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Trump, Fort Detrick e il Covid 19: Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;

2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.1

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile NewYorkTimesdel 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.2

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che

«al principale laboratorio di guerra batteriologica dell‘America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».3

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell‘Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l‘età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l‘infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».4

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale TheGuardian.5

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.6

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casiai giochimondialimilitari diWuhan2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell‟aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c‘erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l‟Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell‘elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».7

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.8

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l‘importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un‘espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell‘arco di 6 mesi. Secondo l‘impressionante simulazione, nell‘arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l‘esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».9

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell‘“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto,

«il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all‟epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un‟area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L‘infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID- 19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull‘influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all‘influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull‘influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell‘influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».10

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».11

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.12

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.13

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan,

«“[…] una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un‟altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L‟unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all‘interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c‘è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c‘è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l‘anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l‘incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l‘ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l‘anomala epidemia di luglio?»14

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosiesami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causadell‟epidemia».15 Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che

«le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l‘epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell‘esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell‟ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c‟è stata l‟epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».16

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l‘indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell‘intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell‘infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l‘anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c‘entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l‘esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell‟aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all‘uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un‘altra, e ben più colossale: “Che i germi dell‘influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un‘accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L‘epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All‘origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c‘erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c‘era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all‟annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell‘odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell‘articolo sul Washington Times era stata un‟autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell‟influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c‘è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l‘America”». 17

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

* * * *

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Ilcolpevolesilenzio degliStati Unitisulla vera originedel coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Primi Firmatari

Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla veraoriginedel coronavirus

Nunzia Augeri, saggista, Milano

Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “LaCittàFutura

Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale

Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano

Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)

Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano

Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)

Manlio Dinucci, geografo e saggista

Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania

Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;

Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria

Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”

Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa”

Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.

Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it

Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)

Marco Pondrelli, direttore di “Marx21”

Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo

Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari

Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;

Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;

Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

Roberto Vallepiano, scrittore

Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

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A 10 anni dai referendum sull’acqua pubblica tutto è rimasto come prima, salvo le tariffe e gli utili delle multinazionali.

Occorre passare dalla società del profitto a quella della cura

di Andrea Vento

A 10 anni dalla storica vittoria nei referendum dell’11 e 12 giugno 2011, che aveva decretato la sottrazione della gestione del servizio idrico integrato alla logica di mercato con ritorno in mano pubblica, il comitato di San Giuliano Terme (Pisa) per l’Acqua Pubblica, ritiene doveroso riportare all’attenzione della comunità locale e nazionale il fatto che la schiacciante volontà popolare uscita dalle urne non ha trovato praticamente alcuna applicazione, salvo rari casi come a Napoli. Addirittura, dal dicembre 2020 l’acqua viene quotata in borsa, e come qualsiasi altro prodotto finanziario è divenuta oggetto di investimenti e speculazioni.

Un lacerante vulnus nel tessuto democratico del paese che ha ulteriormente ampliato la distanza fra le masse popolari, impoverite dagli effetti delle politiche neoliberiste e delle crisi sistemiche del capitalismo globalizzato, e il ceto politico, sempre più autoreferenziale e genuflesso agli interessi dei potentati economici e finanziari, che necessita di essere ricucito attraverso il riposizionamento delle politiche sui Beni Comuni al centro dell’agenda politica.

Paolo Carsetti, coordinatore del Forum dei movimenti per l’acqua, rivela come in Italia “negli ultimi 10 anni le tariffe del servizio idrico integrato sono aumentate di oltre il 90%, a fronte di un incremento del costo della vita del solo 15%, secondo la CGIA di Mestre. Se analizziamo i bilanci delle quattro multiutility (aziende di  forniture di servizi alla collettività, una volta pubblici n.dr.) quotate in borsa che gestiscono anche l’acqua – A2a, Acea, Hera e Riren – rileviamo come fra il 2010 e il 2016 dal 58% dell’impatto degli investimenti sul margine operativo lordo si è scesi al 40%. Evidentemente l’aumento degli investimenti assicurato non è avvenuto. E di tutti gli utili prodotti da queste quattro società, oltre il 91% sono stati distribuiti come dividendi“.

I fondi del PNNR, a nostro avviso, devono essere impiegati, rimediando al tempo sin qui sprecato a causa dell’inerzia politica, per implementare un piano nazionale di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, al fine di sottrarre al profitto privato e riportare in mano pubblica ciò che costituisce un diritto universale dell’uomo, come sancito dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu 64/292. Quest’ultima riconosce l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari come un diritto umano universale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti fondamentali della persona, rendendo la gestione privata, finalizzata alla massimizzazione del profitto con elevate tariffe e scarsi investimenti nella rete infrastrutturale (che infatti perde a livello nazionale il 40% dell’acqua immessa), inconciliabile non solo con principi dei Beni Comuni, ma anche con il diritto internazionale, non che con la sostenibilità ambientale e sociale.

Occorre rivitalizzare questa lotta di civiltà, per il rispetto della volontà popolare, per la centralità dei Beni Comuni in ambito economico e sociale e per lo sviluppo della Società della cura, in antitesi con quella dell’individualismo, del profitto sfrenato e delle devastazioni ambientali.

Il Comitato di San Giuliano Terme per l’Acqua Pubblica

Acque Spa e le amministrazioni comunali dell’ex Ato 2 non rispettano gli esiti dei referendum del 2011 e invece di procedere con la ripubblicizzazione della gestione applicano continui aumenti

In Toscana il servizio idrico integrato (composto da 3 voci di spesa: fornitura d’acqua, fognatura e depurazione) negli ultimi 30 anni, per effetto delle politiche neoliberiste di privatizzazione, ha subito una radicale trasformazione, passando da una fornitura, con basse tariffe, erogata direttamente dalle amministrazioni comunali alla gestione da parte di aziende municipalizzate per poi essere assegnato, a partire dal 2002, a società a capitale misto, pubblico-privato. Lo statuto di queste ultime, pur riservando la nomina della presidenza alla parte pubblica, in genere un politico locale non rieletto, prevedono un amministratore delegato (management) espressione della componente privata (tabella 6), il quale sino ad oggi ha improntato le linee aziendali all’insegna della massimizzazione del profitto, aumentando le tariffe e riducendo al minimo gli investimenti nelle reti di trasporto e distribuzione. Acquedotti toscani che, pertanto, risultano in grave stato di criticità a causa di scarsi interventi di manutenzione straordinaria da parte delle società di gestione, come confermano i dati contenuti nella Tavola 1.5 del rapporto Istat “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia“ del dicembre 20191 dai quali emerge come in Toscana le perdite delle reti idriche nel 2015 ammontavano a ben 43,4%, valore non solo superiore alla media nazionale di 41,4% ma, addirittura, in aumento del 4,8% rispetto al 2012.

Per toccare con mano l’impatto dell’aumento dei costi della fornitura idrica integrata sulle casse delle famiglie abbiamo effettuato uno studio sull’entità delle tariffe e delle fasce di consumo fissate dai 2 gestori nel corso degli ultimi 20 anni nei comuni del Basso val d’Arno. Nella tabella 1 riportiamo inizialmente le tariffe applicate, per la sola fornitura idrica, nell’anno 2001 dalla società Gea Spa, a completo controllo pubblico, e, successivamente, quelle di Acque Spa, società mista pubblico-privato, fra il 2002 e il 2013, mentre nella penultima riga troviamo gli esorbitanti aumenti percentuali intercorsi fra il 2001 e il 2013. Nell’ultima, invece, sono riportati gli incrementi registrati fra il 2011 e il 2013, vale a dire nel periodo successivo all’effettuazione dei Referendum del giugno 2011, i cui risultati disponevano, oltre al ritorno del servizio in mano pubblica, anche l’eliminazione della remunerazione del capitale investito dai privati. Acque Spa e i Sindaci dell’ex Ato 2, non solo hanno disatteso la volontà popolare non attuando la cancellazione della rendita del 7%, ma hanno, addirittura, continuato ad aumentare in modo arbitrario le tariffe.

Tabella 1: tariffe della ‘sola fornitura idrica’ per le utenze domestiche 1 (residenti) fra 2001 e 2013



Tariffe in euro della ‘sola fornitura idrica’ per le utenze domestiche 1 periodo 2001-2013
PeriodoGestoreTariffa agevolata al mc (0-80)Tariffa base al mc (81-200)Tariffa I eccedenza al mc (201-300)Tariffa II eccedenza al mc (oltre 300)Quota fissa annua
2001GEA Spa0,1560,3750,6251,2512,784
2002Acque Spa0,5140,6860,9321,11915,493
2006Acque Spa0.6760,9021,2251,47020.358
2009Acque Spa0,8671,1571,5731,88826,395
2011Acque Spa0,9841,3131,7842,14129,891
2012Acque Spa1,0501,4001,9002,2836,09
2013Acque Spa1,1161,4892,0242,42838,44


Aumento 2001-2013
615,38%297,06%223,84%94,08%1.280,74%


Aumento 2011-2013
11.34%13,40%11,34%11,34%12,87%

Tabella 2: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2013



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2013
TariffeAcquedottoFognaturaDepurazioneTotale al mc
Agevolata (mc 0-80)1,1160,1430,5611,821
Base (mc 81-200)1,4890,1910,7482,429
I eccedenza (mc 201-300))2,0240,2601,0183,302
II eccedenza (mc oltre 300)2,4280,3121,2213,962
Quota fissa38,44

Procedendo all’analisi degli importi dell’intera fornitura comprensivi, oltre che dell’acquedotto, anche della fognatura e dello smaltimento, rileviamo come nell’anno 2013 le tariffe raggiungano cifre molto elevate comprese fra 1,821 della fascia agevolata ed i 3,962 euro/mc dell’eccedenza II, alle quali va aggiunta la quota fissa di 38,44 euro annui. A tal proposito, è opportuno rilevare come l’elevata quota fissa finisca per gravare in modo iniquo sulle utenze mono o bi-personali con consumi contenuti (es. pensionati), aumentandone in modo sensibile gli importi delle fatture.

Ulteriori aumenti delle tariffe si sono verificati anche nel 2016 e nel 2017 (tabelle 3 e 4) in contemporanea con la rimodulazione delle fasce di consumo, combinato disposto che va a penalizzare la quasi totalità degli utenti. In quale famiglia in Italia si consuma infatti meno di 30 mc all’anno? Riducendo la fascia di consumi soggetta a tariffa agevolata a soli 30 mc/annui si va a colpire nuovamente le famiglie con uno o due compenti, alle quali viene così applicata in prevalenza la tariffa base. Ugualmente subiscono pesanti aumenti le utenze con i consumi più usuali, vale a dire quelle delle famiglie di 3-4 persone che consumano in media fra 100 e 200 mc annui e che passano da una tariffa di 2,429 euro/mc del 2013 a 3,613 nel 2017.

Tabella 3: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2016



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2016


Tariffe
AcquedottoFognaturaDepurazioneTotale al mc
Agevolata da 0 a 30 mc0,2130,2210,8641,298
Base da 30 a 90 mc1,6380,2210,8642,723
I eccedenza da 90 a 200 mc2,3230,2210,8643,408
II eccedenza oltre 200 mc2,4630,2210,8643,548
Quota fissa38,44

Tabella 4: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2017



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2017
Tariffe

Acquedotto


Fognatura


Depurazione
Totale al mc
Agevolata da 0 a 30 mc0,2260,2340,9161,376
Base da 30 a 90 mc1,7360,2340,9162,886
I eccedenza da 90 a 200 mc2,4630,2340,9163,613
II eccedenza oltre 200 mc3,4610,2340,9164,611
Quota fissa56,35

L’essere in presenza di una strategia aziendale ispirata dalla logica del profitto si evince chiaramente non solo dall’analisi delle tariffe ma anche dalla rimodulazione delle fasce di consumo, attuata ben due volte nell’ultimo quinquennio, entrambe tese a penalizzare le utenze con consumi più bassi, i pensionati ed i settori sociali più fragili, e chi ha comportamenti virtuosi orientati alla riduzione dell’utilizzo della risorsa idrica.

Lo studio effettuato sul periodo 2001-2020 mette in risalto i seguenti aspetti delle politiche tariffarie di Acque Spa, oltre a quello di un generale vertiginoso trend rialzista:

1) un tendenziale restringimento dell’entità della fascia di consumo soggetta a tariffa agevolata che si riduce fra il 2001 e il 2017 da 80 a 30 mc con importo del solo acquedotto che passa da 0,156 a 0,226 euro/mc con doppia penalizzazione per i consumi scarsi.

2) fra il 2017 e il 2020 la fascia di consumo più bassa viene innalzata a 55 mc, tuttavia, conun aggravio dei costi in quanto, al contempo, la tariffa agevolata aumenta di circa 4 volte, da 0,226 euro/mc a 0,942, andando a incidere ulteriormente su chi consuma poco come gli anziani (tab. 5)

3) le fasce di consumo sono state ridotte da 4 a 3 negli ultimi 2 anni con conseguente ridefinizione delle tariffe e aggravio per la bassa e la media, nelle quali il costo totale della fornitura passa rispettivamente, fra il 2017 e il 2020, da 1,376 a 2,190 euro/mc e da 2,886 a 3,133; mentre per le fascia di eccedenza, che dalla soglia di 200mc scende a 135, si riduce da 4,611 a 4,293 euro/mc,

Tabella 5: tariffe del servizio idrico integrato per le utenze domestiche 1 (residenti) anno 2020



Tariffe in euro del ‘servizio idrico integrato’ per le utenze domestiche 1 anno 2020


Tariffe


Acquedotto


Fognatura


Depurazione
Totale al mc
Agevolata da 0 a 55 mc0,9420,2540,9942,190
Base da 56 a 135 mc1,8850,2540,9943,133
Eccedenza oltre 135 mc3,0450,2540,9944,293
Quota fissa61,17

Lo studio della dinamica tariffaria e delle fasce di consumo, dell’ultimo ventennio, dell’ex Ato 2 della Toscana, dal 2015 Conferenza Territoriale 2, e paradigmatico per l’intera regione, conferma come il modello misto pubblico-privato comporti penalizzazioni per i cittadini e lauti profitti per il gestore monopolista, oculato negli investimenti nelle reti e vessatorio nella determinazione delle tariffe, in questa regione le più alte in assoluto a livello nazionale. Come riporta, fra le varie, anche una agenzia Adnkronos del 12 giugno 20202 Nel 2019 una famiglia italiana ha speso in media 434 euro per il servizio idrico integrato e la regione più cara è la Toscana. […] con una spesa media annua di 688 euro, seguita Umbria (531 euro), Marche (527 euro) ed Emilia Romagna (511 euro)”.

L’attuale composizione societaria di Acque Spa annovera in qualità di partecipazione privata la società Adab Spa, raggruppamento comprendente le società Acea SpA (ex municipalizzata del comune di Roma evolutasi in multinazionale delle utilities), Suez Italia SpA (divisione italiana dell’omonima multinazionale franco-belga che a sua volta controlla il 23,3% del capitale di Acea), Vianini Lavori SpA (società controllata dalla holding Caltagirone SpA) e CTC (Consorzio Toscano Cooperative) Società Cooperativa la cui attività risulta la “Costruzione di edifici residenziali e non residenziali”. Dall’analisi degli obiettivi societari emerge come la mission del capitale privato in Acque Spa, ad eccezione di Suez, esuli dal core business aziendale, che come riporta lo stesso sito della società “è quella di garantire l’accesso, la qualità e la continuità del servizio in tutto il territorio di competenza”3, ma sia invece orientato verso il settore delle costruzioni. Pertanto, risulta evidente come il capitale privato di Acque Spa abbia come fine esclusivo il conseguimento di sicuri e ingenti profitti in un contesto privilegiato come quello del regime monopolistico. Utili, peraltro, ricavati a detrimento della qualità del servizio, sempre più penalizzante per l’utenza come testimoniano, fra le tante, le tariffe in costante aumento, le fasce di consumi rimodulate a danno dei cittadini, le ingenti perdite delle reti, un eccesso di burocrazia nelle pratiche e atteggiamenti vessatori di vario genere, come ad esempio avviene in caso di disdetta della fornitura idrica con l’automatica rimozione del contatore costringendo, in caso di riattivazione ad una nuova installazione dello stesso con spese aggiuntive di circa 80 euro.

Alla luce di quanto emerso dal nostro studio, al fine di migliorare la qualità del servizio, di contenere le tariffe, di aumentare gli investimenti nelle reti e di garantire alla cittadinanza un diritto essenziale per la sopravvivenza umana, risulta imprescindibile rispettare i risultati emersi dai Referendum del 2011, riportando sotto controllo pubblico la fornitura idrica integrata, sottraendola agli spasmodici appetiti del capitale. Imprese, quelle in questione, scevre da particolari forme di responsabilità sociale e sempre alla ricerca, grazie alle connivenze politiche, di opportunità di investimento in settori privilegiati in grado di garantire cospicui profitti. Nel caso del modello toscano derivanti sia dall’attività di fornitura del servizio idrico integrato che da un’inaccettabile remunerazione del 7% sul capitale investito nelle infrastrutture.

Eppure, l’esperienza di Napoli, dove il sindaco De Magistris, applicando gli esiti dei referendum, ha riportato sotto controllo pubblico la gestione del servizio idrico con ottimi risultati per i cittadini, sembra indicare l’esatto contrario: nonostante la società ABC (Acqua Bene Comune), creata appositamente allo scopo, abbia introdotto una politica di moderazione tariffaria e abolito la remunerazione del 7% sul capitale investito, riesce a chiudere regolarmente i bilanci in attivo, con gli utili che vanno ad incrementare le entrate comunali.

In qualità di semplici cittadini e a nome di tutti coloro che si recarono in massa alle urne nel giugno 2011 lanciando un preciso segnale agli amministratori locali e al governo sul chiaro orientamento dell’elettorato di sottrarre un diritto inalienabile dell’uomo, come quello dell’accesso all’acqua, allo sfruttamento dei privati, troviamo quantomeno contraddittorio che le amministrazioni comunali dei 55 comuni dell’ex Ato 2, schieratesi all’epoca compatti per il Sì al referendum, continuino a disapplicarne i risultati e a prorogare la concessione della gestione, come avvenuto l’ultima volta il 28 ottobre 2018. In tale occasione, infatti, all’assemblea dell’ AIT (l’Autorità Idrica Toscana, ente pubblico istituito nel dicembre 2011) i sindaci, senza alcun passaggio nei Consigli comunali, hanno proceduto alla ratifica della proroga della concessione del servizio fino al 2031 ad Acque Spa, dopo averla già prolungata dal 2021 al 2026 una prima volta nel 2015.

Una modalità particolare, quella scelta dai 55 sindaci di rispettare i Diritti umani fondamentali, fra i quali l’Assemblea Generale dell’Onu, il 28 luglio 2010, ha inserito anche l’accesso all’acqua potabile e, soprattutto, i principi democratici, intesi come rispetto della volontà popolare.

Tabella 6: incarichi dirigenziali e compensi relativi all’anno 2014 erogati nel 2015

Andrea Vento 9 giugno 2021

NOTE:

1 https://www.istat.it/it/files//2019/10/Utilizzo-e-qualit%C3%A0-della-risorsa-idrica-in-Italia.pdf

2 https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/06/12/acqua-nel-bollette-piu-salate-toscana-piu-cara_5lD2y7Dx7WLZ5zX3398uHO.html?refresh_ce

3 https://www.acque.net/missione

Centri e periferie dell’economia: il nuovo libro di Gianfranco Viesti

Regioni del Nord e del Sud, un’Europa sempre più divisa: le dinamiche dell’economia producono squilibri tra centri e periferie, ed è compito della politica affrontarli. Il nuovo libro di Gianfranco Viesti offre una mappa delle asimmetrie di oggi.

di Claudio Cozza

L’ultimo libro di Gianfranco Viesti, “Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo” (Laterza, 2021) ha un’ampiezza dei contenuti che va molto oltre l’analisi degli squilibri regionali. Viesti fornisce, infatti, una rassegna delle attuali dinamiche economiche a più livelli territoriali, e lo fa da prospettive multiple.

Per spiegare l’odierna polarizzazione fra centri e periferie, nella prima parte del libro l’autore ripercorre la storia del divario fra le regioni italiane nelle sue varie fasi: dagli sbilanciamenti post-unitari, alla mancata convergenza successiva alle due guerre mondiali, fino all’avvento dell’integrazione europea di fine Novecento. Il testo aiuta a capire le radici storiche del divario fra un Nord “centrale” e un Sud periferico, non come automatismo economico ma come effetto di scelte politiche: più rivolte all’attenuazione delle disuguaglianze le politiche dell’Italia liberale di fine Ottocento o quelle improntate al welfare state del Secondo Dopoguerra; acceleratrici del divario, invece, le politiche del fascismo o quelle dell’austerità di fine Novecento. Le dinamiche storiche e quelle geografiche devono però essere studiate insieme, osservando cioè l’interdipendenza fra territori e i relativi rapporti di forza. Non si può, ad esempio, capire la deindustrializzazione di certe regioni italiane negli ultimi decenni senza considerare l’allargamento a Est dell’Unione Europea.

In questa rassegna molti sono i rimandi alle teorie economiche che hanno accompagnato le politiche dei vari periodi, nonché le tabelle e le rappresentazioni grafiche dei dati che aiutano a capire meglio lo stesso sviluppo storico. Il libro diventa così uno strumento utile sia per la divulgazione al grande pubblico, sia per gli addetti ai lavori che vogliano mettere in ordine le tante informazioni sulla geografia economica del nostro Paese. La prima parte si conclude con un rimando ai grandi temi di attualità nel passaggio dal XX al XXI secolo: l’accelerazione della globalizzazione, lo sviluppo della Cina, la deindustrializzazione dei paesi occidentali, le politiche neoliberiste.

La seconda e terza parte del libro si focalizzano invece sull’Italia di oggi adottando, ancora, un approccio dalle molte angolazioni. L’autore fornisce statistiche aggiornate e significative sulle regioni italiane, con un’attenzione particolare alla struttura industriale del Mezzogiorno. E un intero capitolo è dedicato ai “divari civili” fra Nord e Sud, a dimostrazione di un’analisi che usa le statistiche per andare oltre la sola dimensione economica.

La conclusione del volume è dedicata alle politiche economiche che si sono succedute in Italia e a quelle che è possibile realizzare in futuro. C’è spazio per un’analisi critica delle politiche di austerità, per la descrizione delle debolezze delle politiche di sviluppo italiane ed europee, per gli aggiornamenti delle politiche di coesione. Ma anche per un richiamo alle politiche sull’istruzione, sulla ricerca o sulle infrastrutture che hanno frenato l’intero Paese, e il Mezzogiorno in particolare. Anche l’analisi delle politiche richiede un confronto internazionale e storico: se le economie capitalistiche sono “naturalmente” caratterizzate da fenomeni di concentrazione geografica della ricchezza, con alcuni territori che tendono a diventare “centri” e altri “periferie” come suggerito dai teorici della divergenza che Viesti richiama fin dal primo capitolo, l’azione di politica pubblica è necessaria per controbilanciare queste tendenze. I ritardi italiani rispetto alla media europea nell’istruzione, nella ricerca o nelle infrastrutture suggeriscono allora gli ambiti in cui sarebbe necessaria un’azione pubblica più incisiva. I ritardi interni all’Italia, con disparità regionali superiori a quelle di altri paesi europei, suggeriscono invece dove intervenire. La pandemia ha acuito tutti questi divari e, secondo l’autore, oggi è ancora più necessario un forte dibattito pubblico, con un’ottica di lungo periodo, senza però cadere in “sovranismi regionali” contrapposti.

Da un punto di vista teorico, la contrapposizione fra centri e periferie, fra territori più e meno sviluppati, è la chiave di lettura dell’intero libro ma non esaurisce l’argomentazione dell’autore. E, soprattutto, non è vista come un processo ineluttabile: “lo sviluppo regionale è quindi sempre l’esito complesso, combinato, di condizioni di partenza geografiche date, dei processi di evoluzione storica, degli effetti delle decisioni localizzative degli individui e delle imprese, delle grandi scelte politiche che ciascun paese compie. I suoi esiti non sono determinati a priori”.

Gianfranco Viesti, “Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo” (Laterza, 2021).

FONTE:

https://sbilanciamoci.info/centri-e-periferie-delleconomia/embed/#?secret=ZgsmqhHZ46

Ora è l’establishment a rifiutare il neoliberismo…

di Francesco Piccioni

Prendere atto che un paradigma è finito non è mai semplice. In scienza è stato faticosissimo (solo dopo Galileo e Copernico è stato messo a punto un pensiero in grado di sottrarre la ricerca scientifica al dominio delle “sacre scritture”). In economia ci si scontra con molto più materiali interessi che sono prosperati sul vecchio paradigma e hanno qualcosa (non tutto, niente paura!) da perdere.

Proprio perché si tratta in fondi solo di cambiare il quadro di riferimento in cui fare business, i cambi di paradigma economico sono leggermente più semplici. Ma richiedono comunque che la vecchia fase sia così evidentemente conclusa che nessuno – tra le forze economiche che contano – possa essere contrario.

Quello che è iniziato negli Usa è esattamente un cambio di paradigma economico. Ossia un tentativo di rettificare, in piena corsa, i criteri fondamentali di funzionamento del sistema capitalistico occidentale.

Da 40 anni viviamo infatti sotto il dominio dello schema Reagan-Thatcher; “L’ultimo paradigma di politica economica, lasciatoci in eredità da Ronald Reagan (e Paul Volcker), era basato su tagli fiscali, deregolamentazione, tagli al welfare e una politica monetaria rigorosa. Questi erano intesi come rimedi per i due principali problemi economici degli anni ’70 – crescita lenta e inflazione, insieme noti come “stagflazione“.

L’essenza del neoliberismo è questa. E non c’è giorno che un Cottarelli, un Bonomi o un Giannini qualsiasi non ci ripeta la stessa litania travestita da “ricetta per la crescita”: “tagli fiscali, deregolamentazione, tagli al welfare una politica monetaria e di bilancio rigorosa”.

Nel tempio del neoliberismo anglosassone, gli Usa, ci dicono ora “basta così, il sistema è marcio dentro, dobbiamo cambiare registro e serve che lo Stato torni ad avere un ruolo dirigente”. E non è un dibattito tra economisti: è la Bidenomics, la nuova dottrina economica dell’amministrazione Usa, la cui guida è stata assunta da Janet Yellen, segretario al tesoro ed ex presidente della banca centrale (Federal Reserve).

Quest’ultima, con un intervento sul New York Times, è stata particolarmente chiara: “Il sistema fiscale degli Stati Uniti non funziona più, così come il modo in cui gli stessi americani pensano alla tassazione delle società.” E senza un sistema fiscale efficiente non si possono finanziare i faraonici piani di investimento pubblico ormai indispensabili.

La nuova linea – investimenti pubblici in infrastrutture (2.000 miliardi), sostegni ai redditi in crisi per il Covid (1.900 miliardi, già approvato) , un programma per l’occupazione di massa, l’aumento delle tasse per le società (ridotte da Trump dal 38 al 21%), una tassa mondiale unica sui profitti delle multinazionali, così da eliminare la “concorrenza fiscale al ribasso” e la delocalizzazione fiscale e produttiva – ha naturalmente bisogno di una configurazione anche teorica, in modo da non cadere nell’interventismo casuale e asistematico.

Verrebbe da dire che c’è una riproposizione annacquata dell’antico keynesismo, ma in forma molto statunitense. Ossia Big Government, come ai tempi di Lyndon Johnson (e della guerra in Vietnam).

La definizione appare in numerosi interventi di analisti, come Noah Smith e ovviamente il premio Nobel Paul Krugman, che da anni avvertiva sugli scricchiolii del sistema neoliberista.

Il punto di partenza non è ovviamente la preoccupazione per le sorti del mondo, ma unicamente per il mantenimento dell’egemonia Usa sul mondo. Ma se gli Usa “cambiano registro” gli effetti – anche “culturali”, ricordando i disastri del “pensiero unico” – arriveranno presto a cascata anche dalle nostre parti.

Vengono ridicolizzati in un attimo i pilastri teorici e soprattutto pratici degli ultimi 40 anni: “L’idea che i tagli alle tasse aumentino la crescita deriva dalla teoria economica di base; in quasi tutti i modelli, le tasse distorcono l’economia (eccetto per cose come le tasse sul carbonio), quindi se si tagliano le tasse si dovrebbe rendere l’economia più efficiente, aumentando così la crescita almeno temporaneamente.

L’idea che la deregolamentazione aumenti la crescita era più che altro un articolo di fede – dato che “regolamentazione” significa una tonnellata di cose diverse, non c’è un modello economico che possa catturarla in senso generale.

I tagli al welfare erano in parte basati sulla teoria economica – ‘i programmi di welfare sono una forma di tassazione implicita, che teoricamente scoraggia le persone a lavorare’ – e in parte sul dogma della “cultura della dipendenza”. In pratica, devi essere programmaticamente ridotto alla fame nera, così accetti qualsiasi salario ti venga offerto…

Viene da pensare all’ossessione “europea” per l’austerità nelle politiche di bilancio e salariali, che sono ancora oggi l’unico pensiero ammesso, mentre l’area europea si avvia ad essere la più depressa tra le tre grandi macroaree economiche del pianeta (la crescita attesa della Cina per l’anno in corso è ora del 20%!).

Non si salva ovviamente neppure il mantra sul taglio delle tasse e la teoria dello “sgocciolamento” verso il basso. “Ma è chiaro che negli anni 2000 e 2010, il paradigma reaganiano non stava facendo quello che doveva fare. Bush ha tagliato le tasse per gli investitori, ma […] questo non ha aumentato affatto gli investimenti delle imprese. Infatti, i tagli alle tasse in generale non sono riusciti ad arginare il calo complessivo degli investimenti delle imprese private nel periodo 1980-2020”.

Dati alla mano, quella neoliberista era (è) una ideologia per legittimare il saccheggio delle risorse pubbliche, dei redditi medio-bassi, dei paesi più deboli, ecc. Ma ha portato l’economia occidentale all’attuale disastro, enfatizzato dalla pandemia e dall’incapacità dei sistemi neoliberisti di arginarla.

Ci sono voluti il Covid e la follia dell’amministrazione Trump – spiega Noah Smith – per spingerci oltre il limite e farci capire che erano necessari grandi cambiamenti.”

La Bidenomics sta “mirando a creare un’economia a due binari – un settore dinamico e competitivo a livello internazionale per l’innovazione, e un motore nazionale di occupazione di massa e prosperità distribuita.

In termini marxiani si potrebbe dire che si vuole ora che i settori più efficienti nell’estrazione del plusvalore relativo (hi tech, piattaforma, ecc) debbono fornire le risorse per finanziare la seconda economia (cura della persona, ecc), strutturata con una regolazione pubblica piuttosto incisiva.

Un piano di “riforme strutturali” di questa portata incontra necessariamente numerosi ostacoli e innumerevoli problemi.

Il primo è il vincolo del debito. Già questi primi 4.000 miliardi saranno trovati solo in parte “sui mercati”, perché la contemporanea offerta di titoli pubblici che sta montando in tutto il mondo per finanziare programmi analoghi post-Covid (ci rientrano anche i 750 del Recovery Fund europeo), rischia seriamente di far impennare verso il cielo i rendimenti sui Treasury e quindi ingigantire il debito futuro.

Di qui la necessità di innalzare le aliquote fiscali su imprese e grandi patrimoni (pure il Fmi ormai chiede la patrimoniale!), ma anche quella di trovare un accordo mondiale – se ne parlerà al prossimo G20 – per uniformare il livello della tassazione sulle multinazionali, che hanno fin qui potuto approfittare della concorrenza fiscale per scegliere, come sede, i paradisi fiscali più generosi.

Un secondo ostacolo serio è la struttura dei costi in alcuni settori-chiave dell’economia Usa: assistenza sanitaria, cura dei bambini e dei minorenni in genere, edilizia. “Se pompare denaro nell’assistenza a lungo termine porta il costo fuori controllo, si sprecherà il lavoro e si aggiungerà al nostro problema generale dei costi sanitari. Entrambi questi risultati deprimerebbero la produttività e la crescita, lasciando una torta più piccola da distribuire alle masse della nazione. Così […] Biden e la sua squadra dovrebbero concentrarsi sull’identificazione e l’attenuazione delle fonti dei costi in eccesso nelle costruzioni e nella cura della persona, piuttosto che pensare semplicemente che sia sufficiente. gettare più soldi in queste cose”.

Meno problematici, in quest’ottica, sono due vecchi fantasmi dell’ossessione neoliberista: l’aumento dell’inflazione (perlomeno sul breve periodo) e la “fuga delle grandi aziende multinazionali”. Anche perché, senza “la protezione” degli Stati Uniti, il loro potere sugli altri Stati sarebbe decisamente meno feroce…

Grandi cambiamenti, nell’orizzonte del grande capitale. Sono necessari, se vogliono almeno tentare che nulla cambi.

FONTE: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/20173-francesco-piccioni-ora-e-l-establishment-a-rifiutare-il-neoliberismo.html

PASSIONE ’21. Un film di Marco Perri

Lasciamo parlare le antiche parole, scorrere le immagini…

“il film è un adattamento moderno della Passione di Cristo. Una visione laica di uno dei temi più caratterizzanti della nostra cultura occidentale, da Caravaggio a Pasolini, da Bach a Mozart tutti si sono cimentati col tema della passione di Cristo. Nel nostro limite abbiamo provato a confrontarci con questo tema.” La regia è di MARCO PERRI che ha lavorato con Noemi Serrao, Simone Petracca, Francesco Rizzo e Cristian Morello e altri attori reclutati, on the road, da Neptune Spears (https://www.neptunespears.net/).

Girato sulle sabbie bianche nell’orizzonte di Stromboli e delle Eolie, dentro la Pandemia.

Marco Perri, cineasta calabrese di stanza a Bruxelles (come tanti altri normali talenti della nuova emigrazione), si è cimentato con le allucinazioni pandemiche fin dall’inizio degli eventi, tra lock down a ripetizione e rientri obbligati o forse anelati, nella sua Calabria, dalle parti Capo Vaticano. I suoi ultimi lavori dedicati all’umano (dentro la virulenza) e girati nelle piazze e nelle strade del Belgio, possono essere visti su: https://vimeo.com/neptunespears

Vale la pena chiedersi, dentro lo schiamazzo generale intorno alla Next Generation EU, se l’immaginario e le capacità di giovani artisti come Marco Perri meriteranno di trovare uno spazio: non solo per loro, ma per ciò che rappresentano, in questo caso per la Calabria e il Meridione in generale. Le immagini che vedrete possono essere girate solo lì, e solo con gli occhi dei figli di queste terre.

Buona visione!

(Rodolfo Ricci)

“PASSIONE ’21”

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”. Continua a leggere

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

“DOMINIO”: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

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Jean-Luc Mélenchon: Monetizzare e cancellare il debito

Sulla scia dei 50 economisti che su Le Monde hanno firmato un appello riguardo l’annullamento del debito detenuto dalla BCE[i], Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ha pubblicato un interessante articolo su La Tribune, di cui qui offriamo la traduzione[ii].

La signora Lagarde dovrebbe andare al Louvre. Potrebbe così recarsi fino alla stele sulla quale è inciso il Codice di Hammurabi. Certo, non è un testo delicato. «Occhio per occhio, dente per dente» è severo! Ma lo stesso crudele realismo si esprime in un altro modo a proposito di debiti. Il caso trattato è quello del debitore che ha subito i danni di un’alluvione o di un disastro. Il sovrano dell’anno 1750 a. C. dice che questo debitore «non restituirà il grano al creditore, immergerà la sua tavoletta [sulla quale erano segnati i debiti] nell’acqua e non darà l’interesse di quest’anno». Immerga la sua tavola nell’acqua, signora Lagarde! Cancelli i debiti pubblici detenuti dalla BCE. Perché sennò, come il debitore che ha subito l’inondazione, arriverà presto il momento in cui, lungi dal potervi pagare, il debitore le infliggerà la bancarotta totale. Cancelli! Ne abbiamo bisogno oggi per uscire dalla crisi creata dalla pandemia e ripristinare la capacità di azione dello Stato. Continua a leggere

Memoria/Paolo Cinanni: “L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE” (Gennaio 1980)

L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE

Col passaggio dalla meccanizzazione all’automazione del processo produttivo muta il carattere dell’emigrazione. La battaglia per la conquista dei diritti.

di Paolo Cinanni

Nel corso della storia dell’umanità, il fenomeno migratorio rappresenta sempre un fattore di progresso per i paesi d’immigrazione, che si adegua man mano alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive.

Dalla primitiva emigrazione coloniale, si passa alle ferme caratteristiche dell’emigrazione operaia più recente, sino ai nostri giorni, in cui l’immigrazione viene man mano adeguandosi al nuovo processo di decentramento produttivo, assumendo anch’essa forme nuove.

La primitiva emigrazione di coloni era diretta verso paesi e regioni scarsamente popolate, per la messa in coltura di nuove terre e per la trasformazione progressiva delle colture estensive in colture intensive specializzate, con la promozione di un nuovo mercato, che crea le premesse medesime per lo sviluppo dei primi processi d’industrializzazione.

A cominciare dal Nord-America, negli ultimi decenni del secolo scorso, la primitiva immigrazione viene perciò stesso trasformandosi: grandi masse di forza-lavoro, e fra queste i lavoratori immigrati, vengono concentrati nei grandi agglomerati urbani ove si sviluppa la grande produzione industriale. L’immigrato si trasforma, quindi, da contadino in operaio, concorrendo – col suo contributo aggiuntivo di lavoro produttivo – allo sviluppo accelerato dell’economia del paese ospite, fornendo al capitale stesso un supervalore crescente, che ne accelera la riproduzione e l’espansione del suo potere sui mercati mondiali.

Questa supremazia economica e finanziaria del capitale dei paesi industrializzati sui mercati mondiali si trasforma presto in potere politico e dominio imperialistico sugli altri paesi del mondo. Continua a leggere

Draghi al volante: il pilota automatico è in riparazione

Dopo la caduta di Giuseppe Conte si sono scatenate violente risse fra i diversi gruppi parlamentari rendendo quasi impossibile la formazione di un nuovo governo. Per ripristinare l’ordine, munito di bastone e di carota, è arrivato il capo-banca

* * * * *

Il 7 marzo 2013, a conclusione della seduta del consiglio BCE, durante la consueta conferenza stampa nella sala di EuroTower, Mario Draghi ebbe a commentare i risultati delle elezioni appena svolte in Italia, senza alcuna maggioranza certa. Il 5 agosto 2011, a quattro mani con il suo predecessore Trichet, il nuovo presidente aveva indirizzato al presidente del consiglio Silvio Berlusconi una lettera segreta per imporre non solo profonde modifiche della legislazione giuslavoristica italiana ma anche l’inserimento nella Carta Costituzionale del principio di pareggio del bilancio, minacciando in ipotesi di diniego la cancellazione degli aiuti economici europei. Come noto tutti i partiti si erano piegati, approvando in tempo record, quasi all’unanimità e senza referendum confermativi, la norma che impediva qualsiasi investimento pubblico futuro, ove questo determinasse un incremento del passivo.

Il pilota automatico

Dopo aver così constatato la fragilità del ceto politico italiano Mario Draghi non esitò ad affermare, con voce pacata ma con  insolente sicurezza, che le elezioni impressionano solo i partiti e i giornalisti, non i mercati; dunque si dichiarò certo che l’Italia avrebbe proseguito il cammino di riforme tracciato dalla BCE, a prescindere da chi avrebbe costituito la compagine governativa. A decidere la via dell’esecutivo in formazione, quale che fosse, era infatti, ormai, un pilota automatico: non ci potevano essere ostacoli o deviazioni. Bisogna riconoscere che l’immagine del pilota automatico rendeva (rende) perfettamente l’idea di quelli che erano (sono) i rapporti di forza e gli equilibri di potere; in ogni caso la successione degli eventi gli diede perfettamente ragione.

Fra il 2013 e il 2018, infatti, le due Camere smantellarono l’intera architettura dei diritti conquistati dai lavoratori, a prezzo di durissime lotte, nel secolo scorso; l’opera iniziata dalla coppia Monti-Fornero (su richiesta della BCE guidata da Draghi) proseguì con Matteo Renzi. Il pacchetto di Decreti Legislativi (il c.d. Jobs Act) autorizzati a larga maggioranza parlamentare ebbero il pieno consenso dell’attuale gruppo interno alla componente di sinistra L&U, ovvero Articolo 1 di Bersani/Speranza, e perfino il voto dell’icona Mario Tronti. Solo la severa sconfitta del Partito Democratico al referendum costituzionale (dicembre 2016) determinò una scomposizione del quadro politico, una crisi delle alleanze acuita dalla contestuale crescita di consensi per la componente sovranista (di destra: Meloni e Salvini). Ma il pilota automatico (in piena funzione pure nel curioso mosaico del governo Gentiloni) continuava ad assicurare il mantenimento della rotta. Nel quinquennio 2013-2018 Mario Draghi, saldo al vertice della BCE, fu il vero indiscusso artefice di un formidabile consolidamento delle privatizzazioni, in particolare nei settori chiave della telefonia, dell’energia, delle banche, delle assicurazioni; in un breve volgere di tempo è radicalmente mutato il sistema-paese.

Mario Draghi

Draghi nacque a Roma nel 1947, durante il IV governo De Gasperi, e questo pare già un segno del destino; per ottenere i fondi del Piano Marshall i comunisti erano stati necessariamente collocati per la prima volta all’opposizione, pur restando costruttivi e partecipi. Il padre, Carlo, era entrato in Banca d’Italia nel 1922, legandosi a Donato Menichella, l’uomo che diresse l’IRI fra il 1936 e il 1944 e poi la Banca d’Italia nel 1946, su indicazione di Luigi Einaudi. Terminato il liceo dei gesuiti romani (il prestigioso Massimiliano Massimo)  e conseguita la laurea alla Sapienza, Draghi, già nel 1971, fu ammesso al Massachussets Institute of Technology su segnalazione (nientemeno!) di Modigliani; nel 1981, a 34 anni, era già ordinario all’Università di Firenze (cattedra di economia e politica monetaria). Goria, ministro del tesoro, lo fece suo consigliere già nel 1983 e questo fu il primo passo in politica di questo giovane ambizioso e brillante, direttore esecutivo della Banca Mondiale fra il 1984 e il 1990. Per nulla al mondo un uomo simile si sarebbe tenuto lontano dalle stanze del governo; anzi! Fra il 1991 e il 2001, quale direttore generale del Ministero del Tesoro (e indifferente al cambio dei ministri temporaneamente in carica) fu il grande regista della prima vasta opera di privatizzazione delle compagnie di stato. La rivoluzionaria normativa in materia di intermediazione finanziaria fu varata in base ad una legge delega, a mezzo di un decreto legislativo, n. 58/1998; dal nome di chi aveva redatto il testo si chiama legge Draghi. Proprio per la lunga esperienza acquisita dentro il ministero e dentro il palazzo della politica fu chiamato in Goldman Sachs, con una funzione apicale, curando in particolare i derivati. Ci rimase per quasi quattro anni, nell’ultimo biennio quale membro del Comitato Esecutivo. Nel 2016 è poi arrivato Barroso, sempre dall’Unione Europea. Poiché era stata proprio Goldman Sachs a riempire la Grecia dei prodotti derivati che causarono il tracollo di quel paese scoppiarono accese polemiche, con accuse di conflitto d’interesse; ma il professor Draghi chiarì – con calma e con garbo – di essere estraneo a quel cattivo affare, la Grecia lo aveva fatto nel 2011,dunque  prima del suo arrivo. E accettò, dopo lo scandalo detto Bancopoli, la proposta di Silvio Berlusconi sostituendo Fazio al vertice della Banca d’Italia, nel dicembre 2005. L’investimento in Goldman Sachs fu affidato al fondo cieco Serena insieme al resto del patrimonio mobiliare; e possiamo naturalmente essere certi che da allora Mario Draghi non ne abbia saputo più nulla, salvo un periodico esame dei riepiloghi inviati dai funzionari del blind trust.  Il resto è storia recente: dal novembre 2011 fino alla scadenza del mandato nel 2019 rimase al vertice della BCE, per poi recarsi in Umbria. L’unico in famiglia a occuparsi di derivati è Giacomo, suo figlio, prima in Morgan Stanley e ora con Hedge LMR (ex trader di UBS). La cronaca giornalistica ci riferisce che da molti mesi il banchiere vive appartato in un borgo umbro, Città della Pieve, con la moglie e un cane bracco ungherese (si chiamerà Orban?), dedito all’ozio e alla lettura; per rispetto non si accenna a quel che mangia e a quanto beve, ma lo presentano come uno sfaccendato a riposo.

Il cambio di passo

La realtà è tuttavia un’altra. Mario Draghi è il vicepresidente del Gruppo dei Trenta (G30), l’organismo creato nel 1978 per iniziativa di Geoffrey Bell, presidente onorario ancora oggi, con il finanziamento della Fondazione Rockfeller. I membri – non più di 30 complessivamente – vengono dai più diversi paesi e rappresentano i diversi possibili punti di vista del moderno capitalismo finanziarizzato e tecnologico; sono economisti, governatori delle banche centrali, ministri del tesoro, una pattuglia scelta incaricata di predisporre consigli a tutti i governi del mondo per mezzo di periodici rapporti. Ne fanno parte Jean Claude Trichet (il vecchio socio della lettera segreta), il neo ministro del tesoro americano Janet Yellen, il governatore cinese della Banca del Popolo Yi Gang, lo spagnolo Caruana, l’israeliano Frenkel, e così via. Incaricato dal G30 di procedere alla redazione del rapporto ai governi del mondo sul rapporto economia/pandemia è stato assegnato proprio al nostro sfaccendato banchiere, insieme a Raguram Raiaw; fu presentato in conferenza stampa il 16 dicembre 2020, quando ormai la crisi di governo faceva capolino. E se incaricò naturalmente, in assenza del fido bracco ungherese rimasto a Pieve della Città, il nostro nuovo presidente del consiglio. Con lui c’erano Victoria Ivashina (proveniente dal Kazakistan, ma ormai brillantemente insediata ad Harward) e Douglas Elliot, entrambi in piena sintonia. Proprio a riposo non doveva essere.

Il rapporto è di grande interesse, pur se ignorato dai commentatori italiani, i quali preferivano occuparsi di questioni più alla loro portata, come il colore degli abiti della sindacalista Bellanova o il disagio del dissidente Di Battista, riducendo le ragioni della crisi alle grottesche liti di cortile fra le bande di maggioranza e minoranza.

Draghi e Raiaw  riprendono, rielaborandoli e adeguandoli alla fase, alcuni spunti di Joseph Schumpeter sul c.d. modello dinamico, a fronte di un oggettivo mutamento delle modalità organizzative del complessivo processo di produzione e profitto. La gigantesca trasformazione originata dalla spinta di continue innovazioni è entrata in contatto con le conseguenze legate alla pandemia; i giuristi potrebbero ricondurre il corona virus nell’ambito del danno evento , contemporaneamente causa ed effetto, senza necessità di ulteriori dimostrazioni. Certamente vi è stata una sinergia che ha moltiplicato geometricamente sia le perdite sia i profitti, le ricchezze e le povertà. Quasi rifacendosi al nostro Christian Marazzi il G30 sembra evocare una sorta di comunismo del capitale per rimediare, almeno nell’immediatezza, alle crepe dell’attuale meccanismo, e assicurare continuità in questo passaggio.

Il flusso delle merci immateriali impone un cambio di passo, qui e ora, al nuovo capitalismo; la pandemia ha evidenziato come l’ipotesi di una sostituzione graduale del vecchio assetto sia ormai insufficiente. Nel 2011 la scelta era stata quella di utilizzare l’austerità e il pareggio di bilancio per smantellare l’impianto tradizionale di welfare  laburista-popolare in tutti gli stati dell’Unione Europea, di far pagare il costo della crisi finanziaria ai lavoratori stabilizzati, di agevolare, imponendolo, l’introduzione di una condizione precaria generalizzata perché più adeguata alle esigenze di profitto. Dunque si diede corso al taglio di personale pubblico, alla privatizzazione dell’istruzione e della sanità, al contenimento della spesa; il pareggio di bilancio, invocato da strutture statali in deficit istituzionale permanente, costituiva una manovra tutta politica di attacco funzionale al processo di sussunzione da realizzare nella fase di transizione. Nel 2020, dopo il susseguirsi di crepe e di crisi, cambia il programma; si torna all’utilizzo dell’indebitamento per investire, per sanare i guasti, per consolidare il cambiamento e tenere fermi i nuovi rapporti di forza conseguiti dal capitale durante lo scontro sociale in atto.

In forme diverse, negli ultimi anni, si è sviluppata una scomposizione del quadro politico tradizionale, una ripartizione del consenso elettorale così variegata da rendere difficile qualsiasi sintesi, anche per i troppo frequenti cambi di sentiment in territori regionalizzati e quasi atomizzati. Il prepotente ingresso sulla scena di movimenti nazionalisti, di componenti apertamente reazionarie e xenofobe, perfino di violenti scontri motivati con richiami alla religione, tutto ciò ha creato qualche intoppo nel funzionamento del pilota automatico; nei singoli stati la risoluzione delle difficoltà ha richiesto una certa dose di creatività, diversificandosi in Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, Polonia, Italia (fra le esperienze indubbiamente più fantasiose, come di consueto siamo un laboratorio). La pandemia ha acuito i problemi; non ci si può stupire che nella cabina di regia non si siano limitati alla strategia di contenimento, ma abbiano deciso di usarla. Seize the opportunity! Specie dopo aver deliberato la spesa, l’investimento allo scoperto di cassa, la scelta di un deficit.

La distruzione creatrice. Il progetto del Group of Thirty

Rielaborando Schumpeter il rapporto stilato da Mario Draghi e presentato il 16 dicembre 2020 si fonda su una vera e propria distruzione creativa, capace di calarsi nella fase attuale di crisi e trasformazione per costruire un nuovo diverso equilibrio con i fondi stanziati. In questa situazione a ben poco servono elezioni; tanto la soluzione sarebbe la stessa a prescindere dall’esito. Il povero Tsipras vinse ampiamente il suo referendum, ma gli servì a nulla; le condizioni non erano trattabili, o le accettava o lo facevano quadrato. Si arrese a Mario Draghi inteso come male minore.

Il progetto di distruzione creativa non prevede affatto di conservare o ripristinare il precedente status quo ante. Le attuali regole sono assai chiare, come ebbe ad esporre l’attuale direttore del Tesoro Alessandro Rivera: i fondi vanno a chi possa presentare un fatturato pregresso di almeno 50 milioni, non sia in stato di oggettiva decozione, intenda investire almeno 100 milioni in un tempo preciso. L’ingresso della parte pubblica gioca un ruolo primario, a garanzia delle banche, con il fine di preservarle dai rischi connessi ai finanziamenti andati a vuoto; quindi (ma è cosa diversa dalla vecchia IRI di Beneduce e Menichella) lo Stato entra direttamente in partita per controllare  il complessivo meccanismo. Con buona pace dei nostalgici legati alla manifattura il progetto Draghi (e del G30) non teme affatto il rischio di un incremento della disoccupazione; si lascia anzi intendere che non si debbano sprecare risorse per il salvataggio di imprese che non appaiano capaci di assicurare la loro sopravvivenza al termine della pandemia. La distruzione riguarda proprio loro, senza alcun senso di colpa e senza ripensamenti. L’idea forza sta nel ritenere che solo procedendo in questa maniera potranno emergere nuove possibilità di accesso al lavoro e al reddito (Draghi è persona garbata, non lo chiama accesso allo sfruttamento). E’ questa una concezione di taglio palesemente sviluppista che vede le nuove tecnologie (digitalizzazione) e la trasformazione ecologica (il tema ambientale) tutte piegate alle esigenze del nuovo capitalismo finanziario e informatico. Dentro questo schema non si consuma solo il tradizionale conflitto fra operai e capitale ma prevede anche una inevitabile resa dei conti all’interno delle strutture d’impresa.

Il governo di unità nazionale

Pandemia e inadeguatezza del ceto politico rendono necessario il tagliando e il pilota automatico è momentaneamente in officina per interventi di manutenzione. Nelle more il suo inventore, Mario Draghi, si è messo al volante per evitare incidenti di percorso. Persona decisa, ma al tempo stesso prudente, ha accettato l’incarico solo dopo aver ottenuto l’adesione di quasi tutto lo schieramento politico, da destra a sinistra, con la sola opposizione, naturalmente serena e costruttiva, della ex-fascista Giorgia Meloni, che così garantisce il contraddittorio e la dialettica parlamentare.

Dopo Ciampi, Dini e Monti la Banca d’Italia si incarica di mandare i suoi funzionari al governo di unità nazionale. Questa volta ci siamo risparmiati le lacrime comuniste che avevano accompagnato il voto di fiducia a Dini, il ministro Speranza (pure lui laureato alla LUISS peraltro) è rimasto al suo posto senza necessità di un pianto dirotto. Siamo ben oltre la maggioranza Ursula, aveva ragione la cattolica Victoria Ivashina (Pontifical Catholic of Perù prima di Harward) nel ritenere che Mario Draghi avrebbe portato a termine la missione, tenendo incollate tutte le forze litigiose delle due camere. Giustizia e lavoro si caratterizzano per nomine sostanzialmente interlocutorie. Orlando è stato ministro durante il Jobs Act, ma varò anche le norme penali sul caporalato; è certo più gradito a Confindustria della Catalfo, ma non è neppure totalmente un forcaiolo. Cartabia è una cattolica un po’ bacchettona (non si è mai rassegnata all’introduzione dell’aborto) ma non è priva di sensibilità sociale. Scuola e ricerca sembrano procedere con cautela, senza scossoni probabilmente, a giudicare dai prescelti. Il ritmo del nuovo esecutivo appare chiaro guardando le nomine legate alla spesa: Colao, Franco, Giovannini, Garofoli, Cingolani sono una squadra di tecnocrati guardinghi e collaudati, in piena sintonia con il rapporto del G30 e con lo stile di Draghi. I politici, siano essi leghisti pentastellati o democratici, si adegueranno, accontentandosi di una percentuale, esattamente come se fosse ancora in funzione il pilota automatico. E i giornalisti come Fubini o Buccini eviteranno accuratamente di misurarsi sul tema spinoso delle imprese da finanziare o abbattere, limitandosi come sempre a dissertare di spread, di Mes, di nulla, scrivendo qualsiasi cosa purché a pagamento. Il bracco ungherese può passeggiare tranquillo nel parco privato di Pieve della Città.

 

 

FONTE: http://effimera.org/draghi-al-volante-il-pilota-automatico-e-in-riparazione-di-gianni-giovannelli/

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

La dinamica macroeconomica recente dei Territori Palestinesi

Accertate le considerevoli differenze che sussistono tra le due entità geografiche che li compongono, potrebbe fornire un quadro fuorviante procedere all’analisi economica e sociale dei Territori Palestinesi nel suo complesso; riteniamo pertanto più significativo procedere, sin dove la disponibilità dei dati lo consente, alla disamina della situazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in modo disaggregato. Continua a leggere

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione.

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela

Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

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Un governo che non ci rappresenta

di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

Mentre scriviamo non conosciamo l’esito della crisi. Possiamo comunque fare alcune considerazioni. Ignorando l’articolo 94 della Costituzione, si sono provocate le dimissioni di un governo che aveva ricevuto la fiducia delle Camere. Merito del cinico disegno politico di Renzi d’Arabia, che aveva l’obiettivo – fin qui raggiunto – di rompere l’alleanza Pd-5 Stelle-Leu per consegnare la gestione del Recovery Plan alla destra, o comunque a un governo più prono ai desiderata di Confindustria e della finanza internazionale.

Il presidente della Repubblica ha incaricato Mario Draghi, sulla cui investitura era in corso da mesi una ben congegnata campagna mediatica. Il governo “che non debba identificarsi con alcuna formula politica” richiama a tutti noi l’esperienza ben nota del governo Monti. Per tutti i lavoratori il governo Monti è stato quello della controriforma Fornero. Sono ancora sanguinanti le dolorose ferite lasciate da quella infausta stagione tra lavoratori e pensionati, e nello stesso rapporto di fiducia non solo verso i partiti ma anche verso il sindacato.

In una democrazia parlamentare non esiste un governo “tecnico”. I governi sono sempre politici, votati in Parlamento. Qualsiasi governo interviene con scelte politiche, economiche e sociali che hanno un indirizzo e fanno riferimento a determinati interessi.

A noi spetta il dovere di mantenere forte la nostra autonomia con un costante richiamo alle nostre proposte, elaborazioni strategiche, piattaforme, e alle nostre scelte congressuali. Ma soprattutto alla nostra idea di società e di futuro, al bisogno di radicale discontinuità dal passato. Di richiamarci costantemente agli interessi di parte che rappresentiamo, e ai bisogni e diritti del mondo del lavoro.

Ci sottraiamo al coro assordante del “viva re Draghi”,“salvatore della patria”. Un coro ideologico e ipocrita che sovrasta e omologa tutto e tutti, e che abbiamo già conosciuto in passato con Ciampi, Dini e Monti. Abbiamo una sana diffidenza, anche perché non dimentichiamo che Draghi, tra l’altro, è stato fra i padri ideologici della stagione delle privatizzazioni, un convinto liberista e uomo designato dalla grande finanza internazionale.

Tutti i governi guidati da “tecnici” – dal governatore Ciampi con le politiche fallimentari dei redditi e gli accordi di concertazione, a Dini fino a Monti – si sono rivelati governi che hanno favorito il capitale, l’impresa e il profitto. Il mondo del lavoro, i ceti meno abbienti, le donne e i giovani, con i governi di “unità nazionale”, “del presidente” o dei cosiddetti “tecnici”, hanno sempre pagato le crisi economiche e politiche di questo Paese.

Siamo in una crisi di sistema e della rappresentanza, e non possiamo permetterci di alimentarla con un governo che non dovrebbe identificarsi “con alcuna formula politica”. I partiti, il Parlamento, le istituzioni rappresentative sarebbero svuotate e la politica, già poco rappresentativa e lontana dal paese vivo e reale, darebbe spazio nel sentire comune all’idea fallace che per uscire dalla crisi ci vuole un governo “dei tecnici”, guidato da un uomo forte.

Noi non la pensiamo così. Non ci arrendiamo al presente. Saranno il Parlamento e le forze politiche a decidere. Ma il sindacato non può dare carta bianca a nessuno. Siamo consapevoli che il ricorso alle urne potrebbe essere un salto nel buio, ma il voto è un diritto costituzionale del popolo sovrano, da esercitare quando non si trovano le possibili soluzioni politiche.

E’ bene ricordare alle forze politiche progressiste e di sinistra che il loro futuro – e il loro consenso, anche elettorale – si gioca oggi dentro a questa crisi, su chi la pagherà, su come se ne uscirà e se saranno fatti quegli interventi radicali che segnino il cambiamento necessario al Paese, al mondo del lavoro e dei pensionati.

Il futuro governo si aprirà a destra, parlerà con più attenzione ai poteri forti del Paese, Confindustria in testa, e guarderà ai bisogni del mercato, agli interessi della grande e piccola finanza, muovendosi nel solco liberista. Dobbiamo mantenere la nostra autonomia, e mobilitarci per quanto abbiamo definito e convenuto con le lavoratrici, i lavoratori e i pensionati.

Avevamo già avvertito, facili profeti, che nella situazione data un nuovo governo sarebbe stato in ogni caso un governo spostato a destra. Ancora una volta, alla crisi politica del Paese, una classe dirigente che si identifica negli interessi dei capitalisti e della finanza vuole rispondere con una politica che ignora – se non come pretesto – i drammi di milioni di cittadini poveri (5 milioni) o impoveriti (8 milioni); la paura per il futuro di centinaia di migliaia di lavoratori che rischiano il posto di lavoro; il dramma quotidiano di chi si arrabatta tra lavoro nero e precarietà. Mentre incombe ancora un’epidemia che non si riesce a tenere sotto controllo e a sconfiggere, e stenta a decollare la campagna di vaccinazione.

Come con Monti, si individua in un “tecnico” del sistema finanziario il garante non dei diritti ma della stabilità. Invece di ricostruire un sistema pensionistico solidale e che guardi ai giovani e ai discontinui, si abolirebbe “quota 100” senza istituire un equo sistema di pensionamento flessibile; invece di riformare ed estendere il reddito di cittadinanza, costruire un sistema universale di ammortizzatori sociali e ridare vigore al collocamento pubblico, si cercherebbe di ridurne la portata e di lasciare mano libera alle imprese, come puntualmente preteso da Confindustria. Invece di una patrimoniale si vorranno tagliare indistintamente tasse e contributi, tornando alla logica di meno Stato e più mercato.

La Cgil si troverà dinanzi a un governo con il quale sarà più difficile ottenere quanto indicato nelle nostre piattaforme: la necessità assoluta di discontinuità e cambiamento. Purtroppo le sorti del governo non sono nelle mani del movimento operaio. Non ci sono in Parlamento forze politiche che mettano al centro della loro politica gli interessi materiali, il punto di vista, le aspirazioni sociali di quanti vivono del proprio lavoro. E’ il prodotto, grave, della crisi di quella che fu la sinistra italiana con i suoi partiti di massa.

Il sindacato confederale, con il suo radicamento sociale, il peso organizzativo, il suo apparato di migliaia di funzionari nelle strutture sindacali e nei servizi, la rete di decine di migliaia di delegati, è tutto ciò che resta di vivo e operante di quella storia. L’unico modo di stare dentro la crisi della politica, per la Cgil, è di tenersi forte la propria autonomia, rifuggendo dal richiamo – avanzato da più parti – a nuovi patti “sociali” o concertativi. Tutt’altro della conquista del necessario confronto per imporre che il Piano di ripresa e resilienza contenga obiettivi chiari e verificabili di nuova occupazione, stabile e di qualità, prima di tutto grazie all’intervento diretto pubblico nei settori strategici, nella riconversione ecologica, e nella pubblica amministrazione.

Proroga del blocco dei licenziamenti e degli sfratti, ammortizzatori universali, contratti di lavoro, riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, nel quadro delineato dal Piano del Lavoro e dalla Carta dei Diritti, da tempo proposti dalla Cgil, sono i terreni su cui la nostra confederazione deve misurare qualsiasi governo, mettendo subito in campo – nonostante le difficoltà dovute alla pandemia – i necessari livelli di mobilitazione e conflitto.

Saremo giudicati – come sempre – per la nostra capacità e coerenza nel rappresentare i bisogni e i diritti di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, giovani precari e in cerca di lavoro. Con il senso di responsabilità di un sindacato generale che guarda al bene comune a partire dalle persone che rappresenta, che sono l’asse portante della democrazia e del benessere del Paese.

 

Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo

di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Ruolo pubblico, energie rinnovabili, economia circolare

di Maurizio Brotini

La crisi di governo non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica, e un nuovo ruolo pubblico nell’economia.

La crisi di governo – mentre scriviamo non ne conosciamo ancora sviluppi ed esiti – non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica e un nuovo, rinnovato ruolo pubblico nell’economia, a partire dai servizi pubblici locali, i monopoli naturali, e le reti e infrastrutture come le autostrade, per arrivare alla fibra digitale.

I monopoli naturali privatizzati favoriscono le rendite parassitarie, oltre a non essere messi al servizio degli interessi generali, come ogni manuale di macroeconomia mainstream recita.

La transizione energetica – con il superamento delle energie fossili a favore delle rinnovabili – è una necessità sul piano ambientale e uno stimolo alle aziende, in gran parte a partecipazione pubblica, che insistono sul settore a investire anche nel nostro Paese in energia rinnovabile.

Destinare – oggi – troppe risorse ad investimenti sul gas pregiudica oggettivamente la possibilità di una reale ed effettiva decarbonizzazione, così come il ricorso all’idrogeno blu anziché verde è una contraddizione in termini. Il piano energetico europeo non è adeguato alla crisi climatica, il piano italiano è ancor più arretrato, e c’è chi propone e sostiene che bisognerebbe rallentare nella transizione, perché il nostro sistema non sarebbe “pronto”. Sarà pronto se verrà spronato, non se detterà i tempi ed i modi della transizione.

La causa del cattivo stato di quella che è comunque la seconda (forse la terza) potenza industriale e manifatturiera europea non risiede in primo luogo nel costo dell’energia, ma nel peso della rendita immobiliare e finanziaria, e nell’abbandono di politiche industriali a favore di una terziarizzazione povera nei settori del turismo, della ristorazione e del commercio. Dalla svendita del patrimonio industriale delle partecipazioni statali, dall’apologia del Mercato contro lo Stato.

Non bisogna essere accomodanti sui tempi proposti in maniera allungata dai settori energivori, ma spingere per costringere all’innovazione non solo di processo ma soprattutto di prodotto. Lo sosteneva già lo stesso Palmiro Togliatti nel suo “Ceti medi ed Emilia rossa” che è il conflitto il motore dello sviluppo.

Occorre dunque ri-orientare le produzioni non alle sole esportazioni ma a favore del mercato interno, ampliarlo attraverso la crescita del perimetro pubblico che garantisce competenze tecnico-gestionali e stabilizza i consumi, assieme alla rivalutazione delle pensioni ed aumenti salariali. Contestualmente a ricreare lo spazio per politiche industriali autocentrante occorre sviluppare la presenza dello Stato e del sistema delle autonomie locali nei settori strategici, a partire dai servizi pubblici locali. E’ inaccettabile e in contrasto con politiche economiche keynesian-programmatorie l’ulteriore ampliamento del ruolo delle quotazioni in borsa di questi ultimi, sul modello delle esistenti multiutility, oltre al mancato rispetto dell’esito del referendum sulla ripubblicizzazione del servizio idrico.

Gli investimenti in energie rinnovabili, dunque, non sono in contrasto con un sistema industriale e manifatturiero di qualità, anzi. Sono intrecciate nella costruzione di un ormai non più rinviabile modello di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. E per evitare che il conflitto capitale-lavoro-ambiente si scarichi tutto sul fattore lavoro, è necessario prevedere un super ammortizzatore sociale per la transizione green.

Bisogna poi come Cgil cogliere e stare dentro lo spirito del tempo, che vede le questioni ambientali, per la pesantezza della crisi climatica, al centro della discussione pubblica e terreno di feconda mobilitazione delle giovani generazioni. Oltre che questioni più complessive di ridisegno del quadro politico che questa crisi di governo ci consegnerà, bisogna tenere ben dritta la barra come Cgil con la necessità di risposte nette e radicali che il quadro sociale e ambientale impone.

Siamo chiamati ad una nuova stagione dove misurare autonomia dal quadro politico, radicalità inclusiva della proposta e necessità di mobilitazione. Al netto delle necessarie ed opportune accortezze, al commissariamento della politica che è sotteso alla discussione sul possibile governo “dei migliori” non può accompagnarsi una fase di rassegnata apatia sociale. Mai come oggi radicalità delle proposte, a partire dalle scelte di politica energetica e di una riconversione circolare e green dell’economia, deve andare di pari passo con il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti.

 

 

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Elezioni in Ecuador: emergono gli indigeni.

Alle presidenziali si profila un ballottaggio fra il candidato correista Arauz e l’indigeno Yaku Perez. Alle legislative avanza Pachakutik espressione della Conaie

Domenica 7 febbraio in Ecuador si sono svolte sia le elezioni Presidenziali sia le parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, oltre a quelle per l’elezione dei 5 membri del parlamento indigeno, in un clima di grande attesa e partecipazione. In base ai dati ufficiali trasmessi dal Cne (Consiglio Nazionale Elettorale) dell’Ecuador, come previsto l’affluenza è risultata molto elevata, ben 81,24%, a testimonianza della percezione dell’importanza di questa doppia tornata elettorale, soprattutto per le presidenziali. Continua a leggere

Matilde e le suore cabriniane di Matiguàs (Nicaragua)

di Marco Consolo

Non avevo idea che quel viaggio avrebbe cambiato la mia vita, per sempre. Correva l’anno 1983, avevo 25 anni. Conoscevo qualcosa dell’Europa, percorsa in lungo e largo con l’autostop e i viaggi in Vespa. Ma il salto del otro lado del charco mi avrebbe aperto un continente e la sua storia. La tragedia e l’allegria del tentativo di riscatto sociale di milioni di esseri umani, che iniziavo a conoscere.

Io venivo dal movimento studentesco, poi dai collettivi di quartiere, dalla cosiddetta sinistra extra-parlamentare italiana. Ero un giovane comunista eterodosso. Nonostante tutto un “mangia-preti”, come scherzosamente ci si chiamava. In quanto a religione cattolica, a Roma conoscevamo l’opulenza vaticana, la contraddizione tra il verbo e l’azione ed eravamo molto critici verso le gerarchie ed i loro dogmi di fede. Certo, anche in Italia avevamo avuto la nostra “teologia della liberazione”, l’esperienza dei “preti operai”, dei “preti di periferia”, di gruppi come “Cristiani per il socialismo” che, proprio a Roma, avevano un loro punto di riferimento importante nella Basilica di San Paolo. Alcuni dei giovani (e meno giovani) con cui militavo venivano da quell’esperienza, ma non era il mio caso. Avevo passato la mia infanzia como “chirichetto”, ma mi ero allontanato dalla parrocchia e dalla Chiesa cattolica a 13 anni, quando avevo iniziato a frequentare il movimento studentesco e le periferie povere della città.

Certo, di America Latina mi occupavo da un po’. Ho ancora vivo il ricordo della folla immensa e silenziosa di uno sciopero degli studenti a Roma, il giorno del golpe di Pinochet in Cile. Era il 1973, un altro 11 settembre. E poi l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il dimenticato Perù, le tante facce degli esiliati che iniziai a frequentare. Un’umanità che è stata una scuola per molti, per curiosità intellettuale, passione politica e condivisione. Ma, come dicono in America Latina, “no es lo mismo verla venir, que hablar con ella….” .

Pochi anni dopo, il 19 luglio 1979 la guerriglia sandinista entrava a Managua, capitale del Nicaragua, rovesciando la sanguinaria dittatura della dinastia dei Somoza. Via via che il processo rivoluzionario si approfondiva, aumentavano le contraddizioni con i latifondisti e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Da subito, il Nicaragua si trasformò nel terreno di sanguinosa sperimentazione della nuova modalità della “guerra di bassa intensità” della Casabianca: embargo economico, accerchiamento diplomatico, guerra dell’informazione, aggressione militare, violenza e distruzione ne sono stati gli ingredienti.

A Roma entrai in contatto, quasi naturalmente, con l’Associazione Italia-Nicaragua (AIN) e da subito iniziai a dare una mano. L’AIN appoggiava la Rivoluzione Popolare Sandinista con solidarietà politica, con informazione su quello che accadeva nel Paese, con progetti di sviluppo e l’invio di aiuti materiali, con Brigate di lavoro composte da persone che volontariamente dedicavano il loro tempo e le loro vacanze per aiutare il popolo nicaraguense in maniera disinteressata.

Si parte…

Inicio - ARA Tours Nicaragua

E cosi nel dicembre del 1983, presi un volo per Managua. Atterrato, trovai una città senza centro, piena di rovine, fantasma di una città distrutta dal terremoto del ‘72 e dalla guerra di liberazione fino alla vittoria del 19 de Julio del ‘79.

Mi accolse una casa di un compagno nicaraguense che era stato in Italia.

Nella casa viveva anche una religiosa francese che lavorava nel Ministero della Riforma Agraria. La suora era stata compagna di Lèoni Duquet e Alice Dumond, due suore desaparecidas durante la dittatura militare in Argentina. Si chiamava Ivonne Pierrot, ed era dovuta  andare in esilio per salvare la pelle, travestita da nonnina su una sedia a rotelle. Molti anni dopo è tornata nel suo Paese, insieme alla democrazia. Mi hanno detto che era poi tornata in Argentina, nella provincia di Misiones, dando vita ad un ostello-rifugio in cui ha accolto i poveri e gli indigenti ed in cui ha fondato anche una scuola. Ivonne era (e sono certo che ancora lo è) una persona squisita e collaborava attivamente e con il massimo impegno, con il “processo sandinista”. Ci ha lasciati nel 2017.

Fu il primo impatto diretto con una suora “speciale”, lontana dai cliché che avevo conosciuto in Italia, quello dei religiosi abituati alla comoda vita dei nostri Paesi occidentali.

Con lei, girammo il Paese: mi fece conoscere las bananeras y algodoneras de Chinandega, las haciendas ganaderas di Rivas, tutte passate ad essere “Area de Propriedad del Pueblo” , come si chiamavano le aziende statali. E poi un giorno la suorina ci portò al Nord, al confine con l’Honduras, in piena zona di guerra.

Dopo ore di jeep e di strade di fango arrivammo a una finca, “La sorpresa”, tra i  cafetales che si estendevano a vista d’occhio del Nord di  Jinotega. Quella sera, in piena montagna, ricordo un “acto de solidaridad”  con i palestinesi, con la presenza di molti contadini della zona, sul piazzale dell’hacienda. Era il Nicaragua di quegli anni. Mi colpì molto, come los cafetales in fiore, uno spettacolo di rara bellezza.

Cafetales florecidos: fotografía de Café Hacienda Horizontes, Marsella - Tripadvisor

Dopo qualche settimana di andirivieni, di notti insonni per il caldo del tropico, di racconti, di orrore e di speranza (che a tratti mi parve quasi ingenua), avevo deciso che sarei tornato a vivere in Nicaragua, a echarle el hombro al proyecto, per “aiutare” ed imparare.

E così ho fatto, con l’entusiasmo e la ragione. Di ritorno in Italia, lavorai duramente un anno, come pittore edile,  “pintor de brocha gorda”, per mettere insieme qualche dollaro per i primi mesi, per non pesare sul Paese, trovare lavoro ed una sistemazione.

E alla fine di quell’anno ripresi l’aereo per il Nicaragua, questa volta con un biglietto di sola andata. Non avevo limiti di tempo, pensavo rimanere qualche mese, forse un anno. Non immaginavo che ci sarei rimasto 5 anni che avrebbero cambiato per sempre la mia vita.

Entre cristianismo y revoluciòn no hay contraddiciòn!! o…..

Sin la participaciòn de la mujer no hay revoluciòn!!

Così dicevano due slogan molto in voga. E non avrei mai pensato di viverlo così da vicino, dal di dentro.

Sono passati quasi 40 anni, ma quei ricordi sono indelebili.

En todos los tiempos - BARRICADA
Foto: Barricada

Managua, come città, non mi è mai piaciuta. E dopo qualche giorno dal mio arrivo, decisi che la capitale non faceva per me. Scalpitavo per andarmene.

Con amici della cooperazione italiana conobbi un loro progetto a Matiguás, nel Nord del Nicaragua, Dipartimento di Matagalpa. Era una zona difficile, di frontiera, e la cooperazione internazionale non operava con personale straniero, per i pericoli della guerra. Ma io non ero un cooperante, ero un giovane internazionalista, “comprometido” che aveva voglia di capire, di conoscere, di imparare, di crescere. Ero abbastanza curioso e volevo vivere da vicino la realtà rurale, e feci una scelta di cui non mi sono mai pentito.

Dopo pochi giorni ero arrampicato su un vecchio bus strapieno, tra galline e maialini diretto al Nord, verso questo paesino che sarebbe stata la mia prima “scuola rivoluzionaria”.

Matiguás sta in una pianura, en las primeras estribaciones de la cordillera dariense. Era un paesino di meno di 5000 abitanti. In quegli anni era zona peligrosa, di guerra, ma questo non bastò a fermarmi.

Sceso dal bus, chiesi indicazioni su come arrivare alla casa de “las monjas del pueblo”. La casa delle Misioneras del Sagrado Corazòn de Jesus, stava davanti al loro “Colegio”, un Istituto Tecnico a vocazione Agraria. Bussai alla porta e mi aprì Matilde, la hermana mayor della piccola comunità delle “cabriniane”. Non avevo lettere di presentazione, credenziali, né la raccomandazione di qualche gerarchia ecclesiastica. Nulla che, in qualche modo, mi accreditasse.

Ricordo ancora la faccia incredula di Matilde, di fronte a questo ragazzo, con una specie di zaino in spalla, che un po’ impacciato, in uno scarso spagnolo, cercava di spiegarle che aveva deciso di venire a dare una mano. All’inizio mi guardò seria, un po’ stupita da questa apparizione. Gli spiegai le mie intenzioni e dopo qualche minuto sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Non so ancora se per lei rappresentassi un segnale della provvidenza divina. Di certo, con generosità, mi aprì da subito le porte della loro casa, cosa che mi lasciò a bocca aperta. Fu così che da giovane “mangia-preti”, iniziai a convivere con 3 suore che mi avevano aperto la loro casa, il loro cuore ed offerto un tetto.

Las cabrinianas de Matiguas eran monjas comprometidas, Rivoluzionarie fino al midollo. C’era Ana Jilma, una giovane guatemalteca, Nieves, una spagnola con un carattere allegro, e Matilde, un’argentina più anziana, ma non per questo meno “comprometida” con el proceso revolucionario. Era la madre superiora. Col tempo scoprì che Matilde faceva Giovagnoli di cognome, ed era naturalmente di origini italiane. Le tre sorelle lavoravano a stretto contatto con il Frente Sandinista della zona. I compagni venivano spesso a trovarle e a consultarle, per avere il loro punto di vista.

Matilde era la Directora del Colegio, e il motore della piccola comunità religiosa. Ana Gilma insegnava. Nieves lavorava nel piccolo Centro di Salute dove, tra gli altri, arrivavano i feriti e i morti della guerra e delle imboscate della “contra”.

Tre donne coraggiose, che mi hanno insegnato molto: il rispetto reciproco, il coraggio, la dedizione, la perseveranza, la comunanza di valori. Lavoravano senza risparmiarsi a fianco della popolazione.

Terra, salute, istruzione, una alimentazione sana per tutti. La rivoluzione sandinista era coerente con la loro scelta di fede. Come si sa, tre ministri del governo sandinista erano preti cattolici, nei dicasteri di Esteri, Cultura, Educazione, sacerdoti che avevano disobbedito al Papa accettando cariche politiche. Entre cristianismo y revolucion no hay contraddicion. L’ho toccato con mano per quasi un anno. Ho sentito e capito in quei momenti che c’era una mistica, per me laica, per loro religiosa, che ci accomunava.

ENTRE CRISTIANISMO Y REVOLUCIÓN NO HAY CONTRADICCIÓN – PORTAL PUEBLO!
Gaspar Garcìa Laviana, sacerdote guerrigliero caduto in combattimento nelle file del FSLN

La solidaridad es la ternura de los pueblos

Matilde e le altre sorelle mi ospitarono per mesi a casa loro. Poi chiesi di poter vivere nel retrobottega della scuola, dato che non volevo pesare su di loro. Matilde capì e diede il suo visto bueno.

Anche con il sostegno dell’Associazione Italia-Nicaragua di Roma e Brescia, nella loro scuola costruimmo un piccolo ostello per una ventina di ragazzi, figli dei contadini che venivano a studiare nell’ Istituto Agrario. Con l’aiuto di brigate di canadesi, spagnoli, italiani, qualche tedesco. Nessuno veniva da comunità religiose, ma tutti collaboravano con entusiasmo. Piccone, zappa, martelli, chiodi, muratori improvvisati, sotto la guida di un giovane nica, Toño, che aveva qualche esperienza in più. Nel fango fino alle ginocchia, a scavare, a costruire il sogno, a fare rivoluzione con i sacchi di cemento caldo sulle spalle e il cibo scarso.

Matilde coordinava, spronava, cercava appoggi e faceva l’impossibile perché il progetto avanzasse.

Io, forse per la prima volta in vita mia,  passai molti mesi in silenzio. Chiedevo e ascoltavo, cercando di interpretare nuovi codici, segnali, griglie di lettura. Empapandome de aquello. Gli occhiali decisamente cambiati per leggere una realtà che iniziavo lentamente a decifrare.

Devo molto a Matilde, alle molte sere in cui parlavamo per ore, a scuola, per strada, nel patio della casa, sotto alberi di mango e avocado. Matilde mi raccontava del ruolo della congregazione, a Managua, a Diriamba, dell’insurrezione del luglio ’79 e delle atrocità del dittatore Somoza. Di quando aveva conosciuto l’Italia, Roma, la mia città, con cui aveva un rapporto contraddittorio.

E una volta che andai a Roma a cercare fondi per il progetto della scuola, mi affidò una lettera per la Madre Superiora della Congregazione, che andai a trovare a Via Cortina d’Ampezzo. In quella lettera, (mi immagino) Matilde raccontava il ruolo che la Congregazione stava avendo a favore delle trasformazioni sociali, contro gli attacchi della parte più conservatrice della gerarchia ecclesiastica che non vedeva di buon occhio l’opzione per i poveri incarnata dal lavoro missionario, come testimonianza di fede cristiana. La visita in Nicaragua di Papa Wojtyla era stata un cattivo segnale per la “Iglesia de los pobres” che aveva scelto di stare a fianco della rivoluzione.

Ricordo l’entusiasmo di Matilde, la sua speranza nel cambiamento del Paese di cui quelle suore erano parte attiva, i suoi dubbi e le sue critiche quando i sandinisti commettevano errori, la sua fina ironia che non lasciava mai spazio al pessimismo.

Ricordo le despedidas delle brigate di lavoro della solidarietà, con i piccoli regali che le suore decidevano di consegnare, come un souvenir, un piccolo ossequio e una maniera semplice di ringraziare per l’appoggio ricevuto e di lasciare nel cuore di ognuno quell’esperienza. Ana Gilma si incaricava di prepararli, con l’aiuto e la supervisione di Matilde. Sembravano quasi bambine, sorridevano, con il piacere della sorpresa che stavano preparando.

Ana Gilma al lavoro….

La solidarietà internazionale stava realizzando un sogno che era anche il loro, per far studiare i figli dei contadini poveri, gli stessi che in molti casi formavano le cooperative agricole. Quelle cooperative che anche a Matiguás erano in prima fila, fatte dai migliori quadri contadini e braccianti senza terra che ha avuto la rivoluzione sandinista. Erano i primi a cadere sotto gli attacchi e le imboscate della “contra”, difendendo con le armi la terra che la rivoluzione gli aveva assegnato con un titolo di proprietà, per la prima volta nella loro vita.  Matilde era al loro fianco, con le parole e con le azioni. Non ne ha mai dubitato e spingeva i ragazzi a studiare, a prepararsi per un futuro migliore.

Matilde al centro, i ragazzi a sinistra e chi scrive alla lavagna…

A Matiguás, viveva da qualche anno anche un altro italiano, Tonino, un agronomo. Era un compagno che veniva dalla Campania se non ricordo male. Aveva viaggiato e vissuto in Europa, ma dopo “el triunfo” si era trasferito in Nicaragua, a Matiguás.  Sposato con una donna nicaraguense, con due figli, aveva un carattere burbero, ma era un uomo onesto ed impegnato. Un comunista, di poche chiacchiere. Come la sua terra, fatta di fatica. Anche lui frequentava la “casa de las monjas” e diventammo amici. Condivideva sogni e speranze con Matilde e le altre sorelle. Qualche tempo dopo, purtroppo Tonino morì in un incidente automobilistico tornando da Managua. Fu un duro colpo per tutti e per Matilde in particolare che gli voleva molto bene.

Il dolore ci accompagnava, inesorabile. Il prezzo da pagare per conquistare il diritto al futuro era alto. La guerra ce lo ricordava ogni giorno, con gli attacchi contro i contadini e le imboscate in montagna. Matilde ne soffriva e i suoi occhi si riempivano di lacrime quando purtroppo ci confidavamo a voce bassa le cattive notizie.

La ricordo come una donna pragmatica, profondamente umana, con una energia fuori dal comune, non si fermava mai, era uno stimolo per tutti. Lei, nata argentina, sentiva in carne propria il dolore e l’allegria del popolo nicaraguense.

Un giorno venne a trovarci Peter Marchetti, un teologo gesuita nordamericano molto rispettato, che collaborava con il governo sandinista nella riforma agraria e nello sviluppo rurale. Per le “cabriniane” (e anche per me) era un giorno speciale. Matilde era emozionata, preparò succhi di frutta e per l’occasione importante comparve anche qualche biscotto, introvabili in tempi di guerra, scarsezza e bloqueo. Rimanemmo ore a parlare con Marchetti.  Matilde ascoltava, chiedeva opinioni, curiosa come sempre, cercava conferme della sua fede religiosa e della sua scelta a favore dell’opzione per i poveri.

E anche quella volta, a fine serata, ricordando Gianni Bosio, mi sono detto: “anche oggi siamo stati all’università”.

Da allora sono passati molti anni, ma ancora oggi sono profondamente grato a Matilde e alle religiose cabriniane per avermi insegnato molto, senza mai chiedere niente a cambio. Un grazie sincero per avermi aiutato nel difficile compito di costruire coscienza e di non perdere la memoria.

Nota: Un estratto di questo ricordo à stato pubblicato in una edizione speciale di un libro dedicato a Matilde realizzato dalla congregazione “Misioneras del Sagrado corazàn de Jesùs” in occasione del suo 90° compleanno.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/matilde-e-le-suore-cabriniane-di-matiguas-nicaragua/

Sull’arrivo di Mario Draghi: “Lo Stato come leva competitiva del capitale nella crisi”

 

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di Domenico Moro

Ogni crisi è occasione per il capitale di ristrutturarsi. Questo vale a maggior ragione per la crisi odierna, che è la più profonda dal ’29 e imporrà cambiamenti che vanno studiati, dal punto di vista del lavoro salariato, per capire come si trasformerà il modo di produzione capitalistico e, di conseguenza, il terreno di lotta fra le classi.

In questo senso è interessante quanto emerge dall’ultimo rapporto del Gruppo dei Trenta (G30), un think tank, fondato su iniziativa della Rockefeller Foundation nel 1978, che fornisce consulenze sui temi di economia internazionale e monetaria[1]. Il G30 è formato da accademici e banchieri o ex banchieri provenienti dalle più importanti banche centrali mondiali. Tra di essi ci sono Mario Draghi, che fa parte del comitato direttivo, e Jean Claude Trichet, ex presidenti della Bce, Janet Yellen, ex presidente della banca centrale Usa, la Fed, ed ora ministro del Tesoro designato da Biden, Raghuram Rajan, ex governatore della Banca centrale dell’India, Yi Gang, governatore della Banca centrale cinese, ed economisti di fama mondiale come Kenneth Rogoff, Paul Krugman, e Laurence Summers.

La situazione economica attuale è descritta dal G30 in modo catastrofico: le economie mondiali si stanno avvicinando “al bordo di una scogliera”. Durante la presentazione del rapporto Draghi ha affermato che “Stiamo entrando in un’era nella quale saranno necessarie scelte che potrebbero cambiare profondamente le economie”. La domanda più importante è: “Chi dovrà decidere quali compagnie dovranno essere aiutate?”

La risposta del G30 si basa sulla consapevolezza che la crisi determina l’esistenza di “masse di imprese zombie”, che sopravvivono a stento. La scarsità delle risorse disponibili, anche a causa dell’aumentato debito pubblico, rendono necessario un approccio strategico selettivo per scegliere chi è meritevole di essere salvato e chi no.

Tocca, quindi, ai governi varare delle politiche adeguate, ma, il rapporto del G30 è molto chiaro in proposito, non tutte le imprese vanno salvate. Occorre scegliere quelle che saranno redditizie dopo la pandemia, ponendo particolare attenzione alle imprese medio-piccole che hanno minore potere contrattuale verso i governi ma che sono importanti sul piano  produttivo.

In sintesi, secondo il G30, lo Stato deve intervenire solo in presenza di fallimenti del mercato. Inoltre, il G30 consiglia interventi misti pubblici-privati, perché solo le banche e gli investitori “hanno l’expertise per valutare la redditività delle aziende e sicuramente subiscono minori pressioni politiche”. In altre parole è il privato a dover decidere, perché, a differenza del potere pubblico, non deve rispondere a elettori che sono anche lavoratori e (potenziali) disoccupati.

La durata della pandemia, sempre secondo il G30, spinge ad abbandonare il focus sulla liquidità, che era stato nella prima fase della pandemia il mantra degli interventi statali e delle banche centrali, e ad approcciare una strategia di lungo termine.

Infatti, un altro aspetto fondamentale del rapporto del G30 è il modo in cui il potere pubblico deve intervenire: non tanto attraverso prestiti bancari garantiti dallo Stato, come è stato fatto all’inizio della pandemia, quanto invece attraverso l’entrata diretta nel capitale delle aziende.

La trasformazione delle garanzie pubbliche ai prestiti in capitale aziendale potrebbe essere una strada. In questo modo, si eviterebbe anche il problema dell’insolvenza delle imprese che potrebbe mettere in difficoltà le banche, già oggi piene di crediti inesigibili. In questo modo, il problema della solvibilità aziendale sarebbe scaricato sullo Stato senza pericoli per gli intermediari bancari.

Il G30 non esclude, inoltre, le nazionalizzazioni totali o parziali, ma come misura estrema e possibilmente con criteri chiari e una definita strategia di uscita. Forme di sussidi agli investimenti di capitale tramite deduzioni fiscali sono più indicate, secondo il G30. Soprattutto va evitata la tentazione di mantenere la situazione così com’è. Le politiche statali – sostiene il G30 riprendendo la nota espressione dell’economista austriaco Schumpeter – dovrebbero “richiedere anche una certa quantità di distruzione creatrice”. Questo significa che bisogna lasciar ridimensionare o chiudere le aziende non in grado di andare avanti, sopportando quindi una elevata disoccupazione, affinché altre aziende innovative possano aprire.

La filosofia del G30 è basata su un nuovo intervento dello Stato, ma con condizioni particolari cioè nella salvaguardia del mercato e delle sue virtù salvifiche, “distruzione creatrice” compresa. Ad ogni modo, la profondità della crisi mette anche un tempio del neoliberismo come il G30 di fonte alla nuova necessità dell’intervento statale. Significativo in questo senso è quanto sta avvenendo in Italia. Qui Conte ha cercato di tranquillizzare il mercato, ossia il capitale, sull’intervento dello Stato. Parlando a proposito dell’intervento statale in merito ad alcuni dossier – come quelli di Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ilva e Alitalia -, dove si prevede l’intervento statale, il premier ha affermato: “Ci sono alcuni interventi mirati dove lo Stato deve cercare di tutelare e proteggere asset definiti strategici, non è che ci stiamo prendendo gusto con l’intervento dello Stato nell’economia ma tutti i Paesi, con una pandemia del genere, con una recessione così pesante sono costretti a programmare degli investimenti e quindi anche l’intervento della mano pubblica, soprattutto in alcuni asset strategici.”[2]

Lo Stato italiano sta approntando alcuni strumenti che sono in linea con quanto dice il G30. Un esempio ne è Patrimonio destinato, lo strumento gestito da Cassa depositi e prestiti che potrebbe avere una platea potenziale di 2.900 imprese[3].

Patrimonio destinato potrà contare su una disponibilità massima di 44 miliardi di euro, una cifra considerevole. Il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, in una recente audizione dinanzi alle Commissioni Finanze e Attività produttive di Montecitorio ha tenuto a tranquillizzare il capitale italiano: la nuova leva messa in mano a Cdp non potrà rappresentare una nuova Iri. Contro una riedizione delle Partecipazioni statali, i paletti posti all’intervento della Cdp sono tre. Il primo è che il sostegno della Cdp si rivolgerà alle imprese con più di 50 milioni di fatturato, ma l’intervento minimo sarà di 100 milioni, il che restringerà ulteriormente la platea delle imprese. Il secondo paletto consiste nella vigilanza dell’Antitrust europeo per escludere surrettizie operazioni di aiuto di stato. Infatti, ed è l’aspetto più rilevante, la Cdp non potrà acquisire partecipazioni di controllo nelle società che chiedono il suo aiuto. Infine, il terzo paletto impone che l’aiuto della Cdp possa essere rivolto ad aziende che hanno subito un calo nel 2020 per via della pandemia ma che non siano decotte, introducendo una serie di standard per la valutazione delle imprese.

Altro strumento previsto dal governo è il nuovo Fondo del ministero dello sviluppo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e l’attività d’impresa, che prevede che lo Stato, attraverso la sua controllata Invitalia, possa entrare nel capitale delle aziende in difficoltà per un massimo di 10 milioni, restando in minoranza e per un tempo non superiore ai 5 anni[4]. Il Fondo ha una disponibilità di 300 milioni con ulteriori 250 milioni per il 2021, 100 milioni per il 2022 e 100 per il 2023. Nato per le sole imprese titolari di marchi storici, il Fondo è stato esteso alle società di capitale con oltre 250 addetti e poi a tutte le Pmi se appartenenti a settori strategici o che “rivestono un ruolo chiave nel promuovere lo sviluppo e il benessere della comunità”. L’ingresso nel capitale delle imprese si accompagna a un contributo a fondo perduto per il salvataggio dell’occupazione basato su un contributo per addetto che è massimo nel caso di mantenimento del 100% della forza lavoro e che decresce in proporzione alla quota della forza lavoro mantenuta che non deve però mai scendere al di sotto del 70%. In ogni caso, anche con l’eliminazione del 30% della forza lavoro le imprese riceveranno sussidi statali.

Naturalmente il tutto deve essere sottoposto alla valutazione della Commissione Ue. Infatti, la sottosegretaria allo sviluppo, Alessandra Todde, ha sottolineato come il testo del decreto attuativo è stato sviluppato “in modo conforme alla normativa europea e rappresenta una dimostrazione di quanto l’Italia voglia tornare concretamente a fare politica industriale, investendo e tutelando il made in Italy”.

Fondamentalmente l’orientamento da parte dello Stato che emerge da quanto detto è caratterizzato da alcune innovazioni importanti, che però sono, ovviamente, dati i rapporti di produzione e di forza vigenti, funzionali all’accumulazione di capitale. Da una parte, infatti, emerge un ruolo più interventista dello Stato rispetto al passato, spinto dalla gravità senza precedenti della crisi.

L’aspetto più interessante è che si privilegi la partecipazione statale al capitale delle aziende, che mira ad aumentare le dimensioni delle imprese italiane che, rispetto alle concorrenti estere, hanno una dimensione più piccola e sono meno concentrate.

Dall’altra parte, tale intervento è giocoforza funzionale al capitale privato, come dimostra l’assunzione di una posizione di minoranza dello Stato nel capitale delle aziende e la conseguente mancanza di peso nella governance delle imprese. Anche le nazionalizzazioni vengono viste come una extrema ratio e soprattutto come un qualcosa di temporaneo, da cui uscire al più presto per poter rimettere il tutto nelle mani del capitale privato. Il principio è sempre lo stesso, deve essere il capitalista privato a mantenere il controllo dell’impresa. Il ruolo dello Stato è quello di fornitore alle imprese di capitale fresco, drenato dalla fiscalità generale cioè dalle tasche dei lavoratori o a debito. In questo modo, lo Stato assume la funzione di facilitatore dei processi di concentrazione e di centralizzazione che sono tra gli strumenti tipici di ristrutturazione capitalistica in tempo di crisi. La verità è che questa tipologia di intervento se salverà il grande capitale italiano e le Pmi funzionali alle catene del valore, al cui vertice sono le grandi imprese, non salverà né i lavoratori né, in particolare, i livelli d’occupazione, tanto che si parla di un milione di disoccupati in più che si creeranno al momento in cui il blocco ai licenziamenti verrà tolto. Quello che lo Stato sta facendo è, in definitiva, di governare la “distruzione creatrice” di cui parla il documento del G30.

A noi, invece, spetta il compito in questa fase di organizzare la resistenza dei lavoratori occupati contro ulteriori tagli del salario diretto e indiretto e soprattutto contro i licenziamenti che si prospettano. Ma ciò non basta.

C’è la necessità di rilanciare una proposta complessiva di trasformazione in senso socialista del modo di produzione capitalistico, che mostra chiaramente tutte le sue crepe.  Senza una visione ampia e senza una prospettiva strategica non è possibile procedere in una situazione di crisi epocale come quella odierna.

______________________________________

Note
[1] R. Sorrentino, “G30 alto rischio d’insolvenze, nuovi mezzi per gestire gli NPL”, Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2020.
[2] G. Pelosi, “Conte: Avanti solo con la fiducia di tutti, confronto aperto, Recovery a febbraio”, Il Sole 24 ore, 12 dicembre 2020.
[3] G. Trovati, “Patrimonio destinato, il Tesoro frena: non è la nuova Iri”, Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2020.
[4] C. Fotina, “Crisi aziendali, al via il Fondo per l’ingresso dello Stato”, Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2020.

 

FONTE: https://www.lordinenuovo.it/

The Great Reset: una nuova rivoluzione passiva

di Germinello Preterossi (da http://www.lafionda.org)

Da un po’ di tempo si sente parlare di Great Reset. Che non si tratti di un’invenzione di complottisti, da liquidare con autocompiacimento, lo testimonia il fatto che al tema è stato dedicato di recente un libro, di cui è autore, insieme a Thierry Malleret, Klaus Schwab, non proprio l’ultimo scappato di casa, visto che ha fondato il World Economic Forum di Davos (di cui è attualmente direttore esecutivo), cioè il “club” che raccoglie i più ricchi e potenti del mondo. “Great Reset” è, non a caso, il tema del convegno annuale di Davos appena concluso (svoltosi quest’anno rigorosamente da remoto). Al progetto, il Time ha dedicato qualche mese fa la sua copertina. Ma cosa si intende, precisamente, con questa parola d’ordine? Se leggiamo il libro di Schwab e Malleret, nonché i contributi da tempo presenti sul tema, sul sito del Forum e altrove, possiamo farcene qualche idea, non proprio rassicurante.

L’impressione è che si tratti di una grande operazione di controffensiva egemonica, rispetto ai movimenti di protesta anti-establishment cresciuti nell’ultimo decennio, per effetto del crollo finanziario del 2008, e alla crisi di consenso che ha investito il finanzcapitalismo e la globalizzazione, producendo un disallineamento tra masse e rappresentanza politica. Per certi aspetti, è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralità dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico. Se di un riorientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro. Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi quasi all’opposizione dell’esistente, si tratta di sfruttare l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo, però, occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo, per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta però intatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti, annunciato dallo slogan thatcheriano sulle anime come posta in gioco della politica (neoliberale), si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o perlomeno neutralizzato con modalità automatiche. Si può anche, trasformisticamente, fingere di andare incontro a dei bisogni di inclusione (personali, si badi, non in quanto sfida politica collettiva), all’esigenza di una maggiore salvaguardia dell’ambiente, perché nulla cambi. Anzi, perché l’idea stessa di un’eccedenza politico-antropologica sia scongiurata per sempre, attraverso la codificazione algoritmica, ingegneristica della passivizzazione. Mai più conflitto. Socialità ridotta al minimo. Distruzione delle piccole e medie imprese, delle tradizioni storiche, delle differenze. Fine dell’autonomia (politica, economica, culturale) dell’umano. Cioè della libertà. La sinistra “uguaglianza” che ne deriverebbe non avrebbe nulla a che fare con l’uguale libertà della Rivoluzione francese, con la “pari dignità sociale” sancita dalla nostra Costituzione, ma con l’omologazione intuita da Pasolini e il feroce conformismo coatto immaginato da Orwell. Il tutto condito, non a caso, da una retorica fatua del bene comune, del green, dell’inclusione (la neolingua esenta dalla coerenza e può mistificare qualsiasi situazione, facendola apparire come il contrario di quella che effettivamente è). Un classico schema da rivoluzione passiva, spinto all’eccesso grazie ai mezzi tecnologici oggi disponibili: raccogliere alcune istanze prospettate da una crisi sistemica (in questo caso, di protezione sociale e sanitaria), distorcerle in vista degli interessi dominanti, costruire una narrazione ideologica che supporti tale operazione in modo da imporre una nuova egemonia culturale, un orizzonte di impensabilità di alternative, che giustifichi anche i prezzi umani e sociali del Reset. Cogliere l’opportunità della crisi, liberandosi dalle proprie responsabilità, occultandole (il neoliberismo sembra diventato il figlio di nessuno), rimanere alla plancia di comando e da lì scaricare sui più una nuova feroce ristrutturazione del capitalismo, spacciandola per “Grande Cambiamento”. Stavolta la posta in gioco è antropologica. Perché l’obiettivo è l’anti-società del post-umano. Che questo comporti lo sgretolamento delle premesse stesse della libertà, e della lotta per essa, agli architetti della finanza globalista e post-politica pare irrilevante. Che le mosche cocchiere si annidino soprattutto nel progressismo liberal fa tristezza, ma è rivelativo. Al posto del sol dell’avvenire, l’euro e il covid 19. E i giganti del web, i social perbenisti e l’e-commerce, con il carico di disillusione orizzontalista e nuovo autoritarismo privatistico, quietismo acritico e potere indiretto senza controllo e irresponsabile che questo inedito “blocco storico” gassoso comporta. Alle origini della modernità, le potestates indirectae che fomentavano le guerre di religione furono sconfitte: dallo Stato moderno, che rivendicò l’autonomia del “politico”. Oggi come possiamo contrastare il potere distruttivo e nichilistico di questi giganti, non con generici appelli a un ineffettuale e opaco globalismo giuridico, ma con un’azione culturale e politica consapevole, critica, realistica? Nell’aprile del 2018 la rivista francese Le Nouveau Magazine Littéraire denunciava la delirante distopia della “dottrina gafa” (cioè dei giganti del web): distruggere lo Stato, abolire la vita privata, negare la morte. La sacralizzazione della tecnologia digitale apre la strada al più insidioso nichilismo. Solo con un “grande risveglio” delle coscienze possiamo nutrire la speranza di contrastarlo.

Capiamo dunque meglio in cosa consista questo Reset, e i rischi incalcolabili che serba. Come riconoscono gli stessi fautori, non è l’invenzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma l’accelerazione di processi e tendenze già in atto, rispetto alle cui conseguenze sociali, però, la larga maggioranza delle persone avrebbe fatto resistenza. Il covid 19 è stata l’occasione per fiaccare questa resistenza imponendo un adattamento (resilienza). Anzi, l’accelerazione in nome dell’emergenza è stata tale che ha impedito un serio dibattito e una reazione organizzata. Quali sono le conseguenze sociali? Si starebbe affermando una “nuova normalità”, che se capitalizzata può essere la nuova configurazione rituale del culto del capitale (l’ultima stazione del “capitalismo come religione” teorizzato da Benjamin?). Una “normalità” fatta di distanziamento sociale (molte persone desidereranno avere rapporti sociali ridotti al minimo, vivendo murati, “al sicuro” nella propria casa, purché “connessi”, secondo i profeti di Davos); lavoro in smart working, che per i più non sarà per nulla smart, ma  decreterà la fine del lavoro come fatto sociale collettivo, il controllo algoritmico e l’assoluta fungibilità del lavoratore, uno sfruttamento talmente intenso, capillare e automatico da non essere neppure contrastabile in una dialettica sociale regolata dal diritto del lavoro (che di fatto ne risulterebbe abolito). Il tutto condito con l’elogio della resilienza, come ideologia dell’adattamento subalterno, contro il conflitto e la resistenza. L’importante è che non ci si ponga mai una domanda sull’augurabilità, la giustizia di questi cambiamenti, e su chi ne trae vantaggi (i giganti dell’e-commerce e della tecnologia digitale, con i loro tentacoli finanziari). Né tanto meno sulle conseguenze per la vita sociale e la stessa democrazia. Finiranno tante attività economiche, artistiche, culturali, ci sarà un impoverimento aberrante, materiale e spirituale? È il prezzo del cambiamento, bellezza! Non c’è alternativa, appunto. La compensazione moralistica della distopia di Davos sarà assicurata da una bella dose di “politicamente corretto”, senza mai citare, ovviamente, né mettere in questione le cause strutturali dei problemi ambientali e dell’esclusione sociale, dei disastri sanitari (ormai anche in Occidente) e dell’abbandono dell’Africa a logiche di puro sfruttamento intensivo, dell’ingovernabilità globale e dell’esplodere delle disuguaglianze. Il capolavoro del Great Reset sarà cioè l’occultamento maniacale delle logiche estrattive del capitalismo finanziario e degli effetti della demolizione dello Stato sociale democratico che proprio i guru di Davos hanno predicato, e imposto grazie ai loro accoliti politici e mediatici, per decenni. Un delitto perfetto.

Dal punto di vista antropologico, la digitalizzazione delle relazioni umane, che viene presentata come una straordinaria opportunità, è l’apice del delirio anti-umanistico dei “guardiani” del nichilismo in atto. Possibile che la Chiesa, che pure dovrebbe ben conoscere la necessità del “freno”, e la cultura laica che ha riflettuto sul tema del katéchon, non colga – tranne rare eccezioni – il pericolo esiziale cui siamo esposti? Nella mia esperienza, sono i semplici, le persone impegnate in attività concrete, che vivono una vita reale, ad essere più consapevoli della distruzione in atto, forse perché avvertono che uno dei fini della grande trasformazione è proprio quello di spazzarli via, e perché ancora non hanno perso consapevolezza della vita incarnata. Gli intellettuali, in particolare quelli che si autodefiniscono “progressisti”, o sono ciechi o già conquistati al dominio dell’iniquità. Naturalmente, lo ribadisco, esistono preziose eccezioni: semi di pensiero critico e resistenza, da coltivare con cura.

Ribadiamolo, fissiamolo bene in mente, per non cadere nella trappola: in concreto, Great Reset significa ulteriore inferiorizzazione e privatizzazione integrale del lavoro, diffusione sistematica e capillare dell’e-commerce che distruggerà economie vitali, lavoro autonomo e culture materiali, cospicua riduzione delle relazioni amicali e comunitarie, sostanziale tramonto delle attività culturali e artistiche dal vivo, in presenza (cioè vere). Siamo ancora in tempo per chiederci quale sia il senso ultimo di tutto ciò, e se lo vogliamo davvero. Per chiarire quale sia la reale posta in gioco, in termini di rapporti di potere e di possibilità di riconoscerci ancora nella vita che viviamo. ll totalitarismo pandemico dal volto mellifluo in stile Davos e Silicon Valley non è niente altro che la risposta del neoliberismo, incattivato, alla sua crisi di legittimazione, effetto dei disastri che esso stesso ha prodotto. La speranza è che schiacciare le forme di vita incarnate non sia così facile, che ci sia, ancora, una refrattarietà alla normalizzazione dell’anti-socialità, alla pretesa di ingegnerizzare la negazione dell’umano. La vita è altrove. Certamente non a Davos. Prepariamoci a custodirla, con la coscienza affilata, come monaci, o partigiani.

 

FONTE: https://www.lafionda.org/2021/02/01/the-great-reset-una-nuova-rivoluzione-passiva/

Andrea Vento (Giga): Gli effetti economici e sociali della pandemia

di Andrea Vento

Durante il 2020 l’economia mondiale ha registrato la più grave recessione (-3,5%) dalla crisi del 1929 con milioni di persone hanno perso il lavoro e sono sprofondate nella povertà, mentre le 500 persone più ricche del Terra, equivalenti allo 0,001% della popolazione mondiale, hanno visto le loro fortune crescere più di quanto accaduto negli otto anni precedenti. Al contempo aumenta ulteriormente il trend delle disuguaglianze e la povertà è ripresa a crescere. Sarà sufficiente la ripresa economica del 2021 ad invertire le tendenze sociali sperequative oppure è necessario un ripensamento del sistema economico dominante a livello globale? Continua a leggere

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Vladimir Putin (VIDEO)

https://zen.yandex.ru/media/id/5ed8714a27fb6c647cd4e4dc/intervento-di-putin-a-davos-6011a0e08b595f6198c00879

(Traduzione in Italiano di Mark Bernardini – post su Facebook)

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Emanuel Macron

Traduzione di Gianfranco Causapruna della trascrizione dell’intervento del presidente della repubblica francese, Emanuel Macron, al forum economico di Davos, come pubblicato sul sito dell’Eliseo.

 

Emanuel Macron:
Buongiorno professor SCHWAB, anch’io sono molto felice di rivederla in tale occasione, anzi grazie per aver organizzato queste riunioni che, credo, sono ancora più importanti in questo periodo.

Vorrei esaminare i rapporti tra il mondo che conosciamo oggi e il mondo che verrà. Primo, perché in tutti i nostri paesi le società stanno cambiando a causa delle prove che stiamo vivendo. E penso che abbiamo alcune lezioni da imparare da quello che abbiamo vissuto tutti insieme da poco più di un anno, e che continuerà, lo sappiamo, per altri mesi o, alcuni così ci dicono, per anni. In ogni caso, con la presenza più o meno importante di questo virus. Continua a leggere

20 anni fa il 1° Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Il video-documentario che realizzò la FILEF

Porto Alegre Social Forum” è l’unico film documentario sul primo storico Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Rio Grande do Sul – Brasile) nel 2001.

Realizzato dalla FILEF (filef.info) per la regia di Roberto Torelli (autore tra l’altro di “Bella Ciao” e “Maledetto G-8”, sugli eventi del Forum Sociale Europeo svoltosi a Genova nel luglio dello stesso anno), si avvalse della collaborazione di Paulo Cesar Saraceni, di Antonio Tabucchi e Sergio Vecchio (dialoghi).

Il film documenta, oltre al Forum, anche le lotte del Movimento dei Sem Terra brasiliani e attraverso interviste ad importanti personaggi pubblici latino-americani (Joao Pedro Stedile, Ebe de Bonafini, Perez Esquivel, Emir Sader, ecc.) , l’evoluzione sociale e politica del continente che irrompe sulla scena mondiale portando un’anelito di speranza e di cambiamento per tutti. Continua a leggere

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