IL PD DI ELLY SCHLEIN GUERRAFONDAIO COME LA NATO

IL PD DI ELLY SCHLEIN GUERRAFONDAIO COME LA NATO Paolo Ferrero Nei giorni scorsi la segretaria del PD Elly Schlein ha rilasciato una lunga intervista al Foglio. L’intervista è incentrata attorno al tema che l’alternativa al governo Meloni c’è. Da cosa ho letto, non mi pare proprio. In questo video analizzo una parte sola della lunga intervista, quella relativa ai temi internazionali che sono quelli maggiormente sviluppati con proposte concrete. Ne emerge un quadro desolante in cui l’alternatività all’indirizzo guerrafondaio del governo e delle elites europee non emerge in alcun modo.

FONTE: https://www.youtube.com/@dignit%C3%A0TV

ALTRE REAZIONI ALL’INTERVISTA DI ELLY SCHLEIN

Paolo Desogus (su FB)

L’intervista di Elly Schlein uscita sul Foglio mostra come la dirigenza del PD si stia indirizzando verso la sconfitta elettorale. Mette inoltre in evidenza la totale assenza di cultura politica, l’incapacità di riflettere sul presente. Soprattutto le parole sulla guerra in Ucraina la dicono lunga sulla capacità di comprendere le grandi trasformazioni degli ultimi anni.

Il PD è un partito totalmente marcio. Lo è probabilmente sin dalla nascita. Ma il marciume, derivante dal carattere parassitario che intratteneva con le culture del passato, quella cristiana e quella socialcomunista, ha assunto una sorta di vita propria e si è trasformata in un’ideologia che assomma strenua difesa dello status quo, opportunismo e vera e propria stupidità.

Dell’intervista di Elly Schlein sono davvero imbarazzanti anche le considerazioni apparentemente minori, come quelle sull’intelligenza artificiale. La segretaria dem avrebbe potuto formulare numerose riflessioni su come l’IA condiziona la vita quotidiana, l’apprendimento a scuola, il lavoro. Niente: si è limitata a citare il papa senza specificare quali passaggi, sono per richiamarsi a un’autorità morale ed evitare di dire qualcosa di sensato.

Niente di concreto poi su sviluppo, occupazione, tecnologia. Il PD sostanzialmente esprime posizioni vaghe su ciò che detta nell’agenda il discorso politico della destra. Non è in grado di esprimere alcuna innovazione. Nelle sue parole non c’è nulla che lasci intravedere un qualche miglioramento nella vita sociale e individuale. Non ha un programma, non ha un’idea del mondo. vive distaccato dalla realtà.

Come 5 anni fa, durante la segreteria Letta, il PD mostra di non voler vincere le elezioni: di non volere ed evidentemente anche di non poterle vincere. Il suo alleato naturale, i 5stelle, ha del resto idee che non trovano compatibilità con l’esigenza del PD di difendere lo status quo e farsi garante dell’atlantismo e del peggior neoliberismo di Bruxelles. È probabile che Conte cercherà di mettere al muro il PD con le sue contraddizioni. Sarà però molto dura.

È allora altamente probabile la riconferma di Giorgia Meloni. La vittoria della destra costituirà l’occasione per accelerare la transizione autoritaria in atto e la regressione dell’Italia a colonia del tutto subalterna, ancora più subalterna che in passato, agli interessi internazionali. La compagine meloniana e vannacciana si sentirà autorizzata a usare la polizia come strumento di repressione e di criminalizzazione del dissenso. Mentre sul piano economico assisteremo a un’ulteriore involuzione verso la deindustrializzazione. La vedo nera: l’Italia conoscerà un declino fino a pochi anni fa inimmaginabile.

Salvatore Cannavò (su Jacobin italia)

A leggere le dichiarazioni di Elly Schlein al Foglio sembra che la lezione politica fondamentale sulla crisi di questi anni non sia stata appresa

Di tutti i complimenti che Elly Schlein poteva attendersi per la sua intervista del 23 luglio al Foglio, quelli pubblicati dal quotidiano di Claudio Cerasa il giorno dopo non sono i più benauguranti. 

In ultima pagina, infatti, si legge la soddisfazione del ministro forzista Gilberto Pichetto Fratin per «l’ottima notizia» della segretaria Pd che «non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare». E quindi, spiega il ministro, avanti tutta sul programma nucleare che il governo vuole affiancare allo sviluppo delle rinnovabili perché nel 2050 «la domanda di energia elettrica raddoppierà». Accanto al ministro del centrodestra, la soddisfazione di Michele De Pascale, presidente dell’Emilia Romagna, volto ancora poco noto ma di peso di quel «riformismo» interno al Pd che in realtà è la corrente social-liberale, legata ai centri di potere europeisti, ossequiosa rispetto alle richieste confindustriali e alle varie lobby tra cui quella energetica. De Pascale esalta anche le risposte di Schlein sulla sicurezza, «il nuovo equilibrio tra Green deal e politica industriale, superando contrapposizioni ideologiche» (cioè mettendo la sordina alla protezione ambientale e dando spazio alle richieste industriali) come avviene con l’apertura fatta da Schlein alla revisione del sistema Ets (la compravendita di quote relative all’emissione di anidride carbonica che il governo Meloni vorrebbe addirittura sospendere), fino alla politica estera. Se è «urgente» una netta «discontinuità» con il governo Meloni, dice De Pascale, questa va fatta «senza alcuna ambiguità sul sostegno strategico al popolo ucraino». Che non significa semplicemente solidarietà al diritto all’autodeterminazione di quel popolo, ma il proseguimento della linea atlantista che mira al rifornimento di armi e alla contrapposizione strategica con la Russia per creare un nuovo clima da Guerra fredda e una prospettiva di riarmo. 

Elly Schlein ha così ottenuto l’effetto che voleva (visto il quotidiano in cui ha precisato queste idee): rassicurare la destra interna al suo partito e quegli ambienti che, ricorrendo a delle facce, possiamo personalizzare in figure come Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni, Mario Draghi e lo stesso Romano Prodi. 

L’intervista, del resto, non ammette equivoci. «Quando parlo di abbassare i costi dell’energia non parlo in generale. Parlo nello specifico. Parlo di imitare ciò che fanno paesi come Spagna e Portogallo. Bisogna accelerare sulle fonti rinnovabili» premette Elly Schlein prima di inviare il messaggio che le preme. All’obiezione, infatti, che la Spagna ha comunque un piano nucleare, la segretaria dem risponde che «il Pd non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare. Da parlamentare europea ho sempre sostenuto la ricerca sulla fusione nucleare. Il problema non è la tecnologia, in questo caso. Il problema è legato ai tempi. E quando si parla di nucleare i costi e i tempi di produzione non sono compatibili con le esigenze delle nostre imprese». Come abbiamo visto, Pichetto Fratin, raccogliendo l’apertura, risponde che la strategia del governo punta al 2050, quindi i tempi non sono un problema: tra i due ci può essere accordo. 

Così come è importante l’apertura sugli Ets che la Commissione europea ha appena modificato rendendo più flessibile e ampia la parte di quote gratuite da assegnare alle imprese colpite da processi di delocalizzazione. Schlein si dice d’accordo nel rivedere l’attuale sistema – «Noi abbiamo sempre lavorato per una revisione dell’Ets» – e l’unico limite che pone è quello di evitare i termini della sospensione richiesti dal governo Meloni.

Sulla politica estera, il terzo tassello decisivo di questa intervista, ribadisce la scelta di stare dalla parte dell’Ucraina, senza esitazione, ma la parte più importante è quella della difesa comune: «Noi siamo per una difesa comune che tenda a rendere possibile l’esercito unico europeo». Il Rearm Eu di Ursula von der Leyen non viene quindi contestato, mentre, dice Schlein, «siamo contrari non solo all’obiettivo, irrealistico, sbagliato, del 5 per cento del Pil di spesa militare previsto dalla Nato, ma anche a misure che incentivano solo il riarmo nazionale dei 27 eserciti europei, scoordinati tra loro». Non si tratta di spendere di più, aggiunge, ma di «farlo con maggiore efficienza rispetto a oggi. Solo questo aumenta la deterrenza». E chi lo fa? «Dico, con convinzione, che serve più Europa. Serve un’Europa più forte. Serve un’Europa in grado di decidere più velocemente. Serve un’Europa in grado di muoversi con un federalismo pragmatico», dice la segretaria citando Mario Draghi. 

Il quadro è quindi quello di un Pd che si discosta davvero di poco dalle politiche precedenti all’arrivo di Schlein alla segreteria. L’intervista è davvero ampia, occupa quasi due pagine, c’era il tempo e lo spazio per mettere al centro della riflessione la questione climatica e quindi la revisione delle folle politiche seguite finora, di ridare centralità alla questione salariale, al di là del solo salario minimo, iniziando a porsi il problema delle risorse, a dare un segnale esplicito sul tema della patrimoniale o comunque di una fiscalità più giusta, di ridare legittimità alla parola «disarmo», di fare della questione di Gaza e del genocidio un’architrave di politica estera. Non si tratta di temi estremi, appannaggio solo di forze radicali o socialiste; come ricorda la stessa Schlein il socialista Sanchez, in Spagna, qualche segnale lo ha dato, e in Danimarca si sta discutendo di cure dentarie gratuite (sulla spinta dell’Alleanza rosso-verde che sostiene dall’esterno il governo socialdemocratico). Come si fa ad avviarsi verso la campagna elettorale recuperando il vecchio moderatismo che ha portato alla disfatta non solo il Pd ma l’intero centrosinistra?

Si potrebbe rispondere facilmente che dal Pd non bisogna aspettarsi nulla e che pensare che Elly Schlein potesse modificare il corso della politica di quel partito sarebbe stata solo un’illusione. Su queste pagine non esistono illusioni sul Pd e nemmeno analisi tifose, ma la realtà politica dell’Italia e dell’Europa dovrebbe consigliare almeno qualche riposizionamento tattico. 

Il mondo sembra avvitarsi in una spirale di guerra permanente e su larga scala. La guerra in Ucraina, che sta raggiungendo per durata quella della Seconda guerra mondiale, si è ormai legata a doppio filo a quella in Iran, la Cina è di fatto chiamata in causa mentre la questione israeliana – perché di questo ormai si tratta, di un paese che è oggettivamente un ostacolo permanente a un processo di pacificazione – continua a destabilizzare l’area mediorientale. La guerra ha effetti diretti sulle condizioni di vita: nessuna banca centrale sembra in grado al momento di porre freni all’inflazione e il prezzo della benzina alla pompa sta lì a segnalarlo. I prezzi aumentano ovunque in modo indiscriminato con una redistribuzione al contrario dei redditi. I profitti delle grandi multinazionali e delle banche schizzano verso l’alto in modo inedito. E in questa situazione non si è visto nessun timido miglioramento apportato dal governo Meloni che non sia stato il solito pannicello caldo della decontribuzione – che in un modo o nell’altro si riflette però nella copertura previdenziale e comunque è a carico della fiscalità generale, quindi degli stessi lavoratori dipendenti: niente sul piano della sanità, dell’assistenza sociale, figuriamoci sulle politiche di cura del territorio e dell’ambiente. 

Ci sono margini per muovere un’offensiva generale al governo Meloni e spostare, o meglio traslare. l’agenda politica. Il tema «sicurezza» si è affermato al centro del dibattito solo grazie al volume di fuoco politico e mediatico sparato dal governo e dalla maggioranza parlamentare, con i Tg e i giornali, compresi quelli della «borghesia riflessiva», al seguito. Ma non è il tema decisivo. I dati del Viminale parlano di una riduzione della criminalità e, ad esempio, degli omicidi volontari. Invece di impugnare alcune rivendicazioni sociali forti, di allargare la discussione, di costruire alleanze, la sedicente sinistra italiana sceglie di mandare segnali di apertura alla lobby nucleare e a quella che punta alla demolizione di quel po’ di green deal che ancora resiste in Europa. Sembra un suicidio, una coazione a ripetere, ma ovviamente è qualcosa di più e di più sostanziale. 

Il problema del Pd è che è e resterà ancora l’unico partito a credere in modo fideistico a questa Unione europea come punto di equilibrio avanzato della politica continentale. L’Europa difesa è però l’Europa delle banche, delle lobby multinazionali, degli equilibri costruiti nella burocrazia di Bruxelles. È l’Europa che ha partorito il NexGenerationEu per poi rimangiarselo, che ha strangolato la Grecia nel 2015, che chiude le frontiere e che, soprattutto, continua con la sua politica di austerity e di bilanci super-controllati. Con quello che è accaduto dalle elezioni europee in poi, il Pd dovrebbe ritirare la fiducia a Ursula von der Leyen così come non la concede a Giorgia Meloni. La quale, dalla propria specifica postazione, ha del resto compiuto un cammino analogo, concedendosi alle mediazioni europeiste, si veda la tenuta dei saldi di bilancio, ma incassando uno spostamento a destra delle politiche Ue sull’immigrazione. La sinistra socialista europea, finora, tiene in vita la Commissione solo con vantaggi relativi ai grandi interessi del capitale europeo, dalle banche all’industria delle armi. 

Stupisce che gli alleati di sinistra della possibile Alleanza per la Costituzione abbiano lasciato correre, convinti, ovviamente, che alla fine Schlein qualche cosa dovrà concedere loro, ma affermando l’idea – già vista in azione ogni volta che le varie sinistre si sono preparate ad accordi di governo – che le mediazioni avverranno al ribasso. Solo Giuseppe Conte finora ha tenuto alta la bandiera del no al riarmo attirandosi l’accusa, reiterata, di putinismo. E si vedrà che capacità di bilanciamento riuscirà a operare il M5S senza, o magari in asse, con l’Alleanza Verdi e Sinistra. Ma si tratta di una questione che sembra rimanere nel chiuso di qualche ufficio parlamentare o di qualche buon ristorante romano. Una volta, almeno, si ventilavano i «comitati per l’Ulivo» o qualche altra idea estemporanea che promettesse una parvenza di partecipazione popolare, magari anche solo di strutture organizzate, associative o sindacali. Così sembra solo affare di ceti politici, cristallizzando una fase che è già segnata dalla netta separazione tra quel che si muove nella società – pensiamo alla mobilitazioni per Gaza – e lo striminzito dibattito politico. 

Proprio perché non nutriamo illusioni, ma comunque consideriamo un problema che riguarda tutti se la destra continuerà a esercitare un potere incontrastato anche nella prossima legislatura, avvertiamo che questa modalità non potrà che ritorcersi contro le forze che oggi sono all’opposizione. Sembra che la lezione politica fondamentale di questi anni, e cioè che la crisi sociale, economica e culturale del mondo occidentale esige risposte forti, obiettivi radicali e uno scuotimento della politica piuttosto che la rincorsa del cosiddetto centro politico, non voglia o non possa essere appresa. 

Con questi dirigenti, diceva Nanni Moretti, non vinceremo mai. Nemmeno con queste interviste vincerete mai.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

FONTE: https://jacobinitalia.it/con-queste-interviste-non-vincerete-mai/?fbclid=IwY2xjawTSxcRleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe1QGoJNOUlrTZTgYGWZIZ7XBxxRwHzt-oCb9XGRFE8Z0LsoTFulb0Z1UBTmQ_aem_pGiW544eA6ZX095v2Co0jg

Gabriele Busti (su FB)

<< Quando Elly vi dice che bisogna “superare l’impasse dell’unanimità”, in realtà vi sta comunicando che è formalmente finito il tempo in cui le decisioni più impattanti rispetto alla nostra vita erano prese da dirigenti che avevano ricevuto un mandato elettorale sotto l’egida costituzionale di uno stato nazionale a base popolare.

Tradotto in soldoni, se i tedeschi si mettono d’accordo coi francesi, coi baltici e con gli esteuropei per la guerra in Russia, il pargolo di una spettabile famiglia di Cerignola (o di Offida, o di Pordenone) dovrà obbligatoriamente vivere la sua vita dentro un orizzonte di guerra, INDIPENDENTEMENTE dalla volontà popolare espressa dal paese di cui è cittadino.

Così per la guerra come per l’austerità, per la politica industriale e finanziaria, migratoria, sociale e culturale. Ciò che tante brave persone fanno ancora immensa fatica ad accettare è che l’indirizzo intrapreso dall’Unione Europea ingegnerizzata tra Maastricht e Lisbona ha come ultimo fine la liquidazione del processo democratico.

Per carità, in Italia la volontà popolare è stata di fatto già sospesa e la politica nazionale è riconducibile allo scontro per la scelta del maquillage necessario all’occultamento di questo esito. Ma la forma conta ancora, e tantissimo, altrimenti non saremmo costretti a ratificare la virulenza di questa spinta.

Elly ha espresso in purezza i desiderata del partito del presidente, ci ha appena raccontato l’esito di un processo politico che non sarà possibile sventare e che occuperà presumibilmente, i prossimi tre anni.

In Parlamento si dovrà creare una maggioranza che dovrà

1. candidare Draghi (o uno scherano equivalente) alla presidenza della repubblica,

2. ratificare l’ulteriore mostrificazione dell’Unione Europea in senso pseudo-federale. È plausibile dire che l’opzione bellica sia stata scelta per arrivare a questo passo.

3. cedere anche l’ultimo risibile scampolo di sovranità.

“Superare l’impasse dell’unanimità” significa, di fatto, rottamare la democrazia.>>

Come dare il colpo di grazia definitivo alla nostra Costituzione

Marcella Mauthe (Facebook 23/7/2026)

Nell’ intervista di ieri a Il Foglio, la Schlein ribadisce con energia e fermezza le sue priorità: sostenere l’Ucraina con “tutti i mezzi a disposizione” e abolire l’unanimità nelle decisioni in Europa (se un solo Stato si oppone la linea non passa). Passaggio, quest’ultimo, condiviso da tutti gli alleati del Campo Largo.

Credo che mantenere il diritto di veto e conservare l’unanimità siano l’unico fondamentale strumento che abbiamo per difendere le costituzioni degli Stati che compongono l’Unione Europea. Eppure, tutte le forze politiche che compongo il Campo largo rivendicano l’abolizione dell’unanimità per velocizzare e non “paralizzare” le decisioni. Chiedono con forza di passare al voto a maggioranza qualificata in settori chiave come la politica estera e la sicurezza (riarmo e guerre).

Secondo me, l’obbligo dell’unanimità è uno scudo essenziale per impedire che gli Stati più grandi o le istituzioni di Bruxelles impongano decisioni sgradite agli Stati membri di minori dimensioni o con visioni differenti o impostazioni valoriali solo lievemente profumate di socialismo. Solo così preserveremmo la nostra amata Costituzione.

Mi terrorizza l’idea avanzata da alcuni leader europei di abolire il diritto di veto perché è un attacco diretto alla sovranità nazionale degli Stati.

Conservare il potere di veto sia in ambito internazionale che sulle questioni relative alla sicurezza è indispensabile per mantenere una posizione autonoma, evitare fughe in avanti militariste o sanzioni avventate e privilegiare la diplomazia. Di fatto, è l’unico strumento che abbiamo per non andare in guerra, salvare la nostra Costituzione e il nostro welfare.

Bruno Gravagnuolo (Facebook 23/7/2026)

Schlein a Cerasa: “lotta ai cavalli di Troia Trumpisti e Putinisti“. Ormai siamo allo sprezzo del ridicolo, questa parla come Pina Picierno. No, spiace, linea rossa oltrepassata. Ora anche Bersani che vuol trattare con la Russia è diventato il cavallo di Troia in corridoio? E dentro ci sono Odisseo Bettini e Agamennone Orlando. Elly nun ce fa ride!

Il trionfo dei simulacri

Redazione La Fionda, (Facebook 23/7/2026)

Elly Schlein dichiara, nell’intervista di oggi al Foglio, che il PD sosterrà l’Ucraina «con tutti i mezzi a disposizione» e invoca «più Europa» contro i presunti «cavalli di Troia del putinismo e del trumpismo». Curiosa alternativa alle destre. Ci viene detto che la destra è autoritarismo, militarismo e riduzione degli spazi democratici. Poi, però, contro di essa si invoca «più Europa» e si agita lo spettro del nemico interno ed esterno putiniano: nei fatti, come sappiamo, tutto ciò significa più riarmo, più “pilota automatico” liberal-tecnocratico e nuovo emergenzialismo, questa volta di segno bellicista. L’attuale bipolarismo vive di questo equivoco: formule e atti di fede contano più dei contenuti, la logica dei simulacri più di quella della realtà. In questo continuo rovesciamento del senso delle parole e delle categorie politiche, viene davvero da chiedersi, con Giorgio Gaber, non solo: «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?», ma anche: dov’è finita la politica, sempre più ridotta a una recita di appartenenze e a una lotta contro opposti e speculari fantasmi, alimentata dal rumore di fondo di un chiacchiericcio mediatico che accende le emozioni e offusca il pensiero critico?


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