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POPULISMO

di Rodolfo Ricci
Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo.
Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito, ma il termine prolifera: in bocca a sprovveduti di varia provenienza, riempie ormai i comizi d’amore e d’odio, le pagine di tanta stampa, in Europa e in Italia soprattutto, dopo il varo della campagna d’autunno del partito di Repubblica, rinvigorito da quella altrettanto possente, de L’Unità.
Fino a qualche decennio fa, lo spettro si aggirava per altri lidi. In particolare in America Latina dove alcuni sostengono che sia nato all’epoca di Jan Domingo Peron. Oppure per il vasto panorama del terzo mondo asiatico e africano, i cui leader nazionalisti (in particolare i nazionalizzatori delle risorse locali) erano spesso aggettivati come tali: populisti.

Poi, sterminato l’impero del male (il socialismo reale) – i cui leader per la verità non furono mai aggettivati come populisti – e chiuse per sempre le residue ambizioni delle sinistre occidentali, lo spettro cominciò a farsi strada in Europa, fino a diventare un fenomeno di un certo fragore con l’inizio della grande crisi: leader populisti salgono alla ribalta in Austria, in Olanda, In Italia, in Francia, in Ungheria .

Già questo dovrebbe farci riflettere: che se il populismo si fa strada in Europa, non sarà forse che l’Europa stia assomigliando al terzo mondo ?

E un’altra riflessione riguarderebbe la constatazione che alla fine della storia (secondo gli intendimenti del primo Fukuyama), finita cioè ogni presunta possibilità di alternativa reale alla globalizzazione neoliberista, lo sbocco necessario e inevitabile sarebbe per forza il populismo.

*****

Il populismo si oppone al realismo, secondo Scalfari e compagnia, cioè assume i contorni della demagogia. La demagogia, da che mondo è mondo, è promettere ai popoli ciò che è irrealizzabile. Irrealizzabile, nel mondo degli uomini è ciò che si oppone alla natura, o meglio alle leggi naturali.  Demagogia è dunque dire che il mondo (questo mondo che abbiamo in sorte), sia strutturalmente modificabile. Recentemente è stato recuperato un altro termine: irreversibilità.

Al fondo delle teorie di Von Hayek e soci (di destra e di sinistra) vi è l’assunto che le leggi profonde della vita e dell’agire sociale umano (competitività e concorrenza strutturale) siano qualità immodificabili e che la sovrastruttura statuale, debba solo garantire il naturale dispiegamento di questa qualità innata, genetica. Tendenzialmente deve scomparire lasciando spazio alla giungla delle lotta per il profitto: liberalizzare tutto. C’è qualcosa di Anarko oggi nel sole… oppure i neoliberisti sono dei novelli Hegel minimalisti che chiudono la scatola della dialettica e pongono alla sommità della loro architettura, anziché lo Stato prussiano, il superstato globale e perenne della concorrenza, il mercato.

(Ben altre le teorie di un Nietzsche o di un Marx, la cui apertura e onestà intellettuale implica la possibilità di lotta tra volontà di potenza, o tra ermeneutiche, oppure, il che è complementare, tra classi sociali. E sostengono che questa lotta è immanente.)

Tra la fine del conflitto e la permanenza del conflitto, in quale universo preferireste vivere ?

Ora, chi non capisce che la realtà neoliberista è la realtà profonda delle cose, chi vi si oppone, rischia di essere un velleitario nel migliore dei casi, nei casi peggiori diventa un demagogo. Si tratta di categorie che espungono il riconoscimento del conflitto. Servono a questo. Ma si è demagoghi solo finché non si dimostra che si riesce ad apportare qualche cambiamento. Ma se si riesce ad apportare qualche cambiamento, proprio per ciò, ci si trasforma nella bestia terribile del populista. Al quale non deve essere riconosciuto il titolo di avversario, portatore di un’altra ermeneutica.

Il populista appartiene infatti ad una altro mondo: anzi è fuori dal mondo.

*****

Alla fine degli anni ’90 fino agli anni ’10 del 2000, si incontrano una lunga lista di leader populisti:  populista è Nestor Kirchner, che si impone dopo il default argentino (causato da realisti come Menem, De La Rua e Cavallo) decidendo di rifiutare il pagamento di buona parte del debito estero, ritenendolo illegittimo. Gli succede la moglie, Cristina, anch’essa populista, che nel suo impeto populista, porta avanti la rinazionalizzazione del sistema pensionistico, del Banco Central, delle imprese energetiche.

Ma ben prima di loro, il leader populista par exellence, è tale Hugo Chavez Frias, prima golpista, poi alternativamente populista o nuovo dittatore, anche se è stato riconfermato alla guida del suo Venezuela in più di 10 consultazioni elettorali successive, che ha sempre vinto e la cui legittimità è stata riconosciuta internazionalmente. Nel 2002, si ricordano gli entusiasmi per la caduta del dittatore populista, a seguito del golpe durato qualche giorno, sulle prime pagine di quotidiani come La Repubblica, Il Corriere della Sera e dulcis in fondo, ma in prima linea, L’Unità.

Poi, però il golpe fallisce perché gli adepti del populista Chavez (il popolo delle periferie e delle favelas di Caracas) circondano a centinaia di migliaia il palazzo del Governo e impongono ai golpisti di recedere dal tentativo. Il populista, grazie al suo popolo, torna al governo e conferma la nazionalizzazione della quarta impresa mondiale per la produzione di petrolio, e introduce royalties elevate per ogni compagnia estera (sette sorelle ecc.), che si candidano a sfruttare le sue immense riserve.

Erano state queste decisioni a convincere i socialdemocratici locali (e mondiali, ivi inclusi i diessini italiani) e, ovviamente, anche i conservatori e reazionari di tutto l’occidente, che Chavez era un pericoloso leader populista.

Nel frattempo, nell’America Latina, si susseguono altri velleitari leader in odore di populismo, come Lula da Silva, a cui, tutti gli equilibrati e realisti leader della sinistra socialdemocratica internazionale preferiscono il navigato e sperimentato sociologo di sinistra democratica Fernando Henrique Cardoso, amico di D’Alema e di tutta l’Internazionale Socialista. (A proposito, c’è ancora, e dov’è, in questa congiuntura, l’Internazionale Socialista ?)

Poi Lula vince per due mandati consecutivi e, visto che il Brasile è una delle tigri dei Brics, immenso paese con immense risorse, le accuse di populismo si affievoliscono, anche se, nella connaturata natura di populista, Lula tira fuori dalla miseria e dall’indigenza oltre 50 milioni di brasiliani, un peccato che la successora Dilma Russeuf, continua diabolicamente a perseguire.

Pericoloso sovversivo del MAS (Movimento al Socialismo) è Evo Morales, per giunta aborigeno con sangue esclusivamente indio nelle vene, sindacalista dei raccoglitori di coca, che poi diventa populista quando, dopo aver vinto, si avvia a nazionalizzare le immense risorse di gas e di altri minerali fondamentali. Anche in questo caso, nella poverissima Bolivia, tentano ogni strada per abbatterlo. Ma il populista Evo, resiste, tuttora.

Analogamente, Correa, ecuadoregno, ma economista affermato, per cui, l’accusa di populismo risulta parzialmente sfumata. Ma l’affronto alla Gran Bretagna sul caso Assange ripropone la sua recondita natura di populista per giunta provocatore.

Pericoloso populista è il peruviano Ollanta Umala, altro indio incrociato con sangue italiano, il quale però, si converte ad una terza via che apre alle pretese delle multinazionali minerarie dell’occidente, quindi ora se ne parla come un leader equilibrato e realista, uno di quelli su cui puntare, come per il massmediatico presidente del Cile, Miguel Juan Sebastián Piñera, di destra simil-berlusconiana, grande imprenditore televisivo, succeduto alla socialista Michelle Bachelet; lei era stata indicata per anni dai socialdemocratici europei e dai Democratici di Sinistra, come l’alternativa al populismo (di sinistra) dilagante in Sud America.

Evidentemente, nel Cile dell’esperimento sul campo di Milton Friedmann e di Henry Kiessinger, che portò al potere Pinochet e all’assassinio di Salvador Allende, il populismo stenta ad attecchire.

Però,  Michelle Bachelet ebbe a dire, in un momento posteriore di autocritica (diciamo un anno fa circa) che, in tutto il suo duplice mandato che aveva portato ad una crescita ammirevole del PIL, il famoso coefficiente di Gini, quello che misura la concentrazione della ricchezza, ovvero il livello di uguaglianza distributiva, non si era spostato di una virgola.  Questo era stato quindi il motivo per cui si è affermato nel 2010, l’estimatore di Pinochet, Sebastián Piñera, ovviamente un importante interlocutore politico dell’occidente nel cono sud del continente, non populista, seppur somigliante a Berlusconi, ma realista.

E’ importante ricordare, an passant, che la fine dell’esperienza democratica di Allende (11 settembre del 1973), costituì l’incipit dell’esperienza del compromesso storico in Italia, sulla base della considerazione fatta dal gruppo dirigente del PCI che, nel nostro paese, non sarebbe stato consentito, alla sinistra, di arrivare al potere per via democratica, ovvero da sola. Si potrebbe ragionare se questa considerazione non abbia costituito un lungo alibi o una delle precondizioni della mutazione della classe dirigente del PCI, portata a compimento negli anni ‘80 e ‘90. Una definitiva sfiducia nella sostenibilità della democrazia in Occidente, e un’abdicazione ai valori fondanti della sinistra. Riflettiamoci un po’: non è questo l’esito – realistico – che accomuna la cosiddetta sinistra riformista a tutt’oggi, anche rispetto alla crisi europea ?

*****

Ma tornando al nostro tema, all’inizio degli anni 10 del 21° secolo, il populismo sbarca, sotto nuove spoglie, nel pieno della grande crisi epocale, in Europa. E in Italia.

I prodromi si erano visti nelle esperienze secessioniste-leghiste presenti in vari paesi del continente. Per la verità, queste esperienze vengono vissute senza particolare fastidio finché si tratti di portare avanti l’idea dell’Europa dei Popoli (o delle regioni), questa variante populista che ben corrisponde alle esigenze di accentuazione di competitività locale con annesse gabbie salariali e che non dispiace affatto alla finanza, né all’imprenditoria e neanche alla sinistra riformista, la quale si adopera convintamente per il progetto federalista.

D’altra parte, l’annacquamento della funzione nazionale è un obiettivo perseguibile e coerente con l’ottica di governo globale e continentale.

Ma la cosa funziona finché l’equilibrio di poteri tra le borghesie nazionali regge, e cioè solo fino al 2007. Termina col terminare della crescita.

Con l’inizio della grande crisi e con l’agonia del Berlusconismo come patto sociale che teneva insieme grande e piccola borghesia, poteri finanziari, mafie e poteri paralleli, con la fine della crescita da indebitamento lanciata in epoca reaganiana- tatcheriana e proseguita con Clinton-Blair, l’equilibrio del populista Berlusconi crolla. Ma quel populismo lo si era inseguito per anni, sia sul versante del contrasto all’immigrazione, sia su quello del federalismo, sia sull’idea di libera intrapresa senza lacci e laccioli e di riduzione dei diritti del lavoro (flessibilità sfrenata benedetta dai giuslavoristi alla Ichino, ecc.), che costituiva il valore centrale per tutti, ivi incluso il nostrano centrosinistra. O ricordo male ?

Come dire che se populista era Berlusconi, altrettanto populisti alla rincorsa erano gli altri.

Ora il palcoscenico è radicalmente cambiato,certo. Nella coperta sempre più stretta imposta dalla crisi, cambiano gli scenari e gli attori. Le variazioni dello spread ripropongono il livello nazionale come  decisivo e cancellano le varianti locali, sconosciute o poco interessanti per la speculazione dei mercati. Le borghesie nazionali sono costrette a difendersi in quanto tali perché vengono giudicate ad un livello nazionale. E sorge la domanda se convenga o meno restare dentro o uscire fuori dall’Euro.

Nuovi populismo crescono. Come funghi e in concorrenza accentuata. Da diversi lati. Siamo circondati.

Ora sembrerebbe che abbiamo a che fare con quello di Beppe Grillo, il più pericoloso, dentro i confini, perché in grado di far saltare il progetto del razionalismo partenopeo-meneghino di natura neo-nazionalista rappresentato da Napolitano-Monti, che punta a mantenere le prerogative di quella che si potrebbe chiamare frazione globalizzata della borghesia nazionale – ovviamente finanziarizzata – dentro lo scenario europeo e mondiale (mantenere un posto al sole), come obiettivo centrale di questa fase, a discapito delle altre frazioni, secondarie, di borghesia produttiva e classi medie  e ovviamente del lavoro attuale e futuro, tutte espunte drasticamente dal livello decisionale.

Per questo obiettivo, ritenuto strategico, si sacrifica, come in una vera e propria guerra, tutto il resto. A partire dalla democrazia e dal protagonismo (partecipazione) popolare, non solo dei lavoratori dipendenti, ma anche delle classi medie. I referendum sono aborriti, come mai nella storia repubblicana.

Ciò accade in misura maggiore o minore, in ogni paese, ed in ogni paese emergono i populismi, al momento demagogici, certamente.

Ma quello italiano non è peggiore o più grave degli altri. Su una cosa ha ragione Grillo: se non ci fosse lui, forse ci troveremmo di fronte ad una rinascita dell’antica fenice sotto forma di Albe dorate ed affini, come, oltre che in Grecia, abbiamo visto emergere in Francia. O ad un rafforzamento delle logiche leghiste, opportunamente annientate, per il momento, dagli scandali interni.

La riforma elettorale deve puntare a minimizzare questo rischio.

Ma se tutto ciò accade in un contesto di totale e incentivata assenza di alternative al rigore recessivo delle politiche liberiste, (cosa sostenuta da tutto l’arco neo-costituzionale) cosa ci si aspetta ?

Quello che magari si può lamentare è l’assenza di un populismo esplicitamente di sinistra in Europa e in Italia, analogo a quello latino-americano (che ovviamente populismo non è). Piuttosto è la sana lettura dei fabbisogni sociali, sulla base della specifica cultura nazionale, come ci ha insegnato tale Antonio Gramsci. A dispetto del padre fondatore, molto letto all’estero, dimenticato in patria, si riconosce come perseguibile unicamente la via continentale, senza spiegare perché essa dovrebbe risultare più democratica di quella nazionale. Se non è stato possibile battere le forze dell’arretrato capitalismo nostrano, perché dovrebbe essere più facile sconfiggere quelle del moderno capitalismo continentale ?

In un passo dei Quaderni dal Carcere, Gramsci sostiene, contrariamente alla vulgata che l’Umanesimo fosse la riscossa progressista all’arretratezza medioevale, che il vero movimento progressista dell’età medioevale e moderna sia stato quello delle eresie. L’Umanesimo avrebbe decretato la loro sconfitta e l’affermazione della borghesia transnazionale nascente….

*****

E’ dunque la distruzione scientificamente programmata della sinistra, operata negli ultimi tre decenni, che porta al risultato attuale. Al populismo.

E in questo vuoto pneumatico, i populismi europei e nazionali non possono che ripercorrere la strada interclassista già percorsa da Berlusconi. Perché debbono tentare di rappresentare l’interclasse media depauperata e marginalizzata dalla crisi. E anche perché essa è la stessa strada percorsa dagli altri comparti della politica peninsulare, ivi inclusi UDC e PD, nel tentativo di imporre ad essa una nuova egemonia culturale che loro chiamano realismo. Ma le due ermeneutiche che si confrontano sono entrambe radicalmente populiste. Nel senso che non contemplano letture o prospettive di classe.

L’unica cosa che differenzia Grillo dall’arco costituzionale è la critica serrata, e facile, alle degenerazioni politiche degli altri.

Per il resto, nessuno di costoro si misura sul nocciolo vero della questione: a partire dal fatto, più volte ricordato in questo sito, e richiamato negli ultimi giorni addirittura da Scalfari e da Napolitano, che qualsiasi governo governi dal 2013 al 2017, esso sarà chiuso nella camicia di forza del Pareggio di Bilancio, del Fiscal Compact, dell’Esm, dei Memorandum e della Troika.

Come dire che non c’è spazio per nessuna alternativa. Dunque, quale destra e quale sinistra ?

Fatale che il populismo (demagogico) crescerà al punto, che Beppe Grillo sembrerà un pischello di fronte alle menzogne e alle falsità (demagogia pura) che verranno propinate in campagna elettorale e negli anni adiacenti dal fronte PDL, UDC, PD, (SEL ?), ecc., supportate da un impressionante apparato mediatico che oggi ha l’obiettivo di convincerci che l’uno sia diverso dall’altro, che la tenzone è reale, e che sono possibili progetti diversi per il paese. In realtà la partita (e l’intero campionato) è truccatissimo ed è già terminato prima di iniziare. Altro che Moggi..

Ha ragione Napolitano: tutti, chiunque vinca, dovranno fare la stessa cosa, a prescindere. E lui, il superrealista (anzi il re), vigilerà, finché potrà, affinché a nessuno venga lo schiribizzo di mettere in discussione gli accordi sottoscritti e quelli da sottoscrivere. Lo stesso hanno detto a Cernobbio banchieri e grand commis. Ma il PD, (i cui leader si agitano tanto, non si capisce bene il perché, forse serve ad infervorare la tifoseria) ha già prodotto una carta stampata d’intenti “per il bene comune” che conferma fin d’ora la loro fedeltà agli accordi. E anche Vendola ha aderito.

Un grande patto di punto fisso (punto fijo) tra le presunte forze della rappresentanza politica è stato stipulato.  E prevarrà, con l’alternanza, nell’attraversamento ventennale della crisi.

A meno che un populista non demagogico e magari collettivo, non emerga dal fango melmoso in cui siamo caduti, a rappresentare la massa dei riottosi e dei non votanti (circa il 40%) e a rinverdire il principio costituzionale (populista) secondo cui la sovranità, tuttavia, appartiene al popolo e che la Repubblica è, tuttavia, fondata sul lavoro.

Discussione

18 pensieri su “POPULISMO

  1. Vi propongo un articoletto, che cerca di fare chiarezza, nel Paese della Confusione.

    Esso fa seguito alla comunicazione a Cernobbio di Monti che ha detto : “che i partiti hanno bassa credibilità”. Poi ha aggiunto che sono un po’ credibili…… Forse se li vuole ingraziare ?

    Fatemi sapere se pubblicate, pls.. Saluti dalla Francia, Paese che ha ancora paletti, bastoni e carote (V. testo “Lapide” allegato).

    Ulrico Reali
    ulrich33@orange.fr

    Domanda : A che servono i politici italiani ?

    Risposta per Monti

    Quali attività nei partiti ? Tanta gente dei partiti si impegna a fondo, alle elezioni, nella cooptazione, con comparaggio, di nuovi adepti, scelti con il criterio di fedeltà e accettazione del “sistema”, ossia in base a menzogne e finzioni. In pratica si tratta spesso della Commedia dell’Arte Politica (fingere di lavorare per il Paese/ fare i fatti propri)….

    Dai risultati recenti – necessità di passare la mano ai tecnici per avere una gestione professionale – si vede quanti guai han fatto al Paese, i politici. Guai che avremmo evitati, se avessimo eletto gente professionale e non scelta dai partiti, con garanzia di esperienza e formazione eccellenti. Ma il popolo è capace di organizzarsi ? Vedere quante iniziative civili, poi fermatesi per strada……Siamo in Italia !

    Eletti dai partiti, praticamente gente non controllata da nessuno, un invito alla presa per i fondelli…. Chi dovrebbe controllarli, i giornali ? Ma sono essi liberi ? E visto che i politici fanno sceneggiate, raccontano false verità, cosi ben dette che sembrano vere, come controllarli ? Principi viziati, approfittano delle loro posizioni per fare inciuci, talora trattare in stanze chiuse affari che non si sa. Ma quanto occorre risolvere problemi che aspettano la soluzione da un lustro…., allora chiamiamo i “tecnici”, cosi evitiamo il fallimento !

    E Monti ci ha chiesto di segnalare gli SPRECHI ! Inoltre egli ha detto che i partiti hanno bassa credibilità. Professore, ci sono due ragioni per la non credibilità dei partiti : a) alcuni fra i loro manovratori hanno fatto da cinghia di trasmissione della corruzione nel Paese ; b) la loro professionalità è sempre da dimostrare, mentre la loro conflittualità fa fare brutte figure al Paese..

    Allora, professore, non conviene eleggere tecnici di provata esperienza ? Per abbassare gli SPRECHI ? Vedrei bene una lista di TECNICI alle elezioni….Non vedo altro modo per SALVARE IL PAESE !

    La verità sui politici italiani, la han detta illustri personaggi :

    http://www.corrierecaraibi.com/RUBRICA_SPECIALE_URealist_101011_Vecchia-storia-sempre-attuale.htm

    E’ questa, signor Presidente, la realtà italiana !

    Ulrich Realist

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    Pubblicato da Ulrich Realist | 10/09/2012, 16:27
    • Eccellente !!
      //A meno che un populista non demagogico e magari collettivo, non emerga dal fango melmoso in cui siamo caduti, a rappresentare la massa dei riottosi e dei non votanti (circa il 40%) e a rinverdire il principio costituzionale (populista) secondo cui la sovranità, tuttavia, appartiene al popolo e che la Repubblica è, tuttavia, fondata sul lavoro.

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      Pubblicato da monica | 12/09/2012, 10:57
      • Hai ragione, c’è fango melmoso, ma speriamo che ci siano anche tanti campi concimati, dai quali nascano tanti fiori; fuor di metafora impegniamoci tutti a che i ns attuali politici aiutino a formare una vera clase politica che sia servizio e rappresenti veramente il cittadino voante e partecipante Utopia? Populismo ? Spero di no

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        Pubblicato da valeria manini | 12/09/2012, 11:39
  2. Devo dare atto a Rodolfo che il suo scritto e` in sintonia con la situazione reale della politica italiana di questi giorni.Infatti l`UDC dell`on. Casini e` intenzionato ad espandere il Populismo in Italia, che a mio modo di vedere la situazione italiana i Casiniani rappresentano veramente l`”antipolitica” in Italia.
    Come sempre, l`on. Casini ed i Casiniani hanno favorito (sotto il crocifisso) il clientelismo, inciucci, falsi accordi e ibridi compromessi. Da very delinquenti, i politici dello Stivale, pur di conservarsi nella politica, se ne inventano di tutti i colori e si reinventano persino innovatori (da imbecilli), rinnovatori e forze nuove. … Non vi sembra che sia arrivato il momento di dire basta, a tutti questi escrementi umani ? Grazie, buon lavoro, Giovanni

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    Pubblicato da Giovanni | 11/09/2012, 13:48
  3. Modesta definizione di populismo di una laureata in lettere classiche. Populismo è un fenomeno degenerativo, la cui radice è popolo Si riteneva sinonimo di demagogia, la capacità di condurre il popolo senza farlo partecipare, ma riempendogli la pancia Pisistrato in Grecia era considerato un demagogo dagli arstocratici a cui aveva tolto il potere. A Roma si diceva panem et circensem. C’è a mio avviso , ora, un populismo buono che è quello di dare speranze al popolo, molte delle quali si ritengano realizzabili ed un populismo cattivo che è quello di regalare, per tenere buoni, per il voto di scambio, per ritornare al partito dei notabili, per togliere la libertà che è partecipazione corretta. Per andare verso il popolo, come diceva Cesare Pavese, a mio avviso bisogna educarlo di testa e non curarlo di pancia

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    Pubblicato da valeria manini | 11/09/2012, 14:04
  4. Parole, parole, parole… e la realtà

    La canzone che Mina aveva cantato tanti anni fa, rappresenta un’attualità costante, non per il canto ma per la realtà quotidiana, soprattutto in ambito politico.
    Parole, sono quelle dette dai politici per “imbonire” i propri elettori; parole sono quelle dette per significare un interesse verso una collettività mostrandosi a
    congressi, a manifestazioni, a partecipazioni collettive che poi non hanno seguito.
    Parole, soprattutto, quando si tratta di esprimere il proprio pensiero su argomenti generali, su azioni a vasto raggio, su progetti elefantiaci; anzi, più sono grandi e meglio é: si può parlare anche di più.
    Ma quando bisogna affrontare la realtà, quando vi sono fatti concreti da realizzare, ecco che le parole dei politici incominciano a mancare di sostanza e di concretezza.
    Vengono mostrati chiari segni di fatti inconcludenti e soprattutto, si dimostra incapacità e ignoranza della materia da trattare.
    Le parole dei politici sono quelle che sono state pronunciate per promettere e poi per non mantenere; per confermare la propria partecipazione a congressi e riunioni per mostrarsi in pubblico sorridenti,solo per il proprio interesse politico.
    La realtà è quella che i politici eletti all’estero non sono capaci di formare un gruppo di presenza parlamentare e si lasciano coinvolgere dai partiti di appartenenza senza prendere nessuna decisione in favore della collettività italiana all’estero.
    Gli attuali parlamentari eletti all’estero non servono a nulla o a troppo poco rispetto a quello che dovrebbero fare.
    Ma anche quanti fanno del giornalismo politico, soprattutto se é di parte, com’è il caso delle parole scritte sul giornale “l’italiano” quando viene fatto l’elogio di un “nuovo modo di fare politica” evidenziando l’istituzione di un partito che dice di favorire la cultura e gli interessi degli italiani all’estero.
    Ma quale nuovo modo di fare politica !?
    Fare gli interessi degli italiani all’estero è anzitutto preoccuparsi del fatto di conoscere le leggi e le convenzioni esistenti tra l’Italia e lo Stato di residenza del connazionale; i politici eletti all’estero fanno parte del Parlamento che è un organo legislativo, e non dovrebbero fare politica propria.
    Nel caso specifico, dovrebbero conoscere le convenzioni tra Italia e Argentina, e
    fare in modo che i pensionati ricevano la loro pensione nella stessa moneta dello stato emittente!
    Chi, fra gli attuali politici, ha la capacità di mettersi in evidenza, ad esempio facendo uno sciopero della fame come ha fatto tante volte l’Onorevole Pannella, per rendere giustizia alle ingiustizie?
    Dimostri, qualcuno, che è capace di fare realmente qualcosa, e non di …parole, parole, parole! E non di ricevere il proprio lauto stipendio in euro mentre gli altri italiani percepiscono la loro modesta pensione in pesos!
    Eugenio Sangregorio

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    Pubblicato da eugenio sangregorio da Buenos Aires | 11/09/2012, 14:18
  5. Il testo di Rodolfo è perfetto. Dal compromesso storico post 11 settembre (quello cileno) al governo Napolitano/Monti.Il guaio è che anche la sinistra che non dovrebbe essere ingabbiata in vecchi e nuovi partiti di finta sinistra, poi alla fine legge repubblica o il fatto. Opinioni come quelle qui espresse rischiano di essere di supernicchia. Il rischio è che il 40% dei non votanti lasci agli altri tutte le scelte. Ci aspettano tempi peggiori?

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    Pubblicato da massimo angrisano | 13/09/2012, 09:29
    • Se Gramsci vivesse ora, vorrebbe probabilmente ancora degli intellettuali organici, come Dante Alighieri e forse non farebbe polemiche ormai superate fra Umanesimo e Medioevo. I tempi cambiano e speriamo anche le idee di certi intellettuali organici. Il cosiddetto popolo va educato(retorica? forse per chi non ci crede, per i cinici capac soloi di criticare). Chi sono il 40 per cento dei non votanti . Cominciamo a parlarci chiaro, se non si vuole essere una nicchia.

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      Pubblicato da valeria manini | 13/09/2012, 16:54
      • Per VALERIA: Il 40% non è una nicchia. Le ultime stime (sondaggi) parlano di un 45% di probabili astensionisti e fortemente indecisi. Non è una nicchia: è la metà dei votanti

        Quanto alle polemiche (medioevo-rinascimento) si tratta di rileggere con attenzione la storia, magistra vitae: le eresie sono manifestazioni di contropotere locale accomunate da una critica radicale al/ai potere/i costituito/i.

        Vi sono in esse degli elementi comuni che convergono sulla messa in discussione di dogmi ritenuti immodificabili (e che sono l’espressione ideologica del potere costituito). Mentre l’Umanesimo è il superamento della Scolastica (come ideologia globale) con un’ altra ideologia globale che rappresenta la nuova classe emergente.

        Le eresie attraversano tutto il medio evo, mutano la loro identità in età moderna, ripropongono con altri linguaggi le stesse questioni passando per la Rivoluzione francese in poi.

        La lotta tra IMPERO (come potere/ideologia globale) e rivendicazioni locali che pongono la necessità di un impero plurale e alternativo, è permanente.

        Il globalismo è l’ideologia di ciò che in un determinato momento si assume come vincente.

        Le eresie sono il movimento necessitato e orientato verso un universalismo alternativo, in fieri, per forza di cose, cioè non ancora realizzato.

        Si tratta, io penso del permanente movimento della lotta delle classi subalterne che proprio per la loro minorità sono costrette ad esprimersi come molteplicità di eresie locali.

        Il loro emergere e proliferare sotto varie forme, dimostra che i poteri che si pretendono universalistici, non rappresentano in realtà alcuna universalità, ma una mera parzialità che si ammanta di globalità; in un certo senso si potrebbe dire che il globalismo è una falsificazione della storia, del tutto insufficiente com’è, a tutelare e a valorizzare la ricchezza delle risorse naturali e umane disponibili.

        Il problema del globalismo in cui viviamo è che deve continuare a sussumere l’universo ai parametri del profitto.
        Ma la forma del profitto è sono una delle infinite varianti storiche in cui può essere rappresentata la ricchezza della vita. Una forma che oggi è del tutto riduttiva delle enormi potenzialità dell’intelligenza umana.

        Questo suo carattere di riduttività e di limitazione è oggi diventato evidente. Il globalismo del profitto deve quindi, per forza, tentare di sopravvivere come autoritarismo e ideologia.

        Nell’ambito di questa ideologia, deve nominare i suoi avversari come fuori dal mondo, in questo caso, per esempio, come populisti. Cioè come eretici.

        Per Massimo: Se le eresie restano tali, si deve dedurre che le condizioni “non sono mature”. Nel caso, bisogna prenderne atto. Allo stesso tempo, c’è da riflettere sulla nostra incapacità di leggere i fenomeni economico-sociali in orizzonti un pò più ampi di quelli proposti dai media e dalla cultura del presente infinito in cui tutti siamo più o meno immersi. Moriremo democristiani, berlusconiani o montiani ? Forse sì, o forse moriremo eretici. Un abbraccio.

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        Pubblicato da Rodolfo Ricci | 13/09/2012, 20:34
  6. Grazie per la risposta circa gli indecisi Meno male che ci sono, almeno potranno farsi un’idea, se non li spingeranno ad andare al mare. Il pericolo vero, secondo me è questo.
    Ti ringrazio per la lezione di Storia, ma la insegno. Le eresie nascono in periodo tardo antico. Ti ricordo il Concilio di Nicea del 326 dopo Cristo Nell’alto Me sono soprattutto di natura dogmatica e portano alla formazione della Chiesa ortodossa. Nel Basso ME sono soprattutto contro la Chiesa, ad esempio Pataria Il movimento cluniacense e gli odini mendicanti(scusa la sintesi troppo sintetica) confluiscono nella Devotio moderna Ti sovvien Erasmo da Rotterdam? Lutero attacca il dogma per attaccare la Chiesa, appoggiato da alcuni principi tedeschi Non voglio fare la sapientona, ho riassunto molto, ma per farti capire, come dicono le teorie più recenti, che c’è contuità e non frattura fra ME e Rinascimento. La scolastica è sperata perchè si preferisce Platone ad Aristotele, il dialogo al saggio, ma attenzione! la razionalità è anche della scolLASTICA, NON SOLO DELLA CLASSICITà sCUSA L’APPROSSIMAZIONE FILOSOFICA DI UNA LAUREATA IN LETTERE CLASSICHE

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    Pubblicato da valeria manini | 13/09/2012, 21:16
    • Valeria,

      è un piacere ascoltare le tue corde. Ma allora perché mi fai faticare ??
      La natura dogmatica delle eresia significa, suppongo, che vengono messi in discussione alcuni dogmi specifici, giusto ? Per esempio a Nicea vi era da consolidare un Impero. E Ario creava problemi, non so se ai cristiani o a Costantino. O a entrambi, infatti si accordarono.

      Interessante il richiamo ai patari, eredi o adiacenti ai catari, puri, di origine siriana. Cosa mettevano in discussione costoro ?

      Quanto a Lutero, converrai, che vi è una ragione (principi tedeschi, ecc.) di emancipazione territoriale.
      Appunto.

      Sulla continuità, si tratta di una questione di prospettive, o meglio di ermeneutica. Possiamo dire che vi è continuità. Cioè mediazioni che inaugurano nuove epoche, i cui caratteri però, si distinguono dalle precedenti.

      Le mediazioni (o le continuità) possono costituire pezzi della dialettica. Stadi ulteriori di organizzazione.
      D’altra parte, le fratture denotano invece tempi (sempre storici, ovviamente) in cui si attraversano territori che possono implicare desertificazioni, vuoti parziali in cui gorgogliano le novità.
      E comunque è sempre il soggetto interpretante a configurarne la possibilità (delle fratture o delle continuità).

      Quanto alla razionalità della Scolastica non ho nulla da obiettare, nasce lì la logica e i fondamenti del pensiero scientifico. Certo. Infatti, queste cose son il frutto del tentativo di mediazione e di superamento del dogma. Da parte, in grande misura delle eresie (ivi inclusa quella francescana), inglobate o meno.

      D’accordo con Gramsci, mi appassiona e mi stuzzica di più proprio questo tempo, piuttosto che quello della nuova egemonia della borghesia nascente con la sua globalizzazione umanistica fondata sui nuovi mercati dell’oriente e subito a ridosso, delle Americhe.

      Perché può contribuire a chiarire il passaggio attuale.
      Io non penso che ci troviamo alla fine delle eresie (modernamente parlando). Penso invece che nei nostri tempi accelerati, ci troviamo in una sorta di post-umanesimo (globalismo) che, per la sua insufficienza, richiama in vita nuove, sacrosante, eresie.

      E penso che saranno queste nuove eresie a costruire il nuovo mondo. Non so quanto tempo occorrerà. Non so se per frattura o per mediazione, (dipenderà anche dai fattori naturali, limiti dello sviluppo. ecc.).

      Siccome ci troviamo nel bel mezzo del guado, l’importante, al momento, è capire che il giocatore che ha ancora il pallino in mano, lo utilizza senza alcun riguardo, in modo del tutto spregiudicato. Cercando di convincerci della non assurdità del dogma.
      Oggi, per capirci, Mario Monti ha sostenuto che lo Statuto dei lavoratori è la causa della disoccupazione.

      Un abbraccio e oltre che a commentare, inoltra tuoi contributi.

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      Pubblicato da Rodolfo Ricci | 13/09/2012, 21:48
      • Ti ringrazio per il tuo commento. Convengo che siamo in in un post umanesimo, ma spero di entrare invece in un nuovo umanesimo , con antropocentrismo ficiniano e di Pico della Mirandola Vedi io sono più per la continuità. . che per la frattura nel valutare la Storia in genere e la Storia della cultura in particolare. Non ho mai creduto a Wilamowitz che diceva che l cultura classica è caduta con la caduta dell’Impero romano d’occidente. Ai miei studenti porto l’esempio di sant’Agostini, anche se rappresenta il filone mistico è uno di coloro che hanno permesso la continuità della cultura classica. Le fratture possono essere intese come crisi, momenti discelta, la crisi, dal greco crino è una scelta, , ti pone in presenza di novità che comunque hanno radici,: sono nelle oasi, non nel deserto, metaforicamente parlando . Confrontarsi su certi temi è molto importante Vedi secondo me non sono disquisizioni di nicchia, ma momenti di riflessione che possono diffondere ed attualizzare, soprattutto a scuola. Ecco perchè è importante l’educazione di un popolo, soprattutto attraverso la scuola .

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        Pubblicato da valeria manini | 13/09/2012, 22:30
  7. Assolutamente d’accordo. Ma prima che la situazione diventi “irreversibile” si può innescare il cambiamento: com EkaBank (www.ekabank.org), http://holos.unigov.org/holosbank.com/unigov/One%20of%20you.htm e http://holos.unigov.org/holosbank.com/unigov/The%20Plan-It.htm

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    Pubblicato da Carlos Huerta | 14/09/2012, 09:34

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