Alla luce del risultato delle elezioni di midterm negli Usa e alla discussione che avviene fuori di questo paese, in particolare in Europa e in Italia, sugli esiti che questo risultato potrà avere nelle dinamiche geopolitiche e i conflitti che riguardano l’Europa e il Medio Oriente, riprendiamo questo breve contributo di Salvatore Minolfi, pubblicato nel giugno scorso su La Fionda; inquadrare le dinamiche presenti all’interno del contesto pluridecennale di crisi e competizione strategica riapertasi con il ciclo di guerre post ’89, sempre innescate dagli Usa, costituisce un utile griglia interpretativa da abbinare alle altre (se ce ne sono).
di Salvatore Minolfi
Non sappiamo ancora (e dubito che lo sapremo a breve) se sia o meno fondata la notizia messa in circolazione da Larry Johnson e Pepe Escobar, secondo i quali il presidente iraniano, Mahmud Pezeshkian, avrebbe incaricato il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif (mediatore nella crisi), di mettere in guardia gli Stati Uniti circa l’intenzione iraniana di reagire ad un’eventuale ripresa della guerra di aggressione israelo-americana, con l’esplosione dimostrativa di un ordigno nucleare in un’area desertica del paese.
Certo, sarebbe una svolta e segnerebbe, con ogni probabilità, l’inizio di un processo di proliferazione orizzontale.
Ma che sia vero o meno, un’epoca della storia del moderno Medio Oriente si è comunque già chiusa, con la messa in onda, in mondovisione, dello spettacolo dei sopraggiunti limiti del potere americano e della sostanziale impotenza del “Central Command”, la creatura istituita nel 1983 e alla cui ombra si è svolto l’ultimo quarantennio della storia della regione (una vicenda che ho sinteticamente ricostruito un paio di anni fa (https://fuoricollana.it/il-martello-di-maslow/) .
Con sei anni di anticipo rispetto alla fine della guerra fredda (1989), quel nuovo comando strategico doveva offrire, su scala locale, un’anticipazione di cosa sarebbe stato un mondo unipolare. Considerati i quarant’anni di inferno che ne sono derivati, possiamo ben dire che la sua missione è stata portata a termine con una certa completezza.
Tuttavia, a determinare la sconfitta politica della mastodontica struttura strategica non sono stati i militari, né tanto meno il “Guappo di cartone” (https://fuoricollana.it/the-donald-o-guappo-e-cartone/) che, grazie al suo patologico narcisismo, è diventato il presidente più manipolabile dell’intera storia americana.
La recente sconfitta in Medio Oriente è il prodotto di un processo involutivo molto più complesso. Essa chiama in causa in primo luogo l’avventatezza strategica che sta imperversando nel sovraffollato mondo dei “defense intellectuals”, figure tipicamente americane che – partendo dall’accademia e dall’universo quasi infinito dei Think Tanks – hanno prosperato per otto decenni, consigliando i leaders governativi e militari in materia di sicurezza nazionale, fornendo loro analisi e teorie che condizionavano il momento decisionale, in modalità per lo più indifferenti al processo di legittimazione democratica delle scelte.
Non di rado, il “defense intellectual” finisce per assumere un ruolo diretto in qualche “advisory committee” della pletorica amministrazione americana. I più fortunati accedono direttamente ai ranghi dell’esecutivo.
Da circa un decennio questo mondo è in subbuglio. L’erosione della condizione unipolare (ufficialmente riconosciuta per la prima volta nella “National Security Strategy” del 2017 e nella “National Defense Strategy” del 2018) li ha colti intellettualmente, sociologicamente, antropologicamente e, direi, emotivamente impreparati.
Il tipico “defense intellectual” oggi cinquantenne (che rappresenta la categoria più ampia di quel mondo) aveva appena finito le scuole medie nel 1989, quando finì la guerra fredda (o poco più, nel 1991, quando scomparve l’URSS).
Cresciuto e socializzato in un mondo privo di competizione strategica, ha finito (comprensibilmente) per credere che l’eccezionale condizione americana rappresentasse un dato quasi naturale e dunque immodificabile. La sveglia ha rappresentato un trauma profondo di natura culturale. E un trauma – com’è noto – ognuno lo elabora come può.
Una minoranza, più avveduta e colta, ha iniziato ad orientarsi verso lo “strategic restraint”, una forma di moderazione, variamente declinata, che nasce dalla consapevolezza (non così tanto ‘audace’) che gli Stati Uniti non sono propriamente l’alfa e l’omega della storia umana. La forma più estrema della moderazione strategica è rappresentata dal “retrenchment”, la convinzione che sarebbe meglio rinunciare agli ambiziosi impegni internazionali, per dedicarsi alla ricostruzione di una società nazionale profondamente malata e bisognosa di cure.
La maggior parte, però, si distribuisce nelle varie articolazioni di quella prospettiva di pensiero che – con maggiore o minore realismo – punta ad individuare le “strategic priorities”, alle quali ancorare le scelte del paese.
È in uno dei segmenti di questo campo che si annidano i cultori del “sequencing” (inteso, naturalmente, come “strategic sequencing”).
Il ragionamento è semplice: oggi gli Stati Uniti non sono più potenti come un tempo e devono fronteggiare dei rivali sistemici che sono cresciuti e tendono per giunta a cooperare tra di loro. In ordine di scala e di potenza, si tratta della Cina, della Russia e dell’Iran, per limitarsi solo a quelli più importanti. Allo stato attuale, una guerra con la Cina non è assolutamente immaginabile (la maggior parte dei “war games” dà esiti negativi). Ma, più in generale, la lunga eredità dell’unipolarismo ha spinto gli Stati Uniti a specializzarsi in guerre con soggetti periferici (Serbia, Irak, Siria, Libia, ecc.) o attori non-statali (il terrorismo) che non richiedevano quella base industriale e quel tipo di mobilitazione delle forze militari che occorrono invece in un conflitto con una grande potenza. In breve: gli Stati Uniti, volendo (e di solito volevano), potevano “vincere facile” (ma non sempre ci riuscivano).
Il punto di partenza dei cultori del “sequencing” è il problema della simultaneità, l’incubo di un conflitto nel quale gli Stati Uniti si troverebbero ad affrontare tutti i rivali sistemici in un sol colpo.
Per i nostri “sequencers”, che aborrono il “retrenchment”, l’unica via è quella del “sequencing”. Essi leggono affascinati la lunga storia degli imperi (con una netta preferenza per quello romano e per quello britannico) dalla quale sentono di poter trarre luminosi insegnamenti su come fronteggiare i nemici, uno alla volta, costruendo trappole fantasiose e manipolando con saggezza la risorsa “tempo”.
Ma l’attrazione per la storia è vissuta senza senso storico, ragion per cui due millenni di vicende si trasformano in un deposito indifferenziato e atemporale di ricette dal quale estrarre a piacere i casi più suggestivi e clamorosi, come da un famoso ricettario (del tipo “Il talismano della bellicosità”).
Uno dei più apprezzati “strategist” americani è A. Wess Mitchell, tipico “defense intellectual” (49 anni), analista, studioso di storia, con all’attivo un’esperienza di “Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs” nella prima Amministrazione Trump. Nel 2019 ha fondato il milionesimo Think Tank insieme a Elbridge Colby, altro studioso di strategia ed attuale sottosegretario al Dipartimento della Guerra della seconda Ammnistrazione Trump. Il Think Tank lo hanno chiamato”The Marathon Initiative”, un omaggio alla “Storia” (senza storia) e all’idea di una “protracted competition” che, pertanto, richiede una saggia e ragionata gestione del fattore tempo.
Wess Mitchell e Elbridge Colby rappresentano il segmento di punta del mondo dei “defense intellectual”: quello che fa da trait d’union tra il mondo dell’elaborazione strategica e quello dell’esecutivo (e dunque del decision making). Entrambi si esprimono con rigore analitico e con una franchezza che sorprende. Per entrambi il problema vero è quello della Cina e ogni sforzo va fatto per preparare adeguatamente il paese ad uno scontro con Pechino. Ma per spostare risorse nel Pacifico occidentale bisogna sottrarle all’Europa, i cui paesi devono assumersi il grosso del carico strategico, liberando parzialmente gli Stati Uniti.
Wess Mitchell non fa mistero di considerare la guerra russo-ucraina una “guerra per procura”, che nasce dall’esigenza americana di indebolire gravemente la Russia, prima di affidare agli europei la gestione del Vecchio Continente, affiancati da un’Ucraina forgiata nel frattempo dalla guerra e trasformata in una specie di Israele del mondo slavo.
In breve, lo schema del “sequencing” in questo caso è: attacca e indebolisci la Russia, cioè il n. 2 dei rivali, rendendo in tal modo meno rischioso e impegnativo lo scontro futuro con il n. 1 (la Cina).
Le cose, com’è noto, sono andate piuttosto male. Alla fine del 2024, Wess Mitchell, in un’analisi scritta per “The Marathon Initiative”, prendeva atto che l’ “opportunità strategica” offerta dalla guerra in Europa non era stata sfruttata e che, di consequenza, bisognava rifare i conti. Il bello del “sequencing” è proprio questo: puoi sempre rimodulare e riadattare la tua iniziativa. Il saggio aveva un titolo eloquente: “Strategic Sequencing, Revisited”.
E qui viene il bello (e ritorniamo al punto di partenza di questo post). Nell’ottobre del 2024, Wess Mitchell – in una sorta di riepilogo a beneficio dell’ampia comunità dei “defense intellectuals” – faceva il punto del dibattito sul fallimento del progetto di indebolimento strategico della Russia.
Esclusa l’ipotesi del “Turn inward” e, dunque, della rinuncia alla competizione strategica, secondo Mitchell non restavano che tre strade aperte su cui discutere:
1) “OUTGROW THE PROBLEM”. Ricominciare a spendere per riarmarci come negli anni di Reagan e tutto si risolverà da sé. La prospettiva della “simultaneità” non sarà più un problema. Purtroppo, riconosceva Mitchell, gli Stati Uniti avevano ormai accumulato un debito enorme e i margini fiscali per una tale decisione erano piuttosto risicati (per non parlare del consenso politico).
2) “PRIORITIZE ASIA”. Spostare tutto in Asia (la soluzione di Colby), mentre l’Europa e il Medio Oriente potevano pure andare al diavolo. Era pur sempre una questione di priorità! Al tempo stesso, Mitchell riconosceva che il collasso ucraino, che certamente ne sarebbe conseguito, avrebbe arrecato un danno “reputazionale” (attenzione: “reputazionale”, non “strategico”) agli Stati Uniti, superiore a quello derivante dall’abbandono dell’Afghanistan nell’agosto del 2021).
3) “OFFENSIVE SEQUENCING”. Siamo nell’ottobre del 2024 e Mitchell ci fa sapere che una delle proposte di cui si discute nella “comunità” è quella di un attacco militare contro l’Iran. Fallito l’obiettivo in Ucraina, il “sequencing” ripartirebbe in questo caso colpendo il n. 3, cioè il più debole dei rivali strategici degli Stati Uniti. Una sconfitta decisiva dell’Iran allevierebbe la pressione su Israele e consentirebbe agli americani di liberare risorse per il Pacifico Occidentale. Nell’indicare gli artefici della proposta, Mitchell per brevità si riferisce solo a Matthew Kroenig, vicepresidente dell’Atlantic Council, ma è noto che assieme a lui, a sostenere l’obiettivo di un attacco militare all’Iran si erano pubblicamente espressi tra gli altri anche Mark Dubowitz e Behnam Ben Taleblu della Foundation for Defense of Democracies; Michael Rubin e Frederick W. Kagan dell’ American Enterprise Institute; Michael Eisenstadt del Washington Institute for Near East Policy; Richard Goldberg, ex-National Security Council. Insomma, un consenso forte ed ampio, contro il quale l’accorto Mitchell fa valere l’avvertimento di prudenza che una tale iniziativa potrebbe ritorcersi contro “con risultati potenzialmente catastrofici”. L’Iran moderno –mette in guardia Mitchell – non è l’Iraq degli anni ’90; è una potenza quasi nucleare e attaccarla potrebbe innescare una guerra più ampia in Medio Oriente che potrebbe degenerare in modi imprevedibili e richiedere agli Stati Uniti di riorientare le scarse risorse militari dall’Europa e dall’Indo-Pacifico. Quello che poi è realmente successo sul campo di battaglia.
Tre brevi conclusioni.
La prima è che la “teoria del pazzo” è una sciocchezza per banalizzare e depoliticizzare la tragedia della guerra. Trump è una pura maschera: il mondo che lo manipola ha progettato l’aggressione all’Iran nell’ultimo anno dell’Amministrazione Biden. Trump passerà. Quel mondo resterà.
La seconda è che la follia della guerra all’Iran nasce – come quella russo-ucraina – dal “sebatoio” impazzito del pensiero strategico americano e dalla crisi antropologica del ”defense intellectual”, cresciuto e allevato nell’irrealistico vivaio dell’unipolarismo. E un “defense intellectual”, ora cinquantenne, rimarrà un pericolo sociale per almeno un altro ventennio.
La terza è che tutte le brave persone che continuano a inserire questi conflitti nel “frame” sbagliato (la libertà dei popoli, l’autodeterminazione nazionale, i diritti) farebbero bene a svegliarsi e a leggere direttamente ciò che scrivono (e pensano) i “pupari” che governano da lontano le nostre vite, tenendo in ostaggio il futuro dei nostri figli.
NOTE:
https://themarathoninitiative.org/…/Strategic…
LEGGI ANCHE:
GLOSSARIO RAGIONATO:
I defense intellectual (letteralmente “intellettuali della difesa”) sono analisti, esperti di strategia, politologi, economisti e accademici che si occupano di sicurezza nazionale, politica estera, strategia militare e deterrenza nucleare. [1, 2]
Chi sono e dove operano
- Provenienza: Spesso provengono da università prestigiose (come quelle della Ivy League negli Stati Uniti), istituti di ricerca o centri studi. [1, 2]
- Centri studi (Think Tank): Lavorano in organizzazioni di ricerca e consulenza strategica, tra cui la celebre RAND Corporation, il Center for Strategic and International Studies (CSIS) o il International Institute for Strategic Studies (IISS). [1, 2]
- Ruolo istituzionale: Non sono quasi mai militari di carriera (generali o ammiragli), ma civili che consigliano governi, ministeri della difesa e stati maggiori su come impostare la dottrina militare, gestire le crisi geopolitiche o valutare i rischi tecnologici e nucleari.
Il loro sviluppo storico
La figura del defense intellectual si è consolidata in modo massiccio durante la Guerra Fredda, quando le potenze (in primis gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica) ebbero bisogno di modelli matematici, teorie dei giochi e calcoli strategici complessi per gestire la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata (MAD). [1, 2]
Questa categoria è stata spesso oggetto di critiche, in particolare per l’uso di un linguaggio altamente tecnocratico, astratto ed eufemistico (spesso studiato da sociologhe e filosofe come Carol Cohn nel saggio Sex and Death in the Rational World of Defense Intellectuals). I critici sostengono che tale linguaggio finisca per edulcorare o allontanare la percezione della reale violenza e delle conseguenze umane della guerra, trattando i conflitti e le armi come mere equazioni logiche o scacchiere astratte. [1, 2, 3]
Per “strategic restraint” (contenimento o moderazione strategica) si intende una dottrina di politica estera in cui una grande potenza decide deliberatamente di limitare l’uso della propria forza militare e di evitare interventi all’estero, a meno che non siano in gioco i suoi interessi nazionali vitali.
Questo approccio si contrappone alle politiche di forte interventismo, globalismo o “esportazione della democrazia”.
I pilastri fondamentali dello strategic restraint
- Uso della forza come ultima risorsa: La diplomazia, gli accordi commerciali e le alleanze internazionali stabili devono sempre precedere l’azione militare.
- Focalizzazione sugli interessi vitali: Gli interventi armati sono giustificati solo per difendere la sicurezza diretta del proprio territorio o la sopravvivenza dello Stato, evitando di farsi trascinare in guerre regionali o conflitti civili altrui.
- Calcolo dei costi e benefici: Ogni azione geopolitica viene valutata attentamente per evitare il rischio di “sovraestensione imperiale” (imperial overstretch), che potrebbe logorare le risorse economiche e militari interne.
- Fiducia nell’equilibrio di potere: Si preferisce che siano gli attori regionali a gestire e bilanciare le minacce locali, riducendo la necessità di un poliziotto globale.
Contesto e origini nel dibattito moderno
Il concetto è tornato fortemente al centro del dibattito, in particolare negli Stati Uniti, come reazione ai lunghi e costosi conflitti successivi all’11 settembre 2001 (come le guerre in Iraq e Afghanistan). Accademici e analisti di scuola realista (tra cui studiosi legati a istituti come il Cato Institute o il Quincy Institute for Responsible Statecraft) sostengono che una postura di moderazione renda un Paese più sicuro e prospero nel lungo termine, concentrando le risorse sulla stabilità interna e sulla competizione economica anziché sulla proiezione militare permanente.
Per “retrenchment” (letteralmente “ridimensionamento” o “ritirata strategica”) si intende una politica estera basata sulla riduzione deliberata degli impegni internazionali, delle spese militari e della presenza all’estero di uno Stato.
Mentre lo strategic restraint descrive l’atteggiamento mentale e filosofico di moderazione, il retrenchment rappresenta l’azione concreta di un Paese che decide di fare un passo indietro per riallineare le proprie risorse economiche con i propri obiettivi globali.
Le azioni tipiche del retrenchment
- Ritiro delle truppe: Riduzione del contingente militare o chiusura delle basi permanenti dislocate in territori stranieri.
- Tagli al budget della difesa: Ridimensionamento della spesa per gli armamenti per favorire la stabilità economica interna.
- Rinegoziazione delle alleanze: Passaggio da obblighi di difesa globale a patti più mirati, chiedendo agli alleati di farsi carico della propria sicurezza (burden-sharing).
- Consolidamento economico: Reindirizzamento delle risorse pubbliche verso investimenti domestici (infrastrutture, welfare, innovazione) per rafforzare le fondamenta dello Stato.
Perché uno Stato sceglie il retrenchment?
La causa principale è la sovraestensione strategica o imperiale (imperial overstretch). Questo fenomeno si verifica quando una grande potenza spende più risorse (economiche, militari e umane) per mantenere il proprio status geopolitico all’estero di quante l’economia interna riesca a sostenerne. Il retrenchment serve quindi a prevenire il declino, permettendo al Paese di “tirare il fiato” e rigenerare la propria forza interna.
Differenza chiave tra i concetti
Se ne discute spesso insieme, ma hanno sfumature diverse:
- Strategic Restraint: È la dottrina (non intervenire se non è strettamente necessario).
- Retrenchment: È la manovra pratica (tagliare le spese e ritirare le forze già schierate).
- Isolazionismo: A differenza del retrenchment, l’isolazionismo totale prevede la rottura di quasi tutti i legami diplomatici e commerciali, mentre uno Stato in fase di retrenchment continua a partecipare attivamente alla diplomazia e al commercio globale.
Per “strategic priorities” (priorità strategiche) si intendono gli obiettivi di massima importanza che uno Stato, un’organizzazione o un leader decidono di mettere al primo posto, concentrandovi risorse, tempo e capitale politico per un lungo periodo.
Nel contesto della politica estera e della sicurezza nazionale, definire le priorità strategiche significa stabilire cosa è vitale per la sopravvivenza del Paese e cosa è invece secondario.
Le caratteristiche delle priorità strategiche
- Selezione rigorosa: Implicano necessariamente una scelta e la capacità di dire di no. Se tutto è una priorità, nulla lo è.
- Allocazione delle risorse: Guidano la distribuzione del budget della difesa, dei finanziamenti alla ricerca tecnologica e dell’azione diplomatica.
- Orizzonte a lungo termine: Non rispondono alle emergenze del giorno o della settimana, ma guardano a scenari che si sviluppano in un arco di 5, 10 o 20 anni.
Come cambiano le priorità strategiche (Esempi)
Le priorità di una grande potenza variano radicalmente a seconda della dottrina adottata
- In una fase di espansione o interventismo: Le priorità strategiche includono la proiezione globale della forza, l’allargamento delle alleanze militari, la creazione di nuove basi all’estero e la promozione di sistemi politici affini nel mondo.
- In una fase di Strategic Restraint o Retrenchment: Le priorità si invertono drasticamente. Gli obiettivi principali diventano la difesa dei confini nazionali, il consolidamento economico interno, la protezione delle rotte commerciali vitali e il trasferimento della responsabilità della sicurezza regionale agli alleati locali (burden-sharing). In particolare, un esempio di burden-sharing è la devoluzione della sicurezza europea agli stessi stati europei, in particolare alla Germania, attraverso il mega progetto di riarmo messo in campo da Merz.
In sintesi, le strategic priorities sono la bussola che permette a uno Stato di non disperdere le proprie forze, mantenendo in equilibrio le proprie ambizioni internazionali con le reali capacità economiche e militari interne.
Per “strategic sequencing” (sequenziamento strategico) si intende la pianificazione e l’esecuzione di azioni politiche, economiche o militari secondo un ordine cronologico preciso e logico, in cui il successo di ogni fase è indispensabile per poter passare a quella successiva.
Invece di tentare di raggiungere più obiettivi contemporaneamente, rischiando di disperdere le forze, lo strategic sequencing impone di stabilire “cosa fare prima e cosa fare dopo” per minimizzare i rischi e ottimizzare le risorse.
Le regole d’oro del sequenziamento strategico
- Propedeuticità: La fase A deve creare le condizioni di sicurezza, stabilità o legittimità necessarie affinché la fase B possa avere successo.
- Gestione del rischio: Permette di testare una strategia su scala ridotta o in un settore specifico prima di impegnare l’intero apparato statale o militare in un’azione globale.
- Flessibilità e nodi decisionali: Ogni passaggio funge da “posto di blocco”. Se le condizioni geopolitiche cambiano o la fase precedente fallisce, i leader possono fermarsi, ricalibrare o cambiare rotta prima che sia troppo tardi.
Esempi di applicazione geopolitica e militare
- Nelle strategie di Retrenchment e Restraint: Se un Paese decide di ridurre la propria presenza globale, non può ritirarsi da ogni regione contemporaneamente. Applicherà lo strategic sequencing: ad esempio, prima stabilizzerà e rafforzerà gli alleati locali in Europa per poter poi disimpegnare le proprie truppe, e solo in un secondo momento ridurrà la presenza in Medio Oriente per concentrare le restanti risorse nell’Indo-Pacifico.
- Nei processi di Nation-building (ricostruzione post-conflitto): I tentativi falliti di esportare la democrazia hanno dimostrato l’importanza del sequenziamento. Gli analisti oggi concordano sul fatto che non si possono tenere elezioni democratiche (Fase 2) se prima non si è stabilito il monopolio della forza, la sicurezza delle strade e il ripristino dei servizi primari (Fase 1).
- Nelle sanzioni economiche e diplomazia: Spesso i governi non applicano subito la massima pressione possibile. Usano un sequenziamento incrementale: iniziano con sanzioni mirate a singoli individui, passano a sanzioni settoriali e mantengono l’embargo totale o l’azione militare come ultimi passaggi, usandoli come leva negoziale.
Da leggere:

L’invasione russa dell’Ucraina ha dato il via ad un terribile conflitto che, oltre a seminare morte e distruzione, minaccia di scatenare una pericolosa evoluzione nei rapporti tra Stati Uniti, Russia e Cina. Ben lungi dal rappresentare un fulmine a ciel sereno, la guerra è il prevedibile risultato di uno scontro di potere che, in forme e fasi differenti, ha attraversato la storia dell’Europa dalla fine della guerra fredda. In questo contesto, l’esclusione della Russia dai due più importanti processi politici della nuova epoca – il doppio allargamento dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica – ha posto le premesse per lo sviluppo di relazioni sempre più conflittuali che hanno dissipato, nell’arco di un trentennio, le speranze generate, nel 1989, dalla conclusione pacifica del confronto bipolare.
LINK per l’acquisto: QUI















Rispondi