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Deriva autoritaria

renzi-matrixdi Piero Bevilacqua *
Che il nostro paese sia messo su una china auto­ri­ta­ria lo prova non solo il con­te­nuto delle riforme isti­tu­zio­nali pro­po­ste dal governo Renzi e appro­vate in Con­si­glio dei mini­stri. Su que­ste valga non solo l’appello lan­ciato da Zagre­bel­sky e Rodotà, ma anche le osser­va­zioni e le riserve di tanti com­men­ta­tori, per­fino di espo­nenti e set­tori mode­rati della vita poli­tica ita­liana. Quel che indica il senso di mar­cia, la dire­zione dei venti domi­nanti è il favore popo­lare di cui gode al momento l’iniziativa del governo, il con­senso aperto della grande stampa, comeRepub­blica (ad ecce­zione del suo fon­da­tore), l’ibrido e poli­ti­ca­mente indi­stinto coro di appro­va­zione che sale dai vari angoli del paese. E, segno dei tempi non poco signi­fi­ca­tivo, è il con­certo di voci ostili, la con­danna cor­riva, il lin­guag­gio sca­dente fino a essere scur­rile con­tro i cri­tici del pro­getto di riforme. Costoro ven­gono bol­lati come par­ruc­coni, defi­niti — con una seman­tica della deri­sione che capo­volge il signi­fi­cato delle parole — «soliti intel­let­tuali», quasi fos­sero la banda deI soliti ignoti del film di Moni­celli. È già acca­duto che in momenti tri­sti e dif­fi­cili della vita nazio­nale l’intelligenza sia stata derisa.

Certo, que­sto favore con­fuso e indi­stinto che sof­fia nelle vele di Mat­teo Renzi, non è solo il risul­tato dell’abilità comu­ni­ca­tiva del nostro pre­si­dente del Con­si­glio. A reg­gere il suo atteg­gia­mento oggi aper­ta­mente ricat­ta­to­rio c’è, come ha scritto Norma Ran­geri su que­sto gior­nale (1/4) «la forza d’urto dei fal­li­menti della classe diri­gente, a comin­ciare da quelle forze inter­me­die, par­titi e sin­da­cati, che si rife­ri­scono alla sini­stra». Come negarlo? Quali sono state le idee, le pro­po­ste, le ini­zia­tive mobi­li­tanti che son venute dal Pd in que­sti ultimi anni, così dram­ma­tici per tanti cit­ta­dini ita­liani? Nulla che non fosse l’applicazione dei det­tami della poli­tica di auste­rità impo­sta dalla Ue, sia dall’opposizione (ultimo governo Ber­lu­sconi) sia nel governo Monti e non diver­sa­mente nel governo Letta. E qual­cuno ha udito, in que­sti ultimi 4 anni di disoc­cu­pa­zione dila­gante, una, una sola idea, una qual­che ini­zia­tiva all’altezza dei tempi, venir fuori dalla Cgil di Susanna Camusso? Il più opaco e impie­ga­ti­zio tran tran tran quo­ti­diano ha scan­dito la vita del mag­giore sin­da­cato ita­liano nel corso di una della pagine social­mente più dram­ma­ti­che nella sto­ria della repubblica.

Si capi­sce, dun­que, il favore, l’impazienza, la fretta, con cui tanta parte del paese guarda al «fare» di Renzi. Dopo tanta iner­zia e incon­clu­denza (ma anche, dovremmo ricor­dare, dopo tante scelte fero­ce­mente anti­po­po­lari) final­mente qual­cuno che passa all’azione. Qua­lun­que essa sia.

Un’altra e più vasta cor­rente sot­ter­ra­nea ali­menta gli spi­riti ani­mali del pre­sente «deci­sio­ni­smo». È la cre­scente velo­cità con cui il capi­ta­li­smo si muove sulla scena mon­diale. È la rapi­dità delle deci­sioni e delle scelte, di inve­sti­menti, di spe­cu­la­zioni con cui mul­ti­na­zio­nali e gruppi finan­ziari spo­stano for­tune da un capo all’altro del mondo, con­di­zio­nando la vita degli stati. È una nuova dimen­sione tem­po­rale (e spa­ziale) dell’economia che spiazza le anti­che cro­no­lo­gie della poli­tica. Di fronte alla cele­rità degli scambi, degli accordi com­mer­ciali, della mano­vre finan­zia­rie, pro­pria del capi­ta­li­smo attuale, la poli­tica appare, nelle sue più con­na­tu­rate forme, come lenta, dila­to­ria, incon­clu­dente. E la demo­cra­zia, che è dia­logo, discus­sione, pon­de­ra­zione delle scelte, ascolto delle diverse voci, pro­ce­dura for­male, appare un rituale vec­chio e obso­leto, inca­pace di rica­dute posi­tive sulla vita dei cit­ta­dini. E qui sta il nodo su cui occorre riflettere.

È vero, ci sono rituali nella vita par­la­men­tare ita­liana che oggi non sono più accet­ta­bili e occor­re­rebbe dare all’intera mac­china legi­sla­tiva una mag­giore snel­lezza ed effi­cienza. Qui la sini­stra dovrebbe mostrare mag­giore con­vin­zione e ori­gi­na­lità di pro­po­sta. Ma occorre avere sguardo sto­rico per capire il nodo che ci si para davanti, per non repli­care gli errori che ci hanno por­tato alla situa­zione pre­sente. La poli­tica appare lenta e inef­fi­ciente soprat­tutto per­ché essa, per pro­pria scelta, negli ultimi 30 anni ha ceduto mol­tis­simi dei suoi poteri all’economia capitalistico-finanziaria. Dalla That­cher a Rea­gan, da Clin­ton a Mit­te­rand per arri­vare ai nostri vari governi, essa si è pri­vata di tanti con­trolli sulle ban­che, sui movi­menti dei capi­tali, sui vari stru­menti della poli­tica eco­no­mica. Al tempo stesso, e con­se­guen­te­mente, ha inde­bo­lito i suoi tra­di­zio­nali legami con le masse popo­lari, ponen­dosi così in una con­di­zione di subal­ter­nità pro­gres­siva nei con­fronti del potere eco­no­mico. E’ la poli­tica che ha favo­rito il disfre­na­mento della potenza ano­nima del mer­cato. Ciò che oggi appare come una con­di­zione data, quasi natu­rale, spin­gendo i com­men­ta­tori odierni ad accet­tarla come uno stato ine­lu­di­bile, un prin­ci­pio di realtà, è di fatto il risul­tato di una scelta di un’autolimitazione della sovra­nità sta­tuale. Anche auto­re­voli osser­va­tori oggi ricor­rono alla parola magica glo­ba­liz­za­zione, come se si rife­ris­sero alla sic­cità o al mal­tempo. Ma un più sor­ve­gliato uso delle parole con­si­glie­rebbe il ricorso a un altro ter­mine, ora fuori moda: dere­gu­la­tion. Per­ché que­sta glo­ba­liz­za­zione non è che una forma mon­diale di domi­nio, pri­vato di molti freni e regole da parte dei governi nazio­nali. Non è — come si vor­rebbe far cre­dere — il nor­male avan­zare della sto­ria del mondo.

L’attuale impo­tenza dei governi, la loro inca­pa­cità di met­tere sotto con­trollo le ini­zia­tive delle potenze infer­nali lasciate libere di con­di­zio­nare la vita delle nazioni, li spinge a restrin­gere il campo del comando, a con­cen­trarsi sulla mac­china pub­blica, sull’efficienza e la rapi­dità delle deci­sioni. E’ la sur­ro­ga­zione di un potere per­duto, che cerca un risar­ci­mento limi­tando gli spazi della demo­cra­zia, strap­pando mar­gini di mano­vra alla rap­pre­sen­tanza, restrin­gendo il pro­ta­go­ni­smo delle masse popo­lari. E cosi ripro­du­cendo le cause sto­ri­che della pro­pria subalternità.

Ma la china auto­ri­ta­ria del governo Renzi si coglie appieno non solo met­tendo assieme la riforma elet­to­rale con la pro­po­sta di raf­for­za­mento della figura del pre­mier e l’abolizione del Senato. Anche il Jobs act rien­tra in piena coe­renza con la ten­denza. Nel momento in cui non si rie­sce a otte­nere da Bru­xel­les il via libera a una poli­tica eco­no­mica espan­siva, si ricalca con pro­terva osti­na­zione il vec­chio sen­tiero. Non si punta su inve­sti­menti e sul ruolo deci­sivo che il potere pub­blico potrebbe svol­gere in una fase di depres­sione, ma si cerca di far leva sulla piena dispo­ni­bi­lità della forza lavoro alle con­ve­nienze delle imprese. È la poli­tica fal­li­men­tare degli ultimi decenni. Essa ha creato lavoro sem­pre più pre­ca­rio, gene­rato bassi salari, inde­bo­lito la domanda interna, spinto gli impren­di­tori a con­tare sullo sfrut­ta­mento della forza lavoro più che sull’innovazione, con­tri­buito a ingi­gan­tire la scala della sovrap­pro­du­zione capi­ta­li­stica mon­diale alla base della crisi di que­sti anni. Gli oltre 3 milioni di disoc­cu­pati appena cen­siti dall’Istat sono il seguito natu­rale di tale sto­ria, nazio­nale e mondiale.

In Ita­lia que­sta via con­tri­buirà ad allar­gare l’area del “sot­to­mondo” in cui vivono ormai milioni di per­sone, con lavori sal­tuari e mal pagati, privi di cer­tezze, di iden­tità e di spe­ranze: uno solco ancor più pro­fondo fra società e ceto poli­tico. Quando, tra meno di due anni, occor­rerà togliere dal bilan­cio pub­blico intorno ai 40–50 miliardi di euro all’anno per ono­rare il rien­tro dal debito, come vuole il fiscal com­pact, occor­rerà aver pronto uno stato forte per con­trol­lare l’esplosione di con­flitti che seguirà alla distru­zione defi­ni­tiva del nostro wel­fare. Come si fa a non vedere già oggi la cur­va­tura auto­ri­ta­ria che sta pren­dendo il nostro Stato?

 

Fonte: (Il Manifesto del 5/4/14)

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