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Draghi e il grande reset del capitalismo

di Domenico Moro

In una recente intervista Draghi si è definito un “socialista liberale”. A parte il fatto che non si capisce bene cosa sia un “socialista liberale”, che appare essere un ossimoro, Draghi non può essere definito socialista in alcun senso. Draghi è, comunque, una personalità importante nella storia degli ultimi trenta anni, durante i quali si è quasi sempre trovato in posizioni centrali nei momenti di svolta. Se volessimo definirlo potremmo dire che è “un agente strategico del capitale”, perché ha sempre operato in base alle esigenze generali dell’accumulazione capitalistica. In particolare, Draghi è interno alle logiche del capitale multinazionale atlantico e europeo. Del resto, è stato per molti anni ospite fisso delle riunioni del Gruppo Bilderberg, un think tank che riunisce annualmente alcuni tra i capitalisti e i politici più influenti delle due sponde dell’Atlantico, i Paesi dell’Europa occidentale e gli Stati Uniti.

Come ha recentemente ricordato nella sua autobiografia Franco Bernabè, per anni membro del comitato direttivo del Bilderberg e già amministratore delegato di Eni e Telecom Italia, Draghi svolse negli anni ’90 un ruolo decisivo, come direttore generale del Tesoro, nella privatizzazione di una parte notevole delle imprese di Stato. Dopo la sua permanenza al Tesoro, Draghi ha ricoperto ruoli centrali nel mondo della finanza internazionale. È stato prima dirigente della sede europea e poi membro dell’esecutivo della statunitense Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’affari del mondo, nei primi anni 2000. Successivamente ha ricoperto il ruolo di governatore della Banca d’Italia in un momento delicato, dopo le dimissioni di Fazio, favorendo i processi di concentrazione bancaria a livello nazionale. Anche la sua nomina a presidente della BCE avvenne in un momento delicato, nel 2011 durante la crisi dei debiti sovrani, quando, insieme a Trichet, presidente uscente della BCE, firmò la famosa lettera, in cui chiedeva all’Italia misure di austerity e che contribuì a determinare la caduta del governo Berlusconi. Draghi gestì la BCE in modo da difendere l’esistenza dell’Euro, facendo tutto il necessario (“Whatever it takes”1), a partire dal finanziamento dell’acquisto di titoli di stato da parte delle banche. Il terreno per la sua nomina a presidente del Consiglio è stato lungamente preparato, probabilmente da prima della fine del suo incarico alla BCE.

A questo hanno contribuito due suoi interventi, ai quali è stato dato molto risalto sui mass media. Il primo è un articolo comparso sul Financial Times, organo del capitale finanziario internazionale, in cui, paragonando la pandemia a una guerra, ha giustificato l’aumento dei debiti pubblici come necessario alla fase storica, imprimendo una apparente svolta a U rispetto alla disciplina di bilancio praticata precedentemente. Il secondo intervento è stato tenuto all’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, un influente think tank che raduna i principali banchieri mondiali, nel quale Draghi ha dichiarato che il mondo si trova sul bordo di una scogliera e che lo Stato deve entrare direttamente nelle imprese, trasformando le garanzie pubbliche ai prestiti in partecipazioni statali al capitale. Anche in questo sembrerebbe di assistere a una svolta a U rispetto al Draghi privatizzatore. Ma è solo una apparenza, perché le mosse di Draghi sono sempre coerenti e ispirate al principio che bisogna cambiare alcune cose perché nulla cambi, in perfetto stile gattopardesco. Draghi, in questo senso, è una delle “menti” più brillanti del capitale internazionale, capace di modificare la sua azione, per venire incontro alle esigenze di sopravvivenza del capitale privato. Infatti, la sua linea di condotta, per quanto soggetta a brusche svolte, mantiene sempre la medesima direzione. Lo stesso è avvenuto con la sua nomina a presidente del Consiglio. Nel suo discorso di nomina ha tenuto a precisare che tutto quello che il governo farà sotto la sua direzione sarà rigorosamente all’interno di una doppia e, per l’Italia, tradizionale cornice: l’appartenenza alla Nato e l’appartenenza all’area Euro.

Questo, però, non vuol dire che Draghi sia una specie di commissario europeo dell’Italia. Draghi è espressione e garanzia degli interessi del grande capitale italiano, ed è stato, infatti, fortemente voluto dalla Confindustria.

Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, sui vaccini Draghi non ha lesinato le critiche all’Europa e ha messo in atto un piano per produrre i vaccini in Italia entro l’anno in corso. Inoltre, Draghi ha ribadito, nell’ultima riunione dei capi di governo della Ue, la necessità di emettere titoli di debito europei, cioè di dare vita a un debito pubblico europeo, andando contro le posizioni della Germania e di altri Stati europei.

Il PEPP, il debito pubblico e la competizione inter-imperialistica

Il Quantitative Easing (QE) cui Draghi diede vita è servito, attraverso gli acquisti di titoli di Stato, non soltanto a ridurre i tassi d’interesse sui titoli di Stato italiani e di altri Paesi cosiddetti periferici, ma anche a ridurre i tassi d’interesse dei Paesi cosiddetti centrali, come la Germania, contribuendo a portarli in area negativa. Questo perché gli acquisti di titoli di Stato sono avvenuti secondo la chiave capitale, cioè in proporzione alla quota di capitale detenuto dai rispettivi Paesi nel capitale della BCE. Quindi, anche la Germania e i Paesi cosiddetti “virtuosi” hanno tratto giovamento dalle politiche della BCE. Tuttavia, all’interno della Germania ci sono posizioni diverse sulle politiche espansive della BCE. In particolare la Corte costituzionale tedesca ha chiesto dei chiarimenti alla BCE per aver agito in modo non proporzionale, cioè per essere andata oltre il mandato di mantenere l’inflazione al 2%, facendo politica economica e ignorando gli effetti redistributivi delle sue decisioni. In pratica la Corte tedesca vuole impedire le politiche monetarie non convenzionali, che sono le uniche che possono avere qualche possibilità di successo. Tra queste politiche c’è il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP) il programma varato nei primi mesi della pandemia dalla BCE e aumentato fino a raggiungere la cifra di 1.850 miliardi, che ha permesso acquisti di titoli di Stato senza tenere conto della chiave capitale2, favorendo Paesi come l’Italia e la Spagna. Come ha detto Draghi nella ormai famosa intervista al Financial Times, che, non a caso, ha preceduto la decisione di sospendere i vincoli al debito e al deficit previsti dai Trattati, bisogna lasciare che i debiti pubblici aumentino, perché altrimenti l’economia europea da sola, cioè senza un massiccio aiuto pubblico, non ce la farà. Dunque, in questa fase più o meno tutti sono allineati su una certa politica espansiva. Le spinte rigoriste riemergeranno se e quando l’economia si riprenderà, cosa per la quale ci vorrà un tempo non certo breve. Questo, però, non vuol dire che non ci sia una competizione tra capitali europei e tra il capitale europeo e altri capitali a livello mondiale. La crisi enfatizza la competizione e la concorrenza tra frazioni di capitale e, di conseguenza, tra i rispettivi Stati che le sostengono. Non è un caso se un po’ tutti gli Stati europei abbiano rafforzato ed esteso la possibilità di intervenire in caso di acquisizioni o di partecipazioni in imprese considerate strategiche da parte di imprese estere. L’Italia, in particolare, ha esteso la regola del Golden Power anche alle acquisizioni operate da imprese appartenenti a Stati europei. Per quanto riguarda gli interessi delle classi popolari l’acuirsi dello scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico non può che essere negativo, perché il costo dell’intervento dello Stato e dell’aumento della competizione verrà fatto pagare proprio ai lavoratori. Del resto, l’erogazione dei fondi del Recovery Plan europeo verrà effettuata in base all’implementazione delle contro-riforme, tra le quali quelle delle pensioni e del mercato del lavoro.

Il grande reset

I Paesi a capitalismo avanzato si caratterizzano per una sovraccumulazione di capitale assoluta, cioè per un eccesso di investimenti in rapporto alla profittabilità, che determina il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto. Da questa situazione derivano le crisi che si sono succedute ripetutamente dal 2001 ad oggi, compresa la crisi dei mutui subprime del 2007-2009 e quella dei debiti sovrani del 2011-2012. Anche la crisi del Covid-19, che è la crisi di gran lunga più profonda dagli anni ’30, in realtà si è verificata quando l’economia mondiale e quella europea stavano già imboccando una fase di declino. Da questo punto di vista il Covid-19 rappresenta una occasione preziosa per il capitale nel suo complesso. Infatti, da una parte il Covid-19 permette allo Stato di intervenire a sostegno del capitale con l’erogazione di una massiccia liquidità. Nella UE il Covid-19 ha rappresentato anche la possibilità di sospendere i vincoli alla spesa pubblica contenuti nei trattati. Dall’altra parte, il Covid-19 permette di eliminare una parte del capitale in eccesso, mediante il fallimento delle imprese meno competitive. Non a caso Draghi, nel corso dell’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, ha affermato che gli aiuti pubblici vanno dati alle imprese sane e non alle imprese decotte, da lui definite come “imprese-zombie”. Quindi, il Covid-19 faciliterà la centralizzazione del capitale, un fenomeno che serve a contrastare la caduta del saggio di profitto. In pratica, secondo il Gruppo dei Trenta, le politiche statali dovranno favorire “una certa quantità di distruzione creatrice”, per usare la ben nota espressione di Schumpeter. Infatti, grazie al Covid-19, in primo luogo attraverso i fondi del Recovery Plan, verrà dato un forte impulso ai nuovi settori dell’economia, quelli legati alla digitalizzazione dell’economia e alla transizione ecologica. Nel Piano di ripresa e resilienza (PNRR) di tutti i Paesi la transizione ecologica e la digitalizzazione dell’economia e della società rappresentano le due “missioni” più importanti. Nella bozza del PNRR italiano, presentata dal governo Conte, su Rivoluzione verde e transizione ecologica sono allocati 66,6 miliardi, pari al 31,7% del totale, e su Digitalizzazione, innovazione, competitività e turismo 45,4 miliardi, pari al 21,6% del totale. In questo modo i capitali verranno spostati dai settori maturi, dove la sovraccumulazione è maggiore, verso settori dove non c’è sovraccumulazione e il saggio di profitto è più alto. Ma la trasformazione interesserà anche i settori tradizionali; pensiamo, ad esempio, all’impulso che riceveranno il settore automobilistico con la transizione verso la mobilità elettrica e il settore ferroviario con l’estensione della rete ad alta velocità. L’auto elettrica, la mobilità sostenibile, e la digitalizzazione dell’economia sono nuovi vettori dello sviluppo capitalistico come in altre fasi della storia del suo sviluppo lo sono stati altri prodotti “guida” come le ferrovie nel XIX secolo e l’automobile nel XX secolo.

In sintesi, il Covid-19 rappresenta una grossa occasione di riavvio del meccanismo inceppato dell’accumulazione di capitale e nello stesso tempo un incentivo, da un lato, al rafforzamento degli oligopoli e monopoli già esistenti e, dall’altro lato, alla formazione di nuovi oligopoli e monopoli in nuovi settori. Per questa ragione sarà decisivo determinare a chi andranno i fondi pubblici. La nomina di Draghi a Presidente del Consiglio è una garanzia che i fondi pubblici andranno in direzione del grande capitale monopolistico e multinazionale. È l’ennesima riprova, qualora ce ne fosse bisogno, che il capitale non può sopravvivere né tantomeno espandersi senza l’aiuto dello Stato, a dispetto di tutte le chiacchiere sul libero mercato.

Nello stesso tempo bisogna rendersi conto che il capitalismo, anche grazie al Covid-19, sta mutando le sue forme nel tentativo di adattarsi agli sviluppi della sua crisi strutturale, a partire dal rapporto con la forza lavoro. Studiare le specificità delle nuove forme che il capitalismo si appresta ad assumere è un compito fondamentale delle forze antagonistiche al capitale stesso. Tra le modificazioni di questa fase c’è anche una revisione del ruolo dello Stato. La vulgata neoliberista contemplava il ritiro dello Stato dall’economia. In realtà, un completo ritiro non c’è mai stato, nel senso che era sempre lo Stato a definire il perimetro e le regole entro cui agiva il libero mercato. Oggi, tuttavia, assistiamo a un cambio di rotta significativo, con lo Stato che entra direttamente nell’economia e nelle imprese e con la dimensione nazionale dello Stato che sembra riprendere uno spazio maggiore pur all’interno del contesto di globalizzazione dell’economia, come prova anche una certa tendenza verso l’accorciamento delle catene globali del valore3 e la reinternalizzazione di alcune produzioni. Quello che non cambia è che l’ingresso dello Stato nell’economia, come già fu per la sua “uscita”, è a favore del privato, essendo lo Stato, in una determinata formazione economico-sociale, espressione concentrata, per quanto mediata, del potere della classe economicamente dominante. Sintetizzando, possiamo dire che non è possibile alcun reset dell’economia che non sia strettamente legato all’intervento dello Stato.


1 https://it.wikipedia.org/wiki/Whatever_it_takes_(Mario_Draghi)

2 La chiave capitale prevede acquisti di titoli di stato delle varie nazioni in proporzione al loro peso nel capitale della BCE. Quindi la BCE secondo la chiave capitale deve acquistare più titoli della Germania e, a seguire, della Francia e dell’Italia.

3 Le catene globali del valore rappresentano l’articolazione internazionale della produzione secondo una divisione in cui le diverse parti di un determinato bene vengono prodotte in Paesi diversi per poi essere assemblate insieme. Il covid-19 ha messo in crisi le catene del valore interrompendo la produzione e, con essa, il flusso di materie prime e semilavorati tra i vari punti dove sono dislocate le singole fasi della produzione. In questo modo si sono determinati colli di bottiglia che impediscono la produzione del prodotto finito. Ad esempio, oggi la produzione di auto è messa in difficoltà dalla carenza di microchip, la cui produzione è insufficiente anche a causa dell’aumento di domanda del mercato (soprattutto quello dei pc) dovuta anche alla pandemia.

FONTE: https://www.lordinenuovo.it/2021/04/06/draghi-e-il-grande-reset-del-capitalismo/

PASSIONE ’21. Un film di Marco Perri

Lasciamo parlare le antiche parole, scorrere le immagini…

“il film è un adattamento moderno della Passione di Cristo. Una visione laica di uno dei temi più caratterizzanti della nostra cultura occidentale, da Caravaggio a Pasolini, da Bach a Mozart tutti si sono cimentati col tema della passione di Cristo. Nel nostro limite abbiamo provato a confrontarci con questo tema.” La regia è di MARCO PERRI che ha lavorato con Noemi Serrao, Simone Petracca, Francesco Rizzo e Cristian Morello e altri attori reclutati, on the road, da Neptune Spears (https://www.neptunespears.net/).

Girato sulle sabbie bianche nell’orizzonte di Stromboli e delle Eolie, dentro la Pandemia.

Marco Perri, cineasta calabrese di stanza a Bruxelles (come tanti altri normali talenti della nuova emigrazione), si è cimentato con le allucinazioni pandemiche fin dall’inizio degli eventi, tra lock down a ripetizione e rientri obbligati o forse anelati, nella sua Calabria, dalle parti Capo Vaticano. I suoi ultimi lavori dedicati all’umano (dentro la virulenza) e girati nelle piazze e nelle strade del Belgio, possono essere visti su: https://vimeo.com/neptunespears

Vale la pena chiedersi, dentro lo schiamazzo generale intorno alla Next Generation EU, se l’immaginario e le capacità di giovani artisti come Marco Perri meriteranno di trovare uno spazio: non solo per loro, ma per ciò che rappresentano, in questo caso per la Calabria e il Meridione in generale. Le immagini che vedrete possono essere girate solo lì, e solo con gli occhi dei figli di queste terre.

Buona visione!

(Rodolfo Ricci)

“PASSIONE ’21”

Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”. Continua a leggere

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

Memoria/Paolo Cinanni: “L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE” (Gennaio 1980)

L’EMIGRAZIONE NELLA NUOVA STRATEGIA DEL CAPITALE

Col passaggio dalla meccanizzazione all’automazione del processo produttivo muta il carattere dell’emigrazione. La battaglia per la conquista dei diritti.

di Paolo Cinanni

 

Nel corso della storia dell’umanità, il fenomeno migratorio rappresenta sempre un fattore di progresso per i paesi d’immigrazione, che si adegua man mano alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive.

Dalla primitiva emigrazione coloniale, si passa alle ferme caratteristiche dell’emigrazione operaia più recente, sino ai nostri giorni, in cui l’immigrazione viene man mano adeguandosi al nuovo processo di decentramento produttivo, assumendo anch’essa forme nuove.

La primitiva emigrazione di coloni era diretta verso paesi e regioni scarsamente popolate, per la messa in coltura di nuove terre e per la trasformazione progressiva delle colture estensive in colture intensive specializzate, con la promozione di un nuovo mercato, che crea le premesse medesime per lo sviluppo dei primi processi d’industrializzazione.

A cominciare dal Nord-America, negli ultimi decenni del secolo scorso, la primitiva immigrazione viene perciò stesso trasformandosi: grandi masse di forza-lavoro, e fra queste i lavoratori immigrati, vengono concentrati nei grandi agglomerati urbani ove si sviluppa la grande produzione industriale. L’immigrato si trasforma, quindi, da contadino in operaio, concorrendo – col suo contributo aggiuntivo di lavoro produttivo – allo sviluppo accelerato dell’economia del paese ospite, fornendo al capitale stesso un supervalore crescente, che ne accelera la riproduzione e l’espansione del suo potere sui mercati mondiali.

Questa supremazia economica e finanziaria del capitale dei paesi industrializzati sui mercati mondiali si trasforma presto in potere politico e dominio imperialistico sugli altri paesi del mondo. Continua a leggere

Draghi al volante: il pilota automatico è in riparazione

di Gianni Giovannelli

Dopo la caduta di Giuseppe Conte si sono scatenate violente risse fra i diversi gruppi parlamentari rendendo quasi impossibile la formazione di un nuovo governo. Per ripristinare l’ordine, munito di bastone e di carota, è arrivato il capo-banca

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Il 7 marzo 2013, a conclusione della seduta del consiglio BCE, durante la consueta conferenza stampa nella sala di EuroTower, Mario Draghi ebbe a commentare i risultati delle elezioni appena svolte in Italia, senza alcuna maggioranza certa. Il 5 agosto 2011, a quattro mani con il suo predecessore Trichet, il nuovo presidente aveva indirizzato al presidente del consiglio Silvio Berlusconi una lettera segreta per imporre non solo profonde modifiche della legislazione giuslavoristica italiana ma anche l’inserimento nella Carta Costituzionale del principio di pareggio del bilancio, minacciando in ipotesi di diniego la cancellazione degli aiuti economici europei. Come noto tutti i partiti si erano piegati, approvando in tempo record, quasi all’unanimità e senza referendum confermativi, la norma che impediva qualsiasi investimento pubblico futuro, ove questo determinasse un incremento del passivo.

Il pilota automatico

Dopo aver così constatato la fragilità del ceto politico italiano Mario Draghi non esitò ad affermare, con voce pacata ma con  insolente sicurezza, che le elezioni impressionano solo i partiti e i giornalisti, non i mercati; dunque si dichiarò certo che l’Italia avrebbe proseguito il cammino di riforme tracciato dalla BCE, a prescindere da chi avrebbe costituito la compagine governativa. A decidere la via dell’esecutivo in formazione, quale che fosse, era infatti, ormai, un pilota automatico: non ci potevano essere ostacoli o deviazioni. Bisogna riconoscere che l’immagine del pilota automatico rendeva (rende) perfettamente l’idea di quelli che erano (sono) i rapporti di forza e gli equilibri di potere; in ogni caso la successione degli eventi gli diede perfettamente ragione.

Fra il 2013 e il 2018, infatti, le due Camere smantellarono l’intera architettura dei diritti conquistati dai lavoratori, a prezzo di durissime lotte, nel secolo scorso; l’opera iniziata dalla coppia Monti-Fornero (su richiesta della BCE guidata da Draghi) proseguì con Matteo Renzi. Il pacchetto di Decreti Legislativi (il c.d. Jobs Act) autorizzati a larga maggioranza parlamentare ebbero il pieno consenso dell’attuale gruppo interno alla componente di sinistra L&U, ovvero Articolo 1 di Bersani/Speranza, e perfino il voto dell’icona Mario Tronti. Solo la severa sconfitta del Partito Democratico al referendum costituzionale (dicembre 2016) determinò una scomposizione del quadro politico, una crisi delle alleanze acuita dalla contestuale crescita di consensi per la componente sovranista (di destra: Meloni e Salvini). Ma il pilota automatico (in piena funzione pure nel curioso mosaico del governo Gentiloni) continuava ad assicurare il mantenimento della rotta. Nel quinquennio 2013-2018 Mario Draghi, saldo al vertice della BCE, fu il vero indiscusso artefice di un formidabile consolidamento delle privatizzazioni, in particolare nei settori chiave della telefonia, dell’energia, delle banche, delle assicurazioni; in un breve volgere di tempo è radicalmente mutato il sistema-paese.

Mario Draghi

Draghi nacque a Roma nel 1947, durante il IV governo De Gasperi, e questo pare già un segno del destino; per ottenere i fondi del Piano Marshall i comunisti erano stati necessariamente collocati per la prima volta all’opposizione, pur restando costruttivi e partecipi. Il padre, Carlo, era entrato in Banca d’Italia nel 1922, legandosi a Donato Menichella, l’uomo che diresse l’IRI fra il 1936 e il 1944 e poi la Banca d’Italia nel 1946, su indicazione di Luigi Einaudi. Terminato il liceo dei gesuiti romani (il prestigioso Massimiliano Massimo)  e conseguita la laurea alla Sapienza, Draghi, già nel 1971, fu ammesso al Massachussets Institute of Technology su segnalazione (nientemeno!) di Modigliani; nel 1981, a 34 anni, era già ordinario all’Università di Firenze (cattedra di economia e politica monetaria). Goria, ministro del tesoro, lo fece suo consigliere già nel 1983 e questo fu il primo passo in politica di questo giovane ambizioso e brillante, direttore esecutivo della Banca Mondiale fra il 1984 e il 1990. Per nulla al mondo un uomo simile si sarebbe tenuto lontano dalle stanze del governo; anzi! Fra il 1991 e il 2001, quale direttore generale del Ministero del Tesoro (e indifferente al cambio dei ministri temporaneamente in carica) fu il grande regista della prima vasta opera di privatizzazione delle compagnie di stato. La rivoluzionaria normativa in materia di intermediazione finanziaria fu varata in base ad una legge delega, a mezzo di un decreto legislativo, n. 58/1998; dal nome di chi aveva redatto il testo si chiama legge Draghi. Proprio per la lunga esperienza acquisita dentro il ministero e dentro il palazzo della politica fu chiamato in Goldman Sachs, con una funzione apicale, curando in particolare i derivati. Ci rimase per quasi quattro anni, nell’ultimo biennio quale membro del Comitato Esecutivo. Nel 2016 è poi arrivato Barroso, sempre dall’Unione Europea. Poiché era stata proprio Goldman Sachs a riempire la Grecia dei prodotti derivati che causarono il tracollo di quel paese scoppiarono accese polemiche, con accuse di conflitto d’interesse; ma il professor Draghi chiarì – con calma e con garbo – di essere estraneo a quel cattivo affare, la Grecia lo aveva fatto nel 2011,dunque  prima del suo arrivo. E accettò, dopo lo scandalo detto Bancopoli, la proposta di Silvio Berlusconi sostituendo Fazio al vertice della Banca d’Italia, nel dicembre 2005. L’investimento in Goldman Sachs fu affidato al fondo cieco Serena insieme al resto del patrimonio mobiliare; e possiamo naturalmente essere certi che da allora Mario Draghi non ne abbia saputo più nulla, salvo un periodico esame dei riepiloghi inviati dai funzionari del blind trust.  Il resto è storia recente: dal novembre 2011 fino alla scadenza del mandato nel 2019 rimase al vertice della BCE, per poi recarsi in Umbria. L’unico in famiglia a occuparsi di derivati è Giacomo, suo figlio, prima in Morgan Stanley e ora con Hedge LMR (ex trader di UBS). La cronaca giornalistica ci riferisce che da molti mesi il banchiere vive appartato in un borgo umbro, Città della Pieve, con la moglie e un cane bracco ungherese (si chiamerà Orban?), dedito all’ozio e alla lettura; per rispetto non si accenna a quel che mangia e a quanto beve, ma lo presentano come uno sfaccendato a riposo.

Il cambio di passo

La realtà è tuttavia un’altra. Mario Draghi è il vicepresidente del Gruppo dei Trenta (G30), l’organismo creato nel 1978 per iniziativa di Geoffrey Bell, presidente onorario ancora oggi, con il finanziamento della Fondazione Rockfeller. I membri – non più di 30 complessivamente – vengono dai più diversi paesi e rappresentano i diversi possibili punti di vista del moderno capitalismo finanziarizzato e tecnologico; sono economisti, governatori delle banche centrali, ministri del tesoro, una pattuglia scelta incaricata di predisporre consigli a tutti i governi del mondo per mezzo di periodici rapporti. Ne fanno parte Jean Claude Trichet (il vecchio socio della lettera segreta), il neo ministro del tesoro americano Janet Yellen, il governatore cinese della Banca del Popolo Yi Gang, lo spagnolo Caruana, l’israeliano Frenkel, e così via. Incaricato dal G30 di procedere alla redazione del rapporto ai governi del mondo sul rapporto economia/pandemia è stato assegnato proprio al nostro sfaccendato banchiere, insieme a Raguram Raiaw; fu presentato in conferenza stampa il 16 dicembre 2020, quando ormai la crisi di governo faceva capolino. E se incaricò naturalmente, in assenza del fido bracco ungherese rimasto a Pieve della Città, il nostro nuovo presidente del consiglio. Con lui c’erano Victoria Ivashina (proveniente dal Kazakistan, ma ormai brillantemente insediata ad Harward) e Douglas Elliot, entrambi in piena sintonia. Proprio a riposo non doveva essere.

Il rapporto è di grande interesse, pur se ignorato dai commentatori italiani, i quali preferivano occuparsi di questioni più alla loro portata, come il colore degli abiti della sindacalista Bellanova o il disagio del dissidente Di Battista, riducendo le ragioni della crisi alle grottesche liti di cortile fra le bande di maggioranza e minoranza.

Draghi e Raiaw  riprendono, rielaborandoli e adeguandoli alla fase, alcuni spunti di Joseph Schumpeter sul c.d. modello dinamico, a fronte di un oggettivo mutamento delle modalità organizzative del complessivo processo di produzione e profitto. La gigantesca trasformazione originata dalla spinta di continue innovazioni è entrata in contatto con le conseguenze legate alla pandemia; i giuristi potrebbero ricondurre il corona virus nell’ambito del danno evento , contemporaneamente causa ed effetto, senza necessità di ulteriori dimostrazioni. Certamente vi è stata una sinergia che ha moltiplicato geometricamente sia le perdite sia i profitti, le ricchezze e le povertà. Quasi rifacendosi al nostro Christian Marazzi il G30 sembra evocare una sorta di comunismo del capitale per rimediare, almeno nell’immediatezza, alle crepe dell’attuale meccanismo, e assicurare continuità in questo passaggio.

Il flusso delle merci immateriali impone un cambio di passo, qui e ora, al nuovo capitalismo; la pandemia ha evidenziato come l’ipotesi di una sostituzione graduale del vecchio assetto sia ormai insufficiente. Nel 2011 la scelta era stata quella di utilizzare l’austerità e il pareggio di bilancio per smantellare l’impianto tradizionale di welfare  laburista-popolare in tutti gli stati dell’Unione Europea, di far pagare il costo della crisi finanziaria ai lavoratori stabilizzati, di agevolare, imponendolo, l’introduzione di una condizione precaria generalizzata perché più adeguata alle esigenze di profitto. Dunque si diede corso al taglio di personale pubblico, alla privatizzazione dell’istruzione e della sanità, al contenimento della spesa; il pareggio di bilancio, invocato da strutture statali in deficit istituzionale permanente, costituiva una manovra tutta politica di attacco funzionale al processo di sussunzione da realizzare nella fase di transizione. Nel 2020, dopo il susseguirsi di crepe e di crisi, cambia il programma; si torna all’utilizzo dell’indebitamento per investire, per sanare i guasti, per consolidare il cambiamento e tenere fermi i nuovi rapporti di forza conseguiti dal capitale durante lo scontro sociale in atto.

In forme diverse, negli ultimi anni, si è sviluppata una scomposizione del quadro politico tradizionale, una ripartizione del consenso elettorale così variegata da rendere difficile qualsiasi sintesi, anche per i troppo frequenti cambi di sentiment in territori regionalizzati e quasi atomizzati. Il prepotente ingresso sulla scena di movimenti nazionalisti, di componenti apertamente reazionarie e xenofobe, perfino di violenti scontri motivati con richiami alla religione, tutto ciò ha creato qualche intoppo nel funzionamento del pilota automatico; nei singoli stati la risoluzione delle difficoltà ha richiesto una certa dose di creatività, diversificandosi in Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, Polonia, Italia (fra le esperienze indubbiamente più fantasiose, come di consueto siamo un laboratorio). La pandemia ha acuito i problemi; non ci si può stupire che nella cabina di regia non si siano limitati alla strategia di contenimento, ma abbiano deciso di usarla. Seize the opportunity! Specie dopo aver deliberato la spesa, l’investimento allo scoperto di cassa, la scelta di un deficit.

La distruzione creatrice. Il progetto del Group of Thirty

Rielaborando Schumpeter il rapporto stilato da Mario Draghi e presentato il 16 dicembre 2020 si fonda su una vera e propria distruzione creativa, capace di calarsi nella fase attuale di crisi e trasformazione per costruire un nuovo diverso equilibrio con i fondi stanziati. In questa situazione a ben poco servono elezioni; tanto la soluzione sarebbe la stessa a prescindere dall’esito. Il povero Tsipras vinse ampiamente il suo referendum, ma gli servì a nulla; le condizioni non erano trattabili, o le accettava o lo facevano quadrato. Si arrese a Mario Draghi inteso come male minore.

Il progetto di distruzione creativa non prevede affatto di conservare o ripristinare il precedente status quo ante. Le attuali regole sono assai chiare, come ebbe ad esporre l’attuale direttore del Tesoro Alessandro Rivera: i fondi vanno a chi possa presentare un fatturato pregresso di almeno 50 milioni, non sia in stato di oggettiva decozione, intenda investire almeno 100 milioni in un tempo preciso. L’ingresso della parte pubblica gioca un ruolo primario, a garanzia delle banche, con il fine di preservarle dai rischi connessi ai finanziamenti andati a vuoto; quindi (ma è cosa diversa dalla vecchia IRI di Beneduce e Menichella) lo Stato entra direttamente in partita per controllare  il complessivo meccanismo. Con buona pace dei nostalgici legati alla manifattura il progetto Draghi (e del G30) non teme affatto il rischio di un incremento della disoccupazione; si lascia anzi intendere che non si debbano sprecare risorse per il salvataggio di imprese che non appaiano capaci di assicurare la loro sopravvivenza al termine della pandemia. La distruzione riguarda proprio loro, senza alcun senso di colpa e senza ripensamenti. L’idea forza sta nel ritenere che solo procedendo in questa maniera potranno emergere nuove possibilità di accesso al lavoro e al reddito (Draghi è persona garbata, non lo chiama accesso allo sfruttamento). E’ questa una concezione di taglio palesemente sviluppista che vede le nuove tecnologie (digitalizzazione) e la trasformazione ecologica (il tema ambientale) tutte piegate alle esigenze del nuovo capitalismo finanziario e informatico. Dentro questo schema non si consuma solo il tradizionale conflitto fra operai e capitale ma prevede anche una inevitabile resa dei conti all’interno delle strutture d’impresa.

Il governo di unità nazionale

Pandemia e inadeguatezza del ceto politico rendono necessario il tagliando e il pilota automatico è momentaneamente in officina per interventi di manutenzione. Nelle more il suo inventore, Mario Draghi, si è messo al volante per evitare incidenti di percorso. Persona decisa, ma al tempo stesso prudente, ha accettato l’incarico solo dopo aver ottenuto l’adesione di quasi tutto lo schieramento politico, da destra a sinistra, con la sola opposizione, naturalmente serena e costruttiva, della ex-fascista Giorgia Meloni, che così garantisce il contraddittorio e la dialettica parlamentare.

Dopo Ciampi, Dini e Monti la Banca d’Italia si incarica di mandare i suoi funzionari al governo di unità nazionale. Questa volta ci siamo risparmiati le lacrime comuniste che avevano accompagnato il voto di fiducia a Dini, il ministro Speranza (pure lui laureato alla LUISS peraltro) è rimasto al suo posto senza necessità di un pianto dirotto. Siamo ben oltre la maggioranza Ursula, aveva ragione la cattolica Victoria Ivashina (Pontifical Catholic of Perù prima di Harward) nel ritenere che Mario Draghi avrebbe portato a termine la missione, tenendo incollate tutte le forze litigiose delle due camere. Giustizia e lavoro si caratterizzano per nomine sostanzialmente interlocutorie. Orlando è stato ministro durante il Jobs Act, ma varò anche le norme penali sul caporalato; è certo più gradito a Confindustria della Catalfo, ma non è neppure totalmente un forcaiolo. Cartabia è una cattolica un po’ bacchettona (non si è mai rassegnata all’introduzione dell’aborto) ma non è priva di sensibilità sociale. Scuola e ricerca sembrano procedere con cautela, senza scossoni probabilmente, a giudicare dai prescelti. Il ritmo del nuovo esecutivo appare chiaro guardando le nomine legate alla spesa: Colao, Franco, Giovannini, Garofoli, Cingolani sono una squadra di tecnocrati guardinghi e collaudati, in piena sintonia con il rapporto del G30 e con lo stile di Draghi. I politici, siano essi leghisti pentastellati o democratici, si adegueranno, accontentandosi di una percentuale, esattamente come se fosse ancora in funzione il pilota automatico. E i giornalisti come Fubini o Buccini eviteranno accuratamente di misurarsi sul tema spinoso delle imprese da finanziare o abbattere, limitandosi come sempre a dissertare di spread, di Mes, di nulla, scrivendo qualsiasi cosa purché a pagamento. Il bracco ungherese può passeggiare tranquillo nel parco privato di Pieve della Città.

 

 

FONTE: http://effimera.org/draghi-al-volante-il-pilota-automatico-e-in-riparazione-di-gianni-giovannelli/

MARIO DRAGHI, IL CACCIATORE DI ZOMBIE

IL COVID LASCERÀ 60-100 MILIARDI DI CREDITI DETERIORATI DI AZIENDE CLASSIFICATE COME UNLIKELY TO PAY.

di Roberto Musacchio

Ristrutturare le imprese dopo il Covid. che ha agito da moltiplicatore per le zombie firms. Aziende tecnicamente fallite, ma tenute in piedi dagli aiuti dello Stato. Mario Draghi ne parla in una relazione per i big della finanza. Che fa luce sulle sue possibili strategie future. Continua a leggere

TOMASO MONTANARI: Ti piace il presidente Draghi?»: «No. Non mi piace»

di Tomaso Montanari

Si può ritenere che la gestione della crisi sia stata, a tratti, opaca? Per esempio, nel colpo di scena (evidentemente non tale per tutti) per cui le Camere in nessun caso sarebbero state sciolte? Si può dissentire, anche radicalmente, dal Presidente della Repubblica, sostenendo che la scelta di Draghi sia non già un balsamo, ma invece un serio vulnus, per la nostra democrazia? Si può mettere in dubbio lo status messianico del Presidente del consiglio incaricato, ricordando che la sua intera carriera e il suo operato pendono dalla parte di chi ha reso il nostro mondo ciò che è (e cioè mostruosamente ingiusto, e diseguale), e non dalla parte di chi ha provato a migliorarlo? Si può auspicare, infine, che qualcuno, in Parlamento, abbia sufficiente autonomia politica e morale per «disobbedire al presidente Mattarella» (magari per non governare coi fascisti), questa inimmaginabile condotta da reprobi? Continua a leggere

Un governo che non ci rappresenta

di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

Mentre scriviamo non conosciamo l’esito della crisi. Possiamo comunque fare alcune considerazioni. Ignorando l’articolo 94 della Costituzione, si sono provocate le dimissioni di un governo che aveva ricevuto la fiducia delle Camere. Merito del cinico disegno politico di Renzi d’Arabia, che aveva l’obiettivo – fin qui raggiunto – di rompere l’alleanza Pd-5 Stelle-Leu per consegnare la gestione del Recovery Plan alla destra, o comunque a un governo più prono ai desiderata di Confindustria e della finanza internazionale.

Il presidente della Repubblica ha incaricato Mario Draghi, sulla cui investitura era in corso da mesi una ben congegnata campagna mediatica. Il governo “che non debba identificarsi con alcuna formula politica” richiama a tutti noi l’esperienza ben nota del governo Monti. Per tutti i lavoratori il governo Monti è stato quello della controriforma Fornero. Sono ancora sanguinanti le dolorose ferite lasciate da quella infausta stagione tra lavoratori e pensionati, e nello stesso rapporto di fiducia non solo verso i partiti ma anche verso il sindacato.

In una democrazia parlamentare non esiste un governo “tecnico”. I governi sono sempre politici, votati in Parlamento. Qualsiasi governo interviene con scelte politiche, economiche e sociali che hanno un indirizzo e fanno riferimento a determinati interessi.

A noi spetta il dovere di mantenere forte la nostra autonomia con un costante richiamo alle nostre proposte, elaborazioni strategiche, piattaforme, e alle nostre scelte congressuali. Ma soprattutto alla nostra idea di società e di futuro, al bisogno di radicale discontinuità dal passato. Di richiamarci costantemente agli interessi di parte che rappresentiamo, e ai bisogni e diritti del mondo del lavoro.

Ci sottraiamo al coro assordante del “viva re Draghi”,“salvatore della patria”. Un coro ideologico e ipocrita che sovrasta e omologa tutto e tutti, e che abbiamo già conosciuto in passato con Ciampi, Dini e Monti. Abbiamo una sana diffidenza, anche perché non dimentichiamo che Draghi, tra l’altro, è stato fra i padri ideologici della stagione delle privatizzazioni, un convinto liberista e uomo designato dalla grande finanza internazionale.

Tutti i governi guidati da “tecnici” – dal governatore Ciampi con le politiche fallimentari dei redditi e gli accordi di concertazione, a Dini fino a Monti – si sono rivelati governi che hanno favorito il capitale, l’impresa e il profitto. Il mondo del lavoro, i ceti meno abbienti, le donne e i giovani, con i governi di “unità nazionale”, “del presidente” o dei cosiddetti “tecnici”, hanno sempre pagato le crisi economiche e politiche di questo Paese.

Siamo in una crisi di sistema e della rappresentanza, e non possiamo permetterci di alimentarla con un governo che non dovrebbe identificarsi “con alcuna formula politica”. I partiti, il Parlamento, le istituzioni rappresentative sarebbero svuotate e la politica, già poco rappresentativa e lontana dal paese vivo e reale, darebbe spazio nel sentire comune all’idea fallace che per uscire dalla crisi ci vuole un governo “dei tecnici”, guidato da un uomo forte.

Noi non la pensiamo così. Non ci arrendiamo al presente. Saranno il Parlamento e le forze politiche a decidere. Ma il sindacato non può dare carta bianca a nessuno. Siamo consapevoli che il ricorso alle urne potrebbe essere un salto nel buio, ma il voto è un diritto costituzionale del popolo sovrano, da esercitare quando non si trovano le possibili soluzioni politiche.

E’ bene ricordare alle forze politiche progressiste e di sinistra che il loro futuro – e il loro consenso, anche elettorale – si gioca oggi dentro a questa crisi, su chi la pagherà, su come se ne uscirà e se saranno fatti quegli interventi radicali che segnino il cambiamento necessario al Paese, al mondo del lavoro e dei pensionati.

Il futuro governo si aprirà a destra, parlerà con più attenzione ai poteri forti del Paese, Confindustria in testa, e guarderà ai bisogni del mercato, agli interessi della grande e piccola finanza, muovendosi nel solco liberista. Dobbiamo mantenere la nostra autonomia, e mobilitarci per quanto abbiamo definito e convenuto con le lavoratrici, i lavoratori e i pensionati.

Avevamo già avvertito, facili profeti, che nella situazione data un nuovo governo sarebbe stato in ogni caso un governo spostato a destra. Ancora una volta, alla crisi politica del Paese, una classe dirigente che si identifica negli interessi dei capitalisti e della finanza vuole rispondere con una politica che ignora – se non come pretesto – i drammi di milioni di cittadini poveri (5 milioni) o impoveriti (8 milioni); la paura per il futuro di centinaia di migliaia di lavoratori che rischiano il posto di lavoro; il dramma quotidiano di chi si arrabatta tra lavoro nero e precarietà. Mentre incombe ancora un’epidemia che non si riesce a tenere sotto controllo e a sconfiggere, e stenta a decollare la campagna di vaccinazione.

Come con Monti, si individua in un “tecnico” del sistema finanziario il garante non dei diritti ma della stabilità. Invece di ricostruire un sistema pensionistico solidale e che guardi ai giovani e ai discontinui, si abolirebbe “quota 100” senza istituire un equo sistema di pensionamento flessibile; invece di riformare ed estendere il reddito di cittadinanza, costruire un sistema universale di ammortizzatori sociali e ridare vigore al collocamento pubblico, si cercherebbe di ridurne la portata e di lasciare mano libera alle imprese, come puntualmente preteso da Confindustria. Invece di una patrimoniale si vorranno tagliare indistintamente tasse e contributi, tornando alla logica di meno Stato e più mercato.

La Cgil si troverà dinanzi a un governo con il quale sarà più difficile ottenere quanto indicato nelle nostre piattaforme: la necessità assoluta di discontinuità e cambiamento. Purtroppo le sorti del governo non sono nelle mani del movimento operaio. Non ci sono in Parlamento forze politiche che mettano al centro della loro politica gli interessi materiali, il punto di vista, le aspirazioni sociali di quanti vivono del proprio lavoro. E’ il prodotto, grave, della crisi di quella che fu la sinistra italiana con i suoi partiti di massa.

Il sindacato confederale, con il suo radicamento sociale, il peso organizzativo, il suo apparato di migliaia di funzionari nelle strutture sindacali e nei servizi, la rete di decine di migliaia di delegati, è tutto ciò che resta di vivo e operante di quella storia. L’unico modo di stare dentro la crisi della politica, per la Cgil, è di tenersi forte la propria autonomia, rifuggendo dal richiamo – avanzato da più parti – a nuovi patti “sociali” o concertativi. Tutt’altro della conquista del necessario confronto per imporre che il Piano di ripresa e resilienza contenga obiettivi chiari e verificabili di nuova occupazione, stabile e di qualità, prima di tutto grazie all’intervento diretto pubblico nei settori strategici, nella riconversione ecologica, e nella pubblica amministrazione.

Proroga del blocco dei licenziamenti e degli sfratti, ammortizzatori universali, contratti di lavoro, riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, nel quadro delineato dal Piano del Lavoro e dalla Carta dei Diritti, da tempo proposti dalla Cgil, sono i terreni su cui la nostra confederazione deve misurare qualsiasi governo, mettendo subito in campo – nonostante le difficoltà dovute alla pandemia – i necessari livelli di mobilitazione e conflitto.

Saremo giudicati – come sempre – per la nostra capacità e coerenza nel rappresentare i bisogni e i diritti di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, giovani precari e in cerca di lavoro. Con il senso di responsabilità di un sindacato generale che guarda al bene comune a partire dalle persone che rappresenta, che sono l’asse portante della democrazia e del benessere del Paese.

 

Italia primo paese europeo a ratificare la Convenzione Ilo su eliminazione di violenza e molestie sul lavoro

di Silvana Cappuccio

Finalmente è tolleranza zero verso violenza e molestie di genere al lavoro: l’Italia è il primo paese europeo ad avere ratificato la Convenzione 190 dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro, adottata a Ginevra nel 2019 in occasione del centenario dell’Organizzazione.

Il testo si può ben definire di portata storica: contiene ed esplicita principi e diritti che in tutte le realtà del mondo sono quotidianamente ignorati o messi in discussione, se non calpestati, in contesti di ordinaria indifferenza.

Le norme, fortemente volute dal sindacato internazionale e dai sindacati italiani, contengono molti elementi di qualità, primo tra tutti il riconoscimento del diritto al luogo di lavoro libero da violenza e molestie, incluse quelle di genere, come diritto umano, che in quanto tale riguarda tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dal loro status contrattuale. Include coloro che sono in formazione, tirocinanti, apprendisti, licenziati, alla ricerca di lavoro e anche i datori di lavoro.

La copertura universale della Convenzione è fondamentale, se solo si pensa che la violenza di genere rimane una delle violazioni dei diritti umani vergognosamente più tollerate nel mondo del lavoro. Secondo le statistiche Onu, il 35% delle donne – 818 milioni di donne a livello globale – di età superiore ai 15 anni ha subito violenza sessuale o fisica a casa, nelle comunità o sul posto di lavoro. In Italia, il 31,5 % secondo i dati Istat.

La definizione di violenza e molestie è stata oggetto di lunghe e difficilissime discussioni a Ginevra tra rappresentanze di imprese, sindacati e governi, prima che si raggiungesse l’intesa. Si trattava di esprimere in maniera chiara comportamenti che spesso nella realtà sono subdoli e si avvalgono di opache ambiguità nei rapporti di potere. Alla fine, il compromesso si è raggiunto su “un insieme di pratiche e di comportamenti inaccettabili, o la minaccia di porli in essere, sia in un’unica occasione, sia ripetutamente, che si prefiggano, causino o possano comportare un danno fisico, psicologico, sessuale o economico, incluse la violenza e le molestie di genere”.

L’espressione “violenza e molestie di genere” indica la violenza e le molestie nei confronti di persone in ragione del loro sesso o genere, o che colpiscano in modo sproporzionato persone di un sesso o genere specifico, ivi comprese le molestie sessuali. Sono molestie anche quei comportamenti che, indipendentemente dalla finalità, comunque violino la dignità della persona, siano dannosi per la salute o creino un ambiente di lavoro ostile.

Le norme sono formulate con chiarezza e coprono un ambito di applicazione tanto ampio quanto ben definito. La Convenzione, infatti, si applica alla violenza e alle molestie che si verifichino in occasione di lavoro, in connessione con il lavoro o che scaturiscano dal lavoro, più esattamente: nel posto di lavoro, inclusi gli spazi pubblici e privati se questi costituiscano luogo di lavoro; in luoghi in cui si riceve la retribuzione, in luoghi destinati alla pausa o alla pausa pranzo, oppure nei luoghi di utilizzo di servizi igienico-sanitari o negli spogliatoi; durante gli spostamenti o i viaggi di lavoro, formazione, eventi o attività sociali correlate con il lavoro; a seguito di comunicazioni di lavoro, anche quelle rese possibili dalle tecnologie dell’informazione; all’interno di alloggi messi a disposizione dai datori di lavoro; durante gli spostamenti da e per il luogo di lavoro.

La violenza domestica, la forma di violenza più diffusa e difficile da eliminare, ha innegabili ripercussioni sul lavoro e la salute; per questo tutte le istituzioni del mondo del lavoro devono adoperarsi per identificare, reagire e intervenire sulle sue conseguenze.

Tre le traiettorie da seguire per l’attuazione della legge. La prima è data da prevenzione e protezione, per tutelare le persone nei settori, professioni, modalità di lavoro in cui risultino maggiormente esposte. Si affiancano specifici meccanismi di ricorso e risarcimento adeguati ed efficaci, anche con l’accesso a sistemi di risoluzione delle controversie e di denuncia, dotati di funzioni sanzionatorie, garantendo il diritto di abbandonare il lavoro quando questo costituisca un pericolo serio e imminente alla vita, alla salute o alla sicurezza. Essenziale, poi, intervenire con la sensibilizzazione, attraverso processi mirati di informazione e formazione dappertutto, dalle aziende alle scuole ai diversi canali social. La legge di ratifica conclude l’iter parlamentare, adesso è il momento dell’attuazione delle norme. Fase tanto necessaria quanto complessa, oggi più che mai. La pandemia ha aumentato violenza, molestie e ricatti contro le donne in tutte le aree del mondo. Occorre battersi affinché tutti i Paesi adottino le leggi nazionali, ratificando la Convenzione. Mentre i governi affrontano gli impatti della crisi sanitaria globale, non possiamo permettere che la fine della violenza e delle molestie scivoli in fondo alla lista delle loro priorità.

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Ruolo pubblico, energie rinnovabili, economia circolare

di Maurizio Brotini

La crisi di governo non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica, e un nuovo ruolo pubblico nell’economia.

La crisi di governo – mentre scriviamo non ne conosciamo ancora sviluppi ed esiti – non deve mettere in secondo piano questioni cruciali come la transizione energetica e un nuovo, rinnovato ruolo pubblico nell’economia, a partire dai servizi pubblici locali, i monopoli naturali, e le reti e infrastrutture come le autostrade, per arrivare alla fibra digitale.

I monopoli naturali privatizzati favoriscono le rendite parassitarie, oltre a non essere messi al servizio degli interessi generali, come ogni manuale di macroeconomia mainstream recita.

La transizione energetica – con il superamento delle energie fossili a favore delle rinnovabili – è una necessità sul piano ambientale e uno stimolo alle aziende, in gran parte a partecipazione pubblica, che insistono sul settore a investire anche nel nostro Paese in energia rinnovabile.

Destinare – oggi – troppe risorse ad investimenti sul gas pregiudica oggettivamente la possibilità di una reale ed effettiva decarbonizzazione, così come il ricorso all’idrogeno blu anziché verde è una contraddizione in termini. Il piano energetico europeo non è adeguato alla crisi climatica, il piano italiano è ancor più arretrato, e c’è chi propone e sostiene che bisognerebbe rallentare nella transizione, perché il nostro sistema non sarebbe “pronto”. Sarà pronto se verrà spronato, non se detterà i tempi ed i modi della transizione.

La causa del cattivo stato di quella che è comunque la seconda (forse la terza) potenza industriale e manifatturiera europea non risiede in primo luogo nel costo dell’energia, ma nel peso della rendita immobiliare e finanziaria, e nell’abbandono di politiche industriali a favore di una terziarizzazione povera nei settori del turismo, della ristorazione e del commercio. Dalla svendita del patrimonio industriale delle partecipazioni statali, dall’apologia del Mercato contro lo Stato.

Non bisogna essere accomodanti sui tempi proposti in maniera allungata dai settori energivori, ma spingere per costringere all’innovazione non solo di processo ma soprattutto di prodotto. Lo sosteneva già lo stesso Palmiro Togliatti nel suo “Ceti medi ed Emilia rossa” che è il conflitto il motore dello sviluppo.

Occorre dunque ri-orientare le produzioni non alle sole esportazioni ma a favore del mercato interno, ampliarlo attraverso la crescita del perimetro pubblico che garantisce competenze tecnico-gestionali e stabilizza i consumi, assieme alla rivalutazione delle pensioni ed aumenti salariali. Contestualmente a ricreare lo spazio per politiche industriali autocentrante occorre sviluppare la presenza dello Stato e del sistema delle autonomie locali nei settori strategici, a partire dai servizi pubblici locali. E’ inaccettabile e in contrasto con politiche economiche keynesian-programmatorie l’ulteriore ampliamento del ruolo delle quotazioni in borsa di questi ultimi, sul modello delle esistenti multiutility, oltre al mancato rispetto dell’esito del referendum sulla ripubblicizzazione del servizio idrico.

Gli investimenti in energie rinnovabili, dunque, non sono in contrasto con un sistema industriale e manifatturiero di qualità, anzi. Sono intrecciate nella costruzione di un ormai non più rinviabile modello di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. E per evitare che il conflitto capitale-lavoro-ambiente si scarichi tutto sul fattore lavoro, è necessario prevedere un super ammortizzatore sociale per la transizione green.

Bisogna poi come Cgil cogliere e stare dentro lo spirito del tempo, che vede le questioni ambientali, per la pesantezza della crisi climatica, al centro della discussione pubblica e terreno di feconda mobilitazione delle giovani generazioni. Oltre che questioni più complessive di ridisegno del quadro politico che questa crisi di governo ci consegnerà, bisogna tenere ben dritta la barra come Cgil con la necessità di risposte nette e radicali che il quadro sociale e ambientale impone.

Siamo chiamati ad una nuova stagione dove misurare autonomia dal quadro politico, radicalità inclusiva della proposta e necessità di mobilitazione. Al netto delle necessarie ed opportune accortezze, al commissariamento della politica che è sotteso alla discussione sul possibile governo “dei migliori” non può accompagnarsi una fase di rassegnata apatia sociale. Mai come oggi radicalità delle proposte, a partire dalle scelte di politica energetica e di una riconversione circolare e green dell’economia, deve andare di pari passo con il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti.

 

 

 

FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/

Matilde e le suore cabriniane di Matiguàs (Nicaragua)

di Marco Consolo

Non avevo idea che quel viaggio avrebbe cambiato la mia vita, per sempre. Correva l’anno 1983, avevo 25 anni. Conoscevo qualcosa dell’Europa, percorsa in lungo e largo con l’autostop e i viaggi in Vespa. Ma il salto del otro lado del charco mi avrebbe aperto un continente e la sua storia. La tragedia e l’allegria del tentativo di riscatto sociale di milioni di esseri umani, che iniziavo a conoscere.

Io venivo dal movimento studentesco, poi dai collettivi di quartiere, dalla cosiddetta sinistra extra-parlamentare italiana. Ero un giovane comunista eterodosso. Nonostante tutto un “mangia-preti”, come scherzosamente ci si chiamava. In quanto a religione cattolica, a Roma conoscevamo l’opulenza vaticana, la contraddizione tra il verbo e l’azione ed eravamo molto critici verso le gerarchie ed i loro dogmi di fede. Certo, anche in Italia avevamo avuto la nostra “teologia della liberazione”, l’esperienza dei “preti operai”, dei “preti di periferia”, di gruppi come “Cristiani per il socialismo” che, proprio a Roma, avevano un loro punto di riferimento importante nella Basilica di San Paolo. Alcuni dei giovani (e meno giovani) con cui militavo venivano da quell’esperienza, ma non era il mio caso. Avevo passato la mia infanzia como “chirichetto”, ma mi ero allontanato dalla parrocchia e dalla Chiesa cattolica a 13 anni, quando avevo iniziato a frequentare il movimento studentesco e le periferie povere della città.

Certo, di America Latina mi occupavo da un po’. Ho ancora vivo il ricordo della folla immensa e silenziosa di uno sciopero degli studenti a Roma, il giorno del golpe di Pinochet in Cile. Era il 1973, un altro 11 settembre. E poi l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il dimenticato Perù, le tante facce degli esiliati che iniziai a frequentare. Un’umanità che è stata una scuola per molti, per curiosità intellettuale, passione politica e condivisione. Ma, come dicono in America Latina, “no es lo mismo verla venir, que hablar con ella….” .

Pochi anni dopo, il 19 luglio 1979 la guerriglia sandinista entrava a Managua, capitale del Nicaragua, rovesciando la sanguinaria dittatura della dinastia dei Somoza. Via via che il processo rivoluzionario si approfondiva, aumentavano le contraddizioni con i latifondisti e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Da subito, il Nicaragua si trasformò nel terreno di sanguinosa sperimentazione della nuova modalità della “guerra di bassa intensità” della Casabianca: embargo economico, accerchiamento diplomatico, guerra dell’informazione, aggressione militare, violenza e distruzione ne sono stati gli ingredienti.

A Roma entrai in contatto, quasi naturalmente, con l’Associazione Italia-Nicaragua (AIN) e da subito iniziai a dare una mano. L’AIN appoggiava la Rivoluzione Popolare Sandinista con solidarietà politica, con informazione su quello che accadeva nel Paese, con progetti di sviluppo e l’invio di aiuti materiali, con Brigate di lavoro composte da persone che volontariamente dedicavano il loro tempo e le loro vacanze per aiutare il popolo nicaraguense in maniera disinteressata.

Si parte…

Inicio - ARA Tours Nicaragua

E cosi nel dicembre del 1983, presi un volo per Managua. Atterrato, trovai una città senza centro, piena di rovine, fantasma di una città distrutta dal terremoto del ‘72 e dalla guerra di liberazione fino alla vittoria del 19 de Julio del ‘79.

Mi accolse una casa di un compagno nicaraguense che era stato in Italia.

Nella casa viveva anche una religiosa francese che lavorava nel Ministero della Riforma Agraria. La suora era stata compagna di Lèoni Duquet e Alice Dumond, due suore desaparecidas durante la dittatura militare in Argentina. Si chiamava Ivonne Pierrot, ed era dovuta  andare in esilio per salvare la pelle, travestita da nonnina su una sedia a rotelle. Molti anni dopo è tornata nel suo Paese, insieme alla democrazia. Mi hanno detto che era poi tornata in Argentina, nella provincia di Misiones, dando vita ad un ostello-rifugio in cui ha accolto i poveri e gli indigenti ed in cui ha fondato anche una scuola. Ivonne era (e sono certo che ancora lo è) una persona squisita e collaborava attivamente e con il massimo impegno, con il “processo sandinista”. Ci ha lasciati nel 2017.

Fu il primo impatto diretto con una suora “speciale”, lontana dai cliché che avevo conosciuto in Italia, quello dei religiosi abituati alla comoda vita dei nostri Paesi occidentali.

Con lei, girammo il Paese: mi fece conoscere las bananeras y algodoneras de Chinandega, las haciendas ganaderas di Rivas, tutte passate ad essere “Area de Propriedad del Pueblo” , come si chiamavano le aziende statali. E poi un giorno la suorina ci portò al Nord, al confine con l’Honduras, in piena zona di guerra.

Dopo ore di jeep e di strade di fango arrivammo a una finca, “La sorpresa”, tra i  cafetales che si estendevano a vista d’occhio del Nord di  Jinotega. Quella sera, in piena montagna, ricordo un “acto de solidaridad”  con i palestinesi, con la presenza di molti contadini della zona, sul piazzale dell’hacienda. Era il Nicaragua di quegli anni. Mi colpì molto, come los cafetales in fiore, uno spettacolo di rara bellezza.

Cafetales florecidos: fotografía de Café Hacienda Horizontes, Marsella - Tripadvisor

Dopo qualche settimana di andirivieni, di notti insonni per il caldo del tropico, di racconti, di orrore e di speranza (che a tratti mi parve quasi ingenua), avevo deciso che sarei tornato a vivere in Nicaragua, a echarle el hombro al proyecto, per “aiutare” ed imparare.

E così ho fatto, con l’entusiasmo e la ragione. Di ritorno in Italia, lavorai duramente un anno, come pittore edile,  “pintor de brocha gorda”, per mettere insieme qualche dollaro per i primi mesi, per non pesare sul Paese, trovare lavoro ed una sistemazione.

E alla fine di quell’anno ripresi l’aereo per il Nicaragua, questa volta con un biglietto di sola andata. Non avevo limiti di tempo, pensavo rimanere qualche mese, forse un anno. Non immaginavo che ci sarei rimasto 5 anni che avrebbero cambiato per sempre la mia vita.

Entre cristianismo y revoluciòn no hay contraddiciòn!! o…..

Sin la participaciòn de la mujer no hay revoluciòn!!

Così dicevano due slogan molto in voga. E non avrei mai pensato di viverlo così da vicino, dal di dentro.

Sono passati quasi 40 anni, ma quei ricordi sono indelebili.

En todos los tiempos - BARRICADA
Foto: Barricada

Managua, come città, non mi è mai piaciuta. E dopo qualche giorno dal mio arrivo, decisi che la capitale non faceva per me. Scalpitavo per andarmene.

Con amici della cooperazione italiana conobbi un loro progetto a Matiguás, nel Nord del Nicaragua, Dipartimento di Matagalpa. Era una zona difficile, di frontiera, e la cooperazione internazionale non operava con personale straniero, per i pericoli della guerra. Ma io non ero un cooperante, ero un giovane internazionalista, “comprometido” che aveva voglia di capire, di conoscere, di imparare, di crescere. Ero abbastanza curioso e volevo vivere da vicino la realtà rurale, e feci una scelta di cui non mi sono mai pentito.

Dopo pochi giorni ero arrampicato su un vecchio bus strapieno, tra galline e maialini diretto al Nord, verso questo paesino che sarebbe stata la mia prima “scuola rivoluzionaria”.

Matiguás sta in una pianura, en las primeras estribaciones de la cordillera dariense. Era un paesino di meno di 5000 abitanti. In quegli anni era zona peligrosa, di guerra, ma questo non bastò a fermarmi.

Sceso dal bus, chiesi indicazioni su come arrivare alla casa de “las monjas del pueblo”. La casa delle Misioneras del Sagrado Corazòn de Jesus, stava davanti al loro “Colegio”, un Istituto Tecnico a vocazione Agraria. Bussai alla porta e mi aprì Matilde, la hermana mayor della piccola comunità delle “cabriniane”. Non avevo lettere di presentazione, credenziali, né la raccomandazione di qualche gerarchia ecclesiastica. Nulla che, in qualche modo, mi accreditasse.

Ricordo ancora la faccia incredula di Matilde, di fronte a questo ragazzo, con una specie di zaino in spalla, che un po’ impacciato, in uno scarso spagnolo, cercava di spiegarle che aveva deciso di venire a dare una mano. All’inizio mi guardò seria, un po’ stupita da questa apparizione. Gli spiegai le mie intenzioni e dopo qualche minuto sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Non so ancora se per lei rappresentassi un segnale della provvidenza divina. Di certo, con generosità, mi aprì da subito le porte della loro casa, cosa che mi lasciò a bocca aperta. Fu così che da giovane “mangia-preti”, iniziai a convivere con 3 suore che mi avevano aperto la loro casa, il loro cuore ed offerto un tetto.

Las cabrinianas de Matiguas eran monjas comprometidas, Rivoluzionarie fino al midollo. C’era Ana Jilma, una giovane guatemalteca, Nieves, una spagnola con un carattere allegro, e Matilde, un’argentina più anziana, ma non per questo meno “comprometida” con el proceso revolucionario. Era la madre superiora. Col tempo scoprì che Matilde faceva Giovagnoli di cognome, ed era naturalmente di origini italiane. Le tre sorelle lavoravano a stretto contatto con il Frente Sandinista della zona. I compagni venivano spesso a trovarle e a consultarle, per avere il loro punto di vista.

Matilde era la Directora del Colegio, e il motore della piccola comunità religiosa. Ana Gilma insegnava. Nieves lavorava nel piccolo Centro di Salute dove, tra gli altri, arrivavano i feriti e i morti della guerra e delle imboscate della “contra”.

Tre donne coraggiose, che mi hanno insegnato molto: il rispetto reciproco, il coraggio, la dedizione, la perseveranza, la comunanza di valori. Lavoravano senza risparmiarsi a fianco della popolazione.

Terra, salute, istruzione, una alimentazione sana per tutti. La rivoluzione sandinista era coerente con la loro scelta di fede. Come si sa, tre ministri del governo sandinista erano preti cattolici, nei dicasteri di Esteri, Cultura, Educazione, sacerdoti che avevano disobbedito al Papa accettando cariche politiche. Entre cristianismo y revolucion no hay contraddicion. L’ho toccato con mano per quasi un anno. Ho sentito e capito in quei momenti che c’era una mistica, per me laica, per loro religiosa, che ci accomunava.

ENTRE CRISTIANISMO Y REVOLUCIÓN NO HAY CONTRADICCIÓN – PORTAL PUEBLO!
Gaspar Garcìa Laviana, sacerdote guerrigliero caduto in combattimento nelle file del FSLN

La solidaridad es la ternura de los pueblos

Matilde e le altre sorelle mi ospitarono per mesi a casa loro. Poi chiesi di poter vivere nel retrobottega della scuola, dato che non volevo pesare su di loro. Matilde capì e diede il suo visto bueno.

Anche con il sostegno dell’Associazione Italia-Nicaragua di Roma e Brescia, nella loro scuola costruimmo un piccolo ostello per una ventina di ragazzi, figli dei contadini che venivano a studiare nell’ Istituto Agrario. Con l’aiuto di brigate di canadesi, spagnoli, italiani, qualche tedesco. Nessuno veniva da comunità religiose, ma tutti collaboravano con entusiasmo. Piccone, zappa, martelli, chiodi, muratori improvvisati, sotto la guida di un giovane nica, Toño, che aveva qualche esperienza in più. Nel fango fino alle ginocchia, a scavare, a costruire il sogno, a fare rivoluzione con i sacchi di cemento caldo sulle spalle e il cibo scarso.

Matilde coordinava, spronava, cercava appoggi e faceva l’impossibile perché il progetto avanzasse.

Io, forse per la prima volta in vita mia,  passai molti mesi in silenzio. Chiedevo e ascoltavo, cercando di interpretare nuovi codici, segnali, griglie di lettura. Empapandome de aquello. Gli occhiali decisamente cambiati per leggere una realtà che iniziavo lentamente a decifrare.

Devo molto a Matilde, alle molte sere in cui parlavamo per ore, a scuola, per strada, nel patio della casa, sotto alberi di mango e avocado. Matilde mi raccontava del ruolo della congregazione, a Managua, a Diriamba, dell’insurrezione del luglio ’79 e delle atrocità del dittatore Somoza. Di quando aveva conosciuto l’Italia, Roma, la mia città, con cui aveva un rapporto contraddittorio.

E una volta che andai a Roma a cercare fondi per il progetto della scuola, mi affidò una lettera per la Madre Superiora della Congregazione, che andai a trovare a Via Cortina d’Ampezzo. In quella lettera, (mi immagino) Matilde raccontava il ruolo che la Congregazione stava avendo a favore delle trasformazioni sociali, contro gli attacchi della parte più conservatrice della gerarchia ecclesiastica che non vedeva di buon occhio l’opzione per i poveri incarnata dal lavoro missionario, come testimonianza di fede cristiana. La visita in Nicaragua di Papa Wojtyla era stata un cattivo segnale per la “Iglesia de los pobres” che aveva scelto di stare a fianco della rivoluzione.

Ricordo l’entusiasmo di Matilde, la sua speranza nel cambiamento del Paese di cui quelle suore erano parte attiva, i suoi dubbi e le sue critiche quando i sandinisti commettevano errori, la sua fina ironia che non lasciava mai spazio al pessimismo.

Ricordo le despedidas delle brigate di lavoro della solidarietà, con i piccoli regali che le suore decidevano di consegnare, come un souvenir, un piccolo ossequio e una maniera semplice di ringraziare per l’appoggio ricevuto e di lasciare nel cuore di ognuno quell’esperienza. Ana Gilma si incaricava di prepararli, con l’aiuto e la supervisione di Matilde. Sembravano quasi bambine, sorridevano, con il piacere della sorpresa che stavano preparando.

Ana Gilma al lavoro….

La solidarietà internazionale stava realizzando un sogno che era anche il loro, per far studiare i figli dei contadini poveri, gli stessi che in molti casi formavano le cooperative agricole. Quelle cooperative che anche a Matiguás erano in prima fila, fatte dai migliori quadri contadini e braccianti senza terra che ha avuto la rivoluzione sandinista. Erano i primi a cadere sotto gli attacchi e le imboscate della “contra”, difendendo con le armi la terra che la rivoluzione gli aveva assegnato con un titolo di proprietà, per la prima volta nella loro vita.  Matilde era al loro fianco, con le parole e con le azioni. Non ne ha mai dubitato e spingeva i ragazzi a studiare, a prepararsi per un futuro migliore.

Matilde al centro, i ragazzi a sinistra e chi scrive alla lavagna…

A Matiguás, viveva da qualche anno anche un altro italiano, Tonino, un agronomo. Era un compagno che veniva dalla Campania se non ricordo male. Aveva viaggiato e vissuto in Europa, ma dopo “el triunfo” si era trasferito in Nicaragua, a Matiguás.  Sposato con una donna nicaraguense, con due figli, aveva un carattere burbero, ma era un uomo onesto ed impegnato. Un comunista, di poche chiacchiere. Come la sua terra, fatta di fatica. Anche lui frequentava la “casa de las monjas” e diventammo amici. Condivideva sogni e speranze con Matilde e le altre sorelle. Qualche tempo dopo, purtroppo Tonino morì in un incidente automobilistico tornando da Managua. Fu un duro colpo per tutti e per Matilde in particolare che gli voleva molto bene.

Il dolore ci accompagnava, inesorabile. Il prezzo da pagare per conquistare il diritto al futuro era alto. La guerra ce lo ricordava ogni giorno, con gli attacchi contro i contadini e le imboscate in montagna. Matilde ne soffriva e i suoi occhi si riempivano di lacrime quando purtroppo ci confidavamo a voce bassa le cattive notizie.

La ricordo come una donna pragmatica, profondamente umana, con una energia fuori dal comune, non si fermava mai, era uno stimolo per tutti. Lei, nata argentina, sentiva in carne propria il dolore e l’allegria del popolo nicaraguense.

Un giorno venne a trovarci Peter Marchetti, un teologo gesuita nordamericano molto rispettato, che collaborava con il governo sandinista nella riforma agraria e nello sviluppo rurale. Per le “cabriniane” (e anche per me) era un giorno speciale. Matilde era emozionata, preparò succhi di frutta e per l’occasione importante comparve anche qualche biscotto, introvabili in tempi di guerra, scarsezza e bloqueo. Rimanemmo ore a parlare con Marchetti.  Matilde ascoltava, chiedeva opinioni, curiosa come sempre, cercava conferme della sua fede religiosa e della sua scelta a favore dell’opzione per i poveri.

E anche quella volta, a fine serata, ricordando Gianni Bosio, mi sono detto: “anche oggi siamo stati all’università”.

Da allora sono passati molti anni, ma ancora oggi sono profondamente grato a Matilde e alle religiose cabriniane per avermi insegnato molto, senza mai chiedere niente a cambio. Un grazie sincero per avermi aiutato nel difficile compito di costruire coscienza e di non perdere la memoria.

Nota: Un estratto di questo ricordo à stato pubblicato in una edizione speciale di un libro dedicato a Matilde realizzato dalla congregazione “Misioneras del Sagrado corazàn de Jesùs” in occasione del suo 90° compleanno.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/matilde-e-le-suore-cabriniane-di-matiguas-nicaragua/

Sull’arrivo di Mario Draghi: “Lo Stato come leva competitiva del capitale nella crisi”

 

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di Domenico Moro

Ogni crisi è occasione per il capitale di ristrutturarsi. Questo vale a maggior ragione per la crisi odierna, che è la più profonda dal ’29 e imporrà cambiamenti che vanno studiati, dal punto di vista del lavoro salariato, per capire come si trasformerà il modo di produzione capitalistico e, di conseguenza, il terreno di lotta fra le classi.

In questo senso è interessante quanto emerge dall’ultimo rapporto del Gruppo dei Trenta (G30), un think tank, fondato su iniziativa della Rockefeller Foundation nel 1978, che fornisce consulenze sui temi di economia internazionale e monetaria[1]. Il G30 è formato da accademici e banchieri o ex banchieri provenienti dalle più importanti banche centrali mondiali. Tra di essi ci sono Mario Draghi, che fa parte del comitato direttivo, e Jean Claude Trichet, ex presidenti della Bce, Janet Yellen, ex presidente della banca centrale Usa, la Fed, ed ora ministro del Tesoro designato da Biden, Raghuram Rajan, ex governatore della Banca centrale dell’India, Yi Gang, governatore della Banca centrale cinese, ed economisti di fama mondiale come Kenneth Rogoff, Paul Krugman, e Laurence Summers.

La situazione economica attuale è descritta dal G30 in modo catastrofico: le economie mondiali si stanno avvicinando “al bordo di una scogliera”. Durante la presentazione del rapporto Draghi ha affermato che “Stiamo entrando in un’era nella quale saranno necessarie scelte che potrebbero cambiare profondamente le economie”. La domanda più importante è: “Chi dovrà decidere quali compagnie dovranno essere aiutate?”

La risposta del G30 si basa sulla consapevolezza che la crisi determina l’esistenza di “masse di imprese zombie”, che sopravvivono a stento. La scarsità delle risorse disponibili, anche a causa dell’aumentato debito pubblico, rendono necessario un approccio strategico selettivo per scegliere chi è meritevole di essere salvato e chi no.

Tocca, quindi, ai governi varare delle politiche adeguate, ma, il rapporto del G30 è molto chiaro in proposito, non tutte le imprese vanno salvate. Occorre scegliere quelle che saranno redditizie dopo la pandemia, ponendo particolare attenzione alle imprese medio-piccole che hanno minore potere contrattuale verso i governi ma che sono importanti sul piano  produttivo.

In sintesi, secondo il G30, lo Stato deve intervenire solo in presenza di fallimenti del mercato. Inoltre, il G30 consiglia interventi misti pubblici-privati, perché solo le banche e gli investitori “hanno l’expertise per valutare la redditività delle aziende e sicuramente subiscono minori pressioni politiche”. In altre parole è il privato a dover decidere, perché, a differenza del potere pubblico, non deve rispondere a elettori che sono anche lavoratori e (potenziali) disoccupati.

La durata della pandemia, sempre secondo il G30, spinge ad abbandonare il focus sulla liquidità, che era stato nella prima fase della pandemia il mantra degli interventi statali e delle banche centrali, e ad approcciare una strategia di lungo termine.

Infatti, un altro aspetto fondamentale del rapporto del G30 è il modo in cui il potere pubblico deve intervenire: non tanto attraverso prestiti bancari garantiti dallo Stato, come è stato fatto all’inizio della pandemia, quanto invece attraverso l’entrata diretta nel capitale delle aziende.

La trasformazione delle garanzie pubbliche ai prestiti in capitale aziendale potrebbe essere una strada. In questo modo, si eviterebbe anche il problema dell’insolvenza delle imprese che potrebbe mettere in difficoltà le banche, già oggi piene di crediti inesigibili. In questo modo, il problema della solvibilità aziendale sarebbe scaricato sullo Stato senza pericoli per gli intermediari bancari.

Il G30 non esclude, inoltre, le nazionalizzazioni totali o parziali, ma come misura estrema e possibilmente con criteri chiari e una definita strategia di uscita. Forme di sussidi agli investimenti di capitale tramite deduzioni fiscali sono più indicate, secondo il G30. Soprattutto va evitata la tentazione di mantenere la situazione così com’è. Le politiche statali – sostiene il G30 riprendendo la nota espressione dell’economista austriaco Schumpeter – dovrebbero “richiedere anche una certa quantità di distruzione creatrice”. Questo significa che bisogna lasciar ridimensionare o chiudere le aziende non in grado di andare avanti, sopportando quindi una elevata disoccupazione, affinché altre aziende innovative possano aprire.

La filosofia del G30 è basata su un nuovo intervento dello Stato, ma con condizioni particolari cioè nella salvaguardia del mercato e delle sue virtù salvifiche, “distruzione creatrice” compresa. Ad ogni modo, la profondità della crisi mette anche un tempio del neoliberismo come il G30 di fonte alla nuova necessità dell’intervento statale. Significativo in questo senso è quanto sta avvenendo in Italia. Qui Conte ha cercato di tranquillizzare il mercato, ossia il capitale, sull’intervento dello Stato. Parlando a proposito dell’intervento statale in merito ad alcuni dossier – come quelli di Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ilva e Alitalia -, dove si prevede l’intervento statale, il premier ha affermato: “Ci sono alcuni interventi mirati dove lo Stato deve cercare di tutelare e proteggere asset definiti strategici, non è che ci stiamo prendendo gusto con l’intervento dello Stato nell’economia ma tutti i Paesi, con una pandemia del genere, con una recessione così pesante sono costretti a programmare degli investimenti e quindi anche l’intervento della mano pubblica, soprattutto in alcuni asset strategici.”[2]

Lo Stato italiano sta approntando alcuni strumenti che sono in linea con quanto dice il G30. Un esempio ne è Patrimonio destinato, lo strumento gestito da Cassa depositi e prestiti che potrebbe avere una platea potenziale di 2.900 imprese[3].

Patrimonio destinato potrà contare su una disponibilità massima di 44 miliardi di euro, una cifra considerevole. Il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, in una recente audizione dinanzi alle Commissioni Finanze e Attività produttive di Montecitorio ha tenuto a tranquillizzare il capitale italiano: la nuova leva messa in mano a Cdp non potrà rappresentare una nuova Iri. Contro una riedizione delle Partecipazioni statali, i paletti posti all’intervento della Cdp sono tre. Il primo è che il sostegno della Cdp si rivolgerà alle imprese con più di 50 milioni di fatturato, ma l’intervento minimo sarà di 100 milioni, il che restringerà ulteriormente la platea delle imprese. Il secondo paletto consiste nella vigilanza dell’Antitrust europeo per escludere surrettizie operazioni di aiuto di stato. Infatti, ed è l’aspetto più rilevante, la Cdp non potrà acquisire partecipazioni di controllo nelle società che chiedono il suo aiuto. Infine, il terzo paletto impone che l’aiuto della Cdp possa essere rivolto ad aziende che hanno subito un calo nel 2020 per via della pandemia ma che non siano decotte, introducendo una serie di standard per la valutazione delle imprese.

Altro strumento previsto dal governo è il nuovo Fondo del ministero dello sviluppo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e l’attività d’impresa, che prevede che lo Stato, attraverso la sua controllata Invitalia, possa entrare nel capitale delle aziende in difficoltà per un massimo di 10 milioni, restando in minoranza e per un tempo non superiore ai 5 anni[4]. Il Fondo ha una disponibilità di 300 milioni con ulteriori 250 milioni per il 2021, 100 milioni per il 2022 e 100 per il 2023. Nato per le sole imprese titolari di marchi storici, il Fondo è stato esteso alle società di capitale con oltre 250 addetti e poi a tutte le Pmi se appartenenti a settori strategici o che “rivestono un ruolo chiave nel promuovere lo sviluppo e il benessere della comunità”. L’ingresso nel capitale delle imprese si accompagna a un contributo a fondo perduto per il salvataggio dell’occupazione basato su un contributo per addetto che è massimo nel caso di mantenimento del 100% della forza lavoro e che decresce in proporzione alla quota della forza lavoro mantenuta che non deve però mai scendere al di sotto del 70%. In ogni caso, anche con l’eliminazione del 30% della forza lavoro le imprese riceveranno sussidi statali.

Naturalmente il tutto deve essere sottoposto alla valutazione della Commissione Ue. Infatti, la sottosegretaria allo sviluppo, Alessandra Todde, ha sottolineato come il testo del decreto attuativo è stato sviluppato “in modo conforme alla normativa europea e rappresenta una dimostrazione di quanto l’Italia voglia tornare concretamente a fare politica industriale, investendo e tutelando il made in Italy”.

Fondamentalmente l’orientamento da parte dello Stato che emerge da quanto detto è caratterizzato da alcune innovazioni importanti, che però sono, ovviamente, dati i rapporti di produzione e di forza vigenti, funzionali all’accumulazione di capitale. Da una parte, infatti, emerge un ruolo più interventista dello Stato rispetto al passato, spinto dalla gravità senza precedenti della crisi.

L’aspetto più interessante è che si privilegi la partecipazione statale al capitale delle aziende, che mira ad aumentare le dimensioni delle imprese italiane che, rispetto alle concorrenti estere, hanno una dimensione più piccola e sono meno concentrate.

Dall’altra parte, tale intervento è giocoforza funzionale al capitale privato, come dimostra l’assunzione di una posizione di minoranza dello Stato nel capitale delle aziende e la conseguente mancanza di peso nella governance delle imprese. Anche le nazionalizzazioni vengono viste come una extrema ratio e soprattutto come un qualcosa di temporaneo, da cui uscire al più presto per poter rimettere il tutto nelle mani del capitale privato. Il principio è sempre lo stesso, deve essere il capitalista privato a mantenere il controllo dell’impresa. Il ruolo dello Stato è quello di fornitore alle imprese di capitale fresco, drenato dalla fiscalità generale cioè dalle tasche dei lavoratori o a debito. In questo modo, lo Stato assume la funzione di facilitatore dei processi di concentrazione e di centralizzazione che sono tra gli strumenti tipici di ristrutturazione capitalistica in tempo di crisi. La verità è che questa tipologia di intervento se salverà il grande capitale italiano e le Pmi funzionali alle catene del valore, al cui vertice sono le grandi imprese, non salverà né i lavoratori né, in particolare, i livelli d’occupazione, tanto che si parla di un milione di disoccupati in più che si creeranno al momento in cui il blocco ai licenziamenti verrà tolto. Quello che lo Stato sta facendo è, in definitiva, di governare la “distruzione creatrice” di cui parla il documento del G30.

A noi, invece, spetta il compito in questa fase di organizzare la resistenza dei lavoratori occupati contro ulteriori tagli del salario diretto e indiretto e soprattutto contro i licenziamenti che si prospettano. Ma ciò non basta.

C’è la necessità di rilanciare una proposta complessiva di trasformazione in senso socialista del modo di produzione capitalistico, che mostra chiaramente tutte le sue crepe.  Senza una visione ampia e senza una prospettiva strategica non è possibile procedere in una situazione di crisi epocale come quella odierna.

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Note
[1] R. Sorrentino, “G30 alto rischio d’insolvenze, nuovi mezzi per gestire gli NPL”, Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2020.
[2] G. Pelosi, “Conte: Avanti solo con la fiducia di tutti, confronto aperto, Recovery a febbraio”, Il Sole 24 ore, 12 dicembre 2020.
[3] G. Trovati, “Patrimonio destinato, il Tesoro frena: non è la nuova Iri”, Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2020.
[4] C. Fotina, “Crisi aziendali, al via il Fondo per l’ingresso dello Stato”, Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2020.

 

FONTE: https://www.lordinenuovo.it/

Derivati di Stato: quando Mario Draghi svendette l’Italia alle banche d’affari

di Thomas Fazi (da La fionda)

Mario Draghi, nel suo recente e molto discusso intervento al Meeting di Rimini (che abbiamo già trattato qui), ha ribaltato una delle architravi della narrazione euro-austeritaria dell’ultima decennio (avallata dallo stesso Draghi), quella dell’imperativo assoluto della riduzione del debito pubblico, costi quel che costi in termini economici e sociali (per maggiori informazioni citofonare alla Grecia), sostenendo che l’attuale fase storica «sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo». Insomma, contrordine compagni: il debito pubblico non è più il male assoluto, ma anzi l’aumento degli stock di debito è una necessità impellente per evitare «una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi fiscale, [che] sarebbe ancora più dannosa per l’economia», come ha dichiarato qualche mese addietro in un’altra occasione.

Allo stesso tempo, però, Draghi si è affrettato a specificare che bisogna distinguere tra “debito buono” e “debito cattivo”, laddove il primo è quello “produttivo”, quello cioè, se decodifichiamo il gergo draghiano, che piace ai mercati finanziari, ovverosia che genera ritorni economici al capitale privato nel breve periodo, mentre il secondo è quello cosiddetto “improduttivo”, ovverosia quello che, nella migliore delle ipotesi, pur generando rendimenti sociali di lungo periodo potenzialmente molto benefici per la società nel complesso – laddove venisse utilizzato, poniamo, per aumentare le assunzioni e le retribuzioni di medici e insegnanti –, non offre rendimenti economici nel breve termine. Insomma, non siamo di fronte a nessuna conversione sulla via di Damasco, come hanno sostenuto alcuni; più banalmente, cambiano gattopardescamente le parole (“debito” al posto di “austerità”) affinché non cambi nulla: la visione del mondo e della società che sottende le parole di Draghi, e gli interessi che quest’ultimo rappresenta, sono gli stessi di sempre.

Ma il punto che ci preme sottolineare in questa sede è un altro. Fa specie che proprio Mario Draghi si permetta di moraleggiare di debito buono e debito cattivo, considerando che proprio Draghi, negli anni Novanta, quando era direttore generale del Tesoro italiano (carica che ha ricoperto dal 1991 al 2001, per poi andare alla Goldman Sachs), ha sovrinteso all’emissione, da parte dello Stato italiano, di una montagna di titoli di debito tra i più “tossici” e speculativi al mondo, di cui ancora oggi paghiamo – letteralmente – le conseguenze. Stiamo parlando, ovviamente, dei famigerati derivati di Stato.

Di cosa si tratta? I derivati sono degli strumenti finanziari che derivano il loro valore dall’andamento del valore di un’attività sottostante, che può avere natura finanziaria (come ad esempio i titoli azionari, i tassi di interesse e di cambio, gli indici ecc.) o reale (come ad esempio il caffè, il cacao, l’oro, il petrolio ecc.). Ora, se è vero che in alcuni casi i derivati possono servire a ridurre legittimamente i rischi di portafoglio, permettendo per esempio a un investitore di negoziare con un venditore il prezzo di un bene che intende acquistare in una data futura e dunque di tutelarsi rispetto a un aumento del costo del bene in questione, è altresì vero che la maggior parte dei contratti derivati ha una natura puramente speculativa, consiste cioè nell’assunzione di un rischio con l’obiettivo di conseguire un profitto.

Una scommessa, insomma, non diversa da quelle praticate quotidianamente nell’ambiente del gioco d’azzardo. Con la differenza, però, che i derivati finanziari muovono cifre incomparabilmente più grandi (si stima che il valore nozionale dei derivati in circolazione a livello mondiale sia pari a più di trenta volte il PIL mondiale) e, quando le cose vanno male, possono avere ripercussioni molto pesanti anche sull’economia reale; non a caso i derivati hanno giocato un ruolo fondamentale nella crisi finanziaria del 2007-9, tanto che molti al tempo proposero (invano) di metterli fuorilegge una volta per tutte.

Veniamo ora ai contratti derivati sottoscritti dallo Stato italiano ai tempi di Draghi. Siamo alla metà degli anni Novanta e in quel periodo le élite del nostro paese – Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Romano Prodi e ovviamente lo stesso Draghi, solo per citarne alcuni – avevano un unico obiettivo: aggiustare (letteralmente) i conti pubblici per ottemperare ai criteri di Maastricht e permettere così all’Italia di aderire all’euro. Ed è qui che entrano in gioco i derivati. La maggior parte dei derivati sottoscritti in quegli anni, per un valore di circa 160 miliardi, consisteva in cosiddetti interest rate swap: in sostanza lo Stato riceve da una banca d’affari un flusso di cassa a tasso variabile sufficiente a ripagare un certo numero di titoli in scadenza e in cambio si impegna a pagare alla stessa banca un tasso fisso a lunga scadenza.

Questo ha permesso all’Italia di ridurre artificialmente il proprio deficit di qualche decimale, con il placet della Commissione europea e di Eurostat, l’agenzia statistica europea, le cui regole, successivamente modificate in parte, permettevano al tempo di contabilizzare come un’entrata quello che di fatto è un debito. Nonché, ovviamente, una scommessa: in sostanza, se i tassi fossero cresciuti – come effettivamente è stato fino ai primi anni Duemila – lo Stato italiano ci avrebbe guadagnato; se invece fossero scesi, ci avrebbero perso, a tutto vantaggio delle banche d’affari. Se, dunque, in una prima fase, l’Italia ha effettivamente realizzato dei guadagni sui derivati creditizi, a partire dal 2005, con la riduzione dei tassi, i derivati hanno cominciato a generare perdite sempre più ingenti per lo Stato: qualche anno fa (non ho trovato stime più recenti) è stato lo stesso governo, dopo aver apposto per anni una sorta di informale segreto di Stato sulle perdite relative ai derivati, ad ammettere, in seguito a un’interrogazione parlamentare, che il valore di mercato dei derivati in questione era negativo per circa 35 miliardi di euro (e positivo per un valore equivalente per le banche). Una danno monumentale per l’erario, soprattutto in tempo di austerità (ma non per tutti, evidentemente).

Ma la vicenda non finisce qui. Oltre agli strumenti derivati più tradizionali sopracitati, tra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila l’Italia ha anche sottoscritto operazioni più speculative, note come swaption, inserite nell’operatività del Tesoro proprio quando direttore generale era Mario Draghi. Una swaption consiste nella vendita da parte dello Stato, in cambio di un premio, di un’opzione che attribuisce alla banca acquirente la facoltà di decidere se sottoscrivere o meno, in una data futura, un interest rate swap a un tasso fisso prestabilito. Va da sé che si tratta di un’operazione ancora più rischiosa – o, appunto, speculativa – di un normale swap, poiché comporta il rischio per la parte venditrice, in questo caso lo Stato, di ritrovarsi a firmare un contratto swap che presenta condizioni sfavorevoli già al momento della stipula. Questo è esattamente quello che è successo nel 2005, quando la banca d’affari statunitense Morgan Stanley ha deciso di attivare una swaption sottoscritta l’anno precedente, in virtù della quale lo Stato aveva incassato un premio di 47 milioni di euro. Peccato che, secondo la Corte dei Conti, lo swap in questione aveva già in partenza un valore di mercato negativo di 600 milioni di euro; sarebbe a dire che da lì al 2035 quello swap sarebbe costato al Tesoro 600 milioni di interessi netti.

Ma non finisce neanche qui. Un accordo quadro siglato nel 1994 dal Tesoro sempre con la Morgan Stanley, che doveva regolare tutti i successivi derivati sottoscritti con la banca, includeva una clausola secondo la quale la banca americana avrebbe potuto esigere unilateralmente (a differenza dei contratti con le altre banche, che prevedevano clausole bilaterali) l’immediata chiusura di tutti i derivati, nel momento in cui il valore della propria esposizione nei confronti dello Stato avesse superato una certa soglia, variabile a seconda del rating dello Stato italiano. Nonostante quella soglia sia stata superata nel 2003, però, la Morgan Stanley ha continuato a firmare o a rinegoziare diversi contratti con il Tesoro, vedasi la swaption del 2004, aumentando in misura sostanziale l’esposizione negativa del Tesoro, senza che la banca attivasse la clausola per estinguere i derivati e farsi pagare dal governo italiano il valore di mercato degli stessi, a quel punto già negativo, così come prevedeva l’accordo del 1994. «Non avevamo conoscenza di tale clausola», avrebbero dichiarato in seguito i dirigenti del Tesoro.

La Morgan Stanley ha scelto di esercitare quella clausola solo nel 2011, all’indomani dell’attacco finanziario all’Italia che spianò la strada al governo “tecnico” di Mario Monti – attacco finanziario ordito, curiosamente, sempre dallo stesso Draghi, che «decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE» per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa. È a quel punto che la banca d’affari – adducendo come causale il declassamento del rating italiano, pochi mesi prima, da parte dell’agenzia di rating statunitense S&P, tra i cui azionisti figura la stessa Morgan Stanley – decide di chiudere unilateralmente in maniera anticipata tutti i suoi contratti in essere con lo Stato, incassando sull’unghia dal governo Monti, che nel frattempo annunciava misure lacrime e sangue per i cittadini italiani, la colossale cifra di 2,5 miliardi di euro (di cui un miliardo relativo solo all’accordo del 2004, per il quale lo Stato aveva incassato, lo ricordiamo, ben 47 milioni di euro: lasciamo al lettore il calcolo del bilancio finale). Piccola curiosità: fino a qualche anno prima il figlio di Monti, Giovanni, aveva lavorato proprio alla Morgan Stanley.

Una vicenda talmente clamorosa da spingere la procura della Corte dei Conti, nel 2013, a citare in giudizio la Morgan Stanley per danno erariale. Secondo l’accusa, la banca si sarebbe resa responsabile del 70 per cento di un danno complessivo da 3,9 miliardi, commettendo, con la sua decisione di chiudere tutti i suoi contratti, nel 2011, «palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione contrattuale». Questo perché la banca ricopriva un ruolo particolare, quello di “specialista”: si tratta delle banche che assistono il governo nelle aste dei titoli di Stato e che in quel ruolo devono contribuire alla gestione del debito pubblico anche attraverso un’attività di consulenza e ricerca.

Ancora più sorprendente, però, era la richiesta di risarcimento della Corte del restante 30 per cento dei danni, pari a più di un miliardo di euro, a carico dei dirigenti del Tesoro che per anni non si accorsero della succitata clausola: Maria Cannata, al Tesoro dal 1992 e dal 2000 a capo della direzione del debito pubblico, carica che ha ricoperto fino al 2017; il suo predecessore Vincenzo La Via, nominato alla direzione generale del Tesoro nel 2012 (fino al 2018); e gli ex direttori generali del Tesoro Domenico Siniscalco (2001-2004), poi passato, indovinate un po’, alla stessa Morgan Stanley, e Vittorio Grilli (2005-2011), diventato poi viceministro e successivamente ministro dell’Economia del governo Monti tra il 2011 e il 2013 (cioè nel periodo in cui fu liquidata la somma alla Morgan Stanley), per poi passare infine alla JPMorgan, altra banca d’affari statunitense. L’accusa era che alcuni contratti di derivati evidenziavano chiari «profili speculativi» che non li rendevano idonei alla finalità di ristrutturazione del debito, ossia l’unica finalità ammessa dalla normativa vigente. Né sarebbero state attivate adeguate garanzie. Curiosamente Mario Draghi non figurava tra gli imputati, nonostante ci fosse lui a capo della direzione generale del Tesoro quando fu siglato l’accordo quadro con la Morgan Stanley e quando le swaption furono inserite nell’operatività del Tesoro.

Quel processo si è intrecciato, seppur indirettamente, a un’altra indagine condotta dalla procura di Trani nei confronti delle agenzie di rating S&P e Fitch, accusate di aver deliberatamente generato il panico sui mercati con i loro declassamenti del 2011, alimentando così la speculazione ai danni del nostro paese, nonché di aver offerto il casus belli alla Morgan Stanley – azionista, lo ricordiamo, della stessa S&P – per recedere dal suo contratto con il Tesoro e chiedere la liquidazione dell’attivo in suo favore per circa 2,5 miliardi. Ciò su cui volevano far luce i magistrati era perché il Ministero dell’Economia avesse liquidato la somma «senza battere ciglio» e non avesse ritenuto di chiedere un parere giuridico sulla possibilità di difendersi da quella clausola o quantomeno di prendere tempo in attesa di capire la legittimità e trasparenza di quei declassamenti, considerando i legami azionari tra S&P e Morgan Stanley ma soprattutto il fatto che al tempo il procedimento penale della procura di Trani nei confronto delle agenzie di rating era già in corso. Nessuno dei diretti interessati – né Cannata, né Monti, né altri – si è però sentito in dovere di aiutare a fare luce sulla vicenda, schermandosi dietro alla ragion di Stato, di tutte le cose: mettersi di traverso o anche sospendere il versamento per chiarire la situazione «sarebbe stato reputazionalmente deleterio», dichiarò Cannata, che aggiunse di non essere a conoscenza della partecipazione di Morgan Stanley nella S&P.

Purtroppo entrambi i processi si sono conclusi con un nulla di fatto: nel 2017 i giudici di Trani hanno assolto S&P e Fitch, mentre nel 2019 la Corte dei Conti ha deliberato l’impossibilità di procedere contro gli ex vertici del Tesoro per «difetto di giurisdizione», riconoscendo cioè che i giudici non possono sindacare le scelte discrezionali dei funzionari se queste sono prese nel rispetto della legge. Eppure sono ancora tanti, troppi i punti oscuri in questa assurda vicenda, che riassume molti dei mali dei nostri tempi: la finanziarizzazione del debito pubblico, che da (fondamentale) strumento di politica economica è diventato, soprattutto in virtù della rinuncia dell’Italia alla sua sovranità monetaria, un veicolo per trasferire risorse dal basso verso l’alto e in particolare verso la grande finanza internazionale; il fenomeno delle “porti girevoli” tra politica e finanza (praticamente tutti i protagonisti della vicenda sono poi andati a lavorare per qualche grande banca d’affari o venivano da lì, come nel caso di Monti); l’infimo livello delle nostre classi dirigenti, che ormai da tempo rispondono a logiche che nulla hanno a che vedere con l’interesse nazionale; la spregiudicatezza delle oligarchie internazionali e dei loro lacchè locali, che non si fanno scrupolo di commettere i loro saccheggi alla luce del sole; i limiti del diritto, data la capacità del capitale oligarchico di piegare la legge ai propri interessi.

E al centro di questa trama c’è una persona in particolare, che non a caso ha fatto la carriera più stellare di tutti: l’ex presidente della BCE Mario Draghi. Che oggi, forte probabilmente del consenso pressoché unanime di cui gode nel nostro paese maledettamente smemorato, si permette persino di dare lezioni in materia di debito buono e cattivo. Chissà in quale categoria Draghi collocherebbe i derivati e i contratti capestro siglati dall’Italia all’epoca della sua permanenza al Tesoro, che sono costati al paese – e che continueranno a costarci negli anni a venire – decine e decine di miliardi.

Per concludere, un piccolo quiz. Dove lavorava secondo voi il figlio di Draghi, Giacomo, all’epoca dei fatti relativi alla famigerata swaption con la Morgan Stanley, cioè tra il 2004 e il 2011? Ma che domande: alla Morgan Stanley, ovviamente!

 

(2/9/2020)

Sull’arrivo di Mario Draghi: “Caro Draghi, giù le mani da quei giovani a cui hai distrutto il futuro”

di Thomas Fazi (da l’Antidiplomatico 20/8/2021)

Ci vuole una bella faccia tosta a chiamarsi Mario Draghi e a fare – come ha fatto l’ex presidente della BCE al consueto Meeting per l’amicizia fra i popoli di Comunione e Liberazione – un discorso tutto incentrato sui giovani. A detta di Draghi, negli ultimi anni «una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a [trascurare i giovani e a] distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico». Ma adesso, dice Draghi, è arrivato finalmente il momento di «essere vicini ai giovani», investendo su di loro e sul loro futuro, perché «privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza».

Parole indubbiamente condivisibili, ma che risulterebbero più credibili se a pronunciarle non fosse colui che per otto anni ha presieduto la più importante carica istituzionale dell’Unione europea, quella di presidente della Banca centrale europea (BCE), e che in quella veste ha pervicacemente sostenuto le politiche di austerità fiscale che hanno condannato milioni di giovani europei alla disoccupazione, alla precarietà e all’emigrazione forzata, distruggendo le prospettive di un’intera generazione.

Ricordiamo che prima dello scoppio della pandemia – in quelli che possiamo considerare tempi “normali” – circa il 15 per cento dei giovani nell’eurozona, in media, erano disoccupati, con picchi del 33 per cento in Grecia, del 32 per cento in Spagna e del 27 per cento in Italia. Numeri da capogiro, che però nascondono la tragedia umana che si cela dietro di essi: milioni di giovani (e ormai non più tanto giovani, a distanza di un decennio) a cui è stata negata la possibilità di costruirsi un’esistenza dignitosa, una famiglia, un futuro, costretti ad accontentarsi di sopravvivere, di mese in mese, di anno in anno, tra lavoretti precari e sottopagati, spesso lontano dal proprio paese e dai proprio affetti.

E tutto questo non è il risultato di ciò che Draghi chiama «una forma di egoismo collettivo», qualunque cosa voglia dire, ma di un regime politico-economico ben preciso fondato sull’austerità, sulla disoccupazione e sullo sfruttamento – soprattutto dei giovani –, che trova nell’architettura dell’euro la sua architrave. E che nel corso dell’ultimo decennio ha trovato in Mario Draghi uno dei suoi principali sponsor.

I giovani, infatti, non dimenticano – o così ci auguriamo – che fu proprio Draghi, nell’agosto del 2011, poco prima di assumere la carica alla BCE, e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, a inviare al governo italiano, insieme al suo Trichet, quella famosa “letterina”, che poi sarebbe entrata nella storia, in cui intimavano al governo «una profonda revisione della pubblica amministrazione», compresa «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali», «privatizzazioni su larga scala», «la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari», «la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale» e persino «riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali».

I giovani non dimenticano che fu sempre Draghi a spianare la strada al governo “tecnico” di Mario Monti, e alla macelleria sociale che ne è seguita, con la sua decisione di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani (come ammesso dallo stesso Monti).

I giovani non dimenticano che fu sempre Draghi, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia, a lanciare l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact“): «una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili». Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: «Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato».

I giovani, infine, non dimenticano che fu sempre Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il Movimento 5 Stelle emerse come il primo partito del paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: «Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico». E infatti così è stato. Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: «Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole».

È precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari «per preservare l’euro». Le sue parole fecero immediatamente scendere gli interessi sui titoli di Stato europei.

Tuttavia, se da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, come abbiamo scoperto in questi mesi, comporta l’adesione da parte del paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES).

In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, che gli sono valse così tanti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di matrice neoliberista. Questo è diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche, per costringere il governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un fatto pressoché senza precedenti nella storia.

Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di Draghi se oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non è la banca centrale ad essere dipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale.

Come detto, a farne le spese di questa architettura infernale, di cui Draghi è uno dei principali artefici, sono stati – e continuano ad essere – soprattutto i giovani. Quegli stessi giovani che oggi Draghi vorrebbe “salvare”. Purtroppo non possiamo cambiare il passato, ma almeno possiamo cercare di evitare che Draghi costruisca il suo futuro politico su quegli stessi giovani a cui ha distrutto il futuro.

 

: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/18533-thomas-fazi-caro-draghi-giu-le-mani-da-quei-giovani-a-cui-hai-distrutto-il-futuro.html?

Sull’arrivo di Mario Draghi: “Draghi for president (il discorso di Mario Draghi al meeting di Comunione e Liberazione)”

di Dante Barontini (Contropiano.org 19/8/2021)

Quando ai piani alti dicono “bisogna fare di più per i giovani” è bene fare gli scongiuri. Dovremmo avere imparato, dopo 30 anni di discorsi con questa frase in testa, che si sta preparando un attacco pesante alle condizioni di vita di tutta la popolazione. Di qualsiasi età, in qualsiasi posizione lavorativa, ma soprattutto con redditi medio-bassi o addirittura senza reddito.

Del discorso fatto ieri da Mario Draghi in apertura del Meeting di Comunione e Liberazione tutti – ma proprio tutti – i media principali hanno estratto la frase-killer per farne un titolo. Sicuri che il discorso completo non sarebbe stato letto da molti.

Così, ve lo proponiamo al termine di questo articolo, ma con qualche premessa che aiuti a districare la melassa retorica e individuare i nodi centrali. Che sono poi quelle “riforme” che l’Unione Europea continua a pretendere da tutti i suoi membri e che in Grecia sono state pienamente realizzate.

Lasciando un Paese distrutto, impoverito, con la popolazione alla fame e “i giovani” che fuggono a frotte cercando una soluzione di vita in altri Paesi.

Del resto, nessun programma di questo genere può essere proposto nudo e crudo, così com’è. Nessun leader può indicare la Grecia post-Memorandum come esempio di “successo”. Ma tutti i partecipanti alla vita politica – in posizioni chiave o dall’opposizione più ferma, come noi – sanno benissimo che la “cura greca” è stata voluta proprio come esempio macabro da tener presente in ogni momento.

Come si fa a passare da un discorso pieno di parole come “etica”, “speranza”, “giovani”, “investimenti”, “istruzione”, a una realtà fatta di povertà assoluta?

Non è lineare né immediato, ma si fa.

Si comincia prendendo atto che, davanti al terremoto economico provocato dalla pandemia (tacendo sullo stato di stagnazione pluriennale in cui già si trovava l’economia europea e occidentale), un po’ di “pragmatismo” ci voleva. E il prodotto più evidente del pragmatismo sono stati fin qui i sussidi a pioggia che sono stati dati, in tutta Europa e non solo, a una gran massa di soggetti sociali (dalle imprese ai lavoratori di quasi ogni ordine e grado).

Ma “i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale”, specie nei più giovani. E questo renderà più difficile trovare una collocazione – e un reddito – in un modo che inevitabilmente non sarà più quello di prima. Sia come settori trainanti, sia come strutturazione di quei settori che sopravviveranno.

Fin qui, siamo all’ovvio. L’attuale “distruzione di capitale umano” – persone con competenze, che svolgevano un lavoro che non ci sarà più o che avverrà in tutt’altre condizioni (ci occuperemo altrove del cosiddetto smart working e delle sue conseguenze) – è paragonabile qa quella avvenuta nella Seconda Guerra Mondiale. E già questo dovrebbe far capire come il “ritorno alla normalità” non può essere il semplice riprendere l vecchie abitudini.

Ma che tipo di trasformazione si sta preparando? Non certo in direzione si un sistema con minori disuguaglianze, semmai verso uno “snellimento” del vecchio equilibrio su base fortemente più ridotta.

Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre.

Ancora un’ovvietà. Qualsiasi sistema di produzione e riproduzione non può vivere se non creando e redistribuendo ricchezza, oggetti in grado di soddisfare bisogni vitali e anche quelli “superflui”. Altrimenti basterebbe stampare denaro – quello che si è fatto in questi mesi, dappertutto – e metterlo nelle tasche delle persone.

E dunque “è l’ora della saggezza”, perché “Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principii che ci hanno sin qui accompagnato. Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento”.

I principii che “ci hanno accompagnato” – “il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato” – sono quelli dell’austerity e del pareggio di bilancio, del debito da ripagare integralmente (con gli interessi) costi quel che costi. Altrimenti “i mercati” restano “disorientati”, la crescita non riparte, i capitali vanno altrove.

Le “regole europee” sono state sospese, non cancellate. “È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale”. Ma saranno “corrette” sulla base di quegli stessi princìpi, non altri.

Il debito che si farà attraverso il Recovery Fund (non “arriveranno soldi europei”, ma ci indebiteremo tutti insieme per spuntare condizioni migliori) dovrà perciò essere usato in modo “produttivo”, non per sussidiare ancora tante parti della popolazione.

In sintesi “il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. Occorre pensarci subito”. Le crisi sono sempre un’occasione per determinare nuove condizioni. Non si tratta di attendere che un nuovo equilibrio si crei spontaneamente per poi decidere che ruolo giocare. Il nuovo equilibrio va creato. Sulla base degli interessi che hanno la forza di entrare in gioco e battersi per affermarsi.

La debolezza dei movimenti di classe, nel Vecchio Continente, è tale che a classe dominante può decidere “sul fronte interno” quasi in assoluta libertà. Deve solo tener d’occhio le mosse dei competitor (Usa, Cina, Russia…) e creare gruppi dirigenti “autorevoli” in grado di gestire con mano ferma le scelte che si vanno facendo.

Una, soprattutto, è quasi esplicita:

il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi.

Il sistema di welfare creato nel dopoguerra per ottenere “consenso politico” deve essere definitivamente smantellato. Viene in mente che il “modello sociale europeo” – fatto di sanità pubblica, pensioni, istruzione, diritti del lavoratore, ecc – è stato contemporaneamente una conquista delle lotte e una “necessità politica” per contrastare l’attrattiva del “socialismo sovietico” sui lavoratori occidentali.

Oggi quell’esigenza non esiste più, quindi si può procedere – come fatto in Grecia – verso la riduzione del sistema pensionistico a un “assegno di povertà” (falciando le pensioni in essere, oltre a quelle che dovranno essere maturate da chi è ora al lavoro), la privatizzazione pressoché integrale della sanità (nonostante proprio la pandemia abbia dimostrato che solo una sanità pubblica efficiente e ramificata è in grado di contenerla), la trasformazione di scuole e università in “servizi di formazione per le imprese” (anche se minimamente evolute, come quelle italiane).

Non c’è bisogno che Draghi o qualcun altro espliciti questo discorso in pubblico. Ma è quello che si dicono gli adults in the room quando si riuniscono per disegnare l’Europa neoliberista del prossimo futuro. Bastano pochi accenni, la creazione di sintagmi di un nuovo lessico (sentir parlare di “debito buono” un ex presidente di Bce avrà sorpreso molti), per far capire il segno del “programma di riforme” che si va proponendo.

Ma se sul terreno economico Draghi ha solo confermato quanto era già chiaro durante e dopo il Consiglio Europeo di fine luglio (il contenuto del Recovery Fund è da questo punto di vista esemplare), sul piano politico la sua sortita al Meeting è una “discesa in campo”.

E come tale viene letta, ripresa, suggerita, sponsorizzata. Abbiamo addirittura visto editorialisti di pura destra (Libero, per esempio) suggerire a Salvini di “spingere” per un governo a guida Draghi.

La poltiglia informe a cui è ridotta “la politica” di questo Paese è tale che, per l’ennesimo volta, si va alla ricerca di una “riserva della Repubblica”, di un “uomo super partes” che sappia allineare le politiche di “riforme” nazionali a quelle europee. Che abbia insomma “l’aura” del salvatore della patria, come fu per Mario Monti a fine 2011, ma sia davvero e fortemente voluto da tutti gli assembramenti politici impropriamente chiamati “partiti”.

Una partita da cui dovrebbe uscire macellata l’anomalia grillina (magari conservando qualcuno pro forma). E questo spiega “il mistero” di giornali come Repubblica, Corriere, Stampa, ecc, che quotidianamente si sforzano di sostenere il governo e contemporaneamente ne bistrattano la componente maggioritaria (a livello di parlamentari).

Mario Draghi for president, insomma, metterebbe quasi tutti d’accordo. Tanto non c’è bisogno di dirgli quel che c’è da fare per realizzare l’incubo greco… Con lui, la Troika prende direttamente in mano il timone del Paese.

* * * *

Il discorso di Mario Draghi

Dodici anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione.

Superammo tutto ciò.

Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.

In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire.

Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.

Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora. Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno adattandosi alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è improbabile.

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche.

Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principii. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemmo la strada.

Vengono in mente le parole della ‘preghiera per la serenità’ di Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, / Il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, / E la saggezza di capire la differenza.

Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.

Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare.

L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale. I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.

Aldilà delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni.

Una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda “When facts change, I change my mind. What do you do sir?’’ Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre.

Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire. Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principii che ci hanno sin qui accompagnato. Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento.

L’erosione di alcuni principii considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, che attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale; e in Europa, alle voci critiche della stessa costruzione europea, si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute essenziali per il suo funzionamento, concernenti: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato; regole successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.

L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, timidezza e interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una protesta contro tutto l’ordine esistente. Questa incertezza, caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti, è stata poi amplificata dalla pandemia.

Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni. Tutto ciò è profondamente destabilizzante.

Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale.

Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che porterebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni 70 del secolo scorso, a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione, ma il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. Occorre pensarci subito.

Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale, si pensi a De Gasperi, che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale ed europeo che abbiamo conosciuto.

È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione sul loro futuro inizi subito. Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo.

La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo.

Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè “debito buono”.

La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.

Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dall’esperienza della pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.

L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie. Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90.

Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà solo col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel tempo. Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento nei desideri delle nostre società; a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa.

La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che può essere considerato il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati.

Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani. Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza. Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica a Milano.

Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni sono basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; l’umiltà di capire che il potere che hanno è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.

Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità.

La situazione di oggi richiede però un impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato.

La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili. Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire. Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, sia a livello europeo. La pandemia ha severamente provato la coesione sociale a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.

Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura (Next Generation EU) arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un Ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo.

Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione. In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.

Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che sarebbe dovuta essere spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà. Perciò questo passo avanti dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia sono temporanei. Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.

È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica.

La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane. Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune. La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca. Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

 

FONTE:

Sull’arrivo di Mario Draghi: “Habemus Papam! Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum Mario Draghi”

di Ascanio Bernardeschi (da La città futura)

L’Italia ha un nuovo Papa. E non un Papa divisivo, come quello di stanza in Vaticano, ma un Papa ecumenico: sia le destre moderate, con qualche distinguo di facciata, che – più convintamente – le sedicenti sinistre, plaudono al discorso di Mario Draghi al Meeting di Comunione e Liberazione (Cl), che qualcuno ha letto come un’autocandidatura al soglio del Quirinale.

Già la scelta del luogo per proferire il suo messaggio urbi et orbi è una strizzata d’occhio ai settori più conservatori del cattolicesimo. Lo è anche l’esordio con cui si dichiara “partecipe della vostra [di Cl!] testimonianza di impegno etico”, glissando sull’impegno etico di Formigoni e della Compagnia delle Opere. Ma, potrebbe obiettare qualcuno, si tratta di una formalità e di un gesto di buona educazione nei confronti di chi lo ha ospitato e gli ha offerto quel pulpito. Quindi soprassediamo e veniamo alla “ciccia”, che comunque è sempre ben velata da frasi di apparente buon senso idonee a renderla più facilmente digeribile sia alla destra che alla “sinistra” (sempre sedicente, per essere precisi), come si conviene a un buon Pontefice.

Due sono le parti più rilevanti del suo discorso, una analitica e una propositiva.

Cominciamo dalla prima che attiene essenzialmente alla valutazione della crisi e della capacità di risposta delle istituzioni europee.

Il coronavirus, per sua stessa ammissione, si è abbattuto su un’Italia già in recessione, e tuttavia egli si ostina a denunciarlo come la causa di questa crisi. Potrebbe il mentore del capitale finanziario ammettere che il problema è il capitalismo? No. Quindi passiamogli anche questa.

La crisi “genera incertezza”, da lui considerata, parrebbe, come il problema maggiore. E difatti in tutti i passaggi la mette al primo posto. Ma sappiamo che l’incertezza è ineliminabile in un’economia non consapevolmente governata e rimessa alla spontaneità del mercato, come del resto ineliminabile è la crisi. Tuttavia non possiamo attenderci da Draghi che spezzi una lancia a favore del socialismo e quindi, bonariamente, perdoniamolo di nuovo.

Fra chi ritiene che dopo la crisi tutto tornerà come prima e chi invece sostiene che tutto cambierà egli si pone ecumenicamente nel mezzo: dei cambiamenti saranno inevitabili, “ma non dobbiamo rinnegare i nostri principi”, principi che conosciamo fin troppo bene. E la politica non deve aggiungere incertezza a quella prodotta spontaneamente. A questo proposito cita la “preghiera per la serenità” del teologo anticomunista Karl Paul Reinhold Niebuhr: “Signore, dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza”. Quindi i rapporti fra le classi, mai menzionati nel discorso, non sono in discussione e sembra di capire che i cambiamenti dovranno limitarsi, oltre che ad alcuni indirizzi di politica economica, a innovazioni tecnologiche e organizzative in alcuni settori. Mi viene di fare gli scongiuri pensando ai lavoratori che dovranno subire passivamente questi cambiamenti, perché nel discorso di Draghi del protagonismo dei lavoratori non c’è traccia.

Naturalmente un buon Papa pensa anche agli ultimi e quindi l’ex governatore approva la messa in atto diffusa di “sussidi” in quanto sono “una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire”. Per la verità qui non ci intravedo solo gli ultimi, ma anche tanta piccola e media borghesia.

Ma la parte più interessante riguarda l’Europa, perché è a questo proposito che emerge il capolavoro dialettico di Draghi che mette in sordina la sua consapevolezza che siamo nel pantano. Non essendo uno sprovveduto si rende pienamente conto dell’inadeguatezza delle istituzioni e delle politiche europee e qua e là, con molto savoir faire, ne coglie alcuni punti dolenti.

Mentre “gli stessi paesi che li avevano disegnati” o che “ne avevano maggiormente beneficiato” mettevano in discussione “la giurisdizione internazionale del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo [leggi globalizzazione]”, l’Europa era immobile. Naturalmente aveva le scusanti: “il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione”.

E così è per le regole europee, cioè per “il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato”, che solo successivamente “sono state sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia”. Eppure “l’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era divenuta da tempo evidente” e solo per il settore finanziario (garbato autoincensamento?) fu cambiato qualcosa.

Ma tutto teleologicamente (o teologicamente?) si lega, secondo una “evoluzione” necessariamente concatenata: dal mercato unico scaturì “logicamente” l’euro; dall’euro la “disciplina dei bilanci nazionali e l’unione bancaria” quali “conseguenze necessarie”. Seguirà altrettanto prevedibilmente “la creazione di un bilancio europeo” a correzione di un “difetto che ancora permane”.

C’è anche una nemmeno troppo implicita condanna del tira e molla sul Mes e sul Recovery Fund, cambiamenti dovuti a circostanze eccezionali. “La solidarietà”, che avrebbe dovuto essere “spontanea, è stata il frutto di negoziati”. Ma si tratta pur sempre di solidarietà, secondo il Sommo Pontefice, non della presa d’atto che era necessario un compromesso per non fare implodere l’Unione europea. La quale è comunque un bene assoluto fin da quando fu concepita dai padri fondatori, De Gasperi in primis (e ti pareva!). Infatti non ci sono alternative a “l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà” (dove l’avrà vista?).

Pur essendo il modo di pensare di Draghi distante anni luce dal nostro, bisogna dargli atto che, nel mezzo a tanti fanatici seguaci del “libero mercato”, egli ha dimostrato di essere fra i più illuminati e consapevoli. Tuttavia, forse in funzione di un suo futuro ruolo di Padre della Patria, non trae da questa sua analisi conclusioni adeguate, non porta fino in fondo il bilancio della svolta liberista, bilancio che avrebbe potuto condurre a determinazioni sul piano teorico e pratico ben più incisive.

Veniamo ora, infatti, alla parte propositiva. “È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede una riflessione e che questa riflessione inizi subito”. Si tratta di rimettere in discussione le politiche liberiste? Quando mai? Il loro fallimento (termine ovviamente da lui non usato) consiglia solo maggior pragmatismo e maggiore discrezionalità, mantenendo però chiarezza “sugli obiettivi che ci poniamo”, cioè non proponendo cambiamenti radicali.

C’è un elogio delle politiche seguite a seguito della pandemia, “corrette, al di là delle singole agende nazionali”. Così è stata opportuna la “sospensione di molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni”. Ottime le “misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito” la “sospensione o differimento” del pagamento delle imposte, l’immissione di liquidità nel settore bancario “affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie”, la crescita del debito pubblico “a livelli mai visti prima in tempo di pace”.

Sì il debito. Draghi ci torna ancora e ci dice che “sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi”. La spesa sociale quindi continua a essere cattiva cosa. C’è solo da salvaguardare l’economia, cioè, fuori di metafora, il capitale. E infatti, se a questo sarà finalizzato, il debito sarà considerato dai mercati “debito buono” e con ciò sostenibile. “La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato debito cattivo”. Quello che conta per la sostenibilità non è solo il tasso di interesse ma anche “la percezione della qualità del debito contratto”. Scordiamoci quindi di adeguare pensioni, organici dei servizi pubblici, servizi sociali.

Questa crisi, ci spiega, oltre a distruggere capitale fisico, sta distruggendo capitale umano. “I sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro [degli attuali giovani] libertà di scelta e il loro reddito futuri” E quindi bisogna provvedere a salvaguardare il più possibile questo capitale umano. Come? Con investimenti, soprattutto nel campo della formazione e, con molta, molta meno enfasi, della sanità. Che tipo di investimenti? Pubblici? Privati? Non lo dice. Che caratteristiche dovranno avere questi servizi? Il trend verso la privatizzazione dovrà proseguire o essere invertito? Mistero. Che tipo di formazione serve? Quella sulla linea delle ultime riforme, cioè per produrre una manodopera ubbidiente e incapace di leggere criticamente la realtà e con questo anche incapace di adattarsi ai cambiamenti nella società e nel lavoro, o invece per fornire una solida cultura di base? Figuriamoci se viene esplicitato. Però la “sinistra” si contenta di queste generiche enunciazioni.

Ma l’applauso a scena aperta è a una grossolana sparata: “privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”. Le altre forme, lo sfruttamento del lavoro, gli infortuni spesso mortali, la perdita di ogni certezza e tutela dei lavoratori, la precarietà, le pensioni da miseria, le guerre che facciamo a popoli che non ci hanno offeso e che vivono in estrema povertà, non vengono nemmeno rammentate. La questione che più rileva è l’ingiustizia versi i giovani, siano essi figli di lavoratori o di banchieri. Il Nostro però è favorevole a regalare loro un bel debito che “dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani”.

Secondo il rapporto Global Wealth 2020 in Italia esistono 400 mila milionari. Coloro la cui ricchezza supera i 100 milioni sono 1.700. Fatti due conti, con una imposta del 2 o 3 per cento esclusivamente su questi patrimoni si realizzerebbero 150 miliardi di euro. Non ci sarebbe bisogno di indebitarci con il Mes e con il Recovery Fund. Ma si farebbe una gran danno ai giovani figli dei capitalisti e questa sarebbe “una delle più gravi” ingiustizie.

 

FONTE: https://www.lacittafutura.it/

(23/08/2020)

Sull’arrivo di Mario Draghi: “Santificare Draghi?”

di Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini)

Il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini, lo scorso 19 agosto, è stato ampiamente commentato, per lo più in termini fortemente elogiativi. E si può capirlo, perché si è trattato indubbiamente di un intervento molto abile.

L’intervento è stato abile perché quasi tutti hanno potuto trovarvi contenuti in linea con le proprie convinzioni. Quasi tutti hanno potuto dire “giusto, su questo Draghi la pensa come me”.

Per quanto ci riguarda, i passaggi più incoraggianti sono le affermazioni che “l’inadeguatezza di alcuni di questi assetti” (riferito alle regole UE, tra cui il patto di stabilità) “era da tempo evidente”, e che “è probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale”.

Ma il Mario Draghi che dice queste cose oggi è forse un omonimo del Mario Draghi che, nell’agosto 2011, firmava a quattro mani con Jean-Claude Trichet l’ormai celebre “lettera della BCE”, nella quale venivano imposti al governo italiano provvedimenti di austerità e deflazione salariale poi in larga misura attuati dal governo di Mario Monti, con catastrofiche conseguenze sull’economia e sulla vita di milioni di persone?

Ed è forse un omonimo di quel Mario Draghi che in una lezione tenuta in Germania nel dicembre 2011 spiegava come fosse indispensabile “ridisegnare la governance fiscale dell’eurozona, tramite quello che ho definito un patto fiscale, un fiscal compact”, e che ancora in un’intervista al Wall Street Journal del febbraio 2012 definiva il modello sociale europeo “finito per sempre”, riaffermando che non si sarebbe fatta marcia indietro sull’austerità?

Solo gli stupidi non cambiano mai idea, e Mario Draghi stupido certamente non è. Tuttavia, sarebbe stato apprezzabile sentirgli dire che “l’inadeguatezza di certi assetti era da tempo evidente, e questo lo deve riconoscere chi ai tempi, io per primo, li ha fortemente sostenuti”.

Quest’ultima frase non si è sentita, da parte di Draghi, né a Rimini né altrove (se non ci è sfuggito qualcosa). Si è invece ascoltata un’ampia dissertazione sul futuro dei giovani, con parole di preoccupazione perché “il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani”.

Il che solleva alcune perplessità. Perché, se a Draghi sono serviti otto o nove anni per riconoscere “l’inadeguatezza di certi assetti” dell’eurosistema, da lui a suo tempo fervidamente sostenuti, ci domandiamo se gliene serviranno altrettanti per riconoscere che:

  • I giovani di oggi dovranno ripagare il debito, ma lo ripagheranno ad altri che pure oggi sono giovani e di quel debito saranno i titolari; dunque, quel che conta è come dovrà essere redistribuita la ricchezza per evitare che l’onere del debito ricada iniquamente sui meno abbienti e a favore dei più agiati.
  • Giacché il debito è ricchezza finanziaria di chi lo detiene, sarà importante anche assicurarsi il buon impiego dei risparmi privati che da quella ricchezza promaneranno, il che richiama la necessità di ridisegnare il ruolo del settore finanziario, rafforzandone la solidità e la capacità di allocare le risorse in un modo che davvero aiuti il Paese a crescere.
  • Il debito creato con la pandemia è in larghissima misura acquistato dalle Banche Centrali, con emissione di nuova moneta che circola nell’economia senza produrre inflazione perché la carenza di domanda per beni e servizi reali evita tale effetto; dunque la monetizzazione (diretta o indiretta) dei deficit pubblici è uno strumento che nell’eurozona andrebbe utilizzato in modo assai più massiccio, sino a che non si sarà fuori dalla crisi, alla stregua di quanto stanno facendo altre economie avanzate.

Esistono proposte articolate sulla Moneta Fiscale e progetti di legge già depositati presso Camera e Senato che, se adottati, permetterebbero di integrare redditi e capacità di spesa (privata e pubblica) senza ricorrere a nuovo indebitamento, e che quindi andrebbero perseguite.

C’è da sperare che queste “illuminazioni” non richiedano svariati altri anni e che possano invece presto ispirare Draghi e convincerlo a farsene influente sostenitore affinché esse si traducano in concrete azioni politiche, in special modo se avrà ragione chi ritiene che Draghi sia destinato ad assumere un’importantissima carica politica: quella di presidente del consiglio o di presidente della repubblica.

Il sospetto, per la verità, è che Draghi tutte queste cose le abbia perfettamente capite, ma non ritenga sia oggi il caso di riconoscerle esplicitamente. Può essere. La competenza di Draghi non è in discussione. Come non lo è, d’altra parte, la sua scaltrezza. E non essendo in dubbio la sua scaltrezza, riteniamo che un Draghi presidente del consiglio o presidente della repubblica non verrà (se mai verrà) a fare cose simili a quelle messe in atto da Mario Monti nel 2012. Perché lasciarsi alle spalle un’economia in macerie è la via più sicura per rovinare una reputazione oggi altissima.

Ad ogni modo, se l’obiettivo è quello di evitare le macerie, va detto che l’agenda del discorso di Rimini (se tale la vogliamo definire) è ancora carente sotto parecchi punti di vista. Certo, il Mario Draghi del 2020 dice cose significativamente diverse dal Mario Draghi del 2011-2012. E questo c’incoraggia.

Ma serve molto di più.

(8 settembre 2020)

 

FONTE: http://temi.repubblica.it/micromega-online/santificare-draghi/#.X50k3rvnMBU.facebook

Arriva Draghi. Missione compiuta

di Norma Rangeri (da Il Manifesto del 3/1/2021)

Missione fallita, missione compiuta.

Matteo Renzi ha ottenuto l’obiettivo che si era prefisso: distruggere la maggioranza di governo, annientare il centrosinistra e tirare la volata a un governo di unità nazionale, consegnando il paese nelle mani di un salvatore della patria che ha un nome e cognome: Mario Draghi, incaricato, ieri sera, dal presidente Mattarella, di formare un ministero di salute pubblica.

Sono ore drammatiche, sottolineate dal tono e dalle parole del Capo dello Stato che, parlando in diretta televisiva, ha informato il paese delle sue determinazioni.

Mattarella ha spiegato perché le elezioni anticipate non sono ritenute un’alternativa possibile in questo momento e perché è invece necessario avere subito un governo capace di affrontare la situazione sanitaria e dunque di centrare l’obiettivo del Recovery fund.

Siamo di fronte se non a un azzeramento certamente a una micidiale riduzione degli spazi democratici, a un vero e proprio commissariamento del paese, come capitò con Monti e come non capita in nessun paese europeo, e segnatamente in una congiuntura storica come quella che stiamo vivendo.

Si annullano le differenze politiche e si affidano le sorti del nostro paese a un illustre economista. Che solo il paravento di una falsa coscienza può definire un tecnico.

E quando la politica fa un passo indietro per lasciare il campo a uomini della finanza, vuol dire che la democrazia gode di una cattiva, pessima salute.

Un motivo in più per tenere alta la guardia.

 

 

Ilaria Agostini: riacquisire il potere collettivo di gestione del territorio sottraendolo alla rendita immobiliare e finanziaria

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, riceve dall’amica e collaboratrice, Prof.ssa Ilaria Agostini, docente di Urbanistica all’Università di Bologna, questo interessante contributo, riportato di seguito, in merito alle politiche di gestione del territorio, argomento oggetto della sua ultima pubblicazione “Tra territorio e politica: l’urbanistica. Argomenti per una sua reinvenzione” edita da Deriveapprodi.

Nel saggio, la prof.ssa Agostini, denunciando l’assoggettamento della pianificazione territoriali agli interessi della lobby degli immobiliaristi e dei gruppi finanziari che vi investono a scopi speculativi e di estrazione di rendita (anche in questo caso si può definire estrattivismo), analizza la mutazione genetica della Scienza Urbanistica da disciplina al servizio dei bisogni e delle aspettative della popolazione, in strumento delle strategie di profitto da parte delle imprese di costruzioni e del grande capitale, sempre più in veste finanziaria.

Il ruolo della disciplina, elemento di congiunzione fra territorio e politica, viene analizzato nei suoi aspetti “degenerativi” attraverso 6 distinti ambiti di riflessione che conducono il lettore alla riflessione finale sulle strategie da perseguire affinché i ceti popolari possano riappropriarsi dell’effettivo potere di pianificazione del territorio e degli spazi urbani, sottraendolo agli appetiti del profitto e della rendita. Continua a leggere

“UNA SOLA CASA”: migranti e migrazioni al tempo del Covid-19. Una importante pubblicazione dello CSER

Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme

L’introduzione al volume di P. Lorenzo Prencipe (Presidente CSER)

Al 22 dicembre 2020 il coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina e dà il via a quella che nel giro di pochi mesi è diventata una pandemia globale da Covid-19, ha prodotto nel mondo 77.534.614 casi di contagio e 1.706.032 morti (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine (1) ) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale, oltre 3 miliardi di persone.

Ad ogni modo, se la peste nera del XIV secolo, in un solo anno, dal 1348 al 1349, ha causato la morte di circa 22 milioni di persone in Europa portando la popolazione europea del tempo da 74 a 52 milioni complessivi, se l’influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, arrivò a infettare circa 500 milioni di persone nel mondo, provocando la morte 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi di persone, non è azzardato affermare che l’epidemia da Covid-19 è meno distruttrice in vite umane e in relazioni sociali delle precedenti pandemie che hanno attraversato la storia delle nostre società, anche se gli sguardi terrorizzati dei contagiati più gravi e la continua crescita numerica dei morti giornalieri riportano in superficie la memoria personale e collettiva di ansie e paure mai sopite.

La pandemia da Covid-19 ha comunque provocato una grave situazione sanitaria mondiale che si è rapidamente trasformata in pesante crisi economica e sociale. Senza voler sopravvalutare analisi, dibattiti e polemiche che caratterizzano le coperture mediatico-politiche di ogni grande crisi nelle nostre società occidentali e senza sottovalutare il prezzo in vite umane e in disagio psicologico, sociale ed economico che tutti gli strati sociali delle popolazioni mondiali (soprattutto le più povere e marginalizzate) stanno pagando, vogliamo qui sottolineare alcune conseguenze che la pandemia da Covid-19 sta producendo  sulle migrazioni e su migranti e rifugiati, aggravandone le condizioni di vita. Continua a leggere

A proposito di Patrimoniale: La Lettera dei “MILIONARI PER L’UMANITA’”: tenuta nascosta ai più e che va invece rilanciata e diffusa

Questa iniziativa che raccoglie 83 multi-milionari (in euro o dollari) da diversi paesi del mondo, è datata ad alcuni mesi fa; stranamente, non vi è stata una particolare risonanza nell’opinione pubblica mondiale e nazionale su una posizione che qualche risonanza avrebbe dovuto averla, in tempi come questi. Il filtro mediatico mainstream diretto da altri, più potenti milionari che la pensano diversamente, è stato poderoso. Tale da bloccare un pericoloso vaccino che rischiava di fare una breccia sistemica.

Eppure la proposta c’è ed è attiva. Sarebbe utile diffonderla e farla circolare così da non sentirsi orfani qualora si sostenga la necessità di una patrimoniale sulle grandi ricchezze nazionali e internazionali. D’altra parte, se non si è in grado di costruire alleanze con pezzi di mondo che mantengono una certa dignità e alcuni valori condivisibili, resta solo di cadere definitivamente nel braciere approntato da coloro che di dignità e valori se ne fottono.

Un ultimo inciso: ammesso (e niente affatto concesso) che questa tassazione “immediata, sostanziale e permanente” venga introdotta trasferendo al pubblico le risorse necessarie alla salvaguardia dell’umanità, è indispensabile evitare che al governo degli stati si reinsedino quelli dell’altra sponda. Altrimenti, la partita di giro assomiglierebbe all’incommensurabile Pacco, doppio pacco e contropaccotto di Nanni Loi. Dunque bisognerebbe prepararsi per bene.

Per quanto riguarda l’ascendenza nazionale dei firmatari, vale anche la pena notare, con inquietudine e a conferma che disponiamo della borghesia più accattona d’Europa, come non vi figuri alcun figuro multimilionario del Bel Paese.

 

 

“Millionaires for Humanity”

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

Ai nostri compagni cittadini del mondo:

Mentre il Covid-19 colpisce il mondo, i milionari come noi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nella guarigione del nostro mondo. No, non siamo quelli che si prendono cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non guidiamo le ambulanze che porteranno i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi di alimentari o consegnando cibo porta a porta. Ma abbiamo soldi, molti. Denaro di cui c’è un disperato bisogno ora e che continuerà ad esserlo negli anni a venire, mentre il nostro mondo si riprende da questa crisi.

Oggi noi sottoscritti milionari chiediamo ai nostri governi di aumentare le tasse su persone come noi. Subito. Sostanzialmente. Permanentemente.

L’impatto di questa crisi durerà per decenni. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in più nella povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il lavoro con la chiusura delle aziende, alcune in modo permanente. Ci sono già quasi un miliardo di bambini che non vanno a scuola, molti dei quali non hanno accesso alle risorse di cui hanno bisogno per continuare il loro apprendimento.

E, naturalmente, l’assenza di letti ospedalieri, maschere protettive e ventilatori è un doloroso e quotidiano promemoria dell’inadeguato investimento fatto nei sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo. I problemi causati e rivelati dal Covid-19 non possono essere risolti con la carità, per quanto generosi. I leader di governo devono assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi di cui abbiamo bisogno e di spenderli in modo equo. Possiamo assicurarci di finanziare adeguatamente i nostri sistemi sanitari, scuole e sicurezza attraverso un aumento permanente delle tasse sulle persone più ricche del pianeta, persone come noi.

Abbiamo un enorme debito con le persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale. La maggior parte dei lavoratori essenziali sono gravemente sottopagati per il peso che portano. All’avanguardia in questa lotta ci sono i nostri operatori sanitari, il 70% dei quali sono donne. Affrontano il virus mortale ogni giorno al lavoro, mentre si assumono la maggior parte della responsabilità per il lavoro non retribuito a casa. I rischi che queste persone coraggiose abbracciano volentieri ogni giorno per prendersi cura del resto di noi ci impongono di stabilire un nuovo, reale impegno reciproco e verso ciò che conta davvero.

La nostra interconnessione non è mai stata così chiara. Dobbiamo riequilibrare il nostro mondo prima che sia troppo tardi. Non ci sarà un’altra possibilità per farlo bene. A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro, la nostra casa o la nostra capacità di sostenere le nostre famiglie. Non stiamo combattendo in prima linea in questa emergenza e abbiamo molte meno probabilità di essere le sue vittime. Quindi per favore. Tassaci. Tassaci. Tassaci. È la scelta giusta. È l’unica scelta. L’umanità è più importante dei nostri soldi.

 

I firmatari:

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

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To Our Fellow Global Citizens:

As Covid-19 strikes the world, millionaires like us have a critical role to play in healing our world. No, we are not the ones caring for the sick in intensive care wards. We are not driving the ambulances that will bring the ill to hospitals. We are not restocking grocery store shelves or delivering food door to door. But we do have money, lots of it. Money that is desperately needed now and will continue to be needed in the years ahead, as our world recovers from this crisis.

Today, we, the undersigned millionaires, ask our governments to raise taxes on people like us. Immediately. Substantially. Permanently.

The impact of this crisis will last for decades. It could push half a billion more people into poverty. Hundreds of millions of people will lose their jobs as businesses close, some permanently. Already, there are nearly a billion children out of school, many with no access to the resources they need to continue their learning. And of course the absence of hospital beds, protective masks, and ventilators is a painful, daily reminder of the inadequate investment made in public health systems across the world.

The problems caused by, and revealed by, Covid-19 can’t be solved with charity, no matter how generous. Government leaders must take the responsibility for raising the funds we need and spending them fairly. We can ensure we adequately fund our health systems, schools, and security through a permanent tax increase on the wealthiest people on the planet, people like us.

We owe a huge debt to the people working on the frontlines of this global battle. Most essential workers are grossly underpaid for the burden they carry. At the vanguard of this fight are our health care workers, 70 percent of whom are women. They confront the deadly virus each day at work, while bearing the majority of responsibility for unpaid work at home. The risks these brave people willingly embrace every day in order to care for the rest of us requires us to establish a new, real commitment to each other and to what really matters.

Our interconnectedness has never been more clear. We must rebalance our world before it is too late. There will not be another chance to get this right.

Unlike tens of millions of people around the world, we do not have to worry about losing our jobs, our homes, or our ability to support our families. We are not fighting on the frontlines of this emergency and we are much less likely to be its victims.

So please. Tax us. Tax us. Tax us. It is the right choice. It is the only choice.

Humanity is more important than our money.

 

The Signers

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

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Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

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Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

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Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

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FIRENZE: La querela temeraria di Nardella colpisce la democrazia, non solo Tomaso Montanari

La querela temeraria di Nardella colpisce la democrazia, non solo Tomaso Montanari

di Cristiano Lucchi, da “La Città invisibile”, 18 dicembre 2020

Dario Nardella, al momento sindaco di Firenze, ha querelato Tomaso Montanari chiedendo 165.000 euro di danni per aver detto quello che ogni persona, libera intellettualmente e attenta al bene comune e non al profitto di pochi, ha compreso ormai da anni: «Firenze è una città in svendita, è una città all’incanto, una città che se la piglia chi offre di più: e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri che prendono la città e la smembrano».

Su questo tema anche La Città invisibile ha scritto più volte, si legga ad esempio l’inchiesta A chi fa gola Firenze di Antonio Fiorentino o Svendi Italia di Report in cui trovate anche le dichiarazioni incriminate di Montanari. Oggi non entriamo nel merito della questione, già trattata da molti e, significativamente, da una rete di gruppi e movimenti fiorentini esclusi dal dibattito mainstream sulle condizioni a cui è stata costretta la città dall’attuale classe dirigente politica e imprenditoriale. Ci interessa invece capire il meccanismo che ha mosso il sindaco a chiedere danni in sede civile e non penale. Vogliamo comprendere perché Nardella e i suoi assessori Giachi, Bettini Del Re, Funaro, Gianassi, Giorgetti, Guccione, Martini, Sacchi, Vannucci chiedono complessivamente 165.000 euro e non si affidino invece, sempre che sussista, al reato di diffamazione che prevede una multa tra i 258 e i 2.582 euro.

La risposta che ci siamo dati è tra le peggiori che si possano avere in una democrazia che riconosce in Costituzione sia il diritto di libera manifestazione del pensiero che il diritto di cronaca e di critica. Diritti che ricordiamo sono stati introdotti in funzione antifascista.

Si tratta evidentemente, nel caso di Nardella & Co. contro Montanari, di una querela temeraria, atta a intimidire chi si permette di avere ed esprimere concetti, idee, opinioni che avversano la narrazione imposta dal dominante sulle politiche che produce. Una narrazione troppo spesso dopata, è bene ricordarlo, da fondi, contributi, format, “invenzioni” e pubblicità di emanazione pubblica che vanno a colmare i vuoti dei bilanci di molte delle imprese editoriali locali in piena crisi economica e di identità.

La querela temeraria in genere è avulsa dal merito legale della vicenda, ma ha la capacità di colpire la vittima spremendo tempo, denaro, energie. È sopratutto il tentativo di zittirla, di inibire quel conflitto che sta alla base di ogni dialettica virtuosa quando al centro del dibattito c’è la cosa pubblica. Gli inglesi chiamano questo fenomeno chilling effect (effetto raggelamento) e produce nel malcapitato, soprattutto se debole economicamente, una sorta di autocensura.

La querela temeraria colpisce le persone che esercitano il cosiddetto Quarto potere, siano essi giornalisti, intellettuali, donne e uomini che in piena libertà chiedono conto al potere delle sue azioni. Intimidire questi soggetti vuol dire minacciare lo stato di diritto e l’accesso ad un’informazione libera. Spesso chi ne è colpito, non è il caso di Tomaso Montanari, decide di stare zitto, di aspettare in silenzio che si calmino le acque, perché non ha risorse di alcun tipo per affrontare una causa costosa e impegnativa. Ed è spesso abbandonato dal proprio editore.

Il problema è noto da tempo. Ci sono migliaia di querele temerarie attive in tutta Europa e non solo. È naturale aspettarsi pertanto che chi si affida a questo tipo di azione venga fermato perché rappresenta un virus letale per la democrazia: se la normale circolazione delle notizie viene ostacolata è evidente che il paese è destinato a diventare meno libero. Non è un caso, infatti, che in Parlamento sia in discussione una legge che introduca un’ipotesi di responsabilità aggravata civile per chi, in malafede o colpa grave, attivi un giudizio di richiesta danni. Se approvata questa legge – chissà perché però il dibattito è in stallo, a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina – avrà il merito di tutelare i giornalisti e chi, come loro, rappresenta il nostro “cane da guardia” contro gli abusi del potere.

Comprendiamo come Nardella non sia abituato ad avere a che fare con il giornalismo di inchiesta ma solo con quello di complemento, nella sua accezione militare di accompagnamento. In questa vicenda gli riconosciamo comunque un merito: ha palesato a tutti lo spessore umano e politico alla base del suo agire pubblico; ha mostrato la sua fragilità e la debolezza di politiche che per sorreggersi hanno bisogno di un consenso totale e totalizzante; ha reso evidente che nessuna opinione libera e indipendente può essere tollerata. Di questa epifania lo ringraziamo.

Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere: Michele Boato, “Arcipelago Verde. Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve”

Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere

Michele Boato, Arcipelago Verde.Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve, Gaia edizioni 2020, 10 euro, pag. 250

di Marinella Correggia

Un’epopea. Vista da questo distopico 2020, la storia delle lotte ambientali e antimilitariste in Italia nei due cruciali decenni 1970 e 1980 suscita stupore: tutta quella roba riuscirono a fare, i pionieri! E senza nemmeno Internet. O magari un po’ anche per quello: erano costretti alla realtà.

I quasi cento episodi che Michele Boato racconta con precisione ma con passo da romanzo sono visti da dentro, da chi ne è stato partecipe o anche iniziatore, L’antimilitarismo nonviolento. I Proletari in divisa, sentinelle anti-golpe. L’ostinata opposizione alle fabbriche velenifere. Le proposte di riconversione produttiva. Il vittorioso movimento antinucleare. I comitati anti-infortunistici con gli operai. L’opposizione alle basi militari. La scienza e la medicina contro gli inferni chimici. La Valle Bormida. Seveso. La nascita delle università verdi e delle eco-riviste. L’incontro-scontro a livello locale con alleanze inedite. Gli scioperi studenteschi e il volontariato ambientale. La costruzione del movimento dei consumatori. Le marce infinite. I ricorsi legali. La tutela attiva dei parchi. Il biologico, i rifiuti zero, le tecnologie appropriate. Naturalmente la bicicletta in tutte le sue declinazioni, personali e politiche. E poi…il dissenso cattolico contro la “chiesa del miliardo”, le vicende dei gruppi di sinistra. Le vittorie di quel tempo, locali o nazionali, spesso hanno lasciato il segno, chiudendo per sempre pagine nere.

Su tutto svettavano due stelle polari, come le chiama l’autore: Giorgio Nebbia, lo scienziato delle merci, e Laura Conti, medico. Entrambi generosissimi del loro tempo e del loro sapere. Come tanti altri, debitamente citati.

Strategie, tattiche, obiettivi e alleati. Molto da imparare. Viene da dire che se i pionieri fossero stati ascoltati di più, se le utopie concrete che andavano sviluppando in parallelo alle lotte si fossero moltiplicate, forse l’Italia e – per contaminazione l’Occidente – sarebbero oggi meno responsabili di una crisi climatica mondiale che troppo tardi si pretende di affrontare con mega-piani verdi, mentre già, ci avverte Greenpeace, per l’Africa il fenomeno è irreversibile e non per colpa sua.

Arcipelago verde prosegue il racconto del cammino nell’ambientalismo italiano che Michele Boato ha avviato con il libro La lotta continua (dal secondo dopoguerra, passando per il dissenso cattolico, il ’68 studentesco e il ’69 operaio, fino alle Tre giornate di Marghera nel 1970). Le Liste verdi nate alla metà degli anni 1980 saranno le protagoniste del terzo libro (2021) di questa ricostruzione storica dell’ambientalismo italiano.

Riteniamo utile allegare l’indice, per dare l’idea dell’ampiezza dell’opera.

LEGGI O SCARICA L’INDICE DEL LIBRO

 

Un nuovo modello fiscale a vantaggio di una sanità pubblica, territoriale ed efficiente. Petizione

Firma la petizione popolare per un nuovo modello fiscale a vantaggio di una sanità pubblica, territoriale ed efficiente

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati sostiene la proposta di introduzione di un’imposta progressiva sulle ricchezze finanziarie che esenti i soggetti meno facoltosi e le classi sociali subalterne per far fronte all’emergenza pandemica.

Un’imposta a nostro avviso da introdurre strutturalmente nel sistema fiscale nazionale al fine di compensare i tagli apportati al servizio sanitario e di implementare un’opera di ricostruzione della medicina territoriale, riavvicinando i servizi alla popolazione, invertendo la tendenza alla chiusura di numerosi piccoli e medi ospedali, soprattutto delle aree marginali, e riattivando i numerosi Distretti socio-sanitari finiti sotto la scure dei tagli indotti dalle politiche neoliberiste e di austerità fiscale.

Gravoso problema che non riguarda solo il Mezzogiorno d’Italia, dove i Sistemi sanitari risultano più fragili ma anche il modello della sanità toscana, considerato uno dei più efficienti a livello nazionale, per il minor spazio riservato alla sanità privata convenzionata, peraltro in continua espansione anche questa regione.  Citiamo come esempio di ridimensionamento della medicina territoriale che ha comportato non indifferenti disagi, soprattutto agli anziani, il comune di San Giuliano Terme, localizzato alle porte di Pisa, ove, a partire dal nuovo millennio, i suoi 32.000 abitanti (terzo comune più popoloso a livello provinciale), hanno visto loro malgrado chiudere ben 2 dei 3 Distretti Sanitari operanti e subire  ridimensionamenti delle prestazioni mediche nell’unico rimasto attivo nel capoluogo termale.

Invitiamo a firmare la petizione popolare e a diffonderla per invertire la tendenza alla destrutturazione del Servizio Sanitario Nazionale e al contempo sostenere l’abolizione del finanziamento di quella privata convenzionata che consente di realizzare facili profitti a spese della collettività e di stornare parte delle scarse residue risorse dal pubblico verso il privato.

Per approfondimento sullo stato della Sanità italiana consigliamo l’indagine effettuata da un gruppo di lavoro promosso dal Giga:

http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2020/11/situazione-covid-oggi-in-italia.html

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Una proposta per l’emergenza Covid (ma non solo per la pandemia)

Petizione al parlamento. Chiediamo di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria, con esenzione delle famiglie meno abbienti. Ricchezza finanziaria, quindi non sulle case. Il coordinamento del Gruppo Ins

Sul sito www.paperoniale.it gestito dal Centro Studi Argo di Torino, si raccolgono le firme per una petizione (non un appello) che chiede al Parlamento di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria, con esenzione delle famiglie meno abbienti. Ricchezza finanziaria, quindi non sulle case. Il testo è il seguente:

«Noi cittadini italiani chiediamo, in ottemperanza all’art. 50 della Costituzione che sancisce il diritto dei cittadini di rivolgersi direttamente al Parlamento, che:

“1. Il Parlamento impegni il governo a introdurre un contributo di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi con esclusione delle case e degli altri beni immobili), con aliquote progressive (comunque non superiori all’1%) e una quota esente;

2. Nella norma in materia venga espressamente stabilito che i proventi di questo contributo devono essere interamente investiti nel miglioramento dei servizi per i cittadini, in particolare a vantaggio delle persone maggiormente in difficoltà, e per creare lavoro per i giovani disoccupati.
Entro questo ambito la ripartizione dei fondi dovrà essere oggetto di una rigorosa valutazione tecnica.

3. Riteniamo che decidere quali aliquote applicare, e quindi quali somme ottenere, debba essere valutato del Parlamento.

Quanto segue quindi è solo un suggerimento. Proponiamo la totale esenzione per la metà delle famiglie a più basso reddito, un’aliquota media intorno allo 0.8% per il decimo più ricco, e un’aliquota media intorno allo 0.15% per le altre. Dato che in Italia la ricchezza finanziaria è molto concentrata, il gettito dovrebbe essere superiore ai 20 miliardi.”

La proposta è stata elaborata da un gruppo di economisti e sociologi delle Università piemontesi, sulla base della loro preparazione scientifica.

Sul sito vi sono i necessari approfondimenti, ma può essere utile ricordare, a sostegno della petizione, alcuni dati che dovrebbero essere ovvi e purtroppo non lo sono.

1. La ricchezza di cui parliamo è quella ufficialmente censita, quindi l’imposta potrebbe essere riscossa “con un click”, come già avviene per l’imposta di bollo sui risparmi. È per questo che si chiede di tassare la sola ricchezza finanziaria, e non quella immobiliare, cosa che richiederebbe pratiche complesse.

2. I grandi patrimoni finanziari sono perlopiù frutto di redditi da capitale, che sono tassati in modo proporzionale e non progressivo, in contrasto con la Costituzione. Quindi l’imposta che suggeriamo, avendo aliquote progressive, è pienamente coerente col dettato costituzionale.

3. Al di là di ogni altra considerazione, siamo in un’emergenza: le risorse vanno trovate là dove sono e dove è facile reperirle.

4. Infine, è giusto chiedere la solidarietà dell’Europa; ma ci sembra profondamente sbagliato che l’Italia non contribuisca a questa solidarietà chiedendo un contributo ai propri cittadini in grado di darlo. E sarebbe ora di affermare il principio che chi deve fare dei sacrifici, quando è necessario, deve soprattutto essere chi ha di più, e non chi ha di meno.

Quanto sopra è tutt’altro che rivoluzionario; in effetti aliquote più alte di quelle suggerite sarebbero del tutto giustificate. Ma è presumibile che ci saranno difficoltà a trovare adeguato riscontro sui grandi canali televisivi e sui grandi giornali. Vi preghiamo quindi non solo di firmare la petizione, ma anche di diffonderla. Ripetiamo il sito: www.paperoniale.it.

I promotori dell’iniziativa

Filippo Barbera, Università di Torino; Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale; Giancarlo Cerruti, Università di Torino; Bruno Contini, Università di Torino; Federico Dolce, direttore del Centro Studi Argo, Torino; Ugo Mattei, Università di Torino; Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale; Serena Pellegrino, già vicepresidente della Commissione Ambiente e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati; Francesco Scacciati, Università di Torino; Andrea Surbone, scrittore; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di Torino; Willem Tousijn, Università di Torino.

DOPO COVID-19

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