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Politica

Questa categoria contiene 1996 articoli

Iniziata la terza guerra del Golfo ?

di Tonino D’Orazio

Cos’è successo domenica 12 maggio nel maggior porto degli Emirati Arabi del Golfo, Fujairah ? Quanti cargo e petroliere sono stati colpiti? Da chi? Il blackout delle notizie è in corso. Solo un paese è capace di impedire il divulgarsi delle notizie, gli Usa. Oltre ai loro velivoli si sono visti sul porto anche quelli francesi. Non sono solo i russi ad aver visto gli aerei volare sopra il porto. Ci sono anche libanesi e alcuni testimoni sul posto.

Non hanno bombardato ma fatto scendere uomini rana addestrati al sabotaggio selettivo oppure lasciate cadere piccole mine-robot pilotate da una IA (Intelligenza Artificiale); le navi non sono affondate ma sono immobilizzate e date alle fiamme. Forse. Alta è la confusione e scarse le notizie. Rimane Internet, ma come fidarsi delle notizie? I media annunciano una serie di esplosioni in un porto degli Emirati.

Le autorità degli Emirati inizialmente negano la notizia, poi il ministero degli Esteri degli EAU (Emirati Arabi Uniti) afferma che quattro navi mercantili commerciali sono state colpite dalle esplosioni, tra cui una norvegese, e che sono state vittime di “operazioni di sabotaggio“, ad est del porto di Fujairah, vicino alle acque territoriali del paese.  Il comunicato stampa del ministero emesso dalla Emirates News Agency (WAM) afferma che questi atti di “sabotaggio” non hanno causato feriti o causato la fuoriuscita di sostanze o carburanti nocivi.

Il governo di Fujairah ha negato, domenica, i resoconti dei media su alcune pesanti esplosioni che hanno avuto luogo nel porto dell’emirato, insistendo sul fatto che il porto funzionava come al solito. All’inizio della giornata, l’emittente al-Mayadeen, con sede in Libano, ha detto, citando i media locali, che diverse esplosioni sono avvenute nel porto di Fujairah. Le esplosioni sono state sentite tra le 4:00 e le 7:00 ora locale, ha riferito l’emittente, aggiungendo che da sette a dieci petroliere erano in fiamme. L’emittente ha continuato dicendo che la vera causa dell’incidente era ancora sconosciuta.

Il porto di Fujairah è l’unico porto polivalente sulla costa orientale del paese ed è collegato con oleodotti a tutti gli altri emirati entro i 300 km. Attualmente, gli Emirati Arabi Uniti stanno costruendo il più grande impianto al mondo di stoccaggio del greggio, a Fujairah, in grado di immagazzinare fino a 14 milioni di barili di petrolio. Il porto si trova a circa 70 miglia nautiche dallo stretto di Hormuz, diventando così sempre più importante tra la minaccia dell’Iran di chiudere lo stretto se non quello statunitense di farlo veramente. Le ultime minacce di Trump sembrano illuminanti. Nel luglio 2012, gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a utilizzare l’oleodotto Habshan-Fujairah bypassando efficacemente lo Stretto di Hormuz. Quindi il messaggio è triplice, piegare gli EAU alle decisioni statunitensi sui prezzi del petrolio, utilizzare solo il dollaro come valuta di scambio e minacciare di blocco militare l’esportazione del petrolio iraniano via mare. La Norvegia non ha ubbidito al blocco statunitense dell’acquisto del petrolio in zona e la sua nave brucia.

Il portavoce della diplomazia iraniana ha chiesto di chiarire immediatamente le esplosioni avvenute domenica 12 maggio all’interno del porto di Fujairah degli Emirati Arabi Uniti perché ritiene che questo incidente sia inquietante oltre che deplorevole, e avrebbe ripercussioni negative sulla navigazione e la sicurezza in mare.  Ha chiesto pertanto la vigilanza dei paesi della regione per contrastare “le trame e le avventure dei malevoli che vogliono minare la stabilità e la sicurezza della regione”.

Per alcune settimane, stiamo assistendo a un impressionante aumento dell’attività militare americana in Medio Oriente perché “temono un attacco dell’Iran”, insomma la solita storia del lupo e dell’agnello. Sta arrivando nell’area la nave da guerra USS Arlington, con a bordo marines, veicoli anfibi, nonché mezzi di atterraggio ed elicotteri convenzionali. Gruppi di combattimento con portaerei, navi da sbarco anfibi, centinaia di droni, jet da combattimento addizionali per non menzionare i B-52 che sono i grandi bombardieri che hanno sempre brillato per la loro finezza chirurgica durante la rasatura di un’intera città con combattenti, uomini, donne e bambini. Ci sono anche batterie di missili Patriot complementari. Questo equipaggiamento si unirà al gruppo d’assalto della portaerei USS Abraham Lincoln e al distaccamento di bombardieri speciali della US Air Force già presenti permanentemente nella regione del Medio Oriente. Senza dimenticare gli ultimi super caccia americani F-35 (quelli che cadono da soli) schierati nei giorni scorsi, che bisogna pur provarne l’efficacia su stati più deboli prima di venderli …

In un clima di tensione esacerbata con Washington, Teheran ha deciso mercoledì scorso di liberarsi di due degli impegni dell’accordo internazionale che gli impediva di acquisire la bomba atomica, visto che, da un anno, il presidente Trump ha denunciato unilateralmente l’accordo sul nucleare, minacciato gli alleati (diciamo i servi) di ritorsioni e intensificato lo strangolamento col blocco economico. In risposta l’Iran ha annunciato che sta cessando di limitare la sua “acqua pesante” e aumentando le riserve di uranio arricchito, invertendo le restrizioni concesse dall’accordo internazionale raggiunto a Vienna nel luglio 2015.

È noto che un Iran nucleare è un incubo per Israele che non vorrebbe intraprendere una guerra contro l’Iran da solo. Anche perché questi ultimi non sono i deboli siriani che non se lo aspettavano. Il sostegno degli Stati Uniti è un ovvio fattore di supporto fondamentale per vincere un conflitto del genere con il minor danno possibile per Israele. Ma bisogna picchiare per primi, come Israele ha sempre fatto, con la copertura dell’amico Usa e i suoi corollari Nato. E’ l’altra storia del gatto e della volpe.

Questa è la prima volta che ci troviamo con diverse navi danneggiate come parte di un’ovvia “missione segreta” a casa d’altri di cui non conosciamo gli autori in questo momento, anche se storicamente sono sempre gli stessi, (toh! Mancano i soliti inglesi!), oppure come sempre, facciamo finta, dando del cornuto all’asino e aspettando le rassicuranti “informazioni” unilaterali per essere sempre dalla parte dei “giusti”. Come si dice: agitare il popolo prima di usarlo e sarà facile dando disposizione ai “fabbricanti di opinioni”. I prossimi 15 giorni saranno probabilmente molto tesi e andremo almeno a qualche episodio di tensione parossistica a livello geopolitico.

Torniamo alla nostra domanda. E’ una messa sotto pressione senza precedenti o preparativi per una guerra totale per tentare di disarmare l’Iran? Con quale giustificazione internazionale? Siamo di nuovo tirati nella partita anche noi? Devono ancora intervenire Cina e Russia?

 

 

(Tonino D’Orazio, 14 maggio 2019)

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Gli uomini di Bannon contro il Papa. Si gira tra la Certosa di Trisulti e Caracas il sequel de “Il nome della rosa”

di Mario Castellano

In un nostro precedente articolo, abbiamo tracciato un parallelo tra i “borsisti” che Steve Bannon riunisce nella “sua” Abbazia di Trisulti, ormai assurta a tutti gli effetti al rango di un Vaticano tradizionalista alternativo ed i “contractors” spediti dal Governo degli Stati Uniti a destabilizzare il Venezuela.

E’ davvero un peccato che Umberto Eco non sia più tra noi: se fosse vivo, ambienterebbe nella Certosa della Ciociaria un “sequel” de “Il Nome della Rosa” ambientato ai nostri giorni: nei panni di Jorge, figurerebbe il “Piccolo Inquisitore” Padre Serafino Maria Lanzetta F. I.: il quale probabilmente troverà a Trisulti l’agognato “ubi consistam”. Continua a leggere

Venezuela e Iran. La preoccupazione dei 5 Stelle. Non è mai troppo tardi per difendere chi è sotto attacco per ragioni solo petrolifere

“Suscita estrema preoccupazione l’atteggiamento aggressivo e militarista che l’amministrazione Trump sta assumendo nei confronti dell’Iran e del Venezuela”. Lo dichiara il senatore M5s Vito Petrocelli, presidente della Commissione Affari Esteri di Palazzo Madama. “In Iran Washington, dopo aver mandato all’aria anni di successi diplomatici sul nucleare e aver qualificato come terrorista parte del suo esercito, sta ammassando forze armate e preparando piani per una guerra che difficilmente rimarrebbe regionale. Continua a leggere

Venezuela: quattro i tentativi golpisti Usa falliti dall’inizio dell’anno.

di Andrea Puccio (L’Avana)

Sono già quattro i principali tentativi da parte della destra estrema venezuelana con l’appoggio del governo Trump di compiere un colpo di stato in Venezuela dall’inizio del nuovo anno, da quando Nicolas Maduro ha assunto la presidenza del paese per aver vinto le elezioni del maggio 2018. Continua a leggere

Fmi e austerity, stavolta tocca all’Ecuador

Il Fondo monetario ripropone la stessa ricetta che ha messo in ginocchio la Grecia, l’Argentina e altri paesi in cambio di un prestito da 4,2 miliardi di dollari. Il sindacato mondiale avverte: l’obiettivo è tagliare il settore pubblico

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Venezuela. Il nunzio apostolico Aldo Giordano a favore del dialogo e della sovranità del Paese. “Questo popolo ha la capacità di risolvere da solo i suoi problemi”

La Santa Sede ritiene che vada rispettata la sovranità del Venezuela e l’auto determinazione del suo popolo. Lo ha affermato il nunzio apostolico a Caracas, arcivescovo Aldo Giordano. “Papa Francesco per quanto riguarda la situazione nel paese è a favore di negoziati e del dialogo”, ha spiegato ai giornalisti il rappresentante vaticano.

“Anche se alcuni non riescono a capirlo, non crediamo nella violenza, non crediamo in altri metodi. Crediamo che le persone, i popoli, abbiano questa saggezza per risolvere i loro problemi in pace “, ha affermato con evidente riferimento alle sanzioni economiche volute dagli Stati Uniti ed alle pressioni anche dell’Unione Europea. Continua a leggere

“La finanza depreda e uccide”. Una lettera del Papa per invitare i giovani al meeting di Assisi su “L’economia di San Francesco”

“Studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda”. Questo Papa Francesco chiede ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo che invita a partecipare all’evento dal titolo “Economy of Francesco”, in riferimento al Santo di Assisi, che si terrà nella città umbra dal 26 al 28 marzo 2020.

“Cari amici vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un patto per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani”. Continua a leggere

La Gran Bretagna ha dichiarato lo stato di “emergenza climatica”. Approvata la mozione di Corbyn.

La Camera dei Comuni anglosassone ha proclamato lo stato di “emergenza climatica”, accettando la mozione che era stata presentata dal leader laburista Jeremy Corbyn: un passo storico per la Gran Bretagna, che diventa così il primo paese al mondo ad aver dichiarato che sì, il problema climatico esiste e va preso di petto.

È chiaro che questa proclamazione non dovrà restare solo sulla carta se si vogliono dare risposte concrete ed efficaci alla sfida dei cambiamenti climatici, ma è un primo passo destinato – almeno in potenza – a cambiare le regole del gioco e a rimettere al centro dell’agenda politica il tema dell’ecologia. Continua a leggere

Gli orrori delle sanzioni Usa al Venezuela, arrivano in Italia e coinvolgono bambini italo-venezuelani

di Agata Iacono*

ATMO Onlus è un’associazione attiva nella lotta al cancro infantile in Venezuela ed è promotrice di un programma di cooperazione sanitaria internazionale che ad oggi ha permesso a 488 pazienti venezuelani e italo-venezuelani (80% in età pediatrica), di curarsi gratuitamente in Italia e di realizzare 397 trapianti di midollo osseo. Continua a leggere

Venezuela: Gli effetti criminali delle sanzioni USA e del sistema finanziario internazionale. (Relazione di Isaias Rodriguez, Ambasciatore del Venezuela in Italia). Anche gli emigrati italiani vittime delle sanzioni.

In occasione del lancio della Campagna Internazionale #TrumpDesbloqueaVenezuela, l’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Julian Isaias Rodriguez Diaz, ha offerto una conferenza stampa internazionale con l’obiettivo di approfondire l’impatto delle misure coercitive unilaterali contro il Venezuela. Continua a leggere

L’assurda riforma pentaleghista della riduzione del numero dei parlamentari

Roma, 7 feb. (FOTO askanews)

di Alfiero Grandi

Forse conquistare palazzo Chigi provoca una forma di ebbrezza che porta alla tentazione irresistibile di cambiare ad ogni costo la Costituzione. Questo ricorda la cerimonia che si svolge in una strada di Hollywood sulla quale, per essere considerato/a star del cinema, occorre lasciare l’impronta delle proprie mani. La modifica della Costituzione voluta da questa maggioranza punta a ridurre il numero dei parlamentari senza alcun riguardo a quale deve essere il ruolo del parlamento, alla sua centralità in una democrazia rappresentativa come la nostra, all’esigenza di stabilire un numero di parlamentari tale da assicurare una rappresentanza adeguata del territorio e delle diverse opinioni politiche. La riduzione del numero dei parlamentari attualmente in discussione ha in pratica motivazioni solo di risparmio, senza alcun riguardo al ruolo che il parlamento deve svolgere. Questa modifica della Costituzione può essere l’inizio di un cambio preoccupante della sostanza della democrazia nel nostro paese, delle sue regole, della sua capacità di composizione dei conflitti. Banalizzare la riduzione è un errore che potrebbe portare a conseguenze pesanti, forse imprevedibili. Continua a leggere

I sindacati e l’Unione europea.

di Tonino D’Orazio (1 maggio 2019)

E’ un documento. Mayday, mayday: i leader del movimento sindacale europeo mettono in guardia contro la minaccia dei populisti nelle prossime elezioni del Parlamento europeo. La Confederazione Europea dei Sindacati, (Ces), è un organismo non istituzionale perché la sua funzione non è contemplata nel Trattato di Lisbona (cioè non ha un tavolo di contrattazione). I politici del Partito Popolare e quelli del Partito Socialista Europeo non l’hanno voluta tra i piedi. E’ la controprova di quello che avrebbero combinato poi sul lavoro e il sociale. Sapevano già cosa fare. La CES rappresenta più di 60 milioni di lavoratori e si compone di 82 organizzazioni (di vario orientamento politico-sindacale), di 36 paesi europei, oltre che di 12 Federazioni sindacali industriali europee. Il cuore del mondo del lavoro in Europa, idealmente unitario. Sicuramente rappresenta il triplo di quelli iscritti ai partiti politici. Però può soltanto essere consultata in un non meno determinato “dialogo sociale” con alti e bassi. Continua a leggere

CARI COMPAGNI, SALVINI NON SI BATTE CON GLI INSULTI.

di Agostino Spataro

Il populismo di Matteo Salvini non si potrà sconfiggere con gli insulti e nemmeno con gli inciuci con i suoi degni compari M5S, ma con autentiche e convincenti PROPOSTE DI SINISTRA.
Scrivo queste poche righe da Budapest dove c’è ancora gente, lavoratori e lavoratrici che lottano contro la “democrazia illiberale” di Victor Orban e lo strapotere dei nuovi ricchi e della multinazionali straniere. Questa sensazione ho tratto ieri assistendo al corteo sindacale del 1° Maggio e ai comizi di alcuni candidati dell’opposizione. Continua a leggere

Gli USA non hanno il colpo del KO per mandare al tappeto il Venezuela

Che fara’ da grande l’UE?

di Tito Pulsinelli

Doveva essere un nuovo scoop spettacolare della macchina propagandistica del Pentagono: liberare il piu’ estremista dei capi dell’ultradestra dal carcere domiciliario in cui era ristretto, e caricarlo su un aereo che l’avrebbe espatriato. Si è trasformato in uno sconclusionato e imbarazzante tentativo fallito di conato golpista. Continua a leggere

PAOLO CINANNI. UN ALLEATO PREZIOSO DELLE NUOVE GENERAZIONI

di Peter Kammerer


Importante il suo impatto nel dibattito nazionale e internazionale sia sull’emigrazione, sia sulla questione contadina nel secolo passato. Peter Kammerer ricorda un dirigente politico, testimone, narratore e pittore nonché studioso di primissimo ordine.

Costretti all’emigrazione. Difficile immaginarsi la situazione reale nella quale vivevano allora i contadini del Sud.

 

Urbino/Roma – Paolo Cinanni (1916-1988) è una figura emblematica per capire il “secolo breve” in Italia, in particolare il rapporto Nord-Sud e l’emigrazione di massa che dal Sud d’Italia si indirizza non solo verso il Nord, ma raggiunge, si può dire, tutte le parti del mondo. Il volume Emigrazione e imperialismo (1968), l’opera principale di Cinanni, tradotto in varie lingue, porta la dedica: “A mio padre, emigrato per ben sei volte oltreoceano, che ho conosciuto all’età di nove anni e per pochi mesi soltanto, prima che morisse del male contratto nell’emigrazione” . È il riassunto telegrafico di una tragedia, ma anche di una epopea calabrese e italiana che coinvolgerà Paolo per tutta la sua vita come dirigente politico, testimone, narratore e pittore nonché studioso di primissimo ordine.

Paolo Cinanni (1916-1988)

Nato a Gerace il giorno della conversione di San Paolo, i genitori compiono tutti i riti richiesti perché il neonato acquisti la “virtù di sampaolaro”, cioè il potere di farsi ubbidire dalle serpi. Con il racconto di questo fatto e della “consacrazione” del fanciullo avvenuta anni dopo, Cinanni inizia i suoi saggi biografici Il passato presente (1986).

 

1. Emigrato a Torino

A 13 anni insieme alla madre e le tre sorelle Paolo lascia Gerace, centro della Magna Grecia e di un mondo contadino quasi pagano, per trasferirsi a Torino. Dopo il nonno e dopo il padre Paolo fa parte della terza generazione di migranti. L’impatto con la “civiltà industriale” fu crudele. Facendo il ragazzo-fattorino Cinanni vuole realizzare il suo sogno di frequentare l’Accademia navale per arruolarsi poi in marina. Il giorno stesso in cui fu accolta la sua domanda (il 24 giugno 1930) la ruota di un tram gli stritola la gamba sinistra che deve essere amputata. Riesce ancora a frequentare i tre corsi della scuola media-inferiore prima di cadere gravemente ammalato di tubercolosi. Sta per due anni in un sanatorio (1933/1934). Quando uscirà, due delle tre sorelle moriranno di tisi.

Tutta questa storia poteva finire in una delle tante tragedie migratorie anonime che non lasciano nemmeno traccia, se non ci fosse lo spirito ribelle di Paolo che resiste sia alla miseria, sia alla quotidiana aggressività xenofoba di Torino, e se non ci fosse il miracolo del suo incontro con Cesare Pavese appena tornato da un confino passato “in quella stessa costa ionica calabrese da cui ero emigrato”, racconta Cinanni . Paolo risponde alla curiosità del poeta impegnato nella rielaborazione della sua esperienza di un Sud sconosciuto, come anni dopo avverrà nell’amicizia che si svilupperà tra Cinanni e Carlo Levi. Pavese gli offre lezioni private (dopo poco tempo gratuite) per far recuperare al suo allievo la maturità classica. È l’aprile del 1936, Paolo ha 20 anni, Pavese 28. Abitano nella stessa Via Lamarmora, al numero 20 Cinanni, al numero 35 Pavese .

Dopo il 1935 nasce (politicamente) in Italia una “nuova generazione” antifascista che colpita dalla guerra d’Abissinia e soprattutto dalla guerra in Spagna cerca il contatto con il partito comunista. Cinanni è un antifascista “autodidatta” e viene arrestato nell’ ottobre 1936 per la diffusione di volantini molto ingenui sul suo luogo di lavoro negli uffici di una Assicurazione. Nell’interrogatorio la polizia gli fa tanti nomi a lui sconosciuti: Montagnana, Capriolo, Pajetta, Guaita e altri. Rilasciato, Paolo cerca a mettersi con le dovute cautele in contatto con questi e con il partito comunista della cui esistenza ha avuto conferma tanto autorevole, cosa che gli riesce grazie a Pavese e Ludovico Geymonat. Così conosce Elvira Pajetta (1887-1963), insegnante, madre di tre figli comunisti. Con uno di loro, Gaspare, che cadrà nel 1944, Cinanni stringe amicizia e con Elvira lavora a organizzare il “soccorso rosso”. Partecipa all’organizzazione degli scioperi del marzo 1943 e dopo l’8 settembre della partenza di chi va in montagna a formare le bande partigiane. Diventa commissario politico di una di queste nella provincia di Cuneo e entra in clandestinità. Poi il partito lo manda a Torino e Milano per collaborare con Eugenio Curiel nel Fronte della Gioventù. Si trova a Milano il 25 aprile per far uscire il primo giornale della liberazione mentre ancora sparano i cecchini fascisti.

Attraverso la lotta e la solidarietà il giovane calabrese ha scoperto “tutto un mondo e una umanità nuovi” . Si è pienamente “integrato” (si direbbe oggi). Dall’esperienza di una lotta comune vissuta intensamente e dalla lettura dei classici del marxismo Cinanni impara il valore di “unità operaia”, dell’integrazione dei lavoratori immigrati nella classe della quale fanno parte e della loro emancipazione in una lotta sociale e condivisa .

 

2. Ritorno in Calabria

Dopo la liberazione il partito comunista lo manda nel Sud, proprio perché figlio di contadini meridionali. Sarà un dirigente delle lotte per la terra dal 1946 al 1953 in Calabria, poi fino al 1956 in Piemonte e di nuovo al Sud dal 1956 al 1962 come segretario dell’Associazione dei Contadini del Mezzogiorno d’Italia (ACMI) e dal 1962 al 1965 come segretario di una federazione calabrese del PCI . In questo periodo e in queste funzioni ha dovuto rispondere in 38 processi “per occupazione di terre”, “istigazione all’odio fra le classi”, “sfilata non autorizzata di carri agricoli” e altre azioni considerate “delitti politici”.

„Strage di Stato a Melissa“ – dipinto di Paolo Cinanni 1979 (stampo in bianco/nero da M.C. Monteleone „La pittura di Paolo Cinanni“)

La repressione dello Stato e delle sue forze dell’ordine asservite al potere dei proprietari terrieri fu durissima. Il 29 ottobre 1949 a Melissa i carabinieri sparano sui contadini che hanno occupato le terre incolte del barone Berlingieri ammazzando Giovanni Zito di 15 anni, Francesco Nigro di 29 anni e una ragazza, Angelina Mauro di 23 anni. Ci sono 15 feriti. Il fatto, che costituisce solo il culmine di una lunga catena di azioni repressive, viene ricordato da Cinanni non solo nei suoi scritti, ma anche in un quadro bellissimo e di grande suggestione. Si trova oggi, se non sbaglio, esposto a Melissa.

Difficile immaginarsi la situazione reale nella quale vivevano allora i contadini del Sud. Quando Carlo Levi la racconta al suo rientro dal soggiorno obbligato in Lucania, incontra incredulità e ignoranza . Cristo si era veramente fermato a Eboli. Eppure già a partire dal 1943 il mondo contadino meridionale è in agitazione. Ci sono sommosse e ribellioni, masse di contadini affamati sono pronte ad occupare le terre e a “entrare nella storia”. La questione dell’emancipazione dei contadini investe tutta l’Italia. Le loro lotte per la terra e nuovi patti agrari e le loro migrazioni nelle città diventano uno dei grandi temi della letteratura italiana da Vittorini a Pasolini, da Pavese a Silone.

Il destino di questi uomini e la fine di una cultura millenaria lasciano una traccia indelebile in tutte le grandi opere artistiche dell’epoca. Politicamente la questione si presenta come necessità di grandi riforme riconosciuta da tutti i partiti democratici e perseguita con particolare impegno dal movimento operaio. Ma il progetto delle “riforme di struttura” viene travolto dal “miracolo economico” e il Sud uscito dalla miseria materiale del “sottosviluppo” non uscirà fino ad oggi dalla miseria di una economia marginale e dipendente.

Dopo i grandi “scioperi a rovescio” organizzati Comune per Comune nell’ estate 1949 e dopo i fatti di Melissa il governo non riesce più a eludere una riforma agraria. La promuove spezzettata in varie leggi (la legge Sila del 12 maggio 1950 e la legge stralcio del 21 ottobre 1950) e provvedimenti, senza che il sistema fondiario italiano subisse delle modifiche sostanziali. Infatti, “la celebrata riforma agraria si fermò ai primi espropri di circa 700.000 ettari (su una superficie di totale di 27 milioni), lasciando poi gli assegnatari privi di assistenza tecnica e di sostegno economico” .

Negli anni che seguono Cinanni, segretario dell’associazione dei Contadini del Mezzogiorno d’Italia (ACMI), arricchisce la propria visione di una grande riforma delle strutture agrarie rivolgendo la propria attenzione alla questione delle terre demaniali e degli usi civici. Con le leggi eversive della feudalità antichi diritti e forme di godimento collettivo vengono trasformate in proprietà privata moderna, ma questo processo durato tutto l’ottocento e non ancora concluso è stato caratterizzato in gran parte da usurpazioni, espropri, truffe e violazioni ai danni della popolazione contadina. Le frequenti occupazioni delle terre in anni di crisi, ritenute “spontanee” e perfino casuali, corrispondono in realtà a rivendicazioni antiche della popolazione su terre precise.

È la memoria dei contadini che guida le occupazioni diventando una leva della loro resistenza allo sviluppo capitalistico. La stessa strage di Melissa è avvenuta su un fondo assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma occupato abusivamente per intero dalla famiglia Berlingieri. La questione dei vari “residui feudali” interessa tutte le regioni d’Italia. Le “terre pubbliche” (a vario titolo) rappresentano “circa un terzo della superficie agraria e forestale del paese” . Un riordino generale del regime della proprietà fondiaria potrebbe fare di queste terre il volano di sviluppo di una moderna silvicoltura, della zootecnia, e di un nuovo rapporto tra aziende agricole e industria alimentare .

Un compito immenso mai affrontato in Italia organicamente, ma di grande attualità oggi se si tiene conto della svolta ecologica e della necessità di sistemare vasti territori abbandonati e al contempo di promuovere una agricoltura moderna e biologica. L’Italia e le sue classi dirigenti invece hanno scelto un modello di sviluppo basato sull’ emigrazione di massa, sulla devastazione chimica delle terre fertili e sul degrado di vasti territori ritenuti un “osso” da abbandonare.

Probabilmente la sconfitta di una politica delle “riforme di struttura” (riforma agraria, riforma urbanistica, riforma delle imprese pubbliche, riforma dello stato e ordinamento regionale ecc.) era inevitabile. Come anche l’esodo di milioni di contadini dalle campagne. Evitabile invece sarebbe stata la graduale rinuncia alla lotta per le riforme, in particolare la riforma agraria, in nome di un realismo politico che si sentiva appagato da successi elettorali e da compromessi siglati nel parlamento. Paolo Cinanni con la sua combattività, “testardo e cocciuto nelle discussioni” , pian piano viene emarginato (e la rimozione continua tutt’ora, se la sua attività e perfino i suoi libri vengono, cosa incredibile, sottaciuti nel recente volume di Franco Ambrogio Venti di speranza).

Dopo un periodo in Piemonte alla testa delle “passeggiate dimostrative”, cioè di blocchi stradali mobili per conquistare misure in favore dei piccoli coltivatori diretti, torna a Catanzaro per dirigere la federazione comunista. Si dimette da questo incarico nel 1965, non avendo potuto contrastare alcune candidature “trasformiste” appoggiate dai vertici del partito. Aveva lasciato già nel 1962 l’ACMI quando il PCI decise di unificare le due organizzazioni che finora rappresentavano distintamente i contadini del Nord e quelli del Sud. Trascurando la specificità della condizione contadina del Sud, l’organizzazione si è trasformata in un semplice ufficio assistenziale incapace di incidere sulla trasformazione delle campagne meridionali .

 

3. Dirigente FILEF

Su richiesta di Giancarlo Pajetta nel 1965 Cinanni lascia la Calabria e lavora per la diffusione di “Rinascita”. La sua speranza che la rivista teorica del PCI volesse anche avvalersi di “un compagno di origine proletaria e meridionale, che aveva accumulato una certa esperienza in grandi lotte di massa” viene vanificata . Rispetto ai tempi di Secchia il PCI ha cambiato (rinnovato, si dice) la sua politica di reclutamento e di formazione dei quadri. La componente operaia sopravvive solo nelle formule rituali ancora usate largamente, ma non nella realtà e non nella vita intellettuale e culturale del partito. Cambiano le forme e i contenuti della militanza e il partito non sa più che fare dell’esperienza dei vecchi compagni. Ma, ironia della storia, proprio così perderà anche il contatto con i giovani sia operai che studenti e le loro lotte di massa che esploderanno nel 1968.

Come è costume nel partito, Cinanni accetta disciplinatamente il ruolo assegnatogli. Sono “gli anni più brutti della mia vita di lavoro nel Partito” . Dopo venti anni non ha più incarichi direttivi, non fa più parte del comitato centrale del partito, ma continua ad occuparsi corpo e anima del grande tema della sua vita: l’emigrazione. Ne fa la chiave fondamentale per analizzare non solo la storia del capitalismo, ma anche la dinamica del suo sviluppo più recente e della stessa globalizzazione. In un momento in cui il partito comunista non parla più di “imperialismo” e i giovani si entusiasmano per il mito del “Che”, Cinanni pubblica il suo Emigrazione e imperialismo (1968). Una analisi di grande respiro che pochi anni dopo sarà integrata dal volume Emigrazione e unità operaia(1974).

Cinanni si rende conto che l’esodo biblico partito dalle campagne europee verso altri continenti, un esodo che ha interessato nel periodo 1851-1950 più di 50 milioni di emigranti, non è un fenomeno destinato ad esaurirsi ma che si ripeterà in dimensioni maggiori, in direzioni e in forme nuove, finché la dinamica capitalistica continua a trasformare la terra secondo le sue leggi. L’Italia per la dimensione assunta sia dalle dinamiche di espulsione, sia dalle forze di attrazione è oggettivamente un luogo privilegiato per studiare gli spostamenti di popolazione, sia l’esodo dalle campagne, sia l’afflusso nelle grandi città.

Cinanni descrive le forme storiche assunte da questi processi. Il suo rigore teorico è sempre accompagnato da esperienze concrete: l’esempio della Calabria, il suo confronto con la questione irlandese, il destino sociale dei contadini sradicati, lo sviluppo disuguale che favorisce le aree di sviluppo penalizzando le zone di esodo proprio attraverso il trasferimento di forza lavoro. Nel periodo in cui Cinanni scrive, il disegno di questi movimenti era chiaramente riconducibile ai processi di industrializzazione e all’evoluzione dei mercati nazionali di lavoro. Oggi sono cambiate profondamente sia le dimensioni quantitative, ma anche la complessità sociale dei fenomeni migratori. Una ragione in più per confrontarsi con l’opera di Cinanni. Anche con la sua particolare dimensione politica-umana.

Carlo Levi e Paolo Cinanni furono alla guida della “Federazione lavoratori emigranti e famiglie”. Fu Cinanni a pronunciare l’orazione funebre dell’autore di “Cristo s’è fermato ad Eboli”. Nella foto Levi in Lucania

Infatti, Cinanni non ha mai fatto ricerca per la ricerca. Il suo obiettivo di fondo è stato sempre l’emancipazione dei lavoratori, dare dignità a masse sradicate dalla loro terra (“quel volgo disperso e senza nome” scriveva Carlo Levi), far diventare gli stessi migranti ribelli ad una esistenza subalterna e protagonisti del proprio destino. Con questi obiettivi Cinanni si trova nel 1967, insieme a Carlo Levi, tra i fondatori della FILEF, la Federazione Italiana Emigranti e Famiglie. Compito della Federazione è tutelare i diritti dei migranti con particolare riferimento alla famiglia (si pensi ai problemi di scuola per i figli e in generale alla questione dei ricongiungimenti familiari) e contribuire alla formazione di una coscienza nella prospettiva di riscatto e unità di tutti i lavoratori.

Sono anni in cui l’emigrazione italiana va cambiando ma rimane uno dei problemi fondamentali delle società di arrivo e delle società di partenza. Si aprono nuovi spazi per l’organizzazione degli emigrati stessi appoggiata materialmente e idealmente dal mondo politico italiano e dalla chiesa. Negli anni ’60 e ’70 Cinanni diventa una figura di primo piano dell’associazionismo italiano intervenendo con grande impegno nelle campagne dei referendum “antistranieri” in Svizzera, nella promozione di una Conferenza Nazionale dell’Emigrazione che si terrà in ritardo e con pochi risultati nel 1975; nella politica sociale della Comunità europea e nelle politiche delle Regioni italiane tese a favorire il rientro degli emigrati. Insieme a Giorgio Baratta l’ho conosciuto quando i suoi libri furono tradotti in Germania; abbiamo collaborato per anni ai suoi seminari e alle sue lezioni all’Istituto di Filosofia dell’Università di Urbino; lo abbiamo visto lavorare sul testo di Pavese con Danièle Huillet e Jean Marie Straub nel film Dalla nube alla resistenza(1979). Difficile sopravalutare il suo impatto nel dibattito nazionale e internazionale sia sull’emigrazione, sia sulla questione contadina.

 

4. Questioni irrisolte

Paolo Cinanni non ha visto la fine poco gloriosa del Partito comunista e tutti i cambiamenti politici e sociali che ci costringono oggi a rivedere tutte le questioni irrisolte del ‘900. Che vengono rimosse, ma non superate. Che si presentano irriconoscibili ai nostri occhi perché vestiti in forme nuove e in dimensioni inconsuete. Basti pensare che l’Unione Europea rischia il collasso per l’impatto con flussi migratori non più classificabili secondo i vecchi criteri ma tutt’ora corrispondenti ai meccanismi creati dallo sviluppo disuguale, dalla distruzione delle campagne e dall’attrazione esercitata dalla concentrazione delle produzioni moderne. La stessa fragilità del territorio italiano che si scopre a sorpresa con ogni temporale o maltempo rimanda alla vecchia questione agraria e contadina, cioè alla mancata sistemazione delle terre demaniali e non.

La cancellazione del mondo contadino antico è solo il preludio di una distruzione generale del passato che oggi minaccia il futuro dell’umanità e lo stesso “senso umano” delle cose. Questo significa che alle nuove generazioni spetta un compito politico e culturale immenso al quale non le abbiamo preparate. Sono loro che devono scoprire le vecchie questioni per poter affrontare quelle nuove. Sono loro che possono trovare in figure come Paolo Cinanni, e nelle sue opere, un alleato prezioso.

(Il testo è stato pubblicato nella rivista ASEI 15/19 – Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana/Edizioni Sette Città)

 

Opere di Paolo Cinanni:
Le terre degli Enti, gli usi civici e la programmazione economica, Roma, Alleanza nazionale dei contadini, 1962.
La funzione del comune rurale per il progresso dell’agricoltura, Roma, Alleanza nazionale dei contadini, 1962.
Emigrazione e imperialismo, Roma, Editori Riuniti, 1968, 1971, 1975 (trad. tedesca: Emigration und Imperialismus, München, Trikont, 1968).
Emigrazione e unità operaia, Milano, Feltrinelli, 1974, 1976 (trad. tedesca: Emigration und Arbeitereinheit, Frankfurt/M, Cooperative, 1979).
Lotte per la terra e comunisti in Calabria 1943/1953, Milano, Feltrinelli, 1977.
Lotte per la terra nel Mezzogiorno 1943/1953, Venezia, Marsilio Editori, 1979.
Il passato presente (una vita nel P.C.I.), Marina di Belvedere (CS), Grisolia Editore, 1986.
Il partito dei lavoratori, Milano, Jaca Book, 1989.
Abitavamo vicino alla stazione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005.
Che cos’è l’emigrazione. Scritti di Paolo Cinanni, Roma, FILEF, 2016 (scaricabile in forma pdf)

 

(su Peter Kammerer, vedi qui ) Zur Person von Peter Kammerer siehe hier

Vedi anche il testo di Luigi Pandolfi e Romano Pitaro „Quando Paolo Cinanni, il nemico numero uno del latifondo, fu isolato dal PCI.“ nel sito Calabriaonweb.it

Per Cinanni pittore vedi il saggio di Maria Carmela Monteleone „La pittura di Paolo Cinanni

 

 

FONTEhttp://cluverius.com/paolo-cinanni-un-alleato-prezioso

Ed è stato primo maggio notav. (Ma a Torino la Polizia carica il corte più grande per evitare che raggiunga la piazza del comizio sindacale)

La manifestazione del Primo Maggio si è conclusa da poco e non possiamo non parlare di una grande manifestazione nella manifestazione.

Siamo stati lo spezzone più grande e vitale di un corteo sindacale ormai diventato vetrina per ogni personaggio in cerca di popolarità.

Ci avevano detto che sarebbe stata una piazza aperta a chi voleva manifestare le proprie idee, come noi, pacificamente, e invece mentre il corteo ospitava Madamine e Giachino, lo spezzone notav veniva fermato dalle forze dell’ordine. Continua a leggere

Venezuela: A Caracas il boomerang golpista

Grande mobilitazione popolare a favore del governo Maduro nella giornata del 1° Maggio 2019

di Marco Consolo

C’è una calma tesa in queste ore a Caracas, capitale del Venezuela dopo l’ennesimo strano tentativo di golpe. In realtà, più che di un golpe si è trattato di uno show pubblicitario, mediatico, con nessuna consistenza. Lo spettacolo era cominciato alle 4 di mattina del 30 aprile, con un video dell’auto-proclamato presidente Guaidó  che incitava all’offensiva finale (sic) dell’”Operazione libertà”. Al suo fianco Leopoldo López, compagno di merende e dirigente dell’opposizione golpista. López, fino ad oggi agli arresti domiciliari per le sue responsabilità nelle manifestazioni violente del 2014 che hanno causato la morte di 43 persone. Vista la mala parata, Leopoldo a metà giornata è scappato prima nell’ambasciata del Cile di Piñera e poi in quella spagnola.  Nel video, in secondo piano, un gruppetto sparuto di persone in uniforme. Continua a leggere

Venezuela, il popolo in massa difende Maduro e Lopez si rifugia nell’ambasciata cilena. Il golpe è fallito

di Fabrizio Verde (da l’Antidiplomatico)

La marea rossa invade e Miraflores a Caracas. Circonda il palazzo presidenziale in difesa di Nicolas Maduro, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela. L’unico presidente. Bisogna specificarlo perché i fake media continuano ancora a definire il golpista Guaido presidente incaricato. Continua a leggere

Venezuela: Il Ministro della Difesa Padrino López conferma la lealtà delle forze armate al governo costituzionale di Maduro

 

L’unico legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ossia Nicolas Maduro, ha dichiarato che i comandanti militari hanno reiterato «lealtà totale» al governo costituzionale venezuelano di fronte all’ennesimo tentativo di golpe organizzato da un’opposizione sempre più frustrata.

Dunque Maduro ha confermato quanto è sembrato chiaro sin dalle prime battute di questo nuovo tentato golpe: tutti i comandanti militari del Venezuela sono fedeli al governo.

Maduro, che è considerato un ‘usurpatore’ dal burattino di Washington Guaido, ha detto di aver parlato a tutti gli alti ufficiali militari delle forze armate del paese, che gli hanno assicurato la loro “totale lealtà alla costituzione e alla patria”.

Ha chiesto ai suoi sostenitori di mobilitarsi di fronte all’ultimo tentativo di Guaido di prendere il potere a Caracas. 

Guaido ha pubblicato un video girato vicino a una base aerea a Caracas, chiedendo un’azione decisiva contro il governo di Maduro. In piedi dietro di lui c’erano diverse persone in uniforme militare – apparentemente destinate a essere una testimonianza vivente del sostegno dell’esercito. L’esponente golpista dell’opposizione lancia da tempo appelli affinché l’esercito si chieri dalla sua parte per rovesciare il governo costituzionale di Maduro. Questi appelli sono sistematicamente caduti nel vuoto con l’esercito che ha più volte confermato la propria lealtà alla Costituzione.

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it

Venezuela, Ex Vice Segretario Onu: “Il disperato minigolpe di Guaidò è fallito prima di nascere”

L’ex Vicesegratario dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Pino Arlacchi si trova in questo momento a Caracas. Questo il suo commento sul nuovo tentativo di golpe da parte dell’estrema destra al servizio degli Stati Uniti.

“Eccomi qui,a Caracas,in mezzo al disperato minigolpe di Guaidó, fallito ancora prima di nascere e condannato dalla comunità internazionale, dalle forze armate del paese e dalla stragrande maggioranza dei venezuelani. L’UE deve ritirare l’avventato riconoscimento del golpista.”

In questo intervento alla Camera del Deputati del 16 aprile scorso, Arlacchi in pochi minuti smontava le migliaia di fake news che inondano l’etere ogni giorno per sostenere l’insostenibile: le posizioni golpiste.

 

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_ex_vice_segretario_onu_il_disperato_minigolpe_di_guaid__fallito_prima_di_nascere/82_28203/

Venezuela, l’ennesimo tentativo di golpe e il PD

di Pino Cabras*

Poche ore dopo che il politico dell’opposizione venezuelana Juan Guaidò ha pronunciato un tentativo di colpo di Stato militare, il primo soccorso internazionale è giunto dallo spicchio piddino della Camera dei deputati italiana, per voce di Lia Quartapelle Procopio, la quale ha fatto appello al governo Conte affinché appoggi il golpe in nome della libertà. Non avevo fin qui mai sentito in presa diretta un intervento così smaccatamente in favore di un putsch. Questo avviene mentre il governo spagnolo, che pure aveva “riconosciuto” Guaidò, dichiara solennemente che «non appoggerà nessun golpe militare». Continua a leggere

Via della seta: “La Cina della nuova era” – Intervista di Pietro Lunetto a Francesco Maringiò (VIDEO)

Una interessante intervista di Pietro Lunetto (le Frites dal Belgio e non solo) a Francesco Maringió, esperto di Cina, che ci racconta della nuova via della seta. Francesco Maringiò ha pubblicato recentemente un suo libro “La Cina della nuova era” che consigliamo vivamente ai nostri lettori. Continua a leggere

CONFLITTI E MIGRAZIONI, LE RELAZIONI FRA ITALIA E LIBIA

di Agostino Spataro


1… Se il conflitto libico dovesse acuirsi- ha avvertito (o minacciato?) Serraj- migliaia di libici e non solo si riverserebbero in Italia.  Ecco, ci risiamo: per spingere l’Italia a entrare direttamente nel conflitto interno libico si continua con il gioco dei ricatti. La politica, la diplomazia, la dignità dei popoli sono state sostituite dal ricatto e, talvolta, dalla corruzione. In Libia e altrove. Anche questo è un segno inquietante dei tempi tristi che stiamo vivendo.

L’Italia non deve ingerirsi, ma agire affinché in Libia cessi il conflitto e vincano la pace e la concordia nazionale. In caso contrario, di fronte alla fuga di profughi, certo, non si potranno chiudere i porti anche se non sta scritto in nessun libro che devono accollarseli tutti l’Italia e l’Europa. Continua a leggere

ALDO MORO, IL VERO ARTEFICE DELLA COOPERAZIONE CON LA LIBIA DI GHEDDAFI

di Agostino Spataro

1… La presenza di una nutrita e qualificata partecipazione democristiana nell’Associazione italo-araba aveva anche una spiegazione politica riconducibile al nuovo approccio della Dc verso il mondo arabo. Una vera e propria svolta verificatasi, nella prima metà degli anni ’70, grazie all’intuizione che ne trasse l’on. Aldo Moro proprio a partire dalla presa del potere in Libia di Gheddafi e dall’inatteso cambiamento dei rapporti bilaterali che porterà all’espulsione degli italiani.
Fu questo lo spunto, concitato e drammatico, per una presa d’atto del più generale cambiamento del mondo arabo postcoloniale che si caratterizzava per il suo nazionalismo panarabista, suffragato dal crescente ruolo econo­mico stra­tegico, soprattutto per la produzione di petrolio da cui l’Italia di­pendeva quasi al 100%.
Questi ed altri aspetti alimenta­rono una forte corrente d’interessi internazionali verso i paesi arabi, alla quale si associò, sep­pure con ritardo, anche l’Italia.
Le tormentate vicende interne e i conflitti anticoloniali (Marocco, Tunisia, Algeria, ecc) e quello arabo-israeliano, che ancora oggi sembra insana­bile, generarono movimenti popolari di liberazione che taluni, di­menticando quelli antifascisti europei, si ostinavano a definire sbrigativamente “terroristi”. Continua a leggere

La banalità del male: tagliare il numero dei parlamentari

di Alfiero Grandi

Cambiare la Costituzione rischia di essere l’inizio di un cambio profondo della democrazia del nostro paese, delle sue regole, dei suoi conflitti, della loro composizione. I cambiamenti della Costituzione di cui si sta discutendo in parlamento aprono scenari di cui non vengono ad oggi valutate tutte le conseguenze, alcune sono certamente preoccupanti. Continua a leggere

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5 Maggio 2018: 200° KARL MARX

Karl Marx

I dieci giorni che sconvolsero il mondo

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