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Questa categoria contiene 1119 articoli

La riforma costituzionale sul referendum propositivo ha molte lacune. Prima di approvarla, le Camere riflettano bene.

di Alfiero Grandi

Alla Camera si sta discutendo la legge per introdurre in Costituzione il referendum propositivo, destinato ad affiancare quello abrogativo. L’intenzione è condivisibile, le modalità previste vanno corrette per renderlo coerente con la Costituzione. È un passo avanti che la maggioranza gialloverde abbia accettato di inserire nella legge un quorum del 25 % di favorevoli per considerare approvata una proposta di legge popolare sottoposta a referendum propositivo. Esponenti della maggioranza sembrano aperti ad ulteriori modifiche, bene. Tuttavia è bene essere chiari, il quorum introdotto non basta, restano problemi nel testo che non convincono ma anzitutto occorre garantire che questa modifica della Costituzione verrà sottoposta a referendum popolare, prima di entrare in vigore. Elettrici ed elettori hanno il diritto di approvare o respingere le modifiche della Costituzione e la possibilità è assicurata solo da un’approvazione al di sotto dei 2/3 dei deputati e dei senatori. Ricordo che la bocciatura delle modifiche della Costituzione il 4 dicembre 2016 è stata possibile perché il parlamento non le ha approvate con la maggioranza dei 2/3. Continua a leggere

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Il “reddito di cittadinanza” accentua l’emigrazione interna sud-nord e non ridurrà quella verso l’estero.

di Rodolfo Ricci (*)

Come è noto, la misura più importante della manovra economica del governo è il “reddito di cittadinanza”, per il quale sono stati stanziati 7,1 miliardi di euro, (con una riduzione di quasi 2 miliardi rispetto alle previsioni iniziali). Di questi, oltre 1,1 miliardi andranno a potenziare i centri per l’impiego.

Delle 2.552.300 famiglie con ISEE-2016 inferiore a 9.000 Euro, che costituivano la potenziale platea dei beneficiari del “reddito di cittadinanza” nell’ipotesi iniziale, ben 1.316.900 erano residenti nelle 61 provincie del sud Italia (includendo in esse l’Abruzzo e le due provincie meridionali del Lazio, Latina e Frosinone). Si trattava di oltre il 51% del totale. Continua a leggere

“Per la CGIL del futuro”: la relazione eil documento conclusivo dell’Assemblea nazionale di Sinistra sindacale

 

SCARICA la pubblicazione di Sinistra Sindacale con i documenti dell’Assemblea.

 

Cesare Battisti, la giustizia serve a evitare la vendetta. Sennò si torna al Medioevo

di Susanna Marietti (Coordinatrice Associazione Antigone)

“Le pene devono tendere alla putrefazione del condannato”. È questo il nuovo articolo 27 della Carta Costituzionale, per come lo vorrebbero coloro che si augurano che un detenuto marcisca in galera. Un’affermazione che ci riporta a un’idea medievale di giustizia.

Non voglio parlare del fatto evidente che nel qualificare più e più volte Cesare Battisti come un “assassino comunista” venga ostentata la connotazione politica del desiderio di vendetta, che nulla dovrebbe avere a che fare con il corretto corso della giustizia e con le pene per i reati gravissimi per cui Battisti è condannato. La pena in uno Stato democratico di diritto è la soluzione legale per sottrarsi ai rischi di vendetta. Per decenni ciò era considerato assodato nella vita politica e culturale italiana. Oggi si intende riaffermare un’idea di pena spettacolarizzata, come ai tempi della ghigliottina sulla pubblica piazza.

Non voglio ricordare che non si può certo parlare di impunità in relazione alla stagione politica degli anni Settanta del secolo scorso, ma dell’esatto contrario. E che 6mila persone – delle oltre il triplo che vennero inquisite, alcune delle quali avevano commesso crimini gravissimi – hanno trascorso o stanno trascorrendo lunghi e lunghissimi anni in galera, con sentenze rese sproporzionate da leggi emergenziali e da automatismi sanzionatori che hanno cancellato ogni valutazione delle singole azioni criminose.

Non voglio neanche parlare della pena dell’ergastolo, che molti pensatori democratici – non ultimo Aldo Moro – hanno qualificato come disumana e contraria a parametri avanzati di civiltà giuridica e che vorrebbe quantomeno che si smettesse di sorridere ai fotografi mentre la si augura a qualcuno.

Non voglio, infine, commentare la decisione di indossare la giacca della Polizia da parte di un ministro che dimentica la complessità del proprio ruolo, il quale affianca un Dipartimento per le libertà civili a quello di pubblica sicurezza.

No, non voglio parlare di tutto questo. Vorrei solo contribuire nel mio piccolo a tenere alto il senso di umanità, i diritti umani, i valori dei nostri Padri costituenti che nelle prigioni c’erano stati davvero. Chi conosce la realtà dei nostri penitenziari, chi si occupa di carcere da tanto tempo e lo ha fatto sempre nel faro della Costituzione italiana, prova sconcerto nel sentire un ministro della Repubblica affermare soddisfatto che qualcuno “marcirà in galera”. È un modo per augurare la morte. Una morte piena di sofferenza. Non è questo il senso dello Stato e delle istituzioni della giustizia che ci appartiene.

 

FONTEhttps://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/15/cesare-battisti-la-giustizia-serve-a-evitare-la-vendetta-senno-si-torna-al-medioevo/4899741/

 


 

Le Faq su Cesare Battisti

Cesare Battisti è stato arrestato in Bolivia dopo 37 anni di latitanza tra Francia, Messico e Brasile. 

Era evaso dal carcere di Frosinone nel 1981 dopo essere stato condannato a 12 anni in primo grado per banda armata, e poi processato e condannato all’ergastolo in contumacia. Mainstream e politica raccontano in modo sbrigativo e superficiale il complesso caso Battisti, tanto che il ministro degli Interni è arrivato a definire in più occasioni Battisti un “assassino comunista”.

In queste ore ci sembra utile ripubblicare le FAQ sul caso Battisti tratte da Carmilla on line

FONTE:  https://www.ilsalto.net/faq-su-cesare-battisti/

 

Perché Cesare Battisti fu arrestato, nel 1979?

Fu arrestato nell’ambito delle retate che colpirono il Collettivo Autonomo della Barona (un quartiere di Milano), dopo che, il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani.

Perché il gioielliere Torregiani fu assassinato?

Perché, il 22 gennaio 1979, assieme a un conoscente anche lui armato, aveva ucciso Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d’assalto il ristorante Il Transatlantico in cui cenava in folta compagnia. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Chi uccise Torregiani intendeva colpire quanti, in quel periodo, tendevano a “farsi giustizia da soli”.

Cesare Battisti partecipò all’assalto al Transatlantico?

No. Nessuno ha mai asserito questo. Si trattò di un episodio di delinquenza comune.

Cesare Battisti partecipò all’uccisione di Torregiani?

No. Anche questa circostanza — affermata in un primo tempo — venne poi totalmente esclusa. Altrimenti sarebbe stato impossibile coinvolgerlo, come poi avvenne, nell’uccisione del macellaio Lino Sabbadin, avvenuta in provincia di Udine lo stesso 16 febbraio 1979, quasi alla stessa ora.

Eppure è stato fatto capire che Cesare Battisti abbia ferito uno dei figli adottivi di Torregiani, Alberto, rimasto poi paraplegico.

E’ assodato che Alberto Torregiani fu ferito per errore dal padre, nello scontro a fuoco con gli attentatori.

Perché dunque Cesare Battisti viene collegato all’omicidio Torregiani?

Perché, per sua stessa ammissione, faceva parte del gruppo che rivendicò l’attentato, i Proletari Armati per il Comunismo. Lo stesso gruppo che rivendicò l’attentato Sabbadin.

Cos’erano i Proletari Armati per il Comunismo (PAC)?

Uno dei molti gruppi armati scaturiti, verso la fine degli anni ’70, dal movimento detto dell’Autonomia Operaia, e dediti a quella che chiamavano “illegalità diffusa”: dagli “espropri” (banche, supermercati) alle rappresaglie contro le aziende che organizzavano lavoro nero, fino, più raramente, a ferimenti e omicidi.

I PAC somigliavano alle Brigate Rosse?

No. Come tutti i gruppi autonomi non puntavano né alla costruzione di un nuovo partito comunista, né a un rovesciamento immediato del potere. Cercavano piuttosto di assumere il controllo del territorio, spostandovi i rapporti di forza a favore delle classi subalterne, e in particolare delle loro componenti giovanili. Questo progetto, comunque lo si giudichi (certamente non ha funzionato), non collimava con quello delle BR.

Il magistrato Spataro, tra i PM del processo Torregiani, ha detto di recente che gli aderenti ai PAC non superavano la trentina.

Ha cattiva memoria. Gli indagati per appartenenza ai PAC furono almeno 60. La componente maggiore era rappresentata da giovani operai. Seguivano disoccupati e insegnanti. Gli studenti erano tre soltanto.

30 o 60 fa poca differenza.

Ne fa, invece. Cambiano le probabilità di partecipazione alle scelte generali dell’organizzazione, e anche alle azioni da questa progettate. Teniamo presente che, se le rapine attribuite ai PAC sono decine, gli omicidi sono quattro. La partecipazione diretta a uno di questi diviene molto meno probabile, se si raddoppia il numero degli effettivi.

Cesare Battisti era il capo dei PAC, o uno dei capi?

No. Questa è una pura invenzione giornalistica, creata negli ultimi mesi. Né gli atti del processo, né altri elementi inducono a considerarlo uno dei capi. Del resto, non aveva un passato tale da permettergli di ricoprire un ruolo del genere. Era un militante tra i tanti.

In sede processuale Battisti fu però giudicato tra gli “organizzatori” dell’omicidio Torregiani.

In via deduttiva. Avrebbe partecipato a riunioni in cui si era discusso del possibile attentato, senza esprimere parere contrario. Solo con l’entrata in scena del pentito Mutti — dopo che Battisti, condannato a dodici anni e mezzo, era evaso dal carcere e fuggito in Messico — l’accusa si precisò, ma ancora una volta per via deduttiva. Poiché Battisti era accusato da Mutti di avere svolto ruoli di copertura nell’omicidio Sabbadin, e poiché gli attentati Torregiani e Sabbadin erano chiaramente ispirati a una stessa strategia (colpire i negozianti che uccidevano i rapinatori), ecco che Battisti doveva essere per forza di cose tra gli “organizzatori” dell’agguato a Torregiani, pur senza avervi partecipato di persona.

Eppure, di tutti i crimini attribuiti a Battisti, quello cui si dà più rilievo è proprio il caso Torregiani.

Forse si prestava più degli altri a un uso “spettacolare” (si veda l’impiego ricorrente di Alberto Torregiani, non sempre pronto, per motivi anche comprensibili, a rivelare chi lo ferì). O forse — viste certe proposte recenti del ministro Castelli, in tema di autodifesa da parte dei negozianti — era l’episodio meglio capace di fare vibrare certe corde nell’elettorato di riferimento.

Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.

Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variavano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha cominciato a fornire dettagli — per meglio dire, un certo numero di dettagli — solo quando ha visto che la campagna a favore di Cesare Battisti rischiava di rimettere in discussione il modo in cui lui e gli altri magistrati coinvolti (Corrado Carnevali, Pietro Forno, ecc.) avevano condotto istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.

In tutti i casi, quello a Cesare Battisti e agli altri accusati del delitto Torregiani fu un processo regolare.

No, non lo fu, e dimostrarlo è piuttosto semplice.

Perché il processo Torregiani, poi allargato all’intera vicenda dei PAC, non fu regolare?

Precisiamo: non fu regolare se non nel quadro delle distorsioni della legalità introdotte dalla cosiddetta “emergenza”. Sotto il profilo del diritto generale, il processo fu viziato da almeno tre elementi: il ricorso alla tortura per estorcere confessioni in fase istruttoria, l’uso di testimoni minorenni o con turbe mentali, la moltiplicazione dei capi d’accusa in base alle dichiarazioni di un pentito di incerta attendibilità. Più altri elementi minori.

I magistrati torturarono gli arrestati?

No. Fu la polizia a torturarli. Vi furono ben tredici denunce: otto provenienti da imputati, cinque da loro parenti. Non un fatto inedito, ma certo fino a quel momento insolito, in un’istruttoria di quel tipo. I magistrati si limitarono a ricevere le denunce, per poi archiviarle.

Forse le archiviarono perché non si era trattato di vere torture, ma di semplici pressioni un po’ forti sugli imputati.

Uno dei casi denunciati più di frequente fu quello dell’obbligo di ingurgitare acqua versata nella gola dell’interrogato, a tutta pressione, tramite un tubo, mentre un agente lo colpiva a ginocchiate nello stomaco. Tutti denunciarono poi di essere stati fatti spogliare, avvolti in coperte perché non rimanessero segni e poi percossi a pugni o con bastoni. Talora legati a un tavolo o a una panca.

Se i magistrati non diedero seguito alle denunce, forse fu perché non c’erano prove che tutto ciò fosse realmente accaduto.

Infatti il sostituto procuratore Alfonso Marra, incaricato di riferire al giudice istruttore Maurizio Grigo, dopo avere derubricato i reati commessi dagli agenti della Digos da “lesioni” a “percosse” per assenza di segni permanenti sul corpo (in Italia non esisteva il reato di tortura, e non esiste nemmeno ora, grazie al ministro Castelli e al suo partito), concludeva che la stessa imputazione di percosse non poteva avere seguito, visto che gli agenti, unici testimoni, non confermavano. Dal canto proprio il PM Corrado Carnevali, titolare del processo Torregiani, insinuò che le denunce di torture fossero un sistema adottato dagli accusati per delegittimare l’intera inchiesta.

Nulla ci dice che il PM Carnevali avesse torto.

Almeno un episodio non collima con la sua tesi. Il 25 febbraio 1979 l’imputato Sisinio Bitti denunciò al sostituto procuratore Armando Spataro le torture subite e ritrattò le confessioni rese durante l’interrogatorio. Tra l’altro, raccontò che un poliziotto, nel percuoterlo con un bastone, lo aveva incitato a denunciare un certo Angelo; al che lui aveva denunciato l’unico Angelo che conosceva, tale Angelo Franco. La ritrattazione di Bitti non fu creduta, e Angelo Franco, un operaio, fu arrestato quale partecipante all’attentato Torregiani. Solo che pochi giorni dopo lo si dovette rilasciare: non poteva in alcun modo avere preso parte all’agguato. Dunque la ritrattazione di Bitti era sincera, e dunque, con ogni probabilità, anche le violenze con cui la falsa confessione gli era stata estorta.

Anche ammesso il ricorso alle sevizie in fase istruttoria, ciò non assolve Cesare Battisti.

No, però dà l’idea del tipo di processo in cui fu implicato. Definirlo “regolare” è a dir poco discutibile. Tra i testi a carico di alcuni imputati figurarono anche una ragazzina di quindici anni, Rita Vitrani, indotta a deporre contro lo zio; finché le contraddizioni e le ingenuità in cui incorse non fecero capire che era psicolabile (“ai limiti dell’imbecillità”, dichiararono i periti). Figurò anche un altro teste, Walter Andreatta, che presto cadde in stato confusionale e fu definito “squilibrato” e vittima di crisi depressive gravi dagli stessi periti del tribunale.

Pur ammettendo il quadro precario dell’inchiesta, c’è da considerare che Cesare Battisti rinunciò a difendersi. Quasi un’ammissione di colpevolezza, anche se, prima di tacere, si proclamò innocente.

Può sembrare così oggi, ma non allora. Anzi, è vero il contrario. A quel tempo, i militanti dei gruppi armati catturati si proclamavano prigionieri politici, e rinunciavano alla difesa perché non riconoscevano la “giustizia borghese”. Battisti vi rinunciò perché disse di dubitare dell’equità del processo.

Tralasciate violenze e testimonianze poco attendibili in fase istruttoria, il processo fu però condotto a conclusione con equità.

Non proprio. Accusati minori furono colpiti con pene spropositate. Il già citato Bitti, riconosciuto innocente di ogni delitto, fu ugualmente condannato a tre anni e mezzo di prigione per essere stato udito approvare, in luogo pubblico, l’attentato a Torregiani. Era scattato il cosiddetto “concorso morale” in omicidio, direttamente ispirato alle procedure dell’Inquisizione. Il già citato Angelo Franco, pochi giorni dopo il rilascio, fu arrestato nuovamente, questa volta per associazione sovversiva, e condannato a cinque anni. Ciò in assenza di altri reati, solo perché era un frequentatore del collettivo autonomo.

Secondo Luciano Violante, una certa “durezza” era indispensabile a spegnere il terrorismo. E Armando Spataro sostiene che, a questo fine, l’aggravante delle “finalità terroristiche”, che raddoppiava le pene, si rivelò un’arma decisiva.

Spezzò anche le vite di molti giovani, arrestati con imputazioni destinate ad aggravarsi in maniera esponenziale nel corso della detenzione, pur in assenza di fatti di sangue.

Ciò non vale per Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per avere partecipato a due omicidi ed eseguito altri due.

Al termine del processo di primo grado Battisti, arrestato in origine per imputazioni minori, si trovò condannato a dodici anni e mezzo di prigione. Le condanne all’ergastolo giunsero cinque anni dopo la sua evasione dal carcere. Ma qui è tempo di parlare dei “pentiti” e, soprattutto, dell’unico pentito che lo accusò. Per poi entrare nel merito degli altri tre delitti.

Vediamo di capire che cos’è un “pentito”.

Se ci riferiamo ai gruppi di estrema sinistra, vengono così chiamati quei detenuti per reati connessi ad associazioni armate che, in cambio di consistenti sconti di pena, rinnegano la loro esperienza e accettano di denunciare i compagni, contribuendo al loro arresto e allo smantellamento dell’organizzazione. Di fatto una figura del genere esisteva già alla fine degli anni ’70, ma entra stabilmente nell’ordinamento giuridico prima con la “legge Cossiga” 6.2.1980 n. 15, poi con la “legge sui pentiti” 29.5.1982 n. 304. Manifesta i pericoli insiti nel suo meccanismo sia prima che dopo questa data.

Quali sarebbero i “pericoli”?

La logica della norma faceva sì che il “pentito” potesse contare su riduzioni di pena tanto più elevate quante più persone denunciava; per cui, esaurita la riserva delle informazioni in suo possesso, era spinto ad attingere alle presunzioni e alle voci raccolte qui e là. Per di più, la retroattività della legge incitava a delazioni indiscriminate anche a distanza di molti anni dai fatti, quando ormai erano impossibili riscontri materiali.

Esistono esempi di questi effetti perversi?

Il caso più clamoroso fu quello di Carlo Fioroni, che, minacciato di ergastolo per il sequestro a fini di riscatto di un amico, deceduto nel corso del rapimento, accusò di complicità Toni Negri, Oreste Scalzone e altre personalità dell’organizzazione Potere Operaio, sgravandosi della condanna. Ma anche altri pentiti, quali Marco Barbone (oggi collaboratore di quotidiani di destra), Antonio Savasta, Pietro Mutti ecc. seguitarono per anni a spremere la memoria e a distillare nomi. Ogni denuncia era seguita da arresti, tanto che la detenzione diventò arma di pressione per ottenere ulteriori pentimenti. Purtroppo ciò destò scandalo solo in un secondo tempo, quando la logica del pentitismo, applicata al campo della criminalità comune, provocò il caso Tortora e altri meno noti.

Pietro Mutti fu l’accusatore principale di Cesare Battisti. Chi era?

Figurò tra gli imputati del processo Torregiani, sebbene latitante, e l’accusa chiese per lui otto anni di prigione. Fu catturato nel 1982 (dopo che Battisti era già evaso), a seguito della fuga dal carcere di Rovigo, il 4 gennaio di quell’anno, di alcuni militanti di Prima Linea. Mutti fu accusato di essere tra gli organizzatori dell’evasione.

Di quali delitti Mutti, una volta pentito, accusò Battisti?

Tralasciando reati minori, per tre omicidi. Battisti (con una complice) avrebbe direttamente assassinato, il 6 giugno 1978, il maresciallo degli agenti di custodia del carcere di Udine Antonio Santoro, che i PAC accusavano di maltrattamenti ai detenuti. Avrebbe direttamente assassinato a Milano, il 19 aprile 1979, l’agente della Digos Andrea Campagna, che aveva partecipato ai primi arresti legati al caso Torregiani. Tra i due delitti avrebbe partecipato, senza sparare direttamente ma comunque con ruoli di copertura, al già citato omicidio del macellaio Lino Sabbadin di Santa Maria di Sala.

L’omicidio Sabbadin è quello di cui più si è parlato. In un’intervista al gruppo di estrema destra francese Bloc Identitaire, il figlio di Lino Sabbadin, Adriano, ha dichiarato che gli assassini del padre sarebbero stati i complici del rapinatore da questi ucciso.

O la sua risposta è stata male interpretata, o ha dichiarato cosa che non risulta da alcun atto. Meglio tralasciare le dichiarazioni dei congiunti delle vittime, la cui funzione, nel corso della canea contro Battisti, è stata essenzialmente spettacolare.

Cesare Battisti è colpevole o innocente dei tre omicidi di cui lo accusò Mutti?

Lui si dice innocente, anche se si fa carico della scelta sbagliata in direzione della violenza che, in quegli anni, coinvolse lui e tanti altri giovani. Qui però non è questione di stabilire l’innocenza o meno di Battisti. E’ invece questione di vedere se la sua colpevolezza fu mai veramente provata, nonché di verificare, a tal fine, se l’iter processuale che condusse alla sua condanna possa essere giudicato corretto. In caso contrario, non si spiegherebbe l’accanimento con cui il governo italiano, con il sostegno anche di nomi illustri dell’opposizione, ha cercato di farsi riconsegnare Battisti dalla Francia.

A parte le denunce di Mutti, emersero altre prove a carico di Battisti, per i delitti Santoro, Sabbadin (sia pure in ruolo di copertura) e Campagna?

No. Quando oggi i magistrati parlano di “prove”, si riferiscono all’incrocio da loro effettuato tra le dichiarazioni di un pentito (nel nostro caso Mutti) e gli indizi indirettamente forniti dai “dissociati”.

Cosa si intende per “dissociato”?

Chi prenda le distanze dall’organizzazione armata cui apparteneva e confessi reati e circostanze che lo riguardino, senza però accusare altri. Ciò comporta uno sconto di pena, anche se ovviamente inferiore a quello di un pentito.

In che senso un dissociato può fornire indirettamente indizi?

Per esempio se afferma di non avere partecipato a una riunione perché contrario a una certa azione che lì veniva progettata, pur senza dire chi c’era. Se nel frattempo un pentito ha detto che X partecipò a quella riunione, ecco che X figura automaticamente tra gli organizzatori.

Cosa c’è che non va, in questa logica?

C’è che sia la denuncia diretta del pentito, che l’indizio fornito dal dissociato, provengono da soggetti allettati dalla promessa di un alleggerimento della propria detenzione. La loro lettura congiunta, se mancano i riscontri, è effettuata dal magistrato che la sceglie tra varie possibili. Inoltre è comunque il pentito, cioè colui che ha incentivi maggiori, a essere determinante. Tutto ciò in altri paesi (non totalitari) sarebbe ammesso in fase istruttoria, e in fase dibattimentale per il confronto con l’accusato. Non sarebbe mai accettato con valore probatorio in fase di giudizio. In Italia sì.

Nel caso di Battisti mancano altri riscontri?

Vi sono solo dei riconoscimenti di testi che lo stesso magistrato Armando Spataro ha definito poco significativi. Espressione a dir poco “benigna”. Nel caso dell’agente Campagna, i testi indicarono due autori dell’attentato: una donna e un uomo barbuto alto 1,90. Il pentito Mutti fornì i nomi per identificarli. Ebbene, Battisti è di bassa statura (e all’epoca non portava la barba, anche se naturalmente poteva averne una falsa). La “complice” accusata da Mutti fu completamente prosciolta nel 1994, per non avere commesso il fatto.

Ma il pentito Pietro Mutti non può essere ritenuto credibile? Vi sono motivi per asserire che sia mai caduto nel meccanismo “Quanto più confesso, tanto meno resto in prigione”?

Sì. Le denunce di Pietro Mutti non riguardarono solo Battisti e i PAC, ma furono a 360 gradi, e si indirizzarono nelle direzioni più svariate. La più clamorosa riguardò l’OLP di Yasser Arafat, che avrebbe rifornito di armi le Brigate Rosse. In particolare, elencò Mutti, “tre fucili AK47, 20 granate a mano, due mitragliatrici FAL, tre revolver, una carabina per cecchini, 30 chilogrammi di esplosivo e 10.000 detonatori” (mica tanto, a ben vedere, a parte il numero incongruo dei detonatori; mancava solo che Arafat consegnasse una pistola ad aria compressa). Il procuratore Carlo Mastelloni poté, sulla base di questa preziosa rivelazione, aggiungere un fascicolo alla sua “inchiesta veneta” sui rapporti tra terroristi italiani e palestinesi, e chiamò persino in giudizio Yasser Arafat. Poi dovette archiviare il tutto, perché Arafat non venne e il resto si sgonfiò.

Ciò ha a che vedere con le armi, provenienti dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, mercanteggiate nel 1979 da tale Maurizio Follini, che Armando Spataro dice essere stato militante dei PAC?

Questo Follini era mercante d’armi e, secondo alcuni, spia sovietica. Fu tirato in ballo da Mutti, ma in relazione ad altri gruppi. Conviene stendere un velo pietoso. Dopo avere notato, però, quanto le rivelazioni di Mutti tendessero al delirio.

Mutti non sarà attendibile per altre inchieste, ma nulla ci garantisce che, almeno sui PAC, non dicesse la verità.

Ho già detto che nel 1994 la Cassazione mandò assolta una coimputata di Battisti, anche lei denunciata da Mutti per il delitto Campagna. Parlo del 1994. Per dieci anni la magistratura aveva creduto, a suo riguardo, alle accuse del pentito. Ciò dovrebbe commentarsi da solo. Ma c’è da aggiungere che molte volte, nel corso dei processi, Mutti addossò a Battisti colpe proprie o di propri amici, salvo essere costretto a ritrattare di fronte all’evidenza dei fatti.

Un esempio?

Il delitto Santoro, materialmente eseguito dallo stesso Mutti e da un complice di nome Giacomin (che confessò). Sulle prime, il pentito addossò a Battisti la responsabilità di avere sparato. Successivamente, messo alle strette, declassò la funzione di Battisti a quella di autista.

Armando Spataro parla di valide testimonianze a carico di Battisti.

E’ vero. Peccato che resti sul vago, e non sappia indicarne nemmeno una.

Anche ammesso che il processo che ha portato alla condanna di Cesare Battisti sia stato viziato da irregolarità e imperniato sulle deposizioni di un pentito poco credibile, è certo che Battisti ha potuto difendersi nei successivi gradi di giudizio.

Non è così, almeno per quanto riguarda il processo d’appello del 1986, che modificò la sentenza di primo grado e lo condannò all’ergastolo. Battisti era allora in Messico e ignaro di ciò che avveniva a suo danno in Italia.

Il magistrato Armando Spataro ha detto che, per quanto sfuggito di sua iniziativa alla giustizia italiana, Battisti poté difendersi in tutti i gradi di processo attraverso il legale da lui nominato.

Ciò è vero solo per il periodo in cui Battisti si trovava ormai in Francia, e dunque vale essenzialmente per il processo di Cassazione che ebbe luogo nel 1991. Non vale per il processo del 1986, che sfociò nella sentenza della Corte d’Appello di Milano del 24 giugno di quell’anno. A quel tempo Battisti non aveva contatti né col legale, pagato dai familiari, né con i familiari stessi. E’ stato provato che, circa la nomina del difensore, lasciò mandati in bianco, poi compilati da altri.

Questo lo dice lui.

Be’, lo dice anche l’avvocato Giuseppe Pelazza di Milano, che si assunse la difesa, e lo dicono i familiari. Ma certamente si tratta di testimonianze di parte. Resta il fatto che Battisti non ebbe alcun confronto con il pentito Mutti che lo accusava. Si era sottratto al carcere, d’accordo; però il dato oggettivo è che non poté intervenire in un procedimento che commutava la sua condanna da dodici anni di prigione in due ergastoli, e gli attribuiva l’esecuzione di due omicidi, la partecipazione a svariato titolo ad altri due, alcuni ferimenti e una sessantina di rapine (cioè l’intera attività dei PAC). Questo era ed è ammissibile per la legge italiana, ma non per la legislazione di altri paesi che, pur prevedendo la condanna in contumacia, impone la ripetizione del processo qualora il contumace sia catturato.

Riferisce Armando Spataro che la Corte dei Diritti umani di Strasburgo ha giudicato garantito l’imputato nella prassi italiana del processo in contumacia.

Vero. Ma il magistrato Spataro si riferisce a una sola sentenza, e dimentica tutte quelle in cui la stessa Corte ha raccomandato all’Italia di adeguarsi alle norme vigenti nel resto d’Europa in tema di contumacia. D’altra parte è giurisprudenza costante della Corte dei Diritti umani ritenere legittimo il processo in contumacia solo se l’imputato è stato portato a conoscenza del procedimento a suo carico. Ciò nel caso di Cesare Battisti non è dimostrabile. E non basta nemmeno che il suo avvocato sia stato avvisato. Secondo l’art. 42 del codice di deontologia della Corte di Strasburgo, l’avvocato rappresenta effettivamente il cliente solo se 1) il primo si conforma alle decisioni del secondo circa le finalità del mandato a rappresentarlo; 2) l’avvocato si consulta col cliente circa i modi per perseguire tali finalità. Il punto 2), per quanto riguarda il processo d’appello del 1986, non è sicuramente stato applicato, e anche il punto 1) è dubbio. Nulla dimostra che Battisti abbia avuto notizia del processo che lo riguardava, e gli elementi esistenti tendono a provare il contrario.

Questi sono cavilli che non dimostrano nulla, e che dimenticano la sostanza della questione seppellendola sotto forme giuridiche.

Ma Battisti non è tenuto a provare niente! L’onere della prova spetta a chi lo accusa. Quanto alla sostanza della questione, vediamo di ricapitolarla: 1) un’istruttoria che nasce da confessioni estorte con metodi violenti; 2) una serie di testimonianze di elementi incapaci per età o facoltà mentali; 3) una sentenza esageratamente severa; 4) un aggravio della stessa sentenza dovuta all’apparizione tardiva di un “pentito” che snocciola accuse via via più gravi e generalizzate, cadendo in infinite contraddizioni. Il tutto nel quadro di una normativa inasprita e finalizzata al rapido soffocamento di un sommovimento sociale di largo respiro, più ampio delle singole posizioni.

Inutile menare il can per l’aia. Cesare Battisti non ha mai manifestato pentimento.

Il diritto moderno — l’ho già detto – reprime i comportamenti illeciti e ignora le coscienze individuali. Reclamare un pentimento qualsiasi era tipico di Torquemada o di Vishinskij.

Battisti ha persino esultato quando è stato liberato.

Non è un comportamento così bizzarro. Figurarsi come si può esultare all’uscita da una prigione, e per il rinvio di una trasferta forzata verso il carcere a vita. Ne sa qualcosa Paolo Persichetti, che da quando è stato estradato viene sbattuto da un penitenziario all’altro, e inizialmente si è visto persino negare gli strumenti per scrivere.

Non si può liquidare così, in una battuta, un problema più complesso.

Esatto. Non si può liquidare così il problema più generale dell’uscita, una buona volta, dal regime dell’emergenza, con le aberrazioni giuridiche che ha introdotto nell’ordinamento italiano.

Convegno FIEI : “I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità” (Video)

 

L’attacco al Venezuela viola il diritto internazionale.

di Fabio Marcelli (giurista internazionale)

Il principio di non ingerenza costituisce un principio fondamentale del diritto internazionale, direttamente collegato a quelli di eguaglianza sovrana e autodeterminazione che rappresentano le basi stesse dell’ordinamento internazionale vigente. Secondo Massimo Iovane, ordinario di diritto internazionale all’università “Federico II” e allievo del grande Benedetto Conforti, si tratta di “uno dei principi più importanti ai fini del mantenimento della convivenza pacifica all’interno della comunità internazionale” (La tutela dei valori fondamentali nel diritto internazionale, Editoriale Scientifica, 2000, p. 67). Continua a leggere

NO alla FINALE di SUPERCOPPA in ARABIA SAUDITA – Le nostre bombe sulle donne e i bambini yemeniti

 

Decreto Sicurezza, quali conseguenze? – Relazione all’incontro del 18 dicembre 2018 a Vicenza

Casa per la Pace, Giuristi Democratici, Pastorale Sociale e del Lavoro, 
Caritas, Migrantes Vicenza

 

 

 

Relazione sull’incontro “Decreto Sicurezza, quali conseguenze?” Svoltosi 
il 18 dicembre 2018 – Giornata mondiale ONU delle Migrazioni- a Vicenza 
nel Palazzo Opere Sociali, Piazza Duomo 2.

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La parentesi storica del neoliberismo si sta chiudendo

di Tonino D’Orazio

Spero profondamente, e con un certo sollievo, che questa parentesi mortifera che ha permesso al capitalismo di abolire un secolo di conquiste del mondo del lavoro e dei diritti sociali e civili, aperta allora con la direzione politica di Margaret Thatcher (Primo Ministro dal 1979 al 1990) nel Regno Unito e Ronald Reagan (Presidente dal 1981 al 1989) negli Stati Uniti e proprio in seguito alla caduta del muro di Berlino (1989), possa chiudersi al più presto. Continua a leggere

Divorati dalla Brexit? Si avvicina la scadenza che coinvolgerà milioni di immigrati in UK e di inglesi residenti in altri paesi europei.

di Tony Simpson – Siamo sull’orlo dell’abisso della Brexit. Tra poche settimane, per come stanno le cose, l’Unione europea perderà 65 milioni di cittadini, più del dieci per cento della sua popolazione. Successivamente, a maggio, sarà eletto un nuovo Parlamento europeo, che dovrà poi approvare una nuova Commissione. La Gran Bretagna sarà rappresentata nel nuovo Parlamento? Per renderlo possibile si dovrebbe concordare un’estensione di due anni rispetto ai tempi indicati nell’art. 50 del Trattato dell’Unione Europea, che altrimenti scadranno alla fine di marzo. In alternativa, il governo britannico dovrebbe unilateralmente revocare la notifica del ritiro dall’Unione. Entrambe le opzioni sono legalmente possibili. Ma c’è la volontà politica di evitare la separazione dall’Unione? Continua a leggere

LA RIFORMA URGENTE E’ QUELLA ELETTORALE

di Alfiero Grandi 

A Palazzo Chigi si aggira un virus che colpisce molti dei suoi inquilini e non fanno eccezione Conte, Di Maio e Salvini. E’ il virus che spinge a cambiare la Costituzione, quasi una prova per entrare nella storia. Eppure il 4 dicembre 2016 è abbastanza vicino per ricordare a tutti che con la Costituzione è bene andarci cauti, come avrebbe dovuto fare Renzi, il cui tentativo di deformazione infatti è stato sconfitto. Continua a leggere

Fabio De Masi, parlamentare della sinistra Die Linke nel Bundestag: “Il governo populista in Italia è il prodotto dell’austerità tedesca”

Il politico italo-tedesco ad HuffPost: “La sinistra è in crisi perché è diventata establishment. La Merkel non ha a cuore i migranti ma le frontiere aperte per l’export tedesco”

 

Fabio De Masi, classe 1980, è un politico italo-tedesco e parlamentare al Bundestag per il partito di sinistra Die Linke, di cui è uno dei capigruppo parlamentari e portavoce per quanto riguarda i temi politico-finanziari. Insieme a Sahra Wagenknecht ha fondato Aufstehen, un movimento trasversale che punta a riunire tutte le forze di sinistra che non si riconoscono nelle modalità in cui viene condotta l’opposizione nei confronti dei grandi partiti liberali e delle crescenti forze populiste. Continua a leggere

Oligarchia europea/Sovranismi nazionalisti: un’altra strada è possibile

di Marco Bersani

  1. Lo scontro in atto fra il governo gialloverde italiano e l’Unione Europea è sintomatico dell’avvitamento in atto della democrazia. E’ infatti uno scontro tanto acceso quanto privo di conflitto politico reale. Tanto è vero che, iniziato in merito ai propositi di superamento del deficit previsto (dall’1,8 al 2,4%) e verificato che, in ogni caso, non vi sarebbe stato alcuno sforamento dei parametri europei (che prevedono un deficit non superiore al 3%), si è successivamente incanalato sulla violazione della regola del debito (ovvero sul mancato rispetto del Fiscal Compact (che prevede una riduzione annuale di 1/20 del debito pubblico sino a portare il rapporto debito/pil sotto il 60%).

Tutto questo, in presenza di una manovra di bilancio che, in stretta continuità con le politiche di austerità, continua a prevedere un avanzo primario (entrate superiori alle uscite) per tutto il prossimo triennio.

Si tratta, in tutta evidenza di uno scontro interamente giocato sul terreno delle elezioni europee del prossimo maggio, che vede l’establishment europeo totalmente avvinghiato allo status quo e le forze “sovraniste” strettamente interessate a evidenziare l’autoritarismo dell’attuale Unione Europea.

Nessuno dei contendenti mette in discussione le politiche liberiste (tale è il segno della flat tax e del “sussidio di sudditanza”, tale è il -comico- obiettivo di incasso di 18 miliardi in un anno sulle privatizzazioni), lo scontro è solo sui luoghi di comando dai quali realizzare tali politiche.

  1. C’è una ragione profonda che spiega la pressoché totale occupazione dello spazio politico da parte del conflitto establishment/sovranisti: la sconfitta della Grecia, con la capitolazione del governo di Syriza all’indomani dello straordinario esito referendario del luglio 2015, quando, dopo due anni di continuative mobilitazioni sociali, il 61% dei greci respinse il Memorandum della Troika. Quella capitolazione, resa totale dall’Ue più per necessità pedagogiche (colpirne uno per educarne cento) che per realtà economica (il Pil della Grecia supera di poco il 2% del Pil dell’Unione Europea), è servita a chiudere la strada ad ogni ipotesi di trasformazione sociale e politica, basata sull’abbandono delle politiche liberiste e di austerità dell’Unione Europea. Oggi, il recente ingresso della Grecia sui mercati finanziari -salutato da Tsipras come “la fine dell’Odissea moderna”- comporterà la strettissima vigilanza sui suoi conti e sulle sue “riforme” fino al 2060, in modo che il monito continui ad essere attivo e costante nel tempo.
  1. 3Che fare allora? Lasciare il terreno occupato da due contendenti, entrambi portatori degli interessi dei grandi capitali finanziari, interessati a mettere sul mercato l’intera vita delle persone? Cedere alla rassegnazione, smettendo di immaginare la possibilità di un radicale cambiamento?

Il tema è complesso e la situazione tutt’altro che semplice, ma, per chi in odio ai tecnocrati europei rischia di simpatizzare per i razzisti nostrani e per chi, indignato da questi, continua a pensare come rassicuranti gli oligarchi di Bruxelles, un’altra strada dovrà essere percorsa.

Avendo chiaro un elemento: senza la costruzione -nei modi e nei tempi che ci vorranno- di una forte mobilitazione sociale, nessun percorso di cambiamento reale potrà essere intrapreso.

Si possono fare tutte le liste rivoluzionarie possibili alle prossime elezioni europee -per un Parlamento che, peraltro, non ha neppure funzioni legislative- ed è certamente meglio avere un europarlmentare consapevole che uno allineato, ma senza piazze in movimento nessun approdo sarà possibile.

  1. La prima domanda da porsi è la seguente: serve una dimensione europea? La risposta, spiacevole sia per chi, da destra, pensa che il mondo sia fatto di diseguaglianze naturali e che occorra difendere ciò che si ha contro tutto e tutti, sia per chi, da sinistra, pensa che il ritorno ai confini nazionalli renda meno difficili esiti rivoluzionari, è SI. Lo dicono i due più grandi problemi che l’intero pianeta dovrà affrontare nei prossimi anni: il cambiamento climatico e l’emigrazione epocale. Sono entrambi temi inaffrontabili senza una dimensione perlomeno continentale che se ne faccia carico e senza una visione internazionale che la supporti.

L’attuale Unione Europea risponde a queste necessità? Qui la risposta è decisamente plebiscitaria, NO. Perchè lungi dall’essere un’unione fra popoli, l’Ue è l’espressione degli interessi delle grandi multinazionali e del grande capitale finanziario, che intendono deregolamentare tutti i diritti e a mercificare tutti i beni comuni, trasformando la democrazia in un’oligarchia.

  1. 5L’Europa è attraversata da sempre da conflitti e lotte in campo sui più diversi temi, ma un dato rimane evidente: mentre le elite economico-finanziarie ragionano e praticano da decenni la dimensione europea e internazionale, le lotte dei movimenti sociali sono ancora troppo ancorate dentro i confini novecenteschi degli Stati nazionali e solo occasionalmente e su obiettivi di scopo riescono ad approdare a dimensioni extra-nazionali. E’ su questo terreno che occorre un progressivo salto di qualità. Serve una nuova casa europea, ma per poterla edificare occorre ribaltare come un calzino l’attuale Unione Europea, ponendo dentro le lotte dei movimenti sociali alcuni obiettivi chiari e di rottura. Vediamo quali
  1. a) Stracciare Maastricht. L’Unione Europea è stata da sempre un’idea culturalmente neoliberale, ma dall’approvazione del Trattato di Maastricht del 1992 è diventata un progetto politico ed economico compiutamente liberista, ora “costituzionalizzato” con il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio. Un progetto non riformabile, se non buttando nel cestino il Trattato di Maastricht e promuovendo un processo costituente che riscriva su basi di uguaglianza, di giustizia sociale e ambientale e di democrazia una nuova casa europea.
  1. b) Fuori dalla trappola del debito. Rompere la gabbia del debito diviene prioritario per fermare le reiterazione infinita del dogma dell’austerità e liberare risorse per la trasformazione sociale ed ecologica; ed è inoltre l’unico vero argine alle derive razziste che stanno prendendo piede dentro la società. Perchè senza mettere in discussione il dogma “C’è il debito, non ci sono i soldi”, sarà impossibile ariginare il conseguente “Se i soldi non ci sono, prima gli italiani”, che strumentalizza l’enorme frustrazione provocata dal peggioramento delle condizioni di vita e dalla perdita di ogni appartenenza sociale.
  1. c) Banca Centrale Europea pubblica. L’indipendenza della Banca Centrale Europea è in realtà una consapevole abdicazione della politica all’economia neoliberale; la Bce infatti è indipendente dall’interesse generale e può di conseguenza perseguire l’interesse privatistico dei mercati e dei grandi interessi finanziari. Senza una banca centrale europea pubblica e al servizio dell’interesse generale (garante del rifinanziamento del debito, leva finanziaria per tutti i progetti di riconversione ecologica dell’economia e per l’universalità dei servizi pubblici) i mercati continueranno ad essere le divinità inconoscibili che determinano le vite degli umani e chiedono sacrifici per mitigarne la collera o implorare benevolenza.
  1. d) Controllo sui movimenti di capitale. La cifra della globalizzazione è data dalla libertà di movimento e circolazione. Il fatto evidente di come si erigano muri e fortezze per fermare gli spostamenti delle persone, mentre basti un “clic” per spostare milioni di euro da un paese all’altro, determinando ascese o crolli di intere società, ci dice come la globalizzazione attuale sia unicamente quella dei grandi capitali finanziari e come una diversa casa comune per le popolazioni non possa prescindere da un forte controllo pubblico sui movimenti di capitale (a partire dall’approvazione della Financial Transation Tax per passare all’obbligo del deposito di garanzia ai capitali in ingresso o già presenti sul territorio, restituibile solo a certe condizioni).
  1. Cambiare l’Europa non è un pranzo di gala. Gli obiettivi sopra proposti sono elementi di rottura radicale con l’attuale Unione Europea. Per poterli raggiungere, è evidente come siano necessarie mobilitazioni sociali permanenti e la consapevolezza di uno scontro durissimo.

D’altronde, quante energie consumiamo per garantire al modello dominante la nostra quotidiana e costante rassegnazione allo stato di cose presente?

“Perchè se chiudono la fabbrica, salite sul tetto?” fu chiesto una volta ad un operaio. “Perchè da lì si vede l’orizzonte” fu la risposta.

 

FONTEhttps://www.italia.attac.org/index.php/europa/10841-oligarchia-europea-sovranismi-nazionalisti-un-altra-strada-e-possibile

2019: Odissea nello spazio…a sinistra

di Marco Noris

You cannot struggle without a theory.” Vijay Prashad

Il 26 maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee. Il momento storico nel quale viviamo è tale per cui queste elezioni assumono un’importanza decisamente più significativa e preoccupante rispetto al passato: qualcuno addirittura prefigura che queste potrebbero essere le ultime elezioni continentali. In questo contesto la Sinistra sta vivendo un periodo di fibrillazione, scomposizione e ricomposizione alla ricerca di un’identità propria che la porti a proporre non tanto e non semplicemente un programma elettorale credibile, bensì una progettualità convincente e di prospettiva in termini alternativi e antisistemici. Continua a leggere

Dalla legge di stabilità al dl sicurezza e alla riforma costituzionale. Governo del cambiamento ? Se prosegue così in peggio.

di Alfiero Grandi

Quanto è avvenuto in parlamento a fine anno è grave. Il merito delle misure della legge di stabilità è già discutibile ma molto peggio è il percorso scelto dal governo per la sua approvazione, che ha inferto un duro colpo al ruolo del parlamento, costretto ad approvare la legge senza conoscere il contenuto delle norme approvate.
E’ vero che in passato c’è stato un ricorso esagerato ai decreti legge e ai voti di fiducia, perfino in occasione dell’approvazione della legge elettorale voluta da Renzi e non sono mancate neppure forzature ai regolamenti parlamentari. Sono precedenti negativi, ma questo non giustifica le imitazioni, tanto più che questo governo si è autoproclamato del cambiamento ed è inaccettabile che abbia rapidamente fatto ricorso alle stesse forzature criticate in precedenza. Continua a leggere

Pieno appoggio ai sindaci contro il decreto Salvini

Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale ha denunciato subito gli aspetti di incostituzionalità che rendono inaccettabile il c.d. “decreto sicurezza”, ora L.132/2018, che tenta di forzare la Costituzione contro i diritti fondamentali delle persone, per di più rendendo più difficile la convivenza fra i cittadini italiani ed una popolazione di stranieri privi di ogni mezzo di sostentamento, che resteranno in Italia e verranno spinti in un’illegalità forzata. Continua a leggere

Pillole economiche dal mondo (21 e 22)

di Tonino D’Orazio

Spagna. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sancez, spinto da Podemos oppure dai prossimi Gilets Jaunes spagnoli, ha deciso un aumento del 22% (!!) del SMG (Salario Minimo Garantito) nel Consiglio dei Ministri del 21 dicembre a Barcellona. Per decreto (non avrebbe tutti i voti in parlamento), dal gennaio 2019. Proprio mentre Macron ha aumentato soltanto il premio di attività, che in realtà concerne 1 lavoratore su 4. Per cui: continuità dell’azione dei suoi Gilets Jaunes. Sancez ha ribadito che “sarà l’aumento più importante dal 1944”. Il salario minimo passerà quindi da 858 € a 1.050 €. Pro memoria: in Francia e in Germania è di 1.498€, in Belgio di 1.562,59. Che succede quando si aumenta il SMG? In un sistema di economia aperta, se non lo si cambia, bisogna tener conto delle differenze di competitività fra i paesi. Ovviamente uno degli elementi è il costo salariale. Certamente ci sono la produttività, la durata legale del lavoro, la qualità dei prodotti, la capacità di marketing, la fiscalità, le norme, le infrastrutture e la sicurezza, ma solo i salari rimangono il tema principale. Continua a leggere

L’approvazione del decreto Salvini è un grave errore e per di più non raggiungerà i risultati promessi

di Alfiero Grandi

Salvini ha già avuto mesi di tempo per dimostrare che i suoi pregiudizi – espressi spesso con protervia – causano non solo gravi ingiustizie ma contrastano con principi della Costituzione e che per di più neppure riescono a raggiungere i risultati promessi. Basta ricordare la sbruffonata sul rimpatrio dei migranti entro 6 mesi che si è scoperto, di questo passo, verrebbero realizzati in 80 anni. Mentre è certo che i suoi attacchi hanno indebolito le energie impegnate nel salvataggio delle vite dei migranti. Il vergognoso attacco indiscriminato alle Ong ha compromesso la loro capacità di salvataggio dei migranti in pericolo di vita nel Mediterraneo. Le Ong avevano dimostrato, in anni di attività, di essere in grado di salvare decine e decine di migliaia di vite umane, integrandosi con le varie autorità nazionali e coprendone i vuoti di capacità operativa. Le navi delle Ong sono state esautorate, messe sotto accusa, il loro operato vilipeso e quello che tuttora cercano di fare nel salvare vite in mare avviene con grandi difficoltà e a loro rischio. Continua a leggere

Africa, smettiamola di rapinarli a casa loro

di Marinella Correggia (Il Manifesto del 19.12.2018)

Dossier. Secondo il rapporto «Honest Accounts», a conti fatti il continente africano risulta essere creditore climatico e finanziario. E gli stessi africani nemmeno lo sanno

Nel 1989 la Campagna Nord-Sud (Biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito) organizzò a Verona il convegno «Il Sud del mondo, nostro creditore». Trent’anni dopo, i politici occidentali amano invece lo slogan «aiutiamoli a casa loro» (sottotitolo: così non ci invadono).
Ma prendiamo il continente africano. Come diceva Leopold Senghor: «L’Africa ha dato tanto, ma gli stessi africani non lo sanno». Li informa e ci informa il rapporto Honest Accounts. How the world profits from Africa’s Wealth, preparato da una serie di organizzazioni britanniche e africane, fra le quali Global Justice Now e People’s Health Movement Kenya, Health Poverty Action, Uganda Debt Network: «I 48 paesi dell’Africa sub-sahariana sono ricchi di risorse minerarie, lavoratori specializzati, nuove attività economiche e biodiversità. Ma sono a tutti gli effetti derubati da un sistema globale che avvantaggia una piccola minoranza consentendo alla ricchezza di uscire dall’Africa; così, secondo la Banca africana di sviluppo, 800 milioni vivono con meno di 4 dollari al giorno». Continua a leggere

Uscire dall’angolo dopo il Decreto Sicurezza

Un resoconto del Workshop “Territori accoglienti, Terzo Settore ed enti locali, dalle pratiche alle sfide future” tenutosi a Trento il 24 novembre

di Gisella Evangelisti

 

Risiedono fra noi in Italia 5.144.440 immigrati regolari pari all’8,5% della popolazione totale. Il nostro paese si colloca al 5° posto in Europa e al di sotto della media europea che si attesta al 10% in base all’ultimo report di Caritas e Fondazione Migrantes. Gli sbarchi quest’anno si sono fermati a circa 22.000 persone, in confronto con le sei cifre di sbarchi degli anni precedenti (-80%), eppure si é creato il fantasma di un’”invasione” musulmana. Ci sono 144.000 persone nel sistema di accoglienza, 36.000 delle quali nello Sprar (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) che coinvolge 1200 comuni. Tra i richiedenti asilo e rifugiati che  escono dal sistema il 70% ottiene il permesso di residenza, il 50% trova lavoro. Questo finora. Ma che succederá dopo la mazzata ricevuta dal mondo dell’accoglienza col Decreto Sicurezza? Continua a leggere

Pillole economiche dal mondo (19/20)

di Tonino D’Orazio 

Caduta rovinosa del bitcoin. Ma questo bitcoin? Sembra più una religione che una moneta. Si crede sia illimitata. Si crede sia sicura. Si crede sia creata da Satoshi … che nessuno ha mai visto. Potrebbe essere chiunque, una banca, Bill Gates, la NSA (National Security of America) se non il KGB … Certamente, piazzare soldi su cose “inesistenti”, la cui tecnologia rimane ambigua per molti, le cui piattaforme si fanno regolarmente derubare dagli hackers, creata da una persona mai vista ma che tutti garantiscono che le transazioni sono anonime e non tracciabili ma ben registrate … bisogna fermarsi un attimo. Come tutte le speculazioni veloci, si può guadagnare molto come perdere tutto rapidamente. Il valore (comunque misurato in dollari per poterli scambiare da informale a formale) in poco più di tre mesi è passato da 6.200, una punta a 7.850 (prima settimana di settembre), ricaduta a 6.150 due giorni dopo; rimasto più o meno stabile ottobre e quindicina di novembre tra 6.200 e 6.600; ultimi giorni novembre è crollato prima a 5.500 poi a 4.500 due giorni dopo. L’anno scorso era a 19.873 USD. Non si capisce bene perché, ma è comprensibile la difficoltà di salire su questa giostra, o meglio, montagna russa. Anche perché prima o poi saranno i bitcoin emessi dagli stati o dalle grandi banche a fare legge. Tant’è che in Francia si potranno acquistare nei tabaccai dall’inizio di gennaio prossimo. Più preoccupante per la democrazia, infatti, è la messa in opera della tecnologia block-chain come infernale controllo del sistema sociale. È uno strumento messo in atto in un momento di grande analfabetismo tecnologico di più dell’80% dei cittadini nel mondo.

Black Friday, giornata nera perché vi si comperava schiavi con lo sconto. Famosa giornata nera annuale dove il totalitarismo mercantile ci chiede di spegnere il nostro cervello e fare affari d’oro, (che in verità li fanno altri), sapendo che ogni volta che comprate una cosa inutile regalate anche il 22% di IVA allo Stato. Trasformare il Black Friday in vera giornata nera per le grandi multinazionali che inquinano l’intero pianeta, distruggono l’ambiente, disprezzano gli aspetti sociali, delocalizzano, ricattano moralmente ecc.. è proprio un dovere. In Francia i “Gilets Jaunes”, oltre a bloccare molte strade se la sono presa anche con i supermercati Auchan. In fondo, se il popolo non ha più soldi, cessare di consumare e acquistare solo l’assoluto indispensabile, nutrimento e medicine, diventa rivoluzionario per un cambio reale di società. Inoltre, mantenere il proprio denaro liquido lo è parimente. Non per diffidare delle banche ma la Grecia ci avrà pure insegnato qualcosa.

Carlos Tavares, presidente di PSA (Peugeot), il primo e il solo, ha emesso pubblicamente alcuni propositi critici verso le automobili elettriche e il loro futuro. Secondo lui la transizione energetica potrebbe essere un’affabulazione. “Non vorrei che fra 30 anni scoprissimo qualcosa di meno bello di quello che sembri oggi, per esempio sull’ inquinamento del riciclaggio delle batterie, l’utilizzo e il consumo intensivo di materie rare del pianeta, le emissioni elettromagnetiche delle batterie in fase di ricarica e la salute”. Tavares non va contro corrente, infatti non polemizza con i Verdi, i più grandi e efficaci alleati degli industriali, o sull’energia pulita, ma invita a riflettere. Quando tutti pensano allo stesso modo significa che più nessuno pensa. Ma ciò implica anche una diversità di pensiero e di proposte oltre che di opinioni. Rilancia, tra l’altro, in aggiunta, che non vi sono studi sull’impatto e su ciò che significhi una mobilità generale cento per cento elettrica. Nel frattempo i governi, i tecnocrati e i politici dell’Unione europea si stanno prendendo una bella responsabilità scientifica sulla scelta della tecnologia, in assenza di una capacità collettiva di “pensare”. Per questo i suoi propositi sono interessanti in questo settore, dove ormai non si è più autorizzati a pensare. Il riscaldamento climatico non si discute. Le politiche ecologiche nemmeno. Quelle nucleari nemmeno. La transizione energetica necessaria, nemmeno. E la fiscalità sempre maggiore connesse a tutte queste tematiche … nemmeno. Se uno pensasse solo alla perdita delle accise sui carburanti …

Brexit. Per Junker vedere un paese che lascia l’Unione è una vera tragedia. Sembra un lapsus, ma aggiunge … “come per eventuali altri paesi d’altronde”. Pochi hanno ritenuto commentare questa terribile “uscita” di Junker. Sembra un triste avvenire per un’Europa odiata da popoli che non vi si riconoscono più. Un po’ come se la partenza della Gran Bretagna desse l’idea della fine dell’Unione così come la conosciamo.

La rivolta dei “Gilets jaunes” in Francia. “Non vogliamo aumenti salariali, vogliamo una diminuzione delle tasse e dei prezzi”. Un vero paradigma. Dice il ministro francese dei Conti Pubblici : “I Gilets jaunes sono un movimento un po’contradditorio che vuole una riduzione delle tasse e un migliore servizio pubblico”. In tutti i casi Macron ha perso perché l’impressione è che la sua politica sia contro il popolo e non per il suo bene. E’ un popolo che non ce la fa più. E’ lo scollamento vero di tutti i popoli d’Europa nei confronti dei loro governi e delle politiche economiche portate avanti soprattutto in questo decennio. Il popolo, (i popoli), non perdona più davanti a governi servili degli interessi privati (in questo caso, per i prezzi, anche dei supermercati) e dell’arricchimento di pochi sulla miseria crescente di molti. Non è sufficiente dire “sono fascisti” pensando di nascondere la realtà o facendo finta di vedere solo le “violenze” proposteci scientificamente dai mass media, e non decine di migliaia di cittadini che protestano pacificamente. I governi sanno che le marce pacifiche e testarde sono quelle più pericolose e difficili da “controllare”. Tutta la storia ce lo insegna, da Ghandi a Mandela, ecc… Anche in Francia finché non “degenerano”.

Quando l’America avanza l’Europa si ritira. Non è banale “l’uscita” di Macron su una difesa europea per proteggerci dalla Cina, dalla Russia e dagli Stati Uniti, non più tanto amici. Un esempio, la Total, teoricamente francese. “A causa delle sanzioni americane il gruppo petrolifero pubblico cinese CNPC rimpiazzerà, come previsto, la francese Total nel progetto del gas del South Pars, in Iran. L’informazione ufficiale viene dal ministro iraniano del petrolio. Il gigante francese, presente negli Stati Uniti e avendo azionisti americani, non poteva rischiare di contravvenire alle sanzioni di Washington”. (Le Figaro). Lo sviluppo della fase 11 del South Pars attribuiva alla Total il 50,1 % del più grande deposito di gas al mondo e enormi benefici. E’ un caso emblematico che dimostra l’impotenza dello Stato francese, dell’Europa, ma anche di una grande impresa. I flussi finanziari e azionari sono talmente interconnessi che non vi sono alternative all’impotenza dell’azione pubblica. Abbiamo lasciato svilupparsi una mondializzazione tentacolare fino a farla diventare fuori controllo. In fondo anche la demondializzazione di Trump porta vantaggi solo agli americani.

La crescita dei salari è al livello più basso da 10 anni, lo dice l’OIL (Organizzazione Internazionale del lavoro) nella sua edizione 2018/2019 pubblicata lunedì 26 novembre. La crescita dei salari non è mai stata così bassa da almeno dieci anni. “Ben al di sotto dei livelli ante crisi finanziaria mondiale del 2008. Inoltre, le differenze salariali tra uomini e donne rimangono dappertutto a un livello inaccettabile, cioè almeno 20% in meno per le donne”. Le cause sono note: mondializzazione/delocalizzazione, informatizzazione/robotica, immigrazione (e non solo) concorrenziale nel mercato basso del lavoro. In fondo un mercato rimane sempre un mercato e retto dalla domanda e dall’offerta. Troppa offerta e assenza di lavoro significano salari bassi.

 

28 novembre 2018.


 

Pillole economiche dal mondo (20)

 

di Tonino D’Orazio

 

Il debito “pubblico” è privato! Del totale italiano, 2.300 miliardi, il 60 percento è il debito privato del settore non finanziario, mentre solo il 23 percento è rappresentato da un debito pubblico. Secondo una recente analisi la quota maggiore del debito pubblico – pari al 32% – è detenuta da istituti stranieri. Il 27% è nelle mani delle banche, il 19% è di proprietà di assicurazioni e fondi, mentre solamente il 6% è dei cittadini. La quota singola maggiore del debito pubblico è di Poste Italiane, (appena privatizzate!), che possiede ben 121 miliardi di titoli, troviamo poi Generali, che ne ha in mano ben 63 miliardi, e Unicredit, che detiene 47,2 miliardi di titoli. Il maggiore investitore straniero è invece la tedesca Allianz SE grazie a 24,8 miliardi, seguita dalla francese Axa Sa con 22,7 miliardi. “L’enorme entità del debito totale non può fornire di per sé sufficienti informazioni sulla sua sostenibilità. Né è possibile dedurre che il basso debito totale sia un segno di stabilità finanziaria. In effetti, è più probabile che un livello molto basso, o addirittura l’assenza di debito, implichi una completa mancanza di fiducia tale da escludere tutti gli agenti economici nazionali dai mercati internazionali del credito. Utilizzando questa misura più adatta, le graduatorie mondiali sono invertite: il Lussemburgo finisce al primo posto con un debito totale pari al 434% del PIL, quasi tutto composto da debito societario. Il debito del Giappone in bilico al 373 % è caratterizzato da un peso preponderante della componente pubblica (216%). L’alta incidenza del debito pubblico e privato colloca Francia, Spagna e Regno Unito tra le prime otto, mentre l’Italia appare solo al 9 ° posto, con un rapporto debito / PIL complessivamente equilibrato del 265% del PIL, a causa del basso numero di famiglie e imprese in debito che compensa l’impatto del debito pubblico corrente.” (Marcello Minenna. Consulente CGIL). Perché e per chi lo dico?

 

Avanti precipitosamente per l’Unione Monetaria dell’UE. Mario Draghi ha dichiarato alla Commissione per gli Affari Economici e Monetari che i prossimi mesi saranno “decisivi per intraprendere azioni concrete” per riformare l’unione monetaria prima delle elezioni europee del prossimo maggio. Secondo lui, sembra inquieto, è ora di agire velocemente, non si sa mai. Per Draghi, ci sono 3 priorità. – “Rafforzare il coordinamento politico“; – “Stabilire uno strumento fiscale per l’area dell’euro per assorbire gli shock economici“; – “Completare l’unione bancaria e un’ambiziosa Unione dei mercati dei capitali“. Ha anche insistito sul fatto che “i paesi con un debito elevato dovrebbero ridurlo“. (Però! Sembra proprio una novità).

 

Agricoltori americani. La guerra commerciale innescata da Donald Trump contro la Cina ha colpito gli agricoltori americani. Le tasse doganali hanno praticamente bloccato l’esportazione di semi di soia. Risultato: migliaia di aziende agricole sono sull’orlo della bancarotta. Anche perché quest’anno, gli Stati Uniti hanno dedicato a questo raccolto il doppio di terra del 2017, cioè 89,1 milioni di acri. Il fatto è che la soia, a differenza del grano o del mais, è difficile da conservare. Al minimo contatto con l’umidità, i semi si trasformano in un liquido ammuffito marrone. Un gran disastro perché i prezzi per lo stoccaggio delle sementi sono aumentati del 40% rispetto allo scorso anno. Gli agricoltori speravano di aumentare la quota già elevata di soia nelle esportazioni statunitensi, di cui rappresentano già circa il 60%. Ma a causa del conflitto la redditività degli agricoltori è poi diventata praticamente nulla e le consegne in Cina sono diminuite del 98%. Al mondo ci sono altri produttori felici di rimpiazzare gli americani: Brasile, Argentina e Russia. La diversificazione e la mondializzazione continua altrove. Tallone debole di Trump.

BUENOS AIRES, 1 dicembre –G20- (Agenzia Xinhua) – La Cina e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo sulle questioni economiche e commerciali, accettando di evitare un’escalation restrittiva delle misure commerciali. Hanno deciso di evitare un’escalation cessando di aumentare le tariffe esistenti e di imporre tariffe aggiuntive su altri prodotti. Hanno convenuto di compiere sforzi immediati per risolvere questioni di interesse comune sulla base del rispetto reciproco, dell’uguaglianza, dei benefici reciproci e di riportare quanto prima relazioni bilaterali economiche e commerciali a livelli normali al fine di produrre risultati reciprocamente vantaggiosi. L’idea di Trump è piuttosto semplice. Un buon affare è un accordo che avvantaggia gli Stati Uniti o riequilibra le cose. Trump è un pragmatico, come tutti gli uomini d’affari americani che non sono ideologi. Conclusione? Meglio un buon affare con la Cina che i democratici saranno costretti a convalidare che una brutta guerra commerciale che i democratici non permetteranno a Trump di continuare facilmente. Il Congresso è in mano ai Democratici. Anche se non sufficiente sulle questioni commerciali, appannaggio quasi diretto del Presidente.

Sullo sfondo del continuo calo dei prezzi del petrolio, la Russia è tornata sul mercato finanziario per emettere obbligazioni in euro per un importo totale di un miliardo di euro. “Non siamo noi a lasciare il dollaro, è il dollaro che ci lascia”. Dopo una pausa di cinque anni, la Russia ha preso la decisione di prendere nuovamente un prestito in euro. Il Ministero delle Finanze ha annunciato di aver collocato un miliardo di Eurobond a sette anni al tasso del 3%. La Russia sta quindi tornando, (l’ultimo collocamento di obbligazioni in euro è stato nel 2013), al mercato delle obbligazioni finanziarie per la prima volta dall’istituzione delle sanzioni statunitensi dell’aprile 2018.  L’attuale debito estero russo è inferiore al 10% del PIL nazionale.

 

Crollo abbastanza drammatico dei prezzi del petrolio. E’ la contromossa di Trump contro la FED. Trump vuole un basso livello dei costi del petrolio per rilanciare l’economia e sa molto bene che un petrolio costoso con tassi d’interessi crescenti è il crash assicurato. Per controbilanciare la politica di rialzo dei tassi della Fed (nemica globalista Democratica), Trump ha imposto ai suoi grandi partner, (tipo Arabia Saudita), di abbassare i prezzi e, in un modo molto pragmatico, ha lasciato alcuni mesi ad alcuni paesi fidati (tra cui l’Italia) di poter per continuare ad acquistare il petrolio iraniano. Il mercato è ben fornito. Forse non sarà più il caso nel secondo trimestre del 2019. Le borse salgono, la speculazione dei benemeriti “investitori” anche.

 

Il Qatar (6 dic.) ha lasciato l’OPEC, in gran parte dominato dall’Arabia Saudita che solo pochi mesi fa aveva cercato di invadere il suo piccolo vicino per rubare il gas, con la “complicità” americana. Di conseguenza, il Qatar lascia l’OPEC e si sta gradualmente avvicinando alla Russia e all’Iran. Guardando la mappa del Golfo Persico, tra Qatar e Iran, ce n’è abbastanza per bloccare la principale via energetica dell’area. Il Qatar estrae solo 600.000 barili al giorno, che rappresenta un calo relativo della produzione globale. Le borse, pertanto, reagiscono poco a questa notizia. L’emirato, è uno dei più piccoli produttori dell’OPEC, ma il maggiore esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GLN). E’rimasto bloccato in una disputa diplomatica dal 2017 con l’Arabia Saudita e alcuni dei suoi vicini. Doha ha assicurato che la sua decisione non è stata motivata da considerazioni politiche. Ma il suo ministro per l’energia ha preso di mira Riyad, deplorando il fatto che il mercato del petrolio sia “controllato da un’organizzazione a conduzione nazionale“, senza nominarla direttamente.

 

6 dicembre 2018

I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità. Presentazione del Rapporto Honest Accounts a Roma. Una iniziativa Fiei / Casa Africa

Un Continente dalle immense ricchezze e straordinarie potenzialità, il centro di gravità energetico del pianeta.

Da secoli depredato da potenze esterne e da multinazionali che ne controllano o ne destabilizzano territori e governi con guerre, corruzione e repressione interna, rendendo spesso la vita della sua gente insostenibile.

Africa: da dove centinaia di migliaia di persone fuggono ogni anno finendo per ingrossare le file dell’emigrazione verso l’Europa.

La semplicistica distinzione tra rifugiati e migranti economici è stata utilizzata dalle autorità e da gran parte dei media per separare i richiedenti asilo buoni, dai meno buoni, ma non certo per fare chiarezza sulle ragioni dei fenomeni migratori e sulle responsabilità dei “nostri” governi. Le “nostre” responsabilità.

Nel distorto e problematico dibattito pubblico italiano sull’”epocale” fenomeno immigratorio, il tentativo di gran parte della politica – e dei media –  è stato quello di allontanare dalla comprensione dei cittadini i problemi reali e le cause di esodi con cui ci confrontiamo da decenni.

Il rapporto Honest Accounts 2017 mette il nostro modello economico con le spalle al muro: la spregiudicatezza di governi e grandi imprese sovranazionali hanno un effetto devastante sui paesi in via di sviluppo, in particolare sull’Africa. Come? Sottraendo le sue risorse, degradandone l’ambiente e rendendo molti suoi territori luoghi in cui è talmente difficile vivere che spesso non rimane altra scelta che emigrare.

Il rapporto, frutto dell’impegno congiunto dell’organizzazione britannica di cittadinanza attiva Global Justice Now, del movimento internazionale per l’annullamento del debito dei paesi più poveri Jubilee Debt Campaign e di un gruppo di Ong europee e africane, evidenzia come il mondo beneficia della ricchezza dell’Africa.

Il dato sorprendente è originato dall’esame dei flussi economici e finanziari di 47 paesi africani. Il risultato è che nel 2015 il continente ha ricevuto 161,6 miliardi di dollari sotto forma di prestiti internazionali, aiuti allo sviluppo e rimesse dei migranti, mentre l’ammontare complessivo delle uscite è stato pari a 202,9 miliardi di dollari.

I Paesi dell’Africa sono, nel complesso, creditori netti nei confronti del resto del mondo per un ammontare di 41,3 miliardi di dollari nel 2015 … La ricchezza che continua a lasciare il continente più povero del mondo è maggiore di quella che vi entra, a dispetto di interventi di cooperazione e di investimenti esteri.

Come si è arrivati a tali risultati?

Le risposte verranno date durante la conferenza dell’11 dicembre da chi ha contribuito a produrre il rapporto, l’organizzazione britannica Health Poverty Action.

Nel corso della conferenza verrà inoltre analizzato l’indissolubile legame intercorrente tra lo sviluppo economico di alcune grandi potenze e l’estensione della loro influenza in Africa.

L’iniziativa è promossa dalla Onlus Casa Africa in collaborazione con FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione). Con il Patrocinio di Amnesty International – Italia.

Organizzazione: Max Civili


 

I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità.

ROMA, 11 dicembre, ore 9.00 – Sala A. Fredda via Buonarroti 12

 

Programma

9.00: Registrazione

9.30: Apertura lavori

Moderatore Max Civili, giornalista

Introduzione: Gemma Vecchio, Casa Africa – Rino Giuliani, FIEI

 

Relazioni

Il Rapporto Honest Accounts – Gli enormi profitti sulle ricchezze dell’Africa: le cifre

Natalie Sharples, portavoce di Health Poverty Action

 

Cambiamenti climatici, equità internazionale e migrazioni

Antonello Pasini, fisico del clima CNR

 

L’Africa e l’Europa. Il benessere degli Stati africani e le politiche neocolonialiste: un conflitto insanabile?

Andrea Del Monaco, esperto di Fondi europei e saggista

 

L’Africa, la Francia: una storia di indipendenza sulla carta

Ilaria Bifarini, economista e scrittrice

 

Senegal: dov’è finita l’indipendenza?

Ali Baba Faye, sociologo ed esperto di immigrazione

 

La borsa di Londra e le risorse minerarie africane

Natalie Sharples, portavoce Health Poverty Action

 

L’Africa e la Cina tra hard e soft power

Lifang Dong, legale ed esperta di internazionalizzazione

 

Il fenomeno proxy: il caso della RDC

Jean Jaques Dikou, giornalista

 

13.00-14.00: Lunch Break

 

L’Italia e l’Africa:

La Nigeria e le concessioni petrolifere dell’ENI

Udo Enwereuzor, Senior policy advisor COSPE

 

Inviluppo economico e euro-sfruttamento: gli investimenti delle aziende italiane in Africa

Giorgio Brocco, Ph.D researcher – Dip. Antropologia Sociale Freie Univesität Berlin

 

La presenza africana in Italia/La cooperazione italiana in Africa

Franco Pittau, IDOS, progetto Voci in Confine

 

15.00 – 15.45: Dibattito

 


 

Materiali

 

 

SCARICA la sintesi del RAPPORTO HONEST ACCOUNT AFRICA 2017 – In Italiano

SCARICA la sintesi del RAPPORTO HONEST ACCOUNT AFRICA 2017 – In Inglese

Sentenza Aemilia, la mafia al nord c’è e ora si vede.

di Stefano Morselli

Centoventicinque condanne. Oltre milleduecento anni complessivi di carcere. Decine e decine di beni mobili e immobili confiscati (aziende, quote societarie, terreni,, mezzi agricoli e industriali, automobili e moto, appartamenti e garage, conti correnti e polizze assicurative). Risarcimenti per parecchi milioni di euro alle parti civili (Stato, Regione Emilia Romagna, Province di Reggio Emilia, Modena e Parma, una quindicina di Comuni, sindacati Cgil, Cisl e Uil, associazione artigiani Cna, Confindustria, associazione antimafia Libera, associazione anti-usura, Ordine dei giornalisti e Aser). Continua a leggere

4 novembre 1918 – 4 novembre 2018: La Madre di tutte le menzogne di guerra: le mani mozzate ai bambini in Belgio

Incombe il governativo Centenario della Grande Guerra che già si annuncia all’insegna della esaltazione del sacrificio per la Patria, dell’onore di essere “Italiani brava gente”, al richiamo alla compattezza nazionale contro i nemici interni ed esterni, alla necessità di rafforzare il nostro apparato militare contro le “forze ostili”… Temiamo quindi che la quantità enorme di celebrazioni metterà in secondo piano un aspetto fondamentale di quel conflitto e cioè l’irrompere di una propaganda  basata su menzogne che servirono a spingere verso la guerra una opinione pubblica che , fino a quel momento , sembrava riluttante.  La più famosa di queste menzogne fu, certamente, la sbalorditiva malvagità esternata dalle truppe tedesche in Belgio, malvagità  di cui le mani mozzate ai bambini rappresenta l’apice.

Se Sibialiria si sofferma su questa impostura, vecchia ormai di cento anni, non è certo per velleità enciclopediche o per additare una recente pubblicazione che, incredibilmente, la riprende come vera. Da sempre le guerre sono accompagnate o precedute da accuse al nemico di turno, presentato come un mostro capace di qualsiasi crimine : ma è solo con la Prima guerra mondiale – con l’irrompere dei quotidiani e delle cartoline a colori – che la creazione di falsi di guerra diventa una vera e propria industria che assolda grafici di talento, scrittori famosi, giornalisti… Il primo prodotto di successo di questa industria è stata, appunto,  la leggenda dei bambini belgi con le mani mozzate dai tedeschi. Una menzogna, che ha avuto un impatto emotivo enorme (il compianto giornalista Alessandro Curzi, ad esempio, ricordava che suo padre, socialista e da sempre contrario alla guerra, nel 1915 divenne interventista, quando apprese dai giornali questa notizia) e che ha contribuito in modo determinante a far precipitare l’umanità in una guerra costata milioni di morti.

E dire che se c’era una nazione che, veramente, faceva mozzare le mani ai bambini, questo era il Belgio.

 

Il Rapporto Bryce

Tutti le campagne mediatiche per avere successo devono contenere almeno due elementi: unastorytelling, – e cioè un episodio di grande impatto emotivo che suggerisce un corpus di credenze – e l’autorevolezza di chi questo episodio narra (che, solitamente dissuade il pubblico dal verificarne la veridicità). Ad esempio, la storytelling dei “neonati strappati alle incubatrici nel Kuwait dai soldati iracheni” raccontata da Nayirah – una infermiera del Kuwait – fu considerata da molti attendibile non già dalla dichiarazione di questa anonima infermiera (che poi si scoprì essere la figlia di Saud Nasir al-Sabah, ambasciatore del Kuwait negli USA, e istruita dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton,) ma dalla circostanza che nessuno della Commissione senatoriale USA (davanti alla quale fu pronunciata) osò metterla in dubbio. Oggi, generalmente, la veridicità della notizia è garantita dalla televisione e dai suoi ineffabili corrispondenti di guerra che, in qualche caso, dopo aver diffuso evidentissimi falsi – ad esempio, le “Fosse comuni di Gheddafi” – quando questi falsi sono universalmente riconosciuti tali, per garantirsi una verginità, dichiarano di essere stati ingannati.

Cento anni fa l’autorevolezza della notizia fu garantita dal ponderoso Rapporto Byrce, (qui è possibile leggere il documento in originale) – redatto, nel dicembre 1914, dal Comitato per indagare le voci sulle atrocità in Belgio istituito dal primo ministro inglese Herbert Asquith e diretto dal visconte Lord James Bryce – che riportante mostruose atrocità commesse dai soldati tedeschi in Belgio (persone stuprate, crocifisse, impalate, accecate… donne sgozzate e/o con mammelle amputate… e, soprattutto, bambini con mani mozzate) divenne, in poche settimane, un best seller.

Subito tradotto in 30 lingue dal governo inglese, il Rapporto Byrce, (anche grazie a veementi promotori come lo scrittore Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes) conobbe varie versioni. In Italia, ad esempio, sia il Corriere della sera sia Il Messaggero ne stamparono una edizione popolare arricchita con varie illustrazioni. Da qui il libro di Achille De Marco Sangue belga che descriveva, con una fantasia davvero perversa, tutta una serie di mutilazioni tra cui “bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini per il passatempo spirituale della soldataglia tedesca”. Curiosamente, questo episodio non era riportato nel Rapporto Byrce – che il De Marco assicurava essere la fonte del suo libro – ma fu comunque ampiamente ripreso dalle successive “edizioni popolari” del Rapporto.

Innumerevoli sono state poi le raffigurazioni attestanti le atrocità riportate nel Rapporto. Soprattutto cartoline illustrate a colori; le più famose quelle commissionate dallo Stato maggiore francese al disegnatore Francisque Poulbot: si stima che la serie più famosa delle sue cartoline sia stata stampata in un milione di copie.

 

L’attendibilità del Rapporto Byrce

Finita la prima guerra mondiale, i documenti originali delle deposizioni dei presunti testimoni belgi (tutti anonimi) che costituivano il Rapporto Byrce rimasero secretati. Non fu questa l’unica stranezza che insospettì gli storici. Verosimilmente, c’era anche la curiosità di sapere come avessero fatto i membri della commissione di indagine coordinata da Byrce a gironzolare in un Belgio occupato dall’esercito tedesco e a incontrare così tante persone disposte (se pur anonimamente) a testimoniare. Fu per questo che alcuni ricercatori – tra cui Arthur Ponsonby  eFernand van Langenhove – ripercorsero le aree del Belgio (distretto di Liegi, Valle della Meuse, Aarschot,, Mechelen, Louvain…) menzionate nel Rapporto come teatro degli efferati crimini commessi dai tedeschi. Ma non trovarono alcuna conferma di questi supposti episodi. Analogo risultato quando indagarono su un famoso (cinque prime pagine sul Times) evento riportato nel Rapporto Byrce: tredici bambini del villaggio di Sempst violentati e poi finiti con le baionette. Poi passarono in esame l’evento clou: i bambini con le mani mozzate. Da cosa era nata questa leggenda? Sostanzialmente, da due rumors. Nel primo, un anonimo sacerdote del distretto di Termonde, in una predica, avrebbe raccontato di un bambino che lo aveva avvicinato per chiedergli quale preghiera innalzare a Gesù per fargli crescere le mani mozzate dai Tedeschi. Nel secondo, che sarebbe avvenuto in un ospedale del nord del Belgio, una bambina di sei anni con le mani mozzate avrebbe composto questa straziante preghiera (riportata nel periodico Semaine religieuse di l’Ille-et-Vilaine): “Signore non ho più le mani. Un crudele soldato tedesco me le ha prese, dicendo che i bambini belgi e francesi non hanno diritto ad avere le mani; che questo diritto lo hanno solo i bambini dei tedeschi. E me le ha tagliate. E mi ha fatto molto male. Ma il soldato rideva e diceva che i bambini che non sono tedeschi non sanno soffrire. Da quel giorno, Signore, la mamma è diventata pazza ed io sono sola. Il babbo è stato portato via dai soldati tedeschi il primo giorno di guerra. Non ha mai scritto. Certamente, lo avranno fucilato…”. Le puntigliose ricerche di van Langenhove e di altri non trovarono alcuna conferma di questi episodi. Analogo risultatoottenuto da Francesco Saverio Nitti, già ministro durante la guerra e in seguito, presidente del Consiglio: “Abbiamo sentito raccontare la storia dei piccoli infanti belgi ai quali gli unni avevano mozzato le mani. Dopo la guerra, un ricco americano, scosso dalla propaganda francese, inviò in Belgio un emissario per provvedere al mantenimento dei bambini cui erano state tagliate le povere manine. Non riuscì ad incontrarne nemmeno uno. Mister Lloyd George e io stesso, quando ero capo del governo italiano, abbiamo fatto eseguire delle minuziose ricerche per verificare la veridicità di queste accuse, nelle quali, in certi casi, si specificavano nomi e luoghi. Fu rilevato che tutti i casi oggetto delle nostre ricerche, erano stati inventati.”

L’inattendibilità del Rapporto Byrce non significa, certo, che non vi furono esecuzioni sommarie, o altri crimini, commessi dalle truppe di occupazione tedesche. Esecuzioni dettate anche dallapsicosi  imperante tra le truppe tedesche che vedevano nelle numerose feritoie che costellavano i muri delle case belghe (in realtà “fori in muratura” destinati a fissare le impalcature per gli imbianchini delle facciate) una postazione per cecchini. Psicosi, tra l’altro, istituzionalizzata da autorevoli opinionisti tedeschi come il professore universitario B. Händecke che sul quotidianoNationale Rundschau spiegava che la crudeltà belga era già iscritta nell’arte fiamminga.

 

I falsi di guerra

La leggenda dei bambini con le mani mozzate, oltre che per il suo enorme impatto nell’opinione pubblica (In Italia, uno dei pochissimi studiosi che ne denunciò la falsità fu Benedetto Croce) merita di essere analizzata perché si basa su un aspetto che caratterizzerà fino ai nostri giorni i falsi di guerra: l’illogicità  del gesto.

L’occupazione tedesca del Belgio era finalizzata all’invasione della Francia, non certo all’attuazione di una qualche pulizia etnica, per la quale, cioè, bisogna terrorizzare la popolazione autoctona per costringerla a fuggire. Corollario di questa strategia era l’esigenza per la Germania di garantirsi un Belgio relativamente tranquillo dopo che – già nei primi giorni dell’invasione – era stata neutralizzata gran parte della resistenza. In questo contesto – come fece notare van Langenhove – sarebbe stato del tutto illogico per la Germania non solo organizzare (secondo il Financial Times veniva direttamente dal Kaiser la direttiva di torturare i bambini, specificando – tra l’altro – quali torture dovessero essere eseguite) ma anche permettere ufficialmente il compiersi di tali gratuite atrocità contro la fascia più inerme della popolazione. In altri termini “…(di fronte a queste atrocità)… cosa altro avrebbero fatto gli abitanti dei paesini teatro di tali infamie se non avventarsi, magari con qualche coltello da cucina, sul primo tedesco che passava?” Se questo si fosse verificato, la Germania si sarebbe trovata ad affrontare una resistenza immensamente più feroce di quella che caratterizzo l’invasione del Belgio, durante la guerra franco-prussiana, nel 1870.

Nonostante ciò, innumerevoli, illogiche, menzogne di guerra (basti pensare ai cecchini di Assad che sparano sulle donne incinte), anche oggi, vengono prese per buone da gran parte dell’opinione pubblica. Come è possibile? Tra gli studiosi che si occuparono di questo fenomeno, un posto di rilievo spetta, certamente allo storico Marc Bloch che, nel 1921, pubblicò Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra un testo breve ma ancora oggi illuminante per capire su quali meccanismi i creatori di falsi di guerra basino il loro agire. “Solo grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una cattiva percezione. – dichiara Bloch – Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; la sua messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento.”

Una menzogna di guerra, quindi , serve sostanzialmente a cementare tutto un corpus di credenze già imposte all’opinione pubblica e a trasformare in paranoia il diffuso senso di insicurezza. Paranoia che, quindi, impone di fermare il nemico di turno prima che possa colpire anche l’inerme consumatore della menzogna (oggi, solitamente, un telespettatore). E bisogna agire subito, perché il nemico dispone, nel paese del consumatore, di una quinta colonna(pacifisti, disfattisti, comunità etnico- religiose…) o è dotato di  imperscrutabili armi capaci di seminare ovunque distruzione.

 

Agli albori della Prima guerra mondiale la costruzione di un nemico capace delle più turpi efferatezze, che, se non lo si fosse fermato in tempo sarebbero dilagate dovunque, fu affidata in Italia (fino ai primi mesi del 1915 alleata dell’Impero austro-ungarico) ad una torma di giornalisti i quali furono letteralmente comprati da emissari del governo francese o inglese e/o da gruppi industriali interessati alle commesse militari. E così, in pochi mesi, fu imbastita  una gigantesca campagna mediatica – imperniata sullo “stupro del piccolo e pacifico Belgio” – fatta propria da non pochi intellettuali e accompagnata da innumerevoli manifestazioni, culminate nel Maggio radioso, che chiedevano l’entrata in guerra.

Ironia della sorte, anche in quei giorni, “il Belgio” continuava a mozzare le mani ai bambini. Nel Congo, fino al 1909 proprietà privata di Leopoldo II re del Belgio. Per costringere le popolazioni a raccogliere nelle foreste il Caucciù e consegnarlo agli agenti della Société Générale de Belgique. Un abominio, accompagnato dallo sterminio – in 23 anni – di circa 9 milioni di congolesi, che aspetta ancora di essere ricordato in qualche museo o Giornata della Memoria.

 

 

 

Francesco Santoianni

Redazione di Sibialiria

FONTEhttp://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3591

Il fascismo dei liberal: cultura senza struttura

Il breve testo di Umberto Eco ‘Il fascismo eterno’ (La nave di Teseo, p. 51, 2018) è uno dei pamphlet fra i più pubblicizzati e commentati all’interno della galassia liberal italiana. Esemplificativo è il richiamo a esso della ex Presidente della Camera Laura Boldrini (LeU):

La riflessione di Eco parte da una nota posizione che vede la luce nella filosofa Arendt e nel suo Origini del totalitarismo:

Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica della sua ideologia.

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