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“E’ una crisi diversa dalle altre. Keynes non basta, serve una logica di piano”

Intervista ad Emiliano Brancaccio

Per l’economista sono già sconfessate le previsioni ottimistiche della BCE, secondo cui questa sarebbe una crisi “a forma di v”, con una breve caduta e poi subito una ripresa spontanea. E riguardo al fondo salva-stati dice: “non è la soluzione, è una trappola”. Ma non basta nemmeno invocare un rilancio della domanda. Un piano “anti-virus” è l’unica strada efficace per risolvere la “disorganizzazione” dei mercati e combattere la speculazione

“Il coronavirus rischia di condizionare le nostre vite più e peggio di quanto fece l’aids un trentennio fa. Se vogliamo difendere le nostre conquiste e i nostri diritti di libertà, dobbiamo comprendere che siamo dinanzi a una sfida colossale, che contemporaneamente investe la sanità, la scienza e la tecnica e l’economia. Per il momento siamo lontanissimi da una presa di coscienza. I policymakers sembrano ragionare con lo sguardo rivolto all’indietro, come se non avessero il coraggio di guardare avanti e indicare soluzioni all’altezza di questa tragedia epocale”. L’economista Emiliano Brancaccio denuncia all’AntiDiplomatico l’inadeguatezza dell’azione politica di fronte agli effetti dell’epidemia e lancia un appello sul Financial Times per un “piano-anti-virus”.

* * * *

Professor Brancaccio, pochi giorni fa il Financial Times ha pubblicato un appello promosso da lei e da altri colleghi economisti per l’immediata attuazione di un piano “anti-virus” che possa fronteggiare una crisi a vostro avviso gravissima. Qual è l’effettiva portata economica di questa crisi? E’ possibile quantificare l’impatto complessivo che avrà sulla produzione e sull’occupazione, in Italia e nel mondo?

Dipende da quanto dovranno durare le quarantene. Marx sosteneva che se una nazione ferma il lavoro anche solo per un paio di settimane, quella nazione è destinata a soccombere. Esagerava ma non andava troppo lontano dal vero. Un banale calcolo contabile ci dice che appena due settimane di blocco anche parziale dell’attività produttiva implicano una perdita di produzione e di reddito di un’ottantina di miliardi, ossia circa il 4 percento del Pil italiano, e questo senza considerare gli effetti moltiplicativi della recessione. Ovviamente, se il blocco perdura, il crollo si accentua.

Questa semplice misura chiarisce che sono già del tutto sconfessate le previsioni ottimistiche della BCE e di altri, secondo cui questa sarebbe una crisi “a forma di v”, cioè con una breve caduta e poi subito una ripresa in grado di portarci spontaneamente al vecchio equilibrio. I profeti della “v” non hanno compreso che questa crisi distrugge contemporaneamente sia le capacità di spesa che di produzione, e per questo rischia di essere più pesante e più lunga delle precedenti.

 

Chi rischia di pagare di più gli effetti economici della crisi del coronavirus?

La crisi sta avendo e avrà i suoi vincitori e i suoi vinti, e la distinzione tra gli uni e gli altri è sempre una distinzione tra classi sociali. Basti pensare agli ambiti in cui il virus si è maggiormente propagato nelle ultime settimane: nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, soprattutto tra i lavoratori precari che non potevano sottrarsi ai loro impegni. E dal lato sociale opposto, basti pensare alle occasioni di guadagno che il caos dei mercati potrebbe dare agli speculatori.

 

Considerata la dimensione della crisi, come giudica le prime azioni della BCE e delle istituzioni europee?

Inadeguate e in alcuni casi controproducenti. Tutti ora si rallegrano della sospensione del patto di stabilità. Ma quel patto è stato già violato nei due terzi dei casi e non è mai stato il problema principale. Il rischio più grande è che adesso i vari stati vadano sul mercato a vendere in massa nuovi titoli in cambio di finanziamenti. In questo modo potrebbe determinarsi un eccesso di offerta di titoli, il classico ingorgo del mercato che favorisce la caduta dei prezzi e le scommesse al ribasso degli speculatori. La BCE potrebbe offrire un ombrello protettivo contro di essi. Ma per farlo, anziché aggiungere alla spicciolata quantità definite di miliardi ad ogni nuovo sussulto dei mercati, dovrebbe dichiarare che mette a disposizione risorse illimitate. Purtroppo non lo sta facendo. La verità è che il modo di agire della BCE è ancora vago, condizionato da feroci conflitti tra creditori e debitori nel Direttorio di Francoforte.

 

Il presidente del consiglio Conte sostiene che risorse immediate potrebbero scaturire dal MES, il cosiddetto fondo “salva-stati”. Anche il commissario europeo Gentiloni la vede in questo modo. Lei che ne pensa?

Penso che stiano sbagliando. Quello che chiamano fondo “salva-stati” è un accordo intergovernativo estraneo ai Trattati e completamente sbilanciato, poiché condiziona espressamente l’erogazione delle risorse al soddisfacimento del “punto di vista dei creditori”. E’ un meccanismo iniquo e inefficace, che è stato ideato solo per dare alla BCE un alibi che le consenta di sottrarsi dal ruolo decisivo di prestatore di ultima istanza, l’unico che può garantire la solvibilità del sistema e può quindi realmente bloccare gli speculatori. Per come è configurato, il MES dunque non è la soluzione. E’ una trappola.

 

Nel vostro appello sostenete che se dovessero prevalere gli egoismi, l’Europa unita potrebbe non resistere. A questo proposito, in una recente conversazione con lei, anche l’ex ministro Giovanni Tria ha sorprendentemente dichiarato che sarebbe utile avere un “piano B” per gestire un eventuale tracollo dell’euro. A suo avviso in cosa dovrebbe consistere un ipotetico “piano B”?

Se si presentasse questa emergenza si tratterebbe di risolvere il vecchio “trilemma” delineato da Padoa Schioppa e altri: tra piena apertura ai movimenti di merci e di capitali, cambi fissi e politica monetaria nazionale autonoma, sono compatibili tra loro solo due opzioni su tre. Se la soluzione della delega della politica monetaria a un ente sovranazionale come la BCE fallisce, qualcuno dice che basterà abbandonare i cambi fissi e affidare i movimenti valutari al gioco del mercato e degli speculatori. Io penso che questa strada porterebbe ad altri fallimenti. Se l’euro crolla, la prima cosa giusta da fare sarà il ripristino dei controlli sulla circolazione internazionale dei capitali.

 

Al di là dei destini dell’Eurozona, in ogni caso nel piano “anti-virus” pubblicato sul FT voi proponete il controllo dei mercati dei capitali per bloccare la speculazione. Ci ha meravigliati che la testata più autorevole della finanza mondiale abbia deciso di pubblicare una proposta che limiterebbe la libera circolazione del capitale. Come se lo spiega?

E’ un po’ il segno di questo tempo. Durante una crisi di tale portata può accadere che il capitale si guardi allo specchio e si interroghi sul rischio che l’instabilità dei mercati minacci la sua stessa riproduzione. E può accadere che arrivi persino a chiedere aiuto alla politica, in un certo senso per salvarsi da sé stesso. Non sarebbe la prima volta.

 

Nell’appello voi parlate anche del rischio di una più generale “disorganizzazione” dei mercati, che potrebbe riguardare non solo il mercato finanziario ma pure i mercati delle merci, con strozzature nelle catene della produzione e al limite problemi di approvvigionamento di beni e servizi. Quanto è concreto questo rischio?

Il rischio di “disorganizzazione” dei mercati è stato evocato qualche giorno fa dall’ex capo economista del FMI, Olivier Blanchard. Sta proprio a indicare che questa è una crisi diversa dalle altre, perché pone problemi non solo dal lato consueto della domanda ma anche dal lato dell’offerta. Ce ne stiamo già accorgendo nella fornitura di beni e servizi sanitari, ma se le quarantene perdurano le difficoltà emergeranno anche in altri settori. E saranno guai ancora più seri.

 

Proprio per la complessità di questa crisi, voi invocate una vera e propria pianificazione pubblica.

Sì. Per uscire da questo caos non basteranno le solite invocazioni a fornire liquidità e a rilanciare la spesa aggregata. Servirà pure consapevolezza della fragilità delle catene input-output della moderna produzione capitalistica, che potrebbero incepparsi e potrebbero quindi aver bisogno di una riorganizzazione tramite interventi misurati e moderni di pianificazione pubblica. Non basta Keynes, questa volta serve anche Leontief.

 

In un articolo recente avete anche accennato alla necessità di una pianificazione nel campo della ricerca sul virus, per contrastare i tentativi di speculare sulle conoscenze scientifiche in materia. Può spiegarci questo punto?

Ci sono aziende private che ogni giorno annunciano scoperte imminenti nella ricerca sui vaccini, e che per questo vedono esplodere i loro valori di borsa. Ci sono altre aziende che già dispongono di conoscenze che potrebbero risultare utili nella lotta alla pandemia, ma le mettono a disposizione solo dei migliori offerenti. I governi, a cominciare da quello americano, hanno finora assecondato questi “battitori liberi”. Noi invece sosteniamo che queste speculazioni ostacolano la ricerca e debbono essere immediatamente fermate. Occorre un piano pubblico per acquisire le conoscenze che attualmente sono in mani private e per metterle subito gratuitamente a disposizione di tutti gli scienziati che sono impegnati nella lotta contro il virus. Più presto mettiamo in comune le conoscenze, più presto avremo a disposizione armi efficaci per sconfiggere il Sars-Cov-2.

 

Veniamo da più di trent’anni di liberismo. E’ davvero possibile compiere una svolta verso forme così sofisticate di pianificazione pubblica?

Il piano è sempre la risultante di un’emergenza, che improvvisamente costringe a coordinare azioni che prima erano caotiche e divergenti. Dopo anni di litanie sull’opportunità di gestire le unità sanitarie come aziende private in competizione tra loro, all’improvviso i cittadini si sono resi conto di quanto invece sia fondamentale disporre di un sistema sanitario che agisca secondo logiche di pianificazione pubblica e democratica: che vuol dire tutelare i cittadini in base alle condizioni di salute piuttosto che al censo, anche in situazioni di razionamento dei beni e dei servizi sanitari. Se la crisi durerà a lungo, problemi analoghi di razionamento potrebbero emergere anche in altri settori, con difficoltà di approvvigionamento e quindi anche tentativi di speculare su di esse. Se le cose diventeranno così difficili, meccanismi moderni e ben delineati di pianificazione pubblica saranno l’unica possibile salvaguardia, civile e democratica, contro eventuali fenomeni di “borsa nera”.

 

Professore, lei insiste sulla parola “democrazia”: pensa che sia a rischio?

La democrazia ha molti nemici, è già malata da tempo e questa tragedia del coronavirus può indebolirla ulteriormente. In fin dei conti, più funesta del virus c’è solo la tentazione di affidare l’emergenza al cosiddetto “uomo forte”: se la gente resterà chiusa in casa a lungo e si susseguiranno emergenze che impongono centralizzazione delle decisioni, quella tentazione si farà sempre più strada. Già oggi alcune forze politiche di tradizione autoritaria invocano a piè sospinto super-commissari con potere di decretazione d’urgenza. E’ un pessimo segnale. Saremmo più tranquilli se ci fosse ancora quel tessuto di salvaguardia democratica che veniva garantito da sindacati combattivi e da partiti di massa che intermediavano tra popolo e istituzioni. Oggi purtroppo non c’è nulla di tutto questo. Quel tessuto democratico andrebbe ricostruito, in fretta.

COVID-19: Puntiamo tutto sulla Bce. Insistendo su Eurobond e Mes perdiamo giorni preziosissimi

di Stefano Fassina

Siamo ad un bivio storico. Vengono al pettine i nodi dell’Unione europea, rimossi dal romanticismo sugli Stati Uniti d’Europa o nascosti dietro un velo di ipocrisia per preservare un efficacissimo impianto di disciplina e svalutazione del lavoro. Il popolo europeo sognato dai federalisti non esiste. Il popolo è nazione: è segnato da una Storia, da una religione, da una cultura, da una lingua. La solidarietà fiscale, ossia la redistribuzione di risorse, funzione fondativa delle democrazie moderne, si alimenta del vissuto condiviso dentro confini tracciati con il sangue. È triste. Ma è così.

La moneta unica è stato un errore di analisi storico-politica, compiuto, per chi era in buona fede, stordito dalle macerie della “fine della Storia”, per subalternità alla visione tecnicista-funzionalista, così utile all’egemonia e al dominio ordo-liberista. Il mantra colposo di Jacques Delors, “padre” ancora celebrato ieri, era: facciamo il mercato unico e la moneta unica, così attiviamo un’interdipendenza economica sempre più intensa, tale da forzare, a prescindere dalla volontà dei popoli, la nascita dell’unità politica. Ma non poteva funzionare. “La Storia non è acqua”. Quindi, la solidarietà fiscale è stata esclusa ed è inibita dai Trattati: i legami trans-nazionali di comunità erano e sono assenti o radicalmente insufficienti per legittimarla. I sentimenti nutriti nelle generazioni più giovani sono annientati da un mercato unico europeo fondato sul dumping sociale e fiscale.

Insomma, l’assenza di solidarietà fiscale intra-Ue non è sorprendente. È un dato di realtà mai venuto meno. Ricordate? Prima dell’esplosione del Covid-19, la discussione sul bilancio dell’Ue si è incancrenita per oltre un anno e poi si è bloccata intorno a qualche centesimo di punto percentuale di Pil. La radicale indisponibilità a confermare il livello di risorse del 2014-2020 non arrivava dai cosiddetti sovranisti ultimi arrivati (il gruppo di Visegrad), ma da Paesi dell’Euro-zona, fondatori (Olanda, sostenuta dalla Germania) e membri storici guidati da governi socialdemocratici (Danimarca).

Ma è sbagliato e pericoloso attaccare la Germania e gli altri indisponibili alle nostre richieste come “miopi”, “ottusi”, “egoisti”, “colonizzatori”, finanche “sciacalli”. Cominciano a girare sui social attacchi agghiaccianti ai tedeschi. È davvero rischioso rispolverare le caricature costruite in tragici passaggi del secolo scorso. Loro sono coerenti con il patto sottoscritto e mai contraddetto. Noi non abbiamo nessuna superiorità morale sulla quale poggiare le nostre rivendicazioni. Semplicemente, siamo più in difficoltà e chiediamo aiuto. Immaginate quanta solidarietà fiscale avrebbe il patriota Salvini se, invece che origini padane e passaporto italiano, fosse nato in Baviera e guidasse la Csu. Oppure, quanto sarebbe generoso il Presidente Zaia che oggi impreca contro Berlino e Bruxelles, ma nella sua proposta di “Autonomia differenziata” prevedeva di trattenere in Veneto il 90% delle imposte erariali raccolte nella “sua” Regione.

Non ha molto senso neanche continuare a far appello all’interesse dell’altro a salvare noi e la barca sulla quale anch’egli si trova. Perché, nella percezione dell’altro, infondata quanto si vuole ma solida, il costo prospettico per salvarci potrebbe risultare superiore al costo dell’affondamento della barca, dato che ha numerose e resistenti scialuppe di salvataggio a disposizione.

In sintesi, il contesto storico, culturale, religioso, giuridico e politico richiamato dovrebbe ridimensionare le “pretese” di solidarietà economica per vincere la guerra in corso al Covid-19 e per ricostruire. Continuare a insistere per fare gli Eurobond, è un enorme spreco di capitale politico. L’Eurogruppo, al quale il Consiglio europeo del 26 Marzo scorso ha affidato il compito di trovare una soluzione dopo 6 ore di scontro sul Mes, arriverà, nel migliore dei casi, a un compromesso sulle condizioni del prestito al singolo Stato. I “Coronabond”, come ha poco diplomaticamente ricordato ieri la presidente Von der Leyen, sono uno slogan: il Mes ha soltanto un modo di funzionare, per statuto: grazie alle garanzie versate dai contribuenti di ciascuno Stato, emette titoli e finanzia i malcapitati da sottomettere alle cure della Troika. Il compromesso, qualora arrivasse, non sarebbe utile in sé: per noi, sarebbero circa 35 miliardi in tutto, quando soltanto per l’anno in corso abbiamo necessità di quasi 500 miliardi di euro (oltre 300 miliardi di titoli da rinnovare, oltre 100 miliardi di mancate entrate a causa di un crollo del Pil superiore al 10% e, infine, le decine di miliardi previste per i Decreti Cura Italia). Sarebbe utile, però, a dare via libera alla Bce per attivare il bazooka dell’Omt, il programma predisposto durante la presidenza Draghi per dare credibilità al “whatever it takes”. Insomma, l’intervento del Mes servirebbe “soltanto” a sottrarre la residua autonomia politica ai “beneficiari”.

Allora, si lasci stare l’autolesionistico tentativo di “snaturare” il Mes. Non si perdano 14 preziosissimi giorni per soccorrere famiglie e imprese allo stremo. Si concentri tutto il capitale politico dei 9 leader firmatari della lettera al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel per dare legittimazione politica alla Bce a fare quanto necessario a riportare gli spread al minimo: il credibile prestatore di ultima istanza, come la Fed, la Bank of England, la Banca centrale del Giappone e tutte le altre. Le soluzioni tecniche per arrivare all’obiettivo possono essere varie. Su questo blog, abbiamo proposto da tempo la sterilizzazione (perpetuity) dei titoli di Stato già acquistati dalle banche centrali nazionali nell’ambito del Quantitative easing (per l’Italia sono quasi 400 miliardi) e quelli da acquistare nella fase di emergenza sanitaria e ricostruzione economica e sociale. La Bce, a differenza del Mes, non ha bisogno delle tasse pagate dai cittadini per fare emissioni. La Bce stampa moneta. Può farlo senza limiti perché è formalmente indipendente e nella sua missione ha la salvaguardia dell’Euro, oggettivamente morto senza suoi adeguati interventi. Inoltre, la Bce è davvero l’unica istituzione federale dell’Unione e, a differenza del Mes, istituto inter-governativo, decide a maggioranza. In sintesi, per i “Paesi virtuosi”, i costi politici di utilizzo appropriato della Bce sarebbero infinitamente minori rispetto all’impatto dello snaturamento del Mes.

Certo, non è affatto scontato far uscire la Bce dalla gabbia ordoliberista. Abbiamo visto l’ostilità interna e esterna. Ma è l’unica strada utile e possibile. Se la Bce non stampa a sufficienza e, tramite i mercati finanziari, veniamo spinti nella trappola del Mes? Allora, dobbiamo stampare noi. Non è una alternativa facile, anzi. Ma può essere meno dolorosa rispetto a una compiuta e definitiva colonizzazione e svalutazione del lavoro nel quadro istituzionale e monetario dato. Non si tratta di ritornare alle ‘piccole patrie’ e imboccare una via isolazionista o autarchica di fronte alle famose “sfide globali”. Né di asservirsi a Russia o Cina. Si tratta, al contrario, di fermare le pericolosissime derive nazionaliste alimentate dal senso di tradimento e dal desiderio di rivalsa. Si tratta di affermare il primato della nostra Costituzione e riprogettare e ricostruire la cooperazione europea su basi di realtà, senza velleitarismi e senza finzioni, quindi come confederazione di Stati nazionali.

 

FONTE: https://www.huffingtonpost.it/

COVID-19: Caro professor Draghi

Lettera aperta all’ex presidente della Banca Centrale europea, uno dei più autorevoli e potenti sostenitori della trappola del debito, con la quale per decenni sono stati fatti digerire sanguinosi tagli alla spesa pubblica (non solo alla salute), privatizzazioni, sgretolamento dei diritti sociali e del lavoro. Mario Draghi ha scritto un articolo sul Financial Times in cui, come folgorato sulla via di Damasco, sostiene che, in una “guerra” come quella contro la pandemia, gli Stati possono e devono spendere, subito e senza vincoli, compresi legati all’innalzamento del debito pubblico. Lo Stato, afferma il predecessore di Christine Lagarde, deve mobilitare il sistema bancario e finanziario, facendosi garante di finanziamenti erogati a tutti a tasso zero e senza condizioni. Marco Bersani prova a leggere tra le righe di una posizione che avrà lasciato esterrefatta la gran parte dei non pochi sostenitori dei sacrifici umani (pensate solo alle “vecchie” e inutili vittime del virus) e dei burocrati di Bruxelles, ma che trova il consenso entusiasta e “finalmente” unanime dell’intero quadro politico nazionale. Ce n’è abbastanza perché le persone comuni confinate agli arresti domiciliari si diano da fare per cercare di scoprire dove sta il trucco

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COVID-19: Preparare il “dopo-virus”

Ovunque assistiamo a una vertiginosa ri-personalizzazione del comando politico, mentre si diffondono codici di comportamento per i medici delle rianimazioni che introducono criteri di selezione spaventosi. Intanto, il sistema industriale della settima potenza mondiale non è in grado, in un mese e mezzo di epidemia, di produrre un numero adeguato di mascherine, senza che nessuno pensi alla requisizione degli impianti. Ecco perché la mobilitazione operaia è un segnale di vita. Abbiamo bisogno di preparare il tempo della “ricostruzione” come “occasione per una totale revisione del sistema di vita e di pensiero dominante”

Mercoledì mattina gli operai dell’Avio Aero hanno bloccato gli stabilimenti di Rivalta e Borgaretto, nella cintura torinese. Produrre motori d’aereo non è propriamente d’ “importanza strategica” nella lotta contro il virus. Anzi, rischia di aiutarne la diffusione. Allo stesso modo hanno fatto quelli dell’Alessio Tubi e delle Officine Vica, “con adesioni altissime, per protestare contro le decisioni aziendali di proseguire normalmente l’attività su produzioni che non sono essenziali” (La Repubblica). Così pure hanno fatto i metalmeccanici lombardi, dalla Leonardo alla Ge Avio alla Fata Logistic System, nelle tante realtà in cui gli imprenditori perseverano nel criminale tentativo di mettere a repentaglio la vita dei propri dipendenti per un pugno di euro in più… Hanno perfettamente ragione.

Dalla notte di sabato, da quando il presidente del Consiglio ha annunciato le nuove misure, la Confindustria ha iniziato un indecente tiro alla fune per allargare le maglie del provvedimento, promuovendo ad “attività strategica” tutto l’immaginabile e l’inimmaginabile, pur di “tenere aperto”, mostrando un senso del pubblico interesse da trogloditi. Il presidente ancora in carica – quello che fin dal primo giorno dell’emergenza, dal caso n. 1 di Codogno, ha sempre, testardamente frenato su ogni misura di contenimento che toccasse anche solo di striscio le attività produttive – Vincenzo Boccia, intervenendo a Circo Massimo su Radio Capital, ha dichiarato a proposito delle minacce di sciopero: “Onestamente non riesco a capire su cosa”. Ora, a prescindere che la parola “onestamente”, abbinata a lui, dopo le performances di queste settimane, suona come un ossimoro, non capire le ragioni della protesta dei lavoratori equivale a un’assenza totale non solo di empatia – sarebbe troppo – ma anche solo di capacità cognitiva. Decine di migliaia di persone costrette a spostarsi ogni giorno a inizio e fine turno senza un’ assoluta e vitale necessità collettiva e a lavorare ammassate in spazi che non permettono il necessario distanziamento, costituiscono un pericolo estremo per sé e per l’intera comunità, da cui l’impresa evidentemente si chiama fuori.

Nel clima cupo di queste giornate, nel quadro delle trasformazioni totali che l’emergenza sanitaria ha già prodotto nel nostro mondo sociale, politico, esistenziale e che minacciano di prolungarsi – come è accaduto per tutte le grandi tragedie storiche – nell’epoca successiva, questa mobilitazione operaia è un segnale di vita. Di cui dovremmo prenderci cura con tutta l’attenzione di cui siamo capaci, perché possa difenderci nel “dopo”. Molto, ma molto meno encomiabili e giustificate altre proteste, che immancabilmente sono piovute appena si è chiusa la diretta del presidente del Consiglio. Quella dei giornalisti, irritati per il carattere “unidirezionale” della comunicazione (impossibilità di porre domande al termine) che li privava di tribuna e protagonismo. Quella delle “opposizioni” – Salvini, Meloni, (Berlusconi non so, mi è sfuggito) – che rivendicano a gran voce la convocazione H24 del Parlamento: proprio loro, che se potessero il Parlamento lo chiuderebbero memori dell’”aula sorda e grigia” e in nome dei “pieni poteri”. Quella dei soliti guastatori della maggioranza, i “renziani”, che dal basso del loro strutturale culto della personalità chiedono al contrario collegialità e spersonalizzazione del processo decisionale, inconsapevoli della contraddizione che impudicamente mettono in scena. I mugugni dei “governatori” del Nord, che strepitano sulla necessità di “chiudere tutto” guardandosi bene però dal farlo (potrebbero benissimo, sta nelle loro prerogative) e rinviando invece la palla a Roma, per poter poi, eventualmente, mal che vada, impallinare il “centralizzatore”. Giochi, tutti, di conventicole e corporazioni, che rivelano il volto di una gran brutta Italia, schierata all’opposto di quella che soffre e sopporta e si aspetta, dallo “Stato”, che si faccia tutto l’umanamente possibile per assisterla.

So benissimo che stiamo vivendo nel pieno di una mutazione genetica del nostro sistema di vita, all’insegna di un passaggio epocale al dominio della bio-politica sulla politica (ne parla, in modo esemplare, Renzo Rosso in Effetti politici di un’epidemia globale). So che questa mutazione reca con sé rischi mortali (salvato il Bios, se si salverà, rischiamo di perdere la Polis). È in corso – in buona parte è già compiuta -, una vertiginosa ri-personalizzazione del comando politico e una spaventosa verticalizzazione della decisione. Ho letto e riletto il discorso di Emmanuel Macron à la nation: ripete per sei volte (sei volte!) “Nous sommes en guerre”, col tono del comandante in capo dell’Armée. Sullo sfondo sembra di sentir risuonare le parole del generale De Gaulle, nel fatidico 6 gennaio del 1961: “En vérité – qui ne le sait ? – l’affaire est entre chacune de vous, chacun de vous, et moi-même”. La “cosa” si gioca tra ciascuna e ciascuno di voi e Me. Perché – è ancora “le Général” – “voi lo sapete, è a me che voi dovrete rispondere… Io mi volgo verso di voi al di sopra di ogni intermediario”. Beh, è questa la logica che si va affermando negli spazi sempre più deserti delle città di tutto il mondo (un miliardo di persone “confinate in casa”), non solo nella Francia della grandeur perduta: Boris Johnson, sia pur nell’improbabilità del suo aspetto, persino Donald Trump nelle sue abissali oscillazioni, naturalmente Xi in Cina, e Narendra Modi in India (ha sperimentato il coprifuoco per più di un miliardo di cittadini), sono sulla stessa lunghezza d’onda. Piccoli padri di popoli smarriti.

Ovunque, d’altra parte, si diffondono codici di comportamento per i medici delle rianimazioni che introducono criteri di selezione spaventosi diventati d’un colpo “ragionevoli” (disumani e insieme “umani troppo umani”): forme di triage in base all’età anagrafica, o al grado di “fragilità”, o all’”aspettativa di vita”, di cui gli unici precedenti ricordabili sono nei manuali di “etica delle catastrofi” o nei memoriali di guerra dopo battaglie campali. Ne ho parlato in un precedente “pezzo” a proposito dell’Italia. Ma la Francia ne ha prodotto uno proprio (s’intitola Priorisation de l’accès aux soins critiques dans un contexte de pandémie, l’ha adottato la Direzione generale della sanità francese, e ne ha dato notizia Le Monde come ci informa Barbara Spinelli sul Fatto). E il Regno Unito applica addirittura un algoritmo, elaborato dal National Institute for Health and Care Excellence, il cui acronimo fa NICE, termine che apparirebbe “carino” se non celasse un contenuto terribile: qui la selezione avviene in base a una scala da 1 a 10 in cui il termine medio, pari a un coefficiente 5 equivale a “Mildly Frail” (mediamente fragile). Al di sopra di esso si è “salvi” o meglio “salvabili” (trattabili in rianimazione), al di sotto ci si avvia verso una scala discendente (“subject to a review of any underlying conditions and the severity of their illness”, cioè “soggetto a una revisione di eventuali condizioni peggiorate e della gravità della loro malattia”) fino al “trattamento di fine-vita” (end-of-life care). Ci resterà nell’aria, questa nuvola di disumano, anche dopo che il virus se ne sarà andato. E dobbiamo capire come neutralizzarla, nel nostro futuro prossimo.

Personalmente, devo confessarlo, mi tranquillizza un po’ il fatto che il nostro “Premier” non abbia personalità e carattere di “Condottiero”. E inorridisco al pensiero che, anziché Giuseppe Conte, avrebbe potuto sedere a Palazzo Chigi uno come Matteo Salvini, o una come Giorgia Meloni (cosa che sarebbe avvenuta se si fosse votato lo scorso autunno), o ancora l’altro Matteo, Renzi. E capisco poco le picconate che i vari De Angelis di Huffington Post, quasi per una sorta di riflesso pavloviano o di coazione a ripetere, non si risparmiano in ogni occasione. Detto questo, credo però che si debba tenere altissima la guardia, con i radar bene accesi sui percorsi che ci aspettano. Non tanto per deprecare ogni atto oggi compiuto: qualunque cosa chi prende decisioni faccia, qualcosa sbaglia. Nella stessa materia delle ultime misure di chiusura (ancora troppo parziali, certo), per quel poco che conosco la struttura dei sistemi produttivi integrati, mi rendo conto di quanto difficile sia districare le filiere produttive lunghe, spesso lunghissime, soprattutto orizzontalmente estremamente intrecciate. E di quale sia la difficoltà dei “tecnici” dei diversi ministeri, nell’arginare l’assalto delle imprese e di questa classe imprenditoriale ammalata irrimediabilmente di egoismo: è possibile che questo potente sistema industriale non sia stato capace, in un mese e mezzo di epidemia, di produrre un numero adeguato di mascherine? Forse bisognerebbe incominciare a pensare alla requisizione degli impianti riconvertibili a produzioni socialmente utili.

In sostanza, e per concludere. Più della “denuncia”, credo che dovremmo privilegiare oggi la “scommessa”: giocare su quello che, passato lo “stato d’eccezione” – perché di questo, ci piaccia o meno, si tratta oggi – potrà in qualche modo segnare il tempo della “ricostruzione” come occasione per una totale revisione del sistema di vita e di pensiero dominante. Per questa ragione – e per ritornare al tema dell’inizio: gli scioperi – non so se quello dello “sciopero generale” sia lo strumento più adeguato. Uno strumento inevitabilmente istantaneo, da “one shot only”. Mi sembra molto ragionevole, piuttosto, la direzione indicata dal Segretario della CGIL Landini, che ipotizza una disseminazione dell’iniziativa nei posti di lavoro ancora aperti, là dove i lavoratori si muovono e contestano, garantendo loro la “copertura sindacale”. E aggiungerei, forse – spero non sia un’utopia – sarebbe auspicabile la formazione, capillare, azienda per azienda, di “comitati di salute sociale”, con i lavoratori stessi a individuare le produzioni superflue o quelle riconvertibili, così da dare origine a una rete stabile, un’anticipazione di ripresa di parola e di iniziativa dal basso, capace di durare oltre l’emergenza.

Pensare dentro l’emergenza oltre l’emergenza mi sembra l’unico, piccolo contributo che noi, in questo tempo di smarrimento, possiamo offrire agli altri come noi smarriti.

 

FONTE: https://comune-info.net/preparare-il-dopo-virus/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=Caro+professor+Draghi

COVID-19: Una cura per il commercio globale

Mai come ora, di fronte al Covid, è urgente ricondurre il commercio globale in una strategia che metta al centro dell’agenda politica nazionale ed europea la giustizia sociale, la possibilità di lavorare e sostenersi dignitosamente, e la giustizia ambientale, la possibilità di avere un futuro sul pianeta.

di Monica Di Sisto

oronavirus shock: storia di un’altra crisi globale annunciata”[1]. Così l’Unctad, agenzia delle Nazioni Unite che monitora commercio e sviluppo, bolla la spirale in cui sta scivolando l’economia globale dopo la diffusione della pandemia Covid-19. E il commercio internazionale ne è un potente acceleratore. Continua a leggere

IL VIRUS E’ L’HOMO CAPITALISTICUS

di Vittorio Stano

“…Signori, parliamo dei rapporti di proprietà!”

Bertolt Brecht

Da dove è sbucato? A cosa è dovuta la sua “celebrity”? Se consultiamo le fonti storiche ci colpisce l’onnipotenza della malattia nella vita delle generazioni umane.

La malattia simboleggia quel sentimento di insicurezza già presente e ben radicato nell’età antica, medievale e moderna che costituisce il fulcro della sensibilità contemporanea nell’ epoca del tardo capitalismo e della sua crisi generale.

La celebrity globale del coronavirus ci deve far riflettere sulle cause profonde che hanno scatenato la sua virulenza. La frequenza di questi fenomeni che scatenano e diffondono le malattie infettive, nasce dalla virulenza produttivistica che anima la sempre più agguerrita competizione agroindustriale. Continua a leggere

Il Coronavirus travolge il liberismo. La sinistra riconosca i suoi errori ora serve un’altra idea di società

E’ inutile guardare ora ai sondaggi e prestare attenzione alle curve del gradimento dei leader. Le rilevazioni diffuse dai media registrano solo tendenze superficiali. L’emergenza produrrà degli effetti (nella vita e nell’economia) così profondi che le traduzioni politiche della crisi paiono ancora imprevedibili.

Il fallimento dell’ideologia liberista

Quello che l’eccezione mette sicuramente a nudo è il fallimento storico del modello di seconda repubblica a ideologia liberista. Il ruolo centrale, salvifico per certi versi, riconosciuto alla sanità pubblica smonta alla radice il paradigma privatistico che entrambe le coalizioni avevano condiviso dagli anni ’90. Con gradazioni differenti, la cultura della seconda repubblica era ostile al pubblico, al ruolo dell’amministrazione, alla ricerca, al lavoro. Per una rinascita di un punto di vista critico, bisogna scavare in profondità e cogliere le radici culturali della conversione della sinistra a quel modello liberale in economia, e federalista nel disegno istituzionale, che ne ha determinato lentamente l’eclisse. Continua a leggere

L’economia dopo la catastrofe

di Atilio Boron

La Grande Depressione degli anni Trenta trascinò a fondo, nella sua caduta, l’ortodossia liberale, i cui pilastri erano la divisione internazionale del lavoro tra i Paesi avanzati e periferia capitalistica produttrice di materie prime; il gold standard e la dottrina del laissez-faire che sanciva il primato assoluto dei mercati e, di conseguenza, lo “Stato Minimo” che si limitava a garantire che quest’ultimi portassero sotto la sua orbita le più diverse componenti della vita sociale, instaurando, di fatto, una vera e propria “dittatura del libero mercato”. Ma sul finire del 1929 scoppia la Grande Depressione e il mondo che emerge dalle ceneri della crisi è molto diverso: la divisione internazionale del lavoro comincia a vacillare perché alcuni Paesi della periferia iniziano un vigoroso processo di espansione industriale. Continua a leggere

La crisi del #Covid19 è l’occasione per ripensare il capitalismo

di Mariana Mazzucato 

da The Guardian (trad. Keynesblog.com)
Viviamo una crisi di portata mondiale. La pandemia di Covid-19 si sta rapidamente diffondendo in tutti i paesi, con una scala e una gravità che non si vedono dalla devastante influenza spagnola del 1918. A meno che non venga intrapresa un’azione coordinata globale per contenerla, il contagio diventerà presto anche economico e finanziario. Continua a leggere

Comunicato ufficiale del Governo del Venezuela di risposta alle accuse “miserabili” degli Usa

“in un momento in cui l’umanità sta affrontando la peggior pandemia, il governo di Donald Trump torna ad attaccare il popolo venezuelano e le sue istituzioni democratiche, usando una nuova forma di colpo di stato”

Pubblichiamo la traduzione del Comunicato ufficiale del governo della Repubblica bolivariana del Venezuela alle miserabili e vili accuse ricevute oggi dal governo di Trump


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USA/Venezuela: Taglia di 20 milioni di dollari per acciuffare il biondo

Nel bel mezzo della pandemia, Trump annuncia l’inasprimento delle sanzioni all’Iran e il Dipartimento di Stato USA mette una taglia di 15 milioni di dollari per la cattura del Presidente del Venezuela Maduro e di altri ministri del governo venezuelano.

L’accusa raggiunta a seguito di indagini delle autorità federali Usa è “narcotraffico”.

L’accusa di “narcotraffico” da parte del governo del paese maggior importatore e consumatore al mondo di cocaina, eroina e molte altre sostanze stupefacenti ha dell’incredibile. Ricorda obiettivamente la favola del lupo e dell’agnello. Ve la ricordate ?

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COVID-19: Cosa può accadere in Africa ? Esempio Madagascar.

di Maurizio Gandolfi

I pensieri di tutti, in ogni paese del mondo, da un mese ruotano intorno a questo virus che sta cambiando le nostre abitudini, la nostra vita. Si continua a parlare di trend, di terapia intensiva, di recessione. Di morti. Tutti i paesi del nord del mondo hanno due preoccupazioni che occupano la testa dei loro uomini di governo e di “coloro che contano”: la prima è come sconfiggere questo virus nel più breve tempo possibile, con meno morti; la seconda riguarda l’economia del proprio paese, nel dopo pandemia; e per questo timore stanziano centinaia di miliardi di euro (o di dollari), al fine di aiutare le proprie industrie a ripartire, a soffrire il meno possibile di questo cataclisma che ha colpito il nostro pianeta. Continua a leggere

COVID-19: M5S, in sintonia con UNHCR, chiede moratoria sanzioni a Iran, Venezuela, Cuba, Siria e Corea del nord

Roma, 23 mar 12:25 – (Agenzia Nova) – I parlamentari del Movimento cinque stelle delle commissioni Affari esteri di Camera e Senato hanno chiesto una “moratoria umanitaria” delle sanzioni nei confronti di Iran, Siria, Venezuela, Cuba e Corea del Nord a causa della diffusione della pandemia di coronavirus. Continua a leggere

I lavoratori sui social: «Non mandateci a morire»

di Marina Toti

In fondo chi lavora oggi sta chiedendo una cosa soltanto: un atto di responsabilità collettiva. Nei luoghi di lavoro, come nella rete, la rabbia e la paura degli invisibili diventati tutti, improvvisamente, essenziali

C’è chi si è fermato. Chi ha scioperato già, chi lo sta facendo ora. Aziende che hanno chiuso e sanificato, altre che lasciano che tutto passi persino il virus. L’Italia che lavora ha paura ma è anche arrabbiata. Oggi più di una settimana fa. Continua a leggere

APPELLO DEL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU PER UN CESSATE IL FUOCO GLOBALE

[Dal sito dell’Onu riprendiamo e diffondiamo]

Il nostro mondo fronteggia un comune nemico: il Covid-19.
Al virus non interessano nazionalita’, gruppi etnici, credo religiosi. Li attacca tutti, indistintamente.

Intanto, conflitti armati imperversano nel mondo. E sono i piu’ vulnerabili – donne e bambini, persone con disabilita’, marginalizzati, sfollati – a pagarne il prezzo e a rischiare sofferenze e perdite devastanti a causa del Covid-19.
Non dimentichiamo che nei Paesi in guerra i sistemi sanitari hanno collassato e il personale sanitario, gia’ ridotto, e’ stato spesso preso di mira. Continua a leggere

COVID-19: Il concetto di «attività essenziale»

di Marinella Correggia

«Dalla vista sospesa che caratterizza questo incubo impareremo che cosa è essenziale, che cosa è superfluo, che cosa è dannoso», diciamo con l’ottimismo della volontà.

Ma lo sarà eventualmente per i popoli. Non per i governi. Continua a leggere

COVID-19: Reazione e rappresaglia di Gaia ?

di Leonardo Boff

Tutto è legato a tutto: oggi, questo è un dato di coscienza collettiva di coloro che coltivano un’ecologia integrale, come Brian Swimme e tanti altri scienziati e come papa Francesco nella sua enciclica “Sulla cura della casa comune”. Tutti gli esseri nell’universo e sulla Terra, compresi noi, esseri umani, sono coinvolti in intricate reti di relazioni in tutte le direzioni, in modo che non vi sia nulla al di fuori della relazione. Questa è anche la tesi di base di Werner Heisenberg e Niels Bohr nella fisica quantistica. Continua a leggere

CUBA E CINA: UNA LEZIONE DI UMANITA’.

di Anika Persiani

(21/03/2020) – Domani sbarcheranno a Malpensa 52 medici cubani, accompagnati da coordinatori e traduttori.
Mentre tutti i nostri paesi “amici” ci hanno chiuso la porta in faccia, ci hanno derisi, ci hanno trattati come “sporchi e maledetti”, ci hanno lasciati affogare in questa orribile pandemia che con una presa di coscienza ed un aiuto europeo dal primo giorno si sarebbe potuta fermare, domani arriveranno “i cubani”.
Donne e uomini che, per umanità, stanno lasciando le loro famiglie, i loro cari, i loro amici, nell’incertezza di non rivederli mai più. Continua a leggere

COVID-19: Cartolina da Bergamo. Perché proprio qui?

di Paolo Barcella (da Rivista Il Mulino)

Vivo nell’epicentro del contagio, a pochi chilometri dall’ospedale di Alzano, cuore del disastro bergamasco. Mi limito a fornirvi qualche dato sul presente in cui vivo, molto materiale, qualora non vi fosse giunto proprio tutto, da Bergamo.

I morti – come sostiene anche il sindaco Giorgio Gori – sono molti più di quelli che vengono conteggiati, perché non tutte le persone che muoiono hanno avuto un tampone. Infatti, già da domenica 8 marzo, gli ospedali della città non riescono più a ricoverare tutti, quindi c’è chi resta – o viene fatto rimanere – a casa a curarsi l’infiammazione fino a quando può. I morti sono così tanti che il crematorio di Bergamo non regge i ritmi e sono terminate le scorte di urne funerarie. Il padre di un fraterno amico rianimatore è morto il 13 marzo e ha avuto come data per la cremazione il 23 marzo. Ci vogliono oggi dieci giorni o più per cremare un uomo, nonostante il crematorio lavori a ritmo serrato. Le bare rimangono nelle case per 4 giorni, perché anche le pompe funebri e gli spazi cimiteriali sono al limite. Nel cimitero di Bergamo accumulano bare su bare, e le piazzano dove possono, in tutti gli spazi coperti a disposizione. Continua a leggere

Ai medici cubani che arrivano oggi in Italia diciamo grazie!

Atterrano oggi a Milano 65 cubani: medici, infermieri, tecnici specializzati inviati dal proprio Paese ad aiutare l’Italia contro il Coronavirus. La Giunta Regionale lombarda gli chiederà di andare a Crema, ad aiutare una delle aree lombarde più colpite, quasi allo stremo. Quella Giunta così di destra, così orgogliosamente “sovranista”, così legata al precedente Governatore Formigoni che dalla sanità pubblica lombarda ha sottratto indebitamente oltre 70 milioni di euro, ha chiesto aiuto alla Repubblica Socialista di Cuba: e Cuba ha risposto immediatamente.

Non è la prima volta che lo fa: nel 2014 mandò oltre 250 medici nell’Africa Occidentale a combattere un virus ancora più spaventoso di questo, l’Ebola. Fu il New York Times, allora, ad ammettere che Cuba aveva avuto un ruolo da “leader” nella vittoria contro quel Male. E i medici cubani erano ad Haiti, qualche anno prima, quando un terremoto devastò l’isola provocando una terribile epidemia di colera. Erano pronti a partire anche per New Orleans, dopo il terrificante uragano Katrina- ma Bush rifiutò il loro aiuto, condannando la propria popolazione alle sofferenze che conosciamo. Continua a leggere

Pandemia: La Casa Bianca e FMI i primi infetti

di Atilio A. Boron

Guerre, crisi economiche, disastri naturali e pandemie sono eventi catastrofici che fanno emergere il peggio e il meglio nelle persone – sia nei leader che nella gente comune – e anche negli attori sociali e nelle istituzioni. È in circostanze così avverse che le belle parole svaniscono nel nulla e danno luogo ad azioni e comportamenti concreti. Giorni fa e trattenendo a malapena le lacrime, il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, ha denunciato davanti alle telecamere il grande inganno della “solidarietà europea”. Non esiste una cosa del genere, ha detto Vucic, è una favola per bambini, carta straccia. Ha poi ringraziato la Repubblica Popolare Cinese per la sua collaborazione. E aveva ragione nella sua denuncia. Dall’America Latina abbiamo a lungo avvertito che l’Unione Europea era un sottile raggiro, pensato per avvantaggiare la Germania più di ogni altra cosa attraverso il controllo della Banca Centrale Europea (BCE) e con l’Euro per assoggettare i paesi dell’Eurozona ai capricci – o agli interessi – di Berlino. L’esitante reazione iniziale della BCE all’eccezionale richiesta di aiuto dell’Italia per affrontare la pandemia che sta devastando la penisola ha mostrato per alcune ore ciò che il leader serbo aveva denunciato. Un scandaloso “ognuno per sé”, che smonta la retorica sdolcinata de “l’Europa dei cittadini” e “Europa una e multipla” e altre simili balle. Una favola per bambini, come diceva Vucic. Continua a leggere

Il tempo è adesso

Le frettolose riconversioni di oggi per produrre mascherine e respiratori dimostrano che, con una domanda pubblica adeguata, il sistema produttivo potrebbe imboccare un’altra strada (cominciando col non produrre più armi); a condizione che ai lavoratori “in esubero”, in attesa di nuovi impieghi, venga garantito un reddito; per poi redistribuire il lavoro tra tutti e ridurre gli orari e i ritmi forsennati di ora. Una prospettiva che la stasi di oggi rende realistica se promossa almeno a livello europeo.

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Italia Cina – Collaborazione Scientifica e Tecnologica: Piano d’Azione verso il 2025

Uno studio sulla cooperazione scientifica e tecnologica con la Cina, indirizzato a industrie, università ed enti di ricerca, che presenta le tematiche su cui concentrare gli sforzi del prossimo quinquennio.

ll documento – che rinnova l’impegno del Maeci nell’azione di coordinamento della cooperazione bilaterale con la Cina – è stato realizzato con il contribuito degli Addetti scientifici italiani accreditati nella Repubblica popolare cinese e dei partecipanti al Tavolo tecnico per la cooperazione scientifica e tecnologica con la Cina, coordinato dalla Farnesina.

Si punta a stimolare nuove iniziative di cooperazione bilaterale in un’ottica di collegamento tra ricerca, alta formazione e industria nei seguenti settori: 1) fisica, geofisica e spazio; 2) materiali avanzati; 3) ambiente e energia; 4) urbanizzazione sostenibile; 5) nuove tecnologie per il patrimonio culturale; 6) agricoltura; 7) scienze della vita, salute e benessere; 8) fabbrica intelligente.

 

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EMERGENZA COVID19: I PRODUTTORI LOCALI GARANTISCONO L’ACCESSO AL CIBO – GOVERNO ED ENTI LOCALI GARANTISCANO IL LORO SUPPORTO

EMERGENZA COVID19: I PRODUTTORI LOCALI GARANTISCONO L’ACCESSO AL CIBO – GOVERNO ED ENTI LOCALI GARANTISCANO IL LORO SUPPORTO

Per la tutela della salute e delle attività agricole, proposte e richieste dell’Associazione Rurale Italiana (ARI) sul decreto “Cura Italia” e sulle
norme relative alle attività agricole Gli agricoltori/trici dell’Associazione rurale italiana (ARI) sono impegnati a garantire l’accesso degli italiani al cibo di qualità e locale anche in questa situazione di emergenza. Quando questa avrà fine, non saranno le «immissioni di liquidità» a determinare la ripresa, ma la capacità, la volontà, la resistenza e l’autonomia produttiva di contadini, artigiani, piccole e medie aziende che operano a livello locale, la vera struttura portante dell’economia nazionale. Solo se nel frattempo non saranno
annientate definitivamente.

La salute dei consumatori e il senso di responsabilità verso i produttori impongono alle istituzioni il massimo impegno. ARI, sostenendo tale impegno, rivolge le sue proposte al governo, dopo il varo del decreto “Cura Italia”, e agli Enti locali, molti dei quali hanno preso disposizioni relative alla commercializzazione dei prodotti agricoli. Continua a leggere

COVID-19: Dovere di solidarietà e rivoluzione

di Gabriele Giorgi

Prescindiamo da dove arriva o da dove nasce il virus. Ci troviamo di fronte ad una mobilitazione generale per combatterne gli effetti.

In prima linea ci sono i lavoratori della sanità, medici, infermieri e operatori sanitari in generale che non sono mossi da riconoscimenti reddituali, ma solo dalla mission specifica della loro funzione sociale: salvare le vite, salvare la vita delle persone.

Subito dopo abbiamo i lavoratori delle produzioni essenziali, cibo, farmaci, energia e tutti coloro che debbono assolvere funzioni organizzative indispensabili. Continua a leggere

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