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20 anni fa il 1° Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Il video-documentario che realizzò la FILEF

Porto Alegre Social Forum” è l’unico film documentario sul primo storico Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Rio Grande do Sul – Brasile) nel 2001.

Realizzato dalla FILEF (filef.info) per la regia di Roberto Torelli (autore tra l’altro di “Bella Ciao” e “Maledetto G-8”, sugli eventi del Forum Sociale Europeo svoltosi a Genova nel luglio dello stesso anno), si avvalse della collaborazione di Paulo Cesar Saraceni, di Antonio Tabucchi e Sergio Vecchio (dialoghi).

Il film documenta, oltre al Forum, anche le lotte del Movimento dei Sem Terra brasiliani e attraverso interviste ad importanti personaggi pubblici latino-americani (Joao Pedro Stedile, Ebe de Bonafini, Perez Esquivel, Emir Sader, ecc.) , l’evoluzione sociale e politica del continente che irrompe sulla scena mondiale portando un’anelito di speranza e di cambiamento per tutti. Continua a leggere

A proposito di Patrimoniale: La Lettera dei “MILIONARI PER L’UMANITA’”: tenuta nascosta ai più e che va invece rilanciata e diffusa

Questa iniziativa che raccoglie 83 multi-milionari (in euro o dollari) da diversi paesi del mondo, è datata ad alcuni mesi fa; stranamente, non vi è stata una particolare risonanza nell’opinione pubblica mondiale e nazionale su una posizione che qualche risonanza avrebbe dovuto averla, in tempi come questi. Il filtro mediatico mainstream diretto da altri, più potenti milionari che la pensano diversamente, è stato poderoso. Tale da bloccare un pericoloso vaccino che rischiava di fare una breccia sistemica.

Eppure la proposta c’è ed è attiva. Sarebbe utile diffonderla e farla circolare così da non sentirsi orfani qualora si sostenga la necessità di una patrimoniale sulle grandi ricchezze nazionali e internazionali. D’altra parte, se non si è in grado di costruire alleanze con pezzi di mondo che mantengono una certa dignità e alcuni valori condivisibili, resta solo di cadere definitivamente nel braciere approntato da coloro che di dignità e valori se ne fottono.

Un ultimo inciso: ammesso (e niente affatto concesso) che questa tassazione “immediata, sostanziale e permanente” venga introdotta trasferendo al pubblico le risorse necessarie alla salvaguardia dell’umanità, è indispensabile evitare che al governo degli stati si reinsedino quelli dell’altra sponda. Altrimenti, la partita di giro assomiglierebbe all’incommensurabile Pacco, doppio pacco e contropaccotto di Nanni Loi. Dunque bisognerebbe prepararsi per bene.

Per quanto riguarda l’ascendenza nazionale dei firmatari, vale anche la pena notare, con inquietudine e a conferma che disponiamo della borghesia più accattona d’Europa, come non vi figuri alcun figuro multimilionario del Bel Paese.

 

 

“Millionaires for Humanity”

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

Ai nostri compagni cittadini del mondo:

Mentre il Covid-19 colpisce il mondo, i milionari come noi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nella guarigione del nostro mondo. No, non siamo quelli che si prendono cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non guidiamo le ambulanze che porteranno i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi di alimentari o consegnando cibo porta a porta. Ma abbiamo soldi, molti. Denaro di cui c’è un disperato bisogno ora e che continuerà ad esserlo negli anni a venire, mentre il nostro mondo si riprende da questa crisi.

Oggi noi sottoscritti milionari chiediamo ai nostri governi di aumentare le tasse su persone come noi. Subito. Sostanzialmente. Permanentemente.

L’impatto di questa crisi durerà per decenni. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in più nella povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il lavoro con la chiusura delle aziende, alcune in modo permanente. Ci sono già quasi un miliardo di bambini che non vanno a scuola, molti dei quali non hanno accesso alle risorse di cui hanno bisogno per continuare il loro apprendimento.

E, naturalmente, l’assenza di letti ospedalieri, maschere protettive e ventilatori è un doloroso e quotidiano promemoria dell’inadeguato investimento fatto nei sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo. I problemi causati e rivelati dal Covid-19 non possono essere risolti con la carità, per quanto generosi. I leader di governo devono assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi di cui abbiamo bisogno e di spenderli in modo equo. Possiamo assicurarci di finanziare adeguatamente i nostri sistemi sanitari, scuole e sicurezza attraverso un aumento permanente delle tasse sulle persone più ricche del pianeta, persone come noi.

Abbiamo un enorme debito con le persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale. La maggior parte dei lavoratori essenziali sono gravemente sottopagati per il peso che portano. All’avanguardia in questa lotta ci sono i nostri operatori sanitari, il 70% dei quali sono donne. Affrontano il virus mortale ogni giorno al lavoro, mentre si assumono la maggior parte della responsabilità per il lavoro non retribuito a casa. I rischi che queste persone coraggiose abbracciano volentieri ogni giorno per prendersi cura del resto di noi ci impongono di stabilire un nuovo, reale impegno reciproco e verso ciò che conta davvero.

La nostra interconnessione non è mai stata così chiara. Dobbiamo riequilibrare il nostro mondo prima che sia troppo tardi. Non ci sarà un’altra possibilità per farlo bene. A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro, la nostra casa o la nostra capacità di sostenere le nostre famiglie. Non stiamo combattendo in prima linea in questa emergenza e abbiamo molte meno probabilità di essere le sue vittime. Quindi per favore. Tassaci. Tassaci. Tassaci. È la scelta giusta. È l’unica scelta. L’umanità è più importante dei nostri soldi.

 

I firmatari:

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

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‘Millionaires for Humanity’
Sign On Letter

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

 

To Our Fellow Global Citizens:

As Covid-19 strikes the world, millionaires like us have a critical role to play in healing our world. No, we are not the ones caring for the sick in intensive care wards. We are not driving the ambulances that will bring the ill to hospitals. We are not restocking grocery store shelves or delivering food door to door. But we do have money, lots of it. Money that is desperately needed now and will continue to be needed in the years ahead, as our world recovers from this crisis.

Today, we, the undersigned millionaires, ask our governments to raise taxes on people like us. Immediately. Substantially. Permanently.

The impact of this crisis will last for decades. It could push half a billion more people into poverty. Hundreds of millions of people will lose their jobs as businesses close, some permanently. Already, there are nearly a billion children out of school, many with no access to the resources they need to continue their learning. And of course the absence of hospital beds, protective masks, and ventilators is a painful, daily reminder of the inadequate investment made in public health systems across the world.

The problems caused by, and revealed by, Covid-19 can’t be solved with charity, no matter how generous. Government leaders must take the responsibility for raising the funds we need and spending them fairly. We can ensure we adequately fund our health systems, schools, and security through a permanent tax increase on the wealthiest people on the planet, people like us.

We owe a huge debt to the people working on the frontlines of this global battle. Most essential workers are grossly underpaid for the burden they carry. At the vanguard of this fight are our health care workers, 70 percent of whom are women. They confront the deadly virus each day at work, while bearing the majority of responsibility for unpaid work at home. The risks these brave people willingly embrace every day in order to care for the rest of us requires us to establish a new, real commitment to each other and to what really matters.

Our interconnectedness has never been more clear. We must rebalance our world before it is too late. There will not be another chance to get this right.

Unlike tens of millions of people around the world, we do not have to worry about losing our jobs, our homes, or our ability to support our families. We are not fighting on the frontlines of this emergency and we are much less likely to be its victims.

So please. Tax us. Tax us. Tax us. It is the right choice. It is the only choice.

Humanity is more important than our money.

 

The Signers

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

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Venezuela: alcune riflessioni sulle elezioni parlamentari

di Marco Consolo

  • In base alla Costituzione venezuelana, lo scorso 6 dicembre si sono tenute elezioni per il rinnovo della Asamblea Nacional – AN (Parlamento) che si dovrà insediare il prossimo 5 gennaio. Hanno partecipato 107 partiti: 30 nazionali, 53 regionali, 6 organizzazioni nazionali dei popoli originari e 18 organizzazioni regionali.Dei 107 partiti, 98 sono collocati all’opposizione, e solo nove a favore del governo bolivariano.Come parte della trasparenza del processo, il Potere Elettorale (CNE) ha contribuito a organizzare 3.500 incontri nelle sei regioni del paese con popolazione nativa.

A differenza delle elezioni negli Sati Uniti, in Venezuela a poche ore della chiusura dei seggi, si conoscevano i risultati. Il bollettino del CNE indicava che dei più di 20 milioni di elettori abilitati,  avevano votato 6.251.080 persone, con una partecipazione del 31% degli elettori iscritti. Una lezione di modernità ed efficienza al mondo intero.

  • Il Gran Polo Patriottico (GPP), un’alleanza che raggruppa il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e altri partiti che appoggiano il governo bolivariano, ha ottenuto 4.276.926 voti, che rappresentano il 69% dei voti espressi.

Nell’opposizione di destra è emerso un nuovo referente politico-elettorale. L‘Alleanza Democratica, composta dai partiti di opposizione Acción Democrática (AD), Copei, Cambiemos Movimiento Ciudadano (CMC), Avanzada Progresista (AP) ed El Cambio (partito di Javier Bertucci), ha ottenuto 1.095170 voti (17 72%). Il processo elettorale segna così il ritorno di due partiti tradizionali della quarta repubblica, AD e Copei, sulla scena politico-elettorale: AD con 419.088 voti (7,08%) si posiziona come il  partito del cosiddetto G4 che ha mantenuto un suo capitale politico. Da parte sua, Copei ha ottenuto 170.589 voti (2,88%).

Sempre a destra, la coalizione Venezuela Unida, un’alleanza composta dal partito Primero Venezuela (scissione di Primero Justicia), Voluntad Popular (VP) e Venezuela Unida, ha ottenuto 259.450 voti (4,15%).

Da sinistra, il Partito Comunista del Venezuela (PCV) per la prima volta ha presentato una lista autonoma dal GPP: Alternativa Popolare Rivoluzionaria – APR, (divisione di una piccola parte del GPP), ha ricevuto 168.493 voti  (2,73%). Non c’è stata quindi la sorpresa che si aspettava da questa nuova opzione politico-elettorale. Il PCV avrebbe potuto ottenere più seggi in alleanza con il GPP, confermando che le scissioni elettorali del chavismo hanno uno spazio minimo.

Il 9 dicembre si sono svolte le elezioni dei 3 deputati rappresentanti dei popoli originari, con lo sviluppo di un organo normativo e un programma speciale nel rispetto delle loro tradizioni e costumi.Il resto dei voti (405.017) è andato ad altre liste minori.

  • Tra i dati rilevanti di queste elezioni, vi è quindi l’emergere di nuove forze di opposizione, che hanno esordito nella politica nazionale conquistando seggi in Parlamento. Molti di questi partiti, sebbene provengano da divisioni di altre organizzazioni anti-chaviste, hanno cercato di occupare gli spazi che gli astensionisti hanno lasciato.

I risultati consegnano al GPP una maggioranza schiacciante dei seggi parlamentari, e chiudono così il ciclo politico dell’uscente Assemblea Nazionale a maggioranza dell’opposizione.

  • Gli osservatori internazionali (e quelli nazionali) hanno potuto visitare qualsiasi seggio elettorale, in qualsiasi momento. Tra loro, José Luis Rodríguez Zapatero, ex Presidente del governo spagnolo, che ha sottolineato le troppe volte in cui il sistema elettorale è stato messo sotto accusa senza neanche conoscerlo. Da parte loro, gli osservatori internazionali del Consiglio degli Esperti Elettorali dell’America Latina (CEELA) hanno sottolineato la qualità, l’efficienza, la trasparenza e la verificabilità del processo elettorale, in condizioni di bio–sicurezza, nonostante le enormi difficoltà economiche che il Venezuela deve affrontare a causa delle “sanzioni” statunitensi e della UE.
  • In termini simbolici, il 2020 si chiude per il Venezuela come l’anno in cui la strategia dell’amministrazione statunitense è fallita: Trump aveva promesso di rimuovere Maduro dalla presidenza, ma è Trump che se ne va. Le elezioni significano la sconfitta, per ora, della politica della Casa Bianca contro il Venezuela, ed una battuta d’arresto dei piani di aggressione militare del Pentagono.

Escono sconfitti anche i settori dell’opposizione golpista: non ha pagato la loro strategia astensionista per delegittimare il processo elettorale (l’ennesimo errore evidente). Risibili le loro denunce di brogli ancor prima della chiusura delle urne, visto che il sistema elettorale è stato identico a quello delle elezioni dell’Assemblea Nazionale nel 2015, che l’opposizione ha vinto.

  • In realtà, è stata proprio la partecipazione a far fallire l’ennesimo tentativo di destabilizzazione, secondo la strategia già utilizzata in Bolivia per sbarazzarsi di Evo Morales, con denunce di brogli prima che fossero chiuse le urne. La partecipazione esprime la condanna verso il settore dell’opposizione golpista guidata da Juan Guaidò, che scommette sull’intervento straniero e chiede a squarciagola il bloqueo contro il Paese. Le persone che hanno votato lo hanno fatto per l’indipendenza e la pace.
  • La partecipazione alle elezioni può essere definita bassa in termini puramente matematici e comparativi, rispetto ad altre elezioni in Venezuela. Ma il dato va oltre la matematica visto il contesto che sta attraversando il Paese. Milioni di persone hanno resistito ad apatia e astensione, alle azioni di “massima pressione” straniera, e ciò rende significative queste cifre, oltre la semplice matematica.

In un sistema presidenzialista, l‘astensione alle elezioni parlamentari è stata storicamente significativa. Nel 2005, nel miglior scenario della Rivoluzione Bolivariana (con Chávez Presidente, con un prezzo del barile di greggio che superava i 100 dollari, senza problemi di benzina, senza pandemia, con una serie di misure a favore della popolazione, etc), la partecipazione è stata del 25%. Le due elezioni con più voti sono state quelle del 2010 quando ha votato il 66,45% della popolazione e quelle del 2015 (74%), che hanno dato la maggioranza all’opposizione. Oggi sono molteplici i fattori che hanno influenzato la partecipazione, e bisogna leggere il dato tenendo conto di condizioni molto più avverse:  il pesante impatto del bloqueo economico; una situazione di crisi sociale ed economica che provoca malcontento diffuso; il grave danno ai servizi pubblici del Paese; la caduta della produzione nazionale di combustibili, che incide gravemente sulla mobilità; il contesto della pandemia; la migrazione in uscita di elettori registrati; l’appello all’astensione da parte del settore di opposizione al servizio degli Stati Uniti,  che ha convinto una parte dell’elettorato.

  • L’astensione non è un quindi dato da celebrare, e rivela un problema che il governo bolivariano, il Partito Socialista Unito del Venezuela e le forze politiche alleate dovranno affrontare e risolvere il prima possibile. L’astensione riflette, inoltre, il crescente divorzio di molte persone dalla politica, un divario tra i problemi quotidiani delle persone e la comunicazione politica.Insieme ad una chiara richiesta popolare di soluzioni urgenti dei molti problemi economici e sociali del Paese. I problemi del socialismo del secolo scorso, presentano il conto  anche nel “socialismo del XXI°secolo”.
  • Da più parti, è stato ricordato che, nelle stesse ore in cui i Venezuelani eleggevano i loro deputati, in Romania (Paese dell’Unione Europea) ha partecipato lo stesso numero di elettori (32%).Ma mentre i risultati rumeni sono riconosciuti, quelli venezuelani no, con il pretesto della scarsa partecipazione. Qualche mese fa, quando in Costa Rica nelle elezioni municipali aveva partecipato il 24% di elettori, la “comunità internazionale” non ne ha messo in dubbio la legittimità.Né lo ha fatto con diversi attuali Presidenti dell’America Latina, eletti con una bassa percentuale di voti, come nel caso di Sebastián Piñera in Cile, che ha vinto le elezioni presidenziali del 2017 con meno del 30% della partecipazione.

Nella UE, ben 9 paesi hanno fatto registrare una partecipazione inferiore al 40% nelle elezioni al Parlamento europeo del 2019 e 4 di loro una partecipazione minore di quella venezuelana:  Repubblica Ceca (28,72%), Slovenia (28,89%), Slovacchia (22,74%) e Croazia (22,85%).

Certo il Venezuela bolivariano non è la Slovacchia, nè la Romania, e la partecipazione popolare non si riduce alle elezioni ogni 5 anni. Ma sono dati che devono fare riflettere e riguardano la disaffezione in crescita della popolazione verso la “politica”. Un problema che riguarda molti Paesi e non uno in particolare.

  • Ai fini dell’esercizio e della legalità del nuovo parlamento, per il sistema politico venezuelano il risultato statistico della partecipazione non è un impedimento. Nella Costituzione non ci sono soglie che ne stabiliscano la legittimità, e quindi il prossimo parlamento è autorizzato ad insediarsi e a legiferare. E i promotori di questo falso dilemma sono gli stessi che hanno promosso la “presidenza ad interim” di Juan Guaidó, senza un solo voto elettorale ed al di fuori della Costituzione.
  • Forse il successo più importante in questa scadenza elettorale è proprio la sua realizzazione, a scapito di evidenti pressioni di Stati Uniti e Unione Europea (UE).  Paradossalmente hanno provato a criminalizzare il governo per avere organizzato le elezioni, che hanno in parte rallentato l’assedio più duro che il Paese ha subito nella sua storia repubblicana di oltre 200 anni. La UE aveva cercato di ricattare il Paese, chiedendo addirittura di ritardarle fuori dal periodo costituzionale.
  • Il PSUV continua ad essere di gran lunga la principale forza politica organizzata, con un’importante vittoria elettorale (la n° 23 su 25 elezioni in 21anni). Tuttavia, ha subito un calo nel suo appoggio numerico. Decifrarne le cause è essenziale per le battaglie a venire. D’altro canto, il Presidente Nicolás Maduro, che aveva affermato che avrebbe lasciato l’incarico in caso di vittoria dell’opposizione, è legittimato dal risultato e si è dimostrato, ancora una volta, come la figura politicamente ed elettoralmente più solida del Paese.
  • La nuova amministrazione USA di Joe Biden stabilirà le sue alleanze nell’opposizione secondo i suoi piani contro il governo bolivariano. L’imperialismo metterà in dubbio la legittimità del risultato elettorale, accumulerà forze senza rinunciare alle scorciatoie militari ed eserciterà maggiori pressioni nell’ambito della dottrina dello “smart power”, il “potere intelligente”. Oltre alla strategia in atto di denuncia del Presidente Maduro alla Corte Penale Internazionale per “crimini di lesa umanità”, la destra si appresta ad aprire un nuovo fronte: un possibile “referendum revocatorio” di metà mandato (previsto dalla Costituzione). Il Venezuela nel 2021 continuerà ad essere l’epicentro di una battaglia geopolitica continentale (e non solo) in cui si scontrano la Dottrina Monroe e l’ideologia Bolivariana. La fase richiede un alto livello di coscienza, sia dentro che fuori dal Paese.
  • Ciò richiede al chavismo la costruzione di un’egemonia (in senso gramsciano) capace di riconoscere le diversità esistenti, articolare richieste dal basso, elaborare critiche, sintetizzare aspirazioni nazionali, ripensare la politica e l’esercizio del governo, unire le forze con obiettivi condivisi di trasformazione. Le coincidenze strategiche rispetto a punti fondamentali, come il rifiuto del bloqueo economico e le minacce militari contro il Paese, richiedono la ripresa del dibattito critico e autocritico, basato sull’unità delle opzioni di trasformazione rivoluzionaria. Da più parti si fa appello alle 3 R di Chàvez (revisión, rectificación y reimpulso) per rilanciare il processo bolivariano.

A mo’ di conclusioni

Dopo queste elezioni, nuove sfide si aprono per il Venezuela.

Il Paese ha superato finora i nodi critici della “massima pressione” orchestrati dall’amministrazione Trump. Il governo ed il PSUV hanno il difficile compito di stabilizzare le istituzioni (compreso il Parlamento) a partire dal prossimo anno. Ciò implica nuove possibilità nell’esercizio del governo, in un quadro diverso da quello del gennaio 2016.

Il parlamento eletto può avere un ruolo importante nel riattivare un urgente dialogo nazionale ed internazionale, con la più amplia schiera di soggetti onestamente disposti a trovare una soluzione che rifiuti categoricamente bloqueo e intervento militare.

Non c’è dubbio che la priorità è la battaglia  per eliminare l’applicazione del duro bloqueo, principale punto critico. Senza la sua eliminazione (e lo sblocco dei fondi sequestrati nelle banche internazionali) è illusorio pensare che si possa risolvere positivamente la crisi economica e sociale, in poco tempo o a medio termine.

Ci sarà poi da neutralizzare la farsa della continuità artificiale di Juan Guaidó e del suo entourage di ex-deputati aggrappati alla sedia. Secondo la Costituzione, il loro mandato scade il 6 gennaio 2021. Ma, sotto l’egida degli Stati Uniti, cercheranno di sostenersi a tempo indefinito e al di fuori del periodo costituzionale come “parlamento legittimo”.

Rimane l’incognita della ambigua posizione dell’Italia e della UE. Come ha ricordato lo spagnolo Zapatero, non volendo riconoscere i risultati elettorali, la UE non avrebbe più interlocutori istituzionali a partire dal prossimo 6 gennaio, quando decadrà il vecchio Parlamento e lo stesso Guaidò. L’Unione Europea è chiamata a contribuire al dialogo e non a gettare benzina sul fuoco, suicidandosi politicamente. Ne avrebbe tutto l’interesse, se l’appiattimento a Washington non la accecasse.

Con queste elezioni, la legittimità formale ed essenziale della istituzionalità repubblicana è esplicitamente chiarita. Ora il nuovo parlamento  deve dare risposta alle richieste del Venezuela profondo, quello che ha votato e quello che è rimasto in silenzio. Entrambe hanno ancora urgente bisogno di speranza.

 

 

FONTE: in America Latina, Venezuela da Marco Consolo .

Dall’Antropocene al Capitalocene: l’evoluzione dei paradigmi interpretativi della crisi climatico-ambientale

L’inesorabile incedere della crisi climatico-ambientale degli ultimi decenni ha indotto la comunità accademica internazionale ad ampliare e approfondire il campo di studi al fine di comprenderne cause, portata e sviluppi futuri.

Il lemma Antropocene, proposto per la prima volta negli anni ’80 dal biologo Eugene F. Stoermer, ha iniziato a diffondersi, travalicando i confini disciplinari ed accademici, ad opera del premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, per rimarcare l’intensità e la pervasività che l’attività umana aveva assunto nei confronti del processi biologici terrestri (Crutzen, 2005).

Una corrente accademica di pensiero e alcuni contesti scientifici sostengono che la crisi climatico-ambientale in atto sia, invece, il frutto del sistema economico dominante a livello mondiale, nel cui ambito la volontà di una parte nettamente minoritaria di popolazione mondiale di perpetrare lo sfruttamento delle risorse nell’intento di salvaguardare il proprio, ormai insostenibile, livello di consumi1, si concretizza in un forte deficit ecologico che, sotto varie forme, finisce per impattare soprattutto nelle aree geografiche economicamente e socialmente meno sviluppate.

Tale paradigma interpretativo sembra essere confermato dal rapportoDisuguaglianza da CO2″, pubblicato da Oxfam2, in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, il 21 settembre 2020 alla vigilia dell’annuale Assemblea Generale della Nazioni Unite nell’intento di indurre la leadership politica mondiale a varare ed implementare efficaci misure di contrasto alla crisi in atto.

Il concetto di Capitalocene, risulta particolarmente funzionale a focalizzare le dinamiche in atto in quanto riesce ad individuare gli aspetti degenerativi della struttura capitalistica che, in modo sempre più “classista”, polarizza le vulnerabilità non solo intergenerazionali, in ottica futura, ma, soprattutto quelle odierne all’interno e fra società diverse (Amato, 2019).

Il sistema economico globalizzato, neoliberista e sviluppista, funziona da garanzia per il capitale transnazionale nell’ambito di un modello di sviluppo lineare fondato sul ciclo estrazione-produzione-consumo, sulla concentrazione di immensi profitti e la socializzazione dei costi ambientali.

La questione del superamento delle strutture economiche e sociali del Capitalocene, con i suoi insostenibili modelli di produzione, di consumo e di ripartizione della ricchezza, si propone, alla luce della crisi ambientale sull’orlo del punto del non ritorno e delle disuguaglianze sociali, sempre più marcate, in modo ancor più pressante, a causa dei suoi crescenti effetti degenerativi, arrivati, ormai, a mettere a repentaglio il futuro del Pianeta e, soprattutto, dell’intera umanità.

 

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE:

1Come certificano i dati dell’impronta ecologica L’impronta ecologica media pro capite mondiale sostenibile è 1,8 ha mente quella effettiva è invece di 2,7 ha. Fra i singoli paesi: Qatar (11,68) Kuwait (9,72) Eau (8,44) Usa (8,1)

2 https://www.adnkronos.com/sostenibilita/risorse/2020/09/21/disuguaglianza-piu-ricco-del-pianeta-inquina-piu-miliardi-poveri_hVANEvcMqa693vnRu0GeUI.html

3 Oxfam 20 gennaio 2020. Davos 2020: la terra delle disuguaglianze: a metà 2019 l’1% della popolazione più ricca è arrivata a detenere più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone.

L’interpretazione della crisi venezuelana: Economisti e analisi fuorvianti al servizio di chi?

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, ritiene opportuno effettuare alcune puntualizzazioni in merito al servizio “Studi rivelano i danni delle sanzioni degli Stati Uniti all’economia venezuelana” pubblicato il 19 novembre scorso dalla televisione venezuelana RT (https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true).

Il reportage, formalmente strutturato secondo i canoni convenzionali del buon giornalismo, dopo una presentazione iniziale delle tematiche oggetto di discussione, gli effetti delle sanzioni, propone interviste a due economisti. Il primo, Francisco Rodriguez, definito di opposizione al governo Maduro, tratta l’andamento dell’estrazione petrolifera venezuelana e delle ricadute delle misure restrittive sulla stessa, la seconda, Pasqualina Curcio, filo governativa, affronta la questione degli ingenti danni economici e sociali provocati dalle sanzioni.

Nel video l’economista laureato ad Harvard, in collegamento dagli Stati Uniti, sostiene, con tanto di grafico di supporto, che la caduta dell’estrazione del greggio da parte del Venezuela sia iniziata a seguito delle sanzioni occidentali, imposte quando la quotazione del greggio, dal quale è dipendente l’economia del paese, sono scese sotto quota 30$ al barile. Lasciando intendere, senza affermarlo che la pesante crisi economica che si è abbattuta sul paese sia legata a questi provvedimenti restrittivi che, mossi da finalità politiche, quali la caduta di Maduro, si sono invece purtroppo tradotti in pesantissime ripercussioni sulla vita del popolo venezuelano.

Tabella 1: variazione annua del Pil in America Latina, sue sub-regioni e nei principali paesi

Dati rilevati FmiDati rilevati CepalDati rilevati CepalDati rilevati Cepal
Anno2014201520162017
Brasile+ 0,1– 3,8– 3,6+ 0,4
Argentina– 2,5+ 2,5– 2,2+ 2,0
Venezuela– 3,9– 5,7– 9,7– 7,2
America Latina+ 1,0– 0,1– 1,1+ 1,1
America istmica+ 3,9+ 4,2+ 3,3+ 3,6
Caraibi+ 4,3+ 3,9– 0,8+ 1,2
Sud America+ 0,3– 1,3– 2,4+ 0,6

Riteniamo, in base a fondate ragioni, che l’analisi pur riportando dati e fatti concreti, manchi di completezza. Infatti, la crisi economica del paese era inconfutabilmente iniziata già nel 2014 (tabella 1) allor che la quotazione del greggio da circa 110 $ al barile nel corso dell’anno si era dimezzata a circa 55 $ (grafico 1), spingendo il paese in recessione, a causa della stretta dipendenza della sua economia da questa commodity.

Grafico 1: andamento quotazione del barile di petrolio periodo 2014-2020

Grafico 2: andamento quotazione petrolio e entrate dall’export petrolifero Venezuela (2012-2018)

In base a stime, di economisti venezuelani e non, l’economia del paese e il suo bilancio pubblico entrerebbero in crisi quando la quotazione del greggio scende sotto i 70 $ al barile e proprio da questa soglia che, a nostro avviso, sarebbe stato più appropriato far iniziare l’analisi della genesi della crisi economica venezuelana. Indubbiamente anche la capacità estrattiva, che Rodriguez indica erroneamente iniziare a ridursi dal 2016, ha la sua importanza, infatti, seppur il prezzo del petrolio (grafico 2) riprenda a salire nel 2017, a causa di questo fattore, la recessione continua a rimanere pesante.E, nonostante il trend rialzista prosegua per buona parte dell’anno successivo, a causa della sostanziale invarianza delle entrate dall’export petrolifero anche nel 2018 (grafico 2), il Pil venezuelano diminuisce in quell’anno addirittura del 15,0% portando la contrazione cumulata al 44,3% rispetto al livello del 2013, ultimo anno di crescita prima della recessione.

Tuttavia, anche su questo punto l’analisi evidenzia ulteriore incompletezza, poiché come dimostra il grafico 3, il picco di estrazione venezuelano post crisi 2008-09 era stato raggiunto nel 2011, quindi, anche se fino al 2013 la flessione era stata lieve, non possiamo non rilevare come la contrazione fosse ufficialmente iniziata un lustro prima del 2016 come indicato nel servizio.

Grafico 3: andamento dell’estrazione di greggio e altri prodotti energetici. Venezuela: 1990-2016

Le cause della riduzione fino al momento dell’introduzione delle prime misure restrittive, agosto 2017, vanno ricondotte alle evoluzioni del mercato petrolifero mondiale, nel cui ambito nonostante la domanda fra il 2013 e il 2018 si sia mantenuta quasi costantemente al di sopra dell’offerta, quest’ultima ha continuato ad essere incrementata, a causa sia dei mancati tagli alla produzione in sede Opec+, sostanzialmente per motivi geostrategici, che dell’aumento dell’estrazione delle fonti cosiddette non convenzionali: shale oil e shale gas (grafico 4).

Tale fenomeno ha interessato in primis gli Stati Uniti (grafico 5), i quali hanno praticamente raggiunto a fine secondo decennio, l’autosufficienza energetica e si accingono a diventare nei prossimi anni un paese esportatore (grafico 6), modificando sensibilmente la geografia della produzione energetica a danno soprattutto del Medio Oriente, del Venezuela e della Russia. L’espansione della produzione statunitense, ormai dal 2014 primo produttore mondiale di gas e petrolio cumulati (grafico 7), ha doppiamente penalizzato il Venezuela, da un lato per la riduzione del suo tradizionale import venezuelano, fino al quasi totale azzeramento, dall’altro per l’aumento dell’offerta mondiale.

Per approfondire: https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/petrolio-risorsa-e-conflitti

Grafico 4: andamento della domanda e dell’offerta mondiale di petrolio. Periodo 2013-2018

Grafico 5: estrazione petrolifera convenzionale e di scisto o Shale (Tight) Oil negli Usa (1990-2024)

Grafico 6: andamento import e export di prodotti energetici negli Stati Uniti

Grafico 7: estrazione di petrolio e gas naturale in Arabia S., Russia e Usa. Periodo 2008-2018

Sovrapponendo a questa dinamica del mercato energetico mondiale, le draconiane misure restrittive occidentali, il Venezuela, nonostante abbia cercato di sostituire la domanda statunitense con quella cinese, turca e indiana, ha subito una riduzione di oltre il 50%. dell’estrazione petrolifera fra il 2013, inizio della effettiva caduta, ed il 2018.

Probabilmente il governo Maduro, in carica proprio dal 2013 dopo la morte di Chavez, di fronte alle prime avvisaglie di cambiamento del mercato petrolifero, rispetto alle alte quotazioni salvo la crisi 2008-09 del decennio precedente, avrebbe dovuto impegnarsi in un processo di diversificazione economica e nell’implementare l’incremento della produzione agricola attraverso lo sviluppo dell’agricoltura familiare, contadina e indigena, tradizionalmente produttrici di beni alimentari primari, nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza. Invece, l’economia del paese, anche a causa di situazioni emergenziali (guarimbas e tentativi golpisti), è rimasta profondamente legata alla risorsa petrolifera che ha continuato a rappresentare il 95% del export, il 40% del bilancio statale e il 40% del Pil annuo.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati condanna e chiede la rimozione delle restrizioni unilaterali statunitensi ed europee, economiche, commerciali e finanziarie che stanno causando gravi sofferenze al popolo venezuelano con privazioni di prodotti alimentari e di medicinali, intollerabili soprattutto in questa fase pandemica. Veri e propri atti vessatori disumani e illegali, perché al di fuori del diritto internazionale, verso un popolo che rivendica la propria autodeterminazione e il proprio modello di sviluppo inclusivo cercando di sottrarsi all’imperialismo e allo sfruttamento neocoloniale.

Invitano, inoltre, i governi degli stessi stati a riconoscere la legittimità e la correttezza del processo elettorale di domenica 6 dicembre, realizzato con lo stesso sistema di voto col quale vennero effettuate le legislative del 2015, vinte dal variegato fronte delle opposizioni antichaviste. Coerentemente con la certificazione di regolarità e attendibilità attestata al sistema e al processo elettorale venezuelano da osservatori internazionali, fra cui l’ex presidente Usa Jimmy Carter.

Al contempo invitiamo l’opinione pubblica a non cadere nella trappola dell’informazione mediatica main stream, asservita ai poteri forti e agli interessi imperialistici che, in linea con quanto operato in questi anni, non mancherà di gettare discredito sulla correttezza delle elezioni e sulla legittimità del governo Maduro, quest’ultima invece confermata a netta maggioranza dal’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel settembre 2019.

Tuttavia, non condividiamo, le operazioni analitiche parziali e strumentali che mirano a diffondere informazioni fuorvianti finalizzate a distogliere l’attenzione dai problemi effettivi e a condizionare l’opinione pubblica. Operazioni, di piccolo cabotaggio, che non giovano a far comprendere l’effettiva realtà dei fatti a danno in primis del processo bolivariano e dei suoi sinceri sostenitori.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

7 dicembre 2020

Uruguay: Scompare Tabaré Vázquez, primo presidente di sinistra e uno degli artefici della lunga stagione del Frente Amplio

L’ex presidente dell’Uruguay, Tabaré Vázquez, è morto nella mattina del 6 dicembre all’età di 80 anni, vittima di un cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato nell’agosto 2019 durante la sua seconda presidenza.

Vázquez, medico oncologo di professione, è stato il primo presidente di sinistra nella storia dell’Uruguay, paese che ha guidato per due mandati in rappresentanza del Frente Amplio (2005-2010 e 2015-2020). Con la sua clamorosa vittoria elettorale nel 2004, il leader del Frente Amplio ha rotto l’egemonia delle forze politiche tradizionali del paese, il Colorado Party e il National Party.

Dal suo arrivo alla presidenza, iniziò una lotta frontale contro il consumo di tabacco e affrontò un processo che ebbe successo contro Philips Morris International, una delle più potenti multinazionali del mondo.

Tabaré stabilì il divieto di fumare in tutti i locali chiusi ad uso pubblico e in tutte le aree di lavoro, sia nella sfera pubblica che in quella privata. E bandì tutti i tipi di pubblicità sui media che incitano all’uso del tabacco. L’Uruguay fu così il primo paese delle Americhe ad attuare una misura di questo tipo e il settimo a livello mondiale. I suoi due genitori e uno dei suoi fratelli erano morti di cancro e sicuramente questo ha condizionato quella lotta.

La famiglia Vázquez Delgado ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui ha chiarito che non ci sarà alcuna veglia pubblica a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia Covid-19. “Con profondo dolore comunichiamo la morte del nostro caro padre, il dottor Tabaré Vázquez, alle 3:00 per cause naturali della sua malattia oncologica. Vista l’emergenza sanitaria per Covid 19, tenendo conto delle misure stabilite e / o suggerite per il governo nazionale e il governo dipartimentale di Montevideo, e coerentemente con la preoccupazione costante di nostro padre per la salute di tutti gli uruguaiani, esprimiamo la volontà della nostra famiglia riguardo agli atti del suo addio “, si legge nella dichiarazione. “Ho la speranza e il desiderio di poter mettere la fascia presidenziale al prossimo presidente della Repubblica”, aveva detto Vázquez il 27 ottobre 2019 quando era andato a votare. In qualche modo Vázquez aveva voluto delineare la lotta che stava conducendo contro il cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato nell’agosto di quell’anno, dopo la morte di sua moglie María Auxiliadora Delgado. A settembre aveva concluso con successo la radioterapia con radiochirurgia a cui si era sottoposto per cercare di combattere il nodulo polmonare maligno ed era entrato in fase di valutazione. Nel bel mezzo della pandemia di coronavirus, Vázquez ha avuto poche apparizioni pubbliche, sebbene sia rimasto politicamente attivo all’interno del Frente Amplio con un’ultima partecipazione alla Plenaria del Frente Amplio lo scorso ottobre e un incontro giorni fa con José Muijca e Lucía Topolansky a casa sua dove hanno comunicato la loro approvazione per Marcos Carámbula a presiedere il Fronte Ampio.

Tuttavia, nelle ultime settimane aveva avuto una ricaduta. “Voglio essere ricordato come un presidente serio e responsabile”, aveva detto nel programma televisivo “El Legado” in onda domenica 29 novembre. Il corpo di Vázquez sarà sepolto nel cimitero di La Teja in una cerimonia intima riservata a bambini e nipoti. “Esortiamo la popolazione ad accompagnare questi atti dalle loro case attraverso la copertura giornalistica”, afferma il comunicato della famiglia. Ma il Frente Amplio ha chiesto alla militanza di licenziarlo. “La carovana fermerà i blocchi prima di raggiungere il cimitero e noi ci saluteremo suonando i clacson senza scendere dai veicoli. Solo i parenti e la stampa grafica entreranno nel cimitero”.

Vincendo nettamente le elezioni dell’autunno del 2004 (in quelle del 1999 perse per pochissimo), Tabarè, aprì la strada all’Uruguay dei governi progressisti nel cono sud del continente latino-americano, quasi in contemporanea con l’elezione di Lula in Brasile e il consolidamento del governo di Kirchner in Argentina. Il Frente Amplio, la grande alleanza di forze progressiste e di sinistra riuscì nell’impresa ad oltre 40 anni dalla sua fondazione, precedente alla dittatura.

Per la prima volta dalla fondazione del paese, l’Uruguay ebbe un governo dichiaratamente di sinistra rompendo l’egemonia dei due partiti, Blancos e Colorados, che si erano avvicendati al potere per oltre un secolo.

La staffetta con Pepe Muijca (che governò fino dal 2010 al 2015) e la successiva rielezione (2015-2020) hanno consentito all’Uruguay un importante periodo di conquiste sociali e di modernizzazione del paese senza pari nella sua storia recente. L’esito delle ultime elezioni presidenziali, che hanno riportato al potere il rappresentante dei partiti di centro-destra Luis Lacalle, figlio di un altro ex presidente dei Blancos, con uno scarto di soli 30mila voti, ha aperto una riflessione politica anche su una questione centrale registratasi anche in tutti gli altri paesi che hanno vissuto questa stagione di successo delle sinistre: l’emancipazione delle classi popolari e la conquista di nuovi diritti sociali e civili, non si traduce automaticamente in una egemonia culturale che riesca a consolidare durevolmente il percorso progressista.

VENEZUELA: La posta in gioco

di Marco Consolo

Domenica 6 dicembre si realizzeranno elezioni politiche in Venezuela per rinnovare il Parlamento per il periodo 2021-2026. Si tratta del processo elettorale n. 25 nei 21 anni di processo bolivariano.

Più di 20 milioni di venezuelane-i sono chiamate-i alle urne per eleggere i 277deputati tra più di 14.000 candidate-i. Si presentano un totale di 107 partiti che si disputeranno i seggi della “Asamblea Legislativa” di Caracas. Dei 107 partiti in lizza, ben 98 sono di opposizione al governo, sia da destra, che da sinistra.

I tempi delle elezioni, presentate dalla destra quasi come un capriccio del governo per disfarsi del parlamento attualmente con maggioranza dell’opposizione, sono scanditi da precisi dettami costituzionali. Ma ancora una volta, in buona compagnia dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno dichiarato di non riconoscere la legittimità del processo elettorale e quindi i suoi risultati. Come in Bolivia nel 2019 contro Evo Morales, accuseranno il governo di brogli per cercare un pretesto per intervenire nel Paese con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo.

Venezuela: Uno sguardo settimanale

E’ quindi alta la posta in gioco, in una scadenza che si realizza in un periodo aspro e difficile, peggiorato dalla pandemia.  La crisi politica, sociale ed economica in Venezuela è il risultato diretto della sfacciata ingerenza degli Stati Uniti e dell’Unione Europea contro la quale il Venezuela bolivariano ha dato una dura battaglia. Questa ingerenza, si è tra l’altro esplicitata con le criminali “misure coercitive unilaterali” (chiamate impropriamente sanzioni) da loro imposte. Misure criminali che si configurano come un vero e proprio “bloqueo”, molto simile a quello contro Cuba. Anche in questo caso, si tratta di un bloqueo economico, commerciale e finanziario che ha tagliato l’ accesso a servizi e beni essenziali, tra i quali cibo e medicine, causando la perdita di migliaia di vite di donne e uomini.

Una grave reponsabilità che ricade interamente sui governi criminali che lo applicano e di cui, prima o poi, dovranno rendere conto.

Come negli assedi ai castelli medievali, si cerca di prendere il nemico per fame e per stenti, generare ed approfondire così una crisi economica per provocare una rivolta sociale contro il governo. Una tattica di guerra non convenzionale applicata da subito contro il processo bolivariano. Nella sua versione moderna, il bloqueo è uno degli strumenti per asfissiare il progetto bolivariano, assediato sin dalla prima vittoria di Hugo Chavez, nel 1998. Un progetto che rivendica il controllo sovrano delle risorse, una ridistribuzione dei loro proventi alla popolazione per garantire giustizia sociale: fumo negli occhi della Casabianca.

Da subito, è iniziato l’assedio e la destabilizzazione costante:  tentativi di golpe e di omicidio di Chavez prima e poi del Presidente Maduro, massicci finanziamenti esteri all’opposizione della destra golpista e non solo, l’invenzione di un governo parallelo “in esilio”, diversi tentativi di invasione mercenaria (l’ultimo nel maggio 2020) ed un lungo etc..

E ancora una volta, il bue dice cornuto all’asino: nel mondo al rovescio, i veri criminali (a partire da Luis Almagro, Segretario della OEA) hanno denunciato “il regime dittatoriale” venezuelano presso la Corte Penale Internazionale per “crimini contro l’umanità”. Un tentativo disperato di applicare la strategia della guerra giudiziaria (Lawfare) anche in istanze internazionali.

Pirati all’attacco

Come richiesto a gran voce dai settori golpisti dell’opposizione, Washington e Bruxelles hanno seriamente danneggiato l’economia e, di conseguenza, il livello di vita della popolazione. Le loro misure, sempre più aggressive, colpiscono le già critiche condizioni di vita, peggiorate dalla pandemia del COVID-19.

Piratas del siglo XXI: La maldita culpa sí la tiene alguien - La Demajagua

Foto: Cubadebate

Secondo l’economista Francisco Rodriguez (laureato a Harvard ed oppositore del governo Maduro), la caduta della produzione di petrolio è iniziata quando i prezzi del crudo  nel 2016 erano piombati a meno di 30 dollari al barile. La caduta si è accelerata puntualmente con l’applicazione di nuove “sanzioni” economiche (quelle finanziarie nell’agosto 2017, le prime petrolifere a gennaio 2019, febbraio 2019, febbraio 2020 contro la società russa Rosneft socia dell’impresa statale venezuelana PdVSA). Secondo Rodriguez, il punto di inflessione coincide con i momenti in cui si sono applicate le sanzioni e le ultime contro Rosneft hanno peggiorato la scarsezza di combustibile [i].

L’economista “chavista”, Pasqualina Curcio mette in risalto gli attacchi alla moneta nazionale. Infatti, nella misura in cui il bolivar si deprezza (come effetto della speculazione e della manipolazione anche attraverso portali web come p.e. dolar today), ha un impatto sui costi di produzione e naturalmente sui prezzi, con l’effetto di una iperinflazione indotta con livelli che hanno raggiunto il 130.000 % nel 2018. Senza considerare il deterioramento del potere d’acquisto e la contrazione dell’economia. Secondo Curcio, in base ai dati del Banco Central, la caduta del PIL tra il 2013 ed il 2019 è stata del 64%. Ovvero, perdite di 194.000 milioni di dollari, equivalenti alla produzione nazionale di un anno e mezzo, a più del totale del debito estero venezuelano (110.000 milioni), al costo dell’importazione di cibo e medicine per un periodo di 30 anni [ii]. Un impatto tremendo, che alcuni soggetti dell’opposizione continuano a negare, accusando il governo di incapacità congenita.

Tra le misure anti-bolivariane degne degli antichi pirati, c’è anche la rapina degli attivi finanziari e delle riserve di oro custodite da diverse banche straniere, a partire dalla Bank of England di “sua maestà Britannica”. Il governo venezuelano rivendica il diritto di farsi restituire dalla Banca  le 31 tonnellate di lingotti d’oro che da anni l’istituto custodisce nei suoi forzieri. Un tesoro valutato in circa 887 milioni di dollari che a suo tempo Chavez non riuscì a rimpatriare.

L’impatto delle elezioni  

E’ d’obbligo chiedersi se il risultato elettorale favorirà o meno il necessario dialogo per sbloccare il Paese.

In queste elezioni sono in gioco il destino del popolo venezuelano e della sua democrazia partecipativa e protagonica, il futuro del progetto socialista, l’integrazione continentale non subordinata ai voleri dell’ingombrante  vicino del nord e molto altro.  Il popolo venezuelano è chiamato a votare per restituire al parlamento il suo ruolo nel dibattito politico tra forze diverse che riflettono la pluralità del Paese, in base alla Costituzione ed al rispetto della sovranità nazionale e popolare.

Maduro è pronto alle prime elezioni parlamentari in Venezuela - Sputnik Italia

Come si ricorderà, alle ultime elezioni parlamentari del 2015, la destra ha vinto e conquistato il potere legislativo. Ed ha vinto con lo stesso identico sistema elettorale ancora in vigore, e che oggi viene accusato strumentalmente di non essere affidabile. Lo stesso che l’ex-Presidente Jimmy Carter definì come il più sicuro al mondo.

Dal 2015, il parlamento è stato uno strumento di destabilizzazione nelle mani degli Stati Uniti e dei loro alleati per cercare di rovesciare il governo legittimo.

Nel gennaio 2019, con il pieno appoggio dei latifondi mediatici, l’amministrazione Trump ha tirato fuori dal cappello il coniglio-pagliaccio Juan Guaidò, deputato ed allora presidente del Parlamento, auto-proclamatosi “Presidente interino” del Paese. Una farsa senza nessuna base costituzionale e legale, visto che la figura di “presidenza interina” non esiste nella Costituzione venezuelana. E Guaidò non ha mai partecipato a nessuna elezione presidenziale, nè tantomeno è mai stato eletto Presidente.

L’autoproclamazione, appoggiata anche dal cosiddetto “Gruppo di Lima”, è stata inoltre realizzata senza consultare nè il resto dei partiti membri dell’alleanza di opposizione del cosiddetto G4, nè il Parlamento, provocando forti malumori e scontri interni.

Da allora, Guaidò ed i suoi alleati interni ed esteri si sono dedicati ad implementare i molteplici piani di “guerra ibrida” dell’amministrazione statunitense per il “regime change”, per abbattere Maduro. Questi settori appoggiano apertamente il bloqueo, hanno chiesto più volte ed a gran voce l’intervento militare straniero, si sono alleati con i tagliagole del narco-paramilitarismo colombiano, ed hanno fomentato la destabilizzazione politica, sociale ed economica. Non contento, il governo virtuale di Guaidó ha gestito a suo piacimento e con ogni sorta di corruzione i beni venezuelani all’estero, illegalmente messi a sua disposizione dal governo Trump e dai suoi alleati (CITGO e Monomeros tra gli altri).

Venezuela. Il sistema elettronico che sarà utilizzato in elezioni dicembre è il più avanzato del mondo - FarodiRoma

Ma la decisione di Guaidó e dei dirigenti dell’alleanza G4 di mantenere la strategia fallita del governo parallelo, e confermare nuovamente l’astensione elettorale, ha provocato molte fratture all’interno dei litigiosi partiti del G4 (Acción Democratica, Primero Justicia, Voluntad Popular e Un nuevo tiempo).  A destra, si è quindi riconfigurata l’opposizione con l’emergere nel G4 di un settore che si è dissociato dal golpismo e dalla strategia astensionista, convergendo con gli altri settori di opposizione che hanno partecipato alle elezioni presidenziali del 2018.  E approfittando di queste contraddizioni, il governo  ne ha facilitato la partecipazione elettorale, dopo aver raggiunto un accordo con i dissidenti del G4 e diversi partiti dell’opposizione non golpista. La mediazione non è stata facile, ma il governo bolivariano ha accettato le principali modifiche al sistema elettorale richieste dall’opposizione, che hanno portato ad un ampliamento del sistema proporzionale e del numero dei deputati. Vista la mala parata, i settori golpisti, che sanno di non avere i numeri per vincere, hanno deciso di non esserci per delegittimare la scadenza elettorale.

Sono in buona compagnia degli autoproclamati “paladini della democrazia occidentale”, che mantengono un assordante silenzio di fronte al tragicomico spettacolo elettorale negli Stati Uniti, dove Trump si aggrappa alla sedia, ignorando la sua sconfitta elettorale, in un sistema che Washington vende come esempio democratico al mondo.

La rottura a sinistra

Anche all’interno del Gran Polo Patriótico (GPP), fulcro del processo bolivariano, c’è stata una rottura in base alla recente decisione del Partito Comunista del Venezuela (PCV).  Infatti, in questa delicata situazione, il PCV ha deciso di presentare una lista alternativa (Alternativa Popular Revolucionaria), che cerca un proprio spazio politico-elettorale nel processo bolivariano. L’APR è un fenomeno prodotto da tensioni irrisolte all’interno del chavismo, fondamentalmente legato alla risposta del governo bolivariano alle misure coercitive unilaterali, a differenze sulla politica economica, sulla gestione del governo in materia sociale e di lavoro, sulle accuse di criminalizzazione della protesta sociale per le precarie condizioni di vita e di lavoro. Si tratta di una struttura costituita per scopi elettorali, anche se si propone come possibile piattaforma a lungo termine. Con il PSUV sono d’accordo su antimperialismo, socialismo, mantenimento dell’eredità politica di Chavez, ma con un corpo programmatico ancora in via di definizione al loro interno.

In caso riesca a canalizzare il malessere per la complessa emergenza sociale all’interno del mondo “chavista”, il voto “castigo” di questa lista potrebbe essere la sorpresa elettorale, con una riconfigurazione delle maggioranze nel nuovo parlamento.

In questo nuovo scenario, con il riallineamento delle forze, sia all’opposizione che al governo, il settore dell’opposizione che fa riferimento a Guaidò è rimasto con il cerino in mano, spiazzato e fuori gioco, nonostante l’appoggio mediatico internazionale, anche in Italia.

Venezuela. La commedia di Guaidò per vanificare le elezioni. Vasapollo: un piano concordato con Washington. La complicità di Bruxelles - FarodiRoma

Sul voto, pesa poi l’incognita dell’astensione che si prevede attorno al 50%. I settori golpisti faranno di tutto per aggiudicarsela, come evidenza dell’opposizione al governo. La verità è che, a differenza delle presidenziali, le politiche hanno sempre visto una minore partecipazione. E a questo, bisogna aggiungere la pandemia, le difficoltà nei trasporti, il bloqueo e naturalmente anche lo scontento per la dura situazione sociale che spinge a rimanere a casa.

Da parte chavista si è ripetuto fino alla nausea che si rispetterà la volontà popolare, qualunque essa sia. In tutte le elezioni precedenti, il governo ha accettato i risultati dei partiti di opposizione e dei loro candidati. Chi scrive era presente quando nel 2007 il chavismo ha perso il referendum per la riforma costituzionale ed ha riconosciuto immediatamente la propria sconfitta.

In questi giorni, lo stesso Maduro ha detto pubblicamente che in caso di sconfitta potrebbe andare a casa.

In questo possibile scenario, la nuova Assemblea Nazionale potrebbe promuovere il dialogo verso un accordo nazionale, per poter affrontare l’emergenza sociale ed economica e rivendicare il diritto di vivere degnamente e in pace.  Sarebbe un primo passo sulla strada della normalizzazione istituzionale del Paese e la difesa del voto come strumento per l’esercizio e la riaffermazione della sovranità popolare.

Un percorso non facile, vista l’aggressività della destra golpista sostenuta dalla Casabianca, dall’Unione Europea, dalla OEA di Luis Almagro e dal cosiddetto Gruppo di Lima. Un primo risultato politico importante è stato quello di aver isolato le frange golpiste e convinto una gran parte della destra a partecipare alle elezioni.

Sullla scia degli Stati Uniti, l’Unione Europea ha appena deciso di rinnovare per un altro anno le misure coercitive unilaterali imposte al Venezuela e si appresta a non riconoscere le prossime elezioni. Invece di gettare benzina sul fuoco in maniera irresponsabile, l’Unione europea e l’Italia dovrebbero sostenere il dialogo tra le parti, respingendo la via della violenza e dello scontro. La vera sfida per Roma e Bruxelles è smarcarsi dalla follia aggressiva e guerrafondaia di un impero in declino.

[i] https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true

[ii] ibidem

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/venezuela-la-posta-in-gioco/

La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después. Due libri di grande interesse, liberamente scaricabili

CLACSO (Consiglio Latino Americano di Scienze Sociali), che dispone di una importante libreria on line copyleft: http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php in lingua spagnola ha recentemente pubblicato un grande lavoro, in due volumi, curato da Robert Austin, Viviana Canibilo e Joana Salém, con interventi di altre 80 autrici e autori sul periodo rivoluzionario nel Cile di Allende: La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después (LA VIA CILENA AL SOCIALISMO 50 ANNI DOPO).

“Il 4 settembre 2020 sono trascorsi 50 ani dall’elezione del presidente Salvador Allende e del governo di Unidad Popular. L’iconica Via Cilena al Socialismo continua a simbolizzare lo sviluppo storico di un programma di abolizione del dominio imperiale e neo-coloniale sopra la gran maggioranza della popolazione, attraverso la riforma politico-economica dall’alto e la lotta popolare dal basso. La forza di Unidad Popular risiedeva in una alleanza trasversale della classe lavoratrice e contadina, probabilmente la più cosciente e altamente organizzata delle Americhe in quel particolare momento storico. Su tutto questo si concentrano i due corposi volumi che cercano di riscattare criticamente quell’epoca, con uno sguardo verso il futuro.”

Ci teniamo a segnalare questo lavoro di ricostruzione storica liberamente scaricabile dal sito della libreria, sia per la sua ampiezza e i tanti approfondimenti che vi sono presenti ed anche perché i redattori hanno condiviso con le nostre organizzazioni FILEF in Australia anni di comune militanza a favore degli esuli cileni e di tutti i migranti in quel paese.

In questo senso sollecitiamo gli interessati a diffondere i due libri e a incancellabile e straordinaria esperienza del governo di Unidad Popular presieduto da Salvador Allende.


CLACSO acaba de publicar ambos tomos de La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después, que se pueden bajar libremente en http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php

“El 4 de septiembre de 2020 se cumplieron 50 años desde la elección del presidente Salvador Allende y el gobierno de la Unidad Popular. La icónica Vía Chilena al Socialismo sigue simbolizando el desarrollo histórico de un programa para abolir el dominio imperial y neocolonial sobre la gran mayoría de la población, mediante la reforma político-económica desde arriba y la lucha popular desde abajo. La fuerza de la Unidad Popular residía en una alianza transversal de las clases trabajadoras y campesinas quizás más concientizadas y altamente organizadas de las Américas en ese momento. Aquí van dos tomos que rescatan críticamente a la época, con una mirada hacia el futuro.”

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Sobre los compiladores

Robert Austin Henry es Doctor en Historia Latinoamericana (La Trobe). Su investigación se enfoca en la historia postcolonial y neocolonial, a partir de la Guerras por la Independencia. Ha trabajado en Chile, México, Cuba y Venezuela periódicamente desde 1978, en varias universidades. Es autor o coautor de 70+ publicaciones académicas, entre ellas 10 libros; y 70+ publicaciones en revistas populares. Ver https://sydney.academia.edu/RobertAustin. Se le negó la entrada a Chile en 1997, por presunta participación en la fuga de prisioneros del Frente Patriótico Manuel Rodríguez de la Cárcel de Alta Seguridad en Santiago, capturado elocuentemente por el protagonista Ricardo Palma Salamanca en su libro El Gran Rescate. Esto, lamenta, no es cierto. Correo: r.austin@sydney.edu.au

Viviana Canibilo Ramírez vivió 25 años en el combativo barrio de La Legua en Santiago de Chile, hasta 1979. Participó en el programa de trabajo voluntario de la Unidad Popular; y es egresada de la Universidad Técnica del Estado, 1973-78 (con honores). Se desempeñó como profesora de Castellano y Economía Doméstica en escuelas secundarias públicas durante 35 años en Australia, abogando por la latinoamericanización curricular de Castellano. En 2018 el gobierno cubano la premió por su solidaridad vitalicia con la Revolución Cubana. Con Robert Austin H. es coautora intelectual del proyecto vigente, entre otros proyectos editoriales, más el archivo “ALAS” de solidaridad con América Latina y el Caribe, 1970-2020, Biblioteca Estatal de NSW, Sídney. Ver https://independent.academia.edu/VivianaRam%C3%ADrez8. Correo: vrcanibilo@gmail.com

Joana Salém Vasconcelos es Doctora© en Historia Económica por la Universidad de São Paulo (USP), con una tesis sobre la reforma agraria chilena y las pedagogías campesinas para transformación económica. Hizo una pasantía doctoral en la Universidad de California, Irvine (UCI). Tiene un Máster en Desarrollo Económico por la Universidad Estadual de Campinas (UNICAMP), que resultó en el libro História agrária da revolução cubana: dilemas do socialismo na periferia (2016). Investiga las reformas agrarias en América Latina con enfoque en Cuba y Chile. Es asociada al Centro de Estudios de Historia Agraria de América Latina (Chile) y editora de Latin American Perspectives (EUA). Es activista de educación popular en la Rede Emancipa (Brasil). Correo: joana.salem@gmail.com

Ver https://fflch.academia.edu/JoanaSal%C3%A9m

 

LINK diretto per scaricare i volumi:

Volume 1° – Historia

Volume 2° – Memoria

 

 

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=33765

Vaccini per il Covid: chi prende l’iniziativa

di Michael Roberts

Prima che la pandemia di Covid-19 travolgesse il mondo, le grande aziende farmaceutiche avevano investito ben poco sui vaccini per la malattie e i virus a livello globale. Semplicemente, la cosa non era redditizia. Di quelle che erano le 18 maggiori aziende farmaceutiche, 15 di loro avevano abbandonato completamente il settore. I leader nel profitto, erano i farmaci per il cuore, i tranquillanti che creano dipendenza e i trattamenti per l’impotenza maschile, e non le difese contro le infezioni ospedaliere o i farmaci per le malattie emergenti e i tradizionali tropical killers. Per decenni, un vaccino universale per l’influenza – vale a dire, quello che sarebbe un vaccino che prende di mira le parti immutabili delle proteine di superficie del virus – è stato una possibilità, senza che venisse mai ritenuto abbastanza redditizio da indurre a farlo diventare una priorità. Pertanto, ogni anno otteniamo dei vaccini che sono efficienti solo al 50%.

Ma la pandemia di Covid-19 ha cambiato l’atteggiamento da parte di Big Pharma. Ora si possono fare miliardi vendendo vaccini efficaci ai governi e ai sistemi sanitari.

E in pochissimo tempo, è venuta fuori una partita di vaccini apparentemente efficaci, con la concreta possibilità di renderli disponibili per le persone nel giro dei prossimi 3-6 mesi; un risultato record.

L’autorizzazione per l’Europa ed il Regno Unito, per il vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna dovrebbe esserci entro la fine dell’anno, con una produzione iniziale che metterebbe fin da subito a disposizione per la fine dell’anno, 10-20 milioni di dosi di ciascun vaccino (5-10 milioni di trattamenti). Una vaccinazione diffusa e generalizzata contro il Covid-19 – al di là di quelli che sono i gruppi ad alto rischio – verrà attuata probabilmente entro la prossima primavera, ed avremo entro la fine dell’estate una quota di popolazione europea vaccinata sufficientemente ampia. Il vaccino Pfizer-BioNTech contro il Covid-19, è stato dichiarato efficace per oltre il 90%. Moderna ha dichiarato che il suo vaccino riduce il rischio di infezione da Covid-19 di oltre il 94,5%. Tra quelli che sono gli altri principali sviluppatori di vaccini, AstraZeneca dovrebbe rilasciare i risultati delle prove da qui a Natale, mentre molti altri si trovano già in fase avanzata per quanto riguarda i test. Entro la fine dell’anno, l’Unione Europea e il Regno Unito dovrebbero avere ciascuno dosi a sufficienza per circa 5 milioni di persone (con un unico trattamento che prevede due dosi). E ce ne sono altri: Gamaleya, Novavax, Johnson & Johnson, Sanofi-GSK; oltre allo Sputnik, il vaccino russo e quello cinese.

Come è stato possibile tutto questo così rapidamente? Beh, di certo non è stato grazie alle grandi aziende farmaceutiche che ci sono arrivate a partire dalla ricerca scientifica. È dovuto piuttosto grazie ad alcuni scienziati specializzati che lavorano nelle università e negli organismi governativi alla ricerca di una formula per il vaccino. E tutto questo è stato reso possibile dal fatto che il governo cinese ha fornito rapidamente le sequenze di DNA necessarie all’analisi del virus. Insomma, sono stati i soldi statali e i fondi pubblici a fornire la soluzione medica.

La ricerca di base per i vaccini statunitensi è stata fatta dai National Institutes of Health (NIH), dal Defense Department, e dai laboratori accademici finanziati a livello federale. I vaccini realizzati da Pfizer e da Moderna si basano fondamentalmente su due scoperte emerse grazie alla ricerca finanziata a livello federale: la proteina virale sviluppata dal NIH; ed il concetto di modifica del RNA, sviluppato per la prima volta all’Università della Pennsylvania. Infatti, i fondatori di Moderna, nel 2010 hanno dato il nome all’azienda proprio a partire da questo concetto: “Modified” + “RNA” = MODERNA.

Pertanto, il vaccino di Moderna non è sbucato dal nulla. Moderna ha lavorato per anni sui vaccini mRNA insieme al National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) [Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive], che è una parte del NIH. L’accordo per la collaborazione consisteva in un certo livello di finanziamento al NIH da parte di Moderna, insieme ad una tabella di marcia per far sì che i ricercatori del NIAID e di Moderna collaborassero alla ricerca di base sui vaccini mRNA, ed eventualmente sviluppassero un tale vaccino. Il governo degli Stati Uniti ha versato altri 10,5 miliardi di dollari che sono andati nella casse di diverse aziende produttrici di vaccini, da quando la pandemia ha cominciato ad accelerare ed aumentare la domanda di un tale prodotto. Il vaccino Moderna è nato direttamente da una cooperazione tra Moderna e il laboratorio del NIH. Il governo degli Stati Uniti – e quelle che sono due agenzie in particolare, il NIH e la Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA) – ha parecchio investito nello sviluppo del vaccino. BARDA è un ramo del Department of Health and Human Services [Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani] – formatosi nel 2006 come risposta al fatto che ci si aspettava l’epidemia di SARS-Covid-1 (insieme ad altre minacce per la salute) – il quale fornisce direttamente alle imprese investimenti in tecnologia, ma che si impegna anche in cooperazioni pubblico-privato (PPP) e coordina le agenzie. Una parte specifica della missione di BARDA è quella di fare attraversare alle tecnologie la cosiddetta «valle della morte» [quella zona esistente tra la creazione e la commercializzazione].

Il governo tedesco ha stanziato fondi per 375 milioni di € a favore di BioNTech, ed altri 252 milioni sono stati stanziati per sostenere lo sviluppo di un vaccino da parte di Curevac. La Germania ha inoltre aumentato di 140 milioni di € quello che è il suo contributo alla Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) e ha previsto altri 90 milioni per il prossimo anno. La CEPI era stata creata a Davos, in Svizzera, nel 2017 come una cooperazione globale e innovativa tra pubblico e privato, oltre che tra filantropico e organizzazioni della società civile al fine di sviluppare vaccini per contrastare le epidemie, e la Germania si era impegnata a sostenere l’iniziativa con 10 milioni di € l’anno per un periodo di quattro anni. CureVac è uno di quelli che sono nove tra istituti e compagnie incaricate da CEPI di condurre ricerche su un vaccino per il Covid-19. Uno dei suoi azionisti è la banca statale Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW).

Ma a sviluppare il vaccino a partire dal lavoro scientifico degli istituti pubblici è Big Pharma. Sono loro a decidere di prendere l’iniziativa. Le aziende farmaceutiche fanno i test clinici globali, e poi producono e commercializzano il risultato. Quindi vendono i vaccini ai governi, facendo enormi profitti. È questo il modo in cui si faceva prima che ci fosse la pandemia; e si fa così anche ora che c’è. Negli Stati Uniti, nel decennio tra il 1988 ed il 1997, la spesa pubblica per l’acquisto di vaccini è raddoppiata da 100 a 200 $ per ogni bambino fino a 6 anni di età. Il costo cumulativo del settore pubblico, in meno di 5 anni, tra il 1997 ed il 2001 è nuovamente raddoppiato, da 200$ a quasi 400 per ogni bambino.

Si sa ancora assai poco circa i termini dei contratti per il vaccino Covid che l’Unione Europea ha firmato con i gruppi farmaceutici, inclusi AstraZeneca, Pfizer-BioNTech, Sanofi-GlaxoSmithKline e CureVac. Ma una volta che sarà svelato il segreto, quella che vedremo sarà una massiccia privatizzazione dei miliardi di dollari dei fondi governativi. Si calcola che AstraZeneca abbia venduto ai governi il suo vaccino a circa 3 o 4 & a dose, mentre il richiamo Johnson & Johnson ed il vaccino che sono stati sviluppati unitamente da Sanofi e GSK verranno venduti a circa 10€ a dose. AstraZeneca ha promesso che non trarrà alcun profitto dalla sua cura durante la pandemia, ma ha dichiarato anche che ciò verrà applicato solo fino al mese di luglio del 2021. Dopo di allora, potranno procedere all’incasso. La statunitense Moderna farà pagare 37$ a dose, oppure tra i 50 e i 60$ per tutto il trattamento a due colpi.

Probabilmente, i vaccini per il coronavirus per l’industria farmaceutica varranno miliardi, se si dimostreranno sicuri ed efficaci. Saranno necessari ben 14 miliardi di vaccini per immunizzare tutti quanti nel mondo contro il coronavirus. Se, come è stato previsto da molti scienziati, l’immunità data dal vaccino dovesse diminuire, negli anni a venire potrebbero essere vendute altre 22 miliardi di dosi in più, come richiamo. E la tecnologia e i laboratori di produzione che sono stati impiantati grazie alla generosità dei governi potrebbero dare origine ad altri vaccini e ad altri redditizi farmaci.

Così, mentre gran parte del lavoro pioneristico sui vaccini mRNA è già stato fatto con i soldi governativi, i produttori privati di farmaci ne potranno trarre enormi profitti, mentre i governi pagheranno per avere quei vaccini che essi hanno aiutato a trovare contribuendo in primo luogo a finanziarne lo sviluppo!

La lezione data dalla risposta del vaccino per il coronavirus, è che qualche miliardo di dollari all’anno spesi in addizionali ricerche di base potrebbero prevenire mille volte quelle che sono state le perdite in morti, malattie e distruzione economica. Nel corso di una conferenza stampa, Anthony Fauci, consulente sanitario statunitense, ha sottolineato il lavoro di picco svolto dalla proteina. «Non dovremmo sottovalutare il valore della ricerca biologica di base», ha detto Fauci. Esattamente. Ma come hanno dimostrato molti esperti, come Mariana Mazzucato, i finanziamenti statali e la ricerca sono stati vitali ai fini dello sviluppo di tali prodotti.

Quale migliore lezione possiamo imparare dall’esperienza del vaccino per il Covid se non che le compagnie multinazionali farmaceutiche dovrebbero essere di proprietà pubblica, in modo che la ricerca e lo sviluppo possano essere dirette a soddisfare le esigenze sanitarie e mediche delle persone, e non il profitto di queste aziende. E inoltre, i vaccini necessari potrebbero arrivare ai miliardi che vivono nei paesi più poveri, anziché solo a quei paesi e a quelle persone che possono permettersi di pagare i prezzi stabiliti da queste aziende.

«Questo è il vaccino del popolo», ha detto il critico aziendale Peter Maybarduk, direttore del programma di Public Citizen’s Access to Medicines . «Gli scienziati federali hanno contribuito ad inventarlo e i contribuenti ne stanno finanziando lo sviluppo… Dovrebbe appartenere all’umanità».

vaccinesrid

Pubblicato il 25/11/2020 su Michael Roberts blog – Blogging from a Marxist economist

FONTE: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/19228-michael-roberts-vaccini-per-il-covid-chi-prende-l-iniziativa.html


COVID vaccines: calling the shots

Before the COVID-19 pandemic engulfed the world, the big pharmaceutical companies did little investment in vaccines for global diseases and viruses.  It was just not profitable. Of the 18 largest US pharmaceutical companies, 15 had totally abandoned the field.  Heart medicines, addictive tranquilizers and treatments for male impotence were profit leaders, not defences against hospital infections, emergent diseases and traditional tropical killers.  A universal vaccine for influenza—that is to say, a vaccine that targets the immutable parts of the virus’s surface proteins—has been a possibility for decades, but never deemed profitable enough to be a priority.  So, every year, we get vaccines that are only 50% efficient.

But the COVID-19 pandemic has changed the attitude of big pharma.  Now there are billions to be made in selling effective vaccines to governments and health systems.  And in double-quick time, a batch of apparently effective vaccines has emerged with every prospect of them being available for people within the next three to six months – a record result.

There should be authorisation of the Pfizer-BioNTech and Moderna vaccines by year-end in the EU and the UK, with the deployment of an initial 10-20 million doses each (5-10 million treatments) underway through the turn of the year. Widespread vaccination from COVID-19 beyond high-risk groups is likely to be underway across Europe by the spring, with a sufficiently large share of European populations vaccinated by the end of the summer.

The Pfizer-BioNTech vaccine against COVID-19 was reported to have over 90% efficacy. Moderna reported that its vaccine reduced the risk of COVID-19 infection by 94.5%.  Among other leading vaccine developers, AstraZeneca is expected to release Phase III trial results by Christmas, with a number of others currently also conducting late-stage trials. By year-end, the EU and the UK should have enough doses to treat around 5 million people each (with a single treatment involving two doses).  And there are others: Gamaleya, Novavax, Johnson & Johnson, Sanofi-GSK; as well as the Sputnik vaccine from Russia and China’s own.

How was this possible so quickly?  Well, it was not due to big pharma coming up with the scientific research solutions.  It was down to some dedicated scientists working in universities and government institutes to come up with the vaccine formulas.  And that was made possible because the Chinese government quickly provided the necessary DNA sequences to analyse the virus.  In sum, it was government money and public funds that delivered the medical solution.

Basic research for US vaccines is done by the National Institutes of Health (NIH), Defense Department and federally funded academic laboratories. The vaccines made by Pfizer and Moderna rely heavily on two fundamental discoveries that emerged from federally funded research: the viral protein designed by the NIH; and the concept of RNA modification first developed at the University of Pennsylvania. In fact, Moderna’s founders in 2010 named the company after this concept: “Modified” + “RNA” = Moderna.

So Moderna’s vaccine has not come out of nowhere. Moderna had been working on mRNA vaccines for years with the National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), a part of the NIH. The agreement consisted of some level of funding from Moderna to the NIH, along with a roadmap for NIAID and Moderna investigators to collaborate on basic research into mRNA vaccines and eventually development of such a vaccine.

The US government has poured an additional $10.5 billion into various vaccine companies since the pandemic began to accelerate the delivery of their products. The Moderna vaccine emerged directly out of a partnership between Moderna and the NIH laboratory.

The US government—and two agencies in particular, the NIH and Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA)—has invested, heavily, in the vaccine’s development. BARDA is an arm of the Department of Health and Human Services formed in 2006 in response to—wait for it—SARS-CoV-1 (and other health threats). It provides direct investment in technologies to firms, but also engages in public-private partnerships (PPPs) and coordinates between agencies. A specific part of BARDA’s mission is taking technologies through the “valley of death” between creation and commercialization.

The German government ploughed funds into BioNTech to the tune of €375 million, with another €252 million has been made to support development by CureVac.  Germany also raised its contribution to the Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) by €140 million and plans to provide an additional €90 million next year.  CEPI was launched in Davos, Switzerland, in 2017 as an innovative global partnership between public, private, philanthropic and civil society organisations to develop vaccines to counter epidemics, and Germany pledged an annual €10 million over a four-year period to support the initiative. CureVac is one of nine institutes and companies commissioned by CEPI to conduct research into a COVID-19 vaccine. One of its shareholders is the government-owned Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) bank.

But it is big pharma that develops the vaccine from the scientific work of public institutes.  They call the shots. The drugs companies do the global clinical trials, then produce and market the result.  Then they sell the vaccines to governments at huge profits.  This is the way things were done before the pandemic – and now. In the US, in the 10-year period between 1988 and 1997, public-sector expenditures for vaccine purchases doubled from $100 to $200 per child through age 6. The cumulative public-sector cost doubled again in less than 5 years between 1997 and 2001, from $200 to almost $400 per child.

Very little is still known about the terms of the COVID vaccine contracts that EU governments have signed with pharma groups including AstraZeneca, Pfizer-BioNTech, Sanofi-GlaxoSmithKline and CureVac. But once the secrecy is peeled away, what we will see is a massive privatisation of billions of dollars of government funds.  It is reckoned that the AstraZeneca has sold its jab to governments at about $3 to $4 a dose, while the Johnson & Johnson shot and the vaccine jointly developed by Sanofi and GSK were priced at about $10 a dose. AstraZeneca has promised not to profit from its jab during the pandemic, but that applies only until July 2021.  After that, they can cash in.  US biotech Moderna is going to charge $37 a dose, or $50 to $60 for the two-shot course.

Coronavirus vaccines are likely to be worth billions to the drug industry if they prove safe and effective. As many as 14 billion vaccines would be required to immunize everyone in the world against COVID-19. If, as many scientists anticipate, vaccine-produced immunity wanes, billions more doses could be sold as booster shots in years to come. And the technology and production laboratories seeded with the help of all this government largesse could give rise to other profitable vaccines and drugs.

So while much of the pioneering work on mRNA vaccines was done with government money, the privately owned drugmakers will walk away with big profits, while governments pay for vaccines they helped to fund the development of in the first place!

The lesson of the coronavirus vaccine response is that a few billion dollars a year spent on additional basic research could prevent a thousand times as much loss in death, illness and economic destruction. At a news conference US health adviser, Anthony Fauci, highlighted the spike protein work. “We shouldn’t underestimate the value of basic biology research,” Fauci said.  Exactly. But as many authors, such as Mariana Mazzacuto have shown, state funding and research has been vital to development of such products.

What better lesson can we learn from the COVID vaccine experience than that the multi-national pharma companies should be publicly owned so that research and development can be directed to meet the health and medical needs of people not the profits of these companies.  And moreover, then the necessary vaccines can get to the billions in the poorest countries and circumstances rather than to just those countries and people who can afford to pay the prices set by these companies.

“This is the people’s vaccine,” said corporate critic Peter Maybarduk, director of Public Citizen’s Access to Medicines program. “Federal scientists helped invent it and taxpayers are funding its development. … It should belong to humanity.”


Un nuovo modello fiscale a vantaggio di una sanità pubblica, territoriale ed efficiente. Petizione

Firma la petizione popolare per un nuovo modello fiscale a vantaggio di una sanità pubblica, territoriale ed efficiente

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati sostiene la proposta di introduzione di un’imposta progressiva sulle ricchezze finanziarie che esenti i soggetti meno facoltosi e le classi sociali subalterne per far fronte all’emergenza pandemica.

Un’imposta a nostro avviso da introdurre strutturalmente nel sistema fiscale nazionale al fine di compensare i tagli apportati al servizio sanitario e di implementare un’opera di ricostruzione della medicina territoriale, riavvicinando i servizi alla popolazione, invertendo la tendenza alla chiusura di numerosi piccoli e medi ospedali, soprattutto delle aree marginali, e riattivando i numerosi Distretti socio-sanitari finiti sotto la scure dei tagli indotti dalle politiche neoliberiste e di austerità fiscale.

Gravoso problema che non riguarda solo il Mezzogiorno d’Italia, dove i Sistemi sanitari risultano più fragili ma anche il modello della sanità toscana, considerato uno dei più efficienti a livello nazionale, per il minor spazio riservato alla sanità privata convenzionata, peraltro in continua espansione anche questa regione.  Citiamo come esempio di ridimensionamento della medicina territoriale che ha comportato non indifferenti disagi, soprattutto agli anziani, il comune di San Giuliano Terme, localizzato alle porte di Pisa, ove, a partire dal nuovo millennio, i suoi 32.000 abitanti (terzo comune più popoloso a livello provinciale), hanno visto loro malgrado chiudere ben 2 dei 3 Distretti Sanitari operanti e subire  ridimensionamenti delle prestazioni mediche nell’unico rimasto attivo nel capoluogo termale.

Invitiamo a firmare la petizione popolare e a diffonderla per invertire la tendenza alla destrutturazione del Servizio Sanitario Nazionale e al contempo sostenere l’abolizione del finanziamento di quella privata convenzionata che consente di realizzare facili profitti a spese della collettività e di stornare parte delle scarse residue risorse dal pubblico verso il privato.

Per approfondimento sullo stato della Sanità italiana consigliamo l’indagine effettuata da un gruppo di lavoro promosso dal Giga:

http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2020/11/situazione-covid-oggi-in-italia.html

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Una proposta per l’emergenza Covid (ma non solo per la pandemia)

Petizione al parlamento. Chiediamo di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria, con esenzione delle famiglie meno abbienti. Ricchezza finanziaria, quindi non sulle case. Il coordinamento del Gruppo Ins

Sul sito www.paperoniale.it gestito dal Centro Studi Argo di Torino, si raccolgono le firme per una petizione (non un appello) che chiede al Parlamento di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria, con esenzione delle famiglie meno abbienti. Ricchezza finanziaria, quindi non sulle case. Il testo è il seguente:

«Noi cittadini italiani chiediamo, in ottemperanza all’art. 50 della Costituzione che sancisce il diritto dei cittadini di rivolgersi direttamente al Parlamento, che:

“1. Il Parlamento impegni il governo a introdurre un contributo di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi con esclusione delle case e degli altri beni immobili), con aliquote progressive (comunque non superiori all’1%) e una quota esente;

2. Nella norma in materia venga espressamente stabilito che i proventi di questo contributo devono essere interamente investiti nel miglioramento dei servizi per i cittadini, in particolare a vantaggio delle persone maggiormente in difficoltà, e per creare lavoro per i giovani disoccupati.
Entro questo ambito la ripartizione dei fondi dovrà essere oggetto di una rigorosa valutazione tecnica.

3. Riteniamo che decidere quali aliquote applicare, e quindi quali somme ottenere, debba essere valutato del Parlamento.

Quanto segue quindi è solo un suggerimento. Proponiamo la totale esenzione per la metà delle famiglie a più basso reddito, un’aliquota media intorno allo 0.8% per il decimo più ricco, e un’aliquota media intorno allo 0.15% per le altre. Dato che in Italia la ricchezza finanziaria è molto concentrata, il gettito dovrebbe essere superiore ai 20 miliardi.”

La proposta è stata elaborata da un gruppo di economisti e sociologi delle Università piemontesi, sulla base della loro preparazione scientifica.

Sul sito vi sono i necessari approfondimenti, ma può essere utile ricordare, a sostegno della petizione, alcuni dati che dovrebbero essere ovvi e purtroppo non lo sono.

1. La ricchezza di cui parliamo è quella ufficialmente censita, quindi l’imposta potrebbe essere riscossa “con un click”, come già avviene per l’imposta di bollo sui risparmi. È per questo che si chiede di tassare la sola ricchezza finanziaria, e non quella immobiliare, cosa che richiederebbe pratiche complesse.

2. I grandi patrimoni finanziari sono perlopiù frutto di redditi da capitale, che sono tassati in modo proporzionale e non progressivo, in contrasto con la Costituzione. Quindi l’imposta che suggeriamo, avendo aliquote progressive, è pienamente coerente col dettato costituzionale.

3. Al di là di ogni altra considerazione, siamo in un’emergenza: le risorse vanno trovate là dove sono e dove è facile reperirle.

4. Infine, è giusto chiedere la solidarietà dell’Europa; ma ci sembra profondamente sbagliato che l’Italia non contribuisca a questa solidarietà chiedendo un contributo ai propri cittadini in grado di darlo. E sarebbe ora di affermare il principio che chi deve fare dei sacrifici, quando è necessario, deve soprattutto essere chi ha di più, e non chi ha di meno.

Quanto sopra è tutt’altro che rivoluzionario; in effetti aliquote più alte di quelle suggerite sarebbero del tutto giustificate. Ma è presumibile che ci saranno difficoltà a trovare adeguato riscontro sui grandi canali televisivi e sui grandi giornali. Vi preghiamo quindi non solo di firmare la petizione, ma anche di diffonderla. Ripetiamo il sito: www.paperoniale.it.

I promotori dell’iniziativa

Filippo Barbera, Università di Torino; Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale; Giancarlo Cerruti, Università di Torino; Bruno Contini, Università di Torino; Federico Dolce, direttore del Centro Studi Argo, Torino; Ugo Mattei, Università di Torino; Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale; Serena Pellegrino, già vicepresidente della Commissione Ambiente e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati; Francesco Scacciati, Università di Torino; Andrea Surbone, scrittore; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di Torino; Willem Tousijn, Università di Torino.

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista. Capitolo Perù

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista

Il rinnovato protagonismo dei movimenti sociali e indigeni in America Latina degli ultimi 2 anni, innescato dai devastanti effetti delle politiche neoliberiste pervicacemente riproposte dai governi conservatori saliti al potere nella maggior parte dei paesi del sub-continente nell’arco dell’ultimo lustro, sembrano da un lato aprire la strada ad una prassi politica basata sull’azione diretta saltando la mediazione dei partiti, dall’altro propongono piattaforme di rivendicazione incentrate su problematiche strutturali, fra le quali spiccano: la concentrazione della proprietà fondiaria, il modello estrattivista, le insostenibili disparità sociali e i deboli sistemi di welfare.

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, nell’intento di analizzare e comprendere l’interessante nuova fase movimentista latinoamericana, propone questo interessante articolo dell’amico Rodrigo Rivas, del quale ne ha curato il testo, in merito alla sollevazione dei popoli peruviani a seguito delle spericolate manovre del corrotto ceto politico al potere nel paese che ha portato alla destituzione per via parlamentare del presidente Vizcarra, tramite la strategia del cosiddetto Golpe blando o soave (in italiano detto istituzionale).

L’articolo oltre a contestualizzare dal punto di vista economico, sociale ed economico, in perfetta linea con l’approccio di analisi geografico, offre un’interessante analisi delle strategie economiche e politiche di sfruttamento e spunti di riflessione degni dello spessore intellettuale di tutto riguardo quale quello dell’illustre autore di origine cilena.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

17 novembre 2020

Insurrezioni andine, capitolo Perù

di Rodrigo Andrea Rivas16 Novembre 2020

Fosforo e fosforo nel buio,
lacrima e lacrima nella polvere”.

César Vallejo, “Trilce” “Poema LVI”, 1922

Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?”

Pablo Neruda, “Altezze di Machu Picchu”, “Canto generale”, 1950

Anzitutto, vi propongo in ordine non cronologico alcune citazioni che, penso, rendano conto di quanto avviene ora in Perù.

Fin da Erodoto sappiamo che la cronaca va correttamente corredata dai fatti e inquadrata nel contesto degli avvenimenti, in assenza di tale operazione la semplice notizia può smarrire completamente il suo senso.

Queste citazioni rispondono essenzialmente alla cronaca. Per il resto mi limito a poche osservazioni in conclusione.

La gente, i giovani, sono scesi per strada mossi dall’indignazione. Questa è la sola interpretazione corretta. La mobilitazione, condotta dalla cittadinanza, ci ricorda che la democrazia non è fatta soltanto da processi elettorali, partiti e leader politici. Che la democrazia significa essenzialmente protagonismo popolare e cittadino. Questo è ciò che abbiamo iniziato a vedere nel Perù e ci riempie di speranza. Saremo parte di questa onda democratica”.

Verónika Mendoza, candidata della sinistra peruviana alle elezioni presidenziali dell’aprile 2021, citata in: NODAL, Verónika Mendoza, candidata presidencial: “Con este gobierno ilegítimo hay un alto riesgo de que vuelva la violencia de Estado”, 14.11.2020

Dei 2.325 candidati alle elezioni de parlamento del 26 gennaio 2020, 1.368 sono stati condannati in prima istanza e altri 218 nell’ultimo grado di appello.

Tra i precandidati, 4.729 avevano falsificato i loro dati per riuscire a presentarsi.

Circa il 50% dei candidati rimasti ha contratti in corso con lo Stato. Tramite l’elezione intende consolidarli prendendosi inoltre uno stipendio smisurato per il paese.

Vizcarra ha decine di processi, il suo ex primo ministro, César Villanueva, è in prigione preventiva. Il suicidato Alan García, il caso più emblematico insieme all’altro ex-presidente Alberto Fujimori, ha ricevuto ingenti quantità di denaro dal reparto bustarelle della Odebrecht.

Ad altri ex–presidenti, Alejandro Toledo (negli Stati Uniti), Pedro Pablo Kuczynski ed Ollanta Humala, li attendono le patrie galere

La cattura dello Stato da parte dei corrotti è in corso. Gli scontri avvengono attorno al potere giudiziario e al Congresso.

Rebelion, Una eleccion antidemocrática, 21.01.2020

In mezzo alla grave crisi dovuta al coronavirus è sbarcato il vecchio virus della mano dura e dell’autoritarismo.

Pochi giorni fa, con il paese militarizzato per controllare la quarantena generale e le garanzie costituzionali sospese dallo stato d’emergenza, è stata promulgata una legge del grilletto facile.

La norma ha carattere permanente, non si limita all’attuale stato d’emergenza e libera da ogni responsabilità i membri delle forze di sicurezza che “nello svolgimento delle loro funzioni” impieghino le armi contro la popolazione.

Gli uomini in uniforme non potranno essere arrestati se uccidono o feriscono qualche persona, e non è richiesta la proporzionalità della loro risposta. E cioè, sono liberi di sparare contro una persona disarmata.

La legge è stata promulgata dal nuovo Congresso unicamerale entrato in carica pochi giorni fa. Senza dubbio, si tratta di un cattivo e preoccupante debutto.”

Pagina12, Perú legaliza la impunidad. Policías y militares eximidos de toda responsabilidad si abren fuego contra civiles, 04.04.2020

Malgrado la sua popolarità (65%), il presidente torna a scontrarsi col Congresso, accusando molti dei parlamentari di corruzione perché rifiutano di approvare una legge che elimina l’immunità dei parlamentari e permette che possano essere sottoposti a giudizio […]

Ma, mentre parla di lotta, sacrosanta, alla corruzione, Vizcarra riempie le tasche del grande capitale. Il suo piano “Reactiva Perú” destina il 71% dei fondi dedicati a far fronte alla crisi alle grandi imprese, incluso ad alcune vincolate al Lavajato (le bustarelle della brasiliana Odebrecht, n.d.r.),  installa «sospensioni perfette» (senza stipendio ai lavoratori), taglia senza ritegno i diritti dei lavoratori e disegna una quarantena a misura dell’imprenditoria. Nel loro insieme disarmonico queste misure hanno buttato nella disoccupazione milioni di lavoratori.”

RebelionGabinete de guerra contra los trabajadores, 21.07.2020

Il golpe è sempre un golpe. La sottomissione di Martín Vizcarra alla decisione del Congresso non annulla la gravità dell’atto attraverso il quale un gruppo di cospiratori si è impossessato del governo mettendo fine a 20 anni di democrazia, spezzando la Costituzione e mettendo ancora una volta il paese lungo una strada dominata dall’avidità e dalla corruzione.

Il divieto costituzionale di accusare il Presidente durante l’esercizio del suo mandato per ragioni diverse di quelle elencate nell’articolo 117, è tassativo. È stato violentato grossolanamente servendosi delle dichiarazioni di aspiranti all’incarico, di ruffiani e portaborse, di foto truccate e di altri espedienti simili. Il ruolo del presidente del Congresso in questa proditoria operazione copre di vergogna lui ed il suo partito. Manuel Merino sarà un presidente indegno che si è aggrappato al potere con metodi riprovevoli.”

La República, Golpe de Estado, editoriale del 10.11.2020

Dopo appena 5 ore di dibattito, il Congresso del Perù ha destituito il presidente Martín Vizcarra, definendolo «colpevole d’incapacità morale» in base a rapporti di personaggi di dubbia moralità secondo i quali avrebbe percepito delle bustarelle da parte di due aziende che hanno vinto commesse per realizzare opere pubbliche quando era governatore di Moquegua, sette anni fa. La caduta del mandatario è arrivata col secondo tentativo di destituzione messo in atto in meno di due mesi: il 18 settembre, un’altra iniziativa per destituirlo, nata da un’altra segnalazione di corruzione, aveva ottenuto solo 32 voti (sugli 87 necessari), ma il nuovo scandalo ha fatto crescere il blocco destituente a 105 legislatori.

Vizcarra, che non dispone di un partito né di un gruppo parlamentare proprio, ha mantenuto un rapporto teso col Legislativo (Parlamento) da quando è arrivato al potere nel 2018 in sostituzione di Pedro Pablo Kuczynski, neoliberista duro dimessosi dopo essere stato coinvolto in un caso di corruzione (provata dai tribunali) […]. Nel settembre 2019 l’appena deposto mandatario fece uso di una facoltà legale per sciogliere il Congresso, allora dominato dalle diverse frazioni fujimoriste, eredi politici del criminale ex presidente Alberto Fujimori, riunite attorno a sua figlia Keiko. Il parlamento sorto dalle elezioni del 26 gennaio ha ridotto il fujimorismo ad un ruolo puramente testimoniale, ma non ha messo fine all’instabilità cronica che frusta il Perù da due decenni, aprendo la strada ad una miriade di fazioni caratterizzate dall’opportunismo.

Pur in attesa che ulteriori indagini confermino o smentiscano le accuse contro Vizcarra, preoccupa assistere nuovamente ad una contraffazione del voto popolare tramite manovre del Legislativo, come già avvenuto contro Fernando Lugo in Paraguay, nel 2012, e contro Dilma Rousseff in Brasil, nel 2016.

Gli avvenimenti peruviani sono una nuova dimostrazione del disprezzo delle classi politiche nei confronti della volontà popolare. Primo, poiché le inchieste segnalavano, e le mobilitazioni popolari hanno ratificato, che l’Esecutivo disponeva di un appoggio molto superiore a quello di cui gode il Legislativo. Secondo, poiché il governo entrante ha risposto con un feroce dispiegamento repressivo delle proteste contro ciò che per molti peruviani è un’usurpazione. Terzo, perché il paese andino è ad appena sei mesi delle sue prossime elezioni presidenziali, e in questo contesto la rimozione del presidente uscente è inevitabilmente interpretato come un tentativo d’incidere nelle prossime elezioni. Infine, perché non si può esimere dal notare che, lontano anni luce da una restaurazione della legalità, l’ex leader del Congresso, Manuel Merino, ha nominato come ministri personaggi impresentabili come Ántero Flores-Aráoz, già ministro della difesa durante il secondo mandato di Alan García” [N.d.r.: Flores-Aráoz è stato l’esecutore del massacro di Bagua, nel giugno 2009, considerata la strage più sanguinosa della recente storia peruviana. Dopo il massacro, i decreti all’origine della protesta delle popolazioni originarie furono revocati. Teoricamente, infatti, oggi il Perù è dotato di una legge che garantisce ai popoli indigeni il diritto al consenso libero, previo e informato per qualsiasi progetto che coinvolga loro e le loro terre. Nella pratica, più del 70% dell’Amazzonia peruviana è stata ceduta alle compagnie petrolifere].

La Jornada, Perú, la sombra del golpe parlamentario, Editoriale del 13.11.2020

L’accusa contro il presidente Vizcarra, ovvero che avrebbe ricevuto bustarelle del cosiddetto Club de la Construcción – una rete mafiosa per vincere gare d’appalto – quando era governatore di Moquegua (2011-14), non è stata provata da nessun giudice o pubblico ministero, e poggia soltanto sulle dichiarazioni di alcuni aspiranti a diventare collaboratori di giustizia, gente che per salvare la pelle potrebbe dichiarare qualsiasi cosa.

Ma il versante più grottesco di questa situazione è che dei 109 parlamentari (su 130) che hanno votato per destituire il presidente per ben 68 -come ha ricordato lo stesso Vizcarra davanti al Congresso nella sua ultima deposizione- sono in corso indagini giudiziarie e denunce per diversi reati, ma nessuno ha lasciato l’incarico o rinunciato all’immunità. In verità, questo Congresso ha più le sembianze di un refugium peccatorum che di un parlamento.”

La Jornada, Golpe, rascuache y zafio, a la peruana, 13.11.2020

Nel quinto giorno di proteste contro la destituzione del presidente Martín Vizcarra, un gruppo di giovani che manifestava pacificamente è stato violentemente represso dalla polizia quando ha tentato incamminarsi verso la residenza del nuovo mandatario Manuel Merino, nelle vicinanze di quella del primo ministro, Ántero Flores Aráoz.

La sera precedente 27 giovani sono stati feriti in scontri con le forze dell’ordine durante le proteste contro il governo Merino, alcuni con proiettili di gomma ed altri con armi da fuoco …

La coordinatrice nazionale per i diritti umani ha informato che le proteste hanno lasciato 11 feriti tra cui alcuni giornalisti, che hanno subito colpi di proiettili e contusioni. L’agenzia di notizie Afp ha dichiarato che uno dei suoi reporter era stato colpito da pallettoni”.

La Jornada, Violenta represión en Perú a jóvenes en cercanías de la casa del nuevo presidente. Quinto día de protestas, 14.11.2020

Il nuovo capo del Congresso del Perù, Luis Valdez, ha chiesto ieri sera immediate dimissioni al nuovo presidente Manuel Merino, in seguito alle violente proteste contro il nuovo «governo di transizione», che nella sua sesta giornata ha lasciato due morti e diversi feriti.

«Davanti a questo fatto da sé insostenibile (la morte di manifestanti) ho convocato per la mattinata di oggi domenica 15 novembre la Giunta dei capigruppo per valutare non solo la rinuncia di Merino, ma anche la forma costituzionale per porre fine a questa situazione immediatamente».

Valdez, intervistato dalla TV locale «Canal N» ha detto che la presidenza del Congresso farà un passo indietro e non prenderà parte alla elezione del nuovo governo ad interim …

Alberto Huerta, capo dell’Ufficio di difesa dei cittadini, ha informato che un giovane di 25 anni, ancora non identificato, è arrivato morto all’Ospedale Guillermo Almenara, con ferite nella faccia e nel collo, mentre altri tre partecipanti alla protesta erano feriti.

La morte di una seconda persona, un giovane di 24 anni, è stata confermata dai suoi genitori all’uscita dell’ospedale.”

La Jornada, Pide jefe del Congreso de Perú la renuncia de Merino, 15.11.2020

Ovvero, gli onorevoli che hanno aperto la crisi non parteciperanno alla loro soluzione. Come non parteciperà il golpista Merino, dimessosi in giornata.

“Sublime”, avrebbe chiosato “l’ispettore Callaghan”.

Mi viene in mente Gramsci: “Ma l’umanità, come realtà e come idea, è un punto di partenza o un punto di arrivo?” (“Quaderni del carcere”, Quaderno XXX”, “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno”, 1934).

Mi viene pure in mente la risposta, ovviamente indiretta, di Jorge Luis Borges: “Arriviamo così alla terribile domanda: L’universo, la nostra vita, appartengono al genere realista o al genere fantastico?” (in Miguel Blumenbach, “Jorge Luis Borges: La literatura fantástica”, conferenza del 7 aprile 1967)

Piccolo inquadramento di riferimento

Come detto in apertura, per dare senso alle vicende, la cronaca andrebbe sempre inquadrata. Ci sarà tempo e modo di farlo. Per ora, semplificando all’estremo, definirei la crisi in generale come una turbolenza o perturbazione importante del sistema sociale che, al di là della sua durata ed estensione geografica, può mettere a repentaglio la stessa esistenza dei meccanismi essenziali di riproduzione.

È ovvio che, così intesa una crisi, politica o di qualsiasi altro tipo, è sempre latente. Ma quelle in corso sono potenziate da una successione di cicli man mano sempre più degradati. Ovviamente, non è un concetto valido solo per il Perù o l’America Latina e si vincola strettamente alla decadenza della civiltà capitalistica nella quale ci troviamo immersi.

Nel Perù, come in tutta la regione latinoamericana, pur con gradi e accenti diversificati, è in atto una crisi prolungata, permanente, storica.

Nel caso specifico, deriva dal fatto che uno Stato non nazionale (composto da più gruppi etnici) continui a privatizzare, con i parametri di un’accumulazione originaria, tramite un processo di re-colonizzazione che assume la forma di costruzione di un paese estrattivista minerario, scontrandosi ancora una volta con i popoli originari che intende sottomettere occupando i loro territori e sottoponendoli a più moderne modalità di esproprio e di sfruttamento.

La crisi peruviana si caratterizza per l’instabilità, le difficoltà, i cambiamenti e le trasformazioni profonde indotte dalle riforme neoliberiste in corso da oltre 30 anni senza, tuttavia, arrivare ad un punto d’equilibrio in grado di determinare la sopravvivenza o scomparsa di alcune istituzioni o dello stesso Stato, ma disseminato di momenti ed avvenimenti che comportano periodi di mancate e intempestive corrispondenze, di congiunture difficili e complicate dove i conflitti sociali rinvigoriscono. Nel Perù ciò ha preso diverse forme: laymarazo, il moqueguazo, l’arequipeñazo, che hanno creato le condizioni per trasformazioni più radicali.

Essendo un processo, la crisi politica va esaminata in movimento. Movimento che, a volte, intensifica lo scontro di classe ma, stante le situazioni nazionali e macroregionale, caratterizzate da disorganizzazione e divisione, permette che il progetto neoliberista possa sempre ricomporsi ricreando l’equilibrio instabile che farà partire un altro ciclo.

Sono crisi nate con lo Stato repubblicano, che in America Latina non è stato né Stato liberale, né Stato nazionale, né Stato sociale, bensì un’entità politica di dominio e di comando, coercitiva, strutturata applicando all’interno dei paesi le modalità coloniali.

Nulla ha di casuale, quindi, che i regimi politici siano stati per lo più militari, oligarchici o neoliberisti, organizzati attraverso istituzioni, Costituzioni e governi che, concepiti sostanzialmente per il saccheggio, sono per lo stesso motivo strutturalmente corrotti.

La critica allo Stato impone analizzare congiuntamente la storia e l’economia politica reali, senza separare lo Stato dall’economia, perché solo così si possono osservare i loro rapporti. Ciò significa, qui più che altrove, che circoscrivere la lotta politica alla sola gara elettorale, esprimendosi solo in uno “spazio democratico”, significa essenzialmente agire in un contesto di dominazione dove si definiscono gli interessi condivisi delle classi dominanti, non gli interessi collettivi o il bene comune.

Il fatto è che, rispettando la divisione feticista tra Stato e mercato, la lotta di classe si riduce effettivamente alla crescita, all’investimento privato, alla razionalità mercantile, alla redditività imprenditoriale e al regime di concorrenza. E che da questa prospettiva non si vedono la disoccupazione, la precarietà, il supersfruttamento e la re-colonizzazione attuata tramite l’esproprio, l’estrattivismo e la redditività, come non si capiscono il potere della borghesia periferica e della sua capacità di corruzione della vita politica.

Ovvero, senza questo rapporto non si capiscono Vizcarra, il Congresso, lo scontro in atto. Che non sono, pur se lo sembrano, “roba da pazzi” e/o insane ambizioni non suffragate dai fatti.

Penso che in Perù la crisi in corso differisca da quelle precedenti per l’avvenuto divorzio tra il potere e la politica, che si traduce in assenza della capacità di azione necessaria per fare ciò che ogni crisi esige: scegliere un modo di procedere per applicare la terapia indicata come necessaria per la strada scelta.

“Si ha la sensazione che quell’insufficiente capacità di azione continuerà a paralizzare la ricerca di una soluzione percorribile fino a quando il potere e la politica (oggi divorziati) si risposino. Tuttavia, si ha pure l’impressione che, nelle attuali condizioni d’interdipendenza globale, quel matrimonio risulti difficilmente concepibile all’interno di un solo Stato, per quanto grande e ricco di risorse sia. Sembrerebbe piuttosto di trovarci davanti al titanico compito d’innalzare il livello della politica e dell’importanza delle sue decisioni a dimensioni completamente nuove per le quali non esistono precedenti.”

Anche se, certamente, Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni non pensavano al Perù quando scrissero queste righe nel loro “Stato di crisi” (2015).

Buon giorno Bolivia

di Rodrigo Andrea Rivas

  “Vinceremo, vinceremo noi, i più semplici, vinceremo, anche se tu non lo credi, vinceremo”
            Pablo Neruda, “Ode all’uomo semplice”

Recalcitranti fascisti definiscono la nuova strategia golpista. Senza Paparino Donald sembra più dura
Oggi Luis Arce ha assunto l’incarico di Presidente della Bolivia, per il quale è stato eletto grazie alla storica vittoria democratica del 18 ottobre scorso.
La notte di giovedì 5 novembre è scoppiata una carica di dinamite nella sede del Movimento al Socialismo (MAS) a La Paz mentre il presidente eletto era riunito col suo gruppo di lavoro.
In perfetta sincronia è iniziato una due giorni di blocchi stradali e scioperi a Santa Cruz, la provincia più ricca del paese e bastione dell’ultradestra, contro l’assunzione del governo da parte di Arce.
Intanto si moltiplicano le cerimonie pubbliche destinate a rompere il maleficio fatto cadere sul paese dalle oscure forze invocate da riti satanici indigeni e gli appelli a non riconoscere i risultati elettorali.
Gli organizzatori e realizzatori del golpe di Stato che portò alla destituzione e al tentativo di assassinio di Evo Morales hanno assunto queste forme attive per l’attuale fase. E hanno fretta di concretizzare, poiché Paparino Donald se ne andrà presto.

Golpisti, padrini e amici dei padrini
Nomi e cognomi dei golpisti boliviani sono arcinoti. Lo sono anche i nomi di coloro che hanno quantomeno facilitato il golpe: Luis Almagro, ex ministro degli esteri di Pepe Mujica e attuale segretario generale dell’OSA, ed il governo Trump, in particolare un tale Pompeo, personaggio assai caro al ministro degli esteri italiano.

A questo riguardo:
1. “Non è un mistero che, da tempo, gli americani dispensino giudizi positivi sul nuovo corso atlantista di Luigi Di Maio. Il sostegno riservato agli accordi di Abramo è stato molto apprezzato, così come le dure parole su Lukashenko e, naturalmente, è stata innanzitutto la franchezza con cui Di Maio a fine agosto si è rivolto all’omologo cinese Wang Yi a convincere gli americani a puntare tutte le fiches sul nuovo capo della diplomazia italiana.” (Milano Finanza, 14.10.2020, Di Maio è il politico italiano di riferimento degli Usa).
2. “Per esperienza personale posso dirle che con l’amministrazione Trump si lavora molto bene e con Mike Pompeo si è instaurato un legame di amicizia”. (La Stampa, 6-10.2020, Luigi Di Maio: “L’alleanza con il Pd paga e rafforza Conte. I soldi del recovery per sostenere le imprese”)
Solo di Maio e soltanto gli italiani in Europa hanno scoperto la bontà delle politiche di Trump?

Le urne nell’ottobre boliviano
Nelle ultime elezioni il MAS ha ottenuto il 55,11% dei suffragi, e cioè 3.394.052 voti, superando di 8 punti e di oltre mezzo milioni i voti ottenuti nel da Evo nel 2019.
Carlos Mesa è passato dal 36,51 al 28,83%, perdendo 8 punti e quasi mezzo milione di voti (1.775.953) sul 2019.
Curioso: con l’ipotetica frode organizzata dalla macchina dello Stato nel 2019, strampalata teoria adombrata persino da disorientati analisti progressisti probabilmente colpiti da insonnia, il MAS aveva ottenuto risultati molto più scarsi di quelli raggiunti un anno dopo, malgrado la repressione susseguita al golpe.
L’analisi disaggregato del voto evidenzia che i voti del MAS sono aumentati soprattutto in tre regioni: La Paz, Cochabamba ed Oruro, ossia nella regione andina e nelle valli dove si concentra l’identità aymara e quechua, il movimento indigeno-originario-contadino nocciolo duro del processo di cambiamento.
A Santa Cruz il MAS è arrivato secondo, ma il mantenimento della candidatura di Luis Fernando Camacho ha da una parte impedito una candidatura unitaria della destra, e dall’altra ha consolidato una rappresentanza propria del nucleo duro fascista, principale forza politica a Santa Cruz e aspirante a trasformarsi in forza politica nazionale.
Sono i due poli dello spettro politico boliviano destinati a scontrarsi a breve scadenza.

Le ragioni della sconfitta dei golpisti
Probabilmente per la prima volta nella storia, un golpe di Stato è stato sconfitto nelle urne dopo appena 12 mesi dalla sua realizzazione. Penso che questa sconfitta sia arrivata per 3 ragioni principali.

1. La cattiva gestione del governo dei golpisti.
Occupato il governo il 10 novembre 2019, i golpisti si sono impegnati in modo goffo e maldestro per consegnare celermente le risorse naturali ai capitali esterni e per privatizzare altrettanto celermente persino il prezzemolo.
I partecipanti a questa gara da centometristi zoppi hanno represso e assassinato o comunque molto maltrattato chiunque protestasse, e hanno depredato senza ritegno il denaro pubblico, compreso quello destinato all’acquisto di ventilatori per far fronte alla pandemia.
In altre circostanze, l’ambasciata statunitense avrebbe esercitato il suolo ruolo dirigente, ma la vicinanza con le proprie elezioni l’ha costretta a mollare la presa. Da ciò è derivato il caos interno al governo.
2. la cattiva gestione dell’economia, non solo a causa della pandemia.
Il crollo del PIL, meno 11%, e l’aumento della disoccupazione, dal 4 al 30%, ha portato la classe media urbana, che aveva giustificato il golpe nel 2019, a decidere nel 2020 di non votare Mesa e persino, pur se in percentuale minore, a votare per il MAS.
3. ma la questione più importante è la lunga storia della potenza plebea del popolo boliviano.

Scrive il sociologo boliviano René Zavaleta Mercado nel saggio “Consideraciones generales sobre la historia de Bolivia, 1932-1971” (in “América Latina: historia de medio siglo”, AA.VV., Siglo XXI, Messico, 1977):
“Gli storici osservano i paesi dalla prospettiva del presente e ciò non è necessariamente un errore, pur se, essendo ampiamente nota, la cosa è in sé poco interessante. Ma ogni paese vede sé stesso anche con gli occhi della propria memoria. In quanto tale, che il paese arresti la sua conoscenza ad un momento specifico del suo passato o lo mistifichi, non ha alcuna importanza sostanziale perché ciò che davvero importa è cos’è ciò che si crede di essere. (…)
I dottori di Charcas, i beneficiati dell’indipendenza, possono spiegarsi solo come la patologia di una classe superiore che, non avendo mai lavorato, si era abituata ad essere un asse delle cose semplicemente perché si.”
Per coloro che non lo sanno: col nome “doctores de Charcas” s’identificano gli ultimi generali dell’epoca della colonia. Pur se creoli, questi combatterono contro gli eserciti di Simón Bolívar e Antonio José de Sucre, ma, non appena la sconfitta dei colonialisti è apparsa irreversibile, sono diventati convinti indipendentisti e, ovviamente, hanno preso posto tra i vincitori.

Ritorno al presente: colpi di Stato e ribellioni
Il golpe del 2019 è stato il colpo di Stato numero 189 nella storia della Bolivia indipendente. Partendo dal 1825, la media è di 1,02 colpi di Stato annui.
Secondo il Premio Nobel di letteratura messicano Octavio Paz (1990), “i colpi di Stato in Bolivia sono attribuibili alla barbarie ereditata da caudilli ispanici d’impronta islamica”. M’incuriosisce assai il richiamo alla “impronta islamica” richiamata da Paz ben prima del diffuso utilizzo odierno, ma l’approfondimento richiederebbe occuparsi della storia spagnola ed europea. E interpreto la parola caudillo non nel senso indicato dal dizionario, e cioè leader, ma in quanto sinonimo di duce o di führer.
D’altronde, nella cultura politica spagnola il “caudillo” per eccellenza ha nome e cognome: Francisco Franco. E non mi pare si trattasse esattamente di un leader. Ma, soprattutto, la Bolivia non è solo terra di colpi di Stato. È sempre stata, anche, terreno fertile di ribellioni. E queste hanno lasciato tracce ancora più incancellabili.
Ad esempio, per quel che ne capisco, mi pare di poter dire che appartiene al patrimonio culturale di ogni boliviano il fatto che le piccole repubbliche sorte dalla ribellione di Tupac Katari (1781), dalle numerose insurrezioni dell’oriente boliviano e dalla rivoluzione paceña (di La Paz) nel 1809, non siano mai state sconfitte da nessuno.
Da non boliviano, mi pare che siano stati complessi politici territoriali che, sprovvisti da un nucleo egemonico, sono stati incapaci di risolvere da sé le problematiche del potere politico ma, contemporaneamente, hanno dato luogo a prassi capaci di dare forma ad una sorta di democrazia diretta per i tempi di guerra, dotata di una loro persistente logistica autonoma.
In questo senso, ma anche questo è un altro tema pur se più vicino, trovo similitudini con buona parte della complessa storia politica messicana riguardo la capacità di ribellione, la mancanza di un nucleo dirigente capace di egemonizzare i processi e la coscienza della ribellione impresa a fuoco. E, in modo diverso, perché finora non era stato luogo privilegiato di ribellioni, ritrovo similitudini col processo cileno in corso.

La coscienza di sé
Fino a metà del XX secolo lo Stato boliviano ha vissuto dello sfruttamento dei popoli indigeni. Assumendo in pieno la funzione di organizzatore delle aspirazioni delle classi dominanti, ha cioè vissuto in guerra permanente con il 90% dei suoi abitanti. Questa situazione ha iniziato a modificarsi solo in seguito al disastroso esito dalla guerra con il Paraguay (1932-35), la più importante e sanguinosa del Sudamerica nel XX secolo, combattuta dai due popoli in difesa degli interessi di due multinazionali petrolifere statunitensi convinte che Il Chaco fosse una ricca regione petrolifera.
Si tratta, naturalmente di un cambiamento molto relativo se, nel 2008, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), poteva scrivere (CIDH, 2009, Comunidades cautivas: situación del pueblo indígena Guaraní y formas contemporáneas de esclavitud en el Chaco de Bolivia):
“In Bolivia abbiamo verificato la continuità delle condizioni di servitù per debito del tutto analoga alla schiavitù e al lavoro forzato (…) Gli indigeni del Chaco vivono in estrema povertà, sottomessi a punizioni tra cui frustate, incendi delle loro coltivazioni ed eliminazione dei loro animali”.
Nell’aprile del 1952 prendeva corpo una rivoluzione nazionalista. Dopo sanguinosi scontri di piazza nella capitale La Paz, condotti dalla federazione dei lavoratori delle miniere, a 127 anni dell’indipendenza la Bolivia si liberava dell’oligarchia e della schiavitù, istituiva il suffragio universale di tutta la popolazione adulta, nazionalizzava le miniere di stagno, promuoveva la scolarizzazione nelle campagne e decretava una radicale riforma agraria. Insomma, la Bolivia usciva dall’età feudale.
Ne seguivano tumultuosi anni segnati da molti tradimenti e dal trasformismo di vecchi rivoluzionari, finché, nel 1964, un comando militare destituiva il terzo governo del Movimento Nazionale Rivoluzionario (MNR) e portava al potere il generale René Barrientos Ortuño. In questa situazione comparirà qualche anno dopo la guerriglia diretta dal comandante Ernesto Che Guevara.
La coscienza, ormai matura, dei boliviani, si è nuovamente manifestata negli Anni ’90 nel corso delle marce indigene a difesa del territorio, nei primi Anni 2000, in difesa dell’acqua, e nel 2020 a difesa della democrazia.

La guerra dell’acqua come metafora benaugurante
Nel febbraio 2000, la Bolivia viveva sotto la dittatura del narcotrafficante Hugo Banzer.
Banzer era, va da sé, un protetto della Banca Mondiale. A istanza di questa, stipulava un contratto che privatizzava l’acqua di Cochabamba a favore del consorzio Aguas de Tunari, formato dalla multinazionale statunitense Bechtel, dall’impresa milanese Edison (controllata dalla municipalizzata AEM), dall’impresa spagnola Abengoa e da due imprese boliviane.
Quindi, promulgando appositamente la “Legge 2029”, il governo concedeva ad Aguas de Tunari il monopolio di tutte le risorse idriche, inclusa l’acqua usata per irrigare i campi e ogni altra risorsa idrica, anche se non precedentemente controllate dal consorzio municipale, denominato Servizio Municipale dell’Acqua Potabile e delle Fogne. Con la nuova legge la popolazione avrebbe dovuto richiedere un’autorizzazione persino per raccogliere l’acqua piovana. La sua legittimità fu contestata da un insieme di organizzazioni riunite nella “Coordinadora para la defensa del agua y de la vida” che diventerà protagonista della successiva “guerra dell’acqua”.

Promulgata la legge, il prezzo dell’acqua aumentava di oltre il 50% per i costi di rinnovo della rete idrica e le tariffe minime mensili diventavano di 20 dollari, in un paese in cui i salari si aggiravano intorno ai 100 dollari al mese. E perché, per i funzionari di Aguas de Tunari l’acqua è una merce come un’altra, il mancato pagamento portava alla sospensione del servizio.
A quel punto scendeva in piazza tutta la popolazione. La dittatura scatenava una feroce repressione provocando il ferimento di molti manifestanti e la morte di un giovane di 17 anni, Victor Hugo Daza. La morte del ragazzo scatenava l’ira popolare, che prendeva la piazza centrale della città e le vie adiacenti. Quando la polizia si dichiarava incapace di garantire la sicurezza del consorzio, la Bechtel lasciava il paese ed il governo annullava il contratto.
Una buona illustrazione di questa versione moderna della vittoria di David può trovarsi nel documentario canadese “The Corporation”.

Con l’anima piena di bandiere che avanzano, contro la paura, avanzano
Da oggi, tutto sarà piuttosto complicato per Luis Arce, e non solo per le attività golpiste, che continueranno e molto probabilmente aumenteranno.
Da Arce si attende non solo il recupero dell’economia, ma anche l’equilibrio tra le due forze che egemonizzano il processo di trasformazione boliviano in questa fase. Da una parte l’ex ministro degli esteri, attuale vicepresidente e presidente dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale, David Choquehuanca; dall’altra Evo Morales, ritornato in Bolivia come capo politico del MAS. Dai loro accordi e disaccordi dipenderà in buona misura il buon esito del nuovo governo.
Il nuovo governo ha davanti un compito da far tremare i polsi: la ripresa economica, le trasformazioni in materia sanitaria, educativa e di riforma della giustizia, la costruzione di un sistema di comunicazioni su base pubblica e di una struttura di formazione politica adeguata alla difesa del processo di cambiamento, una riforma della polizia e delle forze armate che elimini definitivamente le tentazioni golpiste.
Inoltre, penso, a breve scadenza dovrà cercare alleanze regionali per creare la massa critica necessaria a meglio gestire lo sfruttamento razionale delle enormi risorse naturali del paese.
Penso in particolare al litio: si dovrebbero fare tutti gli sforzi per dare respiro ad una alleanza a tre, Bolivia, Argentina e Cile, che concentrerebbe la quasi totalità della risorsa.
Certo, bisognerà prima risolvere gli annosi problemi col Cile e disegnare un progetto che rispetti i vincoli ambientali ed i popoli stanziali. Nessuna di queste cose è semplice, ma le rivoluzioni devono porsi obiettivi che vadano oltre la pura amministrazione, per quanto brillante e produttiva. Tutto ciò deve esser fatto dopo che i tribunali abbiano giudicato, trasparentemente, i responsabili, materiali e intellettuali, del colpo di Stato e delle successive ruberie.
A proposito dell’anima piena di bandiere presa a prestito da Victor Jara, chiudo ricordando l’incipit di “Una storia fra due città” scritto da Charles Dickens nel 1859, che reputo contemporaneamente un buon auspicio e un ammonimento ai fratelli boliviani:
“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.
Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte.
A farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo.
Un re dalla grossa mandibola e una regina dall’aspetto volgare sedevano sul trono d’Inghilterra; un re dalla grossa mandibola e una regina dal leggiadro volto, sul trono di Francia”.

FONTE:

Buon giorno Bolivia


Rodrigo Andrea Rivas – 8 Novembre 2020

PANDEMIA: L’esperimento europeo e atlantico verso la debacle

di Gabriele Giorgi

Tra prima ondata e seconda ondata e relativa gestione, mi sono fatto questa idea. Grazie soprattutto alle testimonianze che arrivano da altri paesi europei.

Nella prima fase noi, l’Italia, abbiamo fatto la chiusura cercando di emulare Cina e Corea. Che allora erano gli unici esempi si riferimento. Dovevamo farlo perché eravamo i primi in occidente ad essere aggrediti con “virulenza” e dunque quelli messi peggio. La scelta era, per forza di cose nostra, una scelta nazionale, obbligata.

La cosa ha funzionato abbastanza bene.

La Cina, l’estremo oriente in generale, inclusi Giappone, Vietnam, ecc., ma anche (a conferma che non tutto l’occidente è uguale) l’Australia e la Nuova Zelanda, ha tenuto duro sul quel modello di contenimento anche dopo la fine della prima ondata, intervenendo duramente in ogni occasione di recrudescenza della diffusione del virus. Per loro anche la scelta era ed è obbligata, poiché sono o isole o isolate dal contesto territoriale della grande comunità occidentale. E forse anche perché hanno un concetto di modernità differente da quello, totalmente ideologico, delle raffinate classi dirigenti di tramontana. Continua a leggere

REFERENDUM SULLA NUOVA COSTITUZIONE IN CILE: “Il dado è tratto”

di Marco Consolo

                                                                   “Hasta que la dignidad se haga costumbre..”

“Non c’è male che duri 100 anni”. E’ festa grande nelle strade del Cile, da Arica a Punta Arenas. Il popolo cileno volta pagina e approva in un plebiscito di redigere una nuova Costituzione che mandi in soffitta quella di Pinochet.

Il responso delle urne è chiaro:  il 78,27 % della popolazione ha votato a favore del cambio costituzionale.

Con quasi la stessa percentuale, ha vinto anche la seconda opzione: quella di dare vita ad una Convenzione Costituzionale con l’elezione diretta dei 155 costituenti (con parità tra donne e uomini e la presenza di rappresentanti dei Mapuche e degli altri popoli originari), che dovranno redigere la nuova Carta Magna. Per eleggerli, si dovrà però attendere aprile del 2021.

Lo zoccolo duro della destra pinochetista cavernicola porta a casa una secca sconfitta, con il 21,7 % dei suffragi e molti veleni interni che non gioveranno alla coesione del governo.

E’ un evento di portata storico per il Cile. Per quanto il governo e l’apparato repressivo della democra-tura cilena abbiano cercato di incanalare, persuadere e piegare le coscienze di chi si è ribellato a partire dal ​​18 ottobre 2019 contro il modello capitalista neo-liberale, i suoi abusi ed ingiustizie, il popolo cileno ha avviato con grande dignità un  percorso di ricostruzione della sovranità popolare.

La celebrazione del referendum è frutto della immensa mobilitazione popolare che è stata ininterrottamente nelle piazze dall’ottobre 2019, senza la quale non sarebbe stata possibile, neanche lontanamente.  Una mobilitazione che ha pagato un alto prezzo con più di 30 vite, migliaia di feriti, più di 10.000 arresti (in carcere ci sono ancora migliaia di persone), denunce di stupri e torture, più di 460 lesioni oculari da arma da fuoco. Il tutto con impunità praticamente garantita. Come ai “bei tempi”.

Ma nonostante la repressione brutale, questa mobilitazione ha saputo allargare il consenso oltre i tradizionali ambiti dei partiti, degli organismi a difesa dei diritti umani, ed anche dei “movimenti sociali”, con l’irruzione degli studenti, del grande e combattivo movimento delle donne,  dell’ambientalismo, per il diritto alla casa. Particolare rilevanza ha avuto il movimento contro il sistema privato di pensioni che ha saputo coinvolgere il ceto medio, indebitato fino al collo e impoverito dalla crisi.

Anche grazie alla sua trasversalità, la mobilitazione è riuscita ad interpretare l’ “interesse generale”, contro lo status quo ed il modello. Un ruolo che comporta una enorme responsabilità per i mille soggetti coinvolti, viste le aspettative riposte, il gap sociale da colmare date le condizioni materiali, la rabbia accumulata quotidianamente e per anni dalle donne e dagli uomini privati ​​dei diritti sociali di base, a partire dalla salute, educazione, ed il diritto ad una pensione degna di questo nome.

“Non abbiamo paura del virus, abbiamo paura della fame”

Dall’inizio della pandemia (che continua a mietere vittime) non è mancata la risposta solidale e di auto-aiuto nei quartieri popolari, con l’organizzazione spontanea di circa 400 “ollas comunes” (pentole comuni) che hanno provato a garantire cibo e speranza, organizzando una risposta sociale che non si vedeva dai tempi della dittatura. “Non abbiamo paura del virus, abbiamo paura della fame”, dicevano le prime mobilitazioni a Santiago.

Lo schiaffo al governo lo ha dato anche la cattiva gestione della pandemia (ad oggi circa 18.000 decessi e più di mezzo milione di contagiati, con una popolazione di 18 milioni), con diversi focolai attivi in molte province, con varie limitazioni alla mobilità e con il coprifuoco nazionale  (dalle 22 alle 5) in vigore sin da marzo, più di sette mesi.

Tra gli “effetti collaterali” della forza delle mobilitazioni popolari, i salti mortali e le piroette di alcuni personaggi dell’estrema destra politica (come Joaquin Lavin e Pablo Longueira della UDI, storico partito del Pinochetismo), costretti a salire sul carro dei probabili vincitori, nel tentativo di non rimanere isolati più di quanto già siano. Salti mortai e piroette che hanno provocato ulteriori divisioni nelle destre e sollevano interrogativi sulla loro strategia.

Anche tra gli imprenditori si sono aperte diverse contraddizioni e figure di spicco avevano dichiarato il voto a favore del cambiamento costituzionale, per canalizzare le forti tensioni sociali.

Il governo subisce così la seconda sconfitta (dopo quella sul ritiro anticipato di una parte dei fondi pensione) ed esce ancora più debole dalle urne.

La “Costituzione” del tiranno

Grazie al golpe civico-militare del 1973, il Cile è stato il laboratorio mondiale di applicazione delle politiche neo-liberiste dei “Chicago boys”.  Si trattava però di dargli “forza di legge” e costituzionalizzarle. Fu così che la Giunta Militare si auto-attribuì la facoltà costituente e delegò la redazione della Costituzione del 1980 a un pugno di fedelissimi alla dittatura civico-militare. Tra questi spiccava Jaime Guzmán – politico ed avvocato costituzionalista, uno dei conservatori più intelligenti e perfidi dell’intera storia cilena. Guzmán, che aveva una visione di futuro, redattò una Carta Magna che trasformò la democrazia in un soprammobile e disegnò precisi meccanismi per “blindare” la Costituzione e non poterla cambiare. A partire dal perverso sistema binominale, dalle alte maggioranze  necessarie e dal diritto di veto, dalla composizione della Corte Suprema e del Tribunale Costituzionale con i quali hanno puntualmente impedito qualsiasi disegno di legge che odorasse a giustizia sociale.

In piena dittatura, nel plebiscito-farsa dell’11 settembre 1980, in teoria il 65,71% degli elettori si espresse a favore di quel simulacro di nuova Costituzione. Tuttavia, l’assenza di un registro elettorale, la restrizione delle libertà pubbliche e le denunce di ex militari di avere votato più di una volta, hanno scoperchiato la illegittimità dei risultati. Il simulacro di Costituzione della dittatura civico-militare entrò in vigore l’11 marzo 1981.

Il testo originale consisteva in 120 articoli permanenti e 29 disposizioni transitorie.

Tra le sue “perle” vi erano l’esistenza di senatori designati a vita (tra cui Pinochet) che garantivano la maggioranza alle destre, il potere del Presidente della Giunta militare di sciogliere la Camera dei Deputati, la creazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale (COSENA), l’inamovibilità  dei Comandanti delle Forze Armate e il loro carattere di garanti dell’istituzionalità, il concetto chiave di “Stato sussidiario” al mercato, e l’incostituzionalità di organizzazioni, movimenti, partiti politici, destinati a “propagare dottrine che minacciano la famiglia, sostengono la violenza o una concezione della società, dello Stato o dell’ordinamento giuridico, di carattere totalitario o fondato sulla lotta di classe”, in particolare il marxismo ed il comunismo.

In nessuna Costituzione politica precedente, i militari erano “garanti”’ dell’istituzionalità, né esisteva il Consiglio di Sicurezza Nazionale, un’istituzione sinistra e cupa, più simile all’Inquisizione, che a un organo democratico.

E nella storia cilena,  i vertici delle FF.AA. non avevano mai avuto la possibilità di un’autonomia assoluta, anche sulle questioni di bilancio.  E invece, nell’attuale Costituzione dittatoriale, l’autonomia e la discrezionalità di spesa è “sancita” a vantaggio delle forze armate e dell’oligarchia economica, la vera padrona delle divise militari.

Oltre ai normali stanziamenti di bilancio, la dittatura riservò alle FF.AA. un ammontare pari al 10% degli introiti della vendita del rame, principale prodotto di esportazione del Cile, grazie ad una legge i cui contenuti erano segreti. Fiumi di denaro senza controllo che hanno prodotto diversi scandali per corruzione, conosciuti come “Milico-gate”.

Detto in altri termini, sia nelle sue origini che nella sua forma di ratifica, la Costituzione del 1980 è un atto coercitivo, giuridicamente nullo secondo i principi del diritto pubblico. La Costituzione era de facto, e la sua efficacia pratica era esclusivamente in funzione dei rapporti di forza che la sostenevano. Al momento della sua promulgazione, era chiaro il suo intento di proroga del regime militare e presagiva anni di dittatura.  Le disposizioni transitorie (la costituzione effettiva) rendevano la stessa Carta quasi un mero esercizio semantico, che solo codificava il monopolio del potere esistente.

Le caratteristiche totalitarie e di difesa dello status quo dell’attuale simulacro di Carta Magna erano così profonde, che l’allora Presidente del Consiglio di Stato, Jorge Alessandri Rodríguez (non proprio un “sincero democratico”), si dimise nel luglio 1980: più del 50% delle sue proposte erano state respinte da Jaime Guzmán, il vero capo di governo di quegli anni.  In particolare, Alessandri rinunciò per 3 articoli (93, 95 e 196), che attribuivano il potere alle FF.AA. e alle forze dell’ordine, e non al popolo sovrano,  potere costituente originario. Al momento delle dimissioni, Alessandri dichiarò che “nessun civile che si rispetti può essere Presidente della Repubblica con gli antecedenti contenuti in questa Carta fondamentale”.

Nel nuovo plebiscito dell’ottobre 1988, la dittatura fu sconfitta nel tentativo di prolungare il mandato di Pinochet. La destra politica dovette accettare – obtorto collo – la restaurazione del sistema democratico istituzionale, ma stando molto attenta che non si cambiasse una virgola della Costituzione del tiranno nelle questioni fondamentali e non negoziabili, a favore dello zoccolo duro pinochetista e degli imprenditori, resi milionari grazie al saccheggio ed alle privatizzazioni della dittatura.

Stare al governo o mantenere il potere ?

In questi anni, le classi dominanti hanno fatto miracoli per preservare a tutti i costi leggi i cui unici obiettivi erano (e continuano ad essere) il consolidamento del progetto neoliberista attraverso il  “diritto di veto”, insieme alla preservazione del ruolo delle FF.AA. e delle forze dell’ordine.

Certo, stare al governo è importante. Ma i pochi leader della destra che hanno una reale capacità ed intelligenza politica (ed economica) sono consapevoli che l’importante più che stare al governo, è mantenere il potere  nelle loro mani. Parlo del potere militare, di quello mediatico e finanziario, ancora saldamente in mano a poche famiglie,  “quelli di sempre”, che si possono contare sulle dita di meno di due mani.

L’importante per i settori ultra-liberisti è stato, semplicemente, mantenere indenni tutte le leggi create dai Chicago Boys durante la dittatura. Per far ciò, la Costituzione politica “pinochetista-guzmaniana” è stata uno strumento formidabile, certamente antidemocratico, ma ancora vigente, anche grazie a molti dirigenti dei governi di centrosinistra post-dittatura  che hanno contribuito a “ritoccare” e “migliorare” il testo della dittatura.

Fin qui lo stato dell’arte.

Il braccio di ferro continuerà per evitare i molti trabocchetti posti al percorso costituente e non tutto è color di rosa. Avremo modo di tornarci.

Oggi il Cile volta pagina. Oggi è festa grande in tutto il Paese. A Santiago la festa è in Plaza Italia, ribattezzata Plaza de la Dignidad dai manifestanti. Da domani si apre un lungo processo costituente, ma la battaglia riprende con più forza e speranza.  Non importa quanto tempo ci vorrà, nè gli alti e bassi possibili, nè quanto il processo risulterà difficile e complesso.

Oramai il dado è tratto.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/cile-il-dado-e-tratto/

LA BUSSOLA BOLIVIANA

Trionfare nella vita non è vincere, ma rialzarsi ogni volta che si cade…

(José Mujica)

di Marco Consolo

Bolivia, la figlia prediletta del Libertador Simon Bolivar, ha appena dato una lezione esemplare al mondo. Con una alta partecipazione popolare (87%),  la bella e schiacciante vittoria nelle urne del Movimento al Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità del popolo (MAS-IPSP) con il 54,5% segna una secca sconfitta dei piani statunitensi nella regione, della strategia di utilizzo della screditata Organizzazione degli Stati Americani (OEA) come ariete contro i governi che non seguono i diktat a “stelle e strisce”, del Gruppo di Lima e dei latifondi mediatici globali. Ed è quindi di importanza strategica per la Bolivia, per l’America Latina e per il mondo intero. Provo a spiegarmi.

Elecciones en Bolivia: la casi segura victoria del MAS - Pauta.cl

Qualche giorno fa, correva l’anniversario dell’ennesimo intervento militare statunitense. Il 19 ottobre del 1983, i marines sbarcavano nella piccola isola di Grenada, ed assassinavano il Presidente costituzionale Maurice Bishop.  In quegli anni, era ancora viva la memoria (e la pratica) della lunga stagione dei colpi di Stato organizzati dalle ambasciate statunitensi in tutto il continente, con la complicità delle oligarchie “vende-patria” locali. In Nicaragua, il governo Sandinista iniziava a dover affrontare militarmente i “contras” (finanziati, addestrati ed armati dalla Casabianca) che seminavano morte e distruzione. In El Salvador, Guatemala, e Colombia le forze guerrigliere erano in piena attività.

Dopo la stagione dei golpe cruenti, degli orrori delle dittature civico-militari, e del famigerato Plan Condor, il continente è passato attraverso successive democra-ture (nè, nè) con l’applicazione un po’ meno brutale, “umanizzata”, delle stesse ricette neo-liberiste. Quelle politiche anti-popolari provocarono la resistenza dal basso, una lunga fase di accumulazione politico-sociale ed infine una contro-offensiva che fece vincere diverse elezioni ed accedere la sinistra al governo in molti Paesi. La prima vittoria fu quella di Chavez in Venezuela, seguita a ruota da molti altri (Brasile, Argentina, Bolivia, Ecuador, Uruguay, etc).

Per rispondere all’ondata “progressista”,  iniziò la contro-offensiva imperialista in tutto il continente, ma questa volta con modalità diverse. A Washington fu ribattezzato “soft power”, “smart power”, ma tradotto in italiano si trattava di riconquistare egemonia e controllo nel “cortile di casa” con golpe di nuovo tipo: golpe istituzionali, parlamentari, mediatici, con la guerra giudiziaria (Lawfare) e una guerra multi-dimensionale. Iniziarono proprio in Bolivia, nel 2008, con il tentativo fallito di “balcanizzazione” e secessione delle regioni ricche della “media-luna”. Poi in Honduras, in Ecuador (senza riuscirci), in Paraguay ed in Brasile con Dilma Rousseff.

L’ultimo golpe riuscito, in ordine di tempo, è stato quello in Bolivia del 2019, quando il governo Morales, nonostante la limpida vittoria elettorale, fu accusato strumentalmente di brogli e spodestato. Il golpe, organizzato a Washington, ebbe l’appoggio delle multinazionali dell’energia (a partire dall’”ecologico” Elon Musk e dalla sua Tesla) e dell’ Organizzazione degli Stati Americani (OEA) con il suo etero-diretto Segretario Luis Almagro, vero e proprio coordinator, per conto terzi, delle destre latino-americane.

Oltre ad una repressione spietata, in questi mesi i golpisti hanno fatto l’impossibile per disfarsi di Evo Morales e del Movimento al Socialismo. Hanno tentato di illegalizzare il partito e i suoi principali candidati, tra cui lo stesso Evo, costretto all’esilio in Argentina e impossibilitato a presentarsi al Senato. Hanno assassinato, denunciato ed incarcerato dirigenti sociali e politici (alcuni ancora rifugiati in ambasciate), chiuso le radio comunitarie filo-MAS, minacciato ed arrestato i giornalisti, etc.

Un golpe inefficace

Ma quel sanguinoso colpo di Stato dello scorso ottobre non è servito a mettere a tacere la volontà di cambiamento del popolo boliviano. Né sono serviti gli omicidi, la militarizzazione del Paese, la repressione e le minacce.

Non è servito neanche il viaggio del Ministro degli Interni golpista, Arturo Murillo, che a fine Settembre è andato alla sede dell’OEA e al Dipartimento di Stato di Mike Pompeo, per prendere ordini e ricevere l’appoggio necessario per impedire al MAS di tornare al governo.

Non è servita la grancassa dei latifondi mediatici internazionali che, senza arrossire di vergogna, hanno appoggiato sfacciatamente i golpisti con l’appoggio del bombardamento nelle “reti sociali”.

Il popolo boliviano ha parlato forte e chiaro. La Bolivia ha iniziato a recuperare la democrazia, sparigliando le carte truccate della Casabianca.

Bolivia: recuento no oficial adelanta victoria electoral del candidato del MAS - Noticias Rhode Island

Foto: http://www.noticiasrhodeisland.com

Contro la geopolitica “dell’odio e della paura”, dall’opposizione quel blocco sociale campesino-operaio-popolare ha resistito al golpe, si è riorganizzato dal basso ed è riuscito a vincere il braccio di ferro politico-elettorale.  E lo ha potuto fare grazie alla “densità sociale” di un’organizzazione capillare, anche nelle estese zone rurali del Paese.

In quel blocco sociale hanno giocato un ruolo chiave i popoli originari, (mal chiamati “indigeni”) vera e propria spina dorsale del MAS. Hanno resistito con dignità e orgoglio, coscienza, ed  organizzazione come risultato dell’accumulazione politica di anni di lotte.

La lezione è stata chiara per i masisti: si può perdere il governo, ma se c’è un partito che ha radici reali nella popolazione, lo si può recuperare.

La campagna delle destre a favore del MAS

Bisogna riconoscere che i golpisti, nelle loro varie articolazioni, sbagliando strategia politica hanno aiutato molto il MAS: con una gestione economica disastrosa, scandali di corruzione ai più alti livelli, una repressione brutale ed  indiscriminata che ha colpito anche settori non direttamente vincolati al MAS e, negli ultimi mesi, una drammatica incapacità di gestione della pandemia del Covid-19 che ha tragicamente colpito il Paese.

Più le destre golpiste rinviavano la convocazione delle elezioni, più le loro opzioni si indebolivano grazie alla corruzione dilagante, alla loro politica suprematista, al linguaggio razzista e di odio verso i popoli nativi, i loro simboli e la loro cultura. Parliamo di un Paese in cui la minoranza bianca è ampiamente minoritaria, ma che sin dai tempi della Colonia, detiene la ricchezza e le leve del potere.

In questo contesto, la società boliviana tutta (compresi i settori di ceto medio che avevano voltato le spalle al MAS) ha avuto il tempo di mettere al confronto i 14 anni di stabilità di un processo che ha cambiato il volto della Bolivia. Un progetto di Paese con al centro i bisogni della maggioranza esclusa, che ha nazionalizzato le risorse naturali, iniziato ad industrializzare il litio, ridistribuito ricchezza e portato i popoli originari ad occupare il Palacio Quemado  ridando loro la dignità, dopo secoli di sottomissione ed abusi.  Giorno dopo giorno, si comparava il governo dei golpisti con quelli del MAS.

Per finire, la strategia del MAS ha usato poco le reti “sociali” e molto il “porta a porta”, per  parlare dei problemi del presente, come crisi sanitaria, disoccupazione, riattivazione economica, etc., più in sintonia con parte del ceto medio impoverito che aveva smesso di votare per il MAS.

Bolivia de pie, nunca de rodillas!" - Indymedia Argentina Centro de Medios Independientes (( i ))

Fotos: Indymedia Derechos Humanos

Tutte rose e fiori ?

Naturalmente, come in tutti i veri processi di trasformazione, ci sono state luci ed ombre, contraddizioni ed errori, oggetto di critiche feroci da parte di alcuni settori, che oggi tacciono con un silenzio assordante, appellandosi ad una “neutralità” che fa acqua da tutte le parti. Ma al di là degli attacchi strumentali, è evidente la necessità di riflessioni profonde e auto-critiche su ciò che sono stati i governi del MAS, per non tornare a commettere gli stessi errori, recuperare il consenso eroso ed ampliare la partecipazione popolare democratica.

La nuova leva di dirigenti dichiara di voler riorganizzare il MAS che, negli ultimi anni di Evo, era stato sussunto nel governo, perdendo un profilo autonomo.

In queste elezioni, Luis Arce ha superato il 47% ottenuto dall’ex Presidente nelle elezioni del 2019 e ha eguagliato lo storico voto ottenuto da Morales nel 2005 (53%), quando è diventato il primo esponente dei popoli originari a vincere la presidenza e ha dato inizio al “proceso de cambio”. I voti ottenuti garantirebbero anche la maggioranza nei due rami del parlamento.

Arce, per molti anni Ministro dell’ Economia dei governi di Evo, nei suoi primi discorsi da Presidente ha sottolineato il suo impegno a “…lavorare per tutti i boliviani, dando vita ad un governo di unità….  Queste elezioni stanno dando certezza al popolo boliviano. Ci sarà un rilancio delle attività economiche che beneficeranno la micro, piccola, media e grande impresa, e anche il settore pubblico e tutte le famiglie boliviane che hanno vissuto per undici mesi nell’ incertezza”.

Anche il vice-Presidente eletto, David Choquehuanca, è persona nota. Dirigente sindacale della  Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia  (CSUTCB), aymara come Evo Morales, è stato Ministro degli Esteri dei governi di Evo dal 2006 al 2017. Fra il 2017 e il 2019 è stato Segretario Generale dell’Alba-TCP (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América- Tratado Comercial de los pueblos) un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica nato in contrapposizione alla strategia USA dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), in seguito ridisegnata.

E a proposito di integrazione continentale, la Bolivia ha annunciato la ripresa dei rapporti diplomatici con Cuba e Venezuela. Potrebbe tornare nell’ALBA, provare a rivitalizzare le moribonde UNASUR e CELAC e creare un asse che includa oltre ai Paesi dell’ALBA anche Messico e Argentina, sminuendo il peso specifico della stessa OEA.

E da domani ?

La parte più difficile viene ora ed il nuovo governo ha molte sfide davanti a sé.

Bolivia. Papa Francesco ha chiamato Evo Morales per complimentarsi per la vittoria del Mas. Un'amicizia inossidabile - FarodiRoma

Foto: http://www.farodiroma.it/

Quest’anno di crisi ha alimentato vecchie e profonde ferite e fratture nella società boliviana a partire dal razzismo e la lotta tra le regioni, in particolare tra la ricca “mezza-luna” all’Oriente e l’altopiano e l’occidente dei popoli nativi. Sono ferite che dovranno lentamente cicatrizzarsi.

La priorità è fare fronte alla pandemia e rimettere in sesto l’economia, messa in ginocchio dai golpisti, e poter così soddisfare i bisogni di base, salute e lavoro innanzitutto.

In secondo luogo, la dittatura ha violato i diritti umani in tutte le aree possibili; salute, integrità fisica, accesso al lavoro, istruzione, diritti civili e politici. Ripristinarli è un compito non facile, ma improcastinabile.

Per non parlare della necessità di giustizia per gli assassinati, i feriti, e i prigionieri politici, per tentare di sanare le ferite provocate dal governo de facto.

Importantissima è la lotta alla criminalità organizzata ed al narcotraffico, cresciuti al riparo dei golpisti, che corrompe e destabilizza in diverse zone del Paese.

Sicuramente, uno dei temi più sensibili e difficili sarà il rapporto con le FF.AA. e la polizia, che hanno avuto un ruolo importante prima nel tradimento al governo costituzionale, e poi nella repressione post-golpe. L’accertamento delle responsabilità, depurazione e castigo sono conditio sine qua non per la pacificazione.

Chi governa a La Paz dovrà poi mettersi d’accordo con i Cambas di Santa Cruz e soprattutto con il suo settore privato.  Santa Cruz è il motore dell’economia boliviana del futuro, per l’energia, per l’agrobusiness, per attrarre investimenti. Luis Fernando Camacho, rappresentante dell’ultra-destra, non è riuscito a sfondare in nessun dipartimento, ma si è trincerato a Santa Cruz e sarà il probabile sostituto del governatore Costa.

America Latina alla riscossa ?

Il vento di riscossa che viene dalla Bolivia avrà quindi un forte impatto in tutto il  continente e può condizionare positivamente i prossimi mesi di lotte sociali ed anche le importanti scadenze elettorali. Andiamo con ordine.

E’ sotto gli occhi di tutti che le destre al governo, lungi dal risolvere i probemi sociali, li aggravano, in America Latina come in Europa. Le ricette avvelenate del FMI e della Banca Mondiale peggiorano le contraddizioni sociali e non sono certo in grado  di garantire stabilità, pace sociale, agibilità democratica. Al contrario, puntualmente dove governano le destre, prima o poi sale alla ribalta la ribellione popolare contro le politiche anti-popolari neo-liberiste. La realtà ha la testa dura.

In queste settimane, perfino il piccolo Costa Rica (Paese che non ha una grande tradizione di mobilitazioni di massa) è sceso in strada contro le misure dettate dal FMI al governo locale, costringendo il governo a fare marcia indietro su diversi punti.

In Cile il prossimo 25 ottobre ci sarà la seconda spallata ai governi delle destre. Sarà una data storica, con un referendum che potrebbe aprire la strada al cambio della Costituzione di Pinochet, appena ritoccata dai governi di centro-sinistra, ma rimasta intatta nei fondamentali. Come si ricorderà, dal 18 ottobre 2019 il Paese ha vissuto una enorme mobilitazione sociale con una brutale repressione da parte del governo Piñera. Senza la mobilitazione di massa, sospesa solo temporaneamente per la pandemia di Covid 19, non si sarebbe mai ottenuto questa importante scadenza.

Domenica scorsa, nell’anniversario dell’inizio delle proteste, una grande manifestazione ha segnato il ritorno della ribellione sociale nelle piazze di Santiago. E purtroppo anche della repressione, con un saldo tragico di una persona uccisa dalle forze di polizia, 580 arresti e un giovane manifestante buttato giù da un ponte dai Carabineros (avete letto bene) qualche giorno prima, che fortunatamente non è deceduto.

Ma il popolo cileno non pare disposto a tornare indietro.  La vittoria dell’opzione “Apruebo” è scontata e diversi personaggi della destra sono saliti sul carro per non rimanere isolati. Il vento boliviano non può che aiutare da una parte l’opzione per il cambio della Carta Magna, e dall’altra il voto per una “Convenzione Costituzionale”, con rappresentanti interamente eletti dal voto popolare.

In Colombia, da settimane la popolazione è scesa in piazza contro il governo Duque, a difesa delle condizioni di vita e di lavoro, contro il non rispetto dell’Accordo di pace con la guerriglia delle FARC-EP da parte del governo, contro gli omicidi di ex-guerriglieri e dirigenti sociali, e la repressione indiscriminata. In queste ore è arrivata nella capitale Bogotà la “Minga”, una mobilitazione “indigena e popolare”  che, dopo aver percorso centinaia di chilometri, arriva nella capitale accolta dai movimenti sociali urbani.  E il 21 ottobre c’è stato uno sciopero generale in tutto il Paese “per la vita, la democrazia, la pace, e la richiesta di  misure economiche di emergenza”.

In Brasile, il 15 novembre  si voterà per le amministrative in 5000 municipi, e la sinistra cerca di riorganizzarsi e mobilitare le piazze per riprendere in mano le città più importanti, a partire da Sao Paulo, Rio de Janeiro e Porto Alegre. Dalla vittoria di Bolsonaro, infatti è mancata una forte ed unitaria mobilitazione di piazza che potesse mettere all’angolo il governo. Bolsonaro ne ha tratto vantaggio, e nonostante la drammatica situazione sanitaria dovuta alla pessima gestione (e anche grazie ad elemosine puntuali), il mini-Trump negazionista appare ancora saldo in sella, con l’appoggio del capitale finanziario, delle FF.AA., delle potenti sette pentecostali e dei latifondisti dell’agro-business.

In Venezuela, il prossimo 6 dicembre si vota per le elezioni politiche in una scadenza decisiva per battere l’opposizione e recuperare la maggioranza del parlamento. Nonostante i gravi danni economici e sociali causati dal bloqueo statunitense e della UE, il Venezuela bolivariano resiste grazie alla coscienza, alla mobilitazione popolare costante, all’unione civico-militare che ne garantisce la difesa ed alla solidarietà internazionale.

In Ecuador, dopo una durissima battaglia legale, e anche grazie alla mobilitazione nelle piazze,  l’organizzazione politica che fa capo all’ex-Presidente progressista Rafael Correa potrà correre per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Anche qui, la “guerra giudiziaria” ha prodotto l’esilio di Correa (con più di 20 processi farsa a suo carico) e messo in carcere, con accuse inconsistenti, diversi dirigenti della Revoluciòn Ciudadana, a partire dal Vice-Presidente Jorge Glas. Come si ricorderà, prima della pandemia, vi erano state imponenti mobilitazioni popolari, sospese anche per il virus. A Quito, nelle settimane scorse, sono stati gli studenti a riguadagnare le piazza, dando una scossa al Paese intero. E a febbraio 2021 ci saranno elezioni presidenziali e politiche.

E l’onda lunga potrebbe coinvolgere anche il Perù, come incentivo per l’unità a sinistra, per disputare le presidenziali nell’aprile dell’anno venturo.

Difficile prevedere se la vittoria del MAS avrà qualche incidenza sulle incombenti elezioni statunitensi, dove però molti democratici già attaccano Trump per i suoi fallimenti nei tentativi di “regime change”, rovesciando i governi scomodi.

L’America Latina riprende il cammino della contro-offensiva popolare

Non c’è dubbio, però, che lo scenario latinoamericano è complicato per tutti.

Per i settori progressisti, visto che a differenza degli anni passati in cui erano maggioritari nei governi del continente, oggi la loro presenza è di gran lunga più debole.

Ma anche le forze conservatrici hanno un futuro complicato.  I loro think-tank strategici hanno un progetto globale (basta vedere le manifestazioni contro la “dittatura sanitaria” e “per la libertà” in diversi Paesi) e cercano di impedire l’avvento dei governi progressisti o la stabilità dei processi di trasformazione da loro guidati. Ma non sono in grado di offrire nulla di nuovo alle loro società, in un momento in cui lo stesso FMI e la Banca mondiale si spingono a consigliare tasse sui più ricchi per ridurre la povertà. Il progetto delle classi dominanti e delle forze conservatrici non riesce più a incantare i popoli per dar loro speranza.

La narrazione neo-liberista è in crisi e l’egemonia delle classi dominanti si concretizza grazie al restringimento degli spazi democratici, all’odio, alla paura manipolata ad hoc dai grandi media e tramite le “reti sociali”.

Viceversa, le diverse forze dei movimenti, delle sinistre plurali (nazionaliste, progressiste, rivoluzionarie), in base alla loro esperienza di opposizione e di governo, hanno ancora un capitale politico che permette loro di essere credibili e poter aspirare a guidare i diversi Paesi, nonostante gli errori commessi. Una scommessa per i sostenitori del “socialismo del 21° secolo”.

Quando tutto sembra più difficile, un vecchio proverbio aymara ci ricorda che  “Qhiph nayr uñtasaw sarnaqaña”: “Viviamo guardando il passato per vivere il presente  e proiettare il futuro”.

L’America Latina riprende  il cammino della contro-offensiva popolare.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/la-bussola-boliviana/

VENEZUELA: il report sulla situazione dei diritti umani in Venezuela di una importante missione di giuristi internazionali

Il Report sulla situazione dei diritti umani in Venezuela, redatto dalla COALICIÓN INTERNACIONAL INTERDISCIPLINARIA DE JURISTAS PARA LA PAZ Y LA DEMOCRACIA, composta da 9 giuristi di diversi paesi, che ha concluso nel mese di dicembre 2019 una impegnativa missione nel paese sudamericano.

Delegación /AUTORI

Charlotth Back
(Abogada. Doctora en Ciencias Jurídicas y Políticas. Máster en Derechos Humanos, Interculturalidad y Desarrollo (Universidad Pablo de Olavide, España). Profesora del Departamento de Relaciones Internacionales de la Universidad Federal Rural de Río de Janeiro. Miembra de la Comisión de Derecho Constitucional de la Orden de Abogados de Brasil (OAB). Miembra de la Asociación Brasileña de Juristas para la Democracia (ABJD).

María Rosaria Barbato
Doctora en Derecho por la Università di Roma Tor Vergata. Subjefa del Departamento de Derecho del Trabajo e Introducción al Estudio del Derecho de la Universidade Federal de Minas Gerais (UFMG). Miembra de la Asociación Brasileña de Juristas para la Democracia (ABJD).

Romi Marcia Bencke
Magíster en Ciencias de la Religión de la Universidad Federal de Juiz de Fora. Secretaria General del Consejo Nacional de Iglesias Cristianas de Brasil (CONIC).

Carlos Fazio
Profesor del Posgrado en Derechos Humanos de la Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM). Profesor de la Facultad de Ciencias Políticas y Sociales de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Miembro de la Red en Defensa de la Humanidad, Capítulo México. Colaborador del diario La Jornada de México, el Semanario Brecha de Montevideo y el Correo del Orinocode Caracas.

Claudia Viviana Rocca
Abogada. Presidenta de la Asociación Argentina de Juristas, rama argentina de la Asociación Americana de Juristas, ONG con Estatuto Consultivo ante el ECOSOC. Miembra fundadora de la Asociación argentina de Derecho Indígena. Profesora de Derecho Económico y Derecho Societario de la Universidad Nacional de Moreno, Argentina.

Eduardo Tavani
Abogado. Especialista en Derechos Sociales y Derechos Humanos. Licenciado en Ciencias Políticas. Miembro de la Mesa Directiva de la Asamblea Permanente por los Derechos Humanos (APDH). Ha sido Presidente de la Asociación de Politólogos de Buenos Aires (APBA) y de la Asociación de Abogados de Buenos Aires (AABA).

Marcelo Uchoa
Abogado. Doctor en Derecho Constitucional. Profesor Asistente de la Universidad Federal de Fortaleza. Miembro de la Asociación Brasileña de Juristas para la Democracia (ABJD).

Paulo Vanucci
Periodista con Maestría en Ciencia Política. Comisario de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (2014-2017). Ministro de la Secretaría Especial de Derechos Humanos de Brasil (2005-2010). Presidente de Televisión de los Trabajadores (TVT) y Rádio Brasil Atual.

Hugo Cavalcanti Melo Filho
Juez de trabajo, titular del duodécimo tribunal laboral de Recife (TRT de la sexta región). Master en Ciencias Políticas (2002) y PhD en Ciencias Políticas (2013) de la Universidad Federal de Pernambuco. Profesor Adjunto de Derecho Laboral en la Facultad de Derecho de Recife (UFPE) y Profesor de Derecho Laboral en la Facultad de Derecho de Posgrado de la UFPE y la Facultad de Magistratura Laboral de la 6a Región.
Es vicepresidente del Instituto Italiano-Brasileño de Derecho Laboral y director de la Asociación Luso-Brasileña de Juristas Laborales. Representa a la Asociación Brasileña de Juristas para la Democracia (ABJD).

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11 Settembre 1973: Il Golpe in Cile. Discorsi e intervista di Rossellini a Salvador Allende

Tre documenti per ricordare Salvador Allende

 

 

ROBERTO ROSSELLINI INTERVISTA A SALVADOR ALLENDE (1971)

Regia: Emidio Greco Anno: 1971 Abstract: Roberto Rossellini, ospite in Cile con il figlio Renzo nel 1971, intervista Salvador Gossens Allende.
Il Presidente cileno racconta la propria vita partendo dall’attività politica svolta dai propri familiari. Il padre e gli zii furono militanti del partito radicale quando i radicali erano membri di un partito d’avanguardia che lottava contro la reazione conservatrice. Il nonno era stato senatore e vice presidente del Senato. Allende racconta dei primi anni all’università di Santiago quando, studente di medicina, fu espulso dall’ateneo, arrestato per l’attività politica svolta e giudicato da tre corti marziali. Fondatore del Partito Socialista di Valparaiso e successivamente espulso, entrò nel Partito Comunista, all’epoca illegale. Dal racconto emerge la storia di una vita dedicata alla lotta per l’unità dei partiti della classe operaia. L’intervista, nella quale Allende non manca di sottolineare i grandi ostacoli frapposti dalla classe conservatrice cilena alla gestione della vita pubblica, prosegue con l’auspicio dell’integrazione dei paesi latino-americani Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico https://www.aamod.it

 

 

 

 

Crisi Bielorussa: Così la vedono i lavoratori ucraini

Lettera APPELLO DeI LAVORATORI Ucraini DI KHARKOV E MARIUPOL, Ai LAVORATORI DELLA BIELORUSSIA

(A cura di Enrico Vigna SOS UcrainaResistente/CIVG , agosto 2020)

Abbiamo ricevuto da sindacalisti e lavoratori dell’Ucraina questa lettera appello dove si rivolgono ai lavoratori bielorussi. Un monito a non cadere nella trappola che hanno davanti a loro, che li porterebbe all’abisso sociale, che oggi in Ucraina essi vivono quotidianamente dopo EuroMaidan e i processi di “democrazia” e “libertà” lì portati dagli stessi burattinai all’opera in Bielorussia oggi…

Uno stesso monito che già negli scorsi anni avevano più volte denunciato anche i nostri lavoratori della ex Zastava in Serbia…dopo che la Jugoslavia e la Serbia furono state “liberate” dalla NATO e dall’occidente.

La speranza è che il governo e le forze patriottiche e sociali bielorusse, riescano a fermare il “BIELOMAIDAN”. Continua a leggere

Repressione del fascismo o dell’antifascismo? Una lettera all’ANPI nazionale, da Torino.

Lettera all’ANPI Nazionale e Provinciale di Torino.

L’oggetto di questa mia lettera non vuole essere provocatorio. E’ davvero la domanda che mi sto ponendo e vi pongo!
Sono una donna di 67 anni,insegnante, mediamente acculturata, mediamente informata, mediamente attiva nella vita sociale e politica della mia città e del mio paese; mi sono sempre posta con curiosità e senza pregiudizi verso le tante voci e opinioni delle varie componenti sociali (partiti, movimenti, ecc.).

Unico mio pregiudizio, inteso nel vero senso etimologico della parola, é l’antifascismo: lo spartiacque che segna il confine per ogni  confronto democratico, la discussione ed il dialogo, sono possibili soltanto nel momento in cui vengono condivise le regole etico-morali della società, regole che l’ideologia fascista non contempla, mettendo in essere politiche di sopraffazione razziale, territoriale, sessuale…..non devo certo spiegarlo a delle persone informate e schierate  come voi.

Vorrei esprimere tutto l’orrore che ho provato nel vedere radunati nelle piazze italiane, il giorno 2 Agosto (giorno della strage di Bologna), fascisti e loro sodali  pluri-condannati, assassini condannati, i quali rivendicavano la loro estraneità alla strage (la pista nera è ormai conclamata a tutti i livelli  processuali).

Ma ciò che mi ha addolorato è stata l’ assenza totale di opposizione, come se fosse legittimata la loro presenza, non mi risulta nessuna contestazione formale, nessuna richiesta di revoca dei loro assembramenti, mi sbaglio forse? E’ passata anche tra di noi la mistificazione che vorrebbe parificare fascismo e comunismo falsificando anche le verità storiche ?

Per contro assisto incredula alla repressione più feroce verso coloro che ancora tentano di affermare i valori fondanti della nostra vita democratica: tutti giovani ragazzi, ricchi di ideali, di entusiasmo, di volontà ferrea nel contrastare l’onda fascista. Continua a leggere

Le radici della crisi bielorussa

di Andrea Vento

La crisi politica scoppiata in Bielorussia a seguito della diffusione di risultati delle elezioni del 9 agosto 2020, che hanno assegnato per la sesta volta consecutiva la vittoria al presidente Lukashenko con l’80,1% dei consensi, giudicati dalla maggior parte della società civile frutto di frodi elettorali, ha fatto improvvisamente salire alla ribalta delle cronache il paese ex sovietico, dopo esser rimasto a lungo ai margini dei riflettori mediatici internazionali. Al fine di cercare di venire incontro alle necessità di conoscenza e di approfondimento degli appassionati di questioni internazionali, il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati ha ritenuto potesse risultare utile effettuare un’analisi strutturata, sui principali aspetti economici, sociali, politici e geopolitici della Repubblica Bielorussa, allo scopo di fornire oggettivi strumenti di comprensione e di superare i limiti di una informazione che talvolta risulta condizionata da posizioni geopolitiche e condizionamenti politici preconcetti. Continua a leggere

Il messaggero dell’odio Bernard-Henry Lévy corre ad appoggiare l’opposizione bielorussa. Breve storia delle precedenti imprese di B-52»

Merita indubbiamente un premio internazionale come «miglior messaggero dell’odio» e se invecwe ci fosse un tribunale per chi ha fomentato guerre distruttive, dovrebbe essere fra i primi a esservi sottoposto. Bernard-Henry Lévy, che tutti si ostinano a chiamare «filosofo francese»  (l’aggettivo è in effetti veritiero), ha offerto il proprio appoggio alle cause più nefaste: violenti gruppi islamisti in grado di uccidere interi paesi, guerre di aggressione Nato-petromonarchiche, battaglioni destrorsi, rivoluzioni violentemente «colorate» .
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La rivoluzione colorata offusca i successi della Bielorussia nella lotta al Covid

di Marinella Correggia 

La Bielorussia nel pieno di una rivoluzione colorata come se ne sono viste tante, con esiti in genere più che luttuosi?

I governi europei farebbero meglio a occuparsi del caos provocato dalle loro contraddittorie politiche anti-Covid. Invece trovano tempo e modo di appoggiare diplomaticamente l’opposizione che scende in piazza per contestare le elezioni tenutesi il 9 agosto riconfermando con oltre l’80% dei voti il presidente Alexander Lukaschenko. Non è da oggi questa ingerenza: la ricostruisce un comunicato del Partito comunista della federazione russa http://www.marx21.it/index.php/internazionale/area-ex-urss/30649-diciamo-no-al-tentativo-di-colpo-di-stato-in-bielorussia

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Quando Matteo Salvini aveva 8 anni IL PCI COMBATTEVA L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA E I TRAFFICANTI DI UOMINI

di Agostino Spataro *

Immigrazione: due opposti estremismi

Nel 1981 presentammo la proposta di legge n. 2990* mirata a riconoscere agli immigrati regolari tutti diritti e i doveri attribuiti agli emigranti italiani soprattutto in Europa.

(*http://legislature.camera.it/ )

Certo, oggi, il contesto politico nazionale e internazionale è mutato, tuttavia i valori restano. L’immigrazione è necessaria, ma va regolata, accolta nella legalità e nella solidarietà.  

In Italia siamo di fronte a un grave dilemma politico. Da un lato, l’ex compagno Salvini avrà tenuto a mente la citata proposta di legge e oggi, nella veste di leader della Lega nord (non più secessionista?), la usa a suo vantaggio elettorale, dopo averla depurata del suo carattere umanitario e solidaristico.

Dall’altro lato, gli “eredi” del Pci l’avranno dimenticata lasciandosi fagocitare da una lettura equivoca, distorta della crisi del mondo, da una visione destabilizzante del dramma delle migrazioni che non può essere affrontato nella logica degli interessi delle oligarchie finanziarie. I sedicenti “eredi” del Pci ragionano  sulla complessa materia (anche da posizioni di governo) come se l’Italia e l’Europa si trovassero nel migliore dei mondi possibili quando, invece, sono vittime delle disuguaglianze, delle pretese del neoliberismo dominante.

Due “opposti estremismi” (razzismo e buonismo) cui contrapporre una terza via possibile, da costruire nell’ambito di una vera politica di cooperazione Nord-Sud, nella legalità e nella solidarietà. Continua a leggere

La meglio gioventù cilena. Frente Amplio e rinnovamento generazionale in Cile

di Federico Nastasi (da Rivista Pandora)

I movimenti studenteschi sono stati la fucina principale di rinnovamento della democrazia cilena, ancora fortemente costretta dall’esperienza dittatoriale e dai lacci della Costituzione di Pinochet, che sancisce come inamovibile il sistema economico neoliberale e le diseguaglianze che ne derivano. Le proteste dei mesi scorsi e l’avvio di un percorso verso una nuova costituente sono altre decisive scosse per il mutamento della geologia politica del paese sudamericano.

 

Me gustan los estudiantes porque son la levadura / Del pan que saldrá del horno con toda su sabrosura / Para la boca del pobre que come con amargura. / Caramba y zamba la cosa, viva la literatura.

Estratto di Violeta Parra, Me gustan los estudiantes

 

Premessa generazionale, 1990-2006

10 marzo 1990. Nel suo ultimo giorno alla Moneda, il dittatore Augusto Pinochet, promulga la Ley Orgánica Constitucional de Enseñanza (LOCE) per normare il sistema educativo cileno. I giovani cileni ancora non lo sanno, la LOCE segnerà nel profondo il loro futuro. Dopo 17 anni di dittatura
militare, il paese ritorna alla democrazia. Il Cile di inizio anni Novanta è un paese polarizzato, attraversato da divisioni profonde. Negli anni della dittatura e con le politiche economiche neoliberiste dei Chicago Boys, la diseguaglianza è aumentata: l’indice di Gini è cresciuto da 0,46 nel 1973 a 0,53 nel 1986; le riforme del mercato del lavoro hanno ridotto il potere dei lavoratori (abolendo i sindacati) e aumentato le forme di oligopolio. Come negli altri paesi dell’America Latina, esiste una società che è arrivata da fuori (bianca di ceto medio alto, discendente dagli europei) e una che c’era da sempre (indigena, marginalizzata e povera). Ciascuno ha la propria cultura, una propria visione del mondo. Questo dualismo sociale ha un riflesso sulla grande eterogeneità economica. La straordinaria crescita economica post 1990 (il PIL cresce del 7,1% annuo tra il 1990 e il 1998, il PIL pro capite passa da 5.600 a 9.200 dollari) non porta a una sensibile riduzione delle disuguaglianze né delle differenze nella struttura economica. Jorge Katz, nei suoi studi economici sul paese, afferma che non esiste il Cile, bensì esistono quattro paesi diversi, in ordine decrescente di sviluppo economico, dal più avanzato e innovativo, fino a un paese che vive di economia informale e illegalità. Continua a leggere

Recovery Fund, ma quale svolta storica?

Alba Vastano intervista Vladimiro Giacchè

“I molti inni che sentiamo in favore dell’accordo sul Recovery Fund sono in fondo sospiri di sollievo perché a questo giro quella crisi è stata evitata. Ma le caratteristiche stesse di questo accordo, e l’insensata decisione di non abolire bensì unicamente a sospendere i trattati prociclici ed economicamente depressivi posti in essere durante la crisi precedente (a cominciare dal fiscal compact), sono la migliore garanzia che presto o tardi si tornerà a ballare”

Raggiunto, dopo quattro giorni di lavori in Consiglio europeo, l’accordo sul Recovery Fund. Di cosa si tratta e, in realtà, cosa si è raggiunto e a cosa si allude quando si parla di successo e volta storica? Ѐ davvero la panacea per risolvere i problemi legati alla più grave crisi economica dal dopoguerra, come fosse un novello piano Marshall? A mal pensare in tal caso non si fa peccato, perché le tenaglie di nuovi tagli per le riforme che si dovranno mettere in atto con il Recovery Plan sono una realtà legata alle condizionalità per ottenere i fondi. Inoltre è già appurato che la maggior parte dei fondi saranno a debito e che il futuro dell’economia e dei rapporti con l’Ue, non sostenuti dal principio di solidarietà fra gli Stati membri, non saranno un pranzo di gala. Su queste tematiche risponde, nell’intervista a seguire, il professor Vladimiro Giacchè, illustre economista, saggista e filosofo. Presidente del Centro Europa ricerche a Roma. Autore di molti saggi illuminanti sugli intricati snodi irrisolvibili e irriformabili dell’Ue e sulla gabbia, in cui siamo reclusi, dei Trattati che hanno smantellato le Costituzioni e si sostanziano a favore delle politiche neoliberiste in atto.

* * * * Continua a leggere

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