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Come la Cina si protegge dalle incursioni dei capitali speculativi dell’economia-mondo

di Giordano Sivini

Da una ricerca storica sulla Repubblica Popolare Cinese del ‘900 è emersa l’ipotesi, esplicitata fin dal titolo “La costituzione materiale della Cina. Le ragioni storiche della crescita del capitalismo cinese fuori dall’economia-mondo finanziarizzata” (Asterios, 2022), che all’incessante sviluppo cinese nel nuovo millennio abbiano contribuito gli investimenti diretti dall’estero e il concomitante divieto agli investimenti di portafoglio di entrare nell’area di accumulazione cinese. Il divieto era stato deciso alla fine degli anni ’90. La Cina stava preparandosi ad entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e adeguava il sistema istituzionale ed economico alle forme del capitalismo globale. Nel 1996 aveva promesso al Fondo Monetario Internazionale che la ‘moneta del popolo’, il renminbi, sarebbe stata resa gradualmente convertibile, ma il sopravvenire della crisi finanziaria asiatica fece bloccare il processo. Mentre nell’economia globalizzata i capitali produttivi stavano diventando tributari di quelli finanziari (Sivini, 2018), in Cina venne presa la decisione di vietare l’ingresso a quei capitali esteri che non avessero obiettivi immediatamente produttivi.

L’ipotesi che l’elemento distintivo del capitalismo cinese fosse legato a questa decisione è ripresa in esame in questo articolo alla luce delle autorizzazioni date dalla Cina nel nuovo millennio ad investitori stranieri ad operare in borsa e a grandi istituti finanziari esteri di realizzarvi investimenti di portafoglio. Il fine principale di queste aperture è stato di rendere il mercato finanziario cinese più competitivo, capace di produrre innovazioni nel sistema finanziario, orientato a sostenere le attività produttive ma ritenuto scarsamente efficiente.

Le autorizzazioni sono state accompagnate dal vincolo di operare in renminbi in condizioni paritetiche con i soggetti cinesi già operativi. Questo vincolo produce effetti analoghi a quelli del divieto, progressivamente rimosso, ai capitali finanziari speculativi di entrare in Cina, poiché li priva dello spazio globale di mobilità che caratterizza le loro incursioni speculative. Concludendo, l’ipotesi iniziale va rivista per considerare anche che, in ultima istanza, gli stretti limiti alla convertibilità dl renminbi fungono da dispositivo di sicurezza dell’area di accumulazione cinese rispetto all’economia-mondo finanziarizzata.

Lo spazio produttivo e l’accumulazione

Giovanni Arrighi utilizza rispettivamente i termini ‘centri di accumulazione’ e ‘reti di accumulazione’ per cogliere con quest’ultimo la molteplicità dei processi di formazione del capitale, e con l’altro le posizioni di comando su questi processi (Arrighi, 1996). Si tratta di concetti che gli servono per definire l’autonomia relativa del capitale rispetto allo Stato, costituito da ‘reti di potere’, con il quale le reti e i centri di accumulazione stanno in rapporto, poiché “lo sviluppo dell’accumulazione su scala mondiale ha bisogno della presenza di un potere politico che organizzi i mercati, protegga gli investimenti, assicuri i profitti”. La trasformazione dell’economia-mondo capitalistica da sistema nel quale le reti di accumulazione erano incorporate e subordinate alle reti del potere, a sistema nel quale le reti del potere sono incorporate e subordinate alle reti di accumulazione, è avvenuta, secondo Arrighi, attraverso una serie di cicli sistemici, al cui interno sono emersi centri di accumulazione presieduti da specifici soggetti degli affari e della finanza.

La formazione dell’area di accumulazione cinese

Questa concettualizzazione serve per definire la collocazione della Cina popolare come rete di accumulazione incorporata e subordinata alla rete di potere del partito comunista, entrambe materialmente strutturate dalla leadership che è al centro di entrambe le reti. La formazione della Repubblica Popolare uscita dalla guerra rivoluzionaria, ha evitato che le potenzialità del grande spazio produttivo cinese fossero sottomesse al giogo del capitalismo, termine con cui Mao definiva ogni tipo di sfruttamento e di diseguaglianza. La Cina non sarebbe stata una economia sottoposta al dominio esterno come tutte quelle che nell’economia-mondo avevano cercato di emergere liberandosi dei vincoli dell’imperialismo; doveva affermarsi e svilupparsi entro un proprio spazio economico. Per realizzare il socialismo – obiettivo del partito comunista che aveva guidato la rivoluzione – questo spazio doveva essere esterno al mondo capitalista.

Anche se importanti risorse venivano dal sistema industriale rimesso in piedi dai tecnici sovietici, il 90 per cento della popolazione, liberata dal movimento rivoluzionario, si era appropriata della terra, generale mezzo di produzione e di sostentamento. L’accumulazione di ricchezza era alimentata dal plus prodotto realizzato dal lavoro contadino in forma cooperativa e dal lavoro industriale socializzato e pianificato (Sklair.1979: Riskin, 1987). Confiscati gli istituti finanziari, alla liberazione venne costituita la Banca popolare e creata la ‘moneta del popolo’, renminbi, stabilendo, nell’ambito del sistema di Bretton Woods, il suo valore di scambio rispetto al dollaro statunitense. La ricchezza sociale, costituita da beni d’uso a prezzi valutati politicamente in renminbi, confluiva nel centro dell’area di accumulazione controllata dal partito comunista, che la redistribuiva. Si aggiungeva a quella dei beni confiscati, da un cospicuo prestito in rubli da parte dell’Unione Sovietica, e dalle ripetute emissioni di prestiti nazionali, che davano interessi più alti rispetto ai depositi bancari (Le renminbi, 1969)

Nelle analisi sulla Cina popolare la separazione della sua area di accumulazione da quella dell’economia-mondo non viene mai colta. Implicitamente si assume che il capitalismo siia tutto includente, tutt’al più sistema-mondo di aree produttivamente interconnesse, nel quale un centro si impone sulle periferie e ne sfrutta le risorse (Minqi, 2016). Mao non ha posto la Cina come periferia; l’ha posta come nuova entità sovrana indipendente, autodeterminata, appunto come area di accumulazione separata dall’economia-mondo capitalistica. Cambiando radicalmente percorso, le leadership successive hanno realizzato la crescita del paese all’interno di quest’area, ribadendone la sovranità soprattutto rispetto alle minacce del capitale finanziario globale, e facendo dell’apertura selettiva all’economia-mondo una condizione per la sua propria crescita.

L’apertura controllata all’economia-mondo

Per creare ricchezza espandendo la scala della produzione e aumentando la produttività, la Cina aveva bisogno di mezzi finanziari e tecnologici. L’economia-mondo li ha forniti, nelle forme della valuta pregiata creata dai profitti tratti dalle esportazioni, degli investimenti diretti dall’estero e delle partecipazioni azionarie e obbligazionarie a capitali cinesi.

Alla fine degli anni ’70 Deng Xiaoping adottò una strategia che, ribaltando quella maoista, attribuiva priorità allo sviluppo delle forze produttive rispetto alla diffusione di rapporti di produzione egalitari, ed eliminò i vincoli produttivi basati sulla cooperazione e la pianificazione. Il mercato interno dei capitali decollò nei primi anni ’80 del ‘900, dando il via ad un fiorire di iniziative private che, rompendo il monopolio bancario, portarono alla formazione di una economia ombra e persino ad una febbre azionaria. Un intenso traffico valutario era causato dal sistema di doppia valuta che consentiva l’uso del renminbi per transazioni domestiche, mentre prevedeva certificati di cambio per quelle con l’estero (Vic, 2018). Il flusso transfrontaliero di capitali era ridotto e il conto corrente sostanzialmente in pareggio, in quanto gli importi delle esportazioni venivano determinati dal fabbisogno di divise estere per le importazioni, agendo su una sorta di liberalizzazione selettiva anticipata dei loro controlli, secondo il principio ‘prima l’afflusso, poi il deflusso’ (Huang, 2011). Dopo Tienanmen il governo si impegnò a regolare il mercato, e le iniziative locali vennero frenate e portate sotto il controllo centrale. Un inserimento nel mercato globale dei capitali fu possibile dopo lo sbarco nel 1992 del primo titolo cinese alla Borsa di New York.

Mentre le società cinesi si rivolgevano ai mercati azionari esteri per drenare risorse finanziarie, le società estere entravano in Cina nella forma di investimenti diretti. Particolarmente interessate erano le multinazionali, per le quali la costante crescita economica cinese, la valuta stabile, la modesta inflazione e il basso costo della forza lavoro costituivano rilevanti garanzie di espansione, sia all’interno del paese sia come base per la produzione di componenti e di merci finite da esportare. Nella seconda metà degli anni ’90 la Cina diventò il secondo destinatario al mondo di investimenti diretti esteri, superata solo dagli Stati Uniti. Dal 1979 al 1996, entrarono in attività oltre 140 mila imprese a capitale straniero. La loro quota sul totale della produzione industriale cinese raggiunse il 13 per cento con 17 milioni di dipendenti.

L’approdo in Cina rispondeva alla necessità dei capitali occidentali di superare la crisi di sovra produzione che l’economia-mondo stava sperimentando proprio negli anni in cui Deng Xiaoping e Zhu Rongji aprivano le porte. “Gli stranieri stanno attivamente cercando di venderci beni in eccedenza, tutti i beni in eccedenza del mondo”, fece notare Zhu, capo del governo, quando Jiang Zemin era segretario del partito. Nel 1996 erano stati allentati i controlli dei flussi di capitali transfrontalieri e il governatore della Banca centrale cinese aveva rassicurato il Fondo Monetario Internazionale che nel giro di dieci anni sarebbe stata realizzata la convertibilità della moneta cinese (Huang 2011). L’anno successivo la crisi finanziaria asiatica bloccò questo processo, inducendo la Cina a prendere misure per tutelarsi dalle scorribande del capitale finanziario dell’economia-mondo. Al governo fu chiaro che gli investimenti esteri avrebbero dovuto soltanto servire alla crescita dell’economia reale (Nolan, 2004; 2021). Zhu impose barriere alle attività speculative internazionali, una strategia mantenuta successivamente. “I leader cinesi hanno spesso sottolineato che la finanza non dovrebbe avere altro scopo che quello di sostenere gli investimenti e quindi la crescita economica” (Subacchi, 2017).

Favorevoli e contrari agli investimenti esteri di portafoglio

In Cina si è sviluppato dopo gli anni 2010 un intenso dibattito sull’apertura del paese ai flussi dei capitali finanziari internazionali sotto forma di investimenti di portafoglio. La banca centrale cinese ne ha sostenuto la liberalizzazione, e i suoi funzionari hanno spinto in questa direzione fin dagli anni ’80. La posizione rifletteva gli interessi del settore, ma era condivisa al di fuori del sistema bancario anche da economisti dell’imprenditoria privata e da politici che ritenevano che le restrizioni, più che proteggere dagli shock esterni, consentissero, in mancanza di competitività con l’estero, comportamenti finanziari interni irresponsabili. L’opposizione alla liberalizzazione veniva invece da vari settori intellettuali, come l’Accademia cinese delle scienze sociali, e da funzionari e politici con legami con le grandi imprese statali che beneficiavano della chiusura e mettevano soprattutto in rilievo gli effetti dirompenti della globalizzazione finanziaria su molti paesi in via di sviluppo (Steinberg, 2020).

La vulnerabilità del sistema bancario cinese alle pressioni della finanza internazionale era già stata sottolineata da James Petras. “Appena il settore finanziario statunitense ed europeo entreranno in partnership con le banche cinesi, probabilmente useranno le loro controparti come leva per cooptare, corrompere e fare pressioni su funzionari locali e statali al fine di liberalizzare ulteriormente, estendendo l’accesso straniero alle azioni, alle obbligazioni, ai titoli, al risparmio e, alla fine, alla proprietà completa di settori finanziari strategici” (Petras, 2007).

All’inizio del 2012 la Banca centrale produsse un documento che chiedeva di accelerare la liberalizzazione dei movimenti dei capitali. Justin Yifu Lin, economista, consigliere del governo cinese, già capo economista e vice presidente senior della Banca Mondiale, colse l’occasione di una tavola rotonda per un duro intervento critico. “Non sono d’accordo – disse – con la posizione del Direttore Generale della Banca centrale Sheng secondo cui “altri paesi con condizioni più povere hanno completamente liberalizzato il loro conto capitale, perché noi non dovremmo?”. Quei paesi si sono completamente liberalizzati, ma le loro economie non sono andate bene come la nostra. Perché dovremmo liberalizzare completamente? Le nuove teorie proposte dagli accademici finanziari degli Stati Uniti non riescono a capire la differenza tra capitale finanziario e capitale reale (…). Di fronte alle pressioni del governo degli Stati Uniti e del FMI, noi dobbiamo stare sulla difensiva, e la Banca popolare cinese deve essere in prima in linea. Con tutto il capitale speculativo che fluisce in tutte le direzioni e che penetra in ogni crepa, la gestione macroeconomica deve mantenere l’autonomia della politica monetaria” (Li, 2013).

Le Banche centrali dei paesi sviluppati dopo la crisi del 2008 avevano fatto ricorso a politiche monetarie espansionistiche. L’economia globale era stata inondata di liquidità, e i capitali finanziari avevano accelerato la ricerca di porti sicuri e di occasioni per speculare. Le autorità cinesi avevano ampliato la sfera delle operazioni in renminbi degli operatori stranieri QFII (Qualified Foreign Institutional Investors) ammessi ai mercati finanziari interni nel quadro di un programma lanciato già nel 2002. Nel 2014 era stato creato lo Shanghai-Hong Kong Stock Connect, allargato due anni dopo a Shenzhen, per consentire di operare in renminbi sulle tre Borse; nel 2019 il collegamento tra Shanghai e Londra ha espanso le attività ai mercati europei dei capitali (Lardy, 2020).

Queste forme di crescente ma controllata apertura al capitale finanziario internazionale speculativo avevano l’obiettivo di attrarre investimenti e di spingere i capitali cinesi a rispondere alle sollecitazioni degli investitori esteri. “Negli ultimi anni, la Cina ha mantenuto una liquidità sufficiente, i tassi di interesse di mercato sono ampiamente diminuiti e la crescita del finanziamento aggregato ha tenuto il passo con la crescita del PIL nominale. Nel complesso, alla Cina non mancano i fondi, manca il capitale”, ha rilevato Yi Huiman, presidente della China Securities Regulatory Commission, in una analisi pubblicata alla vigilia del ventesimo congresso del partito comunista (Huiman, 2022).

L’apertura ‘con caratteristiche cinesi’ agli istituti finanziari globali

Preannunciata nel 2018, l’apertura al capitale finanziario dell’economia mondo si è realizzata l’anno successivo con le autorizzazioni ai grandi istituti finanziari di inserirsi sul mercato cinese tramite proprie fiduciarie su basi competitive con i soggetti cinesi già presenti. La misura anticipava l’Accordo di fase uno USA-Cina, firmato nel gennaio 2020 da Trump, che imponeva la rimozione delle barriere commerciali e di investimento per i fornitori statunitensi di un’ampia gamma di servizi finanziari, inclusi quelli bancari, assicurativi, mobiliari e di rating. Alcuni istituti, come Goldman Sachs, UBS, Credit Suisse e Morgan Stanley, erano già presenti in Cina da tempo, ma operavano da posizioni minoritarie in joint venture con entità locali; nel nuovo contesto potevano acquistare esclusiva capacità operativa.

A metà 2021 sono oltre cento le fiduciarie cinesi possedute dagli istituti esteri autorizzati ad operare in Cina. Ci sono istituti di compensazione per la gestione delle carte bancarie American Express e Mastercard; società di gestione patrimoniale facenti capo ad Amundi e BlackRock; banche di investimento come Goldman Sachs, Morgan Stanley, UBS, Credit Suisse, JPMorgan Chase, Nomura, DBS e Daiwa; società di rating come Standard & Poor e Fitch; e Yagi Tanshi per l’intermediazione valutaria. Generalmente i soggetti che operano sul mercato interno sono giuridicamente cinesi ed hanno nomi associati a quelli dei proprietari esteri (Panpan, 2022).

Yi Gang, governatore della Banca centrale cinese, dando comunicazione nel marzo 2019 dell’imminente misura, da lui già annunciata nel dicembre precedente, è molto chiaro: “Per l’apertura del settore finanziario sarà prevista la parità di trattamento per le istituzioni cinesi e quelle straniere in termini di requisiti e standard normativi, come la partecipazione azionaria, la forma di costituzione, la qualificazione degli azionisti, l’ambito di attività e il numero di licenze. Le istituzioni finanziate dalla Cina e dall’estero saranno trattate allo stesso modo trasparente e coerente con la pratica internazionale”.

Il governatore sottolinea che l’apertura del settore finanziario non comporta di per sé rischi finanziari per la Cina, ma può aumentare la complessità per prevenirli. “Faciliteremo gli investimenti esteri e miglioreremo la trasparenza del quadro giuridico, dei regolamenti, del sistema contabile e fiscale per gestire i rischi in modo efficace. Secondo me, siamo in grado di soddisfare l’esigenza di apertura del settore finanziario. Molti investitori globali vogliono investire nel regime valutario renminbi. Nell’attuale quadro di politica monetaria siamo in grado di gestire i rischi finanziari associati all’integrazione della Cina nell’economia globale e alla globalizzazione economica. Dal momento che il paese si è integrato nell’economia globale attraverso il commercio, gli investimenti, i servizi e il turismo, apriremo anche il settore finanziario e miglioreremo di conseguenza la politica monetaria”.

“Quello finanziario è un settore sottoposto a licenze”, aggiunge il governatore rispondendo ad una domanda. “Quando si tratta di raccogliere fondi dal pubblico si deve prestare grande impegno alla prevenzione dei rischi. Nel rilasciare licenze va fatta attenzione alla protezione dell’interesse pubblico, in particolare agli interessi dei depositanti al dettaglio e a quelli degli investitori. L’innovazione finanziaria ha accresciuto anche l’importanza del coordinamento normativo transfrontaliero. Molte innovazioni finanziarie comportano flussi di transfrontalieri di denaro, servizi e gestione patrimoniale. Il coordinamento normativo transfrontaliero è quindi imperativo” (Gang Yi, 2019).

I problemi di competitività delle fiduciarie di proprietà estera sono evidenziati dal quotidiano economico cinese indipendente Caixin. “Quattro istituti stranieri hanno acquisito partecipazioni di controllo nelle loro joint venture mobiliari, Goldman, UBS, Credit Suisse e Morgan Stanley. Altri quattro sono stati autorizzati a costituire società possedute a maggioranza o totalmente: il gigante americano dei servizi finanziari JPMorgan Chase, i titani finanziari giapponesi Nomura Holdings e Daiwa Securities, e il colosso bancario di Singapore DBS. La banca francese BNP Paribas, la giapponese SMBC Nikko Securities e la britannica Standard Chartered sono in attesa di approvazione per costituire società di intermediazione mobiliare. Una volta ottenute le autorizzazioni ci saranno 11 società di titoli controllate dall’estero che opereranno in un mercato affollato da oltre 140 soggetti, dominato da giganti di proprietà statale come Citic Securities, Huatai Securities e Guotai Junan Securities”.

“Nel settore della gestione patrimoniale, tre società straniere hanno ottenuto l’approvazione per costituire società di fondi comuni interamente controllate, BlackRock, Fidelity International e Neuberger Berman; altre tre sono in attesa di autorizzazione, Van Eck Associates, Alliance Bernstein e Schroders. Saranno in competizione con oltre 130 gestori di fondi comuni tra cui E Fund Management, China Universal Asset Management e GF Fund Management, che hanno registrato un utile netto del primo semestre 2021 compreso tra 1,3 e 1,8 miliardi di yuan”. (Yue, 2021)

Anche il Financial Times, definendo China’s Bing Bang l’apertura cinese agli istituti finanziari esteri, affronta il problema della loro competitività facendo riferimento ad alcune esperienze pregresse. JP Morgan, afflitto da battute d’arresto e da costi proibitivi che hanno limitato l’investment banking, ha perso in Cina 40 milioni di dollari negli ultimi due anni. Tuttavia considera che le perdite sono un prezzo necessario per un futuro redditizio; inoltre le commissioni raccolte dalla consulenza alle società cinesi sulle quotazioni a New York e Hong Kong sarebbero state molto più difficili da ottenere senza la base in Cina.

JPMorgan non è il solo ad aver finora fallito nel capitalizzare gli investimenti in Cina. Delle sette banche globali, solo tre – Goldman, UBS e Deutsche Bank – sono state redditizie negli ultimi tre anni; le altre – JPMorgan, Morgan Stanley, Credit Suisse e HSBC – sono in rosso. “Tutti gli istituti di credito si affrettano a sottolineare che le entrate dichiarate per le loro banche di investimento non sono rappresentative delle più ampie attività bancarie in Cina, come la sottoscrizione di obbligazioni e la consulenza tramite diverse entità onshore, a Hong Kong o altrove. Nessuno di loro rivela i ricavi totali. Ma i numeri dimostrano che devono fare molta strada per conquistare una fetta significativa dell’enorme mercato”. Affrontano con strumenti globali di alta qualità una situazione molto meno sviluppata di quella a cui sono abituati, e in rapido movimento. Le loro ambizioni si scontrano con giganti bancari cinesi come Citic Securities e CICC, che con le attività di investment banking guadagnano più di un miliardo di dollari all’anno.

“Le banche in Europa e negli Stati Uniti sono abituate a una sorta di processo decisionale centralizzato basato sui più elevati standard normativi a livello globale”, ha fatto osservare un ex dirigente che ha abbandonato un ruolo di alto livello in una banca globale. “In Cina ti trovi in conflitto con le pratiche attuali, dove a volte non hai nemmeno le regole scritte (…). Alla fine questo si riduce a uno scontro di filosofie tra due civiltà” (Kinder, 2021).

La consapevolezza di questa diversità emerge dalle aspettative delle autorità cinesi che la competitività migliori l’efficienza del sistema finanziario con l’introduzione di nuove forme di gestione, di servizi e di prodotti. (Panpan, 2022). Un grande successo è segnalato nell’ottobre 2022 da China Daily, quotidiano cinese. Bridgewater Associates, il più grande hedge fund del mondo, nella prima metà dell’anno ha ottenuto il 4,76% sui suoi investimenti nel mercato azionario cinese, rispetto al benchmark locale dello stesso periodo, lo Shanghai Composite Index, che ha perso il 6,63%. Il nuovo prodotto, lanciato in maniera discreta in collaborazione con il partner locale CITIC Securities a giugno, è andato a ruba tra gli investitori. “Per gli istituti stranieri che devono ancora avere un assaggio del mercato cinese, Bridgewater è una rivelazione”. Analogamente, all’inizio di agosto, BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, ha rilasciato un nuovo prodotto incentrato sulle società manifatturiere avanzate quotate sul mercato cinese. “Non c’è da stupirsi, i giocatori stranieri si stanno dirigendo verso una fetta della torta del mercato cinese” (Jing, 2022).

La Cina ha subìto diversi inciampi negli anni recenti, in particolare nel settore immobiliare e in quello delle banche locali. Il recente congresso del Partito Comunista non ha rieletto nel Comitato centrale quattro esponenti di punta del settore finanziario, che nel giro di pochi mesi lasceranno gli incarichi: Liu He consigliere economico di Xi Jinping, Yi Gang governatore della Banca centrale, Liu Kun ministro delle Finanze, Guo Shuqing presidente dell’organismo di controllo sulle banche e le assicurazioni. Dalle loro dichiarazioni, raccolte dal quotidiano South China Morning Post, emergono problematiche di rilievo, dai rischi del debito occulto alla scarsa trasparenza della struttura azionaria delle istituzioni finanziarie, dallo scarso rispetto della loro indipendenza ai segni di ‘graduale indebolimento della leadership del Partito’ nel settore (lee, 2022). Gli istituti finanziari globali sono grandi contenitori di liquidità per investimenti produttivi e di portafoglio, ma anche di spiccate capacità operative, e le autorità cinesi puntano sull’acquisizione di entrambi.

Il renminbi come dispositivo di sicurezza dell’area di accumulazione

Renminbi è la valuta cinese la cui convertibilità estremamente controllata protegge dagli attacchi speculativi l’area di accumulazione della Repubblica Popolare Cinese in cui circola come unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore; lo yuan, che è la sua unità di base, ha la forma di CNY all’interno della Cina continentale e quella di CNH al di fuori di essa. Il conto capitale, che riguarda i flussi monetari in ingresso e in uscita nell’area, ha una apertura molto limitata. Ciò tuttavia non influisce sull’utilizzazione delle diverse valute nelle operazioni commerciali transfrontaliere, poiché, dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il conto corrente non è soggetto a restrizioni.

Al fine di rendere possibile una conversione valutaria del renminbi in conto capitale, le autorità cinesi hanno creato all’estero mercati off-shore dove i flussi di ricchezza, che accompagnano le attività commerciali e di investimento, prima di entrare nell’area di accumulazione cinese devono essere convertiti in renminbi, quali che siano le loro origini valutarie. Un mercato off-shore richiede perciò un deposito di renminbi allestito dalla Banca centrale cinese presso la Banca centrale del paese con la quale viene sottoscritto l’accordo swap per il cambio di valuta; da esso vengono attinti i renminbi per essere spostati verso la Cina continentale già nella forma onshore di CNY. I fondi originati in renminbi e non rimpatriati possono essere cambiati nella forma offshore di CNH in altra valuta. “Spostando tutte queste transazioni all’estero, le autorità monetarie intendono proteggere il mercato onshore della Cina continentale da movimenti di capitali indesiderati e potenzialmente destabilizzanti che potrebbero minare la stabilità finanziaria interna del paese” (Subacchi 2016).

Il primo accordo swap risale al 2008 e riguarda la Banca centrale cinese e quella della Corea del Sud. Da allora al 2020 ne sono stati sottoscritti molti altri. Accompagnano gli investimenti cinesi all’estero (ODI, Outward Direct Investment) che mirano ad allargare l’accesso a materie prime e a tecnologie avanzate, conquistare mercati di sbocco per le sovraproduzioni interne, e, dopo il 2013, realizzare grandi progetti infrastrutturali nel quadro della Belt and Road Initiative (BRI), della quale la Nuova Via della Seta è una componente. Per queste attività la Cina investe all’estero in renminbi e in forex, la valuta estera di cui dispone la Banca centrale cinese. Nell’agosto 2022 il forex ammonta, valutato in dollari, a 3 mila miliardi, la più alta riserva di qualsiasi paese del mondo. Origina dal cambio in renminbi delle valute provenienti dall’estero fatto dalla Banca, che le investe all’estero in titoli obbligazionari e di prestiti interbancari.

Sulla base di accordi bilaterali i progetti della BRI realizzano infrastrutture di rilevante portata con prestiti in renminbi che i paesi devono rimborsare, ma che spesso non incassano perché vengono direttamente erogati alle imprese cinesi appaltatrici, le quali utilizzano forza lavoro e fornitori propri (Amighini, 2020). La parte che i paesi ricevono in renminbi, immessa sul mercato interno contribuisce, a partire da relazioni di importazione con operatori cinesi, ad alimentare una rete di rapporti in continua espansione (Song, 2020)

Un contributo decisivo per l’allargamento a livello regionale di questo processo espansivo è dato dalla costituzione nel 2014 della l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), promossa dalla Cina e da altri 20 paesi. Nel giro di un anno i fondatori sono diventati 57, dei quali 45 asiatici, e, in seguito, se ne sono associati altri 63. L’adesione iniziale era stata stimolata dall’impegno cinese di sottoscrivere metà del capitale, ridotto al 31 per cento in seguito alle partecipazioni dei nuovi sottoscrittori, con un potere di voto del 27 per cento entro il 73 del complesso dei paesi asiatici. L’iniziativa, osteggiata dagli Stati Uniti e dal Giappone alla quale contrappongono l’Asian Development Bank, è una risposta specifica all’enorme domanda di connettività asiatica, e si concentra sulla costruzione di infrastrutture volte a migliorare l’integrazione economica regionale. Costituisce un potente strumento di diffusione del renminbi, che ha già iniziato a spezzare il dominio del dollaro (Bora, 2020).

Contemporaneamente alla costituzione della Banca regionale, la Cina ha promosso, assieme a Brasile, Russia, India e Sud Africa, al sesto summit dei BRICS la fondazione della New Development Bank BRICS, che, come la AIIB, ha sede in Cina. L’iniziativa era già stata preannunciata in un memorandum d’intesa del 2012, ma la decisione è stata formalizzata dopo negoziazioni fallite con il Fondo Monetario Internazionale per una distribuzione più equa delle quote di voto di Usa e Ue. La Banca ha un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, ma gestisce un fondo strategico di riserva di 100 miliardi (41 della Cina, 18 a testa del Brasile, India e Russia, e 5 dell’India) al quale i partecipanti possono ricorrere per far fronte a crisi della bilancia dei pagamenti o ad attacchi speculativi. Attiva dal 2016, la Banca sta finanziando progetti sia in dollari sia in renminbi, che per lo più riguardano infrastrutture.

Le due nuove banche, una regionale e l’altra globale, promosse dalla Cina hanno contribuito alla decisione del Fondo Monetario Internazionale, presa nel 2015 e attuata l’anno successivo, di riconoscere il renminbi come valuta di riserva di portata internazionale, tale da entrare nel paniere che definisce la composizione dei Diritti Speciali di Prelievo, accanto a dollaro, euro, sterlina e yen. Tutti i paesi detentori di DSP hanno dovuto far posto alla moneta cinese, con un peso che è passato dall’iniziale 10,92% al 12,28% nel maggio 2022. Il riconoscimento internazionale nonostante la permanenza dei serrati controlli cinesi sul conto di capitale, è un’implicita rinuncia alla pretesa di liberalizzazione da sempre sostenuta dal Fondo Monetario. Il renminbi resta “lo strumento di una globalizzazione al contrario: non è la Cina ad aprire il suo settore finanziario al resto del mondo, ma è quest’ultimo ad accogliere una sempre maggiore presenza della Cina sui mercati finanziari internazionali, nonostante Pechino continui a proteggere il suo sistema finanziario dalla potenziale instabilità di una liberalizzazione incondizionata”, dice Alessia Amighini (Martinasso, 2022).

Il futuro dipenderà da come verrà interpretata l’affermazione di Xi Jinping al ventesimo congresso del Partito Comunista: “Promuoveremo l’internalizzazione del CNY in modo ordinato”.


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FONTE:

https://www.marx21.it/internazionale/come-la-cina-si-protegge-dalle-incursioni-dei-capitali-speculativi-delleconomia-mondo-i-parte/

https://www.marx21.it/internazionale/come-la-cina-si-protegge-dalle-incursioni-dei-capitali-speculativi-delleconomia-mondo-ii-parte/

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