assolutamente niente.

Ragioni:

1) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che gli obiettivi strategici dell’occidente li detta Washington, e punto. Non li detta il Corriere della Sera, non li detta il governo italiano, non li detta la UE.

2) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica USA è affrontare INSIEME Russia e Cina. L’obiettivo strategico frammentazione della Russia è propedeutico al contenimento del nemico principale, la Cina.

3) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica degli USA implica necessariamente a) la probabilità di un allargamento e una escalation del conflitto, tanto maggiore quanto più esso si prolunga b) la possibilità reale di una degenerazione nucleare, che inizierebbe con l’uso delle atomiche tattiche e potrebbe escalare a un conflitto nucleare strategico.

4) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che per gli Stati europei è possibile modificare la linea strategica degli USA soltanto se vi si contrappongono apertamente, rompendo il fronte NATO-UE. I mormorii nei corridoi delle Cancellerie o le virgole allusive nelle dichiarazioni diplomatiche contano zero. Altrimenti resta solo pregare che la prossima Amministrazione presidenziale americana rinsavisca e inverta rotta (probabilità: molto bassa).

5) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che i numeretti magici della Bocconi non spiegano niente e non decidono niente, in questo conflitto. L’economia vi ha un importante ruolo solo come “potenza latente” trasformabile in “potenza manifesta” militare, e la Russia con le sue risorse e la sua rete di alleanze, in primis la Cina, è economicamente inaffondabile.

6) Non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che sia la Russia, sia gli USA, fanno sul serio, mortalmente sul serio. Non bluffano, non le sparano grosse per fini propagandistici. Gli obiettivi strategici americani sono quelli, frammentazione della Russia in vista del contenimento della Cina. Per la Russia configurano una minaccia esistenziale immediata. La Cina sa benissimo di essere il prossimo Stato nel mirino, e ne trae le conseguenze logiche.

6) insomma le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, un cao. Dio ci aiuti, anche se non ce lo meritiamo.


Un commento

Quello che segue è il testo di presentazione del briefing oggetto dell’intervento di Buffagni; al centro della discussione la questione della “decolonizzazione” della Russia, ovvero dello smembramento e suddivisione del suo territorio in una decina di repubbliche indipendenti, un obiettivo antico che ha attraversato il ‘900 e che fu anche abbozzato nell’operazione Barbarossa lanciata da Hitler nel 1943. Mentre allora la motivazione aperta e nota a tutti era costituita dalla conquista dello spazio vitale “Lebensraum” per la razza ariana a scapito del mondo slavo (schiavo), per cui quelle terre dovevano anche essere parallelamente epurate dalla antica presenza ebraica in modo da far posto ai tedeschi che sarebbero giunti da ovest per colonizzarle, oggi, in sintonia con la sperimentata narrazione della “superiorità morale” dell’occidente, si tratterebbe piuttosto di liberare le tante nazioni sottoposte al dominio russo dalla loro condizione di “colonie”.

L’intervento del superiore occidente si configurerebbe quindi come sostegno all’ansia di liberazione nazionale di quei popoli (prospettiva che era stata già stata considerata all’epoca di Jeltzin) con la frammentazione della Federazione Russa, analogamente a quanto già avvenuto in Jugoslavia e, all’inizio del ‘900, con la cancellazione dell’impero austro-ungarico, il grande impero multinazionale centro europeo abbattuto dalla logica nazionalista che aveva conquistato l’Europa.

La guerra in Ucraina non sarebbe dunque altro che uno step di un progetto molto più ampio, preparato lungamente e finanziato con decine di miliardi di dollari con la sollecitazione della presunta differenza etnica, linguistica, nazionale interna, con l’approntamento di corpi speciali, per arrivare alla guerra civile da esportare poi, quando la situazione di indebolimento lo consentirà, al resto della Federazione russa.

Il primato morale dell’Occidente si riconfigura quindi come un nuovo internazionalismo per la liberazione di popoli ed etnie che può essere usato in ogni contesto ove una potenza locale si ostini eccessivamente nel rivendicare la propria sovranità. E’ l’antico “divide et impera” come mostra anche, parallelamente, l’esito del processo di unificazione europeo, supportabile solo se compatibile con la superiorità e il controllo politico anglosassone, cioè solo – e, ormai è sufficientemente chiaro – se la soglia di unificazione economica non si traduce in unificazione politica dotata di autonomia. Quando tale soglia si avvicina, deve essere rapidamente rimessa in forse anche la sua capacità e forza economica in modo da tornare ad un livello più gestibile e controllabile.

E’ anche evidente che questa strategia è l’unica percorribile (per gli anglosassoni) per evitare uno scontro diretto immediato con la Cina, la quale anche può essere sottoposta alla stessa procedura, attraverso l’amplificazione delle frizioni interne nelle sue aree islamiche, nel Tibet, ecc.

La nuova narrazione di un occidente che si sostituirebbe all’URSS come garante dei processi di liberazione nazionale in senso anti-coloniale, modifica quindi, provvisoriamente, quella, troppo assertiva e fallimentare, dell’esportazione della democrazia, che può tornare in auge in un secondo momento, quando la destrutturazione di questi spazi politici è già avvenuta, in termini di un format riutilizzabile per la ricostruzione e il consolidamento delle nuove repubbliche, dopo l’inevitabile e salutare caos che ne conseguirà.

Una narrazione che deve celare ciò che è ovvio, il tentativo di perpetuazione dell’ordine unipolare, ricostruendo una coerenza meta-culturale cioè anche sul versante del riconoscimento delle “differenze”, su cui l’occidente ha investito enormi risorse nei singoli paesi, proponendo un sistema di identità posticce cui conformare gli individui, le tribù, i territori, gli spazi mentali, ad uso della completa distruzione della coscienza sociale e di classe, attraverso l’uso di un marketing mirato e generalizzato, che ha transitato, fin dall’inizio della globalizzazione neoliberista, dalla produzione orientata al mercato con i suoi prodotti personalizzati secondo le congenialità individuali creati dall’offerta, alla riproduzione finale delle stesse persone.

Questa ricercata coerenza tra opzioni geopolitiche e vissuto quotidiano dei soggetti gettati (dell’occidente), serve a riunificare una visione del mondo, dal micro al macro e viceversa, senza la quale alcune contraddizioni rischiano di emergere e di minare il consenso sulle inevitabili scelte che sono di fronte.

Ma sempre di narrazione si tratta, bisogna tenerlo presente. Perché forse vi è un altra ragione molto meno spirituale e molto più pregnante nella messa a punto della strategia per il mantenimento del dominio unipolare dell’occidente sul pianeta in questo secolo; si tratta appunto della terra: una terra piena di risorse di base per le produzioni industriali, ma soprattutto di enormi riserve naturali, a partire delle acque, dalle terre vergini e dalle immense foreste e biodiversità; non è una novità, ma appare oggi come insopportabile che questa ricchezza sia gestita da soli 150 milioni di persone (di oltre 100 etnie che parlano 150 lingue), nel momento più grave che l’umanità sta attraversando dall’inizio della sua storia: la crisi climatica, la progressiva desertificazione, l’innalzamento oceanico.

Nei prossimi decenni sono probabili sommovimenti di popolazioni senza pari nello scenario globale. Le terre meno aggredibili o più tardi aggredibili dalle catastrofi ecologiche sono le più appetibili. Chi controllerà l’Asia centrale e l’immensa Siberia avrà in mano lo scettro, molto più di quando lo pensavano Halford Mackinder e Zbigniew Brzezinski in riferimento all’Hearthland. E da questo punto di vista, la “liberazione coloniale” della Russia significa una vera e propria guerra di conquista che potrebbe addirittura mitigare gli altri conflitti in programma; la spartizione ipotizzata della Russia può placare gli appetiti di molti su quel lunghissimo confine fino alla Kamschakta e allo stretto di Bering, magari al punto di rendere superflui, per un certo tempo, altri scontri finali.

C’è uno scenario alternativo a questa terrorizzante prospettiva ? C’era, ed era quello di una cooperazione tra sovranità diverse che si riconoscevano e che era andata costruendosi faticosamente tra Europa e Russia a partire dalla Ost-Politik e poi tra Europa e Cina negli ultimi 30 anni. Ma era proprio questo che andava distrutto. La decolonizzazione della Russia, iniziata con la destabilizzazione dell’Ucraina, è ciò dovrebbe rendere impraticabile qualsiasi ritorno di fiamma in Eurasia.

La cooperazione euroasiatica andava cancellata con una operazione Barbarossa 2.0 a favore del Lebensraum anglosassone del XXI Secolo. Non sappiamo se il tentativo di denazificazione andrà in porto secondo i programmi russi. Ma alla luce dei contenuti dell’imperativo morale e strategico della Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa-Commissione di Helsinki e alla continuità di tradizione che essa rappresenta, appare quantomeno comprensibile.

G.Giorgi


Di seguito presentazione e video dell’incontro.

WASHINGTON-La Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nota anche come Commissione di Helsinki, ha annunciato oggi il seguente briefing online:

DECOLONIZZARE LA RUSSIA
Un imperativo morale e strategico

Giovedì 23 giugno 2022
ore 10:00

“La barbara guerra della Russia contro l’Ucraina – e prima ancora contro la Siria, la Libia, la Georgia e la Cecenia – ha esposto al mondo intero il carattere ferocemente imperiale della Federazione Russa. La sua aggressione sta anche catalizzando una conversazione a lungo attesa sull’impero interno della Russia, dato il dominio di Mosca su molte nazioni indigene non russe e la misura brutale con cui il Cremlino ha soppresso la loro autoespressione e autodeterminazione nazionale.

Sono ora in corso discussioni serie e controverse sulla necessità di fare i conti con l’imperialismo di fondo della Russia e sulla necessità di “decolonizzare” la Russia per farla diventare un soggetto valido per la sicurezza e la stabilità europea. Come successore dell’Unione Sovietica, che ammantava la sua agenda coloniale con una nomenclatura anti-imperiale e anti-capitalista, la Russia non ha ancora attirato un’adeguata attenzione per le sue tendenze imperiali coerenti e spesso brutali.”

È prevista la partecipazione dei seguenti relatori:

Fatima Tlis, giornalista circassa
Botakoz Kassymbekova, docente, Università di Basilea
Erica Marat, Professore associato, Collegio degli Affari di Sicurezza Internazionale, Università della Difesa Nazionale
Hanna Hopko, presidente della Conferenza Democracy in Action; ex membro del Parlamento ucraino
Casey Michel, Autore, Kleptocrazia americana

Contatto con i media
Indirizzo e-mail
csce[dot]press[at]mail[dot]house[dot]gov

Phone:202.225.1901

FONTE: https://www.csce.gov/international-impact/events/decolonizing-russia

Svolta storica in Colombia, vince la sinistra di Petro

di Geraldina Colotti

Gustavo Petro è il nuovo presidente della Colombia, per il periodo 2022-2026. Il candidato della coalizione Pacto Historico è stato votato da 11.281.013 di persone, totalizzando il 50,44% delle preferenze, contro i 10.580.412 dello sfidante, Rodolfo Hernandez, che ha corso per l’alleanza Liga de Gobernantes Anticorrupción, ottenendo il 47,31%. Entrambi i candidati hanno notevolmente aumentato il numero dei voti, considerando che, al primo turno, Petro aveva vinto con 8.526.352 di voti (più del 40%), mentre per Hernández avevano votato 5.952.748 (poco più del 28%). Molti dei 15 milioni di astenuti, che erano rimasti lontani dalle urne il 29 maggio, sono andati a votare, facendo registrare una partecipazione del 58,09%, l’astensione più bassa da vent’anni a questa parte per le prime elezioni realizzate dopo la pandemia.

Un risultato su cui le destre, al di là delle “congratulazioni” dell’ex presidente Ivan Duque e delle dichiarazioni di Hernández, che ha riconosciuto la sconfitta, si apprestano a speculare. Contano sulla loro capacità di incidere, attraverso i meccanismi giudiziari, sulla realtà politica, infangando, perseguendo e mettendo fuori gioco gli avversari. Un meccanismo smascherato dallo scoppio delle proteste del 2001, precedute da altre minori, nel 2019 e nel 2020. Il governo Duque, che aveva cercato di imporre una riforma fiscale a scapito dei settori popolari già ampiamente colpiti dalla crisi e dalla pandemia, ha dovuto far fronte a mesi di sciopero generale, contro cui ha

ha scatenato una repressione senza precedenti. La polizia ha torturato, violentato e compiuto esecuzioni extragiudiziarie. Almeno 87 persone sono state uccise, vi sono stati centinaia di feriti, molti dei quali con danni permanenti alla vista, come accadde durante la repressione in Cile. Durante il suo primo comizio da presidente, Petro ha chiesto al procuratore generale Francisco Barbosa di liberare i giovani della “prima linea”, arrestati durante le proteste, e che vengano restituiti all’attività pubblica i sindaci destituiti per le proteste.

Barbosa si è subito trincerato dietro la separazione dei poteri e ha replicato che “se il presidente eletto vuole la liberazione di chi ha commesso delitti, deve chiedere il favore al Congresso affinché cambi la legge, non al procuratore generale”. Un riferimento chiaro alla battaglia istituzionale che si annuncia per impedire alcune delle riforme proposte da Petro in campagna elettorale.

Mentre al Senato il Pacto Historico ha ottenuto la maggioranza alle elezioni politiche del 13 marzo, al Congresso è la seconda forza rappresentata, ma non ha i numeri necessari per far passare agevolmente una legge. Dovrà, quindi, cercare alleanze nel campo moderato su temi puntuali, sapendo che l’uribismo, per quanto in crisi, non ha alcuna intenzione di mollare l’osso, e che anzi cercherà di ricompattare i ranghi usando alcune zone geografiche di confine e alcuni suoi bastioni istituzionali, in vista delle elezioni dei sindaci e dei governatori dell’ottobre 2023. Il calcolo definitivo dei parlamentari eletti il 19 si avrà solo a metà luglio.

Nel secondo paese dell’America latina con il maggior indice di disuguaglianza dopo il Brasile, che conta oltre 21 milioni di poveri e 7,4 milioni che vivono in povertà estrema, il piano di governo di Petro implica riforme economiche che riguardano le pensioni e la sanità, dove si prevede di ridurre il margine di manovra delle imprese private incaricate di erogare prestazioni mediche. La figura della vicepresidenta, Francia Marquez, premio Nobel per l’ambiente e femminista afro-colombiana, votata soprattutto dai giovani, dalle donne, da lavoratori poveri e dai senza-diritto, rappresenta le aspettative degli esclusi e delle escluse: lavoratrici domestiche, gli spazzini, i contadini poveri, quelli che non hanno mai avuto incarichi politici, e che hanno dato voce alle proteste popolari denunciando il volto feroce di una società razzista e classista.

Da politico navigato che non si caratterizza per posizioni radicali, Petro ha promesso di impegnarsi per costruire un “miglior capitalismo”, promettendo però di voler passare da un modello estrattivista, ossia dipendente dal petrolio e dell’estrazione mineraria (il settore petrolifero contribuisce al Pil per il 7,1%), a uno produttivo, basato sulla produzione agro-pecuaria. Considerando che la Colombia vanta il triste primato dei conflitti ambientali nel continente, è facile comprendere che per passare dalle parole ai fatti, anche per portare avanti un programma di riforme conseguenti, Petro dovrà scegliere però da che parte stare nello scontro fra le popolazioni, soprattutto indigene, e le grandi multinazionali. Sono già 47 i massacri avvenuti in Colombia dall’inizio dell’anno, durante il quale sono stati uccisi oltre 76 leader sociali e 21 ex-guerriglieri. Molti dei paramilitari, impiegati in precedenza nella guerra sporca contro la guerriglia e contro l’opposizione sociale si sono riconvertiti in esercito privato della sicurezza delle grandi imprese multinazionali.

Francia Marquez ha promesso di dar voce alle zone più povere delle campagne, che scontano l’assenza di una riforma agraria in un paese che, principalmente per questo, ha visto il sorgere di due guerriglie lungo oltre mezzo secolo (le Farc-Ep e l’Eln). Una delle principali rivendicazioni del processo di pace che Duque si è dedicato a demolire, e che Petro ha promesso di portare avanti, contando anche sui seggi degli ex guerriglieri passati alla vita politica.

Un compito non facile, considerando i grandi interessi che intrecciano il potere dell’oligarchia locale con quelli degli Stati Uniti, che perpetuano la logica del Plan Colombia intrecciando l’economia di guerra con quella del controllo del territorio. In Colombia, l’unico socio della Nato in America Latina, risiede il maggior numero di basi militari Usa della regione, supportate da un sistema militare di antico fervore anticomunista, che data almeno della guerra di Corea. Nel 1950, la Colombia fu l’unico paese latinoamericano che mandò le sue truppe agli ordini degli Usa contro i comunisti coreani.

Nel secondo paese del continente per numero di militari dopo il Brasile e il primo in relazione alla quantità di abitanti, non si contano le denunce per le violazioni compiute dai militari, presentate dalle organizzazioni per i diritti umani. Eppure, la fitta rete di propaganda che circonda la “famiglia militare”, che si considera nemica di Petro, indica la pervasività di questa cultura in vari settori della società colombiana. Tanto che, in base a un’inchiesta del 2021, la Forza Armata risultava essere l’istituzione considerata più prestigiosa dal 26,8% della popolazione. All’ultimo posto, figuravano i partiti e i movimenti politici, con solo un 8,5% di gradimento.

Le ripetute aggressioni al Venezuela bolivariano hanno potuto contare sulla posizione strategica delle basi militari, visibili o occulte, fornite di potenti strumenti satellitari e di controllo, i cui terminali agiscono anche dall’ambasciata nordamericana, e che sono stati impiegati in modo massiccio per perseguire le proteste popolari. La space-economy è un settore importante dell’economia di guerra, e la Colombia è anche in questo campo un satellite importante degli Stati Uniti.

Intanto, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, Juan Carlos Pinzón, ha detto che lascerà il paese il giorno prima dell’assunzione d’incarico di Petro, il 7 agosto. Per quella data, Duque ha organizzato un grande concerto di addio, durante il quale darà libero accesso ai “migranti venezuelani”, per i quali ha ricevuto dai suoi padrini nordamericani e europei finanziamenti miliardari di cui non hanno mai visto un centesimo, dando però in cambio il proprio voto all’uribismo che glielo aveva concesso a tempo di record.

Si spera che, oltre all’ambasciatore Usa facciano fagotto anche i rappresentanti dell’autoproclamato “presidente a interim” del Venezuela, Juan Guaidó, ai quali Duque ha “regalato” l’impresa petrolchimica Monómeros, sottratta al Venezuela per conto degli Usa. Sia il presidente venezuelano Nicolas Maduro che il vicepresidente del Psuv, Diosdado Cabello, hanno felicitato l’arrivo di Petro e Marquez al governo della Colombia, unendo la propria voce a quella degli altri presidenti progressisti dell’America Latina e a quella del presidente dell’Alba, Sacha Llorenti.

Durante la campagna elettorale, per impulso dei settori più radicali che compongono la sua coalizione, Petro, nonostante precedenti dichiarazioni infelici contro il governo Maduro, ha promesso di riallacciare le relazioni con il Venezuela. E nel suo primo comizio ha nuovamente accennato all’integrazione latinoamericana, parlando di “un cambiamento senza odio, né vendetta”, basato sul un “dialogo regionale”. Un altro punto su cui il ricatto dei poteri forti si è già fatto sentire, amplificato dai media internazionali e dalle piattaforme uribiste che intossicano le reti sociali.

FONTE: https://www.bricspsuv.com/2022/06/20/svolta-storica-in-colombia-vince-la-sinistra-di-petro/

Le contromisure russe e l’Occidente.

di Tonino D’Orazio

La Russia stila l’elenco dei paesi ostili. C’è anche l’Italia. Oltre che l’Ucraina, gli Usa, i paesi Ue, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’Australia, Taiwan, e Singapore. Anche la Svizzera che ha interrotto la sua proverbiale neutralità. Nella lista figurano anche piccoli paesi, Andorra, Islanda, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Micronesia. (Sono tutti paradisi fiscali).

Decreto: la Stato, le imprese e i cittadini russi che abbiano debiti verso creditori stranieri appartenenti a questa lista potranno pagare in rubli. Il principio è il seguente: per pagare i prestiti ottenuti da un paese sanzionatorio che superano i 10 milioni di rubli al mese, le società russe non hanno bisogno di effettuare un trasferimento. Chiedono a una banca russa di aprire un conto di corrispondenza in rubli a nome del creditore. Quindi la società trasferisce rubli su questo conto al tasso di cambio corrente e tutto ciò è perfettamente legale. L’equivalente in rubli sarà depositato da qualche parte, nelle banche russe, ma le banche occidentali, allo stato attuale, non possono accedervi. I bond emessi dallo stato russo potrebbero perdere valore, anche se il rublo è stato agganciato al valore dell’oro, superando “il Bretton Woods” americano del 1971 che indicava il dollaro come unica moneta internazionale non convertibile.

Tuttavia, non si possono escludere altre contromisure. Oltre alla completa de-dollarizzazione la Russia potrebbe vietare l’esportazione di titanio, terre rare, combustibili nucleari e, già in vigore, motori a razzo. Alcune delle misure altamente tossiche includono il sequestro di tutti i beni esteri di nazioni ostili, il congelamento di tutti i rimborsi dei prestiti alle banche occidentali e il deposito di fondi in un conto congelato presso una banca russa, il divieto totale di tutti i media stranieri ostili, la loro proprietà, ONG di facciata, oltre a fornire alle nazioni amiche armi avanzate, condivisione di informazioni e addestramento ed esercitazioni congiunte.

Blocco del sistema Swift? Quel che è certo è che una nuova architettura dei sistemi di pagamento che già unisce SPFS russo e CHIPS cinese, potrebbe presto essere offerta a decine di nazioni eurasiatiche e del Sud, molte delle quali già sanzionate, come Iran, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Siria, Iraq, Libano e RPDC. Lentamente ma inesorabilmente, siamo già sulla strada per l’emergere di un grande blocco nel Sud del mondo che è immune alla guerra finanziaria degli Stati Uniti. I BRICS, RIC – Russia, India e Cina – stanno già aumentando il commercio nelle proprie valute. Se guardiamo all’elenco delle nazioni che all’ONU non hanno votato contro la Russia o si sono astenute dal condannare l’Operazione Z in Ucraina, più quelle che non hanno sanzionato la Russia, abbiamo almeno il 70% dell’intero Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, è l’Occidente – più le satrapie coloniali come il Giappone e Singapore in Asia – contro il resto: Eurasia, Sud-est asiatico, Africa, America Latina. L’altro lato della nuova cortina di ferro.

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli di Stato russi con rating C, catalogandoli come  “spazzatura”. Il declassamento è ovviamente dovuto alla guerra e al conseguente tentativo di isolamento economico del Paese. Il rating C indica una “insolvenza sovrana”(default) che si va ad aggiungere all’embargo contro il gas e il petrolio russo dichiarato da USA e UK. Veramente forse ce lo taglia Putin il gas e il petrolio, imbarcandoci in una nuova era di energia nucleare. In quanto al default politico, perché la Russia ha debito sovrano minimo e nessun bisogno del mercato dei capitali globali, chi deve temere sono i creditori e i risparmiatori privati. (Credit Ansa). l’Italia e l’Europa subiranno delle ripercussioni economiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, alimentare, di materie prime e il pagamento dei crediti in rubli. Un grande problema per i creditori internazionali perché non saprebbero, poi, cambiare quanto ricevuto in altra valuta. Il problema non tocca tanto l’emissione dei bond statali, quanto quelli societari, molto più diffusi, anche tra gli investimenti dei piccoli risparmiatori italiani.

i fatti sul campo alla fine porteranno intere economie occidentali al macello, con il caos delle merci che porterà a costi energetici e alimentari alle stelle. A rischio fino al 60% delle industrie manifatturiere tedesche e il 70% delle industrie manifatturiere italiane; potrebbero essere costrette a chiudere definitivamente, con conseguenze sociali catastrofiche. Il che fa dire che è una guerra degli Usa contro una potenza economica concorrente, la Ue. Non possiamo più comprare a Russia e Cina, ma solo agli Usa e rilanciare la loro economia per competere, fuori noi, con la potenza commerciale cinese.

Oppure gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si aspettavano un Froelicher Krieg (“guerra felice”) ? La Germania e altri paesi non hanno ancora iniziato a sentire il dolore della privazione di gas, minerali e cibo. Questo sarebbe il vero obiettivo: strappare l’Europa dal controllo degli Stati Uniti attraverso la NATO. Ciò necessita un movimento e un partito politico per un Nuovo Ordine Mondiale, come il movimento comunista di un secolo fa. Potremmo chiamarlo un nuovo Grande Risveglio o una rivolta contro il capitalismo becero. Purtroppo all’orizzonte momentaneamente ci sono solo destre nazionalistiche, sempre molto legate al – o prodotto del – capitalismo.

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden è ora assolutamente disperata: oggi (10 marzo), ha vietato tutte le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, che risulta essere il secondo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dietro al Canada e davanti al Messico. La grande “strategia di sostituzione” degli Stati Uniti per l’energia russa consiste nel chiedere petrolio all’Iran e al Venezuela. All’Iran al tavolo delle trattative a Vienna, sull’eventuale ripristino dell’accordo strappato da Trump, sulle centrali atomiche. Forse, senza ironia, un po’ gliene daranno. In Venezuela, sono arrivati con addirittura una delegazione governativa di livello. L’offerta Usa è quella di “alleviare” le sanzioni imposte a Caracas in cambio di petrolio. Il governo degli Stati Uniti ha passato anni, anche decenni, a bruciare tutti i ponti con il Venezuela e l’Iran. Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq e la Libia e hanno isolato il Venezuela e l’Iran nel tentativo di prendere il controllo dei mercati petroliferi mondiali, solo al fine di tentare miseramente di rilevare entrambi i paesi e poi fuggire schiacciati dalle forze economiche che avevano scatenato. Ciò dimostra, ancora una volta, che i “decisori” imperiali sono totalmente disperati. Caracas ha chiesto la rimozione di tutte le sanzioni contro il Venezuela e la restituzione di tutto l’oro confiscato. Aspettano risposta.

L’Europa importa circa 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 200 miliardi provengono dalla Russia. È impossibile per l’Europa trovare 200 miliardi di metri cubi altrove per sostituire la Russia, che sia in Algeria, Qatar o Turkmenistan. Per non parlare della mancanza dei necessari terminali GNL. L’Europa si ritroverà con una produzione ridotta di gas per la sua industria in declino, la perdita di posti di lavoro, la riduzione della qualità della vita, l’aumento della pressione sul sistema di sicurezza sociale e, ultimo ma non meno importante, la necessità di richiedere ulteriori prestiti, con carta straccia, agli Stati Uniti. (Nuovo Piano Marshall, Nuovo debito di guerra). Alcuni paesi tornano al carbone per il riscaldamento e l’energia, e quella atomica sicura (altro specchietto per merli) che si realizzerà fra minimo 10 anni. I Verdi e Cop26 diventano semplicemente lividi. Mi dispiace moltissimo, anche perché mi toccherà conviverci in questo mondo senza speranza.

Sostengo Putin? No, dico solo che la guerra è perdente per chi la fa, chi la subisce e peggio ancora per chi la sostiene con attacca brighe per conto terzi.

11 marzo 2022.

Guerra Ucraina: note sul punto di vista dell’altra metà del mondo.

di Alessandro Visalli

Con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astenuti è passata all’Onu una risoluzione che condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Hanno votato contro la Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, l’Eritrea e la Siria, voleva votare anche il Venezuela, ma gli è stato impedito con un cavillo. Gli astenuti, posizione molto difficile in questo contesto, sono la Cina, l’India, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, l’Algeria, l’Angola, l’Armenia, il Bangladesh, la Bolivia, il Burundi, la Repubblica Centro Africana, il Congo, El Salvador, il Kazakistan, il Kyrgystan, il Madagascar, il Mali, la Mongolia, il Mozambico, la Namibia, il Nicaragua, il Senegal, il Sud Africa, il Sud Sudan, il Tajikistan, l’Uganda, la Tanzania, il Vietnam, lo Zinbabwe. Quindi molti paesi asiatici, africani e sudamericani.

La risoluzione chiedeva la fine della guerra ed il ritiro delle forze di invasione.

Si sono espressi con un’astensione paesi che complessivamente comprendono oltre quattro miliardi di persone. Proviamo a vedere quali ragioni avevano.

Sulla stampa cinese. Maria Siow su South Csulina Morning Post[1] si chiede se il rifiuto della Cina e dell’India di condannare la Russia danneggerà la loro reputazione nell’Asean (che ha votato a favore della risoluzione dell’Onu con l’astensione, oltre che di Cina e India, solo di Vietnam e Laos). La posizione cinese è quindi descritta come ambivalente, dal ministero degli esteri che accusa gli Usa di aver provocato la guerra allo stesso Ministro che, tuttavia, si dichiara addolorato per il conflitto e le perdite civili.

Il China Daily[2] descrive, come tutte le altre testate, l’apertura della 13° sessione del NPC nella quale Xi ha proposto l’ampliamento del budget militare del 7,1% (la Cina spende ca 250 miliardi di dollari, gli Usa 780 e la Russia 61 miliardi, l’India 72, la Ue 378 miliardi). Quindi in un articolo di commento di Zhang Zhouxiang vengono descritte le posizioni propagandate dal New York Times[3]. Secondo le fonti di intelligence citate dal giornale americano la Cina avrebbe chiesto alla Russia di spostare la guerra a dopo le olimpiadi. Ne deriverebbe che conosceva i piani russi. Questa illazione viene respinta fermamente, ricordando come l’intelligence occidentale avesse dato pessima prova nella guerra irachena. L’intensificazione della crisi è, invece, interamente attribuita alla continua espansione della Nato verso Est e quindi le “politiche aggressive degli Stati Uniti”. Secondo il motto cinese per il quale “un nodo può essere sciolto solo dalla persona che lo ha fatto” è tempo quindi che gli Usa assumano la propria responsabilità.

Una linea che è ripresa da un durissimo articolo di Lui Ruo “Dove ancora l’America vuole portare il fuoco?” nel quotidiano Beijing Ribao[4], che è il quotidiano organo ufficiale del Partito Comunista di Pechino. lo spunto viene dalla visita di Mike Pompeo a Taiwan nella quale l’ex esponente dell’amministrazione Usa ha dichiarato che dovrebbe essere riconosciuta la regione cinese come stato autonomo. Inoltre viene ricordato il passaggio del cacciatorpediniere USS Johnson nello stretto. Ovviamente la cosa è inscritta nel quadro della ricerca dei democratici di acquisire consensi in vista delle elezioni di medio termine, ma anche della costante “intenzione di creare controversie e disastri” della potenza americana. Gli Stati Uniti sono, infatti, “il più grande esportatore di disastri”; dal 1945 al 2001 dei 248 conflitti armati in 153 regioni ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti, dalla fine della guerra fredda in 80 casi sono state condotte operazioni armate all’estero e più di 800.000 persone sono morte a causa di ciò (di queste 335.000 erano civili). Le guerre hanno causato 21 milioni di emigrati. Nell’articolo si continua dichiarando che gli iniziatori del conflitto tra Russia e Ucraina sono ancora gli Usa, a causa della persistente espansione verso Est della Nato, promossa dal complesso militare-industriale. Espansione che “ha minato l’architettura ed il pensiero della sicurezza europea”.

In Asia Times[5] David Goldman afferma invece che la strategia della Russia per distruggere l’esercito ucraino procede secondo i piani[6], avvolgendo l’esercito nemico in una serie di sacche (come fecero nella grande offensiva durante la seconda guerra mondiale). D’altra parte dalla stampa indiana si ricava che gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna “in grande scala” per reclutare piloti militari privati e da Francia e Germania, oltre che dal Regno Unito, la Danimarca, la Lettonia, Polonia e Croazia sono in arrivo mercenari o combattenti in Ucraina[7]. Il premier Modi sta coordinando in questo momento incontri di alto livello per assumere una posizione e sono in corso l’evacuazione dei cittadini indiani.

Nello stesso giornale l’astensione dell’India dal voto del Consiglio di Sicurezza è dichiarata “coerente con il fermo sostegno di Nuova Dehli al suo alleato di lunga data”[8]. Alleato dal quale l’India acquista il 60% delle proprie armi.

In “The Indian Express” un interessante articolo[9] sulle prospettive di accordo tra Russia e Ucraina cita l’opinione di Gustav Gressel dell’ECFR e di Marcel Röthig, Capo dell’ufficio della Fondazione Ebert a Kiev. Quest’ultimo sostiene che si potrebbe arrivare ad una Ucraina federale, con autonomia per il Donetrsk e Luhansk, o alla fine alla diretta cessione a Mosca delle tre aree (Crimea inclusa). Infine una neutralità garantita internazionalmente. Ma segnala correttamente che un compromesso troppo doloroso per l’Ucraina potrebbe portare ad un esito simile a quello che il Trattato di Versailles portò in Germania (ovvero essere la causa di radicalizzazione delle forze nazionaliste, e alla crescita di un nuovo focolare di nazismo in Europa).

Sulla stampa pakistana viene riportata[10] la risposta del governo alle minacce americane seguite al volto all’Onu. Il Pakistan ha dichiarato in risposta di “sostenere un cessate il fuoco e negoziati”, precisando che non ha aderito alla risoluzione per conservare uno spazio diplomatico tra le due parti. Del resto nella regione dell’Asia meridionale solo il Nepal ha votato a favore. L’articolo prosegue dichiarando che la nazione “vede la Cina come il suo più stretto alleato” e, come per il Bangladesh, la percezione della “forte posizione filo-russa della Cina” (come scrivono) ha influenzato la decisione. Per quanto riguarda l’India si tratterebbe (ma su questo anche la stampa cinese sembra concorde) piuttosto di una indecisione tra il vecchio alleato, la Russia, e il nuovo partner strategico (in chiave anticinese). Munir Akram, ambasciatore pakistano alle Nazioni Unite ha spiegato del resto l’astensione in quanto la mozione tralasciava alcuni punti chiave. Precisamente che la Russia era legittimamente preoccupata per l’espansione Nato ai suoi confini, ed era quindi “in un certo senso unilaterale”. Il Pakistan “vuole un approccio equilibrato e ritiene che questa controversia debba essere risolta attraverso negoziati”. Continuando ha confermato di condannare sempre le morti di civili, siano esse in Ucraina, nel Kashmir o in Afganistan, ma che “c’è molta propaganda e notizie false”.

Nell’articolo di fondo del 21 febbraio, “Costruisci vivamente una comunità futura con un futuro condiviso per l’umanità[11], non firmato e dunque posizione del Partito, viene richiamata la dichiarazione di Xi Jinping per la quale “La comunità con un futuro condiviso per l’umanità, come suggerisce il nome, è che il futuro e il destino di ogni nazione e paese sono strettamente legati. La grande famiglia armoniosa ha trasformato il desiderio di una vita migliore di persone provenienti da tutto il mondo nella realtà”. Ora, il concetto di “grande famiglia armoniosa” è uno dei concetti chiave della cultura cinese e dovremo tornarci brevemente. Nell’articolo viene declinato l’universalismo nella visione cinese, per il quale l’umanità ha un “destino condiviso”, cosa che implica che un mondo universalmente sicuro discende dalla condivisione della sicurezza di tutti, secondo lo slogan: “tu sei al sicuro, io sono al sicuro”. Xi Jinping ha sottolineato durante le conferenze dei giochi olimpici: “L’umanità è un tutto e la terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una “Simbiosi” che ha tre livelli: realizzazione di sé, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo.

Ciò significa anche che costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità è una pratica contemporanea di “comunità di persone libere”. Sapendo che i gruppi umani sono collegati e che l’associazione di uomini liberi rappresentata da Marx è un concetto concepito al di là dell’alienazione dell’uomo nell’era dell’economia industriale. 

La posizione cinese potrà divenire più chiara forse lunedì 7 marzo, quando, alle 15.00, nella Quinta Sessione del 13° Congresso Nazionale del Popolo (una delle più importanti assemblee consultive periodiche del complesso sistema di governo cinese) il Ministro degli Esteri Wang Yi discuterà con la stampa cinese ed estera della “Politica estera e delle relazioni della Cina”.

Intanto alcuni spunti possono essere desunti sia dal concetto cinese di Tianxia, sul quale torniamo alla fine, sia dalla lettura di due documenti recenti: una dichiarazione del Ministro Wang del 26 febbraio, e il protocollo firmato tra Russia e Cina in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Il Ministro Wang ha dichiarato[12] che la posizione si articola in cinque punti:

  • In primo luogo, la Cina sostiene fermamente il rispetto e la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti gli Stati, attenendosi con serietà agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La posizione della Cina è coerente, chiara e si applica anche alla questione dell’Ucraina.

Commento: il primo punto non arruola automaticamente la Cina nella guerra di invasione russa, che all’epoca aveva contorni ancora meno definiti, individuando come linea rossa l’integrità territoriale (cfr. Dombass? Taiwan, che, ricordo, è rivendicato dai cinesi come proprio territorio?). In altre parole, con le armi non si spostano i confini.

  • In secondo luogo, la Cina sostiene il concetto di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile. La Cina ritiene che la sicurezza di un Paese non possa venire a scapito di quella degli altri e che la sicurezza regionale non possa essere garantita rafforzando e persino espandendo i blocchi militari. Inoltre, le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di tutti gli Stati dovrebbero essere rispettate. Dopo le cinque occasioni consecutive di espansione verso est dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, le richieste legittime della Russia in merito alla sicurezza dovrebbero essere considerate seriamente e risolte in modo adeguato.

Commento: questo è un punto molto denso di teoria ed in linea con la tradizionale linea cinese, la sicurezza non è di uno, è un bene di tutti, quindi è ‘comune, globale, cooperativa e sostenibile’, ogni parola conta. Non è sicurezza quella della Nato che ritiene di essere sicura se sviluppa una soverchiante capacità di minaccia verso un vicino subalterno. Espandendo, appunto, senza limiti il proprio blocco militare. Senza rispettare le ‘ragionevoli preoccupazioni di sicurezza’ di tutti. Quindi cinque e successive espansioni della Nato verso Est determinano ‘legittime richieste di sicurezza’ da parte della Russia.

  • In terzo luogo, la Cina ha seguito l’evoluzione della questione ucraina e la situazione attuale è qualcosa che il Paese asiatico non vuole vedere. È assolutamente indispensabile che tutte le parti esercitino la necessaria moderazione per evitare che la situazione in Ucraina possa peggiorare o addirittura finire fuori controllo. La sicurezza delle vite e delle proprietà della gente comune dovrebbe essere efficacemente salvaguardata, e in particolare, devono essere evitate crisi umanitarie su larga scala.

Commento: la Cina, in quanto grande potenza emergente non ha alcun interesse a veder precipitare il mondo nella guerra indiscriminata (che non potrebbe evitare di coinvolgerla, arrestando il suo sviluppo) prima che il percorso di crescita si compia. A giungere ad un redde rationem prima che si compia sono, casomai, interessati altri (è sempre stata una delle linee difese da parte dell’establishment Usa, fino ad ora minoritaria). La paura che tutto finisca ‘fuori controllo’ (ovvero che tutto finisca) è depositata qui.

  • In quarto luogo, la parte cinese sostiene e incoraggia tutti gli sforzi diplomatici che portano alla soluzione pacifica della crisi ucraina e il Paese asiatico accoglie con favore i colloqui diretti e i negoziati tra la Russia e l’Ucraina, da svolgersi il più presto possibile. La questione ucraina si è evoluta in un complesso contesto storico. L’Ucraina dovrebbe essere un ponte di comunicazione tra l’Est e l’Ovest, invece di essere il fronte di scontro tra grandi Paesi. La Cina sostiene anche l’Europa e la Russia nei propri sforzi per tenere un dialogo su un piano di parità sulla questione della sicurezza europea e alla fine formare un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile.

Commento: deriva dal primo e soprattutto dal secondo punto che la Cina chiede un accordo. L’accordo non potrà che essere, giunti a questo punto della cosa, globale e terrà a battesimo (se eviteremo il peggio) il nuovo mondo multipolare. Ovvero, abbastanza inevitabilmente dato l’atteggiamento americano e nostro, terrà a battesimo la nuova guerra fredda che farà da transizione tra il mondo unipolare occidentale e il mondo futuro. Sarà il caso di ricordare che la guerra fredda è stata tale perché esisteva un sottostante accordo di civiltà che fu probabilmente stipulato al termine della Guerra di Corea. Più specificamente la dottrina cinese individua due poli (‘Est e Ovest’), iscrivendo implicitamente sé stessa e la Russia (ma anche Iran, Pakistan e probabilmente India, per quanto ciò sia iperdifficile) in un campo. Inoltre individua come soluzione la sicurezza europea come problema comune sia della Russia sia della Ue e soci, evidentemente senza gli Usa. Auspica, in altre parole, la dissoluzione della Nato. Sarebbe la cosa giusta (se non avessimo 60.000 soldati occupanti permanentemente sul suolo europeo dal 1945).

  • In quinto luogo, la Cina ritiene che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione della questione ucraina e che la pace e la stabilità regionali, così come la sicurezza di tutti i Paesi, dovrebbero essere messe al primo posto. Le azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza dovrebbero quindi ridurre la tensione, piuttosto che gettare benzina sul fuoco, e dovrebbero aiutare a far avanzare la soluzione della questione attraverso mezzi diplomatici, piuttosto che aggravare ulteriormente la questione. La Cina è sempre contraria a citare intenzionalmente il Capitolo VII nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per autorizzare l’uso della forza e delle sanzioni”.

Commento: contro la tradizione di utilizzare l’Onu come proprio utile servitore (salvo ignorarlo quando non si allinea) degli Usa, la Cina individua quindi negli organismi internazionali (nei quali, se la IIWW effettivamente terminasse potrebbe essere molto ben rappresentata insieme ai suoi alleati) il punto di equilibrio decisivo della transizione egemonica di potenza in corso.

Insomma,

  • La Cina aderisce alla via della pace, dello sviluppo ed è impegnata a costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. Il Paese asiatico continuerà a respingere fermamente tutte le egemonie e i poteri forti, a salvaguardare fermamente i diritti, gli interessi legittimi e legali degli Stati in via di sviluppo, specialmente di quelli di piccole e medie dimensioni.

Invece la Dichiarazione Congiunta del 4 febbraio[13] i due paesi, Russia e Cina, recita così:

Dichiarazione congiunta della Repubblica popolare cinese e della Federazione russa sulle relazioni internazionali e lo sviluppo sostenibile globale nella nuova era

Su invito del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, il presidente Vladimir Putin della Federazione Russa visiterà la Cina il 4 febbraio 2022. I due capi di stato hanno tenuto colloqui a Pechino e hanno partecipato alla cerimonia di apertura delle 24 Olimpiadi invernali.

La Repubblica popolare cinese e la Federazione russa (di seguito denominate le “Parti”) dichiarano quanto segue:

Attualmente, il mondo sta attraversando grandi cambiamenti e la società umana è entrata in una nuova era di grande sviluppo e grande cambiamento. La multipolarizzazione mondiale, la globalizzazione economica, l’informatizzazione sociale e la diversificazione culturale hanno continuato a svilupparsi, il sistema di governance globale e l’ordine internazionale hanno continuato a cambiare, l’interconnessione e l’interdipendenza dei paesi sono state notevolmente approfondite, la distribuzione del potere internazionale è tesa da ristrutturare, e le preoccupazioni della comunità internazionale per la pace e L’appello per uno sviluppo sostenibile è ancora più forte. Allo stesso tempo, l’epidemia di COVID-19 continua a diffondersi in tutto il mondo, la situazione della sicurezza internazionale e regionale sta diventando sempre più complessa e le minacce e le sfide globali sono in aumento. Alcune forze internazionali continuano a perseguire ostinatamente l’unilateralismo, a ricorrere alla politica di potere, a interferire negli affari interni di altri paesi, a ledere i diritti e gli interessi legittimi di altri paesi, a creare contraddizioni, differenze e scontri e ad ostacolare lo sviluppo e il progresso della società umana . La comunità internazionale non lo accetterà mai.

Le due parti invitano tutti i paesi a rafforzare il dialogo, rafforzare la fiducia reciproca, creare consenso, salvaguardare i valori comuni di pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà per tutta l’umanità e rispettare i diritti delle persone di tutti i paesi a scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo e la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi Sviluppare interessi, difendere il sistema internazionale con al centro le Nazioni Unite e l’ordine internazionale basato sul diritto internazionale, praticare un vero multilateralismo in cui le Nazioni Unite e la Sicurezza delle Nazioni Unite Il Consiglio svolge un ruolo centrale di coordinamento, promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali e realizza lo sviluppo della pace, della stabilità e della sostenibilità nel mondo.

uno

Le due parti hanno convenuto che la democrazia è il valore comune di tutta l’umanità, non il brevetto di pochi paesi.Promuovere e salvaguardare la democrazia è la causa comune della comunità internazionale.

Le due parti credono che la democrazia sia un modo per i cittadini di partecipare alla gestione dei propri affari e mira a migliorare il benessere delle persone e realizzare il dominio delle persone sul paese. La democrazia dovrebbe essere un intero processo e orientato verso tutte le persone, riflettere gli interessi e la volontà di tutte le persone, proteggere i diritti delle persone, soddisfare i bisogni delle persone e salvaguardare gli interessi delle persone. La pratica delle istituzioni democratiche non è rigida e dovrebbe tenere conto dei sistemi socio-politici e delle caratteristiche storiche, tradizionali e culturali dei diversi paesi. Le persone di tutti i paesi hanno il diritto di scegliere le forme ei metodi di pratica democratica che si adattano alle loro condizioni nazionali. Se un paese è democratico o meno può essere giudicato solo dalla sua gente.

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto potenze mondiali con lunghe tradizioni storiche e culturali, hanno profonde tradizioni democratiche radicate nell’esperienza di sviluppo del millennio e sono ampiamente sostenute dal loro stesso popolo, riflettendo i bisogni e gli interessi dei loro cittadini. Cina e Russia hanno assicurato che il loro popolo abbia il diritto di partecipare alla gestione dello stato e degli affari sociali attraverso vari canali e forme in conformità con la legge. Le persone dei due paesi hanno piena fiducia in se stessi sulla strada e rispettano i sistemi democratici e le tradizioni degli altri paesi.

Le due parti hanno sottolineato che i principi democratici dovrebbero riflettersi non solo nella governance interna ma anche nella governance globale. Alcuni paesi tentano di tracciare linee ideologiche, costringere altri paesi ad accettare gli “standard democratici” di questi paesi e monopolizzare il diritto di definire la democrazia mettendo insieme vari piccoli gruppi e alleanze “situazionali”. Questo è in realtà un calpestare la democrazia e il spirito di democrazia e tradimento dei veri valori democratici. Tale ricerca dell’egemonia rappresenta una seria minaccia alla pace e alla stabilità regionale e globale e danneggia la stabilità dell’ordine internazionale.

Le due parti credono fermamente che la difesa della democrazia e dei diritti umani non debba essere usata come strumento per esercitare pressioni su altri paesi. Le due parti si oppongono all’abuso dei valori democratici da parte di qualsiasi paese, all’ingerenza negli affari interni dei paesi sovrani con il pretesto della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani e alla provocazione della divisione e del confronto mondiale. Le due parti hanno invitato la comunità internazionale a rispettare la diversità delle culture e delle civiltà ei diritti all’autodeterminazione dei popoli di paesi diversi. Le due parti sono disposte a collaborare con tutti i paesi disponibili per promuovere la vera democrazia.

Le due parti hanno sottolineato che la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani hanno stabilito obiettivi elevati e principi di base per la causa globale dei diritti umani, che dovrebbero essere seguiti e praticati da tutti i paesi. Allo stesso tempo, ogni Paese ha diverse condizioni nazionali, e ci sono differenze nella storia, nella cultura, nel sistema sociale e nel livello di sviluppo economico e sociale.È necessario aderire alla combinazione dell’universalità dei diritti umani e delle condizioni reali di vari paesi e proteggere i diritti umani in base alle loro condizioni nazionali e alle esigenze delle persone. La promozione e la protezione dei diritti umani è la causa comune della comunità internazionale e tutti i paesi dovrebbero prestare uguale attenzione e promuovere sistematicamente vari tipi di diritti umani. La cooperazione internazionale in materia di diritti umani dovrebbe essere discussa da tutti i paesi sulla base di un dialogo paritario. Tutti i paesi dovrebbero godere dello stesso diritto allo sviluppo. Tutti i paesi dovrebbero svolgere la cooperazione e la cooperazione in materia di diritti umani sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e rafforzare la costruzione del sistema internazionale dei diritti umani.

due

Le due parti credono che la pace, lo sviluppo e la cooperazione siano la corrente principale dell’odierno sistema internazionale. Lo sviluppo è la chiave per raggiungere il benessere delle persone. La continua diffusione dell’epidemia di COVID-19 ha portato gravi sfide all’attuazione globale dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 2030. È fondamentale migliorare il partenariato globale per lo sviluppo e spingere lo sviluppo globale verso una nuova fase di equilibrio, coordinamento e inclusività .

Le due parti promuoveranno attivamente la cooperazione tra la costruzione congiunta della “Cintura e della strada” e l’Unione economica eurasiatica e approfondiranno la cooperazione pratica tra la Cina e l’Unione economica eurasiatica in vari campi. Migliorare il livello di connettività nelle regioni Asia-Pacifico ed Eurasiatica. Le due parti sono disposte a continuare a promuovere lo sviluppo parallelo e coordinato della costruzione congiunta della “Belt and Road” e del “Greater Eurasian Partnership”, promuovere lo sviluppo delle organizzazioni regionali e il processo di integrazione economica bilaterale e multilaterale, e a beneficio delle persone di tutti i paesi del continente eurasiatico.

Le due parti hanno convenuto di approfondire ulteriormente la cooperazione pragmatica nello sviluppo sostenibile dell’Artico.

Le due parti rafforzeranno la cooperazione nei meccanismi multilaterali come le Nazioni Unite, promuoveranno la comunità internazionale a porre lo sviluppo in una posizione importante nel coordinamento delle politiche macro globali, inviteranno i paesi sviluppati ad adempiere seriamente ai loro obblighi APS, forniranno ai paesi in via di sviluppo maggiori risorse, e risolvere problemi di sviluppo tra paesi e all’interno dei paesi, squilibri e altre questioni e promuovere lo sviluppo globale e la cooperazione internazionale allo sviluppo. La parte russa ha ribadito la sua volontà di continuare a svolgere un lavoro rilevante sulla promozione dell’iniziativa di sviluppo globale proposta dalla parte cinese, inclusa la partecipazione alle attività del “Gruppo di amici dell’iniziativa di sviluppo globale” sulla piattaforma delle Nazioni Unite. Entrambe le parti invitano la comunità internazionale a concentrarsi sulla riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’antiepidemia e i vaccini, il finanziamento dello sviluppo, il cambiamento climatico, lo sviluppo verde e sostenibile, l’industrializzazione, l’economia digitale, la connettività, ecc. e ad intraprendere azioni pratiche per accelerare il attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Le due parti chiedono alla comunità internazionale di creare un ambiente aperto, equo, giusto e non discriminatorio per lo sviluppo scientifico e tecnologico, accelerare la trasformazione delle conquiste scientifiche e tecnologiche in vere forze produttive e sfruttare un nuovo slancio per la crescita economica.

Le due parti chiedono ai paesi di rafforzare la cooperazione nel campo del trasporto sostenibile, svolgere attivamente lo sviluppo delle capacità di trasporto e lo scambio di conoscenze, compresi i trasporti intelligenti, il trasporto sostenibile, lo sviluppo e il funzionamento delle vie navigabili artiche, ecc., Per aiutare la ripresa globale dopo l’epidemia .

Le due parti hanno adottato misure forti per affrontare il cambiamento climatico e hanno dato importanti contributi. Le due parti hanno commemorato congiuntamente il 30° anniversario della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, hanno riaffermato la loro adesione agli obiettivi, ai principi e alle disposizioni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e del suo Accordo di Parigi, in particolare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate , e si è impegnata a promuovere congiuntamente la “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” e il relativo accordo di Parigi. L’accordo di Parigi è pienamente ed efficacemente attuato. Le due parti adempiranno ai rispettivi impegni e si aspettano che i paesi sviluppati attuino seriamente i 100 miliardi di dollari annuali di sostegno finanziario per il clima ai paesi in via di sviluppo. Le due parti si oppongono all’istituzione di nuove barriere commerciali internazionali sulla base della lotta al cambiamento climatico.

Le due parti promuovono fermamente la cooperazione internazionale e gli scambi sulla biodiversità, partecipano attivamente al processo di governance globale della biodiversità e promuovono congiuntamente lo sviluppo coordinato dell’uomo e della natura e la trasformazione verde e contribuiscono allo sviluppo sostenibile globale.

I capi di stato di Cina e Russia hanno affermato la fruttuosa cooperazione bilaterale e multilaterale tra le due parti in risposta alla pandemia globale di COVID-19 e salvaguardando la vita e la salute delle persone dei due paesi e del mondo. Le due parti continueranno a rafforzare la cooperazione nello sviluppo e nella produzione di vaccini e nuovi farmaci contro il coronavirus e ad approfondire la cooperazione nei settori della salute pubblica e della medicina moderna. Le due parti rafforzeranno il coordinamento e l’allineamento delle misure di prevenzione delle epidemie per fornire una forte garanzia per la salute, la sicurezza e gli scambi ordinati di personale tra i due paesi. Le due parti hanno commentato positivamente il lavoro svolto dai dipartimenti e dalle località competenti dei due paesi per garantire la prevenzione dell’epidemia nelle aree di confine e il funzionamento stabile dei porti, istituendo un meccanismo congiunto di prevenzione e controllo nelle aree di confine, coordinando la promozione di prevenzione e controllo delle epidemie, condivisione delle informazioni e costruzione di infrastrutture nei porti frontalieri e miglioramento continuo dell’efficienza delle spedizioni portuali.

Le due parti hanno sottolineato che rintracciare l’origine del nuovo coronavirus è una questione scientifica, che dovrebbe essere svolta in collaborazione con scienziati di tutto il mondo sulla base di una prospettiva globale, e opporsi alla politicizzazione della questione della ricerca dell’origine. La Russia accoglie favorevolmente la ricerca congiunta sulla tracciabilità condotta da Cina e OMS e sostiene il rapporto di ricerca sulla tracciabilità congiunta Cina-OMS. Entrambe le parti chiedono alla comunità internazionale di mantenere congiuntamente la natura scientifica e la serietà della ricerca sulla tracciabilità.

La Russia sostiene la Cina nell’ospitare con successo le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Pechino 2022.

Le due parti hanno parlato molto del livello di cooperazione tra i due paesi nello sport e nei Giochi Olimpici e sono disposte a promuovere ulteriormente lo sviluppo di una cooperazione pertinente.

tre

Le due parti hanno espresso profonda preoccupazione per le gravi sfide che devono affrontare la situazione della sicurezza internazionale e hanno creduto che le persone di tutti i paesi condividano un destino comune e che nessun paese può e non deve raggiungere la propria sicurezza staccandosi dalla sicurezza mondiale e a spese della sicurezza di altri paesi. La comunità internazionale dovrebbe partecipare attivamente alla governance della sicurezza globale per ottenere una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile.

Le due parti hanno ribadito di sostenere fermamente gli interessi fondamentali reciproci, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e si oppongono alle interferenze esterne negli affari interni dei due paesi.

La parte russa ha ribadito che si attiene al principio della Cina unica, riconosce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese e si oppone a qualsiasi forma di “indipendenza di Taiwan”.

Cina e Russia si oppongono alle forze esterne che minano la sicurezza e la stabilità delle aree circostanti comuni dei due paesi, si oppongono a forze esterne che interferiscono negli affari interni dei paesi sovrani con qualsiasi pretesto e si oppongono alle “rivoluzioni colorate” e rafforzeranno la cooperazione nei suddetti aree citate.

Le due parti hanno condannato il terrorismo in tutte le sue forme, esortato la comunità internazionale a istituire un fronte unito globale antiterrorismo incentrato sulle Nazioni Unite e rafforzato il coordinamento politico multilaterale e la cooperazione costruttiva nel campo dell’antiterrorismo. Si oppone alla politicizzazione e alla strumentalizzazione delle questioni antiterrorismo e all’attuazione di “doppi standard” e condanna l’uso di organizzazioni terroristiche ed estremiste e l’interferenza negli affari interni di altri paesi in nome della lotta al terrorismo internazionale e all’estremismo per raggiungere obiettivi geopolitici .

Le due parti ritengono che i singoli paesi, alleanze o alleanze politico-militari cerchino la superiorità militare unilaterale diretta o indiretta, danneggino la sicurezza di altri paesi attraverso la concorrenza sleale e altri mezzi, intensifichino la concorrenza geopolitica, esagerino la rivalità e il confronto, minano gravemente l’ordine di sicurezza internazionale , e minano la stabilità strategica globale. Le due parti si oppongono alla continua espansione della NATO e chiedono alla NATO di abbandonare l’ideologia della Guerra Fredda, rispettare la sovranità, la sicurezza, gli interessi e la diversità delle civiltà, della storia e della cultura di altri paesi e considerare lo sviluppo pacifico di altri paesi in modo obiettivo ed equo. Le due parti si oppongono all’instaurazione di un sistema di alleanze chiuse nella regione Asia-Pacifico e alla creazione di un campo di confronto, e sono molto vigili sull’impatto negativo della “strategia indo-pacifica” promossa dagli Stati Uniti sulla pace e la stabilità della regione. La Cina e la Russia si sono sempre impegnate a costruire un sistema di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico che sia equo, aperto, inclusivo e non mirato ai paesi terzi, e mantenga pace, stabilità e prosperità.

Le due parti hanno accolto con favore la pubblicazione della Dichiarazione congiunta dei leader dei cinque Stati dotati di armi nucleari sulla prevenzione della guerra nucleare e sull’evitare una corsa agli armamenti e hanno affermato che tutti gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero abbandonare la mentalità della guerra fredda e il gioco a somma zero, ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle politiche di sicurezza nazionale e ritirarsi Le armi nucleari dispiegate all’estero non consentono lo sviluppo illimitato del sistema antimissilistico globale, riducendo efficacemente il rischio di guerra nucleare e qualsiasi conflitto militare tra paesi con forze nucleari militari .

Le due parti hanno ribadito che il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari è la pietra angolare del sistema internazionale di disarmo e non proliferazione nucleare, una parte importante del sistema di sicurezza internazionale del dopoguerra, e il suo ruolo nella promozione della pace e dello sviluppo nel mondo è insostituibile. La comunità internazionale dovrebbe promuovere i tre pilastri del trattato in modo equilibrato e mantenere congiuntamente l’autorità, l’efficacia e l’universalità del trattato.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per l’istituzione del “Partenariato trilaterale per la sicurezza” (AUKUS) tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, in particolare per la cooperazione nei settori della stabilità strategica come i sottomarini a propulsione nucleare, aggravando il pericolo di una corsa agli armamenti regionale e ponendo un serio rischio di proliferazione nucleare. Le due parti condannano fermamente atti simili ed esortano gli stati membri dell’AUKUS ad adempiere rigorosamente ai loro obblighi per prevenire la proliferazione nucleare e missilistica e mantenere la pace, la stabilità e lo sviluppo regionali.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per il previsto scarico nell’oceano da parte del Giappone di acqua radioattivamente inquinata dall’incidente della centrale nucleare di Fukushima e il suo potenziale impatto ambientale, sottolineando che il Giappone deve consultarsi pienamente con i paesi vicini e le altre parti interessate e le istituzioni internazionali pertinenti, e condurre dimostrazione aperta, trasparente, scientifica, Smaltire correttamente l’acqua contaminata radioattivamente in modo responsabile in conformità con il diritto internazionale.

Le due parti ritengono che dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF, hanno accelerato lo sviluppo di missili terrestri a medio e corto raggio e hanno cercato di dispiegarli e fornirli ai loro alleati nelle regioni Asia-Pacifico ed europee , intensificando la tensione e la sfiducia, aumentando i rischi per la sicurezza internazionale e regionale e indebolendo la non proliferazione internazionale e il sistema di controllo degli armamenti mina la stabilità strategica globale. Le due parti esortano gli Stati Uniti a rispondere attivamente all’iniziativa della Russia e ad abbandonare i piani per dispiegare missili terrestri a medio e corto raggio nell’Asia-Pacifico e in Europa. Le due parti manterranno la comunicazione e rafforzeranno il coordinamento al riguardo.

La Cina comprende e sostiene le proposte avanzate dalla Russia per costruire una garanzia di sicurezza a lungo termine legalmente vincolante per l’Europa.

Le due parti hanno sottolineato che il ritiro degli Stati Uniti da una serie di importanti accordi internazionali nel campo del controllo degli armamenti ha avuto un enorme impatto negativo sulla sicurezza e stabilità internazionale e regionale. Entrambe le parti hanno espresso preoccupazione per il progresso degli Stati Uniti nel loro programma antimissilistico globale e il dispiegamento di sistemi antimissilistici in tutto il mondo, rafforzando al contempo le loro armi non nucleari ad alta precisione in grado di condurre missioni strategiche come attacchi preventivi. Le due parti hanno sottolineato l’importanza degli usi pacifici dello spazio extraatmosferico, hanno sostenuto fermamente il ruolo centrale del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extraatmosferico nella promozione della cooperazione internazionale nello spazio extraatmosferico, nel mantenimento e nello sviluppo del diritto internazionale nel campo dello spazio extraatmosferico , e il controllo delle attività nello spazio extraatmosferico, e continuerà a discutere dello spazio extraatmosferico Rafforzare la cooperazione su questioni di interesse reciproco, come la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali e lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse spaziali. Le due parti si oppongono ai tentativi di alcuni paesi di trasformare lo spazio esterno in un territorio di scontro militare, ribadiscono che faranno ogni sforzo per prevenire l’armamento e la corsa agli armamenti nello spazio esterno, si oppongono ad attività rilevanti volte a cercare la superiorità militare nello spazio esterno e condurre operazioni nello spazio extraatmosferico e ribadire che sulla base del progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio extraatmosferico, l’uso o la minaccia dell’uso della forza su oggetti dello spazio extraatmosferico, Cina e Russia avvieranno negoziati il ​​prima possibile concludere un documento multilaterale giuridicamente vincolante per fornire una garanzia fondamentale e affidabile per prevenire una corsa agli armamenti e l’armamento nello spazio.

Cina e Russia sottolineano che le iniziative/impegni politici internazionali in materia di trasparenza e misure di rafforzamento della fiducia, compreso il “nessun primo dispiegamento di armi nello spazio esterno”, contribuiscono all’obiettivo di prevenire una corsa agli armamenti nello spazio esterno, ma tali misure sono solo complementari alla regolamentazione misure per le attività nello spazio extraatmosferico e non dovrebbero sostituire un meccanismo giuridicamente vincolante efficace.

Le due parti hanno riaffermato che la Convenzione sulle armi biologiche è un pilastro vitale della pace e della sicurezza internazionali e sono determinate a mantenere l’autorità e l’efficacia della Convenzione.

Le due parti riaffermano che la Convenzione dovrebbe essere pienamente rispettata e ulteriormente rafforzata, compresa l’istituzionalizzazione della Convenzione, il rafforzamento del meccanismo della Convenzione, la conclusione di un protocollo giuridicamente vincolante che includa un efficace meccanismo di verifica e la risoluzione delle questioni relative all’attuazione della Convenzione attraverso una regolare consultazione e cooperazione per qualsiasi problema.

Le due parti hanno sottolineato che le attività di militarizzazione biologica svolte dagli Stati Uniti e dai loro alleati in patria e all’estero hanno sollevato serie preoccupazioni e interrogativi da parte della comunità internazionale sulla sua conformità. Le attività in questione rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale di Cina e Russia e danneggiano anche la sicurezza delle regioni interessate. Le due parti esortano gli Stati Uniti ei loro alleati a chiarire le proprie attività di militarizzazione biologica in patria e all’estero in modo aperto, trasparente e responsabile e a sostenere la ripresa dei negoziati su un protocollo di verifica giuridicamente vincolante alla Convenzione sulle armi biologiche.

Le due parti hanno riaffermato il loro impegno per l’obiettivo di un mondo libero dalle armi chimiche e hanno invitato tutte le parti della Convenzione sulle armi chimiche a sostenere congiuntamente l’autorità e l’efficacia della Convenzione. La Cina e la Russia sono profondamente preoccupate per la politicizzazione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e invitano gli Stati parti a rafforzare la solidarietà e la cooperazione e a mantenere la tradizione del consenso. Cina e Russia esortano gli Stati Uniti ad accelerare la distruzione delle scorte di armi chimiche come unico Stato parte che non ha completato la distruzione di armi chimiche.

Le due parti hanno sottolineato che l’attuazione degli obblighi di non proliferazione dovrebbe essere bilanciata con la salvaguardia dei diritti e degli interessi legittimi dei paesi nella cooperazione internazionale nell’uso pacifico di tecnologie, materiali e attrezzature avanzati. Le due parti hanno sottolineato che la risoluzione su “Promuovere l’uso pacifico della cooperazione internazionale nel campo della sicurezza internazionale” proposta dalla parte cinese e proposta congiuntamente dalla parte russa è stata adottata dalla 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Entrambe le parti attribuiscono grande importanza alla questione della governance dell’IA. Le due parti sono disposte a rafforzare gli scambi e i dialoghi su questioni di intelligenza artificiale.

Le due parti hanno ribadito che approfondiranno la cooperazione nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione e promuoveranno la creazione di un ambiente aperto, sicuro, sostenibile e accessibile per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le due parti hanno sottolineato che i principi di non uso della forza, rispetto della sovranità nazionale e dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo e della non interferenza negli affari interni stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite si applicano allo spazio dell’informazione, hanno riaffermato il ruolo chiave dell’ONU nel rispondere alle minacce alla sicurezza internazionale dell’informazione e ha sostenuto le Nazioni Unite nella formulazione di nuove politiche in questo settore.codice di condotta nazionale.

Le due parti accolgono con favore lo svolgimento di negoziati globali nel campo della sicurezza dell’informazione internazionale nel quadro di un meccanismo unificato, sostengono il lavoro del gruppo di lavoro aperto delle Nazioni Unite sulla sicurezza dell’informazione per il periodo 2021-2025 e sono disposte ad esprimere posizioni comuni all’interno il gruppo di lavoro. Le due parti ritengono che la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per formulare un nuovo e responsabile codice di condotta nazionale nel cyberspazio dell’informazione, compreso un documento legale internazionale universale con forza legale che regoli le attività di vari paesi nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione . Le due parti ritengono che la Global Data Security Initiative proposta dalla Cina e sostenuta in linea di principio dalla Russia fornisca una base per il gruppo di lavoro per discutere e formulare contromisure per la sicurezza dei dati e altre minacce internazionali alla sicurezza delle informazioni.

Le due parti hanno ribadito il loro sostegno alle Risoluzioni 74/247 e 75/282 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al lavoro del Comitato intergovernativo di esperti ad hoc, alla promozione della negoziazione di una convenzione internazionale contro l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fini criminali nel quadro delle Nazioni Unite e ha sostenuto che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati per garantire che una convenzione globale autorevole e universale possa essere raggiunta il prima possibile in conformità con la risoluzione 75/282 dell’UNGA e presentata alla 78a sessione dell’UNGA . Cina e Russia hanno presentato congiuntamente il progetto di convenzione come base per i relativi negoziati.

Le due parti sostengono l’istituzione di un sistema internazionale di governance di Internet. Credono che tutti i paesi abbiano uguali diritti alla governance di Internet e che i paesi sovrani abbiano il diritto di controllare e proteggere la propria sicurezza della rete. Qualsiasi tentativo di limitare la sovranità della rete nazionale è inaccettabile , e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni dovrebbe essere incoraggiata a risolvere le questioni rilevanti. svolgere un ruolo più attivo.

Le due parti approfondiranno la cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione sulla base dell’accordo tra il governo della Repubblica popolare cinese e il governo della Federazione russa sulla cooperazione nel campo della garanzia della sicurezza internazionale dell’informazione (firmato a maggio 8, 2015) programma di cooperazione in questo campo.

quattro

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto maggiori potenze mondiali e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sosterranno la responsabilità e la moralità, salvaguarderanno fermamente il sistema internazionale in cui l’ONU svolge un ruolo centrale di coordinamento negli affari internazionali e con fermezza sostenere i principi del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite.Lavoreremo insieme per costruire un mondo più prospero, stabile, equo e giusto e costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali.

La parte russa ha parlato positivamente del concetto cinese di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, che aiuterà a rafforzare la solidarietà della comunità internazionale e ad affrontare insieme le sfide comuni. La Cina parla positivamente degli sforzi della Russia per costruire un sistema di relazioni internazionali equo e multipolare.

Le due parti hanno difeso fermamente la vittoria della seconda guerra mondiale e l’ordine internazionale del dopoguerra, hanno salvaguardato risolutamente l’autorità delle Nazioni Unite e l’equità e la giustizia internazionali e si sono opposte ai tentativi di negare, distorcere e manomettere la storia della seconda guerra mondiale.

Per evitare che si ripetesse la tragedia della guerra mondiale, le due parti condannarono risolutamente gli aggressori fascisti e militaristi ei loro complici a sottrarsi alle colpe storiche e calunniare i paesi vincitori.

Le due parti hanno sostenuto e promosso la costruzione di un nuovo tipo di relazione tra i principali paesi caratterizzati da rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti, e hanno sottolineato che il nuovo tipo di relazione tra Cina e Russia va oltre il modello di alleanza politico-militare durante la Guerra Fredda. Non c’è limite all’amicizia tra i due paesi, non c’è uno spazio ristretto per la cooperazione.Il rafforzamento della cooperazione strategica non è rivolto a un paese terzo, né è influenzato dai cambiamenti del paese terzo e della situazione internazionale.

Le due parti hanno ribadito che la comunità internazionale dovrebbe essere unita piuttosto che divisa e dovrebbe cooperare piuttosto che confrontarsi. Le due parti si oppongono al ritorno delle relazioni internazionali nell’era del confronto tra le grandi potenze e la legge della giungla. Contrastare i tentativi di sostituire accordi e meccanismi generalmente accettati conformi al diritto internazionale con regole di “piccola cerchia” formulate da singoli paesi e gruppi di paesi, opporsi all’uso di soluzioni evasive che non hanno raggiunto un consenso per risolvere problemi internazionali, contrastare la politica di potere, il bullismo , e sanzioni unilaterali e “giurisdizione a braccio lungo”, che si oppone all’abuso dei controlli sulle esportazioni e sostiene e facilita il commercio conforme all’OMC.

Le due parti hanno ribadito che rafforzeranno il coordinamento della politica estera, praticheranno un autentico multilateralismo, rafforzeranno la cooperazione all’interno dei meccanismi multilaterali, salvaguarderanno gli interessi comuni, manterranno l’equilibrio del potere internazionale e regionale e lavoreranno insieme per migliorare la governance globale.

Le due parti sostengono e mantengono il sistema commerciale multilaterale con al centro l’OMC, partecipano attivamente alla riforma dell’OMC e si oppongono all’unilateralismo e al protezionismo. Le due parti rafforzeranno il dialogo, la cooperazione e il coordinamento delle posizioni su questioni economiche e commerciali di interesse comune, contribuiranno a garantire il funzionamento stabile ea lungo termine delle catene industriali e di approvvigionamento globali e regionali e promuoveranno l’istituzione di un sistema più aperto, inclusivo, sistema di regole economiche e commerciali internazionali trasparente e non discriminatorio.

Le due parti sostengono il G20 per svolgere il ruolo di forum principale per la cooperazione economica internazionale e un’importante piattaforma per la risposta alle crisi, e promuovono congiuntamente il G20 per portare avanti lo spirito di solidarietà e cooperazione nella lotta internazionale contro l’epidemia, la ripresa dell’economia mondiale, la promozione dello sviluppo inclusivo e sostenibile e il miglioramento di un ambiente globale equo e ragionevole Giocheremo un ruolo guida nel sistema di governance economica e in altri aspetti e lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali.

Le due parti sostengono i paesi BRICS per approfondire la loro partnership strategica, espandere la cooperazione nelle tre direzioni principali di sicurezza politica, economia, commercio e finanza e scambi interpersonali e culturali, promuovere la cooperazione nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche come quelle pubbliche salute, economia digitale e intelligenza artificiale e migliorare il livello di cooperazione internazionale BRICS. Le due parti sono impegnate nel modello “BRICS+” e nel Dialogo BRICS come meccanismo di dialogo efficace con i paesi in via di sviluppo ei paesi dei mercati emergenti, i meccanismi e le organizzazioni di integrazione regionale.

La parte russa sosterrà pienamente la parte cinese nel suo lavoro come presidenza BRICS nel 2022 e promuoverà congiuntamente la 14a riunione dei leader BRICS per ottenere risultati fruttuosi.

Le due parti rafforzeranno e rafforzeranno ulteriormente il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e promuoveranno la costruzione di un modello mondiale multipolare basato su norme riconosciute di diritto internazionale, multilateralismo, uguaglianza, comune, indivisibile, globale, cooperativo e sostenibile sicurezza.

Le due parti ritengono che sia fondamentale attuare il consenso sul miglioramento della risposta degli Stati membri della SCO alle sfide e alle minacce alla sicurezza e, a tal fine, entrambe le parti sostengono l’espansione delle funzioni dell’agenzia regionale antiterrorismo della SCO.

Le due parti promuoveranno il miglioramento e il potenziamento della cooperazione economica tra gli Stati membri della SCO, continueranno a rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri in aree di interesse comune come il commercio, l’industria, i trasporti, l’energia, la finanza, gli investimenti, l’agricoltura, le dogane, telecomunicazioni, innovazione, ecc. Risparmio, risparmio energetico, applicazione della tecnologia verde.

Le due parti hanno sottolineato che lo “Shanghai Cooperation Organization Member States Intergovernmental Cooperation Agreement on Safeguarding International Information Security” (firmato il 16 giugno 2009) e la cooperazione nell’ambito del SCO Member States International Information Security Expert Group hanno ottenuto risultati fruttuosi Il “Piano di cooperazione 2022-2023 per gli Stati membri della SCO per salvaguardare la sicurezza dell’informazione internazionale” adottato dal Consiglio dei capi di Stato degli Stati membri della SCO a Dushanbe il 17.

Le due parti ritengono che l’importanza della cooperazione interpersonale e culturale per lo sviluppo della SCO sia in costante aumento. Le due parti approfondiranno ulteriormente la cooperazione in materia di cultura, istruzione, scienza e tecnologia, salute, protezione ambientale, turismo, scambi di personale e sport tra gli Stati membri della SCO e miglioreranno la comprensione reciproca tra le persone degli Stati membri.

Le due parti continueranno a consolidare il ruolo dell’APEC come principale piattaforma di dialogo economico multilaterale nella regione, rafforzeranno la collaborazione nell’attuazione dell’APEC Putrajaya Vision 2040 e costruiranno aree regionali libere, aperte, eque, non discriminatorie, trasparenti e prevedibili. commercio Ambiente di investimento, concentrandosi sul rafforzamento della risposta alla nuova epidemia di polmonite coronarica, sulla promozione della ripresa economica, sulla promozione della trasformazione digitale in vari campi, sul rilancio dell’economia delle aree remote e sul sostegno dell’APEC e di altre organizzazioni multilaterali regionali per svolgere la cooperazione nelle aree di cui sopra .

Le due parti continueranno a portare avanti la cooperazione nell’ambito del meccanismo Cina-Russia-India e rafforzeranno la cooperazione in piattaforme come il vertice dell’Asia orientale, il forum regionale dell’ASEAN e l’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN Plus. Cina e Russia sostengono la centralità dell’ASEAN nella cooperazione dell’Asia orientale, continuano a rafforzare il coordinamento per approfondire la cooperazione con l’ASEAN, promuovono congiuntamente la cooperazione in materia di salute pubblica, sviluppo sostenibile, antiterrorismo e lotta ai crimini transnazionali e rafforzano il ruolo dell’ASEAN come componente chiave della architettura.

4 febbraio 2022 a Pechino

Si tratta di una dichiarazione molto lunga, che non nomina la parola “alleanza”, ma ci va vicino. In essa viene dichiarata con una formula tipicamente cinese la necessità di plasmare un mondo multipolare e cita i due nodi rispettivamente cruciali dell’espansione della Nato e della richiesta indipendenza di Taiwan, sostenendo le posizioni rispettive. Taiwan è parte della Cina “inalienabile” e la Nato non deve espandersi ancora. La dichiarazione non fa capire che la Cina fosse al corrente dell’imminente invasione.

Altri elementi:

  • impegno ad aumentare l’interscambio di 250 miliardi all’anno (oggi è 140, traduzione: triplica),
  • promozione delle valute nazionali (traduzione: il gas ed il petrolio russo non saranno più pagati in dollari),
  • cooperazione tecnico-militare,
  • interoperabilità informatica,
  • potenziamento della vendita di gas e petrolio (10 miliardi di mc, traduzione: meno per noi, anche se poco)
  • rivendicazione del multilateralismo e del principio di autodeterminazione dei popoli,
  • censura ai tentativi di ideologizzare le relazioni internazionali, di stabilire standard e doppi standard e di imporli con la forza, delle ‘rivoluzioni colorate’,
  • invito a dismettere arsenali chimici e biologici (diretto agli Usa per esplicita menzione),
  • impegno al sostegno reciproco.

Sostegno che al momento è solo diplomatico, in quanto l’invasione russa è fortemente estranea alle tradizioni diplomatiche dell’impero di mezzo e imbarazzante per il complesso quadro d’area nel quale la Cina si muove.

Nel concetto cinese di Tianxia (la “via del cielo”) è presente quel che Azzarà in un suo recente libro[14] chiama universalismo concreto e dialettica dell’inclusione. Contro la tradizione del razionalismo occidentale, che pensa a partire dal principio individuale e finisce per divenire copertura di interessi di parte, geopolitici o altro, seguendo una falsa generalizzazione autocontraddittoria (ovvero non realmente universalizzabile, se non piegando e non riconoscendo l’altro) per l’impostazione cinese la razionalità è realmente tale se porta ad una situazione collettiva accettata senza coercizione. Una ‘razionalità collettiva’ che non può essere definita ex ante, ma solo a seguito di un processo concreto di confronto. Processo dal quale emerge il piano cooperativo. Una “razionalità relazionale”, come propone di chiamarla Azzarà[15], che non produce necessariamente e strutturalmente amici e nemici. Per il Tianxia, al contrario, ogni fenomeno produce necessariamente una ‘vita in comune’ e rappresenta una ‘totalità’. Questo è una componente del concetto di “armonia” che è al centro dell’approccio diplomatico cinese.

Il sistema mondiale è di tutti in questo senso, 大道之行也天下為公, “quando prevarrà la Grande Via, l’Universo apparterrà a tutti”, un verso del testo confuciano “I riti”, ripreso da Qing Kang Youwei e dal Sun Yat-sen nell’espressione “Tian xia wei gong”. Come ogni concetto sintetico ha una dimensione utopica (sin dalla sua formazione nella tarda epoca Qing, ma anche di orientamento.

Del resto la radice di tale diverso atteggiamento è molto profonda, come mostra Yuk Hui nel suo “Cosmotecnica”[16] il tema al cuore della filosofia cinese non è l’’essere’, quanto il ‘vivente’. Ovvero, nel confucianesimo come nel daoismo, la possibilità di condurre una vita morale e buona. La vita è soggetta a causalità reciproca e l’universo è in essa sempre pensato come una totalità di relazioni. Nel confucianesimo, racconta il filosofo cinese, “il Dao è riconosciuto come coerenza tra l’ordine cosmologico e quello morale, e tale coerenza è chiamata zi ran, spesso tradotto con ‘natura’”[17]. ‘Natura’ nel cinese moderno significa piante, fiumi, etc. ma anche attuare e comportarsi in armonia con il sé e senza pretesa, “lasciare che le cose siano come sono”. Cosmo ed essere umano sono sempre connessi, se pure mediati da esseri tecnici (Qi). Nella cultura cinese l’odine cosmologico non può essere ‘perfezionato’ dalla techné, perché è sempre anche un ordine morale.

Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia.

Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel daoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi, “governare senza intervenire”, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale.

Avremmo da imparare, se sapessimo essere con l’altro.

FONTE: https://tempofertile.blogspot.com/2022/03/guerra-ucraina-note-sul-punto-di-vista.html

Note

[1] – https://www.scmp.com/

[2] – http://www.chinadaily.com.cn/

[3] – https://www.nytimes.com/

[4] – https://news.bjd.com.cn//2022/03/05/10050663.shtml

[5] – https://asiatimes.com/

[6] – https://asiatimes.com/2022/02/russias-strategy-to-destroy-ukraine-army-going-to-plan/

[7] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/data/russia-ukraine-history

[8] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/six-times-when-the-soviet-veto-came-to-indias-rescue/articleshow/89941338.cms

[9] – https://indianexpress.com/article/world/ukraine-russia-war-what-could-be-a-way-out-7802307/

[10] – https://www.dawn.com/news/1678353/us-warns-pakistan-of-ukraine-war-consequences

[11] – https://news.bjd.com.cn//2022/02/21/10044979.shtml

[12] – https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2022/02/26/cina-wang-yi-elabora-posizione-sullucraina_c588f530-bc74-44a8-a89d-4637eea4c122.html?fbclid=IwAR2ppmNzWfUqTJUE5zpqj4wGFsdcoGKIr20MyTPktnpHbTDlIVsKMevLfok

[13] – Che devo riprendere da questo link non essendo più disponibili i siti russi:

https://observatoriocrisis.com/2022/02/06/desempaquetando-la-declaracion-conjunta-china-rusa/?fbclid=IwAR3tadzZ0rJFXhsIq95hdypqf7wrA1nl0lb1A3ZcF3Wf6dZnJsZDm43f2Nw ;

questa è la versione cinese: http://www.gov.cn/xinwen/2022-02/04/content_5672025.htm

[14] – Stefano G. Azzarà, “Il virus dell’occidente”, Mimesis 2020.[15] – Ivi, p. 108[16] – Yuk Hui, “Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina”, Nero 2021.[17] – Ivi, p.65.

Pino Cabras su guerra, energia, transizione, informazione, controllo sociale (VIDEO-intervista)

Intervista di Max Civili a Pino Cabras, deputato ex M5Stelle, attualmente gruppo Misto Alternativa, sulle implicazioni della guerra in corso e dell’interventismo italiano e dei paesi occidentali.

Intervista a Pino Cabras del 4 marzo 2022

La guerra senza combattere: Intervista con Joseph Tritto, presidente della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies

Narrative #12 by Franco Fracassi – Prof. Joseph Tritto La guerra senza combattere Le notevoli rivelazioni del professor Joseph Tritto, presidente del World Academy of BioMedical Technologies. Una cascata di notizie sul virus, la sua genesi, sul laboratorio gemello di Wuhan e molto altro ancora, da parte di chi conosce profondamente l’elite mondiale degli scienziati e le dinamiche che li coinvolgono. Un ospite che si vorrebbe non smettesse mai di raccontare. Anzi, se volete lasciare delle domande lo invitiamo un´altra volta e gliele facciamo .

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L’indignazione fa male alla salute, la volontà non può nulla. E allora? Passivismo unica via!

di Franco «Bifo» Berardi

da Cronaca della psicodeflazione

Indignatevi! è il titolo di un libro di Stéphane Hessel (2010) che ebbe una certa influenza negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando il movimento Occupy tentò di opporsi all’arroganza del ceto dominante e all’impoverimento che venne imposto alla società per ripagare il debito delle banche.

Ci indignammo in gran numero e marciammo nelle vie di New York, di Genova, del Cairo e di Hong Kong, ma l’automa finanziario prevalse, e la logica degli algoritmi costrinse i lavoratori a rinunciare a ogni residuo governo politico sulle vicende dell’economia. 

L’estate greca del 2015 fu il momento culminante dell’indignazione, ma anche dell’impotenza: il 62% degli elettori disse No alle ingiunzioni della finanza centrale europea, ma due giorni dopo Alexis Tsipras fu costretto a firmare l’imposizione depredatrice, e a quel punto tutti capimmo che la democrazia era finita proprio dove 25 secoli fa l’avevano inventata.

Da allora abbiamo continuato a indignarci, ma l’indignazione impotente fa male alla salute. E la salute della società è andata di male in peggio, soprattutto quella mentale. 

So che non è possibile liberarsi della rabbia con un gesto di volontà, ma è utile sapere che da decenni l’equilibrio mentale della popolazione è corroso dal combinato disposto di indignazione per l’intollerabile, e inesorabilità dell’impoverimento e dell’umiliazione prescritti dalla logica degli algoritmi finanziari. 

Poiché la volontà non può nulla contro un sistema di automatismi astratti, è utile elaborare la rabbia perché evolva in estraneità e quindi autonomia.

Umiliazione e rabbia impotente hanno alimentato per decenni un’epidemia psicotica accompagnata dalla massiccia diffusione degli oppiacei e di altre sostanze psicofarmacologiche che producono dipendenza. Poi è arrivato il Covid, e la crisi psichica dell’Occidente ora oscilla sul bordo di un collasso.

Negli Stati Uniti il numero di decessi per overdose di oppiacei sintetici come il Fentanil e l’Oxicontin ha superato il numero di vittime da armi da fuoco (che pure non sono poche in quel paese), e perfino il numero di morti in incidenti stradali. Quasi centomila morti per overdose da oppiacei nel 2020, 62.000 causati soltanto dal Fentanil, una pillola antidolorifica largamente consigliata dai medici con grande profitto degli azionisti di Big Pharma. In Italia il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2020. Dovremmo chiederci quindi se l’indignazione (reazione immediata all’intollerabile) sia la chiave morale e psicologica più adeguata dal punto di vista evolutivo per liberarsi dall’intollerabile, e forse dovremmo concludere che è ora di rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna di democrazia politica, e di espansione economica. 

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca

Abbandonare un orizzonte perché un altro orizzonte possa rivelarsi. L’orizzonte che si schiude all’alba dell’anno 2022 è più scuro che mai, ammesso che quella vecchia metafora della luce e del buio mantenga un po’ della sua forza evocativa. È scuro perché ci siamo resi conto del fatto che la ragione non può governare più il mondo, se mai lo ha governato; e la tecnica, seppur potentissima, non può nulla contro il tempo, contro la morte, e poco può contro il caos.

Nell’Introduzione a Dialettica dellIlluminismo scritta nel 1941, Horkheimer e Adorno colsero, sia pur con il loro linguaggio hegeliano, il nucleo della barbarie cui avevano assistito impotenti: “Non abbiamo il minimo dubbio che la libertà della società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme e quindi anche il suo rapporto alla verità.”

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca in quanto riduce la volontà degli uomini all’impotenza. 

Quando il neoliberismo ha cominciato a produrre i suoi effetti di precarietà, super-sfruttamento e solitudine estrema, è cresciuto un movimento neoreazionario su scala globale, che ha corroso la democrazia liberale ma si è alleato con il liberismo predatorio delle corporation. 

Cominciamo adesso a capire il senso della profezia di Gunther Anders, il quale, dopo Hiroshima e negli anni della proliferazione nucleare, preconizzava un ritorno del Nazismo: “Possiamo aspettarci che gli orrori del Reich futuro eclisseranno gli orrori del Reich del passato… quando un giorno i nostri figli o nipoti, orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri, gli apparirà come un esperimento minore e provinciale”. 

Prescrivere il sintomo

Quasi al termine della Grande Guerra, Sandor Ferenczi, psicoanalista e seguace di Freud, scrisse un testo (“Consulto medico”, in Opere, Vol. II) dove si interroga sulla possibilità di curare la patologia istintuale della civiltà europea che si manifesta nella forma della guerra generalizzata di cui negli anni precedenti si era fatta per la prima volta esperienza. 

Io non ho letto l’articolo e non ho modo di andarlo a cercare, ma me lo sono fatto raccontare da Salvo, un mio vecchio amico che nei primi anni Ottanta scrisse su A/traverso un articolo sul massacro di Jonestown (circa mille persone suicide).

La conclusione di Ferenczi è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. 

In effetti, negli scenari di catastrofe su grande scala le tecniche terapeutiche conosciute non sembrano funzionare. Si può curare la sofferenza dei singoli, ma come curare i moti di panico collettivo, le folle che si imbestialiscono, insomma il fascismo?

Big Pharma ha sfruttato l’epidemia psicotico-depressiva, e incassato somme favolose con la massiccia distribuzione di oppiacei, e la ricerca si orienta verso terapie chimiche che agiscono sull’individuo senza poter minimamente scalfire le radici collettive del dolore e del panico. 

Ma l’organismo sociale può sviluppare autonomamente strategie di terapia adattativa. Il panico può avere una funzione, come nel caso delle sentinelle volanti di alcuni stormi esposti al predatore: le sentinelle strepitano e innescano quello che appare un panico apparentemente disordinato, ma ha notevole efficacia difensiva perché confonde e vanifica la tattica dell’attaccante. E la depressione può avere la funzione di abbassare una tensione dolorosa, così da uscire lentamente dal turbine patogeno di infostimolazione. 

La modernità ha mobilitato tutte le energie della società, ma per far questo 

ci ha abituato a identificare negativamente la rassegnazione. Però sarebbe utile elaborare il significato di questa parola per scoprire la sua potenza curativa paradossale, e il suo potenziale politico liberatorio.

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte.

Prima di tutto, la rassegnazione è riconoscimento di qualcosa di inevitabile (come la morte), e può agire come antidoto al panico. Oggi, in una situazione di irreversibile deterioramento dell’ambiente planetario, si può ipotizzare che la sola salvezza dall’estinzione consista proprio in un abbassamento generale della tensione: una psicodeflazione generalizzata capace di provocare una riduzione di tutti i consumi, prima di tutto quelli energetici.

L’effetto lockdown (con le riduzioni nei consumi e nelle emissioni che ci furono nella primavera 2020) ci permette di immaginare una strategia per la decompressione. Riducendo l’ansia acquisitiva, la psicodeflazione può accompagnarsi a una redistribuzione egualitaria delle risorse, e con un’educazione alla frugalità su scala globale. Solo comunità autonome che abbandonano il gioco sociale possono avviare un processo di questo genere. Ma esistono le condizioni soggettive, culturali, psichiche?

E come è possibile crearle?

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte. La morte individuale è relegata in uno spazio di non visibilità, è rimossa dal discorso pubblico. Ma la pandemia ha riportato la morte sulla scena, e questa si presenta ora come l’orizzonte collettivo di una società profondamente ipocondriaca.

Ne Il suicidio e lanima (1964) James Hillman scrive: “Promuovere la vita è arrivato a significare prolungare la vita…. Ma la vita si può prolungare solo alle spese della morte”. Prolungare la vita a spese della morte significa che lo sforzo medico rivolto a prolungare la vita a tutti i costi ha l’effetto di impoverire la morte, di peggiorare la qualità della morte, riducendola a una sconfitta. E se riduciamo la morte a una sconfitta è la vita intera che perde senso, che si trasforma in una battaglia persa, in un declino umiliante.

Ma la morte non è affatto una sconfitta: essa piuttosto può essere re-significata come la perfezione della coscienza, come il trionfo della coscienza sulla realtà. Il compito della psicoanalisi, secondo Hillman, è anche questo: inscrivere coscientemente la morte nell’esistenza. La psicoanalisi non si riduce a mera psico-terapia: essa può dialogicamente dissipare l’illusione di eternità, può permetterci di comprendere il nulla come proiezione dell’esistenza cosciente. 

Uno spazio nuovo si rivela davanti alla psicoanalisi, dal momento che la politica non può nulla. È lo spazio della terapia paradossale, fondata sulla prescrizione del sintomo di cui parla Watzklawick in Pragmatica della comunicazione umana.

Se il sintomo è una depressione da impotenza, assumi l’impotenza come condizione, ascolta la lezione che la depressione contiene, riconosci la verità che la depressione ti suggerisce, e alla fine lascia che la depressione si dissolva senza dimenticarne l’insegnamento.

Infodemia

Deenan Pillay, professore di virologia all’University College di Londra, riporta al Guardian: “Omicron sembra capace di infettare il tratto respiratorio superiore, le cellule della gola. Là si moltiplica più rapidamente che nelle cellule dei polmoni. Diversi studi puntano in questa direzione. Se il virus produce più cellule nella gola questo lo rende più trasmissibile, e questo spiega la rapida diffusione di Omicron. Un virus capace di infettare i tessuti polmonari, al contrario è più pericoloso ma meno trasmissibile”.

Le autorità sanitarie avvertono: il pericolo principale dell’ondata Omicron sta nel fatto che il sistema sanitario rischia di nuovo di essere sopraffatto. 

Il governo italiano si è ben guardato dall’investire massicciamente sulla sanità pubblica, dal rafforzare gli organici medici e paramedici. Non c’è alcun piano di assunzioni, come qualsiasi persona sana di mente pensava sarebbe accaduto appena domata la prima onda del Covid. Sorprendente, ma non poi tanto, visto che il governo italiano, sostenuto dalla più ampia maggioranza di tutti i tempi, non è nato per rilanciare la sanità pubblica né per proteggere la salute dei cittadini, ma è nato per garantire la piena applicazione di principi liberisti che da quarant’anni impoveriscono la vita sociale. 

Perciò capisco che l’allarme ha motivazioni fondate: fondate soprattutto sul pregiudizio finanziario del quale l’osannatissimo presidente del consiglio è simbolo e strumento. La logica privatistica ha reso la variante Omicron più pericolosa di quanto non sia nella sua realtà biologica.

Di conseguenza, nonostante la sua minor letalità, la rapida diffusione di Omicron ha scatenato una nuova ondata di paura, e ha fatto scattare un automatismo psichico, alimentato dalla macchina mediatica: paura di rinunciare alla paura perché il trauma non è stato elaborato collettivamente. Questo suscita reazioni protettive che mentre tentano di arginare la diffusione del virus diffondono effetti di panico e di depressione.

Si potrebbe affermare che il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne. Ma parlare del virus non è un atto volontario, una scelta politica, come ingenuamente pensano i negazionisti no vax. È una reazione automatica dell’organismo sociale sottoposto all’allarme costante del sistema mediatico, che a sua volta reagisce automaticamente all’iper-sensibilizzazione della psiche collettiva. 

Possiamo parlare in proposito di “infodemia”, un disturbo ossessivo che si è impadronito del discorso pubblico e privato, e prima di tutto dei media.

Smetteremo di parlare di Covid solo quando avremo disattivato il circuito che dalla sfera biosanitaria, grazie all’inevitabile amplificazione mediatica, si trasferisce alla sfera psichica. La circolazione del virus non è soltanto un’infezione biologica, ma è anche riattivazione automatica di una reazione ipocondriaca e al limite panica.

L’ipersensibilizzazione provocata dalla proliferazione virale si sta evolvendo in una sorta di self-fulfilling prophecy: l’immaginario collettivo è attratto da una pulsione distopica che tende ad agire come profezia che si autorealizza.

Guardiamo le grandi produzioni del neo-cinema, o forse è meglio dell’iper-cinema. Guardiamo ai film che Netflix ha prodotto e distribuito globalmente nel secondo anno pandemico.

All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, La casa de papel fu la serie di maggior successo. Quella storia di una fanta-rapina avventurosa condotta fra gesti eroici e raffinatezze tecnologiche incontrò l’immaginazione eccitata dal virus, e la euforizzò per qualche mese. Nel lungo periodo però la psico-deflazione, l’abbassamento del ritmo dell’attività e l’annebbiamento delle prospettive di futuro, hanno prodotto un effetto che oscilla tra il panico di massa e la depressione individuale. 

La macchina immaginaria di Netflix ha prodotto alcuni scenari psicotici che hanno rapidamente incontrato una domanda di eccitazione depressiva.

Squid Game, Hellbound, e infine il film di Adam McKay, Dont Look Up

Nell’immaginario trans-pandemico, stordito da una successione di ondate psico-virali, rischia di innescare una spirale di annunciazioni del collasso finale che creano le condizioni psichiche dell’autoavverarsi. La relazione tra psicosi e realtà si fa sempre più stretta: la realtà viene filtrata e distorta da una psicosi che ha origini psico-mediatiche. Ma quando la psicosi si installa nella mente collettiva, è la psicosi che modella la realtà.

Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

Passivismo

Un possente movimento passivista può essere la via d’uscita dalla sindrome iper-produttiva e iper-comunicativa che ci ha portato al collasso. Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

In Oltre Biden: quale secondo tempo per il neo populismo? scrive Raffaele Sciortino: “Come ha scritto financo Paul Krugman: ‘quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima’. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 2021) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di ‘let’s do things while we still can’, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio – nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento – a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno ‘sciopero generale silenzioso’, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre ‘scioperato con i piedi’ lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro Stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense.”

Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di stare all’ascolto dei comportamenti che emergono dal caos virale con l’intenzione di trovare strategie di sopravvivenza e di cambiamento in una direzione che non è quella dell’opposizione al caos, ma proprio quella dell’assecondarlo. È la lezione che ho imparato da Guattari e Deleuze, che nell’ultimo capitolo del loro ultimo libro (Che cos’è la filosofia) ci avvertono che il caos può essere un pericoloso nemico se pensiamo di poterlo combattere, ma può anche diventare un alleato.

Gli operai americani che smettono di lavorare di per sé non sono una cosa buona né una cosa cattiva: sono un segnale di estraneità che si può e si deve trasformare in autonomia, dando un senso all’abbandono, alla passività, alla rassegnazione. 

Credo che questa sia la scommessa teorica del tempo che viene: come risignificare l’attività secondo un principio di utilità frugale e di godimento di un’esistenza libera dall’imperativo di funzionare.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.

FONTE: https://not.neroeditions.com/rassegnatevi-3/

Articoli precedenti:

Leggi tutto: https://not.neroeditions.com/category/cronaca-della-psicodeflazione/

La Gentrificazione cambia il volto delle nostre città

di Martina Felloni

Dalla ristrutturazione dei centri storici degli anni ’80 al turismo di massa odierno, le città italiane stanno subendo una profonda trasformazione urbanistica e funzionale a discapito delle classi inferiori, del tessuto sociale e della qualità della vita dei residenti. Occorre riportare la pianificazione urbana in mano pubblica.

La Gentrificazione è un processo di espulsione degli abitanti originari dei quartieri del centro storico con sostituzione della funzione abitativa a vantaggio di altre più redditizie quali: attività commerciali, ristorazione, somministrazione di cibi e bevande, attività turistiche, diventando le cosiddette “città vetrina”. Un esempio dei primi processi di gentrificazione è quella avvenuta negli anni ‘80 a Milano nel quartiere di Porta Genova dove le vecchie case di ringhiera sono state comprate da società immobiliari, restaurate, riqualificate e vendute come abitazioni di lusso a persone di ceto elevato.

In questo processo ha poi giocato un ruolo importante la piattaforma “Airbnb”. Essa nasce allo scopo di poter affittare per brevi periodi delle stanze del proprio appartamento creando una piccola integrazione al reddito familiare. Questo ha comportato però l’aumento del costo degli immobili e il cambiamento del fine originario, da forma d’integrazione del reddito familiare ad attività economica vera e propria gestita da società importanti, spesso in nero.

Sulla piattaforma “Airbnb” ci sono oltre 20mila annunci per pernottare a Roma, ma al Comune risultano solo 8.600 attività ricettive extra-alberghiere. Questo significa che ci sono almeno 13.400 attività illecite che si collocano nel vuoto normativo, e un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A Torino, a fronte di 2.446 sistemazioni pubblicate sul portale, appena 341 strutture (13%) hanno presentato la documentazione di inizio attività. Anche a Firenze, dove “Airbnb” ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno, gli annunci sono 7.497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Un ulteriore esempio è Napoli con 2.432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune, e addirittura Milano con 12.841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Tra le principali destinazioni turistiche si salvano solo Venezia e Verona, dove il divario tra attività a nero e quelle dichiarate è minimo.

Se ne volessimo analizzare gli aspetti negativi, come primo elemento potremmo indicare il già citato aumento degli affitti, che spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, i quali perciò sono costretti adandarsene o vengono addirittura sfrattati.

Un altro punto importante riguarda anche la trasformazione dell’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica e sociale, con abitazioni che si fanno più piccole, pensate per coppie invece che per famiglie, o costruzioni di appartamenti di lusso prima estranei al quartiere.

L’attività di questa piattaforma ha aumentato la presenza di turisti e della movida notturna, creando così disagio ai residenti che hanno cominciato a protestare (es: Barcellona in rivolta). Tante città hanno iniziato a porre regolamentazioni, la prima è stata Palma di Maiorca, ma ormai era troppo tardi.. Le città hanno modificato la loro morfologia per adattarsi progressivamente alle esigenze dei loro “benefattori”: interi quartieri si sono trasformati in hotel e affitta camere, i caffè locali sono stati sostituiti da grandi catene in stile Starbucks, inoltre, si possono trovare fast food e negozi in franchising in ogni angolo del centro e le piccole attività commerciali e di artigianato locale sono ormai molto rare.

Viene chiamato fenomeno della turistificazione tale che rende l’offerta locale costretta ad adattarsi ai diktat della domanda turistica, offrendo servizi che risultano spesso inaccessibili ai residenti, con prezzi che risultano spesso fuori budget perché a misura di turista.

Per impedire che ciò avvenga è nata una rete del Sud Europa contro la turistificazione (SET). Da quando è stata istituita, anche in Italia abbiamo riscontrato una maggiore attenzione al fenomeno. Il Manifesto fondativo della rete SET, reso pubblico il 24 aprile 2018, ha riaperto e alimentato una discussione sul fenomeno, dopo anni di silenzio a riguardo. Tra i temi del Manifesto, al primo punto, c’è l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, principalmente provocato dall’acquisto massivo di immobili da parte di fondi di investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo si induce nel tessuto sociale la privazione della funzione naturale delle abitazioni, e quindi si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri, in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione.

In base a quanto riportato precedentemente, penso che sia auspicabile trovare un equilibrio: sviluppare il settore turistico attraverso la piattaforma “Airbnb con attività esclusivamente dichiarate cercando di porre un limite al dilagare degli affitti in nero, cosicché i quartieri storici possano rimanere abitati da persone del luogo e gli sfratti vengano eliminati.

Martina Felloni – 12 novembre 2021

Classe 4 B afm – Ite Pacinotti Pisa

FLOP26 e lo spettro dell’Apocalisse

di Moreno Pasquinelli

La grande kermesse Cop26 sul clima si è svolta all’insegna del più allarmistico catastrofismo. L’annuncio più tenebroso l’ha fatto Boris Johnson: “L’apocalisse climatica è vicina”. I cronisti ci informano che c’è voluta tale smisurata profezia per risvegliare un Joe Biden in sonno profondo.

Logica vorrebbe che davanti ad una simile epocale minaccia sarebbero state adottate misure salvifiche eccezionali. Colpisce invece la sproporzione tra il paventato pericolo e gli impegni annunciati. Dalle parti degli ambientalisti assatanati è un coro di lagnanze e proteste. Nella gara a chi è più catastrofista, i gretini hanno parlato, riguardo al summit di Glascow, di “fallimento catastrofico”.

Non entriamo qui nel merito — se l’aumento della temperatura abbia, come ci viene detto, “cause antropiche” o se sia manifestazione delle cicliche alterazioni climatiche del pianeta (rimandiamo agli studi critici di Leonardo Mazzei pubblicati su questo sito). Segnaliamo l’inganno semantico che si nasconde dietro all’aggettivo: non il sistema sociale fondato sull’industrializzazione forsennata, non il consumismo scriteriato, non un modello di sviluppo paranoico, sarebbero eventualmente responsabili dei cambiamenti climatici; colpevole sarebbe l’uomo, sotto accusa è posta l’intera umanità — compresi i paesi del terzo e quarto mondo che dell’inquinamento sono solo vittime in quanto vere e proprie discariche di quell “sviluppati”.

La domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: suscitare questo luterano senso di colpa, questo catastrofismo apocalittico, nascondono forse qualcosa? Sono forse funzionali ad un disegno politico dell’élite mondialista? La risposta è un doppio sì.

E’ una novità che essi, le classi dominanti, che solitamente governano all’insegna del motto tranquillizzante e soporifero delle “magnifiche sorti e progressive”, di recente abbiano radicalmente cambiato la narrazione ideologica. Non solo il mondo sarebbe prossimo alla fine, ma da qui alla fine l’umanità sarà devastata da pandemie letali a catena.

Il combinato disposto di catastrofismo sanitario ed ecologistico è anzitutto un gigantesco specchietto per le allodole: serve a spostare l’attenzione dei popoli e dei cittadini, anzitutto occidentali, dalle drammatiche conseguenze della crisi sistemica, facendola focalizzare sugli spauracchi di maligni pericoli extra-storici. L’effetto che essi ottengono è duplice: da una parte terrorizzano e ipnotizzano le grandi masse così da prevenire e spegnere ex ante eventuali pulsioni rivoluzionarie, dall’altra si ergono non più solo come filantropi e benefattori dei popoli, ma come veri e propri salvatori dell’umanità.

L’evocazione dell’apocalisse — intesa non nel senso ebraico-cristiano del maestoso annuncio di salvezza operata dal definitivo intervento di Dio nella storia umana, ma come nichilistica previsione di un grande disastro (ovviamente globale!) — torna infine utilissima per un obiettivo politico per niente escatologico e profano assai: con lo spettro del cataclisma incombente si giustifica l’emergenza permanente, il passaggio ad uno stato d’eccezione, perpetuo; quindi l’edificazione, sulle ceneri delle democrazie parlamentari, di un Leviatano digitale, di un regime politico ibrido che abbiamo chiamato liberal-fascista.

Serve infine, il catastrofismo, a convincere le genti che la “salvezza” potrà essere ottenuta solo grazie alla loro scienza, con sempre più massicce dosi di tecnologia poiché, come ha affermato proprio Draghi, “solo la tecnica ci salverà”. Col che si svela, last but not least, un ulteriore funzione della narrazione catastrofistica, giustificare e spingere fino in fondo il Grande Reset, rigenerare cioè il sistema capitalistico in grave affanno avviando, grazie a massicci investimenti, un nuovo ciclo espansivo. Sempre Draghi infatti ci dice che “non è un problema di soldi…Ci sono decine di trilioni di dollari disponibili se coinvolgiamo il settore privato”. Ecco quindi che si parla di una “santa alleanza globale” tra stati desovranizzati e giganti privati — sodalizio che è alla base del cosiddetto stakeholder capitalism. Si sono già fatti avanti, in odore di colossali profitti, filantropi e benefattori della stazza di Rockefeller e Bill e Melinda Gates….

E’ una vecchia storia che si ripete ad ogni tornante. I borghesi giunsero al potere combattendo sotto la bandiera dell’emancipazione e della liberazione dell’umanità. Oggi i loro ultimi eredi rispolverano quella maschera logorata e se la indossano. Strappategliela e scoprirete che non è l’umanità che davvero vogliono salvare ma solo il loro patologico sistema di dominio. E se essi evocano una disastrosa apocalisse è forse perché vogliono effettivamente causarla come extrema ratio: scatenare il caos per edificare la dittatura dispiegata impedendo così all’umanità di salvarsi dalla effettiva minaccia che essi rappresentano.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21530-moreno-pasquinelli-flop26-e-lo-spettro-dell-apocalisse.html

Un freddo inverno, anzi freddissimo

di Tonino D’Orazio

Non si può non partire dai cambiamenti energetico-geopolitici mondiali. Mettiamo tra parentesi per un momento le questioni ecologiche. Rimaniamo in una panoramica dei modelli di transizione energetica, volti ad accelerare la quarta rivoluzione industriale (4RI) o impedire ad alcuni paesi di accedervi, (il 6G), l’intelligenza artificiale (AI), la robotica e l’Internet degli oggetti.

E’ essenziale reperire il materiale necessario per questa quarta rivoluzione. Da un punto di vista geopolitico, il modello energetico globale e la transizione dipendono dai materiali necessari per realizzare turbine eoliche, pannelli solari e batterie. Così come altri materiali essenziali per lo sviluppo dei settori geo-strategici: aerospaziale, sicurezza informatica, industria farmaceutica e alimentare. Futuri settori ad alto consumo di energia. Prodotti attuali e futuri tutti a alto consumo di energia.

Di fronte a questa realtà, nessuno può essere sicuro della fine dell’era dell’approvvigionamento di petrolio, gas e carbone e confermare la sua sostituzione con nuove fonti di energia, compresa l’energia atomica, in 10-20 o addirittura 30 anni, nel 2050. Lo scenario del cambiamento energetico rimane estremamente complesso e soprattutto politico.

Un primo scenario geopolitico di cambiamento energetico è il rigido inverno annunciato in Europa, che tra l’altro sembra contraddire il discorso sul riscaldamento globale. Il ritornnelo del carbone in Europa mostra che il fotovoltaico e l’eolico sono insufficienti a soddisfare la ripresa industriale post-pandemia e la domanda interna è sempre in crescita. Esaminiamo lo scenario energetico europeo. Le tariffe dei consumi interni nell’Unione Europea sono esplose a causa della strategia (sbagliata) di migrare rapidamente verso l’energia pulita senza un forte supporto ma allo stesso tempo di interrompere il contratto ventennale con la Russia con Nord Stream 2.

Trump si era vantato di rifornire l’Europa con la sua produzione e di sostituire il gas di Putin; ha cercato di chiudere il gasdotto Nord Stream 2, ma quando era già finito. L’Algeria e il Marocco sono sul piede di guerra; l’Algeria ha deciso di chiudere il transito del gas verso Spagna e Portogallo che attraversa il Marocco.

Biden in una controffensiva all’accordo di libero scambio UE-Cina, (il cambiamento geopolitico europeo più importante dalla seconda guerra mondiale), interrompe temporaneamente l’accordo, dicendo che è in competizione con Xi Jinping per l’egemonia mondiale. Quindi veto. L’UE ubbidisce e congela il trattato di investimento con la Cina, cioè il proprio (e nostro) futuro.

Mentre l’Europa non riesce a definire il suo spazio geopolitico, l’inverno sta arrivando. I meteorologi prevedono un inverno freddo e il prezzo del gas naturale in Europa ha iniziato a salire il mese scorso e questa settimana nel continente si è visto un aumento senza precedenti del 60% dei prezzi.

Si presenta uno scenario inimmaginabile parallelamente alla mobilitazione ambientale contro i gas serra: il ritorno della domanda di carbone russo, che è stato respinto dall’Europa solo pochi mesi fa e diventa ora vitale. Le compagnie elettriche europee hanno un disperato bisogno di più carbone, carbone bituminoso, antracite (carbon fossile) e lignite. Ma la Russia, il terzo esportatore mondiale di questi carburanti, rivolge principalmente le vendite ai principali acquirenti in Asia. La Russia ha tagliato da anni le esportazioni di carbone verso l’Europa visto che l’Unione Europea andava chiudendo le centrali elettriche a carbone. Stati membri dell’UE come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria stanno costruendo nuove centrali nucleari.

Storicamente paesi che bruciano carbone, sostengono che il nucleare li renderà più verdi e puliti. Circa 87 eurodeputati sono d’accordo. In una lettera di recente, hanno detto alla Commissione che vogliono più nucleare e che l’energia nucleare debba essere considerata “sostenibile” nel sistema di etichettatura degli investimenti verdi europei. Una decisione è attesa entro la fine dell’anno. Poi “ce lo chiederà l’Europa”. Per “salvaguardare la transizione ecologica”, l’Italia punta al gas (TAP), la Francia al nucleare, la Germania al carbone, (beh sì, il loro sistema rinnovabile copre solo il 20% della produzione elettrica).

Il secondo scenario è la Cina, la fabbrica del mondo. Il presidente Xi Jinping sta riducendo il consumo di energia, innescato dalla forte domanda post-pandemia, mentre la catena di approvvigionamento globale sta facendo pressioni affinché metta da parte gli impegni di decarbonizzazione, di ridurre la propria produzione di aut-put strategici e di fornire prodotti tecnologici di base. Scenario energetico cinese che ha dunque forti impatti sugli approvvigionamenti strategici.

La strategia di Xi Jinping è quella di imporre alle grandi aziende occidentali che operano in Cina quote di approvvigionamento energetico. La domanda occidentale di forniture e materiali strategici viene quindi regolata in base alla pianificazione del consumo energetico. L’obiettivo è garantire che la Cina non si autoinquini rispondendo alla domanda di Europa e Stati Uniti. L’approvvigionamento energetico della Cina è garantito per decenni dagli accordi commerciali di Russia e Iran.

Come terzo scenario possiamo prendere l’esempio del Libano. La carenza di carburante e benzina ha comportato l’interruzione della produzione di elettricità. Il disastro in Medio Oriente è causato dalla prolungata azione militare statunitense, con la partecipazione di Israele e dei suoi alleati europei. Il modello di dominio energetico che ha dominato il XX secolo è finito. Il petrolio adesso è un input, se non un’arma, geostrategico-politica, quindi non più soltanto una merce. Il blackout in Libano deriva dal sostegno dell’Iran a Hezbollah proibito dalle sanzioni Usa-Nato-Israele. Se non hanno capito la bomba sul porto di Beiruth se lo ricorderanno, e anche gli affossamenti di tankers (che passa sotto silenzio stampa) in atto e rappresaglie nel Mediterraneo orientale da quasi due anni. Il supporto per diesel e benzina è la strategia (anche cinese) per operare sulla rotta Iran-Iraq-Siria-Libano.

Emarginato dai gasdotti Israele fa sapere, sempre a modo suo, che non ci sta. Ma in quell’area si tratta solo di petrolio mentre l’atomica prosegue la sua strada in Iran per la stupidità di Trump, ma anche dei vassalli europei. L’Africa, dove c’è il petrolio e anche altrove, dove ci sono le necessarie terre rare, è già domata e asservita.

In questo terzo scenario di guerra di accaparramento e furto si trova anche tutta l’America latina orientale, dove il dannato petrolio continua ad essere “ambito” con qualsiasi mezzo. E sappiamo tutti cosa vuol dire nel “cortile” degli yankees, come altrove.

Destino manifesto

di Franco Bifo Berardi

Recentemente, parlando della disfatta di Kabul, in un empito retorico mi è capitato di scrivere che gli USA sono finiti, perché il paese non ha un presidente, dato che Biden, se mai è esistito, è stato annichilito dalla gestione della ritirata. Perché non ha un popolo ma due e in guerra tra di loro. Perché gli alleati se la stanno squagliando, perché la Cina sta vincendo la battaglia diplomatica e anche la competizione economica.

Tutto vero, ma ho dimenticato una cosa non secondaria: l’America è anche un complesso tecno-militare che dispone di una potenza distruttiva capace di distruggere il pianeta e di eliminare il genere umano non una ma molte volte. E si sta anche rendendo capace di avviare l’evacuazione di una piccola minoranza di umani dal pianeta terra, per andare dove non si sa.

La disfatta afghana segna il punto di svolta di un processo di disgregazione dell’occidente i cui segnali si sono accumulati nei due decenni passati.

Uso qui la parola Occidente per intendere una entità geopolitica che corrisponde al mondo culturale giudeo-cristiano (e comprende quindi la stessa Russia).

Forse il capitalismo è eterno, (ipotesi da verificare se ne avremo il tempo ma non credo l’avremo). L’Occidente no. E purtroppo il complesso tecno-militare di cui l’Occidente dispone, e che continua ad alimentare nonostante la sua capacità di overkill, non risponde alla logica della politica, ma è un automatismo che risponde alla logica della deterrenza che un tempo aveva carattere bipolare e simmetrico mentre dopo il crollo dell’URSS ha carattere multipolare, asimmetrico e quindi interminabile. Inoltre il complesso tecno-militare è anche una potenza economica che deve produrre guerra per potersi riprodurre.

È per questo che il crollo dell’Occidente non deve metterci di buon umore, o almeno non tanto: lo sgretolamento dell’Occidente non sarà un processo (quasi) pacifico come fu il crollo dell’Impero sovietico tra l’89 e il ’91.

Prima di crollare l’Occidente potrebbe cancellare il mondo non perché lo voglia o lo decida il cervello politico affetto da evidente necrosi, ma per automatismo. L’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, e pur essendo una potenza militare di seconda fila, dispone di soli 15 aerei anti-incendio, mentre ha 716 aerei da combattimento. Cosa ce ne facciamo? Perché l’Italia sta investendo una cifra enorme per un aereo da combattimento che si chiama Tempest, insieme a Germania e Inghilterra?

Già, perché?

Ora, dopo l’ennesima sconfitta che l’occidente (la NATO, gli USA, l’Europa) ha subito in una guerra convenzionale è ingenuo pensare che l’occidente rinunci alla guerra.

Perciò l’occidente sarà presto condotto verso la guerra non convenzionale.

Il capitalismo non è più in grado di permettere la riproduzione del genere umano, l’espansione ha raggiunto il suo culmine e ora la valorizzazione capitalistica si realizza essenzialmente attraverso l’estrazione di risorse fisiche e nervose che sono ormai al limite dell’esaurimento, e attraverso la distruzione dell’ambiente fisico planetario e del cervello collettivo. A questo punto si aprono due prospettive: quella della dissoluzione del capitalismo e della progressiva costituzione di comunità secessione autonome, egualitarie e frugali. Oppure la guerra. O più probabilmente entrambe le prospettive in contemporanea.

Quel che è certo comunque è l’incapacità dell’Occidente di accettare quel che ora è il suo destino manifesto: il declino la dissoluzione la scomparsa.

Suprematismo nazi-liberista

Il crollo dell’Occidente è iscritto in alcuni processi che ormai possiamo distinguere a occhio nudo: il primo è l’infertilità crescente dei popoli del nord del mondo (in 50 anni la fertilità dei maschi è crollata del 52%). Che sia dovuta, come sostiene Sarah Swan nel suo recentissimo libro Count Down, alla diffusione delle microplastiche nella catena alimentare, e ai disturbi ormonali provocati dalle microplastiche, o che si dovuta alla scelta più o meno consapevole delle donne di non mettere al mondo vittime dell’incendio globale in rapida diffusione poco importa.

Il secondo processo è l’emergere di potenze capitalistiche anti-occidentali (la Cina) che per ragioni iscritte nella formazione psico-cognitiva più facilmente adeguabile alla dinamica dello sciame con cui confligge l’individualismo occidentale. (vedi al proposito il libro di Yuk Hui recentemente pubblicato in italiano da Nero edizioni col titolo Cosmotecnica).

Il terzo è la crisi mentale, l’auto-disprezzo e la pulsione suicidaria della popolazione bianca, incapace di far fronte alla grande migrazione che è conseguenza della colonizzazione in epoca di globalizzazione, e che a ondate successive sta scardinando l’ordine globale. (Forse varrebbe la pena rileggere e attualizzare alcune considerazioni di Mao Tse Tung e di Lin Piao sulle periferie che circondano e strangolano il centro).

La popolazione europea è incapace di fare i conti la migrazione perché difende con le unghie e coi denti il privilegio bianco, e rifiuta di riconoscere la necessità di una restituzione delle risorse sottratte e di un accoglimento senza condizioni. E’ chiaro che queste due condizioni – restituzione e accoglimento – non sono compatibili con il mantenimento del privilegio coloniale che lungi dal recedere si è costantemente rafforzato.

La sinistra europea ha sempre rifiutato di ammettere il carattere radicale di questo fenomeno grande-migratorio, ne ha minimizzato la forza dirompente, quando non ha fatto proprie le posizioni della destra, come nel caso della politica libica di Minniti e nella codardia del PD sulla questione dello ius soli.

L’Occidente resiste quindi all’inevitabile declino, e questa resistenza si manifesta con il rafforzamento dei movimenti neo-reazionari, la risposta identitaria dei popoli dominanti che identifichiamo come Occidente.

Achille Mbembe definisce questa difesa aggressiva del privilegio bianco con l’espressione “tardo-Eurocentrismo”.

“Nel nostro tempo è chiaro che l’ultranazionalismo e le ideologie di supremazia razziale stanno vivendo una rinascita globale. Questo rinnovamento è accompagnato dall’ascesa di un’estrema destra dura, xenofoba e apertamente razzista, che è al potere in molte istituzioni democratiche occidentali e la cui influenza si può sentire anche all’interno dei vari strati della stessa tecnostruttura. In un ambiente segnato dalla segregazione delle memorie e dalla loro privatizzazione, così come dai discorsi sull’incommensurabilità e sull’incomparabilità della sofferenza, il concetto etico del prossimo come altro sé non regge più. L’idea di una somiglianza umana essenziale è stata sostituita dalla nozione di differenza, presa come anatema e divieto… Concetti come lumano, la razza umana, il genere umano o lumanità non significano quasi nulla, anche se le pandemie contemporanee e le conseguenze della combustione in corso del pianeta continuano a dar loro peso e significato.

In Occidente, ma anche in altre parti del mondo, stiamo assistendo al sorgere di nuove forme di razzismo che potremmo definire parossistiche. La natura del razzismo parossistico è che, in maniera metabolica, può infiltrarsi nel funzionamento del potere, della tecnologia, della cultura, del linguaggio e persino dell’aria che respiriamo. La doppia svolta del razzismo verso una varietà tecno-algoritmica ed eco-atmosferica lo sta rendendo un’arma sempre più letale, un virus.

Questa forma di razzismo viene definita virale perché va di pari passo con l’esacerbazione delle paure, compresa e soprattutto la paura dell’estinzione, che sembra essere diventata uno dei motori trainanti della supremazia bianca nel mondo.

(Achille Mbembe Note sul tardo eurocentrismo)

Piuttosto che tardo-Eurocentrismo Io preferisco chiamare il movimento reazionario in corso con l’espressione: “suprematismo nazi-liberista”, perché il privilegio coloniale è il punto di congiunzione tra darwinismo sociale liberista e politiche dello sterminio hitleriane: la selezione naturale.

Missione compiuta

Sono curioso di assistere alla prossime celebrazioni del ventesimo anniversario dell’attacco islamista alle torri di Manhattan, ma forse non ci saranno celebrazioni, si farà finta di niente. Forse non si scriverà sui giornali “siamo tutti americani” come il giorno in cui Bush dichiarò guerra all’Afghanistan, perché l’America ha perso.

La sconfitta in Vietnam fu un dramma nazionale, la sconfitta afghana non scalfisce la coscienza americana perché la popolazione americana è incapace di vedere il fallimento a causa dell’epidemia di demenza senile che l’attanaglia.

Ma la sconfitta in Vietnam non era terminale, la sconfitta in Afghanistan lo è. Pur essendo ancora la più grande potenza militare di tutti i tempi, gli Stati Uniti non dispongono più di una cosa essenziale: se stessi. Non ci sono più gli Stati Uniti d’America. Ce ne sono almeno due, in lotta feroce. Così, mentre il fuoco brucia un’area sempre più vasta del territorio e si avvicina alle megalopoli, mentre le sparatorie psicotiche si susseguono quotidiane, il paese non ha più un governo governante e non ce l’avrà mai più.

La vittoria di Osama bin Laden è ora definitiva, e al suo confronto impallidiscono le vittorie di tutti i grandi condottieri della storia passata, perché bin Laden ha sconfitto le due più grandi potenze di tutti i tempi: l’URSS e gli USA. Cosa accadde all’Unione sovietica dopo la sconfitta afghana lo sappiamo bene. Ora stiamo aspettando quel che accadrà agli Stati Uniti ed è legittimo sperare che gli effetti siano altrettanto definitivi. La società americana è irreparabilmente scissa, avviata ad un processo di disgregazione sociale, culturale e psichica. La guerra civile non ha carattere politico, ma quotidiano, molecolare, onnipresente.

Possiamo dunque sperare che il crollo della potenza americana restituisca gli umani all’umano?

Temo di no perché questo crollo è tardivo: l’America ha già per gran parte portato a termine la sua missione, che non consisteva nell’instaurare il regno della democrazia, come ci raccontavano, ma era quella di distruggere il genere umano.

John Sullivan coniò l’espressione Manifest Destiny, per definire la missione civilizzatrice degli idealisti americani (ma non erano forse accesi idealisti anche i capi delle SS, i propagatori della gioia della razza superiore tedesca?). Quella missione era portare nel mondo la libertà, o più realisticamente trasformare la vita umana in mera articolazione del dominio assoluto del capitale.

Le tappe di questo processo: accumulazione primitiva fondata sulla schiavitù, e sul genocidio. Intensificazione costante della produttività degli sfruttati tramite la sistematica disumanizzazione delle relazioni sociali.

Quella missione è compiuta.

Mentre alcune grandi aziende (Big Pharma, Amazon, grande finanza) fanno oggi profitti senza precedenti, incrementando ogni giorno i guadagni, la psicosi si impadronisce della mente collettiva, la depressione dilaga, le armi da guerra in libera vendita uccidono ogni giorno qualche malcapitato, il salario decresce, le condizioni di lavoro sono sempre più precarie, e intanto le foreste bruciano, e le città sono trappole senza più speranza.

Lo scopo delle guerre americane non era vincere. Era distruggere le condizioni della vita, e ridurre i viventi a spettri dementi come quelli che si aggirano ormai nelle metropoli del mondo.

Nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro il primo summit sul cambiamento climatico. In quella occasione il presidente americano, George Bush senior, dichiarò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”.

Il tenore di vita degli americani consiste nel consumare quattro volte più energia di quanto ne consuma la media degli abitanti del pianeta. Consiste nella bulimia psicopatica che produce obesità e aggressività acquisitiva.

Consiste nel consumare carne in quantità demenziali. E così via.

Il consumismo e la pubblicità commerciale sono state forse il contributo più decisivo del popolo terminatore alla distruzione delle condizioni di vivibilità dell’ambiente planetario.

Lo sterminio dell’umano è intrinseco al carattere neo-umano del protestantesimo puritano dal quale nasce l’idea del Manifest destiny.

Lo sciame cinese

Nel ventunesimo secolo il destino manifesto degli USA è diventato la cancellazione dell’impurità congiuntiva, la piena realizzazione del progetto di integrale digitalizzazione e connessione del biologico dentro il flusso neo-umano.

Ora quel progetto di automazione integrale si sta compiendo, ma per uno scherzo imprevisto (il destino è cinico e baro) non saranno gli occidentali a goderne (si fa per dire). Sarà con ogni probabilità un popolo che è al tempo stesso più paziente e meno individualista, anzi un popolo che funziona come un organismo cognitivo unificato, e non conosce nel suo vocabolario la parola più ingannevole di tutte, la parola “libertà”.

L’occidente è la sfera entro la quale si è costituita la macchina globale del capitale, e questa è indissociabile dal mutamento nella natura della tecnica.

Nella storia precapitalistica la tecnica si è sviluppata come modalità strutturata e funzionale dell’oggetto maneggiato dall’uomo. Ma nel corso dell’evoluzione moderna del modo di produzione capitalistico la tecnica si trasforma in quadro operativo entro il quale l’uomo è costretto ad agire e dal quale non gli è concesso uscire.

Partendo da Heidegger, il pensatore cinese Yuk Hui indica nella parola Gestell la chiave di volta della trasformazione della tecnica in fattore della mutazione dell’umanità in Automa cognitivo. La tecnica istituisce Gestalt entro le quali l’azione umana è sempre più pre-ordinata, fino a funzionare come sciame.

La mutazione tecnologica che ha avuto nella California il suo laboratorio e nell’occidente il suo territorio di sperimentazione è giunta a istituire il modello “neo umano”, l’uomo formattato, compatibile, connettivizzato, il modello sciame in cui i movimenti degli individui sono guidati da un unico cervello, dal quale dipendono i cervelli individuali.

Ma la sperimentazione dell’automa in Occidente sta funzionando solo parzialmente, per ragioni che sono legate alle particolarità culturali e psichiche del processo di individuazione nella sfera occidentale: la base cognitiva comune, legata all’apprendimento del linguaggio, è esile e la resistenza al modello-sciame è molto alta.

Sembra funzionare molto meglio nella sfera delle lingue ideografiche, prima di tutto la Cina, dove il processo di individuazione ha caratteri differenti, perché la base cognitiva comune è duplice: l’apprendimento del linguaggio parlato e della trascrizione ideografica.

La mente cinese è più facilmente integrabile grazie alle caratteristiche differenti del processo di individuazione (acquisizione del linguaggio, doppio stampaggio neurale, facile adesione al modello-sciame).

Cosa ci guadagnate?

Sangihe è una delle innumerevoli isole dell’arcipelago indonesiano. Un tempo l’isola ospitava un uccellino azzurro. Poi parve che fosse scomparso, invece no, recentemente si è scoperto che il passerotto blu saltella ancora nelle foreste. Ma non c’è solo il passerotto, ci sono anche alcune decine di migliaia di persone che vivono sull’isola. Pescatori, raccoglitori, artigiani, insegnanti, studenti.

Qualche tempo fa una compagnia canadese ha ottenuto una concessione su metà del sottosuolo perché recentemente si è scoperto che c’è l’oro. Fino a qualche tempo fa una legge dello stato indonesiano vietava l’estrazione dal sottosuolo delle isole, ma l’anno scorso pressioni internazionali hanno ottenuto l’abolizione di quella legge. Si può scavare. Si può estrarre, e la compagnia canadese che possiede i diritti di sfruttamento si sta facendo avanti per far valere i suoi diritti.

Questa che la BBC documenta in un video che trovate cliccando qui non è affatto una storia originale. È così da qualche centinaio di anni: dei predatori bianchi arrivano in un posto qualsiasi della terra, scoprono che si può estrarne un minerale che ha valore per l’economia bianca (magari un minerale inutile come l’oro, caricato di un immenso significato religioso, al punto da poterlo considerare come il totem della credenza superstiziosa nota come “economia”). I predatori bianchi distruggono tutto, sottomettono gli umani che abitano il territorio a ritmi di lavoro massacranti, e in cambio danno loro un salario, un’automobile, una casa con gli accessori indispensabili nelle trappole per topi in cui i bianchi sono abituati a vivere. Ormai hanno distrutto quasi tutto, e adesso il mondo ha cominciato a bruciare, e brucerà certamente, fin quando la razza umana sarà terminata, salvo forse pochi esemplari che riusciranno a fuggire a bordo di navette nelle quali passeranno il resto dei loro tristi giorni come topi in gabbie volanti nel nulla. Ma alcune isole del pianeta terra non sono ancora state totalmente catturate dagli sterminatori, perché troppo remote. Ad esempio Sangihe.

Alla domanda: “Cosa ci guadagnerete realizzando il vostro progetto” (abbattere le foreste, perforare il terreno, estrarne il minerale che la superstizione economica considera prezioso)? il calvo pacioso rappresentante della compagnia mineraria risponde con una bella risata: “Milioni e milioni di dollari. Quando saremo a pieno regime contiamo di estrarre in pochi anni migliaia di once al mese.”

E ci sarà lavoro per cinquemila persone. Cinquemila persone potranno smettere di pescare, costruire oggetti utili per la comunità, studiare, e potranno finalmente andare a qualche centinaia di metri sotto terra otto ore al giorno in cambio di un salario che gli permetta di avere un’automobile, di sostituire la loro abitazione con una trappola per topi e così via.

Mi ha fatto impressione leggere questa storia perché tutto quel che c’è da sapere sulla modernità sta qui condensato in quattro minuti e mezzo di filmato. La distruzione della vita, del piacere, della bellezza, dell’affetto, della gioia, dell’alba, del tramonto, del cibo, del respiro, in cambio di un salario di un’automobile, e di un cancro ai polmoni ovvero dell’economia.

Dopo cinque secoli ci sono ancora luoghi in cui la cura occidentale non è stata imposta. Le foreste bruciano, i fiumi esondano, le guerre si moltiplicano, la depressione dilaga, ma da qualche parte il progresso non è ancora arrivato. Portiamocelo urgentemente, prima che lo spettacolo sia finito.

È questione di anni, ormai. L’estinzione non è più una lontana prospettiva, ma una questione che riguarda la presente generazione, quella che non può neppure andare a scuola perché c’è un virus misterioso. Prima di essere ingoiati dall’apocalisse che rapidamente si diffonde non dobbiamo dimenticare di trascinarvi dentro anche i poveri abitanti di Sangihe, che ancora non hanno goduto dei frutti del progresso occidentale.

Che ha negli Stati Uniti d’America la sua avanguardia, il suo simbolo.

FONTE: http://effimera.org/destino-manifesto-di-franco-bifo-berardi/

La transizione egemonica mondiale

di Alfonso Gianni

Sintesi dell’intervento di Frattocchie, 3 settembre

Il tempo previsto per gli interventi è contenuto, come è anche giusto che sia e quindi mi limito ad alcune considerazioni sull’onda della bella, approfondita e articolata relazione di Sergio Bellucci e del dibattito che fino a qui è seguito. Il mio accordo in particolare con le cose dette prima di me da Roberto Finelli, mi possono aiutare in questo sforzo – al quale non sono naturalmente vocato – di brevità.

Comincerei col dire che non c’è transizione senza il maturare e il verificarsi di una crisi. Mentre non è vero l’opposto, cioè può benissimo manifestarsi una crisi senza che si avvii una transizione e che le cose possano addirittura indirizzarsi al peggio.

È esattamente il rischio che stiamo correndo in questo frangente. La crisi pandemico-economica ha aperto una voragine, per giunta sovrapponendosi agli effetti negativi della precedente crisi economico finanziaria cominciata nel 2008. Ma di per sé le ingenti risorse di cui disponiamo grazie alle decisioni europee non garantiscono di per sé una transizione verso una società migliore.

Anzi si affacciano, nel caso italiano e non solo, i fantasmi del passato. Si pensi alle “uscite” del ministro Cingolani sul nucleare, alla spinta della Francia in questa direzione per capire che un domani potremmo trovarci in una situazione addirittura peggiore, che, nel nostro paese, tradirebbe gli esiti di ben due referendum popolari sul tema.

Oppure: Giorgio Benvenuto dava, nel suo intervento di poco fa, una visione ottimistica dell’Europa. Certamente si sono fatti passi in avanti con il varo del Recovery Fund, con il progetto di un bilancio europeo opportunamente dotato, con l’emissione di titoli a livello europeo (più o meno i famosi Eurobonds di cui si parlava da tempo e che in molti fino a poco fa ritenevano impossibili). È stato sospeso il Patto di stabilità e crescita. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un webinar che ho condotto quest’estate ha ribadito che le vecchie regole del patto vanno riviste. Con maggiore timidezza così si è espresso anche il Commissario Paolo Gentiloni, seppure precisando che la regola del 60% nel rapporto fra debito e Pil va mantenuta, mentre vanno cambiate modalità e tempi del rientro- Le stesse parole di Mattarella sono state interpretate come un auspicio alla modifica degli stessi Trattati di Maastricht. Ma non possiamo e non dobbiamo dare tutto ciò per acquisito. I falchi non hanno smesso di volare basso. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione (su cui varrebbe la pena aprire un capitolo apposito cosa che qui non possiamo fare), ma soprattutto moltissimo è legato agli esiti di alcuni importanti appuntamenti europei prossimi venturi, come le elezioni federali tedesche del 26 settembre e quelle francesi di qualche mese dopo nel 2022. La battaglia per una transizione verso un’Europa democratica, sociale e federale è del tutto aperta.

Nello stesso tempo non può neanche profilarsi una transizione senza che avvenga la crisi dello stato di cose precedente. Il problema è come indirizzare i cambiamenti che tutti, seppure con diversa intensità, ritengono necessari in una crisi affinché prenda corpo un’alternativa di società. Obiettivo ambizioso come si può ben capire.

Intanto è sotto i nostri occhi, da tempo, una transizione egemonica mondiale. Da Ovest verso Est. Il declino della supremazia americana è stato impietosamente evidenziato e accelerato dalla sconfitta in Afghanistan. Oggi gli Usa sono sostanzialmente fuori dall’Asia e dall’Oceano indiano. Lo confermano le stesse parole pronunciate dalla rappresentante Usa in una importante conferenza internazionale l’altro giorno a Taipei, con le quali ribadiva il sostegno statunitense a Taiwan contro i disegni annessionistici cinesi, ma avvertiva i taiwanesi che devono fare come Israele: armarsi di tutto punto perché nessuno li potrà salvare in vece loro. Gli Usa confermano in sostanza che possono scatenare guerre, ma non riescono a vincerle in breve tempo e quindi a sostenerle in termini di costi economici e umani (si intende i loro).

Ancora una volta si avvera nella storia mondiale quel passaggio di consegne egemoniche che Fernand Braudel e la sua scuola, fino al nostro Giovanni Arrighi, dalle città marinare italiane, ai Paesi bassi nel seicento, alla Impero britannico nel secolo successivo, fino al secolo americano giunto al suo non breve tramonto, mentre si rafforza la potenza cinese. Gli stessi andamenti demografici, che qui non posso descrivere per brevità, accompagnano e sono un fattore di questo cambiamento epocale.

Credo che questo sia un processo irreversibile, a meno che non sia fermato, insieme alla distruzione del pianeta, da un conflitto nucleare generalizzato e non solo dalla guerra a pezzetti già in atto, di cui ci parla Papa Francesco. Il compito per tutti e di tutti è che questa transizione avvenga in modo sostanzialmente pacifico. Se l’Europa fosse un soggetto politico federale democratico e non semplicemente uno spazio economico regolato a vantaggio del capitale finanziario, potrebbe giocare un grande ruolo a livello internazionale per la causa della pace. Il che però presuppone che la Ue abbandoni la scelta di un rinnovato atlantismo fuori dal tempo, rinunci a pensare ad un esercito europeo e invece costruisca una struttura in grado di potere intervenire nelle crisi belliche locali come forza di interposizione e partecipi alla ricostruzione dei paesi colpiti da calamità, devastazioni e pandemie che vedono la loro prima causa nel sistema capitalistico globalizzato.

Come si vede siamo molto lontani da un simile esito. Tra le cose che mancano è la costruzione di una soggettività politica che in Europa si ponga un simile compito.

Qui ci tornano utili le riflessioni che stiamo svolgendo in questo convegno. Non bastano la quantità enormi di dati se essi non passano attraverso un’interpretazione – come diceva Finelli – che dia loro un senso. E quest’ultimo è costituito da un insieme di cose: la necessità di emancipazione delle classi subalterne, le idee, i progetti, i programmi, i sentimenti, le esperienze legati a questo rovesciamento del potere e dei poteri nella società che è un processo di conquista egemonica.

Abbiamo bisogno della (ri)costruzione di un pensiero politico forte che per quanto necessariamente aperto e in una continua tensione dialettica con i dati della realtà, i progetti e le aspirazioni dei movimenti e sommovimenti sociali, non si limiti alla registrazione dello stato d’animo e degli orientamenti attualmente presenti, ma si proponga di entrare in rapporto xon essi sulla base di un solido impianto valoriale.

È quello che chiamo una nuova soggettività politica di sinistra. Attualmente nel nostro paese non c’è. L’esistenza del Partito della Sinistra europea è importante, soprattutto se non si limitasse ad essere un contenitore. Ma anche questo è un obiettivo da conquistare. Quello che c’è fatica o meglio non riesce a mettersi insieme, forse anche perché si comincia dalla parte sbagliata: la costruzione di coalizioni elettorali invece che da quella della propria identità. Per essere conosciuti e riconosciuti dagli altri bisogna innanzitutto riconoscere e conoscere se stessi. Ma anche se quello che c’è si unisse non sarebbe sufficiente. Servirebbe un processo costituente capace di attuare una transizione verso una nuova soggettività politica di sinistra, nel quale ognuno mette in gioco la propria identità e la propria storia in una ricerca e in una lotta culturale e politica.

FONTE: https://transform-italia.it/la-transizione-egemonica-mondiale/

Una transizione per l’Europa, l’Europa per la transizione

di Andrea Amato

Transizione come attraversamento di una crisi sistemica del capitalismo verso una società “oltre-capitalista”, che non significa superamento (magari in senso socialista) del capitalismo ma una evoluzione/mutazione del capitalismo che conosciamo, capace di produrre una società “basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente”. “La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.” Questa, in estrema sintesi, la base analitica su cui poggia la proposta politica contenuta nella relazione introduttiva di Sergio Bellucci all’incontro “Transizione come Variante” (Frattocchie, 3-4 settembre 2021).

L’ economia relazionale, le lotte, il ruolo dello Stato

Diversi i fronti di lotta, appunto per il potere, conseguenti a questa premessa. Innanzi tutto, l’auto-organizzazione dal basso, favorita oggi dalle tecnologie digitali” di forme solidali di produzione sganciate dal perseguimento del profitto, ma anche forme di consumo e servizi “al di fuori degli schemi mercantili sperimentati finora”. Insomma, la costruzione di quella che viene chiamata “economia (e welfare) relazionale”.

Una proposta che condivido pienamente ma che implica una prima notazione. Poiché, come lo stesso Bellucci avverte, la transizione, per definizione, non è il passaggio immediato da una fase all’altra, le forme di sfruttamento attuali, benché destinate a diventare residuali, continueranno a esistere per un tempo non brevissimo. Analogamente, anche se si sarà capaci di costruire un’economia relazionale, ciò non potrà avvenire che gradualmente. Ci troveremo quindi ad operare su due fronti: quello dell’alternativa e quello antico della lotta contro lo sfruttamento e per il trasferimento di quote di potere dal capitale alle classi subalterne. Uno sfruttamento perpetrato in forme diverse e mutevoli, da quelle più raffinate della “società di controllo” ed evolute della produzione di senso, a quelle ottocentesche da capitalismo rapace.

Certamente, su questo fronte bisogna abbandonare prassi “difensive” e “routinarie”, se non altro perché da cinquant’anni le classi subalterne non registrano avanzamenti ma solo arretramenti. E, certamente, passare a nuove forme di attacco deve significare tre cose. In primo luogo, non solo tener conto ma immergersi nella transizione; secondariamente, cogliere tutte le opportunità che, insieme a rischi e condizionamenti, ci offre la rivoluzione digitale (o meglio la digital disruption); in terzo luogo i due fronti, quello dell’alternativa e quello della lotta secolare al capitalismo, non possono semplicemente essere condotte in parallelo, ma debbono continuamente comunicare e sorreggersi a vicenda.

Un’altra questione da approfondire è quella delle condizioni che permettano/favoriscano la costruzione dell’economia relazionale. Nella relazione introduttiva si parla dell’”utilizzo di risorse pubbliche per supportare” l’economia relazionale e il “welfare delle relazioni”. C’è anche un’importante indicazione operativa, quella di coinvolgere i territori e le “strutture di democrazia locale”. Ma, a parte l’accenno all’esigenza di “nuove forme istituzionali e politiche”, manca un chiaro riferimento al ruolo dello Stato, all’idea dello Stato come luogo privilegiato in cui la politica possa “mettere le briglie” (come ha detto nel suo intervento Gigi Agostini) alle derive centralizzatrici, manipolatorie e autoritaristiche dei nuovi poteri che si affermano nella transizione. Ruolo dello Stato, che va appropriatamente considerato per quanto riguarda proprio il sostegno all’economia relazionale.

A questo proposito, ho riportato, nel mio intervento, un’esperienza personale. Nel decennio che ha preceduto le cosiddette primavere arabe, ho coordinato diversi programmi di sviluppo sociale e di rafforzamento delle società civili nei Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo. Oltre alla salvaguardia dei diritti fondamentali e dei diritti di cittadinanza, la disoccupazione era il problema principale in questi Paesi. Oggi, la situazione non solo non è migliorata, ma alla disoccupazione si sono sommate le rovinose conseguenze delle guerre e dei conflitti ancora in corso. La linea direttrice di questa attività si basava sulla costatazione che il gigantesco numero di posti di lavoro che si sarebbero dovuti creare, soltanto per portare la disoccupazione a livelli europei, era un obiettivo impossibile per le politiche economiche ortodosse operanti in questi Paesi, basate, soprattutto dopo l’avvento del Partenariato Euro-Mediterraneo, sui consueti modelli occidentali: produttività, competitività, produzione ed economia export-led.

Propugnavamo, quindi, una politica economica eterodossa, che mettesse al primo posto l’occupazione invece che la crescita, e, soprattutto, con al centro la creazione di una economia relazionale, favorita anche dall’enorme presenza della cosiddetta “economia informale”. Lo sviluppo di una tale politica si rivelava però impossibile, prima ancora che per cause di natura macroeconomica, per ragioni squisitamente politiche, dovute non solo agli interessi spiccioli dei regimi autoritari al potere, ma, soprattutto alla loro indisponibilità a sottrarsi all’assoggettamento dei poteri internazionali, garanzia per la loro permanenza al potere.

Un caso esemplare è quello della Tunisia, un Paese con uno dei tassi disoccupazione più alti al mondo. Dopo la rivoluzione del 2011, cacciato via Ben Ali, c’erano tutte le condizioni interne per affermare una volontà politica che andasse nella direzione dell’economia relazionale. Ciò che è mancata è la disponibilità di risorse per sostenerla. I cosiddetti “vincoli esterni” non sono finiti con l’avvento della, ancorché fragile, democrazia tunisina: drenaggio di risorse a causa del deficit commerciale e dell’insostenibile servizio del debito estero, i diktat dell’”approfondimento” dell’Area di Libero Scambio con l’Unione Europea, le condizionalità imposte dal Fondo Monetario Internazionale, e così via. Vincoli esterni che ancora oggi – grazie alla colpevole ignavia dell’Unione Europea, con l’Italia in primo luogo, preoccupata solo dei flussi migratori – stanno minando alla base la sopravvivenza di questo Paese e distruggendo la sua speranza di democrazia.

Certo, per capire il ruolo dei vincoli esterni nel condizionare il grado di libertà delle politiche economiche, non ci sarebbe bisogno di andare in Tunisia; basterebbe ripercorrere la storia dell’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ma il caso della Tunisia è significativo perché lì l’economia relazionale era a portata di mano, se solo una scelta politica di questo genere si fosse potuta compiere a livello di governo. Insomma, se è vera l’importanza del ruolo dello Stato per incidere sulla transizione e per costruire l’alternativa, questo Stato non può essere lo Stato nazionale. Come è stato detto, gli Stati nazionali sono ormai ridotti a meri amministratori locali di poteri globali.

L’Europa unita nella transizione

Dobbiamo, quindi, rivolgerci a uno Stato sovranazionale; che, però, non può essere l’attuale Unione Europea. Per due motivi. Innanzi tutto, perché l’Unione Europea è la più immediata fonte di vincoli esterni che mortificano la possibilità degli Stati membri di mettere in atto politiche economiche alternative. In secondo luogo, perché è essa stessa condizionata dai vincoli esterni provenienti dai vecchi e nuovi poteri globali.

Occorre valutare appieno le novità post-pandemiche provenienti dall’UE. Sia quelle relative ai vincoli finanziari – viste, a mio avviso, con eccessivo ottimismo nell’intervento di Giorgio Benvenuto, tenendo anche conto che, come ha ribattuto Alfonso Gianni, si tratta di misure temporanee sulle quali lo scontro con i falchi dell’ordoliberismo è di nuovo in atto – sia quelle – a cui ha fatto riferimento Lucia Di Giambattista – che riguardano la nuova strategia dell’Unione nel digitale (bussola, decennio, autonomia digitali). Si tratta di vere svolte strategiche? O, come in molti pensiamo, un necessario aggiustamento del capitalismo europeo per adeguarsi alla crisi globale? Il punto vero è che, sia per eliminare i vincoli posti agli Stati membri che per contrastare quelli imposti dai poteri globali, è indispensabile un’Europa unita che giochi un ruolo da attore politico globale.

In passato – di fronte alla episodicità e alla sostanziale inefficacia, in termini di risultati, delle lotte dei movimenti “No global” o “altermondisti”, fino a quelle di “Occupy  Wall Street” – ho sostenuto la tesi della “via regionale” contro la globalizzazione, intesa come costruzione di una “regione mondiale”, comprendente l’Europa occidentale, i Paesi dell’ex Unione Sovietica, il Medio Oriente e l’Africa, capace di contrapporsi o, quanto meno, riequilibrare il ruolo di quella che, fino a qualche tempo fa, era la potenza unipolare americana. Oggi, di fronte alla dilapidazione, perpetrata dall’Unione Europea, delle opportunità storiche di coinvolgere la Russia in un progetto comune di grande respiro, e alle macerie in cui sono ridotti tanti Paesi di quella “regione mondiale”, non c’è molto spazio, almeno nell’immediato, per una “via regionale” alla transizione. Allora, l’obiettivo minimale e, al tempo stesso, l’imperativo categorico è quello di un ruolo politico riequilibratore, che solo l’Europa unita potrebbe giocare. Non solo nell’arena della nuova economia ereditata dalla globalizzazione, ma anche in quella, strettamente connessa, della politica internazionale e della competizione geostrategica.

Autorevoli commentatori americani hanno messo in parallelo il ritiro dell’URSS dall’Afghanistan, che segnò la fine dell’impero sovietico, e l’attuale abbandono americano che sancirebbe la fine dell’imperialismo (o impero) americano. Certamente, sarebbe la conferma della fine, da tempo appalesatasi, di trent’anni di potenza unipolare statunitense. A quale approdo questo ci porterà, non è ancora sufficientemente chiaro. Per il peso combinato della potenza economica con quella tecnologica, nonché con quella militare, benché allo stato nascente – e senza entrare nel merito della dialettica tra concetti diversi, quali “potere”, “egemonia” e “colonizzazione”, a cui ha fatto riferimento Alfonso Gianni – la previsione che sia la potenza cinese a prevalere, ancorché in termini di egemonia, non sembra del tutto azzardata. La prospettiva, insomma, che noi europei – e noi italiani, in primo luogo – dopo essere stati per 80 anni egemonizzati/colonizzati dagli Stati Uniti passeremo a un destino analogo ad opera della Cina.

Meno probabile, mi sembra la previsione di una dislocazione pacifica delle due egemonie. Non foss’altro che per la loro differente natura. L’egemonia/colonizzazione cinese si basa sull’occupazione dell’economia e l’acquisizione della ricchezza dei Paesi target, con mezzi pacifici. Quella americana, però, non si basa sulla pacificazione del pianeta. Non può essere interpretata in questo modo la drastica riduzione della presenza americana nei territori in conflitto. Quando gli USA dicono a Taiwan “dovete fare come Israele: armatevi” (naturalmente con armi da loro fornite) significa che hanno fatto una scelta più comoda, quella di continuare a perseguire, se non intensificare, la cosiddetta “strategia del caos”, puntando sempre di più sulle “guerre per procura”, che hanno dimostrato di portare agli interessi americani più benefici di quanti non ne abbiano procurato le guerre condotte in prima persona. Questa differenza di approcci e di interessi non può risolversi in una convivenza pacifica e, anche se non si arriverà alla catastrofe del confronto bellico, essa darà sicuramente la stura a continui conflitti tra le due potenze. Questo significherà, da un lato, che esse entreranno in pieno nella cosiddetta “guerra con altri mezzi”, dall’atro, che in molte aree del pianeta continueranno le guerre, le distruzioni, le catastrofi umanitarie.

L’Europa è destinata a fare le spese di questo confronto, in ambedue gli scenari delineati. Nel primo, perché l’Europa, in primo luogo nella sua area mediterranea, sarà una delle prede più ambite dell’egemonia/colonizzazione cinese. Nel secondo scenario, perché essa sarà sempre più accerchiata da aree in cui le conseguenze del caos e dei conflitti, non potranno che riversarsi sulla sua economia e sulla sua società. L’Europa unita può evitare i rischi di questi due scenari? Non è detto che questo avvenga, ma in questa difficile transizione, è la sola carta di cui disponiamo; non solo per la nostra salvezza ma anche per quella del mondo in cui viviamo.

C’è ancora un’altra dimensione in cui il ruolo politico dell’Europa deve essere determinante: quella della trasformazione dell’ecosfera, ovvero della salvezza del pianeta. Non se n’è parlato molto nell’incontro, ma è una questione in cui la transizione ha, e avrà sempre di più, un peso determinante. Non solo per le connessioni con le altre due dimensioni, quella dell’economia globale e quella geostrategica, ma anche per l’impatto che su di essa, sempre più, avrà la rivoluzione digitale. Dobbiamo, per prima cosa, moltiplicare i nostri sforzi d’indagine e affinare le nostre analisi sugli incroci, in atto e in potenza, tra il digitale e le questioni del cambiamento climatico, dei destini dell’energia e dell’agricoltura, della salvaguardia dell’ambiente; e, non per ultimo, sul ruolo di chi distribuirà le carte del digitale nelle vicende del clima e dell’ambiente.

La democrazia europea, terreno di lotta della transizione

Cosa potrà garantire che i nostri obiettivi sulla transizione – ai vari livelli: nazionale, continentale, globale – così come gli sbocchi operativi delle nostre lotte, possano diventare conseguenti politiche dell’Europa unita? La risposta è una sola: la democrazia. Il che significa: una istituzione capace di far arrivare – attraverso efficaci percorsi di rappresentanza e di partecipazione democratica – le istanze di tutti i cittadini europei nelle sedi decisionali. Nadia Urbinati, nel suo intervento, ha detto che, di fronte a una crisi della democrazia rappresentativa, ormai sotto gli occhi di tutti, dovremmo pensare a una democrazia, sempre rappresentativa, ma con spazi aperti alla “partecipazione diretta”. Sono d’accordo, a patto che si chiarisca cosa voglia dire “diretta”. Sarei decisamente contrario se questo significasse la messa in atto di dispositivi simili alla Piattaforma creata dall’Unione Europea per “raccogliere” i desiderata dei cittadini europei nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Una via di mezzo tra Facebook e la Piattaforma Rousseau. Si potrebbero, al contrario, sperimentare forme di partecipazione “diretta” della società civile organizzata – che non significa solo le Organizzazioni formalmente costituite.

Intanto, però, dovremmo occuparci della democrazia rappresentativa (al meglio delle nostre conoscenze e possibilità) nella costruzione dell’Europa unita. Ho già detto che questa non può coincidere con l’attuale Unione Europea. Il motivo è la sua intergovernatività. Non solo perché questa rappresenta un tappo al percorso di rappresentanza democratica, quel vulnus che ha sollevato alti lai per il “deficit democratico” dell’Unione, da parte di tante belle anime che si sono ben guardate da porvi rimedio seriamente. Il sistema intergovernativo deve essere superato, soprattutto, per un motivo politico legato alla transizione e alle possibilità/probabilità di lotte per l’alternativa. Un’Europa, in cui le decisioni sono, sostanzialmente, prese dai Governi nazionali, non potrà mai, non solo contrastare ma nemmeno confrontarsi con i poteri globali, vecchi o nuovi essi siano. Se, come è stato detto, gli Stati nazionali sono solo gli amministratori locali di questi poteri, i Governi non ne sono altro che i mandatari – i lacchè si sarebbe detto una volta.

Una piena rappresentanza democratica, in un’Europa unita e democratica, significa molto semplicemente, che le decisioni debbono essere prese principalmente da un Parlamento eletto a suffragio universale da tutti i cittadini degli Stati che la compongono. Questa è la sostanza del problema; poi potremo discutere della forma di rappresentanza complementare degli Stati membri, delle competenze e dei poteri da attribuire all’istituzione sovranazionale, alla forma federativa; insomma, di come si realizza la cessione di sovranità.

Sono, pertanto, d’accordo con l’indicazione, contenuta nella relazione introduttiva, di individuare nella democrazia uno dei terreni prioritari di lavoro e di sperimentazione della transizione. Una democrazia che, però, non si fermi al livello dei territori né dello Stato nazionale, ma che affronti con coraggio la questione della democrazia europea.

FONTE: https://transform-italia.it/una-transizione-per-leuropa-leuropa-per-la-transizione/

“Chiarezza sui Vaccini” Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

Riceviamo e pubblichiamo il documento fondativo del Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini” – Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica.

MARXISMO E METODO SCIENTIFICO: LOTTA IDEOLOGICA E POLITICA NELLA NUOVA FASE PANDEMICA

Riportare al centro gli interessi di classe e la difesa della salute collettiva per uscire dall’emergenza e aprire nuove prospettive

Un anno e mezzo di pandemia ha messo a nudo la crisi del sistema capitalistico.

L’evidente fallimento delle misure di contenimento – sempre parziali e tardive – attuate dai paesi capitalistici europei, nordamericani ed in generale dalla stragrande maggioranza dei paesi OCSE che seguono le dottrine neoliberiste e le crescenti conseguenze della tattica delle mezze misure prolungate sulle attività economico-sociali maggiormente colpite, hanno provocato disastrosi effetti in termini di salute pubblica, in un clima altalenante di sfiducia ed incertezza.

INFODEMIA

Nel quadro del lento massacro culturale del sistema di educazione pubblica e nel disorientamento ideologico di molti, si sono fatte strada le più fantasiose teorie. In tale clima – mentre infezioni, ricoveri e decessi crescevano – si è diffusa una infodemia incontrollata di “notizie” spesso esaltate, decontestualizzate nonché manipolate (e difficilmente verificabili dai più). Le pseudo-informazioni si sono moltiplicate attraverso un pullulare di blog acchiappa-click ed una informazione mainstream confusionaria e spesso calibrata sulle esigenze economiche immediate di alcuni gruppi dominanti. In questo contesto, hanno avuto gioco facile le attività di nuove sette e altri gruppi reazionari, spesso orientati da campagne abilmente costruite e veicolate trasversalmente in differenti ambiti culturali, sociali, economici e politici e si sono fatte strada le più svariate e fantasiose teorie cospiranoiche circa la reale esistenza o la genesi dell’epidemia da SARS-CoV-2 o in relazione alla natura e alla presunta pericolosità dei vaccini.

UNA GESTIONE FALLIMENTARE NEI PAESI CAPITALISTICI

Da un anno e mezzo denunciamo e condanniamo la gestione della pandemia, nel mondo capitalistico occidentale in generale ed in Italia in particolare, spesso contraddittoria e costellata da errori clamorosi, a partire dalla mancata zona rossa di Alzano e Nembro (Bergamo) e dall’imperdonabile ritardo nella strategia di tracciamento nel 2020, fino alle complicazioni della prima fase della vaccinazione di massa con le case farmaceutiche inadempienti, senza alcuna seria risposta a livello europeo, proseguita con la sclerotica e confusionaria gestione della vicenda Astrazeneca. Tale pessima e contraddittoria gestione, tuttavia, non è la prova di complotti e cospirazioni, come credono taluni, ma la risultante dell’incapacità delle istituzioni borghesi a garantire il “bene comune”. I governi dei paesi capitalistici, stretti dalle lobby industriali che hanno imposto di non fermare la produzione dopo il primo parziale lockdown del governo Conte e che hanno ritardato in modo criminale ogni iniziativa di contenimento, proprio nelle fasi di crescita esponenziale dei contagi (si pensi alla seconda ondata dello scorso ottobre), hanno scelto la strada della cosiddetta “convivenza con il virus”, privilegiando la difesa di interessi particolari anziché la salute pubblica. Si tratta dell’incapacità a sostenere gli interessi generali che Marx stesso aveva compreso fin dagli scritti giovanili e che purtroppo non è chiara a molti militanti ed intere organizzazioni. In tutta evidenza, queste ultime, nonostante si definiscano comuniste, non sono ancora in grado di conquistare la sufficiente e necessaria autonomia ed indipendenza ideologica e politica dall’influenza delle classi dominanti, rendendo decisamente sterili e velleitari i loro stessi proclami rivoluzionari.

Le istituzioni politiche, sempre più screditate a causa della loro incapacità di gestione, incapacità propria di una classe politica di arruffoni e navigatori a vista, più che di una classe dirigente, non sono in grado di fornire una comunicazione efficace, alimentando scetticismo ed assenza di fiducia che pervadono una fascia di popolazione certamente più ampia rispetto a quella degli “anti-vaccinisti ideologici”: la pandemia sempre più colpisce questi ultimi, tra i quali troviamo molti pazienti delle terapie intensive nell’ultimo periodo, ma anche strati di popolazione non protetta, soprattutto a causa della disinformazione e dell’incapacità dei governi borghesi oltre che per la presa di una propaganda reazionaria che ha fatto breccia o disseminato dubbi anche in ambienti tradizionalmente distanti dalla destra più estrema.

IL DISEGNO REAZIONARIO DEI NEOCONS E LO SBANDAMENTO DELLA SINISTRA DI CLASSE

In differenti paesi, dall’America latina all’Europa dell’est, fino in Italia, con le cronache degli ultimi giorni, assistiamo al diffondersi di ideologie e posizioni anti-scientifiche ed irrazionali, alla base di mobilitazioni di matrice chiaramente reazionaria. Purtroppo queste tendenze sono diffuse non solo tra le organizzazioni di natura conservatrice, se non dichiaratamente neofascista, e nei settori di piccola-media borghesia (in molti casi le piccole attività) particolarmente colpiti dalle mezze misure prolungate, ma anche negli ambiti del “pensiero critico” e di un certo attivismo sociale; mentre tra le larghe masse della popolazione – nonostante l’inettitudine delle classi dominanti – ha prevalso in Italia una netta adesione alla campagna di vaccinazione che al momento tocca circa il 73% della popolazione (con l’impressionante numero di quasi 44 milioni di persone che ad oggi hanno aderito alla campagna di vaccinazione in Italia). L’orientamento e le tendenze in vario modo anti scientifiche – sia pur minoritario ed apparentemente residuale – sta attraversando in forma trasversale ogni formazione politica ed ogni ambito sociale organizzato, interessando la maggior parte delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe, sia nella base militante sia nei gruppi dirigenti. Questa situazione spiega l’ambiguità nelle posizioni e indicazioni politiche, mostrando un perverso meccanismo di ricerca del consenso, o una errata interpretazione della linea di massa, piuttosto che la costruzione di una direzione politica basata sulla chiarezza e su una visione scientifica della realtà: in questo senso la scarsa comprensione della realtà concreta è indice di una forte debolezza e subalternità ideologica. Non è un caso che dietro ad una certa propaganda si nascondano soggetti ambigui legati ai locali circuiti della setta nordamericana “QAnon” e dell’estrema destra. Si tratta di una dinamica operante non solo in Italia e nell’Unione Europea, ma anche in Russia, nel Brasile di Bolsonaro, in Argentina ed in altri paesi: una campagna che abbiamo osservato attentamente e visto crescere sin dall’inizio, e che ha preso avvio negli USA all’ombra della precedente amministrazione Trump. Chi condivide piazze e parole d’ordine con questi soggetti deve prendere consapevolezza che si sta assumendo la responsabilità di favorire il loro disegno apertamente reazionario.

Si sta diffondendo un approccio limaccioso, che mescola frammenti di pensiero (apparentemente) critico con atteggiamenti anti-scientifici e irrazionalistici, in un mix che alimenta in maniera indistinta la sfiducia nel potere costituito a prescindere dal suo carattere (borghese conservatore, riformista, o socialista), diffidenza e scetticismo nei riguardi di ogni dato ufficiale o informazione scientificamente fondata, arrivando persino alla aperta avversione verso i medici e gli stessi lavoratori della sanità. Questo fenomeno sta producendo una crescita del pensiero anti-progressista che, anziché dirigere le più ampie masse verso la prospettiva di un’alternativa di sistema in chiave anticapitalista e comunista, affonda nel ribellismo senza prospettive o nel ripiegamento familistico e comunitaristico, nell’individualismo soggettivista e antisociale, o nella polarizzazione esasperata da social network. 

Le forze che si dichiarano apertamente neofasciste stanno tentando di cavalcare e orientare queste inquietudini, finora con esiti piuttosto scarsi, ma con sempre maggiore visibilità e con l’obiettivo di alimentare confusione e diversione dalla lotta di classe, una dinamica favorita dai riflettori mediatici, deviando l’attenzione su una polarizzazione in realtà sterile ed utile alle classi oggi ancora dominanti ma sempre meno dirigenti.

LA NECESSITÀ DI FARE CHIAREZZA SUI VACCINI

È giunto il momento di fare chiarezza su alcuni aspetti, centrali per chi non ha abbandonato una visione del mondo dialettica e storico-materialistica, una visione scientifica della realtà, nonché della necessità e possibilità della sua trasformazione, e che non ha intenzione di sostituirla con un vuoto ribellismo velleitario.

Nelle prime fasi dello scorso anno, 2020, immediatamente a ridosso del primo lockdown, era già necessario rivendicare l’attuazione di misure nette di contenimento, test massivi e gratuiti e misure anticipate all’inizio della seconda ondata di ottobre, seguendo l’esperienza cinese “covid zero” (anziché quella “convivenza con il virus” dei paesi OCSE con poche eccezioni), iniziative tali da evitare il disastro sanitario e un periodo interminabile di mezze misure, invece che legittimare – come hanno fatto alcuni – mobilitazioni contrarie ad ogni pur tardiva ed insufficiente misura di contenimento. Allo stesso modo chi oggi insegue le mobilitazioni anti-vacciniste o variamente riduzioniste non fa che aggiungere confusione invece che fare chiarezza, diversione anziché direzione rispetto ai movimenti spontanei.

Basta con le ambiguità, le banalizzazioni e i luoghi comuni: sui vaccini occorre fare chiarezza!

In merito alla campagna vaccinale, ed alla pandemia in generale, occorre osservare con attenzione i dati, i numeri, i risultati di iniziative di contenimento e di diffusione della vaccinazione nei differenti paesi. Un dato ormai evidente è la protezione dalle forme più gravi di infezione della popolazione vaccinata, consolidato negli ultimi mesi ed in relazione all’uso di tutti i vaccini in circolazione, siano essi di produzione occidentale capitalistica o meno. Ottimi i dati in Uruguay, ad esempio, con una copertura altissima della popolazione, raggiunta in breve tempo con la vaccinazione di massa, in larga parte immunizzata con il vaccino cinese Sinovac (crollo verticale di casi positivi, casi gravi e decessi).

Se il dato sulla protezione a livello clinico in ogni paese deve essere osservato nel tempo, l’aspetto e la ricaduta della vaccinazione sul piano epidemiologico richiede una attenta valutazione là dove la vaccinazione ha raggiunto percentuali elevate della popolazione. Si tratta di considerare molte variabili, sapendo che i vaccini non sono bacchette magiche miracolose, ma potenti strumenti da affiancare ad una vigilanza sanitaria puntuale, con test massivi a disposizione di tutti e tracciamento, con lo sviluppo di un sistema sanitario pubblico e con la messa a punto di cure specifiche per questo tipo di patologie. Chi si illude di risolvere il problema con le sole cure precoci mostra di non comprendere cosa sia una epidemia di questo tipo e le sue conseguenze senza misure di contenimento e mitigazione degli effetti, altrimenti disastrosi e tali da travolgere qualsiasi sistema sanitario, anche il più evoluto.

Non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo e sottolinearlo:

1. il vaccino, qui ed ora, è indispensabile ed imprescindibile ma non va contrapposto alle altre misure. Le altre misure di profilassi generale non sono in alternativa alla vaccinazione di massa ma sono complementari ad essa. Il “consenso informato” non è una liberatoria e consente comunque la richiesta di risarcimento per i rarissimi casi di conseguenze da reazioni avverse, come confermato da sentenza della Corte Costituzionale, che equipara i vaccini obbligatori a quelli consigliati dalle istituzioni statali e regionali.

2. la sanità pubblica e il suo rafforzamento, in prospettiva, non devono essere considerati “spesa” da tagliare, bensì pubblico investimento, anch’esso indispensabile ed imprescindibile, per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Riguardo all’adozione di questo o quel vaccino da parte dei differenti enti regolatori (EMA, FDA, ecc.) ogni paese opera proprie scelte, ma occorre denunciare la differenza tra la validazione di questo o quel vaccino da parte degli enti regolatori, dal riconoscimento di ogni vaccino sviluppato seguendo i protocolli codificati di sperimentazione clinica e quantomeno dal riconoscimento doveroso di ogni vaccino considerato valido dall’OMS (si pensi ai vaccini cinesi). Il mancato riconoscimento da parte di Italia e UE (ma non da parte di altri paesi membri) dei vaccini non di produzione occidentale non ha motivazioni sanitarie ma solo geopolitiche.

Il non riconoscimento di questi vaccini, usati in decine di paesi, ha conseguenze negative nelle relazioni economiche, sociali e culturali tra i popoli, oltre che conseguenze negative per le comunità italiane all’estero (ad esempio in America latina dove prevalente è l’uso dei vaccini di produzione cinese o russa) e per i lavoratori stranieri residenti in Italia. Lo stesso dicasi per il riconoscimento dei vaccini cubani attorno ai quali c’è grande attenzione da parte della comunità scientifica mondiale e di molti governi. In queste ore si registra grande interesse per il vaccino cubano Soberana II che assieme ai cinesi Sinovac e Sinopharm è sviluppato per la vaccinazione già in età pediatrica.

Assodato dunque che il vaccino non fa miracoli, non siamo certi che questa verità elementare che con un minimo di conoscenza storica dell’argomento dovrebbe essere evidente, sia chiara ai governi della borghesia. Soprattutto nei paesi capitalistici dell’area OCSE, infatti, i governi hanno prodotto una comunicazione esageratamente ottimistica sull’imminente uscita dalla pandemia una volta portata a termine la campagna vaccinale, che forse rientra nel libro dei sogni della borghesia e dei propri comitati d’affari per consentire un immediato ritorno alla situazione economica pre COVID-19.

LE CONTRADDIZIONI IN SENO AL GOVERNO DEL CAPITALE

Il capitalismo ogni giorno deve fare i conti con le contraddizioni che egli stesso ha creato ed anche in questo caso non riesce ad uscirne. I governi borghesi, stretti da un lato dalla difesa degli interessi privati come quelli delle case farmaceutiche, dall’altro lato dall’impossibilità di uscire dalla pandemia con questo quadro d’insieme, stanno iniziando a rendersi conto della necessità di permettere la vaccinazione anche agli abitanti dei paesi più poveri, naturalmente non per ragioni etiche ma nell’interesse degli stessi paesi imperialisti. Perfino Biden ha accennato mesi fa alla necessità di una temporanea sospensione dei brevetti, dimostrandoci ancora una volta come la realtà sia dialettica e il capitalismo sia costretto ad avventurarsi in terreni completamente al di fuori dal proprio recinto per cercare soluzioni a problemi altrimenti insormontabili. Ma, per ora, il capitalismo ha soltanto contribuito ad esasperare e rendere più evidente la differenza fra poveri e ricchi, tra oppressi ed oppressori, anche su questo aspetto vitale, e non possiamo dimenticare il criminale bloqueo e le sanzioni contro il popolo cubano, contro la Siria, l’Iran e troppi altri paesi ai quali in piena pandemia viene impedito perfino l’acquisto dei medicinali. Se i dati dei primi di settembre 2021 ci parlano di oltre il 40% della popolazione mondiale che ha ricevuto almeno una dose di vaccino, con oltre 5,5 miliardi di dosi somministrate, l’atrocità della sperequazione si riassume nel dato analogo per i paesi oppressi dall’imperialismo: meno del 2%. Contro il 65% dell’UE e il 54% del Nord America; prodighi di dichiarazioni di principio e avidi nei fatti ad accaparrarsi i vaccini sul “mercato”.

UNA STRATEGIA INTEGRATA CONTRO LA COVID-19

Misure come la sospensione delle licenze dei brevetti sarebbero dunque fondamentali per un’uscita quanto più veloce possibile dalla pandemia, così come lo diventano in prospettiva la ricerca ed il potenziamento della sanità pubblica, che consentirebbe agli stati di non dipendere dalle multinazionali del farmaco e che si profila come aspetto strategico necessario alla stessa infrastruttura economico-produttiva. Da questo punto di vista, Cuba, che è un paese piccolo ma socialista – differenza qualitativa non trascurabile – sotto embargo e continuamente boicottato dal blocco imperialista statunitense, ci dimostra come una soluzione del genere sia non solo possibile ma di gran lunga più efficace, data la capacità che ha avuto di brevettare, produrre e distribuire almeno sul proprio territorio vaccini integralmente pubblici e di promuovere la collaborazione per la produzione di vaccini in altri paesi. Anche questo a dimostrazione della superiorità strategica dei paesi con persistenti elementi di socialismo nell’affrontare le minacce pandemiche. Tutto ciò conferma e rafforza in noi la granitica certezza che l’umanità ha un futuro solo nell’organizzazione socialista della società.

I vaccini rappresentano dunque, sotto l’aspetto sanitario, l’architrave di una strategia integrata che coniuga medicina territoriale (che a differenza dell’ideologia anti-vaccinista, non contrappone ad essa la vaccinazione di massa), tracciamento, prevenzione e ricerca pubblica.

Sul fronte del tracciamento, diventa indispensabile la gratuità dei tamponi, degli esami degli anticorpi e di tutte le analisi finalizzate al contrasto della COVID-19.

IL “GREEN PASS” E L’OBBLIGO DI LEGGE

In una situazione di isteria collettiva, una misura contingente e temporanea come il “Green Pass” diventa l’immaginaria linea gotica che divide due schieramenti contrapposti. La polarizzazione che ne consegue configura nella sostanza un’ennesima arma di distrazione di massa.

Si tratta di un provvedimento contraddittorio che rientra perfettamente nel quadro delle mezze misure, dove le forze politiche non hanno il coraggio di imporre l’obbligo vaccinale. Dunque, ci troviamo davanti ad una politica che non decide ma scarica le proprie responsabilità sulla popolazione aprendo una frattura tra i lavoratori. Benché la vaccinazione stia riscuotendo una larghissima adesione, vi sono settori con un numero significativo di lavoratori ancora scettici, che rischiano di pagare il prezzo più alto in termini sia di salute sia di provvedimenti conseguenti alla mancata vaccinazione.

Le conseguenze pratiche di questa (non) scelta sono ambivalenti: se da un lato questo strumento incentiva la vaccinazione di massa, dall’altro crea la pericolosissima illusione di isole “Covid-free”, che purtroppo nella realtà ancora non possono esistere.

La soluzione più avanzata sarebbe quella di convincere la parte ancora disorientata della popolazione a vaccinarsi attraverso una comunicazione seria ed efficace: al momento riscontriamo come questa prospettiva sia molto lontana e che la scelta del governo sia orientata ad una estensione di un obbligo di fatto ma non giuridico.

SCIOPERO GENERALE DELL’11 OTTOBRE 2021

Riteniamo fondamentale questo appuntamento, che deve mantenere come aspetto centrale la lotta contro i licenziamenti e non quella contro il “Green Pass”, che certamente Confindustria sta cercando di utilizzare a proprio vantaggio, esattamente come la borghesia ed i suoi governi hanno sempre fatto per ogni evento della storia umana e per ogni suo provvedimento consequenziale. Tuttavia, ribadiamo come il tema centrale dello scontro tra capitale e lavoro in questa fase sia quello dei licenziamenti, che dopo il pesantissimo assaggio di questi mesi (come mostrano i casi della Whirlpool e della GKN su tutti), verrà fuori in tutta la sua drammaticità una volta concluso il periodo di cassa integrazione.

Oltre alla lotta contro lo sblocco dei licenziamenti, è fondamentale un impegno massiccio delle organizzazioni sindacali per garantire le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, con il rispetto rigoroso dei protocolli anti-Covid-19 e nei trasporti pubblici, fondamentali per il raggiungimento del posto di lavoro e di studio e che necessariamente devono essere potenziati, oltre all’investimento nella sicurezza e sulle condizioni di lavoro nel settore pubblico (in particolare sanità, scuola e università) e nella ricerca. Non possiamo dimenticare i 621 lavoratori contagiati sul posto di lavoro, morti causa Covid nei primi mesi del 2021, ovvero morti per infortunio sul lavoro, come da relativa richiesta agli enti previdenziali.

IN CONCLUSIONE

Consideriamo che la pandemia da Covid-19 ha messo definitivamente a nudo la crisi del capitalismo e l’incapacità della borghesia di governare il mondo; evidenza che emerge con forza ancora maggiore in presenza di eventi avversi come la pandemia (che alcuni preferiscono definire come ‘sindemia’, sottolineando la sovrapposizione di aspetti naturali ad altri di tipo sistemico).

– Denunciamo gli effetti tossici di un’informazione interessata solo ai click e non alla salute pubblica.

– Condanniamo la gestione disastrosa della pandemia da parte di una classe politica per niente autorevole ed incapace di indirizzare una comunicazione chiara ed efficace.

– Esprimiamo tutta la nostra preoccupazione per il disegno reazionario della componente maggioritaria degli anti-vaccinisti per principio ideologico ed il nostro disappunto e disaccordo con quelle componenti progressiste e comuniste che aderiscono e si accodano alle loro campagne, condividendo piazze e parole d’ordine con neocons e neofascisti dichiarati.

– Rivendichiamo a gran voce la necessità della vaccinazione di massa in tempi rapidi nei paesi oppressi dall’imperialismo, il riconoscimento di tutti i vaccini smarcandosi dai giochi geopolitici, la sospensione delle licenze brevettuali, la gratuità dei tamponi e di tutti gli esami utili per il contrasto alla Covid-19, nonché il massiccio finanziamento alla ricerca pubblica valutando le possibilità della produzione di vaccini pubblici seguendo l’esempio di Cuba.

– Riteniamo che il “Green Pass” sia una mezza misura che scarica le responsabilità sui cittadini, incentiva la vaccinazione ma crea la pericolosissima illusione di luoghi “Covid-free”. Ogni cosa sotto il cielo ha la sua ora ed è giunto il momento del superamento delle fin troppo spesso ipocrite “mezze misure”.

– Chiamiamo le lavoratrici e i lavoratori allo sciopero generale dell’11 Ottobre 2021, contro lo sblocco dei licenziamenti, per adeguate misure di contrasto alla Covid-19 nei luoghi di lavoro, nelle scuole e sui mezzi di trasporto pubblici.

– Facciamo appello alle compagne ed ai compagni, oggi presenti come noi in differenti ambiti o gruppi organizzati, a sostenere apertamente una battaglia di chiarezza oggi necessaria al fine di uscire dall’emergenza e dalle nebbie della polarizzazione controllata, ricostruire una autonomia politica ed ideologica e aprire nuove prospettive di trasformazione rivoluzionaria.

Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini”
Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

8 settembre 2021

Fonte: https://albainformazione.wordpress.com/2021/09/09/24358/

LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

“Eretico Futuro: Per una storia di una sinistra che verrà”- Un libro di Valentino Filippetti

E’ stato presentato ieri a Roma, il libro di Valentino Filippetti “Eretico Futuro, per una storia della sinistra che verrà”. Proponiamo di seguito la prefazione al volume, di Gianfranco Nappi, la premessa dell’autore e l’indice del libro che può essere acquistato on line al seguente link: https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/eretico-futuro/

Prefazione, di Gianfranco Nappi

Debbo un ringraziamento a Valentino Filippetti. In primo luogo per il quadro che emerge da questa “raccolta di materiali” che attraversano un tempo lungo, dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso a oggi, e attraversano anche, esistenzialmente, il cammino stesso del progressivo fallimento di tutte le diverse risposte che dalla fine dell’89 sono state date alla crisi della sinistra.

La cosa che emerge intanto è la voglia del curatore-autore di non fermarsi nella ricerca, di andare sempre avanti, nei modi e nelle forme in cui le circostanze e i processi hanno consentito di farlo; di provare a non smettere di cercare.

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Ecco, Valentino è un “cercatore permanente”, curioso e aperto al nuovo.

E qui c’è il secondo tratto di questa sua esperienza: ovunque collocato, in qualunque partito o movimento attraversato, Valentino ha provato sempre a far incontrare le ragioni della sinistra e del suo farsi con le contraddizioni più forti e nuove aperte nel cammino della società e del suo sviluppo: non l’assunzione del “nuovo” come terreno di subalternità ma come, invece, ineludibile e prioritaria sfida per qualunque pensiero che voglia continuare a dirsi “critico”, che non faccia risalire all’89 una sorta di fine della storia e di impossibilità per nuove e grandi narrazioni e, dunque, all’introiezione della realtà data come immodificabile con il suo capitalismo contemporaneo (finanziario; o delle piattaforme; o cognitivo; o della sorveglianza; o a buon mercato… per come lo si voglia definire), diventato “Ragione del Mondo” per dirla con due acuti studiosi francesi.

Mi viene subito qui da dire, guardando a due delle più grandi sfide aperte in questo tumultuoso e incerto tempo nostro, pandemia e cambiamenti climatici: come ti ci misuri senza il coraggio di una grande e nuova visione di insieme?

Senza nutrire il tuo agire di un nuovo senso?

È vero esattamente il contrario di quel che si dice oggi e che si è detto come segno prevalente della deriva della sinistra: e cioè, se vuoi attraversare questo tempo da attore e non da spettatore passivo, è di un nuovo orizzonte di senso che hai bisogno.

A una nuova visione critica, capace di nutrirsi anche di nuove forme del proprio agire sociale e politico capaci di rompere ogni centralismo burocratico e di assumere come costitutivo proprio il valore straordinario delle differenze, delle diversità, sono dischiuse oggi possibilità, sembra un paradosso, che mai prima d’ora si presentavano come possibili.

Nella sua traiettoria di sviluppo il capitalismo della rete ha “dovuto” mettere in contatto individui ed esperienze, su scala globale: questo era necessario per sussumere, tendenzialmente, tutte le vite in un meccanismo di estrazione di valore ma, per fare questo, esso ha dovuto abbattere barriere prima inimmaginabili, ha dovuto sollecitare l’intelligenza e la cultura di ogni singolo individuo e deve pagare lo scotto che individui posti in relazione tra di loro maturino nuovi bisogni e nuove esigenze di socialità.

Immaginare un individuo cooperante (per dirla con il saggio di Valentino e Alessandro Genovesi), o l’affermarsi di un lavoro operoso (sempre qui Sergio Bellucci).

Qui c’è la contraddizione che in uno degli ultimi contributi di Valentino viene descritta in modo netto: «Il paradosso fondamentale dei nostri tempi è che proprio la forza dirompente della modernità – il capitalismo – sta diventando la forza che trattiene».

Classico terreno marxiano di analisi questo: lo sviluppo delle forze produttive ha raggiunto un punto tale che negli attuali assetti dei rapporti di produzione, esse non riescono più ad espandersi e, per farlo, si richiede che appunto quei rapporti di produzione vengano messi in discussione.

Le possibilità di affrontare e risolvere problemi antichi dell’umanità; di mettere a frutto le innovazioni e la inusitata capacità di calcolo per costruire società più giuste; per programmare e pianificare le scelte della società in modo partecipato e oculato; per assicurare universalmente la salute; per immaginare una idea dello sviluppo che smetta di divorare il Pianeta e la sua vita ecco, queste possibilità non sono mai state tanto ampie quanto oggi.

Ma per affermarsi richiedono appunto che si forzino limiti e vincoli attuali della gabbia mercantile.

E del resto, a ben vedere, sia sul piano di tante esperienze di movimento come su quello dell’organizzazione della vita sociale, come nel campo dell’autoproduzione o del consumo critico così come in quello del volontariato e dell’esperienza del “dono” o in quello di nuclei di studio, di approfondimento, di diffusione di saperi e conoscenze interconnessi, le esperienze sottratte al dominio mercantile sono tante e in crescita.

Ma mentre matura tutto questo poi non ritrovi una sinistra capace di agire su questa grande contraddizione, di far diventare una nuova visione pratica quotidiana capace di costruire nuovi livelli di senso comune e di protagonismo diffuso nella società.

Il tema è globale ovviamente, come globale è la sfida.

Ma senza costruire risposte nuove a questa contraddizione politica e sociale al tempo stesso, è immaginabile certo 9che dalla crisi attuale del capitalismo, dal suo punto limite raggiunto, si esca con esiti generalmente regressivi.

E anche qui da Valentino viene una domanda centrale, urgente oggi più di ieri, in un altro degli articoli recenti qui ripubblicati: “ciò che manca è l’organizzazione di una risposta politica adeguata che vada a toccare il punto più alto dello sviluppo della nostra società”.

Qui si aprirebbe tutto un altro discorso, parte non di questo lavoro e di sicuro non di questa introduzione.

E qui siamo al nostro de te fabula narratur e ho qui un ultimo motivo per ringraziare Valentino.

Questo lavoro di “raccolta di materiali” mi ha spinto a ripercorrere quell’itinerario politico e umano che lui ci propone e che in larga misura, almeno fino al 2000, ho condiviso.

Non è che avessimo visto giusto su tutto o avessimo elaborato soluzioni organiche ai problemi sul tappeto.

Certo è che avevamo lavorato su una delle frontiere più avanzate per ogni ipotesi di politica di trasformazione, avevamo individuato per questa via alcuni nodi di fondo che imponevano/consentivano uno scarto, una rottura di analisi e di scelte per cogliere i cambiamenti e per far vivere una tensione critica innovata.

Abbiamo provato a coltivare una attitudine oltreché ad elaborare proposte – di analisi, programmatiche o legislative – con una densità che davvero impressiona.

L’attitudine è quella di non rinunciare a osare e a cercare un punto di vista autonomo e critico.

Forse dalla crisi della sinistra, in tutte le varianti politiche organizzate che essa è venuta assumendo, si potrà uscire prima e meglio proprio se si saprà coltivare attitudini simili.

E questo è un dato della nostra esperienza che rimane.


Premessa

Da dove viene la sconfitta del movimento operaio

di Valentino Filippetti

Spesso ci chiediamo dove la sinistra abbia sbagliato o quanto meno quando abbia perso i contatti con la realtà.

Ma forse dovremmo chiederci perché la destra sia arrivata prima a capire e ad interpretare quello che stava succedendo.

Ovvero le questioni della conoscenza, della classe dirigente, delle esperienze.

Nella mia navigazione ci sono stati alcuni incontri con persone e pubblicazioni che hanno contribuito a maturare una visione della società e dell’impegno politico profondamente diversi da quelli vissuti in gioventù. Sicuramente l’esperienza più proficua è stata con il gruppo che si formò attorno al Dipartimento comunicazione di Rifondazione comunista del quale facevano parte Gianfranco Nappi, Roberto Di Matteo, Michele Mezza (con i quali la collaborazione continuò nei Comunisti unitari in MediaEvo e NetWork).

La prima citazione riguarda i lavori dell’Ufficio di Ricerca Scientifica e di Sviluppo del Governo degli Stati Uniti d’America diretto da Vannuvar Bush che operò a metà degli anni Quaranta del secolo scorso.

A mio avviso lì si gettarono le basi che hanno permesso agli Americani di vincere la sfida che si stava profilando alla fine della seconda guerra mondiale con il nuovo protagonista della scena mondiale: l’Unione Sovietica.

Questo gruppo di intellettuali e tecnici capì che si doveva trovare una soluzione alla forza del movimento operaio.

Una forza che contava perché era parte fondamentale della produzione industriale di stampo taylorista e grazie al movimento socialista era diventata potenza.

Quaranta anni di studi e ricerche che hanno creato le premesse per rendere inoffensivo politicamente il ruolo dei lavoratori della grande industria.

Qui pubblichiamo una lettera di Vannuvar al presidente Roosevelt che segnala l’avvio di questo lavoro.

L’epilogo di questa vicenda ce la racconta un’intervista di Michele Mezza a Nikolaj Ivanovič Ryžkov, Primo Ministro dell’URSS dal 1985 al 1987. Ryžkov racconta che Andropov appena nominato Segretario Generale del PCUS riunisce nel 1982 un gruppo di giovani dirigenti sovietici (Ryžkov,

Licaciev, Aliev, Agambengyan, e Gorbaciov) e gli racconta che nel 1975 aveva fatto un rapporto a Breznev dicendo che in America “aveva preso avvio un nuovo modello di sviluppo economico basato su una forte automazione delle attività cognitive, grazie alla diffusione del computer individuale”.

Andropov guardando il calendario fece notare che erano passati sette anni e che quindi ormai la battaglia era persa. Si trattava di trasformare la sconfitta in una ritirata strategica.

Come sappiamo non fu una ritirata ma vero e proprio rompete le righe.

La rottura dei vecchi equilibri unita alla forza delle nuove tecnologie ci ha dato un mondo “globalizzato” dove è cresciuto a dismisura il peso e l’influenza di pochi gruppi economici e di potere che hanno abbandonato qualsiasi cautela e riserva pur di ottenere quello che volevano, fino ad organizzare colpi di Stato e alimentare guerre in tutto il pianeta.

Questo processo ha avuto un’accelerazione enorme dalla rivoluzione informatica e digitale.

Abbiamo conosciuto cosi la globalizzazione, animata e sostenuta dall’idea che tutti potevano fare tutto: viaggiare, arricchirsi, dominare la natura e alterare la vita stessa.

La sinistra in gran parte è stata risucchiata in questo gorgo o ha risposto con un armamentario ideologico e pratiche politiche ormai superate.

Le poche occasioni in cui si sono squarciate le nubi come con il convegno di Rinascita del 1962 sulle Nuove Tendenze del Capitalismo, o dalle esplosioni del 1977 o al G8 di Genova sono state censurate o represse.

Altro incontro importante è quello con Christian Marazzi un economista che con il suo al posto dei calzini è tra i primi a metà degli anni Settanta a cogliere il cambiamento profondo in atto.

Con Sergio Bellucci ho scoperto la portata del digitale e soprattutto come è cambiato il lavoro nella situazione attuale. Il suo concetto di lavoro implicito ha introdotto un approccio completamente diverso creando le premesse per uscire dalle secche in cui è arenato il movimento sindacale.

E per finire un intervento di Luca Cangeni che immagina un nuovo blocco politico militare come emerge dal documento Asymetric Competition: A Strategy for China & Tecnology Actionable Isights for American Leadership.

Questi “incontri” sono avvenuti mentre mi sono trovato a lavorare in diversi partiti di sinistra o centro sinistra, da Rifondazione comunista ai Comunisti Unitari, dai Democratici di Sinistra al Pd e per finire a Patria e Costituzione.

Pubblico documenti e incontri a cui ho partecipato direttamente e che per me hanno rappresentato una serie di occasioni mancate.

Non si può dire che nessuno avesse capito cosa stava accadendo, come cambiava la società e la politica. Le due vicende più eclatanti sono state l’abbandono di Bertinotti e del Manifesto del progetto di tv digitale e satellitare per realizzare il quale fu costituita la società Compagnia Multimediale spa e la liquidazione dell’associazione Tematica e Telematica dei Ds NETWORK che nei contenuti e nel modo di funzionare anticipava di venti anni il fenomeno Cinque Stelle.

Proprio oggi che siamo a un tornante decisivo dove avanza una transizione e il vecchio potere è messo in discussione, ma senza che si delinei il nuovo ponte di comando, può essere utile ripercorrere queste esperienze.


Indice del libro:

Prefazione di Gianfranco Nappi

Premessa: Da dove viene la sconfitta del movimento operaio, di Valentino Filippetti

Le letture

Lettera di Vannuvar a Roosevelt

Intervista di Mezza a Ryzkov

Le azioni del linguaggio, di Christian Marazzi

Digitale e lavoro: taylorismo digitale, lavoro implicito e lavoro operoso, di Sergio Bellucci

Un blocco imperialista digitale? di Luca Cangemi

Gli scritti

Il futuro non va inseguito, va immaginato. di Valentino Filippetti

Una “rete sociale”. di Valentino Filippetti

L’individuo cooperante. di Alessandro Genovesi e Valentino Filippetti

Il futuro del lavoro nel tempo della metrica giapponese, di Valentino Filippetti

Pecunia viro, no vir Pecunia, di Valentino Filippetti

Il mondo in transizione, di Valentino Filippetti

Le esperienze

Partito della Rifondazione comunista

Per stare “in linea” con il partito

Festa Nazionale di Liberazione sulla informazione e sulla comunicazione

Un progetto per i mezzi di comunicazione di massa del Prc

BBS per un giorno

No Fun BBS

Sulle spalle di Gulliver

1° Conferenza Nazionale sulle Comunicazioni Multimediali

Apocalypse Now?

CMM Compagnia Multimediale

Comunisti Unitari

Comunicato stampa

La Rete Democratica

La sinistra nella rete, di Pietro Ingrao

MediAterraneo

Media Evo

Democratici di Sinistra

Più megabit per tutti

Innovazione, di Cesare Massarenti

Quelli di NetWork e le loro proposte per una nuova sinistra, di Valentino Filippetti

Più sapere per tutti, di Valentino Filippetti

Il “netWork” di approfondimento sulla “internet-economy”, di Valentino Filippetti

Nasce l’Osservatorio per l’innovazione

Il futuro non va inseguito, va progettato

Il contratto c’è, ma non per tutti

Analisi delle realtà e delle tendenze dell’informazione regionale digitale

Partito democratico

Un Sincronizzatore Comunicativo per il Partito Duttile, di Valentino Filippetti

All’Eremito Digital De Tox, di Valentino Filippetti

iOlive, un’app per scoprire l’olio, di Valentino Filippetti

Da Radio Galena a Fab Lab Radio, di Valentino Filippetti

X10 Pathology per l’analisi del sangue, di Valentino Filippetti

Showroom 2.0: la concessionaria del futuro, di Valentino Filippetti

L’innovativa app per il corteo storico di Orvieto, di Valentino Filippetti

OLO sbanca con il crowdfunding, di Valentino Filippetti

Vetrya debutta in borsa a Milano. un caso di scuola per la collaborazione pubblico-privato.

To Be srl, alla velocità della luce, di Valentino Filippetti

Social FabLab

Acceleriamo il futuro

Istituto Istruzione superiore e Scientifico tecnico

Eretico Futuro

Eretici nel segno dello sviluppo

Creatività produttiva e pensiero digitale: Orvieto è la capitale, di Davide Pompei

XVII Congresso Nazionale Lega delle Autonomie

Transizione possibile

Patria e Costituzione

Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione – 2019

Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione – 2020, intervento di Valentino Filippetti

II Edizione della scuola estiva di formazione politica. Seminario II “Il nuovo disordine globale”

Ali Umbria propone il webinar “Immuni, un’App di cittadinanza”, di Andrea Crisanti e Michele Mezza

Le occasioni perdute

Soviet e diffidenza. La retrotopia malattia digitale della sinistra, di Michele Mezza

L’occasione perduta dell’associazione NetWork, di Valentino Filippetti

Il tempo di Galileo Galilei

Il tempo di Alì Rashid

Per una carta della civiltà e del benessere tecnologico, di Valentino Filippetti

Il libro è acquistabile on line al link: https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/eretico-futuro/

A 10 anni dai referendum sull’acqua pubblica tutto è rimasto come prima, salvo le tariffe e gli utili delle multinazionali.

Occorre passare dalla società del profitto a quella della cura

di Andrea Vento

A 10 anni dalla storica vittoria nei referendum dell’11 e 12 giugno 2011, che aveva decretato la sottrazione della gestione del servizio idrico integrato alla logica di mercato con ritorno in mano pubblica, il comitato di San Giuliano Terme (Pisa) per l’Acqua Pubblica, ritiene doveroso riportare all’attenzione della comunità locale e nazionale il fatto che la schiacciante volontà popolare uscita dalle urne non ha trovato praticamente alcuna applicazione, salvo rari casi come a Napoli. Addirittura, dal dicembre 2020 l’acqua viene quotata in borsa, e come qualsiasi altro prodotto finanziario è divenuta oggetto di investimenti e speculazioni.

Un lacerante vulnus nel tessuto democratico del paese che ha ulteriormente ampliato la distanza fra le masse popolari, impoverite dagli effetti delle politiche neoliberiste e delle crisi sistemiche del capitalismo globalizzato, e il ceto politico, sempre più autoreferenziale e genuflesso agli interessi dei potentati economici e finanziari, che necessita di essere ricucito attraverso il riposizionamento delle politiche sui Beni Comuni al centro dell’agenda politica.

Paolo Carsetti, coordinatore del Forum dei movimenti per l’acqua, rivela come in Italia “negli ultimi 10 anni le tariffe del servizio idrico integrato sono aumentate di oltre il 90%, a fronte di un incremento del costo della vita del solo 15%, secondo la CGIA di Mestre. Se analizziamo i bilanci delle quattro multiutility (aziende di  forniture di servizi alla collettività, una volta pubblici n.dr.) quotate in borsa che gestiscono anche l’acqua – A2a, Acea, Hera e Riren – rileviamo come fra il 2010 e il 2016 dal 58% dell’impatto degli investimenti sul margine operativo lordo si è scesi al 40%. Evidentemente l’aumento degli investimenti assicurato non è avvenuto. E di tutti gli utili prodotti da queste quattro società, oltre il 91% sono stati distribuiti come dividendi“.

I fondi del PNNR, a nostro avviso, devono essere impiegati, rimediando al tempo sin qui sprecato a causa dell’inerzia politica, per implementare un piano nazionale di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, al fine di sottrarre al profitto privato e riportare in mano pubblica ciò che costituisce un diritto universale dell’uomo, come sancito dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu 64/292. Quest’ultima riconosce l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari come un diritto umano universale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti fondamentali della persona, rendendo la gestione privata, finalizzata alla massimizzazione del profitto con elevate tariffe e scarsi investimenti nella rete infrastrutturale (che infatti perde a livello nazionale il 40% dell’acqua immessa), inconciliabile non solo con principi dei Beni Comuni, ma anche con il diritto internazionale, non che con la sostenibilità ambientale e sociale.

Occorre rivitalizzare questa lotta di civiltà, per il rispetto della volontà popolare, per la centralità dei Beni Comuni in ambito economico e sociale e per lo sviluppo della Società della cura, in antitesi con quella dell’individualismo, del profitto sfrenato e delle devastazioni ambientali.

Il Comitato di San Giuliano Terme per l’Acqua Pubblica

Acque Spa e le amministrazioni comunali dell’ex Ato 2 non rispettano gli esiti dei referendum del 2011 e invece di procedere con la ripubblicizzazione della gestione applicano continui aumenti

In Toscana il servizio idrico integrato (composto da 3 voci di spesa: fornitura d’acqua, fognatura e depurazione) negli ultimi 30 anni, per effetto delle politiche neoliberiste di privatizzazione, ha subito una radicale trasformazione, passando da una fornitura, con basse tariffe, erogata direttamente dalle amministrazioni comunali alla gestione da parte di aziende municipalizzate per poi essere assegnato, a partire dal 2002, a società a capitale misto, pubblico-privato. Lo statuto di queste ultime, pur riservando la nomina della presidenza alla parte pubblica, in genere un politico locale non rieletto, prevedono un amministratore delegato (management) espressione della componente privata (tabella 6), il quale sino ad oggi ha improntato le linee aziendali all’insegna della massimizzazione del profitto, aumentando le tariffe e riducendo al minimo gli investimenti nelle reti di trasporto e distribuzione. Acquedotti toscani che, pertanto, risultano in grave stato di criticità a causa di scarsi interventi di manutenzione straordinaria da parte delle società di gestione, come confermano i dati contenuti nella Tavola 1.5 del rapporto Istat “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia“ del dicembre 20191 dai quali emerge come in Toscana le perdite delle reti idriche nel 2015 ammontavano a ben 43,4%, valore non solo superiore alla media nazionale di 41,4% ma, addirittura, in aumento del 4,8% rispetto al 2012.

Per toccare con mano l’impatto dell’aumento dei costi della fornitura idrica integrata sulle casse delle famiglie abbiamo effettuato uno studio sull’entità delle tariffe e delle fasce di consumo fissate dai 2 gestori nel corso degli ultimi 20 anni nei comuni del Basso val d’Arno. Nella tabella 1 riportiamo inizialmente le tariffe applicate, per la sola fornitura idrica, nell’anno 2001 dalla società Gea Spa, a completo controllo pubblico, e, successivamente, quelle di Acque Spa, società mista pubblico-privato, fra il 2002 e il 2013, mentre nella penultima riga troviamo gli esorbitanti aumenti percentuali intercorsi fra il 2001 e il 2013. Nell’ultima, invece, sono riportati gli incrementi registrati fra il 2011 e il 2013, vale a dire nel periodo successivo all’effettuazione dei Referendum del giugno 2011, i cui risultati disponevano, oltre al ritorno del servizio in mano pubblica, anche l’eliminazione della remunerazione del capitale investito dai privati. Acque Spa e i Sindaci dell’ex Ato 2, non solo hanno disatteso la volontà popolare non attuando la cancellazione della rendita del 7%, ma hanno, addirittura, continuato ad aumentare in modo arbitrario le tariffe.

Tabella 1: tariffe della ‘sola fornitura idrica’ per le utenze domestiche 1 (residenti) fra 2001 e 2013



Tariffe in euro della ‘sola fornitura idrica’ per le utenze domestiche 1 periodo 2001-2013
PeriodoGestoreTariffa agevolata al mc (0-80)Tariffa base al mc (81-200)Tariffa I eccedenza al mc (201-300)Tariffa II eccedenza al mc (oltre 300)Quota fissa annua
2001GEA Spa0,1560,3750,6251,2512,784
2002Acque Spa0,5140,6860,9321,11915,493
2006Acque Spa0.6760,9021,2251,47020.358
2009Acque Spa0,8671,1571,5731,88826,395
2011Acque Spa0,9841,3131,7842,14129,891
2012Acque Spa1,0501,4001,9002,2836,09
2013Acque Spa1,1161,4892,0242,42838,44


Aumento 2001-2013
615,38%297,06%223,84%94,08%1.280,74%


Aumento 2011-2013
11.34%13,40%11,34%11,34%12,87%

Tabella 2: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2013



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2013
TariffeAcquedottoFognaturaDepurazioneTotale al mc
Agevolata (mc 0-80)1,1160,1430,5611,821
Base (mc 81-200)1,4890,1910,7482,429
I eccedenza (mc 201-300))2,0240,2601,0183,302
II eccedenza (mc oltre 300)2,4280,3121,2213,962
Quota fissa38,44

Procedendo all’analisi degli importi dell’intera fornitura comprensivi, oltre che dell’acquedotto, anche della fognatura e dello smaltimento, rileviamo come nell’anno 2013 le tariffe raggiungano cifre molto elevate comprese fra 1,821 della fascia agevolata ed i 3,962 euro/mc dell’eccedenza II, alle quali va aggiunta la quota fissa di 38,44 euro annui. A tal proposito, è opportuno rilevare come l’elevata quota fissa finisca per gravare in modo iniquo sulle utenze mono o bi-personali con consumi contenuti (es. pensionati), aumentandone in modo sensibile gli importi delle fatture.

Ulteriori aumenti delle tariffe si sono verificati anche nel 2016 e nel 2017 (tabelle 3 e 4) in contemporanea con la rimodulazione delle fasce di consumo, combinato disposto che va a penalizzare la quasi totalità degli utenti. In quale famiglia in Italia si consuma infatti meno di 30 mc all’anno? Riducendo la fascia di consumi soggetta a tariffa agevolata a soli 30 mc/annui si va a colpire nuovamente le famiglie con uno o due compenti, alle quali viene così applicata in prevalenza la tariffa base. Ugualmente subiscono pesanti aumenti le utenze con i consumi più usuali, vale a dire quelle delle famiglie di 3-4 persone che consumano in media fra 100 e 200 mc annui e che passano da una tariffa di 2,429 euro/mc del 2013 a 3,613 nel 2017.

Tabella 3: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2016



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2016


Tariffe
AcquedottoFognaturaDepurazioneTotale al mc
Agevolata da 0 a 30 mc0,2130,2210,8641,298
Base da 30 a 90 mc1,6380,2210,8642,723
I eccedenza da 90 a 200 mc2,3230,2210,8643,408
II eccedenza oltre 200 mc2,4630,2210,8643,548
Quota fissa38,44

Tabella 4: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2017



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2017
Tariffe

Acquedotto


Fognatura


Depurazione
Totale al mc
Agevolata da 0 a 30 mc0,2260,2340,9161,376
Base da 30 a 90 mc1,7360,2340,9162,886
I eccedenza da 90 a 200 mc2,4630,2340,9163,613
II eccedenza oltre 200 mc3,4610,2340,9164,611
Quota fissa56,35

L’essere in presenza di una strategia aziendale ispirata dalla logica del profitto si evince chiaramente non solo dall’analisi delle tariffe ma anche dalla rimodulazione delle fasce di consumo, attuata ben due volte nell’ultimo quinquennio, entrambe tese a penalizzare le utenze con consumi più bassi, i pensionati ed i settori sociali più fragili, e chi ha comportamenti virtuosi orientati alla riduzione dell’utilizzo della risorsa idrica.

Lo studio effettuato sul periodo 2001-2020 mette in risalto i seguenti aspetti delle politiche tariffarie di Acque Spa, oltre a quello di un generale vertiginoso trend rialzista:

1) un tendenziale restringimento dell’entità della fascia di consumo soggetta a tariffa agevolata che si riduce fra il 2001 e il 2017 da 80 a 30 mc con importo del solo acquedotto che passa da 0,156 a 0,226 euro/mc con doppia penalizzazione per i consumi scarsi.

2) fra il 2017 e il 2020 la fascia di consumo più bassa viene innalzata a 55 mc, tuttavia, conun aggravio dei costi in quanto, al contempo, la tariffa agevolata aumenta di circa 4 volte, da 0,226 euro/mc a 0,942, andando a incidere ulteriormente su chi consuma poco come gli anziani (tab. 5)

3) le fasce di consumo sono state ridotte da 4 a 3 negli ultimi 2 anni con conseguente ridefinizione delle tariffe e aggravio per la bassa e la media, nelle quali il costo totale della fornitura passa rispettivamente, fra il 2017 e il 2020, da 1,376 a 2,190 euro/mc e da 2,886 a 3,133; mentre per le fascia di eccedenza, che dalla soglia di 200mc scende a 135, si riduce da 4,611 a 4,293 euro/mc,

Tabella 5: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2020



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2020


Tariffe


Acquedotto


Fognatura


Depurazione
Totale al mc
Agevolata da 0 a 55 mc0,9420,2540,9942,190
Base da 56 a 135 mc1,8850,2540,9943,133
Eccedenza oltre 135 mc3,0450,2540,9944,293
Quota fissa61,17

Lo studio della dinamica tariffaria e delle fasce di consumo, dell’ultimo ventennio, dell’ex Ato 2 della Toscana, dal 2015 Conferenza Territoriale 2, e paradigmatico per l’intera regione, conferma come il modello misto pubblico-privato comporti penalizzazioni per i cittadini e lauti profitti per il gestore monopolista, oculato negli investimenti nelle reti e vessatorio nella determinazione delle tariffe, in questa regione le più alte in assoluto a livello nazionale. Come riporta, fra le varie, anche una agenzia Adnkronos del 12 giugno 20202 Nel 2019 una famiglia italiana ha speso in media 434 euro per il servizio idrico integrato e la regione più cara è la Toscana. […] con una spesa media annua di 688 euro, seguita Umbria (531 euro), Marche (527 euro) ed Emilia Romagna (511 euro)”.

L’attuale composizione societaria di Acque Spa annovera in qualità di partecipazione privata la società Adab Spa, raggruppamento comprendente le società Acea SpA (ex municipalizzata del comune di Roma evolutasi in multinazionale delle utilities), Suez Italia SpA (divisione italiana dell’omonima multinazionale franco-belga che a sua volta controlla il 23,3% del capitale di Acea), Vianini Lavori SpA (società controllata dalla holding Caltagirone SpA) e CTC (Consorzio Toscano Cooperative) Società Cooperativa la cui attività risulta la “Costruzione di edifici residenziali e non residenziali”. Dall’analisi degli obiettivi societari emerge come la mission del capitale privato in Acque Spa, ad eccezione di Suez, esuli dal core business aziendale, che come riporta lo stesso sito della società “è quella di garantire l’accesso, la qualità e la continuità del servizio in tutto il territorio di competenza”3, ma sia invece orientato verso il settore delle costruzioni. Pertanto, risulta evidente come il capitale privato di Acque Spa abbia come fine esclusivo il conseguimento di sicuri e ingenti profitti in un contesto privilegiato come quello del regime monopolistico. Utili, peraltro, ricavati a detrimento della qualità del servizio, sempre più penalizzante per l’utenza come testimoniano, fra le tante, le tariffe in costante aumento, le fasce di consumi rimodulate a danno dei cittadini, le ingenti perdite delle reti, un eccesso di burocrazia nelle pratiche e atteggiamenti vessatori di vario genere, come ad esempio avviene in caso di disdetta della fornitura idrica con l’automatica rimozione del contatore costringendo, in caso di riattivazione ad una nuova installazione dello stesso con spese aggiuntive di circa 80 euro.

Alla luce di quanto emerso dal nostro studio, al fine di migliorare la qualità del servizio, di contenere le tariffe, di aumentare gli investimenti nelle reti e di garantire alla cittadinanza un diritto essenziale per la sopravvivenza umana, risulta imprescindibile rispettare i risultati emersi dai Referendum del 2011, riportando sotto controllo pubblico la fornitura idrica integrata, sottraendola agli spasmodici appetiti del capitale. Imprese, quelle in questione, scevre da particolari forme di responsabilità sociale e sempre alla ricerca, grazie alle connivenze politiche, di opportunità di investimento in settori privilegiati in grado di garantire cospicui profitti. Nel caso del modello toscano derivanti sia dall’attività di fornitura del servizio idrico integrato che da un’inaccettabile remunerazione del 7% sul capitale investito nelle infrastrutture.

Eppure, l’esperienza di Napoli, dove il sindaco De Magistris, applicando gli esiti dei referendum, ha riportato sotto controllo pubblico la gestione del servizio idrico con ottimi risultati per i cittadini, sembra indicare l’esatto contrario: nonostante la società ABC (Acqua Bene Comune), creata appositamente allo scopo, abbia introdotto una politica di moderazione tariffaria e abolito la remunerazione del 7% sul capitale investito, riesce a chiudere regolarmente i bilanci in attivo, con gli utili che vanno ad incrementare le entrate comunali.

In qualità di semplici cittadini e a nome di tutti coloro che si recarono in massa alle urne nel giugno 2011 lanciando un preciso segnale agli amministratori locali e al governo sul chiaro orientamento dell’elettorato di sottrarre un diritto inalienabile dell’uomo, come quello dell’accesso all’acqua, allo sfruttamento dei privati, troviamo quantomeno contraddittorio che le amministrazioni comunali dei 55 comuni dell’ex Ato 2, schieratesi all’epoca compatti per il Sì al referendum, continuino a disapplicarne i risultati e a prorogare la concessione della gestione, come avvenuto l’ultima volta il 28 ottobre 2018. In tale occasione, infatti, all’assemblea dell’ AIT (l’Autorità Idrica Toscana, ente pubblico istituito nel dicembre 2011) i sindaci, senza alcun passaggio nei Consigli comunali, hanno proceduto alla ratifica della proroga della concessione del servizio fino al 2031 ad Acque Spa, dopo averla già prolungata dal 2021 al 2026 una prima volta nel 2015.

Una modalità particolare, quella scelta dai 55 sindaci di rispettare i Diritti umani fondamentali, fra i quali l’Assemblea Generale dell’Onu, il 28 luglio 2010, ha inserito anche l’accesso all’acqua potabile e, soprattutto, i principi democratici, intesi come rispetto della volontà popolare.

Tabella 6: incarichi dirigenziali e compensi relativi all’anno 2014 erogati nel 2015

Andrea Vento 9 giugno 2021

NOTE:

1 https://www.istat.it/it/files//2019/10/Utilizzo-e-qualit%C3%A0-della-risorsa-idrica-in-Italia.pdf

2 https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/06/12/acqua-nel-bollette-piu-salate-toscana-piu-cara_5lD2y7Dx7WLZ5zX3398uHO.html?refresh_ce

3 https://www.acque.net/missione

Franco Fracassi: “I misteri di Wuhan”

Il laboratorio militare di Fort Detrick nel Maryland e quello di Wuhan in Cina avevano programmi paralleli, e lavoravano praticamente in simbiosi su esperimenti GOF (guadagno di funzione dei virus). Inoltre, il laboratorio di Wuhan è finanziato ufficialmente dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato USA. Il collegamento di tutto ciò è Anthony Fauci. Queste sono solo alcune delle “sorprese” che vi aspettano in questa intervista a Franco Fracassi.

FONTE: https://www.luogocomune.net/21-medicina-salute/5778-franco-fracassi-i-misteri-di-wuhan

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Pubblichiamo due interventi, il primo di Luciano Neri e il secondo di  Mario Capanna, a sostegno della campagna per l’ istituzione del Parlamento Mondiale, lanciato dal Laboratorio istituito in collaborazione dalle Università della Calabria (Rende-Cosenza) e dall’Università dell’Insubria (Varese) .

“Il Laboratorio per l’istituzione del Parlamento Mondiale nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria e il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria di Varese, e vede impegnati studiosi di diversa formazione (filosofi, storici, scienziati della politica, sociologi, analisti internazionali, economisti, diplomatici, educatori…), non esclusivamente accademici. Inoltre si avvale della collaborazione decisiva di studenti universitari e medi-superiori, attivisti e persone interessate alle possibili risposte politiche, istituzionali e di pensiero che siamo oggi obbligati a ricercare e promuovere di fronte alle criticità che investono l’intero pianeta, alla crisi delle democrazie e al venir meno dell’Onu, dell’impianto istituzionale e di diritto internazionale costruito nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.

Il Laboratorio è al tempo stesso il proseguimento del lavoro svolto per un decennio in seno all’Università della Calabria e portato avanti, tra gli altri, con un questionario che è stato inviato a studenti universitari di 41 Paesi di ogni continente.

Il progetto ha come obbiettivo quello di costituire entro il 2021 il Centro Interuniversitario per l’Istituzione del Parlamento Mondiale del quale possono entrare a far parte a pieno titolo altre sedi universitarie, istituzioni internazionali, associazioni e Centri Studi culturali e politici, oltre a singoli soggetti studiosi e/o attivisti interessati alla costituzione di un Consesso planetario e alla elaborazione di un nuovo pensiero che lo sorregga.

La crisi ambientale su scala planetaria, le sperequazioni sociali ed economiche, la finanza transazionale che divora le istituzioni e la politica, l’indigenza, i conflitti bellici, la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, le migrazioni, il rispetto e la tutela dei diritti in conformità alle Dichiarazioni universali, l’istruzione, lo sviluppo tecnologico etc., sono temi che evidenziano la crisi irreversibile dei modelli e delle istituzioni internazionali precedenti, la crisi delle stesse democrazie, il collasso di un mondo che muore mentre quello nuovo stenta a nascere. L’umanità di oggi si trova in questo interregno nel quale possono concretizzarsi pericoli enormi: dalle guerre su larga scala a degenerazioni climatiche e ambientali irreversibili. Non può esistere, né resistere nel tempo, un potere che mantiene e aumenta la forza coercitiva dopo aver perso legittimità e consenso.

È questo orizzonte dei problemi (abbiamo bisogno di “mondiologhi” diceva lo scrittore Ernesto Sabàto), queste criticità e queste urgenze che motivano la costituzione del Laboratorio per il Parlamento Mondiale, che spingono all’analisi, alla riflessione, allo studio, alla ricerca, alla relazione per far emergere su scala globale istituzioni nuove (come il Parlamento Mondiale), sorrette da un nuovo pensiero. Una proposta che parte dal dato di fatto che nessuna potenza oggi è in grado di costruire e rappresentare il nuovo centro dell’ordine mondiale. Una proposta che vuole avere il rigore e il coraggio di cimentarsi con la complessità di un mondo che, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, inevitabilmente potrà essere solo multilaterale e policentrico.

Da gennaio a maggio 2021 il Laboratorio realizzerà un nuovo sondaggio in sedi universitarie di almeno 100 Paesi del pianeta, ricorrendo alla disponibilità e alla collaborazione di istituzioni pubbliche e private di varia natura: dai Ministeri degli Esteri alle Ambasciate, dai Consolati agli Istituti di Cultura, dalle Università ad Associazioni educative, culturali, sociali e politiche.”

Prof. Romolo Perrotta


 

Per partecipare all’iniziativa sono stati predisposti dei questionari on line in diverse lingue che possono essere compilati ai seguenti indirizzi:

ITALIANO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScPi34g7mz4n7EUby6p3KVbTJEJqeGuDhElKUTS3fOqa7VRbw/viewform?usp=sf_link

SPAGNOLO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc1htERhbF01rUELuUHj7yajy4cIFP9W4wDunoWIlMbpEO6JA/viewform?usp=sf_link

INGLESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSefvIqBiK4ZAtr3hq8CqPgdqEjVMLKK-A0R0b3VLOcEGQlUnw/viewform?usp=sf_link

FRANCESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScZ-2SeJIXFuWlMho1XBXXJ94gXXqqh7SnLIxwv4AbJxxVlMg/viewform?usp=sf_link

TEDESCO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeYkccfHyIOFR7qoudEOiOKxyo9q6U-sb6ugOaeOK5Mii02CA/viewform?usp=sf_link

Per contatti:

Luciano Neri, presidente@cenri.it – Romolo Perrotta, perrottaromolo@gmail.com


 

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Abbiamo bisogno dei mondiologhi

Ernesto Sabato

Da anni oramai, nei diversi continenti e a tutti i livelli, si è sviluppato un dibattito sul tema dell’evaporazione del diritto internazionale e degli organismi deputati a farlo rispettare. Alcuni hanno avanzato la proposta dii un Parlamento Mondiale come risposta possibile ai pericoli che minacciano la Terra. Le emergenze climatiche e ambientali, le guerre in corso e quelle che rischiano di esplodere, il rischio nucleare, la crisi delle democrazie, il collasso dell’Onu, le violazioni sistematiche delle norme del diritto internazionale, il potere incontrollato delle grandi trasnazionali, rendono oggi quella proposta non solo necessaria ma anche più urgente. Una proposta che, comunque la si pensi, è all’altezza della sfida imposta dalle trasformazioni profonde, regressive, con tratti neofeudali, introdotte in questi decenni nel sistema politico, istituzionale, economico e giuridico internazionale. Decenni nei quali sono deflagrati, o maturati nelle loro forme più tragiche e impunite, conflitti devastanti e guerre in quasi tutti i continenti, dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Siria, dallo Yemen alla Somalia, dalla Nigeria all’intero centro Africa. Non ci sono state transizioni democratiche ma decine di colpi di stato, o di tentati: dall’Egitto alla Bolivia, dall’Honduras alla Thailandia, dal Paraguay alla Turchia, dall’Ucraina alla Birmania. Oltre 20 nel solo continente africano. Tutte le crisi, economica, sociale, climatica, sanitaria, migratoria, alimentare, della democrazia e belliche si stanno sommando rischiando di portare la condizione esistenziali degli umani ad un inedito livello di criticità. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermedie – Range Nuclear Forces) con la Russia firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al bando i missili a raggio intermedio. Così come si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dai Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania. Come risposta Teheran ha aumentato al 20% l’arricchimento dell’uranio dichiarando contestualmente di essere in condizione di raggiungere “facilmente” il 90% di arricchimento, soglia che consente la produzione dell’atomica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna soprattutto, e per reazione anche le altre potenze, hanno approvato miliardari piani di potenziamento delle armi atomiche. Il Comitato per le minacce ad alto rischio dell’Onu, assieme ai più qualificati studiosi di strategie nucleari, come ad esempio l’ex segretario della Difesa degli Stati Uniti, William Perry, considerano “la probabilità di una catastrofe nucleare più elevata oggi che non negli anni della guerra fredda”, quando la catastrofe fu più volte sfiorata ed evitata per un nulla.

La proposta del Parlamento Mondiale è importante perché impone una riflessione sui cambiamenti strutturali a livello globale intervenuti negli ultimi trenta anni. Viviamo in un tempo nel quale, come diceva Gramsci, il passato non c’è più e il nuovo stenta a nascere. Un limbo nel quale possono prendere corpo gli accadimenti più pericolosi. Il vecchio sistema capitalistico, fondato sulla produzione di beni da parte di lavoratori compensata con un salario da parte dei padroni delle imprese, si è in questi ultimi decenni involuto in un neoliberismo finanziario incontrollato e incontrollabile, fondato sulla speculazione a discapito della produzione, per poi degenerare nel sistema neofeudale – liberista nel quale siamo immersi oggi. Un sistema nel quale, assieme all’uso degli strumenti di controllo e di comando più sofisticati, emergono diffusamente pratiche e figure di feudatari e di servi della gleba, nella società e nella rete, ambito nel quale sono più evidenti i processi di feudalizzazione in corso, con pochi sovrani (ricchissimi) e tanti servi della gleba (sempre più poveri, di pane, di lavoro, di diritti, di conoscenza). Il dominio dei pochi che hanno tutto viene esercitato esclusivamente attraverso la forza, usata o minacciata contro nemici o per riallineare amici dubbiosi. Lo storico equilibrio tra apparato produttivo, apparato finanziario e politica è saltato. L’apparato finanziario è cresciuto a dismisura, si è ipertrofizzato ed ha mangiato sia l’apparato produttivo che la politica. Oggi sono le multinazionali, le grandi trasnazionali bancarie e finanziarie a dettare le priorità alla politica, a nominare i governi, ad eleggere i Parlamenti, i Presidenti dello Stato e dei consigli di amministrazione. Mai come oggi, per usare una frase di John Dewey, la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. Gli effetti perversi determinati dal neofeudalesimo – liberista sono in tutta evidenza rappresentati dal dato delle borse che, nella prima fase, in piena pandemia, sono cresciute mediamente del 9 – 12%, mentre il Pil europeo precipitava dell’8 – 10%. La traduzione è che con la crisi economica, con la disoccupazione, con la sofferenza sociale e umana, il sistema neofeudale, le multinazionali, i grandi gruppi bancari transazionali e le società del settore finanziario speculativo ci guadagnano. La sofferenza delle persone e il crollo dell’economia reale costituiscono per questi settori un investimento, la principale fonte di arricchimento. Delle migliaia di miliardi di dollari movimentati in tempo reale ogni giorno per via telematica, il 95% – (il 95%) – è finalizzato alla speculazione, nel perverso gioco degli arbitraggi e dei differenti tassi di interesse. Solo il 5% – (il 5%) – è il prodotto di transazioni economiche reali per l’acquisto, ad esempio, di materie prime, derrate alimentari, medicinali, macchinari agricoli ecc. (fonte Onu). Nel loro insieme Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft, valgono (esclusi Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone) più di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Una condizione, quella dell’epoca contemporanea, del tutto simile a quella descritta da Marx con la metafora sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. I contadini erano costretti a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Non solo dunque lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come afferma Marx, “signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale”. Nel neofeudalesimo contemporaneo le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali, le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti i nuovi servi della gleba. E’ questa la grande differenza tra il capitalista, il cui profitto è il risultato del valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, dal signore feudale che trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni. Una nuova articolazione del potere a livello globale caratterizzata dalla sudditanza totale dei governi a queste poche e immense aziende alle quali tutto viene concesso, persino il diritto di non pagare le tasse. Un livello inedito di concentrazione di poteri e di ricchezze tali minare alla radice le regole, i principi ed i valori dei sistemi liberaldemocratici. Il neofeudalesimo liberista è oggi il nemico principale della democrazia liberale.

La proposta del Parlamento Mondiale trova naturale legittimazione anche nella crisi strutturale dell’Onu e del sistema di norme internazionali costruito nel periodo post bellico dalle potenze vincitrici. Crisi che è conseguenza di un processo di cannibalizzazione, di delegittimazione e di smantellamento del “sistema Onu” da parte dei propri creatori. Una costante degli ultimi decenni, una pratica indispensabile per un sistema di potere che si nutre di forza, non di diritto. Ormai è un coro quasi unanime a ripetere che l’Onu non è più lo strumento adeguato per garantire la sua stessa mission fondativa: mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Se mai lo è stato. Le finalità che ispirarono la fondazione dell’Onu non erano quelle di costruire pace e sicurezza attraverso un sistema di norme e di leggi giuste e organismi preposti a farle rispettare. La vera e comprensibile finalità, esplicitata nel preambolo della Carta stessa, era quella di tenere il mondo lontano dalla guerra che i firmatari avevano conosciuto con i due conflitti precedenti. Ma lo fecero con un impianto organizzativo esclusivamente funzionale al potere delle Nazioni vincitrici, e con un impianto normativo finalizzato ad impedire qualsiasi ruolo decisionale a tutte le altre Nazioni aderenti. L’Assemblea Generale dell’Onu come organismo autorevole e decisionale non è mai esistito. I suoi poteri sono nulli. Le uniche funzioni attribuite si limitano allo studio, alla raccomandazione e al suggerimento (Cap. IV, art.li 9/22 della Carta). Tutti i poteri sono attribuiti ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza (art. 24 della Carta) che tutto possono decidere e su tutto possono mettere il veto. E d’altra parte, come potrebbero i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza essere i soggetti che salvaguardano la pace e la sicurezza di un mondo nel quale non c’è guerra della quale essi stessi non siano responsabili o nella quale non siano coinvolti ? Come può il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tutelare la pace e la sicurezza se i suoi stessi componenti sono i principali fabbricanti e venditori di armi del mondo? A certificare l’inconsistenza dell’Onu, ormai, sono gli stessi protagonisti, senza neppure nasconderlo. “ Le Nazioni Unite non esistono – afferma l’ex ambasciatore all’Onu di Bush ed ex Consigliere per la Sicurezza di Trump, John Bolton – gli Stati Uniti decidono e le Nazioni Unite devono seguire; se agire secondo gli indirizzi dell’Onu risponde ai nostri interessi, lo faremo, altrimenti no”.

La proposta del Parlamento Mondiale ci costringe ad abbandonare il pensiero menomato e antropocentrico occidentale, il mito della conquista della natura e quello dello sviluppo umano da realizzare attraverso lo sfruttamento del pianeta e delle persone. Il progetto del Parlamento Mondiale non è solo una necessaria proposta di istituzione globale, è anche una rivoluzione del pensiero. Ci costringe a fare i conti con le illusioni, con la nostra idea sottosviluppata di sviluppo, con quel falso infinito nel quale ci siamo buttati chiamandolo progresso, ignorando che è il sottosviluppo etico e intellettuale degli sviluppati, il nostro, a produrre lo sviluppo dei sottosviluppati. Cosa c’è di progressista, di logico, di intelligente nel pensare e praticare un progetto infinito in un pianeta finito? E’ il nostro pensiero menomato, la nostra razionalità illusoria che ci porta all’arroganza di non considerare i mondi “altri”, ad ignorare le virtù, i saperi e le ricchezze di popoli e culture millenarie che hanno inscritto nel loro sviluppo antropologico e nelle loro filosofie naturalistiche e panteiste i codici più civilizzati, fondati sulla considerazione della Madre Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e uniti in un destino comune. Un pensiero menomato e delirante che pensa possibile la continuità di un mondo nel quale l’1% possiede il 99% della ricchezza. A tal punto menomato da arrivare a riconoscere scientificamente solo qualche anno fa ciò che nel pensiero e nelle pratiche di tanti popoli è codificato e applicato da migliaia di anni. Come noto, in occidente il termine “antropocene”, come definizione dell’era geologica caratterizzata dal riconoscimento che le criticità del pianeta sono determinate dal comportamento umano, è entrato ufficialmente nel dibattito scientifico solo nel 2000, grazie al chimico premio nobel Paul Crutzen. Una teoria che per le indagini dalle quali parte e per le conclusioni alle quali arriva mette in discussione il nostro modo di pensare, di produrre e di consumare. Il nostro modo di vivere con e nella Madre Terra. Ma la riflessione sui movimenti tellurici che venivano prodotti dal comportamento umano sull’ambiente in realtà si era sviluppato molto prima, per tutta la seconda metà dell’800, ma quel termine, “antropocene”, non era mai stato riconosciuto e utilizzato, era stato cancellato per lasciare il posto al termine anestetizzato, del tutto inefficace, di Olocene. Ultima era del quaternario. Perché avvenne questa menomazione concettuale e scientifica? Perche l’Ordine Internazionale dei Geologi e i tecnici del tempo erano già al servizio della nascente industria estrattiva del petrolio e del carbone. L’asservimento ai poteri, lo stravolgimento dei saperi e il mercenariato delle cosiddette èlite tecnoscientifiche non è una caratteristica esclusiva dell’oggi. I processi di analfabetizzazione pianificata in questi trenta anni dal neoliberismo feudale stanno costringendo le popolazioni zombie dei Paesi occidentali a guardare la realtà dal buco della serratura, con un riduzionismo cognitivo e analitico fondato sulla cancellazione del resto del mondo. Del quale nulla sappiamo. E del quale non ci occupiamo né ci preoccupiamo. Non vediamo che una rivoluzione antropologica del pensiero su questi temi, un cambio di paradigma e un impegno conseguente lo stanno portando avanti in molti, risultato di consapevolezza e responsabilità. I popoli indigeni originari innanzitutto. E’ la Pachamama dei popoli indigeni dell’America Latina, è lo Shan dei nativi europei, è lo spiritualismo panteista dei nativi americani. Cambiano i nomi ma il significato resta lo stesso: la Madre Terra come essere vivente, che ha generato tutto ciò che esiste nel pianeta, che se ne prende cura e del quale noi umani a nostra volta dovremmo prenderci cura. So bene che questo concetto, apparentemente così semplice, è impossibile da comprendere se si concepisce il mondo sulla base del patologismo antropocentrico che pone l’uomo al centro del’universo, in un rapporto conflittuale con il pianeta e con il diritto di sfruttare tutto ciò che ha intorno, dalle risorse naturali agli animali. Ma il concetto di pianeta vivente, di Terra Madre della cosmologia indigena, di corpo vivo e complementare a tutti gli esseri, non è forse lo stesso che, magari partendo da punti di osservazione diversi e con articolazioni analitiche complementari, è stato sviluppato oggi da alcuni degli scienziati, degli economisti e degli intellettuali contemporanei più prestigiosi dell’occidente? Da Fritjof Capra a Ilya Prigogine, da Edgar Morin a Stéphane Hessel, da Zygmunt Bauman a Noam Chomsky, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. Fino a leader religiosi come Papa Francesco e il Dalay Lama. Non è forse la filosofia indigena della Madre Terra quella che ritroviamo nell’eretica e meravigliosa enciclica “laudato si” di papa Francesco? Una riflessione talmente radicale e necessaria che interroga tutti, laici e religiosi, chiamandoli alla riflessione e, soprattutto, alla lotta. Partendo dal Cantico delle Creature, Bergoglio arriva alla Madre Terra, entità viva, titolare di diritti, riconoscendola come “…sorella con la quale condividiamo l’esistenza, madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” (n. 1 – Laudato si). Partendo dal principio che tutto è connesso (n.138), Francesco condanna “l’antropocentrismo dispotico che non si interessa delle altre creature” (n.68). Un documento positivamente contaminato dalle culture indigeniste latinoamericane, rappresentate da leader nativi che Bergoglio, nell’indignazione dei settori confessionalmente arcaici e dogmaticamente clericali, ha voluto con sé in Vaticano in occasione del sinodo sull’Amazzonia. “Querida Amazzonia” rappresenta l’attualizzazione di un pensiero e il superamento, attraverso il rapporto con la laicità e con il naturalismo indigenista, dell’arcaicità antistorica della Genesi (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili” – Genesi 26). E ancora, quale è la differenza tra la millenaria filosofia indigena della Madre Terra viva, indivisibile e autoregolata con la analoga teoria di Gaia, che lo scienziato britannico James Lovelock elaborò e diffuse nel 1979 ? La teoria di Gaia, così la battezzò Lovelock, dandole lo stesso nome che i Greci avevano dato alla “Madre Terra”. Una teoria che considera il pianeta Terra un organismo biologico, un essere vivente capace di autoregolarsi e di mantenere le condizioni materiali necessarie per la vita sua e degli esseri che la abitano.

Se quello occidentale resta un modello di pensiero e di potere ristretto, nazionalistico, patriarcale e “patriottico”, quello indigenista ha un carattere universale (in quanto rivolto a tutto il pianeta e a tutti gli esseri) è “matriottico”, al femminile, consapevole della propria origine e rispettoso della Madre Terra genitrice, generosa e saggia. Un pensiero che non è rimasto confinato al filosofico o, come erroneamente pensano molti occidentali, al livello testimoniale di popoli marginali e in via di estinzione. Quel pensiero è stato ed è protagonista dei cambiamenti politici, culturali, istituzionali e costituzionali più innovativi degli ultimi decenni. Specialmente in America Latina. Le comunità indigene, che sono maggioranza o rappresentano larghe minoranze in molti Paesi, hanno recuperato la loro storia millenaria e sono diventati protagonisti di lotte, di governi e di un altro mondo possibile dopo il fallimento dei partiti progressisti e sviluppisti, a partire dal Pt di Lula in Brasile e dal Partito Socialista in Cile. Particolarmente significativa in questo senso è l’esperienza indigenista in Bolivia, un Paese storicamente segnato dai colpi di stato della minoranza (15%) bianca, ricca ed europea contro la maggioranza indigena (60%) rappresentata dalle 32 nazionalità originarie, tra le quali le due maggioritarie, Aymara e Quechua. Milioni di persone per 500 anni sono state tenute in condizioni di schiavitù e private dei diritti basici, dello stesso diritto di esistere come esseri umani. Fino a quando, nel 2006, dopo mesi di lotte i movimenti sociali e indigeni non hanno sconfitto i militari, imposto libere elezioni e conquistato il Parlamento e il governo. Evo Morales, Aymara della provincia del Chaparè, è stato il primo presidente indigeno boliviano ad essere eletto capo di stato in quell’area geografica a oltre 500 anni dalla conquista. E’ da quel momento che inizia l’altra storia, la primavera dei diritti e dell’emancipazione degli umili nel paese più militarizzato e povero dell’America latina. I saperi ancestrali non recuperano solo una storia identitaria che si riconosce con le lotte per l’indipendenza del XVIII° secolo e con icone rivoluzionarie anticoloniali come Tupak Katari e Tupak Amaru. Quei saperi, la filosofia della Pachamama, del “vivir bien” diventano la base politica e culturale delle conquiste civili, sociali, economiche e costituzionali che seguiranno. Negli anni successivi la Bolivia nazionalizza le risorse naturali ed energetiche, promuove programmi di sviluppo per i settori più umili fino ad allora esclusi, sconfigge la povertà estrema e l’analfabetismo, diventando il Paese dell’America Latina con la crescita annuale più alta e con il più alto indice di redistribuzione della ricchezza prodotta. Distribuisce le terre, bandisce gli organismi geneticamente modificati in agricoltura e avvia la realizzazione di banche del germoplasma per salvaguardare i semi originari. Ma il riconoscimento più forte dei diritti delle nazioni indigene arriva nel 2009 con l’approvazione della nuova Costituzione che consacra e istituisce lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ampliando la nozione del diritto di cittadinanza con il riconoscimento delle “nazioni e popoli indigeni originari e contadini”. Viene ufficializzata la doppia bandiera, quella storica e la Whipala, la bandiera multicolore delle nazionalità indigene. Un processo che chiede allo Stato di adattarsi alla pluralità dei soggetti e delle esperienze storiche della sua gente. E’ stato un processo originale certamente difficile, non privo di difficoltà e contraddizioni, come comprensibile in un Paese nel quale non era mai esistita alcuna forma di organizzazione o rappresentanza politica effettiva, nessuna istituzione democratica, storicamente segnato da una oppressione brutale e da una povertà estrema. Ma la piccola Bolivia è diventata un esempio per tutta l’America Latina, e non solo. Nel 2010 Evo Morales ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Una sfida culturale coraggiosa che partendo dal riconoscimento della Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e correlati, ne riconosce i diritti e ne raccomanda il rispetto e la tutela. E se la Dichiarazione è ancora in discussione all’Onu, qualche effetto è riuscita a produrlo. E’ stata approvata da diverse città in America Latina e nel mondo, sta suscitando riflessioni, stimolando dibattito e creando coscienza. L’esempio della piccola Bolivia ci dice che immaginare e costruire realtà nuove è possibile anche nei contesti più difficili, e che pensare diversamente è una condizione vitale che accompagna i cambiamenti irrimandabili. Una rivoluzione paradigmatica e mentale più importante della rivoluzione copernicana. Se vogliamo uscire dall’età del ferro planetario nel quale siamo ancora immersi. Se vogliamo costruire una nuova umanità solidale che condivide un destino comune con la Terra e con tutti gli esseri che la abitano.

Luciano Neri


 

L’ASSISE DEI POPOLI

I problemi non possono essere risolti allo stesso

livello di pensiero che li ha generati.

(A. Einstein)

“Da millenni l’umanità non è esistita in quanto tale”, rifletteva tristemente l’uomo, e domandò: “Che pensi, potrà sopravvivere?”

La donna rispose: “Sì, se acquisirà quella coscienza di specie, per cui si riconosce come famiglia umana”…

“Altrimenti?”, chiese l’uomo.

“In caso contrario si estinguerà, e la natura ne sarà felice, risorgendo dopo le interminabili ferite subite”.

Attesa invano una replica, la donna proseguì: “Che iattura sarebbe, dato che noi siamo, fino a prova contraria, l’unica coscienza dell’universo!”

E aggiunse, prendendo per mano l’uomo: “Mettiamoci al lavoro!… Adesso, perché il tempo stringe”…

Un’Assise mondiale rappresentativa di tutti i popoli della Terra: è ciò che l’umanità non si è mai data nella sua travagliata storia millenaria. E i risultati sono di un’evidenza dirompente.

Il mondo sta bruciando.

Per i mutamenti climatici, per la ripresa compulsiva della corsa agli armamenti sia convenzionali che nucleari, per le guerre in atto – “la terza guerra mondiale a pezzi”, che è in corso, secondo le pertinenti parole di Papa Francesco – per le guerre commerciali quasi devastanti come quelle degli eserciti, per il predominio del profitto capitalistico che ci ha portato alla società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quello del 99 per cento! Mai si era visto un accaparramento di risorse così concentrato.

Per l’insieme di questi fattori gli scienziati e i premi Nobel, che sovrintendono al Doomsday Clock – “l’Orologio dell’Apocalisse” – all’inizio del 2020, prima della pandemia del Coronavirus, hanno spostato le lancette a 100 secondi dalla mezzanotte, che simboleggia la fine del mondo.

Si tratta dell’orario più vicino al “giorno del giudizio” dal 1953 (anno dello sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di Usa e Urss).

L’uomo contemporaneo è portato a non pensare a questo preoccupante orizzonte, imprigionato com’è in quel materialismo quotidiano da cui si lascia pervadere, alimentato da una sapiente (insipiente?) propaganda parcellizzata, che spezza, e frantuma di continuo, il quadro d’insieme del mondo.

Così i 7 miliardi e mezzo di donne e uomini, che compongono oggi l’umanità, sono indotti a non rendersi conto che, per continuare a vivere ai ritmi attuali, avrebbero bisogno di due pianeti, anziché dell’unico che abbiamo.

Si è giunti a questo punto – vicini al non ritorno – per lontane ragioni storiche e culturali.

Dalla fondazione delle prime città, all’incirca 5 mila anni fa, dapprima con le città-stato, poi con le nazioni e quindi con gli imperi, l’umanità si è concepita basata principalmente sulla divisione: divisione-separazione per etnie, per localismi, per interessi economici, per visioni religiose.

Una continua lotta per l’egemonia sfociata quasi sempre nella guerra, fino a quelle mondiali.

Non si pone sufficiente attenzione sul fatto che è con le prime città che nascono gli eserciti, le burocrazie, la guerra. Ma 5 mila anni sono un battito di ciglia nella storia.

E’ consolante rilevare che, per più del 90 per cento del tempo in cui l’uomo ha camminato eretto, il concetto di guerra era sconosciuto, come mostrano gli studi di etnologia comparata.

Dunque le attuali condizioni del mondo non sono il risultato di una presunta natura umana votata irreversibilmente all’autodistruzione.

Quella che definiamo “natura umana” è il risultato di una costruzione storica, che dunque può essere superata da un’altra costruzione storica, basata su una diversa visione del mondo.

Perciò Einstein ha scritto a buon diritto: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”.

Il punto è proprio questo: saremo in grado di costruire una “sorte” diversa da quella che ci si sta profilando?

I mutamenti climatici sono il nuovo paradigma che sta mettendo a repentaglio il mondo.

L’avvelenamento dell’atmosfera, prodotto dalle attività umane subordinate al profitto capitalistico, ha raggiunto traguardi crescenti di allarme.

Nell’ultimo secolo abbiamo bruciato immense quantità di carbone e petrolio, al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.

La conseguenza è stata che le concentrazioni di anidride carbonica – che in più di un milione di anni non erano mai giunte a 300 parti per milione – all’inizio del terzo millennio sono salite a 338 ppm.

La Conferenza di Parigi sul clima (dicembre 2015), presentata come un accordo storico fra i 195 paesi firmatari, prevedeva di contenere al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale entro il 2020: proposito che si è rivelato di gran lunga insufficiente.

Infatti: alla fine del 2016 l’agenzia meteorologica dell’Onu informava il mondo che, nel 2015, la concentrazione di anidride carbonica aveva superato le 400 ppm, infrangendo quella che era considerata la soglia-simbolo.

Non solo: l’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, registrava, il 18 aprile 2017, il superamento della soglia di 410 ppm.

Lo stesso osservatorio ha registrato, il 2 giugno 2020, ben 417,9 ppm.

Continuando così, avvertono i climatologi, rischiamo di avere causato, in meno di 50 anni, un cambiamento climatico mai verificatosi in 50 milioni di anni.

Con il termine “antropocene” – coniato dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen – viene indicata l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, è fortemente condizionato su scala locale e globale dagli effetti dell’azione umana.

Per avere un’idea concreta dell’impatto delle attività umane sul – nel – mondo basti considerare che abbiamo reso artificiale la Terra, nel senso preciso per cui ci sono ormai più oggetti che esseri viventi.

Secondo lo studio dell’istituto israeliano Weizman, pubblicato su Nature, solo la plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, sovrasta del doppio il peso degli animali, fermi a 4 miliardi di tonnellate.

Se a ciò aggiungiamo il peso delle metropoli, delle città, delle strade , delle automobili ecc., raggiungiamo cifre stratosferiche.

Lo studio afferma che l’umanità, che in termini di peso rappresenta lo 0,01 per cento degli esseri viventi, grava il pianeta, ogni settimana, del peso di se stessa.

Il risultato è che le nostre fabbriche riversano sulla Terra 30 miliardi di tonnellate ogni anno.

A questo ritmo la nostra bulimia tecnologica potrebbe portarci, nel 2040, a produrre 30 mila miliardi di tonnellate di massa artificiale.

Non è folle pensare di andare avanti così? Fino a quando il mondo potrà reggere gli effetti di questa crescente invasione antropica?

L’impetuoso sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, usate così come oggi avviene – per aumentare il potere di quell’1 per cento che domina la società umana- dà all’uomo contemporaneo un potere mai conosciuto prima.

La questione, per più di un aspetto drammatica, che si pone è: o l’apparato scientifico-tecnologico viene ricondotto sotto il controllo umano e finalizzato a soddisfare i bisogni reali – non quelli indotti – dell’umanità, in equilibrio con l’ecosistema, oppure diventerà il nodo scorsoio destinato a stringersi sempre più intorno al collo degli esseri umani, come già sta avvenendo (i mutamenti climatici ne sono l’avvisaglia più evidente e minacciosa).

Non bisogna essere tecnofobici. Ma si tratta di capire che niente al mondo è neutro, nemmeno il concetto che afferma che niente è neutro, e tantomeno lo sono le scienze e le tecniche.

Se non le indirizziamo a costruire il bene comune – degli uomini e della Terra – esse finiranno con l’assoggettare a se stesse sia gli uomini sia la Terra, in un crescendo destinato a divenire incontrollabile.

In presenza di uno stato di cose così preoccupante, il mondo è “governato” dall’unica entità sovranazionale esistente: l’Onu.

Le Nazioni Unite, come il nome stesso indica, rappresenta l’insieme delle entità nazionali e degli stati cui esse hanno dato vita.

Sotto questo profilo esse sono l’evoluzione e la proiezione moderna delle… città-stato: l’umanità non viene rappresentata in quanto tale, come specie e dunque come entità globale, bensì nel suo essere frazionata nelle diverse particolarità nazionali e statuali, che hanno interessi differenti e, spesso, contrastanti, quando non antagonistici.

Di conseguenza i rapporti in seno all’Onu non sono bilanciati in vista dell’interesse umano comune, ma fondati sugli stati di serie A, di serie B e C…

La governance dell’Onu risiede nel Consiglio di Sicurezza, dominato dagli stati di serie A, ovvero i suoi cinque membri permanenti: Usa, Cina, Russi, Francia, Inghilterra (non a caso tutte potenze nucleari).

Ognuno dei cinque, come è noto, si è arrogato il diritto di veto: sicché qualsiasi decisione, che non vada a genio ai cinque stati – o anche a uno solo di loro – è bloccata e resa vana dal veto.

L’Assemblea generale può prendere sì decisioni, ma le sue deliberazioni non hanno valore vincolante per le nazioni del mondo.

Ecco le ragioni di fondo per cui l’Onu, nata in un preciso momento storico dopo la seconda guerra mondiale, si rivela sempre più obsoleta e del tutto incapace di regolare i destini della Terra: ad attestarlo è il marasma attuale del mondo.

E’ evidente che il Consiglio di Sicurezza è il ferro vecchio più arrugginito. Più che decidere, per i meccanismi che lo regolano, il suo scopo è permettere di non decidere.

I cinque membri permanenti rappresentano, insieme, poco più di 2 miliardi di persone: una netta minoranza della popolazione mondiale. Perché gli altri quasi 6 miliardi di cittadini dovrebbero sottostare alle loro decisioni (e non-decisioni)? Tanto più che non li ha eletti nessuno, si sono… autoeletti…

Da che l’Onu esiste, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi tempi, un dibattito a intermittenza circa la necessità-possibilità della sua riforma.

Inutile dire che il dibattito non ha mai portato a nulla, sia perché manca la sede decisionale su cui il dibattito stesso possa poggiarsi sia perché i cinque membri permanenti non vogliono saperne di allargare il cerchio e, poi, perché i candidati (autocandidati?) a entrare nel giro sarebbero molti, per di più in lizza fra di loro

Sicché la situazione risulta bloccata ed è destinata a restare tale. Controprova: chi dovrebbe diventare paese di serie A? L’India, con la sua popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di abitanti? L’Indonesia (269 milioni)? Il Pakistan (220 milioni)? Il Brasile (212 milioni)? Il Giappone (125 milioni)? La Germania (82 milioni)? E devono essere potenze nucleari, come l’India e il Pakistan, oppure no? Chi lo decide?

In questo aggrovigliato contesto è Papa Francesco a mettere in rilievo (v. Enciclica Fratelli tutti) la necessità di “prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”. Senza tuttavia spingersi a indicare quali dovrebbero essere quelle organizzazioni.

Una organizzazione mondiale più efficace, “dotata di autorità per assicurare il bene comune mondiale”, può sorgere solo se l’umanità nel suo insieme, comprendendosi come specie – ovvero come grande famiglia di persone coinvolta(e) in un unico destino su un pianeta ridotto allo stremo – deciderà di costruirla.

Costituire l’Assise dei popoli del mondo, per l’autogestione dell’umanità: ecco ciò che è necessario e urgente.

IL Parlamento Mondiale (d’ora in poi PM), eletto da tutti i popoli secondo il criterio della democrazia rappresentativa – una testa, un voto – può e deve diventare la sede tramite la quale l’umanità, per la prima volta nella sua storia, si autodetermina, uscendo finalmente da quello stato di minorità su cui si è finora schiacciata, frazionandosi per particolarismi nazionali.

Significa che l’umanità matura e assume la coscienza di sé come specie, nessuna frazione esclusa, e decide lo sviluppo (la sopravvivenza?) del suo presente e del suo futuro, in rapporto a tutti gli altri esseri, con cui è in relazione ineliminabile.

Significa elevare al massimo grado la propria intelligenza collettiva, divenendo capace di inter-legere e intus-legere (“leggere fra” e “leggere dentro”) nella complessa realtà dell’esistenza comune del mondo.

Il PM può essere composto da mille membri – un eletto ogni 7 milioni e mezzo di abitanti della Terra (poco più dei deputati attuali del Parlamento europeo).

Un’assemblea perfettamente gestibile e operativa, dove tutti i popoli vengono rappresentati con pari dignità, senza che ci siano quelli di serie A, B, C…

Oltre le riunioni plenarie, dove si prendono le decisioni fondamentali riguardanti tutto il mondo, si struttura per commissioni di lavoro sui temi di maggiore importanza.

Il PM dura in carica 5 anni ed elegge il suo presidente, che diviene il Presidente del Mondo. Si può immaginare la sua autorevolezza se paragonata a quella del segretario dell’Onu…

Lasciando agli stati la gestione dei problemi interni di ogni singola nazione, il PM delibera sulle questioni basilari dell’umanità: la pace – la guerra deve diventare un tabù – il disarmo a partire da quello nucleare, la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, i diritti e i doveri fondamentali, lo sradicamento della fame, le produzioni eque e solidali e l’introduzione dell’onesto guadagno – al posto del profitto onnivoro – la giusta distribuzione delle risorse, le migrazioni, la difesa e l’incremento di tutti i beni comuni.

Dal punto di vista tecnico, l’elezione del PM non presenta affatto ostacoli insormontabili: seguendo i fusi orari, in un giorno di vota dappertutto e l’indomani si conoscono i risultati.

E’ evidente che il problema è prettamente culturale e politico: lasciare la vecchia strada per la nuova.

E però ormai vediamo che proseguire sulla vecchia e non imboccare la nuova può comportare conseguenze irreparabili.

Ho avuto la fortuna di sperimentare, insieme a milioni di altri, la democrazia diretta e, poi, quella rappresentativa, sia nel Parlamento europeo sia in quello italiano, e dunque ho avuto modo di conoscere direttamente i limiti della democrazia delegata.

Se dico che la democrazia rappresentativa, pur con tutti i suoi difetti, è tuttavia migliore dell’attuale oligarchia che pesa sul mondo, credo di indicare una conclusione accettabile.

Oggi gli stati sono troppo grandi per i problemi piccoli (e infatti decentrano taluni poteri agli enti locali) e troppo piccoli per affrontare le questioni grandi.

In più prevale generalmente, al loro interno, un processo di verticalizzazione delle decisioni, con governi che tendono in misura crescente all’autocrazia, esautorando spesso, progressivamente, i rispettivi parlamenti.

Così la stessa democrazia rappresentativa va restringendosi, fino a rattrappirsi in mera “democrazia formale”.

L’eclissi della democrazia, provocata e insieme utilizzata dal capitalismo finanziario globale, riduce sempre più la politica al predominio dei rapporti di forza e la prepotenza diviene la sua stella polare.

L’assalto al Campidoglio di Washington, il 6 gennaio 2021, da parte di manipoli del presidente Trump sconfitto alle elezioni, da lui apertamente e direttamente istigati, codifica, sebbene debellato, l’alto grado di disfacimento della democrazia istituzionale in quanto piegata a privatizzazione di scopi e interessi.

La politica, di fatto, non c’è più: è sostituita dalla propaganda – di chi ha il potere di farla – e viene a coincidere con la finzione e la simulazione. La propaganda è a sua volta una merce:viene fabbricata – venduta e… comprata – alla stessa stregua delle armi, dei telefoni cellulari, delle auto e dei computer.

Ecco perché la “politica”, oggi prevalente, è ridotta ad un ruolo ancillare: segue ed e-segue i diktat dei poteri dominanti.

In questo contesto l’elezione del PM ridà linfa alla democrazia, inverando il principio “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Le persone e i popoli vengono a parlare in prima persona e l’umanità si erge a determinare il proprio destino e quello della Terra. Una netta, e salutare, inversione di tendenza, rispetto ai silenzi e alla passività delle moltitudini.

I 2500 scienziati, che hanno elaborato nel 2007, per conto dell’Onu, il rapporto sui mutamenti climatici, in modo unanime consegnavano all’umanità un messaggio inequivocabile: rilevato che “il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’uomo”, essi ammonivano: “Si avvicina il giorno in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo. Siamo alle soglie dell’irreversibile”.

Per scongiurare il superamento del punto di non ritorno, gli scienziati ci raccomandavano di tenere presente che “non è più il tempo delle mezze misure” (come quelle adottate nella Conferenza di Parigi) e ci affidavano tre indicazioni imperative: “E’ il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della rivoluzione dell’azione politica” (corsivi miei).

Il PM è sia la conseguenza – il risultato – di quelle tre rivoluzioni sia il mezzo per realizzarle compiutamente.

E’ la sede attraverso cui possiamo e dobbiamo gestire in comune il bene comune più prezioso che abbiamo: la nostra vita – e quella di tutti gli altri esseri.

L’umanità e il mondo sono inscindibilmente interdipendenti: a dircelo è la stessa fisica quantistica, secondo cui ogni cosa non è realmente comprensibile se non vista in relazione con tutte le altre. Separata da quei nessi, non esiste se non come astrazione.

Comprendere appieno questo è l’obiettivo più alto che l’umanità può e deve raggiungere.

La coscienza di specie si dilata fino a divenire coscienza globale: la comprensione che la parte è collegata al tutto e il tutto è più delle singole parti che lo compongono.

La pandemia di Covid 19, che dal 2020 ha colpito l’umanità ovunque, ci ha fatto toccare con mano, in modo bruciante, questa interconnessione fra le persone – e fra loro e la natura. Ci ha mostrato come nessuno può salvarsi da solo, e che la salvezza richiede necessariamente una solidarietà, individuale e collettiva, di autoprotezione, per ridurre la contagiosità del virus, anche a costo di rinunciare ad alcune libertà fondamentali. Una lezione drammatica alla hybris antropocentrica.

Va da sé che non si arriverà al PM senza quella rivoluzione delle coscienze che gli scienziati, non a caso, hanno indicato per prima – e come condizione necessaria per realizzare la rivoluzione dell’economia e quella dell’azione politica.

E’ necessario costruire – entro ciascuno di noi e in noi tutti – quella che i greci chiamavano metànoia: “correzione di pensiero”, “mutamento di parere”.

(In altre parti del libro viene indicato il lavoro incominciato verso questo percorso).

Il PM sarà il risultato del mutamento di pensiero necessario e, insieme, il volano di sviluppo per realizzarlo compiutamente.

Costituisce il passaggio dell’umanità dal confine all’orizzonte.

Per salvarsi. E per salvare il mondo.

Mario Capanna

IL MODELLO DI SVILUPPO CONSUMISTA

di Paolo Salvadori

Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi,Torino 1949 p. 127).

Viviamo in un mondo di desideri indotti, in un mondo descritto e forse inventato dalla scienza che lo descrive: la scienza che annovera la “creazione del bisogno” fra i capisaldi teorici del marketing.Il surriscaldamento globale, l’avvelenamento delle falde acquifere,l’inquinamento da micro-plastiche dei mari sono tutte conseguenze del sistema di riproduzione capitalistico, della globalizzazione dell’economia che ha fatto astrazione delle differenze culturali specifiche dei popoli della terra e che ha mercificato ogni aspetto della vita. Se l’avere prevale sull’essere nella cultura contemporanea in parte ciò è dovuto ad un meccanismo proiettivo insito nell’economia politica.

L’economia ancora oggi in parte studia e in parte determina l’oggetto del suo studio. Il bambino, sostiene Winnicot, con il gioco scopre il mondo e simultaneamente lo altera, trasfigurando la realtà a proprio piacimento al fine di tornare alla sua onnipotenza neo-natale.

L’economia da un lato impone alle aziende di abbattere i costi spesso a spese dell’ambiente e dall’altro comporta la moltiplicazione dei bisogni tramite la pubblicità e lo spettacolo. I beni scambiati sul mercato sono spesso del tutto inutili e la loro proliferazione porta all’accumulo dei rifiuti. Questa ansia di possesso, secondo la scienza dell’arricchimento, sarebbe una caratteristica connaturata all’essere umano a livello psicologico.

L’economia non è però fatta da psicologi: pur non essendo una branca della medicina essa genera il modello di scambio, cioè il nucleo teorico dell’economia, basandosi su tre leggi dell’egoismo. Questa scienza assai peculiare postula sia la solitudine che la superiorità dell’uomo sulla natura.

Forse è utile al fine dell’auto-coscienza riesumare l’ossatura della critica all’economia politica di Marx come sillogismo zoppo, come proiezione induttiva. Tutti gli uomini consumano – tutto il consumo avviene attraverso l’equivalente monetario – tutti gli uomini sono soli come Robinson Crusoe sulla sua isola. L’economia politica predilige robinsonate (K. Marx, Il Capitale,Libro I, Capitolo I, Editori Riuniti, Roma, 1970 p. 108).

Ancora oggi gli economisti dicono dei consumatori che l’uomo 1) consuma il massimo possibile dato il suo paniere di spesa, 2) lavora finché l’ultima ora di lavoro valga di più della prima ora di riposo, 3) non darà la sua vita in cambio di niente, nemmeno per i suoi ideali o per la libertà.

L’economia politica rovescia il problema storico della costruzione del valore sostenendo che esso si possa creare e presumendo che ogni uomo sia solo ed egoista, che ogni uomo sia homo oeconomicus. Il consumatore non saprebbe distinguere fra utile e necessario e sarebbe data a lui una natura da sfruttare così come Robinson ha a disposizione un’isola.

Ma l’uomo non è mai solo! L’essere umano è relazione, desiderio di cose impossibili, ricerca di cose intangibili mentre le leggi psicologiche su cui si basa il modello di scambio ne accentuano l’avidità. Se fosse vero tout court quello che postula l’economia dunque perché esisterebbero, ad esempio, le professioni artistiche ed artigianali, spesso malpagate ma gratificanti? Sarebbero dunque dei pazzi coloro i quali scelgono non solo il consumo responsabile ma anche il risparmio, il riuso, il riciclo? La storia, se non esistesse l’abnegazione, diventerebbe per l’economia la registrazione di vicende vissute da folli. Quello che Marx ci dice è che in natura non esiste niente di infinito, che l’unica cosa infinita è il desiderio di possesso, cosa ben diversa rispetto al bisogno. Si occupa anch’egli di desideri indotti e sostiene che sia l’economia politica sia la tendenza all’avidità propria del consumismo possano essere denominate feticismo della merce(K. Marx, Il Capitale, Libro I, Capitolo I, Editori Riuniti, Roma, 1970 p.107).

La scienza e il suo oggetto sarebbero fuse in una sola ideologia di adorazione del valore, di esaltazione dell’avere come divinità. In natura però l’unica cosa infinita è l’avidità, oggetto dell’adorazione feticistica, e se i mercati periodicamente cadono nella crisi è perché esiste invece un limite strutturale nella capacità di assorbire merci da parte del sistema. Il produttore postula di avere in mano la pietra filosofale che non è altro che è il lavoro in quanto risorsa, capitale variabile, materiale inerte al pari di legname o metallo grezzo.

Ma il lavoratore, risorsa quindi mezzo di produzione al pari dell’aria, dell’acqua o del carbone, è simultaneamente consumatore e certe volte non è in grado di reggere il gioco della riproduzione. Le perturbazioni della storia (una guerra, la concorrenza estera oppure oggi il virus) squadernano i piani del capitalista ed il consumatore e lavoratore non riesce più a comprare tutto ciò che è prodotto: arriva la crisi. Certe imprese falliscono e le più grandi sopravvivono, assorbendo quelle più piccole. La critica all’economia politica di Marx sostiene che l’unico infinito in natura sia l’avidità intorno alla quale prospera una falsa scienza e progredisce un sistema denso di contraddizioni.

La sua teoria della crisi invece sostiene che le risorse dei mercati al contrario dimostrano di essere finite, diversamente dall’avidità ideologica. Le economie di mercato sperimentano il disordine proprio perché il sistema di riproduzione capitalistico non è sostenibile da parte dei consumatori medesimi.

La natura, per Marx, con Epicuro e lo Stoicismo ma soprattutto con Feurbach è nostra padrona indiscussa così come in ultima analisi il lavoratore sarebbe il vero proprietario della merce.

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

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