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“Propaganda Europa”: contro l’europeismo acritico. (Ed. Gruppo Abele)

Terminato a fine 2021 e uscito a ridosso della guerra in Ucraina, “Propaganda Europa” (di Alexander D. Ricci, Ed. Gruppo Abele) partendo dai nodi centrali delle migrazioni, dello stato di diritto, del modello sociale europeo, fornisce un quadro di riferimento utile a delineare le possibili sorti della UE in un momento delicatissimo della sua storia, caratterizzato da manifeste contraddizioni interne e (anche) dalla impressionante carenza di iniziativa autonoma sullo scenario internazionale. La prima parte del libro evidenzia, con abbondanza di citazioni e valutazioni critiche di osservatori non italiani, le innumerevoli incongruenze tra principi dichiarati e le concrete prassi comunitarie nei tre ambiti presi presi ad esempio. Mentre nella seconda parte si tenta di individuare le possibili strade per il loro superamento, a partire da un atteggiamento critico e dall’auspicio di una partecipazione dal basso delle rappresentanze sociali e civili, come possibile, e forse unica opportunità di attuarlo.

Ma qui emerge la contraddizione forse più significativa e i limiti insiti della costruzione comunitaria: la sistematizzazione normativa e tecnocratica dell’Europa non è fondata sulla partecipazione (dei popoli), anzi la scavalca (e la esclude) a priori. L’edificio europeo sembra restare in piedi perché, se non ci fosse, la “libera” dinamica dei loro attori creerebbe ulteriori elementi di caos sistemico e accentuerebbe le frizioni interne allo spazio europeo. I minimi comun denominatori ponderati tra singole dimensioni di potenza nazionali e la comune membrana ideologica del libero mercato, configura un equilibrio instabile che va ricondotto ad un ordine accettabile e sostenibile pur con continue sollecitazioni di ardua gestione: tutto il resto (i presunti principi fondanti della civiltà europea) può essere di volta in volta sacrificato.

Resta la narrazione come elemento portante e indispensabile del processo unitario, senza il quale, l’edificio rischierebbe di crollare da un momento all’altro. Narrazione che si attua attraverso imponenti investimenti mediatici e che deve necessariamente ridurre al minimo gli spazi critici. Resta cioè un’Europa che, come conferma a posteriori la totale incapacità di porsi come attore internazionale autonomo e credibile nella crisi Ucraina-Russia che stiamo vivendo, si dà, essenzialmente, e non solo nei peggiori esiti italiani, come pura Propaganda.

Il pressappochismo del dibattito sull’Ue e il bisogno di europeismo critico

Il dibattito sull’Ue soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave, quando in realtà il panorama mediatico italiano avrebbe bisogno di un approccio critico-costruttivo

Alla mancata problematizzazione delle strategie della Commissione europea, alla forzatura di un dibattito sul futuro dell’Unione presentato alla stregua di Guerre Stellari con tanto di Jedi (integrazionisti) e Sith (sovranisti), all’esistenza di tabù narrativi forti, si aggiunge infine un problema di linguaggi e vocabolario.

In primis, il dibattito sull’Europa soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave: basti pensare alle formule vuote «Serve l’Europa», «Ce lo chiede l’Europa», «I soldi dell’Europa» che, di fatto, hanno trasformato l’«Europa» stessa in un feticcio, utile, al massimo, a condurre qualche programma televisivo. Fuor di metafora, dietro alla parola Europa si celano perlomeno tre istituzioni differenti: Commissione, Consiglio e Parlamento.

Probabilmente si potrebbe andare ben più in là, specificando sempre, esattamente, chi si stia chiamando in causa o a chi ci si stia rivolgendo – pensiamo alla Cgue, alle agenzie (Frontex), alla Bce o alle altre istituzioni consultive dell’Ue.

Può sembrare un problema marginale, ma chi userebbe lo stesso grado di approssimazione in Italia, parlando delle varie istituzioni dello Stato italiano, nel contesto della cronaca politica? Nessuno. Eppure, una proporzione considerevole delle leggi approvate nei Parlamenti nazionali deriva, in un modo o in un altro – e al netto dei ritardi –, da quanto viene deciso a Bruxelles e a Strasburgo.

Sebbene gli ultimi due decenni passeranno probabilmente alla storia come l’epoca della nascita dei social media, i media tradizionali rimangono saldamente al timone di quella che potrebbe essere definita come capacità di plasmare e indirizzare il dibattito pubblico nazionale e l’opinione pubblica. Ciò vale in particolare, nel breve periodo, per il media televisivo.

Oltre a giocare un ruolo chiave nel determinare la strutturazione del dibattito sul futuro dell’Unione europea e la capacità da parte dei cittadini di comprendere correttamente e criticamente la posta in gioco nei processi legislativi europei, i media tradizionali possono avere anche una funzione di veicolazione di messaggi critici portati da attori del cambiamento come Ong e movimenti sociali.

E, quindi, stimolare un processo di trasformazione.

Eppure, nel corso degli ultimi quindici anni, ciò è avvenuto probabilmente soltanto in un’occasione: durante la crisi della potenziale Grexit del 2015. Ed è anche a partire da quell’esperienza che si è cominciata a fare largo, a sinistra, la discussione sull’opportunità di continuare a scommettere su un’evoluzione dell’Unione europea.


Mercoledì 2 marzo, per Edizioni Gruppo Abele, è uscito in libreria Propaganda Europa, di Alexander Damiano Ricci. Un testo che invita al dibattito sull’europeismo acritico e analizza pregi e difetti dell’attuale modello europeo.
L’11 marzo scorso è stato presentato presso il circolo Sparwasser di Roma e sono in programma altre presentazioni in diverse città.

“Al netto della pandemia Covid-19, l’Europa sembra immersa in un grande e prolungato ventennio di crisi”. Migratoria, economica, politica, sociale. Una crisi che genera un profondo senso di inadeguatezza davanti alle istituzioni europee e alle loro scelte: come si può lodare senza se e senza ma l’Europa malgrado il suo silenzio sulla crisi dei profughi dell’isola di Lesbo? Come si può rimanere eurottimisti quando l’Europa tace in tanti contesti dove sarebbe dovuta intervenire ma non l’ha fatto? Alexander Damiano Ricci – giornalista esperto di tematiche europee – in Propaganda Europa prova a sistematizzare quella sfasatura sempre più crescente fra la narrazione autoreferenziale e autoassolutoria dell’Europa fatta dai media e la realtà vissuta da chi opera con continuità nei contesti di crisi. È un viaggio attraverso le contraddizioni e i tabù del processo d’integrazione europea, visti da una prospettiva di sinistra, di movimento, progressista.

Superare lo scontro ideologico
Con un approccio giornalistico, ogni capitolo è una combinazione di interviste, analisi, storie ed esperienze di attiviste e attivisti di tutta Europa.
Nella prima parte del volume prendono spazio diverse indagini tematiche: migranti e richiedenti asilo in Grecia; lo Stato di diritto – e il suo fallimento – in Ungheria e Bulgaria; la crisi abitativa in Portogallo e Irlanda; i diritti delle persone LGBTQIA+ e delle donne in Polonia. Per ognuno di questi contesti, l’Europa c’è ma non si vede: “La Commissione europea conta in mesi, ma la nostra vita è a rischio ogni giorno” racconta Marta Lempart del movimento polacco per i diritti delle donne Ogólnopolski Strajk Kobiet. Un insieme di fallimenti che rischia di minare alla base la fiducia nell’Europa da parte di cittadine e cittadini.
Nella seconda parte di Propaganda Europa, Alexander Damiano Ricci analizza l’evolversi della narrazione europea e delle sue istituzioni. Con un occhio critico e realista, l’autore mette in luce le imperfezioni e i difetti anche su quei temi che paiono inopinabili, come gli strumenti democratici ed elettivi delle istituzioni europee: ad esempio, perché il Parlamento europeo, l’unico organo che ha investitura popolare, gode di così pochi poteri? E ancora, perché sono stati posti tanti lacci e lacciuoli alle iniziative di democrazia partecipativa  dal basso?

Propaganda Europa non è un libro euroscettico, quanto più un’analisi critica – sempre più rara – dei dogmi dell’europeismo a tutti i costi. Alexander Damiano Ricci, forte del suo lavoro radicato in tutto il territorio europeo, propone una riflessione che cerca di superare il generale appiattimento dello scontro ideologico di sovranismo contro europeismo. Un punto di partenza necessario e imprescindibile per costruire un’Europa che sia davvero unita e, soprattutto, funzionale. Per tutte e tutti.

L’autore
Alexander Damiano Ricci
è direttore editoriale dell’agenzia podcast europea Bulle Media. È ideatore del progetto e network giornalistico Sphera-hub.com e del portale di reportage multilingue ereb.eu. Si occupa di Europa dal 2013 per testate italiane e internazionali. Nel 2019 è stato grantee della European Cultural Foundation (ECF) con il progetto Europa Reloaded – il podcast sulle lotte sociali in Europa.

Per acquistare il libro:

https://www.gruppoabele.org/event/esce-in-libreria-propaganda-europa-di-alexander-damiano-ricci/

Versione E-book:

https://store.streetlib.com/it/alexander-damiano-ricci/propaganda-europa?_ga=2.67337361.1815287928.1647600581-344207539.1647600581

Afghanistan: quale bilancio dell’esperienza militare italiana?

di Andrea Vento

A distanza di quattro mesi dal ritiro delle forze Nato e dal ritorno dei Talebani al potere, nel nostro Paese ancora non sono stati improntati ne una seria riflessione pubblica, ne un bilancio politico ufficiale sui risultati di 20 anni di presenza militare, sui suoi esiti, i sui suoi costi e sulle ricadute sulla popolazione afghana.

Il mal pianificato ritiro delle forze armate Usa e Nato disposto dall’amministrazione Biden, a seguito degli Accordi di Doha, sottoscritti da Trump il 29 febbraio 2020, e la drammatica fuga dal Paese degli occidentali e dei loro collaboratori dopo la repentina presa di Kabul da parte dei Talebani del 15 agosto, hanno concluso, con la partenza degli ultimi voli di evacuazione del 31 agosto 2021, la ventennale presenza militare, anche italiana, in Afghanistan.

Nonostante fossimo stati fra i principali attori delle vicende militari degli ultimi vent’anni del Paese centroasiatico, fin dalla seconda metà di agosto l’attenzione politica e mediatica è stata tuttavia indirizzata sulla questione del caotico e parziale trasferimento all’estero dei collaborazionisti afghani e sul nuovo esodo di profughi, le vere vittime dell’intera vicenda, che il ritorno dei Talebani al potere ha innescato. Migliaia di persone che, a vario titolo, avevano prestato servizio per le forze della Nato o per il corrotto governo di Asrhaf Ghani sono state in pratica abbandonate al rischio delle probabili ritorsioni talebane.

I responsabili della disastrosa esperienza afghana nell’intento di distogliere l’attenzione dalle reali cause del disastro, si sono adoperati per implementare una ben architettata campagna di distrazione di massa. Il ceto politico direttamente coinvolto e i media compiacenti hanno, infatti, cercato di sollevare sdegno nell’opinione pubblica nostrana in modo da far apparire come unici responsabili delle violenze e del caos di quei giorni agostani esclusivamente gli “studenti coranici”.

La formazione del nuovo governo monocolore talebano ai primi di settembre, in disprezzo di un fondamentale pilastro degli Accordi di Doha, ha innescato come ritorsione sia il mancato riconoscimento politico del nuovo esecutivo, sia l’applicazione di “sanzioni economiche” occidentali. Le nuove misure restrittive, divenute ormai una consolidata prassi ai danni dei governi che intendono sottrarsi all’assoggettamento Usa, hanno portato, da un lato, al congelamento dei 9 miliardi di $ di fondi della Banca Centrale Afghana depositati all’estero e, dall’altro, alla sospensione dei generosi finanziamenti e aiuti (pari ad almeno il 20% del Pil afghano) che avevano tenuto in piedi fino a quel momento la traballante Repubblica Islamica dell’Afghanistan, il nuovo stato creato dagli occidentali dopo l’invasione del 2001.

Una gravissima crisi umanitaria, con il 72% della popolazione in condizioni di povertà già a settembre 2021, e pesanti ripercussioni economiche, con il crollo del Pil autunnale stimato intorno al 40%, sono gli inevitabili effetti di tali provvedimenti. La deriva sociale ed economica del Paese, che si è aggravata con l’arrivo dell’inverno, ha finito per catalizzare la residua attenzione mediatica riservata, in Occidente, alle vicende del martoriato Paese centro-asiatico, ormai afflitto ininterrottamente da guerre e conflitti interni dal 1979. Nonostante ciò, nello scenario nazionale, le vicende afghane sono da un paio di mesi relegate nelle pagine finali dei quotidiani e dei telegiornali, mentre le forze politiche, fino ad oggi, non hanno mostrato interesse verso l’apertura di inchieste ufficiali e approfondite riflessioni pubbliche sulla nostra presenza in Afghanistan.

La partecipazione militare italiana al conflitto afghano era stata autorizzata il 7 novembre 2001 dal Parlamento e regolarmente rifinanziata ogni 6 mesi con analogo atto parlamentare, spesso con voto bipartisan, da tutte le maggioranze parlamentari succedutesi da allora, senza che ogni volta si aprisse un dibattito serio nel Pese e in Parlamento sulla nostra avventura militare nel Paese centroasiatico, sui suoi costi, sugli obiettivi e sui risultati che stavamo conseguendo. In questo ventennio frequentemente sono state raccontate versioni non corrispondenti a vero e, nel migliore dei casi, edulcorate rispetto a ciò che effettivamente stava accadendo in Afghanistan, dove, addirittura dall’ottobre 2003, i Talebani erano riusciti ad invertire l’inerzia del conflitto e, gradualmente, a passare alla controffensiva, come dimostra, oltre alla ricostruzione storica del prof Gastone Breccia1, l’andamento del diagramma delle morti dei militari Nato e delle forze di sicurezza afghane (grafico 1).

Grafico 1: perdite della Nato, con e senza gli Usa, e delle forze di sicurezza afghane 2002-2014

1 “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

Alla missione italiana, dislocata nel settore occidentale del Paese con base di comando ad Herat, hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (con una presenza sul territorio afghano che non ha mai superato le 5.000 unità), di questi 54 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati, e 700 sono stati feriti. Il costo della presenza militare italiana in totale ammonta a ben 8,7 miliardi di euro, dei quali 840.000 milioni per la creazione e l’addestramento delle forze militari e di sicurezza della Repubblica Islamica d’Afghanistan (tabella 1). Le stesse che si sona disciolte come neve al sole primaverile, lasciando campo libero all’avanzata finale talebana sferrata ai primi di agosto.

I legittimi quesiti e le richieste di effettuazione di un bilancio sollevati, in questi mesi, dall’opinione pubblica italiana, al momento non hanno trovato ascolto nel ceto politico nazionale. Eppure, il principale artefice dell’avventura militare in Afghanistan, gli Stati Uniti d’America, iniziata con l’operazione Enduring Freedom il 7 ottobre del 2001, sembra intenzionato a fare un po’ di chiarezza sulla ventennale permanenza militare nel Paese. Già il 13 settembre, infatti, il segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, era stato sottoposto a quattro ore di incalzanti domande, da parte della Commissione per gli affari esteri della Camera, sullo scomposto ritiro dall’Afghanistan di fine agosto. E, soprattutto, mercoledì 15 dicembre, il Senato statunitense ha approvato, a larga maggioranza, l’istituzione di una Commissione d’inchiesta indipendente composta da 16 membri, equamente suddivisi fra le due tradizionali forze politiche, alla scopo di analizzare gli errori e l’eredità di 20 della guerra in Afghanistan, di gran lunga la più duratura della storia Usa.

Tabella 1: costo e presenza di truppe della Missione italiana in Afghanistan 2001-2021

L’elevato costo totale, addirittura circa 2.300 miliardi di $1 (fig. 1), della ventennale esperienza militare statunitense conclusasi con una clamorosa sconfitta e un disordinato ritiro, oltre all’aggravarsi della crisi lasciata in eredità, devono aver probabilmente spinto i senatori Usa a cercare di venire incontro alle richieste dell’opinione pubblica interna che sta prendendo atto, giorno per giorno, dopo anni di disinformazione, l’effettiva gravità dell’attuale situazione afghana. Come, peraltro, aveva denunciato, già da settembre, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP): “l’Afghanistan vacilla sull’orlo della povertà universale” a causa dell’inevitabile peggioramento della situazione che, in mancanza di significativi interventi esterni, a metà del 2022 porterà la percentuale dei poveri addirittura al 97% con l’economia dell’Afghanistan si sta disfacendo “davanti ai nostri occhi“.

Figura 1: la ripartizione per capitoli delle spese totali Usa in Afghanistan 2001-2021.

Fonte: Watson Institute della Brown University (Usa)

Anche il recente grido di allarme di Malalai Joya, giovane afghana attivista per i diritti delle donne, non sembra lasciar spazio ad equivoci rispetto alla situazione attuale e allo sconforto degli afghani: “trascorsi vent’anni dall’inizio dell’invasione e della guerra lanciati dagli Usa, il popolo del mio paese, che soffre da molto tempo, è di nuovo al punto di partenza. Dopo aver speso migliaia di miliardi di dollari e aver provocato centinaia di migliaia di morti e sfollati, la bandiera talebana torna a sventolare sull’Afghanistan. Come più giovane donna eletta al Parlamento dell’Afghanistan nel 2005, la mia esperienza riflette il fallimento della guerra degli Stati Uniti e della Nato – una politica che ha usato i diritti delle donne come pretesto per l’occupazione, ma è riuscita solo a rafforzare le forze più corrotte della nostra società

Nel tentativo di riportare la crisi umanitaria in corso al centro dell’attenzione politica nostrana, le associazioni “45mo Parallelo” e “Afgana”, hanno organizzato a Trento il 15 dicembre scorso il convegno “Afghanistan il futuro negato” al quale è stata invitata, come interlocutrice principale, la Viceministra agli Esteri Marina Sereni, oltre ad attori della cooperazione italiana nel Paese e dell’Unesco. Nel corso dell’incontro, come riporta il sito Atlante delle guerre e dei conflitti1, sono stati trattati temi cruciali come: i fondi bloccati negli Usa e i 150 milioni di euro in aiuti umanitari da utilizzare, secondo le intenzioni del Governo, come strumento per ammorbidire le posizioni dei Talebani sui diritti umani, oltre all’elaborazione di una strategia negoziale con l’Emirato Islamico d’Afghanistan, senza procederne al riconoscimento politico. Un’iniziativa importante quella di Trento che dirada le nebbie mediatiche calate sul Paese centroasiatico e che ha affrontato l’impellente questione della crisi umanitaria esplosa dopo il ritiro Nato, alla quale, tuttavia, dovranno seguirne altre che favoriscano l’apertura di un dibattito politico in Parlamento, oltre che a uno pubblico nel Paese, che tracci un bilancio sulla nostra permanenza militare e, in generale, sulla disastrosa strategia della “Guerra umanitaria” che negli ultimi 20 anni ha destabilizzato il Medio Oriente, con ferite tutt’ora sanguinanti in Iraq, Siria e Libia.

La spinta propulsiva verso questo indispensabile passaggio, doveroso per una democrazia matura, probabilmente dovrà provenire, ancora una volta, dalla società civile, visto l’immobilismo della classe politica di questi mesi. Mancato attivismo probabilmente condizionato dal fatto che tutte le forze politiche attualmente presenti un Parlamento, in questi vent’anni, hanno votato il rifinanziamento delle Missioni militari in Afghanistan.

Un passo utile in tale direzione potrebbe rappresentare il coinvolgimento del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in un convegno che abbia come fine ultimo la richiesta di un’analisi politica ufficiale in Parlamento e una riflessione approfondita nel contesto dei Paesi atlantisti in merito all’avventura militare in Afghanistan. Tutto ciò sulla scorta del contenuto delle dichiarazioni del nostro massimo rappresentante della Politica Estera sulla crisi afghana e sui suoi sviluppi, rilasciate davanti alle Commissione riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato il 23 agosto: “A tempo debito, non potremo e non dovremo esimerci – come Occidente, come Europa, come Nato – da una riflessione approfondita sulle lezioni da apprendere. Una riflessione che deve partire dal riconoscimento obiettivo delle nostre responsabilità, ma anche dalla consapevolezza di non essere stati in Afghanistan invano“. Il Ministro Di Maio ha inoltre aggiunto che “la fragilità delle istituzioni afghane, la liquefazione istantanea delle forze armate locali, l’inaffidabilità delle previsioni sulla loro tenuta sono sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che in questi 20 anni abbiamo contribuito a mantenere la stabilità regionale, contrastare il terrorismo, favorire più istruzione, diritti e libertà per il popolo afghano. È proprio questa consapevolezza a spronarci a fare il possibile perché quei diritti non vengano ora brutalmente cancellati“. Dichiarazioni importanti che se da un lato dovrebbero essere rilanciate per quanto riguarda l’apertura di una riflessione sullo strumento della guerra e sulle nostre responsabilità, dall’altro lasciano spazio a perplessità rispetto ai risultati ottenuti con la nostra missione militare, nello specifico rispetto ai benefici portati alla popolazione civile.

In base ai dati forniti dal Factbook mondiale 2021 della Cia2, rileviamo come l’Afghanistan, già prima del ritorno dei Talebani, era caratterizzato da una condizione sociale disastrosa con i peggiori valori a livello mondiale sia per quanto riguarda la mortalità infantile, salita al 106,75 x 1.000 nel 2021, che la speranza di vita media ferma a soli 53,3 anni e con la povertà passata dal 22% del 2002 al 54,5% del 20203. Per quanto riguarda la condizione femminile, si è registrato un miglioramento solamente le aree urbane (che però raccolgono ad oggi solo il 26% della popolazione), mentre nel resto del Paese è rimasta sostanzialmente invariata visto che il tasso di occupazione femminile dal 35% del 2003 e salito al 35,7% del 20184. Anche dal punto di vista macroeconomico il Paese è progredito in misura ridotta rispetto ad altri Paesi che nel 2001 avevano condizioni simili o addirittura più critiche: il Pil pro capite è passato, infatti, da 280 $ del 1998 ai 545 $ del 2018 con una rapporto di incremento del solo 1,95, mentre, nello stesso arco di tempo, in Ruanda è stato del 3,16 e in Etiopia addirittura dell’8,52.

Il quadro impietoso della situazione economica e sociale lasciata dalla Nato e il fallimento militare e politico della missione militare costituiscono elementi prioritari dell’ineludibile dibattito che l’opinione pubblica nazionale invoca in merito agli errori commessi in Afghanistan, alla falsa retorica della Guerra umanitaria e sul nostro grado di autonomia in politica estera e militare.

Probabilmente se invece di aver destinato allo sviluppo sociale solo una cifra stimata fra il 5 e il 10% degli 8,7 miliardi di euro costati al contribuente italiano, avessimo seguito l’esempio indicato da Gino Strada che tramite Emergency in Afghanistan ha costruito tre ospedali e curato gratuitamente 8 milioni di persone, oggi la situazione avrebbe connotati decisamente diversi sia per il popolo afghano, che per gli occidentali.

Illuminanti in tal senso le affermazioni dello stesso Gino Strada nel suo ultimo articolo, uscito su La Stampa il 13 agosto 2021, proprio il giorno della sua scomparsa, nel quale ripercorre i 20 anni di guerra cercando di tracciarne un bilancio: ” Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,7 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe”.

Andrea Vento – 28 dicembre 2021 – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati.

NOTE:

1) “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

2) Secondo le stime del Watson Institute della Brown University del Rhode Island (Usa) https://www.sigar.mil/pdf/quarterlyreports/2021-01-30qr-section2-funding.pdf

3) https://www.atlanteguerre.it/il-futuro-afgano-dopo-lincontro-di-trento/

4) Fonte: Il Factbook mondiale 2021 . Washington, DC: Central Intelligence Agency, 2021.
https://www.cia.gov/the-world-factbook/

5) Fonte: https://www.indexmundi.com/g/g.aspx?c=af&v=69&l=itCIA World Factbook

6) Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2003 e 2020

Confine est Europa: Venti di guerra da follia

di Tonino D’Orazio

Si ricomincia. Sono passati troppi anni senza guerre, massacri, macellerie e morti sul territorio europeo. Mentre tutti sono preoccupati della paurosa influenza a vaccino ripetuto e sempre meno efficace, in questi ultimi mesi sono in atto pesanti esercitazioni militari e spostamenti di truppe e materiali.

Qualche dettaglio.

L’11 novembre 2021, nei pressi della città polacca di Olsztyn, non lontano dall’enclave russa di Kaliningrad e dalla Bielorussia, sono stati avvistati mezzi pesanti della Bundeswehr trasportati su rotaia. Le forze armate polacche continuano a inviare rinforzi al confine con la Bielorussia mentre Minsk invia rinforzi militari al confine con la Lituania dove sono di stanza le truppe della NATO. Allo stesso tempo, i rinforzi militari russi continuano a fluire verso il confine con l’Ucraina. L’artiglieria ucraina sta esaminando il terreno con qualche sbarramento dal lato di Gorlovka. Washington ha avvertito tutti i suoi alleati della possibilità di un’invasione russa dell’Ucraina. Basta provocarla e raccontarla bene. Per esempio che le truppe russe stiano facendo esercitazioni alla frontiera, dimenticando che sono a casa loro, ma che importa.

Minsk minaccia di ricorrere al ricatto energetico con l’arma del gas naturale nel suo confronto con un’Unione europea che è parte dell’asse con Washington. Per sostenere questa tesi, i bombardieri strategici russi hanno compiuto un piccolo pattugliamento sulla Bielorussia, scortati dai migliori caccia locali. Di fronte, gli eserciti della NATO si stanno ammassando in Polonia, Ucraina e nei paesi baltici non lontano dal Valdai. Il contatto diretto tra Berlino e Mosca però è tutt’altro che casuale. Un nuovo scontro tra Germania e Russia non è l’unico scenario per l’Impero anglosassone nascente.

Il 4 novembre il governo lituano ha approvato un aggiornamento della strategia di sicurezza nazionale. La strategia mira ad aumentare la potenza e la prontezza al combattimento delle forze armate lituane, con particolare attenzione allo sviluppo delle capacità di guerra terrestre, per massimizzare la presenza permanente di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e altri alleati in Lituania e nella regione, e rafforzare la cooperazione militare con Polonia, Lettonia ed Estonia.

Il Ministero della Difesa russo è nervoso e registra l’attività senza precedenti di aerei da ricognizione nei cieli del Mar Nero questo 14 novembre, pubblicando una dichiarazione urgente:

– Il 9 novembre, sul Mar Nero, l’aereo da ricognizione e controllo di bersagli terrestri E-8C dell’aeronautica statunitense è stato accompagnato dai mezzi radiotecnici dei missili antiaerei delle forze aerospaziali russe.

Sempre nelle ultime 24 ore, le forze missilistiche antiaeree russe hanno scortato TRE aerei da ricognizione degli Stati membri della NATO sul Mar Nero:

– Un aereo da ricognizione strategica RC-135 dell’aeronautica statunitense in volo da una base aerea sull’isola di Creta, in Grecia, in avvicinamento al confine di stato della Federazione Russa da una distanza di 30 km.

– Un aereo da pattugliamento della base Poseidon della Marina degli Stati Uniti, decollato da una base aerea sull’isola di Sicilia, in Italia, si è avvicinato al confine di stato della Federazione Russa a una distanza di 70 km.

– Un aereo da ricognizione C-160G Gabriel dell’aeronautica francese, in volo da una base aerea in Romania, si è avvicinato al confine di stato russo da una distanza di 30 km.

– Un altro aereo da ricognizione strategica U-2 dell’aeronautica statunitense, in volo dal territorio britannico, è stato rilevato e accompagnato da ricognizione radar sul territorio ucraino, in avvicinamento al confine della Federazione Russa a una distanza di circa 60 km.

– Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Porter ha lasciato il porto georgiano di Batumi questa mattina alle 8:56, ora di Mosca.

– La USS Mount Whitney, una nave della Marina degli Stati Uniti, ha lasciato Batumi alle 9:20, ora di Mosca.

– La USS John Lenthall si trova nella parte sud-occidentale del Mar Nero.

Le azioni della Marina degli Stati Uniti così come la ricognizione e l’aviazione strategica nel Mar Nero confermano il vero obiettivo di questa imprevista esercitazione multinazionale: controllare il teatro di guerra previsto e, in particolare, il territorio dell’Ucraina nel caso in cui Kiev preparasse una soluzione muscolare nel riconquistare le due regioni autonome del Donbass. Le tensioni tra Kiev e Mosca hanno raggiunto un punto pericoloso, ma gli Stati Uniti e la Nato stanno solo alimentando la situazione fornendo armi letali all’Ucraina. È la fornitura di armi da parte degli Stati Uniti che può rendere la situazione estremamente grave e che alla fine porterebbe a un’ulteriore escalation del conflitto militare limitato e alla sconfitta dell’esercito ucraino o al divampare della pura follia.

Inoltre non bisogna dimenticare le esercitazioni nucleari Nato Steadfast Noon 2021 sul centro e nord Italia di metà ottobre. Stessi aerei sulle stesse basi. Partecipanti: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Stati Uniti (sempre al comando), con un ruolo centrale dell’Italia nelle strategie di guerra nucleare Nato.

Da Nuclear Information Project(Hans Kristensen):

«Le basi nucleari del sud dell’Europa sono state oggetto di ammodernamento questi ultimi anni; in modo particolare sono stati costruiti perimetri supplementari per rafforzare la protezione delle ogive che vi sono stoccate». «Due di queste basi, Aviano nel nord Italia e Incirlik nel sud della Turchia sono state modernizzate da più di cinque anni. Sulla seconda base nucleari italiana, Ghedi, che accoglie ogni anno il Steadfast Noon, sono in corso processi di modernizzazione dell’arsenale nucleare al fine di servire le missioni d’attacco della Nato negli anni a venire». “A Ghedi e Aviano vi sono 35 bombe nucleari ciascuna».

Che fortuna!

La storia sembra non insegnare mai niente.

Contro l’URSS nel 1941, abbiamo contato: Germania; Polonia; Stati baltici; Finlandia; Danimarca; Ungheria; Italia; Croazia; Slovacchia; Romania; Francia (anche se sembianti alleati); Spagna; Gran Bretagna (anche se sembianti alleati). E oggi, chi vediamo contro la Federazione Russa? Quasi tutti gli stessi! Non è curioso? Due volte l’Europa, quasi unita, ci ha provato (Napoleone, Hitler-Mussolini), alla fine per due volte è stata sconfitta.

Mah! Se non serve forse è meglio togliere la storia dai curriculum scolastici.

PRIMA VITTORIA PER LA PACIFICA, OCEANICA LOTTA DEI CONTADINI INDIANI INIZIATA IL 26 NOVEMBRE 2020

di Marinella Correggia

Prima, storica vittoria di un grande movimento, quello degli agricoltori indiani, che andrà studiato per le sue modalità (pacifiche), le sue dimensioni (oceaniche), la sua costanza (quotidiana), e un contesto interamente sfavorevole (la crisi sanitaria).

Una svolta epocale in India. Forse.

Il Samyukt Kisan Morcha (Skm, Fronte unitario contadino), coordinamento di quaranta organizzazioni contadine, ha potuto annunciare che il 19 novembre 2021, «nel 358esimo giorno di una lotta che ha visto gli agricoltori uniti, perseveranti e pacifici per il ripristino della democrazia nel paese», si è verificata una «storica prima vittoria» per l’abrogazione di tre leggi – approvate in fretta nel 2020 –, che liberalizzavano il mercato agricolo a favore delle grandi imprese e a tutto scapito del mondo rurale. Infatti, a sorpresa, il primo ministro ha annunciato che le leggi in questione saranno cancellate.

All’annuncio ha fatto seguito l’esultanza composta dei contadini mobilitati da novembre 2020alle porte di New Delhi (Singhu border). Una presenza di piazza oceanica e andata avanti senza sosta, con decine di migliaia di persone. In allegato alcune foto, ma è utile seguire su Twitter e YouTube il costante lavoro di documentazione svolto da Kisan Ekta Morcha, il gruppo comunicazione del movimento.

Nel silenzio del resto del mondo – in altre faccende affaccendato -, i contadini attivisti hanno sopportato il freddo, poi il caldo, gli assalti della polizia, in modo pacifico e organizzato, con le loro tende, le cucine da campo solidali, il presidio medico. Nel mese di gennaio 2021, decine di milioni di contadini sono scesi nelle strade indiane per lo sciopero nazionale di protesta (Bharat Bandh), riconvocato a settembre. Movimenti di donne, tribali, lavoratori e partiti di opposizione hanno offerto il loro appoggio. Centinaia di contadini hanno perso la vita in quest’anno, chi stremato dagli sforzi, chi ucciso. Ma nessuno è riuscito a fermare il movimento; nemmeno il tentativo da parte del governo di criminalizzare i partecipanti. Non sono riusciti nemmeno ad accusarli di diffondere

Giorni fa, il movimento agricolo internazionale La Via Campesina presente in oltre 80 paesi, aveva lanciato l’idea di celebrare l’anno di lotta, il 26 novembre, con eventi e prese di posizione: «E’ una mobilitazione storica, la più grande dei tempi recenti». «La lotta paga», sintetizza l’Associazione rurale italiana (Ari), che di Via Campesina è membro: «Dopo un anno di mobilitazione ininterrotta, il governo nazionalista e neoliberista ha ritirato le tre controverse leggi che colpivano il mondo contadino. Complimenti ai contadini e alle contadine indiani».

Ma che questo movimento «storico e nonviolento» (così l’ha definito Ashish Mittal, uno dei principali promotori del gruppo All India Kisan Mazdoor Sabha), pacifico e di massa non possa ancora interrompersi appare chiaro nel comunicato del coordinamento Samuykt Kisan Morcha: «Aspettiamo che l’annuncio del primo ministro abbia seguito in Parlamento. Ricordiamo che l’agitazione degli agricoltori non riguarda solo l’abrogazione delle tre leggi, ma anche per una garanzia legale di prezzi remunerativi per tutti i prodotti agricoli e per tutti gli agricoltori. Questa importante richiesta degli agricoltori è ancora in sospeso». Skm «valuterà tutti gli sviluppi, e nella sua prossima riunione prenderà le ulteriori decisioni necessarie. Skm rende il suo umile omaggio a circa 675 agricoltori che hanno perso la vita in questa agitazione finora, e afferma che il loro sacrificio non sarà vano. Il governo del Punjab ha annunciato che dedicherà loro un memoriale. La vittoria è dedicata anche ai lavoratori, alle donne e ai tribali diventati parte del movimento». Gli agricoltori chiedono anche che vadano avanti celermente i procedimenti giudiziari contro i colpevoli di omicidio contro diversi agricoltori e anche azioni contro un leader del partito al governo (Bjp) che aveva insultato pesantemente i membri del movimento.

E Rakesh Tikait, leader del sindacato Bhartiya Kisan Union (Bku) ha avvertito che l’annuncio di Modi potrebbe essere una manovra elettorale, visti i timori del suo partito per le prossime elezioni in vari Stati.

La situazione del mondo rurale nel subcontinente indiano, peggiorata negli ultimi tempi a causa di misure scriteriate come un lockdown totale imposto nel marzo 2020 (con il risultato dell’espulsione dalle città di milioni di lavoratori informali inurbati), risulta chiara dai dati sui suicidi. Perfin quelli ufficiali, sottostimati. Il National Crime Records Bureau (Ncrb) on Accidental Deaths and Suicides in India ha registrato per il solo anno 2019 ben 10281 suicidi fra agricoltori (proprietari della terra che coltivano) e 32559 fra i braccianti agricoli…

La Gentrificazione cambia il volto delle nostre città

di Martina Felloni

Dalla ristrutturazione dei centri storici degli anni ’80 al turismo di massa odierno, le città italiane stanno subendo una profonda trasformazione urbanistica e funzionale a discapito delle classi inferiori, del tessuto sociale e della qualità della vita dei residenti. Occorre riportare la pianificazione urbana in mano pubblica.

La Gentrificazione è un processo di espulsione degli abitanti originari dei quartieri del centro storico con sostituzione della funzione abitativa a vantaggio di altre più redditizie quali: attività commerciali, ristorazione, somministrazione di cibi e bevande, attività turistiche, diventando le cosiddette “città vetrina”. Un esempio dei primi processi di gentrificazione è quella avvenuta negli anni ‘80 a Milano nel quartiere di Porta Genova dove le vecchie case di ringhiera sono state comprate da società immobiliari, restaurate, riqualificate e vendute come abitazioni di lusso a persone di ceto elevato.

In questo processo ha poi giocato un ruolo importante la piattaforma “Airbnb”. Essa nasce allo scopo di poter affittare per brevi periodi delle stanze del proprio appartamento creando una piccola integrazione al reddito familiare. Questo ha comportato però l’aumento del costo degli immobili e il cambiamento del fine originario, da forma d’integrazione del reddito familiare ad attività economica vera e propria gestita da società importanti, spesso in nero.

Sulla piattaforma “Airbnb” ci sono oltre 20mila annunci per pernottare a Roma, ma al Comune risultano solo 8.600 attività ricettive extra-alberghiere. Questo significa che ci sono almeno 13.400 attività illecite che si collocano nel vuoto normativo, e un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A Torino, a fronte di 2.446 sistemazioni pubblicate sul portale, appena 341 strutture (13%) hanno presentato la documentazione di inizio attività. Anche a Firenze, dove “Airbnb” ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno, gli annunci sono 7.497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Un ulteriore esempio è Napoli con 2.432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune, e addirittura Milano con 12.841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Tra le principali destinazioni turistiche si salvano solo Venezia e Verona, dove il divario tra attività a nero e quelle dichiarate è minimo.

Se ne volessimo analizzare gli aspetti negativi, come primo elemento potremmo indicare il già citato aumento degli affitti, che spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, i quali perciò sono costretti adandarsene o vengono addirittura sfrattati.

Un altro punto importante riguarda anche la trasformazione dell’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica e sociale, con abitazioni che si fanno più piccole, pensate per coppie invece che per famiglie, o costruzioni di appartamenti di lusso prima estranei al quartiere.

L’attività di questa piattaforma ha aumentato la presenza di turisti e della movida notturna, creando così disagio ai residenti che hanno cominciato a protestare (es: Barcellona in rivolta). Tante città hanno iniziato a porre regolamentazioni, la prima è stata Palma di Maiorca, ma ormai era troppo tardi.. Le città hanno modificato la loro morfologia per adattarsi progressivamente alle esigenze dei loro “benefattori”: interi quartieri si sono trasformati in hotel e affitta camere, i caffè locali sono stati sostituiti da grandi catene in stile Starbucks, inoltre, si possono trovare fast food e negozi in franchising in ogni angolo del centro e le piccole attività commerciali e di artigianato locale sono ormai molto rare.

Viene chiamato fenomeno della turistificazione tale che rende l’offerta locale costretta ad adattarsi ai diktat della domanda turistica, offrendo servizi che risultano spesso inaccessibili ai residenti, con prezzi che risultano spesso fuori budget perché a misura di turista.

Per impedire che ciò avvenga è nata una rete del Sud Europa contro la turistificazione (SET). Da quando è stata istituita, anche in Italia abbiamo riscontrato una maggiore attenzione al fenomeno. Il Manifesto fondativo della rete SET, reso pubblico il 24 aprile 2018, ha riaperto e alimentato una discussione sul fenomeno, dopo anni di silenzio a riguardo. Tra i temi del Manifesto, al primo punto, c’è l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, principalmente provocato dall’acquisto massivo di immobili da parte di fondi di investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo si induce nel tessuto sociale la privazione della funzione naturale delle abitazioni, e quindi si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri, in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione.

In base a quanto riportato precedentemente, penso che sia auspicabile trovare un equilibrio: sviluppare il settore turistico attraverso la piattaforma “Airbnb con attività esclusivamente dichiarate cercando di porre un limite al dilagare degli affitti in nero, cosicché i quartieri storici possano rimanere abitati da persone del luogo e gli sfratti vengano eliminati.

Martina Felloni – 12 novembre 2021

Classe 4 B afm – Ite Pacinotti Pisa

Destino manifesto

di Franco Bifo Berardi

Recentemente, parlando della disfatta di Kabul, in un empito retorico mi è capitato di scrivere che gli USA sono finiti, perché il paese non ha un presidente, dato che Biden, se mai è esistito, è stato annichilito dalla gestione della ritirata. Perché non ha un popolo ma due e in guerra tra di loro. Perché gli alleati se la stanno squagliando, perché la Cina sta vincendo la battaglia diplomatica e anche la competizione economica.

Tutto vero, ma ho dimenticato una cosa non secondaria: l’America è anche un complesso tecno-militare che dispone di una potenza distruttiva capace di distruggere il pianeta e di eliminare il genere umano non una ma molte volte. E si sta anche rendendo capace di avviare l’evacuazione di una piccola minoranza di umani dal pianeta terra, per andare dove non si sa.

La disfatta afghana segna il punto di svolta di un processo di disgregazione dell’occidente i cui segnali si sono accumulati nei due decenni passati.

Uso qui la parola Occidente per intendere una entità geopolitica che corrisponde al mondo culturale giudeo-cristiano (e comprende quindi la stessa Russia).

Forse il capitalismo è eterno, (ipotesi da verificare se ne avremo il tempo ma non credo l’avremo). L’Occidente no. E purtroppo il complesso tecno-militare di cui l’Occidente dispone, e che continua ad alimentare nonostante la sua capacità di overkill, non risponde alla logica della politica, ma è un automatismo che risponde alla logica della deterrenza che un tempo aveva carattere bipolare e simmetrico mentre dopo il crollo dell’URSS ha carattere multipolare, asimmetrico e quindi interminabile. Inoltre il complesso tecno-militare è anche una potenza economica che deve produrre guerra per potersi riprodurre.

È per questo che il crollo dell’Occidente non deve metterci di buon umore, o almeno non tanto: lo sgretolamento dell’Occidente non sarà un processo (quasi) pacifico come fu il crollo dell’Impero sovietico tra l’89 e il ’91.

Prima di crollare l’Occidente potrebbe cancellare il mondo non perché lo voglia o lo decida il cervello politico affetto da evidente necrosi, ma per automatismo. L’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, e pur essendo una potenza militare di seconda fila, dispone di soli 15 aerei anti-incendio, mentre ha 716 aerei da combattimento. Cosa ce ne facciamo? Perché l’Italia sta investendo una cifra enorme per un aereo da combattimento che si chiama Tempest, insieme a Germania e Inghilterra?

Già, perché?

Ora, dopo l’ennesima sconfitta che l’occidente (la NATO, gli USA, l’Europa) ha subito in una guerra convenzionale è ingenuo pensare che l’occidente rinunci alla guerra.

Perciò l’occidente sarà presto condotto verso la guerra non convenzionale.

Il capitalismo non è più in grado di permettere la riproduzione del genere umano, l’espansione ha raggiunto il suo culmine e ora la valorizzazione capitalistica si realizza essenzialmente attraverso l’estrazione di risorse fisiche e nervose che sono ormai al limite dell’esaurimento, e attraverso la distruzione dell’ambiente fisico planetario e del cervello collettivo. A questo punto si aprono due prospettive: quella della dissoluzione del capitalismo e della progressiva costituzione di comunità secessione autonome, egualitarie e frugali. Oppure la guerra. O più probabilmente entrambe le prospettive in contemporanea.

Quel che è certo comunque è l’incapacità dell’Occidente di accettare quel che ora è il suo destino manifesto: il declino la dissoluzione la scomparsa.

Suprematismo nazi-liberista

Il crollo dell’Occidente è iscritto in alcuni processi che ormai possiamo distinguere a occhio nudo: il primo è l’infertilità crescente dei popoli del nord del mondo (in 50 anni la fertilità dei maschi è crollata del 52%). Che sia dovuta, come sostiene Sarah Swan nel suo recentissimo libro Count Down, alla diffusione delle microplastiche nella catena alimentare, e ai disturbi ormonali provocati dalle microplastiche, o che si dovuta alla scelta più o meno consapevole delle donne di non mettere al mondo vittime dell’incendio globale in rapida diffusione poco importa.

Il secondo processo è l’emergere di potenze capitalistiche anti-occidentali (la Cina) che per ragioni iscritte nella formazione psico-cognitiva più facilmente adeguabile alla dinamica dello sciame con cui confligge l’individualismo occidentale. (vedi al proposito il libro di Yuk Hui recentemente pubblicato in italiano da Nero edizioni col titolo Cosmotecnica).

Il terzo è la crisi mentale, l’auto-disprezzo e la pulsione suicidaria della popolazione bianca, incapace di far fronte alla grande migrazione che è conseguenza della colonizzazione in epoca di globalizzazione, e che a ondate successive sta scardinando l’ordine globale. (Forse varrebbe la pena rileggere e attualizzare alcune considerazioni di Mao Tse Tung e di Lin Piao sulle periferie che circondano e strangolano il centro).

La popolazione europea è incapace di fare i conti la migrazione perché difende con le unghie e coi denti il privilegio bianco, e rifiuta di riconoscere la necessità di una restituzione delle risorse sottratte e di un accoglimento senza condizioni. E’ chiaro che queste due condizioni – restituzione e accoglimento – non sono compatibili con il mantenimento del privilegio coloniale che lungi dal recedere si è costantemente rafforzato.

La sinistra europea ha sempre rifiutato di ammettere il carattere radicale di questo fenomeno grande-migratorio, ne ha minimizzato la forza dirompente, quando non ha fatto proprie le posizioni della destra, come nel caso della politica libica di Minniti e nella codardia del PD sulla questione dello ius soli.

L’Occidente resiste quindi all’inevitabile declino, e questa resistenza si manifesta con il rafforzamento dei movimenti neo-reazionari, la risposta identitaria dei popoli dominanti che identifichiamo come Occidente.

Achille Mbembe definisce questa difesa aggressiva del privilegio bianco con l’espressione “tardo-Eurocentrismo”.

“Nel nostro tempo è chiaro che l’ultranazionalismo e le ideologie di supremazia razziale stanno vivendo una rinascita globale. Questo rinnovamento è accompagnato dall’ascesa di un’estrema destra dura, xenofoba e apertamente razzista, che è al potere in molte istituzioni democratiche occidentali e la cui influenza si può sentire anche all’interno dei vari strati della stessa tecnostruttura. In un ambiente segnato dalla segregazione delle memorie e dalla loro privatizzazione, così come dai discorsi sull’incommensurabilità e sull’incomparabilità della sofferenza, il concetto etico del prossimo come altro sé non regge più. L’idea di una somiglianza umana essenziale è stata sostituita dalla nozione di differenza, presa come anatema e divieto… Concetti come lumano, la razza umana, il genere umano o lumanità non significano quasi nulla, anche se le pandemie contemporanee e le conseguenze della combustione in corso del pianeta continuano a dar loro peso e significato.

In Occidente, ma anche in altre parti del mondo, stiamo assistendo al sorgere di nuove forme di razzismo che potremmo definire parossistiche. La natura del razzismo parossistico è che, in maniera metabolica, può infiltrarsi nel funzionamento del potere, della tecnologia, della cultura, del linguaggio e persino dell’aria che respiriamo. La doppia svolta del razzismo verso una varietà tecno-algoritmica ed eco-atmosferica lo sta rendendo un’arma sempre più letale, un virus.

Questa forma di razzismo viene definita virale perché va di pari passo con l’esacerbazione delle paure, compresa e soprattutto la paura dell’estinzione, che sembra essere diventata uno dei motori trainanti della supremazia bianca nel mondo.

(Achille Mbembe Note sul tardo eurocentrismo)

Piuttosto che tardo-Eurocentrismo Io preferisco chiamare il movimento reazionario in corso con l’espressione: “suprematismo nazi-liberista”, perché il privilegio coloniale è il punto di congiunzione tra darwinismo sociale liberista e politiche dello sterminio hitleriane: la selezione naturale.

Missione compiuta

Sono curioso di assistere alla prossime celebrazioni del ventesimo anniversario dell’attacco islamista alle torri di Manhattan, ma forse non ci saranno celebrazioni, si farà finta di niente. Forse non si scriverà sui giornali “siamo tutti americani” come il giorno in cui Bush dichiarò guerra all’Afghanistan, perché l’America ha perso.

La sconfitta in Vietnam fu un dramma nazionale, la sconfitta afghana non scalfisce la coscienza americana perché la popolazione americana è incapace di vedere il fallimento a causa dell’epidemia di demenza senile che l’attanaglia.

Ma la sconfitta in Vietnam non era terminale, la sconfitta in Afghanistan lo è. Pur essendo ancora la più grande potenza militare di tutti i tempi, gli Stati Uniti non dispongono più di una cosa essenziale: se stessi. Non ci sono più gli Stati Uniti d’America. Ce ne sono almeno due, in lotta feroce. Così, mentre il fuoco brucia un’area sempre più vasta del territorio e si avvicina alle megalopoli, mentre le sparatorie psicotiche si susseguono quotidiane, il paese non ha più un governo governante e non ce l’avrà mai più.

La vittoria di Osama bin Laden è ora definitiva, e al suo confronto impallidiscono le vittorie di tutti i grandi condottieri della storia passata, perché bin Laden ha sconfitto le due più grandi potenze di tutti i tempi: l’URSS e gli USA. Cosa accadde all’Unione sovietica dopo la sconfitta afghana lo sappiamo bene. Ora stiamo aspettando quel che accadrà agli Stati Uniti ed è legittimo sperare che gli effetti siano altrettanto definitivi. La società americana è irreparabilmente scissa, avviata ad un processo di disgregazione sociale, culturale e psichica. La guerra civile non ha carattere politico, ma quotidiano, molecolare, onnipresente.

Possiamo dunque sperare che il crollo della potenza americana restituisca gli umani all’umano?

Temo di no perché questo crollo è tardivo: l’America ha già per gran parte portato a termine la sua missione, che non consisteva nell’instaurare il regno della democrazia, come ci raccontavano, ma era quella di distruggere il genere umano.

John Sullivan coniò l’espressione Manifest Destiny, per definire la missione civilizzatrice degli idealisti americani (ma non erano forse accesi idealisti anche i capi delle SS, i propagatori della gioia della razza superiore tedesca?). Quella missione era portare nel mondo la libertà, o più realisticamente trasformare la vita umana in mera articolazione del dominio assoluto del capitale.

Le tappe di questo processo: accumulazione primitiva fondata sulla schiavitù, e sul genocidio. Intensificazione costante della produttività degli sfruttati tramite la sistematica disumanizzazione delle relazioni sociali.

Quella missione è compiuta.

Mentre alcune grandi aziende (Big Pharma, Amazon, grande finanza) fanno oggi profitti senza precedenti, incrementando ogni giorno i guadagni, la psicosi si impadronisce della mente collettiva, la depressione dilaga, le armi da guerra in libera vendita uccidono ogni giorno qualche malcapitato, il salario decresce, le condizioni di lavoro sono sempre più precarie, e intanto le foreste bruciano, e le città sono trappole senza più speranza.

Lo scopo delle guerre americane non era vincere. Era distruggere le condizioni della vita, e ridurre i viventi a spettri dementi come quelli che si aggirano ormai nelle metropoli del mondo.

Nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro il primo summit sul cambiamento climatico. In quella occasione il presidente americano, George Bush senior, dichiarò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”.

Il tenore di vita degli americani consiste nel consumare quattro volte più energia di quanto ne consuma la media degli abitanti del pianeta. Consiste nella bulimia psicopatica che produce obesità e aggressività acquisitiva.

Consiste nel consumare carne in quantità demenziali. E così via.

Il consumismo e la pubblicità commerciale sono state forse il contributo più decisivo del popolo terminatore alla distruzione delle condizioni di vivibilità dell’ambiente planetario.

Lo sterminio dell’umano è intrinseco al carattere neo-umano del protestantesimo puritano dal quale nasce l’idea del Manifest destiny.

Lo sciame cinese

Nel ventunesimo secolo il destino manifesto degli USA è diventato la cancellazione dell’impurità congiuntiva, la piena realizzazione del progetto di integrale digitalizzazione e connessione del biologico dentro il flusso neo-umano.

Ora quel progetto di automazione integrale si sta compiendo, ma per uno scherzo imprevisto (il destino è cinico e baro) non saranno gli occidentali a goderne (si fa per dire). Sarà con ogni probabilità un popolo che è al tempo stesso più paziente e meno individualista, anzi un popolo che funziona come un organismo cognitivo unificato, e non conosce nel suo vocabolario la parola più ingannevole di tutte, la parola “libertà”.

L’occidente è la sfera entro la quale si è costituita la macchina globale del capitale, e questa è indissociabile dal mutamento nella natura della tecnica.

Nella storia precapitalistica la tecnica si è sviluppata come modalità strutturata e funzionale dell’oggetto maneggiato dall’uomo. Ma nel corso dell’evoluzione moderna del modo di produzione capitalistico la tecnica si trasforma in quadro operativo entro il quale l’uomo è costretto ad agire e dal quale non gli è concesso uscire.

Partendo da Heidegger, il pensatore cinese Yuk Hui indica nella parola Gestell la chiave di volta della trasformazione della tecnica in fattore della mutazione dell’umanità in Automa cognitivo. La tecnica istituisce Gestalt entro le quali l’azione umana è sempre più pre-ordinata, fino a funzionare come sciame.

La mutazione tecnologica che ha avuto nella California il suo laboratorio e nell’occidente il suo territorio di sperimentazione è giunta a istituire il modello “neo umano”, l’uomo formattato, compatibile, connettivizzato, il modello sciame in cui i movimenti degli individui sono guidati da un unico cervello, dal quale dipendono i cervelli individuali.

Ma la sperimentazione dell’automa in Occidente sta funzionando solo parzialmente, per ragioni che sono legate alle particolarità culturali e psichiche del processo di individuazione nella sfera occidentale: la base cognitiva comune, legata all’apprendimento del linguaggio, è esile e la resistenza al modello-sciame è molto alta.

Sembra funzionare molto meglio nella sfera delle lingue ideografiche, prima di tutto la Cina, dove il processo di individuazione ha caratteri differenti, perché la base cognitiva comune è duplice: l’apprendimento del linguaggio parlato e della trascrizione ideografica.

La mente cinese è più facilmente integrabile grazie alle caratteristiche differenti del processo di individuazione (acquisizione del linguaggio, doppio stampaggio neurale, facile adesione al modello-sciame).

Cosa ci guadagnate?

Sangihe è una delle innumerevoli isole dell’arcipelago indonesiano. Un tempo l’isola ospitava un uccellino azzurro. Poi parve che fosse scomparso, invece no, recentemente si è scoperto che il passerotto blu saltella ancora nelle foreste. Ma non c’è solo il passerotto, ci sono anche alcune decine di migliaia di persone che vivono sull’isola. Pescatori, raccoglitori, artigiani, insegnanti, studenti.

Qualche tempo fa una compagnia canadese ha ottenuto una concessione su metà del sottosuolo perché recentemente si è scoperto che c’è l’oro. Fino a qualche tempo fa una legge dello stato indonesiano vietava l’estrazione dal sottosuolo delle isole, ma l’anno scorso pressioni internazionali hanno ottenuto l’abolizione di quella legge. Si può scavare. Si può estrarre, e la compagnia canadese che possiede i diritti di sfruttamento si sta facendo avanti per far valere i suoi diritti.

Questa che la BBC documenta in un video che trovate cliccando qui non è affatto una storia originale. È così da qualche centinaio di anni: dei predatori bianchi arrivano in un posto qualsiasi della terra, scoprono che si può estrarne un minerale che ha valore per l’economia bianca (magari un minerale inutile come l’oro, caricato di un immenso significato religioso, al punto da poterlo considerare come il totem della credenza superstiziosa nota come “economia”). I predatori bianchi distruggono tutto, sottomettono gli umani che abitano il territorio a ritmi di lavoro massacranti, e in cambio danno loro un salario, un’automobile, una casa con gli accessori indispensabili nelle trappole per topi in cui i bianchi sono abituati a vivere. Ormai hanno distrutto quasi tutto, e adesso il mondo ha cominciato a bruciare, e brucerà certamente, fin quando la razza umana sarà terminata, salvo forse pochi esemplari che riusciranno a fuggire a bordo di navette nelle quali passeranno il resto dei loro tristi giorni come topi in gabbie volanti nel nulla. Ma alcune isole del pianeta terra non sono ancora state totalmente catturate dagli sterminatori, perché troppo remote. Ad esempio Sangihe.

Alla domanda: “Cosa ci guadagnerete realizzando il vostro progetto” (abbattere le foreste, perforare il terreno, estrarne il minerale che la superstizione economica considera prezioso)? il calvo pacioso rappresentante della compagnia mineraria risponde con una bella risata: “Milioni e milioni di dollari. Quando saremo a pieno regime contiamo di estrarre in pochi anni migliaia di once al mese.”

E ci sarà lavoro per cinquemila persone. Cinquemila persone potranno smettere di pescare, costruire oggetti utili per la comunità, studiare, e potranno finalmente andare a qualche centinaia di metri sotto terra otto ore al giorno in cambio di un salario che gli permetta di avere un’automobile, di sostituire la loro abitazione con una trappola per topi e così via.

Mi ha fatto impressione leggere questa storia perché tutto quel che c’è da sapere sulla modernità sta qui condensato in quattro minuti e mezzo di filmato. La distruzione della vita, del piacere, della bellezza, dell’affetto, della gioia, dell’alba, del tramonto, del cibo, del respiro, in cambio di un salario di un’automobile, e di un cancro ai polmoni ovvero dell’economia.

Dopo cinque secoli ci sono ancora luoghi in cui la cura occidentale non è stata imposta. Le foreste bruciano, i fiumi esondano, le guerre si moltiplicano, la depressione dilaga, ma da qualche parte il progresso non è ancora arrivato. Portiamocelo urgentemente, prima che lo spettacolo sia finito.

È questione di anni, ormai. L’estinzione non è più una lontana prospettiva, ma una questione che riguarda la presente generazione, quella che non può neppure andare a scuola perché c’è un virus misterioso. Prima di essere ingoiati dall’apocalisse che rapidamente si diffonde non dobbiamo dimenticare di trascinarvi dentro anche i poveri abitanti di Sangihe, che ancora non hanno goduto dei frutti del progresso occidentale.

Che ha negli Stati Uniti d’America la sua avanguardia, il suo simbolo.

FONTE: http://effimera.org/destino-manifesto-di-franco-bifo-berardi/

Centri e periferie dell’economia: il nuovo libro di Gianfranco Viesti

Regioni del Nord e del Sud, un’Europa sempre più divisa: le dinamiche dell’economia producono squilibri tra centri e periferie, ed è compito della politica affrontarli. Il nuovo libro di Gianfranco Viesti offre una mappa delle asimmetrie di oggi.

di Claudio Cozza

L’ultimo libro di Gianfranco Viesti, “Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo” (Laterza, 2021) ha un’ampiezza dei contenuti che va molto oltre l’analisi degli squilibri regionali. Viesti fornisce, infatti, una rassegna delle attuali dinamiche economiche a più livelli territoriali, e lo fa da prospettive multiple.

Per spiegare l’odierna polarizzazione fra centri e periferie, nella prima parte del libro l’autore ripercorre la storia del divario fra le regioni italiane nelle sue varie fasi: dagli sbilanciamenti post-unitari, alla mancata convergenza successiva alle due guerre mondiali, fino all’avvento dell’integrazione europea di fine Novecento. Il testo aiuta a capire le radici storiche del divario fra un Nord “centrale” e un Sud periferico, non come automatismo economico ma come effetto di scelte politiche: più rivolte all’attenuazione delle disuguaglianze le politiche dell’Italia liberale di fine Ottocento o quelle improntate al welfare state del Secondo Dopoguerra; acceleratrici del divario, invece, le politiche del fascismo o quelle dell’austerità di fine Novecento. Le dinamiche storiche e quelle geografiche devono però essere studiate insieme, osservando cioè l’interdipendenza fra territori e i relativi rapporti di forza. Non si può, ad esempio, capire la deindustrializzazione di certe regioni italiane negli ultimi decenni senza considerare l’allargamento a Est dell’Unione Europea.

In questa rassegna molti sono i rimandi alle teorie economiche che hanno accompagnato le politiche dei vari periodi, nonché le tabelle e le rappresentazioni grafiche dei dati che aiutano a capire meglio lo stesso sviluppo storico. Il libro diventa così uno strumento utile sia per la divulgazione al grande pubblico, sia per gli addetti ai lavori che vogliano mettere in ordine le tante informazioni sulla geografia economica del nostro Paese. La prima parte si conclude con un rimando ai grandi temi di attualità nel passaggio dal XX al XXI secolo: l’accelerazione della globalizzazione, lo sviluppo della Cina, la deindustrializzazione dei paesi occidentali, le politiche neoliberiste.

La seconda e terza parte del libro si focalizzano invece sull’Italia di oggi adottando, ancora, un approccio dalle molte angolazioni. L’autore fornisce statistiche aggiornate e significative sulle regioni italiane, con un’attenzione particolare alla struttura industriale del Mezzogiorno. E un intero capitolo è dedicato ai “divari civili” fra Nord e Sud, a dimostrazione di un’analisi che usa le statistiche per andare oltre la sola dimensione economica.

La conclusione del volume è dedicata alle politiche economiche che si sono succedute in Italia e a quelle che è possibile realizzare in futuro. C’è spazio per un’analisi critica delle politiche di austerità, per la descrizione delle debolezze delle politiche di sviluppo italiane ed europee, per gli aggiornamenti delle politiche di coesione. Ma anche per un richiamo alle politiche sull’istruzione, sulla ricerca o sulle infrastrutture che hanno frenato l’intero Paese, e il Mezzogiorno in particolare. Anche l’analisi delle politiche richiede un confronto internazionale e storico: se le economie capitalistiche sono “naturalmente” caratterizzate da fenomeni di concentrazione geografica della ricchezza, con alcuni territori che tendono a diventare “centri” e altri “periferie” come suggerito dai teorici della divergenza che Viesti richiama fin dal primo capitolo, l’azione di politica pubblica è necessaria per controbilanciare queste tendenze. I ritardi italiani rispetto alla media europea nell’istruzione, nella ricerca o nelle infrastrutture suggeriscono allora gli ambiti in cui sarebbe necessaria un’azione pubblica più incisiva. I ritardi interni all’Italia, con disparità regionali superiori a quelle di altri paesi europei, suggeriscono invece dove intervenire. La pandemia ha acuito tutti questi divari e, secondo l’autore, oggi è ancora più necessario un forte dibattito pubblico, con un’ottica di lungo periodo, senza però cadere in “sovranismi regionali” contrapposti.

Da un punto di vista teorico, la contrapposizione fra centri e periferie, fra territori più e meno sviluppati, è la chiave di lettura dell’intero libro ma non esaurisce l’argomentazione dell’autore. E, soprattutto, non è vista come un processo ineluttabile: “lo sviluppo regionale è quindi sempre l’esito complesso, combinato, di condizioni di partenza geografiche date, dei processi di evoluzione storica, degli effetti delle decisioni localizzative degli individui e delle imprese, delle grandi scelte politiche che ciascun paese compie. I suoi esiti non sono determinati a priori”.

Gianfranco Viesti, “Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo” (Laterza, 2021).

FONTE:

https://sbilanciamoci.info/centri-e-periferie-delleconomia/embed/#?secret=ZgsmqhHZ46

12 ore intorno al mondo per la Festa della Repubblica

12 ORE DI DIRETTA  – Evento webradiostreaming
di Radio MIR domani 2 Giugno 2021

 

Un giro del mondo virtuale, seguendo i fusi orari, cominciando alle 6 del mattino con l’Arabia Saudita per concludersi con l’Australia alle 17.30, passando per l’Europa, Nord e Sud America e Asia.

Ci collegheremo con italiani residenti all’estero e con persone che sono immigrate in Italia, mettendone a confronto le esperienze migratorie, le storie di integrazione, come vedono l’Italia dal loro punto di osservazione, nel giorno della Festa della Repubblica.

Circa 50 interventi da più di 25 paesi del mondo:  storie, reti di soggetti e  comunità, iniziative, interventi istituzionali, focus su temi importanti per le nostre comunità  per stimolare l’intreccio di nuove relazioni, incuriosire chi non conosce il mondo degli italiani all’estero. E anche un tentativo di “auto – inchiesta” per provare a riportare il grande tema delle migrazioni all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana.

Ricostruiremo attraverso i collegamenti, una comunità con una propria identità non solo linguistica ma riconducibile al tratto comune di “Cittadini del mondo”.

E da “cittadini del mondo” non si smette di essere italiani quando si varca il proprio confine, semmai è il contrario. E’ l’Italia come Paese che purtroppo dimentica i suoi cittadini all’estero. Quale contributo reale danno possono dare gli italiani all’estero per fare in modo che l’Italia diventi un paese del mondo e non come diceva Metternich ”una mera espressione geografica”?
 

La diretta si svolgerà sulla pagina facebook di Radio MIR e sul canale Youtube e avrà inizio alle ore 6 del 2 Giugno 2021 con la conduzione principale di Fabio Sebastiani e Pietro Lunetto.

REGISTRAZIONE INTEGRALE DELL’EVENTO WEB

FONTE: Radio MIR, radio degli italiani mondo: www.radiomir.space

Le radici della sollevazione palestinese

di Andrea Vento

Analisi del contesto geopolitico in cui è avvenuto il passaggio di Israele dallo status di impunità giuridica internazionale sostanziale a quella formale, ripercorso attraverso la disamina delle 74 Risoluzioni Onu di condanna.

L’improvvisa esplosione delle proteste palestinesi a Gerusalemme Est nei primi giorni di maggio che hanno acceso la miccia del conflitto armato fra Israele e la Striscia di Gaza, degli scontri nelle città a popolazione mista all’interno dello stato di ebraico e, in Cisgiordania, fra esercito e popolazione palestinese, se da un lato ha sorpreso l’opinione pubblica e la politica internazionale, dall’altro non ha colto impreparati gli osservatori più attenti e gli analisti delle vicende mediorientali.

Ad oltre una settimana dell’inizio dello scontro armato, mentre si contano già oltre 200 morti palestinesi, la politica e la diplomazia internazionale, salvo rare eccezioni, tacciono, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è bloccato dal veto degli Stati Uniti e l’Unione Europea si limita ad annunciare un blando vertice dei Ministri degli esteri. Il silenzio assordante di chi ha il compito e gli strumenti per poter imporre un “cessate il fuoco” è rotto dalle urla delle manifestazioni che da alcuni giorni, nei paesi occidentali e in Medio Oriente, stanno chiedendo il rispetto dei diritti dei palestinesi e di far tacere le armi. Un atto indubbiamente necessario per impedire un ulteriore spargimento di sangue di civili inermi, ma che deve rappresentare solo il primo passo sulla strada della risoluzione dell’annosa questione che tutt’oggi, ad oltre 50 anni dall’inizio dell’occupazione militare israeliana dei Territori Palestinesi, costituisce, oltre che fonte di negazione di diritti e di oppressione, una piaga aperta e fonte di instabilità perdurante nell’intero Medio Oriente.

La confisca delle abitazioni a 28 famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, la chiusura dell’accesso alla Spianata delle Moschee durante il venerdì più sacro del Ramadam e le provocazioni degli ebrei ortodossi estremisti, hanno rappresentato solamente un casus belli occasionale, che ha fatto da detonatore all’insostenibile condizione in cui è stato relegato il popolo palestinese nell’indifferenza internazionale. Per comprendere le radici dell’esplosione della rabbia dobbiamo, pertanto, considerare la frustrazione accumulata dal popolo palestinese che, nei 20 anni successivi al definitivo fallimento del cosiddetto Processo di Pace, sancito a Camp David nel luglio 2000, ha subito, nel complice silenzio della comunità internazionale, l’inesorabile avanzamento della colonizzazione ebraica della Cisgiordania e l’ebraizzazione di Gerusalemme est, accompagnate da continue confische di terre e di edifici con relative espulsioni.

Nella parte araba della città, dove è inizialmente deflagrata la rivolta, la requisizione delle abitazioni, gli abbattimenti e il reinsediamento ebraico attuati dai governi israeliani ha confinato i residui 330.000 palestinesi, pari al 60% del totale degli abitanti, nel solo 14% dello spazio urbano di Gerusalemme est, peraltro in condizioni di apartheid legislativo. Israele, infatti, seppur con atto unilaterale e illegale abbia annesso de facto la parte della città occupata con la Guerra dei 6 Giorni del 1967, non ha proceduto ad analoga operazione con i palestinesi riservando loro lo status di “stranieri residenti permanenti” che, oltre ad essere soggetto a revoca, prevede diritti limitati, rispetto agli ebrei che vivono nella stessa Gerusalemme est.

I bombardamenti, le distruzioni e le morti civili di questi giorni, stanno attirando l’attenzione della società civile mondiale, ma è assolutamente necessario evitare che una volta placatesi le armi e spento il clamore mediatico, la situazione del popolo palestinese venga lasciato ancora una volta al di fuori dell’agenda politica internazionale, come avvenuto dopo le 3 precedenti operazioni militari israeliane contro Gaza del 2008/9, 2012 e 2014.

L’opinione pubblica mondiale, che in questi giorni ha mostrato capacità interpretative e di mobilitazione nettamente più spiccate rispetto alla leadership politica internazionale ferma a generici appelli a cessare le violenze, come se lo scontro fosse fra pari e non fra uno degli eserciti più efficienti e milizie male armate e popolazione civile in rivolta, deve continuare a mantenere alta l’attenzione sul dramma del popolo palestinese e ad esercitare pressioni sui rispettivi governi. I Paesi occidentali e l’Ue che si ritengono i paladini del rispetto dei diritti umani, devono essere indotti, attraverso un’azione dal basso, ad attivare azioni diplomatiche concrete tese ad esigere il rispetto della legalità internazionale da parte di Israele che, come stabilito dalle numerose Risoluzioni Onu (vedi dossier in coda), deve ritirarsi dai Territori palestinesi occupati militarmente, smantellare gli insediamenti colonici e consentire la nascita di uno stato palestinese entro i confini antecedenti il 5 giugno 1967 con Gerusalemme est capitale.

Le esortazioni a cessare le violenze o l’ipocrita refrain dei governi occidentali sul “diritto di Israele a difendersi”, puntualmente riemersi ad ogni esplosione di violenza, sono in realtà funzionali al progetto sionista, disvelato dallo storico israeliano Ilan Pappe ne “La pulizia etnica della Palestina”, di espulsione, colonizzazione e annessione territoriale, attuato ai danni del popolo palestinese. Invocare la pace senza effettivamente adoperarsi per garantire il rispetto dei diritti della controparte più debole e da decenni soggiogata, è un mero esercizio retorico che non porta ad alcuna risoluzione della questione.

Ripercorrendo la storia dell’Occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi, possiamo verificare come la I Intifada, la sollevazione del popolo palestinese, sia avvenuta, a causa di frustrazione e mancanza di prospettive di risoluzione politica, a fine 1987, vale a dire dopo vent’anni dall’inizio dell’Occupazione stessa. Lo stesso arco di tempo che è intercorso dal fallimento del Processo di Pace e dal conseguente scoppio della II Intifada, ad oggi. Ancora una volta la storia insegna alla “distratta” leadership politica mondiale che la negazione di diritti, la sottomissione e le discriminazioni non costiuiscono alcun presupposto per la pacificazione, anzi sono foriere di sollevazioni popolari e di scontri armati.

L’oscuramento mediatico sulla realtà del popolo palestinese, l’appiattimento della politica internazionale sulle posizioni di Israele e l’abbandono di ogni prospettiva di risoluzione equa dell’Occupazione per via negoziale, sono equivalse ad aver nascosto la polvere della dramma palestinese sotto il tappeto della storia, magari sperando che lì restasse per sempre. Se la leadership politica internazionale avesse avuto più chiare le vicende storiche, maggior onestà intellettuale e capacità di adempiere al proprio ruolo, non avrebbe potuto non immaginare che la disperazione palestinese sarebbe di nuovo esplosa in manifestazioni di protesta.

La triste realtà è che la comoda realpolitik su cui si è adagiata la leadership politica internazionale si è rivelata miope e fallimentare: chiedere formalmente il rispetto da parte di Israele del diritto internazionale senza adoperarsi concretamente per il suo rispetto e continuare a intrattenere ottime relazioni economiche, commerciali, militari e di intelligence con Israele equivale di fatto ad avallare il progetto sionista, abbandonando a se stessi i palestinesi, alla loro frustrazione e alla loro rabbia.

La società civile non può restare inerte di fronte all’immobilismo dei governi, anzi deve acquisire consapevolezza nei suoi mezzi e comprendere che attraverso la mobilitazione consapevole può ergersi a soggetto storico imponendo dal basso un cambiamento di rotta alle politiche del proprio Paese.

Fondamentale diventa pertanto la conoscenza approfondita delle vicende storiche e delle politiche vessatorie attuate da Israele nei confronti dei palestinesi per poter agire con piena cognizione di causa.

Israele un Paese a lungo in bilico fra stato confessionale e stato democratico

Lo Stato di Israele costituisce tutt’oggi uno dei sei stati insieme a Canada, Regno Unito, Arabia Saudita, Nuova Zelanda e San Marino che risulta privo di Costituzione formale, nonostante la “Dichiarazione di istituzione dello Stato di Israele”, del 14 maggio 1948, avesse disposto che un’assemblea costituente avrebbe dovuto elaborarne una entro il 1° ottobre 1948. Lo scoppio della I Guerra Arabo-Israeliana all’indomani della proclamazione e l’incapacità dei diversi gruppi della società israeliana di concordare sullo scopo, sull’identità e su una sua visione a lungo termine dello Stato, oltre all’opposizione di Ben Gurion, sfociarono nella cosiddetta “Decisione Hariri” del 13 giugno 1950, la quale stabilì di procedere gradualmente attribuendo alla Knesset compito di legiferare una costituzione capitolo per capitolo. Ogni capitolo normativo assunse denominazione di “Legge Fondamentale” e, solo al termine dell’intero processo legislativo, i vari atti sarebbero stati assemblati in una costituzione completa ed effettiva.

A partire dagli anni ’50 la Knesset ha, quindi, approvato una serie di Leggi Fondamentali riguardanti principalmente l’assetto istituzionale dello Stato, i rapporti fra i vari organi e la protezione dei diritti civili come la “Human Dignity and Liberty”, Legge Fondamentale”Dignità umana e libertà”, del 1992 e la “Freedom of Occupation”, Legge Fondamentale “Libertà di occupazione del 1994”. Tuttavia, la difforme applicazione di queste ultime due Leggi Fondamentali in base all’appartenenza etnico/confessionale dei propri cittadini, ha sollevato le proteste delle minoranze arabe e druse e aperto un dibattito giuridico sull’effettivo carattere democratico dello stato di Israele, con molti quesiti e riflessioni che, pur aleggiando nel confronto politico all’interno del Paese sin dalla sua fondazione, sono rimasti a lungo aperti.

L’immagine diffusa di una società divisa al suo interno tra coloro che aspirano a conformarsi al modello della democrazia occidentale e altri che mostrano una ostinata adesione alla tradizione religiosa, è probabilmente riduttiva. Per approfondire questo fondamentale e peculiare aspetto dobbiamo tenere in considerazione che gli ebrei israeliani mostrano, a livelli diversi, un notevole attaccamento alle loro tradizioni e pratiche religiose e la maggior parte di loro, a prescindere che si definisca laico o osservante, considera molto importante che lo stato preservi una qualche tipologia di carattere ebraico. Pertanto, non certo agevole è risultata negli anni l’impegno profuso dai sistemi giudiziario e legislativo nel tentativo di armonizzare le leggi dello Stato con il corpo della giurisprudenza tradizionale derivata da fonti religiose, con il risultato che l’ebraismo, considerato dai padri fondatori come elemento portante dello Stato, è menzionato in tutte le leggi del paese scandendo molti aspetti della vita privata e pubblica, matrimonio incluso.

La trasformazione di Israele in stato nazionale ebraico

La peculiare realtà istituzionale, di uno stato sovrano ebraico, ha sollevato riflessioni fondamentali agli intellettuali e ai legislatori, all’esterno e all’interno del Paese, senza riuscire tuttavia ad arrivare ad una conclusione univoca a causa del fatto che Israele non è mai stato, esclusivamente uno stato ebraico, o uno stato degli ebrei o uno stato per tutti i suoi cittadini ma, probabilmente, ha costituito una complessa miscela di tutti e tre. Tale instabile equilibrio è stato, tuttavia, definitivamente alterato il 18 luglio 2018, allor che, dopo un dibattito durato anni che ha diviso il paese e le forze politiche anche al loro interno, è stata approvata, con 62 voti favorevoli, 55 contrari e 2 astenuti, una nuova Basic Law “Israel as the Nation State of the Jewish People” (“Israele: stato-nazione del popolo ebraico”). L’ultima delle 14 Leggi Fondamentali1, che per la prima volta nella storia del Paese, definisce ufficialmente lo stato come “la casa nazionale del popolo ebraico“, istituzionalizzando il processo di giudaizzazione dello stato.

La trasformazione di Israele da stato ebraico sostanziale, in stato ebraico ufficiale, sancito ufficialmente dalla recente approvazione della 14esima Legge Fondamentale, è il risultato di un lento processo durato decenni, che ha, tuttavia, subito un’accelerazione con l’inizio del nuovo millennio, a causa del graduale ridimensionamento delle forze progressiste, peraltro anch’esse sioniste (Partito Laburista e Meretz) ma più disponibili al dialogo coi palestinesi, e dell’ascesa delle forze di destra, sia quelle laiche come il Likud, Israel Beitenu, (Israele, casa nostra) e Yamina (Destra), che la galassia dei partiti tradizionalisti religiosi, decise nel procedere sia nell’opera di giudaizzazione del Paese, che su quella di colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Entrambi i processi nei decenni si sono sviluppati di pari passo con quello di annessione delle terre palestinesi occupate con la Guerra dei 6 Giorni del 1967. Anche quest’ultimo, in linea con gli altri, è stato conclamato con un atti legislativi interni del massimo livello, come le Leggi Fondamentali, a lungo, tuttavia, non riconosciuti a livello internazionale.

I processi di annessione e di colonizzazione

Tramite laLegge Fondamentale: “Gerusalemme, capitale di Israele”, approvata dalla Knesset, a maggioranza di destra, il 30 luglio 1980, nella quale “Gerusalemme, completa e unita, è dichiarata capitale di Israele“, viene ufficialmente annessa la parte Est della città, escludendo però i suoi 330.000 abitanti palestinesi attuali, riservando loro lo status di stranieri “residenti permanenti”, con diritti limitati. L’atto unilaterale di annessione e il mutamento di status di Gerusalemme sono stati più volte condannati, senza ottenere riscontri da parte israeliana, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’annessione, invece, dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza N. 252 (21 maggio 1968), N. 267 (3 luglio 1969) N. 271 (15 settembre 1969) e la N. 298 (25 settembre 1971), mentre, il cambio di status giuridico, dallaRisoluzione N. 478 (20 agosto 1980) che ha dichiarato la Legge fondamentale “nulla e non valida”.

Il Consiglio di Sicurezza Onu ha anche più volte condannato la strategia di colonizzazione dei Territori Palestinesi occupati iniziata da Israele dopo la Guerra dei 6 Giorni e ingiunto di non procedere alla costruzione di insediamenti colonici nei Territori occupati con le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza N. 446 (22 marzo 1979), N. 452 (20 luglio 1979) e la N. 465 (1 marzo 1980).

Dobbiamo rimarcare come Il Consiglio di Sicurezza Onu si sia limitato in questa prima fase ad emettere delle Risoluzioni di condanna, senza, peraltro, effettivamente adoperarsi per ottenerne il rispetto sostanziale e senza comminare alcuna sanzione per le violazioni, come avvenuto anche nel caso della Risoluzione N. 497 (17 dicembre 1981) tramite la quale Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione“.

Questo particolare status privilegiato che ha visto per decenni Israele violare il diritto internazionale, comprese le numerose Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu, che al contrario di quelle dell’Assemblea Generale, hanno valore vincolante, senza subire, al di da le delle condanne formali, alcuna effettiva sanzione e di continuare a godere dell’appoggio degli Stati Uniti, a causa di vari fattori, è andato progressivamente modificandosi, a partire dagli anni ’90, ad ulteriore proprio vantaggio.

I mutamenti geopolitici mondiali hanno giocano a favore di Israele

Il profondo cambiamento geopolitico mondiale di inizio anni ’90 provocato dalla disgregazione dell’Urss e dalla fine del Bipolarismo, l’allentamento della tradizionale politica estera filo-araba da parte di un numero crescente di paesi europei e il loro graduale avvicinamento ad Israele, il riconoscimento politico di Israele da parte della Giordania del 1994 e l’avvio dell’effimero processo di pace fra israeliani e palestinesi (Accordi di Oslo del 1993), hanno costituto fattori fondamentali nella modificazione degli equilibri internazionali a vantaggio di Israele.

Questo favorevole nuovo scenario geopolitico emerge chiaramente dalla scansione temporale delle Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu di condanna dell’operato del governo di Tel Aviv. Delle 74 Risoluzioni censite dal Giga (vedi dossier in coda), ben 68 sono state emesse fino al 1994 e solo le restanti 6 nei 27 anni successivi, fra cui 4 nel 2002 durante la II Intifada e le altre 2 successivamente.

Eppure in questi anni i governi di destra succedutisi alla guida del paese non hanno certo modificato, a parte il ritiro strategico da Gaza disposto da Ariel Sharon nel 2005, le strategie annessionistiche e di colonizzazione. Anzi nell’ultimo ventennio hanno subito un sensibile incremento (grafico 1), riuscendo a non ottenere la condanna dell’Onu solo grazie al regolare diritto di veto posto dagli Stati Uniti nell’ambito del Consiglio di Sicurezza che ha bloccato qualsiasi proposta di Risoluzione contro l’operato di Israele.

Israele ha quindi beneficiato del passaggio da una situazione di impunità sostanziale a quella di impunità formale, indubbiamente un vulnus profondo nell’architettura giuridica internazionale.

Grafico 1: l’espansione delle unità abitative e della popolazione ebraica negli insediamenti colonici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Periodo: 2002-20018

La rottura fra Obama e Netanyahu portano alla Risoluzione N. 2334

Le due più recenti Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti Israele nascono da situazioni particolari: la prima, la N. 1860 emessa tardivamente il 9 gennaio 2009, riguarda il Cessate il fuoco nell’Operazione Piombo fuso, l’attacco militare a Gaza scatenata il 27 dicembre 2008 a 3 settimane dall’insediamento di Obama, non costituisce esecrazione diretta ed esplicita ma si rivolge ad Israele in quanto aggressore.

Mentre la seconda, la N. 2334 (23 dicembre 2016), che invece condanna duramente la condotta di Israele, è frutto dell’incrinatura dei rapporti fra l’amministrazione Obama e il governo di destra di Netanyahu, a causa delle tensioni scatenate dagli atti unilaterali di quest’ultimo che hanno portato il presidente Usa, in scadenza di mandato, a non porre il veto alla Risoluzione.

Il testo costituisce una condanna generalizzata dell’operato illegale di Israele negli ultimi 50 anni.

I regali di Trump a Netanyahu

Lo scenario delle relazioni internazionali era, tuttavia, destinato nel giro di pochi giorni a ruotare a favore della destra israeliana con l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump il 20 gennaio 2017, il quale sin dall’inizio ha instaurato rapporti privilegiati col governo Netanyahu concedendo, da un lato l’appoggio incondizionato alle politiche espansionistiche e annessionistiche, e, dall’altro, addirittura riconoscendole ufficialmente da parte della sua amministrazione, stracciando letteralmente il diritto internazionale e compiendo un passo azzardato, senza precedenti nella storie delle relazioni tra i due Paesi.

Il primo atto effettuato in tale direzione dall’amministrazione Trump è stato lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme nel maggio 2018, come regalo per i festeggiamenti dei 70 anni della fondazione del Paese, con il conseguente riconoscimento di Gerusalemme come capitale, sollecitando altri paesi “stretti suoi alleati” a procedere ad analoga operazione.

Il secondo nel marzo 2019 è stata la dichiarazione di riconoscimento dell’annessione delle Alture del Golan, mentre per il diritto internazionale (Risoluzione N. 497 del 17 dicembre 1981) risultano occupate militarmente in quanto parte del territorio della Siria.

Infine, nel novembre 2019, Washington ha comunicato di non ritenere più gli insediamenti colonici israeliani in Cisgiordania come illegali, avallando di fatto l’espansione territoriale di Israele oltre i confini stabiliti nel 1967, in violazione del diritto internazionale e delle varie Risoluzioni Onu in merito.

Conclusioni

L’attuale esplosione delle proteste a Gerusalemme est e nel resto dei Territori palestinesi origina dunque nel contesto di privazione di diritti, di violazione continuativa della legalità internazionale e di falsa equidistanza geopolitica, divenuto sostegno esplicito alle politiche sioniste durante l’era Trump.

L’avvento dell’era Biden se da una lato sembra promettere cambiamenti nella politica economica interna, dall’altro non lascia intravedere possibili significativi cambiamenti di rotta autonomi da parte della nuova amministrazione. Osserviamo, invece, con interesse al dinamismo sociale e politico che sta interessando gli Stati Uniti, e in particolare alle numerose manifestazioni pro Palestina, alla lettera che 25 deputati hanno scritto al Segretario di Stato Blinken e alla presa di posizione di Bernie Sanders, per costruire un movimento internazionale attivo e duraturo che imponga alla leadership politica mondiale la fine dell’Occupazione e il pieno rispetto dei diritti dei Palestinesi.

Il concetto di pace non è astratto, ma intriso del rispetto dei diritti, anche di quelli dei Palestinesi.

Andrea Vento – 18 maggio 2021

Docente Ite Pacinotti Pisa – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Dossier del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che esprimono condanna all’operato di Israele.
Le risoluzioni sono citate per numero e data e ne vengono indicati degli estratti che ne illustrano il contenuto.


1) RISOLUZIONE N. 93 (18 MAGGIO 1951)

Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita’ decise dalla Commissione stessa.

2) RISOLUZIONE N. 101 (24 NOVEMBRE 1953)

Il CS ritiene che l’azione delle forze armate israeliane a Qibya del 14 – 15ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del cessate il fuoco (risoluzione 54 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU); esprime la più forte censura per questa azione, che può pregiudicare le possibilità di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure effettive per prevenire tali azioni.

3) RISOLUZIONE N. 106 (29 MARZO 1955)

Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autorità israeliane è stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e condanna questo attacco come una violazione del cessate il fuoco disposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

4) RISOLUZIONE N. 111 (19 GENNAIO 1956)

Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha già condannato le azioni militari che hanno rotto i Trattati dell’Armistizio Generale e ha chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni; condanna l’attacco dell’11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una flagrante violazione dei provvedimenti di cessate il fuoco della risoluzione 54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle Nazioni Unite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da parte del governo israeliano.

5) RISOLUZIONE N. 127 (22 GENNAIO 1958)

Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la “zona di nessuno” a Gerusalemme.

6) RISOLUZIONE N. 162 (11 APRILE 1961)

Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite.

7) RISOLUZIONE N. 171 (9 APRILE 1962)

Il CS riscontra le flagranti violazioni operate da Israele nel suo attacco alla Siria.

8) RISOLUZIONE N. 228 (25 NOVEMBRE 1966)

Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo giordano.

9) RISOLUZIONE N. 237 (14 GIUGNO 1967)

Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967.

10) RISOLUZIONE N. 248 (24 MARZO 1968)

Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in Giordania.

11) RISOLUZIONE N. 250 (27 APRILE 1968)

Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a Gerusalemme.

12) RISOLUZIONE N. 251 (2 MAGGIO 1968)

Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in spregio alla risoluzione 250.

13) RISOLUZIONE N. 252 (21 MAGGIO 1968)

Il CS dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica.

14) RISOLUZIONE N. 256 (16 AGOSTO 1968)

Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti violazioni.

15) RISOLUZIONE N. 259 (27 SETTEMBRE 1968)

Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dell’ONU che verifichi lo stato di occupazione.

16) RISOLUZIONE N. 262 (31 DICEMBRE 1968)

Il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.

17) RISOLUZIONE N. 265 (1 APRILE 1969)

Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.

18) RISOLUZIONE N. 267 (3 LUGLIO 1969)

Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status di Gerusalemme.

19) RISOLUZIONE N. 270 (26 AGOSTO 1969)

Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.

20) RISOLUZIONE N. 271 (15 SETTEMBRE 1969)

Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dell’ONU su Gerusalemme.

21) RISOLUZIONE N. 279 (12 MAGGIO 1969)

Il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.

22) RISOLUZIONE N. 280 (19 MAGGIO 1969)

Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.

23) RISOLUZIONE N. 285 (5 SETTEMBRE 1970)

Il CS chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.

24) RISOLUZIONE N. 298 (25 SETTEMBRE 1971)

Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.

25) RISOLUZIONE N. 313 (28 FEBBRAIO 1972)

Il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.

26) RISOLUZIONE N. 316 (26 GIUGNO 1972)

Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.

27) RISOLUZIONE N. 317 (21 LUGLIO 1972)

Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.

28) RISOLUZIONE N. 332 (21 APRILE 1973)

Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.

29) RISOLUZIONE N. 337 (15 AGOSTO 1973)

Il CS condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano.

30) RISOLUZIONE N. 347 (24 APRILE 1974)

Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.

31) RISOLUZIONE N. 425 (19 MARZO 1978)

Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

32) RISOLUZIONE N. 427 (3 MAGGIO 1979)

Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.

33) RISOLUZIONE N. 444 (19 GENNAIO 1979)

Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di peacekeeping dell’ONU.

34) RISOLUZIONE N. 446 (22 MARZO 1979)

Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo alla pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.

35) RISOLUZIONE N. 450 (14 GIUGNO 1979)

Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.

36) RISOLUZIONE N. 452 (20 LUGLIO 1979)

Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori occupati.

37) RISOLUZIONE N. 465 (1 MARZO 1980)

Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.

38) RISOLUZIONE N. 467 (24 APRILE 1980)

Il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.

39) RISOLUZIONE N. 468 (8 MAGGIO 1980)

Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.

40) RISOLUZIONE N. 469 (20 MAGGIO 1980)

Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dell’ordine di non deportare Palestinesi.

41) RISOLUZIONE N. 471 (5 GIUGNO 1980)

Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele della Quarta Convenzione di Ginevra.

42) RISOLUZIONE N. 476 (30 GIUGNO 1980)

Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.

43) RISOLUZIONE N. 478 (20 AGOSTO 1980)

Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua “Legge Fondamentale”.

44) RISOLUZIONE N. 484 (19 DICEMBRE 1980)

Il CS formula l’imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi deportati.

45) RISOLUZIONE N. 487 (19 GIUGNO 1981)

Il CS condanna con forza Israele per l’attacco alle strutture nucleari dell’Iraq.

46) RISOLUZIONE N. 497 (17 DICEMBRE 1981)

Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.

47) RISOLUZIONE N. 498 (18 DICEMBRE 1981)

Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.

48) RISOLUZIONE N. 501 (25 FEBBRAIO 1982)

Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.

49) RISOLUZIONE N. 509 (6 GIUGNO 1982)

Il CS chiede che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano.

50) RISOLUZIONE N. 515 (19 GIUGNO 1982)

Il CS chiede che Israele tolga l’assedio a Beirut e consenta l’entrata di rifornimenti alimentari.

51) RISOLUZIONE N. 517 (4 AGOSTO 1982)

Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dell’ONU e chiede ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

52) RISOLUZIONE N. 518 (12 AGOSTO 1982)

Il CS chiede ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano.

53) RISOLUZIONE N. 520 (17 SETTEMBRE 1982)

Il CS condanna l’attacco israeliano a Beirut Ovest.

54) RISOLUZIONE N. 573 (4 OTTOBRE 1985)

Il CS condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante l’attacco al quartier generale dell’OLP.

55) RISOLUZIONE N. 587 (23 SETTEMBRE 1986)

Il CS ricorda le precedenti richieste affinché Israele ritirasse le sue forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.

56) RISOLUZIONE N. 592 (8 DICEMBRE 1986)

Il CS deplora con forza l’uccisione di studenti palestinesi dell’Università’ di Birzeit ad opera delle truppe israeliane.

57) RISOLUZIONE N. 605 (22 DICEMBRE 1987)

Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano il diritti umani dei Palestinesi.

58) RISOLUZIONE N. 607 (5 GENNAIO 1988)

Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.

59) RISOLUZIONE N. 608 (14 GENNAIO 1988)

Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l’ONU e deportato civili palestinesi.

60) RISOLUZIONE N. 636 (14 GIUGNO 1989)

Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.

61) RISOLUZIONE N. 641 (30 AGOSTO 1989)

Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.

62) RISOLUZIONE N. 672 (12 OTTOBRE 1990)

Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram al-Sharif/Tempio della Montagna.

63) RISOLUZIONE N. 673 (24 OTTOBRE 1990)

Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperare con l’ONU.

64) RISOLUZIONE N. 681 (20 DICEMBRE 1990)

Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.

65) RISOLUZIONE N. 694 (24 MAGGIO 1991)

Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.

66) RISOLUZIONE N. 726 (6 GENNAIO 1992)

Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.

67) RISOLUZIONE N. 799 (18 DICEMBRE 1992)

Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di Israele e chiede il loro immediato ritorno.

68) RISOLUZIONE N. 904 (18 MARZO 1994)

Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori palestinesi occupati come risultato del massacro, che evidenzia la necessità di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese; prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunità internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilità della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel giugno 1967, compresa Gerusalemme, e le conseguenti responsabilità israeliane. Condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure che prevengano atti illegali di violenza da parte di coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.

69) RISOLUZIONE N. 1402 (30 MARZO 2002)

Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle città palestinesi, compresa Ramallah.

70) RISOLUZIONE N. 1403 (4 APRILE 2002)

Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori ritardi.

71) RISOLUZIONE N. 1405 (19 APRILE 2002)

Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin,alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l’Agenzia dell’ONU per l’Assistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente (Unrwa).

72) RISOLUZIONE N. 1435 (24 SETTEMBRE 2002)

Il CS chiede che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella città di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; chiede anche il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle città palestinesi e il loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.

73) RISOLUZIONE N. 1860 (9 GENNAIO 2009)

 Il CS “Richiamando tutte le sue risoluzioni attinenti, incluse le risoluzioni 242 (1967), 338 (1973), 1397 (2002), 1515 (2003) e 1850 (2008),

“Sottolineando che la Striscia di Gaza costituisce parte integrante dei territori occupati nel 1967 e formerà parte dello Stato palestinese,

“1.   Sottolinea l’urgenza di e chiede un cessate il fuoco immediato, durevole e pienamente rispettato, che conduca al completo ritiro delle forze israeliane da Gaza;

“2.   Richiede il libero approvvigionamento e la distribuzione di assistenza umanitaria in ogni parte di Gaza, inclusi cibo, combustibili e trattamenti medici;

“3.   Accoglie con favore le iniziative atte a creare e aprire corridoi umanitari e altri meccanismi per la consegna costante di aiuti umanitari;

74) RISOLUZIONE N. 2334 (23 DICEMBRE 2016)

Il Cs riconfermando le sue risoluzioni sull’argomento, comprese le 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003) e 1850 (2008),

guidato dalle intenzioni e dai principi della Carta delle Nazioni Unite e riaffermando, tra le altre cose, l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza,

riconfermando l’obbligo di Israele, potenza occupante, di attenersi scrupolosamente ai suoi obblighi legali ed alle sue responsabilità in base alla Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti la protezione dei civili in tempo di guerra, del 12 agosto 1949, e ricordando il parere consuntivo reso dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004,

condannando ogni misura intesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967.

1. riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace, definitiva e complessiva;

2. insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e che rispetti totalmente tutti i propri obblighi a questo proposito;

3. ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, comprese quelle riguardanti Gerusalemme, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati;

4. sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispensabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati.

Le risoluzione del Cs numero 1515 (2003) e 1850 (2008) pur non esprimendo diretta condanna di Israele ribadiscono i diritto all’esistenza di 2 stati (uno ebraico e l’altro arabo) nella Palestina storica.

La 1515 in particolare prevedeva in applicazione della Road Map uno Stato palestinese entro il 2005 in cambio di garanzie di sicurezza per Israele .

Testo della Risoluzione 1515 del Consiglio di sicurezza:

https://it.qaz.wiki/wiki/United_Nations_Security_Council_Resolution_1515

La 1850 Riaffermando il proprio sostegno agli accordi e ai negoziati derivanti dal vertice del 2007 in Medio Oriente ad Annapolis, nel Maryland, il Consiglio di sicurezza ha invitato questa mattina le parti, gli Stati regionali e altri Stati e organizzazioni internazionali a intensificare i loro sforzi per raggiungere una soluzione a due Stati al conflitto israelo-palestinese.

Testo della Risoluzione 1850 del Consiglio di sicurezza:

https://it.qaz.wiki/wiki/United_Nations_Security_Council_Resolution_1850

1https://it.qaz.wiki/wiki/Basic_Laws_of_Israel#:~:text=La%20leggi%20fondamentali%20della%20Israel,diverse%20leggi%20fondamentali%20e%20sezioni).

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Pubblichiamo due interventi, il primo di Luciano Neri e il secondo di  Mario Capanna, a sostegno della campagna per l’ istituzione del Parlamento Mondiale, lanciato dal Laboratorio istituito in collaborazione dalle Università della Calabria (Rende-Cosenza) e dall’Università dell’Insubria (Varese) .

“Il Laboratorio per l’istituzione del Parlamento Mondiale nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria e il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria di Varese, e vede impegnati studiosi di diversa formazione (filosofi, storici, scienziati della politica, sociologi, analisti internazionali, economisti, diplomatici, educatori…), non esclusivamente accademici. Inoltre si avvale della collaborazione decisiva di studenti universitari e medi-superiori, attivisti e persone interessate alle possibili risposte politiche, istituzionali e di pensiero che siamo oggi obbligati a ricercare e promuovere di fronte alle criticità che investono l’intero pianeta, alla crisi delle democrazie e al venir meno dell’Onu, dell’impianto istituzionale e di diritto internazionale costruito nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.

Il Laboratorio è al tempo stesso il proseguimento del lavoro svolto per un decennio in seno all’Università della Calabria e portato avanti, tra gli altri, con un questionario che è stato inviato a studenti universitari di 41 Paesi di ogni continente.

Il progetto ha come obbiettivo quello di costituire entro il 2021 il Centro Interuniversitario per l’Istituzione del Parlamento Mondiale del quale possono entrare a far parte a pieno titolo altre sedi universitarie, istituzioni internazionali, associazioni e Centri Studi culturali e politici, oltre a singoli soggetti studiosi e/o attivisti interessati alla costituzione di un Consesso planetario e alla elaborazione di un nuovo pensiero che lo sorregga.

La crisi ambientale su scala planetaria, le sperequazioni sociali ed economiche, la finanza transazionale che divora le istituzioni e la politica, l’indigenza, i conflitti bellici, la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, le migrazioni, il rispetto e la tutela dei diritti in conformità alle Dichiarazioni universali, l’istruzione, lo sviluppo tecnologico etc., sono temi che evidenziano la crisi irreversibile dei modelli e delle istituzioni internazionali precedenti, la crisi delle stesse democrazie, il collasso di un mondo che muore mentre quello nuovo stenta a nascere. L’umanità di oggi si trova in questo interregno nel quale possono concretizzarsi pericoli enormi: dalle guerre su larga scala a degenerazioni climatiche e ambientali irreversibili. Non può esistere, né resistere nel tempo, un potere che mantiene e aumenta la forza coercitiva dopo aver perso legittimità e consenso.

È questo orizzonte dei problemi (abbiamo bisogno di “mondiologhi” diceva lo scrittore Ernesto Sabàto), queste criticità e queste urgenze che motivano la costituzione del Laboratorio per il Parlamento Mondiale, che spingono all’analisi, alla riflessione, allo studio, alla ricerca, alla relazione per far emergere su scala globale istituzioni nuove (come il Parlamento Mondiale), sorrette da un nuovo pensiero. Una proposta che parte dal dato di fatto che nessuna potenza oggi è in grado di costruire e rappresentare il nuovo centro dell’ordine mondiale. Una proposta che vuole avere il rigore e il coraggio di cimentarsi con la complessità di un mondo che, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, inevitabilmente potrà essere solo multilaterale e policentrico.

Da gennaio a maggio 2021 il Laboratorio realizzerà un nuovo sondaggio in sedi universitarie di almeno 100 Paesi del pianeta, ricorrendo alla disponibilità e alla collaborazione di istituzioni pubbliche e private di varia natura: dai Ministeri degli Esteri alle Ambasciate, dai Consolati agli Istituti di Cultura, dalle Università ad Associazioni educative, culturali, sociali e politiche.”

Prof. Romolo Perrotta


 

Per partecipare all’iniziativa sono stati predisposti dei questionari on line in diverse lingue che possono essere compilati ai seguenti indirizzi:

ITALIANO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScPi34g7mz4n7EUby6p3KVbTJEJqeGuDhElKUTS3fOqa7VRbw/viewform?usp=sf_link

SPAGNOLO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc1htERhbF01rUELuUHj7yajy4cIFP9W4wDunoWIlMbpEO6JA/viewform?usp=sf_link

INGLESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSefvIqBiK4ZAtr3hq8CqPgdqEjVMLKK-A0R0b3VLOcEGQlUnw/viewform?usp=sf_link

FRANCESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScZ-2SeJIXFuWlMho1XBXXJ94gXXqqh7SnLIxwv4AbJxxVlMg/viewform?usp=sf_link

TEDESCO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeYkccfHyIOFR7qoudEOiOKxyo9q6U-sb6ugOaeOK5Mii02CA/viewform?usp=sf_link

Per contatti:

Luciano Neri, presidente@cenri.it – Romolo Perrotta, perrottaromolo@gmail.com


 

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Abbiamo bisogno dei mondiologhi

Ernesto Sabato

Da anni oramai, nei diversi continenti e a tutti i livelli, si è sviluppato un dibattito sul tema dell’evaporazione del diritto internazionale e degli organismi deputati a farlo rispettare. Alcuni hanno avanzato la proposta dii un Parlamento Mondiale come risposta possibile ai pericoli che minacciano la Terra. Le emergenze climatiche e ambientali, le guerre in corso e quelle che rischiano di esplodere, il rischio nucleare, la crisi delle democrazie, il collasso dell’Onu, le violazioni sistematiche delle norme del diritto internazionale, il potere incontrollato delle grandi trasnazionali, rendono oggi quella proposta non solo necessaria ma anche più urgente. Una proposta che, comunque la si pensi, è all’altezza della sfida imposta dalle trasformazioni profonde, regressive, con tratti neofeudali, introdotte in questi decenni nel sistema politico, istituzionale, economico e giuridico internazionale. Decenni nei quali sono deflagrati, o maturati nelle loro forme più tragiche e impunite, conflitti devastanti e guerre in quasi tutti i continenti, dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Siria, dallo Yemen alla Somalia, dalla Nigeria all’intero centro Africa. Non ci sono state transizioni democratiche ma decine di colpi di stato, o di tentati: dall’Egitto alla Bolivia, dall’Honduras alla Thailandia, dal Paraguay alla Turchia, dall’Ucraina alla Birmania. Oltre 20 nel solo continente africano. Tutte le crisi, economica, sociale, climatica, sanitaria, migratoria, alimentare, della democrazia e belliche si stanno sommando rischiando di portare la condizione esistenziali degli umani ad un inedito livello di criticità. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermedie – Range Nuclear Forces) con la Russia firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al bando i missili a raggio intermedio. Così come si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dai Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania. Come risposta Teheran ha aumentato al 20% l’arricchimento dell’uranio dichiarando contestualmente di essere in condizione di raggiungere “facilmente” il 90% di arricchimento, soglia che consente la produzione dell’atomica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna soprattutto, e per reazione anche le altre potenze, hanno approvato miliardari piani di potenziamento delle armi atomiche. Il Comitato per le minacce ad alto rischio dell’Onu, assieme ai più qualificati studiosi di strategie nucleari, come ad esempio l’ex segretario della Difesa degli Stati Uniti, William Perry, considerano “la probabilità di una catastrofe nucleare più elevata oggi che non negli anni della guerra fredda”, quando la catastrofe fu più volte sfiorata ed evitata per un nulla.

La proposta del Parlamento Mondiale è importante perché impone una riflessione sui cambiamenti strutturali a livello globale intervenuti negli ultimi trenta anni. Viviamo in un tempo nel quale, come diceva Gramsci, il passato non c’è più e il nuovo stenta a nascere. Un limbo nel quale possono prendere corpo gli accadimenti più pericolosi. Il vecchio sistema capitalistico, fondato sulla produzione di beni da parte di lavoratori compensata con un salario da parte dei padroni delle imprese, si è in questi ultimi decenni involuto in un neoliberismo finanziario incontrollato e incontrollabile, fondato sulla speculazione a discapito della produzione, per poi degenerare nel sistema neofeudale – liberista nel quale siamo immersi oggi. Un sistema nel quale, assieme all’uso degli strumenti di controllo e di comando più sofisticati, emergono diffusamente pratiche e figure di feudatari e di servi della gleba, nella società e nella rete, ambito nel quale sono più evidenti i processi di feudalizzazione in corso, con pochi sovrani (ricchissimi) e tanti servi della gleba (sempre più poveri, di pane, di lavoro, di diritti, di conoscenza). Il dominio dei pochi che hanno tutto viene esercitato esclusivamente attraverso la forza, usata o minacciata contro nemici o per riallineare amici dubbiosi. Lo storico equilibrio tra apparato produttivo, apparato finanziario e politica è saltato. L’apparato finanziario è cresciuto a dismisura, si è ipertrofizzato ed ha mangiato sia l’apparato produttivo che la politica. Oggi sono le multinazionali, le grandi trasnazionali bancarie e finanziarie a dettare le priorità alla politica, a nominare i governi, ad eleggere i Parlamenti, i Presidenti dello Stato e dei consigli di amministrazione. Mai come oggi, per usare una frase di John Dewey, la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. Gli effetti perversi determinati dal neofeudalesimo – liberista sono in tutta evidenza rappresentati dal dato delle borse che, nella prima fase, in piena pandemia, sono cresciute mediamente del 9 – 12%, mentre il Pil europeo precipitava dell’8 – 10%. La traduzione è che con la crisi economica, con la disoccupazione, con la sofferenza sociale e umana, il sistema neofeudale, le multinazionali, i grandi gruppi bancari transazionali e le società del settore finanziario speculativo ci guadagnano. La sofferenza delle persone e il crollo dell’economia reale costituiscono per questi settori un investimento, la principale fonte di arricchimento. Delle migliaia di miliardi di dollari movimentati in tempo reale ogni giorno per via telematica, il 95% – (il 95%) – è finalizzato alla speculazione, nel perverso gioco degli arbitraggi e dei differenti tassi di interesse. Solo il 5% – (il 5%) – è il prodotto di transazioni economiche reali per l’acquisto, ad esempio, di materie prime, derrate alimentari, medicinali, macchinari agricoli ecc. (fonte Onu). Nel loro insieme Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft, valgono (esclusi Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone) più di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Una condizione, quella dell’epoca contemporanea, del tutto simile a quella descritta da Marx con la metafora sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. I contadini erano costretti a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Non solo dunque lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come afferma Marx, “signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale”. Nel neofeudalesimo contemporaneo le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali, le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti i nuovi servi della gleba. E’ questa la grande differenza tra il capitalista, il cui profitto è il risultato del valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, dal signore feudale che trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni. Una nuova articolazione del potere a livello globale caratterizzata dalla sudditanza totale dei governi a queste poche e immense aziende alle quali tutto viene concesso, persino il diritto di non pagare le tasse. Un livello inedito di concentrazione di poteri e di ricchezze tali minare alla radice le regole, i principi ed i valori dei sistemi liberaldemocratici. Il neofeudalesimo liberista è oggi il nemico principale della democrazia liberale.

La proposta del Parlamento Mondiale trova naturale legittimazione anche nella crisi strutturale dell’Onu e del sistema di norme internazionali costruito nel periodo post bellico dalle potenze vincitrici. Crisi che è conseguenza di un processo di cannibalizzazione, di delegittimazione e di smantellamento del “sistema Onu” da parte dei propri creatori. Una costante degli ultimi decenni, una pratica indispensabile per un sistema di potere che si nutre di forza, non di diritto. Ormai è un coro quasi unanime a ripetere che l’Onu non è più lo strumento adeguato per garantire la sua stessa mission fondativa: mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Se mai lo è stato. Le finalità che ispirarono la fondazione dell’Onu non erano quelle di costruire pace e sicurezza attraverso un sistema di norme e di leggi giuste e organismi preposti a farle rispettare. La vera e comprensibile finalità, esplicitata nel preambolo della Carta stessa, era quella di tenere il mondo lontano dalla guerra che i firmatari avevano conosciuto con i due conflitti precedenti. Ma lo fecero con un impianto organizzativo esclusivamente funzionale al potere delle Nazioni vincitrici, e con un impianto normativo finalizzato ad impedire qualsiasi ruolo decisionale a tutte le altre Nazioni aderenti. L’Assemblea Generale dell’Onu come organismo autorevole e decisionale non è mai esistito. I suoi poteri sono nulli. Le uniche funzioni attribuite si limitano allo studio, alla raccomandazione e al suggerimento (Cap. IV, art.li 9/22 della Carta). Tutti i poteri sono attribuiti ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza (art. 24 della Carta) che tutto possono decidere e su tutto possono mettere il veto. E d’altra parte, come potrebbero i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza essere i soggetti che salvaguardano la pace e la sicurezza di un mondo nel quale non c’è guerra della quale essi stessi non siano responsabili o nella quale non siano coinvolti ? Come può il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tutelare la pace e la sicurezza se i suoi stessi componenti sono i principali fabbricanti e venditori di armi del mondo? A certificare l’inconsistenza dell’Onu, ormai, sono gli stessi protagonisti, senza neppure nasconderlo. “ Le Nazioni Unite non esistono – afferma l’ex ambasciatore all’Onu di Bush ed ex Consigliere per la Sicurezza di Trump, John Bolton – gli Stati Uniti decidono e le Nazioni Unite devono seguire; se agire secondo gli indirizzi dell’Onu risponde ai nostri interessi, lo faremo, altrimenti no”.

La proposta del Parlamento Mondiale ci costringe ad abbandonare il pensiero menomato e antropocentrico occidentale, il mito della conquista della natura e quello dello sviluppo umano da realizzare attraverso lo sfruttamento del pianeta e delle persone. Il progetto del Parlamento Mondiale non è solo una necessaria proposta di istituzione globale, è anche una rivoluzione del pensiero. Ci costringe a fare i conti con le illusioni, con la nostra idea sottosviluppata di sviluppo, con quel falso infinito nel quale ci siamo buttati chiamandolo progresso, ignorando che è il sottosviluppo etico e intellettuale degli sviluppati, il nostro, a produrre lo sviluppo dei sottosviluppati. Cosa c’è di progressista, di logico, di intelligente nel pensare e praticare un progetto infinito in un pianeta finito? E’ il nostro pensiero menomato, la nostra razionalità illusoria che ci porta all’arroganza di non considerare i mondi “altri”, ad ignorare le virtù, i saperi e le ricchezze di popoli e culture millenarie che hanno inscritto nel loro sviluppo antropologico e nelle loro filosofie naturalistiche e panteiste i codici più civilizzati, fondati sulla considerazione della Madre Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e uniti in un destino comune. Un pensiero menomato e delirante che pensa possibile la continuità di un mondo nel quale l’1% possiede il 99% della ricchezza. A tal punto menomato da arrivare a riconoscere scientificamente solo qualche anno fa ciò che nel pensiero e nelle pratiche di tanti popoli è codificato e applicato da migliaia di anni. Come noto, in occidente il termine “antropocene”, come definizione dell’era geologica caratterizzata dal riconoscimento che le criticità del pianeta sono determinate dal comportamento umano, è entrato ufficialmente nel dibattito scientifico solo nel 2000, grazie al chimico premio nobel Paul Crutzen. Una teoria che per le indagini dalle quali parte e per le conclusioni alle quali arriva mette in discussione il nostro modo di pensare, di produrre e di consumare. Il nostro modo di vivere con e nella Madre Terra. Ma la riflessione sui movimenti tellurici che venivano prodotti dal comportamento umano sull’ambiente in realtà si era sviluppato molto prima, per tutta la seconda metà dell’800, ma quel termine, “antropocene”, non era mai stato riconosciuto e utilizzato, era stato cancellato per lasciare il posto al termine anestetizzato, del tutto inefficace, di Olocene. Ultima era del quaternario. Perché avvenne questa menomazione concettuale e scientifica? Perche l’Ordine Internazionale dei Geologi e i tecnici del tempo erano già al servizio della nascente industria estrattiva del petrolio e del carbone. L’asservimento ai poteri, lo stravolgimento dei saperi e il mercenariato delle cosiddette èlite tecnoscientifiche non è una caratteristica esclusiva dell’oggi. I processi di analfabetizzazione pianificata in questi trenta anni dal neoliberismo feudale stanno costringendo le popolazioni zombie dei Paesi occidentali a guardare la realtà dal buco della serratura, con un riduzionismo cognitivo e analitico fondato sulla cancellazione del resto del mondo. Del quale nulla sappiamo. E del quale non ci occupiamo né ci preoccupiamo. Non vediamo che una rivoluzione antropologica del pensiero su questi temi, un cambio di paradigma e un impegno conseguente lo stanno portando avanti in molti, risultato di consapevolezza e responsabilità. I popoli indigeni originari innanzitutto. E’ la Pachamama dei popoli indigeni dell’America Latina, è lo Shan dei nativi europei, è lo spiritualismo panteista dei nativi americani. Cambiano i nomi ma il significato resta lo stesso: la Madre Terra come essere vivente, che ha generato tutto ciò che esiste nel pianeta, che se ne prende cura e del quale noi umani a nostra volta dovremmo prenderci cura. So bene che questo concetto, apparentemente così semplice, è impossibile da comprendere se si concepisce il mondo sulla base del patologismo antropocentrico che pone l’uomo al centro del’universo, in un rapporto conflittuale con il pianeta e con il diritto di sfruttare tutto ciò che ha intorno, dalle risorse naturali agli animali. Ma il concetto di pianeta vivente, di Terra Madre della cosmologia indigena, di corpo vivo e complementare a tutti gli esseri, non è forse lo stesso che, magari partendo da punti di osservazione diversi e con articolazioni analitiche complementari, è stato sviluppato oggi da alcuni degli scienziati, degli economisti e degli intellettuali contemporanei più prestigiosi dell’occidente? Da Fritjof Capra a Ilya Prigogine, da Edgar Morin a Stéphane Hessel, da Zygmunt Bauman a Noam Chomsky, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. Fino a leader religiosi come Papa Francesco e il Dalay Lama. Non è forse la filosofia indigena della Madre Terra quella che ritroviamo nell’eretica e meravigliosa enciclica “laudato si” di papa Francesco? Una riflessione talmente radicale e necessaria che interroga tutti, laici e religiosi, chiamandoli alla riflessione e, soprattutto, alla lotta. Partendo dal Cantico delle Creature, Bergoglio arriva alla Madre Terra, entità viva, titolare di diritti, riconoscendola come “…sorella con la quale condividiamo l’esistenza, madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” (n. 1 – Laudato si). Partendo dal principio che tutto è connesso (n.138), Francesco condanna “l’antropocentrismo dispotico che non si interessa delle altre creature” (n.68). Un documento positivamente contaminato dalle culture indigeniste latinoamericane, rappresentate da leader nativi che Bergoglio, nell’indignazione dei settori confessionalmente arcaici e dogmaticamente clericali, ha voluto con sé in Vaticano in occasione del sinodo sull’Amazzonia. “Querida Amazzonia” rappresenta l’attualizzazione di un pensiero e il superamento, attraverso il rapporto con la laicità e con il naturalismo indigenista, dell’arcaicità antistorica della Genesi (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili” – Genesi 26). E ancora, quale è la differenza tra la millenaria filosofia indigena della Madre Terra viva, indivisibile e autoregolata con la analoga teoria di Gaia, che lo scienziato britannico James Lovelock elaborò e diffuse nel 1979 ? La teoria di Gaia, così la battezzò Lovelock, dandole lo stesso nome che i Greci avevano dato alla “Madre Terra”. Una teoria che considera il pianeta Terra un organismo biologico, un essere vivente capace di autoregolarsi e di mantenere le condizioni materiali necessarie per la vita sua e degli esseri che la abitano.

Se quello occidentale resta un modello di pensiero e di potere ristretto, nazionalistico, patriarcale e “patriottico”, quello indigenista ha un carattere universale (in quanto rivolto a tutto il pianeta e a tutti gli esseri) è “matriottico”, al femminile, consapevole della propria origine e rispettoso della Madre Terra genitrice, generosa e saggia. Un pensiero che non è rimasto confinato al filosofico o, come erroneamente pensano molti occidentali, al livello testimoniale di popoli marginali e in via di estinzione. Quel pensiero è stato ed è protagonista dei cambiamenti politici, culturali, istituzionali e costituzionali più innovativi degli ultimi decenni. Specialmente in America Latina. Le comunità indigene, che sono maggioranza o rappresentano larghe minoranze in molti Paesi, hanno recuperato la loro storia millenaria e sono diventati protagonisti di lotte, di governi e di un altro mondo possibile dopo il fallimento dei partiti progressisti e sviluppisti, a partire dal Pt di Lula in Brasile e dal Partito Socialista in Cile. Particolarmente significativa in questo senso è l’esperienza indigenista in Bolivia, un Paese storicamente segnato dai colpi di stato della minoranza (15%) bianca, ricca ed europea contro la maggioranza indigena (60%) rappresentata dalle 32 nazionalità originarie, tra le quali le due maggioritarie, Aymara e Quechua. Milioni di persone per 500 anni sono state tenute in condizioni di schiavitù e private dei diritti basici, dello stesso diritto di esistere come esseri umani. Fino a quando, nel 2006, dopo mesi di lotte i movimenti sociali e indigeni non hanno sconfitto i militari, imposto libere elezioni e conquistato il Parlamento e il governo. Evo Morales, Aymara della provincia del Chaparè, è stato il primo presidente indigeno boliviano ad essere eletto capo di stato in quell’area geografica a oltre 500 anni dalla conquista. E’ da quel momento che inizia l’altra storia, la primavera dei diritti e dell’emancipazione degli umili nel paese più militarizzato e povero dell’America latina. I saperi ancestrali non recuperano solo una storia identitaria che si riconosce con le lotte per l’indipendenza del XVIII° secolo e con icone rivoluzionarie anticoloniali come Tupak Katari e Tupak Amaru. Quei saperi, la filosofia della Pachamama, del “vivir bien” diventano la base politica e culturale delle conquiste civili, sociali, economiche e costituzionali che seguiranno. Negli anni successivi la Bolivia nazionalizza le risorse naturali ed energetiche, promuove programmi di sviluppo per i settori più umili fino ad allora esclusi, sconfigge la povertà estrema e l’analfabetismo, diventando il Paese dell’America Latina con la crescita annuale più alta e con il più alto indice di redistribuzione della ricchezza prodotta. Distribuisce le terre, bandisce gli organismi geneticamente modificati in agricoltura e avvia la realizzazione di banche del germoplasma per salvaguardare i semi originari. Ma il riconoscimento più forte dei diritti delle nazioni indigene arriva nel 2009 con l’approvazione della nuova Costituzione che consacra e istituisce lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ampliando la nozione del diritto di cittadinanza con il riconoscimento delle “nazioni e popoli indigeni originari e contadini”. Viene ufficializzata la doppia bandiera, quella storica e la Whipala, la bandiera multicolore delle nazionalità indigene. Un processo che chiede allo Stato di adattarsi alla pluralità dei soggetti e delle esperienze storiche della sua gente. E’ stato un processo originale certamente difficile, non privo di difficoltà e contraddizioni, come comprensibile in un Paese nel quale non era mai esistita alcuna forma di organizzazione o rappresentanza politica effettiva, nessuna istituzione democratica, storicamente segnato da una oppressione brutale e da una povertà estrema. Ma la piccola Bolivia è diventata un esempio per tutta l’America Latina, e non solo. Nel 2010 Evo Morales ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Una sfida culturale coraggiosa che partendo dal riconoscimento della Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e correlati, ne riconosce i diritti e ne raccomanda il rispetto e la tutela. E se la Dichiarazione è ancora in discussione all’Onu, qualche effetto è riuscita a produrlo. E’ stata approvata da diverse città in America Latina e nel mondo, sta suscitando riflessioni, stimolando dibattito e creando coscienza. L’esempio della piccola Bolivia ci dice che immaginare e costruire realtà nuove è possibile anche nei contesti più difficili, e che pensare diversamente è una condizione vitale che accompagna i cambiamenti irrimandabili. Una rivoluzione paradigmatica e mentale più importante della rivoluzione copernicana. Se vogliamo uscire dall’età del ferro planetario nel quale siamo ancora immersi. Se vogliamo costruire una nuova umanità solidale che condivide un destino comune con la Terra e con tutti gli esseri che la abitano.

Luciano Neri


 

L’ASSISE DEI POPOLI

I problemi non possono essere risolti allo stesso

livello di pensiero che li ha generati.

(A. Einstein)

“Da millenni l’umanità non è esistita in quanto tale”, rifletteva tristemente l’uomo, e domandò: “Che pensi, potrà sopravvivere?”

La donna rispose: “Sì, se acquisirà quella coscienza di specie, per cui si riconosce come famiglia umana”…

“Altrimenti?”, chiese l’uomo.

“In caso contrario si estinguerà, e la natura ne sarà felice, risorgendo dopo le interminabili ferite subite”.

Attesa invano una replica, la donna proseguì: “Che iattura sarebbe, dato che noi siamo, fino a prova contraria, l’unica coscienza dell’universo!”

E aggiunse, prendendo per mano l’uomo: “Mettiamoci al lavoro!… Adesso, perché il tempo stringe”…

Un’Assise mondiale rappresentativa di tutti i popoli della Terra: è ciò che l’umanità non si è mai data nella sua travagliata storia millenaria. E i risultati sono di un’evidenza dirompente.

Il mondo sta bruciando.

Per i mutamenti climatici, per la ripresa compulsiva della corsa agli armamenti sia convenzionali che nucleari, per le guerre in atto – “la terza guerra mondiale a pezzi”, che è in corso, secondo le pertinenti parole di Papa Francesco – per le guerre commerciali quasi devastanti come quelle degli eserciti, per il predominio del profitto capitalistico che ci ha portato alla società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quello del 99 per cento! Mai si era visto un accaparramento di risorse così concentrato.

Per l’insieme di questi fattori gli scienziati e i premi Nobel, che sovrintendono al Doomsday Clock – “l’Orologio dell’Apocalisse” – all’inizio del 2020, prima della pandemia del Coronavirus, hanno spostato le lancette a 100 secondi dalla mezzanotte, che simboleggia la fine del mondo.

Si tratta dell’orario più vicino al “giorno del giudizio” dal 1953 (anno dello sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di Usa e Urss).

L’uomo contemporaneo è portato a non pensare a questo preoccupante orizzonte, imprigionato com’è in quel materialismo quotidiano da cui si lascia pervadere, alimentato da una sapiente (insipiente?) propaganda parcellizzata, che spezza, e frantuma di continuo, il quadro d’insieme del mondo.

Così i 7 miliardi e mezzo di donne e uomini, che compongono oggi l’umanità, sono indotti a non rendersi conto che, per continuare a vivere ai ritmi attuali, avrebbero bisogno di due pianeti, anziché dell’unico che abbiamo.

Si è giunti a questo punto – vicini al non ritorno – per lontane ragioni storiche e culturali.

Dalla fondazione delle prime città, all’incirca 5 mila anni fa, dapprima con le città-stato, poi con le nazioni e quindi con gli imperi, l’umanità si è concepita basata principalmente sulla divisione: divisione-separazione per etnie, per localismi, per interessi economici, per visioni religiose.

Una continua lotta per l’egemonia sfociata quasi sempre nella guerra, fino a quelle mondiali.

Non si pone sufficiente attenzione sul fatto che è con le prime città che nascono gli eserciti, le burocrazie, la guerra. Ma 5 mila anni sono un battito di ciglia nella storia.

E’ consolante rilevare che, per più del 90 per cento del tempo in cui l’uomo ha camminato eretto, il concetto di guerra era sconosciuto, come mostrano gli studi di etnologia comparata.

Dunque le attuali condizioni del mondo non sono il risultato di una presunta natura umana votata irreversibilmente all’autodistruzione.

Quella che definiamo “natura umana” è il risultato di una costruzione storica, che dunque può essere superata da un’altra costruzione storica, basata su una diversa visione del mondo.

Perciò Einstein ha scritto a buon diritto: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”.

Il punto è proprio questo: saremo in grado di costruire una “sorte” diversa da quella che ci si sta profilando?

I mutamenti climatici sono il nuovo paradigma che sta mettendo a repentaglio il mondo.

L’avvelenamento dell’atmosfera, prodotto dalle attività umane subordinate al profitto capitalistico, ha raggiunto traguardi crescenti di allarme.

Nell’ultimo secolo abbiamo bruciato immense quantità di carbone e petrolio, al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.

La conseguenza è stata che le concentrazioni di anidride carbonica – che in più di un milione di anni non erano mai giunte a 300 parti per milione – all’inizio del terzo millennio sono salite a 338 ppm.

La Conferenza di Parigi sul clima (dicembre 2015), presentata come un accordo storico fra i 195 paesi firmatari, prevedeva di contenere al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale entro il 2020: proposito che si è rivelato di gran lunga insufficiente.

Infatti: alla fine del 2016 l’agenzia meteorologica dell’Onu informava il mondo che, nel 2015, la concentrazione di anidride carbonica aveva superato le 400 ppm, infrangendo quella che era considerata la soglia-simbolo.

Non solo: l’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, registrava, il 18 aprile 2017, il superamento della soglia di 410 ppm.

Lo stesso osservatorio ha registrato, il 2 giugno 2020, ben 417,9 ppm.

Continuando così, avvertono i climatologi, rischiamo di avere causato, in meno di 50 anni, un cambiamento climatico mai verificatosi in 50 milioni di anni.

Con il termine “antropocene” – coniato dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen – viene indicata l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, è fortemente condizionato su scala locale e globale dagli effetti dell’azione umana.

Per avere un’idea concreta dell’impatto delle attività umane sul – nel – mondo basti considerare che abbiamo reso artificiale la Terra, nel senso preciso per cui ci sono ormai più oggetti che esseri viventi.

Secondo lo studio dell’istituto israeliano Weizman, pubblicato su Nature, solo la plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, sovrasta del doppio il peso degli animali, fermi a 4 miliardi di tonnellate.

Se a ciò aggiungiamo il peso delle metropoli, delle città, delle strade , delle automobili ecc., raggiungiamo cifre stratosferiche.

Lo studio afferma che l’umanità, che in termini di peso rappresenta lo 0,01 per cento degli esseri viventi, grava il pianeta, ogni settimana, del peso di se stessa.

Il risultato è che le nostre fabbriche riversano sulla Terra 30 miliardi di tonnellate ogni anno.

A questo ritmo la nostra bulimia tecnologica potrebbe portarci, nel 2040, a produrre 30 mila miliardi di tonnellate di massa artificiale.

Non è folle pensare di andare avanti così? Fino a quando il mondo potrà reggere gli effetti di questa crescente invasione antropica?

L’impetuoso sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, usate così come oggi avviene – per aumentare il potere di quell’1 per cento che domina la società umana- dà all’uomo contemporaneo un potere mai conosciuto prima.

La questione, per più di un aspetto drammatica, che si pone è: o l’apparato scientifico-tecnologico viene ricondotto sotto il controllo umano e finalizzato a soddisfare i bisogni reali – non quelli indotti – dell’umanità, in equilibrio con l’ecosistema, oppure diventerà il nodo scorsoio destinato a stringersi sempre più intorno al collo degli esseri umani, come già sta avvenendo (i mutamenti climatici ne sono l’avvisaglia più evidente e minacciosa).

Non bisogna essere tecnofobici. Ma si tratta di capire che niente al mondo è neutro, nemmeno il concetto che afferma che niente è neutro, e tantomeno lo sono le scienze e le tecniche.

Se non le indirizziamo a costruire il bene comune – degli uomini e della Terra – esse finiranno con l’assoggettare a se stesse sia gli uomini sia la Terra, in un crescendo destinato a divenire incontrollabile.

In presenza di uno stato di cose così preoccupante, il mondo è “governato” dall’unica entità sovranazionale esistente: l’Onu.

Le Nazioni Unite, come il nome stesso indica, rappresenta l’insieme delle entità nazionali e degli stati cui esse hanno dato vita.

Sotto questo profilo esse sono l’evoluzione e la proiezione moderna delle… città-stato: l’umanità non viene rappresentata in quanto tale, come specie e dunque come entità globale, bensì nel suo essere frazionata nelle diverse particolarità nazionali e statuali, che hanno interessi differenti e, spesso, contrastanti, quando non antagonistici.

Di conseguenza i rapporti in seno all’Onu non sono bilanciati in vista dell’interesse umano comune, ma fondati sugli stati di serie A, di serie B e C…

La governance dell’Onu risiede nel Consiglio di Sicurezza, dominato dagli stati di serie A, ovvero i suoi cinque membri permanenti: Usa, Cina, Russi, Francia, Inghilterra (non a caso tutte potenze nucleari).

Ognuno dei cinque, come è noto, si è arrogato il diritto di veto: sicché qualsiasi decisione, che non vada a genio ai cinque stati – o anche a uno solo di loro – è bloccata e resa vana dal veto.

L’Assemblea generale può prendere sì decisioni, ma le sue deliberazioni non hanno valore vincolante per le nazioni del mondo.

Ecco le ragioni di fondo per cui l’Onu, nata in un preciso momento storico dopo la seconda guerra mondiale, si rivela sempre più obsoleta e del tutto incapace di regolare i destini della Terra: ad attestarlo è il marasma attuale del mondo.

E’ evidente che il Consiglio di Sicurezza è il ferro vecchio più arrugginito. Più che decidere, per i meccanismi che lo regolano, il suo scopo è permettere di non decidere.

I cinque membri permanenti rappresentano, insieme, poco più di 2 miliardi di persone: una netta minoranza della popolazione mondiale. Perché gli altri quasi 6 miliardi di cittadini dovrebbero sottostare alle loro decisioni (e non-decisioni)? Tanto più che non li ha eletti nessuno, si sono… autoeletti…

Da che l’Onu esiste, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi tempi, un dibattito a intermittenza circa la necessità-possibilità della sua riforma.

Inutile dire che il dibattito non ha mai portato a nulla, sia perché manca la sede decisionale su cui il dibattito stesso possa poggiarsi sia perché i cinque membri permanenti non vogliono saperne di allargare il cerchio e, poi, perché i candidati (autocandidati?) a entrare nel giro sarebbero molti, per di più in lizza fra di loro

Sicché la situazione risulta bloccata ed è destinata a restare tale. Controprova: chi dovrebbe diventare paese di serie A? L’India, con la sua popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di abitanti? L’Indonesia (269 milioni)? Il Pakistan (220 milioni)? Il Brasile (212 milioni)? Il Giappone (125 milioni)? La Germania (82 milioni)? E devono essere potenze nucleari, come l’India e il Pakistan, oppure no? Chi lo decide?

In questo aggrovigliato contesto è Papa Francesco a mettere in rilievo (v. Enciclica Fratelli tutti) la necessità di “prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”. Senza tuttavia spingersi a indicare quali dovrebbero essere quelle organizzazioni.

Una organizzazione mondiale più efficace, “dotata di autorità per assicurare il bene comune mondiale”, può sorgere solo se l’umanità nel suo insieme, comprendendosi come specie – ovvero come grande famiglia di persone coinvolta(e) in un unico destino su un pianeta ridotto allo stremo – deciderà di costruirla.

Costituire l’Assise dei popoli del mondo, per l’autogestione dell’umanità: ecco ciò che è necessario e urgente.

IL Parlamento Mondiale (d’ora in poi PM), eletto da tutti i popoli secondo il criterio della democrazia rappresentativa – una testa, un voto – può e deve diventare la sede tramite la quale l’umanità, per la prima volta nella sua storia, si autodetermina, uscendo finalmente da quello stato di minorità su cui si è finora schiacciata, frazionandosi per particolarismi nazionali.

Significa che l’umanità matura e assume la coscienza di sé come specie, nessuna frazione esclusa, e decide lo sviluppo (la sopravvivenza?) del suo presente e del suo futuro, in rapporto a tutti gli altri esseri, con cui è in relazione ineliminabile.

Significa elevare al massimo grado la propria intelligenza collettiva, divenendo capace di inter-legere e intus-legere (“leggere fra” e “leggere dentro”) nella complessa realtà dell’esistenza comune del mondo.

Il PM può essere composto da mille membri – un eletto ogni 7 milioni e mezzo di abitanti della Terra (poco più dei deputati attuali del Parlamento europeo).

Un’assemblea perfettamente gestibile e operativa, dove tutti i popoli vengono rappresentati con pari dignità, senza che ci siano quelli di serie A, B, C…

Oltre le riunioni plenarie, dove si prendono le decisioni fondamentali riguardanti tutto il mondo, si struttura per commissioni di lavoro sui temi di maggiore importanza.

Il PM dura in carica 5 anni ed elegge il suo presidente, che diviene il Presidente del Mondo. Si può immaginare la sua autorevolezza se paragonata a quella del segretario dell’Onu…

Lasciando agli stati la gestione dei problemi interni di ogni singola nazione, il PM delibera sulle questioni basilari dell’umanità: la pace – la guerra deve diventare un tabù – il disarmo a partire da quello nucleare, la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, i diritti e i doveri fondamentali, lo sradicamento della fame, le produzioni eque e solidali e l’introduzione dell’onesto guadagno – al posto del profitto onnivoro – la giusta distribuzione delle risorse, le migrazioni, la difesa e l’incremento di tutti i beni comuni.

Dal punto di vista tecnico, l’elezione del PM non presenta affatto ostacoli insormontabili: seguendo i fusi orari, in un giorno di vota dappertutto e l’indomani si conoscono i risultati.

E’ evidente che il problema è prettamente culturale e politico: lasciare la vecchia strada per la nuova.

E però ormai vediamo che proseguire sulla vecchia e non imboccare la nuova può comportare conseguenze irreparabili.

Ho avuto la fortuna di sperimentare, insieme a milioni di altri, la democrazia diretta e, poi, quella rappresentativa, sia nel Parlamento europeo sia in quello italiano, e dunque ho avuto modo di conoscere direttamente i limiti della democrazia delegata.

Se dico che la democrazia rappresentativa, pur con tutti i suoi difetti, è tuttavia migliore dell’attuale oligarchia che pesa sul mondo, credo di indicare una conclusione accettabile.

Oggi gli stati sono troppo grandi per i problemi piccoli (e infatti decentrano taluni poteri agli enti locali) e troppo piccoli per affrontare le questioni grandi.

In più prevale generalmente, al loro interno, un processo di verticalizzazione delle decisioni, con governi che tendono in misura crescente all’autocrazia, esautorando spesso, progressivamente, i rispettivi parlamenti.

Così la stessa democrazia rappresentativa va restringendosi, fino a rattrappirsi in mera “democrazia formale”.

L’eclissi della democrazia, provocata e insieme utilizzata dal capitalismo finanziario globale, riduce sempre più la politica al predominio dei rapporti di forza e la prepotenza diviene la sua stella polare.

L’assalto al Campidoglio di Washington, il 6 gennaio 2021, da parte di manipoli del presidente Trump sconfitto alle elezioni, da lui apertamente e direttamente istigati, codifica, sebbene debellato, l’alto grado di disfacimento della democrazia istituzionale in quanto piegata a privatizzazione di scopi e interessi.

La politica, di fatto, non c’è più: è sostituita dalla propaganda – di chi ha il potere di farla – e viene a coincidere con la finzione e la simulazione. La propaganda è a sua volta una merce:viene fabbricata – venduta e… comprata – alla stessa stregua delle armi, dei telefoni cellulari, delle auto e dei computer.

Ecco perché la “politica”, oggi prevalente, è ridotta ad un ruolo ancillare: segue ed e-segue i diktat dei poteri dominanti.

In questo contesto l’elezione del PM ridà linfa alla democrazia, inverando il principio “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Le persone e i popoli vengono a parlare in prima persona e l’umanità si erge a determinare il proprio destino e quello della Terra. Una netta, e salutare, inversione di tendenza, rispetto ai silenzi e alla passività delle moltitudini.

I 2500 scienziati, che hanno elaborato nel 2007, per conto dell’Onu, il rapporto sui mutamenti climatici, in modo unanime consegnavano all’umanità un messaggio inequivocabile: rilevato che “il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’uomo”, essi ammonivano: “Si avvicina il giorno in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo. Siamo alle soglie dell’irreversibile”.

Per scongiurare il superamento del punto di non ritorno, gli scienziati ci raccomandavano di tenere presente che “non è più il tempo delle mezze misure” (come quelle adottate nella Conferenza di Parigi) e ci affidavano tre indicazioni imperative: “E’ il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della rivoluzione dell’azione politica” (corsivi miei).

Il PM è sia la conseguenza – il risultato – di quelle tre rivoluzioni sia il mezzo per realizzarle compiutamente.

E’ la sede attraverso cui possiamo e dobbiamo gestire in comune il bene comune più prezioso che abbiamo: la nostra vita – e quella di tutti gli altri esseri.

L’umanità e il mondo sono inscindibilmente interdipendenti: a dircelo è la stessa fisica quantistica, secondo cui ogni cosa non è realmente comprensibile se non vista in relazione con tutte le altre. Separata da quei nessi, non esiste se non come astrazione.

Comprendere appieno questo è l’obiettivo più alto che l’umanità può e deve raggiungere.

La coscienza di specie si dilata fino a divenire coscienza globale: la comprensione che la parte è collegata al tutto e il tutto è più delle singole parti che lo compongono.

La pandemia di Covid 19, che dal 2020 ha colpito l’umanità ovunque, ci ha fatto toccare con mano, in modo bruciante, questa interconnessione fra le persone – e fra loro e la natura. Ci ha mostrato come nessuno può salvarsi da solo, e che la salvezza richiede necessariamente una solidarietà, individuale e collettiva, di autoprotezione, per ridurre la contagiosità del virus, anche a costo di rinunciare ad alcune libertà fondamentali. Una lezione drammatica alla hybris antropocentrica.

Va da sé che non si arriverà al PM senza quella rivoluzione delle coscienze che gli scienziati, non a caso, hanno indicato per prima – e come condizione necessaria per realizzare la rivoluzione dell’economia e quella dell’azione politica.

E’ necessario costruire – entro ciascuno di noi e in noi tutti – quella che i greci chiamavano metànoia: “correzione di pensiero”, “mutamento di parere”.

(In altre parti del libro viene indicato il lavoro incominciato verso questo percorso).

Il PM sarà il risultato del mutamento di pensiero necessario e, insieme, il volano di sviluppo per realizzarlo compiutamente.

Costituisce il passaggio dell’umanità dal confine all’orizzonte.

Per salvarsi. E per salvare il mondo.

Mario Capanna

Il land grabbing delle terre palestinesi

di Andrea Vento

In ricordo dell’uccisione di 6 palestinesi cittadini israeliani avvenuta il 30 marzo 1976 mentre cercavano di impedire l’esproprio delle loro terre in Galilea, ogni anno i Palestinesi, sia dei Territori che all’interno di Israele, celebrano la Giornata della Terra, con manifestazioni e piantumazione di olivi. L’accaparramento delle terre palestinesi già iniziato nel dicembre del 1947, all’indomani dell’approvazione della Risoluzione Onu N. 181, detta “Piano di Partizione della Palestina, è strettamente connesso al processo di “pulizia etnica della Palestina”, pianificato, come ricostruito dallo storico israeliano Ilan Pappe1, tramite il Piano Dalet, nell’intento sionista di conquistare “quanta più terra possibile, col minor numero di palestinesi possibile”.

Successivamente alla Prima Guerra arabo-israeliana del 1948/49, nella quale era riuscito ad espandere il proprio territorio al 78% della Palestina storica rispetto al 56% assegnatogli dalla Risoluzione Onu N. 181, Israele, avvalendosi della Legge degli assenti, ha iniziato a sottrarre terre ai Palestinesi cittadini israeliani che non potevano rientrare nelle loro proprietà, perché costretti a fuggire all’estero o dislocati coattivamente in altre zone del Paese.

Infine, dopo la vittoria nella Guerra dei 6 Giorni del giugno 1967, con l’occupazione militare, oltre che del Sinai (Egitto) e delle Alture del Golan (Siria), della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, amministrate dopo il 1948 rispettivamente da Giordania ed Egitto, ha attuato un progressivo processo di accaparramento delle terre nei Territori Palestinesi Occupati, avvalendosi anche di altri strumenti normativi.

Il processo di sottrazione delle terre palestinesi, funzionale a quello di colonizzazione ebraica della Palestina, è avvenuto tramite l’utilizzo di strategie e meccanismi legislativi diversificati che la celebrazione della Giornata della Terra ci offre l’opportunità di analizzare.

La legge dei “Proprietari assenti”

Il primo meccanismo legislativo adottato dai governi israeliani per l’espropriazione di terre palestinesi è stata la legge dei “Proprietari assenti”, inizialmente emanata nel 1950 al fine di impossessarsi dei beni immobili dei profughi palestinesi cacciati dalle proprie abitazioni fra la fine del 1947 e il 1949, le cui proprietà al termine della I Guerra arabo-israeliana si trovavano all’interno dei confini di Israele. Tale controverso dispositivo normativo, venne successivamente utilizzato, dopo la Guerra dei 6 Giorni, anche per l’accaparramento, in Cisgiordania e, soprattutto, a Gerusalemme Est, di terre e abitazioni possedute da palestinesi, che al momento del censimento del 1967 non si trovavano, non certo per loro volontà, nelle proprie case.

Un rapporto dell’Istituto palestinese Arij per le ricerche applicate, pubblicato il 17 giugno 2013, rivela che “la legge in questione ha subito diverse modifiche, per permettere il sequestro della massima quantità possibile di terreni e immobili palestinesi, a beneficio dei piani di costruzione e espansione coloniale, attuati nei Territori occupati. L’ultima modifica risale al 2004, quando il premier Benjamin Netanyahu ricopriva il ruolo di ministro delle Finanze. In quell’anno, il governo israeliano ha emesso un emendamento che consente all’Amministratore dei Fondi degli assenti di disporre delle terre e cederle alla cosiddetta Autorità di sviluppo, gestita dal Dipartimento delle Terre d’Israele, che a sua volta controlla il 93% della terra nello Stato ebraico. Successivamente, l’Autorità di sviluppo destina i terreni alle imprese di costruzione, come Amidar e Hmenota, attive nella edificazione ed espansione degli insediamenti illegali israeliani, soprattutto a Gerusalemme Est. L’applicazione della legge è un pretesto israeliano per sfruttare, a scopi coloniali, terre e proprietà palestinesi, messe a disposizione delle compagnie di costruzione, sulla base dell’assunto che esse (le terre confiscate) sono di esclusiva proprietà del popolo ebraico2.

Questo escamotage normativo è stato utilizzato in particolar modo per la confisca3 a Gerusalemme, come confermava un report di fine 2012 della Coalizione civile dei gerosolimitani4, in base al quale il 35% delle proprietà palestinesi nella città erano state sottratte ricorrendo a questa legge. Terre sulle quali all’epoca erano stati edificati 15 insediamenti (definiti quartieri) nel cuore della parte orientale, trasferendovi ben 210.000 coloni israeliani5.

La colonizzazione ebraica dei Territori Occupati

Le conquiste territoriali ottenute con la Guerra dei 6 Giorni del giugno 1967 viene considerata dalla leadership sionista, la stessa che aveva fondato il Paese, il completamento della Guerra d’Indipendenza del 1948-49. Come confermato dallo storico israeliano Zeev Sternehell: “Nel 1967, come nel 1948 e nel 1937, i leader del paese erano ancora convinti che le frontiere si creano con fatti sul terreno. Dopo la vittoria del 1967, il dibattito nel Mapai (che diverrà Partito Laburista l’anno successivo, ndr) non fu focalizzato sul ritenere che la dottrina della conquista dei territori, ogni volta che ce ne fosse l’opportunità, fosse ancora valida, ma su come, e in che grado, la situazione creata dalla sconfitta araba potesse essere sfruttata“.

Gli sviluppi politico-amministrativi successivi alla Guerra dei 6 Giorni in termini di colonizzazione dei Territori conquistati, non tardano ad arrivare. Già il 27 luglio del 1967 il ministro del lavoro Ygal Allon presenta al governo un Piano di annessione della valle del Giordano, Hebron compresa, e delle Alture del Golan che risulterà alla base della politica di colonizzazione implementata dai successivi governi a guida laburista. Dopo solamente sei mesi, il 14 gennaio 1968, lo stesso Allon propone la realizzazione, nei pressi di Hebron, di un insediamento ebraico nei Territori Occupati Palestinesi, denominato Kiryat Arba, toponimo menzionato nella Bibbia ebraica (Genesi 23) come il luogo dove Abramo seppellì Sara, e da allora divenuta una roccaforte dell’estremismo religioso ebraico.

Il processo di colonizzazione dei Territori Palestinesi Occupati prende avvio nonostante l’Onu tramite la risoluzione N. 242 del 22 novembre 1967 intimasse “il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati nel corso del recente conflitto“, e la “Convenzione di Ginevra (IV) per la protezione dei civili in tempo di pace” del 12 agosto 1949 all’articolo 49 comma 6 avesse stabilito che “I trasferimenti forzati, in massa o individuali, come pure le deportazioni di persone protette, fuori del territorio occupato e a destinazione del territorio della Potenza occupante o di quello di qualsiasi altro Stato, occupato o no, sono vietati, qualunque sia il motivo”6.

Accertato il mancato rispetto di entrambe, il Consiglio di Sicurezza ONU nella Risoluzione N. 338, emessa il 22 ottobre 1973 nel tentativo di porre fine alla Guerra del Kippur, ribadisce le disposizioni della N.242 nel passaggio in cui “Richiama le parti in causa affinché immediatamente dopo il cessate il fuoco inizi l’applicazione della Risoluzione N. 242 del Consiglio di Sicurezza, in tutti i suoi punti“.

Gli strumenti normativi di confisca delle terre nei Territori Occupati

Negli anni successivi, incuranti del diritto internazionale, i governi laburisti, in ottemperanza del Piano Allon, hanno iniziato ad edificare insediamenti, sia lungo la zona pianeggiante della valle del Giordano, che nella fascia collinare alle sue spalle, principalmente a scopo militare, concentrandosi sulle aree a bassa densità palestinese. Alla fine del 1976, termine del quasi trentennale ciclo dei governi del sionismo laburista, erano stati realizzati venti insediamenti che accoglievano i primi 3.200 coloni.

Nonostante nel 1975 venga elaborato un nuovo piano ventennale per la colonizzazione della valle del Giordano finalizzato allo sfruttamento delle fertili terre e delle risorse idriche a scopi agricoli, nel 1977 con la prima storica vittoria della destra, il nuovo Primo Ministro del Likud, Menachem Begin, imprime una accelerazione al processo di colonizzazione, estendendolo alle zone montuose della Cisgiordania, ben presto ri-denominate con i biblici toponimi di Giudea e Samaria.

La geografia del processo di colonizzazione viene accuratamente progettata non solo ricercando di impossessarsi dei siti archeologici biblici, ma anche allo scopo di rendere impossibile la continuità territoriale di un ipotetico futuro stato palestinese, circondando le aree urbane e i villaggi con blocchi di insediamenti colonici.

Come riferisce l’organizzazione pacifista israeliana B’Tselem7 nel rapporto “Terra rubata” “Nel campo della legislazione umanitaria consuetudinaria una forza occupante è obbligata a proteggere le proprietà dei residenti dell’area occupata e non è autorizzata a distruggerle o espropriarle. Nonostante ciò, una forza occupante può temporaneamente prendere possesso di terreni privati e di edifici appartenenti ai residenti dell’area occupata per sistemarvi le sue forze militari e le sue unità amministrative. Tale confisca è per definizione temporanea; di conseguenza la forza occupante non acquisisce diritti di proprietà sulle terre e sugli edifici requisiti e non è autorizzata a venderli ad altri. Inoltre, la forza occupante è obbligata a pagare un compenso ai proprietari per l’utilizzo dei loro beni. Sulla base di questa eccezione, tra il 1968 e il 1979 i comandanti israeliani emisero dozzine di ordini di requisizione di proprietà private in Cisgiordania, sostenendo che tali confische erano “richieste da essenziali ed urgenti esigenze militari”. Durante il periodo sopra menzionato, furono requisiti quasi 47.000 dunam8 (47 kmq) di terre private, la maggior parte dei quali destinati alla creazione di insediamenti“.

L’iniziale strategia di costruzione delle colonie ebraiche su terre palestinesi confiscate in base a “richieste da essenziali ed urgenti esigenze militari”9, venne successivamente modificata a seguito del ricorso presentato da alcuni proprietari palestinesi e accolto dalla Corte Suprema israeliana nel 1979 con la motivazione che la colonia di Elon Moreh, oggetto della controversia, non era giustificata da ragioni militari, bensì ideologiche.

I governi israeliani furono, pertanto, costretti ad abbandonare tale pratica, e disattendendo completamente la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu N. 465 del 1 marzo 1980 che chiedeva “di smantellare gli insediamenti, esistenti e, in particolare, di cessare urgentemente la costituzione, la costruzione e la progettazione di insediamenti nei territori arabi occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme10, hanno proceduto alla requisizione11 di nuove terre palestinesi ricorrendo al Codice Ottomano della Terra del 1858, con la motivazione che costituivano “Terre di stato”.

Le “Dichiarazioni di terra di stato”12 sono atti delle autorità israeliane che rendono la terra palestinese non considerata privata, comprese le proprietà collettive di villaggio (musha’a), “di stato” e quindi “legalmente” amministrabile, in base al diritto internazionale, su base temporanea da Israele in qualità di forza occupante.

L’imponente processo avvenuto in Cisgiordania di dichiarazione della terra come “di stato” origina dall’Ordine Militare n. 59 del 1967 sulle Proprietà di Governo in Giudea e Samaria (toponomastica ebraica), che autorizzava la persona delegata dal comandante dell’esercito israeliano per un determinato territorio a prendere possesso delle proprietà appartenenti ad uno “stato nemico” e di gestirle a propria discrezione. Questo ordine, emesso all’indomani dell’inizio dell’Occupazione, venne ampiamente utilizzato da Israele sino al 1979 per impossessarsi di tre tipologie di terre registrate a nome del governo giordano, amministratore ufficiale della Cisgiordania:

  • terre miri (quelle localizzate vicino agli insediamenti e adatte ad essere coltivate) rimaste incolte per almeno tre anni consecutivi e quindi divenute makhlul;
  • terre miri coltivate per meno di dieci anni (periodo minimo), per cui il fattore non era ancora proprietario effettivo;
  • terra considerata mawat (morta) per la sua distanza di almeno mezz’ora dal villaggio più vicino.

L’ultima strategia adottata dai governi israeliani per la requisizione di terre palestinesi nei Territori occupati risulta l’espropriazione13 per bisogni pubblici che è stata utilizzata per la realizzazione della rete stradale, vietata ai palestinesi, di collegamento fra gli insediamenti e il territorio di Israele, ad eccezione della colonia di Ma’ale Adumin. Quest’ultima, edificata a partire dal 1975, sorge, infatti, a soli 7 km da Gerusalemme lungo l’autostrada 1 che raggiunge l’area metropolitana di Tel Aviv e rappresenta, con i suoi 49 kmq di estensione ed i 38.000 abitanti censiti nel 2019, uno dei principali insediamenti colonici israeliani, al quale venne riconosciuto lo status di città nel 199114.

Per i proprietari palestinesi oggetto di ordini di requisizione, la legge israeliana ha introdotto la possibilità di presentare ricorso legale, i cui tempi prolungati ed i costi elevati finiscono, tuttavia, per risultare insostenibili per gli abitanti dei villaggi della Cisgiordania che, consapevoli anche dell’esito quasi sempre avverso, in molti casi hanno optato per la rinuncia15.

Dopo il fallimento del tentativo di Camp David, dell’estate del 2000, di giungere in extremis ad un nuovo e definitivo accordo di pace con i palestinesi, dopo il fallimento di Oslo del 1993, e l’inizio dell’intifada di al-Aqsa, alla fine dello stesso anno, il governo israeliano dette avvio ad una nuova fase di requisizioni attraverso “ordini militari”. Terreni privati, infatti, vennero nuovamente sequestrati per costruire nuove strade di collegamento con gli insediamenti in Cisgiordania, definite by-pass road, ad esclusivo uso dell’esercito e dei coloni che sostituissero le vecchie strade o altre nuove giudicate non più sicure.

L’acquisto di terre

L’acquisizione dei terreni sul libero mercato, invece, ha rappresentato storicamente la pratica iniziale, seguita sin dalla prima fase dell’emigrazione ebraica in Palestina a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, quando i primi coloni ebraici iniziarono ad acquisire proprietà fondiarie dai latifondisti palestinesi, con il supporto finanziario del Fondo Nazionale Ebraico (JNF)16.

Dopo la Guerra dei 6 Giorni, le forze di occupazione israeliane con l’Ordine militare n. 25 avevano imposto rigide restrizioni alla vendita di terre in Cisgiordania, riservandone l’acquisto solamente al Fondo Nazionale Ebraico. Ma, dal momento che per parte palestinese la legge e le consuetudini vietano di vendere la terra agli Ebrei, Israele aveva ideato dei meccanismi per poter trasferire le proprietà fondiarie, occultandone la vendita per periodi prolungati.

Le successive modifiche apportate alla legge dai governi del Likud, saliti al potere alla fine degli anni ’70, hanno creato le condizioni affinché si verificassero vere e proprie vendite fraudolente a favore di privati ebrei, con numerosi proprietari palestinesi che hanno preso atto di essere stati raggirati solo quando hanno visto i trattori e le ruspe dei coloni al lavoro sulle loro ormai ex terre.

Queste modifiche normative trovarono riflesso in una decisione nell’aprile 1982 del Comitato Ministeriale per gli Insediamenti che forniva approvazioni in linea di principio per la creazione di insediamenti come “iniziativa privata”. Questa autorizzazione esprimeva l’impegno del governo a consentire agli Ebrei di acquistare terra e di insediarsi in tutta la Cisgiordania, incluse le aree dove la terra non poteva essere dichiarata “di stato” perché registrata col nome del proprietario.

Israele in questa fase ha aiutato e incentivato i suoi cittadini ebrei ad acquistare terra privata palestinese sul libero mercato col proposito di stabilirvi nuovi insediamenti, fino a che, a seguito di numerose compravendite fraudolente e di truffe, anche a danni di potenziali acquirenti israeliani, tale prassi venne formalmente interrotta dal 1985.

Il tentativo della Legge di regolarizzazione

Accanto a questi “tradizionali” meccanismi di appropriazione delle terre palestinesi il parlamento israeliano aveva tentato di introdurre un nuovo strumento normativo. La Knesset, infatti, il 7 febbraio 2017 aveva approvato, dopo un contrastato iter legislativo, la cosiddetta “Legge di regolarizzazione” che avrebbe consentito ai cittadini israeliani di appropriarsi delle terre palestinesi nei Territori Occupati, dietro indennizzo monetario o in cambio di altro appezzamento agricolo. La legge è stata da più parti considerata anticostituzionale anche per il suo carattere retroattivo che avrebbe legalizzato gli insediamenti considerati “illegali” anche per la legge israeliana (circa 4.000 abitazioni), in quanto costruiti senza autorizzazione su terre private palestinesi, ed ha sollevato aspre critiche anche a destra. Fra queste, autorevoli voci come il più volte ministro del Likud, Dan Meridor, che l’aveva definita “ingiusta e incostituzionale perché va contro i principi della legge israeliana” e il figlio del ex Premier Menachem Begin, Benny, anche lui più volte ministro del Likud e sostenitore della “Eretz Israel”, che l’aveva soprannominata “legge sui furti”17. Tuttavia, i ricorsi presentati, a partire dal giorno successivo, da Ong palestinesi e israeliane alla Corte Suprema ne avevano in pratica anestetizzato l’applicazione, sino alla sentenza della stessa corte del 10 giugno 2020 che l’ha dichiarata “incostituzionale” perché “viola i diritti di proprietà e di eguaglianza dei palestinesi, mentre privilegia gli interessi dei coloni israeliani sui residenti palestinesi” e che non “fornisce sufficiente rilievo” allo status dei “palestinesi come residenti protetti in un’area sotto occupazione militare18.

La situazione attuale

Nel rapporto stilato dall’Ufficio centrale di statistica palestinese del marzo 2015, veniva trattato il delicato tema delle terre palestinesi sotto il controllo delle forze di occupazione. Israele attraverso i meccanismi e le strategie sopra individuate è arrivato a possedere più del dell’85% della superficie totale della Palestina storica, estesa per un’area di 27 mila kmq, ripartiti fra i 22.000 di Israele e gli oltre 5.000 dei Territori Occupati, mentre ai Palestinesi ne è rimasta solamente il 15%. In quest’ultima porzione alla formale autonomia di governo dell’Anp è affiancato l’invasivo potere militare israeliano che impone le sue leggi nei Territori Occupati, mentre ai coloni degli insediamenti è applicata la ben più favorevole legge civile israeliana. 

Nel 2019, in Cisgiordania compresa Gerusalemme Est, erano presenti oltre 240 insediamenti con più di 620.000 coloni. Questo pianificato e sistematico processo di colonizzazione tende ad oscurare una serie di verità fondamentali sugli insediamenti. Una di queste è che le colonie non fanno parte dello Stato di Israele, ma sono insediamenti illegali realizzati in Cisgiordania, che dal 1967 è Territorio Occupato sotto amministrazione militare, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Altra verità che si cerca di oscurare è che la “terra di stato” sopra analizzata è stata confiscata ai residenti palestinesi con procedimenti illegali e scorretti. Infine, altro elemento inoppugnabile è che gli insediamenti sono stati una continua fonte di violazione dei diritti umani nei confronti dei Palestinesi, tra cui il diritto alla libertà di movimento e di proprietà, all’autodeterminazione e al miglioramento delle condizioni di vita.

Un processo storico avvenuto nel complice silenzio della comunità e delle istituzioni internazionali la cui attività si è limitata a dichiarazioni di condanna dell’operato dei governi israeliani e atti giuridici mai resi operativi, facendo sì che Israele portasse avanti la missione storica del movimento sionista, vale a dire la creazione di un stato ebraico dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, godendo dello status di sostanziale impunità per le continue violazioni del diritto internazionale e delle Risoluzioni Onu.

Una ferita tutt’ora aperta nel cuore Medio Oriente, nel campo del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani, frutto del fallimento, per non dire della connivenza, della politica e delle istituzioni internazionali che solo la mobilitazione popolare, organizzata e consapevole, potrà invertire facendo pressione sui rispettivi governi nazionali e sulla comunità mondiale.

Andrea Vento – docente di Geografia all’Ite Pacinotti di Pisa

7 aprile 2021

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

1 Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina. Fazi Editore 2008. Capitolo 5: Il programma per la pulizia etnica: il Piano Dalet pag. 112-159

2 http://www.infopal.it/rapporto-legge-sulle-proprieta-degli-assenti-e-la-piu-grande-rapina-della-storia/

3 La confisca, nel diritto penale, indica l’acquisizione coattiva, senza indennizzo, da parte della pubblica amministrazione, di determinati beni o dell’intero patrimonio di chi ha commesso un reato

4 Abitanti di Gerusalemme

5 http://www.infopal.it/legge-sulle-proprieta-degli-assenti-politica-israeliana-di-espulsione-dei-palestinesi/

6 https://www.fedlex.admin.ch/eli/cc/1951/300_302_297/it

7 Rapporto: Terra rubata. La politica israeliana di insediamento in Cisgiordania

Fai clic per accedere a TerraRubata_Btselem_OpCol_2009.pdf

8 Il dunam o dunum  è una unità di misura terriera adottata a partire dall’età ottomana fino ai nostri giorni in vari paesi un tempo sotto il dominio ottomano per calcolare le superfici terriere. Oggi equivale a 1.000 mq e a 0,001 kmq

9 Questa è la formula standard che compare negli ordini

10 http://web.tiscali.it/handala/documenti/Consiglio%20Sicurezza/risoluzione%20465-1980.htm

11 La requisizione è un atto attraverso il quale una Pubblica Amministrazione può privare una persona del suo diritto di proprietà o di possesso di un bene; ha carattere eccezionale ed è adottata per gravi e urgenti necessità pubbliche, militari o civili.

12 https://it.qaz.wiki/wiki/Declarations_of_State_Land_in_the_West_Bank

13 L’espropriazione consiste nella Privazione di proprietà, motivata da ragioni di pubblica utilità. In Italia avviene dietro indennizzo del proprietario. 

14 https://it.qaz.wiki/wiki/Ma%27ale_Adumim

15 https://it.qaz.wiki/wiki/Land_expropriation_in_the_West_Bank

16 https://it.globalvoices.org/2017/02/il-fondo-nazionale-ebraico-e-il-suo-ruolo-in-israele-e-palestina/

17 https://jfjfp.com/no-defence-for-this-robbery/

18 http://asianews.it/notizie-it/La-Corte-suprema-boccia-la-legge-sulle-colonie.-Rabb%C3%AC-Milgrom:-%E2%80%98ristabilita-giustizia%E2%80%99-50322.html

Carta 1: le tappe dell'espansione israeliana nella Palestina storica
Carta 1: le tappe dell’espansione israeliana nella Palestina storica

Carta 2: la colonizzazione della Cisgiordania 2019.
Fonte: Ufficio Onu per gli affari umanitari – Ocha

Memoria/Paolo Cinanni: “L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE” (Gennaio 1980)

L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE

Col passaggio dalla meccanizzazione all’automazione del processo produttivo muta il carattere dell’emigrazione. La battaglia per la conquista dei diritti.

di Paolo Cinanni

Nel corso della storia dell’umanità, il fenomeno migratorio rappresenta sempre un fattore di progresso per i paesi d’immigrazione, che si adegua man mano alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive.

Dalla primitiva emigrazione coloniale, si passa alle ferme caratteristiche dell’emigrazione operaia più recente, sino ai nostri giorni, in cui l’immigrazione viene man mano adeguandosi al nuovo processo di decentramento produttivo, assumendo anch’essa forme nuove.

La primitiva emigrazione di coloni era diretta verso paesi e regioni scarsamente popolate, per la messa in coltura di nuove terre e per la trasformazione progressiva delle colture estensive in colture intensive specializzate, con la promozione di un nuovo mercato, che crea le premesse medesime per lo sviluppo dei primi processi d’industrializzazione.

A cominciare dal Nord-America, negli ultimi decenni del secolo scorso, la primitiva immigrazione viene perciò stesso trasformandosi: grandi masse di forza-lavoro, e fra queste i lavoratori immigrati, vengono concentrati nei grandi agglomerati urbani ove si sviluppa la grande produzione industriale. L’immigrato si trasforma, quindi, da contadino in operaio, concorrendo – col suo contributo aggiuntivo di lavoro produttivo – allo sviluppo accelerato dell’economia del paese ospite, fornendo al capitale stesso un supervalore crescente, che ne accelera la riproduzione e l’espansione del suo potere sui mercati mondiali.

Questa supremazia economica e finanziaria del capitale dei paesi industrializzati sui mercati mondiali si trasforma presto in potere politico e dominio imperialistico sugli altri paesi del mondo. Continua a leggere

La carovana dei migranti si infrange contro i muri delle polizie dei paesi centroamericani

di Vittorio Bonanni

Non ci sono segnali che l’amministrazione Biden modifichi le politiche antimigratorie nei confronti dell’America centromeridionale.

E’ bastato l’annuncio di un cambiamento di linea da parte della Casa Bianca nei confronti degli immigrati a scatenare il desiderio di 9mila uomini, donne e bambini, provenienti dall’inferno dell’Honduras, a sperare in una vita diversa. Esattamente come nell’autunno del 2018. Anche in quel caso migliaia di migranti fuggirono dalle proprie terre, come oggi aiutati solo dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa appunto dei rifugiati, e che oggi inoltre ha potuto aiutare un centinaio di bambini honduregni trovati in uno stato di denutrizione. Continua a leggere

Andrea Vento (Giga): Gli effetti economici e sociali della pandemia

di Andrea Vento

Durante il 2020 l’economia mondiale ha registrato la più grave recessione (-3,5%) dalla crisi del 1929 con milioni di persone hanno perso il lavoro e sono sprofondate nella povertà, mentre le 500 persone più ricche del Terra, equivalenti allo 0,001% della popolazione mondiale, hanno visto le loro fortune crescere più di quanto accaduto negli otto anni precedenti. Al contempo aumenta ulteriormente il trend delle disuguaglianze e la povertà è ripresa a crescere. Sarà sufficiente la ripresa economica del 2021 ad invertire le tendenze sociali sperequative oppure è necessario un ripensamento del sistema economico dominante a livello globale? Continua a leggere

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Vladimir Putin (VIDEO)

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(Traduzione in Italiano di Mark Bernardini – post su Facebook)

“UNA SOLA CASA”: migranti e migrazioni al tempo del Covid-19. Una importante pubblicazione dello CSER

Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme

L’introduzione al volume di P. Lorenzo Prencipe (Presidente CSER)

Al 22 dicembre 2020 il coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina e dà il via a quella che nel giro di pochi mesi è diventata una pandemia globale da Covid-19, ha prodotto nel mondo 77.534.614 casi di contagio e 1.706.032 morti (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine (1) ) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale, oltre 3 miliardi di persone.

Ad ogni modo, se la peste nera del XIV secolo, in un solo anno, dal 1348 al 1349, ha causato la morte di circa 22 milioni di persone in Europa portando la popolazione europea del tempo da 74 a 52 milioni complessivi, se l’influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, arrivò a infettare circa 500 milioni di persone nel mondo, provocando la morte 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi di persone, non è azzardato affermare che l’epidemia da Covid-19 è meno distruttrice in vite umane e in relazioni sociali delle precedenti pandemie che hanno attraversato la storia delle nostre società, anche se gli sguardi terrorizzati dei contagiati più gravi e la continua crescita numerica dei morti giornalieri riportano in superficie la memoria personale e collettiva di ansie e paure mai sopite.

La pandemia da Covid-19 ha comunque provocato una grave situazione sanitaria mondiale che si è rapidamente trasformata in pesante crisi economica e sociale. Senza voler sopravvalutare analisi, dibattiti e polemiche che caratterizzano le coperture mediatico-politiche di ogni grande crisi nelle nostre società occidentali e senza sottovalutare il prezzo in vite umane e in disagio psicologico, sociale ed economico che tutti gli strati sociali delle popolazioni mondiali (soprattutto le più povere e marginalizzate) stanno pagando, vogliamo qui sottolineare alcune conseguenze che la pandemia da Covid-19 sta producendo  sulle migrazioni e su migranti e rifugiati, aggravandone le condizioni di vita. Continua a leggere

20 anni fa il 1° Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Il video-documentario che realizzò la FILEF

Porto Alegre Social Forum” è l’unico film documentario sul primo storico Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Rio Grande do Sul – Brasile) nel 2001.

Realizzato dalla FILEF (filef.info) per la regia di Roberto Torelli (autore tra l’altro di “Bella Ciao” e “Maledetto G-8”, sugli eventi del Forum Sociale Europeo svoltosi a Genova nel luglio dello stesso anno), si avvalse della collaborazione di Paulo Cesar Saraceni, di Antonio Tabucchi e Sergio Vecchio (dialoghi).

Il film documenta, oltre al Forum, anche le lotte del Movimento dei Sem Terra brasiliani e attraverso interviste ad importanti personaggi pubblici latino-americani (Joao Pedro Stedile, Ebe de Bonafini, Perez Esquivel, Emir Sader, ecc.) , l’evoluzione sociale e politica del continente che irrompe sulla scena mondiale portando un’anelito di speranza e di cambiamento per tutti. Continua a leggere

La crisi climatica in Africa è fuori controllo

Uno studio di Greenpeace Africa

A causa dei cambiamenti climaticiondate di caloreinondazioni e pesanti piogge si fanno più frequenti un po’ ovunque nel mondo, ma è l’Africa a pagarne le conseguenze più severe: l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi sta minacciando gravemente la salute umana, la sicurezza alimentare, la pace e la biodiversità del continente africano. A rivelarlo è il nuovo studio pubblicato da Greenpeace Africa e dall’unità scientifica di Greenpeace “Weathering the Storm: Extreme Weather and Climate Change in Africa“.

Lo studio si basa su diversi scenari climatici: tutti prevedono che le temperature medie future in Africa aumenteranno a un ritmo più veloce della media globale. Se non si interverrà al più presto per ridurre e poi azzerare le emissioni, l’aumento medio della temperatura di gran parte del continente supererà i 2 gradi centigradi, per ricadere nell’intervallo da 3 a 6 gradi centigradi entro la fine del secolo, da due a quattro volte rispetto a quanto consentito dall’Accordo di Parigi.

Questo aumento incontrollato vuol dire purtroppo che ci saranno morti, migrazioni, conflitti climatici, scarsità di acqua potabile, impatti sulla produzione agricola ed estinzione accelerata di specie endemiche africane.

Ondate di calore, inondazioni, siccità e cicloni hanno assunto una scala finora sconosciuta. Questi eventi sono ancora più impattanti per le comunità più povere, meno attrezzate per fronteggiare e adattarsi ai cambiamenti climatici.

C’è ben poco di naturale nei disastri che colpiscono l’Africa. La salute, la sicurezza, la pace e la giustizia non si otterranno solo con le preghiere e i sacchi di riso e mais consegnati all’indomani di un disastro: i leader africani devono dichiarare l’emergenza climatica per preservare il futuro del continente.

Come ha spiegato Hindou Oumarou Ibrahim, direttrice dell’Associazione delle donne e dei popoli indigeni del Ciad (AFPAT), “nel Sahel il cambiamento climatico ha distrutto i nostri raccolti, le nostre case e le nostre famiglie, costringendole a una migrazione forzata. Ma l’Africa non è solo il palcoscenico in cui si verificheranno i peggiori impatti sul clima: è un continente di milioni di persone decise a fermare il cambiamento climatico, ad abbandonare i combustibili fossili, e a lottare per proteggere le nostre foreste e la nostra biodiversità dall’agricoltura industriale”.

da qui

FONTE: http://www.labottegadelbarbieri.org/la-crisi-climatica-in-africa-e-fuori-controllo/

Quando Matteo Salvini aveva 8 anni IL PCI COMBATTEVA L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA E I TRAFFICANTI DI UOMINI

di Agostino Spataro *

Immigrazione: due opposti estremismi

Nel 1981 presentammo la proposta di legge n. 2990* mirata a riconoscere agli immigrati regolari tutti diritti e i doveri attribuiti agli emigranti italiani soprattutto in Europa.

(*http://legislature.camera.it/ )

Certo, oggi, il contesto politico nazionale e internazionale è mutato, tuttavia i valori restano. L’immigrazione è necessaria, ma va regolata, accolta nella legalità e nella solidarietà.  

In Italia siamo di fronte a un grave dilemma politico. Da un lato, l’ex compagno Salvini avrà tenuto a mente la citata proposta di legge e oggi, nella veste di leader della Lega nord (non più secessionista?), la usa a suo vantaggio elettorale, dopo averla depurata del suo carattere umanitario e solidaristico.

Dall’altro lato, gli “eredi” del Pci l’avranno dimenticata lasciandosi fagocitare da una lettura equivoca, distorta della crisi del mondo, da una visione destabilizzante del dramma delle migrazioni che non può essere affrontato nella logica degli interessi delle oligarchie finanziarie. I sedicenti “eredi” del Pci ragionano  sulla complessa materia (anche da posizioni di governo) come se l’Italia e l’Europa si trovassero nel migliore dei mondi possibili quando, invece, sono vittime delle disuguaglianze, delle pretese del neoliberismo dominante.

Due “opposti estremismi” (razzismo e buonismo) cui contrapporre una terza via possibile, da costruire nell’ambito di una vera politica di cooperazione Nord-Sud, nella legalità e nella solidarietà. Continua a leggere

Alberto Fernandez e Lula Da Silva: Pensare l’America Latina dopo la pandemia Covid-19 – (Videoconferenza Uni B.Aires)

Un interessantissima discussione tra il Presidente argentino Alberto Fernandez e l’ex Presidente del Brasile, Lula, insieme ad altri importanti esponenti istituzionali, sindacali e politici dei due paesi, tra cui Perez Esquivel. Emerge la specifica prospettiva delle forze di progresso latino-americane che dovrebbe avere molto più spazio di conoscenza in Italia e in Europa.

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Covid-19: Nel riprogettare il Paese questa volta non si dimentichi l’emigrazione italiana

di Rodolfo Ricci *

Nelle diverse occasioni di uscita dalle crisi che hanno sconvolto l’Italia fin dalla sua unità, l’emigrazione è stata una delle variabili centrali: nel senso – molto negativo – di usarla come un decongestionante, come una sorta di antinfiammatorio, agevolandola e addirittura di incentivandola in modo mirato. E’ avvenuto alla fine dell’800 e all’inizio del ‘900 e, ancora in modo esplicito, nel secondo dopoguerra, quando si invitarono le masse inoccupate e contadine a “imparare una lingua e andare all’estero”.

Forse in pochi lo ricordano, ma anche a ridosso del nostro presente, la cosa si è di nuovo ripetuta, solo 8 anni fa, con il messaggio lanciato ai giovani italiani da Mario Monti, in sede di investitura a Presidente del Consiglio, “a prepararsi ad una nuova mobilità nazionale ed internazionale”. Cosa che anche questa volta è puntualmente avvenuta, portando all’estero, nell’arco di un decennio quasi 2 milioni di persone e un altro milione dal sud al nord. Continua a leggere

Il doppio standard sulla questione palestinese

di Alberto Negri

Ci indigniamo perché la Cina vìola i diritti di Hong Kong e delle minoranze, inorridiamo per il razzismo in Usa ma per i palestinesi sotto casa nostra non alziamo un sopracciglio. L’annessione della Cisgiordania è un atto illegale contro ogni accordo e convenzione internazionale ma qui nessuno dice niente. Continua a leggere

Dall’Unione Europea, milioni di euro per i ‘migranti’ venezuelani

di Geraldina Colotti

Se si hanno chiari i termini della lotta di classe, si sa che la sfacciataggine delle classi dominanti aumenta quanto più diminuisce il potere di chi dovrebbe contrapporglisi. Indignarsi serve a poco se non ci si organizza per cambiare le cose. Smascherare l’ipocrisia delle corporazioni mediatiche che servono il potere di quelle economiche è tuttavia un compito da prendere molto sul serio, a fronte dell’importanza crescente che i media hanno assunto nei conflitti di nuovo tipo. Continua a leggere

Covid-19: Come il Venezuela ha contenuto con successo la pandemia nel disinteresse dei media italiani

Giga: per il diritto ad una informazione corretta

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati è da tempo impegnato a denunciare le manipolazioni del sistema d’informazione mainstream, Rai in prima fila, rispetto alle vicende latinoamericane tese a condizionare negativamente l’opinione pubblica nazionale in merito a questioni di stati o movimenti che aspirano all’emancipazione dei popoli e alla giustizia sociale. Emblematico il caso di Cuba, da cui abbiamo ricevuto generoso soccorso tramite l’invio una corposa squadra di medici per far fronte alle carenze della nostra struttura sanitaria di fronte all’emergenza pandemica, è passato praticamente inosservato l’appello dell’ex leader Cgil Susanna Camusso (https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/04/05/bene-applaudire-i-medici-cubani-ma-ora-sospendiamo-le-sanzioni-susanna-camusso/) in merito alla rimozione dell’embargo, che la sta strangolando economicamente causando gravi sofferenze alla popolazione. Anche le violente repressioni, del governo di destra, tutt’ora in atto in Cile vengono ignorate dal nostro apparato mediatico mainstream. Infine in Venezuela, rispetto al quale la disinformazione ha raggiunto livelli inaccettabili con servizi raramente corrispondenti al vero e realizzati da giornalisti mai presenti in loco (o da studio o da altri paesi americani), divulghiamo, per completezza di informazione, questo articolo realizzato da un esponente della Rete di Solidarietà Rivoluzione Bolivariana che trovandosi in Venezuela ha potuto fornire una testimonianza, diretta e suffragata di dati oggettivi, della reale situazione e delle strategie implementate con successo per contrastarla.

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

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India: il lavoro e la produzione dopo le misure anti-Covid, a partire dai migranti (interni), in un’analisi di Down To Earth

di Marinella Correggia

«Il collasso economico dovuto alle misure anti-Covid ha reso visibili gli invisibili. Adesso diamo valore al loro lavoro, mal pagato, sempre considerato fungibile»: un’affermazione che si adatta benissimo al contesto dell’Italia. Quelli che stavano a casa si sono accorti di dipendere da figure professionali prima neglette: agricoltori, commesse, fattorini – oltre che dal personale sanitario a tutti i livelli. E soprattutto, si è capito quanto siano essenziali le braccia straniere per la raccolta dell’ortofrutta, componente fondamentale della nutrizione. Non per niente oggi 21 maggio è il giorno dello sciopero dei braccianti stranieri (anche in nome degli italiani) https://twitter.com/aboubakar_soum/status/1263445146705825792?ref_src=twsrc%5Egoogle%7Ctwcamp%5Eserp%7Ctwgr%5Etweet Continua a leggere

DOPO COVID-19

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