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Cina: crescita economica, progresso e trasformazioni sociali. Gli effetti e le politiche di gestione del Covid.

di Andrea Vento

La tempestosa crescita cinese

La struttura economica cinese ha registrato, dalla sua fondazione ad oggi, un eccezionale sviluppo con una crescita del Pil che l’Istituto Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare, a luglio 20191, ha quantificato, per il periodo compreso fra il 1949 e il 2018, ad un tasso medio annuo addirittura dell’8,1%.

A seguito dell’approvazione delle “Linee di riforma e apertura economica” che hanno avviato la transizione del sistema economico, a partire dal 1979 e per i due decenni successivi (grafico 1), la Cina ha vissuto una rapida, ma non sempre regolare, crescita con percentuali variabili tra il 4 e 14% annuo. Dopo il rallentamento del biennio 1998-99, a seguito della crisi finanziaria dei Paesi de sud-est asiatico, il tasso di crescita ha iniziato ad aumentare di nuovo sino ad un massimo del 14% nel 2007 alle soglie della crisi globale, per poi gradualmente ridursi sino a stabilizzarsi dopo il 2012 su valori di poco inferiori all‘8% e assestarsi nel quinquennio 2015-19 su incrementi compresi fra il 6 e il 7% (tabella 21).

Da uno sguardo sinottico sui primi 40 anni della fase post-maoista, emerge come, a seguito delle riforme, l’economia cinese sia cresciuta ad una media del 9,4% all’anno, un tasso superiore di oltre 3 volte rispetto al del 2,9% della media mondiale.

Grafico 1: anni 1984-2013. Diagramma lineare: variazione annua del pil in percentuale. Istogramma: crescita entità totale del Pil in reminmbi (o Yuan, con cui si identifica l’unità monetaria di base)

Una straordinaria espansione dell’economia certificata dalla crescita del Pil, il quale, sempre secondo il solito rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica cinese, dai soli 67,9 miliardi di yuan del 1952 ha raggiunto i 90.030 miliardi di yuan (circa 13.140 miliardi di dollari) nel 2018 (con un incremento di ben 1.325 volte), un valore pari al 16% del totale dell’economia mondiale; mentre il Pil pro capite nel 2019 ha superato per la prima volta 10.000, facendo attestare la Cina fra i paesi a sviluppo intermedio3.

Tabella 1: tassi di crescita annuali 2015-2019 rilevati in base a la “Nuova normalità”. Fonte: Banca Mondiale

Tassi di crescita dell’economia cinese 2015-2019
annovariazione %
20156,9
20166,7
20176,8
20186,6
20196,1

Il forte surplus commerciale degli ultimi 15 anni (grafico 2), nonostante sia sotto attacco a seguito della guerra commerciale innescata da Trump, ha consentito alla Cina, ormai prima potenza commerciale mondiale dal 2013, di aver accumulato, sino al 2018 nelle proprie casse, ben 3.070 miliardi di dollari di riserve valutarie, segnando per il tredicesimo anno consecutivo il più alto valore a livello mondiale. La Cina è divenuto il primo partner commerciale, scalzando gli Usa, di Giappone (2004) India (2008) e Brasile (2009)

Grafico 2: andamento import-export Repubblica Popolare Cinese anni 1995 – 2017. Dati in miliardi di dollari provenienti da “THE OBSERVATORY OF ECONOMIC COMPLEXITY”

La “Nuova normalità”

Il delicato passaggio del rallentamento della crescita al di sotto del 10% degli ultimi quindici anni è stato accuratamente pianificato e gestito dalla dirigenza cinese attraverso una specifica politica economica, che approvata nel marzo 2015 dall’Assemblea Nazionale, ha assunto la denominazione di “Nuova normalità”. Quest’ultima prevede non solo la riduzione e l’assestamento dei tassi di crescita per gli anni successivi intorno al 7%, ma come annunciato dallo stesso Primo Ministro Li Keqiang, la Cina «deve con­ser­vare un equi­li­brio tra la neces­sità di assi­cu­rare una cre­scita costante e quella di pro­muo­vere aggiu­sta­menti strutturali». «Met­te­remo in atto la stra­te­gia “Made in China 2025″ -ha proseguito Li Keqiang- cer­cando uno svi­luppo basato sull’innovazione, per­se­guendo lo svi­luppo verde e rad­dop­piando i nostri sforzi per miglio­rare la Cina, facen­dola diven­tare da un pro­dut­tore di quan­tità, uno di qua­lità».

Gli obiettivi individuati dal governo mirano:

  • alla trasformazione dell’apparato produttivo tramite l’espansione del settore Hi-Tech con il conseguente ridimensionamento del manifatturiero a basso costo e basso valore aggiunto,
  • alla diminuzione dell’inquinamento
  • all’innalzamento dei redditi dei ceti inferiori al fine di ridurre le disuguaglianze sociali,
  • ad incrementare la domanda interna per compensare il rallentamento di quella internazionale.

La Cina ha cercato, quindi, di porre rimedio all’andamento incerto, e tendenzialmente in fase di rallentamento, dell’economia mondiale (tabella 2) cercando di aumen­tare i con­sumi nazionali e di creare un «mer­cato interno capace di essere volano dell’economia, per i pros­simi anni a venire», come ha con­cluso il primo ministro Li.

Inizio 2020: il Covid 19 deflagra dall’epicentro di Wuhan

L’esplosione della pandemia ad inizio 2020 nella provincia centrale dell’Hubei e la successiva propagazione all’interno del Paese hanno inevitabilmente generato, a seguito delle stringenti misure adottate dal governo, immediati effetti negativi sull’economia cinese spingendola in recessione nel trimestre iniziale dell’anno (-9,7%); il primo da quando viene effettuata la rilevazione trimestrale dell’andamento economico dal 1992 (grafico 3).

L’efficacia delle politiche governative volte al contenimento della diffusione del virus ha, tuttavia, permesso all’economia cinese, la prima a livello mondiale a subirne gli effetti e a scivolare in pesante recessione nel primo trimestre dell’anno, di riprendere la sua traiettoria di crescita sin dal secondo, mentre le economie europee, nello stesso periodo, scivolavano in profondo rosso.

Il corposo rimbalzo del secondo trimestre (+11,6%) ha consentito all’economia cinese l’immediato recupero del terreno perso nel primo e, nella seconda metà dell’anno, di ritornare a livelli di crescita addirittura superiori a quelli antecedenti l’esplosione della pandemia.

In pratica, ad un solo mese di distanza dalla dichiarazione dello stato di pandemia mondiale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avvenuta l’11 marzo 2020, mentre i Paesi sviluppati iniziavano a sprofondare nel baratro della recessione, le autorità cinesi l’8 aprile già procedevano alla rimozione del durissimo lockdown introdotto il 23 gennaio a Wuhan e nell’intera provincia dell’Hubei.

Straordinario risultato senza dubbio riconducibile in primis alle misure di gestione della pandemia da parte delle autorità cinesi che l’articolo “China’s success full control of Covide-194, pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet – Infectious Diseases (grafico 3), individua in:

  • un sistema centralizzato di gestione delle epidemie
  • misure restrittive particolarmente stringenti
  • un sistema nazionale di tracciamento dei contatti
  • capacità di adattare l’apparato industriale all’impennata della domanda di dispositivi di protezione individuale (dpi) come mascherine, camici e di altro materiale medico come i ventilatori polmonari
  • la collaborazione attiva della popolazione nel rispettare le misure adottate dal governo
  • sistematico controllo della trasmissione del virus sui territori e dei flussi di persone dall’estero
  • scarsa presenza, solo il 3% del totale, di popolazione anziana in strutture di riposo.

Grafico 3: andamento dei contagi nella Rep. Popolare Cinese nei primi 11 mesi del 2020.

Conferma in tal senso arriva anche dal dr Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic of Rochester (Usa), i quale ha individuato nella rapidità di risposta l’arma più efficace adottata dal governo, specificando che “In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutiche, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale che non sarebbe considerate accettabili nella maggior parte dei Paesi occidentali. L’impegno per il bene superore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il Covid”.

Risultati eccezionali non solo per la gestione della prima fase pandemica ma soprattutto perché ha evitato le varie ondate successive che invece hanno investito la quasi totalità dei Paesi.

Grafico 4: variazione percentuale trimestrale del Pil della Repubblica Popolare Cinese (2018-2021)

2020: la pandemia si abbatte sull’economia mondiale

L’impatto della pandemia ha, invece, prodotto effetti devastanti sull’economia globale, spingendola a fine 2020, secondo la Banca Mondiale, in una delle peggiori recessioni dal 1870. L’eccezionalità della crisi innescata dalla pandemia viene confermata anche dal capo economista dell’Ocse, Laurence Boone, durante la presentazione dell’Outlook sull’economia mondiale il 16 settembre 2020 a Parigi: “il mondo sta scontando il più drammatico rallentamento dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”5, indicando una riduzione del 5,5%, di poco superiore al 4,8% previsto dal Wto il 6 ottobre dello stesso anno (tab. 2). Recessione che in era di globalizzazione è stata inevitabilmente accompagnata da una riduzione ancor più brusca del commercio internazionale di beni, addirittura, stimata di entità doppia (-9,2%) rispetto al calo del prodotto lordo mondiale. Ciò a seguito anche della riorganizzazione delle catene globali del valore (Global Value Chains – GVC) improvvisamente rivelatesi fonte di fragilità e dipendenza dall’estero per le economie sviluppate. A seguito di ciò, le potenze industriali europee e, soprattutto, gli Stati Uniti, hanno cercato di riacquisire parziale “Autonomia strategica” (Fonte: Ocse 2020), quanto meno nei settori sensibili, imprimendo un nuovo impulso alle politiche di reshoring, che seppur restando fenomeno di dimensioni ridotte, hanno l’obiettivo strategico di mettere in sicurezza quanto meno le produzioni essenziali per l’interesse nazionale6.

Tabella 2: variazione annua % Pil e commercio di beni mondiale 2015-2021. Fonte: Wto – 6 ottobre 20207


Periodo

2015

2016

2017

2018

2019

2020
previsioni

2021
previsioni
Prodotto Lordo Mondiale
2,8

2,4

3,1

2,9

2,2

-4,8

4,9
Commercio Mondiale di beni
2,3

1,6

4,6

3,0

-0,1

-9,2

7,2

Previsioni macroeconomiche indubbiamente drammatiche quelle delle due istituzioni internazionali, solo lievemente attenuate dai dati definitivi rilevati e diffusi dal Fmi per lo scorso anno, a seguito della sensibile ripresa dell’economia mondiale dell’ultima parte dell’anno. Il prodotto lordo mondiale subisce, infatti, un contraccolpo del – 4,6%, con i Paesi europei, i primi ad essere investiti dal Covid-19 dopo quelli asiatici, che registrano le situazioni più gravi: Regno Unito -9,9%, Italia -8,9%, Francia -8,3%, mentre la Germania si ferma ad un solo -4,8%. Tutti valori superiori sia alla media mondiale, sia al dato degli Stati Uniti (-3,5%) che confermano come l’Europa, e in particolare l’area dell’euro (-6,5%), abbia subito le ripercussioni economiche più gravi su scala globale (tab 3).

Nel contesto di questo panorama mondiale recessivo, spicca in senso inverso la situazione della Cina che registra nel 2020, sempre secondo il Fmi, un’espansione dell’economia pari al 2,3%, tasso che pur risultando il più basso degli ultimi 40 anni (grafico 1) consente, tuttavia, al gigante asiatico, da un lato, di annoverarsi come unico paese in crescita fra le principali 20 economie mondiali (G20) e, dall’altro, di alleviare la gravità della recessione globale. Una performance inferiore solo a quella del Vietnam, Paese con modello politico-economico simile a quello cinese, del Bangladesh (+3,8%) già in fase di forte crescita prima della pandemia e dell’Etiopia, uno degli stati africani più dinamici, che registra un eccezionale +6,1%.

L’immediata ripresa dell’economia cinese, oltre alle rigide ed efficaci misure di contenimento della pandemia adottate dal governo, è frutto dell’implementazione di incisive politiche economiche basate su tre linee di intervento: un cospicuo aumento della spesa pubblica corrente (+10,5%), l’eccezionale ripresa dell’export (+30%) e un sensibile incremento degli investimenti pubblici produttivi e infrastrutturali (+14,9%) che ha compensato la diminuzione degli investimenti privati8. In sintesi il governo ha attuato un aumento del disavanzo pubblico imponendo agli istituti bancari di rifinanziare le linee di credito e di posticipare le scadenze e alle imprese pubbliche di aumentare gli investimenti con immediate ricadute positive sia sulla diminuzione dei consumi familiari, fermatisi a -5,8%, che sulla ripresa economica.

Tabella 3: variazione % Pil 2020 e previsioni 2021

AnnoEconomia mondialeCinaRegno UnitoItaliaFraGerUsaArea euroEcon Svil
2020 Dati definitivi
-4,6

2,2

-9,9

-8,9

-8,3

-4,8

-3,5

-6,5

-4,6
2021 previsioni di luglio
6,0

8,1

7,0

4,9

5,8

3,6

7,0

4,6

4,4
Fonte: Wto – luglio 2021 https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2021/07/27/world-economic-outlook-update-july-2021

L’opposto andamento dell’economia cinese rispetto a quella mondiale e dei principali competitors, registrato nel 2020, ha inevitabilmente avuto riflessi sulla geoeconomia globale, nel cui contesto Pechino ha ampliato il proprio ruolo e il proprio peso aumentando dell’1% la quota di prodotto lordo mondiale, salendo al 18,3%, al cospetto degli Usa che restano stabili e dell’Ue che dal 15,4% del 2019 è sceso al 14,9%, un declino peraltro in atto da tempo, con il nostro Paese in prima fila sceso in solo anno da poco meno il 2% all’1,87%9.

Divergenti dinamiche di recupero post pandemico che hanno, inevitabilmente, avuto riflessi sulle traiettorie di crescita delle due economie che secondo il report del Centre for Economics and Business Research (Cebr)10 del 26 dicembre 2020, si incroceranno ben 5 anni prima rispetto alle previsioni pre Covid. In sostanza, nel caso le previsioni dell’autorevole centro di ricerca si riveleranno centrate, già nel 2028 la Repubblica Popolare Cinese si ergerà ai vertici della graduatoria delle potenze economiche mondiali, scalzando gli Stati Uniti.

Alla luce di tali dinamiche geoeconomiche che vanno interpretati alcuni recenti provvedimenti dell’amministrazione Biden tesi a ridimensionare la presenza militare Usa nello scenario Mediorientale, Afghanistan compreso, per aumentarla nello scacchiere Asia-Pacifico, rivitalizzando la politica obamiana del “Pivot to Asia” finalizzata al contenimento dell’espansione cinese nell’area.

Sviluppo economico e progresso sociale

La tumultuosa crescita cinese ha prodotto, per il Paese nel suo complesso, eccezionali progressi in campo economico, come abbiamo appena analizzato, con significativi riflessi positivi anche a livello sociale. Secondo la Banca Mondiale, da quando a fine 1978 Deng Xiao Ping ha fatto approvare “Linee di riforma e apertura economica”, circa 850 milioni di cinesi sarebbero usciti dalla povertà estrema, dei quali 770.000 residenti nelle aree rurali. Un’opera ciclopica mai realizzata prima nella storia dell’umanità che rappresenta il 70% del totale delle persone uscite dalla povertà nel periodo considerato a livello mondiale e che corrisponde alla popolazione dell’Ue a 27 (469 milioni) e degli Stati Uniti (329 milioni)11 messi insieme.

Risultati in linea con il recente progetto di “vitalizzazione delle campagne”, lanciato dal governo il 4 febbraio 2018, tramite il quale è stato prefissato l’obiettivo di far crescere l’economia delle aree rurali e ridurre, entro il 2034, lo squilibrio città/campagna, con lo scopo intermedio di eliminare completamente la povertà nel 2020, come previsto dall’ultimo ciclo di lotta alla povertà inaugurato nel 2012, quando i cinesi in povertà assoluta ammontavano a 98,99 milioni.

Eccezionali progressi che, nonostante la crisi recessione da Covid-19 del primo trimestre 2020, hanno consentito al presidente cinese Xi Jimping, in una cerimonia ufficiale a Pechino, di dichiarare, il 25 febbraio 2021, “vittoria totale” nella lotta alla povertà, a seguito dell’uscita dalla miseria degli ultimi milioni di persone ancora presenti nelle aree rurali12  

Specifichiamo tuttavia che in condizione di povertà estrema attualmente in Cina si trova una persona con un reddito annuo inferiore ai 3.218 yuan, corrispondenti al cambio attuale a circa 1 euro e 10 centesimi al giorno13, un parametro, quindi, meno stringente rispetto alla soglia fissata dalla Banca Mondiale di 1.90 dollari al giorno (1,61 euro)14.

Le trasformazioni del corpo sociale cinese: i nuovi ricchi

La struttura sociale cinese, come abbiamo già accennato, dopo l’egualitarismo dell’era maoista, ha subito profonde trasformazioni con la formazione di una corposa classe media composta attualmente da 430 milioni di persone15 che, concentrate in prevalenza nelle aree urbane, insieme all’elite socio-economica composta dai nuovi ricchi, rappresentano i ceti economicamente in fase di espansione. Infatti, se la prima si è in pratica formata nel breve arco di 2 decenni, anche i secondi, i più facoltosi, sono in rapida crescita come testimoniato dal Billionaires Report 2018, dal quale emerge come miliardari, non i soli componenti di questa classe sociale, in Cina siano passati dai 16 del 2006 ai ben 373 nel 2017 e con un trend in accelerazione visto che proprio in quell’anno se ne sono registrati 89 di nuovi, esattamente il triplo rispetto agli Usa. I miliardari cinesi, circa un quinto del totale mondiale, hanno, inoltre, incrementato il loro patrimonio del 39% rispetto al 2016, facendolo salire a 1.120 miliardi di dollari16.

L’immediata ripresa economica post pandemica hanno innescato un’ulteriore accelerazione al trend sopra analizzato, come testimoniato dal report della Hurun Rich List 2020, l’equivalente cinese della rivista Forbes, del 21 ottobre 2020, il quale ha rilevato una sensibile crescita, rispetto all’anno precedente, del numero di miliardari cinesi e delle loro ricchezze. I miliardari, in un solo anno, aumentano, infatti, di 257 unità facendo salire il numero totale a 878 consentendo di superare addirittura quelli statunitensi (788) con i loro patrimoni che incrementano di ben 1.500 miliardi di $ facendo salire il valore dei loro asset a ben 4.000 miliardi di $. Il solo Jack Ma, cofondatore di Alibaba, incrementa il suo patrimonio di ben il 45%, confermandosi per il terzo anno consecutivo in testa alla graduatoria con un patrimonio di 59 miliardi di $.17

La classe media emergente

 La classe media cinese emergente è contraddistinta da un’educazione di alto livello, è informata, abituata a viaggiare, orientata all’acquisto di prodotti tecnologici, all’utilizzo dei social network e allo shopping online e apprezza i prodotti occidentali e, in particolare, il made in Italy, pertanto rappresenta, soprattutto per la sua entità numerica, il ceto su cui il governo fa leva per l’espansione dei consumi interni. Il rapporto di McKinsey 2013, che fissava il reddito della classe media cinese tra i 9 mila e 34 mila dollari all’anno, aveva previsto che nel 2022 il 75% dei consumatori urbani della Repubblica popolare sarebbe appartenuto a tale fascia, confermando sia la sua crescita numerica, sia la sua concentrazione nelle aree urbane dell’area costiera, a più alto tasso di urbanizzazione e maggiormente progredita dal punto di vista economico.

Un ceto sociale, al pari dei nuovi ricchi, strettamente legato al Partito Comunista in quanto il processo di espansione dell’economia è stato, e resta tutt’ora, subordinato al successo delle politiche implementate dal governo. A smentire le previsioni di alcuni politici e analisti occidentali, in particolare statunitensi, in base alle quali la classe media una volta raggiunta la prosperità economica avrebbe iniziato ad avanzare richieste di riforme politiche in modo da arrivare a scardinare l’egemonia del Partito Comunista dall’interno, è stato lo stesso Quotidiano del popolo. L’organo ufficiale di stampa del Pcc, nel 2017 ha, infatti, affermato, che l’ascesa della classe media non rappresenta una sfida all’autorità del Partito, anzi è fondamentale per sostenerne la legittimità. L’articolo, andava oltre, specificando addirittura che la classe media era diventata una forza trainante nel mantenimento della stabilità interna e che i paesi che ne risultano sprovvisti, come quelli mediorientali e latinoamericani, affrontano crisi politiche e turbolenze sociali cicliche. 

A conferma delle strette interrelazioni presenti fra la leadership politica e il ceto imprenditoriale cinese rileviamo le donazioni spontanee effettuate da alcuni dei nuovi ricchi a seguito del lancio della politica della “Prosperità condivisa” il 17 agosto u.s. tesa a ridurre gli squilibri e ad aumentare il tenore di vita dei ceti più bassi, chiamando a contribuire i soggetti che grazie allo sviluppo economico promosso dal Partito Comunista Cinese sono riusciti ad arricchirsi enormemente negli ultimi 2 decenni. A seguito delle dichiarazioni del presidente Xi Jimping rispetto alla finalità di “aggiustare i redditi eccessivamente alti” e di “rettificare la loro distribuzione” e promuovere la “prosperità condivisa”, invece che una levata di scudi da parte dei nuovi ricchi come sarebbe successo nella quasi totalità dei Paesi, si sono registrate una serie di corpose donazioni da parte dei nuovi ricchi a beneficio delle casse statali da impiegare nelle politiche reddituali perequative a favore dei meno abbienti. Attento alle sollecitazioni governative Jack Ma, i primi di settembre, ha tempestivamente annunciato una donazione spontanea al fondo perequativo di 15,5 miliardi di $ dando la stura a comportamenti analoghi da parte dei suoi pari gradi.

Conclusioni

Arricchirsi è glorioso, sosteneva Deng Xiaoping all’indomani dell’approvazione delle Riforme a fine 1978. Oggi con Xi Jimping le politiche stanno cambiando e forse non è casuale che il ritorno di centralità del pensiero di Mao, al quale il presidente in carica dichiara di volersi ispirare, venga accompagnato da significativi correttivi alle linee di politica economica: non è certo un ritorno all’egualitarismo dell’economia socialista e collettivista. Tuttavia, le ultime politiche economiche cinesi, tendenti alla prosperità di tutto il popolo, all’equità e alla pace sociale, rappresentano nuovi paradigmi che potrebbero aprire spazi di riflessione anche in Occidente.

Andrea Vento – 9 Ottobre 2021

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE

1 http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2019/07/02/in-70-anni-pil-cina-cresciuto-dell81-medio-lanno_816fb340-4d29-4a64-a499-4269d2b13351.html

2 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB?refresh_ce=1

3 https://www.ilsole24ore.com/art/cina-crescita-mai-cosi-bassa-1990-2019-solo-61percento-AC7hvcCB

4 https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30800-8/fulltext

5 https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Ocse-Peggiore-crisi-dal-dopoguerra-Pil-Italia-10-5-2020-5-4-2021-9187bd81-ba9a-4e88-bc70-b22accaf0915.html

6 https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/06/01/reshoring-globalizzazione-pandemia/

7 https://www.wto.org/english/news_e/pres20_e/pr862_e.htm

8 https://aspeniaonline.it/la-via-cinese-alla-ripresa-post-covid/

9https://www.bancafucino.it/sito-istituzionale/sala-stampa/fucino-social/la-pandemia-ha-accelerato-lavvicinamento-dei-paesi

10 https://cebr.com/

11

12 https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/notiziario_xinhua/2021/02/25/xi-dichiara-vittoria-totale-cinese-sulla-poverta_7dd927ff-ca18-4ea1-a881-415cf4515f30.html

13 https://www.internazionale.it/reportage/gabriele-battaglia/2020/08/10/cina-poverta

14 https://aspeniaonline.it/articolo_aspenia/quanto-pesa-e-cosa-vuole-la-classe-media-in-cina/

15 http://www.limesonline.com/rubrica/la-cina-inizia-anno-del-cane-con-la-lotta-alla-poverta

16 https://cinainitalia.com/2019/03/12/miliardari-cinesi/

17 https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/lusso/2020/10/21/in-cina-i-miliardari-battono-il-covid-piu-ricchi-che-mai_82f4648e-cfef-4284-9d12-3622f538bac6.html

PERCHE’ IL LABORATORIO DI FORT DETRICK DOVREBBE ESSERE INVESTIGATO PER TRACCIARE LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

PERCHE’ E’ NECESSARIO INVESTIGARE I LABORATORI USA PER LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

di Fan Lingzhi, Huang Lanlan, Zhang Hui (dal Global Times)

Fonte Articolo originale in inglese del 28 giugno 2021: https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

La teoria del lab-leak, secondo la quale il COVID-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio, ha nuovamente suscitato clamore dall’inizio di quest’anno, mesi dopo che l’argomento era stato gettato nel cestino delle teorie della cospirazione da un numero schiacciante di scienziati.

Gli osservatori hanno scoperto che le cose si complicano solo quando l’origine del coronavirus – una questione scientifica già difficile – è impigliata in trucchi di manipolazione politica. Passando al setaccio più di 8.000 notizie relative alla teoria della fuga dal laboratorio, il Global Times ha scoperto che ben il 60% della copertura proveniva dai soli Stati Uniti.

Vale la pena notare che molti media del mondo occidentale guidato dagli Stati Uniti, che hanno pubblicizzato la teoria della fuga dai laboratori, sono disposti a concentrarsi solo sui laboratori cinesi, anche se sono stati accuratamente indagati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre chiudono un occhio sulle istituzioni americane di ricerca biologica più sospette, come il famigerato US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) a Fort Detrick, Maryland.

L’USAMRIID è stato temporaneamente chiuso nel 2019 dopo un’ispezione del Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Anche se questo misterioso laboratorio ha riportato la ragione della chiusura come “problemi infrastrutturali in corso con la decontaminazione delle acque reflue”, la spiegazione non era abbastanza persuasiva. Il Global Times ha scoperto che il fallimento del laboratorio nel controllare le tossine sembra aver allarmato le istituzioni legate al contrasto delle armi di distruzione di massa negli Stati Uniti.

Ricomparsa della teoria della fuga dal laboratorio

Uno studio congiunto sulle origini del COVID-19 da parte di esperti cinesi e dell’OMS a marzo ha respinto la teoria del complotto “lab-leak”. Più prove indicavano il fatto che il virus era probabilmente passato dai pipistrelli agli esseri umani attraverso un altro animale intermediario, ed era “estremamente improbabile” che fosse trapelato da un laboratorio, diceva il rapporto dello studio.

Ciononostante, la teoria della fuga dal laboratorio non è scomparsa; invece, soprattutto dall’inizio di maggio, è stata ampiamente promossa da alcuni politici e media statunitensi come una “scienza plausibile”. In un articolo pubblicato sul Bulletin of the Atomic Scientists il 5 maggio, senza alcuna prova, lo scrittore scientifico Nicholas Wade ha sostenuto che “i sostenitori della fuga dal laboratorio possono spiegare tutti i fatti disponibili sulla SARS2 considerevolmente più facilmente di quelli che favoriscono l’emergenza naturale.”

Giorni dopo, il Wall Street Journal ha riferito il 23 maggio che tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology (WIV) “si sono ammalati abbastanza nel novembre 2019 da richiedere cure ospedaliere”, e avevano “sintomi coerenti sia con il Covid-19 che con le comuni malattie stagionali”. Il rapporto del WSJ ha citato un “rapporto dell’intelligence statunitense precedentemente non divulgato”.

Il 26 maggio, il presidente Biden ha dichiarato di aver ordinato alla comunità di intelligence degli Stati Uniti di “raddoppiare” i suoi sforzi per indagare sulle origini del COVID-19. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha persino affermato il 20 giugno che la Cina dovrà affrontare “l’isolamento nella comunità internazionale” se non collabora con un’ulteriore indagine sull’origine della pandemia COVID-19, ha riportato Bloomberg quel giorno.

La pressione dei politici e dei media sembra aver colpito alcuni autorevoli scienziati medici negli Stati Uniti, tra cui il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) statunitense, Anthony Fauci. L’11 maggio, dopo che Rand Paul, un repubblicano al Senato, ha accusato Fauci di aver aiutato il laboratorio di Wuhan a “creare” il virus, Fauci ha negato con forza l’accusa ma ha detto di essere “pienamente a favore di qualsiasi ulteriore indagine su ciò che è successo in Cina.”

Questo improvviso cambiamento di atteggiamento di alcuni esperti statunitensi è dovuto alla pressione politica che hanno ricevuto, ha detto un virologo cinese al Global Times. “Ai media occidentali piace fare agli esperti domande fuorvianti, come “è (la fuga di notizie del laboratorio) assolutamente impossibile?”” ha detto il virologo che ha chiesto l’anonimato.

È molto difficile per gli esperti rispondere a una domanda del genere, poiché la possibilità, anche se molto piccola, esiste ancora, ha detto il virologo. “Tutto quello che possono dire è “è possibile””, ha detto al Global Times. In realtà, la maggior parte degli esperti di solito aggiunge “ma è altamente improbabile” dopo “è possibile”, ma i media presentano solo la parte che conferma i loro pregiudizi, ha detto.

I grandi dati mostrano che gli Stati Uniti stanno spingendo la narrazione della teoria della fuga di laboratorio COVID-19. Tra gli 8.594 pezzi di notizie relative alla “fuga di laboratorio” che il database GDELT ha raccolto dal 2020, 5.079 erano dagli Stati Uniti, pari al 59 per cento. Dopo gli Stati Uniti c’erano il Regno Unito (611 pezzi) e l’Australia (597 pezzi). Quasi tutta la copertura ha preso di mira il laboratorio WIV.

Mentre gli Stati Uniti si concentrano esclusivamente sui laboratori cinesi, raramente prestano attenzione ai difetti dei propri laboratori nazionali, alcuni dei quali hanno anche innescato incidenti legati ai virus in passato. Secondo un articolo dell’agosto 2020 di ProPublica, una redazione indipendente che produce giornalismo investigativo, l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill ha segnalato 28 incidenti di laboratorio che coinvolgono organismi geneticamente modificati ai funzionari della sicurezza del National Institutes of Health tra gennaio 2015 e giugno 2020. “Sei degli incidenti hanno coinvolto vari tipi di coronavirus creati in laboratorio”, ha detto ProPublica nell’articolo. “Molti sono stati ingegnerizzati per consentire lo studio del virus nei topi”.

Stranamente, pochissimi media mainstream statunitensi hanno sollevato la questione se esiste la possibilità che il COVID-19 sia trapelato dai laboratori statunitensi, ha detto il virologo cinese. “Non osano chiederlo”, ha detto.

In un articolo pubblicato sul blog politico indipendente Moon of Alabama il 27 maggio, l’autore ha sottolineato che l’ipnosi di alcuni occidentali sulla cospirazione della fuga di Wuhan è simile al trucco che gli Stati Uniti hanno giocato per spingere la guerra in Iraq nel 2002 – gli Stati Uniti hanno affermato che “Saddam Hussein avrà presto un’arma nucleare”, che era “un’evidente sciocchezza”, ha detto l’autore.

“La teoria della ‘fuga di laboratorio’ è simile alla rivendicazione delle armi di distruzione di massa – una speculazione senza prove promossa a lungo da un’amministrazione di orientamento neoconservatore che era estremamente ostile al paese ‘colpevole’ in questione”, ha detto l’autore.

La teoria della fuga dal laboratorio, quindi, “non è solo una storia implausibile e senza prove di una fuga dal laboratorio della SARS-CoV-2”, ha notato l’autore. “È una campagna lanciata per dipingere la Cina come un nemico del genere umano”.

Preoccupazioni internazionali sui laboratori biologici statunitensi

Gli Stati Uniti hanno molti laboratori biologici in 25 paesi e regioni in Medio Oriente, Africa, Sud-Est asiatico e negli stati dell’ex Unione Sovietica, con 16 solo in Ucraina. Alcuni di questi laboratori hanno visto epidemie su larga scala di morbillo e altre pericolose malattie infettive, secondo i rapporti dei media.

La comunità internazionale ha spesso espresso preoccupazione per le attività di militarizzazione biologica degli Stati Uniti in altri paesi.

Nell’ottobre 2020, il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Russia, Dmitry Medvedev, ha detto che le attività di ricerca degli Stati Uniti nei laboratori biologici nei membri della Comunità degli Stati indipendenti hanno causato grave preoccupazione. Gli Stati Uniti non solo costruiscono laboratori biologici in questi paesi, ma cercano di farlo anche in altri luoghi del mondo. Tuttavia, la loro ricerca manca di trasparenza e va contro le regole della comunità internazionale e delle organizzazioni internazionali.

Anatoly Tsyganok, membro corrispondente dell’Accademia Russa di Scienze Militari e professore associato della Facoltà di Politica Mondiale all’Università Statale Lomonosov di Mosca, ha detto al Global Times che i test di armi biologiche e batteriologiche sul territorio degli Stati Uniti sono vietati dal Congresso degli Stati Uniti. Ha detto che l’esercito statunitense ha effettuato e sta ancora effettuando test di armi biologiche e batteriologiche in Georgia.

Questo viene fatto con il pretesto di fornire ai malati vari vaccini terapeutici condotti dall’esercito statunitense e da appaltatori privati americani presso il Richard Lugar Center for Public Health Research, ha detto Tsyganok. I test correlati sono stati esposti da vari media.

Nel dicembre 2015, 30 pazienti del centro di ricerca che erano in trattamento per l’epatite C sono morti. Ventiquattro di loro sono morti lo stesso giorno, e la loro causa di morte è stata elencata come “sconosciuta”, secondo Tsyganok e Russia news outlet.

I residenti dei quartieri intorno a questi laboratori lamentano spesso problemi di salute.

La giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva ha pubblicato una storia sul centro Lugar all’inizio del 2018. Nelle sue interviste per il rapporto, la maggior parte dei residenti che vivevano vicino ai laboratori si lamentavano di mal di testa, nausea e pressione alta. Hanno anche detto che c’era del fumo nero proveniente dal laboratorio.

USA Today ha riferito che dal 2003, centinaia di incidenti che coinvolgono il contatto accidentale con agenti patogeni mortali si sono verificati nei bio-laboratori statunitensi in patria e all’estero. Questo può causare l’infezione dei contatti diretti, che possono poi diffondere il virus nelle comunità e iniziare un’epidemia.

Un membro dell’Accademia Russa delle Scienze, Armais Kamalov ha detto in un’intervista alla TASS all’inizio di giugno che lo sviluppo di virus geneticamente modificati come armi biologiche dovrebbe essere soggetto allo stesso divieto mondiale come il test di armi nucleari. Ha citato i laboratori statunitensi in Georgia e Armenia come riferimento.

“Ci sono molti laboratori, che oggi sono finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non è un segreto che sono in Georgia, Armenia e altre repubbliche. È sorprendente che l’accesso a questi laboratori sia off-limits, e non capiamo cosa stiano facendo lì”, ha detto.

Cosa era successo nel luglio 2019?

I terribili record di sicurezza dei laboratori biologici americani nel mondo mostrano una possibilità di fuga di un virus da un laboratorio americano. Molti indicano la chiusura del laboratorio di Fort Detrick nel luglio 2019.

Nel luglio 2019, sei mesi prima che gli Stati Uniti riportassero il primo caso COVID-19, il laboratorio dell’esercito a Fort Detrick che studia materiale infettivo mortale come Ebola e vaiolo è stato chiuso dopo che i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno emesso un ordine di cessazione. I funzionari del CDC hanno rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni dopo aver citato “ragioni di sicurezza nazionale”.

L’USAMRIID di Fort Detrick ha detto nell’agosto 2019 che lo spegnimento era perché il centro non aveva “sistemi sufficienti in atto per decontaminare le acque reflue” dai suoi laboratori di massima sicurezza, ha riportato il New York Times.

Cosa è successo esattamente a Fort Detrick nell’estate del 2019? Alcuni media statunitensi si sono rivolti in precedenza al CDC per ottenere risposte, ma molti contenuti chiave nel rapporto erano stati redatti.

All’inizio di giugno, un utente di Twitter con sede in Virginia ha ottenuto i documenti del CDC sull’ispezione di Fort Detrick sotto il Freedom of Information Act (FOIA). Global Times ha scoperto che la maggior parte dei documenti erano e-mail tra i funzionari del CDC in vari dipartimenti e USAMRIID dal 2018 al 2019. Anche se alcune delle e-mail sono state coperte da una stazione televisiva affiliata alla ABC a Washington, il rapporto non ha catturato molta attenzione.

Le e-mail hanno rivelato diverse violazioni al laboratorio di Fort Detrick durante le ispezioni del CDC nel 2019. Quattro delle quali sono state etichettate come violazioni gravi.

Una di queste gravi violazioni, ha detto il CDC, era un ispettore che è entrato più volte in una stanza senza la protezione respiratoria richiesta mentre altre persone in quella stanza stavano eseguendo procedure con un primate non umano su un tavolo da necroscopia.

Questa deviazione dalle procedure di entità ha portato a un’esposizione respiratoria professionale ad aerosol di agenti selezionati, ha detto il CDC.

In un’altra grave violazione, il CDC ha detto che l’USAMRIID aveva “sistematicamente fallito nel garantire l’attuazione di procedure di biosicurezza e contenimento commisurate ai rischi associati al lavoro con agenti selezionati e tossine”.

Altre violazioni includono la mancanza di una corretta gestione dei rifiuti, dove i rifiuti non sono stati trasportati in un contenitore durevole a prova di perdite, che crea il potenziale per fuoriuscite o perdite.

I documenti del CDC mostrano che ha inviato una lettera di preoccupazione a USAMRIID, che ha portato a una chiusura temporanea del laboratorio di Fort Detrick nel 2019.

In una e-mail del 12 luglio 2019, il CDC ha detto che l’USAMRIID ha segnalato due violazioni del contenimento il 1 luglio e l’11 luglio 2019, e questo ha dimostrato un “fallimento di USAMRIID nell’implementare e mantenere procedure di contenimento sufficienti a contenere agenti selezionati o tossine generate da operazioni di laboratorio BSL-3 e BSL-4.”

“Con effetto immediato, USAMRIID deve cessare tutti i lavori che coinvolgono agenti selezionati e tossine nelle aree di laboratorio registrate fino a quando l’indagine sulle cause principali non è stata condotta per ogni incidente e i risultati sono stati presentati al FSAP per la revisione”, ha detto il CDC.

Il FSAP (Federal Select Agent Program) è composto congiuntamente dalla divisione dei Centers for Disease Control and Prevention di agenti e tossine selezionati e dalla divisione di agenti e tossine selezionati agricoli dell’Animal and Plant Health Inspection Service. Il programma supervisiona il possesso, l’uso e il trasferimento di agenti biologici selezionati e tossine, che hanno il potenziale di causare una grave minaccia alla salute pubblica, animale o vegetale o ai prodotti animali o vegetali. Esempi comuni di agenti e tossine selezionati includono gli organismi che causano antrace, vaiolo e peste bubbonica.

Tre giorni dopo, il Fort Detrick ha risposto all’e-mail dicendo che aveva presentato messaggi in risposta all’azione immediata, ma i messaggi sono stati deliberatamente oscurati.

Il messaggio è stato presentato da un direttore di Studi Strategici (Contro le armi di distruzione di massa) presso l’USAMRIID, il cui nome è stato anch’esso cancellato.

La dichiarazione pubblica di Fort Detrick rilasciata nell’agosto 2019 diceva che l’arresto era dovuto a problemi di decontaminazione delle acque reflue. Ma non è chiaro se la dichiarazione fosse coerente con i risultati dell’ispezione del CDC.

La gestione di tali laboratori di alto livello in generale deve essere molto rigorosa con ispezioni regolari. Diversi sistemi dovrebbero essere in grado di garantire che nessun rischio potenziale possa verificarsi, e il fallimento delle attrezzature e le perdite di acque reflue certamente non dovrebbero verificarsi, ha detto al Global Times uno scienziato cinese del team di tracciamento delle origini del virus OMS-Cina che ha richiesto l’anonimato.

I problemi delle acque reflue hanno rivelato grandi lacune nella gestione del laboratorio di Fort Detrick, e c’è da chiedersi cos’altro è trapelato con le acque reflue mal gestite.

“Alcuni agenti patogeni altamente patogeni nel laboratorio sono stati probabilmente rilasciati. E l’esercito americano non ha mai detto al pubblico quello che stava facendo”, ha detto lo scienziato.

È molto probabile che i ricercatori di Fort Detrick possano essere stati infettati accidentalmente ma non hanno mostrato sintomi evidenti. In questo modo potrebbero aver portato il virus al mondo esterno, ha detto lo scienziato.

“In assenza di sintomi evidenti, 9 dei 10 individui potrebbero non aver saputo di essere stati infettati ed è possibile che più del 90% delle vie di trasmissione fossero state perse quando il virus è stato finalmente rilevato. Questo è anche il motivo per cui il tracciamento delle origini del virus è difficile da condurre”, ha detto, notando che solo l’indagine sierologica su larga scala potrebbe trovare alcune delle prime infezioni.

Perché non aprire il laboratorio di Fort Detrick

Diversi virologi e analisti intervistati dal Global Times hanno esortato il laboratorio di Fort Detrick ad aprire le sue porte per un’indagine internazionale, poiché esperti internazionali hanno già visitato l’Istituto di virologia di Wuhan.

Molti politici e media occidentali hanno dato la colpa della pandemia a Wuhan, dicendo che Wuhan è stato il luogo in cui il virus è stato rilevato per la prima volta e da dove il virus è venuto, nonostante le prove crescenti che non è il caso.

In un recente esempio a giugno, uno studio di ricerca gestito dal National Institutes of Health’s All of Us Research Program ha trovato prove di infezioni da COVID-19 negli Stati Uniti già nel dicembre 2019, settimane prima della prima infezione documentata nel paese.

Wuhan ha registrato i primi sintomi di COVID-19 da un paziente l’8 dicembre 2019.

Quando gli è stato chiesto di fornire maggiori dettagli sullo studio, una persona dei media con il programma di ricerca All of Us ha detto al Global Times che il programma “non ha nulla da aggiungere” dalle informazioni che aveva già rilasciato.

Per quanto riguarda il motivo per cui il virus è stato rilevato per la prima volta a Wuhan, lo scienziato anonimo ha detto che il virus è difficile da rilevare in una fase iniziale, soprattutto in autunno e in inverno con più casi di raffreddore. E non avrebbe attirato l’attenzione finché un gran numero di persone non fosse stato infettato. Questo è quello che è successo nella densamente popolata Wuhan, ha detto lo scienziato.

Il sistema sanitario pubblico cinese è molto sensibile soprattutto dopo l’epidemia di SARS nel 2003, ma questo non è sempre il caso all’estero, soprattutto quando la densità della popolazione è bassa e il virus non si diffonde così velocemente, ha detto l’esperto.

“Il nuovo coronavirus è stato scoperto da tre società cinesi nello stesso momento. È molto semplice rilevare queste cose, e la Cina ha un sacco di tali aziende terze con una forte capacità di rilevamento medico”, ha detto.

Senza tornare ai campioni di siero precedenti altrove ora, sarà difficile trovare la fonte del virus. Gli studi retrospettivi che sono stati fatti in Cina non hanno trovato alcuna prova. È importante che il mondo lavori insieme ora per ordinare le prove e fare le prime indagini sierologiche dove necessario, ha detto.

Zeng Guang, ex capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha detto al Global Times che la fuga dal laboratorio è facile da identificare, poiché le infezioni sono destinate a mostrare segni, sia che si tratti di un problema operativo o di un’infezione del personale di laboratorio.

Gli esperti dell’OMS hanno valutato l’ipotesi della fuga dal laboratorio quando hanno visitato Wuhan e non hanno trovato prove, e la speculazione sulla sua possibilità in un laboratorio di Wuhan dovrebbe essere già finita. Nel frattempo, dovremmo mettere un punto interrogativo su altre ipotesi, come altri laboratori nel mondo, ha detto Zeng.

Zeng ha detto che gli Stati Uniti hanno paura dell’ispezione dell’OMS nello stesso modo in cui è stata fatta in Cina, ha detto Zeng.

Gli Stati Uniti, l’unico paese che ostacola la creazione di un meccanismo di verifica della Convenzione sulle armi biologiche (BWC), ha problemi sistematici, ha detto Zeng, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno paura che l’indagine sui suoi laboratori porterebbe a scavare più del suo sporco.

Xia Wenxin ha contribuito a questo articolo

(Traduzione automatica effettuata con Deep-Translator)

Articolo originale in inglese:

https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

Trump, Fort Detrick e il Covid 19: Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Tutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;

2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.1

Dopo questo pessimo precedente, è sicuro e attestato senza ombra di dubbio persino da un articolo dell’insospettabile NewYorkTimesdel 5 agosto 2019 che durante la seconda metà di luglio del 2019 l’attività di ricerca batteriologica di Fort Detrick venne chiusa: quest’ultima serrò dunque i battenti nel luglio del 2019 in modo improvviso, rimanendo non operativa per molti mesi e riavviando completamente la sua attività solo a fine marzo 2020.2

Al di là delle spiegazioni ufficiali del Pentagono rispetto a tale prolungata serrata, relative a un problema delle acque reflue, si registra dunque un’anomalia made in USA, allo stesso tempo clamorosa e incontrovertibile, fuori discussione e inattaccabile: ma qual era la vera ragione della singolare, eclatante e improvvisa chiusura delle ricerche batteriologiche a Fort Detrick?

Un’embrionale risposta venne fornita quasi subito da un lucido articolo dell’insospettabile e anticomunista quotidiano inglese Indipendent, il quale già il 6 agosto del 2019 notò che

«al principale laboratorio di guerra batteriologica dell‘America era allora stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui più letali virus e agenti patogeni per il timore che le scorie tossiche potessero uscire dalla struttura. Sin dall’inizio della Guerra Fredda, Fort Detrick in Maryland è stato l’epicentro della ricerca di armi batteriologiche dell’Esercito USA. Il mese scorso [ossia il luglio 2019, ndr] il Centro per il Controllo e la Prevenzione di malattie (l’organismo governativo di salute pubblica) ha privato il laboratorio della sua licenza per gestire “agenti patogeni selezionati” altamente riservati che includono ebola, vaiolo e antrace. L’inusuale mossa è seguita ad una ispezione del CDC a Fort Detrick che ha scoperto gravi problemi nelle nuove procedure utilizzate per decontaminare gli scarti liquidi. Per anni la struttura ha fatto uso di un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare l’acqua contaminata, ma lo scorso anno, in seguito a una tempesta che ha allagato e distrutto il macchinario, Fort Detrick ha iniziato a utilizzare un sistema chimico di decontaminazione. Nonostante ciò, gli ispettori del CDC hanno trovato che le nuove procedure non erano sufficienti e che entrambi i guasti meccanici fossero causa di perdite e che i ricercatori avrebbero fallito a seguire propriamente il regolamento. Come risultato l’organizzazione ha mandato un provvedimento di sospensione ordinando a Fort Detrick di sospendere tutte le ricerche sugli agenti selezionati».3

Il mistero della sostanziale chiusura della base di Fort Detrick è stato in ogni caso risolto in modo indiscutibile da una seconda e sicura anomalia, sempre avvenuta in terra statunitense e verificatasi guarda caso a ridosso della serrata estiva della base militare del Maryland: ossia la “misteriosa” epidemia di polmonite acuta che colpì gli Stati Uniti, a partire proprio dal luglio del 2019. Su Internet si poteva tranquillamente leggere, fin dall’inizio di settembre del 2019, pertanto almeno due mesi prima dei primordi dell’epidemia di coronavirus a Wuhan e in Cina, tutta una serie di articoli e notizie eclatanti come quelle che seguono e che riguardavano proprio l’America:

«Da quest’estate [del 2019, ndr] oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Agli esami i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa. Gli Stati Uniti registrano altre due vittime (il totale sale così a tre) di una ancora misteriosa patologia polmonare legata allo svapo. Il secondo decesso – riferisce il New York Times – è avvenuto a luglio, un mese prima della persona che ha perso la vita in Illinois per lo stesso problema. Ma solo giovedì Ann Thomas, funzionario per la sanità dell‘Oregon e pediatra, ha reso nota la notizia. Thomas non ha voluto rivelare né il nome, né l‘età e il sesso della vittima, ma ha assicurato che la morte è stata causata dalla crisi respiratoria innescata dalla patologia legata allo svapo. “Appena arrivata in ospedale, la persona è stata ricoverata e attaccata al respiratore”. Dopo qualche settimana, i dottori hanno costatato che l‘infezione polmonare era arrivata a livelli irreversibili. La vittima aveva acquistato un prodotto per le sigarette elettroniche in un marjuana shop. Il terzo decesso è stato confermato in data 5 settembre dai funzionari sanitari dell’Indiana. Si tratta di “una persona di età superiore ai 18 anni”, ha dichiarato il Dipartimento della Salute dello Stato in una nota. Nello Stato, in particolare, sono in esame 30 casi di gravi lesioni polmonari legate allo svapo [l’inalazione tramite sigarette elettroniche, ndr]. Da quest’estate oltre 200 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti sono svapatori. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un‘infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa».4

Dopo aver notato di sfuggita come agli inizi di settembre del 2019 proprio il Maryland, ossia lo stato federale nel quale è collocato Fort Detrick, stesse valutando se prendere delle misure per frenare l’uso delle peraltro inoffensive (in assenza di Covid-19) sigarette elettroniche, ritenute allora la causa della misteriosa “polmonite” iniziata negli USA nell’estate del 2019, va sottolineato che i sintomi della suddetta epidemia che colpì allora l’America, in concomitanza con la quasi simultanea chiusura della “biologica” Fort Detrick, furono identici alla malattia che in seguito venne identificata, e non certo da Washington, come coronavirus: del resto lo stesso Robert Redfield, in qualità di direttore del centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, in seguito e all’inizio del 2020 ammise parzialmente che alcuni casi di Covid-19 si erano verificati all’interno degli Stati Uniti già nel corso del 2019, ma vennero diagnosticati come “influenza”, come riferì anche il giornale TheGuardian.5

Dopo la chiusura di Fort Detrick a fine luglio del 2019 e l’epidemia misteriosa di “polmonite” nella stessa estate, emerse comunque una terza singolarità in terra statunitense sempre in quel periodo: infatti le autorità governative e sanitarie del paese per alcuni mesi attribuirono, in modo illogico, le morti per le strane polmoniti che si stavano verificando negli Stati Uniti nell’estate del 2019 all’innocuo e ormai decennale consumo di sigarette elettroniche (innocuo, ovviamente, in assenza di coronavirus), creando una colossale e governativa fake news. Si trattò di un’assurdità incredibile visto che per dodici anni, dal lontano 2007, le sigarette elettroniche erano state utilizzate su larga scala da milioni e milioni di cittadini degli Stati Uniti: durante i lunghi mesi che separano il 2007 dal luglio del 2019 tale consumo non ha creato alcun problema sanitario serio, né soprattutto polmoniti gravi, mentre risultava chiaro che il presunto effetto nocivo delle sigarette elettroniche era, in modo incredibile, limitato e circoscritto solo agli USA e non coinvolgeva in alcun modo il resto del mondo, dove pure il fumo elettrico era diffuso da un decennio. Fin dal settembre del 2019 alcuni studi medici hanno mano a mano dimostrato l’assenza di qualunque collegamento diretto tra “svapare”, cioè inalare da sigarette elettroniche, e le “polmoniti” del 2019: ma se il governo Trump e le autorità statunitensi non parlarono in alcun modo di quello che era successo a Fort Detrick, viceversa esse fino all’ottobre 2019 lasciarono tranquillamente che per alcuni mesi si propagassero le false informazioni sull’inesistente legame tra la nuova e “misteriosa” (misteriosa, ma non certo a Fort Detrick) malattia polmonare e le sigarette elettroniche.6

Siamo in presenza di fatti eclatanti e innegabili, che a questo punto vanno collegati con un’ennesima anomalia avente per oggetto questa volta il mistero dei giochi militari di Wuhan: a tal proposito l’insospettabile, filoamericano e anticomunista quotidiano Il Messaggero ha pubblicato nel 2020 un articolo intitolato Primi casiai giochimondialimilitari diWuhan2019:

«Vuoi vedere che il coronavirus era nell‟aria di Wuhan già in ottobre, un mese in anticipo rispetto al primo caso ufficiale riscontrato sul suolo cinese e datato 17 novembre? Verso questa possibile conclusione potrebbero condurre alcune testimonianze di atleti recatasi nella località cinese, per prendere parte ai Giochi Mondiali militari, i quali sia in Cina sia al ritorno in patria hanno manifestato i sintomi di quella malattia, che alcuni mesi dopo, avrebbe scombussolato il mondo intero. Alla rassegna degli sportivi in divisa, celebratasi nel capoluogo della provincia di Hubei dal 18 al 27 ottobre, hanno preso parte 10mila atleti provenienti da un centinaio di paesi. Tra di loro c‘erano anche due pentatleti francesi, Valentin Belaud e Elodie Clouvel, che al quotidiano l‟Equipe, hanno raccontato di essersi ammalati ed essere stati costretti a saltare gli allenamenti in Cina, accusando problemi mai avuti in precedenza. In più la coppia, nel momento in cui ha comunicato il problema allo staff medico, ha appreso che anche altri membri della delegazione transalpina si erano ammalati. Pure sul fronte italiano, i racconti degli azzurri presenti in Cina condurrebbero alla stessa conclusione. Tra gli altri lo spadista Matteo Tagliariol, olimpionico a Pechino 2008, che a Wuhan ha gareggiato nella prova a squadre insieme a Paolo Pizzo e Lorenzo Buzzi, ha ricordato di essere stato malato per diversi giorni, soffrendo soprattutto di una fastidiosissima tosse, e che nel centro medico del villaggio le aspirine erano esaurite, a causa dell‘elevato numero di malati. Poi al rientro in Italia, il 37enne Tagliariol ha avuto la febbre e dopo la sua guarigione si sono ammalati pure la compagna, la fiorettista Martina Batini, e il figlio di due anni. “Ai mondiali militari di Wuhan ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine”, ha detto Tagliariol».7

Sappiamo con assoluta certezza che i giochi militari mondiali di Wuhan, collegati ovviamente con l’arrivo in Cina di migliaia di militari occidentali e di centinaia di atleti USA, non avvennero nel giugno 2019, ma a partire dal 18 ottobre 2019: dunque a tre mesi di distanza e circa cento giorni dopo i primi casi negli Stati Uniti, verificatisi a partire dal luglio 2019, e tra l’altro sessanta giorni dopo i primi casi di coronavirus a Milano e in Lombardia. Vista la presenza innegabile del Covid-19 negli USA già durante l’estate del 2019, quindi, furono gli atleti statunitensi a esportare involontariamente il coronavirus in Cina a Wuhan, non il contrario, senza comunque che il governo degli Stati Uniti avvertisse in alcun modo le autorità cinesi dell’epidemia di “polmonite” in corso nella nazione americana. Di fronte a questo quadro risulta perfettamente chiaro perché i ricercatori dell’autorevole Organizzazione Mondiale della Sanità, un ente dell’ONU, al termine di una serie di ispezioni effettuate all’inizio del 2021 a Wuhan, abbiano definito chiaramente e senza mezzi termini “altamente improbabile” che il coronavirus sia fuoriuscito dal laboratorio di ricerche di Wuhan.8

La quinta anomalia ha per oggetto la particolare, inquietante e maligna “simulazione di scenario” pubblicato nell’ottobre del 2019 dal John Hopkins Center for Health Security assieme ad altre due organizzazioni statunitensi, relativa allo scoppio di una pandemia di “coronavirus immaginario”, originatasi in un ipotetico allevamento di maiali del Brasile: una simulazione a tavolino che stranamente si stava già trasformando in realtà, in terra statunitense.

«Eric Toner è uno scienziato americano del John Hopkins Center for Health Security, e a ottobre scorso aveva simulato una pandemia di coronavirus. Tre mesi fa, infatti, il centro di ricerca di New York ha condotto un esperimento insieme al World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, per dimostrare l‘importanza della partnership tra istituzioni pubbliche e enti privati nel far fronte a pandemie globali. Lo studio ha simulato una pandemia di coronavirus immaginario originato negli allevamenti di suini del Brasile e un‘espansione in quasi tutti i Paesi del mondo nell‘arco di 6 mesi. Secondo l‘impressionante simulazione, nell‘arco di 18 mesi 65 milioni di persone sarebbero morte. Come ha precisato il John Hopkins Center, l‘esperimento e i risultati relativi al numero di vittime non corrispondevano in nessun modo a previsione, ma a una semplice simulazione».9

Questa “semplice simulazione” venne pubblicata guarda caso nell’ottobre del 2019: ossia proprio dopo che negli USA era stata chiusa da circa tre mesi la base militare di Fort Detrick, dopo lo scoppio dell’epidemia di polmoniti e dopo l’allarme per il presunto effetto nocivo delle innocue sigarette elettroniche in terra americana. Un’ultima anomalia, che rafforza ancora di più la “teoria Fort Detrick”, ha per oggetto invece l’enorme numero di vittime purtroppo avvenute sempre negli Stati Uniti a causa dell‘“influenza” che colpì il paese dal novembre 2019 (quando a Wuhan stavano iniziando solo i primi sporadici casi…) fino al febbraio 2020, determinando la cifra impressionante di quasi ventimila morti.

Non a caso già nel febbraio 2020, in modo responsabile e onesto,

«il Prof. Edward Livingston ed i suoi colleghi, in questa infografica pubblicata il 26 Febbraio su JAMA, sottolineano come, sebbene vi sia una grande attenzione all‟epidemia della malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), tuttavia questa condizione costituisce un problema rilevante in un‟area della Cina e sembra avere ramificazioni cliniche limitate al di fuori di quella regione. Sta di fatto che gli Stati Uniti stanno vivendo una grave stagione influenzale che ha già provocato più di 16.000 morti. L‘infografica pubblicata su JAMA mette a confronto i tassi di incidenza e mortalità per le 2 malattie virali delle vie respiratorie. Nel periodo sino al 24 Febbraio 2020, negli Stati Uniti, relativamente al COVID- 19, sono stati registrati 14 casi diagnosticati dal sistema sanitario statunitense, 39 casi tra i cittadini statunitensi rimpatriati. Non sono stati segnalati morti, né pazienti critici e non ci sono evidenze di trasmissione, negli Stati Uniti, in una ampia comunità. Analizzando parallelamente i dati sull‘influenza, negli Stati Uniti, al 15 Febbraio 2020, i CDC stimano che si siano ammalate almeno 29 milioni di persone, che siano state effettuate almeno 13 milioni di visite mediche, almeno 280.000 ospedalizzazioni e che i morti siano stati almeno 16.000, da sottolineare le 105 morti pediatriche correlate all‘influenza. Pertanto gli Autori ritengono che, sulla base di questi dati, da un punto di vista della sanità pubblica le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione sull‘influenza ed adottare le misure preventive che includono, nel caso dell‘influenza, anche la possibilità del vaccino, oltre a quelle più volte ricordate per tutti i virus respiratori».10

Ma non si trattava certo solo di “influenza”, come ha dimostrato la prima “pistola fumante” in questo particolare intrigo e giallo di portata planetaria: si tratta della scrupolosa attività dell’insospettabile Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha attestato e dimostrato nell’ottobre del 2020 come il coronavirus fosse senza alcun dubbio presente in Lombardia e alcune altre regioni di Italia fin dal settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima dell’inizio dell’epidemia a Wuhan e in Cina.

«Il virus SarsCov2 circolava in Italia già a settembre 2019, dunque ben prima di quanto si è pensato finora. La conferma arriva da uno studio dell’Istituto dei tumori di Milano e dell’università di Siena, che ha come primo firmatario il direttore scientifico Giovanni Apolone, pubblicato sulla rivista Tumori Journal. Analizzando i campioni di 959 persone, tutte asintomatiche, che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, l’11,6% (111 su 959) di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020, e il maggior numero (53,2%) in Lombardia».11

Si tratta di una notizia clamorosa, oltre che indiscutibile e sicura: essa dimostra che l’allora “misteriosa” epidemia polmonare, sviluppatasi negli Stati Uniti dal luglio del 2019, si era estesa sicuramente dall’America all’Italia trasferendosi di luogo e nazione all’interno del mondo occidentale, e non certo in quello asiatico…

A questo punto va fatta emergere una seconda superprova: uno studio accurato dell’insospettabile ente statunitense denominato “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie” (CDC), pubblicato purtroppo molto in ritardo (solo alla fine del 2020), ha rilevato come ben 39 campioni di sangue, presi tra il 13 e il 16 dicembre del 2019 in California, Oregon e Washington, fossero risultati positivi agli anticorpi del coronavirus: dimostrando quindi in modo indiscutibile che la quarantina di persone coinvolte era stata infettata dal Covid-19 già nelle settimane precedenti allo scoppio su vasta scala dell’epidemia di Wuhan.12

Si può inoltre congiungere tale elemento indiscutibile a una terza e formidabile superprova, che fa luce definitivamente sul caso in oggetto. Infatti ormai è sicura l’identità del “paziente zero”, anzi dei numerosi pazienti zero del Covid di natura civile: gli sfortunati pensionati di una casa di riposo di Green Spring, in Virginia e nella contea di Fairfax, collocata per loro sfortuna vicino a Fort Belvoir, un ospedale destinato ai militari statunitensi che assiste anche i ricoverandi in arrivo da Fort Detrick.13

La sera dell’11 luglio del 2019, infatti, più di tre mesi prima dei giochi militari di Wuhan, l’insospettabile e anticomunista rete televisiva “ABC” raccontò che in quei giorni, almeno quattro mesi prima dei casi iniziali a Wuhan,

«“[…] una malattia mortale in Virginia ha portato due morti e dozzine di residenti infettati di una malattia respiratoria qui nella comunità di pensionamento di Green Spring. Negli ultimi 11 giorni, 54 persone si sono ammalate con sintomi che vanno da una brutta tosse alla polmonite, senza indizi chiave su come sia scoppiata la malattia improvvisa”. Passano due giorni e la strana epidemia compare anche in un‟altra casa di riposo li vicino. È sempre il tg [statunitense dell’ABC, ndr] a raccontarlo: “Un misterioso virus respiratorio ha colpito una seconda casa di riposo nella contea di Fairfax”. L‟unica cosa chiara al momento è che, due giorni dopo la seconda epidemia a poche decine di miglia di distanza, con un ordine del Cdc, il laboratorio di sicurezza biologica livello 4 di Usamriid, a Fort Detrick nel Maryland, viene chiuso per un incidente di biocontenimento. È sempre il tg a raccontare le paure degli abitanti di quella zona: “Gli abitanti che vivono vicino a Fort Detrick vogliono sapere perché il laboratorio top di Army Germ, uno dei più noti, è stato chiuso così velocemente”».

Era ed è tuttora un’ottima domanda, un eccellente interrogativo.

«A Fort Detrick infatti gli scienziati Usa gestiscono alcuni degli agenti biologici più sensibili e conducono ricerche mediche all‘interno di esso. Ricerche anche su cellule virali molto pericolose, come Ebola e Antrace. […] E allora non possiamo che porci una domanda: c‘è forse una correlazione tra la fuga di biocontenimento di Fort Detrick e le epidemie anomale dentro le due case di riposo di Green Spring? È sufficiente osservare la mappa per vedere che vicinissima alle due case di riposo c‘è Fort Belvoir, un ospedale per i militari che tra gli altri assiste anche quelli di Fort Detrick. Ma come sarebbe arrivato il contagio da Fort Belvoir alle due case di riposo? Il fatto è che proprio questo ospedale assiste anche i veterani di guerra delle forze armate americane, che vivono anche dentro le due case di riposo. Vi mostriamo alcune immagini, nelle quali si vedono i marines festeggiare nella casa di riposo di Burke i numerosi veterani della seconda guerra mondiale per l‘anniversario di fondazione del loro corpo. Può dunque esistere un filo che lega l‘incidente di biocontenimento di Fort Detrick, l‘ospedale militare di Fort Belvoir e le case di riposo in cui si manifesta l‘anomala epidemia di luglio?»14

Tra l’altro proprio il sito della contea virginiana di Fairfax, in data 26 luglio 2019, sottolineò che ben 63 residenti della casa di riposo di Green Spring erano stati sottoposti in loco a «numerosiesami», ma anche dopo di essi «nessun specifico agente patogeno era stato identificato come causadell‟epidemia».15 Se si considerano le altre due “pistole fumanti” e le sopracitate anomalie (le “pericolosissime” sigarette elettroniche made in USA, ecc.), il “filo” che lega Fort Detrick e il Covid è indiscutibile.

Tiriamo le conclusioni.

Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che

«le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l‘epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell‘esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell‟ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c‟è stata l‟epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».16

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l‘indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell‘intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell‘infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l‘anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c‘entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l‘esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell‟aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all‘uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un‘altra, e ben più colossale: “Che i germi dell‘influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un‘accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L‘epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All‘origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del Coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c‘erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c‘era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all‟annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell‘odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell‘articolo sul Washington Times era stata un‟autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile Usa, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell‟influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c‘è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l‘America”». 17

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.

* * * *

PETIZIONE ALL’OMS PER INDAGARE SULL’ORIGINE DEL CORONAVIRUS

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Petizione popolare per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di aprire un’indagine su Fort Detrick (USA) riguardo l’origine del coronavirus.

Alla luce della ricostruzione complessiva svolta nell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Ilcolpevolesilenzio degliStati Unitisulla vera originedel coronavirus;

viste le informazioni ormai acquisite su un’epidemia di polmonite verificatasi all’inizio di luglio 2019 in una casa di riposo di Green Spring, Virginia (USA);

vista l’anomala chiusura dei laboratori batteriologici di Fort Detrick (USA), proprio nella seconda metà di luglio del 2019 e durata per alcuni mesi;

visto il ritrovamento del coronavirus in Italia, in Lombardia e in altre regioni, fin dall’inizio di settembre del 2019, ossia almeno due mesi prima della genesi dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina;

visto il ritrovamento innegabile del coronavirus anche in un centinaio di cittadini statunitensi già all’inizio di dicembre del 2019;

chiediamo all’Organizzazione Mondiale della Sanità di compiere un’accurata indagine, come quella del resto già avviata a Wuhan all’inizio del 2021, riguardo a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo Green Spring, con l’obiettivo di appurare se il coronavirus possa essere stato originato nel territorio degli Stati Uniti d’America.

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

Primi Firmatari

Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, studiosi di politica internazionale, estensori dell’articolo Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla veraoriginedel coronavirus

Nunzia Augeri, saggista, Milano

Laura Baldelli, docente di Letteratura e Storia, Ancona

Alessandro Belfiore, Comitato No Guerra NO Nato

Maurizio Belligoni, già Direttore Generale Agenzia Sanitaria Regione Marche; primario di psichiatra

Fulvio Bellini, ricercatore politico, Milano

Ascanio Bernardeschi, redazione del giornale comunista on-line “LaCittàFutura

Giambattista Cadoppi, saggista, specialista di politica internazionale

Domenico Carofiglio, operaio, attivista FIOM Wirlphool Fabriano

Bruno Casati, Presidente Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano

Luigi Cavalli, regista cinematografico (ultimo film, 2019, “Mon cochon et moi”, protagonista Gerard Depardieu)

Geraldina Colotti, giornalista, corrispondente in Europa di Resumen LatinoAmericano

Marcello Concialdi, docente ed editore, Torino

Luigi Curcetti, Esecutivo Regionale Marche Unità Sindacale di Base (USB)

Manlio Dinucci, geografo e saggista

Salvatore Distefano, docente di Filosofia e storico del movimento operaio, Catania

Lorenzo Fascì, avvocato, Reggio Calabria;

Salvatore Fedele, chirurgo e già responsabile dipartimento Emergenze ospedale Acqui Terme, Alessandria

Carlo Formenti, giornalista e saggista, già caporedattore di “Alfabeta” e ricercatore presso l’Università di Lecce

Federico Fioranelli, docente di Economia e Diritto

Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”

Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”

Alberto Lombardo, professore ordinario di Statistica Università di Palermo e direttore de “La Riscossa”

Mario Marcucci, docente a contratto di Tecnica Farmaceutica all’Università “La Sapienza di Roma”; già primario di Farmacia

Vladimiro Merlin, delegato RSU FLC- CGIL; già Consigliere Comunale Milano

Alfredo Novarini, già amministratore del P.C.I; membro del Centro Culturale Concetto Marchesi.

Alessandro Pascale, insegnante, saggista e direttore di Storiauniversale.it

Fabio Pasquinelli, avvocato, Osimo (Ancona)

Marco Pondrelli, direttore di “Marx21”

Giorgio Racchicini, docente di Letteratura e Storia, Fermo

Nicola Romana, docente di Diritto Dip. Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’Università di Palermo

Onofrio Romano, professore associato di sociologia generale all’Università di Bari

Marino Severini, “voce” e chitarra de La Gang;

Alberto Sgalla, docente di Diritto e scrittore;

Luca Stocchi, Presidente Centro Culturale “Cumpanis” Genova

Alessandro Testa, musicista e studioso di estetica musicale

Roberto Vallepiano, scrittore

Fabrizio Verde, direttore de “L’AntiDiplomatico”

Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale, esperto scienze del territorio e ambiente

Alessandro Volponi, docente di filosofia, Fermo

Aderisci anche tu firmando la petizione su Change.org

FONTI:

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https://sinistrainrete.info/societa/20586-daniele-burgio-massimo-leoni-e-roberto-sidoli-trump-fort-detrick-e-il-covid-19.html?auid=58710

I detriti del razzo cinese cadono sulla Terra come “accuratamente previsto

La maggior parte delle parti è bruciata durante il rientro, “pratica comune” delle potenze spaziali
di Fan Anqi e Cao Siqi (dal Global Time)

L’autorità spaziale cinese ha annunciato domenica che i resti del razzo vettore cinese Long March-5B Y2 sono rientrati nell’atmosfera terrestre, la maggior parte bruciando all’ingresso, con alcuni resti che cadono nel Mar Arabico.

Nel mezzo di un intenso confronto Cina-USA e di una concorrenza sempre più feroce nella tecnologia tra le due grandi potenze, alcuni americani si sono scervellati e hanno colto ogni occasione per esaltare la teoria della “minaccia cinese”, con l’ultimo episodio in cui hanno accusato la Cina di essere “irresponsabile” per aver lasciato i detriti dei razzi “senza controllo, causando minacce agli oggetti sulla Terra”, nonostante il fatto che è un modo comune globale per gestire i detriti dei razzi, praticato da tutte le potenze spaziali compresi gli stessi Stati Uniti.

Gli esperti aerospaziali cinesi hanno notato che si sentono “sorpresi” che alcune persone accettino una logica così assurda, dato che è senso comune nel campo della scienza. Gli analisti degli affari esteri hanno sottolineato che ciò riflette i doppi standard dell’Occidente nel tentativo di sabotare il piano di costruzione della stazione spaziale cinese, facendo emergere le loro intenzioni militari di tracciare l’hardware spaziale della Cina.

Completamente normale

I detriti del razzo vettore cinese Long March-5B Y2 sono rientrati nell’atmosfera terrestre alle 10:24 del mattino, ora di Pechino, domenica, con la maggior parte delle parti che si sono bruciate durante il processo, ha detto la China Manned Space Agency (CMSA). La posizione del rientro è 72,47 gradi di longitudine est e 2,65 gradi di latitudine nord, indicando il punto di impatto nel Mar Arabico a ovest delle Maldive.

Nonostante il chiarimento da parte degli addetti dell’industria spaziale cinese e del Ministero degli Esteri che la probabilità che i resti del razzo causassero danni era estremamente bassa, un certo numero di media occidentali, tra cui CNN e New York Times, così come il Pentagono e la NASA degli Stati Uniti, hanno affermato che i detriti stavano tornando sulla Terra in modo “incontrollato” e hanno criticato la Cina di essere “irresponsabile” per l’atterraggio nell’oceano.

“Le accuse erano false, senza fondamento”, ha detto Song Zhongping, un esperto aerospaziale e commentatore televisivo. “La cosiddetta traiettoria ‘incontrollata’ si riferisce alla perdita di propulsione, ma non significa affatto che la Cina abbia perso la traccia della sua traiettoria di volo e della sua posizione in tempo reale.”

Ogni movimento dei frammenti del razzo viene osservato da vicino dalla rete di monitoraggio spaziale della Cina, e le previsioni accurate sul suo sito di atterraggio sono state fatte di conseguenza e la rotta di volo avrebbe evitato aree densamente abitate, ha detto Song al Global Times di domenica.

Wang Ya’nan, redattore capo della rivista Aerospace Knowledge, ha detto che è “completamente normale” che i detriti del razzo tornino sulla Terra, ed è una pratica comune effettuata da tutti i partecipanti globali nel campo aerospaziale, compresi gli Stati Uniti.

“La caduta del relitto è all’interno della gamma normale secondo gli standard ampiamente accettati, con la maggior parte delle parti bruciate durante il rientro e alcune sono state bruciate in modo insufficiente a causa delle differenze nell’ambiente atmosferico”, ha detto Wang.

“Fatta eccezione per i razzi riutilizzabili SpaceX, tutti i resti del primo e del secondo stadio dei veicoli di lancio tradizionali ritornano sulla Terra in modo incontrollato. E tutti i paesi che conducono tale pratica tracciano i pezzi che cadono e calcolano le loro traiettorie come fa la Cina”, ha notato Wang.

La consegna in orbita del modulo centrale della stazione spaziale Tianhe ha dimostrato l’affidabilità e la controllabilità del razzo Long March 5B, ha aggiunto Wang.

Dopo il successo del lancio del razzo Long March-5B Y2, che ha mandato in orbita la prima sezione della stazione spaziale cinese – la cabina del modulo centrale Tianhe – la Cina ha dato il via a un’intensa fase di costruzione del progetto della prima stazione spaziale del paese, dove un fitto calendario di altri 10 lanci è stato fissato per i prossimi due anni. La stazione spaziale dovrebbe essere operativa entro il 2022.

Stimata essere l’unica stazione spaziale operativa in orbita che sarà aperta a partner stranieri dopo il pensionamento della Stazione Spaziale Internazionale previsto nel 2024, alcuni paesi occidentali, soprattutto gli Stati Uniti, sono gelosi di quanto rapidamente la Cina stia crescendo nella tecnologia aerospaziale. “Pertanto, qualsiasi progresso nel settore aerospaziale toccherà un nervo scoperto nella comunità strategica degli Stati Uniti”, ha detto domenica al Global Times Li Haidong, professore presso l’Istituto di Relazioni Internazionali della China Foreign Affairs University.

Gli Stati Uniti hanno continuato a pressare la Cina nel campo della scienza e della tecnologia dopo che il presidente americano Joe Biden è entrato in carica. Ha cercato di usare la questione dei detriti del razzo per macchiare l’immagine della Cina nel mondo, accusando il paese di danneggiare la pace mondiale, e d’altra parte, ha tentato di giocare la teoria della “minaccia cinese” dal momento che non tutti i paesi possono sviluppare razzi Long March, ha detto Li.

I detriti spaziali sono un problema affrontato da tutti i paesi nel processo di sviluppo dello spazio. Lo spazio ha bisogno della protezione di tutti i paesi, proprio come la Terra. Tuttavia, è una questione scientifica e tecnologica e non dovrebbe essere politicizzata, ha sottolineato Li.

Diversi addetti ai lavori dell’industria spaziale cinese, raggiunti dal Global Times di domenica, hanno rivelato che la Cina ha fatto i suoi compiti durante la fase iniziale di progettazione del razzo sulla posizione di decollo, la pianificazione della traiettoria e i relativi preparativi tecnici, che hanno tutti preso in considerazione la caduta dei detriti del razzo.

Intenzioni militari

Prima che i detriti rientrassero nell’atmosfera terrestre, l’esercito degli Stati Uniti e alcune agenzie dell’UE hanno seguito da vicino i detriti e hanno previsto il tempo e la posizione di atterraggio. Gli esperti hanno notato che l’analisi predittiva occidentale del relitto dello stadio finale del razzo vettore Long March-5B Y2 è una sorta di allenamento anti-missile.

“Anche se lo stadio superiore di questo razzo non è un vero missile, la previsione della sua traiettoria di volo e i parametri delle prestazioni di rientro possono essere utilizzati come esercizio per prevedere i parametri di rientro di una vera testata missilistica. È un riferimento per le loro future operazioni anti-missile”, ha detto Huang Zhicheng, un esperto dell’industria spaziale.

Huang ha notato che il trattamento dei detriti dei razzi in tutto il mondo è fondamentalmente allo stesso livello. Il problema principale è che i detriti dello stadio superiore del razzo possono causare una piccola quantità di detriti, ma la probabilità di causare danni è molto piccola. Tuttavia, questo problema non è stato risolto definitivamente da nessun paese.

‘Cometa’ o ‘grave minaccia’?

In netto contrasto con i rapporti dei media sui detriti del razzo cinese, i resti in fiamme del secondo stadio del razzo statunitense SpaceX Falcon 9, che si è schiantato in una fattoria nello stato di Washington a marzo, sono stati descritti da media come Associated Press come “lasciando scie simili a comete” mentre il vascello attraversava il cielo del nord-ovest del Pacifico.

Le diverse descrizioni dei due razzi riflettono i doppi standard adottati da alcune forze occidentali nel modo in cui viene trattata la Cina, ha detto Song, in quanto “non sono davvero preoccupati di causare danni alle persone, ma dal momento che si tratta di un razzo cinese, hanno politicizzato la questione, mettendo un’etichetta su di esso e poi pubblicizzando l’evento.”

Xing Jianwei, vice capo progettista del razzo vettore Long March 2C, ha detto ai media che la Cina sta sviluppando la capacità di controllare la carenatura del razzo (quando il cono anteriore che protegge il carico utile viene gettato nello spazio) dopo la separazione in modo che l’atteggiamento del suo rientro sulla Terra possa essere controllato.

Durante i quasi 60 anni di attività spaziale, non sono stati riportati casi di detriti di razzi che abbiano causato vittime umane. I rischi per tutti i detriti di razzi sono abbastanza simili, quindi, è davvero poco onesto intellettualmente sostenere che i razzi cinesi hanno un rischio particolarmente elevato, hanno detto gli analisti.

“Ora dubito davvero del senso comune della scienza nella società occidentale, dal momento che assumono tale logica”, ha notato Wang Yanan.

Traduzione: Cambiailmondo

FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202105/1222935.shtml

Povero Rampini, ora che “Biden copia la Cina”

di Dante Barontini (da Contropiano)

Dopo Ernesto Galli Della Loggia, non poteva mancare il famoso traduttore Federico Rampini nella per ora breve lista degli opinionisti (fare informazione è un altro mestiere) che hanno ricevuto l’input “si cambia registro”.

Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).

Divertiamoci un po’.

Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Triìum e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occident Joe Biden sta copiando Xi Jinping ali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).

Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.

La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.

E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che 1,4 miliardi abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.

Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?

Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.

Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.

Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”

Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.

Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine…).

Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte vole e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.

Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice teutonica).

La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.

Su questi altri “piccoli dettagli”… silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.

Seconda osservazione: che “a crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.

Terza osservazione: se “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.

Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali…

Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.

Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.

E parecchi silenzi in meno.

*****

Ripartono le locomotive

Federico Rampini – da La Repubblica

Per qualcuno la pandemia è un ricordo distante, un’immagine che rimpicciolisce nello specchietto retrovisore. La Cina ha cancellato tutti i danni, oggi è più ricca di quanto fosse nell’era pre Covid. La crescita dell’economia cinese nel primo trimestre di quest’anno, +18,3%, segna un record ventennale anche se in parte è dovuto al rimbalzo dopo la paralisi dei lockdown. La recessione del 2020 è stata brevissima in Cina.

Il “metodo Xi Jinping” applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.

L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.

Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori.

Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.

Nella formidabile performance del dragone cinese ci sono delle fragilità. La Repubblica Popolare si conferma troppo dipendente dalle esportazioni, in una fase in cui il protezionismo non è tramontato. Anzi, una delle rivelazioni della pandemia riguarda il pericolo di affidarsi a una logistica industriale troppo globale e dilatata, esposta a improvvise chiusure di frontiere (nei medicinali ma non solo)

Il mondo post Covid sì riorganizza con un’attenzione alla sicurezza delle catene produttive, che molti Stati cercano di riportare dentro i propri confini. Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali.

L’autogol nella diplomazia sanitaria, dopo la pasticciata (e poi smentita) ammissione che i vaccini made in China sono poco efficaci, rivela i limiti di un sistema allergico alla trasparenza.

Il vero successo della Cina però sì misura a Washington. L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.

Anche gli Stati Uniti hanno avuto una recessione più breve e meno cruenta del previsto; ora hanno la loro turbo-ripresa e finiranno per cancellare i danni sociali dei lockdown prima del previsto.

Ma in parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil.

Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil.

È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione.

L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica.

Nella gara tra le due superpotenze questa è la vera novità: l’America sta inseguendo un modello cinese, dopo averlo sottovalutato troppo a lungo.

L’Europa è in ritardo su tutti i fronti, ma le riprese gemelle delle due locomotive cinese e americana sono una buona notizia per tutti. Per scegliere un micro-esempio fra tanti: entro pochi anni i consumatori cinesi compreranno la metà di tutti i prodotti di lusso venduti nel mondo, saranno quindi un mercato sempre più trainante per il made in Italy.

Ma un monito viene dal recente infortunio di molte marche occidentali della moda che hanno osato boicottare il cotone dello Xinjiang per condannare gli abusi che Pechino infligge ai diritti umani in quella regione: è partita una massiccia campagna di rappresaglie.

Il nazionalismo cinese non perdona; usa il commercio estero come un’arma strategica di micidiale efficacia. Sempre più spesso, anche nella sfera economica l’Europa sarà messa di fronte a scelte difficili, dovrà decidere da che parte stare, e gli spazi per la neutralità si restringeranno perfino per chi pensa solo a vendere i propri prodotti.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/04/18/povero-rampini-ora-che-biden-copia-la-cina-0138182

Londra e Ankara: un’intesa commerciale e strategica

di Maurizio Vezzosi

Tra i numerosi accordi bilaterali e multilaterali sottoscritti dal Regno Unito sulla scorta dell’uscita dall’Unione Europea spicca quello firmato con la Turchia: un accordo di libero scambio tra le cui maglie traspare il rafforzamento della strategia antirussa, anti-iraniana e anticinese post-Brexit di Londra.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha descritto l’accordo come il «il più importante accordo commerciale» dopo quello firmato tra la Turchia e l’Unione Europea nel 1995. Dalla prospettiva turca esso incentiverà l’esportazione di prodotti alimentari, meccanici – specie per l’indotto automobilistico – chimici e tessili verso la Gran Bretagna. Per la Turchia Londra rappresenta infatti il secondo principale sbocco commerciale per le proprie esportazioni dopo la Germania. Stando alle stime inglesi, il volume d’affari tra Gran Bretagna e Turchia del 2019 ha superato il valore di 25 miliardi di sterline. Alcuni mesi fa, inoltre, Gran Bretagna e Turchia hanno svolto le prime esercitazioni aeree congiunte della loro storia e a distanza di poche settimane hanno reso operativa un’unione doganale.

Le pulsioni della Gran Bretagna post-Brexit sembrano ambire al rinnovamento del proprio protagonismo nello scenario internazionale e militare: così suggerisce, del resto, il cospicuo aumento della spesa militare voluto dal primo ministro Boris Johnson, pari a circa 20 miliardi di euro. Oltre a ciò, dalle prime mosse britanniche traspare chiaramente l’intento di realizzare un riposizionamento strategico a fianco di Washington. Certamente le turbolenze che stanno attraversando gli Stati Uniti potrebbero complicare la realizzazione di questo processo, ma paradossalmente potrebbero anche favorirlo.

Se l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca potrà avere un effetto ‒ almeno formale ‒ sui rapporti tra Stati Uniti e Turchia, la costruzione di un’intesa strategica tra Londra e Ankara crea i presupposti per surrogare il ‒ parziale ‒ ripiegamento strategico di Washington dal Vicino Oriente. Nella pratica, eventuali sanzioni ‒ simboliche – mosse dagli Stati Uniti nei confronti di Ankara o – altrettanto simboliche – sospensioni di forniture militari provenienti da Washington sarebbero ampiamente compensate dalle forniture britanniche, esistenti o futuribili.

Le sanzioni verso Turchia formalmente paventate dalla Gran Bretagna per le trivellazioni di Ankara in acque territoriali cipriote, d’altro canto, consistono per il momento in un pacato invito ad abbassare i toni. In questo quadro, dove sono almeno 3.500 i militari nelle basi militari britanniche di Akrotiri e Dhekelia (Cipro), la Turchia diviene uno degli assi portanti della strategia britannica nel Vicino Oriente: una strategia che in ogni caso dovrà avere cura di non compromettere l’asse con Atene.

Quello che l’atteggiamento della Gran Bretagna lascia per il momento presumere è l’embrione di una strategia volta a rinnovare il ruolo britannico nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente basata sulla mediazione dei contrasti di alcuni attori fondamentali dell’area ‒ come quelli greco-turchi e turco-egiziani – e sul contenimento di Teheran.

Londra ed Ankara hanno già in programma una “fase due” che prevede “un’area di libero scambio più comprensiva ed ambiziosa”. A chiarire il risvolto strategico dell’accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e Turchia è stato lo stesso l’ambasciatore britannico ad Ankara Dominick Chilcott, il quale ha anche confermato la valenza anticinese dell’intesa turco-britannica: «Uno dei grandi problemi strategici dei nostri tempi riguarda la necessità di calibrare le relazioni con la Cina. La pandemia, nei suoi primi mesi, ha fatto emergere la vulnerabilità di essere dipendenti dalla manifattura cinese per alcuni prodotti chiave, come i dispositivi di protezione. La Gran Bretagna, come molti altri Paesi, ha bisogno di individuare altri Paesi da cui approvvigionarsi, e questo, insieme alla nuova area di libero scambio [con la Turchia] crea un’opportunità per la Turchia e per il commercio turco-britannico. Spero anche che nel settore della difesa la collaborazione tra aziende britanniche e turche possa crescere: si tratterebbe di un fatto naturale per due Paesi NATO, ed ovviamente con un significato strategico». A questo l’ambasciatore britannico ha aggiunto di considerare quella di Ankara «l’unica democrazia stabile del Vicino Oriente».

Dalla prospettiva britannica l’area di libero scambio con la Turchia permetterà di contenere la dipendenza di Londra dalle merci cinesi, che attualmente corrispondono a circa il 10% dell’intero valore annuale delle importazioni britanniche ‒ circa 60 miliardi di euro su un totale di quasi 600 – con un interscambio complessivo che nel 2020 ha superato gli 85 miliardi di euro ed una bilancia commerciale nettamente favorevole a Pechino. Pur risultando evidentemente incompatibile con la strategia anticinese adottata da Londra, nel passato recente l’idea di un’area di libero scambio commerciale tra Londra e Pechino godeva in Gran Bretagna di una certa attenzione. Nel 2018 era stato lo stesso ministro degli Esteri cinese Wang Yi a proporre al suo omologo britannico Jeremy Hunt l’idea di un’area di libero scambio tra Londra e Pechino: malgrado ciò, l’atteggiamento britannico del presente sembra non tollerare una Cina prospera e in forze.

Oltre che nel Vicino Oriente, l’intesa strategica tra Gran Bretagna e Turchia non mancherà di avere importanti risvolti anche in Africa, dove la tradizionale presenza britannica si trova a fare i conti con il protagonismo russo e cinese: un protagonismo che Londra punta evidentemente a contrastare facendo leva sulla presenza turca nel continente africano.

Rispetto a Mosca, infine, la “scommessa turca” della Gran Bretagna sembra volersi ispirare alla larga coalizione che affrontò l’Impero zarista nella guerra di Crimea combattuta tra il 1853 ed il 1856. Nel presente, del resto, Ankara e Londra si trovano spalla a spalla anche in Ucraina, fornendo da sette anni assistenza ‒ istruttori, mercenari, armi e droni ‒ all’esercito di Kiev contro gli insorti del Donbass sostenuti da Mosca. Malgrado tutte le azioni messe in campo e le ambizioni di Lord Johnson, la gloria di Lord Palmerston potrebbe di per sé non garantire i fasti del passato alla nuova Gran Bretagna post-Brexit.

FONTE: https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Londra_e_Ankara.html

Il giallo del pipistrello. E non solo. Le “non-conclusioni” della missione scientifica a Wuhan.

di Marinella Correggia

Un’unica certezza: non è stato il maggiordomo. E se colpevole (senza colpa) fosse stato il pipistrello, non avrebbe agito da solo. Continua il giallo delle origini virali. Il Sars-CoV-2, imputato per la pandemia di Covid-19, come e perché ha fatto il salto di specie dall’ospite animale? E il teatro del crimine – il luogo della trasmissione alla popolazione umana -, è stato davvero, nel dicembre 2019, l’ormai tristemente famoso mercato ittico di Huanan a Wuhan, la città primo epicentro al mondo? E ci sono altre ipotesi?

Non è arrivato a una conclusione nemmeno il team di esperti internazionali dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che ha lavorato per un mese in Cina insieme a 17 colleghi locali, rivedendo studi, conducendo interviste, effettuando sopralluoghi. Insomma, cerchiamo ancora, è stata la promessa ripetuta nella conferenza stampa del 9 febbraio, a Wuhan. Finora è stata esclusa una sola delle ipotesi in campo. E il panorama delle indagini si è allargato al mondo intero.

Quattro ipotesi da studiare meglio; anzi tre (esclusa la fuga dal laboratorio). Obiettivi della missione erano da un lato verificare il luogo e la data di partenza dell’epidemia – e secondo varie ricerche cliniche condotte dai cinesi, non ci sarebbe evidenza di una trasmissione comunitaria nella città prima del dicembre 2019. Dall’altro di trattava di capire con quali modalità il virus si sia introdotto nella popolazione umana e abbia potuto circolare e in quali luoghi – considerando che nel dicembre 2019 il mercato di Huanan non è stato l’unico focolaio a Wuhan e che allo stato delle informazioni, e che la via esatta della diffusione del virus nel mercato non è stata individuata.

Il capo della missione dell’Oms a Wuhan, il danese Peter Ben Embarek ha spiegato in conferenza stampa: «Il lavoro sul campo non ha stravolto le percezioni che avevamo ma ci ha dato molti elementi. Abbiamo lavorato su quattro ipotesi chiave circa l’introduzione del virus Sars-CoV-2 nella popolazione umana e per ciascuna abbiamo valutato sistematicamente i pro e contro in modo razionale per futuri studi. Primo: salto di specie diretto da un serbatoio animale alla popolazione umana. Secondo: introduzione del virus mediante un’altra specie, ospite intermedia, potenzialmente più vicina agli umani, nella quale il virus si sarebbe meglio adattato e avrebbe potuto circolare per poi saltare agli umani. Terzo: la catena alimentare, in particolare prodotti alimentari congelati che agivano come superficie per la trasmissione agli umani e tutte le trasmissioni legate al cibo. Quarto: la possibilità di un rilascio accidentale da un laboratorio». Ha proseguito Ben Embarek: «La seconda ipotesi è la più probabile e sarà la pista per future ricerche, in collegamento con l’ipotesi della trasmissione attraverso le catene del freddo».

Invece l’ultima ipotesi di introduzione nella popolazione umana l’incidente della fuoriuscita da un laboratorio virologico non sarà più studiata: è ritenuta «altamente improbabile» in quanto «benché gli incidenti possano accadere, un simile virus non era stato oggetto di nessuna pubblicazione da parte di ricercatori; e i vari laboratori visitati, incluso quello di virologia, sono molto sicuri».

Comunque «tutto il lavoro compiuto continua a ritenere le popolazioni di pipistrelli il serbatoio naturale di questo virus e di virus simili. Ma la città di Wuhan non è vicina ad ambienti ricchi di pipistrelli, quindi la prima ipotesi, il salto diretto, è improbabile. Occorre trovare quale altra specie animale possa aver introdotto il virus, particolarmente nel mercato di Huanan».

Per Lian Wannian, capo del team cinese che ha collaborato con la missione, «coronavirus geneticamente collegati al Sars-CoV-2 sono stati identificati in diversi animali, fra cui pipistrelli detti “ferro di cavallo” e pangolini. Tuttavia campioni prelevati nello Hubei non hanno trovato evidenze di virus relativi al Sars-CoV-2 e campioni su animali selvatici in diverse parti della Cina finora non hanno trovato la presenza di Sars CoV-2». Come conseguenza dell’ipotesi, comunque (e per fortuna), il povero mammifero con le scaglie, in precedenza commercializzato seppure in modo illegale, è stato promosso al livello di protezione del panda.

Sempre per Lian Wannian, inoltre, «visoni, mustelidi, felidi e altre specie sono altamente suscettibili all’infezione e questo suggerisce che potrebbero essere un serbatoio ma non ci sono abbastanza dati». Milioni di visoni allevati soprattutto in Danimarca sono stati macellati – nelle tipiche scene infernali che accompagnano spesso le epidemie zoonotiche – perché negli allevamenti si è scoperta una trasmissione del virus da lavoratori ad animali e viceversa. Tanto che il sito ecologista Reporterre ha dedicato un’inchiesta https://reporterre.net/Les-elevages-de-visons-en-Chine-a-l-origine-du-Covid-19-Les-indices-s-accumulent alla possibilità che il salto del virus Sars-CoV-2 dal pipistrello, suo serbatoio naturale, all’umano, sia passato per quegli animali da pelliccia – e non per il pangolino.

Entrami i capi delegazione hanno ribadito che «grandi quantità di test relativi al Sars-Cov-2 sono stati condotti su molte specie animali, domestiche e selvatiche, anche nel resto del paese, ma non si è riusciti a trovare una specie animale potenziale serbatoio. Quindi non sembra che ci fosse ampia circolazione, nel 2019 e oggi, del virus in specie animali».

Giallo anche sull’ipotesi tre. Gli stand del mercato vendevano (prima della chiusura) soprattutto animali congelati, in particolare ittici, ma anche prodotti – e animali vivi – provenienti da allevamenti di specie di origine selvatica. Sono stati identificati venditori, fornitori e fattorie da diverse aree della Cina e anche dall’estero. Si continuerà su questa pista, ha spiegato il capo delegazione, compresa quella della catena di approvvigionamento di prodotti animali congelati.

Anche per Lian Wannian «nel mercato di Huanan, prima della chiusura, è stata rilevata la presenza di superfici altamente contaminate, compatibili con la presenza di persone infette o prodotti animali contaminati della catena del freddo». La possibilità di sopravvivenza del virus anche in condizioni di refrigerazione è da verificare. L’ipotesi di una importazione del virus da altri paesi, con la catena del freddo, è stata evocata già mesi fa da Pechino.

E adesso indagini a tutto campo anche nel resto del mondo

Fra le raccomandazioni del team, c’è quella di valutare se il virus fosse già presente in altri luoghi e paesi. La prospettiva è dunque di una ricerca internazionale. Alla domanda se il virus possa essere arrivato da altri paesi a Wuhan per esempio con viaggiatori asintomatici, Marion Koopmans, virologa olandese membro del team, ha citato la ricerca in Italia

(https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/cs-n%25C2%25B039-2020-studio-iss-su-acque-di-scarico-a-milano-e-torino-sars-cov-2-presente-gi%25C3%25A0-a-dicembre), indicando però che occorrono conferme. Sia Ben Embarek che Lian Wannian hanno precisato che adesso le ricerche devono continuare in tutto il mondo. Il danese ha precisato: «»In ogni caso occorre un approccio senza frontiere. Sulle popolazioni di pipistrelli, la Cina ha già testato molto ma nella sub regione si è fatto molto meno. Inoltre il passaggio alle persone può aver coinvolto viaggi e passaggio di frontiere fino a Wuhan. Occorre dunque verificare se in quella fase temporale ci fossero individui infetti anche in altri paesi.

Nel mistero fitto, il Centro cinese per il controllo delle malattie e la prevenzione ha dichiarato agli inizi del 2021 che «potrebbe servire molto tempo per trovare il virus. Potrebbe anche sparire prima che venga individuata l’origine».

In ogni caso, è tempo di cambiare radicalmente i rapporti fra il mondo umano e quello animale. Selvatico e allevato.

RCEP, il più grande blocco commerciale del mondo: come la Cina sta mettendo all’angolo gli USA

La Cina firma con 14 Paesi il più grande patto commerciale del pianeta. Ci sono i 10 Paesi ASEAN insieme a Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda

(Asiablog.it) — Dopo ben otto anni di negoziazioni, la Cina è riuscita a concludere l’accordo commerciale più grande del mondo, il quale la lega con altre 14 economie orientali e non solo. La firma del Partenariato Economico Globale Regionale (Regional Comprehensive Economic PartnershipRCEP) è arrivata domenica 15 novembre, al termine del vertice dell”Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), che vedeva il Vietnam come Paese ospitante.

Sforzo egemonico

La Rcep si affianca all’altro enorme sforzo egemonico prodotto dalla Cina in questi anni: i mega investimenti infrastrutturali della Nuova Via della Seta, che comincia però a mostrare sempre più evidenti segni di fatica e disincanto da parte dei Paesi partner. Al di là dei contenuti su dazi e commercio, la Rcep, come già la Via della Seta, ha valore politico: nella competizione sempre più aspra con gli Stati UnitiPechino ha portato avanti con pazienza e determinazione la propria diplomazia e ha costruito, almeno sulla carta, un blocco d’interesse e di influenza che abbraccia tradizionali alleati di Washington.

Oltre ai dieci Stati membri dell’Asean (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia, Vietnam), dell’intesa fanno parte AustraliaNuova Zelanda e soprattutto Giappone e Corea del Sud. Uno schiaffo per l’Amministrazione di Donald Trump.

Nelle intenzioni di Pechino, avrebbe dovuto partecipare anche l’India, che si è sfilata non troppo a sorpresa l’anno scorso, sempre più irritata dall’espansionismo economico dell’ingombrante vicino. Le tensioni tra i due Paesi si sono riversate sul confine conteso sull’Himalaya, dove le schermaglie tra gli opposti eserciti sono salite di livello negli ultimi mesi.

I numeri della Rcep

Anche senza l’India, i numeri della Rcep sono impressionanti. La regione interessata produce il 30% del Pil mondiale e ospita quasi 2,3 miliardi di persone. L’accordo punta a ridurre progressivamente i dazi e a facilitare investimenti e scambi tra i Paesi membri (creando regole d’origine comuni). Il risultato sarà il rafforzamento delle catene di approvvigionamento regionali, sotto regia cinese. Aspetto sul quale Pechino, unica grande economia a salvarsi dalla recessione nell’anno del Covid-19, punta sempre di più, per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.

I membri della Rcep hanno già vari accordi bilaterali o multilaterali tra loro, sui quali poggia la nuova intesa. Ci sono regole anche sulla proprietà intellettuale, mentre poca attenzione viene posta su diritti del lavoro e ambiente.

Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è stato siglato ad Hanoi lo scorso 15 novembre, dopo otto anni di negoziati, e include le 10 economie dell’Asean (Indonesia, Malaysia, Singapore, Filippine, Vietnam, Thailandia, Laos, Cambogia, Myanmar e Brunei) oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Oltre agli USA, l’altro grande assente è l’India, ritiratasi dal negoziato nel 2019.

Il vuoto lasciato da Trump

Per Pechino è un chiaro successo: la sua offensiva diplomatica ha potuto svilupparsi nel vuoto lasciato dall’Amministrazione Trump, che ha ripudiato il progetto parallelo e alternativo lanciato da Barack Obama, la Trans-Pacific Partnership (poi firmata in forma leggera dagli altri Paesi coinvolti). Per molti versi, la Rcep rappresentava proprio la risposta alla Tpp, che escludeva la Cina e puntava a contenerla.

Con la dottrina America FirstTrump ha invece rigettato il multilateralismo e reimpostato su basi mercantilistiche anche le relazioni con i tradizionali alleati, scavando un fossato di irritazione, diffidenza e dazi. Salvo poi dover rincorrere la Cina con forniture di armamenti (per esempio a Taiwan), per dare sostanza alla propria presenza politica e militare nella regione.

Secondo William Reinsch, funzionario commerciale dell’Amministrazione Clinton e consulente del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, «se gli Stati Uniti continueranno a ignorare o intimidire i Paesi della regione, il pendolo dell’influenza oscillerà verso la Cina. Se invece Biden ha un piano credibile per ripristinare la presenza e l’influenza degli Usa, allora il pendolo potrebbe tornare dalla nostra parte».

L’annuncio della Rcep è arrivato mentre a Washington va in scena la più contestata e rocambolesca transizione della sua storia.

 

 

FONTE: http://www.asiablog.it/2020/11/24/rcep-cina-stati-uniti/#more-47471

Cosa succede a Hong Kong? Intervista Video a Francesco Maringiò

Con l’aiuto di Francesco Maringio’, esperto di Cina, chiariamo quello che sta succedendo a Hong Kong.

Intervista di Pietro Lunetto

 

 

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=32006

 

CUBA E CINA: UNA LEZIONE DI UMANITA’.

di Anika Persiani

(21/03/2020) – Domani sbarcheranno a Malpensa 52 medici cubani, accompagnati da coordinatori e traduttori.
Mentre tutti i nostri paesi “amici” ci hanno chiuso la porta in faccia, ci hanno derisi, ci hanno trattati come “sporchi e maledetti”, ci hanno lasciati affogare in questa orribile pandemia che con una presa di coscienza ed un aiuto europeo dal primo giorno si sarebbe potuta fermare, domani arriveranno “i cubani”.
Donne e uomini che, per umanità, stanno lasciando le loro famiglie, i loro cari, i loro amici, nell’incertezza di non rivederli mai più. Continua a leggere

Pandemia: La Casa Bianca e FMI i primi infetti

di Atilio A. Boron

Guerre, crisi economiche, disastri naturali e pandemie sono eventi catastrofici che fanno emergere il peggio e il meglio nelle persone – sia nei leader che nella gente comune – e anche negli attori sociali e nelle istituzioni. È in circostanze così avverse che le belle parole svaniscono nel nulla e danno luogo ad azioni e comportamenti concreti. Giorni fa e trattenendo a malapena le lacrime, il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, ha denunciato davanti alle telecamere il grande inganno della “solidarietà europea”. Non esiste una cosa del genere, ha detto Vucic, è una favola per bambini, carta straccia. Ha poi ringraziato la Repubblica Popolare Cinese per la sua collaborazione. E aveva ragione nella sua denuncia. Dall’America Latina abbiamo a lungo avvertito che l’Unione Europea era un sottile raggiro, pensato per avvantaggiare la Germania più di ogni altra cosa attraverso il controllo della Banca Centrale Europea (BCE) e con l’Euro per assoggettare i paesi dell’Eurozona ai capricci – o agli interessi – di Berlino. L’esitante reazione iniziale della BCE all’eccezionale richiesta di aiuto dell’Italia per affrontare la pandemia che sta devastando la penisola ha mostrato per alcune ore ciò che il leader serbo aveva denunciato. Un scandaloso “ognuno per sé”, che smonta la retorica sdolcinata de “l’Europa dei cittadini” e “Europa una e multipla” e altre simili balle. Una favola per bambini, come diceva Vucic. Continua a leggere

Italia Cina – Collaborazione Scientifica e Tecnologica: Piano d’Azione verso il 2025

Uno studio sulla cooperazione scientifica e tecnologica con la Cina, indirizzato a industrie, università ed enti di ricerca, che presenta le tematiche su cui concentrare gli sforzi del prossimo quinquennio.

ll documento – che rinnova l’impegno del Maeci nell’azione di coordinamento della cooperazione bilaterale con la Cina – è stato realizzato con il contribuito degli Addetti scientifici italiani accreditati nella Repubblica popolare cinese e dei partecipanti al Tavolo tecnico per la cooperazione scientifica e tecnologica con la Cina, coordinato dalla Farnesina.

Si punta a stimolare nuove iniziative di cooperazione bilaterale in un’ottica di collegamento tra ricerca, alta formazione e industria nei seguenti settori: 1) fisica, geofisica e spazio; 2) materiali avanzati; 3) ambiente e energia; 4) urbanizzazione sostenibile; 5) nuove tecnologie per il patrimonio culturale; 6) agricoltura; 7) scienze della vita, salute e benessere; 8) fabbrica intelligente.

 

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Il coronavirus è il disastro perfetto per il capitalismo dei disastri

L’attivista, figura di riferimento del movimento di Seattle, spiega come governi ed elite globali sfrutteranno la pandemia per portare avanti le priorità del libero mercato . Un’intervista tradotta dall’edizione dall’edizione statunitense del magazine Vice

Il coronavirus è ufficialmente una pandemia globale che finora ha infettato un numero di persone dieci volte superiore a quello che venne colpito dalla Sars. Negli Stati Uniti scuole, sistemi universitari, musei e teatri stanno chiudendo e presto potrebbero farlo anche intere città. Gli esperti avvertono che alcune persone che sospettano di aver contratto la malattia, anche nota come Covid-19, stanno proseguendo le loro attività quotidiane o perché sul lavoro non hanno accesso a permessi retribuiti o per via delle falle sistemiche del nostro sistema sanitario privatizzato. Molti di noi non sono sicuri di cosa fare o di chi ascoltare.  Continua a leggere

Algoritmi facebook e libertà di ragionare

Ci segnalano che il rilancio su Facebook della notizia pubblicata anche dal nostro sito che il portavoce del Ministero degli Esteri cinese abbia chiesto trasparenza di informazione agli USA sulla possibile presenza del virus COVID-19 in USA già nel novembre 2019 (VEDI NOTIZIE QUI) e (QUI), abbia prodotto come ammonimento il seguente messaggio.

USA TODAY, partner di Facebook nel Fact checking di notizie sul social network avrebbe verificato che la notizia è falsa: Secondo USA TODAY, “il Coronavirus si è originato in Cina e in nessun altro luogo”.

Seguono indicazioni e link cui attenersi nella pubblicazione di post su Facebook.

Si potrebbe dire che Facebook se la canta e se la suona. Continua a leggere

«Siamo in un’economia di guerra»

di Roberto Ciccarelli (da Il Manifesto)

Coronavirus. Drammatico annuncio del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno: “Non dobbiamo illuderci: sono i primi passi di una battaglia temporanea e lunga. Il contenimento sta portando l’economia ai tempi di guerra”. Una metafora dilagante a tutti i livelli che serve a rinserrare la popolazione nelle file di un esercito immaginario, ma rischia anche di occultare un cambio di paradigma. Ieri sono di nuovo crollate le borse: l’azione della Fed non è servita, Wall Street ha fatto di nuovo peggio del 1987, Milano a meno 6%. Verso un coordinamento delle politiche fiscali a livello Ue. Gentiloni: «Pronti a qualunque azione» Continua a leggere

L’epidemia travolge tutti, anche il debito globale

di Vincenzo Comito

La diffusione del coronavirus è destinata a stravolgere l’ordine economico, finanziario e geopolitico internazionale. Mentre qualcuno, illusoriamente, invoca la degloblizzazione e il decoupling Usa-Cina, si profila un’esplosione del debito mondiale. E con essa una nuova drammatica crisi finanziaria. Continua a leggere

La Regione Lombardia chiede aiuto ai medici cubani, cinesi e venezuelani per sconfiggere il Coronavirus

Per far fronte all’emergenza Coronavirus e disporre di un numero maggiore di personale sanitario, la Giunta della Regione Lombardia ha aperto agli Stati storicamente di sinistra. L’assessore al Welfare Gallera ha detto di “aver avuto contatti con Cuba, Venezuela e Cina per l’invio di medici e infermieri”.

Nel corso della consueta conferenza stampa della Regione Lombardia tenuta dal presidente Attilio Fontana e gli assessori Giulio Gallera, Davide Caparini e Pietro Foroni, è emerso anche il dato dei medici e degli infermieri che hanno risposto alla chiamata per entrare da subito in servizio e aiutare nella lotta all’emergenza Coronavirus. Continua a leggere

EPIDEMIA CORONAVIRUS: DUE APPROCCI STRATEGICI A CONFRONTO

I due stili strategici di gestione dell’epidemia a confronto

di Roberto Buffagni

Propongo una ipotesi in merito ai diversi stili strategici di gestione dell’epidemia adottati in Europa e altrove. Sottolineo che si tratta di una pura ipotesi, perché per sostanziarla ci vogliono competenze e informazioni statistiche, epidemiologiche, economiche che non possiedo e non si improvvisano. Sono benvenute le critiche e le obiezioni anche radicali.

L’ipotesi è la seguente: lo stile strategico di gestione dell’epidemia rispecchia fedelmente l’etica e il modo di intendere interesse nazionale e priorità politiche degli Stati e, in misura minore, anche  delle nazioni e dei popoli. La scelta dello stile strategico di gestione è squisitamente politica.

Gli stili strategici di gestione sono essenzialmente due: Continua a leggere

Lo tsunami Lagarde

di Alfiero Grandi

Le affermazioni della Presidente della Bce sono state devastanti per l’Italia – sul crollo della borsa e sull’aumento dello spread tra Btp e Bund tedeschi – e per lo scivolone delle borse europee che hanno perso 800 miliardi di euro. Un disastro economico che va sanzionato.

Ha fatto benissimo il Presidente della Repubblica Mattarella a reagire con durezza chiedendo all’Europa di farsi carico del sostegno all’Italia, che subisce in questa fase le conseguenze più pesanti dal corona virus, che in futuro potrebbe mettere in crisi altri paesi, come ha ricordato Angela Merkel che ha paventato un possibile contagio per decine di milioni di tedeschi.

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Cina-Italia: un destino condiviso

di Fabio Massimo Parenti

da https://www.beppegrillo.it

Pandemia Coronavirus: chi ha nascosto o sta nascondendo i dati negli Usa e in Europa? Quale paese pagherà il prezzo più alto? Questa crisi è un banco di prova per tutte le autorità del mondo, per tutti i popoli. 
La chiamavano la Chernobyl cinese, i commentatori nostrani, anche con un pizzico di cinismo, ma la realtà sta dimostrando che si potrà rivelare la Chernobyl dell’Europa e dell’Occidente. Al contrario, la leadership cinese va rafforzandosi, dato che l’emergenza sta rientrando grazie a misure e politiche che, come vedremo sotto, hanno ricevuto il plauso di molti paesi, organizzazioni e studiosi di tutto il mondo. La risposta cinese all’epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia (oggi lo riconoscono anche coloro che ci criticavano, mossi solo da pulsioni ideologiche). I cinesi hanno aggredito il problema ed hanno sin da subito collaborato con la comunità internazionale. Una lezione a lungo a disposizione del mondo intero, due mesi. Una lezione non appresa. Invece di guardare onestamente al dramma del popolo cinese, dapprima lo abbiamo sfruttato per criticarne il sistema politico, dopodiché lo abbiamo sottostimato ed infine lo abbiamo subìto, rischiando di pagare un prezzo molto salato. Un prezzo che ha un’unica origine: arroganza e malcelato senso di superiorità. La nostra globalizzazione neoliberale sarà forse un ricordo, oppure no. Quel che è certo: i modelli politici ed economici verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici.
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Immunità “di gregge” o socialismo.

di Gabriele Giorgi

La posizione del governo inglese che punta alla “immunità di gregge” conquistabile con circa 400/500 mila decessi da coronavirus, invita a tentare di chiarire qual è la posta in gioco.

Bisogna premettere che l’approccio anglosassone è stato preceduto da quello USA, contraddistinto da una ampia omertà sui casi di polmoniti atipiche (almeno 30mila) registratesi già a fine 2019 sul territorio statunitense che avrebbero portato alla morte oltre 20.000 persone già prima di fine anno.

Omertà confermata dalle dichiarazioni della governatrice dell’Ohio che due giorni fa ha affermato, per prima, che i casi reali di contagio presenti soltanto nel suo stato, sono già circa 100mila.

La linea “inglese” viene quindi già percorsa da diversi mesi in alcuni paesi, in primis dagli USA. Continua a leggere

Prima presa di posizione pubblica di Pechino. “Potrebbe essere stato l’esercito Usa ad aver portato l’epidemia a Wuhan”

Arriva la prima dichiarazione ufficiale da parte di Pechino sulla possibilità che il coronavirus sia nato negli Stati Uniti. Attraverso il suo account Twitter molto seguito, uno dei portavoci del ministero degli affari esteri cinese, Zhao Lijian, dichiara: “Potrebbe essere stato l’esercito Usa ad aver portato l’epidemia a Wuhan”, con una connessione diretta ai noti Giochi militari dell’ottobre 2019 che avevano portato nella città oltre 300 militari nord-americani nell’ottobre scorso proprio nel periodo che gli scienziati hanno individuato come il momento dell’incubazione del famigerato Covid-19.

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Cina invia in Italia team di esperti medici, per combattere il coronavirus

La Cina sta inviando un team di esperti medici per aiutare l’Italia a combattere il coronavirus. Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio aveva chiesto assistenza al suo omologo cinese Wang Yi

Come ha riferito il media cinese South China Moring Post, la Cina sta inviando un team di esperti medici per aiutare l’Italia a combattere il coronavirus dopo che ieri si è registrato il bilancio di morti più alto in un solo giorno.

Pechino ha fornito assistenza simile all’Iran e all’Iraq per contenere la diffusione di
il virus respiratorio che è scoppiato per la prima volta nella Cina centrale. Continua a leggere

Le “linee di faglia” del coronavirus

di Aldo Romano (da Contropiano)

Il diffondersi dell’epidemia da coronavirus sta esercitando una pressione continua e inarrestabile su tutti i rapporti sociali movimentando infinite linee di faglia.

Per primo viene travolto il Servizio Sanitario Nazionale, o meglio viene travolta la favola della sanità di eccellenza e vengono messi a nudo i limiti del servizio sanitario in quelle regioni come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna che guidavano tutte le classifiche di qualità. Continua a leggere

Rapporto Oms. Come la Cina sta vincendo il virus

(da Redazione Contropiano)

E voi “godetevi” la sanità privata e regionalizzata…

Una Commissione internazionale di esperti virologi, diversi dei quali statunitensi, è stata inviata in Cina dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il loro rapporto finale, dopo un approfondito esame della situazione sanitaria in loco, è un poco meno che entusiastico.

Apprezzato tutto, dalle misure prese per il confinamento (decine di milioni di persone chiuse in casa) allo sforzo inaudito per rafforzare la sanità pubblica là dove era indispensabile. Con cifre impensabili qui da noi, non solo in assoluto (che è ovvio, vista la differenza di dimensione della popolazione…), ma soprattutto in percentuale. Continua a leggere

DOPO COVID-19

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