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politica italiana

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Il rifiuto pentastellato di avere dirigenti autonomi dai poteri esterni

di Tommaso Nencioni

M5S. In continuità con il recente passato, il partito di Grillo appalta al potere economico e ai tecnici il ruolo di governo e sottogoverno. Agenzie esterne di formazione delle classi dirigenti Continua a leggere

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Immigrazione: percezione, contraddizione reale, depistaggio

di Fabrizio Marchi

Il fatto che la domanda di contenimento dell’immigrazione se non (in parte) un’aperta ostilità nei confronti degli immigrati provenga dalla “pancia” dei ceti popolari, non significa affatto che questo “sentimento” di ostilità sia giusto e politicamente ben riposto per il solo fatto che provenga da quegli stessi ceti.

La differenza tra la destra populista da una parte e i comunisti e i socialisti dall’altra, è che la prima, a differenza dei secondi, sposa tutto ciò che arriva da quella “pancia”, tutte le contraddizioni e tutte le spinte e le controspinte di vario genere, siano esse “progressiste” o reazionarie, e le alimenta indipendentemente dalla loro natura, gettando benzina sul fuoco – perché il suo unico obiettivo è conquistare consensi purchessia – e mescolare queste spinte con quelle che provengono dai ceti medio e medio alto borghesi di cui sostanzialmente difende gli interessi. Continua a leggere

Prima gli sfruttati, scendiamo in piazza perché il problema non sono gli immigrati. Ma i ricchi

di Paolo Ferrero

Sabato pomeriggio a Roma si terrà una manifestazione convocata dall’Unione sindacale di base che ha come slogan di convocazione Prima gli sfruttati. A questa manifestazione hanno aderito Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e molte altre organizzazioni e associazioni. Invito tutti e tutte a parteciparvi perché la manifestazione affronta precisamente il problema fondamentale dell’Italia di oggi: l’ingiustizia sociale che è alla base della sofferenza sociale che il governo cerca di trasformare in guerra tra i poveri.

Il problema principale dell’Italia è l’ingiustizia. Innanzitutto nella distribuzione del reddito. I ricchi nella crisi sono diventati più ricchi e larga parte della popolazione è diventata più povera. In
Italia la ricchezza privata è enorme: il risparmio privato è pari ad ottomila miliardi di euro, quattro volte il debito pubblico italiano e – per avere un’idea – il doppio del risparmio privato dei tedeschi. Di quegli ottomila miliardi di risparmio privato più della metà sono in mano di meno del 10% della popolazione, mentre il 50% più povero della popolazione non riesce ad arrivare a fine mese. Per capirci bene, il 10% più ricco della popolazione italiana ha un risparmio maggiore di tutta la popolazione tedesca – ricchi e poveri – messa insieme! In Italia i soldi ci sono, solo che sono in mano ai ricchi e ai grandi evasori fiscali, per questo mancano i soldi ai lavoratori, alla povera gente e mancano i soldi allo Stato.

Questa distribuzione della ricchezza completamente spostata verso l’alto, è una inaccettabile ingiustizia sociale ma è anche un grande fattore di crisi economica. Se le famiglie non arrivano alla fine del mese, non spendono e l’economia non gira. Chi possiede milioni, i soldi non li spende e non li investe produttivamente. Non li spende perché dopo tre ville e due ferrari, non è che questi mangiano sei volte al giorno: per le grandi ricchezze, i consumi non aumentano proporzionalmente al reddito. Non li investono per fare posti di lavoro perché se il mercato è fermo, non ci sono investimenti produttivi ma solo investimenti in speculazione. E’ esattamente cosa fanno i ricchi: si fregano i soldi e poi li usano per qualche bene di lusso e per speculare. Cosa propone di fare il governo? Il contrario di cosa servirebbe. In una situazione così sarebbe utile per l’Italia una decisa redistribuzione del reddito, facendo pagare le grandi ricchezze, cominciando con una patrimoniale. Invece il governo vuole fare una tassa piatta, cioè regalare altri soldi ai ricchi che ne hanno già troppi e favorire l’evasione fiscale.

In secondo luogo gli stipendi italiani sono troppo bassi e i giovani e i migranti sono sfruttati in modi inumani con stipendi da pochi euro all’ora. Bisogna abolire la precarietà del lavoro in modo da dare più forza ai lavoratori per migliorare gli stipendi. Qualcuno dirà che questo non è possibile perché siamo nel mercato mondiale e non possiamo aumentare i costi. Si tratta di una balla. La bilancia commerciale italiana è in attivo: esportiamo di più di quanto importiamo e il surplus sta crescendo. In altre parole, le imprese italiane sono competitive sul mercato mondiale e non sarebbe certo un aumento di stipendi a mandarle fuori mercato. Inoltre molti dei settori in cui ci sono bassi stipendi (dal commercio all’edilizia) non sono certo esposti alla concorrenza internazionale. Il problema dell’Italia è che gli stipendi troppo bassi hanno depresso i consumidelle famiglie, cioè il mercato interno. Mentre le esportazioni crescono, dal 2008 non sono ripresi i consumi: il problema dell’Italia sono i bassi stipendi e le leggi che precarizzano il lavoro.

In questa situazione la gente si sente impotente e non capendo bene come fare si affida agli uomini della provvidenza e spera nei miracoli. L’ultima porcheria propagandata dal governo Lega – Cinque stelle sarebbe che il problema degli italiani sono i migranti e che bisogna tagliare le tasse ai ricchi. La retorica del “prima gli italiani” si trasforma rapidamente in un prima i ricchi. Per gli italiani lo spot nazista dei migranti lasciati a rosolare nel Mediterraneo, per i ricchi i soldi!

Sabato quindi tutti e tutte in piazza per dire con chiarezza che il problema degli italiani sono i ricchi! Per dire che i nostri nemici non sono quelli che stanno sotto di noi ma quelli che stanno sopra di noi.

LA CASA COMUNE EUROPEA É IN FIAMME

di Vittorio Stano (Hannover)

La crisi attuale dell´Unione Europea é ben piú grave delle precedenti difficoltá attraversate dall´Eurozona. Dopo il default della Grecia e l´avvitarsi della crisi economica e politica nel Belpaese, i nostri denigratori ci additano come quelli che, fallito il Berlin consensus  potrebbero far saltare il banco. Continua a leggere

Le multinazionali chiedono 35 miliardi agli Stati grazie alla Carta dell’Energia

di Francesco Verdolino

ROMA, 13 giugno 2018 – L’associazione Fairwatch, nell’ambito della Campagna Stop TTIP/Stop CETA, lancia oggi in Italia il rapporto “Un trattato solo per governare tutto. L’espansione del trattato Carta dell’Energia rafforza le multinazionali nell’ostacolare la transizione verso un’energia pulita”, (curato da Corporate Europe Observatory e Transnational Institute), che rivela le gravi disfunzioni del Trattato sulla Carta dell’Energia (Energy Charter Treaty – ECT). Continua a leggere

Sono Soumaila ho ventinove anni

di Soumaila Sacko

Sono Soumaila ho ventinove anni, sono rifugiato dal Mali. Lavoravo come responsabile della comunicazione in un partito di opposizione al Governo. Un lavoro, il mio, che segna il destino in un paese come il Mali. Dopo una conferenza pubblica in cui abbiamo denunciato i crimini del governo venni a sapere che il mio nome compariva sulla lista delle persone accusate, da arrestare. Dovevo trovare una soluzione, avevo paura: ho saputo solo dopo che tanti miei amici e colleghi sono stati imprigionati o uccisi. Continua a leggere

IMMIGRAZIONE, EMIGRAZIONE, COOPERAZIONE

di Rodolfo Ricci

Nell’analisi degli attuali fenomeni migratori e delle connesse questioni economico-sociali, giuridiche e politiche è opportuno richiamare alcuni aspetti di ordine storico e di approccio di indagine che consentano di ricostruire una unità di lettura dei fenomeni migratori in quanto effetti – e allo stesso tempo concause – dei mutamenti strutturali che li producono e che li alimentano. Continua a leggere

La sinistra ridotta a pensiero unico delle élites

di Carlo Freccero

Populismo. Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause. Perché ci sono oggi tanti migranti? Perché siriani e libici che fino all’intervento dell’Occidente godevano di un tenore di vita elevato, sono oggi profughi in terra straniera? Continua a leggere

Cas Mudde: come si fa opposizione al tempo del polulismo

di Alexander Ricci

Nel suo ultimo editoriale per il The Guardian, Cas Mudde, uno scienziato politico olandese, considerato uno dei massimi esperti del fenomeno populista, prende posizione in merito al dibattito contemporaneo sul tema. Ed è rilevante anche per il caso italiano. Continua a leggere

«SOVRANITA’» DA BRUXELLES, NON DA WASHINGTON.

di Manlio Dinucci

Steve Bannon – ex stratega di Donald Trump, teorico del nazional-populismo – ha espresso il suo entusiastico sostegno all’alleanza Lega-Movimento 5 Stelle per «il governo del cambiamemto». In una intervista (Sky TG24, 26 maggio) ha dichiarato: «La questione fondamentale, in Italia a marzo, è stata la questione della sovranità. Il risultato delle elezioni è stato quello di vedere questi italiani che volevano riprendersi la sovranità, il controllo sul loro paese. Basta con queste regole che arrivano da Bruxelles».

Non dice però «basta con queste regole che arrivano da Washington».  Continua a leggere

Cosa c’è dietro l’immigrazione di massa. Cause, interessi occulti e terribili conseguenze: il parere di Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”.

di Federico Cienci

Negli ultimi anni l’opinione pubblica europea ha imparato a conoscere e in qualche modo a metabolizzare il fenomeno dell’immigrazione di massa. Frotte di uomini, donne e bambini assiepano scomodi barconi che salpano il mar Mediterraneo fin quando non vengono raggiunti dalle imbarcazioni delle ormai arcinote ong, le quali si assumono il compito di traghettare i migranti sulle coste settentrionali. È questo solo l’ultimo stadio di un processo che inizia nei Paesi d’origine degli immigrati, ma che affonda le radici nei meccanismi finanziari che regolano l’economia globale.

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Quei trattati immodificabili che creano squilibri. Un “piano B” serve a tutti.

di Claudio Conti

Non è facile capire come funziona il nostro angolo di mondo ascoltando i telegiornali o dando retta alla triade Repubblica-Corriere-Stampa. Da queste fonti, infatti, “l’Europa” viene descritta come il paradiso delle virtù e il nostro paese come la sentina di tutti i vizi; solo dosi a salire di austerità e sacrifici potrebbero correggere un “carattere nazionale” davvero scadente.

Sui vizi italiani si può facilmente concordare – e qui cascano di solito molti asini “di sinistra” – ma l’Unione Europea (una costruzione tecnoburocratica strutturata da trattati non modificabili, se non all’unanimità) è ben lontana dall’essere una casa di vetro.

Per capirne di più bisogna provare a leggere fonti diverse, che diano conto di quel che matura dentro l’establishment tedesco (il vero e unico “motore” della Ue) e soprattutto di quale sia la situazione economica complessiva, con tutte le distorsioni che da qui non si vedono e che i media mainstream si guardano bene dall’illuminare. Continua a leggere

Il pianeta dei naufraghi

di Marco Revelli

Come tutti i momenti periodizzanti della storia, quelli che segnano i punti di svolta nelle vicende individuali dentro le vicende collettive – come l’8 settembre del ’43, ad esempio – anche questo primo di giugno ci mette nudi di fronte ai nostri fallimenti. E alle nostre responsabilità.
Il “nostro mondo” è caduto. Aggregazioni collettive, figure istituzionali, linguaggi, culture politiche e civili, persino i canoni elementari della logica giacciono a terra in pezzi. Spazzata via, polverizzata la possibile opposizione che un tempo si sarebbe definita “di sinistra” (il Pd patetico spettatore del proprio naufragio, LeU cancellata nelle sue ragioni d’esistere, Pap frammento gettato nel vento) e gli stessi mondi vitali che un tempo si sarebbero chiamati di resistenza morale, frastornati e divisi, compagni irriconoscibili ai compagni, amici incomunicabili con gli amici… Continua a leggere

L’Unione Europea non può essere democratizzata

di 

Stabilire il momento in cui il processo di integrazione europea si è volto al peggio non è compito facile. È una difficoltà dovuta al fatto che gli aspetti più nefasti (da una prospettiva progressista) di questo processo sono il risultato di decisioni apparentemente non nefaste prese nei decenni precedenti. Per semplicità, comunque, possiamo fissare il momento di svolta dell’Europa verso il neoliberismo intorno alla metà degli anni ‘70, quando il regime cosiddetto “keynesiano”, adottato in occidente dopo la seconda guerra mondiale, entrò in una crisi conclamata.  Continua a leggere

L’Italia è l’emblema della crisi europea, come la Grecia nel 2015

di Alexander Ricci

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”. Chiunque può constatare quanto le parole del Commissario siano state travisate, prima di tutto, dal giornalista che ha condotto l’intervista e, successivamente, dai media, che hanno fatto dell’intervento un vero e proprio affare diplomatico. Continua a leggere

La Via Yankee al Sovranismo

di Riccardo Paccosi

Le ambivalenze della emergente prospettiva sovranista analizzate relativamente al caso italiano.
Un contributo da leggere con attenzione.

Ho iniziato a parlare dell’esistenza di una Via Yankee al Sovranismo, più o meno da quando ho iniziato a identificarmi, da un punto di vista marxista, con tale categoria politica. Dunque, intorno al 2012.
Infatti, dall’avvento dell’austerity del Governo Monti nel 2011, si è immediatamente palesato che, a fronte della rigidità tedesca che indirizzava le posizioni dell’Unione Europea imponendo politiche di macelleria sociale a Grecia e Italia, da parte degli Stati Uniti vi era un atteggiamento decisamente più elastico nei confronti della spesa pubblica e del bilancio statale. La troika che impartiva ordine ai governi euro-mediterranei, in altre parole, risultava essere composta dal “poliziotto buono” FMI e dal “poliziotto cattivo” Commissione Europea. Continua a leggere

Crisi istituzionale: Interventi di Villone, Onida, Carlassare, Montanari, Azzariti, La Valle.

TOMMASO MONTANARI

In queste ore concitate e drammatiche occorre conservare la lucidità, e non prestarsi alla facile demagogia della piazza.

Se la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato appare una truculenta buffonata, anche le mobilitazioni in suo favore appaiono del tutto fuori luogo.

Questo pessimo epilogo chiude un irresponsabile percorso di privatizzazione delle istituzioni repubblicane, culminato nel contratto tra Lega e Cinque Stelle: con l’annesso comitato di conciliazione e con la conseguente scelta di una evanescente figura di esecutore tecnico cui affidare la parte di presidente del Consiglio.

Sergio Mattarella ha infine inflitto all’istituzione della Presidenza della Repubblica una torsione inaudita, che costituirà un precedente pericolosissimo. Il suo lungo discorso ha esplicitato il fatto che egli si è assunto la responsabilità di decidere l’indirizzo politico del governo, entrando nel merito di idee e di scelte politiche: così non rispettando spirito e lettera della Costituzione. Le sue motivazioni hanno formalizzato una dura verità: la sovranità dei mercati ha preso il posto della sovranità popolare. L’incarico a Carlo Cottarelli ha poi tratteggiato icasticamente l’immagine di una democrazia commissariata.

Nel suo discorso Mattarella ha detto che aveva accettato tutti i ministri tranne quello dell’Economia. Tutti: anche Matteo Salvini all’Interno. In questo doppio registro c’è il senso profondo della crisi generale in cui siamo sprofondati: si tutelano i soldi, non i corpi. Gli investitori, non i principi fondamentali della Carta. È una dittatura dei mercati in cui le vite, i diritti, l’eguaglianza contano meno di zero. Ed è qui, è proprio in questa sottrazione di democrazia e in questa generale genuflessione al potere del denaro, che la propaganda razzista di Salvini prospera e macina consenso.

 

Tomaso Montanari è presidente di Libertà e Giustizia

 


MASSIMO VILLONE:

 

“Il Presidente ora non è più garante dell’unità nazionale”

“Il Capo dello Stato non ha il diritto all’ossequio”

(clicca sui link per leggere e scaricare)

 


Valerio Onida: la scelta di Mattarella? Impropria

Così l’ex presidente della Corte Costituzionale a Class Cnbc. “Mattarella è arrivato a interpretazioni della Costituzione che, secondo me, non sono giuste”, aggiunge. A Savona ministro “si è oppposto per ragioni politiche”. Non ci sono gli estremi per l’impeachment, ma “il governo non è una dipendenza del capo dello Stato”

Valerio Onida è professore emerito di Diritto Costituzionale alla Statale di Milano e nel 2004-2005 è stato presidente della Corte Costituzionale. Di seguito l’intervista rilasciata ai microfoni di Class Cnbc.

Domanda. Professor Onida, il primo partito del Paese, il M5S, già invoca l’impeachment per Mattarella: c’è il rischio di uno scontro istituzionale?

Risposta. L’articolo 90 della Costituzione prevede che nei casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione il presidente della Repubblica possa essere messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri. In questo caso non siamo di fronte a una possibilità concreta di messa in stato d’accusa. Il presidente Mattarella ha esercitato al limite delle sue prerogative uno dei suoi poteri, arrivando a interpretazioni della Costituzione che secondo me non sono giuste. Ciò detto non parlerei di messa in stato d’accusa, non è questa l’ipotesi in campo.

  1. E dunque come giudica il comportamento di Mattarella?
  2. La scelta di Mattarella di impedire la formazione di un governo dopo una lunga trattativa tra i due partiti mi ha sorpreso, mi sembra abbastanza impropria. Nel nostro sistema la formazione dei governi dipende essenzialmente dalla presenza o meno di una maggioranza in Parlamento. Il governo non è una dipendenza del capo dello Stato, bensì una dipendenza del suo Parlamento, della sua maggioranza. Non dare vita a un governo per la presenza di una persona e le possibili idee politiche che potrebbe portare avanti, mi sembra andare al di là di ciò che dice la Costituzione quando parla della formazione di governo.
  3. Poteva o non poteva Mattarella rispedire al mittente la proposta di Savona come ministro dell’Economia e delle Finanze?
  4. Sul piano strettamente giuridico può dire “io non firmo”. Ma guardiamo alla logica del sistema: il presidente della Repubblica ha fatto un lungo giro di consultazioni per verificare l’esistenza di una maggioranza. Alla fine la maggioranza è emersa: i suoi esponenti hanno concordato una certa ipotesi di governo, invocando rigidamente la necessità di nominare Savona. Di fronte a questo il capo dello Stato si è opposto per ragioni politiche, non personali. A mio parere Mattarella è andato contro l’idea che il nostro sistema è un sistema parlamentare. Se Mattarella avesse avuto obiezioni in merito al programma di governo, avrebbe potuto farlo presente, rilevando aspetti di incostituzionalità. Ma non si è opposto per nulla al contratto di governo. Si è opposto solo a una persona, temendo che potesse mettere in pericolo la stabilità dei mercati finanziari, e la difesa dei risparmiatori.
  5. E non è corretto?
  6. Così facendo si dà ai creditori dello Stato un potere immenso, che va al di là delle obbligazioni di un debitore. Un debitore non può diventare così politicamente asservito da accettare ingerenza sulla maggioranza. In questo caso mi sembra sia andato un po’ troppo oltre.
  7. Che poteri potrebbe avere un esecutivo Cottarelli che non ottenga la fiducia delle Camere?
  8. Cottarelli potrebbe sbrigare gli affari correnti. Sarebbe però più corretto fare subito nuove elezioni. Immaginare che si possa governare con un governo che non ha la maggioranza, contro una maggioranza alla quale si è impedito di formare un esecutivo, mi sembrerebbe veramente troppo. Bisogna andare immediatamente a votare. Non capisco perché, in presenza di una crisi istituzionale, di grave sbandamento nel Paese, non si possa andare a votare ad agosto. Andiamo a votare subito: dobbiamo richiamare i cittadini alle loro responsabilità.

 

Lorenza Carlassare: “Mattarella non poteva mettere il veto su Savona”

di SILVIA TRUZZI                 Il Fatto Quotidiano     30.5.2018

Lorenza Carlassare – professore emerito a Padova, una dei nostri costituzionalisti più autorevoli – risponde al telefono con l’abituale fermezza: “Non è difficile valutare alla luce della Carta i fatti di questi giorni. Si discute se il comportamento del capo dello Stato sia stato corretto. La risposta per un costituzionalista è facile, perché noi valutiamo le situazioni solo ed esclusivamente in rapporto al dettato costituzionale e a ciò che rientra nella tradizione del sistema parlamentare. La nostra non è una Repubblica presidenziale: da qui discendono molte conseguenze. Il presidente quando forma il governo non fa il suo governo, ma quello della maggioranza”.

E come si deve regolare?

Semplicemente tenendo conto di qual è l’orientamento della maggioranza parlamentare e di quale governo potrà ottenere la fiducia delle Camere. Quel governo dovrà avere la fiducia e conservarla, altrimenti dovrà dare le dimissioni. L’unica stella polare che deve guidare il cammino del presidente è questa valutazione sulla possibilità o meno che quell’esecutivo abbia la fiducia del Parlamento.

Dove risiede il potere decisionale del presidente?

Dopo le consultazioni, deve valutare qual è la persona maggiormente idonea a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. È una valutazione che però non si basa su opinioni o convincimenti personali del capo dello Stato, ma sulla base delle consultazioni che altrimenti sarebbero inutili. Dopo aver individuato la persona e conferito l’incarico, la responsabilità passa al presidente incaricato che deve comporre la lista dei ministri del suo gabinetto. La proposta di cui parla l’articolo 92 della Carta vincola il capo dello Stato, che può esprimere valutazioni di cui il presidente incaricato può tenere conto se lo ritiene. Il diniego sul nome di un ministro può esserci per incompatibilità col ruolo, per conflitto d’interessi o indegnità causata, per esempio, da condanne penali, dunque solo per ragioni oggettive.

Il presidente può fare valutazioni politiche?

No. Perché non è organo di indirizzo politico. La dottrina –da Serio Galeotti a Livio Paladin, per citare due autorevolissimi costituzionalisti – è sempre stata concorde nel ritenere il presidente un organo di garanzia e non di indirizzo politico.

Si dice che il presidente si sia fatto garante della Carta, che all’art. 47 assicura la tutela del risparmio.

Mi fa felice riscontrare questo interesse per il risparmio degli italiani che per decenni non si è mai manifestato né da parte del presidente Mattarella, né dei suoi predecessori. Tanto è vero che tanti risparmiatori sono stati messi in ginocchio. E non mi riferisco solo a quelli truffati dalle banche: il risparmio è stato distrutto dai meccanismi attuali. È bene che il presidente se ne faccia carico, ma voglio far notare che nel programma di governo non erano previsti provvedimenti distruttivi del risparmio. La valutazione sulla linea economica è stata squisitamente politica. E questa sfugge alle prerogative presidenziali.

Ci sono punti del programma di governo che suscitano perplessità?

Credo quelli sulla sicurezza, citati anche in un’intervista a Gustavo Zagrebelsky qualche giorno fa su Repubblica, come l’autodifesa sempre legittima, o l’uso della pistola a onde elettriche considerata dall’Onu uno strumento di tortura, l’introduzione di reati specifici per i migranti clandestini o il trasferimento dei fondi destinati ai profughi ai rimpatri coattivi. Sono cose in evidente contrasto con la Carta: il presidente avrebbe potuto farlo notare e comunque respingere i singoli provvedimenti.

Cosa pensa della ventilata messa in stato d’accusa?

Mattarella ha certamente esorbitato dalle sue funzioni. Ma la messa in stato d’accusa è qualcosa di più complesso: bisogna dimostrare, anche con comportamenti reiterati, l’intenzione di sovvertire la Costituzione. Non è questo il caso. In ogni caso, nell’interesse del Paese è un discorso che va abbandonato perché paralizza il funzionamento delle istituzioni.

Si cita spesso il precedente di Napolitano, che ha interpretato in maniera vigorosa il suo ruolo: per Renzi anche imponendo il percorso di riforme costituzionali.

Le rispondo così: quando il presidente Cossiga esorbitava dalle sue funzioni, i costituzionalisti manifestavano le loro critiche continuamente proprio per evitare che si potesse parlare di una prassi consolidata.

La presidenza della Repubblica ne esce ammaccata?

Mi auguro con tutto il cuore di no.

 


 

GAETANO AZZARITI: Quirinale e non solo, La crisi politica tracima in crisi costituzionale

da Il Manifesto 29.5.2018

Un’ordinaria crisi di governo si è trasformata in una drammatica crisi istituzionale. Non si possono sottovalutare i rischi di una caduta nell’anomia costituzionale. A scatenare la crisi il rifiuto del Presidente Mattarella di firmare il decreto di nomina di un ministro. In base ad una interpretazione discutibile ma non eversiva dell’articolo 92 della costituzione. Infatti i limiti del potere presidenziale di nomina sono dettati dal ruolo di garante e di rappresentante dell’unità nazionale, ed è da dubitare che si possa spingere sino a precludere la partecipazione di un componente al governo motivate dalle opinioni da questo espresse in passato, anche ove queste fossero state aspramente critiche nei confronti delle politiche monetarie o europee.

D’altronde, la formula definita in costituzione (il presidente della repubblica nomina i ministri «su proposta» del presidente del consiglio) lascia certamente uno spazio d’interlocuzione al capo dello Stato, che in questo caso non si è potuto coltivare di fronte alla indisponibilità del presidente incaricato.

Si può discutere dunque la decisione di Mattarella ma non si può certamente configurare come reato presidenziale (ex articolo 90 Costituzione). Solo chi vuole soffiare sul fuoco dell’instabilità istituzionale può oggi proporre la messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla costituzione. Non può infatti affermarsi che il capo dello Stato abbia operato per fini politici di parte contro l’interesse del paese, a ben vedere sono stati proprio questi interessi che hanno (discutibilmente) motivato il rifiuto. Dunque un problema di interpretazione costituzionale, non di responsabilità penale.

MA È IL COMPLESSO della crisi nella quale siamo precipitati che appare assai inquietante. Ciò che maggiormente dovrebbe allarmare è che nessun attore politico sembra volere tenere in giusta considerazione gli equilibri istituzionali, le prassi e i precedenti costituzionali che reggono l’iter di formazione dei governi. Non ha una chiara legittimazione costituzionale infatti il «contratto» di governo stipulato da soggetti privati (i capi dei partiti che si apprestavano a sostenere il governo). Uno strumento di diritto privato che s’è preteso prendesse il posto del programma di governo che deve essere definito – in accordo con le forze politiche di maggioranza – dal presidente del consiglio dei ministri. Un’interpretazione disinvolta dell’articolo 95 della nostra costituzione che affida a quest’ultimo (non ai leader dei partiti, né ad un notaio) la responsabilità e la direzione della politica generale del governo.

ANOMALA ANCHE l’indicazione – e poi l’incarico – del professor Conte. In questo caso alcune critiche espresse nei suoi confronti non sono fondate: che non fosse parlamentare appare in fondo irrilevante (anche Renzi non era stato eletto quando ha ricoperto la carica di presidente del consiglio). Neppure si tratta di discutere il profilo “tecnico” del giurista di Firenze (la competenza non può rappresentare un handicap politico).

Ciò che ha lasciato invece perplessi è il rapporto fiduciario di natura – ancora una volta – «privatistica» tra l’incaricato e i due leader di partito. Come se avessero scelto più un loro avvocato che non un soggetto cui affidare pubbliche funzioni. Anche in questo caso in gioco è la legittimazione dell’organo costituzionale e le garanzie di autonomia del responsabile dell’indirizzo politico e amministrativo del governo.

PERSINO IL RIFIUTO preventivo di alcune forze politiche di discutere le proprie proposte per collocarsi in un ruolo di opposizione «a prescindere», tanto più in una situazione caotica come l’attuale, non dimostra un grande senso di responsabilità.

Il «compromesso parlamentare», ci ha insegnato Hans Kelsen, non può fare a meno del fondamentale apporto di tutte le forze presenti in parlamento.

TUTTO L’ANDAMENTO della crisi mostra in sostanza una progressiva privatizzazione dei rapporti politici che tende a bypassare le logiche propriamente parlamentari e a scardinare i delicati equilibri costituzionali. In primo luogo compromettendo gravemente le modalità con cui devono essere esercitate le funzioni di garanzia del capo dello Stato. Un delicatissimo «potere di persuasione», che – ha puntualmente ricordato la Corte costituzionale nella importante sentenza n. 1 del 2013 – si compone di «attività informali, fatte di incontri, comunicazioni e raffronti dialettici implicano necessariamente considerazioni e giudizi parziali e provvisori da parte del Presidente e dei suoi interlocutori». Un’attività che – scrive ancora la Consulta – verrebbe «inevitabilmente compromessa» dalla pubblicizzazione dei contenuti e dal non rimanere riservati. In particolare, è sempre stata considerata condizione necessaria per l’operato presidenziale – organo di mediazione e garante politico della costituzione – che i rapporti con i soggetti politici fossero improntatati alla leale collaborazione.

Ora, invece, è stata messa sotto accusa la legittimazione dell’organo, i rapporti tra presidenza, partiti e leader appaiono improntati alla minaccia («veti», «diktat», «arrabbiature»), nel silenzio attonito dell’opposizione e tra le urla della moltitudine indignata. Sta saltando tutto.

La crisi politica tracima in crisi costituzionale. C’è da essere assai preoccupati.

 


 

Raniero La Valle: TRAGEDIA GRECA

29/05/2018

 

È stata una tragedia greca. Come nella tragedia greca, dove pur accadono i fatti più terribili, tutti avevano ragione, e una ragione più forte di loro che li spingeva. Aveva ragione in via di principio Mattarella, a rivendicare i poteri di nomina dei ministri datigli dall’art. 92 della Costituzione, e a temere Savona nel governo, spaventato com’era, anche se più del dovuto, per la minaccia della macchina da guerra turbo-capitalista, già giunta all’insulto a un’”Italia pezzente”, rea di uno sgarro verso la moneta sovrana. Aveva ragione il presidente incaricato Conte a insistere per quella nomina, proprio perché egli non era un tecnico messo al governo per fare i compiti imparati alla Bocconi, ma era un politico investito da compiti nuovi da un mandato popolare attraverso le forze politiche che avevano vinto le elezioni.  Aveva ragione Salvini a non cedere sul nodo centrale della sua proposta politica volta a rimettere in discussione i rapporti di forza creati dalla moneta unica europea, perché la rinuncia a farlo, senza nemmeno provarci, significava rinuncia alla politica pur di avere il potere, il che sarebbe stato la definitiva catastrofe della politica e il suicidio del suo partito. Aveva ragione Di Maio a tener fede al patto stipulato con Salvini, perché era lo stesso patto o “contratto” appena promesso agli italiani, e stracciarlo, buono o cattivo che fosse, significava distruggere la differenza che aveva fatto grande il Movimento 5 stelle e che ora lo legittimava a governare. E aveva ragione Savona a dire che lui non chiedeva niente, tantomeno di fare il ministro, ma che le idee sono idee, e quelle non si barattano al primo guaito dei cani da guardia.

Insomma era un quadro in cui tutti finivano perdenti; e perdente è stato anche chi l’ha avuta per vinta, il presidente della Repubblica, perché egli può non nominare un ministro ma a Costituzione invariata non può farlo in nome di un’altra linea politica, perché in una democrazia parlamentare la politica la scelgono gli elettori e il Parlamento, e non gli organi di garanzia, che, facendolo, cessano precisamente di garantire; come farebbe la Corte Costituzionale se invece di dichiarare incostituzionali le leggi, si mettesse lei a legiferare per fare le leggi giuste.

Come spesso nelle tragedie greche, l’unico veramente ad avere torto è stato il coro. Bisognerebbe avere l’acutezza di René Girard nell’interpretazione dei miti greci, per descrivere tutta la forza di interdizione, la falsa sapienza e l’orgia dei luoghi comuni messi in campo dal circuito mediatico e informativo per vituperare e sbeffeggiare il governo nascente, quel coro che ventiquattro ore su ventiquattro ha spiegato al “pubblico” che arrivavano i barbari. Questo del coro che si finge oggettivo e neutrale sta diventando uno dei maggiori problemi della democrazia italiana nella formazione del consenso, all’ora in cui non si fa più politica, ma solo la si racconta, e chi ha gli strumenti del racconto, incurante della verità, impone la sua egemonia e porta il Paese dove non vuole andare.

Come nella tragedia greca, anche qui c’è una vittima, e c’è un sacrificio. In questo senso il caso Savona ha un valore cruciale, nello svelare qual è il vero problema.

Che cosa aveva detto Savona? Aveva detto che fatto l’euro, bisognava  fare l’Europa, perché non era ammissibile una moneta senza una sovranità, e perciò una politica che la governasse; in democrazia si sa chi è il sovrano, il popolo, e se quello è spodestato, sovrana diventa la stessa moneta. Perciò alla moneta unica doveva seguire l’unità politica dell’Europa, in mancanza della quale le diverse sovranità nazionali sarebbero rimaste in conflitto, come infatti è avvenuto, mentre, in attesa, l’unione corretta tra loro avrebbe dovuto essere, come un tempo, quella di un mercato comune. Questo oggi non è più possibile, per i fatti compiuti. È chiaro che dall’euro non si può uscire, e tantomeno dall’Europa, e Savona ha spiegato che non voleva affatto questo, ma un’Europa più forte e più equa. La sua tesi che spinge all’unità politica si può pertanto discutere, ma certo non era antieuropeista, anzi era più europea; gli euroscettici sono quelli che impazziscono per l’euro, ma lo vogliono indipendente dall’Europa. Tanto poco populista e sovversiva è questa tesi che l’unità politica dell’Europa, perché non fosse anarchica l’unione economica, era stata l’idea dei padri fondatori ed è stata rivendicata in questi anni dai ceti intellettuali e politici più avveduti, e sostenuta dai migliori costituzionalisti e filosofi del diritto, a cominciare da Ferrajoli. Del resto è sempre stato così. La moneta rappresenta un sovrano. Se non fosse stato così Gesù non avrebbe potuto dare la famosa risposta del “date a Cesare”. A Roma, dopo l’imperatore Antonino Caracalla, che la coniò, l’antoniano fu la moneta più diffusa, e ogni imperatore ci metteva la sua faccia. Ma oggi, a quale Cesare si darebbe l’euro, per dare a Dio ciò che è di Dio?

Ed è tanto poco eretica e tanto perfettamente fattibile l’idea che il denaro vada governato, che un dettagliato documento pubblicato in questi giorni dalla Congregazione per la dottrina della fede lo suggerisce e spiega anche come si fa. È intitolato, con la classicità del latino, “Oeconomicae et pecunariae questiones”. È un testo difficile per i non addetti ai lavori, e forse non c’entra col Paradiso; ma sarebbe bene che gli addetti ai lavori lo leggessero, perché dice che se ne può parlare, che il controllo della finanza si può fare, che le ricette ci sono, magari si possono discutere e preferirne altre, ma le “cose pecuniarie” non sono un tabù, non sono l’arca dell’alleanza, non è il dogma trinitario; del denaro, dell’euro, della finanza, del rapporto fra economia e politica si può discutere, le cose sono nelle nostre mani.

La tragedia che è stata rappresentata è che invece la finanza, i mercati, il debito, il rating, il pareggio, il 3 per cento, non si possono neanche nominare, non ci appartengono, sono custoditi nel forziere del tempio, e basta un accenno a voler scostare il velo, a guardare cosa c’è dietro, cosa si nasconde dietro il fumo delle vittime e degli olocausti, ed ecco che scattano come furie le prostitute sacre e le vestali del tempio, e dicono: no, questo governo non si deve fare, questo tipo non deve essere ministro, e come il bene diventa spregevole se lo si chiama buonismo, così il popolo diventa spregevole solo che si abbia l’avvertenza di chiamarlo populismo, così come la sovranità se diventa sovranismo. Non che non ci fossero problemi seri col populismo italiano e con le pulsioni securitarie di Salvini, ma non per questo ci si è stracciate le vesti.

Questa è la vera tragedia, e mentre fioccano le accuse di fascismo, spunta la nuova intimazione del regime, da mettere in tutte le banche e in tutte le cancellerie, e  in tutti i Parlamenti dell’Unione: “Qui non si fa politica, si specula”. Ma noi ci possiamo stare?

Nei settant’anni della nostra Repubblica, è la seconda volta che un voto popolare viene neutralizzato e che un processo politico, lungamente perseguito, viene intercettato e impedito nel momento in cui l’elettorato lo promuove, dandone mandato alle due forze vincitrici nelle urne. La prima volta lo fu in modo terribile e cruento, e fu il caso Moro, che si consumò non senza input esterni, e anche grazie al fatto che la DC, il PCI e il presidente della Repubblica del tempo, non seppero fare la scelta giusta per rispondere alla sfida. Nulla di paragonabile oggi; i tempi sono cambiati, non c’è nessuna violenza, e nemmeno ci sono segreti che restano nascosti, la DC non c’è più, e non c’è che il PD che avrebbe dovuto ereditare quella lezione e che invece è oggi il maggior responsabile del rischio in cui è finita la Repubblica. Ma anche questa volta la democrazia è in questione, e le conseguenze possono essere devastanti.

Dunque è giusto in questo momento di crisi della politica, salvare le istituzioni, a cominciare dalla democrazia rappresentativa e repubblicana.

 

CIOCCOLATA: La schiavitù è tornata *

di Agostino Spataro


… Arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui erano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni. In quelle di zucchero, la vita media era di 10 anni. Ma questo non rendeva meno amara la cioccolata che le dame europee gustavano per essere alla moda…” Continua a leggere

Disgregazione dell’Unione

di Tonino D’Orazio

Sono parecchi gli elementi che fanno pensare al peggio. Mi limito solo ad elencarli anche se ogni tema meriterebbe un capitolo esplicativo.

Il nuovo governo italiano che quasi non c’entra; gli attacchi di Trump all’economia europea tramite diktat di sanzioni in tempi stretti; la multi polarizzazione mondiale e l’asfissiante e anacronistica trappola unipolare; Merkel che corre prima da Putin (18 mag) accolta con sorriso e rose bianche, (prima che arrivino gli italiani?), e poi in Cina (24 mag) per, in fondo, “chiedere protezione”, ed evitare che, per gli accordi Trump-Cina sui dazi, cioè maggior import da parte della Cina, i prodotti tedeschi non siano sostituiti, cosa certa ormai, da quelli americani; Continua a leggere

Paul Mason sull’Italia: «Salvini punta al fallimento del M5s e ipoteca il potere. La sinistra non può perdere tempo»

di Alexander Ricci

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”. In che senso? Continua a leggere

Isteria politica europea

di Tonino D’Orazio

Può un ministro (dell’economia) francese, Le Maire, insultare un popolo intero e minacciarlo? Ebbene sembra di sì. Non si tratta di essere nazionalisti (o sovranisti), si tratta solo di chiedere rispetto per le scelte elettorali di un altro paese repubblicano e democratico dell’Unione, sia esso italiano sia altro. Gli altri insultati, a oggi, sembrano essere parecchi e si organizzano a gruppi. Le risposte non sono da meno, innalzando la tensione. Oppure pensa che la democrazia, ormai, sia una eventuale opzione solo se comoda. Continua a leggere

Tutti ne parlano, nessuno li vede: “Quelli che se ne vanno”

Per il giorno della Festa del Non Lavoro ci è sembrato utile dare spazio a “Quelli che se ne vanno” non solo per analizzare la portata del fenomeno, inedito in alcune sue sfaccettature, ma per dare uno sguardo più imparziale a quello che rimane. Dopo dieci anni di crisi economica e politica abbiamo dato tanto spazio alle conseguenze, i populismi, la crisi della sinistra, qui ci interessa anche analizzarne le cause. Se qualcuno può avere dei dubbi se dopo le elezioni del 4 marzo si sia prodotta o meno, ancora una volta, la frattura storica tra Nord e Sud Italia; è vero che il Nord ha paura di aver perso ormai quegli elementi che lo distinguevano, che lo facevano area industriale, “sviluppata”[1], all’avanguardia dando, a nostro avviso adito, a fenomeni di sclerosi collettiva. Il Nord che ha paura di farsi Mezzogiorno.

 


 

Il libro di Enrico Pugliese[2], “Quelli che se ne vanno” analizza l’emigrazione italiana. Quella di cui tutti parlano e nessuno presta attenzione veramente, forse sperando che sia un fenomeno transitario. In questi ultimi anni, i politici di ogni provenienza l’hanno salutata come un fenomeno positivo di integrazione europea apponendo firme su firme ai vari trattati europei dal processo di Lisbona a quello di Bologna. In effetti, per loro, meglio milioni di giovani sparsi tra Francia, Inghilterra e Germania che milioni di disoccupati concentrati nel paese di origine. Se qualcuno ne ha parlato si rimproverava la cosiddetta fuga dei cervelli. Le menti più geniali e brillanti d’Italia hanno preferito spendersi altrove perchè troppo poco valorizzate e salariate. Verissimo, ma dai dati statistici sembra che questi siano solo il 30% dei giovani che lasciano il paese. Il 70% hanno un livello di istruzione inferiore alla laurea. Il testo ci spiega perchè l’emigrazione italiana verso il Nord o all’estero è, invece, per la maggioranza proletaria.

Ma prima di andare a fondo sulla composizione, a proposito di statistiche, il testo ci suggerisce come nella migliore tradizione italiana che i dati forniti dall’Istat appaiono sottostimati perchè si basano sulle cancellazioni alle anagrafe degli emigrati. Ci sono delle differenze sostanziali, infatti, se si mettono a confronto i dati Istat e quelli dei paesi di arrivo. Come sootolinea Pugliese, dal confronto risultano valori superiori al 400%. Secondo i dati Istat tra il 2008 e il 2016 hanno lasciato l’Italia circa 700.000 persone che probabilmente superano il milione se il dato Istat non fosse sottostimato. Ogni anno partano sempre più persone e ne tornano sempre di meno. L’Italia è all’8°posto della classifica mondiale per numero di emigrati preceduto da paesi enormi come la Cina e l’India e da paesi colpiti dalla guerra come la Siria.

Ma chi sono questi emigranti? La maggior parte sono giovani che a differenza della grande emigrazione intereuropea del secolo scorso sono alla loro prima esperienza lavorativa. La regione capofila da dove provengono gli emigranti è settentrionale, la Lombardia, da poco raggiunta dal Lazio. Un fatto inedito che da un lato vuol dire che l’emigrazione proviene anche dalla forte crisi dei distretti industriali del Nord, dall’altra che si è prodotta, secondo il sociologo, una sorta di emigrazione di rimbalzo. I Meridionali vanno nelle regioni del Nord come tappa intermedia per poi r-emigrare in Europa. Il Mezzogiorno come in passato continua ad avere “il ruolo di area fornitrice di manodopera necessaria per lo sviluppo delle altre regioni e per paesi stranieri allo stesso modo di mezzo secolo addietro all’epoca delle grandi migrazioni intereuropee quando a trainare l’economia e ad attirare immigrati era lo sviluppo industriale nella sua fase fordista”.

Ci sono delle differenze importanti da sottolineare. La prima che se, all’epoca, il lavoro degli emigrati ha trascinato il Sud permettendo l’uscita di queste regioni dalla miseria contadina, oggi, questo non è assolutamente dato. Nei paesi europei i giovani lasciano precariato per trovare altro precariato. Gli emigrati italiani sono quella componente della classe sulla quale si scaricano le difficoltà del mercato del lavoro delle economie avanzate. Sono i primi ad essere espulsi nei momenti di crisi. Infatti, l’Europa domanda lavoro a basso livello di produttività, a basso costo di lavoro e con una maggiore flessibilità. La maggior parte degli emigrati raggiungono l’Inghilterra, la Germania e la Francia. Tutti e tre i paesi fanno largo uso di contratti flessibili. In Inghilterra gli stranieri vengono assunti con il cosiddetto contratto a zero ore, in Germania con i mini jobs mentre in Francia sono recenti le riforme che deregolarizzano il mercato del lavoro, oggetto di grossi conflitti negli ultimi anni. Inoltre, è appurato da alcuni recenti studi che nei paesi europei, compreso il nostro, si è consolidata una discriminazione dal punto di vista lavorativo dell’origine nazionale. I settori dove per lo più sono occupati gli Italiani sono quelli della ristorazione e della sanità.

Il testo argomenta senza chiarire fino in fondo le motivazioni dell’emigrazione. Da spunti di ricerca da questo punto di vista. I motivi che rintraccia il libro sono diversi tra gli emigrati altamente scolarizzati e quelli che non lo sono ma un fattore sicuramente li accomuna: l’elevato livello di disoccupazione che ha spinto alla partenza più di ogni altro driver.

Lo Svimez aveva già avvertito dello tsunami demografico che stava portando questa emigrazione di massa dal Meridione d’Italia composta da proletari tanto quanto da cervelli in fuga. A differenza delle emigrazioni del ‘900, nei prossimi anni il meridione supererà il Nord per il basso tasso di natalità. Da questa emigrazione non ci sarà un ritorno di ricchezza né dal punto di vista delle risorse monetarie, né dei cervelli, né dal punto di vista dello “sviluppo”.

Dal libro che consigliamo di leggere, ci sorgono alcune riflessioni che sicuramente hanno necessità di essere approfondite. Il Nord Italia ha subito negli ultimi dieci anni quello che da sempre è stato il destino del Meridione. In pratica i meridionali hanno contribuito non solo allo sviluppo delle regioni settentrionali lavorando nelle fabbriche del Nord e partecipando al movimento operaio con tutto quello che ha comportato in termini di emancipazione sociale ed economica ma hanno contribuito anche attraverso le rimesse al miglioramento delle condizioni delle aree di partenza. Siamo stati il motore dello “sviluppo” dell’Italia intera. Il fattore su cui è necessario fare una riflessione è il seguente. Noi abbiamo contribuito in maniera forzata ad una modernità che non abbiamo scelto.

Ma nel ’92, dopo lo smantellamento progressivo della classe operaia avvenuto già in precedenza, lo Stato, la classe padronale e i sindacati hanno deciso di fare un patto e di trasferire progressivamente le risorse dal lavoro al capitale. Questo vuol dire che in Italia, al Sud come al Nord, non si fanno investimenti pubblici e/o privati in innovazione e tecnologia da allora. Alcune tesi economiche sostengono che se il costo del lavoro è basso non c’è nessun motivo per cui si debba investire in tecnologia. Quindi al di là delle paventate tesi sulla digitalizzazione, industria 4.0 ecc ecc, l’Italia è il paese della terza Europa di recente sorpassato anche dalla Spagna. Questo mancato investimento ha portato da un lato alla deindustrializzazione, all’esternalizzazione, ad una struttura produttiva obsoleta e agli scalini più bassi della gerarchia produttiva europea, dall’altro a subire la crisi come non mai che ha prodotto alti livelli di disoccupazione e l’emigrazione forzata. Come i paesi “sottosviluppati” per il mondo noi siamo i “sottosviluppati” d’Europa.

E allora una provocazione sorge necessaria: nordici come ci si sente ad essere i meridionali d’Europa? Il bisogno di sovranità leghista, la paura degli immigrati che arrivano in Italia, il bisogno di rimarcare ancora una volta la differenza con il sud[3] da dove arriva? Dalla sensazione di essere gli ultimi data dall’impoverimento generale e da questo punto di vista l’emigrazione ne è una conseguenza. Oggi come allora il problema è rifiutarsi di essere subalterni nel sistema capitalistico e nei nuovi assetti che questo si è dato. La meridionalizzazione diffusa del paese ci dovrebbe costringere a guardare a Sud e alle sue pratiche di resistenza passate e si spera future con più interesse. Se c’è però una aspetto che non convince di alcune tesi che vogliono fare del meridione un caso isolato è la seguente. Gli Operai di fronte al Capitale chi erano se non i meridionali di fronte al Capitale? Se una lezione l’operaismo ci ha dato è quella del soggetto che muove e si scontra, mette a nudo il capitale e i rapporti di produzione che questo sia operaio o meno. Allora lo era. Pensare di non aver fatto parte di questa storia non è possibile. Il Sud nel suo “sottosviluppo” voluto e indotto ne faceva parte interamente. Siamo stati e continuiamo ad essere parte di quella classe disgregata che viene strappata ai propri territori di origine a seconda delle esigenze del capitale. Resistere nei territori a questa usurpazione, a questo colonialismo che crea queste premesse è sacrosanto capirne le modalità sta nel soggetto che pratica resistenze e sfida il capitale.

Il testo “Quelli che se ne vanno” che ha suscitato queste riflessioni aiuta a chiarire ancora di più la gerarchia che ha creato il capitale dopo la crisi del 2008. Quella stessa che temevamo quando nello stesso anno abbiamo occupato le università di tutta Italia. La crisi si è dispiegata, ha approfondito i processi che erano già in atto e ci ha collocato in un certa posizione subalterna. Il punto sta proprio qui cogliere questa subalternità oggi, la dove il capitale non investe ma depreda. La dove non “sviluppa” ma indebita, la dove inquina e devasta i territori, la dove crea le condizioni per l’emigrazione di massa. Il tutto nella gerarchia globale della divisione del lavoro all’interno della quale, non ci siamo dimenticati ma meritano diversa trattazione, vanno inclusi gli immigrati che arrivano nel nostro paese e il ruolo delle donne nella riproduzione sociale. Tutti spunti aperti su cui dissentire, approfondire, dibattere. Buona lettura e buona festa del non lavoro. Qualsiasi cosa essa significhi oggi.

 

1 I termini “sviluppato” e “sottosviluppato” li metteremo tra virgolette per sottolineare il punto di vista capitalista del loro significato non certo il nostro

2 Pugliese E. Quelli che se ne vanno, il Mulino, Bologna, 2018. Enrico Pugliese è professore emerito di Sociologia del lavoro della Sapienza ed è stato direttore dell’Istituto di Ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR

3 Ad esempio con tutta la retorica prodotta all’indomani del voto sul reddito che vederebbe ancora una volta i meridionali tacciati come scrocconi. Oppure la diffusione delle fake news sulle file per il reddito agli sportelli all’Inps ecc ecc

 

FONTEhttps://www.infoaut.org/approfondimenti/tutti-ne-parlano-nessuno-li-vede-quelli-che-se-ne-vanno

 


Leggi anche:

https://www.pressreader.com/italy/corriere-di-verona/20180426/281565176370226

https://www.hoepli.it/libro/quelli-che-se-ne-vanno/9788815274847.html

https://www.laverita.info/emigrazione-le-cifre-maurizio-belpietro-2563308289.html

 

ASCOLTA:

http://www.radioarticolo1.it/audio/2018/05/21/36304/quelli-che-se-ne-vanno-la-nuova-emigrazione-italiana

 

https://www.raiplayradio.it/audio/2018/04/TUTTA-LA-CITTAapos-NE-PARLA-ac89801a-fac8-46a8-979d-2aa6eed13882.html

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