archivi

crisi globale

Questo tag è associato a 2199 articoli.

Rapporto Oxfam 2023: per la prima volta negli ultimi 25 anni aumentano al contempo disuguaglianze, fame e povertà estrema

di Andrea Vento

L’annuale rapporto dell’organizzazione Oxfam sulla disuguaglianza globale viene regolarmente emesso in concomitanza del Word Economic Forum di Davos in Svizzera, allo scopo di indurre la leadership planetaria a riflettere sui nefasti effetti sociali e ambientali prodotti delle loro politiche, le quali continuano a portare esclusivo vantaggio ad una ristretta elite a discapito della maggioranza della popolazione mondiale.

Quest’anno, i 2.700 leader mondiali fra politici, amministratori delegati delle principali multinazionali e big della finanza presenti alla consueta passerella mondiale, ormai giunta alla 53esima edizione, hanno visto aleggiare sul loro summit l’immancabile ombra delle critiche dei movimenti e del rapporto Oxfam che non casualmente in italiano è stato tradotto in “La disuguaglianza non conosce crisi”.

La ratio del titolo è conseguente al fatto che nel biennio 2020-21, i più ricchi fra i ricchi del pianeta, vale a dire il top 1%, ha continuato come da trend consolidato ad accumulare ricchezza più di tutto il resto dell’umanità. Tale incremento ha, tuttavia, toccato livelli di crescita inediti, mentre, in contemporanea, per la prima volta, a livello mondiale negli ultimi 25 anni è aumentata anche la povertà e la fame.

Il dominante capitalismo liberista ha, dunque, impresso alla forbice della disuguaglianza un ampliamento mai registrato in precedenza. Ciò in conseguenza del sovrapporsi della crisi economica pandemica a quella ambientale, quest’ultima caratterizzata da fenomeni estremi, come siccità, cicloni e inondazioni, sempre più devastanti, i quali hanno inevitabilmente innescato una drammatica crisi sociale che ha spinto milioni di persone sotto la soglia della povertà estrema e nel baratro della fame, costringendone una massa crescente a migrare forzatamente. Tutto ciò mentre le grandi multinazionali, soprattutto quelle operanti in rete, hanno conseguito, al pari della grande finanza, profitti stratosferici, i quali hanno generato una concentrazione apicale della ricchezza mai registrata in precedenza.

Guardando alle cifre del rapporto rileviamo come nel biennio 2020-2021, l’1% più ricco della Terra si è accaparrato quasi 2/3 della nuova ricchezza generata, mentre le principali 95 multinazionali dell’energia e dell’agro-business hanno più che raddoppiato i profitti rispetto alla media del periodo 2018-2020. Con il drammatico paradosso che, nel 2022, mentre queste ultime si arricchivano col commercio di beni e prodotti alimentari e distribuivano, grazie agli extra-profitti, dividendi pari a 257 miliardi di dollari ai propri azionisti, al contempo 800 milioni di persone soffrivano la fame.

In sostanza, per ogni 100 dollari di nuova ricchezza prodotta, sempre nel biennio in questione, 63 dollari sono stati appannaggio dell’1% straricco e appena 10 dollari sono andati al 90% più povero, mentre i restanti 27 dollari ai restanti ricchi, pari al 9% della popolazione mondiale (grafico 1). In termini reali, in 2 anni, l’1% degli ultraricchi ha registrato un incremento dei propri patrimoni pari alla stratosferica cifra di 26.000 miliardi di dollari, poco più di una volta e mezzo il Pil della Cina (16.500 miliardi di dollari nel 2021), mentre il, redditualmente variegato, restante 99% dell’umanità si è fermato a 16.000 miliardi di dollari.

Gli effetti della crisi pandemica, secondo la Banca Mondiale, hanno prodotto sul 40% più povero dell’umanità, perdite di reddito doppie rispetto a quelle subite dal 40% più ricco, determinando inevitabilmente anche un aumento nella disparità globale di reddito, oltre a quelle di ricchezza.

L’eccezionale incremento della concentrazione di ricchezza risulta frutto, sia della compiacente azione dei governi, sia della politica monetaria non convenzionale adottata dalle Banche Centrali, il “Quantitavie Easing” (QE), tramite il quale le stesse hanno immesso una enorme massa di liquidità nei propri sistemi monetari1, ufficialmente per favorire la ripresa economica e far salire il tasso di inflazione intorno allo strategico obiettivo del 2%. Tali politiche monetarie espansive, attuate con tempistica ed entità differenziate dalle varie Banche Centrali occidentali2 nell’arco di tempo compreso fra la fase successiva alla crisi economico-finanziaria del 2008-2009 fino alla ripresa post-covid, hanno in realtà sortito principale effetto di incrementare i valori degli asset finanziari e, conseguentemente, i patrimoni dei miliardari.

Grafico 1: quote di nuova ricchezza acquisita dal 1% più ricco e dai restanti 99% e 90% , confronto 2012-2021 (colonna verde chiaro) e 2020-2021 (colonna verde scuro). Fonte: Oxfam su dati Credit Suisse

Sicuramente le misure di intervento dei governi a sostegno delle proprie economie e delle fasce sociali più deboli, durante la Grande crisi del 2008-2009, è stata una strategia appropriata; tuttavia, forti critiche hanno, invece, investito le politiche di austerità fiscale implementate nell’Area dell’euro nella successiva fase di ripresa, le quali hanno finito per innescare la crisi debitoria di inizio anni ’10 nei paesi marginali dell’Eurozona, denominati col dispregiativo appellativo di Piigs3. Infatti, mentre buona parte dell’area monetaria comune tornava in recessione, contemporaneamente negli Stati Uniti, grazie a tempestive politiche monetarie (QE) e fiscali espansive, la ripresa continuava ad apprezzabili tassi di crescita (grafico 2)

Grafico 2: variazione annua del Pil nell’Eurozona, negli Usa e in Giappone fra 2008 e 2015. Fonte: Ocse

La Bce a causa delle resistenze dei Paesi “falchi” dell’Austerity, Paesi Bassi, Finlandia e Germania in primis, il QE è stato introdotto dall’allora presidente della Bce, Mario Draghi, solo all’inizio del 2015, quando l’intera Eurozona si trovava sull’orlo del collasso. Tuttavia, gli effetti del QE sono risultati alquanto modesti sia in termini di ripresa economica, ad oggi il nostro Paese si trova ancora al di sotto del picco del 2007 (grafico 3), che di rialzo dell’inflazione, in quanto i governi e la Commissione Europea non si sono impegnati nel garantire che l’enorme liquidità immessa avesse concrete ricadute sull’economia reale o, quantomeno, che le cospicue plusvalenze ottenute dalla grande finanza venissero ridistribuite tramite la leva fiscale.

Grafico 3: andamento del Pil italiano su base trimestrale fra il 1996 e il 2022. Fonte: Istat

Conseguentemente le fortune dei miliardari, grazie anche al periodo pandemico, durante il quale alcune tipologie di imprese collegate alla rete hanno conseguito extraprofitti stratosferici, sono continuate ad aumentare, tant’è che l’1% più ricco della popolazione mondiale, a fine 2022, è arrivato a detenere il 45,6% della ricchezza globale, mentre la metà più povera dell’umanità appena lo 0,75%. Inoltre, il ghota degli 81 principali miliardari hanno accumulato più ricchezza di metà della popolazione mondiale.

Squilibri interni all’interno sistema economico-sociale globalizzato, non solo eticamente inaccettabili, ma addirittura nel medio periodo, forieri di destabilizzazione dello stesso.

Gli effetti della crisi economica, alimentare e ambientale

Contemporaneamente all’eccezionale aumento di ricchezza conseguito dal 1% più ricco a livello mondiale e agli extraprofitti delle grandi multinazionali di alcuni comparti, in questi primi anni del decennio ’20 a seguito della crisi pandemica, di inappropriate politiche governative e dell’impennata inflattiva, abbiamo registrato anche una crescita della povertà e della fame, oltre a una diminuzione dei posti di lavoro e dei salari che hanno pesantemente impattato sulle vite delle persone già in condizione di fragilità sociale.

Il consolidato trentennale trend globale di riduzione della povertà si è, infatti, bruscamente interrotto determinando la paradossale ed inedita situazione nella quale la ricchezza e la povertà, entrambe estreme, sono al contempo sensibilmente aumentate. Ben 70 milioni di persone sono, infatti, precipitate nel 2020 sotto la soglia di povertà, dei 2,15 dollari al giorno di reddito, corrispondenti ad un aumento dell’11%.

Nonostante nel 2021 tale tendenza abbia subito un’inversione, per l’anno appena concluso l’UNDP, il programma dell’Onu per lo sviluppo, stima che solo nel suo secondo trimestre 71 milioni di persone siano nuovamente scese in povertà a causa del rialzo dei prezzi delle materie prime (+ 18% beni alimentari e +59% energia). Le causa della fiammata inflattiva, peraltro iniziata già nell’autunno 2021, è riconducibile a difficoltà di approvvigionamento causati dalla ripresa della domanda nella fase post-pandemica e dalla guerra in Ucraina, alle spregiudicate attività della speculazione finanziaria ed alle ciniche strategie delle multinazionali, non che al crescente impatto dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole. Conseguentemente, sono state stimate dalla Banca Mondiale in 828 milioni le persone che nel 2021 hanno sofferto la fame, pari al 10% dell’umanità, il 60% delle quali donne e ragazze4.

Per quanto riguarda l’aspetto salariale, dall’analisi condotta in 96 Paesi da Oxfam sui valori delle retribuzioni, è emerso come 1,7 miliardi di lavoratori abbiano subito una crescita dell’inflazione superiore a quella dei salari. La contrazione dei salari reali, misurata in base all’effettivo potere d’acquisto, avrà come inevitabile riflesso sia un aumento dei lavoratori in condizione di povertà, i cosiddetti working poors, che delle disuguaglianze, queste ultime aggravate dalla crescita del lavoro informale che su scala globale sta superando addirittura quella dell’occupazione regolare.

Conclusioni

Il quadro appena dipinto caratterizzato da crescenti disuguaglianze e maggiori difficoltà sociali, rischia di aggravarsi nell’anno appena iniziato, anche alla luce delle dichiarazione della Presidente del Fmi Kristalina Georgieva, la quale, in una intervista di inizio gennaio alla Tv statunitense CBS, ha affermato che dal punto di vista economico il 2023 risulterà “più duro dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle” e che l’istituzione di cui è a capo ritiene che “un terzo dell’economia mondiale sarà in recessione” a causa del rallentamento di Stati Uniti, Unione Europea e Cina.

Alla luce delle fosche previsioni della presidente del Fmi sull’andamento dell’economia mondiale, non vediamo altra strada possibile all’implementazione di politiche fiscali espansive (vale a dire aumentare la spesa pubblica) per far fronte all’aumento della povertà e della fame, ai cambiamenti climatici e all’impatto dell’inflazione sui ceti sociali più fragili. Ciò a causa del fatto che, ancora una volta, la maggioranza dei governi sono intenzionati a proseguire sulla fallimentare strada dell’austerità fiscale, riducendo la spesa pubblica, principalmente a causa delle imposizione delle istituzioni finanziarie sovranazionali. La stessa Oxfam prevede, infatti che, nel quinquennio 2023-27, attueranno politiche restrittive di bilancio a danno della spesa sociale, pari a ben 6.700 miliardi di dollari, circa 2/3 dei Paesi mondiali (148 per la precisione), e che nel 2023, il 54% degli Stati lo stanno già pianificando.

Le politiche economiche neoliberiste e restrittive di bilancio hanno già mostrato la loro inefficacia dal punto di vista economico, come nella crisi debitoria dei Paesi marginali dell’Eurozona, e i loro nefasti effetti a livello sociale. In considerazione di ciò, è assolutamente necessario un riposizionamento in senso diametralmente opposto introducendo misure straordinarie, come la tassazione aggiuntiva degli extraprofitti, e altre strutturali, come la reintroduzione di una fiscalità progressiva più incisiva sui redditi elevati e sul capital gain, l’utile da capitale.

Gli effetti socialmente disastrosi che abbiamo appena esposto, pur avendo radici profonde, risultano frutto anche delle politiche economiche attuate durante la crisi pandemica, nel cui contesto, non solo il 95% dei Paesi non ha aumentato la già discendente e blanda pressione fiscale in essere sui redditi più elevati (grafico 4), sulle grandi imprese e sul capital gain della speculazione finanziaria, ma, addirittura, in alcuni casi l’hanno anche diminuita, a beneficio dei “soliti noti”.

Grafico 4: l’andamento delle aliquote massime, quindi sui redditi più elevati, dell’imposta sul reddito delle persone fisiche fra il 1980 e il 2022 in Africa (linea verde chiaro), America Latina (grigio), Asia (nero) OECED in italiano OCSE (verde scuro). Fonte: calcoli Oxfam su dati OCSE

La riduzione della pressione fiscale sui redditi più elevati in corso ormai da 40 anni e gli sgravi fiscali a vantaggio dei ricchi e delle multinazionali, risultano la causa originaria dell’aumento delle disuguaglianze, col paradosso che in molti Paesi i ceti sociali subalterni e i lavoratori risultano soggetti ad una tassazione maggiore. Il proprietario di Tesla, Elon Musk primo miliardario mondiale nel 2022 secondo Forbes5, fra il 2014 e il 2018, ha pagato un’irrisoria “effettiva aliquota fiscale” di circa il 3%.

A livello mondiale solo il 4% dell’intero gettito fiscale proviene dalle imposte sui patrimoni posseduti, anche a causa del fatto che circa la metà dei miliardari mondiali ha la residenza fiscale in Paesi che non contemplano tasse di successione sui discendenti diretti, avendo così l’opportunità di trasferire ai loro eredi ricchezze complessive pari a 5.000 miliardi di dollari,una cifra maggiore del Pil annuo dell’intero continente africano.

Il reddito dei miliardari, in prevalenza frutto di rendite, risulta tassato mediamente al 18%, la metà dell’aliquota massima applicata su salari e stipendi. Un sistema fiscale, frutto della visione neoliberista del sistema capitalistico che sta portando l’umanità verso il collasso economico e sociale e che necessita di essere radicalmente riformato, reintroducendo una significativa progressività fiscale, come era in vigore fino agli inizi degli anni ’80. Negli Stati Uniti, infatti, l’aliquota massima federale sullo scaglione più elevato di reddito, si attestava su di una media dell’81% fra il 1944 e il 1981, all’alba della nefasta era Reagan. Anche in Italia, fino agli anni ’80, l’aliquota massima raggiungeva il 73% ed era inserita in un contesto fiscale progressivo il cui gettito, impiegato tramite appropriate politiche ha consentito di coniugare crescita economica e progresso sociale, grazie alla creazione di un ampio Welfare state a vantaggio soprattutto dei ceti inferiori.

Per reintrodurre un minimo principio di equità fiscale, secondo Oxfam basterebbe applicare una tassa annua del solo 5% sui più ricchi della Terra per ottenere un gettito fiscale di 1.700 miliardi di dollari all’anno, i quali sarebbero sufficienti ad estirpare la povertà e la fame a livello mondiale, a varare un piano di riduzione degli impatti dei cambiamenti climatici e a garantire assistenza sanitaria e protezione sociale a tutte le popolazioni dei Paesi a medio e a basso reddito6.

Le strade per rimediare a questa catastrofe sociale, umanitaria e ambientale esistono, ce lo insegna la storia economia, sono le volontà politiche che, invece, mancano.

Non è pensabile di combattere l’inarrestabile crescita delle disuguaglianze, l’aumento delle sofferenze sociali e le devastazioni ambientali procrastinando le stesse politiche che ne sono state causa; il cambio di paradigma potrà, tuttavia, avvenire solo tramite presa di coscienza della situazione da parte dei ceti sociali subalterni di ogni latitudine e imbastendo una lotta, duratura e coordinata a livello internazionale, contro la ristretta plutocrazia mondiale ed il ceto politico dominante ad essa subalterno.

Andrea Vento – 24 gennaio 2023

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Scarica il Rapporto Oxfam

NOTE:

1 Il QE realizzato dalla Fed dal 2009 al 2014 per un ammontare di oltre 3.500 miliardi di dollari  https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/saggi/1470-il-quantitative-easing-della-bce-unoperazione-necessaria-non-sufficiente

La Bce in 7 anni di QE (marzo 2015-luglio 22) ha acquistato titoli governativi e corporate per un totale di 4.900 miliardi di euro. https://www.ilsole24ore.com/art/liberarsi-titoli-stato-possibile-strategia-bce-e-sue-conseguenze-AElxiZKC

2 Fed, BoE, Bce e BoJ, rispettivamente Federal Reserve, Bank of England, Banca Centrale Europea e Bank of Japan.

3 Acronimo dispregiativo per indicare Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna

4 https://www.worldbank.org/en/home

5 https://forbes.it/2022/04/05/elon-musk-e-per-la-prima-volta-al-comando-della-classifica-dei-piu-ricchi-del-mondo/

6 Fonte: Fight Inequality Alliance dell’Institute for Policy Studies di Oxfam e dei Patriotic Millionaires

Il generale tedesco Vad: L’est ucraino vuole stare coi russi. Gli Usa mettano fine a questa follia.

Erich Vad: Quali sono gli obiettivi di guerra?

Erich Vad è un ex generale di brigata. Dal 2006 al 2013 è stato consigliere per la politica militare del cancelliere tedesco Angela Merkel. È una delle rare voci che si è pronunciata pubblicamente contro le forniture di armi all’Ucraina fin dall’inizio, senza strategie politiche e sforzi diplomatici. Anche ora sta dicendo una verità scomoda.

di Annika Ross (dalla rivist Emma.de)

Signor Vad, cosa ne pensa della consegna dei 40 Marder all’Ucraina appena annunciata dal Cancelliere Scholz?
Si tratta di un’escalation militare, anche nella percezione dei russi – anche se il Marder, vecchio di oltre 40 anni, non è un’arma miracolosa. Stiamo scendendo su una china scivolosa. Questo potrebbe sviluppare una dinamica che non possiamo più controllare. Naturalmente era ed è giusto sostenere l’Ucraina e naturalmente l’invasione di Putin non è conforme al diritto internazionale – ma ora bisogna finalmente considerare le conseguenze!

E quali potrebbero essere queste conseguenze?
L’intenzione è quella di ottenere la disponibilità a negoziare fornendo carri armati? Vogliono riconquistare il Donbass o la Crimea? O vogliono sconfiggere del tutto la Russia? Non esiste una definizione realistica di stato finale. E senza un concetto politico e strategico generale, le consegne di armi sono puro militarismo.

Che cosa significa?
Abbiamo una situazione di stallo militare che non possiamo risolvere militarmente. Per inciso, questa è anche l’opinione del Capo di Stato Maggiore americano, Mark Milley. Ha affermato che non ci si può aspettare una vittoria militare per l’Ucraina e che i negoziati sono l’unica strada possibile. Qualsiasi altra cosa significherebbe un dispendio insensato di vite umane.

La dichiarazione del generale Milley ha provocato molta rabbia a Washington ed è stata anche pesantemente criticata pubblicamente.
Ha detto una verità scomoda. Una verità, tra l’altro, che non è stata quasi per nulla pubblicata dai media tedeschi. L’intervista a Milley da parte della CNN non è apparsa da nessuna parte, eppure è il Capo di Stato Maggiore della principale potenza occidentale. Quella che si sta conducendo in Ucraina è una guerra di logoramento. È una guerra di logoramento, con quasi 200.000 soldati uccisi e feriti da entrambe le parti, 50.000 morti tra i civili e milioni di rifugiati. Milley ha così tracciato un parallelo con la Prima guerra mondiale che non potrebbe essere più azzeccato. Nella Prima Guerra Mondiale, il cosiddetto “Mulino di sangue di Verdun”, concepito come una battaglia di logoramento, portò alla morte di quasi un milione di giovani francesi e tedeschi. All’epoca caddero per nulla. Il rifiuto delle parti in guerra di negoziare ha portato a milioni di morti in più. Questa strategia non ha funzionato militarmente allora – e non funzionerà adesso.

Anche lei è stato attaccato per aver chiesto un negoziato.
Sì, come l’ispettore generale della Bundeswehr, il generale Eberhard Zorn, che, come me, ha messo in guardia dal sopravvalutare le offensive regionali limitate degli ucraini nei mesi estivi. Gli esperti militari – che sanno cosa succede tra i servizi di intelligence, cosa sembra sul campo e cosa significa veramente la guerra – sono in gran parte esclusi dal discorso. Non si adattano alla formazione delle opinioni da parte dei media. In larga misura, stiamo assistendo a un conformismo mediatico che non ho mai visto prima nella Repubblica Federale Tedesca. Questa è pura speculazione. E non per conto dello Stato, come è noto nei regimi totalitari, ma per puro spirito di protagonismo.

Sono tutti attaccati dai media su un ampio fronte, dalla BILD alla FAZ e allo Spiegel, e così anche le 500.000 persone che hanno firmato la Lettera aperta al Cancelliere promossa da Alice Schwarzer.
Proprio così. Fortunatamente, Alice Schwarzer ha i suoi media indipendenti per poter aprire questo discorso. Probabilmente non avrebbe funzionato con i principali media. La maggioranza della popolazione è contraria a ulteriori forniture di armi da molto tempo e secondo gli ultimi sondaggi. Ma nulla di tutto ciò viene riportato. Non c’è più un discorso equo e aperto sulla guerra in Ucraina, e lo trovo molto preoccupante. Questo dimostra quanto avesse ragione Helmut Schmidt. In una conversazione con il Cancelliere Merkel ha detto: “La Germania è e rimane una nazione a rischio”.

Qual è la sua valutazione della politica del Ministro degli Esteri?
Le operazioni militari devono sempre essere collegate ai tentativi di trovare soluzioni politiche. La monodimensionalità dell’attuale politica estera è difficile da sopportare. È molto incentrato sulle armi. Ma il compito principale della politica estera è e rimane la diplomazia, la riconciliazione degli interessi, la comprensione e la risoluzione dei conflitti. Questo è ciò che mi manca qui. Sono felice che finalmente in Germania ci sia un ministro degli Esteri donna, ma non basta fare retorica di guerra e andare in giro per Kiev o per il Donbass indossando elmetto e giubbotto antiproiettile. Non è sufficiente.

Eppure Baerbock è un membro dei Verdi, l’ex partito della pace.
Non capisco la mutazione dei Verdi da partito pacifista a partito di guerra. Io stesso non conosco nessun Verde che abbia fatto il servizio militare. Anton Hofreiter è per me il miglior esempio di questo doppio standard. Antje Vollmer, invece, che annovererei tra i Verdi “originali”, chiama le cose con il loro nome. E il fatto che un singolo partito abbia così tanta influenza politica da poterci manovrare in una guerra è molto preoccupante.

Se il Cancelliere Scholz l’avesse sostituita al suo predecessore e lei fosse ancora il consigliere militare del Cancelliere, cosa gli avrebbe consigliato di fare nel febbraio 2022?
Gli avrei consigliato di sostenere militarmente l’Ucraina, ma in modo misurato e prudente, per evitare di scivolare sulla china scivolosa di un partito di guerra. E gli avrei consigliato di influenzare il nostro più importante alleato politico, gli Stati Uniti. La chiave per la soluzione della guerra risiede infatti a Washington e a Mosca. Mi è piaciuto il percorso del Cancelliere negli ultimi mesi. Ma i Verdi, l’FDP e l’opposizione borghese – affiancati da un accompagnamento mediatico ampiamente unanime – stanno esercitando una pressione tale che il cancelliere difficilmente può assorbirla.

E se venisse consegnato anche il Leopard?
Si ripropone quindi la domanda su cosa dovrebbe accadere con le consegne dei carri armati. Per conquistare la Crimea o il Donbass, il Marder e il Leopard non sono sufficienti. Nell’Ucraina orientale, nella zona di Bachmut, i russi sono chiaramente in avanzata. Probabilmente tra non molto avranno conquistato completamente il Donbass. Basta considerare la superiorità numerica dei russi rispetto all’Ucraina. La Russia può mobilitare fino a due milioni di riservisti. L’Occidente può inviare 100 Marder e 100 Leopard, ma non cambierà la situazione militare generale. E la domanda più importante è come superare un simile conflitto con una potenza nucleare belligerante – tra l’altro, la più forte potenza nucleare del mondo! – senza entrare in una terza guerra mondiale. E questo è esattamente ciò che i politici e i giornalisti qui in Germania non pensano!

L’argomentazione è che Putin non vuole negoziare e che bisogna metterlo all’angolo per evitare che continui a infierire sull’Europa.
È vero che bisogna dare un segnale ai russi: Fin qui e non oltre! Non si può permettere che una simile guerra di aggressione continui. Per questo è giusto che la NATO aumenti la sua presenza militare a est e che la Germania si unisca a essa. Ma il rifiuto di Putin di negoziare non è sostenibile. Sia i russi che gli ucraini erano pronti per un accordo di pace all’inizio della guerra, a fine marzo, inizio aprile 2022. Poi non se ne fece nulla. Dopo tutto, anche l’accordo sul grano è stato negoziato durante la guerra da russi e ucraini con il coinvolgimento delle Nazioni Unite.

Ora la morte continua.
Si può continuare a logorare i russi, il che significa centinaia di migliaia di morti, ma da entrambe le parti. E significa l’ulteriore distruzione dell’Ucraina. Cosa resta di questo paese? Sarà raso al suolo. In definitiva, anche questa non è più un’opzione per l’Ucraina. La chiave per risolvere il conflitto non sta a Kiev, né a Berlino, Bruxelles o Parigi, ma a Washington e Mosca. È ridicolo dire che l’Ucraina deve decidere.

Con questa interpretazione, in Germania si viene subito considerati teorici della cospirazione…
Io stesso sono un atlantista convinto. Vi dirò onestamente che, nel dubbio, preferirei vivere sotto un’egemonia americana piuttosto che sotto una russa o cinese. All’inizio, questa guerra era solo una disputa politica interna all’Ucraina. È iniziata nel 2014, tra i gruppi etnici di lingua russa e gli stessi ucraini. È stata quindi una guerra civile. Ora, dopo l’invasione della Russia, è diventata una guerra interstatale tra Ucraina e Russia. È anche una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina e la sua integrità territoriale. È tutto vero. Ma non è tutta la verità. Si tratta anche di una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia, e nella regione del Mar Nero sono in gioco interessi geopolitici molto concreti.

Che cosa sono?
La regione del Mar Nero è importante per i russi e la loro flotta del Mar Nero quanto i Caraibi o la regione di Panama per gli Stati Uniti. Importante quanto il Mar Cinese Meridionale e Taiwan per la Cina. Importante quanto la zona di protezione della Turchia, che ha istituito contro i curdi in violazione del diritto internazionale. In questo contesto e per ragioni strategiche, anche i russi non possono uscirne. A parte il fatto che in un referendum in Crimea la popolazione si pronuncerebbe sicuramente a favore della Russia.

Come si può continuare?
Se i russi fossero costretti da un massiccio intervento occidentale a ritirarsi dalla regione del Mar Nero, prima di uscire dalla scena mondiale ricorrerebbero sicuramente alle armi nucleari. Trovo ingenua la convinzione che un attacco nucleare da parte della Russia non avverrà mai. Sulla falsariga di “stanno solo bluffando”.

Ma quale potrebbe essere la soluzione?
Bisognerebbe semplicemente chiedere alle persone della regione, cioè del Donbass e della Crimea, a chi vogliono appartenere. L’integrità territoriale dell’Ucraina dovrebbe essere ripristinata, con alcune garanzie occidentali. Anche i russi hanno bisogno di una simile garanzia di sicurezza. Quindi niente adesione alla NATO per l’Ucraina. Sin dal vertice di Bucarest del 2008, è stato chiaro che questa è la linea rossa dei russi.

E cosa pensa che possa fare la Germania?
Dobbiamo dosare il nostro sostegno militare in modo da non scivolare in una terza guerra mondiale. Nessuno di coloro che andarono in guerra nel 1914 con grande entusiasmo era ancora dell’idea che fosse la cosa giusta da fare. Se l’obiettivo è un’Ucraina indipendente, bisogna anche chiedersi in prospettiva come dovrebbe essere un ordine europeo che coinvolga la Russia. La Russia non scomparirà semplicemente dalla carta geografica. Dobbiamo evitare di spingere i russi nelle braccia dei cinesi, spostando così l’ordine multipolare a nostro svantaggio. Abbiamo anche bisogno della Russia come potenza leader di uno Stato multietnico per evitare l’esplosione di scontri e guerre. E francamente non vedo l’Ucraina diventare un membro dell’UE, tanto meno della NATO. In Ucraina, come in Russia, abbiamo un’elevata corruzione e il dominio degli oligarchi. Quello che noi in Turchia – giustamente – denunciamo in termini di Stato di diritto, lo abbiamo anche in Ucraina.

Cosa pensa, signor Vad, di quello che ci aspetta nel 2023?
A Washington deve esserci un fronte più ampio per la pace. E questo insensato attivismo della politica tedesca deve finalmente finire. Altrimenti ci sveglieremo una mattina e ci ritroveremo nel bel mezzo della Terza Guerra Mondiale.

(Traduzione Cambiailmondo.org)

Fonte: https://www.emma.de/artikel/erich-vad-was-sind-die-kriegsziele-340045


Erich Vad: Was sind die Kriegsziele?

Erich Vad ist Ex-Brigade-General. Von 2006 bis 2013 war er der militärpolitische Berater von Bundeskanzlerin Angela Merkel. Er gehört zu den raren Stimmen, die sich früh öffentlich gegen Waffenlieferungen an die Ukraine ausgesprochen haben, ohne politische Strategie und diplomatische Bemühungen. Auch jetzt spricht er eine unbequeme Wahrheit aus.

Herr Vad, was sagen Sie zu der gerade von Kanzler Scholz verkündeten Lieferung der 40 Marder an die Ukraine?
Das ist eine militärische Eskalation, auch in der Wahrnehmung der Russen – auch wenn der über 40 Jahre alte Marder keine Wunderwaffe ist. Wir begeben uns auf eine Rutschbahn. Das könnte eine Eigendynamik entwickeln, die wir nicht mehr steuern können. Natürlich war und ist es richtig, die Ukraine zu unterstützen und natürlich ist Putins Überfall nicht völkerrechtskonform – aber nun müssen doch endlich die Folgen bedacht werden!

Und was könnten die Folgen sein?
Will man mit den Lieferungen der Panzer Verhandlungsbereitschaft erreichen? Will man damit den Donbass oder die Krim zurückerobern? Oder will man Russland gar ganz besiegen? Es gibt keine realistische End-State-Definition. Und ohne ein politisch strategisches Gesamtkonzept sind Waffenlieferungen Militarismus pur.

Was heißt das?
Wir haben eine militärisch operative Patt-Situation, die wir aber militärisch nicht lösen können. Das ist übrigens auch die Meinung des amerikanischen Generalstabschefs Mark Milley. Er hat  gesagt, dass ein militärischer Sieg der Ukraine nicht zu erwarten sei und dass Verhandlungen der einzig mögliche Weg seien. Alles andere bedeutet den sinnlosen Verschleiß von Menschenleben.

General Milley löste mit seiner Aussage in Washington viel Ärger aus und wurde auch öffentlich stark kritisiert.
Er hat eine unbequeme Wahrheit ausgesprochen. Eine Wahrheit, die in den deutschen Medien übrigens so gut wie gar nicht publiziert wurde. Das Interview mit Milley von CNN tauchte nirgendwo größer auf, dabei ist er der Generalstabschef unserer westlichen Führungsmacht. Was in der Ukraine betrieben wird, ist ein Abnutzungskrieg. Und zwar einer mit mittlerweile annähernd 200.000 gefallenen und verwundeten Soldaten auf beiden Seiten, mit 50.000 zivilen Toten und mit Millionen von Flüchtlingen. Milley hat damit eine Parallele zum Ersten Weltkrieg gezogen, die treffender nicht sein könnte. Im Ersten Weltkrieg hat allein die sogenannte ‚Blutmühle von Verdun‘, die als Abnutzungsschlacht konzipiert war, zum Tod von fast einer Million junger Franzosen und Deutscher geführt. Sie sind damals für nichts gefallen. Das Verweigern der Kriegsparteien von Verhandlungen hat also zu Millionen zusätzlicher Toter geführt. Diese Strategie hat damals militärisch nicht funktioniert – und wird das auch heute nicht tun.

Auch Sie sind für die Forderung nach Verhandlungen angegriffen worden.
Ja, ebenso der Generalinspekteur der Bundeswehr, General Eberhard Zorn, der wie ich davor gewarnt hat, die regionalbegrenzten Offensiven der Ukrainer in den Sommermonaten zu überschätzen. Militärische Fachleute – die wissen, was unter den Geheimdiensten läuft, wie es vor Ort aussieht und was Krieg wirklich bedeutet – werden weitestgehend aus dem Diskurs ausgeschlossen. Sie passen nicht zur medialen Meinungsbildung. Wir erleben weitgehend eine Gleichschaltung der Medien, wie ich sie so in der Bundesrepublik noch nie erlebt habe. Das ist pure Meinungsmache. Und zwar nicht im staatlichen Auftrag, wie es aus totalitären Regimen bekannt ist, sondern aus reiner Selbstermächtigung.

Sie werden von den Medien auf breiter Front angegriffen, von BILD bis FAZ und Spiegel, und damit auch die 500.000 Menschen, die den von Alice Schwarzer initiierten Offenen Brief an den Kanzler unterzeichnet haben.
So ist es. Zum Glück hat Alice Schwarzer ihr eigenes unabhängiges Medium, um diesen Diskurs überhaupt eröffnen zu können. In den Leitmedien hätte das wohl nicht funktioniert. Dabei ist die Mehrheit der Bevölkerung schon länger und auch laut aktueller Umfrage gegen weitere Waffenlieferungen. Das alles wird jedoch nicht berichtet. Es gibt weitestgehend keinen fairen offenen Diskurs mehr zum Ukraine-Krieg, und das finde ich sehr verstörend. Das zeigt mir, wie recht Helmut Schmidt hatte. Er sagte in einem Gespräch mit Kanzlerin Merkel: Deutschland ist und bleibt eine gefährdete Nation.

Wie beurteilen Sie die Politik der Außenministerin?
Militärische Operationen müssen immer an den Versuch gekoppelt werden, politische Lösungen herbeizuführen. Die Eindimensionalität der aktuellen Außenpolitik ist nur schwer zu ertragen. Sie ist sehr stark fokussiert auf Waffen. Die Hauptaufgabe der Außenpolitik aber ist und bleibt Diplomatie, Interessenausgleich, Verständigung und Konfliktbewältigung. Das fehlt mir hier. Ich bin ja froh, dass wir endlich mal eine Außenministerin in Deutschland haben, aber es reicht nicht, nur Kriegsrhetorik zu betreiben und mit Helm und Splitterschutzweste in Kiew oder im Donbass herumzulaufen. Das ist zu wenig.

Dabei ist Baerbock doch Mitglied der Grünen, der ehemaligen Friedenspartei.
Die Mutation der Grünen von einer pazifistischen zu einer Kriegspartei verstehe ich nicht. Ich selbst kenne keinen Grünen, der überhaupt auch nur den Militärdienst geleistet hätte. Anton Hofreiter ist für mich das beste Beispiel dieser Doppelmoral. Antje Vollmer hingegen, die ich zu den ‚ursprünglichen‘ Grünen zählen würde, nennt die Dinge beim Namen. Und dass eine einzige Partei so viel politischen Einfluss hat, dass sie uns in einen Krieg manövrieren kann, das ist schon sehr bedenklich.

Wenn Kanzler Scholz Sie von seiner Vorgängerin übernommen hätte und Sie noch der militärische Berater des Kanzlers wären, was hätten Sie ihm im Februar 2022 geraten?
Ich hätte ihm geraten, die Ukraine militärisch zu unterstützen, aber dosiert und besonnen, um Rutschbahneffekte in eine Kriegspartei zu vermeiden. Und ich hätte ihm geraten, auf unseren wichtigsten politischen Verbündeten, die USA, einzuwirken. Denn der Schlüssel für eine Lösung des Krieges liegt in Washington und Moskau. Mir hat der Kurs des Kanzlers in den letzten Monaten gefallen. Aber Grüne, FDP und die bürgerliche Opposition machen – flankiert von weitestgehend einstimmiger medialer Begleitmusik – dermaßen Druck, dass der Kanzler das kaum noch auffangen kann.

Und was, wenn auch der Leopard geliefert wird?
Dann stellt sich erneut die Frage, was mit den Lieferungen der Panzer überhaupt passieren soll. Um die Krim oder den Donbass zu übernehmen, reichen die Marder und Leoparden nicht aus. In der Ostkukraine, im Raum Bachmut, sind die Russen eindeutig auf dem Vormarsch. Sie werden wahrscheinlich den Donbass in Kürze vollständig erobert haben. Man muss sich nur allein die numerische Überlegenheit der Russen gegenüber der Ukraine vor Augen führen. Russland kann bis zu zwei Millionen Reservisten mobil machen. Da kann der Westen 100 Marder und 100 Leoparden hinschicken, sie ändern an der militärischen Gesamtlage nichts. Und die alles entscheidende Frage ist doch, wie man einen derartigen Konflikt mit einer kriegerischen Nuklearmacht – wohlbemerkt der stärksten Nuklearmacht der Welt! – durchstehen will, ohne in einen Dritten Weltkrieg zu gehen. Und genau das geht hier in Deutschland in die Köpfe der Politiker und der Journalisten nicht hinein!

Das Argument ist, Putin wolle nicht verhandeln und dass man ihn in seine Schranken weisen müsse, damit er in Europa nicht weiter wütet.
Es stimmt, dass man den Russen signalisieren muss: Bis hierher und nicht weiter! So ein Angriffskrieg darf nicht Schule machen. Deshalb ist es richtig, dass die Nato ihre militärische Präsenz im Osten erhöht und Deutschland hier mitmacht. Aber dass Putin nicht verhandeln will, ist unglaubwürdig. Beide, die Russen und Ukrainer waren am Anfang des Krieges Ende März, Anfang April 2022 zu einer Friedensvereinbarung bereit. Daraus ist dann nichts geworden. Es wurde schließlich auch während des Krieges das Getreideabkommen von den Russen und Ukrainern unter Einbeziehung der Vereinten Nationen fertig verhandelt.

Nun geht das Sterben weiter.
Man kann die Russen weiter abnutzen, was wiederum Hundertausende Tote bedeutet, aber auf beiden Seiten. Und es bedeutet die weitere Zerstörung der Ukraine. Was bleibt denn von diesem Land noch übrig? Es wird dem Erdboden gleichgemacht. Letztendlich ist das für die Ukraine auch keine Option mehr. Der Schlüssel für die Lösung des Konfliktes liegt nicht in Kiew, er liegt auch nicht in Berlin, Brüssel oder Paris, er liegt in Washington und Moskau. Es ist doch lächerlich zu sagen, die Ukraine müsse das entscheiden.

Mit dieser Deutung gilt man in Deutschland schnell als Verschwörungstheoretiker…
Ich bin selber überzeugter Transatlantiker. Ich sage Ihnen ehrlich, ich möchte im Zweifelsfall lieber unter einer amerikanischen Hegemonie als unter einer russischen oder chinesischen leben. Dieser Krieg war anfangs nur eine innenpolitische Auseinandersetzung der Ukraine. Die ging bereits 2014 los, zwischen den russischsprachigen ethnischen Gruppen und den Ukrainern selber. Es ist also ein Bürgerkrieg gewesen. Jetzt, nach dem Überfall Russlands, ist es ein zwischenstaatlicher Krieg zwischen Ukraine und Russland geworden. Es ist auch ein Kampf um die Unabhängigkeit der Ukraine und ihrer territorialen Integrität. Das ist alles richtig. Aber es ist nicht die ganze Wahrheit. Es ist eben auch ein Stellvertreter-Krieg zwischen den USA und Russland, und da geht es um ganz konkrete geopolitische Interessen in der Schwarzmeerregion.

Die da wären?
Die Schwarzmeerregion ist für die Russen und ihre Schwarzmeerflotte so wichtig wie die Karibik oder die Region um Panama für die USA. So wichtig wie das südchinesische Meer und Taiwan für China. So wichtig wie die Schutzzone der Türkei, die sie völkerrechtswidrig gegenüber den Kurden etabliert haben. Vor diesem Hintergrund und aus strategischen Gründen können die Russen da auch nicht raus. Mal abgesehen davon, dass sich bei einer Volksabstimmung auf der Krim die Bevölkerung mit Sicherheit für Russland entscheiden würde.

Wie soll das also weitergehen?
Wenn die Russen durch massive westliche Intervention dazu gezwungen würden, sich aus der Schwarzmeerregion zurückzuziehen, dann würden sie, bevor sie von der Weltbühne abtreten, mit Sicherheit zu den Nuklearwaffen greifen. Ich finde den Glauben naiv, ein Atomschlag Russlands würde niemals passieren. Nach dem Motto, ‚Die bluffen doch nur‘.

Aber was könnte die Lösung sein?
Man sollte die Menschen in der Region, also im Donbass und auf der Krim, einfach fragen, zu wem sie gehören wollen. Man müsste die territoriale Integrität der Ukraine wiederherstellen, mit bestimmten westlichen Garantien. Und die Russen brauchen so eine Sicherheitsgarantie eben auch. Also keine Nato-Mitgliedschaft für die Ukraine. Seit dem Gipfel von Bukarest von 2008 ist klar, dass das die rote Linie der Russen ist.

Und was kann Deutschland Ihrer Meinung nach tun?
Wir müssen unsere militärische Unterstützung so dosieren, dass wir nicht in einen Dritten Weltkrieg gleiten. Keiner von denen, die 1914 mit großer Begeisterung in den Krieg gezogen sind, war hinterher noch der Meinung, dass das richtig war. Wenn das Ziel eine unabhängige Ukraine ist, muss man sich perspektivisch auch die Frage stellen, wie eine europäische Ordnung unter Einbeziehung Russlands aussehen soll. Russland wird ja nicht einfach von der Landkarte verschwinden. Wir müssen vermeiden, die Russen in die Arme der Chinesen zu treiben, und damit die multipolare Ordnung zu unseren Ungunsten zu verschieben. Wir brauchen Russland auch als Führungsmacht eines Vielvölkerstaates, um aufflammende Kämpfe und Kriege zu vermeiden. Und ehrlich gesagt sehe ich nicht, dass die Ukraine Mitglied der EU und erst recht nicht Mitglied der Nato wird. Wir haben in der Ukraine ebenso wie in Russland eine hohe Korruption und die Herrschaft von Oligarchen. Das, was wir in der Türkei – mit Recht – in puncto Rechtsstaatlichkeit anprangern, das Problem haben wir in der Ukraine auch.

Was meinen Sie, Herr Vad, was erwartet uns im Jahr 2023?
Es muss sich in Washington eine breitere Front für Frieden aufbauen. Und dieser sinnfreie Aktionismus in der deutschen Politik, der muss endlich ein Ende finden. Sonst wachen wir eines Morgens auf und sind mittendrin im Dritten Weltkrieg.

Fonte: https://www.emma.de/artikel/erich-vad-was-sind-die-kriegsziele-340045

“La terza guerra mondiale è già iniziata” tra Stati Uniti e Russia/Cina, sostiene lo studioso francese Emmanuel Todd

di Ben Norton

Il noto intellettuale francese Emmanuel Todd sostiene che la guerra per procura dell’Ucraina è l’inizio della terza guerra mondiale, ed è “esistenziale” sia per la Russia che per il “sistema imperiale” degli Stati Uniti, che ha limitato la sovranità dell’Europa, trasformando Bruxelles nel “protettorato” di Washington.

Al di là del confronto militare tra Russia e Ucraina, l’antropologo insiste sulla dimensione ideologica e culturale di questa guerra e sulla contrapposizione tra l’occidente liberale e il resto del mondo conquistato a una visione conservatrice e autoritaria. I più isolati non sono, secondo lui, quelli in cui crediamo.

Emmanuel Todd è un antropologo, storico, saggista, futurista, autore di numerosi libri. Molti di loro, come “The Final Fall”, “The Economic Illusion” o “After the Empire”, sono diventati dei classici delle scienze sociali. Il suo ultimo libro,  La terza guerra mondiale è iniziata “, è stato pubblicato nel 2022 in Giappone e ha venduto 100.000 copie.

Pensatore scandaloso per alcuni, intellettuale visionario per altri, “distruttore ribelle” secondo le sue stesse parole, Emmanuel Todd non lascia nessuno indifferente. L’autore di La Chute finale, che predisse il crollo dell’Unione Sovietica nel 1976, era rimasto discreto in Francia sulla questione della guerra in Ucraina . L’antropologo ha finora riservato la maggior parte dei suoi interventi sul tema al pubblico giapponese, pubblicando anche un saggio dal titolo provocatorio: “La terza guerra mondiale è iniziata” (“La Troisième Guerre mondiale a commencé” in francese). Al momento è disponibile solo in Giappone. Nella intervista a Le Figaro dettaglia la sua tesi iconoclasta.

Un eminente intellettuale francese ha scritto un libro sostenendo che gli Stati Uniti stanno già conducendo la Terza Guerra Mondiale contro Russia e Cina. Ha anche avvertito che l’Europa è diventata una sorta di “protettorato” imperiale, che ha poca sovranità ed è essenzialmente controllato dagli Stati Uniti.

Todd ha delineato le principali argomentazioni che ha fatto nel libro in un’intervista in lingua francese al principale quotidiano Le Figaro , condotta dal giornalista Alexandre Devecchio. Secondo Todd, la guerra per procura in Ucraina è “esistenziale” non solo per la Russia, ma anche per gli Stati Uniti. Il “sistema imperiale” statunitense si sta indebolendo in gran parte del mondo, ha osservato, ma questo sta portando Washington a “rafforzare la presa sui suoi protettorati iniziali”: Europa e Giappone.

Ciò significa che “Germania e Francia sono diventate partner minori nella NATO”, ha detto Todd, e la NATO è davvero un blocco “Washington-Londra-Varsavia-Kiev”. Le sanzioni degli Stati Uniti e dell’UE non sono riuscite a schiacciare la Russia, come speravano le capitali occidentali, ha osservato. Ciò significa che “la resistenza dell’economia russa sta spingendo il sistema imperiale americano verso il precipizio” e “i controlli monetari e finanziari americani del mondo crollerebbero”.

L’intellettuale francese ha indicato i voti delle Nazioni Unite riguardanti la Russia e ha avvertito che l’ Occidente non è in contatto con il resto del mondo . “I giornali occidentali sono tragicamente divertenti. Non smettono di dire: “La Russia è isolata, la Russia è isolata”. Ma quando guardiamo i voti delle Nazioni Unite, vediamo che il 75% del mondo non segue l’Occidente, che poi sembra molto piccolo”, ha osservato Todd. Ha anche criticato le metriche del PIL utilizzate dagli economisti neoclassici occidentali per minimizzare la capacità produttiva dell’economia russa, esagerando contemporaneamente quella delle economie neoliberiste finanziarizzate come negli Stati Uniti.

Nell’intervista a Le Figaro, Todd ha sostenuto (tutte le sottolineature sono state aggiunte):

Questa è la realtà, la terza guerra mondiale è iniziata. È vero che è iniziato “in piccolo” e con due sorprese. Siamo entrati in questa guerra con l’idea che l’esercito russo fosse molto potente e che la sua economia fosse molto debole.

Si pensava che l’Ucraina sarebbe stata schiacciata militarmente e che la Russia sarebbe stata schiacciata economicamente dall’Occidente. Ma è successo il contrario. L’Ucraina non è stata schiacciata militarmente anche se in quella data ha perso il 16% del suo territorio; La Russia non è stata schiacciata economicamente. Mentre vi parlo, il rublo ha guadagnato l’8% rispetto al dollaro e il 18% rispetto all’euro dal giorno prima dell’inizio della guerra.

Quindi c’è stata una sorta di malinteso. Ma è evidente che il conflitto, passando da una limitata guerra territoriale a uno scontro economico globale, tra tutto l’occidente da un lato e la Russia sostenuta dalla Cina dall’altro, è diventato un mondo di guerra. Anche se la violenza militare è bassa rispetto a quella delle precedenti guerre mondiali.

Il giornale ha chiesto a Todd se stesse esagerando. Ha risposto: “Forniamo ancora armi. Uccidiamo russi, anche se non ci esponiamo. Ma resta vero che noi europei siamo impegnati soprattutto economicamente. Sentiamo anche la nostra vera entrata in guerra attraverso l’inflazione e la penuria”.

Todd ha sottovalutato il suo caso. Non ha menzionato il fatto che, dopo che gli Stati Uniti hanno sponsorizzato il colpo di stato che ha rovesciato il governo democraticamente eletto dell’Ucraina nel 2014, scatenando una guerra civile, la CIA e il Pentagono hanno immediatamente iniziato ad addestrare le forze ucraine per combattere la Russia.

Il New York Times ha riconosciuto che la CIA e le forze per le operazioni speciali di numerosi paesi europei sono sul campo in Ucraina. E la CIA e un alleato europeo della NATO stanno persino effettuando attacchi di sabotaggio all’interno del territorio russo.

Tuttavia, nell’intervista, Todd ha continuato:

Putin ha commesso un grosso errore all’inizio, il che è di immenso interesse storico-sociale. Coloro che lavoravano in Ucraina alla vigilia della guerra consideravano il paese non come una democrazia alle prime armi, ma come una società in decadenza e uno “stato fallito” in formazione.

Penso che il calcolo del Cremlino fosse che questa società in decomposizione si sgretolasse al primo shock, o addirittura dicesse “benvenuta mamma” nella santa Russia. Ma quello che abbiamo scoperto, al contrario, è che una società in decomposizione, se alimentata da risorse finanziarie e militari esterne, può trovare nella guerra un nuovo tipo di equilibrio, e anche un orizzonte, una speranza. I russi non avrebbero potuto prevederlo. Nessuno potrebbe.

Todd ha detto di condividere il punto di vista sull’Ucraina del politologo statunitense John Mearsheimer, un realista che ha criticato la politica estera aggressiva di Washington. Mearsheimer “ci ha detto che l’Ucraina, il cui esercito era stato rilevato dai soldati della NATO (americani, britannici e polacchi) almeno dal 2014, era quindi un membro de facto della NATO, e che i russi avevano annunciato che non avrebbero mai tollerato una NATO membro dell’Ucraina”, ha detto Todd.

Per la Russia, questa è una guerra che è “dal loro punto di vista difensivo e preventivo”, ha ammesso. Mearsheimer ha aggiunto che non avremmo motivo di rallegrarci di qualsiasi difficoltà dei russi perché, poiché per loro si tratta una questione esistenziale, quanto più questa dovesse risultare dura, tanto più loro colpirebbero con forza. L’analisi sembra essersi verificata.

Tuttavia, Todd ha sostenuto che Mearsheimer “non va abbastanza lontano” nella sua analisi. Lo scienziato politico statunitense ha trascurato il modo in cui Washington ha limitato la sovranità di Berlino e Parigi, ha detto Todd:

Germania e Francia erano diventate partner minori nella NATO e non erano a conoscenza di ciò che stava accadendo in Ucraina a livello militare. L’ingenuità francese e tedesca è stata criticata perché i nostri governi non credevano nella possibilità di un’invasione russa. Vero, ma perché non sapevano che americani, inglesi e polacchi avrebbero potuto rendere l’Ucraina in grado di condurre una guerra più ampia. L’asse fondamentale della NATO ora è Washington-Londra-Varsavia-Kiev.

Mearsheimer, da buon americano, sopravvaluta il suo paese. Ritiene che, se per i russi la guerra in Ucraina è esistenziale, per gli americani non è altro che un “gioco” di potere tra gli altri. Dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan, una debacle in più o in meno… Che importa?

L’assioma fondamentale della geopolitica americana è: ‘Possiamo fare quello che vogliamo perché siamo al riparo, lontano, tra due oceani, non ci succederà mai niente’. Niente sarebbe esistenziale per l’America. Insufficienza di analisi che oggi porta Biden a una serie di azioni sconsiderate.

L’America è fragile. La resistenza dell’economia russa sta spingendo il sistema imperiale americano verso il precipizio. Nessuno si aspettava che l’economia russa avrebbe resistito alla “potenza economica” della NATO. Credo che gli stessi russi non l’avessero previsto.

Emmanuel Todd prosegue nell’intervista sostenendo che, resistendo a tutta la forza delle sanzioni occidentali, la Russia e la Cina rappresentano una minaccia per “i controlli monetari e finanziari americani del mondo”. Questo, a sua volta, mette in discussione lo status degli Stati Uniti come emittente della valuta di riserva globale , che gli conferisce la capacità di mantenere un “enorme deficit commerciale”:

Se l’economia russa resistesse indefinitamente alle sanzioni e riuscisse a esaurire l’economia europea, pur rimanendo essa stessa, sostenuta dalla Cina, crollerebbero i controlli monetari e finanziari americani del mondo, e con essi la possibilità per gli Stati Uniti di finanziare il loro enorme disavanzo commerciale.

Questa guerra è quindi diventata esistenziale per gli Stati Uniti . Non più della Russia, non possono ritirarsi dal conflitto, non possono lasciarsi andare. Ecco perché ora ci troviamo in una guerra senza fine, in uno scontro il cui esito deve essere il crollo dell’uno o dell’altro.

Todd ha avvertito che, mentre gli Stati Uniti si stanno indebolendo in gran parte del mondo, il loro “sistema imperiale” sta “rafforzando la presa sui suoi protettorati iniziali”: Europa e Giappone. E ha spiegato:

Ovunque vediamo l’indebolimento degli Stati Uniti, ma non in Europa e in Giappone, perché uno degli effetti del ritiro del sistema imperiale è che gli Stati Uniti rafforzano la presa sui loro protettorati iniziali.

Se leggiamo [Zbigniew] Brzezinski (The Grand Chessboard), vediamo che l’impero americano si è formato alla fine della seconda guerra mondiale con la conquista della Germania e del Giappone, che sono ancora oggi protettorati. Man mano che il sistema americano si restringe, pesa sempre più pesantemente sulle élite locali dei protettorati (e includo qui tutta l’Europa).

I primi a perdere ogni autonomia nazionale saranno (o lo sono già) gli inglesi e gli australiani. Internet ha prodotto un’interazione umana con gli Stati Uniti nell’anglosfera di tale intensità che le sue élite accademiche, mediatiche e artistiche sono, per così dire, annesse. Nel continente europeo siamo in qualche modo protetti dalle nostre lingue nazionali, ma la caduta della nostra autonomia è considerevole e rapida.

Come esempio di un momento della storia recente in cui l’Europa era più indipendente, Todd ha sottolineato: “Ricordiamo la guerra in Iraq, quando Chirac, Schröder e Putin hanno tenuto conferenze stampa congiunte contro la guerra” — riferendosi agli ex leader della Francia (Jacques Chirac) e Germania (Gerhard Schröder).

L’intervistatore del quotidiano Le Figaro, Alexandre Devecchio, ha ribattuto Todd chiedendo: “Molti osservatori sottolineano che la Russia ha il PIL della Spagna. Non stai sopravvalutando il suo potere economico e la sua resilienza?” Todd ha criticato l’eccessiva dipendenza dal PIL come parametro, definendolo una “misura fittizia della produzione” che oscura le reali forze produttive in un’economia:

La guerra diventa un banco di prova dell’economia politica, è il grande rivelatore. Il Pil di Russia e Bielorussia rappresenta il 3,3% del Pil occidentale (Stati Uniti, Anglosfera, Europa, Giappone, Corea del Sud), praticamente nulla. Ci si può chiedere come questo PIL insignificante possa far fronte e continuare a produrre missili.

Il motivo è che il PIL è una misura fittizia della produzione. Se togliamo al Pil americano la metà della sua spesa sanitaria sovrafatturata, allora la “ricchezza prodotta” dall’attività dei suoi avvocati, dalle carceri più piene del mondo, quindi da un’intera economia di servizi mal definiti, compresi i “produzione” dei suoi 15-20 mila economisti con uno stipendio medio di 120.000 dollari, ci rendiamo conto che una parte importante di questo PIL è vapore acqueo.

La guerra ci riporta all’economia reale, ci permette di capire quale sia la vera ricchezza delle nazioni, la capacità di produzione, e quindi la capacità di guerra.

Todd ha osservato che la Russia ha mostrato “una reale capacità di adattamento”. Ha attribuito questo al “ruolo molto ampio dello stato” nell’economia russa, in contrasto con il modello economico neoliberista statunitense:

Se torniamo alle variabili materiali, vediamo l’economia russa. Nel 2014 abbiamo messo in atto le prime sanzioni importanti contro la Russia, ma poi ha aumentato la sua produzione di grano, che è passata da 40 a 90 milioni di tonnellate nel 2020. Intanto, grazie al neoliberismo, la produzione di grano americana, tra il 1980 e il 2020, è passata da Da 80 a 40 milioni di tonnellate.

La Russia ha quindi una reale capacità di adattamento. Quando vogliamo prendere in giro le economie centralizzate, sottolineiamo la loro rigidità, e quando glorifichiamo il capitalismo, lodiamo la sua flessibilità.

L’economia russa, da parte sua, ha accettato le regole di funzionamento del mercato (è persino un’ossessione di Putin preservarle), ma con un ruolo molto ampio per lo Stato, ma trae la sua flessibilità anche dalla formazione di ingegneri, che ne consentono gli adattamenti industriali e militari.

Questo punto è simile a quanto sostenuto dall’economista Michael Hudson – che sebbene l’economia di Mosca non sia più socialista, come lo era quella dell’Unione Sovietica, il capitalismo industriale guidato dallo stato della Federazione Russa si scontra con il modello finanziarizzato del capitalismo neoliberista che gli Stati Uniti hanno cercato di imporre al mondo.

Da: https://www.acro-polis.it/2023/01/15/la-terza-guerra-mondiale-e-gia-iniziata-tra-stati-uniti-e-russia-cina-sostiene-lo-studioso-francese-emmanuel-todd/

Fonte originale: https://www.lefigaro.fr/vox/monde/emmanuel-todd-la-troisieme-guerre-mondiale-a-commence-20230112

USA, i democratici sono ormai il partito della guerra.

di Mr. Fish

Il lato oscuro dei Democratici

I Democratici si posizionano come il partito della virtù, ammantando il loro sostegno all’industria bellica con un linguaggio morale che risale alla Corea e al Vietnam, quando il presidente Ngo Dinh Diem era osannato come il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutte le guerre che sostengono e finanziano sono guerre “buone”. Tutti i nemici che combattono, gli ultimi dei quali sono la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, sono incarnazioni del male. La foto di una raggiante presidente della Camera Nancy Pelosi e della vicepresidente Kamala Harris che sorregge una bandiera di battaglia ucraina autografata dietro Zelensky mentre si rivolge al Congresso è un altro esempio dell’abietto asservimento del Partito Democratico alla macchina da guerra.

I Democratici, soprattutto con la presidenza di Bill Clinton, sono diventati degli intermediari non solo per l’America corporativa, ma anche per i produttori di armi e per il Pentagono. Nessun sistema di armamento è troppo costoso. Nessuna guerra, per quanto disastrosa, non viene finanziata. Nessun bilancio militare è troppo grande, compresi gli 858 miliardi di dollari di spesa militare stanziati per l’anno fiscale in corso, un aumento di 45 miliardi di dollari rispetto a quanto richiesto dall’amministrazione Biden. 

Lo storico Arnold Toynbee ha citato il militarismo incontrollato come la malattia fatale degli imperi, sostenendo che essi si suicidano definitivamente. 

Un tempo c’era un’ala del Partito Democratico che metteva in discussione e si opponeva all’industria bellica: I senatori J. William Fulbright, George McGovern, Gene McCarthy, Mike Gravel, William Proxmire e il membro della Camera Dennis Kucinich. Ma questa opposizione è evaporata insieme al movimento contro la guerra. Quando di recente 30 membri del caucus progressista del partito hanno chiesto a Biden di negoziare con Putin, sono stati costretti dalla leadership del partito e dai media guerrafondai a fare marcia indietro e a ritirare la lettera. Nessuno di loro, ad eccezione di Alexandria Ocasio-Cortez, ha votato contro i miliardi di dollari in armamenti inviati all’Ucraina o contro il bilancio militare gonfiato. Rashida Tlaib ha votato a favore. 

L’opposizione al finanziamento perpetuo della guerra in Ucraina è venuta soprattutto dai repubblicani, 11 al Senato e 57 alla Camera, molti dei quali, come Marjorie Taylor Greene, sono teorici della cospirazione. Solo nove repubblicani alla Camera si sono uniti ai democratici nel sostenere la legge di spesa da 1.700 miliardi di dollari necessaria per evitare la chiusura del governo, che includeva l’approvazione di 847 miliardi di dollari per le forze armate – il totale sale a 858 miliardi di dollari se si considerano i conti che non rientrano nella giurisdizione dei comitati dei servizi armati. Al Senato, 29 repubblicani si sono opposti alla legge di spesa. I democratici, compresi quasi tutti i 100 membri del Congressional Progressive Caucus della Camera, si sono schierati doverosamente a favore della guerra infinita. 

Questa smania di guerra è pericolosa e ci spinge a una potenziale guerra con la Russia e, forse più tardi, con la Cina, ognuna delle quali è una potenza nucleare. È anche economicamente rovinosa. La monopolizzazione del capitale da parte dei militari ha portato il debito degli Stati Uniti a oltre 30.000 miliardi di dollari, 6.000 miliardi in più rispetto al PIL degli Stati Uniti, che ammonta a 24.000 miliardi di dollari. Il servizio di questo debito costa 300 miliardi di dollari all’anno. Spendiamo per le forze armate più dei nove Paesi successivi, tra cui Cina e Russia, messi insieme. Il Congresso è anche in procinto di fornire al Pentagono 21,7 miliardi di dollari in più – rispetto al bilancio annuale già ampliato – per rifornire l’Ucraina.

“Ma questi contratti sono solo la punta di diamante di quello che si preannuncia come un nuovo grande potenziamento della difesa”, riporta il New York Times. “L’anno prossimo la spesa militare è destinata a raggiungere il livello più alto, in termini corretti dall’inflazione, dai picchi dei costi delle guerre in Iraq e Afghanistan tra il 2008 e il 2011, e il secondo più alto, in termini corretti dall’inflazione, dalla Seconda guerra mondiale – un livello che supera i bilanci delle 10 maggiori agenzie di governo messe insieme”.

Il Partito Democratico, che sotto l’amministrazione Clinton ha corteggiato in modo aggressivo i donatori aziendali, ha rinunciato a sfidare, per quanto tiepidamente, l’industria bellica. 

“Non appena il Partito Democratico ha deciso, forse 35 o 40 anni fa, di accettare i contributi delle aziende, ha cancellato ogni distinzione tra i due partiti”, ha detto Dennis Kucinich quando l’ho intervistato nel mio programma per The Real News Network. “Perché a Washington, chi paga il pifferaio suona la melodia. Ecco cosa è successo. Non c’è molta differenza tra i due partiti quando si parla di guerra”. 

Nel suo libro del 1970 “La macchina della propaganda del Pentagono”, Fulbright descrive come il Pentagono e l’industria degli armamenti versino milioni di euro per plasmare l’opinione pubblica attraverso campagne di pubbliche relazioni, film del Dipartimento della Difesa, controllo di Hollywood e dominio dei media commerciali. Gli analisti militari dei notiziari via cavo sono in genere ex funzionari militari e dell’intelligence che siedono in consigli di amministrazione o lavorano come consulenti per le industrie della difesa, un fatto che raramente rivelano al pubblico. Barry R. McCaffrey, generale dell’esercito a quattro stelle in pensione e analista militare per NBC News, era anche un dipendente della Defense Solutions, una società di vendita e gestione di progetti militari. Come la maggior parte di questi informatori della guerra, ha tratto personalmente profitto dalla vendita di sistemi d’arma e dall’espansione delle guerre in Iraq e Afghanistan.

Alla vigilia di ogni votazione del Congresso sul bilancio del Pentagono, i lobbisti delle imprese legate all’industria bellica incontrano i membri del Congresso e il loro staff per spingerli a votare a favore del bilancio per proteggere i posti di lavoro nel loro distretto o Stato. Queste pressioni, unite al mantra amplificato dai media secondo cui l’opposizione agli sperperati finanziamenti alla guerra è antipatriottica, tengono in schiavitù i funzionari eletti. Questi politici dipendono anche dalle generose donazioni dei produttori di armi per finanziare le loro campagne.

Seymour Melman, nel suo libro “Pentagon Capitalism”, ha documentato il modo in cui le società militarizzate distruggono le loro economie nazionali. Si spendono miliardi per la ricerca e lo sviluppo di sistemi d’arma, mentre le tecnologie delle energie rinnovabili languono. Le università sono inondate di borse di studio legate al settore militare, mentre faticano a trovare fondi per gli studi ambientali e le discipline umanistiche. Ponti, strade, argini, ferrovie, porti, reti elettriche, impianti di depurazione e infrastrutture per l’acqua potabile sono strutturalmente carenti e antiquati. Le scuole sono in rovina e mancano di insegnanti e personale sufficienti. Incapace di arginare la pandemia COVID-19, l’industria sanitaria a scopo di lucro costringe le famiglie, comprese quelle assicurate, alla bancarotta. L’industria manifatturiera nazionale, soprattutto con la delocalizzazione dei posti di lavoro in Cina, Vietnam, Messico e altre nazioni, crolla. Le famiglie annegano nel debito personale, con il 63% degli americani che vive di stipendio in stipendio. I poveri, i malati mentali, i malati e i disoccupati sono abbandonati. 

Melman, che ha coniato il termine “economia di guerra permanente”, ha osservato che dalla fine della Seconda guerra mondiale, il governo federale ha speso più della metà del suo bilancio discrezionale per le operazioni militari passate, presenti e future. Si tratta della più grande attività di sostegno del governo. L’establishment militare-industriale non è altro che un welfare aziendale dorato. I sistemi militari vengono venduti prima di essere prodotti. Le industrie militari sono autorizzate ad addebitare al governo federale gli enormi sforamenti dei costi. Sono garantiti profitti enormi. Ad esempio, lo scorso novembre, l’esercito ha assegnato alla sola Raytheon Technologies contratti per oltre 2 miliardi di dollari, che si aggiungono agli oltre 190 milioni di dollari assegnati in agosto, per la fornitura di sistemi missilistici destinati ad ampliare o rimpiazzare le armi inviate in Ucraina. Nonostante un mercato depresso per la maggior parte delle altre aziende, i prezzi delle azioni di Lockheed e Northrop Grumman sono aumentati di oltre il 36% e il 50% quest’anno. 

I giganti della tecnologia, tra cui Amazon, che fornisce software di sorveglianza e riconoscimento facciale alla polizia e all’FBI, sono stati assorbiti nell’economia di guerra permanente. Amazon, Google, Microsoft e Oracle si sono aggiudicati contratti multimiliardari per il cloud computing per la Joint Warfighting Cloud Capability e possono ricevere 9 miliardi di dollari in contratti del Pentagono per fornire alle forze armate “servizi cloud disponibili a livello globale in tutti i domini di sicurezza e livelli di classificazione, dal livello strategico al margine tattico”, fino alla metà del 2028.

Gli aiuti esteri vengono forniti a Paesi come Israele, con oltre 150 miliardi di dollari di assistenza bilaterale dalla sua fondazione nel 1948, o l’Egitto, che ha ricevuto oltre 80 miliardi di dollari dal 1978 – aiuti che richiedono ai governi stranieri di acquistare sistemi di armamento dagli Stati Uniti. Un tale sistema circolare deride l’idea di un’economia di libero mercato. Queste armi diventano presto obsolete e vengono sostituite da sistemi di armamento aggiornati e solitamente più costosi. Si tratta, in termini economici, di un vicolo cieco. Non sostiene altro che l’economia di guerra permanente.

“La verità è che siamo in una società fortemente militarizzata, guidata dall’avidità e dalla brama di profitto, e le guerre vengono create solo per continuare ad alimentarla”, mi ha detto Kucinich.

Nel 2014, gli Stati Uniti hanno appoggiato un colpo di Stato in Ucraina che ha insediato un governo composto da neonazisti e antagonista della Russia. Il colpo di Stato ha scatenato una guerra civile quando l’etnia russa dell’Ucraina orientale, il Donbass, ha cercato di separarsi dal Paese, causando oltre 14.000 morti e quasi 150.000 sfollati, prima dell’invasione della Russia a febbraio. L’invasione russa dell’Ucraina, secondo Jacques Baud, ex consulente per la sicurezza della NATO che ha lavorato anche per l’intelligence svizzera, è stata istigata dall’escalation della guerra ucraina nel Donbass. Inoltre, ha fatto seguito al rifiuto da parte dell’amministrazione Biden delle proposte inviate dal Cremlino alla fine del 2021, che avrebbero potuto evitare l’invasione russa l’anno successivo. 

Questa invasione ha portato a diffuse sanzioni statunitensi e europee contro la Russia, che si sono riversate sull’Europa. L’inflazione devasta l’Europa con la forte riduzione delle spedizioni di petrolio e gas russo. L’industria, soprattutto in Germania, è paralizzata. Nella maggior parte dell’Europa è un inverno di carenze, prezzi in crescita e miseria. 

“L’intera faccenda si sta ritorcendo contro l’Occidente”, ha avvertito Kucinich. “Abbiamo costretto la Russia a spostarsi in Asia, così come il Brasile, l’India, la Cina, il Sudafrica e l’Arabia Saudita. Si sta formando un mondo completamente nuovo. Il catalizzatore di tutto ciò è l’errore di valutazione che si è verificato sull’Ucraina e lo sforzo per cercare di controllare l’Ucraina nel 2014, di cui la maggior parte delle persone non è a conoscenza”.

Non opponendosi a un Partito Democratico la cui attività principale è la guerra, i liberali diventano i sognatori sterili e sconfitti di “Note dal sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij. 

Ex detenuto, Dostoevskij non temeva il male. Temeva una società che non aveva più la forza morale di affrontare il male. E la guerra, per rubare una frase dal mio ultimo libro, è il male più grande.

(Traduzione: Cambiailmondo.org)

FONTE: https://chrishedges.substack.com/p/listen-to-this-article-the-democrats#details

Il teatro dell’assurdo in America

di Chris Hedges

Il teatro dell’assurdo in America
I 15 turni di votazione che hanno portato all’insediamento di Kevin McCarthy come Presidente della Camera fanno parte del carnevale della follia che passa per la politica.

La nostra classe politica non governa. Intrattiene. Gioca il ruolo che le è stato assegnato nella nostra democrazia fittizia, ululando di sdegno agli elettori e vendendoli. Lo Squad e il Caucus Progressista non hanno più intenzione di lottare per l’assistenza sanitaria universale, per i diritti dei lavoratori o per sfidare la macchina da guerra di quanto il Caucus della Libertà si batta per la libertà. Questi politicanti sono la versione moderna dell’astuto truffatore Elmer Gantry di Sinclair Lewis, che tradisce cinicamente un pubblico credulone per accumulare potere e ricchezza personali. Questa vacuità morale offre lo spettacolo, come scrisse H.G. Wells, di “una grande civiltà materiale, arrestata, paralizzata”. È successo nell’antica Roma. È successo nella Germania di Weimar. Sta accadendo qui.

La governance esiste. Ma non si vede. Di certo non è democratica. È fatta da eserciti di lobbisti e dirigenti aziendali, dell’industria dei combustibili fossili, dell’industria delle armi, dell’industria farmaceutica e di Wall Street. La governance avviene in segreto. Le corporazioni si sono impadronite delle leve del potere, compresi i media. Diventati oscenamente ricchi, gli oligarchi al potere hanno deformato le istituzioni nazionali, comprese le legislature statali e federali e i tribunali, per servire la loro insaziabile avidità. Sanno cosa stanno facendo. Comprendono la profondità della loro corruzione. Sanno di essere odiati. Sono preparati anche a questo. Hanno militarizzato le forze di polizia e costruito un vasto arcipelago di prigioni per tenere in schiavitù i disoccupati e i sottoccupati. Nel frattempo, pagano poche o nessuna imposta sul reddito e sfruttano la manodopera delle fabbriche all’estero. Finanziano lautamente i clown politici che parlano nell’idioma volgare e rozzo di un’opinione pubblica infuriata o nei toni dulcetati che servono a tranquillizzare la classe liberale.

Il contributo fondamentale di Donald Trump al panorama politico è la licenza di dire in pubblico ciò che un tempo il decoro politico proibiva. La sua eredità è la degradazione del discorso politico alle filippiche monosillabiche del Calibano di Shakespeare, che scandalizzano ed eccitano allo stesso tempo il teatro kabuki che passa per il governo. Questo burlesque differisce poco dal Reichstag tedesco, dove l’ultimo grido di dolore di Clara Zetkin, gravemente ammalata, contro il fascismo, il 30 agosto 1932, fu accolto da un coro di scherno, insulti e derisioni da parte dei deputati nazisti.

H.G. Wells chiamava la vecchia guardia, i buoni liberali, quelli che parlano con parole misurate e abbracciano la ragione, gli “uomini ineffabili”. Dicono le cose giuste e non fanno nulla. Sono vitali per l’ascesa della tirannia quanto i fascisti cristiani, alcuni dei quali hanno tenuto in ostaggio la Camera la scorsa settimana bloccando 14 turni di votazione per impedire a Kevin McCarthy di diventare Presidente della Camera. Quando McCarthy è stato eletto al 15° turno, ha ceduto a quasi tutte le richieste avanzate dagli ostruzionisti, tra cui quella di permettere a uno qualsiasi dei 435 membri della Camera di imporre un voto per la sua rimozione in qualsiasi momento, garantendo così la paralisi politica.

La guerra intestina alla Camera non è tra chi rispetta le istituzioni democratiche e chi no. McCarthy, sostenuto da Trump e dalla teorica della cospirazione di estrema destra Marjorie Taylor Greene, è moralmente fallito quanto coloro che cercano di farlo cadere. Questa è una battaglia per il controllo tra truffatori, ciarlatani, celebrità dei social media e mafiosi. McCarthy si è unito alla maggioranza dei repubblicani della Camera per sostenere una causa del Texas volta ad annullare il risultato delle Presidenziali del 2020, impedendo a quattro Stati – Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Georgia – di esprimere voti elettorali per Biden. La Corte Suprema ha rifiutato di ascoltare la causa. Non c’è molto che McCarthy non condivida nelle posizioni estremiste del Freedom Caucus, che assomigliano a quelle di Alternative fur Deutschland in Germania e di Fidesz in Ungheria. Sostengono maggiori tagli fiscali per i ricchi, un’ulteriore deregolamentazione delle aziende, una guerra ai migranti, più programmi di austerità, sostengono la supremazia bianca e accusano di tradimento i liberali e i conservatori che non si schierano dietro Trump.

“Voglio che guardiate Nancy Pelosi che mi passa il martelletto. Sarà difficile non colpirla”, ha detto McCarthy in un audio postato su YouTube da un reporter di Main Street Nashville nel 2021. Pelosi, da parte sua, ha definito McCarthy un “idiota”, dopo che questi aveva detto che un eventuale rinnovo del mandato per le maschere era “una decisione evocata da funzionari governativi liberali che vogliono continuare a vivere in uno stato di pandemia perpetua”. Questo è ciò che passa per discorso politico. Ho nostalgia del tempo in cui la retorica politica era orientata al livello di istruzione di un bambino di 10 anni o di un adulto con la sesta o la settima elementare. Ora parliamo per luoghi comuni imbecilli.

Questo vuoto politico ha generato l’antipolitica, o ciò che lo scrittore Benjamin DeMott ha definito “politica spazzatura”, che “personalizza e moralizza le questioni e gli interessi invece di chiarirli”. La politica spazzatura “massimizza le minacce provenienti dall’estero e miniaturizza i grandi e complessi problemi interni. È una politica che, guidata da ipotesi sui propri profitti e sulle proprie perdite, inverte bruscamente le posizioni pubbliche senza spiegazioni, spesso gonfiando in modo spettacolare i problemi precedentemente miniaturizzati (ad es: [la guerra in] Iraq sarà finita in giorni o settimane; l’Iraq è un progetto per generazioni)”.

“Uno dei principali effetti della politica spazzatura – il suo incessante flusso di fustigazione patriottica, religiosa, maschilista e terapeutica – è quello di staccare una posizione dopo l’altra da basi ragionate”, ha osservato DeMott.

Il risultato della politica spazzatura è che infantilizza il pubblico con “favole natalizie ottimistiche per tutto l’anno” e perpetua lo status quo. La classe miliardaria, che ha messo in atto un colpo di Stato aziendale al rallentatore, continua a saccheggiare; il militarismo incontrollato continua a svuotare il Paese; e il pubblico è tenuto in schiavitù dai tribunali e dalle agenzie di sicurezza interna. Quando il governo ti sorveglia ventiquattro ore al giorno, non puoi usare la parola “libertà”. Questo è il rapporto tra un padrone e uno schiavo. La ferrea supremazia del profitto fa sì che i più vulnerabili vengano scartati senza pietà. Sostenuta da repubblicani e democratici, la Federal Reserve sta aumentando i tassi di interesse per rallentare la crescita economica e aumentare la disoccupazione per frenare l’inflazione, imponendo un costo enorme ai lavoratori poveri e alle loro famiglie. Nessuno è tenuto a operare in quelle che John Ruskin chiamava “condizioni di cultura morale”. 

Ma il secondo risultato della politica spazzatura è più insidioso. Solidifica il culto dell’io, la convinzione amorale che abbiamo il diritto di fare qualsiasi cosa, di tradire e distruggere chiunque, per ottenere ciò che vogliamo. Il culto di sé favorisce una crudeltà psicopatica, una cultura costruita non sull’empatia, sul bene comune e sul sacrificio di sé, ma sul narcisismo sfrenato e sulla vendetta. Celebra, come fanno i mass media, il fascino superficiale, la grandiosità e la presunzione, il bisogno di stimoli continui, l’inclinazione alla menzogna, all’inganno e alla manipolazione, l’incapacità di provare colpa o rimorso. Questa è l’etica oscura della cultura aziendale, celebrata dall’industria dell’intrattenimento, dal mondo accademico e dai social media. 

Il saggista Curtis White sostiene che “è il capitalismo a definire il nostro carattere nazionale, non il cristianesimo o l’Illuminismo”. Egli valuta la nostra cultura come una cultura in cui “la morte si è rifugiata in una legalità che è sostenuta sia dai liberali ragionevoli che dai conservatori cristiani”. Questa “legalità” ratifica lo sfruttamento sistematico dei lavoratori. White critica il nostro trionfalismo nazionalista e il nostro scatenare “la potenza militare più fantasticamente distruttiva” che il mondo abbia mai conosciuto con il presunto obiettivo di “proteggere e perseguire la libertà”. 

“La giustizia, sotto il capitalismo, non nasce da una nozione di obbedienza alla legge morale, o alla coscienza, o alla compassione, ma dall’assunzione del dovere di preservare un ordine sociale e i ‘diritti’ legali che costituiscono tale ordine, in particolare il diritto alla proprietà e la libertà di farne ciò che si vuole”, scrive. “Questa è la vera e importante ‘valutazione morale’ che i nostri tribunali vogliono dare. Si arriva a questo: la decisione che sembrerà più giusta è quella che preserva il sistema di giustizia, anche se il sistema stesso è abitualmente ingiusto”.

La conseguenza è una società consumata da un eccessivo materialismo, da un lavoro inutile che distrugge l’anima, da insediamenti abitativi soffocanti più vicini a “cimiteri condivisi” che a veri e propri quartieri e da una licenza di sfruttamento che “condanna la natura stessa all’annientamento anche se la chiamiamo libertà di perseguire la proprietà personale”. 

La classe miliardaria, per la maggior parte, preferisce la maschera di un Joe Biden, che ha abilmente spaccato i sindacati delle ferrovie merci per evitare uno sciopero e li ha costretti ad accettare un contratto che la maggioranza dei membri del sindacato aveva rifiutato. Ma la classe miliardaria sa anche che gli scagnozzi e i truffatori dell’estrema destra non interferiranno nel loro sventramento della nazione; anzi, saranno più solidi nell’ostacolare i tentativi dei lavoratori di organizzarsi per ottenere salari e condizioni di lavoro decenti. Ho visto politici marginali in Jugoslavia, Radovan Karadžić, Slobodan Milošević e Franjo Tudjman, liquidati dalle élite politiche e istruite come buffoni, cavalcare un’onda antiliberale per raggiungere il potere sulla scia di una diffusa miseria economica. Walmart, Amazon, Apple, Citibank, Raytheon, ExxonMobile, Alphabet e Goldman Sachs si adatteranno facilmente. Il capitalismo funziona in modo molto efficiente senza democrazia.

Più a lungo rimaniamo in uno stato di paralisi politica, più queste deformità politiche si rafforzano. Come scrive Robert O. Paxton in “Anatomia del fascismo”, il fascismo è un’ideologia amorfa e incoerente. Si avvolge nei simboli più cari della nazione, nel nostro caso la bandiera americana, la supremazia bianca, il Pledge of Allegiance e la croce cristiana. Celebra l’ipermascolinità, la misoginia, il razzismo e la violenza. Permette agli esclusi, soprattutto agli uomini bianchi esclusi, di riacquistare un senso di potere, per quanto illusorio, e santifica l’odio e la rabbia. Abbraccia una visione utopica di rinnovamento morale e di vendetta che si coagula attorno a un salvatore politico consacrato. È militarista, anti-intellettuale e sprezzante della democrazia, soprattutto quando la classe dirigente affermata parla di democrazia liberale ma non fa nulla per difenderla. Sostituisce la cultura con il kitsch nazionalista e patriottico. Vede coloro che non rientrano nel cerchio chiuso dello Stato-nazione o del gruppo etnico o religioso come contaminanti che devono essere fisicamente epurati, di solito con la violenza, per ripristinare la salute della nazione. Si perpetua attraverso una costante instabilità, perché le sue soluzioni ai mali della nazione sono transitorie, contraddittorie e irraggiungibili. Soprattutto, il fascismo ha sempre una colorazione religiosa, mobilitando i credenti intorno a riti e rituali, usando parole e frasi sacre e abbracciando una verità assoluta che è eretico mettere in discussione.

Trump può essere finito politicamente, ma la decadenza politica e sociale che ha creato Trump rimane. Questa decadenza darà origine a nuovi demagoghi, forse più competenti. Temo l’ascesa di fascisti cristiani dotati dell’abilità politica, dell’autodisciplina, della concentrazione e dell’intelligenza che mancano a Trump. Più a lungo rimaniamo politicamente paralizzati, più il fascismo cristiano diventa certo. L’assalto alla capitale del 6 gennaio di due anni fa, la polarizzazione dell’elettorato in tribù antagoniste, la miseria economica che affligge la classe operaia, la retorica dell’odio e della violenza e l’attuale disfunzione del Congresso sono solo un assaggio dell’incubo che ci attende.

(Traduzione: Cambiailmondo.org)

FONTE: https://chrishedges.substack.com/p/americas-theater-of-the-absurd?utm_source=substack&utm_medium=email

LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA

di Alberto Bradanini

Introduzione

Secondo la narrativa dominante, la propaganda, vale a dire la sistemica produzione di falsità, colpirebbe solo le nazioni prive di libertà di espressione, i paesi autocratici, autoritari o dittatoriali (appellativi, invero, attribuiti a seconda delle convenienze). Nei paesi autoritari, con qualche diversità dall’uno all’altro, il quadro è piuttosto evidente, domina la censura: alcune cose si possono fare, altre no. A dispetto delle apparenze, tuttavia, anche nelle cosiddette democrazie, l’obiettivo è il medesimo, controllare il disagio della maggioranza contro i privilegi della minoranza, cambia solo la tecnica, una tecnica basata sulla Menzogna, che opera in modo sofisticato, creando notizie dal nulla, mescolando bugie e verità, omettendo fatti e circostanze, rimestando abusivamente passato e futuro, paragonando ostriche a elefanti.

Confondendo ulteriormente il quadro, per il discorso del potere – in cima al quale, a ben guardare, troviamo sempre l’impero americano in qualche sua incarnazione – i paesi autoritari sono poi quelli che non si piegano al dominio dell’unica nazione indispensabile al mondo (Clinton, 1999), colonna portante del Regno del Bene.

Coloro che dominano la narrativa pubblica, dunque, controllano la società e per la proprietà transitiva la ricchezza e le inquietudini che vi si aggirano. D’altra parte, persino chi siede in cima alla piramide è inquieto, preso dall’angoscia di perdere ricchezza e potere. E la coercizione non basta, occorre il consenso e il ruolo della propaganda è quello di disarticolare il conflitto, contenere quel malessere che si aggira ovunque come un felino in attesa della preda. Essa è anche un aspetto costitutivo della più vasta nozione di egemonia, nell’accezione gramsciana del termine[1], secondo la quale il ceto dominante, oggi transnazionale, ha bisogno di guidare la narrazione pubblica, servendosi di un’impalcatura di servizio, politici, militari/burocrati, giornalisti, accademici.

Il potere è slegato da ogni ideologia, non essendo fondato su valori, ma solo su interessi: liberalismo o socialismo, conservatorismo o progressismo, fondamentalismo cristiano o islamico, suprematismo o meticciamento e via dicendo, il fine è solo uno, la massificazione di sè stesso e dei profitti correlati. Il Regno del Bene non ha sfumature di pensiero, tanto meno di azione.

La narrativa pubblica diffonde inoltre un messaggio inconscio: “sappiamo bene che la situazione non è ideale, le cose dovrebbero andar meglio, ma, ahimè, non vi sono alternative. D’altro canto, si faccia attenzione perché le cose potrebbero andare molto peggio, e solo noi siamo in grado di evitare che la situazione precipiti”.

Taluni sono persuasi che solo chi vive ai margini, i poveri di spirito e gli individui senza istruzione o acume siano esposti al sortilegio della propaganda. Uno sguardo disincantato rivela invece che tale dipendenza non ha nulla a che vedere con la cultura o l’intelligenza. Anzi, entrambe tendono a rafforzare la resistenza a riconoscere la porosità alla manipolazione. La capacità di opporsi al mainstream appare invero connessa con l’umile qualità di saper riconoscere i propri errori, e all’occorrenza la propria credulità. Si tratta di una caratteristica critica dell’essere umano che esprime maturità emotiva e spessore culturale. Sul piano filosofico, invece, l’abilità a smascherare l’inganno discende dall’aderenza al principio di verità, che non può prescindere da una vita condotta in coerenza. Si tratta di peculiarità poco diffuse, ma che fioriscono in ogni genere di individui e sono essenziali per la vita e la prosperità del genere umano.

Il trampolino della propaganda

Nell’incipit del saggio The Propaganda Multiplier[2], lo svizzero Konrad Hummler afferma che “davanti a qualsiasi genere di informazione non dovremmo mai tralasciare di chiederci: perché ci giungono queste notizie, perché in questa forma e in questo momento? In fin dei conti si tratta sempre di questioni che riguardano il potere”.

Forse, ciò chiarisce perché nessuno dà conto della singolare congiuntura – è questo un esempio tra i tanti – per la quale i cittadini russi possono leggere i nostri giornali e ascoltare le nostre TV, mentre noi non abbiamo il diritto di reciprocare, leggere e ascoltare i media russi[3]. In attesa di venirne informati, ci soccorre il vocabolario orwelliano, nel quale si scrive pace per significare guerra, democrazia per intendere oligarchia–plutocrazia, sovranità per esprimere sottomissione, libertà di giustizio per la sua soppressione.

Hummler aggiunge che un aspetto sostanzialmente ignoto del sistema mediatico riguarda la struttura del suo funzionamento, in specie la circostanza che la quasi totalità delle notizie che ci giungono sugli eventi del mondo è generato da tre sole agenzie internazionali di stampa. Il loro ruolo è talmente centrale che i fruitori mediatici – TV, giornali e internet – coprono quasi sempre gli stessi eventi con i medesimi argomenti, lo stesso taglio, il medesimo formato. Si tratta di agenzie che godono di coperture e sostegni di governi, apparati militari e intelligence, essendo da questi utilizzate quali piattaforme di diffusione di informazioni pilotate[4].

Come fa il giornale (o la TV) che leggo (o ascolto) a conoscere ciò che afferma di conoscere su un argomento internazionale? – si chiede Hummler – e la risposta è banale: quel giornale o quella TV non sa nulla, si limita a copiare da una delle citate agenzie. Queste lavorano in modo felpato, dietro le quinte. La prima ragione di tale discrezione è beninteso il controllo della notizia, la seconda risiede nella circostanza che giornali e TV non hanno interesse a far conoscere ai loro lettori di non essere in grado di raccogliere notizie indipendenti su quanto raccontano.

Le tre agenzie in questione sono:

​•​Associated Press (AP), che ha oltre 4000 dipendenti sparsi nel mondo. AP ha la forma di società cooperativa, ma è di fatto controllata da finanziarie quotate a Wall Street; dall’aprile 2017, il suo presidente è Steven Swartz, il quale è anche CEO di Hearst Communications, il colosso Usa dei media. AP fornisce informazioni a oltre 12.000 giornali e TV internazionali, raggiungendo ogni giorno oltre metà della popolazione mondiale; 

​•​Agence France-Presse (AFP)[5], partecipata dallo stato francese, ha circa 4000 dipendenti e trasmette ogni giorno oltre 3000 reportage a testate mediatiche di tutto il mondo; 

​•​Agenzia Reuters, con sede a Toronto, con migliaia di persone in ogni dove, dal luglio 2018 il 55% del suo capitale è proprietà di Blackstone Group, quotata a Wall Street; nel 2008 è stata acquisita dalla canadese Thomson Corporation e si è poi fusa nella Thomson-Reuters. 

Le corporazioni statunitensi (e con esse gli apparati militari e di sicurezza, lo stato profondo, etc…) dominano anche il mondo internet, poiché le prime dieci società mediatiche online, tranne una, sono di proprietà americana e hanno tutte sede negli Usa.

Essendo tale impalcatura alla radice della creazione, soppressione e adulterazione mediatica degli accadimenti nel mondo[6], è curioso che siano poche le persone interessate a conoscerne ruolo e meccanismi operativi.

Un ricercatore svizzero (Blum[7]) ha rilevato che nessun quotidiano occidentale può far a meno di tali agenzie se vuole occuparsi di questioni internazionali. Noi conosciamo solo ciò su cui queste decidono di riferire. La Grande Menzogna nella quale è immersa la popolazione (con eccezioni, beninteso) sta devastando l’etica pubblica e la sensibilità collettiva. Il lavaggio del cervello è implacabile, tutto è piegato alle esigenze del potere (l’Occidente e quella parte del mondo pilotata dall’Occidente), così gerarchicamente ordinato: impero Usa (corporazioni, stato profondo, forza militare), élite europee (finanza, banche, in prevalenza nordiche), classi dirigenti nazionali (politici, media, accademia).

Sebbene molti paesi dispongano di proprie agenzie – la tedesca DPA, l’austriaca APA, la svizzera SDA, l’italiana Ansa e così via – la carta stampata e le TV private/pubbliche, se vogliono occuparsi di temi internazionali, sono costrette a rivolgersi alle tre menzionate, le quali si sono appropriate di un ruolo insostituibile potendo contare su risorse, copertura geografica e capacità operativa: i reportage di tali agenzie vengono tradotti e copiati, talvolta utilizzati senza citare la fonte, altre volte parzialmente riscritti, altre ancora ravvivati e arricchiti con immagini e grafici per farli apparire un prodotto originale. Il giornalista che lavora su un dato argomento seleziona i passaggi che ritiene importanti, li manipola, li rimescola con qualche svolazzo e poi li pubblica (Volker Braeutigam)[8]”.

Quelli che il pubblico ritiene contributi originali del giornale o della TV sono in realtà rapporti fabbricati a New York, Londra o Parigi. Non sorprende che le notizie siano le stesse a Washington, Berlino, Parigi o Roma. Un fenomeno da brividi, poco dissimile dalle vituperate pratiche dei cosiddetti paesi illiberali.

Quanto ai corrispondenti, gran parte dei media non se ne può permettere nessuno. Quando esistono, coprono diversi paesi, anche dieci o venti, e si può immaginare con quale competenza! Nelle zone di guerra, raramente si avventurano fuori dall’hotel dove vivono, e pochissimi possiedono le competenze linguistiche per capire cosa succede intorno. Sulla guerra in Siria, scrive Hummler, molti riferivano da Istanbul, Beirut, Il Cairo, Cipro, mentre le citate agenzie dispongono di corrispondenti ovunque e ben addestrati.

Nel suo libro People Like Us: Misrepresenting the Middle East, il corrispondente olandese dal Medio Oriente, Joris Luyendijk, ha descritto candidamente come lavorano i corrispondenti e in quale misura dipendono dalle tre sorelle: “pensavo che questi fossero degli storici del momento, che davanti a un evento di rilievo, scoprissero cosa stesse davvero succedendo e riferissero in proposito. In verità nessuno va mai a verificare cosa accade. Quando succede qualcosa, la redazione chiama, invia per fax o e-mail comunicati-stampa già confezionati e il corrispondente in loco li rimbalza con parole sue, commentandoli alla radio o TV, oppure ne fa un articolo per il giornale di riferimento. Le notizie vengono nastro-trasportate. Su qualsiasi argomento o evento i corrispondenti aspettano in fondo al tapis-roulant, fingendo di aver prodotto qualcosa, ma è tutto falso”.

In altre parole, il corrispondente solitamente non è in grado di produrre inchieste indipendenti e si limita a rimodellare resoconti confezionati nelle redazioni o da una delle tre agenzie. È così che nasce l’effetto mainstream.

Ci si potrebbe chiedere perché i giornalisti non provano a produrre inchieste indipendenti. Luyendijk scrive in proposito: “ho provato a farlo, ma ogni volta, a turno, le tre sorelle intervenivano sulla redazione e imponevano la loro storia, punto“[9]. Talvolta alla TV alcuni giornalisti mostrano una preparazione che suscita ammirazione, perché rispondono con competenza e disinvoltura a domande difficili. La ragione, tuttavia, è banale: conoscono in anticipo le domande. Quello che si vede è puro teatro[10]. Talora, per risparmiare, alcuni media si servono dei medesimi corrispondenti e in tal caso i reportage che giungono alle testate sono due gocce d’acqua.

Nel libro The Business of News, Manfred Steffens, ex-redattore dell’agenzia tedesca DPA, afferma “non si capisce la ragione per la quale una notizia sarebbe attendibile se ne viene citata la fonte. Anzi, può esser vero il contrario, poiché la responsabilità viene in tal caso attribuita alla fonte citata, potenzialmente altrettanto inattendibile[11]“.

Ciò che le agenzie ignorano non è mai avvenuto. Nella guerra in Siria, l’Osservatorio siriano per i diritti umani – un’organizzazione di scarsa indipendenza, con sede a Londra e finanziata dal governo britannico[12] – ha avuto un ruolo di primo piano. L’Osservatorio ha inviato i suoi reportage alle tre agenzie, che li hanno inoltrati ai media, i quali a loro volta hanno informato milioni di lettori e telespettatori in tutto il mondo. La ragione per la quale le agenzie hanno fatto riferimento a tale Osservatorio – e chi lo finanziava – resta tuttora misteriosa.

Mentre alcuni temi sono semplicemente ignorati, altri sono enfatizzati, anche se non dovrebbero esserlo: “una plateale falsità o una messa in scena[13] sono digerite senza obiezioni davanti alla presunta rispettabilità di una blasonata agenzia di stampa o una rinomata testata, poiché in questi casi il senso critico tende a sfiorare lo zero[14]”. Tra gli attori più efficaci nell’iniettare menzogne troviamo i ministeri della difesa (in Occidente tutti a vario modo penetrati dall’intelligence Usa). Nel 2009, il capo dell’agenzia AP, Tom Curley, ha pubblicamente affermato che il Pentagono impiegava oltre 27.000 specialisti in pubbliche relazioni che con un budget annuale di cinque miliardi di dollari diffondevano quotidianamente informazioni manipolate (da allora budget e numero di specialisti sono cresciuti di molto!). Le agenzie di sicurezza americane hanno l’abitudine di raccogliere e distribuire a giornali e TV informazioni create a tavolino con una tecnica che rende impossibile conoscerne l’origine, facendo ricorso a formule quali ‘secondo fonti d’intelligence, secondo quanto confidenzialmente trapelato o lasciato intendere da questo o quel generale, e così via”[15].

Nel 2003, dopo l’inizio della guerra in Iraq, Ulrich Tilgner, veterano del Medio Oriente per TV tedesche e svizzere, ha parlato dell’attività manipolatoria dei militari e del ruolo dei media. “Con l’aiuto di questi ultimi, i militari costruiscono la percezione pubblica e la usano per i loro scopi, diffondendo scenari inventati. In questo genere di guerra, gli strateghi mediatici statunitensi svolgono una funzione simile a quella dei piloti dei bombardieri”.

 Ciò che è noto all’esercito Usa lo è anche ai servici d’intelligence. In tema di disinformazione, un ex-funzionario dell’intelligence Usa e un corrispondente della Reuters hanno riferito quanto segue alla TV britannica Channel 4: “Un ex-agente della Cia, John Stockwell, ha rivelato[16] che occorreva far sembrare la guerra angolana come un’aggressione nemica. Per tale ragione abbiamo sostenuto in ogni paese coloro che condividevano questa tesi. Un terzo del mio staff era formato da diffusori di propaganda, pagati per inventare storie e trovare il modo per farle arrivare alla stampa. Di solito, le redazioni dei giornali occidentali non sollevano dubbi quando ricevono notizie in linea con la narrazione dominante. Abbiamo inventato tante storie, che stanno ancor in piedi, ma è tutta spazzatura[17]“.

Fred Bridgland[18], riferendo del suo lavoro come corrispondente di guerra per la Reuters, afferma: “abbiamo basato i nostri rapporti sulle comunicazioni ufficiali. Solo alcuni anni dopo siano stati informati che un piccolo esperto di disinformazione della Cia da una scrivania situata in un’ambasciata degli Stati Uniti produceva comunicati che non avevano alcuna relazione con la verità o i fatti sul campo. Fondamentalmente, per dirla in modo crudo, puoi fabbricare qualsiasi schifezza e farla pubblicare su un giornale“.

I servizi d’intelligence, certamente, dispongono di un’infinità di contatti per far passare le loro menzogne, ma senza il ruolo servizievole delle tre agenzie in questione, la sincronizzazione mondiale della propaganda e della disinformazione non sarebbe così efficace[19]. Attraverso questo meccanismo moltiplicatore, racconti interamente fabbricati da governi, servizi militari e d’intelligence raggiungono il pubblico senza alcun filtro. La professione del cosiddetto giornalista meainstream, ormai ridotta a strapuntino del potere, si concretizza nel rabberciare, sulla scorta di veline elaborate altrove, questioni complesse di cui sanno poco o nulla in un linguaggio privo di logica fattuale e indicazione di fonti.

Per l’ex-giornalista di AP, Herbert Altschull, “secondo la prima legge del giornalismo i mezzi d’informazione sono ovunque uno strumento del potere politico e/o economico. Giornali, periodici, stazioni radiofoniche e televisive di mainstream non operano mai in modo indipendente, anche quando ne avrebbero la possibilità”[20].

Sino a poco fa, la libertà di stampa era ancor più teorica, date le elevate barriere d’ingresso, le licenze da ottenere, le frequenze da negoziare, i finanziamenti e le infrastrutture tecniche necessarie, i pochi canali disponibili, la pubblicità da raccogliere e altre restrizioni. Oggi, grazie a Internet, la prima legge di Altschull è stata parzialmente infranta. È così emerso un giornalismo di qualità finanziato dai lettori, di livello superiore rispetto ai media tradizionali, in termini di capacità critica e indipendenza.

Ciononostante, i media tradizionali restano cruciali, poiché disponendo di risorse ben più copiose sono in grado di catturare una moltitudine di lettori anche online. E tale capacità è collegata al ruolo delle tre agenzie, i cui aggiornamenti al minuto costituiscono la spina dorsale della maggior parte dei siti mainstream reperibili in rete.

In quale misura il potere politico ed economico, secondo la legge di Altschull, riuscirà a mantenere il controllo dell’informazione davanti all’avanzare di notizie incontrollate, cambiando così la struttura del potere e almeno in parte la consapevolezza della popolazione, solo il futuro potrà dirlo. Se si guarda ai rapporti di forza l’esito parrebbe scontato. L’uomo resta, tuttavia, arbitro del proprio destino. La lotta è sempre in corso.

Gli operatori mediatici internazionali

Noam Chomsky, forse il più grande intellettuale vivente, nel suo saggio “What makes the mainstream media mainstream“, afferma che: “se rompi gli schemi il potere ha molti modi per rimetterti in riga. Eppure, si può e si deve comunque reagire[21]. Alcuni grandi giornalisti affermano che nessuno ha mai detto loro cosa scrivere. Chomsky chiarisce così tale apparente contraddizione: “costoro non sarebbero lì se non avessero già dimostrato di scrivere o dire ogni volta, e spontaneamente, la cosa giusta. Se avessero iniziato la carriera scrivendo cose sbagliate, non sarebbero mai arrivati nel luogo dove ora possono dire, in apparenza, ciò che vogliono. Lo stesso vale per le facoltà universitarie nelle discipline che contano“[22].

Il giornalista britannico John Pilger[23], noto per le sue inchieste coraggiose, scrive di aver incontrato negli anni Settanta una delle principali propagandiste del regime di Hitler, Leni Riefenstahl, secondo la quale per giungere alla totale sottomissione del popolo tedesco era stato necessario, ma non difficile, manipolare le menti della borghesia liberale e istruita; il resto era venuto in automatico.

La tragedia di tale scenario è che gli accadimenti di valenza politica, geopolitica o economica con risvolti internazionali (ma in genere tutti gli argomenti sensibili) vengono accolti con minimo senso critico. I media occidentali vivono di pubblicità (corporazioni private) o di sovvenzioni pubbliche, e riflettono gli interessi della narrativa atlantica, sotto l’egida dell’architettura economica e di sicurezza americana.

I mass-media hanno l’obiettivo di distogliere le persone dalle questioni centrali: “puoi pensare quel che vuoi, ma siamo noi che gestiamo lo spettacolo. Lascia che s’interessino di sport, di cronaca, scandali sessuali, problemi delle celebrità, della finta dialettica governo-opposizioni, ma non di cose serie, poiché quelle sono riservate ai grandi“.

Inoltre, le persone-chiave dei media principali vengono cooptate dall’élite transatlantica, ottenendo in cambio carriere e posizioni. I circoli ristretti del potere transnazionale – quali il Council for Foreign Relations, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, il World Economic Forum, Chatham House e altri – reclutano a man bassa operatori mediatici (i nomi degli italiani, insieme agli uomini politici, sono disponibili in rete).

Per Chomsky le università non fanno la differenza. La narrazione prevalente riflette quella mainstream. Esse non sono indipendenti. Possono esserci professori indipendenti, e questo vale anche per i media, ma l’istituzione come tale non lo è, poiché dipende da finanziamenti esterni o dal governo (a sua volta piegato ai menzionati poteri). Coloro che non si conformano sono accantonati strada facendo. Il sistema premia conformismo e obbedienza. Nelle università si apprendono le buone maniere, in particolare come interloquire con i rappresentanti delle classi superiori. È così che, senza dover ricorrere alla menzogna esplicita, l’accademia e i media interiorizzano valori e posture del potere da cui dipendono.

Come noto, ne La fattoria degli animali George Orwell fa una satira spietata dell’Unione Sovietica. Trent’anni dopo si scopre però che, nell’introduzione da lui scritta a suo tempo, e che qualcuno aveva soppresso, egli scriveva “la censura letteraria in Inghilterra è efficace come quella di un sistema totalitario, sola la tecnica è diversa, anche qui, a ulteriore evidenza che le menti indipendenti, quelle che generano riflessioni sbagliate, vengono ovunque ostacolate o estirpate.

Il Presidente statunitense Woodrow Wilson fu eletto nel 1916 su una piattaforma contro la guerra. La gente non voleva combattere guerre altrui. Pace senza vittoria, dunque senza guerra, era stato lo slogan. Una volta eletto, Wilson cambiò idea e si pose la domanda: come si fa a convertire una nazione pacifista in una disposta a far la guerra ai tedeschi? Fu così istituita la prima, e formalmente unica, agenzia di propaganda statale nella storia degli Stati Uniti, il Comitato per l’Informazione Pubblica (bel titolo orwelliano!), chiamato Commissione Creel, dal nome del suo direttore. L’obiettivo di spingere la popolazione nell’isteria bellicista e sciovinista fu raggiunto senza troppe difficoltà. In pochi mesi gli Stati Uniti entrarono in guerra. Tra coloro che furono impressionati da tale successo, troviamo anche Adolf Hitler. In Mein Kampf, questi afferma che la Germania fu sconfitta nella Prima guerra mondiale perché perse la battaglia dell’informazione, e promise: la prossima volta sapremo reagire con un adeguato sistema di propaganda, come in affetti avvenne quando giunse al potere.

Walter Lippmann, esponente di punta della Commissione Creel tra i più rispettati del giornalismo americano per circa mezzo secolo, affermava: “in democrazia esiste un’arte chiamata fabbricazione del consenso”, che non ha beninteso nulla di democratico. “Se si riesce a farla funzionare, si può accettare persino il rischio che il popolo vada a votare. Con adeguato consenso si riesce a rendere irrilevante anche il voto. Affinché gli umori siano allineati ai desideri di chi comanda occorre mantenere l’illusione che sia il popolo a scegliere governi e orientamenti politici. In tal modo, la democrazia funzionerà come deve. Ecco cosa significa applicare la lezione della propaganda”. Del resto, James Madison, uno dei padri della costituzione americana, affermava che l’obiettivo principale del sistema era quello di proteggere la minoranza dei ricchi contro la maggioranza dei poveri. E ancora una volta, a tal fine, lo strumento principe era la propaganda.

Il già citato John Pilger ricorda[24] che negli ultimi 70 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie. Hanno interferito nelle elezioni democratiche di una trentina di Paesi. Hanno bombardato le popolazioni di trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese. Hanno tentato di assassinare i dirigenti politici di una cinquantina di stati sovrani. Hanno finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in una ventina paesi. La portata e l’ampiezza di questa carneficina viene evocata ogni tanto, ma subito accantonata, mentre i responsabili continuano a dominare la vita politica americana.

Lo scrittore statunitense Harold Pinter, ricevendo il premio Nobel per la letteratura nel 2005, aveva affermato: “la politica estera degli Stati Uniti si può definire come segue: baciami il culo o ti spacco la testa. Essa è semplice e cruda, e l’aspetto interessante è che funziona perché gli Usa hanno risorse, tecnologie e armi per spargere disinformazione attraverso una retorica distorsiva, riuscendo a farla franca. Essi sono dunque persuasivi, specie agli occhi degli sprovveduti e dei governi sottomessi. In definitiva, si tratta di una montagna di menzogne, ma funziona. I crimini degli Stati Uniti sono sistematici, costanti, feroci, senza remore, ma pochissime persone ne parlano e ne prendono coscienza. Essi manipolano in modo patologico il mondo intero, presentandosi come paladini del Regno del Bene. Un meccanismo di ipnosi collettiva che è sempre all’opera”.

Il lavaggio del cervello è sofisticato e va chiamato con il suo vero nome, se vi vuole contenerne gli effetti letali. I limitati spazi, un tempo aperti anche alle intelligenze controcorrente, si sono chiusi. Siamo in attesa di uomini valorosi, come negli anni Trenta contro il fascismo, insieme a intellettuali (quelli autentici), agli indignati, alle menti inquiete, a coloro che hanno pietà per i propri simili, a chi non deve vendere l’anima per dare un senso all’esistenza. La catarsi di una rivoluzione culturale, che resta il sale della storia, un giorno potrebbe forse indurci a gridare insieme a voce alta: basta, lorsignori, adesso basta! D’ora in avanti, il popolo spegne i vostri funesti apparati, generatori di menzogne e turpitudini, e torna a calpestare i sentieri della verità e della vita. Si sta facendo tardi, non c’è più molto tempo.

Alberto Bradanini 

(Ex diplomatico, ambasciatore italiano a Pechino) 

Note:

[1] “La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente” (Quaderni del carcere, Il Risorgimento, p. 70).

[2] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[3] Russia Today e Sputnik sono raggiungibili se si accede dal motore di ricerca Brave e da cellulari

[4] Hammler riferisce ad esempio che, secondo un rapporto sulla copertura della guerra in Siria (iniziata nel 2011) da parte di nove grandi testate europee, il 78% degli articoli erano copiati in tutto o in parte dai resoconti di una di queste agenzie. Nessun articolo era basato su ricerche indipendenti. Di conseguenza, ça va sans dire, l’82% degli articoli pubblicati era a favore dell’intervento militare di Stati Uniti-Nato.

[5] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[6] Höhne 1977, p. 11.

[7] Blum 1995, p. 9

[8] Per dieci anni redattore dell’emittente TV tedesca ARD

[9] Luyendijk p.54ff

[10] Luyendjik 2009, p. 20-22, 76, 189

[11] Steffens 1969, p. 106

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Syrian_Observatory_for_Human_Rights

[13] Blum 1995, p. 16

[14] Steffens 1969, p. 234

[15] Tilgner 2003, p. 132

[16] https://swprs.org/the-cia-and-the-media/

[17] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[18] Fred Bridgland – Wikipedia

[19] È istruttivo scorrere le informazioni che si trovano su questo sito https://swprs.org/media-navigator/.

[20] (Altschull 1984/1995, p. 298)

[21] Chomsky 1997, Cosa rende mainstream i media mainstream

[22] Chomsky 1997

[23] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

[24] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

Ucraina, piatto ricco mi ci ficco

di Fabrizio Casari

La trattativa per un cessate il fuoco in Ucraina non sembra nemmeno sul punto di nascere ma in realtà tutti gli addetti ai lavori sanno che da tempo ormai gli Stati Uniti, di fronte all’insostenibilità militare e finanziaria del confronto tra Ucraina e Russia, hanno dato luce verde alla CIA per dare vita ad una ipotesi di negoziato con mediazioni varie, ultima arrivata quella indiana.

C’è da essere fiduciosi sull’apertura di un negoziato? Tutto il sistema politico e mediatico scommette sulla sua impraticabilità, pur se in qualche momento di lucidità ne ravvisa l’improcrastinabilità, dato che Kiev è allo stremo e ancor più lo sono le finanze europee. A sostegno deciso di un’ipotesi che vorrebbe la fine della guerra in Aprile, arriva ora una notizia di assoluto interesse.

Il più grande fondo speculativo del mondo, Blackrock, il cui peso è dato dal volume dei suoi affari (ottomila miliardi di Dollari in portafoglio) e dalla rinomata influenza sulla politica statunitense, lavora alla raccolta fondi per la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina. Le stime minori per rimettere in piedi il Paese arrivano a 350 miliardi di Dollari, quelle più pesanti si spingono a mille miliardi di Dollari.

Per la Blackrock sarebbe uno dei più colossali affari di questo decennio e, di fronte a questa prospettiva, non c’è afflato ideologico statunitense che tenga il confronto.

L’eventualità che ciò si realizzi rappresenterebbe una nuova applicazione sul campo della strategia “distruggi e terrorizza” poi divenuta “distruggi e ricostruisci”, iniziata con la prima guerra in Irak. La strategia prevede la distruzione dei paesi ostili a Washington, che oltre a liberarsi di avversari politici che questionano la sua legittimità di dominare il mondo a loro esclusiva convenienza, produce prima un gran guadagno per il settore bellico, volano centrale dell’economia statunitense, poi un business altrettanto grande per la ricostruzione di quello che prima si è distrutto.

Infatti, la fine delle ostilità si chiude sempre con in allegato un contratto che favorisce le multinazionali estrattive e le aziende di costruzione statunitensi, ai quali si aggiungono poi succosi contratti che il Pentagono firma con le società di mercenari incaricata di vegliare sul personale civile e diplomatico statunitense durante tutti gli anni della ricostruzione. I becchini si fanno medici: il tritolo di ieri diventa il cemento di domani.

La strategia del “distruggi e ricostruisci” è quindi portatrice per gli USA di grandi successi economici, oltre che geopolitici, ed è appunto legata ai successi militari a stelle e strisce. Infatti è fallita solo in Afghanistan e Siria, dove gli Stati Uniti hanno raccolto figuracce e disseminato il campo di mine e fughe. A Kabul sono stati letteralmente cacciati da alcune migliaia di uomini in ciabatte e turbante, a Damasco invece – aiutati da Iran e Hezbollah, oltre che dai siriani – ci hanno pensato i russi, che sono intervenuti ed hanno sbaraccato in poco tempo l’Isis e tutta la Nato.

Le tasche piene dei soliti noti

Dal punto di vista politico, economico e militare gli USA non usciranno comunque dall’Ucraina. La Monsanto (ora Bayern) resterà proprietaria della quota enorme di terra ucraina ottenuta praticamente in forma gratuita. Si è fantasticato in propaganda sull’impatto che l’assenza di grano ucraino sul mercato avrebbe sulla crisi alimentare africana, ma era una colossale fake news. I raccolti ucraini vanno per il 95% in Europa, in Africa solo va il 5% degli stessi.

L’acquisizione di campi coltivabili fu semplice, non certo un ricordo nobile per la sovranità ucraina. Monsanto ha preso le terre, i diritti di sfruttamento e persino i finanziamenti internazionali per la produzione, che l’Ucraina richiedeva e gli statunitensi incassavano. Secondo una interrogazione parlamentare di Die Linke al Bundestag, ci fu una linea di credito da 17,000 milioni di dollari concessa all’Ucraina nel 2014 da parte delle istituzioni finanziare internazionali guidate dal Fondo monetario internazionale e il denaro utilizzato da Kiev per far ripartire le coltivazioni. Se le accuse di Die Linke fossero vere, saremmo al paradosso di un governo che riceve finanziamenti che poi dà alle imprese straniere per fare landgrabbing in casa propria.

Idem dicasi per i 37 laboratori biologici per la guerra batteriologica aperti e gestiti dai militari USA in territorio ucraino. Secondo il Cremlino il Pentagono ha finanziato la modernizzazione di almeno sessanta laboratori biologici segreti lungo i confini cinese e russo e il ministero degli Esteri cinese afferma che dispone dei dati che mostrano che Washington ha 336 laboratori sotto il suo controllo in 30 stati al di fuori della giurisdizione nazionale.

Si ricordi che gli esperimenti sul guadagno di funzione, cioè gli studi che permettono di modificare geneticamente un virus animale al fine di trasformarlo in un patogeno che possa essere trasmesso da uomo a uomo, sono vietati negli Stati Uniti dal 2014. In questo l’Ucraina è una cuccagna: agli statunitensi i risultati degli esperimenti, agli ucraini i rischi di possibili contaminazioni.

I laboratori resteranno saldamente nelle mani statunitensi, così come saranno gli Stati Uniti i maggiori creditori dell’Ucraina, che dovrà passare l’eternità a risarcire Washington per le forniture di armamenti, che tutti fanno finta di credere siano aiuti quando in realtà sono contratti di vendita.

Dovranno rinunciare, forse, alle ricche miniere del Donbass ed ai relativi affari di Hunter Biden, che andrà a tirare crack altrove. Del resto il potere d’interdizione del Presidente Biden non sarà più quello avuto fino ad ora; le elezioni di middle term e la sua demenza avanzata lo rilegano ormai a un puro ruolo raffigurativo. La stessa ridicola cerimonia di Zelensky al Congresso con l’esultanza di congress-man democratici ormai scaduti e la presenza di solo 70 dei 238 senatori repubblicani, è stata in qualche modo il canto del cigno di Biden più che l’inizio di una nuova era. La pagliacciata sulla minaccia russa è servita soprattutto a sostenere l’enorme aumento del budget per le spese militari, portate alla stratosferica somma di 858 miliardi di Dollari (addirittura 45 in più di quelli richiesti dalla Casa Bianca!), record assoluto nella storia statunitense e indicatore di direzione per la prossima guerra alla Cina.

Un simile aumento di budget sembra anche ignorare i risultati di un audit interno, che rivela come il Pentagono non sappia dove siano andati a finire 6500 miliardi di Dollari, circa il 40% del PIL degli USA. Denari dei cittadini di cui mancano i rendiconti, che risultano “dispersi in azione”.

E se la lobby delle armi viene soddisfatta anche quella del petrolio avrà soddisfazione. La guerra voluta dagli USA ha ottenuto il principale risultato che si prefiggeva: bloccata la partnership commerciale tra Russia ed Europa, fine delle forniture energetiche che consentivano lo sviluppo dei paesi UE, blocco delle attività finanziarie e rottura delle relazioni politiche. La dipendenza europea dalla Russia è diventata dipendenza dagli Stati Uniti e dal loro gas liquido, di scarsa quantità, minor qualità e maggior prezzo.

Firmare una pace ma continuare la guerra

A questo punto, il proseguimento della guerra così com’è non avrebbe senso, i risultati che si volevano ottenere si sono ottenuti. Mosca è lontana dall’Occidente ed è sempre più ancorata ad Oriente. La pressione militare della Nato sulla Russia resterebbe alta e, anche se gli accordi di pace dovessero prevedere Crimea e Donbass come territori russi, il risultato sarebbe quello di mettere altri 300, utilissimi, chilometri tra Mosca e la linea del fronte ucraino. L’addio scontato alla nato da parte di Kiev potrà essere sostituito dall’abbraccio mortale della UE, così i drammi sociali e i costi del ripristino dell’economia ucraina verranno pagati dagli europei.

Continuare una guerra convenzionale sarebbe un enorme onere per Washington e Bruxelles senza nessuna possibilità di vittoria sul campo. Di contro, addestrare, armare e finanziare i gruppi neonazisti incaricati di continuare le azioni militari anche dopo il raggiungimento di un accordo di pace, costerebbe poco e renderebbe molto. Un po’ quello messo in opera dal 2014 al 2022 con gli Accordi di Minsk, il cui rispetto è stato una burla, serviva solo ad avere tempo per costruire l’esercito ucraino, come ha candidamente confessato Angela Merkel.

Nelle teste d’uovo del Pentagono e di Langley si prospetta uno scenario nel quale l’Ucraina viene ridotta sensibilmente nelle sue dimensioni, creando così una corrente politico-militare che non riconosce gli accordi e sceglie la via del conflitto. Si creerebbe così un modello di guerriglia permanente come quello dei mujaheddin afghani e dei ceceni, che tennero Mosca impegnata militarmente per anni, senza altro scopo che fiaccarla e metterla nelle condizioni di dirottare le risorse del comparto bellico orientato sulla guerra a bassa intensità, più che su quella convenzionale e nucleare che preoccupa USA e UE.

Perché come sempre avviene dopo un conflitto che ha radici lontane, la pace non comporta la pacificazione. Soprattutto se gli sponsor della guerra continuano a soffiare sul fuoco del terrore.

FONTE: http://www.altrenotizie.org/in-evidenza/9856-ucraina-piatto-ricco-mi-ci-ficco.html

La carica dei mercenari in Brasile: ecco chi c’è dietro l’intelligence parallela di Bolsonaro

Militari, contractor e fake news. È il servizio privato dell’ex presidente Jair Bolsonaro che teme il ritorno al potere del neo-eletto Lula. E in prima fila c’è un generale della riserva brasiliana. Ma è socio di un ex parà della Folgore, che a TPI annuncia: “Il Paese esploderà. Girano tante armi”

di Andrea Palladino

Ignazio Lula da Silva ha mostrato un aplomb non scontato dopo la sua vittoria, per un soffio, nel secondo turno delle presidenziali in Brasile. Parole misurate, una calma infinita e il continuo richiamo alla pacificazione nazionale. Il primo gennaio riprenderà possesso della presidenza e sa molto bene che i prossimi quattro anni saranno difficili. Il Paese è diviso, un’onda d’odio – alimentato da vere e proprie centrali di disinformazione – ha accompagnato gli ultimi anni della politica brasiliana, dalla caduta di Dilma Rousseff.

Il Pt ha vinto, Jair Bolsonaro è fuori dal palazzo dell’Alvorada, ma il Paese grande quanto un continente esce a pezzi dall’esperienza del governo di estrema destra. Dopo lo scrutinio del secondo turno per diversi giorni i gruppi dei supporter del presidente uscente hanno bloccato le autostrade, lasciati agire per molte, troppe ore dalla Polizia stradale federale. Hanno poi trasferito la loro protesta davanti alle caserme dell’esercito, chiedendo l’intervento dei tank, “per fermare il comunismo”.

Alcuni di loro – in un’immagine decisamente scioccante per il Paese dei tropici – cantavano l’inno nazionale con il braccio teso, schierati nelle strade. Militari della riserva si allineavano marciando e lanciando slogan all’unisono, con la mimetica e il basco. Non erano nazisti dell’Illinois, ma la punta d’iceberg di un magma cresciuto sotto l’ala del clan Bolsonaro. È poi partita la macchina della disinformazione, che in Brasile è stata particolarmente attiva durante la pandemia, ricalcando la strategia di Donald Trump, cercando di insinuare il dubbio sulla validità delle elezioni perse.

In Brasile da tantissimi anni si vota utilizzando le urne elettroniche e l’estrema destra ha preso di mira il sistema ormai collaudato, controllato dal Supremo tribunale elettorale. Bolsonaro ha perfino imposto una sorta di controllo ex post dei militari sul voto, che nei giorni scorsi hanno presentato una relazione di 63 pagine. Nessuna frode è stata riscontrata, ma il dubbio continua ad essere diffuso sui social, nelle manifestazioni che chiedono apertamente il Golpe, nei discorsi dei politici vicini al clan di Bolsonaro.

Al servizio della destra

Il Brasile ha riconquistato la democrazia dopo vent’anni di dittatura all’inizio degli anni ’80, con una transizione graduale e concordata. La nuova costituzione federale è stata promulgata il 22 settembre del 1988, superando quel regime di eccezione in vigore dal golpe del 1964. I militari, però, non hanno mai perso il peso specifico e, con la presidenza di destra, sono tornati in massa al governo.

A partire dal vice presidente Hamilton Mourão, fino a molti ministri e alti funzionari dell’esecutivo uscente, buona parte degli uomini di fiducia di Bolsonaro erano ufficiali della riserva, con una forte e mai celata nostalgia per il tempo che fu. Il mondo militare, insieme all’imponente apparato della sicurezza attivo nelle grandi città come São Paulo e Rio de Janeiro, non ha mai smesso di avere notevole peso in Brasile. Non solo politico, ma anche di presenza nel ricco mondo della sicurezza privata, fatto di appalti, agenzie di contractor e intelligence parallela.

Servizi paralleli

L’ormai ex presidente, con alle spalle una carriera militare nell’esercito, ha una vera e propria passione per le spie. Ha però preferito fare da sé, senza affidarsi alla Abin, l’agenzia di informazioni brasiliana, creando un vero e proprio servizio parallelo, come ha ammesso apertamente: «Può essere un vostro collega – rispose nel 2020 ad un gruppo di giornalisti che chiedevano chi ne facesse parte – o un sergente del battaglione delle forze speciali di Rio de Janeiro, oppure un capitano dell’esercito di un gruppo di artiglieria, o un poliziotto civile di Manaus. Può essere un amico che mi chiama, che mantiene contatti via Whatsapp. Così scopro molte cose che purtroppo non scopro con l’intelligence ufficiale della Polizia federale, della Marina, dell’aeronautica e la Abin». Che fine farà ora questo apparato informale non è noto; è probabile che rimanga in piedi, visto che Bolsonaro lo utilizzava già prima della sua elezione del 2018.

I nomi dei membri del servizio segreto parallelo brasiliano non sono finora usciti, salvo uno, rivelato, senza smentite, dal giornale Estado de São Paulo. È il generale della riserva Roberto Raimundo Criscuoli, un ex comandante delle forze speciali con alle spalle trent’anni di carriera militare. Dopo la pensione ha scoperto una seconda vita da contractor con un socio italiano molto noto nell’ambiente, Giovanni Piero Spinelli.

La rete della Stam

«È sempre un grande piacere incontrare veri amici. II generale delle forze armate brasiliane Roberto Criscuoli mio amico e socio dal 2005», scrive Spinelli sulla sua pagina Facebook nel 2017, commentando una sua foto insieme all’ex militare dell’esercito brasiliano. «Amico e socio dal 2005»: attenzione alle date, che in questa storia contano. Occorre un passo indietro.

Giovanni Piero Spinelli, ex parà della Folgore, diventa famoso nel 2004, quando in Iraq muore il contractor italiano Fabrizio Quattrocchi. Si scoprirà che era stata una sua agenzia di security a contrattarlo. Inizia un processo – la legislazione italiana vieta l’uso di mercenari – da cui Spinelli uscirà con una assoluzione piena. Nel 2007, però, ha un nuovo incidente di percorso, questa volta in Brasile, riportato da un articolo del giornale O Globo: «L’italiano Giovanni Piero Spinelli è stato arrestato dalla Polizia Federale con l’accusa di essere responsabile per la contrattazione illegale di ex militari brasiliani».

Nello stesso articolo, uscito il 25 febbraio 2007, si racconta dell’addestramento che avveniva in un «campo di istruzione dell’esercito a Gericinó, a Rio de Janeiro»; il responsabile di quella struttura era il «comandante dell’unità, il colonnello Roberto Raimundo Criscuoli, che ha permesso, tra l’altro, l’uso degli armamenti». È lo stesso militare che oggi opera come socio del contractor italiano. Giovanni Piero Spinelli, contattato da TPI, assicura che quell’inchiesta finì nel nulla: «All’epoca Criscuoli si occupava di recuperare i soldati congedati che finivano nel narcotraffico. Ci fu una lotta interna alle istituzioni, io ero stato coinvolto, ma ne uscì subito, ho ricevuto anche le scuse e Criscuoli è stato prosciolto dopo due anni. Criscuoli formava molti soldati che poi andavano a lavorare per il settore privato, anche per la Globo, tutto qui».

Criscuoli è oggi il referente brasiliano del gruppo Stam di Spinelli. Dal 2020 è socio e amministratore della Stam Strategic & Partners Group Latin America, le cui quote sono in parte controllate dalla Stam Strategic & Partners Group Ltd inglese, a sua volta posseduta dalla società del contractor italiano Gs Intelligencelab Consulting Ltd. Ma l’ex parà della Folgore diventato esperto contractor all’inizio degli anni 2000 ha una vera e propria passione per il Brasile. Oltre a Criscuolo nella sua Stam operano molti ufficiali provenienti dai reparti speciali della polizia di Rio de Janeiro e San Paolo. E Brasile, per lui, vuol dire soprattutto Bolsonaro.

Il giro della disinformazione

La pagina Facebook di Spinelli negli ultimi mesi è un susseguirsi di proclami a favore del presidente uscente e pesantissimi commenti contro il neo-eletto Lula: «Il suo partito e la sua organizzazione marxista, il cosiddetto “Forum de São Paulo”, è l’interfaccia del narcotraffico e del narcoterrorismo», scrive su Facebook.

Pochi giorni fa aggiunge: «L’ideologia malata e criminale di stampo socialista/comunista è alla base dello sviluppo esponenziale del fenomeno dell’Insorgencia Criminale, che ormai non è solo qualcosa che appartiene a Paesi come il Brasile, Messico, Colombia, Venezuela solo per citarne alcuni». All’anticomunismo viscerale aggiunge una passione aperta per gli slogan dell’estrema destra: «Oggi si vota in Brasile, una vera e propria lotta tra il bene e il male. Auguro al Presidente Bolsonaro la vittoria, affinché il bene regni sovrano in quel Paese. DIO-PATRIA-FAMIGLIA-LIBERTÀ».

Al telefono con TPI Spinelli ci tiene a ribadire la tesi che da giorni gira sui profili legati all’estrema destra brasiliana: «Il Brasile è una torta da spartirsi, che siano i cinesi, i russi o gli americani, tutti vogliono quel Paese. C’è il sospetto della frode, il Stf (Supremo tribunale elettorale) non rappresenta più il Brasile, ma interessi stranieri». Gli ambienti legati all’ideologia della sicurezza nazionale e alle dottrine della Scuola di Guerra di Brasilia hanno, da sempre, una vera e propria ossessione sull’ingerenza straniera, soprattutto quando si tratta di affrontare i temi della difesa dei diritti umani.

Le ong ambientaliste e di advocacy che denunciano le violenze arbitrarie, soprattutto nella zona amazzonica, vengono demonizzate e accusate di essere agenti di influenza. La parte politica legata al presidente di destra uscente da diversi mesi ha preso di mira i magistrati della Corte suprema brasiliana, che stanno cercando di imporre nel momento più delicato della storia recente del Paese il rispetto della costituzione.

Spinelli è poi sicuro che qualcosa accadrà: «Io come professionista e osservatore ti dico: quel Paese esploderà, le lotte davanti alle caserme andranno avanti, le armi in Brasile girano». Sostiene la tesi – ampiamente smentita dalle istituzioni brasiliane – di un voto condizionato da frodi, inviando un documento anonimo in inglese, con la classifica “Confidenziale”, che cerca di dimostrare la manipolazione delle urne elettroniche. Il titolo è “2022 FIRST ROUND BRAZILIAN PRESIDENTIAL ELECTIONS VULNERABILITY ANALYSIS REPORT”, è composto da 27 pagine ed è senza firma, con i meta-data vuoti.

Lo stesso documento il primo novembre scorso era stato diffuso sul social “locals.com” dal youtuber brasiliano Allan Lopes dos Santos, legato al guru dell’estrema destra Oleavo de Carvalho. Il suo nome è divenuto noto come una delle principali centrali di disinformazione in Brasile durante la pandemia. Secondo quanto aveva ricostruito la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Fake news, Allan Lopes dos Santos faceva parte della struttura riservata “Gabinetto dell’odio”, gruppo specializzato nella diffusione di notizie false. Da alcuni mesi è fuggito negli Stati Uniti, inseguito da un ordine di cattura emesso dalla Polizia federale brasiliana.

Spinelli non è però un supporter qualsiasi del presidente Bolsonaro. La società che controlla in Brasile ha ricevuto il registro della Polizia civile di San Paolo per poter gestire informazioni sensibili e classificate. Ci tiene a mostrarlo, per accreditarsi come società che opera con l’appoggio del governo uscente. La Stam è stata poi inserita dal Ministero della Giustizia lo scorso primo dicembre in una lista per la fornitura di equipaggiamenti di sicurezza.

Da anni Spinelli opera esclusivamente con società estere, attraverso una fitta rete di sigle tra il Regno Unito, Malta e il Brasile. Non ha abbandonato completamente l’Italia, però. Nel novembre del 2019 è stato chiamato alla Camera dei Deputati per un’audizione davanti alla Commissione Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni. È stata l’occasione, per lui, per difendere l’antico mestiere delle armi. Contractors, non mercenari, ha sempre specificato. Con un fronte che diventa sempre più sensibile per il settore, quello della “intelligence” privata.

Fonte: https://www.tpi.it/esteri/brasile-italia-intelligence-parallela-bolsonaro-contractor-spinelli-20221226962733/

Il silenzio degli innocenti. Come funziona la propaganda

di John Pilger

Negli anni settanta ho incontrato Leni Riefenstahl, una delle principali propagandiste di Hitler, i cui film epici glorificavano il nazismo. Ci capitò di soggiornare nello stesso hotel in Kenya, dove lei si trovava per un incarico fotografico, essendo sfuggita al destino di altri amici del Führer.
 Mi disse che i “messaggi patriottici” dei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto” ma da quello che lei definiva il “vuoto sottomesso” del pubblico tedesco.

Questo coinvolgeva la borghesia liberale e istruita? Ho chiesto. “Sì, soprattutto loro”, rispose.

Penso a questo quando mi guardo intorno e osservo la propaganda che sta deteriorando le società occidentali.

Certo, siamo molto diversi dalla Germania degli anni trenta. Viviamo in società dell’informazione. Siamo globalisti. Non siamo mai stati così consapevoli, così in contatto, così connessi.

Lo siamo? Oppure viviamo in una Società Mediatica in cui il lavaggio del cervello è insidioso e implacabile e la percezione è filtrata in base alle esigenze e alle bugie del potere statale e del potere delle imprese?

Gli Stati Uniti dominano i media del mondo occidentale. Tutte le dieci principali società mediatiche, tranne una, hanno sede in Nord America. Internet e i social media – Google, Twitter, Facebook – sono per lo più di proprietà e controllo americano.

Nel corso della mia vita, gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare più di 50 governi, la gran parte democrazie. Hanno interferito nelle elezioni democratiche di 30 Paesi. Hanno sganciato bombe sulla popolazione di 30 paesi, la maggior parte dei quali poveri e indifesi. Hanno tentato di assassinare i dirigenti politici di 50 paesi.  Hanno combattuto per reprimere i movimenti di liberazione in 20 paesi.

La portata e l’ampiezza di questa carneficina è in gran parte non riportata, non riconosciuta; e i responsabili continuano a dominare la vita politica anglo-americana.

Negli anni precedenti la sua morte, avvenuta nel 2008, il drammaturgo Harold Pinter pronunciò due discorsi straordinari, che ruppero il silenzio.

“La politica estera degli Stati Uniti”, disse, “è meglio definita come segue: baciami il culo o ti spacco la testa. È così semplice e cruda. L’aspetto interessante è che ha un successo incredibile. Possiede le strutture della disinformazione, dell’uso della retorica, della distorsione del linguaggio, che sono molto persuasive, ma in realtà sono un sacco di bugie. È una propaganda di grande successo. Hanno i soldi, hanno la tecnologia, hanno tutti i mezzi per farla franca, e la fanno”.

Nell’accettare il Premio Nobel per la Letteratura, Pinter ha detto questo: “I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, costanti, feroci, senza remore, ma pochissime persone ne hanno veramente parlato. Occorre riconoscerlo all’America. Ha esercitato una manipolazione affatto patologica del potere in tutto il mondo, mascherandosi come forza per il bene universale. È un atto di ipnosi brillante, persino spiritoso e di grande successo”.

Pinter era un mio amico e forse l’ultimo grande saggio politico, cioè prima che la politica del dissenso si fosse imborghesita. Gli chiesi se la “ipnosi” a cui si riferiva fosse il “vuoto sottomesso” descritto da Leni Riefenstahl.

“È la stessa cosa”, ha risposto. “Significa che il lavaggio del cervello è così accurato tanto che siamo programmati a ingoiare un mucchio di bugie. Se non riconosciamo la propaganda, possiamo accettarla come normale e crederci. Questo è il vuoto sottomesso”.

Nei nostri sistemi di “democrazia delle grandi imprese”, la guerra è una necessità economica, il connubio perfetto tra sovvenzioni pubbliche e profitto privato: socialismo per i ricchi, capitalismo per i poveri. Il giorno dopo l’11 settembre i prezzi delle azioni dell’industria bellica sono saliti alle stelle. Stavano per arrivare altri spargimenti di sangue, il che è ottima cosa per gli affari.

Oggi le guerre più redditizie hanno un proprio marchio. Si chiamano “guerre eterne”: Afghanistan, Palestina, Iraq, Libia, Yemen e ora Ucraina. Tutte si basano su un cumulo di bugie.

L’Iraq è la più famosa, con le sue armi di distruzione di massa che non esistevano. Nel 2011 la distruzione della Libia da parte della Nato è stata giustificata da un massacro a Bengasi che non c’è stato. L’Afghanistan è stata una comoda guerra di vendetta per l’11 settembre, la qual cosa non aveva nulla a che fare con il popolo afghano.

Oggi, le notizie dall’Afghanistan parlano di quanto siano malvagi i talebani, e non del fatto che il furto di 7 miliardi di dollari delle riserve bancarie del paese da parte di Joe Biden stia causando sofferenze diffuse. Recentemente, la National Public Radio di Washington ha dedicato due ore all’Afghanistan e 30 secondi al suo popolo affamato.

Al vertice di Madrid di giugno, la Nato, controllata dagli Stati Uniti, ha adottato un documento strategico che militarizza il continente europeo e aumenta la prospettiva di una guerra con Russia e Cina. Il documento propone “un combattimento bellico multidimensionale contro un contendente dotato di armi nucleari”. In altre parole, una guerra nucleare.

Dice: “L’allargamento della Nato è stato un successo storico”.

L’ho letto con incredulità.

Una misura di questo “successo storico” è la guerra in Ucraina, le cui notizie per lo più non sono notizie, ma una litania unilaterale di sciovinismo, distorsione, omissione. Ho raccontato diverse guerre e non ho mai conosciuto una propaganda così generalizzata.

Nello scorso febbraio, la Russia ha invaso l’Ucraina come risposta a quasi otto anni di uccisioni e distruzioni nella regione russofona del Donbass, al suo confine.

Nel 2014, gli Stati Uniti hanno sponsorizzato un colpo di stato a Kiev per sbarazzarsi del presidente ucraino democraticamente eletto e favorevole alla Russia, insediando un successore che gli americani stessi hanno chiarito essere il loro uomo.

Negli ultimi anni, missili “di difesa” americani sono stati installati in Europa orientale, Polonia, Slovenia, Repubblica Ceca, quasi certamente puntati contro Russia, accompagnati da false rassicurazioni che risalgono alla “promessa” di James Baker a Gorbaciov, nel febbraio 1990, secondo la quale la Nato non si sarebbe mai espansa oltre la Germania.

L’Ucraina è la linea del fronte. La Nato ha di fatto raggiunto la stessa terra di confine attraverso la quale l’esercito di Hitler irruppe nel 1941, causando più di 23 milioni di morti in Unione Sovietica.

Lo scorso dicembre, la Russia ha proposto un piano di sicurezza per l’Europa di vasta portata. I media occidentali lo hanno respinto, deriso o soppresso. Chi ha letto le sue proposte passo dopo passo? Il 24 febbraio, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha minacciato di sviluppare armi nucleari se l’America non avesse armato e protetto l’Ucraina. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Lo stesso giorno, la Russia ha invaso l’Ucraina – secondo i media occidentali, un atto non provocato di infamia congenita. La storia, le bugie, le proposte di pace, gli accordi solenni sul Donbass a Minsk non hanno contato nulla.

Il 25 aprile, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, il generale Lloyd Austin, è volato a Kiev e ha confermato che l’obiettivo dell’America è quello di distruggere la Federazione Russa – la parola che ha usato è “indebolire”. L’America aveva ottenuto la guerra che voleva, condotta per procura da una pedina sacrificabile, finanziata e armata dall’America stessa.

Quasi nulla di tutto ciò è stato spiegato alle opinioni pubbliche occidentali.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è sconsiderata e imperdonabile. Invadere un paese sovrano è un crimine. Non ci sono “ma” – tranne uno.

Quando è cominciata l’attuale guerra in Ucraina, e chi l’ha iniziata? Secondo le Nazioni Unite, tra il 2014 e quest’anno, circa 14.000 persone sono state uccise nella guerra civile del regime di Kiev nel Donbass. Molti degli attacchi sono stati condotti da neonazisti.

Guardate un servizio di ITV News del maggio 2014, realizzato dal veterano dei reporters James Mates, il quale viene bombardato, insieme ai civili nella città di Mariupol, dal battaglione Azov (neonazista) dell’Ucraina.

Nello stesso mese, decine di persone di lingua russa sono state bruciate vive o soffocate in un edificio dei sindacati di Odessa, assediato da teppisti fascisti, seguaci del collaborazionista e fanatico antisemita Stephen Bandera.  Il New York Times ha definito i teppisti “nazionalisti”.

“La missione storica della nostra nazione in questo momento critico”, ha dichiarato Andreiy Biletsky, fondatore del Battaglione Azov, “è quella di guidare le Razze Bianche del mondo in una crociata finale per la loro sopravvivenza, una crociata contro gli Untermenschen (sottouomini) guidati dai semiti”.

Da febbraio, una campagna di autoproclamati “news monitors” (“osservatori delle informazioni”), per lo più finanziati da americani e britannici aventi legami con i governi, ha cercato di sostenere l’assurdità secondo la quale i neonazisti ucraini non esistono.

Il ritocco delle fotografie, un termine un tempo associato alle purghe staliniane, è diventato uno strumento del giornalismo dominante.

In meno di un decennio, la Cina “buona” è stata “ritoccata” e la Cina “cattiva” l’ha sostituita: da laboratorio e fabbrica del mondo a nuovo Satana emergente.

Gran parte di questa propaganda ha origine negli Stati Uniti ed è trasmessa attraverso vari intermediari e vari “think tank”, come il famoso Australian Strategic Policy Institute, voce dell’industria delle armi, e da giornalisti zelanti come Peter Hartcher del Sydney Morning Herald, che ha etichettato coloro che diffondono l’influenza cinese come “ratti, mosche, zanzare e passeri” e ha auspicato che questi “parassiti” vengano “estirpati”.

Le notizie sulla Cina in Occidente riguardano quasi esclusivamente la minaccia proveniente da Pechino. “Ritoccate” sono le 400 basi militari americane che circondano la maggior parte della Cina, una collana armata che si estende dall’Australia al Pacifico e al sud-est asiatico, al Giappone e alla Corea. L’isola giapponese di Okinawa e quella coreana di Jeju sono armi cariche puntate a bruciapelo sul cuore industriale della Cina. Un funzionario del Pentagono ha descritto questa situazione come un “cappio”.

La Palestina è stata raccontata in modo errato da sempre, a mia memoria. Per la Bbc, c’è il “conflitto” tra “due narrazioni”. L’occupazione militare più lunga, brutale e illegale dei tempi moderni è innominabile.

La popolazione colpita dello Yemen esiste a malapena. È un “non-popolo mediatico”.  Mentre i sauditi fanno piovere le loro bombe a grappolo americane, con i consiglieri britannici che lavorano a fianco degli ufficiali sauditi addetti al bombardamento, più di mezzo milione di bambini rischiano di morire di fame.

Questo lavaggio del cervello per omissione ha una lunga storia. Il massacro della prima guerra mondiale è stato cancellato da reporter che sono stati insigniti del cavalierato per il loro impegno e che hanno poi confessato nelle loro memorie.  Nel 1917, il direttore del Manchester Guardian, C. P. Scott, confidò al primo ministro Lloyd George: “Se la gente sapesse davvero [la verità], la guerra verrebbe fermata domani, ma non sa e non può sapere”.

Il rifiuto di vedere le persone e gli eventi come li vedono gli altri paesi è un virus mediatico in Occidente, debilitante quanto il Covid.  È come se vedessimo il mondo attraverso uno specchio unidirezionale, in cui “noi” siamo morali e benigni e “loro” no. È una visione profondamente imperiale.

La storia quale presenza viva in Cina e in Russia è raramente spiegata e raramente compresa. Vladimir Putin è Adolf Hitler. Xi Jinping è Fu Man Chu. Risultati epici, come lo sradicamento della povertà in Cina, sono a malapena conosciuti. Quanto è perverso e squallido tutto ciò.

Quando ci permetteremo di comprendere? La formazione dei giornalisti in laboratorio non è la risposta. E nemmeno il meraviglioso strumento digitale, che è un mezzo, non un fine, come la macchina da scrivere con un solo dito e la macchina per linotype.

Negli ultimi anni, alcuni dei migliori giornalisti sono stati espulsi dai media dominanti. “Defenestrati” è il termine usato. Gli spazi un tempo aperti ai cani sciolti, ai giornalisti controcorrente, a quelli che dicevano la verità, si sono chiusi.

Il caso di Julian Assange è il più sconvolgente.  Quando Julian e WikiLeaks erano in grado di conquistare lettori e premi per il Guardian, il New York Times e altri autodefiniti importanti “giornali di cronaca”, venivano celebrati.

Quando lo Stato occulto si è opposto e ha chiesto la distruzione dei dischi rigidi e l’assassinio del personaggio di Julian, egli è stato reso un nemico pubblico. Il vicepresidente Biden lo ha definito un “terrorista hi-tech”. Hillary Clinton ha chiesto: “Non possiamo silenziarlo proprio questo tipo?”.

La seguente campagna di abusi e di diffamazione contro Julian Assange – il Relatore sulla Tortura delle Nazioni Unite l’ha definita “mobbing” – ha condotto la stampa liberale al suo minimo storico. Sappiamo chi sono. Li considero dei collaborazionisti: giornalisti del regime di Vichy.

Quando si solleveranno i veri giornalisti? Un samizdat ispiratore esiste già in Internet: Consortium News, fondato dal grande reporter Robert Parry, Grayzone di Max Blumenthal, Mint Press News, Media Lens, Declassified UK, Alborada, Electronic Intifada, WSWS, ZNet, ICH, Counter Punch, Independent Australia, il lavoro di Chris Hedges, Patrick Lawrence, Jonathan Cook, Diana Johnstone, Caitlin Johnstone e altri che mi perdoneranno se non li cito qui.

E quando gli scrittori si alzeranno in piedi, come fecero contro l’ascesa del fascismo negli anni trenta? Quando si alzeranno i registi, come fecero contro la guerra fredda negli anni quaranta? Quando si solleveranno gli autori della satira, come fecero una generazione fa?

Dopo essersi immersi per 82 anni in un profondo bagno di perbenismo, la versione ufficiale dell’ultima guerra mondiale, non è forse giunto il momento che coloro che sono destinati a dire la verità dichiarino la loro indipendenza e decodifichino la propaganda? L’urgenza è più grande che mai.

Questo articolo è una versione modificata di un discorso tenuto al Trondheim World Festival, Norvegia, il 6 settembre 2022. Titolo originale “The Silence of the Lambs. How Propaganda works”.

Traduzione dall’inglese di Giorgio Riolo

Immagine in apertura: Il varco, progetto cinematografico di Federico Ferrone e Michele Manzolini, Italia, 2019, prodotto da Kiné, Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, Istituto Luce Cinecittà, Rai Cinema, con il contributo di Emilia-Romagna Film Commission

FONTE:http://effimera.org/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda-di-john-pilger

Su “Capitale Mondo” di Robert Kurz

di Samuele Cerea

Robert Kurz, Il capitale mondo. Globalizzazione e limiti interni del moderno sistema produttore di merci, Meltemi, Milano, 2022, pp. 539, euro 30,00.

A quanto ci dicono i commentatori stiamo attraversando un’epoca di de-globalizzazione o di post-globalizzazione a base di tensioni internazionali, protezionismo, guerre commerciali, sanzioni economiche e spettri pandemici. Sugli schermi televisivi furoreggia un remake post-politico tanto desolante, quanto potenzialmente micidiale, del classico confronto tra le superpotenze nucleari, che avevamo liquidato un po’ troppo sbrigativamente come un relitto del passato, con le sue proxy-war e le sue figure emblematiche, oggi un tantino surreali. Nel frattempo le élite occidentali elogiano entusiasticamente la logica dei blocchi, auspicano con ansia la fine della dipendenza energetica, mettono in guardia sollecitamente contro il “pericolo giallo”, gli Stati-canaglia vecchi e nuovi e le torme dei falliti globali che si preparano ad assediare la “fortezza Occidente” (o il “giardino meraviglioso” nella poetica lezione di Josep Borrell).

Mentre Big Brother e Goldstein vivono ormai da tempo con noi e anche Oceania sembra a portata di mano vale ancora la pena leggere un libro pubblicato in Germania nei primi anni Duemila, quando le medesime élite politiche ed economiche urlavano dai tetti la buona novella della globalizzazione, trattando con un misto di sufficienza, di fastidio e di apprensione coloro che, ed allora erano davvero tanti, contestavano con ragioni più o meno condivisibili, l’utopia-distopia del mondo unificato?

Il saggio in questione ha per titolo “Il Capitale-mondo” (“Das Weltkapital”, 2004). L’autore, il tedesco Robert Kurz, ha finora goduto di scarsa fortuna e notorietà in Italia anche se taluni rivoli del suo pensiero affiorano talvolta nelle opere di qualche autore nostrano come fiumiciattoli carsici. Scomparso una decina di anni or sono, autore, a partire dagli anni Ottanta, di una decina di libri e di un numero assai maggiore di contributi, apparsi generalmente sulle riviste Krisis e Exit!, nonché di moltissimi articoli per quotidiani come il berlinese “Neue Zeit” e la “Folha” di San Paolo, Robert Kurz può contare da noi, negli ultimi anni, sulla traduzione de Il collasso della modernizzazione e del testo qui presentato oltre che di altri saggi più brevi.

Va detto che Kurz sconta il fatto di aver commesso numerosi peccati contro lo spirito (dei tempi). Anzitutto, contravvenendo agli anatemi postmoderni e alla tendenza attuale verso la “divisione del lavoro” filosofica, nemici giurati della “totalità” e alquanto inclini alle cineserie intellettuali, è l’orgoglioso aedo di una nuova “grande narrazione”. Animata per giunta non certo da una postura contemplativa ma decisamente rivolta verso il sovvertimento dell’ordine sociale esistente. In secondo luogo ha posato le fondamenta di questa impresa sulla base, a dir poco insidiosa, del paria ideologico Karl Marx. E nemmeno su quelle parti della teoria di Marx più o meno sopravvissute allo sconquasso successivo al 1989, come la “lotta di classe” o lo “sfruttamento”, bensì su frammenti, intuizioni, filoni, idee che si stagliano nel panorama del pensiero del filosofo di Treviri come massi erratici o come smarriti isolotti in un esteso arcipelago. Terzo, la teoria di Kurz ha un grave fastidio: analizza e interpreta la realtà sociale ma non contiene nulla che possa essere convertito in breve tempo in un programma politico, al servizio dei partiti della “sinistra” (oggi meno che mai), dei sindacati o dei movimenti di protesta.

Ma veniamo al saggio in questione. Il Capitale-mondo è un libro di grossa mole e non certo di facile lettura. E del resto, da buon seguace di Marx, anche Kurz scrive per lettori che vogliano imparare qualcosa con la propria testa. Aiuterebbe certo una conoscenza almeno elementare del quadro teorico in cui si muove l’autore ma ciò esula dai limiti di una semplice recensione. Si rimanda ad altre opere dal carattere propedeutico. Ci limitiamo a dire che la diagnosi operata da Kurz sui destini della modernità ha il suo fulcro nella critica dell’economia politica di Marx e sulle categorie, in crisi irreversibile, di valore e lavoro (astratto).

Come il riccio di Archiloco anche Robert Kurz conosce una sola cosa ma è grande. Il sistema sociale che indichiamo comunemente in una prospettiva storica con il nome di modernità o società moderna e in una prospettiva socio-economica come società capitalistica o capitalismo tout court è giunto a fine corsa e minaccia di schiantarsi. Buone notizie per gli oppositori del sistema? Non tanto. Il capitalismo ha già imboccato la strada che porta verso il cimitero dei pachidermi della storia. Il guaio è che a sotterrare il capitalismo non saranno audaci schiere di lavoratori organizzati, o qualunque surrogato sulla piazza, ma le sue stesse contraddizioni, che Kurz condensa nel concetto del “limite interno”. Il corollario di questa concezione è però che non è affatto detto che il capitalismo venga seguito da una nuova società più stabile e giusta, da un nuovo ordine coerente; al momento l’alternativa più probabile è che il capitalismo entri in una nuova “era delle tenebre”, caratterizzata dall’implosione delle istituzioni sociali e delle strutture economiche. Come ha detto altrove il nostro autore, “la prigione è in fiamme ma qualcuno ha serrato le finestre e i prigionieri sono bloccati al suo interno”.

La storia del capitalismo è quella di una dinamica irreversibile con le sue fasi. Quella analizzata da Kurz in questo saggio è l’apogeo della fase neo-liberale, iniziata alla fine dei Settanta, poi traumatizzata dalla crisi del 2008. La narrazione assembla l’analisi storica con la critica dell’ideologia, alterna capitoli in cui la natura della globalizzazione viene sviscerata sulla base di una grande quantità di dati economici (il cui filo non è sempre agevole da seguire) ad altri in cui si esaminano le conseguenze della frammentazione sociale, la crisi del denaro e della politica. Da sottolineare, in particolare, la disamina del capitale finanziario e del suo ruolo nel meccanismo dell’economia moderna. La ricchezza di temi è amplissima e Kurz ama dialogare, generalmente in termini polemici, con una moltitudine di voci presenti e passate, da Ulrich Beck a Joseph Stiglitz, da David Ricardo a Rudolf Hilferding, da Michel Aglietta a Peter Sloterdijk. Sarà possibile solo un breve excursus sul carattere generale dell’opera cui uniremo alcuni spunti critici circa numerose convinzioni diffuse oggi tra i contestatori del sistema.

Cosa turba l’apparente imbattibilità del sistema? La sua stessa logica. Nella prospettiva di Kurz la globalizzazione non è il sintomo dello stato di salute del capitale, che abbandona le mura nazionali per propagarsi con le sue catene produttive in tutto il globo ma una chiara conseguenza del fatto che il ristagno della produzione di valore, dovuto all’intervento della tecnologia informatica, della robotica – cioè della Terza Rivoluzione industriale –, costringe le imprese a una concorrenza disperata e cannibalesca, disperdendo le loro fasi produttive per il globo per approfittare del divario dei costi e delle condizioni sociali e giuridiche messe a disposizione degli Stati. Gli investimenti oggi non sono più investimenti per l’espansione ma per la razionalizzazione. Ma se le imprese se la passano male, per gli Stati va anche peggio, costretti dalla crisi delle finanze pubbliche a indebitarsi sempre più sui mercati finanziari, a privatizzare e a tagliare le infrastrutture sociali.

In quest’ottica un effetto salutare del libro potrebbe essere quello di fare piazza pulita di tutta una serie di false idee sulla crisi del sistema e sulla possibilità di venirne a capo. Il primo punto lo si potrebbe intitolare “Com’era verde la mia nazione!” E qui entra naturalmente in gioco la categoria del “sovranismo”, la testa di turco preferita dell’establishment politico-finanziario-mediatico neoliberale. Il problema del sovranismo è che i suoi apostoli più riflessivi, per la maggior parte, non sono né ottusi campanilisti, né irriducibili fustigatori della contaminazione multiculturalista, né fanatici nazionalisti, adusi ad esterofobe campagne aggressive. Il loro errore consiste invece nel credere in ciò che un tempo si chiamava il “primato della politica”, cioè nella convinzione che uno Stato-nazione, ben radicato nelle sue istituzioni, guidato da una classe dirigente volenterosa, sia in grado di controllare, governare, correggere la propria economia di mercato, dirigendola verso obiettivi consoni agli interessi nazionali e della popolazione. Questa idea, che predica l’autonomia dello Stato nei confronti dell’economia o addirittura uno status gerarchico superiore, viene però sconfessata da Kurz. Lungi da essere il nocchiero del mercato, lo Stato e con esso, in generale, la sfera politica, dipende dall’accumulazione di capitale al suo interno, da cui esso preleva ciò di cui abbisogna per le sue “politiche” (sostanzialmente allocazioni di denaro in favore di obiettivi più o meno “democraticamente” prefissati). Ma una volta che il modello dell’accumulazione fordista entra in crisi, anche lo Stato manifesta la sua natura “secondaria” rispetto alla base economica. Di fronte alla transnazionalizzazione e alla razionalizzazione dell’economia, lo Stato, come osserva argutamente Kurz, non può “transnazionalizzarsi” a sua volta, né tantomeno “licenziare” i propri cittadini ma solo operare una “razionalizzazione” distruttiva, rinunciando gradualmente a finanziare le proprie infrastrutture sociali, indebitandosi fino al collo sui mercati finanziari e arrangiandosi così da attirare la quantità maggiore possibile di investimenti.

La critica “sovranista” non vuole comprendere questa relazione causale e interpreta, ad esempio, l’adesione dell’Italia alla moneta unica europea, non come una strategia opportunistica, per quanto miope, al fine della sopravvivenza del paese nel mercato mondiale ma come l’esito del “tradimento” di una casta politica di infedeli (Prodi, Ciampi, Amato etc.), cui sarebbe necessario rispondere con una rinazionalizzazione per la quale non sussiste il benché minimo fondamento.

Del resto tra i medesimi apologeti del sovranismo vale anche il grido “Que viva Keynes!” Da tempo, nel campo della “sinistra” più o meno radicale, l’icona di Keynes gode almeno di altrettanto favore di quella di Marx. Il motivo è presto detto. Il nome dell’economista di Cambridge è associato nella memoria di ogni buon socialdemocratico con i “trenta gloriosi” del XX secolo, con la realizzazione dello Stato del benessere, con il ruolo dello Stato nell’economia. Ciò ha perfino condotto a ritenere qualcuno che la teoria di Keynes sia fondamentalmente anti-capitalista. Ma la “nostalgia keynesiana” della sinistra e per il mondo di cui è stato l’augure è necessariamente legata alle fortune dello Stato-nazione e non è più adeguata al mondo attuale.

Dunque chi ha vinto la lotta di classe? Secondo una battuta attribuita a Warren Buffett, la sua, almeno per il momento. L’idea che la globalizzazione o, più in generale, l’epoca dei movimenti di capitale senza controllo coincida con una “rivincita” dell’élite globale capitalistica, dopo il micidiale affondo delle classi subalterne del secondo dopoguerra è stata sostenuta in tempi relativamente recenti, ad esempio, da David Harvey, secondo il quale il neoliberismo nel suo complesso sarebbe una colossale strategia di intervento del potere privato, delle grandi società industriali e finanziarie, le quali stanche di veder erosi i loro tassi di profitto a vantaggio della classe lavoratrice avrebbero plasmato le classi dirigenti al fine di rilanciare il dominio del potere economico sulla società.
Ma per Kurz l’avanzata della dottrina neoliberale alla fine degli anni Settanta non è stata altro che la risposta “passatista”, perché basata su di un recupero di alcuni aspetti della teoria dell’economia neoclassica, già falliti nell’epoca delle due guerre, alla crisi economica intervenuta in quel periodo. Era stata proprio la difficoltà nell’accumulazione del capitale, dovuta ai primordi della Terza Rivoluzione industriale, e la conseguente crisi del modello keynesiano, a suggerire la necessità di flessibilizzare il lavoro, ridurre la spesa pubblica, privatizzare tutto ciò che era possibile, fino allo sviluppo estremistico del settore finanziario. Dunque alla radice di questa vittoria della “classe sbagliata” c’era il fallimento del vecchio modello, quello della “classe giusta”, non una forma di revanscismo sociologico.

La principale illusione è quella di credere che l’economia di mercato e la democrazia politica non siano in sé cose troppo negative e che il problema consista solo nel combattere tutti quei soggetti che deformano il sistema per il proprio tornaconto. E allora per invertire la tendenza verso la crisi basterebbe che la politica smettesse di concentrarsi solo sul debito pubblico e sul prodotto interno lordo, come chiedono gli eurocrati, ma pensasse invece a promuovere posti di lavoro e aumenti salariali, che si chiudesse una volta per tutte con le privatizzazioni e con la socializzazione delle perdite del settore bancario e finanziario, che si ponessero paletti alla delocalizzazione delle imprese. In poche parole, occorrerebbe ripristinare un “mercato corretto”, immune dall’influenza dell’establishment e dei suoi lobbysti. Il progressivo degrado delle condizioni di vita non sarebbe quindi figlio della dinamica del capitalismo ma solo il frutto di strategie politiche manipolative.

La conclusione più reale è invece che le spaventose disuguaglianze che caratterizzano l’era del capitalismo neoliberale non sono il risultato di una strategia consapevole di élite ben decise a riaffermare il proprio punto di vista di classe ma la conseguenza logica e coerente del fatto che il capitalismo fallisce in ciò che esso ha di più essenziale, vale a dire l’accumulazione di valore effettivamente valido. La società dei “trenta gloriosi” del secondo dopoguerra, l’apoteosi del capitalismo “socialdemocratico”, nei limiti del mondo dell’Occidente sviluppato, con il suo solido capitalismo industriale in espansione, accompagnato da un settore creditizio e finanziario ancillare, si è estinta proprio perché tale modello fatto di sostanziale piena occupazione, di Stato sociale, di crescita dei redditi etc., si era ormai infilato in vicolo cieco fatto di stagnazione e inflazione.

L’abnorme crescita del capitale finanziario, favorita con ogni mezzo sul piano giuridico e normativo dalle classi dirigenti di ogni paese (anche se naturalmente non dappertutto con la stessa prontezza e la stessa rapidità) era dunque necessaria per simulare una crescita economica in totale assenza di una valorizzazione reale del capitale. La soppressione di tutte le catene che ostacolavano la libera circolazione del capitale finanziario era indispensabile, non solo perché lo esigevano gli interessi soggettivi degli attori interessati, ma soprattutto per una imperativa esigenza sistemica: il salvataggio, in ultima analisi illusorio, del sistema di mercato.

Si aggiunga inoltre che questa eclatante asimmetria di ricchezza e di reddito che caratterizza la nuova era neoliberale non è affatto eccezionale nella storia del capitalismo. Come illustra lo stesso Kurz in un altro saggio (“Schwarzbuch Kapitalismus”, 1999) la tendenza del capitalismo è sempre stata quella di ridurre al minimo il consumo delle masse, di deteriorare fino all’estremo la vita sociale. Questo fa sì che la relativa “cuccagna” dell’Età dell’oro fu un evento eccezionale, una sorta di effimero periodo di tepore in un’epoca di glaciazione.

Ne risulta che l’idea del “primato della politica”, della possibilità da parte di una classe dirigente benintenzionata e “popolare” possa ripristinare l’Eden fordista mediante misure redistributive e una nuova strategia di sviluppo economico è una mera illusione. L’“estate di san Martino” del capitalismo non tornerà mai più, tantomeno per mano di un sovranismo progressista.

FONTE: https://www.carmillaonline.com/2022/12/18/globale-e-bello-su-capitale-mondo-di-robert-kurz/

Approvata la nona tranche di sanzioni alla Russia nonostante l’economia italiana vada incontro a nuova recessione e un’ulteriore crisi sociale

di Andrea Vento

Come preannunciato da alcuni giorni, il 16 dicembre il Consiglio Europeo, evidentemente non appagato dagli effetti delle tranche precedenti, ha approvato il nono pacchetto di sanzioni contro la Russia introdotte a partire dal 23 febbraio scorso, due giorni dopo il riconoscimento da parte di Mosca delle Repubbliche Popolari del Donbass e uno prima dell’inizio dell’invasione via terra1.

Nonostante tali misure restrittive, da un lato, non stiano incidendo sulle sorti del conflitto, nel cui contesto l’esercito russo continua a sparare giornalmente dai 30.000 ai 50.000 colpi di artiglieria mentre le forze ucraine non sembrano nemmeno in grado di mantenere il ritmo dei 7.000, dall’altro, stanno avendo pesanti ripercussioni sul ciclo economico e sui flussi commerciali degli Stati che le hanno comminate2. In particolare per quanto riguarda il nostro Paese ilFondo Monetario Internazionale (Fmi) nel suo ultimo Outlook dell’11 ottobre prevede per l’Italia, a seguito degli effetti dell’inasprimento delle sanzioni, una variazione negativa del Pil per il 2023 del -0,2% (rispetto a +0,7% di luglio). Il nostro risulterebbe l’unico Paese in recessione dell’eurozona insieme alla Germania (-0,3%), non causalmente i due Stati maggiormente dipendenti fino allo scorso anno dalle forniture russe, quantificate intorno al 40% del fabbisogno nazionale di entrambi.

Carta 1: le previsioni economiche per il 2023 del World Economic Outlook del Fmi di ottobre 20223.

La destabilizzazione della ripresa post-pandemica italiana e comunitaria risulta, peraltro, accompagnata da una decisa impennata dell’inflazione tendenziale annua, dall’Istat confermata a novembre, in linea con quella di ottobre, all’11,8%, la quale sta causando gravi problemi alle imprese, oltre a ridimensionare in maniera significativa il potere d’acquisto di pensioni, salari e stipendi.

Incuranti del rallentamento economico in cui si sta impantanando l’Eurozona (solo +0,5 nel 2023 secondo l’Outlook di ottobre del Fmi, tab. 1), il Consiglio della Banca Centrale Europea (Bce) nella riunione del 15 dicembre ha deciso, per la quarta volta a partire da luglio, l’innalzamento dei tassi di interesse, questa volta dello 0,50%, portando il saggio di riferimento al 2,5% nell’intento di contenere la spinta inflazionistica e presagendo un ulteriore aumento a marzo 2023. Il rialzo dei tassi, oltre ad incidere negativamente sulle rate dei mutui delle famiglie, comporterà per il nostro Paese, secondo il Centro Studi della Cgia di Mestre, un appesantimento dell’onere degli interessi sulle imprese pari 14,9 miliardi di euro. Politiche monetarie restrittive che provocheranno, in base alle previsioni dell’agenzia EY, una riduzione dei prestiti bancari dell’1,8%4, che insieme all’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime già in corso difficilmente potranno evitare una nuova caduta in recessione della nostra economia (tabella 1).

Tabella 1: previsioni economiche dei 4 World Economic Outlook del 2022 del Fmi per l’anno 2023


Previsioni economiche per l’anno 2023

Gennaio 22Aprile 22Luglio 22Ottobre 22
Eurozona2,5%2,3%1,2%0,5%
Italia2,2%1,7%0,7%– 0,2%
Germania2,5%2,7%0,8%– 0,3%
Russia2,1%– 2,3%– 3,5%– 2,3%

A supporto del fosco trend prospettato dal Fmi, troviamo anche le proiezioni macroeconomiche per l’Italia per il quadriennio 2022-25, elaborate dagli esperti della Banca d’Italia di concerto con la Bce e pubblicate da Via Nazionale il 16 dicembre in contemporanea con l’approvazione della nona tranche di sanzioni (e diffuse il giorno prima dal sito della Bce insieme a quelle degli altri membri dell’Eurozona), le quali rivelano un’incomprensibile distonia prospettica e funzionale nell’operato delle istituzioni comunitarie. Il rapporto, a fianco di un poco probabile scenario base, prevede, sulla scorta della persistente alta inflazione, del rialzo dei tassi e delle perseveranti tranche di sanzioni, altro ben più realistico quadro avverso nell’ipotesi di una eventuale interruzione permanente dei flussi di materie prime energetiche dalla Russia, il quale provocherebbe una limitata disponibilità di gas nel prossimo inverno e in quello successivo. Al netto delle strategie della speculazione finanziaria che hanno determinato l’impennata del gas già da settembre 20215, il rapporto “ipotizza che la riduzione nell’offerta di materie prime energetiche comporti un forte aumento delle loro quotazioni sui mercati internazionali, una maggiore incertezza, in particolare nei mesi invernali 2023 e del 2024, e un marcato indebolimento del commercio mondiale”. Il rapporto conclude affermando che “in questo scenario il Pil si ridurrebbe di circa l’1% sia nel 2023 sia nel 2024 e rimarrebbe poco più che stagnante nell’anno successivo (poco sopra lo zero). L’inflazione al consumo salirebbe ulteriormente nel 2023, avvicinandosi all’11% (come valore medio annuo, ndr), per poi scendere progressivamente, riportandosi al 2,0% nel 2025”6. Con i consumi e gli investimenti in macchinari in contrazione e una disoccupazione stabile all’8,3% nei prossimi 2 anni. Previsioni, peraltro, in linea con quelle della principale agenzia di rating, Standard & Poors, del 9 dicembre7 nelle quali, nel 2023, la flessione del Pil per il nostro Paese viene quantifica in -1,1% e per l’Eurozona addirittura in -0,9%.

Quindi secondo la Bce e la Banca d’Italia, il nostro Paese che ha già rinunciato volontariamente al carbone e al petrolio russo, a seguito delle varie tranche di sanzioni e prevede di fare a meno del gas di Mosca con il piano comunitario REPowerEU del 18 maggio8, in caso di ulteriore inasprimento delle sanzioni, come in realtà già accaduto il 16 u.s, e probabili ritorsioni russe, scenderà in recessione nei prossimi due anni, uno scenario più drammatico di quello dipinto dal Fmi ad ottobre. Il tutto, in attesa del consueto Outlook di gennaio dell’Istituto di Washington, nel quale le previsioni saranno quasi sicuramente riviste al ribasso.

Le ricadute delle sanzioni e dell’aumento dei prezzi sul nostro commercio estero

L’aumento dei prezzi che sta interessando il nostro Paese, e in generale tutte le economie occidentali, dalla seconda metà del 2021, si caratterizza come una tipica inflazione importata generata dall’aumento del costo delle materie prime provenienti dall’estero, a causa di un mix di fattori: l’inadeguatezza dell’offerta al cospetto dell’incremento della domanda sospinta dalla ripresa post-pandemica (i cosiddetti colli di bottiglia), le spregiudicate strategie della finanza speculativa tramite strumenti derivati, le sanzioni occidentali imposte alla Russia e, da ultimo, gli effetti della guerra in Ucraina, in termini di varie difficoltà di approvvigionamento, fra i quali il sabotaggio dei gasdotti North Stream 1 e 2. L’elevata inflazione in essere, considerata dagli esperti una delle più gravi problematiche che possono affliggere un’economia, oltre ad aver indotto le banche centrali, Federal Reserve (Fed), Banca Centrale Europea e Bank of England (BoE) in primis9, all’aumento dei tassi di riferimento con effetti depressivi sul ciclo economico (rallentamento e recessione), incidono, a livello sociale sulla contrazione del potere d’acquisto dei lavoratori, mentre in campo commerciale generano effetti negativi sull’interscambio estero.

Su quest’ultimo aspetto, l’Istat nel suo ultimo report10 del 16 dicembre, ci mostra come il saldo della nostra bilancia commerciale abbia cambiato di segno, passando in campo negativo, proprio da dicembre 2021 (grafico 1), non causalmente, in corrispondenza del primo picco a 110 euro a MegaWatt/ora dei prezzi dei contratti spot (vale a dire a pronti) del gas su mercato Ttf di Amsterdam (tabella 2), per poi mantenersi passiva fino ad ottobre 22, ultimo mese di disponibilità dei dati.

Grafico 1: saldo della bilancia commerciale italiana fra gennaio 2017 e ottobre 2022. Fonte Istat

Tabella 2: prezzi medi mensili in euro delle transazioni spot del gas sul mercato olandese Ttf fra aprile 2021 e novembre 2022 al metro cubo e per MegaWatt/ora11


I prezzi medi mensili dei contratti spot del gas nel mercato Ttf in €
MeseAnnoCosto in al mcCosto in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20
Settembre20222,019188,69
Ottobre20220,85079,44
Novembre20220,97591,18

Dal rapporto in questione, fra le varie, si evince come nei primi 10 mesi di quest’anno, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, il valore delle nostre esportazioni sia cresciuto del 20,8%, mentre quello delle importazioni di ben il 41,8%, principalmente a causa dell’impennata del 151,7% della “bolletta” dell’energia importata, facendo sprofondare il saldo della bilancia commerciale fra gennaio e ottobre a -33,57 miliardi di euro.

Una debacle commerciale, riconducibile in primis alle poco avvedute sanzioni comminate alla Russia e ai suoi vari effetti collaterali, che è andata aggravandosi nel terzo trimestre dell’anno in corso, nel quale, rispetto al precedente (variazione congiunturale), il valore dell’export è addirittura diminuito dello 0,7% e quello dell’import è invece cresciuto del 3,9%.

L’Istat, infine, ci indica che è crollato anche il nostro interscambio commerciale con la Russia ad ottobre 2022 su base tendenziale (rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente), quantificato in -30,9% per l’export e, addirittura, del -44,2% per l’import, con un controvalore totale dell’interscambio annuo fra Roma e Mosca di 25 miliardi di euro nel 2021. Ciò in conseguenza delle sanzioni adottate su pressione statunitense e del piano REPowerEU a causa dei quali abbiamo ridotto l’export e l’acquisto dalla Russia di materie prime minerarie, prodotti siderurgici, petrolio e, soprattutto, gas via conduttura, acquistato tramite convenienti contratti pluriennali, sostituendolo, oltre che con maggiori forniture tramite il gasdotto algerino, anche con l’aumento dell’import del Gas Naturale Liquefatto (Gnl) via nave12, a costi decisamente più elevati, da Stati Uniti, Qatar e, situazione paradossale, anche dalla Russia stessa, passato da 11,3 a 16,2 miliardi di mc nei primi 10 mesi di quest’anno (+46%) rispetto al corrispondente periodo del 202113 e con l’aggravante dell’incertezza nella continuità di forniture.

Mentre la transizione energetica, insieme all’inefficiente ministro Cingolani, è rimasta al palo, le famiglie e le imprese italiane arrancano per l’insostenibile aumento delle spese energetiche e dell’inflazione in generale a causa di improvvide scelte in campo economico e di politica internazionale.

I costi degli interventi per la guerra, le spese militari e il caro energia

Una volta acquisito, alla luce dell’analisi effettuata, che dal punto di vista economico e sociale il trend in atto è destinato ad aggravarsi nel prossimo biennio, con un sempre più probabile ritorno in recessione a soli 3 anni da quella pandemica e un aumento dell’aumento della povertà assoluta, in aggiunta ai 5,6 milioni di persone già quantificate per 2021 dall’Istat a giugno scorso14, non resta che individuare quanto lo Stato italiano abbia speso per la guerra in Ucraina e per contenere l’impatto dell’aumento dell’energia su famiglie e imprese.

Per quanto riguarda il solo costo degli armamenti inviati fino a tutto novembre, in base ai calcoli effettuati dall’Osservatorio Mil€x su dati del Ministero della Difesa, ammonterebbe a 450 milioni di euro, in attesa di ulteriori decisioni con la finanziaria in corso di definizione15. Dall’analisi delle tabelle preliminari della Legge di Bilancio 2023, sempre effettuata dalla stessa associazione, risulterebbe che il bilancio ordinario della Difesa passerebbe da 25,9 a 27,7 miliardi di europer il 2023, a causa principalmente dell’aumento dei costi del personale di Esercito, Marina e Aeronautica di 600 milioni di euro e dell’acquisto di nuovi armamenti per 700 milioni ai quali vanno aggiunti gli stanziamenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) per le missioni all’estero, pari a 1,5 miliardi di euro, con un aumento del 10% rispetto al 202216.

Le spese per il contenimento del caro energia, invece, secondo il think tank belga Bruegel (Brussels European and Global Economic Laboratory), ammonterebbero per il nostro Paese a ben 49,5 miliardi di euro fra settembre 2021, inizio dell’impennata del gas, e il termine del mandato di Draghi, risultando il secondo Paese dell’Ue per valore assoluto, dietro solo alla Germania e il terzo in rapporto al Pil (2,8%)17. Ai quali vanno aggiunti ben 21 dei 35 miliardi (pari a 2/3) dell’intera manovra di Bilancio 2023 predisposta dal Governo Meloni, al momento ancora non sottoposta all’approvazione parlamentare. In totale l’entità della spesa ammonterebbe al momento ad oltre 70 miliardi di euro, in sostanza fatti in dono dal contribuente italiano alla speculazione finanziaria, nonché frutto delle scellerate sanzioni imposte alla Russia.

Tutto ciò, mentre nel DDL Bilancio 2023 approvato dal Consiglio dei Ministri il 22 novembre, con il quale il Governo ha predisposto la proposta di Legge di Bilancio, non v’è traccia del termine sanità fra i capitoli di spesa18, abbandonando a se stesso il Sistema Sanitario Nazionale affossato da ben 37 miliardi di euro di definanziamento fra il 2010 e 2019 secondo la Fondazione Gimbe19 e ormai letteralmente prossimo al collasso, anche a causa della pressione esercitata sugli ospedali dalla nuova ondata pandemica.

Conclusioni

Risulta evidente a chi avesse l’accortezza di esaminare i processi reali economici, finanziari e geopolitici in atto analizzando i dati ufficiali e i contenuti delle decisioni dei governi europei, senza avventurarsi su affermazioni superficiali o, nel peggiore dei casi, tendenziose, che la crisi geopolitica, energetica, economica e, conseguentemente, sociale in atto è frutto dell’impudente operato della speculazione finanziaria, dell’incapacità di svincolarsi dal masochistico assoggettamento geopolitico statunitense che ci ha portato a continuare ad adottare supinamente le sanzioni alla Russia, anche in evidenza di pesanti ricadute negative. Oltre al fatto di perseverare nelle forniture di armamenti senza produrre alcun sforzo diplomatico teso al raggiungimento del cessate il fuoco e all’apertura di un serio ed efficace negoziato in sede Onu che apra le porte ad una pace stabile e duratura.

E’ assolutamente necessario che l’anestetizzata opinione pubblica nazionale prenda coscienza dell’incapacità della nostra classe politica di tutelare gli interessi generali dl Paese e tanto meno dei ceti popolari, i quali negli ultimi 15 anni sono stati schiacciati da ben 3 crisi economiche: dei mutui sub-prime del 2008-9, del debito del 2012-14 e quella gravissima (-8,9%) pandemica del 2020 e, a breve, saranno travolti anche dalla quarta.

Se non ora quando, una mobilitazione popolare che chieda con forza un radicale cambio di paradigma?

Andrea Vento – 20 dicembre 2022

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Note:

1 https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/12/16/russia-s-war-of-aggression-against-ukraine-eu-adopts-9th-package-of-economic-and-individual-sanctions/

2 Per i dettagli: “Crisi ucraina: un primo bilancio delle sanzioni alla Russia” di Andrea Vento

3 https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2022/10/11/world-economic-outlook-october-2022

4 https://www.ilsole24ore.com/art/imprese-l-aumento-tassi-d-interesse-bce-costera-quasi-15-miliardi-piu-AEesc7NC

5 Raffaele Picarelli: “Finanza e mercato dell’energia” e “Il vero atto di nascita dell’incremento dei prezzi dell’energia, dell’inflazione e dell’aumento dei tassi”.

6 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/proiezioni-macroeconomiche/2022/Proiezioni-Macroeconomiche-Italia-dicembre-2022.pdf

7 https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/12/09/sp-nel-2023-recessione-in-italia-piu-pesante-11-pil_51c7ef18-ef3a-4fc5-a5f2-1ef3828bde72.html

8 https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal/repowereu-affordable-secure-and-sustainable-energy-europe_it

9 Anche Messico, Svizzera, Taiwan, Filippine, Norvegia, Danimarca e Colombia hanno aumentato i saggi d’interesse

10 https://www.istat.it/it/files//2022/12/Commercio-con-lestero-e-prezzi-allimport_102022.pdf

11 https://luce-gas.it/guida/mercato/ttf-gas

12 https://www.infodata.ilsole24ore.com/2022/11/05/ecco-come-litalia-ha-saputo-compensare-nei-primi-dieci-mesi-del-2022-le-forniture-mancanti-di-gas-dalla-russia/

13 https://www.ilsole24ore.com/art/l-europa-fa-pieno-gas-liquefatto-ma-quinto-arriva-russia-AEaPNsFC

14 https://www.istat.it/it/files/2022/06/Report_Povert%C3%A0_2021_14-06.pdf

15 https://www.milex.org/2022/11/28/armi-inviate-allucraina-finora-il-costo-per-litalia-e-stato-di-450-milioni-di-euro-la-stima-dellosservatorio-milex/

16 https://www.milex.org/2022/12/02/spese-militari-italiane-aumento-anche-2023/

17 https://www.dire.it/30-08-2022/781434-governo-draghi-aiuti-caro-energia/

18 https://www.mef.gov.it/inevidenza/DDL-Bilancio-approvato-dal-Cdm-manovra-da-35-miliardi/

19https://www.gimbe.org/osservatorio/Report_Osservatorio_GIMBE_2019.07_Definanziamento_SSN.pdf

‘Historia magistra vitae…’ intervista a Angelo d’Orsi

di Alba Vastano

Disintermediati dai social e condizionati dal tam-tam h.24 delle news televisive, viviamo in full immersion nell’informazione mainstream e i più, orfani della conoscenza storica e quindi delle dinamiche che hanno segnato i grandi mutamenti sociali, economici e politici, tendono a soffermarsi sui fatti attuali, quasi mai legati propriamente alle fonti storiche che ne accertino la veridicità. E per questo si fa un gran vociare e si dà credito ad affermazioni, spesso totalmente artefatte dal rumor sempre più confuso dei media, e a fittizie verità, scollegate dalla storia.

Così si costruiscono pensieri unici e omologati (che tanto fanno il gioco dei lorsignori del potere) e convinzioni errate che alterano la verità dei fatti. Si può, quindi, affermare che solo chi ha indagato profondamente sui grandi eventi storici che hanno modificato gli aspetti e gli assetti delle comunità (perché la conoscenza della storia è frutto dell’ indagine accurata degli eventi) può comprenderne gli sviluppi e le conseguenze. E allora converrebbe porsi degli interrogativi sui grandi fenomeni che dal passato s’intrecciano con il presente e determineranno il futuro dei popoli, in particolare delle generazioni a venire.

Pertanto è ‘cosa buona e giusta’, soprattutto utile per svelare e per conoscere la verità sostanziale dei fatti storici, porre le più scottanti questioni che agitano oggi la nostra esistenza a chi della conoscenza della storia ne fa ‘… vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (Cicerone, De Oratore, II, 9, 36).

Nell’intervista che segue, il professor Angelo d’Orsi, illustre storico, risponde agli interrogativi sui grandi eventi di oggi, legando gli eventi in corso alle dinamiche storiche del passato.

* * * *

Alba Vastano: Fascismo, oggi termine troppo sdoganato e non sempre calzante. Professor D’Orsi potrebbe definire il senso e fare un excursus sul peso drammatico che ha avuto storicamente il fascismo degli anni ‘20, quello che impose alla nazione un regime totalitario e portò il Paese in guerra? Si conosceranno pure i fatti storici, ma forse ai più sfuggono le cause dell’affermarsi del fascismo e perché oggi con l’affermarsi in Europa dei nazionalismi e le guerre in corso se ne ripresentano inequivocabili segnali.

Angelo d’Orsi: Il fascismo nasce come movimento storico, per diventare poi un modello politico, imitato, riprodotto, adattato alle singole realtà nazionali o locali, e modificato sulla base della personalità di coloro che rilanciavano quel modello, in Germania, in primo luogo, ma anche altrove, dalla Gran Bretagna al Giappone. Le cause della vittoria di Mussolini in Italia sono molteplici, naturalmente, e vanno collocate nel contesto della crisi sociale ed economica succeduta alla Grande guerra, una crisi che ebbe l’aspetto di uno scontro epocale tra reazione e rivoluzione. Il fascismo vinse in Italia per quattro ragioni fondamentali: 1) era un movimento (e poi dal 1921) un partito militare, organizzato cioè come un esercito, e armato; mentre gli avversari erano disarmati e disorganizzati; 2) gli avversari erano divisi oltre che disorganizzati, e sottovalutarono Mussolini e i Fasci; 3) Mussolini godette fin dai suoi esordi del favore dei ceti possidenti, prima di tutto gli agrari, quindi gli imprenditori industriali e i finanzieri; 4) accanto a questo, va ricordata la tolleranza che spesso fu connivenza, e addirittura complicità, delle istituzioni, dall’Arma dei Reali Carabinieri alla magistratura, dall’esercito alla magistratura, fino alla suprema autorità, il sovrano regnante, Vittorio Emanuele III. Perché un movimento come i Fasci ebbe questi appoggi? Perché si voleva impedire che in Italia accadesse qualcosa di analogo a quanto avvenuto in Russia (si ricordi la diffusione dello slogan “fare come la Russia”), ossia la rivoluzione, e si voleva altresì “dare una lezione” ai socialisti, che tanto avevano fatto per il riscatto delle classi subalterne. Passò nelle classi dominanti l’idea che il fascismo potesse essere lo strumento adatto a tale scopo: una sorta di bastone da usare per ridimensionare il socialismo, e rimettere “al loro posto” contadini e operai. Poi accadde la storia dell’apprendista stregone: Mussolini, che era divorato da una sete di potere straordinaria, e che si comportava secondo un orientamento che era semplicemente opportunista, prese gusto al potere, e volle esercitarlo a modo suo, anche se nella sostanza continuò a fare il gioco dei gruppi dominanti, ma con la capacità di guadagnare un notevole consenso anche tra i gruppi dominati.

A.V.: Se non si conoscono e non si comprendono le conseguenze della Prima guerra mondiale non si può comprendere il fascismo. È così? Può spiegare come si lega storicamente l’affermarsi del fascismo alla Prima guerra mondiale?

A. d’O.: La Grande guerra fu la fucina in cui si formò il movimento mussoliniano, che in effetti nacque come associazione di reduci (Fasci di combattimento), una delle tante, che tuttavia ebbe fortuna sia per l’indubbia capacità manovriera del fondatore, che aveva come sostrato un cinismo opportunistico, che seppe interpretare il disagio di chi rientrando dal fronte non trovava quell’accoglienza trionfale che sperava, e che anzi faceva fatica e reinserirsi nella vita civile. E il futuro duce fu abile nell’intercettare la frustrazione degli ufficiali e sottufficiali di complemento che rientrando dalla guerra, scoprivano di avere perduto ogni autorità, mentre al fronte avevano in pugno la vita e la morte dei loro soldati. E Mussolini seppe sfruttare appieno le proteste nazionaliste per la “vittoria mutilata” che avevano trovato in D’Annunzio il loro corifeo. Ma fu determinante l’appoggio delle classi possidenti che nella guerra e grazie ad essa avevano maturato sovraprofitti, e che temevano che come in Russia anche in Italia la guerra producesse sommovimenti rivoluzionari; ed era il medesimo timore della monarchia, che dunque guardò con favore ai Fasci mussoliniani.

A.V.: Gramsci in carcere nei Quaderni indaga sulla lezione leninista e fa riflessioni sulla sconfitta e sul fallimento dell’ipotesi di portare il socialismo nell’Occidente capitalista. Oltre all’uomo Gramsci e al militante rivoluzionario quale movimento ne uscì sconfitto?

A. d’O: L’intera produzione gramsciana in carcere e in clinica (almeno la prima, a Formia, tra il ’33 e il ’35), fu dominata dalla meditazione sulla sconfitta: una sconfitta come uomo, come padre, come marito, come dirigente politico, come militante rivoluzionario. Ma la sconfitta era dell’intero movimento rivoluzionario, e doveva obbligare a una riflessione sulle sue cause, ma altresì sulla necessità di ridefinire un percorso. A Gramsci era evidente che occorreva cambiare il modello di riferimento, che non poteva essere più quello del 7 novembre 1917, ossia la presa del potere attraverso l’assalto frontale. Gramsci elabora una dicotomia che non è solo geografica, ma sociale, economica, culturale, tra “Occidente” e “Oriente”. In Occidente, ossia nei Paesi a capitalismo maturo, la rivoluzione doveva essere concepita come un processo, volto alla conquista dell’egemonia, e quindi richiedeva un ruolo importante per gli intellettuali, visti appunto come costruttori di egemonia. La differenza, rilevante, fra le società occidentali e orientali, implicava una diversità di modello rivoluzionario. Non una rinuncia, dunque, bensì una ridefinizione: la rivoluzione “in Occidente” era ancora pensabile,ma con ben altra modalità. Questa idea fu confermata a Gramsci dalla crisi di Wall Street del 1929, quando la sua interpretazione si differenziò radicalmente da quella del Comintern che credette di scorgere il crollo del capitalismo, nel crollo della borsa di New York; Gramsci pensò che quella crisi, come i ceti capitalisti seppero gestirla, con la politica fordista degli alti salari, avrebbe finito per rafforzare il sistema, trasformando i lavoratori, vittime dello sfruttamento, in complici, perché la borghesia americana prima che essere classe dominante era classe dirigente, ossia in grado di esercitare egemonia prima che dominio. In Occidente, appunto, se i subalterni volevano raggiungere il potere devono saper essere classe dirigente, ossia realizzare una contro-egemonia rispetto a quella borghese. Dunque importanza degli strumenti culturali,per costruire l’egemonia che si fonda essenzialmente, anche se non esclusivamente, sul consenso, invece che sulla coercizione.

A.V.: Si può affermare che il filo che lega tutti i fascismi o rigurgiti di fascismo nasce dal radicarsi nella percezione popolare dei nazionalismi che reprimono ogni volta e in ogni modo il tentativo di esportare l’esperienza e il modello della rivoluzione del 1917?

A. d’O.: Non direi i nazionalismi, ma semplicemente la paura della rivoluzione: e quella del 1917, la rivoluzione bolscevica, se da un lato ha sprigionato una forza capace di far sentire a tutti gli oppressi del mondo assai concreta la possibilità del riscatto, dall’altro ha generato paure che partorirono la controrivoluzione, e il fascismo fu una forma di controrivoluzione, persino, in Italia, preventiva.

A.V.: Un neo fascismo è già apparso nel secondo dopoguerra, anni ‘70, nell’epoca dello stragismo. Può ricordare le cause che portarono il Paese in quei duri anni di piombo che la nostra generazione ha vissuto con angoscia?

A. d’O: Gli anni Settanta furono certo anni di terrore, quello che ammazzava, distruggeva, ma anche quello che ci faceva appunto vivere “con angoscia”; nondimeno furono anni di grandi risultati, quelli preparati dal decennio precedente, e in generale dai “trenta gloriosi”, sul piano internazionale in Occidente, ossia i tre decenni post-guerra. Le grandi leggi di riforma istituzionale, sociale, lavorativa sono tutte della prima parte di quel decennio. La ripresa del fascismo, che peraltro va detto è una specie di fiume carsico, che di tanto in tanto riaffiora, per poi inabissarsi di nuovo, è legata proprio ai moti sociali degli anni Sessanta, e ai nuovi equilibri politici che faticosamente si andavano definendo, tra pressioni vaticane e condizionamento Usa, grande criminalità e lobbies di varia natura, tutti soggetti che remavano contro il progresso del mondo del lavoro, contro le conquiste realizzate e quelle in prospettiva e soprattutto contro un “regime change” che avrebbe potuto avvicinare il PCI alla stanza dei bottoni. L’eliminazione di Aldo Moro fu il punto culminante di questa azione, anche se gli esecutori materiali del rapimento (e dell’uccisione degli uomini della scorta, non dimentichiamo) furono personaggi, anzi “personaggetti”, della sinistra sedicente rivoluzionaria. Certo in nessun paese occidentale si registrò qualcosa di paragonabile allo stragismo neofascista, che faceva da contraltare al terrorismo definito “rosso”, che produsse enormi danni alla sinistra italiana, procurando un suo arretramento politico e sociale.

A.V.: Quanti danni ha arrecato e continua ad arrecare alla storia il revisionismo storico, praticato dalle classi dominanti? Mi riferisco, in particolare, all’equiparazione del Parlamento europeo (Strasburgo, 19 settembre 2019) fra fascismo e comunismo…

A. d’O: Il revisionismo nato come tendenza storiografica si è poi trasferito sul piano giornalistico e quindi arrivando decisamente su quello politico, concentrandosi su alcuni temi peculiari che si prestavano alla discussione, data la loro forte caratura politica: il Risorgimento, il fascismo, la Resistenza. Nel passaggio dalla storiografia al giornalismo il revisionismo ha perso quel minimo di scientificità che aveva la pratica della revisione, per diventare un vero e proprio movimento ideologico sostanzialmente in chiave antiprogressista e specificamente anticomunista. Il revisionismo, giunto in era berlusconiana alla sua fase estrema, che io stesso, con un neologismo, ho appellato “rovescismo”, è stato un potente strumento di delegittimazione della sinistra, e lo si è lasciato correre, senza opporvisi con il vigore necessario, anche perché i revisionisti hanno sempre avuto grande spazio mediatico, sono stati coccolati e riveriti, anche grazie alle posizioni rilevanti raggiunte nelle università, nell’editoria, nei giornali, nelle diverse istituzioni culturali e della comunicazione a cominciare dalle reti radiotelevisive. Si tratta di un fenomeno sovranazionale che ha coinvolto in particolare tre Paesi europei, Francia, Germania, Italia. E l’Unione Europea, dominata da un qualunquismo tendenzialmente di destra, non ha perso tempo per inserirsi in questo filone, arrivando fino alla grottesca risoluzione del 19 settembre 2019, che equiparava nazifascismo e comunismo. La cosa più grave è che la quasi totalità dei rappresentanti italiani ha sostenuto tale risoluzione, a cominciare dai deputati del PD. Un fatto a dir poco sconcertante. In conclusione il revisionismo ha prodotto un danno irreparabile alla storia stessa: facendola passare da sapere scientifico, a opinione. Un campo, insomma, in cui tutti possono dire la loro, e quel che afferma Bruno Vespa vale tanto quanto ciò che scrive uno studioso che ha decenni di lavoro di ricerca bibliografica e archivistica e di insegnamento alle spalle.

A.V.: Parliamo anche dei primi provvedimenti di Piantedosi, ministro degli Interni verso le Ong e del ministro dell’Istruzione e del merito Valditara che punta sulla meritocrazia e financo sul metodo dell’umiliazione (sebbene abbia ritrattato tergiversando sul senso), Per non parlare delle modalità da dente avvelenato del ministro delle Infrastrutture, Salvini. È stato sdoganato il nuovo fascismo? O cos’altro e come si può definire la matrice del governo della premier Meloni, colei che ha urlato ai quattro venti dalla Vox spagnola a prima di essere nominata premier il,mantra ‘Dio, patria e famiglia’ di stampo mussoliniano?

A. d’O: Questo della signora Meloni è un governo che sebbene fascista nell’etichetta di alcuni dei suoi esponenti a cominciare dalla presidente, finora ha portato avanti un alinea politica “draghiana”, con gli abbellimenti in puro stile fascistoide di taluni ministri, e le stesse parole d’ordine della premier, che ha mostrato una notevolissima dose di camaleontismo e di opportunismo. Ha impiegato meno di una manciata di ore a buttare alle ortiche gli orpelli palesemente fascisti, ma ha trattenuto la sostanza, che peraltro è largamente quella di Mario Draghi, a sua volta esponente di un orientamento di destra sostanziale, al di là delle formule. Il ministro dell’Interno segue la linea Salvini, corretta dalla linea Meloni, tra gli attacchi volgari alle Ong e la ridicola ordinanza contro i rave party, grimaldello utile per criminalizzare le opposizioni, quel pulviscolo di opposizioni che ancora esiste in questo Paese. Quanto a Valditara siamo al ridicolo, e ogni suo atto è una caduta in un precipizio. Non solo quella bestiale dichiarazione sulla necessità dell’ “umiliazione”, ma anche e assai più grave quella sul 9 novembre, risoltasi in una lunga, scempia requisitoria da perfetto ignorante contro il comunismo. Se pensiamo che il primo ministro di quella che allora si chiamava, giustamente, ministero della Pubblica Istruzione, fu Giovanni Gentile e ora, dopo figure squalificate e arroganti, quindi pericolose come Moratti, Gelmini, Azzolina, Bianchi, ci ritroviamo alla Minerva, il signor Nessuno Valditara, c’è da farsi venire una crisi di nervi.

A.V.: E non posso che chiederle se, secondo lei, la sinistra radicale comunista, fuori dai Palazzi, ma soprattutto dalla percezione comune, è destinata a sparire e soccombere. O c’è ancora spazio per parlare di conflitto di classe, in un periodo politico, storico e culturale in cui di classe non c’è nemmeno l’istinto?

A. d’O: Il conflitto c’è eccome! Anzi è facile prevedere che si andrà espandendo, con la situazione di crisi in atto. Ma non ha una sua rappresentanza politica. La sinistra radicale, comunista o meno, passa di sconfitta in sconfitta, con una incredibile capacità di assorbire i colpi, e una totale incapacità di rinnovarsi e costruire un’alternativa. L’esempio ultimo di “Unione Popolare” è soltanto l’ultimo esempio. E il suo miserrimo esito elettorale da un lato, e la mancanza di qualsiasi autocritica nel suo gruppo dirigente mi portano ad accentuare il mio pessimismo, e a ritornare in panchina, rinunciando a quell’impegno diretto che avevo profuso nei mesi passati, spesso a dispetto dell’orientamento (a me non favorevole) di una parte cospicua di quegli stessi gruppi dirigenti.

A.V.: Riservo le ultime due domande, inevitabilmente, allo scottante tema della guerra in corso in Ucraina. Con il protrarsi dell’azione bellica non c’è il rischio di assuefazione al conflitto, tanto da trascurare, tralasciare l’emergenza di addivenire, in tempi brevi, al ‘cessate il fuoco’? Ovvero prolungando il conflitto non si corre sempre più il rischio di una escalation verso un conflitto atomico?

A. d’O: Il rischio principale che vedo personalmente è un altro, che mi pare più grave: al conflitto militare siamo già assuefatti. Vedo piuttosto il pericolo di una totale espunzione del mondo russo, della sua straordinaria cultura e di tutto ciò che quel grande Paese rappresenta. Il rischio maggiore è la demonizzazione del mondo russo. E questo sarebbe un risultato peggiore di qualsiasi esito del conflitto militare. Naturalmente io vedo assai concreto il pericolo dell’escalation bellica, ivi compresa quella nucleare. E l’Occidente ha in tutta evidenza la responsabilità maggiore in tal senso.

A.V.: La ‘damnatio’ che incombe sul conflitto è anche l’Europa. In particolare mi riferisco alle le ultime Risoluzioni del Parlamento europeo. E ancor più in particolare alla Risoluzione del 23 novembre u.s. confusa fra terrorismo e crimini di guerra e che prevede un totale isolamento della Federazione russa. C’è davvero il rischio con questa Europa di stampo nazionalista di allargare il conflitto e non di mettere in atto una necessaria e tempestiva de escalation?

A. d’O: L’Unione Europea che non è “l’Europa”, a dispetto della sua espansione territoriale (che ha rappresentato una delle prime cause della guerra in corso), ha mancato completamente questa occasione. Ha perso un treno, che non credo ripasserà a breve: ossia l’occasione per dimostrare di essere una entità reale, un soggetto autorevole in grado di avere una politica propria, non piegata alla NATO e agli USA, una Confederazione di Stati, se non saprà essere una Federazione, in grado di svolgere un ruolo essenziale di ponte tra Est e Ovest. Invece la UE ha certificato la propria impotenza, la propria pusillanimità, la propria dipendenza psicologica, e politica da Washington. Questa guerra ha segnato il radicale, totale fallimento dell’Unione Europea. E certo non è colpa di Putin! Se ci fosse una classe politica continentale degna di questo nome, ora dovrebbe procedere alla certificazione della morte della UE, tentando subito dopo di farla risorgere. Ma dubito accadrà. D’altro canto in questa Europa, il concetto stesso di “unione” si è dimostrato fallimentare. Le diverse nazioni procedono ciascuno per proprio conto, tutte comunque subordinate agli USA. Non c’è una “identità europea”, non esiste una “politica europea”, c’è uno spazio comune in cui anche la circolazione delle persone sta diventando complicata. Abbiamo fatto due passi avanti, verso l’integrazione, e tre passi indietro. La guerra in Ucraina ci ha dato il colpo di grazia.


Prof. Angelo d’Orsi – Già Ordinario di Storia del pensiero politico
Università degli Studi di Torino
Direttore di “Historia Magistra. Rivista di storia critica” e di “Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”

Opere
  • La macchina militare. Le forze armate in Italia, Milano, Feltrinelli, 1971.
  • La polizia. Le forze dell’ordine italiano, Milano, Feltrinelli, 1972.
  • I nazionalisti, introduzione e cura di, Milano, Feltrinelli, 1981, 346 pp. (SC/10 – Scrittori politici italiani, 6).
  • La rivoluzione antibolscevica. Fascismo, classi, ideologie (1917-1922), Milano, Franco Angeli, 1985.
  • Le dottrine politiche del nazionalfascismo, (1896-1922), Alessandria, WR-Amnesia, 1988, 173 pp.
  • Pensatori politici italiani. Antonio Labriola, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Filippo Turati, Luigi Sturzo, Alfredo Rocco, Giovani Gentile, Benito Mussolini, Antonio Gramsci, Benedetto Croce, introduzioni a cura di e con Franco Livorsi, Alessandria, WR, 1989.
  • Il Caffè, ossia Brevi e vari discorsi in area padana, a cura di, Padova, Banca Antoniana, 1990; Cinisello Balsamo, Silvana, 1990. ISBN 88-366-0315-7.
  • Guida alla storia del pensiero politico, Torino, Il Segnalibro, 1990, 221 pp.(Politica e Storia. Collanda diretta da M.Guasco e F. Traniello).
  • L’ideologia politica del futurismo, Torino, Il Segnalibro, 1992 (Politica e Storia. Collanda diretta da M.Guasco e F. Traniello).
  • Guida alla storia del pensiero politico, Scandicci, La Nuova Italia, 1995. ISBN 88-221-1688-7
  • Alla ricerca della politica. Voci per un dizionario, a cura di, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, LIV-286 pp. (Temi, 50) ISBN 88-339-0921-2.
  • Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Torino, Scriptorium, 1996, 350 pp. (Gli Alambicchi, VII) ISBN 88-86231-30-X.
  • Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Torino, Paravia, 1999, 347 pp. (Saggi) ISBN 88-395-61617
  • Achille Loria, a cura di, Torino, Il Segnalibro, 2000.
  • La cultura a Torino tra le due guerre, Torino, Einaudi, 2000, XV-377 pp. (Biblioteca Einaudi, 87). ISBN 88-06-13867-7.
  • Profilo di Massimo Mila. Giornata di studio, Torino, 4 dicembre 1998, a cura di e con Pier Giorgio Zunino, Firenze, Olschki, 2000. ISBN 88-222-4916-X.
  • La vita degli studi. Carteggio Gioele Solari-Norberto Bobbio 1931-1952, a cura e con un saggio introduttivo di, Milano, FrancoAngeli, 2000, 233 pp.(Collana “Gioele Solari”) ISBN 88-464-1757-7.
  • La città, la storia, il secolo. Cento anni di storiografia a Torino, a cura di, Bologna, Il mulino, 2001, 335 pp. (Percorsi). ISBN 88-15-07802-9.
  • Intellettuali nel Novecento italiano, Torino, Einaudi, 2001, X-373 pp.(Gli Struzzi, 538) ISBN 88-06-15888-0.
  • Un uomo di lettere. Marino Parenti e il suo epistolario, a cura di, Torino, Provincia di Torino, 2001. ISBN 88-87141-03-7.
  • Allievi e maestri. L’Università di Torino nell’Otto-Novecento, Torino, CELID, 2002. ISBN 88-7661-502-4.
  • Piccolo manuale di storiografia, Milano, Bruno Mondadori, 2002. ISBN 88-424-9574-3.
  • Guerre globali. Capire i conflitti del XXI secolo, a cura di, Roma, Carocci, 2003. ISBN 88-430-2555-4.
  • Una scuola, una città. 1852-2002, i 150 anni di vita dell’Istituto “Germano Sommeiller” di Torino, a cura di, Torino, ITCS Germano Sommeiller, 2003.
  • Pavese e la guerra, a cura di e con Mariarosa Masoero, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004. ISBN 88-7694-797-3.
  • Gli storici si raccontano. Tre generazioni tra revisioni e revisionismi, a cura di, con la collaborazione di Filomena Pompa, Roma, manifestolibri, 2005, 390 pp. (la nuova talpa) ISBN 9788872853979
  • I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, 331 pp. (Temi, 153) ISBN 88-339-1624-3.
  • Il diritto e il rovescio. Un’apologia della storia, Torino, Aragno, 2006. ISBN 88-8419-269-2.
  • Kafka. L’infinita metamorfosi del processo, a cura di, Torino, Aragno, 2006. ISBN 88-8419-286-2.
  • Da Adua a Roma. La marcia del nazionalfascismo (1896-1922). Storia e testi, Torino, Aragno, 2007. ISBN 978-88-8419-311-7.
  • Guernica, 1937. Le bombe, la barbarie, la menzogna, Roma, Donzelli, 2007, 257 pp. (Saggi. Storia e scienze sociali) ISBN 978-88-6036-192-9.
  • BGR. Bibliografia Gramsciana Ragionata, I, 1922-1965, a cura di, Roma, Viella, 2008. ISBN 978-88-8334-303-2.
  • Luigi Salvatorelli (1886-1974).Storico, giornalista, testimone, a cura, con la collaborazione di Francesca Chiarotto, Torino, Aragno, 2008. ISBN 978-88-8419-381-0
  • Il Futurismo tra cultura e politica. Reazione o rivoluzione?, Roma, Salerno Editrice, 2009. ISBN 978-88-8402-652-1.
  • 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio, MIlano, Ponte alle Grazie, 2009.
  • Il Processo di Gesù, a cura di, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-471-8.
  • Intellettuali. Preistoria, storia e destino di una categoria, a cura di, con Francesca Chiarotto, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-488-6
  • Gli ismi della politica. 52 voci per ascoltare il presente, a cura di, Roma, Viella, 2010. ISBN 978-88-8334-323-0
  • L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, Milano, Bruno Mondadori, 2011, X-419 pp. (Saggi Bruno Mondadori). ISBN 978-88-6159-497-5.
  • Guernica, 1937. Las bombas, la barbarie, la mentira, Traducción de Juan Carlos Gentile Vitale, Barcelona, RBA, 2011, 395 pp. ISBN 9788498-679878
  • Il nostro Gramsci. Antonio Gramsci a colloquio con i protagonisti della storia d’Italia, a cura di, Roma, Viella, 2011, XXXVI-424 pp. (La storia. Temi, 23) ISBN 978-88-8334-690-3
  • Prontuario di Storia del pensiero politico, con la collaborazione di Francesca Chiarotto e Giacomo Tarascio, Sant’Arcangelo di Romagna, Maggioli, 2013, 196 pp. (Università) ISBN 9788838-783050
  • Alfabeto Brasileiro. 26 parole per riflettere sulla nostra e l’altrui civiltà. Con un fotoreportage di Eloisa d’Orsi, Roma, Ediesse, 2013, 239 pp. (Carta Bianca) ISBN 978-88-23018099
  • Gramsciana. Saggi su Antonio Gramsci, Modena, Mucchi, 2014, 219 pp.
  • Inchiesta su Gramsci. Quaderni scomparsi, abiure, conversioni, tradimenti: leggende o verità, a cura di, Torino, Accademia University Press, 2014, XXXV-219 pp. (BHM. La Biblioteca di “Historia Magistra”, 1) ISBN 978-88-97523-79-6
  • Intellettuali e fascismo, fra storia e memoria, Jesi-Ancona, Centro Studi Piero Calamandrei – Affinità Elettive, 2014, 71 pp. (“Quaderni del Calamandrei” – Altra Società, 37) ISBN 978-88-7326-254-1
  • Gramsciana. Saggi su Antonio Gramsci. Nuova edizione aggiornata e ampliata, Modena, Mucchi, 2015, 211 pp. (Prismi, 3) ISBN 978-88-7000-666-7
  • 1917. L’anno della rivoluzione, Roma-Bari, Laterza, 2016, VIII-269 (i Robinson / Letture). ISBN 978-88-581-2612-7.
  • 1917: o ano que mudou o mundo. Prefácio de Miguel Real, Tradução de José J. C. Serra, Lisboa, Bertrand Editora, 2017, 310 pp. ISBN 978-972-25-3343-0
  • Gramsci. Una nuova biografia, Milano, Feltrinelli, 2017, 387 pp. (Storie / Feltrinelli). ISBN 978-88-07-11145-7.
  • Gramsci. Una nuova biografia. Nuova edizione rivista e accresciuta, Milano, Feltrinelli, 2018, 487 pp. (Universale Economica Feltrinelli /Storia, 9134). ISBN 978-88-07-89134-2
  • L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg, Vicenza, Neri Pozza, 2019, 447 pp. (Bloom, 166). ISBN 978-88-545-1903-9
  • Un maestro per la storia. Scritti di e su Gian Mario Bravo (2010-2020), a cura di e con Francesca Chiarotto, Milano, FrancoAngeli, 2021, 228 pp. (Temi di storia) ISBN 978-88-351-1738-4
  • Il diritto alla storia. Saggi, testimonianze, documenti per “Historia Magistra” (2009-2019), a cura di e con Francesca Chiarotto, Torino, Accademia University Press, 2021, 478 pp. (BHM. La Biblioteca di Historia Magistra) ISBN 978-88-31978-026
  • Manuale di storiografia, Milano-Torino, Pearson Italia, 2021, 322 pp. ISBN 978-88-919-15702

FONTE: http://www.blog-lavoroesalute.org/historia-magistra-vitae-intervista-allo-storico-professor-angelo-dorsi/

“Guerra cognitiva”: la NATO sta pianificando una guerra per le menti delle persone

di Jonas Tögel

Dal 2020, la NATO ha portato avanti i piani per una guerra psicologica che deve stare su un piano di parità con le cinque precedenti aree operative dell’alleanza militare (terra, acqua, aria, spazio, cyberspazio). È il campo di battaglia dell’opinione pubblica. I documenti della NATO parlano di “guerra cognitiva” – guerra mentale. Quanto è concreto il progetto, quali passi sono stati compiuti finora e a chi è rivolto?

Per essere vittoriosi in guerra, bisogna vincere anche la battaglia per l’opinione pubblica. Questo viene svolto da oltre 100 anni con strumenti sempre più moderni, le cosiddette tecniche di soft power. Questi descrivono tutti quegli strumenti psicologici di influenza con cui le persone possono essere guidate in modo tale che esse stesse non si accorgano di questo controllo. Il politologo americano Joseph Nye definisce quindi il soft power come “la capacità di convincere gli altri a fare ciò che si vuole senza usare la violenza o la coercizione”.(1)

La sfiducia nei governi e nei militari sta aumentando , mentre la NATO sta intensificando i suoi sforzi per usare una guerra psicologica sempre più sofisticata nella battaglia per le menti e i cuori delle persone. Il programma principale per questo è “Cognitive Warfare” . Con le armi psicologiche di questo programma, l’uomo stesso deve essere dichiarato il nuovo teatro di guerra, il cosiddetto “Dominio Umano” (sfera umana).

Uno dei primi documenti della NATO su questi piani è il saggio del settembre 2020 “NATO’s Sixth Domain of Operations” , scritto per conto del NATO Innovation Hub (abbreviato: IHub ). Gli autori sono l’americano August Cole , ex giornalista del Wall Street Journal specializzato nell’industria della difesa che da diversi anni lavora per il think tank transatlantico Atlantic Council, e il francese Hervé le Guyader.

Fondata nel 2012, IHub afferma di essere un think tank in cui “esperti e inventori di ogni dove lavorano insieme per risolvere le sfide della NATO” e ha sede a Norfolk, Virginia, negli USA. Ufficialmente non fa parte della NATO, è finanziato dal NATO Allied Transformation Command, uno dei due quartier generali strategici della NATO.

Il saggio racconta diverse storie di fantasia e si conclude con un discorso inventato del presidente degli Stati Uniti, che spiega ai suoi ascoltatori come funziona la guerra cognitiva e perché chiunque può essere coinvolto:

“I progressi odierni nella nanotecnologia, nella biotecnologia, nella tecnologia dell’informazione e nelle scienze cognitive, guidati dall’avanzata apparentemente inarrestabile della troika dell’intelligenza artificiale, dei big data e della ‘dipendenza digitale’ della nostra civiltà, hanno creato una prospettiva molto più inquietante: un quinto pilastro integrato, dove ognuno, a sua insaputa, agisce secondo i piani di uno dei nostri avversari”.

I pensieri e i sentimenti di ogni individuo sono sempre più al centro di questa nuova guerra:

“Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia.”

Inoltre, c’è da lamentare una “costante erosione del morale della popolazione”. Cole e le Guyader sostengono quindi che il dominio umano è la più grande vulnerabilità. Questa area operativa (“dominio”) sarebbe di conseguenza la base per tutti gli altri campi di battaglia (terra, acqua, aria, spazio, cyberspazio) che devono essere controllati. Pertanto, i due autori invitano la NATO ad agire rapidamente e a considerare lo spirito umano come il “sesto dominio delle operazioni” della NATO.

Propaganda partecipata

Quasi contemporaneamente, l’ex funzionario francese e responsabile dell’innovazione presso l’IHub, François du Cluzel, stava lavorando all’ampio documento strategico Cognitive Warfare” che è stato pubblicato dall’IHub nel gennaio 2021. Invece di utilizzare scenari immaginari, Du Cluzel ha scritto un’analisi dettagliata della guerra delle menti. Come gli autori del “Sesto dominio delle operazioni della NATO”, sottolinea che “la fiducia (…) è l’obiettivo”. Questo può essere vinto o distrutto nella guerra dell’informazione o attraverso PsyOps, cioè la guerra psicologica. Tuttavia, le tecniche convenzionali di soft-power non sono più sufficienti, occorre una guerra cognitiva, cioè relativa alla mente, una “propaganda partecipativa” a cui “tutti prendono parte”.

Non è chiaro chi sia esattamente l’obiettivo di questa propaganda, ma du Cluzel sottolinea che tutti sono coinvolti in questa nuova forma di manipolazione e che l’obiettivo è proteggere il “capitale umano della NATO”. L’area di applicazione si riferisce a “l’intero ambiente umano, amico o nemico che sia”. Sebbene le capacità del nemico e la minaccia nel campo della guerra cognitiva siano “ancora basse”, du Cluzel chiede che la NATO agisca rapidamente e promuova la guerra cognitiva:

“La guerra cognitiva può essere l’elemento mancante che consente la transizione dalla vittoria militare sul campo di battaglia a un duraturo successo politico. Il “dominio umano” potrebbe benissimo essere il fattore decisivo (…). I primi cinque teatri di operazioni [terra, mare, aria, spazio, cyberspazio] possono portare a vittorie tattiche e operative, ma solo il teatro umano di operazioni può portare alla vittoria finale e completa.” ( p. 36 )

Le neuroscienze come arma

Pochi mesi dopo, la NATO ha accolto le richieste degli strateghi. Nel giugno 2021, ha tenuto il suo primo incontro scientifico sulla guerra cognitiva a Bordeaux, in Francia. In un’antologia che ha accompagnato il simposio, gli strateghi dell’Innovation Hub hanno avuto la possibilità di parlare insieme a funzionari della NATO di alto rango. Nella prefazione, il generale francese André Lanata ha ringraziato “il nostro Innovation Hub” e ha sottolineato l’importanza di “sfruttare le debolezze della natura umana” e condurre questa “battaglia” in “tutti gli ambiti della società”. Si tratta anche di coinvolgere le neuroscienze nella corsa agli armamenti (“Weaponization of Neurosciences”). È stato evidenziato che la guerra cognitiva della NATO è una difesa contro guerre simili da parte di Cina e Russia. Le loro “attività di disinformazione” hanno portato a “crescente preoccupazione” tra gli alleati della NATO.

Al simposio, c’è stata un’intensa discussione su come utilizzare le neuroscienze per effettuare attacchi digitali al pensiero, ai sentimenti e all’azione umana:

“Dal punto di vista dell’aggressore, l’azione più efficiente, anche se più difficile da intraprendere, è incoraggiare l’uso di dispositivi digitali che possono interrompere o influenzare tutti i livelli dei processi cognitivi di un avversario.” (p. 29)

La NATO vorrebbe confondere i potenziali oppositori nel modo più completo possibile per “dettare” il loro comportamento. (p. 29) Nell’ambito del simposio, Du Cluzel ha scritto un saggio insieme al ricercatore cognitivo francese Bernard Claverie in cui si spiega che – contrariamente all’affermazione che si reagisce solo alle minacce dalla Russia o dalla Cina – si tratta anche di ” buono per eseguire processi di attacco ben ponderati, nonché contromisure e misure preventive” (p. 26):

“Attaccare è l’obiettivo dichiarato e sfruttare, svalutare o addirittura distruggere il modo in cui si costruisce la propria realtà, la propria fiducia spirituale in se stessi, la propria fede in gruppi, società o persino nazioni funzionanti” (p. 27).

Gli strateghi raramente ammettono apertamente che queste tecniche possono essere utilizzate non solo sulle popolazioni nemiche ma anche all’interno dei paesi della NATO. Le dichiarazioni su questo sono spesso vaghe. Tuttavia, ci sono indicazioni che la NATO stia prendendo di mira anche la sua stessa popolazione. Scrive il generale francese Eric Autellet in un articolo dell’antologia citata (p. 24) :

“Dal Vietnam, le nostre guerre sono andate perdute nonostante i successi militari, in gran parte a causa della debolezza della nostra narrativa (vale a dire, ‘conquistare i cuori e le menti della gente’), sia in relazione alle popolazioni locali nei teatri delle operazioni sia rispetto alle nostre stesse popolazioni. Ci sono due poste in gioco nei nostri rapporti con il nemico e l’amico, e possiamo scegliere modalità di azione passive e attive — o entrambe — quando consideriamo i limiti e le limitazioni del nostro modello di libertà e democrazia. Per quanto riguarda il nostro nemico, dobbiamo essere in grado di “leggere” le menti dei nostri avversari per anticipare le loro reazioni. Se necessario, dobbiamo essere in grado di “penetrare” le menti dei nostri avversari per influenzarli e renderli capaci di agire per nostro conto. Quanto al nostro amico (e anche a noi stessi), dobbiamo essere in grado di proteggere il nostro cervello e migliorare le nostre capacità cognitive di comprensione e quelle decisionali”.

Il concorso per l’innovazione della NATO dell’autunno 2021

Il passo successivo è stato compiuto dall’IHub, che nell’ottobre 2021 ha annunciato ufficialmente il concorso per l’innovazione della NATO Countering Cognitive Warfare. L’ Innovation Challenge esiste dal 2017 e da allora la competizione si tiene due volte l’anno. Al fine di raccogliere quante più idee possibili, la NATO sottolinea sempre la natura aperta della competizione: “La sfida è aperta a tutti (individui, imprenditori, start-up, industria, scienza, ecc.) che si trovano in un paese membro della NATO.” Chi vince può aspettarsi un premio in denaro di 8.500 dollari.

Gli argomenti sono selezionati in collaborazione con la Johns Hopkins University. Si tratta sempre di argomenti “particolarmente influenti per lo sviluppo delle future capacità militari”, secondo il motto “il modo migliore per anticipare il futuro è inventarlo”. Le aree sono: intelligenza artificiale, sistemi autonomi, spazio, ipersonico, tecnologia quantistica e biotecnologia.

Le domande chiave delle precedenti competizioni sono quindi contrastanti e stabiliscono priorità molto diverse. Nell’autunno 2018, ad esempio, si trattava di sistemi utilizzabili per intercettare droni senza pilota. Qui ha vinto il produttore olandese di droni Delft. Nell’autunno 2019, l’attenzione si è concentrata sull’aiutare i soldati con stress psicologico o affaticamento al fine di migliorare le loro prestazioni in combattimento. La primavera del 2021 riguardava la sorveglianza spaziale. Qui ha vinto la start-up francese Share My Space.

Nonostante i diversi punti focali, un argomento continua a emergere: la gestione delle informazioni e dei dati su Internet. Nella primavera del 2018, il concorso per l’innovazione è stato dedicato a questo argomento all’insegna del motto “Complessità e gestione delle informazioni”, nella primavera del 2020 il tema era “Fake News in Pandemics” e nell’autunno 2021 infine “La minaccia invisibile — neutralizzare la guerra cognitiva”.

“La forma più avanzata di manipolazione”

Nell’ottobre 2021, poco prima che questa competizione fosse pubblicizzata sul sito web di IHub, la NATO ha trasmesso un live streaming che discuteva di guerra cognitiva e chiedeva la partecipazione alla competizione per l’innovazione. Il compito è “uno dei temi più caldi per la NATO al momento”, ha sottolineato du Cluzel nel suo discorso di apertura. L’esperta di difesa francese Marie-Pierre Raymond ha colto l’occasione per spiegare cos’è effettivamente la guerra cognitiva, vale a dire “la forma più avanzata di manipolazione che esiste oggi”.

C’erano dieci partecipanti alla finale del concorso, trasmessa quasi due mesi dopo. Otto di loro avevano sviluppato programmi per computer che utilizzano l’intelligenza artificiale per scansionare e analizzare grandi quantità di dati su Internet al fine di monitorare meglio e, si presume, prevedere le opinioni, i pensieri e lo scambio di informazioni delle persone. Il bersaglio più gettonato dei programmi per computer sono i social media: Facebook, Twitter, Tik-Tok, Telegram.

Cambiare credenze e comportamenti

Il vincitore è stata la s

ocietà statunitense Veriphix (motto: “Misuriamo le convinzioni per prevedere e modificare il comportamento”), che ha sviluppato una piattaforma con la quale è possibile identificare i cosiddetti nudge, ovvero “nudge” psicologici inconsci su Internet. La piattaforma Veriphix è in uso da anni, lavorando con diversi governi e grandi aziende, secondo il capo, John Fuisz, che ha stretti legami familiari con l’apparato di sicurezza statunitense. Per lui, la guerra cognitiva è il cambiamento delle convinzioni ( “cambiamento di credenze”). Il suo software può analizzare questi cambiamenti “all’interno dei tuoi militari, all’interno della tua popolazione e all’interno di una popolazione straniera”, come ha spiegato ai giudici della competizione .

Considerando che la guerra cognitiva è già in atto e le più moderne tecniche di manipolazione sono attualmente utilizzate nella guerra in Ucraina per dirigere i pensieri e i sentimenti delle popolazioni di tutte le nazioni coinvolte nella guerra, un chiarimento sulle tecniche di soft power della guerra cognitiva sarebbe apprezzato e dovrebbe essere più urgente che mai.


Informazioni sull’autore: Dott. Jonas Tögel, classe 1985, è un americanista e ricercatore di propaganda. Ha conseguito il dottorato in materia di soft power e motivazione e attualmente lavora come assistente di ricerca presso l’Istituto di psicologia dell’Università di Ratisbona. I suoi interessi di ricerca includono la propaganda, la motivazione e l’uso di tecniche di soft power.

Nota
(1) Joseph Nye, Soft Power. I mezzi per il successo nella politica mondiale, 2004, p.11.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/politica/24503-jonas-toegel-guerra-cognitiva-la-nato-sta-pianificando-una-guerra-per-le-menti-delle-persone.html

Whatsapp

Donna, vita, libertà: sulla rivolta in Iran

di Janet Afary e Kevin Anderson *

Le massicce proteste in Iran, alimentate dall’audacia di giovani donne e bambini, affondano le radici in oltre un secolo di lotte. Un articolo pubblicato sul sito della rivista Dissent.

Nel marzo 1979, donne e ragazze iraniane urbane e i loro sostenitori maschi presero parte a una settimana di manifestazioni a Teheran, a partire dalla Giornata internazionale della donna, per protestare contro l’editto del nuovo regime islamista che obbligava le donne a indossare l’hijab. Le manifestanti espressero un profondo senso di tradimento per la direzione presa dalla rivoluzione iraniana, allora vecchia di poche settimane. “All’alba della libertà, non abbiamo libertà”, gridavano. I loro ranghi crescevano di giorno in giorno, raggiungendo almeno 50.000 dimostranti. Il movimento attirò la solidarietà internazionale, anche da Kate Millet, che notoriamente viaggiò per unirsi a loro, e Simone de Beauvoir. In patria, le femministe iraniane ottennero il sostegno dei People’s Fedayeen, un gruppo marxista-leninista che si era impegnato nella resistenza armata contro la monarchia appoggiata dagli americani prima che fosse rovesciata dalla rivoluzione. Per qualche giorno, i Fedayeen formarono un cordone protettivo, separando i manifestanti dalla folla di islamisti che cercavano di attaccarli fisicamente. Ma col tempo, influenzati da una visita di Yasser Arafat e altri, i Fedayn ritirarono il loro sostegno per paura di indebolire la rivoluzione in un momento in cui, era convinzione diffusa, il governo degli Stati Uniti era pronto ad attaccare e restaurare lo scià. Negli anni successivi, il movimento femminista iraniano sembrò morire, o almeno diventare clandestino.

Più di quarant’anni dopo Mahsa (Jina) Amini, una donna curda di ventidue anni, è arrivata a Teheran con la sua famiglia in vacanza. Poco dopo, il 13 settembre 2022, gli agenti della famigerata polizia morale del paese l’hanno arrestata con l’accusa di indossare l’hijab in modo improprio. Nonostante le sue vigorose proteste, l’hanno presa in custodia, dopodiché, secondo testimoni oculari, è stata duramente picchiata. Tre giorni dopo, è morta per lesioni cerebrali. La morte di Amini ha colpito un nervo scoperto in tutta la nazione. Il rifiuto dello stato di indagare sulle cause della sua morte, o di offrire scuse, ha ulteriormente alimentato la rabbia delle manifestanti. La manifestanti hanno presto iniziato a gridare: “Non aver paura, non aver paura, siamo tutti insieme”.

Le manifestazioni hanno avuto luogo in più di ottanta città e centri abitati in tutto il paese. Con il diffondersi delle proteste, le giovani donne, anche studentesse delle scuole superiori e medie, si sono strappate il velo e hanno gridato: “Morte al dittatore!” La rivolta è radicata nella rabbia rovente contro l’apartheid di genere, e non solo tra le donne. Come ha detto a Le Monde la famosa attrice Golshifteh Farahani , ciò che ha reso storicamente nuove queste proteste è che “gli uomini sono disposti a morire per la libertà delle donne”.

Dal punto di vista demografico, l’Iran, con una popolazione di 85 milioni, è un paese molto diverso da quello che era nel 1979. Il 75% del paese è completamente urbanizzato, l’alfabetizzazione è quasi del 100% tra le persone sotto i venticinque anni e ci sono 4 milioni di studenti universitari, la maggior parte dei quali sono donne. Nel frattempo, il tasso di fecondità è sceso a 2,1 nati per donna, dai 6,5 del 1979.

Molte questioni oltre ai diritti delle donne sono legate alle proteste: autoritarismo, stagnazione economica e grave disoccupazione, disastro climatico e varie imposizioni religioso-fondamentaliste. L’attuale rivolta rappresenta anche la risposta dell’opinione pubblica al colossale clientelismo e alla corruzione del regime, alla sua politica estera conflittuale e all’espansionismo regionale, che hanno isolato l’Iran e contribuito a un’inflazione estremamente elevata nel paese. Queste lamentele hanno alimentato altre proteste negli ultimi anni, ma la rivolta del 2022 si distingue anche per una dimensione etnica: Mahsa Amini proveniva dal Kurdistan iraniano, un’area povera ed emarginata con una lunga storia di resistenza rivoluzionaria. Quando è nata, la sua famiglia voleva darle un nome curdo, Jina, ma le politiche della Repubblica islamica limitarono le loro scelte ai nomi persiani e arabi. In Kurdistan, la rivolta del 2022 ha conquistato intere città e il regime non ha esitato a usare munizioni vere contro i manifestanti. Molti credono anche che Mahsa Amini sia stata individuata dalla polizia morale di Teheran perché vestita da curda.

Decenni di oppressione etnica hanno anche alimentato le proteste nel Sistan e nel Baluchistan, una regione sud-orientale al confine con il Pakistan. Dopo che i manifestanti sono usciti a Zahedan per protestare contro lo stupro denunciato di una ragazza locale da parte di un funzionario di polizia, il regime ha risposto con colpi di arma da fuoco il 30 settembre 2022. La polizia ha cacciato i manifestanti dalle strade, sparando proiettili contro una moschea sunnita durante i servizi di culto. La violenza ha provocato almeno novantatré morti, presto noto come il massacro di Zahedan. Ciò ha portato a proteste diffuse e continue nella regione, sostenute dal religioso di più alto rango della provincia, l’imam sunnita Mowlavi Abdulhamid, noto per sostenere l’ala riformista del regime. Questi eventi, che mostrano una connessione tra movimenti contro l’oppressione di genere e contro l’oppressione etnico-nazionale, sottolineano il carattere profondamente intersezionale della rivolta del 2022. Vari gruppi professionali e artistici, tra cui attori, avvocati, medici, infermieri, insegnanti, professori e persino alcuni membri passati e presenti della squadra nazionale di calcio, hanno espresso solidarietà alle proteste.

La rivolta è proseguita con particolare forza nel Kurdistan iraniano, con la città di Sanandaj che ha svolto un ruolo centrale. (Anche i leader curdi in Iraq e Siria hanno condannato l’uccisione di Amini.) A ottobre, le forze del regime che usavano munizioni vere stavano assaltando la città, sparando indiscriminatamente con mitragliatrici contro i manifestanti, imperversando nelle case della gente e persino sparando a morte a un uomo che aveva semplicemente suonato il clacson clacson in solidarietà con i manifestanti. Il Kurdistan, in particolare Sanandaj, Mahabad e la città natale di Amini, Saghez, sono stati di nuovo al centro della scena alla fine di ottobre, quando vaste folle provenienti da tutto il paese si sono riunite per celebrare il quarantesimo anniversario della morte di Amini, un’usanza secolare seguita da tutte le comunità musulmane in Iran. Lo stato ha cercato di suscitare paura e dissuadere le persone dal radunarsi affermando che una sparatoria al santuario religioso di Shah Cheraq a Shiraz (il secondo santuario più sacro in Iran) era stata “un attacco dell’ISIS”. Ma nessuno sembrava credere alla versione del governo, e i manifestanti hanno risposto con slogan come “Voi siete il nostro ISIS”. Anche la polizia ha cercato di bloccare lo sfogo, ma senza successo. A un certo punto hanno aperto il fuoco e ucciso alcune delle persone in lutto. Per quel giorno è stato indetto anche uno sciopero generale nazionale, con scarso successo.

Nella prigione di Evin a Teheran, dove sono detenuti migliaia di manifestanti, a fine ottobre è scoppiato un incendio che si è potuto vedere in tutta la città. Non è chiaro cosa abbia provocato l’incendio, ma potrebbe essere stato appiccato dalle guardie nel tentativo di mettere a tacere i prigionieri che cantano in solidarietà con i manifestanti all’interno dei cancelli. A novembre, i bazar stavano chiudendo mentre le proteste continuavano senza sosta, con i più grandi scioperi a Teheran e nel Kurdistan. La casa natale del fondatore del regime Ayatollah Ruhollah Khomeini è stata incendiata.

La rivolta è stata alimentata dall’audacia di giovani donne e bambini, che hanno sperimentato la risposta brutale del regime. Un comandante delle Guardie rivoluzionarie ha rivelato a settembre che l’età media dei manifestanti detenuti era di soli quindici anni. La sedicenne Nika Shahkarami è stata arrestata dopo essersi tolta l’hijab e avergli dato fuoco durante una protesta a Teheran a settembre, ed è morta poco dopo sotto la custodia della polizia. Sarina Esmailzadeh, anche lei sedicenne, è stata picchiata duramente dalla polizia durante una protesta di settembre a Karaj, un sobborgo industriale di Teheran, e successivamente è morta in una stazione di polizia. A ottobre, Asra Panahi, un’altra sedicenne, è stata picchiata a morte dalla polizia dopo aver interrotto una cerimonia pro-regime nella sua scuola ad Ardabil, nell’Azerbaigian iraniano. A novembre, un bambino di nove anni di nome Kian Pirfalak sarebbe stato ucciso dalle forze di sicurezza nella provincia meridionale del Khuzestan. La sua morte ha ulteriormente galvanizzato le proteste e lo ha trasformato in una nuova icona del movimento, rappresentando centinaia di bambini arrestati o assassinati. Il pubblico è diventato quasi inconsolabile quando si è saputo che il ragazzo era progressista e aveva usato un’invocazione laica, “al Dio dell’arcobaleno” in un progetto scolastico, in un allontanamento dall’ortodossia religiosa.

Le proteste hanno visto giovani donne alzarsi in piedi davanti alla folla, scoprire la testa e poi tagliarsi i capelli in un atto di sfida – e in una rinascita di una pratica culturale delle donne che si tagliano i capelli in segno di lutto, che risale al testo fondante della letteratura persiana dell’undicesimo secolo, lo Shahnameh . Il movimento ha anche sviluppato un proprio inno, “Baraye” (“For the Sake of”). Scritto dal cantante Shervin Hajipour, è suonato e cantato costantemente in tutto l’Iran e nelle comunità della diaspora. I testi dicono:

Per la paura di ballare nei vicoli
Per la paura al momento di baciare
Per mia sorella, tua sorella, le nostre sorelle
Per aver cambiato menti arrugginite, per la vergogna della povertà
Per la voglia di vivere una vita normale
Per i bambini che abitano nei cassonetti e i loro auguri
Per questa economia dittatoriale
Per quest’aria inquinata
Per i platani logori di Vali ‘Asr Street
Per il ghepardo e la sua possibile estinzione
Per gli innocenti cani randagi banditi
Per le lacrime inarrestabili
Per ripetere questo momento
Per i volti sorridenti
Per gli studenti e il loro futuro
Per questo paradiso obbligatorio
Per gli studenti d’élite imprigionati
Per i bambini afgani
Per tutti questi “per” irripetibili
Per tutti questi slogan senza senso
Per tutti gli edifici crollati e scadenti
Per la sensazione di pace
Per il sole dopo una lunga notte
Per i sonniferi e l’insonnia
Per l’uomo, la patria, la prosperità
Per la ragazza che desiderava essere un ragazzo
Per la donna, la vita, la libertà
Per la libertà, per la libertà, per la libertà

Sebbene finora la rivolta sia stata senza leader, non è stata senza scopo o incoerente. I suoi slogan indicano le aspirazioni generali del movimento. Il più importante, “Donna, vita, libertà”, non solo pone al centro l’emancipazione delle donne, ma evoca anche un cambiamento trasformativo: ha avuto origine nella regione del Rojava in Siria, dove le forze curde, alcune comandate da donne, hanno cacciato lo Stato islamico alla fine del 2017. È incredibilmente commovente sentire i manifestanti a Teheran, che appartengono in gran parte alla comunità persiana dominante, gridare uno slogan che ha avuto origine nel Kurdistan. Di solito lo gridano in persiano, ma a volte, in un ulteriore atto di solidarietà, usano il curdo.

“Morte al dittatore”, l’altro slogan principale del movimento, ha iniziato a emergere nel 2019. Segna una chiara rottura con il tenore del massiccio Movimento dei Verdi del 2009-10, che aveva una chiara leadership che ha incanalato il movimento in richieste per il democratizzazione della Repubblica islamica, non il suo rovesciamento. Facendo eco allo slogan più importante della rivoluzione del 1979, “Morte allo scià”, la versione del 2022 si riferisce invece al leader religioso supremo Ali Khamenei. (Una variante popolare di questo slogan – “Morte all’oppressore, sia Shah che Rahbar [leader religioso supremo]” – suggerisce l’opposizione agli sforzi di alcuni conservatori della diaspora per ripristinare la monarchia nella persona di Reza Pahlavi, il figlio del defunto shah.) Lo slogan è particolarmente rischioso perché Khamenei è, nei termini legali della teocrazia iraniana, il rappresentante di Dio sulla Terra; anche gli attacchi verbali contro di lui potrebbero essere soggetti a una legge che rende la “ribellione contro Dio” un reato punibile con la pena capitale. Un altro slogan sottolinea la profondità della rabbia popolare: “Questo è l’anno del sangue. Seyyed Ali [Khamenei] sarà rovesciato”.

Donna, Vita, Libertà

Contesto dell’attuale rivolta

Gli attuali disordini sono scoppiati sulla scia di diverse rivolte minori negli ultimi anni. Nel 2017, le giovani donne hanno iniziato una serie di proteste contro l’hijab in cui hanno pubblicato selfie sui social media che le mostravano mentre si svelavano in pubblico. Nel settembre 2019, una giovane donna, Sahar Khodayari, è morta dopo essersi data fuoco per protestare contro il divieto alle donne di assistere alle partite di calcio. Successivamente, nel 2019 e nel 2020, le manifestazioni sui prezzi della benzina si sono trasformate in proteste antigovernative a livello nazionale concentrate nelle città più piccole e nelle aree rurali. Tuttavia, questi due tipi di proteste, uno provocato dall’apartheid di genere e l’altro derivante da rimostranze economiche, sono rimasti in gran parte separati.

Mentre le proteste si attenuavano un po’ durante la pandemia di COVID-19, il regime ha organizzato l’elezione del presidente Ebrahim Raisi nel 2021, una figura di estrema destra che è stata direttamente coinvolta nell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici iraniani nel 1988 e che in precedenza era stato capo della giustizia del paese . Subito dopo è iniziata una repressione. Nell’estate del 2022, il governo ha demolito le case di un villaggio abitato da più di un secolo da membri della minoranza religiosa bahá’í. Negli stessi mesi, la polizia morale ha intensificato gli attacchi contro le giovani donne per “hijab improprio”, accusandole di non coprire sufficientemente i capelli o altre parti del corpo. Fu questa fase di repressione che tolse la vita a Mahsa Amini.

Alcuni credono che il regime potrebbe allentare i regolamenti sull’hijab ed evolversi verso una dittatura militare più “normale” sotto il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. La subordinazione di genere è stata intessuta nella fibra di questo regime sin dal 1979. Il leader supremo Khamenei, che ha ricoperto la carica dal 1989, è in condizioni di salute in declino, il che rappresenta anche una crisi per il regime. Se i funzionari che orchestrano l’attuale repressione sono riluttanti a perseguire una completa repressione, come ha rivelato il recente hacking della comunicazione statale, è perché non vogliono essere lasciati con le mani in mano quando la nuova leadership salirà al potere, nel caso in cui quella leadership sia desiderosi di usare funzionari particolarmente odiosi come capri espiatori mentre affermano, per quanto fraudolentemente, che una nuova era comporterà un maggiore ascolto del popolo.

Oltre a irritarsi per le restrizioni religiose, gli iraniani della classe media e operaia hanno visto il loro tenore di vita calare drasticamente negli ultimi dieci anni. Il paese ha affrontato prezzi e costi delle case alle stelle e un’elevata disoccupazione. All’inizio di ottobre, i gruppi sindacali, compresi alcuni nel settore petrolifero strategico, avevano iniziato ad assumere un ruolo di primo piano nelle proteste. All’inizio del ventunesimo secolo, gli alti prezzi del petrolio permisero brevemente al governo di spendere di più per i programmi sociali interni. Negli ultimi anni, tuttavia, il crescente consumo interno, l’invecchiamento degli impianti di produzione e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno limitato la capacità dell’Iran di esportare petrolio. Inoltre, le spese statali finanziate dal petrolio hanno contribuito poco allo sviluppo economico, per non parlare della creazione di posti di lavoro.

Le sanzioni statunitensi, reintrodotte durante la presidenza di Donald Trump, hanno notevolmente aumentato le sofferenze del popolo iraniano. Tuttavia, molti economisti iraniani vedono la corruzione e la cattiva gestione come fattori più importanti nella crisi economica dell’Iran. Molti credono che la sofferenza del popolo iraniano derivi in ​​gran parte dalla politica estera aggressiva del “complesso militare-industriale-teocratico” guidato dalle Guardie Rivoluzionarie e da Khamenei. In cambio del sostegno politico, lo Stato ha assegnato grossi contratti alle Guardie Rivoluzionarie e alle milizie paramilitari Basij che sovrintende. Le Guardie e le loro milizie sono direttamente coinvolte nel sostenere alleati sgradevoli, incluso il regime omicida di Assad in Siria, e nella costruzione di droni e missili balistici che vengono inviati per assistere Putin nell’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2020, circa l’80% dell’economia iraniana (comprese le industrie del petrolio e del gas) era sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie. Sono diventati il ​​principale datore di lavoro del paese. Alcuni sostengono che le Guardie detengano il vero potere in Iran, anche se sotto la guida nominale di Khamenei.

C’è un’accesa discussione in corso nei circoli della diaspora iraniana su come chiamare l’attuale rivolta. Alcuni l’hanno definita una rivoluzione femminista; altri hanno sostenuto che il termine “rivoluzione” è inappropriato. Eppure la situazione è fluida. Alla fine di ottobre, il Parlamento ha votato per concedere alle forze di sicurezza un aumento salariale del 20%, apparentemente per mantenerle motivate tra le preoccupazioni che i soldati potrebbero essere riluttanti ad aprire il fuoco su giovani studenti, alcuni dei quali sarebbero figli di membri delle Guardie Rivoluzionarie e dei veterani della guerra Iran-Iraq. Ci sono anche voci secondo cui i militari si sono avvicinati a Khamenei e hanno chiesto un compromesso riportando indietro i riformisti che sono stati espulsi dal potere, tra cui il presidente Mohammad Khatami (1997-2005) e Mir-Hossein Mousavi, il vero vincitore delle elezioni presidenziali del 2009 . Mousavi, insieme alla moglie, la femminista musulmana Zahra Rahnavard, e l’altro candidato alla presidenza riformista del 2009, il religioso Mehdi Karroubi, sono agli arresti domiciliari da quasi tredici anni.

Resta da vedere se i manifestanti accetterebbero un governo islamista un po’ più tollerante. Ma con ogni decennio che è passato dal 1979, la società iraniana si è avvicinata sempre di più a un punto di rottura. Dopo la rivoluzione, l’Iran ha assistito a drammatici cambiamenti negli atteggiamenti nei confronti del sesso, del matrimonio e della procreazione, cambiamenti che minacciano il tessuto ideologico di un regime che ha costruito la sua legittimità sulla segregazione di genere e afferma di valorizzare la famiglia, la devozione e le vecchie nozioni di giustizia e moralità. Ma la lotta contro l’apartheid di genere in Iran risale a più di un secolo fa, molto prima della Repubblica islamica.

Opposizione alla segregazione di genere: il filo rosso dei moderni movimenti sociali iraniani

Il primo grande movimento sociale nell’Iran moderno, il movimento messianico Babi, iniziò a metà del diciannovesimo secolo. Tra gli obiettivi del movimento c’era la fine di molti rituali sciiti che erano alla base delle gerarchie sociali e di genere nella società iraniana, tra cui il velo obbligatorio e la segregazione di genere. Questi problemi sono stati al centro dei moderni movimenti sociali iraniani fin dall’inizio.

L’Islam, specialmente nella sua forma sciita iraniana, è una religione “attenta all’inquinamento”, molto simile allo zoroastrismo, al giudaismo e all’induismo. In queste religioni, gli orifizi da cui fuoriescono sangue, seme e urina sono particolarmente custoditi perché sono punti di ingresso attraverso i quali le impurità potrebbero entrare nel corpo. Le donne sono viste come la porta di ingresso della comunità, e il loro accesso agli spazi pubblici e il controllo del proprio corpo sono visti come minacce per l’intera società, poiché la loro esposizione potrebbe consentire alle impurità (fisiche e morali) di infiltrarsi nella famiglia. Nell’Iran sciita del diciannovesimo secolo (come nelle comunità ebraiche ortodosse e zoroastriane), le funzioni sessuali e riproduttive di una donna trasformavano il suo corpo in un luogo conteso di potenziale e reale contaminazione rituale. Non sorprende quindi che il leader più importante del movimento Babi fosse una donna di nome Qurrat al-Ayn, che con un atto radicale si è pubblicamente svelata. In parte a causa della sua presentazione, c’è stata una reazione contro il movimento e le sue richieste. La corte reale e gli alti chierici ordinarono il massacro dei Babis, a cominciare dai suoi capi, tra cui Qurraat al-Ayn, che morì nel 1852.

La posizione delle donne iraniane non era migliorata all’inizio del ventesimo secolo. Le donne iraniane erano molto indietro rispetto agli sciiti azeri del Caucaso meridionale (che vissero sotto il colonialismo russo) e ai musulmani sunniti dell’Impero ottomano. Nel Caucaso meridionale, le donne musulmane della classe media e alta ricevevano un’istruzione e i filantropi musulmani erano impegnati a costruire sontuose scuole per ragazze. In Turchia le cose andarono ancora più avanti: la prima scuola di medicina per ostetriche era stata aperta nel 1842, la prima scuola secondaria per ragazze fu istituita nel 1861 e la prima scuola di formazione per insegnanti per donne fu fondata nel 1870. Nessuna scuola per ragazze musulmane in Iran, principalmente a causa della radicata opposizione del clero sciita.

Questa situazione è cambiata radicalmente con la rivoluzione costituzionale iraniana del 1906, che ha portato il paese a una democrazia parlamentare in stile europeo, una costituzione modellata sulla costituzione belga del 1831 e una carta dei diritti progressista. Tra i rivoluzionari c’erano socialisti – prevalentemente socialdemocratici di origine iraniana provenienti da Tiflis (ora conosciuta come Tbilisi, la capitale della Georgia) e Baku (ora capitale dell’Azerbaigian) – che incoraggiarono la formazione di organizzazioni di base conosciute come anjomans, modellate sui soviet della rivoluzione russa del 1905 e ha promosso idee progressiste come aumentare l’accesso delle donne all’istruzione e alla sfera pubblica. Le donne d’élite formavano anjomans femminili così come scuole, cliniche, orfanotrofi e home theater.

I religiosi di alto livello erano indignati da questi sviluppi. Etichettarono i costituzionalisti progressisti come “atei” e avvertirono che presto le donne musulmane avrebbero indossato pantaloni e avrebbero sposato uomini non musulmani. Ma una generazione di giornalisti uomini, deputati parlamentari e poeti sostenne le attività delle donne, e i costituzionalisti furono capaci di mettere da parte l’opposizione del clero conservatore per un certo periodo. La rivoluzione giunse a una fine tragica e brusca nel 1911, quando la Russia occupò il paese in collusione con la Gran Bretagna.

L’ascesa della dinastia Pahlavi, nel 1925, coincise con una nuova era di politica di genere e sessuale, insieme all’emergere di una classe media più istruita. Gli obiettivi gemelli dei costituzionalisti erano stati la democrazia e la modernità. Sotto Reza Shah Pahlavi, che regnò dal 1925 al 1941, non riuscirono a raggiungere il primo, ma gli prestarono il loro sostegno per raggiungere il secondo. Lo scià attuò una serie di riforme di modernizzazione. Il suo sostegno alle scienze minò i chierici quando divenne chiaro che molti rituali religiosi, come il ghusl (immersione rituale nei bagni pubblici), diffondevano malattie. Le sue riforme educative e legali posero fine alla segregazione formale e alla discriminazione contro minoranze religiose come zoroastriani, bahá’í, ebrei, cristiani e musulmani sunniti. Allo stesso tempo, supervisionò una nuova forma di nazionalismo imposto dallo stato, in contrasto con il nazionalismo democratico di base della Rivoluzione costituzionale. Il persiano fu dichiarato lingua ufficiale dello stato, anche se era la prima lingua solo di una risicata maggioranza della popolazione. Reza Shah inoltre tentò di limitare il dissenso trasferendo con la forza alcune popolazioni etniche per impedire le assemblee che potessero evolvere in una resistenza politica organizzata. Le popolazioni di lingua sciita e persiana venivano spesso inviate nelle aree di lingua sunnita e turca per contrastare la minaccia dei movimenti etnici separatisti.

La più controversa delle riforme di Reza Shah fu lo svelamento obbligatorio delle donne, istituito nel 1936. La reazione del pubblico fu mista. Molti membri della nuova classe media (come insegnanti e farmacisti) accettarono il cambiamento e iniziarono ad apparire in pubblico con mogli e figlie senza velo. Ma i membri della classe media più tradizionale, come chierici e mercanti, indietreggiarono e non lasciarono che le loro mogli uscissero di casa. Indipendentemente dall’opposizione, le donne senza velo presto apparvero in pubblico in gran numero, mentre si recavano a scuola, nelle organizzazioni femminili e in varie professioni. L’altra importante riforma di genere del regime di Pahlavi è stata la fine della pratica del concubinato maschile (una tradizione che risale all’era preislamica) e l’ostracismo di tutte le forme di omosessualità.

Nel 1941 gli Alleati occuparono l’Iran. Reza Shah, che tendeva alla neutralità a causa del grande volume di scambi commerciali dell’Iran con la Germania nazista, accettò di abdicare in cambio della salita al trono del figlio di ventidue anni, Muhammad Reza Shah Pahlavi. Sebbene la legge marziale fosse stata presto imposta e le forze alleate fossero rimaste in Iran per tutta la seconda guerra mondiale, lo stato autoritario fu minato, inaugurando il caos ma anche una nuova era di libertà politica e richieste di responsabilità. Per la prima volta dalla Rivoluzione costituzionale, emersero una stampa relativamente libera, sindacati e vari partiti politici. I nazionalisti liberali fecero rivivere l’eredità dell’era costituzionale e si batterono per le riforme politiche e la democrazia. Sostenuto dall’Unione Sovietica, il partito comunista Tudeh ottenne un ampio ed entusiastico sostegno tra i giovani, sia studenti che lavoratori. Questo nonostante il fatto che la prima generazione di comunisti iraniani, guidati da Avetis Sultanzade, fosse stata assassinata dal regime di Stalin nel 1938.

Insieme ai socialdemocratici, i Tudeh contribuirono a promuovere un senso di cameratismo senza precedenti tra diversi gruppi sociali ed etnici. Le organizzazioni di sinistra erano più tolleranti nei confronti delle minoranze etniche e religiose e contribuirono ad abbattere molte vecchie gerarchie di status e genere. Una nuova generazione di giovani donne urbane, molte delle quali studentesse delle scuole superiori provenienti da una varietà di contesti religiosi, aderirono a vari partiti politici e fecero una campagna per il suffragio, il diritto all’elezione alla carica, il diritto al lavoro e all’assistenza all’infanzia. Il velo meno rigoroso in pubblico tornò tra le tradizionali comunità della classe media urbana, ma la stragrande maggioranza delle donne della classe media più moderna rimase senza velo. La sostanziale rottura della segregazione sia religiosa che di genere a Teheran e in altre grandi città fece solo infuriare ulteriormente gli iraniani religiosi più tradizionalisti.

Nel 1951, il parlamento iraniano votò per nazionalizzare l’industria petrolifera di proprietà britannica del paese, rendendo l’Iran la prima nazione del Medio Oriente a farlo. Due anni dopo, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rovesciarono congiuntamente il primo ministro nazionalista democraticamente eletto Mohammad Mosaddeq (1951-1953) e riportarono in vita il docile giovane monarca Mohammad Reza Shah Pahlavi, che era fuggito brevemente dal paese. Le potenze imperialiste estromisero Mosaddeq in parte sfruttando le differenze all’interno della sua stessa coalizione su questioni sociali e culturali. Negli anni cruciali del 1951 e del 1952, il suffragio femminile divise il movimento nazionalista. La questione fu un fattore che contribuì allo scioglimento della coalizione nazionalista all’inizio del 1953, che facilitò il colpo di stato orchestrato dalla CIA e dall’intelligence britannica.

L’Iran intraprese ancora una volta un’agenda di modernizzazione autoritaria, comprese le riforme di genere, che il governo utilizzò per segnalare il suo impegno nei confronti delle norme occidentali. Sebbene i progetti di riforma di Mohammad Reza Shah Pahlavi avessero una portata limitata in termini di numero di persone che effettivamente adottarono uno stile di vita “moderno”, ebbero un impatto simbolico considerevole: immagini di modernizzazione permearono nuovi spazi pubblici, inclusi giornali, televisione, cinema, cartelloni pubblicitari, industria della moda e riviste popolari. Molte case urbane avevano un televisore alla fine degli anni ’60; andare al cinema era una forma popolare di intrattenimento. Immagini di donne in abiti succinti e gesti provocatori riempirono i media. L’industria pubblicitaria diffuse immagini di ideali e stili di vita di bellezza occidentali e le riviste pubblicarono cartoni animati con donne seminude. Non furono solo i religiosi tradizionalisti a disapprovare questi sviluppi, ma anche la maggior parte della sinistra e dei nazionalisti laici, soprattutto da quando il regime pubblicizzò questi cambiamenti nei ruoli di genere come indicazioni della crescente vicinanza dell’Iran all’Occidente. Di conseguenza, l’ostilità verso le nuove norme di genere divenne un fattore chiave nel cementare un’alleanza politica che sarebbe stata impensabile durante la prima metà del ventesimo secolo: una tenue coalizione “rosso-nera” anti-shah di sinistra antimperialista, nazionalisti e islamisti conservatori.

Fin dalla Rivoluzione costituzionale del 1906, i sostenitori della modernità avevano spinto per i diritti delle donne promettendo implicitamente che dare alle donne nuovi diritti e opportunità non avrebbe interferito con il loro soddisfacimento delle aspettative tradizionali. Sarebbero rimaste figlie rispettose, mogli fedeli e madri altruiste, anche se avessero assunto un ruolo più pubblico nella società. Da questo punto di vista, l’educazione delle donne sarebbe andata a beneficio dell’intera nazione. Negli anni ’60, tuttavia, una nuova generazione di donne assertive che lavoravano all’interno del parlamento, della burocrazia governativa, del sistema legale e delle università iniziò a minare questa idea. Sotto l’impatto del femminismo occidentale della seconda ondata, le moderne donne iraniane urbane rivendicarono nuovi diritti legali, economici e individuali, compresi più diritti nel matrimonio. Infransero anche vecchi tabù sessuali. Le poesie di Forough Farrokhzad, una brillante poetessa e regista femminista che aveva lasciato il marito per un altro uomo e perso la custodia del suo unico figlio, divennero gli inni di questa nuova generazione. Il suo lavoro scioccò i lettori con i suoi messaggi emotivamente e sessualmente provocatori. La poesia “Peccato”, ad esempio, inizia:

Ho peccato un peccato pieno di piacere, in un abbraccio caldo e ardente.
Peccai circondata da braccia calde e vendicatrici e ferree.

La pubblicazione di “Peccato” creò scandalo nei seminari religiosi e nella città di Qom, dove religiosi e loro sostenitori chiesero il divieto delle opere di Farrokhzad. Ancora più oltraggiosa fu un’altra poesia, “Prigioniera”, in cui la narratrice ammette di avere una relazione mentre è sposata e ha un figlio. Si paragona a un uccello in gabbia:

Penso a questo sapendo che non sarò mai in grado di sfuggire a questa situazione,
perché anche se il custode dovesse lasciarmi andare, ho perso tutte le mie forze per il volo.
Ogni mattina di sole un bambino, dietro le sbarre, mi guarda sorridendo
Quando comincio a cantare la mia canzone di gioia, le sue labbra formano i baci che porta per me.

Le violazioni del pudore femminile, come le immagini di giovani donne iraniane nelle riviste femminili popolari e la poesia di Farrokhzad, ruppero il contratto sociale sul genere e galvanizzarono una reazione contro i costumi sessuali occidentali, il femminismo occidentale e, presto, anche il moderno movimento per i diritti dei gay.

Non molto tempo dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha istituito un drammatico capovolgimento dei diritti delle donne. Lo stato fece rivivere le convenzioni sociali premoderne, come il velo obbligatorio, il divorzio facile per gli uomini, i matrimoni precoci e la poligamia, ma le fece rispettare attraverso forme moderne di sorveglianza e controllo. Le donne accusate di velo improprio venivano frustate e quelle accusate di sesso prematrimoniale o extraconiugale venivano imprigionate o, in alcuni casi, lapidate a morte, e gli uomini nelle moderne relazioni gay venivano severamente puniti e persino giustiziati.

Esistevano leggi aspramente misogine accanto a programmi sociali ed economici populisti che inizialmente avvantaggiavano i poveri urbani e rurali, comprese le donne. Negli anni ’90, tuttavia, le politiche di privatizzazione hanno ampliato il divario di ricchezza. Dopo aver inizialmente incoraggiato le politiche pronataliste nei primi anni ’80, il regime ha invertito la rotta e ha istituito un programma popolare e completo di pianificazione familiare. Questo periodo, dalla fine degli anni ’80 all’inizio degli anni 2000, divenne noto come l’era dei pragmatici (sostenitori della liberalizzazione economica), seguiti dai riformisti (sostenitori della liberalizzazione culturale). Poiché questi programmi di pianificazione familiare sono stati offerti in nome dell’Islam, molte pie famiglie hanno ceduto e li hanno abbracciati. I risultati, insieme a una campagna di alfabetizzazione che ha preso di mira le donne rurali, hanno portato a una drastica transizione demografica. Il tasso di fertilità complessivo è sceso da 6,4 nascite per donna nel 1984 a 1,8 nel 2010 e si è stabilizzato a 2,1 nel 2022. La Divisione per la popolazione delle Nazioni Unite ha rilevato che nei periodi che vanno dal 1975 al 1980 e dal 2005 al 2010, l’Iran ha registrato le variazioni percentuali al ribasso più marcate nel tassi di fertilità di qualsiasi paese del mondo. Collegato a questo declino è stato un aumento sostanziale dell’età del primo matrimonio sia per le donne che per gli uomini. Il numero dei matrimoni formali è diminuito, mentre sono aumentati i matrimoni temporanei sanciti religiosamente (un’antica forma di concubinato, in cui il sesso è solitamente scambiato con denaro) e, gradualmente, una forma più moderna di convivenza nota come “matrimonio bianco”.

Come risultato dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione, della vaccinazione, di una migliore igiene e dell’adozione di tecnologie contraccettive, l’istituzione del matrimonio ha subito un profondo cambiamento in Iran, proprio come in Occidente. Il matrimonio è diventato meno incentrato sulla procreazione e le richieste delle donne di intimità emotiva e sessuale sono aumentate. Nuove forme di eterosessualità normativa furono stabilite quando il sesso reciprocamente piacevole e l’amore romantico nel matrimonio divennero importanti. Anche il sesso al di fuori del matrimonio è diventato più accettabile. Man mano che le donne diventavano più assertive sessualmente, diventavano anche meno tolleranti nei confronti delle relazioni extraconiugali degli uomini, sia eterosessuali che omosessuali, e meno tolleranti nei confronti dell’intrusione dello stato nelle loro vite personali. Anche i tassi di divorzio sono aumentati.

Le relazioni di genere hanno continuato a cambiare nonostante tutti i tentativi dello Stato islamista di tornare indietro nel tempo. I giovani uomini e donne rurali reclutati nelle forze del regime iniziarono presto a contrarre matrimoni di compagnia benedetti dal regime, piuttosto che organizzati dalle loro famiglie. Nel secondo decennio del ventunesimo secolo, i matrimoni combinati ei matrimoni rigorosamente all’interno di gruppi di parentela non erano più la norma, nemmeno nelle comunità tribali e rurali. Le donne si aspettavano intimità, spontaneità e un maggior grado di vicinanza emotiva e sessuale. Inoltre, con l’aumentare dell’età media del matrimonio per le ragazze, gli appuntamenti sono diventati una parte più accettata della vita.

Oggi l’Iran rimane una terra di profonde contraddizioni non solo in politica ma anche in amore, sesso e matrimonio. Sebbene la partecipazione delle donne all’economia formale sia molto bassa, esse sono fortemente coinvolte nell’economia informale. Molte hanno diversi lavori part-time e sostengono finanziariamente le loro famiglie. Un numero significativo di donne urbane ha anche scelto di rimanere single o, se divorziate o vedove, di non risposarsi. Eppure i libri di testo scolastici rimangono profondamente conservatori, ritraendo le donne principalmente come mogli e madri. I giovani si frequentano online e molte donne urbane praticano sesso prematrimoniale. Ma quando una relazione non finisce con il matrimonio, le donne spesso si sottopongono all’imenoplastica prima di sposarsi con un partner maschio disponibile e più tradizionale che si aspetta che sua moglie sia vergine. Le coppie scelgono sempre più di convivere in “matrimoni bianchi” invece di contrarre matrimonio legale. Allo stesso tempo, leggi anacronistiche continuano a vietare l’intimità tra uomini e donne non imparentati.

Tutti questi fattori hanno spianato la strada alle grandi e persistenti proteste a cui stiamo assistendo oggi in Iran. Le donne iraniane hanno fatto parte di tutte le principali proteste sociali dal secondo decennio della Repubblica islamica e, negli ultimi anni, sono state spesso in prima linea in queste proteste. Le donne hanno combattuto a fianco o addirittura di fronte agli uomini per i loro obiettivi comuni, come l’istruzione, il lavoro ei diritti umani, ma anche specificamente per i diritti delle donne. Hanno assunto ruoli di leadership nelle proteste nazionali di massa e hanno iniettato preoccupazioni femministe in più ampie lamentele sociali ed economiche. I partecipanti a queste proteste sociali hanno incluso un gran numero della classe operaia iraniana, donne e uomini, per lo più giovani, insieme a membri di varie minoranze nazionali emarginate – arabi, curdi, baluchi, lur e azeri – e minoranze religiose perseguitate, come bahá’í e sufi.

Le donne hanno partecipato in modo significativo all’immenso Movimento Verde del 2009, uno sfogo spontaneo contro le elezioni presidenziali truccate nel giugno di quell’anno. Le proteste sono scoppiate quando il presidente Mahmoud Ahmadinejad, che, secondo i sondaggi, avrebbe dovuto perdere le elezioni, è stato dichiarato vincitore di un incredibile 62% dei voti espressi. Milioni di persone sono scese in piazza, chiedendo: “Dov’è il mio voto?” Il giornalista del New York Times Roger Cohen, che all’epoca si trovava a Teheran, scrisse: “Le donne iraniane sono all’avanguardia. Da giorni le vedo incitare gli uomini meno coraggiosi. Le ho viste picchiate e tornare nella mischia”.

Le donne sono state anche le principali partecipanti alle proteste di massa dal dicembre 2017 al gennaio 2018. I manifestanti hanno protestato contro l’elevata inflazione e la corruzione del governo e hanno chiesto la fine della Repubblica islamica e dei suoi interventi all’estero. I manifestanti hanno persino gridato: “Morte a Khamenei”. Migliaia di persone, tra cui molte donne, arabi iraniani e curdi, sono state arrestate dalle forze di sicurezza.

Una seconda ondata di proteste di massa è emersa nel novembre 2019, quando più di 200.000 persone sono scese in piazza dopo che il prezzo della benzina è aumentato del 50% e il paese ha subito una drastica penuria d’acqua causata da una combinazione di cambiamento climatico e rapaci politiche del capitalismo di stato. Ancora una volta, una protesta apparentemente economica si è trasformata in una protesta politica che ha colmato il divario tra i poveri urbani e quelli che il sociologo Asef Bayat ha definito i “poveri della classe media”, cioè, giovani altamente istruiti che non possono raggiungere i livelli base di una vita borghese. Queste proteste furono violentemente represse. Secondo Amnesty International oltre 1500 persone sono state assassinate dalle Guardie Rivoluzionarie nella provincia meridionale del Khuzestan, ricca di petrolio. Come ha scritto Houshyar Dehghani sul quotidiano online Radio Zamaneh, le donne erano chiaramente alla guida di queste proteste:

Le donne sono in prima linea nelle proteste. Sono loro che si oppongono alle Guardie [rivoluzionarie] e si rifiutano di fuggire, incoraggiano il popolo a resistere, discutono con le forze oppressive ,stare davanti alle armi degli uomini in borghese e cantare slogan, per cui la folla si unisce a loro. Sono le donne che scattano foto e video, e quando le [guardie] cercano di arrestare qualcuno, sono le donne che le affrontano e cercano di salvare la persona arrestata. I media statali li hanno definiti sospetti e agenti di potenze straniere. . . . Le forze in borghese hanno usato la violenza sessuale per spaventare le donne e per respingerle nelle loro case. Ma l’influenza di tali tabù e pratiche culturali, che sono alla radice della Repubblica islamica, sta svanendo. Quando qualcuno, dopo aver assistito al massacro di 1500 persone, ha il coraggio di opporsi alle forze dell’ordine, la molestia sessuale è un’arma debole.

Le donne sono state anche organizzatrici e leader di sforzi sociali come la Campagna per il rilascio dei prigionieri politici, la Campagna per sradicare la lapidazione e le esecuzioni, la Campagna per la riforma ambientale, la Campagna delle madri per la pace e la Campagna per protestare contro lo stupro e la tortura di Prigionieri politici. Più recentemente, le femministe iraniane hanno avviato una campagna #MeToo, parlando di molestie sessuali, abusi, aggressioni e stupri, e hanno citato uomini influenti nelle loro accuse, inclusi potenti comandanti della Guardia rivoluzionaria, religiosi e intellettuali.

Hanno anche lanciato un movimento per porre fine al velo obbligatorio. Nel 2014, Masih Alinejad, un giornalista che vive in esilio, ha lanciato un gruppo su Facebook chiamato My Stealthy Freedom. Ha invitato le donne iraniane a pubblicare foto di se stesse senza hijab. Centinaia di donne hanno pubblicato immagini e la pagina ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Le donne hanno persino partecipato dall’interno dell’Iran, nonostante l’enorme pericolo personale per se stesse e le loro famiglie. Il 27 dicembre 2017, una giovane donna di nome Vida Movahed è stata arrestata quando ha legato il suo hijab a un bastone, si è messa in cima a una cabina di servizio nell’affollata Revolution Avenue a Teheran e l’ha agitata davanti alla folla, diventando un’icona per il proteste. Dozzine si sono impegnate in simili atti di sfida e sono state spesso arrestate.

2022: un cambiamento irrevocabile nelle relazioni di genere?

I sondaggi hanno dimostrato che la maggior parte degli iraniani crede che indossare l’hijab dovrebbe essere volontario. Ma il regime ha raddoppiato le sue politiche. Nel tentativo di respingere le donne in una vita di matrimonio e figli multipli, nell’autunno del 2021 sono state adottate norme draconiane sull’aborto e sul controllo delle nascite, cose che la società iraniana non ha mai visto. Il controllo delle nascite non è più disponibile in tutto l’Iran senza prescrizione medica e le donne incinte sono monitorate dallo stato per assicurarsi che portino a termine la gravidanza. Nel luglio 2022, il presidente Raisi ha deciso di far rispettare severamente le leggi sull’hijab, che gradualmente erano state osservate molto meno rigorosamente. Queste politiche, chiaramente fuorviate persino dagli stessi standard del governo, potrebbero ora abbatterlo.

Le preoccupazioni per la purezza avevano, fino a tempi relativamente recenti, impedito alle donne di partecipare pienamente ai movimenti sociali per paura di essere chiamate “disonorevoli” o “immorali”. Ma in un mondo in cui il sesso prematrimoniale sta diventando molto più comune, tali etichette non hanno più il potere che avevano una volta. Oggi le donne iraniane combattono la polizia sia con il cervello che con il corpo. Gli uomini sono ormai abituati a vedere le donne come leader delle campagne sociali, e le donne usano le arti marziali per combattere la polizia nelle strade. Le proteste di oggi sono il culmine di quasi due secoli di lotta per i diritti civili delle donne iraniane e delle minoranze etniche e religiose.

Il regime iraniano comprende il potere sempre crescente del centenario movimento delle donne, in particolare ora che si è unito alle proteste per i rancori economici ed etnici. Il governo ha usato una miriade di strategie per soffocarlo. Le attiviste vengono picchiate, accecate da colpi di pistola sparati negli occhi, impedite di cercare cure mediche negli ospedali, arrestate e gettate in prigione, dove, secondo un recente rapporto della CNN, sia giovani donne che uomini vengono torturate e violentate. Dall’ultima ondata di proteste iniziata a settembre, il regime ha ucciso circa 500 persone e arrestato più di 18.000 persone, molte delle quali bambini. I giornalisti vengono arrestati per aver riferito di eventi e le principali testate giornalistiche non possono coprire le manifestazioni o vengono chiuse del tutto. Le organizzazioni che forniscono piattaforme agli attivisti ricevono minacciosi avvertimenti e i siti web associati al movimento vengono regolarmente chiusi. Non possiamo sapere cosa accadrà a seguito di questa repressione, ma possiamo affermare con assoluta certezza che le donne iraniane continueranno ad andare avanti. Come un possente fiume bloccato da giganteschi massi, il movimento trova continuamente un nuovo percorso, a volte in modi del tutto imprevisti.

Nel secolo scorso, le donne iraniane hanno realizzato cambiamenti epocali. Hanno conquistato il diritto all’istruzione e all’accesso agli spazi pubblici; hanno costantemente combattuto le normative imposte dallo stato su ciò che potevano o non potevano indossare; hanno ottenuto il diritto di lavorare fuori casa, di votare e di ricoprire cariche; e hanno chiesto sempre più matrimoni più basati sull’affetto, amicizia e gratificazione sessuale e il diritto di lasciare quelli violenti. Le donne hanno risposto positivamente alle misure di controllo delle nascite istituite alla fine degli anni ’80. Hanno preso il controllo del proprio corpo, riducendo il numero di gravidanze o scegliendo di non avere figli. Le donne sono diventate scienziate, ingegnere, accademiche, giornaliste, avvocate, atlete, registe, attrici e scrittrici di alto livello che hanno lottato instancabilmente per i diritti delle donne. Hanno scatenato un nuovo genere di letteratura femminista e sono diventate alcune dei più importanti editori, registi e artisti degli ultimi decenni. Le femministe di lingua persiana continuano a stringere legami di solidarietà con le loro compatriote curde, azere, baluce e arabe e con le appartenenti alle minoranze religiose sunnite e bahá’í, e sono state in prima linea nel movimento di solidarietà con le donne afghane. Nel processo, le sostenitrici iraniane dei diritti delle donne hanno infranto secolari tabù e rituali sessuali e di genere, guadagnandosi anche un enorme rispetto da un’ampia fascia della società. Femministe iraniane come Shirin Ebadi, Nasrin Sotoudeh e Narges Mohammadi sono state riconosciute nella comunità internazionale come coraggiose pioniere e apripista di una società più democratica in Iran. e artisti degli ultimi decenni.

La rivolta del 2022 costituisce già una straordinaria vittoria, non importa come finirà; l’Iran è già cambiato irrevocabilmente. L’attuale confluenza dei movimenti per i diritti delle donne, dei diritti civili e dei diritti delle minoranze, unita al sostegno della popolazione generale, sia della classe media che di quella operaia, ha portato l’Iran sul punto di pronunciare una condanna a morte per il regime teocratico che ha governato per più di quattro decenni.

………………….
* Janet Afary e Kevin B. Anderson sono docenti presso l’Università della California, Santa Barbara

Fonte: https://www.dissentmagazine.org/online_articles/women-life-freedom-iran-uprising-origins

Traduzione di Maurizio Acerbo

La sezione storica di questo saggio si basa sulle seguenti precedenti pubblicazioni degli autori:

Janet Afary. 1996. The Iranian Constitutional Revolution of 1906-11: Grassroots Democracy, Social Democracy, and the Origins of Feminism. New York: Columbia University Press.

Janet Afary. 2003. “Shi’ite Narratives of Karbala, Christian Rites of Penitence: Michel Foucault and the Culture of the Iranian Revolution, 1978-79,” Radical History Review, no. 86 (Spring): 7-36.

Janet Afary. 2009. Sexual Politics in Modern Iran. Cambridge University Press.

Janet Afary and Jesilyn Faust, eds. 2021. Iranian Romance in the Digital Age: From Arranged Marriage to White Marriage. London: Bloomsbury Press.

Janet Afary. 2022. “From Bedrooms to Streets: The Rise of a New Generation of Independent Iranian Women,” Freedom of Thought Journal 11 (Spring): 1-28. DOI: https://doi.org/10.53895/RGZG7213

Janet Afary and Kevin B. Anderson. 2005. Foucault and the Iranian Revolution: Gender and the Seductions of Islamism. Chicago: University of Chicago Press.

Roger Friedland, Janet Afary, Paolo Gardinali, and C. Naslund. 2016. “Love in the Middle East: The Contradictions of Romance in the Facebook World,” Critical Research on Religion 4:3, 229-258.

FONTE: http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2022/12/16/iran-le-origini-della-rivolta/

“Lost Paradise”: aggiornamenti del Prof. Joseph Tritto sulla ricerca per la creazione sintetica di virus e… vaccini (da Oval Media)

Per gentile concessione di Oval Media prroponiamo tre recenti interviste/lezioni del Prof. Joseph Tritto sugli ultimi sviluppi della ricerca intorno alla produzione di nuovi virus e di nuovi vaccini con diverse tecnologie di biologia sintetica difficilmente controllabili e che espongono a consistenti rischi per l’umanità.

Il Prof. Tritto comunica anche che l’esposto presentato alla UE per chiedere una regolamentazione globale per regolarizzare questo tipo di ricerca è stato acquisito e dovrebbe iniziare il suo percorso di valutazione.

Su cambiailmondo.org abbiamo già pubblicato due interventi molto interessanti del Prof. Joseph Tritto che richiamiamo di seguito: Il primo è del 24 febbraio 2022, il secondo del 3 agosto del 2022.

La guerra senza combattere: Intervista con Joseph Tritto, presidente della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

I temi dei tre video che seguono sono:

  • L’esperimento di Boston
  • Vaccini Chimerici
  • L’origine di Omicron

Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero, principalmente a Parigi, Londra e New York. Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra. Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India. Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: https://www.oval.media/it/home-italiano/

Libia, migranti, navi: chi detiene la verità ?

Venerdì scorso 25 novembre, la penultima serata del XIV° Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è stata interrotta da un gruppo di rappresentanti di alcune Ong italiane che hanno bloccato la proiezione di un documentario sulla Libia; “L’urlo”, questo il titolo del film, realizzato da Michelangelo Severgnini, sembra aver scosso e indignato parte della platea che ha protestato in modo scomposto e imposto al resto degli spettatori il blocco della proiezione al 20simo minuto.

Nei report che sono girati in rete si ascoltano accuse di antisemitismo e si definisce il documento una porcheria, una schifezza, ecc. ecc.

Tra coloro che intervengono a giustificare la sospensione (che altri vorrebbero continuare a seguire) troviamo Beppe Caccia e Valentina Brinis che dicono di parlare in rappresentanza rispettivamente di Mediterranea e Open Arms due delle navi che soccorrono da diversi anni i naufraghi provenienti prevalentemente dalla Libia.

Non si intendono, nell’alterco, i motivi specifici di questa indignazione che sembrerebbe essere derivata da alcune interviste a migranti africani in Libia che esprimono valutazioni non troppo conformi a quelle attese.

Il fatto è di una certa gravità; come previsto dal programma si poteva discutere del film alla sua conclusione; invece qualcuno si è sentito nella condizione di imporre con metodi sbrigativi e discutibili, degni di altra tradizione, l’interruzione della visione.

Noi non abbiamo visto il film perché a quanto pare la sua diffusione non è consentita da alcuni dei soggetti promotori e, da quanto sostiene il regista, l’unica possibilità di vederlo è quello di presentazioni limitate in sua presenza in quanto autore.

Non sappiamo quindi quali orridi contenuti o abissi morali contenga.

Una ragione in più per trovare un’occasione per vederlo.

Non ci accodiamo neanche alla polemica emersa nel fine settimana su alcuni blog. O almeno, riteniamo che il fatto che il film fosse stato proposto, fuori concorso, all’interno del Festival mostri l’interesse e l’imparzialità del team organizzatore al quale ciò va riconosciuto.

Quello che invece possiamo a ragione sostenere sulla base del materiale a disposizione è che sulla genesi, sulle condizioni e vicende dei migranti in generale e su quelli provenienti dalla Libia in particolare, non c’è Ong che abbia qualche sorta di primato interpretativo. E se c’è qualche occasione di ascoltare cosa pensano i migranti in prima persona della loro stessa condizione, dei loro paesi, dell’Europa, ecc. si tratta di un’occasione d’oro.

Le Ong dovrebbero fare al meglio il loro meritorio lavoro in mare e in terra. Sul resto, trattandosi di temi pubblici che riguardano tutti, tutti debbono potersi liberamente esprimere, soprattutto quando le vicende di cui si parla derivano da una guerra di aggressione dell’occidente in territorio africano che dura da oltre un decennio e che non accenna a concludersi. Cosa che sembra dimenticata da molti operatori.

In ogni caso, in attesa di vedere il film o leggere il libro-dossier che porta lo stesso titolo, proponiamo di seguito il racconto e le tesi dell’autore, che per dirla tutta, non ci sembrano lontane dalla verità, salvo le opportune verifiche su fatti e contesti specifici citati.

A dicembre del 2018 la FIEI organizzò un evento di una intera giornata a Roma assieme ad una Ong inglese, la Oxfam, in occasione del suo rapporto sull’Africa dell’anno precedente, con molti interventi dall’Italia e da diversi paesi africani. Si intitolava “I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità”. Quanto sostiene Michelangelo Severgnini nel video che segue ci sembra confermare la sostanza di quanto ascoltammo in quell’occasione.

Rodolfo Ricci (FIEI)

Sul Convegno citato leggi anche: Africa, smettiamola di rapinarli a casa loro

Video integrale del Convegno FIEI: “I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità”


Leggi anche:

Il docufilm “L’Urlo” fa saltare i nervi alle Ong. La destra ne approfitta

Voci dalla Libia – Speciale Fortezza Italia con Michelangelo Severgnini

Di seguito il trailer del film “L’urlo” e l’intervento di Michelangelo Severgnini alla presentazione del film (e del libro) al Goethe Institut di Palermo nell’ambito del Festival delle Letterature migranti, del 15 ottobre scorso.

L’Australia diventa una portaerei nucleare statunitense in Asia

di John Menadue (*) (1 novembre 2022)

Four Corners ieri sera ha mostrato come l’Australia stia diventando “un proxy” o “un patsy” per gli Stati Uniti in un possibile conflitto con la Cina. Le nostre azioni invitano a una risposta cinese. A volte mi chiedo perché i cinesi si preoccupino di ripristinare le relazioni quando ci comportiamo in modo così sciocco per volere degli Stati Uniti. La Cina non è una minaccia per l’Australia, ma il nostro “pericoloso alleato” continua a spingere la Cina a provocare una guerra.

Ieri sera Four Corners ha riferito:

  • Gli Stati Uniti si stanno preparando a schierare fino a sei bombardieri B-52 a capacità nucleare nel nord dell’Australia, una mossa provocatoria che, secondo gli esperti, ha come obiettivo la Cina.
  • I bombardieri fanno parte di un potenziamento molto più ampio dei mezzi di difesa nel nord dell’Australia, compresa un’importante espansione della base di intelligence di Pine Gap, che svolgerà un ruolo vitale in qualsiasi conflitto con Pechino.

Richard Tanter, ricercatore senior presso il Nautilus Institute e scrittore per Pearls and Irritations, ha affermato che il previsto dispiegamento dei bombardieri è più significativo della rotazione dei marines statunitensi a Darwin ogni anno. Ha detto che è “molto difficile pensare a un impegno più aperto che potremmo prendere. Un segnale più esplicito ai cinesi che stiamo assecondando i piani americani per una guerra con la Cina”.

La capacità della RAAF di ospitare bombardieri dell’USAF e di addestrarsi al loro fianco dimostra quanto siano integrate le nostre due forze aeree”, ha dichiarato un funzionario della difesa statunitense. Altrettanto importante per la crescente presenza degli Stati Uniti nel nord dell’Australia è la costruzione di undici giganteschi serbatoi di stoccaggio del carburante per jet a Darwin.

Richard Tanter ha dichiarato che la base di spionaggio vicino ad Alice Springs sta subendo un importante aggiornamento.

Questo avviene in un momento in cui il Parlamento australiano non è stato informato di nulla, né di dichiarazioni dei ministri, né di domande ai ministri”. Ha affermato che se dovesse scoppiare un conflitto tra Stati Uniti e Cina, Pine Gap giocherebbe un ruolo estremamente significativo. Sarebbe anche un obiettivo primario.

Ma c’è di più di quello che ci ha detto Four Corners.

Gli Stati Uniti hanno una serie di bombardieri più moderni e stealth che si esercitano da Amberley e che hanno come obiettivo il Mar Cinese Meridionale e oltre. La RAAF fornisce il rifornimento in volo a questi aerei statunitensi.

Come hanno sottolineato Richard Tanter e altri, non c’è alcun tentativo di informare l’opinione pubblica australiana su questi sviluppi epocali, con l’Australia che si impegna a “combattere una guerra di alto livello e a condurre operazioni militari combinate” con gli Stati Uniti nella nostra regione. Questo è ciò che i ministri statunitensi e australiani hanno concordato l’anno scorso.

Inoltre, non ho visto alcun segno che il governo australiano abbia discusso di questi temi con i Paesi dell’ASEAN. I nostri vicini regionali sono più preoccupati per le questioni economiche e per il cambiamento climatico. Stanno deliberatamente scegliendo di non schierarsi tra Cina e Stati Uniti. Sono esclusi dal QUAD e dall’AUKUS. Tutto questo deve far venire i brividi agli indonesiani e all’ASEAN. Se le nostre provocazioni militari non sono un’offesa sufficiente per i nostri vicini, ci siamo uniti agli Stati Uniti nell’escludere la Cina dalle istituzioni regionali.

Indottrinati dal flusso di Washington, la maggior parte dei nostri giornalisti è stata catturata dagli interessi stranieri su queste questioni strategiche. Si uniscono quotidianamente alla campagna anti-Cina condotta da Washington. Sono seguiti pedissequamente dai nostri politici, dagli alti funzionari pubblici, dalle agenzie di intelligence e dai “think tank” finanziati dagli Stati Uniti.

In quanto membri a pieno titolo del Club di Washington, Anthony Albanese e Richard Marles non mostrano alcun segno di cambiare la pericolosa rotta che stiamo seguendo. E Penny Wong è difficile da trovare!

La rapida militarizzazione dell’Australia settentrionale da parte degli Stati Uniti avviene in un momento in cui si presume che sia in corso la revisione strategica della difesa. Sembra una continua colonizzazione dell’Australia da parte degli Stati Uniti, con un’operazione di facciata per ciò che il Club di Washington si aspetta e vuole. Il Club non può accettare nient’altro che l’egemonia statunitense con la sua determinazione a rovesciare i governi e a scatenare guerre senza fine. Gli Stati Uniti sono uno degli imperi più violenti della storia umana. La violenza all’estero si riflette nella violenza e nel degrado interno.

Di seguito riporto un articolo che ho scritto su questi temi il 16 settembre di quest’anno.

(*) John Laurence Menadue  (8 febbraio 1935) ex alto funzionario pubblico e diplomatico. È stato Segretario del Dipartimento del Primo Ministro e del Gabinetto dal 1975 al 1976, sotto i governi Whitlam e Fraser. Successivamente è stato nominato da Malcolm Fraser ambasciatore australiano in Giappone, incarico che ha ricoperto dal 1977 al 1980. Successivamente Menadue è tornato in Australia ed è stato nominato Segretario del Dipartimento per l’Immigrazione e gli Affari Etnici dal 1980 al 1983. Successivamente, nel 1983, è diventato Segretario del Dipartimento del Ministro speciale di Stato e Segretario del Dipartimento del Commercio.


La Defence Strategic Review – Stiamo diventando un proxy o un patsy per gli Stati Uniti in un possibile conflitto con la Cina

La Defence Strategic Review deve mettere in guardia il Ministro Marles sulla pericolosa strada che sta percorrendo l’Australia. Stiamo diventando una portaerei per gli Stati Uniti.

Temendo che la loro egemonia mondiale sia messa in discussione, gli Stati Uniti spingono la Cina ad ogni occasione. La visita di Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, a Taiwan è stata solo l’esempio più recente di questo incitamento.
La minaccia che ci viene dalla Cina è se continuiamo ad agire nella nostra regione come un proxy per gli Stati Uniti. Altri Paesi della regione non lo stanno facendo.

La minaccia “Cina” è una replica del vergognoso e precedente “pericolo giallo”. La Cina non è una minaccia militare per l’Australia.

Gli Stati Uniti sono il Paese più violento e aggressivo del mondo, quasi sempre in guerra. Il suo impero militare comprende 800 basi militari straniere.

Abbiamo bisogno di una forte presenza degli Stati Uniti nella nostra regione, ma non del comportamento provocatorio e pericoloso che vediamo continuamente.

Ci stiamo legando acriticamente a un egemone in declino ma pericoloso.

Il nostro “Club di Washington” è stato alimentato a goccia dall’America per molto tempo. Ha una mentalità “coloniale”. Accetta senza riflettere seriamente la visione statunitense del mondo.

L’Australia settentrionale sta diventando una colonia militare statunitense.

Questi punti sono sviluppati più avanti.

L’Australia settentrionale sta diventando una colonia militare statunitense

Nel 2011, in un momento di difficoltà politica, Julia Gillard era ansiosa che il Presidente Obama visitasse l’Australia e parlasse al Parlamento. Kim Beazley, il nostro ambasciatore a Washington, era molto desideroso di aiutare. Come parte dell’accordo per ottenere la visita di Obama, la Gillard acconsentì alla rotazione dei Marines a Darwin, con la speranza degli Stati Uniti di avere in futuro basi a Perth e a Cocos-Keeling.

Questa è stata la vera apertura della porta per gli americani.

Da allora la colonizzazione è proseguita a ritmo sostenuto, con un numero sempre maggiore di Marines a rotazione a Darwin e operazioni dell’USAF nell’Australia settentrionale.

Ma il piede sull’acceleratore della colonizzazione militare statunitense è arrivato nel settembre 2021.

Il 16 settembre 2021, il Segretario di Stato Antony Blinken e il Segretario alla Difesa Lloyd Austin hanno ospitato il Ministro degli Affari Esteri e Ministro delle Donne Marise Payne e il Ministro della Difesa Peter Dutton a Washington D.C. per le 31esime consultazioni ministeriali Australia-Stati Uniti (AUSMIN 2021). I segretari e i ministri hanno approvato le seguenti aree di cooperazione sulla postura delle forze:

  • Cooperazione aerea rafforzata attraverso il dispiegamento a rotazione di velivoli statunitensi di tutti i tipi in Australia e l’addestramento e le esercitazioni di velivoli appropriati.
  • Cooperazione marittima rafforzata attraverso l’aumento delle capacità logistiche e di supporto delle navi di superficie e subacquee statunitensi in Australia.
  • Rafforzare la cooperazione terrestre conducendo esercitazioni più complesse e integrate e un maggiore impegno congiunto con gli alleati e i partner della regione.
  • Creazione di un’impresa combinata per la logistica, il sostentamento e la manutenzione a supporto di operazioni belliche di alto livello e di operazioni militari combinate nella regione.

Si veda la dichiarazione congiunta delle consultazioni ministeriali Australia-USA (AUSMIN).

Ci siamo impegnati a “sostenere operazioni militari combinate e di guerra di alto livello e a garantire un accesso illimitato alle forze e alle piattaforme statunitensi” nell’Australia settentrionale e occidentale.

Solo ieri l’AFR ha sottolineato “l’attenzione degli Stati Uniti per l’Australia occidentale e settentrionale. L’ex consigliere di politica estera del presidente George W. Bush e nuovo direttore del Centro Studi degli Stati Uniti, Michael Green, prevede che gli Stati Uniti diventeranno sempre più dipendenti dall’Australia per le operazioni militari e di intelligence. Lo spostamento dell’attenzione della politica estera dall’Asia-Pacifico all’Indo-Pacifico significa che le aree dell’Australia occidentale e settentrionale saranno “critiche” per gli Stati Uniti e i loro alleati. ”Abbiamo bisogno di accesso: abbiamo bisogno di acquistare l’Oceano Indiano e, quindi, dal punto di vista geografico, tecnologico, delle operazioni militari e di intelligence, gli Stati Uniti dipenderanno sempre di più dall’Australia”, ha detto Green. Non ci sono due modi per evitarlo”.

Non abbiamo discusso o considerato seriamente le enormi e rischiosissime conseguenze di tutto questo. La nostra sovranità e la nostra integrità come nazione sono in gioco e al capriccio degli Stati Uniti, un Paese che non sa bene su quale strada si trovi: cripto-fascismo, guerra civile o anarchia.

In AUKUS, a costi enormi e con grande ritardo, stiamo progettando di fondere i nostri futuri sottomarini a propulsione nucleare con la Marina statunitense per operare nel Mar Cinese Meridionale contro la Cina.

Il Ministro Marles ci ha detto che non solo lavoriamo “in modo interoperativo” con le forze armate statunitensi in numerosi modi, ma che ora ci siamo impegnati a “interscambiabilità” con le forze statunitensi. Ci stiamo legando ancora di più a un “alleato pericoloso”. Il Ministro Marles sembra non preoccuparsi della strada pericolosa che stiamo percorrendo. Ancor peggio, sembra incurante di cedere la nostra sovranità nazionale. Dovrebbe essere osservato con molta attenzione.

Gli Stati Uniti sono il Paese più violento del mondo e quasi sempre in guerra.

Esiste un enorme e potente gruppo di elettori statunitensi impegnati in una guerra continua. Abbiamo partecipato alle guerre in Vietnam, Iraq, Afghanistan e Siria. Tutte sono state disastrose. Ora gli Stati Uniti continuano a incitare e provocare la Cina e vogliono che ci uniamo a loro. E noi lo facciamo.

Malcolm Fraser aveva ragione riguardo al “nostro pericoloso alleato”.

Gli Stati Uniti sono assuefatti dalla convinzione del loro eccezionalismo, si basano sull’aggressività e sulla violenza sia in patria che all’estero e hanno difficoltà ad ammettere gli errori.

Sul piano interno assomigliano sempre più a un treno in corsa al rallentatore.

A parte brevi periodi di isolazionismo, gli Stati Uniti sono stati quasi sempre in guerra.

I dati sono chiari. Più volte ci siamo lasciati trascinare nelle guerre imperiali del Regno Unito e poi degli Stati Uniti. Abbiamo perso la nostra autonomia strategica.

In due secoli, gli Stati Uniti hanno sovvertito e rovesciato numerosi governi. Hanno un complesso militare e imprenditoriale che dipende dalla guerra per la propria influenza e il proprio arricchimento. Finanziano il nostro War Memorial e l’Australian Strategic Policy Institute e molti altri fronti per gli interessi militari e commerciali statunitensi.

I dati dimostrano che gli Stati Uniti sono un Paese molto più aggressivo e violento della Cina.

Gli Stati Uniti si arrogano una superiorità morale che negano agli altri. Sono accecati dalle proprie illusioni ideologiche e dalla propria auto-giustizia.

Molte delle nostre élite politiche, burocratiche, imprenditoriali e mediatiche sono state alimentate a goccia a goccia dagli americani, come l’Australian America Leadership Dialogue, per così tanto tempo che hanno difficoltà a pensare a un mondo senza l’egemonia globale americana. In passato abbiamo avuto una visione simile e dipendente dal Regno Unito. La cosa è finita in lacrime a Singapore.

In questo blog, “La guerra è nel DNA americano?“, ho richiamato più volte l’attenzione sui rischi che corriamo nell’essere “uniti al fianco” di un Paese che è quasi sempre in guerra. I fatti sono chiari. Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un decennio senza guerre. Dalla sua fondazione nel 1776, gli Stati Uniti sono stati in guerra per il 93% del tempo. Queste guerre si sono estese dal proprio emisfero al Pacifico, all’Europa e più recentemente al Medio Oriente. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno lanciato 201 dei 248 conflitti armati. Negli ultimi decenni la maggior parte di queste guerre non ha avuto successo. Gli Stati Uniti mantengono 800 basi o siti militari in tutto il mondo, compresa l’Australia. Nella nostra regione gli Stati Uniti hanno un massiccio dispiegamento di hardware e truppe in Giappone, nella Repubblica di Corea e a Guam. La Cina ha una base navale off shore a Gibuti, nel Corno d’Africa, principalmente per combattere i pirati.

Pensate alla frenesia degli Stati Uniti se la Cina avesse una serie di basi simili nei Caraibi o se le sue navi pattugliassero le Florida Keys.

Da un secolo gli Stati Uniti si intromettono ampiamente negli affari e nelle elezioni di altri Paesi. Hanno cercato di cambiare i governi di altri Paesi 72 volte durante la Guerra Fredda. Molti leader stranieri sono stati assassinati. Nel pezzo riprodotto in questo blog The fatal expense of US Imperialism, il professor Jeffrey Sachs ha affermato che:

“La portata delle operazioni militari statunitensi è notevole… Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di utilizzo di mezzi occulti e palesi per rovesciare i governi ritenuti ostili agli Stati Uniti… Lo storico John Coatsworth conta 41 casi di cambio di regime guidato dagli Stati Uniti, per una media di un rovesciamento di governo da parte degli Stati Uniti ogni 28 mesi per secoli”.

I rovesciamenti o le interferenze nei governi stranieri sono diversi, tra cui Honduras, Guatemala, Iran, Haiti, Congo, Indonesia, Giappone, Vietnam, Cile, Iraq, Afghanistan e, più recentemente, Siria. Si confronti con la Cina!

E questa interferenza è continuata con l’indebolimento del governo filorusso in Ucraina da parte del colpo di Stato Maidan sostenuto dagli Stati Uniti nel 2014. Gorbaciov e Reagan avevano concordato che, permettendo la riunificazione della Germania, la NATO non si sarebbe estesa verso est. Ma con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, la NATO si è ora estesa provocatoriamente fino ai confini della Russia. Non sorprende che la Russia si opponga.

Gli Stati Uniti hanno incoraggiato la recente insurrezione “democratica” di Hong Kong. È quasi riuscita.

Nonostante tutte le prove di guerre e ingerenze, l’Imperium americano continua senza essere controllato o messo in discussione in America o in Australia.

Ci sono diverse ragioni per cui questo approccio non è stato messo in discussione.

Il primo è quello che viene spesso descritto come il “destino manifesto” dell’America: il diritto, conferito da Dio, di interferire negli affari degli altri Paesi. Questo diritto non viene esteso agli altri perché molti americani si considerano più virtuosi e il loro sistema di governo migliore degli altri. Il Presidente degli Stati Uniti, Biden, oggi veste questo destino manifesto in termini di democrazia contro autocrazia. E Nancy Pelosi si lancia in un viaggio provocatorio a Taiwan. Che alleato!

L’ignoranza e il campanilismo dell’America comune e dei suoi politici di altri Paesi sono leggendari, ma forse altrettanto importante è la loro resistenza ad alleviare l’ignoranza. Questo può non sembrare insolito, ma è pericoloso per un Paese con un potere militare schiacciante impiegato in tutto il mondo.

Chiunque abbia avuto a che fare con un gruppo di viaggio di texani campanilisti sa cosa intendo!!!

La seconda ragione per cui l’Imperium americano continua ad essere largamente incontrollato è il potere di quello che il presidente Dwight Eisenhower una volta chiamò il “complesso militare e industriale” degli Stati Uniti. Nel 2021 aggiungerei “politici” che dipendono fortemente dai finanziamenti dei potenti produttori di armi e dal personale militare e civile di oltre 4.000 strutture militari. Il Congresso aumenta l’enorme budget militare anno dopo anno. Anche la comunità dei servizi segreti e molte università e think tank hanno un interesse personale nell’imperium americano.

L’Australia è intrappolata nell’imperium americano

Questo complesso coopta istituzioni e individui in tutto il mondo. Ha un’influenza enorme. Nessun presidente degli Stati Uniti, né tanto meno nessun primo ministro australiano, potrebbe sfidarlo. Morrison e Albanese hanno la stessa visione dell’imperium statunitense.

L’Australia si è chiusa in questo complesso. I nostri leader militari e della difesa dipendono fortemente dai Dipartimenti della Difesa e di Stato degli Stati Uniti, dalla CIA e dall’FBI per i loro consigli. Noi agiamo come loro filiali.

Ma questo va oltre la consulenza. Rispondiamo volentieri e ci uniamo agli Stati Uniti in disastri come l’Iraq e il Medio Oriente. Mentre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota a larga maggioranza sulla proliferazione nucleare, su Israele e su Diego Garcia, noi rimaniamo bloccati nella posizione degli Stati Uniti e di alcuni dei suoi mendicanti.

La nostra autonomia e indipendenza sono a forte rischio anche perché le nostre élite della difesa/sicurezza a Canberra hanno come santo graal il concetto di “interoperabilità” con gli Stati Uniti. Questo si riflette nei commenti dei funzionari e dei think tank statunitensi sul ruolo che vedono per noi nella nostra regione. Il nostro nuovo Ministro della Difesa Marles ora ha addirittura superato tutto questo. L’espressione “interoperabile” diventa ora “intercambiabile” e noi dobbiamo operare “senza soluzione di continuità” con le forze statunitensi.

L’influenza degli Stati Uniti e la nostra cooperazione sono così potenti che le nostre politiche estere sono state in gran parte emarginate e messe in secondo piano dalle opinioni in materia di difesa e sicurezza degli Stati Uniti e dei loro accoliti mediatici in Australia.

Il concetto di interoperabilità non si riferisce solo alle attrezzature. Significa anche personale, con un numero sempre maggiore di militari australiani incorporati nelle strutture militari e di difesa statunitensi, in particolare nel Comando del Pacifico alle Hawaii.

Il complesso militare e industriale statunitense e i suoi associati hanno un interesse acquisito nel fatto che l’America sia in guerra e il nostro establishment della difesa, il Dipartimento della Difesa, l’ADF, l’Australian Strategic Policy Institute e altri sono lealisti americani chiusi in casa.

L’AUKUS ci ha ingabbiati ancora di più. Con AUKUS stiamo effettivamente fondendo la nostra Marina con quella degli Stati Uniti, in modo da poter operare insieme nel Mar Cinese Meridionale e minacciare la Cina. Stiamo cedendo sempre più la nostra autonomia strategica incoraggiando gli Stati Uniti a utilizzare l’Australia settentrionale come base avanzata contro la Cina, come se gli Stati Uniti non avessero già abbastanza basi militari giganti che circondano la Cina in Giappone, Repubblica di Corea e Guam.

Un “ordine internazionale basato su regole”, ma non per l’America

La terza ragione del continuo dominio dell’Imperium americano è il modo in cui gli Stati Uniti si aspettano che gli altri si attengano a un “ordine internazionale basato su regole” che è stato in gran parte determinato a Bretton Woods dopo la Seconda Guerra Mondiale e incorporato in varie agenzie delle Nazioni Unite. Questo “ordine” riflette il potere e le opinioni dei Paesi dominanti negli anni Quaranta. Non riconosce gli interessi legittimi di paesi emergenti come la Cina, che ora insistono nel voler giocare un ruolo in un ordine internazionale basato sulle regole.

Gli Stati Uniti seguono un ordine internazionale basato su regole solo quando fa comodo ai propri interessi. Scelgono ciò che più conviene loro in quel momento. Spingono per un sistema basato su regole nel Mar Cinese Meridionale, ma si rifiutano di approvare l’UNCLOS (Diritto del Mare) o di accettare le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia. L’invasione dell’Iraq è stato un classico caso di violazione delle regole. È stata illegale. La morte e la distruzione che ne sono derivate in Iraq soddisfano i criteri dei crimini di guerra. Ma i colpevoli sono usciti indenni. Solo Tony Blair ha subito un danno alla reputazione.

È un mito che le democrazie come l’America si comportino a livello internazionale con un livello di moralità superiore. I Paesi agiscono secondo i propri interessi, come li percepiscono. Dobbiamo ignorare le nobili idee espresse dagli americani su come gestiscono il loro Paese sul fronte interno e guardare invece a come trattano coerentemente gli altri Paesi.

Le affermazioni degli Stati Uniti su come gestiscono bene il proprio Paese sono messe in discussione su molti fronti. Accanto a grandi ricchezze e privilegi, oltre 40 milioni di cittadini statunitensi vivono in povertà, hanno una massiccia popolazione carceraria con le sue indelebili connotazioni razziste, le armi sono onnipresenti e si rifiutano di affrontare il problema. La violenza è americana come la torta di ciliegie. È radicata nel comportamento degli Stati Uniti sia in patria che all’estero. Donald Trump ha incitato un attacco al Campidoglio.

I documenti fondanti degli Stati Uniti ispirano gli americani e molte persone in tutto il mondo. “La terra dei liberi e la casa dei coraggiosi” è ancora un grido di allarme. Purtroppo, questi valori fondamentali sono stati spesso negati ad altri. Quando le Filippine hanno chiesto il sostegno degli Stati Uniti, sono state invase. Ho Chi Minh voleva il sostegno degli Stati Uniti per l’indipendenza, ma il Vietnam fu invaso.

Come in molte democrazie, compresa la nostra, il denaro, i media e gli interessi acquisiti stanno corrompendo la vita pubblica. Negli Stati Uniti la “democrazia” è stata sostituita da una “donocrazia”, che da decenni non prevede praticamente alcuna restrizione al finanziamento delle elezioni e al lobbismo politico. Gli elettorati della Camera dei Rappresentanti sono suddivisi in gruppi e gli elettori poveri e delle minoranze sono spesso esclusi dalle liste. La potente lobby ebraica, sostenuta dai cristiani fondamentalisti, ha portato la politica statunitense fuori dai binari su Israele e sul Medio Oriente. La potente industria delle assicurazioni sanitarie private ha impantanato gli Stati Uniti nei servizi sanitari più costosi e inefficienti del mondo.

Il Congresso degli Stati Uniti è paralizzato. La Corte Suprema è impilata.

Molte democrazie sono in difficoltà. La democrazia statunitense è più in difficoltà della maggior parte delle altre. C’è una cecità pervasiva. Sta andando alla deriva verso un’altra guerra civile, il fascismo o semplicemente l’anarchia?

I media derivativi aggravano la mancanza di autonomia dell’Australia

Una voce importante nell’articolare l’estremismo americano e l’imperium americano è Fox News e Rupert Murdoch, che esercitano la loro influenza non solo in America, ma anche nel Regno Unito e in Australia. Fox News ha sostenuto l’invasione dell’Iraq ed è incurante delle terribili conseguenze. Rupert Murdoch ha applaudito l’invasione dell’Iraq perché avrebbe ridotto i prezzi del petrolio. Fox e News Corp sono i principali scettici sul cambiamento climatico che minaccia il nostro pianeta.

Ma non è solo il ruolo distruttivo di News Corp negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia. I nostri media, compresa l’ABC, sono così derivativi. È così pervasivo ed esteso che non lo riconosciamo per la sua stessa natura. Abbiamo davvero un “media dell’uomo bianco”. Lo vediamo oggi, in modo più evidente, nel modo in cui i media tradizionali vomitano ogni giorno un nastro trasportatore infinito di storie anti-Cina.

I nostri media sono pieni di morte e distruzione in Ucraina, ma molto peggio è accaduto in Yemen per mano dell’Arabia Saudita, sostenuta dagli Stati Uniti. I nostri media dell’uomo bianco ci danno una visione del mondo da Washington/Londra. Molta è la propaganda occidentale.

Nonostante le continue guerre criminali e spesso infruttuose, il rovesciamento o la sovversione di governi stranieri e il declino dell’influenza economica statunitense, l’egemonia e il dominio degli Stati Uniti sul pensiero australiano continuano. Nonostante tutte le prove, perché continuiamo a negare l’evidenza?

Uno dei motivi è che come piccola comunità asiatica, isolata e prevalentemente bianca, abbiamo storicamente cercato un protettore esterno, prima il Regno Unito e, quando questo è fallito, gli Stati Uniti. La mentalità coloniale è ancora presente.

Spesso ci viene detto che abbiamo valori condivisi e istituzioni comuni prima con il Regno Unito e ora con gli Stati Uniti. Ma i Paesi agiscono sempre per i propri interessi, come stanno scoprendo gli agricoltori australiani quando gli Stati Uniti si accaparrano i nostri mercati in Cina. Non è certo un modo per proteggerci le spalle!

Un’altra ragione per cui neghiamo l’imperium americano è, come ho descritto, la saturazione dei nostri media con notizie, opinioni e intrattenimento statunitensi. Non abbiamo media indipendenti. Qualunque cosa i media statunitensi dicano sulla Cina o sulla difesa avrà inevitabilmente un buon riscontro nei nostri media derivati.

Un’altra ragione per la continua egemonia degli Stati Uniti sugli atteggiamenti australiani è la seduzione dei leader d’opinione australiani che per decenni hanno beneficiato della generosità e del sostegno americano – nei media, nella politica, nella burocrazia, nelle imprese, nei sindacati, nelle università e nei think-tank. Migliaia di australiani influenti sono stati cooptati dal denaro e dal sostegno degli Stati Uniti in viaggi, “dialoghi” come l’AALD, centri di studio e think tank. Questa è la vera “influenza straniera”. La Cina è un attore secondario accanto agli Stati Uniti.

Se la Cina è una minaccia lontana, lo sarebbe molto meno se non fossimo così asserviti agli Stati Uniti. Il grande rischio di una guerra con la Cina è se continuiamo ad agire per conto degli Stati Uniti. Pine Gap sarebbe il primo obiettivo cinese.

Siamo una nazione che nega di essere “legata a doppio filo” a un alleato pericoloso, irregolare e rischioso. A parte brevi periodi di isolazionismo, gli Stati Uniti sono stati quasi sempre in guerra. Il rischio militare più grande che corriamo è quello di essere portati per il naso in una guerra degli Stati Uniti con la Cina.

Joe Biden sta smussando alcune asperità, ma lui e i suoi consiglieri per gli affari esteri sono impantanati nel vecchio mito statunitense dell'”eccezionalismo“.

Stiamo abbandonando volontariamente la nostra autonomia strategica. Stiamo diventando un proxy e un vassallo degli Stati Uniti, un Paese molto aggressivo e violento.

La Dsr ha il dovere di farci tornare indietro dalla pericolosa rotta che abbiamo imboccato.

La minaccia militare che abbiamo di fronte non è la Cina, ma l’agire per procura degli Stati Uniti.

Kishore Mahbubani ha descritto con precisione il nostro dilemma di sicurezza. “L’Australia può scegliere di essere un ponte tra l’Oriente e l’Occidente nel secolo asiatico, oppure la punta della lancia che proietta il potere occidentale in Asia“.

Il Ministro Marles sta chiaramente scegliendo il ruolo di punta di lancia per gli americani.

Si rende conto dei grandi rischi che corre l’Australia nell’essere un volenteroso proxy e un tirapiedi di un alleato molto aggressivo e violento, un alleato che è quasi sempre in guerra e ci trascina in un disastro militare dopo l’altro?

Per saperne di più, leggete la nostra serie di articoli sulla Defence Strategic Review.

FONTE: https://johnmenadue.com/four-corners-australia-the-spear-carrier-for-the-us-in-our-region/

(Traduzione: Cambiailmondo.org)

Video di Four Corner:

Il metodo Piombino “L’Italia oltre la legge” – Un documentario di Max Civili (su rigassificatore ecc.)

Bellissimo documentario di Max Civili e Gianluca Raccogli sulla situazione di Piombino alle prese con la nuova installazione per la rigassificazione.

Le tendenze del capitale nel XXI secolo, tra “stagnazione secolare” e guerra

di Domenico Moro

La realtà geopolitica dell’inizio del XXI secolo va studiata a partire dalla categoria di modo di produzione. Tale categoria definisce i meccanismi di funzionamento del capitale in generale, astraendo dalle singole economie e dai singoli Stati. Per questa ragione, dobbiamo far interloquire la categoria di modo di produzione con quella di formazione economico-sociale storicamente determinata, che ci restituisce il quadro dei singoli Stati e delle relazioni tra di loro in un dato momento.

Inoltre, il nostro approccio dovrebbe essere dialettico, basato cioè sull’analisti delle tendenze della realtà economica e politica. Tali tendenze non sono lineari, ma spesso in contraddizione con altre tendenze. Solo lo studio delle varie tendenze contrastanti può permetterci di delineare i possibili scenari futuri.

  1. La “stagnazione secolare”

L’economia capitalistica mondiale è entrata in una fase di “stagnazione secolare”. A formulare tale definizione è stato nel 2014 Laurence H. Summers, uno dei principali economisti statunitensi, ministro del Tesoro sotto l’amministrazione Clinton e rettore dell’Università di Harvard. Summers ha mutuato il termine di “stagnazione secolare” dall’economista Alvin Hansen, che lo coniò durante la Grande depressione degli anni ’30, che iniziò con la crisi borsistica del 1929. L’attuale “stagnazione secolare” inizia, invece, con la crisi del 2007-2009, seguente allo scoppio della bolla dei mutui subprime.

La “stagnazione secolare” consiste di una crescita del Pil molto ridotta, ben al di sotto del potenziale. Secondo Summers, la bassa crescita è dovuta alla riduzione degli investimenti di capitale. Del resto, la crescita precedente alla crisi dei mutui subprime è stata sempre dovuta a una politica fiscale e monetaria eccessivamente espansiva, basata sul mantenimento di tassi d’interesse molto bassi da parte della Fed, la banca centrare statunitense. In sostanza, rileva Summers, negli ultimi quindici o vent’anni non c’è stato un solo periodo in cui si sia verificata una crescita soddisfacente in condizioni finanziarie sostenibili. Questo problema, però, non ha riguardato solo gli Usa, ma anche l’area euro e il Giappone.

Quanto scriveva Summers nel 2014 ha trovato conferma in quanto avvenuto fino ad oggi. La crescita del Pil si è ridotta dappertutto e nel 2020 si è avuta, a seguito della pandemia, la più grave recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, il rallentamento è stato più accentuato nei principali Paesi avanzati e meno marcato in alcuni Paesi emergenti. Tale fenomeno può essere osservato mettendo a confronto i Paesi del G7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada) con i Brics (Cina, India, Brasile, Russia e Sud Africa), sia nel periodo precedente alla crisi dei mutui subprime, tra 1980 e 2007, sia nel periodo successivo, tra 2007 e 2021 (Tabella 1).

La crescita dei Paesi della Triade, che comprende le tre aree storicamente dominanti del capitalismo mondiale, il Nord America, l’Europa occidentale e il Giappone, era già inferiore a quella dei Brics nel periodo 1980-2007, ma dopo il 2007 si è dimezzata. Gli Usa, ad esempio, tra 1980 e 2007 fanno segnare una crescita media annua del 3,1%, che nel 2007-2021 si dimezza all’1,5%. Dall’altra parte, Cina e India registrano una crescita molto superiore rispetto a quella Usa nel periodo 1980-2007, rispettivamente del 10,1% e del 6,1% medio annuo. Nel periodo 2007-2021 la crescita di Cina e India si riduce, ma molto meno di quella statunitense, rispettivamente al 7% e al 5,5% medio annuo, rimanendo così molto superiore a quella statunitense.

Ancora peggiore, in confronto a quella degli Usa, è la performance di Giappone e Europa occidentale. La crescita del Giappone nel periodo 1980-2007 è stata del 2,5% medio annuo, cioè di quattro volte inferiore a quella cinese e meno della metà di quella indiana, azzerandosi nel periodo 2007-2021 (+0,1%). L’Europa occidentale (Germania, Regno Unito, Francia e Italia), che nel periodo 1980-2007 aveva registrato una crescita inferiore a quella statunitense, nel periodo 2007-2021 subisce una vera e propria stagnazione con una crescita media annua inferiore all’1%, che, per quanto riguarda l’Italia, si traduce in una decrescita del -0,5% medio annuo.

Come abbiamo detto, la crisi del 2020 ha visto una contrazione del Pil a livelli mai visti nel periodo post Seconda guerra mondiale. Per combatterla, le banche centrali, a partire dalla Fed e dalla Bce, hanno abbassato il costo del denaro fino a farlo arrivare in area negativa, e, allo stesso tempo, i governi hanno messo in campo politiche fiscali espansive di grande entità. Non è un caso che, allo scoppio della pandemia, Draghi abbia sostenuto che la crescita dell’indebitamento e del deficit statali fosse una necessità, come in guerra, e non più il male assoluto da evitare a ogni costo con politiche di austerity. L’economia, spinta dalle politiche espansive, nel 2021 è rimbalzata, ma nel 2022 la crescita si è già ridimensionata. Dunque, non solo viene confermata la “stagnazione secolare”, ma addirittura si prospetta uno scenario ancora peggiore: l’accoppiata tra crescita ridotta e alta inflazione, la cosiddetta “stagflazione”. L’aspetto più grave è che, per combattere l’inflazione, le banche centrali, in particolare la Fed statunitense e la Bce, hanno deciso di rialzare il costo del denaro e ridurre i programmi di acquisto di titoli di Stato. È la fine delle politiche espansive monetarie, che determina il rallentamento della ripresa e, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, una probabile recessione nel 2023.

Ritornando a Summers, appare evidente dal suo ragionamento che il vero problema dell’economia mondiale non risiede nella carenza di liquidità, ma nel suo eccesso: le crisi finanziarie sono una conseguenza della sovrabbondanza o sovraccumulazione di capitale produttivo. Una sovrabbondanza che è relativa, cioè determinata dalla incapacità delle imprese private a impiegarla profittevolmente. Il calo del tasso reale d’interesse crea bolle borsistiche a ripetizione che, scoppiando, determinano una ricorrente situazione di instabilità finanziaria che si estende all’economia nel suo complesso. L’economia capitalistica si trova così presa nel circolo vizioso di recessione, politiche espansive monetarie e fiscali, creazione di bolle, scoppio delle bolle e ricaduta nella recessione.

La stagnazione, quindi, appare configurarsi come una caratteristica “secolare”, ossia di lungo periodo dell’economia capitalistica, specialmente nelle sue punte più avanzate, la Triade. Sorge a questo punto la domanda: come risolvere una tale “stagnazione secolare”? La risposta di Summers è che bisogna aumentare gli investimenti, ma questo non è possibile a meno del verificarsi di una condizione che si è ben lungi dall’augurarsi: “è certamente possibile che alcuni eventi esogeni possano intervenire ad aumentare la spesa e incentivare gli investimenti. Ma, guerra a parte, non appare chiaro quali potrebbero essere tali eventi.”[i] Quindi, solo una guerra e, in particolare, una guerra su larga scala come una guerra mondiale, potrebbe tirare fuori l’economia dei Paesi avanzati dalle secche in cui affonda. Del resto, è quello che è accaduto nella precedente “stagnazione secolare”, quella degli anni ’30. A risolvere la Grande depressione non fu il New Deal, varato dal presidente Franklin D. Roosvelt, ma furono le massicce spese belliche e gli investimenti per la ricostruzione, seguita alle enormi distruzioni della Seconda guerra mondiale, a determinare la ripresa dell’economia e a dare luogo all’espansione dei “trenta gloriosi”, fino alla crisi degli anni ’74-‘75.

  1. La caduta tendenziale del saggio di profitto e il crollo del capitalismo

Secondo quanto evidenziato da Marx, la tendenza tipica del modo di produzione capitalistico è la diminuzione della parte di capitale spesa in forza lavoro (capitale variabile) in rapporto alla parte spesa in mezzi di produzione e materie prime (capitale costante). In altri termini, si determina un progressivo aumento della composizione organica di capitale, cioè un aumento della parte di capitale costante in rapporto a quella di capitale variabile. Il fatto è che solo il capitale variabile, la forza lavoro, produce plusvalore. Ne deriva che, a parità di sfruttamento della forza lavoro (cioè a parità di saggio di plusvalore), la quantità di plusvalore tende a diminuire rispetto al capitale totale investito. Essendo il saggio di profitto dato dal rapporto tra plusvalore e capitale totale, si determina così una tendenza alla caduta del saggio di profitto.

In questo modo, si viene a creare una sovraccumulazione di capitale. Questo vuol dire che si è accumulato troppo capitale, in mezzi di produzione, rispetto alla capacità di generare un saggio di profitto adeguato alle necessità dei capitalisti. Quando la sovraccumulazione si viene a verificare nei settori principali dell’economia si ha una sovraccumulazione generale. A questo punto, i capitalisti, in assenza di un saggio elevato di profitto, riducono gli investimenti. Nello stesso tempo, la concorrenza tra singoli capitali si fa più spietata, e i capitali meno forti soccombono, generando una moria di imprese. In conseguenza di tutto ciò, si ha una contrazione della produzione generale che si traduce in crisi e recessioni.

Dal momento che l’aumento della composizione organica è più forte nei paesi capitalisticamente più sviluppati, la caduta del saggio di profitto tende a manifestarsi con più forza in questi Paesi. Per questa ragione, il tasso di crescita del Pil è minore nei Paesi capitalisticamente più sviluppati e maggiore in quelli meno sviluppati. Anche il rallentamento della crescita o il crollo della produzione, nel corso delle crisi, si determina con maggiore intensità nei paesi più avanzati, come abbiamo visto sopra nel confronto di lungo periodo tra i Paesi del G7, capitalisticamente più sviluppati, e i Paesi del Brics, capitalisticamente meno sviluppati.

Naturalmente, lo scoppio delle crisi e delle recessioni può avvenire per certe cause scatenanti, come lo scoppio di una bolla finanziaria, la penuria o l’aumento del prezzo di certe materie prime o di certi componenti o semilavorati, o per fattori esogeni all’economia, come una guerra o sanzioni economiche o una pandemia. Le crisi, inoltre, possono generarsi per uno squilibrio tra eccesso di merci prodotte e ristrettezza del mercato di assorbimento. Ciononostante, queste sono cause contingenti che accendono la miccia sul vero e proprio materiale esplosivo che è sottostante, ossia la sovraccumulazione di capitale e la caduta del saggio di profitto. La crisi generale è sempre da ricollegare a questa tendenza tipica del modo di produzione capitalistico.

Però, la caduta del saggio di profitto è una tendenza, importante sì, ma una tendenza. Marx scriveva che il problema teorico per gli economisti non è tanto capire il perché della caduta del saggio di profitto, bensì capire il perché una tale tendenza non sia più celere e accentuata, tramutandosi in crollo del sistema. In sostanza, dice Marx, “devono intervenire influenze antagonistiche che ostacolano o annullano l’attuazione della legge generale conferendole il carattere di una semplice tendenza; ed è per questa ragione che la caduta del saggio generale di profitto noi l’abbiamo chiamata tendenziale”[ii].

Al suo tempo, Marx evidenziava le seguenti influenze antagonistiche: l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario al di sotto del suo valore, la diminuzione di prezzo del capitale costante, la sovrappopolazione relativa, che porta alla creazione di un esercito industriale di riserva, ossia una massa di disoccupati, che, esercitando una pressione concorrenziale sugli occupati, permette una riduzione del salario. Tra i più importanti fattori c’è, poi, il commercio estero: sia l’esportazione dell’eccesso di merci, determinato dall’aumento della capacità produttiva del capitale, sia l’esportazione di capitale nei paesi periferici, dove il saggio di profitto è più alto a causa del minore sviluppo capitalistico e il lavoro viene sfruttato in maniera più intensa. Possiamo osservare come le stesse cause che producono la caduta del saggio di profitto determinano anche i fattori che la contrastano. Infatti, lo sviluppo tecnologico che porta alla sostituzione di forza lavoro con macchine, e cioè alla sostituzione di capitale variabile con capitale costante, se, da una parte, conduce all’aumento della composizione organica, dall’altra parte, genera l’aumento dello sfruttamento del singolo lavoratore e la creazione dell’esercito industriale di riserva.

Queste tendenze antagonistiche, che Marx evidenziava ai suoi tempi, sono ancora funzionanti a tutt’oggi. Da Marx a oggi, però, il capitalismo si è molto sviluppato: la sovraccumulazione di capitale è cresciuta a livelli talmente alti che, di fatto, il capitalismo sarebbe già crollato se non si fossero verificate delle condizioni nuove. Tra queste c’è la guerra mondiale: senza la Seconda guerra mondiale oggi il capitalismo forse non esisterebbe. C’è poi la finanziarizzazione, che consente, tramite tutta una serie di invenzioni speculative, di fare profitti senza passare per la produzione di merci. Per la verità, la finanziarizzazione viene rilevata anche da Marx, sebbene nella sua epoca non fosse arrivata agli estremi attuali. C’è, infine, l’intervento diretto dello Stato a sostegno dell’economia capitalistica. A causa dell’aumento della spesa pubblica, i debiti pubblici si sono rigonfiati a livelli mai visti prima in tempi di pace proprio perché nel corso dei decenni, soprattutto dopo i “trenta gloriosi”, lo Stato si è assunto il compito di stampella del capitalismo.

Tuttavia, questi nuovi fattori antagonistici presentano dei forti limiti: la finanza e il debito, pubblico e privato, oltre un certo livello rappresentano un forte fattore di instabilità e di crisi. Inoltre, il capitale ha già sfruttato tutte le leve, che, secondo Marx, ha a sua disposizione, dalla compressione del salario all’uso dell’esercito industriale di riserva alla esportazione di capitali dai paesi capitalisticamente più sviluppati verso quelli meno sviluppati. L’ulteriore accentuazione della contrazione del salario non fa che aggravare la crisi sul lungo periodo. Per questo, rientra in gioco l’aspetto della distruzione creatrice: la distruzione di capacità produttiva, che permette di ridurre la sovraccumulazione di capitale e rilanciare la produzione di profitto. Le stesse crisi sono un fattore di riduzione della sovraccumulazione mediante la distruzione di capitale, sotto forma di eliminazione di imprese e la centralizzazione, mediante fusioni e acquisizioni, di quelle che rimangono. Ma è soprattutto la guerra mondiale che si staglia sullo sfondo come elemento di ridefinizione delle condizioni di accumulazione mediante la distruzione di capitale.

Se la caduta del saggio di profitto fosse senza tendenze contrastanti, il modo di produzione capitalistico crollerebbe su sé stesso. Ma, come abbiamo visto, così non è. Tuttavia, per Marx, la caduta del saggio di profitto dimostra il carattere “ristretto, meramente storico, transitorio, del modo di produzione capitalistico: attesta che esso non costituisce affatto l’unico modo di produzione in grado di generare ricchezza, ma al contrario, arrivato a un certo punto, entra in conflitto con il suo stesso ulteriore sviluppo.”[iii] La tendenza del capitalismo al crollo è sempre più evidente e accentuata, sebbene non sia possibile pensare a un crollo automatico. Bisogna vedere cosa il capitale inventerà per spostare ancora una volta in avanti il suo redde rationem. A parte la carta della guerra, il capitale sembra volersi giocare la carta della transizione ecologica. Il passaggio alle fonti rinnovabili e trasformazioni radicali come il passaggio dal motore a combustione interna al motore elettrico rappresentano degli strumenti tesi a ridurre la sovrapproduzione di capitale e merci per rilanciare i profitti.

  1. Cambiamenti dei rapporti di forza mondiali

Come scriveva Lenin, il capitalismo concreto, cioè quello formato da un insieme di formazioni economico-sociali, è caratterizzato da una crescita diseguale[iv]. Le potenze egemoni, più “vecchie” dal punto di vista dello sviluppo capitalistico tendono a crescere meno, mentre quelle più “giovani” tendono a crescere più velocemente. Di conseguenza, i rapporti di forza economici tendono a modificarsi a favore di queste ultime. A un certo punto i nuovi rapporti di forza economici entrano in conflitto con i rapporti politici esistenti, generando una tendenza alla guerra.

La storia del capitalismo può essere letta come un avvicendarsi di cicli economici, più o meno secolari, che vedono il prevalere, di volta in volta, di una potenza egemone, attorno alla quale si determina l’accumulazione di capitale mondiale. È questa la teoria dei “cicli secolari”, ideata da Giovanni Arrighi, che definisce quattro cicli secolari del capitalismo, dal XVII al XXI secolo: quello ispano-genovese, quello olandese, quello britannico e, infine, quello statunitense[v]. La potenza economica si accompagna sempre alla potenza politico-militare: ad ogni ciclo gli Stati di volta in volta egemoni sono sempre più grandi e militarmente potenti. I cicli secolari sono divisi in due parti: una basata sulla produzione materiale e una sulla finanza. Fino a un certo punto gli Stati egemoni sono prevalenti dal punto di vista della produzione materiale, poi tale prevalenza viene meno, per la sovraccumulazione di capitale, e, allora, prevale l’aspetto finanziario di controllo dei flussi di capitale. Ma anche la crescita dei profitti trainata dalla finanza a un certo punto viene meno e, nel frattempo, emergono altre potenze che sfidano la potenza egemone. Si determina così un periodo di caos alla fine del quale, sempre dopo una guerra generale, la vecchia potenza egemone viene sostituita da una nuova potenza, attorno alla quale riprende il ciclo di accumulazione capitalistico.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo la Gran Bretagna viene sopravanzata nella produzione e nella esportazione di beni da due potenze emergenti, la Germania e soprattutto gli Stati Uniti. La Prima e la Seconda guerra mondiale sono combattute per l’egemonia mondiale. Alla fine della lotta la Germania è sconfitta ma la Gran Bretagna è costretta a cedere il ruolo di potenza guida agli Usa.

Neanche gli Usa sfuggono, però, alle leggi storiche, incorrendo in una decadenza che si manifesta nel calo della crescita e nella drastica diminuzione della loro quota sul Pil e sulle esportazioni mondiali. Per la verità, oggi, la decadenza è riscontrabile anche negli altri Paesi che, insieme agli Usa, fanno parte del cosiddetto Occidente, cioè l’Europa occidentale e il Giappone. Come già accaduto alla Gran Bretagna, oggi gli Usa e gli altri Paesi centrali subiscono la forte concorrenza di alcuni emergenti, soprattutto quella della Cina (Graf.1).

Graf. 1 – Quota dei principali Paesi sul Pil mondiale (a parità di potere d’acquisto; in %)

Infatti, se consideriamo il Pil a parità di potere d’acquisto, la Cina ha superato gli Usa già nel 2016. La Cina negli ultimi trenta anni, tra 1991 e 2021, è passata dal 4,3% del Pil mondiale al 18,6%, mentre gli Usa sono calati dal 21% al 15,7%[vi]. Anche la quota dell’India è cresciuta dal 3,4% al 7%, mentre quella degli altri Paesi centrali, alleati degli Usa, è calata. Ad esempio, il Giappone è passato dal 9,2% al 3,8% e la Germania dal 6% al 3,3%. Uno stesso calo è riscontrabile anche nella quota sulle esportazioni mondiali di beni manufatti. Tra 1991 e 2021 gli Usa passano da una quota del 12% al 7,9%, mentre la Cina passa dal 2% al 15,1%. L’india passa dallo 0,5% all’1,8%, mentre il Giappone scende dal 9% al 3,4% e la Germania dall’11,5% al 7,3%. Bisogna, però, considerare che, sul piano del Pil pro capite (sempre a parità di potere d’acquisto), la Cina è ancora distante dagli Usa, pur essendo cresciuta enormemente negli ultimi venti anni. Il Pil pro capite della Cina rappresentava nel 1991 il 3,8% di quello degli Usa e nel 2021 il 27,8%, mentre quello dell’India nel 1991 rappresentava il 4,1% e nel 2021 il 10,3%.

In sostanza, possiamo osservare che i rapporti di forza mondiali sul piano economico sono cambiati e che, per la prima volta da circa un secolo e mezzo, la Cina ha ripreso il primato sul Pil mondiale che aveva sempre avuto storicamente fino all’epoca delle guerre dell’oppio intorno alla metà del XIX secolo. Anche sul piano tecnologico la Cina sta facendo molti passi in avanti, sfidando anche su questo terreno gli Usa. Questi, però, se non hanno più l’egemonia sulla produzione e sull’export mondiali mantengono una egemonia sia militare sia finanziaria, grazie al dollaro.

  1. Il ruolo egemonico del dollaro e la tendenza al suo declino

Gli Stati Uniti hanno ricalcato le orme della Gran Bretagna, sebbene con importanti differenze, soprattutto con la sostituzione del dollaro alla sterlina come moneta mondiale. Con la Prima guerra mondiale molti paesi abbandonarono il gold standard, stampando massicciamente denaro per finanziare le spese militari. Il Regno Unito, invece, mantenne la sterlina legata all’oro, per conservarle il ruolo di moneta mondiale, ma fu costretto, per la prima volta nella sua storia, a prendere a prestito denaro dall’estero. Il Regno Unito e gli altri Paesi alleati divennero così debitori degli Usa, che furono pagati in oro. In questo modo gli Usa alla fine della guerra divennero il principale possessore di riserve auree. Gli altri Paesi, privi delle loro riserve in oro, non poterono più ritornare al gold standard. Nel 1931 anche il Regno Unito abbandonò definitivamente il gold standard e il dollaro sostituì la sterlina come valuta di riserva mondiale.

Fu, però, solo con la Seconda guerra mondiale che il dollaro vide consacrato il suo ruolo di moneta mondiale grazie agli accordi di Bretton Woods (1944), in base ai quali si decise di abbandonare il gold standard: le valute mondiali non sarebbero più state agganciate all’oro bensì al dollaro, che a sua volta era agganciato all’oro. In caso di richiesta i paesi creditori in dollari sarebbero stati pagati dagli Usa in oro. In questo modo, le banche centrali dei Paesi aderenti a Bretton Woods anziché oro accumularono dollari. Il sistema, però, entrò in crisi alla fine degli anni ’60, perché gli Usa, per finanziare la guerra in Vietnam e i programmi di welfare interni, cominciarono a inondare il mercato di dollari. Preoccupati per la svalutazione del dollaro, i creditori degli Usa cominciarono a chiedere di essere pagati in oro. Temendo di perdere le proprie riserve auree, il presidente Richard Nixon nel 1971 sganciò il dollaro dall’oro. Il dollaro rimase la valuta mondiale ma con il vantaggio, per gli Usa, di garantirsi la possibilità di pagare le importazioni e il debito pubblico semplicemente stampando dollari.

Il dollaro rimane, fino ad ora, il re delle valute. Oltre a rappresentare la maggior parte delle riserve valutarie mondiali è moneta di scambio nel commercio internazionale, grazie al fatto che la maggior parte delle materie prime, inclusi il petrolio e il gas, sono comprate e vendute in dollari. Non a caso, lo status mondiale del dollaro negli anni ’60 è stato definito “l’esorbitante privilegio” degli Usa dal ministro delle finanze francese Valery Giscard d’Estaing. La domanda di dollari a livello mondiale permette agli Usa di finanziarsi a basso costo, pagando cioè tassi d’interesse ridotti agli acquirenti dei loro titoli di Stato. Grazie a questo, dal 1968, gli Usa hanno cominciato ad accumulare un crescente e quasi ininterrotto debito del commercio estero. Nel 2021 il debito commerciale (solo beni) statunitense ammontava alla colossale cifra di 1.182 miliardi di dollari[vii], mentre il debito pubblico raggiungeva, sempre nel 2021, i 30,5 trilioni di dollari, vale a dire il 133,3% rispetto al Pil e 2,7 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente[viii].

La centralità del dollaro nei pagamenti internazionali aumenta anche il potere degli Usa di imporre sanzioni finanziarie. Infatti, ogni transazione che tecnicamente tocchi il suolo statunitense dà agli Usa giurisdizione legale e quindi la capacità di bloccare le transazioni indesiderate. Le sanzioni, però, hanno un effetto boomerang sul dollaro, visto che spingono i Paesi che ne sono oggetto a fare uso di valute alternative al dollaro. È da un paio di decenni che l’egemonia del dollaro si sta erodendo, a causa soprattutto dell’aumento degli scambi su scala regionale e come risposta dei Paesi che vogliono sottrarsi al dominio valutario degli Usa. Tra 1999 e 2021 le riserve in dollari detenute dalle banche centrali sono scese dal 71% al 59%[ix]. Inoltre, oggi, il dollaro conta per il 40% delle transazioni internazionali, l’euro per il 35%, la sterlina per il 6% e lo yuan per il 3%[x].

La guerra in Ucraina ha accelerato questa tendenza. La Russia ha reagito alle sanzioni occidentali reindirizzando verso altri Paesi, come l’India e la Cina, le esportazioni di petrolio e gas che andavano verso l’Ue e regolando le transazioni non più in dollari ma in altre valute, come rubli, yuan e rupie. L’uso del rublo verrà esteso anche alla commercializzazione di altri prodotti tipici dell’export russo, per esempio ai cereali destinati a Turchia, Egitto, Iran e Arabia saudita. Inoltre, la Cina ha intenzione di mettere a disposizione della Russia il Cross-border Interbank Payment System (Cips), il proprio sistema di pagamenti internazionali alternativo allo Swift, lanciato nel 2015 per ridurre la dipendenza dal dollaro, internazionalizzare la propria valuta (lo yuan renminbi) e spingerne l’uso fra i Paesi coinvolti nella Nuova via della seta. La Cina ha stipulato anche accordi con alcuni Paesi, come la Turchia e il Pakistan, per commercializzare beni in yuan.

La decisione di accogliere le richieste della Russia di essere pagata in valute differenti dal dollaro e l’aggiramento del sistema Swift ha fortemente irritato gli Usa. Il vice consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Daleep Singh, ha dichiarato: “Non vorremmo vedere sistemi progettati per sostenere il rublo o minare il sistema finanziario basato sul dollaro o per aggirare le nostre sanzioni…ci sono conseguenze per i Paesi che lo fanno.”[xi] A esprimere preoccupazioni sulla tenuta del dollaro come valuta mondiale è stato anche il Fondo monetario internazionale: “l’esclusione dal sistema di messaggistica Swift potrebbe accelerare gli sforzi per sviluppare alternative. Ciò ridurrebbe i vantaggi in termini di efficienza derivanti dall’avere un unico sistema globale, e potrebbe potenzialmente ridurre il ruolo dominante del dollaro nei mercati finanziari e nei pagamenti internazionali[xii].

  1. La tendenza alla guerra

Il dollaro non è soltanto uno strumento di guerra per gli Usa, ma rappresenta l’architrave stessa della loro egemonia mondiale: col dollaro gli Usa finanziano il loro Stato e indirettamente tutta la loro economia. Senza il dollaro gli Usa non potrebbero sostenere il loro enorme doppio debito, quello pubblico e quello commerciale. Quando il dollaro divenne moneta mondiale gli Usa producevano la metà del prodotto interno mondiale e detenevano il 21,6% delle esportazioni mondiali (1948)[xiii]. Oggi, la Cina ha scalzato gli Usa dal loro primato economico. In questa fase storica, l’economia statunitense ha un carattere fortemente parassitario. Anche più di quanto non accadesse all’epoca dell’egemonia britannica. L’imperialismo britannico poteva basarsi sulle risorse estorte alle colonie, in particolare all’India, dalla quale fluiva il surplus commerciale verso il centro finanziario di Londra[xiv]. Tuttavia, la sterlina era basata su qualcosa di tangibile, cioè sull’oro. Oggi, il dollaro non ha dietro di sé nulla di concreto e di reale che non siano le Forze armate statunitensi.

Dal momento che hanno perso la loro egemonia economica, gli Usa fanno sempre più affidamento sull’influenza geopolitica, che deriva in gran parte dal fatto che gli Usa possono disporre di una forza militare senza confronti. La spesa militare degli Usa è pari a 778 miliardi di dollari, mentre quella del secondo paese in classifica, la Cina, è di 252 miliardi, e quella della Russia è di 61,7 miliardi[xv]. In totale, il budget militare dei primi 10 Paesi del Mondo equivale a malapena al budget Usa.

Si innesca, a questo punto, un circolo vizioso: gli Usa mantengono l’egemonia del dollaro grazie alla forza militare e mantengono la forza militare, finanziandosi grazie al dollaro. Quindi, se il dollaro perde forza a livello mondiale risulta più difficile per gli Usa mantenere la loro forza militare e se viene meno quest’ultima viene meno anche l’egemonia del dollaro. Insomma, se si rompe il “giocattolo” del dollaro, gli Usa rischiano una crisi radicale.

Il peggioramento dei rapporti di forza economici e la necessità di mantenere, nonostante questo declino, l’influenza geopolitica spingono gli Usa verso la tendenza alla guerra. Una guerra che alcune volte viene combattuta direttamente, come in Iraq, e a volte indirettamente, come in Ucraina. Nella guerra attualmente in corso il vero oggetto del contendere è l’influenza geopolitica degli Usa e, attraverso di essa, la capacità del dollaro di mantenersi moneta di scambio e di riserva mondiale.


Note

[i] Lawrence H. Summers, Reflection on the New Secular Stagnation Hypothesis, p.36. Il corsivo è mio.
[ii] Karl Marx, Il capitale, Newton Compton editori, Roma 1996, p. 1070.
[iii] Ibidem, p.1077.
[iv] Lenin, L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1974.
[v] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 2003.
[vi] International monetary fund, World economic outlook (april 2022).
[vii] Unctad, data center.
[viii]International monetary fund, Database.
[ix] International Monetary fund, The Stealth erosion of dollar dominance.
[x] G, Di Donfrancesco, “L’Fmi: le sanzioni alla Russia minano l’egemonia del dollaro”, Il Sole24ore, 1 aprile 2022.
[xi] G. Di Donfrancesco, “Lavrov in India per offrire greggio ma Washington lancia l’allarme”, Il Sole24ore, 1 aprile 2022.
[xii] Ibidem.
[xiii] Unctad, data center.
[xiv] Marcello de Cecco, Moneta e impero. Economia e finanza tra 1890 e 1914, Donzelli editore, Roma 2016.
[xv] https://worldpopulationreview.com/country-rankings/military-spending-by-country.

Una decisione forzata: partire subito”: Come Kostanaj (Kazakistan) accoglie i russi in fuga dalla mobilitazione

di Ol’ga Loginova (28.09.2022)

Una decisione forzata: partire subito”

Mercoledì davanti al Centro Servizi Pubblici del distretto Žetysu di Almaty sostava una fila di russi arrivati ​​nei giorni scorsi. Volevano richiedere un codice fiscale, perché solo così avrebbero potuto aprire un conto in banca. Erano pronti ad aspettare ore in fila e ancora un po’ per avere una risposta dal Centro Servizi Pubblici. Vlast.kz ha parlato con loro ​​dell’attraversamento del confine, delle circostanze della loro partenza e dei loro piani per il futuro.

I nomi degli intervistati sono stati cambiati su loro richiesta.

C’è tutta una Silicon Valley radunata qui”

Le persone in attesa al CSP si erano divise in gruppetti. Girava la voce che avrebbero ricevuto dell’acqua gratuitamente all’interno dell’edificio. Era arrivata anche una caffetteria mobile accanto al CSP. Verso l’ora di pranzo, due kazaki si avvicinano alla coda: distribuiscono biglietti da visita ai presenti e promettono un codice fiscale senza fare la fila, naturalmente a pagamento. Nessuno accetta, chi si è radunato preferisce aspettare il proprio turno.

Aleksandr, uno specialista informatico, è arrivato da Mosca quattro giorni fa con venti colleghi: l’intera azienda ha deciso di trasferirsi.

Dice: “ci siamo riuniti d’urgenza, la notizia (sulla mobilitazione ndr) è arrivata come un fulmine, è stata una decisione forzata: partire subito”.

Il collega di Aleksandr, Evgenij, è l’unico dell’intera compagnia che ha dovuto partire con un passaporto civile (carta d’identità ndt).

“E adesso mi trovo di fronte al problema che non posso ricevere una carta SIM, non posso ricevere una carta bancaria. Sono venuto qui con una carta Visa, ricevo uno stipendio in rubli, ma non posso ritirarlo”, dice il giovane.

Evgenij ha presentato richiesta per il passaporto, ma il consolato ha risposto che a causa del grande flusso non sanno ancora quando sarà accettata. L’elaborazione del documento può richiedere fino a 90 giorni e Evgenij teme di non riuscire a riceverlo in tempo, prima di essere obbligato per legge a lasciare il Paese1. “Non è chiaro se potremo restare qui e formulare un contratto di lavoro, ma ci proveremo”, dice.

La maggior parte delle persone in fila lavora nel settore informatico. Alcuni affermano che per ora è possibile lavorare da remoto, altri sono alla ricerca di nuove opportunità per la propria attività o vogliono trovare un lavoro in società collegate.

Pëtr è stato uno dei primi ad attraversare a piedi il confine, a nord. “A piedi perché è più veloce, non per fare economia”, spiega. – Poi sono andato in macchina a Kostanaj, poi di notte in macchina ad Astana, e poi tre ore dopo in macchina ad Almaty. Sono arrivato qui lunedì (19 settembre – ndr).”

Per lui, uno degli obiettivi era trasferire l’attività in Kazakistan per facilitare il lavoro con i clienti stranieri. Il giovane dice anche che anche lui lavora nell’informatica. “C’è un’intera Silicon Valley qui, in effetti, i ragazzi ed io scherzavamo mentre aspettavamo in coda”, ride. Secondo quanto dice, gli ci sono volute due ore per fare domanda per un codice fiscale. Probabilmente dovrà trascorrere la stessa quantità di tempo in attesa di riceverlo.

Konstantin, uno specialista IT di Mosca, si è stabilito prima da parenti e poi ha preso una casa in affitto. Ha intenzione di rimanere ad Almaty per molto tempo. “Sono qui ad Almaty già da una settimana, mi piace molto, la città è bellissima, sono molto soddisfatto. Al momento per me questa non è una tappa intermedia, ma quella finale”, dice, aggiungendo di temere solo cambiamenti nei rapporti tra Russia e Kazakistan e l’estradizione di coloro che hanno evitato la mobilitazione alla parte russa. Konstantin dice che sta trattando con società internazionali che hanno trasferito gli uffici dalla Russia al Kazakistan e spera di riuscire a farsi assumere.

“In ogni caso è possibile lavorare da remoto e finché non è vietato continuo a lavorare”, dice anche. “Se necessario, posso lasciare il Paese e poi tornare”.

Secondo le sue parole, i suoi parenti rimasti in Russia sono preoccupati per lui ma tutti sono sicuri che abbia preso la decisione giusta.

“Non ho una sola persona nel mio ambiente che sia a favore quello che sta succedendo”, dice Konstantin. “È solo una cosa orribile”. L’uomo nota che molti dei suoi conoscenti stanno solo pianificando di andarsene e ci vuole molto tempo. Altri non possono partire immediatamente per motivi personali e familiari. “Per favore, non date per scontato che tutti quelli che sono rimasti siano d’accordo con ciò che sta accadendo. No, non siamo d’accordo. Ognuno ha le proprie ragioni: alcuni hanno parenti malati che hanno bisogno di cure, altri hanno in programma di trasferirsi, ma sono trattenuti da mutui, appartamenti e le persone decidono così”, spiega.

Siamo rimasti al confine per 19 ore”

Molti in coda hanno attraversato il confine in auto, ma ognuno ha seguito un percorso diverso.

Artem e Nikolaj sono partiti per il confine occidentale (del Kazakistan ndt) da città diverse: il primo da Nižnij Novgorod, il secondo dalla regione di Rostov. Avrebbero voluto incontrarsi lungo la strada, ma sono finiti in posti di blocco diversi.

“Abbiamo attraversato il confine vicino a Uralsk. Siamo rimasti al confine per 19 ore. Ci sono molti – non so nemmeno come chiamarli … banditi, che vendono un posto più avanti nella fila per un sacco di soldi, e quindi siamo rimasti più a lungo del necessario “, racconta Nikolaj.

Artem dice di aver conosciuto dei ragazzi in fila al Centro di Servizio Pubblico che sono rimasti al confine per 30 ore. Secondo lui, molti hanno anche scritto di questo problema nelle chat di Telegram per quelli che si trasferiscono. “Lì, il ragazzo ha detto che prendevano 25 mila rubli a persona. All’inizio ne hanno chiesti 50, hanno contrattato 25 a persona, e ce n’erano quattro in macchina e hanno pagato 100mila rubli. È che stavano lì già da trenta ore”, dice. Nikolaj racconta che dopo dieci ore lui stesso è rimasto senza acqua e cibo e si è fatto un po’ prendere dal panico. Sono riusciti a passare con grande difficoltà.

“Verso la fine mi sono arrabbiato, ho iniziato a urlare contro il vigile urbano che stava lì, perché non faceva niente, era inutile”, racconta il giovane. “E ciononostante abbiamo superato questi ragazzi che vendono i posti in coda, siamo rimasti letteralmente fermi per altre due o tre ore e poi abbiamo attraversato il confine”.

Artem ricorda che nella coda in cui è finito, alcuni hanno semplicemente abbandonato la macchina e hanno cercato di attraversare a piedi. “Davanti ai nostri occhi la gente semplicemente chiudeva l’auto e andava a piedi. Una roba da pazzi” dice. Nikolaj racconta che nella sua coda alcuni hanno cercato di vendere l’auto tramite le chat di telegram – a un certo punto, è passata per la mente anche a lui un’idea del genere. Poi però si è scoperto che i pedoni non potevano passare il confine e così hanno iniziato a chiedere agli autisti di portarli.

Si unisce alla nostra conversazione Lev. Dice che lui personalmente è arrivato ad Almaty in aereo, ma i suoi amici, partiti in macchina sabato, sono rimasti al confine per tre giorni e alla fine hanno fatto marcia indietro, perché la coda non si muoveva affatto. Lev dice che pensa di restare in Kazakistan e di lavorare qui: la sua azienda ha una filiale ad Almaty e, in caso di problemi, il giovane pensa di trovare lavoro da loro. Non ha avuto problemi a trovare un alloggio in affitto, ma ha detto che la proprietaria dell’appartamento ha aumentato il prezzo per i precedenti inquilini da 190 a 400mila tenge e che hanno dovuto trasferirsi.

Vladimir è arrivato in macchina dalla città di Kemerovo. “Siamo partiti il ​​21, letteralmente 5 ore dopo l’annuncio della mobilitazione”, ricorda. “In tre ore, abbiamo imballato le nostre cose con gli amici e abbiamo iniziato ad attraversare l’Altai”. Ha dovuto aspettare al confine per due ore. Racconta che un suo amico in servizio nell’esercito nella regione di Kemerovo ha cercato di partire tre giorni dopo di lui, ma gli è stato proibito di partire.

“Personalmente ero all’opposizione in Kuzbass, e posso dire che Kuzbass è il più fedele possibile a Putin, e adesso lì prendono tutto e tutti” racconta Vladimir “Lì non sono a posto. A Mosca hanno visto la storia che un disabile autistico è stato reclutato? La stessa cosa accade lì, ma non c’è una grande pubblicità, perché non ci sono media indipendenti”.

Vladimir lavora nel campo del cinema. Dice che non rimarrà in Kazakistan per molto tempo e prevede di andare negli Stati Uniti.

“Perché là ci sono altre opportunità, ho degli amici. E così non peseremo molto sui residenti locali in Kazakistan, perché ho sentito che con il nostro arrivo qui i prezzi sono davvero aumentati per tutto, – dice. – Ancora più o meno per il rublo se hai dei risparmi, puoi scambiare, e più o meno te la cavi. Tuttavia, un appartamento qui ora è più costoso che nelle nostre città. Anche se cambi il rublo in tenge, è molto caro”.

A Mosca tutti fanno finta che non stia succedendo niente”

Pavel è arrivato ad Almaty da Mosca, dopo aver acquistato un biglietto per 50 mila rubli, che secondo lui nella situazione attuale era relativamente economico. Sua moglie e suo figlio dovrebbero seguirlo presto. Spera di ottenere un codice fiscale e poi ottenere un lavoro nel suo campo, è un medico. “Forse, se qui non funziona, proverò a Erevan”, dice. C’erano già 300 persone in fila per compilare la domanda per il codice fiscale davanti a lui all’ora di pranzo.

Svjatoslav e Ekaterina sono venuti ad Almaty da luoghi diversi: lei da Mosca, lui dalla Finlandia. Già prima, la coppia non viveva in Russia da quattro mesi. Qualche mese fa hanno deciso di tornare in Russia, ma alla fine hanno deciso di ripartire.

“Pensavamo che forse le cose sarebbero andate in discesa. Magari le truppe sarebbero state ritirate. Speravamo per il meglio, ma evidentemente invano”, afferma Svjatoslav. Ekaterina aggiunge che all’inizio, dopo il ritorno, sembrava che fosse diventato più calmo, ma poi spiega che nella capitale russa, in linea di principio, sono generalmente calmi su ciò che sta accadendo.

“A Mosca fanno finta che non stia succedendo niente, che vada tutto bene e non c’è bisogno di pensarci”, spiega anche Svjatoslav. Ora la coppia ha in programma di rimanere in Kazakistan per almeno un anno: la filiale dell’azienda dove lavora Svjatoslav è stata trasferita ad Almaty, e lui ha intenzione di lavorare lì.

Molti degli intervistati hanno affermato che molto probabilmente sarebbero transitati in Kazakistan e poi sarebbero andati da qualche altra parte.

Secondo i dati ufficiali, più di 98.000 cittadini russi sono entrati in Kazakistan dal 22 al 27 settembre.

FONTE: https://vlast.kz/obsshestvo/51862-resenie-bylo-zeleznym-uezzat-srazu.html

Traduzione dal russo di Marco Ferrentino

1 È possibile per i cittadini russi rimanere in Kazakistan senza visto e con la carta d’identità solo per trenta giorni consecutivi ndt

Gli Stati Uniti dichiarano guerra a Russia, Germania, Olanda e Francia

di Thierry Meyssan

La stampa internazionale affronta il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream come fatto di cronaca, noi invece lo analizziamo come atto di guerra contro Germania, Olanda, e Francia. Le tre vie di approvvigionamento di gas dell’Europa Occidentale sono state interrotte simultaneamente ed è stato contemporaneamente inaugurato un nuovo gasdotto con terminali in Polonia.

Come già Mikhail Gorbaciov vide nella catastrofe di Cernobyl l’inevitabile smembramento dell’Unione Sovietica, noi riteniamo che il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream segni l’inizio della rovina economica dell’Unione Europea.

La lotta degli Stati Uniti per conservare l’egemonia mondiale è entrata nella terza fase.

– L’allargamento della Nato a est, in violazione degli impegni occidentali di non installazione di armi statunitensi in Europa centrale, è una minaccia diretta alla Russia, che non può difendere i suoi immensi confini.

– Violando gli impegni assunti dopo la seconda guerra mondiale, Washington ha portato al potere a Kiev i nazionalisti integralisti («nazisti» secondo la terminologia del Cremlino), che hanno vietato ai compatrioti russofoni di parlare la loro lingua madre, li hanno privati di servizi pubblici e infine hanno bombardato i compatrioti del Donbass.

La Russia non ha avuto scelta ed è intervenuta militarmente per mettere fine al loro calvario.

– La terza fase è il cambiamento autoritario dell’approvvigionamento energetico dell’Europa occidentale e centrale. Il giorno stesso in cui il gasdotto del Baltico, Baltic Pipe, è diventato operativo, i due gasdotti Nord Stream sono stati messi fuori uso, nonché interrotta la manutenzione del Turkish Stream.

È il più importante sabotaggio della storia. Un atto di guerra contro Russia (51%) e Germania (30%), comproprietarie di questi colossali investimenti, ma anche contro Olanda (9%) e Francia (9%). Al momento nessuna delle vittime ha reagito pubblicamente.

Per compiere distruzioni di tale portata occorreva disporre di sottomarini in zona, che le potenze della regione hanno identificato. Ufficialmente non ci sono indizi, nel senso poliziesco del termine, ma le “telecamere di sorveglianza” (i sonar) hanno parlato. Gli Stati interessati sanno con certezza chi è il colpevole, ma, o non intendono reagire, nel qual caso saranno radiati dalla mappa politica, o stanno segretamente preparando una replica a quest’operazione clandestina, sicché quando la realizzassero diventerebbero veri protagonisti politici.

Rammentiamoci del colpo di Stato di Algeri del 1961 e degli attentati alla vita del presidente della Repubblica francese Charles De Gaulle che seguirono. De Gaulle finse di credere che fossero opera dell’Organizzazione dell’Armata Segreta (OAS), formata dai francesi che si opponevano all’indipendenza dell’Algeria. Ma il ministro degli Esteri dell’epoca, Maurice Couve de Murville, menzionò pubblicamente il ruolo dell’Opus Dei spagnola e della CIA nell’organizzazione e nel finanziamento degli attentati. De Gaulle cercò e identificò i traditori, riorganizzò la polizia e le forze armate e cinque anni dopo improvvisamente annunciò il ritiro della Francia dal comando integrato della Nato, cui diede due settimane per chiudere la sede di Parigi-Dauphine e migrare in Belgio; concesse un po’ più di tempo per chiudere le 29 basi militari dell’Alleanza. Iniziò in seguito a viaggiare all’estero per denunciare l’ipocrisia statunitense, soprattutto la guerra del Vietnam. La Francia riprese all’istante il ruolo di potenza di riferimento nelle relazioni internazionali. Sono fatti mai pubblicamente spiegati, ma che tutti i dirigenti politici dell’epoca possono confermare [1].

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno progettato una mappa che sconvolge le relazioni internazionali e li ha indotti a rovesciare governi e muovere guerre, al fine di realizzare vie di trasporto delle fonti di energia. Questa è stata per otto anni la principale attività del vicepresidente Al Gore, nonché ora quella del consigliere speciale Amos Hochstein. Rammentiamoci della guerra di Transnistria, finalizzata a mettere le mani su un hub di gasdotti [2], nonché della guerra del Kosovo, per costruire una via di comunicazione attraverso i Balcani, l’“VIII corridoio”. Ora si palesano i restanti tasselli del puzzle.

È particolarmente difficoltoso capire il danno che l’Unione Europea ha appena subito e che, molto probabilmente, ne provocherà il crollo economico, perché l’UE stessa ha preso decisioni essenziali per il proprio fallimento.

Fino al 26 settembre 2022 i rifornimenti di gas dell’Unione arrivavano principalmente dalla Russia, tramite il gasdotto Brotherhood, che attraversa l’Ucraina, poi tramite il gasdotto Nord Stream, nonché il Turkisch Stream. Gli Stati Uniti, i garanti della sicurezza dell’Unione, hanno interrotto in sequenza queste vie. Il gasdotto Brotherhood è certamente ancora parzialmente funzionante, ma può essere chiuso definitivamente per volontà di Kiev; i Nord Stream sono stati sabotati; e al Turkish Stream non può essere fatta la manutenzione a causa delle sanzioni adottate dalla UE su richiesta degli Stati Uniti.

Fino al 26 settembre l’economia dell’Unione si fondava principalmente sulla produzione dell’industria tedesca, cui gli Stati Uniti, interrompendo il Nord Stream, hanno tagliato le gambe. Secondo la formula di lord Ismay, il primo segretario generale della Nato, la «grande strategia» degli anglosassoni è: «Mantenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto tutela».

Una politica perseguita ininterrottamente dagli anni Cinquanta da tutte le amministrazioni Usa. Nord Stream è stato costruito da nove Stati, quattro ne sono proprietari. È entrato in funzione nel 2011. A partire dal mandato di Donald Trump, iniziato nel 2017, il Congresso statunitense ha minacciato sanzioni contro le società che collaboravano al funzionamento del Nord Stream 1 e quelle coinvolte nel progetto Nord Stream 2. Lo stesso presidente Trump ha dileggiato la sudditanza dei tedeschi, che si abbeveravano con il gas russo. Gli Stati Uniti, nonché la Polonia, hanno dispiegato un arsenale di ostacoli giuridici finalizzati a inceppare il rifornimento di gas russo all’Europa occidentale. Da questo punto di vista, con la nuova amministrazione Usa non è cambiato nulla. La Germania ha sbagliato giudicandola più benevola.

Vero è che a luglio 2021 si trovò un accordo per sostituire il Nord Stream 2, ma con l’idrogeno prodotto… in Ucraina e che dal 2024, scaduti i termini del contratto russo-ucraino, sarà trasportato tramite il vecchio gasdotto Brotherhood riconvertito.

Eletto a dicembre 2021, in pochi mesi il cancelliere Olaf Scholz ha commesso due gravi errori.

– Subito dopo l’elezione del 7 dicembre, si è recato alla Casa Bianca per tentare di resistere agli Stati Uniti che gli chiedevano di non acquistare più gas russo. Rientrato in Germania, ha deciso di mantenere Nord Stream e al tempo stesso di cercare fonti di energia rinnovabile, nonché di bloccare Nord Stream 2 e applicare l’accordo di luglio 2021. Sbagliando, Scholz pensava di contemperare il carattere bellicista del pensiero strategico Usa con le esigenze dell’industria tedesca, nonché con la dottrina dei Verdi, che fanno parte della Coalizione governativa.

Durante la conferenza stampa congiunta con il presidente USA, il cancelliere ha sudato freddo: Joe Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti erano in grado di distruggere il Nord Stream 2 e che lo avrebbero fatto se la Russia avesse invaso l’Ucraina. Per Scholz era agghiacciante ascoltare il proprio sovrano sbattergli in faccia di avere il potere di distruggere un investimento della Germania di decine di miliardi di dollari se un Paese terzo avesse agito senza tener conto dei diktat americani. Non sappiano se durante le discussioni a porte chiuse il presidente Biden abbia minacciato la distruzione anche di Nord Stream 1: non è da escludere. In ogni caso, secondo i giornalisti al seguito di Scholz, il cancelliere è rientrato in patria sconvolto.

– Il secondo errore Scholz l’ha commesso il 16 settembre 2022. La Germania desidera sottrarsi alla tutela anglosassone e garantire direttamente sia la propria sicurezza sia quella dell’Unione Europea. Quindi il cancelliere ha dichiarato: «In quanto nazione più popolosa, la più potente economicamente, nonché collocata geograficamente al centro del continente, le sue forze armate devono diventare il pilastro della difesa convenzionale in Europa». Precisando che stava parlando solo di «difesa convenzionale», intendeva aver riguardo per la suscettibilità della vicina Francia, unica potenza nucleare dell’Unione. Scholz non si è reso conto che, immaginando di sottrarsi al protettorato militare Usa, stava infrangendo la dottrina degli Straussiani. Nel 1992 Paul Wolfowitz firmò il Defense Policy Guidance, di cui il New York Times pubblicò alcuni estratti: vi si dichiarava che gli Stati Uniti avrebbero considerato ogni proposito di emancipazione europea casus belli [3].

Sei giorni dopo i Navy Seals facevano esplodere i due gasdotti del Mar Baltico, portando la Germania indietro di undici anni.

Poche ore dopo il sabotaggio, veniva inaugurato in pompa magna il gasdotto Baltic Pipe dal presidente polacco, dal primo ministro danese e dal ministro norvegese per l’Energia. Il nuovo gasdotto non ha certamente la stessa portata del Nord Stream, ma basterà a causare mutamenti radicali. L’Unione Europea, prima dominata dall’industria tedesca alimentata dal gas russo, ora, grazie al gas norvegese, sarà sottomessa alla Polonia. Durante la cerimonia di inaugurazione, il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha trionfalmente esplicitato tutto il suo livore: «L’èra del dominio russo nel settore gas sta finendo; un’èra caratterizzata da ricatti, minacce ed estorsioni».

L’atto di guerra contro Russia, Germania, Olanda e Francia ci obbliga a riconsiderare gli avvenimenti in Ucraina. È un attacco molto più grave dei precedenti perché gli Stati Uniti hanno colpito gli alleati. In altri articoli ho diffusamente spiegato a cosa gli Straussiani miravano con le provocazioni in Ucraina. I recenti accadimenti spiegano perché Washington, in quanto Stato, sostiene il progetto degli Straussiani, nonché mostrano come dagli anni Cinquanta la «grande strategia» non sia mutata.

In pratica, se non ci saranno reazioni a questo atto di guerra, l’Unione Europea precipiterà economicamente, fatta eccezione per la Polonia e i suoi dodici alleati dell’Europa centrale, i membri dell’Iniziativa dei Tre Mari (Intermarium) [4]. Il vento gira, ora Varsavia corre in testa.

I grandi perdenti saranno l’Europa occidentale e la Russia, nonché l’Ucraina, distrutta per permettere questo gioco al massacro.

FONTE: https://www.voltairenet.org/article218173.html

I paradossi della transizione ecologica

Tonino D’Orazio. 17 settembre 2022.

E’ saltato tutto. Ma già l’aver inserito il nucleare e il gas nell’elenco delle attività classificate dall’Unione europea come “sostenibili dal punto di vista ambientale”, delineava uno dei paradossi degli aspetti contraddittori della cosiddetta transizione energetica. In verità ne inficiava già la naturalezza ponendola su scala del mercato dell’energia e del profitto. Tutti i dati sono riferiti a prima della guerra in Ucraina.

E’ un assioma, pur rigirandolo da ogni parte, per creare energia bisogna consumare altro, quindi la parola creare è inappropriata, meglio ottenere. Mi direte che quello pulito può essere l’eolico o il fotovoltaico. Passo sopra solo per non elencare i costi connessi, dai materiali particolari, alla loro acquisizione e alla loro eliminazione o riciclaggio (non sempre possibile). Oltre che alla loro aleatorietà, se c’è sole o se c’è vento, e all’incapacità di stoccaggio dell’elettricità stessa. La produzione di energia da fonti rinnovabili per le auto elettriche sta generando tensioni sulla domanda e sui prezzi di “minerali critici” quali rame, litio, nickel, manganese, cobalto, zinco e terre rare. Tutti da scavare.

Esiste anche un argomento pregnante del mercato capitalistico. Lo vedete i colossi energetici mollare gli enormi benefici e mollare la presa ricattatoria sugli utenti, sulle popolazioni, e ormai sugli Stati? Chiunque ha oggi un impianto fotovoltaico, e pensa di essere diventato autonomo, (un po’ sì, se non si bada ai costi iniziali), è sottomesso alle decisioni Enel sul trasferimento del prodotto, sull’acquisto, sul limite di produrre di Kw (5) per abitazione (potreste arricchirvi con di più!), sull’utilizzo di una eventuale batteria di accumulo (es. se l’Enel stacca la luce, o questa salta, non potete usare la vostra batteria, non esiste swich …), ecc.

Il progetto del M5S, (110 Bonus), che in fondo prevede l’unica opzione politico economico-energetico per il futuro, cioè quello di tappezzare gran parte dei tetti d’Italia con il fotovoltaico per una certa autonomia e indipendenza di cittadinanza, dei costi risparmiati dall’utilizzo di energie fossili e inquinanti, non riesce a uscire dagli sbarramenti che i grandi monopoli introducono costantemente. E comunque l’Enel non riuscirebbe a gestire un eventuale afflusso enorme di energie rinnovabili, stagionali o meno. Non vorrei che l’energia verde sia un inganno vista l’impossibilità fisica di sostituire le attuali fonti di energia. Nonostante migliaia di miliardi di investimenti in energia verde, questa non rappresenta più del 3% dell’energia mondiale attualmente consumata. Immaginate tutti quelli “green” che hanno impiantato solo le pompe di calore per quest’inverno?

Anche gli altri paradossi sono pesanti. Soprattutto se si prevedono interventi per ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 e arrivare nel 2050 a emissioni zero. Cosa che presuppone effetti solo per i semplici cittadini, automobili e case, tralasciando quindi i consumi più inquinanti delle petroliere, dei porta-container, e dell’aviazione civile e militare, Negli ultimi 5 anni il parco auto circolante in Europa è passato da 248 a 268 milioni di veicoli, dilatando anche il divario di età. Tra le auto in media più giovani (in Lussemburgo e Regno Unito) e quelle più vecchie (Estonia, Lituania e Romania) c’è una differenza anche di 10 anni. Nel 2021 nel mondo sono state prodotti 80.145.988 di veicoli tra trasporto passeggeri e commerciali. Cifra ben lontana dal record del 2017, quando le fabbriche sparse in tutto il mondo ne sfornarono più di 97 milioni, ma in risalita rispetto al terribile 2020, fermo a 77.621.528 unità. Secondo l’annuario statistico dell’Aci, quelle che circolavano sulle strade del nostro Paese erano 36.751.311 milioni nel 2010. Un numero destinato a salire fino a 39.717.874 nel 2020, per i circa 50 milioni di cittadini maggiorenni.

In Europa nel 2020 appena lo 0,44% dei veicoli circolanti era un’auto elettrica. Di queste, 53mila immatricolate nel nostro paese. Il paradosso sta tra il sogno e la realtà. Non sarà possibile il ricambio complessivo dei veicoli europei. Non sarà possibile costruire in Europa almeno 10 milioni di colonnine di ricarica. L’impoverimento complessivo della popolazione, impedirà l’acquisto massiccio di costosi veicoli elettrici, con autonomie così ridicole da essere utilizzati misti o solo come city car. L’attuale discorso del “tutto elettrico” è semplicemente fuorviante, è un vicolo cieco fisico. Affermare da un giorno all’altro che non ci saranno più veicoli a combustione interna entro il 2035 è fisicamente insostenibile, è un’impossibilità materiale.

Nel condurre le politiche di riduzione, l’Ue continua a mantenere un’alta dipendenza energetica dall’estero, con importazioni nette pari al 57,5% dei suoi consumi, quota che sale all’83,6% per il gas naturale e al 97% per il petrolio greggio. I Verdi tedeschi ringraziano Putin del taglio netto di questi prodotti, propedeutico al sole verde dell’avvenire. Ma il 2030 è dietro l’angolo e la guerra in corso ha fatto saltare tutti i buoni propositi.

Risale l’uso del carbone. Nei primi dieci mesi del 2021, prima della guerra, vi sono incrementi a doppia cifra della produzione di energia elettrica con il carbone: +21,0% rispetto all’anno precedente nell’Unione europea a 27, con +27,1% in Germania e +17,8% in Polonia, i due Paesi che concentrano il 70,1% dell’elettricità prodotta con il carbone nell’Unione.

In Italia la produzione di elettricità dipende per il 47,7% dal gas, quota più che doppia del 20,1% della media dell’Unione europea. L’escalation della quotazioni del gas europeo si è traslata sul mercato elettrico, che dal varo del Green Deal a gennaio 2021 si è moltiplicato per 4,9 volte, con effetti pesanti, spesso drammatici, sui costi di produzione delle imprese e sulle famiglie. Nei primi undici mesi del 2021 la quota di gas liquefatto è scesa al 14% delle importazioni, ben 5,6 punti in meno rispetto al 19,6% del corrispondente periodo del 2019.

I principi generali della politica ambientale europea, a cui si dovrebbero conformare gli interventi fiscali del Green Deal prevedono una tassazione basata sul principio “chi inquina paga”. Alla prova dei fatti, però, tale principio risulta ampiamente disatteso. Nel 2020 la tassazione ambientale nel nostro Paese è del 3,0% del Pil, di 0,8 punti superiore al 2,2% della media Ue, uno spread che vale 13,2 miliardi di extra-prelievo. L’Italia, con questo livello di tassazione green, si colloca al 6° posto tra i 27 paesi dell’Unione europea, tuttavia si posiziona al 18° posto per emissioni di CO2 per abitante. Nel confronto tra le due maggiori economie manifatturiere europee, l’Italia registra un’intensità di emissioni del 28,7% inferiori a quelle della Germania a fronte di una tassazione ambientale superiore del 77,8% (1,3 punti di Pil in più rispetto all’1,7% della Germania). Paradosso, incongruenza, disorganizzazione, furto legalizzato dei monopoli privati, paga di più chi consuma meno, si paga la Tari a m2 invece che a persona inquinante…?

E adesso che siamo in guerra (solo all’inizio e anche all’inizio delle speculazioni legali di mercato neoliberista), tutto è decuplicato nei costi, sia all’origine che al consumo; si riaccendono le imprese elettriche a carbone; quelli che li hanno riaccendono i reattori nucleari, (ma tanto questi sono “ambientalmente sostenibili”), si blocca il foto-voltaico generalizzato del 110-Bonus, ecc … In fondo se il Green Deal era l’invenzione di una nuovo rilancio industriale di un capitalismo disperato, dobbiamo dire che sta fallendo. Al limite dispiace perché in fondo era legato alla produzione e al lavoro, non solo alla finanziarizzazione. Se era veramente un rilancio pulito ed ecologico per il futuro, dobbiamo dire che è fallito, non idealmente certo, ma nel paradosso della cruda realtà e dell’aver sognato oltre le possibilità reali in così poco tempo e l’aver sognato che il capitalismo buono di mercato avrebbe fatto la sua parte.

Avvisi russi: la guerra nucleare è imminente

di Tonino D’Orazio, 15 settembre 2022.

Gli sponsor dell’Ucraina hanno ricevuto DUE seri ultimatum; Uno del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, l’altro del membro del Consiglio russo ed ex presidente Dmitry Medvedev. Quest’ultimo avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le sue vere operazioni! Compreso l’uso di armi nucleari.

Sergej Lavrov:

“Il successo una tantum al fronte [la scorsa settimana] è stato mostrato solo grandiosamente dalla stampa. Il bilancio delle vittime lungo tutta la linea degli scontri ha superato i diecimila [ucraini], i feriti stanno riempiendo tutti gli ospedali, mancano le ambulanze. Le forze alleate [russe] impiegate nella lotta contro i nazisti erano appena centinaia. E poi la situazione politica è peggiorata. In Ucraina circolavano voci secondo cui fosse stata la Russia a “ritirarsi” per insabbiare qualcosa di grosso. Mentre i “patrioti” aspettavano una tregua, la Russia ha colpito gli impianti elettrici. In precedenza, il comandante in capo Zaluzhny aveva riferito a Zelensky della formazione di un grande gruppo navale della Marina russa nel Mar Nero, comprese le navi d’assalto anfibie. L’Occidente teme che la colpa sia del fallimento della truffa del grano. In primo luogo, Putin ha sottolineato al WEF che la Russia e i paesi poveri sono stati ingannati nell’accordo sul grano. Poi Erdogan lo ha ammesso. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite ha dovuto ammetterlo, anche se è stato fatto un tentativo di sottrarsi. Negli Stati Uniti dissero che andava tutto bene, ma presto i loro esperti riconobbero di nuovo la mancanza di effetti adeguati dell’aumento dei cereali sul mercato. L’Ucraina e molti dei suoi sponsor, a quanto pare, hanno ricevuto un duro ultimatum: o il grano va in Africa, e la Russia apre un mercato alimentare internazionale, oppure la Marina russa blocca di nuovo i porti ucraini, ma questa volta con lo sbarco delle truppe [russe] con la distruzione di tutte le infrastrutture portuali. Allo stesso tempo, l’intera infrastruttura ucraina “crollerà”. Approssimativamente come ciò accadrà è già stato mostrato. Si potrebbe dire che è stato un saggio sulle conseguenze se gli interessi russi fossero ignorati”.

Mentre il ministro degli Esteri Lavrov si è concentrato sulla truffa del grano, dove su 87 navi mercantili piene di grano ucraino, solo DUE navi sono andate in paesi “bisognosi” – il resto è andato in Europa – ecco un avvertimento molto più diretto dall’ex presidente russo Dmitry Medvedev. E’ equivalente alla minaccia della nuova premier del governo britannico Liz Truss sul premere il bottone senza remore. Di seguito, Medvedev avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere i russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le vere operazioni!

“La camarilla (cricca) di Kiev ha dato vita al progetto delle “garanzie di sicurezza”, che è di fatto un prologo alla terza guerra mondiale. Naturalmente nessuno darà “garanzie” ai nazisti ucraini. Dopotutto, è quasi come applicare l’articolo 5 della Nato (Trattato di Washington) all’Ucraina. Per la Nato è la stessa cosa, vista solo di lato. Ecco perché fa paura. I nostri amici giurati – capi occidentali di vario calibro, a cui è rivolto questo appello – devono finalmente capire una cosa semplice. Riguarda direttamente la guerra ibrida tra Nato e Russia. Se questi idioti continuano a pompare senza freni il regime di Kiev con i tipi di armi più pericolose, prima o poi la campagna militare salirà a un altro livello. I confini visibili e la potenziale prevedibilità delle azioni delle parti in conflitto scompariranno. Seguirà il proprio scenario militare, coinvolgendo nuovi partecipanti. È sempre stato così. E poi i paesi occidentali non potranno sedersi nelle loro case e appartamenti puliti, ridendo di come stanno indebolendo accuratamente la Russia con le mani di qualcun altro. Tutto si accenderà intorno a loro. Il loro popolo coglierà il dolore nella sua interezza. Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento. Ne avremo molti anche noi. Sarà molto, molto male per tutti. Del resto si dice: «Per questi tre flagelli, fuoco, fumo e zolfo, che uscivano dalla loro bocca, un terzo del popolo morì» (Ap 9,18). I politici dalla mentalità ristretta e i loro ottusi think tank, roteando premurosamente un bicchiere di vino nelle loro mani, parlano di come possono trattare con noi senza entrare in guerra diretta. Imbecilli ottusi con un’educazione retrograda. (Dmitrij Medvedev)

Medvedev non nasconde la sua minaccia nucleare. Quando ha scritto “Tutto si accenderà intorno a loro” e “Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento“, si riferisce in modo chiaro e inequivocabile a ciò che accade esattamente in un’esplosione nucleare. Noi occidentali siamo avvertiti, ancora una volta, che le azioni che intraprendiamo porteranno gli Stati Uniti e l’Europa a essere colpiti dalle armi nucleari russe! Quanto più diretti ancora possono dircelo i russi? Ci dicono cosa accadrà. Ci hanno messo in guardia più e più volte da quando le loro operazioni militari speciali sono iniziate a febbraio, ma i nostri funzionari del governo sembrano ridere come una sorta di “atteggiamento”. A mio parere, questa non è una posa, per niente. Mi sembra che i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa non credono che stanno causando a tutti noi la possibilità di annientamento nucleare, fino a quando una vera bomba nucleare non volerà attraverso la loro finestra e ci fa precipitare nell’aldilà! Continuando a fornire armi sempre più letali all’Ucraina, i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa faranno uccidere molti di noi”. (Hal Turner) (E’ un commentatore politico americano di estrema destra molto conosciuto).

Non è mia intenzione aggiungere paura, ce ne hanno già riempita parecchia a tutti in questi ultimi anni, ma la strada sta diventando scivolosa, passo dopo passo, e se veramente la Nato, in un modo o in un altro accoglie l’Ucraina nel suo sistema di “sicurezza collaterale” allora la guerra non sarà più ibrida, (per conto terzi), ma diventa chiaramente generale, Nato contro Russia.

Finanza e mercato dell’energia

di Raffaele Picarelli

L’esponenziale incremento della quotazione del gas e, in generale dell’energia, sta mettendo in ginocchio le economie occidentali e innescando una gravissima crisi sociale a causa della speculazione finanziaria ai cui interessi è asservita la governance politica. Occorre contrastare questa deriva tramite massicce mobilitazioni popolari che, previa acquisizione della genesi del fenomeno, avanzino richieste mirate ed efficaci che portino ad un cambio di paradigma.

Premessa

L’articolo che segue vorrebbe dare una risposta (o cercare di farlo) ad alcune domande che sorgono spontanee in ordine alle ragioni dell’andamento fuori controllo del mercato dell’energia europeo, che si traduce, per la stragrande maggioranza delle popolazioni, in aumenti sproporzionati delle bollette energetiche (gas e luce) e, quindi, in un cospicuo immiserimento delle loro condizioni di vita.

Come è possibile che una materia prima come il gas naturale, che ha un costo di produzione per le aziende produttrici da 2 a 5 euro per megawattora (MWh), arrivi a raggiungere sul mercato un prezzo da 40 a 80 volte tanto?

I prezzi del gas, da oltre sei settimane, si sono stabilizzati oltre 200 euro a MWh, fino a toccare punte di 340. Ci si potrebbe chiedere: il fenomeno è dovuto a un aumento reale della domanda e/o a una riduzione reale dell’offerta? Di questo sono certi i molti commentatori economici e politici che affollano i talk show e scrivono sui giornali.

Ma come è possibile questo se la domanda industriale di gas è calata di oltre il 9% tra la seconda metà del 2021 e la prima del 2022, e se la riduzione dell’offerta russa causata dalle sanzioni occidentali sarebbe compensata, come dicono, da offerte di gas di altra provenienza?

Per “considerazione del rischio geopolitico”, dichiara solennemente Francesco Starace, amministratore delegato di Enel (Il Sole – 24 Ore del 4 settembre).

Per la guerra in Ucraina, cantano all’unisono nel coro mainstream.

C’è qualcosa che non quadra in tutto questo: come è possibile che la causa degli aumenti sia la guerra in Ucraina se già nell’ottobre/dicembre 2021, cioè vari mesi prima dello scoppio delle ostilità, l’aumento del prezzo del gas, rispetto ai primi mesi del 2021, era del 500 – 600%? Fino a raggiungere nella media dei prezzi spot1 TTF di dicembre 2021 l’ammontare di oltre 110 euro al MWh? (tabella 1)

Oggi l’aumento del prezzo del gas è arrivato al 1000% anche sul timore della penuria di gas in inverno.

Allora come stanno le cose? Entrambi gli aumenti, quello di oggi e quello precedente alla guerra in Ucraina, hanno spiegazioni e motivazioni finanziarie.

Cosa significa?

Significa che la finanza, e in particolare la finanza derivata (future, swap, opzioni ed altre cose più o meno misteriose), trae spunto (e sponda) da eventi da essa attesi (meglio supposti), previsti (meglio ipotizzati), ovvero “costruiti” di appositamente con “rumors” fatti trapelare ad hoc attraverso la stampa, specializzata o meno, per fare delle scommesse (speculazioni), al fine di guadagnarci il più possibile.

E’ costretto a dirlo il già menzionato Starace nell’articolo sopracitato: nel meccanismo di formazione del prezzo del gas entrano considerazioni che “nulla hanno a che fare con la tensione […] tra domanda e offerta o con il prezzo della materia prima”.

È noto a molti che la finanza, e all’interno di questa la finanza derivata, abbia un ruolo centrale nella riproduzione del modo di produzione vigente. E lo ha anche nei meccanismi del settore dell’energia e nella formazione dei prezzi convenzionali del TTF.

Una notazione conclusiva: il Prodotto lordo mondiale nel 2020 è stato pari a circa 85 mila miliardi di dollari; il “valore nozionale” cioè il valore di materie prime, beni e titoli finanziari che costituiscono il sottostante delle operazioni di finanza derivata, ha superato il milione di miliardi, con un rapporto fra le due entità di circa 1 a 12.

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra aprile 2021 e agosto 2022.

Fonte: Elaborazione dati European Gas Spot Index.


I prezzi spot in del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in al mc
Costo in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20

Il mercato del gas Title Transfer Facility (TTF)

Il mercato a termine del gas TTF di Amsterdam è la causa principale della macroscopica crescita dei prezzi del gas. È stato istituito – ed è stata una scelta politica – quale parte del mercato energetico della UE. Si tratta di un mercato virtuale (un “hub”) per lo scambio all’ingrosso di gas naturale. Il TTF è anche un indice.

Sul TTF si vendono e si acquistano gas e future sul gas, cioè rispettivamente contratti spot con consegna di gas a brevissimo termine, generalmente il giorno successivo, e contratti future per scambiare una certa quantità di gas in una data futura (per es. dicembre 2022) ad un prezzo prestabilito.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di forniture indicizzati al TTF, cioè all’andamento dell’indice TTF preso come valore medio mensile, frutto della media dei prezzi spot giornalieri del mese precedente a quello dell’effettiva fornitura.

I prezzi future, cioè quelli per la consegna a più lungo termine, sono invece utilizzati come riferimento per le offerte di fornitura di gas a prezzo fisso.

Alcune offerte a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale.

I valori del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi del 2022 sono pressoché identici come si evince dal seguente grafico nel quale la linea blu e quella rossa risultano sovrapposte.

Grafico 1: andamento delle quotazioni medie mensili in euro fra gennaio 2021 e agosto 2022:

a) del gas sul mercato spot TTF (linea blu)

b) del gas sul mercato italiano Psv (Punto di Scambio Virtuale) (linea rossa)

c) del gas indicizzato al petrolio brent (linea verde)

d) del petrolio brent (linea viola)

Fonte: https://altreconomia.it/speculazione-sui-prezzi-del-gas-che-cosa-ci-aspetta-e-che-cosa-non-sta-facendo-arera/

Attraverso queste piattaforme avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e i trader del settore (produttori e fornitori che rispettivamente vendono e acquistano, il gas metano).

I fornitori del mercato italiano acquistano il gas per poi rivenderlo ai loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza a cui si aggiunge un margine, ossia il guadagno del fornitore.

Lo sviluppo tumultuoso dei contratti future per le scommesse speculative legate alla ripresa dell’economia e la cessazione di offerta di volumi di gas aggiuntivi rispetto al minimo contrattuale da parte della Norvegia, a cui si adeguò la Russia, hanno determinato, a partire dall’estate 2021, un aumento del prezzo del gas TTF e, aggiungo, dell’energia elettrica.

A questo punto un breve, necessario inciso: il PUN.

Si tratta del Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica ed è associato al TTF.

Il PUN viene determinato alla borsa italiana elettrica (IPEX) ed è il principale riferimento del nostro mercato e di tante offerte “luce” a prezzo variabile. Il PUN esprime la media all’ingrosso dell’elettricità nelle varie zone d’Italia nell’arco di una giornata (è questo l’indicatore che alla fine del luglio scorso è balzato a 546,26 euro al MWh). E ciò perché il PUN della luce è legato a quello del gas in Italia, poiché buona parte (poco meno del 50%) dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene dalla combustione del gas metano.

Quindi il prezzo del gas influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa elettrica.

Il prezzo indicato di 546 euro per megawattora è 10 volte il valore considerato normale un anno fa. Anche se sulla sua formazione incidono, in misura minore, l’andamento produttivo del nucleare, dell’energia idroelettrica e delle energie rinnovabili. Il prezzo indicato è anche 8 – 10 volte i costi del fotovoltaico e dell’eolico, che godono parassitariamente dei possenti incrementi di prezzo della speculazione sul gas, a cui sono state, per volontà politica, agganciate. Lo stesso Paolo Scaroni (il Sole del 4 settembre), ex amministratore delegato di Enel e di Eni, oggi in Rothschild, al riguardo è severo: “Poi c’è anche il tema del caro elettricità. L’unica soluzione semplice mi pare sia quella di fare in modo che chi produce elettricità da fonti diverse poi non la venda allo stesso prezzo di chi la produce dal gas”.

Ma ora torniamo al gas.

Ecco l’andamento dell’indice TTF mensile spot: il TTF di aprile 2021 era 20,50 euro al MWh, saliva a 63,5 a settembre per arrivare a 110,12 a dicembre 2021. Scendeva a 83,63 a gennaio 2022, si impennava a 125,42 a marzo per poi scendere lentamente. Il TTF di agosto, riferito alle forniture di luglio, è 163,17 euro al MWh (tab. 1). I prezzi dei TTF future previsti per i mesi di fine anno sono di 200 euro per MWh.

Gli operatori che concorrono a formare il TTF sono 148 suddivisi per categorie:

a) produttori di gas

b) riempitori di stoccaggi

c) operatori di rete

d) gruppi integrati, che bilanciano la produzione e le vendite finali.

Una quindicina sono italiani che vanno da Eni a Enel a Edison, agli intermediari Hera, Sorgenia, Repower, Estra, Dolomiti Energia, fino ai piccoli trader.

Poi ci sono le banche d’affari (e i loro hedge fund) come Goldman Sachs e Morgan Stanley, i grandi intermediari (trader) Gunvor, Trafigura, Glencore, Vitol, le major come Shell o Danske, braccio della norvegese Equinor.

Il TTF è inoltre un mercato relativamente piccolo e, quindi, volatile. I volumi sono in media – per l’estate – di 4 miliardi di metri cubi al giorno; niente a che vedere con gli scambi sul Brent petrolifero che sono enormemente maggiori.

L’esilità del mercato TTF da un lato lo rende vulnerabile alle scorrerie finanziarie, dall’altro inspiegabilmente influente da determinare convenzionalmente il prezzo del gas di tutto il continente, anche laddove l’accordo avviene direttamente tra aziende produttrici e distributrici.

L’architettura complessiva del sistema gas è finanziaria e si svolge nel modo seguente.

Gli operatori finanziari anticipano fenomeni economici, finanziari, geopolitici, militari e ci scommettono sopra. I trader di mercato, intermediari e soggetti finanziari come gli hedge fund, che notoriamente operano a leva, cioè a debito, acquistano grandi quantità di contratti a termine (future), che incorporano il diritto di acquistare gas alla scadenza. Quasi mai, però, alla scadenza, avviene lo scambio fisico prezzo-gas. Intanto gli hedge con la loro enorme mole di domanda fittizia determinano una scarsità artificiale di gas (la domanda effettiva è in realtà calata di quasi il 10% nell’ultimo anno). Tale scarsità artificiale di gas porta i prezzi a crescere a un livello insostenibile. Ciò è avvenuto ben prima della guerra in Ucraina. Si è ripetuto il fenomeno dei famosi “barili di carta” di prima della grande crisi del 2008, allorché per un barile di petrolio fisicamente scambiato, sul mercato di New York si negoziavano 100 barili con contratti future.

Alla loro scadenza, attraverso un organismo finanziario terzo (la cassa di compensazione e garanzia, clearing house), la quasi totalità dei contratti furono eseguiti a saldo, cioè, pagando soltanto la differenze di prezzo, senza alcun movimento reale del prodotto, senza alcuna consegna di petrolio. Tali contratti, a milioni, però determinarono una gigantesca domanda (fittizia) di petrolio rispetto a un’offerta limitata e, di conseguenza l’attesa di un forte rialzo del prezzo del petrolio.

L’acquisto massiccio di strumenti derivati (future sul gas, poniamo scadenza ottobre 2022), determina analogamente un movimento di acquisto spot di gas e, quindi, l’impennata dei prezzi.

La catena è la seguente: anticipazioni e scommesse da indizi di economia reale, di geopolitica o altri, più o meno veri, spesso costruiti, amplificati, o depotenziati o sottaciuti -> intervento della finanza derivata -> traino da parte di essa del sottostante (gas acquistato con contratti spot) -> crescita del sottostante (numero e importo di contratti spot di gas e inflazione finanziaria) -> ulteriore crescita del sottostante per le ricoperture dei ribassisti allo scoperto (shortisti) -> quindi formazione della bolla. Non c’è alcuna spiegazione “oggettiva”, c’è solo una spiegazione finanziaria.

Di fronte a questo, aspettare che il mercato dei reazionari e folli liberisti dell’UE “risolva da solo il problema che ha provocato, è come affrontare la siccità con una sciamanica danza della pioggia” (Mario Lettieri e Raimondo Parodi in “l’Avvenire dei lavoratori” e-settimanale).

Il ruolo egemone della finanza

Il demone capitalistico della finanza è uscito dalla lampada ed è quasi ingovernabile dai suoi padroni (elites capitalistiche, elites politico-istituzionali dell’UE, etc.). E causa rovina, alimentato dalla politica stoltamente antieuropea, anti-italiana e filoamericana dei governi di quasi tutti i Paesi europei.

Il prezzo, la ricaduta sociale delle gigantesche speculazioni, delle menzogne giornaliere e sistematiche lo pagano i popoli, anzi la parte più indifesa dei popoli europei.

Cosa c’entra con tutto questo la Russia? I russi hanno costi di estrazione del gas tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA. Gazprom vende, anzi vendeva, quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedevano un volume minimo di forniture da pagare in caso di mancato ritiro: la nota clausola “take or pay”. Il prezzo spot del gas russo, almeno fino a qualche tempo fa, era agganciato solo in parte al TTF. Abbandonare i contratti bilaterali a lunga scadenza e inventare il TTF di Amsterdam, oltre che arricchire produttori, intermediari, banche, hedge fund, era legato secondo l’UE a due obiettivi: approfittare del ribasso temporaneo del prezzo del gas in una fase di grave crisi economica post-subprime e di deflazione generalizzata, e abbassarlo anche per infliggere alla Russia post-Crimea, grande esportatrice, la più grave delle sanzioni. Con il sottofondo e la copertura ideologica del logoro schema vetero-liberista del mercato autoregolatore.

Da tempo la Russia aveva messo in guardia gli europei, e in particolare Germania e Italia, dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione occidentale, falsa e ideologica, della Russia come causa degli aumenti dei prezzi dell’energia, e non invece la speculazione.

Da decenni Gazprom aveva rapporti con Eni, un tempo azienda pubblica ora solo partecipata al 30,33%.

La finanziarizzazione dell’energia, inaugurata dall’UE dopo Kyoto con gli ETS, cioè con la cartolarizzazione dei diritti ad inquinare, ha finora ottenuto “grandi risultati”: rendere l’Europa, meglio, la sua parte manifatturiera, suddita dei “padroni” del petrolio e del gas più avidi e cari, come USA, Canada, Norvegia. Dare la stura a una delle più gravi crisi economico-sociali dell’Europa, porla al servizio di modelli capitalistici e militari contrari agli interessi europei.

Se il prezzo mostruoso che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione, è anche un grande vantaggio per tanti (Olanda e Norvegia, per citarne alcuni). E sono alcuni di quei tanti ad opporsi all’apposizione di un price cap, che in realtà appare ora non come un tetto al prezzo di vendita, ma come una soglia di prezzo sugli scambi oltre la quale essi non possano avvenire.

La narrazione mainstream elementare e falsa, di prezzi dell’energia, guerra in Ucraina e inflazione come eventi concatenati, è negata ogni giorno dai fatti. La guerra ha solo accentuato processi già in atto.

Più sopra ho accennato a l’Eni. Secondo Bloomberg, nel secondo trimestre 2022, le compagnie del settore energetico hanno realizzato 60 miliardi di utili mentre gli investimenti sono calati ai livelli del 2013. Eni nel primo semestre 2022 ha realizzato profitti netti per 7 miliardi contro poco più di 1 registrato nel 2021.

Eni vale da sola il 48% del gas importato (poi c’è Edison con il 15,7%, Enel con l’8,3%, Shell con il 6,7% e una compagnia azera con l’8,3%). Tutti questi soggetti rappresentano il 90% del mercato italiano.

Sul fronte del gas, Eni, che garantisce la metà del fabbisogno italiano, è l’unico acquirente del gas russo fornito da Gazprom. L’Eni lo acquista in gran parte mediante contratti “take or pay” pluriennali, indicizzati all’andamento del petrolio Brent (o indicizzato solo in parte al TTF spot).

I due terzi dei volumi di vendita di Eni sono acquistati con contratti “take or pay”, solo un terzo è acquistato al TTF di Amsterdam a prezzi spot.

Eni rivende il suo gas mediante contratti spot per l’intero sul mercato nazionale, cioè anche i 2/3 acquistati “take or pay”. Eni quindi vende ai fornitori di gas metano come ACEA, A2A, Iren, con contratti spot indicizzati al mercato TTF e questi a loro volta lo rivendono con contratti spot indicizzati al TTF all’utenza finale.

Con l’aumento della domanda post Covid il prezzo spot del gas è aumentato più del Brent già prima del calo dell’offerta dovuto alle sanzioni alla Russia, che ha fatto ulteriormente salire il prezzo del gas: una lievitazione del 1000% da gennaio 2021 a luglio 2022, mentre l’aumento del Brent è stato del 130 – 140%.

Da qui i profitti colossali.

Non vi è alcun dubbio che siamo a uno snodo storico in cui gli Stati e i governi occidentali sono chiamati a schierarsi, senza distinguo, dalla potenza egemonica USA, a sostegno totale della sua politica globale, in uno stato di subalternità autolesionistica e senza sbocchi.

L’intero sistema energetico, base di ogni sistema produttivo e della convivenza stessa fra popoli e persone ai livelli di vita da tempo raggiunti, pur tra disuguaglianze profonde, è in grave pericolo perché messo in crisi, da un lato, da sanzioni insensate che si ritorcono con virulenza contro chi le ha decise e applicate; dall’altro perché, eliminati gli elementi pluridecennali di integrazione e stabilità fra l’Europa manifatturiera e tecnologica e la Russia fornitrice di energia di buona qualità e a basso costo, si è entrati in un piano di fragilità e volatilità di un sistema finanziario predatorio, creato per volontà politica dell’Unione europea ad Amsterdam, dietro l’ipocrita paravento di falsi e screditatissimi dogmi arcaico-liberisti, ma in realtà per arricchire banche d’affari, intermediari, grandi conglomerati finanziari ed hedge fund.

La risposta degli sciagurati governi occidentali, in prima linea l’Italia di Draghi, Mattarella, Letta e Bonomi, anziché nella liquidazione del “mostro” di Amsterdam, sembra consistere in un price cap imposto al gas russo (e non a quello norvegese, anglo-olandese, israeliano, etc.), lasciando lucrare a livelli mai visti prima l’industria del GNL e del petrolio USA, che già vendeva a prezzi più elevati rispetto a quelli russi, prezzi ulteriormente rincarati negli ultimi tre mesi.

E in assistenza al capitale: con denaro pubblico per gli stoccaggi che i privati si sono rifiutati di eseguire; con denaro pubblico per i crediti di imposta concessi alle aziende energivore e non; con denaro pubblico per cuneo fiscale e riesumata Transizione 4.0; con denaro pubblico per il sostegno alle rinnovabili. E ciò mentre queste ultime e le tante imprese energetiche hanno fatto uno sberleffo alla timida richiesta di versare un obolo dei loro extra profitti.

Intanto l’inflazione aumenta, come pure la recessione e il massacro sociale di gran parte delle masse popolari del nostro e degli altri paesi.

E l’euro è sotto i livelli di sempre a testimonianza della futura, relativa irrilevanza dell’UE nell’Occidente.

Le parole d’ordine dell’autoriduzione delle bollette, espungendo da esse la grande fetta speculativa, della nazionalizzazione di Eni ed Enel, del rifiuto del riarmo del nostro Paese e della permanenza nella Nato, aggressiva e guerrafondaia, e nella UE, ectoplasma di se stessa, hanno pieno diritto di cittadinanza e di sostegno.

Raffaele Picarelli

Firenze, 7 settembre 2022

Glossario

Finanza derivata: uno strumento derivato (o semplicemente derivato, in inglese derivative), nella finanza, indica un titolo finanziario che deriva il proprio valore da un altro asset finanziario oppure da un indice (ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime), detto sottostante. Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura da un rischio finanziario (detta hedging), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione. Gli strumenti derivati più diffusi sono i forwards, i futures, le opzioni e gli swap.

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cashpoiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l’acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato

I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l’obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.

A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.

I futures si distinguono in:

Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:

  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.

Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e altre materie prime.

Swap: nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti, determinati in relazione a uno strumento o un’attività finanziaria sottostante. Va annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi utilizzato prevalentemente dalle banche, dalle imprese e anche dagli enti pubblici. Lo strumento dello swap fu inventato nel 1994 all’età di 25 anni dalla finanziere Blythe Masters, della banca JP Morgan. Esso si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio.

Opzioni: Le opzioni sono strumenti finanziari il cui valore non è autonomo ma deriva dal prezzo di una attività sottostante di varia natura (reale come nel caso di materie prime quali grano, oro, petrolio, ecc. , oppure finanziaria come nel caso di azioni, obbligazioni, tassi di cambio, indici, ecc.). Il termine “derivato” indica questa dipendenza. Possiamo quindi definire le opzioni come dei contratti finanziari che danno il diritto, ma non l’obbligo, all’acquirente dietro il pagamento di un prezzo (premio), di esercitare o meno la facoltà di acquistare (Call) o vendere (Put) una data quantità di una determinata attività finanziaria, detta sottostante, a una determinata data di scadenza o entro tale data e a un determinato prezzo di esercizio (strike price).

Hedge fund: (trad. fondo speculativo) è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale, spesso organizzato come società in accomandita semplice o società a responsabilità limitata.

1 Per la spiegazione del termine mercato spot e di altri termini tecnici scritti in corsivetto si rimanda al glossario in coda all’articolo.

Le radici storiche della crisi italiana

di Pierre Assante

Come ogni entità nazionale, l’Italia ha un patrimonio di attualità il cui contenuto va ricordato e che spiega almeno in parte la realtà odierna.

È l’erede degli Stati avanzati del Rinascimento sia in termini di rivoluzione scientifica e tecnica che di organizzazione sociale, economica, politica e culturale. La Toscana, ad esempio, è stata uno dei primi Stati al mondo a sperimentare gli inizi di un capitalismo in costruzione. Marx ci ricorda che questo stato ha conosciuto gli inizi del lavoro salariato. Sostituendo gradualmente la servitù della gleba e l’artigianato, anche se in misura ridotta ma con anticipo, ha prodotto anche Galileo, Machiavelli e Leonardo da Vinci.

Ma la divisione di questi potenti e avanzati Stati italiani non permise di affrontare l’ascesa degli Stati centralizzati (Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), anche se meno avanzati, e la loro potenza di fuoco e organizzazione militare in particolare.

Già nel XIV secolo Petrarca invocava l’unità d’Italia. Eppure, dopo un lungo periodo di dominazione straniera e di declino, solo nel 1860 nuove forze della borghesia, non autonome dalle grandi potenze di allora, riuscirono a costruire un’unità nazionale (si legga Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa). La convergenza negativa di questi elementi portò questi Stati, così avanzati nel Rinascimento, a un’arretratezza economica che cominciò a essere in parte recuperata solo negli anni di Mussolini e poi nel dopoguerra con l’aiuto interessato del capitale statunitense che venne a “liberarli”. Ma il boom economico fu soprattutto il risultato di una politica di sviluppo ispirata dai comunisti, minoritari elettoralmente ma molto influenti in seguito alle lotte antifasciste e di liberazione, una politica portata avanti in un compromesso con il capitale familiare nazionale italiano come la FIAT dell’Avvocato Agnelli; Questo compromesso è durato fino a quando l’accelerazione della concentrazione capitalistica mondiale non ha privato sia il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), entrambi alleati e concorrenti, sia le grandi famiglie, del loro potere sulla proprietà e sul movimento del capitale.

Per spiegare il declino degli Stati italiani avanzati, dobbiamo aggiungere il peso retrogrado della Chiesa, sia dal punto di vista economico che ideologico. Gli episodi di Galileo e Giordano Bruno ne sono un’illustrazione lampante. Non ci può essere sviluppo senza un avanzamento congiunto delle forze produttive e di produzione (produzione antagonista di plusvalore e produzione di valore d’uso in unità contraddittoria), dell’organizzazione sociale e delle idee che la accompagnano.

Un capitalismo nazionale reazionario

Il capitalismo del fascismo italiano è un capitale rurale di grandi latifondi e grandi famiglie che si converte in capitale industriale. Il peso delle grandi famiglie agricole (vedi il 1900 di Bertolucci) si oppone al peso del capitale industriale all’inizio del XX secolo e dà al fascismo tutti gli ingredienti di un’alleanza tra le forze più reazionarie contro l’ascesa del movimento operaio (creazione del PCI nel 1921), debole ma di grande inventiva, come dimostrano i Quaderni del carcere di Gramsci e le proposte permanenti di Togliatti nelle lotte. Gli operai della FIAT e il movimento dei lavoratori agricoli sono stati al centro delle lotte sociali. Solo l’alleanza della Confindustria (il “Medef” italiano) con Mussolini nelle azioni incoraggiate dallo Stato borghese, potremmo dire piccolo-borghese, come l’assassinio di Matteotti, deputato oppositore, o la famosa e ridicola messa in scena mediatica della “Marcia su Roma”, ebbe per un po’ la meglio sul nascente movimento democratico e operaio.

Questo peso del passato non si è spento e l’avanzata delle forze di destra radicale, come la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, lo testimonia. Nella crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, i morti colgono i vivi: questa morte costituisce una cerniera con una possibile partecipazione delle lotte operaie e popolari italiane di oggi alla costruzione di una globalizzazione che sfugga, trasformi e superi il nostro modo di produzione e di scambio obsoleto e malato.

Non tornerò sul processo di superamento (Aufhebung, secondo il termine di Marx) che Paul Boccara e gli economisti comunisti hanno immaginato e proposto nelle e attraverso le misure esposte in questa rivista (crediti, Fondi, SEF, nuovi criteri, diritti del lavoro corrispondenti, SDR, ecc.), tutte convergenti oggettivamente e soggettivamente in uno sviluppo congiunto della società, della persona e dell’uomo produttore e cittadino: processo di coscienza della natura su se stessa secondo i termini dei Manoscritti del 1844.

La grande crisi politica che sta attualmente imperversando (dimissioni del Presidente del Consiglio, elezioni anticipate il 25 settembre, ecc.), è la manifestazione avanzata della crisi generale della produzione e dello scambio nazionale, europeo e mondiale, quella della sovra-accumulazione e della svalutazione del capitale e quella dei rapporti sociali, nell’unità di crisi e di movimento.

Convergenza della crisi: inflazione, crisi del potere d’acquisto popolare e dell’occupazione, dei salari e dei redditi popolari, punto avanzato della crisi in Italia. Aumento dello spread (1), aumento del tasso di riferimento della Banca Centrale Europea, aumento del costo del prestito pubblico. Approfittando della sua azione a capo della BCE per evitare la frammentazione dell’eurozona, Mario Draghi, Presidente del Consiglio italiano, formatosi alle tecniche bancarie statunitensi, ha preteso di risolvere la crisi senza la critica di un’economia politica ortodossa, strettamente bancaria. Questa situazione esaspera la competizione tra i partiti, le ambizioni individuali e le loro stesse illusioni di risolvere i problemi senza affrontare le radici sistemiche della crisi. Frammentazione competitiva e politica del “centrosinistra” liberale, Partito Democratico (PD), nato dallo scioglimento del PCI e dalla sua deriva social-liberale in una fusione con gran parte della DC e del partito 5 Stelle: Conte, Renzi, Letta… in campagna elettorale.

E a ciò si aggiunge l’ascesa dell’estrema destra “radicale”, della Lega, che ha già partecipato al governo di “unità nazionale” di Draghi, e di Fratelli d’Italia, che sta scalando, entrambi approfittando delle difficoltà sociali e della confusione ideologica sulle cause della crisi…

Il vuoto lasciato dall’autodissoluzione del PCI

L’autoscioglimento del PCI nel 1991 (ultimo congresso a Rimini) non fu casuale. Nasce dall’incapacità del Partito di cogliere la trasformazione dell’Italia, a seguito di un generale indebolimento, soprattutto ideologico in una controffensiva del capitale, dei movimenti comunisti nazionali nella trasformazione del mondo. La coscienza del processo inconscio della società, come dice Engels, è in difetto. Testimonia il peso del riformismo in questo partito come in molti altri rispetto ai nuovi dati della crisi di sovra-accumulazione-svalutazione del capitale (descritta a partire dagli anni Settanta e prima da Paul Boccara), e quindi la debolezza ideologica della classe salariata addestrata solo alla difesa del capitale variabile senza collegarlo all’intero movimento del capitale e ai suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle evoluzioni antroponomiche che vanno ben oltre i confini. Questa “lezione” può essere una lezione generale per noi, qui e ora.

Enrico Berlinguer, dopo il golpe in Cile, procede a una giusta “revisione” dei rapporti di forza globali tra capitale e lavoro, capitale e movimento democratico. Procede anche a una valutazione della crisi del lavoro nel capitalismo con la dichiarazione e il discorso agli operai sulla democrazia del “cosa, cosa e come produrre” e sull'”esaurimento della spinta della rivoluzione d’ottobre”; un abbozzo di realtà in atto, ma una riduzione di questa realtà a elementi non sufficientemente collegati, non sufficientemente sintetizzati. La sua morte nel pieno del “sorpasso” (il sorpasso del PCI sulla DC), nel bel mezzo di un incontro elettorale, fu una tragedia che diede libero sfogo allo scontro di ambizioni in un partito che non aveva analizzato la trasformazione del mondo come aveva fatto Berlinguer, in modo avanzato e premonitore; uno scontro che diede libero sfogo agli opportunismi di destra e di sinistra, di cui il successivo voto unanime dei deputati italiani sul “Trattato Costituzionale dell’UE” del 2005 dà un’idea.

Dopo l’autoscioglimento del PCI e la creazione del PDS, che Pietro Ingrao, uno dei pochi dirigenti del PCI contrari a questa operazione, chiamò “La cosa” e che sarebbe diventato l’attuale PD, nacquero il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e altri partiti comunisti come il cosiddetto partito “filosovietico” di Cossutta. Rifondazione ha lavorato alla ricostruzione in Italia e in Europa, con le difficoltà che conosciamo. Il filosofo Domenico Losurdo, scomparso poco tempo fa, ha lavorato per un po’ a questa ricostruzione.

In Italia c’è poco o nessun equivalente di una ricerca economica e politica marxista come quella della nostra rivista e della Commissione economica del Pcf. Questa debolezza esisteva già nel PCI, che lo spinse verso una preponderanza dello “storicismo” teorico e che facilitò la deriva ideologica ed elettorale verso il PD e il suo liberalismo sociale.

Questi elementi di analisi esprimono un punto di vista indubbiamente personale, che richiede un ulteriore approfondimento.

(1) Differenza tra il tasso di interesse sul debito sovrano del Paese e il tasso di interesse pagato dallo Stato tedesco. Va comunque ricordato che l’Italia, terza economia dell’UE, non può essere trattata con la stessa violenza della Grecia.

FONTE: https://www.economie-et-politique.org/2022/09/07/les-racines-historiques-de-la-crise-italienne/


Articolo originale:

Les racines historiques de la crise italienne

Comme toute entité nationale, l’Italie procède, dans les événements actuels, d’un héritage dont il faut rappeler la teneur et qui explique au moins en partie la réalité d’aujourd’hui.

Pierre Assante

Elle est héritière d’États avancés de la Renaissance tant dans la révolution scientifique et technique que dans l’organisation sociale, économique, politique et culturelle. La Toscane par exemple est un des premiers États dans le monde à connaître les prémices d’un capitalisme en construction. Marx rappelle déjà que cet État a connu les débuts du salariat. En le substituant progressivement, en faible part certes mais avec anticipation, au servage et à l’artisanat, elle a produit aussi des Galilée, des Machiavel, des Léonard de Vinci.

Mais la division de ces puissants États avancés de l’Italie ne lui a pas permis de faire face à la montée des États centralisés (Espagne, France, Angleterre…) bien que moins avancés, à leur puissance de feu et à leur organisation militaire en particulier.

Déjà Pétrarque, au XIVe siècle, appelait à l’unité de l’Italie. Pourtant, après une longue période de dominations étrangères et de déclin, c’est seulement en 1860 que de nouvelles forces de la bourgeoisie, non autonomes des grandes puissances d’alors, ont réussi à construire une unité nationale (lire Il Gattopardo de Tomasi di Lampedusa). La convergence négative de ces éléments a conduit ces États, si avancés à la Renaissance, à un retard économique qui n’a commencé à être comblé en partie que dans les années mussoliniennes puis dans l’après-guerre avec l’aide intéressée du capital US venu la « libérer ». Mais l’essor économique résulte surtout d’une politique de développement inspirée par les communistes, minoritaires électoralement mais très influents suite à la lutte antifasciste et de Libération, politique menée dans un compromis avec le capital italien familial national tel la FIAT de «l’Avvocato Agnelli » ; compromis qui va durer jusqu’à ce que l’accélération de la concentration capitaliste mondiale ôte et au Parti Communiste Italien (PCI) et à la Démocratie Chrétienne (DC), à la fois alliés et concurrents, et aux grandes familles, leur pouvoir sur la possession et le mouvement du capital.

Pour expliquer le recul des États italiens avancés, il faut ajouter le poids rétrograde de l’Église sur le plan économique comme sur le plan idéologique. Les épisodes de Galilée ou de Giordano Bruno en sont une illustration marquante. Il n’y pas de développement sans une avancée conjointe des forces productives et productrices (production antagoniste de plus-value et production de valeur d’usage en unité contradictoire), de l’organisation sociale et des idées qui vont avec, conjointement.

Un capitalisme national réactionnaire

Le capitalisme du fascisme italien est un capital rural de grands latifundia et des grandes familles se convertissant au capital industriel. Le poids des grandes familles rurales (Voir 1900 de Bertolucci) s’oppose au poids du capital industriel dans les débuts du XXe siècle et donne au fascisme tous les ingrédients d’une alliance des forces les plus réactionnaires contre la montée du mouvement ouvrier (Création du PCI en 1921), faible mais d’une grande inventivité, que les Cahiers de prison de Gramsci et les propositions permanentes de Togliatti dans les luttes illustrent. Les ouvriers de la FIAT et le mouvement ouvrier agricole sont au centre des luttes sociales. Seule l’alliance de la Confindustria (le « Medef » italien) avec Mussolini dans les exactions encouragées par l’État bourgeois, petit-bourgeois peut-on dire, telles l’assassinat de Matteotti, député opposant, ou la fameuse et ridicule mise en scène médiatique de la « Marche sur Rome », ont raison un temps du mouvement démocratique et ouvrier montant.

Ce poids du passé n’est pas éteint et l’avancée des forces d’extrême droite radicale telles la Lega de Salvini et I fratelli d’Italia de Giorgia Meloni, en témoigne. Dans la crise du capitalisme mondialisé et financiarisé, le mort saisit le vif : ce mort constitue une charnière avec une possible participation des luttes ouvrières et populaires italiennes d’aujourd’hui à la construction d’une mondialisation échappant à, et transformant et dépassant notre mode de production et d’échange obsolète et malade.

Je ne reviens pas sur le processus de dépassement (Aufhebung, selon le terme de Marx) qu’ont imaginé et proposé Paul Boccara et les économistes communistes dans et par les mesures exposées dans cette revue (crédits, Fonds, SEF, nouveaux critères, droits du travail y correspondant, DTS, etc.), le tout convergeant objectivement et subjectivement dans un développement conjoint de la société, de la personne et de l’homme producteur et citoyen : processus de la conscience de la nature sur elle-même selon les termes des Manuscrits de 1844.

La grande crise politique qui sévit actuellement (démission du président du Conseil, élections anticipées le 25 septembre, etc.), est la manifestation avancée de la crise générale de production et d’échanges nationale, européenne et mondiale, celle de la suraccumulation-dévalorisation du capital et celle des rapports sociaux, en unité de crise et de mouvement.

Convergence de crise : inflation, crise du pouvoir d’achat populaire et de l’emploi, des salaires et revenus populaires, pointe avancée en Italie de la crise. Spread (1) en hausse, hausse du taux directeur de la Banque centrale européenne, augmentation du coût des emprunts de l’État. Se prévalant de son action à la tête de la BCE pour empêcher la fragmentation de la zone euro, Mario Draghi, président du Conseil italien, formé aux techniques bancaires étasuniennes, a prétendu résoudre la crise sans une critique d’une économie politique orthodoxe et strictement bancaire. Cette situation exacerbe la concurrence des partis, les ambitions individuelles, et leurs propres illusions de résoudre les problèmes sans s’attaquer aux racines systémiques de la crise. Morcellement concurrentiel et tractations politicardes du « centre gauche » libéral, Partito Democratico (PD) issu de la dissolution du PCI et de sa dérive social-libérale dans une fusion avec une grande partie de la DC et parti des 5 Stelle : Conte, Renzi, Letta… en campagne.

Et là-dessus, la montée de l’extrême droite « radicale », Lega qui a déjà participé au gouvernement Draghi d’« unité nationale », et Fratelli d’Italia qui grimpe, qui profitent tous deux des difficultés sociales et de la confusion idéologique sur les causes de la crise…

Le vide laissé par l’autodissolution du PCI

L’autodissolution du PCI en 1991 (congrès de Rimini, le dernier) n’est pas un hasard. Elle procède de l’incapacité du Parti à saisir la transformation de l’Italie, faisant suite à un affaiblissement général, en particulier idéologique dans une contre-offensive du capital, des mouvements communistes nationaux dans la transformation du monde. La conscience du processus inconscient de la société, comme dit Engels, est en défaut. Elle témoigne du poids du réformisme dans ce parti comme dans bien d’autres par rapport aux nouvelles données de la crise de suraccumulation-dévalorisation du capital (décrite dès les années 1970 et avant par Paul Boccara), et donc de la faiblesse idéologique du salariat formé à la seule défense du capital variable sans la lier à l’ensemble du mouvement du capital et son effet sur le travail, l’emploi, les évolutions anthroponomiques dépassant de loin les frontières. Cette « leçon » peut être une leçon générale pour nous ici et maintenant.

Enrico Berlinguer, après le coup d’État du Chili, procède à une juste « révision » des rapports de forces mondiaux entre capital et travail, capital et mouvement démocratique. Il procède de même à une évaluation de la crise du travail dans le capitalisme avec sa déclaration et adresse aux ouvriers sur la démocratie du « que, quoi, et comment produire » et sur « l’esaurimento de la spinta della revoluzione d’Ottobre », l’épuisement de la poussée de la révolution d’Octobre ; esquisse en cours d’une réalité mais réduction de cette réalité à des éléments insuffisamment reliés, insuffisamment synthétisés. Sa disparition en plein « sorpasso » (dépassement de la DC par le PCI), en plein meeting électoral, est un drame qui va laisser libre cours aux affrontement des ambitions dans un parti n’ayant pas effectué l’analyse de la transformation mondiale comme était en train de la faire Berlinguer, de façon avancée et prémonitoire ; affrontements donnant libre cours aux opportunismes de droite et de gauche dont le vote, plus tard, et à l’unanimité, du « traité constitutionnel de l’UE » de 2005 par les députés italiens, donne une idée.

A la suite de l’autodissolution du PCI, et de la création du PDS que Pietro Ingrao, un des rares dirigeants du PCI opposant à cette opération, appelait « La cosa » (la chose), et qui allait devenir le PD d’aujourd’hui, s’est créé « il Partito della Rifondazione Comunista » (PRC) et d’autre partis communistes comme celui de Cossutta dit « pro soviétique ». Rifondazione  travaille à une reconstruction en Italie et en Europe, avec les difficultés que l’on sait. Le philosophe Domenico Losurdo disparu il y a peu de temps a travaillé un moment à cette reconstruction.

Il existe peu ou pas en Italie l’équivalent d’une recherche économique et politique marxiste du type de celui de notre revue et de la Commission économique du PCF. Cette faiblesse existait déjà dans le PCI, ce qui le poussait à une prépondérance à « l’historicisme » théorique et ce qui a facilité la dérive idéologique et électorale vers le PD et son social-libéralisme

Ces éléments d’analyse expriment un point de vue sans doute personnel, qui appelle des approfondissements.

(1) Écart entre le taux d’intérêt sur la dette souveraine du pays et le taux d’intérêt payé par l’État allemand. Il faut néanmoins se souvenir que l’Italie, troisième puissance économique de l’UE, ne peut pas être traitée avec la même violence que la Grèce.

DOPO COVID-19

Sostieni CAMBIAILMONDO

Dai un contributo (anche piccolo !) a CAMBIAILMONDO

Per donare vai su www.filef.info e clicca sull'icona "DONATE" nella colonna a destra in alto. La pagina Paypal è: filefit@gmail.com

Inserisci la tua e-mail e clicca sul pulsante Cambiailmondo per ricevere le news

Unisciti a 1.844 altri iscritti

Blog Stats

  • 1.301.293 hits

ARCHIVIO

LINK consigliati

 

cambiailmondo2012@gmail.com