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“Chiarezza sui Vaccini” Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

Riceviamo e pubblichiamo il documento fondativo del Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini” – Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica.

MARXISMO E METODO SCIENTIFICO: LOTTA IDEOLOGICA E POLITICA NELLA NUOVA FASE PANDEMICA

Riportare al centro gli interessi di classe e la difesa della salute collettiva per uscire dall’emergenza e aprire nuove prospettive

Un anno e mezzo di pandemia ha messo a nudo la crisi del sistema capitalistico.

L’evidente fallimento delle misure di contenimento – sempre parziali e tardive – attuate dai paesi capitalistici europei, nordamericani ed in generale dalla stragrande maggioranza dei paesi OCSE che seguono le dottrine neoliberiste e le crescenti conseguenze della tattica delle mezze misure prolungate sulle attività economico-sociali maggiormente colpite, hanno provocato disastrosi effetti in termini di salute pubblica, in un clima altalenante di sfiducia ed incertezza.

INFODEMIA

Nel quadro del lento massacro culturale del sistema di educazione pubblica e nel disorientamento ideologico di molti, si sono fatte strada le più fantasiose teorie. In tale clima – mentre infezioni, ricoveri e decessi crescevano – si è diffusa una infodemia incontrollata di “notizie” spesso esaltate, decontestualizzate nonché manipolate (e difficilmente verificabili dai più). Le pseudo-informazioni si sono moltiplicate attraverso un pullulare di blog acchiappa-click ed una informazione mainstream confusionaria e spesso calibrata sulle esigenze economiche immediate di alcuni gruppi dominanti. In questo contesto, hanno avuto gioco facile le attività di nuove sette e altri gruppi reazionari, spesso orientati da campagne abilmente costruite e veicolate trasversalmente in differenti ambiti culturali, sociali, economici e politici e si sono fatte strada le più svariate e fantasiose teorie cospiranoiche circa la reale esistenza o la genesi dell’epidemia da SARS-CoV-2 o in relazione alla natura e alla presunta pericolosità dei vaccini.

UNA GESTIONE FALLIMENTARE NEI PAESI CAPITALISTICI

Da un anno e mezzo denunciamo e condanniamo la gestione della pandemia, nel mondo capitalistico occidentale in generale ed in Italia in particolare, spesso contraddittoria e costellata da errori clamorosi, a partire dalla mancata zona rossa di Alzano e Nembro (Bergamo) e dall’imperdonabile ritardo nella strategia di tracciamento nel 2020, fino alle complicazioni della prima fase della vaccinazione di massa con le case farmaceutiche inadempienti, senza alcuna seria risposta a livello europeo, proseguita con la sclerotica e confusionaria gestione della vicenda Astrazeneca. Tale pessima e contraddittoria gestione, tuttavia, non è la prova di complotti e cospirazioni, come credono taluni, ma la risultante dell’incapacità delle istituzioni borghesi a garantire il “bene comune”. I governi dei paesi capitalistici, stretti dalle lobby industriali che hanno imposto di non fermare la produzione dopo il primo parziale lockdown del governo Conte e che hanno ritardato in modo criminale ogni iniziativa di contenimento, proprio nelle fasi di crescita esponenziale dei contagi (si pensi alla seconda ondata dello scorso ottobre), hanno scelto la strada della cosiddetta “convivenza con il virus”, privilegiando la difesa di interessi particolari anziché la salute pubblica. Si tratta dell’incapacità a sostenere gli interessi generali che Marx stesso aveva compreso fin dagli scritti giovanili e che purtroppo non è chiara a molti militanti ed intere organizzazioni. In tutta evidenza, queste ultime, nonostante si definiscano comuniste, non sono ancora in grado di conquistare la sufficiente e necessaria autonomia ed indipendenza ideologica e politica dall’influenza delle classi dominanti, rendendo decisamente sterili e velleitari i loro stessi proclami rivoluzionari.

Le istituzioni politiche, sempre più screditate a causa della loro incapacità di gestione, incapacità propria di una classe politica di arruffoni e navigatori a vista, più che di una classe dirigente, non sono in grado di fornire una comunicazione efficace, alimentando scetticismo ed assenza di fiducia che pervadono una fascia di popolazione certamente più ampia rispetto a quella degli “anti-vaccinisti ideologici”: la pandemia sempre più colpisce questi ultimi, tra i quali troviamo molti pazienti delle terapie intensive nell’ultimo periodo, ma anche strati di popolazione non protetta, soprattutto a causa della disinformazione e dell’incapacità dei governi borghesi oltre che per la presa di una propaganda reazionaria che ha fatto breccia o disseminato dubbi anche in ambienti tradizionalmente distanti dalla destra più estrema.

IL DISEGNO REAZIONARIO DEI NEOCONS E LO SBANDAMENTO DELLA SINISTRA DI CLASSE

In differenti paesi, dall’America latina all’Europa dell’est, fino in Italia, con le cronache degli ultimi giorni, assistiamo al diffondersi di ideologie e posizioni anti-scientifiche ed irrazionali, alla base di mobilitazioni di matrice chiaramente reazionaria. Purtroppo queste tendenze sono diffuse non solo tra le organizzazioni di natura conservatrice, se non dichiaratamente neofascista, e nei settori di piccola-media borghesia (in molti casi le piccole attività) particolarmente colpiti dalle mezze misure prolungate, ma anche negli ambiti del “pensiero critico” e di un certo attivismo sociale; mentre tra le larghe masse della popolazione – nonostante l’inettitudine delle classi dominanti – ha prevalso in Italia una netta adesione alla campagna di vaccinazione che al momento tocca circa il 73% della popolazione (con l’impressionante numero di quasi 44 milioni di persone che ad oggi hanno aderito alla campagna di vaccinazione in Italia). L’orientamento e le tendenze in vario modo anti scientifiche – sia pur minoritario ed apparentemente residuale – sta attraversando in forma trasversale ogni formazione politica ed ogni ambito sociale organizzato, interessando la maggior parte delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe, sia nella base militante sia nei gruppi dirigenti. Questa situazione spiega l’ambiguità nelle posizioni e indicazioni politiche, mostrando un perverso meccanismo di ricerca del consenso, o una errata interpretazione della linea di massa, piuttosto che la costruzione di una direzione politica basata sulla chiarezza e su una visione scientifica della realtà: in questo senso la scarsa comprensione della realtà concreta è indice di una forte debolezza e subalternità ideologica. Non è un caso che dietro ad una certa propaganda si nascondano soggetti ambigui legati ai locali circuiti della setta nordamericana “QAnon” e dell’estrema destra. Si tratta di una dinamica operante non solo in Italia e nell’Unione Europea, ma anche in Russia, nel Brasile di Bolsonaro, in Argentina ed in altri paesi: una campagna che abbiamo osservato attentamente e visto crescere sin dall’inizio, e che ha preso avvio negli USA all’ombra della precedente amministrazione Trump. Chi condivide piazze e parole d’ordine con questi soggetti deve prendere consapevolezza che si sta assumendo la responsabilità di favorire il loro disegno apertamente reazionario.

Si sta diffondendo un approccio limaccioso, che mescola frammenti di pensiero (apparentemente) critico con atteggiamenti anti-scientifici e irrazionalistici, in un mix che alimenta in maniera indistinta la sfiducia nel potere costituito a prescindere dal suo carattere (borghese conservatore, riformista, o socialista), diffidenza e scetticismo nei riguardi di ogni dato ufficiale o informazione scientificamente fondata, arrivando persino alla aperta avversione verso i medici e gli stessi lavoratori della sanità. Questo fenomeno sta producendo una crescita del pensiero anti-progressista che, anziché dirigere le più ampie masse verso la prospettiva di un’alternativa di sistema in chiave anticapitalista e comunista, affonda nel ribellismo senza prospettive o nel ripiegamento familistico e comunitaristico, nell’individualismo soggettivista e antisociale, o nella polarizzazione esasperata da social network. 

Le forze che si dichiarano apertamente neofasciste stanno tentando di cavalcare e orientare queste inquietudini, finora con esiti piuttosto scarsi, ma con sempre maggiore visibilità e con l’obiettivo di alimentare confusione e diversione dalla lotta di classe, una dinamica favorita dai riflettori mediatici, deviando l’attenzione su una polarizzazione in realtà sterile ed utile alle classi oggi ancora dominanti ma sempre meno dirigenti.

LA NECESSITÀ DI FARE CHIAREZZA SUI VACCINI

È giunto il momento di fare chiarezza su alcuni aspetti, centrali per chi non ha abbandonato una visione del mondo dialettica e storico-materialistica, una visione scientifica della realtà, nonché della necessità e possibilità della sua trasformazione, e che non ha intenzione di sostituirla con un vuoto ribellismo velleitario.

Nelle prime fasi dello scorso anno, 2020, immediatamente a ridosso del primo lockdown, era già necessario rivendicare l’attuazione di misure nette di contenimento, test massivi e gratuiti e misure anticipate all’inizio della seconda ondata di ottobre, seguendo l’esperienza cinese “covid zero” (anziché quella “convivenza con il virus” dei paesi OCSE con poche eccezioni), iniziative tali da evitare il disastro sanitario e un periodo interminabile di mezze misure, invece che legittimare – come hanno fatto alcuni – mobilitazioni contrarie ad ogni pur tardiva ed insufficiente misura di contenimento. Allo stesso modo chi oggi insegue le mobilitazioni anti-vacciniste o variamente riduzioniste non fa che aggiungere confusione invece che fare chiarezza, diversione anziché direzione rispetto ai movimenti spontanei.

Basta con le ambiguità, le banalizzazioni e i luoghi comuni: sui vaccini occorre fare chiarezza!

In merito alla campagna vaccinale, ed alla pandemia in generale, occorre osservare con attenzione i dati, i numeri, i risultati di iniziative di contenimento e di diffusione della vaccinazione nei differenti paesi. Un dato ormai evidente è la protezione dalle forme più gravi di infezione della popolazione vaccinata, consolidato negli ultimi mesi ed in relazione all’uso di tutti i vaccini in circolazione, siano essi di produzione occidentale capitalistica o meno. Ottimi i dati in Uruguay, ad esempio, con una copertura altissima della popolazione, raggiunta in breve tempo con la vaccinazione di massa, in larga parte immunizzata con il vaccino cinese Sinovac (crollo verticale di casi positivi, casi gravi e decessi).

Se il dato sulla protezione a livello clinico in ogni paese deve essere osservato nel tempo, l’aspetto e la ricaduta della vaccinazione sul piano epidemiologico richiede una attenta valutazione là dove la vaccinazione ha raggiunto percentuali elevate della popolazione. Si tratta di considerare molte variabili, sapendo che i vaccini non sono bacchette magiche miracolose, ma potenti strumenti da affiancare ad una vigilanza sanitaria puntuale, con test massivi a disposizione di tutti e tracciamento, con lo sviluppo di un sistema sanitario pubblico e con la messa a punto di cure specifiche per questo tipo di patologie. Chi si illude di risolvere il problema con le sole cure precoci mostra di non comprendere cosa sia una epidemia di questo tipo e le sue conseguenze senza misure di contenimento e mitigazione degli effetti, altrimenti disastrosi e tali da travolgere qualsiasi sistema sanitario, anche il più evoluto.

Non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo e sottolinearlo:

1. il vaccino, qui ed ora, è indispensabile ed imprescindibile ma non va contrapposto alle altre misure. Le altre misure di profilassi generale non sono in alternativa alla vaccinazione di massa ma sono complementari ad essa. Il “consenso informato” non è una liberatoria e consente comunque la richiesta di risarcimento per i rarissimi casi di conseguenze da reazioni avverse, come confermato da sentenza della Corte Costituzionale, che equipara i vaccini obbligatori a quelli consigliati dalle istituzioni statali e regionali.

2. la sanità pubblica e il suo rafforzamento, in prospettiva, non devono essere considerati “spesa” da tagliare, bensì pubblico investimento, anch’esso indispensabile ed imprescindibile, per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Riguardo all’adozione di questo o quel vaccino da parte dei differenti enti regolatori (EMA, FDA, ecc.) ogni paese opera proprie scelte, ma occorre denunciare la differenza tra la validazione di questo o quel vaccino da parte degli enti regolatori, dal riconoscimento di ogni vaccino sviluppato seguendo i protocolli codificati di sperimentazione clinica e quantomeno dal riconoscimento doveroso di ogni vaccino considerato valido dall’OMS (si pensi ai vaccini cinesi). Il mancato riconoscimento da parte di Italia e UE (ma non da parte di altri paesi membri) dei vaccini non di produzione occidentale non ha motivazioni sanitarie ma solo geopolitiche.

Il non riconoscimento di questi vaccini, usati in decine di paesi, ha conseguenze negative nelle relazioni economiche, sociali e culturali tra i popoli, oltre che conseguenze negative per le comunità italiane all’estero (ad esempio in America latina dove prevalente è l’uso dei vaccini di produzione cinese o russa) e per i lavoratori stranieri residenti in Italia. Lo stesso dicasi per il riconoscimento dei vaccini cubani attorno ai quali c’è grande attenzione da parte della comunità scientifica mondiale e di molti governi. In queste ore si registra grande interesse per il vaccino cubano Soberana II che assieme ai cinesi Sinovac e Sinopharm è sviluppato per la vaccinazione già in età pediatrica.

Assodato dunque che il vaccino non fa miracoli, non siamo certi che questa verità elementare che con un minimo di conoscenza storica dell’argomento dovrebbe essere evidente, sia chiara ai governi della borghesia. Soprattutto nei paesi capitalistici dell’area OCSE, infatti, i governi hanno prodotto una comunicazione esageratamente ottimistica sull’imminente uscita dalla pandemia una volta portata a termine la campagna vaccinale, che forse rientra nel libro dei sogni della borghesia e dei propri comitati d’affari per consentire un immediato ritorno alla situazione economica pre COVID-19.

LE CONTRADDIZIONI IN SENO AL GOVERNO DEL CAPITALE

Il capitalismo ogni giorno deve fare i conti con le contraddizioni che egli stesso ha creato ed anche in questo caso non riesce ad uscirne. I governi borghesi, stretti da un lato dalla difesa degli interessi privati come quelli delle case farmaceutiche, dall’altro lato dall’impossibilità di uscire dalla pandemia con questo quadro d’insieme, stanno iniziando a rendersi conto della necessità di permettere la vaccinazione anche agli abitanti dei paesi più poveri, naturalmente non per ragioni etiche ma nell’interesse degli stessi paesi imperialisti. Perfino Biden ha accennato mesi fa alla necessità di una temporanea sospensione dei brevetti, dimostrandoci ancora una volta come la realtà sia dialettica e il capitalismo sia costretto ad avventurarsi in terreni completamente al di fuori dal proprio recinto per cercare soluzioni a problemi altrimenti insormontabili. Ma, per ora, il capitalismo ha soltanto contribuito ad esasperare e rendere più evidente la differenza fra poveri e ricchi, tra oppressi ed oppressori, anche su questo aspetto vitale, e non possiamo dimenticare il criminale bloqueo e le sanzioni contro il popolo cubano, contro la Siria, l’Iran e troppi altri paesi ai quali in piena pandemia viene impedito perfino l’acquisto dei medicinali. Se i dati dei primi di settembre 2021 ci parlano di oltre il 40% della popolazione mondiale che ha ricevuto almeno una dose di vaccino, con oltre 5,5 miliardi di dosi somministrate, l’atrocità della sperequazione si riassume nel dato analogo per i paesi oppressi dall’imperialismo: meno del 2%. Contro il 65% dell’UE e il 54% del Nord America; prodighi di dichiarazioni di principio e avidi nei fatti ad accaparrarsi i vaccini sul “mercato”.

UNA STRATEGIA INTEGRATA CONTRO LA COVID-19

Misure come la sospensione delle licenze dei brevetti sarebbero dunque fondamentali per un’uscita quanto più veloce possibile dalla pandemia, così come lo diventano in prospettiva la ricerca ed il potenziamento della sanità pubblica, che consentirebbe agli stati di non dipendere dalle multinazionali del farmaco e che si profila come aspetto strategico necessario alla stessa infrastruttura economico-produttiva. Da questo punto di vista, Cuba, che è un paese piccolo ma socialista – differenza qualitativa non trascurabile – sotto embargo e continuamente boicottato dal blocco imperialista statunitense, ci dimostra come una soluzione del genere sia non solo possibile ma di gran lunga più efficace, data la capacità che ha avuto di brevettare, produrre e distribuire almeno sul proprio territorio vaccini integralmente pubblici e di promuovere la collaborazione per la produzione di vaccini in altri paesi. Anche questo a dimostrazione della superiorità strategica dei paesi con persistenti elementi di socialismo nell’affrontare le minacce pandemiche. Tutto ciò conferma e rafforza in noi la granitica certezza che l’umanità ha un futuro solo nell’organizzazione socialista della società.

I vaccini rappresentano dunque, sotto l’aspetto sanitario, l’architrave di una strategia integrata che coniuga medicina territoriale (che a differenza dell’ideologia anti-vaccinista, non contrappone ad essa la vaccinazione di massa), tracciamento, prevenzione e ricerca pubblica.

Sul fronte del tracciamento, diventa indispensabile la gratuità dei tamponi, degli esami degli anticorpi e di tutte le analisi finalizzate al contrasto della COVID-19.

IL “GREEN PASS” E L’OBBLIGO DI LEGGE

In una situazione di isteria collettiva, una misura contingente e temporanea come il “Green Pass” diventa l’immaginaria linea gotica che divide due schieramenti contrapposti. La polarizzazione che ne consegue configura nella sostanza un’ennesima arma di distrazione di massa.

Si tratta di un provvedimento contraddittorio che rientra perfettamente nel quadro delle mezze misure, dove le forze politiche non hanno il coraggio di imporre l’obbligo vaccinale. Dunque, ci troviamo davanti ad una politica che non decide ma scarica le proprie responsabilità sulla popolazione aprendo una frattura tra i lavoratori. Benché la vaccinazione stia riscuotendo una larghissima adesione, vi sono settori con un numero significativo di lavoratori ancora scettici, che rischiano di pagare il prezzo più alto in termini sia di salute sia di provvedimenti conseguenti alla mancata vaccinazione.

Le conseguenze pratiche di questa (non) scelta sono ambivalenti: se da un lato questo strumento incentiva la vaccinazione di massa, dall’altro crea la pericolosissima illusione di isole “Covid-free”, che purtroppo nella realtà ancora non possono esistere.

La soluzione più avanzata sarebbe quella di convincere la parte ancora disorientata della popolazione a vaccinarsi attraverso una comunicazione seria ed efficace: al momento riscontriamo come questa prospettiva sia molto lontana e che la scelta del governo sia orientata ad una estensione di un obbligo di fatto ma non giuridico.

SCIOPERO GENERALE DELL’11 OTTOBRE 2021

Riteniamo fondamentale questo appuntamento, che deve mantenere come aspetto centrale la lotta contro i licenziamenti e non quella contro il “Green Pass”, che certamente Confindustria sta cercando di utilizzare a proprio vantaggio, esattamente come la borghesia ed i suoi governi hanno sempre fatto per ogni evento della storia umana e per ogni suo provvedimento consequenziale. Tuttavia, ribadiamo come il tema centrale dello scontro tra capitale e lavoro in questa fase sia quello dei licenziamenti, che dopo il pesantissimo assaggio di questi mesi (come mostrano i casi della Whirlpool e della GKN su tutti), verrà fuori in tutta la sua drammaticità una volta concluso il periodo di cassa integrazione.

Oltre alla lotta contro lo sblocco dei licenziamenti, è fondamentale un impegno massiccio delle organizzazioni sindacali per garantire le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, con il rispetto rigoroso dei protocolli anti-Covid-19 e nei trasporti pubblici, fondamentali per il raggiungimento del posto di lavoro e di studio e che necessariamente devono essere potenziati, oltre all’investimento nella sicurezza e sulle condizioni di lavoro nel settore pubblico (in particolare sanità, scuola e università) e nella ricerca. Non possiamo dimenticare i 621 lavoratori contagiati sul posto di lavoro, morti causa Covid nei primi mesi del 2021, ovvero morti per infortunio sul lavoro, come da relativa richiesta agli enti previdenziali.

IN CONCLUSIONE

Consideriamo che la pandemia da Covid-19 ha messo definitivamente a nudo la crisi del capitalismo e l’incapacità della borghesia di governare il mondo; evidenza che emerge con forza ancora maggiore in presenza di eventi avversi come la pandemia (che alcuni preferiscono definire come ‘sindemia’, sottolineando la sovrapposizione di aspetti naturali ad altri di tipo sistemico).

– Denunciamo gli effetti tossici di un’informazione interessata solo ai click e non alla salute pubblica.

– Condanniamo la gestione disastrosa della pandemia da parte di una classe politica per niente autorevole ed incapace di indirizzare una comunicazione chiara ed efficace.

– Esprimiamo tutta la nostra preoccupazione per il disegno reazionario della componente maggioritaria degli anti-vaccinisti per principio ideologico ed il nostro disappunto e disaccordo con quelle componenti progressiste e comuniste che aderiscono e si accodano alle loro campagne, condividendo piazze e parole d’ordine con neocons e neofascisti dichiarati.

– Rivendichiamo a gran voce la necessità della vaccinazione di massa in tempi rapidi nei paesi oppressi dall’imperialismo, il riconoscimento di tutti i vaccini smarcandosi dai giochi geopolitici, la sospensione delle licenze brevettuali, la gratuità dei tamponi e di tutti gli esami utili per il contrasto alla Covid-19, nonché il massiccio finanziamento alla ricerca pubblica valutando le possibilità della produzione di vaccini pubblici seguendo l’esempio di Cuba.

– Riteniamo che il “Green Pass” sia una mezza misura che scarica le responsabilità sui cittadini, incentiva la vaccinazione ma crea la pericolosissima illusione di luoghi “Covid-free”. Ogni cosa sotto il cielo ha la sua ora ed è giunto il momento del superamento delle fin troppo spesso ipocrite “mezze misure”.

– Chiamiamo le lavoratrici e i lavoratori allo sciopero generale dell’11 Ottobre 2021, contro lo sblocco dei licenziamenti, per adeguate misure di contrasto alla Covid-19 nei luoghi di lavoro, nelle scuole e sui mezzi di trasporto pubblici.

– Facciamo appello alle compagne ed ai compagni, oggi presenti come noi in differenti ambiti o gruppi organizzati, a sostenere apertamente una battaglia di chiarezza oggi necessaria al fine di uscire dall’emergenza e dalle nebbie della polarizzazione controllata, ricostruire una autonomia politica ed ideologica e aprire nuove prospettive di trasformazione rivoluzionaria.

Comitato Nazionale “Chiarezza sui Vaccini”
Marxismo e metodo scientifico nella nuova fase pandemica

8 settembre 2021

Fonte: https://albainformazione.wordpress.com/2021/09/09/24358/

LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

Viva la vaccinazione. Cuba è l’unico paese in America Latina ad aver sviluppato i propri vaccini Covid che sono altamente efficaci.

Tuttavia, la produzione è in ritardo.

di Bert Hoffmann (da IPG-Journal Newsletter)

Sono tempi duri a Cuba. La situazione dei rifornimenti è peggiorata drammaticamente, anche i generi alimentari di base scarseggiano, la moneta sta perdendo valore, e ora i numeri dei contagi da covid sono alle stelle. In soli dieci giorni, il numero giornaliero di casi è raddoppiato. Con più di 3.000 infezioni al giorno (in una popolazione di undici milioni), il sistema sanitario sta raggiungendo i suoi limiti. Ma allo stesso tempo, è proprio la lotta al covid che porta la più grande speranza. I vaccini sviluppati sull’isola stessa mostrano un’efficacia molto alta – non solo negli studi clinici, ma anche nella pratica.

Il governo dell’Avana ha rischiato molto quando ha deciso nel maggio 2020 di non importare alcun vaccino – né dalla Russia né dalla Cina, e nemmeno attraverso la partecipazione alla piattaforma di vaccini COVAX. Invece, ha fatto affidamento solo sullo sviluppo dei propri vaccini. Molti erano scettici: perché un’isola di undici milioni di abitanti nei Caraibi dovrebbe essere in grado di fare ciò che le aziende farmaceutiche da miliardi di dollari non sono riuscite a fare?

La spiegazione è il settore delle biotecnologie che è stato sistematicamente costruito dagli anni 80 – un’isola di efficienza nell’economia socialista del paese. Fin dall’inizio, c’è stata una particolare attenzione allo sviluppo di vaccini – non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione verso i paesi del Sud globale. È grazie a questa struttura di ricerca e produzione consolidata che Cuba ha potuto portare due vaccini alla maturità applicativa in un tempo molto breve.

Entrambi – “Abdala” e “Soberana-2” – usano il metodo dei vaccini a base di proteine che è stato usato per decenni per la polio, il tetano & co. A differenza dei nuovi vaccini mRNA di Biontech e Moderna, questa è una tecnologia “vecchia scuola”. Ma ha il vantaggio che i vaccini Covid possono essere prodotti nelle fabbriche esistenti, gli effetti collaterali sono facili da valutare, non è necessario un raffreddamento estremo e la somministrazione non è complicata.

E sono molto efficaci. Nel frattempo, gli scienziati cubani hanno anche pubblicato i risultati degli studi di fase III. Secondo questi, Abdala raggiunge un’efficacia del 92% dopo tre dosi. Per Soberana-2, c’è un risultato intermedio: dopo due delle tre dosi di vaccino, questo è del 62% – ancora ben al di sopra del 50% che l’OMS specifica come soglia per i vaccini. Quando viene valutato dopo le tre dosi complete, è probabile che anche qui ci si aspetti un valore superiore all’80% o addirittura intorno al 90%.

I critici hanno messo in dubbio queste cifre e hanno sottolineato la mancanza di trasparenza e di documentazione nelle riviste scientifiche. In pratica, questi valori possono effettivamente essere adattati in una certa misura, soprattutto perché la variante delta è stata introdotta anche a Cuba nel frattempo. Anche la durata della protezione immunitaria è una questione aperta.

Ma la pratica della campagna di vaccinazione parla un linguaggio chiaro. Quando il personale medico del paese è stato vaccinato all’inizio di marzo, il numero di infezioni tra gli operatori sanitari è stato immediatamente ridotto. Questo si sta ripetendo da quando la campagna di vaccinazione di massa è iniziata a maggio.

Quasi sei milioni di dosi sono state somministrate, la maggior parte a L’Avana, originariamente l’epicentro dell’infezione. In tutte le altre province, l’incidenza è attualmente in forte aumento. Nella capitale, tuttavia, dove circa la metà della popolazione è stata vaccinata, sono in costante calo da settimane. Nel frattempo, sono a metà del loro picco.

Un trial di fase III del vaccino Soberana-2 con 24.000 partecipanti è stato condotto anche in Iran. Come risultato dei buoni risultati e dei bassi effetti collaterali, il vaccino cubano ha già ricevuto un’approvazione d’emergenza. Questo è ancora in sospeso a Cuba. L’autorità di regolamentazione cubana, si può presumere, concederà l’approvazione formale solo quando i dati disponibili soddisfaranno tutte le specifiche e i protocolli dell’OMS.

Perché oltre a superare la pandemia nel proprio paese, Cuba spera anche di esportare i suoi vaccini. Ma qui Cuba sta attualmente affrontando alti ostacoli nell’espandere la sua produzione di vaccini. I 100 milioni di dosi di vaccino che all’inizio erano stati promessi per essere prodotti quest’anno rimarranno probabilmente solo una possibilità teorica. I materiali necessari sono diventati estremamente scarsi in tutto il mondo, dato che altri paesi si concentrano sempre più sullo sviluppo di vaccini a base di proteine – da Novavax negli Stati Uniti all’alleanza di Sanofi con GlaxoSmithKline in Europa fino a Anhui in Cina.

Anche se Cuba è “sovrana” nello sviluppo del proprio vaccino, come indica il nome del vaccino “Soberana”, non lo è affatto nelle attrezzature da importare e negli ingredienti necessari. Inoltre, come per tutto a Cuba, c’è il pesante fardello dell’embargo statunitense. Non solo limita la capacità di acquistare macchinari e altri mezzi di produzione, ma le minacce di Washington alle banche internazionali rendono le transazioni finanziarie con l’isola manovre complesse e costose.

Di conseguenza, Cuba si concentrerà inizialmente sulla produzione di vaccini sufficienti per inoculare la propria popolazione a livello nazionale. Certamente, una prima spedizione di 30.000 dosi di “Abdala” è andata come gesto di solidarietà al Venezuela, le cui forniture di petrolio a Cuba sono diminuite ma sono ancora essenziali per l’approvvigionamento dell’isola. Altri dodici milioni sono stati promessi, ma non è chiaro quando saranno consegnate.

Saranno anche negoziate ulteriori opportunità di esportazione, preferibilmente con un finanziamento anticipato per l’acquisto dei materiali di produzione. Sono concepibili anche accordi di licenza con paesi come l’Argentina o il Vietnam, che hanno capacità di produzione proprie. In passato, l’OMS ha acquistato vaccini cubani per le campagne di vaccinazione nei paesi del Sud del mondo e potrebbe farlo di nuovo nell’attuale pandemia. A medio termine, i vaccini a base di proteine, come quelli cubani, sono anche adatti per le vaccinazioni di richiamo.

Per quanto importanti possano essere queste prospettive, i vaccini cubani possono affrontare la crisi sanitaria del paese, ma non quella economica. Questo rimane il compito di un’agenda di riforme che dovrebbe mirare a rilanciare l’intera economia, non solo a rendere il settore delle biotecnologie una lussureggiante e spumeggiante mucca da mungere.

La lotta contro la pandemia a Cuba, come altrove, è una corsa contro il tempo. Tra il ritmo della vaccinazione da un lato, e la diffusione del virus e delle sue varianti dall’altro. Se va bene, la campagna di vaccinazione può salvare gli ospedali di Cuba dal collasso, portare gradualmente il paese fuori dall’isolamento e permettergli di riaprire al turismo internazionale in tempo per l’importantissima stagione invernale. Il turismo era l’industria cruciale dell’isola fino all’inizio della pandemia ed è assolutamente essenziale come fonte di valuta estera nell’attuale crisi di offerta.

Ma i vaccini cubani dovrebbero dare spunti di riflessione anche al di fuori dell’isola. In tempi di catene di approvvigionamento globali, qualsiasi idea di “autosufficienza” è rapidamente vista come antiquata. Nella pandemia, tuttavia, le nazioni occidentali industrializzate hanno dovuto imparare che non si può fare affidamento sulla globalizzazione nei momenti di bisogno. Che si tratti di maschere o di vaccini, quando si arriva al dunque, non c’è solo “l’America First”, ma ogni altro paese prova a fare lo stesso.

Il fatto che il settore biotecnologico di Cuba sia riuscito in modo così convincente a sviluppare i propri vaccini con le risorse molto limitate del paese è quantomeno sensazionale. Anche se Cuba deve affrontare mesi di tensione, visto il rapido aumento del numero di infezioni nelle ultime settimane: C’è molto per presumere che, verso l’autunno o l’inverno, il paese sarà tra i primi in America Latina a raggiungere i “tempi post-Covid” con una diffusa immunizzazione della popolazione.

Tratto da:

Viva la Impfung Als einziges Land Lateinamerikas hat Kuba eigene Covid-Impfstoffe entwickelt – und diese sind hochwirksam. Jedoch ruckelt es bei der Produktion.

Traduzione: Cambiailmondo.org

PERCHE’ IL LABORATORIO DI FORT DETRICK DOVREBBE ESSERE INVESTIGATO PER TRACCIARE LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

PERCHE’ E’ NECESSARIO INVESTIGARE I LABORATORI USA PER LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

di Fan Lingzhi, Huang Lanlan, Zhang Hui (dal Global Times)

Fonte Articolo originale in inglese del 28 giugno 2021: https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

La teoria del lab-leak, secondo la quale il COVID-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio, ha nuovamente suscitato clamore dall’inizio di quest’anno, mesi dopo che l’argomento era stato gettato nel cestino delle teorie della cospirazione da un numero schiacciante di scienziati.

Gli osservatori hanno scoperto che le cose si complicano solo quando l’origine del coronavirus – una questione scientifica già difficile – è impigliata in trucchi di manipolazione politica. Passando al setaccio più di 8.000 notizie relative alla teoria della fuga dal laboratorio, il Global Times ha scoperto che ben il 60% della copertura proveniva dai soli Stati Uniti.

Vale la pena notare che molti media del mondo occidentale guidato dagli Stati Uniti, che hanno pubblicizzato la teoria della fuga dai laboratori, sono disposti a concentrarsi solo sui laboratori cinesi, anche se sono stati accuratamente indagati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre chiudono un occhio sulle istituzioni americane di ricerca biologica più sospette, come il famigerato US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) a Fort Detrick, Maryland.

L’USAMRIID è stato temporaneamente chiuso nel 2019 dopo un’ispezione del Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Anche se questo misterioso laboratorio ha riportato la ragione della chiusura come “problemi infrastrutturali in corso con la decontaminazione delle acque reflue”, la spiegazione non era abbastanza persuasiva. Il Global Times ha scoperto che il fallimento del laboratorio nel controllare le tossine sembra aver allarmato le istituzioni legate al contrasto delle armi di distruzione di massa negli Stati Uniti.

Ricomparsa della teoria della fuga dal laboratorio

Uno studio congiunto sulle origini del COVID-19 da parte di esperti cinesi e dell’OMS a marzo ha respinto la teoria del complotto “lab-leak”. Più prove indicavano il fatto che il virus era probabilmente passato dai pipistrelli agli esseri umani attraverso un altro animale intermediario, ed era “estremamente improbabile” che fosse trapelato da un laboratorio, diceva il rapporto dello studio.

Ciononostante, la teoria della fuga dal laboratorio non è scomparsa; invece, soprattutto dall’inizio di maggio, è stata ampiamente promossa da alcuni politici e media statunitensi come una “scienza plausibile”. In un articolo pubblicato sul Bulletin of the Atomic Scientists il 5 maggio, senza alcuna prova, lo scrittore scientifico Nicholas Wade ha sostenuto che “i sostenitori della fuga dal laboratorio possono spiegare tutti i fatti disponibili sulla SARS2 considerevolmente più facilmente di quelli che favoriscono l’emergenza naturale.”

Giorni dopo, il Wall Street Journal ha riferito il 23 maggio che tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology (WIV) “si sono ammalati abbastanza nel novembre 2019 da richiedere cure ospedaliere”, e avevano “sintomi coerenti sia con il Covid-19 che con le comuni malattie stagionali”. Il rapporto del WSJ ha citato un “rapporto dell’intelligence statunitense precedentemente non divulgato”.

Il 26 maggio, il presidente Biden ha dichiarato di aver ordinato alla comunità di intelligence degli Stati Uniti di “raddoppiare” i suoi sforzi per indagare sulle origini del COVID-19. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha persino affermato il 20 giugno che la Cina dovrà affrontare “l’isolamento nella comunità internazionale” se non collabora con un’ulteriore indagine sull’origine della pandemia COVID-19, ha riportato Bloomberg quel giorno.

La pressione dei politici e dei media sembra aver colpito alcuni autorevoli scienziati medici negli Stati Uniti, tra cui il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) statunitense, Anthony Fauci. L’11 maggio, dopo che Rand Paul, un repubblicano al Senato, ha accusato Fauci di aver aiutato il laboratorio di Wuhan a “creare” il virus, Fauci ha negato con forza l’accusa ma ha detto di essere “pienamente a favore di qualsiasi ulteriore indagine su ciò che è successo in Cina.”

Questo improvviso cambiamento di atteggiamento di alcuni esperti statunitensi è dovuto alla pressione politica che hanno ricevuto, ha detto un virologo cinese al Global Times. “Ai media occidentali piace fare agli esperti domande fuorvianti, come “è (la fuga di notizie del laboratorio) assolutamente impossibile?”” ha detto il virologo che ha chiesto l’anonimato.

È molto difficile per gli esperti rispondere a una domanda del genere, poiché la possibilità, anche se molto piccola, esiste ancora, ha detto il virologo. “Tutto quello che possono dire è “è possibile””, ha detto al Global Times. In realtà, la maggior parte degli esperti di solito aggiunge “ma è altamente improbabile” dopo “è possibile”, ma i media presentano solo la parte che conferma i loro pregiudizi, ha detto.

I grandi dati mostrano che gli Stati Uniti stanno spingendo la narrazione della teoria della fuga di laboratorio COVID-19. Tra gli 8.594 pezzi di notizie relative alla “fuga di laboratorio” che il database GDELT ha raccolto dal 2020, 5.079 erano dagli Stati Uniti, pari al 59 per cento. Dopo gli Stati Uniti c’erano il Regno Unito (611 pezzi) e l’Australia (597 pezzi). Quasi tutta la copertura ha preso di mira il laboratorio WIV.

Mentre gli Stati Uniti si concentrano esclusivamente sui laboratori cinesi, raramente prestano attenzione ai difetti dei propri laboratori nazionali, alcuni dei quali hanno anche innescato incidenti legati ai virus in passato. Secondo un articolo dell’agosto 2020 di ProPublica, una redazione indipendente che produce giornalismo investigativo, l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill ha segnalato 28 incidenti di laboratorio che coinvolgono organismi geneticamente modificati ai funzionari della sicurezza del National Institutes of Health tra gennaio 2015 e giugno 2020. “Sei degli incidenti hanno coinvolto vari tipi di coronavirus creati in laboratorio”, ha detto ProPublica nell’articolo. “Molti sono stati ingegnerizzati per consentire lo studio del virus nei topi”.

Stranamente, pochissimi media mainstream statunitensi hanno sollevato la questione se esiste la possibilità che il COVID-19 sia trapelato dai laboratori statunitensi, ha detto il virologo cinese. “Non osano chiederlo”, ha detto.

In un articolo pubblicato sul blog politico indipendente Moon of Alabama il 27 maggio, l’autore ha sottolineato che l’ipnosi di alcuni occidentali sulla cospirazione della fuga di Wuhan è simile al trucco che gli Stati Uniti hanno giocato per spingere la guerra in Iraq nel 2002 – gli Stati Uniti hanno affermato che “Saddam Hussein avrà presto un’arma nucleare”, che era “un’evidente sciocchezza”, ha detto l’autore.

“La teoria della ‘fuga di laboratorio’ è simile alla rivendicazione delle armi di distruzione di massa – una speculazione senza prove promossa a lungo da un’amministrazione di orientamento neoconservatore che era estremamente ostile al paese ‘colpevole’ in questione”, ha detto l’autore.

La teoria della fuga dal laboratorio, quindi, “non è solo una storia implausibile e senza prove di una fuga dal laboratorio della SARS-CoV-2”, ha notato l’autore. “È una campagna lanciata per dipingere la Cina come un nemico del genere umano”.

Preoccupazioni internazionali sui laboratori biologici statunitensi

Gli Stati Uniti hanno molti laboratori biologici in 25 paesi e regioni in Medio Oriente, Africa, Sud-Est asiatico e negli stati dell’ex Unione Sovietica, con 16 solo in Ucraina. Alcuni di questi laboratori hanno visto epidemie su larga scala di morbillo e altre pericolose malattie infettive, secondo i rapporti dei media.

La comunità internazionale ha spesso espresso preoccupazione per le attività di militarizzazione biologica degli Stati Uniti in altri paesi.

Nell’ottobre 2020, il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Russia, Dmitry Medvedev, ha detto che le attività di ricerca degli Stati Uniti nei laboratori biologici nei membri della Comunità degli Stati indipendenti hanno causato grave preoccupazione. Gli Stati Uniti non solo costruiscono laboratori biologici in questi paesi, ma cercano di farlo anche in altri luoghi del mondo. Tuttavia, la loro ricerca manca di trasparenza e va contro le regole della comunità internazionale e delle organizzazioni internazionali.

Anatoly Tsyganok, membro corrispondente dell’Accademia Russa di Scienze Militari e professore associato della Facoltà di Politica Mondiale all’Università Statale Lomonosov di Mosca, ha detto al Global Times che i test di armi biologiche e batteriologiche sul territorio degli Stati Uniti sono vietati dal Congresso degli Stati Uniti. Ha detto che l’esercito statunitense ha effettuato e sta ancora effettuando test di armi biologiche e batteriologiche in Georgia.

Questo viene fatto con il pretesto di fornire ai malati vari vaccini terapeutici condotti dall’esercito statunitense e da appaltatori privati americani presso il Richard Lugar Center for Public Health Research, ha detto Tsyganok. I test correlati sono stati esposti da vari media.

Nel dicembre 2015, 30 pazienti del centro di ricerca che erano in trattamento per l’epatite C sono morti. Ventiquattro di loro sono morti lo stesso giorno, e la loro causa di morte è stata elencata come “sconosciuta”, secondo Tsyganok e Russia news outlet.

I residenti dei quartieri intorno a questi laboratori lamentano spesso problemi di salute.

La giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva ha pubblicato una storia sul centro Lugar all’inizio del 2018. Nelle sue interviste per il rapporto, la maggior parte dei residenti che vivevano vicino ai laboratori si lamentavano di mal di testa, nausea e pressione alta. Hanno anche detto che c’era del fumo nero proveniente dal laboratorio.

USA Today ha riferito che dal 2003, centinaia di incidenti che coinvolgono il contatto accidentale con agenti patogeni mortali si sono verificati nei bio-laboratori statunitensi in patria e all’estero. Questo può causare l’infezione dei contatti diretti, che possono poi diffondere il virus nelle comunità e iniziare un’epidemia.

Un membro dell’Accademia Russa delle Scienze, Armais Kamalov ha detto in un’intervista alla TASS all’inizio di giugno che lo sviluppo di virus geneticamente modificati come armi biologiche dovrebbe essere soggetto allo stesso divieto mondiale come il test di armi nucleari. Ha citato i laboratori statunitensi in Georgia e Armenia come riferimento.

“Ci sono molti laboratori, che oggi sono finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non è un segreto che sono in Georgia, Armenia e altre repubbliche. È sorprendente che l’accesso a questi laboratori sia off-limits, e non capiamo cosa stiano facendo lì”, ha detto.

Cosa era successo nel luglio 2019?

I terribili record di sicurezza dei laboratori biologici americani nel mondo mostrano una possibilità di fuga di un virus da un laboratorio americano. Molti indicano la chiusura del laboratorio di Fort Detrick nel luglio 2019.

Nel luglio 2019, sei mesi prima che gli Stati Uniti riportassero il primo caso COVID-19, il laboratorio dell’esercito a Fort Detrick che studia materiale infettivo mortale come Ebola e vaiolo è stato chiuso dopo che i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno emesso un ordine di cessazione. I funzionari del CDC hanno rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni dopo aver citato “ragioni di sicurezza nazionale”.

L’USAMRIID di Fort Detrick ha detto nell’agosto 2019 che lo spegnimento era perché il centro non aveva “sistemi sufficienti in atto per decontaminare le acque reflue” dai suoi laboratori di massima sicurezza, ha riportato il New York Times.

Cosa è successo esattamente a Fort Detrick nell’estate del 2019? Alcuni media statunitensi si sono rivolti in precedenza al CDC per ottenere risposte, ma molti contenuti chiave nel rapporto erano stati redatti.

All’inizio di giugno, un utente di Twitter con sede in Virginia ha ottenuto i documenti del CDC sull’ispezione di Fort Detrick sotto il Freedom of Information Act (FOIA). Global Times ha scoperto che la maggior parte dei documenti erano e-mail tra i funzionari del CDC in vari dipartimenti e USAMRIID dal 2018 al 2019. Anche se alcune delle e-mail sono state coperte da una stazione televisiva affiliata alla ABC a Washington, il rapporto non ha catturato molta attenzione.

Le e-mail hanno rivelato diverse violazioni al laboratorio di Fort Detrick durante le ispezioni del CDC nel 2019. Quattro delle quali sono state etichettate come violazioni gravi.

Una di queste gravi violazioni, ha detto il CDC, era un ispettore che è entrato più volte in una stanza senza la protezione respiratoria richiesta mentre altre persone in quella stanza stavano eseguendo procedure con un primate non umano su un tavolo da necroscopia.

Questa deviazione dalle procedure di entità ha portato a un’esposizione respiratoria professionale ad aerosol di agenti selezionati, ha detto il CDC.

In un’altra grave violazione, il CDC ha detto che l’USAMRIID aveva “sistematicamente fallito nel garantire l’attuazione di procedure di biosicurezza e contenimento commisurate ai rischi associati al lavoro con agenti selezionati e tossine”.

Altre violazioni includono la mancanza di una corretta gestione dei rifiuti, dove i rifiuti non sono stati trasportati in un contenitore durevole a prova di perdite, che crea il potenziale per fuoriuscite o perdite.

I documenti del CDC mostrano che ha inviato una lettera di preoccupazione a USAMRIID, che ha portato a una chiusura temporanea del laboratorio di Fort Detrick nel 2019.

In una e-mail del 12 luglio 2019, il CDC ha detto che l’USAMRIID ha segnalato due violazioni del contenimento il 1 luglio e l’11 luglio 2019, e questo ha dimostrato un “fallimento di USAMRIID nell’implementare e mantenere procedure di contenimento sufficienti a contenere agenti selezionati o tossine generate da operazioni di laboratorio BSL-3 e BSL-4.”

“Con effetto immediato, USAMRIID deve cessare tutti i lavori che coinvolgono agenti selezionati e tossine nelle aree di laboratorio registrate fino a quando l’indagine sulle cause principali non è stata condotta per ogni incidente e i risultati sono stati presentati al FSAP per la revisione”, ha detto il CDC.

Il FSAP (Federal Select Agent Program) è composto congiuntamente dalla divisione dei Centers for Disease Control and Prevention di agenti e tossine selezionati e dalla divisione di agenti e tossine selezionati agricoli dell’Animal and Plant Health Inspection Service. Il programma supervisiona il possesso, l’uso e il trasferimento di agenti biologici selezionati e tossine, che hanno il potenziale di causare una grave minaccia alla salute pubblica, animale o vegetale o ai prodotti animali o vegetali. Esempi comuni di agenti e tossine selezionati includono gli organismi che causano antrace, vaiolo e peste bubbonica.

Tre giorni dopo, il Fort Detrick ha risposto all’e-mail dicendo che aveva presentato messaggi in risposta all’azione immediata, ma i messaggi sono stati deliberatamente oscurati.

Il messaggio è stato presentato da un direttore di Studi Strategici (Contro le armi di distruzione di massa) presso l’USAMRIID, il cui nome è stato anch’esso cancellato.

La dichiarazione pubblica di Fort Detrick rilasciata nell’agosto 2019 diceva che l’arresto era dovuto a problemi di decontaminazione delle acque reflue. Ma non è chiaro se la dichiarazione fosse coerente con i risultati dell’ispezione del CDC.

La gestione di tali laboratori di alto livello in generale deve essere molto rigorosa con ispezioni regolari. Diversi sistemi dovrebbero essere in grado di garantire che nessun rischio potenziale possa verificarsi, e il fallimento delle attrezzature e le perdite di acque reflue certamente non dovrebbero verificarsi, ha detto al Global Times uno scienziato cinese del team di tracciamento delle origini del virus OMS-Cina che ha richiesto l’anonimato.

I problemi delle acque reflue hanno rivelato grandi lacune nella gestione del laboratorio di Fort Detrick, e c’è da chiedersi cos’altro è trapelato con le acque reflue mal gestite.

“Alcuni agenti patogeni altamente patogeni nel laboratorio sono stati probabilmente rilasciati. E l’esercito americano non ha mai detto al pubblico quello che stava facendo”, ha detto lo scienziato.

È molto probabile che i ricercatori di Fort Detrick possano essere stati infettati accidentalmente ma non hanno mostrato sintomi evidenti. In questo modo potrebbero aver portato il virus al mondo esterno, ha detto lo scienziato.

“In assenza di sintomi evidenti, 9 dei 10 individui potrebbero non aver saputo di essere stati infettati ed è possibile che più del 90% delle vie di trasmissione fossero state perse quando il virus è stato finalmente rilevato. Questo è anche il motivo per cui il tracciamento delle origini del virus è difficile da condurre”, ha detto, notando che solo l’indagine sierologica su larga scala potrebbe trovare alcune delle prime infezioni.

Perché non aprire il laboratorio di Fort Detrick

Diversi virologi e analisti intervistati dal Global Times hanno esortato il laboratorio di Fort Detrick ad aprire le sue porte per un’indagine internazionale, poiché esperti internazionali hanno già visitato l’Istituto di virologia di Wuhan.

Molti politici e media occidentali hanno dato la colpa della pandemia a Wuhan, dicendo che Wuhan è stato il luogo in cui il virus è stato rilevato per la prima volta e da dove il virus è venuto, nonostante le prove crescenti che non è il caso.

In un recente esempio a giugno, uno studio di ricerca gestito dal National Institutes of Health’s All of Us Research Program ha trovato prove di infezioni da COVID-19 negli Stati Uniti già nel dicembre 2019, settimane prima della prima infezione documentata nel paese.

Wuhan ha registrato i primi sintomi di COVID-19 da un paziente l’8 dicembre 2019.

Quando gli è stato chiesto di fornire maggiori dettagli sullo studio, una persona dei media con il programma di ricerca All of Us ha detto al Global Times che il programma “non ha nulla da aggiungere” dalle informazioni che aveva già rilasciato.

Per quanto riguarda il motivo per cui il virus è stato rilevato per la prima volta a Wuhan, lo scienziato anonimo ha detto che il virus è difficile da rilevare in una fase iniziale, soprattutto in autunno e in inverno con più casi di raffreddore. E non avrebbe attirato l’attenzione finché un gran numero di persone non fosse stato infettato. Questo è quello che è successo nella densamente popolata Wuhan, ha detto lo scienziato.

Il sistema sanitario pubblico cinese è molto sensibile soprattutto dopo l’epidemia di SARS nel 2003, ma questo non è sempre il caso all’estero, soprattutto quando la densità della popolazione è bassa e il virus non si diffonde così velocemente, ha detto l’esperto.

“Il nuovo coronavirus è stato scoperto da tre società cinesi nello stesso momento. È molto semplice rilevare queste cose, e la Cina ha un sacco di tali aziende terze con una forte capacità di rilevamento medico”, ha detto.

Senza tornare ai campioni di siero precedenti altrove ora, sarà difficile trovare la fonte del virus. Gli studi retrospettivi che sono stati fatti in Cina non hanno trovato alcuna prova. È importante che il mondo lavori insieme ora per ordinare le prove e fare le prime indagini sierologiche dove necessario, ha detto.

Zeng Guang, ex capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha detto al Global Times che la fuga dal laboratorio è facile da identificare, poiché le infezioni sono destinate a mostrare segni, sia che si tratti di un problema operativo o di un’infezione del personale di laboratorio.

Gli esperti dell’OMS hanno valutato l’ipotesi della fuga dal laboratorio quando hanno visitato Wuhan e non hanno trovato prove, e la speculazione sulla sua possibilità in un laboratorio di Wuhan dovrebbe essere già finita. Nel frattempo, dovremmo mettere un punto interrogativo su altre ipotesi, come altri laboratori nel mondo, ha detto Zeng.

Zeng ha detto che gli Stati Uniti hanno paura dell’ispezione dell’OMS nello stesso modo in cui è stata fatta in Cina, ha detto Zeng.

Gli Stati Uniti, l’unico paese che ostacola la creazione di un meccanismo di verifica della Convenzione sulle armi biologiche (BWC), ha problemi sistematici, ha detto Zeng, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno paura che l’indagine sui suoi laboratori porterebbe a scavare più del suo sporco.

Xia Wenxin ha contribuito a questo articolo

(Traduzione automatica effettuata con Deep-Translator)

Articolo originale in inglese:

https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

In Perù, Garabombo non è più invisibile. La reazione delle oligarchie e le pressioni esterne dopo la vittoria di Castillo.

di Marco Consolo

Sono ore di alta tensione in Perù. Dal 6 giugno, data del secondo turno delle elezioni presidenziali sono passate più di 2 settimane e l’autorità elettorale peruviana non ha ancora dichiarato ufficialmente vincitore il maestro Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”. In base al totale dei voti scrutinati, Castillo è in testa per circa 44.000 voti (50,12%), contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della mafia che si è fermata al 49,88 %. Il risultato consegna un Paese diviso in due come una mela, con una profonda crisi istituzionale, più di 190.000 decessi a causa della pandemia, una corruzione dilagante, un profondo classismo (in particolare conro i popoli originari) e le sequele di un estrattivismo selvaggio con morti, feriti e detenuti.

Ma non c’è 2 senza 3, ed è la terza volta consecutiva che Fujimori viene sconfitta, dopo il 2011 ed il 2016.

Come da copione latino americano (e di Trump), va in scena il sovversivismo delle classi dirigenti: l’oligarchia bianca, il fascismo peruviano e la destra internazionale  non si rassegnano alla sconfitta, gridano ai brogli e da tempo hanno attivato un piano per non riconoscere la volontà popolare. Già prima del ballottaggio, il blocco sociale composto da oligarchia, latifondi mediatici, settori delle FF.AA. e della magistratura, insieme alla Confindustria locale, ha lanciato una campagna di odio anti-comunista e di false accuse di fiancheggiamento al terrorismo contro Castillo ed il resto della sinistra.

La strategia golpista

Nelle settimane scorse, a Washington è cresciuto il nervosismo e, sotto suggerimento a stelle e a strisce,  la “signora K” aveva invitato inutilmente il terrorista venezuelano Leopoldo Lopez a dar manforte nella campagna elettorale contro il “castro-chavismo”. Non sono serviti gli appelli anti-comunisti di Vargas Llosa a favore della signora K, con una giravolta rispetto al passato degna di miglior causa.  Nè era stato utile l’appello di 23 ex-presidenti di destra ad ammettere le “denunce” (fuori tempo massimo) di K per “brogli” e non riconoscere la vittoria di Castillo. Sforzi che non sono serviti ad evitare la sconfitta nel “cortile di casa” statunitense, nell’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale.

Oggi la signora K, la “mafia fujimorista” (e Vargas Llosa), cercano di evitare che Castillo sia proclamato presidente il prossimo 28 luglio, con sfacciate manovre golpiste.  Ed altresì, risparmiare 30 anni di galera per corruzione a Keiko Fujimori, accusata in vari processi a suo carico.

Per far ciò, utilizzano una strategia di “guerra asimmetrica” diretta dal famigerato Vladimiro Montesinos (ex capo dei servizi segreti, oggi nel carcere dorato della base navale del Callo) e dalla CIA.

E’ una strategia che conta su diverse mosse, comprese quelle del puntuale e sanguinoso attacco contro la popolazione attribuito immediatamente a Sendero Luminoso (formazione praticamente scomparsa da anni) a pochi giorni dalle elezioni.

In un elenco non esaustivo, all’inizio hanno provato a ritardare il più possibile, e con qualsiasi mezzo, il conteggio dei voti per evitare la proclamazione di Castillo, cosa che non ha portato a nulla a causa della differenza dei suffragi, ammessa dalle stesse autorità elettorali.

Vista la mala parata, hanno iniziato a chiedere nuove elezioni “per brogli”, senza uno straccio di prova ed in totale disprezzo delle leggi e della Costituzione peruviana (promulgata dal padre di Keiko, Alberto Fujimori, golpista, corrotto e genocida attualmente in galera), cercando di fare pressioni di ogni genere sull’autorità elettorale. Per fare ciò, la signora K ha arruolato i più famosi avvocati, con compensi milionari.

In queste settimane, si è intensificata la campagna di odio, paura e false accuse di “terrorista” contro Castillo, con l’appoggio dei mezzi di disinformazione di massa, innaffiati da abbondanti flussi di denaro. Una campagna rivelatasi contro-producente visto che, viceversa, ha provocato il rifiuto di metà della popolazione, della poca stampa indipendente e non corrotta, degli osservatori internazionali (tra cui la stessa progolpista OEA, diretta da Almagro).

Parallelamente, si agita la piazza con i suoi sostenitori, i poveri ingannati e i ricchi convinti (che obbligano le loro lavoratrici domestiche a portarne i cartelli di protesta contro Castillo e il comunismo, con la minaccia di licenziamento): cercano lo scontro fisico con i “ronderos” contadini, e quanti si sono mobilitati a Lima da tutto il Paese, con l’obiettivo di provocare scontri, caos, morti e feriti,  e fare intervenire le forze dell’ordine. Ma nonostante le provocazioni, neanche questo ha finora prodotto risultati.

Per non farsi mancare nulla, cercano anche di dare un golpe istituzionale per poter annullare le elezioni, attraverso manovre parlamentari e la nomina di un nuovo Tribunale Costituzionale, in mano a  un parlamento il cui mandato scade fra un mese.

Tintinnio di sciabole

Dulcis in fundo, si agita il sovversivismo nelle FF.AA., spingendo militari in pensione (di cui molti avevano appoggiato Montesinos nel marzo del 1999, come l’Almirante Jorge Montoya) a pronunciarsi contro il “caos político”. Puntuale come un buon orologio, lo scorso 15 giugno, un comunicato di ex–militari di destra delle tre armi, faceva appello alla sollevazione militare contro Castillo. Dietro le quinte, la regia del generale in pensione Otto Guibovich, oggi deputato di Acción Popular, partito dell’altro golpista Manuel Merino, cacciato dalle mobilitazioni studentesche nel novembre 2020.  Il comunicato ha provocato la dura reazione dell’attuale presidente Francisco Sagasti, che ha chiesto alla magistratura di procedere contro i firmatari.

Non è da sottovalutare questo tintinnio di sciabole, possibile anticamera di un golpe del XXI° secolo, con l’avallo del Pentagono e della CIA, per rendere impossibile il governo del maestro Castillo, “comunista, terrorista, incapace e confiscatore della proprietà privata”. Una modalità da non scartare, nonostante le difficoltà interne ed internazionali.

Ma piaccia o no alle classi dominanti, Castillo dovrebbe essere  proclamato presidente il prossimo 28 luglio. A differenza di Garabombo,  personaggio del bellissimo romanzo dello scomparso Manuel Scorza, che diventava invisibile agli occhi dei potenti per meglio difendere i diritti della povera gente, oggi gli invisibili, si sono palesati nella candidatura di un maestro elementare delle Ande peruviane.  Sono gli esclusi di sempre, delle campagne e  delle periferie urbane, impoveriti dal modello capitalista, neo-liberale ed estrattivista, che hanno poco da perdere, perchè possiedono poco o nulla. Sono tra i principali protagonisti della rivolta contro i poteri forti, contro i mafiosi che hanno governato il Paese negli ultimi decenni con il “pilota automatico” della Costituzione varata nel 1993 dal golpista Fujimori.

Dietro le quinte, la Casabianca corteggia i falchi golpisti e cerca affannosamente nuove e più efficaci strategie. Lo fa oggi con il “volto nuovo” di Biden, lo strascico “politico-letterario” del pennivendolo Vargas Llosa, la mafia di Miami e i congressisti come Marco Rubio, da sempre in prima fila nell’attacco ai processi di trasformazione del continente, con la trita propaganda di “libertà vs comunismo”.

Le priorità del maestro Pedro Castillo

Se sarà finalmente proclamato presidente, Castillo propone di arrivare ad una nuova Costituzione, che restituisca protagonismo allo Stato, sia in quanto a politiche pubbliche incisive, che come regolatore del mercato, per passare da una “Economia Sociale di Mercato” (secondo la costituzione golpista) a quello che il suo programma definisce  “Economia popolare con mercati”. Si tratta di un cambio di modello che propone misure urgenti per i primi 100 giorni. Tra le priorità, combattere a fondo la pandemia; rilanciare l’occupazione e l’economia popolare; un processo progressivo verso la seconda riforma agraria; una giusta fiscalità verso le grandi imprese (che oggi evadono sfacciatamente); la convocazione di un referendum costituente con un grande dialogo nazionale e popolare. Detto in altri termini, le priorità  immediate del futuro governo di Pedro Castillo saranno la campagna di vaccinazioni, e la riattivazione económica,  con l’obiettivo di creare occupazione, soprattutto nelle campagne e per le piccole e medie imprese.

Lungi dall’essere un “libro dei sogni”, sono misure urgenti e necessarie per cambiare il destino del popolo peruviano.

Ma sono misure che dovranno essere approvate dal nuovo Parlamento (eletto al primo turno), nel quale le sinistre di Perù Libre e della coalizione Juntos por el Perù non hanno la maggioranza.    Su 130 deputati, possono solo contare con i 37 del primo e i 5 della seconda, più pochi altri che potrebbero allearsi, per arrivare forse a 50. Sarà quindi una battaglia durissima, soprattutto rispetto alla possibilità di redigere una nuova Costituzione, che si può solo vincere con una forte mobilitazione sociale, come quella del novembre 2020 e di questi ultimi giorni.

Nel frattempo, l’accompagnamento internazionale contro le manovre golpiste in atto può aiutare a fare la differenza.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/in-peru-garabombo-non-e-piu-invisibile/

Trump, Fort Detrick e il Covid 19: Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;

2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.1

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile NewYorkTimesdel 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.2

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che

«al principale laboratorio di guerra batteriologica dell‘America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».3

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell‘Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l‘età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l‘infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».4

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale TheGuardian.5

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.6

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casiai giochimondialimilitari diWuhan2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell‟aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c‘erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l‟Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell‘elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».7

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.8

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l‘importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un‘espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell‘arco di 6 mesi. Secondo l‘impressionante simulazione, nell‘arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l‘esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».9

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell‘“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto,

«il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all‟epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un‟area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L‘infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID- 19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull‘influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all‘influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull‘influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell‘influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».10

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».11

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.12

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.13

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan,

«“[…] una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un‟altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L‟unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all‘interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c‘è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c‘è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l‘anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l‘incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l‘ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l‘anomala epidemia di luglio?»14

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosiesami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causadell‟epidemia».15 Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che

«le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l‘epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell‘esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell‟ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c‟è stata l‟epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».16

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l‘indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell‘intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell‘infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l‘anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c‘entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l‘esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell‟aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all‘uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un‘altra, e ben più colossale: “Che i germi dell‘influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un‘accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L‘epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All‘origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c‘erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c‘era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all‟annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell‘odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell‘articolo sul Washington Times era stata un‟autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell‟influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c‘è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l‘America”». 17

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

* * * *

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Ilcolpevolesilenzio degliStati Unitisulla vera originedel coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Primi Firmatari

Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla veraoriginedel coronavirus

Nunzia Augeri, saggista, Milano

Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “LaCittàFutura

Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale

Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano

Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)

Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano

Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)

Manlio Dinucci, geografo e saggista

Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania

Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;

Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria

Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”

Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa”

Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.

Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it

Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)

Marco Pondrelli, direttore di “Marx21”

Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo

Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari

Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;

Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;

Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

Roberto Vallepiano, scrittore

Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

FONTI:

Home

https://sinistrainrete.info/societa/20586-daniele-burgio-massimo-leoni-e-roberto-sidoli-trump-fort-detrick-e-il-covid-19.html?auid=58710

Come Cuba resiste al Covid e al bloqueo? Angelo Baracca su medicina e scienza, vaccini e comunicazione scientifica.

Questo testo è tratto da una trasmissione su Radio Mir: https://www.spreaker.com/user/radiomir/baracca-su-cuba-alto-volume

La versione integrale del testo si può trovare qui: https://archive.org/details/cuba-covid-baracca-integrale-4aprile2021

– Abbiamo il piacere di avere qui con noi il professore Angelo Baracca, già professore all’Università di Firenze, nonché attivista e saggista prolifico per campagne ambientaliste, per il disarmo nucleare e contro le guerre. Con la dottoressa Rossella Franconi, ha scritto il libro “Cuba: medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014”. Come la società cubana sta affrontando la pandemia da Covid? Anche in relazione ad altri paesi centro-nord-sudamericani?

Cuba ha una lunga esperienza di epidemie perché sin dai primi anni 1980 affrontò una brutta epidemia di dengue, un’infezione trasmessa da una zanzara. I cubani intervennero proprio con il primo ritrovato della ricerca e dell’industria biotecnologica: l’interferone. Spinti anche dall’intuizione di Fidel Castro, un gruppo di 6 medici cubani si recarono in Finlandia per una settimana e furono ospitati nel laboratorio di Kari Cantell, che aveva realizzato il primo procedimento al mondo per la produzione in quantità considerevoli di interferone umano. Ritornati a Cuba, in 3 mesi realizzarono questo processo piuttosto complesso, con tutti i preparativi, attrezzature moderne e annesse difficoltà a reperirli, perché già allora c’era il bloqueo. Lo stesso Cantell si stupì molto di come i cubani riuscirono a riprodurre il suo procedimento in così poco tempo.

Per combattere l’epidemia di dengue i cubani utilizzarono direttamente l’interferone, riuscirono a metterla sotto controllo e a vincerla. L’applicazione dell’interferone contro la dengue ha caratterizzato l’atteggiamento dei cubani anche oggi di fronte alla pandemia da Covid: i cubani hanno sempre elaborato medicinali, rimedi o vaccini, per utilizzarli proprio sul campo con tutte le precauzioni. Non è che i cubani saltino i requisiti scientifici, medici, i dovuti test e verifiche, però questa prontezza a utilizzare preparati medici di avanguardia ha nettamente caratterizzato tutta quanta la storia della medicina e della scienza cubana dopo il 1959.

L’11 marzo 2020 furono 3 turisti italiani che portarono il contagio a Cuba (!…) . Quando si verificarono questi primi casi di contagio da Covid-19, i cubani erano già pronti a tracciare i contatti e a isolare i contagi; avevano preparato immediatamente un ospedale Covid, evitando la contaminazione di ospedali e pronto soccorso come abbiamo visto in Italia. Hanno saputo isolare e incanalare nel modo corretto l’infezione.

Quindi c’è stata proprio una preparazione capillare, estesa al territorio, che ha coinvolto in prima persona la popolazione, non come in Italia dove la gente non sapeva più cosa fare, dove molte persone per paura hanno smesso di andare ai pronto soccorso. Con queste misure Cuba ha tenuto sotto controllo la pandemia, a differenza di tutti gli altri paesi delle Tre Americhe, nord, centro e sud – dove sappiamo che la pandemia ha invece infuriato in maniera incontrollata, cento volte inferiore ai numeri in Italia ma anche in Europa in generale, anche negli Stati Uniti, in Brasile, per non parlare del Messico e così via.

In questo momento i cubani non sono riusciti ad “abbassare la curva”, però c’è il primo vaccino che sta concludendo la fase 3 dei test clinici. I vaccini messi a punto a Cuba sono cinque (fra cui uno da una collaborazione sino-cubana). Due di questi vaccini sono in fase 3 – “Soberana 2” la sta concludendo – e quindi Cuba sicuramente farà fronte in modo definitivo alla pandemia utilizzando il vaccino. Ma, attenzione! Mentre in Italia il vaccino è una risorsa da ultima spiaggia perché non siamo stati capaci di tenere sotto controllo la pandemia, a Cuba prima la pandemia è stata tenuta sotto controllo – malgrado questa recrudescenza con un’origine precisa dopo le festività di Natale – e poi, con la pandemia sotto controllo, si avvierà progressivamente, in tempi relativamente brevi, la vaccinazione di tutta la popolazione. Credo sia molto importante sottolineare questa differenza con l’Italia.

– Ci ha ricordato il bloqueo. Vale la pena ricordare anche che il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha recentemente approvato una risoluzione su come le sanzioni unilaterali impattino negativamente sul godimento dei diritti umani nei paesi oggetto di sanzione. Di quali limitazioni soffre un paese come Cuba, che da 69 anni è sotto bloqueo statunitense, nel combattere una pandemia?

Questa storia delle sanzioni è una cosa immorale in generale. Pensa che ci sono circa 2 miliardi di persone, quasi un terzo della popolazione mondiale, che sono sotto sanzioni unilaterali degli Stati Uniti, i quali si arrogano il diritto di giudicare chi violi i diritti umani. Queste sanzioni pesano su due miliardi di persone! Perché la narrazione che le sanzioni sono fatte per indebolire i governi  ormai sappiamo che è un’invenzione: nessun governo mi risulta sia caduto in tutta la storia dell’umanità a causa delle sanzioni. Il governo semmai inasprisce le condizioni delle popolazioni.

Sottolineo “sanzioni unilaterali”, e per giunta dalla maggiore potenza mondiale. Che la maggiore potenza mondiale si arroghi il diritto di giudicare chi viola i diritti umani escludendo se stessa, è proprio una cosa che non ha termini possibili per essere definita. Se le Nazioni Unite decidessero delle sanzioni approvate dall’Assemblea Generale – e non dal Consiglio di Sicurezza – allora la cosa sarebbe diversa. Lo scopo sarebbe molto chiaro di una comunità internazionale che adotta queste misure, e non uno scopo contro la politica o l’impostazione politica della dirigenza di un paese soltanto perché agli Stati Uniti non va bene.

All’ONU in questo Consiglio per i Diritti Umani si stavano valutando proprio le sanzioni degli Stati Uniti. Intanto è immorale che l’Italia abbia votato contro la risoluzione perché secondo me è una scelta di principio votare a favore di sanzioni unilaterali di un paese contro 2 miliardi di abitanti del pianeta. Nel caso di Cuba poi – non solo di Cuba: del Venezuela, dell’Iran – è chiaro che in un momento come questo in piena pandemia, queste sanzioni sono proprio di una… come chiamarla?… di una crudeltà inumana, perché rende estremamente difficili proprio le misure sanitarie, mediche, per la popolazione, quelle che devono assolutamente essere prese e che sono fra l’altro non solo un vantaggio necessario per il Paese che viene sanzionato ma per tutti.

Il fatto che l’Italia in particolare abbia votato contro la risoluzione, confermando il suo servilismo all’imperialismo americano, è una cosa veramente vergognosa, tanto più vergognosa e immorale quando abbiamo visto come negli Stati Uniti la cosiddetta “democrazia”, i diritti umani vengono violati. È proprio un momento in cui un Paese, ma tutti i Paesi europei – i quali hanno votato contro alla risoluzione – dovrebbero proprio sottrarsi intenzionalmente, apertamente agli imperativi degli Stati Uniti. Ma poi, in Italia, dopo aver avuto due brigate mediche cubane che sono venute in nostro soccorso, richieste dalle regioni ma attraverso il ministro della sanità italiano, proprio è stata una cosa vergognosa.

Per fortuna, già negli anni Ottanta a Cuba sono stati fondati i primi centri di ricerca biotecnologica con le apparecchiature più moderne, senza le quali non avrebbe raggiunto livelli di eccellenza mondiale in questo campo. Per ottenere tutte queste apparecchiature, i reagenti, le materie prime, chiaramente ha dovuto aggirare le restrizioni del bloqueo e quindi tutte queste cose sono state molto più difficili da ottenere e sono diventate molto più care. Fin dall’inizio degli anni Ottanta, la sua industria biotecnologica le ha permesso di produrre medicinali e anche vaccini, ma le sanzioni rendono molto più difficili le forniture per mantenere in vita questa industria e per portare avanti questi processi e le ricerche necessarie. Penso che questo chiarisca a tutti la gravità assoluta, l’assoluta immoralità di queste sanzioni.

– Potrebbe sorprendere che Cuba sia comunque in grado di progettare, sviluppare, sperimentare, produrre, distribuire 4 vaccini – si parla addirittura di un quinto vaccino anti-Covid, lo apprendo durante questa chiamata. È una filiera molto complessa, nonostante appunto più di 200 sanzioni targate USA. Com’è questo possibile?

In realtà il campo medico e biotecnologico lo conosco molto superficialmente. Io sono un fisico, ho collaborato soprattutto con la facoltà di fisica de L’Avana dal 1995. Chiaramente non sono addentro ai meccanismi economici, organizzativi, dello stato cubano, della ricerca, dell’università. Non conosco i meccanismi specifici. Più che altro vedo gli effetti e l’impostazione che ha tutta la ricerca cubana.

Un primo punto che mi sembra molto importante chiarire è che non si tratta solo di un fatto organizzativo dello stato. Fidel Castro nel famoso discorso del 1960 dichiarò che il futuro di Cuba non può che essere un futuro di uomini di scienza. Tutta l’intelligencja, la comunità tecnica, scientifica, intellettuale, studentesca, docente del paese è stata mobilitata su questo progetto in maniera compatta, con lo spirito di cooperazione.

Tutto questo coordinamento, e anche quello che dicevo per affrontare la pandemia, è possibile perché lo stato controlla tutti i settori. Poi ci saranno disfunzioni, delle storture, perché poi insomma tutto il mondo è paese, non è che i cubani sono perfetti! Con Franconi lo diciamo sempre, i cubani non sono dei superuomini o superbuoni, sono persone normali. Ma la loro potenzialità è aumentata da questo spirito di cooperazione e di collegamento fra tutti.

– Riprendendo da questo discorso, sicuramente la pandemia ha evidenziato un cortocircuito forte fra le comunità scientifiche dei paesi post-industriali e le logiche del profitto. Nel discorso pubblico i caratteri classisti della comunicazione scientifica di medici e scienziati sono stati evidenti: da una parte i c.d. “esperti” si spendono a sfoggiare la propria sapienza contro la popolazione; dall’altra, sedicenti “eroi” in solitaria che hanno contrabbandato l’aneddotica clinica e studi osservazionali per scienza. Alla popolazione viene restituita solo una gran confusione. Sembra invece che a Cuba intercorra un rapporto diverso fra le comunità scientifico-mediche e la popolazione dell’Isola.

In Italia assistiamo a questi spettacoli proprio indegni degli specialisti che litigano in televisione. A Cuba, intanto, non c’è una persona che dubiti che questo coronavirus sia reale e che questa malattia sia reale e che non sia prontissima a vaccinarsi. Non siamo come da noi, dove ci sono i negazionisti del virus, i negazionisti della pandemia, i no-vax o comunque gli scettici. A Cuba è radicalmente diverso. Queste cose non esistono. La televisione statale trasmette regolarmente nel secondo pomeriggio le “mesas redondas”, cioè delle tavole rotonde e ce ne sono state varie registrate e seguibili su internet. Ce ne sono anche varie con argomento la pandemia, i vaccini. Ne ho sentita una a cui parteciparono i direttori dei principali centri cubani che hanno realizzato i vaccini. Ho assistito a una discussione in un’armonia completa, con uno spirito costruttivo di spiegare alla popolazione che cosa sono questi vaccini, come sono fatti, come funzionano, le differenze fra vaccini, le differenze con quelli di altri paesi, come andrà avanti la sperimentazione. La stampa cubana ne parla continuamente, ci sono quotidianamente articoli che aggiornano su queste cose. Questo mi sembra che dia una chiara idea che ci sia un clima generale – e anche specifico – radicalmente diverso da quello proprio avvilente e contraddittorio, molto spesso negativo, che noi conosciamo in un paese come il nostro.

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=35546

12 ore intorno al mondo per la Festa della Repubblica

12 ORE DI DIRETTA  – Evento webradiostreaming
di Radio MIR domani 2 Giugno 2021

 

Un giro del mondo virtuale, seguendo i fusi orari, cominciando alle 6 del mattino con l’Arabia Saudita per concludersi con l’Australia alle 17.30, passando per l’Europa, Nord e Sud America e Asia.

Ci collegheremo con italiani residenti all’estero e con persone che sono immigrate in Italia, mettendone a confronto le esperienze migratorie, le storie di integrazione, come vedono l’Italia dal loro punto di osservazione, nel giorno della Festa della Repubblica.

Circa 50 interventi da più di 25 paesi del mondo:  storie, reti di soggetti e  comunità, iniziative, interventi istituzionali, focus su temi importanti per le nostre comunità  per stimolare l’intreccio di nuove relazioni, incuriosire chi non conosce il mondo degli italiani all’estero. E anche un tentativo di “auto – inchiesta” per provare a riportare il grande tema delle migrazioni all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana.

Ricostruiremo attraverso i collegamenti, una comunità con una propria identità non solo linguistica ma riconducibile al tratto comune di “Cittadini del mondo”.

E da “cittadini del mondo” non si smette di essere italiani quando si varca il proprio confine, semmai è il contrario. E’ l’Italia come Paese che purtroppo dimentica i suoi cittadini all’estero. Quale contributo reale danno possono dare gli italiani all’estero per fare in modo che l’Italia diventi un paese del mondo e non come diceva Metternich ”una mera espressione geografica”?
 

La diretta si svolgerà sulla pagina facebook di Radio MIR e sul canale Youtube e avrà inizio alle ore 6 del 2 Giugno 2021 con la conduzione principale di Fabio Sebastiani e Pietro Lunetto.

REGISTRAZIONE INTEGRALE DELL’EVENTO WEB

FONTE: Radio MIR, radio degli italiani mondo: www.radiomir.space

Franco Fracassi: “I misteri di Wuhan”

Il laboratorio militare di Fort Detrick nel Maryland e quello di Wuhan in Cina avevano programmi paralleli, e lavoravano praticamente in simbiosi su esperimenti GOF (guadagno di funzione dei virus). Inoltre, il laboratorio di Wuhan è finanziato ufficialmente dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato USA. Il collegamento di tutto ciò è Anthony Fauci. Queste sono solo alcune delle “sorprese” che vi aspettano in questa intervista a Franco Fracassi.

FONTE: https://www.luogocomune.net/21-medicina-salute/5778-franco-fracassi-i-misteri-di-wuhan

Colombia 2021: “Continuano ad ammazzarci”

di Rodrigo Rivas

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo. Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti. Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

1.- “La versione ufficiale, mille volte ripetuta dal governo in forma martellante a tutto il Paese con ogni mezzo di comunicazione alla sua portata, finì per imporsi: non ci furono morti, i lavoratori soddisfatti erano tornati a casa dalle loro famiglie e la compagnia bananiera sospendeva le attività in attesa che la pioggia finisse.

La legge marziale restava in vigore, prevedendo la necessità di mettere in atto misure di emergenza per far fronte alla calamità pubblica rappresentata dall’interminabile acquazzone. La truppa restava in caserma. Durante il giorno, i militari giravano per le strade trasformate in torrenti, con i pantaloni arrotolati a mezza gamba, giocando ai naufragi con i bambini.

Di notte, dopo l’entrata in vigore del coprifuoco, abbattevano le porte coi calci dei fucili, buttavano giù i sospettati dai loro letti e gli portavano via a un viaggio senza ritorno.

Continuava la ricerca e lo sterminio dei malfattori, assassini, incendiari e rivoltosi così come descritti dal Decreto Numero Quattro, ma i militari lo negavano anche ai parenti delle loro vittime che affollavano l’ufficio dei comandanti alla ricerca di notizie.

«Sicuramente l’avete sognato», insistevano gli ufficiali. «A Macondo non è successo nulla, nulla succede e mai succederà nulla. Questo è un paese felice».

Così portarono a compimento lo sterminio dei capi del sindacato” (Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”, 1968).

Gabo si riferisce ai fatti del 1928, quando il già allora corrotto governo oligarchico del conservatore Abadía Méndez ordinò all’esercito colombiano di fucilare diverse migliaia di operai e di lavoratori, incluse le loro famiglie per evitare che cadessero in povertà, nella enclave bananiera della United Fruit a Santa Marta.

I “falsi positivi” sono un’invenzione più recente. Videro la luce durante il governo di Alvaro Uribe Vélez, il “Matarife, genocida innominabile” che si trova all’origine del narco-paramilitarismo, che ha perfezionato il sistema di corruzione e architettato l’odierno legame tra i potentati economici e la sua cerchia politica, che governa la Colombia da oltre 30 anni.

In italiano, il termine “Matarife” significa macellaio. Ma la traduzione non rende l’idea. Significa invece “taglia gola”, “squartatore” o “boia”. Ma ho un dubbio su quest’ultima traduzione, poiché quella del boia è stata una funzione pubblica, rispettata e rispettabile. “Mastro Titta”, “er boja de Roma” fino al 1864, era anche molto popolare e quando fu sostituito da Vincenzo Balducci, papa Pio IX gli concesse un ottimo vitalizio mensile (vedere la falsa autobiografia scritta nel Novecento da un autore rimasto anonimo, ”Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso”).

Uribe Vélez è un delinquente noto internazionalmente almeno dai primi anni ‘90, ben prima di diventare presidente (2002-2010), ossia da quando l’agenzia militare d’intelligence degli Stati Uniti (DIA) lo mise ufficialmente nella lista di persone legate al “Cartello di Medellin”.

2.- “Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende, un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli” recita Sauron, “l’Aborrito” in lingua quenya, l’Oscuro Signore di Mordor, uno spirito malvagio e potentissimo (J. R. R Tolkien, “Il Signore degli Anelli”). 

Verso la fine del 2008 diventava di dominio pubblico in Colombia una storia di premi e punizioni basata sull’efficienza.

Il percorso era semplice: l’Esercito nazionale colombiano assassinava civili innocenti facendoli passare per guerriglieri uccisi in combattimento nella guerra civile che, con diversi nomi e attori, è in atto in Colombia dal 1948.

Gli assassinati erano migliaia. Attraverso il sistema di premi e punizioni, esaltando i risultati repressivi ottenuti da ogni sergente, pattuglia e dall’intero esercito, portavano promozioni, riconoscimenti, benefici e gratifiche.

Il caso fu scoperto per l’ingordigia dei candidati ai premi, non per la semplice moltiplicazione dei morti considerata un fatto pressoché normale: ad un certo punto i conti non quadravano. La colonna dell’Avere, “guerriglieri uccisi in combattimento” continuava a crescere ma cresceva pure la colonna del Dare, “numero di guerriglieri attivi”.

Questo serial killer di massa ben rappresenta la classe dirigente colombiana, anche quella recentemente premiata con il Nobel per la pace in seguito all’accordo con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC, 2016) per mettere fine alla più lunga guerra civile della storia.

Non essendo il tema, faccio solo un cenno ad una conseguenza strutturale di questa guerra:

“Nel 2015, le terre non controllate dal latifondo e dalle corporazioni multinazionali superavano il 40% del territorio colombiano totale. Basta controllare l’elenco di questi territori con le cronache odierne per verificare che sono proprio questi i territori attualmente invasi e ferocemente attaccati da gruppi armati illegali con l’aperta complicità del governo.

Negli ultimi 20 anni, circa 6,6 milioni de ettari, oltre il 15% della superficie agricola della Colombia, sono stati occupati con violenza da paramilitari, narcotrafficanti e militari. Molti fanno finta di essere sorpresi “di cotanta ferocia”, ma non c’è alcun motivo per essere sorpresi. Le caratteristiche e conseguenze di questo processo erano talmente evidenti fin da mo’, che l’agronomo ed ecologista francese René Dumont le ha previste in ogni sua fase (“Le mal-développement en Amérique latine. Mexique, Colombie, Brésil”, 1981)… Come avviene in tutte le materie incluse nel processo di pacificazione teoricamente in corso, la restituzione concordata delle terre è stata un sonoro insuccesso: ai contadini sono stati restituiti 15.000 ettari, lo 0,023% di quanto era stato loro rubato soltanto nei 20 anni precedenti… La voracità del capitale colombiano sta facendo tabula rasa persino delle zone che lo Stato ha dichiarato protette. Ad esempio, in almeno 31 dei 59 parchi naturali nazionali ci sono attualmente conflitti per l’uso, l’occupazione e l’usufrutto della terra…

Alla guerra per la terra si aggiunge la guerra per l’acqua, oggi in procinto di passare nelle mani delle grandi aziende transnazionali… Ad esempio, sono in processo di privatizzazione i 12.000 acquedotti comunitari esistenti, che riforniscono il 40% dell’acqua utilizzata nelle zone rurali e il 20% di quella usata nelle zone urbane” (Terra, acqua, aria: fuoco – terza parte e conclusione, 9 luglio 2020).

3.- “Gli elenchi di gente ricca sono stracolmi di persone che hanno ereditato la loro fortuna o l’hanno fatto speculando, non di certo grazie alla loro capacità innovativa e al loro sforzo produttivo. Sono un catalogo di speculatori, di baroni immobiliari, di reali e nobili formalmente decaduti o in carica, di monopolizzatori delle tecnologie dell’informazione, di usurai, di banchieri, di sceicchi del petrolio, di magnati del settore minerario, di oligarchi e amministratori delegati pagati in modo assolutamente spropositato riguardo a qualsiasi valore possano generare…

Un secolo fa, gli imprenditori cercavano di farsi passare per parassiti adottando lo stile e le forme delle classi parassitarie proprietarie di un titolo nobiliare. Oggi i parassiti pretendono di essere imprenditori” (Geoge Monbiot, Invisible Hands 21 luglio 1018).

Dalle statistiche ufficiali risulta che la metà dei 50 milioni di colombiani vive nell’informalità, che il 42,5% sono poveri e che la disoccupazione è aumentata del 16,8% soltanto nel marzo 2021.

Dalle statistiche delle organizzazioni che si occupano dei diritti civili risulta che tra gennaio e marzo 2021 sono stati assassinati 79 leader sociali.

Mercoledì 29 aprile 2021 la popolazione è scesa per strada per protestare contro una riforma tributaria che aumentava l’IVA per tutti i beni di largo consumo.

Il governo ha risposto con i militari. La polizia ha sparato contro i manifestanti

Fino a martedì 3 maggio, sono stati documentati 940 casi di abusi della polizia, c’erano almeno 24 morti, 87 scomparsi e 846 feriti.

Secondo Diego Molano, ministro della Difesa, i cortei sono stati infiltrati da gruppi armati illegali che si sono dedicati al saccheggio e al vandalismo. I fatti di violenza sono premeditati, organizzati e finanziati da gruppi di guerriglieri dissidenti. Curiosamente, tutte le vittime sono civili disarmati.

Domenica 2 maggio il presidente Duque ha ritirato l’iniziativa avvertendo che non ci sarà alcuna tolleranza sul terrorismo urbano.

È difficile fare un’analisi della situazione concreta e forse non è nemmeno il momento adeguato per provarci.

Malgrado l’eterogeneità del movimento, si possono comunque osservare tre linee generali.

La prima era la rinuncia del capo economista dei neoliberisti, il ministro Alberto Carrasquilla, costretto a dimettersi lunedì 3 maggio in seguito al ritiro del suo progetto “riformatore” teso a trasferire ai ceti medi e bassi l’intero costo della pandemia da Covid-19, lasciando in piedi il sistema fiscale che esonera dalle imposte gli oligopoli legati alle attività minerarie e all’esportazione di zucchero e banane.

La seconda è la richiesta di un’economia un po’ meno disuguale.

La terza consiste in una serie di riforme: democratizzazione dell’educazione e della sanità, amministrazione meno soggetta al clientelismo politico, riforma della polizia e smantellamento della Squadra Mobile Antidisturbi (Escuadrón Móvil Antidisturbios”), incaricata di reprimere le proteste e una migliore implementazione del processo di pace firmato nel 2016 dall’allora presidente Juan Manuel Santos e dalle FARC.

4.- Analizzando le condizioni in cui si fa la storia, Karl Marx scrisse nel 1852: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia” (“Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, Incipit).

In questo maggio 2021 non è in questione la “narrazione” sui fatti poiché quanto avviene è evidente persino alla UE che, infatti, ha stilato una nota di protesta contro gli eccessi della polizia.

In questa fase, il governo copia la manovra ingannevole e dilatoria del “virus Piñera”, chiamando “le organizzazioni politiche ad un dialogo nazionale” che esclude i protagonisti (organizzazioni sociali, popolari, civiche, etniche, studentesche, operaie, contadine,  docenti,  associazioni di vittime, difensori dei diritti umani, ecc) “perché abbiamo ascoltato il popolo colombiano e la sua protesta pacifica”.

I rumori disarmonici della popolazione non sono stati ascoltati. Perché sono puro e semplice vandalismo sul quale cadrà il peso della legge che, in questo caso, significa anche fucilazioni in situ da parte delle squadre anti-disturbi.

Osservando le foto ufficiali che immortalano l’inizio delle conversazioni tra il governo ed alcuni “leader dell’opposizione democratica”, mi vengono in mente scene viste in un vecchio museo di Bogotá sui momenti successivi all’assassinato del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile 1948.

Anche l’allora presidente, il conservatore Ospina Pérez, avendo ascoltato la rabbia della popolazione, richiamò a palazzo i capetti del Partito Liberale, buona parte dei quali erano su posizioni del tutto diverse a quelle di Gaitán, sospettati di tradimento o conciliatori per professione e dottrina, per formare a nome e rappresentanza del gaitanismo, un effimero governo di conciliazione nazionale. Nessuno dei problemi strutturali venne risolto e contro i gaitanisti veri, previamente satanizzati come “populisti”, si scatenò una politica di sterminio.

Così nacque il conflitto sociale armato colombiano, riciclato ma ancora vivo. Era, ribadisco, il 1948.

“Los hambrientos piden pan, plomo les dá la milicia” (gli affamati chiedono pane, piombo dà loro la milizia), cantava Violeta Parra (“La carta”, 1962).

I colombiani chiedono una “Assemblea Costituente Ampia e Democratica” che convochi i veri rappresentanti della mobilitazione sociale, non i politicanti, per discutere sui motivi che hanno portato alla mobilitazione e per trovare una vera “Soluzione Politica” al conflitto sociale.

Su questo magnifico Paese si agita nuovamente lo spettro del “Bogotazo” che inaugurò la “violenza” dopo l’assassinio di Gaitán.

La Colombia continua a dimostrare che Dio è giusto: “Viviamo in un Paese talmente bello che, per ricompensare gli altri, il Padre eterno ci ha dato questi governi terribili”.

E continua a mettere in mostra la vivacità della sua vita politica: “In Colombia esiste una differenza notevole tra conservatori e liberali. I conservatori vanno a messa alle otto, i liberali a mezzogiorno”.   

La chiusa a Gabo: “Erano tre reggimenti la cui marcia ritmata dai tamburi dagli schiavi della galera faceva tremare la terra. Il suo respiro da drago multicefalo aveva impregnato di vapore pestilente la luminosità di mezzogiorno. Erano piccoli, massicci, bruti. Sudavano con sudore di cavallo, avevano un odore di carnaccia macerata dal sole e l’impavidità taciturna e impenetrabile degli uomini dell’altipiano. Benché ci mettessero più di un’ora a passare, si sarebbe potuto pensare che fossero solo poche squadre che facevano il girotondo, perché tutti erano identici, figli della stessa madre, e tutti sopportavano con uguale stolidità il peso dei tascapane e delle borracce, la vergogna dei fucili con le baionette innestate e la scoglionatura dell’obbedienza cieca e del senso dell’onore” (op. cit.).

R.A. Rivas 5 maggio 2021

Rabbia e sangue in Colombia. E Duque cede

di Claudia Fanti (da Il Manifesto)

7 milioni di persone hanno manifestato in tutto il Paese. 21 morti in sei giorni di proteste per la repressione dell’Esmad. Alla fine il presidente è costretto a rinunciare alla riforma tributaria

Un anno e mezzo dopo la possente mobilitazione contro il governo di Iván Duque, la più grande registrata in Colombia in molti decenni, le forze popolari sono scese di nuovo in strada, per sei giorni di seguito, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di allora. Neppure il Covid è bastato stavolta a fermare la protesta, scatenata dal varo della riforma tributaria da parte del governo, benché il paese si trovi nel pieno della terza ondata di contagi.

«SE IL POPOLO MARCIA durante la pandemia è perché il governo è più pericoloso del virus», è stato non a caso uno degli slogan ripetuti dai 7 milioni di persone che hanno manifestato in circa 600 municipi: lavoratori, studenti, contadini, indigeni, afrocolombiani.
E nulla ha potuto nemmeno la violenta repressione da parte del famigerato Esmad, lo Squadrone mobile antisommossa della polizia, malgrado il bilancio pesantissimo di 21 morti – di cui 10 a Cali, diventata l’epicentro delle proteste -, 208 feriti, 10 casi di violenza sessuale, 503 arresti e 18 lesioni oculari, stando ai dati dell’organizzazione Defender la libertad.

ALLA FINE, PERÒ, L’OBIETTIVO della mobilitazione – impedire l’entrata in vigore della riforma tributaria – è stato raggiunto: «Sto chiedendo al Congresso di ritirare la legge proposta dal ministero dell’Economia ed elaborarne urgentemente una nuova che sia frutto di un consenso, al fine di evitare incertezze finanziarie», ha dichiarato domenica il presidente, senza fare un solo cenno alle proteste e assicurando che il suo scopo era stato solo quello di garantire la stabilità fiscale, portare avanti i programmi sociali e porre le condizioni per una ripresa economica di fronte ai pesanti effetti della pandemia.

Uno scopo che il suo governo pensava di raggiungere attraverso l’imposizione dell’Iva al 19% su beni e servizi (compresi prodotti alimentari e benzina), la crescita delle imposte su salari e pensioni delle classi medie, il congelamento per cinque anni dei salari degli impiegati pubblici e persino una tassa sulle sepolture. «La riforma pretende sottrarre alle classi medie, ai lavoratori, ai pensionati e ai settori popolari circa 27 miliardi di pesos», aveva denunciato il Comité nacional del paro (un “comitato dello sciopero” in cui sono presenti le principali organizzazioni popolari) già protagonista delle proteste del 2019.

E TANTO PIÙ INACCETTABILE era apparsa la riforma di fronte ai massicci finanziamenti destinati dal governo a grandi imprenditori privati, a cominciare dal banchiere Sarmiento Angulo, uno dei principali finanziatori della campagna presidenziale di Duque. Senza contare che la Colombia, secondo un rapporto divulgato dal Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), figura al primo posto al mondo per spese militari durante la pandemia, in un contesto caratterizzato da una disoccupazione superiore al 16%, un tasso di povertà salito al 42,5%, una diffusa insicurezza, l’assassinio sistematico dei dirigenti sociali e la crescente penetrazione delle grandi imprese nei territori indigeni e afrodiscendenti.

ED È PROPRIO LA GRAVITÀ di tale quadro a indurre il Comité del Paro a proseguire la mobilitazione, convocando una nuova giornata di protesta per il 5 maggio. Tra le principali rivendicazioni, la smilitarizzazione delle città, il ritiro del progetto di riforma della Salute – il cui obiettivo essenziale è accentuare la privatizzazione del sistema sanitario -, il rafforzamento della campagna di vaccinazione, la creazione di un reddito di cittadinanza, il sostegno alle piccole imprese e lo stop alle fumigazioni con il glifosato.


COLOMBIA: per il diritto alla protesta sociale. Fermare i massacri

In Colombia è in atto uno sciopero nazionale dal 28 aprile scorso, sfociato in manifestazioni di massa nelle principali città del Paese contro l’intenzione del governo di Iván Duque di realizzare una riforma fiscale che cerca di scaricare il peso della crisi  sulle classi popolari per chiudere il buco lasciato dalla corruzione e dalla pandemia nelle casse dello Stato.

Il popolo colombiano ha deciso di prolungare lo sciopero civico, in una protesta che continua contro la riforma fiscale e la riforma sanitaria, contro altre misure antisociali e contro l’impunità garantita dalle autorità colombiane per chi assassina leader sociali e firmatari della pace.  La mobilitazione sociale ha costretto il governo Duque a  ritirare la riforma tributaria, ma questo non ha fermato la protesta, a cui si sono uniti anche i camionisti.

Alla mobilitazione pacifica e di massa, il presidente Ivan Duque risponde con la massima repressione, degna di un regime fascista. Ci sono decine di morti nel paese, e la violenza di Stato è particolarmente brutale a Cali. Lo scorso 1° maggio, il presidente ha decretato la militarizzazione delle città, obbedendo all’ex presidente Uribe che aveva invitato i militari e la polizia a usare le loro armi da guerra contro i manifestanti.   Nella notte tra domenica e lunedì, a Cali l’esercito ha attaccato la popolazione civile con armi pesanti e elicotteri da combattimento.

Il Partito della Rifondazione Comunista- Sinistra Europea (PRC-SE) esige che il governo colombiano cessi immediatamente la militarizzazione del paese, l’uso di armi da fuoco contro la popolazione civile, rispetti il diritto alla protesta sociale, rilasci tutti i prigionieri politici, indaghi e punisca gli autori degli omicidi dei manifestanti, e rispetti gli obblighi derivanti dagli accordi di pace.

Il PRC-SE chiede alla Commissione Europea, al Consiglio dei Ministri e ai Paesi membri dell’Unione Europea di smettere di sostenere il governo colombiano, il più repressivo, omicida e antisociale di tutta la regione e di condannare chiaramente l’assassinio dei leader sociali e dei firmatari dell’accordo di pace, e il non rispetto degli accordi di pace da parte del governo.

Il PRC-SE esige che la Commissione Europea attivi la clausola democratica e dei diritti umani dell’Accordo di Libero Scambio UE-Colombia, sospendendo parzialmente o totalmente la sua applicazione fino a quando non finirà l’impunità degli assassini. Invita anche il parlamento italiano a non ratificare questo accordo di libero scambio, fino a quando gli omicidi  rimangono impuniti.

(Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea)

Austerità e riforme: il Piano di Draghi è servito

Dopo una lunga attesa, la nuova versione del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) firmata dal premier Draghi è finalmente tra noi. Si tratta del programma di investimenti che il Governo deve presentare alla Commissione europea entro la fine di aprile per poter spendere la quota italiana del Next Generation EU, lo strumento che l’Europa ha messo in campo per rispondere alla crisi da Covid-19.

Mentre la stampa ci racconta di una straordinaria capacità programmatica dei competenti, materializzatasi in un documento chiave per accedere ai fantastiliardi in arrivo dall’UE nei prossimi anni, ad un’attenta lettura le cifre di cui stiamo parlando si rivelano purtroppo per quei due spicci che sono. Non solo, il contenuto del Piano si presenta come l’ennesimo addentellato di un percorso di pericolose riforme e di austerità lacrime e sangue.

I soldi, per prima cosa, vanno contati

Già, perché quando parliamo di ‘risorse europee per risollevarci dalla crisi‘ stiamo parlando, conti alla mano, di circa 200 miliardi di euro spalmati su sei anni. Si tratta, in larga parte, di prestiti, e di risorse che finanzieranno progetti già in programma e in bilancio.

Per la realizzazione di questo programma di investimenti (il PNRR), l’Italia potrà infatti attingere dal Next Generation EU risorse pari a 205 miliardi di euro: 191,5 miliardi del Recovery and Resilience Facility (2021-2026), cui si sommano 13,5 miliardi del React EU (2021-2023). Rispetto alla versione precedentemente circolata, registriamo una diminuzione di circa 5 miliardi di euro, dovuta al ricalcolo dei prestiti del RRF destinati all’Italia, che passano da 127,6 a 122,6 miliardi. Insomma, già erano spicci, e diminuiscono pure.

Per avere un termine di paragone, ci basta pensare che il Next Generation EU, i millemila miliardi che ci raccontano riceveremo dall’Europa, finanzierà su sei anni investimenti per un importo minore di quanto già speso dal Governo italiano nei primi 15 mesi della pandemia (circa 210 miliardi).

Il PNRR è altresì finanziato da un fondo complementare, alimentato da risorse nazionali e non europee, che porta l’ammontare del programma a 235,6 miliardi. Ciononostante, nel suo discorso alla Camera Draghi è persino arrivato a ventilare la cifra di 261 miliardi, facendo riferimento a 26 miliardi aggiuntivi, derivanti in parte da un’anticipazione delle risorse riconducibili al Fondo Sviluppo e Coesione (15,5 miliardi) e in parte da altre fantomatiche risorse nazionali (10,5 miliardi) stanziate per opere specifiche – tra cui la TAV sulla tratta Salerno-Reggio Calabria, per fare un esempio. Le prime rappresentano un esborso anticipato di risorse già previste, cui aveva già fatto ricorso il PNRR Conte. Tali risorse rientrano tuttavia tra i prestiti, e pertanto andranno restituite, concorrendo ad aumentare l’ammontare del debito ed entrando dunque in conflitto con la disciplina di bilancio insita nel Patto di Stabilità e Crescita. Sulle seconde al momento è presto per sbilanciarsi, ma è bene precisare che, oltre all’esiguità dell’importo, si tratta di risorse con un orizzonte temporale di spesa talmente lontano (2032) da poter difficilmente ipotizzare un impatto immediato sull’economia.

In soldoni, le risorse messe a disposizione dell’Italia dall’Unione europea nell’ambito del Next Generation si fermano a 205 miliardi, da spendere su sei anni. Per giunta, se escludiamo i prestiti che dovranno comunque essere rimborsati e conteggiamo invece la quota che l’Italia apporterà al Multiannual financial framework (2021-2027), le risorse aggiuntive messe a disposizione dall’Europa non superano i 50 miliardi divisi su sei anni. In altri termini, gran parte del PNRR sarà finanziato, prima o poi, con risorse nazionali.

Pochi soldi in cambio di grandi riforme: i veri pericoli del Piano

Proviamo, ad ogni modo, ad analizzare il contenuto del programma appena presentato. Lungi dal distaccarsi dalla versione presentata dal governo Conte bis, il PNRR si articola nelle stesse sei missioni previste dalla versione precedente: transizione digitale (missione 1) ed ecologica (2), infrastrutture per la mobilità sostenibile (3), istruzione e ricerca (4), inclusione e coesione (5), e salute (6). Non sembrano nemmeno enormi le novità rispetto alla versione precedente (al netto dei circa cinque miliardi in meno) per quanto riguarda la distribuzione tra le diverse missioni. Tuttavia, sono rintracciabili delle variazioni all’interno delle singole missioni e sui singoli interventi, come possiamo vedere dalla tabella riportata di seguito.

Variazioni assolute e relative risorse NGEU 

 PNRR Governo
Conte-bis (miliardi)*
Quota
sul totale
PNRR Governo
Draghi (miliardi)
Quota
sul totale
1. Transizione digitale43,920,9%41,5320,3%
2. Transizione ecologica 67,532,1%60,6429,7%
3. Infrastrutture per mobilità sostenibile29,714,1%25,1312,3%
4. Istruzione e Ricerca26,212,5%32,8116,0%
5. Inclusione e coesione25,312,0%27,0613,2%
6. Salute17,48,3%17,348,5%
Totale NGEU210100%204,5100%

*Le risorse attribuite nel PNRR Conte alle varie missioni sono state calcolate sottraendo dai fondi totali attribuiti a ciascuna la medesima quota (1/6) dei circa 13 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione, ipotizzando dunque che questi fossero distribuiti proporzionalmente tra le sei missioni.

La differenza sostanziale tra i due piani, tuttavia, risiede nel dettaglio con cui le cosiddette riforme strutturali sono state esplicitamente inserite all’interno del PNRR nella versione Draghi. Questo insieme di riforme rappresenta il cavallo di Troia della condizionalità rispetto all’elargizione delle risorse. Ad avere un ruolo decisivo nel processo di approvazione del Piano da parte dell’UE potrebbe dunque essere non tanto il novero dei progetti di investimento inseriti nel documento, quanto la previsione dettagliata rispetto all’attuazione delle riformeche dovranno accompagnare l’implementazione del Piano. Mentre il piano del governo Conte-bis le menzionava sinteticamente, in un’unica pagina, il piano Draghi definisce con dovizia di particolari le riforme da implementare e i relativi campi di attuazione: pubblica amministrazione, giustizia, concorrenza e semplificazione. Stiamo parlando di ben 60 pagine delle 337 dell’ultima versione del piano.

Tuttavia, le riforme che a cui dobbiamo prestare più attenzione, quelle ritenute imprescindibili per l’accesso alle risorse del Next Generation, non sono così dettagliate nel documento presentato in Parlamento, come nel caso del mercato del lavoro. In una sua versione precedente, il PNRR Draghi prevedeva preoccupanti “iniziative di modernizzazione del mercato del lavoro” (p. 7). Nella versione finale del Piano c’è, tuttavia, molta enfasi sulle politiche attive del lavoro e sulle possibili riforme degli ammortizzatori sociali (p. 79-80). In primo luogo, si pone l’accento su una serie di misure che dovrebbero riqualificare, attraverso, ad esempio, corsi di aggiornamento e formazione, chi ha perso il proprio lavoro, come se la colpa di essere disoccupati sia dei disoccupati stessi, responsabili di essere poco appetibili per le imprese. In secondo luogo, il Piano menziona la riforma degli ammortizzatori programmata dal Governo, che mira a universalizzare le tutele per tutti i lavoratori, a prescindere dalla condizione occupazionale: una proposizione ambigua, che inserita nel quadro complessivo di austerità e precarietà rischia di livellare al ribasso le garanzie attualmente in essere.

Non solo: in quest’ultima versione del PNRR si afferma che, “[s]e pure non ricomprese nel perimetro delle azioni previste dal Piano, queste riforme sono destinate ad accompagnarne l’attuazione, concorrendo a realizzare gli obiettivi di equità sociale e miglioramento della competitività del sistema produttivo già indicati nelle Country Specific Recommendations rivolte al nostro paese dall’Unione Europea” (p. 107). Belle parole, peccato che le riforme ‘di accompagnamento’ in questione e le raccomandazioni specifiche comportino tanto per cominciare una significativa riduzione della spesa pensionistica legata alle pensioni di vecchiaia.

Tra le altre riforme a cui il Piano fa riferimento, è possibile menzionare le liberalizzazioni e semplificazioni, che tornano in più parti del documento, nell’ottica che togliere lacci e lacciuoli crei un miglior ‘clima economico’. Ad esempio, a p. 91 si fa riferimento alle semplificazioni in materia di appalti e contratti pubblici (che permetteranno in sostanza di andare spediti sulle verifiche antimafia), nonché alla possibilità di limitare la responsabilità per danno erariale per le imprese. A p. 94, si parla inoltre di snellire le procedure per autorizzazioni in materia ambientale, un punto in aperto contrasto con la missione della transizione green. Ancora, a p. 104 si rimanda all’incentivazione della concorrenza, anche nei trasporti pubblici: tradotto, privatizzare il trasporto pubblico locale. Simile indirizzo, a p. 106, in cui si scrive di completare la piena liberalizzazione della vendita di energia elettrica: in altre parole, privatizzare la fornitura di luce. Sempre a p. 106, in materia di servizi pubblici locali, si restringe il raggio d’azione delle società in house, per affidare delle commesse alle quali dovrà essere fornita un’adeguata motivazione da parte delle Amministrazioni: una restrizione che apre la strada alle esternalizzazioni. Insomma, riforme e indirizzi di politica economica che vanno nella direzione di privatizzare quanto non ancora privatizzato, in una prospettiva marcatamente liberista stando alla quale ‘meno pubblico è meglio’, mentre il privato sarebbe più efficiente nel produrre e distribuire servizi. Altre possibili nefandezze del PNRR si nascondono nella riforma fiscale prossima ventura e nella riorganizzazione delle misure di welfare.

Ciò che è certo, nel frattempo, è il graduale ritorno all’austerità, con il progressivo riaffermarsi della disciplina di bilancio attraverso il contenimento del rapporto debito/PIL. Tale percorso si articola già nel DEF, attraverso una diminuzione costante del disavanzo primario. Per giunta, le congetture del DEF si basano su stime ottimistiche circa la crescita italiana: se questa crescita non ci sarà, per far tornare i conti toccherà, ancora una volta, tagliare le spese. Una strategia drammatica, come dimostrano gli ultimi 30 anni di tagli e contenimento della spesa.

Come se non bastasse, questo PNRR legherà mani e piedi agli esecutivi che verranno per i prossimi anni: questo programma non impegna solo questo governo, ma di fatto è il programma di governo dei prossimi esecutivi, per i prossimi 6 anni. Infatti, l’occhio della Commissione europea vigilerà sull’attuazione di questo programma, sotto la minaccia di essere soggetti alla scure del definanziamento qualora il Piano non sarà rispettato. A dircelo è un insospettabile: il commissario europeo Paolo Gentiloni. Nel suo intervento, Gentiloni dice testualmente che sarà la Commissione europea, probabilmente due volte l’anno, a decidere se erogare la parte di finanziamento, e che lo farà, oltre che sulla base della spesa sostenuta, anche alla luce dello stato di attuazione delle riforme e del rispetto delle ‘raccomandazioni’ europee. In altri termini, con il PNRR si sta decidendo di appaltare la nostra politica di bilancio e quella regolamentare per anni. 

Come ampiamente previsto, il Governo Draghi non è venuto in pace e la condizione per il Recovery Fund è l’austerità. La vera ragione per cui Bruxelles darà il beneplacito al PNRR Draghi è riconducibile alla disponibilità di questo governo di implementare quelle riforme lacrime e sangue che ci hanno condotti dove siamo. Ma non è finita, perché come dice qualcuno “[o]ra inizia la vera corsa contro il tempo del governo Draghi: rispettare i tempi delle riforme strutturali che Bruxelles attende per staccare a luglio il primo assegno del Recovery” e questo copione si ripeterà incessantemente per i prossimi sei anni: se vogliamo i soldi del Next Generation EU toccherà piangere, e parecchio.

Senza una mobilitazione di massa e una seria organizzazione politica, i prossimi anni potrebbero rivelarsi ancora peggiori di quelli passati per le classi popolari.

FONTE: https://coniarerivolta.org/2021/04/29/austerita-e-riforme-il-piano-di-draghi-e-servito/

Un futuro che vale un Perù…

di Marco Consolo

Lo scorso 11 aprile, in Perù si sono tenute le elezioni per eleggere un presidente, 2 vicepresidenti e 130 deputati e deputate. Nessuno dei candidati ha passato il primo turno e il ballottaggio sarà il prossimo 6 giugno.

Il candidato “sorpresa” Pedro Castillo di Perù Libre è stato il più votato con il 19,1% dei voti, ridando fiato alla sinistra. Al secondo posto, su posizioni apertamente neo-liberiste,  si è piazzata Keiko Fujimori (Fuerza Popular) con il 13,3 %. Keiko è la pluri-indagata figlia di Alberto Fujimori, l’ex-presidente dittatore attualmente in galera per corruzione.

Pedro Castillo vs. Keiko Fujimori: las propuestas de los candidatos que se disputarán la presidencia de Perú en segunda vuelta

Solo sesta con il 7,9 % è arrivata Veronika Mendoza, esponente della coalizione di sinistra  “Juntos por el Perù” (che comprende i 2 partiti comunisti), e che sperava passare al ballottaggio, mentre rimane in fondo l’ex presidente Ollanta Humala (Partido Nacionalista), con solo 1,6 % dei suffragi.

Su 24 milioni di elettori, circa il 30 % non è andato a votare, mentre l’astensione nelle precedenti elezioni presidenziali non aveva superato il 18%.  Tra coloro che hanno votato,  il 18 % ha votato scheda bianca o nulla che, sommato al 30% di astensione dà un totale del 48 % dei votanti che non ha espresso nessuna preferenza.

C’è da dire che chi è andato a votare lo ha fatto nel momento più pericoloso della pandemia,  con il record dei decessi il giorno prima delle elezioni, vincendo la paura e mettendo a rischio la salute.

Al di là dei singoli risultati, in generale è stato il voto di un Paese stanco, depresso, frustrato e stufo. È il risultato di come il Paese si sente e si mostra.  Tuttavia, queste elezioni hanno presentato un’importante sorpresa.

La sorpresa Pedro Castillo ?

Per chi non conosce a fondo la politica peruviana,  Pedro Castillo è stata la sorpresa di queste elezioni, dato che la maggioranza dei sondaggi o non lo calcolavano, o lo davano al quarto o quinto posto.

Nato a Cajamarca, città del nord del Paese, Castillo è un insegnante rurale con un master in psicologia dell’educazione. È attivo in politica dal 2002, prima con Perú Posible (partito di centro dell’ex presidente Alejandro Toledo), e dal 2017 con Perú Libre.

Proprio nel 2017, è stato alla testa di uno dei più importanti scioperi nazionali degli insegnanti, durato tre mesi.

huelga docente Perú - NODAL

Foto:www.nodal.am

Perù Libre è un partito recente, fondato a livello nazionale nel 2012, nato nel dipartimento di Junín, anch’esso lontano dalla capitale Lima. È un partito che si dichiara socialista, marxista-leninista-mariateguista, con posizioni conservatrici su questioni come il matrimonio egualitario (Castillo ha dichiarato che non è una questione prioritaria in un suo possibile governo) ed è contro la libera interruzione della gravidanza.  Durante la campagna elettorale, ha cercato di differenziarsi dalla “nuova sinistra di Lima” (in riferimento a Juntos por el Perú), e di rappresentare gli interessi dei contadini e degli esclusi del “Perù profondo” in un Paese fortemente centralista, ma diviso tra la costa, la selva e la sierra.

Rispetto alla moderazione di altri candidati di sinistra, Castillo ha saputo esprimere chiaramente la richiesta di una nuova costituzione, di una nuova riforma agraria e della nazionalizzazione delle risorse, in particolare quelle minerarie sottoposte ad uno spietato saccheggio multinazionale.

Il tema dell’industria estrattiva è uno dei punti più controversi, che ha provocato distruzione dell’ambiente, della fragile struttura produttiva delle zone interessate, duri conflitti sociali (Las Bambas, Conga e Tía María solo per citarne alcuni) e una violenta repressione a difesa degli interessi delle multinazionali straniere.

Cajamarca: minería, empleo y pobreza | EL MONTONERO

La miniera di Cajamarca

Anche in politica internazionale, Castillo si è apertamente schierato a favore di Cuba, Nicaragua e Venezuela, nonostante la violenta polemica nel Paese in particolare contro il processo bolivariano.

Divide et impera

La frammentazione politica è da anni una caratteristica peruviana, e lo si è visto nel primo turno, sia per  l’alto numero di partiti e candidati, sia per i risultati, con basse percentuali di appoggio, un indicatore chiaro della mancanza di connessione con il ventaglio di proposte politiche.

I primi due arrivati, Castillo e Fujimori, insieme rappresentano poco più del 32% dei voti, mentre il restante 68% è diviso tra ben 16 candidati, di cui 6 hanno superato il 5%.

Anche in base alla grande percentuale di indecisi a una settimana dalle elezioni, ci si aspettava una dispersione del voto, espressione della disaffezione della popolazione nei confronti della politica. Ma non si era mai arrivati a un ballottaggio con due candidati i cui risultati sommati non arrivano alla metà dell’elettorato. E’ parte della crisi istituzionale, delle caratteristiche dei partiti che sono in gran parte “contenitori personali”, del mancato funzionamento del sistema elettorale, dell’assenza di democrazia che non sia quella formale. Ed è proprio lo svuotamento della democrazia che conduce al fujimorismo, perchè da lì viene.

Destre e sinistre

Settimane prima delle elezioni, le previsioni indicavano un possibile ballottaggio  tra due candidati conservatori, come risultato della frammentazione della destra peruviana in almeno cinque diversi candidati. Anche tenendo conto di  quello che era successo 5 anni fa, quando erano andati al ballottaggio un candidato che rappresentava la destra neoliberale, Pedro Pablo Kuczynski (PPK), e una candidata che rappresentava la destra pro-Fujimori (altrettanto neoliberale), Keiko Fujimori. Viceversa, la dispersione del voto, insieme all’approfondimento della crisi politica, ha propiziato l’ascesa di settori più legati alla sinistra, che anch’essa però si presentava divisa.

A sinistra, Castillo è stato colui che ha saputo incanalare e dare un senso alla crisi politica. Ciò ha marcato la differenza con Verónika Mendoza, che poco a poco ha moderato il suo discorso in campagna elettorale, e incluso la proposta di una nuova Costituzione è rimasta in secondo piano.  Castillo non ha ricevuto quasi nessuna rimostranza diretta ed è stato chiaro nelle sue proposte sollevando la necessità di una nuova Costituzione e proponendo di portare al 10% del PIL le risorse per salute ed educazione.

Parlamento e presenza territoriale

Sono 10 le forze politiche che hanno ottenuto seggi al parlamento, ma nessuna con la maggioranza. Perù Libre con 37 seggi, Fuerza Popular 24, Acción Popular 17, Alianza Para el Progreso 15, Renovación Popular 13, Avanza País 7, Podemos Perú 5, Somos Perú 4, Juntos por el Perú 5 e il Partido Morado 3 seggi. Le elezioni hanno rivelato la debolezza dei partiti peruviani e la scomparsa di alcuni partiti tradizionali come l’APRA. Chiunque vinca al ballottaggio, non ha comunque la maggioranza al Congresso e sarà costretto ad allearsi con risultati tutti da vedere.

Al primo turno, Castillo ha vinto in 16 dipartimenti (Cajamarca, Amazonas, San Martin, Ancash, Arequipa, Moquegua, Ayacucho, Tacna, Puno, Cusco, Apurímac, Huancavelica, Junín, Pasco, Huánuco e Madre de Dios), mentre Keiko ha vinto in 7 (Callao, Ica, Lambayeque, Loreto, Piura, Tumbes e Ucayali). Le regioni dove Castillo ha ottenuto una percentuale più alta (specialmente il sud e gli altipiani centrali), sono territori con un forte voto anti-neoliberale e anti-Fujimori:  nel 2011 avevano  votato per il “nazionalista” Ollanta Humala e nel 2016 per Verónika Mendoza (allora al terzo posto con il 18,7%).

Perú: El Mendigo ya se deshizo del Banco de Oro - El polvorín

Foto: El Polvorìn

Una visione binaria ?

La complessità del panorama rende difficile pensare alla disputa del secondo turno solo come una “semplice” disputa tra destra e sinistra. Le elezioni sono anche un riflesso della crisi politica, della crisi di rappresentanza, della mancanza di leadership e del disincanto della popolazione nei confronti del ceto politico tradizionale e delle istituzioni. Da decenni ormai, il Perù è testimone di un agire deplorabile del ceto politico, sia di governo, che di opposizione. Tutti i governi hanno concluso il loro mandato con una grande disapprovazione. Nessun partito è riuscito a fare eleggere due volte un suo candidato a presidente e, da 30 anni, tutti i governanti sono indagati per corruzione. Ci vuole poco a capire perchè i cittadini-elettori non solo si allontanano dalla sfera politica istituzionale, ma la rifiutano in blocco. Il voto è una continua frustata al ceto politico, alla ricerca di qualcuno che sembri “nuovo”,  che indichi la luce in fondo al tunnel, o che appaia con la frusta della vendetta o del castigo in un Paese messo in ginocchio da decenni di neo-liberismo sfrenato.

Oggi, risuona la discussa frase attribuita ad Antonio Raimondi, esploratore e naturalista italiano che arrivò nel Paese nel 1850, : “Il Perù è un mendicante seduto su di una panca d’oro”

A questo si deve aggiungere la situazione della pandemia che ha reso visibili le disuguaglianze e ha approfondito la crisi: più di 2 milioni di persone hanno perso il lavoro nel 2020. Il risultato del primo turno segna una polarizzazione tra figure politiche antagoniste che a modo loro hanno saputo esprimere le preoccupazioni rispetto alla crisi. Keiko Fujimori ha fatto campagna evocando la stabilità, cioè mantenere la costituzione del 1993 e tornare alla crescita economica degli anni precedenti con il cosiddetto “miracolo economico” peruviano degli anni 2007-2015, con una grande crescita che non ha ridistribuito quel benessere). Viceversa, Pedro Castillo ha fatto una campagna elettorale tra gli ultimi, gli esclusi ed i colpiti dalla crisi. In particolare con un occhio rivolto al Perù profondo, alle zone rurali ed ai suoi ronderos campesinos, cercando il consenso per un’Assemblea Costituente e una nuova Costituzione, una richiesta avanzata con determinatezza dalle mobilitazioni di piazza di pochi mesi fa.

Un mendigo en un banco de oro, por Alfredo Thorne | OPINION | EL COMERCIO PERÚ

Disegno: Giovanni Tazza. Fonte: El Comercio

Che succederà al ballottaggio ?

E’ la terza volta che Keiko Fujimori arriva al ballottaggio. Nelle due precedenti, ha pesato di più la sua immagine negativa e lo slogan ” Mai più Fujimori” è stato sufficiente perchè gran parte dello spettro politico le votasse contro.

Nel 2011, il “nazionalista” Humala vinse al secondo turno con il 51,45%, mentre Keiko ottenne il 48,55%.

Nel 2016, PPK ha ottenuto il 50,12% e Keiko il 49,88%. La differenza era sempre piccola.

In questa terza opportunità lo scenario potrebbe favorirla. Da un lato la frammentazione della destra nel primo turno può far convergere quei voti su di lei. Dall’altro, è difficile che appoggino Castillo i settori tradizionalmente conservatori della popolosa Lima, che concentra circa un terzo degli abitanti del Paese. Parallelamente, i media e la stessa Keiko usano l’immagine del vecchio conflitto armato interno, battendo sulla idea falsa, ma presente nel senso comune peruviano, che i militanti di sinistra sono tutti terroristi, il cosiddetto  “terruqueo”.

Da parte sua, Castillo conta sull’appoggio dichiarato al ballottaggio di Nuevo Perù (partito di Veronika Mendoza), del Partito Comunista Peruviano e di altre forze sociali. Ma soprattutto, conta sulla volontà di rottura della popolazione, stanca di essere esclusa e presa in giro. Ad oggi, i soliti sondaggi da prendere con le pinze, lo danno in vantaggio, ma gli indecisi sono ancora molti e mancano quasi due mesi al voto.

Come sempre, il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori sarà polarizzato e ci si attende una battaglia durissima e senza esclusione di colpi. Ma chiunque vinca non potrà mantenere interamente le promesse del suo programma, e avrà bisogno di stringere accordi in parlamento (con partiti che non garantiscono neanche coesione nelle loro file) per offrire un minimo di stabilità politica, fattore ancor più importante in questa fase di crisi sanitaria e socio-economica.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/il-labirinto-peruviano/

Istat: la pandemia alimenta, oltre alla povertà, anche la mortalità a sfavore dei meno istruiti e delle donne.

di Andrea Vento

La povertà assoluta torna a crescere e raggiunge il valore più elevato dal 2005

Le stime preliminari relative al 20201, diffuse dall’Istat il 4 marzo u.s., indicano valori dell’incidenza della povertà assoluta in crescita, sia in termini familiari (da 6,4% del 2019 al 7,7%), con oltre 2 milioni di famiglie, sia in termini di individui (dal 7,7% al 9,4%) che si attestano a 5,6 milioni. Nell’anno della pandemia si azzerano i miglioramenti registrati nel 2019. Dopo quattro anni consecutivi di aumento, si erano infatti ridotti in misura significativa il numero e la quota di famiglie (e di individui) in povertà assoluta, pur rimanendo su valori molto superiori a quelli precedenti la crisi avviatasi nel 2008, quando l’incidenza della povertà assoluta familiare era inferiore al 4% e quella individuale era intorno al 3%. Pertanto, secondo le stime preliminari Istat relative al 2020, la povertà assoluta raggiunge, in Italia, i valori più elevati dal 2005, vale a dire da quando è disponibile la serie storica per questo indicatore (figura 1).

Più marcato il peggioramento nel Nord nel 2020

Il Nord Italia conta nel 2020 oltre 218mila famiglie in più in condizioni di povertà assoluta rispetto all’anno precedente (più di 720mila individui), con un’incidenza che passa dal 5,8% al 7,6% a livello familiare e dal 6,8% al 9,4% in termini di individui. Nel Mezzogiorno, dove le persone povere crescono di quasi 186mila unità, si confermano le incidenze di povertà più elevate: il 9,3% per le famiglie (dall’8,6% dell’anno precedente) e l’11,1% per gli individui (dal 10,1%). Nel Centro, infine, sono cadute in povertà quasi 53mila famiglie e circa 128mila individui in più rispetto al 2019 che rappresenta il valore macroregionale più basso della povertà assoluta, ma anche in questa area del Paese, seppur in misura meno rilevante, l’incidenza aumenta sia tra le famiglie (da 4,5% a 5,5%) che tra gli individui (dal 5,6% al 6,7%).

Rispetto alla tipologia del comune di residenza le differenze sono meno pronunciate: l’incidenza di povertà assoluta passa dal 5,9% al 7,3% nei Comuni centro di area metropolitana, dal 6,0% al 7,6% nei Comuni periferia di area metropolitana e nei Comuni con più di 50mila abitanti e dal 6,9% al 7,9% nei restanti piccoli Comuni.

Anche in Italia nel periodo pandemico il divario di mortalità tra meno e più istruiti si è ulteriormente allargato

Il rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile 20202 del 10 marzo u.s. conferma che in Italia, come in tutti i Paesi europei, chi è più povero di competenze e di risorse tende ad ammalarsi più spesso e presenta in media una speranza di vita più bassa.

Nel complesso, gli italiani mostrano minori disuguaglianze sociali di mortalità rispetto al resto dei paesi europei grazie alla protezione della dieta mediterranea, della rete familiare e di un sistema sanitario universalistico. I dati di mortalità dell’Istat per livello di istruzione mostrano tuttavia, nel periodo pre-pandemico, significative disuguaglianze a sfavore delle persone meno istruite. Le diseguaglianze sociali nella mortalità sono maggiori tra gli uomini e nelle fasce centrali della vita (dove la mortalità può essere definita ‘evitabile’).

Analizzando la mortalità per i diversi livelli di istruzione, inevitabilmente correlati alle disuguaglianze di reddito, si scopre che in corrispondenza della prima ondata della pandemia il divario di mortalità tra meno e più istruiti, che si osservava già nel 2019, si è ulteriormente allargato; i meccanismi che espongono al rischio di morte hanno, infatti, agito con maggiore virulenza sulle persone meno istruite.

In particolare, le diseguaglianze sociali nella mortalità risultano aumentate soprattutto nelle fasce centrali della vita e tra le donne. L’analisi per età nelle aree ad alta epidemia mostra una maggiore disuguaglianza negli individui in età lavorativa rispetto a quelli più anziani e un aumento del rapporto di mortalità, nella prima fase pandemica, tra le donne di età compresa tra i 35 e i 64 anni (da 1,5 a 2) e tra i 65 e i 79 anni (da 1,2 a 1,5). Non si osservano, invece, cambiamenti sostanziali tra gli uomini e le donne con più di 80 anni. Nei mesi di maggio e giugno, periodo di minor diffusione della pandemia, le diseguaglianze sociali nella mortalità si sono attestate nuovamente su valori simili a quelli dell’anno precedente.

Sopravvivenza e qualità degli anni vissuti: i guadagni perduti durante la pandemia

L’Italia permane nel tempo uno dei paesi più longevi nel contesto internazionale. Rispetto ai dati più recenti dell’Eurostat sulla speranza di vita alla nascita aggiornati al 2019, il nostro Paese si confermava ancora una volta al secondo posto tra i 27 paesi dell’Unione europea, con 83,6 anni, dopo la Spagna (con un valore pari a 84 anni) e con un vantaggio di vita attesa di +2,3 anni rispetto alla media Ue27 (pari a 81,3 anni). Rilevante la conferma per il genere maschile: nel 2019 l’Italia si collocava insieme alla Svezia al top della graduatoria dei paesi per livelli di vita media attesa alla nascita (rispettivamente 81,4 in Italia e 81,5 in Svezia), i livelli più elevati mai rilevati prima in Italia e nell’Unione europea.

A seguito della pandemia di COVID-19 che ha colpito in misura rilevante l’Italia, anche a causa di una struttura demografica molto più anziana rispetto ad altri paesi, le stime effettuate sulla speranza di vita per il 2020 suggeriscono la brusca interruzione e una significativa inversione di tendenza nel processo di costante miglioramento della longevità osservato negli ultimi anni, soprattutto in alcune aree del paese particolarmente colpite dalla diffusione del virus. Per quanto riguarda la speranza di vita alla nascita l’Istat (Figura 6), a fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti in un solo anno a livello nazionale (da 83,25 a 82,3 anni del 2020), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con una riduzione, in termini di anni vissuti, più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2). In particolare, guardando alle singole regioni, nel 2020 il calo atteso più forte nella speranza di vita alla nascita si registra in Lombardia, la regione di gran lunga più colpita, in cui la mortalità registrata nel corso dell’anno provocherebbe una perdita di circa 2,4 anni (da 83,7 a 81,2), seguita, in ordine decrescente, dalla Valle d’Aosta (-1,8 anni; da 82,7 a 80,9), dalle Marche (-1,4 anni; da 84 a 82,6), dal Piemonte (-1,3 anni; da 82,9 a 81,6) e dal Trentino-Alto Adige (-1,3 anni; da 84,1 a 82,8). Riduzioni superiori ad un anno verrebbero inoltre registrate anche in Liguria (-1,2 anni; da 83,1 a 81,9), Puglia (-1,2 anni; da 83,3 a 82,1) ed Emilia-Romagna (-1,2 anni; da 83,6 a 82,4). La speranza di vita alla nascita rimane invece sostanzialmente invariata in Basilicata e Calabria e diminuisce solo lievemente nella maggior parte delle regioni del Mezzogiorno, ad eccezione di Abruzzo e Sardegna, dove si stima un calo intorno ad 1 anno di vita (rispettivamente da 83,4 a 82,4 e da 83,1 a 82,1)

Le criticità appaiono ancora più evidenti restringendo l’attenzione alle stime sulla speranza di vita degli over 65 (Figura 7). Ancora una volta è la Lombardia la regione in cui le stime per il 2020 segnalano il calo più forte rispetto all’anno precedente: se nel 2019 un residente lombardo di 65 anni poteva sperare di vivere in media circa altri 21 anni, nel 2020 tale aspettativa risulta essersi ridotta di oltre 2 anni. Tra i primi posti per perdita nella longevità attesa si confermano anche la Valle d’Aosta (-1,8), le Marche (-1,4), il Trentino-Alto Adige e il Piemonte (-1,3 anni in entrambi i casi). Basilicata e Calabria si distinguono anche in questo caso per la sostanziale invarianza dell’indicatore.

I sopracitati report diffusi dall’Istat confermano, dunque, come in Italia la pandemia, oltre che a livello globale come da noi già analizzato3, abbia svolto funzioni di amplificatore delle disuguaglianze sociali. Le persone in condizioni di fragilità economica e marginalità sociale, infatti, sono state quelle che avendo minori strumenti finanziari e logistici per difendersi dal contagio, hanno subito le conseguenze peggiori.

Gli effetti della pandemia sui redditi in Italia

Il rapporto “Disguitalia” divulgato da Oxfam Italia il 25 gennaio 20214 riporta il primo studio, a cura degli economisti Giovanni Gallo e Michele Raitano, effettuato prendendo in esame l’intero 2020. L’analisi, basata su un modello di microsimulazione statica, tiene conto di diversi scenari di evoluzione della pandemia e del periodo di erogazione dei trasferimenti pubblici emergenziali, valutando gli impatti pandemici sui redditi da lavoro degli individui (attivi a febbraio 2020) e sui redditi disponibili delle famiglie residenti.

Nello scenario meno favorevole affrontato dallo studio, che ha previsto anche la seconda ondata autunnale, e pertanto più simile a ciò che si è verificato in Italia nel corso del 2020, sono emersi i seguenti aspetti, in uno scenario nazionale che vede l’Italia subire una contrazione del Pil in volume del 8,9%5 a causa della pandemia e delle restrizioni:

1. Per quanto riguarda i lavoratori, le retribuzioni annue lorde hanno mostrato un calo medio del 21,5% rispetto al mondo pre-pandemico (-18,1% per chi lavora alle dipendenze e, più marcatamente, – 35,2% per gli indipendenti). La caduta del reddito medio è stata però attenuata dal blocco dei licenziamenti e dai trasferimenti: tenendone conto la riduzione effettiva del reddito lordo medio è “solo” dell’11,8% (-8,8% per i lavoratori dipendenti e -24,1% per i lavoratori autonomi).

2. Senza trasferimenti emergenziali, la quota dei working poor6 italiani sarebbe cresciuta di oltre il 16%; grazie agli interventi a tutela dell’occupazione e ai trasferimenti emergenziali, l’aumento è risultato solo dell’1,7%. La disuguaglianza retributiva si è ridotta del 1,7%, mentre senza le misure di emergenza sarebbe cresciuta del 5,6%

3. Per quanto riguarda le famiglie, il reddito equivalente disponibile medio si è ridotto del 6,1% rispetto al periodo pre-pandemico. In assenza di trasferimenti il calo sarebbe risultato più marcato (-19,3%). In media i trasferimenti ricevuti dalle famiglie hanno compensato il 42% della caduta dei redditi di mercato con un effetto perequativo non dissimile da quello registrato per le retribuzioni dei lavoratori.

4. La pandemia ha determinato un aumento dell’incidenza della povertà7 del 2%, ma in assenza di trasferimenti emergenziali, l’aumento sarebbe stato oltre 4 volte superiore (+8,8%). Come per le retribuzioni, la combinazione di diffusi rischi occupazionali e i trasferimenti di importo progressivo hanno contribuito (nonostante la diminuzione dei redditi per una quota cospicua delle famiglie) a ridurre le disuguaglianze dei redditi. L’indice di Gini del reddito disponibile equivalente è sceso di 1,1 punti percentuali rispetto al periodo pre-pandemico. In assenza dei trasferimenti sarebbe cresciuto del 1,7%

Il mancato acuirsi delle disuguaglianze nell’anno pandemico (tendenzialmente elevate e crescenti nel mercato del lavoro italiano pre-Covid19), rilevato dalla microsimulazione, non può tuttavia indurre ad alcun ottimismo in quanto la riduzione delle disparità reddituali è stato accompagnato da un calo dei redditi per una quota ampia della popolazione meno abbiente. La riduzione delle disuguaglianze è inoltre ascrivibile esclusivamente al temporaneo intervento compensativo di carattere perequativo messo in campo da parte del governo sin dalle prime fasi della pandemia.

Alcune proposte per superare la crisi sociale: riforma fiscale e web tax

Il messaggio di fondo che fuoriesce dai rapporti analizzati costituisce dunque un monito per le istituzioni, governo in primis, circa gli indesiderabili impatti su povertà e disuguaglianze che l’interruzione o l’attenuazione delle misure di tutela e supporto pubblico prima di un pieno recupero dell’economia possono provocare. In ottica di medio periodo non va inoltre trascurato che la riorganizzazione delle attività produttive nel periodo post-pandemico potrà verosimilmente aumentare i divari tra nuovi “vincenti” e i soliti “perdenti”.

Resta dunque più che mai attuale la necessità di un piano di interventi predistributivi e redistributivi in grado di contrastare meccanismi iniqui di crescita della disuguaglianza di mercato preesistenti la pandemia e che si sono rafforzati, al netto dell’intervento pubblico emergenziale, nel corso della crisi che stiamo affrontando.

Riteniamo pertanto quanto mai necessaria una riforma fiscale organica che ripristini i costituzionali principi di progressività e nell’immediato che il governo italiano si operi per l’introduzione di una web tax che vada a significativamente ad incidere sugli extra profitti realizzati dai giganti del web che durante la pandemia, magari senza nemmeno rispettare i diritti dei lavoratori. Perché se da un lato le disparità di reddito si sono omogeneizzate verso il basso riducendo gli squilibri distributivi, è altrettanto vero che, come rivela Oxfam, alcuni super ricchi hanno incrementato sensibilmente le loro ricchezze, visto che nei primi 9 mesi della pandemia il valore patrimoniale dei 36 miliardari italiani più facoltosi è aumentato di 45,7 miliardi di euro.

Andrea Vento – 20 aprile 2021

(*) Docente di Geografia economica Ite A. Pacinotti di Pisa

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Infografiche e Note:

Infografica 1: Istat rapporto Bes 2020 “il benessere economico”

Infografica 2 : Istat rapporto Bes 2020 “il benessere economico”

1 https://www.istat.it/it/files//2021/03/STAT_TODAY_stime-preliminari-2020-pov-assoluta_spese.pdf – Stime preliminari povertà assoluta e mortalità delle famiglie

2 https://www.istat.it/it/files//2021/03/BES_2020.pdf – Il Benessere equo e sostenibile in Italia 2020

3 https://cambiailmondo.org/2021/02/01/andrea-vento-giga-gli-effetti-economici-e-sociali-della-pandemia/

4 https://www.oxfamitalia.org/disuguitalia-2021/

5 https://www.istat.it/it/archivio/254242

6 I lavoratori poveri (working poor) sono gli occupati che guadagnano meno del 60% del reddito da lavoro lordo mediano prepandemico

7 La soglia di povertà è fissata al 60% dei reddito equivalente mediano pre-Covid19

Povero Rampini, ora che “Biden copia la Cina”

di Dante Barontini (da Contropiano)

Dopo Ernesto Galli Della Loggia, non poteva mancare il famoso traduttore Federico Rampini nella per ora breve lista degli opinionisti (fare informazione è un altro mestiere) che hanno ricevuto l’input “si cambia registro”.

Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).

Divertiamoci un po’.

Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Triìum e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occident Joe Biden sta copiando Xi Jinping ali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).

Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.

La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.

E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che 1,4 miliardi abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.

Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?

Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.

Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.

Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”

Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.

Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine…).

Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte vole e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.

Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice teutonica).

La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.

Su questi altri “piccoli dettagli”… silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.

Seconda osservazione: che “a crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.

Terza osservazione: se “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.

Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali…

Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.

Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.

E parecchi silenzi in meno.

*****

Ripartono le locomotive

Federico Rampini – da La Repubblica

Per qualcuno la pandemia è un ricordo distante, un’immagine che rimpicciolisce nello specchietto retrovisore. La Cina ha cancellato tutti i danni, oggi è più ricca di quanto fosse nell’era pre Covid. La crescita dell’economia cinese nel primo trimestre di quest’anno, +18,3%, segna un record ventennale anche se in parte è dovuto al rimbalzo dopo la paralisi dei lockdown. La recessione del 2020 è stata brevissima in Cina.

Il “metodo Xi Jinping” applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori.

Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.

Nella formidabile performance del dragone cinese ci sono delle fragilità. La Repubblica Popolare si conferma troppo dipendente dalle esportazioni, in una fase in cui il protezionismo non è tramontato. Anzi, una delle rivelazioni della pandemia riguarda il pericolo di affidarsi a una logistica industriale troppo globale e dilatata, esposta a improvvise chiusure di frontiere (nei medicinali ma non solo)

Il mondo post Covid sì riorganizza con un’attenzione alla sicurezza delle catene produttive, che molti Stati cercano di riportare dentro i propri confini. Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali.

L’autogol nella diplomazia sanitaria, dopo la pasticciata (e poi smentita) ammissione che i vaccini made in China sono poco efficaci, rivela i limiti di un sistema allergico alla trasparenza.

Il vero successo della Cina però sì misura a Washington. L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Anche gli Stati Uniti hanno avuto una recessione più breve e meno cruenta del previsto; ora hanno la loro turbo-ripresa e finiranno per cancellare i danni sociali dei lockdown prima del previsto.

Ma in parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil.

Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil.

È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione.

L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica.

Nella gara tra le due superpotenze questa è la vera novità: l’America sta inseguendo un modello cinese, dopo averlo sottovalutato troppo a lungo.

L’Europa è in ritardo su tutti i fronti, ma le riprese gemelle delle due locomotive cinese e americana sono una buona notizia per tutti. Per scegliere un micro-esempio fra tanti: entro pochi anni i consumatori cinesi compreranno la metà di tutti i prodotti di lusso venduti nel mondo, saranno quindi un mercato sempre più trainante per il made in Italy.

Ma un monito viene dal recente infortunio di molte marche occidentali della moda che hanno osato boicottare il cotone dello Xinjiang per condannare gli abusi che Pechino infligge ai diritti umani in quella regione: è partita una massiccia campagna di rappresaglie.

Il nazionalismo cinese non perdona; usa il commercio estero come un’arma strategica di micidiale efficacia. Sempre più spesso, anche nella sfera economica l’Europa sarà messa di fronte a scelte difficili, dovrà decidere da che parte stare, e gli spazi per la neutralità si restringeranno perfino per chi pensa solo a vendere i propri prodotti.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/04/18/povero-rampini-ora-che-biden-copia-la-cina-0138182

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Pubblichiamo due interventi, il primo di Luciano Neri e il secondo di  Mario Capanna, a sostegno della campagna per l’ istituzione del Parlamento Mondiale, lanciato dal Laboratorio istituito in collaborazione dalle Università della Calabria (Rende-Cosenza) e dall’Università dell’Insubria (Varese) .

“Il Laboratorio per l’istituzione del Parlamento Mondiale nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria e il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università dell’Insubria di Varese, e vede impegnati studiosi di diversa formazione (filosofi, storici, scienziati della politica, sociologi, analisti internazionali, economisti, diplomatici, educatori…), non esclusivamente accademici. Inoltre si avvale della collaborazione decisiva di studenti universitari e medi-superiori, attivisti e persone interessate alle possibili risposte politiche, istituzionali e di pensiero che siamo oggi obbligati a ricercare e promuovere di fronte alle criticità che investono l’intero pianeta, alla crisi delle democrazie e al venir meno dell’Onu, dell’impianto istituzionale e di diritto internazionale costruito nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.

Il Laboratorio è al tempo stesso il proseguimento del lavoro svolto per un decennio in seno all’Università della Calabria e portato avanti, tra gli altri, con un questionario che è stato inviato a studenti universitari di 41 Paesi di ogni continente.

Il progetto ha come obbiettivo quello di costituire entro il 2021 il Centro Interuniversitario per l’Istituzione del Parlamento Mondiale del quale possono entrare a far parte a pieno titolo altre sedi universitarie, istituzioni internazionali, associazioni e Centri Studi culturali e politici, oltre a singoli soggetti studiosi e/o attivisti interessati alla costituzione di un Consesso planetario e alla elaborazione di un nuovo pensiero che lo sorregga.

La crisi ambientale su scala planetaria, le sperequazioni sociali ed economiche, la finanza transazionale che divora le istituzioni e la politica, l’indigenza, i conflitti bellici, la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, le migrazioni, il rispetto e la tutela dei diritti in conformità alle Dichiarazioni universali, l’istruzione, lo sviluppo tecnologico etc., sono temi che evidenziano la crisi irreversibile dei modelli e delle istituzioni internazionali precedenti, la crisi delle stesse democrazie, il collasso di un mondo che muore mentre quello nuovo stenta a nascere. L’umanità di oggi si trova in questo interregno nel quale possono concretizzarsi pericoli enormi: dalle guerre su larga scala a degenerazioni climatiche e ambientali irreversibili. Non può esistere, né resistere nel tempo, un potere che mantiene e aumenta la forza coercitiva dopo aver perso legittimità e consenso.

È questo orizzonte dei problemi (abbiamo bisogno di “mondiologhi” diceva lo scrittore Ernesto Sabàto), queste criticità e queste urgenze che motivano la costituzione del Laboratorio per il Parlamento Mondiale, che spingono all’analisi, alla riflessione, allo studio, alla ricerca, alla relazione per far emergere su scala globale istituzioni nuove (come il Parlamento Mondiale), sorrette da un nuovo pensiero. Una proposta che parte dal dato di fatto che nessuna potenza oggi è in grado di costruire e rappresentare il nuovo centro dell’ordine mondiale. Una proposta che vuole avere il rigore e il coraggio di cimentarsi con la complessità di un mondo che, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, inevitabilmente potrà essere solo multilaterale e policentrico.

Da gennaio a maggio 2021 il Laboratorio realizzerà un nuovo sondaggio in sedi universitarie di almeno 100 Paesi del pianeta, ricorrendo alla disponibilità e alla collaborazione di istituzioni pubbliche e private di varia natura: dai Ministeri degli Esteri alle Ambasciate, dai Consolati agli Istituti di Cultura, dalle Università ad Associazioni educative, culturali, sociali e politiche.”

Prof. Romolo Perrotta


 

Per partecipare all’iniziativa sono stati predisposti dei questionari on line in diverse lingue che possono essere compilati ai seguenti indirizzi:

ITALIANO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScPi34g7mz4n7EUby6p3KVbTJEJqeGuDhElKUTS3fOqa7VRbw/viewform?usp=sf_link

SPAGNOLO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc1htERhbF01rUELuUHj7yajy4cIFP9W4wDunoWIlMbpEO6JA/viewform?usp=sf_link

INGLESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSefvIqBiK4ZAtr3hq8CqPgdqEjVMLKK-A0R0b3VLOcEGQlUnw/viewform?usp=sf_link

FRANCESE:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScZ-2SeJIXFuWlMho1XBXXJ94gXXqqh7SnLIxwv4AbJxxVlMg/viewform?usp=sf_link

TEDESCO:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeYkccfHyIOFR7qoudEOiOKxyo9q6U-sb6ugOaeOK5Mii02CA/viewform?usp=sf_link

Per contatti:

Luciano Neri, presidente@cenri.it – Romolo Perrotta, perrottaromolo@gmail.com


 

PARLAMENTO MONDIALE : UN NUOVO INIZIO. SE NON ORA QUANDO ?

Abbiamo bisogno dei mondiologhi

Ernesto Sabato

Da anni oramai, nei diversi continenti e a tutti i livelli, si è sviluppato un dibattito sul tema dell’evaporazione del diritto internazionale e degli organismi deputati a farlo rispettare. Alcuni hanno avanzato la proposta dii un Parlamento Mondiale come risposta possibile ai pericoli che minacciano la Terra. Le emergenze climatiche e ambientali, le guerre in corso e quelle che rischiano di esplodere, il rischio nucleare, la crisi delle democrazie, il collasso dell’Onu, le violazioni sistematiche delle norme del diritto internazionale, il potere incontrollato delle grandi trasnazionali, rendono oggi quella proposta non solo necessaria ma anche più urgente. Una proposta che, comunque la si pensi, è all’altezza della sfida imposta dalle trasformazioni profonde, regressive, con tratti neofeudali, introdotte in questi decenni nel sistema politico, istituzionale, economico e giuridico internazionale. Decenni nei quali sono deflagrati, o maturati nelle loro forme più tragiche e impunite, conflitti devastanti e guerre in quasi tutti i continenti, dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Siria, dallo Yemen alla Somalia, dalla Nigeria all’intero centro Africa. Non ci sono state transizioni democratiche ma decine di colpi di stato, o di tentati: dall’Egitto alla Bolivia, dall’Honduras alla Thailandia, dal Paraguay alla Turchia, dall’Ucraina alla Birmania. Oltre 20 nel solo continente africano. Tutte le crisi, economica, sociale, climatica, sanitaria, migratoria, alimentare, della democrazia e belliche si stanno sommando rischiando di portare la condizione esistenziali degli umani ad un inedito livello di criticità. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermedie – Range Nuclear Forces) con la Russia firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov per mettere al bando i missili a raggio intermedio. Così come si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dai Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania. Come risposta Teheran ha aumentato al 20% l’arricchimento dell’uranio dichiarando contestualmente di essere in condizione di raggiungere “facilmente” il 90% di arricchimento, soglia che consente la produzione dell’atomica. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna soprattutto, e per reazione anche le altre potenze, hanno approvato miliardari piani di potenziamento delle armi atomiche. Il Comitato per le minacce ad alto rischio dell’Onu, assieme ai più qualificati studiosi di strategie nucleari, come ad esempio l’ex segretario della Difesa degli Stati Uniti, William Perry, considerano “la probabilità di una catastrofe nucleare più elevata oggi che non negli anni della guerra fredda”, quando la catastrofe fu più volte sfiorata ed evitata per un nulla.

La proposta del Parlamento Mondiale è importante perché impone una riflessione sui cambiamenti strutturali a livello globale intervenuti negli ultimi trenta anni. Viviamo in un tempo nel quale, come diceva Gramsci, il passato non c’è più e il nuovo stenta a nascere. Un limbo nel quale possono prendere corpo gli accadimenti più pericolosi. Il vecchio sistema capitalistico, fondato sulla produzione di beni da parte di lavoratori compensata con un salario da parte dei padroni delle imprese, si è in questi ultimi decenni involuto in un neoliberismo finanziario incontrollato e incontrollabile, fondato sulla speculazione a discapito della produzione, per poi degenerare nel sistema neofeudale – liberista nel quale siamo immersi oggi. Un sistema nel quale, assieme all’uso degli strumenti di controllo e di comando più sofisticati, emergono diffusamente pratiche e figure di feudatari e di servi della gleba, nella società e nella rete, ambito nel quale sono più evidenti i processi di feudalizzazione in corso, con pochi sovrani (ricchissimi) e tanti servi della gleba (sempre più poveri, di pane, di lavoro, di diritti, di conoscenza). Il dominio dei pochi che hanno tutto viene esercitato esclusivamente attraverso la forza, usata o minacciata contro nemici o per riallineare amici dubbiosi. Lo storico equilibrio tra apparato produttivo, apparato finanziario e politica è saltato. L’apparato finanziario è cresciuto a dismisura, si è ipertrofizzato ed ha mangiato sia l’apparato produttivo che la politica. Oggi sono le multinazionali, le grandi trasnazionali bancarie e finanziarie a dettare le priorità alla politica, a nominare i governi, ad eleggere i Parlamenti, i Presidenti dello Stato e dei consigli di amministrazione. Mai come oggi, per usare una frase di John Dewey, la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. Gli effetti perversi determinati dal neofeudalesimo – liberista sono in tutta evidenza rappresentati dal dato delle borse che, nella prima fase, in piena pandemia, sono cresciute mediamente del 9 – 12%, mentre il Pil europeo precipitava dell’8 – 10%. La traduzione è che con la crisi economica, con la disoccupazione, con la sofferenza sociale e umana, il sistema neofeudale, le multinazionali, i grandi gruppi bancari transazionali e le società del settore finanziario speculativo ci guadagnano. La sofferenza delle persone e il crollo dell’economia reale costituiscono per questi settori un investimento, la principale fonte di arricchimento. Delle migliaia di miliardi di dollari movimentati in tempo reale ogni giorno per via telematica, il 95% – (il 95%) – è finalizzato alla speculazione, nel perverso gioco degli arbitraggi e dei differenti tassi di interesse. Solo il 5% – (il 5%) – è il prodotto di transazioni economiche reali per l’acquisto, ad esempio, di materie prime, derrate alimentari, medicinali, macchinari agricoli ecc. (fonte Onu). Nel loro insieme Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft, valgono (esclusi Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone) più di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Una condizione, quella dell’epoca contemporanea, del tutto simile a quella descritta da Marx con la metafora sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. I contadini erano costretti a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Non solo dunque lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come afferma Marx, “signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale”. Nel neofeudalesimo contemporaneo le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali, le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti i nuovi servi della gleba. E’ questa la grande differenza tra il capitalista, il cui profitto è il risultato del valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, dal signore feudale che trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni. Una nuova articolazione del potere a livello globale caratterizzata dalla sudditanza totale dei governi a queste poche e immense aziende alle quali tutto viene concesso, persino il diritto di non pagare le tasse. Un livello inedito di concentrazione di poteri e di ricchezze tali minare alla radice le regole, i principi ed i valori dei sistemi liberaldemocratici. Il neofeudalesimo liberista è oggi il nemico principale della democrazia liberale.

La proposta del Parlamento Mondiale trova naturale legittimazione anche nella crisi strutturale dell’Onu e del sistema di norme internazionali costruito nel periodo post bellico dalle potenze vincitrici. Crisi che è conseguenza di un processo di cannibalizzazione, di delegittimazione e di smantellamento del “sistema Onu” da parte dei propri creatori. Una costante degli ultimi decenni, una pratica indispensabile per un sistema di potere che si nutre di forza, non di diritto. Ormai è un coro quasi unanime a ripetere che l’Onu non è più lo strumento adeguato per garantire la sua stessa mission fondativa: mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Se mai lo è stato. Le finalità che ispirarono la fondazione dell’Onu non erano quelle di costruire pace e sicurezza attraverso un sistema di norme e di leggi giuste e organismi preposti a farle rispettare. La vera e comprensibile finalità, esplicitata nel preambolo della Carta stessa, era quella di tenere il mondo lontano dalla guerra che i firmatari avevano conosciuto con i due conflitti precedenti. Ma lo fecero con un impianto organizzativo esclusivamente funzionale al potere delle Nazioni vincitrici, e con un impianto normativo finalizzato ad impedire qualsiasi ruolo decisionale a tutte le altre Nazioni aderenti. L’Assemblea Generale dell’Onu come organismo autorevole e decisionale non è mai esistito. I suoi poteri sono nulli. Le uniche funzioni attribuite si limitano allo studio, alla raccomandazione e al suggerimento (Cap. IV, art.li 9/22 della Carta). Tutti i poteri sono attribuiti ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza (art. 24 della Carta) che tutto possono decidere e su tutto possono mettere il veto. E d’altra parte, come potrebbero i cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza essere i soggetti che salvaguardano la pace e la sicurezza di un mondo nel quale non c’è guerra della quale essi stessi non siano responsabili o nella quale non siano coinvolti ? Come può il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tutelare la pace e la sicurezza se i suoi stessi componenti sono i principali fabbricanti e venditori di armi del mondo? A certificare l’inconsistenza dell’Onu, ormai, sono gli stessi protagonisti, senza neppure nasconderlo. “ Le Nazioni Unite non esistono – afferma l’ex ambasciatore all’Onu di Bush ed ex Consigliere per la Sicurezza di Trump, John Bolton – gli Stati Uniti decidono e le Nazioni Unite devono seguire; se agire secondo gli indirizzi dell’Onu risponde ai nostri interessi, lo faremo, altrimenti no”.

La proposta del Parlamento Mondiale ci costringe ad abbandonare il pensiero menomato e antropocentrico occidentale, il mito della conquista della natura e quello dello sviluppo umano da realizzare attraverso lo sfruttamento del pianeta e delle persone. Il progetto del Parlamento Mondiale non è solo una necessaria proposta di istituzione globale, è anche una rivoluzione del pensiero. Ci costringe a fare i conti con le illusioni, con la nostra idea sottosviluppata di sviluppo, con quel falso infinito nel quale ci siamo buttati chiamandolo progresso, ignorando che è il sottosviluppo etico e intellettuale degli sviluppati, il nostro, a produrre lo sviluppo dei sottosviluppati. Cosa c’è di progressista, di logico, di intelligente nel pensare e praticare un progetto infinito in un pianeta finito? E’ il nostro pensiero menomato, la nostra razionalità illusoria che ci porta all’arroganza di non considerare i mondi “altri”, ad ignorare le virtù, i saperi e le ricchezze di popoli e culture millenarie che hanno inscritto nel loro sviluppo antropologico e nelle loro filosofie naturalistiche e panteiste i codici più civilizzati, fondati sulla considerazione della Madre Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e uniti in un destino comune. Un pensiero menomato e delirante che pensa possibile la continuità di un mondo nel quale l’1% possiede il 99% della ricchezza. A tal punto menomato da arrivare a riconoscere scientificamente solo qualche anno fa ciò che nel pensiero e nelle pratiche di tanti popoli è codificato e applicato da migliaia di anni. Come noto, in occidente il termine “antropocene”, come definizione dell’era geologica caratterizzata dal riconoscimento che le criticità del pianeta sono determinate dal comportamento umano, è entrato ufficialmente nel dibattito scientifico solo nel 2000, grazie al chimico premio nobel Paul Crutzen. Una teoria che per le indagini dalle quali parte e per le conclusioni alle quali arriva mette in discussione il nostro modo di pensare, di produrre e di consumare. Il nostro modo di vivere con e nella Madre Terra. Ma la riflessione sui movimenti tellurici che venivano prodotti dal comportamento umano sull’ambiente in realtà si era sviluppato molto prima, per tutta la seconda metà dell’800, ma quel termine, “antropocene”, non era mai stato riconosciuto e utilizzato, era stato cancellato per lasciare il posto al termine anestetizzato, del tutto inefficace, di Olocene. Ultima era del quaternario. Perché avvenne questa menomazione concettuale e scientifica? Perche l’Ordine Internazionale dei Geologi e i tecnici del tempo erano già al servizio della nascente industria estrattiva del petrolio e del carbone. L’asservimento ai poteri, lo stravolgimento dei saperi e il mercenariato delle cosiddette èlite tecnoscientifiche non è una caratteristica esclusiva dell’oggi. I processi di analfabetizzazione pianificata in questi trenta anni dal neoliberismo feudale stanno costringendo le popolazioni zombie dei Paesi occidentali a guardare la realtà dal buco della serratura, con un riduzionismo cognitivo e analitico fondato sulla cancellazione del resto del mondo. Del quale nulla sappiamo. E del quale non ci occupiamo né ci preoccupiamo. Non vediamo che una rivoluzione antropologica del pensiero su questi temi, un cambio di paradigma e un impegno conseguente lo stanno portando avanti in molti, risultato di consapevolezza e responsabilità. I popoli indigeni originari innanzitutto. E’ la Pachamama dei popoli indigeni dell’America Latina, è lo Shan dei nativi europei, è lo spiritualismo panteista dei nativi americani. Cambiano i nomi ma il significato resta lo stesso: la Madre Terra come essere vivente, che ha generato tutto ciò che esiste nel pianeta, che se ne prende cura e del quale noi umani a nostra volta dovremmo prenderci cura. So bene che questo concetto, apparentemente così semplice, è impossibile da comprendere se si concepisce il mondo sulla base del patologismo antropocentrico che pone l’uomo al centro del’universo, in un rapporto conflittuale con il pianeta e con il diritto di sfruttare tutto ciò che ha intorno, dalle risorse naturali agli animali. Ma il concetto di pianeta vivente, di Terra Madre della cosmologia indigena, di corpo vivo e complementare a tutti gli esseri, non è forse lo stesso che, magari partendo da punti di osservazione diversi e con articolazioni analitiche complementari, è stato sviluppato oggi da alcuni degli scienziati, degli economisti e degli intellettuali contemporanei più prestigiosi dell’occidente? Da Fritjof Capra a Ilya Prigogine, da Edgar Morin a Stéphane Hessel, da Zygmunt Bauman a Noam Chomsky, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. Fino a leader religiosi come Papa Francesco e il Dalay Lama. Non è forse la filosofia indigena della Madre Terra quella che ritroviamo nell’eretica e meravigliosa enciclica “laudato si” di papa Francesco? Una riflessione talmente radicale e necessaria che interroga tutti, laici e religiosi, chiamandoli alla riflessione e, soprattutto, alla lotta. Partendo dal Cantico delle Creature, Bergoglio arriva alla Madre Terra, entità viva, titolare di diritti, riconoscendola come “…sorella con la quale condividiamo l’esistenza, madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” (n. 1 – Laudato si). Partendo dal principio che tutto è connesso (n.138), Francesco condanna “l’antropocentrismo dispotico che non si interessa delle altre creature” (n.68). Un documento positivamente contaminato dalle culture indigeniste latinoamericane, rappresentate da leader nativi che Bergoglio, nell’indignazione dei settori confessionalmente arcaici e dogmaticamente clericali, ha voluto con sé in Vaticano in occasione del sinodo sull’Amazzonia. “Querida Amazzonia” rappresenta l’attualizzazione di un pensiero e il superamento, attraverso il rapporto con la laicità e con il naturalismo indigenista, dell’arcaicità antistorica della Genesi (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili” – Genesi 26). E ancora, quale è la differenza tra la millenaria filosofia indigena della Madre Terra viva, indivisibile e autoregolata con la analoga teoria di Gaia, che lo scienziato britannico James Lovelock elaborò e diffuse nel 1979 ? La teoria di Gaia, così la battezzò Lovelock, dandole lo stesso nome che i Greci avevano dato alla “Madre Terra”. Una teoria che considera il pianeta Terra un organismo biologico, un essere vivente capace di autoregolarsi e di mantenere le condizioni materiali necessarie per la vita sua e degli esseri che la abitano.

Se quello occidentale resta un modello di pensiero e di potere ristretto, nazionalistico, patriarcale e “patriottico”, quello indigenista ha un carattere universale (in quanto rivolto a tutto il pianeta e a tutti gli esseri) è “matriottico”, al femminile, consapevole della propria origine e rispettoso della Madre Terra genitrice, generosa e saggia. Un pensiero che non è rimasto confinato al filosofico o, come erroneamente pensano molti occidentali, al livello testimoniale di popoli marginali e in via di estinzione. Quel pensiero è stato ed è protagonista dei cambiamenti politici, culturali, istituzionali e costituzionali più innovativi degli ultimi decenni. Specialmente in America Latina. Le comunità indigene, che sono maggioranza o rappresentano larghe minoranze in molti Paesi, hanno recuperato la loro storia millenaria e sono diventati protagonisti di lotte, di governi e di un altro mondo possibile dopo il fallimento dei partiti progressisti e sviluppisti, a partire dal Pt di Lula in Brasile e dal Partito Socialista in Cile. Particolarmente significativa in questo senso è l’esperienza indigenista in Bolivia, un Paese storicamente segnato dai colpi di stato della minoranza (15%) bianca, ricca ed europea contro la maggioranza indigena (60%) rappresentata dalle 32 nazionalità originarie, tra le quali le due maggioritarie, Aymara e Quechua. Milioni di persone per 500 anni sono state tenute in condizioni di schiavitù e private dei diritti basici, dello stesso diritto di esistere come esseri umani. Fino a quando, nel 2006, dopo mesi di lotte i movimenti sociali e indigeni non hanno sconfitto i militari, imposto libere elezioni e conquistato il Parlamento e il governo. Evo Morales, Aymara della provincia del Chaparè, è stato il primo presidente indigeno boliviano ad essere eletto capo di stato in quell’area geografica a oltre 500 anni dalla conquista. E’ da quel momento che inizia l’altra storia, la primavera dei diritti e dell’emancipazione degli umili nel paese più militarizzato e povero dell’America latina. I saperi ancestrali non recuperano solo una storia identitaria che si riconosce con le lotte per l’indipendenza del XVIII° secolo e con icone rivoluzionarie anticoloniali come Tupak Katari e Tupak Amaru. Quei saperi, la filosofia della Pachamama, del “vivir bien” diventano la base politica e culturale delle conquiste civili, sociali, economiche e costituzionali che seguiranno. Negli anni successivi la Bolivia nazionalizza le risorse naturali ed energetiche, promuove programmi di sviluppo per i settori più umili fino ad allora esclusi, sconfigge la povertà estrema e l’analfabetismo, diventando il Paese dell’America Latina con la crescita annuale più alta e con il più alto indice di redistribuzione della ricchezza prodotta. Distribuisce le terre, bandisce gli organismi geneticamente modificati in agricoltura e avvia la realizzazione di banche del germoplasma per salvaguardare i semi originari. Ma il riconoscimento più forte dei diritti delle nazioni indigene arriva nel 2009 con l’approvazione della nuova Costituzione che consacra e istituisce lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ampliando la nozione del diritto di cittadinanza con il riconoscimento delle “nazioni e popoli indigeni originari e contadini”. Viene ufficializzata la doppia bandiera, quella storica e la Whipala, la bandiera multicolore delle nazionalità indigene. Un processo che chiede allo Stato di adattarsi alla pluralità dei soggetti e delle esperienze storiche della sua gente. E’ stato un processo originale certamente difficile, non privo di difficoltà e contraddizioni, come comprensibile in un Paese nel quale non era mai esistita alcuna forma di organizzazione o rappresentanza politica effettiva, nessuna istituzione democratica, storicamente segnato da una oppressione brutale e da una povertà estrema. Ma la piccola Bolivia è diventata un esempio per tutta l’America Latina, e non solo. Nel 2010 Evo Morales ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Una sfida culturale coraggiosa che partendo dal riconoscimento della Terra come comunità indivisibile e vitale di esseri interdipendenti e correlati, ne riconosce i diritti e ne raccomanda il rispetto e la tutela. E se la Dichiarazione è ancora in discussione all’Onu, qualche effetto è riuscita a produrlo. E’ stata approvata da diverse città in America Latina e nel mondo, sta suscitando riflessioni, stimolando dibattito e creando coscienza. L’esempio della piccola Bolivia ci dice che immaginare e costruire realtà nuove è possibile anche nei contesti più difficili, e che pensare diversamente è una condizione vitale che accompagna i cambiamenti irrimandabili. Una rivoluzione paradigmatica e mentale più importante della rivoluzione copernicana. Se vogliamo uscire dall’età del ferro planetario nel quale siamo ancora immersi. Se vogliamo costruire una nuova umanità solidale che condivide un destino comune con la Terra e con tutti gli esseri che la abitano.

Luciano Neri


 

L’ASSISE DEI POPOLI

I problemi non possono essere risolti allo stesso

livello di pensiero che li ha generati.

(A. Einstein)

“Da millenni l’umanità non è esistita in quanto tale”, rifletteva tristemente l’uomo, e domandò: “Che pensi, potrà sopravvivere?”

La donna rispose: “Sì, se acquisirà quella coscienza di specie, per cui si riconosce come famiglia umana”…

“Altrimenti?”, chiese l’uomo.

“In caso contrario si estinguerà, e la natura ne sarà felice, risorgendo dopo le interminabili ferite subite”.

Attesa invano una replica, la donna proseguì: “Che iattura sarebbe, dato che noi siamo, fino a prova contraria, l’unica coscienza dell’universo!”

E aggiunse, prendendo per mano l’uomo: “Mettiamoci al lavoro!… Adesso, perché il tempo stringe”…

Un’Assise mondiale rappresentativa di tutti i popoli della Terra: è ciò che l’umanità non si è mai data nella sua travagliata storia millenaria. E i risultati sono di un’evidenza dirompente.

Il mondo sta bruciando.

Per i mutamenti climatici, per la ripresa compulsiva della corsa agli armamenti sia convenzionali che nucleari, per le guerre in atto – “la terza guerra mondiale a pezzi”, che è in corso, secondo le pertinenti parole di Papa Francesco – per le guerre commerciali quasi devastanti come quelle degli eserciti, per il predominio del profitto capitalistico che ci ha portato alla società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quello del 99 per cento! Mai si era visto un accaparramento di risorse così concentrato.

Per l’insieme di questi fattori gli scienziati e i premi Nobel, che sovrintendono al Doomsday Clock – “l’Orologio dell’Apocalisse” – all’inizio del 2020, prima della pandemia del Coronavirus, hanno spostato le lancette a 100 secondi dalla mezzanotte, che simboleggia la fine del mondo.

Si tratta dell’orario più vicino al “giorno del giudizio” dal 1953 (anno dello sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di Usa e Urss).

L’uomo contemporaneo è portato a non pensare a questo preoccupante orizzonte, imprigionato com’è in quel materialismo quotidiano da cui si lascia pervadere, alimentato da una sapiente (insipiente?) propaganda parcellizzata, che spezza, e frantuma di continuo, il quadro d’insieme del mondo.

Così i 7 miliardi e mezzo di donne e uomini, che compongono oggi l’umanità, sono indotti a non rendersi conto che, per continuare a vivere ai ritmi attuali, avrebbero bisogno di due pianeti, anziché dell’unico che abbiamo.

Si è giunti a questo punto – vicini al non ritorno – per lontane ragioni storiche e culturali.

Dalla fondazione delle prime città, all’incirca 5 mila anni fa, dapprima con le città-stato, poi con le nazioni e quindi con gli imperi, l’umanità si è concepita basata principalmente sulla divisione: divisione-separazione per etnie, per localismi, per interessi economici, per visioni religiose.

Una continua lotta per l’egemonia sfociata quasi sempre nella guerra, fino a quelle mondiali.

Non si pone sufficiente attenzione sul fatto che è con le prime città che nascono gli eserciti, le burocrazie, la guerra. Ma 5 mila anni sono un battito di ciglia nella storia.

E’ consolante rilevare che, per più del 90 per cento del tempo in cui l’uomo ha camminato eretto, il concetto di guerra era sconosciuto, come mostrano gli studi di etnologia comparata.

Dunque le attuali condizioni del mondo non sono il risultato di una presunta natura umana votata irreversibilmente all’autodistruzione.

Quella che definiamo “natura umana” è il risultato di una costruzione storica, che dunque può essere superata da un’altra costruzione storica, basata su una diversa visione del mondo.

Perciò Einstein ha scritto a buon diritto: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”.

Il punto è proprio questo: saremo in grado di costruire una “sorte” diversa da quella che ci si sta profilando?

I mutamenti climatici sono il nuovo paradigma che sta mettendo a repentaglio il mondo.

L’avvelenamento dell’atmosfera, prodotto dalle attività umane subordinate al profitto capitalistico, ha raggiunto traguardi crescenti di allarme.

Nell’ultimo secolo abbiamo bruciato immense quantità di carbone e petrolio, al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.

La conseguenza è stata che le concentrazioni di anidride carbonica – che in più di un milione di anni non erano mai giunte a 300 parti per milione – all’inizio del terzo millennio sono salite a 338 ppm.

La Conferenza di Parigi sul clima (dicembre 2015), presentata come un accordo storico fra i 195 paesi firmatari, prevedeva di contenere al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale entro il 2020: proposito che si è rivelato di gran lunga insufficiente.

Infatti: alla fine del 2016 l’agenzia meteorologica dell’Onu informava il mondo che, nel 2015, la concentrazione di anidride carbonica aveva superato le 400 ppm, infrangendo quella che era considerata la soglia-simbolo.

Non solo: l’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, registrava, il 18 aprile 2017, il superamento della soglia di 410 ppm.

Lo stesso osservatorio ha registrato, il 2 giugno 2020, ben 417,9 ppm.

Continuando così, avvertono i climatologi, rischiamo di avere causato, in meno di 50 anni, un cambiamento climatico mai verificatosi in 50 milioni di anni.

Con il termine “antropocene” – coniato dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen – viene indicata l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, è fortemente condizionato su scala locale e globale dagli effetti dell’azione umana.

Per avere un’idea concreta dell’impatto delle attività umane sul – nel – mondo basti considerare che abbiamo reso artificiale la Terra, nel senso preciso per cui ci sono ormai più oggetti che esseri viventi.

Secondo lo studio dell’istituto israeliano Weizman, pubblicato su Nature, solo la plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, sovrasta del doppio il peso degli animali, fermi a 4 miliardi di tonnellate.

Se a ciò aggiungiamo il peso delle metropoli, delle città, delle strade , delle automobili ecc., raggiungiamo cifre stratosferiche.

Lo studio afferma che l’umanità, che in termini di peso rappresenta lo 0,01 per cento degli esseri viventi, grava il pianeta, ogni settimana, del peso di se stessa.

Il risultato è che le nostre fabbriche riversano sulla Terra 30 miliardi di tonnellate ogni anno.

A questo ritmo la nostra bulimia tecnologica potrebbe portarci, nel 2040, a produrre 30 mila miliardi di tonnellate di massa artificiale.

Non è folle pensare di andare avanti così? Fino a quando il mondo potrà reggere gli effetti di questa crescente invasione antropica?

L’impetuoso sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, usate così come oggi avviene – per aumentare il potere di quell’1 per cento che domina la società umana- dà all’uomo contemporaneo un potere mai conosciuto prima.

La questione, per più di un aspetto drammatica, che si pone è: o l’apparato scientifico-tecnologico viene ricondotto sotto il controllo umano e finalizzato a soddisfare i bisogni reali – non quelli indotti – dell’umanità, in equilibrio con l’ecosistema, oppure diventerà il nodo scorsoio destinato a stringersi sempre più intorno al collo degli esseri umani, come già sta avvenendo (i mutamenti climatici ne sono l’avvisaglia più evidente e minacciosa).

Non bisogna essere tecnofobici. Ma si tratta di capire che niente al mondo è neutro, nemmeno il concetto che afferma che niente è neutro, e tantomeno lo sono le scienze e le tecniche.

Se non le indirizziamo a costruire il bene comune – degli uomini e della Terra – esse finiranno con l’assoggettare a se stesse sia gli uomini sia la Terra, in un crescendo destinato a divenire incontrollabile.

In presenza di uno stato di cose così preoccupante, il mondo è “governato” dall’unica entità sovranazionale esistente: l’Onu.

Le Nazioni Unite, come il nome stesso indica, rappresenta l’insieme delle entità nazionali e degli stati cui esse hanno dato vita.

Sotto questo profilo esse sono l’evoluzione e la proiezione moderna delle… città-stato: l’umanità non viene rappresentata in quanto tale, come specie e dunque come entità globale, bensì nel suo essere frazionata nelle diverse particolarità nazionali e statuali, che hanno interessi differenti e, spesso, contrastanti, quando non antagonistici.

Di conseguenza i rapporti in seno all’Onu non sono bilanciati in vista dell’interesse umano comune, ma fondati sugli stati di serie A, di serie B e C…

La governance dell’Onu risiede nel Consiglio di Sicurezza, dominato dagli stati di serie A, ovvero i suoi cinque membri permanenti: Usa, Cina, Russi, Francia, Inghilterra (non a caso tutte potenze nucleari).

Ognuno dei cinque, come è noto, si è arrogato il diritto di veto: sicché qualsiasi decisione, che non vada a genio ai cinque stati – o anche a uno solo di loro – è bloccata e resa vana dal veto.

L’Assemblea generale può prendere sì decisioni, ma le sue deliberazioni non hanno valore vincolante per le nazioni del mondo.

Ecco le ragioni di fondo per cui l’Onu, nata in un preciso momento storico dopo la seconda guerra mondiale, si rivela sempre più obsoleta e del tutto incapace di regolare i destini della Terra: ad attestarlo è il marasma attuale del mondo.

E’ evidente che il Consiglio di Sicurezza è il ferro vecchio più arrugginito. Più che decidere, per i meccanismi che lo regolano, il suo scopo è permettere di non decidere.

I cinque membri permanenti rappresentano, insieme, poco più di 2 miliardi di persone: una netta minoranza della popolazione mondiale. Perché gli altri quasi 6 miliardi di cittadini dovrebbero sottostare alle loro decisioni (e non-decisioni)? Tanto più che non li ha eletti nessuno, si sono… autoeletti…

Da che l’Onu esiste, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi tempi, un dibattito a intermittenza circa la necessità-possibilità della sua riforma.

Inutile dire che il dibattito non ha mai portato a nulla, sia perché manca la sede decisionale su cui il dibattito stesso possa poggiarsi sia perché i cinque membri permanenti non vogliono saperne di allargare il cerchio e, poi, perché i candidati (autocandidati?) a entrare nel giro sarebbero molti, per di più in lizza fra di loro

Sicché la situazione risulta bloccata ed è destinata a restare tale. Controprova: chi dovrebbe diventare paese di serie A? L’India, con la sua popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di abitanti? L’Indonesia (269 milioni)? Il Pakistan (220 milioni)? Il Brasile (212 milioni)? Il Giappone (125 milioni)? La Germania (82 milioni)? E devono essere potenze nucleari, come l’India e il Pakistan, oppure no? Chi lo decide?

In questo aggrovigliato contesto è Papa Francesco a mettere in rilievo (v. Enciclica Fratelli tutti) la necessità di “prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”. Senza tuttavia spingersi a indicare quali dovrebbero essere quelle organizzazioni.

Una organizzazione mondiale più efficace, “dotata di autorità per assicurare il bene comune mondiale”, può sorgere solo se l’umanità nel suo insieme, comprendendosi come specie – ovvero come grande famiglia di persone coinvolta(e) in un unico destino su un pianeta ridotto allo stremo – deciderà di costruirla.

Costituire l’Assise dei popoli del mondo, per l’autogestione dell’umanità: ecco ciò che è necessario e urgente.

IL Parlamento Mondiale (d’ora in poi PM), eletto da tutti i popoli secondo il criterio della democrazia rappresentativa – una testa, un voto – può e deve diventare la sede tramite la quale l’umanità, per la prima volta nella sua storia, si autodetermina, uscendo finalmente da quello stato di minorità su cui si è finora schiacciata, frazionandosi per particolarismi nazionali.

Significa che l’umanità matura e assume la coscienza di sé come specie, nessuna frazione esclusa, e decide lo sviluppo (la sopravvivenza?) del suo presente e del suo futuro, in rapporto a tutti gli altri esseri, con cui è in relazione ineliminabile.

Significa elevare al massimo grado la propria intelligenza collettiva, divenendo capace di inter-legere e intus-legere (“leggere fra” e “leggere dentro”) nella complessa realtà dell’esistenza comune del mondo.

Il PM può essere composto da mille membri – un eletto ogni 7 milioni e mezzo di abitanti della Terra (poco più dei deputati attuali del Parlamento europeo).

Un’assemblea perfettamente gestibile e operativa, dove tutti i popoli vengono rappresentati con pari dignità, senza che ci siano quelli di serie A, B, C…

Oltre le riunioni plenarie, dove si prendono le decisioni fondamentali riguardanti tutto il mondo, si struttura per commissioni di lavoro sui temi di maggiore importanza.

Il PM dura in carica 5 anni ed elegge il suo presidente, che diviene il Presidente del Mondo. Si può immaginare la sua autorevolezza se paragonata a quella del segretario dell’Onu…

Lasciando agli stati la gestione dei problemi interni di ogni singola nazione, il PM delibera sulle questioni basilari dell’umanità: la pace – la guerra deve diventare un tabù – il disarmo a partire da quello nucleare, la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, i diritti e i doveri fondamentali, lo sradicamento della fame, le produzioni eque e solidali e l’introduzione dell’onesto guadagno – al posto del profitto onnivoro – la giusta distribuzione delle risorse, le migrazioni, la difesa e l’incremento di tutti i beni comuni.

Dal punto di vista tecnico, l’elezione del PM non presenta affatto ostacoli insormontabili: seguendo i fusi orari, in un giorno di vota dappertutto e l’indomani si conoscono i risultati.

E’ evidente che il problema è prettamente culturale e politico: lasciare la vecchia strada per la nuova.

E però ormai vediamo che proseguire sulla vecchia e non imboccare la nuova può comportare conseguenze irreparabili.

Ho avuto la fortuna di sperimentare, insieme a milioni di altri, la democrazia diretta e, poi, quella rappresentativa, sia nel Parlamento europeo sia in quello italiano, e dunque ho avuto modo di conoscere direttamente i limiti della democrazia delegata.

Se dico che la democrazia rappresentativa, pur con tutti i suoi difetti, è tuttavia migliore dell’attuale oligarchia che pesa sul mondo, credo di indicare una conclusione accettabile.

Oggi gli stati sono troppo grandi per i problemi piccoli (e infatti decentrano taluni poteri agli enti locali) e troppo piccoli per affrontare le questioni grandi.

In più prevale generalmente, al loro interno, un processo di verticalizzazione delle decisioni, con governi che tendono in misura crescente all’autocrazia, esautorando spesso, progressivamente, i rispettivi parlamenti.

Così la stessa democrazia rappresentativa va restringendosi, fino a rattrappirsi in mera “democrazia formale”.

L’eclissi della democrazia, provocata e insieme utilizzata dal capitalismo finanziario globale, riduce sempre più la politica al predominio dei rapporti di forza e la prepotenza diviene la sua stella polare.

L’assalto al Campidoglio di Washington, il 6 gennaio 2021, da parte di manipoli del presidente Trump sconfitto alle elezioni, da lui apertamente e direttamente istigati, codifica, sebbene debellato, l’alto grado di disfacimento della democrazia istituzionale in quanto piegata a privatizzazione di scopi e interessi.

La politica, di fatto, non c’è più: è sostituita dalla propaganda – di chi ha il potere di farla – e viene a coincidere con la finzione e la simulazione. La propaganda è a sua volta una merce:viene fabbricata – venduta e… comprata – alla stessa stregua delle armi, dei telefoni cellulari, delle auto e dei computer.

Ecco perché la “politica”, oggi prevalente, è ridotta ad un ruolo ancillare: segue ed e-segue i diktat dei poteri dominanti.

In questo contesto l’elezione del PM ridà linfa alla democrazia, inverando il principio “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Le persone e i popoli vengono a parlare in prima persona e l’umanità si erge a determinare il proprio destino e quello della Terra. Una netta, e salutare, inversione di tendenza, rispetto ai silenzi e alla passività delle moltitudini.

I 2500 scienziati, che hanno elaborato nel 2007, per conto dell’Onu, il rapporto sui mutamenti climatici, in modo unanime consegnavano all’umanità un messaggio inequivocabile: rilevato che “il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’uomo”, essi ammonivano: “Si avvicina il giorno in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo. Siamo alle soglie dell’irreversibile”.

Per scongiurare il superamento del punto di non ritorno, gli scienziati ci raccomandavano di tenere presente che “non è più il tempo delle mezze misure” (come quelle adottate nella Conferenza di Parigi) e ci affidavano tre indicazioni imperative: “E’ il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della rivoluzione dell’azione politica” (corsivi miei).

Il PM è sia la conseguenza – il risultato – di quelle tre rivoluzioni sia il mezzo per realizzarle compiutamente.

E’ la sede attraverso cui possiamo e dobbiamo gestire in comune il bene comune più prezioso che abbiamo: la nostra vita – e quella di tutti gli altri esseri.

L’umanità e il mondo sono inscindibilmente interdipendenti: a dircelo è la stessa fisica quantistica, secondo cui ogni cosa non è realmente comprensibile se non vista in relazione con tutte le altre. Separata da quei nessi, non esiste se non come astrazione.

Comprendere appieno questo è l’obiettivo più alto che l’umanità può e deve raggiungere.

La coscienza di specie si dilata fino a divenire coscienza globale: la comprensione che la parte è collegata al tutto e il tutto è più delle singole parti che lo compongono.

La pandemia di Covid 19, che dal 2020 ha colpito l’umanità ovunque, ci ha fatto toccare con mano, in modo bruciante, questa interconnessione fra le persone – e fra loro e la natura. Ci ha mostrato come nessuno può salvarsi da solo, e che la salvezza richiede necessariamente una solidarietà, individuale e collettiva, di autoprotezione, per ridurre la contagiosità del virus, anche a costo di rinunciare ad alcune libertà fondamentali. Una lezione drammatica alla hybris antropocentrica.

Va da sé che non si arriverà al PM senza quella rivoluzione delle coscienze che gli scienziati, non a caso, hanno indicato per prima – e come condizione necessaria per realizzare la rivoluzione dell’economia e quella dell’azione politica.

E’ necessario costruire – entro ciascuno di noi e in noi tutti – quella che i greci chiamavano metànoia: “correzione di pensiero”, “mutamento di parere”.

(In altre parti del libro viene indicato il lavoro incominciato verso questo percorso).

Il PM sarà il risultato del mutamento di pensiero necessario e, insieme, il volano di sviluppo per realizzarlo compiutamente.

Costituisce il passaggio dell’umanità dal confine all’orizzonte.

Per salvarsi. E per salvare il mondo.

Mario Capanna

America latina, tra mobilitazioni sociali, elezioni e Covid-19

di Marco Consolo

A pochi giorni dalle elezioni in diversi Paesi latino-americani dell’11 aprile (Ecuador, Perù e Bolivia) la regione è colpita duramente dagli effetti sanitari e socio-economici, con un panorama di chiara disputa politica.

L’America Latina è la regione del mondo più colpita dalla pandemia di Covid-19. Solo qualche giorno fa, il totale dei contagiati era di circa 24 milioni, includendo i Caraibi. Con solo l’8,4% della popolazione mondiale, il continente registra il 27,8% dei decessi mondiali di COVID-19. Il Brasile è il Paese più colpito, con circa 12 milioni di casi confermati.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel continente sono 26 milioni i posti di lavoro persi durante la pandemia.  La perdita di ore di lavoro nel 2020 nella regione è stata circa quattro volte maggiore a quella registrata durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009.    La perdita stimata nei due maggiori Paesi dell’America Latina e dei Caraibi è per il Brasile del 15% e per il Messico del 12,5%.

Secondo le proiezioni della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), a causa della grave recessione economica nella regione (con una contrazione del PIL del -7,7%), il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione. Concretamente, alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i 209 milioni, ovvero 22 milioni in più rispetto all’anno precedente. Di questo totale, 78 milioni di persone sono in estrema povertà, 8 milioni in più rispetto al 2019.

Fin qui alcuni dati della drammatica situazione sociale ed economica.

Canal COVID - EL PAcCTO

Un continente in disputa

Sul versante politico, la fase attuale è segnata dalla disputa tra le oligarchie locali sostenute dalla Casabianca e le forze diverse che si battono per la trasformazione sociale e per un’integrazione sovrana e autodeterminata della “Patria Grande”.

Lungi dallo stare ferma, l’America Latina è in movimento. In Bolivia la recente vittoria di Luis Arce che ha sconfitto il golpe e la dittatura imposta dopo solo un anno; in Cile le enormi mobilitazioni popolari contro il governo e per mettere fine alla costituzione della dittatura di Pinochet; in Paraguay le mobilitazioni che hanno messo in difficoltà il governo di Mario Abdo Benitez; l’uscita dell’Argentina dal cosidetto “Gruppo di Lima” creato in funzione anti-venezuelana; in Colombia, dove non si ferma la mobilitazione popolare contro le politiche neo-liberali e la violazione sfacciata degli accordi di pace da parte governativa, contro i rappresentanti dell’oligarchia e i settori più conservatori, alleati degli Stati Uniti.

Le prossime elezioni in Cile, decisive per la regione, sono state rinviate al 15-16 maggio a causa della pandemia che colpisce il Paese. Il processo costituente con l’elezione di una Convenzione costituzionale (resa possibile dalla mobilitazione sociale e dalla rivolta popolare) è la prima sfida che culminerà a novembre con le elezioni presidenziali. L’unità tra i partiti, i movimenti di sinistra e progressisti ed i movimenti sociali è la strada obbligata per approfondire la mobilitazione sociale e l’alternativa anti-neoliberale di trasformazione. Inoltre, le manifestazioni pacifiche del popolo cileno hanno chiesto con forza la liberazione delle decine di prigionieri politici della rivolta.

Ma non è tutto oro quello che luccica, ed il processo costituente deve affrontare diverse trappole nel cammino. Come si ricorderà, il 15 novembre del 2019 tutti i partiti presenti in parlamento (con l’eccezione del Partito Comunista e degli Umanisti), avevano firmato un accordo-trappola per pacificare le piazze, e per stabilire le “regole” del processo costituente. La prima “regola” è l’impossibilità di cambiare gli Accordi commerciali internazionali, che il Cile ha firmato con ben 26 Paesi e che rappresentano un’ipoteca sul futuro del Paese.

Octubre 2019: De la mano de los estudiantes, ¡Chile Despertó! - Estallido Social en Chile

La seconda è la necessità di una maggioranza dei 2/3 dei costituenti per approvare i diversi articoli  e porre fine all’eredità neoliberale della dittatura di Pinochet. Mentre la destra e la destra estrema si presentano con un’unica lista unitaria, l’opposizione si presenta con almeno 2 liste (una di centro-sinistra, una tra il PC ed il Frente Amplio) e circa 2000 “candidati indipendenti” che aumentano la frammentazione: un situazione che favorisce la destra, che quasi sicuramente sarà sovra-rappresentata nella Convenzione Costituente.

Dell’Ecuador abbiamo già scritto nei giorni scorsi http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2021/04/08/ecuador-al-ballottaggio/e, salvo colpi mano della destra dell’ultimo minuto, secondo i sondaggi più affidabili, il “binomio della speranza” Arauz-Rabascall (UNES lista 1) dotrebbe vincere il ballottaggio dell’11 aprile. Anche qui, le forze conservatrici ne hanno inventate di tutti i colori per non farli partecipare. Nonostante ciò, la pressione dal basso e quella internazionale fino ad oggi sono riuscite a frenare le spinte reazionarie e golpiste.

Contro il Venezuela bolivariano non si ferma l’offensiva di Washington e dell’Unione Europea per far cadere il governo Maduro, secondo il moderno copione della destabilizzazione. Alle criminali e genocide “misure coeritive unilaterali” (mal chiamate “sanzioni”), nelle ultime settimane si sono aggiunti attacchi armati alla frontiera con la Colombia con azioni combinate di militari e formazioni armate colombiane contro la popolazione e le istituzioni del Venezuela.

In Paraguay, l’egemonia dell’oligarchia paraguaiana da più di 70 anni attraverso il Partito Colorado, è entrata in una crisi profonda quando la corruzione strutturale si è squadernata durante la pandemia. Non solo,  ma anche quando Abdo Benítez ha dato priorità agli affari privati rispetto alla salute pubblica. Non ci sono medicine o forniture mediche negli ospedali pubblici, che viceversa sono disponibili nelle poche catene farmaceutiche private, e la  principale è legata a Horacio Cartes, il principale sostenitore di Abdo.

Di fronte alla drammatica mancanza di medicine, la gente è posta di fronte al dilemma tra lasciar morire i suoi cari, o vendere i propri beni ed entrare nella miseria più brutale. Questa totale impotenza ha finito per infuriare  la popolazione che è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di Abdo Benítez e Hugo Velázquez, (presidente e vicepresidente), così come di Horacio Cartes, il vero capo del Paese. Per ora, la mobilitazione non sembra fermarsi, e il Paese potrebbe riservare soprese nel prossimo periodo.

Il Brasile, sotto la presidenza del negazionista Jair Bolsonaro, sta vivendo una tragedia umanitaria e una dura crisi economica nel contesto della pandemia globale. Pochi Paesi hanno visto una gestione governativa più disastrosa, con un abbandono totale della popolazione. I primi mesi del 2021 sono stati drammatici. Il governo lavora contro il suo popolo e la crisi nell’approvigionamento di vaccini ha mostrato un comportamento criminale e le caratteristiche della necropolitica. Il governo si è dimostrato incapace di promuovere la ripresa dell’attività economica e di evitare la deindustrializzazione del Paese. Oggi il Brasile ha il più grande deficit pubblico della sua storia, con dati omessi dal governo ed è certo che il primo trimestre si concluderà con un PIL negativo. Il degrado sanitario, sociale ed economico avviene in uno scenario politico di grande incertezza sul futuro.

Continuano le minacce costanti alla democrazia, con l’incoraggiamento da parte del governo alle Forze Armate ad assumere posizioni politiche, mentre aumenta la presenza dei militari nel governo e nelle istituzioni. Bolsonaro continua a sostenere imperterrito che sono le FFAA a decidere se ci sarà o meno democrazia.

L’ennesimo rimpasto di governo, con il cambio di 6 ministri (quello della sanità è il quarto dell’era Bolsonaro) e le dimissioni dei capi delle Forze Armate come protesta per la sostituzione del Ministro della difesa, aumentano l’incertezza politica.

La recente assoluzione di Lula è una speranza per un cambio che potrebbe arrivare nel 2022 in caso di unità delle forze popolari, dei movimenti sociali e partiti della sinistra, con un programma congiunto di alternativa.

In Argentina la gestione del governo nazionale di Alberto Fernandez in relazione alla pandemia sta lentamente costruendo una risposta. I vaccini stanno arrivando col contagocce e il piano di vaccinazione ancora non riesce a coprire una percentuale significativa della popolazione. Ciò ha provocato la ripresa di iniziativa della destra politica che aveva criticato il governo per aver negoziato l’acquisto dei vaccini con la Russia e la Cina. I poteri forti sono ben strutturati e operano apertamente contro il governo di Alberto Fernandez. L’oligarchia terriera, l’Associazione degli Imprenditori Argentini (AEA), i grandi media e un’opposizione spietata che non dà tregua al governo, aumentano le loro azioni cercando di destabilizzarlo. La destra insiste con le strategie di Lawfare contro Cristina Fernandez, anche se la falsità e strumentalità delle accuse sono sempre più evidenti.

Sul versante economico, al momento il dollaro è abbastanza stabile, ma non si vedono prospettive per una ripresa durante quest’anno.

In Uruguay la restaurazione del governo neoliberale e conservatore di Luis Lacalle Pou sta affrontando la raccolta di firme contro la Legge di Urgente Considerazione (LUC). Il Frente Amplio, il Pit-Cnt (Centrale sindacale unica) ed il movimento popolare organizzato nella cosiddetta “Intersociale” hanno l’obiettivo di raggiungere 750.000 firme per arrivare ad un plebiscito su ben 135 articoli della LUC, il “cuore” della restaurazione neoliberale.

Oggi l’Uruguay ha 100 mila poveri in più, di cui circa la metà sono bambini e bambine; circa 80 mila persone usufruiscono della scarsa indennità di disoccupazione; sono stati persi 60 mila posti di lavoro ed hanno chiuso 10 mila aziende;  migliaia di persone rischiano di essere sfrattate perché non possono pagare l’affitto da quando hanno perso il lavoro. E migliaia si sfamano nelle mense dell’INDA (Istituto Nazionale dell’Alimentazione) e grazie alle “pentole popolari” auto-organizzate (296 solo a Montevideo).

Il Paese è passato dall’essere un esempio mondiale contro la pandemia (in gran parte grazie alla capacità istituzionale recuperata durante i governi del Frente Amplio)  ad essere quello con più casi pro-capite di Covid nel continente, e quello che ha investito meno in politiche pubbliche per mitigare la pandemia. Il Frente Amplio propone di affrontare gli impatti sociali ed economici della pandemia, visto l’aumento della povertà, della disuguaglianza, della disoccupazione e una diminuzione del reddito di lavoratori e pensionati.

In Perù, a pochi giorni dal primo turno delle elezioni dell’11 aprile, è grande l’incertezza sui risultati. Almeno cinque candidati alla presidenza sono tecnicamente in parità nella corsa per il ballottaggio.

Lungi dal mostrare una semplificazione nel quadro politico, siamo quindi di fronte alle “elezioni più frammentate della storia”  e le tendenze di voto continueranno  a spostarsi fino all’ultimo minuto.  In particolare, se si tiene conto che il 39% della popolazione decide il suo voto nell’ultima settimana. E nonostante l’86% dica che “andrà sicuramente a votare”, è ancora incerta la partecipazione dei gruppi più vulnerabili al COVID-19.

C’è qundi molto spazio per le sorprese, dato che molti candidati  non superano il 15%.  Prova ne è il fatto che, durante gli ultimi mesi, diversi candidati hanno avuto una crescita inaspettata, ma non sono stati in grado di sostenerla nel tempo.

Ma indipendentemente da chi vincerà la presidenza, in termini di in/stabilità politica tutto indica che i prossimi cinque anni saranno molto simili ai precedenti e i rischi di ingovernabilità rimarranno alti. In particolare, il discredito delle istituzioni ed il loro deterioramento negli ultimi anni (con enfasi nel mancato equilibrio di potere tra l’esecutivo e il legislativo) non è stato superato.

Anche se era già a livelli record, i sondaggi proiettano un Parlamento ancora più frammentato e più di 10 partiti potrebbero superare lo sbarramento elettorale. Ciò renderà difficile stabilire alleanze durature e, visto il deterioramento del quadro istituzionale e la mancanza di credibilità dei partiti politici, persisterà anche lo scontro tra il potere esecutivo e quello legislativo.

E l’integrazione regionale ?

In termini di integrazione regionale non subordinata agli Stati Uniti, rimane qualcosa del passato recente e dei primi 15 anni di questo secolo ?

Refuerzan integración de América Latina ante planes derechistas - Cuba en Noticias

In quegli anni si era creato un fronte di Paesi latino-americani che aveva saputo contrastare efficacemente la prepotenza e la pretesa statunitense di imporre l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), un mercato subalterno a Washington, dal Canada fino alla “Terra del fuoco”. Dopo la sconfitta militare in Vietnam, sul versante politico è stata probabilmente la sconfitta più dura che ha dovuto ingoiare la Casabianca.

L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), da sempre “ministero delle colonie” degli Stati Uniti, perdeva il ruolo centrale nella definizione delle politiche continentali ed alcuni Paesi inizavano a pensare di abbandonarla definitivamente. A partire dal 2015, con la segreteria di Luis Almagro, la OEA ha aumentato l’ingerenza sfacciata nella politica interna dei vari Paesi, in aperto contrasto con gli obiettivi ufficiali della OEA: cercare il consenso, fomentare il dialogo inter-americano e la soluzione pacifica delle controversie nell’emisfero.

In ordine di tempo, l’ultima intromissione di Luis Almagro, è stata quella contro lo Stato Plurinazionale della Bolivia. Almagro ha proposto, tra l’altro, di creare una commissione internazionale per indagare sulle presunte accuse di corruzione e per riformare il sistema giudiziario. Dichiarazioni che vanno ben oltre la sua missione di segretario generale dell’organismo regionale e ignorano volutamente il funzionamento del sistema interamericano. Non è un caso che siano in perfetta sintonia con le recenti dichiarazioni di Antony Blinken, Segretario di Stato degli Stati Uniti, che ignorano il recupero della democrazia e dell’istituzionalità e intervegono negli affari interni del popolo boliviano.

Gli anni passati, sono stati gli anni dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), della Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), del Banco del Sur, etc.

Lo stesso Mercosur viveva una nuova fase, e iniziava a cambiare pelle con l’entrata della  Bolivia e del  Venezuela. Oggi il Mercosur compie 30 anni. Nei primi anni del XXI° secolo, i governi di sinistra e progressisti hanno provato a cambiare la concezione neoliberale della sua origine, cercando inoltre di associare il blocco con l’integrazione latinoamericana e caraibica e la nascita della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). Oltre a rafforzare la parte “sociale” del blocco, quei governi avevano rivalutato il ruolo dello Stato come “agente di sviluppo” attraverso le grandi aziende pubbliche, combattendo le “asimmetrie” e proponendo un completamento dell’infrastruttura regionale,

Viceversa, oggi assistiamo a una svolta mercantilista e neoliberale nel blocco, che rappresenta una ritorno agli anni ’90. In particolare, con la possibile firma di un Trattato di Libero Commercio con la Unione Europea, per cui fanno pressione le lobby delle multinazionali “europee”. Lungi dal volersi isolare, le proposte delle forze più avanzate per rafforzare il Mercosur sono quelle di dare priorità innanzitutto all’inserimento internazionale nella subregione, scommettere sulla complementarità economica e promuovere negoziati commerciali come blocco e non separatamente.

Nell’attuale contesto di disputa, è necessario recuperare le notevoli esperienze dei governi progressisti, nazionalisti, popolari e rivoluzionari che hanno governato la maggior parte del sub-continente nei primi 15 anni del XXI° secolo. Studiare le loro vittorie e far conoscere le loro conquiste, ma anche studiare a fondo i loro errori e le loro debolezze e fare una profonda autocritica sui fattori che hanno permesso il successo della controffensiva e in un così breve lasso di tempo.

Oggi, l’offensiva dell’imperialismo verso una pervasiva “restaurazione conservatrice” si scontra con la resistenza popolare e di un arcobaleno di organizzazioni sociali che è necessario unificare.  Imparare dai propri errori è l’unica maniera di non ripeterli e di poter avanzare.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/america-latina-tra-mobilitazioni-sociali-elezioni-e-covid-19/

Scandalo: Pubblicato in Brasile il contratto sottoscritto con Pfizer per l’acquisto del vaccino

Il Ministero della Salute brasiliano ha pubblicato sul suo sito web il contratto con il laboratorio Pfizer per l’acquisto di vaccini contro il Covid-19, nonostante la clausola di riservatezza. Avvertito, il Ministero ha rimosso il file dalla pagina. Per legge, lo Stato brasiliano a tutti i livelli deve pubblicare i contratti che firma. Il contratto afferma che il vaccino non ha ancora superato la fase 3, che Pfizer non sa quando lo consegnerà, che non può essere penalizzato se non rispetta le scadenze annunciate, che non sarà responsabile di eventuali effetti negativi dei vaccini sui pazienti, che qualsiasi controversia legale deve essere risolta nei tribunali di New York e che per questo lo Stato deve rinunciare all’immunità sovrana di tutte le sue agenzie, compresa la Banca Centrale, nel caso in cui abbia una sentenza di condanna.

Mercoledì 7 aprile, Folha de São Paulo ha riferito che il Ministero della Salute ha violato la clausola di riservatezza del contratto firmato il 18 marzo 2021 tra lo Stato brasiliano e Pfizer. Il Ministero ha ritirato la pubblicazione, ma il contratto è stato pubblicato da Apolinário Passos, uno sviluppatore che ha creato una piattaforma virtuale dove è possibile seguire la quantità di vaccini applicati, disponibili, in produzione, contratto, in negoziazione e dosi promesse. Come riportato dalla giornalista Monica Bergamo, Folha ha avuto accesso a una e-mail inviata da Pfizer a Passos per scaricare una copia del contratto dal suo sito web. Il contratto è ancora disponibile su Internet.

Consegna di vaccini che non sappiamo se e chissà quando funzioneranno

Nel contratto firmato dallo Stato brasiliano e Pfizer, il laboratorio assume che farà “sforzi commercialmente ragionevoli” per consegnare i vaccini. Secondo il contratto stesso, questo tipo di sforzi sono fatti per raggiungere “un obiettivo simile al suo interesse commerciale in circostanze simili e considerando i relativi rischi, incertezze, limiti e sfide dello sviluppo, produzione, commercializzazione e distribuzione di un nuovo prodotto vaccinale di Covdi-19, considerando i seguenti fattori: problemi di sicurezza ed efficacia reali e potenziali, novità, profilo del prodotto, posizione di esclusività, l’attuale (in quel momento) ambiente competitivo per tale prodotto, l’ambiente normativo e stato del prodotto”, tra gli altri, così come la capacità di produrlo e ottenere i prodotti necessari per esso. Questo significa che Pfizer non sa quando consegnerà nella situazione attuale e che una variabile da considerare al momento della consegna è se hanno l’esclusività del prodotto sul mercato.

Inoltre, Pfizer ha chiesto che lo Stato brasiliano riconosca e sia d’accordo con gli sforzi del laboratorio per sviluppare e produrre il vaccino, così come che al momento della firma del contratto “le parti riconoscano che il prodotto ha concluso gli studi clinici di fase 2b/3 e che, nonostante gli sforzi di Pfizer nella ricerca, sviluppo e produzione, il prodotto potrebbe non avere successo a causa di sfide o fallimenti tecnici e clinici”. Il contratto è stato firmato nel marzo 2021 e Pfizer riconosce che non aveva superato la fase 3, mentre vari media nel mondo hanno riportato il contrario dal novembre dello scorso anno.

Di fronte alla tragedia che il mondo sta vivendo, la Pfizer ha chiesto a un paese in cui sono già morte più persone per il coronavirus che le 349.784 persone morte per l’HIV in 40 anni di serie storica, di non poter perseguire il laboratorio o nessuno dei suoi partner per qualsiasi fallimento o effetto avverso che il vaccino possa causare.

Ordini di acquisto

Il contratto che il governo brasiliano ha firmato con Pfizer stabilisce che cinque giorni dopo la firma dell’accordo, lo Stato doveva effettuare un ordine irrevocabile di acquisto per 100.001.070 dosi, al valore di 10 dollari ciascuna. Il Brasile ha dovuto versare un anticipo del 20% per 200.002.140 dollari dieci giorni dopo la firma del contratto. Il contratto totale è di 1.000.010.700 dollari. Pfizer dichiara che emetterà una fattura 60 giorni prima della data di consegna prevista, che potrebbe non essere soddisfatta. Il Brasile deve pagare dieci giorni prima della consegna del lotto il totale da ricevere o 30 giorni dopo l’emissione della fattura, quello che viene prima. In altre parole, un grande affare finanziario. “In nessuna circostanza la Pfizer sarà soggetta o responsabile di alcuna penale per il ritardo nella consegna”, afferma il contratto.

Su registrazioni e regolamenti legali

“Prima della consegna la Pfizer si conformerà a tutte le condizioni (entro i termini previsti) definite nell’autorizzazione; Tuttavia, l’acquirente dovrà concedere, o ottenere per conto di Pfizer, tutte le deroghe, esenzioni, eccezioni e rinunce ai requisiti specifici del paese per il prodotto concessi o consentiti dall’autorità governativa (compresi, tra l’altro, la serializzazione, i test di qualità o di laboratorio applicabili e/o la presentazione di informazioni sulla commercializzazione e il modulo di approvazione), requisiti che, in assenza di esenzione, eccezione o rinuncia, impediranno a Pfizer di consegnare e rilasciare il prodotto in Brasile (…). Pfizer sarà pienamente responsabile della definizione dei siti di produzione e di test e condurrà i test in conformità con l’autorizzazione. Pfizer non accetterà richieste di test locali o richieste di protocolli di rilascio dei lotti o ordini di campioni di record in questo contratto”. Citiamo un ampio paragrafo del contratto per mostrare come la Pfizer non permette nemmeno alcun tipo di valutazione del prodotto da parte delle autorità locali, anche se il Brasile produce vaccini come il Coronavac.

Indennizzo e rinuncia all’immunità sovrana

Al punto 8 del contratto, che si riferisce alle indennità, Pfizer richiede all’acquirente di liberarlo, così come BioNTech e ciascuna delle parti, dal dover pagare qualsiasi tipo di indennità per qualsiasi questione che coinvolga la ricerca, lo sviluppo, la produzione, la distribuzione o l’applicazione del vaccino. Pfizer presume di stipulare un’assicurazione solo per coprire il normale funzionamento della sua attività, ma che in nessun caso il laboratorio sarà responsabile di eventuali conseguenze dell’applicazione del vaccino.

Nel caso in cui sorga una qualsiasi controversia tra Pfizer e lo Stato controparte, in questo caso lo Stato brasiliano, Pfizer chiede che le controversie legali siano risolte nei tribunali di New York e che lo “Stato brasiliano rinunci espressamente e irrevocabilmente a qualsiasi diritto di immunità che esso o i suoi beni possano avere o acquisire in futuro (a titolo di immunità sovrana o qualsiasi altra forma di immunità), compresi i beni controllati da qualsiasi agenzia, autarchia, Banca centrale o autorità monetaria del Brasile, in relazione a qualsiasi arbitrato o qualsiasi altro procedimento giudiziario istituito per approvare o applicare qualsiasi decisione arbitrale, lodo o sentenza, o qualsiasi composizione in relazione a qualsiasi arbitrato, sia in Brasile che in qualsiasi altra giurisdizione straniera, compresa, senza limitazione, l’immunità dalla citazione in giudizio, l’immunità dalla giurisdizione, o l’immunità dalla sentenza resa da una corte o tribunale, l’immunità dall’esecuzione e l’immunità dal sequestro di qualsiasi dei suoi beni”.

Traduzione in Italiano: Emi-News

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/


Testo originale dell’articolo:

Escándalo – Se conoció el contrato que Pfizer firmó con Brasil

El Ministerio de Salud de Brasil publicó en su sitio web el contrato con el laboratorio Pfizer para la compra de vacunas contra el Covid-19, a pesar de la cláusula de confidencialidad. Advertido, la cartera bajó el archivo de la página. Por ley, el Estado brasileño en todos sus niveles debe publicar los contratos que firma. El contrato establece que la vacuna aún no pasó la fase 3, que Pfizer no sabe cuándo va a entregar, que no puede ser penalizada si no cumple con plazos anunciados, que no se hará responsable por cualquier efecto adverso en los pacientes por las vacunas, que cualquier diferencia jurídica deberá resolverse en los tribunales de Nueva York y que para eso el Estado debe renunciar a la inmunidad soberana de todos sus organismos, incluso del Banco Central, en caso de que tenga una sentencia condenatoria.

El miércoles 7 de abril, el medio Folha de São Paulo informó que el Ministerio de Salud violó la cláusula de confidencialidad del contrato firmado el día 18 de marzo de 2021 entre el Estado brasileño y Pfizer. El Ministerio bajó la publicación pero el contrato fue publicado por Apolinário Passos, un desarrollador que creó una plataforma virtual en el que se puede acompañar la cantidad de vacunas aplicadas, disponibles, en producción, contratadas, en negociación y dosis prometidas. Conforme informó la periodista Mónica Bergamo, Folha tuvo acceso a un correo electrónico que le envió Pfizer a Passos para que baje la copia del contrato de su portal. El contrato aún está disponible en internet.

Entrega de vacunas que no sabemos si funcionan y quién sabe cuándo

En el contrato que firmaron el Estado brasileño y Pfizer, el laboratorio asume que hará “Esfuerzos Comercialmente Razonables” para la entrega de vacunas. Según el propio contrato este tipo de esfuerzos son realizados para alcanzar “un objetivo semejante a su interés comercial bajo circunstancias semejantes y considerando los riesgos relevantes, incertidumbre, límites y desafíos del desarrollo, fabricación, comercialización y distribución de un nuevo producto de vacuna de Covdi-19, considerando los siguientes factores: cuestiones reales y potenciales de seguridad y eficacia, novedad, perfil del producto, la posición de exclusividad, el entonces actual ambiente competitivo para tal producto, el ambiente regulador y situación del producto”, entre otros, así como la capacidad para producirlo y obtener los productos necesario para ello. Esto quiere decir que Pfizer no sabe cuándo entregará conforme la situación actual y que una variable a ser considerada al momento de la entrega es si tienen la exclusividad del producto en el mercado.

Además, Pfizer le exigió al Estado brasileño que reconozca y concuerde con los esfuerzos del propio laboratorio para desarrollar y fabricar la vacuna, así como también que al momento de la firma del contrato “las partes reconocen que el producto concluyó la Fase 2b/3 de ensayos clínicos y que, a pesar de los esfuerzos de Pfizer en investigación, desarrollo y fabricación, el producto puede no ser bien sucedido en virtud de desafíos o fallas técnicas, clínicas”. El contrato se firmó en marzo de 2021 y Pfizer reconoce que no había superado la fase 3, mientras diversos medios de comunicación en el mundo informaron lo contrario desde noviembre del año pasado.

Delante de la tragedia que vive el mundo, Pfizer le exigió a un país en el que ya murieron más personas por coronavírus que las 349.784 que fallecieron por HIV en cuarenta años que tiene la serie histórica, que no podrán procesar al laboratorio ni a ninguno de sus asociados por cualquier falla o efecto adverso que la vacuna pueda causar.

Pedidos de compra

El contrato que el gobierno de Brasil firmó con Pfizer establece que a los cinco días de firmado el acuerdo el Estado debía hacer un pedido de compra irrevocable de 100.001.070 dosis, por un valor de US$10 cada una. Brasil debió hacer un pago anticipado del 20% por US$ 200.002.140 a los diez días de firmado el contrato. El contrato total es por US$1.000.010.700. Pfizer establece que emitirá una factura 60 días antes de la fecha prevista de la entrega, que puede no cumplirse. Brasil debe pagar diez días antes de la entrega del lote el total a recibir o 30 días después de la emisión de la factura, lo que suceda primero. Es decir, un gran negocio financiero. “En circunstancia alguna Pfizer estará sujeta o será responsable por cualquier penalidad por atraso en la entrega”, establece el contrato.

Sobre registros legales y regulaciones

“Antes de la entrega Pfizer cumplirá todas las condiciones (en los plazos relevantes) definidas en la autorización; sin embargo, el comprador concederá, u obtendrá en nombre de Pfizer, todas las insenciones, exenciones, excepciones y renuncias de exigencias específicas del país apara el producto concedidas o permitidas por la Autoridad Gubernamental (incluyendo, entre otros, serialización, test de calidad o de laboratorio aplicable y/o sumisión a formulario de informaciones de comercialización y aprobación), exigencias estas que, ausente de exención, excepción o renuncia, impedirán a Pfizer de entregar y liberar el producto en Brasil (…). Pfizer será integralmente responsable por definir los locales de fabricación y test y conducirá los test de acuerdo con la Autorización. Pfizer no concordará con solicitaciones de tes locales o solicitaciones de protocolos de liberación de lotes o pedidos de muestras de registros en este contrato”. Citamos un párrafo extenso del contrato para mostrar como Pfizer no permite siquiera cualquier tipo de evaluación de producto a las autoridades locales, siendo que Brasil produce vacunas como la Coronavac.

Indemnización y renuncia a la inmunidad soberana

En el punto 8 del contrato, que refiere a indemnizaciones, Pfizer exige del comprador que la libere, así como a BioNTech y cada una de las partes, de tener que pagar cualquier tipo de indemnización por cualquier cuestión que involucre la investigación, desarrollo, fabricación, distribución o aplicación de la vacuna. Pfizer asume que contratará un seguro pero simplemente para cubrir el normal funcionamiento de su actividad, pero que bajo ningún aspecto el laboratorio se hará responsable de cualquier consecuencia por la aplicación de la vacuna.

Ante cualquier litigio que surgiere entre Pfizer y el Estado parte, en este caso el brasileño, Pfizer exige que las diferencias legales se resuelvan en los tribunales de Nueva York y que el “Estado brasilero expresa e irrevocablemente renuncia a cualquier derecho de inmunidad que este o sus activos puedan tener o adquirir en el futuro (a título de inmunidad de soberanía o cualquier otra forma de inmunidad), incluyendo cualquier activo controlado por cualquier agencia, autarquía, Banco Central o autoridad monetaria de Brasil, en relación a cualquier arbitraje o cualquier otro proceso judicial instruido para homologar o ejecutar cualquier decisión, despacho o sentencia arbitral, o cualquier composición en conexión con cualquier arbitraje, sea en Brasil o en cualquier otra jurisdicción extranjera, incluyendo, entre otros, inmunidad contra citación, inmunidad de jurisdicción, o inmunidad contra juzgamiento proferido por una corte o tribunal, inmunidad contra decisión ejecutoria e inmunidad contra aprensión cautelar de cualquiera de sus activos”.

FONTE: https://infobaires24.com.ar/escandalo-se-conocio-el-contrato-que-pfizer-firmo-con-brasil/

Ora è l’establishment a rifiutare il neoliberismo…

di Francesco Piccioni

Prendere atto che un paradigma è finito non è mai semplice. In scienza è stato faticosissimo (solo dopo Galileo e Copernico è stato messo a punto un pensiero in grado di sottrarre la ricerca scientifica al dominio delle “sacre scritture”). In economia ci si scontra con molto più materiali interessi che sono prosperati sul vecchio paradigma e hanno qualcosa (non tutto, niente paura!) da perdere.

Proprio perché si tratta in fondi solo di cambiare il quadro di riferimento in cui fare business, i cambi di paradigma economico sono leggermente più semplici. Ma richiedono comunque che la vecchia fase sia così evidentemente conclusa che nessuno – tra le forze economiche che contano – possa essere contrario.

Quello che è iniziato negli Usa è esattamente un cambio di paradigma economico. Ossia un tentativo di rettificare, in piena corsa, i criteri fondamentali di funzionamento del sistema capitalistico occidentale.

Da 40 anni viviamo infatti sotto il dominio dello schema Reagan-Thatcher; “L’ultimo paradigma di politica economica, lasciatoci in eredità da Ronald Reagan (e Paul Volcker), era basato su tagli fiscali, deregolamentazione, tagli al welfare e una politica monetaria rigorosa. Questi erano intesi come rimedi per i due principali problemi economici degli anni ’70 – crescita lenta e inflazione, insieme noti come “stagflazione“.

L’essenza del neoliberismo è questa. E non c’è giorno che un Cottarelli, un Bonomi o un Giannini qualsiasi non ci ripeta la stessa litania travestita da “ricetta per la crescita”: “tagli fiscali, deregolamentazione, tagli al welfare una politica monetaria e di bilancio rigorosa”.

Nel tempio del neoliberismo anglosassone, gli Usa, ci dicono ora “basta così, il sistema è marcio dentro, dobbiamo cambiare registro e serve che lo Stato torni ad avere un ruolo dirigente”. E non è un dibattito tra economisti: è la Bidenomics, la nuova dottrina economica dell’amministrazione Usa, la cui guida è stata assunta da Janet Yellen, segretario al tesoro ed ex presidente della banca centrale (Federal Reserve).

Quest’ultima, con un intervento sul New York Times, è stata particolarmente chiara: “Il sistema fiscale degli Stati Uniti non funziona più, così come il modo in cui gli stessi americani pensano alla tassazione delle società.” E senza un sistema fiscale efficiente non si possono finanziare i faraonici piani di investimento pubblico ormai indispensabili.

La nuova linea – investimenti pubblici in infrastrutture (2.000 miliardi), sostegni ai redditi in crisi per il Covid (1.900 miliardi, già approvato) , un programma per l’occupazione di massa, l’aumento delle tasse per le società (ridotte da Trump dal 38 al 21%), una tassa mondiale unica sui profitti delle multinazionali, così da eliminare la “concorrenza fiscale al ribasso” e la delocalizzazione fiscale e produttiva – ha naturalmente bisogno di una configurazione anche teorica, in modo da non cadere nell’interventismo casuale e asistematico.

Verrebbe da dire che c’è una riproposizione annacquata dell’antico keynesismo, ma in forma molto statunitense. Ossia Big Government, come ai tempi di Lyndon Johnson (e della guerra in Vietnam).

La definizione appare in numerosi interventi di analisti, come Noah Smith e ovviamente il premio Nobel Paul Krugman, che da anni avvertiva sugli scricchiolii del sistema neoliberista.

Il punto di partenza non è ovviamente la preoccupazione per le sorti del mondo, ma unicamente per il mantenimento dell’egemonia Usa sul mondo. Ma se gli Usa “cambiano registro” gli effetti – anche “culturali”, ricordando i disastri del “pensiero unico” – arriveranno presto a cascata anche dalle nostre parti.

Vengono ridicolizzati in un attimo i pilastri teorici e soprattutto pratici degli ultimi 40 anni: “L’idea che i tagli alle tasse aumentino la crescita deriva dalla teoria economica di base; in quasi tutti i modelli, le tasse distorcono l’economia (eccetto per cose come le tasse sul carbonio), quindi se si tagliano le tasse si dovrebbe rendere l’economia più efficiente, aumentando così la crescita almeno temporaneamente.

L’idea che la deregolamentazione aumenti la crescita era più che altro un articolo di fede – dato che “regolamentazione” significa una tonnellata di cose diverse, non c’è un modello economico che possa catturarla in senso generale.

I tagli al welfare erano in parte basati sulla teoria economica – ‘i programmi di welfare sono una forma di tassazione implicita, che teoricamente scoraggia le persone a lavorare’ – e in parte sul dogma della “cultura della dipendenza”. In pratica, devi essere programmaticamente ridotto alla fame nera, così accetti qualsiasi salario ti venga offerto…

Viene da pensare all’ossessione “europea” per l’austerità nelle politiche di bilancio e salariali, che sono ancora oggi l’unico pensiero ammesso, mentre l’area europea si avvia ad essere la più depressa tra le tre grandi macroaree economiche del pianeta (la crescita attesa della Cina per l’anno in corso è ora del 20%!).

Non si salva ovviamente neppure il mantra sul taglio delle tasse e la teoria dello “sgocciolamento” verso il basso. “Ma è chiaro che negli anni 2000 e 2010, il paradigma reaganiano non stava facendo quello che doveva fare. Bush ha tagliato le tasse per gli investitori, ma […] questo non ha aumentato affatto gli investimenti delle imprese. Infatti, i tagli alle tasse in generale non sono riusciti ad arginare il calo complessivo degli investimenti delle imprese private nel periodo 1980-2020”.

Dati alla mano, quella neoliberista era (è) una ideologia per legittimare il saccheggio delle risorse pubbliche, dei redditi medio-bassi, dei paesi più deboli, ecc. Ma ha portato l’economia occidentale all’attuale disastro, enfatizzato dalla pandemia e dall’incapacità dei sistemi neoliberisti di arginarla.

Ci sono voluti il Covid e la follia dell’amministrazione Trump – spiega Noah Smith – per spingerci oltre il limite e farci capire che erano necessari grandi cambiamenti.”

La Bidenomics sta “mirando a creare un’economia a due binari – un settore dinamico e competitivo a livello internazionale per l’innovazione, e un motore nazionale di occupazione di massa e prosperità distribuita.

In termini marxiani si potrebbe dire che si vuole ora che i settori più efficienti nell’estrazione del plusvalore relativo (hi tech, piattaforma, ecc) debbono fornire le risorse per finanziare la seconda economia (cura della persona, ecc), strutturata con una regolazione pubblica piuttosto incisiva.

Un piano di “riforme strutturali” di questa portata incontra necessariamente numerosi ostacoli e innumerevoli problemi.

Il primo è il vincolo del debito. Già questi primi 4.000 miliardi saranno trovati solo in parte “sui mercati”, perché la contemporanea offerta di titoli pubblici che sta montando in tutto il mondo per finanziare programmi analoghi post-Covid (ci rientrano anche i 750 del Recovery Fund europeo), rischia seriamente di far impennare verso il cielo i rendimenti sui Treasury e quindi ingigantire il debito futuro.

Di qui la necessità di innalzare le aliquote fiscali su imprese e grandi patrimoni (pure il Fmi ormai chiede la patrimoniale!), ma anche quella di trovare un accordo mondiale – se ne parlerà al prossimo G20 – per uniformare il livello della tassazione sulle multinazionali, che hanno fin qui potuto approfittare della concorrenza fiscale per scegliere, come sede, i paradisi fiscali più generosi.

Un secondo ostacolo serio è la struttura dei costi in alcuni settori-chiave dell’economia Usa: assistenza sanitaria, cura dei bambini e dei minorenni in genere, edilizia. “Se pompare denaro nell’assistenza a lungo termine porta il costo fuori controllo, si sprecherà il lavoro e si aggiungerà al nostro problema generale dei costi sanitari. Entrambi questi risultati deprimerebbero la produttività e la crescita, lasciando una torta più piccola da distribuire alle masse della nazione. Così […] Biden e la sua squadra dovrebbero concentrarsi sull’identificazione e l’attenuazione delle fonti dei costi in eccesso nelle costruzioni e nella cura della persona, piuttosto che pensare semplicemente che sia sufficiente. gettare più soldi in queste cose”.

Meno problematici, in quest’ottica, sono due vecchi fantasmi dell’ossessione neoliberista: l’aumento dell’inflazione (perlomeno sul breve periodo) e la “fuga delle grandi aziende multinazionali”. Anche perché, senza “la protezione” degli Stati Uniti, il loro potere sugli altri Stati sarebbe decisamente meno feroce…

Grandi cambiamenti, nell’orizzonte del grande capitale. Sono necessari, se vogliono almeno tentare che nulla cambi.

FONTE: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/20173-francesco-piccioni-ora-e-l-establishment-a-rifiutare-il-neoliberismo.html

Draghi e il grande reset del capitalismo

di Domenico Moro

In una recente intervista Draghi si è definito un “socialista liberale”. A parte il fatto che non si capisce bene cosa sia un “socialista liberale”, che appare essere un ossimoro, Draghi non può essere definito socialista in alcun senso. Draghi è, comunque, una personalità importante nella storia degli ultimi trenta anni, durante i quali si è quasi sempre trovato in posizioni centrali nei momenti di svolta. Se volessimo definirlo potremmo dire che è “un agente strategico del capitale”, perché ha sempre operato in base alle esigenze generali dell’accumulazione capitalistica. In particolare, Draghi è interno alle logiche del capitale multinazionale atlantico e europeo. Del resto, è stato per molti anni ospite fisso delle riunioni del Gruppo Bilderberg, un think tank che riunisce annualmente alcuni tra i capitalisti e i politici più influenti delle due sponde dell’Atlantico, i Paesi dell’Europa occidentale e gli Stati Uniti.

Come ha recentemente ricordato nella sua autobiografia Franco Bernabè, per anni membro del comitato direttivo del Bilderberg e già amministratore delegato di Eni e Telecom Italia, Draghi svolse negli anni ’90 un ruolo decisivo, come direttore generale del Tesoro, nella privatizzazione di una parte notevole delle imprese di Stato. Dopo la sua permanenza al Tesoro, Draghi ha ricoperto ruoli centrali nel mondo della finanza internazionale. È stato prima dirigente della sede europea e poi membro dell’esecutivo della statunitense Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’affari del mondo, nei primi anni 2000. Successivamente ha ricoperto il ruolo di governatore della Banca d’Italia in un momento delicato, dopo le dimissioni di Fazio, favorendo i processi di concentrazione bancaria a livello nazionale. Anche la sua nomina a presidente della BCE avvenne in un momento delicato, nel 2011 durante la crisi dei debiti sovrani, quando, insieme a Trichet, presidente uscente della BCE, firmò la famosa lettera, in cui chiedeva all’Italia misure di austerity e che contribuì a determinare la caduta del governo Berlusconi. Draghi gestì la BCE in modo da difendere l’esistenza dell’Euro, facendo tutto il necessario (“Whatever it takes”1), a partire dal finanziamento dell’acquisto di titoli di stato da parte delle banche. Il terreno per la sua nomina a presidente del Consiglio è stato lungamente preparato, probabilmente da prima della fine del suo incarico alla BCE.

A questo hanno contribuito due suoi interventi, ai quali è stato dato molto risalto sui mass media. Il primo è un articolo comparso sul Financial Times, organo del capitale finanziario internazionale, in cui, paragonando la pandemia a una guerra, ha giustificato l’aumento dei debiti pubblici come necessario alla fase storica, imprimendo una apparente svolta a U rispetto alla disciplina di bilancio praticata precedentemente. Il secondo intervento è stato tenuto all’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, un influente think tank che raduna i principali banchieri mondiali, nel quale Draghi ha dichiarato che il mondo si trova sul bordo di una scogliera e che lo Stato deve entrare direttamente nelle imprese, trasformando le garanzie pubbliche ai prestiti in partecipazioni statali al capitale. Anche in questo sembrerebbe di assistere a una svolta a U rispetto al Draghi privatizzatore. Ma è solo una apparenza, perché le mosse di Draghi sono sempre coerenti e ispirate al principio che bisogna cambiare alcune cose perché nulla cambi, in perfetto stile gattopardesco. Draghi, in questo senso, è una delle “menti” più brillanti del capitale internazionale, capace di modificare la sua azione, per venire incontro alle esigenze di sopravvivenza del capitale privato. Infatti, la sua linea di condotta, per quanto soggetta a brusche svolte, mantiene sempre la medesima direzione. Lo stesso è avvenuto con la sua nomina a presidente del Consiglio. Nel suo discorso di nomina ha tenuto a precisare che tutto quello che il governo farà sotto la sua direzione sarà rigorosamente all’interno di una doppia e, per l’Italia, tradizionale cornice: l’appartenenza alla Nato e l’appartenenza all’area Euro.

Questo, però, non vuol dire che Draghi sia una specie di commissario europeo dell’Italia. Draghi è espressione e garanzia degli interessi del grande capitale italiano, ed è stato, infatti, fortemente voluto dalla Confindustria.

Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, sui vaccini Draghi non ha lesinato le critiche all’Europa e ha messo in atto un piano per produrre i vaccini in Italia entro l’anno in corso. Inoltre, Draghi ha ribadito, nell’ultima riunione dei capi di governo della Ue, la necessità di emettere titoli di debito europei, cioè di dare vita a un debito pubblico europeo, andando contro le posizioni della Germania e di altri Stati europei.

Il PEPP, il debito pubblico e la competizione inter-imperialistica

Il Quantitative Easing (QE) cui Draghi diede vita è servito, attraverso gli acquisti di titoli di Stato, non soltanto a ridurre i tassi d’interesse sui titoli di Stato italiani e di altri Paesi cosiddetti periferici, ma anche a ridurre i tassi d’interesse dei Paesi cosiddetti centrali, come la Germania, contribuendo a portarli in area negativa. Questo perché gli acquisti di titoli di Stato sono avvenuti secondo la chiave capitale, cioè in proporzione alla quota di capitale detenuto dai rispettivi Paesi nel capitale della BCE. Quindi, anche la Germania e i Paesi cosiddetti “virtuosi” hanno tratto giovamento dalle politiche della BCE. Tuttavia, all’interno della Germania ci sono posizioni diverse sulle politiche espansive della BCE. In particolare la Corte costituzionale tedesca ha chiesto dei chiarimenti alla BCE per aver agito in modo non proporzionale, cioè per essere andata oltre il mandato di mantenere l’inflazione al 2%, facendo politica economica e ignorando gli effetti redistributivi delle sue decisioni. In pratica la Corte tedesca vuole impedire le politiche monetarie non convenzionali, che sono le uniche che possono avere qualche possibilità di successo. Tra queste politiche c’è il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP) il programma varato nei primi mesi della pandemia dalla BCE e aumentato fino a raggiungere la cifra di 1.850 miliardi, che ha permesso acquisti di titoli di Stato senza tenere conto della chiave capitale2, favorendo Paesi come l’Italia e la Spagna. Come ha detto Draghi nella ormai famosa intervista al Financial Times, che, non a caso, ha preceduto la decisione di sospendere i vincoli al debito e al deficit previsti dai Trattati, bisogna lasciare che i debiti pubblici aumentino, perché altrimenti l’economia europea da sola, cioè senza un massiccio aiuto pubblico, non ce la farà. Dunque, in questa fase più o meno tutti sono allineati su una certa politica espansiva. Le spinte rigoriste riemergeranno se e quando l’economia si riprenderà, cosa per la quale ci vorrà un tempo non certo breve. Questo, però, non vuol dire che non ci sia una competizione tra capitali europei e tra il capitale europeo e altri capitali a livello mondiale. La crisi enfatizza la competizione e la concorrenza tra frazioni di capitale e, di conseguenza, tra i rispettivi Stati che le sostengono. Non è un caso se un po’ tutti gli Stati europei abbiano rafforzato ed esteso la possibilità di intervenire in caso di acquisizioni o di partecipazioni in imprese considerate strategiche da parte di imprese estere. L’Italia, in particolare, ha esteso la regola del Golden Power anche alle acquisizioni operate da imprese appartenenti a Stati europei. Per quanto riguarda gli interessi delle classi popolari l’acuirsi dello scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico non può che essere negativo, perché il costo dell’intervento dello Stato e dell’aumento della competizione verrà fatto pagare proprio ai lavoratori. Del resto, l’erogazione dei fondi del Recovery Plan europeo verrà effettuata in base all’implementazione delle contro-riforme, tra le quali quelle delle pensioni e del mercato del lavoro.

Il grande reset

I Paesi a capitalismo avanzato si caratterizzano per una sovraccumulazione di capitale assoluta, cioè per un eccesso di investimenti in rapporto alla profittabilità, che determina il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto. Da questa situazione derivano le crisi che si sono succedute ripetutamente dal 2001 ad oggi, compresa la crisi dei mutui subprime del 2007-2009 e quella dei debiti sovrani del 2011-2012. Anche la crisi del Covid-19, che è la crisi di gran lunga più profonda dagli anni ’30, in realtà si è verificata quando l’economia mondiale e quella europea stavano già imboccando una fase di declino. Da questo punto di vista il Covid-19 rappresenta una occasione preziosa per il capitale nel suo complesso. Infatti, da una parte il Covid-19 permette allo Stato di intervenire a sostegno del capitale con l’erogazione di una massiccia liquidità. Nella UE il Covid-19 ha rappresentato anche la possibilità di sospendere i vincoli alla spesa pubblica contenuti nei trattati. Dall’altra parte, il Covid-19 permette di eliminare una parte del capitale in eccesso, mediante il fallimento delle imprese meno competitive. Non a caso Draghi, nel corso dell’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, ha affermato che gli aiuti pubblici vanno dati alle imprese sane e non alle imprese decotte, da lui definite come “imprese-zombie”. Quindi, il Covid-19 faciliterà la centralizzazione del capitale, un fenomeno che serve a contrastare la caduta del saggio di profitto. In pratica, secondo il Gruppo dei Trenta, le politiche statali dovranno favorire “una certa quantità di distruzione creatrice”, per usare la ben nota espressione di Schumpeter. Infatti, grazie al Covid-19, in primo luogo attraverso i fondi del Recovery Plan, verrà dato un forte impulso ai nuovi settori dell’economia, quelli legati alla digitalizzazione dell’economia e alla transizione ecologica. Nel Piano di ripresa e resilienza (PNRR) di tutti i Paesi la transizione ecologica e la digitalizzazione dell’economia e della società rappresentano le due “missioni” più importanti. Nella bozza del PNRR italiano, presentata dal governo Conte, su Rivoluzione verde e transizione ecologica sono allocati 66,6 miliardi, pari al 31,7% del totale, e su Digitalizzazione, innovazione, competitività e turismo 45,4 miliardi, pari al 21,6% del totale. In questo modo i capitali verranno spostati dai settori maturi, dove la sovraccumulazione è maggiore, verso settori dove non c’è sovraccumulazione e il saggio di profitto è più alto. Ma la trasformazione interesserà anche i settori tradizionali; pensiamo, ad esempio, all’impulso che riceveranno il settore automobilistico con la transizione verso la mobilità elettrica e il settore ferroviario con l’estensione della rete ad alta velocità. L’auto elettrica, la mobilità sostenibile, e la digitalizzazione dell’economia sono nuovi vettori dello sviluppo capitalistico come in altre fasi della storia del suo sviluppo lo sono stati altri prodotti “guida” come le ferrovie nel XIX secolo e l’automobile nel XX secolo.

In sintesi, il Covid-19 rappresenta una grossa occasione di riavvio del meccanismo inceppato dell’accumulazione di capitale e nello stesso tempo un incentivo, da un lato, al rafforzamento degli oligopoli e monopoli già esistenti e, dall’altro lato, alla formazione di nuovi oligopoli e monopoli in nuovi settori. Per questa ragione sarà decisivo determinare a chi andranno i fondi pubblici. La nomina di Draghi a Presidente del Consiglio è una garanzia che i fondi pubblici andranno in direzione del grande capitale monopolistico e multinazionale. È l’ennesima riprova, qualora ce ne fosse bisogno, che il capitale non può sopravvivere né tantomeno espandersi senza l’aiuto dello Stato, a dispetto di tutte le chiacchiere sul libero mercato.

Nello stesso tempo bisogna rendersi conto che il capitalismo, anche grazie al Covid-19, sta mutando le sue forme nel tentativo di adattarsi agli sviluppi della sua crisi strutturale, a partire dal rapporto con la forza lavoro. Studiare le specificità delle nuove forme che il capitalismo si appresta ad assumere è un compito fondamentale delle forze antagonistiche al capitale stesso. Tra le modificazioni di questa fase c’è anche una revisione del ruolo dello Stato. La vulgata neoliberista contemplava il ritiro dello Stato dall’economia. In realtà, un completo ritiro non c’è mai stato, nel senso che era sempre lo Stato a definire il perimetro e le regole entro cui agiva il libero mercato. Oggi, tuttavia, assistiamo a un cambio di rotta significativo, con lo Stato che entra direttamente nell’economia e nelle imprese e con la dimensione nazionale dello Stato che sembra riprendere uno spazio maggiore pur all’interno del contesto di globalizzazione dell’economia, come prova anche una certa tendenza verso l’accorciamento delle catene globali del valore3 e la reinternalizzazione di alcune produzioni. Quello che non cambia è che l’ingresso dello Stato nell’economia, come già fu per la sua “uscita”, è a favore del privato, essendo lo Stato, in una determinata formazione economico-sociale, espressione concentrata, per quanto mediata, del potere della classe economicamente dominante. Sintetizzando, possiamo dire che non è possibile alcun reset dell’economia che non sia strettamente legato all’intervento dello Stato.


1 https://it.wikipedia.org/wiki/Whatever_it_takes_(Mario_Draghi)

2 La chiave capitale prevede acquisti di titoli di stato delle varie nazioni in proporzione al loro peso nel capitale della BCE. Quindi la BCE secondo la chiave capitale deve acquistare più titoli della Germania e, a seguire, della Francia e dell’Italia.

3 Le catene globali del valore rappresentano l’articolazione internazionale della produzione secondo una divisione in cui le diverse parti di un determinato bene vengono prodotte in Paesi diversi per poi essere assemblate insieme. Il covid-19 ha messo in crisi le catene del valore interrompendo la produzione e, con essa, il flusso di materie prime e semilavorati tra i vari punti dove sono dislocate le singole fasi della produzione. In questo modo si sono determinati colli di bottiglia che impediscono la produzione del prodotto finito. Ad esempio, oggi la produzione di auto è messa in difficoltà dalla carenza di microchip, la cui produzione è insufficiente anche a causa dell’aumento di domanda del mercato (soprattutto quello dei pc) dovuta anche alla pandemia.

FONTE: https://www.lordinenuovo.it/2021/04/06/draghi-e-il-grande-reset-del-capitalismo/

PASSIONE ’21. Un film di Marco Perri

Lasciamo parlare le antiche parole, scorrere le immagini…

“il film è un adattamento moderno della Passione di Cristo. Una visione laica di uno dei temi più caratterizzanti della nostra cultura occidentale, da Caravaggio a Pasolini, da Bach a Mozart tutti si sono cimentati col tema della passione di Cristo. Nel nostro limite abbiamo provato a confrontarci con questo tema.” La regia è di MARCO PERRI che ha lavorato con Noemi Serrao, Simone Petracca, Francesco Rizzo e Cristian Morello e altri attori reclutati, on the road, da Neptune Spears (https://www.neptunespears.net/).

Girato sulle sabbie bianche nell’orizzonte di Stromboli e delle Eolie, dentro la Pandemia.

Marco Perri, cineasta calabrese di stanza a Bruxelles (come tanti altri normali talenti della nuova emigrazione), si è cimentato con le allucinazioni pandemiche fin dall’inizio degli eventi, tra lock down a ripetizione e rientri obbligati o forse anelati, nella sua Calabria, dalle parti Capo Vaticano. I suoi ultimi lavori dedicati all’umano (dentro la virulenza) e girati nelle piazze e nelle strade del Belgio, possono essere visti su: https://vimeo.com/neptunespears

Vale la pena chiedersi, dentro lo schiamazzo generale intorno alla Next Generation EU, se l’immaginario e le capacità di giovani artisti come Marco Perri meriteranno di trovare uno spazio: non solo per loro, ma per ciò che rappresentano, in questo caso per la Calabria e il Meridione in generale. Le immagini che vedrete possono essere girate solo lì, e solo con gli occhi dei figli di queste terre.

Buona visione!

(Rodolfo Ricci)

“PASSIONE ’21”

Klaus Schawb e Thierry Malleret, “Covid 19: The great reset”

Il prof Schwab è un ingegnere che ha anche un dottorato in economia alla famosa Università di Friburgo, in pratica la patria dell’ordoliberalesimo, con un master in Public Administration ad Harvard, fondatore del Word Economic Forum[1] ed autore di un libro di grande successo come “The Fourth Industrial Revolution” nel 2016. Si tratta, insomma, di una persona con un curriculum accademico indiscutibile, apprezzabilmente interdisciplinare, e di certissima derivazione ideologica-culturale. Uno dei papi del capitalismo contemporaneo, insomma.

Thierri Malleret è più giovane, sulle sue spalle sarà caduta la redazione di gran parte del libro. Si occupa di analisi predittiva (una remunerante specializzazione) e di Global Risk al Forum. Educato alla Sorbona in scienze sociali e specializzato ad Oxford in storia dell’economia (master) ed economia (dottorato). Si è mosso tra banche d’affari, think thank, impegni accademici e servizio presso il primo ministro francese.

Questo libro fa parte di una proliferante letteratura. Un tipo di letteratura divulgativa ed esortativa, molto generica e contemporaneamente molto larga nella visione, fatta per tradursi in presentazioni da convegno attraenti e stimolanti, dirette ad un pubblico di manager e imprenditori che hanno bisogno di sentirsi consapevoli, aggiornati e progressisti con poco sforzo. Una lettura da weekend sul bordo della piscina. Continua a leggere

Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”. Continua a leggere

“RIFLESSIONI CORSARE” su pandemia, natura, umanità (VIDEO)

di Aldo Piroso

Un progetto collettivo, a più voci, per sintonizzarsi con il sentire profondo di una molteplicità numerosa di soggetti, accomunati dalla critica ferma e ragionata a un sistema economico e sociale fallimentare, obsoleto, che antepone il profitto a tutto ciò che può rendere migliore la nostra vita: la salvaguardia dell’ambiente, la salute delle persone, i loro diritti, la loro piena realizzazione.
Questo coro polifonico di voci è lungimirante, attento a cogliere ogni possibile segno di cambiamento, ogni mutazione del “virus della trasformazione”.
La novità è che nessuno degli intervenuti conosce gli altri, tranne in un caso. Nessuna riunione di redazione è stata mai effettuata. Le risposte a un input iniziale sono state libere, diversificate, autonome. La sintonia tra le voci è tuttavia elevata.
Lo scenario è la pandemia. L’occasione è da non perdere. Il “dopo” potrebbe non esistere.

 

“DOMINIO”: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

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DOPO COVID-19

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