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MARIO DRAGHI, IL CACCIATORE DI ZOMBIE

IL COVID LASCERÀ 60-100 MILIARDI DI CREDITI DETERIORATI DI AZIENDE CLASSIFICATE COME UNLIKELY TO PAY.

di Roberto Musacchio

Ristrutturare le imprese dopo il Covid. che ha agito da moltiplicatore per le zombie firms. Aziende tecnicamente fallite, ma tenute in piedi dagli aiuti dello Stato. Mario Draghi ne parla in una relazione per i big della finanza. Che fa luce sulle sue possibili strategie future.

Draghi ha scritto di queste realtà in una relazione per il gotha della finanza. Che ne farà ora da presidente del Consiglio? Si chiamano zombie firms (imprese zombie) o walking deads (morti che camminano). A loro è dedicato uno dei capitoli centrali dello studio preparato da Mario Draghi (quando non era ancora presidente incaricato) e Rayan Raghuram, economista ed ex direttore della Banca centrale indiana, per il Gruppo dei Trenta, che raggruppa personalità influenti del mondo economico mondiale, in particolare ex presidenti di banche centrali, pubblicato a dicembre del 2020.

Titolo: Reviving and restructuring thè corporate sectorpost-Covid, rivitalizzare e ristrutturare il settore delle imprese dopo il Covid.

Per capire di cosa parliamo dobbiamo sapere che questa definizione cinicamente eloquente, zombie firms, è dedicata al quinto livello, l’ultimo, con cui questo studio classifica le imprese. Sono quelle che probabilmente sarebbero morte se in tempo di pandemia non ci fosse stato denaro facile a cui hanno attinto e rispetto al quale saranno con ogni probabilità insolventi.

Il che alimenta un’altra delle bombe che sono disse-minate nel mondo in piena crisi pandemica ed eco- nomico-sociale, quella dei crediti deteriorati. Tanto grande ed esplosiva che la Commissione europea le ha dedicato il 17 dicembre scorso una comunicazione per presentare la propria strategia di salvataggio. Ma andiamo con ordine. Partiamo dall’economia reale, le imprese. La relazione di Draghi e Raghuram, come detto, le classifica in 5 tipologie. Per ciascuna sono indicati gli interventi necessari.

Nelle prime 4 classi ci sono le imprese economicamente sostenibili.

La classe 1 contiene le imprese sane, con accesso al mercato dei capitali. A loro serve che il mercato funzioni. Il dato saliente è che sono principalmente le grandi imprese.

Alla classe 2 appartengono le aziende che, pur con basso indebitamento, hanno vincoli finanziari e accesso ridotto al mercato dei capitali. Per queste è importante garantire l’afflusso di liquidità. Le aziende nelle classi 3 e 4 hanno elevato indebitamento.

Quelle in classe 3, con problemi di liquidità ed elevate necessità di cassa, possono richiedere ristrutturazioni patrimoniali e l’afflusso di liquidità deve evitare il rischio di perseguire interessi personali e non aziendali (moral hazard).

Per le imprese in classe 4 si parla proprio di rischio di insolvenza e la ristrutturazione come il controllo sul moral hazard sono indispensabili.

Un capitolo a parte sono le imprese che ricadranno nella classe 5: ovvero le non economicamente sostenibili o decotte

Eccole le zombie, le società che non sono in grado di coprire il costo del debito con i profitti correnti e la cui esistenza dipende dai creditori. Hanno un peso nefasto su tutti i fattori eco-nomici generali.

Questa definizione viene dal Giappone dello scoppio della bolla speculativa a partire dagli anni Novanta. Ma ora sono ovunque. Già da prima del Covid, che ha j peggiorato drasticamente la situazione. Nelle prime 14 economie sono aumentate più del 12% tra le imprese industriali, dal 1980 al M 2016. Aspetto è che sono concentrate soprattutto nelle piccole e medie imprese. In Italia, lo ricordiamo, l’80% della forza lavoro privata sta nelle Pmi. Negli Usa è il 47%.

Che fare? Per Draghi, che ragiona sugli elementi “valoriali” del sistema delle Pmi e sul suo rapporto con la politica, la scelta sarà quella di intervenire per determinare il cambiamento nel modello di business di queste aziende oppure di lasciare che chiudano. Nella relazione per il Gruppo dei Trenta si legge che le Pmi, con scelte lungimiranti, possono indirizzare percorsi di sviluppo per orientare le scelte del mercato e correggere i fallimenti del mercato stesso.

A questo punto torniamo all’impatto finanziario di queste possibili crisi aziendali. Troviamo anche qui, nel rapporto, definizioni neutre o fantasiose ma che celano bombe. Le Npe (le cosiddette non performing exposures) cioè le esposizioni finanziarie non performanti. Che seguono gli impatti dei Npl (non performing loans), ossia crediti deteriorati. La stima dell’ufficio studi Prelios è che il Covid lascerà 60-100 miliardi di crediti deteriorati che arrivano da aziende classificate Utp (unlikely to pay, improbabile che paghi), che in Italia sono molto diffuse e danno lavoro a un milione di persone. Il Covid aggrava un trend già serio dalla crisi del 2008. Già a fine 2015, il totale degli Npl era arrivato a toccare la soglia dei 200 miliardi di euro a cui si aggiungevano Utp per ulteriori 130 miliardi, con un valore complessivo di oltre 330 miliardi di euro di crediti bancari. In conseguenza di interventi la massa degli Npe sui bilanci bancari è andata, nel tempo, a diminuire e nel primo trimestre 2020, infatti, lo stock delle sofferenze si era ridotto significativamente a 68,4 miliardi di euro e quello degli Utp era sceso a 61 miliardi. Ma ora le previsioni sono che l’effetto Covid potrebbe determinare, come detto prima, nei prossimi 18 mesi, un incremento tra i 60 e i 100 miliardi di euro dei nuovi flussi di Npe, con impatti rilevanti sugli stock di Utp ed Npl.

Chiaramente non è solo un problema italiano. E infatti torniamo alla Commissione europea che si è mossa e ha pubblicato la comunicazione sulla strategia di gestione dei crediti deteriorati (Npl) nell’Ue nell’ambito della crisi da Covid. Le misure indicate hanno quattro obiettivi principali. Primo. Favorire l’ulteriore sviluppo dei mercati secondari delle attività deteriorate per permettere alle banche di eliminare tali crediti dai loro bilanci rafforzando al contempo la tutela dei debitori. Secondo. Riformare la normativa dell’Ue in materia di insolvenza delle imprese e di recupero crediti. Terzo. Sostenere a livello dell’Unione la creazione di società nazionali di gestione di attivi e la loro cooperazione. In tal modo le banche, invece di gestire i crediti deteriorati, possono dedicarsi all’erogazione di prestiti alle famiglie e alle imprese redditizie. Quarto. Misure precauzionali che, date le circostanze particolari della crisi sanitaria in corso, garantiscano il finanziamento dell’economia reale. Le autorità hanno la possibilità, se necessario, di attuare misure precauzionali di sostegno pubblico, nel rispetto della direttiva Ue sul risanamento e la risoluzione nel settore bancario e dei quadri normativi in materia di aiuti di Stato. Come si vede siamo prevalentemente nel campo del finanziario e della sua gestione, ma con uno spazio al quarto punto per qualcosa d’altro, di sostegno. E poi c’è il Mes che “coprirà”. Cioè gli Stati. Ma è quasi ora di tornare a Draghi.

Prima però va ricordato ciò che ha reso noto l’Etuc, la confederazione dei sindacati europei, sull’impatto del Covid e della precedente crisi economica sul lavoro. Prendiamo solo la questione del lavoro povero che già al 2019 in Europa era cresciuto del 12%, mentre in Italia era aumentato del 28%. Ciò significa che nel nostro Paese i lavoratori remunerati con un salario talmente modesto da non permettere di superare la soglia di povertà sono passati dal 9,5% al 12,2% del totale degli occupati. “Complemento” di una occupazione che ancora nel 2018 era abbondantemente sotto i livelli del 2008 e su cui il Covid morde come confermano i 1OOmila posti persi solo in questo ultimo dicembre.

Dunque quella ristrutturazione delle zombie di cui Draghi parla nel rapporto e su cui ora opererà probabilmente come presidente del Consiglio diventa questione vitale. Cosa sarà articolato quell’intervento della politica di cui Draghi scrive nel rapporto? Come presidente della Bce ha gestito un flusso enorme di denaro, con cui ha però lasciato precipitare la Grecia, anzi l’ha strangolata, salvando le banche e indebitando gli Stati. Ora in evidenza ci sono le imprese. Da Conte nel 2020 hanno ricevuto molti soldi, 48 miliardi diretti, il Sure, e gli ammortizzatori.

Cosa significa ristrutturare? E chi lo fa? Bisogna correggere anche il mercato, scrive Draghi.

La realtà è che l’Italia ha perso in questi anni il 25% del proprio manifatturiero e ha subito, “grazie” alle privatizzazioni, processi di internazionalizzazione passiva come nel farmaceutico (ne abbiamo parlato su Left settimana scorsa). Diciamo che la politica ha agito, non ha corretto il mercato ma ne ha incentivato le pratiche profittatone. Tanti soldi affidati alle imprese non correggono il mercato. La pandemia ora ha mostrato che tutto questa centralità delle imprese, del privato, non ci ha dato, anzi ci ha tolto, quello che serviva. Mentre quello che c’è, è andato in crisi. Forse c’è una cosa che veramente può correggere il mercato. Ed è il pubblico. Inteso proprio come imprese e lavoro pubblico. Anche per fare innovazione o per crescere di scala o per europeizzarsi.

Lo abbiamo già scritto per una industria farmaceutica pubblica europea. Ma può valere per la digitalizzazione o per l’ambiente. Perché non riproporre una sorta di nuova Iri (ne ha scritto Riccardo Rifici su Transform Italia) per una ricostruzione industriale dopo pandemia? E perché non farla europea?

 

(Roberto Musacchio da LEFT – Febbraio 2021)

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