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59 anni fa Marcinelle: Europa, Italia e nuova emigrazione

marcinelle-15di Rodolfo Ricci
59 anni fa la tragedia di Marcinelle, l’incidente minerario in Belgio che costò la vita a 262 lavoratori di cui 136 italiani, 95 belgi e 31 di altre nazionalità. Fu il maggiore incidente che coinvolse la nostra emigrazione in Europa. All’inizio del secolo scorso tragedie ancora più gravi accaddero negli USA a Monongah, nel West Virginia (1907) e a Dowson nel New Mexico (1913). Furono tragedie del lavoro, come Mattmark, in Svizzera e altre innumerevoli di cui si è persa memoria. Ad esse si aggiungono quelle accadute durante i viaggi dei nostri connazionali alla ricerca delle tante terre promesse, soprattutto sulle navi naufragate o affondate. Furono anche tragedie della prima grande globalizzazione dei mercati e della necessità di valorizzazione del capitale in territori in via di prorompente sviluppo ma a corto di braccia, come le Americhe o l’Europa distrutta dalla seconda guerra mondiale.

L’8 agosto di quest’anno ricorderemo, come sempre, la tragedia di Marcinelle e attraverso di essa i sacrifici dei lavoratori italiani nella lunga epopea emigratoria che ha coinvolto oltre 30 milioni di connazionali.

Fino a dieci anni fa, l’anniversario di Marcinelle era un momento di riflessione sul passato del nostro paese e sull’importanza della sicurezza nei luoghi di lavoro. Alla luce di ciò che accade da diversi anni nel Mediterraneo, il nostro pensiero non può non andare alle vittime della grande emigrazione dal sud del mondo, dall’Africa e dal medio oriente; a questa che è una catastrofe umanitaria e dell’Europa insieme.

Catastrofe che è il risultato del neoimperialismo estrattivo dell’occidente per il controllo delle risorse naturali dell’Africa e del Medio Oriente a cui non corrisponde alcuna minima volontà di riequilibrio delle ragioni di scambio con questi paesi; il fallimento delle primavere arabe è, da questo punto di vista, esemplare: in mancanza di ampi progetti di cooperazione tra nord e sud, non resta che il terrorismo come presunta via di fuga (decisamente incentivato da chi ha l’obiettivo di rendere permanentemente instabile l’area mediterranea e il medio-orientale ed esercitare nuove egemonie: Turchia, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Israele e i loro grandi alleati). L’altra via di fuga è l’emigrazione verso l’Europa. “O brigante o emigrante”, come più di cento anni fa il Ministro Francesco Saverio Nitti descriveva le possibilità in mano alle plebi del meridione dopo l’unità d’Italia.

In questo disordine globale, quest’anno, nell’anniversario di Marcinelle sarà opportuno ricordare che la dimensione migratoria italiana non può concepirsi  confinata nei libri di storia. Per la prima volta dopo decenni, l’emigrazione dal nostro paese sta di nuovo crescendo e nel 2014 ha superato i flussi di immigrazione.

E’ difficile parlare di questa nuova emigrazione proprio l’8 agosto, in un anniversario così tragico. Perché molte categorie e scenari vengono perentoriamente rimessi in discussione: soprattutto lo scenario di un paese, l’Italia, che si considerava definitivamente emancipato dalla sua storia di fornitore di manodopera a basso costo verso diverse latitudini. Ma se vogliamo che il nostro ricordo non si traduca in una delle tante occasioni retoriche, dobbiamo essere onesti e sinceri.

Ci troviamo infatti, di nuovo alle prese con un importante flusso di emigrazione dall’Italia, di cui le statistiche ufficiali registrano solo la punta dell’iceberg.

Il recente rapporto Svimez sul mezzogiorno descrive un quadro inquietante ma ben chiaro da diverso tempo a chi segue con attenzione o vive direttamente le dinamiche sociali e economiche del sud Italia: si va a grandi passi verso la desertificazione definitiva del meridione d’Italia; il rapporto parla di una inevitabile dimensione strutturale di sottosviluppo per le regioni del sud, le quali, negli anni della crisi hanno registrato tassi di sviluppo del Pil pari alla metà dei quello della bistrattata Grecia. Le proiezioni parlano di una riduzione di popolazione da qui a trent’anni di quasi 5 milioni di persone, come esito di tassi di natalità che sono già i più bassi dell’intera Europa, al contrario di quanto storicamente avveniva in queste aree del paese. Negli ultimi anni oltre 1,6 milioni di persone hanno già lasciato il sud.

Un altro studio più che preoccupante è quello emesso nelle ultime settimane dal FMI: secondo gli economisti del Fondo Monetario, con gli attuali tassi di sviluppo occorreranno almeno 20-25 anni all’Italia per tornare ai livelli di occupazione come quelli del 2007 precedenti all’inizio della crisi.

In mezzo ci sono gli eventi della crisi greca e ciò che essi hanno chiarito riguardo alla natura profonda della Unione Europea: un’Unione Europea che, vale la pena sottolinearlo, non è l’Europa, ma un sistema rigidissimo di regole dove i più forti regnano e regneranno e dove non vige alcun significativo vincolo di solidarietà tra paesi e tra i popoli. Su questo equivoco si continua ad imbastire una discussione già falsificata dagli eventi:  dentro questa unione non è praticabile neanche la riproposizione di politiche riformistiche che prevedano la ridistribuzione della ricchezza e un welfare accettabile; cioè non è riproponibile il tradizionale approccio socialdemocratico che ha determinato la breve epoca di benessere compresa tra gli anni ’60-80. Ciò che comanda sono i bisogni del capitale finanziario transnazionale e i paesi che ne costituiscono il faro ideologico e la cassaforte, come la Germania.

Gli effetti sono visibili anche sotto forma di nuova emigrazione dai paesi periferici del mediterraneo che hanno rinverdito la loro funzione storica subalterna al nord poichè in mano a classi dirigenti che non hanno saputo e voluto percorrere concrete strade di sviluppo nazionale, come invece ha fatto e continua a fare la Germania senza alcuna attenzione alla dimensione continentale.

Chi si riempie la bocca dei rischi di nuovi nazionalismi, dovrebbe riflettere sul fatto che essi stanno crescendo rapidamente dentro l’involucro sistemico di questa Unione Europea neoliberista, non fuori di essa. Quindi la logica vorrebbe che si tirino le somme del ragionamento. E’ questa Unione che ci porta alla catastrofe. E’ quindi da questa Unione è necessario uscire. Per rifondare l’Europa.

L’altro ragionamento che auspica la riforma dei trattati e delle istituzioni, appare, alla luce dei fatti, niente più che un auspicio, condivisibile, ma del tutto irrealistico, perché ciò che dovrebbe accadere per renderlo effettivo è un cambiamento politico non tanto nei paesi del sud, ma in quelli del nord, percorsi invece da nuove sindromi di sciovinismo come non si vedevano da tempo e strettamente controllati da grandi alleanze che tengono insieme le destre e le presunte sinistre, come accade da più legislature in Germania.

Tornando ai dati e agli scenari, la Germania ha bisogno di almeno 10 milioni di lavoratori da adesso al 2040 per contrastare la riduzione demografica e mantenere intatto il suo potenziale di sviluppo industriale. I paesi periferici del sud Europa, al contrario, pur in forte depressione demografica, vedono via via ridursi da 8 anni il proprio potenziale produttivo, con chiusura di decine di migliaia di aziende e con una disoccupazione già enorme e crescente.

In mancanza di inversioni di tendenze decisive- che sono tutte di natura politica – il risultato sarà il nuovo esodo da sud a nord all’interno dell’Europa che ha già portato negli ultimi 8 anni oltre un milione di italiani verso Germania, Inghilterra, Svizzera, Francia, ecc. oltre a spagnoli, portoghesi, greci, ecc. – Più che sul lavoro, la Repubblica rischia di essere fondata “sul turismo”, se va bene.

E’ su queste questioni che dovremmo essere chiamati a riflettere in occasione dei 59 anni dalla tragedia di Marcinelle; ciò per rispetto alla nostra intelligenza e in ossequio alla memoria di quelle persone che non andarono a lavorare in miniera per libera mobilità delle forze di lavoro, come, neanche oggi, al di là delle tante chiacchiere ideologiche, accade.

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