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LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

In Perù, Garabombo non è più invisibile. La reazione delle oligarchie e le pressioni esterne dopo la vittoria di Castillo.

di Marco Consolo

Sono ore di alta tensione in Perù. Dal 6 giugno, data del secondo turno delle elezioni presidenziali sono passate più di 2 settimane e l’autorità elettorale peruviana non ha ancora dichiarato ufficialmente vincitore il maestro Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”. In base al totale dei voti scrutinati, Castillo è in testa per circa 44.000 voti (50,12%), contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della mafia che si è fermata al 49,88 %. Il risultato consegna un Paese diviso in due come una mela, con una profonda crisi istituzionale, più di 190.000 decessi a causa della pandemia, una corruzione dilagante, un profondo classismo (in particolare conro i popoli originari) e le sequele di un estrattivismo selvaggio con morti, feriti e detenuti.

Ma non c’è 2 senza 3, ed è la terza volta consecutiva che Fujimori viene sconfitta, dopo il 2011 ed il 2016.

Come da copione latino americano (e di Trump), va in scena il sovversivismo delle classi dirigenti: l’oligarchia bianca, il fascismo peruviano e la destra internazionale  non si rassegnano alla sconfitta, gridano ai brogli e da tempo hanno attivato un piano per non riconoscere la volontà popolare. Già prima del ballottaggio, il blocco sociale composto da oligarchia, latifondi mediatici, settori delle FF.AA. e della magistratura, insieme alla Confindustria locale, ha lanciato una campagna di odio anti-comunista e di false accuse di fiancheggiamento al terrorismo contro Castillo ed il resto della sinistra.

La strategia golpista

Nelle settimane scorse, a Washington è cresciuto il nervosismo e, sotto suggerimento a stelle e a strisce,  la “signora K” aveva invitato inutilmente il terrorista venezuelano Leopoldo Lopez a dar manforte nella campagna elettorale contro il “castro-chavismo”. Non sono serviti gli appelli anti-comunisti di Vargas Llosa a favore della signora K, con una giravolta rispetto al passato degna di miglior causa.  Nè era stato utile l’appello di 23 ex-presidenti di destra ad ammettere le “denunce” (fuori tempo massimo) di K per “brogli” e non riconoscere la vittoria di Castillo. Sforzi che non sono serviti ad evitare la sconfitta nel “cortile di casa” statunitense, nell’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale.

Oggi la signora K, la “mafia fujimorista” (e Vargas Llosa), cercano di evitare che Castillo sia proclamato presidente il prossimo 28 luglio, con sfacciate manovre golpiste.  Ed altresì, risparmiare 30 anni di galera per corruzione a Keiko Fujimori, accusata in vari processi a suo carico.

Per far ciò, utilizzano una strategia di “guerra asimmetrica” diretta dal famigerato Vladimiro Montesinos (ex capo dei servizi segreti, oggi nel carcere dorato della base navale del Callo) e dalla CIA.

E’ una strategia che conta su diverse mosse, comprese quelle del puntuale e sanguinoso attacco contro la popolazione attribuito immediatamente a Sendero Luminoso (formazione praticamente scomparsa da anni) a pochi giorni dalle elezioni.

In un elenco non esaustivo, all’inizio hanno provato a ritardare il più possibile, e con qualsiasi mezzo, il conteggio dei voti per evitare la proclamazione di Castillo, cosa che non ha portato a nulla a causa della differenza dei suffragi, ammessa dalle stesse autorità elettorali.

Vista la mala parata, hanno iniziato a chiedere nuove elezioni “per brogli”, senza uno straccio di prova ed in totale disprezzo delle leggi e della Costituzione peruviana (promulgata dal padre di Keiko, Alberto Fujimori, golpista, corrotto e genocida attualmente in galera), cercando di fare pressioni di ogni genere sull’autorità elettorale. Per fare ciò, la signora K ha arruolato i più famosi avvocati, con compensi milionari.

In queste settimane, si è intensificata la campagna di odio, paura e false accuse di “terrorista” contro Castillo, con l’appoggio dei mezzi di disinformazione di massa, innaffiati da abbondanti flussi di denaro. Una campagna rivelatasi contro-producente visto che, viceversa, ha provocato il rifiuto di metà della popolazione, della poca stampa indipendente e non corrotta, degli osservatori internazionali (tra cui la stessa progolpista OEA, diretta da Almagro).

Parallelamente, si agita la piazza con i suoi sostenitori, i poveri ingannati e i ricchi convinti (che obbligano le loro lavoratrici domestiche a portarne i cartelli di protesta contro Castillo e il comunismo, con la minaccia di licenziamento): cercano lo scontro fisico con i “ronderos” contadini, e quanti si sono mobilitati a Lima da tutto il Paese, con l’obiettivo di provocare scontri, caos, morti e feriti,  e fare intervenire le forze dell’ordine. Ma nonostante le provocazioni, neanche questo ha finora prodotto risultati.

Per non farsi mancare nulla, cercano anche di dare un golpe istituzionale per poter annullare le elezioni, attraverso manovre parlamentari e la nomina di un nuovo Tribunale Costituzionale, in mano a  un parlamento il cui mandato scade fra un mese.

Tintinnio di sciabole

Dulcis in fundo, si agita il sovversivismo nelle FF.AA., spingendo militari in pensione (di cui molti avevano appoggiato Montesinos nel marzo del 1999, come l’Almirante Jorge Montoya) a pronunciarsi contro il “caos político”. Puntuale come un buon orologio, lo scorso 15 giugno, un comunicato di ex–militari di destra delle tre armi, faceva appello alla sollevazione militare contro Castillo. Dietro le quinte, la regia del generale in pensione Otto Guibovich, oggi deputato di Acción Popular, partito dell’altro golpista Manuel Merino, cacciato dalle mobilitazioni studentesche nel novembre 2020.  Il comunicato ha provocato la dura reazione dell’attuale presidente Francisco Sagasti, che ha chiesto alla magistratura di procedere contro i firmatari.

Non è da sottovalutare questo tintinnio di sciabole, possibile anticamera di un golpe del XXI° secolo, con l’avallo del Pentagono e della CIA, per rendere impossibile il governo del maestro Castillo, “comunista, terrorista, incapace e confiscatore della proprietà privata”. Una modalità da non scartare, nonostante le difficoltà interne ed internazionali.

Ma piaccia o no alle classi dominanti, Castillo dovrebbe essere  proclamato presidente il prossimo 28 luglio. A differenza di Garabombo,  personaggio del bellissimo romanzo dello scomparso Manuel Scorza, che diventava invisibile agli occhi dei potenti per meglio difendere i diritti della povera gente, oggi gli invisibili, si sono palesati nella candidatura di un maestro elementare delle Ande peruviane.  Sono gli esclusi di sempre, delle campagne e  delle periferie urbane, impoveriti dal modello capitalista, neo-liberale ed estrattivista, che hanno poco da perdere, perchè possiedono poco o nulla. Sono tra i principali protagonisti della rivolta contro i poteri forti, contro i mafiosi che hanno governato il Paese negli ultimi decenni con il “pilota automatico” della Costituzione varata nel 1993 dal golpista Fujimori.

Dietro le quinte, la Casabianca corteggia i falchi golpisti e cerca affannosamente nuove e più efficaci strategie. Lo fa oggi con il “volto nuovo” di Biden, lo strascico “politico-letterario” del pennivendolo Vargas Llosa, la mafia di Miami e i congressisti come Marco Rubio, da sempre in prima fila nell’attacco ai processi di trasformazione del continente, con la trita propaganda di “libertà vs comunismo”.

Le priorità del maestro Pedro Castillo

Se sarà finalmente proclamato presidente, Castillo propone di arrivare ad una nuova Costituzione, che restituisca protagonismo allo Stato, sia in quanto a politiche pubbliche incisive, che come regolatore del mercato, per passare da una “Economia Sociale di Mercato” (secondo la costituzione golpista) a quello che il suo programma definisce  “Economia popolare con mercati”. Si tratta di un cambio di modello che propone misure urgenti per i primi 100 giorni. Tra le priorità, combattere a fondo la pandemia; rilanciare l’occupazione e l’economia popolare; un processo progressivo verso la seconda riforma agraria; una giusta fiscalità verso le grandi imprese (che oggi evadono sfacciatamente); la convocazione di un referendum costituente con un grande dialogo nazionale e popolare. Detto in altri termini, le priorità  immediate del futuro governo di Pedro Castillo saranno la campagna di vaccinazioni, e la riattivazione económica,  con l’obiettivo di creare occupazione, soprattutto nelle campagne e per le piccole e medie imprese.

Lungi dall’essere un “libro dei sogni”, sono misure urgenti e necessarie per cambiare il destino del popolo peruviano.

Ma sono misure che dovranno essere approvate dal nuovo Parlamento (eletto al primo turno), nel quale le sinistre di Perù Libre e della coalizione Juntos por el Perù non hanno la maggioranza.    Su 130 deputati, possono solo contare con i 37 del primo e i 5 della seconda, più pochi altri che potrebbero allearsi, per arrivare forse a 50. Sarà quindi una battaglia durissima, soprattutto rispetto alla possibilità di redigere una nuova Costituzione, che si può solo vincere con una forte mobilitazione sociale, come quella del novembre 2020 e di questi ultimi giorni.

Nel frattempo, l’accompagnamento internazionale contro le manovre golpiste in atto può aiutare a fare la differenza.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/in-peru-garabombo-non-e-piu-invisibile/

Colombia 2021: “Continuano ad ammazzarci”

di Rodrigo Rivas

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo. Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti. Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

1.- “La versione ufficiale, mille volte ripetuta dal governo in forma martellante a tutto il Paese con ogni mezzo di comunicazione alla sua portata, finì per imporsi: non ci furono morti, i lavoratori soddisfatti erano tornati a casa dalle loro famiglie e la compagnia bananiera sospendeva le attività in attesa che la pioggia finisse.

La legge marziale restava in vigore, prevedendo la necessità di mettere in atto misure di emergenza per far fronte alla calamità pubblica rappresentata dall’interminabile acquazzone. La truppa restava in caserma. Durante il giorno, i militari giravano per le strade trasformate in torrenti, con i pantaloni arrotolati a mezza gamba, giocando ai naufragi con i bambini.

Di notte, dopo l’entrata in vigore del coprifuoco, abbattevano le porte coi calci dei fucili, buttavano giù i sospettati dai loro letti e gli portavano via a un viaggio senza ritorno.

Continuava la ricerca e lo sterminio dei malfattori, assassini, incendiari e rivoltosi così come descritti dal Decreto Numero Quattro, ma i militari lo negavano anche ai parenti delle loro vittime che affollavano l’ufficio dei comandanti alla ricerca di notizie.

«Sicuramente l’avete sognato», insistevano gli ufficiali. «A Macondo non è successo nulla, nulla succede e mai succederà nulla. Questo è un paese felice».

Così portarono a compimento lo sterminio dei capi del sindacato” (Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”, 1968).

Gabo si riferisce ai fatti del 1928, quando il già allora corrotto governo oligarchico del conservatore Abadía Méndez ordinò all’esercito colombiano di fucilare diverse migliaia di operai e di lavoratori, incluse le loro famiglie per evitare che cadessero in povertà, nella enclave bananiera della United Fruit a Santa Marta.

I “falsi positivi” sono un’invenzione più recente. Videro la luce durante il governo di Alvaro Uribe Vélez, il “Matarife, genocida innominabile” che si trova all’origine del narco-paramilitarismo, che ha perfezionato il sistema di corruzione e architettato l’odierno legame tra i potentati economici e la sua cerchia politica, che governa la Colombia da oltre 30 anni.

In italiano, il termine “Matarife” significa macellaio. Ma la traduzione non rende l’idea. Significa invece “taglia gola”, “squartatore” o “boia”. Ma ho un dubbio su quest’ultima traduzione, poiché quella del boia è stata una funzione pubblica, rispettata e rispettabile. “Mastro Titta”, “er boja de Roma” fino al 1864, era anche molto popolare e quando fu sostituito da Vincenzo Balducci, papa Pio IX gli concesse un ottimo vitalizio mensile (vedere la falsa autobiografia scritta nel Novecento da un autore rimasto anonimo, ”Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso”).

Uribe Vélez è un delinquente noto internazionalmente almeno dai primi anni ‘90, ben prima di diventare presidente (2002-2010), ossia da quando l’agenzia militare d’intelligence degli Stati Uniti (DIA) lo mise ufficialmente nella lista di persone legate al “Cartello di Medellin”.

2.- “Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende, un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli” recita Sauron, “l’Aborrito” in lingua quenya, l’Oscuro Signore di Mordor, uno spirito malvagio e potentissimo (J. R. R Tolkien, “Il Signore degli Anelli”). 

Verso la fine del 2008 diventava di dominio pubblico in Colombia una storia di premi e punizioni basata sull’efficienza.

Il percorso era semplice: l’Esercito nazionale colombiano assassinava civili innocenti facendoli passare per guerriglieri uccisi in combattimento nella guerra civile che, con diversi nomi e attori, è in atto in Colombia dal 1948.

Gli assassinati erano migliaia. Attraverso il sistema di premi e punizioni, esaltando i risultati repressivi ottenuti da ogni sergente, pattuglia e dall’intero esercito, portavano promozioni, riconoscimenti, benefici e gratifiche.

Il caso fu scoperto per l’ingordigia dei candidati ai premi, non per la semplice moltiplicazione dei morti considerata un fatto pressoché normale: ad un certo punto i conti non quadravano. La colonna dell’Avere, “guerriglieri uccisi in combattimento” continuava a crescere ma cresceva pure la colonna del Dare, “numero di guerriglieri attivi”.

Questo serial killer di massa ben rappresenta la classe dirigente colombiana, anche quella recentemente premiata con il Nobel per la pace in seguito all’accordo con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC, 2016) per mettere fine alla più lunga guerra civile della storia.

Non essendo il tema, faccio solo un cenno ad una conseguenza strutturale di questa guerra:

“Nel 2015, le terre non controllate dal latifondo e dalle corporazioni multinazionali superavano il 40% del territorio colombiano totale. Basta controllare l’elenco di questi territori con le cronache odierne per verificare che sono proprio questi i territori attualmente invasi e ferocemente attaccati da gruppi armati illegali con l’aperta complicità del governo.

Negli ultimi 20 anni, circa 6,6 milioni de ettari, oltre il 15% della superficie agricola della Colombia, sono stati occupati con violenza da paramilitari, narcotrafficanti e militari. Molti fanno finta di essere sorpresi “di cotanta ferocia”, ma non c’è alcun motivo per essere sorpresi. Le caratteristiche e conseguenze di questo processo erano talmente evidenti fin da mo’, che l’agronomo ed ecologista francese René Dumont le ha previste in ogni sua fase (“Le mal-développement en Amérique latine. Mexique, Colombie, Brésil”, 1981)… Come avviene in tutte le materie incluse nel processo di pacificazione teoricamente in corso, la restituzione concordata delle terre è stata un sonoro insuccesso: ai contadini sono stati restituiti 15.000 ettari, lo 0,023% di quanto era stato loro rubato soltanto nei 20 anni precedenti… La voracità del capitale colombiano sta facendo tabula rasa persino delle zone che lo Stato ha dichiarato protette. Ad esempio, in almeno 31 dei 59 parchi naturali nazionali ci sono attualmente conflitti per l’uso, l’occupazione e l’usufrutto della terra…

Alla guerra per la terra si aggiunge la guerra per l’acqua, oggi in procinto di passare nelle mani delle grandi aziende transnazionali… Ad esempio, sono in processo di privatizzazione i 12.000 acquedotti comunitari esistenti, che riforniscono il 40% dell’acqua utilizzata nelle zone rurali e il 20% di quella usata nelle zone urbane” (Terra, acqua, aria: fuoco – terza parte e conclusione, 9 luglio 2020).

3.- “Gli elenchi di gente ricca sono stracolmi di persone che hanno ereditato la loro fortuna o l’hanno fatto speculando, non di certo grazie alla loro capacità innovativa e al loro sforzo produttivo. Sono un catalogo di speculatori, di baroni immobiliari, di reali e nobili formalmente decaduti o in carica, di monopolizzatori delle tecnologie dell’informazione, di usurai, di banchieri, di sceicchi del petrolio, di magnati del settore minerario, di oligarchi e amministratori delegati pagati in modo assolutamente spropositato riguardo a qualsiasi valore possano generare…

Un secolo fa, gli imprenditori cercavano di farsi passare per parassiti adottando lo stile e le forme delle classi parassitarie proprietarie di un titolo nobiliare. Oggi i parassiti pretendono di essere imprenditori” (Geoge Monbiot, Invisible Hands 21 luglio 1018).

Dalle statistiche ufficiali risulta che la metà dei 50 milioni di colombiani vive nell’informalità, che il 42,5% sono poveri e che la disoccupazione è aumentata del 16,8% soltanto nel marzo 2021.

Dalle statistiche delle organizzazioni che si occupano dei diritti civili risulta che tra gennaio e marzo 2021 sono stati assassinati 79 leader sociali.

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo.

Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti

Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

Secondo Diego Molano, ministro della Difesa, i cortei sono stati infiltrati da gruppi armati illegali che si sono dedicati al saccheggio e al vandalismo. I fatti di violenza sono premeditati, organizzati e finanziati da gruppi di guerriglieri dissidenti. Curiosamente, tutte le vittime sono civili disarmati.

Domenica 2 maggio il presidente Duque ha ritirato l’iniziativa avvertendo che non ci sarà alcuna tolleranza sul terrorismo urbano.

È difficile fare un’analisi della situazione concreta e forse non è nemmeno il momento adeguato per provarci.

Malgrado l’eterogeneità del movimento, si possono comunque osservare tre linee generali.

La prima era la rinuncia del capo economista dei neoliberisti, il ministro Alberto Carrasquilla, costretto a dimettersi lunedì 3 maggio in seguito al ritiro del suo progetto “riformatore” teso a trasferire ai ceti medi e bassi l’intero costo della pandemia da Covid-19, lasciando in piedi il sistema fiscale che esonera dalle imposte gli oligopoli legati alle attività minerarie e all’esportazione di zucchero e banane.

La seconda è la richiesta di un’economia un po’ meno disuguale.

La terza consiste in una serie di riforme: democratizzazione dell’educazione e della sanità, amministrazione meno soggetta al clientelismo politico, riforma della polizia e smantellamento della Squadra Mobile Antidisturbi (Escuadrón Móvil Antidisturbios”), incaricata di reprimere le proteste e una migliore implementazione del processo di pace firmato nel 2016 dall’allora presidente Juan Manuel Santos e dalle FARC.

4.- Analizzando le condizioni in cui si fa la storia, Karl Marx scrisse nel 1852: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia” (“Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, Incipit).

In questo maggio 2021 non è in questione la “narrazione” sui fatti poiché quanto avviene è evidente persino alla UE che, infatti, ha stilato una nota di protesta contro gli eccessi della polizia.

In questa fase, il governo copia la manovra ingannevole e dilatoria del “virus Piñera”, chiamando “le organizzazioni politiche ad un dialogo nazionale” che esclude i protagonisti (organizzazioni sociali, popolari, civiche, etniche, studentesche, operaie, contadine,  docenti,  associazioni di vittime, difensori dei diritti umani, ecc) “perché abbiamo ascoltato il popolo colombiano e la sua protesta pacifica”.

I rumori disarmonici della popolazione non sono stati ascoltati. Perché sono puro e semplice vandalismo sul quale cadrà il peso della legge che, in questo caso, significa anche fucilazioni in situ da parte delle squadre anti-disturbi.

Osservando le foto ufficiali che immortalano l’inizio delle conversazioni tra il governo ed alcuni “leader dell’opposizione democratica”, mi vengono in mente scene viste in un vecchio museo di Bogotá sui momenti successivi all’assassinato del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile 1948.

Anche l’allora presidente, il conservatore Ospina Pérez, avendo ascoltato la rabbia della popolazione, richiamò a palazzo i capetti del Partito Liberale, buona parte dei quali erano su posizioni del tutto diverse a quelle di Gaitán, sospettati di tradimento o conciliatori per professione e dottrina, per formare a nome e rappresentanza del gaitanismo, un effimero governo di conciliazione nazionale. Nessuno dei problemi strutturali venne risolto e contro i gaitanisti veri, previamente satanizzati come “populisti”, si scatenò una politica di sterminio.

Così nacque il conflitto sociale armato colombiano, riciclato ma ancora vivo. Era, ribadisco, il 1948.

“Los hambrientos piden pan, plomo les dá la milicia” (gli affamati chiedono pane, piombo dà loro la milizia), cantava Violeta Parra (“La carta”, 1962).

I colombiani chiedono una “Assemblea Costituente Ampia e Democratica” che convochi i veri rappresentanti della mobilitazione sociale, non i politicanti, per discutere sui motivi che hanno portato alla mobilitazione e per trovare una vera “Soluzione Politica” al conflitto sociale.

Su questo magnifico Paese si agita nuovamente lo spettro del “Bogotazo” che inaugurò la “violenza” dopo l’assassinio di Gaitán.

La Colombia continua a dimostrare che Dio è giusto: “Viviamo in un Paese talmente bello che, per ricompensare gli altri, il Padre eterno ci ha dato questi governi terribili”.

E continua a mettere in mostra la vivacità della sua vita politica: “In Colombia esiste una differenza notevole tra conservatori e liberali. I conservatori vanno a messa alle otto, i liberali a mezzogiorno”.   

La chiusa a Gabo: “Erano tre reggimenti la cui marcia ritmata dai tamburi dagli schiavi della galera faceva tremare la terra. Il suo respiro da drago multicefalo aveva impregnato di vapore pestilente la luminosità di mezzogiorno. Erano piccoli, massicci, bruti. Sudavano con sudore di cavallo, avevano un odore di carnaccia macerata dal sole e l’impavidità taciturna e impenetrabile degli uomini dell’altipiano. Benché ci mettessero più di un’ora a passare, si sarebbe potuto pensare che fossero solo poche squadre che facevano il girotondo, perché tutti erano identici, figli della stessa madre, e tutti sopportavano con uguale stolidità il peso dei tascapane e delle borracce, la vergogna dei fucili con le baionette innestate e la scoglionatura dell’obbedienza cieca e del senso dell’onore” (op. cit.).

R.A. Rivas 5 maggio 2021

46 anni dalla liberazione di Saigon

di Rodrigo Rivas

Giai Phong! 30 aprile 1975.

Ultimo atto della guerra di Vietnam
Saigon è in mano ai vietcong mentre l’ambasciatore statunitense fugge precipitosamente in elicottero.

Il 2 luglio del 1976 nascerà la Repubblica Socialista del Vietnam.

Si concludeva uno dei conflitti più feroci del XX secolo, durante il quale vennero lanciati esplosivi in un numero superiore a quelli utilizzati su tutti i fronti della Seconda guerra mondiale.

4 milioni di civili e un milione di soldati erano morti tra i vietnamiti.
58.226 erano i morti tra i soldati USA
Il numero di feriti, di mutilati e di invalidi resta imprecisato.

La guerra ebbe ripercussioni enormi nella metropoli. I racconti dal fronte dei soldati statunitensi sui massacri di civili e sulla violenza dei combattimenti colpirono profondamente l’opinione pubblica statunitense (e non solo).

Nacque un rilevante movimento pacifista e di contestazione alla politica estera aggressiva degli Stati Uniti, che e portò a cambiamenti epocali nella società, tra cui l’abolizione della leva obbligatoria nel 1973.

L’esito del conflitto sancì la sconfitta della superpotenza USA e segnò la politica estera successiva.

L’opposizione alla guerra era iniziata nei campus delle università dove l’attivismo politico studentesco di sinistra raggiunse limiti fino allora impensabili.

Migliaia di giovani statunitensi scelsero la fuga in Canada o in Europa occidentale per evitare la coscrizione.

La si poteva evitare anche per riconosciuta pazzia ma, come ci insegnò il film “Comma 22”, chi si dichiarava pazzo per non andare in guerra era, ovviamente, sano.

A Cassius Clay, in seguito Muhammad Ali, verrà tolto il titolo mondiale dei pesi massimi per rifiutarsi a prendere parte al conflitto poiché “nessun vietacong mi hai mai chiamato negro”.

Lo stesso giorno dovranno dimettersi “quasi tutti gli uomini del presidente Nixon”, il criminale che aveva ordinato i bombardamenti al napalm in tutta l’Indocina, organizzato tramite il suo sicario principale, Henry Kissinger, colpi di Stato e omicidi in tutta l’America Latina, truffato il mondo intero con l’annullamento deciso unilateralmente della convertibilità del dollaro.

I suoi non si dimettevano per questi motivi, ma perché, sempre truffatore, Nixon era stato scoperto con le mani nella marmellata.

La tentata truffa elettorale denominata “Scandalo Watergat” lo costringerà poco dopo alle dimissioni.

Ma, credo, senza la sconfitta vietnamita avrebbe dominato ancora a lungo la politica del suo paese.

Ricordo nitidamente quel 30 aprile.
Dagli elicotteri statunitensi ripresi dalla TV non si ascoltava la cavalcata dalle walkirie come in “Apocalypse Now”

Robin Williams non era alla console per decretare “Good bye Vietnam”. Sul tetto dell’ambasciata statunitense veniva issata una bandiera rossa.

È stato uno dei momenti indimenticabili della storia recente.

L’ho celebrato, anche, riascoltando Victor Jara, massacrato dagli amiconi di Nixon quasi due anni prima nello Stadio Cile a Santiago:
“Il diritto di vivere, poeta Ho chi Minh
Che convochi dal Vietnam, tutta l’umanità
Nessun canone cancellerà, dal solco della tua risaia, il diritto di vivere in pace”:

Giai Phong!, Liberazione!

Eugenio Finardi


Giai Phong

PASSIONE ’21. Un film di Marco Perri

Lasciamo parlare le antiche parole, scorrere le immagini…

“il film è un adattamento moderno della Passione di Cristo. Una visione laica di uno dei temi più caratterizzanti della nostra cultura occidentale, da Caravaggio a Pasolini, da Bach a Mozart tutti si sono cimentati col tema della passione di Cristo. Nel nostro limite abbiamo provato a confrontarci con questo tema.” La regia è di MARCO PERRI che ha lavorato con Noemi Serrao, Simone Petracca, Francesco Rizzo e Cristian Morello e altri attori reclutati, on the road, da Neptune Spears (https://www.neptunespears.net/).

Girato sulle sabbie bianche nell’orizzonte di Stromboli e delle Eolie, dentro la Pandemia.

Marco Perri, cineasta calabrese di stanza a Bruxelles (come tanti altri normali talenti della nuova emigrazione), si è cimentato con le allucinazioni pandemiche fin dall’inizio degli eventi, tra lock down a ripetizione e rientri obbligati o forse anelati, nella sua Calabria, dalle parti Capo Vaticano. I suoi ultimi lavori dedicati all’umano (dentro la virulenza) e girati nelle piazze e nelle strade del Belgio, possono essere visti su: https://vimeo.com/neptunespears

Vale la pena chiedersi, dentro lo schiamazzo generale intorno alla Next Generation EU, se l’immaginario e le capacità di giovani artisti come Marco Perri meriteranno di trovare uno spazio: non solo per loro, ma per ciò che rappresentano, in questo caso per la Calabria e il Meridione in generale. Le immagini che vedrete possono essere girate solo lì, e solo con gli occhi dei figli di queste terre.

Buona visione!

(Rodolfo Ricci)

“PASSIONE ’21”

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione.

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela

Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

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Elezioni in Ecuador: emergono gli indigeni.

Alle presidenziali si profila un ballottaggio fra il candidato correista Arauz e l’indigeno Yaku Perez. Alle legislative avanza Pachakutik espressione della Conaie

Domenica 7 febbraio in Ecuador si sono svolte sia le elezioni Presidenziali sia le parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, oltre a quelle per l’elezione dei 5 membri del parlamento indigeno, in un clima di grande attesa e partecipazione. In base ai dati ufficiali trasmessi dal Cne (Consiglio Nazionale Elettorale) dell’Ecuador, come previsto l’affluenza è risultata molto elevata, ben 81,24%, a testimonianza della percezione dell’importanza di questa doppia tornata elettorale, soprattutto per le presidenziali. Continua a leggere

Venezuela: alcune riflessioni sulle elezioni parlamentari

di Marco Consolo

  • In base alla Costituzione venezuelana, lo scorso 6 dicembre si sono tenute elezioni per il rinnovo della Asamblea Nacional – AN (Parlamento) che si dovrà insediare il prossimo 5 gennaio. Hanno partecipato 107 partiti: 30 nazionali, 53 regionali, 6 organizzazioni nazionali dei popoli originari e 18 organizzazioni regionali.Dei 107 partiti, 98 sono collocati all’opposizione, e solo nove a favore del governo bolivariano.Come parte della trasparenza del processo, il Potere Elettorale (CNE) ha contribuito a organizzare 3.500 incontri nelle sei regioni del paese con popolazione nativa.

A differenza delle elezioni negli Sati Uniti, in Venezuela a poche ore della chiusura dei seggi, si conoscevano i risultati. Il bollettino del CNE indicava che dei più di 20 milioni di elettori abilitati,  avevano votato 6.251.080 persone, con una partecipazione del 31% degli elettori iscritti. Una lezione di modernità ed efficienza al mondo intero.

  • Il Gran Polo Patriottico (GPP), un’alleanza che raggruppa il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e altri partiti che appoggiano il governo bolivariano, ha ottenuto 4.276.926 voti, che rappresentano il 69% dei voti espressi.

Nell’opposizione di destra è emerso un nuovo referente politico-elettorale. L‘Alleanza Democratica, composta dai partiti di opposizione Acción Democrática (AD), Copei, Cambiemos Movimiento Ciudadano (CMC), Avanzada Progresista (AP) ed El Cambio (partito di Javier Bertucci), ha ottenuto 1.095170 voti (17 72%). Il processo elettorale segna così il ritorno di due partiti tradizionali della quarta repubblica, AD e Copei, sulla scena politico-elettorale: AD con 419.088 voti (7,08%) si posiziona come il  partito del cosiddetto G4 che ha mantenuto un suo capitale politico. Da parte sua, Copei ha ottenuto 170.589 voti (2,88%).

Sempre a destra, la coalizione Venezuela Unida, un’alleanza composta dal partito Primero Venezuela (scissione di Primero Justicia), Voluntad Popular (VP) e Venezuela Unida, ha ottenuto 259.450 voti (4,15%).

Da sinistra, il Partito Comunista del Venezuela (PCV) per la prima volta ha presentato una lista autonoma dal GPP: Alternativa Popolare Rivoluzionaria – APR, (divisione di una piccola parte del GPP), ha ricevuto 168.493 voti  (2,73%). Non c’è stata quindi la sorpresa che si aspettava da questa nuova opzione politico-elettorale. Il PCV avrebbe potuto ottenere più seggi in alleanza con il GPP, confermando che le scissioni elettorali del chavismo hanno uno spazio minimo.

Il 9 dicembre si sono svolte le elezioni dei 3 deputati rappresentanti dei popoli originari, con lo sviluppo di un organo normativo e un programma speciale nel rispetto delle loro tradizioni e costumi.Il resto dei voti (405.017) è andato ad altre liste minori.

  • Tra i dati rilevanti di queste elezioni, vi è quindi l’emergere di nuove forze di opposizione, che hanno esordito nella politica nazionale conquistando seggi in Parlamento. Molti di questi partiti, sebbene provengano da divisioni di altre organizzazioni anti-chaviste, hanno cercato di occupare gli spazi che gli astensionisti hanno lasciato.

I risultati consegnano al GPP una maggioranza schiacciante dei seggi parlamentari, e chiudono così il ciclo politico dell’uscente Assemblea Nazionale a maggioranza dell’opposizione.

  • Gli osservatori internazionali (e quelli nazionali) hanno potuto visitare qualsiasi seggio elettorale, in qualsiasi momento. Tra loro, José Luis Rodríguez Zapatero, ex Presidente del governo spagnolo, che ha sottolineato le troppe volte in cui il sistema elettorale è stato messo sotto accusa senza neanche conoscerlo. Da parte loro, gli osservatori internazionali del Consiglio degli Esperti Elettorali dell’America Latina (CEELA) hanno sottolineato la qualità, l’efficienza, la trasparenza e la verificabilità del processo elettorale, in condizioni di bio–sicurezza, nonostante le enormi difficoltà economiche che il Venezuela deve affrontare a causa delle “sanzioni” statunitensi e della UE.
  • In termini simbolici, il 2020 si chiude per il Venezuela come l’anno in cui la strategia dell’amministrazione statunitense è fallita: Trump aveva promesso di rimuovere Maduro dalla presidenza, ma è Trump che se ne va. Le elezioni significano la sconfitta, per ora, della politica della Casa Bianca contro il Venezuela, ed una battuta d’arresto dei piani di aggressione militare del Pentagono.

Escono sconfitti anche i settori dell’opposizione golpista: non ha pagato la loro strategia astensionista per delegittimare il processo elettorale (l’ennesimo errore evidente). Risibili le loro denunce di brogli ancor prima della chiusura delle urne, visto che il sistema elettorale è stato identico a quello delle elezioni dell’Assemblea Nazionale nel 2015, che l’opposizione ha vinto.

  • In realtà, è stata proprio la partecipazione a far fallire l’ennesimo tentativo di destabilizzazione, secondo la strategia già utilizzata in Bolivia per sbarazzarsi di Evo Morales, con denunce di brogli prima che fossero chiuse le urne. La partecipazione esprime la condanna verso il settore dell’opposizione golpista guidata da Juan Guaidò, che scommette sull’intervento straniero e chiede a squarciagola il bloqueo contro il Paese. Le persone che hanno votato lo hanno fatto per l’indipendenza e la pace.
  • La partecipazione alle elezioni può essere definita bassa in termini puramente matematici e comparativi, rispetto ad altre elezioni in Venezuela. Ma il dato va oltre la matematica visto il contesto che sta attraversando il Paese. Milioni di persone hanno resistito ad apatia e astensione, alle azioni di “massima pressione” straniera, e ciò rende significative queste cifre, oltre la semplice matematica.

In un sistema presidenzialista, l‘astensione alle elezioni parlamentari è stata storicamente significativa. Nel 2005, nel miglior scenario della Rivoluzione Bolivariana (con Chávez Presidente, con un prezzo del barile di greggio che superava i 100 dollari, senza problemi di benzina, senza pandemia, con una serie di misure a favore della popolazione, etc), la partecipazione è stata del 25%. Le due elezioni con più voti sono state quelle del 2010 quando ha votato il 66,45% della popolazione e quelle del 2015 (74%), che hanno dato la maggioranza all’opposizione. Oggi sono molteplici i fattori che hanno influenzato la partecipazione, e bisogna leggere il dato tenendo conto di condizioni molto più avverse:  il pesante impatto del bloqueo economico; una situazione di crisi sociale ed economica che provoca malcontento diffuso; il grave danno ai servizi pubblici del Paese; la caduta della produzione nazionale di combustibili, che incide gravemente sulla mobilità; il contesto della pandemia; la migrazione in uscita di elettori registrati; l’appello all’astensione da parte del settore di opposizione al servizio degli Stati Uniti,  che ha convinto una parte dell’elettorato.

  • L’astensione non è un quindi dato da celebrare, e rivela un problema che il governo bolivariano, il Partito Socialista Unito del Venezuela e le forze politiche alleate dovranno affrontare e risolvere il prima possibile. L’astensione riflette, inoltre, il crescente divorzio di molte persone dalla politica, un divario tra i problemi quotidiani delle persone e la comunicazione politica.Insieme ad una chiara richiesta popolare di soluzioni urgenti dei molti problemi economici e sociali del Paese. I problemi del socialismo del secolo scorso, presentano il conto  anche nel “socialismo del XXI°secolo”.
  • Da più parti, è stato ricordato che, nelle stesse ore in cui i Venezuelani eleggevano i loro deputati, in Romania (Paese dell’Unione Europea) ha partecipato lo stesso numero di elettori (32%).Ma mentre i risultati rumeni sono riconosciuti, quelli venezuelani no, con il pretesto della scarsa partecipazione. Qualche mese fa, quando in Costa Rica nelle elezioni municipali aveva partecipato il 24% di elettori, la “comunità internazionale” non ne ha messo in dubbio la legittimità.Né lo ha fatto con diversi attuali Presidenti dell’America Latina, eletti con una bassa percentuale di voti, come nel caso di Sebastián Piñera in Cile, che ha vinto le elezioni presidenziali del 2017 con meno del 30% della partecipazione.

Nella UE, ben 9 paesi hanno fatto registrare una partecipazione inferiore al 40% nelle elezioni al Parlamento europeo del 2019 e 4 di loro una partecipazione minore di quella venezuelana:  Repubblica Ceca (28,72%), Slovenia (28,89%), Slovacchia (22,74%) e Croazia (22,85%).

Certo il Venezuela bolivariano non è la Slovacchia, nè la Romania, e la partecipazione popolare non si riduce alle elezioni ogni 5 anni. Ma sono dati che devono fare riflettere e riguardano la disaffezione in crescita della popolazione verso la “politica”. Un problema che riguarda molti Paesi e non uno in particolare.

  • Ai fini dell’esercizio e della legalità del nuovo parlamento, per il sistema politico venezuelano il risultato statistico della partecipazione non è un impedimento. Nella Costituzione non ci sono soglie che ne stabiliscano la legittimità, e quindi il prossimo parlamento è autorizzato ad insediarsi e a legiferare. E i promotori di questo falso dilemma sono gli stessi che hanno promosso la “presidenza ad interim” di Juan Guaidó, senza un solo voto elettorale ed al di fuori della Costituzione.
  • Forse il successo più importante in questa scadenza elettorale è proprio la sua realizzazione, a scapito di evidenti pressioni di Stati Uniti e Unione Europea (UE).  Paradossalmente hanno provato a criminalizzare il governo per avere organizzato le elezioni, che hanno in parte rallentato l’assedio più duro che il Paese ha subito nella sua storia repubblicana di oltre 200 anni. La UE aveva cercato di ricattare il Paese, chiedendo addirittura di ritardarle fuori dal periodo costituzionale.
  • Il PSUV continua ad essere di gran lunga la principale forza politica organizzata, con un’importante vittoria elettorale (la n° 23 su 25 elezioni in 21anni). Tuttavia, ha subito un calo nel suo appoggio numerico. Decifrarne le cause è essenziale per le battaglie a venire. D’altro canto, il Presidente Nicolás Maduro, che aveva affermato che avrebbe lasciato l’incarico in caso di vittoria dell’opposizione, è legittimato dal risultato e si è dimostrato, ancora una volta, come la figura politicamente ed elettoralmente più solida del Paese.
  • La nuova amministrazione USA di Joe Biden stabilirà le sue alleanze nell’opposizione secondo i suoi piani contro il governo bolivariano. L’imperialismo metterà in dubbio la legittimità del risultato elettorale, accumulerà forze senza rinunciare alle scorciatoie militari ed eserciterà maggiori pressioni nell’ambito della dottrina dello “smart power”, il “potere intelligente”. Oltre alla strategia in atto di denuncia del Presidente Maduro alla Corte Penale Internazionale per “crimini di lesa umanità”, la destra si appresta ad aprire un nuovo fronte: un possibile “referendum revocatorio” di metà mandato (previsto dalla Costituzione). Il Venezuela nel 2021 continuerà ad essere l’epicentro di una battaglia geopolitica continentale (e non solo) in cui si scontrano la Dottrina Monroe e l’ideologia Bolivariana. La fase richiede un alto livello di coscienza, sia dentro che fuori dal Paese.
  • Ciò richiede al chavismo la costruzione di un’egemonia (in senso gramsciano) capace di riconoscere le diversità esistenti, articolare richieste dal basso, elaborare critiche, sintetizzare aspirazioni nazionali, ripensare la politica e l’esercizio del governo, unire le forze con obiettivi condivisi di trasformazione. Le coincidenze strategiche rispetto a punti fondamentali, come il rifiuto del bloqueo economico e le minacce militari contro il Paese, richiedono la ripresa del dibattito critico e autocritico, basato sull’unità delle opzioni di trasformazione rivoluzionaria. Da più parti si fa appello alle 3 R di Chàvez (revisión, rectificación y reimpulso) per rilanciare il processo bolivariano.

A mo’ di conclusioni

Dopo queste elezioni, nuove sfide si aprono per il Venezuela.

Il Paese ha superato finora i nodi critici della “massima pressione” orchestrati dall’amministrazione Trump. Il governo ed il PSUV hanno il difficile compito di stabilizzare le istituzioni (compreso il Parlamento) a partire dal prossimo anno. Ciò implica nuove possibilità nell’esercizio del governo, in un quadro diverso da quello del gennaio 2016.

Il parlamento eletto può avere un ruolo importante nel riattivare un urgente dialogo nazionale ed internazionale, con la più amplia schiera di soggetti onestamente disposti a trovare una soluzione che rifiuti categoricamente bloqueo e intervento militare.

Non c’è dubbio che la priorità è la battaglia  per eliminare l’applicazione del duro bloqueo, principale punto critico. Senza la sua eliminazione (e lo sblocco dei fondi sequestrati nelle banche internazionali) è illusorio pensare che si possa risolvere positivamente la crisi economica e sociale, in poco tempo o a medio termine.

Ci sarà poi da neutralizzare la farsa della continuità artificiale di Juan Guaidó e del suo entourage di ex-deputati aggrappati alla sedia. Secondo la Costituzione, il loro mandato scade il 6 gennaio 2021. Ma, sotto l’egida degli Stati Uniti, cercheranno di sostenersi a tempo indefinito e al di fuori del periodo costituzionale come “parlamento legittimo”.

Rimane l’incognita della ambigua posizione dell’Italia e della UE. Come ha ricordato lo spagnolo Zapatero, non volendo riconoscere i risultati elettorali, la UE non avrebbe più interlocutori istituzionali a partire dal prossimo 6 gennaio, quando decadrà il vecchio Parlamento e lo stesso Guaidò. L’Unione Europea è chiamata a contribuire al dialogo e non a gettare benzina sul fuoco, suicidandosi politicamente. Ne avrebbe tutto l’interesse, se l’appiattimento a Washington non la accecasse.

Con queste elezioni, la legittimità formale ed essenziale della istituzionalità repubblicana è esplicitamente chiarita. Ora il nuovo parlamento  deve dare risposta alle richieste del Venezuela profondo, quello che ha votato e quello che è rimasto in silenzio. Entrambe hanno ancora urgente bisogno di speranza.

 

 

FONTE: in America Latina, Venezuela da Marco Consolo .

L’interpretazione della crisi venezuelana: Economisti e analisi fuorvianti al servizio di chi?

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, ritiene opportuno effettuare alcune puntualizzazioni in merito al servizio “Studi rivelano i danni delle sanzioni degli Stati Uniti all’economia venezuelana” pubblicato il 19 novembre scorso dalla televisione venezuelana RT (https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true).

Il reportage, formalmente strutturato secondo i canoni convenzionali del buon giornalismo, dopo una presentazione iniziale delle tematiche oggetto di discussione, gli effetti delle sanzioni, propone interviste a due economisti. Il primo, Francisco Rodriguez, definito di opposizione al governo Maduro, tratta l’andamento dell’estrazione petrolifera venezuelana e delle ricadute delle misure restrittive sulla stessa, la seconda, Pasqualina Curcio, filo governativa, affronta la questione degli ingenti danni economici e sociali provocati dalle sanzioni.

Nel video l’economista laureato ad Harvard, in collegamento dagli Stati Uniti, sostiene, con tanto di grafico di supporto, che la caduta dell’estrazione del greggio da parte del Venezuela sia iniziata a seguito delle sanzioni occidentali, imposte quando la quotazione del greggio, dal quale è dipendente l’economia del paese, sono scese sotto quota 30$ al barile. Lasciando intendere, senza affermarlo che la pesante crisi economica che si è abbattuta sul paese sia legata a questi provvedimenti restrittivi che, mossi da finalità politiche, quali la caduta di Maduro, si sono invece purtroppo tradotti in pesantissime ripercussioni sulla vita del popolo venezuelano.

Tabella 1: variazione annua del Pil in America Latina, sue sub-regioni e nei principali paesi

Dati rilevati FmiDati rilevati CepalDati rilevati CepalDati rilevati Cepal
Anno2014201520162017
Brasile+ 0,1– 3,8– 3,6+ 0,4
Argentina– 2,5+ 2,5– 2,2+ 2,0
Venezuela– 3,9– 5,7– 9,7– 7,2
America Latina+ 1,0– 0,1– 1,1+ 1,1
America istmica+ 3,9+ 4,2+ 3,3+ 3,6
Caraibi+ 4,3+ 3,9– 0,8+ 1,2
Sud America+ 0,3– 1,3– 2,4+ 0,6

Riteniamo, in base a fondate ragioni, che l’analisi pur riportando dati e fatti concreti, manchi di completezza. Infatti, la crisi economica del paese era inconfutabilmente iniziata già nel 2014 (tabella 1) allor che la quotazione del greggio da circa 110 $ al barile nel corso dell’anno si era dimezzata a circa 55 $ (grafico 1), spingendo il paese in recessione, a causa della stretta dipendenza della sua economia da questa commodity.

Grafico 1: andamento quotazione del barile di petrolio periodo 2014-2020

Grafico 2: andamento quotazione petrolio e entrate dall’export petrolifero Venezuela (2012-2018)

In base a stime, di economisti venezuelani e non, l’economia del paese e il suo bilancio pubblico entrerebbero in crisi quando la quotazione del greggio scende sotto i 70 $ al barile e proprio da questa soglia che, a nostro avviso, sarebbe stato più appropriato far iniziare l’analisi della genesi della crisi economica venezuelana. Indubbiamente anche la capacità estrattiva, che Rodriguez indica erroneamente iniziare a ridursi dal 2016, ha la sua importanza, infatti, seppur il prezzo del petrolio (grafico 2) riprenda a salire nel 2017, a causa di questo fattore, la recessione continua a rimanere pesante.E, nonostante il trend rialzista prosegua per buona parte dell’anno successivo, a causa della sostanziale invarianza delle entrate dall’export petrolifero anche nel 2018 (grafico 2), il Pil venezuelano diminuisce in quell’anno addirittura del 15,0% portando la contrazione cumulata al 44,3% rispetto al livello del 2013, ultimo anno di crescita prima della recessione.

Tuttavia, anche su questo punto l’analisi evidenzia ulteriore incompletezza, poiché come dimostra il grafico 3, il picco di estrazione venezuelano post crisi 2008-09 era stato raggiunto nel 2011, quindi, anche se fino al 2013 la flessione era stata lieve, non possiamo non rilevare come la contrazione fosse ufficialmente iniziata un lustro prima del 2016 come indicato nel servizio.

Grafico 3: andamento dell’estrazione di greggio e altri prodotti energetici. Venezuela: 1990-2016

Le cause della riduzione fino al momento dell’introduzione delle prime misure restrittive, agosto 2017, vanno ricondotte alle evoluzioni del mercato petrolifero mondiale, nel cui ambito nonostante la domanda fra il 2013 e il 2018 si sia mantenuta quasi costantemente al di sopra dell’offerta, quest’ultima ha continuato ad essere incrementata, a causa sia dei mancati tagli alla produzione in sede Opec+, sostanzialmente per motivi geostrategici, che dell’aumento dell’estrazione delle fonti cosiddette non convenzionali: shale oil e shale gas (grafico 4).

Tale fenomeno ha interessato in primis gli Stati Uniti (grafico 5), i quali hanno praticamente raggiunto a fine secondo decennio, l’autosufficienza energetica e si accingono a diventare nei prossimi anni un paese esportatore (grafico 6), modificando sensibilmente la geografia della produzione energetica a danno soprattutto del Medio Oriente, del Venezuela e della Russia. L’espansione della produzione statunitense, ormai dal 2014 primo produttore mondiale di gas e petrolio cumulati (grafico 7), ha doppiamente penalizzato il Venezuela, da un lato per la riduzione del suo tradizionale import venezuelano, fino al quasi totale azzeramento, dall’altro per l’aumento dell’offerta mondiale.

Per approfondire: https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/petrolio-risorsa-e-conflitti

Grafico 4: andamento della domanda e dell’offerta mondiale di petrolio. Periodo 2013-2018

Grafico 5: estrazione petrolifera convenzionale e di scisto o Shale (Tight) Oil negli Usa (1990-2024)

Grafico 6: andamento import e export di prodotti energetici negli Stati Uniti

Grafico 7: estrazione di petrolio e gas naturale in Arabia S., Russia e Usa. Periodo 2008-2018

Sovrapponendo a questa dinamica del mercato energetico mondiale, le draconiane misure restrittive occidentali, il Venezuela, nonostante abbia cercato di sostituire la domanda statunitense con quella cinese, turca e indiana, ha subito una riduzione di oltre il 50%. dell’estrazione petrolifera fra il 2013, inizio della effettiva caduta, ed il 2018.

Probabilmente il governo Maduro, in carica proprio dal 2013 dopo la morte di Chavez, di fronte alle prime avvisaglie di cambiamento del mercato petrolifero, rispetto alle alte quotazioni salvo la crisi 2008-09 del decennio precedente, avrebbe dovuto impegnarsi in un processo di diversificazione economica e nell’implementare l’incremento della produzione agricola attraverso lo sviluppo dell’agricoltura familiare, contadina e indigena, tradizionalmente produttrici di beni alimentari primari, nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza. Invece, l’economia del paese, anche a causa di situazioni emergenziali (guarimbas e tentativi golpisti), è rimasta profondamente legata alla risorsa petrolifera che ha continuato a rappresentare il 95% del export, il 40% del bilancio statale e il 40% del Pil annuo.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati condanna e chiede la rimozione delle restrizioni unilaterali statunitensi ed europee, economiche, commerciali e finanziarie che stanno causando gravi sofferenze al popolo venezuelano con privazioni di prodotti alimentari e di medicinali, intollerabili soprattutto in questa fase pandemica. Veri e propri atti vessatori disumani e illegali, perché al di fuori del diritto internazionale, verso un popolo che rivendica la propria autodeterminazione e il proprio modello di sviluppo inclusivo cercando di sottrarsi all’imperialismo e allo sfruttamento neocoloniale.

Invitano, inoltre, i governi degli stessi stati a riconoscere la legittimità e la correttezza del processo elettorale di domenica 6 dicembre, realizzato con lo stesso sistema di voto col quale vennero effettuate le legislative del 2015, vinte dal variegato fronte delle opposizioni antichaviste. Coerentemente con la certificazione di regolarità e attendibilità attestata al sistema e al processo elettorale venezuelano da osservatori internazionali, fra cui l’ex presidente Usa Jimmy Carter.

Al contempo invitiamo l’opinione pubblica a non cadere nella trappola dell’informazione mediatica main stream, asservita ai poteri forti e agli interessi imperialistici che, in linea con quanto operato in questi anni, non mancherà di gettare discredito sulla correttezza delle elezioni e sulla legittimità del governo Maduro, quest’ultima invece confermata a netta maggioranza dal’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel settembre 2019.

Tuttavia, non condividiamo, le operazioni analitiche parziali e strumentali che mirano a diffondere informazioni fuorvianti finalizzate a distogliere l’attenzione dai problemi effettivi e a condizionare l’opinione pubblica. Operazioni, di piccolo cabotaggio, che non giovano a far comprendere l’effettiva realtà dei fatti a danno in primis del processo bolivariano e dei suoi sinceri sostenitori.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

7 dicembre 2020

Uruguay: Scompare Tabaré Vázquez, primo presidente di sinistra e uno degli artefici della lunga stagione del Frente Amplio

L’ex presidente dell’Uruguay, Tabaré Vázquez, è morto nella mattina del 6 dicembre all’età di 80 anni, vittima di un cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato nell’agosto 2019 durante la sua seconda presidenza.

Vázquez, medico oncologo di professione, è stato il primo presidente di sinistra nella storia dell’Uruguay, paese che ha guidato per due mandati in rappresentanza del Frente Amplio (2005-2010 e 2015-2020). Con la sua clamorosa vittoria elettorale nel 2004, il leader del Frente Amplio ha rotto l’egemonia delle forze politiche tradizionali del paese, il Colorado Party e il National Party.

Dal suo arrivo alla presidenza, iniziò una lotta frontale contro il consumo di tabacco e affrontò un processo che ebbe successo contro Philips Morris International, una delle più potenti multinazionali del mondo.

Tabaré stabilì il divieto di fumare in tutti i locali chiusi ad uso pubblico e in tutte le aree di lavoro, sia nella sfera pubblica che in quella privata. E bandì tutti i tipi di pubblicità sui media che incitano all’uso del tabacco. L’Uruguay fu così il primo paese delle Americhe ad attuare una misura di questo tipo e il settimo a livello mondiale. I suoi due genitori e uno dei suoi fratelli erano morti di cancro e sicuramente questo ha condizionato quella lotta.

La famiglia Vázquez Delgado ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui ha chiarito che non ci sarà alcuna veglia pubblica a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia Covid-19. “Con profondo dolore comunichiamo la morte del nostro caro padre, il dottor Tabaré Vázquez, alle 3:00 per cause naturali della sua malattia oncologica. Vista l’emergenza sanitaria per Covid 19, tenendo conto delle misure stabilite e / o suggerite per il governo nazionale e il governo dipartimentale di Montevideo, e coerentemente con la preoccupazione costante di nostro padre per la salute di tutti gli uruguaiani, esprimiamo la volontà della nostra famiglia riguardo agli atti del suo addio “, si legge nella dichiarazione. “Ho la speranza e il desiderio di poter mettere la fascia presidenziale al prossimo presidente della Repubblica”, aveva detto Vázquez il 27 ottobre 2019 quando era andato a votare. In qualche modo Vázquez aveva voluto delineare la lotta che stava conducendo contro il cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato nell’agosto di quell’anno, dopo la morte di sua moglie María Auxiliadora Delgado. A settembre aveva concluso con successo la radioterapia con radiochirurgia a cui si era sottoposto per cercare di combattere il nodulo polmonare maligno ed era entrato in fase di valutazione. Nel bel mezzo della pandemia di coronavirus, Vázquez ha avuto poche apparizioni pubbliche, sebbene sia rimasto politicamente attivo all’interno del Frente Amplio con un’ultima partecipazione alla Plenaria del Frente Amplio lo scorso ottobre e un incontro giorni fa con José Muijca e Lucía Topolansky a casa sua dove hanno comunicato la loro approvazione per Marcos Carámbula a presiedere il Fronte Ampio.

Tuttavia, nelle ultime settimane aveva avuto una ricaduta. “Voglio essere ricordato come un presidente serio e responsabile”, aveva detto nel programma televisivo “El Legado” in onda domenica 29 novembre. Il corpo di Vázquez sarà sepolto nel cimitero di La Teja in una cerimonia intima riservata a bambini e nipoti. “Esortiamo la popolazione ad accompagnare questi atti dalle loro case attraverso la copertura giornalistica”, afferma il comunicato della famiglia. Ma il Frente Amplio ha chiesto alla militanza di licenziarlo. “La carovana fermerà i blocchi prima di raggiungere il cimitero e noi ci saluteremo suonando i clacson senza scendere dai veicoli. Solo i parenti e la stampa grafica entreranno nel cimitero”.

Vincendo nettamente le elezioni dell’autunno del 2004 (in quelle del 1999 perse per pochissimo), Tabarè, aprì la strada all’Uruguay dei governi progressisti nel cono sud del continente latino-americano, quasi in contemporanea con l’elezione di Lula in Brasile e il consolidamento del governo di Kirchner in Argentina. Il Frente Amplio, la grande alleanza di forze progressiste e di sinistra riuscì nell’impresa ad oltre 40 anni dalla sua fondazione, precedente alla dittatura.

Per la prima volta dalla fondazione del paese, l’Uruguay ebbe un governo dichiaratamente di sinistra rompendo l’egemonia dei due partiti, Blancos e Colorados, che si erano avvicendati al potere per oltre un secolo.

La staffetta con Pepe Muijca (che governò fino dal 2010 al 2015) e la successiva rielezione (2015-2020) hanno consentito all’Uruguay un importante periodo di conquiste sociali e di modernizzazione del paese senza pari nella sua storia recente. L’esito delle ultime elezioni presidenziali, che hanno riportato al potere il rappresentante dei partiti di centro-destra Luis Lacalle, figlio di un altro ex presidente dei Blancos, con uno scarto di soli 30mila voti, ha aperto una riflessione politica anche su una questione centrale registratasi anche in tutti gli altri paesi che hanno vissuto questa stagione di successo delle sinistre: l’emancipazione delle classi popolari e la conquista di nuovi diritti sociali e civili, non si traduce automaticamente in una egemonia culturale che riesca a consolidare durevolmente il percorso progressista.

VENEZUELA: La posta in gioco

di Marco Consolo

Domenica 6 dicembre si realizzeranno elezioni politiche in Venezuela per rinnovare il Parlamento per il periodo 2021-2026. Si tratta del processo elettorale n. 25 nei 21 anni di processo bolivariano.

Più di 20 milioni di venezuelane-i sono chiamate-i alle urne per eleggere i 277deputati tra più di 14.000 candidate-i. Si presentano un totale di 107 partiti che si disputeranno i seggi della “Asamblea Legislativa” di Caracas. Dei 107 partiti in lizza, ben 98 sono di opposizione al governo, sia da destra, che da sinistra.

I tempi delle elezioni, presentate dalla destra quasi come un capriccio del governo per disfarsi del parlamento attualmente con maggioranza dell’opposizione, sono scanditi da precisi dettami costituzionali. Ma ancora una volta, in buona compagnia dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno dichiarato di non riconoscere la legittimità del processo elettorale e quindi i suoi risultati. Come in Bolivia nel 2019 contro Evo Morales, accuseranno il governo di brogli per cercare un pretesto per intervenire nel Paese con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo.

Venezuela: Uno sguardo settimanale

E’ quindi alta la posta in gioco, in una scadenza che si realizza in un periodo aspro e difficile, peggiorato dalla pandemia.  La crisi politica, sociale ed economica in Venezuela è il risultato diretto della sfacciata ingerenza degli Stati Uniti e dell’Unione Europea contro la quale il Venezuela bolivariano ha dato una dura battaglia. Questa ingerenza, si è tra l’altro esplicitata con le criminali “misure coercitive unilaterali” (chiamate impropriamente sanzioni) da loro imposte. Misure criminali che si configurano come un vero e proprio “bloqueo”, molto simile a quello contro Cuba. Anche in questo caso, si tratta di un bloqueo economico, commerciale e finanziario che ha tagliato l’ accesso a servizi e beni essenziali, tra i quali cibo e medicine, causando la perdita di migliaia di vite di donne e uomini.

Una grave reponsabilità che ricade interamente sui governi criminali che lo applicano e di cui, prima o poi, dovranno rendere conto.

Come negli assedi ai castelli medievali, si cerca di prendere il nemico per fame e per stenti, generare ed approfondire così una crisi economica per provocare una rivolta sociale contro il governo. Una tattica di guerra non convenzionale applicata da subito contro il processo bolivariano. Nella sua versione moderna, il bloqueo è uno degli strumenti per asfissiare il progetto bolivariano, assediato sin dalla prima vittoria di Hugo Chavez, nel 1998. Un progetto che rivendica il controllo sovrano delle risorse, una ridistribuzione dei loro proventi alla popolazione per garantire giustizia sociale: fumo negli occhi della Casabianca.

Da subito, è iniziato l’assedio e la destabilizzazione costante:  tentativi di golpe e di omicidio di Chavez prima e poi del Presidente Maduro, massicci finanziamenti esteri all’opposizione della destra golpista e non solo, l’invenzione di un governo parallelo “in esilio”, diversi tentativi di invasione mercenaria (l’ultimo nel maggio 2020) ed un lungo etc..

E ancora una volta, il bue dice cornuto all’asino: nel mondo al rovescio, i veri criminali (a partire da Luis Almagro, Segretario della OEA) hanno denunciato “il regime dittatoriale” venezuelano presso la Corte Penale Internazionale per “crimini contro l’umanità”. Un tentativo disperato di applicare la strategia della guerra giudiziaria (Lawfare) anche in istanze internazionali.

Pirati all’attacco

Come richiesto a gran voce dai settori golpisti dell’opposizione, Washington e Bruxelles hanno seriamente danneggiato l’economia e, di conseguenza, il livello di vita della popolazione. Le loro misure, sempre più aggressive, colpiscono le già critiche condizioni di vita, peggiorate dalla pandemia del COVID-19.

Piratas del siglo XXI: La maldita culpa sí la tiene alguien - La Demajagua

Foto: Cubadebate

Secondo l’economista Francisco Rodriguez (laureato a Harvard ed oppositore del governo Maduro), la caduta della produzione di petrolio è iniziata quando i prezzi del crudo  nel 2016 erano piombati a meno di 30 dollari al barile. La caduta si è accelerata puntualmente con l’applicazione di nuove “sanzioni” economiche (quelle finanziarie nell’agosto 2017, le prime petrolifere a gennaio 2019, febbraio 2019, febbraio 2020 contro la società russa Rosneft socia dell’impresa statale venezuelana PdVSA). Secondo Rodriguez, il punto di inflessione coincide con i momenti in cui si sono applicate le sanzioni e le ultime contro Rosneft hanno peggiorato la scarsezza di combustibile [i].

L’economista “chavista”, Pasqualina Curcio mette in risalto gli attacchi alla moneta nazionale. Infatti, nella misura in cui il bolivar si deprezza (come effetto della speculazione e della manipolazione anche attraverso portali web come p.e. dolar today), ha un impatto sui costi di produzione e naturalmente sui prezzi, con l’effetto di una iperinflazione indotta con livelli che hanno raggiunto il 130.000 % nel 2018. Senza considerare il deterioramento del potere d’acquisto e la contrazione dell’economia. Secondo Curcio, in base ai dati del Banco Central, la caduta del PIL tra il 2013 ed il 2019 è stata del 64%. Ovvero, perdite di 194.000 milioni di dollari, equivalenti alla produzione nazionale di un anno e mezzo, a più del totale del debito estero venezuelano (110.000 milioni), al costo dell’importazione di cibo e medicine per un periodo di 30 anni [ii]. Un impatto tremendo, che alcuni soggetti dell’opposizione continuano a negare, accusando il governo di incapacità congenita.

Tra le misure anti-bolivariane degne degli antichi pirati, c’è anche la rapina degli attivi finanziari e delle riserve di oro custodite da diverse banche straniere, a partire dalla Bank of England di “sua maestà Britannica”. Il governo venezuelano rivendica il diritto di farsi restituire dalla Banca  le 31 tonnellate di lingotti d’oro che da anni l’istituto custodisce nei suoi forzieri. Un tesoro valutato in circa 887 milioni di dollari che a suo tempo Chavez non riuscì a rimpatriare.

L’impatto delle elezioni  

E’ d’obbligo chiedersi se il risultato elettorale favorirà o meno il necessario dialogo per sbloccare il Paese.

In queste elezioni sono in gioco il destino del popolo venezuelano e della sua democrazia partecipativa e protagonica, il futuro del progetto socialista, l’integrazione continentale non subordinata ai voleri dell’ingombrante  vicino del nord e molto altro.  Il popolo venezuelano è chiamato a votare per restituire al parlamento il suo ruolo nel dibattito politico tra forze diverse che riflettono la pluralità del Paese, in base alla Costituzione ed al rispetto della sovranità nazionale e popolare.

Maduro è pronto alle prime elezioni parlamentari in Venezuela - Sputnik Italia

Come si ricorderà, alle ultime elezioni parlamentari del 2015, la destra ha vinto e conquistato il potere legislativo. Ed ha vinto con lo stesso identico sistema elettorale ancora in vigore, e che oggi viene accusato strumentalmente di non essere affidabile. Lo stesso che l’ex-Presidente Jimmy Carter definì come il più sicuro al mondo.

Dal 2015, il parlamento è stato uno strumento di destabilizzazione nelle mani degli Stati Uniti e dei loro alleati per cercare di rovesciare il governo legittimo.

Nel gennaio 2019, con il pieno appoggio dei latifondi mediatici, l’amministrazione Trump ha tirato fuori dal cappello il coniglio-pagliaccio Juan Guaidò, deputato ed allora presidente del Parlamento, auto-proclamatosi “Presidente interino” del Paese. Una farsa senza nessuna base costituzionale e legale, visto che la figura di “presidenza interina” non esiste nella Costituzione venezuelana. E Guaidò non ha mai partecipato a nessuna elezione presidenziale, nè tantomeno è mai stato eletto Presidente.

L’autoproclamazione, appoggiata anche dal cosiddetto “Gruppo di Lima”, è stata inoltre realizzata senza consultare nè il resto dei partiti membri dell’alleanza di opposizione del cosiddetto G4, nè il Parlamento, provocando forti malumori e scontri interni.

Da allora, Guaidò ed i suoi alleati interni ed esteri si sono dedicati ad implementare i molteplici piani di “guerra ibrida” dell’amministrazione statunitense per il “regime change”, per abbattere Maduro. Questi settori appoggiano apertamente il bloqueo, hanno chiesto più volte ed a gran voce l’intervento militare straniero, si sono alleati con i tagliagole del narco-paramilitarismo colombiano, ed hanno fomentato la destabilizzazione politica, sociale ed economica. Non contento, il governo virtuale di Guaidó ha gestito a suo piacimento e con ogni sorta di corruzione i beni venezuelani all’estero, illegalmente messi a sua disposizione dal governo Trump e dai suoi alleati (CITGO e Monomeros tra gli altri).

Venezuela. Il sistema elettronico che sarà utilizzato in elezioni dicembre è il più avanzato del mondo - FarodiRoma

Ma la decisione di Guaidó e dei dirigenti dell’alleanza G4 di mantenere la strategia fallita del governo parallelo, e confermare nuovamente l’astensione elettorale, ha provocato molte fratture all’interno dei litigiosi partiti del G4 (Acción Democratica, Primero Justicia, Voluntad Popular e Un nuevo tiempo).  A destra, si è quindi riconfigurata l’opposizione con l’emergere nel G4 di un settore che si è dissociato dal golpismo e dalla strategia astensionista, convergendo con gli altri settori di opposizione che hanno partecipato alle elezioni presidenziali del 2018.  E approfittando di queste contraddizioni, il governo  ne ha facilitato la partecipazione elettorale, dopo aver raggiunto un accordo con i dissidenti del G4 e diversi partiti dell’opposizione non golpista. La mediazione non è stata facile, ma il governo bolivariano ha accettato le principali modifiche al sistema elettorale richieste dall’opposizione, che hanno portato ad un ampliamento del sistema proporzionale e del numero dei deputati. Vista la mala parata, i settori golpisti, che sanno di non avere i numeri per vincere, hanno deciso di non esserci per delegittimare la scadenza elettorale.

Sono in buona compagnia degli autoproclamati “paladini della democrazia occidentale”, che mantengono un assordante silenzio di fronte al tragicomico spettacolo elettorale negli Stati Uniti, dove Trump si aggrappa alla sedia, ignorando la sua sconfitta elettorale, in un sistema che Washington vende come esempio democratico al mondo.

La rottura a sinistra

Anche all’interno del Gran Polo Patriótico (GPP), fulcro del processo bolivariano, c’è stata una rottura in base alla recente decisione del Partito Comunista del Venezuela (PCV).  Infatti, in questa delicata situazione, il PCV ha deciso di presentare una lista alternativa (Alternativa Popular Revolucionaria), che cerca un proprio spazio politico-elettorale nel processo bolivariano. L’APR è un fenomeno prodotto da tensioni irrisolte all’interno del chavismo, fondamentalmente legato alla risposta del governo bolivariano alle misure coercitive unilaterali, a differenze sulla politica economica, sulla gestione del governo in materia sociale e di lavoro, sulle accuse di criminalizzazione della protesta sociale per le precarie condizioni di vita e di lavoro. Si tratta di una struttura costituita per scopi elettorali, anche se si propone come possibile piattaforma a lungo termine. Con il PSUV sono d’accordo su antimperialismo, socialismo, mantenimento dell’eredità politica di Chavez, ma con un corpo programmatico ancora in via di definizione al loro interno.

In caso riesca a canalizzare il malessere per la complessa emergenza sociale all’interno del mondo “chavista”, il voto “castigo” di questa lista potrebbe essere la sorpresa elettorale, con una riconfigurazione delle maggioranze nel nuovo parlamento.

In questo nuovo scenario, con il riallineamento delle forze, sia all’opposizione che al governo, il settore dell’opposizione che fa riferimento a Guaidò è rimasto con il cerino in mano, spiazzato e fuori gioco, nonostante l’appoggio mediatico internazionale, anche in Italia.

Venezuela. La commedia di Guaidò per vanificare le elezioni. Vasapollo: un piano concordato con Washington. La complicità di Bruxelles - FarodiRoma

Sul voto, pesa poi l’incognita dell’astensione che si prevede attorno al 50%. I settori golpisti faranno di tutto per aggiudicarsela, come evidenza dell’opposizione al governo. La verità è che, a differenza delle presidenziali, le politiche hanno sempre visto una minore partecipazione. E a questo, bisogna aggiungere la pandemia, le difficoltà nei trasporti, il bloqueo e naturalmente anche lo scontento per la dura situazione sociale che spinge a rimanere a casa.

Da parte chavista si è ripetuto fino alla nausea che si rispetterà la volontà popolare, qualunque essa sia. In tutte le elezioni precedenti, il governo ha accettato i risultati dei partiti di opposizione e dei loro candidati. Chi scrive era presente quando nel 2007 il chavismo ha perso il referendum per la riforma costituzionale ed ha riconosciuto immediatamente la propria sconfitta.

In questi giorni, lo stesso Maduro ha detto pubblicamente che in caso di sconfitta potrebbe andare a casa.

In questo possibile scenario, la nuova Assemblea Nazionale potrebbe promuovere il dialogo verso un accordo nazionale, per poter affrontare l’emergenza sociale ed economica e rivendicare il diritto di vivere degnamente e in pace.  Sarebbe un primo passo sulla strada della normalizzazione istituzionale del Paese e la difesa del voto come strumento per l’esercizio e la riaffermazione della sovranità popolare.

Un percorso non facile, vista l’aggressività della destra golpista sostenuta dalla Casabianca, dall’Unione Europea, dalla OEA di Luis Almagro e dal cosiddetto Gruppo di Lima. Un primo risultato politico importante è stato quello di aver isolato le frange golpiste e convinto una gran parte della destra a partecipare alle elezioni.

Sullla scia degli Stati Uniti, l’Unione Europea ha appena deciso di rinnovare per un altro anno le misure coercitive unilaterali imposte al Venezuela e si appresta a non riconoscere le prossime elezioni. Invece di gettare benzina sul fuoco in maniera irresponsabile, l’Unione europea e l’Italia dovrebbero sostenere il dialogo tra le parti, respingendo la via della violenza e dello scontro. La vera sfida per Roma e Bruxelles è smarcarsi dalla follia aggressiva e guerrafondaia di un impero in declino.

[i] https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true

[ii] ibidem

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/venezuela-la-posta-in-gioco/

La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después. Due libri di grande interesse, liberamente scaricabili

CLACSO (Consiglio Latino Americano di Scienze Sociali), che dispone di una importante libreria on line copyleft: http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php in lingua spagnola ha recentemente pubblicato un grande lavoro, in due volumi, curato da Robert Austin, Viviana Canibilo e Joana Salém, con interventi di altre 80 autrici e autori sul periodo rivoluzionario nel Cile di Allende: La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después (LA VIA CILENA AL SOCIALISMO 50 ANNI DOPO).

“Il 4 settembre 2020 sono trascorsi 50 ani dall’elezione del presidente Salvador Allende e del governo di Unidad Popular. L’iconica Via Cilena al Socialismo continua a simbolizzare lo sviluppo storico di un programma di abolizione del dominio imperiale e neo-coloniale sopra la gran maggioranza della popolazione, attraverso la riforma politico-economica dall’alto e la lotta popolare dal basso. La forza di Unidad Popular risiedeva in una alleanza trasversale della classe lavoratrice e contadina, probabilmente la più cosciente e altamente organizzata delle Americhe in quel particolare momento storico. Su tutto questo si concentrano i due corposi volumi che cercano di riscattare criticamente quell’epoca, con uno sguardo verso il futuro.”

Ci teniamo a segnalare questo lavoro di ricostruzione storica liberamente scaricabile dal sito della libreria, sia per la sua ampiezza e i tanti approfondimenti che vi sono presenti ed anche perché i redattori hanno condiviso con le nostre organizzazioni FILEF in Australia anni di comune militanza a favore degli esuli cileni e di tutti i migranti in quel paese.

In questo senso sollecitiamo gli interessati a diffondere i due libri e a incancellabile e straordinaria esperienza del governo di Unidad Popular presieduto da Salvador Allende.


CLACSO acaba de publicar ambos tomos de La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después, que se pueden bajar libremente en http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php

“El 4 de septiembre de 2020 se cumplieron 50 años desde la elección del presidente Salvador Allende y el gobierno de la Unidad Popular. La icónica Vía Chilena al Socialismo sigue simbolizando el desarrollo histórico de un programa para abolir el dominio imperial y neocolonial sobre la gran mayoría de la población, mediante la reforma político-económica desde arriba y la lucha popular desde abajo. La fuerza de la Unidad Popular residía en una alianza transversal de las clases trabajadoras y campesinas quizás más concientizadas y altamente organizadas de las Américas en ese momento. Aquí van dos tomos que rescatan críticamente a la época, con una mirada hacia el futuro.”

***

Sobre los compiladores

Robert Austin Henry es Doctor en Historia Latinoamericana (La Trobe). Su investigación se enfoca en la historia postcolonial y neocolonial, a partir de la Guerras por la Independencia. Ha trabajado en Chile, México, Cuba y Venezuela periódicamente desde 1978, en varias universidades. Es autor o coautor de 70+ publicaciones académicas, entre ellas 10 libros; y 70+ publicaciones en revistas populares. Ver https://sydney.academia.edu/RobertAustin. Se le negó la entrada a Chile en 1997, por presunta participación en la fuga de prisioneros del Frente Patriótico Manuel Rodríguez de la Cárcel de Alta Seguridad en Santiago, capturado elocuentemente por el protagonista Ricardo Palma Salamanca en su libro El Gran Rescate. Esto, lamenta, no es cierto. Correo: r.austin@sydney.edu.au

Viviana Canibilo Ramírez vivió 25 años en el combativo barrio de La Legua en Santiago de Chile, hasta 1979. Participó en el programa de trabajo voluntario de la Unidad Popular; y es egresada de la Universidad Técnica del Estado, 1973-78 (con honores). Se desempeñó como profesora de Castellano y Economía Doméstica en escuelas secundarias públicas durante 35 años en Australia, abogando por la latinoamericanización curricular de Castellano. En 2018 el gobierno cubano la premió por su solidaridad vitalicia con la Revolución Cubana. Con Robert Austin H. es coautora intelectual del proyecto vigente, entre otros proyectos editoriales, más el archivo “ALAS” de solidaridad con América Latina y el Caribe, 1970-2020, Biblioteca Estatal de NSW, Sídney. Ver https://independent.academia.edu/VivianaRam%C3%ADrez8. Correo: vrcanibilo@gmail.com

Joana Salém Vasconcelos es Doctora© en Historia Económica por la Universidad de São Paulo (USP), con una tesis sobre la reforma agraria chilena y las pedagogías campesinas para transformación económica. Hizo una pasantía doctoral en la Universidad de California, Irvine (UCI). Tiene un Máster en Desarrollo Económico por la Universidad Estadual de Campinas (UNICAMP), que resultó en el libro História agrária da revolução cubana: dilemas do socialismo na periferia (2016). Investiga las reformas agrarias en América Latina con enfoque en Cuba y Chile. Es asociada al Centro de Estudios de Historia Agraria de América Latina (Chile) y editora de Latin American Perspectives (EUA). Es activista de educación popular en la Rede Emancipa (Brasil). Correo: joana.salem@gmail.com

Ver https://fflch.academia.edu/JoanaSal%C3%A9m

 

LINK diretto per scaricare i volumi:

Volume 1° – Historia

Volume 2° – Memoria

 

 

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=33765

RCEP, il più grande blocco commerciale del mondo: come la Cina sta mettendo all’angolo gli USA

La Cina firma con 14 Paesi il più grande patto commerciale del pianeta. Ci sono i 10 Paesi ASEAN insieme a Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda

(Asiablog.it) — Dopo ben otto anni di negoziazioni, la Cina è riuscita a concludere l’accordo commerciale più grande del mondo, il quale la lega con altre 14 economie orientali e non solo. La firma del Partenariato Economico Globale Regionale (Regional Comprehensive Economic PartnershipRCEP) è arrivata domenica 15 novembre, al termine del vertice dell”Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), che vedeva il Vietnam come Paese ospitante.

Sforzo egemonico

La Rcep si affianca all’altro enorme sforzo egemonico prodotto dalla Cina in questi anni: i mega investimenti infrastrutturali della Nuova Via della Seta, che comincia però a mostrare sempre più evidenti segni di fatica e disincanto da parte dei Paesi partner. Al di là dei contenuti su dazi e commercio, la Rcep, come già la Via della Seta, ha valore politico: nella competizione sempre più aspra con gli Stati UnitiPechino ha portato avanti con pazienza e determinazione la propria diplomazia e ha costruito, almeno sulla carta, un blocco d’interesse e di influenza che abbraccia tradizionali alleati di Washington.

Oltre ai dieci Stati membri dell’Asean (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia, Vietnam), dell’intesa fanno parte AustraliaNuova Zelanda e soprattutto Giappone e Corea del Sud. Uno schiaffo per l’Amministrazione di Donald Trump.

Nelle intenzioni di Pechino, avrebbe dovuto partecipare anche l’India, che si è sfilata non troppo a sorpresa l’anno scorso, sempre più irritata dall’espansionismo economico dell’ingombrante vicino. Le tensioni tra i due Paesi si sono riversate sul confine conteso sull’Himalaya, dove le schermaglie tra gli opposti eserciti sono salite di livello negli ultimi mesi.

I numeri della Rcep

Anche senza l’India, i numeri della Rcep sono impressionanti. La regione interessata produce il 30% del Pil mondiale e ospita quasi 2,3 miliardi di persone. L’accordo punta a ridurre progressivamente i dazi e a facilitare investimenti e scambi tra i Paesi membri (creando regole d’origine comuni). Il risultato sarà il rafforzamento delle catene di approvvigionamento regionali, sotto regia cinese. Aspetto sul quale Pechino, unica grande economia a salvarsi dalla recessione nell’anno del Covid-19, punta sempre di più, per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.

I membri della Rcep hanno già vari accordi bilaterali o multilaterali tra loro, sui quali poggia la nuova intesa. Ci sono regole anche sulla proprietà intellettuale, mentre poca attenzione viene posta su diritti del lavoro e ambiente.

Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è stato siglato ad Hanoi lo scorso 15 novembre, dopo otto anni di negoziati, e include le 10 economie dell’Asean (Indonesia, Malaysia, Singapore, Filippine, Vietnam, Thailandia, Laos, Cambogia, Myanmar e Brunei) oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Oltre agli USA, l’altro grande assente è l’India, ritiratasi dal negoziato nel 2019.

Il vuoto lasciato da Trump

Per Pechino è un chiaro successo: la sua offensiva diplomatica ha potuto svilupparsi nel vuoto lasciato dall’Amministrazione Trump, che ha ripudiato il progetto parallelo e alternativo lanciato da Barack Obama, la Trans-Pacific Partnership (poi firmata in forma leggera dagli altri Paesi coinvolti). Per molti versi, la Rcep rappresentava proprio la risposta alla Tpp, che escludeva la Cina e puntava a contenerla.

Con la dottrina America FirstTrump ha invece rigettato il multilateralismo e reimpostato su basi mercantilistiche anche le relazioni con i tradizionali alleati, scavando un fossato di irritazione, diffidenza e dazi. Salvo poi dover rincorrere la Cina con forniture di armamenti (per esempio a Taiwan), per dare sostanza alla propria presenza politica e militare nella regione.

Secondo William Reinsch, funzionario commerciale dell’Amministrazione Clinton e consulente del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, «se gli Stati Uniti continueranno a ignorare o intimidire i Paesi della regione, il pendolo dell’influenza oscillerà verso la Cina. Se invece Biden ha un piano credibile per ripristinare la presenza e l’influenza degli Usa, allora il pendolo potrebbe tornare dalla nostra parte».

L’annuncio della Rcep è arrivato mentre a Washington va in scena la più contestata e rocambolesca transizione della sua storia.

 

 

FONTE: http://www.asiablog.it/2020/11/24/rcep-cina-stati-uniti/#more-47471

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista. Capitolo Perù

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista

Il rinnovato protagonismo dei movimenti sociali e indigeni in America Latina degli ultimi 2 anni, innescato dai devastanti effetti delle politiche neoliberiste pervicacemente riproposte dai governi conservatori saliti al potere nella maggior parte dei paesi del sub-continente nell’arco dell’ultimo lustro, sembrano da un lato aprire la strada ad una prassi politica basata sull’azione diretta saltando la mediazione dei partiti, dall’altro propongono piattaforme di rivendicazione incentrate su problematiche strutturali, fra le quali spiccano: la concentrazione della proprietà fondiaria, il modello estrattivista, le insostenibili disparità sociali e i deboli sistemi di welfare.

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, nell’intento di analizzare e comprendere l’interessante nuova fase movimentista latinoamericana, propone questo interessante articolo dell’amico Rodrigo Rivas, del quale ne ha curato il testo, in merito alla sollevazione dei popoli peruviani a seguito delle spericolate manovre del corrotto ceto politico al potere nel paese che ha portato alla destituzione per via parlamentare del presidente Vizcarra, tramite la strategia del cosiddetto Golpe blando o soave (in italiano detto istituzionale).

L’articolo oltre a contestualizzare dal punto di vista economico, sociale ed economico, in perfetta linea con l’approccio di analisi geografico, offre un’interessante analisi delle strategie economiche e politiche di sfruttamento e spunti di riflessione degni dello spessore intellettuale di tutto riguardo quale quello dell’illustre autore di origine cilena.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

17 novembre 2020

Insurrezioni andine, capitolo Perù

di Rodrigo Andrea Rivas16 Novembre 2020

Fosforo e fosforo nel buio,
lacrima e lacrima nella polvere”.

César Vallejo, “Trilce” “Poema LVI”, 1922

Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?”

Pablo Neruda, “Altezze di Machu Picchu”, “Canto generale”, 1950

Anzitutto, vi propongo in ordine non cronologico alcune citazioni che, penso, rendano conto di quanto avviene ora in Perù.

Fin da Erodoto sappiamo che la cronaca va correttamente corredata dai fatti e inquadrata nel contesto degli avvenimenti, in assenza di tale operazione la semplice notizia può smarrire completamente il suo senso.

Queste citazioni rispondono essenzialmente alla cronaca. Per il resto mi limito a poche osservazioni in conclusione.

La gente, i giovani, sono scesi per strada mossi dall’indignazione. Questa è la sola interpretazione corretta. La mobilitazione, condotta dalla cittadinanza, ci ricorda che la democrazia non è fatta soltanto da processi elettorali, partiti e leader politici. Che la democrazia significa essenzialmente protagonismo popolare e cittadino. Questo è ciò che abbiamo iniziato a vedere nel Perù e ci riempie di speranza. Saremo parte di questa onda democratica”.

Verónika Mendoza, candidata della sinistra peruviana alle elezioni presidenziali dell’aprile 2021, citata in: NODAL, Verónika Mendoza, candidata presidencial: “Con este gobierno ilegítimo hay un alto riesgo de que vuelva la violencia de Estado”, 14.11.2020

Dei 2.325 candidati alle elezioni de parlamento del 26 gennaio 2020, 1.368 sono stati condannati in prima istanza e altri 218 nell’ultimo grado di appello.

Tra i precandidati, 4.729 avevano falsificato i loro dati per riuscire a presentarsi.

Circa il 50% dei candidati rimasti ha contratti in corso con lo Stato. Tramite l’elezione intende consolidarli prendendosi inoltre uno stipendio smisurato per il paese.

Vizcarra ha decine di processi, il suo ex primo ministro, César Villanueva, è in prigione preventiva. Il suicidato Alan García, il caso più emblematico insieme all’altro ex-presidente Alberto Fujimori, ha ricevuto ingenti quantità di denaro dal reparto bustarelle della Odebrecht.

Ad altri ex–presidenti, Alejandro Toledo (negli Stati Uniti), Pedro Pablo Kuczynski ed Ollanta Humala, li attendono le patrie galere

La cattura dello Stato da parte dei corrotti è in corso. Gli scontri avvengono attorno al potere giudiziario e al Congresso.

Rebelion, Una eleccion antidemocrática, 21.01.2020

In mezzo alla grave crisi dovuta al coronavirus è sbarcato il vecchio virus della mano dura e dell’autoritarismo.

Pochi giorni fa, con il paese militarizzato per controllare la quarantena generale e le garanzie costituzionali sospese dallo stato d’emergenza, è stata promulgata una legge del grilletto facile.

La norma ha carattere permanente, non si limita all’attuale stato d’emergenza e libera da ogni responsabilità i membri delle forze di sicurezza che “nello svolgimento delle loro funzioni” impieghino le armi contro la popolazione.

Gli uomini in uniforme non potranno essere arrestati se uccidono o feriscono qualche persona, e non è richiesta la proporzionalità della loro risposta. E cioè, sono liberi di sparare contro una persona disarmata.

La legge è stata promulgata dal nuovo Congresso unicamerale entrato in carica pochi giorni fa. Senza dubbio, si tratta di un cattivo e preoccupante debutto.”

Pagina12, Perú legaliza la impunidad. Policías y militares eximidos de toda responsabilidad si abren fuego contra civiles, 04.04.2020

Malgrado la sua popolarità (65%), il presidente torna a scontrarsi col Congresso, accusando molti dei parlamentari di corruzione perché rifiutano di approvare una legge che elimina l’immunità dei parlamentari e permette che possano essere sottoposti a giudizio […]

Ma, mentre parla di lotta, sacrosanta, alla corruzione, Vizcarra riempie le tasche del grande capitale. Il suo piano “Reactiva Perú” destina il 71% dei fondi dedicati a far fronte alla crisi alle grandi imprese, incluso ad alcune vincolate al Lavajato (le bustarelle della brasiliana Odebrecht, n.d.r.),  installa «sospensioni perfette» (senza stipendio ai lavoratori), taglia senza ritegno i diritti dei lavoratori e disegna una quarantena a misura dell’imprenditoria. Nel loro insieme disarmonico queste misure hanno buttato nella disoccupazione milioni di lavoratori.”

RebelionGabinete de guerra contra los trabajadores, 21.07.2020

Il golpe è sempre un golpe. La sottomissione di Martín Vizcarra alla decisione del Congresso non annulla la gravità dell’atto attraverso il quale un gruppo di cospiratori si è impossessato del governo mettendo fine a 20 anni di democrazia, spezzando la Costituzione e mettendo ancora una volta il paese lungo una strada dominata dall’avidità e dalla corruzione.

Il divieto costituzionale di accusare il Presidente durante l’esercizio del suo mandato per ragioni diverse di quelle elencate nell’articolo 117, è tassativo. È stato violentato grossolanamente servendosi delle dichiarazioni di aspiranti all’incarico, di ruffiani e portaborse, di foto truccate e di altri espedienti simili. Il ruolo del presidente del Congresso in questa proditoria operazione copre di vergogna lui ed il suo partito. Manuel Merino sarà un presidente indegno che si è aggrappato al potere con metodi riprovevoli.”

La República, Golpe de Estado, editoriale del 10.11.2020

Dopo appena 5 ore di dibattito, il Congresso del Perù ha destituito il presidente Martín Vizcarra, definendolo «colpevole d’incapacità morale» in base a rapporti di personaggi di dubbia moralità secondo i quali avrebbe percepito delle bustarelle da parte di due aziende che hanno vinto commesse per realizzare opere pubbliche quando era governatore di Moquegua, sette anni fa. La caduta del mandatario è arrivata col secondo tentativo di destituzione messo in atto in meno di due mesi: il 18 settembre, un’altra iniziativa per destituirlo, nata da un’altra segnalazione di corruzione, aveva ottenuto solo 32 voti (sugli 87 necessari), ma il nuovo scandalo ha fatto crescere il blocco destituente a 105 legislatori.

Vizcarra, che non dispone di un partito né di un gruppo parlamentare proprio, ha mantenuto un rapporto teso col Legislativo (Parlamento) da quando è arrivato al potere nel 2018 in sostituzione di Pedro Pablo Kuczynski, neoliberista duro dimessosi dopo essere stato coinvolto in un caso di corruzione (provata dai tribunali) […]. Nel settembre 2019 l’appena deposto mandatario fece uso di una facoltà legale per sciogliere il Congresso, allora dominato dalle diverse frazioni fujimoriste, eredi politici del criminale ex presidente Alberto Fujimori, riunite attorno a sua figlia Keiko. Il parlamento sorto dalle elezioni del 26 gennaio ha ridotto il fujimorismo ad un ruolo puramente testimoniale, ma non ha messo fine all’instabilità cronica che frusta il Perù da due decenni, aprendo la strada ad una miriade di fazioni caratterizzate dall’opportunismo.

Pur in attesa che ulteriori indagini confermino o smentiscano le accuse contro Vizcarra, preoccupa assistere nuovamente ad una contraffazione del voto popolare tramite manovre del Legislativo, come già avvenuto contro Fernando Lugo in Paraguay, nel 2012, e contro Dilma Rousseff in Brasil, nel 2016.

Gli avvenimenti peruviani sono una nuova dimostrazione del disprezzo delle classi politiche nei confronti della volontà popolare. Primo, poiché le inchieste segnalavano, e le mobilitazioni popolari hanno ratificato, che l’Esecutivo disponeva di un appoggio molto superiore a quello di cui gode il Legislativo. Secondo, poiché il governo entrante ha risposto con un feroce dispiegamento repressivo delle proteste contro ciò che per molti peruviani è un’usurpazione. Terzo, perché il paese andino è ad appena sei mesi delle sue prossime elezioni presidenziali, e in questo contesto la rimozione del presidente uscente è inevitabilmente interpretato come un tentativo d’incidere nelle prossime elezioni. Infine, perché non si può esimere dal notare che, lontano anni luce da una restaurazione della legalità, l’ex leader del Congresso, Manuel Merino, ha nominato come ministri personaggi impresentabili come Ántero Flores-Aráoz, già ministro della difesa durante il secondo mandato di Alan García” [N.d.r.: Flores-Aráoz è stato l’esecutore del massacro di Bagua, nel giugno 2009, considerata la strage più sanguinosa della recente storia peruviana. Dopo il massacro, i decreti all’origine della protesta delle popolazioni originarie furono revocati. Teoricamente, infatti, oggi il Perù è dotato di una legge che garantisce ai popoli indigeni il diritto al consenso libero, previo e informato per qualsiasi progetto che coinvolga loro e le loro terre. Nella pratica, più del 70% dell’Amazzonia peruviana è stata ceduta alle compagnie petrolifere].

La Jornada, Perú, la sombra del golpe parlamentario, Editoriale del 13.11.2020

L’accusa contro il presidente Vizcarra, ovvero che avrebbe ricevuto bustarelle del cosiddetto Club de la Construcción – una rete mafiosa per vincere gare d’appalto – quando era governatore di Moquegua (2011-14), non è stata provata da nessun giudice o pubblico ministero, e poggia soltanto sulle dichiarazioni di alcuni aspiranti a diventare collaboratori di giustizia, gente che per salvare la pelle potrebbe dichiarare qualsiasi cosa.

Ma il versante più grottesco di questa situazione è che dei 109 parlamentari (su 130) che hanno votato per destituire il presidente per ben 68 -come ha ricordato lo stesso Vizcarra davanti al Congresso nella sua ultima deposizione- sono in corso indagini giudiziarie e denunce per diversi reati, ma nessuno ha lasciato l’incarico o rinunciato all’immunità. In verità, questo Congresso ha più le sembianze di un refugium peccatorum che di un parlamento.”

La Jornada, Golpe, rascuache y zafio, a la peruana, 13.11.2020

Nel quinto giorno di proteste contro la destituzione del presidente Martín Vizcarra, un gruppo di giovani che manifestava pacificamente è stato violentemente represso dalla polizia quando ha tentato incamminarsi verso la residenza del nuovo mandatario Manuel Merino, nelle vicinanze di quella del primo ministro, Ántero Flores Aráoz.

La sera precedente 27 giovani sono stati feriti in scontri con le forze dell’ordine durante le proteste contro il governo Merino, alcuni con proiettili di gomma ed altri con armi da fuoco …

La coordinatrice nazionale per i diritti umani ha informato che le proteste hanno lasciato 11 feriti tra cui alcuni giornalisti, che hanno subito colpi di proiettili e contusioni. L’agenzia di notizie Afp ha dichiarato che uno dei suoi reporter era stato colpito da pallettoni”.

La Jornada, Violenta represión en Perú a jóvenes en cercanías de la casa del nuevo presidente. Quinto día de protestas, 14.11.2020

Il nuovo capo del Congresso del Perù, Luis Valdez, ha chiesto ieri sera immediate dimissioni al nuovo presidente Manuel Merino, in seguito alle violente proteste contro il nuovo «governo di transizione», che nella sua sesta giornata ha lasciato due morti e diversi feriti.

«Davanti a questo fatto da sé insostenibile (la morte di manifestanti) ho convocato per la mattinata di oggi domenica 15 novembre la Giunta dei capigruppo per valutare non solo la rinuncia di Merino, ma anche la forma costituzionale per porre fine a questa situazione immediatamente».

Valdez, intervistato dalla TV locale «Canal N» ha detto che la presidenza del Congresso farà un passo indietro e non prenderà parte alla elezione del nuovo governo ad interim …

Alberto Huerta, capo dell’Ufficio di difesa dei cittadini, ha informato che un giovane di 25 anni, ancora non identificato, è arrivato morto all’Ospedale Guillermo Almenara, con ferite nella faccia e nel collo, mentre altri tre partecipanti alla protesta erano feriti.

La morte di una seconda persona, un giovane di 24 anni, è stata confermata dai suoi genitori all’uscita dell’ospedale.”

La Jornada, Pide jefe del Congreso de Perú la renuncia de Merino, 15.11.2020

Ovvero, gli onorevoli che hanno aperto la crisi non parteciperanno alla loro soluzione. Come non parteciperà il golpista Merino, dimessosi in giornata.

“Sublime”, avrebbe chiosato “l’ispettore Callaghan”.

Mi viene in mente Gramsci: “Ma l’umanità, come realtà e come idea, è un punto di partenza o un punto di arrivo?” (“Quaderni del carcere”, Quaderno XXX”, “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno”, 1934).

Mi viene pure in mente la risposta, ovviamente indiretta, di Jorge Luis Borges: “Arriviamo così alla terribile domanda: L’universo, la nostra vita, appartengono al genere realista o al genere fantastico?” (in Miguel Blumenbach, “Jorge Luis Borges: La literatura fantástica”, conferenza del 7 aprile 1967)

Piccolo inquadramento di riferimento

Come detto in apertura, per dare senso alle vicende, la cronaca andrebbe sempre inquadrata. Ci sarà tempo e modo di farlo. Per ora, semplificando all’estremo, definirei la crisi in generale come una turbolenza o perturbazione importante del sistema sociale che, al di là della sua durata ed estensione geografica, può mettere a repentaglio la stessa esistenza dei meccanismi essenziali di riproduzione.

È ovvio che, così intesa una crisi, politica o di qualsiasi altro tipo, è sempre latente. Ma quelle in corso sono potenziate da una successione di cicli man mano sempre più degradati. Ovviamente, non è un concetto valido solo per il Perù o l’America Latina e si vincola strettamente alla decadenza della civiltà capitalistica nella quale ci troviamo immersi.

Nel Perù, come in tutta la regione latinoamericana, pur con gradi e accenti diversificati, è in atto una crisi prolungata, permanente, storica.

Nel caso specifico, deriva dal fatto che uno Stato non nazionale (composto da più gruppi etnici) continui a privatizzare, con i parametri di un’accumulazione originaria, tramite un processo di re-colonizzazione che assume la forma di costruzione di un paese estrattivista minerario, scontrandosi ancora una volta con i popoli originari che intende sottomettere occupando i loro territori e sottoponendoli a più moderne modalità di esproprio e di sfruttamento.

La crisi peruviana si caratterizza per l’instabilità, le difficoltà, i cambiamenti e le trasformazioni profonde indotte dalle riforme neoliberiste in corso da oltre 30 anni senza, tuttavia, arrivare ad un punto d’equilibrio in grado di determinare la sopravvivenza o scomparsa di alcune istituzioni o dello stesso Stato, ma disseminato di momenti ed avvenimenti che comportano periodi di mancate e intempestive corrispondenze, di congiunture difficili e complicate dove i conflitti sociali rinvigoriscono. Nel Perù ciò ha preso diverse forme: laymarazo, il moqueguazo, l’arequipeñazo, che hanno creato le condizioni per trasformazioni più radicali.

Essendo un processo, la crisi politica va esaminata in movimento. Movimento che, a volte, intensifica lo scontro di classe ma, stante le situazioni nazionali e macroregionale, caratterizzate da disorganizzazione e divisione, permette che il progetto neoliberista possa sempre ricomporsi ricreando l’equilibrio instabile che farà partire un altro ciclo.

Sono crisi nate con lo Stato repubblicano, che in America Latina non è stato né Stato liberale, né Stato nazionale, né Stato sociale, bensì un’entità politica di dominio e di comando, coercitiva, strutturata applicando all’interno dei paesi le modalità coloniali.

Nulla ha di casuale, quindi, che i regimi politici siano stati per lo più militari, oligarchici o neoliberisti, organizzati attraverso istituzioni, Costituzioni e governi che, concepiti sostanzialmente per il saccheggio, sono per lo stesso motivo strutturalmente corrotti.

La critica allo Stato impone analizzare congiuntamente la storia e l’economia politica reali, senza separare lo Stato dall’economia, perché solo così si possono osservare i loro rapporti. Ciò significa, qui più che altrove, che circoscrivere la lotta politica alla sola gara elettorale, esprimendosi solo in uno “spazio democratico”, significa essenzialmente agire in un contesto di dominazione dove si definiscono gli interessi condivisi delle classi dominanti, non gli interessi collettivi o il bene comune.

Il fatto è che, rispettando la divisione feticista tra Stato e mercato, la lotta di classe si riduce effettivamente alla crescita, all’investimento privato, alla razionalità mercantile, alla redditività imprenditoriale e al regime di concorrenza. E che da questa prospettiva non si vedono la disoccupazione, la precarietà, il supersfruttamento e la re-colonizzazione attuata tramite l’esproprio, l’estrattivismo e la redditività, come non si capiscono il potere della borghesia periferica e della sua capacità di corruzione della vita politica.

Ovvero, senza questo rapporto non si capiscono Vizcarra, il Congresso, lo scontro in atto. Che non sono, pur se lo sembrano, “roba da pazzi” e/o insane ambizioni non suffragate dai fatti.

Penso che in Perù la crisi in corso differisca da quelle precedenti per l’avvenuto divorzio tra il potere e la politica, che si traduce in assenza della capacità di azione necessaria per fare ciò che ogni crisi esige: scegliere un modo di procedere per applicare la terapia indicata come necessaria per la strada scelta.

“Si ha la sensazione che quell’insufficiente capacità di azione continuerà a paralizzare la ricerca di una soluzione percorribile fino a quando il potere e la politica (oggi divorziati) si risposino. Tuttavia, si ha pure l’impressione che, nelle attuali condizioni d’interdipendenza globale, quel matrimonio risulti difficilmente concepibile all’interno di un solo Stato, per quanto grande e ricco di risorse sia. Sembrerebbe piuttosto di trovarci davanti al titanico compito d’innalzare il livello della politica e dell’importanza delle sue decisioni a dimensioni completamente nuove per le quali non esistono precedenti.”

Anche se, certamente, Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni non pensavano al Perù quando scrissero queste righe nel loro “Stato di crisi” (2015).

REFERENDUM SULLA NUOVA COSTITUZIONE IN CILE: “Il dado è tratto”

di Marco Consolo

                                                                   “Hasta que la dignidad se haga costumbre..”

“Non c’è male che duri 100 anni”. E’ festa grande nelle strade del Cile, da Arica a Punta Arenas. Il popolo cileno volta pagina e approva in un plebiscito di redigere una nuova Costituzione che mandi in soffitta quella di Pinochet.

Il responso delle urne è chiaro:  il 78,27 % della popolazione ha votato a favore del cambio costituzionale.

Con quasi la stessa percentuale, ha vinto anche la seconda opzione: quella di dare vita ad una Convenzione Costituzionale con l’elezione diretta dei 155 costituenti (con parità tra donne e uomini e la presenza di rappresentanti dei Mapuche e degli altri popoli originari), che dovranno redigere la nuova Carta Magna. Per eleggerli, si dovrà però attendere aprile del 2021.

Lo zoccolo duro della destra pinochetista cavernicola porta a casa una secca sconfitta, con il 21,7 % dei suffragi e molti veleni interni che non gioveranno alla coesione del governo.

E’ un evento di portata storico per il Cile. Per quanto il governo e l’apparato repressivo della democra-tura cilena abbiano cercato di incanalare, persuadere e piegare le coscienze di chi si è ribellato a partire dal ​​18 ottobre 2019 contro il modello capitalista neo-liberale, i suoi abusi ed ingiustizie, il popolo cileno ha avviato con grande dignità un  percorso di ricostruzione della sovranità popolare.

La celebrazione del referendum è frutto della immensa mobilitazione popolare che è stata ininterrottamente nelle piazze dall’ottobre 2019, senza la quale non sarebbe stata possibile, neanche lontanamente.  Una mobilitazione che ha pagato un alto prezzo con più di 30 vite, migliaia di feriti, più di 10.000 arresti (in carcere ci sono ancora migliaia di persone), denunce di stupri e torture, più di 460 lesioni oculari da arma da fuoco. Il tutto con impunità praticamente garantita. Come ai “bei tempi”.

Ma nonostante la repressione brutale, questa mobilitazione ha saputo allargare il consenso oltre i tradizionali ambiti dei partiti, degli organismi a difesa dei diritti umani, ed anche dei “movimenti sociali”, con l’irruzione degli studenti, del grande e combattivo movimento delle donne,  dell’ambientalismo, per il diritto alla casa. Particolare rilevanza ha avuto il movimento contro il sistema privato di pensioni che ha saputo coinvolgere il ceto medio, indebitato fino al collo e impoverito dalla crisi.

Anche grazie alla sua trasversalità, la mobilitazione è riuscita ad interpretare l’ “interesse generale”, contro lo status quo ed il modello. Un ruolo che comporta una enorme responsabilità per i mille soggetti coinvolti, viste le aspettative riposte, il gap sociale da colmare date le condizioni materiali, la rabbia accumulata quotidianamente e per anni dalle donne e dagli uomini privati ​​dei diritti sociali di base, a partire dalla salute, educazione, ed il diritto ad una pensione degna di questo nome.

“Non abbiamo paura del virus, abbiamo paura della fame”

Dall’inizio della pandemia (che continua a mietere vittime) non è mancata la risposta solidale e di auto-aiuto nei quartieri popolari, con l’organizzazione spontanea di circa 400 “ollas comunes” (pentole comuni) che hanno provato a garantire cibo e speranza, organizzando una risposta sociale che non si vedeva dai tempi della dittatura. “Non abbiamo paura del virus, abbiamo paura della fame”, dicevano le prime mobilitazioni a Santiago.

Lo schiaffo al governo lo ha dato anche la cattiva gestione della pandemia (ad oggi circa 18.000 decessi e più di mezzo milione di contagiati, con una popolazione di 18 milioni), con diversi focolai attivi in molte province, con varie limitazioni alla mobilità e con il coprifuoco nazionale  (dalle 22 alle 5) in vigore sin da marzo, più di sette mesi.

Tra gli “effetti collaterali” della forza delle mobilitazioni popolari, i salti mortali e le piroette di alcuni personaggi dell’estrema destra politica (come Joaquin Lavin e Pablo Longueira della UDI, storico partito del Pinochetismo), costretti a salire sul carro dei probabili vincitori, nel tentativo di non rimanere isolati più di quanto già siano. Salti mortai e piroette che hanno provocato ulteriori divisioni nelle destre e sollevano interrogativi sulla loro strategia.

Anche tra gli imprenditori si sono aperte diverse contraddizioni e figure di spicco avevano dichiarato il voto a favore del cambiamento costituzionale, per canalizzare le forti tensioni sociali.

Il governo subisce così la seconda sconfitta (dopo quella sul ritiro anticipato di una parte dei fondi pensione) ed esce ancora più debole dalle urne.

La “Costituzione” del tiranno

Grazie al golpe civico-militare del 1973, il Cile è stato il laboratorio mondiale di applicazione delle politiche neo-liberiste dei “Chicago boys”.  Si trattava però di dargli “forza di legge” e costituzionalizzarle. Fu così che la Giunta Militare si auto-attribuì la facoltà costituente e delegò la redazione della Costituzione del 1980 a un pugno di fedelissimi alla dittatura civico-militare. Tra questi spiccava Jaime Guzmán – politico ed avvocato costituzionalista, uno dei conservatori più intelligenti e perfidi dell’intera storia cilena. Guzmán, che aveva una visione di futuro, redattò una Carta Magna che trasformò la democrazia in un soprammobile e disegnò precisi meccanismi per “blindare” la Costituzione e non poterla cambiare. A partire dal perverso sistema binominale, dalle alte maggioranze  necessarie e dal diritto di veto, dalla composizione della Corte Suprema e del Tribunale Costituzionale con i quali hanno puntualmente impedito qualsiasi disegno di legge che odorasse a giustizia sociale.

In piena dittatura, nel plebiscito-farsa dell’11 settembre 1980, in teoria il 65,71% degli elettori si espresse a favore di quel simulacro di nuova Costituzione. Tuttavia, l’assenza di un registro elettorale, la restrizione delle libertà pubbliche e le denunce di ex militari di avere votato più di una volta, hanno scoperchiato la illegittimità dei risultati. Il simulacro di Costituzione della dittatura civico-militare entrò in vigore l’11 marzo 1981.

Il testo originale consisteva in 120 articoli permanenti e 29 disposizioni transitorie.

Tra le sue “perle” vi erano l’esistenza di senatori designati a vita (tra cui Pinochet) che garantivano la maggioranza alle destre, il potere del Presidente della Giunta militare di sciogliere la Camera dei Deputati, la creazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale (COSENA), l’inamovibilità  dei Comandanti delle Forze Armate e il loro carattere di garanti dell’istituzionalità, il concetto chiave di “Stato sussidiario” al mercato, e l’incostituzionalità di organizzazioni, movimenti, partiti politici, destinati a “propagare dottrine che minacciano la famiglia, sostengono la violenza o una concezione della società, dello Stato o dell’ordinamento giuridico, di carattere totalitario o fondato sulla lotta di classe”, in particolare il marxismo ed il comunismo.

In nessuna Costituzione politica precedente, i militari erano “garanti”’ dell’istituzionalità, né esisteva il Consiglio di Sicurezza Nazionale, un’istituzione sinistra e cupa, più simile all’Inquisizione, che a un organo democratico.

E nella storia cilena,  i vertici delle FF.AA. non avevano mai avuto la possibilità di un’autonomia assoluta, anche sulle questioni di bilancio.  E invece, nell’attuale Costituzione dittatoriale, l’autonomia e la discrezionalità di spesa è “sancita” a vantaggio delle forze armate e dell’oligarchia economica, la vera padrona delle divise militari.

Oltre ai normali stanziamenti di bilancio, la dittatura riservò alle FF.AA. un ammontare pari al 10% degli introiti della vendita del rame, principale prodotto di esportazione del Cile, grazie ad una legge i cui contenuti erano segreti. Fiumi di denaro senza controllo che hanno prodotto diversi scandali per corruzione, conosciuti come “Milico-gate”.

Detto in altri termini, sia nelle sue origini che nella sua forma di ratifica, la Costituzione del 1980 è un atto coercitivo, giuridicamente nullo secondo i principi del diritto pubblico. La Costituzione era de facto, e la sua efficacia pratica era esclusivamente in funzione dei rapporti di forza che la sostenevano. Al momento della sua promulgazione, era chiaro il suo intento di proroga del regime militare e presagiva anni di dittatura.  Le disposizioni transitorie (la costituzione effettiva) rendevano la stessa Carta quasi un mero esercizio semantico, che solo codificava il monopolio del potere esistente.

Le caratteristiche totalitarie e di difesa dello status quo dell’attuale simulacro di Carta Magna erano così profonde, che l’allora Presidente del Consiglio di Stato, Jorge Alessandri Rodríguez (non proprio un “sincero democratico”), si dimise nel luglio 1980: più del 50% delle sue proposte erano state respinte da Jaime Guzmán, il vero capo di governo di quegli anni.  In particolare, Alessandri rinunciò per 3 articoli (93, 95 e 196), che attribuivano il potere alle FF.AA. e alle forze dell’ordine, e non al popolo sovrano,  potere costituente originario. Al momento delle dimissioni, Alessandri dichiarò che “nessun civile che si rispetti può essere Presidente della Repubblica con gli antecedenti contenuti in questa Carta fondamentale”.

Nel nuovo plebiscito dell’ottobre 1988, la dittatura fu sconfitta nel tentativo di prolungare il mandato di Pinochet. La destra politica dovette accettare – obtorto collo – la restaurazione del sistema democratico istituzionale, ma stando molto attenta che non si cambiasse una virgola della Costituzione del tiranno nelle questioni fondamentali e non negoziabili, a favore dello zoccolo duro pinochetista e degli imprenditori, resi milionari grazie al saccheggio ed alle privatizzazioni della dittatura.

Stare al governo o mantenere il potere ?

In questi anni, le classi dominanti hanno fatto miracoli per preservare a tutti i costi leggi i cui unici obiettivi erano (e continuano ad essere) il consolidamento del progetto neoliberista attraverso il  “diritto di veto”, insieme alla preservazione del ruolo delle FF.AA. e delle forze dell’ordine.

Certo, stare al governo è importante. Ma i pochi leader della destra che hanno una reale capacità ed intelligenza politica (ed economica) sono consapevoli che l’importante più che stare al governo, è mantenere il potere  nelle loro mani. Parlo del potere militare, di quello mediatico e finanziario, ancora saldamente in mano a poche famiglie,  “quelli di sempre”, che si possono contare sulle dita di meno di due mani.

L’importante per i settori ultra-liberisti è stato, semplicemente, mantenere indenni tutte le leggi create dai Chicago Boys durante la dittatura. Per far ciò, la Costituzione politica “pinochetista-guzmaniana” è stata uno strumento formidabile, certamente antidemocratico, ma ancora vigente, anche grazie a molti dirigenti dei governi di centrosinistra post-dittatura  che hanno contribuito a “ritoccare” e “migliorare” il testo della dittatura.

Fin qui lo stato dell’arte.

Il braccio di ferro continuerà per evitare i molti trabocchetti posti al percorso costituente e non tutto è color di rosa. Avremo modo di tornarci.

Oggi il Cile volta pagina. Oggi è festa grande in tutto il Paese. A Santiago la festa è in Plaza Italia, ribattezzata Plaza de la Dignidad dai manifestanti. Da domani si apre un lungo processo costituente, ma la battaglia riprende con più forza e speranza.  Non importa quanto tempo ci vorrà, nè gli alti e bassi possibili, nè quanto il processo risulterà difficile e complesso.

Oramai il dado è tratto.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/cile-il-dado-e-tratto/

LA BUSSOLA BOLIVIANA

Trionfare nella vita non è vincere, ma rialzarsi ogni volta che si cade…

(José Mujica)

di Marco Consolo

Bolivia, la figlia prediletta del Libertador Simon Bolivar, ha appena dato una lezione esemplare al mondo. Con una alta partecipazione popolare (87%),  la bella e schiacciante vittoria nelle urne del Movimento al Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità del popolo (MAS-IPSP) con il 54,5% segna una secca sconfitta dei piani statunitensi nella regione, della strategia di utilizzo della screditata Organizzazione degli Stati Americani (OEA) come ariete contro i governi che non seguono i diktat a “stelle e strisce”, del Gruppo di Lima e dei latifondi mediatici globali. Ed è quindi di importanza strategica per la Bolivia, per l’America Latina e per il mondo intero. Provo a spiegarmi.

Elecciones en Bolivia: la casi segura victoria del MAS - Pauta.cl

Qualche giorno fa, correva l’anniversario dell’ennesimo intervento militare statunitense. Il 19 ottobre del 1983, i marines sbarcavano nella piccola isola di Grenada, ed assassinavano il Presidente costituzionale Maurice Bishop.  In quegli anni, era ancora viva la memoria (e la pratica) della lunga stagione dei colpi di Stato organizzati dalle ambasciate statunitensi in tutto il continente, con la complicità delle oligarchie “vende-patria” locali. In Nicaragua, il governo Sandinista iniziava a dover affrontare militarmente i “contras” (finanziati, addestrati ed armati dalla Casabianca) che seminavano morte e distruzione. In El Salvador, Guatemala, e Colombia le forze guerrigliere erano in piena attività.

Dopo la stagione dei golpe cruenti, degli orrori delle dittature civico-militari, e del famigerato Plan Condor, il continente è passato attraverso successive democra-ture (nè, nè) con l’applicazione un po’ meno brutale, “umanizzata”, delle stesse ricette neo-liberiste. Quelle politiche anti-popolari provocarono la resistenza dal basso, una lunga fase di accumulazione politico-sociale ed infine una contro-offensiva che fece vincere diverse elezioni ed accedere la sinistra al governo in molti Paesi. La prima vittoria fu quella di Chavez in Venezuela, seguita a ruota da molti altri (Brasile, Argentina, Bolivia, Ecuador, Uruguay, etc).

Per rispondere all’ondata “progressista”,  iniziò la contro-offensiva imperialista in tutto il continente, ma questa volta con modalità diverse. A Washington fu ribattezzato “soft power”, “smart power”, ma tradotto in italiano si trattava di riconquistare egemonia e controllo nel “cortile di casa” con golpe di nuovo tipo: golpe istituzionali, parlamentari, mediatici, con la guerra giudiziaria (Lawfare) e una guerra multi-dimensionale. Iniziarono proprio in Bolivia, nel 2008, con il tentativo fallito di “balcanizzazione” e secessione delle regioni ricche della “media-luna”. Poi in Honduras, in Ecuador (senza riuscirci), in Paraguay ed in Brasile con Dilma Rousseff.

L’ultimo golpe riuscito, in ordine di tempo, è stato quello in Bolivia del 2019, quando il governo Morales, nonostante la limpida vittoria elettorale, fu accusato strumentalmente di brogli e spodestato. Il golpe, organizzato a Washington, ebbe l’appoggio delle multinazionali dell’energia (a partire dall’”ecologico” Elon Musk e dalla sua Tesla) e dell’ Organizzazione degli Stati Americani (OEA) con il suo etero-diretto Segretario Luis Almagro, vero e proprio coordinator, per conto terzi, delle destre latino-americane.

Oltre ad una repressione spietata, in questi mesi i golpisti hanno fatto l’impossibile per disfarsi di Evo Morales e del Movimento al Socialismo. Hanno tentato di illegalizzare il partito e i suoi principali candidati, tra cui lo stesso Evo, costretto all’esilio in Argentina e impossibilitato a presentarsi al Senato. Hanno assassinato, denunciato ed incarcerato dirigenti sociali e politici (alcuni ancora rifugiati in ambasciate), chiuso le radio comunitarie filo-MAS, minacciato ed arrestato i giornalisti, etc.

Un golpe inefficace

Ma quel sanguinoso colpo di Stato dello scorso ottobre non è servito a mettere a tacere la volontà di cambiamento del popolo boliviano. Né sono serviti gli omicidi, la militarizzazione del Paese, la repressione e le minacce.

Non è servito neanche il viaggio del Ministro degli Interni golpista, Arturo Murillo, che a fine Settembre è andato alla sede dell’OEA e al Dipartimento di Stato di Mike Pompeo, per prendere ordini e ricevere l’appoggio necessario per impedire al MAS di tornare al governo.

Non è servita la grancassa dei latifondi mediatici internazionali che, senza arrossire di vergogna, hanno appoggiato sfacciatamente i golpisti con l’appoggio del bombardamento nelle “reti sociali”.

Il popolo boliviano ha parlato forte e chiaro. La Bolivia ha iniziato a recuperare la democrazia, sparigliando le carte truccate della Casabianca.

Bolivia: recuento no oficial adelanta victoria electoral del candidato del MAS - Noticias Rhode Island

Foto: http://www.noticiasrhodeisland.com

Contro la geopolitica “dell’odio e della paura”, dall’opposizione quel blocco sociale campesino-operaio-popolare ha resistito al golpe, si è riorganizzato dal basso ed è riuscito a vincere il braccio di ferro politico-elettorale.  E lo ha potuto fare grazie alla “densità sociale” di un’organizzazione capillare, anche nelle estese zone rurali del Paese.

In quel blocco sociale hanno giocato un ruolo chiave i popoli originari, (mal chiamati “indigeni”) vera e propria spina dorsale del MAS. Hanno resistito con dignità e orgoglio, coscienza, ed  organizzazione come risultato dell’accumulazione politica di anni di lotte.

La lezione è stata chiara per i masisti: si può perdere il governo, ma se c’è un partito che ha radici reali nella popolazione, lo si può recuperare.

La campagna delle destre a favore del MAS

Bisogna riconoscere che i golpisti, nelle loro varie articolazioni, sbagliando strategia politica hanno aiutato molto il MAS: con una gestione economica disastrosa, scandali di corruzione ai più alti livelli, una repressione brutale ed  indiscriminata che ha colpito anche settori non direttamente vincolati al MAS e, negli ultimi mesi, una drammatica incapacità di gestione della pandemia del Covid-19 che ha tragicamente colpito il Paese.

Più le destre golpiste rinviavano la convocazione delle elezioni, più le loro opzioni si indebolivano grazie alla corruzione dilagante, alla loro politica suprematista, al linguaggio razzista e di odio verso i popoli nativi, i loro simboli e la loro cultura. Parliamo di un Paese in cui la minoranza bianca è ampiamente minoritaria, ma che sin dai tempi della Colonia, detiene la ricchezza e le leve del potere.

In questo contesto, la società boliviana tutta (compresi i settori di ceto medio che avevano voltato le spalle al MAS) ha avuto il tempo di mettere al confronto i 14 anni di stabilità di un processo che ha cambiato il volto della Bolivia. Un progetto di Paese con al centro i bisogni della maggioranza esclusa, che ha nazionalizzato le risorse naturali, iniziato ad industrializzare il litio, ridistribuito ricchezza e portato i popoli originari ad occupare il Palacio Quemado  ridando loro la dignità, dopo secoli di sottomissione ed abusi.  Giorno dopo giorno, si comparava il governo dei golpisti con quelli del MAS.

Per finire, la strategia del MAS ha usato poco le reti “sociali” e molto il “porta a porta”, per  parlare dei problemi del presente, come crisi sanitaria, disoccupazione, riattivazione economica, etc., più in sintonia con parte del ceto medio impoverito che aveva smesso di votare per il MAS.

Bolivia de pie, nunca de rodillas!" - Indymedia Argentina Centro de Medios Independientes (( i ))

Fotos: Indymedia Derechos Humanos

Tutte rose e fiori ?

Naturalmente, come in tutti i veri processi di trasformazione, ci sono state luci ed ombre, contraddizioni ed errori, oggetto di critiche feroci da parte di alcuni settori, che oggi tacciono con un silenzio assordante, appellandosi ad una “neutralità” che fa acqua da tutte le parti. Ma al di là degli attacchi strumentali, è evidente la necessità di riflessioni profonde e auto-critiche su ciò che sono stati i governi del MAS, per non tornare a commettere gli stessi errori, recuperare il consenso eroso ed ampliare la partecipazione popolare democratica.

La nuova leva di dirigenti dichiara di voler riorganizzare il MAS che, negli ultimi anni di Evo, era stato sussunto nel governo, perdendo un profilo autonomo.

In queste elezioni, Luis Arce ha superato il 47% ottenuto dall’ex Presidente nelle elezioni del 2019 e ha eguagliato lo storico voto ottenuto da Morales nel 2005 (53%), quando è diventato il primo esponente dei popoli originari a vincere la presidenza e ha dato inizio al “proceso de cambio”. I voti ottenuti garantirebbero anche la maggioranza nei due rami del parlamento.

Arce, per molti anni Ministro dell’ Economia dei governi di Evo, nei suoi primi discorsi da Presidente ha sottolineato il suo impegno a “…lavorare per tutti i boliviani, dando vita ad un governo di unità….  Queste elezioni stanno dando certezza al popolo boliviano. Ci sarà un rilancio delle attività economiche che beneficeranno la micro, piccola, media e grande impresa, e anche il settore pubblico e tutte le famiglie boliviane che hanno vissuto per undici mesi nell’ incertezza”.

Anche il vice-Presidente eletto, David Choquehuanca, è persona nota. Dirigente sindacale della  Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia  (CSUTCB), aymara come Evo Morales, è stato Ministro degli Esteri dei governi di Evo dal 2006 al 2017. Fra il 2017 e il 2019 è stato Segretario Generale dell’Alba-TCP (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América- Tratado Comercial de los pueblos) un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica nato in contrapposizione alla strategia USA dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), in seguito ridisegnata.

E a proposito di integrazione continentale, la Bolivia ha annunciato la ripresa dei rapporti diplomatici con Cuba e Venezuela. Potrebbe tornare nell’ALBA, provare a rivitalizzare le moribonde UNASUR e CELAC e creare un asse che includa oltre ai Paesi dell’ALBA anche Messico e Argentina, sminuendo il peso specifico della stessa OEA.

E da domani ?

La parte più difficile viene ora ed il nuovo governo ha molte sfide davanti a sé.

Bolivia. Papa Francesco ha chiamato Evo Morales per complimentarsi per la vittoria del Mas. Un'amicizia inossidabile - FarodiRoma

Foto: http://www.farodiroma.it/

Quest’anno di crisi ha alimentato vecchie e profonde ferite e fratture nella società boliviana a partire dal razzismo e la lotta tra le regioni, in particolare tra la ricca “mezza-luna” all’Oriente e l’altopiano e l’occidente dei popoli nativi. Sono ferite che dovranno lentamente cicatrizzarsi.

La priorità è fare fronte alla pandemia e rimettere in sesto l’economia, messa in ginocchio dai golpisti, e poter così soddisfare i bisogni di base, salute e lavoro innanzitutto.

In secondo luogo, la dittatura ha violato i diritti umani in tutte le aree possibili; salute, integrità fisica, accesso al lavoro, istruzione, diritti civili e politici. Ripristinarli è un compito non facile, ma improcastinabile.

Per non parlare della necessità di giustizia per gli assassinati, i feriti, e i prigionieri politici, per tentare di sanare le ferite provocate dal governo de facto.

Importantissima è la lotta alla criminalità organizzata ed al narcotraffico, cresciuti al riparo dei golpisti, che corrompe e destabilizza in diverse zone del Paese.

Sicuramente, uno dei temi più sensibili e difficili sarà il rapporto con le FF.AA. e la polizia, che hanno avuto un ruolo importante prima nel tradimento al governo costituzionale, e poi nella repressione post-golpe. L’accertamento delle responsabilità, depurazione e castigo sono conditio sine qua non per la pacificazione.

Chi governa a La Paz dovrà poi mettersi d’accordo con i Cambas di Santa Cruz e soprattutto con il suo settore privato.  Santa Cruz è il motore dell’economia boliviana del futuro, per l’energia, per l’agrobusiness, per attrarre investimenti. Luis Fernando Camacho, rappresentante dell’ultra-destra, non è riuscito a sfondare in nessun dipartimento, ma si è trincerato a Santa Cruz e sarà il probabile sostituto del governatore Costa.

America Latina alla riscossa ?

Il vento di riscossa che viene dalla Bolivia avrà quindi un forte impatto in tutto il  continente e può condizionare positivamente i prossimi mesi di lotte sociali ed anche le importanti scadenze elettorali. Andiamo con ordine.

E’ sotto gli occhi di tutti che le destre al governo, lungi dal risolvere i probemi sociali, li aggravano, in America Latina come in Europa. Le ricette avvelenate del FMI e della Banca Mondiale peggiorano le contraddizioni sociali e non sono certo in grado  di garantire stabilità, pace sociale, agibilità democratica. Al contrario, puntualmente dove governano le destre, prima o poi sale alla ribalta la ribellione popolare contro le politiche anti-popolari neo-liberiste. La realtà ha la testa dura.

In queste settimane, perfino il piccolo Costa Rica (Paese che non ha una grande tradizione di mobilitazioni di massa) è sceso in strada contro le misure dettate dal FMI al governo locale, costringendo il governo a fare marcia indietro su diversi punti.

In Cile il prossimo 25 ottobre ci sarà la seconda spallata ai governi delle destre. Sarà una data storica, con un referendum che potrebbe aprire la strada al cambio della Costituzione di Pinochet, appena ritoccata dai governi di centro-sinistra, ma rimasta intatta nei fondamentali. Come si ricorderà, dal 18 ottobre 2019 il Paese ha vissuto una enorme mobilitazione sociale con una brutale repressione da parte del governo Piñera. Senza la mobilitazione di massa, sospesa solo temporaneamente per la pandemia di Covid 19, non si sarebbe mai ottenuto questa importante scadenza.

Domenica scorsa, nell’anniversario dell’inizio delle proteste, una grande manifestazione ha segnato il ritorno della ribellione sociale nelle piazze di Santiago. E purtroppo anche della repressione, con un saldo tragico di una persona uccisa dalle forze di polizia, 580 arresti e un giovane manifestante buttato giù da un ponte dai Carabineros (avete letto bene) qualche giorno prima, che fortunatamente non è deceduto.

Ma il popolo cileno non pare disposto a tornare indietro.  La vittoria dell’opzione “Apruebo” è scontata e diversi personaggi della destra sono saliti sul carro per non rimanere isolati. Il vento boliviano non può che aiutare da una parte l’opzione per il cambio della Carta Magna, e dall’altra il voto per una “Convenzione Costituzionale”, con rappresentanti interamente eletti dal voto popolare.

In Colombia, da settimane la popolazione è scesa in piazza contro il governo Duque, a difesa delle condizioni di vita e di lavoro, contro il non rispetto dell’Accordo di pace con la guerriglia delle FARC-EP da parte del governo, contro gli omicidi di ex-guerriglieri e dirigenti sociali, e la repressione indiscriminata. In queste ore è arrivata nella capitale Bogotà la “Minga”, una mobilitazione “indigena e popolare”  che, dopo aver percorso centinaia di chilometri, arriva nella capitale accolta dai movimenti sociali urbani.  E il 21 ottobre c’è stato uno sciopero generale in tutto il Paese “per la vita, la democrazia, la pace, e la richiesta di  misure economiche di emergenza”.

In Brasile, il 15 novembre  si voterà per le amministrative in 5000 municipi, e la sinistra cerca di riorganizzarsi e mobilitare le piazze per riprendere in mano le città più importanti, a partire da Sao Paulo, Rio de Janeiro e Porto Alegre. Dalla vittoria di Bolsonaro, infatti è mancata una forte ed unitaria mobilitazione di piazza che potesse mettere all’angolo il governo. Bolsonaro ne ha tratto vantaggio, e nonostante la drammatica situazione sanitaria dovuta alla pessima gestione (e anche grazie ad elemosine puntuali), il mini-Trump negazionista appare ancora saldo in sella, con l’appoggio del capitale finanziario, delle FF.AA., delle potenti sette pentecostali e dei latifondisti dell’agro-business.

In Venezuela, il prossimo 6 dicembre si vota per le elezioni politiche in una scadenza decisiva per battere l’opposizione e recuperare la maggioranza del parlamento. Nonostante i gravi danni economici e sociali causati dal bloqueo statunitense e della UE, il Venezuela bolivariano resiste grazie alla coscienza, alla mobilitazione popolare costante, all’unione civico-militare che ne garantisce la difesa ed alla solidarietà internazionale.

In Ecuador, dopo una durissima battaglia legale, e anche grazie alla mobilitazione nelle piazze,  l’organizzazione politica che fa capo all’ex-Presidente progressista Rafael Correa potrà correre per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Anche qui, la “guerra giudiziaria” ha prodotto l’esilio di Correa (con più di 20 processi farsa a suo carico) e messo in carcere, con accuse inconsistenti, diversi dirigenti della Revoluciòn Ciudadana, a partire dal Vice-Presidente Jorge Glas. Come si ricorderà, prima della pandemia, vi erano state imponenti mobilitazioni popolari, sospese anche per il virus. A Quito, nelle settimane scorse, sono stati gli studenti a riguadagnare le piazza, dando una scossa al Paese intero. E a febbraio 2021 ci saranno elezioni presidenziali e politiche.

E l’onda lunga potrebbe coinvolgere anche il Perù, come incentivo per l’unità a sinistra, per disputare le presidenziali nell’aprile dell’anno venturo.

Difficile prevedere se la vittoria del MAS avrà qualche incidenza sulle incombenti elezioni statunitensi, dove però molti democratici già attaccano Trump per i suoi fallimenti nei tentativi di “regime change”, rovesciando i governi scomodi.

L’America Latina riprende il cammino della contro-offensiva popolare

Non c’è dubbio, però, che lo scenario latinoamericano è complicato per tutti.

Per i settori progressisti, visto che a differenza degli anni passati in cui erano maggioritari nei governi del continente, oggi la loro presenza è di gran lunga più debole.

Ma anche le forze conservatrici hanno un futuro complicato.  I loro think-tank strategici hanno un progetto globale (basta vedere le manifestazioni contro la “dittatura sanitaria” e “per la libertà” in diversi Paesi) e cercano di impedire l’avvento dei governi progressisti o la stabilità dei processi di trasformazione da loro guidati. Ma non sono in grado di offrire nulla di nuovo alle loro società, in un momento in cui lo stesso FMI e la Banca mondiale si spingono a consigliare tasse sui più ricchi per ridurre la povertà. Il progetto delle classi dominanti e delle forze conservatrici non riesce più a incantare i popoli per dar loro speranza.

La narrazione neo-liberista è in crisi e l’egemonia delle classi dominanti si concretizza grazie al restringimento degli spazi democratici, all’odio, alla paura manipolata ad hoc dai grandi media e tramite le “reti sociali”.

Viceversa, le diverse forze dei movimenti, delle sinistre plurali (nazionaliste, progressiste, rivoluzionarie), in base alla loro esperienza di opposizione e di governo, hanno ancora un capitale politico che permette loro di essere credibili e poter aspirare a guidare i diversi Paesi, nonostante gli errori commessi. Una scommessa per i sostenitori del “socialismo del 21° secolo”.

Quando tutto sembra più difficile, un vecchio proverbio aymara ci ricorda che  “Qhiph nayr uñtasaw sarnaqaña”: “Viviamo guardando il passato per vivere il presente  e proiettare il futuro”.

L’America Latina riprende  il cammino della contro-offensiva popolare.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/la-bussola-boliviana/

11 Settembre 1973: Il Golpe in Cile. Discorsi e intervista di Rossellini a Salvador Allende

Tre documenti per ricordare Salvador Allende

 

 

ROBERTO ROSSELLINI INTERVISTA A SALVADOR ALLENDE (1971)

Regia: Emidio Greco Anno: 1971 Abstract: Roberto Rossellini, ospite in Cile con il figlio Renzo nel 1971, intervista Salvador Gossens Allende.
Il Presidente cileno racconta la propria vita partendo dall’attività politica svolta dai propri familiari. Il padre e gli zii furono militanti del partito radicale quando i radicali erano membri di un partito d’avanguardia che lottava contro la reazione conservatrice. Il nonno era stato senatore e vice presidente del Senato. Allende racconta dei primi anni all’università di Santiago quando, studente di medicina, fu espulso dall’ateneo, arrestato per l’attività politica svolta e giudicato da tre corti marziali. Fondatore del Partito Socialista di Valparaiso e successivamente espulso, entrò nel Partito Comunista, all’epoca illegale. Dal racconto emerge la storia di una vita dedicata alla lotta per l’unità dei partiti della classe operaia. L’intervista, nella quale Allende non manca di sottolineare i grandi ostacoli frapposti dalla classe conservatrice cilena alla gestione della vita pubblica, prosegue con l’auspicio dell’integrazione dei paesi latino-americani Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico https://www.aamod.it

 

 

 

 

Brasile: Importante discorso di Lula nell’anniversario dell’indipendenza, 7 settembre 2020 (VIDEO)

 

 

 

La traduzione in italiano del discorso

“Vogliamo un Brasile dove ci sia lavoro per tutti”

“Amiche e amici.

Negli ultimi mesi una tristezza infinita mi ha stretto il cuore. Il Brasile sta vivendo uno dei periodi peggiori della sua storia.

Con 130mila morti e quattro milioni di persone contagiate, stiamo precipitando in una crisi sanitaria, sociale, economica e ambientale mai vista prima.

Più di duecento milioni di brasiliani si svegliano ogni giorno, senza sapere se i loro parenti, amici o se stessi arriveranno sani e vivi alla notte.

La stragrande maggioranza delle persone uccise dal Coronavirus sono persone povere, nere e vulnerabili che lo Stato ha abbandonato.

Secondo i dati delle autorità sanitarie, nella città più grande e ricca del paese, le morti per Covid-19 sono del 60% più alte tra i neri e i mulatti della periferia.

Ciascuno di quei morti che il governo federale tratta con disprezzo aveva un nome, un cognome, un indirizzo. Aveva padre, madre, fratello, figlio, marito, moglie, amici. Fa male sapere che decine di migliaia di brasiliani non hanno potuto dire addio ai propri cari. So cos’è questo dolore.

Sì, sarebbe stato possibile evitare così tante morti.

Siamo affidati a un governo che non valorizza la vita e banalizza la morte. Un governo insensibile, irresponsabile e incompetente che ha infranto le regole dell’Organizzazione mondiale della sanità e convertito il Coronavirus in un’arma di distruzione di massa.

I governi emersi dal colpo di stato hanno congelato le risorse e demolito il Sistema Sanitario Unificato pubblico (SUS), che è rispettato in tutto il mondo come modello per le altre nazioni in via di sviluppo. E il crollo non è stato maggiore grazie agli eroi anonimi, ai lavoratori e agli operatori sanitari.

I fondi che avrebbero potuto essere utilizzati per salvare vite umane sono stati utilizzati per pagare gli interessi al sistema finanziario.

Il Consiglio Monetario Nazionale ha appena annunciato che ritirerà più di 300 miliardi di reais dai profitti delle riserve che i nostri governi hanno lasciato.

Sarebbe comprensibile se quella fortuna fosse destinata ad aiutare i lavoratori disoccupati o a mantenere un aiuto emergenziale di 600 reais per tutta la durata della pandemia.

Ma questo non passa per le menti degli economisti governativi. Hanno già annunciato che questo denaro verrà utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico!

Nelle mani di queste persone la salute pubblica è maltrattata in tutti i suoi aspetti.

La sostituzione della direzione del Ministero della Salute con personale militare senza esperienza medica o sanitaria è solo la punta di un iceberg. Durante un’escalation autoritaria, il governo ha trasferito centinaia di militari dall’area attiva e di riserva all’amministrazione federale, anche in molti posti chiave, cose che ricordano i tempi bui della dittatura.

La cosa più grave di tutte è che Bolsonaro approfitta della sofferenza collettiva per commettere di nascosto un crimine contro il Paese.

Un crimine politicamente non prescrivibile, il crimine più grande che un funzionario governativo possa commettere contro il suo paese e il suo popolo: rinunciare alla sovranità nazionale.

Non è un caso che ho scelto di parlare con voi questo 7 settembre, giorno dell’Indipendenza del Brasile, quando celebriamo la nascita del nostro paese come nazione sovrana.

Sovranità significa indipendenza, autonomia, libertà. L’opposto di questo è dipendenza, servitù, sottomissione.

Nella mia vita ho sempre lottato per la libertà.

Libertà di stampa, libertà di opinione, libertà di espressione e organizzazione, libertà di associazione, libertà di iniziativa.

È importante ricordare che non ci sarà libertà se il paese stesso non sarà libero.

Rinunciare alla sovranità significa subordinare il benessere e la sicurezza del nostro popolo agli interessi di altri paesi.

La garanzia della sovranità nazionale non si limita all’importantissima missione di salvaguardare i nostri confini terrestri e marittimi e il nostro spazio aereo. Significa anche difendere la nostra gente, la nostra ricchezza minerale, prenderci cura delle nostre foreste, dei nostri fiumi, della nostra acqua.

In Amazzonia, dobbiamo essere presenti con scienziati, antropologi e ricercatori dedicati allo studio della fauna e della flora e all’utilizzo di queste conoscenze in farmacologia, nutrizione e in tutti i campi della scienza, nel rispetto della cultura e dell’organizzazione sociale delle popolazioni indigene.

L’attuale governo subordina il Brasile agli Stati Uniti in modo umiliante e sottopone i nostri soldati e diplomatici a situazioni vessatorie. E minaccia ancora di coinvolgere il Paese in avventure militari contro i nostri vicini, contrariamente alla stessa Costituzione, al fine di servire gli interessi economici e strategico-militari americani.

La sottomissione del Brasile agli interessi militari di Washington è stata ampiamente aperta dallo stesso presidente quando ha nominato un ufficiale generale delle forze armate brasiliane a prestare servizio nel Comando Militare Sud degli Stati Uniti, agli ordini di un ufficiale americano.

In un altro attacco alla sovranità nazionale, l’attuale governo ha firmato un accordo con gli Stati Uniti che pone la base aerospaziale di Alcântara sotto il controllo di funzionari statunitensi e priva il Brasile dell’accesso alla tecnologia, anche di paesi terzi.

Chiunque voglia conoscere i veri obiettivi del governo non ha bisogno di consultare manuali dei servizi segreti civili o dell’esercito.

La risposta si trova ogni giorno sulla Gazzetta Ufficiale, in ogni atto, in ogni decisione, in ogni iniziativa del presidente e dei suoi consiglieri, banchieri e speculatori che ha chiamato a dirigere la nostra economia.

Istituzioni centenarie come Banco do Brasil, Caixa Econômica Federal e BNDES, che sono legate alla storia dello sviluppo del paese, vengono massacrate e tagliate, o semplicemente vendute a basso prezzo.

Le banche pubbliche non sono state create per arricchire le famiglie. Sono strumenti di progresso. Finanziano la casa dei poveri, l’agricoltura familiare, i servizi igienico-sanitari, le infrastrutture essenziali per lo sviluppo.

Se guardiamo al settore energetico, assisteremo a una politica della terra bruciata altrettanto predatoria.

Dopo aver messo in vendita le riserve del Pre-Sal a valori ridicoli, il governo smantella la Petrobras. Hanno venduto l’impresa distributrice e i gasdotti. Le raffinerie vengono massacrate. Quando rimarranno in pezzi, arriveranno le grandi multinazionali per finire ciò che resta di un’azienda strategica per la sovranità del Brasile.

Una mezza dozzina di multinazionali minacciano il reddito di centinaia di miliardi di reais dal petrolio del Pre-Sal, risorse che costituirebbero un fondo sovrano per finanziare una rivoluzione scientifica e educativa.

L’impresa Embraer, uno dei maggiori asset del nostro sviluppo tecnologico, è sfuggito solo alla vergogna della resa per le difficoltà della compagnia che lo avrebbe acquisito, la Boeing, profondamente legata al complesso industriale militare degli Stati Uniti.

Il taglio non finisce qui.

Il furore privatista del governo intende vendere, nel bacino delle anime, la più grande azienda di generazione di energia dell’America Latina, la Eletrobrás, un gigante con 164 impianti – due dei quali termonucleari – responsabile di quasi il 40% dell’energia consumata in Brasile.

La demolizione delle università, dell’istruzione e lo smantellamento delle istituzioni a sostegno della scienza e della tecnologia, promosse dal governo, sono una minaccia reale e concreta alla nostra sovranità.

Un Paese che non produce conoscenza, che perseguita i suoi professori e ricercatori, che taglia le borse di ricerca e nega l’istruzione superiore alla maggioranza della sua popolazione è condannato alla povertà e all’eterna sottomissione.

L’ossessione distruttiva del governo ha lasciato la cultura nazionale in mano a una serie di avventurieri. Artisti e intellettuali chiedono la salvezza della Casa de Ruy Barbosa, Funarte, Ancine. La Cinemateca Brasileira, dove è depositato un secolo di memoria del cinema nazionale, corre il serio pericolo di avere la stessa tragica sorte del Museo Nazionale

Mie amiche e miei amici.

Nell’isolamento della quarantena, ho riflettuto molto sul Brasile e su me stesso, sui miei errori e sui successi e sul ruolo che può ancora adattarsi a me nella lotta del nostro popolo per migliori condizioni di vita.

Ho deciso di concentrarmi, accanto a voi, sulla ricostruzione del Brasile come nazione indipendente, con istituzioni democratiche, senza privilegi oligarchici e autoritari. Un vero Stato Democratico e di Diritto, basato sulla sovranità popolare. Una nazione incentrata su uguaglianza e pluralismo. Una Nazione inserita in un nuovo ordine internazionale basato sul multilateralismo, cooperazione e democrazia, integrato in Sud America e solidale con le altre nazioni in via di sviluppo.

Il Brasile che voglio ricostruire con voi è una nazione impegnata per la liberazione del nostro popolo, dei lavoratori e degli esclusi.

Tra un mese avrò 75 anni.

Guardando indietro, posso solo ringraziare Dio, che è stato molto generoso con me. Devo ringraziare mia madre, Dona Lindu, per aver fatto di un ignorante senza diploma un orgoglioso lavoratore, che un giorno sarebbe diventato Presidente della Repubblica. Per aver fatto di me un uomo senza rancori, senza odio.

Sono il ragazzino che ha contraddetto la logica, che ha lasciato i sotterranei della società ed è arrivato all’ultimo piano senza chiedere il permesso a nessuno, solo al popolo.

Non sono passato dalla porta sul retro, sono passato dalla rampa principale. E questo i potenti non me lo hanno mai perdonato.

Avevano previsto per me il ruolo di comparsa, ma sono diventato il protagonista per mano dei lavoratori brasiliani.

Ho assunto il governo disposto a dimostrare che il popolo rientrava nei bilanci statali. Inoltre, ho dimostrato che il popolo è una risorsa straordinaria, una ricchezza enorme. Con il popolo il Brasile progredisce, si arricchisce, si rafforza, diventa un paese sovrano e giusto.

Un paese in cui la ricchezza prodotta da tutti è distribuita a tutti, ma prima di tutto agli sfruttati, agli oppressi, agli esclusi.

Tutti i progressi che abbiamo fatto sono stati ferocemente osteggiati da forze conservatrici, alleate a interessi di altre potenze.

Non si sono mai conformati a percepire il Brasile come un paese indipendente e solidale con i suoi vicini latinoamericani e caraibici, con i paesi africani, con le nazioni in via di sviluppo.

È lì, in queste conquiste dei lavoratori, in questo progresso dei poveri, in questa fine della sottomissione, che è nato il colpo di stato del 2016.

Qui sta la radice dei processi armati contro di me, della mia detenzione illegale e del divieto alla mia candidatura nel 2018. Processi che – ormai tutti sanno – si sono basati sulla collaborazione criminale segreta delle agenzie di intelligence americane.

Sollevando 40 milioni di brasiliani dalla povertà, abbiamo fatto una rivoluzione in questo paese. Una rivoluzione pacifica, senza spari né arresti.

Vedendo che questo processo di ascensione sociale dei poveri sarebbe continuato, che l’affermazione della nostra sovranità non sarebbe stata annullata, coloro che si credevano proprietari del Brasile, dentro e fuori, hanno deciso di fermarlo.

È qui che nasce il sostegno dato dalle élite conservatrici a Bolsonaro.

Hanno accettato come naturale la sua fuga dai dibattiti. Hanno riversato fiumi di denaro nella creazione delle fake news. Hanno chiuso gli occhi sul suo terrificante passato. Hanno finto di ignorare il suo discorso in difesa della tortura e la sua apologia pubblica dello stupro.

Le elezioni del 2018 hanno gettato il Brasile in un incubo che sembra non finire mai.

Con l’ascesa di Bolsonaro, miliziani, intermediari d’affari e assassini a pagamento hanno lasciato le pagine della cronaca nera e sono apparsi nelle colonne politiche.

Come nei film dell’orrore, le oligarchie brasiliane hanno dato alla luce un mostro che ora non sono in grado di controllare, ma che continueranno a sostenere finché i loro interessi saranno serviti.

Dati scandalosi illustrano questa connivenza: nei primi quattro mesi della pandemia, quaranta miliardari brasiliani hanno aumentato le proprie fortune di 170 miliardi di reais.

Nel frattempo, la busta paga dei dipendenti è scesa del 15% in un anno, il calo più grande mai registrato dall’Istituto di Statistica Statale. Per impedire ai lavoratori di difendersi da questo saccheggio, il governo soffoca i sindacati, indebolisce le centrali sindacali e minaccia di chiudere le porte del tribunale del lavoro. Vogliono rompere la spina dorsale del movimento sindacale, cosa che nemmeno la dittatura aveva raggiunto.

Hanno violato la Costituzione del 1988. Hanno ripudiato le pratiche democratiche. Hanno impiantato un autoritarismo oscurantista, che ha distrutto le conquiste sociali raggiunte in decenni di lotte. Hanno abbandonato una politica estera altera e attiva, a favore di una vergognosa e umiliante sottomissione.

Questo è il vero e minaccioso ritratto del Brasile di oggi.

Tale calamità dovrà essere affrontata con un nuovo contratto sociale che difenda i diritti e il reddito dei lavoratori.

Mie care e miei cari.

La mia lunga vita, compresi i quasi due anni che ho trascorso in una prigione ingiusta e illegale, mi ha insegnato molto.

Ma tutto quello che ero, tutto quello che ho appreso si inserisce in un chicco di grano se quell’esperienza non viene messa al servizio dei lavoratori.

È inaccettabile che il 10% della popolazione viva a scapito della miseria del 90% della popolazione.

Non ci sarà mai crescita e pace sociale nel nostro Paese finché la ricchezza prodotta da tutti finirà nei conti bancari di un manipolo di privilegiati.

Non ci sarà mai crescita e pace sociale se le politiche e le istituzioni pubbliche non trattano equamente tutti i brasiliani.

È inaccettabile che i lavoratori brasiliani continuino a subire gli impatti perversi della disuguaglianza sociale. Non possiamo ammettere che i nostri giovani neri abbiano le loro vite segnate da una violenza che rasenta il genocidio.

Da quando ho visto, in quel terribile video, gli 8 minuti e 43 secondi di agonia di George Floyd, continuo a chiedermi: quanti George Floyd avevamo in Brasile? Quanti brasiliani hanno perso la vita per non essere bianchi? Le vite dei neri contano. E questo vale per il mondo, vale per gli Stati Uniti e vale per il Brasile.

È intollerabile che le nazioni indigene abbiano le loro terre invase e saccheggiate e le loro culture distrutte. Il Brasile che vogliamo è quello del maresciallo Rondon e dei fratelli Villas-Boas, non quello dei rapinatori di terre e dei devastatori di foreste.

Abbiamo un governo che vuole uccidere le virtù più belle del nostro popolo, come la generosità, l’amore per la pace e la tolleranza.

Il popolo non vuole poter comprare revolver o cartucce di carabina. La gente vuole poter comprare cibo.

Dobbiamo combattere con fermezza la violenza impunita contro le donne. Non possiamo accettare che un essere umano sia stigmatizzato per il suo genere. Respingiamo il pubblico disprezzo con i quilombolas. Condanniamo il pregiudizio che tratta come poveri esseri inferiori coloro che vivono alla periferia delle grandi città.

Per quanto tempo vivremo con tanta discriminazione, tanta intolleranza, tanto odio?

Mie amiche e miei amici.

Per ricostruire il Brasile post-pandemia, abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale tra tutti i brasiliani.

Un contratto sociale che garantisca a tutti il diritto di vivere in pace e armonia. In cui tutti abbiamo le stesse possibilità di crescere, dove la nostra economia è al servizio di tutti e non di una piccola minoranza. E in cui vengono rispettati i nostri tesori naturali, come il Cerrado, il Pantanal, l’Amazzonia e la Foresta Atlantica.

Il fondamento di questo contratto sociale deve essere il simbolo e la base del regime democratico: il voto. È attraverso l’esercizio del voto, libero da manipolazioni e fake news, che si devono formare i governi e si devono fare le grandi scelte e le scelte fondamentali della società.

Attraverso questa ricostruzione, sostenuta dal voto, avremo un Brasile democratico, sovrano, che rispetta i diritti umani e le differenze di opinione, protegge l’ambiente e le minoranze e difende la propria sovranità.

Un Brasile per tutte e per tutti.

Se siamo uniti intorno a questo, possiamo superare questo momento drammatico.

L’essenziale oggi è superare la pandemia, difendere la vita e la salute delle persone; è mettere fine a questa cattiva gestione e smettere con questo limite di spesa che mette in ginocchio lo Stato brasiliano di fronte al capitale finanziario nazionale e internazionale.

In questa impresa ardua ma essenziale, mi metto a disposizione del popolo brasiliano, soprattutto dei lavoratori e degli esclusi.

Mie amiche e miei amici.

Vogliamo un Brasile dove ci sia lavoro per tutti.

Si tratta di costruire uno stato di benessere sociale che promuova la parità dei diritti, in cui la ricchezza prodotta dal lavoro collettivo venga restituita alla popolazione secondo le esigenze di ciascuno.

Uno stato giusto, egualitario e indipendente che offre opportunità ai lavoratori, ai più poveri e ai più esclusi.

Questo Brasile dei nostri sogni potrebbe essere più vicino di quanto sembri.

Anche i profeti di Wall Street e della City di Londra hanno già decretato che il capitalismo, come lo conosce il mondo, ha i suoi giorni contati. Ci sono voluti secoli per scoprire una verità indiscutibile che i poveri conoscono da quando sono nati: ciò che sostiene il capitalismo non è il capitale. Siamo noi, i lavoratori.

È in questi momenti che mi viene in mente questa frase che ho letto in un libro di Victor Hugo, scritto un secolo e mezzo fa, e che ogni operaio dovrebbe portare in tasca, scritta su un pezzo di carta, per non dimenticare mai:

“È dall’inferno dei poveri che si fa il paradiso dei ricchi…”

Nessuna soluzione, tuttavia, avrà senso senza i lavoratori come protagonisti. Come la maggior parte dei brasiliani, non credo e non accetto i cosiddetti patti “sopra le righe” con le élite. Chi vive del proprio lavoro non vuole pagare il conto degli accordi politici presi al piano di sopra.

Quindi voglio riaffermare alcune certezze personali:

Non appoggio, non accetto e non sottoscrivo nessuna soluzione che non preveda l’effettiva partecipazione dei lavoratori.

Non contino su di me per qualsiasi accordo in cui il popolo sia un mero coadiuvante.

Più che mai, sono convinto che la lotta per l’uguaglianza sociale passi attraverso un processo che costringe i ricchi a pagare tasse proporzionali ai loro redditi e alle loro fortune.

E questo Brasile, mie amiche e miei amici, è a portata di mano.

Posso dirlo guardando negli occhi di ognuno di voi. Dimostriamo al mondo che il sogno di un paese giusto e sovrano può davvero diventare realtà.

So – lo sapete – che possiamo, ancora una volta, rendere il Brasile il paese dei nostri sogni.

E dì, dal profondo del cuore: sono qui. Ricostruiamo il Brasile insieme.

Abbiamo ancora molta strada da fare insieme.

Rimanete convinti, perché insieme siamo forti.

Vivremo e vinceremo.”

Crisi Bielorussa: Così la vedono i lavoratori ucraini

Lettera APPELLO DeI LAVORATORI Ucraini DI KHARKOV E MARIUPOL, Ai LAVORATORI DELLA BIELORUSSIA

(A cura di Enrico Vigna SOS UcrainaResistente/CIVG , agosto 2020)

Abbiamo ricevuto da sindacalisti e lavoratori dell’Ucraina questa lettera appello dove si rivolgono ai lavoratori bielorussi. Un monito a non cadere nella trappola che hanno davanti a loro, che li porterebbe all’abisso sociale, che oggi in Ucraina essi vivono quotidianamente dopo EuroMaidan e i processi di “democrazia” e “libertà” lì portati dagli stessi burattinai all’opera in Bielorussia oggi…

Uno stesso monito che già negli scorsi anni avevano più volte denunciato anche i nostri lavoratori della ex Zastava in Serbia…dopo che la Jugoslavia e la Serbia furono state “liberate” dalla NATO e dall’occidente.

La speranza è che il governo e le forze patriottiche e sociali bielorusse, riescano a fermare il “BIELOMAIDAN”. Continua a leggere

Repressione del fascismo o dell’antifascismo? Una lettera all’ANPI nazionale, da Torino.

Lettera all’ANPI Nazionale e Provinciale di Torino.

L’oggetto di questa mia lettera non vuole essere provocatorio. E’ davvero la domanda che mi sto ponendo e vi pongo!
Sono una donna di 67 anni,insegnante, mediamente acculturata, mediamente informata, mediamente attiva nella vita sociale e politica della mia città e del mio paese; mi sono sempre posta con curiosità e senza pregiudizi verso le tante voci e opinioni delle varie componenti sociali (partiti, movimenti, ecc.).

Unico mio pregiudizio, inteso nel vero senso etimologico della parola, é l’antifascismo: lo spartiacque che segna il confine per ogni  confronto democratico, la discussione ed il dialogo, sono possibili soltanto nel momento in cui vengono condivise le regole etico-morali della società, regole che l’ideologia fascista non contempla, mettendo in essere politiche di sopraffazione razziale, territoriale, sessuale…..non devo certo spiegarlo a delle persone informate e schierate  come voi.

Vorrei esprimere tutto l’orrore che ho provato nel vedere radunati nelle piazze italiane, il giorno 2 Agosto (giorno della strage di Bologna), fascisti e loro sodali  pluri-condannati, assassini condannati, i quali rivendicavano la loro estraneità alla strage (la pista nera è ormai conclamata a tutti i livelli  processuali).

Ma ciò che mi ha addolorato è stata l’ assenza totale di opposizione, come se fosse legittimata la loro presenza, non mi risulta nessuna contestazione formale, nessuna richiesta di revoca dei loro assembramenti, mi sbaglio forse? E’ passata anche tra di noi la mistificazione che vorrebbe parificare fascismo e comunismo falsificando anche le verità storiche ?

Per contro assisto incredula alla repressione più feroce verso coloro che ancora tentano di affermare i valori fondanti della nostra vita democratica: tutti giovani ragazzi, ricchi di ideali, di entusiasmo, di volontà ferrea nel contrastare l’onda fascista. Continua a leggere

Le radici della crisi bielorussa

di Andrea Vento

La crisi politica scoppiata in Bielorussia a seguito della diffusione di risultati delle elezioni del 9 agosto 2020, che hanno assegnato per la sesta volta consecutiva la vittoria al presidente Lukashenko con l’80,1% dei consensi, giudicati dalla maggior parte della società civile frutto di frodi elettorali, ha fatto improvvisamente salire alla ribalta delle cronache il paese ex sovietico, dopo esser rimasto a lungo ai margini dei riflettori mediatici internazionali. Al fine di cercare di venire incontro alle necessità di conoscenza e di approfondimento degli appassionati di questioni internazionali, il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati ha ritenuto potesse risultare utile effettuare un’analisi strutturata, sui principali aspetti economici, sociali, politici e geopolitici della Repubblica Bielorussa, allo scopo di fornire oggettivi strumenti di comprensione e di superare i limiti di una informazione che talvolta risulta condizionata da posizioni geopolitiche e condizionamenti politici preconcetti. Continua a leggere

L’ A.N.P.I. AL FIANCO DELLE STUDENTESSE E DEGLI STUDENTI ANTIFASCISTI DI TORINO

L’ A.N.P.I. AL FIANCO DELLE STUDENTESSE E DEGLI STUDENTI ANTIFASCISTI DI TORINO

Esprimiamo solidarietà a tutte le studentesse e gli studenti che oggi 23 luglio 2020 sono stati colpiti da misure repressive e restrittive della loro libertà, in seguito ai fatti avvenuti il 13 febbraio 2020 al Campus Einaudi dell’Università di Torino: a questi giovani sono stati inflitti arresti domiciliari, obblighi di firma e divieto di dimora solo perché antifascisti. Continua a leggere

Colombia: a un passo dal baratro della guerra

di Marco Consolo

L’annuncio dato dall’ambasciata statunitense dell’arrivo in Colombia di un contingente militare con la scusa di “consigliare” nella lotta al narco-traffico è l’ennesimo schiaffo alla sovranità della Colombia ed una pugnalata alla sua indipendenza.

Secondo una nota congiunta dell’Ambasciata statunitense a Bogotà e del Ministero della Difesa colombiano, gli Stati Uniti invieranno una Brigata di assistenza delle forze di sicurezza (SFAB) contro il traffico di droga, a sostegno di un’operazione annunciata da Washington ad aprile e che ha come obiettivo finale non esplicitato l’abbattimento del governo venezuelano di Nicolás Maduro. Nella nota si precisa che lo SFAB, “formato per consigliare e assistere le operazioni nelle nazioni alleate”, inizierà la sua missione “all’inizio di giugno e durerà per diversi mesi”. La nota non specifica quanti militari saranno impegnati, ma diverse fonti parlano di 800 uomini. È la prima volta che questa brigata opera in un paese latinoamericano, un fatto che “ribadisce ancora una volta l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della Colombia, il suo migliore alleato e amico della regione”. Continua a leggere

Covid-19: Come il Venezuela ha contenuto con successo la pandemia nel disinteresse dei media italiani

Giga: per il diritto ad una informazione corretta

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati è da tempo impegnato a denunciare le manipolazioni del sistema d’informazione mainstream, Rai in prima fila, rispetto alle vicende latinoamericane tese a condizionare negativamente l’opinione pubblica nazionale in merito a questioni di stati o movimenti che aspirano all’emancipazione dei popoli e alla giustizia sociale. Emblematico il caso di Cuba, da cui abbiamo ricevuto generoso soccorso tramite l’invio una corposa squadra di medici per far fronte alle carenze della nostra struttura sanitaria di fronte all’emergenza pandemica, è passato praticamente inosservato l’appello dell’ex leader Cgil Susanna Camusso (https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/04/05/bene-applaudire-i-medici-cubani-ma-ora-sospendiamo-le-sanzioni-susanna-camusso/) in merito alla rimozione dell’embargo, che la sta strangolando economicamente causando gravi sofferenze alla popolazione. Anche le violente repressioni, del governo di destra, tutt’ora in atto in Cile vengono ignorate dal nostro apparato mediatico mainstream. Infine in Venezuela, rispetto al quale la disinformazione ha raggiunto livelli inaccettabili con servizi raramente corrispondenti al vero e realizzati da giornalisti mai presenti in loco (o da studio o da altri paesi americani), divulghiamo, per completezza di informazione, questo articolo realizzato da un esponente della Rete di Solidarietà Rivoluzione Bolivariana che trovandosi in Venezuela ha potuto fornire una testimonianza, diretta e suffragata di dati oggettivi, della reale situazione e delle strategie implementate con successo per contrastarla.

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

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DOPO COVID-19

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