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La crisi della sanità italiana: dalla Riforma del Titolo V alle soglie della Pandemia

di Andrea Vento

Finanziaria governo Meloni in linea col piano Draghi 2022-25: tornano i tagli alla sanità

Il sistema sanitario italiano, a causa dell’attuazione di politiche neoliberiste e di austerità, soffre ormai da 15 anni di un sostanziale definanziamento che secondo l’ultimo rapporto Ocse disponibile “Health at a Glance, Europa 2020”, ha portato l’Italia agli ultimi posti fra i Paesi occidentali per esborso sanitario pro capite, destrutturando de facto uno dei principali diritti sociali1 sancito dall’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Dal rapporto, i cui dati si riferiscono al 2019, emerge infatti come a fronte di un media dei 27 Paesi Ue di 2.572 euro di spesa sanitaria pro capite a Parità di Potere d’Acquisto (Ppa), l’Italia si attesti non solo al di sotto, fermandosi a 2.473 euro, ma ben distante da Regno Unito (3.154), Francia (3.664) e Germania (4.504), senza considerare la Svizzera che si pone in testa alla classifica con 5.421 euro (cartogramma 1).

Cartogramma 1: Spesa sanitaria pro capite a Parità di Potere d’Acquisto (Fonte: Ocse 2020)

Anche in rapporto al Pil, la spesa sanitaria nazionale, pur mostrando una situazione lievemente migliore rispetto alla media Ue (8,7% del Pil contro 8,3%), registra un grave deficit rispetto a Francia (11,2%), Germania (11,7%) e Svizzera (12,1%). Prendendo in considerazione il dato disaggregato fra spesa pubblica e privata, rileviamo come la prima copra il 6,4% del Pil e la seconda, in costante aumento, si attesti al 2,3%, mentre in Germania la spesa pubblica arriva al 9,8% e in Francia al 9,3%, lasciando a carico dei cittadini in entrambi i Paesi solo una spesa pari all’1,9% del Pil. Ciò conferma il progressivo ricorso da parte degli italiani alle prestazioni sanitarie private a causa della contrazione di quelle pubbliche (grafico 1). In termini monetari secondo il Mef la spesa totale per la sanità nel 2019 ammontava a 152 miliardi di euro ripartito fra 117 miliardi di esborso pubblico e ben 35 a carico dei cittadini.

Grafico 1: Spesa sanitaria in percentuale sul Pil: in blu la spesa pubblica e in azzurro quella privata(Fonte: Ocse 2020)

L’impietoso quadro appena descritto risulta indubbiamente frutto della mancanza di razionale pianificazione settoriale e della riduzione, in termini reali, della spesa sanitaria degli ultimi tre lustri.

Come emerge dal rapporto Ocse, il nostro Paese rappresenta uno dei pochi, superato solo da Grecia, Croazia, Portogallo, Cipro, Spagna, oltre che dall’Islanda fuori dall’Ue, ad aver ridotto la spesa sanitaria media annua fra il 2008 e il 2013 (-0,9%), per poi riprendere a salire (+1%) fra 2014 e 2019. Ciò al cospetto di una media Ue a 27, nei due periodi esaminati, rispettivamente di +0,9% e +3%. Incremento determinato dal fatto che tutti i Paesi considerati dallo studio, salvo Grecia e Islanda entrambe colpite da pesanti crisi finanziarie, non hanno registrato alcuna riduzione degli investimenti nell’assistenza sanitaria fra il 2008 e il 2019 (grafico 2).

Il definanziamento della sanità pubblica viene confermato anche da uno studio dell’Osservatorio della Fondazione Gimbe2 dal quale emerge che al Servizio sanitario nazionale (Ssn), a seguito dei ridimensionamenti di spesa per non meglio definite “esigenze di finanza pubblica”, nel periodo compreso fra il 2010 e il 2019, sono stati sottratti rispetto alle spese preventivate, ben 37 miliardi di euro, dei quali 25 miliardi fra 2010 e 2015 ed i rimanenti 12 successivamente. In termini assoluti (nominali), puntualizza lo studio, il finanziamento pubblico nei 10 anni presi in considerazione è aumentato di appena 8,8 miliardi di euro, corrispondente allo 0,9%, un tasso inferiore rispetto a quello dell’inflazione media annua, pari all’1,07%, che si traduce in una riduzioni in termini reali.

Grafico 2: Tasso medio annuo di variazione (in termini reali) della spesa sanitaria pro capite(Ocse 2020)

Da uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica3 che analizza l’evoluzione della spesa sanitaria nazionale emerge, come fra il 2000 e il 2010, la stessa sia aumentata ad un tasso di crescita media del 5% annuo arrivando a 113,1 miliardi di euro, anche a causa di elevati disavanzi in alcune regioni. Il pesante deficit del bilancio dello Stato causato dalla crisi finanziaria 2008-2009 e la sconsiderata adozione di draconiane misure di austerità fiscale da parte dei governi Berlusconi e, soprattutto, Monti portò a significative misure di contenimento della spesa sanitaria attraverso piani di rientro finanziari e l’eliminazioni di sprechi per le regioni meno virtuose e, per l’intero sistema nazionale, all’introduzione dei costi standard e al blocco del turnover del personale. Conseguentemente l’esborso sanitario in termini nominali si è ridotto a 109,3 miliardi di euro nel 2013, per poi risalire a ritmi molto blandi a 115,4 miliardi nel 2019. Procedendo, tuttavia, ad una più appropriata analisi della spesa in termini reali, vale a dire al netto dell’inflazione, il livello di esborso del 2018 è grosso modo lo stesso del 2004 (grafico 3).

La riduzione della spesa sanitaria in termini reali verificatasi a partire dal 2010 ha comportato l’inevitabile corollario della diminuzione del personale sanitario e dei posti letti ospedalieri, a discapito dei servizi offerti ai cittadini, come ci confermano i dati dello stesso rapporto Ocse 2020.

Il nostro Paese, infatti, con 5,7 infermieri ogni 1.000 abitanti accusa un significativo deficit, non solo rispetto alla media Ue (8,2/1.000 ab.) ma, soprattutto, rispetto agli stati nord-occidentali del continente nei quali, a seguito di generalizzato trend rialzista, il dato si attesta sopra il 10/1.000, al cui cospetto stride pesantemente la contrazione nostrana che la Federazione Nazionale degli infermieri (Fnopi) nel 2020 stimava in una mancanza di ben 53.000 unità.

Grafico 3: la spesa sanitaria 2000-2019 a prezzi correnti e a prezzi costanti. Fonte: dati Mef

Ancora più marcata risulta la differenza per quanto riguarda la disponibilità di posti letto ospedalieri: l’Italia nel 2019 accusava un valore di 3,1 posti ogni 1.000 abitanti, dai 4,1 nel 2010, nettamente inferiore alla media europea (5/1.000) e, addirittura, meno della metà rispetto Germania (8/1.000), Bulgaria (7,6/1.000), Austria (7,3/1.000) Ungheria e Romania (7/1.000), Repubblica Ceca e Polonia (6,5/1.000) e Lituania (6,4/1.000) (grafico 4).

Grafico 4: letti ospedalieri per 1.000 abitanti nel 2000 e nel 2018 (Fonte: Ocse 2020)


La contrazione, a partire dal 2009, della spesa sanitaria in rapporto al Pil (grafico 5), si è verificata di pari passo con la chiusura di strutture ospedaliere, principalmente, ma non solo, nelle aree marginali del Paese, basti pensare ai capitolini Forlanini, Santo Spirito e San Giacomo, determinando un sensibile ridimensionamento dell’offerta di servizi sanitari.

Dal confronto fra gli Annuari statistici del Servizio sanitario nazionale del 2010 e del 20194, si apprende che a causa di tagli, beffardamente definiti dai manager e dai politici “razionalizzazioni di spesa”, sul territorio nazionale mancavano all’appello ben 173 ospedali, 42.380 fra dipendenti e medici convenzionati (-6,5%) e che l’assistenza territoriale è stata considerevolmente ridotta, salvo quella domiciliare integrata che registra scarsi progressi.

In sostanza si è passati dai 1.165 ospedali, fra pubblici e privati, del 2010 ai 992 del 2019 con una riduzione del 15% che ha inciso principalmente sulle strutture pubbliche le quali in 10 anni sono passate dal 54,4 al 51,0% del totale. Nello stesso arco temporale, la politica dei tagli non ha risparmiato nemmeno la sanità territoriale, accertata la chiusura di ben 837 strutture di assistenza specialistica ambulatoriale.

Grafico 5: quota di Pil destinata alla spesa sanitaria fra il 2000 e il 2019 in Italia

Alla progressiva riduzione dei servizi sanitari sopra analizzata, si è sovrapposta una crescente sperequazione della situazione interna al Paese a causa dell’approvazione, da parte del solo centro-sinistra e, successivamente confermata dal referendum del 7 ottobre 2001, della legge costituzionale n.3 del 18 ottobre dello stesso anno che ha introdotto la riforma del Titolo V della Costituzione. Il nuovo testo dell’articolo 117 contempla, infatti, il “federalismo legislativo” tramite il quale viene ripartita la potestà legislativa fra Stato e Regioni. Da quel momento la “tutela della salute” è diventata materia di “legislazione concorrente” fra i due distinti livelli amministrativi, riservando esclusivamente allo Stato la determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), riguardanti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, mentre alle Regioni spetta la determinazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea). In pratica, il nuovo assetto costituzionale in merito all’ordinamento del Servizio sanitario nazionale prevede che lo Stato stabilisca i Lep e garantisca le risorse necessarie al loro finanziamento in condizioni di efficienza e di appropriatezza nell’erogazione delle prestazioni, mentre le Regioni, che hanno l’onere di organizzare i propri Servizi sanitari regionali (Ssr), debbono pianificare e garantire l’erogazione delle prestazioni comprese nei Lea.

Una riforma costituzionale approvata a livello parlamentare dalla sola maggioranza, a fine legislatura 1996-2001, che nel tempo ha prodotto effetti devastanti sulla sanità nazionale, in pratica frammentandola in 21 servizi regionali con gestioni autonome e differenziate che, fra le varie, ha innescato anche una accesa conflittualità fra il centro e la periferia legislativa causando ben 278 ricorsi alla Consulta nei primi 20 anni.

Come riporta lo studio settoriale “Prime riflessioni sulla Governance della Sanità in Italia dopo la riforma del Titolo V”5 pubblicato nel febbraio 2021, le differenze regionali nei livelli di Lea testimonia che la sanità italiana ha visto crescere in modo preoccupante le differenze interne. E’ venuta quindi a determinarsi la situazione per la quale accanto a sistemi sanitari regionali tutto sommato ancora efficienti (Veneto, Emilia-Romagna e Toscana), convivono altri che faticano a competere con la sanità dei Paesi in via di sviluppo (Pvs), salvo Cuba che rappresenta un’eccellenza a livello globale. I differenti livelli di Lea fra le Regioni italiane sono facilmente acquisibili dalla sottostante tabella 1 da cui rileviamo come l’indicatore del Veneto risultava del 37% superiore rispetto alla Calabria, a cui va aggiunto che quest’ultima insieme alla Campania, costituiscono le due regioni in cui la Verifica degli adempimenti registra il minor tasso di rispetto dei Lea.

Tabella 1: i livelli di Lea nei Servizi Sanitari Regionali fra il 2012 e il 2018

Se a questo quadro di frammentazione regionale vengono sommati alcuni mali endemici del nostro Paese quali corruzione, governance inefficienti e politiche clientelari, oltre alle infiltrazioni della criminalità organizzata, appare evidente come la sanità italiana, definanziata e sminuzzata, non risulti in grado di garantire uniformemente su tutto il territorio il diritto fondamentale alla salute, con particolari disservizi per le persone in condizioni di fragilità come i malati oncologici, le gestanti, i disabili e gli anziani.

L’impianto dell’analisi sovraesposta viene confermato anche dal presidente della Fondazione Gimbe, dr Nino Caltabellotta, le cui affermazioni in merito all’introduzione della “legislazione concorrente “Stato-Regioni” pongono in risalto, oltre agli effetti nefasti della riforma sulla sanità, anche l’incongruenza dell’assetto costituzionale introdotto: “Purtroppo, tale “concorrenza” ha perso il suo significato di complementarietà, configurando un’antitesi proprio sui principi fondamentali e generando un federalismo sanitario atipico e artificioso, non solo per le dinamiche istituzionali messe in campo (legislazione concorrente), ma anche per la sua genesi anomala visto che di norma i federalismi nascono da stati autonomi che si uniscono e non il contrario, come accaduto in Italia. In altre parole la riforma del Titolo V che, delegando a Regioni e Province autonome l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari, puntava ad un federalismo solidale, ha finito per generare una deriva regionalista, con 21 differenti sistemi sanitari dove l’accesso a servizi e prestazioni è profondamente diversificato e iniquo”6.

L’elenco di sanità regionali commissariate in un ventennio, insieme all’aumento del pendolarismo sanitario, rappresenta la cartina di tornasole del fallimento della modifica costituzionale del 2001. A maggio 2022 risultavano, infatti, rette da un commissario ad acta: Lazio, Campania, Molise e Calabria, mentre l’Abruzzo lo era stato fino al 20167.

La contrazione dell’offerta pubblica di servizi sanitari, il crescente finanziamento della sanità convenzionata e l’espansione di quella privata, (nel decennio 2010-2019 sono infatti 276 le strutture di assistenza territoriale pubbliche in meno e 2.459 quelle private in più, secondo la Fondazione Gimbe) stanno di fatto precludendo la possibilità di sottoporsi a visite, analisi diagnostiche e cure un numero crescente di persone che l’Istat nel solo 2018 ha stimato in oltre 4 milioni, con una maggior incidenza nelle regioni del Mezzogiorno (infografica 1), principalmente a causa di liste d’attesa lunghissime e di crescenti sofferenze sociali8.

Significativi cambiamenti rispetto al trend emerso dalla nostra ricerca, purtroppo, non è plausibile attenderli nel medio periodo, appurato che le prime mosse in campo sanitario del neogoverno Meloni si pongono in linea di continuità col precedente e non contemplano alcun progetto di potenziamento della sanità pubblica. La legge finanziaria, approvata a fine 2022, ha infatti sostanzialmente ricalcato le previsioni di spesa dell’esecutivo Draghi per il periodo 2022-2025: 134 miliardi di euro per il 2022, 131,7 mld per il 2023, 128,7 mld per il 2024 e 129,4 per il 20259. Tale piano finanziario, del tutto insufficiente a colmare le sofferenze del Servizio sanitario nazionale, si traduce in una diminuzione della quota annua di Pil destinata alla sanità che dal 7% dell’anno appena concluso, scenderà gradualmente al 6,6%in quello in corso, al 6,2% nel 2024 e al 6% nel 2025. Con l’indicatore percentuale di spesa che si contrarrà ad un livello inferiore del periodo 2001-2019 che si attestava i appena sotto il 6,5%10, mettendo in risalto un chiaro ritorno alle politiche di austerità fiscale di “montiana” memoria (grafico 6).

Un definanziamento inconcepibile al cospetto dello stato di inadeguatezza della sanità pubblica e del processo di invecchiamento della popolazione che spinge ulteriormente al rialzo la domanda di servizi sanitari, se non alla luce del sottaciuto obiettivo di spingere i cittadini a ricorrere ai servizi sanitari privati, il cui volume di affari risulta infatti in continua espansione.

La preoccupante situazione della sanità pubblica, che inevitabilmente incide gravemente sulla qualità della vita delle persone, nel caso venga approvato nella legislatura appena iniziata il cosiddetto “regionalismo differenziato”, tanto caro alla destra e al Presidente dell’Emilia-Romagna, le differenze interne non potranno che acuirsi ulteriormente, provocando il definitivo affossamento del principio dell’uguaglianza dei diritti dei cittadini e dell’unità dello Stato.

Occorre, ripensare l’infausto modello del regionalismo italiano e correggere le anomalie introdotte dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che hanno mostrato evidenti limiti non solo in campo sanitario, e ripristinare, finanziandolo adeguatamente, la centralità del Servizio sanitario nazionale e dei suoi principi fondanti stabiliti dalla sua legge istitutiva (n. 833 del 1978): universalità, uguaglianza ed equità11.


Andrea Vento – San Giuliano Terme, 29 gennaio 2023

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Altri due Grafici significativi su % Pil con previsione al 2025 e gli italiani che hanno rinunciato alla salute nel 2018

Grafico 6: percentuale di Pil destinato alla spesa sanitaria pubblica fra il 2001 e il 2025



Infografica 1: gli italiani che hanno rinunciato alle cure nel 2018 (Fonte Istat)


NOTE:

1Il diritto alla salute viene quindi inteso come diritto soggettivo, protetto contro ogni aggressione ad opera di terzi e suscettibile di una tutela risarcitoria immediata, indipendente da qualsiasi altra conseguenza dannosa giuridicamente apprezzabile, nonché come diritto sociale la cui pratica attuazione è essenziale per la realizzazione di quel principio di libertà-dignità che è intrinseco nella Carta Costituzionale.

Fonte: https://www.diritto.it/la-tutela-della-salute-una-lettura-costituzionalmente-orientata/#_ftn8

2https://www.gimbe.org/pagine/1229/it/report-72019-il-definanziamento-20102019-del-ssn#:~:text=Fra%20tagli%20e%20minori%20entrate,2019%20del%20Servizio%20Sanitario%20Nazionale%E2%80%9D.

3 https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-l-evoluzione-della-spesa-sanitaria

4https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=96379

5https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/diritti/scuola-sanita-e-servizi-pubblici/prime-riflessioni-sulla-governance-della-sanita-in-italia-dopo-la-riforma-del-titolo-v-conflitti-costituzionali-e-divari-regionali/

6https://www.saluteinternazionale.info/2015/05/diritto-alla-salute-e-riforma-del-titolo-v/#:~:text=3%20del%2018%20ottobre%202001,le%20competenze%20delle%20autonomie%20locali.

7https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2018/11/13/ansa-sanita-7-regioni-in-piano-di-rientro-tutte-al-centro-sud_e8b04898-f0b7-450b-bdf7-29148210bf33.html

8https://www.repubblica.it/cronaca/2019/03/03/news/liste_d_attesa_e_problemi_economici_quattro_milioni_di_italiani_non_si_curano-300986888/

9 Nota di aggiornamento al Def 2022 versione integrale, pag 13. https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/nadef_2022/NADEF_2022_VERSIONE_RIVISTA_-E_-INTEGRATA_STAMPA.pdf

10 Nota di aggiornamento al Def 2022 versione integrale, pag 14. Link alla nota 13

11https://www.salute.gov.it/portale/lea/dettaglioContenutiLea.jsp?area=Lea&id=5073&lingua=italiano&menu=vuoto

UMILIARE I POVERI

di Vittorio Stano

Un aspetto accomuna fascismo e capitalismo: l’omaggio servile nei confronti dei potenti.

Oggi prendersela con i deboli e lasciar stare i forti caratterizza il fascismo da operetta del nuovo duce in gonnella. C’è da chiedersi: che cosa hanno fatto i poveri alla destra di governo ? E al banchiere Draghi ?

La continuità, il feeling esistente tra il governo Draghi e quello della Meloni è il naturale estrinsecarsi delle dinamiche che legano questa destra, ala dura e coerentemente neoliberale, alla borghesia italiana. Questa borghesia ha operato (…e opera!) in continuità con tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni: smantellamento dello stato sociale, attacco ai salari e all’occupazione, privatizzazioni, sottomissione ai vincoli feudali della NATO e a una UE allineata (contro i suoi interessi) ai desiderata di Washington.

La Meloni ha dismesso la manfrina “sovranista” e, incorporato il pilota automatico al suo governo, segue e sviluppa l’opera intrapresa dal banchiere che l’ha preceduta al governo. Infatti, si appresta a ratificare il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). Questo è un marchingegno volto a ribadire la totale subalternità di ogni scelta di politica economica e di bilancio ai diktat dell’EU, la totale e sciagurata condivisione della NATO di continuare ad oltranza la guerra sulla pelle del popolo ucraino, contro la Russia, rasentando giorno dopo giorno il baratro della terza guerra mondiale, facendo rischiare all’Italia di caderci dentro.

È evidente l’intento di questo governo: umiliare i poveri. Questi da vittime diventano capri espiatori dell’attuale difficile situazione che attanaglia il Paese. …Cosa hanno fatto di male i poveri a Giorgia Meloni ? Lei che retoricamente gridava ai quattro venti nei meeting preelettorali : <<…Sono Giorgia, sono una mamma, sono cristiana, sono… ecc. >>?

Con lei nel Belpaese i lavoratori continuano a venir privati dei loro diritti, sospinti sempre di più nella palude del precariato, i salari continuano ad essere i più bassi dell’OCSE e a perdere potere d’acquisto. Inoltre, è alle porte la secessione dei ricchi. L’attuazione del disegno di legge proposto dal ministro per gli Affari regionali Calderoli, ddl già entrato nella legge di Bilancio 2023 (comma 791-805), sono già previsti i fondi per avviare il percorso che in pochi mesi (21?) può diventare legge. Si attuerebbe quello che Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso l’Università di Bari, ha definito la secessione dei ricchi, ovvero creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A o B a seconda delle regioni in cui vivono.

Una volta i leghisti prima maniera si erano messi in testa di separare l’Italia in due. Dicevano: il Nord ricco e produttivo non poteva più farsi carico dei parenti poveri del Sud. Dove finisse il Nord e iniziasse il Sud da cui separarsi nessuno l’aveva saputo dire. La secessione di Bossi e della sua Lega non si concretizzò mai. Oggi la sedicente nuova Lega, guidata dagli stessi personaggi di sempre, propone su iniziativa del ministro Calderoli l’autonomia differenziata. Il titolo del ddl Calderoli recita: “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione”. Questa formula riduce il tutto a una pura questione burocratica di decentramento amministrativo, in ottemperanza all’art. 5 della Costituzione che riconosce e promuove le autonomie locali. Ma non è così. E’, invece, una grande questione politica, che riguarda tutti gli italiani (Viesti).

Il ddl Calderoli ha come fine ultimo l’accaparramento delle risorse dello Stato da parte delle regioni tradizionalmente più produttive e ricche del Nord (1) a danno di quelle più povere del Sud. Nei fatti è un trasferimento di risorse che impoverirebbe sempre di più il Meridione, creando di fatto la secessione dei ricchi, che si accompagnerebbe alla pretesa di trasferire competenze su materie riservate (ad es.: scuola, sanità, trasporti) dalla Costituzione, al legislatore nazionale.

Questo piano non è solo farina del sacco di un malefico dentista lombardo, ma di una classe dirigente che vuole spaccar il Paese. Questo avverrebbe così: le regioni possiedono un gettito fiscale, entrate economiche derivanti dalla riscossione dei tributi (es. Irap e addizionale Irpef). Questo gettito viene utilizzato per finanziare i servizi pubblici (sanità, asili nido, scuole, trasporti, centri per l’impiego, ecc.). se il gettito fiscale è maggiore della spesa per i servizi, rimane un avanzo in cassa, chiamato sovra-gettito. Questo avviene di norma nelle regioni più produttive: Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, che riscuotono – a titolo d’esempio – 200 e di questi ne spendono 100. Le regioni meno produttive come Puglia e Sicilia, solitamente finiscono con un saldo in negativo perché spendono sempre 100 ma riscuotono 50 e non hanno abbastanza soldi per poter finanziare tutti i servizi necessari.

Secondo il sistema attuale, in questo momento scatta la redistribuzione delle risorse: lo Stato centrale riscuote i soldi in eccedenza delle regioni più ricche e li destina alle regioni più povere. Grazie a questi soldi le regioni più povere riescono a coprire la spesa per il finanziamento dei servizi ai cittadini. Questo fa si che si riequilibrino le diseguaglianze economiche tra il ricco Nord e il povero Sud e si provveda a un livellamento verso l’alto della qualità dei servizi forniti dagli Enti locali ai cittadini. È la Costituzione che prevede il meccanismo di redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato centrale, attraverso l’istituzione di un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante (art. 119 della Costituzione).

Il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata vuole cancellare il meccanismo di redistribuzione e permettere alle regioni più ricche di trattenere il sovra-gettito fiscale. Questo verrebbe a minare il principio costituzionale di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 , Costituzione). Il ddl Calderoli è palesemente anticostituzionale. Solidarietà politica, economica e sociale sono pietre angolari dell’unità della Repubblica.

Le conseguenze pratiche in termini economici per le regioni più povere sarebbero drammatiche: non avrebbero più soldi sufficienti per finanziare i servizi o per mantenerli ad un livello di qualità accettabile. Inoltre, non potendo più coprire il disavanzo con la redistribuzione, dovrebbero aumentare le tasse, per cui i cittadini pugliesi e siciliani (ad es.) si troverebbero paradossalmente a pagare tasse più alte rispetto ai cittadini del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna, senza avere servizi migliori o senza averli del tutto.

Ma c’è di più! Il ddl vorrebbe far intendere che ogni Regione, con il decentramento amministrativo, può godere di una maggiore autonomia economica riguardante strutture e fondi. Si permetterebbe, ad esempio, la regionalizzazione delle scuole. Se ciò avvenisse l’Italia non sarebbe più uno Stato unitario e neppure federale. Ogni regione pretenderebbe di legiferare su materie legate alla centralità dello Stato. Inoltre, le risorse finanziarie sarebbero determinate nei termini di spesa storica (2).

Questo è un meccanismo perverso per cui lo Stato sosterrebbe le risorse delle regioni secondo quanto stanno spendendo, quindi se una regione spende di più perché più ricca, continuerà ad avere tanto, ma se è più povera e spende meno continuerà ad avere meno e non potrà mai più riprendere terreno e mettersi alla pari delle altre. Le ricadute sui servizi per i cittadini meridionali sarebbero catastrofali. Basti pensare allo stato degli asili e delle scuole, della sanità e della pubblica amministrazione, chi ha speso meno riceverà sempre meno. Si avrebbero regioni come Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, le prime sostenitrici del ddl, con scuole e sanità in situazione migliore e una forte carenza delle stesse nelle regioni del Sud. In questo caso il divario tra Nord e Sud sul piano economico e culturale sarebbe irreversibile. Avremmo così cittadini di serie A e di serie B in base alla regione di residenza. L’affermazione del ddl Calderoli sarebbe una pietra tombale sulla tenuta del sistema Paese. Calderoli la prospetta come una semplice questione amministrativa, burocratica… mentre scardina la nostra bella Costituzione e l’unità della Repubblica.

È necessaria la massiccia mobilitazione di tutti i cittadini che hanno a cuore il futuro di questo Paese.

La democrazia è in pericolo ?

Questo governo sembra avere i numeri per far passare norme inique che nel passato sono state bocciate attraverso l’opposizione in Parlamento e le dimostrazioni di massa nel Paese. È necessario che l’opposizione si organizzi in Parlamento perché quando le piazze inizieranno a infuocarsi di contestazioni, questa destra senza qualità, inadeguata a governare, inizierà a prendersela con la democrazia. Diranno che troppa democrazia blocca la “bontà” delle loro decisioni e riduce l’efficienza delle stesse. Daranno la colpa all’inefficienza della democrazia.

Questa destra ha la testa voltata al secolo scorso. C’è tanto fascistume in azione che tiene l’orologio della storia fermo. C’è poca qualità in questa classe politica e i governanti di turno sono parecchio scarsi: sanno solo tutelare, e non del tutto, la loro area elettorale di riferimento.

La Meloni dietro slogan retorici è inconsapevole degli effetti della sua azione. Apparentemente sembra tosta e tonica ma è incapace e sprovveduta. È inconsapevole di quello che si può e non si può fare. Il PNRR da grande chance per un nuovo inizio dell’Italia sarà la trappola per i topi per questa classe dirigente. Il governo è imballato, l’apparato statale inadeguato, gli altri livelli politici, Regioni e Comuni, irresponsabili. Se questo è vero, ed è vero, l’Italia non riuscirà a spendere i soldi del PNRR. Hanno denari in cassa ma appalti zero. L’UE si farà sentire a breve e tirerà cazzotti sul muso dell’Italia. Quando questo avverrà Meloni se la prenderà con chi protesta. La democrazia è in pericolo ? L’opposizione si svegli !

Note:

1 …regioni più produttive e ricche del nord: Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Tra le prime 10 regioni in Europa per livello di valore aggiunto industriale ben 3 sono italiane. La Lombardia è prima, il Veneto è sesto e l’Emilia Romagna è ottava.

2 spesa storica: è l’ammontare effettivamente speso dal comune in un anno per l’offerta di servizi ai cittadini ricalcolato con l’ausilio delle informazioni raccolte attraverso i questionari.

Rapporto Oxfam 2023: per la prima volta negli ultimi 25 anni aumentano al contempo disuguaglianze, fame e povertà estrema

di Andrea Vento

L’annuale rapporto dell’organizzazione Oxfam sulla disuguaglianza globale viene regolarmente emesso in concomitanza del Word Economic Forum di Davos in Svizzera, allo scopo di indurre la leadership planetaria a riflettere sui nefasti effetti sociali e ambientali prodotti delle loro politiche, le quali continuano a portare esclusivo vantaggio ad una ristretta elite a discapito della maggioranza della popolazione mondiale.

Quest’anno, i 2.700 leader mondiali fra politici, amministratori delegati delle principali multinazionali e big della finanza presenti alla consueta passerella mondiale, ormai giunta alla 53esima edizione, hanno visto aleggiare sul loro summit l’immancabile ombra delle critiche dei movimenti e del rapporto Oxfam che non casualmente in italiano è stato tradotto in “La disuguaglianza non conosce crisi”.

La ratio del titolo è conseguente al fatto che nel biennio 2020-21, i più ricchi fra i ricchi del pianeta, vale a dire il top 1%, ha continuato come da trend consolidato ad accumulare ricchezza più di tutto il resto dell’umanità. Tale incremento ha, tuttavia, toccato livelli di crescita inediti, mentre, in contemporanea, per la prima volta, a livello mondiale negli ultimi 25 anni è aumentata anche la povertà e la fame.

Il dominante capitalismo liberista ha, dunque, impresso alla forbice della disuguaglianza un ampliamento mai registrato in precedenza. Ciò in conseguenza del sovrapporsi della crisi economica pandemica a quella ambientale, quest’ultima caratterizzata da fenomeni estremi, come siccità, cicloni e inondazioni, sempre più devastanti, i quali hanno inevitabilmente innescato una drammatica crisi sociale che ha spinto milioni di persone sotto la soglia della povertà estrema e nel baratro della fame, costringendone una massa crescente a migrare forzatamente. Tutto ciò mentre le grandi multinazionali, soprattutto quelle operanti in rete, hanno conseguito, al pari della grande finanza, profitti stratosferici, i quali hanno generato una concentrazione apicale della ricchezza mai registrata in precedenza.

Guardando alle cifre del rapporto rileviamo come nel biennio 2020-2021, l’1% più ricco della Terra si è accaparrato quasi 2/3 della nuova ricchezza generata, mentre le principali 95 multinazionali dell’energia e dell’agro-business hanno più che raddoppiato i profitti rispetto alla media del periodo 2018-2020. Con il drammatico paradosso che, nel 2022, mentre queste ultime si arricchivano col commercio di beni e prodotti alimentari e distribuivano, grazie agli extra-profitti, dividendi pari a 257 miliardi di dollari ai propri azionisti, al contempo 800 milioni di persone soffrivano la fame.

In sostanza, per ogni 100 dollari di nuova ricchezza prodotta, sempre nel biennio in questione, 63 dollari sono stati appannaggio dell’1% straricco e appena 10 dollari sono andati al 90% più povero, mentre i restanti 27 dollari ai restanti ricchi, pari al 9% della popolazione mondiale (grafico 1). In termini reali, in 2 anni, l’1% degli ultraricchi ha registrato un incremento dei propri patrimoni pari alla stratosferica cifra di 26.000 miliardi di dollari, poco più di una volta e mezzo il Pil della Cina (16.500 miliardi di dollari nel 2021), mentre il, redditualmente variegato, restante 99% dell’umanità si è fermato a 16.000 miliardi di dollari.

Gli effetti della crisi pandemica, secondo la Banca Mondiale, hanno prodotto sul 40% più povero dell’umanità, perdite di reddito doppie rispetto a quelle subite dal 40% più ricco, determinando inevitabilmente anche un aumento nella disparità globale di reddito, oltre a quelle di ricchezza.

L’eccezionale incremento della concentrazione di ricchezza risulta frutto, sia della compiacente azione dei governi, sia della politica monetaria non convenzionale adottata dalle Banche Centrali, il “Quantitavie Easing” (QE), tramite il quale le stesse hanno immesso una enorme massa di liquidità nei propri sistemi monetari1, ufficialmente per favorire la ripresa economica e far salire il tasso di inflazione intorno allo strategico obiettivo del 2%. Tali politiche monetarie espansive, attuate con tempistica ed entità differenziate dalle varie Banche Centrali occidentali2 nell’arco di tempo compreso fra la fase successiva alla crisi economico-finanziaria del 2008-2009 fino alla ripresa post-covid, hanno in realtà sortito principale effetto di incrementare i valori degli asset finanziari e, conseguentemente, i patrimoni dei miliardari.

Grafico 1: quote di nuova ricchezza acquisita dal 1% più ricco e dai restanti 99% e 90% , confronto 2012-2021 (colonna verde chiaro) e 2020-2021 (colonna verde scuro). Fonte: Oxfam su dati Credit Suisse

Sicuramente le misure di intervento dei governi a sostegno delle proprie economie e delle fasce sociali più deboli, durante la Grande crisi del 2008-2009, è stata una strategia appropriata; tuttavia, forti critiche hanno, invece, investito le politiche di austerità fiscale implementate nell’Area dell’euro nella successiva fase di ripresa, le quali hanno finito per innescare la crisi debitoria di inizio anni ’10 nei paesi marginali dell’Eurozona, denominati col dispregiativo appellativo di Piigs3. Infatti, mentre buona parte dell’area monetaria comune tornava in recessione, contemporaneamente negli Stati Uniti, grazie a tempestive politiche monetarie (QE) e fiscali espansive, la ripresa continuava ad apprezzabili tassi di crescita (grafico 2)

Grafico 2: variazione annua del Pil nell’Eurozona, negli Usa e in Giappone fra 2008 e 2015. Fonte: Ocse

La Bce a causa delle resistenze dei Paesi “falchi” dell’Austerity, Paesi Bassi, Finlandia e Germania in primis, il QE è stato introdotto dall’allora presidente della Bce, Mario Draghi, solo all’inizio del 2015, quando l’intera Eurozona si trovava sull’orlo del collasso. Tuttavia, gli effetti del QE sono risultati alquanto modesti sia in termini di ripresa economica, ad oggi il nostro Paese si trova ancora al di sotto del picco del 2007 (grafico 3), che di rialzo dell’inflazione, in quanto i governi e la Commissione Europea non si sono impegnati nel garantire che l’enorme liquidità immessa avesse concrete ricadute sull’economia reale o, quantomeno, che le cospicue plusvalenze ottenute dalla grande finanza venissero ridistribuite tramite la leva fiscale.

Grafico 3: andamento del Pil italiano su base trimestrale fra il 1996 e il 2022. Fonte: Istat

Conseguentemente le fortune dei miliardari, grazie anche al periodo pandemico, durante il quale alcune tipologie di imprese collegate alla rete hanno conseguito extraprofitti stratosferici, sono continuate ad aumentare, tant’è che l’1% più ricco della popolazione mondiale, a fine 2022, è arrivato a detenere il 45,6% della ricchezza globale, mentre la metà più povera dell’umanità appena lo 0,75%. Inoltre, il ghota degli 81 principali miliardari hanno accumulato più ricchezza di metà della popolazione mondiale.

Squilibri interni all’interno sistema economico-sociale globalizzato, non solo eticamente inaccettabili, ma addirittura nel medio periodo, forieri di destabilizzazione dello stesso.

Gli effetti della crisi economica, alimentare e ambientale

Contemporaneamente all’eccezionale aumento di ricchezza conseguito dal 1% più ricco a livello mondiale e agli extraprofitti delle grandi multinazionali di alcuni comparti, in questi primi anni del decennio ’20 a seguito della crisi pandemica, di inappropriate politiche governative e dell’impennata inflattiva, abbiamo registrato anche una crescita della povertà e della fame, oltre a una diminuzione dei posti di lavoro e dei salari che hanno pesantemente impattato sulle vite delle persone già in condizione di fragilità sociale.

Il consolidato trentennale trend globale di riduzione della povertà si è, infatti, bruscamente interrotto determinando la paradossale ed inedita situazione nella quale la ricchezza e la povertà, entrambe estreme, sono al contempo sensibilmente aumentate. Ben 70 milioni di persone sono, infatti, precipitate nel 2020 sotto la soglia di povertà, dei 2,15 dollari al giorno di reddito, corrispondenti ad un aumento dell’11%.

Nonostante nel 2021 tale tendenza abbia subito un’inversione, per l’anno appena concluso l’UNDP, il programma dell’Onu per lo sviluppo, stima che solo nel suo secondo trimestre 71 milioni di persone siano nuovamente scese in povertà a causa del rialzo dei prezzi delle materie prime (+ 18% beni alimentari e +59% energia). Le causa della fiammata inflattiva, peraltro iniziata già nell’autunno 2021, è riconducibile a difficoltà di approvvigionamento causati dalla ripresa della domanda nella fase post-pandemica e dalla guerra in Ucraina, alle spregiudicate attività della speculazione finanziaria ed alle ciniche strategie delle multinazionali, non che al crescente impatto dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole. Conseguentemente, sono state stimate dalla Banca Mondiale in 828 milioni le persone che nel 2021 hanno sofferto la fame, pari al 10% dell’umanità, il 60% delle quali donne e ragazze4.

Per quanto riguarda l’aspetto salariale, dall’analisi condotta in 96 Paesi da Oxfam sui valori delle retribuzioni, è emerso come 1,7 miliardi di lavoratori abbiano subito una crescita dell’inflazione superiore a quella dei salari. La contrazione dei salari reali, misurata in base all’effettivo potere d’acquisto, avrà come inevitabile riflesso sia un aumento dei lavoratori in condizione di povertà, i cosiddetti working poors, che delle disuguaglianze, queste ultime aggravate dalla crescita del lavoro informale che su scala globale sta superando addirittura quella dell’occupazione regolare.

Conclusioni

Il quadro appena dipinto caratterizzato da crescenti disuguaglianze e maggiori difficoltà sociali, rischia di aggravarsi nell’anno appena iniziato, anche alla luce delle dichiarazione della Presidente del Fmi Kristalina Georgieva, la quale, in una intervista di inizio gennaio alla Tv statunitense CBS, ha affermato che dal punto di vista economico il 2023 risulterà “più duro dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle” e che l’istituzione di cui è a capo ritiene che “un terzo dell’economia mondiale sarà in recessione” a causa del rallentamento di Stati Uniti, Unione Europea e Cina.

Alla luce delle fosche previsioni della presidente del Fmi sull’andamento dell’economia mondiale, non vediamo altra strada possibile all’implementazione di politiche fiscali espansive (vale a dire aumentare la spesa pubblica) per far fronte all’aumento della povertà e della fame, ai cambiamenti climatici e all’impatto dell’inflazione sui ceti sociali più fragili. Ciò a causa del fatto che, ancora una volta, la maggioranza dei governi sono intenzionati a proseguire sulla fallimentare strada dell’austerità fiscale, riducendo la spesa pubblica, principalmente a causa delle imposizione delle istituzioni finanziarie sovranazionali. La stessa Oxfam prevede, infatti che, nel quinquennio 2023-27, attueranno politiche restrittive di bilancio a danno della spesa sociale, pari a ben 6.700 miliardi di dollari, circa 2/3 dei Paesi mondiali (148 per la precisione), e che nel 2023, il 54% degli Stati lo stanno già pianificando.

Le politiche economiche neoliberiste e restrittive di bilancio hanno già mostrato la loro inefficacia dal punto di vista economico, come nella crisi debitoria dei Paesi marginali dell’Eurozona, e i loro nefasti effetti a livello sociale. In considerazione di ciò, è assolutamente necessario un riposizionamento in senso diametralmente opposto introducendo misure straordinarie, come la tassazione aggiuntiva degli extraprofitti, e altre strutturali, come la reintroduzione di una fiscalità progressiva più incisiva sui redditi elevati e sul capital gain, l’utile da capitale.

Gli effetti socialmente disastrosi che abbiamo appena esposto, pur avendo radici profonde, risultano frutto anche delle politiche economiche attuate durante la crisi pandemica, nel cui contesto, non solo il 95% dei Paesi non ha aumentato la già discendente e blanda pressione fiscale in essere sui redditi più elevati (grafico 4), sulle grandi imprese e sul capital gain della speculazione finanziaria, ma, addirittura, in alcuni casi l’hanno anche diminuita, a beneficio dei “soliti noti”.

Grafico 4: l’andamento delle aliquote massime, quindi sui redditi più elevati, dell’imposta sul reddito delle persone fisiche fra il 1980 e il 2022 in Africa (linea verde chiaro), America Latina (grigio), Asia (nero) OECED in italiano OCSE (verde scuro). Fonte: calcoli Oxfam su dati OCSE

La riduzione della pressione fiscale sui redditi più elevati in corso ormai da 40 anni e gli sgravi fiscali a vantaggio dei ricchi e delle multinazionali, risultano la causa originaria dell’aumento delle disuguaglianze, col paradosso che in molti Paesi i ceti sociali subalterni e i lavoratori risultano soggetti ad una tassazione maggiore. Il proprietario di Tesla, Elon Musk primo miliardario mondiale nel 2022 secondo Forbes5, fra il 2014 e il 2018, ha pagato un’irrisoria “effettiva aliquota fiscale” di circa il 3%.

A livello mondiale solo il 4% dell’intero gettito fiscale proviene dalle imposte sui patrimoni posseduti, anche a causa del fatto che circa la metà dei miliardari mondiali ha la residenza fiscale in Paesi che non contemplano tasse di successione sui discendenti diretti, avendo così l’opportunità di trasferire ai loro eredi ricchezze complessive pari a 5.000 miliardi di dollari,una cifra maggiore del Pil annuo dell’intero continente africano.

Il reddito dei miliardari, in prevalenza frutto di rendite, risulta tassato mediamente al 18%, la metà dell’aliquota massima applicata su salari e stipendi. Un sistema fiscale, frutto della visione neoliberista del sistema capitalistico che sta portando l’umanità verso il collasso economico e sociale e che necessita di essere radicalmente riformato, reintroducendo una significativa progressività fiscale, come era in vigore fino agli inizi degli anni ’80. Negli Stati Uniti, infatti, l’aliquota massima federale sullo scaglione più elevato di reddito, si attestava su di una media dell’81% fra il 1944 e il 1981, all’alba della nefasta era Reagan. Anche in Italia, fino agli anni ’80, l’aliquota massima raggiungeva il 73% ed era inserita in un contesto fiscale progressivo il cui gettito, impiegato tramite appropriate politiche ha consentito di coniugare crescita economica e progresso sociale, grazie alla creazione di un ampio Welfare state a vantaggio soprattutto dei ceti inferiori.

Per reintrodurre un minimo principio di equità fiscale, secondo Oxfam basterebbe applicare una tassa annua del solo 5% sui più ricchi della Terra per ottenere un gettito fiscale di 1.700 miliardi di dollari all’anno, i quali sarebbero sufficienti ad estirpare la povertà e la fame a livello mondiale, a varare un piano di riduzione degli impatti dei cambiamenti climatici e a garantire assistenza sanitaria e protezione sociale a tutte le popolazioni dei Paesi a medio e a basso reddito6.

Le strade per rimediare a questa catastrofe sociale, umanitaria e ambientale esistono, ce lo insegna la storia economia, sono le volontà politiche che, invece, mancano.

Non è pensabile di combattere l’inarrestabile crescita delle disuguaglianze, l’aumento delle sofferenze sociali e le devastazioni ambientali procrastinando le stesse politiche che ne sono state causa; il cambio di paradigma potrà, tuttavia, avvenire solo tramite presa di coscienza della situazione da parte dei ceti sociali subalterni di ogni latitudine e imbastendo una lotta, duratura e coordinata a livello internazionale, contro la ristretta plutocrazia mondiale ed il ceto politico dominante ad essa subalterno.

Andrea Vento – 24 gennaio 2023

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Scarica il Rapporto Oxfam

NOTE:

1 Il QE realizzato dalla Fed dal 2009 al 2014 per un ammontare di oltre 3.500 miliardi di dollari  https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/saggi/1470-il-quantitative-easing-della-bce-unoperazione-necessaria-non-sufficiente

La Bce in 7 anni di QE (marzo 2015-luglio 22) ha acquistato titoli governativi e corporate per un totale di 4.900 miliardi di euro. https://www.ilsole24ore.com/art/liberarsi-titoli-stato-possibile-strategia-bce-e-sue-conseguenze-AElxiZKC

2 Fed, BoE, Bce e BoJ, rispettivamente Federal Reserve, Bank of England, Banca Centrale Europea e Bank of Japan.

3 Acronimo dispregiativo per indicare Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna

4 https://www.worldbank.org/en/home

5 https://forbes.it/2022/04/05/elon-musk-e-per-la-prima-volta-al-comando-della-classifica-dei-piu-ricchi-del-mondo/

6 Fonte: Fight Inequality Alliance dell’Institute for Policy Studies di Oxfam e dei Patriotic Millionaires

Il generale tedesco Vad: L’est ucraino vuole stare coi russi. Gli Usa mettano fine a questa follia.

Erich Vad: Quali sono gli obiettivi di guerra?

Erich Vad è un ex generale di brigata. Dal 2006 al 2013 è stato consigliere per la politica militare del cancelliere tedesco Angela Merkel. È una delle rare voci che si è pronunciata pubblicamente contro le forniture di armi all’Ucraina fin dall’inizio, senza strategie politiche e sforzi diplomatici. Anche ora sta dicendo una verità scomoda.

di Annika Ross (dalla rivist Emma.de)

Signor Vad, cosa ne pensa della consegna dei 40 Marder all’Ucraina appena annunciata dal Cancelliere Scholz?
Si tratta di un’escalation militare, anche nella percezione dei russi – anche se il Marder, vecchio di oltre 40 anni, non è un’arma miracolosa. Stiamo scendendo su una china scivolosa. Questo potrebbe sviluppare una dinamica che non possiamo più controllare. Naturalmente era ed è giusto sostenere l’Ucraina e naturalmente l’invasione di Putin non è conforme al diritto internazionale – ma ora bisogna finalmente considerare le conseguenze!

E quali potrebbero essere queste conseguenze?
L’intenzione è quella di ottenere la disponibilità a negoziare fornendo carri armati? Vogliono riconquistare il Donbass o la Crimea? O vogliono sconfiggere del tutto la Russia? Non esiste una definizione realistica di stato finale. E senza un concetto politico e strategico generale, le consegne di armi sono puro militarismo.

Che cosa significa?
Abbiamo una situazione di stallo militare che non possiamo risolvere militarmente. Per inciso, questa è anche l’opinione del Capo di Stato Maggiore americano, Mark Milley. Ha affermato che non ci si può aspettare una vittoria militare per l’Ucraina e che i negoziati sono l’unica strada possibile. Qualsiasi altra cosa significherebbe un dispendio insensato di vite umane.

La dichiarazione del generale Milley ha provocato molta rabbia a Washington ed è stata anche pesantemente criticata pubblicamente.
Ha detto una verità scomoda. Una verità, tra l’altro, che non è stata quasi per nulla pubblicata dai media tedeschi. L’intervista a Milley da parte della CNN non è apparsa da nessuna parte, eppure è il Capo di Stato Maggiore della principale potenza occidentale. Quella che si sta conducendo in Ucraina è una guerra di logoramento. È una guerra di logoramento, con quasi 200.000 soldati uccisi e feriti da entrambe le parti, 50.000 morti tra i civili e milioni di rifugiati. Milley ha così tracciato un parallelo con la Prima guerra mondiale che non potrebbe essere più azzeccato. Nella Prima Guerra Mondiale, il cosiddetto “Mulino di sangue di Verdun”, concepito come una battaglia di logoramento, portò alla morte di quasi un milione di giovani francesi e tedeschi. All’epoca caddero per nulla. Il rifiuto delle parti in guerra di negoziare ha portato a milioni di morti in più. Questa strategia non ha funzionato militarmente allora – e non funzionerà adesso.

Anche lei è stato attaccato per aver chiesto un negoziato.
Sì, come l’ispettore generale della Bundeswehr, il generale Eberhard Zorn, che, come me, ha messo in guardia dal sopravvalutare le offensive regionali limitate degli ucraini nei mesi estivi. Gli esperti militari – che sanno cosa succede tra i servizi di intelligence, cosa sembra sul campo e cosa significa veramente la guerra – sono in gran parte esclusi dal discorso. Non si adattano alla formazione delle opinioni da parte dei media. In larga misura, stiamo assistendo a un conformismo mediatico che non ho mai visto prima nella Repubblica Federale Tedesca. Questa è pura speculazione. E non per conto dello Stato, come è noto nei regimi totalitari, ma per puro spirito di protagonismo.

Sono tutti attaccati dai media su un ampio fronte, dalla BILD alla FAZ e allo Spiegel, e così anche le 500.000 persone che hanno firmato la Lettera aperta al Cancelliere promossa da Alice Schwarzer.
Proprio così. Fortunatamente, Alice Schwarzer ha i suoi media indipendenti per poter aprire questo discorso. Probabilmente non avrebbe funzionato con i principali media. La maggioranza della popolazione è contraria a ulteriori forniture di armi da molto tempo e secondo gli ultimi sondaggi. Ma nulla di tutto ciò viene riportato. Non c’è più un discorso equo e aperto sulla guerra in Ucraina, e lo trovo molto preoccupante. Questo dimostra quanto avesse ragione Helmut Schmidt. In una conversazione con il Cancelliere Merkel ha detto: “La Germania è e rimane una nazione a rischio”.

Qual è la sua valutazione della politica del Ministro degli Esteri?
Le operazioni militari devono sempre essere collegate ai tentativi di trovare soluzioni politiche. La monodimensionalità dell’attuale politica estera è difficile da sopportare. È molto incentrato sulle armi. Ma il compito principale della politica estera è e rimane la diplomazia, la riconciliazione degli interessi, la comprensione e la risoluzione dei conflitti. Questo è ciò che mi manca qui. Sono felice che finalmente in Germania ci sia un ministro degli Esteri donna, ma non basta fare retorica di guerra e andare in giro per Kiev o per il Donbass indossando elmetto e giubbotto antiproiettile. Non è sufficiente.

Eppure Baerbock è un membro dei Verdi, l’ex partito della pace.
Non capisco la mutazione dei Verdi da partito pacifista a partito di guerra. Io stesso non conosco nessun Verde che abbia fatto il servizio militare. Anton Hofreiter è per me il miglior esempio di questo doppio standard. Antje Vollmer, invece, che annovererei tra i Verdi “originali”, chiama le cose con il loro nome. E il fatto che un singolo partito abbia così tanta influenza politica da poterci manovrare in una guerra è molto preoccupante.

Se il Cancelliere Scholz l’avesse sostituita al suo predecessore e lei fosse ancora il consigliere militare del Cancelliere, cosa gli avrebbe consigliato di fare nel febbraio 2022?
Gli avrei consigliato di sostenere militarmente l’Ucraina, ma in modo misurato e prudente, per evitare di scivolare sulla china scivolosa di un partito di guerra. E gli avrei consigliato di influenzare il nostro più importante alleato politico, gli Stati Uniti. La chiave per la soluzione della guerra risiede infatti a Washington e a Mosca. Mi è piaciuto il percorso del Cancelliere negli ultimi mesi. Ma i Verdi, l’FDP e l’opposizione borghese – affiancati da un accompagnamento mediatico ampiamente unanime – stanno esercitando una pressione tale che il cancelliere difficilmente può assorbirla.

E se venisse consegnato anche il Leopard?
Si ripropone quindi la domanda su cosa dovrebbe accadere con le consegne dei carri armati. Per conquistare la Crimea o il Donbass, il Marder e il Leopard non sono sufficienti. Nell’Ucraina orientale, nella zona di Bachmut, i russi sono chiaramente in avanzata. Probabilmente tra non molto avranno conquistato completamente il Donbass. Basta considerare la superiorità numerica dei russi rispetto all’Ucraina. La Russia può mobilitare fino a due milioni di riservisti. L’Occidente può inviare 100 Marder e 100 Leopard, ma non cambierà la situazione militare generale. E la domanda più importante è come superare un simile conflitto con una potenza nucleare belligerante – tra l’altro, la più forte potenza nucleare del mondo! – senza entrare in una terza guerra mondiale. E questo è esattamente ciò che i politici e i giornalisti qui in Germania non pensano!

L’argomentazione è che Putin non vuole negoziare e che bisogna metterlo all’angolo per evitare che continui a infierire sull’Europa.
È vero che bisogna dare un segnale ai russi: Fin qui e non oltre! Non si può permettere che una simile guerra di aggressione continui. Per questo è giusto che la NATO aumenti la sua presenza militare a est e che la Germania si unisca a essa. Ma il rifiuto di Putin di negoziare non è sostenibile. Sia i russi che gli ucraini erano pronti per un accordo di pace all’inizio della guerra, a fine marzo, inizio aprile 2022. Poi non se ne fece nulla. Dopo tutto, anche l’accordo sul grano è stato negoziato durante la guerra da russi e ucraini con il coinvolgimento delle Nazioni Unite.

Ora la morte continua.
Si può continuare a logorare i russi, il che significa centinaia di migliaia di morti, ma da entrambe le parti. E significa l’ulteriore distruzione dell’Ucraina. Cosa resta di questo paese? Sarà raso al suolo. In definitiva, anche questa non è più un’opzione per l’Ucraina. La chiave per risolvere il conflitto non sta a Kiev, né a Berlino, Bruxelles o Parigi, ma a Washington e Mosca. È ridicolo dire che l’Ucraina deve decidere.

Con questa interpretazione, in Germania si viene subito considerati teorici della cospirazione…
Io stesso sono un atlantista convinto. Vi dirò onestamente che, nel dubbio, preferirei vivere sotto un’egemonia americana piuttosto che sotto una russa o cinese. All’inizio, questa guerra era solo una disputa politica interna all’Ucraina. È iniziata nel 2014, tra i gruppi etnici di lingua russa e gli stessi ucraini. È stata quindi una guerra civile. Ora, dopo l’invasione della Russia, è diventata una guerra interstatale tra Ucraina e Russia. È anche una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina e la sua integrità territoriale. È tutto vero. Ma non è tutta la verità. Si tratta anche di una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia, e nella regione del Mar Nero sono in gioco interessi geopolitici molto concreti.

Che cosa sono?
La regione del Mar Nero è importante per i russi e la loro flotta del Mar Nero quanto i Caraibi o la regione di Panama per gli Stati Uniti. Importante quanto il Mar Cinese Meridionale e Taiwan per la Cina. Importante quanto la zona di protezione della Turchia, che ha istituito contro i curdi in violazione del diritto internazionale. In questo contesto e per ragioni strategiche, anche i russi non possono uscirne. A parte il fatto che in un referendum in Crimea la popolazione si pronuncerebbe sicuramente a favore della Russia.

Come si può continuare?
Se i russi fossero costretti da un massiccio intervento occidentale a ritirarsi dalla regione del Mar Nero, prima di uscire dalla scena mondiale ricorrerebbero sicuramente alle armi nucleari. Trovo ingenua la convinzione che un attacco nucleare da parte della Russia non avverrà mai. Sulla falsariga di “stanno solo bluffando”.

Ma quale potrebbe essere la soluzione?
Bisognerebbe semplicemente chiedere alle persone della regione, cioè del Donbass e della Crimea, a chi vogliono appartenere. L’integrità territoriale dell’Ucraina dovrebbe essere ripristinata, con alcune garanzie occidentali. Anche i russi hanno bisogno di una simile garanzia di sicurezza. Quindi niente adesione alla NATO per l’Ucraina. Sin dal vertice di Bucarest del 2008, è stato chiaro che questa è la linea rossa dei russi.

E cosa pensa che possa fare la Germania?
Dobbiamo dosare il nostro sostegno militare in modo da non scivolare in una terza guerra mondiale. Nessuno di coloro che andarono in guerra nel 1914 con grande entusiasmo era ancora dell’idea che fosse la cosa giusta da fare. Se l’obiettivo è un’Ucraina indipendente, bisogna anche chiedersi in prospettiva come dovrebbe essere un ordine europeo che coinvolga la Russia. La Russia non scomparirà semplicemente dalla carta geografica. Dobbiamo evitare di spingere i russi nelle braccia dei cinesi, spostando così l’ordine multipolare a nostro svantaggio. Abbiamo anche bisogno della Russia come potenza leader di uno Stato multietnico per evitare l’esplosione di scontri e guerre. E francamente non vedo l’Ucraina diventare un membro dell’UE, tanto meno della NATO. In Ucraina, come in Russia, abbiamo un’elevata corruzione e il dominio degli oligarchi. Quello che noi in Turchia – giustamente – denunciamo in termini di Stato di diritto, lo abbiamo anche in Ucraina.

Cosa pensa, signor Vad, di quello che ci aspetta nel 2023?
A Washington deve esserci un fronte più ampio per la pace. E questo insensato attivismo della politica tedesca deve finalmente finire. Altrimenti ci sveglieremo una mattina e ci ritroveremo nel bel mezzo della Terza Guerra Mondiale.

(Traduzione Cambiailmondo.org)

Fonte: https://www.emma.de/artikel/erich-vad-was-sind-die-kriegsziele-340045


Erich Vad: Was sind die Kriegsziele?

Erich Vad ist Ex-Brigade-General. Von 2006 bis 2013 war er der militärpolitische Berater von Bundeskanzlerin Angela Merkel. Er gehört zu den raren Stimmen, die sich früh öffentlich gegen Waffenlieferungen an die Ukraine ausgesprochen haben, ohne politische Strategie und diplomatische Bemühungen. Auch jetzt spricht er eine unbequeme Wahrheit aus.

Herr Vad, was sagen Sie zu der gerade von Kanzler Scholz verkündeten Lieferung der 40 Marder an die Ukraine?
Das ist eine militärische Eskalation, auch in der Wahrnehmung der Russen – auch wenn der über 40 Jahre alte Marder keine Wunderwaffe ist. Wir begeben uns auf eine Rutschbahn. Das könnte eine Eigendynamik entwickeln, die wir nicht mehr steuern können. Natürlich war und ist es richtig, die Ukraine zu unterstützen und natürlich ist Putins Überfall nicht völkerrechtskonform – aber nun müssen doch endlich die Folgen bedacht werden!

Und was könnten die Folgen sein?
Will man mit den Lieferungen der Panzer Verhandlungsbereitschaft erreichen? Will man damit den Donbass oder die Krim zurückerobern? Oder will man Russland gar ganz besiegen? Es gibt keine realistische End-State-Definition. Und ohne ein politisch strategisches Gesamtkonzept sind Waffenlieferungen Militarismus pur.

Was heißt das?
Wir haben eine militärisch operative Patt-Situation, die wir aber militärisch nicht lösen können. Das ist übrigens auch die Meinung des amerikanischen Generalstabschefs Mark Milley. Er hat  gesagt, dass ein militärischer Sieg der Ukraine nicht zu erwarten sei und dass Verhandlungen der einzig mögliche Weg seien. Alles andere bedeutet den sinnlosen Verschleiß von Menschenleben.

General Milley löste mit seiner Aussage in Washington viel Ärger aus und wurde auch öffentlich stark kritisiert.
Er hat eine unbequeme Wahrheit ausgesprochen. Eine Wahrheit, die in den deutschen Medien übrigens so gut wie gar nicht publiziert wurde. Das Interview mit Milley von CNN tauchte nirgendwo größer auf, dabei ist er der Generalstabschef unserer westlichen Führungsmacht. Was in der Ukraine betrieben wird, ist ein Abnutzungskrieg. Und zwar einer mit mittlerweile annähernd 200.000 gefallenen und verwundeten Soldaten auf beiden Seiten, mit 50.000 zivilen Toten und mit Millionen von Flüchtlingen. Milley hat damit eine Parallele zum Ersten Weltkrieg gezogen, die treffender nicht sein könnte. Im Ersten Weltkrieg hat allein die sogenannte ‚Blutmühle von Verdun‘, die als Abnutzungsschlacht konzipiert war, zum Tod von fast einer Million junger Franzosen und Deutscher geführt. Sie sind damals für nichts gefallen. Das Verweigern der Kriegsparteien von Verhandlungen hat also zu Millionen zusätzlicher Toter geführt. Diese Strategie hat damals militärisch nicht funktioniert – und wird das auch heute nicht tun.

Auch Sie sind für die Forderung nach Verhandlungen angegriffen worden.
Ja, ebenso der Generalinspekteur der Bundeswehr, General Eberhard Zorn, der wie ich davor gewarnt hat, die regionalbegrenzten Offensiven der Ukrainer in den Sommermonaten zu überschätzen. Militärische Fachleute – die wissen, was unter den Geheimdiensten läuft, wie es vor Ort aussieht und was Krieg wirklich bedeutet – werden weitestgehend aus dem Diskurs ausgeschlossen. Sie passen nicht zur medialen Meinungsbildung. Wir erleben weitgehend eine Gleichschaltung der Medien, wie ich sie so in der Bundesrepublik noch nie erlebt habe. Das ist pure Meinungsmache. Und zwar nicht im staatlichen Auftrag, wie es aus totalitären Regimen bekannt ist, sondern aus reiner Selbstermächtigung.

Sie werden von den Medien auf breiter Front angegriffen, von BILD bis FAZ und Spiegel, und damit auch die 500.000 Menschen, die den von Alice Schwarzer initiierten Offenen Brief an den Kanzler unterzeichnet haben.
So ist es. Zum Glück hat Alice Schwarzer ihr eigenes unabhängiges Medium, um diesen Diskurs überhaupt eröffnen zu können. In den Leitmedien hätte das wohl nicht funktioniert. Dabei ist die Mehrheit der Bevölkerung schon länger und auch laut aktueller Umfrage gegen weitere Waffenlieferungen. Das alles wird jedoch nicht berichtet. Es gibt weitestgehend keinen fairen offenen Diskurs mehr zum Ukraine-Krieg, und das finde ich sehr verstörend. Das zeigt mir, wie recht Helmut Schmidt hatte. Er sagte in einem Gespräch mit Kanzlerin Merkel: Deutschland ist und bleibt eine gefährdete Nation.

Wie beurteilen Sie die Politik der Außenministerin?
Militärische Operationen müssen immer an den Versuch gekoppelt werden, politische Lösungen herbeizuführen. Die Eindimensionalität der aktuellen Außenpolitik ist nur schwer zu ertragen. Sie ist sehr stark fokussiert auf Waffen. Die Hauptaufgabe der Außenpolitik aber ist und bleibt Diplomatie, Interessenausgleich, Verständigung und Konfliktbewältigung. Das fehlt mir hier. Ich bin ja froh, dass wir endlich mal eine Außenministerin in Deutschland haben, aber es reicht nicht, nur Kriegsrhetorik zu betreiben und mit Helm und Splitterschutzweste in Kiew oder im Donbass herumzulaufen. Das ist zu wenig.

Dabei ist Baerbock doch Mitglied der Grünen, der ehemaligen Friedenspartei.
Die Mutation der Grünen von einer pazifistischen zu einer Kriegspartei verstehe ich nicht. Ich selbst kenne keinen Grünen, der überhaupt auch nur den Militärdienst geleistet hätte. Anton Hofreiter ist für mich das beste Beispiel dieser Doppelmoral. Antje Vollmer hingegen, die ich zu den ‚ursprünglichen‘ Grünen zählen würde, nennt die Dinge beim Namen. Und dass eine einzige Partei so viel politischen Einfluss hat, dass sie uns in einen Krieg manövrieren kann, das ist schon sehr bedenklich.

Wenn Kanzler Scholz Sie von seiner Vorgängerin übernommen hätte und Sie noch der militärische Berater des Kanzlers wären, was hätten Sie ihm im Februar 2022 geraten?
Ich hätte ihm geraten, die Ukraine militärisch zu unterstützen, aber dosiert und besonnen, um Rutschbahneffekte in eine Kriegspartei zu vermeiden. Und ich hätte ihm geraten, auf unseren wichtigsten politischen Verbündeten, die USA, einzuwirken. Denn der Schlüssel für eine Lösung des Krieges liegt in Washington und Moskau. Mir hat der Kurs des Kanzlers in den letzten Monaten gefallen. Aber Grüne, FDP und die bürgerliche Opposition machen – flankiert von weitestgehend einstimmiger medialer Begleitmusik – dermaßen Druck, dass der Kanzler das kaum noch auffangen kann.

Und was, wenn auch der Leopard geliefert wird?
Dann stellt sich erneut die Frage, was mit den Lieferungen der Panzer überhaupt passieren soll. Um die Krim oder den Donbass zu übernehmen, reichen die Marder und Leoparden nicht aus. In der Ostkukraine, im Raum Bachmut, sind die Russen eindeutig auf dem Vormarsch. Sie werden wahrscheinlich den Donbass in Kürze vollständig erobert haben. Man muss sich nur allein die numerische Überlegenheit der Russen gegenüber der Ukraine vor Augen führen. Russland kann bis zu zwei Millionen Reservisten mobil machen. Da kann der Westen 100 Marder und 100 Leoparden hinschicken, sie ändern an der militärischen Gesamtlage nichts. Und die alles entscheidende Frage ist doch, wie man einen derartigen Konflikt mit einer kriegerischen Nuklearmacht – wohlbemerkt der stärksten Nuklearmacht der Welt! – durchstehen will, ohne in einen Dritten Weltkrieg zu gehen. Und genau das geht hier in Deutschland in die Köpfe der Politiker und der Journalisten nicht hinein!

Das Argument ist, Putin wolle nicht verhandeln und dass man ihn in seine Schranken weisen müsse, damit er in Europa nicht weiter wütet.
Es stimmt, dass man den Russen signalisieren muss: Bis hierher und nicht weiter! So ein Angriffskrieg darf nicht Schule machen. Deshalb ist es richtig, dass die Nato ihre militärische Präsenz im Osten erhöht und Deutschland hier mitmacht. Aber dass Putin nicht verhandeln will, ist unglaubwürdig. Beide, die Russen und Ukrainer waren am Anfang des Krieges Ende März, Anfang April 2022 zu einer Friedensvereinbarung bereit. Daraus ist dann nichts geworden. Es wurde schließlich auch während des Krieges das Getreideabkommen von den Russen und Ukrainern unter Einbeziehung der Vereinten Nationen fertig verhandelt.

Nun geht das Sterben weiter.
Man kann die Russen weiter abnutzen, was wiederum Hundertausende Tote bedeutet, aber auf beiden Seiten. Und es bedeutet die weitere Zerstörung der Ukraine. Was bleibt denn von diesem Land noch übrig? Es wird dem Erdboden gleichgemacht. Letztendlich ist das für die Ukraine auch keine Option mehr. Der Schlüssel für die Lösung des Konfliktes liegt nicht in Kiew, er liegt auch nicht in Berlin, Brüssel oder Paris, er liegt in Washington und Moskau. Es ist doch lächerlich zu sagen, die Ukraine müsse das entscheiden.

Mit dieser Deutung gilt man in Deutschland schnell als Verschwörungstheoretiker…
Ich bin selber überzeugter Transatlantiker. Ich sage Ihnen ehrlich, ich möchte im Zweifelsfall lieber unter einer amerikanischen Hegemonie als unter einer russischen oder chinesischen leben. Dieser Krieg war anfangs nur eine innenpolitische Auseinandersetzung der Ukraine. Die ging bereits 2014 los, zwischen den russischsprachigen ethnischen Gruppen und den Ukrainern selber. Es ist also ein Bürgerkrieg gewesen. Jetzt, nach dem Überfall Russlands, ist es ein zwischenstaatlicher Krieg zwischen Ukraine und Russland geworden. Es ist auch ein Kampf um die Unabhängigkeit der Ukraine und ihrer territorialen Integrität. Das ist alles richtig. Aber es ist nicht die ganze Wahrheit. Es ist eben auch ein Stellvertreter-Krieg zwischen den USA und Russland, und da geht es um ganz konkrete geopolitische Interessen in der Schwarzmeerregion.

Die da wären?
Die Schwarzmeerregion ist für die Russen und ihre Schwarzmeerflotte so wichtig wie die Karibik oder die Region um Panama für die USA. So wichtig wie das südchinesische Meer und Taiwan für China. So wichtig wie die Schutzzone der Türkei, die sie völkerrechtswidrig gegenüber den Kurden etabliert haben. Vor diesem Hintergrund und aus strategischen Gründen können die Russen da auch nicht raus. Mal abgesehen davon, dass sich bei einer Volksabstimmung auf der Krim die Bevölkerung mit Sicherheit für Russland entscheiden würde.

Wie soll das also weitergehen?
Wenn die Russen durch massive westliche Intervention dazu gezwungen würden, sich aus der Schwarzmeerregion zurückzuziehen, dann würden sie, bevor sie von der Weltbühne abtreten, mit Sicherheit zu den Nuklearwaffen greifen. Ich finde den Glauben naiv, ein Atomschlag Russlands würde niemals passieren. Nach dem Motto, ‚Die bluffen doch nur‘.

Aber was könnte die Lösung sein?
Man sollte die Menschen in der Region, also im Donbass und auf der Krim, einfach fragen, zu wem sie gehören wollen. Man müsste die territoriale Integrität der Ukraine wiederherstellen, mit bestimmten westlichen Garantien. Und die Russen brauchen so eine Sicherheitsgarantie eben auch. Also keine Nato-Mitgliedschaft für die Ukraine. Seit dem Gipfel von Bukarest von 2008 ist klar, dass das die rote Linie der Russen ist.

Und was kann Deutschland Ihrer Meinung nach tun?
Wir müssen unsere militärische Unterstützung so dosieren, dass wir nicht in einen Dritten Weltkrieg gleiten. Keiner von denen, die 1914 mit großer Begeisterung in den Krieg gezogen sind, war hinterher noch der Meinung, dass das richtig war. Wenn das Ziel eine unabhängige Ukraine ist, muss man sich perspektivisch auch die Frage stellen, wie eine europäische Ordnung unter Einbeziehung Russlands aussehen soll. Russland wird ja nicht einfach von der Landkarte verschwinden. Wir müssen vermeiden, die Russen in die Arme der Chinesen zu treiben, und damit die multipolare Ordnung zu unseren Ungunsten zu verschieben. Wir brauchen Russland auch als Führungsmacht eines Vielvölkerstaates, um aufflammende Kämpfe und Kriege zu vermeiden. Und ehrlich gesagt sehe ich nicht, dass die Ukraine Mitglied der EU und erst recht nicht Mitglied der Nato wird. Wir haben in der Ukraine ebenso wie in Russland eine hohe Korruption und die Herrschaft von Oligarchen. Das, was wir in der Türkei – mit Recht – in puncto Rechtsstaatlichkeit anprangern, das Problem haben wir in der Ukraine auch.

Was meinen Sie, Herr Vad, was erwartet uns im Jahr 2023?
Es muss sich in Washington eine breitere Front für Frieden aufbauen. Und dieser sinnfreie Aktionismus in der deutschen Politik, der muss endlich ein Ende finden. Sonst wachen wir eines Morgens auf und sind mittendrin im Dritten Weltkrieg.

Fonte: https://www.emma.de/artikel/erich-vad-was-sind-die-kriegsziele-340045

La carica dei mercenari in Brasile: ecco chi c’è dietro l’intelligence parallela di Bolsonaro

Militari, contractor e fake news. È il servizio privato dell’ex presidente Jair Bolsonaro che teme il ritorno al potere del neo-eletto Lula. E in prima fila c’è un generale della riserva brasiliana. Ma è socio di un ex parà della Folgore, che a TPI annuncia: “Il Paese esploderà. Girano tante armi”

di Andrea Palladino

Ignazio Lula da Silva ha mostrato un aplomb non scontato dopo la sua vittoria, per un soffio, nel secondo turno delle presidenziali in Brasile. Parole misurate, una calma infinita e il continuo richiamo alla pacificazione nazionale. Il primo gennaio riprenderà possesso della presidenza e sa molto bene che i prossimi quattro anni saranno difficili. Il Paese è diviso, un’onda d’odio – alimentato da vere e proprie centrali di disinformazione – ha accompagnato gli ultimi anni della politica brasiliana, dalla caduta di Dilma Rousseff.

Il Pt ha vinto, Jair Bolsonaro è fuori dal palazzo dell’Alvorada, ma il Paese grande quanto un continente esce a pezzi dall’esperienza del governo di estrema destra. Dopo lo scrutinio del secondo turno per diversi giorni i gruppi dei supporter del presidente uscente hanno bloccato le autostrade, lasciati agire per molte, troppe ore dalla Polizia stradale federale. Hanno poi trasferito la loro protesta davanti alle caserme dell’esercito, chiedendo l’intervento dei tank, “per fermare il comunismo”.

Alcuni di loro – in un’immagine decisamente scioccante per il Paese dei tropici – cantavano l’inno nazionale con il braccio teso, schierati nelle strade. Militari della riserva si allineavano marciando e lanciando slogan all’unisono, con la mimetica e il basco. Non erano nazisti dell’Illinois, ma la punta d’iceberg di un magma cresciuto sotto l’ala del clan Bolsonaro. È poi partita la macchina della disinformazione, che in Brasile è stata particolarmente attiva durante la pandemia, ricalcando la strategia di Donald Trump, cercando di insinuare il dubbio sulla validità delle elezioni perse.

In Brasile da tantissimi anni si vota utilizzando le urne elettroniche e l’estrema destra ha preso di mira il sistema ormai collaudato, controllato dal Supremo tribunale elettorale. Bolsonaro ha perfino imposto una sorta di controllo ex post dei militari sul voto, che nei giorni scorsi hanno presentato una relazione di 63 pagine. Nessuna frode è stata riscontrata, ma il dubbio continua ad essere diffuso sui social, nelle manifestazioni che chiedono apertamente il Golpe, nei discorsi dei politici vicini al clan di Bolsonaro.

Al servizio della destra

Il Brasile ha riconquistato la democrazia dopo vent’anni di dittatura all’inizio degli anni ’80, con una transizione graduale e concordata. La nuova costituzione federale è stata promulgata il 22 settembre del 1988, superando quel regime di eccezione in vigore dal golpe del 1964. I militari, però, non hanno mai perso il peso specifico e, con la presidenza di destra, sono tornati in massa al governo.

A partire dal vice presidente Hamilton Mourão, fino a molti ministri e alti funzionari dell’esecutivo uscente, buona parte degli uomini di fiducia di Bolsonaro erano ufficiali della riserva, con una forte e mai celata nostalgia per il tempo che fu. Il mondo militare, insieme all’imponente apparato della sicurezza attivo nelle grandi città come São Paulo e Rio de Janeiro, non ha mai smesso di avere notevole peso in Brasile. Non solo politico, ma anche di presenza nel ricco mondo della sicurezza privata, fatto di appalti, agenzie di contractor e intelligence parallela.

Servizi paralleli

L’ormai ex presidente, con alle spalle una carriera militare nell’esercito, ha una vera e propria passione per le spie. Ha però preferito fare da sé, senza affidarsi alla Abin, l’agenzia di informazioni brasiliana, creando un vero e proprio servizio parallelo, come ha ammesso apertamente: «Può essere un vostro collega – rispose nel 2020 ad un gruppo di giornalisti che chiedevano chi ne facesse parte – o un sergente del battaglione delle forze speciali di Rio de Janeiro, oppure un capitano dell’esercito di un gruppo di artiglieria, o un poliziotto civile di Manaus. Può essere un amico che mi chiama, che mantiene contatti via Whatsapp. Così scopro molte cose che purtroppo non scopro con l’intelligence ufficiale della Polizia federale, della Marina, dell’aeronautica e la Abin». Che fine farà ora questo apparato informale non è noto; è probabile che rimanga in piedi, visto che Bolsonaro lo utilizzava già prima della sua elezione del 2018.

I nomi dei membri del servizio segreto parallelo brasiliano non sono finora usciti, salvo uno, rivelato, senza smentite, dal giornale Estado de São Paulo. È il generale della riserva Roberto Raimundo Criscuoli, un ex comandante delle forze speciali con alle spalle trent’anni di carriera militare. Dopo la pensione ha scoperto una seconda vita da contractor con un socio italiano molto noto nell’ambiente, Giovanni Piero Spinelli.

La rete della Stam

«È sempre un grande piacere incontrare veri amici. II generale delle forze armate brasiliane Roberto Criscuoli mio amico e socio dal 2005», scrive Spinelli sulla sua pagina Facebook nel 2017, commentando una sua foto insieme all’ex militare dell’esercito brasiliano. «Amico e socio dal 2005»: attenzione alle date, che in questa storia contano. Occorre un passo indietro.

Giovanni Piero Spinelli, ex parà della Folgore, diventa famoso nel 2004, quando in Iraq muore il contractor italiano Fabrizio Quattrocchi. Si scoprirà che era stata una sua agenzia di security a contrattarlo. Inizia un processo – la legislazione italiana vieta l’uso di mercenari – da cui Spinelli uscirà con una assoluzione piena. Nel 2007, però, ha un nuovo incidente di percorso, questa volta in Brasile, riportato da un articolo del giornale O Globo: «L’italiano Giovanni Piero Spinelli è stato arrestato dalla Polizia Federale con l’accusa di essere responsabile per la contrattazione illegale di ex militari brasiliani».

Nello stesso articolo, uscito il 25 febbraio 2007, si racconta dell’addestramento che avveniva in un «campo di istruzione dell’esercito a Gericinó, a Rio de Janeiro»; il responsabile di quella struttura era il «comandante dell’unità, il colonnello Roberto Raimundo Criscuoli, che ha permesso, tra l’altro, l’uso degli armamenti». È lo stesso militare che oggi opera come socio del contractor italiano. Giovanni Piero Spinelli, contattato da TPI, assicura che quell’inchiesta finì nel nulla: «All’epoca Criscuoli si occupava di recuperare i soldati congedati che finivano nel narcotraffico. Ci fu una lotta interna alle istituzioni, io ero stato coinvolto, ma ne uscì subito, ho ricevuto anche le scuse e Criscuoli è stato prosciolto dopo due anni. Criscuoli formava molti soldati che poi andavano a lavorare per il settore privato, anche per la Globo, tutto qui».

Criscuoli è oggi il referente brasiliano del gruppo Stam di Spinelli. Dal 2020 è socio e amministratore della Stam Strategic & Partners Group Latin America, le cui quote sono in parte controllate dalla Stam Strategic & Partners Group Ltd inglese, a sua volta posseduta dalla società del contractor italiano Gs Intelligencelab Consulting Ltd. Ma l’ex parà della Folgore diventato esperto contractor all’inizio degli anni 2000 ha una vera e propria passione per il Brasile. Oltre a Criscuolo nella sua Stam operano molti ufficiali provenienti dai reparti speciali della polizia di Rio de Janeiro e San Paolo. E Brasile, per lui, vuol dire soprattutto Bolsonaro.

Il giro della disinformazione

La pagina Facebook di Spinelli negli ultimi mesi è un susseguirsi di proclami a favore del presidente uscente e pesantissimi commenti contro il neo-eletto Lula: «Il suo partito e la sua organizzazione marxista, il cosiddetto “Forum de São Paulo”, è l’interfaccia del narcotraffico e del narcoterrorismo», scrive su Facebook.

Pochi giorni fa aggiunge: «L’ideologia malata e criminale di stampo socialista/comunista è alla base dello sviluppo esponenziale del fenomeno dell’Insorgencia Criminale, che ormai non è solo qualcosa che appartiene a Paesi come il Brasile, Messico, Colombia, Venezuela solo per citarne alcuni». All’anticomunismo viscerale aggiunge una passione aperta per gli slogan dell’estrema destra: «Oggi si vota in Brasile, una vera e propria lotta tra il bene e il male. Auguro al Presidente Bolsonaro la vittoria, affinché il bene regni sovrano in quel Paese. DIO-PATRIA-FAMIGLIA-LIBERTÀ».

Al telefono con TPI Spinelli ci tiene a ribadire la tesi che da giorni gira sui profili legati all’estrema destra brasiliana: «Il Brasile è una torta da spartirsi, che siano i cinesi, i russi o gli americani, tutti vogliono quel Paese. C’è il sospetto della frode, il Stf (Supremo tribunale elettorale) non rappresenta più il Brasile, ma interessi stranieri». Gli ambienti legati all’ideologia della sicurezza nazionale e alle dottrine della Scuola di Guerra di Brasilia hanno, da sempre, una vera e propria ossessione sull’ingerenza straniera, soprattutto quando si tratta di affrontare i temi della difesa dei diritti umani.

Le ong ambientaliste e di advocacy che denunciano le violenze arbitrarie, soprattutto nella zona amazzonica, vengono demonizzate e accusate di essere agenti di influenza. La parte politica legata al presidente di destra uscente da diversi mesi ha preso di mira i magistrati della Corte suprema brasiliana, che stanno cercando di imporre nel momento più delicato della storia recente del Paese il rispetto della costituzione.

Spinelli è poi sicuro che qualcosa accadrà: «Io come professionista e osservatore ti dico: quel Paese esploderà, le lotte davanti alle caserme andranno avanti, le armi in Brasile girano». Sostiene la tesi – ampiamente smentita dalle istituzioni brasiliane – di un voto condizionato da frodi, inviando un documento anonimo in inglese, con la classifica “Confidenziale”, che cerca di dimostrare la manipolazione delle urne elettroniche. Il titolo è “2022 FIRST ROUND BRAZILIAN PRESIDENTIAL ELECTIONS VULNERABILITY ANALYSIS REPORT”, è composto da 27 pagine ed è senza firma, con i meta-data vuoti.

Lo stesso documento il primo novembre scorso era stato diffuso sul social “locals.com” dal youtuber brasiliano Allan Lopes dos Santos, legato al guru dell’estrema destra Oleavo de Carvalho. Il suo nome è divenuto noto come una delle principali centrali di disinformazione in Brasile durante la pandemia. Secondo quanto aveva ricostruito la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Fake news, Allan Lopes dos Santos faceva parte della struttura riservata “Gabinetto dell’odio”, gruppo specializzato nella diffusione di notizie false. Da alcuni mesi è fuggito negli Stati Uniti, inseguito da un ordine di cattura emesso dalla Polizia federale brasiliana.

Spinelli non è però un supporter qualsiasi del presidente Bolsonaro. La società che controlla in Brasile ha ricevuto il registro della Polizia civile di San Paolo per poter gestire informazioni sensibili e classificate. Ci tiene a mostrarlo, per accreditarsi come società che opera con l’appoggio del governo uscente. La Stam è stata poi inserita dal Ministero della Giustizia lo scorso primo dicembre in una lista per la fornitura di equipaggiamenti di sicurezza.

Da anni Spinelli opera esclusivamente con società estere, attraverso una fitta rete di sigle tra il Regno Unito, Malta e il Brasile. Non ha abbandonato completamente l’Italia, però. Nel novembre del 2019 è stato chiamato alla Camera dei Deputati per un’audizione davanti alla Commissione Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni. È stata l’occasione, per lui, per difendere l’antico mestiere delle armi. Contractors, non mercenari, ha sempre specificato. Con un fronte che diventa sempre più sensibile per il settore, quello della “intelligence” privata.

Fonte: https://www.tpi.it/esteri/brasile-italia-intelligence-parallela-bolsonaro-contractor-spinelli-20221226962733/

OGGI SI FA VILE COMMERCIO DEI DIRITTI DEL POPOLO SAHAROUI, IERI IL PCI E LA SINISTRA ITALIANA SOSTENEVANO IL SUO DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE

di Agostino Spataro*

1… “Al centro del filone marocchino della scandalo che ha travolto il parlamento europeo, la questione del Sahara occidentale. Rabat ha puntato a corrompere parlamentari e funzionari per aggirare la sentenza della Corte di Giustizia Ue che salvaguardava il diritto ai profitti dei Saharawi per le risorse del loro territorio.”  (“Il Domani” 19 dicembre 2022)

Questo e altri articoli confermano il fondato sospetto che alla base delle operazioni corruttive verso taluni settori del parlamento europeo e/o personaggi contigui, in corso di accertamento da parte della magistratura, ci possono essere problemi relativi alla questione della indipendenza della Repubblica Saharoui democratica (Rasd), irrisolta dal 1976.

Come si potrà leggere nella sottostante nota, la questione dovrebbe essere risolta con un referendum, che l’Onu non riesce ad organizzare, per la sovranità su detti territori che, come sancito dal vigente diritto internazionale anticoloniale, in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli colonizzati. Sulla situazione attuale del conflitto saharoui -marocchino e sulle implicazioni internazionali segnalo questo sito:  

https://www.atlanteguerre.it/conflict/sahara-occidentale/#:~:text=Situazione%20attuale%20E%20Ultimi%20Sviluppi           

Qui mi fermo, poiché desidero parlare di un’esperienza vissuta, nel 1981, nel deserto del Sahara Occidentale, da cui si può evincere che, fin dalla nascita della relativa questione (1976), il PCI e altre forze della sinistra italiana si schierarono per il diritto all’autodeterminazione del popolo saharoui.

Purtroppo,oggi, leggiamo di taluni personaggi, sedicenti di sinistra, che potrebbero trovarsi immischiati in questa turpe faccenda. La nostra fu una posizione coerente e leale,  poiché Il nostro sostegno alla giusta causa saharoui non ci impedì d’intrattenere buoni rapporti con i partiti della sinistra marocchina (Usfp, Pcm), con taluni membri de l’Istiqual presso i quali io stesso portai, nel corso di assisi congressuali, il messaggio chiaro del PCI anche su quel doloroso conflitto.                    

2…A conferma, riprendo alcuni passaggi di un mio articolo (pubblicato su “Agoravox.it”) dove si parla di un viaggio, del 1981, di una delegazione parlamentare unitaria italiana (PCI, PSI, PR) recatasi nei territori liberati dal Fronte Polisario. Il programma della nostra missione consisteva in visite ai campi profughi, dov’erano ammassati decine di migliaia di saharoui (soprattutto donne, bambini e vecchi), in colloqui con i principali dirigenti del Fronte e in un sopralluogo a Guelta Zammur, una collinetta fortificata al confine con il deserto mauritano considerata strategica poiché sovrastava una sorgente (guelta) d’acqua chiara, l’unica in quella desolata regione.                                              

Sapevamo che per il possesso di tale “guelta” si erano affrontati, un mese prima, le forze regolari marocchine che la presidiavano e reparti combattenti del Polisario che sostenevano di averla conquistata.                                                       

Una vittoria contestata, negata (dalle autorità marocchine) che la delegazione parlamentare andava a certificare mediante una constatazione de visu.                                    

Nella battaglia erano caduti, da entrambi le parti, centinaia di combattenti, a molti dei quali non fu data nemmeno una degna sepoltura. Vedemmo corpi, pezzi di corpi umani, affiorare, semisepolti, dal sottile strato di sabbia che li copriva.                           

Migliaia di morti per una conca d’acqua che, quasi per una beffa del destino, non era più potabile poiché avvelenata dai marocchini in ritirata. Noi stessi, per dissetarci, dovemmo raggiungere un pozzo posto a circa cento chilometri di distanza.                                            

Le jeep filavano dentro quel deserto piatto e brullo. A parte un paio di pastori, secchi e scuri come una carruba ragusana, non incontrammo in quel lungo cammino altre tracce d’umanità. La notte si dormiva all’addiaccio, sotto un tetto di vivide stelle, ognuno dentro un fosso ch’egli stesso si scavava nella calda sabbia per combattere gli effetti algidi dell’escursione termica.

3…Ogni tanto una sosta per sgranchirci le gambe. Intorno al pentolino del thè si fraternizzava con quei giovani guerriglieri che non si staccavano un attimo dal loro fucile d’ordinanza.                  

Ci parlarono, con un entusiasmo quasi sportivo, della recente battaglia, e del kalashnikov come del fucile più efficiente in circolazione: leggero, duttile e preciso, “riusciva a colpire – dissero – con micidiale precisione un bersaglio posto a 700 metri”.                                                           

Vista la nostra assoluta incompetenza in fatto di armi, i fedayn – per risultare più convincenti – ci proposero di provarlo. Quasi a dire: provare per credere. Anch’io tirai un colpo per curiosità, quasi per gioco. Tuttavia, per quanto nobili fossero le ragioni della loro lotta, quell’elogio un poco mi atterriva, specie dopo aver visto tutti quei corpi semisepolti. Immagini indelebili, ossessive che s’intrecciavano con quelle delle cataste di armi e di mine antiuomo e anticarro affastellate sul pianoro. Infatti, la zona tutt’intorno alla sorgente era minata. Gli sminatori avevano aperto un corridoio per consentire il nostro passaggio. Per tutto il tragitto di avvicinamento ci era stato caldamente sconsigliato di abbandonare lo stretto corridoio da poco sminato.                                                            

Tutti questi morti per una conca d’acqua? Interrogativi, pensieri nascosti, forse da tutti condivisi, ma inespressi. Non riuscivo a liberarmi di quel funesto assillo, di quella mortifera relazione fra il fucile e quei corpi, quegli arti inanimati. Sentivo, forte, una sensazione di repulsione, di sgomento per l’infamia delle armi verso le quali nutrivo un’innata avversità.                         

Contrarietà che diventerà rifiuto dopo aver percepito meglio, più distintamente, come membro della commissione difesa della Camera dei Deputati, gli intrecci perversi, spaventosi, e assai lucrosi, esistenti fra produzione, commercio e uso delle armi.

4…Storicamente, la sinistra italiana ed europea si è sempre ispirata alla pace, ha rifiutato la guerra e il metodo terroristico. Nel passato, talvolta, abbiamo sottostimato, perfino deriso, certe esperienze basate sulla non-violenza”. A mio parere, oggi, è tempo di ricredersi e di assumere quel metodo di lotta politica come uno dei valori fondanti della nuova sinistra che, prima o poi, rinascerà dalle ceneri della sedicente sinistra attuale.                                             

Ovviamente sappiamo che è difficile parlare di non-violenza a chi lotta contro un’occupazione stranierao contro una crudele dittatura per affermare i diritti all’indipendenza e alla libertà dei popoli. Tuttavia, secondo i casi, la non-violenza potrebbe essere la soluzione. La lotta dell’India di Gandhi è uno degli esempi di riferimento.                                    

D’altra parte, il conflitto del Sahara Occidentale dura da troppo tempo, insoluto e sempre più intriso di odio e propositi di vendetta. Dal 1976. Con i marocchini barricati dietro un lunghissimo muro di sabbia (un altro muro di cui non si parla!) che segna il confine del cosiddetto “triangolo utile” e i saharoui rimasti “padroni” della parte restante del Paese, ossia del vasto ed arido deserto nel quale hanno insediato la Rasd.                                               

Da oltre 30 anni, nessuno dei due contendenti riesce a prevalere militarmente sull’altro, mentre la “comunità internazionale” cincischia, rinvia, non riesce a imporre una soluzione politica secondo i principi della Carta dell’Onu.                                              

Un conflitto dimenticato che dilania un popolo, altrettanto dimenticato, nel quale si confrontano aspirazioni legittime e avide pretese sub imperialiste che stanno portando l’Africa alla deriva. (23/12/2022)

* https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro

‘Historia magistra vitae…’ intervista a Angelo d’Orsi

di Alba Vastano

Disintermediati dai social e condizionati dal tam-tam h.24 delle news televisive, viviamo in full immersion nell’informazione mainstream e i più, orfani della conoscenza storica e quindi delle dinamiche che hanno segnato i grandi mutamenti sociali, economici e politici, tendono a soffermarsi sui fatti attuali, quasi mai legati propriamente alle fonti storiche che ne accertino la veridicità. E per questo si fa un gran vociare e si dà credito ad affermazioni, spesso totalmente artefatte dal rumor sempre più confuso dei media, e a fittizie verità, scollegate dalla storia.

Così si costruiscono pensieri unici e omologati (che tanto fanno il gioco dei lorsignori del potere) e convinzioni errate che alterano la verità dei fatti. Si può, quindi, affermare che solo chi ha indagato profondamente sui grandi eventi storici che hanno modificato gli aspetti e gli assetti delle comunità (perché la conoscenza della storia è frutto dell’ indagine accurata degli eventi) può comprenderne gli sviluppi e le conseguenze. E allora converrebbe porsi degli interrogativi sui grandi fenomeni che dal passato s’intrecciano con il presente e determineranno il futuro dei popoli, in particolare delle generazioni a venire.

Pertanto è ‘cosa buona e giusta’, soprattutto utile per svelare e per conoscere la verità sostanziale dei fatti storici, porre le più scottanti questioni che agitano oggi la nostra esistenza a chi della conoscenza della storia ne fa ‘… vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (Cicerone, De Oratore, II, 9, 36).

Nell’intervista che segue, il professor Angelo d’Orsi, illustre storico, risponde agli interrogativi sui grandi eventi di oggi, legando gli eventi in corso alle dinamiche storiche del passato.

* * * *

Alba Vastano: Fascismo, oggi termine troppo sdoganato e non sempre calzante. Professor D’Orsi potrebbe definire il senso e fare un excursus sul peso drammatico che ha avuto storicamente il fascismo degli anni ‘20, quello che impose alla nazione un regime totalitario e portò il Paese in guerra? Si conosceranno pure i fatti storici, ma forse ai più sfuggono le cause dell’affermarsi del fascismo e perché oggi con l’affermarsi in Europa dei nazionalismi e le guerre in corso se ne ripresentano inequivocabili segnali.

Angelo d’Orsi: Il fascismo nasce come movimento storico, per diventare poi un modello politico, imitato, riprodotto, adattato alle singole realtà nazionali o locali, e modificato sulla base della personalità di coloro che rilanciavano quel modello, in Germania, in primo luogo, ma anche altrove, dalla Gran Bretagna al Giappone. Le cause della vittoria di Mussolini in Italia sono molteplici, naturalmente, e vanno collocate nel contesto della crisi sociale ed economica succeduta alla Grande guerra, una crisi che ebbe l’aspetto di uno scontro epocale tra reazione e rivoluzione. Il fascismo vinse in Italia per quattro ragioni fondamentali: 1) era un movimento (e poi dal 1921) un partito militare, organizzato cioè come un esercito, e armato; mentre gli avversari erano disarmati e disorganizzati; 2) gli avversari erano divisi oltre che disorganizzati, e sottovalutarono Mussolini e i Fasci; 3) Mussolini godette fin dai suoi esordi del favore dei ceti possidenti, prima di tutto gli agrari, quindi gli imprenditori industriali e i finanzieri; 4) accanto a questo, va ricordata la tolleranza che spesso fu connivenza, e addirittura complicità, delle istituzioni, dall’Arma dei Reali Carabinieri alla magistratura, dall’esercito alla magistratura, fino alla suprema autorità, il sovrano regnante, Vittorio Emanuele III. Perché un movimento come i Fasci ebbe questi appoggi? Perché si voleva impedire che in Italia accadesse qualcosa di analogo a quanto avvenuto in Russia (si ricordi la diffusione dello slogan “fare come la Russia”), ossia la rivoluzione, e si voleva altresì “dare una lezione” ai socialisti, che tanto avevano fatto per il riscatto delle classi subalterne. Passò nelle classi dominanti l’idea che il fascismo potesse essere lo strumento adatto a tale scopo: una sorta di bastone da usare per ridimensionare il socialismo, e rimettere “al loro posto” contadini e operai. Poi accadde la storia dell’apprendista stregone: Mussolini, che era divorato da una sete di potere straordinaria, e che si comportava secondo un orientamento che era semplicemente opportunista, prese gusto al potere, e volle esercitarlo a modo suo, anche se nella sostanza continuò a fare il gioco dei gruppi dominanti, ma con la capacità di guadagnare un notevole consenso anche tra i gruppi dominati.

A.V.: Se non si conoscono e non si comprendono le conseguenze della Prima guerra mondiale non si può comprendere il fascismo. È così? Può spiegare come si lega storicamente l’affermarsi del fascismo alla Prima guerra mondiale?

A. d’O.: La Grande guerra fu la fucina in cui si formò il movimento mussoliniano, che in effetti nacque come associazione di reduci (Fasci di combattimento), una delle tante, che tuttavia ebbe fortuna sia per l’indubbia capacità manovriera del fondatore, che aveva come sostrato un cinismo opportunistico, che seppe interpretare il disagio di chi rientrando dal fronte non trovava quell’accoglienza trionfale che sperava, e che anzi faceva fatica e reinserirsi nella vita civile. E il futuro duce fu abile nell’intercettare la frustrazione degli ufficiali e sottufficiali di complemento che rientrando dalla guerra, scoprivano di avere perduto ogni autorità, mentre al fronte avevano in pugno la vita e la morte dei loro soldati. E Mussolini seppe sfruttare appieno le proteste nazionaliste per la “vittoria mutilata” che avevano trovato in D’Annunzio il loro corifeo. Ma fu determinante l’appoggio delle classi possidenti che nella guerra e grazie ad essa avevano maturato sovraprofitti, e che temevano che come in Russia anche in Italia la guerra producesse sommovimenti rivoluzionari; ed era il medesimo timore della monarchia, che dunque guardò con favore ai Fasci mussoliniani.

A.V.: Gramsci in carcere nei Quaderni indaga sulla lezione leninista e fa riflessioni sulla sconfitta e sul fallimento dell’ipotesi di portare il socialismo nell’Occidente capitalista. Oltre all’uomo Gramsci e al militante rivoluzionario quale movimento ne uscì sconfitto?

A. d’O: L’intera produzione gramsciana in carcere e in clinica (almeno la prima, a Formia, tra il ’33 e il ’35), fu dominata dalla meditazione sulla sconfitta: una sconfitta come uomo, come padre, come marito, come dirigente politico, come militante rivoluzionario. Ma la sconfitta era dell’intero movimento rivoluzionario, e doveva obbligare a una riflessione sulle sue cause, ma altresì sulla necessità di ridefinire un percorso. A Gramsci era evidente che occorreva cambiare il modello di riferimento, che non poteva essere più quello del 7 novembre 1917, ossia la presa del potere attraverso l’assalto frontale. Gramsci elabora una dicotomia che non è solo geografica, ma sociale, economica, culturale, tra “Occidente” e “Oriente”. In Occidente, ossia nei Paesi a capitalismo maturo, la rivoluzione doveva essere concepita come un processo, volto alla conquista dell’egemonia, e quindi richiedeva un ruolo importante per gli intellettuali, visti appunto come costruttori di egemonia. La differenza, rilevante, fra le società occidentali e orientali, implicava una diversità di modello rivoluzionario. Non una rinuncia, dunque, bensì una ridefinizione: la rivoluzione “in Occidente” era ancora pensabile,ma con ben altra modalità. Questa idea fu confermata a Gramsci dalla crisi di Wall Street del 1929, quando la sua interpretazione si differenziò radicalmente da quella del Comintern che credette di scorgere il crollo del capitalismo, nel crollo della borsa di New York; Gramsci pensò che quella crisi, come i ceti capitalisti seppero gestirla, con la politica fordista degli alti salari, avrebbe finito per rafforzare il sistema, trasformando i lavoratori, vittime dello sfruttamento, in complici, perché la borghesia americana prima che essere classe dominante era classe dirigente, ossia in grado di esercitare egemonia prima che dominio. In Occidente, appunto, se i subalterni volevano raggiungere il potere devono saper essere classe dirigente, ossia realizzare una contro-egemonia rispetto a quella borghese. Dunque importanza degli strumenti culturali,per costruire l’egemonia che si fonda essenzialmente, anche se non esclusivamente, sul consenso, invece che sulla coercizione.

A.V.: Si può affermare che il filo che lega tutti i fascismi o rigurgiti di fascismo nasce dal radicarsi nella percezione popolare dei nazionalismi che reprimono ogni volta e in ogni modo il tentativo di esportare l’esperienza e il modello della rivoluzione del 1917?

A. d’O.: Non direi i nazionalismi, ma semplicemente la paura della rivoluzione: e quella del 1917, la rivoluzione bolscevica, se da un lato ha sprigionato una forza capace di far sentire a tutti gli oppressi del mondo assai concreta la possibilità del riscatto, dall’altro ha generato paure che partorirono la controrivoluzione, e il fascismo fu una forma di controrivoluzione, persino, in Italia, preventiva.

A.V.: Un neo fascismo è già apparso nel secondo dopoguerra, anni ‘70, nell’epoca dello stragismo. Può ricordare le cause che portarono il Paese in quei duri anni di piombo che la nostra generazione ha vissuto con angoscia?

A. d’O: Gli anni Settanta furono certo anni di terrore, quello che ammazzava, distruggeva, ma anche quello che ci faceva appunto vivere “con angoscia”; nondimeno furono anni di grandi risultati, quelli preparati dal decennio precedente, e in generale dai “trenta gloriosi”, sul piano internazionale in Occidente, ossia i tre decenni post-guerra. Le grandi leggi di riforma istituzionale, sociale, lavorativa sono tutte della prima parte di quel decennio. La ripresa del fascismo, che peraltro va detto è una specie di fiume carsico, che di tanto in tanto riaffiora, per poi inabissarsi di nuovo, è legata proprio ai moti sociali degli anni Sessanta, e ai nuovi equilibri politici che faticosamente si andavano definendo, tra pressioni vaticane e condizionamento Usa, grande criminalità e lobbies di varia natura, tutti soggetti che remavano contro il progresso del mondo del lavoro, contro le conquiste realizzate e quelle in prospettiva e soprattutto contro un “regime change” che avrebbe potuto avvicinare il PCI alla stanza dei bottoni. L’eliminazione di Aldo Moro fu il punto culminante di questa azione, anche se gli esecutori materiali del rapimento (e dell’uccisione degli uomini della scorta, non dimentichiamo) furono personaggi, anzi “personaggetti”, della sinistra sedicente rivoluzionaria. Certo in nessun paese occidentale si registrò qualcosa di paragonabile allo stragismo neofascista, che faceva da contraltare al terrorismo definito “rosso”, che produsse enormi danni alla sinistra italiana, procurando un suo arretramento politico e sociale.

A.V.: Quanti danni ha arrecato e continua ad arrecare alla storia il revisionismo storico, praticato dalle classi dominanti? Mi riferisco, in particolare, all’equiparazione del Parlamento europeo (Strasburgo, 19 settembre 2019) fra fascismo e comunismo…

A. d’O: Il revisionismo nato come tendenza storiografica si è poi trasferito sul piano giornalistico e quindi arrivando decisamente su quello politico, concentrandosi su alcuni temi peculiari che si prestavano alla discussione, data la loro forte caratura politica: il Risorgimento, il fascismo, la Resistenza. Nel passaggio dalla storiografia al giornalismo il revisionismo ha perso quel minimo di scientificità che aveva la pratica della revisione, per diventare un vero e proprio movimento ideologico sostanzialmente in chiave antiprogressista e specificamente anticomunista. Il revisionismo, giunto in era berlusconiana alla sua fase estrema, che io stesso, con un neologismo, ho appellato “rovescismo”, è stato un potente strumento di delegittimazione della sinistra, e lo si è lasciato correre, senza opporvisi con il vigore necessario, anche perché i revisionisti hanno sempre avuto grande spazio mediatico, sono stati coccolati e riveriti, anche grazie alle posizioni rilevanti raggiunte nelle università, nell’editoria, nei giornali, nelle diverse istituzioni culturali e della comunicazione a cominciare dalle reti radiotelevisive. Si tratta di un fenomeno sovranazionale che ha coinvolto in particolare tre Paesi europei, Francia, Germania, Italia. E l’Unione Europea, dominata da un qualunquismo tendenzialmente di destra, non ha perso tempo per inserirsi in questo filone, arrivando fino alla grottesca risoluzione del 19 settembre 2019, che equiparava nazifascismo e comunismo. La cosa più grave è che la quasi totalità dei rappresentanti italiani ha sostenuto tale risoluzione, a cominciare dai deputati del PD. Un fatto a dir poco sconcertante. In conclusione il revisionismo ha prodotto un danno irreparabile alla storia stessa: facendola passare da sapere scientifico, a opinione. Un campo, insomma, in cui tutti possono dire la loro, e quel che afferma Bruno Vespa vale tanto quanto ciò che scrive uno studioso che ha decenni di lavoro di ricerca bibliografica e archivistica e di insegnamento alle spalle.

A.V.: Parliamo anche dei primi provvedimenti di Piantedosi, ministro degli Interni verso le Ong e del ministro dell’Istruzione e del merito Valditara che punta sulla meritocrazia e financo sul metodo dell’umiliazione (sebbene abbia ritrattato tergiversando sul senso), Per non parlare delle modalità da dente avvelenato del ministro delle Infrastrutture, Salvini. È stato sdoganato il nuovo fascismo? O cos’altro e come si può definire la matrice del governo della premier Meloni, colei che ha urlato ai quattro venti dalla Vox spagnola a prima di essere nominata premier il,mantra ‘Dio, patria e famiglia’ di stampo mussoliniano?

A. d’O: Questo della signora Meloni è un governo che sebbene fascista nell’etichetta di alcuni dei suoi esponenti a cominciare dalla presidente, finora ha portato avanti un alinea politica “draghiana”, con gli abbellimenti in puro stile fascistoide di taluni ministri, e le stesse parole d’ordine della premier, che ha mostrato una notevolissima dose di camaleontismo e di opportunismo. Ha impiegato meno di una manciata di ore a buttare alle ortiche gli orpelli palesemente fascisti, ma ha trattenuto la sostanza, che peraltro è largamente quella di Mario Draghi, a sua volta esponente di un orientamento di destra sostanziale, al di là delle formule. Il ministro dell’Interno segue la linea Salvini, corretta dalla linea Meloni, tra gli attacchi volgari alle Ong e la ridicola ordinanza contro i rave party, grimaldello utile per criminalizzare le opposizioni, quel pulviscolo di opposizioni che ancora esiste in questo Paese. Quanto a Valditara siamo al ridicolo, e ogni suo atto è una caduta in un precipizio. Non solo quella bestiale dichiarazione sulla necessità dell’ “umiliazione”, ma anche e assai più grave quella sul 9 novembre, risoltasi in una lunga, scempia requisitoria da perfetto ignorante contro il comunismo. Se pensiamo che il primo ministro di quella che allora si chiamava, giustamente, ministero della Pubblica Istruzione, fu Giovanni Gentile e ora, dopo figure squalificate e arroganti, quindi pericolose come Moratti, Gelmini, Azzolina, Bianchi, ci ritroviamo alla Minerva, il signor Nessuno Valditara, c’è da farsi venire una crisi di nervi.

A.V.: E non posso che chiederle se, secondo lei, la sinistra radicale comunista, fuori dai Palazzi, ma soprattutto dalla percezione comune, è destinata a sparire e soccombere. O c’è ancora spazio per parlare di conflitto di classe, in un periodo politico, storico e culturale in cui di classe non c’è nemmeno l’istinto?

A. d’O: Il conflitto c’è eccome! Anzi è facile prevedere che si andrà espandendo, con la situazione di crisi in atto. Ma non ha una sua rappresentanza politica. La sinistra radicale, comunista o meno, passa di sconfitta in sconfitta, con una incredibile capacità di assorbire i colpi, e una totale incapacità di rinnovarsi e costruire un’alternativa. L’esempio ultimo di “Unione Popolare” è soltanto l’ultimo esempio. E il suo miserrimo esito elettorale da un lato, e la mancanza di qualsiasi autocritica nel suo gruppo dirigente mi portano ad accentuare il mio pessimismo, e a ritornare in panchina, rinunciando a quell’impegno diretto che avevo profuso nei mesi passati, spesso a dispetto dell’orientamento (a me non favorevole) di una parte cospicua di quegli stessi gruppi dirigenti.

A.V.: Riservo le ultime due domande, inevitabilmente, allo scottante tema della guerra in corso in Ucraina. Con il protrarsi dell’azione bellica non c’è il rischio di assuefazione al conflitto, tanto da trascurare, tralasciare l’emergenza di addivenire, in tempi brevi, al ‘cessate il fuoco’? Ovvero prolungando il conflitto non si corre sempre più il rischio di una escalation verso un conflitto atomico?

A. d’O: Il rischio principale che vedo personalmente è un altro, che mi pare più grave: al conflitto militare siamo già assuefatti. Vedo piuttosto il pericolo di una totale espunzione del mondo russo, della sua straordinaria cultura e di tutto ciò che quel grande Paese rappresenta. Il rischio maggiore è la demonizzazione del mondo russo. E questo sarebbe un risultato peggiore di qualsiasi esito del conflitto militare. Naturalmente io vedo assai concreto il pericolo dell’escalation bellica, ivi compresa quella nucleare. E l’Occidente ha in tutta evidenza la responsabilità maggiore in tal senso.

A.V.: La ‘damnatio’ che incombe sul conflitto è anche l’Europa. In particolare mi riferisco alle le ultime Risoluzioni del Parlamento europeo. E ancor più in particolare alla Risoluzione del 23 novembre u.s. confusa fra terrorismo e crimini di guerra e che prevede un totale isolamento della Federazione russa. C’è davvero il rischio con questa Europa di stampo nazionalista di allargare il conflitto e non di mettere in atto una necessaria e tempestiva de escalation?

A. d’O: L’Unione Europea che non è “l’Europa”, a dispetto della sua espansione territoriale (che ha rappresentato una delle prime cause della guerra in corso), ha mancato completamente questa occasione. Ha perso un treno, che non credo ripasserà a breve: ossia l’occasione per dimostrare di essere una entità reale, un soggetto autorevole in grado di avere una politica propria, non piegata alla NATO e agli USA, una Confederazione di Stati, se non saprà essere una Federazione, in grado di svolgere un ruolo essenziale di ponte tra Est e Ovest. Invece la UE ha certificato la propria impotenza, la propria pusillanimità, la propria dipendenza psicologica, e politica da Washington. Questa guerra ha segnato il radicale, totale fallimento dell’Unione Europea. E certo non è colpa di Putin! Se ci fosse una classe politica continentale degna di questo nome, ora dovrebbe procedere alla certificazione della morte della UE, tentando subito dopo di farla risorgere. Ma dubito accadrà. D’altro canto in questa Europa, il concetto stesso di “unione” si è dimostrato fallimentare. Le diverse nazioni procedono ciascuno per proprio conto, tutte comunque subordinate agli USA. Non c’è una “identità europea”, non esiste una “politica europea”, c’è uno spazio comune in cui anche la circolazione delle persone sta diventando complicata. Abbiamo fatto due passi avanti, verso l’integrazione, e tre passi indietro. La guerra in Ucraina ci ha dato il colpo di grazia.


Prof. Angelo d’Orsi – Già Ordinario di Storia del pensiero politico
Università degli Studi di Torino
Direttore di “Historia Magistra. Rivista di storia critica” e di “Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”

Opere
  • La macchina militare. Le forze armate in Italia, Milano, Feltrinelli, 1971.
  • La polizia. Le forze dell’ordine italiano, Milano, Feltrinelli, 1972.
  • I nazionalisti, introduzione e cura di, Milano, Feltrinelli, 1981, 346 pp. (SC/10 – Scrittori politici italiani, 6).
  • La rivoluzione antibolscevica. Fascismo, classi, ideologie (1917-1922), Milano, Franco Angeli, 1985.
  • Le dottrine politiche del nazionalfascismo, (1896-1922), Alessandria, WR-Amnesia, 1988, 173 pp.
  • Pensatori politici italiani. Antonio Labriola, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Filippo Turati, Luigi Sturzo, Alfredo Rocco, Giovani Gentile, Benito Mussolini, Antonio Gramsci, Benedetto Croce, introduzioni a cura di e con Franco Livorsi, Alessandria, WR, 1989.
  • Il Caffè, ossia Brevi e vari discorsi in area padana, a cura di, Padova, Banca Antoniana, 1990; Cinisello Balsamo, Silvana, 1990. ISBN 88-366-0315-7.
  • Guida alla storia del pensiero politico, Torino, Il Segnalibro, 1990, 221 pp.(Politica e Storia. Collanda diretta da M.Guasco e F. Traniello).
  • L’ideologia politica del futurismo, Torino, Il Segnalibro, 1992 (Politica e Storia. Collanda diretta da M.Guasco e F. Traniello).
  • Guida alla storia del pensiero politico, Scandicci, La Nuova Italia, 1995. ISBN 88-221-1688-7
  • Alla ricerca della politica. Voci per un dizionario, a cura di, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, LIV-286 pp. (Temi, 50) ISBN 88-339-0921-2.
  • Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Torino, Scriptorium, 1996, 350 pp. (Gli Alambicchi, VII) ISBN 88-86231-30-X.
  • Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Torino, Paravia, 1999, 347 pp. (Saggi) ISBN 88-395-61617
  • Achille Loria, a cura di, Torino, Il Segnalibro, 2000.
  • La cultura a Torino tra le due guerre, Torino, Einaudi, 2000, XV-377 pp. (Biblioteca Einaudi, 87). ISBN 88-06-13867-7.
  • Profilo di Massimo Mila. Giornata di studio, Torino, 4 dicembre 1998, a cura di e con Pier Giorgio Zunino, Firenze, Olschki, 2000. ISBN 88-222-4916-X.
  • La vita degli studi. Carteggio Gioele Solari-Norberto Bobbio 1931-1952, a cura e con un saggio introduttivo di, Milano, FrancoAngeli, 2000, 233 pp.(Collana “Gioele Solari”) ISBN 88-464-1757-7.
  • La città, la storia, il secolo. Cento anni di storiografia a Torino, a cura di, Bologna, Il mulino, 2001, 335 pp. (Percorsi). ISBN 88-15-07802-9.
  • Intellettuali nel Novecento italiano, Torino, Einaudi, 2001, X-373 pp.(Gli Struzzi, 538) ISBN 88-06-15888-0.
  • Un uomo di lettere. Marino Parenti e il suo epistolario, a cura di, Torino, Provincia di Torino, 2001. ISBN 88-87141-03-7.
  • Allievi e maestri. L’Università di Torino nell’Otto-Novecento, Torino, CELID, 2002. ISBN 88-7661-502-4.
  • Piccolo manuale di storiografia, Milano, Bruno Mondadori, 2002. ISBN 88-424-9574-3.
  • Guerre globali. Capire i conflitti del XXI secolo, a cura di, Roma, Carocci, 2003. ISBN 88-430-2555-4.
  • Una scuola, una città. 1852-2002, i 150 anni di vita dell’Istituto “Germano Sommeiller” di Torino, a cura di, Torino, ITCS Germano Sommeiller, 2003.
  • Pavese e la guerra, a cura di e con Mariarosa Masoero, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004. ISBN 88-7694-797-3.
  • Gli storici si raccontano. Tre generazioni tra revisioni e revisionismi, a cura di, con la collaborazione di Filomena Pompa, Roma, manifestolibri, 2005, 390 pp. (la nuova talpa) ISBN 9788872853979
  • I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, 331 pp. (Temi, 153) ISBN 88-339-1624-3.
  • Il diritto e il rovescio. Un’apologia della storia, Torino, Aragno, 2006. ISBN 88-8419-269-2.
  • Kafka. L’infinita metamorfosi del processo, a cura di, Torino, Aragno, 2006. ISBN 88-8419-286-2.
  • Da Adua a Roma. La marcia del nazionalfascismo (1896-1922). Storia e testi, Torino, Aragno, 2007. ISBN 978-88-8419-311-7.
  • Guernica, 1937. Le bombe, la barbarie, la menzogna, Roma, Donzelli, 2007, 257 pp. (Saggi. Storia e scienze sociali) ISBN 978-88-6036-192-9.
  • BGR. Bibliografia Gramsciana Ragionata, I, 1922-1965, a cura di, Roma, Viella, 2008. ISBN 978-88-8334-303-2.
  • Luigi Salvatorelli (1886-1974).Storico, giornalista, testimone, a cura, con la collaborazione di Francesca Chiarotto, Torino, Aragno, 2008. ISBN 978-88-8419-381-0
  • Il Futurismo tra cultura e politica. Reazione o rivoluzione?, Roma, Salerno Editrice, 2009. ISBN 978-88-8402-652-1.
  • 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio, MIlano, Ponte alle Grazie, 2009.
  • Il Processo di Gesù, a cura di, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-471-8.
  • Intellettuali. Preistoria, storia e destino di una categoria, a cura di, con Francesca Chiarotto, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-488-6
  • Gli ismi della politica. 52 voci per ascoltare il presente, a cura di, Roma, Viella, 2010. ISBN 978-88-8334-323-0
  • L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, Milano, Bruno Mondadori, 2011, X-419 pp. (Saggi Bruno Mondadori). ISBN 978-88-6159-497-5.
  • Guernica, 1937. Las bombas, la barbarie, la mentira, Traducción de Juan Carlos Gentile Vitale, Barcelona, RBA, 2011, 395 pp. ISBN 9788498-679878
  • Il nostro Gramsci. Antonio Gramsci a colloquio con i protagonisti della storia d’Italia, a cura di, Roma, Viella, 2011, XXXVI-424 pp. (La storia. Temi, 23) ISBN 978-88-8334-690-3
  • Prontuario di Storia del pensiero politico, con la collaborazione di Francesca Chiarotto e Giacomo Tarascio, Sant’Arcangelo di Romagna, Maggioli, 2013, 196 pp. (Università) ISBN 9788838-783050
  • Alfabeto Brasileiro. 26 parole per riflettere sulla nostra e l’altrui civiltà. Con un fotoreportage di Eloisa d’Orsi, Roma, Ediesse, 2013, 239 pp. (Carta Bianca) ISBN 978-88-23018099
  • Gramsciana. Saggi su Antonio Gramsci, Modena, Mucchi, 2014, 219 pp.
  • Inchiesta su Gramsci. Quaderni scomparsi, abiure, conversioni, tradimenti: leggende o verità, a cura di, Torino, Accademia University Press, 2014, XXXV-219 pp. (BHM. La Biblioteca di “Historia Magistra”, 1) ISBN 978-88-97523-79-6
  • Intellettuali e fascismo, fra storia e memoria, Jesi-Ancona, Centro Studi Piero Calamandrei – Affinità Elettive, 2014, 71 pp. (“Quaderni del Calamandrei” – Altra Società, 37) ISBN 978-88-7326-254-1
  • Gramsciana. Saggi su Antonio Gramsci. Nuova edizione aggiornata e ampliata, Modena, Mucchi, 2015, 211 pp. (Prismi, 3) ISBN 978-88-7000-666-7
  • 1917. L’anno della rivoluzione, Roma-Bari, Laterza, 2016, VIII-269 (i Robinson / Letture). ISBN 978-88-581-2612-7.
  • 1917: o ano que mudou o mundo. Prefácio de Miguel Real, Tradução de José J. C. Serra, Lisboa, Bertrand Editora, 2017, 310 pp. ISBN 978-972-25-3343-0
  • Gramsci. Una nuova biografia, Milano, Feltrinelli, 2017, 387 pp. (Storie / Feltrinelli). ISBN 978-88-07-11145-7.
  • Gramsci. Una nuova biografia. Nuova edizione rivista e accresciuta, Milano, Feltrinelli, 2018, 487 pp. (Universale Economica Feltrinelli /Storia, 9134). ISBN 978-88-07-89134-2
  • L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg, Vicenza, Neri Pozza, 2019, 447 pp. (Bloom, 166). ISBN 978-88-545-1903-9
  • Un maestro per la storia. Scritti di e su Gian Mario Bravo (2010-2020), a cura di e con Francesca Chiarotto, Milano, FrancoAngeli, 2021, 228 pp. (Temi di storia) ISBN 978-88-351-1738-4
  • Il diritto alla storia. Saggi, testimonianze, documenti per “Historia Magistra” (2009-2019), a cura di e con Francesca Chiarotto, Torino, Accademia University Press, 2021, 478 pp. (BHM. La Biblioteca di Historia Magistra) ISBN 978-88-31978-026
  • Manuale di storiografia, Milano-Torino, Pearson Italia, 2021, 322 pp. ISBN 978-88-919-15702

FONTE: http://www.blog-lavoroesalute.org/historia-magistra-vitae-intervista-allo-storico-professor-angelo-dorsi/

Libia, migranti, navi: chi detiene la verità ?

Venerdì scorso 25 novembre, la penultima serata del XIV° Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è stata interrotta da un gruppo di rappresentanti di alcune Ong italiane che hanno bloccato la proiezione di un documentario sulla Libia; “L’urlo”, questo il titolo del film, realizzato da Michelangelo Severgnini, sembra aver scosso e indignato parte della platea che ha protestato in modo scomposto e imposto al resto degli spettatori il blocco della proiezione al 20simo minuto.

Nei report che sono girati in rete si ascoltano accuse di antisemitismo e si definisce il documento una porcheria, una schifezza, ecc. ecc.

Tra coloro che intervengono a giustificare la sospensione (che altri vorrebbero continuare a seguire) troviamo Beppe Caccia e Valentina Brinis che dicono di parlare in rappresentanza rispettivamente di Mediterranea e Open Arms due delle navi che soccorrono da diversi anni i naufraghi provenienti prevalentemente dalla Libia.

Non si intendono, nell’alterco, i motivi specifici di questa indignazione che sembrerebbe essere derivata da alcune interviste a migranti africani in Libia che esprimono valutazioni non troppo conformi a quelle attese.

Il fatto è di una certa gravità; come previsto dal programma si poteva discutere del film alla sua conclusione; invece qualcuno si è sentito nella condizione di imporre con metodi sbrigativi e discutibili, degni di altra tradizione, l’interruzione della visione.

Noi non abbiamo visto il film perché a quanto pare la sua diffusione non è consentita da alcuni dei soggetti promotori e, da quanto sostiene il regista, l’unica possibilità di vederlo è quello di presentazioni limitate in sua presenza in quanto autore.

Non sappiamo quindi quali orridi contenuti o abissi morali contenga.

Una ragione in più per trovare un’occasione per vederlo.

Non ci accodiamo neanche alla polemica emersa nel fine settimana su alcuni blog. O almeno, riteniamo che il fatto che il film fosse stato proposto, fuori concorso, all’interno del Festival mostri l’interesse e l’imparzialità del team organizzatore al quale ciò va riconosciuto.

Quello che invece possiamo a ragione sostenere sulla base del materiale a disposizione è che sulla genesi, sulle condizioni e vicende dei migranti in generale e su quelli provenienti dalla Libia in particolare, non c’è Ong che abbia qualche sorta di primato interpretativo. E se c’è qualche occasione di ascoltare cosa pensano i migranti in prima persona della loro stessa condizione, dei loro paesi, dell’Europa, ecc. si tratta di un’occasione d’oro.

Le Ong dovrebbero fare al meglio il loro meritorio lavoro in mare e in terra. Sul resto, trattandosi di temi pubblici che riguardano tutti, tutti debbono potersi liberamente esprimere, soprattutto quando le vicende di cui si parla derivano da una guerra di aggressione dell’occidente in territorio africano che dura da oltre un decennio e che non accenna a concludersi. Cosa che sembra dimenticata da molti operatori.

In ogni caso, in attesa di vedere il film o leggere il libro-dossier che porta lo stesso titolo, proponiamo di seguito il racconto e le tesi dell’autore, che per dirla tutta, non ci sembrano lontane dalla verità, salvo le opportune verifiche su fatti e contesti specifici citati.

A dicembre del 2018 la FIEI organizzò un evento di una intera giornata a Roma assieme ad una Ong inglese, la Oxfam, in occasione del suo rapporto sull’Africa dell’anno precedente, con molti interventi dall’Italia e da diversi paesi africani. Si intitolava “I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità”. Quanto sostiene Michelangelo Severgnini nel video che segue ci sembra confermare la sostanza di quanto ascoltammo in quell’occasione.

Rodolfo Ricci (FIEI)

Sul Convegno citato leggi anche: Africa, smettiamola di rapinarli a casa loro

Video integrale del Convegno FIEI: “I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità”


Leggi anche:

Il docufilm “L’Urlo” fa saltare i nervi alle Ong. La destra ne approfitta

Voci dalla Libia – Speciale Fortezza Italia con Michelangelo Severgnini

Di seguito il trailer del film “L’urlo” e l’intervento di Michelangelo Severgnini alla presentazione del film (e del libro) al Goethe Institut di Palermo nell’ambito del Festival delle Letterature migranti, del 15 ottobre scorso.

Alcune riflessioni sulla Matrix della Grande Menzogna

di Alberto Bradanini

Catlin Johnstone, una giornalista australiana eterodossa, in una sua angosciata analisi[1] afferma che la terza guerra mondiale è oggi una prospettiva che i media mainstream – e dunque i loro padroni su per li rami della piramide – ritengono possibile, come fosse un’opzione come un’altra. L’oligarchia occidentale e il suo megafono mediatico sono così usciti dal solco della logica e del buon senso, dando un lugubre contributo alla locomotiva che potrebbe condurre il mondo alla catastrofe.

Secondo un nugolo di cosiddetti esperti, alcuni qui di seguito menzionati, gli Stati Uniti devono aumentare subito e di molto le spese militari, perché occorre prepararsi a un inevitabile conflitto mondiale.

Questa patologica esegesi della scena internazionale viene presentata senza alcuna prova e con la veste di una necessità ontologica, come un incendio destinato a scoppiare per autocombustione. Il menu viene poi arricchito con l’elencazione dei nemici pronti a invadere l’Occidente, fortunatamente protetto dalla pacifica nazione americana, la sola in grado di difendere le nostre democratiche libertà.

Il funesto allargamento della guerra in Ucraina – che, coinvolgendo nazioni in possesso dell’arma nucleare, porterebbe allo sterminio della razza umana – sarebbe dunque l’esito di una congiunzione astrale come la gravitazione della luna sulle onde del mare. Essa non dipenderebbe – come invece pensano miliardi di persone al mondo, del tutto ignorate, ça va sans dire – dalla patologia di dominio e di estrazione di ricchezze altrui da parte di quella superpotenza che decide fatti e misfatti del governo ucraino e che dispone del potere di porre fine alle ostilità in qualsiasi momento, se solo rinunciasse alla sua irrealistica strategia di dominio unipolare del pianeta (una valutazione questa condivisa da numerose personalità e studiosi statunitensi, anch’essi ignorati).

Ai cosiddetti esperti e ai compilatori del pensiero imposto non passa per la mente che un cambio di postura da parte dell’unica nazione indispensabile al mondo (secondo il lessico malato di B. Clinton, 1999) metterebbe finalmente fine alle giustificate inquietudini del rischio atomico.

In un articolo dal titolo ‘L’America potrebbe vincere una nuova guerra mondiale? Di cosa abbiamo bisogno per sconfiggere Cina e Russia pubblicato su Foreign Affairs – rivista controllata dal Council on Foreign Relations, a sua volta megafono mediatico del Pentagono – si afferma che, ‘sebbene la prospettiva possa infastidire qualcuno, Stati Uniti e alleati devono seguire una strategia che conduca alla vittoria simultanea in Asia e in Europa, poiché’, continua l’autore, Thomas G Mahnken, ‘Stati Uniti e alleati dovrebbero sfruttare il loro attuale vantaggio strategico combattendo su entrambi i continenti’. Mahnken non è uno sprovveduto e si rende conto che una guerra simultanea contro Russia e Cina non sarebbe una passeggiata. Sorvolando su un mondo di dettagli, la sua riflessione si sofferma su un punto: ‘per vincere una guerra del genere gli Stati Uniti devono aumentare, subito e di molto, la spesa militare’, poi si vedrà. Ciò comporta, precisa Mahnken, la necessità di accrescere la produzione militare incrementando i turni di lavoro degli operai, espandendo le fabbriche e aprendo nuove linee produttive. Il Congresso deve stanziare maggiori risorse e al più presto, poiché la spesa attuale per la difesa è inadeguata! A costui importa un fico se nel solo 2021, il bilancio Usa della difesa aveva già superato i 722 miliardi di dollari (cresciuto ancora del 10% nel 2022) equivalenti alla somma dei budget delle dieci nazioni che seguono in graduatoria, Russia e Cina incluse[2]. Nella logica di codesto esperto, ‘per aumentare produzione militare e scorte di armamenti gli Stati Uniti devono anche mobilitare i paesi amici, poiché ‘se la Cina avviasse un’operazione militare su Taiwan, Stati Uniti e alleati sarebbero costretti a intervenire’. E quando menziona gli alleati, egli si riferisce beninteso alle colonie europee che la retorica chiama partner della Nato, un’organizzazione militare questa guidata da generali americani ora diventata globale senza che governi e parlamenti degli stati membri ne abbiamo mai discusso (basta scorrere i comunicati dei vertici di Bruxelles, giugno 2021, e Madrid, giugno 2022), ma solo perché la strategia e gli interessi imperiali lo esigono.

Ad avviso di codesto signore, occorrerebbe distruggere il mondo per difendere un’isola vicino alla terraferma cinese, chiamata Repubblica di Cina. Di grazia, con l’occasione costui potrebbe forse spiegarci il perché. È invero una benedizione che i governi di Taiwan e Pechino mantengono la testa sulle spalle, diversamente da qualcun’altro in Europa, per impedire che il sogno segreto statunitense diventi realtà, scatenando un conflitto devastante.

Non solo, l’articolo menzionato continua: ‘mentre gli Stati Uniti sono impantanati nel labirinto cinese, al governo di Mosca si presenterebbe una preziosa occasione per invadere l’Europa’, corroborando in tal modo il bizzarro paradosso propagandistico secondo il quale Putin starebbe perdendo la guerra in Ucraina, ma avrebbe tuttavia la capacità di invadere i paesi Nato!

In un altro scritto dal titolo ‘Gli scettici hanno torto: gli Stati Uniti possono affrontare sia la Cina che la Russia’, Josh Rogin, editorialista del pacifista Washington Post, punta il dito sia contro i democratici, perché si limitano a un conflitto indiretto contro la Russia, sia contro i repubblicani che invece punterebbero a farlo (anch’esso indiretto) contro la Cina, sostenendo: ‘perché no tutti e due’?

Robert Farley (19FortyFive) nel suo elaborato dal titolo ‘L’esercito americano potrebbe combattere la Russia e la Cina allo stesso tempo?’, scrive che ‘l’immensa potenza di fuoco delle forze armate statunitensi non avrebbe difficoltà a combattere con successo su entrambi i fronti’, concludendo che ‘gli Stati Uniti sono in grado di affrontare Russia e Cina contemporaneamente … di certo per un po’, e con l’aiuto di qualche alleato’, in verità senza troppo entrare nel merito.

A sua volta, Hal Brands (Bloomberg), in “Possono gli Stati Uniti affrontare Cina, Iran e Russia contemporaneamente?’, pur riconoscendo che tale ipotesi sarebbe oggettivamente difficile da governare, raccomanda di intensificare le attività in Ucraina e Taiwan (sempre sul suolo e col sangue altrui), con l’occasione vendendo a Israele armi ancor più sofisticate per fronteggiare l’Iran, e indirettamente Russia e Cina.

In ‘La teoria delle relazioni internazionali suggerisce che la guerra tra grandi potenze sta arrivando, Matthew Kroenig (Consiglio Atlantico) scrive su Foreign Policy che sarebbe all’orizzonte una resa dei conti globale tra democrazie e autocrazie: ‘Stati Uniti e alleati Nato, più Giappone, Corea del Sud e Australia da un lato, e autocrazie revisioniste Cina, Russia e Iran dall’altro, e che gli esperti di politica estera dovrebbero adeguarsi di conseguenza’, senza precisare bene in cosa consisterebbe tale adeguamento, se non – e si tratterebbe di un buon consiglio – che il mondo è sempre più policentrico e multipolare, fortunatamente deve aggiungersi, e dunque l’Occidente si rassegni.

Alcuni di tali analisti indipendenti negano la tesi che la Terza Guerra Mondiale sia in arrivo, scoprendo d’altra parte l’acqua calda, vale a dire che un conflitto tra Grandi Potenze è già in atto – con specifiche caratteristiche, è ben chiaro (New Yorker di ottobre: ‘E se stessimo già combattendo la terza guerra mondiale con la Russia?’).

Le pontificazioni elencate costituiscono l’evidenza che l’esercito della Grande Menzogna è pericolosamente uscito di senno. Il suo verbo obbedisce alla narrativa degli strateghi occulti che valutano l’ipotesi di un conflitto globale non solo possibile, ma persino naturale, e che nessuno può evitare. Nell’era dell’arma nucleare dovrebbe invece prevalere il principio di massima cautela, moltiplicando gli sforzi a favore del dialogo e del compromesso, della de-escalation e della distensione.

I governi assennati dovrebbero mettere al bando anche solo l’idea che un conflitto nucleare si può vincere, ascoltando la saggia e inascoltata voce della maggioranza dei popoli, tutelando così davvero quella democrazia che pretendono di rappresentare. L’umanità non può rassegnarsi a un destino di distruzioni e violenza orchestrato da oligarchie senza scrupoli.

Coloro che sostengono dialogo e compromesso sono invece demonizzati come sostenitori del sopruso e della debolezza davanti al nemico.

Secondo il vangelo della patologia atlantista, le nazioni autocratiche (il Regno del Male) costituiscono una minaccia per le democrazie occidentali (il Regno del Bene). Sorge spontaneo chiedersi come sia possibile indulgere in tale aberrante distorsione della logica fattuale.

In verità, chiunque opponga resistenza alla pseudocultura della sottomissione imperiale è destinato ad essere aggredito politicamente, economicamente e se del caso anche militarmente (purché non possieda l’arma nucleare, beninteso, perché non si sa mai).

Lo storico Andrea Graziosi, riferendosi al cosiddetto dibattito italiano sull’Ucraina, ma non solo, rileva la risibile conoscenza di temi di politica estera che prevale nel nostro Paese. A suo giudizio, la cultura politica italiana è irrilevante e provinciale, concentrata su aspetti periferici in una logica capovolta rispetto alle priorità e agli stessi interessi dell’Italia, un paese desovranizzato, marginale e asservito agli interessi altrui. I media rifuggono dall’analisi e dal rigore del ragionamento, mentre i pochi intellettuali coraggiosi vengono sommersi dai cosiddetti esperti, sempre di altro, mai dei contesti di cui si parla (solitamente giornalisti o politici improvvisati).

A sua volta, in un pregevole volume (Il virus dell’idiozia) lo studioso di filosofia della scienza, Giovanni Boniolo, ricorda un concetto dato per scontato, secondo cui la libertà di espressione viene confusa con la libertà di ignoranza, rendendo superflui i dati di fatto e innecessaria la loro conoscenza.

La preferenza del criterio binario (bene/male, bianco/nero, giorno/notte), utile talora per semplificare il discorso, s’impone in forma inconscia e universale assumendo le sembianze dell’evidenza, distorcendo la realtà e impedendo l’analisi critica e la presa di distanza dalle menzogne. All’individuo non restano che due opzioni: rinunciare alla comprensione, che viene delegata ai falsi esperti, o appagarsi con un’umiliante alterazione della percezione del mondo.

L’uso acritico degli stereotipi genera un ragionare piatto, che conduce a un’unica conclusione ammissibile, quella digeribile dal sistema.

Un’esemplificazione eloquente è costituita dai tre stereotipi della demonizzazione atlantista della Repubblica Popolare, trasformati in dogmi di fede incontestabili: 1) la Cina punta a dominare il mondo; 2) la Cina è un regime totalitario; 3) la Cina è un paese comunista, dove lo Stato controlla ogni aspetto della società, dell’economia e della vita degli individui.

Il ragionare non binario – che aiuta a non confondere la libertà di parola con quella di dire sciocchezze – suggerisce invece che: 1) non vi sono prove che la Cina intenda dominare il mondo; come ogni altra nazione cerca solo il suo legittimo spazio; 2) la Repubblica Popolare è un paese (da tempo) non totalitario e la sua dirigenza, con tutti i suoi limiti, gode di ampio consenso (nel 2019, 150 milioni di cinesi si sono recati all’estero e nessuno di essi ha fatto domanda di asilo politico in uno dei paesi visitati); 3) la società cinese non è il paradiso in terra, ma come ovunque un mondo complesso e talora contraddittorio, dove i poveri e una crescente classe media convivono con i ricchi, forse troppi, ma in proporzione non più che in Occidente. Le praterie della riflessione sarebbero a questo punto infinite, ma reputo che il punto sia sufficientemente chiaro. Premeva ricordare che ‘la propaganda è un’arte che nulla ha a che vedere con la verità’ (Gianluca Magi: Goebbels, 11 tattiche di manipolazione oscura), che ogni giorno il potere fabbrica di sana pianta calunnie e mistificazioni e che occorre tenere gli occhi aperti. Il conformismo rassicura, l’obbedienza deresponsabilizza. Il risultato è la regressione a livelli minimi di alfabetizzazione valoriale, politica e sociale, che si vuole refrattaria all’analisi critica, ma partigiana di sentimenti primitivi e facilmente manipolabili.

Ma il nostro destino non deve essere la sottomissione, prima di tutto dell’intelletto. Contrariamente a quanto si possa pensare, la sociopatia al potere ha bisogno di consenso, o quanto meno di silenzio, che è poi lo stesso. Non dobbiamo camminare come sonnambuli in un pianeta immerso nella distopia, divenendo complici inconsapevoli. Noi siamo ben più numerosi, e più umani. Possiamo costruire un mondo diverso, occorre solo coraggio e pazienza.


Note
[1] http://www.informationclearinghouse.info/57311.htm
[2] https://www.wired.it/article/nato-spesa-militare-paesi-dati/#:~:text=Quest’anno%20Washington%20spender%C3%A0%20qualcosa,canto%20suo%2C%20spender%C3%A0%2029%20miliardi.

FONTE: https://www.lafionda.org/2022/11/21/alcune-riflessioni-sulla-matrix-della-grande-menzogna/

Quando il populismo è strumento di egemonia del potere dominante

di Enzo Pellegrin

ILUSTRACION DE LEONARD BEARD

In uno dei più conosciuti e bei frammenti de L’ideologia tedesca del 1846, Marx ed Engels sintetizzavano:

«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio».

Fin qui tutto bene, ma l’aspetto più interessante non è quello che riguarda la sfera del cosiddetto “conformismo”, ma quello delle reazioni dissenzienti, generate da quelle che altrettanto marxianamente si usa definire contraddizioni. Ad un altro marxista del ventesimo secolo, Ernesto Laclau, nelle sue riflessioni sul concetto di egemonia, populismo e strategia socialista, piaceva parlare di “domande insoddisfatte”.

Possiamo sperimentalmente annotare come negli ultimi anni della politica italiana, le cosiddette contraddizioni o domande insoddisfatte siano state amministrate da quello che viene spesso definito con un intento spregiativo – impropriamente secondo Laclau – “populismo”.

Le contraddizioni della crisi di consenso dei partiti tradizionali, dopo gli anni 80, sono state gestite con concetti populisti come “il cancro della corruzione”, il “parassitismo corrotto del sud del Paese”, concetti di volta in volta utilizzati da partiti come la Lega, ma, anche successivamente e proficuamente – almeno per il primo concetto – dal Movimento Cinque Stelle.

Accanto a questi, quasi tutte le formazioni che hanno fatto uso di concetti considerati “populisti”, non hanno mai mancato di riservare un posto al problema dell’immigrazione: non soltanto la Lega, dagli esordi agli ultimi tempi, ma anche il Movimento Cinque Stelle. Non dimentichiamo che l’agitazione del problema fu tema fondamentale nel Governo Conte 1, dove le “imprese” del Ministro degli Interni Salvini furono in qualche modo avallate dal Ministro dei Trasporti Toninelli. Vien bene a tal proposito ricordare un antico Di Maio, il quale discettava di ONG che trovavano un loro palscoscenico per “sfidare l’Italia”. Video invecchiati malissimo. (1)

La nostra riflessione non riguarda però tanto il merito della questione, che meriterebbe spazi più ampi e dibattuti, quanto l’uso dei concetti considerati populisti per amministrare e gestire la sfera insoddisfatta dei cittadini da parte del potere dominante.

Possiamo sperimentalmente verificare questa ipotesi analizzando quanto successo a proposito della querelle Italia /Francia sullo sbarco in Francia dei migranti della Ocean Viking .

Sfruttando una non ben precisata apertura francese in merito alla disponibilità ad accogliere una quota di rifugiati diretti verso porti italiani, veniva disposto l’invio della nave di soccorso Ocean Viking, con i migranti ancora a bordo, presso il porto di Marsiglia. Lì, “sotto la supervisione della Prefettura” italiana competente, i migranti sarebbero dovuti sbarcare direttamente in territorio transalpino, e poi registrati come richiedenti asilo.

Nella serata, giungeva dal Governo, pubblicata anche a mezzo twitter, una nota di apprezzamento verso il governo francese. «Esprimiamo il nostro sentito apprezzamento per la decisione della Francia di condividere la responsabilità dell’emergenza migratoria, fino ad oggi rimasta sulle spalle dell’Italia e di pochi altri stati del Mediterraneo, aprendo i porti alla nave Ocean Viking». L’asserita apertura francese sarebbe avvenuta a seguito di un colloquio tra il presidente Meloni e il presidente Macron. (2)

L’inquilina di Palazzo Chigi provava così ad incassare un colpo mediatico “populista”, spingendosi a rivendicare “la prima volta che una nave della ONG è stata costretta a sbarcare i migranti raccolti nel porto della sua bandiera.

In realtà l’ONG proprietaria della nave – la SOS Mediterranee – chiariva che «Di fronte al silenzio dell’Italia e a causa dell’eccezionalità della situazione, la Ocean Viking è costretta a richiedere un porto sicuro alla Francia».

Il governo francese smentiva altrettanto vibratamente tale apertura in modo quasi immediato, dichiarando che la situazione di emergenza era stata irresponsabilmente creata dal governo italiano e che le autorità francesi si erano decise ad accogliere la nave nel porto di Tolone solamente per non mettere a repentaglio la vita delle 234 persone migranti ospitate a bordo della nave. (3)

Che cos’era successo in Francia? A seguito della notizia dell’imminente “sbarco”, quasi tutti i concorrenti politici di destra, con in testa Marine Le Pen, avevano lanciato accuse a Macron, lamentando il suo atteggiamento lassista nel consentire all’Italia di umiliare la Francia, facendo ingoiare alla medesima la sua gestione illegale dell’immigrazione. (4)

Va detto peraltro che, nell’attesa dell’arrivo della nave a Tolone, un nutrito gruppo di francesi ha indetto una manifestazione per esprimere solidarietà a tutti i 234 migranti a bordo (5).

Tuttavia, la reazione del governo transalpino è stata durissima. Questo porta a chiederci perchè ogni governo capitalista riservi un’attenzione centrale allo sbarco di pochi migranti, laddove il periodo consiglierebbe di consentrarsi su pesanti ed esplosive contraddizioni sociali, come il carovita e la mancanza di futuro occupazionale.

Un piccolo esercizio razionale aiuterebbe però a smascherare le mistificazioni

Cominciando dall’Italia: è davvero corrispondente al vero che “la responsabilità dell’emergenza migratoria ricade sulle spalle dell’Italia?

I fenomeni agitati hanno ovviamente sempre una base reale: le migrazioni, causate dall’impoverimento di vaste aree del mondo a causa dello sfruttamento delle economie capitaliste dominanti, è in grado di generare grossissime contraddizioni negli stati in cui i migranti fanno ingresso. Basti pensare al fenomeno delle Banlieues francesi o dei quartieri svedesi pieni di immigrati, divenuti ormai scenari di film e note serie televisive. Il contatto ed il confronto con le fasce disagiate autoctone genera fenomeni esplosivi. Le zone più povere della Germania sono un proficuo bacino elettorale per partiti che agitano la tematica dell’immigrazione in modo securitario.

Tuttavia, le contraddizioni generate dall’immigrazione, se ben comprese, dovrebbero spingere chi le subisce a mobilitarsi contro la causa principale – la barbarie dell’economia capitalista – la quale è responsabile del disagio degli autoctoni come delle sofferenze dei migranti.

Perchè cio non avviene? La risposta sta nelle osservazioni contenute nel citato passo dell’Ideologia tedesca: “la classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale”. La tematica dell’immigrazione è spesso agitata in prima battuta dai media, anche – e forse soprattutto – generalisti. Spesso i partiti populisti si accodano vedendo un’opportunità di egemonia. Ogni giorno il migrante viene presentato come pericolo sociale, evento criminale, fenomeno da combattere con “la forza” dello Stato. Per contro, le visioni opposte che i media mainstream consentono di vedere si polarizzano in un pauperismo pseudoreligioso, che si dedica a descrivere il fenomeno delle migrazioni come sola sofferenza, dimenticando che spesso la sofferenza non crea angeli, ma spine che incidono nella carne viva di altri sofferenti. Dal momento che le contraddizioni sono invece esistenti, gli strati sofferenti autoctoni percepiscono come bugiarda e altoborghese la visione umanitaria, mentre convalidano come aderente alla realtà la propaganda securitaria dei “falchi” dell’immigrazione.

Lo strumento populista consente così di deviare abilmente le conseguenze delle contraddizioni sociali verso un nemico costruito, e di fatto innocente quanto i sofferenti autoctoni. Il colpevole principale viene nascosto con soddisfazione, e con altri benefici che di seguito andiamo a descrivere:

– la marginalizzazione sociale dei migranti consente un proficuo sfruttamento da parte di tutti i settori del capitale, da quello illegale del lavoro in nero, a quello del lavoro povero, agendo da ulteriore spinta alla deflazione salariale.

– la fede degli strati disagiati della popolazione nella narrativa securitaria anti immigrazione rafforza il ruolo e la legittimazione dello Stato ad usare la repressione, scoraggiando anche la mobilitazione di lotte antagoniste.

Le domande insoddisfatte vengono così abilmente sviate dalla classe dirigente verso un bersaglio innocuo, evitando le responsabilità politiche e sociali. Il dissenso viene così “costruito” ed organizzato a favore del mantenimento del potere dominante.

Il meccanismo è simile a quello della fede religiosa. Nel famoso esempio della teiera, Bertrand Russell ricordava amabilmente che “se io sostenessi che tra la Terra e Marte vi fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se, visto che la mia asserzione non può essere smentita, io sostenessi che dubitarne sia un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un’era antecedente.» (5)

L’agitazione del pericolo migratorio come fenomeno da tenere oltre confine viene perpetrata sui media considerati più rispettabili ormai da trent’anni buoni, con enorme frequenza. Il difficile diventa quindi propalare una visione diversa, basata sulle reali contraddizioni tra le classi e sul reale responsabile di queste diseguaglianze.

Un piccolo esercizio razionale potrebbe però smascherare le mistificazioni.

Cominciando dall’Italia: è davvero corrispondente al vero che “la responsabilità dell’emergenza migratoria ricade sulle spalle dello Stivale? Un articolo recente del Fatto Quotidiano (6) metteva in luce statistiche ormai note, dalle quali si desume che, in rapporto alla popolazione, l’Italia è nelle ultime posizioni per accoglienza di rifugiati ed immigrati, mentre nelle prime posizioni stanno Francia Svezia e Germania che spesso i politici italiani accusano di relegare sulle spalle del nostro paese il problema della migrazione.

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Anche se le statistiche non determinano la presenza degli irregolari, spesso i migranti che giungono nelle coste meridionali del mediterraneo sono diretti verso paesi più ricchi e con maggiore opportunità, come dimostra anche l’asprezza con la quale paesi come la Francia adottano severi controlli alle frontiere con l’Italia.

Secondo poi i dati ISPI, il numero degli irregolari in Italia è ormai stabile e non in aumento sin dal 2014. Inoltre numeri proporzionali a quelli dell’Italia vi sono anche in altri paesi europei.

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Tornando alla Francia: è così vero che lo sbarco diretto in Francia delle due centinaia e rotti di poveri diavoli a bordo della Ocean Viking sia un problema grave?. Un numero anche maggiore di migranti sarebbe comunque arrivato dopo il ricollocamento, una volta sbarcati in Italia ed ottenuto rifugio. Solo che i ricollocati arrivano in aereo, lontano dalle telecamere, e nessuno li vede, mentre gli sbarchi avvengono di fronte ad un palcoscenico di media affamati di peloso sensazionalismo.

Il danno sta proprio lì: prima o poi qualcuno si accorge che, nonostante questi sbarchi, il problema è diversamente gestibile, e magari iniziano ad affiorare indizi sul vero colpevole di tutte le tragedie: da quelle del mare a quelle delle periferie, del carovita e del lavoro. Si scoprirebbe che nei cieli non orbita alcuna teiera, ma, sulle spalle della povera gente, il capitalismo succhia sangue e vita.


Note:
1 – https://www.youtube.com/watch?v=GT2DQlk37dI
2 – https://www.ilsole24ore.com/art/rise-above-arrivata-porto-reggio-calabria-AEJcP9EC
3 – https://www.youtube.com/watch?v=cnc4fSUJom8
4 – https://www.youtube.com/watch?v=2ed1g6w_PNM
5 – Bertrand RUSSELL, Is There a God? 1952 articolo commissionato ma mai pubblicato dal periodico Illustrated.
6 – https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/11/10/migranti-lemergenza-sulle-spalle-dellitalia-abbandonata-dalleuropa-la-verita-in-quattro-grafici-e-linutilita-dello-sbarco-in-francia/6868424/

FONTE: resistenze.org

Mobilitarsi per la pace, fermare i costruttori di cimiteri

Di fronte all’incapacità dei governi e delle istituzioni internazionali di arrestare l’escalation della guerra, si devono muovere i popoli. Con difficoltà l’opinione pubblica sta uscendo dal lungo letargo imposto dalla ninnananna del pensiero unico cantata dai media e dalle principali forze politiche. La mobilitazione è cominciata dal basso e si sta estendendo a macchia d’olio.

di Domenico Gallo

L’orribile massacro in corso alle frontiere dell’Europa, sta degenerando verso un’ulteriore escalation. Dopo l’attentato al ponte di Kerch, che unisce la Crimea alla Russia meridionale, si è scatenata una pioggia di bombardamenti con droni suicidi su Kiev e su tutta l’Ucraina, mirata soprattutto a colpire gli impianti civili di produzione di energia elettrica, mentre proseguono  violentissimi gli scontri su più fronti fra le truppe ucraine e quelle russe. In questo momento si stanno addestrando 15 mila soldati ucraini sul territorio europeo con i fondi per la pace dell’European Peace Facility. Ad essi si aggiungono 10 mila soldati ucraini addestrati dal Regno Unito per l’uso delle nuove armi più alcune migliaia di contractors finanziati dagli Stati Uniti con elevate competenze militari. Si prepara quindi una potenza di assalto finalizzata a sfondare quest’inverno le difese russe e filorusse, mentre la Russia dal canto suo sta reclutando e addestrando 300 mila soldati per fronteggiare la controffensiva ucraina . Ci sarà quindi sempre più carne da cannone su entrambi i fronti, e più cimiteri da riempire.

Di fronte a questi ulteriori sviluppi – per quanto sia assurdo – le Cancellerie dei principali paesi europei, le istituzioni europee, compreso il Parlamento Europeo, hanno deciso di continuare a puntare sul prolungamento e sull’escalation della guerra, convinti che la pace potrà essere ristabilita soltanto con la vittoria dell’Ucraina e la disfatta della Russia. Non a caso in tutti i documenti ufficiali non compare mai la parola “negoziato”, “cessate il fuoco”, “neutralità”, “status dei territori contesi”, “conferenza internazionale di Pace” “sicurezza collettiva”. Anche il rischio di un inverno nucleare non porta a più miti consigli, anzi viene apertamente sfidato con minacce di reazioni altrettanto distruttive.

Di fronte all’incapacità dei governi e delle istituzioni internazionali di arrestare questa corsa al suicidio si devono muovere i popoli. Con difficoltà l’opinione pubblica sta uscendo dal lungo letargo imposto dalla ninnananna del pensiero unico cantata dai media e dalle principali forze politiche. La mobilitazione è cominciata dal basso e si sta estendendo a macchia d’olio.

Il primo appuntamento è per il weekend dal 21 al 23 ottobre. Sulla base dell’appello lanciato dalla coalizione Europe for peace si stanno organizzando iniziative varie in 100 città italiane con la richiesta di cessate il fuoco immediato affinché si giunga ad una Conferenza internazionale di Pace.

Nel testo sottoscritto dalle aderenti di Europe for Peace si sottolinea come ““Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace”. I promotori sottolineano come invece sia necessario “che il nostro Paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato avviando un percorso per una Conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro”.

Tutte queste iniziative locali serviranno ad alimentare una manifestazione nazionale che si svolgerà il 5 novembre a Roma. Le parole d’ordine sono: cessate il fuoco subito – negoziato per la pace, mettiamo al bando tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre.

La buona notizia è che la mobilitazione per la pace sta coinvolgendo tutta la società italiana nella sue più varie articolazioni. Ci sono Arci, Agesci, Anpi, Emergency, Libera, Sant’Egidio, Pax Christi, la FIOM, le tre Confederazioni sindacali e una miriade di associazioni quale non si era mai vista prima.

Questa nascente mobilitazione popolare per la pace è già divenuta oggetto di attacchi rabbiosi da più parti. Quello che è più preoccupante, però, non sono le denigrazioni aperte di coloro che cercano di intimidire il movimento qualificando tutti i pacifisti come putiniani.

L’attacco veramente insidioso è quello di chi cerca di depotenziare la mobilitazione popolare deviandola su un binario morto. Qui non si tratta di agitare una generica aspirazione dei popoli alla pace, su cui a parole tutti concordano. Si tratta di contrastare un indirizzo politico ben preciso che punta alla guerra come unica soluzione della crisi.

Per imbrogliare le acque, anche gli esponenti del partito della guerra sono disponibili a scendere in piazza per invocare la pace. Emblematico è il caso del sit-in all’ambasciata russa, truccato da manifestazione per la pace in cui gli organizzatori hanno discettato di pace “giusta”, chiedendo il ristabilimento della sovranità dell’Ucraina “secondo i confini stabiliti dalla Comunità internazionale prima del 2014”. In altre parole, si pretende di contrabbandare come pace il progetto di alimentare la guerra e portarla sino alle sue estreme conseguenze.

Al contrario se si vuole la pace, non bisogna aizzare il nazionalismo ucraino contro quello russo, ma bisogna mettere mano ai nodi politici reali che hanno determinato lo scoppio del conflitto, dalla questione della neutralità dell’Ucraina a quella dell’autonomia delle regioni russofone del Donbass.

Come sottolinea la Piattaforma per il 5 Novembre: “È urgente lavorare ad una soluzione politica del conflitto, mettendo in campo tutte le risorse e i mezzi della diplomazia al fine di far prevalere il rispetto del diritto internazionale, portando al tavolo del negoziato i rappresentanti dei governi di Kiev e di Mosca, assieme a tutti gli attori necessari per trovare una pace giusta. Insieme con Papa Francesco diciamo: “Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili”.

Questo è il momento di alzare la voce per la pace.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/10/mobilitarsi-per-la-pace-fermare-i-costruttori-di-cimiteri/

Il metodo Piombino “L’Italia oltre la legge” – Un documentario di Max Civili (su rigassificatore ecc.)

Bellissimo documentario di Max Civili e Gianluca Raccogli sulla situazione di Piombino alle prese con la nuova installazione per la rigassificazione.

Ignazio La Russa, l’amico degli americani

Un articolo di Antonio Mazzeo del settembre 2011

Un ministro da adulare, vezzeggiare, sostenere, consigliare, orientare. Una “rarità” di politico con un cuore tutto per Washington e gli interessi a stelle e strisce in Europa e nel mondo. Sacerdote del pensiero atlantico e strenuo paladino delle crociate contro il terrorismo in Africa e Medio oriente. Il più fedele dei Signorsì per piegare le ultime resistenze all’occupazione del territorio da parte di ecomostri e dispositivi di morte. Lui è Ignazio La Russa, ministro della difesa dell’ultimo governo Berlusconi, leader politico cresciuto nelle organizzazioni di estrema destra. A farne un’icona del filo-americanismo in salsa tricolore sono invece i più alti funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia nei cablogrammi inviati a Washington, da qualche giorno on line sul sito di Wikileaks.

Roma, 5 ottobre 2009. Fervono i preparativi per il viaggio del ministro La Russa negli States dove incontrerà il segretario della difesa Robert Gates. Il vertice è fissato per il 13 ottobre e l’ambasciata di via Veneto emette il cablo top secret, classificato 09ROME1132. Destinatario proprio mister Gates.“Il tuo incontro con Ignazio La Russa giunge in un momento cruciale, con l’Italia che ritiene possibili i tagli al budget destinato alle missioni militari all’estero”. L’establishment USA è preoccupato per i riflessi che ciò potrebbe avere sulla missione NATO-ISAF in Afghanistan, ma per fortuna a dirigere il ministero della difesa del paese partner c’è “un buon amico degli Stati Uniti, forte sostenitore dei comuni interessi per la sicurezza  transatlantica”.

“La Russa – continua il cablo – a differenza di suoi molti colleghi di governo, è stato un rumoroso sostenitore di un forte sistema difensivo e di robuste operazioni all’estero, sin da quando il governo Berlusconi è giunto al potere nel maggio 2008. Sebbene non appartenga allo stretto circolo di Berlusconi, egli è un importante politico alla sua destra – la seconda figura più potente del partito di Alleanza Nazionale che recentemente si è incorporato nel Popolo della Liberta (PdL). Di professione avvocato, La Russa è un accorto stratega politico, il cui aspetto e comportamenti piuttosto bruschi nascondono un’intelligenza acuta e piena padronanza per i dettagli. Sebbene sia spesso accusato di essere più attento ai partiti politici che alle leadership militari, La Russa è uno strenuo difensore dell’aumento delle spese militari e di maggiori protezioni per le truppe italiane impegnate sul campo, ed è popolare tra le forze armate. Egli tiene tantissimo alla sua personale relazione con te e lo ha dimostrato nei passati meeting, negli incontri interministeriali e nelle dichiarazioni alla stampa”.

“La Russa, una rarità in Europa, è un grande sostenitore della missione NATO in Afghanistan e non teme di esporre pubblicamente la necessità di continuare l’impegno dell’Italia in questo paese. Grazie in buona parte alla sua ferma difesa pubblica, la missione ISAF rimane una priorità italiana di massimo livello. L’obiettivo principale della sua venuta a Washington è di ascoltare da te la posizione assunta dagli Stati Uniti sul futuro della missione in Afghanistan alla luce del report di McChrystal. Il vostro incontro gli darà l’orientamento e gli argomenti per continuare a sostenere efficacemente la causa in Parlamento, sulla stampa, e all’interno del governo. Subito dopo, dovrà ottenere il consenso in consiglio dei ministri per un nuovo decreto che finanzi l’attività all’estero di 9.000 militari italiani, 3.100 dei quali da destinare alla missione ISAF, 2.300 a UNIFIL e 1.900 a KFOR. Per ottenerlo, dovrà respingere le richieste del ministero delle finanze di maggiori tagli al bilancio della difesa e trattare con un partner minore della coalizione del presidente Berlusconi, Umberto Bossi, leader della Lega Nord, che ha espresso scetticismo sulla missione afgana a seguito dell’attentato del 17 settembre a Kabul in cui sono stati uccisi sei soldati italiani. La Russa vorrà essere rassicurato da te sul fatto che gli Stati Uniti hanno implementato una chiara strategia sulla scia delle valutazioni fatte da McChrystal, dato che dovrà sostenere l’aumento del numero dei militari italiani e delle risorse, come richiesto dalla NATO”. 

Secondo i diplomatici statunitensi, il ministro potrebbe pure avere un ruolo importante per impedire il ritiro o il drastico ridimensionamento del contingente italiano schierato in Libano nell’ambito della missione UNIFIL. “La Russa – scrivono – come molti nel centro-destra italiano, tende a considerare UNIFIL come una missione “soft” ereditata dal governo Prodi di centro-sinistra, ma un tuo segnale che gli Stati Uniti non vogliono la riduzione della missione e preferirebbero che l’Italia mantenesse l’odierno livello delle truppe – anche se no al costo dell’impegno militare in Afghanistan – lo aiuterebbe a sostenere la causa in consiglio dei ministri. Con sufficienti volere politico e risorse finanziarie, l’Italia può continuare a mantenere in vita entrambe le missioni con la forza di oggi o meglio”.

La Russa viene inoltre ritenuto l’uomo chiave per conseguire gli obiettivi di potenziamento qualitativo e numerico delle installazioni militari USA presenti sul territorio italiano. “L’Italia è il nostro più importante alleato in Europa per proiettare la potenza militare nel Mediterraneo, in Nord Africa e in Medio oriente. I cinque maggiori complessi militari (Napoli, Sigonella, Camp Darby, Vicenza e Aviano) ospitano approssimativamente 13.000 tra militari statunitensi e personale civile del Dipartimento della difesa, 16.000 familiari e 4.000 impiegati italiani. Miglioramenti o cambiamenti di queste infrastrutture potrebbero generare controversie con i politici locali e noi contiamo sul sostegno politico ai più alti livelli, così com’è stato in passato”. “L’approvazione e il sostegno del governo italiano al progetto di espansione dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza per consentire il consolidamento del 173rd Airborne Brigade Combat Team è un esempio positivo di questo tipo di collaborazione” prosegue il cablo. “A breve termine, possiamo richiedere l’aiuto di La Russa su una serie di problemi relativi alle basi militari, ad esempio per la nostra richiesta di riconoscimento formale, da parte del governo italiano, del sito di supporto US Navy a Gricignano (Napoli) quale base militare nell’ambito del NATO SOFA del 1951 (l’accordo sullo status delle forze militari straniere ospitate in un paese in ambito alleato) e del Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, e per l’approvazione della costruzione del nuovo sistema di comunicazione globale satellitare Mobile User Objective System (MUOS) della marina militare USA all’interno del Navy Radio Transmitter Facility di Niscemi, in Sicilia. In passato La Russa ha fatto, su nostra richiesta, utili dichiarazioni pubbliche sulla questione MUOS. Un tuo segnale di apprezzamento per il suo sostegno su questo punto aiuterebbe a focalizzare la sua attenzione sulle arcane questioni tecniche e legali che ruotano attorno alla nostra presenza miliare in Italia”.

Il 22 gennaio 2010 è l’ambasciatore David H. Thorne a tessere in prima persona le lodi del ministro italiano in un secondo cablogramma inviato direttamente al segretario Gates in procinto di raggiungere l’Italia a febbraio. “Mi sono incontrato con La Russa il 19 gennaio, poco prima che egli inviasse la portaerei Cavour ad Haiti con un carico di aiuti umanitari ed elicotteri per il loro trasporto. Il suo approccio sulla crisi di Haiti è tipica del suo stile: è un leader orientato all’azione che fa le cose con poco rumore o ostentazione”. “La Russa – aggiunge il diplomatico – è felice che tu abbia accettato il suo invito e sta lavorando alacremente per assicurare che il vostro meeting a Roma dia visibilità nel migliore dei modi la relazione bilaterale Italia-Stati Uniti nel campo della difesa che lui sta cercando di rafforzare ed espandere in tutti i modi. La Russa, con l’attivo supporto del ministro degli esteri Frattini, è stato il nostro campione nell’interazione con l’Italia (…) Egli è stato la voce più forte in consiglio dei ministri a favore dei nostri comuni interessi nell’ambito della sicurezza…”.

Thorne rileva che la vista di Gates “dimostrerà pubblicamente che l’Italia è all’interno del più stretto circolo dei nostri partner europei”, “faciliterà l’approvazione parlamentare per l’invio di altri 1.000-1.200 militari in Afghanistan” e “consentirà a La Russa di pronunciarsi su altri obiettivi chiave USA”. “Egli ha risposto immediatamante alla tua telefonata del 25 novembre per uno sforzo concertato in vista di un maggiore impegno delle truppe in Afghanistan. La Russa e il ministro Frattini hanno convinto il premier Berlusconi ad approvare ed annunciare l’aumento di 1.000 militari prima di aver consultato il Parlamento, assicurando in tal modo che l’Italia fosse il primo paese della NATO a farlo”.

Per l’ambasciatore, La Russa non si risparmierà pure nel sostenere le posizioni USA in merito al procedimento giudiziario contro il colonnello dell’aeronautica militare statunitense Joseph Romano, già comandante del 31st Security Forces Squadron di Aviano, implicato nel vergognoso affaire del rapimento CIA-servizi segreti italiani dell’ex imam di Milano, Abu Omar. “La Russa è stato di grande aiuto per persuadere il ministro della Giustizia a sostenere le nostre asserzioni affinché venga applicata la giurisdizione prevista dal NATO SOFA per il caso che vede imputato il colonnello Romano. La Russa, un avvocato di successo ed esperienza, in qualità di ministro della difesa non è un attore chiave nelle questioni giudiziarie e, come il resto del governo, ha pochissima influenza sul potere giudiziario italiano, assai indipendente. Noi abbiamo sollevato ripetutamente la nostra posizione con i leader italiani più importanti e La Russa comprende che la questione continua a essere rilevante per i militari USA. La Russa ti vorrà offrire l’aiuto che può dare, ma potrebbe riconoscere la propria impotenza di fronte ad un ordinamento giudiziario testardo che resta rinchiuso in un amaro e lungo conflitto con il presidente del consiglio Berlusconi per vecchi casi di corruzione”.

A conclusione del lungo cablogramma, Mister Thorne auspica che il viaggio in Italia del segretario Gates possa essere l’occasione per risolvere le due questioni che stanno più a cuore ai comandi USA ospitati in Italia, lo status giuridico della nuova stazione US Navy di Gricignano e il progetto del MUOS di Niscemi. “Sentire che le consideri come due importanti priorità per gli Stati Uniti d’America conferirà a La Russa il potere di fare il meglio per la loro risoluzione”, scrive il diplomatico. “Abbiamo investito più di 500 milioni di dollari per realizzare a Gricignano, che è l’hub di supporto logistico per tutti i comandi US Navy nel Mediterraneo, la sede del principale ospedale navale per la regione europea, due scuole DOD e gli alloggi residenziali per circa 3.000 membri di US Navy e i rispettivi familiari. Nel 2008, durante i negoziati per attualizzare l’accordo sulle installazioni ospitate nell’area di Napoli, lo staff generale del ministero della difesa italiano c’informò che non avremmo più potuto proteggere a lungo il sito con le forze di sicurezza della marina militare USA, poiché sorge su un’area presa in affitto (o meglio, ceduta dal ministero della difesa) e US Navy non ha ottenuto l’autorizzazione specifica che le conferisce lo status d’installazione militare. I legali di US Navy hanno rifiutato le argomentazioni italiane, mostrando la serie di autorizzazioni che gli Stati Uniti hanno ottenuto per il trasferimento della base dall’ex sito di Agnano (che la marina USA ha occupato a partire dal 1950, con tutti i privilegi garantiti dal NATO SOFA), ma i legali dei militari italiani si sono mantenuti fermi nelle loro considerazioni. La loro posizione minaccia non solo la viabilità della base dal punto di vista della sicurezza, ma anche lo status di esenzione fiscale del commissariato, del cambio valute, dell’ospedale e di altre attività al suo interno. Ho chiesto a La Russa di rompere l’empasse con una dichiarazione politica che affermi che Gricignano è un’installazione militare, e lui ha promesso di trovare una soluzione, ma un segnale da parte tua che la sicurezza del nostro personale militare non è negoziabile lo aiuterà a dare massima priorità alla questione…”.

Ancora più “cruciale” l’aiuto che il ministro può fornire per consentire alle forze armate USA d’installare a Niscemi l’antenna del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS. “Una campagna dell’opposizione politica locale in Sicilia ha impedito che US Navy ottenesse l’approvazione finale a realizzare la quarta e ultima stazione terrestre. Quando entrerà in funzione nel 2012, il MUOS consentirà alle unità militari statunitensi (e NATO) presenti in qualsiasi parte del mondo di comunicare istantaneamente con i comandi generali negli Stati Uniti o altrove. Dato che il progetto è seriamente in ritardo (US Navy deve iniziare la costruzione nel marzo 2010 o prevedere di trasferire il sito altrove nel Mediterraneo), ho chiesto a La Russa di aiutarci a fare un passo in avanti con il presidente regionale siciliano Lombardo, il cui ufficio ha negato le necessarie autorizzazioni. La Russa si è detto disponibile, ma ascoltare da te che il MUOS è una priorità USA lo spronerà a spendere il consistente capitale politico nella sua regione d’origine e assicurare che il progetto vada avanti”.

Considerazioni profetiche. Dopo un’offensiva a tutto campo di La Russa e capi militari, Raffaele Lombardo ha ribaltato il suo “No, senza se e senza ma” in un “Sì subito al MUOS!”. Così, l’11 maggio 2011, l’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente ha autorizzato i militari USA ad installare il terminal terrestre MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi. I lavori sono stati avviati immediatamente. L’EcoMUOStro sorgerà nel nome e per grazia di La Russa e dell’“autonomista” Lombardo.

FONTE: http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2011/09/ignazio-la-russa-lamico-degli-americani.html

Finanza e mercato dell’energia

di Raffaele Picarelli

L’esponenziale incremento della quotazione del gas e, in generale dell’energia, sta mettendo in ginocchio le economie occidentali e innescando una gravissima crisi sociale a causa della speculazione finanziaria ai cui interessi è asservita la governance politica. Occorre contrastare questa deriva tramite massicce mobilitazioni popolari che, previa acquisizione della genesi del fenomeno, avanzino richieste mirate ed efficaci che portino ad un cambio di paradigma.

Premessa

L’articolo che segue vorrebbe dare una risposta (o cercare di farlo) ad alcune domande che sorgono spontanee in ordine alle ragioni dell’andamento fuori controllo del mercato dell’energia europeo, che si traduce, per la stragrande maggioranza delle popolazioni, in aumenti sproporzionati delle bollette energetiche (gas e luce) e, quindi, in un cospicuo immiserimento delle loro condizioni di vita.

Come è possibile che una materia prima come il gas naturale, che ha un costo di produzione per le aziende produttrici da 2 a 5 euro per megawattora (MWh), arrivi a raggiungere sul mercato un prezzo da 40 a 80 volte tanto?

I prezzi del gas, da oltre sei settimane, si sono stabilizzati oltre 200 euro a MWh, fino a toccare punte di 340. Ci si potrebbe chiedere: il fenomeno è dovuto a un aumento reale della domanda e/o a una riduzione reale dell’offerta? Di questo sono certi i molti commentatori economici e politici che affollano i talk show e scrivono sui giornali.

Ma come è possibile questo se la domanda industriale di gas è calata di oltre il 9% tra la seconda metà del 2021 e la prima del 2022, e se la riduzione dell’offerta russa causata dalle sanzioni occidentali sarebbe compensata, come dicono, da offerte di gas di altra provenienza?

Per “considerazione del rischio geopolitico”, dichiara solennemente Francesco Starace, amministratore delegato di Enel (Il Sole – 24 Ore del 4 settembre).

Per la guerra in Ucraina, cantano all’unisono nel coro mainstream.

C’è qualcosa che non quadra in tutto questo: come è possibile che la causa degli aumenti sia la guerra in Ucraina se già nell’ottobre/dicembre 2021, cioè vari mesi prima dello scoppio delle ostilità, l’aumento del prezzo del gas, rispetto ai primi mesi del 2021, era del 500 – 600%? Fino a raggiungere nella media dei prezzi spot1 TTF di dicembre 2021 l’ammontare di oltre 110 euro al MWh? (tabella 1)

Oggi l’aumento del prezzo del gas è arrivato al 1000% anche sul timore della penuria di gas in inverno.

Allora come stanno le cose? Entrambi gli aumenti, quello di oggi e quello precedente alla guerra in Ucraina, hanno spiegazioni e motivazioni finanziarie.

Cosa significa?

Significa che la finanza, e in particolare la finanza derivata (future, swap, opzioni ed altre cose più o meno misteriose), trae spunto (e sponda) da eventi da essa attesi (meglio supposti), previsti (meglio ipotizzati), ovvero “costruiti” di appositamente con “rumors” fatti trapelare ad hoc attraverso la stampa, specializzata o meno, per fare delle scommesse (speculazioni), al fine di guadagnarci il più possibile.

E’ costretto a dirlo il già menzionato Starace nell’articolo sopracitato: nel meccanismo di formazione del prezzo del gas entrano considerazioni che “nulla hanno a che fare con la tensione […] tra domanda e offerta o con il prezzo della materia prima”.

È noto a molti che la finanza, e all’interno di questa la finanza derivata, abbia un ruolo centrale nella riproduzione del modo di produzione vigente. E lo ha anche nei meccanismi del settore dell’energia e nella formazione dei prezzi convenzionali del TTF.

Una notazione conclusiva: il Prodotto lordo mondiale nel 2020 è stato pari a circa 85 mila miliardi di dollari; il “valore nozionale” cioè il valore di materie prime, beni e titoli finanziari che costituiscono il sottostante delle operazioni di finanza derivata, ha superato il milione di miliardi, con un rapporto fra le due entità di circa 1 a 12.

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra aprile 2021 e agosto 2022.

Fonte: Elaborazione dati European Gas Spot Index.


I prezzi spot in del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in al mc
Costo in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20

Il mercato del gas Title Transfer Facility (TTF)

Il mercato a termine del gas TTF di Amsterdam è la causa principale della macroscopica crescita dei prezzi del gas. È stato istituito – ed è stata una scelta politica – quale parte del mercato energetico della UE. Si tratta di un mercato virtuale (un “hub”) per lo scambio all’ingrosso di gas naturale. Il TTF è anche un indice.

Sul TTF si vendono e si acquistano gas e future sul gas, cioè rispettivamente contratti spot con consegna di gas a brevissimo termine, generalmente il giorno successivo, e contratti future per scambiare una certa quantità di gas in una data futura (per es. dicembre 2022) ad un prezzo prestabilito.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di forniture indicizzati al TTF, cioè all’andamento dell’indice TTF preso come valore medio mensile, frutto della media dei prezzi spot giornalieri del mese precedente a quello dell’effettiva fornitura.

I prezzi future, cioè quelli per la consegna a più lungo termine, sono invece utilizzati come riferimento per le offerte di fornitura di gas a prezzo fisso.

Alcune offerte a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale.

I valori del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi del 2022 sono pressoché identici come si evince dal seguente grafico nel quale la linea blu e quella rossa risultano sovrapposte.

Grafico 1: andamento delle quotazioni medie mensili in euro fra gennaio 2021 e agosto 2022:

a) del gas sul mercato spot TTF (linea blu)

b) del gas sul mercato italiano Psv (Punto di Scambio Virtuale) (linea rossa)

c) del gas indicizzato al petrolio brent (linea verde)

d) del petrolio brent (linea viola)

Fonte: https://altreconomia.it/speculazione-sui-prezzi-del-gas-che-cosa-ci-aspetta-e-che-cosa-non-sta-facendo-arera/

Attraverso queste piattaforme avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e i trader del settore (produttori e fornitori che rispettivamente vendono e acquistano, il gas metano).

I fornitori del mercato italiano acquistano il gas per poi rivenderlo ai loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza a cui si aggiunge un margine, ossia il guadagno del fornitore.

Lo sviluppo tumultuoso dei contratti future per le scommesse speculative legate alla ripresa dell’economia e la cessazione di offerta di volumi di gas aggiuntivi rispetto al minimo contrattuale da parte della Norvegia, a cui si adeguò la Russia, hanno determinato, a partire dall’estate 2021, un aumento del prezzo del gas TTF e, aggiungo, dell’energia elettrica.

A questo punto un breve, necessario inciso: il PUN.

Si tratta del Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica ed è associato al TTF.

Il PUN viene determinato alla borsa italiana elettrica (IPEX) ed è il principale riferimento del nostro mercato e di tante offerte “luce” a prezzo variabile. Il PUN esprime la media all’ingrosso dell’elettricità nelle varie zone d’Italia nell’arco di una giornata (è questo l’indicatore che alla fine del luglio scorso è balzato a 546,26 euro al MWh). E ciò perché il PUN della luce è legato a quello del gas in Italia, poiché buona parte (poco meno del 50%) dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene dalla combustione del gas metano.

Quindi il prezzo del gas influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa elettrica.

Il prezzo indicato di 546 euro per megawattora è 10 volte il valore considerato normale un anno fa. Anche se sulla sua formazione incidono, in misura minore, l’andamento produttivo del nucleare, dell’energia idroelettrica e delle energie rinnovabili. Il prezzo indicato è anche 8 – 10 volte i costi del fotovoltaico e dell’eolico, che godono parassitariamente dei possenti incrementi di prezzo della speculazione sul gas, a cui sono state, per volontà politica, agganciate. Lo stesso Paolo Scaroni (il Sole del 4 settembre), ex amministratore delegato di Enel e di Eni, oggi in Rothschild, al riguardo è severo: “Poi c’è anche il tema del caro elettricità. L’unica soluzione semplice mi pare sia quella di fare in modo che chi produce elettricità da fonti diverse poi non la venda allo stesso prezzo di chi la produce dal gas”.

Ma ora torniamo al gas.

Ecco l’andamento dell’indice TTF mensile spot: il TTF di aprile 2021 era 20,50 euro al MWh, saliva a 63,5 a settembre per arrivare a 110,12 a dicembre 2021. Scendeva a 83,63 a gennaio 2022, si impennava a 125,42 a marzo per poi scendere lentamente. Il TTF di agosto, riferito alle forniture di luglio, è 163,17 euro al MWh (tab. 1). I prezzi dei TTF future previsti per i mesi di fine anno sono di 200 euro per MWh.

Gli operatori che concorrono a formare il TTF sono 148 suddivisi per categorie:

a) produttori di gas

b) riempitori di stoccaggi

c) operatori di rete

d) gruppi integrati, che bilanciano la produzione e le vendite finali.

Una quindicina sono italiani che vanno da Eni a Enel a Edison, agli intermediari Hera, Sorgenia, Repower, Estra, Dolomiti Energia, fino ai piccoli trader.

Poi ci sono le banche d’affari (e i loro hedge fund) come Goldman Sachs e Morgan Stanley, i grandi intermediari (trader) Gunvor, Trafigura, Glencore, Vitol, le major come Shell o Danske, braccio della norvegese Equinor.

Il TTF è inoltre un mercato relativamente piccolo e, quindi, volatile. I volumi sono in media – per l’estate – di 4 miliardi di metri cubi al giorno; niente a che vedere con gli scambi sul Brent petrolifero che sono enormemente maggiori.

L’esilità del mercato TTF da un lato lo rende vulnerabile alle scorrerie finanziarie, dall’altro inspiegabilmente influente da determinare convenzionalmente il prezzo del gas di tutto il continente, anche laddove l’accordo avviene direttamente tra aziende produttrici e distributrici.

L’architettura complessiva del sistema gas è finanziaria e si svolge nel modo seguente.

Gli operatori finanziari anticipano fenomeni economici, finanziari, geopolitici, militari e ci scommettono sopra. I trader di mercato, intermediari e soggetti finanziari come gli hedge fund, che notoriamente operano a leva, cioè a debito, acquistano grandi quantità di contratti a termine (future), che incorporano il diritto di acquistare gas alla scadenza. Quasi mai, però, alla scadenza, avviene lo scambio fisico prezzo-gas. Intanto gli hedge con la loro enorme mole di domanda fittizia determinano una scarsità artificiale di gas (la domanda effettiva è in realtà calata di quasi il 10% nell’ultimo anno). Tale scarsità artificiale di gas porta i prezzi a crescere a un livello insostenibile. Ciò è avvenuto ben prima della guerra in Ucraina. Si è ripetuto il fenomeno dei famosi “barili di carta” di prima della grande crisi del 2008, allorché per un barile di petrolio fisicamente scambiato, sul mercato di New York si negoziavano 100 barili con contratti future.

Alla loro scadenza, attraverso un organismo finanziario terzo (la cassa di compensazione e garanzia, clearing house), la quasi totalità dei contratti furono eseguiti a saldo, cioè, pagando soltanto la differenze di prezzo, senza alcun movimento reale del prodotto, senza alcuna consegna di petrolio. Tali contratti, a milioni, però determinarono una gigantesca domanda (fittizia) di petrolio rispetto a un’offerta limitata e, di conseguenza l’attesa di un forte rialzo del prezzo del petrolio.

L’acquisto massiccio di strumenti derivati (future sul gas, poniamo scadenza ottobre 2022), determina analogamente un movimento di acquisto spot di gas e, quindi, l’impennata dei prezzi.

La catena è la seguente: anticipazioni e scommesse da indizi di economia reale, di geopolitica o altri, più o meno veri, spesso costruiti, amplificati, o depotenziati o sottaciuti -> intervento della finanza derivata -> traino da parte di essa del sottostante (gas acquistato con contratti spot) -> crescita del sottostante (numero e importo di contratti spot di gas e inflazione finanziaria) -> ulteriore crescita del sottostante per le ricoperture dei ribassisti allo scoperto (shortisti) -> quindi formazione della bolla. Non c’è alcuna spiegazione “oggettiva”, c’è solo una spiegazione finanziaria.

Di fronte a questo, aspettare che il mercato dei reazionari e folli liberisti dell’UE “risolva da solo il problema che ha provocato, è come affrontare la siccità con una sciamanica danza della pioggia” (Mario Lettieri e Raimondo Parodi in “l’Avvenire dei lavoratori” e-settimanale).

Il ruolo egemone della finanza

Il demone capitalistico della finanza è uscito dalla lampada ed è quasi ingovernabile dai suoi padroni (elites capitalistiche, elites politico-istituzionali dell’UE, etc.). E causa rovina, alimentato dalla politica stoltamente antieuropea, anti-italiana e filoamericana dei governi di quasi tutti i Paesi europei.

Il prezzo, la ricaduta sociale delle gigantesche speculazioni, delle menzogne giornaliere e sistematiche lo pagano i popoli, anzi la parte più indifesa dei popoli europei.

Cosa c’entra con tutto questo la Russia? I russi hanno costi di estrazione del gas tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA. Gazprom vende, anzi vendeva, quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedevano un volume minimo di forniture da pagare in caso di mancato ritiro: la nota clausola “take or pay”. Il prezzo spot del gas russo, almeno fino a qualche tempo fa, era agganciato solo in parte al TTF. Abbandonare i contratti bilaterali a lunga scadenza e inventare il TTF di Amsterdam, oltre che arricchire produttori, intermediari, banche, hedge fund, era legato secondo l’UE a due obiettivi: approfittare del ribasso temporaneo del prezzo del gas in una fase di grave crisi economica post-subprime e di deflazione generalizzata, e abbassarlo anche per infliggere alla Russia post-Crimea, grande esportatrice, la più grave delle sanzioni. Con il sottofondo e la copertura ideologica del logoro schema vetero-liberista del mercato autoregolatore.

Da tempo la Russia aveva messo in guardia gli europei, e in particolare Germania e Italia, dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione occidentale, falsa e ideologica, della Russia come causa degli aumenti dei prezzi dell’energia, e non invece la speculazione.

Da decenni Gazprom aveva rapporti con Eni, un tempo azienda pubblica ora solo partecipata al 30,33%.

La finanziarizzazione dell’energia, inaugurata dall’UE dopo Kyoto con gli ETS, cioè con la cartolarizzazione dei diritti ad inquinare, ha finora ottenuto “grandi risultati”: rendere l’Europa, meglio, la sua parte manifatturiera, suddita dei “padroni” del petrolio e del gas più avidi e cari, come USA, Canada, Norvegia. Dare la stura a una delle più gravi crisi economico-sociali dell’Europa, porla al servizio di modelli capitalistici e militari contrari agli interessi europei.

Se il prezzo mostruoso che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione, è anche un grande vantaggio per tanti (Olanda e Norvegia, per citarne alcuni). E sono alcuni di quei tanti ad opporsi all’apposizione di un price cap, che in realtà appare ora non come un tetto al prezzo di vendita, ma come una soglia di prezzo sugli scambi oltre la quale essi non possano avvenire.

La narrazione mainstream elementare e falsa, di prezzi dell’energia, guerra in Ucraina e inflazione come eventi concatenati, è negata ogni giorno dai fatti. La guerra ha solo accentuato processi già in atto.

Più sopra ho accennato a l’Eni. Secondo Bloomberg, nel secondo trimestre 2022, le compagnie del settore energetico hanno realizzato 60 miliardi di utili mentre gli investimenti sono calati ai livelli del 2013. Eni nel primo semestre 2022 ha realizzato profitti netti per 7 miliardi contro poco più di 1 registrato nel 2021.

Eni vale da sola il 48% del gas importato (poi c’è Edison con il 15,7%, Enel con l’8,3%, Shell con il 6,7% e una compagnia azera con l’8,3%). Tutti questi soggetti rappresentano il 90% del mercato italiano.

Sul fronte del gas, Eni, che garantisce la metà del fabbisogno italiano, è l’unico acquirente del gas russo fornito da Gazprom. L’Eni lo acquista in gran parte mediante contratti “take or pay” pluriennali, indicizzati all’andamento del petrolio Brent (o indicizzato solo in parte al TTF spot).

I due terzi dei volumi di vendita di Eni sono acquistati con contratti “take or pay”, solo un terzo è acquistato al TTF di Amsterdam a prezzi spot.

Eni rivende il suo gas mediante contratti spot per l’intero sul mercato nazionale, cioè anche i 2/3 acquistati “take or pay”. Eni quindi vende ai fornitori di gas metano come ACEA, A2A, Iren, con contratti spot indicizzati al mercato TTF e questi a loro volta lo rivendono con contratti spot indicizzati al TTF all’utenza finale.

Con l’aumento della domanda post Covid il prezzo spot del gas è aumentato più del Brent già prima del calo dell’offerta dovuto alle sanzioni alla Russia, che ha fatto ulteriormente salire il prezzo del gas: una lievitazione del 1000% da gennaio 2021 a luglio 2022, mentre l’aumento del Brent è stato del 130 – 140%.

Da qui i profitti colossali.

Non vi è alcun dubbio che siamo a uno snodo storico in cui gli Stati e i governi occidentali sono chiamati a schierarsi, senza distinguo, dalla potenza egemonica USA, a sostegno totale della sua politica globale, in uno stato di subalternità autolesionistica e senza sbocchi.

L’intero sistema energetico, base di ogni sistema produttivo e della convivenza stessa fra popoli e persone ai livelli di vita da tempo raggiunti, pur tra disuguaglianze profonde, è in grave pericolo perché messo in crisi, da un lato, da sanzioni insensate che si ritorcono con virulenza contro chi le ha decise e applicate; dall’altro perché, eliminati gli elementi pluridecennali di integrazione e stabilità fra l’Europa manifatturiera e tecnologica e la Russia fornitrice di energia di buona qualità e a basso costo, si è entrati in un piano di fragilità e volatilità di un sistema finanziario predatorio, creato per volontà politica dell’Unione europea ad Amsterdam, dietro l’ipocrita paravento di falsi e screditatissimi dogmi arcaico-liberisti, ma in realtà per arricchire banche d’affari, intermediari, grandi conglomerati finanziari ed hedge fund.

La risposta degli sciagurati governi occidentali, in prima linea l’Italia di Draghi, Mattarella, Letta e Bonomi, anziché nella liquidazione del “mostro” di Amsterdam, sembra consistere in un price cap imposto al gas russo (e non a quello norvegese, anglo-olandese, israeliano, etc.), lasciando lucrare a livelli mai visti prima l’industria del GNL e del petrolio USA, che già vendeva a prezzi più elevati rispetto a quelli russi, prezzi ulteriormente rincarati negli ultimi tre mesi.

E in assistenza al capitale: con denaro pubblico per gli stoccaggi che i privati si sono rifiutati di eseguire; con denaro pubblico per i crediti di imposta concessi alle aziende energivore e non; con denaro pubblico per cuneo fiscale e riesumata Transizione 4.0; con denaro pubblico per il sostegno alle rinnovabili. E ciò mentre queste ultime e le tante imprese energetiche hanno fatto uno sberleffo alla timida richiesta di versare un obolo dei loro extra profitti.

Intanto l’inflazione aumenta, come pure la recessione e il massacro sociale di gran parte delle masse popolari del nostro e degli altri paesi.

E l’euro è sotto i livelli di sempre a testimonianza della futura, relativa irrilevanza dell’UE nell’Occidente.

Le parole d’ordine dell’autoriduzione delle bollette, espungendo da esse la grande fetta speculativa, della nazionalizzazione di Eni ed Enel, del rifiuto del riarmo del nostro Paese e della permanenza nella Nato, aggressiva e guerrafondaia, e nella UE, ectoplasma di se stessa, hanno pieno diritto di cittadinanza e di sostegno.

Raffaele Picarelli

Firenze, 7 settembre 2022

Glossario

Finanza derivata: uno strumento derivato (o semplicemente derivato, in inglese derivative), nella finanza, indica un titolo finanziario che deriva il proprio valore da un altro asset finanziario oppure da un indice (ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime), detto sottostante. Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura da un rischio finanziario (detta hedging), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione. Gli strumenti derivati più diffusi sono i forwards, i futures, le opzioni e gli swap.

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cashpoiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l’acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato

I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l’obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.

A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.

I futures si distinguono in:

Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:

  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.

Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e altre materie prime.

Swap: nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti, determinati in relazione a uno strumento o un’attività finanziaria sottostante. Va annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi utilizzato prevalentemente dalle banche, dalle imprese e anche dagli enti pubblici. Lo strumento dello swap fu inventato nel 1994 all’età di 25 anni dalla finanziere Blythe Masters, della banca JP Morgan. Esso si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio.

Opzioni: Le opzioni sono strumenti finanziari il cui valore non è autonomo ma deriva dal prezzo di una attività sottostante di varia natura (reale come nel caso di materie prime quali grano, oro, petrolio, ecc. , oppure finanziaria come nel caso di azioni, obbligazioni, tassi di cambio, indici, ecc.). Il termine “derivato” indica questa dipendenza. Possiamo quindi definire le opzioni come dei contratti finanziari che danno il diritto, ma non l’obbligo, all’acquirente dietro il pagamento di un prezzo (premio), di esercitare o meno la facoltà di acquistare (Call) o vendere (Put) una data quantità di una determinata attività finanziaria, detta sottostante, a una determinata data di scadenza o entro tale data e a un determinato prezzo di esercizio (strike price).

Hedge fund: (trad. fondo speculativo) è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale, spesso organizzato come società in accomandita semplice o società a responsabilità limitata.

1 Per la spiegazione del termine mercato spot e di altri termini tecnici scritti in corsivetto si rimanda al glossario in coda all’articolo.

Le radici storiche della crisi italiana

di Pierre Assante

Come ogni entità nazionale, l’Italia ha un patrimonio di attualità il cui contenuto va ricordato e che spiega almeno in parte la realtà odierna.

È l’erede degli Stati avanzati del Rinascimento sia in termini di rivoluzione scientifica e tecnica che di organizzazione sociale, economica, politica e culturale. La Toscana, ad esempio, è stata uno dei primi Stati al mondo a sperimentare gli inizi di un capitalismo in costruzione. Marx ci ricorda che questo stato ha conosciuto gli inizi del lavoro salariato. Sostituendo gradualmente la servitù della gleba e l’artigianato, anche se in misura ridotta ma con anticipo, ha prodotto anche Galileo, Machiavelli e Leonardo da Vinci.

Ma la divisione di questi potenti e avanzati Stati italiani non permise di affrontare l’ascesa degli Stati centralizzati (Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), anche se meno avanzati, e la loro potenza di fuoco e organizzazione militare in particolare.

Già nel XIV secolo Petrarca invocava l’unità d’Italia. Eppure, dopo un lungo periodo di dominazione straniera e di declino, solo nel 1860 nuove forze della borghesia, non autonome dalle grandi potenze di allora, riuscirono a costruire un’unità nazionale (si legga Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa). La convergenza negativa di questi elementi portò questi Stati, così avanzati nel Rinascimento, a un’arretratezza economica che cominciò a essere in parte recuperata solo negli anni di Mussolini e poi nel dopoguerra con l’aiuto interessato del capitale statunitense che venne a “liberarli”. Ma il boom economico fu soprattutto il risultato di una politica di sviluppo ispirata dai comunisti, minoritari elettoralmente ma molto influenti in seguito alle lotte antifasciste e di liberazione, una politica portata avanti in un compromesso con il capitale familiare nazionale italiano come la FIAT dell’Avvocato Agnelli; Questo compromesso è durato fino a quando l’accelerazione della concentrazione capitalistica mondiale non ha privato sia il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), entrambi alleati e concorrenti, sia le grandi famiglie, del loro potere sulla proprietà e sul movimento del capitale.

Per spiegare il declino degli Stati italiani avanzati, dobbiamo aggiungere il peso retrogrado della Chiesa, sia dal punto di vista economico che ideologico. Gli episodi di Galileo e Giordano Bruno ne sono un’illustrazione lampante. Non ci può essere sviluppo senza un avanzamento congiunto delle forze produttive e di produzione (produzione antagonista di plusvalore e produzione di valore d’uso in unità contraddittoria), dell’organizzazione sociale e delle idee che la accompagnano.

Un capitalismo nazionale reazionario

Il capitalismo del fascismo italiano è un capitale rurale di grandi latifondi e grandi famiglie che si converte in capitale industriale. Il peso delle grandi famiglie agricole (vedi il 1900 di Bertolucci) si oppone al peso del capitale industriale all’inizio del XX secolo e dà al fascismo tutti gli ingredienti di un’alleanza tra le forze più reazionarie contro l’ascesa del movimento operaio (creazione del PCI nel 1921), debole ma di grande inventiva, come dimostrano i Quaderni del carcere di Gramsci e le proposte permanenti di Togliatti nelle lotte. Gli operai della FIAT e il movimento dei lavoratori agricoli sono stati al centro delle lotte sociali. Solo l’alleanza della Confindustria (il “Medef” italiano) con Mussolini nelle azioni incoraggiate dallo Stato borghese, potremmo dire piccolo-borghese, come l’assassinio di Matteotti, deputato oppositore, o la famosa e ridicola messa in scena mediatica della “Marcia su Roma”, ebbe per un po’ la meglio sul nascente movimento democratico e operaio.

Questo peso del passato non si è spento e l’avanzata delle forze di destra radicale, come la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, lo testimonia. Nella crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, i morti colgono i vivi: questa morte costituisce una cerniera con una possibile partecipazione delle lotte operaie e popolari italiane di oggi alla costruzione di una globalizzazione che sfugga, trasformi e superi il nostro modo di produzione e di scambio obsoleto e malato.

Non tornerò sul processo di superamento (Aufhebung, secondo il termine di Marx) che Paul Boccara e gli economisti comunisti hanno immaginato e proposto nelle e attraverso le misure esposte in questa rivista (crediti, Fondi, SEF, nuovi criteri, diritti del lavoro corrispondenti, SDR, ecc.), tutte convergenti oggettivamente e soggettivamente in uno sviluppo congiunto della società, della persona e dell’uomo produttore e cittadino: processo di coscienza della natura su se stessa secondo i termini dei Manoscritti del 1844.

La grande crisi politica che sta attualmente imperversando (dimissioni del Presidente del Consiglio, elezioni anticipate il 25 settembre, ecc.), è la manifestazione avanzata della crisi generale della produzione e dello scambio nazionale, europeo e mondiale, quella della sovra-accumulazione e della svalutazione del capitale e quella dei rapporti sociali, nell’unità di crisi e di movimento.

Convergenza della crisi: inflazione, crisi del potere d’acquisto popolare e dell’occupazione, dei salari e dei redditi popolari, punto avanzato della crisi in Italia. Aumento dello spread (1), aumento del tasso di riferimento della Banca Centrale Europea, aumento del costo del prestito pubblico. Approfittando della sua azione a capo della BCE per evitare la frammentazione dell’eurozona, Mario Draghi, Presidente del Consiglio italiano, formatosi alle tecniche bancarie statunitensi, ha preteso di risolvere la crisi senza la critica di un’economia politica ortodossa, strettamente bancaria. Questa situazione esaspera la competizione tra i partiti, le ambizioni individuali e le loro stesse illusioni di risolvere i problemi senza affrontare le radici sistemiche della crisi. Frammentazione competitiva e politica del “centrosinistra” liberale, Partito Democratico (PD), nato dallo scioglimento del PCI e dalla sua deriva social-liberale in una fusione con gran parte della DC e del partito 5 Stelle: Conte, Renzi, Letta… in campagna elettorale.

E a ciò si aggiunge l’ascesa dell’estrema destra “radicale”, della Lega, che ha già partecipato al governo di “unità nazionale” di Draghi, e di Fratelli d’Italia, che sta scalando, entrambi approfittando delle difficoltà sociali e della confusione ideologica sulle cause della crisi…

Il vuoto lasciato dall’autodissoluzione del PCI

L’autoscioglimento del PCI nel 1991 (ultimo congresso a Rimini) non fu casuale. Nasce dall’incapacità del Partito di cogliere la trasformazione dell’Italia, a seguito di un generale indebolimento, soprattutto ideologico in una controffensiva del capitale, dei movimenti comunisti nazionali nella trasformazione del mondo. La coscienza del processo inconscio della società, come dice Engels, è in difetto. Testimonia il peso del riformismo in questo partito come in molti altri rispetto ai nuovi dati della crisi di sovra-accumulazione-svalutazione del capitale (descritta a partire dagli anni Settanta e prima da Paul Boccara), e quindi la debolezza ideologica della classe salariata addestrata solo alla difesa del capitale variabile senza collegarlo all’intero movimento del capitale e ai suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle evoluzioni antroponomiche che vanno ben oltre i confini. Questa “lezione” può essere una lezione generale per noi, qui e ora.

Enrico Berlinguer, dopo il golpe in Cile, procede a una giusta “revisione” dei rapporti di forza globali tra capitale e lavoro, capitale e movimento democratico. Procede anche a una valutazione della crisi del lavoro nel capitalismo con la dichiarazione e il discorso agli operai sulla democrazia del “cosa, cosa e come produrre” e sull'”esaurimento della spinta della rivoluzione d’ottobre”; un abbozzo di realtà in atto, ma una riduzione di questa realtà a elementi non sufficientemente collegati, non sufficientemente sintetizzati. La sua morte nel pieno del “sorpasso” (il sorpasso del PCI sulla DC), nel bel mezzo di un incontro elettorale, fu una tragedia che diede libero sfogo allo scontro di ambizioni in un partito che non aveva analizzato la trasformazione del mondo come aveva fatto Berlinguer, in modo avanzato e premonitore; uno scontro che diede libero sfogo agli opportunismi di destra e di sinistra, di cui il successivo voto unanime dei deputati italiani sul “Trattato Costituzionale dell’UE” del 2005 dà un’idea.

Dopo l’autoscioglimento del PCI e la creazione del PDS, che Pietro Ingrao, uno dei pochi dirigenti del PCI contrari a questa operazione, chiamò “La cosa” e che sarebbe diventato l’attuale PD, nacquero il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e altri partiti comunisti come il cosiddetto partito “filosovietico” di Cossutta. Rifondazione ha lavorato alla ricostruzione in Italia e in Europa, con le difficoltà che conosciamo. Il filosofo Domenico Losurdo, scomparso poco tempo fa, ha lavorato per un po’ a questa ricostruzione.

In Italia c’è poco o nessun equivalente di una ricerca economica e politica marxista come quella della nostra rivista e della Commissione economica del Pcf. Questa debolezza esisteva già nel PCI, che lo spinse verso una preponderanza dello “storicismo” teorico e che facilitò la deriva ideologica ed elettorale verso il PD e il suo liberalismo sociale.

Questi elementi di analisi esprimono un punto di vista indubbiamente personale, che richiede un ulteriore approfondimento.

(1) Differenza tra il tasso di interesse sul debito sovrano del Paese e il tasso di interesse pagato dallo Stato tedesco. Va comunque ricordato che l’Italia, terza economia dell’UE, non può essere trattata con la stessa violenza della Grecia.

FONTE: https://www.economie-et-politique.org/2022/09/07/les-racines-historiques-de-la-crise-italienne/


Articolo originale:

Les racines historiques de la crise italienne

Comme toute entité nationale, l’Italie procède, dans les événements actuels, d’un héritage dont il faut rappeler la teneur et qui explique au moins en partie la réalité d’aujourd’hui.

Pierre Assante

Elle est héritière d’États avancés de la Renaissance tant dans la révolution scientifique et technique que dans l’organisation sociale, économique, politique et culturelle. La Toscane par exemple est un des premiers États dans le monde à connaître les prémices d’un capitalisme en construction. Marx rappelle déjà que cet État a connu les débuts du salariat. En le substituant progressivement, en faible part certes mais avec anticipation, au servage et à l’artisanat, elle a produit aussi des Galilée, des Machiavel, des Léonard de Vinci.

Mais la division de ces puissants États avancés de l’Italie ne lui a pas permis de faire face à la montée des États centralisés (Espagne, France, Angleterre…) bien que moins avancés, à leur puissance de feu et à leur organisation militaire en particulier.

Déjà Pétrarque, au XIVe siècle, appelait à l’unité de l’Italie. Pourtant, après une longue période de dominations étrangères et de déclin, c’est seulement en 1860 que de nouvelles forces de la bourgeoisie, non autonomes des grandes puissances d’alors, ont réussi à construire une unité nationale (lire Il Gattopardo de Tomasi di Lampedusa). La convergence négative de ces éléments a conduit ces États, si avancés à la Renaissance, à un retard économique qui n’a commencé à être comblé en partie que dans les années mussoliniennes puis dans l’après-guerre avec l’aide intéressée du capital US venu la « libérer ». Mais l’essor économique résulte surtout d’une politique de développement inspirée par les communistes, minoritaires électoralement mais très influents suite à la lutte antifasciste et de Libération, politique menée dans un compromis avec le capital italien familial national tel la FIAT de «l’Avvocato Agnelli » ; compromis qui va durer jusqu’à ce que l’accélération de la concentration capitaliste mondiale ôte et au Parti Communiste Italien (PCI) et à la Démocratie Chrétienne (DC), à la fois alliés et concurrents, et aux grandes familles, leur pouvoir sur la possession et le mouvement du capital.

Pour expliquer le recul des États italiens avancés, il faut ajouter le poids rétrograde de l’Église sur le plan économique comme sur le plan idéologique. Les épisodes de Galilée ou de Giordano Bruno en sont une illustration marquante. Il n’y pas de développement sans une avancée conjointe des forces productives et productrices (production antagoniste de plus-value et production de valeur d’usage en unité contradictoire), de l’organisation sociale et des idées qui vont avec, conjointement.

Un capitalisme national réactionnaire

Le capitalisme du fascisme italien est un capital rural de grands latifundia et des grandes familles se convertissant au capital industriel. Le poids des grandes familles rurales (Voir 1900 de Bertolucci) s’oppose au poids du capital industriel dans les débuts du XXe siècle et donne au fascisme tous les ingrédients d’une alliance des forces les plus réactionnaires contre la montée du mouvement ouvrier (Création du PCI en 1921), faible mais d’une grande inventivité, que les Cahiers de prison de Gramsci et les propositions permanentes de Togliatti dans les luttes illustrent. Les ouvriers de la FIAT et le mouvement ouvrier agricole sont au centre des luttes sociales. Seule l’alliance de la Confindustria (le « Medef » italien) avec Mussolini dans les exactions encouragées par l’État bourgeois, petit-bourgeois peut-on dire, telles l’assassinat de Matteotti, député opposant, ou la fameuse et ridicule mise en scène médiatique de la « Marche sur Rome », ont raison un temps du mouvement démocratique et ouvrier montant.

Ce poids du passé n’est pas éteint et l’avancée des forces d’extrême droite radicale telles la Lega de Salvini et I fratelli d’Italia de Giorgia Meloni, en témoigne. Dans la crise du capitalisme mondialisé et financiarisé, le mort saisit le vif : ce mort constitue une charnière avec une possible participation des luttes ouvrières et populaires italiennes d’aujourd’hui à la construction d’une mondialisation échappant à, et transformant et dépassant notre mode de production et d’échange obsolète et malade.

Je ne reviens pas sur le processus de dépassement (Aufhebung, selon le terme de Marx) qu’ont imaginé et proposé Paul Boccara et les économistes communistes dans et par les mesures exposées dans cette revue (crédits, Fonds, SEF, nouveaux critères, droits du travail y correspondant, DTS, etc.), le tout convergeant objectivement et subjectivement dans un développement conjoint de la société, de la personne et de l’homme producteur et citoyen : processus de la conscience de la nature sur elle-même selon les termes des Manuscrits de 1844.

La grande crise politique qui sévit actuellement (démission du président du Conseil, élections anticipées le 25 septembre, etc.), est la manifestation avancée de la crise générale de production et d’échanges nationale, européenne et mondiale, celle de la suraccumulation-dévalorisation du capital et celle des rapports sociaux, en unité de crise et de mouvement.

Convergence de crise : inflation, crise du pouvoir d’achat populaire et de l’emploi, des salaires et revenus populaires, pointe avancée en Italie de la crise. Spread (1) en hausse, hausse du taux directeur de la Banque centrale européenne, augmentation du coût des emprunts de l’État. Se prévalant de son action à la tête de la BCE pour empêcher la fragmentation de la zone euro, Mario Draghi, président du Conseil italien, formé aux techniques bancaires étasuniennes, a prétendu résoudre la crise sans une critique d’une économie politique orthodoxe et strictement bancaire. Cette situation exacerbe la concurrence des partis, les ambitions individuelles, et leurs propres illusions de résoudre les problèmes sans s’attaquer aux racines systémiques de la crise. Morcellement concurrentiel et tractations politicardes du « centre gauche » libéral, Partito Democratico (PD) issu de la dissolution du PCI et de sa dérive social-libérale dans une fusion avec une grande partie de la DC et parti des 5 Stelle : Conte, Renzi, Letta… en campagne.

Et là-dessus, la montée de l’extrême droite « radicale », Lega qui a déjà participé au gouvernement Draghi d’« unité nationale », et Fratelli d’Italia qui grimpe, qui profitent tous deux des difficultés sociales et de la confusion idéologique sur les causes de la crise…

Le vide laissé par l’autodissolution du PCI

L’autodissolution du PCI en 1991 (congrès de Rimini, le dernier) n’est pas un hasard. Elle procède de l’incapacité du Parti à saisir la transformation de l’Italie, faisant suite à un affaiblissement général, en particulier idéologique dans une contre-offensive du capital, des mouvements communistes nationaux dans la transformation du monde. La conscience du processus inconscient de la société, comme dit Engels, est en défaut. Elle témoigne du poids du réformisme dans ce parti comme dans bien d’autres par rapport aux nouvelles données de la crise de suraccumulation-dévalorisation du capital (décrite dès les années 1970 et avant par Paul Boccara), et donc de la faiblesse idéologique du salariat formé à la seule défense du capital variable sans la lier à l’ensemble du mouvement du capital et son effet sur le travail, l’emploi, les évolutions anthroponomiques dépassant de loin les frontières. Cette « leçon » peut être une leçon générale pour nous ici et maintenant.

Enrico Berlinguer, après le coup d’État du Chili, procède à une juste « révision » des rapports de forces mondiaux entre capital et travail, capital et mouvement démocratique. Il procède de même à une évaluation de la crise du travail dans le capitalisme avec sa déclaration et adresse aux ouvriers sur la démocratie du « que, quoi, et comment produire » et sur « l’esaurimento de la spinta della revoluzione d’Ottobre », l’épuisement de la poussée de la révolution d’Octobre ; esquisse en cours d’une réalité mais réduction de cette réalité à des éléments insuffisamment reliés, insuffisamment synthétisés. Sa disparition en plein « sorpasso » (dépassement de la DC par le PCI), en plein meeting électoral, est un drame qui va laisser libre cours aux affrontement des ambitions dans un parti n’ayant pas effectué l’analyse de la transformation mondiale comme était en train de la faire Berlinguer, de façon avancée et prémonitoire ; affrontements donnant libre cours aux opportunismes de droite et de gauche dont le vote, plus tard, et à l’unanimité, du « traité constitutionnel de l’UE » de 2005 par les députés italiens, donne une idée.

A la suite de l’autodissolution du PCI, et de la création du PDS que Pietro Ingrao, un des rares dirigeants du PCI opposant à cette opération, appelait « La cosa » (la chose), et qui allait devenir le PD d’aujourd’hui, s’est créé « il Partito della Rifondazione Comunista » (PRC) et d’autre partis communistes comme celui de Cossutta dit « pro soviétique ». Rifondazione  travaille à une reconstruction en Italie et en Europe, avec les difficultés que l’on sait. Le philosophe Domenico Losurdo disparu il y a peu de temps a travaillé un moment à cette reconstruction.

Il existe peu ou pas en Italie l’équivalent d’une recherche économique et politique marxiste du type de celui de notre revue et de la Commission économique du PCF. Cette faiblesse existait déjà dans le PCI, ce qui le poussait à une prépondérance à « l’historicisme » théorique et ce qui a facilité la dérive idéologique et électorale vers le PD et son social-libéralisme

Ces éléments d’analyse expriment un point de vue sans doute personnel, qui appelle des approfondissements.

(1) Écart entre le taux d’intérêt sur la dette souveraine du pays et le taux d’intérêt payé par l’État allemand. Il faut néanmoins se souvenir que l’Italie, troisième puissance économique de l’UE, ne peut pas être traitée avec la même violence que la Grèce.

UNA COSA OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

UNA COSA CHE OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: OCCORRE REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, E COSI’ FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

Occorre revocare le folli sanzioni alla Russia e cosi’ far cessare il disastro economico e sociale che sta trascinando l’intera Europa nell’abisso. E’ la cosa piu’ necessaria e piu’ urgente da fare. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Ed insieme occorre cessare di produrre e fornire le armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Occorre adoperarsi per l’immediato cessate il fuoco e l’immediato avvio di negoziati di pace. Il rischio di una catastrofe atomica e’ enorme. Ed e’ enorme il rischio di una guerra mondiale e nucleare che puo’ annientare l’intera umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Il governo italiano, gli altri governi dell’Unione Europea, i vertici dell’Unione Europea, riconoscano di aver commesso una scellerata idiozia e revochino immediatamente le sanzioni alla Russia cosi’ da ripristinare le necessarie forniture energetiche. Se i governi persisteranno nella loro folle e criminale antipolitica che sta alimentando la guerra e le stragi e sta portando al disastro l’economia e riducendo in miseria le classi lavoratrici e popolari dell’intera Europa, allora siano i parlamenti a togliere loro la fiducia e ad imporre il cambiamento necessario alla salvezza comune. Se anche i parlamenti persisteranno nell’avallare la folle e criminale antipolitica della guerra, delle stragi e del disastro, allora siano i popoli, con gli strumenti nonviolenti della democrazia ed in primo luogo con lo strumento del voto, a difendere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ad eleggere nuovi parlamenti che esprimano nuovi governi che si adoperino per la pace che sola salva le vite. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Revoca immediata delle sanzioni e conseguente ripristino delle forniture energetiche cosi’ da far cessare ipso facto il disastro economico e sociale che sta gettando nel baratro della miseria e della disperazione le classi lavoratrici e e popolari dell’intera Europa. Cessazione immediata delle forniture di armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Impegno immediato per il cessate il fuoco e i negoziati di pace. Subito, prima di una nuova catastrofe atomica. Subito, prima che la guerra dall’Ucraina si allarghi e diventi un conflitto mondiale con armi nucleari che puo’ annientare l’umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 5 settembre 2022

Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

Le ragioni dell’appello a favore della rimozione delle sanzioni alla Russia

Successivamente al 24 febbraio 2022 sono state imposte alla Russia sei tranche di draconiane sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Ue, Giappone,  Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Ucraina oltre ad Albania, Andorra, Islanda, Canada, Liechtenstein, Micronesia, Monaco, Norvegia, San Marino, Macedonia del Nord, Singapore, Taiwan e Montenegro. Un gruppo di Stati cosidetti Occidentali (atlantisti) che rappresentano solo il 19% degli Stati mondiali (dati Ispi), i quali, invece, in grande maggioranza, pur condannando l’operazione militare russa, hanno preso le distanze dalle imposizioni unilaterali volute in primis dagli Usa e dal Regno Unito.

A circa 6 mesi dall’introduzione della prima tranche, gli effetti dei pesanti provvedimenti restrittivi hanno al momento sortito un limitato impatto sull’economia e sulla finanza russa, tant’è che se il Prodotto Interno Lordo (Pil) russo del secondo trimestre è stimato da Rosstat in contrazione del 4%, soprattutto a causa del ritiro di aziende occidentali, la bilancia commerciale ha registrato un surplus da record (a causa dell’aumento dei prodotti energetici – vedi approfondimento) ed il rublo dopo una iniziale flessione ha ripreso ad apprezzarsi fino a superare la quotazione del 24 febbraio scorso.

Gli Stati che hanno comminato le sanzioni alla Russia, soprattutto quelli europei, stanno invece subendo significative ripercussioni in termini di rinuncia al mercato russo per l’export, ad aumento dei costi dell’energia e carenza della stessa, pesante impennata dell’inflazione, interruzione delle catene mondiali del valore, diminuzione della produzione industriale e rallentamento economico con prospettiva più che concreta di recessione. Addirittura gli Stati Uniti sono già entrati in recessione tecnica, visto il secondo trimestre consecutivo di variazione negativa del Pil.

Le sanzione volute dagli Usa e adottate supinamente dai Paesi europei si stanno rivelando un clamoroso boomerang che avrà effetti pesanti su chi le ha imposte sia livello economico che sociale, soprattutto, a danno delle fasce sociali più deboli.

Per questi motivi abbiamo elaborato il seguente appello a favore della rimozione delle sanzioni unilaterali alla Russia da lanciare a livello nazionale a beneficio di associazioni, movimenti e singoli cittadini al fine di esercitare pressioni sul governo e sulle forze politiche affinché desistano dal proseguire su questa scellerata strada.

 Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

La crisi politica, le elezioni anticipate in Italia e l’estromissione dalla carica di premier di Boris Johnson nel Regno Unito, sono le ricadute politiche più vistose delle colossali contraddizioni economiche, sociali, istituzionali e finanziarie, internazionali e interne ai vari paesi, che si sono manifestate a partire dalla metà del 2021 e si sono acuite nei mesi successivi, fino a trovare una potente accelerazione a seguito della messa in campo, a cominciare dal febbraio scorso, da parte degli USA e dei governi vassalli (in primis l’Italia), di un vasto e complesso apparato sanzionatorio contro la Russia, apparato mai prima applicato su tale scala.

Le sanzioni, fin dalla loro iniziale concezione e applicazione, si sono configurate come veri atti di guerra aventi lo scopo di paralizzare l’economia russa e, per tale strada, condurre la Russia alla disfatta nell’operazione militare in Ucraina.

Le difficoltà (in taluni casi il blocco) nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, il loro accorciamento, la forte ripresa, anche se diseguale, della domanda di beni e servizi a seguito delle politiche ultraespansive con cui le banche centrali avevano cercato di governare (immettendo grandi quantità di denaro) i gravi effetti della crisi sistemica del 2007-2009 e del debito pubblico in Europa del 2011-2013, le politiche di riapertura dei traffici e dei mercati dopo la prima ondata di Covid del 2020, avevano determinato fin dai primi mesi del 2021, la comparsa e la rapida crescita dell’inflazione in USA, nei paesi occidentali e, in parte, nel resto del mondo.

Accanto all’inflazione, i primi aumenti dei tassi di interesse e i primi segni di recessione.

I processi in atto hanno trovato una possente accelerazione nelle sanzioni che hanno decretato, in date diverse, il “sequestro” delle riserve valutarie russe, l’embargo del carbone, del petrolio e dell’oro russi e di una vasta serie di beni strumentali e tecnologie necessarie alla produzione. Il gas, essenziale ai processi produttivi di molti paesi occidentali, era stato escluso dall’embargo.

La violenza delle sanzioni, il riarmo massiccio e crescente dell’Ucraina da parte dell’Occidente, il rifiuto da parte di quest’ultimo di ogni negoziato di pace, la rottura strategica dell’Unione europea con la Russia nelle forniture di gas (piano REPower EU), hanno indotto la Russia a ridurre le forniture di metano ai paesi europei. Da qui, favorita dalle dinamiche ultraspeculative dei mercati internazionali e privatizzati dell’energia, l’impennata dei prezzi del gas (e delle altre materie prime), l’incremento dell’inflazione, la violenta stretta creditizia, la recessione.

Draghi ha colto l’opportunità delle tensioni politiche ed, irrigidendosi di fronte alle varie richieste partitiche, ha operato in modo che il suo governo cadesse perché ha intravisto lo tsunami sociale in arrivo in autunno, causato dalla folle e antinazionale politica bellicista sfacciatamente filostatunitense e filoatlantica sua e del suo governo, politica che produrrà lo smantellamento di buona parte dell’apparato produttivo italiano, disoccupazione di massa, miseria, emarginazione, crescita del debito pubblico.

Da qui nasce l’impellente necessità di una mobilitazione ampia per opporsi alle sanzioni e a tale devastazione in nome:

·         del lavoro,

·         della cessazione dell’invio di armi all’Ucraina,

·         del ripristino di un minimo di pluralismo democratico, liquidato dalle politiche “minculpop” dei gruppi dominanti e dei loro media,

·         dell’azzeramento degli aumenti speculativi nelle bollette di luce e gas,

·         del rifiuto di subire i costi economici, sociali e ambientali delle politiche scellerate di Draghi, dell’UE e degli USA.

Il comitato promotore

(Il testo dell’appello si trova anche all’interno della prima edizione de “I quaderni di Lotta Continua”, il nuovo periodico in cartaceo appena uscito. Coloro che intendono sostenere e promuovere o semplicemente sottoscrivere l’appello possono scrivere a quadernilc@gmail.com.)

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Approfondimenti:

L’andamento della bilancia delle partite correnti in Russia

(Fonte La Stampa)

L’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Federazione Russa, ha continuato a crescere e ammonta a 138,5 miliardi di dollari nel periodo gennaio-giugno 2022, aumentando di circa 3,5 volte rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Lo afferma la stima preliminare della Banca di Russia, che fotografa un record (almeno dal 1994) di 70,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno, con l’aumento dei ricavi dalle esportazioni di energia e materie prime che ha contribuito a compensare l’impatto delle sanzioni.

Il secondo trimestre del 2021 aveva registrato un avanzo delle partite correnti pari a 17,3 miliardi di dollari, mentre l’intero primo semestre dello scorso anno aveva registrato 39,7 miliardi di dollari. Il conto delle partite correnti è un saldo della bilancia dei pagamenti che sintetizza i flussi lordi relativi agli scambi di beni, servizi e redditi tra residenti e non residenti di un’economia.

La dinamica delle partite correnti “è stata determinata dall’allargamento dell’avanzo del saldo di beni e servizi a seguito della significativa crescita delle esportazioni, trainata da un contesto di mercato favorevole e dal calo delle importazioni”, sottolinea la Bank of Russia in una nota.

Le esportazioni sono state di 153,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre, in leggero calo rispetto ai 166,4 miliardi di dollari del primo, sempre secondo i dati della Banca di Russia. Anche le importazioni sono diminuite, a 72,3 miliardi di dollari da 88,7 miliardi di dollari.

Sanzioni-boomerang Occidente-Russia. Chi ci perde e chi ci guadagna
di Ennio Remondino (Fonte: remocontro)

‘Sanzione’, come ‘sancire’ una qualche regola. Diritto e sanzione alla base dell’agire geopolitico e di qualsiasi cultura giuridica. Il diritto alla sanzione. Minacciare ripetutamente sfaceli senza che alle parole seguano i fatti, diventa una scelta politica a perdere. Lo stanno valutando ormai molti analisti e vertici politici soprattutto in Europa.

Il caso carbone petrolio e gas russo mostra da una parte i limiti delle misure economiche che i governi europei hanno approvato a partire da febbraio per ottenere dalla Russia la fine della guerra in Ucraina, e apre, dall’altra, una serie di interrogativi sulle conseguenze che questa dinamica produrrà di cui già ha detto oggi Piero Orteca.

«La società francese Kpler, impegnata nel settore delle materie prime, ha pubblicato negli ultimi giorni un rapporto interessante sulla Russia», segnala Luigi De Biase sul Manifesto. «Secondo gli analisti di Kpler Mosca sta riuscendo a vendere tutto il carbone che aveva in programma di esportare, nonostante le sanzioni. Già a giugno i russi erano riusciti a piazzare all’estero sedici milioni e mezzo di tonnellate, il 3,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021».

Carbone e petrolio, ‘offerta speciale’

La ‘madre di tutte le sanzioni’ promessa dagli Usa. Dalla minacce (o dalla promesse), ai fatti. A luglio tutti prevedevano una forte crisi economica russa per embarghi e restrizioni approvate dall’Europa e dagli Stati uniti. Ora, metà agosto, assieme all’inflazione che ci divora, scopriamo che Cina e India hanno assorbito la produzione russa in eccesso, grazie anche a notevoli ribassi per i ‘Paesi amici’. «A giugno il carbone consegnato ai porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa era quotato 370 dollari a tonnellata. Quello venduto a luglio a cinesi e indiani fra i 180 e i 185 dollari. Praticamente metà prezzo».

Di più e ’peggio’ per il petrolio

L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato in due milioni e duecentomila barili al giorno il calo delle esportazioni russe verso Stati uniti, Unione europea, Regno Unito e Corea del Sud dall’inizio dell’invasione. Ma Un milione e mezzo di barili in più, però, la Russia li ha venduti ogni giorno a Cina, India e Turchia. A marzo l’export verso l’India era irrilevante. A giugno i russi sono diventati il primo fornitore del paese davanti a Iraq e Arabia saudita.

Nuovi amici con lo sconto

Le quotazioni elevate del petrolio hanno permesso a Mosca un taglio di 19 dollari a barile rispetto ai rivali, restando comunque sopra i cento dollari. «La sete di petrolio dell’India è, peraltro, al centro di interessanti riflessioni», sottolinea Luigi De Biase, su cui Remocontro qualcosa ha già detto ma su cui certamente torneremo. Il governo di Delhi non solo non ha aderito alle misure internazionali per la guerra in Ucraina, ma ha chiesto pubblicamente alle società di stato di alzare il livello delle scorte acquistando grandi quantità di petrolio russo a prezzo scontato.

Meno gas e più soldi

Ma è sul gas, che la questione diventa strategica per l’Europa. I rifornimenti nella CSI russa, ultimi dati di Gazprom, sono diminuiti in un anno del 36 per cento. E il calo ha colpito soprattutto i paesi dell’Unione, perché i volumi di gas diretti in Cina crescono costantemente sulla base di accordi a lungo termine. Mentre il colosso dell’energia Gazprom registra incassi elevati per effetto delle quotazioni record. «Ieri, ad Amsterdam, il mercato di riferimento per i paesi europei, il metano ha chiuso a 241 euro/megawattora, il livello più alto che sia mai stato raggiunto».

Europa a perdere, chi ci guadagna

«Il gas non va più in Europa», ha scritto in settimana il quotidiano economico russo Kommersant. Per l’Ue fine di una fase di crescita facile con energia e materie prime russe a basso costo. Per la Cina, l’India e la Turchia l’arrivo di materie prime a prezzi scontati rappresenta un enorme vantaggio competitivo, un vantaggio che sul lungo periodo potrebbe modificare gli equilibri produttivi globali.

La situazione in Libia: destabilizzazione permanente delle forze unipolariste

La situazione in Libia, ennesimo tassello di destabilizzazione permanente delle forze unipolariste, legata alla crisi ucraina, ….e Saif al Islam Gheddafi

A cura di Enrico Vigna (25 agosto 2022)

Forse è ora che l’Europa e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta anche, per l’Italia, un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi. I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee. 

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, ma anche avranno un impatto sull’Italia e sull’Europa. E’ decifrabile che la crisi in Libia, si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che, fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito. Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni alla Russia della UE e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina. L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo petrolifero a Mosca. Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar. Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e cominciare politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora. Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo che a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale. Quando era arrivato a Tripoli nel maggio scorso e aveva tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione. 

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltrechè “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima accreditata da Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa di Tripoli, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale è solo una progettualità virtuale e da uffici delle cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendoun’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliereOnuStephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio diSaif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità politica di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale e presa di potere.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a suo carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saifè stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia, hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70,manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione di Bint Baya.. e scadito slogan che chiedevano a Saif Al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Ubari, 1 agosto 2022

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islamè ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del nazionalismo patriottico libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.


Enrico Vigna, 25 agosto 2022

RAZIONAMENTO: Lo vuole e lo decide l’Europa

di Tonino D’Orazio (1 agosto 2022)

Un Consiglio europeo dei ministri dell’Energia ha convalidato, il 20/7/22, COM(2022)361Final, una proposta di Regolamento presentata dalla Commissione per organizzare il taglio del gas nell’Unione. L’operazione è ricoperta dalla modesta denominazione di “riduzione dei consumi”, in questo caso del 15%. La stampa sovvenzionata (e anestetizzata dagli elementi di linguaggio forniti dall’American Deep State) è attenta a non svegliare il pubblico comune: evita di spiegare chiaramente che la riduzione dei consumi si tradurrà in un razionamento più o meno brutale a seconda dei paesi. E il regolamento prevede espressamente di prendere di mira, in via prioritaria, le famiglie tralasciando le imprese.

Dobbiamo assaporare le formule pudiche che la stampa riprende continuamente senza spiegarne chiaramente il significato al grande pubblico. Il regolamento che l’Unione sta per imporre ai popoli che la compongono si chiama “misure coordinate di riduzione della domanda di gas”. Questa formula tecnocratica non significa altro che “tagli gas per le famiglie ordinati dalla Commissione europea”. La mia formulazione ha lo svantaggio di indicare esattamente quale sia il prezzo che i cittadini dell’Unione devono pagare per il loro sostegno alla politica suicida americana di guerra contro la Russia; che dovremo pagarne il prezzo alto, vale a dire, diventare più poveri e avere freddo d’inverno, e forse non basterà. Per finire, i tagli del gas a gennaio 2023 saranno ordinati da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione burocratica (di nuovo la Troika), senza tener conto dei bisogni popolari… o dei governi nazionali. Questo è ciò che la Commissione chiama ironicamente “riduzioni volontarie della domanda”.

Scopriamo inoltre, in questo regolamento, il cui scopo principale è trasferire la nostra cosiddetta “sovranità energetica” alla Commissione von der Leyen, l’invenzione di un nuovo concetto: “l’allarme dell’Unione”. “Allarme dell’Unione” indica un livello di crisi specifico dell’Unione che fa scattare un obbligo di riduzione della domanda e che non è collegato a nessuno dei livelli di crisi di cui all’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2017/1938. Infatti il nuovo regolamento in arrivo prevede una tappa aggiuntiva nei dispositivi repressivi e di spoliazione pazientemente costruiti dal 2014: in questo caso, un “allerta dell’Unione” dà a Bruxelles il potere di tagliare il gas ai cittadini dell’Unione senza che uno Stato membro possa opporsi. Sono convinto che questa innovazione sarà un altro punto di rottura della stessa Unione europea.

Questo principio di “allerta dell’Unione” è al centro del regolamento (17 pagine), che ne dà istruzioni per l’uso: La Commissione può dichiarare una segnalazione dell’Unione solo in caso di rischio significativo di una grave carenza di approvvigionamento di gas o di una domanda di gas eccezionalmente elevata. Il caso è cucito con filo bianco: in caso di “grave carenza di approvvigionamento di gas”, la Commissione europea prenderà il controllo e deciderà tagli drastici alla distribuzione del gas per evitare disastri. I criteri definiti dal regolamento per innescare questa “allerta”, che altro non è che una presa di potere da parte della Commissione, sono talmente vaghi che tutto è ormai possibile. In pratica, alla minima ondata di freddo, gli Stati saranno espropriati del loro ruolo di “regolazione del mercato”, e tutto si deciderà a Bruxelles, (o forse meglio, a Berlino). Poi dicono che Orban è cattivo.

In pratica, una segnalazione dell’Unione fa scattare una “riduzione obbligatoria” (che non è più una riduzione del tutto volontaria, si concorderà) dei consumi di gas. Ai fini della riduzione obbligatoria della domanda, fintantoché l’allerta dell’Unione è dichiarata, il consumo aggregato di gas naturale di ciascuno Stato membro nel periodo dal 1 agosto di ogni anno al 31 marzo dell’anno successivo (“periodo di attuazione”) è ridotto di almeno il 15% rispetto al consumo medio di questo Stato membro nel periodo dal 1 agosto al 31 marzo (“periodo di confronto”) per i cinque anni consecutivi precedenti la data di entrata in vigore del presente regolamento.

Anche qui, va notato che il cartello della stampa sovvenzionata evita abilmente di specificare che i tagli del gas sono previsti per un intero inverno… Questi tagli dovrebbero ufficialmente far risparmiare il 15% dei consumi di ciascuno Stato. Ma nulla esclude che, in solidarietà con l’industria tedesca, (fino ad oggi rifiutato dai paesi/colonie del Mediterraneo), ogni Paese sia chiamato a fare temporaneamente di più…

Saranno quindi le famiglie ad essere colpite in via prioritaria per proteggere le imprese … Sono soprattutto i criteri di selezione dei target a meritare un’attenzione particolare, criteri di cui ovviamente nessuno parla per paura di suscitare rabbia contro la solita e stupida sottomissione dell’Unione a Washington. La selezione spiega semplicemente chi non dovrebbe essere influenzato dai tagli di gas che si stanno preparando. In questo caso, queste persone privilegiate, ribattezzate “clienti tutelati”, sono quelle che ricoprono un ruolo essenziale “per la società”, e che non potrebbero più ricoprirlo in caso di mancanza gas, ma anche coloro che svolgono un “ruolo essenziale per la società” degli altri Stati membri. A questo gruppo si aggiungono le industrie che rischierebbero di essere danneggiate in caso di interruzione della fornitura di gas, o quelle (un gruppo ancora più vago) che davvero non possono fare a meno di utilizzare il gas. Coloro che non sono in questa lista sono “clienti non protetti”. In concreto, si tratta di famiglie e società di servizi che pagheranno per i protetti. E’ il cetriolo legalizzato.

E’ il prezzo da pagare per l’Ucraina. Molti europei, a febbraio, erano soddisfatti della narrazione ufficiale, “fabbricata” da organizzazioni vicine alla CIA, per decifrare la situazione in Ucraina. Il malvagio Putin ha brutalmente invaso i gentili ucraini che meritano il nostro pieno sostegno. Finché la guerra è stata uno spettacolo televisivo, lontano da noi, con le sue immagini piene di emozioni binarie, appoggiandosi anche su allestimenti crudi e macabri come in Bucha, molti potrebbero essere pigramente soddisfatti di questa spiegazione. Ma, a poco a poco, la guerra in Ucraina e la strategia americana di mettere in ginocchio l’Europa sotto la copertura di una frenetica difesa del loro Occidente, oltrepasserà lo schermo e si intrometterà nella vita quotidiana degli europei: inflazione, privazioni di gas, elettricità, razionamento del carburante attraverso aumenti di prezzo. Povertà. Rivolte sociali?

Scommetto sul fatto che l’escalation del caos che la casta organizza per difendere il proprio ordine, strumentalizzando tutto ciò che può, comprese le tragiche morti dei poveri ucraini, produrrà lo stesso effetto degli sproloqui e delle incongruenze sul COVID: a poco a poco, interi settori dell’opinione pubblica capiranno il trucco e, con dolore, rivolgeranno le loro armi, politiche, contro il loro governo corrotto. A tirare troppo la corda, alla fine questa si strappa.

Colonizzatori e colonizzati

di Andrea Zhok

L’altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti “postcolonial studies”.

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un’Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano “compreso” i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un’identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come “essere umano pienamente riuscito”, perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest’inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato.

D’altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di “prima”.

Il passo finale decisivo era l’adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che “noi” fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.

Ma poi, d’un tratto, lo slittamento gestaltico, l’intuizione.

D’un tratto ho visto che immaginarci come quel “noi” era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori.

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.

Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli orientamenti della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

FONTE: Pagina Facebook di Andrea Zhok

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/23470-andrea-zhok-colonizzatori-e-colonizzati.html?auid=76958

Ucraina la trappola mortale

di Tonino D’Orazio

Le tattiche delle incessanti operazioni militari in Ucraina lasciano perplessi i migliori analisti del Pentagono, e solo pochi hanno cominciato a intuire che l’obiettivo principale dell’operazione non è affatto la resa di Kiev. La caduta del regime di Kiev è senza dubbio prevista nei piani dell’operazione militare speciale, ma non come culmine delle azioni russe, ma solo come tappa intermedia. La guerra si sta effettivamente svolgendo a un livello molto più alto. Per i politici e i generali americani gli Stati Uniti stanno usando l’Ucraina come arma per esaurire la Russia. La realtà potrebbe però essere diversa, se non opposta: gli anglosassoni sono stati attirati in questo campo di battaglia per porre fine alla loro dubbia e declinante egemonia. Alcuni a Washington cominciarono a sospettare qualcosa, in ritardo, perché la trappola per gli Stati Uniti era già chiusa e gli stessi americani facevano del loro meglio per perfezionarla. L’astuzia principale dell’operazione speciale della Federazione Russa è stata rivelata dal politico e giornalista ucraino Dmitry Vasilets, il quale ha osservato che andando avanti senza fretta, le forze alleate russe attuano in modo molto efficace il processo di smilitarizzazione non solo dell’Ucraina, ma anche dell’intero Occidente collettivo. Tanto che ormai alcuni paesi rifiutano le armi all’Ucraina perché ne rimangono loro stessi “sguarniti”.

L’esercito russo ha preso una pausa tattica per riorganizzarsi prima dell’attacco a Slavyansk. Anche in Occidente, in diversi hanno rilevato che siamo molto lontani dalla guerra tradizionale motivandolo con il fatto che Putin “ha paura di perdere”. Tuttavia L’esercito russo da tempo potrebbe distruggere tutti i ponti che attraversano il Dnepr e fermare il trasferimento di equipaggiamenti e personale dall’ovest del paese alle forze armate ucraine nel Donbass; dà così al nemico tempo e opportunità per accumulare riserve sulla linea del fronte in modo da poterne distruggere, lentamente, il potenziale militare concentrato ad est.

Sembrerebbe cioè che, in Ucraina, la Russia stia pianificando una guerra di lungo termine con l’Occidente. La maggior parte del territorio dell’Ucraina sta diventando un giogo finanziario per l’Europa e gli Stati Uniti. Come si dice, la politica è un’economia concentrata e la guerra è un’economia ancora più concentrata. Su questo piano, contrariamente alle previsioni, la Russia sta vincendo e arricchendosi. “L’Occidente è caduto in una trappola mortale”.

Per molti anni i ‘partner’ di Kiev hanno esportato molte loro risorse verso l’Ucraina, ma oggi sono solo costretti a iniettare enormi quantità di denaro senza ricevere nulla in cambio. È una trappola mortale per gli Stati Uniti e i suoi satelliti. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha riferito che gli alleati statunitensi ed europei non saranno in grado di mantenere l’attuale livello di sostegno a Kiev per un lungo periodo. Sebbene il presidente Biden si sia impegnato a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, (a che cosa?), nessuno si aspetta che l’Ucraina riceva miliardi di dollari aggiuntivi quando il pacchetto di aiuti da 54 miliardi attualmente autorizzato in dollari (pur con mugugni parlamentari e popolari) per l’assistenza militare e di altro tipo sarà esaurito, compresi i miliardi di euro dell’UE e di vari paesi della Nato.

Inoltre la guerra delle sanzioni sta danneggiando anche l’economia statunitense e soprattutto europea. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono comunque tenere in piedi l’Ucraina, arrivando a pagare gli stipendi dell’intero apparato statale, e presto dovranno anche sostenere l’economia in crisi dell’Unione Europea per mantenere sotto controllo la già vacillante coalizione anti-russa. Gli americani semplicemente non usciranno facilmente da una lunga guerra in tali condizioni, e, in teoria, non possono nemmeno ritirarsi, almeno senza gravi perdite geopolitiche. La trappola si è davvero chiusa e in Ucraina loro (i russi) stanno ora operando come uno schiacciasassi, prendendo tempo non solo verso le forze armate ucraine, ma verso l’intero Occidente collettivo.

Aspettando soprattutto l’esito del disastro politico-economico dell’Ue, altro fine prioritario dell’operazione speciale putiniana. E’ possibile allora, che per “denazificazione” si intenda piuttosto, in senso lato, liberare l’Europa dal dogma neoliberista anglosassone così inumanamente disastroso per i popoli? È una operazione iniziata con “fame e freddo”, “grandi sofferenze” in cambio di “libertà” e improvvisamente intaccata dalle evidenze di sputtanamento e corruzione di grandi politici europei, in vista di una rivolta generale? Una “rivolta” politica di quelli che non sostengono più questa stupida guerra a perdere, ivi incluse le classi imprenditoriali della produzione reale? Comprese quelle che fanno riferimento al capitalismo realistico trumpiano e non a quello degli ideologi transumanisti di Davos? Non sarà mica che il problema di quel genio di Draghi sia proprio questo?

Nel giugno 2022, il vice capogruppo del Partito conservatore britannico Chris Pincher è stato visto a Londra ubriaco, molestare e picchiare uomini al Carlton Club. Successivamente, il 3 luglio, varie testimonianze hanno mostrato che non era la prima volta che violava la morale puritana della classe dirigente del Paese. Seguono le dimissioni a catena all’interno dell’amministrazione di Boris Johnson (63 dipendenti su 179) e infine le dimissioni del Primo Ministro, pur se estranei alle vicende, il 7 luglio 2022. “Un clown di meno”.

L’8 luglio 2022, l’ex primo ministro giapponese e uomo forte del suo partito politico, Shinzo Abe, è stato assassinato durante una manifestazione elettorale. Suo padre aveva introdotto la Chiesa dell’Unificazione del Reverendo Moon in Giappone negli anni ’50. L’intero clan Abe era strettamente legato a questo gruppo militare-politico-religioso, uno strumento indispensabile della CIA durante la Guerra Fredda. Shinzo Abe e la setta della Luna stavano influenzando il Giappone ad allearsi pubblicamente con gli Stati Uniti contro la Cina. Ma altri pensano ad un suo realistico avvicinamento pacifico e politico alla Russia.

Il 10 luglio 2022, diverse giovani donne che hanno partecipato a una festa estiva del Partito socialdemocratico tedesco hanno “espresso gravi disagi”. All’evento hanno preso parte un migliaio di persone, tra cui il cancelliere Olaf Scholz, i parlamentari di partito e le loro squadre. Sembra che almeno nove giovani donne siano state inconsapevolmente drogate e violentate. Ma Scholz si deve soprattutto confrontare con gli interpreti del capitalismo reale della Renania i quali non sono pronti a suicidarsi sull’altare della guerra totale contro Putin.

L’11 luglio 2022 il quotidiano Le Monde ha pubblicato a fine mattinata la prima parte di uno studio di documenti ricevuti da un consorzio di media che attestano i metodi dell’azienda Uber. Sembra che il presidente francese Emmanuel Macron abbia stipulato un accordo segreto con la società americana per stabilirla in Francia modificando le leggi in vigore a suo vantaggio. Tuttavia, per il momento, nessun documento pubblicato autorizza a parlare di corruzione. E’ difficile immaginare Macron resistere a una nuova ondata dei Gilet gialli alla potenza, e per giunta, adesso, anche con supporto parlamentare.

In Olanda sono in corso proteste contro la prevista scomparsa di un terzo delle fattorie produttive in applicazione di un piano di acquisizione del massimo di terreni agricoli a fini speculativi per le multinazionali. Il cibo e l’acqua, la (nuova) ricchezza del mondo.

Anche l’Italia guidata dal cassiere-palo Draghi è in fermento e potrebbe cadere anche “in un indefinito coercitivo” non avendo più il reame parlamentare ai suoi piedi, anche se Mattarella ha rifiutato le sue dimissioni, dopo essersi presumibilmente consultato con l’Ambasciata americana, come fanno tutti (o quasi) da 70 anni a questa parte. Era già nell’aria la fuga del cassiere dopo aver distribuito il malloppo europeo a chi di dovere.

Avvertiamo che il Sistema è senza fiato e che la sua “narrativa” si va esaurendo quando anche il muro di bugie sulla pseudo-crisi sanitaria inizia a incrinarsi. L’estate è molto calda, ma si prevede un autunno torrido con, alla fine, forse, il superamento del G7 da parte del G20 (abbiamo capito che non si tratta di una presuntuosa “estensione” dell’Occidente visto che i 7 ormai sono minoranza contro i 13 non anti-russi); ma forse potrebbero essere messe in discussione anche un certo numero di altre organizzazioni internazionali come l’OMS (grato delle donazioni di Bill Gates e che pensa di decidere per il mondo intero), l’OMC (il volume centrale del commercio si sta spostando altrove), l’AIEA (i controllori del nucleare cacciati dall’Iran per visite e intrusioni pretestuose dopo il fallimento degli accordi di Vienna) ed altre che sono diventate, nel tempo, solo cinghie di trasmissione del “mondo aperto” e che sembrano molto poco adatte al nuovo mondo multipolare che si sta aprendo davanti a noi. Allora si potrebbe capire perché l’esercito russo “prenda tempo”. L’arrischiata mossa del cavallo dello scacchista Putin pare una mossa di lungo termine e la scacchiera non è l’Ucraina.

15 luglio 2022

Marx non l’aveva previsto

di Tonino D’Orazio

Non vogliono più lavorare. Nel mondo occidentale, milioni di persone lasciano il lavoro. L’offensiva neoliberista, la caduta di idealità e utilità collettiva, le lotte che non portano a nulla, anzi, lo sfruttamento evidente al limite dello schiavismo, la paura del futuro insicuro, continuamente suggerita e imposta, la guerra, la catastrofe ecologica e la pandemia hanno alimentato questa fuga massiccia. Il neoliberismo ha tirato troppo la corda, l’aver ridotto il lavoro a una anonima merce sfruttabile e tutt’altro che pregiata, aver portato a povertà proprio chi lavora, iniziano a dare risultati sorprendenti sugli individui.

Non è solo in Francia, spesso prototipo di storici capovolgimenti sociali, ma in tutto il mondo occidentale. La chiamata a disertare, lanciata il 10 maggio dagli studenti di AgroParisTech ha agito come un detonatore. Visto più di 12 milioni di volte, il loro video ha liberato la parola e ha rivelato un movimento fondamentale che sfida direttamente i modelli di successo sociale. È una crepa nell’ordine stabilito: la carriera non è più un sogno e nemmeno il “Rolex a cinquant’anni”. Ovunque, giovani e meno giovani mettono in discussione il lavoro, il suo scopo e il suo significato. Alcuni, addirittura, lo rifiutano, per inventare, altrove, una vita che loro considerano, povera ugualmente, ma più ricca e densa. Solo pochi mesi dopo la campana a morto dei confinamenti, che ha congelato interi settori delle attività economiche, produttive e mentali, una parte della popolazione è ancora riluttante a rientrare nei ranghi, a terminare gli studi, o a rientrare nelle fabbriche o nelle attività commerciali diventate così immediatamente obsolete e facilmente ingoianti i sacrifici del lavoro di una vita. Il virus ha ucciso la speranza, la scienza e l’informazione.

Ma, ancor più di questi dati, è la bolla mediatica a esplodere. “L’eco che possono aver avuto gli appelli alla diserzione la dice lunga sulle questioni che agitano la società, Oggi l’abbandono arriva a intaccare le professioni essenziali al funzionamento del modello capitalista. Mette a rischio la sostenibilità del sistema”. Non è una cosa nuova, anche se è il trionfo dell’individualismo? O è vecchia perché non c’è nulla di nuovo all’orizzonte? La riflessione suggerita è essenziale e la diserzione una delle strade da prendere, così come la disobbedienza passiva o anche la resistenza effettiva. La posta in gioco è alta, se non sono i reticenti a cambiare il sistema, è il sistema che ci schiaccerà tutti, sotto un tallone di ferro…

Negli Stati Uniti i sociologi hanno battezzato questo fenomeno “Great Resignation” o “Big Quit”: “the great dimission”. Nel 2021, oltre 38 milioni di americani “hanno lasciato” il lavoro. Il 40% non è ancora tornato al lavoro. Uno tsunami che colpisce tutte le età, tutte le professioni. E che inverte profondamente gli equilibri di potere tra dipendenti e aziende.

Ci stiamo dimettendo tutti, ci scusiamo per il disagio“, scrivono su un poster i dipendenti di un Burger King in Nebraska. “Per favore, siate pazienti con il personale che ha risposto, nessuno vuole più lavorare“, affermano i dipendenti di un McDonald’s in Texas. “Fanculo i dirigenti, fanculo questa azienda, fanculo questo lavoro… ho smesso, cazzo!” grida nell’altoparlante del suo negozio un impiegato Walmart in Texas.

L’America è in movimento e non è sola. In Inghilterra, gli anziani si stanno dimettendo in massa. 300.000 lavoratori tra i 50 ei 65 anni sono entrati nella categoria degli “inattivi economicamente”. Il loro desiderio principale, secondo il risultato di un ampio studio? Andare in pensione e fuggire definitivamente dal mondo professionale.

In Quebec la tensione è tale che i datori di lavoro non sono più restii ad assumere minori per far fronte alla carenza di lavoratori nei settori della logistica e dei servizi. Rimangono abbandonate 240.000 posizioni. In Spagna immaginano addirittura di portare migliaia di marocchini ed estendere i permessi di soggiorno degli stranieri per sopperire alla mancanza di manodopera nel settore turistico e agricolo.

Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Questa situazione risuona in Francia. Anche qui è iniziato l’esodo. Centinaia di migliaia di posti non vengono occupati, per mancanza di candidati, nel settore alberghiero o della ristorazione, mentre nelle Grandes Ecoles, tra l’alta borghesia, si prepara la secessione generazionale. Al di là dei fragorosi discorsi sulla stampa, (esempio da noi la carenza di camerieri) si sta diffondendo una rivolta più tranquilla. In ogni promozione, e anche dove meno te lo aspetti, nelle aziende di combustibili fossili o nell’alta pubblica amministrazione. Il dubbio si sta diffondendo. La crisi ecologica sta mandando in frantumi i sogni bucolici di una volta. Quanto vale una promozione di fronte al pericolo climatico? All’avvelenamento quotidiano cibo, aria, acqua, terra? Perché lottare per i posti quando l’intero sistema vacilla? Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Capisco che il lavoro è magari il fondamento della nostra Costituzione, ma per qualcuno, così violentata articolo per articolo, esiste ancora?

Secondo un recente sondaggio, pubblicato a maggio, più di un terzo degli intervistati (35%) afferma di non aver mai avuto tanta voglia di smettere come adesso. Una quota che sale al 42% tra gli under 35. Gli osservatori parlano di una “rivoluzione sociale” (magari societale) e di una “minaccia per l’economia francese”. In fondo alla classifica, spinge anche l’offensiva neoliberista. Di fronte al deterioramento delle condizioni di lavoro e ai bassi salari, molti dipendenti, disgustati, si defilano. In ospedale il fenomeno è particolarmente visibile. Le cadenze, le coercizioni e il mancato riconoscimento incoraggiano gli operatori sanitari e gli infermieri ad andarsene. 60.000 posti di lavoro non riescono ancora a trovare acquirenti.

La “pandemia” ha svolto un ruolo catalizzatore. Ha colpito gli spiriti e il capitalismo. Il confinamento ha fermato la macchina, “il cui freno di emergenza non è stato trovato”, (Dalla poesia “Monologo del virus”). Sospendendo, per un certo tempo, il funzionamento di cui eravamo tutti ostaggi, il virus ha rivelato l’aberrazione della “normalità”. Gli autori di un potente testo pubblicato a marzo 2020 ritengono che: “Quello che si apre davanti a te, non è uno spazio delimitato, è un divario immenso. Il virus ti rende pigro. […] Ti pone ai piedi della biforcazione che tacitamente strutturava la tua vita: l’economia o la vita. Tocca a te e la questione è storica”. Cosa ci importa davvero? Mentre il mondo cambia, abbiamo a disposizione scelte decisive. Risuonano come tante piccole voci interiori. È tempo di vivere la tua vita, di smettere di rinnegare te stesso, di uscire dalla dissonanza. “Bisogna trovare la forza per dire di no“, scriveva Albert Camus in L’homme révolté.

Non tornerò a lavorare per un capo, sessanta ore a settimana per una miseria”. “Non voglio più partecipare a questa mascherata”. “Non voglio più mettere la mia forza lavoro al servizio di lavori distruttivi”. Riecheggiano i motti dei Situazionisti del maggio ’68 francese, come quello storico scritto su tanti muri: ”Non lavorate mai!”. È ancora difficile misurare il prossimo terremoto sociale che si avvicina.(Landini dixit, pensando all’autunno italiano, mentre altri paesi hanno già cominciato). Ma c’è un profumo da Anno Zero nell’aria, emblematico della protesta libertaria degli anni ’70, con lo slogan eloquente: “Fermiamo tutto, pensiamo e non è triste.”

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE: Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (III° Parte)

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

Terza parte atti del seminario

(QUI la prima e la seconda parte degli atti già pubblicati)

di Raffaele Picarelli

Inflazione, alti tassi, recessione

Il 31 maggio scorso i dati preliminari di Eurostat hanno mostrato che l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona è salito all’ 8,1% su base annua, dal 7,4% di aprile, ben al di sopra del “consenso” degli analisti che era di un aumento del 7,7%.

In Germania l’inflazione a maggio ha toccato il 7,9% anno su anno come ai tempi della crisi petrolifera del 1973, in Spagna ha registrato un aumento dell’8,7%.

In Italia, dopo il lieve rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare in maggio, portandosi al 6,9% anno su anno, un livello che non si registrava dal 1986.

In USA in aprile l’inflazione era all’8,3%. In maggio è cresciuta all’8,6%, nuovo massimo dal dicembre del 1981. Biden: “I nuovi dati dimostrano il perché l’inflazione è la mia priorità […]. I rialzi dei prezzi causati da Vladimir Putin hanno colpito duramente in maggio […]. Faremo il possibile per ridurre i prezzi.” (“Il Sole – 24 Ore” dell’11 giugno). Non c’è limite alla menzogna e alla spudoratezza! Le cause dell’inflazione sono varie e, si è detto, anteriori all’attuale conflitto in Ucraina, anche se la guerra, in alcuni casi, ha funzionato da acceleratore: prezzi energetici, rottura delle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, “rarità” di alcune materie prime.

“Bisogna dare uno sguardo ai cambiamenti in atto. Il primo riguarda la globalizzazione: […] dopo aver […] guidato il mondo dagli anni ’80, si sta bruscamente invertendo. Ormai la maggior parte delle aziende ha capito che tenere catene globali delle forniture troppo lunghe rappresenta un rischio. Basta una pandemia, un porto chiuso o un conflitto che non arriva più nulla. Tanti stanno dunque accorciando le catene. O intendono farlo. Questo terrà alta l’inflazione. Stesso discorso per le materie prime: improvvisamente ci si accorge quanto siano scarse e dislocate nelle parti più instabili […]. Il 44% del palladio globale arriva dalla Russia. Idem per oltre il 16-17% del gas naturale e dei fertilizzanti. Scarsità, in economia, significa rincari. Prezzi alti. Insomma: inflazione […]. L’inflazione è diventata strutturale.” (M. Longo ne “Il Sole – 24 Ore” del 13 giugno). E ancora: “Per anni le aziende hanno aumentato i margini pur in un’economia stagnante, perché potevano tagliare i costi. Riuscivano a farlo perché potevano allungare le “supply chain” e sfruttare la manodopera dove il costo del lavoro era basso, oppure perché potevano usare materie prime anche di scarsa sostenibilità ambientale da qualche parte del mondo. Nessuno lo sapeva.” (R. Almeida di Mfs Investment Management, ibidem).

Ora tutto questo (sfruttamento selvaggio del lavoro, devastazione ambientale ecc) è più difficile. Allora “i costi salgono. E l’accorciamento delle catene globali fa il resto.” E “la domanda è: chi pagherà questi maggiori costi industriali? Le aziende riducendo i margini oppure i consumatori con prezzi più alti?” (Ibidem).

Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo (risalente a fine marzo) dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dall’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della BCE del 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa “è stata causata l’extra inflazione di oggi [fine marzo]. Si tratta di 3,9 punti percentuali in più [ora l’inflazione ufficiale è ancora più alta di almeno un punto]. Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti su 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa.” (M. Longo, “Il Sole – 24 Ore” del 31 marzo).

Diversa la situazione in USA dove la componente energia ha causato solo un terzo del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dai rincari da domanda per consumi.

Di alcuni fattori che rendono strutturale il carovita abbiamo già trattato. La deglobalizzazione, è utile ribadirlo, è uno di questi. Il rischio di filiere produttive lunghe e globali concerne settori sensibili come i semiconduttori, l’energia, i prodotti farmaceutici, ed è opinione diffusa che. principalmente in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni (reshoring). E questo farà salire i prezzi. Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo la transizione produce un aumento dei prezzi.

Giordano Lombardo della casa d’investimento Plenisfer, in un’intervista del 7 aprile scorso al giornale confindustriale dichiarava: “In un mondo che va verso una nuova divisione in blocchi è inevitabile che aumenti il potere geopolitico e negoziale di Paesi non allineati con il blocco occidentale ma fondamentali per l’approvvigionamento di materie prime. [E quindi aumentino i prezzi]”. In una realtà fatta “di blocchi antagonisti, uno guidato dalla Cina [e dalla Russia] e uno dall’Occidente, le supply chain (le catene di approvvigionamento) si devono accorciare. Ma […] questo farà salire l’inflazione”. Per il fattore inflattivo rappresentato dalla transizione energetica, il problema è che “da anni è in corso un deciso calo degli investimenti in tutti i combustibili fossili. Peccato che oggi proprio questi combustibili rappresentino ancora l’80% del fabbisogno energetico globale. Si stima che per soddisfarlo con altre fonti, bisognerebbe moltiplicare per tre l’energia nucleare esistente oggi, oppure per cinque quella solare, oppure per 10 quella eolica. Nel breve periodo è impossibile che queste fonti rinnovabili riescano a soddisfare le necessità”(Ibidem).

Allora, dato che in Europa l’inflazione non è da consumi ma quasi interamente causata da rincari eccezionali delle materie prime (accelerati, talora, dal conflitto in corso), si tratta di un’inflazione da costi, un’ “inflazione importata”. Essa riduce gli investimenti perché non sempre si è in grado di trasferire in tutto, ma anche in parte, l’aumento dei costi (prezzi di produzione) sul prezzo finale dei beni e dei servizi. E se questo avviene, l’inflazione riduce il potere d’acquisto dei ceti deboli, dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati, dei piccoli risparmiatori.

Scrive Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo: “Quando l’inflazione dipende dal rincaro dell’energia e delle materie prime, si distruggono i consumi”. Inoltre, le politiche delle banche centrali sono poco efficaci quando l’inflazione è causata da energia e materie prime: per quanto alzino i tassi, i prezzi di petrolio e gas restano elevati. L’unica cosa che possono fare è causare una “devastante” recessione: diminuendo drasticamente i consumi, crolla la domanda di energia e materie prime e quindi, piano piano, anche i prezzi calano. Tutto questo processo, con conseguente aumento dei tassi, accade, non dimentichiamolo, in una fase di contrazione dell’economia europea e globale.

Ma “in Europa i salari non stanno salendo” e se aumenti ci saranno “non saranno elevati […]. Oggi invece l’occupazione è ben diversa: tanti lavoratori sono precari, a tempo determinato, impiegati nella gig economy e in generale meno sindacalizzati” (“II Sole – 24 Ore” cit.).

L’inflazione da costi è per definizione un massacro sociale.

Lo è direttamente perché distrugge redditi e consumi e, in certa misura, cioè nella misura in cui le aziende non riescono a trasferirla sui prezzi finali, anche gli investimenti. I più colpiti sono naturalmente i gruppi sociali più fragili.

Lo è indirettamente, con l’aumento dei tassi di interesse praticato dalle banche centrali e, a cascata, da tutto il sistema creditizio.

Questo aumento se, come si è detto, è vano direttamente contro l’inflazione importata, fa crollare più o meno rapidamente tutti i consumi (perché tende a propagarsi a tutti settori) e anche la domanda di energia e materie prime.

Quindi i prezzi cadono proprio attraverso e a causa di un massacro sociale.

Da qui il passo verso la recessione (forse attraverso una fase di stagflazione) è breve.

Le “stazioni” di tale massacro (riduzione del potere d’acquisto, impoverimento soprattutto dei ceti deboli, svalorizzazione dei risparmi e degli asset, liquidazione degli ultimi brandelli di welfare, disoccupazione, riduzione ulteriore degli investimenti, ulteriore disoccupazione, etc.), hanno anche un contraltare positivo per i governi molto indebitati: il debito pubblico (anche quello privato) con l’inflazione si svaluta.

A fronte di tutto questo, in Italia e non solo, i ceti popolari non hanno nessun valido strumento di protezione e recupero. Ma di ciò parleremo più avanti.

La dinamica dell’adozione dei tassi e delle condizioni finanziarie più restrittive

Il 10 giugno scorso la presidente Christine Lagarde ha anticipato gli aumenti dei prossimi mesi, “rebus sic stantibus”. Il 1 luglio terminerà il programma APP di acquisti netti di titoli pubblici da parte della BCE; il 21 luglio, alla prossima riunione del Consiglio della BCE, i tassi di riferimento saliranno dello 0,25% e di un altro 0,25 o 0,50% (a seconda dell’inflazione) alla riunione successiva dell’8 settembre.

Mercoledì 15 giugno la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 75 punti base (0,75%). È la prima volta dal novembre 1994 che un rialzo è così forte. E ulteriori consistenti rialzi sono previsti nei prossimi mesi.

Le borse mondiali hanno reagito con pesanti perdite, e titoli pubblici e corporate bond hanno visto aumentare in modo rilevante i rendimenti e scendere altrettanto cospicuamente i prezzi.

L’aumento dei tassi e la conseguente caduta della domanda non piace a Confindustria perché, in prospettiva, aumenta i costi di produzione e affievolisce le vendite. Per Carlo Bonomi l’aumento dei tassi della BCE “non è la soluzione per controllare l’inflazione […]. Il Paese è fermo, e abbiamo un debito pubblico enorme. Capisco che si debba controllare l’inflazione. Ma con il rialzo dei tassi avremo sicuramente dei problemi” (“Il sole-24 ore” 11 giugno).

Di fronte a possibili rivendicazioni salariali, il fuoco di sbarramento è la richiesta di soldi pubblici per il taglio del cuneo fiscale e contributivo.

Alla luce di quanto detto finora è semplicemente inconcepibile che un’inflazione da costi diventi, sic et simpliciter, un’ inflazione da domanda. Eppure la parola d’ordine in questi tempi del governo e della Banca d’Italia é di “non disancorare” l’inflazione e impedire la spirale prezzi-salari. Se i salari sono fermi, se non esistono meccanismi di indicizzazione e recupero, tali affermazioni surreali e spudorate che senso hanno? Hanno il senso di un fuoco di sbarramento contro ogni futura, possibile richiesta salariale.

E’ una menzogna, nella situazione attuale, evocare la spirale prezzi-salari. Nelle “Considerazioni finali” del 31 maggio scorso, il Governatore della Banca d’Italia Visco ammette che se è concepibile una spirale prezzi-salari in USA ove esiste un’inflazione da domanda, nell’area euro “la dinamica delle retribuzioni è sinora rimasta moderata”. Ciò nonostante, le richieste di adeguamenti salariali sarebbero accettabili solo se si risolvessero “in aumenti una tantum [perché in tal caso] il rischio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto”. Anziché ad una “vana rincorsa tra prezzi e salari”, ci ricorda Visco, bisogna mettere mano alla produttività.

Il governo Draghi, in stretta assonanza, ribadisce il salvifico appello: “Sindacati, imprese e governo lavorino insieme”.

Indice IPCA / massacro sociale / un cenno ancora al gas

È giunto ora il momento di affrontare la questione dell’indice IPCA e della contrattazione collettiva. Ho presente al riguardo la pubblicazione online della collana “ADAPT – Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro, numero del 2013”. La collana è (o almeno era) diretta da Michele Tiraboschi e si ispirava ad Ezio Tarantelli. Il paragrafo che ci interessa reca appunto il titolo “Indice IPCA e contrattazione collettiva”.

Vi leggiamo: “Le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-1980 hanno restituito all’Italia degli anni Ottanta un’inflazione galoppante, contrastata dagli interventi di politica dei redditi studiati dal professor Ezio Tarantelli (lodo Scotti e decreto di San Valentino), volti ad arrestare la spirale prezzi-salari-prezzi e ridurre l’inflazione giocando una politica salariale d’anticipo in grado di programmare gli aumenti retributivi in linea con l’inflazione attesa”.

Si legge inoltre che, nel Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali del 1993, le parti sociali “abbandonarono definitivamente il meccanismo della scala mobile, concordando l’utilizzo dell’inflazione programmata nel primo livello di contrattazione e garantendo, quale elemento di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori, il recupero dello scostamento tra inflazione programmata ed effettiva.

Al secondo livello di contrattazione spettava invece la regolazione delle retribuzioni sulla base dei risultati di produttività e redditività aziendale”.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2009, allorché, con l’Accordo Quadro sulla riforma degli assetti contrattuali, “governo e parti sociali hanno stabilito un nuovo indice previsionale di inflazione: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA) depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione è stata affidata ad un soggetto terzo, identificato […] a partire dal 2011 […] nell’Istat”.

L’IPCA è una delle innovazioni più note dell’Accordo del 2009, (la Cgil non aderì denunciando la minore protezione fornita da questo indice al potere d’acquisto dei salari).

“L’Accordo ha confermato il sistema di salvaguardia del potere d’acquisto [?!] attraverso la verifica di eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista [non più programmata] e quella reale effettivamente osservata”.

Quindi, tale indice istituzionalmente non contiene l’inflazione importata. I meccanismi dell’inflazione programmata prima e dell’inflazione prevista poi, prevedono recuperi degli altri tipi di inflazione ex post e solo in parte con l’inevitabile effetto che una parte del salario è sottratta ai lavoratori.

Se l’inflazione prevista non contempla, come non contempla, l’inflazione importata, quale strumento di difesa rimane ai lavoratori?

I rinnovi contrattuali che sono lenti, farraginosi, sempre rinviati.

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” del 4 giugno scorso: “Quasi sette milioni di lavoratori italiani sono in attesa del rinnovo del contratto nazionale. Per dirla meglio, quasi sette milioni di persone aspettano un aumento in busta paga che permetta quantomeno di far fronte ai rincari. Non è tutto: oltre a questi, tanti altri lavoratori hanno ottenuto di recente il rinnovo, ma non ancorato all’inflazione [ora al 6,9%]. […]. Una serie di trattative sono in corso, ma di solito si ragiona prendendo come riferimento l’indice IPCA che non tiene conto dei rincari energetici importati […]. A marzo 2022, secondo l’Istat, il tempo medio di rinnovo dei contratti scaduti risulta pari a 30,8 mesi”.

Dall’abolizione della scala mobile, avviata con il referendum del 1985, i salari hanno molto perduto. La situazione si è aggravata negli ultimi trent’anni (è del 23 luglio 1993, abbiamo visto, il primo accordo interconfederale post scala mobile).

La massa salariale è scemata in modo esponenziale. l’Istat prevede che quest’anno il potere d’acquisto delle famiglie calerà almeno del 5% (la valutazione è benevola).

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi trent’anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia del 31% e in Spagna del 6% (Grafico 1).

Grafico 1: dinamica degli stipendi nei Paesi Ocse fra il 1990 e il 2020. Fonte Ocse

In conclusione, il governo e le elites dei gruppi capitalistici dominanti italiani ed europei (oltre gli USA) che hanno alimentato il carovita prima della guerra in Ucraina, e lo hanno incrementato con le loro politiche guerrafondaie e sanzionatorie nel corso del conflitto, stanno scaricando, e hanno in progetto di continuare a scaricare in futuro, tutto il peso della crisi sui subalterni, sulle masse popolari, le quali non dispongono in Italia (e non solo), di adeguati strumenti di difesa e di soggetti sociali e politici che abbiano la volontà e/o i mezzi per sostenerli.

Inflazione, riarmo, politiche monetarie restrittive, stagflazione, incipiente recessione (in alcuni paesi, esempio Regno Unito, già cruda realtà), disoccupazione, erosione dei risparmi, sostanziale estinzione dei pochi residui di welfare, è questo il quadro d’insieme che abbiamo davanti.

Solo un’ampia mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati contro il carovita e la guerra, per la difesa dei salari e delle pensioni, per il lavoro, può contrastare la deriva alla quale UE ed USA hanno condannato gran parte dei loro popoli.

Abbiamo precedentemente affrontato le dinamiche dei prezzi energetici e della loro riferibilità, se non in termini assai parziali, al conflitto in corso in Ucraina.

Dedichiamo ora un cenno al caso degli ultimi giorni del prezzo del gas e alle parziali sospensioni della sua erogazione, da parte di Gazprom, a Germania e Italia (totale la sospensione del poco gas erogato alla Francia).

Nelle ultime settimane l’UE ha proposto il piano REPower EU (confronta sopra) di chiusura strategica all’apporto del gas russo alle sue economie, ha stipulato accordi con l’Algeria per la fornitura di gas a parziale copertura di quello russo (gas che l’Algeria ha potuto fornire perché, per ragioni legate ai suoi rapporti bilaterali con la Spagna per la questione del Sahara Occidentale, lo ha completamente sottratto a quest’ultima). Sono stati stipulati accordi tra UE, Israele ed Egitto per la fornitura di GNL, trasformato dall’Egitto, ed arbitrariamente estratto come gas naturale da Israele nel Mediterraneo, senza intesa alcuna con altri Stati, come il Libano, che ne rivendicano pure la propria giurisdizione.

Tale accordo prelude a un ridisegno dell’area mediorientale con l’emarginazione definitiva di Libano e Siria dai grandi movimenti e interessi d’area e con l’allineamento, pressoché completo, (e questo è un fatto nuovo) delle politiche dell’UE e degli USA anche relativamente alla questione palestinese (a quando il riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte della burocrazia di Bruxelles?).

È nota poi l’estensione della ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo dell’UE a paesi africani e all’Azerbaigian.

Non si può sottacere inoltre che la Germania ha espropriato “Gazprom Germania”, nodo distributivo e finanziario importante di Gazprom nella diramazione del gas in Germania (e non solo).

L’UE ha varato, si è visto, la sesta tornata di sanzioni alla Russia per il petrolio e i prodotti petroliferi.

Dopo tutto questo, si attendeva dall’Occidente che tutto continuasse come prima da parte della Russia, in modo da permettere all’Occidente stesso di completare, in tempo utile per l’inverno, le operazioni di stoccaggio con il gas russo! Sembrano le pretese di un bambino prepotente che sottrae i giocattoli, tutti i giocattoli, a un altro bambino e vuole continuare, col consenso di quest’ultimo, a giocare con lui.

Inflazione e recessione: il caso emblematico dell’Inghilterra

All’inizio dell’anno la banconota britannica era ai massimi degli ultimi anni sull’euro. Nel giro di poche settimane la sterlina è di nuovo nel ciclone e sta perdendo rapidamente posizioni contro euro e dollaro. Ora il Pound è definito “il malato del mondo” tra le valute. Ha subito un calo del 10% sull’euro in tre mesi.

È una flessione molto rapida che si spiega con una scommessa al ribasso sul Paese: gli hedge fund hanno cambiato posizione sulla sterlina. I dati del mercato dei future statunitensi mostrano che i fondi speculativi hanno iniziato a scommettere contro la sterlina: una scommessa che ora vale quasi 5 miliardi di dollari.

Poco prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, i dati della “Commodity Futures Trading Commission” hanno mostrato che i fondi detenevano una piccola posizione lunga scadenza sulla sterlina e la stessa valuta veniva scambiata a 1,4 sul dollaro. Nove settimane dopo, i fondi sono short (corti) in sterline per un totale di circa 59 mila contratti: è la più grande scommessa contro la sterlina da tempo.

La giravolta degli hadge fund è conseguenza dell’imminente recessione economica. La Banca d’Inghilterra teme una “apocalisse” economica nel 2022. Scrive ”Il Sole – 24 Ore” del 25 maggio: “Sono gli effetti del mondo post covid, che ha visto l’inflazione salire; e della guerra in Ucraina che ha dato una mazzata al costo dell’energia. Il costo della vita sta salendo a ritmi insostenibili: l’inflazione è attesa al 10% a fine anno, e i redditi delle famiglie sono erosi per pagare le bollette e gli affitti. Con meno consumi, in un’economia che vive di servizi, l’economia rallenta. Ecco che allora hedge fund fiutano la preda e [prendono] posizione. Il Regno Unito [che importa energia] ma anche molto cibo e semilavorati, ha fatto forza su accordi commerciali extra Ue per compensare le perdite del mercato unico. Accordi che finora hanno funzionato anche grazie una valuta forte. Per un paese importatore, significa potere d’acquisto. Ma con una sterlina debole […] diventa molto più costoso. E quindi, a cascata, ancora più inflazione e un’economia ancora più in difficoltà”.

E quindi ancora più vendite sulla valuta da parte dei fondi speculativi. Allora rialzo dei tassi e recessione.

Economia di guerra / armi / dollaro

L’Osservatorio del sulle spese militari italiane (Milex) – fondato nel 2016 con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito di attività della Rete italiana per il disarmo – il 16 marzo scorso riporta il voto a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 contrari) di un ordine del giorno collegato al decreto “Ucraina” proposto dalla Lega e sottoscritto da PD, FI, IV, M5S,e FdI. Il voto di tale odg impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la “Difesa” verso il traguardo del 2% del Pil. Nella parte dispositiva del testo approvato, si legge che tale risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e di protezione”. Mentre nell’immediato bisogna agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal ministro Guerini, passare da 25,8 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

L’indicazione di spese militari pari ad almeno il 2% del Pil in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles.

Era stato deciso che l’obiettivo dovesse essere raggiunto entro il 2024, con un 20% di spesa da destinare ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

La quota indicata del 2% del Pil non ha mai avuto una giustificazione specifica e di natura militare, cioè dettata da esigenze operative, ma è stata vista come spinta alla crescita della spesa. Accanto e oltre l’obiettivo del 2% dei paesi Nato, c’è un ulteriore fondo, “European Defence Fund” (Edf), per cofinanziare progetti transfrontalieri insieme ai bilanci nazionali.

L’Edf (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 26 maggio) ha il compito di assemblare le proposte della lobby delle armi di cui è espressione il Commissario europeo alla Difesa Thierry Breton.

“L’anno scorso Breton ha ufficialmente istituito un comitato di esperti in cui cura a porte chiuse i suoi rapporti personali con i giganti del business della guerra che ambiscono a spartirsi gli 8 miliardi stanziati dall’Edf dal 2021 al 2027”.

Al comitato partecipano 61 enti, la stragrande maggioranza produttori di armi. Tra questi l’italiana Leonardo, le francesi Thales e Safran, la spagnola Indra e Airbus, la società transeuropea con sede in Olanda.

Leonardo è tra i produttori di armi con cifre record per finanziamenti UE, spese di lobbyng ed export.

Nell’elenco dei primi 100 esportatori di armi al mondo, stilato nel dicembre 2021 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma, Leonardo occupa il 13º posto con vendite per un valore di 10,6 miliardi. In Europa è terza, alle spalle solo del britannica Bae Systems (22,7 miliardi) e della franco-tedesca Airbus (11,3 miliardi).

L’annunciato riarmo europeo (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio), spingerà i Paesi a una ristrutturazione dell’industrie nazionali per sedersi al tavolo della futura Difesa comune, evitando duplicazioni nei programmi. Per questa ragione il governo sta mettendo a punto un “polo militare italiano”, secondo le parole di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che potrebbe passare dalla fusione tra Fincantieri e Leonardo.

Se la guerra darà impulso al progetto di Difesa europea bisognerà presentarsi con gruppi solidi e punti di forza di fronte ai concorrenti e in tale quadro va vista la liquidazione di Giuseppe Bono di Fincantieri, considerato un ostacolo all’operazione (era proprio quel Bono della cena con D’Alema, quest’ultimo scoperto a fare da mediatore per una commessa alla Colombia di armi di Leonardo e Fincantieri).

Germania e armi

“Quello che non è riuscito all’ex presidente USA Donald Trump”, (“Il Fatto” del 5 giugno scorso) ”è riuscito al democratico Joe Biden. La Germania pagherà. Comincerà col fondo straordinario di 100 miliardi di euro [da spendere in 3-4 anni] […] per ammodernare le forze armate tedesche […]. Gran parte di questi soldi verranno usati per comprare armi prodotte da aziende americane, a partire dagli F-35.”

Il Parlamento federale ha approvato il 3 giugno scorso la modifica della Costituzione necessaria per creare, con nuovo debito pubblico, il fondo di 100 miliardi annunciato dal cancelliere Scholz il 27 febbraio. E’ pure confermato l’impegno ad aumentare lo stanziamento annuale per la difesa al 2% del Pil, prodotto che nel 2021 ha superato 3.500 miliardi di euro (il doppio di quello italiano). Il che significa che raggiungere il 2% entro il 2024 vuol dire spendere quasi 17 miliardi in più all’anno. Ne è conseguita naturalmente una grande impennata delle quotazioni delle industrie tedesche di armi, in primis la Rheinmetall, colosso degli armamenti terrestri, e poi la Hensoldt, che produce sensori elettronici per i caccia Eurofighter.

Giulio Da Silva sul “Fatto” cit., ci spiega che appunto buona parte (dei 100 miliardi) verrà usata per armi statunitensi. La Germania in marzo ha deciso di comprare 35 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed, gli unici in grado di trasportare bombe atomiche. E intende comprare anche 60 elicotteri pesanti da trasporto prodotti dalla Boeing. Dagli USA verranno comprati anche missili della Raytheon.

Se l’80% degli stanziamenti tedeschi sarà mandato altrove (USA in particolare), il 60% delle armi già comprate dai Paesi UE tra il 2007 e 2016 è di provenienza USA (e Israele).

Regime militare USA e dollaro

Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche per Pace di Stoccolma) ha calcolato che i primi 100 produttori di armi del mercato mondiale hanno totalizzato nel 2020 vendite per 531 miliardi di dollari. Mentre la spesa militare mondiale del 2021 ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi, tenendo conto di tutte le voci ad esempio il personale (Grafico 2).

Grafico 2: andamento delle spese militari mondiali dal 1988 al 2021. Fonte Sipri

Sempre nel 2021 il Paese che ha speso di più sono stati gli USA (801 miliardi di dollari), seguiti da Cina (293 miliardi), India (76,6 miliardi), Regno Unito e Russia (Grafico 3).

Grafico 3: la spesa militare per Stato nel 2021. Fonte Sipri

Dati più recenti che tengono conto dell’incremento poderoso delle spese militari nel corso dell’attuale conflitto, proiettano la spesa USA non lontana da 1.000 miliardi nel 2022.

Le aziende statunitensi dominano, sono 41 tra le prime 100.

I dati elaborati dal Sipri sono riferiti al 2020 e solo ai ricavi nelle “armi e servizi militari”. Al primo posto c’è Lockheed Martin: 58,2 miliardi di dollari di ricavi su 65,4 del gruppo; al secondo Raytheon, si è visto primo produttore mondiale di missili, quali i noti Patriot. Produce anche gli Stinger e, con Lockheed, i Javelin anticarro forniti anche, e abbondantemente, all’Ucraina.

Terza è la Boeing, 32,1 miliardi di ricavi nella difesa (produce aerei da caccia e armi da rifornimento).

La prima europea è la britannica Bae Systems, sesta con 24 miliardi di ricavi nel settore delle armi. Di Leonardo abbiamo già detto.

La strategia, ormai quasi ottantennale degli USA, di “costruire nemici”, meglio se stabili e di lunga durata, è propria delle logiche di ogni Stato e regime militare. Serve a più scopi rimasti nel tempo abbastanza invariati.

In primo luogo è utile ai fini interni per compattare la popolazione e ottenere consenso all’azione del regime. L’adesione acritica diffusa, infantile, della gran parte dei nordamericani è “costruita”, direi scientificamente, utilizzando le più moderne tecnologie e un apparato vasto e complesso di personale e competenze permanentemente mobilitati allo scopo. Spesso collegati o addirittura emanazione della CIA e delle altre strutture simili (negli ultimi trent’anni soprattutto nell’est Europa sotto la veste esteriore di Ong).

In secondo luogo è basilare per la per la riproduzione capitalistica USA, cioè per quella parte di essa, assai importante, che si fonda sul complesso militar-industriale. Una spesa militare di quasi 1.000 miliardi all’anno destinata in misura rilevante a commesse verso le proprie aziende militari le quali grazie anche al trasferimento dell’innovazione tecnologica realizzata con fondi pubblici facilitano l’export di armamenti che risulta una voce di primo piano del Pil statunitense e della sua bilancia dei pagamenti (Grafico 4).

Grafico 4: i principali 10 Paesi esportatori di armamenti nel quinquennio 2017-21. Fonte: Sipri.

Qual è lo strumento che si è rivelato storicamente più efficace non solo per il predominio geopolitico, ma per la supremazia valutaria e finanziaria su scala planetaria?

È la forza, la forza militare, la preponderanza strategico-militare. Che è (o è stata) anche preponderanza tecnologico-scientifica.

La forza del dollaro, la possibilità per gli USA di ottenere “in perpetuo” il finanziamento del proprio cronico deficit esterno mediante l’uso dell’avanzo delle bilance dei pagamenti degli altri Stati, cioè con il risparmio mondiale, dipendono dalla (finora) grande affidabilità del dollaro e dall’enorme movimento di capitali planetari verso i porti della finanza americana. E tutto questo discende da varie cose, di cui una è essenziale: la primazia militare.

Per tale ragione le opposizioni – quale quella russa per interposta Ucraina – all’ormai longevo modello statunitense, destano reazioni viscerali e un’aspra volontà di annichilimento dell’oppositore, meglio se attraverso conflitti (degli altri) di lunga durata.

Quindi opporsi ai disegni guerrafondai degli USA, per interposta Nato e con l’assistenza ancillare dell’UE, è opporsi a quel modello e al conseguente signoraggio del dollaro.

Quale Russia?

Due mesi e mezzo fa (a 45 giorni dall’inizio delle ostilità) erano state valutate in più di 600 le multinazionali che si supponeva avessero deciso o annunciato di uscire in tutto o in parte dalla Russia. Nei settori più diversi, da petrolio e hamburger all’high tech, media e banche.

Secondo Jeffrey Sonnenfeld, dell’Università di Yale, gran parte delle imprese in uscita era statunitense ed europea con alcune rilevanti eccezioni asiatiche come Samsung e Toyota.

Del complesso delle aziende alcune si ritirarono (all’aprile scorso 250), altre sospesero le attività (257), altre si ridimensionarono (72), altre ancora presero tempo (99), rinviando gli investimenti. Secondo Sonnenfeld erano 194 i gruppi, per così dire, “arroccati” in Russia. Tra questi la conglomerata USA Koch Industries, Astra-Zeneca, J&J (“Il Sole – 24 Ore”del 9 aprile scorso).

Tra le italiane, l’ad (Amministratore Delegato) di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ebbe a dichiarare in aprile che l’impatto sulla banca fosse “assolutamente gestibile”, mentre la presenza in Russia fosse ormai “in fase di revisione strategica”. Intesa “sin dall’inizio della crisi […] non ha perfezionato nuovi finanziamenti con controparti russe e bielorusse e ha interrotto le attività di investimento in strumenti finanziari”. L’esposizione complessiva di Intesa San Paolo verso la Russia era al momento di circa 5,1 miliardi di euro.

Più significativa era l’esposizione di Unicredit Russia (13,3 miliardi), presente al Forum di San Pietroburgo del 15-18 giugno (Spief) con Vadim Aparkhov, membro del consiglio di amministrazione della controllata russa AO Unicredit Bank.

Andrea Orcel, ad di Unicredit, nei giorni a ridosso del Forum, a proposito dell’attività della banca in Russia, ha dichiarato: “La nostra esposizione in Russia è stata gestita in modo razionale: l’abbiamo ridotta, ma svalutare il business non è corretto e non è nemmeno in linea con le sanzioni”. In sostanza Unicredit non intende svendere le sue attività in Russia.

L’ad di Enel, Francesco Starace, nei mesi scorsi a più riprese ebbe a dichiarare che il gruppo “non poteva avere un ulteriore crescita in Russia”, ove controlla tre impianti di generazione a ciclo combinato e due impianti eolici. Tutte le strade per lui “erano percorribili”.

Il 16 giugno scorso (cfr. “Il Sole – 24 Ore” del 17 giugno), prima energy company, Enel ha concluso un accordo di vendita di tutti gli asset in Russia. I compratori sono Lukoil (la più importante società petrolifera russa e una delle principali al mondo) e il Fondo privato di investimento Gazprombank-Frezia, non colpiti dalle sanzioni. Enel ha ceduto per 137 milioni di euro il 56,43% che deteneva di Enel Russia. L’operazione deve ancora ottenere il via libera della Commissione governativa russa per il monitoraggio degli investimenti esteri, autorizzazione che non dovrebbe mancare perché, ci spiega Starace, “i compratori hanno già avuto un via libera quando hanno rilevato le catene di distribuzione che la Shell ha venduto in Russia”.

Gli azionisti di riferimento di Lukoil, fino alle dimissioni in aprile di Alekperov, erano appunto Vagit Alekperov (28,30%) e Leonid Fedun (9,32%). Alekperov era un giovanissimo dirigente d’azienda sovietico, il quale, nella veloce transizione dei primi anni Novanta è diventato dirigente dell’azienda privatizzata e poi socio di riferimento della medesima. Le dimissioni, apparentemente per dissenso con l’ “operazione speciale” in Ucraina, per molti in Russia, sono stati un “escamotage” per salvare Lukoil in caso di esito infausto per la Russia della vicenda Ucraina (e per salvare Alekperov stesso). Non si può dire. Vedremo.

Senz’altro la cessione degli importanti asset dell’Enel in Russia è avvenuta a favore di soggetti privati, uno dei quali è un soggetto finanziario.

Per come si presenta, sembrerebbe un’operazione in continuità con il passato.

Un brevissimo cenno a Eni, la quale ha dichiarato di essere pronta a cedere le quote in Blue Stream (detenute con Gazprom). Fermiamoci qui.

La Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, il 25 maggio scorso ha approvato una legge che consente al governo russo di nominare un nuovo management e di fatto espropriare le società (soprattutto USA, giapponesi ed europee) che hanno interrotto la loro attività nel paese, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, non per motivi economici ma “per sentimenti antirussi” (“Il Sole 24 – Ore” del 26 maggio).

Secondo la Yale School of Management, a fine maggio, sono 500 le società che hanno deciso di lasciare la Russia. Esse rappresentano il 63% delle aziende straniere presenti nel territorio russo prima della guerra, con quasi 40 mila dipendenti e un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro. “La lista nera stilata da Mosca comprende decine di multinazionali della logistica, dell’industria energetica, delle tecnologie, dell’automotive, della grande distribuzione: da Maersk a Msc; da Shell a Bp; da Volkswagen-Porsche a Toyota, Volvo e Renault; da Apple a Microsoft a Ibm; da McDonald’s a Starbuks, Levi’s, Ikea [etc.]. Molte di queste hanno sospeso le operazioni, […] altre hanno abbandonato tutto, nonostante i notevoli investimenti” (ib.).

Il 25° International Economic Forum di San Pietroburgo (SPIEF)

Il 6 giugno scorso, in un messaggio agli organizzatori del Forum, il presidente Putin ha parlato dei settori industriali in difficoltà. Si tratta in primo luogo del settore automobilistico sul quale pesa (oltre la partenza di importanti case straniere come Renault e Volkswagen), la mancanza, a causa delle sanzioni, di componenti importate. Ciò costringerà le fabbriche a chiudere via via che le scorte si esauriranno. Anche l’industria siderurgica rischia “sostanziali tagli produttivi nel medio termine”.

Entro fine luglio il Governo, secondo una direttiva presidenziale, dovrà definire una nuova impostazione del budget federale per i prossimi anni, che miri a ridare slancio alla crescita.

Sono molte le domande che nascono di fronte alla genericità del progetto di espropriazione delle realtà industriali dei “paesi ostili” e all’altrettale genericità del “nuovo” budget federale. A chi andranno le industrie espropriate o acquistate? Saranno puramente e semplicemente privatizzate? Chi costruirà i loro progetti industriali? Il management proverrà dal bacino del modello economico putiniano dei decenni precedenti? Le aziende pubbliche e/o pubblicizzate che ruolo avranno nella Russia del post-conflitto?

L’intervento di Putin del 17 giugno scorso alla sessione plenaria del Forum, qualche risposta (non molte) l’ha data.

Dividiamo il suo intervento in due parti: quella dell’attacco (fondato e condivisibile) all’Occidente e quella progettuale.

“Gli Stati Uniti si consideravano l’emissario di dio sulla terra ma ora la Russia sta prendendo il proprio posto in un nuovo ordine mondiale le cui regole sono stabilite da Stati forti e sovrani […]. L’era dell’ordine mondiale unipolare fondato sullo strapotere degli USA è finita”.

“Nulla sarà come prima, nulla è eterno” dice poi il presidente della federazione russa. “Il blitzkrieg economico contro la Russia non è riuscito, non aveva alcuna possibilità di riuscire fin dall’inizio”. Ed ora danneggerà di più chi ha imposto le sanzioni “folli e insensate”, una spada a doppio taglio che potrebbe far perdere all’UE più di 400 miliardi di dollari.

“La Russia” prosegue, “non ha alcuna responsabilità” per la crisi economica e per un’inflazione in Occidente le cui radici, sottolinea, risalgono a prima del conflitto. “La Russia perseguirà l’obiettivo di inflazione al 4% […]”.

“Abbiamo sentito parlare tutti di inflazione putiniana […]. Io penso: ma chi ha ideato questa stupidaggine? Chi non sa né leggere né scrivere. Ecco tutto”.

E ancora: “L’UE ha perso la sua sovranità politica, adottando sanzioni che le si sono ritorte contro e i cui costi ricadranno sulle popolazioni […]. Hanno fatto tutto con le loro mani”.

Per l’Europa poi già si intravede “un aggravamento delle disparità, delle tensioni sociali, dei radicalismi […] e in prospettiva il cambio delle elites al potere”.

Passando alla seconda parte, Putin dichiara che la Russia è “pronta ai cambiamenti globali e propone nuove soluzioni alla crisi”. Bisogna trasformare i problemi in possibilità. “Dobbiamo fare un lavoro sistemico, un piano di sviluppo a lungo termine impostato su alcuni principi chiave”.

In primis il rifiuto dell’isolamento: “La Russia si svilupperà come un’economia aperta, non imboccherà la strada dell’autarchia”.

Il secondo elemento fondamentale è l’appello al contributo degli imprenditori privati, come Oleg Deripaska, che ascolta in prima fila.

La Russia “deve essere in grado di produrre tecnologie chiave”. E’ fondamentale raggiungere “l’indipendenza” nelle alte tecnologie.

E, rivolto agli investitori, anche occidentali: “Il nostro Paese ha un enorme potenziale […] investite qui, investite nella creazione di nuove imprese […]”.

Un ruolo centrale nella Russia post-conflitto sembra destinato allora all’impresa privata interna ed esterna. L’inquietante presenza di gente come Deripaska, lascia aperto il dubbio che si tratti solo di un parziale rimescolamento di ceti capitalistici russi sempre interni al modello e alle caratteristiche proprie del ceto dirigente economico-finanziario russo degli ultimi decenni.

Non basta il riferimento, nella relazione, alle indicizzazioni che sono effettive, al mantenimento di una qualche forma di welfare e a misure di tutela dei ceti subalterni, quali i crediti agevolati, i sussidi, mutui a tassi bassi. Ne basta l’importante aumento (10%), operato nei mesi scorsi, di salari e pensioni medio-bassi per fronteggiare l’inflazione. Parte di tutto questo, e in misura certamente minore, lo vediamo anche in Occidente.

Non è visibile al momento, a giudicare dalle parole di Putin, una chiara volontà di costruire un’architettura economico-sociale “alla cinese”, con un ruolo importante deferito al capitale pubblico (e ai soggetti economici pubblici) e con la relativa capacità di orientamento e controllo, se e quando strettamente necessario, da parte del ceto politico nei confronti di un consistente e intraprendente ceto capitalistico.

Nel discorso di Putin al Forum, le aziende a partecipazione statale, per il futuro, sembrano relegate a un ruolo economicamente e politicamente non più rilevante di quello che occupano ora.

Ma esiste un progetto alternativo e di opposizione nella Russia post-bellica, escludendo, il dissenso dei ceti filo-occidentali delle grandi città legati, per rapporti materiali e culturali, alle multinazionali occidentali?

Non è dato sapere con chiarezza. Di certo il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha mostrato da tempo subalternità rispetto al disegno e alla prassi politica dei partiti che hanno sostenuto i vari governi russi.

Concludo affermando che sarebbe un’occasione perduta, per la Russia e anche per le masse popolari dell’Occidente, se tutto o gran parte di quello che è successo e sta succedendo fuori dalla Russia e dentro la Russia si risolvesse alla fine in una operazione puramente geopolitica, oltre naturalmente che di difesa delle popolazioni vessate del Donbass e di resistenza all’aggressività della Nato per interposta Ucraina. E non favorisse i “cambiamenti strutturali” economico-sociali e politici (quantomeno verso un’economia mista del tipo cinese), con la comparsa di nuove soggettività, di nuove rivendicazioni e di nuova democrazia sociale, economica e politica.

Firenze, 22 giugno 2022

Raffaele Picarelli

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

DOPO COVID-19

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