archivi

America

Questa categoria contiene 945 articoli

Colombia 2021: “Continuano ad ammazzarci”

di Rodrigo Rivas

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo. Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti. Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

1.- “La versione ufficiale, mille volte ripetuta dal governo in forma martellante a tutto il Paese con ogni mezzo di comunicazione alla sua portata, finì per imporsi: non ci furono morti, i lavoratori soddisfatti erano tornati a casa dalle loro famiglie e la compagnia bananiera sospendeva le attività in attesa che la pioggia finisse.

La legge marziale restava in vigore, prevedendo la necessità di mettere in atto misure di emergenza per far fronte alla calamità pubblica rappresentata dall’interminabile acquazzone. La truppa restava in caserma. Durante il giorno, i militari giravano per le strade trasformate in torrenti, con i pantaloni arrotolati a mezza gamba, giocando ai naufragi con i bambini.

Di notte, dopo l’entrata in vigore del coprifuoco, abbattevano le porte coi calci dei fucili, buttavano giù i sospettati dai loro letti e gli portavano via a un viaggio senza ritorno.

Continuava la ricerca e lo sterminio dei malfattori, assassini, incendiari e rivoltosi così come descritti dal Decreto Numero Quattro, ma i militari lo negavano anche ai parenti delle loro vittime che affollavano l’ufficio dei comandanti alla ricerca di notizie.

«Sicuramente l’avete sognato», insistevano gli ufficiali. «A Macondo non è successo nulla, nulla succede e mai succederà nulla. Questo è un paese felice».

Così portarono a compimento lo sterminio dei capi del sindacato” (Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”, 1968).

Gabo si riferisce ai fatti del 1928, quando il già allora corrotto governo oligarchico del conservatore Abadía Méndez ordinò all’esercito colombiano di fucilare diverse migliaia di operai e di lavoratori, incluse le loro famiglie per evitare che cadessero in povertà, nella enclave bananiera della United Fruit a Santa Marta.

I “falsi positivi” sono un’invenzione più recente. Videro la luce durante il governo di Alvaro Uribe Vélez, il “Matarife, genocida innominabile” che si trova all’origine del narco-paramilitarismo, che ha perfezionato il sistema di corruzione e architettato l’odierno legame tra i potentati economici e la sua cerchia politica, che governa la Colombia da oltre 30 anni.

In italiano, il termine “Matarife” significa macellaio. Ma la traduzione non rende l’idea. Significa invece “taglia gola”, “squartatore” o “boia”. Ma ho un dubbio su quest’ultima traduzione, poiché quella del boia è stata una funzione pubblica, rispettata e rispettabile. “Mastro Titta”, “er boja de Roma” fino al 1864, era anche molto popolare e quando fu sostituito da Vincenzo Balducci, papa Pio IX gli concesse un ottimo vitalizio mensile (vedere la falsa autobiografia scritta nel Novecento da un autore rimasto anonimo, ”Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso”).

Uribe Vélez è un delinquente noto internazionalmente almeno dai primi anni ‘90, ben prima di diventare presidente (2002-2010), ossia da quando l’agenzia militare d’intelligence degli Stati Uniti (DIA) lo mise ufficialmente nella lista di persone legate al “Cartello di Medellin”.

2.- “Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende, un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli” recita Sauron, “l’Aborrito” in lingua quenya, l’Oscuro Signore di Mordor, uno spirito malvagio e potentissimo (J. R. R Tolkien, “Il Signore degli Anelli”). 

Verso la fine del 2008 diventava di dominio pubblico in Colombia una storia di premi e punizioni basata sull’efficienza.

Il percorso era semplice: l’Esercito nazionale colombiano assassinava civili innocenti facendoli passare per guerriglieri uccisi in combattimento nella guerra civile che, con diversi nomi e attori, è in atto in Colombia dal 1948.

Gli assassinati erano migliaia. Attraverso il sistema di premi e punizioni, esaltando i risultati repressivi ottenuti da ogni sergente, pattuglia e dall’intero esercito, portavano promozioni, riconoscimenti, benefici e gratifiche.

Il caso fu scoperto per l’ingordigia dei candidati ai premi, non per la semplice moltiplicazione dei morti considerata un fatto pressoché normale: ad un certo punto i conti non quadravano. La colonna dell’Avere, “guerriglieri uccisi in combattimento” continuava a crescere ma cresceva pure la colonna del Dare, “numero di guerriglieri attivi”.

Questo serial killer di massa ben rappresenta la classe dirigente colombiana, anche quella recentemente premiata con il Nobel per la pace in seguito all’accordo con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC, 2016) per mettere fine alla più lunga guerra civile della storia.

Non essendo il tema, faccio solo un cenno ad una conseguenza strutturale di questa guerra:

“Nel 2015, le terre non controllate dal latifondo e dalle corporazioni multinazionali superavano il 40% del territorio colombiano totale. Basta controllare l’elenco di questi territori con le cronache odierne per verificare che sono proprio questi i territori attualmente invasi e ferocemente attaccati da gruppi armati illegali con l’aperta complicità del governo.

Negli ultimi 20 anni, circa 6,6 milioni de ettari, oltre il 15% della superficie agricola della Colombia, sono stati occupati con violenza da paramilitari, narcotrafficanti e militari. Molti fanno finta di essere sorpresi “di cotanta ferocia”, ma non c’è alcun motivo per essere sorpresi. Le caratteristiche e conseguenze di questo processo erano talmente evidenti fin da mo’, che l’agronomo ed ecologista francese René Dumont le ha previste in ogni sua fase (“Le mal-développement en Amérique latine. Mexique, Colombie, Brésil”, 1981)… Come avviene in tutte le materie incluse nel processo di pacificazione teoricamente in corso, la restituzione concordata delle terre è stata un sonoro insuccesso: ai contadini sono stati restituiti 15.000 ettari, lo 0,023% di quanto era stato loro rubato soltanto nei 20 anni precedenti… La voracità del capitale colombiano sta facendo tabula rasa persino delle zone che lo Stato ha dichiarato protette. Ad esempio, in almeno 31 dei 59 parchi naturali nazionali ci sono attualmente conflitti per l’uso, l’occupazione e l’usufrutto della terra…

Alla guerra per la terra si aggiunge la guerra per l’acqua, oggi in procinto di passare nelle mani delle grandi aziende transnazionali… Ad esempio, sono in processo di privatizzazione i 12.000 acquedotti comunitari esistenti, che riforniscono il 40% dell’acqua utilizzata nelle zone rurali e il 20% di quella usata nelle zone urbane” (Terra, acqua, aria: fuoco – terza parte e conclusione, 9 luglio 2020).

3.- “Gli elenchi di gente ricca sono stracolmi di persone che hanno ereditato la loro fortuna o l’hanno fatto speculando, non di certo grazie alla loro capacità innovativa e al loro sforzo produttivo. Sono un catalogo di speculatori, di baroni immobiliari, di reali e nobili formalmente decaduti o in carica, di monopolizzatori delle tecnologie dell’informazione, di usurai, di banchieri, di sceicchi del petrolio, di magnati del settore minerario, di oligarchi e amministratori delegati pagati in modo assolutamente spropositato riguardo a qualsiasi valore possano generare…

Un secolo fa, gli imprenditori cercavano di farsi passare per parassiti adottando lo stile e le forme delle classi parassitarie proprietarie di un titolo nobiliare. Oggi i parassiti pretendono di essere imprenditori” (Geoge Monbiot, Invisible Hands 21 luglio 1018).

Dalle statistiche ufficiali risulta che la metà dei 50 milioni di colombiani vive nell’informalità, che il 42,5% sono poveri e che la disoccupazione è aumentata del 16,8% soltanto nel marzo 2021.

Dalle statistiche delle organizzazioni che si occupano dei diritti civili risulta che tra gennaio e marzo 2021 sono stati assassinati 79 leader sociali.

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo.

Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti

Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

Secondo Diego Molano, ministro della Difesa, i cortei sono stati infiltrati da gruppi armati illegali che si sono dedicati al saccheggio e al vandalismo. I fatti di violenza sono premeditati, organizzati e finanziati da gruppi di guerriglieri dissidenti. Curiosamente, tutte le vittime sono civili disarmati.

Domenica 2 maggio il presidente Duque ha ritirato l’iniziativa avvertendo che non ci sarà alcuna tolleranza sul terrorismo urbano.

È difficile fare un’analisi della situazione concreta e forse non è nemmeno il momento adeguato per provarci.

Malgrado l’eterogeneità del movimento, si possono comunque osservare tre linee generali.

La prima era la rinuncia del capo economista dei neoliberisti, il ministro Alberto Carrasquilla, costretto a dimettersi lunedì 3 maggio in seguito al ritiro del suo progetto “riformatore” teso a trasferire ai ceti medi e bassi l’intero costo della pandemia da Covid-19, lasciando in piedi il sistema fiscale che esonera dalle imposte gli oligopoli legati alle attività minerarie e all’esportazione di zucchero e banane.

La seconda è la richiesta di un’economia un po’ meno disuguale.

La terza consiste in una serie di riforme: democratizzazione dell’educazione e della sanità, amministrazione meno soggetta al clientelismo politico, riforma della polizia e smantellamento della Squadra Mobile Antidisturbi (Escuadrón Móvil Antidisturbios”), incaricata di reprimere le proteste e una migliore implementazione del processo di pace firmato nel 2016 dall’allora presidente Juan Manuel Santos e dalle FARC.

4.- Analizzando le condizioni in cui si fa la storia, Karl Marx scrisse nel 1852: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia” (“Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, Incipit).

In questo maggio 2021 non è in questione la “narrazione” sui fatti poiché quanto avviene è evidente persino alla UE che, infatti, ha stilato una nota di protesta contro gli eccessi della polizia.

In questa fase, il governo copia la manovra ingannevole e dilatoria del “virus Piñera”, chiamando “le organizzazioni politiche ad un dialogo nazionale” che esclude i protagonisti (organizzazioni sociali, popolari, civiche, etniche, studentesche, operaie, contadine,  docenti,  associazioni di vittime, difensori dei diritti umani, ecc) “perché abbiamo ascoltato il popolo colombiano e la sua protesta pacifica”.

I rumori disarmonici della popolazione non sono stati ascoltati. Perché sono puro e semplice vandalismo sul quale cadrà il peso della legge che, in questo caso, significa anche fucilazioni in situ da parte delle squadre anti-disturbi.

Osservando le foto ufficiali che immortalano l’inizio delle conversazioni tra il governo ed alcuni “leader dell’opposizione democratica”, mi vengono in mente scene viste in un vecchio museo di Bogotá sui momenti successivi all’assassinato del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile 1948.

Anche l’allora presidente, il conservatore Ospina Pérez, avendo ascoltato la rabbia della popolazione, richiamò a palazzo i capetti del Partito Liberale, buona parte dei quali erano su posizioni del tutto diverse a quelle di Gaitán, sospettati di tradimento o conciliatori per professione e dottrina, per formare a nome e rappresentanza del gaitanismo, un effimero governo di conciliazione nazionale. Nessuno dei problemi strutturali venne risolto e contro i gaitanisti veri, previamente satanizzati come “populisti”, si scatenò una politica di sterminio.

Così nacque il conflitto sociale armato colombiano, riciclato ma ancora vivo. Era, ribadisco, il 1948.

“Los hambrientos piden pan, plomo les dá la milicia” (gli affamati chiedono pane, piombo dà loro la milizia), cantava Violeta Parra (“La carta”, 1962).

I colombiani chiedono una “Assemblea Costituente Ampia e Democratica” che convochi i veri rappresentanti della mobilitazione sociale, non i politicanti, per discutere sui motivi che hanno portato alla mobilitazione e per trovare una vera “Soluzione Politica” al conflitto sociale.

Su questo magnifico Paese si agita nuovamente lo spettro del “Bogotazo” che inaugurò la “violenza” dopo l’assassinio di Gaitán.

La Colombia continua a dimostrare che Dio è giusto: “Viviamo in un Paese talmente bello che, per ricompensare gli altri, il Padre eterno ci ha dato questi governi terribili”.

E continua a mettere in mostra la vivacità della sua vita politica: “In Colombia esiste una differenza notevole tra conservatori e liberali. I conservatori vanno a messa alle otto, i liberali a mezzogiorno”.   

La chiusa a Gabo: “Erano tre reggimenti la cui marcia ritmata dai tamburi dagli schiavi della galera faceva tremare la terra. Il suo respiro da drago multicefalo aveva impregnato di vapore pestilente la luminosità di mezzogiorno. Erano piccoli, massicci, bruti. Sudavano con sudore di cavallo, avevano un odore di carnaccia macerata dal sole e l’impavidità taciturna e impenetrabile degli uomini dell’altipiano. Benché ci mettessero più di un’ora a passare, si sarebbe potuto pensare che fossero solo poche squadre che facevano il girotondo, perché tutti erano identici, figli della stessa madre, e tutti sopportavano con uguale stolidità il peso dei tascapane e delle borracce, la vergogna dei fucili con le baionette innestate e la scoglionatura dell’obbedienza cieca e del senso dell’onore” (op. cit.).

R.A. Rivas 5 maggio 2021

Rabbia e sangue in Colombia. E Duque cede

di Claudia Fanti (da Il Manifesto)

7 milioni di persone hanno manifestato in tutto il Paese. 21 morti in sei giorni di proteste per la repressione dell’Esmad. Alla fine il presidente è costretto a rinunciare alla riforma tributaria

Un anno e mezzo dopo la possente mobilitazione contro il governo di Iván Duque, la più grande registrata in Colombia in molti decenni, le forze popolari sono scese di nuovo in strada, per sei giorni di seguito, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di allora. Neppure il Covid è bastato stavolta a fermare la protesta, scatenata dal varo della riforma tributaria da parte del governo, benché il paese si trovi nel pieno della terza ondata di contagi.

«SE IL POPOLO MARCIA durante la pandemia è perché il governo è più pericoloso del virus», è stato non a caso uno degli slogan ripetuti dai 7 milioni di persone che hanno manifestato in circa 600 municipi: lavoratori, studenti, contadini, indigeni, afrocolombiani.
E nulla ha potuto nemmeno la violenta repressione da parte del famigerato Esmad, lo Squadrone mobile antisommossa della polizia, malgrado il bilancio pesantissimo di 21 morti – di cui 10 a Cali, diventata l’epicentro delle proteste -, 208 feriti, 10 casi di violenza sessuale, 503 arresti e 18 lesioni oculari, stando ai dati dell’organizzazione Defender la libertad.

ALLA FINE, PERÒ, L’OBIETTIVO della mobilitazione – impedire l’entrata in vigore della riforma tributaria – è stato raggiunto: «Sto chiedendo al Congresso di ritirare la legge proposta dal ministero dell’Economia ed elaborarne urgentemente una nuova che sia frutto di un consenso, al fine di evitare incertezze finanziarie», ha dichiarato domenica il presidente, senza fare un solo cenno alle proteste e assicurando che il suo scopo era stato solo quello di garantire la stabilità fiscale, portare avanti i programmi sociali e porre le condizioni per una ripresa economica di fronte ai pesanti effetti della pandemia.

Uno scopo che il suo governo pensava di raggiungere attraverso l’imposizione dell’Iva al 19% su beni e servizi (compresi prodotti alimentari e benzina), la crescita delle imposte su salari e pensioni delle classi medie, il congelamento per cinque anni dei salari degli impiegati pubblici e persino una tassa sulle sepolture. «La riforma pretende sottrarre alle classi medie, ai lavoratori, ai pensionati e ai settori popolari circa 27 miliardi di pesos», aveva denunciato il Comité nacional del paro (un “comitato dello sciopero” in cui sono presenti le principali organizzazioni popolari) già protagonista delle proteste del 2019.

E TANTO PIÙ INACCETTABILE era apparsa la riforma di fronte ai massicci finanziamenti destinati dal governo a grandi imprenditori privati, a cominciare dal banchiere Sarmiento Angulo, uno dei principali finanziatori della campagna presidenziale di Duque. Senza contare che la Colombia, secondo un rapporto divulgato dal Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), figura al primo posto al mondo per spese militari durante la pandemia, in un contesto caratterizzato da una disoccupazione superiore al 16%, un tasso di povertà salito al 42,5%, una diffusa insicurezza, l’assassinio sistematico dei dirigenti sociali e la crescente penetrazione delle grandi imprese nei territori indigeni e afrodiscendenti.

ED È PROPRIO LA GRAVITÀ di tale quadro a indurre il Comité del Paro a proseguire la mobilitazione, convocando una nuova giornata di protesta per il 5 maggio. Tra le principali rivendicazioni, la smilitarizzazione delle città, il ritiro del progetto di riforma della Salute – il cui obiettivo essenziale è accentuare la privatizzazione del sistema sanitario -, il rafforzamento della campagna di vaccinazione, la creazione di un reddito di cittadinanza, il sostegno alle piccole imprese e lo stop alle fumigazioni con il glifosato.


COLOMBIA: per il diritto alla protesta sociale. Fermare i massacri

In Colombia è in atto uno sciopero nazionale dal 28 aprile scorso, sfociato in manifestazioni di massa nelle principali città del Paese contro l’intenzione del governo di Iván Duque di realizzare una riforma fiscale che cerca di scaricare il peso della crisi  sulle classi popolari per chiudere il buco lasciato dalla corruzione e dalla pandemia nelle casse dello Stato.

Il popolo colombiano ha deciso di prolungare lo sciopero civico, in una protesta che continua contro la riforma fiscale e la riforma sanitaria, contro altre misure antisociali e contro l’impunità garantita dalle autorità colombiane per chi assassina leader sociali e firmatari della pace.  La mobilitazione sociale ha costretto il governo Duque a  ritirare la riforma tributaria, ma questo non ha fermato la protesta, a cui si sono uniti anche i camionisti.

Alla mobilitazione pacifica e di massa, il presidente Ivan Duque risponde con la massima repressione, degna di un regime fascista. Ci sono decine di morti nel paese, e la violenza di Stato è particolarmente brutale a Cali. Lo scorso 1° maggio, il presidente ha decretato la militarizzazione delle città, obbedendo all’ex presidente Uribe che aveva invitato i militari e la polizia a usare le loro armi da guerra contro i manifestanti.   Nella notte tra domenica e lunedì, a Cali l’esercito ha attaccato la popolazione civile con armi pesanti e elicotteri da combattimento.

Il Partito della Rifondazione Comunista- Sinistra Europea (PRC-SE) esige che il governo colombiano cessi immediatamente la militarizzazione del paese, l’uso di armi da fuoco contro la popolazione civile, rispetti il diritto alla protesta sociale, rilasci tutti i prigionieri politici, indaghi e punisca gli autori degli omicidi dei manifestanti, e rispetti gli obblighi derivanti dagli accordi di pace.

Il PRC-SE chiede alla Commissione Europea, al Consiglio dei Ministri e ai Paesi membri dell’Unione Europea di smettere di sostenere il governo colombiano, il più repressivo, omicida e antisociale di tutta la regione e di condannare chiaramente l’assassinio dei leader sociali e dei firmatari dell’accordo di pace, e il non rispetto degli accordi di pace da parte del governo.

Il PRC-SE esige che la Commissione Europea attivi la clausola democratica e dei diritti umani dell’Accordo di Libero Scambio UE-Colombia, sospendendo parzialmente o totalmente la sua applicazione fino a quando non finirà l’impunità degli assassini. Invita anche il parlamento italiano a non ratificare questo accordo di libero scambio, fino a quando gli omicidi  rimangono impuniti.

(Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea)

46 anni dalla liberazione di Saigon

di Rodrigo Rivas

Giai Phong! 30 aprile 1975.

Ultimo atto della guerra di Vietnam
Saigon è in mano ai vietcong mentre l’ambasciatore statunitense fugge precipitosamente in elicottero.

Il 2 luglio del 1976 nascerà la Repubblica Socialista del Vietnam.

Si concludeva uno dei conflitti più feroci del XX secolo, durante il quale vennero lanciati esplosivi in un numero superiore a quelli utilizzati su tutti i fronti della Seconda guerra mondiale.

4 milioni di civili e un milione di soldati erano morti tra i vietnamiti.
58.226 erano i morti tra i soldati USA
Il numero di feriti, di mutilati e di invalidi resta imprecisato.

La guerra ebbe ripercussioni enormi nella metropoli. I racconti dal fronte dei soldati statunitensi sui massacri di civili e sulla violenza dei combattimenti colpirono profondamente l’opinione pubblica statunitense (e non solo).

Nacque un rilevante movimento pacifista e di contestazione alla politica estera aggressiva degli Stati Uniti, che e portò a cambiamenti epocali nella società, tra cui l’abolizione della leva obbligatoria nel 1973.

L’esito del conflitto sancì la sconfitta della superpotenza USA e segnò la politica estera successiva.

L’opposizione alla guerra era iniziata nei campus delle università dove l’attivismo politico studentesco di sinistra raggiunse limiti fino allora impensabili.

Migliaia di giovani statunitensi scelsero la fuga in Canada o in Europa occidentale per evitare la coscrizione.

La si poteva evitare anche per riconosciuta pazzia ma, come ci insegnò il film “Comma 22”, chi si dichiarava pazzo per non andare in guerra era, ovviamente, sano.

A Cassius Clay, in seguito Muhammad Ali, verrà tolto il titolo mondiale dei pesi massimi per rifiutarsi a prendere parte al conflitto poiché “nessun vietacong mi hai mai chiamato negro”.

Lo stesso giorno dovranno dimettersi “quasi tutti gli uomini del presidente Nixon”, il criminale che aveva ordinato i bombardamenti al napalm in tutta l’Indocina, organizzato tramite il suo sicario principale, Henry Kissinger, colpi di Stato e omicidi in tutta l’America Latina, truffato il mondo intero con l’annullamento deciso unilateralmente della convertibilità del dollaro.

I suoi non si dimettevano per questi motivi, ma perché, sempre truffatore, Nixon era stato scoperto con le mani nella marmellata.

La tentata truffa elettorale denominata “Scandalo Watergat” lo costringerà poco dopo alle dimissioni.

Ma, credo, senza la sconfitta vietnamita avrebbe dominato ancora a lungo la politica del suo paese.

Ricordo nitidamente quel 30 aprile.
Dagli elicotteri statunitensi ripresi dalla TV non si ascoltava la cavalcata dalle walkirie come in “Apocalypse Now”

Robin Williams non era alla console per decretare “Good bye Vietnam”. Sul tetto dell’ambasciata statunitense veniva issata una bandiera rossa.

È stato uno dei momenti indimenticabili della storia recente.

L’ho celebrato, anche, riascoltando Victor Jara, massacrato dagli amiconi di Nixon quasi due anni prima nello Stadio Cile a Santiago:
“Il diritto di vivere, poeta Ho chi Minh
Che convochi dal Vietnam, tutta l’umanità
Nessun canone cancellerà, dal solco della tua risaia, il diritto di vivere in pace”:

Giai Phong!, Liberazione!

Eugenio Finardi


Giai Phong

Un futuro che vale un Perù…

di Marco Consolo

Lo scorso 11 aprile, in Perù si sono tenute le elezioni per eleggere un presidente, 2 vicepresidenti e 130 deputati e deputate. Nessuno dei candidati ha passato il primo turno e il ballottaggio sarà il prossimo 6 giugno.

Il candidato “sorpresa” Pedro Castillo di Perù Libre è stato il più votato con il 19,1% dei voti, ridando fiato alla sinistra. Al secondo posto, su posizioni apertamente neo-liberiste,  si è piazzata Keiko Fujimori (Fuerza Popular) con il 13,3 %. Keiko è la pluri-indagata figlia di Alberto Fujimori, l’ex-presidente dittatore attualmente in galera per corruzione.

Pedro Castillo vs. Keiko Fujimori: las propuestas de los candidatos que se disputarán la presidencia de Perú en segunda vuelta

Solo sesta con il 7,9 % è arrivata Veronika Mendoza, esponente della coalizione di sinistra  “Juntos por el Perù” (che comprende i 2 partiti comunisti), e che sperava passare al ballottaggio, mentre rimane in fondo l’ex presidente Ollanta Humala (Partido Nacionalista), con solo 1,6 % dei suffragi.

Su 24 milioni di elettori, circa il 30 % non è andato a votare, mentre l’astensione nelle precedenti elezioni presidenziali non aveva superato il 18%.  Tra coloro che hanno votato,  il 18 % ha votato scheda bianca o nulla che, sommato al 30% di astensione dà un totale del 48 % dei votanti che non ha espresso nessuna preferenza.

C’è da dire che chi è andato a votare lo ha fatto nel momento più pericoloso della pandemia,  con il record dei decessi il giorno prima delle elezioni, vincendo la paura e mettendo a rischio la salute.

Al di là dei singoli risultati, in generale è stato il voto di un Paese stanco, depresso, frustrato e stufo. È il risultato di come il Paese si sente e si mostra.  Tuttavia, queste elezioni hanno presentato un’importante sorpresa.

La sorpresa Pedro Castillo ?

Per chi non conosce a fondo la politica peruviana,  Pedro Castillo è stata la sorpresa di queste elezioni, dato che la maggioranza dei sondaggi o non lo calcolavano, o lo davano al quarto o quinto posto.

Nato a Cajamarca, città del nord del Paese, Castillo è un insegnante rurale con un master in psicologia dell’educazione. È attivo in politica dal 2002, prima con Perú Posible (partito di centro dell’ex presidente Alejandro Toledo), e dal 2017 con Perú Libre.

Proprio nel 2017, è stato alla testa di uno dei più importanti scioperi nazionali degli insegnanti, durato tre mesi.

huelga docente Perú - NODAL

Foto:www.nodal.am

Perù Libre è un partito recente, fondato a livello nazionale nel 2012, nato nel dipartimento di Junín, anch’esso lontano dalla capitale Lima. È un partito che si dichiara socialista, marxista-leninista-mariateguista, con posizioni conservatrici su questioni come il matrimonio egualitario (Castillo ha dichiarato che non è una questione prioritaria in un suo possibile governo) ed è contro la libera interruzione della gravidanza.  Durante la campagna elettorale, ha cercato di differenziarsi dalla “nuova sinistra di Lima” (in riferimento a Juntos por el Perú), e di rappresentare gli interessi dei contadini e degli esclusi del “Perù profondo” in un Paese fortemente centralista, ma diviso tra la costa, la selva e la sierra.

Rispetto alla moderazione di altri candidati di sinistra, Castillo ha saputo esprimere chiaramente la richiesta di una nuova costituzione, di una nuova riforma agraria e della nazionalizzazione delle risorse, in particolare quelle minerarie sottoposte ad uno spietato saccheggio multinazionale.

Il tema dell’industria estrattiva è uno dei punti più controversi, che ha provocato distruzione dell’ambiente, della fragile struttura produttiva delle zone interessate, duri conflitti sociali (Las Bambas, Conga e Tía María solo per citarne alcuni) e una violenta repressione a difesa degli interessi delle multinazionali straniere.

Cajamarca: minería, empleo y pobreza | EL MONTONERO

La miniera di Cajamarca

Anche in politica internazionale, Castillo si è apertamente schierato a favore di Cuba, Nicaragua e Venezuela, nonostante la violenta polemica nel Paese in particolare contro il processo bolivariano.

Divide et impera

La frammentazione politica è da anni una caratteristica peruviana, e lo si è visto nel primo turno, sia per  l’alto numero di partiti e candidati, sia per i risultati, con basse percentuali di appoggio, un indicatore chiaro della mancanza di connessione con il ventaglio di proposte politiche.

I primi due arrivati, Castillo e Fujimori, insieme rappresentano poco più del 32% dei voti, mentre il restante 68% è diviso tra ben 16 candidati, di cui 6 hanno superato il 5%.

Anche in base alla grande percentuale di indecisi a una settimana dalle elezioni, ci si aspettava una dispersione del voto, espressione della disaffezione della popolazione nei confronti della politica. Ma non si era mai arrivati a un ballottaggio con due candidati i cui risultati sommati non arrivano alla metà dell’elettorato. E’ parte della crisi istituzionale, delle caratteristiche dei partiti che sono in gran parte “contenitori personali”, del mancato funzionamento del sistema elettorale, dell’assenza di democrazia che non sia quella formale. Ed è proprio lo svuotamento della democrazia che conduce al fujimorismo, perchè da lì viene.

Destre e sinistre

Settimane prima delle elezioni, le previsioni indicavano un possibile ballottaggio  tra due candidati conservatori, come risultato della frammentazione della destra peruviana in almeno cinque diversi candidati. Anche tenendo conto di  quello che era successo 5 anni fa, quando erano andati al ballottaggio un candidato che rappresentava la destra neoliberale, Pedro Pablo Kuczynski (PPK), e una candidata che rappresentava la destra pro-Fujimori (altrettanto neoliberale), Keiko Fujimori. Viceversa, la dispersione del voto, insieme all’approfondimento della crisi politica, ha propiziato l’ascesa di settori più legati alla sinistra, che anch’essa però si presentava divisa.

A sinistra, Castillo è stato colui che ha saputo incanalare e dare un senso alla crisi politica. Ciò ha marcato la differenza con Verónika Mendoza, che poco a poco ha moderato il suo discorso in campagna elettorale, e incluso la proposta di una nuova Costituzione è rimasta in secondo piano.  Castillo non ha ricevuto quasi nessuna rimostranza diretta ed è stato chiaro nelle sue proposte sollevando la necessità di una nuova Costituzione e proponendo di portare al 10% del PIL le risorse per salute ed educazione.

Parlamento e presenza territoriale

Sono 10 le forze politiche che hanno ottenuto seggi al parlamento, ma nessuna con la maggioranza. Perù Libre con 37 seggi, Fuerza Popular 24, Acción Popular 17, Alianza Para el Progreso 15, Renovación Popular 13, Avanza País 7, Podemos Perú 5, Somos Perú 4, Juntos por el Perú 5 e il Partido Morado 3 seggi. Le elezioni hanno rivelato la debolezza dei partiti peruviani e la scomparsa di alcuni partiti tradizionali come l’APRA. Chiunque vinca al ballottaggio, non ha comunque la maggioranza al Congresso e sarà costretto ad allearsi con risultati tutti da vedere.

Al primo turno, Castillo ha vinto in 16 dipartimenti (Cajamarca, Amazonas, San Martin, Ancash, Arequipa, Moquegua, Ayacucho, Tacna, Puno, Cusco, Apurímac, Huancavelica, Junín, Pasco, Huánuco e Madre de Dios), mentre Keiko ha vinto in 7 (Callao, Ica, Lambayeque, Loreto, Piura, Tumbes e Ucayali). Le regioni dove Castillo ha ottenuto una percentuale più alta (specialmente il sud e gli altipiani centrali), sono territori con un forte voto anti-neoliberale e anti-Fujimori:  nel 2011 avevano  votato per il “nazionalista” Ollanta Humala e nel 2016 per Verónika Mendoza (allora al terzo posto con il 18,7%).

Perú: El Mendigo ya se deshizo del Banco de Oro - El polvorín

Foto: El Polvorìn

Una visione binaria ?

La complessità del panorama rende difficile pensare alla disputa del secondo turno solo come una “semplice” disputa tra destra e sinistra. Le elezioni sono anche un riflesso della crisi politica, della crisi di rappresentanza, della mancanza di leadership e del disincanto della popolazione nei confronti del ceto politico tradizionale e delle istituzioni. Da decenni ormai, il Perù è testimone di un agire deplorabile del ceto politico, sia di governo, che di opposizione. Tutti i governi hanno concluso il loro mandato con una grande disapprovazione. Nessun partito è riuscito a fare eleggere due volte un suo candidato a presidente e, da 30 anni, tutti i governanti sono indagati per corruzione. Ci vuole poco a capire perchè i cittadini-elettori non solo si allontanano dalla sfera politica istituzionale, ma la rifiutano in blocco. Il voto è una continua frustata al ceto politico, alla ricerca di qualcuno che sembri “nuovo”,  che indichi la luce in fondo al tunnel, o che appaia con la frusta della vendetta o del castigo in un Paese messo in ginocchio da decenni di neo-liberismo sfrenato.

Oggi, risuona la discussa frase attribuita ad Antonio Raimondi, esploratore e naturalista italiano che arrivò nel Paese nel 1850, : “Il Perù è un mendicante seduto su di una panca d’oro”

A questo si deve aggiungere la situazione della pandemia che ha reso visibili le disuguaglianze e ha approfondito la crisi: più di 2 milioni di persone hanno perso il lavoro nel 2020. Il risultato del primo turno segna una polarizzazione tra figure politiche antagoniste che a modo loro hanno saputo esprimere le preoccupazioni rispetto alla crisi. Keiko Fujimori ha fatto campagna evocando la stabilità, cioè mantenere la costituzione del 1993 e tornare alla crescita economica degli anni precedenti con il cosiddetto “miracolo economico” peruviano degli anni 2007-2015, con una grande crescita che non ha ridistribuito quel benessere). Viceversa, Pedro Castillo ha fatto una campagna elettorale tra gli ultimi, gli esclusi ed i colpiti dalla crisi. In particolare con un occhio rivolto al Perù profondo, alle zone rurali ed ai suoi ronderos campesinos, cercando il consenso per un’Assemblea Costituente e una nuova Costituzione, una richiesta avanzata con determinatezza dalle mobilitazioni di piazza di pochi mesi fa.

Un mendigo en un banco de oro, por Alfredo Thorne | OPINION | EL COMERCIO PERÚ

Disegno: Giovanni Tazza. Fonte: El Comercio

Che succederà al ballottaggio ?

E’ la terza volta che Keiko Fujimori arriva al ballottaggio. Nelle due precedenti, ha pesato di più la sua immagine negativa e lo slogan ” Mai più Fujimori” è stato sufficiente perchè gran parte dello spettro politico le votasse contro.

Nel 2011, il “nazionalista” Humala vinse al secondo turno con il 51,45%, mentre Keiko ottenne il 48,55%.

Nel 2016, PPK ha ottenuto il 50,12% e Keiko il 49,88%. La differenza era sempre piccola.

In questa terza opportunità lo scenario potrebbe favorirla. Da un lato la frammentazione della destra nel primo turno può far convergere quei voti su di lei. Dall’altro, è difficile che appoggino Castillo i settori tradizionalmente conservatori della popolosa Lima, che concentra circa un terzo degli abitanti del Paese. Parallelamente, i media e la stessa Keiko usano l’immagine del vecchio conflitto armato interno, battendo sulla idea falsa, ma presente nel senso comune peruviano, che i militanti di sinistra sono tutti terroristi, il cosiddetto  “terruqueo”.

Da parte sua, Castillo conta sull’appoggio dichiarato al ballottaggio di Nuevo Perù (partito di Veronika Mendoza), del Partito Comunista Peruviano e di altre forze sociali. Ma soprattutto, conta sulla volontà di rottura della popolazione, stanca di essere esclusa e presa in giro. Ad oggi, i soliti sondaggi da prendere con le pinze, lo danno in vantaggio, ma gli indecisi sono ancora molti e mancano quasi due mesi al voto.

Come sempre, il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori sarà polarizzato e ci si attende una battaglia durissima e senza esclusione di colpi. Ma chiunque vinca non potrà mantenere interamente le promesse del suo programma, e avrà bisogno di stringere accordi in parlamento (con partiti che non garantiscono neanche coesione nelle loro file) per offrire un minimo di stabilità politica, fattore ancor più importante in questa fase di crisi sanitaria e socio-economica.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/il-labirinto-peruviano/

Povero Rampini, ora che “Biden copia la Cina”

di Dante Barontini (da Contropiano)

Dopo Ernesto Galli Della Loggia, non poteva mancare il famoso traduttore Federico Rampini nella per ora breve lista degli opinionisti (fare informazione è un altro mestiere) che hanno ricevuto l’input “si cambia registro”.

Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).

Divertiamoci un po’.

Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Triìum e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occident Joe Biden sta copiando Xi Jinping ali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).

Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.

La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.

E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che 1,4 miliardi abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.

Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?

Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.

Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.

Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”

Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.

Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine…).

Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte vole e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.

Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice teutonica).

La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.

Su questi altri “piccoli dettagli”… silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.

Seconda osservazione: che “a crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.

Terza osservazione: se “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.

Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali…

Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.

Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.

E parecchi silenzi in meno.

*****

Ripartono le locomotive

Federico Rampini – da La Repubblica

Per qualcuno la pandemia è un ricordo distante, un’immagine che rimpicciolisce nello specchietto retrovisore. La Cina ha cancellato tutti i danni, oggi è più ricca di quanto fosse nell’era pre Covid. La crescita dell’economia cinese nel primo trimestre di quest’anno, +18,3%, segna un record ventennale anche se in parte è dovuto al rimbalzo dopo la paralisi dei lockdown. La recessione del 2020 è stata brevissima in Cina.

Il “metodo Xi Jinping” applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori.

Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.

Nella formidabile performance del dragone cinese ci sono delle fragilità. La Repubblica Popolare si conferma troppo dipendente dalle esportazioni, in una fase in cui il protezionismo non è tramontato. Anzi, una delle rivelazioni della pandemia riguarda il pericolo di affidarsi a una logistica industriale troppo globale e dilatata, esposta a improvvise chiusure di frontiere (nei medicinali ma non solo)

Il mondo post Covid sì riorganizza con un’attenzione alla sicurezza delle catene produttive, che molti Stati cercano di riportare dentro i propri confini. Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali.

L’autogol nella diplomazia sanitaria, dopo la pasticciata (e poi smentita) ammissione che i vaccini made in China sono poco efficaci, rivela i limiti di un sistema allergico alla trasparenza.

Il vero successo della Cina però sì misura a Washington. L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Anche gli Stati Uniti hanno avuto una recessione più breve e meno cruenta del previsto; ora hanno la loro turbo-ripresa e finiranno per cancellare i danni sociali dei lockdown prima del previsto.

Ma in parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil.

Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil.

È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione.

L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica.

Nella gara tra le due superpotenze questa è la vera novità: l’America sta inseguendo un modello cinese, dopo averlo sottovalutato troppo a lungo.

L’Europa è in ritardo su tutti i fronti, ma le riprese gemelle delle due locomotive cinese e americana sono una buona notizia per tutti. Per scegliere un micro-esempio fra tanti: entro pochi anni i consumatori cinesi compreranno la metà di tutti i prodotti di lusso venduti nel mondo, saranno quindi un mercato sempre più trainante per il made in Italy.

Ma un monito viene dal recente infortunio di molte marche occidentali della moda che hanno osato boicottare il cotone dello Xinjiang per condannare gli abusi che Pechino infligge ai diritti umani in quella regione: è partita una massiccia campagna di rappresaglie.

Il nazionalismo cinese non perdona; usa il commercio estero come un’arma strategica di micidiale efficacia. Sempre più spesso, anche nella sfera economica l’Europa sarà messa di fronte a scelte difficili, dovrà decidere da che parte stare, e gli spazi per la neutralità si restringeranno perfino per chi pensa solo a vendere i propri prodotti.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/04/18/povero-rampini-ora-che-biden-copia-la-cina-0138182

Playa Girón, 60 anni fa

di Rodrigo Andrea Rivas

Il 15 aprile 1961 era un martedì.
Alle sei in punto, aerei nemici invadevano il territorio cubano e iniziavano a bombardarlo. Raggiunti gli aeroporti di Santiago di Cuba, di San Antonio de los Baños e di Ciudad Libertad, distruggevano due aerei cubani e uccidevano sette persone.

Mercoledì 16 aprile, durante i funerali delle vittime, Fidel proclamava il carattere socialista della Rivoluzione.
Nel Mar dei Caraibi la flotta che portava la brigata degli invasori navigava scortata dalle navi da guerra e dai sottomarini degli Stati Uniti.

Giovedì 17 aprile, all’una di notte, gli invasori sbarcavano a Playa Larga e a Playa Girón, facenti parte di Bahía de Cochinos (Baia dei Porci).
Sul posto confluivano 14 battaglioni cubani con tutti i mezzi disponibili.
Alcuni plotoni erano formati da civili: autisti di autobus, operai, calzolai …
Compay Segundo era nel plotone che si fece carico del migliaio di prigionieri nemici catturati.
Nelle case dei controrivoluzionari arrestati erano state trovate armi di piccolo calibro, volantini contro la Rivoluzione, materiali sovversivi di ogni genere e prodotti di largo consumo che cominciavano a scarseggiare.
All’Avana, la situazione era tranquilla. A Miami scrivevano: “Nelle strade dell’Avana si combatte violentemente. L’Hotel Habana Libre è crollato dopo un attacco aereo sferrato contro il regime di Castro.”

Venerdi 18 aprile gli Stati Uniti ammettevano la loro sconfitta.

Nel marzo 1961 la CIA aveva presentato alla presidenza Kennedy la “Proposta di operazioni contro Cuba” ed il “Piano Trinidad” comprendente una invasione dal mare, la conquista di una spiaggia per la futura organizzazione della guerriglia e la formazione di un governo provvisorio subito dopo la conquista dell’area di spiaggia.
Tutti gli aspetti militari vennero approvati dall’insieme dei Capi dello Stato Maggiore USA.
L’azione venne chiamata “Operazione Pluto.”

Il 15 aprile, John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, giocava a golf a Miami, come un Trumpo qualsiasi, mentre il suo Segretario di Stato, Allan Dulles, era in visita a Puerto Rico. Non volevano destare sospetti. Più tardi, hanno cercato di sostenere che ne erano all’oscuro.
Le truppe brigatiste allenate nel Guatemala, 1.541 uomini, vennero trasportate a Puerto Cabezas, in Nicaragua, da dove decollarono salutate dal generale Luis Anastasio Somoza, dittatore di turno del Nicaragua.
Il giornalista Haynes Johnson scrisse sul “Washington Post”: “Vestito come un ricco personaggio di una commedia musicale e circondato da pistoleros, col viso sporco di polvere, Somoza chiese ai suoi: «Portatemi i peli della barba di Castro!» Poi salutò col pugno chiuso e voltò le spalle ai futuri invasori seguito dai suoi adulatori”.

I mercenari disponevano di un bel arsenale: bombe di alto potenziale esplosivo, napalm da 750 libbre, razzi da 5 pollici, mitragliatrici M 3 Thompson, fucili automatici Browning …
Gli artiglieri cubani avevano in media 17 anni.

José Ramón Fernández era giunto con la propria macchina dall’Avana, per stabilire lo Stato Maggiore nella Centrale Australia come ordinato da Fidel.
Gli attacchi iniziavano con il bombardamento da un B26 che portava la bandiera cubana.
Morirono una donna e quattro miliziani.
Altri due B26, sempre dipinti come quelli cubani, stavano volando sopra la Centrale Australia.
Da tutta l’Isola giungevano i battaglioni cubani con i loro comandanti.

La sera del 16 aprile l’invasione si concentrò nel sud di Cuba.
Due navi della marina da guerra USA, il Barbara J e il Blagar, appoggiavano con l’artiglieria. Erano presenti anche la porta elicotteri “Boxer”, la portaerei “Essex” ed i distruttori “Shangri Là”, Murray”, “Conway”, “Coney”, “Eaton” e “Wailer”.
Due sottomarini navigavano davanti alle coste cubane.

Il pomeriggio del 17 la FAR era di nuovo padrona del cielo cubano.
Quattro aerei nemici erano abbattuti e tre riportavano gravi avarie dovendo atterrare in altri paesi.
La nave “Rio Escondido” era affondata e la “Houston” danneggiata fortemente con i razzi.
Le imbarcazioni che la CIA aveva dato in consegna erano tutte fuori combattimento, il “Blagar” e il “Barracuda” se n’erano andate al largo.
A mezzanotte del 17, il Blagar si avvicinava nuovamente e l’agente della CIA Graystn Linch con cinque cubani in tuta da sommozzatori, si dirigevano verso la spiaggia per sistemare le luci di direzione che segnalavano la zona dello sbarco.

Eduardo Galeano spiega: “ Gli invasori erano un misto di parassita e carnefici, giovani della buona società, veterani di mille crimini. Nessuno si assunse la responsabilità su Playa Girón o su null’altro: tutti erano cuochi dell’avventura. Circondato da donne che aveva picchiato, prese a pedate e violentate nella sua vita precedente, Ramón Calviño, celebre torturatore ai tempi di Batista, veniva colpito da un’amnesia totale. Il prete Ismael de Lugo, cappellano della brigata d’assalto, cercava protezione sotto il mantello della Madonna. Per consiglio della Madonna aveva prima combattuto con le truppe di Franco durante la Guerra civile spagnola e ora aveva invaso Cuba perché la Madonna non continuasse a soffrire vedendo tanto comunismo”.

Il 18 aprile un B26 atterrava a Miami e alcuni giornalisti notavano che aveva le insegne di Cuba. Secondo Adlai Stevenson, ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, il pilota era un disertore cubano.
Secondo Raúl Roa García, Ministro degli Esteri di Cuba, “Stevenson è un bugiardo … Gli USA cercano di nascondere l’improvviso e vigliacco attacco scatenato contro Cuba”.
Qualche giorno dopo, la verità venne a galla: un consulente del governo degli Usa, tale Shik, aveva ordinato a Mario Zúñiga, uno dei piloti cubani mercenari assunti dalla CIA, di volare alla Florida da Happy Valley dove si trovava, dichiarare che era un disertore cubano, che c’era stata una ribellione generalizzata dei piloti e che chiedeva asilo politico. La stessa notte Zúñiga era ritornato a Happy Valley.

Il 19 mattina un B-26 era abbattuto dall’artiglieria cubana. Morivano i tre uomini dell’equipaggio, tra cui Riley Shamburger e Wade Carrol Gray, cittadini statunitensi come Thomas Willard Ray e Leo Francis Baker, catturati dopo l’abbattimento di un altro aereo. Tutti appartenevano alla Guardia Nazionale di Alabama, Arkansas e Virginia, ed erano stati reclutati dalla CIA. Il Nicaragua aveva messo a loro disposizione sei aerei P-51 Mustang. La squadriglia era guidata dallo statunitense Buck Pearson.
Alle 15,50 del 19 aprile le navi da guerra USA, dopo aver cambiato molte volte posizione, si allontanavano definitivamente dalla costa di Cuba mentre i mercenari sopravvissuti marciavano verso la galera.
Negli annali della politica estera degli USA non c’è un’altro fiasco simile, definito dallo storico Arthur Schlesinger, consulente di John Kennedy, “l’insuccesso perfetto”.

Da allora sono passati 60 anni.
Cuba continua a subire minacce, cospirazioni, spionaggio. Si moltiplicano venduti e mercenari. Danzano miliardi, mezze verità, bugie complete. Continuano il blocco e la retorica anticomunista.
Ma, continuano anche la piccola e la grande storia.

Un giorno, un ragazzo chiamato Silvio Rodríguez decise d’imbarcarsi in un peschereccio che si chiamava Playa Girón, dove compose una delle sue canzoni più note. Parla tra le righe degli eroi dell’aprile ’61, ed esplicitamente degli eroi della quotidianità dura e invisibile di un paese da troppo tempo ostaggio dalla politica imperiale.
“Compañeros de historia, tomando en cuenta lo implacable que debe ser la verdad, quisiera preguntar –me urge tanto–, ¿qué debiera decir, qué fronteras debo respetar? Si alguien roba comida y después da la vida, ¿qué hacer? ¿Hasta dónde debemos practicar las verdades? ¿Hasta dónde sabemos? Que escriban, pues, la historia, su historia, los hombres del Playa Girón.” (Compagni di storia, considerando quanto dev’essere implacabile la verità, vorrei chiedere – mi preme tanto – cosa dovrei dire, quali limiti devo rispettare? Se qualcuno ruba cibo e poi dona la sua vita, che fare? Fin dove dobbiamo praticare le verità? Fin dove sappiamo? E’ meglio se scrivono la storia, la loro storia, gli uomini del Playa Girón).

Silvio parla delle e degli eroi puri, forti, silenziosi, che hanno resistito a tutto ciò che è venuto dopo, che sbagliano ma poi sanno adeguarsi ai bisogni, a coloro che hanno reso possibile il lungo respiro della rivoluzione cubana.
Nella sua canzone, coloro che scrivono la storia, la loro storia, non sono supereroi bensì persone che intraprendono un processo di trasformazione sociale collettivamente.
Io penso che se non si capisce questo non si capisce nulla di Cuba, della Cuba di oggi, con penurie, file e punizioni ma con cinque vaccini contro il Covid19 e l’apertura del Congresso del Partito Comunista questo fine settimana sotto lo slogan “Unità e Continuità”.
Fidel Castro ha detto che Girón non è importante per le dimensioni della battaglia o per i fatti eroici avvenuti, ma per ciò che non è avvenuto, perciò che l’impero non è riuscito ad imporre. L’epopea è la storia, la loro storia, quella delle donne e degli uomini della nave-isola Playa Girón.

Sulle “sanzioni”, il doppio discorso dell’imperialismo “democratico”

di Geraldina Colotti

Pochi giorni fa, è morto in carcere della Florida, negli Stati Uniti, un militante delle Black Panthers, Chip Fitzgerald. Era prigioniero da 51 anni, nonostante un ictus che lo aveva ridotto in sedia a rotelle. Gli avevano sempre negato le misure alternative. Aveva 71 anni. Una notizia che sarà forse motivo di giubilo per i forcaioli di casa nostra, che invocano la “certezza della pena”, mentre propongono leggi per condonare chi ruba soldi pubblici per il proprio profitto, e impongono sacrifici a chi non può sfuggire al controllo, i lavoratori dipendenti.

Un modello basato sul “diritto penale del nemico”, una tendenza intrinseca all’economia di guerra su cui si sta riassestando il sistema capitalista a livello globale per rispondere alle lotte per il potere delle classi popolari. In Perù, ci sono comunisti in carcere che hanno quasi novant’anni, e si mettono in galera anche gli avvocati. Stesso sistema in Colombia, in Spagna, in Francia, dove George Ibrahim Abdallah, militante libanese-palestinese è stato liberato dopo oltre 37 anni di carcere e dove ancora si trova il comandante Carlos, palestinese di origine venezuelana, detenuto dal 1994.

E che dire dell’ergastolo ostativo, della tortura bianca del 41 bis in Italia e dei prigionieri politici ai quali, in perfetto stile da Inquisizione viene chiesto di pentirsi per avere accesso alle misure alternative? Il fronte dei pacifisti con l’elmetto, che all’occorrenza si dicono persino comunisti, sostiene questo apparato in nome della legalità borghese a cui dovrebbero affidarsi le classi popolari.

Chip Fitzgerald era stato arrestato insieme ad altri due compagni durante un controllo di polizia in Florida, il 7 settembre del 1969, a cui era seguito un conflitto a fuoco. Le Pantere nere sono state una storica organizzazione rivoluzionaria afroamericana degli Stati Uniti, frutto del Grande Novecento, il secolo delle rivoluzioni. Un secolo nel quale anche nelle istituzioni internazionali come l’Onu risuonava la voce del proletariato organizzato per bocca dei suoi dirigenti, che alternavano il fucile alla parola.

All’Assemblea generale dell’Onu, l’11 dicembre del 1964, Che Guevara richiamò le parole di Fidel: “Come ha detto Fidel Castro – affermò – finché esisterà il concetto di sovranità quale prerogativa delle nazioni e dei popoli indipendenti, quale diritto di tutti i popoli, noi non accetteremo l’esclusione del nostro popolo da questo diritto. Finché il mondo sarà retto da questi princìpi, finché il mondo sarà retto da questi concetti ed essi avranno valore universale, perché sono universalmente accettati e consacrati da popoli, noi non accetteremo di essere privati di nessuno di questi diritti, noi non rinunceremo a nessuno di questi diritti”.

Quindi, denunciò l’ipocrisia dell’imperialismo nell’uso del concetto di “coesistenza pacifica” e gli arbitrii perpetrati nei confronti dei paesi del sud che non entravano nell’orbita statunitense. Concetti ribaditi allora nella dichiarazione di Fidel Castro alle conferenze dei Paesi Non Allineati. Uno spirito che Cuba e Venezuela hanno riproposto anche in tempi più recenti nel Movimento dei Paesi non allineati (Mnoal), la seconda organizzazione per grandezza dopo l’Onu, le cui ultime tre presidenze pro-tempore sono toccate rispettivamente all’Iran, al Venezuela e ora all’Azerbaijan.

E sono stati i paesi del Mnoal, per bocca di Cina, Palestina e Azerbaijan – con l’eccezione degli alfieri di Washinton, Colombia e Perù –, a proporre al Consiglio dei Diritti umani dell’Organizzazione delle Nazioni unite di votare, durante la sessione n. 46, il 23 marzo, una risoluzione di condanna delle misure coercitive unilaterali: perché – si è detto – le sanzioni impediscono ai popoli di usufruire dei diritti umani. Un’iniziativa diversa, dunque, dal “tradizionale” voto all’Onu contro il bloqueo a Cuba che, ancora nel 2019, ha visto l’isolamento degli Usa e di Israele, unici due voti a favore del mantenimento del bloqueo.

In questo caso, invece, la risoluzione di condanna contro il meccanismo delle sanzioni è stata approvata con 20 voti a favore, 15 contrari e 2 astensioni. I paesi del sud l’hanno considerata con ragione una vittoria, che risalta le conclusioni evidenziate dalle relazioni degli esperti indipendenti Onu, come Alena Douhan. Rispetto al Venezuela, la relatrice indipendente ha documentato gli effetti devastanti che queste misure coercitive unilaterali illegali producono sulla popolazione, e ha chiesto ai paesi che le applicano di sospenderle immediatamente.

Il Ministro degli Esteri venezuelano, Jorge Arreaza, ha commentato allora l’episodio con un twitt: “Oggi – ha scritto – si è approvato nel Consiglio per i diritti umani dell’Onu la risoluzione sull’impatto negativo delle sanzioni unilaterali rispetto al godimento dei diritti umani. È così ovvio il loro impatto che, per una elementare questione di etica, i paesi che hanno votato contro dovrebbero perdere il loro seggio nel Consiglio”.

Un seggio che gli Stati Uniti occuperanno di nuovo dopo l’arrivo di Biden, che è tornato sulla decisione di Trump di abbandonarlo. Da lì contano di contrastare e condizionare le decisioni sui diritti umani, facendone un’arma contro i popoli che non si sottomettono. Intanto, a fare le veci del grande gendarme occidentale, hanno pensato Austria, Brasile, Francia, Germania, Italia, Giappone, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Polonia.

Paesi che, per quanto riguarda i membri dell’Unione Europea, se avessero votato diversamente, avrebbero dovuto smentire loro stessi, essendo parte attiva nell’imposizione di misure coercitive unilaterali. Sono 39 i paesi a cui gli Stati Uniti applicano le cosiddette sanzioni, e la lista dell’Unione Europea è praticamente identica, fatto salvo alcune eccezioni in Africa dove gli interessi europei sono particolarmente forti.

Si tratta di misure coercitive illegali, che solo l’Onu potrebbe consentire in caso di palesi violazioni ai diritti umani, ma che gli Stati Uniti applicano illegalmente, agendo da gendarme del mondo, e i loro vassalli li seguono a ruota. Le presunte violazioni sono “documentate” da rapporti redatti dalle grandi agenzie dell’umanitarismo finanziate da Washington, mai confermate da prove, come dimostrano poi le relazioni indipendenti, sempre però inascoltate.

In una esaustiva relazione, tenuta recentemente, il viceministro per le Politiche anti-bloqueo del Venezuela, William Castillo, ha parlato di “5 miti” diffusi per negare l’impatto delle sanzioni. Si dice, per esempio, che le sanzioni non esistono, sono solo misure specifiche di pressione per appoggiare un cambio democratico. Un’interpretazione smentita dagli stessi responsabili dell’amministrazione nordamericana, tra i quali l’ex ambasciatore degli USA in Colombia, William Brownfield. Il 12 ottobre 2018, questi ha dichiarato: “Dobbiamo considerare le sanzioni come un’agonia, una tragedia che deve continuare fino a che arrivi al culmine, e se possiamo fare di più per accelerarla, dobbiamo farlo, però considerando che questo avrà un impatto su milioni di persone. Dobbiamo prendere decisioni dure, il fine giustifica questo severo castigo…”.

Si sostiene anche che le sanzioni siano contro i funzionari del governo Maduro e non contro il popolo, quando, tra il 2014 e il 2021, nei confronti del Venezuela sono stati applicati 7 decreti esecutivi e 300 misure amministrative, da parte degli Usa, del Canada, dell’Unione Europea, del Gruppo di Lima, del Sistema finanziario, delle Organizzazioni internazionali, delle Imprese internazionali che forniscono beni e servizi.

Sono state sanzionate, perseguitate, ricattate e minacciate numerosissime imprese e persone per le loro “relazioni” con il governo venezuelano. Recentemente, è stato sospeso l’account facebook di Maduro e quelli twitter di vari deputati venezuelani perché avevano osato spiegare il combinato delle terapie applicate con successo in Venezuela contro il coronavirus. Il criminale comportamento dell’opposizione golpista venezuelana, che ha sequestrato il denaro del popolo venezuelano all’estero in base al riconoscimento dell’“autoproclamato” Juan Guaidó, impedisce al governo bolivariano di usare quel denaro per l’acquisto di vaccini e medicine.

Nonostante questo, l’orientamento sanitario del Venezuela, analogo a quello di Cuba, sta finora contenendo efficacemente la pandemia, giacché il numero di morti supera di poco i 1.700. Il dilagare della “variante Bolsonaro” proveniente dal Brasile, rende però ancora più urgente l’arrivo della quota di vaccini prevista dall’OMS per i paesi del sud, e lo sblocco del denaro pubblico sequestrato.

Intanto, la lista dei perseguitati dagli USA, in grande o piccola scala, si allunga. Un imprenditore con passaporto diplomatico è stato sequestrato a Capo Verde ed è in attesa di essere consegnato agli Stati Uniti, altri sono perseguiti in Europa. Il caso del proprietario di un ristorante italiano, risulta al riguardo emblematico. All’ignaro ristoratore, gli Stati Uniti hanno bloccato tutti i conti in Italia per un caso di omonimia con il proprietario di una società in Svizzera che aveva rapporti commerciali con il Venezuela. Il malcapitato ha descritto la sua odissea nell’aver dovuto far fronte a una situazione inedita, a cui nessuno, in Italia, sapeva dare spiegazioni.

Ha detto di essersela cavata da solo, di aver contattato il Dipartimento del Tesoro nordamericano, e di aver infine risolto dopo qualche mese. Un episodio che la dice lunga sia sulla caccia alle streghe degli Usa contro chiunque tenti di bypassare il blocco economico-finanziario imposto al Venezuela, sia sulla subalternità dei governi occidentali. Chi scrive, due anni fa, ne ha fatto esperienza diretta: respinta per due volte all’aeroporto, prima per Cuba e poi per il Venezuela, perché “Washington impedisce il check-in del passeggero”. Per quale motivo? Ufficialmente, nessuno. Ufficiosamente: per aver “aiutato paesi sanzionati”. La questione, a tutt’oggi, non si è risolta.

Intanto, si diffonde la versione che l’economia venezuelana andasse male anche prima delle sanzioni. Un’evidente falsità, smentita dai dati secondo i quali, tra il 2003 e il 2013, l’economia del Venezuela è cresciuta per 22 trimestri consecutivi e i salari erano i più alti dell’America Latina. Dal 2014 è iniziato l’attacco al modello sociale venezuelano: guerra economica interna, accaparramento, penuria di prodotti indotta, guerra alla moneta, guerra del prezzo del petrolio, violenza politica…

All’illegalità internazionale delle sanzioni si è aggiunta quella dei sequestri arbitrari di beni e persone. Ogni tipo di sopraffazione coperta dalle leggi internazionali volute dagli USA. D’altronde, gli Stati Uniti possono permettersi di uccidere un generale iraniano e poi uno scienziato, ma senza ricevere mai alcuna sanzione dai pacifisti con l’elmetto che, in casa nostra, chiedono invece di affamare il popolo venezuelano in nome dei “diritti umani”. Chi sanziona i sanzionatori?

Occorre ricordare i tempi di Che Guevara, delle Pantere Nere e del diritto dei popoli a spezzare con ogni mezzo le proprie catene. È un principio che occorre riaffermare anche in questi tempi di stravolgimento di senso, per scegliere bene l’ambito in cui ci compete agire.

C’è infatti l’ambito della denuncia, legittimo se si prova a bucare la censura dei media dominanti, ma persino inopportuno nei momenti in cui la diplomazia degli assediati prova a spezzare il cerchio, creando contraddizioni nel campo nemico. Questo vale soprattutto per Cuba che, dal 1992 al 1998 è riuscita parzialmente ma efficacemente a spezzare la morsa del periodo especial attraverso la creazione di una propria industria del turismo, inserita nel mercato mondiale, attraverso legami economici con imprese multinazionali spagnole, canadesi, italiane, anche statunitensi. Il Venezuela prova a mettersi sulla stessa scia mediante la legge contro il bloqueo, ma il suo cammino è irto di ostacoli, soprattutto a causa degli apparati di controllo e persecuzione messi in campo dai golpisti venezuelani all’estero.

Il campo diplomatico, quello delle regole formali della democrazia e del multilateralismo modello nordamericano – quello del “soft power”, del potere blando che vuole convincere gli stati a desiderare quello che desiderano gli Stati Uniti – è il campo del doppio linguaggio. “En lo político, lo real es lo que no se ve”, diceva José Marti per spiegare il concetto. Nella politica, il reale è quel che non si vede. Dietro parole come “alleviare le sanzioni”, si modulano interessi e politiche, così come dietro il concetto di “aiuto umanitario” usato come arma di ricatto politico. E così, il governo italiano può spiegare il proprio voto – per approvare le sanzioni o per condannarle nel caso della risoluzione di Cuba all’Onu –, sentendosi a suo modo coerente a seconda dell’organismo in cui si esprime.

Certo, la diplomazia degli Stati che cercano di uscire dall’angolo posizionandosi nelle dinamiche più favorevoli a livello internazionale, può seguire percorsi complessi. Quando ci fu la guerra delle Malvinas, dall’aprile al giugno del 1982, molti compagni argentini ancora prigionieri della dittatura digerirono male la posizione antimperialista di Cuba di appoggiare i militari contro il colonialismo britannico. Non è stato l’unico esempio nel secolo scorso, e la questione è ulteriormente complicata nel contesto del post-Novecento con la scomparsa del campo socialista.

Nel quadro di un mondo multicentrico e multipolare che cerca di contrastare l’egemonia statunitense, alcuni paesi di cui possiamo appoggiare anche la prospettiva e non solo la posizione anti-imperialista, si muovono per così dire sul filo del rasoio. Per non restare prigionieri dei distinguo, è bene definire il proprio campo, non solo sulla carta, ma nella coerenza della lotta, e costruire rapporti di forza capaci di imporre con chiarezza quella prospettiva socialista.

FONTE: https://www.cumpanis.net/

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Pubblichiamo due interventi, il primo di Luciano Neri e il secondo di  Mario Capanna, a sostegno della campagna per l’ istituzione del Parlamento Mondiale, lanciato dal Laboratorio istituito in collaborazione dalle Università della Calabria (Rende-Cosenza) e dall’Università dell’Insubria (Varese) .

“Il Laboratorio per l’istituzione del Parlamento Mondiale nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria e il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria di Varese, e vede impegnati studiosi di diversa formazione (filosofi, storici, scienziati della politica, sociologi, analisti internazionali, economisti, diplomatici, educatori…), non esclusivamente accademici. Inoltre si avvale della collaborazione decisiva di studenti universitari e medi-superiori, attivisti e persone interessate alle possibili risposte politiche, istituzionali e di pensiero che siamo oggi obbligati a ricercare e promuovere di fronte alle criticità che investono l’intero pianeta, alla crisi delle democrazie e al venir meno dell’Onu, dell’impianto istituzionale e di diritto internazionale costruito nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.

Il Laboratorio è al tempo stesso il proseguimento del lavoro svolto per un decennio in seno all’Università della Calabria e portato avanti, tra gli altri, con un questionario che è stato inviato a studenti universitari di 41 Paesi di ogni continente.

Il progetto ha come obbiettivo quello di costituire entro il 2021 il Centro Interuniversitario per l’Istituzione del Parlamento Mondiale del quale possono entrare a far parte a pieno titolo altre sedi universitarie, istituzioni internazionali, associazioni e Centri Studi culturali e politici, oltre a singoli soggetti studiosi e/o attivisti interessati alla costituzione di un Consesso planetario e alla elaborazione di un nuovo pensiero che lo sorregga.

La crisi ambientale su scala planetaria, le sperequazioni sociali ed economiche, la finanza transazionale che divora le istituzioni e la politica, l’indigenza, i conflitti bellici, la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, le migrazioni, il rispetto e la tutela dei diritti in conformità alle Dichiarazioni universali, l’istruzione, lo sviluppo tecnologico etc., sono temi che evidenziano la crisi irreversibile dei modelli e delle istituzioni internazionali precedenti, la crisi delle stesse democrazie, il collasso di un mondo che muore mentre quello nuovo stenta a nascere. L’umanità di oggi si trova in questo interregno nel quale possono concretizzarsi pericoli enormi: dalle guerre su larga scala a degenerazioni climatiche e ambientali irreversibili. Non può esistere, né resistere nel tempo, un potere che mantiene e aumenta la forza coercitiva dopo aver perso legittimità e consenso.

È questo orizzonte dei problemi (abbiamo bisogno di “mondiologhi” diceva lo scrittore Ernesto Sabàto), queste criticità e queste urgenze che motivano la costituzione del Laboratorio per il Parlamento Mondiale, che spingono all’analisi, alla riflessione, allo studio, alla ricerca, alla relazione per far emergere su scala globale istituzioni nuove (come il Parlamento Mondiale), sorrette da un nuovo pensiero. Una proposta che parte dal dato di fatto che nessuna potenza oggi è in grado di costruire e rappresentare il nuovo centro dell’ordine mondiale. Una proposta che vuole avere il rigore e il coraggio di cimentarsi con la complessità di un mondo che, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, inevitabilmente potrà essere solo multilaterale e policentrico.

Da gennaio a maggio 2021 il Laboratorio realizzerà un nuovo sondaggio in sedi universitarie di almeno 100 Paesi del pianeta, ricorrendo alla disponibilità e alla collaborazione di istituzioni pubbliche e private di varia natura: dai Ministeri degli Esteri alle Ambasciate, dai Consolati agli Istituti di Cultura, dalle Università ad Associazioni educative, culturali, sociali e politiche.”

Prof. Romolo Perrotta


 

Per partecipare all’iniziativa sono stati predisposti dei questionari on line in diverse lingue che possono essere compilati ai seguenti indirizzi:

ITALIANO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScPi34g7mz4n7EUby6p3KVbTJEJqeGuDhElKUTS3fOqa7VRbw/viewform?usp=sf_link

SPAGNOLO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc1htERhbF01rUELuUHj7yajy4cIFP9W4wDunoWIlMbpEO6JA/viewform?usp=sf_link

INGLESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSefvIqBiK4ZAtr3hq8CqPgdqEjVMLKK-A0R0b3VLOcEGQlUnw/viewform?usp=sf_link

FRANCESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScZ-2SeJIXFuWlMho1XBXXJ94gXXqqh7SnLIxwv4AbJxxVlMg/viewform?usp=sf_link

TEDESCO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeYkccfHyIOFR7qoudEOiOKxyo9q6U-sb6ugOaeOK5Mii02CA/viewform?usp=sf_link

Per contatti:

Luciano Neri, presidente@cenri.it – Romolo Perrotta, perrottaromolo@gmail.com


 

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Abbiamo bisogno dei mondiologhi

Ernesto Sabato

Da anni oramai, nei diversi continenti e a tutti i livelli, si è sviluppato un dibattito sul tema dell’evaporazione del diritto internazionale e degli organismi deputati a farlo rispettare. Alcuni hanno avanzato la proposta dii un Parlamento Mondiale come risposta possibile ai pericoli che minacciano la Terra. Le emergenze climatiche e ambientali, le guerre in corso e quelle che rischiano di esplodere, il rischio nucleare, la crisi delle democrazie, il collasso dell’Onu, le violazioni sistematiche delle norme del diritto internazionale, il potere incontrollato delle grandi trasnazionali, rendono oggi quella proposta non solo necessaria ma anche più urgente. Una proposta che, comunque la si pensi, è all’altezza della sfida imposta dalle trasformazioni profonde, regressive, con tratti neofeudali, introdotte in questi decenni nel sistema politico, istituzionale, economico e giuridico internazionale. Decenni nei quali sono deflagrati, o maturati nelle loro forme più tragiche e impunite, conflitti devastanti e guerre in quasi tutti i continenti, dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Siria, dallo Yemen alla Somalia, dalla Nigeria all’intero centro Africa. Non ci sono state transizioni democratiche ma decine di colpi di stato, o di tentati: dall’Egitto alla Bolivia, dall’Honduras alla Thailandia, dal Paraguay alla Turchia, dall’Ucraina alla Birmania. Oltre 20 nel solo continente africano. Tutte le crisi, economica, sociale, climatica, sanitaria, migratoria, alimentare, della democrazia e belliche si stanno sommando rischiando di portare la condizione esistenziali degli umani ad un inedito livello di criticità. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermedie – Range Nuclear Forces) con la Russia firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al bando i missili a raggio intermedio. Così come si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dai Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania. Come risposta Teheran ha aumentato al 20% l’arricchimento dell’uranio dichiarando contestualmente di essere in condizione di raggiungere “facilmente” il 90% di arricchimento, soglia che consente la produzione dell’atomica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna soprattutto, e per reazione anche le altre potenze, hanno approvato miliardari piani di potenziamento delle armi atomiche. Il Comitato per le minacce ad alto rischio dell’Onu, assieme ai più qualificati studiosi di strategie nucleari, come ad esempio l’ex segretario della Difesa degli Stati Uniti, William Perry, considerano “la probabilità di una catastrofe nucleare più elevata oggi che non negli anni della guerra fredda”, quando la catastrofe fu più volte sfiorata ed evitata per un nulla.

La proposta del Parlamento Mondiale è importante perché impone una riflessione sui cambiamenti strutturali a livello globale intervenuti negli ultimi trenta anni. Viviamo in un tempo nel quale, come diceva Gramsci, il passato non c’è più e il nuovo stenta a nascere. Un limbo nel quale possono prendere corpo gli accadimenti più pericolosi. Il vecchio sistema capitalistico, fondato sulla produzione di beni da parte di lavoratori compensata con un salario da parte dei padroni delle imprese, si è in questi ultimi decenni involuto in un neoliberismo finanziario incontrollato e incontrollabile, fondato sulla speculazione a discapito della produzione, per poi degenerare nel sistema neofeudale – liberista nel quale siamo immersi oggi. Un sistema nel quale, assieme all’uso degli strumenti di controllo e di comando più sofisticati, emergono diffusamente pratiche e figure di feudatari e di servi della gleba, nella società e nella rete, ambito nel quale sono più evidenti i processi di feudalizzazione in corso, con pochi sovrani (ricchissimi) e tanti servi della gleba (sempre più poveri, di pane, di lavoro, di diritti, di conoscenza). Il dominio dei pochi che hanno tutto viene esercitato esclusivamente attraverso la forza, usata o minacciata contro nemici o per riallineare amici dubbiosi. Lo storico equilibrio tra apparato produttivo, apparato finanziario e politica è saltato. L’apparato finanziario è cresciuto a dismisura, si è ipertrofizzato ed ha mangiato sia l’apparato produttivo che la politica. Oggi sono le multinazionali, le grandi trasnazionali bancarie e finanziarie a dettare le priorità alla politica, a nominare i governi, ad eleggere i Parlamenti, i Presidenti dello Stato e dei consigli di amministrazione. Mai come oggi, per usare una frase di John Dewey, la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. Gli effetti perversi determinati dal neofeudalesimo – liberista sono in tutta evidenza rappresentati dal dato delle borse che, nella prima fase, in piena pandemia, sono cresciute mediamente del 9 – 12%, mentre il Pil europeo precipitava dell’8 – 10%. La traduzione è che con la crisi economica, con la disoccupazione, con la sofferenza sociale e umana, il sistema neofeudale, le multinazionali, i grandi gruppi bancari transazionali e le società del settore finanziario speculativo ci guadagnano. La sofferenza delle persone e il crollo dell’economia reale costituiscono per questi settori un investimento, la principale fonte di arricchimento. Delle migliaia di miliardi di dollari movimentati in tempo reale ogni giorno per via telematica, il 95% – (il 95%) – è finalizzato alla speculazione, nel perverso gioco degli arbitraggi e dei differenti tassi di interesse. Solo il 5% – (il 5%) – è il prodotto di transazioni economiche reali per l’acquisto, ad esempio, di materie prime, derrate alimentari, medicinali, macchinari agricoli ecc. (fonte Onu). Nel loro insieme Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft, valgono (esclusi Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone) più di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Una condizione, quella dell’epoca contemporanea, del tutto simile a quella descritta da Marx con la metafora sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. I contadini erano costretti a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Non solo dunque lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come afferma Marx, “signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale”. Nel neofeudalesimo contemporaneo le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali, le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti i nuovi servi della gleba. E’ questa la grande differenza tra il capitalista, il cui profitto è il risultato del valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, dal signore feudale che trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni. Una nuova articolazione del potere a livello globale caratterizzata dalla sudditanza totale dei governi a queste poche e immense aziende alle quali tutto viene concesso, persino il diritto di non pagare le tasse. Un livello inedito di concentrazione di poteri e di ricchezze tali minare alla radice le regole, i principi ed i valori dei sistemi liberaldemocratici. Il neofeudalesimo liberista è oggi il nemico principale della democrazia liberale.

La proposta del Parlamento Mondiale trova naturale legittimazione anche nella crisi strutturale dell’Onu e del sistema di norme internazionali costruito nel periodo post bellico dalle potenze vincitrici. Crisi che è conseguenza di un processo di cannibalizzazione, di delegittimazione e di smantellamento del “sistema Onu” da parte dei propri creatori. Una costante degli ultimi decenni, una pratica indispensabile per un sistema di potere che si nutre di forza, non di diritto. Ormai è un coro quasi unanime a ripetere che l’Onu non è più lo strumento adeguato per garantire la sua stessa mission fondativa: mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Se mai lo è stato. Le finalità che ispirarono la fondazione dell’Onu non erano quelle di costruire pace e sicurezza attraverso un sistema di norme e di leggi giuste e organismi preposti a farle rispettare. La vera e comprensibile finalità, esplicitata nel preambolo della Carta stessa, era quella di tenere il mondo lontano dalla guerra che i firmatari avevano conosciuto con i due conflitti precedenti. Ma lo fecero con un impianto organizzativo esclusivamente funzionale al potere delle Nazioni vincitrici, e con un impianto normativo finalizzato ad impedire qualsiasi ruolo decisionale a tutte le altre Nazioni aderenti. L’Assemblea Generale dell’Onu come organismo autorevole e decisionale non è mai esistito. I suoi poteri sono nulli. Le uniche funzioni attribuite si limitano allo studio, alla raccomandazione e al suggerimento (Cap. IV, art.li 9/22 della Carta). Tutti i poteri sono attribuiti ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza (art. 24 della Carta) che tutto possono decidere e su tutto possono mettere il veto. E d’altra parte, come potrebbero i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza essere i soggetti che salvaguardano la pace e la sicurezza di un mondo nel quale non c’è guerra della quale essi stessi non siano responsabili o nella quale non siano coinvolti ? Come può il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tutelare la pace e la sicurezza se i suoi stessi componenti sono i principali fabbricanti e venditori di armi del mondo? A certificare l’inconsistenza dell’Onu, ormai, sono gli stessi protagonisti, senza neppure nasconderlo. “ Le Nazioni Unite non esistono – afferma l’ex ambasciatore all’Onu di Bush ed ex Consigliere per la Sicurezza di Trump, John Bolton – gli Stati Uniti decidono e le Nazioni Unite devono seguire; se agire secondo gli indirizzi dell’Onu risponde ai nostri interessi, lo faremo, altrimenti no”.

La proposta del Parlamento Mondiale ci costringe ad abbandonare il pensiero menomato e antropocentrico occidentale, il mito della conquista della natura e quello dello sviluppo umano da realizzare attraverso lo sfruttamento del pianeta e delle persone. Il progetto del Parlamento Mondiale non è solo una necessaria proposta di istituzione globale, è anche una rivoluzione del pensiero. Ci costringe a fare i conti con le illusioni, con la nostra idea sottosviluppata di sviluppo, con quel falso infinito nel quale ci siamo buttati chiamandolo progresso, ignorando che è il sottosviluppo etico e intellettuale degli sviluppati, il nostro, a produrre lo sviluppo dei sottosviluppati. Cosa c’è di progressista, di logico, di intelligente nel pensare e praticare un progetto infinito in un pianeta finito? E’ il nostro pensiero menomato, la nostra razionalità illusoria che ci porta all’arroganza di non considerare i mondi “altri”, ad ignorare le virtù, i saperi e le ricchezze di popoli e culture millenarie che hanno inscritto nel loro sviluppo antropologico e nelle loro filosofie naturalistiche e panteiste i codici più civilizzati, fondati sulla considerazione della Madre Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e uniti in un destino comune. Un pensiero menomato e delirante che pensa possibile la continuità di un mondo nel quale l’1% possiede il 99% della ricchezza. A tal punto menomato da arrivare a riconoscere scientificamente solo qualche anno fa ciò che nel pensiero e nelle pratiche di tanti popoli è codificato e applicato da migliaia di anni. Come noto, in occidente il termine “antropocene”, come definizione dell’era geologica caratterizzata dal riconoscimento che le criticità del pianeta sono determinate dal comportamento umano, è entrato ufficialmente nel dibattito scientifico solo nel 2000, grazie al chimico premio nobel Paul Crutzen. Una teoria che per le indagini dalle quali parte e per le conclusioni alle quali arriva mette in discussione il nostro modo di pensare, di produrre e di consumare. Il nostro modo di vivere con e nella Madre Terra. Ma la riflessione sui movimenti tellurici che venivano prodotti dal comportamento umano sull’ambiente in realtà si era sviluppato molto prima, per tutta la seconda metà dell’800, ma quel termine, “antropocene”, non era mai stato riconosciuto e utilizzato, era stato cancellato per lasciare il posto al termine anestetizzato, del tutto inefficace, di Olocene. Ultima era del quaternario. Perché avvenne questa menomazione concettuale e scientifica? Perche l’Ordine Internazionale dei Geologi e i tecnici del tempo erano già al servizio della nascente industria estrattiva del petrolio e del carbone. L’asservimento ai poteri, lo stravolgimento dei saperi e il mercenariato delle cosiddette èlite tecnoscientifiche non è una caratteristica esclusiva dell’oggi. I processi di analfabetizzazione pianificata in questi trenta anni dal neoliberismo feudale stanno costringendo le popolazioni zombie dei Paesi occidentali a guardare la realtà dal buco della serratura, con un riduzionismo cognitivo e analitico fondato sulla cancellazione del resto del mondo. Del quale nulla sappiamo. E del quale non ci occupiamo né ci preoccupiamo. Non vediamo che una rivoluzione antropologica del pensiero su questi temi, un cambio di paradigma e un impegno conseguente lo stanno portando avanti in molti, risultato di consapevolezza e responsabilità. I popoli indigeni originari innanzitutto. E’ la Pachamama dei popoli indigeni dell’America Latina, è lo Shan dei nativi europei, è lo spiritualismo panteista dei nativi americani. Cambiano i nomi ma il significato resta lo stesso: la Madre Terra come essere vivente, che ha generato tutto ciò che esiste nel pianeta, che se ne prende cura e del quale noi umani a nostra volta dovremmo prenderci cura. So bene che questo concetto, apparentemente così semplice, è impossibile da comprendere se si concepisce il mondo sulla base del patologismo antropocentrico che pone l’uomo al centro del’universo, in un rapporto conflittuale con il pianeta e con il diritto di sfruttare tutto ciò che ha intorno, dalle risorse naturali agli animali. Ma il concetto di pianeta vivente, di Terra Madre della cosmologia indigena, di corpo vivo e complementare a tutti gli esseri, non è forse lo stesso che, magari partendo da punti di osservazione diversi e con articolazioni analitiche complementari, è stato sviluppato oggi da alcuni degli scienziati, degli economisti e degli intellettuali contemporanei più prestigiosi dell’occidente? Da Fritjof Capra a Ilya Prigogine, da Edgar Morin a Stéphane Hessel, da Zygmunt Bauman a Noam Chomsky, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. Fino a leader religiosi come Papa Francesco e il Dalay Lama. Non è forse la filosofia indigena della Madre Terra quella che ritroviamo nell’eretica e meravigliosa enciclica “laudato si” di papa Francesco? Una riflessione talmente radicale e necessaria che interroga tutti, laici e religiosi, chiamandoli alla riflessione e, soprattutto, alla lotta. Partendo dal Cantico delle Creature, Bergoglio arriva alla Madre Terra, entità viva, titolare di diritti, riconoscendola come “…sorella con la quale condividiamo l’esistenza, madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” (n. 1 – Laudato si). Partendo dal principio che tutto è connesso (n.138), Francesco condanna “l’antropocentrismo dispotico che non si interessa delle altre creature” (n.68). Un documento positivamente contaminato dalle culture indigeniste latinoamericane, rappresentate da leader nativi che Bergoglio, nell’indignazione dei settori confessionalmente arcaici e dogmaticamente clericali, ha voluto con sé in Vaticano in occasione del sinodo sull’Amazzonia. “Querida Amazzonia” rappresenta l’attualizzazione di un pensiero e il superamento, attraverso il rapporto con la laicità e con il naturalismo indigenista, dell’arcaicità antistorica della Genesi (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili” – Genesi 26). E ancora, quale è la differenza tra la millenaria filosofia indigena della Madre Terra viva, indivisibile e autoregolata con la analoga teoria di Gaia, che lo scienziato britannico James Lovelock elaborò e diffuse nel 1979 ? La teoria di Gaia, così la battezzò Lovelock, dandole lo stesso nome che i Greci avevano dato alla “Madre Terra”. Una teoria che considera il pianeta Terra un organismo biologico, un essere vivente capace di autoregolarsi e di mantenere le condizioni materiali necessarie per la vita sua e degli esseri che la abitano.

Se quello occidentale resta un modello di pensiero e di potere ristretto, nazionalistico, patriarcale e “patriottico”, quello indigenista ha un carattere universale (in quanto rivolto a tutto il pianeta e a tutti gli esseri) è “matriottico”, al femminile, consapevole della propria origine e rispettoso della Madre Terra genitrice, generosa e saggia. Un pensiero che non è rimasto confinato al filosofico o, come erroneamente pensano molti occidentali, al livello testimoniale di popoli marginali e in via di estinzione. Quel pensiero è stato ed è protagonista dei cambiamenti politici, culturali, istituzionali e costituzionali più innovativi degli ultimi decenni. Specialmente in America Latina. Le comunità indigene, che sono maggioranza o rappresentano larghe minoranze in molti Paesi, hanno recuperato la loro storia millenaria e sono diventati protagonisti di lotte, di governi e di un altro mondo possibile dopo il fallimento dei partiti progressisti e sviluppisti, a partire dal Pt di Lula in Brasile e dal Partito Socialista in Cile. Particolarmente significativa in questo senso è l’esperienza indigenista in Bolivia, un Paese storicamente segnato dai colpi di stato della minoranza (15%) bianca, ricca ed europea contro la maggioranza indigena (60%) rappresentata dalle 32 nazionalità originarie, tra le quali le due maggioritarie, Aymara e Quechua. Milioni di persone per 500 anni sono state tenute in condizioni di schiavitù e private dei diritti basici, dello stesso diritto di esistere come esseri umani. Fino a quando, nel 2006, dopo mesi di lotte i movimenti sociali e indigeni non hanno sconfitto i militari, imposto libere elezioni e conquistato il Parlamento e il governo. Evo Morales, Aymara della provincia del Chaparè, è stato il primo presidente indigeno boliviano ad essere eletto capo di stato in quell’area geografica a oltre 500 anni dalla conquista. E’ da quel momento che inizia l’altra storia, la primavera dei diritti e dell’emancipazione degli umili nel paese più militarizzato e povero dell’America latina. I saperi ancestrali non recuperano solo una storia identitaria che si riconosce con le lotte per l’indipendenza del XVIII° secolo e con icone rivoluzionarie anticoloniali come Tupak Katari e Tupak Amaru. Quei saperi, la filosofia della Pachamama, del “vivir bien” diventano la base politica e culturale delle conquiste civili, sociali, economiche e costituzionali che seguiranno. Negli anni successivi la Bolivia nazionalizza le risorse naturali ed energetiche, promuove programmi di sviluppo per i settori più umili fino ad allora esclusi, sconfigge la povertà estrema e l’analfabetismo, diventando il Paese dell’America Latina con la crescita annuale più alta e con il più alto indice di redistribuzione della ricchezza prodotta. Distribuisce le terre, bandisce gli organismi geneticamente modificati in agricoltura e avvia la realizzazione di banche del germoplasma per salvaguardare i semi originari. Ma il riconoscimento più forte dei diritti delle nazioni indigene arriva nel 2009 con l’approvazione della nuova Costituzione che consacra e istituisce lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ampliando la nozione del diritto di cittadinanza con il riconoscimento delle “nazioni e popoli indigeni originari e contadini”. Viene ufficializzata la doppia bandiera, quella storica e la Whipala, la bandiera multicolore delle nazionalità indigene. Un processo che chiede allo Stato di adattarsi alla pluralità dei soggetti e delle esperienze storiche della sua gente. E’ stato un processo originale certamente difficile, non privo di difficoltà e contraddizioni, come comprensibile in un Paese nel quale non era mai esistita alcuna forma di organizzazione o rappresentanza politica effettiva, nessuna istituzione democratica, storicamente segnato da una oppressione brutale e da una povertà estrema. Ma la piccola Bolivia è diventata un esempio per tutta l’America Latina, e non solo. Nel 2010 Evo Morales ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Una sfida culturale coraggiosa che partendo dal riconoscimento della Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e correlati, ne riconosce i diritti e ne raccomanda il rispetto e la tutela. E se la Dichiarazione è ancora in discussione all’Onu, qualche effetto è riuscita a produrlo. E’ stata approvata da diverse città in America Latina e nel mondo, sta suscitando riflessioni, stimolando dibattito e creando coscienza. L’esempio della piccola Bolivia ci dice che immaginare e costruire realtà nuove è possibile anche nei contesti più difficili, e che pensare diversamente è una condizione vitale che accompagna i cambiamenti irrimandabili. Una rivoluzione paradigmatica e mentale più importante della rivoluzione copernicana. Se vogliamo uscire dall’età del ferro planetario nel quale siamo ancora immersi. Se vogliamo costruire una nuova umanità solidale che condivide un destino comune con la Terra e con tutti gli esseri che la abitano.

Luciano Neri


 

L’ASSISE DEI POPOLI

I problemi non possono essere risolti allo stesso

livello di pensiero che li ha generati.

(A. Einstein)

“Da millenni l’umanità non è esistita in quanto tale”, rifletteva tristemente l’uomo, e domandò: “Che pensi, potrà sopravvivere?”

La donna rispose: “Sì, se acquisirà quella coscienza di specie, per cui si riconosce come famiglia umana”…

“Altrimenti?”, chiese l’uomo.

“In caso contrario si estinguerà, e la natura ne sarà felice, risorgendo dopo le interminabili ferite subite”.

Attesa invano una replica, la donna proseguì: “Che iattura sarebbe, dato che noi siamo, fino a prova contraria, l’unica coscienza dell’universo!”

E aggiunse, prendendo per mano l’uomo: “Mettiamoci al lavoro!… Adesso, perché il tempo stringe”…

Un’Assise mondiale rappresentativa di tutti i popoli della Terra: è ciò che l’umanità non si è mai data nella sua travagliata storia millenaria. E i risultati sono di un’evidenza dirompente.

Il mondo sta bruciando.

Per i mutamenti climatici, per la ripresa compulsiva della corsa agli armamenti sia convenzionali che nucleari, per le guerre in atto – “la terza guerra mondiale a pezzi”, che è in corso, secondo le pertinenti parole di Papa Francesco – per le guerre commerciali quasi devastanti come quelle degli eserciti, per il predominio del profitto capitalistico che ci ha portato alla società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quello del 99 per cento! Mai si era visto un accaparramento di risorse così concentrato.

Per l’insieme di questi fattori gli scienziati e i premi Nobel, che sovrintendono al Doomsday Clock – “l’Orologio dell’Apocalisse” – all’inizio del 2020, prima della pandemia del Coronavirus, hanno spostato le lancette a 100 secondi dalla mezzanotte, che simboleggia la fine del mondo.

Si tratta dell’orario più vicino al “giorno del giudizio” dal 1953 (anno dello sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di Usa e Urss).

L’uomo contemporaneo è portato a non pensare a questo preoccupante orizzonte, imprigionato com’è in quel materialismo quotidiano da cui si lascia pervadere, alimentato da una sapiente (insipiente?) propaganda parcellizzata, che spezza, e frantuma di continuo, il quadro d’insieme del mondo.

Così i 7 miliardi e mezzo di donne e uomini, che compongono oggi l’umanità, sono indotti a non rendersi conto che, per continuare a vivere ai ritmi attuali, avrebbero bisogno di due pianeti, anziché dell’unico che abbiamo.

Si è giunti a questo punto – vicini al non ritorno – per lontane ragioni storiche e culturali.

Dalla fondazione delle prime città, all’incirca 5 mila anni fa, dapprima con le città-stato, poi con le nazioni e quindi con gli imperi, l’umanità si è concepita basata principalmente sulla divisione: divisione-separazione per etnie, per localismi, per interessi economici, per visioni religiose.

Una continua lotta per l’egemonia sfociata quasi sempre nella guerra, fino a quelle mondiali.

Non si pone sufficiente attenzione sul fatto che è con le prime città che nascono gli eserciti, le burocrazie, la guerra. Ma 5 mila anni sono un battito di ciglia nella storia.

E’ consolante rilevare che, per più del 90 per cento del tempo in cui l’uomo ha camminato eretto, il concetto di guerra era sconosciuto, come mostrano gli studi di etnologia comparata.

Dunque le attuali condizioni del mondo non sono il risultato di una presunta natura umana votata irreversibilmente all’autodistruzione.

Quella che definiamo “natura umana” è il risultato di una costruzione storica, che dunque può essere superata da un’altra costruzione storica, basata su una diversa visione del mondo.

Perciò Einstein ha scritto a buon diritto: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”.

Il punto è proprio questo: saremo in grado di costruire una “sorte” diversa da quella che ci si sta profilando?

I mutamenti climatici sono il nuovo paradigma che sta mettendo a repentaglio il mondo.

L’avvelenamento dell’atmosfera, prodotto dalle attività umane subordinate al profitto capitalistico, ha raggiunto traguardi crescenti di allarme.

Nell’ultimo secolo abbiamo bruciato immense quantità di carbone e petrolio, al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.

La conseguenza è stata che le concentrazioni di anidride carbonica – che in più di un milione di anni non erano mai giunte a 300 parti per milione – all’inizio del terzo millennio sono salite a 338 ppm.

La Conferenza di Parigi sul clima (dicembre 2015), presentata come un accordo storico fra i 195 paesi firmatari, prevedeva di contenere al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale entro il 2020: proposito che si è rivelato di gran lunga insufficiente.

Infatti: alla fine del 2016 l’agenzia meteorologica dell’Onu informava il mondo che, nel 2015, la concentrazione di anidride carbonica aveva superato le 400 ppm, infrangendo quella che era considerata la soglia-simbolo.

Non solo: l’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, registrava, il 18 aprile 2017, il superamento della soglia di 410 ppm.

Lo stesso osservatorio ha registrato, il 2 giugno 2020, ben 417,9 ppm.

Continuando così, avvertono i climatologi, rischiamo di avere causato, in meno di 50 anni, un cambiamento climatico mai verificatosi in 50 milioni di anni.

Con il termine “antropocene” – coniato dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen – viene indicata l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, è fortemente condizionato su scala locale e globale dagli effetti dell’azione umana.

Per avere un’idea concreta dell’impatto delle attività umane sul – nel – mondo basti considerare che abbiamo reso artificiale la Terra, nel senso preciso per cui ci sono ormai più oggetti che esseri viventi.

Secondo lo studio dell’istituto israeliano Weizman, pubblicato su Nature, solo la plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, sovrasta del doppio il peso degli animali, fermi a 4 miliardi di tonnellate.

Se a ciò aggiungiamo il peso delle metropoli, delle città, delle strade , delle automobili ecc., raggiungiamo cifre stratosferiche.

Lo studio afferma che l’umanità, che in termini di peso rappresenta lo 0,01 per cento degli esseri viventi, grava il pianeta, ogni settimana, del peso di se stessa.

Il risultato è che le nostre fabbriche riversano sulla Terra 30 miliardi di tonnellate ogni anno.

A questo ritmo la nostra bulimia tecnologica potrebbe portarci, nel 2040, a produrre 30 mila miliardi di tonnellate di massa artificiale.

Non è folle pensare di andare avanti così? Fino a quando il mondo potrà reggere gli effetti di questa crescente invasione antropica?

L’impetuoso sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, usate così come oggi avviene – per aumentare il potere di quell’1 per cento che domina la società umana- dà all’uomo contemporaneo un potere mai conosciuto prima.

La questione, per più di un aspetto drammatica, che si pone è: o l’apparato scientifico-tecnologico viene ricondotto sotto il controllo umano e finalizzato a soddisfare i bisogni reali – non quelli indotti – dell’umanità, in equilibrio con l’ecosistema, oppure diventerà il nodo scorsoio destinato a stringersi sempre più intorno al collo degli esseri umani, come già sta avvenendo (i mutamenti climatici ne sono l’avvisaglia più evidente e minacciosa).

Non bisogna essere tecnofobici. Ma si tratta di capire che niente al mondo è neutro, nemmeno il concetto che afferma che niente è neutro, e tantomeno lo sono le scienze e le tecniche.

Se non le indirizziamo a costruire il bene comune – degli uomini e della Terra – esse finiranno con l’assoggettare a se stesse sia gli uomini sia la Terra, in un crescendo destinato a divenire incontrollabile.

In presenza di uno stato di cose così preoccupante, il mondo è “governato” dall’unica entità sovranazionale esistente: l’Onu.

Le Nazioni Unite, come il nome stesso indica, rappresenta l’insieme delle entità nazionali e degli stati cui esse hanno dato vita.

Sotto questo profilo esse sono l’evoluzione e la proiezione moderna delle… città-stato: l’umanità non viene rappresentata in quanto tale, come specie e dunque come entità globale, bensì nel suo essere frazionata nelle diverse particolarità nazionali e statuali, che hanno interessi differenti e, spesso, contrastanti, quando non antagonistici.

Di conseguenza i rapporti in seno all’Onu non sono bilanciati in vista dell’interesse umano comune, ma fondati sugli stati di serie A, di serie B e C…

La governance dell’Onu risiede nel Consiglio di Sicurezza, dominato dagli stati di serie A, ovvero i suoi cinque membri permanenti: Usa, Cina, Russi, Francia, Inghilterra (non a caso tutte potenze nucleari).

Ognuno dei cinque, come è noto, si è arrogato il diritto di veto: sicché qualsiasi decisione, che non vada a genio ai cinque stati – o anche a uno solo di loro – è bloccata e resa vana dal veto.

L’Assemblea generale può prendere sì decisioni, ma le sue deliberazioni non hanno valore vincolante per le nazioni del mondo.

Ecco le ragioni di fondo per cui l’Onu, nata in un preciso momento storico dopo la seconda guerra mondiale, si rivela sempre più obsoleta e del tutto incapace di regolare i destini della Terra: ad attestarlo è il marasma attuale del mondo.

E’ evidente che il Consiglio di Sicurezza è il ferro vecchio più arrugginito. Più che decidere, per i meccanismi che lo regolano, il suo scopo è permettere di non decidere.

I cinque membri permanenti rappresentano, insieme, poco più di 2 miliardi di persone: una netta minoranza della popolazione mondiale. Perché gli altri quasi 6 miliardi di cittadini dovrebbero sottostare alle loro decisioni (e non-decisioni)? Tanto più che non li ha eletti nessuno, si sono… autoeletti…

Da che l’Onu esiste, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi tempi, un dibattito a intermittenza circa la necessità-possibilità della sua riforma.

Inutile dire che il dibattito non ha mai portato a nulla, sia perché manca la sede decisionale su cui il dibattito stesso possa poggiarsi sia perché i cinque membri permanenti non vogliono saperne di allargare il cerchio e, poi, perché i candidati (autocandidati?) a entrare nel giro sarebbero molti, per di più in lizza fra di loro

Sicché la situazione risulta bloccata ed è destinata a restare tale. Controprova: chi dovrebbe diventare paese di serie A? L’India, con la sua popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di abitanti? L’Indonesia (269 milioni)? Il Pakistan (220 milioni)? Il Brasile (212 milioni)? Il Giappone (125 milioni)? La Germania (82 milioni)? E devono essere potenze nucleari, come l’India e il Pakistan, oppure no? Chi lo decide?

In questo aggrovigliato contesto è Papa Francesco a mettere in rilievo (v. Enciclica Fratelli tutti) la necessità di “prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”. Senza tuttavia spingersi a indicare quali dovrebbero essere quelle organizzazioni.

Una organizzazione mondiale più efficace, “dotata di autorità per assicurare il bene comune mondiale”, può sorgere solo se l’umanità nel suo insieme, comprendendosi come specie – ovvero come grande famiglia di persone coinvolta(e) in un unico destino su un pianeta ridotto allo stremo – deciderà di costruirla.

Costituire l’Assise dei popoli del mondo, per l’autogestione dell’umanità: ecco ciò che è necessario e urgente.

IL Parlamento Mondiale (d’ora in poi PM), eletto da tutti i popoli secondo il criterio della democrazia rappresentativa – una testa, un voto – può e deve diventare la sede tramite la quale l’umanità, per la prima volta nella sua storia, si autodetermina, uscendo finalmente da quello stato di minorità su cui si è finora schiacciata, frazionandosi per particolarismi nazionali.

Significa che l’umanità matura e assume la coscienza di sé come specie, nessuna frazione esclusa, e decide lo sviluppo (la sopravvivenza?) del suo presente e del suo futuro, in rapporto a tutti gli altri esseri, con cui è in relazione ineliminabile.

Significa elevare al massimo grado la propria intelligenza collettiva, divenendo capace di inter-legere e intus-legere (“leggere fra” e “leggere dentro”) nella complessa realtà dell’esistenza comune del mondo.

Il PM può essere composto da mille membri – un eletto ogni 7 milioni e mezzo di abitanti della Terra (poco più dei deputati attuali del Parlamento europeo).

Un’assemblea perfettamente gestibile e operativa, dove tutti i popoli vengono rappresentati con pari dignità, senza che ci siano quelli di serie A, B, C…

Oltre le riunioni plenarie, dove si prendono le decisioni fondamentali riguardanti tutto il mondo, si struttura per commissioni di lavoro sui temi di maggiore importanza.

Il PM dura in carica 5 anni ed elegge il suo presidente, che diviene il Presidente del Mondo. Si può immaginare la sua autorevolezza se paragonata a quella del segretario dell’Onu…

Lasciando agli stati la gestione dei problemi interni di ogni singola nazione, il PM delibera sulle questioni basilari dell’umanità: la pace – la guerra deve diventare un tabù – il disarmo a partire da quello nucleare, la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, i diritti e i doveri fondamentali, lo sradicamento della fame, le produzioni eque e solidali e l’introduzione dell’onesto guadagno – al posto del profitto onnivoro – la giusta distribuzione delle risorse, le migrazioni, la difesa e l’incremento di tutti i beni comuni.

Dal punto di vista tecnico, l’elezione del PM non presenta affatto ostacoli insormontabili: seguendo i fusi orari, in un giorno di vota dappertutto e l’indomani si conoscono i risultati.

E’ evidente che il problema è prettamente culturale e politico: lasciare la vecchia strada per la nuova.

E però ormai vediamo che proseguire sulla vecchia e non imboccare la nuova può comportare conseguenze irreparabili.

Ho avuto la fortuna di sperimentare, insieme a milioni di altri, la democrazia diretta e, poi, quella rappresentativa, sia nel Parlamento europeo sia in quello italiano, e dunque ho avuto modo di conoscere direttamente i limiti della democrazia delegata.

Se dico che la democrazia rappresentativa, pur con tutti i suoi difetti, è tuttavia migliore dell’attuale oligarchia che pesa sul mondo, credo di indicare una conclusione accettabile.

Oggi gli stati sono troppo grandi per i problemi piccoli (e infatti decentrano taluni poteri agli enti locali) e troppo piccoli per affrontare le questioni grandi.

In più prevale generalmente, al loro interno, un processo di verticalizzazione delle decisioni, con governi che tendono in misura crescente all’autocrazia, esautorando spesso, progressivamente, i rispettivi parlamenti.

Così la stessa democrazia rappresentativa va restringendosi, fino a rattrappirsi in mera “democrazia formale”.

L’eclissi della democrazia, provocata e insieme utilizzata dal capitalismo finanziario globale, riduce sempre più la politica al predominio dei rapporti di forza e la prepotenza diviene la sua stella polare.

L’assalto al Campidoglio di Washington, il 6 gennaio 2021, da parte di manipoli del presidente Trump sconfitto alle elezioni, da lui apertamente e direttamente istigati, codifica, sebbene debellato, l’alto grado di disfacimento della democrazia istituzionale in quanto piegata a privatizzazione di scopi e interessi.

La politica, di fatto, non c’è più: è sostituita dalla propaganda – di chi ha il potere di farla – e viene a coincidere con la finzione e la simulazione. La propaganda è a sua volta una merce:viene fabbricata – venduta e… comprata – alla stessa stregua delle armi, dei telefoni cellulari, delle auto e dei computer.

Ecco perché la “politica”, oggi prevalente, è ridotta ad un ruolo ancillare: segue ed e-segue i diktat dei poteri dominanti.

In questo contesto l’elezione del PM ridà linfa alla democrazia, inverando il principio “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Le persone e i popoli vengono a parlare in prima persona e l’umanità si erge a determinare il proprio destino e quello della Terra. Una netta, e salutare, inversione di tendenza, rispetto ai silenzi e alla passività delle moltitudini.

I 2500 scienziati, che hanno elaborato nel 2007, per conto dell’Onu, il rapporto sui mutamenti climatici, in modo unanime consegnavano all’umanità un messaggio inequivocabile: rilevato che “il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’uomo”, essi ammonivano: “Si avvicina il giorno in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo. Siamo alle soglie dell’irreversibile”.

Per scongiurare il superamento del punto di non ritorno, gli scienziati ci raccomandavano di tenere presente che “non è più il tempo delle mezze misure” (come quelle adottate nella Conferenza di Parigi) e ci affidavano tre indicazioni imperative: “E’ il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della rivoluzione dell’azione politica” (corsivi miei).

Il PM è sia la conseguenza – il risultato – di quelle tre rivoluzioni sia il mezzo per realizzarle compiutamente.

E’ la sede attraverso cui possiamo e dobbiamo gestire in comune il bene comune più prezioso che abbiamo: la nostra vita – e quella di tutti gli altri esseri.

L’umanità e il mondo sono inscindibilmente interdipendenti: a dircelo è la stessa fisica quantistica, secondo cui ogni cosa non è realmente comprensibile se non vista in relazione con tutte le altre. Separata da quei nessi, non esiste se non come astrazione.

Comprendere appieno questo è l’obiettivo più alto che l’umanità può e deve raggiungere.

La coscienza di specie si dilata fino a divenire coscienza globale: la comprensione che la parte è collegata al tutto e il tutto è più delle singole parti che lo compongono.

La pandemia di Covid 19, che dal 2020 ha colpito l’umanità ovunque, ci ha fatto toccare con mano, in modo bruciante, questa interconnessione fra le persone – e fra loro e la natura. Ci ha mostrato come nessuno può salvarsi da solo, e che la salvezza richiede necessariamente una solidarietà, individuale e collettiva, di autoprotezione, per ridurre la contagiosità del virus, anche a costo di rinunciare ad alcune libertà fondamentali. Una lezione drammatica alla hybris antropocentrica.

Va da sé che non si arriverà al PM senza quella rivoluzione delle coscienze che gli scienziati, non a caso, hanno indicato per prima – e come condizione necessaria per realizzare la rivoluzione dell’economia e quella dell’azione politica.

E’ necessario costruire – entro ciascuno di noi e in noi tutti – quella che i greci chiamavano metànoia: “correzione di pensiero”, “mutamento di parere”.

(In altre parti del libro viene indicato il lavoro incominciato verso questo percorso).

Il PM sarà il risultato del mutamento di pensiero necessario e, insieme, il volano di sviluppo per realizzarlo compiutamente.

Costituisce il passaggio dell’umanità dal confine all’orizzonte.

Per salvarsi. E per salvare il mondo.

Mario Capanna

Turchia Russia Usa

Tonino D’Orazio. 12 aprile 2021.

Washington ha bisogno di un’Unione Europea forte al suo comando quindi ha dato diverse istruzioni, in particolare per mantenere buoni rapporti con la Turchia, nonostante le varie pesanti controversie in corso (delimitazione dei confini nel Mediterraneo orientale; occupazione militare di Cipro, Iraq e Siria; violazione dell’embargo ONU in Libia; ingerenza religiosa in Europa; Nato sì, Nato no? Minacce dirette alla Grecia; tralasciamo il problema diritti umani, in genere non c’entrano con gli affari).

Soprattutto, Erdogan sa che una minoranza di turchi nutre ancora il sogno di entrare a far parte dell’Unione Europea (sono più di 4 milioni i turchi in Germania) e che sta inglobando i paesi dell’Europa dell’Est. È nel quadro della sua strategia di ridistribuzione dell’influenza turca sull’Europa orientale, il cui territorio è stato per secoli il campo di manovra dell’Impero Ottomano, che Erdogan pensa che l’Unione Europea possa servire anche gli interessi della Turchia.

La porta della Turchia verso l’Europa orientale è l’Ucraina, un paese instabile in conflitto con la Russia. Tuttavia, l’Unione Europea sta manovrando in Ucraina per conto di Washington come parte della strategia di contenimento e destabilizzazione di Russia e Bielorussia.

La marcia sul filo del rasoio della Turchia tra Mosca e Washington è un successo: da un lato la Turchia acquisisce sofisticati sistemi d’arma russi come i missili S-400 e dall’altro vende i suoi droni Bayraktar all’Ucraina; in un solo movimento, la Turchia si avvicina alla Russia pur rimanendo un alleato strategico e indispensabile degli Stati Uniti. Per Erdogan, l’Europa è il minimo indispensabile. Tuttavia, l’UE può aiutare. Erdogan è il guardiano. Può aprire la porta del diluvio migratorio su una fortezza Europa chiusa a chiave. Quest’ultima preferisce pagare un servizio (e molti altri perché i turchi detengono fascicoli molto sensibili sulle attività clandestine di alcuni paesi europei, vedi lo scambio feroce con Macron) e proteggersi così da una crisi causata in primo luogo dalla politica irregolare di un’Unione, seguendo un’agenda che non è mai stata la sua.

La scusa dell’Ucraina. Una serie di discussioni informate convergono su quelli che potrebbero essere i tre obiettivi principali dell’egemone americano in tutto questo casino, tranne la guerra: provocare una spaccatura irreparabile tra Russia e UE (ormai ci siamo sempre più vicini), sotto gli auspici della NATO (vedi le manovre previste); far fallire il gasdotto Nord Steam 2 (sono in atto sabotaggi e pirataggi nella costruzione degli ultimi 35Km); e aumentare i profitti del complesso industriale militare nel campo degli armamenti., unica e vera industria pesante rimasta agli Usa, persa quella delle automobili e degli aerei civili (cfr Boing).

È così, le forze armate statunitensi occupano parti dell’Europa per “difenderla” da (da chi altri?) quei dannati russi. Questa è la ragion d’essere dell’annuale Operazione DEFENDER-Europe 21 dell’esercito americano, che attualmente si protrae fino alla fine di giugno e coinvolge 28.000 soldati degli Stati Uniti e 25 alleati e “partner” della NATO. In questi prossimi mesi, uomini e attrezzature pesanti già predisposti in tre depositi dell’esercito americano, in Italia, Germania e Paesi Bassi verranno spostati in più “aree di addestramento” in 12 paesi. Nessun confinamento in un esercizio all’aperto poiché tutti sono stati vaccinati contro il Covid-19 e avranno le mascherine cinesi.

In realtà si tratta di continuare a isolare diplomaticamente e militarmente la Russia. Se Erdogan, un piede nella Nato e un piede in una rinnovata e storica ideologia dell’antico Impero turco (ormai è presente dappertutto in Medio Oriente). Fa accordi di convenienza con tutti, persino in modo stretto con Israele. Prende soldi da tutti. Minaccia e ricatta l’Europa. Il “sofagate” potrebbe essere profondamente simbolico e dimostrare che in fondo non era previsto un posto di ordine pari per i valvassini. Spera di continuare a divorare e occupare territori altrui. (Se può farlo Israele!). Accordo con Israele e regni arabi per bloccare Cina Iran Siria e musulmani sciiti, ma soprattutto la Nuova Via della Seta, (altro cruccio americano), anche se intende poi esserne beneficiario. Doppio gioco con Russia. Pacificatore armato in Libia (a favore governo Onu. Sic.) facendo fuori gioco francesi e italiani (tentativo stupido di recupero di Draghi). Impegno in Yemen. Costruzione di porti commerciali/militari in Mediterraneo e nel Golfo di Aden. Gli inglesi dopo Brexit riprendono in mano la loro ideologia imperiale e militar/marittima. Erdogan è l’elemento migliore anti espansione russa nelle acque Mediterranee. Almeno lo fa credere. Però sa che è diventato punto di equilibrio tra i due campi.

Allora mette mano anche nell’Ucraina e dovunque c’è confusione o situazione critica.

È abbastanza chiaro che la Turchia persegue obiettivi geostrategici specifici in Ucraina con il pretesto di un partenariato strategico con Kiev. Questi obiettivi turchi non hanno nulla a che fare con gli obiettivi strategici dell’egemonia perseguiti da Washington e dalla NATO volti a indebolire la Russia, ma aiutano. Non è questione di pragmatismo, Erdogan ha già consegnato alla Russia i progetti di costruzione di centrali nucleari (meno costi di quelli russi), figuriamoci con i contratti d’acquisto dei missili s400 e altre costruzioni navali per un giro di miliardi.

Ma perché la Turchia punta sempre al recupero di parte del territorio ucraino. La proposta di assistenza militare turca a Kiev e lo svolgimento di, ultimamente, un Consiglio strategico turco-ucraino a Istanbul è rivolta meno alla Russia con la quale, come detto, la Turchia ha un rapporto ambiguo ma spesso stretto che però gli permette un pieno ingresso nel pandemonio ucraino e altrove. (fonte: TRT).

Con un alleato come Erdogan, il presidente ucraino Zelensky ora non ha bisogno di nemici. La vaga allusione turca all’assistenza per la “liberazione della Crimea” la dice lunga sulla nuova strategia turca così come si è svolta in Siria, Libia e Iraq. Per la Turchia, la Crimea rimane un ex territorio ottomano e l’influenza di Ankara sui musulmani di Crimea rimane una leva piuttosto formidabile. La Russia, inoltre, ha recuperato la Crimea grazie al contributo decisivo delle proprie popolazioni musulmane nel Caucaso, e più in particolare delle forze speciali cecene. Tuttavia, il sultano ha parlato, niente più, di mantenere la Crimea nella zona di influenza di Kiev. L’importante è mettere un piede dappertutto ed essere presente, non sempre con truppe regolari, ma con quelle degli amici volontari Daesh (Isis) siriani, ormai sparsi in tutte le aree di crisi. (mancava l’Ucraina).

In questo articolo ci sono varie contraddizioni, ma sono dovute al muoversi contraddittorio di Erdogan stesso con la politica di un colpo al cerchio e uno alla botte.

America latina, tra mobilitazioni sociali, elezioni e Covid-19

di Marco Consolo

A pochi giorni dalle elezioni in diversi Paesi latino-americani dell’11 aprile (Ecuador, Perù e Bolivia) la regione è colpita duramente dagli effetti sanitari e socio-economici, con un panorama di chiara disputa politica.

L’America Latina è la regione del mondo più colpita dalla pandemia di Covid-19. Solo qualche giorno fa, il totale dei contagiati era di circa 24 milioni, includendo i Caraibi. Con solo l’8,4% della popolazione mondiale, il continente registra il 27,8% dei decessi mondiali di COVID-19. Il Brasile è il Paese più colpito, con circa 12 milioni di casi confermati.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel continente sono 26 milioni i posti di lavoro persi durante la pandemia.  La perdita di ore di lavoro nel 2020 nella regione è stata circa quattro volte maggiore a quella registrata durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009.    La perdita stimata nei due maggiori Paesi dell’America Latina e dei Caraibi è per il Brasile del 15% e per il Messico del 12,5%.

Secondo le proiezioni della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), a causa della grave recessione economica nella regione (con una contrazione del PIL del -7,7%), il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione. Concretamente, alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i 209 milioni, ovvero 22 milioni in più rispetto all’anno precedente. Di questo totale, 78 milioni di persone sono in estrema povertà, 8 milioni in più rispetto al 2019.

Fin qui alcuni dati della drammatica situazione sociale ed economica.

Canal COVID - EL PAcCTO

Un continente in disputa

Sul versante politico, la fase attuale è segnata dalla disputa tra le oligarchie locali sostenute dalla Casabianca e le forze diverse che si battono per la trasformazione sociale e per un’integrazione sovrana e autodeterminata della “Patria Grande”.

Lungi dallo stare ferma, l’America Latina è in movimento. In Bolivia la recente vittoria di Luis Arce che ha sconfitto il golpe e la dittatura imposta dopo solo un anno; in Cile le enormi mobilitazioni popolari contro il governo e per mettere fine alla costituzione della dittatura di Pinochet; in Paraguay le mobilitazioni che hanno messo in difficoltà il governo di Mario Abdo Benitez; l’uscita dell’Argentina dal cosidetto “Gruppo di Lima” creato in funzione anti-venezuelana; in Colombia, dove non si ferma la mobilitazione popolare contro le politiche neo-liberali e la violazione sfacciata degli accordi di pace da parte governativa, contro i rappresentanti dell’oligarchia e i settori più conservatori, alleati degli Stati Uniti.

Le prossime elezioni in Cile, decisive per la regione, sono state rinviate al 15-16 maggio a causa della pandemia che colpisce il Paese. Il processo costituente con l’elezione di una Convenzione costituzionale (resa possibile dalla mobilitazione sociale e dalla rivolta popolare) è la prima sfida che culminerà a novembre con le elezioni presidenziali. L’unità tra i partiti, i movimenti di sinistra e progressisti ed i movimenti sociali è la strada obbligata per approfondire la mobilitazione sociale e l’alternativa anti-neoliberale di trasformazione. Inoltre, le manifestazioni pacifiche del popolo cileno hanno chiesto con forza la liberazione delle decine di prigionieri politici della rivolta.

Ma non è tutto oro quello che luccica, ed il processo costituente deve affrontare diverse trappole nel cammino. Come si ricorderà, il 15 novembre del 2019 tutti i partiti presenti in parlamento (con l’eccezione del Partito Comunista e degli Umanisti), avevano firmato un accordo-trappola per pacificare le piazze, e per stabilire le “regole” del processo costituente. La prima “regola” è l’impossibilità di cambiare gli Accordi commerciali internazionali, che il Cile ha firmato con ben 26 Paesi e che rappresentano un’ipoteca sul futuro del Paese.

Octubre 2019: De la mano de los estudiantes, ¡Chile Despertó! - Estallido Social en Chile

La seconda è la necessità di una maggioranza dei 2/3 dei costituenti per approvare i diversi articoli  e porre fine all’eredità neoliberale della dittatura di Pinochet. Mentre la destra e la destra estrema si presentano con un’unica lista unitaria, l’opposizione si presenta con almeno 2 liste (una di centro-sinistra, una tra il PC ed il Frente Amplio) e circa 2000 “candidati indipendenti” che aumentano la frammentazione: un situazione che favorisce la destra, che quasi sicuramente sarà sovra-rappresentata nella Convenzione Costituente.

Dell’Ecuador abbiamo già scritto nei giorni scorsi http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2021/04/08/ecuador-al-ballottaggio/e, salvo colpi mano della destra dell’ultimo minuto, secondo i sondaggi più affidabili, il “binomio della speranza” Arauz-Rabascall (UNES lista 1) dotrebbe vincere il ballottaggio dell’11 aprile. Anche qui, le forze conservatrici ne hanno inventate di tutti i colori per non farli partecipare. Nonostante ciò, la pressione dal basso e quella internazionale fino ad oggi sono riuscite a frenare le spinte reazionarie e golpiste.

Contro il Venezuela bolivariano non si ferma l’offensiva di Washington e dell’Unione Europea per far cadere il governo Maduro, secondo il moderno copione della destabilizzazione. Alle criminali e genocide “misure coeritive unilaterali” (mal chiamate “sanzioni”), nelle ultime settimane si sono aggiunti attacchi armati alla frontiera con la Colombia con azioni combinate di militari e formazioni armate colombiane contro la popolazione e le istituzioni del Venezuela.

In Paraguay, l’egemonia dell’oligarchia paraguaiana da più di 70 anni attraverso il Partito Colorado, è entrata in una crisi profonda quando la corruzione strutturale si è squadernata durante la pandemia. Non solo,  ma anche quando Abdo Benítez ha dato priorità agli affari privati rispetto alla salute pubblica. Non ci sono medicine o forniture mediche negli ospedali pubblici, che viceversa sono disponibili nelle poche catene farmaceutiche private, e la  principale è legata a Horacio Cartes, il principale sostenitore di Abdo.

Di fronte alla drammatica mancanza di medicine, la gente è posta di fronte al dilemma tra lasciar morire i suoi cari, o vendere i propri beni ed entrare nella miseria più brutale. Questa totale impotenza ha finito per infuriare  la popolazione che è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di Abdo Benítez e Hugo Velázquez, (presidente e vicepresidente), così come di Horacio Cartes, il vero capo del Paese. Per ora, la mobilitazione non sembra fermarsi, e il Paese potrebbe riservare soprese nel prossimo periodo.

Il Brasile, sotto la presidenza del negazionista Jair Bolsonaro, sta vivendo una tragedia umanitaria e una dura crisi economica nel contesto della pandemia globale. Pochi Paesi hanno visto una gestione governativa più disastrosa, con un abbandono totale della popolazione. I primi mesi del 2021 sono stati drammatici. Il governo lavora contro il suo popolo e la crisi nell’approvigionamento di vaccini ha mostrato un comportamento criminale e le caratteristiche della necropolitica. Il governo si è dimostrato incapace di promuovere la ripresa dell’attività economica e di evitare la deindustrializzazione del Paese. Oggi il Brasile ha il più grande deficit pubblico della sua storia, con dati omessi dal governo ed è certo che il primo trimestre si concluderà con un PIL negativo. Il degrado sanitario, sociale ed economico avviene in uno scenario politico di grande incertezza sul futuro.

Continuano le minacce costanti alla democrazia, con l’incoraggiamento da parte del governo alle Forze Armate ad assumere posizioni politiche, mentre aumenta la presenza dei militari nel governo e nelle istituzioni. Bolsonaro continua a sostenere imperterrito che sono le FFAA a decidere se ci sarà o meno democrazia.

L’ennesimo rimpasto di governo, con il cambio di 6 ministri (quello della sanità è il quarto dell’era Bolsonaro) e le dimissioni dei capi delle Forze Armate come protesta per la sostituzione del Ministro della difesa, aumentano l’incertezza politica.

La recente assoluzione di Lula è una speranza per un cambio che potrebbe arrivare nel 2022 in caso di unità delle forze popolari, dei movimenti sociali e partiti della sinistra, con un programma congiunto di alternativa.

In Argentina la gestione del governo nazionale di Alberto Fernandez in relazione alla pandemia sta lentamente costruendo una risposta. I vaccini stanno arrivando col contagocce e il piano di vaccinazione ancora non riesce a coprire una percentuale significativa della popolazione. Ciò ha provocato la ripresa di iniziativa della destra politica che aveva criticato il governo per aver negoziato l’acquisto dei vaccini con la Russia e la Cina. I poteri forti sono ben strutturati e operano apertamente contro il governo di Alberto Fernandez. L’oligarchia terriera, l’Associazione degli Imprenditori Argentini (AEA), i grandi media e un’opposizione spietata che non dà tregua al governo, aumentano le loro azioni cercando di destabilizzarlo. La destra insiste con le strategie di Lawfare contro Cristina Fernandez, anche se la falsità e strumentalità delle accuse sono sempre più evidenti.

Sul versante economico, al momento il dollaro è abbastanza stabile, ma non si vedono prospettive per una ripresa durante quest’anno.

In Uruguay la restaurazione del governo neoliberale e conservatore di Luis Lacalle Pou sta affrontando la raccolta di firme contro la Legge di Urgente Considerazione (LUC). Il Frente Amplio, il Pit-Cnt (Centrale sindacale unica) ed il movimento popolare organizzato nella cosiddetta “Intersociale” hanno l’obiettivo di raggiungere 750.000 firme per arrivare ad un plebiscito su ben 135 articoli della LUC, il “cuore” della restaurazione neoliberale.

Oggi l’Uruguay ha 100 mila poveri in più, di cui circa la metà sono bambini e bambine; circa 80 mila persone usufruiscono della scarsa indennità di disoccupazione; sono stati persi 60 mila posti di lavoro ed hanno chiuso 10 mila aziende;  migliaia di persone rischiano di essere sfrattate perché non possono pagare l’affitto da quando hanno perso il lavoro. E migliaia si sfamano nelle mense dell’INDA (Istituto Nazionale dell’Alimentazione) e grazie alle “pentole popolari” auto-organizzate (296 solo a Montevideo).

Il Paese è passato dall’essere un esempio mondiale contro la pandemia (in gran parte grazie alla capacità istituzionale recuperata durante i governi del Frente Amplio)  ad essere quello con più casi pro-capite di Covid nel continente, e quello che ha investito meno in politiche pubbliche per mitigare la pandemia. Il Frente Amplio propone di affrontare gli impatti sociali ed economici della pandemia, visto l’aumento della povertà, della disuguaglianza, della disoccupazione e una diminuzione del reddito di lavoratori e pensionati.

In Perù, a pochi giorni dal primo turno delle elezioni dell’11 aprile, è grande l’incertezza sui risultati. Almeno cinque candidati alla presidenza sono tecnicamente in parità nella corsa per il ballottaggio.

Lungi dal mostrare una semplificazione nel quadro politico, siamo quindi di fronte alle “elezioni più frammentate della storia”  e le tendenze di voto continueranno  a spostarsi fino all’ultimo minuto.  In particolare, se si tiene conto che il 39% della popolazione decide il suo voto nell’ultima settimana. E nonostante l’86% dica che “andrà sicuramente a votare”, è ancora incerta la partecipazione dei gruppi più vulnerabili al COVID-19.

C’è qundi molto spazio per le sorprese, dato che molti candidati  non superano il 15%.  Prova ne è il fatto che, durante gli ultimi mesi, diversi candidati hanno avuto una crescita inaspettata, ma non sono stati in grado di sostenerla nel tempo.

Ma indipendentemente da chi vincerà la presidenza, in termini di in/stabilità politica tutto indica che i prossimi cinque anni saranno molto simili ai precedenti e i rischi di ingovernabilità rimarranno alti. In particolare, il discredito delle istituzioni ed il loro deterioramento negli ultimi anni (con enfasi nel mancato equilibrio di potere tra l’esecutivo e il legislativo) non è stato superato.

Anche se era già a livelli record, i sondaggi proiettano un Parlamento ancora più frammentato e più di 10 partiti potrebbero superare lo sbarramento elettorale. Ciò renderà difficile stabilire alleanze durature e, visto il deterioramento del quadro istituzionale e la mancanza di credibilità dei partiti politici, persisterà anche lo scontro tra il potere esecutivo e quello legislativo.

E l’integrazione regionale ?

In termini di integrazione regionale non subordinata agli Stati Uniti, rimane qualcosa del passato recente e dei primi 15 anni di questo secolo ?

Refuerzan integración de América Latina ante planes derechistas - Cuba en Noticias

In quegli anni si era creato un fronte di Paesi latino-americani che aveva saputo contrastare efficacemente la prepotenza e la pretesa statunitense di imporre l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), un mercato subalterno a Washington, dal Canada fino alla “Terra del fuoco”. Dopo la sconfitta militare in Vietnam, sul versante politico è stata probabilmente la sconfitta più dura che ha dovuto ingoiare la Casabianca.

L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), da sempre “ministero delle colonie” degli Stati Uniti, perdeva il ruolo centrale nella definizione delle politiche continentali ed alcuni Paesi inizavano a pensare di abbandonarla definitivamente. A partire dal 2015, con la segreteria di Luis Almagro, la OEA ha aumentato l’ingerenza sfacciata nella politica interna dei vari Paesi, in aperto contrasto con gli obiettivi ufficiali della OEA: cercare il consenso, fomentare il dialogo inter-americano e la soluzione pacifica delle controversie nell’emisfero.

In ordine di tempo, l’ultima intromissione di Luis Almagro, è stata quella contro lo Stato Plurinazionale della Bolivia. Almagro ha proposto, tra l’altro, di creare una commissione internazionale per indagare sulle presunte accuse di corruzione e per riformare il sistema giudiziario. Dichiarazioni che vanno ben oltre la sua missione di segretario generale dell’organismo regionale e ignorano volutamente il funzionamento del sistema interamericano. Non è un caso che siano in perfetta sintonia con le recenti dichiarazioni di Antony Blinken, Segretario di Stato degli Stati Uniti, che ignorano il recupero della democrazia e dell’istituzionalità e intervegono negli affari interni del popolo boliviano.

Gli anni passati, sono stati gli anni dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), della Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), del Banco del Sur, etc.

Lo stesso Mercosur viveva una nuova fase, e iniziava a cambiare pelle con l’entrata della  Bolivia e del  Venezuela. Oggi il Mercosur compie 30 anni. Nei primi anni del XXI° secolo, i governi di sinistra e progressisti hanno provato a cambiare la concezione neoliberale della sua origine, cercando inoltre di associare il blocco con l’integrazione latinoamericana e caraibica e la nascita della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). Oltre a rafforzare la parte “sociale” del blocco, quei governi avevano rivalutato il ruolo dello Stato come “agente di sviluppo” attraverso le grandi aziende pubbliche, combattendo le “asimmetrie” e proponendo un completamento dell’infrastruttura regionale,

Viceversa, oggi assistiamo a una svolta mercantilista e neoliberale nel blocco, che rappresenta una ritorno agli anni ’90. In particolare, con la possibile firma di un Trattato di Libero Commercio con la Unione Europea, per cui fanno pressione le lobby delle multinazionali “europee”. Lungi dal volersi isolare, le proposte delle forze più avanzate per rafforzare il Mercosur sono quelle di dare priorità innanzitutto all’inserimento internazionale nella subregione, scommettere sulla complementarità economica e promuovere negoziati commerciali come blocco e non separatamente.

Nell’attuale contesto di disputa, è necessario recuperare le notevoli esperienze dei governi progressisti, nazionalisti, popolari e rivoluzionari che hanno governato la maggior parte del sub-continente nei primi 15 anni del XXI° secolo. Studiare le loro vittorie e far conoscere le loro conquiste, ma anche studiare a fondo i loro errori e le loro debolezze e fare una profonda autocritica sui fattori che hanno permesso il successo della controffensiva e in un così breve lasso di tempo.

Oggi, l’offensiva dell’imperialismo verso una pervasiva “restaurazione conservatrice” si scontra con la resistenza popolare e di un arcobaleno di organizzazioni sociali che è necessario unificare.  Imparare dai propri errori è l’unica maniera di non ripeterli e di poter avanzare.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/america-latina-tra-mobilitazioni-sociali-elezioni-e-covid-19/

Scandalo: Pubblicato in Brasile il contratto sottoscritto con Pfizer per l’acquisto del vaccino

Il Ministero della Salute brasiliano ha pubblicato sul suo sito web il contratto con il laboratorio Pfizer per l’acquisto di vaccini contro il Covid-19, nonostante la clausola di riservatezza. Avvertito, il Ministero ha rimosso il file dalla pagina. Per legge, lo Stato brasiliano a tutti i livelli deve pubblicare i contratti che firma. Il contratto afferma che il vaccino non ha ancora superato la fase 3, che Pfizer non sa quando lo consegnerà, che non può essere penalizzato se non rispetta le scadenze annunciate, che non sarà responsabile di eventuali effetti negativi dei vaccini sui pazienti, che qualsiasi controversia legale deve essere risolta nei tribunali di New York e che per questo lo Stato deve rinunciare all’immunità sovrana di tutte le sue agenzie, compresa la Banca Centrale, nel caso in cui abbia una sentenza di condanna.

Mercoledì 7 aprile, Folha de São Paulo ha riferito che il Ministero della Salute ha violato la clausola di riservatezza del contratto firmato il 18 marzo 2021 tra lo Stato brasiliano e Pfizer. Il Ministero ha ritirato la pubblicazione, ma il contratto è stato pubblicato da Apolinário Passos, uno sviluppatore che ha creato una piattaforma virtuale dove è possibile seguire la quantità di vaccini applicati, disponibili, in produzione, contratto, in negoziazione e dosi promesse. Come riportato dalla giornalista Monica Bergamo, Folha ha avuto accesso a una e-mail inviata da Pfizer a Passos per scaricare una copia del contratto dal suo sito web. Il contratto è ancora disponibile su Internet.

Consegna di vaccini che non sappiamo se e chissà quando funzioneranno

Nel contratto firmato dallo Stato brasiliano e Pfizer, il laboratorio assume che farà “sforzi commercialmente ragionevoli” per consegnare i vaccini. Secondo il contratto stesso, questo tipo di sforzi sono fatti per raggiungere “un obiettivo simile al suo interesse commerciale in circostanze simili e considerando i relativi rischi, incertezze, limiti e sfide dello sviluppo, produzione, commercializzazione e distribuzione di un nuovo prodotto vaccinale di Covdi-19, considerando i seguenti fattori: problemi di sicurezza ed efficacia reali e potenziali, novità, profilo del prodotto, posizione di esclusività, l’attuale (in quel momento) ambiente competitivo per tale prodotto, l’ambiente normativo e stato del prodotto”, tra gli altri, così come la capacità di produrlo e ottenere i prodotti necessari per esso. Questo significa che Pfizer non sa quando consegnerà nella situazione attuale e che una variabile da considerare al momento della consegna è se hanno l’esclusività del prodotto sul mercato.

Inoltre, Pfizer ha chiesto che lo Stato brasiliano riconosca e sia d’accordo con gli sforzi del laboratorio per sviluppare e produrre il vaccino, così come che al momento della firma del contratto “le parti riconoscano che il prodotto ha concluso gli studi clinici di fase 2b/3 e che, nonostante gli sforzi di Pfizer nella ricerca, sviluppo e produzione, il prodotto potrebbe non avere successo a causa di sfide o fallimenti tecnici e clinici”. Il contratto è stato firmato nel marzo 2021 e Pfizer riconosce che non aveva superato la fase 3, mentre vari media nel mondo hanno riportato il contrario dal novembre dello scorso anno.

Di fronte alla tragedia che il mondo sta vivendo, la Pfizer ha chiesto a un paese in cui sono già morte più persone per il coronavirus che le 349.784 persone morte per l’HIV in 40 anni di serie storica, di non poter perseguire il laboratorio o nessuno dei suoi partner per qualsiasi fallimento o effetto avverso che il vaccino possa causare.

Ordini di acquisto

Il contratto che il governo brasiliano ha firmato con Pfizer stabilisce che cinque giorni dopo la firma dell’accordo, lo Stato doveva effettuare un ordine irrevocabile di acquisto per 100.001.070 dosi, al valore di 10 dollari ciascuna. Il Brasile ha dovuto versare un anticipo del 20% per 200.002.140 dollari dieci giorni dopo la firma del contratto. Il contratto totale è di 1.000.010.700 dollari. Pfizer dichiara che emetterà una fattura 60 giorni prima della data di consegna prevista, che potrebbe non essere soddisfatta. Il Brasile deve pagare dieci giorni prima della consegna del lotto il totale da ricevere o 30 giorni dopo l’emissione della fattura, quello che viene prima. In altre parole, un grande affare finanziario. “In nessuna circostanza la Pfizer sarà soggetta o responsabile di alcuna penale per il ritardo nella consegna”, afferma il contratto.

Su registrazioni e regolamenti legali

“Prima della consegna la Pfizer si conformerà a tutte le condizioni (entro i termini previsti) definite nell’autorizzazione; Tuttavia, l’acquirente dovrà concedere, o ottenere per conto di Pfizer, tutte le deroghe, esenzioni, eccezioni e rinunce ai requisiti specifici del paese per il prodotto concessi o consentiti dall’autorità governativa (compresi, tra l’altro, la serializzazione, i test di qualità o di laboratorio applicabili e/o la presentazione di informazioni sulla commercializzazione e il modulo di approvazione), requisiti che, in assenza di esenzione, eccezione o rinuncia, impediranno a Pfizer di consegnare e rilasciare il prodotto in Brasile (…). Pfizer sarà pienamente responsabile della definizione dei siti di produzione e di test e condurrà i test in conformità con l’autorizzazione. Pfizer non accetterà richieste di test locali o richieste di protocolli di rilascio dei lotti o ordini di campioni di record in questo contratto”. Citiamo un ampio paragrafo del contratto per mostrare come la Pfizer non permette nemmeno alcun tipo di valutazione del prodotto da parte delle autorità locali, anche se il Brasile produce vaccini come il Coronavac.

Indennizzo e rinuncia all’immunità sovrana

Al punto 8 del contratto, che si riferisce alle indennità, Pfizer richiede all’acquirente di liberarlo, così come BioNTech e ciascuna delle parti, dal dover pagare qualsiasi tipo di indennità per qualsiasi questione che coinvolga la ricerca, lo sviluppo, la produzione, la distribuzione o l’applicazione del vaccino. Pfizer presume di stipulare un’assicurazione solo per coprire il normale funzionamento della sua attività, ma che in nessun caso il laboratorio sarà responsabile di eventuali conseguenze dell’applicazione del vaccino.

Nel caso in cui sorga una qualsiasi controversia tra Pfizer e lo Stato controparte, in questo caso lo Stato brasiliano, Pfizer chiede che le controversie legali siano risolte nei tribunali di New York e che lo “Stato brasiliano rinunci espressamente e irrevocabilmente a qualsiasi diritto di immunità che esso o i suoi beni possano avere o acquisire in futuro (a titolo di immunità sovrana o qualsiasi altra forma di immunità), compresi i beni controllati da qualsiasi agenzia, autarchia, Banca centrale o autorità monetaria del Brasile, in relazione a qualsiasi arbitrato o qualsiasi altro procedimento giudiziario istituito per approvare o applicare qualsiasi decisione arbitrale, lodo o sentenza, o qualsiasi composizione in relazione a qualsiasi arbitrato, sia in Brasile che in qualsiasi altra giurisdizione straniera, compresa, senza limitazione, l’immunità dalla citazione in giudizio, l’immunità dalla giurisdizione, o l’immunità dalla sentenza resa da una corte o tribunale, l’immunità dall’esecuzione e l’immunità dal sequestro di qualsiasi dei suoi beni”.

Traduzione in Italiano: Emi-News

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/


Testo originale dell’articolo:

Escándalo – Se conoció el contrato que Pfizer firmó con Brasil

El Ministerio de Salud de Brasil publicó en su sitio web el contrato con el laboratorio Pfizer para la compra de vacunas contra el Covid-19, a pesar de la cláusula de confidencialidad. Advertido, la cartera bajó el archivo de la página. Por ley, el Estado brasileño en todos sus niveles debe publicar los contratos que firma. El contrato establece que la vacuna aún no pasó la fase 3, que Pfizer no sabe cuándo va a entregar, que no puede ser penalizada si no cumple con plazos anunciados, que no se hará responsable por cualquier efecto adverso en los pacientes por las vacunas, que cualquier diferencia jurídica deberá resolverse en los tribunales de Nueva York y que para eso el Estado debe renunciar a la inmunidad soberana de todos sus organismos, incluso del Banco Central, en caso de que tenga una sentencia condenatoria.

El miércoles 7 de abril, el medio Folha de São Paulo informó que el Ministerio de Salud violó la cláusula de confidencialidad del contrato firmado el día 18 de marzo de 2021 entre el Estado brasileño y Pfizer. El Ministerio bajó la publicación pero el contrato fue publicado por Apolinário Passos, un desarrollador que creó una plataforma virtual en el que se puede acompañar la cantidad de vacunas aplicadas, disponibles, en producción, contratadas, en negociación y dosis prometidas. Conforme informó la periodista Mónica Bergamo, Folha tuvo acceso a un correo electrónico que le envió Pfizer a Passos para que baje la copia del contrato de su portal. El contrato aún está disponible en internet.

Entrega de vacunas que no sabemos si funcionan y quién sabe cuándo

En el contrato que firmaron el Estado brasileño y Pfizer, el laboratorio asume que hará “Esfuerzos Comercialmente Razonables” para la entrega de vacunas. Según el propio contrato este tipo de esfuerzos son realizados para alcanzar “un objetivo semejante a su interés comercial bajo circunstancias semejantes y considerando los riesgos relevantes, incertidumbre, límites y desafíos del desarrollo, fabricación, comercialización y distribución de un nuevo producto de vacuna de Covdi-19, considerando los siguientes factores: cuestiones reales y potenciales de seguridad y eficacia, novedad, perfil del producto, la posición de exclusividad, el entonces actual ambiente competitivo para tal producto, el ambiente regulador y situación del producto”, entre otros, así como la capacidad para producirlo y obtener los productos necesario para ello. Esto quiere decir que Pfizer no sabe cuándo entregará conforme la situación actual y que una variable a ser considerada al momento de la entrega es si tienen la exclusividad del producto en el mercado.

Además, Pfizer le exigió al Estado brasileño que reconozca y concuerde con los esfuerzos del propio laboratorio para desarrollar y fabricar la vacuna, así como también que al momento de la firma del contrato “las partes reconocen que el producto concluyó la Fase 2b/3 de ensayos clínicos y que, a pesar de los esfuerzos de Pfizer en investigación, desarrollo y fabricación, el producto puede no ser bien sucedido en virtud de desafíos o fallas técnicas, clínicas”. El contrato se firmó en marzo de 2021 y Pfizer reconoce que no había superado la fase 3, mientras diversos medios de comunicación en el mundo informaron lo contrario desde noviembre del año pasado.

Delante de la tragedia que vive el mundo, Pfizer le exigió a un país en el que ya murieron más personas por coronavírus que las 349.784 que fallecieron por HIV en cuarenta años que tiene la serie histórica, que no podrán procesar al laboratorio ni a ninguno de sus asociados por cualquier falla o efecto adverso que la vacuna pueda causar.

Pedidos de compra

El contrato que el gobierno de Brasil firmó con Pfizer establece que a los cinco días de firmado el acuerdo el Estado debía hacer un pedido de compra irrevocable de 100.001.070 dosis, por un valor de US$10 cada una. Brasil debió hacer un pago anticipado del 20% por US$ 200.002.140 a los diez días de firmado el contrato. El contrato total es por US$1.000.010.700. Pfizer establece que emitirá una factura 60 días antes de la fecha prevista de la entrega, que puede no cumplirse. Brasil debe pagar diez días antes de la entrega del lote el total a recibir o 30 días después de la emisión de la factura, lo que suceda primero. Es decir, un gran negocio financiero. “En circunstancia alguna Pfizer estará sujeta o será responsable por cualquier penalidad por atraso en la entrega”, establece el contrato.

Sobre registros legales y regulaciones

“Antes de la entrega Pfizer cumplirá todas las condiciones (en los plazos relevantes) definidas en la autorización; sin embargo, el comprador concederá, u obtendrá en nombre de Pfizer, todas las insenciones, exenciones, excepciones y renuncias de exigencias específicas del país apara el producto concedidas o permitidas por la Autoridad Gubernamental (incluyendo, entre otros, serialización, test de calidad o de laboratorio aplicable y/o sumisión a formulario de informaciones de comercialización y aprobación), exigencias estas que, ausente de exención, excepción o renuncia, impedirán a Pfizer de entregar y liberar el producto en Brasil (…). Pfizer será integralmente responsable por definir los locales de fabricación y test y conducirá los test de acuerdo con la Autorización. Pfizer no concordará con solicitaciones de tes locales o solicitaciones de protocolos de liberación de lotes o pedidos de muestras de registros en este contrato”. Citamos un párrafo extenso del contrato para mostrar como Pfizer no permite siquiera cualquier tipo de evaluación de producto a las autoridades locales, siendo que Brasil produce vacunas como la Coronavac.

Indemnización y renuncia a la inmunidad soberana

En el punto 8 del contrato, que refiere a indemnizaciones, Pfizer exige del comprador que la libere, así como a BioNTech y cada una de las partes, de tener que pagar cualquier tipo de indemnización por cualquier cuestión que involucre la investigación, desarrollo, fabricación, distribución o aplicación de la vacuna. Pfizer asume que contratará un seguro pero simplemente para cubrir el normal funcionamiento de su actividad, pero que bajo ningún aspecto el laboratorio se hará responsable de cualquier consecuencia por la aplicación de la vacuna.

Ante cualquier litigio que surgiere entre Pfizer y el Estado parte, en este caso el brasileño, Pfizer exige que las diferencias legales se resuelvan en los tribunales de Nueva York y que el “Estado brasilero expresa e irrevocablemente renuncia a cualquier derecho de inmunidad que este o sus activos puedan tener o adquirir en el futuro (a título de inmunidad de soberanía o cualquier otra forma de inmunidad), incluyendo cualquier activo controlado por cualquier agencia, autarquía, Banco Central o autoridad monetaria de Brasil, en relación a cualquier arbitraje o cualquier otro proceso judicial instruido para homologar o ejecutar cualquier decisión, despacho o sentencia arbitral, o cualquier composición en conexión con cualquier arbitraje, sea en Brasil o en cualquier otra jurisdicción extranjera, incluyendo, entre otros, inmunidad contra citación, inmunidad de jurisdicción, o inmunidad contra juzgamiento proferido por una corte o tribunal, inmunidad contra decisión ejecutoria e inmunidad contra aprensión cautelar de cualquiera de sus activos”.

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

“DOMINIO”: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

Continua a leggere

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione.

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela

Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

Continua a leggere

La carovana dei migranti si infrange contro i muri delle polizie dei paesi centroamericani

di Vittorio Bonanni

Non ci sono segnali che l’amministrazione Biden modifichi le politiche antimigratorie nei confronti dell’America centromeridionale.

E’ bastato l’annuncio di un cambiamento di linea da parte della Casa Bianca nei confronti degli immigrati a scatenare il desiderio di 9mila uomini, donne e bambini, provenienti dall’inferno dell’Honduras, a sperare in una vita diversa. Esattamente come nell’autunno del 2018. Anche in quel caso migliaia di migranti fuggirono dalle proprie terre, come oggi aiutati solo dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa appunto dei rifugiati, e che oggi inoltre ha potuto aiutare un centinaio di bambini honduregni trovati in uno stato di denutrizione. Continua a leggere

Elezioni in Ecuador: emergono gli indigeni.

Alle presidenziali si profila un ballottaggio fra il candidato correista Arauz e l’indigeno Yaku Perez. Alle legislative avanza Pachakutik espressione della Conaie

Domenica 7 febbraio in Ecuador si sono svolte sia le elezioni Presidenziali sia le parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, oltre a quelle per l’elezione dei 5 membri del parlamento indigeno, in un clima di grande attesa e partecipazione. In base ai dati ufficiali trasmessi dal Cne (Consiglio Nazionale Elettorale) dell’Ecuador, come previsto l’affluenza è risultata molto elevata, ben 81,24%, a testimonianza della percezione dell’importanza di questa doppia tornata elettorale, soprattutto per le presidenziali. Continua a leggere

Matilde e le suore cabriniane di Matiguàs (Nicaragua)

di Marco Consolo

Non avevo idea che quel viaggio avrebbe cambiato la mia vita, per sempre. Correva l’anno 1983, avevo 25 anni. Conoscevo qualcosa dell’Europa, percorsa in lungo e largo con l’autostop e i viaggi in Vespa. Ma il salto del otro lado del charco mi avrebbe aperto un continente e la sua storia. La tragedia e l’allegria del tentativo di riscatto sociale di milioni di esseri umani, che iniziavo a conoscere.

Io venivo dal movimento studentesco, poi dai collettivi di quartiere, dalla cosiddetta sinistra extra-parlamentare italiana. Ero un giovane comunista eterodosso. Nonostante tutto un “mangia-preti”, come scherzosamente ci si chiamava. In quanto a religione cattolica, a Roma conoscevamo l’opulenza vaticana, la contraddizione tra il verbo e l’azione ed eravamo molto critici verso le gerarchie ed i loro dogmi di fede. Certo, anche in Italia avevamo avuto la nostra “teologia della liberazione”, l’esperienza dei “preti operai”, dei “preti di periferia”, di gruppi come “Cristiani per il socialismo” che, proprio a Roma, avevano un loro punto di riferimento importante nella Basilica di San Paolo. Alcuni dei giovani (e meno giovani) con cui militavo venivano da quell’esperienza, ma non era il mio caso. Avevo passato la mia infanzia como “chirichetto”, ma mi ero allontanato dalla parrocchia e dalla Chiesa cattolica a 13 anni, quando avevo iniziato a frequentare il movimento studentesco e le periferie povere della città.

Certo, di America Latina mi occupavo da un po’. Ho ancora vivo il ricordo della folla immensa e silenziosa di uno sciopero degli studenti a Roma, il giorno del golpe di Pinochet in Cile. Era il 1973, un altro 11 settembre. E poi l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il dimenticato Perù, le tante facce degli esiliati che iniziai a frequentare. Un’umanità che è stata una scuola per molti, per curiosità intellettuale, passione politica e condivisione. Ma, come dicono in America Latina, “no es lo mismo verla venir, que hablar con ella….” .

Pochi anni dopo, il 19 luglio 1979 la guerriglia sandinista entrava a Managua, capitale del Nicaragua, rovesciando la sanguinaria dittatura della dinastia dei Somoza. Via via che il processo rivoluzionario si approfondiva, aumentavano le contraddizioni con i latifondisti e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Da subito, il Nicaragua si trasformò nel terreno di sanguinosa sperimentazione della nuova modalità della “guerra di bassa intensità” della Casabianca: embargo economico, accerchiamento diplomatico, guerra dell’informazione, aggressione militare, violenza e distruzione ne sono stati gli ingredienti.

A Roma entrai in contatto, quasi naturalmente, con l’Associazione Italia-Nicaragua (AIN) e da subito iniziai a dare una mano. L’AIN appoggiava la Rivoluzione Popolare Sandinista con solidarietà politica, con informazione su quello che accadeva nel Paese, con progetti di sviluppo e l’invio di aiuti materiali, con Brigate di lavoro composte da persone che volontariamente dedicavano il loro tempo e le loro vacanze per aiutare il popolo nicaraguense in maniera disinteressata.

Si parte…

Inicio - ARA Tours Nicaragua

E cosi nel dicembre del 1983, presi un volo per Managua. Atterrato, trovai una città senza centro, piena di rovine, fantasma di una città distrutta dal terremoto del ‘72 e dalla guerra di liberazione fino alla vittoria del 19 de Julio del ‘79.

Mi accolse una casa di un compagno nicaraguense che era stato in Italia.

Nella casa viveva anche una religiosa francese che lavorava nel Ministero della Riforma Agraria. La suora era stata compagna di Lèoni Duquet e Alice Dumond, due suore desaparecidas durante la dittatura militare in Argentina. Si chiamava Ivonne Pierrot, ed era dovuta  andare in esilio per salvare la pelle, travestita da nonnina su una sedia a rotelle. Molti anni dopo è tornata nel suo Paese, insieme alla democrazia. Mi hanno detto che era poi tornata in Argentina, nella provincia di Misiones, dando vita ad un ostello-rifugio in cui ha accolto i poveri e gli indigenti ed in cui ha fondato anche una scuola. Ivonne era (e sono certo che ancora lo è) una persona squisita e collaborava attivamente e con il massimo impegno, con il “processo sandinista”. Ci ha lasciati nel 2017.

Fu il primo impatto diretto con una suora “speciale”, lontana dai cliché che avevo conosciuto in Italia, quello dei religiosi abituati alla comoda vita dei nostri Paesi occidentali.

Con lei, girammo il Paese: mi fece conoscere las bananeras y algodoneras de Chinandega, las haciendas ganaderas di Rivas, tutte passate ad essere “Area de Propriedad del Pueblo” , come si chiamavano le aziende statali. E poi un giorno la suorina ci portò al Nord, al confine con l’Honduras, in piena zona di guerra.

Dopo ore di jeep e di strade di fango arrivammo a una finca, “La sorpresa”, tra i  cafetales che si estendevano a vista d’occhio del Nord di  Jinotega. Quella sera, in piena montagna, ricordo un “acto de solidaridad”  con i palestinesi, con la presenza di molti contadini della zona, sul piazzale dell’hacienda. Era il Nicaragua di quegli anni. Mi colpì molto, come los cafetales in fiore, uno spettacolo di rara bellezza.

Cafetales florecidos: fotografía de Café Hacienda Horizontes, Marsella - Tripadvisor

Dopo qualche settimana di andirivieni, di notti insonni per il caldo del tropico, di racconti, di orrore e di speranza (che a tratti mi parve quasi ingenua), avevo deciso che sarei tornato a vivere in Nicaragua, a echarle el hombro al proyecto, per “aiutare” ed imparare.

E così ho fatto, con l’entusiasmo e la ragione. Di ritorno in Italia, lavorai duramente un anno, come pittore edile,  “pintor de brocha gorda”, per mettere insieme qualche dollaro per i primi mesi, per non pesare sul Paese, trovare lavoro ed una sistemazione.

E alla fine di quell’anno ripresi l’aereo per il Nicaragua, questa volta con un biglietto di sola andata. Non avevo limiti di tempo, pensavo rimanere qualche mese, forse un anno. Non immaginavo che ci sarei rimasto 5 anni che avrebbero cambiato per sempre la mia vita.

Entre cristianismo y revoluciòn no hay contraddiciòn!! o…..

Sin la participaciòn de la mujer no hay revoluciòn!!

Così dicevano due slogan molto in voga. E non avrei mai pensato di viverlo così da vicino, dal di dentro.

Sono passati quasi 40 anni, ma quei ricordi sono indelebili.

En todos los tiempos - BARRICADA
Foto: Barricada

Managua, come città, non mi è mai piaciuta. E dopo qualche giorno dal mio arrivo, decisi che la capitale non faceva per me. Scalpitavo per andarmene.

Con amici della cooperazione italiana conobbi un loro progetto a Matiguás, nel Nord del Nicaragua, Dipartimento di Matagalpa. Era una zona difficile, di frontiera, e la cooperazione internazionale non operava con personale straniero, per i pericoli della guerra. Ma io non ero un cooperante, ero un giovane internazionalista, “comprometido” che aveva voglia di capire, di conoscere, di imparare, di crescere. Ero abbastanza curioso e volevo vivere da vicino la realtà rurale, e feci una scelta di cui non mi sono mai pentito.

Dopo pochi giorni ero arrampicato su un vecchio bus strapieno, tra galline e maialini diretto al Nord, verso questo paesino che sarebbe stata la mia prima “scuola rivoluzionaria”.

Matiguás sta in una pianura, en las primeras estribaciones de la cordillera dariense. Era un paesino di meno di 5000 abitanti. In quegli anni era zona peligrosa, di guerra, ma questo non bastò a fermarmi.

Sceso dal bus, chiesi indicazioni su come arrivare alla casa de “las monjas del pueblo”. La casa delle Misioneras del Sagrado Corazòn de Jesus, stava davanti al loro “Colegio”, un Istituto Tecnico a vocazione Agraria. Bussai alla porta e mi aprì Matilde, la hermana mayor della piccola comunità delle “cabriniane”. Non avevo lettere di presentazione, credenziali, né la raccomandazione di qualche gerarchia ecclesiastica. Nulla che, in qualche modo, mi accreditasse.

Ricordo ancora la faccia incredula di Matilde, di fronte a questo ragazzo, con una specie di zaino in spalla, che un po’ impacciato, in uno scarso spagnolo, cercava di spiegarle che aveva deciso di venire a dare una mano. All’inizio mi guardò seria, un po’ stupita da questa apparizione. Gli spiegai le mie intenzioni e dopo qualche minuto sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Non so ancora se per lei rappresentassi un segnale della provvidenza divina. Di certo, con generosità, mi aprì da subito le porte della loro casa, cosa che mi lasciò a bocca aperta. Fu così che da giovane “mangia-preti”, iniziai a convivere con 3 suore che mi avevano aperto la loro casa, il loro cuore ed offerto un tetto.

Las cabrinianas de Matiguas eran monjas comprometidas, Rivoluzionarie fino al midollo. C’era Ana Jilma, una giovane guatemalteca, Nieves, una spagnola con un carattere allegro, e Matilde, un’argentina più anziana, ma non per questo meno “comprometida” con el proceso revolucionario. Era la madre superiora. Col tempo scoprì che Matilde faceva Giovagnoli di cognome, ed era naturalmente di origini italiane. Le tre sorelle lavoravano a stretto contatto con il Frente Sandinista della zona. I compagni venivano spesso a trovarle e a consultarle, per avere il loro punto di vista.

Matilde era la Directora del Colegio, e il motore della piccola comunità religiosa. Ana Gilma insegnava. Nieves lavorava nel piccolo Centro di Salute dove, tra gli altri, arrivavano i feriti e i morti della guerra e delle imboscate della “contra”.

Tre donne coraggiose, che mi hanno insegnato molto: il rispetto reciproco, il coraggio, la dedizione, la perseveranza, la comunanza di valori. Lavoravano senza risparmiarsi a fianco della popolazione.

Terra, salute, istruzione, una alimentazione sana per tutti. La rivoluzione sandinista era coerente con la loro scelta di fede. Come si sa, tre ministri del governo sandinista erano preti cattolici, nei dicasteri di Esteri, Cultura, Educazione, sacerdoti che avevano disobbedito al Papa accettando cariche politiche. Entre cristianismo y revolucion no hay contraddicion. L’ho toccato con mano per quasi un anno. Ho sentito e capito in quei momenti che c’era una mistica, per me laica, per loro religiosa, che ci accomunava.

ENTRE CRISTIANISMO Y REVOLUCIÓN NO HAY CONTRADICCIÓN – PORTAL PUEBLO!
Gaspar Garcìa Laviana, sacerdote guerrigliero caduto in combattimento nelle file del FSLN

La solidaridad es la ternura de los pueblos

Matilde e le altre sorelle mi ospitarono per mesi a casa loro. Poi chiesi di poter vivere nel retrobottega della scuola, dato che non volevo pesare su di loro. Matilde capì e diede il suo visto bueno.

Anche con il sostegno dell’Associazione Italia-Nicaragua di Roma e Brescia, nella loro scuola costruimmo un piccolo ostello per una ventina di ragazzi, figli dei contadini che venivano a studiare nell’ Istituto Agrario. Con l’aiuto di brigate di canadesi, spagnoli, italiani, qualche tedesco. Nessuno veniva da comunità religiose, ma tutti collaboravano con entusiasmo. Piccone, zappa, martelli, chiodi, muratori improvvisati, sotto la guida di un giovane nica, Toño, che aveva qualche esperienza in più. Nel fango fino alle ginocchia, a scavare, a costruire il sogno, a fare rivoluzione con i sacchi di cemento caldo sulle spalle e il cibo scarso.

Matilde coordinava, spronava, cercava appoggi e faceva l’impossibile perché il progetto avanzasse.

Io, forse per la prima volta in vita mia,  passai molti mesi in silenzio. Chiedevo e ascoltavo, cercando di interpretare nuovi codici, segnali, griglie di lettura. Empapandome de aquello. Gli occhiali decisamente cambiati per leggere una realtà che iniziavo lentamente a decifrare.

Devo molto a Matilde, alle molte sere in cui parlavamo per ore, a scuola, per strada, nel patio della casa, sotto alberi di mango e avocado. Matilde mi raccontava del ruolo della congregazione, a Managua, a Diriamba, dell’insurrezione del luglio ’79 e delle atrocità del dittatore Somoza. Di quando aveva conosciuto l’Italia, Roma, la mia città, con cui aveva un rapporto contraddittorio.

E una volta che andai a Roma a cercare fondi per il progetto della scuola, mi affidò una lettera per la Madre Superiora della Congregazione, che andai a trovare a Via Cortina d’Ampezzo. In quella lettera, (mi immagino) Matilde raccontava il ruolo che la Congregazione stava avendo a favore delle trasformazioni sociali, contro gli attacchi della parte più conservatrice della gerarchia ecclesiastica che non vedeva di buon occhio l’opzione per i poveri incarnata dal lavoro missionario, come testimonianza di fede cristiana. La visita in Nicaragua di Papa Wojtyla era stata un cattivo segnale per la “Iglesia de los pobres” che aveva scelto di stare a fianco della rivoluzione.

Ricordo l’entusiasmo di Matilde, la sua speranza nel cambiamento del Paese di cui quelle suore erano parte attiva, i suoi dubbi e le sue critiche quando i sandinisti commettevano errori, la sua fina ironia che non lasciava mai spazio al pessimismo.

Ricordo le despedidas delle brigate di lavoro della solidarietà, con i piccoli regali che le suore decidevano di consegnare, come un souvenir, un piccolo ossequio e una maniera semplice di ringraziare per l’appoggio ricevuto e di lasciare nel cuore di ognuno quell’esperienza. Ana Gilma si incaricava di prepararli, con l’aiuto e la supervisione di Matilde. Sembravano quasi bambine, sorridevano, con il piacere della sorpresa che stavano preparando.

Ana Gilma al lavoro….

La solidarietà internazionale stava realizzando un sogno che era anche il loro, per far studiare i figli dei contadini poveri, gli stessi che in molti casi formavano le cooperative agricole. Quelle cooperative che anche a Matiguás erano in prima fila, fatte dai migliori quadri contadini e braccianti senza terra che ha avuto la rivoluzione sandinista. Erano i primi a cadere sotto gli attacchi e le imboscate della “contra”, difendendo con le armi la terra che la rivoluzione gli aveva assegnato con un titolo di proprietà, per la prima volta nella loro vita.  Matilde era al loro fianco, con le parole e con le azioni. Non ne ha mai dubitato e spingeva i ragazzi a studiare, a prepararsi per un futuro migliore.

Matilde al centro, i ragazzi a sinistra e chi scrive alla lavagna…

A Matiguás, viveva da qualche anno anche un altro italiano, Tonino, un agronomo. Era un compagno che veniva dalla Campania se non ricordo male. Aveva viaggiato e vissuto in Europa, ma dopo “el triunfo” si era trasferito in Nicaragua, a Matiguás.  Sposato con una donna nicaraguense, con due figli, aveva un carattere burbero, ma era un uomo onesto ed impegnato. Un comunista, di poche chiacchiere. Come la sua terra, fatta di fatica. Anche lui frequentava la “casa de las monjas” e diventammo amici. Condivideva sogni e speranze con Matilde e le altre sorelle. Qualche tempo dopo, purtroppo Tonino morì in un incidente automobilistico tornando da Managua. Fu un duro colpo per tutti e per Matilde in particolare che gli voleva molto bene.

Il dolore ci accompagnava, inesorabile. Il prezzo da pagare per conquistare il diritto al futuro era alto. La guerra ce lo ricordava ogni giorno, con gli attacchi contro i contadini e le imboscate in montagna. Matilde ne soffriva e i suoi occhi si riempivano di lacrime quando purtroppo ci confidavamo a voce bassa le cattive notizie.

La ricordo come una donna pragmatica, profondamente umana, con una energia fuori dal comune, non si fermava mai, era uno stimolo per tutti. Lei, nata argentina, sentiva in carne propria il dolore e l’allegria del popolo nicaraguense.

Un giorno venne a trovarci Peter Marchetti, un teologo gesuita nordamericano molto rispettato, che collaborava con il governo sandinista nella riforma agraria e nello sviluppo rurale. Per le “cabriniane” (e anche per me) era un giorno speciale. Matilde era emozionata, preparò succhi di frutta e per l’occasione importante comparve anche qualche biscotto, introvabili in tempi di guerra, scarsezza e bloqueo. Rimanemmo ore a parlare con Marchetti.  Matilde ascoltava, chiedeva opinioni, curiosa come sempre, cercava conferme della sua fede religiosa e della sua scelta a favore dell’opzione per i poveri.

E anche quella volta, a fine serata, ricordando Gianni Bosio, mi sono detto: “anche oggi siamo stati all’università”.

Da allora sono passati molti anni, ma ancora oggi sono profondamente grato a Matilde e alle religiose cabriniane per avermi insegnato molto, senza mai chiedere niente a cambio. Un grazie sincero per avermi aiutato nel difficile compito di costruire coscienza e di non perdere la memoria.

Nota: Un estratto di questo ricordo à stato pubblicato in una edizione speciale di un libro dedicato a Matilde realizzato dalla congregazione “Misioneras del Sagrado corazàn de Jesùs” in occasione del suo 90° compleanno.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/matilde-e-le-suore-cabriniane-di-matiguas-nicaragua/

Andrea Vento (Giga): Gli effetti economici e sociali della pandemia

di Andrea Vento

Durante il 2020 l’economia mondiale ha registrato la più grave recessione (-3,5%) dalla crisi del 1929 con milioni di persone hanno perso il lavoro e sono sprofondate nella povertà, mentre le 500 persone più ricche del Terra, equivalenti allo 0,001% della popolazione mondiale, hanno visto le loro fortune crescere più di quanto accaduto negli otto anni precedenti. Al contempo aumenta ulteriormente il trend delle disuguaglianze e la povertà è ripresa a crescere. Sarà sufficiente la ripresa economica del 2021 ad invertire le tendenze sociali sperequative oppure è necessario un ripensamento del sistema economico dominante a livello globale? Continua a leggere

“UNA SOLA CASA”: migranti e migrazioni al tempo del Covid-19. Una importante pubblicazione dello CSER

Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme

L’introduzione al volume di P. Lorenzo Prencipe (Presidente CSER)

Al 22 dicembre 2020 il coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina e dà il via a quella che nel giro di pochi mesi è diventata una pandemia globale da Covid-19, ha prodotto nel mondo 77.534.614 casi di contagio e 1.706.032 morti (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine (1) ) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale, oltre 3 miliardi di persone.

Ad ogni modo, se la peste nera del XIV secolo, in un solo anno, dal 1348 al 1349, ha causato la morte di circa 22 milioni di persone in Europa portando la popolazione europea del tempo da 74 a 52 milioni complessivi, se l’influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, arrivò a infettare circa 500 milioni di persone nel mondo, provocando la morte 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi di persone, non è azzardato affermare che l’epidemia da Covid-19 è meno distruttrice in vite umane e in relazioni sociali delle precedenti pandemie che hanno attraversato la storia delle nostre società, anche se gli sguardi terrorizzati dei contagiati più gravi e la continua crescita numerica dei morti giornalieri riportano in superficie la memoria personale e collettiva di ansie e paure mai sopite.

La pandemia da Covid-19 ha comunque provocato una grave situazione sanitaria mondiale che si è rapidamente trasformata in pesante crisi economica e sociale. Senza voler sopravvalutare analisi, dibattiti e polemiche che caratterizzano le coperture mediatico-politiche di ogni grande crisi nelle nostre società occidentali e senza sottovalutare il prezzo in vite umane e in disagio psicologico, sociale ed economico che tutti gli strati sociali delle popolazioni mondiali (soprattutto le più povere e marginalizzate) stanno pagando, vogliamo qui sottolineare alcune conseguenze che la pandemia da Covid-19 sta producendo  sulle migrazioni e su migranti e rifugiati, aggravandone le condizioni di vita. Continua a leggere

20 anni fa il 1° Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Il video-documentario che realizzò la FILEF

Porto Alegre Social Forum” è l’unico film documentario sul primo storico Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Rio Grande do Sul – Brasile) nel 2001.

Realizzato dalla FILEF (filef.info) per la regia di Roberto Torelli (autore tra l’altro di “Bella Ciao” e “Maledetto G-8”, sugli eventi del Forum Sociale Europeo svoltosi a Genova nel luglio dello stesso anno), si avvalse della collaborazione di Paulo Cesar Saraceni, di Antonio Tabucchi e Sergio Vecchio (dialoghi).

Il film documenta, oltre al Forum, anche le lotte del Movimento dei Sem Terra brasiliani e attraverso interviste ad importanti personaggi pubblici latino-americani (Joao Pedro Stedile, Ebe de Bonafini, Perez Esquivel, Emir Sader, ecc.) , l’evoluzione sociale e politica del continente che irrompe sulla scena mondiale portando un’anelito di speranza e di cambiamento per tutti. Continua a leggere

Desert storm. Il 17 gennaio 1991 il mondo cambiò. L’annuncio venne dalla Cnn: «Qualche cosa sta accadendo là fuori, i cieli sopra Baghdad si sono illuminati»

di Alberto Negri (da Il Manifesto del 15/1/2021)

Lo speciale di oggi de il manifesto ci racconta come il mondo cambiò il 17 gennaio 1991. Accadde con queste parole della Cnn trasmesse dall’Hotel Rashid: «Something is happening outside… the skies over Bagdad have been illuminated». «Qualche cosa sta accadendo là fuori, i cieli sopra Baghdad si sono illuminati». E c’era anche per il manifesto l’inviato Stefano Chiarini. Trent’anni – tanti ne sono passati – sono un’era geologica per qualunque professione, per il giornalismo in particolare, ma quello che accadde allora si riflette ancora sotto i nostri occhi e guida le nostre azioni e reazioni. Continua a leggere

A proposito di Patrimoniale: La Lettera dei “MILIONARI PER L’UMANITA’”: tenuta nascosta ai più e che va invece rilanciata e diffusa

Questa iniziativa che raccoglie 83 multi-milionari (in euro o dollari) da diversi paesi del mondo, è datata ad alcuni mesi fa; stranamente, non vi è stata una particolare risonanza nell’opinione pubblica mondiale e nazionale su una posizione che qualche risonanza avrebbe dovuto averla, in tempi come questi. Il filtro mediatico mainstream diretto da altri, più potenti milionari che la pensano diversamente, è stato poderoso. Tale da bloccare un pericoloso vaccino che rischiava di fare una breccia sistemica.

Eppure la proposta c’è ed è attiva. Sarebbe utile diffonderla e farla circolare così da non sentirsi orfani qualora si sostenga la necessità di una patrimoniale sulle grandi ricchezze nazionali e internazionali. D’altra parte, se non si è in grado di costruire alleanze con pezzi di mondo che mantengono una certa dignità e alcuni valori condivisibili, resta solo di cadere definitivamente nel braciere approntato da coloro che di dignità e valori se ne fottono.

Un ultimo inciso: ammesso (e niente affatto concesso) che questa tassazione “immediata, sostanziale e permanente” venga introdotta trasferendo al pubblico le risorse necessarie alla salvaguardia dell’umanità, è indispensabile evitare che al governo degli stati si reinsedino quelli dell’altra sponda. Altrimenti, la partita di giro assomiglierebbe all’incommensurabile Pacco, doppio pacco e contropaccotto di Nanni Loi. Dunque bisognerebbe prepararsi per bene.

Per quanto riguarda l’ascendenza nazionale dei firmatari, vale anche la pena notare, con inquietudine e a conferma che disponiamo della borghesia più accattona d’Europa, come non vi figuri alcun figuro multimilionario del Bel Paese.

 

 

“Millionaires for Humanity”

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

Ai nostri compagni cittadini del mondo:

Mentre il Covid-19 colpisce il mondo, i milionari come noi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nella guarigione del nostro mondo. No, non siamo quelli che si prendono cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non guidiamo le ambulanze che porteranno i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi di alimentari o consegnando cibo porta a porta. Ma abbiamo soldi, molti. Denaro di cui c’è un disperato bisogno ora e che continuerà ad esserlo negli anni a venire, mentre il nostro mondo si riprende da questa crisi.

Oggi noi sottoscritti milionari chiediamo ai nostri governi di aumentare le tasse su persone come noi. Subito. Sostanzialmente. Permanentemente.

L’impatto di questa crisi durerà per decenni. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in più nella povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il lavoro con la chiusura delle aziende, alcune in modo permanente. Ci sono già quasi un miliardo di bambini che non vanno a scuola, molti dei quali non hanno accesso alle risorse di cui hanno bisogno per continuare il loro apprendimento.

E, naturalmente, l’assenza di letti ospedalieri, maschere protettive e ventilatori è un doloroso e quotidiano promemoria dell’inadeguato investimento fatto nei sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo. I problemi causati e rivelati dal Covid-19 non possono essere risolti con la carità, per quanto generosi. I leader di governo devono assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi di cui abbiamo bisogno e di spenderli in modo equo. Possiamo assicurarci di finanziare adeguatamente i nostri sistemi sanitari, scuole e sicurezza attraverso un aumento permanente delle tasse sulle persone più ricche del pianeta, persone come noi.

Abbiamo un enorme debito con le persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale. La maggior parte dei lavoratori essenziali sono gravemente sottopagati per il peso che portano. All’avanguardia in questa lotta ci sono i nostri operatori sanitari, il 70% dei quali sono donne. Affrontano il virus mortale ogni giorno al lavoro, mentre si assumono la maggior parte della responsabilità per il lavoro non retribuito a casa. I rischi che queste persone coraggiose abbracciano volentieri ogni giorno per prendersi cura del resto di noi ci impongono di stabilire un nuovo, reale impegno reciproco e verso ciò che conta davvero.

La nostra interconnessione non è mai stata così chiara. Dobbiamo riequilibrare il nostro mondo prima che sia troppo tardi. Non ci sarà un’altra possibilità per farlo bene. A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro, la nostra casa o la nostra capacità di sostenere le nostre famiglie. Non stiamo combattendo in prima linea in questa emergenza e abbiamo molte meno probabilità di essere le sue vittime. Quindi per favore. Tassaci. Tassaci. Tassaci. È la scelta giusta. È l’unica scelta. L’umanità è più importante dei nostri soldi.

 

I firmatari:

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

Home Signatories Sign Up

 

 


 

 

‘Millionaires for Humanity’
Sign On Letter

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

 

To Our Fellow Global Citizens:

As Covid-19 strikes the world, millionaires like us have a critical role to play in healing our world. No, we are not the ones caring for the sick in intensive care wards. We are not driving the ambulances that will bring the ill to hospitals. We are not restocking grocery store shelves or delivering food door to door. But we do have money, lots of it. Money that is desperately needed now and will continue to be needed in the years ahead, as our world recovers from this crisis.

Today, we, the undersigned millionaires, ask our governments to raise taxes on people like us. Immediately. Substantially. Permanently.

The impact of this crisis will last for decades. It could push half a billion more people into poverty. Hundreds of millions of people will lose their jobs as businesses close, some permanently. Already, there are nearly a billion children out of school, many with no access to the resources they need to continue their learning. And of course the absence of hospital beds, protective masks, and ventilators is a painful, daily reminder of the inadequate investment made in public health systems across the world.

The problems caused by, and revealed by, Covid-19 can’t be solved with charity, no matter how generous. Government leaders must take the responsibility for raising the funds we need and spending them fairly. We can ensure we adequately fund our health systems, schools, and security through a permanent tax increase on the wealthiest people on the planet, people like us.

We owe a huge debt to the people working on the frontlines of this global battle. Most essential workers are grossly underpaid for the burden they carry. At the vanguard of this fight are our health care workers, 70 percent of whom are women. They confront the deadly virus each day at work, while bearing the majority of responsibility for unpaid work at home. The risks these brave people willingly embrace every day in order to care for the rest of us requires us to establish a new, real commitment to each other and to what really matters.

Our interconnectedness has never been more clear. We must rebalance our world before it is too late. There will not be another chance to get this right.

Unlike tens of millions of people around the world, we do not have to worry about losing our jobs, our homes, or our ability to support our families. We are not fighting on the frontlines of this emergency and we are much less likely to be its victims.

So please. Tax us. Tax us. Tax us. It is the right choice. It is the only choice.

Humanity is more important than our money.

 

The Signers

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

Home Signatories Sign Up

“Come affrontare la pandemia con poche risorse e visioni altre”

Dossier a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati propone questo breve dossier, realizzato dall’amico Aldo Zanchetta, sulla gestione della pandemia nei paesi del sud del mondo e nelle comunità indigene del Chiapas. A quest’ultimo proposito segnaliamo la interessantissima intervista al medico italiano Cippi Martinelli impegnato da 24 anni nei servizi sanitari autogestiti delle comunità indigene.

Invitiamo, infine, seguendo le indicazioni finali di Aldo Zanchetta, a sostenere anche con piccole donazioni, il progetto di realizzazione di un sistema sanitario autonomo legato ai principi di medicina tradizionale e autogestito dalle comunità stesse, soprattutto in questa fase di emergenza pandemica.

Il nostro folgorante incontro con Cippi

Ricordo bene quel caldo pomeriggio di fine estate di un paio d’anni fa a casa di Aldo Zanchetta in Lucchesia. L’ombra del secolare tiglio, il buon cibo genuino preparato da mani amiche e l’ottima compagnia. Tutti seduti in una specie di cerchio ad ascoltare lui, uomo e medico dallo straordinario carisma: Cippi Martinelli.

Cippi in poco meno di due ore con semplicità e naturalezza ci raccontò la sua esperienza più che ventennale di “medico napoletano in Chapas” espressione impiegata come sottotitolo del suo libro Eternamente straniero, la cui lettura è fortemente consigliata. Un incontro indimenticabile con una persona speciale, dalle grandi doti comunicative e con una visione grande di società.

Serena Campani 28 dicembre 2020

per il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

 

LA PANDEMIA IN MONDI ALTRI

Il nostro sguardo relativo alla pandemia, orientato dalla nostra cultura eurocentrica, salvo rare eccezioni si dirige automaticamente sul nostro mondo. Ma altri mondi esistono e sul modo di affrontare questa emergenza hanno qualcosa da insegnarci. Non parlo della Cina & dintorni, di cui si parla già assai, e per il modo di affrontarla rientrano nel novero dei paesi tecnologicamente avanzati, seppur con diverse tradizioni culturali.

Queste brevi note intendono offrire un rapido sguardo su questi paesi, e si dividono in due parti. Un primo sguardo alle politiche e strategie governative e un secondo alle politiche sviluppate dal basso. Queste ultime più interessanti da un punto di vista culturale e stimolo per riflettere. Quelle governative si diversificano più operativamente che concettualmente circa le tecnologie adottate e questo sia per vincoli materiali concreti (minor disponibilità finanziaria e di attrezzature tecnologiche) sia perché in qualche misura conservano ancora riferimenti culturali diversi. Quelle dal basso (comunità indigene o contadine e quelle delle periferie delle grandi metropoli) oltre ad avere vincoli materiali ancor più stringenti, rispecchiano, ovviamente in misura diversa, vincoli culturali con ì territori dove vivono e le povere risorse di cui dispongono. In molte di esse, specie quelle rurali, sono ancora vivi i saperi ancestrali, particolarmente in campo medico, saperi che dopo un lungo periodo di disprezzo da parte della scienza occidentale, stanno ricevendo maggiore attenzione anche se purtroppo nel quadro di politiche di rapina proprie della tradizione colonialista (leggi bio-pirateria).

 

Politiche governative alternative

In un recente articolo1  si legge:

A nove mesi dall’inizio della pandemia, l’Europa rimane una delle regioni più colpite dal Covid-19. Dieci dei 20 Paesi con il più alto numero di morti per milione di persone sono europei. Gli altri dieci sono nelle Americhe. […] La maggior parte dell’Africa e dell’Asia, al contrario, sembra ancora risparmiata. Tra i Paesi in cui sono stati segnalati decessi correlati a Covid, i dieci con il numero di morti per milione più basso si trovano in queste parti del mondo.2 Ma mentre errori e valutazioni errate hanno alimentato critiche sostenute sulla gestione della pandemia da parte del Regno Unito3, il successo di gran parte del mondo in via di sviluppo rimane ignorato.

Naturalmente, una serie di fattori può spiegare livelli più bassi di malattia nel mondo in via di sviluppo: diversi approcci alla registrazione dei decessi, il profilo demografico dei giovani africani, un maggiore uso di spazi esterni o forse anche alti livelli di anticorpi potenzialmente protettivi ottenuti da altre infezioni. Ma l’incertezza statistica e la biologia favorevole non sono la storia completa. 

L’articolo è tutto da leggere, non senza tuttavia un po’ di spirito critico, però mi soffermerei in particolare sul paragrafo titolato Fare di più con meno, perché è innegabile che nel mondo occidentale, malgrado i forti tagli di questi ultimi anni al settore sanitario connessi all’ideologia neoliberista, esistono sprechi di fronte a carenze, per una errata distribuzione delle risorse disponibili. Difficile negare nei paesi ricchi un’organizzazione verticalista e centralista della sanità che ha privilegiato le grandi strutture ospedaliere e penalizzando la medicina territoriale di base, con i guai che ciò ha provocato fino ad oggi. Ivan Illich aveva scritto già più di 40 anni or sono che una competenza medica generale di base era più importante della moltiplicazione dei tecnici di alto livello, e che di fatto le due cose erano inversamente proporzionali. Aveva usato un’espressione che fece storcere la bocca a molti: <<deprofessionalizzare la medicina>>, ma che significa proprio questa proporzionalità inversa.

L’articolo, riferendosi soprattutto all’Africa, nota inoltre come la collaborazione intergovernativa sia stata più praticata di quanto non lo sia stata in occidente. Il tema è vasto e necessiterebbe approfondimenti e alcuni distinguo, che però non rientrano negli obbiettivi di questo rapido excursus.

Un tempo la gente aveva maggiori nozioni pratiche sulla propria salute, espressa magari in detti o proverbi popolari, oggi svalutati come credenze nefaste. Una intervista molto significativa riportata poco chiarisce l’importanza di questa coscientizzazione di base relativa ai problemi della salute.

Riprendiamo la lettura:

Si dice che la necessità sia la madre di tutte le invenzioni: dove il denaro scarseggia, l’ingegnosità abbonda. Questo è stato vero durante Covid-19 come in qualsiasi altro momento, ed è un’altra lezione che il mondo sviluppato farebbe bene a prendere in considerazione.

All’inizio della pandemia, il Senegal ha iniziato a sviluppare un test Covid-19 della durata di dieci minuti che costa meno di 1 dollaro USA e non necessita di sofisticate apparecchiature di laboratorio. Allo stesso modo, gli scienziati in Ruanda hanno sviluppato un algoritmo intelligente che ha permesso loro di testare molti campioni contemporaneamente unendoli insieme. Ciò ha ridotto i costi e i tempi di consegna, portando infine a più persone sottoposte a test e a costruire un quadro migliore della malattia nel Paese. […]

Il Cile ha creato un test per il coronavirus a basso costo e non brevettato, consentendo ad altri Paesi con poche risorse di beneficiare della tecnologia. […] La capacità di affrontare problemi complessi in condizioni di risorse limitate è un punto di forza che può essere utile per tutti, in particolare considerando l’impatto strabiliante della pandemia sulle economie ad alto reddito.4

Parlando delle politiche sanitarie dei governi dei paesi meno avanzati5, restiamo però nel campo concettuale della medicina occidentale impiegata con minore intensità tecnologica e finanziaria, anche se alcuni esempi molto particolari offerti ad es. dal Madagascar6 o dalla Tanzania7 meriterebbero una certa attenzione.

Vorrei riferire una esperienza personale che ritengo significativa sul come in campo medico il virus tecnologico (mentale questa volta) sia entrato in occidente anche all’interno di un certo progressismo. Nel 2002 fui richiesto da una delle più prestigiose organizzazioni mediche di base italiane di procurare un incontro col vescovo Samuel Ruiz, già mediatore in Chiapas del conflitto fra Governo messicano ed Esercito Zapatista insorto. L’incontro avvenne in Toscana in occasione di una visita in Italia di don Samuel. La proposta dell’organizzazione era di realizzare appunto in Chiapas una clinica chirurgica di alto livello per problemi cardiaci. La cifra della costruzione era ovviamente consistente e la detta organizzazione aveva fretta di concludere per non perdere il finanziamento ricevuto. L’obiettivo, benché nobile, rivelava la completa ignoranza della realtà del luogo e avrebbe ovviamente avuto come beneficiaria una ristretta fascia sociale, prevalentemente elitaria. Ruiz contropropose invece di impiegare il denaro per creare una rete sanitaria di base per prevenire le numerose morti per mali abbastanza comuni. La cosa non parve interessante ai rappresentanti dell’organizzazione italiana che ritirarono l’offerta seduta stante. Una intervista che riporto poco oltre chiarisce significativamente le ragioni della posizione di Ruiz.

 

Covid-19 e medicina dal basso

Un amico peruviano, un cattedratico ma lottatore sociale sul campo, cioè con “maniche rimboccate”, al quale a marzo del 2020 avevo rivolto via mail la domanda di come venisse affrontata la pandemia sulle Ande, mi rispose sostanzialmente così: <<La gente si sta riunendo nelle proprie chacra per affrontarla comunitariamente>>. La risposta può essere compresa solo a metà da chi non conosca cosa è la chacra andina, per cui vale la pena cercare di spiegarla anche se in modo un po’ formale. Secondo la definizione che ne ha dato questo stesso amico in un libro:

La chacra è la porzione di terra dove il contadino nutre e circonda di cure le piante, il terreno, l’acqua, i microclimi, e alleva gli animali. In senso lato, il termine chacra indica tutto ciò che è nutrito, allevato, coltivato; i contadini dicono che il lama è la loro chacra ambulante, su cui raccolgono la lana. Noi stessi siamo la chacra delle huacas o divinità che vegliano su di noi, ci istruiscono e ci accompagnano>> (Julio Valladolid)8.

“Nella chacra vive l’ayllu, che è una comunità formata da un gruppo di persone legate da rapporti di parentela. A questa comunità appartengono non solo gli esseri umani, ma anche gli elementi naturali del luogo e le divinità locali”.9

In definitiva chacra e ayllu sono realtà intimamente fuse e sono la cellula base della società. Raccontare che in alcuni villaggi al rapporto di parentela appartengono anche le patate vecchie in attesa di semina, quelle della specie che si è meglio integrata nella chakra10, tanto da essere definite “suocere” in alcuni villaggi, qui da noi si può venire presi per ritardati mentali. Questa è la sabiduria (Saggezza, nota del Giga) in una delle prime regioni del mondo dove fra 8 e 10 mila anni or sono nacque l’agricoltura.

Una raccolta interessante di testimonianze del giornalista Raúl Zibechi su come la pandemia sia stata accolta da comunità di base latinoamericane è reperibile sul sito comune-info.net.

Per concludere questa breve carrellata segue una significativa intervista che lo scrivente ha fatto al dott. Cippi Martinelli che da 26 anni esercita la sua professione nelle comunità indigene del territorio degli Altos de Chiapas.

 

INTERVISTA AL DOTT. CIPPI MARTINELLI, IN CHIAPAS DAL 1996

In Nemesi Medica Illich ha scritto che ogni cultura ha il proprio concetto di salute, di malattia e di cura. Se questo è vero, come sono configurati questi concetti nella regione maya in cui operi? E come si sposano con la tua visione di medico occidentale, proveniente da un diverso mondo culturale nel quale il rapporto personale fra medico e malato è stato sostituito da un intervento più ‘tecnico’ e spersonalizzato ed il paziente, da soggetto che ‘si aiuta a guarire’ è trasformato in oggetto il cui corpo è da ‘riparare’, come una macchina?

I concetti di «salute» e di «malattia» sono, qui su queste montagne de Los Altos de Chiapas, assolutamente difficilissimi da esprimere e da configurare. Ricordo un momento di molti anni fa’ quando ci venne chiesto da parte delle allora «Autorità Indigene della Salute Autonoma» di esprimere in un documento cosa si dovesse intendere per «salute». Anche per loro era difficile capire cosa significasse «stare in buona salute»!

Passammo più di tre giorni, io e alcuni promotores de salud (lavoratori della salute comunitaria, nota del Giga) più esperti, a cercare di mettere giù questo concetto, e, alla fine… non ci riuscimmo. Sì, perché è certo che nelle comunità indigene lo star bene o lo star male non si riferisce mai solo alla presenza o meno di uno stato patologico legato ad una malattia. Comprende tutta una gamma di situazioni personali e collettive, sempre collegate tra di loro. Racconto, nel mio Eternamente Straniero, di questa donna molto anziana che per rispondere alla mia semplice (per me!) domanda circa la sua età, cominciò a raccontarmi tutta la sua vita… per lei era impossibile spiegarmi quanti anni avesse… con un numero! E questo riguarda anche le malattie. Quindi capite bene che noialtri, «operatori della salute», non dobbiamo mai, per fare una diagnosi corretta e scegliere quindi una terapia, limitare lo studio della persona solo verificando i suoi sintomi e i valori dei «segni vitali», o i dati di laboratorio. È assolutamente indispensabile dover fare tutta un’indagine conoscitiva, non solo sulla stretta infermità che presenta, ma su tutta la persona, sull’ambiente in cui vive, sui dolori che prova in seno alla sua famiglia e anche all’intera comunità da cui proviene. Credo sia chiaro, insomma, quanto sia totalmente differente per la nostra cultura occidentale approcciarci allo stato di «salute» di una persona.

Pochi giorni fa ho visitato un uomo per una vistosa ernia inguinale e gli ho proposto l’intervento chirurgico programmandolo per questa settimana. «No doc, mi ha risposto, siamo in luna calante, e la chirurgia non riuscirebbe, la ferita non cicatrizzerebbe bene…».

Scusa se insisto su Illich, ma sto lavorando a un libro in cui vari cultori del suo pensiero tentano di applicare la sua analisi per una «transizione» ragionevole attraverso questa pandemia. Egli auspicava una certa «de-professio­naliz­za­zio­ne della medicina» nel senso di aumentare la cultura medica di base anziché puntare freneticamente sulle specializzazioni. Se non sbaglio potenziare questa cultura di base è la scelta strategica che voi avete privilegiato. Puoi confermare e specificare meglio?

Certamente! Però, intanto devo districarmi nei meandri della espressione «de-professionalizzazione della medicina». Vedi, devo prima di tutto spiegare, o almeno cercare di spiegare la mia posizione circa il «professionalismo della medicina», e non è facile. Non è facile perché fin dai tempi in cui lavoravo in un Policlinico Universitario, quello di Napoli, dell’Università Federico II, ho sempre avuto problemi con questa espressione… «professionalità». Poi, quando arrivai in queste terre, a poco a poco misi a fuoco i miei dubbi e le mie perplessità. A Napoli, camminando per le tortuosità della carriera universitaria, incontravo problemi sempre più grossi nel riconoscermi nelle dinamiche relative alle differenze tra «fare il medico» e «incoronarmi del titolo di ‘medico’». Sicché, poco a poco, mi circondai di giovani studenti ancora immuni, la maggior parte, da appetiti di «professionalità» future e dalla voglia di raggiungere obbiettivi sociali ed economici che potessero diventare il frutto più concreto del loro lavoro di apprendimento. Certo, non fu facile, perché la nostra piccola comunità di medico ricercatore e di giovani studenti non era certo ben vista, anzi, era guardata con sospetto, da parte dei medici del mio Dipartimento e dalle autorità accademiche della Facoltà. Però fu con loro che raggiungemmo dei bellissimi traguardi assistenziali e di ricerca. Sì, mi rendo conto e chiedo venia se sto cadendo ‘violentemente’ nel personale, ma questo mi aiuta a rispondere con più chiarezza alla domanda.

Quando arrivai qui in Chiapas, fui subito accolto da forti manifestazioni di riconoscenza, fui subito vezzeggiato da tutti. Arrivava il medico! Uno straniero che veniva ad aiutarci! Uno che sapeva molto!

Inizialmente il mio sforzo più grande fu quello di… ‘smitizzarmi’ e dimostrare non a parole, ma con i fatti, che volevo… fare il medico finalmente! E la mia gioia più grande fu quando finalmente riuscii a farmi capire, a far capire cioè che il mio lavoro sarebbe stato fruttuoso per la gente solo se fossi riuscito a lavorare, nell’as­si­stenza e nella didattica, insieme ai giovani promotores de salud, e alle persone più esperte di cura delle malattie che erano presenti in tutte le comunità. Loro pensavano di saperne molto meno di me. Io mi accorsi subito che ne sapevo molto meno di loro. E fu così che nacque un meraviglioso lavoro di costruzione e di apprendimento reciproco. Partendo dal basso, e riuscendo con convinzione profonda a riconoscere la vera Professionalità, per esempio nel guaritore el Huesero11, lui che riusciva a ricomporre una frattura con apparentemente semplici e leggeri movimenti delle mani, senza avere mai avuto la ‘opportunità’ di leggere e studiare concetti di anatomia…

Quali sono le malattie più comuni e che risultato avete ottenuto grazie alle vostre scelte?

Bene, anche qui devo fare un distinguo, perché negli anni ci sono state molte variazioni sul tema. Inizialmente (ti parlo degli ultimissimi anni del passato millennio e dei primi dell’attuale) le principali malattie e, spesso, le cause di morte, erano legate ad infezioni gastrointestinali per parassiti. L’acqua che si beve nelle comunità viene direttamente dalla fonte naturale, el Manantial, però nel suo cammino verso le zone abitate si mescola con canali di acqua «nera» che provengono dai numerosi quartieri militari del­l’e­sercito messicano, e comunque da tutte le comunità che attraversa, dove non esiste nessun sistema di fognature. Poi malattie respiratorie, specialmente nelle donne, perché in ogni abitazione, per lo più ultrafatiscente, fatta di pareti di tavole di legno con un incerto tetto di lamiera, la maggior parte del tempo si passa intorno a un focolare centrale, all’interno della ‘casa’, a cucinare un poco di fagioli e a fare tortillas. E, sempre in tema di malattie delle donne, problemi ostetrici, infezioni e mortalità post partum, e una grossa mortalità neonatale. Poi la malaria, e la T.B.C., queste le cause di malattia e morte in quegli anni.

Con il passar del tempo, grazie alla creazione, organizzazione e sviluppo di un Sistema Autonomo di salute le cose stavano andando migliorando, grazie anche agli infiniti corsi di formazione dei promotores de salud, alle riunioni organizzate perennemente in ogni comunità sulla prevenzione delle malattie (tecniche semplici di disinfezione dell’acqua, lavoro di affiancamento alle levatrici delle comunità, las parteras, ecc.).

Ma negli anni a venire le cose tornarono a complicarsi con un altro tipo di malattie. Grazie allo sviluppo della Rivoluzione Zapatista, e cioè allo sviluppo dell’Autono­mia, le condizioni economiche all’interno delle comunità andavano migliorando, però questo favoriva anche un cambiamento, che io definisco nefasto, delle abitudini alimentari della gente. I piccoli negozietti di vendita varia (las tiendas) crescevano di numero in ogni comunità, e il sistema capitalista, basato sul consumismo di sostanze molto economiche ma anche molto dannose, non perse l’oc­casione di gettarsi a pesce su questo affarone. Così entrarono rapidamente nell’uso quotidiano delle famiglie alimenti chimici e adulterati, cibi in scatola di pessima qualità, buste di schifezze varie, e soprattutto la Coca Cola, oltre a una gamma sterminata di bibite artificiali spesso di indubbia provenienza, ma comunque ricche di zucchero, coloranti e sapori artificiali, che ben presto sostituirono, almeno in parte, la povera, poverissima, ma sana alimentazione della gente delle comunità.

Poi ci invase l’era dei telefonini, e le grosse imprese messicane di telefonia non si fecero pregare ad inchiodare dappertutto le loro grosse antenne di trasmissione. Quindi son cominciate ad apparire, in forma sempre più presente, altre malattie come diabete, leucemia e altre moltissime forme di cancro, prima assolutamente assenti.

Come le curiamo? Con le stesse forme di sempre, dando molto spazio alla medicina naturale, lavorando in collaborazione con i curanderos (guaritori, nota del Giga), e continuando nei limiti del possibile alla formazione di giovani generazioni di promotores de salud, che restano la nostra più grande risorsa.

Ricordo come a Lucca parlasti con entusiasmo delle e dei giovanissimi che operano come promotrici e promotori di salute, della loro capacità di acquisire la professionalità necessaria e del loro spirito di ‘servizio’ alle loro comunità. Vuoi ricordarlo qui?

Con piacere! Questi ragazzi e ragazze che entrano nel lavoro della salute sono la vera essenza dei progressi che si sono attuati in tutti questi anni. Sono giovani, a volte giovanissimi, ma tutti motivati fortemente. In genere vengono nominati dalle comunità da cui provengono, a volte è una loro scelta specifica e personale. La gran parte di loro proviene da famiglie di militanti della rivoluzione zapatista, e son cresciuti ascoltando i discorsi dei loro genitori o fratelli maggiori, per cui hanno, molto più chiaro di quel che possa sembrare, un’idea precisa dell’importanza che il loro lavoro sia di grande valenza e importanza per la propria gente, e per la lotta del popolo. Certo, arrivando tra noi, si scontrano con tutte le difficoltà relative a questo lavoro, di fatto abbandonano la loro famiglia in età adolescenziale. I nostri ritmi di lavoro non concedono pause, tutta la giornata è articolata in vari turni, a parte le ore di lezione tutti sono occupati al lavoro nelle varie aree. Dalle visite mediche negli ‘ambulatori’, alla farmacia, alla pulizia, alla cucina, ecc.

Un lavoro duro, a volte massacrante, e ‘a tempo pieno’, come diremmo noi. Nel senso che una volta entrati nel Sistema di Salute, vivranno nella clinica o nei centri di salute definitivamente. Solo di tanto in tanto, se possibile, potranno godere di un permesso di pochi giorni per rientrare in famiglia. La loro vita diventa completamente dedita a curare la gente. Hanno tutti una grandissima voglia di imparare, e dimostrano una grandissima capacità di apprendimento, anche se molti di loro non hanno superato la terza elementare. Per questo il nostro sistema d’insegnamento è soprattutto ‘pratico’ e la teoria viene dopo. Ma soprattutto insistiamo tenacemente nei tentativi di sviluppare la «medicina di base», che comunque sia è quella che ci permette di raggiungere i maggiori risultati.

Abbiamo avuto modo nei mesi scorsi di scambiare informazioni via mail sui gravi problemi posti dall’attuale pandemia alle comunità indigene. Hai parlato di positivi protocolli «scalzi» (se posso usare questa parola) che hanno avuto un certo successo e ho anche letto su qualche pubblicazione di «manuali» su come affrontare la malattia elaborati in alcune comunità, come ad esempio la Colectividad Nichim Otanil. Cosa sai dirmi di questa autodifesa organizzata dal basso ricorrendo alle risorse biologiche del territorio?

Allora, qui dovrei aprire una larghissima parentesi, cominciando anzitutto a continuare a cercare di spiegare il concetto di «malattia» per questa gente, o almeno il modo in cui si affrontano le «malattie». C’è sempre, alla base, un atteggiamento che noi occidentali definiremmo semplicemente «fatalismo», e questa espressione è molto, molto riduttiva. In queste terre, l’ammalarsi di qualcosa è assolutamente parte della vita, un evento che fa parte del «normale». Devo citare ancora una volta il fatto che ai bambini al di sotto dei tre anni circa non si dà nome… perché si è abituati al fatto che molti di loro muoiono prima di quest’età. E per scendere a problemi più… ‘semplici’, una persona con diarrea non viene quasi mai a chiedere una visita, nella clinica o nel piccolo centro di salute della comunità. La diarrea è parte della loro vita, così come una difficoltà a respirare, o, tanto per fare esempi, una situazione di stanchezza, ecc…

Non ricordo chi abbia detto che «la vita è una lunga malattia che finisce con la morte», una frase che, a noi che non abbiamo la pelle color della terra, suona tremendamente negativa; però qui è proprio così!

E allora, tornando alla tua domanda circa le difese, biologiche e non, messe in campo in questa pandemia, non è stato per niente facile, anzi difficilissimo, sensibilizzare la gente di fronte a questo nuovo pericolo. Una grossa mano ci è stata data dal Comando Generale dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), che ha immediatamente preso una grossa iniziativa, quella di dichiarare in allarme rosso tutte le zone sotto il suo controllo. Nessuno poteva uscire o entrare nelle comunità (una specie di lock-down), ma specialmente chi rientrava nella propria comunità da zone turistiche era obbligato a osservare un periodo di quarantena prima di raggiungere la propria famiglia. (Sai bene che molti giovani ‘emigrano’ nelle grosse zone turistiche come Cancun, Playa del Carmen, ecc., per vendere prodotti d’artigianato e quant’altro).

Ma quello che ha salvato la maggior parte delle persone è stato, anche in quest’occasione, il lavoro dei promotores de salud. Abbiamo capito subito che l’unico sistema era quello di andare casa per casa, dove ci fossero segnali di malattia per Covid. Certo un lavoro difficile e pesante, perché, come ti dicevo, qui in ogni famiglia c’è sempre, tutti i giorni, qualcuno che ha un problema respiratorio, una bronchitella, un raffreddore con febbre… però siamo riusciti ad organizzarci. Abbiamo costruito un protocollo «scalzo», come dici tu, e siamo riusciti a dotare ogni gruppo di promotores di un «oximetro» (grazie anche agli aiuti ricevuti dall’Italia), cioè di quel piccolo apparecchietto che permette di valutare la presenza di ossigeno nel sangue, e quindi di far diagnosi… perché tutte le diagnosi sospette per coronavirus le abbiamo fatte e continuiamo a farle su base clinica, cioè sullo studio dei sintomi… e basta. In Chiapas effettuare un «tampone» è solo possibile a chi ha le possibilità economiche di viaggiare fino a Tuxtla Gutierrez, la capitale dello Stato, dove in un laboratorio privato ti fanno pagare una somma esorbitante, quindi capisci bene che questo non era e non è assolutamente alla portata della gente delle comunità indigene. Quindi, e comunque, fatta la diagnosi i promotores tornavano a visitare il paziente almeno due volte al giorno e a controllare l’andamento della malattia. In caso di peggioramento, e quindi di necessità di collegarlo a una bombola di ossigeno, insomma di trasferirlo nell’ospedale più vicino, San Cristóbal, Tuxtla o Tapachula, incontravamo enormi problemi. La persona, e tutto il suo ambito familiare, rifiutavano fortemente il trasferimento in un ospedale «del governo», rifugiandosi in quello che noi definiremmo molto limitatamente «fatalismo». Isolare il malato? Attuare tutte le misure di riduzione del contagio? Impensabile! Nelle abitudini della comunità è impossibile pensare di lasciar sola la persona che soffre. Si innesca ‘automaticamentei un meccanismo di intervento del guaritore, della persona che conosce l’uso di piante medicinali, di preghiere e veglie che comunque hanno sempre affiancato, e mai ostacolato, il lavoro nostro e dei promotores de salud. Intanto abbiamo messo a punto e utilizzato con successo un protocollo di cura, utilizzando farmaci di facile reperibilità e di costo accessibile… e insomma… finora ce l’abbiamo fatta…

Per concludere hai qualcosa da dire ai tuoi amici italiani immersi in una caotica ‘comunicazione’ dall’alto e sconcertati di fronte a una campagna di paure? ​

No, in verità non mi sento di poter dare nessun aiuto alla gente d’Italia in questo durissimo momento di guerra, di assalto alla vita delle persone, di stravolgimento delle abitudini di ‘vita’ e di lunghi e pesanti momenti di paura causati dall’ennesimo virus di passaggio. Un virus più violento di tanti altri, che ha potuto magnificare la sua violenza grazie alla impreparazione della gente di fronte a un imprevisto cataclismatico, ma che in effetti era molto più prevedibile di quello che sembra. Non voglio entrare in discorsi contro quella che considero la vera causa di questa disfatta che continua e continuerà ancora a fare vittime, riconoscendo nel sistema capitalista il vero colpevole di questa strage planetaria. No, non tocca a me farlo. Però, per non deluderti, riesco solo a dirti che se le persone, in Italia e in molte altre parti del mondo, riuscissero a trovare nel fondo delle proprie coscienze, per la maggior parte obnubilate, la forza per ‘riumanizzarsi’ e ritrovare la voglia di vivere le proprie vite, e di collettivizzare i problemi legati a questa pandemia (nel caso specifico) e di tutti i VERI problemi dell’e­si­stenza, beh, questo sarebbe il cammino giusto.

Non mi dispiacerebbe se qualche persona di buona volontà, alla fine di questa lettura, volesse fare una piccola donazione, anche solo di 10 E (il costo presumibile di una dose di cura contro il Covid-19) sul ccp di Cippi qui in Italia:

Giuseppe Martinelli, Banco Posta n. 27879782 , Iban IT19U0760103400000027879782.

Aldo Zanchetta

 

NOTE:

1 Autori dell’articolo Maru Mormina*, Ifeanyi M Nsofor** sul giornale telematico The Conversation (* Senior Researcher and Global Development Ethics Advisor, Università di Oxford;** Senior Atlantic Fellow in Health Equity, George Washington University.) Per leggere l’originale vai qui.

2 N.d.T.: Così ad es. a Timor Est, in Buthan, in Laos e in Cambogia ad oggi, a fronte di pochi casi di infezione, non si è registrato alcun morto per Covid-19.

3 N.d.T.: Paese in cui i due autori, dai nomi presumibilmente africani, presumibilmente vivono e lavorano.

4

5 Mi scuso di questa espressione ma ormai il nostro linguaggio non ha più modo di parlare correntemente di realtà diverse se non con linguaggio comparativo dove le scale di confronto sono il livello tecnologico o quello monetario. Anche definirli meno ricchi è mistificatorio perché non sono meno ricchi ma vengono sistematicamente defraudati delle loro ricchezze.

6 Covid-19 à Madagascar: le gouvernement refuse les vaccins et préfère les remèdes locaux,

http://www.agenceecofin.com › sante

7 Covid-19: la Tanzania è benedetta da Dio o bugiarda? By Leopoldo Salmaso

8 Pratec, Cosmovisioni. Occidente e mondo andino, Mutus Liber, Riola (BO), 2015.

9 Cosa possono insegnare i Paesi in via di sviluppo ai Paesi Ricchi su come affrontare una pandemiait.businessinsider.com › paesi-in-via-di-sviluppo-insegnare

10 In Perù esistono oltre tremila tipi di patate, diverse per sapore, forma, colore, adattabilità per tipo di terreno, di conservazione, modalità di cucina etc.

11 Huesero, il ‘riparatore’ di ossa (huesos).

Venezuela: alcune riflessioni sulle elezioni parlamentari

di Marco Consolo

  • In base alla Costituzione venezuelana, lo scorso 6 dicembre si sono tenute elezioni per il rinnovo della Asamblea Nacional – AN (Parlamento) che si dovrà insediare il prossimo 5 gennaio. Hanno partecipato 107 partiti: 30 nazionali, 53 regionali, 6 organizzazioni nazionali dei popoli originari e 18 organizzazioni regionali.Dei 107 partiti, 98 sono collocati all’opposizione, e solo nove a favore del governo bolivariano.Come parte della trasparenza del processo, il Potere Elettorale (CNE) ha contribuito a organizzare 3.500 incontri nelle sei regioni del paese con popolazione nativa.

A differenza delle elezioni negli Sati Uniti, in Venezuela a poche ore della chiusura dei seggi, si conoscevano i risultati. Il bollettino del CNE indicava che dei più di 20 milioni di elettori abilitati,  avevano votato 6.251.080 persone, con una partecipazione del 31% degli elettori iscritti. Una lezione di modernità ed efficienza al mondo intero.

  • Il Gran Polo Patriottico (GPP), un’alleanza che raggruppa il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e altri partiti che appoggiano il governo bolivariano, ha ottenuto 4.276.926 voti, che rappresentano il 69% dei voti espressi.

Nell’opposizione di destra è emerso un nuovo referente politico-elettorale. L‘Alleanza Democratica, composta dai partiti di opposizione Acción Democrática (AD), Copei, Cambiemos Movimiento Ciudadano (CMC), Avanzada Progresista (AP) ed El Cambio (partito di Javier Bertucci), ha ottenuto 1.095170 voti (17 72%). Il processo elettorale segna così il ritorno di due partiti tradizionali della quarta repubblica, AD e Copei, sulla scena politico-elettorale: AD con 419.088 voti (7,08%) si posiziona come il  partito del cosiddetto G4 che ha mantenuto un suo capitale politico. Da parte sua, Copei ha ottenuto 170.589 voti (2,88%).

Sempre a destra, la coalizione Venezuela Unida, un’alleanza composta dal partito Primero Venezuela (scissione di Primero Justicia), Voluntad Popular (VP) e Venezuela Unida, ha ottenuto 259.450 voti (4,15%).

Da sinistra, il Partito Comunista del Venezuela (PCV) per la prima volta ha presentato una lista autonoma dal GPP: Alternativa Popolare Rivoluzionaria – APR, (divisione di una piccola parte del GPP), ha ricevuto 168.493 voti  (2,73%). Non c’è stata quindi la sorpresa che si aspettava da questa nuova opzione politico-elettorale. Il PCV avrebbe potuto ottenere più seggi in alleanza con il GPP, confermando che le scissioni elettorali del chavismo hanno uno spazio minimo.

Il 9 dicembre si sono svolte le elezioni dei 3 deputati rappresentanti dei popoli originari, con lo sviluppo di un organo normativo e un programma speciale nel rispetto delle loro tradizioni e costumi.Il resto dei voti (405.017) è andato ad altre liste minori.

  • Tra i dati rilevanti di queste elezioni, vi è quindi l’emergere di nuove forze di opposizione, che hanno esordito nella politica nazionale conquistando seggi in Parlamento. Molti di questi partiti, sebbene provengano da divisioni di altre organizzazioni anti-chaviste, hanno cercato di occupare gli spazi che gli astensionisti hanno lasciato.

I risultati consegnano al GPP una maggioranza schiacciante dei seggi parlamentari, e chiudono così il ciclo politico dell’uscente Assemblea Nazionale a maggioranza dell’opposizione.

  • Gli osservatori internazionali (e quelli nazionali) hanno potuto visitare qualsiasi seggio elettorale, in qualsiasi momento. Tra loro, José Luis Rodríguez Zapatero, ex Presidente del governo spagnolo, che ha sottolineato le troppe volte in cui il sistema elettorale è stato messo sotto accusa senza neanche conoscerlo. Da parte loro, gli osservatori internazionali del Consiglio degli Esperti Elettorali dell’America Latina (CEELA) hanno sottolineato la qualità, l’efficienza, la trasparenza e la verificabilità del processo elettorale, in condizioni di bio–sicurezza, nonostante le enormi difficoltà economiche che il Venezuela deve affrontare a causa delle “sanzioni” statunitensi e della UE.
  • In termini simbolici, il 2020 si chiude per il Venezuela come l’anno in cui la strategia dell’amministrazione statunitense è fallita: Trump aveva promesso di rimuovere Maduro dalla presidenza, ma è Trump che se ne va. Le elezioni significano la sconfitta, per ora, della politica della Casa Bianca contro il Venezuela, ed una battuta d’arresto dei piani di aggressione militare del Pentagono.

Escono sconfitti anche i settori dell’opposizione golpista: non ha pagato la loro strategia astensionista per delegittimare il processo elettorale (l’ennesimo errore evidente). Risibili le loro denunce di brogli ancor prima della chiusura delle urne, visto che il sistema elettorale è stato identico a quello delle elezioni dell’Assemblea Nazionale nel 2015, che l’opposizione ha vinto.

  • In realtà, è stata proprio la partecipazione a far fallire l’ennesimo tentativo di destabilizzazione, secondo la strategia già utilizzata in Bolivia per sbarazzarsi di Evo Morales, con denunce di brogli prima che fossero chiuse le urne. La partecipazione esprime la condanna verso il settore dell’opposizione golpista guidata da Juan Guaidò, che scommette sull’intervento straniero e chiede a squarciagola il bloqueo contro il Paese. Le persone che hanno votato lo hanno fatto per l’indipendenza e la pace.
  • La partecipazione alle elezioni può essere definita bassa in termini puramente matematici e comparativi, rispetto ad altre elezioni in Venezuela. Ma il dato va oltre la matematica visto il contesto che sta attraversando il Paese. Milioni di persone hanno resistito ad apatia e astensione, alle azioni di “massima pressione” straniera, e ciò rende significative queste cifre, oltre la semplice matematica.

In un sistema presidenzialista, l‘astensione alle elezioni parlamentari è stata storicamente significativa. Nel 2005, nel miglior scenario della Rivoluzione Bolivariana (con Chávez Presidente, con un prezzo del barile di greggio che superava i 100 dollari, senza problemi di benzina, senza pandemia, con una serie di misure a favore della popolazione, etc), la partecipazione è stata del 25%. Le due elezioni con più voti sono state quelle del 2010 quando ha votato il 66,45% della popolazione e quelle del 2015 (74%), che hanno dato la maggioranza all’opposizione. Oggi sono molteplici i fattori che hanno influenzato la partecipazione, e bisogna leggere il dato tenendo conto di condizioni molto più avverse:  il pesante impatto del bloqueo economico; una situazione di crisi sociale ed economica che provoca malcontento diffuso; il grave danno ai servizi pubblici del Paese; la caduta della produzione nazionale di combustibili, che incide gravemente sulla mobilità; il contesto della pandemia; la migrazione in uscita di elettori registrati; l’appello all’astensione da parte del settore di opposizione al servizio degli Stati Uniti,  che ha convinto una parte dell’elettorato.

  • L’astensione non è un quindi dato da celebrare, e rivela un problema che il governo bolivariano, il Partito Socialista Unito del Venezuela e le forze politiche alleate dovranno affrontare e risolvere il prima possibile. L’astensione riflette, inoltre, il crescente divorzio di molte persone dalla politica, un divario tra i problemi quotidiani delle persone e la comunicazione politica.Insieme ad una chiara richiesta popolare di soluzioni urgenti dei molti problemi economici e sociali del Paese. I problemi del socialismo del secolo scorso, presentano il conto  anche nel “socialismo del XXI°secolo”.
  • Da più parti, è stato ricordato che, nelle stesse ore in cui i Venezuelani eleggevano i loro deputati, in Romania (Paese dell’Unione Europea) ha partecipato lo stesso numero di elettori (32%).Ma mentre i risultati rumeni sono riconosciuti, quelli venezuelani no, con il pretesto della scarsa partecipazione. Qualche mese fa, quando in Costa Rica nelle elezioni municipali aveva partecipato il 24% di elettori, la “comunità internazionale” non ne ha messo in dubbio la legittimità.Né lo ha fatto con diversi attuali Presidenti dell’America Latina, eletti con una bassa percentuale di voti, come nel caso di Sebastián Piñera in Cile, che ha vinto le elezioni presidenziali del 2017 con meno del 30% della partecipazione.

Nella UE, ben 9 paesi hanno fatto registrare una partecipazione inferiore al 40% nelle elezioni al Parlamento europeo del 2019 e 4 di loro una partecipazione minore di quella venezuelana:  Repubblica Ceca (28,72%), Slovenia (28,89%), Slovacchia (22,74%) e Croazia (22,85%).

Certo il Venezuela bolivariano non è la Slovacchia, nè la Romania, e la partecipazione popolare non si riduce alle elezioni ogni 5 anni. Ma sono dati che devono fare riflettere e riguardano la disaffezione in crescita della popolazione verso la “politica”. Un problema che riguarda molti Paesi e non uno in particolare.

  • Ai fini dell’esercizio e della legalità del nuovo parlamento, per il sistema politico venezuelano il risultato statistico della partecipazione non è un impedimento. Nella Costituzione non ci sono soglie che ne stabiliscano la legittimità, e quindi il prossimo parlamento è autorizzato ad insediarsi e a legiferare. E i promotori di questo falso dilemma sono gli stessi che hanno promosso la “presidenza ad interim” di Juan Guaidó, senza un solo voto elettorale ed al di fuori della Costituzione.
  • Forse il successo più importante in questa scadenza elettorale è proprio la sua realizzazione, a scapito di evidenti pressioni di Stati Uniti e Unione Europea (UE).  Paradossalmente hanno provato a criminalizzare il governo per avere organizzato le elezioni, che hanno in parte rallentato l’assedio più duro che il Paese ha subito nella sua storia repubblicana di oltre 200 anni. La UE aveva cercato di ricattare il Paese, chiedendo addirittura di ritardarle fuori dal periodo costituzionale.
  • Il PSUV continua ad essere di gran lunga la principale forza politica organizzata, con un’importante vittoria elettorale (la n° 23 su 25 elezioni in 21anni). Tuttavia, ha subito un calo nel suo appoggio numerico. Decifrarne le cause è essenziale per le battaglie a venire. D’altro canto, il Presidente Nicolás Maduro, che aveva affermato che avrebbe lasciato l’incarico in caso di vittoria dell’opposizione, è legittimato dal risultato e si è dimostrato, ancora una volta, come la figura politicamente ed elettoralmente più solida del Paese.
  • La nuova amministrazione USA di Joe Biden stabilirà le sue alleanze nell’opposizione secondo i suoi piani contro il governo bolivariano. L’imperialismo metterà in dubbio la legittimità del risultato elettorale, accumulerà forze senza rinunciare alle scorciatoie militari ed eserciterà maggiori pressioni nell’ambito della dottrina dello “smart power”, il “potere intelligente”. Oltre alla strategia in atto di denuncia del Presidente Maduro alla Corte Penale Internazionale per “crimini di lesa umanità”, la destra si appresta ad aprire un nuovo fronte: un possibile “referendum revocatorio” di metà mandato (previsto dalla Costituzione). Il Venezuela nel 2021 continuerà ad essere l’epicentro di una battaglia geopolitica continentale (e non solo) in cui si scontrano la Dottrina Monroe e l’ideologia Bolivariana. La fase richiede un alto livello di coscienza, sia dentro che fuori dal Paese.
  • Ciò richiede al chavismo la costruzione di un’egemonia (in senso gramsciano) capace di riconoscere le diversità esistenti, articolare richieste dal basso, elaborare critiche, sintetizzare aspirazioni nazionali, ripensare la politica e l’esercizio del governo, unire le forze con obiettivi condivisi di trasformazione. Le coincidenze strategiche rispetto a punti fondamentali, come il rifiuto del bloqueo economico e le minacce militari contro il Paese, richiedono la ripresa del dibattito critico e autocritico, basato sull’unità delle opzioni di trasformazione rivoluzionaria. Da più parti si fa appello alle 3 R di Chàvez (revisión, rectificación y reimpulso) per rilanciare il processo bolivariano.

A mo’ di conclusioni

Dopo queste elezioni, nuove sfide si aprono per il Venezuela.

Il Paese ha superato finora i nodi critici della “massima pressione” orchestrati dall’amministrazione Trump. Il governo ed il PSUV hanno il difficile compito di stabilizzare le istituzioni (compreso il Parlamento) a partire dal prossimo anno. Ciò implica nuove possibilità nell’esercizio del governo, in un quadro diverso da quello del gennaio 2016.

Il parlamento eletto può avere un ruolo importante nel riattivare un urgente dialogo nazionale ed internazionale, con la più amplia schiera di soggetti onestamente disposti a trovare una soluzione che rifiuti categoricamente bloqueo e intervento militare.

Non c’è dubbio che la priorità è la battaglia  per eliminare l’applicazione del duro bloqueo, principale punto critico. Senza la sua eliminazione (e lo sblocco dei fondi sequestrati nelle banche internazionali) è illusorio pensare che si possa risolvere positivamente la crisi economica e sociale, in poco tempo o a medio termine.

Ci sarà poi da neutralizzare la farsa della continuità artificiale di Juan Guaidó e del suo entourage di ex-deputati aggrappati alla sedia. Secondo la Costituzione, il loro mandato scade il 6 gennaio 2021. Ma, sotto l’egida degli Stati Uniti, cercheranno di sostenersi a tempo indefinito e al di fuori del periodo costituzionale come “parlamento legittimo”.

Rimane l’incognita della ambigua posizione dell’Italia e della UE. Come ha ricordato lo spagnolo Zapatero, non volendo riconoscere i risultati elettorali, la UE non avrebbe più interlocutori istituzionali a partire dal prossimo 6 gennaio, quando decadrà il vecchio Parlamento e lo stesso Guaidò. L’Unione Europea è chiamata a contribuire al dialogo e non a gettare benzina sul fuoco, suicidandosi politicamente. Ne avrebbe tutto l’interesse, se l’appiattimento a Washington non la accecasse.

Con queste elezioni, la legittimità formale ed essenziale della istituzionalità repubblicana è esplicitamente chiarita. Ora il nuovo parlamento  deve dare risposta alle richieste del Venezuela profondo, quello che ha votato e quello che è rimasto in silenzio. Entrambe hanno ancora urgente bisogno di speranza.

 

 

FONTE: in America Latina, Venezuela da Marco Consolo .

L’interpretazione della crisi venezuelana: Economisti e analisi fuorvianti al servizio di chi?

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, ritiene opportuno effettuare alcune puntualizzazioni in merito al servizio “Studi rivelano i danni delle sanzioni degli Stati Uniti all’economia venezuelana” pubblicato il 19 novembre scorso dalla televisione venezuelana RT (https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true).

Il reportage, formalmente strutturato secondo i canoni convenzionali del buon giornalismo, dopo una presentazione iniziale delle tematiche oggetto di discussione, gli effetti delle sanzioni, propone interviste a due economisti. Il primo, Francisco Rodriguez, definito di opposizione al governo Maduro, tratta l’andamento dell’estrazione petrolifera venezuelana e delle ricadute delle misure restrittive sulla stessa, la seconda, Pasqualina Curcio, filo governativa, affronta la questione degli ingenti danni economici e sociali provocati dalle sanzioni.

Nel video l’economista laureato ad Harvard, in collegamento dagli Stati Uniti, sostiene, con tanto di grafico di supporto, che la caduta dell’estrazione del greggio da parte del Venezuela sia iniziata a seguito delle sanzioni occidentali, imposte quando la quotazione del greggio, dal quale è dipendente l’economia del paese, sono scese sotto quota 30$ al barile. Lasciando intendere, senza affermarlo che la pesante crisi economica che si è abbattuta sul paese sia legata a questi provvedimenti restrittivi che, mossi da finalità politiche, quali la caduta di Maduro, si sono invece purtroppo tradotti in pesantissime ripercussioni sulla vita del popolo venezuelano.

Tabella 1: variazione annua del Pil in America Latina, sue sub-regioni e nei principali paesi

Dati rilevati FmiDati rilevati CepalDati rilevati CepalDati rilevati Cepal
Anno2014201520162017
Brasile+ 0,1– 3,8– 3,6+ 0,4
Argentina– 2,5+ 2,5– 2,2+ 2,0
Venezuela– 3,9– 5,7– 9,7– 7,2
America Latina+ 1,0– 0,1– 1,1+ 1,1
America istmica+ 3,9+ 4,2+ 3,3+ 3,6
Caraibi+ 4,3+ 3,9– 0,8+ 1,2
Sud America+ 0,3– 1,3– 2,4+ 0,6

Riteniamo, in base a fondate ragioni, che l’analisi pur riportando dati e fatti concreti, manchi di completezza. Infatti, la crisi economica del paese era inconfutabilmente iniziata già nel 2014 (tabella 1) allor che la quotazione del greggio da circa 110 $ al barile nel corso dell’anno si era dimezzata a circa 55 $ (grafico 1), spingendo il paese in recessione, a causa della stretta dipendenza della sua economia da questa commodity.

Grafico 1: andamento quotazione del barile di petrolio periodo 2014-2020

Grafico 2: andamento quotazione petrolio e entrate dall’export petrolifero Venezuela (2012-2018)

In base a stime, di economisti venezuelani e non, l’economia del paese e il suo bilancio pubblico entrerebbero in crisi quando la quotazione del greggio scende sotto i 70 $ al barile e proprio da questa soglia che, a nostro avviso, sarebbe stato più appropriato far iniziare l’analisi della genesi della crisi economica venezuelana. Indubbiamente anche la capacità estrattiva, che Rodriguez indica erroneamente iniziare a ridursi dal 2016, ha la sua importanza, infatti, seppur il prezzo del petrolio (grafico 2) riprenda a salire nel 2017, a causa di questo fattore, la recessione continua a rimanere pesante.E, nonostante il trend rialzista prosegua per buona parte dell’anno successivo, a causa della sostanziale invarianza delle entrate dall’export petrolifero anche nel 2018 (grafico 2), il Pil venezuelano diminuisce in quell’anno addirittura del 15,0% portando la contrazione cumulata al 44,3% rispetto al livello del 2013, ultimo anno di crescita prima della recessione.

Tuttavia, anche su questo punto l’analisi evidenzia ulteriore incompletezza, poiché come dimostra il grafico 3, il picco di estrazione venezuelano post crisi 2008-09 era stato raggiunto nel 2011, quindi, anche se fino al 2013 la flessione era stata lieve, non possiamo non rilevare come la contrazione fosse ufficialmente iniziata un lustro prima del 2016 come indicato nel servizio.

Grafico 3: andamento dell’estrazione di greggio e altri prodotti energetici. Venezuela: 1990-2016

Le cause della riduzione fino al momento dell’introduzione delle prime misure restrittive, agosto 2017, vanno ricondotte alle evoluzioni del mercato petrolifero mondiale, nel cui ambito nonostante la domanda fra il 2013 e il 2018 si sia mantenuta quasi costantemente al di sopra dell’offerta, quest’ultima ha continuato ad essere incrementata, a causa sia dei mancati tagli alla produzione in sede Opec+, sostanzialmente per motivi geostrategici, che dell’aumento dell’estrazione delle fonti cosiddette non convenzionali: shale oil e shale gas (grafico 4).

Tale fenomeno ha interessato in primis gli Stati Uniti (grafico 5), i quali hanno praticamente raggiunto a fine secondo decennio, l’autosufficienza energetica e si accingono a diventare nei prossimi anni un paese esportatore (grafico 6), modificando sensibilmente la geografia della produzione energetica a danno soprattutto del Medio Oriente, del Venezuela e della Russia. L’espansione della produzione statunitense, ormai dal 2014 primo produttore mondiale di gas e petrolio cumulati (grafico 7), ha doppiamente penalizzato il Venezuela, da un lato per la riduzione del suo tradizionale import venezuelano, fino al quasi totale azzeramento, dall’altro per l’aumento dell’offerta mondiale.

Per approfondire: https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/petrolio-risorsa-e-conflitti

Grafico 4: andamento della domanda e dell’offerta mondiale di petrolio. Periodo 2013-2018

Grafico 5: estrazione petrolifera convenzionale e di scisto o Shale (Tight) Oil negli Usa (1990-2024)

Grafico 6: andamento import e export di prodotti energetici negli Stati Uniti

Grafico 7: estrazione di petrolio e gas naturale in Arabia S., Russia e Usa. Periodo 2008-2018

Sovrapponendo a questa dinamica del mercato energetico mondiale, le draconiane misure restrittive occidentali, il Venezuela, nonostante abbia cercato di sostituire la domanda statunitense con quella cinese, turca e indiana, ha subito una riduzione di oltre il 50%. dell’estrazione petrolifera fra il 2013, inizio della effettiva caduta, ed il 2018.

Probabilmente il governo Maduro, in carica proprio dal 2013 dopo la morte di Chavez, di fronte alle prime avvisaglie di cambiamento del mercato petrolifero, rispetto alle alte quotazioni salvo la crisi 2008-09 del decennio precedente, avrebbe dovuto impegnarsi in un processo di diversificazione economica e nell’implementare l’incremento della produzione agricola attraverso lo sviluppo dell’agricoltura familiare, contadina e indigena, tradizionalmente produttrici di beni alimentari primari, nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza. Invece, l’economia del paese, anche a causa di situazioni emergenziali (guarimbas e tentativi golpisti), è rimasta profondamente legata alla risorsa petrolifera che ha continuato a rappresentare il 95% del export, il 40% del bilancio statale e il 40% del Pil annuo.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati condanna e chiede la rimozione delle restrizioni unilaterali statunitensi ed europee, economiche, commerciali e finanziarie che stanno causando gravi sofferenze al popolo venezuelano con privazioni di prodotti alimentari e di medicinali, intollerabili soprattutto in questa fase pandemica. Veri e propri atti vessatori disumani e illegali, perché al di fuori del diritto internazionale, verso un popolo che rivendica la propria autodeterminazione e il proprio modello di sviluppo inclusivo cercando di sottrarsi all’imperialismo e allo sfruttamento neocoloniale.

Invitano, inoltre, i governi degli stessi stati a riconoscere la legittimità e la correttezza del processo elettorale di domenica 6 dicembre, realizzato con lo stesso sistema di voto col quale vennero effettuate le legislative del 2015, vinte dal variegato fronte delle opposizioni antichaviste. Coerentemente con la certificazione di regolarità e attendibilità attestata al sistema e al processo elettorale venezuelano da osservatori internazionali, fra cui l’ex presidente Usa Jimmy Carter.

Al contempo invitiamo l’opinione pubblica a non cadere nella trappola dell’informazione mediatica main stream, asservita ai poteri forti e agli interessi imperialistici che, in linea con quanto operato in questi anni, non mancherà di gettare discredito sulla correttezza delle elezioni e sulla legittimità del governo Maduro, quest’ultima invece confermata a netta maggioranza dal’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel settembre 2019.

Tuttavia, non condividiamo, le operazioni analitiche parziali e strumentali che mirano a diffondere informazioni fuorvianti finalizzate a distogliere l’attenzione dai problemi effettivi e a condizionare l’opinione pubblica. Operazioni, di piccolo cabotaggio, che non giovano a far comprendere l’effettiva realtà dei fatti a danno in primis del processo bolivariano e dei suoi sinceri sostenitori.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

7 dicembre 2020

DOPO COVID-19

Sostieni CAMBIAILMONDO

Dai un contributo (anche piccolo !) a CAMBIAILMONDO

Per donare vai su www.filef.info e clicca sull'icona "DONATE" nella colonna a destra in alto. La pagina Paypal è: filefit@gmail.com

Inserisci la tua e-mail e clicca sul pulsante Cambiailmondo per ricevere le news

Unisciti ad altri 1.729 follower

Blog Stats

  • 1.225.022 hits

ARCHIVIO

LINK consigliati

 
 
 
 
 
 
 
 

cambiailmondo2012@gmail.com