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America, Diritti sociali diritti umani, Italia, Migrazioni, Politica

Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

Precari docentiFabrizio Lorusso (Città del Messico)
[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Minima et Moralia e La poesia e lo spirito/Viva la scuola e Carmillaonline].

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere.

Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014 –Due 2011 – Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

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Discussione

2 pensieri su “Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

  1. Città del Messico, Bruxelles, etc…Ci risiamo con lo sfruttamento dei precari

    Il caso citato di Città del Messico, il caso dell’ambasciata di Bruxelles che abbiamo letto sui giornali italiani, nascondono una realtà che affonda le sue radici nel “culto” della precarietà che si sta installando oggi ,come prima, nel mondo del lavoro: che si tratti della cultura o che si tratti di altri settori siamo alle solite.
    Che poi ne siano responsabili il MAE o altri enti:, Università, istituti di cultura, associazioni culturali, musei…la musica non cambia. In ambito pedagogico la precarizzazione è d’obbligo per i migliaia di docenti che escono dalle università con diplomi importanti, con esperienza, con entusiasmo per questo splendido e difficilissimo lavoro: insegnare a tutti i livelli lingue, culture, storia, letterature, arte, etc.
    Ogni istituzione culturale usa oggi e in ogni parte del mondo i precari, con la scusa di formarli, di professionalizzarli, di dare loro la possibilità di conoscere e di sapere di più nel “mistero” del lavoro culturale. Ma, domanda: a cosa servono le università, le scuole di specializzazione, i master, etc? Se poi dopo la formazione continua da precario e con regole drastiche da lavoro del XIX° secolo come abbiamo letto nell’articolo succitato? Qui “Gatta ci cova” .
    In realtà i precari che affrontano e vivono queste esperienze allucinanti sono stati creati apposta per essere sfruttati e per giustificare le spese il più delle volte inutili e insensate che si fanno in centri di dubbia validità e efficacia e anche in grosse istituzioni, come la scuola, gli istituti di cultura, i musei etc. dove si celebrano i riti dell’educazione e della cultura per tutti quelli che appartengono alla classe operaia o alle classi medie. Per gli altri, i rampolli delle caste, ci sono altri circuiti e altri scenari dove tutto si consuma rapidamente e senza scosse, dove “il posto” era già pronto anche prima di nascere. esattamente come nei secoli bui che abbiamo creduto lasciarci alle spalle con la democratizzazione della società. Una balla pazzeesca direbbe qualcuno o anche il nostro vecchio e caro Fantozzi.
    La demagogia imperante, il mercato delle industrie culturali, le pseudo dottrine pedagogiche che circolano tendono a riprodurre modelli che il mercato del lavoro ha abbandonato da decenni. La lingua e la cultura italiane,come le altre lingue e culture, non interessano più e non servono più a chi eroga ricchezza e produce beni; queste lussuose discipline, cosi’ come le scienze umane e l’arte non sono più da secoli al centro del progetto di sviluppo umano. Il tempo dell’Umanesimo si è consumato, Ora chi vuole insegnare, lavorare come mediatore culturale, come artista, come etc…. deve assogettarsi alle regole della schiavitù del lavoro di seconda mano, di serie B. In alto le formazioni scientifiche, ma anche in questo settore comincia a circolare l’inflazione e il sovrannumero, poi quelle del business, e in ultimo tutto il resto.
    Se guardiamo alle riforme proposte dalla ministro Gelmini nell’era berlusconiana, mai finita purtroppo, se leggiamo bene le proposte di Renzi col suo presuntuoso e tonitruant “Job Act” o anche con le sue deliranti proposte scolastiche: rifare i tetti, le scale, ma non i programmi, quasi come faceva Mussolini…ma se andiamo in Francia con le riforme dei socialisti, in Inghilterra da Blair e dai conservatori, in America, in Spagna etc. possiamo vedere come la scuola sia stata svuotata di senso, di interesse, di fondi insomma di tutto quello che si insegna nelle scuole esclusive, nei centri di formazione per veri dirigenti, insomma di tutto quello che serve per adeguarsi al tempo e alla contemporaneità.
    Figurarsi negli Istituti di cultura, reami dove il dispotico signore, o signora, di turno decide e comanda, dispone e aggiudica i posti secondo gli umori del momento o i calcoli del suo interesse personale, senza che ci sia un controllo sindacale o anche del MAE o di chiunque possa dimostrarsi interessato al problema. Per fortuna ora, guarda caso nel momento in cui si pensa di dare una sforbiciata simbolica agli stipendi delle feluche e della schiera di cortigiani inutili che li accompagnano, o che si vocifera di ridurre le rappresentanze consolari o anche tutto il resto per gli italiani all’estero, proprio ora scoppiano gli scandali come questo di Città del Messico, quello di Bruxelles e il “Vaso di Pandora” si sta aprendo e ne sentiremo delle belle.
    Qualcuna potrei raccontarvela anch’io che insegno da anni in Francia, ho visitato istituti di cultura e quant’altro… Spesso queste esperienze mi hanno disgustato. Ho visto buttare via soldi pubblici per cene e banchetti inutili e volgari, troupes di teatro scadenti pagate come i veri professionisti solo perché erano amici del presidente del Comites o del console o del direttore dell’istituto di cultura che di cultura italiana o tout court non ne capiva niente, artisti illustri trattati come principianti solo perché critici, e altri portati alle stelle perché servili, impiegati bistrattati da folli signore o signori che non avendo mai lavorato sul serio si arrogavano il diritto di sfruttare e di umiliare veri insegnanti, veri impiegati solerti e efficaci, non fosse altro che per gelosia. Il tutto, ripeto, senza un controllo, senza che nessuno alzi un dito per intervenire e senza che nessuno osi parlare.. L’omertà regna sovrana in questi ambienti malsani invasi dalla paura di perdere anche un posticino che oggi è diventato importante, capisco questo tipo di paura, dove non ci sono le leggi del merito e vige lo spirito di parte e l’arbitrio, bisogna avere paura, come i servi nei secoli passati, come ancora oggi nei paesi del cosidetto terzo mondo.
    Oggi, i precari sono avviliti cosi’ come prima e anche molto prima, cosi’ come nei regimi totalitari, cosi’ come nel mondo dei privilegiati e delle masse lasciate ai loro problemi, insomma una vecchissima e mai risolta storia delle classi sfruttate, siamo ancora e sempre alle teorie di Marx etc.Cosi’ risaliamo algli albori dell’era dell’industrializzazione e della creazione di centri di potere periferico.
    Chè, in fondo, ambasciate, consolati, istituti di cultura non sono che i simulacri di un potere centrale in continuo cambiamento e quindi lasciati a sé stessi per forza di cose, i ministri vanno e vengono con colori politici spesso differenti nell’immagine ma non nel contenuto profondo altrimenti, cosi’ come nelle epoche rivoluzionarie ove il controllo delle spese pubbliche e delle professionalità aveva un senso storico e politico, ci sarebbe stato un cambiamento in queste istituzioni anchilosate e spesso dedite alla riproduzione di modelli culturali e politici obsoleti.
    Che i colleghi di Città del Messico lottino, rompano il muro dell’omertà e che si alleino con quelli di Bruxelles, di Marsiglia, di Lione, di Baires, di Bogotà, di Bonn etc. Che comincino a essere stufi, a fare scioperi e a comunicare fra lro, a rivoltarsi e a far pesare le loro assenze, cosi’ gli altri saranno costretti a cedere alle richieste di stabilizzazione, di stipendi onorati e giusti e che cedano i loro privilegi immeritati e i libri dei conti fasulli pieni di imbrogli. Che i colleghi denuncino al MAE e al mondo questi sprechi e esigano un controllo vero e onesto sui conti, sui corsi di lingua e cultura italiane, che si aprano tavoli di contrattazione con i sindacati, insomma che si lotti. Chè questo è solo quello che c’è da fare ieri come oggi.

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    Pubblicato da Maria G. Vitali-Volant | 05/04/2014, 23:58
  2. Ho insegnato per quasi 8 anni nella “Universidad Experimental de la Fuerza Armada” di Venezuela, una prestigiosa università con 360.000 studenti venezuelani e sudamericani e 18.000 professori. Uno stipendio ottimo. Colgo
    l’occasione di questo articolo di Cambiailmondo per ringraziare le Autorità Accademiche di Nuova Esparta(Isola di Margarita) non soltanto per avermi concesso questa opportunità di insegnare nella facoltà di Turismo la lingua italiana e la cultura, ma anche di avermi offerto ogni possibile appoggio per consentire agli studenti della predetta facoltà di conoscere la nostra lingua. Devo invece manifestare il mio rammarico per l’indifferenza dimostrata dall’Istituto Italiano di Cultura di Caracas al quale ci siamo rivolti senza ottenere nessuna risposta. L’Università non chiedeva assolutamente contributi, soltanto delle carte geografiche dell’Italia suddivise per regioni. Nemmeno questa richiesta è stata esaudita. Detto ciò sarebbe ora che il governo decida di tagliare questi istituti diventati inutili.

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    Pubblicato da Ugo Biheller | 06/04/2014, 19:11

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