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Le multinazionali chiedono 35 miliardi agli Stati grazie alla Carta dell’Energia

di Francesco Verdolino

ROMA, 13 giugno 2018 – L’associazione Fairwatch, nell’ambito della Campagna Stop TTIP/Stop CETA, lancia oggi in Italia il rapporto “Un trattato solo per governare tutto. L’espansione del trattato Carta dell’Energia rafforza le multinazionali nell’ostacolare la transizione verso un’energia pulita”, (curato da Corporate Europe Observatory e Transnational Institute), che rivela le gravi disfunzioni del Trattato sulla Carta dell’Energia (Energy Charter Treaty – ECT). Un accordo sottoscritto nel 1994 da 52 paesi e in vigore dal 1998, nato per favorire gli investimenti energetici e la transizione alle rinnovabili, ma utilizzato dalle imprese per fare causa agli stati che minacciano i loro profitti. Il trattato, infatti, prevede un sistema di risoluzione delle controversie tra investitore e stato (ISDS) che consente ai privati di chiedere compensazioni virtualmente illimitate contro politiche pubbliche sgradite, utilizzando corti sovranazionali presiedute da un’élite di arbitri commerciali, che intavolano udienze a porte chiuse i cui atti non sono trasparenti.

«In questi vent’anni L’ECT è divenuto lo strumento più potente nelle mani di grandi compagnie petrolifere, del gas e del carbone per scoraggiare la transizione energetica – spiega Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP/Stop CETA – Gli investitori hanno utilizzato il Trattato e altri accordi sugli investimenti per contestare i divieti di trivellazione petrolifera, le autorizzazioni negate ai gasdotti, le tasse sui combustibili fossili, le moratorie e le decisioni di abbandonare fonti energetiche controverse». In Bulgaria e Ungheria, anche le politiche per calmierare il prezzo dell’elettricità sono state prese di mira negli arbitrati internazionali.

Secondo il rapporto, aggiornato al giugno 2018, il Segretariato dell’ECT elenca un totale di 114 ricorsi depositati da investitori privati. Non essendo obbligatorio pubblicare questi dati, il totale effettivo potrebbe essere molto più alto.Oltre al numero assoluto, è preoccupante il trend: nei primi 10 anni di vita dell’accordo sono stati registrati solo 19 casi (1998-2008), mentre negli ultimi cinque anni (2013-2017) le cause intentate dagli investitori sono state 75. Anche i bersagli stanno cambiando: nei primi 15 anni dell’accordo, nove volte su dieci gli imputati erano stati dell’Europa centro-orientale e dell’Asia centrale. Oggi la Spagna e l’Italia sono in testa alla lista dei Paesi più colpiti.

Non di rado le corporation chiedono di essere risarcite per la perdita dei “profitti attesi”, benefici non ancora goduti ma soltanto stimati. La compagnia petrolifera Rockhopper, ad esempio, non pretende dall’Italia solo i 40-50 milioni di dollari spesi per esplorare un giacimento petrolifero nel mare Adriatico nel controverso progetto Ombrina mare, bloccato da una virulenta reazione popolare sostenuta dalle amministrazioni locali. Vuole ottenere altri 200-300 milioni per mancati guadagni ipotetici, mandati a monte dal divieto italiano di nuove estrazioni di petrolio e gas entro le 12 miglia marine.E tutto questo nonostante dal 2016 l’Italia sia uscita dalla Carta dell’Energia. Infatti, la protezione degli investimenti esteri con il meccanismo arbitrale è garantita per vent’anni dal momento dell’abbandono da parte di un Paese membro.

Le cifre chieste in compensazione sono variabili, ma preoccupano i 16 casi in cui le imprese hanno chiesto oltre 1 miliardo di dollari di danni. I costi medi di una causa si aggirano sugli 11 milioni di dollari. Finora i governi sono stati multati per 51,2 miliardi di dollari, denaro sottratto alle casse pubbliche e che, per fare un paragone, basterebbe a garantire per un anno l’accesso all’energia a tutte le persone che ne sono escluse.

Tra i 153 investitori che in questi anni hanno fatto causa agli stati utilizzando il Trattato sulla Carta dell’Energia, vi sono diverse società registrate nei Paesi Bassi, in Germania, nel Lussemburgo, nel Regno Unito o a Cipro. Molto frequenti i casi di abuso dello strumento arbitrale da parte di imprese fantasma, utili soltanto per effettuare le triangolazioni necessarie a muovere i ricorsi dal paese più congeniale. Sta crescendo, inoltre, il ruolo degli speculatori finanziaricome gli investitori di portafoglioe le holding. Nell’88% delle cause intentate per tagli alle politiche di sostegno alle energie rinnovabili in Spagna, il richiedente non è un’impresa del settore, ma un fondo azionario o altro tipo di investitore finanziario, spesso con interessinei settori di carbone, petrolio, gas e nucleare.

Un ristretto numero di avvocati specializzati in arbitrati domina il processo decisionale delle corti previste dal Trattato. Appena 25 di loro hanno gestitoil 44% dei casi, mentre due terzi hanno anche svolto attività di consulenza legale in controversie avviate in seno ad altri trattati di investimento. Questo doppio ruolo ha portato a crescenti preoccupazioni per i conflitti di interesse e la scarsa trasparenza del meccanismo. Un sistema strutturalmente iniquo, in cui la parte dell’accusa spetta sempre e solo all’investitore, mentre lo stato compare unicamente nelle vesti di imputato.

La possibilità di vincere gli arbitrati commerciali è piuttosto alta: secondo il rapporto, nel 61% dei casi passati in giudicato gli investitori privati hanno ottenuto sentenze favorevoli. Questo spiega il ruolo crescente di finanziatori terzi, come i fondi di investimento, che spesso sostengono le spese legali delle imprese in cambio di una quota dei risarcimenti ottenuti a danno degli stati.

Nel marzo 2018 la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che i procedimenti ISDS tra paesi dell’Unione intentati ai sensi di trattati bilaterali violano il diritto europeo perché limitano il ruolo delle corti comunitarie. Ma intanto molte nazioni di tutto il mondo stanno aderendo alla Carta dell’Energia (Giordania, Yemen, Burundi e Mauritania quelli in cui il processo è più avanzato; Pakistan, Serbia, Marocco, Swaziland, Ciad, Bangladesh, Cambogia, Colombia, Niger, Gambia, Uganda, Nigeria e Guatemala quelli che hanno iniziato le pratiche di ingresso).

«Se questi meccanismi iniqui non saranno banditi dagli accordi sugli investimenti, l’impatto sulla capacità dei governi di legiferare liberamente sarà minato alle fondamenta – conclude Monica Di Sisto– Oltre 150 mila persone si sono espresse contro l’ISDS nei trattati bilaterali nell’ultima consultazione pubblica lanciata dalla Commissione Europea. È ora di ascoltare la loro voce».

 
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