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Finanza e mercato dell’energia

di Raffaele Picarelli

L’esponenziale incremento della quotazione del gas e, in generale dell’energia, sta mettendo in ginocchio le economie occidentali e innescando una gravissima crisi sociale a causa della speculazione finanziaria ai cui interessi è asservita la governance politica. Occorre contrastare questa deriva tramite massicce mobilitazioni popolari che, previa acquisizione della genesi del fenomeno, avanzino richieste mirate ed efficaci che portino ad un cambio di paradigma.

Premessa

L’articolo che segue vorrebbe dare una risposta (o cercare di farlo) ad alcune domande che sorgono spontanee in ordine alle ragioni dell’andamento fuori controllo del mercato dell’energia europeo, che si traduce, per la stragrande maggioranza delle popolazioni, in aumenti sproporzionati delle bollette energetiche (gas e luce) e, quindi, in un cospicuo immiserimento delle loro condizioni di vita.

Come è possibile che una materia prima come il gas naturale, che ha un costo di produzione per le aziende produttrici da 2 a 5 euro per megawattora (MWh), arrivi a raggiungere sul mercato un prezzo da 40 a 80 volte tanto?

I prezzi del gas, da oltre sei settimane, si sono stabilizzati oltre 200 euro a MWh, fino a toccare punte di 340. Ci si potrebbe chiedere: il fenomeno è dovuto a un aumento reale della domanda e/o a una riduzione reale dell’offerta? Di questo sono certi i molti commentatori economici e politici che affollano i talk show e scrivono sui giornali.

Ma come è possibile questo se la domanda industriale di gas è calata di oltre il 9% tra la seconda metà del 2021 e la prima del 2022, e se la riduzione dell’offerta russa causata dalle sanzioni occidentali sarebbe compensata, come dicono, da offerte di gas di altra provenienza?

Per “considerazione del rischio geopolitico”, dichiara solennemente Francesco Starace, amministratore delegato di Enel (Il Sole – 24 Ore del 4 settembre).

Per la guerra in Ucraina, cantano all’unisono nel coro mainstream.

C’è qualcosa che non quadra in tutto questo: come è possibile che la causa degli aumenti sia la guerra in Ucraina se già nell’ottobre/dicembre 2021, cioè vari mesi prima dello scoppio delle ostilità, l’aumento del prezzo del gas, rispetto ai primi mesi del 2021, era del 500 – 600%? Fino a raggiungere nella media dei prezzi spot1 TTF di dicembre 2021 l’ammontare di oltre 110 euro al MWh? (tabella 1)

Oggi l’aumento del prezzo del gas è arrivato al 1000% anche sul timore della penuria di gas in inverno.

Allora come stanno le cose? Entrambi gli aumenti, quello di oggi e quello precedente alla guerra in Ucraina, hanno spiegazioni e motivazioni finanziarie.

Cosa significa?

Significa che la finanza, e in particolare la finanza derivata (future, swap, opzioni ed altre cose più o meno misteriose), trae spunto (e sponda) da eventi da essa attesi (meglio supposti), previsti (meglio ipotizzati), ovvero “costruiti” di appositamente con “rumors” fatti trapelare ad hoc attraverso la stampa, specializzata o meno, per fare delle scommesse (speculazioni), al fine di guadagnarci il più possibile.

E’ costretto a dirlo il già menzionato Starace nell’articolo sopracitato: nel meccanismo di formazione del prezzo del gas entrano considerazioni che “nulla hanno a che fare con la tensione […] tra domanda e offerta o con il prezzo della materia prima”.

È noto a molti che la finanza, e all’interno di questa la finanza derivata, abbia un ruolo centrale nella riproduzione del modo di produzione vigente. E lo ha anche nei meccanismi del settore dell’energia e nella formazione dei prezzi convenzionali del TTF.

Una notazione conclusiva: il Prodotto lordo mondiale nel 2020 è stato pari a circa 85 mila miliardi di dollari; il “valore nozionale” cioè il valore di materie prime, beni e titoli finanziari che costituiscono il sottostante delle operazioni di finanza derivata, ha superato il milione di miliardi, con un rapporto fra le due entità di circa 1 a 12.

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra aprile 2021 e agosto 2022.

Fonte: Elaborazione dati European Gas Spot Index.


I prezzi spot in del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in al mc
Costo in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20

Il mercato del gas Title Transfer Facility (TTF)

Il mercato a termine del gas TTF di Amsterdam è la causa principale della macroscopica crescita dei prezzi del gas. È stato istituito – ed è stata una scelta politica – quale parte del mercato energetico della UE. Si tratta di un mercato virtuale (un “hub”) per lo scambio all’ingrosso di gas naturale. Il TTF è anche un indice.

Sul TTF si vendono e si acquistano gas e future sul gas, cioè rispettivamente contratti spot con consegna di gas a brevissimo termine, generalmente il giorno successivo, e contratti future per scambiare una certa quantità di gas in una data futura (per es. dicembre 2022) ad un prezzo prestabilito.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di forniture indicizzati al TTF, cioè all’andamento dell’indice TTF preso come valore medio mensile, frutto della media dei prezzi spot giornalieri del mese precedente a quello dell’effettiva fornitura.

I prezzi future, cioè quelli per la consegna a più lungo termine, sono invece utilizzati come riferimento per le offerte di fornitura di gas a prezzo fisso.

Alcune offerte a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale.

I valori del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi del 2022 sono pressoché identici come si evince dal seguente grafico nel quale la linea blu e quella rossa risultano sovrapposte.

Grafico 1: andamento delle quotazioni medie mensili in euro fra gennaio 2021 e agosto 2022:

a) del gas sul mercato spot TTF (linea blu)

b) del gas sul mercato italiano Psv (Punto di Scambio Virtuale) (linea rossa)

c) del gas indicizzato al petrolio brent (linea verde)

d) del petrolio brent (linea viola)

Fonte: https://altreconomia.it/speculazione-sui-prezzi-del-gas-che-cosa-ci-aspetta-e-che-cosa-non-sta-facendo-arera/

Attraverso queste piattaforme avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e i trader del settore (produttori e fornitori che rispettivamente vendono e acquistano, il gas metano).

I fornitori del mercato italiano acquistano il gas per poi rivenderlo ai loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza a cui si aggiunge un margine, ossia il guadagno del fornitore.

Lo sviluppo tumultuoso dei contratti future per le scommesse speculative legate alla ripresa dell’economia e la cessazione di offerta di volumi di gas aggiuntivi rispetto al minimo contrattuale da parte della Norvegia, a cui si adeguò la Russia, hanno determinato, a partire dall’estate 2021, un aumento del prezzo del gas TTF e, aggiungo, dell’energia elettrica.

A questo punto un breve, necessario inciso: il PUN.

Si tratta del Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica ed è associato al TTF.

Il PUN viene determinato alla borsa italiana elettrica (IPEX) ed è il principale riferimento del nostro mercato e di tante offerte “luce” a prezzo variabile. Il PUN esprime la media all’ingrosso dell’elettricità nelle varie zone d’Italia nell’arco di una giornata (è questo l’indicatore che alla fine del luglio scorso è balzato a 546,26 euro al MWh). E ciò perché il PUN della luce è legato a quello del gas in Italia, poiché buona parte (poco meno del 50%) dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene dalla combustione del gas metano.

Quindi il prezzo del gas influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa elettrica.

Il prezzo indicato di 546 euro per megawattora è 10 volte il valore considerato normale un anno fa. Anche se sulla sua formazione incidono, in misura minore, l’andamento produttivo del nucleare, dell’energia idroelettrica e delle energie rinnovabili. Il prezzo indicato è anche 8 – 10 volte i costi del fotovoltaico e dell’eolico, che godono parassitariamente dei possenti incrementi di prezzo della speculazione sul gas, a cui sono state, per volontà politica, agganciate. Lo stesso Paolo Scaroni (il Sole del 4 settembre), ex amministratore delegato di Enel e di Eni, oggi in Rothschild, al riguardo è severo: “Poi c’è anche il tema del caro elettricità. L’unica soluzione semplice mi pare sia quella di fare in modo che chi produce elettricità da fonti diverse poi non la venda allo stesso prezzo di chi la produce dal gas”.

Ma ora torniamo al gas.

Ecco l’andamento dell’indice TTF mensile spot: il TTF di aprile 2021 era 20,50 euro al MWh, saliva a 63,5 a settembre per arrivare a 110,12 a dicembre 2021. Scendeva a 83,63 a gennaio 2022, si impennava a 125,42 a marzo per poi scendere lentamente. Il TTF di agosto, riferito alle forniture di luglio, è 163,17 euro al MWh (tab. 1). I prezzi dei TTF future previsti per i mesi di fine anno sono di 200 euro per MWh.

Gli operatori che concorrono a formare il TTF sono 148 suddivisi per categorie:

a) produttori di gas

b) riempitori di stoccaggi

c) operatori di rete

d) gruppi integrati, che bilanciano la produzione e le vendite finali.

Una quindicina sono italiani che vanno da Eni a Enel a Edison, agli intermediari Hera, Sorgenia, Repower, Estra, Dolomiti Energia, fino ai piccoli trader.

Poi ci sono le banche d’affari (e i loro hedge fund) come Goldman Sachs e Morgan Stanley, i grandi intermediari (trader) Gunvor, Trafigura, Glencore, Vitol, le major come Shell o Danske, braccio della norvegese Equinor.

Il TTF è inoltre un mercato relativamente piccolo e, quindi, volatile. I volumi sono in media – per l’estate – di 4 miliardi di metri cubi al giorno; niente a che vedere con gli scambi sul Brent petrolifero che sono enormemente maggiori.

L’esilità del mercato TTF da un lato lo rende vulnerabile alle scorrerie finanziarie, dall’altro inspiegabilmente influente da determinare convenzionalmente il prezzo del gas di tutto il continente, anche laddove l’accordo avviene direttamente tra aziende produttrici e distributrici.

L’architettura complessiva del sistema gas è finanziaria e si svolge nel modo seguente.

Gli operatori finanziari anticipano fenomeni economici, finanziari, geopolitici, militari e ci scommettono sopra. I trader di mercato, intermediari e soggetti finanziari come gli hedge fund, che notoriamente operano a leva, cioè a debito, acquistano grandi quantità di contratti a termine (future), che incorporano il diritto di acquistare gas alla scadenza. Quasi mai, però, alla scadenza, avviene lo scambio fisico prezzo-gas. Intanto gli hedge con la loro enorme mole di domanda fittizia determinano una scarsità artificiale di gas (la domanda effettiva è in realtà calata di quasi il 10% nell’ultimo anno). Tale scarsità artificiale di gas porta i prezzi a crescere a un livello insostenibile. Ciò è avvenuto ben prima della guerra in Ucraina. Si è ripetuto il fenomeno dei famosi “barili di carta” di prima della grande crisi del 2008, allorché per un barile di petrolio fisicamente scambiato, sul mercato di New York si negoziavano 100 barili con contratti future.

Alla loro scadenza, attraverso un organismo finanziario terzo (la cassa di compensazione e garanzia, clearing house), la quasi totalità dei contratti furono eseguiti a saldo, cioè, pagando soltanto la differenze di prezzo, senza alcun movimento reale del prodotto, senza alcuna consegna di petrolio. Tali contratti, a milioni, però determinarono una gigantesca domanda (fittizia) di petrolio rispetto a un’offerta limitata e, di conseguenza l’attesa di un forte rialzo del prezzo del petrolio.

L’acquisto massiccio di strumenti derivati (future sul gas, poniamo scadenza ottobre 2022), determina analogamente un movimento di acquisto spot di gas e, quindi, l’impennata dei prezzi.

La catena è la seguente: anticipazioni e scommesse da indizi di economia reale, di geopolitica o altri, più o meno veri, spesso costruiti, amplificati, o depotenziati o sottaciuti -> intervento della finanza derivata -> traino da parte di essa del sottostante (gas acquistato con contratti spot) -> crescita del sottostante (numero e importo di contratti spot di gas e inflazione finanziaria) -> ulteriore crescita del sottostante per le ricoperture dei ribassisti allo scoperto (shortisti) -> quindi formazione della bolla. Non c’è alcuna spiegazione “oggettiva”, c’è solo una spiegazione finanziaria.

Di fronte a questo, aspettare che il mercato dei reazionari e folli liberisti dell’UE “risolva da solo il problema che ha provocato, è come affrontare la siccità con una sciamanica danza della pioggia” (Mario Lettieri e Raimondo Parodi in “l’Avvenire dei lavoratori” e-settimanale).

Il ruolo egemone della finanza

Il demone capitalistico della finanza è uscito dalla lampada ed è quasi ingovernabile dai suoi padroni (elites capitalistiche, elites politico-istituzionali dell’UE, etc.). E causa rovina, alimentato dalla politica stoltamente antieuropea, anti-italiana e filoamericana dei governi di quasi tutti i Paesi europei.

Il prezzo, la ricaduta sociale delle gigantesche speculazioni, delle menzogne giornaliere e sistematiche lo pagano i popoli, anzi la parte più indifesa dei popoli europei.

Cosa c’entra con tutto questo la Russia? I russi hanno costi di estrazione del gas tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA. Gazprom vende, anzi vendeva, quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedevano un volume minimo di forniture da pagare in caso di mancato ritiro: la nota clausola “take or pay”. Il prezzo spot del gas russo, almeno fino a qualche tempo fa, era agganciato solo in parte al TTF. Abbandonare i contratti bilaterali a lunga scadenza e inventare il TTF di Amsterdam, oltre che arricchire produttori, intermediari, banche, hedge fund, era legato secondo l’UE a due obiettivi: approfittare del ribasso temporaneo del prezzo del gas in una fase di grave crisi economica post-subprime e di deflazione generalizzata, e abbassarlo anche per infliggere alla Russia post-Crimea, grande esportatrice, la più grave delle sanzioni. Con il sottofondo e la copertura ideologica del logoro schema vetero-liberista del mercato autoregolatore.

Da tempo la Russia aveva messo in guardia gli europei, e in particolare Germania e Italia, dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione occidentale, falsa e ideologica, della Russia come causa degli aumenti dei prezzi dell’energia, e non invece la speculazione.

Da decenni Gazprom aveva rapporti con Eni, un tempo azienda pubblica ora solo partecipata al 30,33%.

La finanziarizzazione dell’energia, inaugurata dall’UE dopo Kyoto con gli ETS, cioè con la cartolarizzazione dei diritti ad inquinare, ha finora ottenuto “grandi risultati”: rendere l’Europa, meglio, la sua parte manifatturiera, suddita dei “padroni” del petrolio e del gas più avidi e cari, come USA, Canada, Norvegia. Dare la stura a una delle più gravi crisi economico-sociali dell’Europa, porla al servizio di modelli capitalistici e militari contrari agli interessi europei.

Se il prezzo mostruoso che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione, è anche un grande vantaggio per tanti (Olanda e Norvegia, per citarne alcuni). E sono alcuni di quei tanti ad opporsi all’apposizione di un price cap, che in realtà appare ora non come un tetto al prezzo di vendita, ma come una soglia di prezzo sugli scambi oltre la quale essi non possano avvenire.

La narrazione mainstream elementare e falsa, di prezzi dell’energia, guerra in Ucraina e inflazione come eventi concatenati, è negata ogni giorno dai fatti. La guerra ha solo accentuato processi già in atto.

Più sopra ho accennato a l’Eni. Secondo Bloomberg, nel secondo trimestre 2022, le compagnie del settore energetico hanno realizzato 60 miliardi di utili mentre gli investimenti sono calati ai livelli del 2013. Eni nel primo semestre 2022 ha realizzato profitti netti per 7 miliardi contro poco più di 1 registrato nel 2021.

Eni vale da sola il 48% del gas importato (poi c’è Edison con il 15,7%, Enel con l’8,3%, Shell con il 6,7% e una compagnia azera con l’8,3%). Tutti questi soggetti rappresentano il 90% del mercato italiano.

Sul fronte del gas, Eni, che garantisce la metà del fabbisogno italiano, è l’unico acquirente del gas russo fornito da Gazprom. L’Eni lo acquista in gran parte mediante contratti “take or pay” pluriennali, indicizzati all’andamento del petrolio Brent (o indicizzato solo in parte al TTF spot).

I due terzi dei volumi di vendita di Eni sono acquistati con contratti “take or pay”, solo un terzo è acquistato al TTF di Amsterdam a prezzi spot.

Eni rivende il suo gas mediante contratti spot per l’intero sul mercato nazionale, cioè anche i 2/3 acquistati “take or pay”. Eni quindi vende ai fornitori di gas metano come ACEA, A2A, Iren, con contratti spot indicizzati al mercato TTF e questi a loro volta lo rivendono con contratti spot indicizzati al TTF all’utenza finale.

Con l’aumento della domanda post Covid il prezzo spot del gas è aumentato più del Brent già prima del calo dell’offerta dovuto alle sanzioni alla Russia, che ha fatto ulteriormente salire il prezzo del gas: una lievitazione del 1000% da gennaio 2021 a luglio 2022, mentre l’aumento del Brent è stato del 130 – 140%.

Da qui i profitti colossali.

Non vi è alcun dubbio che siamo a uno snodo storico in cui gli Stati e i governi occidentali sono chiamati a schierarsi, senza distinguo, dalla potenza egemonica USA, a sostegno totale della sua politica globale, in uno stato di subalternità autolesionistica e senza sbocchi.

L’intero sistema energetico, base di ogni sistema produttivo e della convivenza stessa fra popoli e persone ai livelli di vita da tempo raggiunti, pur tra disuguaglianze profonde, è in grave pericolo perché messo in crisi, da un lato, da sanzioni insensate che si ritorcono con virulenza contro chi le ha decise e applicate; dall’altro perché, eliminati gli elementi pluridecennali di integrazione e stabilità fra l’Europa manifatturiera e tecnologica e la Russia fornitrice di energia di buona qualità e a basso costo, si è entrati in un piano di fragilità e volatilità di un sistema finanziario predatorio, creato per volontà politica dell’Unione europea ad Amsterdam, dietro l’ipocrita paravento di falsi e screditatissimi dogmi arcaico-liberisti, ma in realtà per arricchire banche d’affari, intermediari, grandi conglomerati finanziari ed hedge fund.

La risposta degli sciagurati governi occidentali, in prima linea l’Italia di Draghi, Mattarella, Letta e Bonomi, anziché nella liquidazione del “mostro” di Amsterdam, sembra consistere in un price cap imposto al gas russo (e non a quello norvegese, anglo-olandese, israeliano, etc.), lasciando lucrare a livelli mai visti prima l’industria del GNL e del petrolio USA, che già vendeva a prezzi più elevati rispetto a quelli russi, prezzi ulteriormente rincarati negli ultimi tre mesi.

E in assistenza al capitale: con denaro pubblico per gli stoccaggi che i privati si sono rifiutati di eseguire; con denaro pubblico per i crediti di imposta concessi alle aziende energivore e non; con denaro pubblico per cuneo fiscale e riesumata Transizione 4.0; con denaro pubblico per il sostegno alle rinnovabili. E ciò mentre queste ultime e le tante imprese energetiche hanno fatto uno sberleffo alla timida richiesta di versare un obolo dei loro extra profitti.

Intanto l’inflazione aumenta, come pure la recessione e il massacro sociale di gran parte delle masse popolari del nostro e degli altri paesi.

E l’euro è sotto i livelli di sempre a testimonianza della futura, relativa irrilevanza dell’UE nell’Occidente.

Le parole d’ordine dell’autoriduzione delle bollette, espungendo da esse la grande fetta speculativa, della nazionalizzazione di Eni ed Enel, del rifiuto del riarmo del nostro Paese e della permanenza nella Nato, aggressiva e guerrafondaia, e nella UE, ectoplasma di se stessa, hanno pieno diritto di cittadinanza e di sostegno.

Raffaele Picarelli

Firenze, 7 settembre 2022

Glossario

Finanza derivata: uno strumento derivato (o semplicemente derivato, in inglese derivative), nella finanza, indica un titolo finanziario che deriva il proprio valore da un altro asset finanziario oppure da un indice (ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime), detto sottostante. Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura da un rischio finanziario (detta hedging), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione. Gli strumenti derivati più diffusi sono i forwards, i futures, le opzioni e gli swap.

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cashpoiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l’acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato

I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l’obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.

A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.

I futures si distinguono in:

Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:

  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.

Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e altre materie prime.

Swap: nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti, determinati in relazione a uno strumento o un’attività finanziaria sottostante. Va annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi utilizzato prevalentemente dalle banche, dalle imprese e anche dagli enti pubblici. Lo strumento dello swap fu inventato nel 1994 all’età di 25 anni dalla finanziere Blythe Masters, della banca JP Morgan. Esso si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio.

Opzioni: Le opzioni sono strumenti finanziari il cui valore non è autonomo ma deriva dal prezzo di una attività sottostante di varia natura (reale come nel caso di materie prime quali grano, oro, petrolio, ecc. , oppure finanziaria come nel caso di azioni, obbligazioni, tassi di cambio, indici, ecc.). Il termine “derivato” indica questa dipendenza. Possiamo quindi definire le opzioni come dei contratti finanziari che danno il diritto, ma non l’obbligo, all’acquirente dietro il pagamento di un prezzo (premio), di esercitare o meno la facoltà di acquistare (Call) o vendere (Put) una data quantità di una determinata attività finanziaria, detta sottostante, a una determinata data di scadenza o entro tale data e a un determinato prezzo di esercizio (strike price).

Hedge fund: (trad. fondo speculativo) è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale, spesso organizzato come società in accomandita semplice o società a responsabilità limitata.

1 Per la spiegazione del termine mercato spot e di altri termini tecnici scritti in corsivetto si rimanda al glossario in coda all’articolo.

Le radici storiche della crisi italiana

di Pierre Assante

Come ogni entità nazionale, l’Italia ha un patrimonio di attualità il cui contenuto va ricordato e che spiega almeno in parte la realtà odierna.

È l’erede degli Stati avanzati del Rinascimento sia in termini di rivoluzione scientifica e tecnica che di organizzazione sociale, economica, politica e culturale. La Toscana, ad esempio, è stata uno dei primi Stati al mondo a sperimentare gli inizi di un capitalismo in costruzione. Marx ci ricorda che questo stato ha conosciuto gli inizi del lavoro salariato. Sostituendo gradualmente la servitù della gleba e l’artigianato, anche se in misura ridotta ma con anticipo, ha prodotto anche Galileo, Machiavelli e Leonardo da Vinci.

Ma la divisione di questi potenti e avanzati Stati italiani non permise di affrontare l’ascesa degli Stati centralizzati (Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), anche se meno avanzati, e la loro potenza di fuoco e organizzazione militare in particolare.

Già nel XIV secolo Petrarca invocava l’unità d’Italia. Eppure, dopo un lungo periodo di dominazione straniera e di declino, solo nel 1860 nuove forze della borghesia, non autonome dalle grandi potenze di allora, riuscirono a costruire un’unità nazionale (si legga Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa). La convergenza negativa di questi elementi portò questi Stati, così avanzati nel Rinascimento, a un’arretratezza economica che cominciò a essere in parte recuperata solo negli anni di Mussolini e poi nel dopoguerra con l’aiuto interessato del capitale statunitense che venne a “liberarli”. Ma il boom economico fu soprattutto il risultato di una politica di sviluppo ispirata dai comunisti, minoritari elettoralmente ma molto influenti in seguito alle lotte antifasciste e di liberazione, una politica portata avanti in un compromesso con il capitale familiare nazionale italiano come la FIAT dell’Avvocato Agnelli; Questo compromesso è durato fino a quando l’accelerazione della concentrazione capitalistica mondiale non ha privato sia il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), entrambi alleati e concorrenti, sia le grandi famiglie, del loro potere sulla proprietà e sul movimento del capitale.

Per spiegare il declino degli Stati italiani avanzati, dobbiamo aggiungere il peso retrogrado della Chiesa, sia dal punto di vista economico che ideologico. Gli episodi di Galileo e Giordano Bruno ne sono un’illustrazione lampante. Non ci può essere sviluppo senza un avanzamento congiunto delle forze produttive e di produzione (produzione antagonista di plusvalore e produzione di valore d’uso in unità contraddittoria), dell’organizzazione sociale e delle idee che la accompagnano.

Un capitalismo nazionale reazionario

Il capitalismo del fascismo italiano è un capitale rurale di grandi latifondi e grandi famiglie che si converte in capitale industriale. Il peso delle grandi famiglie agricole (vedi il 1900 di Bertolucci) si oppone al peso del capitale industriale all’inizio del XX secolo e dà al fascismo tutti gli ingredienti di un’alleanza tra le forze più reazionarie contro l’ascesa del movimento operaio (creazione del PCI nel 1921), debole ma di grande inventiva, come dimostrano i Quaderni del carcere di Gramsci e le proposte permanenti di Togliatti nelle lotte. Gli operai della FIAT e il movimento dei lavoratori agricoli sono stati al centro delle lotte sociali. Solo l’alleanza della Confindustria (il “Medef” italiano) con Mussolini nelle azioni incoraggiate dallo Stato borghese, potremmo dire piccolo-borghese, come l’assassinio di Matteotti, deputato oppositore, o la famosa e ridicola messa in scena mediatica della “Marcia su Roma”, ebbe per un po’ la meglio sul nascente movimento democratico e operaio.

Questo peso del passato non si è spento e l’avanzata delle forze di destra radicale, come la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, lo testimonia. Nella crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, i morti colgono i vivi: questa morte costituisce una cerniera con una possibile partecipazione delle lotte operaie e popolari italiane di oggi alla costruzione di una globalizzazione che sfugga, trasformi e superi il nostro modo di produzione e di scambio obsoleto e malato.

Non tornerò sul processo di superamento (Aufhebung, secondo il termine di Marx) che Paul Boccara e gli economisti comunisti hanno immaginato e proposto nelle e attraverso le misure esposte in questa rivista (crediti, Fondi, SEF, nuovi criteri, diritti del lavoro corrispondenti, SDR, ecc.), tutte convergenti oggettivamente e soggettivamente in uno sviluppo congiunto della società, della persona e dell’uomo produttore e cittadino: processo di coscienza della natura su se stessa secondo i termini dei Manoscritti del 1844.

La grande crisi politica che sta attualmente imperversando (dimissioni del Presidente del Consiglio, elezioni anticipate il 25 settembre, ecc.), è la manifestazione avanzata della crisi generale della produzione e dello scambio nazionale, europeo e mondiale, quella della sovra-accumulazione e della svalutazione del capitale e quella dei rapporti sociali, nell’unità di crisi e di movimento.

Convergenza della crisi: inflazione, crisi del potere d’acquisto popolare e dell’occupazione, dei salari e dei redditi popolari, punto avanzato della crisi in Italia. Aumento dello spread (1), aumento del tasso di riferimento della Banca Centrale Europea, aumento del costo del prestito pubblico. Approfittando della sua azione a capo della BCE per evitare la frammentazione dell’eurozona, Mario Draghi, Presidente del Consiglio italiano, formatosi alle tecniche bancarie statunitensi, ha preteso di risolvere la crisi senza la critica di un’economia politica ortodossa, strettamente bancaria. Questa situazione esaspera la competizione tra i partiti, le ambizioni individuali e le loro stesse illusioni di risolvere i problemi senza affrontare le radici sistemiche della crisi. Frammentazione competitiva e politica del “centrosinistra” liberale, Partito Democratico (PD), nato dallo scioglimento del PCI e dalla sua deriva social-liberale in una fusione con gran parte della DC e del partito 5 Stelle: Conte, Renzi, Letta… in campagna elettorale.

E a ciò si aggiunge l’ascesa dell’estrema destra “radicale”, della Lega, che ha già partecipato al governo di “unità nazionale” di Draghi, e di Fratelli d’Italia, che sta scalando, entrambi approfittando delle difficoltà sociali e della confusione ideologica sulle cause della crisi…

Il vuoto lasciato dall’autodissoluzione del PCI

L’autoscioglimento del PCI nel 1991 (ultimo congresso a Rimini) non fu casuale. Nasce dall’incapacità del Partito di cogliere la trasformazione dell’Italia, a seguito di un generale indebolimento, soprattutto ideologico in una controffensiva del capitale, dei movimenti comunisti nazionali nella trasformazione del mondo. La coscienza del processo inconscio della società, come dice Engels, è in difetto. Testimonia il peso del riformismo in questo partito come in molti altri rispetto ai nuovi dati della crisi di sovra-accumulazione-svalutazione del capitale (descritta a partire dagli anni Settanta e prima da Paul Boccara), e quindi la debolezza ideologica della classe salariata addestrata solo alla difesa del capitale variabile senza collegarlo all’intero movimento del capitale e ai suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle evoluzioni antroponomiche che vanno ben oltre i confini. Questa “lezione” può essere una lezione generale per noi, qui e ora.

Enrico Berlinguer, dopo il golpe in Cile, procede a una giusta “revisione” dei rapporti di forza globali tra capitale e lavoro, capitale e movimento democratico. Procede anche a una valutazione della crisi del lavoro nel capitalismo con la dichiarazione e il discorso agli operai sulla democrazia del “cosa, cosa e come produrre” e sull'”esaurimento della spinta della rivoluzione d’ottobre”; un abbozzo di realtà in atto, ma una riduzione di questa realtà a elementi non sufficientemente collegati, non sufficientemente sintetizzati. La sua morte nel pieno del “sorpasso” (il sorpasso del PCI sulla DC), nel bel mezzo di un incontro elettorale, fu una tragedia che diede libero sfogo allo scontro di ambizioni in un partito che non aveva analizzato la trasformazione del mondo come aveva fatto Berlinguer, in modo avanzato e premonitore; uno scontro che diede libero sfogo agli opportunismi di destra e di sinistra, di cui il successivo voto unanime dei deputati italiani sul “Trattato Costituzionale dell’UE” del 2005 dà un’idea.

Dopo l’autoscioglimento del PCI e la creazione del PDS, che Pietro Ingrao, uno dei pochi dirigenti del PCI contrari a questa operazione, chiamò “La cosa” e che sarebbe diventato l’attuale PD, nacquero il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e altri partiti comunisti come il cosiddetto partito “filosovietico” di Cossutta. Rifondazione ha lavorato alla ricostruzione in Italia e in Europa, con le difficoltà che conosciamo. Il filosofo Domenico Losurdo, scomparso poco tempo fa, ha lavorato per un po’ a questa ricostruzione.

In Italia c’è poco o nessun equivalente di una ricerca economica e politica marxista come quella della nostra rivista e della Commissione economica del Pcf. Questa debolezza esisteva già nel PCI, che lo spinse verso una preponderanza dello “storicismo” teorico e che facilitò la deriva ideologica ed elettorale verso il PD e il suo liberalismo sociale.

Questi elementi di analisi esprimono un punto di vista indubbiamente personale, che richiede un ulteriore approfondimento.

(1) Differenza tra il tasso di interesse sul debito sovrano del Paese e il tasso di interesse pagato dallo Stato tedesco. Va comunque ricordato che l’Italia, terza economia dell’UE, non può essere trattata con la stessa violenza della Grecia.

FONTE: https://www.economie-et-politique.org/2022/09/07/les-racines-historiques-de-la-crise-italienne/


Articolo originale:

Les racines historiques de la crise italienne

Comme toute entité nationale, l’Italie procède, dans les événements actuels, d’un héritage dont il faut rappeler la teneur et qui explique au moins en partie la réalité d’aujourd’hui.

Pierre Assante

Elle est héritière d’États avancés de la Renaissance tant dans la révolution scientifique et technique que dans l’organisation sociale, économique, politique et culturelle. La Toscane par exemple est un des premiers États dans le monde à connaître les prémices d’un capitalisme en construction. Marx rappelle déjà que cet État a connu les débuts du salariat. En le substituant progressivement, en faible part certes mais avec anticipation, au servage et à l’artisanat, elle a produit aussi des Galilée, des Machiavel, des Léonard de Vinci.

Mais la division de ces puissants États avancés de l’Italie ne lui a pas permis de faire face à la montée des États centralisés (Espagne, France, Angleterre…) bien que moins avancés, à leur puissance de feu et à leur organisation militaire en particulier.

Déjà Pétrarque, au XIVe siècle, appelait à l’unité de l’Italie. Pourtant, après une longue période de dominations étrangères et de déclin, c’est seulement en 1860 que de nouvelles forces de la bourgeoisie, non autonomes des grandes puissances d’alors, ont réussi à construire une unité nationale (lire Il Gattopardo de Tomasi di Lampedusa). La convergence négative de ces éléments a conduit ces États, si avancés à la Renaissance, à un retard économique qui n’a commencé à être comblé en partie que dans les années mussoliniennes puis dans l’après-guerre avec l’aide intéressée du capital US venu la « libérer ». Mais l’essor économique résulte surtout d’une politique de développement inspirée par les communistes, minoritaires électoralement mais très influents suite à la lutte antifasciste et de Libération, politique menée dans un compromis avec le capital italien familial national tel la FIAT de «l’Avvocato Agnelli » ; compromis qui va durer jusqu’à ce que l’accélération de la concentration capitaliste mondiale ôte et au Parti Communiste Italien (PCI) et à la Démocratie Chrétienne (DC), à la fois alliés et concurrents, et aux grandes familles, leur pouvoir sur la possession et le mouvement du capital.

Pour expliquer le recul des États italiens avancés, il faut ajouter le poids rétrograde de l’Église sur le plan économique comme sur le plan idéologique. Les épisodes de Galilée ou de Giordano Bruno en sont une illustration marquante. Il n’y pas de développement sans une avancée conjointe des forces productives et productrices (production antagoniste de plus-value et production de valeur d’usage en unité contradictoire), de l’organisation sociale et des idées qui vont avec, conjointement.

Un capitalisme national réactionnaire

Le capitalisme du fascisme italien est un capital rural de grands latifundia et des grandes familles se convertissant au capital industriel. Le poids des grandes familles rurales (Voir 1900 de Bertolucci) s’oppose au poids du capital industriel dans les débuts du XXe siècle et donne au fascisme tous les ingrédients d’une alliance des forces les plus réactionnaires contre la montée du mouvement ouvrier (Création du PCI en 1921), faible mais d’une grande inventivité, que les Cahiers de prison de Gramsci et les propositions permanentes de Togliatti dans les luttes illustrent. Les ouvriers de la FIAT et le mouvement ouvrier agricole sont au centre des luttes sociales. Seule l’alliance de la Confindustria (le « Medef » italien) avec Mussolini dans les exactions encouragées par l’État bourgeois, petit-bourgeois peut-on dire, telles l’assassinat de Matteotti, député opposant, ou la fameuse et ridicule mise en scène médiatique de la « Marche sur Rome », ont raison un temps du mouvement démocratique et ouvrier montant.

Ce poids du passé n’est pas éteint et l’avancée des forces d’extrême droite radicale telles la Lega de Salvini et I fratelli d’Italia de Giorgia Meloni, en témoigne. Dans la crise du capitalisme mondialisé et financiarisé, le mort saisit le vif : ce mort constitue une charnière avec une possible participation des luttes ouvrières et populaires italiennes d’aujourd’hui à la construction d’une mondialisation échappant à, et transformant et dépassant notre mode de production et d’échange obsolète et malade.

Je ne reviens pas sur le processus de dépassement (Aufhebung, selon le terme de Marx) qu’ont imaginé et proposé Paul Boccara et les économistes communistes dans et par les mesures exposées dans cette revue (crédits, Fonds, SEF, nouveaux critères, droits du travail y correspondant, DTS, etc.), le tout convergeant objectivement et subjectivement dans un développement conjoint de la société, de la personne et de l’homme producteur et citoyen : processus de la conscience de la nature sur elle-même selon les termes des Manuscrits de 1844.

La grande crise politique qui sévit actuellement (démission du président du Conseil, élections anticipées le 25 septembre, etc.), est la manifestation avancée de la crise générale de production et d’échanges nationale, européenne et mondiale, celle de la suraccumulation-dévalorisation du capital et celle des rapports sociaux, en unité de crise et de mouvement.

Convergence de crise : inflation, crise du pouvoir d’achat populaire et de l’emploi, des salaires et revenus populaires, pointe avancée en Italie de la crise. Spread (1) en hausse, hausse du taux directeur de la Banque centrale européenne, augmentation du coût des emprunts de l’État. Se prévalant de son action à la tête de la BCE pour empêcher la fragmentation de la zone euro, Mario Draghi, président du Conseil italien, formé aux techniques bancaires étasuniennes, a prétendu résoudre la crise sans une critique d’une économie politique orthodoxe et strictement bancaire. Cette situation exacerbe la concurrence des partis, les ambitions individuelles, et leurs propres illusions de résoudre les problèmes sans s’attaquer aux racines systémiques de la crise. Morcellement concurrentiel et tractations politicardes du « centre gauche » libéral, Partito Democratico (PD) issu de la dissolution du PCI et de sa dérive social-libérale dans une fusion avec une grande partie de la DC et parti des 5 Stelle : Conte, Renzi, Letta… en campagne.

Et là-dessus, la montée de l’extrême droite « radicale », Lega qui a déjà participé au gouvernement Draghi d’« unité nationale », et Fratelli d’Italia qui grimpe, qui profitent tous deux des difficultés sociales et de la confusion idéologique sur les causes de la crise…

Le vide laissé par l’autodissolution du PCI

L’autodissolution du PCI en 1991 (congrès de Rimini, le dernier) n’est pas un hasard. Elle procède de l’incapacité du Parti à saisir la transformation de l’Italie, faisant suite à un affaiblissement général, en particulier idéologique dans une contre-offensive du capital, des mouvements communistes nationaux dans la transformation du monde. La conscience du processus inconscient de la société, comme dit Engels, est en défaut. Elle témoigne du poids du réformisme dans ce parti comme dans bien d’autres par rapport aux nouvelles données de la crise de suraccumulation-dévalorisation du capital (décrite dès les années 1970 et avant par Paul Boccara), et donc de la faiblesse idéologique du salariat formé à la seule défense du capital variable sans la lier à l’ensemble du mouvement du capital et son effet sur le travail, l’emploi, les évolutions anthroponomiques dépassant de loin les frontières. Cette « leçon » peut être une leçon générale pour nous ici et maintenant.

Enrico Berlinguer, après le coup d’État du Chili, procède à une juste « révision » des rapports de forces mondiaux entre capital et travail, capital et mouvement démocratique. Il procède de même à une évaluation de la crise du travail dans le capitalisme avec sa déclaration et adresse aux ouvriers sur la démocratie du « que, quoi, et comment produire » et sur « l’esaurimento de la spinta della revoluzione d’Ottobre », l’épuisement de la poussée de la révolution d’Octobre ; esquisse en cours d’une réalité mais réduction de cette réalité à des éléments insuffisamment reliés, insuffisamment synthétisés. Sa disparition en plein « sorpasso » (dépassement de la DC par le PCI), en plein meeting électoral, est un drame qui va laisser libre cours aux affrontement des ambitions dans un parti n’ayant pas effectué l’analyse de la transformation mondiale comme était en train de la faire Berlinguer, de façon avancée et prémonitoire ; affrontements donnant libre cours aux opportunismes de droite et de gauche dont le vote, plus tard, et à l’unanimité, du « traité constitutionnel de l’UE » de 2005 par les députés italiens, donne une idée.

A la suite de l’autodissolution du PCI, et de la création du PDS que Pietro Ingrao, un des rares dirigeants du PCI opposant à cette opération, appelait « La cosa » (la chose), et qui allait devenir le PD d’aujourd’hui, s’est créé « il Partito della Rifondazione Comunista » (PRC) et d’autre partis communistes comme celui de Cossutta dit « pro soviétique ». Rifondazione  travaille à une reconstruction en Italie et en Europe, avec les difficultés que l’on sait. Le philosophe Domenico Losurdo disparu il y a peu de temps a travaillé un moment à cette reconstruction.

Il existe peu ou pas en Italie l’équivalent d’une recherche économique et politique marxiste du type de celui de notre revue et de la Commission économique du PCF. Cette faiblesse existait déjà dans le PCI, ce qui le poussait à une prépondérance à « l’historicisme » théorique et ce qui a facilité la dérive idéologique et électorale vers le PD et son social-libéralisme

Ces éléments d’analyse expriment un point de vue sans doute personnel, qui appelle des approfondissements.

(1) Écart entre le taux d’intérêt sur la dette souveraine du pays et le taux d’intérêt payé par l’État allemand. Il faut néanmoins se souvenir que l’Italie, troisième puissance économique de l’UE, ne peut pas être traitée avec la même violence que la Grèce.

UNA COSA OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

UNA COSA CHE OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: OCCORRE REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, E COSI’ FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

Occorre revocare le folli sanzioni alla Russia e cosi’ far cessare il disastro economico e sociale che sta trascinando l’intera Europa nell’abisso. E’ la cosa piu’ necessaria e piu’ urgente da fare. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Ed insieme occorre cessare di produrre e fornire le armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Occorre adoperarsi per l’immediato cessate il fuoco e l’immediato avvio di negoziati di pace. Il rischio di una catastrofe atomica e’ enorme. Ed e’ enorme il rischio di una guerra mondiale e nucleare che puo’ annientare l’intera umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Il governo italiano, gli altri governi dell’Unione Europea, i vertici dell’Unione Europea, riconoscano di aver commesso una scellerata idiozia e revochino immediatamente le sanzioni alla Russia cosi’ da ripristinare le necessarie forniture energetiche. Se i governi persisteranno nella loro folle e criminale antipolitica che sta alimentando la guerra e le stragi e sta portando al disastro l’economia e riducendo in miseria le classi lavoratrici e popolari dell’intera Europa, allora siano i parlamenti a togliere loro la fiducia e ad imporre il cambiamento necessario alla salvezza comune. Se anche i parlamenti persisteranno nell’avallare la folle e criminale antipolitica della guerra, delle stragi e del disastro, allora siano i popoli, con gli strumenti nonviolenti della democrazia ed in primo luogo con lo strumento del voto, a difendere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ad eleggere nuovi parlamenti che esprimano nuovi governi che si adoperino per la pace che sola salva le vite. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Revoca immediata delle sanzioni e conseguente ripristino delle forniture energetiche cosi’ da far cessare ipso facto il disastro economico e sociale che sta gettando nel baratro della miseria e della disperazione le classi lavoratrici e e popolari dell’intera Europa. Cessazione immediata delle forniture di armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Impegno immediato per il cessate il fuoco e i negoziati di pace. Subito, prima di una nuova catastrofe atomica. Subito, prima che la guerra dall’Ucraina si allarghi e diventi un conflitto mondiale con armi nucleari che puo’ annientare l’umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 5 settembre 2022

Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

Le ragioni dell’appello a favore della rimozione delle sanzioni alla Russia

Successivamente al 24 febbraio 2022 sono state imposte alla Russia sei tranche di draconiane sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Ue, Giappone,  Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Ucraina oltre ad Albania, Andorra, Islanda, Canada, Liechtenstein, Micronesia, Monaco, Norvegia, San Marino, Macedonia del Nord, Singapore, Taiwan e Montenegro. Un gruppo di Stati cosidetti Occidentali (atlantisti) che rappresentano solo il 19% degli Stati mondiali (dati Ispi), i quali, invece, in grande maggioranza, pur condannando l’operazione militare russa, hanno preso le distanze dalle imposizioni unilaterali volute in primis dagli Usa e dal Regno Unito.

A circa 6 mesi dall’introduzione della prima tranche, gli effetti dei pesanti provvedimenti restrittivi hanno al momento sortito un limitato impatto sull’economia e sulla finanza russa, tant’è che se il Prodotto Interno Lordo (Pil) russo del secondo trimestre è stimato da Rosstat in contrazione del 4%, soprattutto a causa del ritiro di aziende occidentali, la bilancia commerciale ha registrato un surplus da record (a causa dell’aumento dei prodotti energetici – vedi approfondimento) ed il rublo dopo una iniziale flessione ha ripreso ad apprezzarsi fino a superare la quotazione del 24 febbraio scorso.

Gli Stati che hanno comminato le sanzioni alla Russia, soprattutto quelli europei, stanno invece subendo significative ripercussioni in termini di rinuncia al mercato russo per l’export, ad aumento dei costi dell’energia e carenza della stessa, pesante impennata dell’inflazione, interruzione delle catene mondiali del valore, diminuzione della produzione industriale e rallentamento economico con prospettiva più che concreta di recessione. Addirittura gli Stati Uniti sono già entrati in recessione tecnica, visto il secondo trimestre consecutivo di variazione negativa del Pil.

Le sanzione volute dagli Usa e adottate supinamente dai Paesi europei si stanno rivelando un clamoroso boomerang che avrà effetti pesanti su chi le ha imposte sia livello economico che sociale, soprattutto, a danno delle fasce sociali più deboli.

Per questi motivi abbiamo elaborato il seguente appello a favore della rimozione delle sanzioni unilaterali alla Russia da lanciare a livello nazionale a beneficio di associazioni, movimenti e singoli cittadini al fine di esercitare pressioni sul governo e sulle forze politiche affinché desistano dal proseguire su questa scellerata strada.

 Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

La crisi politica, le elezioni anticipate in Italia e l’estromissione dalla carica di premier di Boris Johnson nel Regno Unito, sono le ricadute politiche più vistose delle colossali contraddizioni economiche, sociali, istituzionali e finanziarie, internazionali e interne ai vari paesi, che si sono manifestate a partire dalla metà del 2021 e si sono acuite nei mesi successivi, fino a trovare una potente accelerazione a seguito della messa in campo, a cominciare dal febbraio scorso, da parte degli USA e dei governi vassalli (in primis l’Italia), di un vasto e complesso apparato sanzionatorio contro la Russia, apparato mai prima applicato su tale scala.

Le sanzioni, fin dalla loro iniziale concezione e applicazione, si sono configurate come veri atti di guerra aventi lo scopo di paralizzare l’economia russa e, per tale strada, condurre la Russia alla disfatta nell’operazione militare in Ucraina.

Le difficoltà (in taluni casi il blocco) nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, il loro accorciamento, la forte ripresa, anche se diseguale, della domanda di beni e servizi a seguito delle politiche ultraespansive con cui le banche centrali avevano cercato di governare (immettendo grandi quantità di denaro) i gravi effetti della crisi sistemica del 2007-2009 e del debito pubblico in Europa del 2011-2013, le politiche di riapertura dei traffici e dei mercati dopo la prima ondata di Covid del 2020, avevano determinato fin dai primi mesi del 2021, la comparsa e la rapida crescita dell’inflazione in USA, nei paesi occidentali e, in parte, nel resto del mondo.

Accanto all’inflazione, i primi aumenti dei tassi di interesse e i primi segni di recessione.

I processi in atto hanno trovato una possente accelerazione nelle sanzioni che hanno decretato, in date diverse, il “sequestro” delle riserve valutarie russe, l’embargo del carbone, del petrolio e dell’oro russi e di una vasta serie di beni strumentali e tecnologie necessarie alla produzione. Il gas, essenziale ai processi produttivi di molti paesi occidentali, era stato escluso dall’embargo.

La violenza delle sanzioni, il riarmo massiccio e crescente dell’Ucraina da parte dell’Occidente, il rifiuto da parte di quest’ultimo di ogni negoziato di pace, la rottura strategica dell’Unione europea con la Russia nelle forniture di gas (piano REPower EU), hanno indotto la Russia a ridurre le forniture di metano ai paesi europei. Da qui, favorita dalle dinamiche ultraspeculative dei mercati internazionali e privatizzati dell’energia, l’impennata dei prezzi del gas (e delle altre materie prime), l’incremento dell’inflazione, la violenta stretta creditizia, la recessione.

Draghi ha colto l’opportunità delle tensioni politiche ed, irrigidendosi di fronte alle varie richieste partitiche, ha operato in modo che il suo governo cadesse perché ha intravisto lo tsunami sociale in arrivo in autunno, causato dalla folle e antinazionale politica bellicista sfacciatamente filostatunitense e filoatlantica sua e del suo governo, politica che produrrà lo smantellamento di buona parte dell’apparato produttivo italiano, disoccupazione di massa, miseria, emarginazione, crescita del debito pubblico.

Da qui nasce l’impellente necessità di una mobilitazione ampia per opporsi alle sanzioni e a tale devastazione in nome:

·         del lavoro,

·         della cessazione dell’invio di armi all’Ucraina,

·         del ripristino di un minimo di pluralismo democratico, liquidato dalle politiche “minculpop” dei gruppi dominanti e dei loro media,

·         dell’azzeramento degli aumenti speculativi nelle bollette di luce e gas,

·         del rifiuto di subire i costi economici, sociali e ambientali delle politiche scellerate di Draghi, dell’UE e degli USA.

Il comitato promotore

(Il testo dell’appello si trova anche all’interno della prima edizione de “I quaderni di Lotta Continua”, il nuovo periodico in cartaceo appena uscito. Coloro che intendono sostenere e promuovere o semplicemente sottoscrivere l’appello possono scrivere a quadernilc@gmail.com.)

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Approfondimenti:

L’andamento della bilancia delle partite correnti in Russia

(Fonte La Stampa)

L’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Federazione Russa, ha continuato a crescere e ammonta a 138,5 miliardi di dollari nel periodo gennaio-giugno 2022, aumentando di circa 3,5 volte rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Lo afferma la stima preliminare della Banca di Russia, che fotografa un record (almeno dal 1994) di 70,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno, con l’aumento dei ricavi dalle esportazioni di energia e materie prime che ha contribuito a compensare l’impatto delle sanzioni.

Il secondo trimestre del 2021 aveva registrato un avanzo delle partite correnti pari a 17,3 miliardi di dollari, mentre l’intero primo semestre dello scorso anno aveva registrato 39,7 miliardi di dollari. Il conto delle partite correnti è un saldo della bilancia dei pagamenti che sintetizza i flussi lordi relativi agli scambi di beni, servizi e redditi tra residenti e non residenti di un’economia.

La dinamica delle partite correnti “è stata determinata dall’allargamento dell’avanzo del saldo di beni e servizi a seguito della significativa crescita delle esportazioni, trainata da un contesto di mercato favorevole e dal calo delle importazioni”, sottolinea la Bank of Russia in una nota.

Le esportazioni sono state di 153,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre, in leggero calo rispetto ai 166,4 miliardi di dollari del primo, sempre secondo i dati della Banca di Russia. Anche le importazioni sono diminuite, a 72,3 miliardi di dollari da 88,7 miliardi di dollari.

Sanzioni-boomerang Occidente-Russia. Chi ci perde e chi ci guadagna
di Ennio Remondino (Fonte: remocontro)

‘Sanzione’, come ‘sancire’ una qualche regola. Diritto e sanzione alla base dell’agire geopolitico e di qualsiasi cultura giuridica. Il diritto alla sanzione. Minacciare ripetutamente sfaceli senza che alle parole seguano i fatti, diventa una scelta politica a perdere. Lo stanno valutando ormai molti analisti e vertici politici soprattutto in Europa.

Il caso carbone petrolio e gas russo mostra da una parte i limiti delle misure economiche che i governi europei hanno approvato a partire da febbraio per ottenere dalla Russia la fine della guerra in Ucraina, e apre, dall’altra, una serie di interrogativi sulle conseguenze che questa dinamica produrrà di cui già ha detto oggi Piero Orteca.

«La società francese Kpler, impegnata nel settore delle materie prime, ha pubblicato negli ultimi giorni un rapporto interessante sulla Russia», segnala Luigi De Biase sul Manifesto. «Secondo gli analisti di Kpler Mosca sta riuscendo a vendere tutto il carbone che aveva in programma di esportare, nonostante le sanzioni. Già a giugno i russi erano riusciti a piazzare all’estero sedici milioni e mezzo di tonnellate, il 3,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021».

Carbone e petrolio, ‘offerta speciale’

La ‘madre di tutte le sanzioni’ promessa dagli Usa. Dalla minacce (o dalla promesse), ai fatti. A luglio tutti prevedevano una forte crisi economica russa per embarghi e restrizioni approvate dall’Europa e dagli Stati uniti. Ora, metà agosto, assieme all’inflazione che ci divora, scopriamo che Cina e India hanno assorbito la produzione russa in eccesso, grazie anche a notevoli ribassi per i ‘Paesi amici’. «A giugno il carbone consegnato ai porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa era quotato 370 dollari a tonnellata. Quello venduto a luglio a cinesi e indiani fra i 180 e i 185 dollari. Praticamente metà prezzo».

Di più e ’peggio’ per il petrolio

L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato in due milioni e duecentomila barili al giorno il calo delle esportazioni russe verso Stati uniti, Unione europea, Regno Unito e Corea del Sud dall’inizio dell’invasione. Ma Un milione e mezzo di barili in più, però, la Russia li ha venduti ogni giorno a Cina, India e Turchia. A marzo l’export verso l’India era irrilevante. A giugno i russi sono diventati il primo fornitore del paese davanti a Iraq e Arabia saudita.

Nuovi amici con lo sconto

Le quotazioni elevate del petrolio hanno permesso a Mosca un taglio di 19 dollari a barile rispetto ai rivali, restando comunque sopra i cento dollari. «La sete di petrolio dell’India è, peraltro, al centro di interessanti riflessioni», sottolinea Luigi De Biase, su cui Remocontro qualcosa ha già detto ma su cui certamente torneremo. Il governo di Delhi non solo non ha aderito alle misure internazionali per la guerra in Ucraina, ma ha chiesto pubblicamente alle società di stato di alzare il livello delle scorte acquistando grandi quantità di petrolio russo a prezzo scontato.

Meno gas e più soldi

Ma è sul gas, che la questione diventa strategica per l’Europa. I rifornimenti nella CSI russa, ultimi dati di Gazprom, sono diminuiti in un anno del 36 per cento. E il calo ha colpito soprattutto i paesi dell’Unione, perché i volumi di gas diretti in Cina crescono costantemente sulla base di accordi a lungo termine. Mentre il colosso dell’energia Gazprom registra incassi elevati per effetto delle quotazioni record. «Ieri, ad Amsterdam, il mercato di riferimento per i paesi europei, il metano ha chiuso a 241 euro/megawattora, il livello più alto che sia mai stato raggiunto».

Europa a perdere, chi ci guadagna

«Il gas non va più in Europa», ha scritto in settimana il quotidiano economico russo Kommersant. Per l’Ue fine di una fase di crescita facile con energia e materie prime russe a basso costo. Per la Cina, l’India e la Turchia l’arrivo di materie prime a prezzi scontati rappresenta un enorme vantaggio competitivo, un vantaggio che sul lungo periodo potrebbe modificare gli equilibri produttivi globali.

La situazione in Libia: destabilizzazione permanente delle forze unipolariste

La situazione in Libia, ennesimo tassello di destabilizzazione permanente delle forze unipolariste, legata alla crisi ucraina, ….e Saif al Islam Gheddafi

A cura di Enrico Vigna (25 agosto 2022)

Forse è ora che l’Europa e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta anche, per l’Italia, un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi. I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee. 

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, ma anche avranno un impatto sull’Italia e sull’Europa. E’ decifrabile che la crisi in Libia, si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che, fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito. Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni alla Russia della UE e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina. L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo petrolifero a Mosca. Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar. Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e cominciare politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora. Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo che a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale. Quando era arrivato a Tripoli nel maggio scorso e aveva tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione. 

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltrechè “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima accreditata da Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa di Tripoli, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale è solo una progettualità virtuale e da uffici delle cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendoun’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliereOnuStephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio diSaif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità politica di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale e presa di potere.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a suo carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saifè stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia, hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70,manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione di Bint Baya.. e scadito slogan che chiedevano a Saif Al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Ubari, 1 agosto 2022

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islamè ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del nazionalismo patriottico libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.


Enrico Vigna, 25 agosto 2022

RAZIONAMENTO: Lo vuole e lo decide l’Europa

di Tonino D’Orazio (1 agosto 2022)

Un Consiglio europeo dei ministri dell’Energia ha convalidato, il 20/7/22, COM(2022)361Final, una proposta di Regolamento presentata dalla Commissione per organizzare il taglio del gas nell’Unione. L’operazione è ricoperta dalla modesta denominazione di “riduzione dei consumi”, in questo caso del 15%. La stampa sovvenzionata (e anestetizzata dagli elementi di linguaggio forniti dall’American Deep State) è attenta a non svegliare il pubblico comune: evita di spiegare chiaramente che la riduzione dei consumi si tradurrà in un razionamento più o meno brutale a seconda dei paesi. E il regolamento prevede espressamente di prendere di mira, in via prioritaria, le famiglie tralasciando le imprese.

Dobbiamo assaporare le formule pudiche che la stampa riprende continuamente senza spiegarne chiaramente il significato al grande pubblico. Il regolamento che l’Unione sta per imporre ai popoli che la compongono si chiama “misure coordinate di riduzione della domanda di gas”. Questa formula tecnocratica non significa altro che “tagli gas per le famiglie ordinati dalla Commissione europea”. La mia formulazione ha lo svantaggio di indicare esattamente quale sia il prezzo che i cittadini dell’Unione devono pagare per il loro sostegno alla politica suicida americana di guerra contro la Russia; che dovremo pagarne il prezzo alto, vale a dire, diventare più poveri e avere freddo d’inverno, e forse non basterà. Per finire, i tagli del gas a gennaio 2023 saranno ordinati da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione burocratica (di nuovo la Troika), senza tener conto dei bisogni popolari… o dei governi nazionali. Questo è ciò che la Commissione chiama ironicamente “riduzioni volontarie della domanda”.

Scopriamo inoltre, in questo regolamento, il cui scopo principale è trasferire la nostra cosiddetta “sovranità energetica” alla Commissione von der Leyen, l’invenzione di un nuovo concetto: “l’allarme dell’Unione”. “Allarme dell’Unione” indica un livello di crisi specifico dell’Unione che fa scattare un obbligo di riduzione della domanda e che non è collegato a nessuno dei livelli di crisi di cui all’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2017/1938. Infatti il nuovo regolamento in arrivo prevede una tappa aggiuntiva nei dispositivi repressivi e di spoliazione pazientemente costruiti dal 2014: in questo caso, un “allerta dell’Unione” dà a Bruxelles il potere di tagliare il gas ai cittadini dell’Unione senza che uno Stato membro possa opporsi. Sono convinto che questa innovazione sarà un altro punto di rottura della stessa Unione europea.

Questo principio di “allerta dell’Unione” è al centro del regolamento (17 pagine), che ne dà istruzioni per l’uso: La Commissione può dichiarare una segnalazione dell’Unione solo in caso di rischio significativo di una grave carenza di approvvigionamento di gas o di una domanda di gas eccezionalmente elevata. Il caso è cucito con filo bianco: in caso di “grave carenza di approvvigionamento di gas”, la Commissione europea prenderà il controllo e deciderà tagli drastici alla distribuzione del gas per evitare disastri. I criteri definiti dal regolamento per innescare questa “allerta”, che altro non è che una presa di potere da parte della Commissione, sono talmente vaghi che tutto è ormai possibile. In pratica, alla minima ondata di freddo, gli Stati saranno espropriati del loro ruolo di “regolazione del mercato”, e tutto si deciderà a Bruxelles, (o forse meglio, a Berlino). Poi dicono che Orban è cattivo.

In pratica, una segnalazione dell’Unione fa scattare una “riduzione obbligatoria” (che non è più una riduzione del tutto volontaria, si concorderà) dei consumi di gas. Ai fini della riduzione obbligatoria della domanda, fintantoché l’allerta dell’Unione è dichiarata, il consumo aggregato di gas naturale di ciascuno Stato membro nel periodo dal 1 agosto di ogni anno al 31 marzo dell’anno successivo (“periodo di attuazione”) è ridotto di almeno il 15% rispetto al consumo medio di questo Stato membro nel periodo dal 1 agosto al 31 marzo (“periodo di confronto”) per i cinque anni consecutivi precedenti la data di entrata in vigore del presente regolamento.

Anche qui, va notato che il cartello della stampa sovvenzionata evita abilmente di specificare che i tagli del gas sono previsti per un intero inverno… Questi tagli dovrebbero ufficialmente far risparmiare il 15% dei consumi di ciascuno Stato. Ma nulla esclude che, in solidarietà con l’industria tedesca, (fino ad oggi rifiutato dai paesi/colonie del Mediterraneo), ogni Paese sia chiamato a fare temporaneamente di più…

Saranno quindi le famiglie ad essere colpite in via prioritaria per proteggere le imprese … Sono soprattutto i criteri di selezione dei target a meritare un’attenzione particolare, criteri di cui ovviamente nessuno parla per paura di suscitare rabbia contro la solita e stupida sottomissione dell’Unione a Washington. La selezione spiega semplicemente chi non dovrebbe essere influenzato dai tagli di gas che si stanno preparando. In questo caso, queste persone privilegiate, ribattezzate “clienti tutelati”, sono quelle che ricoprono un ruolo essenziale “per la società”, e che non potrebbero più ricoprirlo in caso di mancanza gas, ma anche coloro che svolgono un “ruolo essenziale per la società” degli altri Stati membri. A questo gruppo si aggiungono le industrie che rischierebbero di essere danneggiate in caso di interruzione della fornitura di gas, o quelle (un gruppo ancora più vago) che davvero non possono fare a meno di utilizzare il gas. Coloro che non sono in questa lista sono “clienti non protetti”. In concreto, si tratta di famiglie e società di servizi che pagheranno per i protetti. E’ il cetriolo legalizzato.

E’ il prezzo da pagare per l’Ucraina. Molti europei, a febbraio, erano soddisfatti della narrazione ufficiale, “fabbricata” da organizzazioni vicine alla CIA, per decifrare la situazione in Ucraina. Il malvagio Putin ha brutalmente invaso i gentili ucraini che meritano il nostro pieno sostegno. Finché la guerra è stata uno spettacolo televisivo, lontano da noi, con le sue immagini piene di emozioni binarie, appoggiandosi anche su allestimenti crudi e macabri come in Bucha, molti potrebbero essere pigramente soddisfatti di questa spiegazione. Ma, a poco a poco, la guerra in Ucraina e la strategia americana di mettere in ginocchio l’Europa sotto la copertura di una frenetica difesa del loro Occidente, oltrepasserà lo schermo e si intrometterà nella vita quotidiana degli europei: inflazione, privazioni di gas, elettricità, razionamento del carburante attraverso aumenti di prezzo. Povertà. Rivolte sociali?

Scommetto sul fatto che l’escalation del caos che la casta organizza per difendere il proprio ordine, strumentalizzando tutto ciò che può, comprese le tragiche morti dei poveri ucraini, produrrà lo stesso effetto degli sproloqui e delle incongruenze sul COVID: a poco a poco, interi settori dell’opinione pubblica capiranno il trucco e, con dolore, rivolgeranno le loro armi, politiche, contro il loro governo corrotto. A tirare troppo la corda, alla fine questa si strappa.

Colonizzatori e colonizzati

di Andrea Zhok

L’altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti “postcolonial studies”.

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un’Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano “compreso” i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un’identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come “essere umano pienamente riuscito”, perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest’inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato.

D’altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di “prima”.

Il passo finale decisivo era l’adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che “noi” fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.

Ma poi, d’un tratto, lo slittamento gestaltico, l’intuizione.

D’un tratto ho visto che immaginarci come quel “noi” era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori.

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.

Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli orientamenti della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

FONTE: Pagina Facebook di Andrea Zhok

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/23470-andrea-zhok-colonizzatori-e-colonizzati.html?auid=76958

Ucraina la trappola mortale

di Tonino D’Orazio

Le tattiche delle incessanti operazioni militari in Ucraina lasciano perplessi i migliori analisti del Pentagono, e solo pochi hanno cominciato a intuire che l’obiettivo principale dell’operazione non è affatto la resa di Kiev. La caduta del regime di Kiev è senza dubbio prevista nei piani dell’operazione militare speciale, ma non come culmine delle azioni russe, ma solo come tappa intermedia. La guerra si sta effettivamente svolgendo a un livello molto più alto. Per i politici e i generali americani gli Stati Uniti stanno usando l’Ucraina come arma per esaurire la Russia. La realtà potrebbe però essere diversa, se non opposta: gli anglosassoni sono stati attirati in questo campo di battaglia per porre fine alla loro dubbia e declinante egemonia. Alcuni a Washington cominciarono a sospettare qualcosa, in ritardo, perché la trappola per gli Stati Uniti era già chiusa e gli stessi americani facevano del loro meglio per perfezionarla. L’astuzia principale dell’operazione speciale della Federazione Russa è stata rivelata dal politico e giornalista ucraino Dmitry Vasilets, il quale ha osservato che andando avanti senza fretta, le forze alleate russe attuano in modo molto efficace il processo di smilitarizzazione non solo dell’Ucraina, ma anche dell’intero Occidente collettivo. Tanto che ormai alcuni paesi rifiutano le armi all’Ucraina perché ne rimangono loro stessi “sguarniti”.

L’esercito russo ha preso una pausa tattica per riorganizzarsi prima dell’attacco a Slavyansk. Anche in Occidente, in diversi hanno rilevato che siamo molto lontani dalla guerra tradizionale motivandolo con il fatto che Putin “ha paura di perdere”. Tuttavia L’esercito russo da tempo potrebbe distruggere tutti i ponti che attraversano il Dnepr e fermare il trasferimento di equipaggiamenti e personale dall’ovest del paese alle forze armate ucraine nel Donbass; dà così al nemico tempo e opportunità per accumulare riserve sulla linea del fronte in modo da poterne distruggere, lentamente, il potenziale militare concentrato ad est.

Sembrerebbe cioè che, in Ucraina, la Russia stia pianificando una guerra di lungo termine con l’Occidente. La maggior parte del territorio dell’Ucraina sta diventando un giogo finanziario per l’Europa e gli Stati Uniti. Come si dice, la politica è un’economia concentrata e la guerra è un’economia ancora più concentrata. Su questo piano, contrariamente alle previsioni, la Russia sta vincendo e arricchendosi. “L’Occidente è caduto in una trappola mortale”.

Per molti anni i ‘partner’ di Kiev hanno esportato molte loro risorse verso l’Ucraina, ma oggi sono solo costretti a iniettare enormi quantità di denaro senza ricevere nulla in cambio. È una trappola mortale per gli Stati Uniti e i suoi satelliti. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha riferito che gli alleati statunitensi ed europei non saranno in grado di mantenere l’attuale livello di sostegno a Kiev per un lungo periodo. Sebbene il presidente Biden si sia impegnato a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, (a che cosa?), nessuno si aspetta che l’Ucraina riceva miliardi di dollari aggiuntivi quando il pacchetto di aiuti da 54 miliardi attualmente autorizzato in dollari (pur con mugugni parlamentari e popolari) per l’assistenza militare e di altro tipo sarà esaurito, compresi i miliardi di euro dell’UE e di vari paesi della Nato.

Inoltre la guerra delle sanzioni sta danneggiando anche l’economia statunitense e soprattutto europea. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono comunque tenere in piedi l’Ucraina, arrivando a pagare gli stipendi dell’intero apparato statale, e presto dovranno anche sostenere l’economia in crisi dell’Unione Europea per mantenere sotto controllo la già vacillante coalizione anti-russa. Gli americani semplicemente non usciranno facilmente da una lunga guerra in tali condizioni, e, in teoria, non possono nemmeno ritirarsi, almeno senza gravi perdite geopolitiche. La trappola si è davvero chiusa e in Ucraina loro (i russi) stanno ora operando come uno schiacciasassi, prendendo tempo non solo verso le forze armate ucraine, ma verso l’intero Occidente collettivo.

Aspettando soprattutto l’esito del disastro politico-economico dell’Ue, altro fine prioritario dell’operazione speciale putiniana. E’ possibile allora, che per “denazificazione” si intenda piuttosto, in senso lato, liberare l’Europa dal dogma neoliberista anglosassone così inumanamente disastroso per i popoli? È una operazione iniziata con “fame e freddo”, “grandi sofferenze” in cambio di “libertà” e improvvisamente intaccata dalle evidenze di sputtanamento e corruzione di grandi politici europei, in vista di una rivolta generale? Una “rivolta” politica di quelli che non sostengono più questa stupida guerra a perdere, ivi incluse le classi imprenditoriali della produzione reale? Comprese quelle che fanno riferimento al capitalismo realistico trumpiano e non a quello degli ideologi transumanisti di Davos? Non sarà mica che il problema di quel genio di Draghi sia proprio questo?

Nel giugno 2022, il vice capogruppo del Partito conservatore britannico Chris Pincher è stato visto a Londra ubriaco, molestare e picchiare uomini al Carlton Club. Successivamente, il 3 luglio, varie testimonianze hanno mostrato che non era la prima volta che violava la morale puritana della classe dirigente del Paese. Seguono le dimissioni a catena all’interno dell’amministrazione di Boris Johnson (63 dipendenti su 179) e infine le dimissioni del Primo Ministro, pur se estranei alle vicende, il 7 luglio 2022. “Un clown di meno”.

L’8 luglio 2022, l’ex primo ministro giapponese e uomo forte del suo partito politico, Shinzo Abe, è stato assassinato durante una manifestazione elettorale. Suo padre aveva introdotto la Chiesa dell’Unificazione del Reverendo Moon in Giappone negli anni ’50. L’intero clan Abe era strettamente legato a questo gruppo militare-politico-religioso, uno strumento indispensabile della CIA durante la Guerra Fredda. Shinzo Abe e la setta della Luna stavano influenzando il Giappone ad allearsi pubblicamente con gli Stati Uniti contro la Cina. Ma altri pensano ad un suo realistico avvicinamento pacifico e politico alla Russia.

Il 10 luglio 2022, diverse giovani donne che hanno partecipato a una festa estiva del Partito socialdemocratico tedesco hanno “espresso gravi disagi”. All’evento hanno preso parte un migliaio di persone, tra cui il cancelliere Olaf Scholz, i parlamentari di partito e le loro squadre. Sembra che almeno nove giovani donne siano state inconsapevolmente drogate e violentate. Ma Scholz si deve soprattutto confrontare con gli interpreti del capitalismo reale della Renania i quali non sono pronti a suicidarsi sull’altare della guerra totale contro Putin.

L’11 luglio 2022 il quotidiano Le Monde ha pubblicato a fine mattinata la prima parte di uno studio di documenti ricevuti da un consorzio di media che attestano i metodi dell’azienda Uber. Sembra che il presidente francese Emmanuel Macron abbia stipulato un accordo segreto con la società americana per stabilirla in Francia modificando le leggi in vigore a suo vantaggio. Tuttavia, per il momento, nessun documento pubblicato autorizza a parlare di corruzione. E’ difficile immaginare Macron resistere a una nuova ondata dei Gilet gialli alla potenza, e per giunta, adesso, anche con supporto parlamentare.

In Olanda sono in corso proteste contro la prevista scomparsa di un terzo delle fattorie produttive in applicazione di un piano di acquisizione del massimo di terreni agricoli a fini speculativi per le multinazionali. Il cibo e l’acqua, la (nuova) ricchezza del mondo.

Anche l’Italia guidata dal cassiere-palo Draghi è in fermento e potrebbe cadere anche “in un indefinito coercitivo” non avendo più il reame parlamentare ai suoi piedi, anche se Mattarella ha rifiutato le sue dimissioni, dopo essersi presumibilmente consultato con l’Ambasciata americana, come fanno tutti (o quasi) da 70 anni a questa parte. Era già nell’aria la fuga del cassiere dopo aver distribuito il malloppo europeo a chi di dovere.

Avvertiamo che il Sistema è senza fiato e che la sua “narrativa” si va esaurendo quando anche il muro di bugie sulla pseudo-crisi sanitaria inizia a incrinarsi. L’estate è molto calda, ma si prevede un autunno torrido con, alla fine, forse, il superamento del G7 da parte del G20 (abbiamo capito che non si tratta di una presuntuosa “estensione” dell’Occidente visto che i 7 ormai sono minoranza contro i 13 non anti-russi); ma forse potrebbero essere messe in discussione anche un certo numero di altre organizzazioni internazionali come l’OMS (grato delle donazioni di Bill Gates e che pensa di decidere per il mondo intero), l’OMC (il volume centrale del commercio si sta spostando altrove), l’AIEA (i controllori del nucleare cacciati dall’Iran per visite e intrusioni pretestuose dopo il fallimento degli accordi di Vienna) ed altre che sono diventate, nel tempo, solo cinghie di trasmissione del “mondo aperto” e che sembrano molto poco adatte al nuovo mondo multipolare che si sta aprendo davanti a noi. Allora si potrebbe capire perché l’esercito russo “prenda tempo”. L’arrischiata mossa del cavallo dello scacchista Putin pare una mossa di lungo termine e la scacchiera non è l’Ucraina.

15 luglio 2022

Marx non l’aveva previsto

di Tonino D’Orazio

Non vogliono più lavorare. Nel mondo occidentale, milioni di persone lasciano il lavoro. L’offensiva neoliberista, la caduta di idealità e utilità collettiva, le lotte che non portano a nulla, anzi, lo sfruttamento evidente al limite dello schiavismo, la paura del futuro insicuro, continuamente suggerita e imposta, la guerra, la catastrofe ecologica e la pandemia hanno alimentato questa fuga massiccia. Il neoliberismo ha tirato troppo la corda, l’aver ridotto il lavoro a una anonima merce sfruttabile e tutt’altro che pregiata, aver portato a povertà proprio chi lavora, iniziano a dare risultati sorprendenti sugli individui.

Non è solo in Francia, spesso prototipo di storici capovolgimenti sociali, ma in tutto il mondo occidentale. La chiamata a disertare, lanciata il 10 maggio dagli studenti di AgroParisTech ha agito come un detonatore. Visto più di 12 milioni di volte, il loro video ha liberato la parola e ha rivelato un movimento fondamentale che sfida direttamente i modelli di successo sociale. È una crepa nell’ordine stabilito: la carriera non è più un sogno e nemmeno il “Rolex a cinquant’anni”. Ovunque, giovani e meno giovani mettono in discussione il lavoro, il suo scopo e il suo significato. Alcuni, addirittura, lo rifiutano, per inventare, altrove, una vita che loro considerano, povera ugualmente, ma più ricca e densa. Solo pochi mesi dopo la campana a morto dei confinamenti, che ha congelato interi settori delle attività economiche, produttive e mentali, una parte della popolazione è ancora riluttante a rientrare nei ranghi, a terminare gli studi, o a rientrare nelle fabbriche o nelle attività commerciali diventate così immediatamente obsolete e facilmente ingoianti i sacrifici del lavoro di una vita. Il virus ha ucciso la speranza, la scienza e l’informazione.

Ma, ancor più di questi dati, è la bolla mediatica a esplodere. “L’eco che possono aver avuto gli appelli alla diserzione la dice lunga sulle questioni che agitano la società, Oggi l’abbandono arriva a intaccare le professioni essenziali al funzionamento del modello capitalista. Mette a rischio la sostenibilità del sistema”. Non è una cosa nuova, anche se è il trionfo dell’individualismo? O è vecchia perché non c’è nulla di nuovo all’orizzonte? La riflessione suggerita è essenziale e la diserzione una delle strade da prendere, così come la disobbedienza passiva o anche la resistenza effettiva. La posta in gioco è alta, se non sono i reticenti a cambiare il sistema, è il sistema che ci schiaccerà tutti, sotto un tallone di ferro…

Negli Stati Uniti i sociologi hanno battezzato questo fenomeno “Great Resignation” o “Big Quit”: “the great dimission”. Nel 2021, oltre 38 milioni di americani “hanno lasciato” il lavoro. Il 40% non è ancora tornato al lavoro. Uno tsunami che colpisce tutte le età, tutte le professioni. E che inverte profondamente gli equilibri di potere tra dipendenti e aziende.

Ci stiamo dimettendo tutti, ci scusiamo per il disagio“, scrivono su un poster i dipendenti di un Burger King in Nebraska. “Per favore, siate pazienti con il personale che ha risposto, nessuno vuole più lavorare“, affermano i dipendenti di un McDonald’s in Texas. “Fanculo i dirigenti, fanculo questa azienda, fanculo questo lavoro… ho smesso, cazzo!” grida nell’altoparlante del suo negozio un impiegato Walmart in Texas.

L’America è in movimento e non è sola. In Inghilterra, gli anziani si stanno dimettendo in massa. 300.000 lavoratori tra i 50 ei 65 anni sono entrati nella categoria degli “inattivi economicamente”. Il loro desiderio principale, secondo il risultato di un ampio studio? Andare in pensione e fuggire definitivamente dal mondo professionale.

In Quebec la tensione è tale che i datori di lavoro non sono più restii ad assumere minori per far fronte alla carenza di lavoratori nei settori della logistica e dei servizi. Rimangono abbandonate 240.000 posizioni. In Spagna immaginano addirittura di portare migliaia di marocchini ed estendere i permessi di soggiorno degli stranieri per sopperire alla mancanza di manodopera nel settore turistico e agricolo.

Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Questa situazione risuona in Francia. Anche qui è iniziato l’esodo. Centinaia di migliaia di posti non vengono occupati, per mancanza di candidati, nel settore alberghiero o della ristorazione, mentre nelle Grandes Ecoles, tra l’alta borghesia, si prepara la secessione generazionale. Al di là dei fragorosi discorsi sulla stampa, (esempio da noi la carenza di camerieri) si sta diffondendo una rivolta più tranquilla. In ogni promozione, e anche dove meno te lo aspetti, nelle aziende di combustibili fossili o nell’alta pubblica amministrazione. Il dubbio si sta diffondendo. La crisi ecologica sta mandando in frantumi i sogni bucolici di una volta. Quanto vale una promozione di fronte al pericolo climatico? All’avvelenamento quotidiano cibo, aria, acqua, terra? Perché lottare per i posti quando l’intero sistema vacilla? Che senso ha alzarsi quando tutto va in pezzi? Capisco che il lavoro è magari il fondamento della nostra Costituzione, ma per qualcuno, così violentata articolo per articolo, esiste ancora?

Secondo un recente sondaggio, pubblicato a maggio, più di un terzo degli intervistati (35%) afferma di non aver mai avuto tanta voglia di smettere come adesso. Una quota che sale al 42% tra gli under 35. Gli osservatori parlano di una “rivoluzione sociale” (magari societale) e di una “minaccia per l’economia francese”. In fondo alla classifica, spinge anche l’offensiva neoliberista. Di fronte al deterioramento delle condizioni di lavoro e ai bassi salari, molti dipendenti, disgustati, si defilano. In ospedale il fenomeno è particolarmente visibile. Le cadenze, le coercizioni e il mancato riconoscimento incoraggiano gli operatori sanitari e gli infermieri ad andarsene. 60.000 posti di lavoro non riescono ancora a trovare acquirenti.

La “pandemia” ha svolto un ruolo catalizzatore. Ha colpito gli spiriti e il capitalismo. Il confinamento ha fermato la macchina, “il cui freno di emergenza non è stato trovato”, (Dalla poesia “Monologo del virus”). Sospendendo, per un certo tempo, il funzionamento di cui eravamo tutti ostaggi, il virus ha rivelato l’aberrazione della “normalità”. Gli autori di un potente testo pubblicato a marzo 2020 ritengono che: “Quello che si apre davanti a te, non è uno spazio delimitato, è un divario immenso. Il virus ti rende pigro. […] Ti pone ai piedi della biforcazione che tacitamente strutturava la tua vita: l’economia o la vita. Tocca a te e la questione è storica”. Cosa ci importa davvero? Mentre il mondo cambia, abbiamo a disposizione scelte decisive. Risuonano come tante piccole voci interiori. È tempo di vivere la tua vita, di smettere di rinnegare te stesso, di uscire dalla dissonanza. “Bisogna trovare la forza per dire di no“, scriveva Albert Camus in L’homme révolté.

Non tornerò a lavorare per un capo, sessanta ore a settimana per una miseria”. “Non voglio più partecipare a questa mascherata”. “Non voglio più mettere la mia forza lavoro al servizio di lavori distruttivi”. Riecheggiano i motti dei Situazionisti del maggio ’68 francese, come quello storico scritto su tanti muri: ”Non lavorate mai!”. È ancora difficile misurare il prossimo terremoto sociale che si avvicina.(Landini dixit, pensando all’autunno italiano, mentre altri paesi hanno già cominciato). Ma c’è un profumo da Anno Zero nell’aria, emblematico della protesta libertaria degli anni ’70, con lo slogan eloquente: “Fermiamo tutto, pensiamo e non è triste.”

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE: Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (III° Parte)

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

Terza parte atti del seminario

(QUI la prima e la seconda parte degli atti già pubblicati)

di Raffaele Picarelli

Inflazione, alti tassi, recessione

Il 31 maggio scorso i dati preliminari di Eurostat hanno mostrato che l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona è salito all’ 8,1% su base annua, dal 7,4% di aprile, ben al di sopra del “consenso” degli analisti che era di un aumento del 7,7%.

In Germania l’inflazione a maggio ha toccato il 7,9% anno su anno come ai tempi della crisi petrolifera del 1973, in Spagna ha registrato un aumento dell’8,7%.

In Italia, dopo il lieve rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare in maggio, portandosi al 6,9% anno su anno, un livello che non si registrava dal 1986.

In USA in aprile l’inflazione era all’8,3%. In maggio è cresciuta all’8,6%, nuovo massimo dal dicembre del 1981. Biden: “I nuovi dati dimostrano il perché l’inflazione è la mia priorità […]. I rialzi dei prezzi causati da Vladimir Putin hanno colpito duramente in maggio […]. Faremo il possibile per ridurre i prezzi.” (“Il Sole – 24 Ore” dell’11 giugno). Non c’è limite alla menzogna e alla spudoratezza! Le cause dell’inflazione sono varie e, si è detto, anteriori all’attuale conflitto in Ucraina, anche se la guerra, in alcuni casi, ha funzionato da acceleratore: prezzi energetici, rottura delle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, “rarità” di alcune materie prime.

“Bisogna dare uno sguardo ai cambiamenti in atto. Il primo riguarda la globalizzazione: […] dopo aver […] guidato il mondo dagli anni ’80, si sta bruscamente invertendo. Ormai la maggior parte delle aziende ha capito che tenere catene globali delle forniture troppo lunghe rappresenta un rischio. Basta una pandemia, un porto chiuso o un conflitto che non arriva più nulla. Tanti stanno dunque accorciando le catene. O intendono farlo. Questo terrà alta l’inflazione. Stesso discorso per le materie prime: improvvisamente ci si accorge quanto siano scarse e dislocate nelle parti più instabili […]. Il 44% del palladio globale arriva dalla Russia. Idem per oltre il 16-17% del gas naturale e dei fertilizzanti. Scarsità, in economia, significa rincari. Prezzi alti. Insomma: inflazione […]. L’inflazione è diventata strutturale.” (M. Longo ne “Il Sole – 24 Ore” del 13 giugno). E ancora: “Per anni le aziende hanno aumentato i margini pur in un’economia stagnante, perché potevano tagliare i costi. Riuscivano a farlo perché potevano allungare le “supply chain” e sfruttare la manodopera dove il costo del lavoro era basso, oppure perché potevano usare materie prime anche di scarsa sostenibilità ambientale da qualche parte del mondo. Nessuno lo sapeva.” (R. Almeida di Mfs Investment Management, ibidem).

Ora tutto questo (sfruttamento selvaggio del lavoro, devastazione ambientale ecc) è più difficile. Allora “i costi salgono. E l’accorciamento delle catene globali fa il resto.” E “la domanda è: chi pagherà questi maggiori costi industriali? Le aziende riducendo i margini oppure i consumatori con prezzi più alti?” (Ibidem).

Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo (risalente a fine marzo) dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dall’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della BCE del 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa “è stata causata l’extra inflazione di oggi [fine marzo]. Si tratta di 3,9 punti percentuali in più [ora l’inflazione ufficiale è ancora più alta di almeno un punto]. Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti su 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa.” (M. Longo, “Il Sole – 24 Ore” del 31 marzo).

Diversa la situazione in USA dove la componente energia ha causato solo un terzo del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dai rincari da domanda per consumi.

Di alcuni fattori che rendono strutturale il carovita abbiamo già trattato. La deglobalizzazione, è utile ribadirlo, è uno di questi. Il rischio di filiere produttive lunghe e globali concerne settori sensibili come i semiconduttori, l’energia, i prodotti farmaceutici, ed è opinione diffusa che. principalmente in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni (reshoring). E questo farà salire i prezzi. Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo la transizione produce un aumento dei prezzi.

Giordano Lombardo della casa d’investimento Plenisfer, in un’intervista del 7 aprile scorso al giornale confindustriale dichiarava: “In un mondo che va verso una nuova divisione in blocchi è inevitabile che aumenti il potere geopolitico e negoziale di Paesi non allineati con il blocco occidentale ma fondamentali per l’approvvigionamento di materie prime. [E quindi aumentino i prezzi]”. In una realtà fatta “di blocchi antagonisti, uno guidato dalla Cina [e dalla Russia] e uno dall’Occidente, le supply chain (le catene di approvvigionamento) si devono accorciare. Ma […] questo farà salire l’inflazione”. Per il fattore inflattivo rappresentato dalla transizione energetica, il problema è che “da anni è in corso un deciso calo degli investimenti in tutti i combustibili fossili. Peccato che oggi proprio questi combustibili rappresentino ancora l’80% del fabbisogno energetico globale. Si stima che per soddisfarlo con altre fonti, bisognerebbe moltiplicare per tre l’energia nucleare esistente oggi, oppure per cinque quella solare, oppure per 10 quella eolica. Nel breve periodo è impossibile che queste fonti rinnovabili riescano a soddisfare le necessità”(Ibidem).

Allora, dato che in Europa l’inflazione non è da consumi ma quasi interamente causata da rincari eccezionali delle materie prime (accelerati, talora, dal conflitto in corso), si tratta di un’inflazione da costi, un’ “inflazione importata”. Essa riduce gli investimenti perché non sempre si è in grado di trasferire in tutto, ma anche in parte, l’aumento dei costi (prezzi di produzione) sul prezzo finale dei beni e dei servizi. E se questo avviene, l’inflazione riduce il potere d’acquisto dei ceti deboli, dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati, dei piccoli risparmiatori.

Scrive Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo: “Quando l’inflazione dipende dal rincaro dell’energia e delle materie prime, si distruggono i consumi”. Inoltre, le politiche delle banche centrali sono poco efficaci quando l’inflazione è causata da energia e materie prime: per quanto alzino i tassi, i prezzi di petrolio e gas restano elevati. L’unica cosa che possono fare è causare una “devastante” recessione: diminuendo drasticamente i consumi, crolla la domanda di energia e materie prime e quindi, piano piano, anche i prezzi calano. Tutto questo processo, con conseguente aumento dei tassi, accade, non dimentichiamolo, in una fase di contrazione dell’economia europea e globale.

Ma “in Europa i salari non stanno salendo” e se aumenti ci saranno “non saranno elevati […]. Oggi invece l’occupazione è ben diversa: tanti lavoratori sono precari, a tempo determinato, impiegati nella gig economy e in generale meno sindacalizzati” (“II Sole – 24 Ore” cit.).

L’inflazione da costi è per definizione un massacro sociale.

Lo è direttamente perché distrugge redditi e consumi e, in certa misura, cioè nella misura in cui le aziende non riescono a trasferirla sui prezzi finali, anche gli investimenti. I più colpiti sono naturalmente i gruppi sociali più fragili.

Lo è indirettamente, con l’aumento dei tassi di interesse praticato dalle banche centrali e, a cascata, da tutto il sistema creditizio.

Questo aumento se, come si è detto, è vano direttamente contro l’inflazione importata, fa crollare più o meno rapidamente tutti i consumi (perché tende a propagarsi a tutti settori) e anche la domanda di energia e materie prime.

Quindi i prezzi cadono proprio attraverso e a causa di un massacro sociale.

Da qui il passo verso la recessione (forse attraverso una fase di stagflazione) è breve.

Le “stazioni” di tale massacro (riduzione del potere d’acquisto, impoverimento soprattutto dei ceti deboli, svalorizzazione dei risparmi e degli asset, liquidazione degli ultimi brandelli di welfare, disoccupazione, riduzione ulteriore degli investimenti, ulteriore disoccupazione, etc.), hanno anche un contraltare positivo per i governi molto indebitati: il debito pubblico (anche quello privato) con l’inflazione si svaluta.

A fronte di tutto questo, in Italia e non solo, i ceti popolari non hanno nessun valido strumento di protezione e recupero. Ma di ciò parleremo più avanti.

La dinamica dell’adozione dei tassi e delle condizioni finanziarie più restrittive

Il 10 giugno scorso la presidente Christine Lagarde ha anticipato gli aumenti dei prossimi mesi, “rebus sic stantibus”. Il 1 luglio terminerà il programma APP di acquisti netti di titoli pubblici da parte della BCE; il 21 luglio, alla prossima riunione del Consiglio della BCE, i tassi di riferimento saliranno dello 0,25% e di un altro 0,25 o 0,50% (a seconda dell’inflazione) alla riunione successiva dell’8 settembre.

Mercoledì 15 giugno la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 75 punti base (0,75%). È la prima volta dal novembre 1994 che un rialzo è così forte. E ulteriori consistenti rialzi sono previsti nei prossimi mesi.

Le borse mondiali hanno reagito con pesanti perdite, e titoli pubblici e corporate bond hanno visto aumentare in modo rilevante i rendimenti e scendere altrettanto cospicuamente i prezzi.

L’aumento dei tassi e la conseguente caduta della domanda non piace a Confindustria perché, in prospettiva, aumenta i costi di produzione e affievolisce le vendite. Per Carlo Bonomi l’aumento dei tassi della BCE “non è la soluzione per controllare l’inflazione […]. Il Paese è fermo, e abbiamo un debito pubblico enorme. Capisco che si debba controllare l’inflazione. Ma con il rialzo dei tassi avremo sicuramente dei problemi” (“Il sole-24 ore” 11 giugno).

Di fronte a possibili rivendicazioni salariali, il fuoco di sbarramento è la richiesta di soldi pubblici per il taglio del cuneo fiscale e contributivo.

Alla luce di quanto detto finora è semplicemente inconcepibile che un’inflazione da costi diventi, sic et simpliciter, un’ inflazione da domanda. Eppure la parola d’ordine in questi tempi del governo e della Banca d’Italia é di “non disancorare” l’inflazione e impedire la spirale prezzi-salari. Se i salari sono fermi, se non esistono meccanismi di indicizzazione e recupero, tali affermazioni surreali e spudorate che senso hanno? Hanno il senso di un fuoco di sbarramento contro ogni futura, possibile richiesta salariale.

E’ una menzogna, nella situazione attuale, evocare la spirale prezzi-salari. Nelle “Considerazioni finali” del 31 maggio scorso, il Governatore della Banca d’Italia Visco ammette che se è concepibile una spirale prezzi-salari in USA ove esiste un’inflazione da domanda, nell’area euro “la dinamica delle retribuzioni è sinora rimasta moderata”. Ciò nonostante, le richieste di adeguamenti salariali sarebbero accettabili solo se si risolvessero “in aumenti una tantum [perché in tal caso] il rischio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto”. Anziché ad una “vana rincorsa tra prezzi e salari”, ci ricorda Visco, bisogna mettere mano alla produttività.

Il governo Draghi, in stretta assonanza, ribadisce il salvifico appello: “Sindacati, imprese e governo lavorino insieme”.

Indice IPCA / massacro sociale / un cenno ancora al gas

È giunto ora il momento di affrontare la questione dell’indice IPCA e della contrattazione collettiva. Ho presente al riguardo la pubblicazione online della collana “ADAPT – Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro, numero del 2013”. La collana è (o almeno era) diretta da Michele Tiraboschi e si ispirava ad Ezio Tarantelli. Il paragrafo che ci interessa reca appunto il titolo “Indice IPCA e contrattazione collettiva”.

Vi leggiamo: “Le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-1980 hanno restituito all’Italia degli anni Ottanta un’inflazione galoppante, contrastata dagli interventi di politica dei redditi studiati dal professor Ezio Tarantelli (lodo Scotti e decreto di San Valentino), volti ad arrestare la spirale prezzi-salari-prezzi e ridurre l’inflazione giocando una politica salariale d’anticipo in grado di programmare gli aumenti retributivi in linea con l’inflazione attesa”.

Si legge inoltre che, nel Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali del 1993, le parti sociali “abbandonarono definitivamente il meccanismo della scala mobile, concordando l’utilizzo dell’inflazione programmata nel primo livello di contrattazione e garantendo, quale elemento di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori, il recupero dello scostamento tra inflazione programmata ed effettiva.

Al secondo livello di contrattazione spettava invece la regolazione delle retribuzioni sulla base dei risultati di produttività e redditività aziendale”.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2009, allorché, con l’Accordo Quadro sulla riforma degli assetti contrattuali, “governo e parti sociali hanno stabilito un nuovo indice previsionale di inflazione: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA) depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione è stata affidata ad un soggetto terzo, identificato […] a partire dal 2011 […] nell’Istat”.

L’IPCA è una delle innovazioni più note dell’Accordo del 2009, (la Cgil non aderì denunciando la minore protezione fornita da questo indice al potere d’acquisto dei salari).

“L’Accordo ha confermato il sistema di salvaguardia del potere d’acquisto [?!] attraverso la verifica di eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista [non più programmata] e quella reale effettivamente osservata”.

Quindi, tale indice istituzionalmente non contiene l’inflazione importata. I meccanismi dell’inflazione programmata prima e dell’inflazione prevista poi, prevedono recuperi degli altri tipi di inflazione ex post e solo in parte con l’inevitabile effetto che una parte del salario è sottratta ai lavoratori.

Se l’inflazione prevista non contempla, come non contempla, l’inflazione importata, quale strumento di difesa rimane ai lavoratori?

I rinnovi contrattuali che sono lenti, farraginosi, sempre rinviati.

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” del 4 giugno scorso: “Quasi sette milioni di lavoratori italiani sono in attesa del rinnovo del contratto nazionale. Per dirla meglio, quasi sette milioni di persone aspettano un aumento in busta paga che permetta quantomeno di far fronte ai rincari. Non è tutto: oltre a questi, tanti altri lavoratori hanno ottenuto di recente il rinnovo, ma non ancorato all’inflazione [ora al 6,9%]. […]. Una serie di trattative sono in corso, ma di solito si ragiona prendendo come riferimento l’indice IPCA che non tiene conto dei rincari energetici importati […]. A marzo 2022, secondo l’Istat, il tempo medio di rinnovo dei contratti scaduti risulta pari a 30,8 mesi”.

Dall’abolizione della scala mobile, avviata con il referendum del 1985, i salari hanno molto perduto. La situazione si è aggravata negli ultimi trent’anni (è del 23 luglio 1993, abbiamo visto, il primo accordo interconfederale post scala mobile).

La massa salariale è scemata in modo esponenziale. l’Istat prevede che quest’anno il potere d’acquisto delle famiglie calerà almeno del 5% (la valutazione è benevola).

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi trent’anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia del 31% e in Spagna del 6% (Grafico 1).

Grafico 1: dinamica degli stipendi nei Paesi Ocse fra il 1990 e il 2020. Fonte Ocse

In conclusione, il governo e le elites dei gruppi capitalistici dominanti italiani ed europei (oltre gli USA) che hanno alimentato il carovita prima della guerra in Ucraina, e lo hanno incrementato con le loro politiche guerrafondaie e sanzionatorie nel corso del conflitto, stanno scaricando, e hanno in progetto di continuare a scaricare in futuro, tutto il peso della crisi sui subalterni, sulle masse popolari, le quali non dispongono in Italia (e non solo), di adeguati strumenti di difesa e di soggetti sociali e politici che abbiano la volontà e/o i mezzi per sostenerli.

Inflazione, riarmo, politiche monetarie restrittive, stagflazione, incipiente recessione (in alcuni paesi, esempio Regno Unito, già cruda realtà), disoccupazione, erosione dei risparmi, sostanziale estinzione dei pochi residui di welfare, è questo il quadro d’insieme che abbiamo davanti.

Solo un’ampia mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati contro il carovita e la guerra, per la difesa dei salari e delle pensioni, per il lavoro, può contrastare la deriva alla quale UE ed USA hanno condannato gran parte dei loro popoli.

Abbiamo precedentemente affrontato le dinamiche dei prezzi energetici e della loro riferibilità, se non in termini assai parziali, al conflitto in corso in Ucraina.

Dedichiamo ora un cenno al caso degli ultimi giorni del prezzo del gas e alle parziali sospensioni della sua erogazione, da parte di Gazprom, a Germania e Italia (totale la sospensione del poco gas erogato alla Francia).

Nelle ultime settimane l’UE ha proposto il piano REPower EU (confronta sopra) di chiusura strategica all’apporto del gas russo alle sue economie, ha stipulato accordi con l’Algeria per la fornitura di gas a parziale copertura di quello russo (gas che l’Algeria ha potuto fornire perché, per ragioni legate ai suoi rapporti bilaterali con la Spagna per la questione del Sahara Occidentale, lo ha completamente sottratto a quest’ultima). Sono stati stipulati accordi tra UE, Israele ed Egitto per la fornitura di GNL, trasformato dall’Egitto, ed arbitrariamente estratto come gas naturale da Israele nel Mediterraneo, senza intesa alcuna con altri Stati, come il Libano, che ne rivendicano pure la propria giurisdizione.

Tale accordo prelude a un ridisegno dell’area mediorientale con l’emarginazione definitiva di Libano e Siria dai grandi movimenti e interessi d’area e con l’allineamento, pressoché completo, (e questo è un fatto nuovo) delle politiche dell’UE e degli USA anche relativamente alla questione palestinese (a quando il riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte della burocrazia di Bruxelles?).

È nota poi l’estensione della ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo dell’UE a paesi africani e all’Azerbaigian.

Non si può sottacere inoltre che la Germania ha espropriato “Gazprom Germania”, nodo distributivo e finanziario importante di Gazprom nella diramazione del gas in Germania (e non solo).

L’UE ha varato, si è visto, la sesta tornata di sanzioni alla Russia per il petrolio e i prodotti petroliferi.

Dopo tutto questo, si attendeva dall’Occidente che tutto continuasse come prima da parte della Russia, in modo da permettere all’Occidente stesso di completare, in tempo utile per l’inverno, le operazioni di stoccaggio con il gas russo! Sembrano le pretese di un bambino prepotente che sottrae i giocattoli, tutti i giocattoli, a un altro bambino e vuole continuare, col consenso di quest’ultimo, a giocare con lui.

Inflazione e recessione: il caso emblematico dell’Inghilterra

All’inizio dell’anno la banconota britannica era ai massimi degli ultimi anni sull’euro. Nel giro di poche settimane la sterlina è di nuovo nel ciclone e sta perdendo rapidamente posizioni contro euro e dollaro. Ora il Pound è definito “il malato del mondo” tra le valute. Ha subito un calo del 10% sull’euro in tre mesi.

È una flessione molto rapida che si spiega con una scommessa al ribasso sul Paese: gli hedge fund hanno cambiato posizione sulla sterlina. I dati del mercato dei future statunitensi mostrano che i fondi speculativi hanno iniziato a scommettere contro la sterlina: una scommessa che ora vale quasi 5 miliardi di dollari.

Poco prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, i dati della “Commodity Futures Trading Commission” hanno mostrato che i fondi detenevano una piccola posizione lunga scadenza sulla sterlina e la stessa valuta veniva scambiata a 1,4 sul dollaro. Nove settimane dopo, i fondi sono short (corti) in sterline per un totale di circa 59 mila contratti: è la più grande scommessa contro la sterlina da tempo.

La giravolta degli hadge fund è conseguenza dell’imminente recessione economica. La Banca d’Inghilterra teme una “apocalisse” economica nel 2022. Scrive ”Il Sole – 24 Ore” del 25 maggio: “Sono gli effetti del mondo post covid, che ha visto l’inflazione salire; e della guerra in Ucraina che ha dato una mazzata al costo dell’energia. Il costo della vita sta salendo a ritmi insostenibili: l’inflazione è attesa al 10% a fine anno, e i redditi delle famiglie sono erosi per pagare le bollette e gli affitti. Con meno consumi, in un’economia che vive di servizi, l’economia rallenta. Ecco che allora hedge fund fiutano la preda e [prendono] posizione. Il Regno Unito [che importa energia] ma anche molto cibo e semilavorati, ha fatto forza su accordi commerciali extra Ue per compensare le perdite del mercato unico. Accordi che finora hanno funzionato anche grazie una valuta forte. Per un paese importatore, significa potere d’acquisto. Ma con una sterlina debole […] diventa molto più costoso. E quindi, a cascata, ancora più inflazione e un’economia ancora più in difficoltà”.

E quindi ancora più vendite sulla valuta da parte dei fondi speculativi. Allora rialzo dei tassi e recessione.

Economia di guerra / armi / dollaro

L’Osservatorio del sulle spese militari italiane (Milex) – fondato nel 2016 con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito di attività della Rete italiana per il disarmo – il 16 marzo scorso riporta il voto a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 contrari) di un ordine del giorno collegato al decreto “Ucraina” proposto dalla Lega e sottoscritto da PD, FI, IV, M5S,e FdI. Il voto di tale odg impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la “Difesa” verso il traguardo del 2% del Pil. Nella parte dispositiva del testo approvato, si legge che tale risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e di protezione”. Mentre nell’immediato bisogna agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal ministro Guerini, passare da 25,8 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

L’indicazione di spese militari pari ad almeno il 2% del Pil in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles.

Era stato deciso che l’obiettivo dovesse essere raggiunto entro il 2024, con un 20% di spesa da destinare ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

La quota indicata del 2% del Pil non ha mai avuto una giustificazione specifica e di natura militare, cioè dettata da esigenze operative, ma è stata vista come spinta alla crescita della spesa. Accanto e oltre l’obiettivo del 2% dei paesi Nato, c’è un ulteriore fondo, “European Defence Fund” (Edf), per cofinanziare progetti transfrontalieri insieme ai bilanci nazionali.

L’Edf (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 26 maggio) ha il compito di assemblare le proposte della lobby delle armi di cui è espressione il Commissario europeo alla Difesa Thierry Breton.

“L’anno scorso Breton ha ufficialmente istituito un comitato di esperti in cui cura a porte chiuse i suoi rapporti personali con i giganti del business della guerra che ambiscono a spartirsi gli 8 miliardi stanziati dall’Edf dal 2021 al 2027”.

Al comitato partecipano 61 enti, la stragrande maggioranza produttori di armi. Tra questi l’italiana Leonardo, le francesi Thales e Safran, la spagnola Indra e Airbus, la società transeuropea con sede in Olanda.

Leonardo è tra i produttori di armi con cifre record per finanziamenti UE, spese di lobbyng ed export.

Nell’elenco dei primi 100 esportatori di armi al mondo, stilato nel dicembre 2021 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma, Leonardo occupa il 13º posto con vendite per un valore di 10,6 miliardi. In Europa è terza, alle spalle solo del britannica Bae Systems (22,7 miliardi) e della franco-tedesca Airbus (11,3 miliardi).

L’annunciato riarmo europeo (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio), spingerà i Paesi a una ristrutturazione dell’industrie nazionali per sedersi al tavolo della futura Difesa comune, evitando duplicazioni nei programmi. Per questa ragione il governo sta mettendo a punto un “polo militare italiano”, secondo le parole di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che potrebbe passare dalla fusione tra Fincantieri e Leonardo.

Se la guerra darà impulso al progetto di Difesa europea bisognerà presentarsi con gruppi solidi e punti di forza di fronte ai concorrenti e in tale quadro va vista la liquidazione di Giuseppe Bono di Fincantieri, considerato un ostacolo all’operazione (era proprio quel Bono della cena con D’Alema, quest’ultimo scoperto a fare da mediatore per una commessa alla Colombia di armi di Leonardo e Fincantieri).

Germania e armi

“Quello che non è riuscito all’ex presidente USA Donald Trump”, (“Il Fatto” del 5 giugno scorso) ”è riuscito al democratico Joe Biden. La Germania pagherà. Comincerà col fondo straordinario di 100 miliardi di euro [da spendere in 3-4 anni] […] per ammodernare le forze armate tedesche […]. Gran parte di questi soldi verranno usati per comprare armi prodotte da aziende americane, a partire dagli F-35.”

Il Parlamento federale ha approvato il 3 giugno scorso la modifica della Costituzione necessaria per creare, con nuovo debito pubblico, il fondo di 100 miliardi annunciato dal cancelliere Scholz il 27 febbraio. E’ pure confermato l’impegno ad aumentare lo stanziamento annuale per la difesa al 2% del Pil, prodotto che nel 2021 ha superato 3.500 miliardi di euro (il doppio di quello italiano). Il che significa che raggiungere il 2% entro il 2024 vuol dire spendere quasi 17 miliardi in più all’anno. Ne è conseguita naturalmente una grande impennata delle quotazioni delle industrie tedesche di armi, in primis la Rheinmetall, colosso degli armamenti terrestri, e poi la Hensoldt, che produce sensori elettronici per i caccia Eurofighter.

Giulio Da Silva sul “Fatto” cit., ci spiega che appunto buona parte (dei 100 miliardi) verrà usata per armi statunitensi. La Germania in marzo ha deciso di comprare 35 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed, gli unici in grado di trasportare bombe atomiche. E intende comprare anche 60 elicotteri pesanti da trasporto prodotti dalla Boeing. Dagli USA verranno comprati anche missili della Raytheon.

Se l’80% degli stanziamenti tedeschi sarà mandato altrove (USA in particolare), il 60% delle armi già comprate dai Paesi UE tra il 2007 e 2016 è di provenienza USA (e Israele).

Regime militare USA e dollaro

Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche per Pace di Stoccolma) ha calcolato che i primi 100 produttori di armi del mercato mondiale hanno totalizzato nel 2020 vendite per 531 miliardi di dollari. Mentre la spesa militare mondiale del 2021 ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi, tenendo conto di tutte le voci ad esempio il personale (Grafico 2).

Grafico 2: andamento delle spese militari mondiali dal 1988 al 2021. Fonte Sipri

Sempre nel 2021 il Paese che ha speso di più sono stati gli USA (801 miliardi di dollari), seguiti da Cina (293 miliardi), India (76,6 miliardi), Regno Unito e Russia (Grafico 3).

Grafico 3: la spesa militare per Stato nel 2021. Fonte Sipri

Dati più recenti che tengono conto dell’incremento poderoso delle spese militari nel corso dell’attuale conflitto, proiettano la spesa USA non lontana da 1.000 miliardi nel 2022.

Le aziende statunitensi dominano, sono 41 tra le prime 100.

I dati elaborati dal Sipri sono riferiti al 2020 e solo ai ricavi nelle “armi e servizi militari”. Al primo posto c’è Lockheed Martin: 58,2 miliardi di dollari di ricavi su 65,4 del gruppo; al secondo Raytheon, si è visto primo produttore mondiale di missili, quali i noti Patriot. Produce anche gli Stinger e, con Lockheed, i Javelin anticarro forniti anche, e abbondantemente, all’Ucraina.

Terza è la Boeing, 32,1 miliardi di ricavi nella difesa (produce aerei da caccia e armi da rifornimento).

La prima europea è la britannica Bae Systems, sesta con 24 miliardi di ricavi nel settore delle armi. Di Leonardo abbiamo già detto.

La strategia, ormai quasi ottantennale degli USA, di “costruire nemici”, meglio se stabili e di lunga durata, è propria delle logiche di ogni Stato e regime militare. Serve a più scopi rimasti nel tempo abbastanza invariati.

In primo luogo è utile ai fini interni per compattare la popolazione e ottenere consenso all’azione del regime. L’adesione acritica diffusa, infantile, della gran parte dei nordamericani è “costruita”, direi scientificamente, utilizzando le più moderne tecnologie e un apparato vasto e complesso di personale e competenze permanentemente mobilitati allo scopo. Spesso collegati o addirittura emanazione della CIA e delle altre strutture simili (negli ultimi trent’anni soprattutto nell’est Europa sotto la veste esteriore di Ong).

In secondo luogo è basilare per la per la riproduzione capitalistica USA, cioè per quella parte di essa, assai importante, che si fonda sul complesso militar-industriale. Una spesa militare di quasi 1.000 miliardi all’anno destinata in misura rilevante a commesse verso le proprie aziende militari le quali grazie anche al trasferimento dell’innovazione tecnologica realizzata con fondi pubblici facilitano l’export di armamenti che risulta una voce di primo piano del Pil statunitense e della sua bilancia dei pagamenti (Grafico 4).

Grafico 4: i principali 10 Paesi esportatori di armamenti nel quinquennio 2017-21. Fonte: Sipri.

Qual è lo strumento che si è rivelato storicamente più efficace non solo per il predominio geopolitico, ma per la supremazia valutaria e finanziaria su scala planetaria?

È la forza, la forza militare, la preponderanza strategico-militare. Che è (o è stata) anche preponderanza tecnologico-scientifica.

La forza del dollaro, la possibilità per gli USA di ottenere “in perpetuo” il finanziamento del proprio cronico deficit esterno mediante l’uso dell’avanzo delle bilance dei pagamenti degli altri Stati, cioè con il risparmio mondiale, dipendono dalla (finora) grande affidabilità del dollaro e dall’enorme movimento di capitali planetari verso i porti della finanza americana. E tutto questo discende da varie cose, di cui una è essenziale: la primazia militare.

Per tale ragione le opposizioni – quale quella russa per interposta Ucraina – all’ormai longevo modello statunitense, destano reazioni viscerali e un’aspra volontà di annichilimento dell’oppositore, meglio se attraverso conflitti (degli altri) di lunga durata.

Quindi opporsi ai disegni guerrafondai degli USA, per interposta Nato e con l’assistenza ancillare dell’UE, è opporsi a quel modello e al conseguente signoraggio del dollaro.

Quale Russia?

Due mesi e mezzo fa (a 45 giorni dall’inizio delle ostilità) erano state valutate in più di 600 le multinazionali che si supponeva avessero deciso o annunciato di uscire in tutto o in parte dalla Russia. Nei settori più diversi, da petrolio e hamburger all’high tech, media e banche.

Secondo Jeffrey Sonnenfeld, dell’Università di Yale, gran parte delle imprese in uscita era statunitense ed europea con alcune rilevanti eccezioni asiatiche come Samsung e Toyota.

Del complesso delle aziende alcune si ritirarono (all’aprile scorso 250), altre sospesero le attività (257), altre si ridimensionarono (72), altre ancora presero tempo (99), rinviando gli investimenti. Secondo Sonnenfeld erano 194 i gruppi, per così dire, “arroccati” in Russia. Tra questi la conglomerata USA Koch Industries, Astra-Zeneca, J&J (“Il Sole – 24 Ore”del 9 aprile scorso).

Tra le italiane, l’ad (Amministratore Delegato) di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ebbe a dichiarare in aprile che l’impatto sulla banca fosse “assolutamente gestibile”, mentre la presenza in Russia fosse ormai “in fase di revisione strategica”. Intesa “sin dall’inizio della crisi […] non ha perfezionato nuovi finanziamenti con controparti russe e bielorusse e ha interrotto le attività di investimento in strumenti finanziari”. L’esposizione complessiva di Intesa San Paolo verso la Russia era al momento di circa 5,1 miliardi di euro.

Più significativa era l’esposizione di Unicredit Russia (13,3 miliardi), presente al Forum di San Pietroburgo del 15-18 giugno (Spief) con Vadim Aparkhov, membro del consiglio di amministrazione della controllata russa AO Unicredit Bank.

Andrea Orcel, ad di Unicredit, nei giorni a ridosso del Forum, a proposito dell’attività della banca in Russia, ha dichiarato: “La nostra esposizione in Russia è stata gestita in modo razionale: l’abbiamo ridotta, ma svalutare il business non è corretto e non è nemmeno in linea con le sanzioni”. In sostanza Unicredit non intende svendere le sue attività in Russia.

L’ad di Enel, Francesco Starace, nei mesi scorsi a più riprese ebbe a dichiarare che il gruppo “non poteva avere un ulteriore crescita in Russia”, ove controlla tre impianti di generazione a ciclo combinato e due impianti eolici. Tutte le strade per lui “erano percorribili”.

Il 16 giugno scorso (cfr. “Il Sole – 24 Ore” del 17 giugno), prima energy company, Enel ha concluso un accordo di vendita di tutti gli asset in Russia. I compratori sono Lukoil (la più importante società petrolifera russa e una delle principali al mondo) e il Fondo privato di investimento Gazprombank-Frezia, non colpiti dalle sanzioni. Enel ha ceduto per 137 milioni di euro il 56,43% che deteneva di Enel Russia. L’operazione deve ancora ottenere il via libera della Commissione governativa russa per il monitoraggio degli investimenti esteri, autorizzazione che non dovrebbe mancare perché, ci spiega Starace, “i compratori hanno già avuto un via libera quando hanno rilevato le catene di distribuzione che la Shell ha venduto in Russia”.

Gli azionisti di riferimento di Lukoil, fino alle dimissioni in aprile di Alekperov, erano appunto Vagit Alekperov (28,30%) e Leonid Fedun (9,32%). Alekperov era un giovanissimo dirigente d’azienda sovietico, il quale, nella veloce transizione dei primi anni Novanta è diventato dirigente dell’azienda privatizzata e poi socio di riferimento della medesima. Le dimissioni, apparentemente per dissenso con l’ “operazione speciale” in Ucraina, per molti in Russia, sono stati un “escamotage” per salvare Lukoil in caso di esito infausto per la Russia della vicenda Ucraina (e per salvare Alekperov stesso). Non si può dire. Vedremo.

Senz’altro la cessione degli importanti asset dell’Enel in Russia è avvenuta a favore di soggetti privati, uno dei quali è un soggetto finanziario.

Per come si presenta, sembrerebbe un’operazione in continuità con il passato.

Un brevissimo cenno a Eni, la quale ha dichiarato di essere pronta a cedere le quote in Blue Stream (detenute con Gazprom). Fermiamoci qui.

La Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, il 25 maggio scorso ha approvato una legge che consente al governo russo di nominare un nuovo management e di fatto espropriare le società (soprattutto USA, giapponesi ed europee) che hanno interrotto la loro attività nel paese, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, non per motivi economici ma “per sentimenti antirussi” (“Il Sole 24 – Ore” del 26 maggio).

Secondo la Yale School of Management, a fine maggio, sono 500 le società che hanno deciso di lasciare la Russia. Esse rappresentano il 63% delle aziende straniere presenti nel territorio russo prima della guerra, con quasi 40 mila dipendenti e un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro. “La lista nera stilata da Mosca comprende decine di multinazionali della logistica, dell’industria energetica, delle tecnologie, dell’automotive, della grande distribuzione: da Maersk a Msc; da Shell a Bp; da Volkswagen-Porsche a Toyota, Volvo e Renault; da Apple a Microsoft a Ibm; da McDonald’s a Starbuks, Levi’s, Ikea [etc.]. Molte di queste hanno sospeso le operazioni, […] altre hanno abbandonato tutto, nonostante i notevoli investimenti” (ib.).

Il 25° International Economic Forum di San Pietroburgo (SPIEF)

Il 6 giugno scorso, in un messaggio agli organizzatori del Forum, il presidente Putin ha parlato dei settori industriali in difficoltà. Si tratta in primo luogo del settore automobilistico sul quale pesa (oltre la partenza di importanti case straniere come Renault e Volkswagen), la mancanza, a causa delle sanzioni, di componenti importate. Ciò costringerà le fabbriche a chiudere via via che le scorte si esauriranno. Anche l’industria siderurgica rischia “sostanziali tagli produttivi nel medio termine”.

Entro fine luglio il Governo, secondo una direttiva presidenziale, dovrà definire una nuova impostazione del budget federale per i prossimi anni, che miri a ridare slancio alla crescita.

Sono molte le domande che nascono di fronte alla genericità del progetto di espropriazione delle realtà industriali dei “paesi ostili” e all’altrettale genericità del “nuovo” budget federale. A chi andranno le industrie espropriate o acquistate? Saranno puramente e semplicemente privatizzate? Chi costruirà i loro progetti industriali? Il management proverrà dal bacino del modello economico putiniano dei decenni precedenti? Le aziende pubbliche e/o pubblicizzate che ruolo avranno nella Russia del post-conflitto?

L’intervento di Putin del 17 giugno scorso alla sessione plenaria del Forum, qualche risposta (non molte) l’ha data.

Dividiamo il suo intervento in due parti: quella dell’attacco (fondato e condivisibile) all’Occidente e quella progettuale.

“Gli Stati Uniti si consideravano l’emissario di dio sulla terra ma ora la Russia sta prendendo il proprio posto in un nuovo ordine mondiale le cui regole sono stabilite da Stati forti e sovrani […]. L’era dell’ordine mondiale unipolare fondato sullo strapotere degli USA è finita”.

“Nulla sarà come prima, nulla è eterno” dice poi il presidente della federazione russa. “Il blitzkrieg economico contro la Russia non è riuscito, non aveva alcuna possibilità di riuscire fin dall’inizio”. Ed ora danneggerà di più chi ha imposto le sanzioni “folli e insensate”, una spada a doppio taglio che potrebbe far perdere all’UE più di 400 miliardi di dollari.

“La Russia” prosegue, “non ha alcuna responsabilità” per la crisi economica e per un’inflazione in Occidente le cui radici, sottolinea, risalgono a prima del conflitto. “La Russia perseguirà l’obiettivo di inflazione al 4% […]”.

“Abbiamo sentito parlare tutti di inflazione putiniana […]. Io penso: ma chi ha ideato questa stupidaggine? Chi non sa né leggere né scrivere. Ecco tutto”.

E ancora: “L’UE ha perso la sua sovranità politica, adottando sanzioni che le si sono ritorte contro e i cui costi ricadranno sulle popolazioni […]. Hanno fatto tutto con le loro mani”.

Per l’Europa poi già si intravede “un aggravamento delle disparità, delle tensioni sociali, dei radicalismi […] e in prospettiva il cambio delle elites al potere”.

Passando alla seconda parte, Putin dichiara che la Russia è “pronta ai cambiamenti globali e propone nuove soluzioni alla crisi”. Bisogna trasformare i problemi in possibilità. “Dobbiamo fare un lavoro sistemico, un piano di sviluppo a lungo termine impostato su alcuni principi chiave”.

In primis il rifiuto dell’isolamento: “La Russia si svilupperà come un’economia aperta, non imboccherà la strada dell’autarchia”.

Il secondo elemento fondamentale è l’appello al contributo degli imprenditori privati, come Oleg Deripaska, che ascolta in prima fila.

La Russia “deve essere in grado di produrre tecnologie chiave”. E’ fondamentale raggiungere “l’indipendenza” nelle alte tecnologie.

E, rivolto agli investitori, anche occidentali: “Il nostro Paese ha un enorme potenziale […] investite qui, investite nella creazione di nuove imprese […]”.

Un ruolo centrale nella Russia post-conflitto sembra destinato allora all’impresa privata interna ed esterna. L’inquietante presenza di gente come Deripaska, lascia aperto il dubbio che si tratti solo di un parziale rimescolamento di ceti capitalistici russi sempre interni al modello e alle caratteristiche proprie del ceto dirigente economico-finanziario russo degli ultimi decenni.

Non basta il riferimento, nella relazione, alle indicizzazioni che sono effettive, al mantenimento di una qualche forma di welfare e a misure di tutela dei ceti subalterni, quali i crediti agevolati, i sussidi, mutui a tassi bassi. Ne basta l’importante aumento (10%), operato nei mesi scorsi, di salari e pensioni medio-bassi per fronteggiare l’inflazione. Parte di tutto questo, e in misura certamente minore, lo vediamo anche in Occidente.

Non è visibile al momento, a giudicare dalle parole di Putin, una chiara volontà di costruire un’architettura economico-sociale “alla cinese”, con un ruolo importante deferito al capitale pubblico (e ai soggetti economici pubblici) e con la relativa capacità di orientamento e controllo, se e quando strettamente necessario, da parte del ceto politico nei confronti di un consistente e intraprendente ceto capitalistico.

Nel discorso di Putin al Forum, le aziende a partecipazione statale, per il futuro, sembrano relegate a un ruolo economicamente e politicamente non più rilevante di quello che occupano ora.

Ma esiste un progetto alternativo e di opposizione nella Russia post-bellica, escludendo, il dissenso dei ceti filo-occidentali delle grandi città legati, per rapporti materiali e culturali, alle multinazionali occidentali?

Non è dato sapere con chiarezza. Di certo il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha mostrato da tempo subalternità rispetto al disegno e alla prassi politica dei partiti che hanno sostenuto i vari governi russi.

Concludo affermando che sarebbe un’occasione perduta, per la Russia e anche per le masse popolari dell’Occidente, se tutto o gran parte di quello che è successo e sta succedendo fuori dalla Russia e dentro la Russia si risolvesse alla fine in una operazione puramente geopolitica, oltre naturalmente che di difesa delle popolazioni vessate del Donbass e di resistenza all’aggressività della Nato per interposta Ucraina. E non favorisse i “cambiamenti strutturali” economico-sociali e politici (quantomeno verso un’economia mista del tipo cinese), con la comparsa di nuove soggettività, di nuove rivendicazioni e di nuova democrazia sociale, economica e politica.

Firenze, 22 giugno 2022

Raffaele Picarelli

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

Le sottigliezze della retorica di sinistra

di Tonino D’Orazio.

Il fatto sconcertante è che molti intellettuali di sinistra “rispettati” sono in realtà guardiani dell’impero. Opposizione controllata. Tra queste persone, l’anticomunismo e l’antisocialismo sono profondi e le mezze verità sono abilmente brandite per rivendicare un’elevata imparzialità.

Mentre i media cosiddetti liberali e conservatori – tutti al soldo delle agenzie di intelligence – riversano la propaganda più sfacciata su Russia e Ucraina, così evidente che diventerebbe comica se non fosse così pericolosa, gli autoproclamati intenditori ingeriscono anche messaggi più sottili, spesso da media alternativi.

Esiste un ottimo esempio di resoconto fuorviante, in cui la verità si mescola con le bugie per trasmettere una narrativa “liberale”, che sostiene fondamentalmente le élite al potere mentre sembra combatterle. Questa non è una novità, ovviamente, dal momento che questo è il modus operandi di tutti i media aziendali, ciascuno a suo modo ideologico e spesso disonesto, come The New York Times, CBS, The Washington Post, The New York Daily News, Fox News, CNN, NBC, ecc. da molto tempo. Anche quelli di stato come la Pravda.

Per esempio in The Intercept, giornale on line del miliardario Pierre Omidyar, ho letto un articolo. Scritto da Alice Speri, il suo titolo suonava ambiguo – “La sinistra in Europa affronta la rinascita della NATO dopo che la Russia invade l’Ucraina” – finché non ho visto il sottotitolo che inizia con queste parole: “La brutale invasione della Russia complica…” Ma ho continuato a leggere. Nel quarto paragrafo, è diventato chiaro dove stava andando l’articolo. Speri scrive che “In Ucraina, in contrasto [con l’Iraq], è stata la Russia a organizzare un’invasione illegale e non provocata, e il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina è stato considerato da molti cruciale per evitare atrocità anche peggiori di quelle che l’esercito russo aveva già commesso”.

In realtà, sebbene apparentemente siano attivisti europei contro la guerra e contro la NATO, sono presi in un dilemma, l’articolo prosegue affermando che mentre gli Stati Uniti e la NATO sono stati colpevoli di un’espansione ingiustificata per molti anni, la Russia è stata un aggressore in Ucraina e Georgia ed è colpevole di terribili crimini di guerra e così via. Non c’è una parola sul colpo di stato sponsorizzato dagli Stati Uniti del 2014, o sui mercenari sostenuti dalla CIA e dal Pentagono in Ucraina, o sul loro sostegno al battaglione neonazista Azov e sugli anni degli attacchi ucraini nel Donbass dove sono state uccise diverse migliaia di persone. Si presume che queste azioni non siano criminali o provocatorie.

E c’è questo: “La risposta vacillante degli attivisti europei per la pace è sia il riflesso di un’invasione brutale e non provocata che ha sbalordito il mondo (sic) sia di un movimento contro la guerra che si è rimpicciolito ed è stato emarginato nel corso degli anni. La sinistra sia in Europa sia negli Stati Uniti ha lottato per rispondere a un’effusione di sostegno all’Ucraina che va contro gli sforzi decennale per liberare l’Europa da un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti”. In altre parole, l’articolo, stratificato in una retorica contro la guerra, è propaganda anti-russa.

Per esempio lo stesso Noam Chomsky, uno degli intellettuali di massimo rilievo internazionale, parla saggiamente della propaganda dei media statunitensi riguardo alla loro guerra non provocata contro l’Iraq e definisce con precisione la guerra in Ucraina “provocata”. E poi, riguardo alla guerra in Ucraina, lascia cadere questa affermazione sorprendente:

Non credo che ci siano ‘menzogne ​​significative’ nei resoconti di guerra. I media americani generalmente fanno un lavoro molto lodevole nel denunciare i crimini russi in Ucraina. (sic) È prezioso, così come è prezioso che siano in corso indagini internazionali per possibili processi per crimini di guerra”.

In un batter ciglia, Chomsky dice qualcosa di così incredibilmente falso che a meno che non lo si consideri un moderno Galileo, cosa che molti fanno (spesso anch’io da decenni), può passare per vero e si passerà senza problemi al paragrafo successivo. Eppure è un’affermazione così falsa che diventa ridicola. La propaganda dei media sugli eventi in Ucraina è stata così palesemente falsa e ridicola che un lettore attento si fermerà immediatamente e penserà: l’ha appena detto?

Chomsky quindi ora ritiene che i media, come il New York Times e simili, che ha giustamente castigato per la propaganda per gli Stati Uniti in Iraq e Timor Est, per citare solo due esempi, stiano facendo “un lavoro molto onorevole nel riportare crimini in Ucraina”, come se improvvisamente non fossero più i portavoce della CIA e della disinformazione americana. E lo dice mentre siamo nel mezzo del più grande blitz propagandistico dalla prima guerra mondiale, con la sua censura, il suo comitato per la governance della disinformazione, che rintraccia i dissidenti, ecc. che rasenta la parodia di Orwell del 1984. E’ semplicemente magistrale. Spiegare come la propaganda raggiunge i vertici e come opporsi a essa, e poi insinuare un sospetto nella sua analisi: “La rivendicazione di Putin è pari alla nostra”.

Il revanscismo della Russia? Dove? Revanscismo? Quale territorio perduto gli Stati Uniti hanno mai fatto la guerra per recuperare? Iraq, Siria, Cuba, Vietnam, Jugoslavia, Afganistan, ecc. ? La storia degli Stati Uniti non è una storia di revanscismo ma di conquista imperiale, di sequestro e furto o di controllo del territorio, mentre la guerra della Russia in Ucraina è chiaramente un atto di autodifesa dopo anni di provocazioni e minacce USA/NATO/Ucraina, ciò che Hedges riconosce. «Nove settimane di umilianti fallimenti militari»? – mentre controllano gran parte dell’Ucraina orientale e meridionale, compreso il Donbass. Ma il suo falso messaggio è sottilmente intessuto, come quello di Chomsky, in frasi che sono vere.

Ma essendo nel campo dei giochi mentali (troppa coerenza porta alla chiarezza e tradisce il gioco), ci si può aspettare che offuschino continuamente i loro messaggi per servire l’agenda americana in Ucraina e continuare l’espansione della NATO nella guerra non dichiarata con la Russia, per la quale il popolo ucraino sarà sacrificato. Orwell lo chiamò «pensiero doppio»: “Il duplice pensiero è al centro stesso dell’Ingsoc, poiché l’atto essenziale del Partito è quello di ricorrere all’inganno cosciente pur mantenendo la fermezza d’intenzione che va di pari passo con l’onestà totale. Dire bugie deliberate credendoci sinceramente, dimenticare ogni fatto diventato imbarazzante, poi, quando diventa necessario, tirarlo fuori dall’oblio giusto il tempo necessario, negare l’esistenza della realtà oggettiva e, allo stesso tempo, tenere conto della realtà che si nega – tutto questo è indispensabile… con la menzogna sempre davanti alla verità”.

Christian Parenti scrive questo su Chomsky: “La quasi totalità dell’intellighenzia di sinistra è rimasta psichicamente bloccata nel marzo 2020. I suoi membri hanno applaudito la nuova repressione della biosicurezza e hanno definito bugiardi, truffatori e fascisti tutti coloro che non erano d’accordo. Di solito lo hanno fatto senza nemmeno impegnarsi con le prove ed evitando il dibattito pubblico. Tra i più visibili citiamo Noam Chomsky che ha chiamato le persone non vaccinate a “ritirarsi dalla società” e ha suggerito che si dovrebbero lasciar morire di fame se si rifiutavano di sottomettersi”.

La critica di Parenti sulla risposta della sinistra (non solo quella di Chomsky e Hedges) al Covid si applica anche agli eventi fondatori sopra menzionati, il che solleva domande più profonde sulla penetrazione della CIA e della NSA nei media in generale, un argomento che esula dall’ambito di tale analisi.

Per quelli che probabilmente direbbero di quello che ho scritto qui: Perché prendersela con la sinistra? La mia risposta è molto semplice.

Le perniciose agende della destra e dei neoconservatori sono evidenti; nulla è veramente nascosto; si può e si deve quindi opporsi. Ma molti di sinistra servono due maestri e sono molto più sottili. Ostentatamente dalla parte della gente comune e contraria all’imperialismo e alle predazioni delle élite all’interno e all’esterno del paese, sono spesso gli autori di una retorica seducente che sfugge ai loro sostenitori. Una retorica che alimenta indirettamente le guerre alle quali spesso pretendono di opporsi.

L’UE dopo l’Ucraina

di Wolfgang Streeck

CE7YG8 Cracking EU flag – concept representing euro default / debt / break up of the European Union

La guerra è padre di tutti e re di tutti.

Supponendo che la storia dell’Unione Europea inizi con la Comunità Economica Europea (CEE), costituita nel 1958, essa è durata ormai quasi due terzi di secolo. È iniziata come un’alleanza di sei paesi che amministrava congiuntamente due settori chiave dell’economia del dopoguerra, il carbone e l’acciaio, rendendo superfluo per la Francia ripetere l’occupazione della valle della Ruhr, che aveva contribuito all’ascesa del revanscismo tedesco dopo la prima guerra mondiale Sulla scia della guerra industriale della fine degli anni ’60, e in seguito all’ingresso di altri tre paesi, Regno Unito, Irlanda e Danimarca, la CEE si è trasformata nella Comunità Europea (CE). Dedicata alla politica industriale e alla riforma socialdemocratica, la CE doveva aggiungere una “dimensione sociale” a quello che stava per diventare un mercato comune. Dopo, dopo la rivoluzione neoliberista e il crollo del comunismo, quella che ora è stata ribattezzata Unione Europea (UE) è diventata sia un contenitore per i nuovi stati-nazione indipendenti dell’Est desiderosi di unirsi al mondo capitalista, sia un motore di riforma neoliberista, fornitura- side economics e New Labourism in ventotto paesi europei. È anche diventato saldamente radicato nell’ordine globale unipolare dominato dagli americani dopo la “fine della storia”.

L’Unione Europea degli ultimi tre decenni è stata un microcosmo regionale di quella che è stata chiamata iperglobalizzazione. 1 In effetti, era in modo significativo un modello continentale di dimensioni ridotte per il capitalismo globale integrato che era l’obiettivo finale di coloro che all’epoca sottoscrivevano il Washington Consensus.

L’UE ha offerto un mercato interno senza confini per beni, servizi, lavoro e capitali; la governance economica basata su regole è stata sostenuta da un’onnipotente corte internazionale, la Corte di giustizia europea (CGCE); e una moneta comune, l’euro, era gestita da una banca centrale altrettanto onnipotente, la BCE. L’accordo corrispondeva da vicino all’idea hayekiana di una federazione internazionale progettata per limitare la politica economica discrezionale: anapprossimazione quasi perfetta di ciò che Hayek chiamava isonomia: identiche leggi liberali del mercato in tutti gli stati inclusi nel sistema. 2 Questa economia non più politica era governata da una combinazione politicamente sterilizzata di tecnocrazia – la BCE e lo pseudo-esecutivo dell’UE, la Commissione europea – e quella che potrebbe essere chiamata nomocrazia – la Corte di giustizia europea – in base a una costituzione di fatto immutabile in pratica. Quest’ultimo consisteva in due trattati, 3 illeggibili per il cittadino normale, tra ventotto paesi, ciascuno dei quali aveva diritto a porre il veto a qualsiasi modifica. 4Ancorando l’intero progetto all’interno del sistema finanziario globale dominato dagli Stati Uniti, i trattati prevedevano una mobilità illimitata dei capitali, vietando ogni tipo di controllo sui capitali non solo all’interno dell’Unione ma anche oltre i suoi confini. 5

Che questa costruzione soffrisse di quello che venne eufemisticamente chiamato “deficit democratico” non passò inosservato. In effetti, tra gli addetti ai lavori a Bruxelles, si sente spesso la battuta che, con la sua attuale costituzione, l’Unione europea non sarebbe mai autorizzata a unirsi a se stessa. Negli ultimi anni, la Commissione Europea e, in particolare, il cosiddetto Parlamento Europeo si sono adoperati per colmare il divario democratico con una politica dei “valori” che l’UE deve imporre ai suoi Stati membri. I diritti umani, secondo le interpretazioni occidentali contemporanee, servirebbero come sostituti dei dibattiti sull’economia politica che erano stati esclusi dal sistema politico dell’Unione. Ciò ha comportato soprattutto interventi educativi nei paesi dell’ex impero sovietico per convertire governi, partiti, e popoli al liberalismo dell’Europa occidentale, economico ma anche sociale, se necessario trattenendo parte degli aiuti fiscali destinati a sostenere la trasformazione di questi paesi in economie di mercato in buona fede più democrazie capitaliste. Programmi educativi sempre più verticistici di questo tipo, il cui mandato derivava da interpretazioni sempre più ampie e anzi invadenti delle sezioni dichiarative dei trattati dell’UE, culminarono in una crociata contro i cosiddetti antieuropei, individuati dagli scienziati sociali e spin doctor politici come “populisti”.6

Con il tempo, la centralizzazione e la depoliticizzazione di fatto dell’economia politica dell’Unione ha inserito nell’Unione una dimensione gerarchica centro-periferia. Lo “stato di diritto” istituito come regola di un tribunale onnipotente; la politica economica formalmente basata su regole ma in pratica sempre più discrezionale della Banca centrale europea politicamente indipendente; e la rieducazione ai “valori” europei sanzionata ha portato l’UE ad assomigliare sempre più a un impero liberale , sia in senso economico che culturale, il secondo come legittimazione del primo.

Prima dell’Ucraina: linee di faglia critiche, guasto prevedibile

Gli imperi corrono un rischio congenito di sovraestensione, in termini territoriali, economici, politici, culturali e di altro tipo. Più diventano grandi, più costa tenerli insieme, poiché le forze centrifughe crescono e il centro ha bisogno di mobilitare sempre più risorse per contenerle. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e la sua diffusione in Europa dopo il 2009, l’UE e l’UEM hanno iniziato a fratturarsi lungo diverse dimensioni, le loro capacità economiche, ideologiche e coercitive di integrazione sono diventate sempre più sovraccaricate. Sul versante occidentale dell’UELa Brexit è stato il primo caso di uscita di uno Stato membro da un’Unione che ideologicamente si considera permanente. Ci sono stati molti fattori coinvolti che hanno contribuito all’esito del referendum sulla Brexit, che è stato ampiamente dibattuto per quasi un decennio. Uno dei motivi principali (meno spettacolare ma sicuramente più fondamentale di molti altri) per cui l’adesione britannica si è rivelata insostenibile è stata una profonda incompatibilità della costituzione britannica de facto, e del suo assolutismo parlamentare, con il governo in stile Bruxelles di giudici e tecnocrati. Un altro motivo, ovviamente, è stata l’incapacità e, in effetti, la riluttanza di Bruxelles a fare qualcosa per l’abbandono a lungo termine da parte dei governi britannici della disintegrazione del tessuto sociale del paese.

Volgendosi al sud , le radicate modalità nazionali di fare capitalismo si sono rivelate incompatibili con le prescrizioni dell’UEM e del mercato interno, portando l’Italia in particolare su un sentiero di declino economico prolungato e, a tutti gli effetti, irreversibile. I tentativi di invertire la tendenza o attraverso le “riforme strutturali”, secondo le prescrizioni neoliberiste, o attraverso la BCE e la Commissione europea piegando le regole anti-interventiste che regolano l’Unione monetaria, silenziosamente tollerate dai governi francese e tedesco, sono falliti miseramente. Ormai è diventato chiaro che nemmeno il Corona Recovery and Resilience Facility (RRF) dell’Unione Europea, e i sussidi che fornirà all’Italia, non fermeranno il declino italiano. 7Tra l’altro, il caso italiano mostra che un’efficace politica regionale finalizzata alla convergenza economica è ancor meno praticabile tra, rispetto all’interno, degli Stati-nazione.

Inoltre, alla periferia orientale dell’Unione , i paesi portano un’eredità storica di tradizionalismo culturale, autoritarismo politico e resistenza nazionalista contro l’intervento internazionale nella loro vita interna, quest’ultima rafforzata dalla loro esperienza sotto l’impero sovietico. Gli sforzi per imporre i costumi e i gusti dell’Europa occidentale a queste società, soprattutto se accompagnati da minacce di sanzioni economiche (come nel caso delle cosiddette politiche dell’Unione di “stato di diritto”), hanno causato opposizione e risentimento “populisti” contro ciò che è stato percepito da molti come un tentativo di privarli della loro sovranità nazionale appena recuperata. 8I conflitti in seno al Consiglio europeo su questioni culturali si sono spinti fino al punto che i capi di governo occidentali hanno esortato più o meno esplicitamente i loro colleghi orientali, in particolare quelli ungheresi e polacchi, ad uscire dall’Unione se non fossero stati disposti a condividerne i “valori”. 9 Insieme alla minaccia di sanzioni economiche, questo in effetti non è stato altro che un tentativo di realizzare un cambio di regime negli altri Stati membri.

Infine, nel nord , gli sforzi dell’Unione Europea per preservare un ricordo della sua antica ambizione di sviluppare una “dimensione sociale” sono regolarmente contrastati, tra tutti i paesi, dagli Stati membri scandinavi, che insistono sulla loro tradizione di regolamentazione del mercato del lavoro, compresa la regolamentazione salariale, dalla contrattazione collettiva piuttosto che dalla legge statale. Di recente, ciò ha portato alcuni sindacati scandinavi a minacciare di uscire dalla confederazione sindacale europea, lamentando di non aver sufficientemente rispettato la loro prassi nazionale consolidata.

Ulteriori linee di faglia, sia vecchie che nuove, esistono all’interno del centro dell’impero liberale, a causa del fatto che l’Unione Europea non ha uno Stato membro abbastanza potente da essere il suo unico egemone. Ci sono invece due paesi leader, Germania e Francia, nessuno dei quali può da solo dominare l’Unione. Sebbene l’uno abbia bisogno dell’altro, non sono in grado di concordare strutture centrali, interessi e politiche di un’Europa integrata. Tradizionalmente, le differenze franco-tedesche sono viste come derivanti dalle differenze tra le loro varietà nazionali di capitalismo, con la Francia che coltiva una tradizione di dirigismo statalista e la Germania che insiste sulla sua invenzione del dopoguerra di una “economia sociale di mercato”. Di conseguenza, Francia e Germania tendono ad essere in contrasto nella politica dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea, con la Francia, tra le altre cose, a favore di una politica fiscale e monetaria più espansiva e politicamente discrezionale.

Più recentemente, soprattutto dopo la Brexit, sono emerse anche differenze nella politica estera e di sicurezza. Sebbene esistessero già negli anni ’60, sono stati messi in rilievo, prima dalla fine del mondo bipolare dopo il 1989 e poi dal fatto che, dopo la Brexit, la Francia è l’unico Stato membro dell’Unione Europea con armi nucleari e una sede permanente sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Poiché nemmeno la Francia è disposta a condividere, la dipendenza nucleare della Germania dagli Stati Uniti, che mantiene circa quarantamila soldati sul suolo tedesco, insieme a un numero incalcolabile di testate nucleari, ostacola di fatto la “sovranità strategica europea”, poiché i francesi chiamalo : atrasferimento della sovranità strategica all’“Europa” che è accettabile per la dottrina della sicurezza nazionale francese solo sotto la guida francese. Inoltre, mentre la Francia ha forti interessi in Africa e in Medio Oriente, gli interessi nazionali tedeschi, in relazione all’Europa, si concentrano sull’Europa orientale e sui Balcani. Di conseguenza, il disaccordo, se accuratamente nascosto, è endemico tra i due aspiranti piloti di quello che a volte viene chiamato eufemisticamente il tandem europeo franco-tedesco.

Più unità attraverso meno unità?

Prima della guerra in Ucraina, c’erano due progetti radicalmente diversi nell’aria, o almeno concepibili, su come prevenire l’imminente disintegrazione dell’Unione Europea, a causa della sovraestensione e sovraintegrazione. Uno può essere riassunto come una strategia di maggiore unità attraverso una minore unità , o di ridimensionamento, se non territoriale, quindi funzionalmente, annullando alcuni elementi principali della “sempre più stretta unione dei popoli d’Europa” dell’UE. Tra gli altri, è stato il sociologo americano Amitai Etzioni a sostenere da tempo il ridimensionamento come mezzo per sbloccare l’integrazione europea. 10Per molti versi, la sua proposta ricordava i concetti più antichi di un sistema statale integrato dell’Europa occidentale come un’Europa à la carte, o anche come “l’Europa delle patrie” di de Gaulle. 11 Ciò che queste nozioni avevano in comune era una visione di un sistema statale regionale sul modello di una cooperativa piuttosto che di un impero, come ha recentemente delineato da Hans Joas in un importante libro su “L’Europa come progetto di pace”. 12In esso, Joas fa riferimento a un dibattito sulle possibilità di pace internazionale tra Carl Schmitt e lo storico tedesco Otto Hintze negli anni ’20 e ’30. Schmitt credeva che la pace in una regione globale potesse essere assicurata solo da una potenza imperiale centrale libera di imporre l’ordine alla sua periferia, ai suoi stati dipendenti, essenzialmente come riteneva opportuno. Il suo modello reale di un ordine internazionale praticabile, per inciso, era l’emisfero americano sotto la Dottrina Monroe. Argomentando contro di lui, Hintze, che aveva studiato la tradizione tedesca delle associazioni cooperative ( Genossenschaften), ha insistito sulla possibilità di un ordine sociale basato sulla cooperazione volontaria in un quadro che obbligasse i paesi partecipanti a riconoscersi reciprocamente l’indipendenza o la sovranità. In vari modi, questo modello si avvicinò a quello della Pace di Westfalia del 1648, dopo la Guerra dei Trent’anni, con la creazione di quello che in seguito sarebbe stato chiamato lo “Stato di Westfalia”.

Che aspetto avrebbe un’Unione Europea à la carte, se mai fosse diventata realtà? In generale, avrebbe previsto un’autonomia più locale, nel senso di nazionale, invece di insistere sull’uniformità politico-economica tra gli Stati membri, con istituzioni meno centralizzate e gerarchiche e più spazio per la sovranità nazionale. 13La Commissione Europea sarebbe stata trasformata in qualcosa come una piattaforma per la cooperazione volontaria tra gli stati membri, abbandonando la sua aspirazione a diventare un esecutivo paneuropeo; lo stesso, mutatis mutandis, si sarebbe applicato al Parlamento Ue. Anche il ruolo della Corte di giustizia europea dovrebbe essere sensibilmente ridotto: essa non sarebbe più un legislatore costituzionale dissimulato, incaricato di tutto ciò che sceglie di farsi carico e di intervenire a suo piacimento negli Stati nazionali, nel diritto nazionale, e politica nazionale. In un certo senso, un’Unione europea di questo tipo sarebbe stata simile al Consiglio nordico formato dagli stati scandinavi negli anni ’50. I membri sono Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Isole Faroe, Groenlandia e Åland. Il blocco non conosce equivalenti alla Corte Europea, al Parlamento Europeo, o la Commissione Europea. Mentre gli Stati membri mantengono i confini aperti tra di loro, continuano ad avere le proprie politiche economiche e sociali.14

Per molti versi, ripristinare l’integrazione per preservarla è stato fin dall’inizio un progetto irrealistico, se si potesse definire un progetto. Molto probabilmente, per avere qualche possibilità, avrebbe dovuto essere preceduto da un massiccio crollo dell’Unione Europea, dovuto all’intensificarsi delle interruzioni lungo le sue linee di faglia e, molto probabilmente, da un fallimento statale dell’Italia. Niente di tutto questo avrebbe potuto essere escluso, e più unità attraverso meno unitàavrebbe potuto essere realistico come progetto di ricostruzione dopo un collasso istituzionale, piuttosto che come politica di riforma per prevenire tale collasso. Secondo le regole esistenti, avrebbe richiesto un’ampia revisione del trattato concordata da tutti i ventisette stati membri post-Brexit, alcuni dei quali necessitavano dell’approvazione del voto popolare. L’impossibilità pratica di una revisione significativa dei Trattati di governo può essere considerata una caratteristica essenziale di un progetto di integrazione europea destinato ad essere irreversibile (sminuendo così involontariamente la sua legittimità democratica).

Integrazione per militarizzazione?

Un’altra potenziale via d’uscita dal malessere da sovraestensione è stata suggerita da un gruppo di politici tedeschi in pensione, di entrambi i principali partiti, guidati e ispirati dal filosofo Jürgen Habermas. Tra i suoi membri c’era Friedrich Merz, allora presidente del consiglio di BlackRock Germany, un rivale di lunga data emarginato di Angela Merkel. (Sorprendentemente, Merz è stato recentemente resuscitato per essere il successore della Merkel come leader di quello che oggi è il principale partito di opposizione tedesco, cdu/csu .) Nell’ottobre 2018, il gruppo ha lanciato un appello pubblico intitolato “Per un’Europa basata sulla solidarietà: facciamo sul serio sulla volontà della nostra Costituzione, ora!” 15Tra l’altro, il gruppo ha sollecitato la creazione di un esercito europeo (“Noi chiediamo un esercito europeo”), dato che “Trump, Russia e Cina” stavano “testando sempre più duramente. . . L’unità dell’Europa, la nostra volontà di difendere insieme i nostri valori, di difendere il nostro modo di vivere”. A questo potrebbe esserci “una sola risposta: la solidarietà e la lotta contro il nazionalismo e l’egoismo internamente, e l’unità e la sovranità comune all’esterno”. La creazione di un esercito europeo doveva essere il primo passo verso una “profonda integrazione della politica estera e di sicurezza basata su decisioni a maggioranza” del Consiglio europeo. Il gruppo ha affermato che un esercito europeo non richiedeva “più soldi” poiché “i membri europei della NATO insieme spendono circa il triplo della Russia per la difesa”; 16tutto ciò che serviva era porre fine alla frammentazione nazionale, che avrebbe creato “molto più potere difensivo senza denaro aggiuntivo”. (Non è stato fornito alcun motivo per cui ciò fosse necessario, dato che i paesi in questione stavano già spendendo tre volte di più per le loro forze armate rispetto al loro nemico designato.) Inoltre, “poiché le difese dell’Europa non sono dirette contro nessuno, la creazione di un l’esercito dovrebbe essere collegato al controllo degli armamenti e alle iniziative di disarmo”, uno sforzo in cui Germania e Francia, “gli stati fondatori dell’Europa”, dovrebbero prendere l’iniziativa.

Come più unità attraverso meno unità , la costruzione dello stato europeo attraverso la militarizzazione, che in qualche modo ricorda il modello prussiano, 17 non ha mai avuto una possibilità. Questo nonostante il fatto che in superficie, quando i suoi sostenitori hanno chiesto una “sovranità comune” per l’Europa, si sono ovviamente accontentati del gusto francese, come espresso nel discorso alla Sorbona del 2017 di Macron, tenuto il giorno dopo l’ultima rielezione di Angela Merkel . 18Inoltre, lasciando scoperto chi fosse il nemico da cui l’Europa doveva essere difesa, non precludeva qualcosa come l’equidistanza europea verso Russia e Cina, da un lato, e “Trump” dall’altro, che in linea di principio sarebbe stato il benvenuto in Francia. Inoltre, la NATO non è mai stata menzionata, e certamente non la sua dottrina rivista, adottata nel 1992, estendendo la sua missione a livello mondiale per includere operazioni “fuori area” come, presumibilmente, interventi umanitari in adempimento di un presunto “dovere di proteggere”. Inoltre, sostenendo che il nuovo esercito europeo non avrebbe bisogno di maggiori spese per la difesa, l’appello ha implicitamente respinto la richiesta americana che i membri europei della NATO, in particolare la Germania, aumentino le loro spese militari al 2% del PIL, il cheper la Germania nel 2018 avrebbe significato un aumento non inferiore al 50 per cento. 19 Si noti che la prima volta che la NATO, a seguito delle pressioni americane, ha discusso l’obiettivo del 2 per cento è stato in un vertice a Praga nel 2002. Questo è stato lo stesso incontro in cui l’alleanza ha aperto i colloqui di adesione con Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, e ha confermato una politica delle porte aperte per l’Europa orientale, comprese Georgia e Ucraina, contro le forti obiezioni pubbliche del governo russo.

Ancora più importante, il documento non è riuscito ad affrontare la questione delle armi nucleari, non ultimo, si è portati a credere, per consentire ai Verdi tedeschi di unirsi alla causa. Tuttavia, se il progetto fosse mai diventato reale, per la Germania, impegnata a non avere armi nucleari, e anzi vietata di averle ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare del 1968, un esercito europeo comportava il rischio di dover sostituire la protezione nucleare americana con quella francese. Quel rischio sarebbe sembrato inaccettabile in Germania come lo era l’idea in Francia di condividere la sua forza nucleare con “l’Europa”, il che significa che la Germania batteva bandiera europea. In fondo c’era la questione fondamentale della misura in cui un esercito europeo sarebbe, o avrebbe dovuto essere, integrato nella struttura di comando della NATO, in effetti, la sua “interoperabilità” con l’esercito degli Stati Uniti. Dal riarmo della Germania negli anni ’50, la Bundeswehr è stata completamente integrata nella NATO e gli Stati Uniti avrebbero probabilmente insistito sul fatto che qualsiasi esercito europeo, in particolare il suo contingente tedesco, sarebbe stato integrato anche nella NATO.

Se l’appello di Habermas avesse toccato la questione nucleare, sarebbe diventato ovvio che, nonostante le somiglianze superficiali, era incompatibile con gli elementi centrali del progetto di sicurezza europeo francese. Come gli Stati Uniti, la Francia voleva (e vuole) che la Germania spendesse di più per la difesa. Piuttosto che rafforzare la potenza americana transatlantica, tuttavia, la spesa aggiuntiva della Germania è stata quella di colmare il divario convenzionale nell’esercito francese causato dagli alti costi della sua forza nucleare, in modo da consentire all’”Europa” di servire meglio le ambizioni francesi in Africa e Medio Oriente . Per una “sovranità strategica europea” di questo tipo, sarebbe utile una qualche forma di distensione con la Russia. Un insediamento eurasiatico, tuttavia, sarebbe in contrasto con l’espansione americana attraverso la NATO alla periferia russa. Per gli Stati Uniti, l’obiettivo era quello di integrare gli ex paesi comunisti dell’Europa orientale in un “Occidente” guidato dagli americani. Far assumere all’Europa attraverso la NATO una posizione antagonista nei confronti della Russia garantirebbe la dipendenza europea da un’alleanza con gli Stati Uniti nel mondo bipolare che nasce dal “Nuovo Ordine Mondiale” di George HW Bush. Per la Francia, al contrario, un esercito europeo interessava proprio nella misura in cui avrebbe strappato l’Europa dallo stretto abbraccio in cui la tenevano gli Stati Uniti, tra l’altro mantenendo la Germania non nucleare dipendente dalla protezione nucleare americana.

Dopo l’Ucraina

La guerra è l’ultima fonte stocastica della storia e, una volta iniziata, non c’è limite alle sorprese che può portare. Tuttavia, anche se la guerra in Ucraina sembra tutt’altro che finita al momento in cui scriviamo, ci si può sentire giustificati osservando che ha posto fine, almeno per il prossimo futuro, a qualsiasi visione di uno stato indipendente, non imperiale e cooperativo sistema in Europa. La guerra sembra anche aver inferto un colpo mortale al sogno francese di trasformare l’impero liberale dell’Unione Europea in una forza globale strategicamente sovrana, rivaleggiando credibilmente sia con una Cina in ascesa che con gli Stati Uniti in declino. L’invasione russa dell’Ucraina sembra aver risposto alla domanda sull’ordine europeo ripristinando il modello, a lungo ritenuto storia, della Guerra Fredda: un’Europa unita sotto la guida americana come testa di ponte transatlantica per gli Stati Uniti in un’alleanza contro un nemico comune, prima l’Unione Sovietica e ora la Russia. L’inclusione e la subordinazione a un “Occidente” risorto e rimilitarizzato, come sottodipartimento europeo della NATO, sembra aver salvato, per il momento, l’Unione Europea dalle sue forze centrifughe distruttive, senza tuttavia eliminarle. Ripristinando l’Occidente, la guerra ha neutralizzato le varie faglie lungo le quali l’UE si stava sgretolando, chi più e chi meno, catapultando gli Stati Uniti in una posizione di rinnovata egemonia sull’Europa occidentale, compresa la sua organizzazione regionale, l’Unione Europea. ” Come sottodipartimento europeo della NATO, sembra aver salvato, per il momento, l’Unione Europea dalle sue distruttive forze centrifughe, senza però eliminarle.

Soprattutto, il reinserimento dell’Occidente sotto la guida americana ha risolto la vecchia questione dei rapporti tra Nato e Ue a favore di una divisione dei compiti che ha stabilito il primato della prima sulla seconda. In modo interessante, questo sembra aver sanato la divisione tra l’Europa continentale e il Regno Unito che si era aperta nel corso della Brexit. Quando la NATO è salita alla supremazia, il fatto che includa il Regno Unito insieme ai principali Stati membri dell’UE ripristina un ruolo europeo di primo piano per la Gran Bretagna attraverso le sue relazioni speciali con gli Stati Uniti. Come questo influisca sullo status internazionale di un paese come la Francia è stato recentemente illustrato da un accordo strategico – il cosiddetto patto aukus – tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Sotto aukus , l’Australia ha annullato un accordo del 2016 con la Francia sui sottomarini diesel francesi, impegnandosi invece a sviluppare sottomarini a propulsione nucleare insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito, un evento che ha mostrato alla Francia i limiti di un’UE a guida francese come una potenza globale.

Per quanto riguarda l’UE, l’ascesa della NATO ha comportato il suo declino allo status di ausiliario civile della NATO, asservito agli obiettivi strategici americani, principalmente ma non esclusivamente in Europa. Gli Stati Uniti avevano a lungo pensato all’UE come a una sorta di sala d’attesa o di una scuola di preparazione per i futuri membri della NATO, in particolare quelli vicini alla Russia, come Georgia e Ucraina, ma anche i Balcani occidentali. 20L’UE, da parte sua, aveva insistito sulle proprie procedure di ammissione che includevano lunghi negoziati sulle condizioni istituzionali ed economiche nazionali che dovevano essere soddisfatte prima dell’adesione formale. Questo per ridurre l’onere che i nuovi paesi avrebbero imposto al bilancio dell’UE e per garantire che le loro élite politiche fossero sufficientemente “pro-europee” in modo da non scuotere la barca comune. Agli Stati Uniti, con i loro obiettivi geostrategici, questo in genere appariva come eccessivamente pedante se non ostruzionistico. In effetti, la Francia in particolare aveva resistito e resiste tuttora all’eccessivo “allargamento” dell’Unione, temendo che potesse ostacolare il suo “approfondimento”. Dal punto di vista americano, la condivisione degli oneri con i paesi europei significava che questi ultimi erano responsabili della fornitura di incentivi economici per l’adesione di nuovi stati all’Occidente, e per averli aiutati a costruire la base economica dell’occidentalizzazione, ad esempio attraverso sussidi finanziari che aiutano gli aspiranti Stati membri a raggiungere la stabilità sociale in senso occidentale, liberale e democratico.

Con la guerra in Ucraina, la visione americana dell’UE come dimora temporanea per i futuri membri della NATO sta rapidamente diventando realtà. Qualsiasi soluzione negoziata della guerra precluderà probabilmente l’adesione dell’Ucraina alla NATO nel prossimo futuro e non così vicino. L’ammissione accelerata all’Unione Europea potrebbe essere offerta a titolo di risarcimento, anche perché assicurerebbe i fondi per riparare i danni causati dalla guerra. 21Sembra anche probabile che alla Francia non sarà più consentito bloccare l’adesione di paesi come Albania, Bosnia ed Erzegovina (un paese), Macedonia del Nord, Montenegro, Kosovo e Serbia (a condizione che i sussidi europei possano far cambiare idea alla sua élite politica e diventare “pro-europeo”). A seconda di come si svilupperà la guerra, potrebbe anche esserci una sorta di affiliazione simile all’adesione in serbo per Georgia e Armenia, che probabilmente richiederanno tutte richieste significative al bilancio dell’UE senza rendere l’UE più facile da governare.

Inoltre, durante la guerra la Commissione europea era e continua ad essere molto richiesta come agenzia per la pianificazione, il coordinamento e il monitoraggio delle sanzioni economiche europee contro la Russia e, prevedibilmente, la Cina. In definitiva, le sanzioni implicano una profonda riorganizzazione delle catene di approvvigionamento estese dell’era neoliberista e del Nuovo Ordine Mondiale, in risposta al mondo multipolare che sta per emergere, con la sua rinnovata enfasi sulla sicurezza economica e sull’autonomia. Quella che da tempo è stata un’agenzia che promuove la globalizzazione si trasformerà quindi, sotto importanti aspetti, in un’agenzia dedita alla de-globalizzazione: la qual cosa fino a poche settimane fa ritenuta nient’altro che un’assurdità di sinistra (o forse populista). L’accorciamento delle catene di approvvigionamento è una funzione meno del governo che delle competenze tecnocratiche, già abbastanza difficile dato l’alto livello di interdipendenza economica ereditato dall’iperglobalizzazione. Politicamente, quali sanzioni devono essere imposte e quali catene di approvvigionamento internazionali devono ancora essere considerate sicure, spetta ai governi nazionali essere determinata; o più precisamente, per la loro organizzazione ora principale, la NATO, controllata dal suo stato-nazione più forte, gli Stati Uniti, da determinare. Un esempio è la disputa sugli acquisti tedeschi di gas naturale russo e la loro sostituzione con gas naturale liquefatto americano. Poiché la NATO non ha le competenze necessarie in materia economica per valutare gli effetti delle sanzioni sulla Russia, da un lato, e sull’Europa occidentale, dall’altro, l’UE continuerà ad essere necessaria come fornitore di servizi amministrativi nella gestione di un’economia europea di recente politicizzazione.

Infine, da non sottovalutare, è probabile che l’UE svolga un ruolo importante nella generazione di denaro pubblico per la ricostruzione dell’Ucraina una volta terminata la guerra. Lo stesso vale per la fornitura di sostegno finanziario ad altri paesi della periferia europea che saranno candidati all’Unione Europea e, in ultima analisi, all’adesione alla NATO. È probabile che la capacità dell’UE di fungere da ricettacolo per il debito pubblico politicamente meno evidente, come nel caso del Corona Recovery and Resilience Fund, la prima manifestazione della Next Generation EU (NGEU) della Commissione, sia permanente e ampiamente utilizzato per mobilitare i contributi europei verso i costi non militari a lungo termine della guerra, compreso ad esempio il reinsediamento dei rifugiati ucraini. 22(L’esperienza suggerisce che il contributo americano si limiterà e si concluderà con le ostilità militari. 23 ) Per questo saranno necessari anche servizi speciali della BCE, come nella lotta contro la “stagnazione secolare” e, successivamente, la pandemia . Il debito NGEU non compare nei bilanci nazionali ed è per questo meno controverso dal punto di vista politico. Ciò è simile agli acquisti di debito pubblico da parte della BCE come forma di finanziamento indiretto dello Stato, nel contesto del quantitative easing, in elusione dei trattati europei.

Passività Vecchie e Nuove

Le nuove funzioni assunte dall’UE a seguito della guerra in Ucraina, e in particolare nel corso della sua subordinazione alla NATO, sono lontane dal risolvere i suoi vecchi problemi; a lungo termine, infatti, possono aggiungersi ed esacerbarsi. Sul fianco occidentale dell’UE, il Regno Unito, attraverso la sua stretta alleanza con gli Stati Uniti sotto la NATO, è tornato al gregge europeo con una vendetta, sebbene più come un tenente che come un soldato di fanteria tra gli altri. Al sud, non c’è motivo di ritenere che la supremazia della NATO contribuirà a migliorare la performance economica italiana; al contrario, sanzioni e filiere accorciate rischiano di imporre costi aggiuntivi alle economie mediterranee. Questi sicuramente richiederanno un risarcimento, non dagli Stati Uniti ma dall’UE. I suoi Stati membri ricchi, tuttavia, saranno preoccupati di aumentare le proprie spese per la difesa per soddisfare le richieste della NATO, per non parlare del finanziamento dell’adesione di altri Stati membri dell’UE nel loro cammino verso la NATO. La concorrenza per i sussidi dell’UE, in particolare per il “Fondo di coesione” dell’UE 24aumenterà ulteriormente a causa delle nuove esigenze legate alla guerra degli Stati membri orientali, ad esempio l’accoglienza dei rifugiati ucraini e, se le sanzioni occidentali inizieranno a mordere, russi. I piani del Parlamento Europeo e della Commissione per tagliare l’assistenza finanziaria a paesi come la Polonia o l’Ungheria per le carenze dello “stato di diritto” diventeranno sempre più obsoleti poiché i conflitti culturali tra democrazia “liberale” e “illiberale” saranno eclissati dagli obiettivi geostrategici della NATO e degli Stati Uniti. 25

Con l’aumento dei costi della “coesione”, potrebbe essere imminente uno spostamento del potere politico all’interno dell’UE a favore degli Stati del fronte orientale dell’Unione, con conseguenti maggiori obblighi finanziari per i paesi del ricco nord-ovest. Mentre gli esercizi di educazione culturale dell’Europa occidentale hanno cominciato ad apparire meschini di fronte a milioni di rifugiati ucraini che arrivano in un paese come la Polonia, gli Stati Uniti hanno poche ragioni per costringere i loro alleati orientali a soddisfare le sensibilità liberali tedesche o olandesi. Gli sforzi per subordinare il sostegno finanziario ai paesi post-comunisti alla loro adesione ai “valori democratici” saranno vani fintanto che gli Stati Uniti saranno soddisfatti della loro adesione alla NATO e della loro volontà di combattere la buona battaglia filo-occidentale. Siccome gli Stati Uniti, nelle stesse parole della sua amministrazione al momento della scrittura,si preparano a una guerra che durerà diversi anni – il che è logico solo se l’obiettivo è un cambio di regime in Russia – la volontà di un paese di ospitare truppe, aerei e missili americani deve avere la precedenza sulla condizionalità democratica dei trattati dell’UE (o della Corte di giustizia). Con l’Unione Europea che deve affrontare una guerra che durerà un numero incerto di anni, è probabile che i suoi stati del fronte orientale domineranno l’agenda politica comune. In questo saranno supportati dagli Stati Uniti, con il loro interesse geostrategico a tenere sotto controllo la Russia politicamente, economicamente e militarmente. In definitiva, ciò potrebbe portare gli Stati Uniti, agendo attraverso i loro alleati dell’Europa orientale e la NATO, a prendere il posto della doppia leadership troppo spesso divisa dell’UE, il tandem franco-tedesco.

Sogni americani

Uno dei tanti sviluppi notevoli intorno alla guerra ucraina è come il triste record dei recenti interventi militari americani sia quasi completamente scomparso dalla memoria pubblica europea. Fino a pochi mesi fa, la fine disastrosa della costruzione della nazione americana in Afghanistan era un tema frequente per il commentariato europeo. Presente, se più in secondo piano, anche la Siria, con le “linee rosse” di Obama prima tracciate e poi dimenticate; la Libia, abbandonata dopo essere stata trasformata in un inferno vivente; e l’Iraq con una stima prudente di duecentomila civili morti dall’invasione americana. Niente di tutto ciò è menzionato in questi giorni nella buona società europea; se viene menzionato al di fuori di essa, viene immediatamente bollato come un diversivo antiamericano dai mali commessi da Putin e dal suo esercito.

Con l’aumentare delle tensioni intorno all’Ucraina, visibili nell’ammassamento di truppe russe ai confini ucraini, i paesi dell’Europa occidentale, a quanto pare, hanno conferito una procura agli Stati Uniti, consentendogli attraverso la NATO di agire in loro nome e per loro conto. Ora, con il trascinarsi della guerra, l’Europa, organizzata in un’Unione Europea subordinata alla NATO, si troverà a dipendere dalle bizzarrie della politica interna degli Stati Uniti, una grande potenza in declino che si prepara al conflitto globale con una grande potenza emergente, la Cina. Iraq, Libia, Siria e Afghanistan avrebbero dovuto documentare ampiamente la propensione americana ad uscire se i loro sforzi, sempre e per definizione ben intenzionati, in altre parti del mondo fallissero per qualsiasi motivo, lasciando dietro di sé un pasticcio letale che altri devono ripulire se aspirano a un minimo di ordine internazionale alle loro porte. Sorprendentemente, da nessuna parte nell’Europa occidentale viene posta la domanda su cosa accadrà nel caso, nel 2024, Trump dovesse essere rieletto – il che non sembra affatto impossibile – o al suo posto venisse eletto qualche surrogato di Trump. Ma anche con Biden o qualche repubblicano moderato, il notoriamente breve intervallo di attenzione della politica imperiale americana dovrebbe, ma non sembra, entrare nei calcoli strategici, se ce ne sono, dei governi europei.

Una spiegazione troppo raramente invocata per l’incoscienza con cui gli Stati Uniti entrano ed escono troppo spesso da avventure militari lontane è la loro posizione su un’isola delle dimensioni di un continente, lontano da quei luoghi in cui potrebbero sentire il bisogno di fornire impegno per quella che considera stabilità politica. Qualunque cosa gli Stati Uniti facciano o non facciano all’estero ha poche o nessuna conseguenza per i suoi cittadini in patria. (Le truppe irachene non marceranno mai a Washington, DC, e non arresteranno George Bush per consegnarlo alla Corte penale internazionale dell’Aia.) Quando le cose vanno male, gli americani possono ritirarsi da dove sono venuti, dove nessuno può seguirli. C’è, se non altro per questo motivo, una tentazione duratura nella politica estera americana di lasciarsi guidare da pio desiderio, intelligenza carente, pianificazione sciatta, e un volubile adattamento delle politiche internazionali ai sentimenti pubblici interni. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che i paesi europei, apparentemente senza alcun dibattito, abbiano lasciato così completamente la gestione dell’Ucraina agli Stati Uniti. In effetti, questo rappresenta un responsabile che affida la gestione dei suoi interessi vitali a un agente con un recente record pubblico di incompetenza e irresponsabilità.

Quali saranno gli obiettivi di guerra degli Stati Uniti, agendo per e con l’Europa attraverso la NATO? Avendo lasciato a Biden la decisione in suo nome, il destino dell’Europa dipenderà dal destino di Biden, cioè dalle decisioni, o non decisioni, del governo degli Stati Uniti. A parte quello che i tedeschi nella prima guerra mondiale chiamavano un Siegfrieden – una pace vittoriosa imposta a un nemico sconfitto, come probabilmente sognato negli Stati Uniti sia dai neocon che dagli imperialisti liberali della scuola di Hillary Clinton – Biden può andare per, o addirittura preferire, una lunga situazione di stallo, una guerra di logoramento che tiene impegnati sia la Russia che l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Uno scontro duraturo tra gli eserciti russo e ucraino, o “occidentale”, sul suolo ucraino unirebbe l’Europa sotto la NATO e obbligherebbe convenientemente i paesi europei a mantenere alti livelli di spesa militare. Inoltre, costringerebbe l’Europa a continuare ad applicare sanzioni economiche ad ampio raggio, anzi paralizzanti, nei confronti della Russia, come effetto collaterale rafforzando la posizione degli Stati Uniti come fornitore di energia e materie prime di vario genere per l’Europa. Inoltre, una guerra in corso, o quasi, ostacolerebbe l’Europa nello sviluppo di una propria architettura di sicurezza eurasiatica, inclusa la Russia. Consoliderebbe il controllo americano sull’Europa occidentale ed escluderebbe le idee francesi di “sovranità strategica europea” così come le speranze tedesche di distensione, presupponendo entrambi una sorta di accordo russo. E non meno importante, la Russia sarebbe occupata dai preparativi per gli interventi militari occidentali, al di sotto della soglia nucleare, sulla sua estesa periferia.

Molto probabilmente, uno scontro prolungato sull’Ucraina costringerebbe la Russia a uno stretto rapporto di dipendenza dalla Cina, assicurando alla Cina un alleato eurasiatico prigioniero e dandole un accesso assicurato alle risorse russe, a prezzi stracciati poiché l’Occidente non sarebbe più in competizione per loro. La Russia, a sua volta, potrebbe beneficiare della tecnologia cinese, nella misura in cui sarebbe resa disponibile. A prima vista, un’alleanza come questa potrebbe sembrare contraria agli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, verrebbe con un’alleanza ugualmente stretta e ugualmente asimmetrica, dominata dagli americani tra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, in cui ciò che l’Europa può offrire agli Stati Uniti supererebbe chiaramente ciò che la Russia può fornire alla Cina.


Questo articolo è apparso originariamente in American Affairs Volume VI, Numero 2 (estate 2022): 107–24.

Note
1 Questo concetto è tratto da Dani Rodrik, The Globalization Paradox (New York: WW Norton, 2011).
2 FA Hayek, La Costituzione della Libertà (Chicago: University of Chicago Press, 1960).
3 I due trattati sono il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), il primo chiamato anche Trattato di Maastricht, in vigore dal 1993, il secondo Trattato di Roma, in vigore dal 1958, entrambi modificato più volte, ad esempio dal Trattato di Lisbona del 2009. Inoltre, secondo Wikipedia, “vi sono 37 protocolli, 2 allegati e 65 dichiarazioni che vengono allegati ai trattati per elaborare dettagli, spesso in connessione con un solo Paese, senza essere nel testo legale completo”.
4 Nel maggio 2005, una proposta di “Costituzione dell’Unione Europea” è fallita in un referendum francese, dopo che il 55 per cento degli elettori l’ha respinta. L’affluenza è stata del 69 per cento. Il rifiuto è stato in parte attribuito al governo francese per aver commesso l’errore di distribuire una copia della bozza di costituzione, lunga centinaia di pagine e impossibile da capire per i non specialisti, a ogni famiglia francese.
5 Ai sensi dell’articolo 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), “sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri e tra Stati membri e paesi terzi”, lo stesso vale per “tutte le restrizioni pagamenti”, sempre “tra Stati membri e paesi terzi”.
6L’articolo 4, comma 1, del TUE recita: “A norma dell’articolo 5, le competenze non attribuite all’Unione nei Trattati restano agli Stati membri”. Ai sensi dell’articolo 5, comma 1, “I limiti delle competenze dell’Unione sono disciplinati dal principio di attribuzione. L’uso delle competenze dell’Unione è disciplinato dai principi di sussidiarietà e proporzionalità. La Commissione europea e la Corte di giustizia stanno da tempo cercando di aggirare restrizioni di questo tipo dei Trattati, traendo competenze specifiche per se stesse da clausole generali come, ad esempio, l’articolo 2 TUE: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto dell’uomo dignità, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze.
7La RRF è stata istituita nel luglio 2020 per erogare 750 miliardi di euro ai paesi membri, in proporzione alle perdite che la Commissione europea ha ritenuto che abbiano subito a causa della pandemia di corona. L’Italia è il primo beneficiario, con 192 miliardi di euro (69 miliardi di euro in sovvenzioni, il resto in prestiti). La RRF è la prima volta che l’UE è stata autorizzata dai suoi Stati membri a contrarre debiti; il fondo è interamente finanziato tramite debito. Per avere un’idea della sua portata effettiva, si noti che la Germania, rispondendo alle lamentele americane per non aver speso abbastanza per la difesa, ha accantonato all’inizio del 2022, nel giro di pochi giorni, un fondo finanziato da debito di 100 miliardi di euro per potenziando il suo esercito, da spendere immediatamente. Questo è più della metà di quanto l’intero Paese d’Italia è stato stanziato dall’Unione Europea,
8 Sulla politica della controversia sullo “stato di diritto” si veda Wolfgang Streeck, “ Ultra Vires ”, New Left Review Sidecar , 7 gennaio 2022; Wolfgang Streeck, ” Rusty Charley “, New Left Review Sidecar , 2 novembre 2021.
9 In un vertice dell’UE nel giugno 2021, il primo ministro olandese, Mark Rutte, sotto pressione in patria a causa di uno scandalo sulle misure punitive illegali adottate dal suo governo contro i beneficiari del welfare, ha detto al suo omologo ungherese, Viktor Orbán, che l’Ungheria doveva lasciare l’UE a meno che il suo governo non abbia ritirato una legge che vieti alle scuole di utilizzare materiali ritenuti promuovere l’omosessualità. Da un rapporto Reuters:
Diversi partecipanti al vertice dell’UE hanno parlato dello scontro personale tra i leader del blocco più intenso degli ultimi anni. . . . “Era davvero forte, una profonda sensazione che questo non potesse essere. Riguardava i nostri valori; questo è ciò che rappresentiamo”, ha detto Rutte ai giornalisti venerdì. “Ho detto ‘Smettila, devi ritirare la legge e, se non ti piace e dici davvero che i valori europei non sono i tuoi valori, allora devi pensare se rimanere nell’Unione Europea’”.
10 Cfr. Amitai Etzioni, Reclaiming Patriotism (Charlottesville: University of Virginia Press, 2019), 142 ss.
11 In questa categoria rientra anche l’idea dell’“Europa delle diverse velocità”, che è stata fortemente e con successo osteggiata dai paesi dell’Europa orientale dell’UE.
12 Hans Joas, Friedensprojekt Europa (Monaco: Kösel, 2020). Ho tratto grande beneficio da Joas; vedi Wolfgang Streeck, Zwischen Globalismus und Demokratie: Politische Ökonomie im ausgehenden Neoliberalismus (Berlino: Suhrkamp, 2020). Una traduzione in inglese è in arrivo da Verso.
13 Cfr. Streeck, Zwischen Globalismus und Demokratie .
14 Secondo il suo sito web, “Il Consiglio dei ministri nordico è l’organismo ufficiale per la cooperazione intergovernativa nella regione nordica. Cerca soluzioni nordiche ovunque e ogni volta che i paesi possono ottenere di più insieme che lavorando da soli”.
15 Hans Eichel et al., “ Für ein solidarisches Europa—Machen wir Ernst mit dem Willen unseres Grundgesetzes, jetzt! ”, Handelsblatt , 21 ottobre 2018.
16 Sipri , l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, riporta che la spesa militare russa nel 2018 è stata di 62,4 miliardi di dollari. Regno Unito, Francia, Germania e Italia, i quattro maggiori membri europei della NATO, nel 2018 hanno speso insieme 175,2 miliardi di dollari, 2,8 volte di più della Russia.
17 Come avrebbe affermato lo statista francese Conte Mirabeau nel 1786, anno della morte di Federico II di Prussia: “Altri stati possiedono un esercito; La Prussia è un esercito che possiede uno stato.
18 “In Europa assistiamo a un duplice movimento: un graduale e inevitabile disimpegno da parte degli Stati Uniti e una minaccia terroristica a lungo termine con l’obiettivo dichiarato di dividere le nostre società libere. . . . Nell’area della difesa, il nostro obiettivo deve essere quello di garantire le capacità operative autonome dell’Europa, a complemento della NATO”. Emmanuel Macron, ” Discorso alla Sorbona “, 26 settembre 2017.
19 Secondo Statista, la Germania nel 2018 ha speso l’1,2% del suo PIL per le sue forze armate, pari a 44,7 miliardi di dollari. Puntare al 2%, come richiesto dalla NATO, sarebbe stato equivalente a 74,5 miliardi di dollari, ovvero 12,1 miliardi di dollari in più rispetto alla Russia.
20 Dopo l’adesione della Croazia nel 2013 e del Montenegro nel 2017, Serbia, Macedonia del Nord e Albania sono attualmente candidati ufficiali all’adesione. Bosnia ed Erzegovina e Kosovo aspettano dietro le quinte.
21 In passato, le richieste di ammissione ucraine non hanno portato a nulla poiché Bruxelles sentiva chiaramente che il paese non era idoneo per l’adesione. Forti dubbi sono stati espressi sulla natura democratica dello Stato ucraino, sul ruolo dei suoi oligarchi e del loro potere politico e sul trattamento delle minoranze, compresa quella di lingua russa nelle province orientali; c’è anche una percezione di corruzione dilagante. In parte questa potrebbe essere stata una finzione, tuttavia, e la vera ragione del rifiuto molti sono stati la povertà del paese, che avrebbe imposto un enorme onere aggiuntivo alle finanze interne dell’UE, in particolare ai suoi vari fondi di assistenza. La guerra ora può ignorare tali preoccupazioni rendendole meno presentabili pubblicamente.
22 Le proiezioni del governo ucraino sui costi di riparazione dei danni causati dalla guerra al momento raggiungono i 2 miliardi di dollari.
23 Ad esempio, nel febbraio 2022, l’amministrazione Biden ha confiscato metà dei beni congelati della banca centrale dell’Afghanistan, depositati presso la filiale della Federal Reserve di New York City, da destinare ai sopravvissuti all’11 settembre e ai loro avvocati. I fondi sequestrati ammontavano a $ 3,5 miliardi. Poche settimane dopo, una conferenza internazionale dei donatori organizzata dalle Nazioni Unite, insieme a Germania, Regno Unito e Qatar, ha cercato di raccogliere 4,4 miliardi di dollari per aiutare a porre fine alla fame di massa in Afghanistan, dove i talebani erano tornati al potere dopo la partenza degli americani. Solo 2,44 miliardi di dollari sono stati donati dalle quarantuno nazioni che erano presenti (virtuali).
24 Il “Fondo di coesione” dell’UE sostiene gli Stati membri con un PIL pro capite inferiore al 90 per cento della media dell’UE, “per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale dell’UE”.
25Le politiche dello “stato di diritto” europeo sono complicate. Dall’inizio della guerra la Commissione sembra aver rinviato, se non silenziosamente annullato, i procedimenti legali contro la Polonia per la sua politicizzazione della magistratura e la corruzione della spesa dell’UE. La situazione è stata diversa con l’Ungheria, il cui leader semi-dittatoriale, Viktor Orbán, è stato rieletto per la terza volta il 3 aprile di quest’anno, con una maggioranza popolare del 53 per cento, maggiore rispetto a qualsiasi delle sue precedenti elezioni. A differenza della Polonia, l’Ungheria sotto Orbán è rimasta in una relazione orale con il presidente russo, Vladimir Putin, forse anche a causa della discriminazione in Ucraina nei confronti di una consistente minoranza filo-russa di lingua ungherese. Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Orbán, la Commissione ha avviato un procedimento contro l’Ungheria, anche se solo sulla meno grave delle due presunte infrazioni, sostanzialmente accuse di corruzione ufficiale. La natura politicizzata della questione è palese in quanto la Commissione e il Parlamento dell’UE non sono particolarmente preoccupati per la corruzione in Stati membri come Malta, Cipro, Bulgaria, Romania, Slovenia e Slovacchia, che differiscono da Ungheria e Polonia non per la loro natura legale o illegale. , pratiche ma in quanto i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca. che differiscono da Ungheria e Polonia non per le loro pratiche legali o illegali, ma per il fatto che i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca. che differiscono da Ungheria e Polonia non per le loro pratiche legali o illegali, ma per il fatto che i loro governi votano sempre “pro-europei” a Bruxelles, come stabilito dalla Commissione. Per inciso, rispetto al probabile prossimo membro, l’Ucraina, un paese come l’Ungheria potrebbe essere pulito come, ad esempio, la Svezia o la Danimarca.

https://americanaffairsjournal.org/2022/05/the-eu-after-ukraine/#notes

Gas e rubli, l’economia di carta davanti al baratro

di Francesco Piccioni – Guido Salerno Aletta

A qualche giorno di distanza, la decisione russa di far pagare in rubli ai “paesi ostili” le esportazioni di gas e petrolio, anziché in dollari o euro, appare decisamente meno bislacca o “ricattatoria” di quanto scritto dai propagandisti neoliberisti.

Per quanto motivata da un’esigenza “politico-militare” – la necessità di sottrarre le entrate russe all’erosione del valore di cambio di una moneta “paria”, che nessuno accetta (o accetterebbe) più – questa mossa dice molto su come sta cambiando il sistema internazionale.

Ci facciamo aiutare ancora una volta dalle acute osservazioni di Guido Salerno Aletta, in un editoriale di TeleBorsa, che centrano il punto.

Abbiamo scritto spesso che l’economia occidentale degli ultimi venti o trenta anni è stata segnata dal prevalere assoluto della finanziarizzazione, ossia dalla centralità delle attività finanziarie su quelle dell’economia reale, sulla produzione di merci fisiche, servizi, beni “immateriali” ma concretissimi come il software, ecc.

Con un’immagine efficace, è il prevalere dell’economia di carta su quella fisica.

Di questa prevalenza, monete come il dollaro, e in misura minore euro-sterlina-yen, sono state il pilastro fondamentale, visto che anche che il sistema dei pagamenti internazionali (lo Swift) è sotto controllo paramilitare degli Stati Uniti. Le “sanzioni”, detto altrimenti, sono effettive solo per questo motivo, perché vengono impediti gli scambi con una serie di account sospesi o cancellati.

Chi controlla questo mondo virtuale, da decenni, può permettersi l’enorme privilegio di pagare con “carta” stampata a volontà merci e beni che vengono prodotti-estratti con fatica e sudore.

Il limite di questo sistema era ed è tutto politico (e militare): teoricamente è ed era possibile usare altri mezzi e piattaforme di pagamento, ma era altamente sconsigliabile farlo perché si sarebbe stati automaticamente esclusi dalla possibilità di compravendere con le economie più ricche del pianeta (stati Uniti ed Europa). Il micro-guadagno fatto aggirando dollaro e Swift sarebbe stato pagato con macro-perdite di lungo periodo.

E’ chiaro che questo sistema funziona se è l’unico. Se, insomma, esiste una superpotenza egemone su un mondo altamente interconnesso (la cosiddetta “globalizzazione”), se questo dominio viene riconosciuto e accettato da tutti i soggetti principali (Stati, imprese multinazionali, ecc), se non ci sono alternative.

La crescita impetuosa dell’economia cinese e asiatica, l’autonomia energetica degli Stati Uniti (chennon comprano più o quasi petrolio dal Golfo), i contrasti di interesse tra vecchi subfornitori ormai maturati a competitor globali… hanno cominciato a produrre alternative.

Per esempio la piattaforma Cips, di matrice cinese, cui si rivolgono non solo i paesi “sotto tiro” statunitense, ma anche economie (asiatiche, fondamentalmente) che non vedono più un motivo, o un vantaggio, nel passare sotto la mediazione del dollaro o altre monete che devono comprare a caro prezzo, ma che vengono stampate (elettronicamente) ad libitum.

E proprio anni di quantitative easing – quelle “iniezioni di liquidità” euro-atlantiche che avevano fatto passare Greenspan, Bernanke, Draghi, ecc, come dei “geni” – hanno infine prodotto la necessità per molte economie diverse tra loro di trovare altri modi per regolare le transazioni commerciali vitali.

Così come anni di espansione ad Est della Nato hanno prodotto una reazione certamente brutale e violentissima, ma altamente spiazzante per coloro che si erano abituati a vedere il capitalismo neoliberista occidentale procedere come un rullo compressore sul resto del mondo.

Così come la guerra mette fine a quel procedere incontrastato, così la decisione di far pagare gas e petrolio in rubli mette fine a un monopolio monetario fondato sulla potenza politica e militare a supporto di una economia fondata sul debito e la “stampa di moneta”.

La “fine della globalizzazione” – accertata ormai anche da boss del calibro di Larry Fink, ceo del fondo BlackRock, su La Stampa di oggi – comporta, tra l’altro, il bisogno di individuare un “sottostante” fisico per ogni moneta. E’ infatti fin troppo comodo – un privilegio imperiale, dicevamo – pagare beni fisici con carta straccia o, peggio ancora, righe di codice su un sistema informatico.

Quel sottostante, per la Russia, è fatto di idrocarburi. Se li vogliono, i “clienti” devono pagare con valuta russa, anziché americana o europea. In un colpo solo, svuota di senso offensivo le “sanzioni” e cancella ogni effetto svalutazione del rublo.

Non è un “colpo di genio” da giocatore di scacchi. E’ una necessità che segnala come il sistema mondiale nato dalla caduta del Muro e dell’Unione Sovietica sia ormai alle fasi finali.

Ma non sarà una passeggiata di salute…

FONTE: https://contropiano.org/news/news-economia/2022/03/25/gas-e-rubli-leconomia-di-carta-davanti-al-baratro-0147829

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Rublo, Commodity based Currency

Guido Salerno AlettaAgenzia Teleborsa

Occorre riflettere sulla natura delle monete, per come si è evoluta da una dozzina di anni a questa parte. Da qui bisogna partire, prima di affrontare il nodo politico ed analizzare le questioni finanziarie e monetarie che derivano dalla decisione della Russia di accettare solo pagamenti in rubli per le forniture di gas acquistate dai Paesi ostili, quelli che le hanno imposto sanzioni per la guerra in Ucraina, non accettando più né dollari né euro.

C’è un primo punto preliminare: le cryptovalute, che da qualche anno proliferano numerose, fiorenti ed incontrollabili, denotano su base tecnologica una esigenza che non è affatto nuova: quella di una moneta che sia in qualche modo difficile da creare, soprattutto per le complesse tecniche di criptazione che sono necessarie per crearle, della architettura informatica indispensabile per la loro circolazione, del consumo di energia elettrica e dei lunghi tempi di calcolo.

La offerta di cryptovalute è dunque tendenzialmente limitata dai costi legati alla loro produzione e transazione.

Le cryptovalute rappresentano dunque una sorta di reazione rispetto alle politiche monetarie ultra espansive e non convenzionali che sono state adottate dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008.

La seconda questione su cui occorre riflettere è rappresentata infatti dalla crescita smisurata della liquidità creata in questi anni da parte di quasi tutte le banche occidentali: solo la Banca del Popolo cinese e la Banca nazionale russa si sono attenute alle politiche monetarie ortodosse.

Si è andata diffondendo tra le Banche centrali occidentali, replicandolo senza limiti, quell’intervento straordinario, eccezionale e limitato al solo dollaro che per anni era stato soprannominato la “Greenspan Put“: l’immissione di dollari, che era stata teorizzata dall’omonimo Governatore della Federal Reserve, come unico rimedio alle crisi che mettevano in pericolo la stabilità finanziaria internazionale.

Agli interventi di assoluta emergenza della Fed si è sostituita la consuetudine delle “politiche monetarie non convenzionali“: da eccezione, è diventata la regola.

Gli obiettivi della crescita economica, della piena occupazione o anche solo della stabilità monetaria che corrisponde ad un livello minimo di inflazione, vicino ma non superiore al 2% annuo, hanno determinato la creazione di liquidità aggiuntiva senza altro limite se non quello del raggiungimento degli obiettivi.

La moneta in circolazione non era ritenuta mai sufficiente, se non quando e nella misura in cui questi obiettivi macroeconomici e di inflazione venivano raggiunti.

Dopo la Fed, anche la Banca di Inghilterra, la Banca del Giappone e poi la Banca Centrale Europea hanno cominciato ad adottare queste politiche monetarie non convenzionali comprando ogni genere di titoli sul mercato: non solo quelli del debito pubblico ma anche le obbligazioni private sul mercato secondario o primario, anche senza margini a garanzia del rischio.

La Banca del Giappone ha addirittura ipotizzato un Qe illimitato, con il solo obiettivo di tenere a zero il tasso di interesse dei titoli di Stato a 10 anni: altro che tsunami di liquidità.

I portafogli delle Banche centrali hanno assunto così dimensioni gigantesche, mai viste prima, soprattutto se misurato in proporzione alla economia reale.

Veniamo dunque al rublo, ed alla decisione del governo russo.

Affrontiamo subito la questione della svalutazione del rublo che è stata determinata sul mercato dalla notizia delle sanzioni, con tanti cittadini russi preoccupati per i loro risparmi, e che vendevano rubli per acquistate valute forti come dollaro ed euro.

Sono state prese due misure per scoraggiare queste operazioni: obbligando gli esportatori a cedere l’80% delle disponibilità di valuta straniera; aumentando il tasso di interesse sul rublo al 20%.

Se ora si deve pagare in rubli, per sdebitarsi di una obbligazione contratta in euro o in dollari, occorre comprarne comunque la quantità necessaria sulla base del cambio. Non ha alcuna importanza se per “fare” un dollaro oppure un euro servano 80 rubli oppure 100: la svalutazione o meno del rublo non incide. A seconda dei casi, dovrò pagare 80 rubli oppure 100 per sdebitarmi di un euro o di un dollaro.

Veniamo ad una seconda questione: mentre la Russia vende all’estero il gas, un bene reale che è limitato nella sua disponibilità, finora è stata pagata in dollari oppure in euro, monete che abbiamo visto essere state replicate a dismisura e senza sosta, solo scrivendo le cifre sui sistemi elettronici di contabilità.

Le Banche centrali che immettono denaro virtuale, senza alcun limite quantitativo, forniscono senza alcuno sforzo al mercato, e dunque agli acquirenti, i mezzi necessari per pagare un prodotto fisico limitato.

Si aggiunga il fatto che gli interessi reali sui prestiti in dollari e quelli anche nominali sui prestiti in euro sono negativi: il denaro in dollari ed in euro è praticamente senza costo. Anzi, ad indebitarsi ci si guadagna, e con la somma presa a prestito si compra il gas russo: è un paradosso.

Ed è da questo paradosso che bisogna partire.

Le sanzioni hanno congelato la disponibilità in valuta estera detenute dalla Banca centrale russa presso le corrispondenti dei Paesi che le hanno irrogate. Praticamente, i rubli in circolazione sono iscritti al passivo dello stato patrimoniale a fronte solo di quella parte dell’attivo che consiste nell’oro delle riserve e nelle valute estere detenute direttamente.

Questo è stato l’attacco portato al rublo, cui si è reagito con le misure sopra descritte e ora con la decisione di farsi pagare il gas in rubli.

Per ipotesi di scuola, immaginiamo che venga accettata la decisione della Russia di accettare solo rubli per il pagamento delle sue forniture di gas: il sistema monetario internazionale cambierebbe completamente.

Il primo problema, infatti, è quello di procurarsi i rubli sul mercato. Siccome non ce ne sono a sufficienza rispetto a questa nuova consistente richiesta, e poiché non ci sono rapporti di swap in valuta tra la Banca centrale russa e le corrispondenti per cui la prima fornisce rubli in cambio di euro o di dollari, e visto che la Banca centrale russa è stata anche esclusa dai lavori della Banca dei Regolamenti Internazionali – quella che è soprannominata “la Banca centrale delle Banche centrali” – bisogna chiedere i rubli ad una banca russa che ne abbia la disponibilità o che per acquisirla ne faccia richiesta alla Banca centrale russa.

In entrambi i casi, non si tratta di una vendita di rubli a fronte della cessione di valuta straniera al tasso di cambio del giorno, ma di un prestito di valuta, a fronte di adeguati collaterali messi a garanzia, euro o dollari, che è soggetto al pagamento dei tassi di interesse previsti per queste operazioni, che sono stati alzati dal 9,5% al 20%.

Se si agisse diversamente, vendendo nuovi rubli a fronte di ogni richiesta ed acquistando euro o dollari in cambio, non si farebbe altro che creare altrettanta moneta virtuale. Il fatto invece di dover prendere i rubli solo a prestito crea l’obbligo di rimborsarli, e questo si può fare solo esportando beni e servizi alla Russia ed ottenendo rubli in cambio. Sono i rubli presi a prestito e che si devono restituire.

Da una moneta sempre più virtuale, legata alla finanza, come sono diventati progressivamente i dollari, gli euro o gli yen, si tornerebbe ad una moneta legata alla economia reale, al rublo, che serve innanzitutto agli scambi.

Diceva Franco Bernabè, qualche giorno fa, che “il dollaro è una moneta che gli Usa utilizzano come un’arma”. Aggiungiamoci il controllo dello Swift (il sistema di registrazione dei pagamenti internazionali) e abbiamo il “dispositivo militare” che permette a Washington di decidere sanzioni per singole persone o interi paesi, in barba a qualsiasi legge internazionale.

Già, perché secondo quelle leggi – invocate ma evidentemente non conosciute – c’è una sola organizzazione internazionale abilitata ad erogare sanzioni: l’Onu. Che ovviamente non ne ha erogato alcuna verso la Russia; anzi nessun paese (neanche gli Stati Uniti) ha avanzato una richiesta del genere in quella sede. Ovvio che se il paese da sanzionare possiede il diritto di veto (e anche la Cina), nessuna perde tempo a chiedere qualcosa di irrealizzabile.

Sta di fatto, dunque, che le “regole internazionali” di cui si parla sui media occidentali sono semplicemente le “regole dell’Occidente”, unilaterali e arbitrarie, che si impongono solo grazie alla forza politica e militare. Anche in questo caso, però, se “il diritto” è solo l’abito elegante vestito dalla forza, allora l’efficacia di qualsiasi sanzioni unilaterale dipende dal rapporto di forza che esiste tra le parti.

Una cosa è, insomma, sanzionare la Libia o l’Iraq, tutt’altra è fare lo stesso con Cina e Russia.

L’idea di fondo di Biden & co. nel decidere sanzioni per Mosca era in fondo semplice: far crollare il rublo e l’economia russa, in modo da facilitare un cambio ai vertici del Cremlino o comunque ridurlo a più miti consigli, usando le armi del dollaro e dello Swift.

Il problema, dicevamo, è che davanti non hai un piccolo paese, ma una potenza nucleare. Un po’ decaduta, certo, ma non proprio defunta. Una potenza capitalistica, per di più, che ragiona esattamente come gli Usa, ma con interessi chiaramente contrastanti.

Una potenza che usa le armi che possiede, la prima delle quali è il gas. E in questi giorni abbiamo visto che il rublo – precipitato da 80 a 140 in cambio di un dollaro – è risalito ai suoi livelli normali (81 per dollaro) in base al solo annuncio di Putin di voler ricevere rubli invece che euro o dollari in cambio del suo gas. Era prevedibilissimo… Solo la stupida iattanza da colonialisti impediva di vedere che quel potere di determinare ogni cosa in base ai propri interessi stava evaporando.

Il principale effetto delle sanzioni occidentali è insomma svanito come neve al sole. Restano innumerevoli problemi per l’economia russa, certo, ma lo squilibrio principale – una moneta che non vale nulla e uno sbilancio impressionante nell’import-export – è stato annullato.

Il cerino è ora in mano ai paesi europei. Gli Usa, infatti, non hanno bisogno del gas o del petrolio russi, anzi hanno da guadagnare vendendo il loro – il gnl , molto più caro – agli europei. I quali, tra loro, hanno anche interessi diversi, in proporzione alla quantità di gas russo importato e, al momento, insostituibile (abbiamo spiegato più volte il perché).

Le prime risposte al decreto firmato ieri da Putin – “dal primo aprile i paesi ostili dovranno pagare il nostro gas in rubli” – sono state quelle tipiche del gioco delle parti (“inaccettabile”, “un ricatto”, ecc).

La più ridicola è quella che ripete anche Mario Draghi: “è una violazione del contratto”. Cui la Russia potrebbe rispondere, perculando un po’, “fateci causa” (in quale tribunale?). Oppure, più seriamente, spiegando che anche le sanzioni occidentali sono una violazione del diritto internazionale (se l’unico soggetto legittimo è l’Onu, ogni altro provvedimento è arbitrario e “illegale”).

Ma, appunto, in una dinamica di guerra – di rapporti di forza su ogni aspetto delle relazioni – discutere di “diritto” è menare il can per l’aia. Contano i fatti concreti.

E qui casca l’asino neoliberista. La centralità del dollaro e lo Swift sono sistemi tutto sommato virtuali, dunque sostituibili (è quanto sta avvenendo da tempo, anche se con grande lentezza).

Il gas (e il petrolio, i fertilizzanti, molti metalli, ecc) è fisico; materia, non righe di codice su un computer. Se non ti arriva più, e nelle quantità che sei abituato a consumare per far girare tutto il tuo sistema di vita (elettricità, autotrazione, riscaldamento, cucina, ecc), semplicemente smetti di funzionare. Ti fermi, o rallenti moltissimo razionando quel che ricevi da altri fornitori che non possono – fisicamente – soddisfare il tuo fabbisogno (pure la promessa Usa – 15 miliardi di metri cubi l’anno – è appena il 10% delle importazioni europee dalla Russia).

Sarà per questo che molti interpretano le piccole smagliature nel decreto di Putin (tempi dilazionabili, conti correnti in doppia valuta, ecc) come il risultato di una trattativa sotterranea tra Mosca e le capitali europee: “in non vi taglio le forniture, ma voi vedete di smarcarvi da Washington quel tanto che basta a concludere un accordo sull’Ucraina”.

L’economia reale prevale sempre, alla fin fine, su quella di carta. Con buona pace delle chiacchiere ideologiche sui “diritti”, la “libbbertà”, “un paese sovrano” e via cianciando.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2022/04/01/il-gas-russo-si-paga-in-rubli-non-e-un-bluffe-svuota-le-sanzioni-0148052

UNA GOCCIA DI STORIA. Il 24 marzo di 23 anni fa il bombardamento NATO di Belgrado.

di Aldo Zanchetta

Il 24 marzo del 1999 aerei  NATO  partiti da aeroporti italiani bombardarono le città di Belgrado e Pristina. Domani, rispetto a quando scrivo, ricorrono 23 anni da quella infausta data.

Una premessa: ricordando questa data e alcuni  fatti connessi a questa guerra non intendo suggerire alcun giudizio sull’attuale conflitto russo – ucraino. La presente é solo una considerazione su come l’attuale informazione dall’alto è intrisa di menzogna e violenza psicologica. Ognuno tragga le conseguenze che vuole o che può. Come suol dirsi, ogni riferimento a vicende attuali è puramente casuale.

Torniamo alla guerra della NATO contro la Jugoslavia. <<Durante i tre mesi di bombardamenti di città e villaggi, sono stati uccisi 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, 12.500 feriti. In queste cifre non sono comprese le morti di leucemia e di cancro causate dagli effetti delle radiazioni delle bombe ad uranio impoverito>>. Queste le parole di Boris Tadi?, presidente della Serbia dal 2004 al 2012, nel decennale dei bombardamenti, davanti al Consiglio di Sicurezza della Nato, ricordando  <<i 2.300 attacchi aerei che hanno distrutto 148 edifici, 62 ponti, danneggiato 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico.>>

Come si vede i bambini (e le donne) vengono ovviamente uccisi in tutte le guerre, anche se si usano “bombe intelligenti”. Oggi ben sappiamo che le guerre, per essere giustificate presso l’opinione pubblica, devono essere umanitarie (Irak, Afganistan, Libia, Siria …). Nel caso specifico venne tutto preparato psicologicamente in anticipo per influenzarla, secondo i nuovi canoni delle guerre umanitarie.

Jože Pirjevec, autore de Le guerre jugoslave 1991-1999 (ed Einaudi, 2001), che all’epoca era professore di Storia dei paesi slavi all’Università di Trieste, scrive nel libro:

Per rafforzare tale convinzione (cioè che in Kosovo erano in atto massacri da parte dei serbi, nota di chi scrive) nella coscienza dei telespettatori occidentali, furono mobilitati alcuni noti psicologi e manipolatori dell’opinione pubblica, fatti venire espressamente da Washington, Londra, Bonn, Parigi e Roma a Bruxelles, dove fu organizzato, dopo la prima settimana della campagna, un <<Centro Operativo Media>> (MOC) incaricato di informare i giornalisti accreditati presso la NATO nella maniera “giusta”. L’unica battaglia che avremmo potuto perdere, disse Alain Campbell, il <<Rasputin di Blair>> che lo aveva mandato a dirigere questa postazione chiave, -era quella per i cuori e le menti. Le conseguenze sarebbero state la cessazione dei bombardamenti da parte della NATO e la sconfitta in guerra. (pag.617)

Presidente del Consiglio in Italia allora era Massimo D’Alema, e Lamberto Dini era ministro degli esteri. Il primo, come ricorderete, era uomo di spicco della sinistra mentre il secondo era attribuito al centro destra. Scrive ancora Pirjevec:

In questa atmosfera di demonizzazione dei serbi (fosse comuni a iosa in Kosovo, nds), furono vani gli appelli di Dini, che, sotto pressione di buona parte dell’opinione pubblica italiana, propose più volte l’interruzione dei bombardamenti. Alla vigilia della Pasqua, che cadeva il 4 aprile, egli fece proprio l’invito del Papa affinché almeno durante le feste i raid aerei fossero sospesi. Ma Joschka Fisher (decantato leader dei verdi tedeschi, nds) –per quanto vicino agli italiani- tagliò corto: <<Che cristiano è quello che si ferma per permettere ad altri cristiani di ammazzare i musulmani?>>. I principi etici della campagna furono ribaditi anche dal segretario della NATO, che il 7 aprile tenne dinanzi alla Commissione dei Diritti dell’uomo delle Nazioni Unite un discorso in cui, oltre a sostenere che in Kosovo veniva attuato con ogni probabilità (Sic! Corsivo dello scrivente) un genocidio, affermò che stava emergendo una nuova norma internazionale contro la repressione violenta delle minoranze, la quale doveva avere la precedenza sulle preoccupazioni relative alla sovranità: nessun governo aveva il diritto di nascondersi dietro la sovranità nazionale per violare i diritti dell’uomo. (pagg. 618/619)

In altra occasione Dini aveva insistito nella proposta di interrompere i bombardamenti e fu freddato da Madelene Albright che nel clima di falsa familiarità che vige in queste riunini, lo gelò dicendo <<Proprio non ti capisco, Lamberto>>. Ricordo anche che D’Alema, nel corso di una riunione tenutasi 10 anni dopo, interrogato se avesse cambiato opinione sulle ragioni della guerra dopo che indagini di una commissione delle Nazioni Unite aveva cambiato sostanzialmente il quadro conoscitivo, affermò che la avrebbe rifatta. L’inganno delle etichette. Per inciso Madeleine Albright, segretario di stato statunitense, giocò un ruolo fondamentale per scatenare la guerra della NATO tanto che questa fu definita dallo stesso Washington Post come <<la guerra di Madeleine>>.

Sulle cifre del presunto genocidio elevate all’ennesima potenza c’è stata una danza infernale (fino a ottocentomila vittime, si disse per sollecitare l’intervento!). In Italia Walter Veltroni, sempre all’erta per non essere da meno dell’eterno rivale D’Alema di fronte all’opinione pubblica, sposò la menzogna, affermando che il Kosovo era scenario del “più terribile genocidio degli ultimi cinquant’anni dopo l’Olocausto”. L’ONU anni dopo ridimensionò i morti totali in Kosovo a meno di diecimila. Ancora tanti, certo. Tutti in carico ai serbi? No certamente, come certificò la stessa ONU. La letteratura oggi disponibile per ricostruire la verità è vasta e consolidata ma, come sappiamo, nell’opinione pubblica è la prima versione quella che resta. Serbi infami…

Nell’introduzione al libro Menzogne di guerra. Le bugie della NATO e le loro vittime nel conflitto per il Kosovo di Jürgen Elsässer, redattore del mensile tedesco Konkret (ed. La Città del Sole, 2002) Andrea Catone racconta come la Hill&Knowlton, <<ditta USA di <pubbliche relazioni>, specializzata nella creazione di immagini positive per le dittature di tutto il mondo, si fosse adoperata per diffondere l’immagine serbi=nazisti dopo che il New York Times del 23 agosto 1992 aveva pubblicato: I servizi di informazione USA hanno raddoppiato gli sforzi ma non hanno trovato alcuna prova di sistematici massacri dei prigionieri croati o musulmani nei campi serbi>>. Sempre nell’introduzione, si riporta una intervista a James Hart, direttore dell’agenzia Ruder&Finn, una delle agenzie implicate nel piano per influenzare l’opinione pubblica mondiale e dalla quale estraiamo una parte:

[…] <<La cosa è andata in maniera formidabile: l’ingresso in gioco delle organizzazioni ebraiche a fianco dei bosniaci fu uno straordinario colpo a poker. Automaticamente abbiamo potuto far coincidere, nell’opinione pubblica, serbi e nazisti. Il dossier era complesso, nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, ma in un colpo solo potevamo presentare una situazione semplice, con buoni e cattivi. Immediatamente ci fu un cambiamento molto netto nel linguaggio della stampa con l’uso di termini ad alto impatto emotivo, come “pulizia etnica”, “campi di concentramento”, ecc., il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz. La  carica emotiva era così forte che nessuno poteva più andarvi contro che quello che dicevate era vero”, a rischio di venire accusato di revisionismo.

Domanda: << Ma tra il 2 e il 5 di agosto voi non avevate nessuna prova che quello che dicevate era vero.>>

Risposta: <<Il nostro lavoro non è verificare l’informazione. Noi non abbiamo affermato che esistevano dei campi della morte in Bosnia, noi abbiamo fatto sapere che lo affermava Newsday.>>

D.: <<Vi rendete conto della vostra enorme responsabilità?>>

R.: <<Noi siamo professionisti. Avevamo un lavoro da compiere e l’abbiamo fatto. Noi non siamo pagati per fare la morale>>.

Continuiamo a farci raccontare da TV e giornali la guerra ora in corso.

“Propaganda Europa”: contro l’europeismo acritico. (Ed. Gruppo Abele)

Terminato a fine 2021 e uscito a ridosso della guerra in Ucraina, “Propaganda Europa” (di Alexander D. Ricci, Ed. Gruppo Abele) partendo dai nodi centrali delle migrazioni, dello stato di diritto, del modello sociale europeo, fornisce un quadro di riferimento utile a delineare le possibili sorti della UE in un momento delicatissimo della sua storia, caratterizzato da manifeste contraddizioni interne e (anche) dalla impressionante carenza di iniziativa autonoma sullo scenario internazionale. La prima parte del libro evidenzia, con abbondanza di citazioni e valutazioni critiche di osservatori non italiani, le innumerevoli incongruenze tra principi dichiarati e le concrete prassi comunitarie nei tre ambiti presi presi ad esempio. Mentre nella seconda parte si tenta di individuare le possibili strade per il loro superamento, a partire da un atteggiamento critico e dall’auspicio di una partecipazione dal basso delle rappresentanze sociali e civili, come possibile, e forse unica opportunità di attuarlo.

Ma qui emerge la contraddizione forse più significativa e i limiti insiti della costruzione comunitaria: la sistematizzazione normativa e tecnocratica dell’Europa non è fondata sulla partecipazione (dei popoli), anzi la scavalca (e la esclude) a priori. L’edificio europeo sembra restare in piedi perché, se non ci fosse, la “libera” dinamica dei loro attori creerebbe ulteriori elementi di caos sistemico e accentuerebbe le frizioni interne allo spazio europeo. I minimi comun denominatori ponderati tra singole dimensioni di potenza nazionali e la comune membrana ideologica del libero mercato, configura un equilibrio instabile che va ricondotto ad un ordine accettabile e sostenibile pur con continue sollecitazioni di ardua gestione: tutto il resto (i presunti principi fondanti della civiltà europea) può essere di volta in volta sacrificato.

Resta la narrazione come elemento portante e indispensabile del processo unitario, senza il quale, l’edificio rischierebbe di crollare da un momento all’altro. Narrazione che si attua attraverso imponenti investimenti mediatici e che deve necessariamente ridurre al minimo gli spazi critici. Resta cioè un’Europa che, come conferma a posteriori la totale incapacità di porsi come attore internazionale autonomo e credibile nella crisi Ucraina-Russia che stiamo vivendo, si dà, essenzialmente, e non solo nei peggiori esiti italiani, come pura Propaganda.

Il pressappochismo del dibattito sull’Ue e il bisogno di europeismo critico

Il dibattito sull’Ue soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave, quando in realtà il panorama mediatico italiano avrebbe bisogno di un approccio critico-costruttivo

Alla mancata problematizzazione delle strategie della Commissione europea, alla forzatura di un dibattito sul futuro dell’Unione presentato alla stregua di Guerre Stellari con tanto di Jedi (integrazionisti) e Sith (sovranisti), all’esistenza di tabù narrativi forti, si aggiunge infine un problema di linguaggi e vocabolario.

In primis, il dibattito sull’Europa soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave: basti pensare alle formule vuote «Serve l’Europa», «Ce lo chiede l’Europa», «I soldi dell’Europa» che, di fatto, hanno trasformato l’«Europa» stessa in un feticcio, utile, al massimo, a condurre qualche programma televisivo. Fuor di metafora, dietro alla parola Europa si celano perlomeno tre istituzioni differenti: Commissione, Consiglio e Parlamento.

Probabilmente si potrebbe andare ben più in là, specificando sempre, esattamente, chi si stia chiamando in causa o a chi ci si stia rivolgendo – pensiamo alla Cgue, alle agenzie (Frontex), alla Bce o alle altre istituzioni consultive dell’Ue.

Può sembrare un problema marginale, ma chi userebbe lo stesso grado di approssimazione in Italia, parlando delle varie istituzioni dello Stato italiano, nel contesto della cronaca politica? Nessuno. Eppure, una proporzione considerevole delle leggi approvate nei Parlamenti nazionali deriva, in un modo o in un altro – e al netto dei ritardi –, da quanto viene deciso a Bruxelles e a Strasburgo.

Sebbene gli ultimi due decenni passeranno probabilmente alla storia come l’epoca della nascita dei social media, i media tradizionali rimangono saldamente al timone di quella che potrebbe essere definita come capacità di plasmare e indirizzare il dibattito pubblico nazionale e l’opinione pubblica. Ciò vale in particolare, nel breve periodo, per il media televisivo.

Oltre a giocare un ruolo chiave nel determinare la strutturazione del dibattito sul futuro dell’Unione europea e la capacità da parte dei cittadini di comprendere correttamente e criticamente la posta in gioco nei processi legislativi europei, i media tradizionali possono avere anche una funzione di veicolazione di messaggi critici portati da attori del cambiamento come Ong e movimenti sociali.

E, quindi, stimolare un processo di trasformazione.

Eppure, nel corso degli ultimi quindici anni, ciò è avvenuto probabilmente soltanto in un’occasione: durante la crisi della potenziale Grexit del 2015. Ed è anche a partire da quell’esperienza che si è cominciata a fare largo, a sinistra, la discussione sull’opportunità di continuare a scommettere su un’evoluzione dell’Unione europea.


Mercoledì 2 marzo, per Edizioni Gruppo Abele, è uscito in libreria Propaganda Europa, di Alexander Damiano Ricci. Un testo che invita al dibattito sull’europeismo acritico e analizza pregi e difetti dell’attuale modello europeo.
L’11 marzo scorso è stato presentato presso il circolo Sparwasser di Roma e sono in programma altre presentazioni in diverse città.

“Al netto della pandemia Covid-19, l’Europa sembra immersa in un grande e prolungato ventennio di crisi”. Migratoria, economica, politica, sociale. Una crisi che genera un profondo senso di inadeguatezza davanti alle istituzioni europee e alle loro scelte: come si può lodare senza se e senza ma l’Europa malgrado il suo silenzio sulla crisi dei profughi dell’isola di Lesbo? Come si può rimanere eurottimisti quando l’Europa tace in tanti contesti dove sarebbe dovuta intervenire ma non l’ha fatto? Alexander Damiano Ricci – giornalista esperto di tematiche europee – in Propaganda Europa prova a sistematizzare quella sfasatura sempre più crescente fra la narrazione autoreferenziale e autoassolutoria dell’Europa fatta dai media e la realtà vissuta da chi opera con continuità nei contesti di crisi. È un viaggio attraverso le contraddizioni e i tabù del processo d’integrazione europea, visti da una prospettiva di sinistra, di movimento, progressista.

Superare lo scontro ideologico
Con un approccio giornalistico, ogni capitolo è una combinazione di interviste, analisi, storie ed esperienze di attiviste e attivisti di tutta Europa.
Nella prima parte del volume prendono spazio diverse indagini tematiche: migranti e richiedenti asilo in Grecia; lo Stato di diritto – e il suo fallimento – in Ungheria e Bulgaria; la crisi abitativa in Portogallo e Irlanda; i diritti delle persone LGBTQIA+ e delle donne in Polonia. Per ognuno di questi contesti, l’Europa c’è ma non si vede: “La Commissione europea conta in mesi, ma la nostra vita è a rischio ogni giorno” racconta Marta Lempart del movimento polacco per i diritti delle donne Ogólnopolski Strajk Kobiet. Un insieme di fallimenti che rischia di minare alla base la fiducia nell’Europa da parte di cittadine e cittadini.
Nella seconda parte di Propaganda Europa, Alexander Damiano Ricci analizza l’evolversi della narrazione europea e delle sue istituzioni. Con un occhio critico e realista, l’autore mette in luce le imperfezioni e i difetti anche su quei temi che paiono inopinabili, come gli strumenti democratici ed elettivi delle istituzioni europee: ad esempio, perché il Parlamento europeo, l’unico organo che ha investitura popolare, gode di così pochi poteri? E ancora, perché sono stati posti tanti lacci e lacciuoli alle iniziative di democrazia partecipativa  dal basso?

Propaganda Europa non è un libro euroscettico, quanto più un’analisi critica – sempre più rara – dei dogmi dell’europeismo a tutti i costi. Alexander Damiano Ricci, forte del suo lavoro radicato in tutto il territorio europeo, propone una riflessione che cerca di superare il generale appiattimento dello scontro ideologico di sovranismo contro europeismo. Un punto di partenza necessario e imprescindibile per costruire un’Europa che sia davvero unita e, soprattutto, funzionale. Per tutte e tutti.

L’autore
Alexander Damiano Ricci
è direttore editoriale dell’agenzia podcast europea Bulle Media. È ideatore del progetto e network giornalistico Sphera-hub.com e del portale di reportage multilingue ereb.eu. Si occupa di Europa dal 2013 per testate italiane e internazionali. Nel 2019 è stato grantee della European Cultural Foundation (ECF) con il progetto Europa Reloaded – il podcast sulle lotte sociali in Europa.

Per acquistare il libro:

https://www.gruppoabele.org/event/esce-in-libreria-propaganda-europa-di-alexander-damiano-ricci/

Versione E-book:

https://store.streetlib.com/it/alexander-damiano-ricci/propaganda-europa?_ga=2.67337361.1815287928.1647600581-344207539.1647600581

Le contromisure russe e l’Occidente.

di Tonino D’Orazio

La Russia stila l’elenco dei paesi ostili. C’è anche l’Italia. Oltre che l’Ucraina, gli Usa, i paesi Ue, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’Australia, Taiwan, e Singapore. Anche la Svizzera che ha interrotto la sua proverbiale neutralità. Nella lista figurano anche piccoli paesi, Andorra, Islanda, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Micronesia. (Sono tutti paradisi fiscali).

Decreto: la Stato, le imprese e i cittadini russi che abbiano debiti verso creditori stranieri appartenenti a questa lista potranno pagare in rubli. Il principio è il seguente: per pagare i prestiti ottenuti da un paese sanzionatorio che superano i 10 milioni di rubli al mese, le società russe non hanno bisogno di effettuare un trasferimento. Chiedono a una banca russa di aprire un conto di corrispondenza in rubli a nome del creditore. Quindi la società trasferisce rubli su questo conto al tasso di cambio corrente e tutto ciò è perfettamente legale. L’equivalente in rubli sarà depositato da qualche parte, nelle banche russe, ma le banche occidentali, allo stato attuale, non possono accedervi. I bond emessi dallo stato russo potrebbero perdere valore, anche se il rublo è stato agganciato al valore dell’oro, superando “il Bretton Woods” americano del 1971 che indicava il dollaro come unica moneta internazionale non convertibile.

Tuttavia, non si possono escludere altre contromisure. Oltre alla completa de-dollarizzazione la Russia potrebbe vietare l’esportazione di titanio, terre rare, combustibili nucleari e, già in vigore, motori a razzo. Alcune delle misure altamente tossiche includono il sequestro di tutti i beni esteri di nazioni ostili, il congelamento di tutti i rimborsi dei prestiti alle banche occidentali e il deposito di fondi in un conto congelato presso una banca russa, il divieto totale di tutti i media stranieri ostili, la loro proprietà, ONG di facciata, oltre a fornire alle nazioni amiche armi avanzate, condivisione di informazioni e addestramento ed esercitazioni congiunte.

Blocco del sistema Swift? Quel che è certo è che una nuova architettura dei sistemi di pagamento che già unisce SPFS russo e CHIPS cinese, potrebbe presto essere offerta a decine di nazioni eurasiatiche e del Sud, molte delle quali già sanzionate, come Iran, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Siria, Iraq, Libano e RPDC. Lentamente ma inesorabilmente, siamo già sulla strada per l’emergere di un grande blocco nel Sud del mondo che è immune alla guerra finanziaria degli Stati Uniti. I BRICS, RIC – Russia, India e Cina – stanno già aumentando il commercio nelle proprie valute. Se guardiamo all’elenco delle nazioni che all’ONU non hanno votato contro la Russia o si sono astenute dal condannare l’Operazione Z in Ucraina, più quelle che non hanno sanzionato la Russia, abbiamo almeno il 70% dell’intero Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, è l’Occidente – più le satrapie coloniali come il Giappone e Singapore in Asia – contro il resto: Eurasia, Sud-est asiatico, Africa, America Latina. L’altro lato della nuova cortina di ferro.

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli di Stato russi con rating C, catalogandoli come  “spazzatura”. Il declassamento è ovviamente dovuto alla guerra e al conseguente tentativo di isolamento economico del Paese. Il rating C indica una “insolvenza sovrana”(default) che si va ad aggiungere all’embargo contro il gas e il petrolio russo dichiarato da USA e UK. Veramente forse ce lo taglia Putin il gas e il petrolio, imbarcandoci in una nuova era di energia nucleare. In quanto al default politico, perché la Russia ha debito sovrano minimo e nessun bisogno del mercato dei capitali globali, chi deve temere sono i creditori e i risparmiatori privati. (Credit Ansa). l’Italia e l’Europa subiranno delle ripercussioni economiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, alimentare, di materie prime e il pagamento dei crediti in rubli. Un grande problema per i creditori internazionali perché non saprebbero, poi, cambiare quanto ricevuto in altra valuta. Il problema non tocca tanto l’emissione dei bond statali, quanto quelli societari, molto più diffusi, anche tra gli investimenti dei piccoli risparmiatori italiani.

i fatti sul campo alla fine porteranno intere economie occidentali al macello, con il caos delle merci che porterà a costi energetici e alimentari alle stelle. A rischio fino al 60% delle industrie manifatturiere tedesche e il 70% delle industrie manifatturiere italiane; potrebbero essere costrette a chiudere definitivamente, con conseguenze sociali catastrofiche. Il che fa dire che è una guerra degli Usa contro una potenza economica concorrente, la Ue. Non possiamo più comprare a Russia e Cina, ma solo agli Usa e rilanciare la loro economia per competere, fuori noi, con la potenza commerciale cinese.

Oppure gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si aspettavano un Froelicher Krieg (“guerra felice”) ? La Germania e altri paesi non hanno ancora iniziato a sentire il dolore della privazione di gas, minerali e cibo. Questo sarebbe il vero obiettivo: strappare l’Europa dal controllo degli Stati Uniti attraverso la NATO. Ciò necessita un movimento e un partito politico per un Nuovo Ordine Mondiale, come il movimento comunista di un secolo fa. Potremmo chiamarlo un nuovo Grande Risveglio o una rivolta contro il capitalismo becero. Purtroppo all’orizzonte momentaneamente ci sono solo destre nazionalistiche, sempre molto legate al – o prodotto del – capitalismo.

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden è ora assolutamente disperata: oggi (10 marzo), ha vietato tutte le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, che risulta essere il secondo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dietro al Canada e davanti al Messico. La grande “strategia di sostituzione” degli Stati Uniti per l’energia russa consiste nel chiedere petrolio all’Iran e al Venezuela. All’Iran al tavolo delle trattative a Vienna, sull’eventuale ripristino dell’accordo strappato da Trump, sulle centrali atomiche. Forse, senza ironia, un po’ gliene daranno. In Venezuela, sono arrivati con addirittura una delegazione governativa di livello. L’offerta Usa è quella di “alleviare” le sanzioni imposte a Caracas in cambio di petrolio. Il governo degli Stati Uniti ha passato anni, anche decenni, a bruciare tutti i ponti con il Venezuela e l’Iran. Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq e la Libia e hanno isolato il Venezuela e l’Iran nel tentativo di prendere il controllo dei mercati petroliferi mondiali, solo al fine di tentare miseramente di rilevare entrambi i paesi e poi fuggire schiacciati dalle forze economiche che avevano scatenato. Ciò dimostra, ancora una volta, che i “decisori” imperiali sono totalmente disperati. Caracas ha chiesto la rimozione di tutte le sanzioni contro il Venezuela e la restituzione di tutto l’oro confiscato. Aspettano risposta.

L’Europa importa circa 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 200 miliardi provengono dalla Russia. È impossibile per l’Europa trovare 200 miliardi di metri cubi altrove per sostituire la Russia, che sia in Algeria, Qatar o Turkmenistan. Per non parlare della mancanza dei necessari terminali GNL. L’Europa si ritroverà con una produzione ridotta di gas per la sua industria in declino, la perdita di posti di lavoro, la riduzione della qualità della vita, l’aumento della pressione sul sistema di sicurezza sociale e, ultimo ma non meno importante, la necessità di richiedere ulteriori prestiti, con carta straccia, agli Stati Uniti. (Nuovo Piano Marshall, Nuovo debito di guerra). Alcuni paesi tornano al carbone per il riscaldamento e l’energia, e quella atomica sicura (altro specchietto per merli) che si realizzerà fra minimo 10 anni. I Verdi e Cop26 diventano semplicemente lividi. Mi dispiace moltissimo, anche perché mi toccherà conviverci in questo mondo senza speranza.

Sostengo Putin? No, dico solo che la guerra è perdente per chi la fa, chi la subisce e peggio ancora per chi la sostiene con attacca brighe per conto terzi.

11 marzo 2022.

Sotto i cieli della guerra

Secondo Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo è quello che ha inteso fare Putin, cercando di tagliare con la spada il nodo dei conflitti politici e d’interesse che lo dividono dall’Ucraina. Però questo assioma si può rovesciare nel suo contrario: la politica può essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi.

di Domenico Gallo

Siamo arrivati al quindicesimo giorno di guerra e ancora non sappiamo se e quando arriverà il cessate il fuoco. Quello che è certo è che il linguaggio della guerra si fa sempre più duro e coinvolge l’opinione pubblica, i media e la cultura ancor più che i governi che da questa e dall’altra sponda dell’Atlantico reagiscono agli eventi. La reazione prevalente non è quella della condanna della Russia per aver sollevato l’ascia di guerra che la Carta dell’ONU voleva definitivamente sepolta, ma quella della partecipazione al conflitto, sia pure con mezzi diversi (per ora) dal ricorso alla violenza bellica.

I giornali e le TV hanno indossato l’elmetto e arruolano l’opinione pubblica in una guerra di parole contro il nemico, mentre i governi studiano sanzioni sempre più pesanti per affondare l’economia e isolare la Russia dal resto del mondo. In questa guerra delle parole si è schierata, purtroppo, anche la RAI, adeguandosi ad una direttiva venuta dalle principali agenzie occidentali, ed ha ritirato i propri corrispondenti ed inviati dalla Russia. Ricordiamo che durante la seconda guerra del Golfo (2003), le inviate della RAI, hanno trasmesso da Bagdad, sebbene il regime di Saddam Hussein non fosse paladino della libertà dell’informazione. Anzi se ci sono stati degli attacchi ai corrispondenti di guerra, questi sono venuti dagli americani, visto che un carro armato USA, l’8 aprile 2003 ha sparato contro l’hotel Palestine, quartier generale della stampa estera a Bagdad, uccidendo i cameraman Taras Protsyuk, ucraino della Reuters, e Jose Couso, spagnolo di Telecinco.

Il governo italiano, adeguandosi a decisioni prese altrove, ha (non solo simbolicamente) arruolato il nostro paese nella guerra, decidendo la fornitura di armi letali (il cui elenco è stato rigorosamente secretato) all’Ucraina. Abbiamo già osservato che l’invio di armi ad un paese in guerra è una violazione della neutralità. La costituzionalista Alessandra Algostino ha osservato: “L’invio di armi è una forma di partecipazione alla guerra e la esacerba: è contro il ripudio della guerra ed è contro l’idea di una comunità internazionale fondata sulla pace e sulla giustizia fra le Nazioni..” (il manifesto, 9 marzo). In effetti sia gli USA, sia i principali paesi dell’Unione Europea, fornendo le armi, stanno partecipando alla guerra contro la Russia, mostrandosi disponibili a combattere gli invasori fino all’ultimo uomo (ucraino). Il Presidente Zelensky, nei suoi continui collegamenti video con l’Occidente, l’ultimo con il Parlamento inglese, ricattandoci con le sofferenze del suo popolo ed esaltandone la volontà di resistenza sino all’estremo, cerca di coinvolgerci direttamente nello scontro armato chiedendo che la NATO istituisca una “no fly zone” sui cieli dell’Ucraina. Vale a dire che si impegni in una guerra aerea con l’aviazione della Russia. La via verso il disastro è aperta, se avessimo seguito i consigli di Zelensky la terza guerra mondiale sarebbe già scoppiata. Non è ancora successo, ma siamo ancora seduti sull’orlo dell’abisso.

Secondo Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo è quello che ha inteso fare Putin, cercando di tagliare con la spada il nodo dei conflitti politici e d’interesse che lo dividono dall’Ucraina. Però questo assioma si può rovesciare nel suo contrario: la politica può essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Nel suo articolato saggio pubblicato su Limes (la via verso il disastro) il generale Fabio Mini ci spiega con dovizia di particolari che la guerra non solo era prevedibile, ma era anche prevenibile. Non si è voluto fare niente per prevenirla, anzi fino all’ultimo non si è arretrato di un passo sul principio “non negoziabile” della libertà dell’Ucraina di scegliersi le alleanze che vuole, né si è fatto nulla per fermare le continue violazioni della tregua nel Donbass. Non dobbiamo stancarci di chiedere il cessate il fuoco, però è evidente che non si potrà mai ristabilire la pace se non si pone mano alla soluzione dei nodi politici che hanno innescato la guerra. Ci vuole una visione del futuro. Il 14 agosto del 1941, quando le armate naziste dilagavano dall’Atlantico agli Urali, il Presidente degli Stati Uniti, Roosvelt e il primo ministro inglese Churchill sentirono l’esigenza di tracciare un nuovo scenario prefigurando il mondo che sarebbe venuto fuori dopo la guerra. Per questo rilasciarono una dichiarazione comune, nota come Carta Atlantica, che preconizzava un nuovo ordine mondiale pacifico e divenne la base per la nascita dell’ONU.

Quale futuro ci prefigurano il riarmo della Germania e l’accanimento di USA e GB per l’irrogazione di sanzioni sempre più soffocanti nei confronti della Russia? In particolare continueranno le continue provocazioni allo scontro della Gran Bretagna, volte ad annullare il ruolo internazionale dell’Unione europea e a destabilizzare l’Euro?

Si uscirà dalla guerra con una nuova Conferenza di Helsinki che rilanci la cooperazione e la sicurezza comune in Europa o si proseguirà la guerra contro la Russia con altri mezzi, cercando di metterla in ginocchio con le sanzioni, come si fece con l’Irak, di sfiancarla con la corsa al riarmo e di rendere perpetua la nuova cortina di ferro?

Quale futuro dobbiamo aspettarci? Dipende anche da noi.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/03/sotto-i-cieli-della-guerra/

Domenico Gallo

Nato ad Avellino l’1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

Guerra in Ucraina, invio di armi e propaganda. Il Generale Fabio Mini intervistato da l’AntiDiplomatico

(da l’Antidiplomatico)

“Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti.” E’ il pensiero di Fabio Mini, generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. “E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui”, dichiara a l’AntiDiplomatico.

E’ stato scritto correttamente come le voci più sensate nel panorama della propaganda a senso unico siano quelle dei generali, di coloro che conoscono bene come pesare le parole in momenti come questi. Come l’AntiDiplomatico abbiamo avuto l’onore di poter intervistare uno dei più autorevoli. 

Fabio Mini all’epoca della guerra in Jugoslavia

L’INTERVISTA

Dal Golfo di Tonchino alle armi di distruzione di massa in Iraq- e tornando anche molto indietro nella storia – Generale nel suo libro “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?” Lei riesce brillantemente a ricostruire i falsi che hanno determinato il pretesto per lo scoppio di diverse guerre. Qual è l’ipocrisia e il falso che si cela dietro il conflitto in corso in Ucraina?

Il falso è che la guerra sia cominciata con l’invasione russa dell’Ucraina. Questo in realtà è un atto nemmeno finale di una guerra tra Russia e Ucraina cominciata nel 2014 con l’insurrezione delle provincie del Donbas poi dichiaratesi indipendenti. Da allora le forze ucraine hanno martoriato la popolazione russofona ai limiti del massacro e nessuno ha detto niente. Per quella popolazione in rivolta contro il regime ucraino non è stata neppure usata la parola guerra di liberazione o di autodeterminazione così care a certi osservatori internazionali. E’ bastato dire che la “Russia di Putin” voleva tornare all’impero zarista per liquidare la questione. L’ipocrisia è l’atteggiamento della propaganda occidentale pro-Ucraina che, prendendo atto che esiste una guerra, finge di non sapere chi e che cosa l’ha causata e si stupisce che qualcuno spari, qualcun altro muoia e molti siano costretti a fuggire. Ipocrisia ancor più grave della propaganda è il silenzio omertoso di coloro che tacciono sul fatto che dal 2014 Stati Uniti e Nato hanno riversato miliardi in aiuti quasi interamente destinati ad armare l’Ucraina e migliaia di professionisti della guerra per addestrare e arricchire i gruppi estremisti e neo- nazisti.

Nella stampa occidentale si tende a definire Putin come “un pazzo che ha scioccato il mondo con la sua iniziativa”. Eppure in un video del 1997 l’attuale presidente americano Biden dichiarava come l’allargamento ai paesi baltici (non all’Ucraina!) della Nato sarebbe stato in grado di generare una risposta militare della Russia. Non crede che dal 2014 l’Europa abbia sottovalutato la questione ucraina?

Non credo sia stata sottovalutata, ma è stata volutamente indirizzata verso la trasformazione graduale del paese in un avamposto contro la Russia, a prescindere dalla sua ammissione alla Nato. Di qui la pseudo rivoluzione arancione “ (2004), il sabotaggio interno ed esterno di ogni tentativo di stabilizzazione, l’alternanza di governi corrotti, la pseudo rivolta di Euromaidan, il colpo di stato contro il presidente Yanukovich (2014) fino alla elezione di Zelensky. Quest’ultimo è passato da un programma elettorale contro gli oligarchi, contro la corruzione politica e la promessa di “servire il popolo” ad una politica dichiaratamente provocatoria nei confronti della Russia. E questo era esattamente ciò che volevano gli Stati Uniti e quindi la Nato dal 1997.

Il tema dell’espansione Nato però è sempre stato tabù da noi…

L’espansione della Nato a est iniziata in quell’anno dopo una serie di prove di coinvolgere nella “cooperazione militare “i paesi dell’Europa orientale ( programma “Partnership for peace”) è stata una provocazione continua per 24 anni. Per oltre un decennio la Russia non ha potuto opporsi e la Nato, sollecitata in particolare da Gran Bretagna, Polonia e repubbliche baltiche ha pensato di poter chiudere il cerchio attorno ad essa “attivando” sia Georgia sia Ucraina. La Russia è intervenuta militarmente in Georgia e questo ha dato un segnale forte agli Usa e alla Nato, che non hanno voluto intervenire. Durante la crisi siriana del 2011 la Russia si è schierata con il governo di Bashar Assad e successivamente con la guerra all’Isis è intervenuta militarmente dando un contributo sostanziale alla sua neutralizzazione. Bashar Assad è ancora lì. Le operazioni russe in Siria ancorchè concordate e coordinate sul campo con la coalizione a guida americana, hanno disturbato i piani di chi voleva approfittare dell’Isis e delle bande collegate per destabilizzare l’intero medioriente.  Un altro segnale del mutato umore russo è stata l’annessione della Crimea subito dopo il colpo di stato contro Yanukovic sostenuto dagli Stati Uniti e in particolare dall’inviata del Dipartimento di Stato Victoria Nuland e dall’allora vice presidente Biden. Dal 2014 in poi l’Ucraina con il sostegno degli Stati Uniti e della Nato ha assunto una linea ancora più ostile nei confronti della Russia e iniziato ad integrare nelle forze armate e nella polizia  i gruppi neonazisti che si erano “distinti” negli scontri di Maidan. Gli stessi che ora organizzano la “resistenza ucraina” e coordinano i circa 16000 mercenari sparsi per il paese. Per tutto questo mi sento di dire che la Nato non ha trascurato l’Ucraina, anzi l’ha spinta con forza in un’avventura pericolosa per entrambi e soprattutto per noi europei.

In una recente apparizione in TV Lei ha detto di aver avuto modo di conoscere in prima persona i generali russi e ha definito quella russa “una guerra limitata per scopi limitati”. Quali sono gli obiettivi che i russi si sono posti sul territorio secondo lei?

In Kosovo avevo alle dipendenze anche il contingente russo di cui una parte garantiva sicurezza dell’aeroporto militare/civile di Pristina e un’altra schierata nel settore montano al confine con la Serbia. I rapporti con i generali russi erano quasi giornalieri e sempre molto corretti soprattutto nei miei confronti (in quanto italiano). Parlavamo di sicurezza collettiva e di futuro del Kosovo, una cosa alla quale nessuno nella Nato aveva pensato prima di andare in guerra. Parlavamo anche di operazioni militari e di dottrina. Vent’anni fa. La guerra limitata è una categoria prevista anche da Clausewitz e i russi sono sempre stati clausewitziani. All’inizio dell’invasione ho cominciato a vedere i segni non di una operazione speciale come l’ha definita Putin, ma di una serie di operazioni ad obiettivi limitati, unite dallo scopo strategico di impedire all’Ucraina di diventare il fulcro della minaccia militare alla Russia , ma tatticamente indipendenti. Le operazioni riguardavano la messa in sicurezza di territori del Donbass, la fascia costiera del mare d’Azov e del Mar Nero fino a Odessa e, se necessario, fino al confine con la Moldavia neutrale. L’avanzata su Kiev doveva essere l’operazione principalmente politica di pressione per i negoziati e l’eventuale instaurazione di un governo favorevole alla linea russa. Questa operazione non vincolata né al tempo né agli obiettivi: dipende dagli eventi. Se quelli diplomatici, politici e operativi evolvono in maniera soddisfacente l’operazione può essere interrotta. In caso contrario, dalla marcia d’afflusso le forze possono passare allo schieramento attorno alla città, e se ancora gli eventi sono negativi possono passare alla “preparazione” di fuoco poi al fuoco aereo e poi se e quando la città è allo stremo potrà iniziare la presa vera e propria della città. Questo tipo di operazioni con la tecnica del carciofo ha spiazzato tutti gli analisti della domenica che si aspettavano e forse cinicamente si auguravano di vedere la tempesta di fuoco alla quale ci hanno abituato gli americani in tutte le loro guerre. Ovviamente questa incredulità ha alimentato le speculazioni sull’effettiva potenza dell’apparato russo e sulla eroica resistenza ucraina che avrebbe arrestato  l’invasione. L’apparato che vediamo in televisione dice però una cosa diversa: l’operazione è ancora intenzionalmente alla prima fase, in attesa di eventi. In questa situazione i vantaggi vengono soltanto dall’efficacia e credibilità della pressione. Gli svantaggi riguardano sia le provocazioni esterne (da parte della Nato) sia il rafforzamento della resistenza interna che non muterebbe il risultato dell’operazione ma farebbe molti più danni.

Ritiene che le armi che l’Italia invierà e i mercenari che stanno influendo potranno incidere sulle sorti del conflitto? E se comunque possono essere causa di ulteriori rischi…

Credo proprio di no. Lo renderanno più sanguinoso e anche di livello operativo più elevato. In caso di squilibrio di forze tattiche , si tende a passare a quello strategico e allora potranno essere impiegate armi di livello strategico come bombardieri, missili e perfino armi nucleari tattiche: tutte cose che porterebbero ad uno scontro diretto fra Nato e Russia.

Ritiene che il pericolo che i jihadisti-mercenari possano affluire dalla Siria in Ucraina in gran numero? E che complicanze si creerebbero nel conflitto?  

I Jihadisti mercenari saranno pochi e potranno influire sul livello di barbarie, alzandolo. Di mercenari ce ne sono tanti e sono anche ben pagati. Quelli per l’Ucraina con i soldi nostri e quelli per la Russia con i soldi russi. L’afflusso di mercenari ha però un lato interessante: smonta completamente la tesi dei volontari combattenti per la patria. Inoltre, le compagnie di mercenari o contractors non si accontentano mai della semplice paga per i soldati ma pretendono sempre grandi cose dagli stati che li assoldano. Vogliono anche potere, assetti  nazionali importanti come miniere, industrie, infrastrutture sensibili. Non sono mai soddisfatti e sono caduti dei regni per mercenari insoddisfatti.

Sui negoziati in Bielorussia. La Francia e Germania sembrano orientate ad un approccio di maggior mediazione mentre il nostro paese, assente nel vertice franco-tedesco-cinese, sembra preferire una visione più oltranzista. Giudica le richieste della Russia una base di partenza valida per l’Europa e cosa si rischia prolungando l’attesa di un vero confronto?

Le richieste russe, come in qualsiasi negoziato sono la base di una discussione. Se non è soddisfacente, ciascuna parte deve finirla di dire cosa vuole e cominciare a pensare cosa può cedere. In genere il più forte è quello più disponibile a cedere perché ritiene di “concedere” e quindi mantiene il prestigio intatto. La parte più debole deve solo ridimensionare il livello di ambizione. In questo caso ogni minima riduzione dell’ambizione ucraina porterebbe una grande concessione: la salvezza del paese. Il nostro paese ha decretato unilateralmente, come se parlasse per tutti, la fine dei negoziati, fra l’altro con un atteggiamento bullistico. L’atteggiamento degli altri è molto meno arrogante. E questo li rende in sintonia. Ma anche nel bullismo non siamo fra i migliori. La Gran Bretagna e la Polonia ci battono.

Il governo polacco ha dichiarato di voler fornire i propri Mig alle forze ucraine, ma facendoli partire dalle basi tedesche. Gli Stati Uniti hanno poi frenato l’iniziativa polacca. Quanto è reale l’opzione di una No fly zone in Ucraina e quanto è probabile un futuro coinvolgimento militare della NATO?

La dichiarazione di No fly zone dei cieli dell’Ucraina sarebbe un modo per accelerare il disastro. Chi la sta chiedendo a gran voce vuole il disastro e dimostra la propria incapacità di controllare il proprio spazio aereo. Vuole un pretesto per trascinare in guerra tutta l’Europa. Non dobbiamo cedere a questa tentazione perversa, soprattutto nei momenti come questi quando un attacco aereo finisce per colpire un padiglione di ospedale e l’emozione soffoca la razionalità.

La narrativa occidentale cerca oggi di minimizzare (o censurare del tutto) la presenza di neo-nazisti nei battaglioni incorporati alle forze ucraine, nonostante decine di reportage (dalla Bbc al Time al Guardian) in passato avessero fatto luce sulla vicenda con toni giustamente inorriditi. Ritiene credibile Putin quando parla di denazificare l’Ucraina come uno degli obiettivi?

La denazificazione a cui si riferisce Putin non riguarda l’Ucraina, ma il suo apparato governativo in cui tali elementi si trovano anche in posizione di vertice. I reportage hanno tutti ragione e comunque non rendono l’esatto conto della presenza e dell’influenza di questi gruppi. Sono state proprio le forze di polizia e dell’intelligence ucraina ad opporsi all’inserimento di tali elementi nei loro ranghi. Hanno dovuto subire ma oggi la caccia al russo (o filorusso) potrà mutare in caccia al nazi e visti i numeri e la frenesia degli interessati non mi stupirei se domani l’Ucraina cadesse dalla padella della guerra contro la Russia nella brace di una guerra civile .

Cosa dovrebbe fare il governo italiano in questo contesto e più in generale l’Europa?

Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-guerra_in_ucraina_invio_di_armi_e_propaganda_lintervista_del_generale_fabio_mini_a_lantidiplomatico/5496_45535/

ILAN PAPPE’- “LE QUATTRO LEZIONI DALL’UCRAINA: I DOPPI STANDARD OCCIDENTALI”

USA Today [terzo quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] ha informato che una foto diventata virale di un grattacielo colpito da un bombardamento russo in Ucraina è risultata essere di un grattacielo demolito nella Striscia di Gaza dall’aviazione israeliana nel maggio 2021. Pochi giorni prima il ministero degli Esteri ucraino si è lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev che “ci state trattando come Gaza”. Era furioso che Israele non avesse condannato l’invasione russa e fosse interessato esclusivamente a portare via i cittadini israeliani dallo Stato (Haaretz, 17 febbraio 2022). Si è trattato di un misto di riferimenti all’evacuazione da parte dell’Ucraina di mogli ucraine sposate con palestinesi dalla Striscia di Gaza nel maggio 2021 e un ricordo a Israele del pieno appoggio del presidente ucraino all’attacco israeliano contro la Striscia di Gaza di quel mese (tornerò a quell’appoggio verso la fine di questo articolo).

In effetti quando si valuta l’attuale crisi in Ucraina gli attacchi israeliani contro Gaza dovrebbero essere citati e presi in considerazione. Non è un caso che alcune foto vengano confuse: non ci sono molti grattacieli che siano stati abbattuti in Ucraina, ma ce ne sono parecchi che sono stati distrutti nella Striscia di Gaza. Tuttavia quando si prende in considerazione la crisi ucraina in un contesto più ampio non emerge solo l’ipocrisia riguardo alla Palestina. È il complessivo doppio standard dell’Occidente che dovrebbe essere analizzato, senza rimanere neppure per un istante indifferenti alle notizie e alle immagini che ci giungono dalla zona di guerra in Ucraina: bambini traumatizzati, flussi di rifugiati, bellezze architettoniche distrutte dai bombardamenti e il pericolo incombente che ciò sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Nel contempo quanti di noi hanno sperimentato, informato e raccontato le catastrofi umanitarie in Palestina non possono ignorare l’ipocrisia dell’Occidente, e possiamo evidenziarlo senza sminuire per un solo momento la nostra solidarietà umana ed empatia con le vittime di ogni guerra.

Lo dobbiamo fare in quanto la disonestà etica che è implicita negli scopi ingannevoli stabiliti dalle élite politiche e dai media occidentali li porterà ancora una volta a nascondere il loro razzismo e la loro impunità in quanto continuerà a garantire l’immunità a Israele e alla sua oppressione dei palestinesi. Ho individuato quattro affermazioni false che fino ad ora sono al centro dell’impegno delle élite occidentali con la crisi ucraina e le ho strutturate come quattro lezioni.

Prima lezione: i rifugiati bianchi sono benvenuti, gli altri molto meno

L’inedita decisione collettiva dell’UE di aprire le sue frontiere ai rifugiati ucraini, seguita da una politica più prudente della Gran Bretagna, non può passare inosservata rispetto alla chiusura della maggior parte degli ingressi in Europa ai rifugiati che arrivano dal mondo arabo e dall’Africa dal 2015. La priorità chiaramente razzista che distingue in base al colore, alla religione e all’etnia tra chi cerca di salvarsi la vita è aberrante, ma è improbabile che cambi molto rapidamente. Alcuni dirigenti europei non si vergognano neppure di esprimere pubblicamente il proprio razzismo, come ha fatto il primo ministro bulgaro Kiril Petkov:

“Questi (i rifugiati ucraini) non sono i rifugiati a cui siamo abituati…questa gente è europea. Queste persone sono intelligenti, sono istruite… Non è l’ondata di rifugiati a cui siamo abituati, persone della cui identità non siamo sicuri, senza un passato chiaro, che potrebbero persino essere stati dei terroristi…”

Non è solo. I mezzi di comunicazione occidentali parlano tutto il tempo del “nostro tipo di rifugiati”, e questo razzismo si esprime chiaramente ai valichi di confine tra l’Ucraina e i suoi vicini europei. Questo atteggiamento razzista, con sfumature chiaramente islamofobe, non cambierà, dato che i dirigenti europei stanno ancora negando il tessuto multietnico e multiculturale delle società in tutto il continente. Una realtà umana creata da anni di colonialismo e imperialismo europei che gli attuali governi europei negano e ignorano e, nel contempo, questi governi perseguono politiche migratorie basate sullo stesso razzismo che permeava il colonialismo e l’imperialismo del passato.

Seconda lezione: puoi invadere l’Iraq ma non l’Ucraina

La mancanza di volontà dei media occidentali di contestualizzare la decisione russa di invadere all’interno di una più ampia, e ovvia, analisi di come nel 2003 siano cambiate le regole del gioco internazionale è veramente sconcertante. È difficile trovare un’analisi che evidenzi il fatto che gli USA e la Gran Bretagna violarono le leggi internazionali contro la sovranità di uno Stato quando i loro eserciti, con una coalizione di Paesi occidentali, invasero l’Afghanistan e l’Iraq. Occupare un intero Paese per scopi politici non è stato inventato in questo secolo da Vladimir Putin, è stato inaugurato dall’Occidente come uno strumento giustificato di politica.

Terza lezione: a volte il neonazismo può essere accettabile

L’analisi riguardo all’Ucraina non evidenzia neppure alcuni dei validi argomenti di Putin, che non giustificano affatto l’invasione, ma che richiedono la nostra attenzione persino durante l’invasione. Fino all’attuale crisi i mezzi di comunicazione progressisti occidentali, come The Nation, the Guardian, the Washington Post, ecc., ci hanno messi in guardia dal crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina che potrebbe incidere sul futuro dell’Europa, e non solo. Gli stessi mezzi di informazione oggi ignorano l’importanza del neonazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation informava:

“Oggi crescenti notizie sulla violenza di estrema destra, dell’ultranazionalismo e dell’erosione delle libertà fondamentali stanno smentendo l’iniziale euforia dell’Occidente. Ci sono pogrom neonazisti contro i rom, crescenti aggressioni contro femministe e gruppi LGBT, censura di libri e glorificazione sponsorizzata dallo Stato di collaboratori del nazismo.”

Due anni prima il Washington Post (15 giugno 2017) aveva avvertito, in modo molto perspicace, che uno scontro dell’Ucraina con la Russia non avrebbe dovuto portarci a dimenticare il potere del neonazismo in Ucraina:

“Mentre la lotta dell’Ucraina contro i separatisti appoggiati dalla Russia continua, Kiev affronta un’altra minaccia a lungo termine alla sua sovranità: potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Queste organizzazioni non si vergognano di utilizzare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, che sono sicuramente in contrasto con la tollerante democrazia di tipo occidentale che Kiev cerca apparentemente di diventare.”

Tuttavia oggi il Washington Post adotta un atteggiamento sprezzante e definisce una descrizione simile come un’“accusa falsa”:

“In Ucraina agiscono una serie di gruppi nazionalisti paramilitari, come il movimento Azov e il Settore di Destra, che abbracciano un’ideologia neonazista. Benché di spicco, sembrano avere scarse adesioni. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, e ha solo un deputato.”

I precedenti avvertimenti di un mezzo di comunicazione come The Hill (9 novembre 2017), il principale sito indipendente di notizie degli USA, sono dimenticate:

“In effetti ci sono formazioni neonaziste in Ucraina. Ciò è stato massicciamente confermato da quasi tutti i principali mezzi di informazione occidentali. Il fatto che alcuni analisti possano smentirlo come propaganda diffusa da Mosca è profondamente inquietante, soprattutto alla luce dell’attuale incremento di neonazisti e suprematisti bianchi in tutto il pianeta.”

Quarta lezione: colpire grattacieli è un crimine di guerra solo in Europa

Foto acquisita da ANSA su Twitter e rilanciata da RAI e molti network internazionali

Non solo la dirigenza ucraina ha rapporti con questi gruppi e milizie neonazisti, è anche filo-israeliano in modo preoccupante e imbarazzante. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dalla Commissione delle Nazioni Unite sull’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese, l’unico tribunale internazionale a garantire che la Nakba non venga negata o dimenticata.

L’iniziativa è stata del presidente ucraino. Egli non ha dimostrato alcuna solidarietà nei confronti delle sofferenze dei rifugiati palestinesi, né li ha considerati vittime di crimini. Nella sua intervista dopo l’ultimo barbaro bombardamento israeliano della Striscia di Gaza nel maggio 2021 ha affermato che l’unica tragedia a Gaza è stata quella patita dagli israeliani. Se è così, allora sono solo i russi che soffrono in Ucraina.

Ma Zelensky non è solo. Quando si tratta della Palestina l’ipocrisia raggiunge livelli mai visti. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina ha dominato le notizie e provocato profonde analisi su brutalità umana, Putin e disumanità. Ovviamente questi bombardamenti devono essere condannati, ma risulta che quelli tra i leader del mondo che guidano la condanna rimasero in silenzio quando Israele rase al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e la città di Gaza negli ultimi 15 anni in un’ondata di brutalità dietro l’altra.

Non è stata discussa, per non dire imposta, alcuna sanzione di qualunque tipo contro Israele per i suoi crimini di guerra dal 1948 in poi. Di fatto nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali che oggi stanno guidando le sanzioni contro la Russia persino menzionare la possibilità di imporre sanzioni contro Israele è illegale e considerato antisemita.

Persino quando è giustamente espressa la sincera solidarietà umana dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina non possiamo ignorare questo contesto razzista ed eurocentrico. La massiccia solidarietà dell’Occidente è riservata a chi voglia unirsi al suo blocco e alla sua sfera di influenza. Questa empatia ufficiale non appare affatto quando violenze simili, e peggiori, sono dirette contro non-europei in generale, e verso i palestinesi in particolare.

Ci possiamo orientare come persone di coscienza tra le nostre risposte alle calamità e la nostra responsabilità per evidenziare l’ipocrisia che in molti modi ha aperto la strada a queste catastrofi. Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e consentire la continua colonizzazione e oppressione di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà in futuro a ulteriori tragedie come quella dell’Ucraina, e ovunque sul nostro pianeta.

– Ilan Pappé è docente all’università di Exeter. È stato in precedenza professore associato all’università di Haifa. È autore di La pulizia etnica della Palestina [Fazi, 2008], The Modern Middle East [Il moderno Medio Oriente], Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli [Einaudi, 2014] e Ten Myths about Israel [Dieci miti su Israele]. Pappé è considerato uno dei “nuovi storici” israeliani che, da quando all’inizio degli anni ’80 sono stati resi pubblici documenti ufficiali britannici e israeliani sull’argomento, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

Pino Cabras su guerra, energia, transizione, informazione, controllo sociale (VIDEO-intervista)

Intervista di Max Civili a Pino Cabras, deputato ex M5Stelle, attualmente gruppo Misto Alternativa, sulle implicazioni della guerra in corso e dell’interventismo italiano e dei paesi occidentali.

Intervista a Pino Cabras del 4 marzo 2022

SOSPENDERE L’USO PUBBLICO DELLA RAGIONE.

di Pierluigi Fagan

La “società aperta” ha deciso di chiudersi. La società liberale va a polarizzarsi nella contraddizione delle sue stesse premesse.

L’ambasciatore italiano a Mosca, lì col chiaro mandato di favorire le relazioni commerciali bilaterali, ha avuto l’ardire di segnalare in una audizione parlamentare, il costo delle sanzioni per le nostre imprese su dati FMI. Un argomento che dovrebbe interessare una democrazia di mercato visto che parla di mercato, no? Dire questo è dire che non si dovevano elevare sanzioni? Credo che un ambasciatore navigato come Starace con un passato in Cina, USA, Giappone sappia qual è il suo limite ovvero dare informazioni, non suggerire decisioni. Ma la società aperta che amava definirsi anche società dell’informazione, ora scopre che le informazioni non piacciono, le informazioni disturbano le decisioni o per lo meno ne ricordano il prezzo. Non c’è nulla di male a sapere il costo delle decisioni, aiuta ad organizzarsi per poterle pagare o si pensa o si vuol far pensare che le decisioni ideali siano libere e gratuite?

Il direttore dell’unico quotidiano di informazioni sulle relazioni internazionali, Sicurezza internazionale, edito dalla LUISS Guido Carli, collegata in vari modi a Confindustria, diretto da un professore ricercatore affiliato al MIT di Boston e che pubblica in USA con la Cornell University, A. Orsini, ha l’ardire di invitare in tv ad inserire ciò che sta avvenendo in Ucraina in una inquadratura più ampia, nello spazio (geografia) e nel tempo (storia). Bassanini domanda nervosamente su twitter se Orsini esprime il pensiero della LUISS o personale di modo che LUISS sia obbligata a ribadire la sua stretta osservanza atlantista facendo una ramanzina al suo professore in pubblico sul fatto che questi si doveva attenere ai fatti e non dare interpretazioni. Già, “i fatti”.

Il giornalista RAI Marc Innaro, una prima volta a Mosca per sette anni, poi di nuovo negli ultimi otto, per aver riferito cosa i russi dicono dei fatti (se sta a Mosca cosa deve fare, riferire cosa dice Zelensky? Quello già lo riferiscono 7/24 sette-reti-sette+stampa e radio) è ora richiesto a gran voce esser spostato ad altro incarico. Magari come mi è capitato di sentire l’altro giorno su RAI News riferisce che i russi affermano di aver convocato l’ambasciatore della Croazia perché i russi avrebbero pizzicato 200 neo-nazi con passaporto croato ed avrebbero affermato che ve ne sono da ogni parte d’Europa e quindi hanno poi affermato che non tratteranno gli stranieri come prigionieri di guerra (il che ha un brutto significato come potrete intuire). O come ieri ha riferito che i russi sostengono che non sono così deficienti da sparare ad una centrale nucleare: 1) perché la vogliono prendere intatta; 2) perché la Russia dista dalla centrale meno che la Moldavia; 3) perché Mosca dista meno di Vienna. Così i russi sostengono che la controllano da giorni e che l’incidente è organizzato dagli ucraini per mandare in mondovisione la fake news. Siamo tutti adulti e dovremmo sapere tutti che la guerra delle informazioni e controinformazioni è norma, ma quando la fa Zelensky è verità, quando la fa Mosca è falsità sempre e comunque. Ma poi, non si capisce cosa altro dovrebbe fare Innaro se non riferire cosa dicono lì, cosa significa “corrispondente”?

Così, nell’uso pubblico della ragione, non puoi avanzare qualche dissonanza se prima non reciti il Credo nella Verità della Chiesa Unitariana del Bene contro il Male e del Vangelo della Marvel Comics, ma pare che ormai non basti più neanche quello. Non vogliamo nessun mondo multipolare, quindi ci polarizziamo, noi Bene, altri Male, tertium non datur e chi lo dà è collaborazionista suo malgrado. Il mondo crede a quel Vangelo, l’ha celebrato anche all’ONU. Peccato che tra astensioni e contrari, abbiamo votato paesi con metà della popolazione terrestre e poiché quel voto non comportava alcuna sanzione, è pure dubitabile che chi ha votato per la risoluzione voglia mai andare oltre alla semplice dichiarazione. Io non sono un paese ONU, ma se fossi stato lì l’avrei votata anche io quella dichiarazione, chi mai può difendere il “diritto” si un paese a varcare armato il confine di un altro? Siamo all’ovvio. Com’è ovvio che a tutt’oggi solo un quarto del mondo, l’Occidente polarizzato su Washington con il senior partner UK, ha elevato sanzioni, sebbene secondo la strana geografia surrealista della von der Leyen, questa sia la “comunità globale”.  

Cos’è l’Illuminismo? Pensare con la tua testa. Avere il coraggio, pagarne il prezzo. Non pagare chi pensa per te tenendoti nell’infanzia eterna deresponsabilizzata, assumerti le tue responsabilità davanti al mondo. “Senonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: – Non ragionate! – L’ufficiale dice: – Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. – L’impiegato di finanza: – non ragionate, ma pagate! – L’uomo di chiesa: – Non ragionate, ma credete!” diceva Kant in quel del 1784. Comprendere è prender assieme quanti più fatti ci è possibile, giudicare viene solo dopo che hai ben compreso, comprensione e giustificazione sono atti separati e con fini diversi.

Così oggi sembra che la società aperta-chiusa, la Wide-Shut-Society, la società spalancate ad alcune cose ma chiusa ad altre, necessiti di spegnare la luce, non è epoca di illuminismi. La società aperta mi sembrava dovesse esser liberale, ma si sa i liberali annunciano principi universali, ma con applicazioni particolari. Sono come i contratti assicurativi, la fregatura è a corpo 5. Locke annunciava la totale libertà di credenza, ma il totale era dentro il protestantesimo, se eri cattolico o ateo andavi al gabbio e buttavano via la chiave, se non di peggio.

Quando s’impone il buio, vuol dire che si vuol nascondere qualcosa?

FONTE: https://pierluigifagan.files.wordpress.com

Anne Morelli sulla propaganda di guerra in Ucraina: Non c’è spazio per le opinioni divergenti

Anne Morelli, storica e docente all’Université Libre de Bruxelles (ULB), specializzata in critica storica applicata ai media, ha pubblicato l’opera di riferimento “Principi elementari della propaganda di guerra” (Ediesse, 2005).

In questa intervista, pubblicata sul sito di Investig’Action, analizza la propaganda di guerra applicata al conflitto ucraino. Scaricare la responsabilità sull’altra parte, come abbiamo visto nei media negli ultimi giorni, è uno dei dieci principi del suo libro. La demonizzazione dell’avversario, la cui parola è costantemente screditata, non aiuta a capire il conflitto, sostiene Anne Morelli.

*****

I nostri media danno tutta la responsabilità a Putin. Perché non guardano le conseguenze delle azioni precedenti da parte dell’Occidente, cioè quelle degli Stati Uniti, dell’Europa e della leadership ucraina?

Siamo in una situazione in cui non c’è spazio per le divergenze. Sono stupita di vedere manifesti nella ULB con “Salvare l’Ucraina”, “Putin è un assassino” e altri messaggi del genere. È la prima volta che vedo studenti posizionarsi così in un conflitto militare.

Bisogna sottolineare che l’Ucraina ha delle armi, e queste armi non sono arrivate da sole. L’Ucraina è armata dal 2014 e il governo lancia regolarmente le sue armi contro gli “indisciplinati” nei cosiddetti territori “filorussi”.

Quando in Jugoslavia, territori come la Croazia e il Kosovo hanno fatto la loro secessione, sono stati applauditi. I paesi occidentali li hanno sostenuti direttamente. Per esempio, la Germania e il Vaticano hanno riconosciuto immediatamente l’indipendenza della Croazia mentre erano impegnati a fare a pezzi un paese che prima era unito.

Ma quando è il contrario, come nel caso del nostro nemico che sostiene l’autonomia, allora diciamo che è scandaloso. Abbiamo un evidente doppio standard. Immaginate se domani i baschi, i catalani o i fiamminghi volessero la loro autonomia. Applaudiremmo?

Non si capisce bene cosa abbia spinto la Russia ad attaccare l’Ucraina, a meno che non si consideri che Putin è un pazzo che vuole dominare il mondo. Un dispaccio dell’AFP, ripreso da molti media, menziona ciò di cui Mosca accusa Kiev: il genocidio nel Donbass, la presenza di neonazisti e le affermazioni atomiche di Zelensky Ma l’AFP precisa che si tratta di “accuse assurde”. È realmente così?

La demonizzazione del nemico è un principio basilare della propaganda di guerra, ed è abbastanza continuo. Napoleone era pazzo. Anche il Kaiser, Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi. E Putin è pazzo, naturalmente. Siamo fortunati ad avere dei leader che sono tutti sani di mente, mentre dall’altra parte sono tutti pazzi furiosi. È un principio elementare della propaganda di guerra.

Eppure la questione dei neonazisti è molto reale. Il Battaglione Azov non sono dei chierichetti, sono neonazisti. Dobbiamo anche ricordare che una parte della popolazione ucraina era solidale con la Germania nazista. C’è una parte della popolazione che ha combattuto i nazisti, ma una parte che ha sostenuto il genocidio degli ebrei e tutte le atrocità.

Quando Putin dice “combatteremo contro i fascisti ucraini”, la Russia sa di cosa sta parlando. Anche qui, la propaganda occidentale ha fatto dimenticare che è stata l’ex URSS a collaborare maggiormente alla sconfitta della Germania nazista. Questo era abbastanza ovvio per la popolazione belga nel 1945.

Ma da allora, la propaganda ha avuto il suo effetto attraverso le produzioni di Hollywood, film come “Salvate il soldato Ryan” e molti altri.

Come possiamo sviluppare un movimento per la pace in queste condizioni e quale ruolo possiamo svolgere?

Al momento è molto difficile. È il decimo principio, se fai domande al momento della guerra stai già andando troppo lontano. In questo modo si viene considerati praticamente come un agente del nemico.

Se chiedi “il popolo del Donbass non ha diritto all’indipendenza, come il popolo del Kosovo?”, sei sospettato di essere un agente di Putin. No, Putin non mi piace affatto. Ma non voglio un’informazione così partigiana, non voglio un’informazione che sia in definitiva un’informazione della NATO!

Cosa fare allora? Sono stata invitata diverse volte ai canali televisivi e quando ho chiesto di proiettare la mappa del 1989 in Europa per mostrare chi sta avanzando le sue pedine verso l’altro, curiosamente mi è stato detto che non era necessario che io intervenissi.

Penso che in una situazione di forte propaganda come quella attuale, la nostra voce sia inudibile.

Ma dobbiamo vedere chi circonda chi. Sono le truppe della NATO che circondano la Russia, non il contrario.

Recentemente, per una manifestazione contro la guerra, c’erano solo poche persone. Dalla guerra in Iraq ad oggi, c’è stato un certo scoraggiamento del movimento per la pace. Quando si vedono le enormi manifestazioni che si sono svolte in Gran Bretagna e in Italia, per esempio, questo non ha impedito ai governi di andare avanti nonostante le reazioni popolari contro la guerra.

Lei ha detto in un’intervista a La Libre Belgique che per Biden “essendo la Cina un pezzo troppo grande, attaccare la Russia attraverso la NATO sembra più accessibile”. La realtà di una guerra USA-Russia non è esagerata?

Non credo che Biden lo farà da solo, ha promesso al suo elettorato che non manderà le truppe americane direttamente al fronte. Ma da un lato, sta inviando truppe in paesi che una volta erano nell’orbita sovietica, come gli Stati baltici, la Polonia, ecc. E dall’altro lato, spera che i paesi europei combattano la guerra contro la Russia.

In questo caso, Biden non dovrà affrontare la sua opinione pubblica. E al contrario, si farà una reputazione di uomo coraggioso nei confronti del nemico. Sono solo uno storico, ma penso che Biden cercherà di convincere altri a combattere la guerra. Gli ucraini hanno già ricevuto molto equipaggiamento militare.

FONTE: https://contropiano.org/

Articolo originale

Anne Morelli sur la guerre en Ukraine: « Il n’y pas de place pour des avis divergents »

Historienne et professeure à l’ULB, spécialiste de la critique historique appliquée aux médias, Anne Morelli a publié l’ouvrage de référence “Principes élémentaires de propagande de guerre“. Nous l’interrogeons sur la propagande de guerre appliquée au conflit ukrainien. Le rejet de la responsabilité sur l’autre partie que l’on peut apercevoir ces derniers jours dans les médias correspond à un des dix principes édictés dans son livre. Elle affirme que la diabolisation de l’adversaire, dont la parole est sans cesse décrédibilisée, ne permet pas de comprendre le conflit.

Nos médias donnent toute la responsabilité à Poutine. Pourquoi n’examinent-ils pas les conséquences des actions qui ont précédé dans le camp occidental, à savoir celles des États-Unis, de l’Europe et des dirigeants ukrainiens?

On est dans une situation où il n’y a pas de place pour les divergences. Je suis sidérée de voir à l’ULB des affiches « Sauver l’Ukraine », « Poutine assassin ! » et d’autres messages de ce type. C’est la première fois que je vois des étudiants se positionner comme ça dans un conflit militaire. Il faut souligner que l’Ukraine à des armes, et ces armes ne sont pas arrivées toutes seules. On arme l’Ukraine depuis 2014 et le gouvernement lance régulièrement ses armes contre les « indisciplinés » des territoires que l’on appelle « prorusses ».

Lorsqu’en Yougoslavie, des territoires comme la Croatie et le Kosovo ont fait sécession, on a applaudi. Les pays occidentaux les ont directement soutenus. Par exemple, l’Allemagne ou le Vatican ont tout de suite reconnu l’indépendance de la Croatie alors qu’on était occupé à dépecer un pays qui jusque-là était uni. Mais quand c’est l’inverse, comme c’est le cas ici avec notre ennemi qui soutient une autonomie, là on dit que c’est scandaleux. On a un deux poids deux mesures flagrant. Imaginez si demain les Basques, les Catalans ou les Flamands voulaient leur autonomie. Est-ce qu’on applaudirait ?

On ne comprend pas très bien ce qui a poussé la Russie à attaquer l’Ukraine, sauf à considérer que Poutine est un fou furieux qui veut dominer le monde. Une dépêche de l’AFP, reprise par de nombreux médias, évoque pourtant ce que Moscou reproche à Kiev: génocide au Donbass, présence de néonazis et prétentions atomiques de Zelensky… Mais l’AFP précise que ce sont des « accusations folles ». Vraiment? 

La diabolisation de l’ennemi, c’est un principe de base de la propagande de guerre, assez continu. Napoléon était fou. Le Kaiser, Saddam Hussein, Milosevic et Khadafi l’étaient aussi. Et Poutine est fou bien entendu. Nous, nous avons la chance d’avoir des dirigeants qui sont tous sains d’esprit tandis que de l’autre côté, ce sont tous des fous furieux. C’est élémentaire comme principe de propagande de guerre.

Pourtant, la question des néonazis est bien réelle. Le Bataillon Azov, ce n’est pas des enfants de choeur, ce sont des néo-nazis. Il faut aussi rappeler qu’une partie des Ukrainiens se sont solidarisés de l’Allemagne nazie. Il y a une partie de la population qui a combattu les nazis, mais une partie qui a soutenu le génocide des juifs et toutes les atrocités.

Quand Poutine dit « On va lutter contre les fascistes ukrainiens », la Russie sait de quoi elle parle. Là aussi, la propagande occidentale a fait oublier que c’est l’ex-URSS qui a le plus collaboré à la  défaite de l’Allemagne nazie. C’était tout à fait évident pour la population belge en 1945. Mais depuis, la propagande a fait ses effets à travers notamment les productions d’Hollywood, des films comme Il faut sauver le soldat Ryan et une multitude d’autres.

Comment développer un mouvement pacifiste dans ces conditions et quel rôle pouvons-nous jouer ?

C’est très difficile pour l’instant. Ça correspond au dixième principe, si on pose des questions au moment de la guerre c’est déjà aller trop loin. On vous considère pratiquement comme un agent de l’ennemi.

Si on demande « Est-ce que des gens du Donbass n’ont pas le droit, comme ceux du Kosovo, d’avoir leur indépendance? », on est suspecté d’être un agent de Poutine. Non, j’aime pas du tout Poutine. Mais j’ai pas envie d’une information qui est si partisane, pas envie d’une information qui est finalement celle de l’OTAN!

Que faire alors? J’ai été plusieurs fois invitée à des chaines de télévision et quand j’ai demandé de projeter la carte de 1989 en Europe pour montrer qui avance ses pions vers l’autre, curieusement on m’a dit que ce n’était finalement pas nécessaire que j’intervienne.

FONTE: https://www.investigaction.net/fr/anne-morelli-sur-la-guerre-en-ukraine-il-ny-pas-de-places-pour-des-avis-divergents/

Russia/Ukraina: La pace si raggiunge con più autonomia UE e bloccando l’allargamento della Nato.

Ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Ukraina può essere letto come segue; ma una premessa necessaria riguarda i principi e i riferimenti al diritto internazionale, ai quali è sempre bene riferirsi e che nessuno dei contendenti ha mai rispettato da decenni a questa parte, tanto meno i “civili” europei.

Non lo si è rispettato a partire dalla precedente guerra in Europa, quella in Jugoslavia, paese che è stato bombardato senza alcun ritegno né rimorso dalla Nato, con la partecipazione decisiva del Governo D’Alema, forse varato all’uopo, con ministro della Difesa Sergio Mattarella; con la partecipazione attiva e decisiva del Vaticano di Papa Wojtyla, della Germania e di tutto il resto, inaugurando la tragica stagione dei nazionalismi etnici e religiosi secondo uno schema già sperimentato nel mondo post coloniale in Africa dalle multinazionali americane e europee e proseguito con la creazione e il sostegno all’islamismo wahhabita prima in Afghanistan in funzione anti-sovietica, successivamente nei territori palestinesi occupati da Israele, nel confitto Irak-Iran tra sunniti e sciiti e nella successiva aggressione all’Irak, in Algeria, in Egitto, nel Caucaso, in Libia, in Siria.

Non lo si è rispettato neanche più recentemente con il riconoscimento Usa dell’annessione del grande Sahara occidentale da parte del Marocco e con le assurdità del Kosovo o del Montenegro, di nuovo nei Balcani.

Il principio dell’autodeterminazione da una parte e dell’integrità territoriale degli stati, dall’altra, sono stati usati e vengono usati a piacimento e senza alcuno scrupolo logico o morale. Di volta in volta il quinto potere mass-mediatico è tenuto a cancellare la memoria storica delle masse e a innestarvi il principio di diritto più utile al momento.

Questa è il letamaio, dal punto di vista dei principi, che abbiamo di fronte e rispetto a questa situazione bisognerebbe tener presente che la narrazione con cui ognuno ha a che fare nei rispettivi paesi è intrisa di propaganda, ipocrisie e falsità storiche.

Venendo al presente: sono più di sette anni che la Russia chiede di applicare gli accordi di Minsk seguiti alle vicende di Piazza Maidan e allo spostamento dell’asse di riferimento internazionale dell’Ukraina. Lo ha continuato a chiedere fino alle più recenti settimane. Nel frattempo i morti sul confine delle due repubbliche russofone sono state circa 22 mila e i profughi verso est centinaia di migliaia. L’accordo prevedeva una autonomia delle due repubbliche entro i confini ucraini analoga a quella di cui gode, in Italia, la provincia dell’Alto Adige. L’esercito ucraino ha continuato a presidiare quel confine con bombardamenti che in questi ultimi mesi di crisi, anziché ridursi si sono intensificati.

Parallelamente la richiesta di adesione alla Nato da parte dell’Ukraina e l’arrivo di armamenti sofisticati da Gran Bretagna e Usa hanno messo sotto ulteriore pressione la Russia, già da anni allarmata dall’avanzamento della Nato fino ai suoi confini, contrariamente a quanto 30 anni prima promesso dai vertici Usa all’atto della riunificazione tedesca.

La vicenda è più che calda da quando la Russia ha rioccupato la Crimea (essenzialmente per non perdere la sua base navale sul Mar Nero) e da allora i segnali di rischio di grave deterioramento delle relazioni tra Russia e occidente erano evidentissimi.

Cosa hanno fatto, in questo frattempo, la Nato e l’Europa rispetto a queste preoccupanti evidenze?

La Nato ha proseguito nella sua strategia di accerchiamento della Russia. L’Europa ha tentato di proseguire su una via di cooperazione economica avviata da tempo (il proseguimento della visione di Willy Brandt in epoca sovietica) ma è stata bloccata proprio nel 2014 con la rivolta colorata di Piazza Maidan e il sovvertimento del governo ukraino di allora: in quegli anni l’allora vicepresidente USA, Biden, piazzò al vertice della compagnia di gas dell’Ukraina (che controllava il gasdotto centrale proveniente dalla Russia che arrivava in Europa), il proprio figlio, Richard Hunter Biden.

Quanto ai rapporti russo-tedeschi, nel board della Gazprom (Consorzio per il gasdotto North Stream) già sedeva, l’ex cancelliere socialdemocratico tedesco, Gerhard Schröder. Gasdotto che era ed è tutto un programma: transazione diretta di energia, senza passare per Ukraina e altri paesi centro europei che, all’occorrenza, possono chiudere il rubinetto o pretendere maggiori royalties per i diritti di passaggio, cosa che l’Ukraina ha fatto con continuità programmatica.

Il North Stream è in nuce la possibilità di una cooperazione diretta EU-Russia, cioè l’aborrito scenario di cooperazione euro-asiatica che il segretario di stato Usa Brezinsky, tra gli ultimi a tornare sulla materia, definì come la cosa più pericolosa che potesse accadere per gli interessi globali USA.

L’ingresso, sotto la presidenza Obama, del giovane Richard Biden ai vertici della compagni ukraina, con annessa parallela rivoluzione colorata che ha annoverato diversi sostenitori anche italiani in missione a Kiev davanti a platee in buona parte composte di neo-nazisti locali, era la risposta americana a questa possibilità da evitare ad ogni costo. Gli eventi politici ukraini sono in perfetta sintonia con questi passaggi.

La tenzone inter-imperialistica tra potenze prevalentemente militari e finanziarie (Usa, Uk) contro potenze prevalentemente produttrici di manufatti industriali (Cina, sud est asiatico ed Europa) arriva al dunque: ciò che i primi debbono evitare è che si consolidi un asse cooperativo dei secondi tra loro e con i produttori di fonti di energia e di commodities (prodotti agricoli, risorse naturali di base, minerali, ecc.) senza passare per il dazio imposto dai detentori dei servizi di transazione, fisici o virtuali, che su questi servizi operano un drenaggio fondamentale alla loro perpetuazione.

Gli interessi tra questi modelli di capitalismo sono così divaricati e divaricanti che anche fenomeni politici come la Brexit e il resuscitare di obsolete compagini, come il Commonwealth, sono in buona parte ad essi riconducibili: gli interessi inglesi sono sensibilmente opposti a quelli dell’Europa continentale. Canada e Australia, due economie profondamente estrattive, sono storicamente legati a quelli angloamericani; la Russia che da questo punto di vista somiglia loro, è geograficamente e storicamente un paese euro-continentale.

Gli anglosassoni, nel rischio di un consolidamento di un asse euro-asiatico, debbono privilegiare le loro relazioni con i paesi est-europei minori ex satelliti dell’Unione Sovietica, per impedirne la realizzazione. Lo strumento soft (e utilmente ambivalente) di questa politica è stata l’adesione alla EU, ma quello vero che dà effettive garanzie è l’adesione alla Nato.

La subalternità euro-continentale agli Usa e l’incapacità di costruire una pratica di reale coesione interna europea, di cui abbiamo visto gli esiti anche con la tragica crisi greca e con quella italiana del 2011-2013, hanno costituito le altre variabili della questione: il mercantilismo tedesco, l’opportunismo francese, da questo punto di vista hanno delle grandi responsabilità. Purtroppo, la logica imperialistica non si applica solo ai primi della classe, ma anche ai secondi, come ha mostrato anche la tragica vicenda libica, da cui, però tutti gli attori iniziali di quella vicenda sono usciti sostanzialmente sconfitti. In modo analogo è andata in Siria.

Ora, ascoltare i proclami occidentali e il richiamo agli accordi di Minsk dalle potenze di second’ordine contro l’aggressione russa all’Ukraina, in pieno accordo con anglosassoni e vertici Nato, è abbastanza impressionante: significa che al momento non vi è alcuna chance di autonomia europea e che la sudditanza al complesso militare-finanziario, o la loro compenetrazione, è fortissima. Gli spazi di manovra limitati. Oltre questi spazi, un intero orizzonte, pieno di incognite, dovrebbe essere ridisegnato.

La Russia, come qualcuno ha detto, si gioca una partita temeraria, ma evidentemente anche loro percepiscono che, alla fine, il potere e la pressione militare è ciò che conta, almeno nel limitato spazio geografico e storico di sua pertinenza. E che, dal loro punto di vista, non vi sono alternative praticabili all’ordine globale e geo-strategico imposto dalla superpotenza atlantica.

Ma sottostante al confronto Nato-Russia, c’è quello tra Usa e nucleo storico Eu (Francia, Germania, Italia, ecc.), e la prospettiva di una sua maggiore, relativa, autonomia; per certi versi esso è molto più significativo, come probabilmente mostreranno gli effetti delle sanzioni e/o gli eventi prossimi venturi.

Anche per tutto ciò, le poche (e non è casuale) manifestazioni per la pace che si annunciano dovrebbero contemplare nel loro programma almeno il richiamo al consolidamento di un’Europa, certamente contro la guerra, ma anche di cooperazione verso est e verso sud. L’autonomia europea può darsi sono in questo quadro. E ciò è possibile solo a condizione di provare ad emanciparsi dalla Nato, o – eresia – di scioglierla. Mentre un obiettivo minimo alla portata di qualsiasi suo componente, ivi compresa l’Italia, è quello di opporsi al suo ulteriore allargamento. Negare quest’ultima possibilità, al netto di principi rivoltabili come calzini, vuol dire cercare la guerra, non la pace.

(Rodolfo Ricci)

DOPO COVID-19

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