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RETE SAHARAWI: SOLIDARIETÀ ITALIANA CON IL POPOLO SAHARAWI ODV

Dopo un lungo percorso di collaborazione tra le associazioni italiane che promuovono la solidarietà e la cooperazione con il popolo saharawi, in stretto rapporto con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, la “Rete Saharawi – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV” si è costituita ufficialmente nel gennaio 2020.

La Rete Saharawi rappresenta l’Italia al Coordinamento Europeo di Solidarietà con il popolo saharawi (EUCOCO) e opera coordinando in Italia i progetti di solidarietà e cooperazione internazionale di molte associazioni impegnate a supporto della popolazione saharawi, alcune con esperienza pluridecennale. Gli obiettivi della Rete ruotano attorno al diritto all’autodeterminazione dei popoli (basato sulla Risoluzione Onu n. 1514 del 1960), all’applicazione del diritto internazionale, al rispetto dei diritti umani.

Le azioni della Rete si sviluppano a partire dalle condizioni reali in cui la popolazione saharawi vive in quattro diversi scenari: nell’area del Sahara Occidentale occupato dal Marocco; nei territori del Sahara Occidentale liberati dal Fronte Polisario; nei campi profughi saharawi ospitati in Algeria; nei vari luoghi della diaspora saharawi.

In collaborazione con le istituzioni della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), la Rete promuove all’estero interventi nei vari settori della cooperazione allo sviluppo e dell’emergenza. In Italia promuove l’accoglienza di minori saharawi, con il programma estivo “Piccoli ambasciatori di Pace”; favorisce cure mediche necessarie e corsi di studio di vario indirizzo; l’educazione alla mondialità, alla promozione dei diritti umani e alla pace, coinvolgendo enti locali, scuole e università; promuove la commercializzazione di prodotti equi e solidali; i viaggi di conoscenza nei campi profughi, permettendo un rapporto diretto con le famiglie e l’amministrazione delle diverse wilaye; le ricerche e le pubblicazioni sulla storia e la cultura saharawi; organizza eventi pubblici di informazione e aggiornamento della lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, nel quadro della diplomazia regionale, nazionale e internazionale.

Coordinando e facendo interagire le esperienze di solidarietà e cooperazione organizzate dalle associazioni, dalle ong e dagli enti italiani impegnati a sostenere il popolo saharawi, la Rete si propone di ampliare l’efficacia di ogni singola azione, fornendo linee guida, manuali, codici di comportamento, consulenza e formazione sui vari settori di intervento. In collaborazione con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, il movimento solidale rappresentato dalla Rete punta a far conoscere e avvicinare il maggior numero di persone, istituzioni e associazioni al popolo del Sahara Occidentale, alle sue tradizioni, ai suoi diritti e alla sua battaglia di libertà, rispettando e collaborando attivamente con le diverse realtà in cui interviene. A questo scopo l’Ufficio Stampa redige e diffonde comunicati interni ed esterni alla Rete, utilizzando tutti i possibili canali mediatici. Gestisce il sito web della Rete e cura la redazione di comunicati e lettere.

La Rete in questi due anni si è occupata della raccolta fondi per il progetto di “Accoglienza Alternativa” nei campi dell’esilio saharawi.

Ha sollecitato comuni e organizzazione politiche ad esprimersi con ordini del giorno e mozioni sulla grave violazione del cessate il fuoco da parte delle forze armate del Marocco nella zona del varco illegale di Guerguerat, e ha ottenuto il sostegno di molti artisti italiani alla lotta per la decolonizzazione della terra saharawi, le loro parole sono raccolte nel video “Voci per il Sahara” (visibile all’indirizzo FaceBook della Rete). Anche importanti fotografi italiani hanno donato i loro scatti per il progetto “Cartoline”.

Ha sollecitato comuni e regioni a scrivere al presidente Usa Joe Biden invitandolo a dissociarsi dalla decisione unilaterale di Donald Trump, al termine del suo mandato, di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale.

Collabora costantemente con il gruppo interparlamentare “Amici del popolo saharawi”.

Ha istituito una serie di gruppi di lavoro per meglio garantire alcune azioni e progetti in ambiti essenziali:

Gruppo Enti Locali. Lavora al coinvolgimento dei comuni, delle province e della regione alle iniziative e ai progetti. Sta proponendo la creazione della “Giornata Nazionale Italiana dei gemellaggi e dei Patti d’Amicizia con il popolo saharawi”.

Gruppo Archivio e Documentazione. Raccoglie tutto il materiale edito sulla questione saharawi, ordina l’ampia documentazione della RS e riversa progressivamente i file in un unico drive allo scopo di facilitare la loro catalogazione, la ricerca e la divulgazione.

Gruppo Rete solidale diversamente abili e sanitario. Raccoglie le conoscenze e le esperienze delle associazioni italiane che si occupano di disabili e dei casi sanitari di cittadini saharawi in Italia e nei campi profughi, in vista di una potenziale accoglienza in strutture adeguate.

Gruppo Diritti Umani. Si occupa dei prigionieri politici saharawi nelle carceri del Marocco e del Sahara Occidentale, in stretta collaborazione con la rappresentanza saharawi in Italia e con la “Lega dei prigionieri politici” attiva nel Sahara occupato. Sollecita l’adesione alle campagne di sostegno ai prigionieri, rivolgendosi a personalità e gruppi della società civile oltre che alle diverse realtà della politica italiana e internazionale. In questa ottica, ha ideato la campagna “Ora liberi” per individuare e responsabilizzare 62 custodi dei prigionieri e per redarre “La lettera del venerdì”, un messaggio da inviare a ciascun dissidente e da divulgare, attraverso i social media, per aggirare la censura che vieta le comunicazioni da e per il carcere.

Gruppo Accoglienza Piccoli Ambasciatori di Pace. È il gruppo che si rapporta con le autorità competenti nazionali, regionali e internazionali per l’organizzazione del soggiorno per ogni aspetto organizzativo e logistico del soggiorno.

Gruppo Viaggi Solidali. Lavora alla condivisione delle esperienze dei viaggi di conoscenza tra giovani e altre persone interessate a conoscere la causa saharawi, soprattutto in concomitanza di ricorrenze o importanti manifestazioni culturali e politiche.

Gruppo Comunicazione. Raccoglie informazioni corrette sulla causa saharawi e collabora con l’Ufficio Stampa della Rete Saharawi.

Gruppo Internazionale e Risorse Naturali. Ha la responsabilità di facilitare la diffusione della documentazione prodotta all’estero sul tema (traducendo in italiano, e viceversa, le comunicazioni). Partecipa ad eventi in ambito europeo ed internazionale e promuove iniziative su proposta della Rete. Documenta le attività commerciali illecite del Marocco e studia le azioni di contrasto allo sfruttamento delle risorse naturali nel Sahara Occidentale occupato.

Gruppo Ambiente. È impegnato in una attività di analisi e valutazione ambientale delle risorse idriche, monitora la qualità dell’acqua e le possibili ricadute, in ambito sanitario, sulla popolazione saharawi nei campi profughi e nei territori liberati. Effettua considerazioni preliminari per la gestione dei rifiuti nei campi e nei territori liberati.

Gruppo Formazione. Prepara gli operatori, gli accompagnatori e le figure istituzionali saharawi che seguiranno i vari progetti delle associazioni nei campi profughi e nell’accoglienza dei bambini in Italia.

Gruppo Sport e benessere. È impegnato a garantire l’accesso alle attività sportive, di giovani e adulti, in tutte le wilaya dei campi profughi. Lavora alla formazione di operatori e operatrici di varie discipline.

Gruppo Territori Liberati e Rete Tifariti. Si occupa di garantire la scolarizzazione e una corretta alimentazione ai bambini/e e alle famiglie che praticano il nomadismo nei territori liberati. Da poco ha rimodulato il progetto per avviare attività nelle scuole dei campi profughi.

Gruppo sull’Etica per coniugare i principi e i valori di etica con la pratica quotidiana nei suoi multipli aspetti: organizzativi, progettuali, operativi.

RETE SAHARAWI – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV

via Stazione 80, Sasso Marconi 40037 Bologna

Codice fiscale: 91424060373 – IBAN Banca Etica IT45I0501812800000

I tentacoli della Nato dall’Europa all’America Latina

di Geraldina Colotti

Spesso, e comprensibilmente, si domanda agli analisti internazionali se vi sarà un cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti a seconda che alla Casa Bianca governi un presidente repubblicano o uno democratico. Premesso che, per un marxista, è sempre buona norma sfuggire i manicheismi e guardare alla situazione concreta nei suoi rapporti di classe, determinati storicamente, rilevare che, a livello internazionale, l’essenza della politica estera nordamericana non presenta discontinuità effettive, non è una presa di posizione ideologica.

“Tutto cambia perché niente cambi” è uno schema che ben si attaglia alla strategia Usa nel mondo. Sia esso ammantato da una ruspante retorica trumpista o da un più persuasivo “multilateralismo” alla Biden, alla base del modello politico nordamericano nel mondo resta l’idea fondante della supremazia armata. Un paradigma che si alimenta e alimenta gli interessi del complesso militare industriale, supportato, rilanciato e attualizzato dai suoi motori ideologici, scuole di pensiero e media.

Su questa base, gli Usa si credono i gendarmi del mondo, legittimati a una corsa agli armamenti per proteggersi da un sempiterno pericolo, sia all’interno che nelle proprie zone di influenza, che perciò brulicano di basi militari a stelle e strisce. Un apparato che necessita, di tanto in tanto, di mettersi alla prova, per dimostrare agli alleati-sudditi che vale la pena pagare per garantirsi la pace mediante il prestigio vicario di quella supremazia armata.

Su questa base, scomparsa l’Unione Sovietica e il confronto con un modello economico e di pensiero che metteva al centro la pace con giustizia sociale e poteva così ispirare anche le manifestazioni pacifiste contro l’aggressione al Vietnam, le avventure belliche nordamericane, mosse da ragioni di politica interna, hanno consolidato il consenso delle élite intorno al concetto della “democrazia” nordamericana come vaccino del mondo: facendo leva sul doppio tasto della supremazia militare ed economica, ma all’occorrenza anche su una presunta superiorità morale e culturale capace di coagulare interessi consonanti a livello globale.

Un concetto messo sempre di più in questione dalla crescita di un mondo multicentrico e multipolare, attraversato da una globalizzazione che intreccia gli interessi tra poli divergenti, com’è possibile constatare in America Latina dove la Cina ha solide relazioni commerciali anche con governi di estrema destra come quello brasiliano. Si può d’altronde ricordare come il patto di cooperazione tecnico-scientifico con l’Argentina, che ha portato alla costituzione di una stazione radar in Patagonia, firmato nel 2014 dall’allora presidenta Cristina Kirchner e confermato poi dall’imprenditore Mauricio Macri, amico di Trump, succedutole alla presidenza, risalga al 1980, quando al governo c’era la dittatura militare anticomunista.

In ogni caso, se a un anno dall’assalto a Capitol Hill le pecche strutturali della democrazia borghese nordamericana hanno evidenziato la crisi di egemonia Usa anche sul piano della loro capacità di attrazione, gli Stati Uniti restano ancora la prima potenza mondiale, ben supportati da un’alleanza, quella della Nato, con nuovi propositi di espansione.

Lo stiamo vedendo con il nuovo conflitto in Ucraina e con il fallimento degli incontri che si sono svolti a Bruxelles tra la Russia e la Nato. L’Alleanza Atlantica, che prepara il vertice di giugno a Madrid, in Spagna, ha respinto tutte le proposte di Mosca per contenere l’espansione a Est della supremazia nordamericana, che l’adesione dell’Ucraina, ultima nazione a chiederla, amplierebbe pericolosamente. In trent’anni, i paesi membri della Nato da 16 sono diventati 30, molti dei quali appartenevano all’ex Patto di Varsavia.

Gli alleati di questi 30 paesi sono ora schierati lungo i confini russi, ma a essere messo sotto accusa dalla roboante propaganda occidentale è di nuovo Putin. I media, però, si guardano bene dal diffondere i contenuti della piattaforma di dialogo e della bozza di trattato, proposte a dicembre da Mosca, e respinte da Washington. Tutti i punti avanzati dalla diplomazia russa vertevano su una soluzione pacifica delle controversie, sull’impegno delle due parti a non intraprendere azioni lesive della sicurezza, a garantire il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite di tutte le organizzazioni e alleanze militari a cui Russia e Stati Uniti aderiscono, e a non usare i territori di altri Stati per organizzare o sferrare un attacco armato contro una delle due parti.

La Russia chiedeva anche agli Stati Uniti di non stabilire basi militari nel territorio degli altri Stati dell’ex Unione Sovietica che non siano già membri della Nato e di evitare ulteriori adesioni degli ex Stati sovietici alla Nato. Stando così le cose, ha fatto sapere la diplomazia russa, “se non c’è almeno qualche margine di flessibilità su argomenti seri”, Mosca “non vede alcun motivo” per nuovi incontri con gli Stati Uniti e i loro alleati.

L’Alleanza Atlantica si è detta disponibile ad altri incontri perché “il rischio di un conflitto armato in Europa è molto concreto e bisogna prevenirlo”, e intanto ha mosso tutte le pedine europee a supporto della tesi secondo la quale Putin vorrebbe invadere l’Ucraina e userebbe il gas, attraverso la compagnia statale Gazprom, come arma politica nelle dispute in corso con i paesi occidentali.

“Il rischio di una guerra nell’area dell’Osce è più alto che negli ultimi trent’anni”, ha affermato il Presidente di turno dell’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa, il ministro degli Esteri polacco Zbigniew Rau, in apertura del Consiglio dell’Osce, di cui fanno parte 57 Paesi, fra cui Stati Uniti, Ucraina e Russia. “Non ci saranno negoziati sull’Ucraina sotto la pressione militare della Russia”, ha per parte sua affermato il capo della diplomazia dell’Unione Europea, Josep Borrell, riferendosi alle truppe russe presenti in Crimea.

Intanto, un gruppo di 25 senatori democratici, capeggiati da Bob Menendez, ha presentato una proposta di legge in “Difesa della sovranità dell’Ucraina” in caso di attacco della Russia. Il progetto prevede sanzioni contro Putin, il premier, esponenti militari, e dirigenti del settore bancario. Sanzioni contro un capo di Stato – ha commentato il portavoce del Cremlino – sono una misura equivalente a una rottura delle relazioni, “oltrepasserebbero un limite”.

Il senatore statunitense Menendez, che presiede il Comitato per le relazioni estere del Senato Usa, è noto per aver capeggiato le campagne contro Cuba, Venezuela e Nicaragua. Nel 2019, ha spinto affinché l’allora segretario di Stato, Mike Pompeo applicasse sanzioni contro Cuba, Venezuela, Nicaragua per le loro relazioni con la Russia. A dicembre del 2021, ha fatto firmare a Biden la Ley Renacer, per inasprire le sanzioni al Nicaragua, “colpevole” di aver organizzato le elezioni presidenziali del 7 novembre 2021, vinte nuovamente dal ticket presidenziale Daniel Ortega-Rosario Murillo.

Il senatore si è altresì adoperato affinché le misure coercitive unilaterali fossero adottate anche dai soci europei degli Stati Uniti e dal Canada e fossero accompagnate da altre sanzioni di carattere economico, tese a rivedere i prestiti accordati al governo nicaraguense dalle organizzazioni internazionali e a riconsiderare la partecipazione del Nicaragua al trattato di libero commercio che unisce vari paesi centroamericani agli Stati Uniti, prima potenza mondiale e primo mercato per le esportazioni nicaraguensi.

Le elezioni in Nicaragua e la partecipazione dei paesi latinoamericani all’assunzione d’incarico del presidente Ortega, sono state oggetto di frizioni anche all’interno della Celac, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici che comprende 33 paesi americani (32 da quando il Brasile di Bolsonaro si è ritirato), tranne Stati uniti e Canada. Il 7 gennaio, il vertice dell’organismo ha avuto al centro la ripresa dell’integrazione continentale, pur nelle differenze di vedute che muovono i governi di destra subalterni agli Usa, si è svolto a Buenos Aires e ha attribuito la presidenza pro-tempore all’Argentina.

L’opposizione iniziale del Nicaragua alla candidatura argentina è rientrata grazie alla mediazione di Cuba e Venezuela. Il governo sandinista aveva protestato perché, l’8 novembre, quello argentino aveva diffuso una dichiarazione invitando a boicottare le “elezioni fraudolente” a Managua e, il 13, aveva poi avallato un progetto di risoluzione presso l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), voluto dagli Stati Uniti e da altri 8 paesi. Poi, però, il governo di Alberto Fernández aveva deciso di inviare nuovamente il proprio ambasciatore a Managua, presente anche all’assunzione d’incarico di Ortega, e il conflitto era rientrato.

Il vertice Celac, che ha nuovamente levato la voce contro le misure coercitive unilaterali illegali, ha anche denunciato come alcuni dei paesi presenti, Colombia in primo luogo, fossero lì per conto terzi, ovvero per conto degli Stati Uniti. La Colombia, che pullula di basi militari statunitensi, dal 2018 è entrata nella Nato come “socio globale”, rompendo di fatto la dichiarazione emessa all’Avana nel 2014 dall’organismo continentale, con il quale si dichiarava la Celac “zona di pace”.

Aderendo all’Alleanza Atlantica, il governo colombiano (prima di Manuel Santos e ora di Ivan Duque) ha di fatto spianato la strada a qualsiasi manovra Nato sia dalle sue coste nell’Oceano Pacifico e in quello Atlantico, sia dalle frontiere con il Venezuela, il Brasile, l’Ecuador e Panama.

Al vertice di Buenos Aires, la rappresentante della Colombia ha difeso il ruolo dell’Osa e ha criticato le “dittature” di Ortega e Maduro. “Crediamo che il multilateralismo offra le migliori scelte”, ha detto riferendosi alle politiche statunitensi. Poi, tacendo vergognosamente sui massacri che si perpetuano all’ombra del narco-governo colombiano, ha ribadito l’importanza di rispettare i diritti umani nella regione e di mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti e il Canada.

Il Venezuela, attraverso il ministro degli Esteri Felix Plasencia, ha ribadito la proposta di creare una segreteria generale della Celac “per dare ancora più impulso all’interscambio tra tutti i paesi della regione”, e ha appoggiato la rivendicazione dell’Argentina nei confronti del Fondo Monetario Internazionale per liberarsi del debito contratto dal precedente governo Macri. Il vertice ha proposto 15 punti intorno ai quali lavorare nei mesi successivi. Tra questi, l’economia post-pandemia, la cooperazione spaziale, l’integrazione educativa, il rafforzamento istituzionale e la lotta alla corruzione.

“Facciamo tabula rasa e apriamo un nuovo file, e andiamo avanti cari fratelli nicaraguensi, costruendo la pace per combattere la povertà, costruendo la pace perché ci siano strade”, ha detto a Managua Daniel Ortega assumendo il suo quinto mandato da presidente, dopo essere stato eletto con il 75% dei voti. Un passo ulteriore verso il rafforzamento dell’Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra America (Alba-Tcp) e di Petrocaribe, nel quadro delle relazioni contro-egemoniche che disegnano un mondo multicentrico e multipolare.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/estero/22103-geraldina-colotti-i-tentacoli-della-nato-dall-europa-all-america-latina.html

Potere al Popolo (PaP) e Paolo Maddalena

di Ferdinando Pastore

Le forze politiche che in questi anni si sono trovate all’opposizione del sistema neo-liberale, quindi non tanto di uno specifico governo, ma di tutto l’impianto ideologico sottostante l’impalcatura della Governance dei mercati, per la prima volta sono riuscite ad esprimere un nome unitario per la Presidenza della Repubblica. Il fatto non è così scontato come apparentemente potrebbe apparire. Quell’area politica, poco rappresentata in Parlamento, conta su forze eterogenee, non tutte provenienti dalla tradizione socialista o comunista. Molte di esse fanno riferimento a quel radicalismo costituzionale che si è sviluppato nella coscienza popolare a seguito della sempre più invasiva gestione del Paese da parte delle istituzioni sovranazionali.

Con i suoi vincoli di bilancio e monetari, con le sue determinazioni di dottrina in netto contrasto con l’ispirazione sociale della Costituzione. In particolare l’accordo si è trovato sul Prof. Paolo Maddalena, ex Giudice della Corte Costituzionale. In questi anni Maddalena si è contraddistinto per le sue coraggiose prese di posizione, in netta controtendenza con il sapere giuridico dei nostri tempi, sempre accomodante con lo spirito di costituzionalizzazione del diritto privato.

L’ex Giudice Costituzionale ha partecipato a battaglie contro le delocalizzazioni, a difesa dei beni pubblici (non comuni, ma pubblici), contro l’invasione dei Trattati Europei. La sua attività non si è limitata nello snocciolare mere opinioni, ma si è resa partecipe di iniziative politiche a difesa della Carta, con uno spirito militante non comune. La presenza di Maddalena nelle lotte sociali, costituzionali e politiche ha dato legittimazione a quei movimenti, a quelle forze oggi escluse dal consesso dei soggetti parlanti nei mezzi di comunicazione. Di chi si è reso conto che il totalitarismo liberale è un sistema oppressivo quanto quelli novecenteschi più militarizzati. Paolo Maddalena è un cattolico che ha espresso anche pubbliche opinioni contro la legge 194. Si deve specificare che mai nella sua attività di Giudice Costituzionale ha posto in pericolo quella legge. Ma ha semplicemente dichiarato le sue perplessità umane e giuridiche. Personalmente non concordo con lui sul punto. Improvvisamente Potere al Popolo, che inizialmente aveva sostenuto la sua candidatura, spinto dalla rivolta interna del mondo femminista, ha ritirato il proprio appoggio. All’interno di PaP militano compagni che godono della mia stima, ma la stima personale non è una categoria politica. Potere al Popolo cade nel solito tranello sempre affascinante per un certo antagonismo di sinistra, anarco-libertario e decisamente parolaio. E commette due errori strategici. Il primo è considerare la battaglia costituzionale un’eventualità settaria, da condividere nella purezza della specie. In realtà si scorda proprio del carattere sovversivo dei sistemi di potere neo-liberali e di conseguenza dello spirito generalista e di Governo di quella lotta. Per questo condividerla con il mondo cattolico anti-liberista non solo appare utile ma si rende necessario per agganciarsi a una prospettiva di egemonia. Inoltre si rende partecipe di un classico equivoco che è alla base dell’irrilevanza della sinistra estrema. Considerare oggi il Potere come un apparato tipicamente conservatore o nostalgico nel quale la Chiesa cattolica è capace di influenzare le coscienze e il sistema/mondo sotto gli imperativi di Dio, Patria e Famiglia. Quindi non comprendendo che oggi la struttura dominante è tipicamente laicizzata. La finanziarizzazione dell’economia, il consumo di massa, si poggiano sulla mercificazione assoluta dell’esistenza e non concepiscono ostacoli etici, morali, religiosi e giuridici all’espansione delle logiche commerciali, speculative, mercantiliste. Perché questo avvenga occorre iniziare l’individuo a un’educazione di mercato, evolutiva e imprenditoriale. Non comprendere questo cambiamento di rotta nelle dinamiche capitaliste, significa trincerarsi dietro battaglie di retroguardia, superflue, che lo stesso Potere utilizza a proprio comodo, per pubblicizzare un progressismo di facciata, una propensione all’espansione dei diritto ad avere diritti, mentre sotterra in maniera propriamente reazionaria, una ad una, le conquiste sociali e democratiche dei movimenti operai e popolari. Si finisce così nella logica del centro-sinistra. Liberismo e libertarismo. Per essere nella sostanza una sinistra comoda del Partito Unico Liberale.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/22101-ferdinando-pastore-potere-al-popolo-pap-e-paolo-maddalena.html

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L’indignazione fa male alla salute, la volontà non può nulla. E allora? Passivismo unica via!

di Franco «Bifo» Berardi

da Cronaca della psicodeflazione

Indignatevi! è il titolo di un libro di Stéphane Hessel (2010) che ebbe una certa influenza negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando il movimento Occupy tentò di opporsi all’arroganza del ceto dominante e all’impoverimento che venne imposto alla società per ripagare il debito delle banche.

Ci indignammo in gran numero e marciammo nelle vie di New York, di Genova, del Cairo e di Hong Kong, ma l’automa finanziario prevalse, e la logica degli algoritmi costrinse i lavoratori a rinunciare a ogni residuo governo politico sulle vicende dell’economia. 

L’estate greca del 2015 fu il momento culminante dell’indignazione, ma anche dell’impotenza: il 62% degli elettori disse No alle ingiunzioni della finanza centrale europea, ma due giorni dopo Alexis Tsipras fu costretto a firmare l’imposizione depredatrice, e a quel punto tutti capimmo che la democrazia era finita proprio dove 25 secoli fa l’avevano inventata.

Da allora abbiamo continuato a indignarci, ma l’indignazione impotente fa male alla salute. E la salute della società è andata di male in peggio, soprattutto quella mentale. 

So che non è possibile liberarsi della rabbia con un gesto di volontà, ma è utile sapere che da decenni l’equilibrio mentale della popolazione è corroso dal combinato disposto di indignazione per l’intollerabile, e inesorabilità dell’impoverimento e dell’umiliazione prescritti dalla logica degli algoritmi finanziari. 

Poiché la volontà non può nulla contro un sistema di automatismi astratti, è utile elaborare la rabbia perché evolva in estraneità e quindi autonomia.

Umiliazione e rabbia impotente hanno alimentato per decenni un’epidemia psicotica accompagnata dalla massiccia diffusione degli oppiacei e di altre sostanze psicofarmacologiche che producono dipendenza. Poi è arrivato il Covid, e la crisi psichica dell’Occidente ora oscilla sul bordo di un collasso.

Negli Stati Uniti il numero di decessi per overdose di oppiacei sintetici come il Fentanil e l’Oxicontin ha superato il numero di vittime da armi da fuoco (che pure non sono poche in quel paese), e perfino il numero di morti in incidenti stradali. Quasi centomila morti per overdose da oppiacei nel 2020, 62.000 causati soltanto dal Fentanil, una pillola antidolorifica largamente consigliata dai medici con grande profitto degli azionisti di Big Pharma. In Italia il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2020. Dovremmo chiederci quindi se l’indignazione (reazione immediata all’intollerabile) sia la chiave morale e psicologica più adeguata dal punto di vista evolutivo per liberarsi dall’intollerabile, e forse dovremmo concludere che è ora di rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna di democrazia politica, e di espansione economica. 

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca

Abbandonare un orizzonte perché un altro orizzonte possa rivelarsi. L’orizzonte che si schiude all’alba dell’anno 2022 è più scuro che mai, ammesso che quella vecchia metafora della luce e del buio mantenga un po’ della sua forza evocativa. È scuro perché ci siamo resi conto del fatto che la ragione non può governare più il mondo, se mai lo ha governato; e la tecnica, seppur potentissima, non può nulla contro il tempo, contro la morte, e poco può contro il caos.

Nell’Introduzione a Dialettica dellIlluminismo scritta nel 1941, Horkheimer e Adorno colsero, sia pur con il loro linguaggio hegeliano, il nucleo della barbarie cui avevano assistito impotenti: “Non abbiamo il minimo dubbio che la libertà della società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme e quindi anche il suo rapporto alla verità.”

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca in quanto riduce la volontà degli uomini all’impotenza. 

Quando il neoliberismo ha cominciato a produrre i suoi effetti di precarietà, super-sfruttamento e solitudine estrema, è cresciuto un movimento neoreazionario su scala globale, che ha corroso la democrazia liberale ma si è alleato con il liberismo predatorio delle corporation. 

Cominciamo adesso a capire il senso della profezia di Gunther Anders, il quale, dopo Hiroshima e negli anni della proliferazione nucleare, preconizzava un ritorno del Nazismo: “Possiamo aspettarci che gli orrori del Reich futuro eclisseranno gli orrori del Reich del passato… quando un giorno i nostri figli o nipoti, orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri, gli apparirà come un esperimento minore e provinciale”. 

Prescrivere il sintomo

Quasi al termine della Grande Guerra, Sandor Ferenczi, psicoanalista e seguace di Freud, scrisse un testo (“Consulto medico”, in Opere, Vol. II) dove si interroga sulla possibilità di curare la patologia istintuale della civiltà europea che si manifesta nella forma della guerra generalizzata di cui negli anni precedenti si era fatta per la prima volta esperienza. 

Io non ho letto l’articolo e non ho modo di andarlo a cercare, ma me lo sono fatto raccontare da Salvo, un mio vecchio amico che nei primi anni Ottanta scrisse su A/traverso un articolo sul massacro di Jonestown (circa mille persone suicide).

La conclusione di Ferenczi è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. 

In effetti, negli scenari di catastrofe su grande scala le tecniche terapeutiche conosciute non sembrano funzionare. Si può curare la sofferenza dei singoli, ma come curare i moti di panico collettivo, le folle che si imbestialiscono, insomma il fascismo?

Big Pharma ha sfruttato l’epidemia psicotico-depressiva, e incassato somme favolose con la massiccia distribuzione di oppiacei, e la ricerca si orienta verso terapie chimiche che agiscono sull’individuo senza poter minimamente scalfire le radici collettive del dolore e del panico. 

Ma l’organismo sociale può sviluppare autonomamente strategie di terapia adattativa. Il panico può avere una funzione, come nel caso delle sentinelle volanti di alcuni stormi esposti al predatore: le sentinelle strepitano e innescano quello che appare un panico apparentemente disordinato, ma ha notevole efficacia difensiva perché confonde e vanifica la tattica dell’attaccante. E la depressione può avere la funzione di abbassare una tensione dolorosa, così da uscire lentamente dal turbine patogeno di infostimolazione. 

La modernità ha mobilitato tutte le energie della società, ma per far questo 

ci ha abituato a identificare negativamente la rassegnazione. Però sarebbe utile elaborare il significato di questa parola per scoprire la sua potenza curativa paradossale, e il suo potenziale politico liberatorio.

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte.

Prima di tutto, la rassegnazione è riconoscimento di qualcosa di inevitabile (come la morte), e può agire come antidoto al panico. Oggi, in una situazione di irreversibile deterioramento dell’ambiente planetario, si può ipotizzare che la sola salvezza dall’estinzione consista proprio in un abbassamento generale della tensione: una psicodeflazione generalizzata capace di provocare una riduzione di tutti i consumi, prima di tutto quelli energetici.

L’effetto lockdown (con le riduzioni nei consumi e nelle emissioni che ci furono nella primavera 2020) ci permette di immaginare una strategia per la decompressione. Riducendo l’ansia acquisitiva, la psicodeflazione può accompagnarsi a una redistribuzione egualitaria delle risorse, e con un’educazione alla frugalità su scala globale. Solo comunità autonome che abbandonano il gioco sociale possono avviare un processo di questo genere. Ma esistono le condizioni soggettive, culturali, psichiche?

E come è possibile crearle?

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte. La morte individuale è relegata in uno spazio di non visibilità, è rimossa dal discorso pubblico. Ma la pandemia ha riportato la morte sulla scena, e questa si presenta ora come l’orizzonte collettivo di una società profondamente ipocondriaca.

Ne Il suicidio e lanima (1964) James Hillman scrive: “Promuovere la vita è arrivato a significare prolungare la vita…. Ma la vita si può prolungare solo alle spese della morte”. Prolungare la vita a spese della morte significa che lo sforzo medico rivolto a prolungare la vita a tutti i costi ha l’effetto di impoverire la morte, di peggiorare la qualità della morte, riducendola a una sconfitta. E se riduciamo la morte a una sconfitta è la vita intera che perde senso, che si trasforma in una battaglia persa, in un declino umiliante.

Ma la morte non è affatto una sconfitta: essa piuttosto può essere re-significata come la perfezione della coscienza, come il trionfo della coscienza sulla realtà. Il compito della psicoanalisi, secondo Hillman, è anche questo: inscrivere coscientemente la morte nell’esistenza. La psicoanalisi non si riduce a mera psico-terapia: essa può dialogicamente dissipare l’illusione di eternità, può permetterci di comprendere il nulla come proiezione dell’esistenza cosciente. 

Uno spazio nuovo si rivela davanti alla psicoanalisi, dal momento che la politica non può nulla. È lo spazio della terapia paradossale, fondata sulla prescrizione del sintomo di cui parla Watzklawick in Pragmatica della comunicazione umana.

Se il sintomo è una depressione da impotenza, assumi l’impotenza come condizione, ascolta la lezione che la depressione contiene, riconosci la verità che la depressione ti suggerisce, e alla fine lascia che la depressione si dissolva senza dimenticarne l’insegnamento.

Infodemia

Deenan Pillay, professore di virologia all’University College di Londra, riporta al Guardian: “Omicron sembra capace di infettare il tratto respiratorio superiore, le cellule della gola. Là si moltiplica più rapidamente che nelle cellule dei polmoni. Diversi studi puntano in questa direzione. Se il virus produce più cellule nella gola questo lo rende più trasmissibile, e questo spiega la rapida diffusione di Omicron. Un virus capace di infettare i tessuti polmonari, al contrario è più pericoloso ma meno trasmissibile”.

Le autorità sanitarie avvertono: il pericolo principale dell’ondata Omicron sta nel fatto che il sistema sanitario rischia di nuovo di essere sopraffatto. 

Il governo italiano si è ben guardato dall’investire massicciamente sulla sanità pubblica, dal rafforzare gli organici medici e paramedici. Non c’è alcun piano di assunzioni, come qualsiasi persona sana di mente pensava sarebbe accaduto appena domata la prima onda del Covid. Sorprendente, ma non poi tanto, visto che il governo italiano, sostenuto dalla più ampia maggioranza di tutti i tempi, non è nato per rilanciare la sanità pubblica né per proteggere la salute dei cittadini, ma è nato per garantire la piena applicazione di principi liberisti che da quarant’anni impoveriscono la vita sociale. 

Perciò capisco che l’allarme ha motivazioni fondate: fondate soprattutto sul pregiudizio finanziario del quale l’osannatissimo presidente del consiglio è simbolo e strumento. La logica privatistica ha reso la variante Omicron più pericolosa di quanto non sia nella sua realtà biologica.

Di conseguenza, nonostante la sua minor letalità, la rapida diffusione di Omicron ha scatenato una nuova ondata di paura, e ha fatto scattare un automatismo psichico, alimentato dalla macchina mediatica: paura di rinunciare alla paura perché il trauma non è stato elaborato collettivamente. Questo suscita reazioni protettive che mentre tentano di arginare la diffusione del virus diffondono effetti di panico e di depressione.

Si potrebbe affermare che il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne. Ma parlare del virus non è un atto volontario, una scelta politica, come ingenuamente pensano i negazionisti no vax. È una reazione automatica dell’organismo sociale sottoposto all’allarme costante del sistema mediatico, che a sua volta reagisce automaticamente all’iper-sensibilizzazione della psiche collettiva. 

Possiamo parlare in proposito di “infodemia”, un disturbo ossessivo che si è impadronito del discorso pubblico e privato, e prima di tutto dei media.

Smetteremo di parlare di Covid solo quando avremo disattivato il circuito che dalla sfera biosanitaria, grazie all’inevitabile amplificazione mediatica, si trasferisce alla sfera psichica. La circolazione del virus non è soltanto un’infezione biologica, ma è anche riattivazione automatica di una reazione ipocondriaca e al limite panica.

L’ipersensibilizzazione provocata dalla proliferazione virale si sta evolvendo in una sorta di self-fulfilling prophecy: l’immaginario collettivo è attratto da una pulsione distopica che tende ad agire come profezia che si autorealizza.

Guardiamo le grandi produzioni del neo-cinema, o forse è meglio dell’iper-cinema. Guardiamo ai film che Netflix ha prodotto e distribuito globalmente nel secondo anno pandemico.

All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, La casa de papel fu la serie di maggior successo. Quella storia di una fanta-rapina avventurosa condotta fra gesti eroici e raffinatezze tecnologiche incontrò l’immaginazione eccitata dal virus, e la euforizzò per qualche mese. Nel lungo periodo però la psico-deflazione, l’abbassamento del ritmo dell’attività e l’annebbiamento delle prospettive di futuro, hanno prodotto un effetto che oscilla tra il panico di massa e la depressione individuale. 

La macchina immaginaria di Netflix ha prodotto alcuni scenari psicotici che hanno rapidamente incontrato una domanda di eccitazione depressiva.

Squid Game, Hellbound, e infine il film di Adam McKay, Dont Look Up

Nell’immaginario trans-pandemico, stordito da una successione di ondate psico-virali, rischia di innescare una spirale di annunciazioni del collasso finale che creano le condizioni psichiche dell’autoavverarsi. La relazione tra psicosi e realtà si fa sempre più stretta: la realtà viene filtrata e distorta da una psicosi che ha origini psico-mediatiche. Ma quando la psicosi si installa nella mente collettiva, è la psicosi che modella la realtà.

Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

Passivismo

Un possente movimento passivista può essere la via d’uscita dalla sindrome iper-produttiva e iper-comunicativa che ci ha portato al collasso. Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

In Oltre Biden: quale secondo tempo per il neo populismo? scrive Raffaele Sciortino: “Come ha scritto financo Paul Krugman: ‘quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima’. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 2021) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di ‘let’s do things while we still can’, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio – nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento – a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno ‘sciopero generale silenzioso’, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre ‘scioperato con i piedi’ lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro Stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense.”

Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di stare all’ascolto dei comportamenti che emergono dal caos virale con l’intenzione di trovare strategie di sopravvivenza e di cambiamento in una direzione che non è quella dell’opposizione al caos, ma proprio quella dell’assecondarlo. È la lezione che ho imparato da Guattari e Deleuze, che nell’ultimo capitolo del loro ultimo libro (Che cos’è la filosofia) ci avvertono che il caos può essere un pericoloso nemico se pensiamo di poterlo combattere, ma può anche diventare un alleato.

Gli operai americani che smettono di lavorare di per sé non sono una cosa buona né una cosa cattiva: sono un segnale di estraneità che si può e si deve trasformare in autonomia, dando un senso all’abbandono, alla passività, alla rassegnazione. 

Credo che questa sia la scommessa teorica del tempo che viene: come risignificare l’attività secondo un principio di utilità frugale e di godimento di un’esistenza libera dall’imperativo di funzionare.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.

FONTE: https://not.neroeditions.com/rassegnatevi-3/

Articoli precedenti:

Leggi tutto: https://not.neroeditions.com/category/cronaca-della-psicodeflazione/

Sta cambiando la narrazione sul covid?

L’ultima settimana è stata veramente ricca di notizie e di “inversioni a U” in materia di Covid e di gestione pandemica, al punto che possiamo ipotizzare che sia in corso un decisivo cambio di rotta nella narrazione mainstream. Vediamo di passare in rassegna le notizie principali:

di Thomas Fazi

– La notizia principale è senza dubbio la netta presa di posizione sia dell’OMS che dell’EMA contro i booster, ovverosia contro la politica dei richiami vaccinali ravvicinati permanenti. L’OMS ha dichiarato che è ormai evidente che i vaccini esistenti hanno un bassissimo impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione, soprattutto nei confronti di Omicron, e che «andrebbero sviluppati vaccini contro il Covid-19 che abbiano un alto impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione oltre che sulla prevenzione di malattie severe e morte». Fino a quel momento, secondo l’OMS, non ha senso continuare ad effettuare richiami con i vaccini esistenti. «Una strategia di vaccinazione basata su richiami ripetuti» dei vaccini attuali «non appare né appropriata né sostenibile», ha concluso l’OMS¹.

– Sull’incapacità del vaccino di fermare la trasmissione, da segnalare l’ennesimo studio, apparso su “The Lancet”, che conferma che «l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non risulta essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate». Una cosa che già si sa da tempo ma repetita iuvant².

– Sempre su questo punto, interessante la netta presa di posizione di Crisanti, secondo cui: «Come misura per bloccare la trasmissione i non vaccinati hanno un contributo marginale, la maggior parte dei casi, di questi 120.000 magari o di più, sono i vaccinati, sono loro che contribuiscono in maniera elevata a diffondere il virus. Per me c’è stato un corto circuito di comunicazione da parte del governo che ha sbagliato, è pur vero che i non vaccinati si ammalano e occupano posti in terapia intensiva, ma non sono loro la maggiore causa di trasmissione del virus, bensì i vaccinati»³.

– Sulla stessa linea dell’OMS, come si diceva, l’EMA, il cui capo della strategia vaccinale, Marco Cavaleri, ha dichiarato: «Sta emergendo una discussione sulla possibilità di somministrare una seconda dose booster con gli stessi vaccini attualmente in uso: non sono ancora stati generati dati a sostegno di questo approccio. Se l’uso dei richiami potrebbe essere considerato parte di un piano di emergenza, vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresenterebbero una strategia sostenibile a lungo termine. Non possiamo continuare con booster ogni 3-4 mesi»⁴.

– Sempre su questo tema abbiamo anche l’interessante dichiarazione di Sergio Abrignani, membro del Comitato Tecnico Scientifico (CTS), secondo cui un regime di vaccinazione ravvicinata permanente potrebbe addirittura avere effetti negativi in termini di immunizzazione: «Se si vaccina ogni 2-3 mesi per stimolare continuamente la risposta “effettrice”, dopo un po’ potrebbe ottenersi l’effetto contrario. Il sistema immunitario si potrebbe “anergizzare”. Si rischia l’effetto paradossale di “paralizzare” la risposta immunitaria»⁵.

– In controtendenza Pfizer (strano, eh?), che ha invece ha ribadito la sua opinione del tutto disinteressata secondo cui la variante Omicron necessaria rende necessaria quanto prima anche la quarta dose di vaccino (in seguito alla quale, è lecito supporre, si “renderà necessaria” la quinta dose e poi la sesta, e così via)⁶.

– L’altra notizia della settimana, poi, è la legittimazione, a livello di discorso mainstream, di quello che certi “cospirazionisti” dicono fin dal primo giorno: ovverosia che il numero dei ricoverati e dei decessi Covid è falsato dal fatto che, fin dall’inizio della pandemia, viene registrato come paziente/decesso Covid chiunque risulti positivo al momento dell’ospedalizzazione e/o del decesso, a prescindere dal reale motivo dell’ospedalizzazione e/o del decesso. Attenzione: qui non stiamo parlando del dibattito, piuttosto sterile, se una persona con patologie pregresse che muore perché il virus ha esacerbato le patologie in questione sia da considerarsi un morto per o con Covid. Qualcuno che avrebbe verosimilmente vissuto più a lungo nel caso in cui non avesse contratto il virus è da considerarsi un morto per Covid, per quanto mi riguarda (al netto della necessità di fare corretta informazione sulle fasce di età di età e sulle categorie che rischiano veramente dal Covid). No, qui stiamo parlando di una persona che entra in ospedale con una gamba rotta o che muore perché cade dal decimo piano di un palazzo e che viene classificato come paziente/decesso Covid solo perché positivo al momento dell’ingresso in ospedale o della morte. Cosa nota fin dall’inizio ma che non si poteva dire fino all’altro giorno, quando la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) ha sganciato la bomba, ammettendo che «un numero significativo di pazienti che arrivano in ospedale per altre malattie (traumi, tumori, scompensi cardiocircolatori) all’atto del ricovero, che prevede il tampone, vengono diagnosticati come casi positivi asintomatici e questo aumenta la pressione nelle aree Covid delle strutture sanitarie»⁷. Sempre la FIASO ha poi specificato che addirittura più del 30 per cento dei “pazienti Covid” non manifestano segni clinici, radiografici e laboratoristici di interessamento polmonare: ovverosia sono stati ricoverati non per il virus ma con il virus⁸. La diagnosi da infezione da SARS-CoV-2 è dunque occasionale.

– Una volta che questa verità di pulcinella è diventata di dominio pubblico e non più negabile, le virostar più intelligenti si sono affrettate a riposizionarsi. Tra questi anche Bassetti, solitamente in prima fila nell’alimentare la psicosi da Covid, che ha dichiarato: «Nei nostri reparti siamo ben oltre il 35 per cento di ricoverati che con il Covid-19 non c’entrano nulla. Non hanno della malattia nessun sintomo, ma solo la positività al tampone per l’ingresso in ospedale. Anzi, dirò di più, questo avviene anche nella registrazione dei decessi: se il paziente entra in ospedale per tutt’altro, ma è positivo e muore, viene automaticamente registrato sul modulo come decesso Covid. Sono numeri assolutamente falsati»⁹. È piuttosto curioso che Bassetti se ne accorga solo ora ma meglio tardi che mai, come si suol dire.

– Si arriva poi al caso della Lombardia, che ha addirittura dichiarato che da venerdì 14 comincerà a distinguere ufficialmente tra pazienti ammessi per e con Covid. In una nota, ha specificato che: «Si definisce affetto da malattia Covid solo il soggetto che positivo al test antigenico o molecolare presenti sintomatologia e diagnostica compatibile con la malattia Covid. I ricoverati per altra patologia che si positivizzino al Covid, ma senza sintomi di malattia Covid, attualmente devono essere isolati secondo le vigenti norme, ma non dovrebbero essere conteggiati come malati Covid»¹⁰.

– Sorprende che ci si siano voluti due anni per riconoscere un fatto così ovvio. Considerando che ogni giorno in Italia muoiono all’incirca 2.000 persone, è normale che una parte di questi risulti anche positiva. Il vero dato per capire l’impatto (diretto o indiretto) del Covid sui tassi di mortalità è quella della mortalità in eccesso rispetto agli anni pre-pandemia. Da questo punto di vista, al momento, per fortuna, la mortalità in Italia risulta essere più o meno in linea con quella del 2019, come si può verificare sul sito di EUROMOMO¹¹.

– Questo è senz’altro merito della protezione dalla malattia grave offerta dal vaccino nelle fasce di età e nelle categorie a rischio, ma anche della progressiva endemizzazione e “influenzizzazione” del Covid. Particolarmente interessante la dichiarazione del premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha reso nota l’intenzione della Spagna di cominciare a trattare il Covid come una «normale influenza» , rinunciando a tracciare e confinare chiunque risulti positivo al test ma monitorando la situazione controllando alcune zone a campione. Dato lo scarto che ormai si sta scavando tra numero di contagi e numero di morti per Covid, secondo Sanchez ci sono le condizioni per passare da un quadro di «pandemia» a uno di «malattia endemica» come è appunto l’influenza stagionale¹².

– Anche su questo punto si è subito accodato Bassetti, sempre attento a come tira il vento, che ha dichiarato che la nuova variante è più contagiosa ma causa meno ricoveri ordinari e in terapia intensiva, non solo per chi ha due dosi e booster, anche per chi non ne ha nessuna. In entrambi i casi, ha detto, siamo davanti a «una sorta di forma influenzale, un raffreddore». Ci sono due quadri, ha spiegato Bassetti, «con la Delta che nel vaccinato doppia dose o tripla dose causa una forma influenzale e di raffreddore rinforzato, e la Omicron sembra fare lo stesso nel non vaccinato»¹³.

– Infine, una pillola di ottimismo dall’estero, che però dà il senso del baratro politico e culturale in cui sia sprofondato il nostro paese. Ecco la comunicazione del governo giapponese ai propri cittadini in materia di vaccinazione anti-Covid: «Anche se incoraggiamo tutti i cittadini a ricevere la vaccinazione Covid-19, essa non è obbligatoria o forzata. La vaccinazione sarà eseguita solo con il consenso della persona da vaccinare dopo le informazioni fornite. Si prega di farsi vaccinare per decisione propria, comprendendo sia l’efficacia nella prevenzione delle malattia che il rischio di effetti collaterali. Nessuna vaccinazione sarà effettuata senza consenso. Per favore, non costringete nessuno sul vostro posto di lavoro o coloro che vi circondano ad essere vaccinati, e non discriminate coloro che non sono stati vaccinati»¹⁴. Che dire? Esistono ancora dei paesi in cui la civiltà è sopravvissuta alla pandemia.

– Alla luce di tutto questo, cosa fa il governo italiano? Cambia narrazione? Chiede scusa ai propri cittadini per il colossale fallimento della sua gestione pandemica? Figurarsi: continua ad inasprire le regole. È di questi giorni, infatti, la notizia di persone non vaccinate che non riescono a lasciare le isole per raggiungere la terraferma per curarsi o di persone che non riescono a tornare a casa sulle isole perché sprovviste di green pass¹⁵. Infine, un’altra previsione “cospirazionista” che rischia di divenire realtà. Come riporta il “Corriere della Sera”, dall’1 febbraio i non vaccinati rischiano di perdere il reddito di cittadinanza a meno che non si vaccinino o non si sottopongano a tamponi regolari. Dall’articolo in questione: «Chi percepisce il reddito di cittadinanza è obbligato a frequentare i Centri per l’impiego. Pena la decadenza del diritto all’assegno. Ma per entrare nei CPI bisogna esibire il green pass. Dunque, di fatto, i percettori del reddito di cittadinanza che non si sono vaccinati si vedranno negare il sostegno, a meno che non facciano un tampone»¹⁶.

Per oggi dal Draghistan è tutto. Per fortuna il resto del mondo sembra andare in una direzione diversa dalla nostra.


Note
¹ https://www.ansa.it/…/loms-servono-vaccini-nuovi-non….
² https://www.thelancet.com/…/PIIS1473-3099(21…/fulltext.
³ https://www.notizie.com/…/esclusiva-crisanti-non-sono…/.
https://www.agi.it/…/ema-avverte-non-possiamo…/.
https://www.corriere.it/…/contro-covid-serviranno….
https://www.corrieredellosport.it/…/_tre_dosi_non….
https://www.fiaso.it/…/Monitoraggio-ospedali-sentinella….
https://www.ansa.it/…/fiaso-34-positivi-ricoverati-non….
https://www.quotidiano.net/…/morti-covid-italia….
¹⁰ https://www.quotidianopiemontese.it/…/DEFINIZIONE….
¹¹ https://www.euromomo.eu/graphs-and-maps.
¹² https://www.corriere.it/…/spagna-vuole-trattare-covid….
¹³ https://www.iltempo.it/…/variante-omicron-matteo…/.
¹⁴ https://www.mhlw.go.jp/stf/covid-19/vaccine.html….
¹⁵ https://ildiariometropolitano.it/…/52042-lipari-le….
¹⁶ https://www.corriere.it/…/reddito-cittadinanza-green….

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/22045-thomas-fazi-sta-cambiando-la-narrazione-sul-covid.html

La Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO e queste promesse non sono state mantenute

  • Gli eventi di tre decenni fa perseguitano la politica del presente

di Tarik Cyril Amar, storico tedesco dell’Università Koç di Istanbul che lavora su Russia, Ucraina ed Europa dell’Est, sulla storia della Seconda Guerra Mondiale, sulla Guerra Fredda culturale e sulla politica della memoria. Scrive su Twitter a @tarikcyrilamar.

Con la Russia che sfida l’unilateralismo occidentale in un modo che non si vedeva dalla fine dell’Unione Sovietica, due grandi questioni continuano a venire alla ribalta. Entrambe, sembra, sono centrate sul blocco militare di punta dell’America, la NATO.

In primo luogo, c’è l’affermazione di Mosca che c’era una promessa occidentale di non espandere la NATO oltre la sua area di guerra fredda. In secondo luogo, c’è l’affermazione occidentale che la NATO non può, e tanto meno non vuole, porre fine all’ammissione di nuovi stati membri.

Questa non è semplice retorica; questi sono punti cruciali. L’insistenza della Russia su una revisione approfondita e un reset completo e codificato delle relazioni di sicurezza post-Guerra Fredda con l’Occidente si basa sulla sua affermazione che le precedenti assicurazioni occidentali sono state infrante. Le chiacchiere e le promesse informali, dice il Cremlino, non sono più sufficienti perché si sono rivelate inaffidabili. Dall’altro lato della disputa, l’Occidente sta respingendo una richiesta chiave russa – fermare l’espansione della NATO – trincerandosi dietro la sua affermazione che la NATO deve semplicemente tenere la porta aperta a nuovi membri.

Entrambe le affermazioni possono essere verificate. Diamo un’occhiata ai fatti. Mosca ha ragione nell’affermare che l’Occidente non ha mantenuto le sue promesse.

Tali promesse sono state fatte due volte alla Russia, come dato di fatto. Nel 1990, durante i negoziati per l’unificazione della Germania dell’Ovest e dell’Est, e poi, di nuovo, nel 1993, quando la NATO stava estendendo la sua politica di Partnership for Peace verso est. In entrambi i casi, le assicurazioni furono date dai segretari di stato americani, James Baker e Warren Christopher, rispettivamente. E in entrambi i casi, si sono presi la responsabilità di parlare, in effetti, per tutta la NATO.

Nonostante le prove evidenti, ci sono ancora pubblicisti occidentali e persino politici attivi che negano o relativizzano questi fatti, come, per esempio, il rievocatore della guerra fredda ed ex ambasciatore americano in Russia Michael McFaul. Affrontiamo le loro obiezioni.

Per quanto riguarda le promesse del 1993, il caso è estremamente semplice. Come Angela Stent – un’esperta di politica estera americana ampiamente riconosciuta e praticante senza pregiudizi a favore della Russia – ha riassunto nel 2019, due “ambasciatori statunitensi… hanno poi ammesso che Washington ha rinnegato le sue promesse” – del 1993, cioè – “offrendo successivamente l’adesione all’Europa centrale.” L’allora presidente russo Boris “Eltsin aveva ragione di credere che le promesse esplicite fatte… sul fatto che la NATO non si sarebbe allargata in un futuro prevedibile sono state infrante quando l’amministrazione Clinton ha deciso di offrire l’adesione” – e non solo il partenariato, come Christopher aveva assicurato a Eltsin – “all’Europa centrale.”

Il caso del 1990 è un po’ più complicato, ma non molto. Anche lì, la prova di una promessa esplicita è chiara. Ecco il massimo esperto americano, Joshua Shifrinson – come Stent al di là di ogni sospetto di favorire la Russia – sulla questione, scrivendo nel 2016:

“All’inizio del febbraio 1990, i leader statunitensi fecero un’offerta ai sovietici… Il Segretario di Stato James Baker suggerì che in cambio della cooperazione sulla Germania, [gli] Stati Uniti potevano dare “garanzie di ferro” che la NATO non si sarebbe espansa “di un centimetro verso est”… Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov accettò di iniziare i colloqui per la riunificazione. Nessun accordo formale è stato raggiunto, ma da tutte le prove, il quid pro quo era chiaro: Gorbaciov ha accettato l’allineamento occidentale della Germania e gli Stati Uniti avrebbero limitato l’espansione della NATO”.

Per essere chiari, Shifrinson, uno studioso attento, ha anche spiegato che i negoziatori e i leader americani hanno iniziato a tornare indietro su questa promessa molto rapidamente. Ma questo non fa alcuna differenza rispetto a due fatti: Primo, la promessa è stata fatta, e la tempistica suggerisce fortemente che ha avuto importanza per l’acquiescenza della Russia all’unificazione tedesca a condizioni interamente occidentali. In altre parole: Mosca ha mantenuto la sua parte dell’accordo, l’Occidente no. In secondo luogo, anche mentre si faceva rapidamente marcia indietro internamente, i politici americani hanno continuato a dare alla Russia la – falsa – impressione che i suoi interessi di sicurezza sarebbero stati considerati. In altre parole, la promessa iniziale – e consequenziale – non è stata solo infranta; l’inganno è stato seguito da un inganno ancora maggiore.

I rappresentanti dell’Occidente che ancora negano ciò che è successo nel 1990, come Mark Kramer, per esempio, citano spesso anche l’ex presidente sovietico Gorbaciov: egli ha dichiarato, dopo tutto, che la famigerata promessa di “non un pollice” si riferiva strettamente solo alla Germania dell’Est. Quindi, sostengono i difensori dell’Occidente, non si trattava affatto della NATO oltre la Germania dell’Est.

Francamente, anche se popolare, questo è un argomento straordinariamente sciocco: In primo luogo, Gorbaciov ha un comprensibile interesse a non essere ritenuto responsabile del fiasco della politica di sicurezza che ha permesso alla NATO di espandersi a suo piacimento. In secondo luogo, anche se i negoziati del 1990 riguardavano strettamente la Germania dell’Est, ricordate il loro contesto reale: L’Unione Sovietica era ancora lì e così il Patto di Varsavia. Quindi, due cose sono ovvie – a patto che tutti discutiamo in buona fede: Primo, in termini specifici, la promessa del 1990 poteva riguardare solo la Germania dell’Est. E, secondo, implicava chiaramente che tutto ciò che si trovava a est della Germania dell’Est sarebbe stato, semmai, ancora più – non meno – off-limits per la NATO.

Un’altra linea di difesa occidentale può essere descritta solo come fondamentalmente disonesta: la NATO stessa – e apparentemente anche l’attuale segretario di stato americano Antony Blinken – ora improvvisamente ricordano che “gli alleati della NATO prendono decisioni per consenso e queste sono registrate. Non c’è nessuna registrazione di una tale decisione presa dalla NATO. Le assicurazioni personali dei singoli leader non possono sostituire il consenso dell’Alleanza e non costituiscono un accordo formale della NATO”.

Sembra fantastico! Se solo James Baker e Christopher Warren l’avessero saputo quando hanno fatto le loro promesse sulla NATO a Gorbaciov e poi a Eltsin!

Seriamente? Due segretari di stato americani si rivolgono a Mosca come se avessero il diritto di parlare per la NATO e plasmarla. Mosca, molto plausibilmente – dato il modo in cui funziona realmente la NATO – presume che possano farlo. E quando queste promesse non vengono mantenute, è un problema della Russia? Notizia flash: se si segue davvero questa logica contorta, si sarebbe giustificata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan come “aiuto fraterno”. Perché formalmente è quello che “era”.

Che dire dell’affermazione dell’Occidente che la NATO deve mantenere una politica di “porte aperte”, o, detto diversamente, non può assolutamente concordare con la Russia di smettere di espandersi? Questa affermazione, a differenza di quella di Mosca sulle promesse della NATO, non è corretta. Ecco perché:

La NATO sostiene che la sua incapacità di chiudere le sue porte è basata sul trattato NATO, la sua costituzione, per così dire. Ecco l’argomentazione della NATO in originale:

“La ‘politica della porta aperta’ della NATO si basa sull’articolo 10 del documento fondatore dell’Alleanza, il Trattato del Nord Atlantico”, che “afferma che l’adesione alla NATO è aperta a qualsiasi ‘Stato europeo in grado di promuovere i principi del presente trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico’”. E che “qualsiasi decisione sull’allargamento deve essere presa ‘all’unanimità’… Negli ultimi 72 anni, 30 paesi hanno scelto liberamente, e in conformità con i loro processi democratici interni, di entrare nella NATO. Questa è la loro scelta sovrana”.

Se tutto ciò fosse corretto, sarebbe ancora una forzatura credere che tali cose non possano mai essere cambiate – come se fossero una forza naturale simile alla gravità – ma, almeno, potremmo capire perché è una sfida fare tali cambiamenti.

Eppure, in realtà, in questo caso non c’è motivo di accettare l’interpretazione sorprendentemente inverosimile e incoerente della NATO del suo stesso documento fondatore. Perché ciò che l’articolo 10 dice in realtà è che la porta è aperta a ogni stato europeo che può “contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico” e che l’ammissione di qualsiasi stato al blocco può avvenire solo con il “consenso unanime” di tutti gli attuali membri della NATO.

Niente di tutto questo, in realtà, contraddice la possibilità che la NATO un giorno dichiari che per il futuro (illimitato o con date precise) nessun altro stato può contribuire alla sua sicurezza e quindi nessun altro stato può essere ammesso. La NATO avrebbe tutto il diritto di farlo; e l’articolo 10 andrebbe perfettamente bene.
Detto diversamente: La “politica della porta aperta” della NATO è esattamente questo: una politica. Non è una legge naturale e nemmeno qualcosa che la NATO è obbligata a fare dal suo stesso documento costitutivo (che comunque non vincolerebbe nessun altro, in realtà). Una politica, tuttavia, è ovviamente aperta alla revisione. Le affermazioni della NATO che “non può” smettere di ammettere è, quindi, strettamente insensata. In realtà, sceglie di non voler smettere di ammettere, purtroppo.

In sintesi, la Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO, e queste promesse non sono state mantenute. La NATO ha torto: può, in realtà, chiudere la porta, solo che non ne ha voglia.

Queste cose, in realtà, non sono difficili da capire. Quindi, ciò che è forse più preoccupante delle narrazioni occidentali attualmente dominanti su questi temi non è nemmeno che siano errate, ma che, apparentemente, parti delle élite occidentali, intellettuali e politiche, credono davvero alle loro stesse sciocchezze. Ma speriamo che stiano deliberatamente distorcendo la verità. Perché altrimenti hanno iniziato a credere alla loro stessa propaganda. E se questo è il caso, è molto difficile vedere come i negoziati potranno mai avere successo.

Russia is right: The West promised not to enlarge NATO & these promises were broken

  • The events of three decades ago are haunting the politics of the present

By Tarik Cyril Amar, a historian from Germany at Koç University in Istanbul working on Russia, Ukraine, and Eastern Europe, the history of World War II, the cultural Cold War, and the politics of memory. He tweets at @tarikcyrilamar.

With Russia challenging Western unilateralism in a way not seen since the end of the Soviet Union, two major issues keep coming to the fore. Both, it seems, are centered on America’s flagship military bloc, NATO.

First, there is Moscow’s claim that there was a Western promise not to expand NATO beyond its Cold War area. Second, there is a Western claim that NATO cannot, let alone will not, put an end to admitting new member states. 

This is no mere rhetoric; these are crucial points. Russia’s insistence on a thorough review and comprehensive, bindingly codified reset of post-Cold War security relations with the West hinges on its claim that prior Western assurances were broken. Talk and informal promises, the Kremlin says, are not enough anymore because they have turned out to be unreliable. On the other side of the quarrel, the West is rejecting a Russian key demand – to stop NATO expansion – by entrenching itself behind its claim that NATO simply must keep the door open to new members. 

Both claims can be verified. Let’s take a look at the facts. Moscow is right in its assertion that the West has broken its promises.

Such pledges were made twice to Russia, as a matter of fact. In 1990, during the negotiations over the unification of West and East Germany, and then, again, in 1993, when NATO was extending its Partnership for Peace policy eastward. In both cases, the assurances were given by US secretaries of state, James Baker and Warren Christopher, respectively. And in both cases, they took it upon themselves to speak, in effect, for NATO as a whole.

Despite clear evidence, there are still Western publicists and even active politicians who deny or relativize these facts, such as, for instance, Cold War Re-Enactor and former American ambassador to Russia Michael McFaul. Let’s address their objections.

Regarding the 1993 promises, the case is extremely simple. As Angela Stent – a widely recognized American foreign policy expert and practitioner with no bias in Russia’s favor – has summarized it in 2019, two “US ambassadors… later admitted that Washington reneged on its promises” – of 1993, that is – “by subsequently offering membership to Central Europe.” Then-Russian president Boris “Yeltsin was correct in believing that explicit promises made… about NATO not enlarging for the foreseeable future were broken when the Clinton administration decided to offer membership,” – and not merely partnership, as Christopher had assured Yeltsin – “to Central Europe.”   

The 1990 case is a little more complicated, but not much. There, too, the evidence for an explicit promise is clear. Here is the foremost American expert, Joshua Shifrinson – like Stent beyond any suspicion of favoring Russia – on the issue, writing in 2016:  

“In early February 1990, U.S. leaders made the Soviets an offer… Secretary of State James Baker suggested that in exchange for cooperation on Germany, [the] U.S. could make ‘iron-clad guarantees’ that NATO would not expand ‘one inch eastward.’… Soviet President Mikhail Gorbachev agreed to begin reunification talks. No formal deal was struck, but from all the evidence, the quid pro quo was clear: Gorbachev acceded to Germany’s western alignment and the U.S. would limit NATO’s expansion.”

To be clear, Shifrinson, a careful scholar, has also explained that American negotiators and leaders started going back on this promise very quickly. But that makes zero difference to two facts: First, the promise was made, and timing suggests strongly that it mattered to Russia’s acquiescence to German unification on entirely Western terms. In other words: Moscow kept its part of the deal, the West did not. Second, even while rapidly backpedaling internally, American politicians continued to give Russia the – false – impression that its security interests would be considered. Put differently, the initial – and consequential – promise was not only broken; the deception was followed up with even more deception.

Those representatives of the West still in denial of what happened in 1990, such as Mark Kramer, for instance, also often quote former Soviet president Gorbachev: He has stated, after all, that the infamous “not-one-inch” promise referred strictly to East Germany only. Hence, the West’s defenders argue, it wasn’t about NATO beyond East Germany at all.  READ MORE: Can Russia do a deal with the West?

Frankly, though popular, that is an extraordinarily silly argument: First, Gorbachev has an understandable interest in not being held responsible for the security-policy fiasco of letting NATO expand as it liked. Secondly, even if the 1990 negotiations were strictly about East Germany, please remember their real context: The Soviet Union was still there and so was the Warsaw Pact. Thus, two things are obvious – as long as we all argue in good faith: First, in specific terms, the 1990 promise could only be about East Germany. And, second, it of course clearly implied that anything east of East Germany would be, if anything, even more – not less – off-limits to NATO.

Another line of Western defense can only be described as fundamentally dishonest: NATO itself – and apparently the current American secretary of state Antony Blinken as well – now quite suddenly remember that “NATO Allies take decisions by consensus and these are recorded. There is no record of any such decision taken by NATO. Personal assurances from individual leaders cannot replace Alliance consensus and do not constitute formal NATO agreement.” 

That sounds great! If only James Baker and Christopher Warren had known about it when making their promises about NATO to Gorbachev and then Yeltsin!

Seriously? Two US secretaries of state address Moscow as if they had the right to speak for and shape NATO. Moscow, very plausibly – given the way NATO really works – assumes that they can. And when these promises are then broken, that is Russia’s problem? News flash: If you really follow that twisted logic, you would have justified the Soviet invasion of Afghanistan as “fraternal help” as well. Because formally that’s what it “was.”

What about the West’s contention that NATO must maintain an “open door” policy, or, put differently, cannot possibly agree with Russia to stop expanding? That claim, unlike Moscow’s about NATO promises, is incorrect. Here’s why:

NATO argues that its inability to ever close its doors is based on the NATO treaty, its constitution, as it were. Here is NATO’s argument in the original:

“NATO’s ‘Open Door Policy’ is based on Article 10 of the Alliance’s founding document, the North Atlantic Treaty,” which “states that NATO membership is open to any ‘European state in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area’.” And that “any decision on enlargement must be made ‘by unanimous agreement.’… Over the past 72 years, 30 countries have chosen freely, and in accordance with their domestic democratic processes, to join NATO. This is their sovereign choice.” 

If all of the above were correct, it would still be a stretch to believe that such things can never be changed – as if they were a natural force akin to gravity – but, at least, we could understand why it is a challenge to make such changes.

Yet, in reality, in this case there is no reason to accept NATO’s surprisingly far-fetched and inconsistent interpretation of its own founding document. Because what Article 10 actually says is that the door is open to every European state that can “contribute to the security of the North Atlantic area” and that the admission of any such state to the bloc can only happen by the “unanimous consent” of all current NATO members. 

None of this, actually, contradicts the possibility of NATO one day stating that for the future (unlimited or with precise dates) no further states can possibly help “contribute” to its security and therefore no further states can be admitted. NATO would be entirely within its rights doing so; and Article 10 would be perfectly fine.  READ MORE: Russia & NATO fail to find common ground – Moscow

Regarding NATO’s statement that it is every European state’s sovereign right to “join,” it does not withstand elementary scrutiny: If that were so, then both the “unanimous consent” of all current members and the distinction between applying and joining would be meaningless. That is an obviously absurd position. In reality, states have a right to apply, not to join – by NATO’s own rules, which someone at NATO seems to very badly misunderstand. 

Put differently: NATO’s “Open Door Policy” is exactly that: a policy. It is not a natural law or even something that NATO is obliged to do by its own founding document (which would still not bind anyone else, actually). A policy, however, is, of course, open to revision. NATO’s claims that it “cannot” stop admitting is, therefore, strictly nonsensical. In reality, it chooses not to want to stop admitting, unfortunately.

In sum, Russia is right: The West promised not to enlarge NATO, and these promises were broken. NATO is wrong: It can, actually, shut the door; it just doesn’t feel like it.

These things are, actually, not hard to grasp. Hence, what is perhaps most worrying about the currently dominant Western narratives on these issues is not even that they are incorrect but that, apparently, parts of the Western elites, intellectual and political, really believe their own nonsense. But let’s hope they are deliberately distorting the truth. Because otherwise they have started buying into their own propaganda. And if that is the case, it is very hard to see how negotiations will ever succeed.

FONTE: https://www.rt.com/russia/546074-russia-nato-relations-lie/

L’infodemia sul green pass stende un velo sul conflitto sociale

Ferma la costituzionalità relativa alla legittimità dell’obbligo vaccinale, dobbiamo interrogarci sulla pervasività della discussione che lascia fuori tutto il resto

di Alessandra Algostino*

La discussione attorno al green pass e all’obbligo vaccinale continua a stringere in una cappa asfissiante il dibattito pubblico, emblema di una, non innocente, infodemia. Non si intende sminuire la gravità dell’epidemia né la necessità di una attenzione (critica) ai provvedimenti adottati (in sé e in quanto rischiano di normalizzare restrizioni eccezionali e temporanee): sul punto, nella prospettiva di una democrazia solidale, si è ragionato più volte in queste pagine.

Fermo il quadro costituzionale relativo alla legittimità dell’obbligo vaccinale, così come delle limitazioni dei diritti, certo si può annotare come nella selva oscura di disposizioni viepiù caotiche, smarrendo proporzionalità e ragionevolezza, si possano annidare distinzioni arbitrarie e suscettibili di amplificare le diseguaglianze. Tuttavia, il nodo è un altro: è la pervasività e insieme la polarizzazione della discussione attorno al green pass in sé che interroga la democrazia, come pluralista, conflittuale e sociale.

La questione del “green pass” svia l’attenzione da una sindemia che ha acuito le diseguaglianze e dai contenuti di un Piano nazionale di ripresa e resilienza che, nel pretendere di forgiare il corso dei prossimi anni, agisce come se l’unico destino possibile fosse un neoliberismo, che, a fisarmonica, richiede politiche di austerity o di welfare autoreferenziale, in totale spregio di un progetto di futuro, quello della Costituzione (mai nemmeno menzionata).

Il Pnrr è assunto come una regalia nei confronti della quale nutrire unicamente un atteggiamento riconoscente. Non si discute della sua impostazione, ordoliberale, del suo netto sbilanciamento sulle imprese (in una Repubblica fondata sul lavoro…) e della centralità della concorrenza, che relega la giustizia sociale a eventuale effetto collaterale (la concorrenza «può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale» si legge nella Premessa del Piano).

Ugualmente, non si mette in discussione il disinvestimento nella sanità, il suo modello aziendalista, la sua privatizzazione e regionalizzazione, nonostante gli ultimi due anni ne abbiano mostrato fuori di ogni dubbio gli effetti nefasti: la soluzione sono i vaccini e il green pass. Senza negare la loro utilità, essi non possono divenire un alibi, la panacea per risolvere tutti i mali.

L’elenco degli elementi mancanti nel dibattito politico è lungo: la Legge di Bilancio, che evoca ad un tempo il tracollo della democrazia politica, scendendo ulteriormente la china di un Parlamento esautorato e prono, e della democrazia sociale; e poi, la politica industriale, dove a delocalizzazioni selvagge si oppone una debole proceduralizzazione, molto distante dal controllo e dalla programmazione che il costituente immaginava (art. 41, c. 2-3, Cost.), ignorando quanto nasce nella vivacità del conflitto (la proposta di legge elaborata dagli operai della Gkn con i giuristi democratici); il lavoro, che aumenta solo in forme precarie e servili, ….

Ad ipotecare o a trasformare il presente non è il green pass, semplice o super: occorre rimettere al centro la questione dell’eguaglianza, della giustizia sociale ed ambientale, ovvero del modello di sviluppo e di società, ripartire dalla centralità dei conflitti intorno alle materialità delle condizioni dell’esistenza.

Focalizzarsi sul green pass rischia di rivelarsi una trappola, in quanto mistifica la necessità di trasformare l’esistente. Non solo: la polarizzazione sul green pass è una trappola anche in quanto distrae il conflitto sociale attraverso la creazione di un nemico.
Le proteste no green pass, oltre ad essere embedded rispetto alla razionalità dominante nell’adesione ad una libertà senza limiti (senza uguaglianza, senza solidarietà) e, per inciso, oltre a nascere proprio nel disagio e nella disgregazione sociale che essa ha prodotto, integrano ottimamente la figura del nemico; e il nemico compatta la società e occulta il conflitto sociale.

La loro criminalizzazione, inoltre, crea un humus favorevole alla lettura di ogni protesta come azione irresponsabile e nociva per la società, delegittimando il dissenso. Non è solo un timore, i movimenti sociali e i lavoratori da anni conoscono la repressione, e il coro di smodate critiche allo sciopero generale del 16 dicembre è emblematico. È la “democrazia senza conflitto”: un ossimoro, perché la democrazia pacificata in quanto nega l’esistenza del conflitto è un simulacro di se stessa. E tutto ricorda una volta di più che la chiave è la lotta per una democrazia, come quella della Costituzione, pluralista, conflittuale e sociale.

*(docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia diretta con particolare attenzione alla loro concreta attuazione)

FONTE: https://ilmanifesto.it/linfodemia-sul-green-pass-stende-un-velo-sul-conflitto-sociale/

I partigiani del nulla

Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

di Domenico Gallo

Sabato 8 gennaio si è svolta a Torino una singolare manifestazione di protesta contro le misure nazionali anticovid, promossa dalla Commissione DuPre (Dubbio e precauzione), fondata a dicembre da Ugo Mattei con Carlo Freccero, Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. Sul palco è salito Ugo Mattei, professore di diritto civile, noto a sinistra per aver promosso con altri il referendum per l’acqua pubblica e per essere stato vicepresidente della Commissione Rodotà incaricata della riforma delle norme del codice civile sui beni comuni. Evidentemente la salute pubblica per Mattei ed i suoi seguaci non rientra più nei beni comuni, ma non ci interessa il percorso tortuoso che ha portato il professore torinese a divenire idolo e ideologo del movimento dei no vax, quello che ha suscitato scalpore è il tenore esasperato della comunicazione pubblica. Dopo la sfilata a Novara dei no vax, travestiti da deportati nei campi di sterminio, il prof. Mattei, contestando il green pass per gli autobus, aveva invocato la protesta dei negri americani contro le pratiche di apartheid  e richiamato il gesto di Rosa Parks a Montgomery in Alabama. Sabato scorso, nella prima manifestazione contro l’obbligo vaccinale per gli over 50 e il lasciapassare verde, dal palco di Piazza Castello Mattei ha annunciato la rinascita del “Comitato di liberazione nazionale”. Ha proclamato che il “CLN” vuole emulare i movimenti e i partiti che diressero e coordinarono la Resistenza contro gli occupanti tedeschi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale. E si è paragonato proprio a quegli insegnanti che non giurarono fedeltà al regime fascista. “Probabilmente non rivedrò mai più i miei studenti perché non ho intenzione di giurare al draghismo. Quindi sarò sospeso dall’insegnamento. Farò quello che fecero i dodici professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento imposto dal regime. Sono maestri che non piegarono la schiena. A loro dedico la rinascita del Comitato di Liberazione Nazionale”.

Contro questa sceneggiata è insorta la Federazione Italiana delle Associazioni partigiane del Piemonte con un duro comunicato in cui osserva che la pretesa dei no vax di costituire un nuovo CLN offende la storia del movimento partigiano: “Il Comitato di Liberazione Nazionale è una storia di grandezze e eroismi, di scelte coraggiose da cui è nata l’Italia democratica, ponendo fine alla ventennale dittatura fascista e attraversando una sciagurata guerra voluta dal regime mussoliniano. Per tali ragioni – prosegue il comunicato – non dimenticando anche lo scellerato parallelo affermato da persone aderenti a questi movimenti irresponsabili no vax tra la condizione di chi irragionevolmente rifiuta il vaccino, esponendo se stesso e gli altri al propagarsi del contagio e di eventi letali e intasando le strutture sanitarie  sotto stress e gli internati nei lager nazisti,  è intollerabile e inaccettabile l’utilizzo indecente che si  ritiene di poter fare di una storia così importante per il nostro Paese quale fu la Resistenza”.

E’ più che comprensibile l’indignazione dei partigiani veri contro quest’uso cialtronesco della storia, ma il problema politico è un altro. Il malessere diffuso, generato dai guasti economico sociali provocati dalla pandemia e la perdita di fiducia nel futuro hanno provocato un’onda di irrazionalità che risale dal profondo della società. Se, come ha rilevato il CENSIS nell’ultimo rapporto, il 31,4% degli italiani oggi si dice convinto che il vaccino è un farmaco sperimentale e che quindi le persone che si vaccinano fanno da cavie, se il 10,9% sostiene che il vaccino è inutile e inefficace, mentre per il 5,9% (cioè circa 3 milioni di persone) il Covid-19 semplicemente non esiste, se il 5,8% sostiene che la Terra è piatta, è evidente che un forte vento di irrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale, sia a livello individuale, sia a livello dei movimenti collettivi di protesta.  Quando si costruisce un movimento politico sulle paranoie e sulla fuga dalla realtà, si intraprende una lotta contro i mulini a vento che si può trasformare in una formidabile arma di distrazione di massa. Così mentre, per un verso, alcuni combattono eroicamente per la libertà di non vaccinarsi e di fare ciascuno come gli pare, altri, per altro verso, più scaltramente, attribuiscono ai no vax la responsabilità dei fallimenti della politica. Invece è necessario e urgente mettere al centro del dibattito politico e della partecipazione popolare i problemi reali che riguardano le scelte che incidono sulla nostra condizione umana e pregiudicano il futuro. Se gli ospedali sono intasati, se, come ci avverte la Società italiana di chirurgia, negli ospedali sono rinviati otto interventi su dieci e la situazione delle liste d’attesa è terrificante, la responsabilità non è solo dei no vax che intasano le strutture sanitarie, ma al fondo ci sono le scelte di non rafforzare la sanità pubblica, che è rimasta la cenerentola del PNRR. Se l’occupazione cresce solo per la crescita del lavoro precario, la responsabilità è delle non scelte della politica in materia di governo del mercato del lavoro. Contestualmente al non incremento della spesa sanitaria, Governo e Parlamento hanno deciso, sotto dickat della NATO, l’incremento della spesa militare, che toccherà quest’anno il record di 26 miliardi euro, con un incremento di quasi 5 miliardi rispetto al periodo pre-pandemico, mentre le basi di Aviano e Ghedi si apprestano ad ospitare le nuove bombe nucleari americane B61-11. Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/01/i-partigiani-del-nulla/

La festa (imperiale) delle corporation della guerra è finita. Sulla fuga da Kabul.

di Antonio Pagliarone

Le rivoluzioni devono ottenere il loro biglietto di

ingresso alla scena ufficiale dalle mani delle classi

dominanti.

(Karl Marx “New York Herald Tribune” 27 luglio 1857)

Premessa

Ricordo che molti anni fa l’alternativa “Socialismo o Barbarie” era il ritornello che gli intellettuali più radicali ci prospettavano di fronte ai grandi eventi che si sono verificati nel lungo periodo in cui i miti della sinistra hanno influenzato il cosiddetto “vecchio movimento operaio”. Fu Rosa Luxemburg a proporre queste due possibili soluzioni poste in alternativa allo scoppio del Primo conflitto mondiale ma questo slogan è stato ripreso regolarmente in occasione dei “processi di trasformazione” che, secondo certa pubblicistica di estrema sinistra, si sarebbero manifestati nel corso del XX secolo. Sinora però nessuno si è preoccupato minimamente di dare una descrizione chiara e ragionevole ai due fenomeni in oggetto, anche se oggi possiamo affermare che il socialismo ha prodotto quell’ assurdo costituito dall’economia e dalla società sovietica, ma ci si dovrebbe soffermare un momento sul termine barbarie specie dopo gli avvenimenti in Afghanistan, in Iraq e successivamente in Libano e in Siria.

L’errore che viene ripetuto regolarmente dai commentatori sia di destra che di sinistra, al di là dei buoni propositi che li alimentano, è quello di partire da una tesi precostituita come l’anti-imperialismo per gli opinionisti della sinistra radicale o la difesa della democrazia che caratterizza i paesi occidentali contro ogni aggressione esterna sostenuta da lacchè ben vestiti. Queste posizioni costituiscono la base per spiegare tutti gli avvenimenti che scuotono la monotonia della vita quotidiana. Chiunque non sia impegnato a “sbarcare il lunario” manifesta quel vezzo piuttosto antipatico di trattare ogni singolo fatto come una nuova tendenza senza mai darsi la pena di analizzare i processi nel loro insieme ed ogni avvenimento viene considerato come una “svolta nella storia dell’umanità”.

I sostenitori dell’antimperialismo considerano ogni azione militare, politica ed economica come una aggressione operata da una nazione più forte a scapito di un paese economicamente arretrato per tutta una serie di motivi quali la rapina delle risorse, la conquista di nuovi mercati, nuove aree per operare investimenti redditizi oppure il controllo militare strategico di vaste regioni del pianeta. Ora tutte queste motivazioni si sono rivelate fallaci specie dopo la guerra del Vietnam infatti potevamo chiederci a suo tempo: quali erano le risorse del paese? Il mercato vietnamita era così allettante? Forse gli USA intendevano operare investimenti in un paese così lontano e privo di infrastrutture? Che tipo di dominio e di controllo della regione avrebbero avuto gli americani se avessero vinto la guerra? Erano pressoché circondati da nazioni ostili e il Vietnam sarebbe stata la Cuba degli occidentali. Spesso tali interpretazioni vengono utilizzate insieme per poter giustificare una tesi di partenza basata sulla volontà di dominio di un paese ricco su uno o più paesi del terzo mondo. Coloro che invece difendono la democrazia occidentale ritengono il capitalismo come unica forma economica e sociale possibile e, più o meno in buona fede, temono qualsiasi fenomeno che possa minarne le fondamenta.

Entrambe i punti di vista considerano l’evoluzione della società esclusivamente secondo delle tappe in occasione delle quali l’economia e la politica subiscono degli scossoni che ne deviano il corso.

Per confutare le chincaglierie di queste testi novecentesche possiamo notare che le due grandi economie occidentali che hanno dominato nel corso della storia del capitalismo, perché erano i maggiori possessori di asset1 esteri, hanno progressivamente manifestato un declino vistoso come risulta evidente dal grafico di figura 1.

Figura 1: Andamento disaggregato dei due paesi con il maggior numero di asset stranieri: Gran Bretagna e Stati Uniti2

Fonte: Maurice Obstfeld and Alan. M. Taylor, Global Capital Markets: Integration, Crisis and Growth (Cambridge: Cambridge University Press, 2004), Table 2-1, pp. 52-53

Gli asset esteri in possesso della Gran Bretagna raggiungono il picco nel 1850 poi declinano continuamente (linea grigia) mentre gli asset esteri nelle mani degli USA (non di una nazione, come si crede erroneamente, ma di imprese pubbliche e private) crescono fino al 1960 (gli USA prendono il posto del Regno Unito dopo la IIGM) per poi declinare continuamente salvo qualche debole picco, fino ai giorni nostri. Questo vuol dire che gli investimenti in asset degli USA si rivolgono all’interno dell’area OCSE e sempre meno nei paesi del cosiddetto terzo mondo o in via di sviluppo3.

Introduzione (2021)

L’imperialismo è (veramente) una tigre di carta

Tutti gli osservatori ed i giornalisti di vario genere sono rimasti allibiti in occasione dell’abbandono disastroso dell’Afghanistan da parte delle truppe USA, paragonando le immagini sconvolgenti alla fuga da Saigon nell’Aprile 1975. Le truppe della maggiore potenza economica e militare del mondo lasciano il paese nelle mani delle orde di talebani che come dei vampiri si sono precipitati a riconquistare un paese ormai ridotto alla miseria ed alla fame. La stragrande maggioranza dei commenti diffusi immediatamente sui mass media e sul web si sono limitati a riproporre le solite litanie dettate da posizioni “politiche” ufficiali e di nicchia. Dall’impossibilità ad introdurre la democrazia nei paesi arretrati legati all’Islam, al fallimento dell’imperialismo americano (o grande potenza USA) simile a quello manifestatosi in Vietnam dove una popolazione legata fortemente al proprio territorio ed un “fronte interno” di opposizione hanno determinato la disfatta di un esercito tecnologicamente avanzato, cosa che non si è assolutamente verificata in Afghanistan.

Di conseguenza ho deciso di riproporre un vecchio scritto prodotto qualche anno dopo l’11 settembre sull’aggressione americana in Afghanistan ed in Iraq aggiornandone i dati e gli elementi alla luce degli avvenimenti più recenti. Naturalmente nessuno può affermare di avere compreso definitivamente gli accadimenti ma una cosa è certa: occorre approfondire l’analisi attraverso l’evidenza empirica e la logica senza farsi abbagliare dal metodo adottato da certi osservatori legati all’ideologia dominante, ma nemmeno da certa sociologia-politica manifestata da coloro che sono ancora legati all’ideologia della vecchia e “nuova” sinistra che da tempo ha mandato Karl Marx in soffitta. Naturalmente i dati ed i grafici proposti a suo tempo sono stati aggiornati e posso affermare che confermano le tesi espresse allora e la penosa uscita dell’esercito USA dall’operazione Enduring Freedom, che aveva come obiettivo l’eliminazione del terrorismo islamico in seguito agli attentati piuttosto spettacolari dell’11 settembre. Nel mio scritto del 2007 avevo avanzato l’ipotesi che fu la lobby del Pentagono, che dominava il Complesso Militare Industriale, a fare degli attentati attribuiti (falsamente) ad Al Qaeda, la ragione del suo rilancio dopo anni di smantellamento delle strutture e dei finanziamenti alla Difesa in seguito al crollo del sistema sovietico. Le spese militari americane si erano ridotte all’osso ed era necessario trovare un nuovo “nemico” per giustificare lo spostamento delle risorse federali dal welfare alle corporation legate al Complesso, i cui dirigenti guarda caso erano presenti nella lobby e all’interno dell’amministrazione Bush Junior. Così possiamo notare che dopo il continuo declino successivo alla II Guerra Mondiale, il budget per la difesa negli ultimi due decenni si è innalzato passando dai 305 miliardi di dollari del 2001 ai 754 miliardi di dollari del 2021, con un probabile picco a 777 miliardi di dollari se l’operazione in Afghanistan non fosse stata interrotta. Nella figura 2 di seguito vengono rappresentate le spesemilitari come percentuale del PIL per gli Stati Uniti nel periodo 1940-2018 (andamento aggiornato rispetto a quello dei grafici 4 e 5 presenti nel vecchio testo).

Figura 2. USA. Spese militari come percentuale del PIL

Grafico costruito sulla base dei dati del Office of Management and Budget

Come si può notare dopo il picco di massima del periodo relativo all’intervento nel secondo conflitto mondiale si raggiunge il minimo nel 1946 attorno al 3%, la risalita dei primi anni 50 del secolo scorso è dovuta alla guerra di Corea dopo di che si verifica un declino fino alla metà degli anni 60 con una debole risalita causata dalla guerra del Vietnam, l’ultimo conflitto militare che si può definire come tale. Successivamente si osserva un continuo declino interrotto da una debole risalita dovuta alle famose “Guerre Stellari” di Ronald Reagan, ma dopo il crollo dell’ex Unione Sovietica si può notare un crollo delle spese militari a livelli inferiori al 3% con una ripresa che risulta evidente dopo i fatti dell’11 settembre 2001 che hanno rappresentato uno stimolo ad una crescita che ha raggiunto il livello massimo del 5% nel 2012 per poi declinare nuovamente. Dal rapporto del SIPRI del 2018 possiamo riportare che

“Tra il 2009 e il 2018, tutti i primi 15 paesi meno tre hanno aumentato le loro spese militari; le eccezioni sono gli Stati Uniti (–17 percento), il Regno Unito (–17 percento) e l’Italia (–14 percento). Sono stati registrati aumenti della spesa particolarmente cospicui nel decennio da parte della Cina (83 per cento) e della Turchia (65 per cento).”

Ora la diminuzione del 17% delle spese militari USA (e Regno Unito) tra il 2009 ed il 2018 si nota anche osservando il grafico di figura 2, ma sia chiaro questo non vuol dire che gli USA sono crollati militarmente ma solo che le spese militari non costituiscono assolutamente una voce importante del bilancio.

Contrariamente a quanto hanno creduto ingenuamente gli americani i proventi dalla tassazione (750 milioni di dollari l’anno per ogni soldato impegnato nelle operazioni) non venivano destinati alla “ricostruzione” dei paesi aggrediti ma erano il bottino che si intascavano le corporation americane dalla vendita di armi e servizi allo stesso esercito USA, a prezzi esorbitanti che garantivano sovraprofitti eccezionali conseguiti anche grazie all’aumento del valore delle azioni delle stesse e dei contratti di vario genere e natura legati all’operazione bellica. Jon Schwarz riporta in un articolo pubblicato su Intercept che 10.000 dollari investiti in azioni della Difesa, ossia delle cinque maggiori corporation legate al Complesso Militare Industriale ovveroBoeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics4, all’inizio della guerra in Afghanistan, ora valgono quasi 100mila dollari. Si tratta di un rendimento estremamente più elevato di quello dato dal mercato azionario complessivo nello stesso periodo. 10.000 dollari investiti in un fondo indicizzato S&P 500 il 18 settembre 2001, varrebbero ora 61.613 dollari, il che significa che, durante la cosiddetta guerra in Afghanistan, i titoli delle cinque maggiori corporation hanno superato il mercato azionario del 58%. Una parte significativa dei fondi spesi, e obbligati ad essere spesi, per l’intervento in Afghanistan e Iraq è andata ad appaltatori militari i cui lavoratori attualmente sono più di tre a uno rispetto ai soldati impegnati in Afghanistan. I beneficiari sono la Lockheed Martin, DynCorp5, Black & Veatch, Academi (ex Blackwater) e le compagnie petrolifere che spediscono il carburante utilizzato dall’esercito come la Kellogg, Brown and Root e la ExxonMobil. I contratti spesso hanno dimensioni enormi: l’anno scorso la Harris Corporation, ad esempio, si è aggiudicata un contratto da 1,7 miliardi di dollari per la fornitura di apparecchiature di comunicazione alle forze di sicurezza afghane. Solo tra il 2019 ed il 2020 queste cinque corporation hanno percepito 286 miliardi di dollari grazie a contratti sottoscritti con il Complesso Militare Industriale e dal 2001 al 2020 hanno spillato al Pentagono 2,1 trilioni di dollari (a dollaro 2021). Per avere un’idea delle cifre di cui stiamo parlando, le entrate della Halliburton sono cresciute più di dieci volte dall’esercizio del 2002 fino al 2006 grazie ai suoi contratti per ricostruire le infrastrutture petrolifere irachene e fornire supporto logistico alle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan. Nel solo mese di agosto 2008 la Lockheed Martin ha ricevuto oltre 30 miliardi di dollari per un contratto sulla logistica e per il solo 2020 ha percepito 75 miliardi per contratti che corrispondono ad una volta e mezza l’intero budget di 44 miliardi previsti per quell’anno. Diecimila dollari in azioni della Lockheed Martin vengono ora valutati a 133.559,21 dollari. Molte di queste corporate tra l’altro hanno operato in maniera scadente non soddisfacendo i contratti a suo tempo sottoscritti. Un caso particolarmente eclatante di un lavoro scadente che ha avuto tragiche conseguenze umane è rappresentato dall’elettrificazione di almeno diciotto basi militari in Iraq a partire dal 2004 a causa di installazioni elettriche difettose, alcune delle quali realizzate dalla KBR e dai suoi subappaltatori. Un’indagine dell’ispettore generale del Pentagono ha rilevato che i comandanti sul campo “non erano riusciti a garantire che i lavori di ristrutturazione… fossero stati eseguiti correttamente, l’esercito non ha fissato gli standard per i lavori o gli appaltatori e KBR non hanno messo semplicemente a terra le apparecchiature elettriche installate così da provocare numerose vittime e feriti tra le truppe di stanza nelle diverse basi in Iraq”.

Per queste corporate, l’intera avventura è stata un successo strepitoso, misurato nei trilioni di dollari dei contribuenti che sono passati attraverso i loro budget e nei profitti accumulati nei due decenni in cui hanno mantenuto con successo le operazioni. Nel 2019, la CACI International ha sottoscritto un contratto quinquennale di quasi 907 milioni di dollari per fornire “operazioni di intelligence e supporto analitico” all’esercito degli Stati Uniti in Afghanistan. Dal 2015 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha speso 3,8 miliardi di dollari per l’impegno di Fluor Corporation in Afghanistan, la maggior parte dei quali per i servizi logistici. Per la General Dynamics, la guerra in Afghanistan è stata particolarmente redditizia in quanto il veicolo corazzato leggero LAV-25 dei Marines è stato ampiamente utilizzato nelle operazioni. Inoltre, GD ha anche fornito prodotti e servizi di comunicazione, tecnologia e sicurezza informatica. Raytheon Technologies, solo nel 2020 ha guadagnato fino a 145 milioni di dollari quando ha firmato un contratto con le forze armate statunitensi per addestrare i piloti dell’aeronautica afgana. Occorre sottolineare come il più grande appaltatore della difesa del mondo, la Lockheed è famosa per i suoi elicotteri Black Hawk, che sono stati ampiamente utilizzati nella guerra in Afghanistan, ma i maggiori guadagni per questa corporation sono venuti dai contratti per il caccia stealth F-35. Queste sono solo alcune delle corporation che hanno tratto enorme profitto dai lucrosi contratti di Washington. La spesa del Pentagono ha superato nel complesso i 14 trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile quando ebbe inizio l’intervento in Afghanistan nel 2001, e quasi la metà di questa cifra faraonica è andata direttamente alle corporation appaltatrici della difesa.

Così non ci dobbiamo meravigliare se i media ci informano che la popolazione dell’Afghanistan ha raggiunto livelli di povertà assoluta in un paese pieno di macerie grazie ai bombardamenti “intelligenti” o ad attentati dettati dalla disperazione piuttosto che dalla mitologia della sciaria. Dopo aver speso 2,26 trilioni di dollari nei vent’anni di “guerra” (50 mila dollari per ogni afghano dei 40 milioni che popolano il paese) ecco che l’impresa come per incanto viene abbandonata con i conseguenti commenti più o meno coerenti dei mass media. In occasione del disimpegno dall’Afghanistan, David Berteau, presidente del Consiglio per i servizi professionali, che rappresenta 400 appaltatori governativi, molti dei quali lavorano in Afghanistan, ha dichiarato che “Il calendario per farlo correttamente è già troppo stretto, Non abbiamo anni, ma abbiamo solo mesi. Tutte le cose belle devono finire, vero?”

Quando mai gli Americani non hanno abbandonato i loro alleati locali? I Curdi della Siria settentrionale, che gli Americani in ritirata hanno abbandonato ai tanto amichevoli Turchi, sono l’ultimo esempio che possiamo fare. Ma quanti Americani si ricordano di quel lontano passato? È semplicemente quello che fanno gli Americani, da sempre.

I lauti, strepitosi rendimenti intascati dai maggiori contractors statunitensi della Difesa sono entrati in rotta di collisione con gli interessi complessivi delle altre corporation americane non legate al Complesso Militare Industriale, ma soprattutto con gli interessi dei lavoratori americani ormai stanchi di dover finanziare, attraverso la tassazione ed i tagli alle spese per welfare, un pachiderma militare ormai divenuto del tutto inutile, ma dal quale traggono profitti imprese ed individui senza scrupoli organizzati in bande di avventurieri6.

Tra l’altro la Brown University ha previsto anche che il costo degli interessi sul debito di guerra afghano degli Stati Uniti salirà a 6,5 trilioni di dollari entro il 2050, cosa che contribuirà ad indispettire ulteriormente l’americano medio poiché si traduce in 20.000 dollari di esborso per ogni cittadino USA. In una condizione generale di una continua crescita dell’indebitamento sia pubblico che privato7, rappresentata nelle successive figure 3 e 4, e dal declino dei profitti relativi al totale delle corporate (vedi figura 5), risulta sempre più chiaro che le amministrazioni successive alla presidenza Bush hanno dovuto affrontare il problema della spesa in maniera diretta, attraverso il disimpegno nei confronti delle “missioni” militari all’estero ed attraverso i tagli all’interno del paese. Mentre molti appaltatori legati al Complesso Militare Industriale stanno ancora raccogliendo ingenti somme di denaro per fare affari in Afghanistan, alcuni si stanno ritirando insieme alle truppe. L’ultimo rapporto trimestrale del Dipartimento della Difesa ha indicato che il numero totale di appaltatori in Afghanistan è sceso significativamente negli ultimi tre mesi da quasi 17.000 ad aprile a 7.800 a luglio. Quando Trump è entrato alla Casa Bianca nel 2017, il numero totale di appaltatori in Afghanistan era di circa 3.400.

Figura 3. USA. Andamento del debito pubblico dal 1990 al 2019 (miliardi di dollari)

Fonte: Dipartimento del Tesoro USA.

Figura 4. USA. Debito delle corporation non finanziarie come percentuale del PIL

Nota. Le strisce rappresentano le recessioni.

Fonte: I dati relativi al debito delle corporation provengono dal Financial Accounts of the United States.

Parallelamente all’aumento del debito possiamo notare che i profitti netti delle corporation non finanziarie e finanziarie subiscono un crollo dopo il crash del 2007-08 e non si riprendono fino al 2014 (e non si sono ancora ripresi dopo la pandemia) come si può notare chiaramente dalla figura 5

Figura 5. USA. Variazioni nei Profitti Netti Nominali delle NFC (linea tratteggiata) e delle FC (linea continua) [miliardi di US$]. 1998-2014.

Dall’andamento dei profitti relativi alle corporation finanziarie possiamo notare en passant che fa acqua anche la moderna tesi dell’imperialismo finanziario. Nel frattempo le corporate legate al Pentagono continuano a fare affari d’oro

Ma la figura successiva 6 mostra chiaramente il gap tra profitti lordi e netti delle corporation (linea grigia) e delle imprese USA (linea nera) (siamo nel picco della fig precedente) (pagamento del debito e del servizio del debito) e si nota che tale divario va aumentando per cui l’economia USA ed i lavoratori premono perché le tasse vengano diminuite.

Figura 6. Profitti di tutte le corporation USA prima (linea grigia punteggiata) e dopo le tasse (linea grigia quadratini), profitti di tutte le altre industrie (linea scura punteggiata e coi quadratini) in miliardi di dollari

Fonte NIPA tavole 1.10 e 1.12 (aprile 2015)

Il debito delle famiglie statunitensi nel secondo trimestre 2021 ha raggiunto la cifra record di 15 trilioni di dollari, mentre il debito ipotecario è salito a10,4 miliardi di dollari in conseguenza di un boom di rifinanziamenti. Secondo l’ultimo rapporto della Fed di New York relativo al debito e al credito delle famiglie, tra aprile e giugno del 2021 il debito ipotecario è aumentato di ben 282 miliardi di dollari. Nella figura 7 riportiamo l’andamento del debito delle famiglie americane dal 2000 al 2021.

Figura 7. USA. Andamento del debito delle famiglie dal 2000 al 2021 (nel II trimestre ha raggiunto i 15 trilioni di dollari)

Nota: la parte in basso grigio scura rappresenta i mutui, via via le parti sempre più chiare rappresentano in successione i crediti ipotecari, i prestiti per l’acquisto dell’automobile, passività delle carte di credito, i prestiti per lo studio ed altri

Fonte: New York Fed Consumer Credit Panel/Equifax

Di conseguenza la scelta politica delle amministrazioni Obama, Trump e Biden è stata quella di staccarsi progressivamente dagli impegni militari facendo finire la festa alla Lobby del Pentagono.

Nonostante ciò ad aprile 2021, alcune delle 70 società di sicurezza e difesa americane hanno sottoscritto contratti annuali che vanno oltre l’11 settembre. Una di queste società è la Triple Canopy, di proprietà di Constellis, una società che possiede anche Academi, la più recente dei famigerati appaltatori militari privati ​​come la Blackwater. Triple Canopy sta assumendo guardie armate a Bagram per fornire sicurezza al personale statunitense rimanente in quattro siti in tutto il paese. Anche Erik Prince, fondatore della Blackwater e amico personale di Donald Trump, per far soldi ha impegnato la società nella evacuazione di persone da Kabul cui vengono richiesti 6.500 dollari per essere portati in salvo all’aeroporto per poi venire imbarcati in uno dei voli della società. Una tariffa extra verrebbe poi applicata nelle situazioni più complicate in cui le persone da salvare sono rimaste intrappolate nelle proprie abitazioni.

Dalle stesse autorità americane è stato rilevato che gran parte dei miliardi profusi in enormi progetti infrastrutturali in Afghanistan sono andati sprecati. Dighe e autostrade sono in rovina, poiché questa ondata di aiuti è stata gestita da burocrati di stato corrotti sodali con i funzionari del Complesso Militare Industriale. Gli ospedali e le scuole di nuova costruzione erano vuoti, così il denaro degli Stati Uniti ha alimentato sempre di più la corruzione che ha minato la legittimità del governo. Nonostante la campagna antidroga, dalla quale molti ne hanno tratto vantaggio, le esportazioni di oppio hanno raggiunto livelli record8, e, nonostante i miliardi spesi in armi e per l’addestramento delle forze di sicurezza afghane, i talebani hanno continuato ad espandere il loro controllo sul paese. Malgrado le enormi spese per la creazione di posti di lavoro e per il benessere del popolo afghano, la disoccupazione si aggira intorno al 25% e, secondo la Banca mondiale, nel corso degli anni il tasso di povertà ha continuato ad oscillare, raggiungendo il 47% nel 2020, rispetto al 36% quando si è iniziato a calcolare nel 2007. Il 90% della popolazione dell’Afghanistan vive con meno di 2 dollari al giorno. Di tutto questo ne hanno dovuto prendere atto tanto Trump (per primo) quanto Biden dopo aver tastato il polso agli americani in occasione delle elezioni che li hanno portati ai vertici dell’amministrazione USA. Nel 2018 lo staff del presidente Trump avviò nuove trattative con i talebani che si sono concluse il 29 febbraio 2020 con la firma di un accordo che prevedeva, tra le altre cose, il ritiro definitivo dei 12 mila soldati americani ancora presenti sul territorio afghano entro il 1 maggio 2021.

Oltre alle perdite economiche ormai divenute disastrose bisogna sottolineare però che dall’inizio della guerra la coalizione ha contato più di 3.500 morti, di cui più di 2.300 erano soldati americani e 450 delle truppe britanniche, 20.660 soldati americani sono poi rimasti feriti in azione. Ma questi dati sulle vittime delle truppe della coalizione vengono sminuite dalla perdita di vite tra le forze di sicurezza ed i civili afgani. Nel 2019 una ricerca della Brown University ha stimato che a partire dall’ottobre 2001, quando è iniziato l’intervento, la perdita di vite tra l’esercito nazionale e la polizia dell’Afghanistan ha superato le 64.100 persone, mentre secondo la United Nations Assistance Mission in Afghanistan (Unama), quasi 111.000 cittadini sono stati uccisi o feriti da quando ha iniziato nel 2009 a registrare sistematicamente le vittime civili. Quattro milioni di afgani sono sfollati dalle loro case e sono stati spinti dalla violenza quotidiana nelle baraccopoli urbane o oltre confine, in Pakistan o in Iran; di conseguenza la sfiducia nei confronti degli occidentali ha continuato ad aumentare favorendo così l’influenza dei talebani che controllavano sempre più il territorio. In fin dei conti ciò che si può rimarcare chiaramente è che dopo la sconfitta del Vietnam gli Stati Uniti hanno perso il ruolo di superpotenza conquistato dopo la II Guerra Mondiale una volta esauritosi il predominio del Regno Unito, e che il capitalismo dei paesi maggiormente sviluppati è caratterizzato dagli interessi concorrenziali delle grandi corporation che non hanno nazione pur avendo sede, nella maggior parte di casi, negli Stati Uniti. Infine non possiamo prevedere cosa può riservarci il futuro ma di sicuro non assisteremo ad un nuovo conflitto, almeno nel breve periodo, viste le gravi condizioni in cui versano le casse statali e quelle di un capitalismo che manifesta sempre più le sue difficoltà generate dalla speculazione che come un tumore investe ogni aspetto della vita quotidiana.

NOTE:

1 Gli asset esteri lordi sono costituiti da contanti, prestiti, obbligazioni e azioni di proprietà di non residenti.

2 “The External Wealth of Nations Revisited: International Financial Integration in the Aftermath of the Global Financial Crisis” IMF Economic Review volume66 al sitohttps://link.springer.com/article/10.1057/s41308-017-0048-y

3 Peter Nolan “La Cina si sta comprando il mondo?” presente nel volume Il mistero del dragone Asterios 2019.

4 Possiamo sottolineare che nel consiglio di amministrazione della Lockheed è presente Robert Work (ex vice segretario della difesa) e Joseph Dunford Jr (generale in pensione del Corpo dei Marine), in quello della Boeing sono presenti: Edmund P. Giambastiani Jr (ex vice presidente, Capo di stato maggiore), Stayce D. Harris (ex ispettore generale, Air Force), John M. Richardson (ex capo delle operazioni navali). Il consiglio di amministrazione della Raytheon comprende: Ellen Pawlikowski (generale dell’aeronautica in pensione), James Winnefeld Jr (ammiraglio della marina in pensione), Bruce Carlson (generale dell’aeronautica in pensione), mentre ai vertici dellaGeneral Dynamics sono presenti Rudy deLeon (ex vice segretario della difesa), Cecil Haney (ammiraglio della marina in pensione), James Mattis (ex segretario della Difesa ed ex generale del corpo dei marines), Peter Wall (generale britannico in pensione). Alla Northrop Grumman notiamo Gary Roughead (ammiraglio della Marina in pensione), Mark Welsh III (generale dell’Aeronautica in pensione). Nei consigli di amministrazione delle grandi corporation legate al Pentagono vi erano anche gli ex segretari alla difesa dell’amministrazione Trump James Mattis (membro del consiglio di amministrazione di General Dynamics), Patrick Shanahan (dirigente di Boeing), Mark Esper (capo delle relazioni con il governo di Raytheon) e il segretario alla difesa dell’amministrazione di Biden Lloyd Austin (membro del consiglio di amministrazione di Raytheon Technologies). Molte di queste informazioni provengono dall’ottimo studio Profits of War: Corporate Beneficiaries of the Post-9/11 Pentagon Spending Surge di William D. Hartung che dirige l’Arms and Security Program presso il Center for International Policy.

5 DynCorp, con a capo il finanziere miliardario Stephen Feinberg, è nota da tempo per scandali di corruzione e un discutibile record di prestazioni, fino ad essere implicata in un caso di abusi sessuali. Ma nulla di tutto ciò sembra aver scoraggiato il governo degli Stati Uniti dall’aggiudicare nuovi contratti alla società. Il Dipartimento di Stato ha pagato quasi 4 miliardi di dollari per progetti di aiuto alla ricostruzione afgana dal 2002 al 2013. 2,5 miliardi di dollari sono andati alla DynCorp, il 69% di tutti i soldi assegnati dal Dipartimento di Stato per quasi tutta la durata della guerra.

6 Oltre all’esercito di contractors legato alle imprese impegnate in Afghanistan, possiamo fare riferimento a personaggi piuttosto sinistri come il colonnello dell’esercito Norbert Vergez che gestiva il programma di rifornimenti di elicotteri all’esercito afghano in cui le truffe erano all’ordine del giorno, inoltre gli appaltatori della difesa hanno continuato a spendere molto in Afghanistan poco prima che gli Stati Uniti partissero e i talebani prendessero il controllo del paese, come riportanoAnna Massoglia e Julia Forrest in un articolo su Open Secrets. Nell’articolo si sottolinea che la maggioranza dei membri plenari dell’Afghanistan Study Group, che ha consigliato al presidente Joe Biden di prorogare la scadenza del 1 maggio inizialmente negoziata per il ritiro dall’Afghanistan, ha legami con l’industria della difesa. Un paio di questi membri includono il principale vicedirettore dell’intelligence nazionale dell’ex presidente Donald Trump, Susan M. Gordon, e Stephen J. Hadley, vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente George W. Bush.

7 Per una visione più approfondita dello stato delle cose all’interno dell’economia USA, vedi La lotta di classe all’epoca della finanza a cura di Antonio Pagliarone di prossima pubblicazione presso Asterios Trieste.

8 L’Afghanistan è stato trasformato nella fabbrica di eroina del mondo, arrivando a produrre l’85% della fornitura globale stimata di eroina e di morfina, un quasi monopolio. Occorre chiarire che prima dell’invasione USA/NATO dell’Afghanistan, la coltivazione del papavero era stata vietata dai Talebani.

Afghanistan: quale bilancio dell’esperienza militare italiana?

di Andrea Vento

A distanza di quattro mesi dal ritiro delle forze Nato e dal ritorno dei Talebani al potere, nel nostro Paese ancora non sono stati improntati ne una seria riflessione pubblica, ne un bilancio politico ufficiale sui risultati di 20 anni di presenza militare, sui suoi esiti, i sui suoi costi e sulle ricadute sulla popolazione afghana.

Il mal pianificato ritiro delle forze armate Usa e Nato disposto dall’amministrazione Biden, a seguito degli Accordi di Doha, sottoscritti da Trump il 29 febbraio 2020, e la drammatica fuga dal Paese degli occidentali e dei loro collaboratori dopo la repentina presa di Kabul da parte dei Talebani del 15 agosto, hanno concluso, con la partenza degli ultimi voli di evacuazione del 31 agosto 2021, la ventennale presenza militare, anche italiana, in Afghanistan.

Nonostante fossimo stati fra i principali attori delle vicende militari degli ultimi vent’anni del Paese centroasiatico, fin dalla seconda metà di agosto l’attenzione politica e mediatica è stata tuttavia indirizzata sulla questione del caotico e parziale trasferimento all’estero dei collaborazionisti afghani e sul nuovo esodo di profughi, le vere vittime dell’intera vicenda, che il ritorno dei Talebani al potere ha innescato. Migliaia di persone che, a vario titolo, avevano prestato servizio per le forze della Nato o per il corrotto governo di Asrhaf Ghani sono state in pratica abbandonate al rischio delle probabili ritorsioni talebane.

I responsabili della disastrosa esperienza afghana nell’intento di distogliere l’attenzione dalle reali cause del disastro, si sono adoperati per implementare una ben architettata campagna di distrazione di massa. Il ceto politico direttamente coinvolto e i media compiacenti hanno, infatti, cercato di sollevare sdegno nell’opinione pubblica nostrana in modo da far apparire come unici responsabili delle violenze e del caos di quei giorni agostani esclusivamente gli “studenti coranici”.

La formazione del nuovo governo monocolore talebano ai primi di settembre, in disprezzo di un fondamentale pilastro degli Accordi di Doha, ha innescato come ritorsione sia il mancato riconoscimento politico del nuovo esecutivo, sia l’applicazione di “sanzioni economiche” occidentali. Le nuove misure restrittive, divenute ormai una consolidata prassi ai danni dei governi che intendono sottrarsi all’assoggettamento Usa, hanno portato, da un lato, al congelamento dei 9 miliardi di $ di fondi della Banca Centrale Afghana depositati all’estero e, dall’altro, alla sospensione dei generosi finanziamenti e aiuti (pari ad almeno il 20% del Pil afghano) che avevano tenuto in piedi fino a quel momento la traballante Repubblica Islamica dell’Afghanistan, il nuovo stato creato dagli occidentali dopo l’invasione del 2001.

Una gravissima crisi umanitaria, con il 72% della popolazione in condizioni di povertà già a settembre 2021, e pesanti ripercussioni economiche, con il crollo del Pil autunnale stimato intorno al 40%, sono gli inevitabili effetti di tali provvedimenti. La deriva sociale ed economica del Paese, che si è aggravata con l’arrivo dell’inverno, ha finito per catalizzare la residua attenzione mediatica riservata, in Occidente, alle vicende del martoriato Paese centro-asiatico, ormai afflitto ininterrottamente da guerre e conflitti interni dal 1979. Nonostante ciò, nello scenario nazionale, le vicende afghane sono da un paio di mesi relegate nelle pagine finali dei quotidiani e dei telegiornali, mentre le forze politiche, fino ad oggi, non hanno mostrato interesse verso l’apertura di inchieste ufficiali e approfondite riflessioni pubbliche sulla nostra presenza in Afghanistan.

La partecipazione militare italiana al conflitto afghano era stata autorizzata il 7 novembre 2001 dal Parlamento e regolarmente rifinanziata ogni 6 mesi con analogo atto parlamentare, spesso con voto bipartisan, da tutte le maggioranze parlamentari succedutesi da allora, senza che ogni volta si aprisse un dibattito serio nel Pese e in Parlamento sulla nostra avventura militare nel Paese centroasiatico, sui suoi costi, sugli obiettivi e sui risultati che stavamo conseguendo. In questo ventennio frequentemente sono state raccontate versioni non corrispondenti a vero e, nel migliore dei casi, edulcorate rispetto a ciò che effettivamente stava accadendo in Afghanistan, dove, addirittura dall’ottobre 2003, i Talebani erano riusciti ad invertire l’inerzia del conflitto e, gradualmente, a passare alla controffensiva, come dimostra, oltre alla ricostruzione storica del prof Gastone Breccia1, l’andamento del diagramma delle morti dei militari Nato e delle forze di sicurezza afghane (grafico 1).

Grafico 1: perdite della Nato, con e senza gli Usa, e delle forze di sicurezza afghane 2002-2014

1 “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

Alla missione italiana, dislocata nel settore occidentale del Paese con base di comando ad Herat, hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (con una presenza sul territorio afghano che non ha mai superato le 5.000 unità), di questi 54 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati, e 700 sono stati feriti. Il costo della presenza militare italiana in totale ammonta a ben 8,7 miliardi di euro, dei quali 840.000 milioni per la creazione e l’addestramento delle forze militari e di sicurezza della Repubblica Islamica d’Afghanistan (tabella 1). Le stesse che si sona disciolte come neve al sole primaverile, lasciando campo libero all’avanzata finale talebana sferrata ai primi di agosto.

I legittimi quesiti e le richieste di effettuazione di un bilancio sollevati, in questi mesi, dall’opinione pubblica italiana, al momento non hanno trovato ascolto nel ceto politico nazionale. Eppure, il principale artefice dell’avventura militare in Afghanistan, gli Stati Uniti d’America, iniziata con l’operazione Enduring Freedom il 7 ottobre del 2001, sembra intenzionato a fare un po’ di chiarezza sulla ventennale permanenza militare nel Paese. Già il 13 settembre, infatti, il segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, era stato sottoposto a quattro ore di incalzanti domande, da parte della Commissione per gli affari esteri della Camera, sullo scomposto ritiro dall’Afghanistan di fine agosto. E, soprattutto, mercoledì 15 dicembre, il Senato statunitense ha approvato, a larga maggioranza, l’istituzione di una Commissione d’inchiesta indipendente composta da 16 membri, equamente suddivisi fra le due tradizionali forze politiche, alla scopo di analizzare gli errori e l’eredità di 20 della guerra in Afghanistan, di gran lunga la più duratura della storia Usa.

Tabella 1: costo e presenza di truppe della Missione italiana in Afghanistan 2001-2021

L’elevato costo totale, addirittura circa 2.300 miliardi di $1 (fig. 1), della ventennale esperienza militare statunitense conclusasi con una clamorosa sconfitta e un disordinato ritiro, oltre all’aggravarsi della crisi lasciata in eredità, devono aver probabilmente spinto i senatori Usa a cercare di venire incontro alle richieste dell’opinione pubblica interna che sta prendendo atto, giorno per giorno, dopo anni di disinformazione, l’effettiva gravità dell’attuale situazione afghana. Come, peraltro, aveva denunciato, già da settembre, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP): “l’Afghanistan vacilla sull’orlo della povertà universale” a causa dell’inevitabile peggioramento della situazione che, in mancanza di significativi interventi esterni, a metà del 2022 porterà la percentuale dei poveri addirittura al 97% con l’economia dell’Afghanistan si sta disfacendo “davanti ai nostri occhi“.

Figura 1: la ripartizione per capitoli delle spese totali Usa in Afghanistan 2001-2021.

Fonte: Watson Institute della Brown University (Usa)

Anche il recente grido di allarme di Malalai Joya, giovane afghana attivista per i diritti delle donne, non sembra lasciar spazio ad equivoci rispetto alla situazione attuale e allo sconforto degli afghani: “trascorsi vent’anni dall’inizio dell’invasione e della guerra lanciati dagli Usa, il popolo del mio paese, che soffre da molto tempo, è di nuovo al punto di partenza. Dopo aver speso migliaia di miliardi di dollari e aver provocato centinaia di migliaia di morti e sfollati, la bandiera talebana torna a sventolare sull’Afghanistan. Come più giovane donna eletta al Parlamento dell’Afghanistan nel 2005, la mia esperienza riflette il fallimento della guerra degli Stati Uniti e della Nato – una politica che ha usato i diritti delle donne come pretesto per l’occupazione, ma è riuscita solo a rafforzare le forze più corrotte della nostra società

Nel tentativo di riportare la crisi umanitaria in corso al centro dell’attenzione politica nostrana, le associazioni “45mo Parallelo” e “Afgana”, hanno organizzato a Trento il 15 dicembre scorso il convegno “Afghanistan il futuro negato” al quale è stata invitata, come interlocutrice principale, la Viceministra agli Esteri Marina Sereni, oltre ad attori della cooperazione italiana nel Paese e dell’Unesco. Nel corso dell’incontro, come riporta il sito Atlante delle guerre e dei conflitti1, sono stati trattati temi cruciali come: i fondi bloccati negli Usa e i 150 milioni di euro in aiuti umanitari da utilizzare, secondo le intenzioni del Governo, come strumento per ammorbidire le posizioni dei Talebani sui diritti umani, oltre all’elaborazione di una strategia negoziale con l’Emirato Islamico d’Afghanistan, senza procederne al riconoscimento politico. Un’iniziativa importante quella di Trento che dirada le nebbie mediatiche calate sul Paese centroasiatico e che ha affrontato l’impellente questione della crisi umanitaria esplosa dopo il ritiro Nato, alla quale, tuttavia, dovranno seguirne altre che favoriscano l’apertura di un dibattito politico in Parlamento, oltre che a uno pubblico nel Paese, che tracci un bilancio sulla nostra permanenza militare e, in generale, sulla disastrosa strategia della “Guerra umanitaria” che negli ultimi 20 anni ha destabilizzato il Medio Oriente, con ferite tutt’ora sanguinanti in Iraq, Siria e Libia.

La spinta propulsiva verso questo indispensabile passaggio, doveroso per una democrazia matura, probabilmente dovrà provenire, ancora una volta, dalla società civile, visto l’immobilismo della classe politica di questi mesi. Mancato attivismo probabilmente condizionato dal fatto che tutte le forze politiche attualmente presenti un Parlamento, in questi vent’anni, hanno votato il rifinanziamento delle Missioni militari in Afghanistan.

Un passo utile in tale direzione potrebbe rappresentare il coinvolgimento del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in un convegno che abbia come fine ultimo la richiesta di un’analisi politica ufficiale in Parlamento e una riflessione approfondita nel contesto dei Paesi atlantisti in merito all’avventura militare in Afghanistan. Tutto ciò sulla scorta del contenuto delle dichiarazioni del nostro massimo rappresentante della Politica Estera sulla crisi afghana e sui suoi sviluppi, rilasciate davanti alle Commissione riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato il 23 agosto: “A tempo debito, non potremo e non dovremo esimerci – come Occidente, come Europa, come Nato – da una riflessione approfondita sulle lezioni da apprendere. Una riflessione che deve partire dal riconoscimento obiettivo delle nostre responsabilità, ma anche dalla consapevolezza di non essere stati in Afghanistan invano“. Il Ministro Di Maio ha inoltre aggiunto che “la fragilità delle istituzioni afghane, la liquefazione istantanea delle forze armate locali, l’inaffidabilità delle previsioni sulla loro tenuta sono sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che in questi 20 anni abbiamo contribuito a mantenere la stabilità regionale, contrastare il terrorismo, favorire più istruzione, diritti e libertà per il popolo afghano. È proprio questa consapevolezza a spronarci a fare il possibile perché quei diritti non vengano ora brutalmente cancellati“. Dichiarazioni importanti che se da un lato dovrebbero essere rilanciate per quanto riguarda l’apertura di una riflessione sullo strumento della guerra e sulle nostre responsabilità, dall’altro lasciano spazio a perplessità rispetto ai risultati ottenuti con la nostra missione militare, nello specifico rispetto ai benefici portati alla popolazione civile.

In base ai dati forniti dal Factbook mondiale 2021 della Cia2, rileviamo come l’Afghanistan, già prima del ritorno dei Talebani, era caratterizzato da una condizione sociale disastrosa con i peggiori valori a livello mondiale sia per quanto riguarda la mortalità infantile, salita al 106,75 x 1.000 nel 2021, che la speranza di vita media ferma a soli 53,3 anni e con la povertà passata dal 22% del 2002 al 54,5% del 20203. Per quanto riguarda la condizione femminile, si è registrato un miglioramento solamente le aree urbane (che però raccolgono ad oggi solo il 26% della popolazione), mentre nel resto del Paese è rimasta sostanzialmente invariata visto che il tasso di occupazione femminile dal 35% del 2003 e salito al 35,7% del 20184. Anche dal punto di vista macroeconomico il Paese è progredito in misura ridotta rispetto ad altri Paesi che nel 2001 avevano condizioni simili o addirittura più critiche: il Pil pro capite è passato, infatti, da 280 $ del 1998 ai 545 $ del 2018 con una rapporto di incremento del solo 1,95, mentre, nello stesso arco di tempo, in Ruanda è stato del 3,16 e in Etiopia addirittura dell’8,52.

Il quadro impietoso della situazione economica e sociale lasciata dalla Nato e il fallimento militare e politico della missione militare costituiscono elementi prioritari dell’ineludibile dibattito che l’opinione pubblica nazionale invoca in merito agli errori commessi in Afghanistan, alla falsa retorica della Guerra umanitaria e sul nostro grado di autonomia in politica estera e militare.

Probabilmente se invece di aver destinato allo sviluppo sociale solo una cifra stimata fra il 5 e il 10% degli 8,7 miliardi di euro costati al contribuente italiano, avessimo seguito l’esempio indicato da Gino Strada che tramite Emergency in Afghanistan ha costruito tre ospedali e curato gratuitamente 8 milioni di persone, oggi la situazione avrebbe connotati decisamente diversi sia per il popolo afghano, che per gli occidentali.

Illuminanti in tal senso le affermazioni dello stesso Gino Strada nel suo ultimo articolo, uscito su La Stampa il 13 agosto 2021, proprio il giorno della sua scomparsa, nel quale ripercorre i 20 anni di guerra cercando di tracciarne un bilancio: ” Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,7 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe”.

Andrea Vento – 28 dicembre 2021 – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati.

NOTE:

1) “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

2) Secondo le stime del Watson Institute della Brown University del Rhode Island (Usa) https://www.sigar.mil/pdf/quarterlyreports/2021-01-30qr-section2-funding.pdf

3) https://www.atlanteguerre.it/il-futuro-afgano-dopo-lincontro-di-trento/

4) Fonte: Il Factbook mondiale 2021 . Washington, DC: Central Intelligence Agency, 2021.
https://www.cia.gov/the-world-factbook/

5) Fonte: https://www.indexmundi.com/g/g.aspx?c=af&v=69&l=itCIA World Factbook

6) Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2003 e 2020

CILE: parla il Presidente del Partito Comunista del Cile

26 dicembre 2021

Non giocheremo un ruolo egemonico nel governo di Boric”.

“Siamo il più grande partito della coalizione “Apruebo Dignidad”, molto bene. Ma l’unica cosa che ci fa vedere è che abbiamo una grande responsabilità”, sottolinea il presidente del Partito Comunista, Guillermo Teillier. Sul ruolo dei comunisti nel futuro gabinetto di Gabriel Boric, ha detto che spetta al presidente eletto decidere “se siamo nel comitato politico o no”. Ha sostenuto che “siamo d’accordo con quello che ha detto Boric, che il suo governo avrà entrambi i piedi in strada, strettamente legato al movimento sociale”.

di Hugo Guzmán

A cosa attribuisce il trionfo di Gabriel Boric, soprattutto con una distanza di 10 punti su José Antonio Kast?

Ci sono diversi elementi. In primo luogo, è stato possibile convincere settori di altre forze politiche a votare per Boric; la base di molti partiti che non fanno parte di Apruebo Dignidad ha votato per Boric. Una cosa molto importante è che abbiamo fatto appello ai giovani che avevano votato per l’Apruebo (nuova Costituzione), ma che non avevano votato al primo turno e che lo hanno fatto al ballottaggio, dicendo che bisognava difendere la democrazia, una nuova Costituzione e che bisognava andare avanti per rispondere alle richieste sociali fatte dall’ottobre 2019, nella rivolta popolare. Il recupero del terreno perso in luoghi come Antofagasta, che rende chiaro che il voto per (Franco) Parisi è andato a Boric, non a Kast, e il voto nella Regione Metropolitana è stato abbastanza grande e spettacolare. Ci sono stati ottime votazioni nei comuni popolari, per esempio Lo Espejo, dove Boric ha avuto il 72%, altri come Pedro Aguirre Cerda con alta votazione, El Bosque, Puente Alto, e la regione di Valparaíso altrettanto, con molti voti per Boric. Il terreno è stato riconquistato in diversi comuni dove Kast aveva vinto al primo turno. È stato anche importante che Gabriel Boric abbia chiarito molto bene i punti chiave del programma che porterà avanti. Un altro fattore è che c’è stato molto movimento sui territori, nelle reti sociali, e nella pubblicità elettorale il progetto è stato presentato molto bene.

Vale la pena sottolineare che il comando è stato riconfigurato nel secondo turno, che è stato allargato, che ci sono state figure che hanno giocato un ruolo molto importante, di tutti i partiti, con indipendenti, c’è stato un rafforzamento di tutto il lavoro che una campagna elettorale di questa natura richiede.

Ha anche a che vedere con il fatto che Kast ha sbagliato completamente campagna, con il suo anticomunismo abusivo e ripetitivo. E ha sbagliato soprattutto pensando che la sua missione fosse di vincere contro il comunismo, senza rendersi conto che questo non è un programma dei comunisti, ma di un collettivo, di vari partiti, di molti professionisti, che è stato fatto insieme alla gente. Questo è stato uno dei fattori della sconfitta di Kast. La gente ha capito che questa campagna fa parte di una formula di questi settori per giustificare le loro politiche e la loro prepotenza oltraggiosa.

Ma non vogliono metterlo da parte. Ed ora parlano di come il Partito Comunista sarà un peso per il governo di Boric, che sarà rigido, che è estremo. Ripetono quello che hanno detto in campagna elettorale.

L’anticomunismo è stato sconfitto dal popolo cileno. È stato il popolo cileno a vincere. Noi partecipiamo a questo trionfo, ma è il popolo che ha difeso la democrazia e il processo costituente.

Ora, noi comunisti, lo abbiamo detto e deve essere chiaro, non abbiamo intenzione di giocare un ruolo egemonico nel governo di Boric. Siamo il più grande partito del conglomerato Apruebo Dignidad, molto bene. Ma l’unica cosa che ci fa capire è che abbiamo una grande responsabilità. Il popolo ci ha dato una responsabilità, ci ha dato più voti, più parlamentari, ci ha permesso di rompere l’esclusione nel Senato, di avere più consiglieri regionali, ma questo non significa che saremo la forza egemone. Vogliamo agire su un piano di parità con le altre forze. Se partecipiamo al gabinetto ministeriale, vogliamo farlo su un piano di parità con tutti gli altri, non vogliamo avere privilegi, ma nemmeno essere sottovalutati. In altre parole, abbiamo gli stessi diritti e vogliamo avere le stesse opportunità.

In questo senso, cosa diresti sul fatto che il PC dovrebbe essere nel comitato politico di La Moneda?

Questa è una decisione del presidente eletto che ha detto che formerà il governo prima del 25 gennaio. Bisognerà vedere, dovrà decidere lui. Boric ha detto che conversarà con i partiti – senza che i partiti impongano la loro volontà al Presidente eletto – e quando si dialogherà, sarà il momento di fare le nostre proposte. Non abbiamo discusso di cosa vogliamo nel gabinetto. Ciò che ci interessa è essere in grado, nei luoghi in cui possiamo, di contribuire al meglio alla realizzazione del programma e alle richieste dei cittadini. Quindi, alla domanda se saremo nel comitato politico o meno, o in quali posti di governo, può rispondere solo il presidente eletto.

Bene, vediamo se abbiamo la possibilità di chiederglielo. Nell’era post-dittatoriale, questa è la seconda volta che il Partito Comunista è in un’alleanza che vince le elezioni presidenziali.

Che significato e proiezione ha per il PC?

Siamo stati costanti nel promuovere profonde riforme, nel lottare per la democrazia, nel lasciarci alle spalle la Costituzione della dittatura, nel promuovere i diritti dei lavoratori e del popolo. Per questo ci siamo uniti al governo di Michelle Bachelet, penso che siamo riconosciuti per questo, per quegli obiettivi. Alcune riforme si sono realizzate, altre no. Prima del governo Bachelet non avevamo molta esperienza, perché quelli che erano nel governo di (Salvador) Allende non c’erano più o non avevano le condizioni per entrare al governo. Avevamo meno capacità di adesso in termini di quadri, di esperienza, avevamo meno forza, meno parlamentari, meno voti. Ora la situazione è cambiata. L’esperienza del governo di Michelle Bachelet, con tutti i suoi successi ed errori, ci è stata molto utile, e oggi questo ci dà una maggiore capacità di contribuire al governo di Boric.

Ora, noi abbiamo sempre visto questo come parte di un processo in cui si uniscono molti fattori, molti fenomeni che si concatenano nel tempo: ci sono state le lotte studentesche, le lunghe lotte operaie, i processi elettorali, la rivolta sociale, e siamo andati avanti nel perfezionamento della democrazia e della partecipazione. Speriamo che questo governo significhi ulteriori progressi, in varie direzioni, lo speriamo sinceramente. Speriamo che le principali misure  proposte si realizzino nel breve tempo che sono quattro anni.

Proprio in termini di partecipazione, come vede il PC la forma in cui il movimento sociale dovrà esprimersi in questi quattro anni?

Siamo abbastanza d’accordo con quello che ha detto Gabriel Boric nel suo discorso la notte della vittoria, che il suo governo avrà entrambi i piedi in strada, cioè, sarà strettamente legato al movimento sociale, dialogando con il movimento sociale. Siamo assolutamente d’accordo con questo, così come con l’avere il contributo e l’appoggio del mondo sociale. Questo è vitale.

Oggi è impossibile parlare dell’ex “Concertación”. Sembra che la Democrazia Cristiana sarà all’opposizione di Boric, il Partito Socialista vuole collaborare.

Come vede la possibilità di integrare questi partiti nel futuro governo?

Il Presidente eletto ha invitato i presidenti e le presidenti dei partiti politici di Apruebo Dignidad e degli altri partiti che hanno contribuito alla vittoria di Boric e alla sconfitta di Kast.

Avete parlato domenica sera?

Sì, domenica pomeriggio. Gabriel Boric ha ringraziato i partiti di Apruebo Dignidad, e tutti gli altri partiti, per il loro contributo alla sua vittoria, ed è stato molto chiaro nell’affermare che cercherà il contributo, l’opinione e la collaborazione di tutti coloro che vogliono lavorare per realizzare il programma e le misure proposte. Avendo chiaro, ha detto, che il domicilio di questo governo è Apruebo Dignidad. Tuttavia, da lì, si può cercare di ampliare la base di sostegno o l’accumulazione di forze per realizzare i cambiamenti.

Non ha parlato di integrare altri partiti nell’alleanza, ma ha detto di essere disposto a lavorare con i partiti a livello istituzionale. Ha detto “sono un militante di partito, rispetto i partiti, voglio che si sviluppino”, e ha anche proposto di lavorare con gli indipendenti. Quindi penso che non sia ancora chiaro da parte del Presidente eletto come nominerà il gabinetto.

In Apruebo Dignidad, prima della campagna, durante la campagna e forse durante il governo, c’erano e ci saranno differenze tra i partiti. Come gestirle?

Beh, gestendole…

Perché sorgeranno.

Non abbiamo altra scelta.

Guarda, in un sistema come questo (presidenzialista ndt), il Presidente della Repubblica avrà sempre la preponderanza. Senza dubbio ci saranno opinioni diverse, ma questo non significa attentare contro il governo. Tutte le parti dovranno fare attenzione e sarà necessario un dialogo permanente. Credo che saremo così impegnati a realizzare il programma e il lavoro del governo e del Parlamento che non ci saranno tante differenze, che peraltro sono normali.

Ci vorrà molta abilità e dialogo a livello parlamentare.

Senza dubbio. Poiché c’è un pareggio al Senato, anche se abbiamo una maggioranza abbastanza comoda alla Camera dei Deputati e alla Camera dei Deputati, potremmo anche raggiungere i tre quinti. Ma ci sono riforme costituzionali che potrebbero non essere possibili se non abbiamo i due terzi. Ci sono leggi semplici, come la riforma fiscale, che è molto importante, e ci sono possibilità di farla passare se è ben discussa. Qui avremmo bisogno dell’appoggio delle organizzazioni sociali e sindacali, di tutti coloro che vogliono portare avanti le trasformazioni.

Si parla di raggiungere accordi, di costruire ponti. Ma fa capolino il fantasma della “politica del consenso” attuata durante la transizione, che includeva la destra.

Dipende a cosa serve il consenso. Perché se si tratta di fare le cose “nella misura del possibile”, non credo. Ma se c’è un consenso per realizzare una riforma, senza che questo significhi farlo “in cucina”, andrà bene. La parola consenso non è un male in sé. Posso avere un consenso nel Partito Comunista e non è una cosa negativa, il consenso è per avanzare. Ma se è per fermare i cambiamenti, questo non è positivo. Non si tratta di cercare consensi a destra, dove le cose sono rimaste più o meno le stesse.

Sarete attenti, vigili su ciò che le forze di destra e i segmenti dell’estrema destra potranno fare durante il governo Boric?

È chiaro che ci sono già spaccature a destra. Per esempio, vedo che ci sono diverse persone che non vogliono che Kast faccia parte di Chile Vamos (il patto della destra, ndt), che non avrà la leadership della destra. Ci sono persone come il senatore (Manuel José) Ossandón che si è detto disponibile a partecipare a processi prelegislativi per dare la possibilità di approvare alcune leggi del futuro governo. C’è la possibilità che nel caso di alcune leggi si possa contare sul voto di una destra meno estremista. Penso che i settori di estrema destra, dalle dichiarazioni iniziali di persone come Rojo Edwards, continueranno con il loro anticomunismo, cercheranno di continuare ad usare l’anticomunismo nel modo peggiore. Tuttavia, questo minaccioso anticomunismo sarà sconfitto e prevarranno la speranza e le aspettative del popolo.

Fonte:https://elsiglo.cl/2021/12/21/no-vamos-a-jugar-un-papel-hegemonico-en-el-gobierno-de-boric/

(Traduzione Marco Consolo)

Cile: La vittoria di Boric e il prossimo futuro

di Rodrigo Andrea Rivas

Il trionfo di Gabriel Boric nel secondo turno delle elezioni presidenziali cilene non ci dà solo la possibilità di prendere una boccata d’aria. Può costituire, anche, una leva per il pensiero costruttivo e per l’attivismo politico e un chiaro segnale stradale che ci indica verso dove rivolgere gli sforzi se si vuole raddrizzare un presente politico complesso e senza speranze apparenti.

La campagna di Boric ha saputo evitare il vittimismo e il trionfalismo oltrepassando i registri apocalittici della facile esagerazione, mantenendo un profilo aperto e un tono propositivo, fiducioso e ottimista.

Con un programma concreto ma capace di interpellare gli indecisi e gli astenuti del primo turno, ha aperto il campo quanto bastava per attrarre nuovi alleati senza cadere nelle provocazioni di chi ha cercato di usare questa posizione per giocare al tanto peggio tanto meglio e per arrivare a disputare l’iniziativa e l’articolazione dell’agenda politica.

Ciò ha reso evidenti i due progetti antitetici sul futuro del Cile mettendo fuori gioco la speculazione “sono tutti uguali”.

Va da sé: il contesto di questa elezione è imprescindibile per capire la sua soluzione.

Come prima approssimazione direi che si tratta di una elezione che può chiudere il ciclo di transizione iniziato nel lontano 1990 mettendo fine alla “democrazia nella misura del possibile”.

Non a caso, l’alleanza politica e sociale costruita attorno a Kast costituiva una coalizione d’interessi che girava attorno a questo unico punto: far abortire il processo di transizione democratica che si propone di mandare definitivamente nel dimenticatoio il regime economico, politico e sociale del pinochetismo.

Oggi, dopo la vittoria di Boric, sappiamo che il Cile avrà una nuova costituzione democratica e che questa codificherà in modo diverso le lotte esemplari delle donne cilene, dei popoli originari, degli studenti e dei lavoratori.

La campagna elettorale ha chiarito che questo processo troverà forti ostacoli e difficoltà. Intendo occuparmi più approfonditamente in futuro del rapporto commissione costituente – governo, programma di trasformazioni strutturali – misure urgenti.

Il risultato di questa elezioni è importante per tutta la regione e non solo.

Alla fine del 2021 l’America Latina attende Lula con un nuovo rapporto di forze, resistendo le mutazioni del bolsonarismo e dando un mandato chiaro alle forze progressiste – dal Messico all’Argentina, dalla Bolivia al Cile e al Perù, in attesa del referendum uruguaiano – per consolidare la stabilità politica del subcontinente, riattivare la cooperazione regionale in un momento di massima incertezza geopolitica e ridare forma ad un progetto economico e politico incentrato sui diritti umani e sulla ridistribuzione sociale.

Ciò disegna una enorme sfida: articolare un nuovo ciclo progressista capace di superare i limiti sviluppisti di quello precedente per rifondare l’orizzonte democratico dell’America Latina.

La vittoria di Boric lascia anche diverse lezioni utili per il futuro. Me ne vengono in mente tre.

La prima è che il Cile ha dimostrato che, anche nel clima surriscaldato e confuso nel quale viviamo, è possibile vincere contro l’ opportunismo dell’ultradestra confrontandosi positivamente, senza avere paura della propria ombra, disputando i temi e l’inquadramento del dibattito, dando un senso alle cose dette, aprendo il campo politico invece di chiuderlo con pseudo alleanze aristocratiche disegnate sulla carta e solide quanto una scorreggia.

La seconda è che il Cile ha dimostrato che si può costruire la politica sul ciclo di mobilitazioni, conquiste e sconfitte che provengono dai decenni scorsi, correggendo comportamenti e politiche tanto quanto sia necessario per recuperare e mantenere vivo il legame con quel ciclo.

La terza, ma in verità è la prima lezione, il Cile ha dimostrato che si possono aprire orizzonti politici alternativi allo sfruttamento delle paure, dell’impotenza e della frustrazione che la crisi politica e sociale che ci attanaglia continua ad accumulare.

Intendo dire che in disputa ci sono altri futuri possibili e che possono essere articolati in modo credibile, convincente e vincente.

L’ultima osservazione è che, al di la dell’importanza relativa dei Paesi, ci sono elezioni che aprono possibilità epocali ed effetti che eccedono ampiamente il loro contesto concreto.

Lo è stata, ad esempio, quella di Trump. Ma lo è stata anche quella di Syriza.

E’ ovvio che il loro divenire dipende dal loro sviluppo concreto, ma la possibilità di apertura di un ciclo democratico nuovo in grado di apportare certezze politiche ad un futuro pericoloso e incerto è la grande sfida politica dei tempi che ci sono già caduti addosso.

FONTE: http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2021/12/dossier-cile.html?m=1

Il Cile avanti a sinistra

di Marco Consolo

Schiacciante vittoria del candidato delle sinistre, Gabriel Boric, nel ballottaggio delle elezioni presidenziali cilene, con quasi 12 punti di differenza da Josè Antonio Kast, nostalgico della dittatura di Pinochet. Domenica scorsa, hanno votato 8.270.318 persone, una cifra che nessuno si aspettava e che rompe la soglia degli 8 milioni di voti, considerata il “Santo Gral” della politica cilena.

Boric è il Presidente più giovane del Cile (36 anni quando assumerà il prossimo 11 marzo) e quello che ha ricevuto più voti in assoluto (4.619.222)  nella storia del Paese, con una spettacolare rimonta dal primo turno (dal 26% al 56%). Dapprima dirigente del movimento degli studenti, poi deputato per due legislature del Frente Amplio, ecologista, il giovane Boric viene dal sud del Paese, rompendo anche simbolicamente il  centralismo della politica cilena. Viene eletto, con la promessa di costruire un Cile pluri-nazionale nel rispetto delle popolazioni originarie, più giusto ed uguale, con un sistema sanitario e pensionistico pubblico, che decentralizzi lo Stato, devolvendo potere alle regioni e alle comunità locali, senza più impunità per le violazioni dei diritti umani.

Da parte sua, il pinochetista Josè Antonio Kast, ultra-liberista, misogino e xenofobo, ha ricevuto 3.648.987 voti (44,13%), trasformandosi nel perdente con la più alta votazione della storia cilena, a soli 150.000 suffragi da quelli ricevuti da Piñera per la sua vittoria del 2017. Al primo turno Kast era arrivato primo, con il 28% dei voti, e per il ballottaggio era riuscito ad ottenere l’appoggio di tutta la destra (compresa una parte della DC). Il pedigree di Kast è di tutto rispetto. Suo padre, scappato dalla Germania in Cile alla fine della guerra, nel 1942 si iscrisse al partito nazista, mentre combatteva con le forze occupanti naziste anche in Italia. Suo fratello, Miguel Kast è stato più volte Ministro della dittatura civico-militare di Pinochet, nonché presidente della Banca centrale. E si parla diffusamente dell’appoggio della famiglia Kast alla repressione pinochetista nella zona in cui viveva.

Nel Cile di oggi Kast incarna il bisogno di “legge e ordine”, gode di una base elettorale importante e dell’appoggio della maggioranza della “famiglia militare”, di cui il governo dovrà tenere conto.

Nel ballottaggio, Boric ha saputo motivare la partecipazione elettorale, aumentata significativamente tra primo e secondo turno (l’8% in più, con 1.200.000 di persone).  Lo ha fatto grazie a una campagna porta a porta, che ha mobilitato tutti i settori sociali e culturali, in tutto il territorio nazionale, ed in cui le donne ed i giovani hanno avuto un ruolo preponderante. Parallelamente, è stato capace di mobilitare i settori moderati del centrosinistra che, dopo la sconfitta al primo turno, provano a scommettere sulla pace sociale e si sono smarcati dal pericolo fascista.

Decisivo il voto nelle province più popolate (Santiago e Valparaiso) con un distacco di quasi 20 punti. Ma anche il recupero nelle regioni del nord minerario, dove al primo turno, una gran parte dei voti era andato a un candidato di centro destra, Franco Parisi, che aveva fatto campagna elettorale dagli Stati Uniti e dichiarato l’appoggio a Kast nel ballottaggio.

Non sono servite le manovre del governo di Piñera e delle destre per boicottare il voto popolare e favorire il candidato  pinochetista Kast. Non è servita la martellante campagna di odio anticomunista, di estrema polarizzazione, di “fake news”, di uso a profusione delle reti sociali e degli algoritmi dei “Big data”. Non è servito l’appoggio della destra mondiale, compresi Salvini e l’opposizione anti-chavista venezuelana tanto cara a Renzi ed a settori del PD. Non è servita neanche la serrata parziale dei padroni dei trasporti privati nel giorno del ballottaggio, per non fare andare a votare la gente dei quartieri popolari, sulla falsa riga del 1973, quando i camionisti furono determinanti per il golpe di Pinochet contro Salvador Allende.

E a proposito di simboli, solo tre giorni fa c’era stato un fatto di enorme valenza simbolica nel Paese. Era morta Lucia Hiriart,  oscuro e tetro personaggio, moglie di Pinochet e sua ispiratrice nelle trame golpiste, nella sanguinosa repressione della dittatura e nei magheggi finanziari che hanno garantito numerosi conti clandestini all’estero. Come suo marito, anche lei è rimasta impune, riuscendo ad evitare la giustizia senza scontare il carcere.

Con la vittoria di Boric, si chiude la “transizione” post dittatura, durata oltre 30 anni, con un’alternanza al governo di centrosinistra e destra. Non c’è dubbio che la sua vittoria rappresenta anche la sconfitta del centro-sinistra della  “Concertaciòn” (Democrazia Cristiana, Partito socialista e Partito por la Democrazia-PPD), che non ha mai messo in discussione il modello sociale ed economico uscito dalla dittatura e da questa applicato sotto dettatura dei “Chicago boys” di Milton Friedman. E’ quindi la sconfitta di un consociativismo di potere che ha accettato,  interiorizzato e praticato uno dei sistemi neoliberisti più feroci e diseguali del continente. Un laboratorio mondiale sin dal golpe del 1973, dove tutto è stato privatizzato (scuola, sanità, pensioni, trasporti, acqua…), dove poche famiglie controllano le leve economiche del Paese e dove il ruolo dello Stato è sussidiario rispetto al mercato.

Il Cile parla a noi

Le elezioni non le ha vinte il centrosinistra, alternatosi al governo con la destra nei tre decenni post-dittatura. Le ha vinte un candidato che viene dalla  sinistra e dalle lotte studentesche, con l’ appoggio dei movimenti e del Partito Comunista che ha avuto un ruolo decisivo. I candidati (e i partiti) del centro-sinistra hanno perso al primo turno ed al  ballottaggio obtorto collo hanno dovuto appoggiare il candidato Boric per allontanare il pericolo fascista.

Come è stato possibile questo ribaltamento dei rapporti di forza?

Il neoliberista Piñera aveva vinto nel 2017, grazie alla delusione ed al disincanto popolare nei confronti del governo di centrosinistra, che non ha mai messo in discussione il modello neoliberista ereditato da Pinochet, ma che al contrario lo ha perfezionato in molti aspetti.

È stata la rivolta sociale del 2019 contro il governo Piñera, sorprendente e di massa, a cambiare i rapporti di forza. Il Cile si è svegliato. I movimenti sociali, pagando un alto prezzo di sangue con decine di morti e migliaia di feriti tra i manifestanti, sono riusciti a imporre il referendum sulla Costituzione per cancellare quella pinochetista.  Questa spinta dal basso ha permesso l’istallazione dell’Assemblea Costituente (che avanza nella definizione della nuova Carta Magna), con una presidente, Elisa Loncón, rappresentante del popolo mapuche, un fatto di enorme valenza simbolica. La mobilitazione ha permesso inoltre la stessa vittoria elettorale alle amministrative.

Quella rivolta ha costruito nel conflitto una coalizione politico-sociale, tra il variegato mondo dei movimenti sociali ed i partiti della sinistra coerenti che, nonostante i rapporti non certo idilliaci, ha cercato di lavorare insieme e costruire un’alternativa che si è riflessa anche sul piano elettorale.

Dopo mesi di rivolta sociale e mobilitazione spesso unitaria, al primo turno delle elezioni presidenziali, la coalizione tra Frente Amplio, Partito Comunista ed altre forze minori ha superato il centrosinistra con un candidato espressione dei movimenti, che domenica scorsa ha sbaragliato le destre.

Dal prossimo 11 marzo si apre un nuovo scenario, i cui sviluppi sono ancora imprevedibili. Sebbene quello cileno sia un regime presidenzialista, in Parlamento la coalizione che ha sostenuto Boric al primo turno ha solo un quarto dei seggi, mentre Kast conta con quasi un terzo dei voti. L’appello al dialogo, più volte ripetuto da Boric, tiene conto anche di questa realtà dei rapporti di forza parlamentari. Il nuovo governo dovrà affrontare una situazione sociale ed economica non certo rosea, dopo i mesi della rivolta sociale e soprattutto dopo quasi 2 anni di pandemia (lungi dal terminare).

Anche il quadro internazionale, in particolare quello di un continente il cui ciclo politico sta cambiando profondamente, nel bene o nel male peserà sul futuro del nuovo Cile. Non c’è dubbio che questa vittoria progressista rafforza le speranze di cambiamento anche in Colombia ed in Brasile che andranno a elezioni nel 2022.

Anche in Cile si riaprono “las grandes alamedas” della speranza di cui parlava il Presidente martire, Salvador Allende.

Splendori e miserie dell’Occidente

Il summit per la democrazia convocato da Biden serve a rilanciare la favola del “mondo libero”. . In realtà più che glorificare il mondo libero dovremmo preoccuparci del degrado della democrazia e dei diritti umani proprio nei paesi dell’Occidente che quella bandiera hanno innalzato e adesso la stanno gettando nel fango.

di Domenico Gallo

I venti di guerra che spiravano al confine fra l’Ucraina e la Russia non si sono attenuati neanche dopo il vertice fra i due Presidenti, Biden e Putin, che hanno abbassato un po’ le canne dei fucili ma si sono scambiati, fra promesse e minacce, i reciproci penultimatum.

Nella stessa settimana la CNN ci informa che Biden si appresta a lanciare il boicottaggio diplomatico delle olimpiadi invernali in Cina in risposta alle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e a Hong Kong e alle pressioni militari cinesi su Taiwan. Si tratta di una misura che i cinesi hanno preso come una grave provocazione politica e che difficilmente porterà ad un miglioramento della situazione nello Xinjiang e a Hong Kong. Gli Stati Uniti non sono Amnesty International e non hanno titolo per ergersi a paladini dei diritti umani nel mondo. Tanto più che, come la Russia, la Cina, Israele e la Turchia, si rifiutano di aderire a quei trattati internazionali, come lo Statuto della Corte penale internazionale, che pongono dei vincoli a quelle violazioni più odiose dei diritti umani, che sono i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità.

In realtà l’argomento della democrazia e della tutela dei diritti umani è usato sempre in modo strumentale per orgoglio politico, per marcare una supremazia.

Questa, infatti, sembra essere la settimana dell’orgoglio dell’Occidente. Il 9-10 dicembre il Presidente Biden ha convocato il «Summit per la Democrazia» che riunirà, in collegamento mondiale online, «leader di governo, società civile e settore privato». La lista degli invitati comprende 111 paesi. Tra questi 28 dei 30 membri della Nato: mancano Turchia e Ungheria ma, in compenso, ci sono Israele e Ucraina, insieme a 26 dei 27 membri della Ue (esclusa l’Ungheria). Il Summit «fornirà loro una piattaforma per difendere la democrazia e i diritti umani all’interno e all’estero, per affrontare attraverso un’ azione collettiva le più grandi minacce che hanno di fronte oggi le democrazie». Verrà in tal modo avviato «un anno di azione per rendere le democrazie più reattive e resilienti», che culminerà con un secondo Summit in presenza per «costruire una comunità di partner impegnati nel rinnovamento democratico globale». Si tratta di una sorta di gay pride dell’Occidente per rilanciare la favola del “mondo libero” unito nella missione di portare la democrazia nel mondo sotto la guida degli Stati Uniti, contenendo le spinte del mondo non-libero, nel quale ci sono la Cina e la Russia, ma non l’Arabia Saudita, né l’Egitto. In realtà più che glorificare il mondo libero dovremmo preoccuparci del degrado della democrazia e dei diritti umani proprio nei paesi dell’Occidente che quella bandiera hanno innalzato e adesso la stanno gettando nel fango. Come accade un po’ dappertutto anche nel Paese che ha inventato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, dove la nuova stella nascente della politica francese, Eric Zemmour, ha impostato la sua campagna presidenziale sullo slogan: immigrazione zero. Questo non è il tempo dello splendore ma delle miserie dell’Occidente e del degrado della democrazia. Di quale gloria si può vantare un paese del mondo libero come la Polonia, dove qualche giorno fa è stata fatta morire una donna incinta con il bambino che portava in seno per il rifiuto di darle accoglienza? Di quale gloria si può vantare l’Unione Europea per aver trasformato il Mediterraneo in un cimitero? Usciamo fuori dalle finzioni e guardiamo la realtà con la cruda sincerità delle parole pronunciate da papa Francesco a Lesbo: “guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: “Quale mondo volete darci?” Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà! “

Forse più che celebrare lo splendore dell’Occidente e del suo Paese guida, dovremmo cominciare a preoccuparci seriamente dello stato di salute della nostra democrazia, che rischia il naufragio nel mare dell’indifferenza e delle nostre miserie.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2021/12/splendori-e-miserie-delloccidente/

Le radici della crisi bielorussa

di Andrea Vento

La crisi politica scoppiata in Bielorussia a seguito della diffusione di risultati delle elezioni del 9 agosto 2020, che hanno assegnato per la sesta volta consecutiva la vittoria al presidente Lukashenko con l’80,1% dei consensi, giudicati dalla maggior parte della società civile frutto di frodi elettorali, ha fatto improvvisamente salire alla ribalta delle cronache il paese ex sovietico, dopo esser rimasto a lungo ai margini dei riflettori mediatici internazionali. Quella che segue è un’analisi focalizzata sui principali aspetti economici, sociali, politici e geopolitici della Repubblica Bielorussa: il suo scopo è fornire strumenti analitici e documentati di comprensione, superando i limiti di una informazione che talvolta risulta dettata da posizionamenti geopolitici e condizionamenti politici preconcetti.

La situazione economica e sociale

Il modello economico della Bielorussia è stato definito da alcuni analisti come “socialismo di mercato”, essendo caratterizzato da una economia di mercato ma con forte presenza dello stato, soprattutto nei settori strategici e nei servizi essenziali, con le aziende pubbliche, secondo l’agenzia Reuters, che generano il 70% della ricchezza prodotta e assorbono 2/3 della forza lavoro. Per quanto riguarda il livello di sviluppo economico la Bielorussia, a parte i tre stati baltici entrati nell’Unione Europea (Lituania, Lettonia ed Estonia), risulta, secondo il Fmi, la repubblica ex sovietica con il quarto Pil pro capite nominale più elevato (circa 6.500 $ nel 2019) dopo Russia (11.160 $), Kazakistan (9.140 $) e Turkmenistan (7.820 $), paesi ricchi di risorse del sottosuolo, e superiore ad Azerbaigian (4.690 $) Armenia (4.530 $), Georgia (4.290 $) e Ucraina (3.590 $).

Dal punto di vista dello sviluppo sociale, grazie a un ampio welfare state, ereditato dal modello sovietico, il governo bielorusso è riuscito a garantire buone condizioni di vita ai circa 9,5 milioni di abitanti attuali: la speranza di vita media secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2015 era infatti di 73,2 anni, inferiore solo a Georgia (76,6), Armenia (75,1) e Azerbaigian (72,7) e molto vicino alla Lettonia (73,6) che peraltro registra un Pil pro capite quasi triplo (18.170 $). Inoltre, secondo la Banca Mondiale, la quota della popolazione al di sotto della soglia nazionale di povertà è scesa dal 41,9% nel 2000 al 5,7% nel 2016 grazie all’inclusività della crescita economica e agli investimenti nella protezione sociale che assorbivano nel 2018 il 2,1% del Pil e il 36,4 % della spesa pubblica. Anche alla sanità è stata riservata particolare attenzione dal momento che in Bielorussia, secondo i dati forniti dalla Cia, si registrano 4,08 medici e 11 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, piazzandosi rispettivamente al sedicesimo e al quinto posto a livello mondiale, con un sistema sanitario universalistico che nel 2015 risultava accessibile al 94,3% della popolazione. Conseguentemente, anche la mortalità infantile entro il primo anno di vita è molto bassa, pari al 3,6 per mille, esattamente allo stesso livello della prospera Svizzera e primo fra tutti i 15 paesi ex sovietici, repubbliche baltiche comprese.

Buona la situazione anche per quanto riguarda la coesione sociale, con disuguaglianze di reddito fra le più basse a livello europeo e, addirittura, con trend in diminuzione, visto che il coefficiente Gini dallo 0,320 del 1998 è sceso allo 0,252 del 2018, mentre più accentuate risultano le disparità territoriali soprattutto fra la capitale Minsk, dove i redditi risultano di gran lunga più elevati, le altre città e, soprattutto, le aree rurali dove i redditi sono nettamente inferiori (Carta 1).

Figura 1. Salari nominali medi mensili nelle province della Bielorussia (2013).
Legenda. I salari nominali mensili maturati nelle raions (province) bielorusse nel gennaio 2013: inferiore a 300 BYN (~ $ 150), 300-350 BYN (~ $ 150 – $ 175), 350-400 BYN (~ $ 175 – $ 200); 400-450 BYN (~ $ 200 – $ 225); 450-500 BYN (~ $ 225 – $ 250); più di 500 BYN (~ $ 250).

Risultati interessanti ottenuti, come sostiene la rivista Bloomberg, grazie al “rifiuto di Lukashenko di privatizzare l’economia negli anni ’90, cosa che ha evitato l’emergere dei cosiddetti oligarchi, gli stessi che hanno fatto razzia dei beni di stato in Ucraina e Russia”. Alexander Pivovarsky, responsabile per il paese della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ha addirittura affermato “che la Bielorussia ha seguito un percorso unico, che ha fornito ai cittadini benefici a cui spesso non si conferisce la giusta importanza, come la stabilità”, specificando però di credere “allo stesso tempo che il modello economico della Bielorussia sia insostenibile”. Infatti, analizzandone la struttura economica, emerge come questa sia sostenuta, oltre che da una solida base industriale che produce il 27% della ricchezza, dai “miliardi di dollari di sussidi energetici che di fatto la Bielorussia riceve, sotto forma di enormi quantità di greggio che acquista dalla Russia a prezzi scontati”, i quali le hanno consentito di creare un’economia petrolifera, raffinando il greggio per riesportarne i prodotti ottenuti. La Bielorussia, infatti, nel 2016 ha esportato petrolio e derivati per un valore di 4.681 milioni di $, prima voce dell’export, pari al 24,6% del totale. Situazione analoga alle forniture di gas russe anch’esse a prezzi di favore, forniture che generano altri miliardi di dollari di risparmi.

Il quadro geo-economico

Come riporta la rivista “Diplomazia Economica Italiana” del Ministero degli Affari Esteri, nel numero di settembre 2019 “un altro elemento di particolare importanza è l’adesione nel 2015 della Bielorussia all’Unione Economica Euroasiatica (UEEA) insieme a Russia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Si tratta di un potenziale bacino di circa 180 milioni di consumatori e del terzo mercato mondiale con un PIL di 4.500 miliardi di dollari, destinato a porsi come nuovo polo di sviluppo economico per i Paesi europei nella commercializzazione di prodotti e nella realizzazione di progetti di investimento”. La Bielorussia ha, infatti, tratto vantaggio da questa sua partecipazione, non solo per la libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e della forza lavoro tra i paesi membri ma, anche perché, dopo le sanzioni unilaterali occidentali imposte alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea, che hanno indotto Mosca a imporre come ritorsione l’embargo sui prodotti agricoli europei, Minsk ha beneficiato di una favorevole rendita di posizione nel riesportare verso la Russia i prodotti europei del comparto agroalimentare, causando un certo risentimento da parte del governo di Mosca.

Tuttavia, lo scenario geo-economico bielorusso negli ultimi anni sta subendo significativi cambiamenti. Le raffinerie nel 2014 pagavano il greggio solo il 50% del prezzo di mercato, quota salita all’80% nel 2019 e, a seguito delle nuove politiche fiscali di Putin, causate sia dalla caduta delle quotazioni del petrolio che dalle crescenti frizioni fra i due stati, entro il 2025 Mosca venderà il petrolio a Minsk a prezzo pieno, con un costo aggiuntivo che il governo ha stimato in dieci miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. I risparmi realizzati grazie alle forniture di greggio a prezzi agevolati fruttano, secondo i dati Unctad, circa 2 miliardi di dollari annui. Minsk, quindi, potrebbe essere costretta a ristrutturare le sue aziende statali, con il rischio di perdita di posti di lavoro e di stato sociale, accertato che i proventi dell’attività petrolifera bielorussa vengono utilizzati dal governo per finanziare il 10% della spesa pubblica.

Sembra, dunque, che la stagione florida dell’economia e del generoso welfare state bielorusso sia indirizzata verso il tramonto, in parte anche a causa di problemi di natura geopolitica, oltre che economici. La Bielorussia è strettamente legata sia politicamente che economicamente alla Russia. Le due economie, come ai tempi dell’Urss, risultano ampiamente integrate e complementari. Quest’ultima infatti, oltre che sovvenzionare Minsk in cambio della fedeltà geopolitica, rappresenta anche il suo primo partner commerciale, con cui tuttavia registra un saldo negativo nell’interscambio, in linea con quello della bilancia commerciale generale (-4.741,6 milioni di euro nel 2018). Minsk, nel 2017, indirizzava nella Federazione russa ben il 44% del proprio export totale, mentre verso l’Ue, secondo partner, il 27%. Tuttavia, il definitivo rifiuto nel 2019 di Lukashenko di accettare la fusione politica con Mosca ha irritato Putin, come il riavvicinamento bielorusso all’Unione Europea e agli Stati Uniti. Con Washington, dopo il ritiro del proprio ambasciatore da Minsk nel 2008, negli ultimi 2 anni vi è stato un graduale riavvicinamento che ha portato nel 2020 al ristabilimento delle relazioni diplomatiche, operazioni finalizzate a ridurre la dipendenza da Mosca, a diversificare le relazioni commerciali e ad attirare investimenti occidentali.

Il percorso dell’economia bielorussa

Dopo la complessa fase degli anni ’90, l’economia bielorussa durante il primo decennio degli anni Duemila ha registrato una crescita sostenuta con punte intorno al 10% annuo, per poi subire un rallentamento negli anni successivi (Tabella 1), con addirittura 2 anni di recessione nel biennio 2015-2016, perfettamente in linea con quanto avvenuto in Russia, a conferma della stretta interconnessione tra due economie (Grafico 1). Anche la ripresa della crescita economica nel triennio 2017-2019 è principalmente riconducibile a fattori esterni quali: il parziale recupero delle quotazioni degli idrocarburi, la ripresa economica russa e la maggiore apertura economica e commerciale verso l’Unione Europea.

Tabella 1: Tasso di variazione annua del Pil in Bielorussia e Russia periodo 2011-2019.
Fonte: index mundi

Grafico 1: Variazione annua del Pil e dei prezzi al consumo (inflazione) periodo 2001-2013.

Fonte: Istituto nazionale di statistica della Bielorussia. Elaborazione su wikipedia.

Nell’ultimo decennio, 2010-2019, l’economia bielorussa è cresciuta in media meno dell’1% annuo secondo Reuters, entrando in una fase di sostanziale stagnazione, frutto dell’alternarsi di due modeste fasi espansive ad una recessiva. A partire dal 2011, infatti, a seguito anche dell’acuirsi del deficit pubblico, ha iniziato a mostrare un sensibile rallentamento, con conseguente crisi valutaria del Rublo bielorusso, più volte svalutato, e aumento dell’inflazione.

La questione salariale

Le criticità economiche, come la bassa crescita e l’alta inflazione, hanno prodotto inevitabili riflessi anche sul potere di acquisto dei salari, i quali benché adeguati ben 13 volte al costo della vita nell’ultimo decennio, non hanno ancora raggiunto la media nazionale effettiva dei 500 $, livello che il governo aveva dichiarato di voler conseguire prima delle elezioni del 2010. In pratica nel decennio successivo gli stipendi medi lordi sono rimasti fermi, arretrando addirittura dai 368 euro di gennaio 2015, ai 290 euro dello stesso mese dell’anno successivo, secondo i dati pubblicati dall’Agenzia nazionale per la statistica, Belstat, come riflesso della recessione che ha colpito l’economia bielorussa.

L’analisi dei livelli e dell’andamento dei salari in Bielorussia non si presenta di semplice interpretazione, non solo a causa di problemi metodologici, quali la scarsa disponibilità di dati ufficiali, le complessità di calcolo dovute alle varie ridenominazioni del Rublo bielorusso (l’ultima del gennaio 2016) e l’impatto dell’inflazione sugli stessi ma, anche, perché presentano marcate differenziazioni sia territoriali, che a seconda del tipo di mansione e del comparto economico di pertinenza. In estrema sintesi, emerge come a seconda della regione di residenza la discrepanza retributiva possa arrivare fino a 2 volte; invece, per quanto riguarda il comparto di lavoro di impiego, si registrano alti salari nella finanza e nell’industria, oltre che nell’esercito, e bassi salari nell’agricoltura. In base ai dati disponibili risulta come il salario medio lordo nazionale, come visto frutto di situazioni molto diversificate, nel 2016 ammontasse a 8.600 Byn (Rubli bielorussi) annui, pari a € 4.300 e $ 4.800, corrispondenti a (7.400 Byn pari a 3.600 euro e 4.000 dollari) netti. In pratica nel 2016 lo stipendio medio netto anno era di 300 euro, molto vicino a quello del 2019 salito nel contempo, al lordo dell’inflazione, a 328 euro.

Le nuove strategie del governo

Lukashenko ha cercato di porre rimedio alla situazione provando a ritagliare un nuovo ruolo geopolitico e geoeconomico per il paese prefigurandolo come una sorta di stato-ponte fra l’Unione Europea e la Russia, come indica, d’altronde, il titolo della pubblicazione del settembre 2019 del Ministero degli esteri precedentemente citata: “La Bielorussia si rinnova e strizza l’occhio all’Italia”.

Il governo ha infatti accelerato sulla transizione verso un’economia di mercato più compiuta, facendo leva sugli investimenti stranieri, come confermano le varie riforme attuate tese a rendere più allettanti le condizioni per le imprese, fra le quali l’Ordinanza Presidenziale n. 7 sullo ‘Sviluppo dell’Imprenditorialità nella Repubblica della Bielorussia‘ del 23 novembre 2017, che ha costituito un passaggio fondamentale per attirare gli investimenti esteri. Il provvedimento ha introdotto una generale facilitazione per l’apertura di nuove imprese straniere, anche individuali, una riduzione delle ispezioni e della pressione fiscale e una semplificazione normativa. Inoltre sono stati creati diversi regimi preferenziali per gli investimenti. I principali sono le Zone Economiche Libere (in tutto 6, una per ogni regione del Paese), il Parco di Alte Tecnologie, il Parco Industriale e Logistico sino-bielorusso ‘Great Stone’, a cui si aggiungono alcune agevolazioni per le zone rurali. Nelle Zone Economiche Libere, nel caso in cui una impresa investa almeno un milione di euro, i profitti non subiranno alcuna tassazione per i primi cinque anni e in seguito godranno di un’imposizione agevolata. Una tappa fondamentale nel processo di  ridimensionamento dell’economia statalizzata, parte integrante di una strategia precedentemente pianificata, visto che  l’Agenzia nazionale per gli investimenti e le privatizzazioni, ente statale istituito appositamente per attrarre investimenti diretti esteri della Repubblica Bielorussa, pubblicava nel 2015 sul proprio sito ufficiale una serie di informazioni rivolte alle imprese straniere atte ad attirare investimenti di capitali al fine di sostenere e rilanciare la propria economia dopo la crisi del 2011 (vedi approfondimento in coda al testo).

A seguito dei provvedimenti introdotti dal governo lo stock di investimenti diretti esteri (Ide) nel paese sono passati dai 15.919 milioni di euro del 2016 ai 17.542 del 2018, quasi completamente indirizzati all’acquisto di aziende preesistenti, in netta prevalenza pubbliche, con scarso interesse verso la creazione di nuove imprese (investimenti in Green field).

Conclusioni

La stagnazione economica e salariale, accompagnata da alcune riforme del mercato del lavoro recentemente introdotte e dal recente processo di privatizzazioni e liberalizzazioni, ha contribuito ad acuire il malcontento sociale. La protesta, seppur emersa di tanto in tanto negli anni precedenti con manifestazioni spontanee di piazza contro singoli provvedimenti, come avvenne nel 2017 dopo l’approvazione della cosiddetta “tassa sui disoccupati” o nei mesi scorsi a causa dell’esclusione di ben 10 candidati alle presidenziali, fra i quali anche Victor Babariko sostenuto da Mosca, è esplosa a inizio agosto 2020 dopo la diffusione dei risultati elettorali giudicati frutto di grossolani brogli.

Le proteste non hanno colto di sorpresa gli analisti più attenti, in quanto il patto sociale che per 5 lustri ha garantito stabilità politica, buone condizioni di vita e garanzie di impiego a vita nelle aziende statali, in cambio di governo autoritario e di scarse libertà politiche (tutti i 110 deputanti eletti alla Camera dei rappresentanti alle elezioni del 2019 sostenevano il governo.) e sindacali, si è definitivamente incrinato, anche a causa della pessima gestione della pandemia da Covid-19 con il presidente Lukashenko che è arrivato a dichiarare che occorre “bere vodka, fare la sauna e lavorare per uccidere il virus”.

A ciò dobbiamo aggiungere la grande indignazione che hanno suscitato le violente repressioni delle proteste da parte degli apparati di sicurezza, che hanno causato 7.000 arresti, feriti, torture e 4 morti, alienandosi anche settori del proprio elettorato, come dimostrano le immagini delle manifestazioni di piazza e delle fabbriche in sciopero. Lo zoccolo duro delle proteste è, infatti, rappresentato dagli operai delle grandi aziende statali che hanno bloccato a oltranza la produzione in attesa che vengano indette nuove elezioni e introdotta la libertà sindacale, in quanto in Bielorussia tutt’oggi è ammesso un unico sindacato controllato dal governo.

La Bielorussia risulta uno dei pochi stati in cui è ancora forte e combattiva la rappresentanza operaia, pertanto, è imprescindibile che quest’ultima acquisisca anche coscienza politica e si strutturi come soggetto organizzato in grado di realizzare un programma avanzato per la tutela dei lavoratori e che scongiuri ulteriori privatizzazioni e liberalizzazioni, esprimendo un candidato unitario per le prossime elezioni presidenziali, in grado di sconfiggere sia la vecchia e corrotta nomenklatura, sia le forze liberiste e filo occidentali, peraltro poco consistenti in un paese in cui l’opinione pubblica è ancora ampiamente legata al “fratello russo” e non è disposta a rinunciare al welfare state che sino ad oggi ha garantito diritti sociali e buone condizioni di vita a tutta la popolazione.

Appendice

L’Agenzia nazionale per gli investimenti e le privatizzazioni, ente statale istituito appositamente per attrarre investimenti diretti esteri della Repubblica Bielorussa, nel 2015 pubblicava sul proprio sito una serie di informazioni rivolte alle imprese straniere atte ad attirare investimenti di capitali al fine di sostenere e rilanciare la propria economia dopo la crisi del 2011. Al di là dell’aspetto pubblicistico dell’operazione, risulta evidente come il governo bielorusso abbia pianificato ed incentivato, da almeno un lustro la transizione verso l’economia di mercato e l’apertura al capitale transnazionale, con conseguenti privatizzazioni e liberalizzazioni.

Riportiamo di seguito un estratto della significativa nota informativa dall’eloquente titolo:

“Perché la Bielorussia?”

La Bielorussia è il posto migliore per i vostri investimenti!

Perché offre:

  1. Una posizione strategicamente vantaggiosa che consente alle aziende di servire con efficacia mercati di grande capacita e in rapida crescita: i paesi dell’Unione europea (500 milioni di consumatori), Russia, Ucraina, Kazakistan e altri paesi della CSI (280 milioni di consumatori).
  2. Accesso diretto al mercato dei tre paesi dell’Unione Economica Euro-Asiatica: Bielorussia, Russia, Kazakistan (ai quali si sono aggiunte l’Armenia e il Kirghizistan). Oggi, alle aziende che investono in Bielorussia è concesso automaticamente all’accesso al mercato da 180 milioni di persone dei tre paesi dell’Ueea ove vige la libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e manodopera.
  3. Il clima d’investimento e fiscale competitivo. In Bielorussia c’è una serie dei regimi preferenziali che possono essere molto utili per le aziende straniere, anche per quanto riguarda la loro pianificazione e ottimizzazione fiscale. La Bielorussia si impegna a creare le condizioni di business aperti e favorevoli sul proprio territorio. Oggi il paese è leader nel miglioramento della legislazione, questo conferma lo studio della Banca Mondiale.
  4. Infrastruttura sviluppata del trasporto e logistica. Grazie della sua posizione geo-economica la Bielorussia è un “hub” del trasporto e della logistica della regione eurasiatica. Le arterie principali che attraversano il paese, sono l’elemento più importante del sistema di trasporto europeo. È infatti attraversata da 2 corridoi transeuropei di trasporto (Carta 2).
  5. Opportunità di privatizzazioni uniche. Bielorussia offre alle aziende straniere opportunità uniche nello sviluppo accelerato delle loro attività legate all’intensificazione del processo di privatizzazione nel paese. Al fine di migliorare ulteriormente l’efficienza dell’economia nazionale, la Bielorussia ha scelto la tattica “a punti” della privatizzazione, ed è interessata a sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con i grandi investitori strategici. Oggi l’Agenzia Nazionale per gli Investimenti e la privatizzazione in collaborazione con la Banca Mondiale stanno introducendo approcci e strumenti moderni che soddisfano le più avanzate pratiche internazionali. Esse mirano a rendere nella Bielorussia le condizioni di privatizzazione più aperte e comprensibili alle società estere.
  6. Forza lavoro altamente qualificata. La Bielorussia ha uno dei popoli più istruiti, altamente qualificati e laboriosi.
  7. Buona “qualità” della vita. Nella classifica mondiale in termini di livello della vita, pubblicata nel rapporto della ONU sullo sviluppo umano nel 2014, la Bielorussia ha raggiunto il 53esimo posto (su 187) ed è stata riconosciuta come leader tra i paesi della CSI.

Figura 2. I corridoi trans-europei che attraversano la Bielorussia, compresi i percorsi terrestri della nuova Via della seta.

Andrea Vento è tra i fondatori del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati (GIGA) e insegna geografia nell’Istituto “A. Pacinotti” di Pisa. E-mail: andreavento2013@gmail.com

Il GIGA è composto da docenti specialisti di Geografia Generale ed Economica, uniti dalla volontà di salvaguardare il valore della disciplina quale strumento fondamentale per comprendere criticamente le dinamiche ambientali, economiche, sociali e geopolitiche delle realtà locali e del mondo globalizzato. Nato nell’ottobre 2013 per contrastare le politiche ministeriali che, a partire dagli anni ’90, hanno fortemente penalizzato l’insegnamento della geografia nelle scuole, il GIGA ha  ampliato il suo campo d’intervento alla divulgazione della cultura geografica e delle potenzialità formative della disciplina, organizzando numerose iniziative di formazione, sia in campo scolastico che nella società civile, in linea con i principi della public geography. Nato in Toscana, il gruppo è impegnato nell’aggregazione di insegnanti di geografia su tutto il territorio nazionale.

FONTE: https://magazine.cisp.unipi.it/le-radici-della-crisi-bielorussa/

L’avvento della meritocrazia

di Giorgio De Girolamo

“Il ritmo del progresso sociale dipende dal grado in cui il potere si accoppia all’intelligenza”. È su questo dogma che si fonda la costruzione della società meritocratica perfetta, che Michael Young, dal lontano 1958, proiettato in un immaginario e distopico 2033, dipinge ai nostri occhi. Con questo saggio, dal titolo “L’avvento della meritocrazia” (anche se più esaustivo degli scopi dell’autore è l’originale: “The Rise of Meritocracy 1870-2033: An Essay on Education and Equality”), Young, sociologo britannico e dirigente del partito laburista nel secondo dopoguerra (fino al 1950), introduce nel linguaggio politico e mediatico una parola tanto longeva quanto pericolosa.

Ma cosa intendeva davvero Young per “meritocrazia“? È un concetto assimilabile a quello oggi sovente rievocato?

La meritocrazia di Young

La meritocrazia di Young è una classe, e non una casta, al potere. La classe dei meritevoli coincide con la classe dei più intelligenti e dei più capaci.

Il merito, quindi, si misura sulla combinazione fra intelligenza e sforzo. Infatti “il genio pigro non è un genio”. Al centro dell’analisi di Young emerge la preminenza del sistema educativo. La costruzione della meritocrazia parte proprio dalle aule di scuola, dal realizzato sforzo di vincere il tentativo egualitario della scuola unica proposta nel secondo dopoguerra, quell’astratto quanto pernicioso anelito a tenere insieme gli intelligenti con gli stupidi.

La divisione nei percorsi di istruzione deve perpetuarsi come una necessità: solo che sarà fondata sul principio dell’uguaglianza delle opportunità. Saranno i più dotati a frequentare le scuole migliori e a essere protetti dalle distrazioni, lavoro compreso, che potrebbero inficiarne la piena maturazione intellettiva e culturale. L’obiettivo di questo sforzo è quello di mantenere e rinforzare la competitività dell’Inghilterra, nella sfida continua al primato scientifico e produttivo. È a tal fine che la meritocrazia, per non perdere metri preziosi, dovrà anticipare sempre più il momento della selezione.

Grazie al progresso scientifico, tra qualche decennio si riuscirà ad anticipare fino alla prima infanzia la misurazione del QI, ministro della saeva fortuna, con un risibile margine di errore. Anni dopo si potrà compiere questa misurazione perfino prima della nascita, basandosi sulle doti degli ascendenti del nascituro. Sulla base del verdetto di questo obiettivo, freddo e inoppugnabile valore numerico, la sorte di ogni uomo è decisa per sempre.

L’abisso tra le classi

Ma occorre fare un passo indietro e riflettere sulla differenza cruciale che intercorre fra la divisione in classi di questa società e quella vigente nelle età precedenti. Questo grande scarto deriva dal differente criterio di legittimazione morale, di cui in ogni società i detentori del potere e i possessori di ricchezza hanno bisogno, per affermare e proteggere all’invidia dei dominati la propria fortuna, riuscendo a “governare con l’illimitata sicurezza che costituisce la fonte segreta del carisma”.

Nell’epoca feudale tale principio era in gran parte rappresentato dal sangue. Nell’epoca capitalistica la ricchezza trovava in sé stessa giustificazione. Ma l’ingiustizia di tale criterio, la sua scarsa e quasi assente dote di obiettività, era evidente alla gran parte dei dominati delle classi inferiori. Tra loro, all’epoca della pre-meritocratica società capitalistica, si celavano quegli intelletti superiori, che seppur repressi, erano in grado di guidare i propri simili e di far sorgere in loro, la coscienza di appartenere ad una classe ingiustamente oppressa.

Nella società meritocratica, invece, sempre grazie a una puntuale misurazione del QI, tali menti vengono strappate dalle classi inferiori e istruite nel sistema educativo riservato ai migliori. Le classi inferiori perdono le proprie trascinanti guide. Il titolo dei dominanti delle età pre-meritocratiche (prima sangue, poi ricchezza acquisita o ereditata) era inoltre tanto debole da far pronunciare al celebre ciompo dipinto da Machiavelli che non

sbigottisca quella antichità del sangue che ei ci rimproverano. Perché tutti gli uomini avuto un medesimo principio sono ugualmente antichi, e dalla natura sono stati fatti ad un modo. Spogliateci tutti ignudi, voi ci vedrete simili; rivestite noi delle vesti loro, ed eglino delle nostre, noi senza dubbio nobili, ed eglino ignobili parranno perché solo la povertà e la ricchezza ci disagguagliano” (Niccolò Machiavelli, Istorie Fiorentine, Firenze: Sansoni Editore, 1962, pp. 311-313).

Tutto cambia con l’avvento della meritocrazia. Tra la classe superiore, quella degli intelligenti, e l’inferiore degli scarsamente dotati, si apre un incolmabile abisso. Non sono più “solo la povertà e la ricchezza” a dividere i dominanti dai dominati. Questi ultimi non potranno ribattere, di fronte al potere dei meritevoli, che il loro diritto si fonda su un privilegio di nascita o su una fortunata accumulazione di ricchezze. Essi sono l’élite perché sono i più intelligenti della Nazione.

Quali argomenti restano allora alla classe inferiore per mettere in discussione la divisione fra classi? Quale significato può avere l’uguaglianza, una volta che tutti i geni stiano nelle élite, e tutti gli stupidi tra i lavoratori?

I dominanti allora acquisiranno più forza e sicurezza di sé dal fondare il proprio dominio sul merito e non più sulla fragile e discutibile ereditarietà. I dominati annegheranno invece nel pozzo della sfiducia in sé stessi:

“Non devono forse ammettere di avere una posizione inferiore non, come nel passato, perché gli venivano negate le possibilità, ma perché sono inferiori? Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio” (Young, L’avvento della meritocrazia, p. 124).

Soccorreranno, ad evitare lo sfaldamento (che sarebbe un vulnus per lo sviluppo della Nazione) delle forze materiali di una classe ormai priva di ogni ideologia, strumenti ideati per tenerla in vita: le distrazioni di massa; le aspirazioni a che i figli siano più intelligenti dei genitori e si elevino fino alla meritocrazia;, il mito dello sport volto a evitare le menomazioni che essa potrebbe causare a sé stessa per la frustrazione della sconfitta.

Ogni cosa si trasforma. Il parlamento viene reso un organo puramente formale, incapace di comprendere la complessità socio-economica di ogni scelta politica, accessibile solo ai governanti istruiti delle classi superiori. Solo “quando sorgono problemi semplici” si lascia “alla camera dei Comuni la possibilità di dar sfogo alle sue opinioni”. I sindacati, privati dei propri leader e della forza di rivendicare diritti per le classi inferiori perdono ogni rilievo sociale. La tecnocrazia sembra avere il controllo di una pace sociale apparentemente inscalfibile. Ma le minacce del populismo per Young sono alle porte. Il sociologo immaginario, voce narrante dal futuro 2033 delle trasformazioni intercorse nel cinquantennio 1980-2030, resta ucciso nelle proteste populiste di Peterloo.

Gli editori riportano, ancora nella fantasia del racconto, che non hanno potuto neppure sottoporgli le bozze del libro per le ultime correzioni.

La finta meritocrazia

Forse dovremmo trarre anche noi insegnamento da una distopia che si è fatta utopia. Young voleva metterci in guardia dalla tirannia, non violenta, autoritaria e dispotica come in London, Orwell od Huxley, ma fondata su un largo consenso: quello del generale pregiudizio che il merito sia un criterio idoneo a fondare una società diseguale. Che la diseguaglianza dovuta al merito sia un’efficiente configurazione sociale (si vedano, nelle varie traduzioni: Jack London, Il tallone di ferro; George Orwell, 1984; Aldous Huxley, Il mondo nuovo).

La nostra è una situazione peggiore. Come osserva, fra molti, Michael Sandel, in un suo recente e noto saggio, siamo lontani dalla meritocrazia di Young (Michael J. Sandel, La tirannia del merito, Milano: Feltrinelli Editore, 2021). La nostra, direbbe il sociologo inglese, si riduce al nepotismo. Il principio ereditario è ancora vigente. I college americani, sia pubblici che privati e di élite, non promuovono la mobilità sociale (Sandel, La tirannia del merito, pp.169-171).

Nota: Si noti che i 1800 college analizzati, hanno permesso al solo 2 per cento dei propri studenti di salire dal quintile inferiore al quintile superiore della scala di reddito. Questo perché la maggior parte di essi sono già benestanti. È come se i college fossero, nota l’autore, ascensori a cui la maggior parte delle persone accede dall’attico.

Lo stesso possiamo dire anche per il nostro sistema di istruzione media e universitaria. Gli https://www.censis.it/formazione/universit%C3%A0-sono-aumentati- gli-iscritti-ma-non-abbastanza-colmare-il-gap-con-l%E2%80%99europa”>ultimi dati disponibili indicano infatti che gli italiani di 30-44 anni laureati e con genitori non in possesso di un titolo di studio corrispondente sono solo il 13,9%, a fronte di una media Ocse del 32,3%. [7] I figli “stupidi” di una buona famiglia sono costantemente promossi più in alto dei figli “intelligenti” delle classi inferiori. Guadagneranno di più è saranno chiamati i meritevoli.

Nota: Chi scrive ha virgolettato l’attribuzione di intelligenza e stupidità perchè lo ritiene un criterio idoneo soltanto a legittimare una disuguaglianza per (de)merito. Ciò non toglie rilievo all’ingiustizia di veder promossi in alto troppi beneficiati per nascita.

Uno scenario di così profonda disuguaglianza pre-meritocratica (dovuta cioè a una gravissima disuguaglianza di opportunità) viene inserito in una narrazione dominante secondo cui sia i vincitori che i vinti della nostra società meriterebbero la posizione che occupano. Si hanno quindi effetti simili a quelli della meritocrazia (tecnocrazia, distruzione dei corpi intermedi, umiliazione dei non istruiti) senza vivere affatto in una società meritocratica.

Questo rende la nostra finta meritocrazia, e la sconfinata “hybris” delle sue élite, una società molto più trasformabile di quanto immaginino le classi dominanti. Dopo aver letto Young, sappiamo che basta una scintilla per reinnescare il conflitto sociale. Basta far sentire gli oppressi uguali ai propri padroni. Così che

“succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono / Magari poi riconoscendosi / Succede che gli schiavi si organizzano / E se si contano allora vincono” (Silvestri Daniele, Kunta Kinte, 2004).

E “l’intelligenza complessiva”, un’astrazione in cui continuiamo a credere, forse un giorno potrà prevalere sul quoziente intellettivo nel fondare una società di eguali.


Riferimenti
Young, Michael, L’avvento della meritocrazia, Roma/Ivrea: Edizioni di Comunità, 2015
Machiavelli, Niccolò, Istorie Fiorentine, Firenze: Sansoni Editore, 1962, pp. 311-313
Sandel, Michael J., La tirannia del merito, Milano: Feltrinelli Editore, 2021

FONTE: https://www.kriticaeconomica.com/

Confine est Europa: Venti di guerra da follia

di Tonino D’Orazio

Si ricomincia. Sono passati troppi anni senza guerre, massacri, macellerie e morti sul territorio europeo. Mentre tutti sono preoccupati della paurosa influenza a vaccino ripetuto e sempre meno efficace, in questi ultimi mesi sono in atto pesanti esercitazioni militari e spostamenti di truppe e materiali.

Qualche dettaglio.

L’11 novembre 2021, nei pressi della città polacca di Olsztyn, non lontano dall’enclave russa di Kaliningrad e dalla Bielorussia, sono stati avvistati mezzi pesanti della Bundeswehr trasportati su rotaia. Le forze armate polacche continuano a inviare rinforzi al confine con la Bielorussia mentre Minsk invia rinforzi militari al confine con la Lituania dove sono di stanza le truppe della NATO. Allo stesso tempo, i rinforzi militari russi continuano a fluire verso il confine con l’Ucraina. L’artiglieria ucraina sta esaminando il terreno con qualche sbarramento dal lato di Gorlovka. Washington ha avvertito tutti i suoi alleati della possibilità di un’invasione russa dell’Ucraina. Basta provocarla e raccontarla bene. Per esempio che le truppe russe stiano facendo esercitazioni alla frontiera, dimenticando che sono a casa loro, ma che importa.

Minsk minaccia di ricorrere al ricatto energetico con l’arma del gas naturale nel suo confronto con un’Unione europea che è parte dell’asse con Washington. Per sostenere questa tesi, i bombardieri strategici russi hanno compiuto un piccolo pattugliamento sulla Bielorussia, scortati dai migliori caccia locali. Di fronte, gli eserciti della NATO si stanno ammassando in Polonia, Ucraina e nei paesi baltici non lontano dal Valdai. Il contatto diretto tra Berlino e Mosca però è tutt’altro che casuale. Un nuovo scontro tra Germania e Russia non è l’unico scenario per l’Impero anglosassone nascente.

Il 4 novembre il governo lituano ha approvato un aggiornamento della strategia di sicurezza nazionale. La strategia mira ad aumentare la potenza e la prontezza al combattimento delle forze armate lituane, con particolare attenzione allo sviluppo delle capacità di guerra terrestre, per massimizzare la presenza permanente di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e altri alleati in Lituania e nella regione, e rafforzare la cooperazione militare con Polonia, Lettonia ed Estonia.

Il Ministero della Difesa russo è nervoso e registra l’attività senza precedenti di aerei da ricognizione nei cieli del Mar Nero questo 14 novembre, pubblicando una dichiarazione urgente:

– Il 9 novembre, sul Mar Nero, l’aereo da ricognizione e controllo di bersagli terrestri E-8C dell’aeronautica statunitense è stato accompagnato dai mezzi radiotecnici dei missili antiaerei delle forze aerospaziali russe.

Sempre nelle ultime 24 ore, le forze missilistiche antiaeree russe hanno scortato TRE aerei da ricognizione degli Stati membri della NATO sul Mar Nero:

– Un aereo da ricognizione strategica RC-135 dell’aeronautica statunitense in volo da una base aerea sull’isola di Creta, in Grecia, in avvicinamento al confine di stato della Federazione Russa da una distanza di 30 km.

– Un aereo da pattugliamento della base Poseidon della Marina degli Stati Uniti, decollato da una base aerea sull’isola di Sicilia, in Italia, si è avvicinato al confine di stato della Federazione Russa a una distanza di 70 km.

– Un aereo da ricognizione C-160G Gabriel dell’aeronautica francese, in volo da una base aerea in Romania, si è avvicinato al confine di stato russo da una distanza di 30 km.

– Un altro aereo da ricognizione strategica U-2 dell’aeronautica statunitense, in volo dal territorio britannico, è stato rilevato e accompagnato da ricognizione radar sul territorio ucraino, in avvicinamento al confine della Federazione Russa a una distanza di circa 60 km.

– Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Porter ha lasciato il porto georgiano di Batumi questa mattina alle 8:56, ora di Mosca.

– La USS Mount Whitney, una nave della Marina degli Stati Uniti, ha lasciato Batumi alle 9:20, ora di Mosca.

– La USS John Lenthall si trova nella parte sud-occidentale del Mar Nero.

Le azioni della Marina degli Stati Uniti così come la ricognizione e l’aviazione strategica nel Mar Nero confermano il vero obiettivo di questa imprevista esercitazione multinazionale: controllare il teatro di guerra previsto e, in particolare, il territorio dell’Ucraina nel caso in cui Kiev preparasse una soluzione muscolare nel riconquistare le due regioni autonome del Donbass. Le tensioni tra Kiev e Mosca hanno raggiunto un punto pericoloso, ma gli Stati Uniti e la Nato stanno solo alimentando la situazione fornendo armi letali all’Ucraina. È la fornitura di armi da parte degli Stati Uniti che può rendere la situazione estremamente grave e che alla fine porterebbe a un’ulteriore escalation del conflitto militare limitato e alla sconfitta dell’esercito ucraino o al divampare della pura follia.

Inoltre non bisogna dimenticare le esercitazioni nucleari Nato Steadfast Noon 2021 sul centro e nord Italia di metà ottobre. Stessi aerei sulle stesse basi. Partecipanti: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Stati Uniti (sempre al comando), con un ruolo centrale dell’Italia nelle strategie di guerra nucleare Nato.

Da Nuclear Information Project(Hans Kristensen):

«Le basi nucleari del sud dell’Europa sono state oggetto di ammodernamento questi ultimi anni; in modo particolare sono stati costruiti perimetri supplementari per rafforzare la protezione delle ogive che vi sono stoccate». «Due di queste basi, Aviano nel nord Italia e Incirlik nel sud della Turchia sono state modernizzate da più di cinque anni. Sulla seconda base nucleari italiana, Ghedi, che accoglie ogni anno il Steadfast Noon, sono in corso processi di modernizzazione dell’arsenale nucleare al fine di servire le missioni d’attacco della Nato negli anni a venire». “A Ghedi e Aviano vi sono 35 bombe nucleari ciascuna».

Che fortuna!

La storia sembra non insegnare mai niente.

Contro l’URSS nel 1941, abbiamo contato: Germania; Polonia; Stati baltici; Finlandia; Danimarca; Ungheria; Italia; Croazia; Slovacchia; Romania; Francia (anche se sembianti alleati); Spagna; Gran Bretagna (anche se sembianti alleati). E oggi, chi vediamo contro la Federazione Russa? Quasi tutti gli stessi! Non è curioso? Due volte l’Europa, quasi unita, ci ha provato (Napoleone, Hitler-Mussolini), alla fine per due volte è stata sconfitta.

Mah! Se non serve forse è meglio togliere la storia dai curriculum scolastici.

PRIMA VITTORIA PER LA PACIFICA, OCEANICA LOTTA DEI CONTADINI INDIANI INIZIATA IL 26 NOVEMBRE 2020

di Marinella Correggia

Prima, storica vittoria di un grande movimento, quello degli agricoltori indiani, che andrà studiato per le sue modalità (pacifiche), le sue dimensioni (oceaniche), la sua costanza (quotidiana), e un contesto interamente sfavorevole (la crisi sanitaria).

Una svolta epocale in India. Forse.

Il Samyukt Kisan Morcha (Skm, Fronte unitario contadino), coordinamento di quaranta organizzazioni contadine, ha potuto annunciare che il 19 novembre 2021, «nel 358esimo giorno di una lotta che ha visto gli agricoltori uniti, perseveranti e pacifici per il ripristino della democrazia nel paese», si è verificata una «storica prima vittoria» per l’abrogazione di tre leggi – approvate in fretta nel 2020 –, che liberalizzavano il mercato agricolo a favore delle grandi imprese e a tutto scapito del mondo rurale. Infatti, a sorpresa, il primo ministro ha annunciato che le leggi in questione saranno cancellate.

All’annuncio ha fatto seguito l’esultanza composta dei contadini mobilitati da novembre 2020alle porte di New Delhi (Singhu border). Una presenza di piazza oceanica e andata avanti senza sosta, con decine di migliaia di persone. In allegato alcune foto, ma è utile seguire su Twitter e YouTube il costante lavoro di documentazione svolto da Kisan Ekta Morcha, il gruppo comunicazione del movimento.

Nel silenzio del resto del mondo – in altre faccende affaccendato -, i contadini attivisti hanno sopportato il freddo, poi il caldo, gli assalti della polizia, in modo pacifico e organizzato, con le loro tende, le cucine da campo solidali, il presidio medico. Nel mese di gennaio 2021, decine di milioni di contadini sono scesi nelle strade indiane per lo sciopero nazionale di protesta (Bharat Bandh), riconvocato a settembre. Movimenti di donne, tribali, lavoratori e partiti di opposizione hanno offerto il loro appoggio. Centinaia di contadini hanno perso la vita in quest’anno, chi stremato dagli sforzi, chi ucciso. Ma nessuno è riuscito a fermare il movimento; nemmeno il tentativo da parte del governo di criminalizzare i partecipanti. Non sono riusciti nemmeno ad accusarli di diffondere

Giorni fa, il movimento agricolo internazionale La Via Campesina presente in oltre 80 paesi, aveva lanciato l’idea di celebrare l’anno di lotta, il 26 novembre, con eventi e prese di posizione: «E’ una mobilitazione storica, la più grande dei tempi recenti». «La lotta paga», sintetizza l’Associazione rurale italiana (Ari), che di Via Campesina è membro: «Dopo un anno di mobilitazione ininterrotta, il governo nazionalista e neoliberista ha ritirato le tre controverse leggi che colpivano il mondo contadino. Complimenti ai contadini e alle contadine indiani».

Ma che questo movimento «storico e nonviolento» (così l’ha definito Ashish Mittal, uno dei principali promotori del gruppo All India Kisan Mazdoor Sabha), pacifico e di massa non possa ancora interrompersi appare chiaro nel comunicato del coordinamento Samuykt Kisan Morcha: «Aspettiamo che l’annuncio del primo ministro abbia seguito in Parlamento. Ricordiamo che l’agitazione degli agricoltori non riguarda solo l’abrogazione delle tre leggi, ma anche per una garanzia legale di prezzi remunerativi per tutti i prodotti agricoli e per tutti gli agricoltori. Questa importante richiesta degli agricoltori è ancora in sospeso». Skm «valuterà tutti gli sviluppi, e nella sua prossima riunione prenderà le ulteriori decisioni necessarie. Skm rende il suo umile omaggio a circa 675 agricoltori che hanno perso la vita in questa agitazione finora, e afferma che il loro sacrificio non sarà vano. Il governo del Punjab ha annunciato che dedicherà loro un memoriale. La vittoria è dedicata anche ai lavoratori, alle donne e ai tribali diventati parte del movimento». Gli agricoltori chiedono anche che vadano avanti celermente i procedimenti giudiziari contro i colpevoli di omicidio contro diversi agricoltori e anche azioni contro un leader del partito al governo (Bjp) che aveva insultato pesantemente i membri del movimento.

E Rakesh Tikait, leader del sindacato Bhartiya Kisan Union (Bku) ha avvertito che l’annuncio di Modi potrebbe essere una manovra elettorale, visti i timori del suo partito per le prossime elezioni in vari Stati.

La situazione del mondo rurale nel subcontinente indiano, peggiorata negli ultimi tempi a causa di misure scriteriate come un lockdown totale imposto nel marzo 2020 (con il risultato dell’espulsione dalle città di milioni di lavoratori informali inurbati), risulta chiara dai dati sui suicidi. Perfin quelli ufficiali, sottostimati. Il National Crime Records Bureau (Ncrb) on Accidental Deaths and Suicides in India ha registrato per il solo anno 2019 ben 10281 suicidi fra agricoltori (proprietari della terra che coltivano) e 32559 fra i braccianti agricoli…

La Gentrificazione cambia il volto delle nostre città

di Martina Felloni

Dalla ristrutturazione dei centri storici degli anni ’80 al turismo di massa odierno, le città italiane stanno subendo una profonda trasformazione urbanistica e funzionale a discapito delle classi inferiori, del tessuto sociale e della qualità della vita dei residenti. Occorre riportare la pianificazione urbana in mano pubblica.

La Gentrificazione è un processo di espulsione degli abitanti originari dei quartieri del centro storico con sostituzione della funzione abitativa a vantaggio di altre più redditizie quali: attività commerciali, ristorazione, somministrazione di cibi e bevande, attività turistiche, diventando le cosiddette “città vetrina”. Un esempio dei primi processi di gentrificazione è quella avvenuta negli anni ‘80 a Milano nel quartiere di Porta Genova dove le vecchie case di ringhiera sono state comprate da società immobiliari, restaurate, riqualificate e vendute come abitazioni di lusso a persone di ceto elevato.

In questo processo ha poi giocato un ruolo importante la piattaforma “Airbnb”. Essa nasce allo scopo di poter affittare per brevi periodi delle stanze del proprio appartamento creando una piccola integrazione al reddito familiare. Questo ha comportato però l’aumento del costo degli immobili e il cambiamento del fine originario, da forma d’integrazione del reddito familiare ad attività economica vera e propria gestita da società importanti, spesso in nero.

Sulla piattaforma “Airbnb” ci sono oltre 20mila annunci per pernottare a Roma, ma al Comune risultano solo 8.600 attività ricettive extra-alberghiere. Questo significa che ci sono almeno 13.400 attività illecite che si collocano nel vuoto normativo, e un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A Torino, a fronte di 2.446 sistemazioni pubblicate sul portale, appena 341 strutture (13%) hanno presentato la documentazione di inizio attività. Anche a Firenze, dove “Airbnb” ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno, gli annunci sono 7.497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Un ulteriore esempio è Napoli con 2.432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune, e addirittura Milano con 12.841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Tra le principali destinazioni turistiche si salvano solo Venezia e Verona, dove il divario tra attività a nero e quelle dichiarate è minimo.

Se ne volessimo analizzare gli aspetti negativi, come primo elemento potremmo indicare il già citato aumento degli affitti, che spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, i quali perciò sono costretti adandarsene o vengono addirittura sfrattati.

Un altro punto importante riguarda anche la trasformazione dell’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica e sociale, con abitazioni che si fanno più piccole, pensate per coppie invece che per famiglie, o costruzioni di appartamenti di lusso prima estranei al quartiere.

L’attività di questa piattaforma ha aumentato la presenza di turisti e della movida notturna, creando così disagio ai residenti che hanno cominciato a protestare (es: Barcellona in rivolta). Tante città hanno iniziato a porre regolamentazioni, la prima è stata Palma di Maiorca, ma ormai era troppo tardi.. Le città hanno modificato la loro morfologia per adattarsi progressivamente alle esigenze dei loro “benefattori”: interi quartieri si sono trasformati in hotel e affitta camere, i caffè locali sono stati sostituiti da grandi catene in stile Starbucks, inoltre, si possono trovare fast food e negozi in franchising in ogni angolo del centro e le piccole attività commerciali e di artigianato locale sono ormai molto rare.

Viene chiamato fenomeno della turistificazione tale che rende l’offerta locale costretta ad adattarsi ai diktat della domanda turistica, offrendo servizi che risultano spesso inaccessibili ai residenti, con prezzi che risultano spesso fuori budget perché a misura di turista.

Per impedire che ciò avvenga è nata una rete del Sud Europa contro la turistificazione (SET). Da quando è stata istituita, anche in Italia abbiamo riscontrato una maggiore attenzione al fenomeno. Il Manifesto fondativo della rete SET, reso pubblico il 24 aprile 2018, ha riaperto e alimentato una discussione sul fenomeno, dopo anni di silenzio a riguardo. Tra i temi del Manifesto, al primo punto, c’è l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, principalmente provocato dall’acquisto massivo di immobili da parte di fondi di investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo si induce nel tessuto sociale la privazione della funzione naturale delle abitazioni, e quindi si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri, in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione.

In base a quanto riportato precedentemente, penso che sia auspicabile trovare un equilibrio: sviluppare il settore turistico attraverso la piattaforma “Airbnb con attività esclusivamente dichiarate cercando di porre un limite al dilagare degli affitti in nero, cosicché i quartieri storici possano rimanere abitati da persone del luogo e gli sfratti vengano eliminati.

Martina Felloni – 12 novembre 2021

Classe 4 B afm – Ite Pacinotti Pisa

FLOP26 e lo spettro dell’Apocalisse

di Moreno Pasquinelli

La grande kermesse Cop26 sul clima si è svolta all’insegna del più allarmistico catastrofismo. L’annuncio più tenebroso l’ha fatto Boris Johnson: “L’apocalisse climatica è vicina”. I cronisti ci informano che c’è voluta tale smisurata profezia per risvegliare un Joe Biden in sonno profondo.

Logica vorrebbe che davanti ad una simile epocale minaccia sarebbero state adottate misure salvifiche eccezionali. Colpisce invece la sproporzione tra il paventato pericolo e gli impegni annunciati. Dalle parti degli ambientalisti assatanati è un coro di lagnanze e proteste. Nella gara a chi è più catastrofista, i gretini hanno parlato, riguardo al summit di Glascow, di “fallimento catastrofico”.

Non entriamo qui nel merito — se l’aumento della temperatura abbia, come ci viene detto, “cause antropiche” o se sia manifestazione delle cicliche alterazioni climatiche del pianeta (rimandiamo agli studi critici di Leonardo Mazzei pubblicati su questo sito). Segnaliamo l’inganno semantico che si nasconde dietro all’aggettivo: non il sistema sociale fondato sull’industrializzazione forsennata, non il consumismo scriteriato, non un modello di sviluppo paranoico, sarebbero eventualmente responsabili dei cambiamenti climatici; colpevole sarebbe l’uomo, sotto accusa è posta l’intera umanità — compresi i paesi del terzo e quarto mondo che dell’inquinamento sono solo vittime in quanto vere e proprie discariche di quell “sviluppati”.

La domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: suscitare questo luterano senso di colpa, questo catastrofismo apocalittico, nascondono forse qualcosa? Sono forse funzionali ad un disegno politico dell’élite mondialista? La risposta è un doppio sì.

E’ una novità che essi, le classi dominanti, che solitamente governano all’insegna del motto tranquillizzante e soporifero delle “magnifiche sorti e progressive”, di recente abbiano radicalmente cambiato la narrazione ideologica. Non solo il mondo sarebbe prossimo alla fine, ma da qui alla fine l’umanità sarà devastata da pandemie letali a catena.

Il combinato disposto di catastrofismo sanitario ed ecologistico è anzitutto un gigantesco specchietto per le allodole: serve a spostare l’attenzione dei popoli e dei cittadini, anzitutto occidentali, dalle drammatiche conseguenze della crisi sistemica, facendola focalizzare sugli spauracchi di maligni pericoli extra-storici. L’effetto che essi ottengono è duplice: da una parte terrorizzano e ipnotizzano le grandi masse così da prevenire e spegnere ex ante eventuali pulsioni rivoluzionarie, dall’altra si ergono non più solo come filantropi e benefattori dei popoli, ma come veri e propri salvatori dell’umanità.

L’evocazione dell’apocalisse — intesa non nel senso ebraico-cristiano del maestoso annuncio di salvezza operata dal definitivo intervento di Dio nella storia umana, ma come nichilistica previsione di un grande disastro (ovviamente globale!) — torna infine utilissima per un obiettivo politico per niente escatologico e profano assai: con lo spettro del cataclisma incombente si giustifica l’emergenza permanente, il passaggio ad uno stato d’eccezione, perpetuo; quindi l’edificazione, sulle ceneri delle democrazie parlamentari, di un Leviatano digitale, di un regime politico ibrido che abbiamo chiamato liberal-fascista.

Serve infine, il catastrofismo, a convincere le genti che la “salvezza” potrà essere ottenuta solo grazie alla loro scienza, con sempre più massicce dosi di tecnologia poiché, come ha affermato proprio Draghi, “solo la tecnica ci salverà”. Col che si svela, last but not least, un ulteriore funzione della narrazione catastrofistica, giustificare e spingere fino in fondo il Grande Reset, rigenerare cioè il sistema capitalistico in grave affanno avviando, grazie a massicci investimenti, un nuovo ciclo espansivo. Sempre Draghi infatti ci dice che “non è un problema di soldi…Ci sono decine di trilioni di dollari disponibili se coinvolgiamo il settore privato”. Ecco quindi che si parla di una “santa alleanza globale” tra stati desovranizzati e giganti privati — sodalizio che è alla base del cosiddetto stakeholder capitalism. Si sono già fatti avanti, in odore di colossali profitti, filantropi e benefattori della stazza di Rockefeller e Bill e Melinda Gates….

E’ una vecchia storia che si ripete ad ogni tornante. I borghesi giunsero al potere combattendo sotto la bandiera dell’emancipazione e della liberazione dell’umanità. Oggi i loro ultimi eredi rispolverano quella maschera logorata e se la indossano. Strappategliela e scoprirete che non è l’umanità che davvero vogliono salvare ma solo il loro patologico sistema di dominio. E se essi evocano una disastrosa apocalisse è forse perché vogliono effettivamente causarla come extrema ratio: scatenare il caos per edificare la dittatura dispiegata impedendo così all’umanità di salvarsi dalla effettiva minaccia che essi rappresentano.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21530-moreno-pasquinelli-flop26-e-lo-spettro-dell-apocalisse.html

Un freddo inverno, anzi freddissimo

di Tonino D’Orazio

Non si può non partire dai cambiamenti energetico-geopolitici mondiali. Mettiamo tra parentesi per un momento le questioni ecologiche. Rimaniamo in una panoramica dei modelli di transizione energetica, volti ad accelerare la quarta rivoluzione industriale (4RI) o impedire ad alcuni paesi di accedervi, (il 6G), l’intelligenza artificiale (AI), la robotica e l’Internet degli oggetti.

E’ essenziale reperire il materiale necessario per questa quarta rivoluzione. Da un punto di vista geopolitico, il modello energetico globale e la transizione dipendono dai materiali necessari per realizzare turbine eoliche, pannelli solari e batterie. Così come altri materiali essenziali per lo sviluppo dei settori geo-strategici: aerospaziale, sicurezza informatica, industria farmaceutica e alimentare. Futuri settori ad alto consumo di energia. Prodotti attuali e futuri tutti a alto consumo di energia.

Di fronte a questa realtà, nessuno può essere sicuro della fine dell’era dell’approvvigionamento di petrolio, gas e carbone e confermare la sua sostituzione con nuove fonti di energia, compresa l’energia atomica, in 10-20 o addirittura 30 anni, nel 2050. Lo scenario del cambiamento energetico rimane estremamente complesso e soprattutto politico.

Un primo scenario geopolitico di cambiamento energetico è il rigido inverno annunciato in Europa, che tra l’altro sembra contraddire il discorso sul riscaldamento globale. Il ritornnelo del carbone in Europa mostra che il fotovoltaico e l’eolico sono insufficienti a soddisfare la ripresa industriale post-pandemia e la domanda interna è sempre in crescita. Esaminiamo lo scenario energetico europeo. Le tariffe dei consumi interni nell’Unione Europea sono esplose a causa della strategia (sbagliata) di migrare rapidamente verso l’energia pulita senza un forte supporto ma allo stesso tempo di interrompere il contratto ventennale con la Russia con Nord Stream 2.

Trump si era vantato di rifornire l’Europa con la sua produzione e di sostituire il gas di Putin; ha cercato di chiudere il gasdotto Nord Stream 2, ma quando era già finito. L’Algeria e il Marocco sono sul piede di guerra; l’Algeria ha deciso di chiudere il transito del gas verso Spagna e Portogallo che attraversa il Marocco.

Biden in una controffensiva all’accordo di libero scambio UE-Cina, (il cambiamento geopolitico europeo più importante dalla seconda guerra mondiale), interrompe temporaneamente l’accordo, dicendo che è in competizione con Xi Jinping per l’egemonia mondiale. Quindi veto. L’UE ubbidisce e congela il trattato di investimento con la Cina, cioè il proprio (e nostro) futuro.

Mentre l’Europa non riesce a definire il suo spazio geopolitico, l’inverno sta arrivando. I meteorologi prevedono un inverno freddo e il prezzo del gas naturale in Europa ha iniziato a salire il mese scorso e questa settimana nel continente si è visto un aumento senza precedenti del 60% dei prezzi.

Si presenta uno scenario inimmaginabile parallelamente alla mobilitazione ambientale contro i gas serra: il ritorno della domanda di carbone russo, che è stato respinto dall’Europa solo pochi mesi fa e diventa ora vitale. Le compagnie elettriche europee hanno un disperato bisogno di più carbone, carbone bituminoso, antracite (carbon fossile) e lignite. Ma la Russia, il terzo esportatore mondiale di questi carburanti, rivolge principalmente le vendite ai principali acquirenti in Asia. La Russia ha tagliato da anni le esportazioni di carbone verso l’Europa visto che l’Unione Europea andava chiudendo le centrali elettriche a carbone. Stati membri dell’UE come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria stanno costruendo nuove centrali nucleari.

Storicamente paesi che bruciano carbone, sostengono che il nucleare li renderà più verdi e puliti. Circa 87 eurodeputati sono d’accordo. In una lettera di recente, hanno detto alla Commissione che vogliono più nucleare e che l’energia nucleare debba essere considerata “sostenibile” nel sistema di etichettatura degli investimenti verdi europei. Una decisione è attesa entro la fine dell’anno. Poi “ce lo chiederà l’Europa”. Per “salvaguardare la transizione ecologica”, l’Italia punta al gas (TAP), la Francia al nucleare, la Germania al carbone, (beh sì, il loro sistema rinnovabile copre solo il 20% della produzione elettrica).

Il secondo scenario è la Cina, la fabbrica del mondo. Il presidente Xi Jinping sta riducendo il consumo di energia, innescato dalla forte domanda post-pandemia, mentre la catena di approvvigionamento globale sta facendo pressioni affinché metta da parte gli impegni di decarbonizzazione, di ridurre la propria produzione di aut-put strategici e di fornire prodotti tecnologici di base. Scenario energetico cinese che ha dunque forti impatti sugli approvvigionamenti strategici.

La strategia di Xi Jinping è quella di imporre alle grandi aziende occidentali che operano in Cina quote di approvvigionamento energetico. La domanda occidentale di forniture e materiali strategici viene quindi regolata in base alla pianificazione del consumo energetico. L’obiettivo è garantire che la Cina non si autoinquini rispondendo alla domanda di Europa e Stati Uniti. L’approvvigionamento energetico della Cina è garantito per decenni dagli accordi commerciali di Russia e Iran.

Come terzo scenario possiamo prendere l’esempio del Libano. La carenza di carburante e benzina ha comportato l’interruzione della produzione di elettricità. Il disastro in Medio Oriente è causato dalla prolungata azione militare statunitense, con la partecipazione di Israele e dei suoi alleati europei. Il modello di dominio energetico che ha dominato il XX secolo è finito. Il petrolio adesso è un input, se non un’arma, geostrategico-politica, quindi non più soltanto una merce. Il blackout in Libano deriva dal sostegno dell’Iran a Hezbollah proibito dalle sanzioni Usa-Nato-Israele. Se non hanno capito la bomba sul porto di Beiruth se lo ricorderanno, e anche gli affossamenti di tankers (che passa sotto silenzio stampa) in atto e rappresaglie nel Mediterraneo orientale da quasi due anni. Il supporto per diesel e benzina è la strategia (anche cinese) per operare sulla rotta Iran-Iraq-Siria-Libano.

Emarginato dai gasdotti Israele fa sapere, sempre a modo suo, che non ci sta. Ma in quell’area si tratta solo di petrolio mentre l’atomica prosegue la sua strada in Iran per la stupidità di Trump, ma anche dei vassalli europei. L’Africa, dove c’è il petrolio e anche altrove, dove ci sono le necessarie terre rare, è già domata e asservita.

In questo terzo scenario di guerra di accaparramento e furto si trova anche tutta l’America latina orientale, dove il dannato petrolio continua ad essere “ambito” con qualsiasi mezzo. E sappiamo tutti cosa vuol dire nel “cortile” degli yankees, come altrove.

Pnrr, chi l’ha visto?

Intervista ad Andrea Del Monaco (*), esperto in Fondi Europei. “Per avere i prestiti del Recovery Mario Draghi dovrà fare le “riforme”: non solo quelle buone, ma principalmente (mirando alla contrazione del deficit) il taglio delle pensioni, una nuova tassazione sulle case, nuove privatizzazioni (in primis sanità) e flessibilizzazione ulteriore del lavoro. La Commissione Europea potrà sospendere i pagamenti del Recovery Fund qualora uno Stato Membro non abbia corretto il disavanzo eccessivo o qualora non abbia adempiuto ad un programma di aggiustamento macroeconomico (un memorandum di austerità)”

A cura di Alba Vastano (da http://www.blog-lavoroesalute.org/)

‘Sono in arrivo dall’Europa miliardi di euro e l’economia italiana ripartirà alla grande’. E’ la storiella che ci raccontano lorsignori, i nostri governanti, dai notiziari mainstream. C’è qualche dubbio che così non sarà. Non sta per scendere dalla slitta Babbo Natale con la gerla piena di doni. Per saperne di più su queste promesse di pioggia di euro e su quanto di vero vi sia nelle news filtrate dai media chiediamo lumi sulla questione ad Andrea Del Monaco, fra i maggiori esperti in fondi europei.

Alba Vastano – Il Piano nazionale Ripresa e Resilienza sembra sia in fase di attuazione. Nell’attesa di saperne di più sarà opportuno fare un excursus che ricordi cos’è il Mes e come si è arrivati al Recovery Fund (Next generation Eu).

Andrea Del Monaco – Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità è un trattato internazionale, sottoscritto nel 2012 (per l’Italia dal Governo Monti) e ratificato alla fine da tutti i 27 gli Stati Membri: non è un trattato europeo perché allora la Gran Bretagna non lo sottoscrisse. Il MES è il terzo degli strumenti creati nella crisi post 2008 e ha “aiutato” Cipro, Grecia e Spagna. De facto è un fondo salva-banche: formalmente ha salvato le banche greche e spagnole, debitrici delle banche francesi e tedesche; sostanzialmente i contribuenti europei, pagando il MES, hanno salvato le banche francesi e tedesche creditrici delle banche greche e spagnole. Il MES e gli altri due strumenti salva-banche sono costati all’Italia 60 miliardi di Euro. Precisamente nel MES il capitale sottoscritto totale è pari a 704,8 miliardi di euro, il capitale versato è pari a 80,5 miliardi. La ripartizione delle quote di ciascuno Stato membro al capitale sottoscritto totale è basata sulla partecipazione al capitale versato della BCE, modificata secondo una chiave di conversione.

Importante è la differenza tra capitale sottoscritto e capitale versato. Come evidenziato in tabella tratta dal sito del MES, in merito al capitale sottoscritto, l’Italia è il terzo contributore con 125,4 miliardi di euro (17,7%), dopo la Germania (190 miliardi) e la Francia (142 miliardi). In merito al capitale versato, noi abbiamo versato 14,3 miliardi di euro, la Germania 21,7 miliardi, la Francia 16,3 miliardi. E qui arriviamo al problema dei problemi. Secondo l’articolo 8 dell’attuale Trattato del MES “L’obbligo di un membro del MES di contribuire al capitale autorizzato in conformità al presente trattato non decade allorquando detto membro divenga beneficiario oppure riceva assistenza finanziaria dal MES.”

Quindi se l’Italia avesse chiesto un prestito al MES durante la pandemia (anche nella cosiddetta versione leggera del “MES sanitario”) avrebbe comunque dovuto contribuire allo stesso MES. Inoltre, secondo l’articolo 9 del Trattato del MES “Il consiglio dei governatori può richiedere il versamento in qualsiasi momento del capitale autorizzato non versato e fissare un congruo termine per il relativo pagamento da parte dei membri del MES.” Ergo in qualunque momento il Consiglio dei Governatori può chiedere all’Italia la differenza tra il capitale autorizzato e quello versato, ovvero fino a 111 miliardi (125,4 -14,3= 111,1). In base alla versione vigente del MES, secondo gli allora suoi sponsor italiani come Renzi, Tajani e Zingaretti, l’Italia avrebbe dovuto chiedere un prestito al MES per fronteggiare l’emergenza economica; nel contempo l’Italia avrebbe dovuto contribuire al capitale del MES che ci presta i soldi. Ultimo, ma non meno importante, secondo l’art. 12 del MES: “Ove indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri, il MES può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto.

Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite.” Cos’è il programma di correzioni macroeconomiche? Un Memorandum, ovvero un piano di riduzione del debito nei prossimi anni. Concretamente ulteriori tagli a welfare, sanità e infrastrutture e ulteriori privatizzazioni. Sostanzialmente la Troika in casa in modo non così diverso da come la Troika è entrata in Grecia.

Alba Vastano – A Dicembre 2020, con il governo Conte 2 e con l’accordo dell’Ue si sblocca il Recovery Fund. Tanti soldi, una quantità eccezionale per affrontare la crisi del coronavirus in atto. All’Italia spettano 191 miliardi. La proporzione fra contributo e prestito qual è e la parte a prestito come verrà scaglionata e quanto in effetti peserà sui contribuenti?

Andrea Del Monaco – Andiamo per ordine. Per una volta, imito il Presidente Mario Draghi e auspico l’uso di termini italiani e non inglesi. I momenti cruciali sono due: il Consiglio UE del 17-21 luglio 2020, nel quale i presidenti del Consiglio degli Stati UE (Giuseppe Conte per l’Italia) trovano l’accordo politico, e, l’approvazione da parte del Parlamento Europeo del Regolamento (ue) 2021/241 del parlamento europeo e del consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF). Tale Dispositivo rappresenta la componente centrale di Next Generation EU (NGEU), il pacchetto per la ripresa volto a rilanciare l’economia dell’UE dopo la pandemia di COVID-19. Come ricordato dal Dossier del Senato sulla NADEF (Nota di Aggiornamento al DEF) per ricevere il sostegno previsto dal dispositivo gli Stati membri devono presentare i loro piani per la ripresa e la resilienza (PNRR) alla Commissione, che li valuta rispetto alle raccomandazioni specifiche per paese e alle finalità del dispositivo (missioni).

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) dell’Italia, come evidenziato in tabella presente nel DEF (Documento di Economia e Finanza) è composto dai seguenti strumenti: RRF (Dispositivo per la Ripresa e Resilienza) per un importo di 191,5 miliardi; REACT-EU (Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa) per un importo di 13,5 miliardi (di cui 0,5 utilizzati per l’assistenza tecnica). Per il finanziamento dei progetti del Piano, il Governo impiega anche risorse nazionali, non europee: quelle del Fondo sviluppo e coesione (FSC) per un ammontare di circa 15,5 miliardi; quelle aggiuntive stanziate con il DL 59/2021 per la realizzazione di un Piano nazionale per gli investimenti complementari finalizzato ad integrare gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza per complessivi 31 miliardi circa per gli anni dal 2021 al 2026.

Come evidenziato in tabella, i 191 miliardi europei del PNRR si dividono in: contributi a fondo perduto (sovvenzioni), pari a 68,9 miliardi; prestiti, per un ammontare complessivo di 122,6 miliardi. A loro volta i prestiti sono suddivisi in linee di finanziamento che sostituiscono coperture di interventi già disposte a legislazione vigente (“prestiti sostitutivi”) e“prestiti aggiuntivi” per il finanziamento di nuovi progetti, non dotati di un’autonoma copertura finanziaria. Come peserà la componente prestiti sui contribuenti italiani? Molto semplicemente, i 122,6 miliardi di prestiti, oltre sette punti percentuali di PIL, andranno ad aumentare il rapporto Debito Pubblico/PIL. E quando il Patto di Stabilità diverrà di nuovo cogente, nel 2023, per usare quei soldi per i progetti, dovremo ridurre violentemente il rapporto debito/PIL.

Alba Vastano – Recovery plan. La Commissione europea che gestisce l’erogazione dei fondi chiede ai singoli Paesi un Piano che prevede delle riforme strutturali. Piano che la Commissione dovrà valutare e approvare. Quali sono gli accordi fra governo ed Europa in proposito e quali le riforme più tranchant che ci dobbiamo aspettare?

Andrea Del Monaco – Più delle riforme tranchant dobbiamo temere il ripristino del Patto di Stabilità. Occorre fare una premessa. L’austerità nella UE ha il suo passaggio cruciale nell’irrigidimento del Patto di Stabilità: esso viene normato originariamente dal Ministro tedesco delle Finanze Weigel con il Regolamento 1476/97. Con la crisi dell’Euro, e, in Italia, con l’arrivo del Governo Monti, il Patto di Stabilità viene irrigidito tramite due Regolamenti europei, il Regolamento 1176/2011 e il regolamento 472/2013. Cosa impongono in modo più rigido? Che ogni Stato membro deve ridurre il rapporto Debito/Pil al 60%, valore da raggiungere in venti anni.

Per tale ragione il Governo Monti vara la riforma Fornero, blocca la rivalutazione delle pensioni, mette l’IMU sulla prima casa, avvia una serie di tagli alla spesa pubblica che riducono il numero dei lavoratori dipendenti dello Stato nelle sue varie articolazioni. Stessa cosa faranno i Governi successivi, il Governo Renzi disarticolerà definitivamente l’articolo 18 flessibilizzando in modo definitivo il mercato del lavoro. Prima della pandemia il rapporto Debito/Pil sfiorava il 135%. Nel 2020 siamo arrivati al 155% a causa del deficit necessario per contenere le conseguenze della pandemia. Il Patto di Stabilità è sospeso. Attenzione! Sospeso ma cogente. Quindi in venti anni noi dovremo ridurre il rapporto Debito/PIL dal 155% al 60%.

L’11 settembre il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, nella riunione dell’EcoFin a Brdo, in Slovenia, lo ha detto molto chiaramente: “Quando prepareranno i bilanci 2023, i Paesi europei dovranno tenere conto che la clausola di sospensione del Patto di stabilità verrà disattivata”. E attenzione! Nel PNRR gli Stati membri anticipano i soldi per i progetti con fondi propri e presentano due volte l’anno alla Commissione una richiesta di pagamento del contributo finanziario a Bruxelles: tale richiesta comporta l’avvenuto raggiungimento di traguardi e obiettivi concordati e indicati nel PNRR approvato. La Commissione valuta entro due mesi in via preliminare se questi obiettivi siano stati effettivamente conseguiti “in maniera soddisfacente”. In caso di esito positivo, la Commissione trasmette le proprie conclusioni al Comitato economico e finanziario e adotta “senza indebito ritardo” una decisione che autorizza l’erogazione dei fondi.

Alba Vastano – Se la Commissione valuta negativamente le richieste di pagamento che fine fanno i 191 miliardi UE promessi? E, soprattutto, qual è il nesso fra i 191 miliardi europei e il Patto di Stabilità sopra menzionato?

Andrea Del Monaco – La risposta è nel Regolamento (Ue) 2021/2041 che norma il Recovery Fund. Qualora la Commissione considerasse non raggiunti gli obiettivi indicati nel PNRR il pagamento (totale o parziale) viene sospeso per riprendere solo dopo che lo Stato membro interessato abbia adottato le “misure necessarie per garantire un conseguimento soddisfacente dei traguardi e degli obiettivi”. Se non vi fossero progressi concreti, dopo 18 mesi è prevista la possibilità di risolvere il contratto che norma il PNRR e disimpegnare l’importo del contributo finanziario. Eventuali prefinanziamenti sarebbero integralmente recuperati. Secondo l’articolo 10 del Regolamento sul Recovery Fund, la Commissione presenta al Consiglio una proposta per sospendere in tutto o in parte gli impegni o i pagamenti qualora il Consiglio decida, a norma dell’articolo 126 del Trattato di Funzionamento della UE, che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il suo disavanzo eccessivo.

Oppure i pagamenti possono essere sospesi se il Consiglio adotta due raccomandazioni, a norma del regolamento (UE) n. 1176/2011, perché uno Stato membro ha presentato un piano d’azione correttivo insufficiente, oppure non ha adottato le misure correttive raccomandate. E infine il Consiglio può sospendere i pagamenti se uno Stato membro non rispetta il memorandum imposto dall’articolo 7 del regolamento (UE) n. 472/2013. Che significa? Da un lato la UE ci dà 191 miliardi. Da un altro lato Valdis Dombrovskis ci ricorda che il prossimo anno, nel 2022, quando faremo la Legge di Bilancio per il 2023, il Patto di Stabilità sarà di nuovo cogente. E quindi per usare quei 191 miliardi dovremo tagliare la spesa pubblica in modo violento per tagliare il rapporto Debito/PIL.

E attenzione su questo. Ridurre il rapporto Debito/Pil dall’attuale 155% al 60% in venti anni è impossibile se non vogliamo fare la fine della Grecia. Ma anche ridurlo fino al 100% implica una cura da cavallo: tasse e azzeramento della macchina dello Stato. Se dal 2023 non inizieremo questa nuova cura di austerità non solo i 191 miliardi del Recovery Fund non arriveranno ma la UE si riprenderà anche l’anticipo di 24,9 (sui 191) miliardi arrivato ad agosto al Governo italiano.

Alba Vastano – Il dispositivo RRF richiede agli Stati membri un pacchetto comprensivo di investimenti e riforme articolato in 6 missioni: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, infrastrutture per mobilità sostenibile, inclusione e coesione, salute. A che punto sono gli accordi? Quali i criteri della suddivisione dei fondi relativi alle 6 missioni?

Andrea Del Monaco – Gli accordi con Bruxelles per i singoli progetti sono ancora in alto mare. Come evidenziato in tabella, i criteri della suddivisione dei fondi in missioni ripercorrono quasi pedissequamente la ripartizione richiesta dalla Commissione Europea nel Regolamento UE che norma il fondo. Precisamente i 191,5 miliardi del RFF sono così suddivisi:
1) La missione 1, digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, ha il 21%, ovvero 40,3 miliardi: 9,75 per la digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA, 23,89 per quella del sistema produttivo, 6,68 per turismo e cultura 4.0.2).
2) La missione 2, rivoluzione verde e transizione ecologica, ha il 31%, ovvero 59,47 miliardi: 5,27 per l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, 23,78 per la transizione energetica e mobilità ecosostenibile, 15,36 per efficienza e riqualificazione degli edifici, 15,06 per tutela del territorio e della risorsa idrica.
3) la missione 3, infrastrutture per una mobilità sostenibile, ha il 13,26%, ovvero 25,4 miliardi: 24,77 per rete ferroviaria ad alta velocità/capacità e strade sicure, 0,63 per intermodalità e logistica integrata. 4) La Missione 4, istruzione e ricerca, ha il 16,12% ovvero 30,88 miliardi: 19,44 per il potenziamento dei servizi di istruzione (da asili nido a università), 11,44 per connettere la ricerca all’impresa. 5) La missione 5, inclusione e coesione, ha il 10,34%, ovvero 19,81 miliardi: 6,66 per le politiche del lavoro, 11,17 per infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, 1,98 per interventi speciali di coesione territoriale. 6) La missione 6, salute, ha l’8,16% ovvero 15,63 miliardi: 7 per le reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza territoriale, 8,63 per innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario nazionale.

Alba Vastano – La gestione di questi 191 miliardi è la vera ragione della fine del Governo Conte 2 e dell’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Per dirla con il linguaggio del capitale finanziario, chi avrà la governance dei 191 miliardi? Chi li gestirà?

Andrea Del Monaco – Palazzo Chigi ha la responsabilità di indirizzo del Piano tramite una Cabina di regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri, alla quale partecipano di volta in volta i Ministri e i Sottosegretari competenti in ragione delle tematiche affrontate in ciascuna seduta. La Cabina di regia ha poteri di indirizzo, impulso e coordinamento generale sull’attuazione degli interventi del PNRR. Alla Cabina di regia partecipano i Presidenti di Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano quando sono esaminate questioni di competenza regionale o locale e il Presidente della Conferenza delle Regioni su questioni d’interesse di più Regioni o Province autonome. Attenzione! Supporta la Cabina di regia una Segreteria tecnica. Banale? Assolutamente no! Tale segreteria tecnica ha una durata temporanea sicuramente superiore a quella del Governo Draghi che la istituisce e si protrae fino al completamento del PNRR entro il 31 dicembre 2026.

Che significa? Che qualunque governo succeda a Draghi avrà la segreteria tecnica sul PNRR scelta da Draghi. E poi, la cosa più importante: il monitoraggio e la rendicontazione del Piano sono affidati al Servizio centrale per il PNRR, istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze, che rappresenta il punto di contatto nazionale con la Commissione europea per l’attuazione del Piano. Il Servizio centrale per il PNRR è responsabile della gestione del Fondo di Rotazione del Next Generation EU-Italia e dei connessi flussi finanziari, nonché della gestione del sistema di monitoraggio sull’attuazione delle riforme e degli investimenti del PNRR, assicurando il necessario supporto tecnico ai Ministeri titolari di interventi previsti nel PNRR. Ogni Ministero titolare di interventi previsti dal PNRR individua (o costituisce ex novo) una struttura di coordinamento che agisce come punto di contatto con il Servizio centrale per il PNRR. Presso la Ragioneria dello Stato è inoltre istituito un ufficio dirigenziale con funzioni di audit del PNRR e di monitoraggio anticorruzione. Alla realizzazione operativa degli interventi previsti dal PNRR provvedono i singoli soggetti attuatori: i Ministeri, le Regioni e le Province autonome e gli enti locali.

Ultimo, ma non meno importante, la presidenza del Consiglio ha poteri sostitutivi dei Ministeri, delle regioni e provincie autonome che dimostrino inerzia e mettano a rischio il conseguimento degli obiettivi intermedi e finali del PNRR. Cruciali nel sorvegliare i soggetti attuatori e proporre la loro eventuale sostituzione sono la suddetta segreteria tecnica della cabina di regia e il Servizio Centrale per il PNRR istituito presso il Ministero dell’economia. Insomma Draghi e il Ministro Franco controllano tutto.

Alba Vastano – Nel dispositivo RRF sono comprese anche le riforme. Il governo ha considerato ben quattro aree: Pubblica amministrazione, Giustizia, Semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza. In che misura queste riforme toccheranno l’economia nazionale e quali conseguenze ci saranno, in previsione di possibili tagli, sui redditi dei cittadini lavoratori e pensionati?

Andrea Del Monaco -Tutti vogliamo una pubblica amministrazione digitalizzata ed efficiente. Tutti vogliamo una giustizia celere, magari con la condanna dei criminali e senza l’improcedibilità della riforma Cartabia. Il punto è un altro, l’austerità è di nuovo in arrivo. Prendiamo l’esempio della riforma del catasto. Essa è contenuta all’interno della Legge Delega sulla riforma fiscale che contiene anche proposte di riforma dell’Irap e dell’ imposta sul reddito da capitale. In primo luogo come diceva Ezio Vanoni, Ministro delle Finanze di De Gasperi, meglio riformare il fisco non con una proposta complessiva, ma un pezzo alla volta perché le parti più importanti del sistema tributario sono l’accertamento e la riscossione operate da migliaia di funzionari: per far funzionare bene il sistema tributario occorre spiegare bene ai funzionari le nuove norme e ciò è più facile se si procede con una norma nuova alla volta.

In secondo luogo nel testo approvato in consiglio dei Ministri si crea il catasto patrimoniale: come ricordato dall’ex Ministro socialista delle finanze e per il coordinamento delle politiche comunitarie Francesco Forte, il catasto patrimoniale non può esistere perché il patrimonio, diversamente dal reddito, non ha un valore di mercato concreto e certo. Il contratto di affitto genera un reddito. Al contrario il patrimonio assume un valore solo se periodicamente viene messo in vendita: il patrimonio, se non viene messo in vendita, ha un valore di mercato puramente ipotetico basato su elementi contingenti come la paura dell’inflazione che spinge le persone a investire i propri risparmi sulla casa. Il testo della riforma inoltre è contraddittorio: da un lato, la base imponibile dei tributi sarebbe basata sulle risultanze catastali; da un altro lato, si vuole introdurre, ove possibile, per ogni unità immobiliare una rendita attualizzata ai valori normali espressi dal mercato.

Ma attenzione, se si usasse questa rendita attualizzata, l’aumento della base imponibile ci sarebbe. Nel contempo Draghi ha rassicurato che nessuno pagherà di più o meno. Ma non è così: ovviamente chi possiede un immobile non censito pagherà di più. Non solo! Il Governo avrebbe dovuto prima fare un censimento di tutti gli immobili in modo da far emergere gli immobili non registrati all’Agenzia del Demanio. Una volta fatto il censimento avrebbe dovuto procedere alla riforma del catasto. La sostanza politica purtroppo è la stessa del Governo Monti la cui agenda fu ispirata dalla famosa lettera del 5 agosto 2011 firmata da Draghi governatore della Banca d’Italia e dal presidente della BCE Trichet. Poiché l’80% degli italiani è proprietario di casa, per fare cassa il Governo tassa gli immobili. Con Monti ci fu l’IMU sulla prima casa, con Draghi si riforma il catasto rinviando l’applicazione al 2026 per evitare proteste.

Alba Vastano – Nel RFF viene destinata una considerevole quota per il Mezzogiorno, ben 82 miliardi. Quali i criteri di suddivisione dei fondi per far rinascere il Sud dimenticato da tempo memorabile da tutti i governi che si sono susseguiti da vari decenni?

Andrea Del Monaco – Più che di suddivisione dei fondi in progetti singoli e di riforme strutturali liberiste il Sud e l’Italia avrebbero bisogno di una riforma della struttura produttiva del capitalismo italiano che parta dal Mezzogiorno. Insomma una nuova politica industriale. L’Italia dovrebbe sfruttare l’occasione data dal dominio cinese sulla scena mondiale e dalla ritrovata centralità del Mediterraneo e acquisire il ruolo di leader mondiale nel settore dei trasporti e della logistica. Il Professor Marco Canesi, urbanista del Politecnico di Milano, nei volumi “Il Mezzogiorno e i suoi porti” e“Il cabotaggio fluviale e marittimo in Italia”, ha formulato una prospettiva di sviluppo di un nuovo bacino produttivo nel Mezzogiorno e in Italia.

Tale prospettiva dovrebbe informare il Recovery Fund. Canesi parte dai tre porti del Mezzogiorno, ovvero Taranto, Gioia Tauro e Crotone. Essi garantirebbero alle merci provenienti dai porti dell’Estremo Oriente un accesso all’Europa centrale e all’Europa centrorientale molto più conveniente di quello consentito da Rotterdam e Amburgo o dal Pireo. Canesi risolve anche la grave strozzatura che ha il porto di Taranto non potendo contare sulla ferrovia dell’Adriatico. La linea è già oggi quasi satura, mentre il potenziamento, previsto da Rfi entro il 2026, risulterebbe comunque inadeguato alle nuove esigenze. A breve e medio termine, una risposta potrebbe essere l’istituzione di alcune linee di trasporto su acqua tra Sud e Nord Italia.

Il risultato sarebbe un doppio vantaggio: il porto di Taranto diverrebbe un grande hub nel Mediterraneo e si realizzerebbe una rete di trasporto su acqua lungo le coste della penisola e lungo il Po. In questo disegno la dorsale ferroviaria tirrenica e la dorsale ferroviaria adriatica dovrebbero essere connesse tramite Matera e Potenza che oggi non sono veramente legate alle rete ferroviaria nazionale. Il Mezzogiorno, grazie ai suoi tre grandi hub e a un diffuso processo di industrializzazione, diventerebbe cardine di una nuova area del Mediterraneo, e, il Nord Italia, grazie al Po e alla riqualificazione della sua struttura produttiva, potrebbe essere la nuova cerniera tra Nord Europa e la stessa nuova area del Mediterraneo. Ultimo ma non meno importante, per attuare questo disegno l’Italia, oltre ai fondi del Recovery, per il 2021-2027 l’Italia ha anche gli 80 miliardi di programmi UE ordinari e gli 80 miliardi italiano del Fondo Sviluppo e Coesione. Occorre concentrare tutti i fondi su questa idea.

Alba Vastano – L’ex premier Giuseppe Conte ha favorito la mediazione che ha sbloccato il Recovery. Gli si può pienamente riconoscere la paternità di questa mega operazione finanziaria?

Andrea Del Monaco – Assolutamente si. Conte ha avuto quattro meriti.
1) All’inizio della pandemia ha riproposto gli Eurobond con il premier spagnolo Sanchez e il presidente francese Macron.
2) Malgrado la cancelliera tedesca Merkel e il cancelliere austriaco Kurz abbiano bocciato l’idea di veri e propri Eurobond, Conte è riuscito ad ottenere, per finanziare il Recovery Fund, l’emissione di titoli europei di debito garantiti dalla Commissione europea.
3) L’accordo del Consiglio UE del 17-21 luglio 2020 sul Recovery Fund, è una vittoria, per quanto striminzita sul piano quantitativo (rispetto alle risorse necessarie per fronteggiare la crisi economica), del Governo italiano, spagnolo e francese contro i paesi frugali.
4) Con Conte l’Italia non ha preso i soldi del MES. Tuttavia ciò a cui l’Italia avrebbe dovuto rinunciare ab origine è la quota di prestiti del Recovery Fund. I suddetti 122 miliardi di prestiti, date le condizionalità economiche, più forti di quelle del MES, non sono convenienti per l’Italia. Meglio emettere BTP che prendere i prestiti del Recovery e trovarsi la Troika in casa.

Alba Vastano – “Nell’insieme dei programmi del Pnrr c’è anche e soprattutto il destino del Paese”. Così Mario Draghi, il tecnocrate, colui che ha messo in ginocchio la Grecia nel 2016. Intanto il lavoro, in barba all’art.1 della Costituzione, è ulteriormente messo sotto scacco. Sblocco dei licenziamenti e arrivano oltre 400 lettere di licenziamento agli operai della Gkn. Sotto la supervisione di super Mario-boss come e quando si attuerà la distribuzione dei fondi del nuovo piano Marshall, legato al Pnrr?

Andrea Del Monaco – Il quando coincide con il sestennio 2021-2026. Il come sarà il great reset (grande rifacimento) che lo stesso Mario Draghi ha considerato inevitabile. E allora occorre dire che il grande rifacimento sarà un “Grande Disfacimento”.
Per avere i prestiti del Recovery Mario Draghi dovrà fare le “riforme”: non solo quelle buone, ma principalmente (mirando alla contrazione del deficit) il taglio delle pensioni, una nuova tassazione sulle case, nuove privatizzazioni (in primis sanità) e flessibilizzazione ulteriore del lavoro. La Commissione Europea potrà sospendere i pagamenti del Recovery Fund qualora uno Stato Membro non abbia corretto il disavanzo eccessivo o qualora non abbia adempiuto ad un programma di aggiustamento macroeconomico (un memorandum di austerità).

Inoltre il Recovery Fund selezionerà, con lo spirito della distruzione creatrice di Schumpeter, le aziende (e i lavoratori) da salvare e quelle da non salvare: tale principio è ben spiegato nel paper Reviving and Restructuring the Corporate Sector post-Covid. Designing Public Policy Intervention pubblicato dal Think Tank G30 del cui comitato direttivo Mario Draghi fa parte. Per citare Primo Levi, sceglierà “i Sommersi e i salvati”. Come ricordato da Ferruccio Pinotti nel volume “Potere massonico” a pagina 260-261 Francesco Cossiga nel gennaio 2008 nella trasmissione televisiva Unomattina su rai Uno rispondeva a Luca Giurato sull’ipotesi di nominare Mario Draghi premier con queste parole: “ Non si può nominare presidente del Consiglio dei Ministri chi è stato socio della Goldman Sachs…è il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica italiana…la svendita dell’industria pubblica italiana, quando era direttore generale del Tesoro. E immagina cosa farebbe da presidente del Consiglio dei Ministri! Svenderebbe quel che rimane: Finmeccanica, l’Enel, l’Eni. E certamente ai suoi ex comparuzzi di Goldman Sachs… Male, molto male, io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura (alla Banca d’Italia, nda) a Silvio Berlusconi. Male, molto male.

Alba Vastano

Giornalista. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute

Intervista pubblicata sul numero di ottobre 2021 del mensile

Versione interattiva http://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-ottobre-2021/

PDF http://www.lavoroesalute.org/

(*) – Andrea Del Monaco. Esperto Fondi europei-Consulente per aziende e pubblica amministrazione.
E’ stato consulente del secondo governo Prodi, della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee regionali, dell’Ambasciatore Roberto Rossi, della Regione Toscana, della regione Friuli e della Regione Umbria sui Por (Programmi operativi regionali) e sui Pon (Programmi operativi nazionali)

FONTE: http://www.blog-lavoroesalute.org/pnrr-chi-lha-visto/

Andrea Del Monaco ‘Sud colonia tedesca, la questione meridionale oggi’-
Ed. Ediesse-2017 – Casa editrice CGIL

Cina: crescita economica, progresso e trasformazioni sociali. Gli effetti e le politiche di gestione del Covid.

di Andrea Vento

La tempestosa crescita cinese

La struttura economica cinese ha registrato, dalla sua fondazione ad oggi, un eccezionale sviluppo con una crescita del Pil che l’Istituto Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare, a luglio 20191, ha quantificato, per il periodo compreso fra il 1949 e il 2018, ad un tasso medio annuo addirittura dell’8,1%.

A seguito dell’approvazione delle “Linee di riforma e apertura economica” che hanno avviato la transizione del sistema economico, a partire dal 1979 e per i due decenni successivi (grafico 1), la Cina ha vissuto una rapida, ma non sempre regolare, crescita con percentuali variabili tra il 4 e 14% annuo. Dopo il rallentamento del biennio 1998-99, a seguito della crisi finanziaria dei Paesi de sud-est asiatico, il tasso di crescita ha iniziato ad aumentare di nuovo sino ad un massimo del 14% nel 2007 alle soglie della crisi globale, per poi gradualmente ridursi sino a stabilizzarsi dopo il 2012 su valori di poco inferiori all‘8% e assestarsi nel quinquennio 2015-19 su incrementi compresi fra il 6 e il 7% (tabella 21).

Da uno sguardo sinottico sui primi 40 anni della fase post-maoista, emerge come, a seguito delle riforme, l’economia cinese sia cresciuta ad una media del 9,4% all’anno, un tasso superiore di oltre 3 volte rispetto al del 2,9% della media mondiale.

Grafico 1: anni 1984-2013. Diagramma lineare: variazione annua del pil in percentuale. Istogramma: crescita entità totale del Pil in reminmbi (o Yuan, con cui si identifica l’unità monetaria di base)

Una straordinaria espansione dell’economia certificata dalla crescita del Pil, il quale, sempre secondo il solito rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica cinese, dai soli 67,9 miliardi di yuan del 1952 ha raggiunto i 90.030 miliardi di yuan (circa 13.140 miliardi di dollari) nel 2018 (con un incremento di ben 1.325 volte), un valore pari al 16% del totale dell’economia mondiale; mentre il Pil pro capite nel 2019 ha superato per la prima volta 10.000, facendo attestare la Cina fra i paesi a sviluppo intermedio3.

Tabella 1: tassi di crescita annuali 2015-2019 rilevati in base a la “Nuova normalità”. Fonte: Banca Mondiale

Tassi di crescita dell’economia cinese 2015-2019
annovariazione %
20156,9
20166,7
20176,8
20186,6
20196,1

Il forte surplus commerciale degli ultimi 15 anni (grafico 2), nonostante sia sotto attacco a seguito della guerra commerciale innescata da Trump, ha consentito alla Cina, ormai prima potenza commerciale mondiale dal 2013, di aver accumulato, sino al 2018 nelle proprie casse, ben 3.070 miliardi di dollari di riserve valutarie, segnando per il tredicesimo anno consecutivo il più alto valore a livello mondiale. La Cina è divenuto il primo partner commerciale, scalzando gli Usa, di Giappone (2004) India (2008) e Brasile (2009)

Grafico 2: andamento import-export Repubblica Popolare Cinese anni 1995 – 2017. Dati in miliardi di dollari provenienti da “THE OBSERVATORY OF ECONOMIC COMPLEXITY”

La “Nuova normalità”

Il delicato passaggio del rallentamento della crescita al di sotto del 10% degli ultimi quindici anni è stato accuratamente pianificato e gestito dalla dirigenza cinese attraverso una specifica politica economica, che approvata nel marzo 2015 dall’Assemblea Nazionale, ha assunto la denominazione di “Nuova normalità”. Quest’ultima prevede non solo la riduzione e l’assestamento dei tassi di crescita per gli anni successivi intorno al 7%, ma come annunciato dallo stesso Primo Ministro Li Keqiang, la Cina «deve con­ser­vare un equi­li­brio tra la neces­sità di assi­cu­rare una cre­scita costante e quella di pro­muo­vere aggiu­sta­menti strutturali». «Met­te­remo in atto la stra­te­gia “Made in China 2025″ -ha proseguito Li Keqiang- cer­cando uno svi­luppo basato sull’innovazione, per­se­guendo lo svi­luppo verde e rad­dop­piando i nostri sforzi per miglio­rare la Cina, facen­dola diven­tare da un pro­dut­tore di quan­tità, uno di qua­lità».

Gli obiettivi individuati dal governo mirano:

  • alla trasformazione dell’apparato produttivo tramite l’espansione del settore Hi-Tech con il conseguente ridimensionamento del manifatturiero a basso costo e basso valore aggiunto,
  • alla diminuzione dell’inquinamento
  • all’innalzamento dei redditi dei ceti inferiori al fine di ridurre le disuguaglianze sociali,
  • ad incrementare la domanda interna per compensare il rallentamento di quella internazionale.

La Cina ha cercato, quindi, di porre rimedio all’andamento incerto, e tendenzialmente in fase di rallentamento, dell’economia mondiale (tabella 2) cercando di aumen­tare i con­sumi nazionali e di creare un «mer­cato interno capace di essere volano dell’economia, per i pros­simi anni a venire», come ha con­cluso il primo ministro Li.

Inizio 2020: il Covid 19 deflagra dall’epicentro di Wuhan

L’esplosione della pandemia ad inizio 2020 nella provincia centrale dell’Hubei e la successiva propagazione all’interno del Paese hanno inevitabilmente generato, a seguito delle stringenti misure adottate dal governo, immediati effetti negativi sull’economia cinese spingendola in recessione nel trimestre iniziale dell’anno (-9,7%); il primo da quando viene effettuata la rilevazione trimestrale dell’andamento economico dal 1992 (grafico 3).

L’efficacia delle politiche governative volte al contenimento della diffusione del virus ha, tuttavia, permesso all’economia cinese, la prima a livello mondiale a subirne gli effetti e a scivolare in pesante recessione nel primo trimestre dell’anno, di riprendere la sua traiettoria di crescita sin dal secondo, mentre le economie europee, nello stesso periodo, scivolavano in profondo rosso.

Il corposo rimbalzo del secondo trimestre (+11,6%) ha consentito all’economia cinese l’immediato recupero del terreno perso nel primo e, nella seconda metà dell’anno, di ritornare a livelli di crescita addirittura superiori a quelli antecedenti l’esplosione della pandemia.

In pratica, ad un solo mese di distanza dalla dichiarazione dello stato di pandemia mondiale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avvenuta l’11 marzo 2020, mentre i Paesi sviluppati iniziavano a sprofondare nel baratro della recessione, le autorità cinesi l’8 aprile già procedevano alla rimozione del durissimo lockdown introdotto il 23 gennaio a Wuhan e nell’intera provincia dell’Hubei.

Straordinario risultato senza dubbio riconducibile in primis alle misure di gestione della pandemia da parte delle autorità cinesi che l’articolo “China’s success full control of Covide-194, pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet – Infectious Diseases (grafico 3), individua in:

  • un sistema centralizzato di gestione delle epidemie
  • misure restrittive particolarmente stringenti
  • un sistema nazionale di tracciamento dei contatti
  • capacità di adattare l’apparato industriale all’impennata della domanda di dispositivi di protezione individuale (dpi) come mascherine, camici e di altro materiale medico come i ventilatori polmonari
  • la collaborazione attiva della popolazione nel rispettare le misure adottate dal governo
  • sistematico controllo della trasmissione del virus sui territori e dei flussi di persone dall’estero
  • scarsa presenza, solo il 3% del totale, di popolazione anziana in strutture di riposo.

Grafico 3: andamento dei contagi nella Rep. Popolare Cinese nei primi 11 mesi del 2020.

Conferma in tal senso arriva anche dal dr Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic of Rochester (Usa), i quale ha individuato nella rapidità di risposta l’arma più efficace adottata dal governo, specificando che “In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutiche, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale che non sarebbe considerate accettabili nella maggior parte dei Paesi occidentali. L’impegno per il bene superore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il Covid”.

Risultati eccezionali non solo per la gestione della prima fase pandemica ma soprattutto perché ha evitato le varie ondate successive che invece hanno investito la quasi totalità dei Paesi.

Grafico 4: variazione percentuale trimestrale del Pil della Repubblica Popolare Cinese (2018-2021)

2020: la pandemia si abbatte sull’economia mondiale

L’impatto della pandemia ha, invece, prodotto effetti devastanti sull’economia globale, spingendola a fine 2020, secondo la Banca Mondiale, in una delle peggiori recessioni dal 1870. L’eccezionalità della crisi innescata dalla pandemia viene confermata anche dal capo economista dell’Ocse, Laurence Boone, durante la presentazione dell’Outlook sull’economia mondiale il 16 settembre 2020 a Parigi: “il mondo sta scontando il più drammatico rallentamento dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”5, indicando una riduzione del 5,5%, di poco superiore al 4,8% previsto dal Wto il 6 ottobre dello stesso anno (tab. 2). Recessione che in era di globalizzazione è stata inevitabilmente accompagnata da una riduzione ancor più brusca del commercio internazionale di beni, addirittura, stimata di entità doppia (-9,2%) rispetto al calo del prodotto lordo mondiale. Ciò a seguito anche della riorganizzazione delle catene globali del valore (Global Value Chains – GVC) improvvisamente rivelatesi fonte di fragilità e dipendenza dall’estero per le economie sviluppate. A seguito di ciò, le potenze industriali europee e, soprattutto, gli Stati Uniti, hanno cercato di riacquisire parziale “Autonomia strategica” (Fonte: Ocse 2020), quanto meno nei settori sensibili, imprimendo un nuovo impulso alle politiche di reshoring, che seppur restando fenomeno di dimensioni ridotte, hanno l’obiettivo strategico di mettere in sicurezza quanto meno le produzioni essenziali per l’interesse nazionale6.

Tabella 2: variazione annua % Pil e commercio di beni mondiale 2015-2021. Fonte: Wto – 6 ottobre 20207


Periodo

2015

2016

2017

2018

2019

2020
previsioni

2021
previsioni
Prodotto Lordo Mondiale
2,8

2,4

3,1

2,9

2,2

-4,8

4,9
Commercio Mondiale di beni
2,3

1,6

4,6

3,0

-0,1

-9,2

7,2

Previsioni macroeconomiche indubbiamente drammatiche quelle delle due istituzioni internazionali, solo lievemente attenuate dai dati definitivi rilevati e diffusi dal Fmi per lo scorso anno, a seguito della sensibile ripresa dell’economia mondiale dell’ultima parte dell’anno. Il prodotto lordo mondiale subisce, infatti, un contraccolpo del – 4,6%, con i Paesi europei, i primi ad essere investiti dal Covid-19 dopo quelli asiatici, che registrano le situazioni più gravi: Regno Unito -9,9%, Italia -8,9%, Francia -8,3%, mentre la Germania si ferma ad un solo -4,8%. Tutti valori superiori sia alla media mondiale, sia al dato degli Stati Uniti (-3,5%) che confermano come l’Europa, e in particolare l’area dell’euro (-6,5%), abbia subito le ripercussioni economiche più gravi su scala globale (tab 3).

Nel contesto di questo panorama mondiale recessivo, spicca in senso inverso la situazione della Cina che registra nel 2020, sempre secondo il Fmi, un’espansione dell’economia pari al 2,3%, tasso che pur risultando il più basso degli ultimi 40 anni (grafico 1) consente, tuttavia, al gigante asiatico, da un lato, di annoverarsi come unico paese in crescita fra le principali 20 economie mondiali (G20) e, dall’altro, di alleviare la gravità della recessione globale. Una performance inferiore solo a quella del Vietnam, Paese con modello politico-economico simile a quello cinese, del Bangladesh (+3,8%) già in fase di forte crescita prima della pandemia e dell’Etiopia, uno degli stati africani più dinamici, che registra un eccezionale +6,1%.

L’immediata ripresa dell’economia cinese, oltre alle rigide ed efficaci misure di contenimento della pandemia adottate dal governo, è frutto dell’implementazione di incisive politiche economiche basate su tre linee di intervento: un cospicuo aumento della spesa pubblica corrente (+10,5%), l’eccezionale ripresa dell’export (+30%) e un sensibile incremento degli investimenti pubblici produttivi e infrastrutturali (+14,9%) che ha compensato la diminuzione degli investimenti privati8. In sintesi il governo ha attuato un aumento del disavanzo pubblico imponendo agli istituti bancari di rifinanziare le linee di credito e di posticipare le scadenze e alle imprese pubbliche di aumentare gli investimenti con immediate ricadute positive sia sulla diminuzione dei consumi familiari, fermatisi a -5,8%, che sulla ripresa economica.

Tabella 3: variazione % Pil 2020 e previsioni 2021

AnnoEconomia mondialeCinaRegno UnitoItaliaFraGerUsaArea euroEcon Svil
2020 Dati definitivi
-4,6

2,2

-9,9

-8,9

-8,3

-4,8

-3,5

-6,5

-4,6
2021 previsioni di luglio
6,0

8,1

7,0

4,9

5,8

3,6

7,0

4,6

4,4
Fonte: Wto – luglio 2021 https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2021/07/27/world-economic-outlook-update-july-2021

L’opposto andamento dell’economia cinese rispetto a quella mondiale e dei principali competitors, registrato nel 2020, ha inevitabilmente avuto riflessi sulla geoeconomia globale, nel cui contesto Pechino ha ampliato il proprio ruolo e il proprio peso aumentando dell’1% la quota di prodotto lordo mondiale, salendo al 18,3%, al cospetto degli Usa che restano stabili e dell’Ue che dal 15,4% del 2019 è sceso al 14,9%, un declino peraltro in atto da tempo, con il nostro Paese in prima fila sceso in solo anno da poco meno il 2% all’1,87%9.

Divergenti dinamiche di recupero post pandemico che hanno, inevitabilmente, avuto riflessi sulle traiettorie di crescita delle due economie che secondo il report del Centre for Economics and Business Research (Cebr)10 del 26 dicembre 2020, si incroceranno ben 5 anni prima rispetto alle previsioni pre Covid. In sostanza, nel caso le previsioni dell’autorevole centro di ricerca si riveleranno centrate, già nel 2028 la Repubblica Popolare Cinese si ergerà ai vertici della graduatoria delle potenze economiche mondiali, scalzando gli Stati Uniti.

Alla luce di tali dinamiche geoeconomiche che vanno interpretati alcuni recenti provvedimenti dell’amministrazione Biden tesi a ridimensionare la presenza militare Usa nello scenario Mediorientale, Afghanistan compreso, per aumentarla nello scacchiere Asia-Pacifico, rivitalizzando la politica obamiana del “Pivot to Asia” finalizzata al contenimento dell’espansione cinese nell’area.

Sviluppo economico e progresso sociale

La tumultuosa crescita cinese ha prodotto, per il Paese nel suo complesso, eccezionali progressi in campo economico, come abbiamo appena analizzato, con significativi riflessi positivi anche a livello sociale. Secondo la Banca Mondiale, da quando a fine 1978 Deng Xiao Ping ha fatto approvare “Linee di riforma e apertura economica”, circa 850 milioni di cinesi sarebbero usciti dalla povertà estrema, dei quali 770.000 residenti nelle aree rurali. Un’opera ciclopica mai realizzata prima nella storia dell’umanità che rappresenta il 70% del totale delle persone uscite dalla povertà nel periodo considerato a livello mondiale e che corrisponde alla popolazione dell’Ue a 27 (469 milioni) e degli Stati Uniti (329 milioni)11 messi insieme.

Risultati in linea con il recente progetto di “vitalizzazione delle campagne”, lanciato dal governo il 4 febbraio 2018, tramite il quale è stato prefissato l’obiettivo di far crescere l’economia delle aree rurali e ridurre, entro il 2034, lo squilibrio città/campagna, con lo scopo intermedio di eliminare completamente la povertà nel 2020, come previsto dall’ultimo ciclo di lotta alla povertà inaugurato nel 2012, quando i cinesi in povertà assoluta ammontavano a 98,99 milioni.

Eccezionali progressi che, nonostante la crisi recessione da Covid-19 del primo trimestre 2020, hanno consentito al presidente cinese Xi Jimping, in una cerimonia ufficiale a Pechino, di dichiarare, il 25 febbraio 2021, “vittoria totale” nella lotta alla povertà, a seguito dell’uscita dalla miseria degli ultimi milioni di persone ancora presenti nelle aree rurali12  

Specifichiamo tuttavia che in condizione di povertà estrema attualmente in Cina si trova una persona con un reddito annuo inferiore ai 3.218 yuan, corrispondenti al cambio attuale a circa 1 euro e 10 centesimi al giorno13, un parametro, quindi, meno stringente rispetto alla soglia fissata dalla Banca Mondiale di 1.90 dollari al giorno (1,61 euro)14.

Le trasformazioni del corpo sociale cinese: i nuovi ricchi

La struttura sociale cinese, come abbiamo già accennato, dopo l’egualitarismo dell’era maoista, ha subito profonde trasformazioni con la formazione di una corposa classe media composta attualmente da 430 milioni di persone15 che, concentrate in prevalenza nelle aree urbane, insieme all’elite socio-economica composta dai nuovi ricchi, rappresentano i ceti economicamente in fase di espansione. Infatti, se la prima si è in pratica formata nel breve arco di 2 decenni, anche i secondi, i più facoltosi, sono in rapida crescita come testimoniato dal Billionaires Report 2018, dal quale emerge come miliardari, non i soli componenti di questa classe sociale, in Cina siano passati dai 16 del 2006 ai ben 373 nel 2017 e con un trend in accelerazione visto che proprio in quell’anno se ne sono registrati 89 di nuovi, esattamente il triplo rispetto agli Usa. I miliardari cinesi, circa un quinto del totale mondiale, hanno, inoltre, incrementato il loro patrimonio del 39% rispetto al 2016, facendolo salire a 1.120 miliardi di dollari16.

L’immediata ripresa economica post pandemica hanno innescato un’ulteriore accelerazione al trend sopra analizzato, come testimoniato dal report della Hurun Rich List 2020, l’equivalente cinese della rivista Forbes, del 21 ottobre 2020, il quale ha rilevato una sensibile crescita, rispetto all’anno precedente, del numero di miliardari cinesi e delle loro ricchezze. I miliardari, in un solo anno, aumentano, infatti, di 257 unità facendo salire il numero totale a 878 consentendo di superare addirittura quelli statunitensi (788) con i loro patrimoni che incrementano di ben 1.500 miliardi di $ facendo salire il valore dei loro asset a ben 4.000 miliardi di $. Il solo Jack Ma, cofondatore di Alibaba, incrementa il suo patrimonio di ben il 45%, confermandosi per il terzo anno consecutivo in testa alla graduatoria con un patrimonio di 59 miliardi di $.17

La classe media emergente

 La classe media cinese emergente è contraddistinta da un’educazione di alto livello, è informata, abituata a viaggiare, orientata all’acquisto di prodotti tecnologici, all’utilizzo dei social network e allo shopping online e apprezza i prodotti occidentali e, in particolare, il made in Italy, pertanto rappresenta, soprattutto per la sua entità numerica, il ceto su cui il governo fa leva per l’espansione dei consumi interni. Il rapporto di McKinsey 2013, che fissava il reddito della classe media cinese tra i 9 mila e 34 mila dollari all’anno, aveva previsto che nel 2022 il 75% dei consumatori urbani della Repubblica popolare sarebbe appartenuto a tale fascia, confermando sia la sua crescita numerica, sia la sua concentrazione nelle aree urbane dell’area costiera, a più alto tasso di urbanizzazione e maggiormente progredita dal punto di vista economico.

Un ceto sociale, al pari dei nuovi ricchi, strettamente legato al Partito Comunista in quanto il processo di espansione dell’economia è stato, e resta tutt’ora, subordinato al successo delle politiche implementate dal governo. A smentire le previsioni di alcuni politici e analisti occidentali, in particolare statunitensi, in base alle quali la classe media una volta raggiunta la prosperità economica avrebbe iniziato ad avanzare richieste di riforme politiche in modo da arrivare a scardinare l’egemonia del Partito Comunista dall’interno, è stato lo stesso Quotidiano del popolo. L’organo ufficiale di stampa del Pcc, nel 2017 ha, infatti, affermato, che l’ascesa della classe media non rappresenta una sfida all’autorità del Partito, anzi è fondamentale per sostenerne la legittimità. L’articolo, andava oltre, specificando addirittura che la classe media era diventata una forza trainante nel mantenimento della stabilità interna e che i paesi che ne risultano sprovvisti, come quelli mediorientali e latinoamericani, affrontano crisi politiche e turbolenze sociali cicliche. 

A conferma delle strette interrelazioni presenti fra la leadership politica e il ceto imprenditoriale cinese rileviamo le donazioni spontanee effettuate da alcuni dei nuovi ricchi a seguito del lancio della politica della “Prosperità condivisa” il 17 agosto u.s. tesa a ridurre gli squilibri e ad aumentare il tenore di vita dei ceti più bassi, chiamando a contribuire i soggetti che grazie allo sviluppo economico promosso dal Partito Comunista Cinese sono riusciti ad arricchirsi enormemente negli ultimi 2 decenni. A seguito delle dichiarazioni del presidente Xi Jimping rispetto alla finalità di “aggiustare i redditi eccessivamente alti” e di “rettificare la loro distribuzione” e promuovere la “prosperità condivisa”, invece che una levata di scudi da parte dei nuovi ricchi come sarebbe successo nella quasi totalità dei Paesi, si sono registrate una serie di corpose donazioni da parte dei nuovi ricchi a beneficio delle casse statali da impiegare nelle politiche reddituali perequative a favore dei meno abbienti. Attento alle sollecitazioni governative Jack Ma, i primi di settembre, ha tempestivamente annunciato una donazione spontanea al fondo perequativo di 15,5 miliardi di $ dando la stura a comportamenti analoghi da parte dei suoi pari gradi.

Conclusioni

Arricchirsi è glorioso, sosteneva Deng Xiaoping all’indomani dell’approvazione delle Riforme a fine 1978. Oggi con Xi Jimping le politiche stanno cambiando e forse non è casuale che il ritorno di centralità del pensiero di Mao, al quale il presidente in carica dichiara di volersi ispirare, venga accompagnato da significativi correttivi alle linee di politica economica: non è certo un ritorno all’egualitarismo dell’economia socialista e collettivista. Tuttavia, le ultime politiche economiche cinesi, tendenti alla prosperità di tutto il popolo, all’equità e alla pace sociale, rappresentano nuovi paradigmi che potrebbero aprire spazi di riflessione anche in Occidente.

Andrea Vento – 9 Ottobre 2021

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE

1 http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2019/07/02/in-70-anni-pil-cina-cresciuto-dell81-medio-lanno_816fb340-4d29-4a64-a499-4269d2b13351.html

2 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB?refresh_ce=1

3 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB

4 https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30800-8/fulltext

5 https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Ocse-Peggiore-crisi-dal-dopoguerra-Pil-Italia-10-5-2020-5-4-2021-9187bd81-ba9a-4e88-bc70-b22accaf0915.html

6 https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/06/01/reshoring-globalizzazione-pandemia/

7 https://www.wto.org/english/news_e/pres20_e/pr862_e.htm

8 https://aspeniaonline.it/la-via-cinese-alla-ripresa-post-covid/

9https://www.bancafucino.it/sito-istituzionale/sala-stampa/fucino-social/la-pandemia-ha-accelerato-lavvicinamento-dei-paesi

10 https://cebr.com/

11

12 https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/notiziario_xinhua/2021/02/25/xi-dichiara-vittoria-totale-cinese-sulla-poverta_7dd927ff-ca18-4ea1-a881-415cf4515f30.html

13 https://www.internazionale.it/reportage/gabriele-battaglia/2020/08/10/cina-poverta

14 https://aspeniaonline.it/articolo_aspenia/quanto-pesa-e-cosa-vuole-la-classe-media-in-cina/

15 http://www.limesonline.com/rubrica/la-cina-inizia-anno-del-cane-con-la-lotta-alla-poverta

16 https://cinainitalia.com/2019/03/12/miliardari-cinesi/

17 https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/lusso/2020/10/21/in-cina-i-miliardari-battono-il-covid-piu-ricchi-che-mai_82f4648e-cfef-4284-9d12-3622f538bac6.html

Destino manifesto

di Franco Bifo Berardi

Recentemente, parlando della disfatta di Kabul, in un empito retorico mi è capitato di scrivere che gli USA sono finiti, perché il paese non ha un presidente, dato che Biden, se mai è esistito, è stato annichilito dalla gestione della ritirata. Perché non ha un popolo ma due e in guerra tra di loro. Perché gli alleati se la stanno squagliando, perché la Cina sta vincendo la battaglia diplomatica e anche la competizione economica.

Tutto vero, ma ho dimenticato una cosa non secondaria: l’America è anche un complesso tecno-militare che dispone di una potenza distruttiva capace di distruggere il pianeta e di eliminare il genere umano non una ma molte volte. E si sta anche rendendo capace di avviare l’evacuazione di una piccola minoranza di umani dal pianeta terra, per andare dove non si sa.

La disfatta afghana segna il punto di svolta di un processo di disgregazione dell’occidente i cui segnali si sono accumulati nei due decenni passati.

Uso qui la parola Occidente per intendere una entità geopolitica che corrisponde al mondo culturale giudeo-cristiano (e comprende quindi la stessa Russia).

Forse il capitalismo è eterno, (ipotesi da verificare se ne avremo il tempo ma non credo l’avremo). L’Occidente no. E purtroppo il complesso tecno-militare di cui l’Occidente dispone, e che continua ad alimentare nonostante la sua capacità di overkill, non risponde alla logica della politica, ma è un automatismo che risponde alla logica della deterrenza che un tempo aveva carattere bipolare e simmetrico mentre dopo il crollo dell’URSS ha carattere multipolare, asimmetrico e quindi interminabile. Inoltre il complesso tecno-militare è anche una potenza economica che deve produrre guerra per potersi riprodurre.

È per questo che il crollo dell’Occidente non deve metterci di buon umore, o almeno non tanto: lo sgretolamento dell’Occidente non sarà un processo (quasi) pacifico come fu il crollo dell’Impero sovietico tra l’89 e il ’91.

Prima di crollare l’Occidente potrebbe cancellare il mondo non perché lo voglia o lo decida il cervello politico affetto da evidente necrosi, ma per automatismo. L’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, e pur essendo una potenza militare di seconda fila, dispone di soli 15 aerei anti-incendio, mentre ha 716 aerei da combattimento. Cosa ce ne facciamo? Perché l’Italia sta investendo una cifra enorme per un aereo da combattimento che si chiama Tempest, insieme a Germania e Inghilterra?

Già, perché?

Ora, dopo l’ennesima sconfitta che l’occidente (la NATO, gli USA, l’Europa) ha subito in una guerra convenzionale è ingenuo pensare che l’occidente rinunci alla guerra.

Perciò l’occidente sarà presto condotto verso la guerra non convenzionale.

Il capitalismo non è più in grado di permettere la riproduzione del genere umano, l’espansione ha raggiunto il suo culmine e ora la valorizzazione capitalistica si realizza essenzialmente attraverso l’estrazione di risorse fisiche e nervose che sono ormai al limite dell’esaurimento, e attraverso la distruzione dell’ambiente fisico planetario e del cervello collettivo. A questo punto si aprono due prospettive: quella della dissoluzione del capitalismo e della progressiva costituzione di comunità secessione autonome, egualitarie e frugali. Oppure la guerra. O più probabilmente entrambe le prospettive in contemporanea.

Quel che è certo comunque è l’incapacità dell’Occidente di accettare quel che ora è il suo destino manifesto: il declino la dissoluzione la scomparsa.

Suprematismo nazi-liberista

Il crollo dell’Occidente è iscritto in alcuni processi che ormai possiamo distinguere a occhio nudo: il primo è l’infertilità crescente dei popoli del nord del mondo (in 50 anni la fertilità dei maschi è crollata del 52%). Che sia dovuta, come sostiene Sarah Swan nel suo recentissimo libro Count Down, alla diffusione delle microplastiche nella catena alimentare, e ai disturbi ormonali provocati dalle microplastiche, o che si dovuta alla scelta più o meno consapevole delle donne di non mettere al mondo vittime dell’incendio globale in rapida diffusione poco importa.

Il secondo processo è l’emergere di potenze capitalistiche anti-occidentali (la Cina) che per ragioni iscritte nella formazione psico-cognitiva più facilmente adeguabile alla dinamica dello sciame con cui confligge l’individualismo occidentale. (vedi al proposito il libro di Yuk Hui recentemente pubblicato in italiano da Nero edizioni col titolo Cosmotecnica).

Il terzo è la crisi mentale, l’auto-disprezzo e la pulsione suicidaria della popolazione bianca, incapace di far fronte alla grande migrazione che è conseguenza della colonizzazione in epoca di globalizzazione, e che a ondate successive sta scardinando l’ordine globale. (Forse varrebbe la pena rileggere e attualizzare alcune considerazioni di Mao Tse Tung e di Lin Piao sulle periferie che circondano e strangolano il centro).

La popolazione europea è incapace di fare i conti la migrazione perché difende con le unghie e coi denti il privilegio bianco, e rifiuta di riconoscere la necessità di una restituzione delle risorse sottratte e di un accoglimento senza condizioni. E’ chiaro che queste due condizioni – restituzione e accoglimento – non sono compatibili con il mantenimento del privilegio coloniale che lungi dal recedere si è costantemente rafforzato.

La sinistra europea ha sempre rifiutato di ammettere il carattere radicale di questo fenomeno grande-migratorio, ne ha minimizzato la forza dirompente, quando non ha fatto proprie le posizioni della destra, come nel caso della politica libica di Minniti e nella codardia del PD sulla questione dello ius soli.

L’Occidente resiste quindi all’inevitabile declino, e questa resistenza si manifesta con il rafforzamento dei movimenti neo-reazionari, la risposta identitaria dei popoli dominanti che identifichiamo come Occidente.

Achille Mbembe definisce questa difesa aggressiva del privilegio bianco con l’espressione “tardo-Eurocentrismo”.

“Nel nostro tempo è chiaro che l’ultranazionalismo e le ideologie di supremazia razziale stanno vivendo una rinascita globale. Questo rinnovamento è accompagnato dall’ascesa di un’estrema destra dura, xenofoba e apertamente razzista, che è al potere in molte istituzioni democratiche occidentali e la cui influenza si può sentire anche all’interno dei vari strati della stessa tecnostruttura. In un ambiente segnato dalla segregazione delle memorie e dalla loro privatizzazione, così come dai discorsi sull’incommensurabilità e sull’incomparabilità della sofferenza, il concetto etico del prossimo come altro sé non regge più. L’idea di una somiglianza umana essenziale è stata sostituita dalla nozione di differenza, presa come anatema e divieto… Concetti come lumano, la razza umana, il genere umano o lumanità non significano quasi nulla, anche se le pandemie contemporanee e le conseguenze della combustione in corso del pianeta continuano a dar loro peso e significato.

In Occidente, ma anche in altre parti del mondo, stiamo assistendo al sorgere di nuove forme di razzismo che potremmo definire parossistiche. La natura del razzismo parossistico è che, in maniera metabolica, può infiltrarsi nel funzionamento del potere, della tecnologia, della cultura, del linguaggio e persino dell’aria che respiriamo. La doppia svolta del razzismo verso una varietà tecno-algoritmica ed eco-atmosferica lo sta rendendo un’arma sempre più letale, un virus.

Questa forma di razzismo viene definita virale perché va di pari passo con l’esacerbazione delle paure, compresa e soprattutto la paura dell’estinzione, che sembra essere diventata uno dei motori trainanti della supremazia bianca nel mondo.

(Achille Mbembe Note sul tardo eurocentrismo)

Piuttosto che tardo-Eurocentrismo Io preferisco chiamare il movimento reazionario in corso con l’espressione: “suprematismo nazi-liberista”, perché il privilegio coloniale è il punto di congiunzione tra darwinismo sociale liberista e politiche dello sterminio hitleriane: la selezione naturale.

Missione compiuta

Sono curioso di assistere alla prossime celebrazioni del ventesimo anniversario dell’attacco islamista alle torri di Manhattan, ma forse non ci saranno celebrazioni, si farà finta di niente. Forse non si scriverà sui giornali “siamo tutti americani” come il giorno in cui Bush dichiarò guerra all’Afghanistan, perché l’America ha perso.

La sconfitta in Vietnam fu un dramma nazionale, la sconfitta afghana non scalfisce la coscienza americana perché la popolazione americana è incapace di vedere il fallimento a causa dell’epidemia di demenza senile che l’attanaglia.

Ma la sconfitta in Vietnam non era terminale, la sconfitta in Afghanistan lo è. Pur essendo ancora la più grande potenza militare di tutti i tempi, gli Stati Uniti non dispongono più di una cosa essenziale: se stessi. Non ci sono più gli Stati Uniti d’America. Ce ne sono almeno due, in lotta feroce. Così, mentre il fuoco brucia un’area sempre più vasta del territorio e si avvicina alle megalopoli, mentre le sparatorie psicotiche si susseguono quotidiane, il paese non ha più un governo governante e non ce l’avrà mai più.

La vittoria di Osama bin Laden è ora definitiva, e al suo confronto impallidiscono le vittorie di tutti i grandi condottieri della storia passata, perché bin Laden ha sconfitto le due più grandi potenze di tutti i tempi: l’URSS e gli USA. Cosa accadde all’Unione sovietica dopo la sconfitta afghana lo sappiamo bene. Ora stiamo aspettando quel che accadrà agli Stati Uniti ed è legittimo sperare che gli effetti siano altrettanto definitivi. La società americana è irreparabilmente scissa, avviata ad un processo di disgregazione sociale, culturale e psichica. La guerra civile non ha carattere politico, ma quotidiano, molecolare, onnipresente.

Possiamo dunque sperare che il crollo della potenza americana restituisca gli umani all’umano?

Temo di no perché questo crollo è tardivo: l’America ha già per gran parte portato a termine la sua missione, che non consisteva nell’instaurare il regno della democrazia, come ci raccontavano, ma era quella di distruggere il genere umano.

John Sullivan coniò l’espressione Manifest Destiny, per definire la missione civilizzatrice degli idealisti americani (ma non erano forse accesi idealisti anche i capi delle SS, i propagatori della gioia della razza superiore tedesca?). Quella missione era portare nel mondo la libertà, o più realisticamente trasformare la vita umana in mera articolazione del dominio assoluto del capitale.

Le tappe di questo processo: accumulazione primitiva fondata sulla schiavitù, e sul genocidio. Intensificazione costante della produttività degli sfruttati tramite la sistematica disumanizzazione delle relazioni sociali.

Quella missione è compiuta.

Mentre alcune grandi aziende (Big Pharma, Amazon, grande finanza) fanno oggi profitti senza precedenti, incrementando ogni giorno i guadagni, la psicosi si impadronisce della mente collettiva, la depressione dilaga, le armi da guerra in libera vendita uccidono ogni giorno qualche malcapitato, il salario decresce, le condizioni di lavoro sono sempre più precarie, e intanto le foreste bruciano, e le città sono trappole senza più speranza.

Lo scopo delle guerre americane non era vincere. Era distruggere le condizioni della vita, e ridurre i viventi a spettri dementi come quelli che si aggirano ormai nelle metropoli del mondo.

Nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro il primo summit sul cambiamento climatico. In quella occasione il presidente americano, George Bush senior, dichiarò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”.

Il tenore di vita degli americani consiste nel consumare quattro volte più energia di quanto ne consuma la media degli abitanti del pianeta. Consiste nella bulimia psicopatica che produce obesità e aggressività acquisitiva.

Consiste nel consumare carne in quantità demenziali. E così via.

Il consumismo e la pubblicità commerciale sono state forse il contributo più decisivo del popolo terminatore alla distruzione delle condizioni di vivibilità dell’ambiente planetario.

Lo sterminio dell’umano è intrinseco al carattere neo-umano del protestantesimo puritano dal quale nasce l’idea del Manifest destiny.

Lo sciame cinese

Nel ventunesimo secolo il destino manifesto degli USA è diventato la cancellazione dell’impurità congiuntiva, la piena realizzazione del progetto di integrale digitalizzazione e connessione del biologico dentro il flusso neo-umano.

Ora quel progetto di automazione integrale si sta compiendo, ma per uno scherzo imprevisto (il destino è cinico e baro) non saranno gli occidentali a goderne (si fa per dire). Sarà con ogni probabilità un popolo che è al tempo stesso più paziente e meno individualista, anzi un popolo che funziona come un organismo cognitivo unificato, e non conosce nel suo vocabolario la parola più ingannevole di tutte, la parola “libertà”.

L’occidente è la sfera entro la quale si è costituita la macchina globale del capitale, e questa è indissociabile dal mutamento nella natura della tecnica.

Nella storia precapitalistica la tecnica si è sviluppata come modalità strutturata e funzionale dell’oggetto maneggiato dall’uomo. Ma nel corso dell’evoluzione moderna del modo di produzione capitalistico la tecnica si trasforma in quadro operativo entro il quale l’uomo è costretto ad agire e dal quale non gli è concesso uscire.

Partendo da Heidegger, il pensatore cinese Yuk Hui indica nella parola Gestell la chiave di volta della trasformazione della tecnica in fattore della mutazione dell’umanità in Automa cognitivo. La tecnica istituisce Gestalt entro le quali l’azione umana è sempre più pre-ordinata, fino a funzionare come sciame.

La mutazione tecnologica che ha avuto nella California il suo laboratorio e nell’occidente il suo territorio di sperimentazione è giunta a istituire il modello “neo umano”, l’uomo formattato, compatibile, connettivizzato, il modello sciame in cui i movimenti degli individui sono guidati da un unico cervello, dal quale dipendono i cervelli individuali.

Ma la sperimentazione dell’automa in Occidente sta funzionando solo parzialmente, per ragioni che sono legate alle particolarità culturali e psichiche del processo di individuazione nella sfera occidentale: la base cognitiva comune, legata all’apprendimento del linguaggio, è esile e la resistenza al modello-sciame è molto alta.

Sembra funzionare molto meglio nella sfera delle lingue ideografiche, prima di tutto la Cina, dove il processo di individuazione ha caratteri differenti, perché la base cognitiva comune è duplice: l’apprendimento del linguaggio parlato e della trascrizione ideografica.

La mente cinese è più facilmente integrabile grazie alle caratteristiche differenti del processo di individuazione (acquisizione del linguaggio, doppio stampaggio neurale, facile adesione al modello-sciame).

Cosa ci guadagnate?

Sangihe è una delle innumerevoli isole dell’arcipelago indonesiano. Un tempo l’isola ospitava un uccellino azzurro. Poi parve che fosse scomparso, invece no, recentemente si è scoperto che il passerotto blu saltella ancora nelle foreste. Ma non c’è solo il passerotto, ci sono anche alcune decine di migliaia di persone che vivono sull’isola. Pescatori, raccoglitori, artigiani, insegnanti, studenti.

Qualche tempo fa una compagnia canadese ha ottenuto una concessione su metà del sottosuolo perché recentemente si è scoperto che c’è l’oro. Fino a qualche tempo fa una legge dello stato indonesiano vietava l’estrazione dal sottosuolo delle isole, ma l’anno scorso pressioni internazionali hanno ottenuto l’abolizione di quella legge. Si può scavare. Si può estrarre, e la compagnia canadese che possiede i diritti di sfruttamento si sta facendo avanti per far valere i suoi diritti.

Questa che la BBC documenta in un video che trovate cliccando qui non è affatto una storia originale. È così da qualche centinaio di anni: dei predatori bianchi arrivano in un posto qualsiasi della terra, scoprono che si può estrarne un minerale che ha valore per l’economia bianca (magari un minerale inutile come l’oro, caricato di un immenso significato religioso, al punto da poterlo considerare come il totem della credenza superstiziosa nota come “economia”). I predatori bianchi distruggono tutto, sottomettono gli umani che abitano il territorio a ritmi di lavoro massacranti, e in cambio danno loro un salario, un’automobile, una casa con gli accessori indispensabili nelle trappole per topi in cui i bianchi sono abituati a vivere. Ormai hanno distrutto quasi tutto, e adesso il mondo ha cominciato a bruciare, e brucerà certamente, fin quando la razza umana sarà terminata, salvo forse pochi esemplari che riusciranno a fuggire a bordo di navette nelle quali passeranno il resto dei loro tristi giorni come topi in gabbie volanti nel nulla. Ma alcune isole del pianeta terra non sono ancora state totalmente catturate dagli sterminatori, perché troppo remote. Ad esempio Sangihe.

Alla domanda: “Cosa ci guadagnerete realizzando il vostro progetto” (abbattere le foreste, perforare il terreno, estrarne il minerale che la superstizione economica considera prezioso)? il calvo pacioso rappresentante della compagnia mineraria risponde con una bella risata: “Milioni e milioni di dollari. Quando saremo a pieno regime contiamo di estrarre in pochi anni migliaia di once al mese.”

E ci sarà lavoro per cinquemila persone. Cinquemila persone potranno smettere di pescare, costruire oggetti utili per la comunità, studiare, e potranno finalmente andare a qualche centinaia di metri sotto terra otto ore al giorno in cambio di un salario che gli permetta di avere un’automobile, di sostituire la loro abitazione con una trappola per topi e così via.

Mi ha fatto impressione leggere questa storia perché tutto quel che c’è da sapere sulla modernità sta qui condensato in quattro minuti e mezzo di filmato. La distruzione della vita, del piacere, della bellezza, dell’affetto, della gioia, dell’alba, del tramonto, del cibo, del respiro, in cambio di un salario di un’automobile, e di un cancro ai polmoni ovvero dell’economia.

Dopo cinque secoli ci sono ancora luoghi in cui la cura occidentale non è stata imposta. Le foreste bruciano, i fiumi esondano, le guerre si moltiplicano, la depressione dilaga, ma da qualche parte il progresso non è ancora arrivato. Portiamocelo urgentemente, prima che lo spettacolo sia finito.

È questione di anni, ormai. L’estinzione non è più una lontana prospettiva, ma una questione che riguarda la presente generazione, quella che non può neppure andare a scuola perché c’è un virus misterioso. Prima di essere ingoiati dall’apocalisse che rapidamente si diffonde non dobbiamo dimenticare di trascinarvi dentro anche i poveri abitanti di Sangihe, che ancora non hanno goduto dei frutti del progresso occidentale.

Che ha negli Stati Uniti d’America la sua avanguardia, il suo simbolo.

FONTE: http://effimera.org/destino-manifesto-di-franco-bifo-berardi/

La transizione egemonica mondiale

di Alfonso Gianni

Sintesi dell’intervento di Frattocchie, 3 settembre

Il tempo previsto per gli interventi è contenuto, come è anche giusto che sia e quindi mi limito ad alcune considerazioni sull’onda della bella, approfondita e articolata relazione di Sergio Bellucci e del dibattito che fino a qui è seguito. Il mio accordo in particolare con le cose dette prima di me da Roberto Finelli, mi possono aiutare in questo sforzo – al quale non sono naturalmente vocato – di brevità.

Comincerei col dire che non c’è transizione senza il maturare e il verificarsi di una crisi. Mentre non è vero l’opposto, cioè può benissimo manifestarsi una crisi senza che si avvii una transizione e che le cose possano addirittura indirizzarsi al peggio.

È esattamente il rischio che stiamo correndo in questo frangente. La crisi pandemico-economica ha aperto una voragine, per giunta sovrapponendosi agli effetti negativi della precedente crisi economico finanziaria cominciata nel 2008. Ma di per sé le ingenti risorse di cui disponiamo grazie alle decisioni europee non garantiscono di per sé una transizione verso una società migliore.

Anzi si affacciano, nel caso italiano e non solo, i fantasmi del passato. Si pensi alle “uscite” del ministro Cingolani sul nucleare, alla spinta della Francia in questa direzione per capire che un domani potremmo trovarci in una situazione addirittura peggiore, che, nel nostro paese, tradirebbe gli esiti di ben due referendum popolari sul tema.

Oppure: Giorgio Benvenuto dava, nel suo intervento di poco fa, una visione ottimistica dell’Europa. Certamente si sono fatti passi in avanti con il varo del Recovery Fund, con il progetto di un bilancio europeo opportunamente dotato, con l’emissione di titoli a livello europeo (più o meno i famosi Eurobonds di cui si parlava da tempo e che in molti fino a poco fa ritenevano impossibili). È stato sospeso il Patto di stabilità e crescita. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un webinar che ho condotto quest’estate ha ribadito che le vecchie regole del patto vanno riviste. Con maggiore timidezza così si è espresso anche il Commissario Paolo Gentiloni, seppure precisando che la regola del 60% nel rapporto fra debito e Pil va mantenuta, mentre vanno cambiate modalità e tempi del rientro- Le stesse parole di Mattarella sono state interpretate come un auspicio alla modifica degli stessi Trattati di Maastricht. Ma non possiamo e non dobbiamo dare tutto ciò per acquisito. I falchi non hanno smesso di volare basso. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione (su cui varrebbe la pena aprire un capitolo apposito cosa che qui non possiamo fare), ma soprattutto moltissimo è legato agli esiti di alcuni importanti appuntamenti europei prossimi venturi, come le elezioni federali tedesche del 26 settembre e quelle francesi di qualche mese dopo nel 2022. La battaglia per una transizione verso un’Europa democratica, sociale e federale è del tutto aperta.

Nello stesso tempo non può neanche profilarsi una transizione senza che avvenga la crisi dello stato di cose precedente. Il problema è come indirizzare i cambiamenti che tutti, seppure con diversa intensità, ritengono necessari in una crisi affinché prenda corpo un’alternativa di società. Obiettivo ambizioso come si può ben capire.

Intanto è sotto i nostri occhi, da tempo, una transizione egemonica mondiale. Da Ovest verso Est. Il declino della supremazia americana è stato impietosamente evidenziato e accelerato dalla sconfitta in Afghanistan. Oggi gli Usa sono sostanzialmente fuori dall’Asia e dall’Oceano indiano. Lo confermano le stesse parole pronunciate dalla rappresentante Usa in una importante conferenza internazionale l’altro giorno a Taipei, con le quali ribadiva il sostegno statunitense a Taiwan contro i disegni annessionistici cinesi, ma avvertiva i taiwanesi che devono fare come Israele: armarsi di tutto punto perché nessuno li potrà salvare in vece loro. Gli Usa confermano in sostanza che possono scatenare guerre, ma non riescono a vincerle in breve tempo e quindi a sostenerle in termini di costi economici e umani (si intende i loro).

Ancora una volta si avvera nella storia mondiale quel passaggio di consegne egemoniche che Fernand Braudel e la sua scuola, fino al nostro Giovanni Arrighi, dalle città marinare italiane, ai Paesi bassi nel seicento, alla Impero britannico nel secolo successivo, fino al secolo americano giunto al suo non breve tramonto, mentre si rafforza la potenza cinese. Gli stessi andamenti demografici, che qui non posso descrivere per brevità, accompagnano e sono un fattore di questo cambiamento epocale.

Credo che questo sia un processo irreversibile, a meno che non sia fermato, insieme alla distruzione del pianeta, da un conflitto nucleare generalizzato e non solo dalla guerra a pezzetti già in atto, di cui ci parla Papa Francesco. Il compito per tutti e di tutti è che questa transizione avvenga in modo sostanzialmente pacifico. Se l’Europa fosse un soggetto politico federale democratico e non semplicemente uno spazio economico regolato a vantaggio del capitale finanziario, potrebbe giocare un grande ruolo a livello internazionale per la causa della pace. Il che però presuppone che la Ue abbandoni la scelta di un rinnovato atlantismo fuori dal tempo, rinunci a pensare ad un esercito europeo e invece costruisca una struttura in grado di potere intervenire nelle crisi belliche locali come forza di interposizione e partecipi alla ricostruzione dei paesi colpiti da calamità, devastazioni e pandemie che vedono la loro prima causa nel sistema capitalistico globalizzato.

Come si vede siamo molto lontani da un simile esito. Tra le cose che mancano è la costruzione di una soggettività politica che in Europa si ponga un simile compito.

Qui ci tornano utili le riflessioni che stiamo svolgendo in questo convegno. Non bastano la quantità enormi di dati se essi non passano attraverso un’interpretazione – come diceva Finelli – che dia loro un senso. E quest’ultimo è costituito da un insieme di cose: la necessità di emancipazione delle classi subalterne, le idee, i progetti, i programmi, i sentimenti, le esperienze legati a questo rovesciamento del potere e dei poteri nella società che è un processo di conquista egemonica.

Abbiamo bisogno della (ri)costruzione di un pensiero politico forte che per quanto necessariamente aperto e in una continua tensione dialettica con i dati della realtà, i progetti e le aspirazioni dei movimenti e sommovimenti sociali, non si limiti alla registrazione dello stato d’animo e degli orientamenti attualmente presenti, ma si proponga di entrare in rapporto xon essi sulla base di un solido impianto valoriale.

È quello che chiamo una nuova soggettività politica di sinistra. Attualmente nel nostro paese non c’è. L’esistenza del Partito della Sinistra europea è importante, soprattutto se non si limitasse ad essere un contenitore. Ma anche questo è un obiettivo da conquistare. Quello che c’è fatica o meglio non riesce a mettersi insieme, forse anche perché si comincia dalla parte sbagliata: la costruzione di coalizioni elettorali invece che da quella della propria identità. Per essere conosciuti e riconosciuti dagli altri bisogna innanzitutto riconoscere e conoscere se stessi. Ma anche se quello che c’è si unisse non sarebbe sufficiente. Servirebbe un processo costituente capace di attuare una transizione verso una nuova soggettività politica di sinistra, nel quale ognuno mette in gioco la propria identità e la propria storia in una ricerca e in una lotta culturale e politica.

FONTE: https://transform-italia.it/la-transizione-egemonica-mondiale/

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