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CRISI LIBICA: LA Sicilia non vuole la guerra, ma Pace e Cooperazione

chi era Gheddafi-ASpatarodi Agostino Spataro

Le notizie frammentarie che giungono dalla Libia confermano:  da un lato la pericolosa precarietà in cui si dibatte quel popolo, vicino e amico, a seguito del disastroso intervento militare di alcuni paesi della Nato, fra cui l’Italia; dall’altro lato il persistere di scelte politiche dilettantistiche da parte “occidentale” di fabbricare governi, tenuti con lo sputo, che – come si vede – rappresentano poco o nulla di quella immensa e complicata realtà.

Tutto ciò, senza tenere conto che – per la cd “comunità internazionale – il “valore” della Libia è dato, essenzialmente, dalle sue produzioni e riserve d’idrocarburi (le prime dell’Africa) e che queste ricchezze si trovano, prevalentemente a est del Paese (fra la Cirenaica e il confine con l’Egitto).

Per me la Libia (che ho avuto la ventura di conoscere in passato) non è solo petrolio e gas, ma è, prima di tutto, il suo popolo mite e pacifico, le sue bellezze naturali, la sua storia e civiltà antiche, gli innegabili progressi sociali realizzati durante la Jamahiria di Gheddafi.

All’inizio di questa brutta, controproducente avventura bellica ho scritto un libro “Nella Libia di Gheddafi”(https://www.amazon.com/NELLA-GHEDDAFI-Centro-Mediterranei-Italian-book/dp/B00DSQ1WEG) per evidenziare, documentare queste e altre cose e per ricordare ai nostri, nuovi governanti la lungimiranza della politica estera italiana (da Moro ad Andreotti, da D’Alema – e un po’ anche- a Berlusconi) verso la Libia. Per non dire dell’intensa iniziativa, unitaria e responsabile, dei maggiori partiti italiani (Pci, Dc, Psi).

Nell’ultima guerra alla Libia (dico ultima perche l’Italia ne ha già fatte altre) è stata coinvolta pesantemente la Sicilia. La nostra Isola divenne il fronte più avanzato dell’attacco di alcuni paesi Nato (senza la Germania, però!), da cui partirono navi e aerei per migliaia di micidiali bombardamenti.

Oggi, di fronte al mutato quadro politico di riferimento, che vede il sedicente governo di Tripoli ai margini di ogni ragionevole prospettiva di soluzione della crisi, la Sicilia potrebbe essere re-investita di tale ruolo. Questa volta, però, rischiando di esporsi a probabili misure, a interventi di rappresaglia.

Ferme restando le analisi e le valutazioni di ordine politico e strategico (per altro fatte nel citato libro), ho scritto questa nota sospinto dal timore – se volete banale, ma altamente umano che penso di condividere con i miei corregionali siciliani – che  un’eventuale, nuova guerra (anomala, sporca) si possa spostare anche in Sicilia, dove noi abbiamo famiglie, figli e nipoti. Capito cosa voglio dire?

Ovviamente, tale preoccupazione vale anche per il martoriato popolo libico che da sette anni non ha più pace, ma solo distruzioni e morte.

Mi fermo. Se volete, date uno sguardo al sottostante capitolo VI (parziale) del libro segnalato, scritto in tempi non sospetti e soltanto per amore della pace e della vera sicurezza di tutti i popoli del Mediterraneo. (a.s.)


 

Nella Libia di Gheddafi

CAP. VI – L’ITALIA E LA GUERRA ALLA LIBIA

 

Berlusconi: dalla contrarietà alla partecipazione

È noto che, sulle prime, il capo del governo italiano, on. Silvio Berlusconi, non voleva la guerra contro l’amico Gheddafi. Temeva che un cambio di regime a Tripoli mettesse in discussione accordi chiacchierati ma importanti per l’Italia e per alcuni gruppi industriali in particolare.

In realtà, Berlusconi la guerra l’ha subita o, se si vuole, accettata di mala voglia.

Sarà stato fortemente sconsigliato dal persistere nel suo rifiuto o rassicurato nelle sue pretese?

In un caso o nell’altro, non può essere assolto delle sue responsabi­lità politiche, poiché un capo di governo non si fa imporre una guerra da chicchessia. Se non è d’accordo o la rifiuta o si dimette dall’incarico.

A lui ovvero all’Italia la gloriosa Triade (Usa, GB e Francia) ha lasciato la sola possibilità di accodarsi, di fornire basi, mezzi aerei, logistica e assistenza militare e di pagarne le eventuali conse­guenze.

Per risolvere la crisi libica, la comunità internazionale poteva ten­tare la via del compromesso per giungere al cambiamento politico nel rispetto dei principi democratici e della concordia nazionale.

L’Italia, tutta l’Italia di maggioranza e d’opposizione, doveva so­stenere questo tentativo proposto non da Gheddafi, ma da Paesi importanti come i cinque astenuti in seno al CdS dell’Onu (Germa­nia, Brasile, Russia, India e Cina). Doveva farlo anche per tutelare i suoi enormi, legittimi interessi minacciati da certe mire sostitutive che si celavano, per esempio, dietro lo slancio “umanitario” del si­gnor Sarkozy.

Forse, un bel dì si conosceranno i veri interessi della triade inter­ventista che, certo, non è an­data a bombardare per tutelare i diritti umani, per rimuovere le con­dizioni politiche illiberali, le sofferenze dei cittadini libici o di altri Paesi arabi in subbuglio.

Dai “caschi Blu” dell’Onu ai “contractors” della Nato

  • Perciò, hanno molto sorpreso le posizioni ondivaghe, contrad­dittorie del governo Berlusconi e di quanti, ai vertici della politica e delle istituzioni repubblicane, prima hanno tentennato, detto di no persino, e poi si sono lasciati trascinare nella guerra mettendo a di­sposizione degli “interventisti” strutture e mezzi della difesa nazio­nale.

Per altro, isolando e dileggiando la posizione responsabile, sensata del governo tedesco della democristiana Angela Merkel che ha ri­fiutato l’opzione militare e proposto la soluzione politica del con­flitto interno alla Libia. Poiché di una diatriba interna si trattava.

Posizione in linea con il diritto internazionale che, in caso di con­flitto interno, non autorizza nessuno a intervenire militarmente dall’esterno, a favore di una parte contro l’altra.

Per decenni, le Nazioni Unite hanno inviato nelle situazioni di crisi (anche interne) forze d’interposizione (i “caschi blu” sotto coman­do ONU) fra le parti in conflitto per rappacificarle non per aiz­zarle.

Negli ultimi anni, alcuni Paesi, in primis gli Usa, profittando della crisi di autorità (provocata) dell’Onu, hanno preso la brutta abitu­dine d’intervenire in alcuni Paesi, soprattutto di tradizione islamica (dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Somalia alla Libia), in contrasto con il diritto internazionale e con esiti davvero catastrofici. Com­preso quello di far crescere ed espandere il terrorismo.

Guerra chiama guerra. Da oltre 10 anni, è in corso una guerra infi­nita, con la scusa della lotta contro le “armi di distruzione di massa” (mai trovate), il terrorismo integralista, sottobanco foraggiato e/o incoraggiato, delle “missioni umanitarie” che tali non si sono dimostrate poiché hanno mietuto più vittime civili di quelle provo­cate e/o minacciate dai dittatori locali…

  • Interventi, come quello attuato da alcuni paesi Nato in Libia, sono un abuso evi­dente che, se non sanzionato, rischia di creare precedenti pericolosi per tutti i Paesi che hanno problemi di unità interna.

In Libia è stato violato un principio fondamentale delle Nazioni Unite, grosso modo salvaguardato in questo dopoguerra, che im­pone la non ingerenza, specie militare, negli affari interni di uno Stato sovrano, nemmeno per abbattere un regime illiberale.

D’altra parte, non si può scatenare una guerra contro ogni dittatore.

Ce ne vorrebbero alcune decine (di guerre), quanti sono oggi i ti­ranni in esercizio in varie parti del mondo. Sarebbe più giusto e profi­cuo porre nelle sedi politiche internazionali preposte, in base alla Carta dell’Onu sui diritti dell’uomo, la questione dell’avanza-mento democratico e dell’equità sociale nel mondo per isolare e sconfig­gere i dittatori residui, compresi quelli “amici” che nessuno di­sturba.

Non si può continuare a scherzare col fuoco poiché, una volta ac­ceso, sarà difficile spegnerlo.

Le degnissime persone che hanno voluto trascinare l’Italia in que­sta avventura dovrebbero chiarire all’opinione pubblica le vere ra­gioni di tale intervento, costoso e subalterno, che chiare non sono.

Compresi, i leader del centrosinistra che non possono giustificare scelte così gravi con la contrapposizione al berlusconismo.

Specie, quando, come nel caso libico, c’erano in ballo gli equilibri di pace nel Mediterraneo e gli inte-ressi fondamentali, per certi aspetti vitali, dell’Italia.

Prima o poi, Berlusconi passerà. Come passeranno i suoi avversari che oggi affollano, senza gran costrutto, la scena politica italiana.

Resterà l’Italia con i suoi problemi e con le sue speranze, con la sua impoverita rete di relazioni politiche, economiche e culturali internazionali.

Oggi, nel mondo, l’Italia conta poco. Sicuramente, meno che nel recente passato quando, almeno nel Mediterraneo, un ruolo è riu­scita a svolgerlo, talvolta con esiti brillanti, con il contributo deci­sivo della sinistra italiana.

La sua immagine risulta appannata, alterata. Si sta correndo il ri­schio d’indebolire quel ruolo, di ridurlo a mero espediente politico per confermare o ricercare vecchie e nuove sudditanze!

Con grave pregiudizio per l’autonomia e la sovranità nazionali e la stabilità del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Il ruolo della Sicilia nella guerra

La guerra di Libia sarà anche ricordata per avere inaugurato il nuovo ruolo assegnato alla Sicilia di piazzaforte militare strategica e nucleare della Nato e degli Usa, minacciosamente proiettata verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa.

Dalle basi siciliane (da Sigonella, da Trapani) sono partite migliaia di missioni aeree di bombar-damento verso le coste libiche.

Questo nuovo ruolo, che ha richiesto l’insediamento a Niscemi del progetto MUOS, non farà che aggravare, desertificare la realtà ci­vile e culturale di questa nostra Isola infelice, taglieggiata dalla mafia, mal governata da un ceto dominante imbelle e clientelare, sottoposta a una pesante condizione di “servitù militari”. Tre fattori che, insieme, contribuiscono a creare una situazione politica molto speciale, una sorta di regime a “sovranità limitata”.

In queste condizioni, il futuro della Sicilia e dei siciliani sarà vin­colato e segnato da una logica di guerra e non di pace. Quello che abbiamo temuto sta accadendo.

Con buona pace dei ceti dirigenti, politici e intellettuali, i quali non mostrano alcuna preoccupazione, indignazione per questa pericolosa trasformazione dell’Isola: da un lato in ricettacolo delle più inquinanti attività di stoccaggio, raffinazione e distribuzione di materiali energetici e dall’altro lato in una formidabile “portaerei” degli Usa e della Nato nel Mediterraneo, come orgogliosamente rivendicato dall’ex mini­stro della difesa, il siciliano Ignazio La Russa.

Un ruolo pericoloso che contrasta con lo spirito dell’art. 11 della Costituzione italiana e vanifica ogni sforzo per trasformare l’Isola in centro propulsivo di pace e di ponte per gli scambi economici e culturali, reciprocamente vantaggiosi, fra l’Europa, l’Italia e i Paesi delle rive est e sud del Mediterraneo.

In pochi mesi, con questa decisione bellicista, è stata bruciata una prospettiva che le forze democratiche e pacifiste siciliane hanno cercato di costruire negli ultimi 60 anni. A cominciare da Pio La Torre.

 

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