Annunci
archivi

crisi Italia

Questo tag è associato a 862 articoli.

La sinistra deve tentare di battere questa destra. Situazione Italia se non fosse seria potrebbe sembrare comica.

di Alfiero Grandi

C’è un capo del governo che sembra credere che sia sufficiente portare una divisa con i galloni per essere un vero Presidente del Consiglio. A tratti alza la voce, lancia ultimatum ma i due vice hanno il reale comando delle truppe (i voti) e non sembrano impressionarsi perché il loro cruccio in questa fase è decidere se continuare o meno con questo governo. I due vice valutano i pro e i contro. Continua a leggere

Annunci

Pillole economiche (30)

di Tonino D’Orazio

Che succede! Quasi 12.000 milioni di dollari in obbligazioni con rendimenti inferiori allo zero? (Dal Financial Times, la bibbia della finanza e dell’economia globale). Secondo i dati di Barclays il totale globale delle obbligazioni con rendimenti al di sotto dello zero si è avvicinato a 12 trilioni, raddoppiando rispetto al recente minimo dello scorso autunno. Ma chi, e perché, vuole perdere soldi? Appare all’orizzonte una nuova pesante crisi? (I dieci/undici anni ricorrenti fra una crisi e l’altra sono appena passati o lo stanno per fare). Una sola risposta. La paura. Continua a leggere

La sinistra ridotta a pensiero unico delle élites

Populismo. Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause. Perché ci sono oggi tanti migranti? Perché siriani e libici che fino all’intervento dell’Occidente godevano di un tenore di vita elevato, sono oggi profughi in terra straniera?

di Carlo Freccero

La sinistra è oggi in crisi e si chiede come potrebbe parlare ai nuovi populismi per ricondurli nei binari di una democrazia elitaria che assomiglia più ad un’oligarchia che ad una democrazia in senso proprio.

Viceversa, anche quando dice di voler ascoltare il malessere di cui i populismi sono espressione, la sinistra si trincera nei luoghi comuni del politicamente corretto. Mentre, secondo me, basterebbe un’autoanalisi oggettiva per capire le cose da un’altra angolazione. La domanda è cos’è oggi la sinistra e cos’era una volta la sinistra? Perché c’è stato un così radicale cambiamento? So già la risposta. Ci sbagliavamo. E se ci sbagliassimo adesso? Continua a leggere

Gli uomini di Bannon contro il Papa. Si gira tra la Certosa di Trisulti e Caracas il sequel de “Il nome della rosa”

di Mario Castellano

In un nostro precedente articolo, abbiamo tracciato un parallelo tra i “borsisti” che Steve Bannon riunisce nella “sua” Abbazia di Trisulti, ormai assurta a tutti gli effetti al rango di un Vaticano tradizionalista alternativo ed i “contractors” spediti dal Governo degli Stati Uniti a destabilizzare il Venezuela.

E’ davvero un peccato che Umberto Eco non sia più tra noi: se fosse vivo, ambienterebbe nella Certosa della Ciociaria un “sequel” de “Il Nome della Rosa” ambientato ai nostri giorni: nei panni di Jorge, figurerebbe il “Piccolo Inquisitore” Padre Serafino Maria Lanzetta F. I.: il quale probabilmente troverà a Trisulti l’agognato “ubi consistam”. Continua a leggere

L’assurda riforma pentaleghista della riduzione del numero dei parlamentari

Roma, 7 feb. (FOTO askanews)

di Alfiero Grandi

Forse conquistare palazzo Chigi provoca una forma di ebbrezza che porta alla tentazione irresistibile di cambiare ad ogni costo la Costituzione. Questo ricorda la cerimonia che si svolge in una strada di Hollywood sulla quale, per essere considerato/a star del cinema, occorre lasciare l’impronta delle proprie mani. La modifica della Costituzione voluta da questa maggioranza punta a ridurre il numero dei parlamentari senza alcun riguardo a quale deve essere il ruolo del parlamento, alla sua centralità in una democrazia rappresentativa come la nostra, all’esigenza di stabilire un numero di parlamentari tale da assicurare una rappresentanza adeguata del territorio e delle diverse opinioni politiche. La riduzione del numero dei parlamentari attualmente in discussione ha in pratica motivazioni solo di risparmio, senza alcun riguardo al ruolo che il parlamento deve svolgere. Questa modifica della Costituzione può essere l’inizio di un cambio preoccupante della sostanza della democrazia nel nostro paese, delle sue regole, della sua capacità di composizione dei conflitti. Banalizzare la riduzione è un errore che potrebbe portare a conseguenze pesanti, forse imprevedibili. Continua a leggere

CARI COMPAGNI, SALVINI NON SI BATTE CON GLI INSULTI.

di Agostino Spataro

Il populismo di Matteo Salvini non si potrà sconfiggere con gli insulti e nemmeno con gli inciuci con i suoi degni compari M5S, ma con autentiche e convincenti PROPOSTE DI SINISTRA.
Scrivo queste poche righe da Budapest dove c’è ancora gente, lavoratori e lavoratrici che lottano contro la “democrazia illiberale” di Victor Orban e lo strapotere dei nuovi ricchi e della multinazionali straniere. Questa sensazione ho tratto ieri assistendo al corteo sindacale del 1° Maggio e ai comizi di alcuni candidati dell’opposizione. Continua a leggere

PAOLO CINANNI. UN ALLEATO PREZIOSO DELLE NUOVE GENERAZIONI

di Peter Kammerer


Importante il suo impatto nel dibattito nazionale e internazionale sia sull’emigrazione, sia sulla questione contadina nel secolo passato. Peter Kammerer ricorda un dirigente politico, testimone, narratore e pittore nonché studioso di primissimo ordine.

Costretti all’emigrazione. Difficile immaginarsi la situazione reale nella quale vivevano allora i contadini del Sud.

 

Urbino/Roma – Paolo Cinanni (1916-1988) è una figura emblematica per capire il “secolo breve” in Italia, in particolare il rapporto Nord-Sud e l’emigrazione di massa che dal Sud d’Italia si indirizza non solo verso il Nord, ma raggiunge, si può dire, tutte le parti del mondo. Il volume Emigrazione e imperialismo (1968), l’opera principale di Cinanni, tradotto in varie lingue, porta la dedica: “A mio padre, emigrato per ben sei volte oltreoceano, che ho conosciuto all’età di nove anni e per pochi mesi soltanto, prima che morisse del male contratto nell’emigrazione” . È il riassunto telegrafico di una tragedia, ma anche di una epopea calabrese e italiana che coinvolgerà Paolo per tutta la sua vita come dirigente politico, testimone, narratore e pittore nonché studioso di primissimo ordine.

Paolo Cinanni (1916-1988)

Nato a Gerace il giorno della conversione di San Paolo, i genitori compiono tutti i riti richiesti perché il neonato acquisti la “virtù di sampaolaro”, cioè il potere di farsi ubbidire dalle serpi. Con il racconto di questo fatto e della “consacrazione” del fanciullo avvenuta anni dopo, Cinanni inizia i suoi saggi biografici Il passato presente (1986).

 

1. Emigrato a Torino

A 13 anni insieme alla madre e le tre sorelle Paolo lascia Gerace, centro della Magna Grecia e di un mondo contadino quasi pagano, per trasferirsi a Torino. Dopo il nonno e dopo il padre Paolo fa parte della terza generazione di migranti. L’impatto con la “civiltà industriale” fu crudele. Facendo il ragazzo-fattorino Cinanni vuole realizzare il suo sogno di frequentare l’Accademia navale per arruolarsi poi in marina. Il giorno stesso in cui fu accolta la sua domanda (il 24 giugno 1930) la ruota di un tram gli stritola la gamba sinistra che deve essere amputata. Riesce ancora a frequentare i tre corsi della scuola media-inferiore prima di cadere gravemente ammalato di tubercolosi. Sta per due anni in un sanatorio (1933/1934). Quando uscirà, due delle tre sorelle moriranno di tisi.

Tutta questa storia poteva finire in una delle tante tragedie migratorie anonime che non lasciano nemmeno traccia, se non ci fosse lo spirito ribelle di Paolo che resiste sia alla miseria, sia alla quotidiana aggressività xenofoba di Torino, e se non ci fosse il miracolo del suo incontro con Cesare Pavese appena tornato da un confino passato “in quella stessa costa ionica calabrese da cui ero emigrato”, racconta Cinanni . Paolo risponde alla curiosità del poeta impegnato nella rielaborazione della sua esperienza di un Sud sconosciuto, come anni dopo avverrà nell’amicizia che si svilupperà tra Cinanni e Carlo Levi. Pavese gli offre lezioni private (dopo poco tempo gratuite) per far recuperare al suo allievo la maturità classica. È l’aprile del 1936, Paolo ha 20 anni, Pavese 28. Abitano nella stessa Via Lamarmora, al numero 20 Cinanni, al numero 35 Pavese .

Dopo il 1935 nasce (politicamente) in Italia una “nuova generazione” antifascista che colpita dalla guerra d’Abissinia e soprattutto dalla guerra in Spagna cerca il contatto con il partito comunista. Cinanni è un antifascista “autodidatta” e viene arrestato nell’ ottobre 1936 per la diffusione di volantini molto ingenui sul suo luogo di lavoro negli uffici di una Assicurazione. Nell’interrogatorio la polizia gli fa tanti nomi a lui sconosciuti: Montagnana, Capriolo, Pajetta, Guaita e altri. Rilasciato, Paolo cerca a mettersi con le dovute cautele in contatto con questi e con il partito comunista della cui esistenza ha avuto conferma tanto autorevole, cosa che gli riesce grazie a Pavese e Ludovico Geymonat. Così conosce Elvira Pajetta (1887-1963), insegnante, madre di tre figli comunisti. Con uno di loro, Gaspare, che cadrà nel 1944, Cinanni stringe amicizia e con Elvira lavora a organizzare il “soccorso rosso”. Partecipa all’organizzazione degli scioperi del marzo 1943 e dopo l’8 settembre della partenza di chi va in montagna a formare le bande partigiane. Diventa commissario politico di una di queste nella provincia di Cuneo e entra in clandestinità. Poi il partito lo manda a Torino e Milano per collaborare con Eugenio Curiel nel Fronte della Gioventù. Si trova a Milano il 25 aprile per far uscire il primo giornale della liberazione mentre ancora sparano i cecchini fascisti.

Attraverso la lotta e la solidarietà il giovane calabrese ha scoperto “tutto un mondo e una umanità nuovi” . Si è pienamente “integrato” (si direbbe oggi). Dall’esperienza di una lotta comune vissuta intensamente e dalla lettura dei classici del marxismo Cinanni impara il valore di “unità operaia”, dell’integrazione dei lavoratori immigrati nella classe della quale fanno parte e della loro emancipazione in una lotta sociale e condivisa .

 

2. Ritorno in Calabria

Dopo la liberazione il partito comunista lo manda nel Sud, proprio perché figlio di contadini meridionali. Sarà un dirigente delle lotte per la terra dal 1946 al 1953 in Calabria, poi fino al 1956 in Piemonte e di nuovo al Sud dal 1956 al 1962 come segretario dell’Associazione dei Contadini del Mezzogiorno d’Italia (ACMI) e dal 1962 al 1965 come segretario di una federazione calabrese del PCI . In questo periodo e in queste funzioni ha dovuto rispondere in 38 processi “per occupazione di terre”, “istigazione all’odio fra le classi”, “sfilata non autorizzata di carri agricoli” e altre azioni considerate “delitti politici”.

„Strage di Stato a Melissa“ – dipinto di Paolo Cinanni 1979 (stampo in bianco/nero da M.C. Monteleone „La pittura di Paolo Cinanni“)

La repressione dello Stato e delle sue forze dell’ordine asservite al potere dei proprietari terrieri fu durissima. Il 29 ottobre 1949 a Melissa i carabinieri sparano sui contadini che hanno occupato le terre incolte del barone Berlingieri ammazzando Giovanni Zito di 15 anni, Francesco Nigro di 29 anni e una ragazza, Angelina Mauro di 23 anni. Ci sono 15 feriti. Il fatto, che costituisce solo il culmine di una lunga catena di azioni repressive, viene ricordato da Cinanni non solo nei suoi scritti, ma anche in un quadro bellissimo e di grande suggestione. Si trova oggi, se non sbaglio, esposto a Melissa.

Difficile immaginarsi la situazione reale nella quale vivevano allora i contadini del Sud. Quando Carlo Levi la racconta al suo rientro dal soggiorno obbligato in Lucania, incontra incredulità e ignoranza . Cristo si era veramente fermato a Eboli. Eppure già a partire dal 1943 il mondo contadino meridionale è in agitazione. Ci sono sommosse e ribellioni, masse di contadini affamati sono pronte ad occupare le terre e a “entrare nella storia”. La questione dell’emancipazione dei contadini investe tutta l’Italia. Le loro lotte per la terra e nuovi patti agrari e le loro migrazioni nelle città diventano uno dei grandi temi della letteratura italiana da Vittorini a Pasolini, da Pavese a Silone.

Il destino di questi uomini e la fine di una cultura millenaria lasciano una traccia indelebile in tutte le grandi opere artistiche dell’epoca. Politicamente la questione si presenta come necessità di grandi riforme riconosciuta da tutti i partiti democratici e perseguita con particolare impegno dal movimento operaio. Ma il progetto delle “riforme di struttura” viene travolto dal “miracolo economico” e il Sud uscito dalla miseria materiale del “sottosviluppo” non uscirà fino ad oggi dalla miseria di una economia marginale e dipendente.

Dopo i grandi “scioperi a rovescio” organizzati Comune per Comune nell’ estate 1949 e dopo i fatti di Melissa il governo non riesce più a eludere una riforma agraria. La promuove spezzettata in varie leggi (la legge Sila del 12 maggio 1950 e la legge stralcio del 21 ottobre 1950) e provvedimenti, senza che il sistema fondiario italiano subisse delle modifiche sostanziali. Infatti, “la celebrata riforma agraria si fermò ai primi espropri di circa 700.000 ettari (su una superficie di totale di 27 milioni), lasciando poi gli assegnatari privi di assistenza tecnica e di sostegno economico” .

Negli anni che seguono Cinanni, segretario dell’associazione dei Contadini del Mezzogiorno d’Italia (ACMI), arricchisce la propria visione di una grande riforma delle strutture agrarie rivolgendo la propria attenzione alla questione delle terre demaniali e degli usi civici. Con le leggi eversive della feudalità antichi diritti e forme di godimento collettivo vengono trasformate in proprietà privata moderna, ma questo processo durato tutto l’ottocento e non ancora concluso è stato caratterizzato in gran parte da usurpazioni, espropri, truffe e violazioni ai danni della popolazione contadina. Le frequenti occupazioni delle terre in anni di crisi, ritenute “spontanee” e perfino casuali, corrispondono in realtà a rivendicazioni antiche della popolazione su terre precise.

È la memoria dei contadini che guida le occupazioni diventando una leva della loro resistenza allo sviluppo capitalistico. La stessa strage di Melissa è avvenuta su un fondo assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma occupato abusivamente per intero dalla famiglia Berlingieri. La questione dei vari “residui feudali” interessa tutte le regioni d’Italia. Le “terre pubbliche” (a vario titolo) rappresentano “circa un terzo della superficie agraria e forestale del paese” . Un riordino generale del regime della proprietà fondiaria potrebbe fare di queste terre il volano di sviluppo di una moderna silvicoltura, della zootecnia, e di un nuovo rapporto tra aziende agricole e industria alimentare .

Un compito immenso mai affrontato in Italia organicamente, ma di grande attualità oggi se si tiene conto della svolta ecologica e della necessità di sistemare vasti territori abbandonati e al contempo di promuovere una agricoltura moderna e biologica. L’Italia e le sue classi dirigenti invece hanno scelto un modello di sviluppo basato sull’ emigrazione di massa, sulla devastazione chimica delle terre fertili e sul degrado di vasti territori ritenuti un “osso” da abbandonare.

Probabilmente la sconfitta di una politica delle “riforme di struttura” (riforma agraria, riforma urbanistica, riforma delle imprese pubbliche, riforma dello stato e ordinamento regionale ecc.) era inevitabile. Come anche l’esodo di milioni di contadini dalle campagne. Evitabile invece sarebbe stata la graduale rinuncia alla lotta per le riforme, in particolare la riforma agraria, in nome di un realismo politico che si sentiva appagato da successi elettorali e da compromessi siglati nel parlamento. Paolo Cinanni con la sua combattività, “testardo e cocciuto nelle discussioni” , pian piano viene emarginato (e la rimozione continua tutt’ora, se la sua attività e perfino i suoi libri vengono, cosa incredibile, sottaciuti nel recente volume di Franco Ambrogio Venti di speranza).

Dopo un periodo in Piemonte alla testa delle “passeggiate dimostrative”, cioè di blocchi stradali mobili per conquistare misure in favore dei piccoli coltivatori diretti, torna a Catanzaro per dirigere la federazione comunista. Si dimette da questo incarico nel 1965, non avendo potuto contrastare alcune candidature “trasformiste” appoggiate dai vertici del partito. Aveva lasciato già nel 1962 l’ACMI quando il PCI decise di unificare le due organizzazioni che finora rappresentavano distintamente i contadini del Nord e quelli del Sud. Trascurando la specificità della condizione contadina del Sud, l’organizzazione si è trasformata in un semplice ufficio assistenziale incapace di incidere sulla trasformazione delle campagne meridionali .

 

3. Dirigente FILEF

Su richiesta di Giancarlo Pajetta nel 1965 Cinanni lascia la Calabria e lavora per la diffusione di “Rinascita”. La sua speranza che la rivista teorica del PCI volesse anche avvalersi di “un compagno di origine proletaria e meridionale, che aveva accumulato una certa esperienza in grandi lotte di massa” viene vanificata . Rispetto ai tempi di Secchia il PCI ha cambiato (rinnovato, si dice) la sua politica di reclutamento e di formazione dei quadri. La componente operaia sopravvive solo nelle formule rituali ancora usate largamente, ma non nella realtà e non nella vita intellettuale e culturale del partito. Cambiano le forme e i contenuti della militanza e il partito non sa più che fare dell’esperienza dei vecchi compagni. Ma, ironia della storia, proprio così perderà anche il contatto con i giovani sia operai che studenti e le loro lotte di massa che esploderanno nel 1968.

Come è costume nel partito, Cinanni accetta disciplinatamente il ruolo assegnatogli. Sono “gli anni più brutti della mia vita di lavoro nel Partito” . Dopo venti anni non ha più incarichi direttivi, non fa più parte del comitato centrale del partito, ma continua ad occuparsi corpo e anima del grande tema della sua vita: l’emigrazione. Ne fa la chiave fondamentale per analizzare non solo la storia del capitalismo, ma anche la dinamica del suo sviluppo più recente e della stessa globalizzazione. In un momento in cui il partito comunista non parla più di “imperialismo” e i giovani si entusiasmano per il mito del “Che”, Cinanni pubblica il suo Emigrazione e imperialismo (1968). Una analisi di grande respiro che pochi anni dopo sarà integrata dal volume Emigrazione e unità operaia(1974).

Cinanni si rende conto che l’esodo biblico partito dalle campagne europee verso altri continenti, un esodo che ha interessato nel periodo 1851-1950 più di 50 milioni di emigranti, non è un fenomeno destinato ad esaurirsi ma che si ripeterà in dimensioni maggiori, in direzioni e in forme nuove, finché la dinamica capitalistica continua a trasformare la terra secondo le sue leggi. L’Italia per la dimensione assunta sia dalle dinamiche di espulsione, sia dalle forze di attrazione è oggettivamente un luogo privilegiato per studiare gli spostamenti di popolazione, sia l’esodo dalle campagne, sia l’afflusso nelle grandi città.

Cinanni descrive le forme storiche assunte da questi processi. Il suo rigore teorico è sempre accompagnato da esperienze concrete: l’esempio della Calabria, il suo confronto con la questione irlandese, il destino sociale dei contadini sradicati, lo sviluppo disuguale che favorisce le aree di sviluppo penalizzando le zone di esodo proprio attraverso il trasferimento di forza lavoro. Nel periodo in cui Cinanni scrive, il disegno di questi movimenti era chiaramente riconducibile ai processi di industrializzazione e all’evoluzione dei mercati nazionali di lavoro. Oggi sono cambiate profondamente sia le dimensioni quantitative, ma anche la complessità sociale dei fenomeni migratori. Una ragione in più per confrontarsi con l’opera di Cinanni. Anche con la sua particolare dimensione politica-umana.

Carlo Levi e Paolo Cinanni furono alla guida della “Federazione lavoratori emigranti e famiglie”. Fu Cinanni a pronunciare l’orazione funebre dell’autore di “Cristo s’è fermato ad Eboli”. Nella foto Levi in Lucania

Infatti, Cinanni non ha mai fatto ricerca per la ricerca. Il suo obiettivo di fondo è stato sempre l’emancipazione dei lavoratori, dare dignità a masse sradicate dalla loro terra (“quel volgo disperso e senza nome” scriveva Carlo Levi), far diventare gli stessi migranti ribelli ad una esistenza subalterna e protagonisti del proprio destino. Con questi obiettivi Cinanni si trova nel 1967, insieme a Carlo Levi, tra i fondatori della FILEF, la Federazione Italiana Emigranti e Famiglie. Compito della Federazione è tutelare i diritti dei migranti con particolare riferimento alla famiglia (si pensi ai problemi di scuola per i figli e in generale alla questione dei ricongiungimenti familiari) e contribuire alla formazione di una coscienza nella prospettiva di riscatto e unità di tutti i lavoratori.

Sono anni in cui l’emigrazione italiana va cambiando ma rimane uno dei problemi fondamentali delle società di arrivo e delle società di partenza. Si aprono nuovi spazi per l’organizzazione degli emigrati stessi appoggiata materialmente e idealmente dal mondo politico italiano e dalla chiesa. Negli anni ’60 e ’70 Cinanni diventa una figura di primo piano dell’associazionismo italiano intervenendo con grande impegno nelle campagne dei referendum “antistranieri” in Svizzera, nella promozione di una Conferenza Nazionale dell’Emigrazione che si terrà in ritardo e con pochi risultati nel 1975; nella politica sociale della Comunità europea e nelle politiche delle Regioni italiane tese a favorire il rientro degli emigrati. Insieme a Giorgio Baratta l’ho conosciuto quando i suoi libri furono tradotti in Germania; abbiamo collaborato per anni ai suoi seminari e alle sue lezioni all’Istituto di Filosofia dell’Università di Urbino; lo abbiamo visto lavorare sul testo di Pavese con Danièle Huillet e Jean Marie Straub nel film Dalla nube alla resistenza(1979). Difficile sopravalutare il suo impatto nel dibattito nazionale e internazionale sia sull’emigrazione, sia sulla questione contadina.

 

4. Questioni irrisolte

Paolo Cinanni non ha visto la fine poco gloriosa del Partito comunista e tutti i cambiamenti politici e sociali che ci costringono oggi a rivedere tutte le questioni irrisolte del ‘900. Che vengono rimosse, ma non superate. Che si presentano irriconoscibili ai nostri occhi perché vestiti in forme nuove e in dimensioni inconsuete. Basti pensare che l’Unione Europea rischia il collasso per l’impatto con flussi migratori non più classificabili secondo i vecchi criteri ma tutt’ora corrispondenti ai meccanismi creati dallo sviluppo disuguale, dalla distruzione delle campagne e dall’attrazione esercitata dalla concentrazione delle produzioni moderne. La stessa fragilità del territorio italiano che si scopre a sorpresa con ogni temporale o maltempo rimanda alla vecchia questione agraria e contadina, cioè alla mancata sistemazione delle terre demaniali e non.

La cancellazione del mondo contadino antico è solo il preludio di una distruzione generale del passato che oggi minaccia il futuro dell’umanità e lo stesso “senso umano” delle cose. Questo significa che alle nuove generazioni spetta un compito politico e culturale immenso al quale non le abbiamo preparate. Sono loro che devono scoprire le vecchie questioni per poter affrontare quelle nuove. Sono loro che possono trovare in figure come Paolo Cinanni, e nelle sue opere, un alleato prezioso.

(Il testo è stato pubblicato nella rivista ASEI 15/19 – Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana/Edizioni Sette Città)

 

Opere di Paolo Cinanni:
Le terre degli Enti, gli usi civici e la programmazione economica, Roma, Alleanza nazionale dei contadini, 1962.
La funzione del comune rurale per il progresso dell’agricoltura, Roma, Alleanza nazionale dei contadini, 1962.
Emigrazione e imperialismo, Roma, Editori Riuniti, 1968, 1971, 1975 (trad. tedesca: Emigration und Imperialismus, München, Trikont, 1968).
Emigrazione e unità operaia, Milano, Feltrinelli, 1974, 1976 (trad. tedesca: Emigration und Arbeitereinheit, Frankfurt/M, Cooperative, 1979).
Lotte per la terra e comunisti in Calabria 1943/1953, Milano, Feltrinelli, 1977.
Lotte per la terra nel Mezzogiorno 1943/1953, Venezia, Marsilio Editori, 1979.
Il passato presente (una vita nel P.C.I.), Marina di Belvedere (CS), Grisolia Editore, 1986.
Il partito dei lavoratori, Milano, Jaca Book, 1989.
Abitavamo vicino alla stazione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005.
Che cos’è l’emigrazione. Scritti di Paolo Cinanni, Roma, FILEF, 2016 (scaricabile in forma pdf)

 

(su Peter Kammerer, vedi qui ) Zur Person von Peter Kammerer siehe hier

Vedi anche il testo di Luigi Pandolfi e Romano Pitaro „Quando Paolo Cinanni, il nemico numero uno del latifondo, fu isolato dal PCI.“ nel sito Calabriaonweb.it

Per Cinanni pittore vedi il saggio di Maria Carmela Monteleone „La pittura di Paolo Cinanni

 

 

FONTEhttp://cluverius.com/paolo-cinanni-un-alleato-prezioso

Ed è stato primo maggio notav. (Ma a Torino la Polizia carica il corte più grande per evitare che raggiunga la piazza del comizio sindacale)

La manifestazione del Primo Maggio si è conclusa da poco e non possiamo non parlare di una grande manifestazione nella manifestazione.

Siamo stati lo spezzone più grande e vitale di un corteo sindacale ormai diventato vetrina per ogni personaggio in cerca di popolarità.

Ci avevano detto che sarebbe stata una piazza aperta a chi voleva manifestare le proprie idee, come noi, pacificamente, e invece mentre il corteo ospitava Madamine e Giachino, lo spezzone notav veniva fermato dalle forze dell’ordine. Continua a leggere

Venezuela, l’ennesimo tentativo di golpe e il PD

di Pino Cabras*

Poche ore dopo che il politico dell’opposizione venezuelana Juan Guaidò ha pronunciato un tentativo di colpo di Stato militare, il primo soccorso internazionale è giunto dallo spicchio piddino della Camera dei deputati italiana, per voce di Lia Quartapelle Procopio, la quale ha fatto appello al governo Conte affinché appoggi il golpe in nome della libertà. Non avevo fin qui mai sentito in presa diretta un intervento così smaccatamente in favore di un putsch. Questo avviene mentre il governo spagnolo, che pure aveva “riconosciuto” Guaidò, dichiara solennemente che «non appoggerà nessun golpe militare». Continua a leggere

CONFLITTI E MIGRAZIONI, LE RELAZIONI FRA ITALIA E LIBIA

di Agostino Spataro


1… Se il conflitto libico dovesse acuirsi- ha avvertito (o minacciato?) Serraj- migliaia di libici e non solo si riverserebbero in Italia.  Ecco, ci risiamo: per spingere l’Italia a entrare direttamente nel conflitto interno libico si continua con il gioco dei ricatti. La politica, la diplomazia, la dignità dei popoli sono state sostituite dal ricatto e, talvolta, dalla corruzione. In Libia e altrove. Anche questo è un segno inquietante dei tempi tristi che stiamo vivendo.

L’Italia non deve ingerirsi, ma agire affinché in Libia cessi il conflitto e vincano la pace e la concordia nazionale. In caso contrario, di fronte alla fuga di profughi, certo, non si potranno chiudere i porti anche se non sta scritto in nessun libro che devono accollarseli tutti l’Italia e l’Europa. Continua a leggere

ALDO MORO, IL VERO ARTEFICE DELLA COOPERAZIONE CON LA LIBIA DI GHEDDAFI

di Agostino Spataro

1… La presenza di una nutrita e qualificata partecipazione democristiana nell’Associazione italo-araba aveva anche una spiegazione politica riconducibile al nuovo approccio della Dc verso il mondo arabo. Una vera e propria svolta verificatasi, nella prima metà degli anni ’70, grazie all’intuizione che ne trasse l’on. Aldo Moro proprio a partire dalla presa del potere in Libia di Gheddafi e dall’inatteso cambiamento dei rapporti bilaterali che porterà all’espulsione degli italiani.
Fu questo lo spunto, concitato e drammatico, per una presa d’atto del più generale cambiamento del mondo arabo postcoloniale che si caratterizzava per il suo nazionalismo panarabista, suffragato dal crescente ruolo econo­mico stra­tegico, soprattutto per la produzione di petrolio da cui l’Italia di­pendeva quasi al 100%.
Questi ed altri aspetti alimenta­rono una forte corrente d’interessi internazionali verso i paesi arabi, alla quale si associò, sep­pure con ritardo, anche l’Italia.
Le tormentate vicende interne e i conflitti anticoloniali (Marocco, Tunisia, Algeria, ecc) e quello arabo-israeliano, che ancora oggi sembra insana­bile, generarono movimenti popolari di liberazione che taluni, di­menticando quelli antifascisti europei, si ostinavano a definire sbrigativamente “terroristi”. Continua a leggere

La banalità del male: tagliare il numero dei parlamentari

di Alfiero Grandi

Cambiare la Costituzione rischia di essere l’inizio di un cambio profondo della democrazia del nostro paese, delle sue regole, dei suoi conflitti, della loro composizione. I cambiamenti della Costituzione di cui si sta discutendo in parlamento aprono scenari di cui non vengono ad oggi valutate tutte le conseguenze, alcune sono certamente preoccupanti. Continua a leggere

Per Mira Marković, scomparsa il 14 aprile a Mosca.

La scorsa domenica 14 aprile 2019 a Mosca, all’età di 77 anni, si è spenta Mirjana “Mira” Marković.

Era nata nel 1942 da genitori partigiani a Brežane, vicino Požarevac. La madre fu catturata e uccisa dagli occupanti tedeschi quando lei aveva appena un anno, e per questo fu allevata dai nonni. Nel periodo del liceo, nelle file della SKOJ (Lega dei Giovani Comunisti di Jugoslavia) conobbe Slobodan Milošević che sarebbe poi divenuto suo marito nel 1965 e con il quale avranno i due figli Marija e Marko.

E’ stata professoressa di Sociologia all’Università di Belgrado, professoressa alla Facoltà di Management Internazionale di Belgrado, membro dell’Accademia russa per le Scienze Sociali, insegnante a contratto all’Università Lomonosov di Mosca che l’ha poi nominata Professore emerito. Parlava correntemente 5 lingue. Tra le sue centinaia di pubblicazioni si annoverano diversi studi di tematica sociologica, tradotti in molte lingue compreso l’italiano. Spesso questi libri uscivano con limitata visibilità ma attiravano in seguito grande attenzione ed interesse per il modo creativo e l’interpretazione che Mira Marković sapeva dare dei grandi temi del mondo contemporaneo.

Continua a leggere

Il Venezuela visto dalla base: Una testimonianza di Marinella Correggia (VIDEO)

IL VENEZUELA VISTO DALLA BASE (di Marinella Correggia)

Quarantacinque giorni in diverse zone del Venezuela, urbane e rurali, in una visita totalmente autofinanziata e autogestita, e potendo soggiornare in case di amici e non in hotel. Un modo per cogliere la realtà e i punti di vista di migliaia di venezuelani. Senza filtri, senza mediazioni. Camminare per quartieri e barrios, visitare esperienze produttive e sociali, parlare con le persone (molto aperte) in metrò, sui pullman, nelle case, perfino durante la raccolta dell’acqua nei periodi di black out: ecco come si coglie la resilienza – nelle difficoltà – di un popolo durante una guerra di nuova generazione che fa del paese un epicentro geopolitico. Continua a leggere

La PATRIMONIALE “non s’ha da fare”

di Giacinto Botti (Referente nazionale Lavoro Società – Cgil)

La patrimoniale nel “bel paese” non s’ha da fare. Il vento populista dice che le tasse possono solo diminuire.
Il paese è dentro la terza recessione in dieci anni, fermo per mancanza di investimenti pubblici e privati, arretra sui sistemi di istruzione, peggiora sul diritto alla salute.
Diminuisce la spesa sociale e crescono disoccupazione e precarietà. Continua a leggere

Un’Assemblea costituente per una democrazia costituzionale europea

di Claudio De Fiores – Franco Russo

Il Comitato esecutivo del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (CDC) ha ritenuto di dover offrire un contributo sui temi dell’Unione Europea (UE) in vista delle elezioni di maggio del Parlamento europeo. Al di là delle singole proposte – cittadinanza sociale, new deal ecc. ‒, alla base del documento ci sono due punti, tra loro strettamente connessi, meritevoli di approfondimento critico: la possibilità di riformare i Trattati e da qui la possibilità di avviare un processo di democratizzazione delle istituzioni dell’UE, per giungere a una vera democrazia parlamentare. Continua a leggere

Salvini è un pericolo per la nostra Costituzione. Occorre difenderla, a partire dalle origini antifasciste

di Alfiero Grandi

Guardare in faccia la realtà, comprenderla, reagire all’altezza delle sfide è una regola aurea, purtroppo ora largamente in disuso a sinistra. Dalla Basilicata, come dalle altre regioni in cui si è votato prima, emerge un dato evidente, si tratta della crescita della Lega. In alcuni casi neppure si era presentata, eppure ha raggiunto risultati importanti, molto più alti di quelli delle politiche del 4 marzo. La Lega è un pericolo evidente per le strizzate d’occhio al fascismo, per atteggiamenti di prepotenza evidenti, per i flirt spregiudicati con posizioni apertamente reazionarie sui diritti civili, sulla famiglia, sulla concezione del rapporto tra persona e società. La Lega ha orientamenti di vera e propria restaurazione ideologica, religiosa fino a dialogare con i settori della Chiesa che non sopportano il magistero di papa Francesco, fa appello alle paure profonde e in una certa misura le suscita sollecitando reazioni da far west, che in questo caso non sono film ma vita reale, oggi. Eppure i toni gridati e i contenuti reazionari non impediscono alla Lega di conquistare voti. Continua a leggere

Autonomia differenziata: in campo la società per spingere la politica a bloccare un processo pericoloso per i diritti delle persone

di Alfiero Grandi

Autonomia differenziata: in campo la società per spingere la politica a bloccare un processo pericoloso per i diritti delle persone e per l’unità nazionale.

L’ansia da elezioni spinge la Lega a insistere con forza sull’autonomia differenziata. Continua a leggere

Europa: Il popolo non deve contare

di Tonino D’Orazio

Oppure a che serve votare. Probabilmente i concetti si insinuano tra legalità e legittimità. L’esempio politico migliore è quello francese.  L’elezione di Macron è perfettamente legale, nulla da dire. Il problema, invece, è che non è legittimo, anche se tutti i mass media fanno finta di niente. La realtà vissuta dal popolo è che, in Francia il presidente eletto democraticamente e legalmente, non è percepito come legittimo poiché applica una politica non desiderata dalla maggioranza della popolazione. Continua a leggere

Presentazione del Manifesto di Patria e Costituzione

Gli interventi della presentazione del Manifesto di Patria e Costituzione, del 9 Marzo 2019

Il video della giornata di presentazione

 

 

 

Continua a leggere

Casa Bianca e Bruxelles uniti nella distruzione dell’economia del Venezuela

Pubblichiamo questa analisi di Tito Pulsinelli, di una decina di giorni fa, che riteniamo tuttavia molto interessante.

di Tito Pulsinelli

Hanno raggiunto livelli di alta pericolositá le minacce di invasione militare e il fomento pianificato di sforzi per innescare violenze tra la popolazione civile. Mentre subisco uno dei monocordi telegiornali italiani indulgere con vigore in scenari apocalittici, ricevo tre chiamate telefoniche da vari amici venezuelani. Tutti confermano che le piazze di Caracas, Valencia e Maracay sono tranquille e senza disordini: il polo delle opposizioni é piú frammentato di prima, ha perso la capacitá di mobilitazione. Continua a leggere

Alfiero Grandi. In un silenzio assordante, si sta scrivendo una pericolosa riforma della Costituzione

di Alfiero Grandi

Nessuna contrarietà ad introdurre una forma nuova di referendum, cosiddetto propositivo, nella Costituzione che potrebbe rafforzare l’impianto della democrazia nel nostro paese se effettivamente innestasse una forma di partecipazione diretta nella democrazia parlamentare del nostro paese. Tuttavia all’intenzione dichiarata dai proponenti (maggioranza e governo) non corrisponde un’attuazione convincente. E’ la classica distinzione tra buone intenzioni e fatti. Malgrado i passi avanti fatti rispetto alla proposta di legge su cui si è iniziato a discutere alla Camera, l’impianto di questa modifica della Costituzione presenta tuttora dei difetti di fondo che non consentono di valutarla positivamente. Continua a leggere

Sulle Foibe (2): Sergio Bologna, “Von Banditen erschossen” (su Mattarella e le foibe)

di Sergio Bologna

Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe.

Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva il ruolo di mediatore tirando le trattative per le lunghe in modo da dare il tempo ai neozelandesi, avanguardia dell’esercito alleato, di arrivare ed evitare in tal modo che la resa venisse consegnata nelle sole mani dell’esercito di liberazione yugoslavo. Così la guarnigione tedesca si arrese il 2 maggio, presenti anche gli anglo-americani, giunti a marce forzate dalla litoranea. Ma sul Carso, a vista d’occhio dalla città, si combatteva ancora. La cosiddetta “battaglia di Opicina” è costata molti morti, in gran maggioranza tedeschi, e si sarebbe conclusa solo il 3 maggio. Continua a leggere

Sulle Foibe (1): Lettera di Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella

Egregio Signor Presidente
della Repubblica italiana
on. Sergio Mattarella
Quirinale
Roma

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione.
Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre partito dall’isola quarnerina di Arbe, dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler. In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente.

Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”. Continua a leggere

MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ COSTITUZIONALE

MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ COSTITUZIONALE

1.  PREAMBOLO

Il più lungo e grave ciclo di crisi della storia del capitalismo dopo quello del 1929 ha messo in ginocchio le classi popolari e larghe fasce di classi medie delle economie mature. Un ciclo generato dalla guerra di classe dall’alto scatenata dalle élite politiche e finanziarie di Stati Uniti ed Europa, combattuta nell’Unione europea attraverso il mercato unico e l’euro. Il processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, unitamente alle politiche di indebitamento pubblico e privato regolate dalle organizzazioni sovranazionali (Fmi, Banca mondiale, Ue), hanno alimentato e moltiplicato a dismisura disuguaglianze e ingiustizie, fattori di un ulteriore aggravamento delle divergenze e di un ulteriore giro di stagnazione. In questo contesto, l’Italia ha subito un radicale processo di deindustrializzazione e impoverimento dovuto anche alla vocazione alla rendita delle famiglie storiche del suo capitalismo. Per affrontare tale situazione, va preso atto che, contrariamente a quanto le sinistre riformiste o radicali hanno creduto in particolare dopo l’89, è impraticabile per profonde ragioni culturali, linguistiche e storiche la strada della sovranità democratica a livello europeo. Gli “Stati Uniti d’Europa” o la cosiddetta “democratizzazione dell’Unione europea” sono un miraggio conservativo di un ordine liberista fondato sulla svalutazione del lavoro e sullo svuotamento della democrazia costituzionale. L’unica strada per ridare valore sociale e politico al lavoro, è la rivitalizzazione della sovranità popolare e nazionale: significa puntare all’attuazione dei principi della Costituzione del 48 e il loro spirito solidaristico e orientamento socialista è essenziale per ricostruire sia le funzioni economiche e sociali dello Stato democratico, sia una rinnovata forma di economia mista. È questa la strada per rilanciare la nostra vocazione industriale, generare piena occupazione, governare il mercato e restituire ai cittadini, attraverso i partiti, il potere di incidere sull’indirizzo generale del Paese. Ciò che ci serve, dunque, è un autentico patriottismo costituzionale. Continua a leggere

Annunci

Sostieni CAMBIAILMONDO

Dai un contributo (anche piccolo !) a CAMBIAILMONDO

Per donare vai su www.filef.info e clicca sull'icona "DONATE" nella colonna a destra in alto. La pagina Paypal è: filefit@gmail.com

Inserisci la tua e-mail e clicca sul pulsante Cambiailmondo per ricevere le news

Segui assieme ad altri 1.550 follower

Blog Stats

  • 878.665 hits

ARCHIVIO

LINK consigliati

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

5 Maggio 2018: 200° KARL MARX

Karl Marx

I dieci giorni che sconvolsero il mondo

cambiailmondo2012@gmail.com

Annunci