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La disuguaglianza nell’era Contemporanea

La disuguaglianza globale nell’era Contemporanea1

di Andrea Vento

Antecedentemente alla Rivoluzione Industriale inglese di fine XVIII sec. la disuguaglianza globale, determinata dall’effetto congiunto delle differenze reddituali interne agli Stati e di quelle fra i redditi medi individuali dei vari Paesi, risultava in generale moderata, con valore dell’indice Gini globale pari a 0,54 (tab. 1).

L’ascesa dell’Occidente sotto la spinta dall’industrializzazione innesca, tuttavia, una lunga di fase di incremento, peraltro a tassi costanti, della disuguaglianza globale fra il 1820 e la vigilia della I Guerra Mondiale che porta l’indice in questione a 0,68. Un aumento causato prevalentemente dal miglioramento dei livelli di reddito in Europa, in Nord America e, dopo la Rivoluzione Meiji (1869), anche in Giappone, e dalla stagnazione di Cina e India, ma sul quale hanno influito anche le crescenti disparità di reddito interne ai Paesi che si stavano configurando come “Primo Mondo”.

Nel ventennio successivo al 1918, a causa della stasi dei redditi occidentali provocata dalla I Guerra mondiale e dalla Grande Depressione, la disuguaglianza globale subisce una lieve flessione.

Con la successiva ripresa economica degli anni ’30, inizia nuovamente a salire per attestarsi, nel 1950 su un valore di + 0,04 superiore al picco di inizio secolo, per poi mantenersi elevata fino al 1980, allor che, a seguito di un lievissimo incremento rispetto a 30 anni prima, raggiunge il massimo valore storico pari a 0,73.

Durante quest’ultimo periodo, il divario dei livelli di reddito medio fra Occidente e Asia (Cina e India in particolare) resta sostanzialmente stazionario, in quanto l’indipendenza dell’Unione Indiana (1947) e l’affermazione della Rivoluzione Cinese (1949) creano i presupposti per l’avvio dello sviluppo dei due Giganti Asiatici. La divergenza di reddito fra le due aree geoeconomiche, seppur stabile, rimane, tuttavia, elevata: il Pil pro capite occidentale si attesta, per tutto l’arco del quarantennio, su valori circa 10 volte superiori a quelli asiatici.

Con lo sviluppo delle economie oggi definite emergenti, il divario Occidente/Oriente a partire dagli anni ’80, inverte la tendenza ripiegando sensibilmente, soprattutto fra il 2000 e il 2013, breve arco di tempo in cui l’indice Gini da 0,70 scende a 0,65. In particolare in Cina, gli alti tassi di crescita dell’ultimo quarantennio del reddito medio individuale, stimati intorno all’8% annuo, hanno consentito al Dragone, di ridurre sensibilmente le distanze rispetto alle economie occidentali. Alle soglie della crisi economica innescata dal Covid, infatti, il Pil pro capite cinese si attestava intorno al 30-35% della media Occidentale, praticamente allo stesso livello del 1820.

Alla vertiginosa crescita dell’economia cinese, mai registrata in precedenza nel corso della storia economica mondiale contemporanea, ha fatto seguito, nel corso dagli anni ’80, il decollo di altre importanti econome dell’Asia meridionale, del Sud-est asiatico e dell’Estremo Oriente, fra cui India, Vietnam, l’Indonesia e Thailandia. Sviluppo che, benché abbia comportato un aumento delle disuguaglianze interne, in Cina addirittura di 201 punti Gini tra il 1981 e il 2008, ha generato un riequilibrio internazionale dei redditi medi, divenendo fattore preponderante della riduzione delle disuguaglianze globali successive al 1980.

Il bilanciamento dei redditi Asia/Occidente si è verificato, dunque, contemporaneamente alla rivoluzione digitale e informatica che ha contribuito sia ad una maggior crescita della prima area, che alla deindustrializzazione della seconda, parallelamente a quanto avvenuto in India durante la prima Rivoluzione Industriale.

Dall’analisi di Milanovic emerge come i cambiamenti di tendenza nell’andamento delle disuguaglianze globali siano coincise con due fasi di rapide innovazioni tecnologiche, quella industriale e quella dell’automazione delle produzioni, caratterizzate entrambe da una sensibile rimodulazione della classifica globale del reddito e da una spiccata concentrazione territoriali, sia dei ceti in ascesa, sia di quelli in arretramento. In sostanza, la prima rivoluzione industriale, spingendo al rialzo i redditi in Occidente, ha generato un aumento della disuguaglianza globale, mentre quella digitale e informatica, attraverso la rapida crescita dell’Asia, ha indotto un riequilibrio dei redditi a livello globale.

Milanovic al pari di molti altri economisti, prevede quindi che in un prossimo futuro, alla luce dei trend in atto, la convergenza2 dei redditi medi su scala globale condurrà a un riequilibrio reddituale fra le economie sviluppate e quelle emergenti asiatiche.

Una tendenza, ci permettiamo di aggiungere, di non esclusiva pertinenza della sfera economica ma che riguarderà inevitabilmente anche quella geopolitica la quale, sotto l’inesorabile ascesa della Cina, tenderà progressivamente ad assumere connotati multipolari, superando, in prospettiva, il dominio unipolare dell’Occidente seguito alla disgregazione dell’Urss, e determinando lo spostamento del fulcro geostrategico del domino mondiale nello scacchiere Asia/Pacifico.

Tabella 1: valori dell’indice Gini globale fra il 1820 e il 2013

Fonte: Branko Milanovic 2020

PeriodoIndice GiniFasi storiche
18200,54Prima Rivoluzione industriale e ascesa dell’Occidente
19100,68
19300,67I Guerra Mondiale e Grande Depressione
19500,72Seconda Guerra Mondiale e dominio economico Usa
19810,73
20000,70
20130,65Rivoluzione informatica e digitale con ascesa dell’Asia

Andrea Vento – 10 febbraio 2022

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

1 Fonte “Capitalismo contro Capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro” di Branko Milanovic Editori Laterza 2020. Capitolo 1 paragrafo 2 “L’ascesa dell’Asia e il riequilibrio del mondo” pag 7-14

2 Tipologia di convergenza detta incondizionata in economia empirica.

“Volete fare la guerra alla Russia”. La trascrizione completa dell’intero messaggio di Putin all’Europa

di Marinella Mondaini

“Volete fare la guerra con la Russia”? Questa domanda Vladimir Putin la rivolge non tanto a Emmanuel Macron o alla stampa francese, ma all’Occidente intero! Putin non getta mai le parole al vento. E’ un avvertimento all’Occidente. La Russia non scherza. Putin avvisa, forse per l’ultima volta, e usa la parola guerra molto consapevolmente. Dipende dall’Occidente adesso.

Macron è venuto in Russia nel momento in cui la campagna propagandistica occidentale dell’“imminente invasione russa in Ucraina” ha raggiunto il suo massimo picco di follia. Secondo me, lo stesso presidente francese non ci crede. I suoi movimenti verso Putin stati interpretati dalla stampa occidentale come “un estremo tentativo di fermare la guerra di Putin in Ucraina”, in realtà Macron ha bisogno di vantaggio e affermazione personale in vista delle elezioni presidenziali fra due mesi. Non a caso ci ha messo particolare cura, all’incontro personale sono precedute tre telefonate a Putin.

Macron aspira ad alzare lo status non tanto della Francia, quanto dell’Europa unita, nella quale intende avere uno dei ruoli chiave, per questo alla Eu serve una certa autonomia strategica che non c’è, essendo ancora la Ue prigioniera dell’atlantismo. E’ venuto a Mosca per portare le sue “idee per abbassare la tensione”, ha dichiarato che coordina le sue azioni con il cancelliere tedesco Schulz e che “il dialogo con la Russia è indispensabile per conservare la stabilità nel mondo e per risolvere molti problemi internazionali. Il dialogo con la Russia è condizione indispensabile per costruire la pace in Europa”, ha detto il presidente francese, e ha aggiunto che “non è possibile costruire un sistema di sicurezza europea senza la Russia e tanto più contro la Russia”; poi ha definito la Russia “paese europeo con il quale bisognerà lavorare per costruire il futuro in Europa”.

All’apertura della conferenza stampa, dove i due capi di Stato hanno risposto alle domande dei giornalisti, Putin ha dichiarato che “la situazione che si è venuta a creare in Europa nella sfera della sicurezza è motivo di comune preoccupazione per Mosca e Parigi”, poi ha ringraziato Macron per il fatto che “la Francia continua come prima a prendere una parte molto attiva nell’elaborazione di decisioni di principio su questa direzione ed è simbolico che ci incontriamo proprio oggi, 7 febbraio, perché esattamente trent’anni fa fu firmato l’ “Accordo sui rapporti particolari tra Russia e Francia” – un documento fondamentale che ha gettato per i decenni a venire le basi per un partenariato di reciproco rispetto e collaborazione”.

Dunque, il tema centrale dell’incontro non è stato, – come dicono i giornali italiani, “fermare l’invasione di Putin dell’Ucraina” (che doveva succedere prima a dicembre, poi a gennaio, adesso hanno spostato la data a febbraio!), bensì quello delle garanzie della sicurezza alla Federazione Russa e della sicurezza europea, perché essa passa proprio attraverso la sicurezza della Russia. Questo ha voluto far capire Putin. Il suo portavoce, Peskov ha detto che la situazione è talmente complicata che è davvero difficile aspettarsi dei cambiamenti decisivi da un incontro.

Macron ha usato la parola guerra: “l’incontro di oggi può tracciare il cammino, per il quale noi dobbiamo andare e che è la de-escalation. Conosciamo la situazione militare-politica, la questione ucraina e le questioni importanti della sicurezza collettiva, perciò possiamo collettivamente elaborare una risposta pratica per la Russia e per tutta l’Europa, una risposta utile e pratica è una risposta che permette di evitare la guerra e costruire la stabilità, la trasparenza e la fiducia per tutti”. Macron sa benissimo che c’è nessuna minaccia di guerra, infatti alla vigilia del suo viaggio a Mosca aveva dichiarato che “grazie al dialogo intensivo con la Russia e a questo incontro con Putin, riusciremo senz’altro a prevenire l’invasione russa e poi discuteremo le condizioni della distensione perché al momento attuale, lo scopo geopolitico della Russia non è certamente l’Ucraina, ma è il voler chiarire le regole della coesistenza con la Nato e l’Unione Europea”.

Tuttavia Macron ha dichiarato che sostiene la politica delle “porte aperte” della Nato, mentre Putin è tornato a spiegare la posizione ferma della Russia: esige che vengano attuati i 3 punti fondamentali per la sua sicurezza, ma che la Nato e USA continuano a ignorare sostenendo che ogni Stato è libero di affidare la sua sicurezza a chi vuole. E qui Putin non è d’accordo, la sicurezza non è un principio “divisibile” e gli Stati hanno fissato gli obblighi sulla carta, secondo cui non si può rafforzare la propria sicurezza senza tener conto e rispettare la sicurezza degli altri Stati, Putin ha poi aggiunto che la politica delle “porte aperte” è interpretata molto “liberamente” e costituisce motivo di dubbio; ha ricordato l’articolo 10 dell’Accordo Nordatlantico del 1949, secondo il quale gli Stati membri, con il benestare degli altri membri, possono invitare altri Stati europei nella Nato, ma che siano Stati in grado di apportare un contributo alla sicurezza europea; tuttavia questo non significa che la Nato sia obbligata per forza a prendere tutti coloro che chiedono di essere inclusi – ha sottolineato Putin. E poi Putin ha incalzato: “ci vogliono tranquillizzare dicendo che la Nato è un’alleanza “pacifica e prettamente difensiva”, un’ “Alleanza di difesa” – quanto questo corrisponda alla verità lo hanno accertato con la propria esperienza i cittadini di molti Stati: Iraq, Libia, Afghanistan … e poi prendiamo le grandi operazioni militari della Nato condotte contro Belgrado e senza il permesso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU .. Un’attività molto lontana da quella che dovrebbe fare un’alleanza pacifica! Inoltre, vorrei fare presente che non possiamo ignorare la strategia militare della Nato del 2019, dove la Russia è chiamata “nemico e principale minaccia per la sicurezza”. E poi, dopo aver portato le proprie infrastrutture militari a ridosso della nostra frontiera, la Nato e i suoi Stati membri si credono in diritto di “metterci al nostro posto”, insegnandoci come e dove spostare le nostre forze armate e si credono perfino in diritto di esigere da noi di non svolgere le esercitazioni e manovre militari pianificate.

Il movimento dei nostri soldati dentro – sottolineo – il nostro proprio territorio – viene rappresentato come una minaccia militare di invasione dell’Ucraina. Da ciò si sentono minacciati anche altri Stati vicini, tra cui quelli baltici e su quale base si sentano minacciati non è chiaro, ad ogni modo viene usata come tesi per costruire la politica di inimicizia verso la Russia. Sotto questo accompagnamento gli Stati membri della Nato continuano a rimpinzare l’Ucraina di armi moderne, vengono elargiti considerevoli finanziamenti per ammodernare l’esercito ucraino, mandano specialisti militari e istruttori, di questo ne abbiamo parlato a lungo oggi con il presidente francese Macron, al quale ho fatto anche presente che le autorità di Kiev non vogliono adempiere agli obblighi del complesso delle misure di Minsk e degli accordi del Formato Normanno, compreso quelli raggiunti ai summit di Parigi e Berlino. E’ evidente a tutti che Kiev ha iniziato lo smantellamento degli Accordi di Minsk, non c’è stato alcun movimento su punti basilari, quali la riforma costituzionale, l’amnistia, le elezioni locali, lo status speciale per il Donbass. Kiev ignora come prima la possibilità di ristabilire in modo pacifico l’integrità territoriale dell’Ucraina tramite il dialogo diretto con il Donezk e Lugansk (Donbass).

Putin ha fatto presente a Macron la sistematica violazione dei diritti umani in Ucraina, che vengono chiusi i mass media che non vanno a genio al potere, che gli oppositori vengono perseguitati e qui Putin ha detto: “a Poroshenko, quando era presidente dell’Ucraina avevo detto che in caso dovessero sorgere delle difficoltà in futuro la Russia è pronta a dargli rifugio politico, lui ironizzò molto su questo, oggi riconfermo questa proposta, nonostante le forti divergenze sulla regolazione della questione Donbass, dove ritengo lui abbia fatto molti errori, oggi viene perseguitato in Ucraina come criminale di Stato, noi siamo pronti a dare rifugio politico a lui e quelli come Poroshenko. Ma ciò che mi preoccupa di più è che in Ucraina viene discriminata la popolazione russofona con misure legislative. Ritornando alla questione dell’allargamento della Nato ad est per conto di nuovi Stati, Putin ha dichiarato la Russia è categoricamente contro perché ciò rappresenta una minaccia per la Russia per due motivi.

Per primo “non siamo noi che andiamo verso la Nato, è la Nato che si avvicina a noi! E dire poi che la Russia “si comporta in modo aggressivo” – come minimo non corrisponde alla logica, a un modo di ragionare sano! Per secondo, perché è così pericoloso prendere l’Ucraina nella Nato?

L’Unione Europea, la Francia ritengono che la Crimea è parte dell’Ucraina, noi riteniamo che fa parte della Federazione Russa, potranno essere fatti tentativi di cambiare questa situazione con metodi bellici, poiché nei documenti dottrinali dell’Ucraina c’è scritto che la Russia è il nemico e che sono disposti a riprendersi la Crimea anche tramite la guerra.

Ora figuratevi che l’Ucraina sia parte della Nato, l’articolo 5 non è stato abrogato, il presidente Biden ha detto che è un imperativo assoluto e sarà messo in pratica, questo significa che ci sarà un confronto militare fra Nato e Russia.

Ora vi voglio chiedere: voi volete fare la guerra con la Russia? Chiedete ai vostri lettori, ascoltatori, a chi usa i social, chiedete se la Francia vuole fare la guerra con la Russia perché questo accadrà! Ma voi capite o no che se l’Ucraina verrà assorbita nella Nato e tenterà di prendere la Crimea, gli Stati europei automaticamente saranno coinvolti nella guerra con la Russia? Non ci saranno vincitori! E sarete coinvolti nella guerra anche se non lo volete, non farete nemmeno in tempo a battere ciglio mentre vi preparate ad adempiere al punto 5 del Trattato di Roma! Siete preoccupati della sicurezza europea ma il Donbass? cosa deve dire? Kiev dice che non adempirà agli accordi di Minsk e questo distrugge lo Stato ucraino. Ci dicono che siamo noi – Russia – che dobbiamo dare le garanzie di sicurezza e a noi chi le dà le garanzie di sicurezza? Già due volte Kiev ha tentato di risolvere la questione del Donbass con violente operazioni di guerra e dopo l’ennesima sconfitta sono nati gli Accordi di Minsk, ora gli ucraini li eseguiranno o no? Chi ci garantisce che non tentino per la terza volta?? Qui è in gioco la sicurezza non solo della Russia, ma anche dell’Europa e di tutto il mondo. Voglio ricordare infine che noi siamo anche contro l’installazione dei sistemi missilistici offensivi vicino le nostre frontiere, se tutti sono per la pace, cosa c’è di male a non installare queste armi di attacco vicino alle nostre frontiere? Qualcuno può rispondere a questa domanda? Se la Nato è un’alleanza pacifica, cosa c’è di male per la Nato ritornare alle posizioni che occupava al momento in cui ha firmato l’Accordo con la Russia nel 1997?

Poi un giornalista ha rivolto la domanda a Putin sulla questione del Mali e qui il presidente russo ha risposto che sì ne hanno parlato con Macron, ha ribadito che lo Stato, il governo russo non ha nulla a che fare con le compagnie che operano nel Mali, è totalmente estraneo, e se il governo del Malì non ha alcuna obiezione sull’attività commerciale di tali compagnie, allora secondo la logica che applica la Nato, se il Malì preferisce lavorare con quelle compagnie significa che ne ha diritto.

Erano appena iniziati i colloqui tra Putin e Macron quando sulle agenzie d’informazione è apparsa la notizia che l’Ucraina chiede agli Stati Uniti di mandare nei pressi della città di Kharkov il “THAAD” – sistema antimissile dell’esercito statunitense, destinato anche a colpire i missili balistici a medio e corto raggio. “Ciò diventerebbe un altro passo verso la destabilizzazione della situazione – ha dichiarato il portavoce di Putin.

I colloqui tra Putin e Macron sono durati quasi 6 ore e solo dopo la conferenza stampa, oramai mezzanotte sono riusciti a cenare, poi Macron ha voluto tornare a piedi in hotel attraversando la Piazza Rossa, forse aveva bisogno di aria fresca. Dopo i colloqui al Cremlino, Macron è appena atterrato a Kiev, dopo di che telefonerà di nuovo a Putin per riferire sui risultati e mettere a punto la situazione e come procedere oltre. Intanto Macron si è già preso il merito di aver “fermato la guerra”, appena atterrato a chi ha dichiarato che è riuscito a convincere Putin a non proseguire sul cammino della “escalation”. I giornali francesi scoppiano di frasi che sottolineano il grande successo e che Macron è riuscito ad ottenere la de-escalation. Davvero un successo incredibile, alla luce del fatto che alla Russia non è nemmeno mai passato per la mente di “andare per la via dell’escalation”.

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-volete_fare_la_guerra_alla_russia_la_trascrizione_completa_dellintero_messaggio_di_putin_alleuropa/40832_45092/

«L’Urss non c’è più, basta ricerca continua del nemico»

Nella vulgata corrente la Russia viene inesorabilmente definita come “altro” dall’Europa. Nel suo libro sostiene invece che non è così; a partire dalla stessa Rivoluzione d’Ottobre che lei spiega come approccio della Russia alla modernità (Lenin si richiama a Marx, al Capitale, e poi c’è il ruolo degli intellettuali russi come Aleksandr Herzen, al quale dedica un capitolo, in esilio nel 1848 in Europa…). Insomma la Russia è parte della storia d’Euopa o no?
Assolutamente sì, la Russia è parte dell’Europa e della sua storia, non ho mai avuto dubbi in proposito. Mi sono scontrato con molte persone che non lo credevano, ma ogni volta ho constatato che se non lo credevano avevano una ragione che in fondo era una convenienza a dirlo: perché secondo loro, diplomatici e storici, la Russia rappresenta un ostacolo, una difficoltà che limita il loro Paese…Non ho mai creduto a questo scetticismo verso la Russia.

Lei spiega il “suicidio” dell’Urss come ’abbandono’ e ’sfinimento’ di ruoli e contenuti. Ma ci fu anche un aperto conflitto sulle sue sorti. Non a caso lei descrive il tentativo di Gorbaciov (glasnost, perestrojka, il Congresso dei deputati del popolo, Memorial, il ritiro dalla Afghanistan…). Poi arriva Eltsin approfittando del golpe dei duri del Pcus. Canfora dice che di lui non c’è più traccia. Ma non è stato Eltsin il padre putativo di Putin?
Certo. E io arriverei addirittura alla constatazione che il crollo dell’Unione sovietica è opera dello stesso Boris Eltsin. Se non avesse fatto alcune cose e se non avesse preso alcune decisioni non so dire se l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche avrebbe avuto sorte diversa. Certo non nel modo brusco e repentino che invece assunse quella fine. Una delle ragioni che hanno provocato la fine dell’Unione sovietica è stata proprio la decisione di Eltsin di far approvare la legge sull’elezione diretta da parte del popolo del presidente della Federazione russa, che avrebbe avuto poteri superiore a ogni altra istituzione, una decisione apertamente contraria al concetto di confederazione, perché il presidente avrebbe dovuto essere russo e il popolo coinvolto quello russo.

Allora possiamo parlare di istigazione al suicidio?
Sì, direi di sì…

Che rapporto c’è stato tra le due date storiche del nostro presente, sulle quali lei ritorna spesso, il 3 ottobre 1990 scompare la Repubblica popolare tedesca, e il 26 dicembre 1991, fine dell’Urss?
Credo che quelle date siano state certamente importanti, ma che non sarebbero state altrettanto decisive se non ci fosse stato un processo di graduale disincanto nei confronti dell’Unione sovietica all’interno del suo stesso apparato interno. Le segnalo il libro di memorie di un diplomatico, per qualche tempo all’ambasciata di Russia a Roma, Anatoly Adamishin. Nelle sue importanti memorie, emerge tra l’altro il quadro del sistema burocratico dello Stato sovietico degli ultimi 20 anni prima della morte dell’Urss. Il disincanto era diventato una bomba pronta a scoppiare proprio sotto il letto dell’Urss. Perché non c’era nel paese, come avrebbe potuto esserci negli altri, un po’ di intellighenzia che potesse creare le radici di qualcosa che sarebbe diventato prima o poi partito politico d’opposizione contro il regime. Tutto è accaduto dentro il sistema. E le posso dire quali sono state le famiglie del sistema che maggiormente lo hanno involontariamente provocato. Una è stata di certo il Kgb, l’altra è stata la burocrazia del ministero degli Affari esteri e per certi aspetti anche l’interno del ministero della Difesa. Perché queste erano bombe ad orologeria? Ma perché conoscevano il mondo. Perché erano quelle burocrazie del sistema che maggiormente per le loro funzioni avevano un contatto esterno, quando nel paese il contatto con il mondo esterno era enormemente scoraggiato, e qualche volta addirittura proibito. E non lo si poteva certo proibire a chi per le proprie funzioni doveva per forza rapportarsi con il mondo per dare indicazioni al Paese. Anatoly Adamishin si è formato nel ministero degli esteri negli ultimi anni di Andrej Gromiko, un grande ministro degli Esteri che suscitava ammirazione nei suoi discepoli che lui coltivava, che preparava alla professione diplomatica, perché era un patriota. Non lo ammiravano perché era un comunista, ma perché era un patriota. Il nazionalismo era contagioso, molto contagioso. Insomma Gromiko così ha finito per buttare anche senza accorgersene, se non molto tardi, all’interno degli apparati amministrativi del Paese, dei semi di nazionalismo crescente.

L’Unione sovietica finisce con enormi concessioni unilaterali prive di contropartite nei confronti degli Stati uniti e dell’Alleanza atlantica. Il Patto di Varsavia si scioglie nel ’91 e si riunifica la Germania. E accade che tutti i paesi dell’est che facevano parte del patto di Varsavia dal 2004 concretamente sono tutti quanti entrati nella Nato. Un organismo, come lei spesso ricorda, nato dalla seconda guerra mondiale proprio in opposizione all’Unione sovietica e che sarebbe dovuto scomparire alla fine della guerra fredda. Perché è stato mantenuto in vita invece il clima della guerra fredda?
Sì. Io ho una rubrica sul Corriere della Sera – quella più recente, di domenica scorsa, ha un titolo significativo: «I Paesi satellite dell’Europa dell’Est che preferiscono la Nato alla Ue». È un tentativo di spiegare come questi Paesi che avevano fatto parte del mondo sovietico e che erano stati in qualche modo alleati dell’Urss, siano tutti finiti prima o dopo nella Nato. In realtà erano i satelliti dell’Unione sovietica. Ed erano dei satelliti nell’Europa orientale in cui il rapporto con la Russia è sempre stato un rapporto dialettico. Perché non potevano non riconoscerne l’importanza e al tempo stesso non potevano nemmeno amarla troppo. Questa confusione a un certo punto era presente anche durante la guerra fredda. Erano in quel campo, non potevano certamente prescindere dall’esistenza dell’Urss, cioè di un Paese padrone, in certo senso. A un certo punto ne sono diventati alleati. Sono paesi che hanno una sovranità debole, un patriottismo forte e una sovranità debole. Sembrano due contraddizioni ma non è vero. I polacchi, un po’ meno i cechi, ma certamente gli ungheresi, hanno personaggi molto nazionalisti ma al tempo stesso hanno sempre avuto bisogno di una casa madre in cui trovare una collocazione, la più dignitosa possibile, ma in cui il riconoscimento dell’esistenza della casa madre era inevitabile. Ebbene questi sono passati dall’Unione sovietica agli Stati uniti…

Armi e bagagli?
Sì, proprio così, armi e bagagli. Sono lì non perché la Nato debba difenderli… Per carità, la Nato non difende nessuno. No, sono lì perché è una grande casa politica che conferisce dignità, conferisce autorevolezza soprattutto nei confronti degli stati associati e dei propri governati. E loro ne avevano bisogno. L’hanno trovata nell’Unione sovietica per parecchi anni e poi finita l’Unione sovietica l’hanno trovata a Washington.

Nel frattempo ci troviamo in un’Unione europea che non ha una politica estera, non solo perché non sono stati attribuiti ruoli ad una figura istituzionale – abbiamo ancora Mister Pesc -, ma perché non si riesce a costruire una politica estera autonoma. Una funzione invece surrogata dall’Alleanza atlantica, come abbiamo visto in una molteplicità di crisi internazionali, dove la Nato ha sopravanzato l’iniziativa dell’Ue. È così?
Certo. È proprio così che è accaduto. E se noi non abbiamo una politica estera, lo dobbiamo anche a molte colpe dei paesi originari della Comunità economica europea poi diventata Unione europea. Non sarei troppo gentile su questo: bisogna riconoscere che una delle fondamentali ragioni per cui l’Unione europea non ha una politica estera è che i nuovi arrivati dell’Est Europa non hanno tentato di farla, perché si considerano più legati alla Nato e al ruolo direttivo degli Stati uniti che all’Unione europea.

Per il 1989, il crollo del Muro di Berlino, e per il 1991 la fine dell’Urss, lei parla di un’occasione persa perché il mondo cambiasse tutto quanto. A proposito di occasioni perse, ecco l’Ucraina, un paeseche ha una doppia vocazione, verso Ovest e verso Est, economica e culturale, con una russofonia molto forte e una storia comune con la Russia. Eppure accade quello che preconizzava Brezynski: la sua indipendenza, creerà gravi problemi. Ora l’ingresso nella Nato dell’Ucraina enfatizzerebbe invece la contrapposizione, fino al rischio di un confronto armato vista la dislocazione di sistemi d’arma occidentali che va dal Baltico al Caspio. E poi in Ucraina, nel Donbass la guerra civile c’è già stata…
Lei ha ragione. Io ho cercato di dirlo fin dall’inizio, che la collocazione che intravedevo come desiderabile per l’Ucraina era quella della neutralità, il Paese doveva diventare neutrale. C’erano anche ottime ragioni perché l’Unione europea si esprimesse in questi termini, però devo confessare che non avevo fatto in conti con gli Stati uniti. Non avevo fatto i conti con il fatto che gli Stati uniti hanno bisogno di un nemico. Hanno bisogno di un grande nemico perché il nemico giustifica la loro politica, la loro politica delle armi, la loro industria delle armi. Quelle grandi industrie militari della California che cosa farebbero se non ci fosse un nemico?

Solo che lo scenario del confronto, della ricerca continua del nemico, stavolta è nel cuore d’Europa. Con un Paese non marginale come la Germania ora esposto in primissima istanza.
Sono un po’ sorpreso che la Germania non si sia esposta più esplicitamente per la neutralità. Mi pare che sia stato detto, mi pare che certi atteggiamenti ci siamo stati… ma non con quella fermezza che sarebbe sembrata la più logica delle politiche. L’Ucraina deve essere un paese neutrale, non può essere altro che un paese neutrale e potrebbe trovare in questa veste anche la possibilità di un ruolo politico rispettabilissimo e molto utile per l’insieme dell’Europa. Qualche volta ho l’impressione che anche persone che considererei sagge non si siano sufficientemente schierate sul fronte della neutralità. Sono un po’ deluso, perché a me sembrava così logico che il Paese dovesse essere neutrale, che sarebbe stato rispettato sia da un blocco che dall’altro. Allora se davvero si continua a volere considerare la Russia un potenziale nemico, perché si ritiene che di questo abbia bisogno il “mio Paese”, ecco che a questo punto si ha bisogno di una crisi permanente.

L’Ucraina come crisi permanente…?
Sì, l’Ucraina come crisi permanente.

FONTE: Il Manifesto del 9-2-22

Le strozzature: cause e implicazioni macroeconomiche

Le strozzature: cause e implicazioni macroeconomiche1 (Traduzione di Antonio Pagliarone)

Daniel Rees2 e Phurichai Rungcharoenkitkul3

Le strozzature nella fornitura di merci, merci intermedie e trasporto merci hanno dato luogo a prezzi volatili e ritardi nelle consegne.

• Le strozzature sono iniziate come interruzioni dell’offerta legate alla pandemia a causa della forte domanda derivante dalla ripresa economica globale. Ma sono state aggravate dai tentativi dei partecipanti alla catena di approvvigionamento di costruire buffer in reti di produzione già snelle – i cosiddetti effetti bullwhip.

• Le strozzature sono state particolarmente gravi nelle industrie a monte, ovvero quelle che forniscono input utilizzati in molti altri prodotti. Questi vincoli hanno portato a gravi ricadute internazionali attraverso le catene di valore globali.

• L’effetto inflazionistico diretto delle strozzature sarà probabilmente ridimensionato dopo l’adeguamento dei prezzi relativi. Tuttavia, se le strozzature dovessero persistere abbastanza a lungo da innescare un innalzamento della crescita salariale e delle aspettative di inflazione, potrebbero emergere pressioni inflazionistiche sostenute.


Introduzione

Mentre la ripresa globale prende piede, la domanda di materie prime chiave, input intermedi e servizi logistici ha superato l’offerta disponibile, portando ad un aumento e una volatilità dei prezzi e ritardi nelle consegne. Le discrepanze che ne risultano hanno messo sotto pressione le catene di approvvigionamento, causando strozzature che si verificano quando la domanda di un input di produzione a monte supera improvvisamente e in modo significativo la quantità massima che può essere prodotta e consegnata. Le attuali strozzature si sono protratte più a lungo del previsto, hanno pesato sulla crescita della produzione ed hanno contribuito a far aumentare l’inflazione globale. Il presente Bollettino delinea i settori soggetti a strozzature, ne indaga le cause e ne valuta le implicazioni macroeconomiche.

Dove sono emerse le strozzature?

Le recenti strozzature sono state più pesanti per quanto riguarda le materie prime, i manufatti intermedi e il trasporto merci. Per le materie prime, i prezzi sono aumentati bruscamente quando sono emerse delle carenze e le aziende si sono affrettate ad assicurarsi gli approvvigionamenti, seguiti in molti casi da un improvviso calo dei prezzi quando la produzione è aumentata o la domanda è diminuita (Figura 1).

Figura 1 Volatilità dei prezzi delle merci

Nota 1 in dollari al barile – 2 Primo prezzo futures generico, carbone da coke su Dalian Commodity Exchange. 3 Prezzo del primo future generico, legname di lunghezza casuale – RHS Scala a destra

Nel settore manifatturiero, i prezzi sono aumentati notevolmente relativamente ad alcuni chip per computer molto richiesti, costringendo alcuni clienti a sospendere la produzione e altri ad ammassare scorte precauzionali per mantenere la produzione. Nel frattempo, i costi di spedizione sono aumentati per il commercio tra Asia e Nord America (grafico 2) e i tempi di consegna si sono allungati.

Figura 2 Aumento dei costi di spedizione1

Nota 1 Indice delle tariffe di trasporto containerizzato giornaliero di Freightos Baltic. Media mobile a sette giorni

Le navi sono state costrette a fare la fila per giorni per accedere ai porti, intasando la distribuzione lungo la catena di approvvigionamento. Anche i prezzi dei camion e del trasporto aereo sono aumentati, esacerbati dalla carenza di manodopera.

Queste strozzature hanno avuto effetti a catena attraverso le reti di produzione. Incapaci di garantire gli input, le aziende hanno rallentato o interrotto la produzione, accumulando ordini arretrati e tempi di consegna ridotti (grafico 3).

Figura 3 I tempi di consegna saltano, gli arretrati aumentano

Nota Indice di diffusione – Un valore di 50 indica che il numero di imprese che segnalano un miglioramento è lo stesso di quelle che segnalano un deterioramento.

6 Purchasing Managers Index globale (il principale indicatore economico mondiale e si basa su indagini condotte mensilmente su un gruppo di aziende accuratamente selezionate che rappresentano le economie mondiali principali e quelle in via di sviluppo). La linea rossa rappresenta i tempi di consegna della fornitura – visualizzati su scala invertita. La linea blu rappresenta gli arretrati sul lavoro.

A livello di vendita al dettaglio, le scorte di merci sono scese ai minimi storici, in particolare per i beni durevoli come automobili e mobili con elevati costi di trasporto (Figura 4).

Figura 4 Riduzione delle scorte di merci4

USA Rapporto scorte /vendite

(linea rossa tutte le imprese, scala sin.- linea blu settore autotrasporto, scala a dx)

In molti paesi, anche le scorte di energia sono ai minimi storici, portando a blackout e al razionamento. Questi, a loro volta, hanno pesato sulla produzione di materie prime e manufatti, intensificando ulteriormente le strozzature.

Perché sono comparse e le strozzature e perché sono così gravi?

Le interruzioni dell’approvvigionamento indotte dalla pandemia sono state chiaramente una delle principali cause delle strozzature, specialmente nel prime fasi della ripresa mondiale. I produttori, che all’inizio della pandemia avevano interrotto i rapporti con i fornitori, hanno avuto difficoltà a ristabilirli quando la domanda è aumentata. I lockdown verificatisi in tempi diversi hanno interrotto la spedizione, mentre sporadici focolai del virus hanno portato ad ulteriori dislocazioni. Ma vi sono anche altre cause. Eventi naturali imprevisti hanno intensificato le pressioni sull’offerta. La mancanza di investimenti negli anni precedenti la pandemia ha lasciato alcune industrie con poca capacità inutilizzata. La carenza di investimenti è stata particolarmente grave per il petrolio e le materie prime, in parte a causa del passaggio dall’energia da combustibili fossili.

Allo stesso tempo, l’aumento dei prezzi di alcuni articoli è andato di pari passo con l’aumento dei volumi, suggerendo il ruolo importante della domanda. I prezzi di molti beni di prima necessità sono aumentati in un contesto di offerta stabile, almeno nel suo insieme, che ha risentito poco della pandemia (grafico 5 diagramma di sinistra). Infatti le esportazioni di semiconduttori dall’Asia superano considerevolmente il livello del 2019 (diagramma centrale), riflettendo in parte la tendenza all’aumento della domanda di prodotti informatici ed elettronici. Nel frattempo, i porti degli Stati Uniti e della Cina hanno elaborato un volume di container maggiore rispetto a quello pre-pandemia, anche se con una notevole volatilità di mese in mese (diagramma di destra).

Figura 5 L’offerta fatica a tenere il passo con la domanda

Fonte CPT Single Window; Korea Customs Service; United States Department of Transportation; Bloomberg; CEIC; Refinitiv Eikon; BIS calculations.

Diversi sono i fattori che hanno peggiorato l’aggravamento dell’economia provocato dalle strozzature. Uno è lo spostamento nella composizione della domanda verso i manufatti durante la recessione e la ripresa del Covid. Questi beni dipendono fortemente dagli input di altri settori, il che porta a ricadute della domanda maggiori rispetto ad una ripresa guidata dai servizi (grafico 3, diagramma di sinistra).1 Anche i beni manifatturieri (e i relativi input) tendono ad essere relativamente ad alta intensità di capitale, per cui la loro elasticità nella fornitura a breve termine è ridotta poiché occorre tempo perché la capacità produttiva si espanda (pannello centrale). Di conseguenza, gli aumenti improvvisi della domanda di manufatti possono tradursi rapidamente in strozzature, con conseguente aumento dell’inflazione (pannello di destra).

Figura 6 Il passaggio dalla domanda di servizi a quella di beni ha ampie ricadute positive in percentuale (trimestri)

La linea blu rappresenta il passaggio di preferenza verso i servizi ricreativi quella rossa verso i beni manifatturieri.

Le implicazioni macroeconomiche delle strozzature

Implicazioni per l’attività economica

Le strozzature riducono l’attività economica limitando gli input necessari per produrre beni e servizi lungo la catena del valore. La gravità di questi vincoli dipende in parte dal fatto che le strozzature influiscono sui componenti a monte (ossia all’inizio della catena di produzione) o a valle (ossia più vicini ai consumatori finali). Una misura di “upstreamness” è il numero medio di volte in cui un componente deve essere trasformato prima di raggiungere i consumatori finali. Utilizzando le tabelle input-output, il grafico di sinistra della Figura 7 rappresenta questa misura per ciascuna delle 405 industrie degli Stati Uniti5. La produzione di materie prime, come petrolio, gas e metalli, si concentra all’inizio delle reti di produzione (barre viola) per cui le strozzature nella fornitura di questi beni influiscono sulla produzione di molti altri. I componenti elettrici, come i semiconduttori, compaiono in circa un terzo lungo la catena, mentre il trasporto delle merci in genere si trova un po’ più vicino ai consumatori finali6.

Figura 7 Implicazioni sulla produzione e sull’inflazione

Nota L’indice mostra il numero medio di fasi necessarie affinché la produzione di un settore raggiunga gli utenti finali. Un valore pari a 1 indica che tutta la produzione di un settore viene venduta direttamente agli utenti finali. L’indice è calcolato sulla base delle tabelle input-output statunitensi, utilizzando l’approccio descritto in Antràs et al (2012).

2 Le barre mostrano la contrazione totale media della produzione lorda globale a seguito di un vincolo di un’unità sull’offerta degli input elencati sull’asse x, tenendo conto di tutti i collegamenti input-output lungo la catena di approvvigionamento fino alla domanda finale. Media calcolata sulla base dei vincoli di offerta in 11 AE e quattro EME. Il segmento domestico delle barre mostra l’effetto sulla produzione lorda nel paese che subisce il vincolo dell’offerta. Il segmento estero mostra l’effetto sulla produzione lorda sommato in tutti gli altri paesi.

3 Esclusi contributi da energia e veicoli.

Fonte: IMF; Bureau of Economic Analysis; World Input-Output Database; BIS calculations.

Le strozzature nei settori più a monte possono avere effetti particolarmente gravi. I calcoli basati su una matrice input-output globale indicano che il calo dell’output dovuto ad un vincolo sulla fornitura di materie prime energetiche o di semiconduttori è in media da 3,5 a 4,5 l’entità dell’impatto iniziale (Figura 7, diagramma centrale)7. I moltiplicatori di output per i settori più a valle, come i servizi di alloggio, sono più vicini a 2. In prospettiva questi dati, implicano che, in media, una contrazione del 10% nella produzione mondiale di semiconduttori ridurrebbe il PIL globale di circa lo 0,2%. Gli effetti potrebbero essere maggiori a causa degli effetti bullwhip8 derivanti dai cambiamenti comportamentali e per le economie che dipendono fortemente dai semiconduttori. La stima di un analista suggerisce che la carenza di chip potrebbe ridurre nel 2021 la produzione di automobili di 7,7 milioni di unità, a parità di condizioni (che equivale all’8% della produzione pre-pandemia)9. Per la Germania, dove l’industria automobilistica rappresenta il 6% del PIL, ciò significherebbe essere pari allo 0,5% del PIL.

Le strozzature nei settori commerciabili – una caratteristica di quanto accade attualmente – hanno anche ricadute internazionali. In media, circa la metà del calo della produzione dovuto alle strozzature delle materie prime energetiche o dei semiconduttori si verifica al di fuori del paese di origine. Al contrario, la maggior parte dell’impatto delle strozzature nei settori non commerciabili, come l’edilizia, non si estende all’estero.

L’adattamento potrebbe ridurre l’impatto delle strozzature, infatti potrebbero essere disponibili dei sostituti per alcuni articoli interessati dalle strozzature. Ad esempio, l’aumento dei prezzi del gas naturale ha già visto aumentare in alcune aziende elettriche la produzione di energia dal carbone, ciò suggerisce che l’impatto economico delle strozzature energetiche in Europa e in Cina potrebbe non essere così grave e potrebbe effettivamente garantire delle entrate maggiori per i settori energetici quando la domanda aumenta. Allo stesso modo, alcune aziende hanno iniziato ad utilizzare il trasporto aereo di merci per aggirare i ritardi di spedizione. I porti degli Stati Uniti hanno allungato l’orario di lavoro per far fronte all’aumento della domanda. Tuttavia, i sostituti non sono una panacea e possono subire a loro volta delle strozzature (come in questi esempi per il carbone e il trasporto aereo), così per alcuni beni, come i semiconduttori, potrebbero non esistere sostituti, provocando effetti più persistenti delle strozzature per i paesi con le maggiori industrie automobilistiche.

Implicazioni per l’inflazione

Negli ultimi mesi l’effetto automatico sull’inflazione CPI (Indice dei Prezzi al consumo) degli aumenti di prezzo per gli articoli interessati dalle strozzature è stato notevole. Se i prezzi dell’energia e degli autoveicoli negli Stati Uniti e nell’area dell’euro fossero cresciuti da marzo 2021 al loro tasso medio tra il 2010 e il 2019, l’inflazione su base annua sarebbe stata inferiore rispettivamente di 2,8 e 1,3 punti percentuali (Fig. 7, grafico a destra – scala a destra). Detto questo, una volta che i prezzi relativi si saranno adeguati a sufficienza per allineare domanda e offerta, questi effetti dovrebbero attenuarsi. Alcune tendenze dei prezzi potrebbero addirittura invertirsi quando diminuiranno le strozzature e la tendenza all’accaparramento precauzionale. L’effetto automatico sul CPI potrebbe diventare deflazionistico durante questa seconda fase.

L’effetto inflazionistico potrebbe essere più persistente se prendesse piede la spirale salari-prezzi. I lavoratori possono chiedere salari più alti per compensare la riduzione dei salari reali e potrebbero ottenerli, soprattutto se la continua carenza di manodopera aumenta il loro potere contrattuale ed il salario minimo10. Nel frattempo, un periodo di maggiore inflazione potrebbe rafforzare il potere che hanno le imprese di determinare i prezzi, consolidando il trasferimento dei costi sui prezzi e la concorrenza sui prezzi potrebbe indebolirsi se l’aumento dell’inflazione fosse pervasivo in tutti i paesi, come è in realtà è avvenuto, e se venissero messe a dura prova le catene del valore globali (vedi Auer et al (2019).

Le possibilità di una spirale salari-prezzi sono maggiori se si accrescono le aspettative di inflazione. Negli ultimi mesi le misure dell’aspettativa di inflazione basata sul mercato e sui sondaggi sono aumentate parallelamente a strozzature più stringenti, anche se si parte dai livelli molto bassi del 2020. È difficile identificare in che misura le strozzature contribuiscano direttamente al recente aumento delle aspettative di inflazione a lungo termine, sebbene si sia consolidato il passaggio da quelle a breve termine a quelle di lungo termine (si veda Boissay et al ..2021).

Le prospettive di inflazione dipendono infine da eventuali investimenti imminenti necessari per affrontare le dislocazioni. Mentre maggiori investimenti fanno aumentare la domanda nel breve termine, la capacità produttiva aumenta solo con un ritardo. Questo è un modello tipico osservato nelle piccole economie aperte che esportano materie prime durante il boom dei prezzi delle risorse. E se l’investimento richiede attrezzature specializzate che scarseggiano, ad esempio nel caso di impianti di semiconduttori, potrebbe portare a ulteriori strozzature a monte. Al contrario, se non si verificano investimenti necessari, in particolare in aree come il settore energetico che stanno attraversando una importante transizione di lungo termine, le strozzature potrebbero diventare più comuni, portando ad una maggiore volatilità dell’inflazione.

Bibliografia

AlixPartners (2021): “Semiconductor shortages to cost the auto industry billions”, press release, September.
Antràs, P, D Chor, T Fally and R Hillberry (2012): “Measuring the upstreamness of production and trade flows”, American Economic Review, vol 102, no 3.
Auer, R, A Levchenko and P Saure (2019): “International inflation spillovers through input output linkages” The Review of Economics and Statistics, vol 101, no 3.
Aramonte, S, A Schrimpf and H S Shin (2021): “Non-bank financial intermediaries and financial stability” BIS Working Papers, no 972.
Boissay, F, E Kohlscheen, R Moessner and D Rees (2021): “Labour markets and inflation in the aftermath of the pandemic”, BIS Bulletin, no 47.
The Economist (2021): “Wages are surging across the rich world”, 13 October,
www.economist.com/finance-and-economics/2021/10/13/wages-are-surging-across-the-rich-world
Timmer, M, E Dietzenbacher, B Los, R Stehrer and G de Vries (2015): “An illustrated user guide to the World Input-Output Database: the case of global automotive production”, Review of International Economics, vol 23.

NOTE:

1 BIS Bulletin n 48 – 11 Novembre 2021

2 Insegna economia alla University of Colorado Denver

3 Senior Economist Monetary and Economic Department, Monetary Policy della BIS (Bank of International Settlment)

4 Tutti grafici provengono da Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED; Bloomberg; Datastream; IHS Markit; BIS calculations.

5 Le tabelle input-output che coprono più paesi, contengono una suddivisione del settore meno particolareggiata e quindi non possono identificare i settori specifici interessati da strozzature con la stessa chiarezza di quelli per i singoli paesi.

6 Il livello a monte dei servizi di trasporto varia da paese a paese, a seconda della posizione delle loro industrie nelle reti di produzione globali. È probabile che le stime nel grafico di sinistra della figura 7 sottovalutino il livello a monte dei trasporti nelle economie specializzate nella produzione di input manifatturieri intermedi.

7 L’analisi utilizza le World Input-Output Tables (Timmer et al (2015)), che consentono di tenere conto degli effetti delle strozzature transfrontaliere, a costo di una suddivisione del settore meno particolareggiata.

8 Effetto frusta in italiano – si riferisce all’amplificazione della domanda che si ripercuote, a volte in maniera disastrosa, lungo l’intera catena di distribuzione (da Internet).

9 Vedi AlixPartners (2021).

10 In effetti, la crescita salariale negli ultimi mesi si è già verificata in diverse economie, si veda Economist (2021).

(Traduzione di Antonio Pagliarone)

RETE SAHARAWI: SOLIDARIETÀ ITALIANA CON IL POPOLO SAHARAWI ODV

Dopo un lungo percorso di collaborazione tra le associazioni italiane che promuovono la solidarietà e la cooperazione con il popolo saharawi, in stretto rapporto con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, la “Rete Saharawi – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV” si è costituita ufficialmente nel gennaio 2020.

La Rete Saharawi rappresenta l’Italia al Coordinamento Europeo di Solidarietà con il popolo saharawi (EUCOCO) e opera coordinando in Italia i progetti di solidarietà e cooperazione internazionale di molte associazioni impegnate a supporto della popolazione saharawi, alcune con esperienza pluridecennale. Gli obiettivi della Rete ruotano attorno al diritto all’autodeterminazione dei popoli (basato sulla Risoluzione Onu n. 1514 del 1960), all’applicazione del diritto internazionale, al rispetto dei diritti umani.

Le azioni della Rete si sviluppano a partire dalle condizioni reali in cui la popolazione saharawi vive in quattro diversi scenari: nell’area del Sahara Occidentale occupato dal Marocco; nei territori del Sahara Occidentale liberati dal Fronte Polisario; nei campi profughi saharawi ospitati in Algeria; nei vari luoghi della diaspora saharawi.

In collaborazione con le istituzioni della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), la Rete promuove all’estero interventi nei vari settori della cooperazione allo sviluppo e dell’emergenza. In Italia promuove l’accoglienza di minori saharawi, con il programma estivo “Piccoli ambasciatori di Pace”; favorisce cure mediche necessarie e corsi di studio di vario indirizzo; l’educazione alla mondialità, alla promozione dei diritti umani e alla pace, coinvolgendo enti locali, scuole e università; promuove la commercializzazione di prodotti equi e solidali; i viaggi di conoscenza nei campi profughi, permettendo un rapporto diretto con le famiglie e l’amministrazione delle diverse wilaye; le ricerche e le pubblicazioni sulla storia e la cultura saharawi; organizza eventi pubblici di informazione e aggiornamento della lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, nel quadro della diplomazia regionale, nazionale e internazionale.

Coordinando e facendo interagire le esperienze di solidarietà e cooperazione organizzate dalle associazioni, dalle ong e dagli enti italiani impegnati a sostenere il popolo saharawi, la Rete si propone di ampliare l’efficacia di ogni singola azione, fornendo linee guida, manuali, codici di comportamento, consulenza e formazione sui vari settori di intervento. In collaborazione con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, il movimento solidale rappresentato dalla Rete punta a far conoscere e avvicinare il maggior numero di persone, istituzioni e associazioni al popolo del Sahara Occidentale, alle sue tradizioni, ai suoi diritti e alla sua battaglia di libertà, rispettando e collaborando attivamente con le diverse realtà in cui interviene. A questo scopo l’Ufficio Stampa redige e diffonde comunicati interni ed esterni alla Rete, utilizzando tutti i possibili canali mediatici. Gestisce il sito web della Rete e cura la redazione di comunicati e lettere.

La Rete in questi due anni si è occupata della raccolta fondi per il progetto di “Accoglienza Alternativa” nei campi dell’esilio saharawi.

Ha sollecitato comuni e organizzazione politiche ad esprimersi con ordini del giorno e mozioni sulla grave violazione del cessate il fuoco da parte delle forze armate del Marocco nella zona del varco illegale di Guerguerat, e ha ottenuto il sostegno di molti artisti italiani alla lotta per la decolonizzazione della terra saharawi, le loro parole sono raccolte nel video “Voci per il Sahara” (visibile all’indirizzo FaceBook della Rete). Anche importanti fotografi italiani hanno donato i loro scatti per il progetto “Cartoline”.

Ha sollecitato comuni e regioni a scrivere al presidente Usa Joe Biden invitandolo a dissociarsi dalla decisione unilaterale di Donald Trump, al termine del suo mandato, di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale.

Collabora costantemente con il gruppo interparlamentare “Amici del popolo saharawi”.

Ha istituito una serie di gruppi di lavoro per meglio garantire alcune azioni e progetti in ambiti essenziali:

Gruppo Enti Locali. Lavora al coinvolgimento dei comuni, delle province e della regione alle iniziative e ai progetti. Sta proponendo la creazione della “Giornata Nazionale Italiana dei gemellaggi e dei Patti d’Amicizia con il popolo saharawi”.

Gruppo Archivio e Documentazione. Raccoglie tutto il materiale edito sulla questione saharawi, ordina l’ampia documentazione della RS e riversa progressivamente i file in un unico drive allo scopo di facilitare la loro catalogazione, la ricerca e la divulgazione.

Gruppo Rete solidale diversamente abili e sanitario. Raccoglie le conoscenze e le esperienze delle associazioni italiane che si occupano di disabili e dei casi sanitari di cittadini saharawi in Italia e nei campi profughi, in vista di una potenziale accoglienza in strutture adeguate.

Gruppo Diritti Umani. Si occupa dei prigionieri politici saharawi nelle carceri del Marocco e del Sahara Occidentale, in stretta collaborazione con la rappresentanza saharawi in Italia e con la “Lega dei prigionieri politici” attiva nel Sahara occupato. Sollecita l’adesione alle campagne di sostegno ai prigionieri, rivolgendosi a personalità e gruppi della società civile oltre che alle diverse realtà della politica italiana e internazionale. In questa ottica, ha ideato la campagna “Ora liberi” per individuare e responsabilizzare 62 custodi dei prigionieri e per redarre “La lettera del venerdì”, un messaggio da inviare a ciascun dissidente e da divulgare, attraverso i social media, per aggirare la censura che vieta le comunicazioni da e per il carcere.

Gruppo Accoglienza Piccoli Ambasciatori di Pace. È il gruppo che si rapporta con le autorità competenti nazionali, regionali e internazionali per l’organizzazione del soggiorno per ogni aspetto organizzativo e logistico del soggiorno.

Gruppo Viaggi Solidali. Lavora alla condivisione delle esperienze dei viaggi di conoscenza tra giovani e altre persone interessate a conoscere la causa saharawi, soprattutto in concomitanza di ricorrenze o importanti manifestazioni culturali e politiche.

Gruppo Comunicazione. Raccoglie informazioni corrette sulla causa saharawi e collabora con l’Ufficio Stampa della Rete Saharawi.

Gruppo Internazionale e Risorse Naturali. Ha la responsabilità di facilitare la diffusione della documentazione prodotta all’estero sul tema (traducendo in italiano, e viceversa, le comunicazioni). Partecipa ad eventi in ambito europeo ed internazionale e promuove iniziative su proposta della Rete. Documenta le attività commerciali illecite del Marocco e studia le azioni di contrasto allo sfruttamento delle risorse naturali nel Sahara Occidentale occupato.

Gruppo Ambiente. È impegnato in una attività di analisi e valutazione ambientale delle risorse idriche, monitora la qualità dell’acqua e le possibili ricadute, in ambito sanitario, sulla popolazione saharawi nei campi profughi e nei territori liberati. Effettua considerazioni preliminari per la gestione dei rifiuti nei campi e nei territori liberati.

Gruppo Formazione. Prepara gli operatori, gli accompagnatori e le figure istituzionali saharawi che seguiranno i vari progetti delle associazioni nei campi profughi e nell’accoglienza dei bambini in Italia.

Gruppo Sport e benessere. È impegnato a garantire l’accesso alle attività sportive, di giovani e adulti, in tutte le wilaya dei campi profughi. Lavora alla formazione di operatori e operatrici di varie discipline.

Gruppo Territori Liberati e Rete Tifariti. Si occupa di garantire la scolarizzazione e una corretta alimentazione ai bambini/e e alle famiglie che praticano il nomadismo nei territori liberati. Da poco ha rimodulato il progetto per avviare attività nelle scuole dei campi profughi.

Gruppo sull’Etica per coniugare i principi e i valori di etica con la pratica quotidiana nei suoi multipli aspetti: organizzativi, progettuali, operativi.

RETE SAHARAWI – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV

via Stazione 80, Sasso Marconi 40037 Bologna

Codice fiscale: 91424060373 – IBAN Banca Etica IT45I0501812800000

Potere al Popolo (PaP) e Paolo Maddalena

di Ferdinando Pastore

Le forze politiche che in questi anni si sono trovate all’opposizione del sistema neo-liberale, quindi non tanto di uno specifico governo, ma di tutto l’impianto ideologico sottostante l’impalcatura della Governance dei mercati, per la prima volta sono riuscite ad esprimere un nome unitario per la Presidenza della Repubblica. Il fatto non è così scontato come apparentemente potrebbe apparire. Quell’area politica, poco rappresentata in Parlamento, conta su forze eterogenee, non tutte provenienti dalla tradizione socialista o comunista. Molte di esse fanno riferimento a quel radicalismo costituzionale che si è sviluppato nella coscienza popolare a seguito della sempre più invasiva gestione del Paese da parte delle istituzioni sovranazionali.

Con i suoi vincoli di bilancio e monetari, con le sue determinazioni di dottrina in netto contrasto con l’ispirazione sociale della Costituzione. In particolare l’accordo si è trovato sul Prof. Paolo Maddalena, ex Giudice della Corte Costituzionale. In questi anni Maddalena si è contraddistinto per le sue coraggiose prese di posizione, in netta controtendenza con il sapere giuridico dei nostri tempi, sempre accomodante con lo spirito di costituzionalizzazione del diritto privato.

L’ex Giudice Costituzionale ha partecipato a battaglie contro le delocalizzazioni, a difesa dei beni pubblici (non comuni, ma pubblici), contro l’invasione dei Trattati Europei. La sua attività non si è limitata nello snocciolare mere opinioni, ma si è resa partecipe di iniziative politiche a difesa della Carta, con uno spirito militante non comune. La presenza di Maddalena nelle lotte sociali, costituzionali e politiche ha dato legittimazione a quei movimenti, a quelle forze oggi escluse dal consesso dei soggetti parlanti nei mezzi di comunicazione. Di chi si è reso conto che il totalitarismo liberale è un sistema oppressivo quanto quelli novecenteschi più militarizzati. Paolo Maddalena è un cattolico che ha espresso anche pubbliche opinioni contro la legge 194. Si deve specificare che mai nella sua attività di Giudice Costituzionale ha posto in pericolo quella legge. Ma ha semplicemente dichiarato le sue perplessità umane e giuridiche. Personalmente non concordo con lui sul punto. Improvvisamente Potere al Popolo, che inizialmente aveva sostenuto la sua candidatura, spinto dalla rivolta interna del mondo femminista, ha ritirato il proprio appoggio. All’interno di PaP militano compagni che godono della mia stima, ma la stima personale non è una categoria politica. Potere al Popolo cade nel solito tranello sempre affascinante per un certo antagonismo di sinistra, anarco-libertario e decisamente parolaio. E commette due errori strategici. Il primo è considerare la battaglia costituzionale un’eventualità settaria, da condividere nella purezza della specie. In realtà si scorda proprio del carattere sovversivo dei sistemi di potere neo-liberali e di conseguenza dello spirito generalista e di Governo di quella lotta. Per questo condividerla con il mondo cattolico anti-liberista non solo appare utile ma si rende necessario per agganciarsi a una prospettiva di egemonia. Inoltre si rende partecipe di un classico equivoco che è alla base dell’irrilevanza della sinistra estrema. Considerare oggi il Potere come un apparato tipicamente conservatore o nostalgico nel quale la Chiesa cattolica è capace di influenzare le coscienze e il sistema/mondo sotto gli imperativi di Dio, Patria e Famiglia. Quindi non comprendendo che oggi la struttura dominante è tipicamente laicizzata. La finanziarizzazione dell’economia, il consumo di massa, si poggiano sulla mercificazione assoluta dell’esistenza e non concepiscono ostacoli etici, morali, religiosi e giuridici all’espansione delle logiche commerciali, speculative, mercantiliste. Perché questo avvenga occorre iniziare l’individuo a un’educazione di mercato, evolutiva e imprenditoriale. Non comprendere questo cambiamento di rotta nelle dinamiche capitaliste, significa trincerarsi dietro battaglie di retroguardia, superflue, che lo stesso Potere utilizza a proprio comodo, per pubblicizzare un progressismo di facciata, una propensione all’espansione dei diritto ad avere diritti, mentre sotterra in maniera propriamente reazionaria, una ad una, le conquiste sociali e democratiche dei movimenti operai e popolari. Si finisce così nella logica del centro-sinistra. Liberismo e libertarismo. Per essere nella sostanza una sinistra comoda del Partito Unico Liberale.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/22101-ferdinando-pastore-potere-al-popolo-pap-e-paolo-maddalena.html

Rassegnatevi / 3

L’indignazione fa male alla salute, la volontà non può nulla. E allora? Passivismo unica via!

di Franco «Bifo» Berardi

da Cronaca della psicodeflazione

Indignatevi! è il titolo di un libro di Stéphane Hessel (2010) che ebbe una certa influenza negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando il movimento Occupy tentò di opporsi all’arroganza del ceto dominante e all’impoverimento che venne imposto alla società per ripagare il debito delle banche.

Ci indignammo in gran numero e marciammo nelle vie di New York, di Genova, del Cairo e di Hong Kong, ma l’automa finanziario prevalse, e la logica degli algoritmi costrinse i lavoratori a rinunciare a ogni residuo governo politico sulle vicende dell’economia. 

L’estate greca del 2015 fu il momento culminante dell’indignazione, ma anche dell’impotenza: il 62% degli elettori disse No alle ingiunzioni della finanza centrale europea, ma due giorni dopo Alexis Tsipras fu costretto a firmare l’imposizione depredatrice, e a quel punto tutti capimmo che la democrazia era finita proprio dove 25 secoli fa l’avevano inventata.

Da allora abbiamo continuato a indignarci, ma l’indignazione impotente fa male alla salute. E la salute della società è andata di male in peggio, soprattutto quella mentale. 

So che non è possibile liberarsi della rabbia con un gesto di volontà, ma è utile sapere che da decenni l’equilibrio mentale della popolazione è corroso dal combinato disposto di indignazione per l’intollerabile, e inesorabilità dell’impoverimento e dell’umiliazione prescritti dalla logica degli algoritmi finanziari. 

Poiché la volontà non può nulla contro un sistema di automatismi astratti, è utile elaborare la rabbia perché evolva in estraneità e quindi autonomia.

Umiliazione e rabbia impotente hanno alimentato per decenni un’epidemia psicotica accompagnata dalla massiccia diffusione degli oppiacei e di altre sostanze psicofarmacologiche che producono dipendenza. Poi è arrivato il Covid, e la crisi psichica dell’Occidente ora oscilla sul bordo di un collasso.

Negli Stati Uniti il numero di decessi per overdose di oppiacei sintetici come il Fentanil e l’Oxicontin ha superato il numero di vittime da armi da fuoco (che pure non sono poche in quel paese), e perfino il numero di morti in incidenti stradali. Quasi centomila morti per overdose da oppiacei nel 2020, 62.000 causati soltanto dal Fentanil, una pillola antidolorifica largamente consigliata dai medici con grande profitto degli azionisti di Big Pharma. In Italia il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2020. Dovremmo chiederci quindi se l’indignazione (reazione immediata all’intollerabile) sia la chiave morale e psicologica più adeguata dal punto di vista evolutivo per liberarsi dall’intollerabile, e forse dovremmo concludere che è ora di rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna di democrazia politica, e di espansione economica. 

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca

Abbandonare un orizzonte perché un altro orizzonte possa rivelarsi. L’orizzonte che si schiude all’alba dell’anno 2022 è più scuro che mai, ammesso che quella vecchia metafora della luce e del buio mantenga un po’ della sua forza evocativa. È scuro perché ci siamo resi conto del fatto che la ragione non può governare più il mondo, se mai lo ha governato; e la tecnica, seppur potentissima, non può nulla contro il tempo, contro la morte, e poco può contro il caos.

Nell’Introduzione a Dialettica dellIlluminismo scritta nel 1941, Horkheimer e Adorno colsero, sia pur con il loro linguaggio hegeliano, il nucleo della barbarie cui avevano assistito impotenti: “Non abbiamo il minimo dubbio che la libertà della società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme e quindi anche il suo rapporto alla verità.”

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca in quanto riduce la volontà degli uomini all’impotenza. 

Quando il neoliberismo ha cominciato a produrre i suoi effetti di precarietà, super-sfruttamento e solitudine estrema, è cresciuto un movimento neoreazionario su scala globale, che ha corroso la democrazia liberale ma si è alleato con il liberismo predatorio delle corporation. 

Cominciamo adesso a capire il senso della profezia di Gunther Anders, il quale, dopo Hiroshima e negli anni della proliferazione nucleare, preconizzava un ritorno del Nazismo: “Possiamo aspettarci che gli orrori del Reich futuro eclisseranno gli orrori del Reich del passato… quando un giorno i nostri figli o nipoti, orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri, gli apparirà come un esperimento minore e provinciale”. 

Prescrivere il sintomo

Quasi al termine della Grande Guerra, Sandor Ferenczi, psicoanalista e seguace di Freud, scrisse un testo (“Consulto medico”, in Opere, Vol. II) dove si interroga sulla possibilità di curare la patologia istintuale della civiltà europea che si manifesta nella forma della guerra generalizzata di cui negli anni precedenti si era fatta per la prima volta esperienza. 

Io non ho letto l’articolo e non ho modo di andarlo a cercare, ma me lo sono fatto raccontare da Salvo, un mio vecchio amico che nei primi anni Ottanta scrisse su A/traverso un articolo sul massacro di Jonestown (circa mille persone suicide).

La conclusione di Ferenczi è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. 

In effetti, negli scenari di catastrofe su grande scala le tecniche terapeutiche conosciute non sembrano funzionare. Si può curare la sofferenza dei singoli, ma come curare i moti di panico collettivo, le folle che si imbestialiscono, insomma il fascismo?

Big Pharma ha sfruttato l’epidemia psicotico-depressiva, e incassato somme favolose con la massiccia distribuzione di oppiacei, e la ricerca si orienta verso terapie chimiche che agiscono sull’individuo senza poter minimamente scalfire le radici collettive del dolore e del panico. 

Ma l’organismo sociale può sviluppare autonomamente strategie di terapia adattativa. Il panico può avere una funzione, come nel caso delle sentinelle volanti di alcuni stormi esposti al predatore: le sentinelle strepitano e innescano quello che appare un panico apparentemente disordinato, ma ha notevole efficacia difensiva perché confonde e vanifica la tattica dell’attaccante. E la depressione può avere la funzione di abbassare una tensione dolorosa, così da uscire lentamente dal turbine patogeno di infostimolazione. 

La modernità ha mobilitato tutte le energie della società, ma per far questo 

ci ha abituato a identificare negativamente la rassegnazione. Però sarebbe utile elaborare il significato di questa parola per scoprire la sua potenza curativa paradossale, e il suo potenziale politico liberatorio.

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte.

Prima di tutto, la rassegnazione è riconoscimento di qualcosa di inevitabile (come la morte), e può agire come antidoto al panico. Oggi, in una situazione di irreversibile deterioramento dell’ambiente planetario, si può ipotizzare che la sola salvezza dall’estinzione consista proprio in un abbassamento generale della tensione: una psicodeflazione generalizzata capace di provocare una riduzione di tutti i consumi, prima di tutto quelli energetici.

L’effetto lockdown (con le riduzioni nei consumi e nelle emissioni che ci furono nella primavera 2020) ci permette di immaginare una strategia per la decompressione. Riducendo l’ansia acquisitiva, la psicodeflazione può accompagnarsi a una redistribuzione egualitaria delle risorse, e con un’educazione alla frugalità su scala globale. Solo comunità autonome che abbandonano il gioco sociale possono avviare un processo di questo genere. Ma esistono le condizioni soggettive, culturali, psichiche?

E come è possibile crearle?

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte. La morte individuale è relegata in uno spazio di non visibilità, è rimossa dal discorso pubblico. Ma la pandemia ha riportato la morte sulla scena, e questa si presenta ora come l’orizzonte collettivo di una società profondamente ipocondriaca.

Ne Il suicidio e lanima (1964) James Hillman scrive: “Promuovere la vita è arrivato a significare prolungare la vita…. Ma la vita si può prolungare solo alle spese della morte”. Prolungare la vita a spese della morte significa che lo sforzo medico rivolto a prolungare la vita a tutti i costi ha l’effetto di impoverire la morte, di peggiorare la qualità della morte, riducendola a una sconfitta. E se riduciamo la morte a una sconfitta è la vita intera che perde senso, che si trasforma in una battaglia persa, in un declino umiliante.

Ma la morte non è affatto una sconfitta: essa piuttosto può essere re-significata come la perfezione della coscienza, come il trionfo della coscienza sulla realtà. Il compito della psicoanalisi, secondo Hillman, è anche questo: inscrivere coscientemente la morte nell’esistenza. La psicoanalisi non si riduce a mera psico-terapia: essa può dialogicamente dissipare l’illusione di eternità, può permetterci di comprendere il nulla come proiezione dell’esistenza cosciente. 

Uno spazio nuovo si rivela davanti alla psicoanalisi, dal momento che la politica non può nulla. È lo spazio della terapia paradossale, fondata sulla prescrizione del sintomo di cui parla Watzklawick in Pragmatica della comunicazione umana.

Se il sintomo è una depressione da impotenza, assumi l’impotenza come condizione, ascolta la lezione che la depressione contiene, riconosci la verità che la depressione ti suggerisce, e alla fine lascia che la depressione si dissolva senza dimenticarne l’insegnamento.

Infodemia

Deenan Pillay, professore di virologia all’University College di Londra, riporta al Guardian: “Omicron sembra capace di infettare il tratto respiratorio superiore, le cellule della gola. Là si moltiplica più rapidamente che nelle cellule dei polmoni. Diversi studi puntano in questa direzione. Se il virus produce più cellule nella gola questo lo rende più trasmissibile, e questo spiega la rapida diffusione di Omicron. Un virus capace di infettare i tessuti polmonari, al contrario è più pericoloso ma meno trasmissibile”.

Le autorità sanitarie avvertono: il pericolo principale dell’ondata Omicron sta nel fatto che il sistema sanitario rischia di nuovo di essere sopraffatto. 

Il governo italiano si è ben guardato dall’investire massicciamente sulla sanità pubblica, dal rafforzare gli organici medici e paramedici. Non c’è alcun piano di assunzioni, come qualsiasi persona sana di mente pensava sarebbe accaduto appena domata la prima onda del Covid. Sorprendente, ma non poi tanto, visto che il governo italiano, sostenuto dalla più ampia maggioranza di tutti i tempi, non è nato per rilanciare la sanità pubblica né per proteggere la salute dei cittadini, ma è nato per garantire la piena applicazione di principi liberisti che da quarant’anni impoveriscono la vita sociale. 

Perciò capisco che l’allarme ha motivazioni fondate: fondate soprattutto sul pregiudizio finanziario del quale l’osannatissimo presidente del consiglio è simbolo e strumento. La logica privatistica ha reso la variante Omicron più pericolosa di quanto non sia nella sua realtà biologica.

Di conseguenza, nonostante la sua minor letalità, la rapida diffusione di Omicron ha scatenato una nuova ondata di paura, e ha fatto scattare un automatismo psichico, alimentato dalla macchina mediatica: paura di rinunciare alla paura perché il trauma non è stato elaborato collettivamente. Questo suscita reazioni protettive che mentre tentano di arginare la diffusione del virus diffondono effetti di panico e di depressione.

Si potrebbe affermare che il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne. Ma parlare del virus non è un atto volontario, una scelta politica, come ingenuamente pensano i negazionisti no vax. È una reazione automatica dell’organismo sociale sottoposto all’allarme costante del sistema mediatico, che a sua volta reagisce automaticamente all’iper-sensibilizzazione della psiche collettiva. 

Possiamo parlare in proposito di “infodemia”, un disturbo ossessivo che si è impadronito del discorso pubblico e privato, e prima di tutto dei media.

Smetteremo di parlare di Covid solo quando avremo disattivato il circuito che dalla sfera biosanitaria, grazie all’inevitabile amplificazione mediatica, si trasferisce alla sfera psichica. La circolazione del virus non è soltanto un’infezione biologica, ma è anche riattivazione automatica di una reazione ipocondriaca e al limite panica.

L’ipersensibilizzazione provocata dalla proliferazione virale si sta evolvendo in una sorta di self-fulfilling prophecy: l’immaginario collettivo è attratto da una pulsione distopica che tende ad agire come profezia che si autorealizza.

Guardiamo le grandi produzioni del neo-cinema, o forse è meglio dell’iper-cinema. Guardiamo ai film che Netflix ha prodotto e distribuito globalmente nel secondo anno pandemico.

All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, La casa de papel fu la serie di maggior successo. Quella storia di una fanta-rapina avventurosa condotta fra gesti eroici e raffinatezze tecnologiche incontrò l’immaginazione eccitata dal virus, e la euforizzò per qualche mese. Nel lungo periodo però la psico-deflazione, l’abbassamento del ritmo dell’attività e l’annebbiamento delle prospettive di futuro, hanno prodotto un effetto che oscilla tra il panico di massa e la depressione individuale. 

La macchina immaginaria di Netflix ha prodotto alcuni scenari psicotici che hanno rapidamente incontrato una domanda di eccitazione depressiva.

Squid Game, Hellbound, e infine il film di Adam McKay, Dont Look Up

Nell’immaginario trans-pandemico, stordito da una successione di ondate psico-virali, rischia di innescare una spirale di annunciazioni del collasso finale che creano le condizioni psichiche dell’autoavverarsi. La relazione tra psicosi e realtà si fa sempre più stretta: la realtà viene filtrata e distorta da una psicosi che ha origini psico-mediatiche. Ma quando la psicosi si installa nella mente collettiva, è la psicosi che modella la realtà.

Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

Passivismo

Un possente movimento passivista può essere la via d’uscita dalla sindrome iper-produttiva e iper-comunicativa che ci ha portato al collasso. Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

In Oltre Biden: quale secondo tempo per il neo populismo? scrive Raffaele Sciortino: “Come ha scritto financo Paul Krugman: ‘quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima’. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 2021) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di ‘let’s do things while we still can’, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio – nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento – a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno ‘sciopero generale silenzioso’, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre ‘scioperato con i piedi’ lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro Stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense.”

Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di stare all’ascolto dei comportamenti che emergono dal caos virale con l’intenzione di trovare strategie di sopravvivenza e di cambiamento in una direzione che non è quella dell’opposizione al caos, ma proprio quella dell’assecondarlo. È la lezione che ho imparato da Guattari e Deleuze, che nell’ultimo capitolo del loro ultimo libro (Che cos’è la filosofia) ci avvertono che il caos può essere un pericoloso nemico se pensiamo di poterlo combattere, ma può anche diventare un alleato.

Gli operai americani che smettono di lavorare di per sé non sono una cosa buona né una cosa cattiva: sono un segnale di estraneità che si può e si deve trasformare in autonomia, dando un senso all’abbandono, alla passività, alla rassegnazione. 

Credo che questa sia la scommessa teorica del tempo che viene: come risignificare l’attività secondo un principio di utilità frugale e di godimento di un’esistenza libera dall’imperativo di funzionare.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.

FONTE: https://not.neroeditions.com/rassegnatevi-3/

Articoli precedenti:

Leggi tutto: https://not.neroeditions.com/category/cronaca-della-psicodeflazione/

La Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO e queste promesse non sono state mantenute

  • Gli eventi di tre decenni fa perseguitano la politica del presente

di Tarik Cyril Amar, storico tedesco dell’Università Koç di Istanbul che lavora su Russia, Ucraina ed Europa dell’Est, sulla storia della Seconda Guerra Mondiale, sulla Guerra Fredda culturale e sulla politica della memoria. Scrive su Twitter a @tarikcyrilamar.

Con la Russia che sfida l’unilateralismo occidentale in un modo che non si vedeva dalla fine dell’Unione Sovietica, due grandi questioni continuano a venire alla ribalta. Entrambe, sembra, sono centrate sul blocco militare di punta dell’America, la NATO.

In primo luogo, c’è l’affermazione di Mosca che c’era una promessa occidentale di non espandere la NATO oltre la sua area di guerra fredda. In secondo luogo, c’è l’affermazione occidentale che la NATO non può, e tanto meno non vuole, porre fine all’ammissione di nuovi stati membri.

Questa non è semplice retorica; questi sono punti cruciali. L’insistenza della Russia su una revisione approfondita e un reset completo e codificato delle relazioni di sicurezza post-Guerra Fredda con l’Occidente si basa sulla sua affermazione che le precedenti assicurazioni occidentali sono state infrante. Le chiacchiere e le promesse informali, dice il Cremlino, non sono più sufficienti perché si sono rivelate inaffidabili. Dall’altro lato della disputa, l’Occidente sta respingendo una richiesta chiave russa – fermare l’espansione della NATO – trincerandosi dietro la sua affermazione che la NATO deve semplicemente tenere la porta aperta a nuovi membri.

Entrambe le affermazioni possono essere verificate. Diamo un’occhiata ai fatti. Mosca ha ragione nell’affermare che l’Occidente non ha mantenuto le sue promesse.

Tali promesse sono state fatte due volte alla Russia, come dato di fatto. Nel 1990, durante i negoziati per l’unificazione della Germania dell’Ovest e dell’Est, e poi, di nuovo, nel 1993, quando la NATO stava estendendo la sua politica di Partnership for Peace verso est. In entrambi i casi, le assicurazioni furono date dai segretari di stato americani, James Baker e Warren Christopher, rispettivamente. E in entrambi i casi, si sono presi la responsabilità di parlare, in effetti, per tutta la NATO.

Nonostante le prove evidenti, ci sono ancora pubblicisti occidentali e persino politici attivi che negano o relativizzano questi fatti, come, per esempio, il rievocatore della guerra fredda ed ex ambasciatore americano in Russia Michael McFaul. Affrontiamo le loro obiezioni.

Per quanto riguarda le promesse del 1993, il caso è estremamente semplice. Come Angela Stent – un’esperta di politica estera americana ampiamente riconosciuta e praticante senza pregiudizi a favore della Russia – ha riassunto nel 2019, due “ambasciatori statunitensi… hanno poi ammesso che Washington ha rinnegato le sue promesse” – del 1993, cioè – “offrendo successivamente l’adesione all’Europa centrale.” L’allora presidente russo Boris “Eltsin aveva ragione di credere che le promesse esplicite fatte… sul fatto che la NATO non si sarebbe allargata in un futuro prevedibile sono state infrante quando l’amministrazione Clinton ha deciso di offrire l’adesione” – e non solo il partenariato, come Christopher aveva assicurato a Eltsin – “all’Europa centrale.”

Il caso del 1990 è un po’ più complicato, ma non molto. Anche lì, la prova di una promessa esplicita è chiara. Ecco il massimo esperto americano, Joshua Shifrinson – come Stent al di là di ogni sospetto di favorire la Russia – sulla questione, scrivendo nel 2016:

“All’inizio del febbraio 1990, i leader statunitensi fecero un’offerta ai sovietici… Il Segretario di Stato James Baker suggerì che in cambio della cooperazione sulla Germania, [gli] Stati Uniti potevano dare “garanzie di ferro” che la NATO non si sarebbe espansa “di un centimetro verso est”… Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov accettò di iniziare i colloqui per la riunificazione. Nessun accordo formale è stato raggiunto, ma da tutte le prove, il quid pro quo era chiaro: Gorbaciov ha accettato l’allineamento occidentale della Germania e gli Stati Uniti avrebbero limitato l’espansione della NATO”.

Per essere chiari, Shifrinson, uno studioso attento, ha anche spiegato che i negoziatori e i leader americani hanno iniziato a tornare indietro su questa promessa molto rapidamente. Ma questo non fa alcuna differenza rispetto a due fatti: Primo, la promessa è stata fatta, e la tempistica suggerisce fortemente che ha avuto importanza per l’acquiescenza della Russia all’unificazione tedesca a condizioni interamente occidentali. In altre parole: Mosca ha mantenuto la sua parte dell’accordo, l’Occidente no. In secondo luogo, anche mentre si faceva rapidamente marcia indietro internamente, i politici americani hanno continuato a dare alla Russia la – falsa – impressione che i suoi interessi di sicurezza sarebbero stati considerati. In altre parole, la promessa iniziale – e consequenziale – non è stata solo infranta; l’inganno è stato seguito da un inganno ancora maggiore.

I rappresentanti dell’Occidente che ancora negano ciò che è successo nel 1990, come Mark Kramer, per esempio, citano spesso anche l’ex presidente sovietico Gorbaciov: egli ha dichiarato, dopo tutto, che la famigerata promessa di “non un pollice” si riferiva strettamente solo alla Germania dell’Est. Quindi, sostengono i difensori dell’Occidente, non si trattava affatto della NATO oltre la Germania dell’Est.

Francamente, anche se popolare, questo è un argomento straordinariamente sciocco: In primo luogo, Gorbaciov ha un comprensibile interesse a non essere ritenuto responsabile del fiasco della politica di sicurezza che ha permesso alla NATO di espandersi a suo piacimento. In secondo luogo, anche se i negoziati del 1990 riguardavano strettamente la Germania dell’Est, ricordate il loro contesto reale: L’Unione Sovietica era ancora lì e così il Patto di Varsavia. Quindi, due cose sono ovvie – a patto che tutti discutiamo in buona fede: Primo, in termini specifici, la promessa del 1990 poteva riguardare solo la Germania dell’Est. E, secondo, implicava chiaramente che tutto ciò che si trovava a est della Germania dell’Est sarebbe stato, semmai, ancora più – non meno – off-limits per la NATO.

Un’altra linea di difesa occidentale può essere descritta solo come fondamentalmente disonesta: la NATO stessa – e apparentemente anche l’attuale segretario di stato americano Antony Blinken – ora improvvisamente ricordano che “gli alleati della NATO prendono decisioni per consenso e queste sono registrate. Non c’è nessuna registrazione di una tale decisione presa dalla NATO. Le assicurazioni personali dei singoli leader non possono sostituire il consenso dell’Alleanza e non costituiscono un accordo formale della NATO”.

Sembra fantastico! Se solo James Baker e Christopher Warren l’avessero saputo quando hanno fatto le loro promesse sulla NATO a Gorbaciov e poi a Eltsin!

Seriamente? Due segretari di stato americani si rivolgono a Mosca come se avessero il diritto di parlare per la NATO e plasmarla. Mosca, molto plausibilmente – dato il modo in cui funziona realmente la NATO – presume che possano farlo. E quando queste promesse non vengono mantenute, è un problema della Russia? Notizia flash: se si segue davvero questa logica contorta, si sarebbe giustificata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan come “aiuto fraterno”. Perché formalmente è quello che “era”.

Che dire dell’affermazione dell’Occidente che la NATO deve mantenere una politica di “porte aperte”, o, detto diversamente, non può assolutamente concordare con la Russia di smettere di espandersi? Questa affermazione, a differenza di quella di Mosca sulle promesse della NATO, non è corretta. Ecco perché:

La NATO sostiene che la sua incapacità di chiudere le sue porte è basata sul trattato NATO, la sua costituzione, per così dire. Ecco l’argomentazione della NATO in originale:

“La ‘politica della porta aperta’ della NATO si basa sull’articolo 10 del documento fondatore dell’Alleanza, il Trattato del Nord Atlantico”, che “afferma che l’adesione alla NATO è aperta a qualsiasi ‘Stato europeo in grado di promuovere i principi del presente trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico’”. E che “qualsiasi decisione sull’allargamento deve essere presa ‘all’unanimità’… Negli ultimi 72 anni, 30 paesi hanno scelto liberamente, e in conformità con i loro processi democratici interni, di entrare nella NATO. Questa è la loro scelta sovrana”.

Se tutto ciò fosse corretto, sarebbe ancora una forzatura credere che tali cose non possano mai essere cambiate – come se fossero una forza naturale simile alla gravità – ma, almeno, potremmo capire perché è una sfida fare tali cambiamenti.

Eppure, in realtà, in questo caso non c’è motivo di accettare l’interpretazione sorprendentemente inverosimile e incoerente della NATO del suo stesso documento fondatore. Perché ciò che l’articolo 10 dice in realtà è che la porta è aperta a ogni stato europeo che può “contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico” e che l’ammissione di qualsiasi stato al blocco può avvenire solo con il “consenso unanime” di tutti gli attuali membri della NATO.

Niente di tutto questo, in realtà, contraddice la possibilità che la NATO un giorno dichiari che per il futuro (illimitato o con date precise) nessun altro stato può contribuire alla sua sicurezza e quindi nessun altro stato può essere ammesso. La NATO avrebbe tutto il diritto di farlo; e l’articolo 10 andrebbe perfettamente bene.
Detto diversamente: La “politica della porta aperta” della NATO è esattamente questo: una politica. Non è una legge naturale e nemmeno qualcosa che la NATO è obbligata a fare dal suo stesso documento costitutivo (che comunque non vincolerebbe nessun altro, in realtà). Una politica, tuttavia, è ovviamente aperta alla revisione. Le affermazioni della NATO che “non può” smettere di ammettere è, quindi, strettamente insensata. In realtà, sceglie di non voler smettere di ammettere, purtroppo.

In sintesi, la Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO, e queste promesse non sono state mantenute. La NATO ha torto: può, in realtà, chiudere la porta, solo che non ne ha voglia.

Queste cose, in realtà, non sono difficili da capire. Quindi, ciò che è forse più preoccupante delle narrazioni occidentali attualmente dominanti su questi temi non è nemmeno che siano errate, ma che, apparentemente, parti delle élite occidentali, intellettuali e politiche, credono davvero alle loro stesse sciocchezze. Ma speriamo che stiano deliberatamente distorcendo la verità. Perché altrimenti hanno iniziato a credere alla loro stessa propaganda. E se questo è il caso, è molto difficile vedere come i negoziati potranno mai avere successo.

Russia is right: The West promised not to enlarge NATO & these promises were broken

  • The events of three decades ago are haunting the politics of the present

By Tarik Cyril Amar, a historian from Germany at Koç University in Istanbul working on Russia, Ukraine, and Eastern Europe, the history of World War II, the cultural Cold War, and the politics of memory. He tweets at @tarikcyrilamar.

With Russia challenging Western unilateralism in a way not seen since the end of the Soviet Union, two major issues keep coming to the fore. Both, it seems, are centered on America’s flagship military bloc, NATO.

First, there is Moscow’s claim that there was a Western promise not to expand NATO beyond its Cold War area. Second, there is a Western claim that NATO cannot, let alone will not, put an end to admitting new member states. 

This is no mere rhetoric; these are crucial points. Russia’s insistence on a thorough review and comprehensive, bindingly codified reset of post-Cold War security relations with the West hinges on its claim that prior Western assurances were broken. Talk and informal promises, the Kremlin says, are not enough anymore because they have turned out to be unreliable. On the other side of the quarrel, the West is rejecting a Russian key demand – to stop NATO expansion – by entrenching itself behind its claim that NATO simply must keep the door open to new members. 

Both claims can be verified. Let’s take a look at the facts. Moscow is right in its assertion that the West has broken its promises.

Such pledges were made twice to Russia, as a matter of fact. In 1990, during the negotiations over the unification of West and East Germany, and then, again, in 1993, when NATO was extending its Partnership for Peace policy eastward. In both cases, the assurances were given by US secretaries of state, James Baker and Warren Christopher, respectively. And in both cases, they took it upon themselves to speak, in effect, for NATO as a whole.

Despite clear evidence, there are still Western publicists and even active politicians who deny or relativize these facts, such as, for instance, Cold War Re-Enactor and former American ambassador to Russia Michael McFaul. Let’s address their objections.

Regarding the 1993 promises, the case is extremely simple. As Angela Stent – a widely recognized American foreign policy expert and practitioner with no bias in Russia’s favor – has summarized it in 2019, two “US ambassadors… later admitted that Washington reneged on its promises” – of 1993, that is – “by subsequently offering membership to Central Europe.” Then-Russian president Boris “Yeltsin was correct in believing that explicit promises made… about NATO not enlarging for the foreseeable future were broken when the Clinton administration decided to offer membership,” – and not merely partnership, as Christopher had assured Yeltsin – “to Central Europe.”   

The 1990 case is a little more complicated, but not much. There, too, the evidence for an explicit promise is clear. Here is the foremost American expert, Joshua Shifrinson – like Stent beyond any suspicion of favoring Russia – on the issue, writing in 2016:  

“In early February 1990, U.S. leaders made the Soviets an offer… Secretary of State James Baker suggested that in exchange for cooperation on Germany, [the] U.S. could make ‘iron-clad guarantees’ that NATO would not expand ‘one inch eastward.’… Soviet President Mikhail Gorbachev agreed to begin reunification talks. No formal deal was struck, but from all the evidence, the quid pro quo was clear: Gorbachev acceded to Germany’s western alignment and the U.S. would limit NATO’s expansion.”

To be clear, Shifrinson, a careful scholar, has also explained that American negotiators and leaders started going back on this promise very quickly. But that makes zero difference to two facts: First, the promise was made, and timing suggests strongly that it mattered to Russia’s acquiescence to German unification on entirely Western terms. In other words: Moscow kept its part of the deal, the West did not. Second, even while rapidly backpedaling internally, American politicians continued to give Russia the – false – impression that its security interests would be considered. Put differently, the initial – and consequential – promise was not only broken; the deception was followed up with even more deception.

Those representatives of the West still in denial of what happened in 1990, such as Mark Kramer, for instance, also often quote former Soviet president Gorbachev: He has stated, after all, that the infamous “not-one-inch” promise referred strictly to East Germany only. Hence, the West’s defenders argue, it wasn’t about NATO beyond East Germany at all.  READ MORE: Can Russia do a deal with the West?

Frankly, though popular, that is an extraordinarily silly argument: First, Gorbachev has an understandable interest in not being held responsible for the security-policy fiasco of letting NATO expand as it liked. Secondly, even if the 1990 negotiations were strictly about East Germany, please remember their real context: The Soviet Union was still there and so was the Warsaw Pact. Thus, two things are obvious – as long as we all argue in good faith: First, in specific terms, the 1990 promise could only be about East Germany. And, second, it of course clearly implied that anything east of East Germany would be, if anything, even more – not less – off-limits to NATO.

Another line of Western defense can only be described as fundamentally dishonest: NATO itself – and apparently the current American secretary of state Antony Blinken as well – now quite suddenly remember that “NATO Allies take decisions by consensus and these are recorded. There is no record of any such decision taken by NATO. Personal assurances from individual leaders cannot replace Alliance consensus and do not constitute formal NATO agreement.” 

That sounds great! If only James Baker and Christopher Warren had known about it when making their promises about NATO to Gorbachev and then Yeltsin!

Seriously? Two US secretaries of state address Moscow as if they had the right to speak for and shape NATO. Moscow, very plausibly – given the way NATO really works – assumes that they can. And when these promises are then broken, that is Russia’s problem? News flash: If you really follow that twisted logic, you would have justified the Soviet invasion of Afghanistan as “fraternal help” as well. Because formally that’s what it “was.”

What about the West’s contention that NATO must maintain an “open door” policy, or, put differently, cannot possibly agree with Russia to stop expanding? That claim, unlike Moscow’s about NATO promises, is incorrect. Here’s why:

NATO argues that its inability to ever close its doors is based on the NATO treaty, its constitution, as it were. Here is NATO’s argument in the original:

“NATO’s ‘Open Door Policy’ is based on Article 10 of the Alliance’s founding document, the North Atlantic Treaty,” which “states that NATO membership is open to any ‘European state in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area’.” And that “any decision on enlargement must be made ‘by unanimous agreement.’… Over the past 72 years, 30 countries have chosen freely, and in accordance with their domestic democratic processes, to join NATO. This is their sovereign choice.” 

If all of the above were correct, it would still be a stretch to believe that such things can never be changed – as if they were a natural force akin to gravity – but, at least, we could understand why it is a challenge to make such changes.

Yet, in reality, in this case there is no reason to accept NATO’s surprisingly far-fetched and inconsistent interpretation of its own founding document. Because what Article 10 actually says is that the door is open to every European state that can “contribute to the security of the North Atlantic area” and that the admission of any such state to the bloc can only happen by the “unanimous consent” of all current NATO members. 

None of this, actually, contradicts the possibility of NATO one day stating that for the future (unlimited or with precise dates) no further states can possibly help “contribute” to its security and therefore no further states can be admitted. NATO would be entirely within its rights doing so; and Article 10 would be perfectly fine.  READ MORE: Russia & NATO fail to find common ground – Moscow

Regarding NATO’s statement that it is every European state’s sovereign right to “join,” it does not withstand elementary scrutiny: If that were so, then both the “unanimous consent” of all current members and the distinction between applying and joining would be meaningless. That is an obviously absurd position. In reality, states have a right to apply, not to join – by NATO’s own rules, which someone at NATO seems to very badly misunderstand. 

Put differently: NATO’s “Open Door Policy” is exactly that: a policy. It is not a natural law or even something that NATO is obliged to do by its own founding document (which would still not bind anyone else, actually). A policy, however, is, of course, open to revision. NATO’s claims that it “cannot” stop admitting is, therefore, strictly nonsensical. In reality, it chooses not to want to stop admitting, unfortunately.

In sum, Russia is right: The West promised not to enlarge NATO, and these promises were broken. NATO is wrong: It can, actually, shut the door; it just doesn’t feel like it.

These things are, actually, not hard to grasp. Hence, what is perhaps most worrying about the currently dominant Western narratives on these issues is not even that they are incorrect but that, apparently, parts of the Western elites, intellectual and political, really believe their own nonsense. But let’s hope they are deliberately distorting the truth. Because otherwise they have started buying into their own propaganda. And if that is the case, it is very hard to see how negotiations will ever succeed.

FONTE: https://www.rt.com/russia/546074-russia-nato-relations-lie/

L’infodemia sul green pass stende un velo sul conflitto sociale

Ferma la costituzionalità relativa alla legittimità dell’obbligo vaccinale, dobbiamo interrogarci sulla pervasività della discussione che lascia fuori tutto il resto

di Alessandra Algostino*

La discussione attorno al green pass e all’obbligo vaccinale continua a stringere in una cappa asfissiante il dibattito pubblico, emblema di una, non innocente, infodemia. Non si intende sminuire la gravità dell’epidemia né la necessità di una attenzione (critica) ai provvedimenti adottati (in sé e in quanto rischiano di normalizzare restrizioni eccezionali e temporanee): sul punto, nella prospettiva di una democrazia solidale, si è ragionato più volte in queste pagine.

Fermo il quadro costituzionale relativo alla legittimità dell’obbligo vaccinale, così come delle limitazioni dei diritti, certo si può annotare come nella selva oscura di disposizioni viepiù caotiche, smarrendo proporzionalità e ragionevolezza, si possano annidare distinzioni arbitrarie e suscettibili di amplificare le diseguaglianze. Tuttavia, il nodo è un altro: è la pervasività e insieme la polarizzazione della discussione attorno al green pass in sé che interroga la democrazia, come pluralista, conflittuale e sociale.

La questione del “green pass” svia l’attenzione da una sindemia che ha acuito le diseguaglianze e dai contenuti di un Piano nazionale di ripresa e resilienza che, nel pretendere di forgiare il corso dei prossimi anni, agisce come se l’unico destino possibile fosse un neoliberismo, che, a fisarmonica, richiede politiche di austerity o di welfare autoreferenziale, in totale spregio di un progetto di futuro, quello della Costituzione (mai nemmeno menzionata).

Il Pnrr è assunto come una regalia nei confronti della quale nutrire unicamente un atteggiamento riconoscente. Non si discute della sua impostazione, ordoliberale, del suo netto sbilanciamento sulle imprese (in una Repubblica fondata sul lavoro…) e della centralità della concorrenza, che relega la giustizia sociale a eventuale effetto collaterale (la concorrenza «può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale» si legge nella Premessa del Piano).

Ugualmente, non si mette in discussione il disinvestimento nella sanità, il suo modello aziendalista, la sua privatizzazione e regionalizzazione, nonostante gli ultimi due anni ne abbiano mostrato fuori di ogni dubbio gli effetti nefasti: la soluzione sono i vaccini e il green pass. Senza negare la loro utilità, essi non possono divenire un alibi, la panacea per risolvere tutti i mali.

L’elenco degli elementi mancanti nel dibattito politico è lungo: la Legge di Bilancio, che evoca ad un tempo il tracollo della democrazia politica, scendendo ulteriormente la china di un Parlamento esautorato e prono, e della democrazia sociale; e poi, la politica industriale, dove a delocalizzazioni selvagge si oppone una debole proceduralizzazione, molto distante dal controllo e dalla programmazione che il costituente immaginava (art. 41, c. 2-3, Cost.), ignorando quanto nasce nella vivacità del conflitto (la proposta di legge elaborata dagli operai della Gkn con i giuristi democratici); il lavoro, che aumenta solo in forme precarie e servili, ….

Ad ipotecare o a trasformare il presente non è il green pass, semplice o super: occorre rimettere al centro la questione dell’eguaglianza, della giustizia sociale ed ambientale, ovvero del modello di sviluppo e di società, ripartire dalla centralità dei conflitti intorno alle materialità delle condizioni dell’esistenza.

Focalizzarsi sul green pass rischia di rivelarsi una trappola, in quanto mistifica la necessità di trasformare l’esistente. Non solo: la polarizzazione sul green pass è una trappola anche in quanto distrae il conflitto sociale attraverso la creazione di un nemico.
Le proteste no green pass, oltre ad essere embedded rispetto alla razionalità dominante nell’adesione ad una libertà senza limiti (senza uguaglianza, senza solidarietà) e, per inciso, oltre a nascere proprio nel disagio e nella disgregazione sociale che essa ha prodotto, integrano ottimamente la figura del nemico; e il nemico compatta la società e occulta il conflitto sociale.

La loro criminalizzazione, inoltre, crea un humus favorevole alla lettura di ogni protesta come azione irresponsabile e nociva per la società, delegittimando il dissenso. Non è solo un timore, i movimenti sociali e i lavoratori da anni conoscono la repressione, e il coro di smodate critiche allo sciopero generale del 16 dicembre è emblematico. È la “democrazia senza conflitto”: un ossimoro, perché la democrazia pacificata in quanto nega l’esistenza del conflitto è un simulacro di se stessa. E tutto ricorda una volta di più che la chiave è la lotta per una democrazia, come quella della Costituzione, pluralista, conflittuale e sociale.

*(docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia diretta con particolare attenzione alla loro concreta attuazione)

FONTE: https://ilmanifesto.it/linfodemia-sul-green-pass-stende-un-velo-sul-conflitto-sociale/

I partigiani del nulla

Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

di Domenico Gallo

Sabato 8 gennaio si è svolta a Torino una singolare manifestazione di protesta contro le misure nazionali anticovid, promossa dalla Commissione DuPre (Dubbio e precauzione), fondata a dicembre da Ugo Mattei con Carlo Freccero, Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. Sul palco è salito Ugo Mattei, professore di diritto civile, noto a sinistra per aver promosso con altri il referendum per l’acqua pubblica e per essere stato vicepresidente della Commissione Rodotà incaricata della riforma delle norme del codice civile sui beni comuni. Evidentemente la salute pubblica per Mattei ed i suoi seguaci non rientra più nei beni comuni, ma non ci interessa il percorso tortuoso che ha portato il professore torinese a divenire idolo e ideologo del movimento dei no vax, quello che ha suscitato scalpore è il tenore esasperato della comunicazione pubblica. Dopo la sfilata a Novara dei no vax, travestiti da deportati nei campi di sterminio, il prof. Mattei, contestando il green pass per gli autobus, aveva invocato la protesta dei negri americani contro le pratiche di apartheid  e richiamato il gesto di Rosa Parks a Montgomery in Alabama. Sabato scorso, nella prima manifestazione contro l’obbligo vaccinale per gli over 50 e il lasciapassare verde, dal palco di Piazza Castello Mattei ha annunciato la rinascita del “Comitato di liberazione nazionale”. Ha proclamato che il “CLN” vuole emulare i movimenti e i partiti che diressero e coordinarono la Resistenza contro gli occupanti tedeschi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale. E si è paragonato proprio a quegli insegnanti che non giurarono fedeltà al regime fascista. “Probabilmente non rivedrò mai più i miei studenti perché non ho intenzione di giurare al draghismo. Quindi sarò sospeso dall’insegnamento. Farò quello che fecero i dodici professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento imposto dal regime. Sono maestri che non piegarono la schiena. A loro dedico la rinascita del Comitato di Liberazione Nazionale”.

Contro questa sceneggiata è insorta la Federazione Italiana delle Associazioni partigiane del Piemonte con un duro comunicato in cui osserva che la pretesa dei no vax di costituire un nuovo CLN offende la storia del movimento partigiano: “Il Comitato di Liberazione Nazionale è una storia di grandezze e eroismi, di scelte coraggiose da cui è nata l’Italia democratica, ponendo fine alla ventennale dittatura fascista e attraversando una sciagurata guerra voluta dal regime mussoliniano. Per tali ragioni – prosegue il comunicato – non dimenticando anche lo scellerato parallelo affermato da persone aderenti a questi movimenti irresponsabili no vax tra la condizione di chi irragionevolmente rifiuta il vaccino, esponendo se stesso e gli altri al propagarsi del contagio e di eventi letali e intasando le strutture sanitarie  sotto stress e gli internati nei lager nazisti,  è intollerabile e inaccettabile l’utilizzo indecente che si  ritiene di poter fare di una storia così importante per il nostro Paese quale fu la Resistenza”.

E’ più che comprensibile l’indignazione dei partigiani veri contro quest’uso cialtronesco della storia, ma il problema politico è un altro. Il malessere diffuso, generato dai guasti economico sociali provocati dalla pandemia e la perdita di fiducia nel futuro hanno provocato un’onda di irrazionalità che risale dal profondo della società. Se, come ha rilevato il CENSIS nell’ultimo rapporto, il 31,4% degli italiani oggi si dice convinto che il vaccino è un farmaco sperimentale e che quindi le persone che si vaccinano fanno da cavie, se il 10,9% sostiene che il vaccino è inutile e inefficace, mentre per il 5,9% (cioè circa 3 milioni di persone) il Covid-19 semplicemente non esiste, se il 5,8% sostiene che la Terra è piatta, è evidente che un forte vento di irrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale, sia a livello individuale, sia a livello dei movimenti collettivi di protesta.  Quando si costruisce un movimento politico sulle paranoie e sulla fuga dalla realtà, si intraprende una lotta contro i mulini a vento che si può trasformare in una formidabile arma di distrazione di massa. Così mentre, per un verso, alcuni combattono eroicamente per la libertà di non vaccinarsi e di fare ciascuno come gli pare, altri, per altro verso, più scaltramente, attribuiscono ai no vax la responsabilità dei fallimenti della politica. Invece è necessario e urgente mettere al centro del dibattito politico e della partecipazione popolare i problemi reali che riguardano le scelte che incidono sulla nostra condizione umana e pregiudicano il futuro. Se gli ospedali sono intasati, se, come ci avverte la Società italiana di chirurgia, negli ospedali sono rinviati otto interventi su dieci e la situazione delle liste d’attesa è terrificante, la responsabilità non è solo dei no vax che intasano le strutture sanitarie, ma al fondo ci sono le scelte di non rafforzare la sanità pubblica, che è rimasta la cenerentola del PNRR. Se l’occupazione cresce solo per la crescita del lavoro precario, la responsabilità è delle non scelte della politica in materia di governo del mercato del lavoro. Contestualmente al non incremento della spesa sanitaria, Governo e Parlamento hanno deciso, sotto dickat della NATO, l’incremento della spesa militare, che toccherà quest’anno il record di 26 miliardi euro, con un incremento di quasi 5 miliardi rispetto al periodo pre-pandemico, mentre le basi di Aviano e Ghedi si apprestano ad ospitare le nuove bombe nucleari americane B61-11. Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/01/i-partigiani-del-nulla/

La festa (imperiale) delle corporation della guerra è finita. Sulla fuga da Kabul.

di Antonio Pagliarone

Le rivoluzioni devono ottenere il loro biglietto di

ingresso alla scena ufficiale dalle mani delle classi

dominanti.

(Karl Marx “New York Herald Tribune” 27 luglio 1857)

Premessa

Ricordo che molti anni fa l’alternativa “Socialismo o Barbarie” era il ritornello che gli intellettuali più radicali ci prospettavano di fronte ai grandi eventi che si sono verificati nel lungo periodo in cui i miti della sinistra hanno influenzato il cosiddetto “vecchio movimento operaio”. Fu Rosa Luxemburg a proporre queste due possibili soluzioni poste in alternativa allo scoppio del Primo conflitto mondiale ma questo slogan è stato ripreso regolarmente in occasione dei “processi di trasformazione” che, secondo certa pubblicistica di estrema sinistra, si sarebbero manifestati nel corso del XX secolo. Sinora però nessuno si è preoccupato minimamente di dare una descrizione chiara e ragionevole ai due fenomeni in oggetto, anche se oggi possiamo affermare che il socialismo ha prodotto quell’ assurdo costituito dall’economia e dalla società sovietica, ma ci si dovrebbe soffermare un momento sul termine barbarie specie dopo gli avvenimenti in Afghanistan, in Iraq e successivamente in Libano e in Siria.

L’errore che viene ripetuto regolarmente dai commentatori sia di destra che di sinistra, al di là dei buoni propositi che li alimentano, è quello di partire da una tesi precostituita come l’anti-imperialismo per gli opinionisti della sinistra radicale o la difesa della democrazia che caratterizza i paesi occidentali contro ogni aggressione esterna sostenuta da lacchè ben vestiti. Queste posizioni costituiscono la base per spiegare tutti gli avvenimenti che scuotono la monotonia della vita quotidiana. Chiunque non sia impegnato a “sbarcare il lunario” manifesta quel vezzo piuttosto antipatico di trattare ogni singolo fatto come una nuova tendenza senza mai darsi la pena di analizzare i processi nel loro insieme ed ogni avvenimento viene considerato come una “svolta nella storia dell’umanità”.

I sostenitori dell’antimperialismo considerano ogni azione militare, politica ed economica come una aggressione operata da una nazione più forte a scapito di un paese economicamente arretrato per tutta una serie di motivi quali la rapina delle risorse, la conquista di nuovi mercati, nuove aree per operare investimenti redditizi oppure il controllo militare strategico di vaste regioni del pianeta. Ora tutte queste motivazioni si sono rivelate fallaci specie dopo la guerra del Vietnam infatti potevamo chiederci a suo tempo: quali erano le risorse del paese? Il mercato vietnamita era così allettante? Forse gli USA intendevano operare investimenti in un paese così lontano e privo di infrastrutture? Che tipo di dominio e di controllo della regione avrebbero avuto gli americani se avessero vinto la guerra? Erano pressoché circondati da nazioni ostili e il Vietnam sarebbe stata la Cuba degli occidentali. Spesso tali interpretazioni vengono utilizzate insieme per poter giustificare una tesi di partenza basata sulla volontà di dominio di un paese ricco su uno o più paesi del terzo mondo. Coloro che invece difendono la democrazia occidentale ritengono il capitalismo come unica forma economica e sociale possibile e, più o meno in buona fede, temono qualsiasi fenomeno che possa minarne le fondamenta.

Entrambe i punti di vista considerano l’evoluzione della società esclusivamente secondo delle tappe in occasione delle quali l’economia e la politica subiscono degli scossoni che ne deviano il corso.

Per confutare le chincaglierie di queste testi novecentesche possiamo notare che le due grandi economie occidentali che hanno dominato nel corso della storia del capitalismo, perché erano i maggiori possessori di asset1 esteri, hanno progressivamente manifestato un declino vistoso come risulta evidente dal grafico di figura 1.

Figura 1: Andamento disaggregato dei due paesi con il maggior numero di asset stranieri: Gran Bretagna e Stati Uniti2

Fonte: Maurice Obstfeld and Alan. M. Taylor, Global Capital Markets: Integration, Crisis and Growth (Cambridge: Cambridge University Press, 2004), Table 2-1, pp. 52-53

Gli asset esteri in possesso della Gran Bretagna raggiungono il picco nel 1850 poi declinano continuamente (linea grigia) mentre gli asset esteri nelle mani degli USA (non di una nazione, come si crede erroneamente, ma di imprese pubbliche e private) crescono fino al 1960 (gli USA prendono il posto del Regno Unito dopo la IIGM) per poi declinare continuamente salvo qualche debole picco, fino ai giorni nostri. Questo vuol dire che gli investimenti in asset degli USA si rivolgono all’interno dell’area OCSE e sempre meno nei paesi del cosiddetto terzo mondo o in via di sviluppo3.

Introduzione (2021)

L’imperialismo è (veramente) una tigre di carta

Tutti gli osservatori ed i giornalisti di vario genere sono rimasti allibiti in occasione dell’abbandono disastroso dell’Afghanistan da parte delle truppe USA, paragonando le immagini sconvolgenti alla fuga da Saigon nell’Aprile 1975. Le truppe della maggiore potenza economica e militare del mondo lasciano il paese nelle mani delle orde di talebani che come dei vampiri si sono precipitati a riconquistare un paese ormai ridotto alla miseria ed alla fame. La stragrande maggioranza dei commenti diffusi immediatamente sui mass media e sul web si sono limitati a riproporre le solite litanie dettate da posizioni “politiche” ufficiali e di nicchia. Dall’impossibilità ad introdurre la democrazia nei paesi arretrati legati all’Islam, al fallimento dell’imperialismo americano (o grande potenza USA) simile a quello manifestatosi in Vietnam dove una popolazione legata fortemente al proprio territorio ed un “fronte interno” di opposizione hanno determinato la disfatta di un esercito tecnologicamente avanzato, cosa che non si è assolutamente verificata in Afghanistan.

Di conseguenza ho deciso di riproporre un vecchio scritto prodotto qualche anno dopo l’11 settembre sull’aggressione americana in Afghanistan ed in Iraq aggiornandone i dati e gli elementi alla luce degli avvenimenti più recenti. Naturalmente nessuno può affermare di avere compreso definitivamente gli accadimenti ma una cosa è certa: occorre approfondire l’analisi attraverso l’evidenza empirica e la logica senza farsi abbagliare dal metodo adottato da certi osservatori legati all’ideologia dominante, ma nemmeno da certa sociologia-politica manifestata da coloro che sono ancora legati all’ideologia della vecchia e “nuova” sinistra che da tempo ha mandato Karl Marx in soffitta. Naturalmente i dati ed i grafici proposti a suo tempo sono stati aggiornati e posso affermare che confermano le tesi espresse allora e la penosa uscita dell’esercito USA dall’operazione Enduring Freedom, che aveva come obiettivo l’eliminazione del terrorismo islamico in seguito agli attentati piuttosto spettacolari dell’11 settembre. Nel mio scritto del 2007 avevo avanzato l’ipotesi che fu la lobby del Pentagono, che dominava il Complesso Militare Industriale, a fare degli attentati attribuiti (falsamente) ad Al Qaeda, la ragione del suo rilancio dopo anni di smantellamento delle strutture e dei finanziamenti alla Difesa in seguito al crollo del sistema sovietico. Le spese militari americane si erano ridotte all’osso ed era necessario trovare un nuovo “nemico” per giustificare lo spostamento delle risorse federali dal welfare alle corporation legate al Complesso, i cui dirigenti guarda caso erano presenti nella lobby e all’interno dell’amministrazione Bush Junior. Così possiamo notare che dopo il continuo declino successivo alla II Guerra Mondiale, il budget per la difesa negli ultimi due decenni si è innalzato passando dai 305 miliardi di dollari del 2001 ai 754 miliardi di dollari del 2021, con un probabile picco a 777 miliardi di dollari se l’operazione in Afghanistan non fosse stata interrotta. Nella figura 2 di seguito vengono rappresentate le spesemilitari come percentuale del PIL per gli Stati Uniti nel periodo 1940-2018 (andamento aggiornato rispetto a quello dei grafici 4 e 5 presenti nel vecchio testo).

Figura 2. USA. Spese militari come percentuale del PIL

Grafico costruito sulla base dei dati del Office of Management and Budget

Come si può notare dopo il picco di massima del periodo relativo all’intervento nel secondo conflitto mondiale si raggiunge il minimo nel 1946 attorno al 3%, la risalita dei primi anni 50 del secolo scorso è dovuta alla guerra di Corea dopo di che si verifica un declino fino alla metà degli anni 60 con una debole risalita causata dalla guerra del Vietnam, l’ultimo conflitto militare che si può definire come tale. Successivamente si osserva un continuo declino interrotto da una debole risalita dovuta alle famose “Guerre Stellari” di Ronald Reagan, ma dopo il crollo dell’ex Unione Sovietica si può notare un crollo delle spese militari a livelli inferiori al 3% con una ripresa che risulta evidente dopo i fatti dell’11 settembre 2001 che hanno rappresentato uno stimolo ad una crescita che ha raggiunto il livello massimo del 5% nel 2012 per poi declinare nuovamente. Dal rapporto del SIPRI del 2018 possiamo riportare che

“Tra il 2009 e il 2018, tutti i primi 15 paesi meno tre hanno aumentato le loro spese militari; le eccezioni sono gli Stati Uniti (–17 percento), il Regno Unito (–17 percento) e l’Italia (–14 percento). Sono stati registrati aumenti della spesa particolarmente cospicui nel decennio da parte della Cina (83 per cento) e della Turchia (65 per cento).”

Ora la diminuzione del 17% delle spese militari USA (e Regno Unito) tra il 2009 ed il 2018 si nota anche osservando il grafico di figura 2, ma sia chiaro questo non vuol dire che gli USA sono crollati militarmente ma solo che le spese militari non costituiscono assolutamente una voce importante del bilancio.

Contrariamente a quanto hanno creduto ingenuamente gli americani i proventi dalla tassazione (750 milioni di dollari l’anno per ogni soldato impegnato nelle operazioni) non venivano destinati alla “ricostruzione” dei paesi aggrediti ma erano il bottino che si intascavano le corporation americane dalla vendita di armi e servizi allo stesso esercito USA, a prezzi esorbitanti che garantivano sovraprofitti eccezionali conseguiti anche grazie all’aumento del valore delle azioni delle stesse e dei contratti di vario genere e natura legati all’operazione bellica. Jon Schwarz riporta in un articolo pubblicato su Intercept che 10.000 dollari investiti in azioni della Difesa, ossia delle cinque maggiori corporation legate al Complesso Militare Industriale ovveroBoeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics4, all’inizio della guerra in Afghanistan, ora valgono quasi 100mila dollari. Si tratta di un rendimento estremamente più elevato di quello dato dal mercato azionario complessivo nello stesso periodo. 10.000 dollari investiti in un fondo indicizzato S&P 500 il 18 settembre 2001, varrebbero ora 61.613 dollari, il che significa che, durante la cosiddetta guerra in Afghanistan, i titoli delle cinque maggiori corporation hanno superato il mercato azionario del 58%. Una parte significativa dei fondi spesi, e obbligati ad essere spesi, per l’intervento in Afghanistan e Iraq è andata ad appaltatori militari i cui lavoratori attualmente sono più di tre a uno rispetto ai soldati impegnati in Afghanistan. I beneficiari sono la Lockheed Martin, DynCorp5, Black & Veatch, Academi (ex Blackwater) e le compagnie petrolifere che spediscono il carburante utilizzato dall’esercito come la Kellogg, Brown and Root e la ExxonMobil. I contratti spesso hanno dimensioni enormi: l’anno scorso la Harris Corporation, ad esempio, si è aggiudicata un contratto da 1,7 miliardi di dollari per la fornitura di apparecchiature di comunicazione alle forze di sicurezza afghane. Solo tra il 2019 ed il 2020 queste cinque corporation hanno percepito 286 miliardi di dollari grazie a contratti sottoscritti con il Complesso Militare Industriale e dal 2001 al 2020 hanno spillato al Pentagono 2,1 trilioni di dollari (a dollaro 2021). Per avere un’idea delle cifre di cui stiamo parlando, le entrate della Halliburton sono cresciute più di dieci volte dall’esercizio del 2002 fino al 2006 grazie ai suoi contratti per ricostruire le infrastrutture petrolifere irachene e fornire supporto logistico alle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan. Nel solo mese di agosto 2008 la Lockheed Martin ha ricevuto oltre 30 miliardi di dollari per un contratto sulla logistica e per il solo 2020 ha percepito 75 miliardi per contratti che corrispondono ad una volta e mezza l’intero budget di 44 miliardi previsti per quell’anno. Diecimila dollari in azioni della Lockheed Martin vengono ora valutati a 133.559,21 dollari. Molte di queste corporate tra l’altro hanno operato in maniera scadente non soddisfacendo i contratti a suo tempo sottoscritti. Un caso particolarmente eclatante di un lavoro scadente che ha avuto tragiche conseguenze umane è rappresentato dall’elettrificazione di almeno diciotto basi militari in Iraq a partire dal 2004 a causa di installazioni elettriche difettose, alcune delle quali realizzate dalla KBR e dai suoi subappaltatori. Un’indagine dell’ispettore generale del Pentagono ha rilevato che i comandanti sul campo “non erano riusciti a garantire che i lavori di ristrutturazione… fossero stati eseguiti correttamente, l’esercito non ha fissato gli standard per i lavori o gli appaltatori e KBR non hanno messo semplicemente a terra le apparecchiature elettriche installate così da provocare numerose vittime e feriti tra le truppe di stanza nelle diverse basi in Iraq”.

Per queste corporate, l’intera avventura è stata un successo strepitoso, misurato nei trilioni di dollari dei contribuenti che sono passati attraverso i loro budget e nei profitti accumulati nei due decenni in cui hanno mantenuto con successo le operazioni. Nel 2019, la CACI International ha sottoscritto un contratto quinquennale di quasi 907 milioni di dollari per fornire “operazioni di intelligence e supporto analitico” all’esercito degli Stati Uniti in Afghanistan. Dal 2015 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha speso 3,8 miliardi di dollari per l’impegno di Fluor Corporation in Afghanistan, la maggior parte dei quali per i servizi logistici. Per la General Dynamics, la guerra in Afghanistan è stata particolarmente redditizia in quanto il veicolo corazzato leggero LAV-25 dei Marines è stato ampiamente utilizzato nelle operazioni. Inoltre, GD ha anche fornito prodotti e servizi di comunicazione, tecnologia e sicurezza informatica. Raytheon Technologies, solo nel 2020 ha guadagnato fino a 145 milioni di dollari quando ha firmato un contratto con le forze armate statunitensi per addestrare i piloti dell’aeronautica afgana. Occorre sottolineare come il più grande appaltatore della difesa del mondo, la Lockheed è famosa per i suoi elicotteri Black Hawk, che sono stati ampiamente utilizzati nella guerra in Afghanistan, ma i maggiori guadagni per questa corporation sono venuti dai contratti per il caccia stealth F-35. Queste sono solo alcune delle corporation che hanno tratto enorme profitto dai lucrosi contratti di Washington. La spesa del Pentagono ha superato nel complesso i 14 trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile quando ebbe inizio l’intervento in Afghanistan nel 2001, e quasi la metà di questa cifra faraonica è andata direttamente alle corporation appaltatrici della difesa.

Così non ci dobbiamo meravigliare se i media ci informano che la popolazione dell’Afghanistan ha raggiunto livelli di povertà assoluta in un paese pieno di macerie grazie ai bombardamenti “intelligenti” o ad attentati dettati dalla disperazione piuttosto che dalla mitologia della sciaria. Dopo aver speso 2,26 trilioni di dollari nei vent’anni di “guerra” (50 mila dollari per ogni afghano dei 40 milioni che popolano il paese) ecco che l’impresa come per incanto viene abbandonata con i conseguenti commenti più o meno coerenti dei mass media. In occasione del disimpegno dall’Afghanistan, David Berteau, presidente del Consiglio per i servizi professionali, che rappresenta 400 appaltatori governativi, molti dei quali lavorano in Afghanistan, ha dichiarato che “Il calendario per farlo correttamente è già troppo stretto, Non abbiamo anni, ma abbiamo solo mesi. Tutte le cose belle devono finire, vero?”

Quando mai gli Americani non hanno abbandonato i loro alleati locali? I Curdi della Siria settentrionale, che gli Americani in ritirata hanno abbandonato ai tanto amichevoli Turchi, sono l’ultimo esempio che possiamo fare. Ma quanti Americani si ricordano di quel lontano passato? È semplicemente quello che fanno gli Americani, da sempre.

I lauti, strepitosi rendimenti intascati dai maggiori contractors statunitensi della Difesa sono entrati in rotta di collisione con gli interessi complessivi delle altre corporation americane non legate al Complesso Militare Industriale, ma soprattutto con gli interessi dei lavoratori americani ormai stanchi di dover finanziare, attraverso la tassazione ed i tagli alle spese per welfare, un pachiderma militare ormai divenuto del tutto inutile, ma dal quale traggono profitti imprese ed individui senza scrupoli organizzati in bande di avventurieri6.

Tra l’altro la Brown University ha previsto anche che il costo degli interessi sul debito di guerra afghano degli Stati Uniti salirà a 6,5 trilioni di dollari entro il 2050, cosa che contribuirà ad indispettire ulteriormente l’americano medio poiché si traduce in 20.000 dollari di esborso per ogni cittadino USA. In una condizione generale di una continua crescita dell’indebitamento sia pubblico che privato7, rappresentata nelle successive figure 3 e 4, e dal declino dei profitti relativi al totale delle corporate (vedi figura 5), risulta sempre più chiaro che le amministrazioni successive alla presidenza Bush hanno dovuto affrontare il problema della spesa in maniera diretta, attraverso il disimpegno nei confronti delle “missioni” militari all’estero ed attraverso i tagli all’interno del paese. Mentre molti appaltatori legati al Complesso Militare Industriale stanno ancora raccogliendo ingenti somme di denaro per fare affari in Afghanistan, alcuni si stanno ritirando insieme alle truppe. L’ultimo rapporto trimestrale del Dipartimento della Difesa ha indicato che il numero totale di appaltatori in Afghanistan è sceso significativamente negli ultimi tre mesi da quasi 17.000 ad aprile a 7.800 a luglio. Quando Trump è entrato alla Casa Bianca nel 2017, il numero totale di appaltatori in Afghanistan era di circa 3.400.

Figura 3. USA. Andamento del debito pubblico dal 1990 al 2019 (miliardi di dollari)

Fonte: Dipartimento del Tesoro USA.

Figura 4. USA. Debito delle corporation non finanziarie come percentuale del PIL

Nota. Le strisce rappresentano le recessioni.

Fonte: I dati relativi al debito delle corporation provengono dal Financial Accounts of the United States.

Parallelamente all’aumento del debito possiamo notare che i profitti netti delle corporation non finanziarie e finanziarie subiscono un crollo dopo il crash del 2007-08 e non si riprendono fino al 2014 (e non si sono ancora ripresi dopo la pandemia) come si può notare chiaramente dalla figura 5

Figura 5. USA. Variazioni nei Profitti Netti Nominali delle NFC (linea tratteggiata) e delle FC (linea continua) [miliardi di US$]. 1998-2014.

Dall’andamento dei profitti relativi alle corporation finanziarie possiamo notare en passant che fa acqua anche la moderna tesi dell’imperialismo finanziario. Nel frattempo le corporate legate al Pentagono continuano a fare affari d’oro

Ma la figura successiva 6 mostra chiaramente il gap tra profitti lordi e netti delle corporation (linea grigia) e delle imprese USA (linea nera) (siamo nel picco della fig precedente) (pagamento del debito e del servizio del debito) e si nota che tale divario va aumentando per cui l’economia USA ed i lavoratori premono perché le tasse vengano diminuite.

Figura 6. Profitti di tutte le corporation USA prima (linea grigia punteggiata) e dopo le tasse (linea grigia quadratini), profitti di tutte le altre industrie (linea scura punteggiata e coi quadratini) in miliardi di dollari

Fonte NIPA tavole 1.10 e 1.12 (aprile 2015)

Il debito delle famiglie statunitensi nel secondo trimestre 2021 ha raggiunto la cifra record di 15 trilioni di dollari, mentre il debito ipotecario è salito a10,4 miliardi di dollari in conseguenza di un boom di rifinanziamenti. Secondo l’ultimo rapporto della Fed di New York relativo al debito e al credito delle famiglie, tra aprile e giugno del 2021 il debito ipotecario è aumentato di ben 282 miliardi di dollari. Nella figura 7 riportiamo l’andamento del debito delle famiglie americane dal 2000 al 2021.

Figura 7. USA. Andamento del debito delle famiglie dal 2000 al 2021 (nel II trimestre ha raggiunto i 15 trilioni di dollari)

Nota: la parte in basso grigio scura rappresenta i mutui, via via le parti sempre più chiare rappresentano in successione i crediti ipotecari, i prestiti per l’acquisto dell’automobile, passività delle carte di credito, i prestiti per lo studio ed altri

Fonte: New York Fed Consumer Credit Panel/Equifax

Di conseguenza la scelta politica delle amministrazioni Obama, Trump e Biden è stata quella di staccarsi progressivamente dagli impegni militari facendo finire la festa alla Lobby del Pentagono.

Nonostante ciò ad aprile 2021, alcune delle 70 società di sicurezza e difesa americane hanno sottoscritto contratti annuali che vanno oltre l’11 settembre. Una di queste società è la Triple Canopy, di proprietà di Constellis, una società che possiede anche Academi, la più recente dei famigerati appaltatori militari privati ​​come la Blackwater. Triple Canopy sta assumendo guardie armate a Bagram per fornire sicurezza al personale statunitense rimanente in quattro siti in tutto il paese. Anche Erik Prince, fondatore della Blackwater e amico personale di Donald Trump, per far soldi ha impegnato la società nella evacuazione di persone da Kabul cui vengono richiesti 6.500 dollari per essere portati in salvo all’aeroporto per poi venire imbarcati in uno dei voli della società. Una tariffa extra verrebbe poi applicata nelle situazioni più complicate in cui le persone da salvare sono rimaste intrappolate nelle proprie abitazioni.

Dalle stesse autorità americane è stato rilevato che gran parte dei miliardi profusi in enormi progetti infrastrutturali in Afghanistan sono andati sprecati. Dighe e autostrade sono in rovina, poiché questa ondata di aiuti è stata gestita da burocrati di stato corrotti sodali con i funzionari del Complesso Militare Industriale. Gli ospedali e le scuole di nuova costruzione erano vuoti, così il denaro degli Stati Uniti ha alimentato sempre di più la corruzione che ha minato la legittimità del governo. Nonostante la campagna antidroga, dalla quale molti ne hanno tratto vantaggio, le esportazioni di oppio hanno raggiunto livelli record8, e, nonostante i miliardi spesi in armi e per l’addestramento delle forze di sicurezza afghane, i talebani hanno continuato ad espandere il loro controllo sul paese. Malgrado le enormi spese per la creazione di posti di lavoro e per il benessere del popolo afghano, la disoccupazione si aggira intorno al 25% e, secondo la Banca mondiale, nel corso degli anni il tasso di povertà ha continuato ad oscillare, raggiungendo il 47% nel 2020, rispetto al 36% quando si è iniziato a calcolare nel 2007. Il 90% della popolazione dell’Afghanistan vive con meno di 2 dollari al giorno. Di tutto questo ne hanno dovuto prendere atto tanto Trump (per primo) quanto Biden dopo aver tastato il polso agli americani in occasione delle elezioni che li hanno portati ai vertici dell’amministrazione USA. Nel 2018 lo staff del presidente Trump avviò nuove trattative con i talebani che si sono concluse il 29 febbraio 2020 con la firma di un accordo che prevedeva, tra le altre cose, il ritiro definitivo dei 12 mila soldati americani ancora presenti sul territorio afghano entro il 1 maggio 2021.

Oltre alle perdite economiche ormai divenute disastrose bisogna sottolineare però che dall’inizio della guerra la coalizione ha contato più di 3.500 morti, di cui più di 2.300 erano soldati americani e 450 delle truppe britanniche, 20.660 soldati americani sono poi rimasti feriti in azione. Ma questi dati sulle vittime delle truppe della coalizione vengono sminuite dalla perdita di vite tra le forze di sicurezza ed i civili afgani. Nel 2019 una ricerca della Brown University ha stimato che a partire dall’ottobre 2001, quando è iniziato l’intervento, la perdita di vite tra l’esercito nazionale e la polizia dell’Afghanistan ha superato le 64.100 persone, mentre secondo la United Nations Assistance Mission in Afghanistan (Unama), quasi 111.000 cittadini sono stati uccisi o feriti da quando ha iniziato nel 2009 a registrare sistematicamente le vittime civili. Quattro milioni di afgani sono sfollati dalle loro case e sono stati spinti dalla violenza quotidiana nelle baraccopoli urbane o oltre confine, in Pakistan o in Iran; di conseguenza la sfiducia nei confronti degli occidentali ha continuato ad aumentare favorendo così l’influenza dei talebani che controllavano sempre più il territorio. In fin dei conti ciò che si può rimarcare chiaramente è che dopo la sconfitta del Vietnam gli Stati Uniti hanno perso il ruolo di superpotenza conquistato dopo la II Guerra Mondiale una volta esauritosi il predominio del Regno Unito, e che il capitalismo dei paesi maggiormente sviluppati è caratterizzato dagli interessi concorrenziali delle grandi corporation che non hanno nazione pur avendo sede, nella maggior parte di casi, negli Stati Uniti. Infine non possiamo prevedere cosa può riservarci il futuro ma di sicuro non assisteremo ad un nuovo conflitto, almeno nel breve periodo, viste le gravi condizioni in cui versano le casse statali e quelle di un capitalismo che manifesta sempre più le sue difficoltà generate dalla speculazione che come un tumore investe ogni aspetto della vita quotidiana.

NOTE:

1 Gli asset esteri lordi sono costituiti da contanti, prestiti, obbligazioni e azioni di proprietà di non residenti.

2 “The External Wealth of Nations Revisited: International Financial Integration in the Aftermath of the Global Financial Crisis” IMF Economic Review volume66 al sitohttps://link.springer.com/article/10.1057/s41308-017-0048-y

3 Peter Nolan “La Cina si sta comprando il mondo?” presente nel volume Il mistero del dragone Asterios 2019.

4 Possiamo sottolineare che nel consiglio di amministrazione della Lockheed è presente Robert Work (ex vice segretario della difesa) e Joseph Dunford Jr (generale in pensione del Corpo dei Marine), in quello della Boeing sono presenti: Edmund P. Giambastiani Jr (ex vice presidente, Capo di stato maggiore), Stayce D. Harris (ex ispettore generale, Air Force), John M. Richardson (ex capo delle operazioni navali). Il consiglio di amministrazione della Raytheon comprende: Ellen Pawlikowski (generale dell’aeronautica in pensione), James Winnefeld Jr (ammiraglio della marina in pensione), Bruce Carlson (generale dell’aeronautica in pensione), mentre ai vertici dellaGeneral Dynamics sono presenti Rudy deLeon (ex vice segretario della difesa), Cecil Haney (ammiraglio della marina in pensione), James Mattis (ex segretario della Difesa ed ex generale del corpo dei marines), Peter Wall (generale britannico in pensione). Alla Northrop Grumman notiamo Gary Roughead (ammiraglio della Marina in pensione), Mark Welsh III (generale dell’Aeronautica in pensione). Nei consigli di amministrazione delle grandi corporation legate al Pentagono vi erano anche gli ex segretari alla difesa dell’amministrazione Trump James Mattis (membro del consiglio di amministrazione di General Dynamics), Patrick Shanahan (dirigente di Boeing), Mark Esper (capo delle relazioni con il governo di Raytheon) e il segretario alla difesa dell’amministrazione di Biden Lloyd Austin (membro del consiglio di amministrazione di Raytheon Technologies). Molte di queste informazioni provengono dall’ottimo studio Profits of War: Corporate Beneficiaries of the Post-9/11 Pentagon Spending Surge di William D. Hartung che dirige l’Arms and Security Program presso il Center for International Policy.

5 DynCorp, con a capo il finanziere miliardario Stephen Feinberg, è nota da tempo per scandali di corruzione e un discutibile record di prestazioni, fino ad essere implicata in un caso di abusi sessuali. Ma nulla di tutto ciò sembra aver scoraggiato il governo degli Stati Uniti dall’aggiudicare nuovi contratti alla società. Il Dipartimento di Stato ha pagato quasi 4 miliardi di dollari per progetti di aiuto alla ricostruzione afgana dal 2002 al 2013. 2,5 miliardi di dollari sono andati alla DynCorp, il 69% di tutti i soldi assegnati dal Dipartimento di Stato per quasi tutta la durata della guerra.

6 Oltre all’esercito di contractors legato alle imprese impegnate in Afghanistan, possiamo fare riferimento a personaggi piuttosto sinistri come il colonnello dell’esercito Norbert Vergez che gestiva il programma di rifornimenti di elicotteri all’esercito afghano in cui le truffe erano all’ordine del giorno, inoltre gli appaltatori della difesa hanno continuato a spendere molto in Afghanistan poco prima che gli Stati Uniti partissero e i talebani prendessero il controllo del paese, come riportanoAnna Massoglia e Julia Forrest in un articolo su Open Secrets. Nell’articolo si sottolinea che la maggioranza dei membri plenari dell’Afghanistan Study Group, che ha consigliato al presidente Joe Biden di prorogare la scadenza del 1 maggio inizialmente negoziata per il ritiro dall’Afghanistan, ha legami con l’industria della difesa. Un paio di questi membri includono il principale vicedirettore dell’intelligence nazionale dell’ex presidente Donald Trump, Susan M. Gordon, e Stephen J. Hadley, vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente George W. Bush.

7 Per una visione più approfondita dello stato delle cose all’interno dell’economia USA, vedi La lotta di classe all’epoca della finanza a cura di Antonio Pagliarone di prossima pubblicazione presso Asterios Trieste.

8 L’Afghanistan è stato trasformato nella fabbrica di eroina del mondo, arrivando a produrre l’85% della fornitura globale stimata di eroina e di morfina, un quasi monopolio. Occorre chiarire che prima dell’invasione USA/NATO dell’Afghanistan, la coltivazione del papavero era stata vietata dai Talebani.

Afghanistan: quale bilancio dell’esperienza militare italiana?

di Andrea Vento

A distanza di quattro mesi dal ritiro delle forze Nato e dal ritorno dei Talebani al potere, nel nostro Paese ancora non sono stati improntati ne una seria riflessione pubblica, ne un bilancio politico ufficiale sui risultati di 20 anni di presenza militare, sui suoi esiti, i sui suoi costi e sulle ricadute sulla popolazione afghana.

Il mal pianificato ritiro delle forze armate Usa e Nato disposto dall’amministrazione Biden, a seguito degli Accordi di Doha, sottoscritti da Trump il 29 febbraio 2020, e la drammatica fuga dal Paese degli occidentali e dei loro collaboratori dopo la repentina presa di Kabul da parte dei Talebani del 15 agosto, hanno concluso, con la partenza degli ultimi voli di evacuazione del 31 agosto 2021, la ventennale presenza militare, anche italiana, in Afghanistan.

Nonostante fossimo stati fra i principali attori delle vicende militari degli ultimi vent’anni del Paese centroasiatico, fin dalla seconda metà di agosto l’attenzione politica e mediatica è stata tuttavia indirizzata sulla questione del caotico e parziale trasferimento all’estero dei collaborazionisti afghani e sul nuovo esodo di profughi, le vere vittime dell’intera vicenda, che il ritorno dei Talebani al potere ha innescato. Migliaia di persone che, a vario titolo, avevano prestato servizio per le forze della Nato o per il corrotto governo di Asrhaf Ghani sono state in pratica abbandonate al rischio delle probabili ritorsioni talebane.

I responsabili della disastrosa esperienza afghana nell’intento di distogliere l’attenzione dalle reali cause del disastro, si sono adoperati per implementare una ben architettata campagna di distrazione di massa. Il ceto politico direttamente coinvolto e i media compiacenti hanno, infatti, cercato di sollevare sdegno nell’opinione pubblica nostrana in modo da far apparire come unici responsabili delle violenze e del caos di quei giorni agostani esclusivamente gli “studenti coranici”.

La formazione del nuovo governo monocolore talebano ai primi di settembre, in disprezzo di un fondamentale pilastro degli Accordi di Doha, ha innescato come ritorsione sia il mancato riconoscimento politico del nuovo esecutivo, sia l’applicazione di “sanzioni economiche” occidentali. Le nuove misure restrittive, divenute ormai una consolidata prassi ai danni dei governi che intendono sottrarsi all’assoggettamento Usa, hanno portato, da un lato, al congelamento dei 9 miliardi di $ di fondi della Banca Centrale Afghana depositati all’estero e, dall’altro, alla sospensione dei generosi finanziamenti e aiuti (pari ad almeno il 20% del Pil afghano) che avevano tenuto in piedi fino a quel momento la traballante Repubblica Islamica dell’Afghanistan, il nuovo stato creato dagli occidentali dopo l’invasione del 2001.

Una gravissima crisi umanitaria, con il 72% della popolazione in condizioni di povertà già a settembre 2021, e pesanti ripercussioni economiche, con il crollo del Pil autunnale stimato intorno al 40%, sono gli inevitabili effetti di tali provvedimenti. La deriva sociale ed economica del Paese, che si è aggravata con l’arrivo dell’inverno, ha finito per catalizzare la residua attenzione mediatica riservata, in Occidente, alle vicende del martoriato Paese centro-asiatico, ormai afflitto ininterrottamente da guerre e conflitti interni dal 1979. Nonostante ciò, nello scenario nazionale, le vicende afghane sono da un paio di mesi relegate nelle pagine finali dei quotidiani e dei telegiornali, mentre le forze politiche, fino ad oggi, non hanno mostrato interesse verso l’apertura di inchieste ufficiali e approfondite riflessioni pubbliche sulla nostra presenza in Afghanistan.

La partecipazione militare italiana al conflitto afghano era stata autorizzata il 7 novembre 2001 dal Parlamento e regolarmente rifinanziata ogni 6 mesi con analogo atto parlamentare, spesso con voto bipartisan, da tutte le maggioranze parlamentari succedutesi da allora, senza che ogni volta si aprisse un dibattito serio nel Pese e in Parlamento sulla nostra avventura militare nel Paese centroasiatico, sui suoi costi, sugli obiettivi e sui risultati che stavamo conseguendo. In questo ventennio frequentemente sono state raccontate versioni non corrispondenti a vero e, nel migliore dei casi, edulcorate rispetto a ciò che effettivamente stava accadendo in Afghanistan, dove, addirittura dall’ottobre 2003, i Talebani erano riusciti ad invertire l’inerzia del conflitto e, gradualmente, a passare alla controffensiva, come dimostra, oltre alla ricostruzione storica del prof Gastone Breccia1, l’andamento del diagramma delle morti dei militari Nato e delle forze di sicurezza afghane (grafico 1).

Grafico 1: perdite della Nato, con e senza gli Usa, e delle forze di sicurezza afghane 2002-2014

1 “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

Alla missione italiana, dislocata nel settore occidentale del Paese con base di comando ad Herat, hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (con una presenza sul territorio afghano che non ha mai superato le 5.000 unità), di questi 54 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati, e 700 sono stati feriti. Il costo della presenza militare italiana in totale ammonta a ben 8,7 miliardi di euro, dei quali 840.000 milioni per la creazione e l’addestramento delle forze militari e di sicurezza della Repubblica Islamica d’Afghanistan (tabella 1). Le stesse che si sona disciolte come neve al sole primaverile, lasciando campo libero all’avanzata finale talebana sferrata ai primi di agosto.

I legittimi quesiti e le richieste di effettuazione di un bilancio sollevati, in questi mesi, dall’opinione pubblica italiana, al momento non hanno trovato ascolto nel ceto politico nazionale. Eppure, il principale artefice dell’avventura militare in Afghanistan, gli Stati Uniti d’America, iniziata con l’operazione Enduring Freedom il 7 ottobre del 2001, sembra intenzionato a fare un po’ di chiarezza sulla ventennale permanenza militare nel Paese. Già il 13 settembre, infatti, il segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, era stato sottoposto a quattro ore di incalzanti domande, da parte della Commissione per gli affari esteri della Camera, sullo scomposto ritiro dall’Afghanistan di fine agosto. E, soprattutto, mercoledì 15 dicembre, il Senato statunitense ha approvato, a larga maggioranza, l’istituzione di una Commissione d’inchiesta indipendente composta da 16 membri, equamente suddivisi fra le due tradizionali forze politiche, alla scopo di analizzare gli errori e l’eredità di 20 della guerra in Afghanistan, di gran lunga la più duratura della storia Usa.

Tabella 1: costo e presenza di truppe della Missione italiana in Afghanistan 2001-2021

L’elevato costo totale, addirittura circa 2.300 miliardi di $1 (fig. 1), della ventennale esperienza militare statunitense conclusasi con una clamorosa sconfitta e un disordinato ritiro, oltre all’aggravarsi della crisi lasciata in eredità, devono aver probabilmente spinto i senatori Usa a cercare di venire incontro alle richieste dell’opinione pubblica interna che sta prendendo atto, giorno per giorno, dopo anni di disinformazione, l’effettiva gravità dell’attuale situazione afghana. Come, peraltro, aveva denunciato, già da settembre, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP): “l’Afghanistan vacilla sull’orlo della povertà universale” a causa dell’inevitabile peggioramento della situazione che, in mancanza di significativi interventi esterni, a metà del 2022 porterà la percentuale dei poveri addirittura al 97% con l’economia dell’Afghanistan si sta disfacendo “davanti ai nostri occhi“.

Figura 1: la ripartizione per capitoli delle spese totali Usa in Afghanistan 2001-2021.

Fonte: Watson Institute della Brown University (Usa)

Anche il recente grido di allarme di Malalai Joya, giovane afghana attivista per i diritti delle donne, non sembra lasciar spazio ad equivoci rispetto alla situazione attuale e allo sconforto degli afghani: “trascorsi vent’anni dall’inizio dell’invasione e della guerra lanciati dagli Usa, il popolo del mio paese, che soffre da molto tempo, è di nuovo al punto di partenza. Dopo aver speso migliaia di miliardi di dollari e aver provocato centinaia di migliaia di morti e sfollati, la bandiera talebana torna a sventolare sull’Afghanistan. Come più giovane donna eletta al Parlamento dell’Afghanistan nel 2005, la mia esperienza riflette il fallimento della guerra degli Stati Uniti e della Nato – una politica che ha usato i diritti delle donne come pretesto per l’occupazione, ma è riuscita solo a rafforzare le forze più corrotte della nostra società

Nel tentativo di riportare la crisi umanitaria in corso al centro dell’attenzione politica nostrana, le associazioni “45mo Parallelo” e “Afgana”, hanno organizzato a Trento il 15 dicembre scorso il convegno “Afghanistan il futuro negato” al quale è stata invitata, come interlocutrice principale, la Viceministra agli Esteri Marina Sereni, oltre ad attori della cooperazione italiana nel Paese e dell’Unesco. Nel corso dell’incontro, come riporta il sito Atlante delle guerre e dei conflitti1, sono stati trattati temi cruciali come: i fondi bloccati negli Usa e i 150 milioni di euro in aiuti umanitari da utilizzare, secondo le intenzioni del Governo, come strumento per ammorbidire le posizioni dei Talebani sui diritti umani, oltre all’elaborazione di una strategia negoziale con l’Emirato Islamico d’Afghanistan, senza procederne al riconoscimento politico. Un’iniziativa importante quella di Trento che dirada le nebbie mediatiche calate sul Paese centroasiatico e che ha affrontato l’impellente questione della crisi umanitaria esplosa dopo il ritiro Nato, alla quale, tuttavia, dovranno seguirne altre che favoriscano l’apertura di un dibattito politico in Parlamento, oltre che a uno pubblico nel Paese, che tracci un bilancio sulla nostra permanenza militare e, in generale, sulla disastrosa strategia della “Guerra umanitaria” che negli ultimi 20 anni ha destabilizzato il Medio Oriente, con ferite tutt’ora sanguinanti in Iraq, Siria e Libia.

La spinta propulsiva verso questo indispensabile passaggio, doveroso per una democrazia matura, probabilmente dovrà provenire, ancora una volta, dalla società civile, visto l’immobilismo della classe politica di questi mesi. Mancato attivismo probabilmente condizionato dal fatto che tutte le forze politiche attualmente presenti un Parlamento, in questi vent’anni, hanno votato il rifinanziamento delle Missioni militari in Afghanistan.

Un passo utile in tale direzione potrebbe rappresentare il coinvolgimento del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in un convegno che abbia come fine ultimo la richiesta di un’analisi politica ufficiale in Parlamento e una riflessione approfondita nel contesto dei Paesi atlantisti in merito all’avventura militare in Afghanistan. Tutto ciò sulla scorta del contenuto delle dichiarazioni del nostro massimo rappresentante della Politica Estera sulla crisi afghana e sui suoi sviluppi, rilasciate davanti alle Commissione riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato il 23 agosto: “A tempo debito, non potremo e non dovremo esimerci – come Occidente, come Europa, come Nato – da una riflessione approfondita sulle lezioni da apprendere. Una riflessione che deve partire dal riconoscimento obiettivo delle nostre responsabilità, ma anche dalla consapevolezza di non essere stati in Afghanistan invano“. Il Ministro Di Maio ha inoltre aggiunto che “la fragilità delle istituzioni afghane, la liquefazione istantanea delle forze armate locali, l’inaffidabilità delle previsioni sulla loro tenuta sono sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che in questi 20 anni abbiamo contribuito a mantenere la stabilità regionale, contrastare il terrorismo, favorire più istruzione, diritti e libertà per il popolo afghano. È proprio questa consapevolezza a spronarci a fare il possibile perché quei diritti non vengano ora brutalmente cancellati“. Dichiarazioni importanti che se da un lato dovrebbero essere rilanciate per quanto riguarda l’apertura di una riflessione sullo strumento della guerra e sulle nostre responsabilità, dall’altro lasciano spazio a perplessità rispetto ai risultati ottenuti con la nostra missione militare, nello specifico rispetto ai benefici portati alla popolazione civile.

In base ai dati forniti dal Factbook mondiale 2021 della Cia2, rileviamo come l’Afghanistan, già prima del ritorno dei Talebani, era caratterizzato da una condizione sociale disastrosa con i peggiori valori a livello mondiale sia per quanto riguarda la mortalità infantile, salita al 106,75 x 1.000 nel 2021, che la speranza di vita media ferma a soli 53,3 anni e con la povertà passata dal 22% del 2002 al 54,5% del 20203. Per quanto riguarda la condizione femminile, si è registrato un miglioramento solamente le aree urbane (che però raccolgono ad oggi solo il 26% della popolazione), mentre nel resto del Paese è rimasta sostanzialmente invariata visto che il tasso di occupazione femminile dal 35% del 2003 e salito al 35,7% del 20184. Anche dal punto di vista macroeconomico il Paese è progredito in misura ridotta rispetto ad altri Paesi che nel 2001 avevano condizioni simili o addirittura più critiche: il Pil pro capite è passato, infatti, da 280 $ del 1998 ai 545 $ del 2018 con una rapporto di incremento del solo 1,95, mentre, nello stesso arco di tempo, in Ruanda è stato del 3,16 e in Etiopia addirittura dell’8,52.

Il quadro impietoso della situazione economica e sociale lasciata dalla Nato e il fallimento militare e politico della missione militare costituiscono elementi prioritari dell’ineludibile dibattito che l’opinione pubblica nazionale invoca in merito agli errori commessi in Afghanistan, alla falsa retorica della Guerra umanitaria e sul nostro grado di autonomia in politica estera e militare.

Probabilmente se invece di aver destinato allo sviluppo sociale solo una cifra stimata fra il 5 e il 10% degli 8,7 miliardi di euro costati al contribuente italiano, avessimo seguito l’esempio indicato da Gino Strada che tramite Emergency in Afghanistan ha costruito tre ospedali e curato gratuitamente 8 milioni di persone, oggi la situazione avrebbe connotati decisamente diversi sia per il popolo afghano, che per gli occidentali.

Illuminanti in tal senso le affermazioni dello stesso Gino Strada nel suo ultimo articolo, uscito su La Stampa il 13 agosto 2021, proprio il giorno della sua scomparsa, nel quale ripercorre i 20 anni di guerra cercando di tracciarne un bilancio: ” Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,7 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe”.

Andrea Vento – 28 dicembre 2021 – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati.

NOTE:

1) “Missione Fallita,. La sconfitta occidentale in Afghanistan” di Gastone Breccia (docente di storia militare all’Università di Pavia) – Il Mulino 2020

2) Secondo le stime del Watson Institute della Brown University del Rhode Island (Usa) https://www.sigar.mil/pdf/quarterlyreports/2021-01-30qr-section2-funding.pdf

3) https://www.atlanteguerre.it/il-futuro-afgano-dopo-lincontro-di-trento/

4) Fonte: Il Factbook mondiale 2021 . Washington, DC: Central Intelligence Agency, 2021.
https://www.cia.gov/the-world-factbook/

5) Fonte: https://www.indexmundi.com/g/g.aspx?c=af&v=69&l=itCIA World Factbook

6) Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2003 e 2020

CILE: parla il Presidente del Partito Comunista del Cile

26 dicembre 2021

Non giocheremo un ruolo egemonico nel governo di Boric”.

“Siamo il più grande partito della coalizione “Apruebo Dignidad”, molto bene. Ma l’unica cosa che ci fa vedere è che abbiamo una grande responsabilità”, sottolinea il presidente del Partito Comunista, Guillermo Teillier. Sul ruolo dei comunisti nel futuro gabinetto di Gabriel Boric, ha detto che spetta al presidente eletto decidere “se siamo nel comitato politico o no”. Ha sostenuto che “siamo d’accordo con quello che ha detto Boric, che il suo governo avrà entrambi i piedi in strada, strettamente legato al movimento sociale”.

di Hugo Guzmán

A cosa attribuisce il trionfo di Gabriel Boric, soprattutto con una distanza di 10 punti su José Antonio Kast?

Ci sono diversi elementi. In primo luogo, è stato possibile convincere settori di altre forze politiche a votare per Boric; la base di molti partiti che non fanno parte di Apruebo Dignidad ha votato per Boric. Una cosa molto importante è che abbiamo fatto appello ai giovani che avevano votato per l’Apruebo (nuova Costituzione), ma che non avevano votato al primo turno e che lo hanno fatto al ballottaggio, dicendo che bisognava difendere la democrazia, una nuova Costituzione e che bisognava andare avanti per rispondere alle richieste sociali fatte dall’ottobre 2019, nella rivolta popolare. Il recupero del terreno perso in luoghi come Antofagasta, che rende chiaro che il voto per (Franco) Parisi è andato a Boric, non a Kast, e il voto nella Regione Metropolitana è stato abbastanza grande e spettacolare. Ci sono stati ottime votazioni nei comuni popolari, per esempio Lo Espejo, dove Boric ha avuto il 72%, altri come Pedro Aguirre Cerda con alta votazione, El Bosque, Puente Alto, e la regione di Valparaíso altrettanto, con molti voti per Boric. Il terreno è stato riconquistato in diversi comuni dove Kast aveva vinto al primo turno. È stato anche importante che Gabriel Boric abbia chiarito molto bene i punti chiave del programma che porterà avanti. Un altro fattore è che c’è stato molto movimento sui territori, nelle reti sociali, e nella pubblicità elettorale il progetto è stato presentato molto bene.

Vale la pena sottolineare che il comando è stato riconfigurato nel secondo turno, che è stato allargato, che ci sono state figure che hanno giocato un ruolo molto importante, di tutti i partiti, con indipendenti, c’è stato un rafforzamento di tutto il lavoro che una campagna elettorale di questa natura richiede.

Ha anche a che vedere con il fatto che Kast ha sbagliato completamente campagna, con il suo anticomunismo abusivo e ripetitivo. E ha sbagliato soprattutto pensando che la sua missione fosse di vincere contro il comunismo, senza rendersi conto che questo non è un programma dei comunisti, ma di un collettivo, di vari partiti, di molti professionisti, che è stato fatto insieme alla gente. Questo è stato uno dei fattori della sconfitta di Kast. La gente ha capito che questa campagna fa parte di una formula di questi settori per giustificare le loro politiche e la loro prepotenza oltraggiosa.

Ma non vogliono metterlo da parte. Ed ora parlano di come il Partito Comunista sarà un peso per il governo di Boric, che sarà rigido, che è estremo. Ripetono quello che hanno detto in campagna elettorale.

L’anticomunismo è stato sconfitto dal popolo cileno. È stato il popolo cileno a vincere. Noi partecipiamo a questo trionfo, ma è il popolo che ha difeso la democrazia e il processo costituente.

Ora, noi comunisti, lo abbiamo detto e deve essere chiaro, non abbiamo intenzione di giocare un ruolo egemonico nel governo di Boric. Siamo il più grande partito del conglomerato Apruebo Dignidad, molto bene. Ma l’unica cosa che ci fa capire è che abbiamo una grande responsabilità. Il popolo ci ha dato una responsabilità, ci ha dato più voti, più parlamentari, ci ha permesso di rompere l’esclusione nel Senato, di avere più consiglieri regionali, ma questo non significa che saremo la forza egemone. Vogliamo agire su un piano di parità con le altre forze. Se partecipiamo al gabinetto ministeriale, vogliamo farlo su un piano di parità con tutti gli altri, non vogliamo avere privilegi, ma nemmeno essere sottovalutati. In altre parole, abbiamo gli stessi diritti e vogliamo avere le stesse opportunità.

In questo senso, cosa diresti sul fatto che il PC dovrebbe essere nel comitato politico di La Moneda?

Questa è una decisione del presidente eletto che ha detto che formerà il governo prima del 25 gennaio. Bisognerà vedere, dovrà decidere lui. Boric ha detto che conversarà con i partiti – senza che i partiti impongano la loro volontà al Presidente eletto – e quando si dialogherà, sarà il momento di fare le nostre proposte. Non abbiamo discusso di cosa vogliamo nel gabinetto. Ciò che ci interessa è essere in grado, nei luoghi in cui possiamo, di contribuire al meglio alla realizzazione del programma e alle richieste dei cittadini. Quindi, alla domanda se saremo nel comitato politico o meno, o in quali posti di governo, può rispondere solo il presidente eletto.

Bene, vediamo se abbiamo la possibilità di chiederglielo. Nell’era post-dittatoriale, questa è la seconda volta che il Partito Comunista è in un’alleanza che vince le elezioni presidenziali.

Che significato e proiezione ha per il PC?

Siamo stati costanti nel promuovere profonde riforme, nel lottare per la democrazia, nel lasciarci alle spalle la Costituzione della dittatura, nel promuovere i diritti dei lavoratori e del popolo. Per questo ci siamo uniti al governo di Michelle Bachelet, penso che siamo riconosciuti per questo, per quegli obiettivi. Alcune riforme si sono realizzate, altre no. Prima del governo Bachelet non avevamo molta esperienza, perché quelli che erano nel governo di (Salvador) Allende non c’erano più o non avevano le condizioni per entrare al governo. Avevamo meno capacità di adesso in termini di quadri, di esperienza, avevamo meno forza, meno parlamentari, meno voti. Ora la situazione è cambiata. L’esperienza del governo di Michelle Bachelet, con tutti i suoi successi ed errori, ci è stata molto utile, e oggi questo ci dà una maggiore capacità di contribuire al governo di Boric.

Ora, noi abbiamo sempre visto questo come parte di un processo in cui si uniscono molti fattori, molti fenomeni che si concatenano nel tempo: ci sono state le lotte studentesche, le lunghe lotte operaie, i processi elettorali, la rivolta sociale, e siamo andati avanti nel perfezionamento della democrazia e della partecipazione. Speriamo che questo governo significhi ulteriori progressi, in varie direzioni, lo speriamo sinceramente. Speriamo che le principali misure  proposte si realizzino nel breve tempo che sono quattro anni.

Proprio in termini di partecipazione, come vede il PC la forma in cui il movimento sociale dovrà esprimersi in questi quattro anni?

Siamo abbastanza d’accordo con quello che ha detto Gabriel Boric nel suo discorso la notte della vittoria, che il suo governo avrà entrambi i piedi in strada, cioè, sarà strettamente legato al movimento sociale, dialogando con il movimento sociale. Siamo assolutamente d’accordo con questo, così come con l’avere il contributo e l’appoggio del mondo sociale. Questo è vitale.

Oggi è impossibile parlare dell’ex “Concertación”. Sembra che la Democrazia Cristiana sarà all’opposizione di Boric, il Partito Socialista vuole collaborare.

Come vede la possibilità di integrare questi partiti nel futuro governo?

Il Presidente eletto ha invitato i presidenti e le presidenti dei partiti politici di Apruebo Dignidad e degli altri partiti che hanno contribuito alla vittoria di Boric e alla sconfitta di Kast.

Avete parlato domenica sera?

Sì, domenica pomeriggio. Gabriel Boric ha ringraziato i partiti di Apruebo Dignidad, e tutti gli altri partiti, per il loro contributo alla sua vittoria, ed è stato molto chiaro nell’affermare che cercherà il contributo, l’opinione e la collaborazione di tutti coloro che vogliono lavorare per realizzare il programma e le misure proposte. Avendo chiaro, ha detto, che il domicilio di questo governo è Apruebo Dignidad. Tuttavia, da lì, si può cercare di ampliare la base di sostegno o l’accumulazione di forze per realizzare i cambiamenti.

Non ha parlato di integrare altri partiti nell’alleanza, ma ha detto di essere disposto a lavorare con i partiti a livello istituzionale. Ha detto “sono un militante di partito, rispetto i partiti, voglio che si sviluppino”, e ha anche proposto di lavorare con gli indipendenti. Quindi penso che non sia ancora chiaro da parte del Presidente eletto come nominerà il gabinetto.

In Apruebo Dignidad, prima della campagna, durante la campagna e forse durante il governo, c’erano e ci saranno differenze tra i partiti. Come gestirle?

Beh, gestendole…

Perché sorgeranno.

Non abbiamo altra scelta.

Guarda, in un sistema come questo (presidenzialista ndt), il Presidente della Repubblica avrà sempre la preponderanza. Senza dubbio ci saranno opinioni diverse, ma questo non significa attentare contro il governo. Tutte le parti dovranno fare attenzione e sarà necessario un dialogo permanente. Credo che saremo così impegnati a realizzare il programma e il lavoro del governo e del Parlamento che non ci saranno tante differenze, che peraltro sono normali.

Ci vorrà molta abilità e dialogo a livello parlamentare.

Senza dubbio. Poiché c’è un pareggio al Senato, anche se abbiamo una maggioranza abbastanza comoda alla Camera dei Deputati e alla Camera dei Deputati, potremmo anche raggiungere i tre quinti. Ma ci sono riforme costituzionali che potrebbero non essere possibili se non abbiamo i due terzi. Ci sono leggi semplici, come la riforma fiscale, che è molto importante, e ci sono possibilità di farla passare se è ben discussa. Qui avremmo bisogno dell’appoggio delle organizzazioni sociali e sindacali, di tutti coloro che vogliono portare avanti le trasformazioni.

Si parla di raggiungere accordi, di costruire ponti. Ma fa capolino il fantasma della “politica del consenso” attuata durante la transizione, che includeva la destra.

Dipende a cosa serve il consenso. Perché se si tratta di fare le cose “nella misura del possibile”, non credo. Ma se c’è un consenso per realizzare una riforma, senza che questo significhi farlo “in cucina”, andrà bene. La parola consenso non è un male in sé. Posso avere un consenso nel Partito Comunista e non è una cosa negativa, il consenso è per avanzare. Ma se è per fermare i cambiamenti, questo non è positivo. Non si tratta di cercare consensi a destra, dove le cose sono rimaste più o meno le stesse.

Sarete attenti, vigili su ciò che le forze di destra e i segmenti dell’estrema destra potranno fare durante il governo Boric?

È chiaro che ci sono già spaccature a destra. Per esempio, vedo che ci sono diverse persone che non vogliono che Kast faccia parte di Chile Vamos (il patto della destra, ndt), che non avrà la leadership della destra. Ci sono persone come il senatore (Manuel José) Ossandón che si è detto disponibile a partecipare a processi prelegislativi per dare la possibilità di approvare alcune leggi del futuro governo. C’è la possibilità che nel caso di alcune leggi si possa contare sul voto di una destra meno estremista. Penso che i settori di estrema destra, dalle dichiarazioni iniziali di persone come Rojo Edwards, continueranno con il loro anticomunismo, cercheranno di continuare ad usare l’anticomunismo nel modo peggiore. Tuttavia, questo minaccioso anticomunismo sarà sconfitto e prevarranno la speranza e le aspettative del popolo.

Fonte:https://elsiglo.cl/2021/12/21/no-vamos-a-jugar-un-papel-hegemonico-en-el-gobierno-de-boric/

(Traduzione Marco Consolo)

Confine est Europa: Venti di guerra da follia

di Tonino D’Orazio

Si ricomincia. Sono passati troppi anni senza guerre, massacri, macellerie e morti sul territorio europeo. Mentre tutti sono preoccupati della paurosa influenza a vaccino ripetuto e sempre meno efficace, in questi ultimi mesi sono in atto pesanti esercitazioni militari e spostamenti di truppe e materiali.

Qualche dettaglio.

L’11 novembre 2021, nei pressi della città polacca di Olsztyn, non lontano dall’enclave russa di Kaliningrad e dalla Bielorussia, sono stati avvistati mezzi pesanti della Bundeswehr trasportati su rotaia. Le forze armate polacche continuano a inviare rinforzi al confine con la Bielorussia mentre Minsk invia rinforzi militari al confine con la Lituania dove sono di stanza le truppe della NATO. Allo stesso tempo, i rinforzi militari russi continuano a fluire verso il confine con l’Ucraina. L’artiglieria ucraina sta esaminando il terreno con qualche sbarramento dal lato di Gorlovka. Washington ha avvertito tutti i suoi alleati della possibilità di un’invasione russa dell’Ucraina. Basta provocarla e raccontarla bene. Per esempio che le truppe russe stiano facendo esercitazioni alla frontiera, dimenticando che sono a casa loro, ma che importa.

Minsk minaccia di ricorrere al ricatto energetico con l’arma del gas naturale nel suo confronto con un’Unione europea che è parte dell’asse con Washington. Per sostenere questa tesi, i bombardieri strategici russi hanno compiuto un piccolo pattugliamento sulla Bielorussia, scortati dai migliori caccia locali. Di fronte, gli eserciti della NATO si stanno ammassando in Polonia, Ucraina e nei paesi baltici non lontano dal Valdai. Il contatto diretto tra Berlino e Mosca però è tutt’altro che casuale. Un nuovo scontro tra Germania e Russia non è l’unico scenario per l’Impero anglosassone nascente.

Il 4 novembre il governo lituano ha approvato un aggiornamento della strategia di sicurezza nazionale. La strategia mira ad aumentare la potenza e la prontezza al combattimento delle forze armate lituane, con particolare attenzione allo sviluppo delle capacità di guerra terrestre, per massimizzare la presenza permanente di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e altri alleati in Lituania e nella regione, e rafforzare la cooperazione militare con Polonia, Lettonia ed Estonia.

Il Ministero della Difesa russo è nervoso e registra l’attività senza precedenti di aerei da ricognizione nei cieli del Mar Nero questo 14 novembre, pubblicando una dichiarazione urgente:

– Il 9 novembre, sul Mar Nero, l’aereo da ricognizione e controllo di bersagli terrestri E-8C dell’aeronautica statunitense è stato accompagnato dai mezzi radiotecnici dei missili antiaerei delle forze aerospaziali russe.

Sempre nelle ultime 24 ore, le forze missilistiche antiaeree russe hanno scortato TRE aerei da ricognizione degli Stati membri della NATO sul Mar Nero:

– Un aereo da ricognizione strategica RC-135 dell’aeronautica statunitense in volo da una base aerea sull’isola di Creta, in Grecia, in avvicinamento al confine di stato della Federazione Russa da una distanza di 30 km.

– Un aereo da pattugliamento della base Poseidon della Marina degli Stati Uniti, decollato da una base aerea sull’isola di Sicilia, in Italia, si è avvicinato al confine di stato della Federazione Russa a una distanza di 70 km.

– Un aereo da ricognizione C-160G Gabriel dell’aeronautica francese, in volo da una base aerea in Romania, si è avvicinato al confine di stato russo da una distanza di 30 km.

– Un altro aereo da ricognizione strategica U-2 dell’aeronautica statunitense, in volo dal territorio britannico, è stato rilevato e accompagnato da ricognizione radar sul territorio ucraino, in avvicinamento al confine della Federazione Russa a una distanza di circa 60 km.

– Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Porter ha lasciato il porto georgiano di Batumi questa mattina alle 8:56, ora di Mosca.

– La USS Mount Whitney, una nave della Marina degli Stati Uniti, ha lasciato Batumi alle 9:20, ora di Mosca.

– La USS John Lenthall si trova nella parte sud-occidentale del Mar Nero.

Le azioni della Marina degli Stati Uniti così come la ricognizione e l’aviazione strategica nel Mar Nero confermano il vero obiettivo di questa imprevista esercitazione multinazionale: controllare il teatro di guerra previsto e, in particolare, il territorio dell’Ucraina nel caso in cui Kiev preparasse una soluzione muscolare nel riconquistare le due regioni autonome del Donbass. Le tensioni tra Kiev e Mosca hanno raggiunto un punto pericoloso, ma gli Stati Uniti e la Nato stanno solo alimentando la situazione fornendo armi letali all’Ucraina. È la fornitura di armi da parte degli Stati Uniti che può rendere la situazione estremamente grave e che alla fine porterebbe a un’ulteriore escalation del conflitto militare limitato e alla sconfitta dell’esercito ucraino o al divampare della pura follia.

Inoltre non bisogna dimenticare le esercitazioni nucleari Nato Steadfast Noon 2021 sul centro e nord Italia di metà ottobre. Stessi aerei sulle stesse basi. Partecipanti: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Stati Uniti (sempre al comando), con un ruolo centrale dell’Italia nelle strategie di guerra nucleare Nato.

Da Nuclear Information Project(Hans Kristensen):

«Le basi nucleari del sud dell’Europa sono state oggetto di ammodernamento questi ultimi anni; in modo particolare sono stati costruiti perimetri supplementari per rafforzare la protezione delle ogive che vi sono stoccate». «Due di queste basi, Aviano nel nord Italia e Incirlik nel sud della Turchia sono state modernizzate da più di cinque anni. Sulla seconda base nucleari italiana, Ghedi, che accoglie ogni anno il Steadfast Noon, sono in corso processi di modernizzazione dell’arsenale nucleare al fine di servire le missioni d’attacco della Nato negli anni a venire». “A Ghedi e Aviano vi sono 35 bombe nucleari ciascuna».

Che fortuna!

La storia sembra non insegnare mai niente.

Contro l’URSS nel 1941, abbiamo contato: Germania; Polonia; Stati baltici; Finlandia; Danimarca; Ungheria; Italia; Croazia; Slovacchia; Romania; Francia (anche se sembianti alleati); Spagna; Gran Bretagna (anche se sembianti alleati). E oggi, chi vediamo contro la Federazione Russa? Quasi tutti gli stessi! Non è curioso? Due volte l’Europa, quasi unita, ci ha provato (Napoleone, Hitler-Mussolini), alla fine per due volte è stata sconfitta.

Mah! Se non serve forse è meglio togliere la storia dai curriculum scolastici.

PRIMA VITTORIA PER LA PACIFICA, OCEANICA LOTTA DEI CONTADINI INDIANI INIZIATA IL 26 NOVEMBRE 2020

di Marinella Correggia

Prima, storica vittoria di un grande movimento, quello degli agricoltori indiani, che andrà studiato per le sue modalità (pacifiche), le sue dimensioni (oceaniche), la sua costanza (quotidiana), e un contesto interamente sfavorevole (la crisi sanitaria).

Una svolta epocale in India. Forse.

Il Samyukt Kisan Morcha (Skm, Fronte unitario contadino), coordinamento di quaranta organizzazioni contadine, ha potuto annunciare che il 19 novembre 2021, «nel 358esimo giorno di una lotta che ha visto gli agricoltori uniti, perseveranti e pacifici per il ripristino della democrazia nel paese», si è verificata una «storica prima vittoria» per l’abrogazione di tre leggi – approvate in fretta nel 2020 –, che liberalizzavano il mercato agricolo a favore delle grandi imprese e a tutto scapito del mondo rurale. Infatti, a sorpresa, il primo ministro ha annunciato che le leggi in questione saranno cancellate.

All’annuncio ha fatto seguito l’esultanza composta dei contadini mobilitati da novembre 2020alle porte di New Delhi (Singhu border). Una presenza di piazza oceanica e andata avanti senza sosta, con decine di migliaia di persone. In allegato alcune foto, ma è utile seguire su Twitter e YouTube il costante lavoro di documentazione svolto da Kisan Ekta Morcha, il gruppo comunicazione del movimento.

Nel silenzio del resto del mondo – in altre faccende affaccendato -, i contadini attivisti hanno sopportato il freddo, poi il caldo, gli assalti della polizia, in modo pacifico e organizzato, con le loro tende, le cucine da campo solidali, il presidio medico. Nel mese di gennaio 2021, decine di milioni di contadini sono scesi nelle strade indiane per lo sciopero nazionale di protesta (Bharat Bandh), riconvocato a settembre. Movimenti di donne, tribali, lavoratori e partiti di opposizione hanno offerto il loro appoggio. Centinaia di contadini hanno perso la vita in quest’anno, chi stremato dagli sforzi, chi ucciso. Ma nessuno è riuscito a fermare il movimento; nemmeno il tentativo da parte del governo di criminalizzare i partecipanti. Non sono riusciti nemmeno ad accusarli di diffondere

Giorni fa, il movimento agricolo internazionale La Via Campesina presente in oltre 80 paesi, aveva lanciato l’idea di celebrare l’anno di lotta, il 26 novembre, con eventi e prese di posizione: «E’ una mobilitazione storica, la più grande dei tempi recenti». «La lotta paga», sintetizza l’Associazione rurale italiana (Ari), che di Via Campesina è membro: «Dopo un anno di mobilitazione ininterrotta, il governo nazionalista e neoliberista ha ritirato le tre controverse leggi che colpivano il mondo contadino. Complimenti ai contadini e alle contadine indiani».

Ma che questo movimento «storico e nonviolento» (così l’ha definito Ashish Mittal, uno dei principali promotori del gruppo All India Kisan Mazdoor Sabha), pacifico e di massa non possa ancora interrompersi appare chiaro nel comunicato del coordinamento Samuykt Kisan Morcha: «Aspettiamo che l’annuncio del primo ministro abbia seguito in Parlamento. Ricordiamo che l’agitazione degli agricoltori non riguarda solo l’abrogazione delle tre leggi, ma anche per una garanzia legale di prezzi remunerativi per tutti i prodotti agricoli e per tutti gli agricoltori. Questa importante richiesta degli agricoltori è ancora in sospeso». Skm «valuterà tutti gli sviluppi, e nella sua prossima riunione prenderà le ulteriori decisioni necessarie. Skm rende il suo umile omaggio a circa 675 agricoltori che hanno perso la vita in questa agitazione finora, e afferma che il loro sacrificio non sarà vano. Il governo del Punjab ha annunciato che dedicherà loro un memoriale. La vittoria è dedicata anche ai lavoratori, alle donne e ai tribali diventati parte del movimento». Gli agricoltori chiedono anche che vadano avanti celermente i procedimenti giudiziari contro i colpevoli di omicidio contro diversi agricoltori e anche azioni contro un leader del partito al governo (Bjp) che aveva insultato pesantemente i membri del movimento.

E Rakesh Tikait, leader del sindacato Bhartiya Kisan Union (Bku) ha avvertito che l’annuncio di Modi potrebbe essere una manovra elettorale, visti i timori del suo partito per le prossime elezioni in vari Stati.

La situazione del mondo rurale nel subcontinente indiano, peggiorata negli ultimi tempi a causa di misure scriteriate come un lockdown totale imposto nel marzo 2020 (con il risultato dell’espulsione dalle città di milioni di lavoratori informali inurbati), risulta chiara dai dati sui suicidi. Perfin quelli ufficiali, sottostimati. Il National Crime Records Bureau (Ncrb) on Accidental Deaths and Suicides in India ha registrato per il solo anno 2019 ben 10281 suicidi fra agricoltori (proprietari della terra che coltivano) e 32559 fra i braccianti agricoli…

La Gentrificazione cambia il volto delle nostre città

di Martina Felloni

Dalla ristrutturazione dei centri storici degli anni ’80 al turismo di massa odierno, le città italiane stanno subendo una profonda trasformazione urbanistica e funzionale a discapito delle classi inferiori, del tessuto sociale e della qualità della vita dei residenti. Occorre riportare la pianificazione urbana in mano pubblica.

La Gentrificazione è un processo di espulsione degli abitanti originari dei quartieri del centro storico con sostituzione della funzione abitativa a vantaggio di altre più redditizie quali: attività commerciali, ristorazione, somministrazione di cibi e bevande, attività turistiche, diventando le cosiddette “città vetrina”. Un esempio dei primi processi di gentrificazione è quella avvenuta negli anni ‘80 a Milano nel quartiere di Porta Genova dove le vecchie case di ringhiera sono state comprate da società immobiliari, restaurate, riqualificate e vendute come abitazioni di lusso a persone di ceto elevato.

In questo processo ha poi giocato un ruolo importante la piattaforma “Airbnb”. Essa nasce allo scopo di poter affittare per brevi periodi delle stanze del proprio appartamento creando una piccola integrazione al reddito familiare. Questo ha comportato però l’aumento del costo degli immobili e il cambiamento del fine originario, da forma d’integrazione del reddito familiare ad attività economica vera e propria gestita da società importanti, spesso in nero.

Sulla piattaforma “Airbnb” ci sono oltre 20mila annunci per pernottare a Roma, ma al Comune risultano solo 8.600 attività ricettive extra-alberghiere. Questo significa che ci sono almeno 13.400 attività illecite che si collocano nel vuoto normativo, e un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A Torino, a fronte di 2.446 sistemazioni pubblicate sul portale, appena 341 strutture (13%) hanno presentato la documentazione di inizio attività. Anche a Firenze, dove “Airbnb” ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno, gli annunci sono 7.497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Un ulteriore esempio è Napoli con 2.432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune, e addirittura Milano con 12.841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Tra le principali destinazioni turistiche si salvano solo Venezia e Verona, dove il divario tra attività a nero e quelle dichiarate è minimo.

Se ne volessimo analizzare gli aspetti negativi, come primo elemento potremmo indicare il già citato aumento degli affitti, che spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, i quali perciò sono costretti adandarsene o vengono addirittura sfrattati.

Un altro punto importante riguarda anche la trasformazione dell’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica e sociale, con abitazioni che si fanno più piccole, pensate per coppie invece che per famiglie, o costruzioni di appartamenti di lusso prima estranei al quartiere.

L’attività di questa piattaforma ha aumentato la presenza di turisti e della movida notturna, creando così disagio ai residenti che hanno cominciato a protestare (es: Barcellona in rivolta). Tante città hanno iniziato a porre regolamentazioni, la prima è stata Palma di Maiorca, ma ormai era troppo tardi.. Le città hanno modificato la loro morfologia per adattarsi progressivamente alle esigenze dei loro “benefattori”: interi quartieri si sono trasformati in hotel e affitta camere, i caffè locali sono stati sostituiti da grandi catene in stile Starbucks, inoltre, si possono trovare fast food e negozi in franchising in ogni angolo del centro e le piccole attività commerciali e di artigianato locale sono ormai molto rare.

Viene chiamato fenomeno della turistificazione tale che rende l’offerta locale costretta ad adattarsi ai diktat della domanda turistica, offrendo servizi che risultano spesso inaccessibili ai residenti, con prezzi che risultano spesso fuori budget perché a misura di turista.

Per impedire che ciò avvenga è nata una rete del Sud Europa contro la turistificazione (SET). Da quando è stata istituita, anche in Italia abbiamo riscontrato una maggiore attenzione al fenomeno. Il Manifesto fondativo della rete SET, reso pubblico il 24 aprile 2018, ha riaperto e alimentato una discussione sul fenomeno, dopo anni di silenzio a riguardo. Tra i temi del Manifesto, al primo punto, c’è l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, principalmente provocato dall’acquisto massivo di immobili da parte di fondi di investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo si induce nel tessuto sociale la privazione della funzione naturale delle abitazioni, e quindi si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri, in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione.

In base a quanto riportato precedentemente, penso che sia auspicabile trovare un equilibrio: sviluppare il settore turistico attraverso la piattaforma “Airbnb con attività esclusivamente dichiarate cercando di porre un limite al dilagare degli affitti in nero, cosicché i quartieri storici possano rimanere abitati da persone del luogo e gli sfratti vengano eliminati.

Martina Felloni – 12 novembre 2021

Classe 4 B afm – Ite Pacinotti Pisa

FLOP26 e lo spettro dell’Apocalisse

di Moreno Pasquinelli

La grande kermesse Cop26 sul clima si è svolta all’insegna del più allarmistico catastrofismo. L’annuncio più tenebroso l’ha fatto Boris Johnson: “L’apocalisse climatica è vicina”. I cronisti ci informano che c’è voluta tale smisurata profezia per risvegliare un Joe Biden in sonno profondo.

Logica vorrebbe che davanti ad una simile epocale minaccia sarebbero state adottate misure salvifiche eccezionali. Colpisce invece la sproporzione tra il paventato pericolo e gli impegni annunciati. Dalle parti degli ambientalisti assatanati è un coro di lagnanze e proteste. Nella gara a chi è più catastrofista, i gretini hanno parlato, riguardo al summit di Glascow, di “fallimento catastrofico”.

Non entriamo qui nel merito — se l’aumento della temperatura abbia, come ci viene detto, “cause antropiche” o se sia manifestazione delle cicliche alterazioni climatiche del pianeta (rimandiamo agli studi critici di Leonardo Mazzei pubblicati su questo sito). Segnaliamo l’inganno semantico che si nasconde dietro all’aggettivo: non il sistema sociale fondato sull’industrializzazione forsennata, non il consumismo scriteriato, non un modello di sviluppo paranoico, sarebbero eventualmente responsabili dei cambiamenti climatici; colpevole sarebbe l’uomo, sotto accusa è posta l’intera umanità — compresi i paesi del terzo e quarto mondo che dell’inquinamento sono solo vittime in quanto vere e proprie discariche di quell “sviluppati”.

La domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: suscitare questo luterano senso di colpa, questo catastrofismo apocalittico, nascondono forse qualcosa? Sono forse funzionali ad un disegno politico dell’élite mondialista? La risposta è un doppio sì.

E’ una novità che essi, le classi dominanti, che solitamente governano all’insegna del motto tranquillizzante e soporifero delle “magnifiche sorti e progressive”, di recente abbiano radicalmente cambiato la narrazione ideologica. Non solo il mondo sarebbe prossimo alla fine, ma da qui alla fine l’umanità sarà devastata da pandemie letali a catena.

Il combinato disposto di catastrofismo sanitario ed ecologistico è anzitutto un gigantesco specchietto per le allodole: serve a spostare l’attenzione dei popoli e dei cittadini, anzitutto occidentali, dalle drammatiche conseguenze della crisi sistemica, facendola focalizzare sugli spauracchi di maligni pericoli extra-storici. L’effetto che essi ottengono è duplice: da una parte terrorizzano e ipnotizzano le grandi masse così da prevenire e spegnere ex ante eventuali pulsioni rivoluzionarie, dall’altra si ergono non più solo come filantropi e benefattori dei popoli, ma come veri e propri salvatori dell’umanità.

L’evocazione dell’apocalisse — intesa non nel senso ebraico-cristiano del maestoso annuncio di salvezza operata dal definitivo intervento di Dio nella storia umana, ma come nichilistica previsione di un grande disastro (ovviamente globale!) — torna infine utilissima per un obiettivo politico per niente escatologico e profano assai: con lo spettro del cataclisma incombente si giustifica l’emergenza permanente, il passaggio ad uno stato d’eccezione, perpetuo; quindi l’edificazione, sulle ceneri delle democrazie parlamentari, di un Leviatano digitale, di un regime politico ibrido che abbiamo chiamato liberal-fascista.

Serve infine, il catastrofismo, a convincere le genti che la “salvezza” potrà essere ottenuta solo grazie alla loro scienza, con sempre più massicce dosi di tecnologia poiché, come ha affermato proprio Draghi, “solo la tecnica ci salverà”. Col che si svela, last but not least, un ulteriore funzione della narrazione catastrofistica, giustificare e spingere fino in fondo il Grande Reset, rigenerare cioè il sistema capitalistico in grave affanno avviando, grazie a massicci investimenti, un nuovo ciclo espansivo. Sempre Draghi infatti ci dice che “non è un problema di soldi…Ci sono decine di trilioni di dollari disponibili se coinvolgiamo il settore privato”. Ecco quindi che si parla di una “santa alleanza globale” tra stati desovranizzati e giganti privati — sodalizio che è alla base del cosiddetto stakeholder capitalism. Si sono già fatti avanti, in odore di colossali profitti, filantropi e benefattori della stazza di Rockefeller e Bill e Melinda Gates….

E’ una vecchia storia che si ripete ad ogni tornante. I borghesi giunsero al potere combattendo sotto la bandiera dell’emancipazione e della liberazione dell’umanità. Oggi i loro ultimi eredi rispolverano quella maschera logorata e se la indossano. Strappategliela e scoprirete che non è l’umanità che davvero vogliono salvare ma solo il loro patologico sistema di dominio. E se essi evocano una disastrosa apocalisse è forse perché vogliono effettivamente causarla come extrema ratio: scatenare il caos per edificare la dittatura dispiegata impedendo così all’umanità di salvarsi dalla effettiva minaccia che essi rappresentano.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21530-moreno-pasquinelli-flop26-e-lo-spettro-dell-apocalisse.html

Un freddo inverno, anzi freddissimo

di Tonino D’Orazio

Non si può non partire dai cambiamenti energetico-geopolitici mondiali. Mettiamo tra parentesi per un momento le questioni ecologiche. Rimaniamo in una panoramica dei modelli di transizione energetica, volti ad accelerare la quarta rivoluzione industriale (4RI) o impedire ad alcuni paesi di accedervi, (il 6G), l’intelligenza artificiale (AI), la robotica e l’Internet degli oggetti.

E’ essenziale reperire il materiale necessario per questa quarta rivoluzione. Da un punto di vista geopolitico, il modello energetico globale e la transizione dipendono dai materiali necessari per realizzare turbine eoliche, pannelli solari e batterie. Così come altri materiali essenziali per lo sviluppo dei settori geo-strategici: aerospaziale, sicurezza informatica, industria farmaceutica e alimentare. Futuri settori ad alto consumo di energia. Prodotti attuali e futuri tutti a alto consumo di energia.

Di fronte a questa realtà, nessuno può essere sicuro della fine dell’era dell’approvvigionamento di petrolio, gas e carbone e confermare la sua sostituzione con nuove fonti di energia, compresa l’energia atomica, in 10-20 o addirittura 30 anni, nel 2050. Lo scenario del cambiamento energetico rimane estremamente complesso e soprattutto politico.

Un primo scenario geopolitico di cambiamento energetico è il rigido inverno annunciato in Europa, che tra l’altro sembra contraddire il discorso sul riscaldamento globale. Il ritornnelo del carbone in Europa mostra che il fotovoltaico e l’eolico sono insufficienti a soddisfare la ripresa industriale post-pandemia e la domanda interna è sempre in crescita. Esaminiamo lo scenario energetico europeo. Le tariffe dei consumi interni nell’Unione Europea sono esplose a causa della strategia (sbagliata) di migrare rapidamente verso l’energia pulita senza un forte supporto ma allo stesso tempo di interrompere il contratto ventennale con la Russia con Nord Stream 2.

Trump si era vantato di rifornire l’Europa con la sua produzione e di sostituire il gas di Putin; ha cercato di chiudere il gasdotto Nord Stream 2, ma quando era già finito. L’Algeria e il Marocco sono sul piede di guerra; l’Algeria ha deciso di chiudere il transito del gas verso Spagna e Portogallo che attraversa il Marocco.

Biden in una controffensiva all’accordo di libero scambio UE-Cina, (il cambiamento geopolitico europeo più importante dalla seconda guerra mondiale), interrompe temporaneamente l’accordo, dicendo che è in competizione con Xi Jinping per l’egemonia mondiale. Quindi veto. L’UE ubbidisce e congela il trattato di investimento con la Cina, cioè il proprio (e nostro) futuro.

Mentre l’Europa non riesce a definire il suo spazio geopolitico, l’inverno sta arrivando. I meteorologi prevedono un inverno freddo e il prezzo del gas naturale in Europa ha iniziato a salire il mese scorso e questa settimana nel continente si è visto un aumento senza precedenti del 60% dei prezzi.

Si presenta uno scenario inimmaginabile parallelamente alla mobilitazione ambientale contro i gas serra: il ritorno della domanda di carbone russo, che è stato respinto dall’Europa solo pochi mesi fa e diventa ora vitale. Le compagnie elettriche europee hanno un disperato bisogno di più carbone, carbone bituminoso, antracite (carbon fossile) e lignite. Ma la Russia, il terzo esportatore mondiale di questi carburanti, rivolge principalmente le vendite ai principali acquirenti in Asia. La Russia ha tagliato da anni le esportazioni di carbone verso l’Europa visto che l’Unione Europea andava chiudendo le centrali elettriche a carbone. Stati membri dell’UE come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria stanno costruendo nuove centrali nucleari.

Storicamente paesi che bruciano carbone, sostengono che il nucleare li renderà più verdi e puliti. Circa 87 eurodeputati sono d’accordo. In una lettera di recente, hanno detto alla Commissione che vogliono più nucleare e che l’energia nucleare debba essere considerata “sostenibile” nel sistema di etichettatura degli investimenti verdi europei. Una decisione è attesa entro la fine dell’anno. Poi “ce lo chiederà l’Europa”. Per “salvaguardare la transizione ecologica”, l’Italia punta al gas (TAP), la Francia al nucleare, la Germania al carbone, (beh sì, il loro sistema rinnovabile copre solo il 20% della produzione elettrica).

Il secondo scenario è la Cina, la fabbrica del mondo. Il presidente Xi Jinping sta riducendo il consumo di energia, innescato dalla forte domanda post-pandemia, mentre la catena di approvvigionamento globale sta facendo pressioni affinché metta da parte gli impegni di decarbonizzazione, di ridurre la propria produzione di aut-put strategici e di fornire prodotti tecnologici di base. Scenario energetico cinese che ha dunque forti impatti sugli approvvigionamenti strategici.

La strategia di Xi Jinping è quella di imporre alle grandi aziende occidentali che operano in Cina quote di approvvigionamento energetico. La domanda occidentale di forniture e materiali strategici viene quindi regolata in base alla pianificazione del consumo energetico. L’obiettivo è garantire che la Cina non si autoinquini rispondendo alla domanda di Europa e Stati Uniti. L’approvvigionamento energetico della Cina è garantito per decenni dagli accordi commerciali di Russia e Iran.

Come terzo scenario possiamo prendere l’esempio del Libano. La carenza di carburante e benzina ha comportato l’interruzione della produzione di elettricità. Il disastro in Medio Oriente è causato dalla prolungata azione militare statunitense, con la partecipazione di Israele e dei suoi alleati europei. Il modello di dominio energetico che ha dominato il XX secolo è finito. Il petrolio adesso è un input, se non un’arma, geostrategico-politica, quindi non più soltanto una merce. Il blackout in Libano deriva dal sostegno dell’Iran a Hezbollah proibito dalle sanzioni Usa-Nato-Israele. Se non hanno capito la bomba sul porto di Beiruth se lo ricorderanno, e anche gli affossamenti di tankers (che passa sotto silenzio stampa) in atto e rappresaglie nel Mediterraneo orientale da quasi due anni. Il supporto per diesel e benzina è la strategia (anche cinese) per operare sulla rotta Iran-Iraq-Siria-Libano.

Emarginato dai gasdotti Israele fa sapere, sempre a modo suo, che non ci sta. Ma in quell’area si tratta solo di petrolio mentre l’atomica prosegue la sua strada in Iran per la stupidità di Trump, ma anche dei vassalli europei. L’Africa, dove c’è il petrolio e anche altrove, dove ci sono le necessarie terre rare, è già domata e asservita.

In questo terzo scenario di guerra di accaparramento e furto si trova anche tutta l’America latina orientale, dove il dannato petrolio continua ad essere “ambito” con qualsiasi mezzo. E sappiamo tutti cosa vuol dire nel “cortile” degli yankees, come altrove.

Pnrr, chi l’ha visto?

Intervista ad Andrea Del Monaco (*), esperto in Fondi Europei. “Per avere i prestiti del Recovery Mario Draghi dovrà fare le “riforme”: non solo quelle buone, ma principalmente (mirando alla contrazione del deficit) il taglio delle pensioni, una nuova tassazione sulle case, nuove privatizzazioni (in primis sanità) e flessibilizzazione ulteriore del lavoro. La Commissione Europea potrà sospendere i pagamenti del Recovery Fund qualora uno Stato Membro non abbia corretto il disavanzo eccessivo o qualora non abbia adempiuto ad un programma di aggiustamento macroeconomico (un memorandum di austerità)”

A cura di Alba Vastano (da http://www.blog-lavoroesalute.org/)

‘Sono in arrivo dall’Europa miliardi di euro e l’economia italiana ripartirà alla grande’. E’ la storiella che ci raccontano lorsignori, i nostri governanti, dai notiziari mainstream. C’è qualche dubbio che così non sarà. Non sta per scendere dalla slitta Babbo Natale con la gerla piena di doni. Per saperne di più su queste promesse di pioggia di euro e su quanto di vero vi sia nelle news filtrate dai media chiediamo lumi sulla questione ad Andrea Del Monaco, fra i maggiori esperti in fondi europei.

Alba Vastano – Il Piano nazionale Ripresa e Resilienza sembra sia in fase di attuazione. Nell’attesa di saperne di più sarà opportuno fare un excursus che ricordi cos’è il Mes e come si è arrivati al Recovery Fund (Next generation Eu).

Andrea Del Monaco – Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità è un trattato internazionale, sottoscritto nel 2012 (per l’Italia dal Governo Monti) e ratificato alla fine da tutti i 27 gli Stati Membri: non è un trattato europeo perché allora la Gran Bretagna non lo sottoscrisse. Il MES è il terzo degli strumenti creati nella crisi post 2008 e ha “aiutato” Cipro, Grecia e Spagna. De facto è un fondo salva-banche: formalmente ha salvato le banche greche e spagnole, debitrici delle banche francesi e tedesche; sostanzialmente i contribuenti europei, pagando il MES, hanno salvato le banche francesi e tedesche creditrici delle banche greche e spagnole. Il MES e gli altri due strumenti salva-banche sono costati all’Italia 60 miliardi di Euro. Precisamente nel MES il capitale sottoscritto totale è pari a 704,8 miliardi di euro, il capitale versato è pari a 80,5 miliardi. La ripartizione delle quote di ciascuno Stato membro al capitale sottoscritto totale è basata sulla partecipazione al capitale versato della BCE, modificata secondo una chiave di conversione.

Importante è la differenza tra capitale sottoscritto e capitale versato. Come evidenziato in tabella tratta dal sito del MES, in merito al capitale sottoscritto, l’Italia è il terzo contributore con 125,4 miliardi di euro (17,7%), dopo la Germania (190 miliardi) e la Francia (142 miliardi). In merito al capitale versato, noi abbiamo versato 14,3 miliardi di euro, la Germania 21,7 miliardi, la Francia 16,3 miliardi. E qui arriviamo al problema dei problemi. Secondo l’articolo 8 dell’attuale Trattato del MES “L’obbligo di un membro del MES di contribuire al capitale autorizzato in conformità al presente trattato non decade allorquando detto membro divenga beneficiario oppure riceva assistenza finanziaria dal MES.”

Quindi se l’Italia avesse chiesto un prestito al MES durante la pandemia (anche nella cosiddetta versione leggera del “MES sanitario”) avrebbe comunque dovuto contribuire allo stesso MES. Inoltre, secondo l’articolo 9 del Trattato del MES “Il consiglio dei governatori può richiedere il versamento in qualsiasi momento del capitale autorizzato non versato e fissare un congruo termine per il relativo pagamento da parte dei membri del MES.” Ergo in qualunque momento il Consiglio dei Governatori può chiedere all’Italia la differenza tra il capitale autorizzato e quello versato, ovvero fino a 111 miliardi (125,4 -14,3= 111,1). In base alla versione vigente del MES, secondo gli allora suoi sponsor italiani come Renzi, Tajani e Zingaretti, l’Italia avrebbe dovuto chiedere un prestito al MES per fronteggiare l’emergenza economica; nel contempo l’Italia avrebbe dovuto contribuire al capitale del MES che ci presta i soldi. Ultimo, ma non meno importante, secondo l’art. 12 del MES: “Ove indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri, il MES può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto.

Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite.” Cos’è il programma di correzioni macroeconomiche? Un Memorandum, ovvero un piano di riduzione del debito nei prossimi anni. Concretamente ulteriori tagli a welfare, sanità e infrastrutture e ulteriori privatizzazioni. Sostanzialmente la Troika in casa in modo non così diverso da come la Troika è entrata in Grecia.

Alba Vastano – A Dicembre 2020, con il governo Conte 2 e con l’accordo dell’Ue si sblocca il Recovery Fund. Tanti soldi, una quantità eccezionale per affrontare la crisi del coronavirus in atto. All’Italia spettano 191 miliardi. La proporzione fra contributo e prestito qual è e la parte a prestito come verrà scaglionata e quanto in effetti peserà sui contribuenti?

Andrea Del Monaco – Andiamo per ordine. Per una volta, imito il Presidente Mario Draghi e auspico l’uso di termini italiani e non inglesi. I momenti cruciali sono due: il Consiglio UE del 17-21 luglio 2020, nel quale i presidenti del Consiglio degli Stati UE (Giuseppe Conte per l’Italia) trovano l’accordo politico, e, l’approvazione da parte del Parlamento Europeo del Regolamento (ue) 2021/241 del parlamento europeo e del consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF). Tale Dispositivo rappresenta la componente centrale di Next Generation EU (NGEU), il pacchetto per la ripresa volto a rilanciare l’economia dell’UE dopo la pandemia di COVID-19. Come ricordato dal Dossier del Senato sulla NADEF (Nota di Aggiornamento al DEF) per ricevere il sostegno previsto dal dispositivo gli Stati membri devono presentare i loro piani per la ripresa e la resilienza (PNRR) alla Commissione, che li valuta rispetto alle raccomandazioni specifiche per paese e alle finalità del dispositivo (missioni).

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) dell’Italia, come evidenziato in tabella presente nel DEF (Documento di Economia e Finanza) è composto dai seguenti strumenti: RRF (Dispositivo per la Ripresa e Resilienza) per un importo di 191,5 miliardi; REACT-EU (Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa) per un importo di 13,5 miliardi (di cui 0,5 utilizzati per l’assistenza tecnica). Per il finanziamento dei progetti del Piano, il Governo impiega anche risorse nazionali, non europee: quelle del Fondo sviluppo e coesione (FSC) per un ammontare di circa 15,5 miliardi; quelle aggiuntive stanziate con il DL 59/2021 per la realizzazione di un Piano nazionale per gli investimenti complementari finalizzato ad integrare gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza per complessivi 31 miliardi circa per gli anni dal 2021 al 2026.

Come evidenziato in tabella, i 191 miliardi europei del PNRR si dividono in: contributi a fondo perduto (sovvenzioni), pari a 68,9 miliardi; prestiti, per un ammontare complessivo di 122,6 miliardi. A loro volta i prestiti sono suddivisi in linee di finanziamento che sostituiscono coperture di interventi già disposte a legislazione vigente (“prestiti sostitutivi”) e“prestiti aggiuntivi” per il finanziamento di nuovi progetti, non dotati di un’autonoma copertura finanziaria. Come peserà la componente prestiti sui contribuenti italiani? Molto semplicemente, i 122,6 miliardi di prestiti, oltre sette punti percentuali di PIL, andranno ad aumentare il rapporto Debito Pubblico/PIL. E quando il Patto di Stabilità diverrà di nuovo cogente, nel 2023, per usare quei soldi per i progetti, dovremo ridurre violentemente il rapporto debito/PIL.

Alba Vastano – Recovery plan. La Commissione europea che gestisce l’erogazione dei fondi chiede ai singoli Paesi un Piano che prevede delle riforme strutturali. Piano che la Commissione dovrà valutare e approvare. Quali sono gli accordi fra governo ed Europa in proposito e quali le riforme più tranchant che ci dobbiamo aspettare?

Andrea Del Monaco – Più delle riforme tranchant dobbiamo temere il ripristino del Patto di Stabilità. Occorre fare una premessa. L’austerità nella UE ha il suo passaggio cruciale nell’irrigidimento del Patto di Stabilità: esso viene normato originariamente dal Ministro tedesco delle Finanze Weigel con il Regolamento 1476/97. Con la crisi dell’Euro, e, in Italia, con l’arrivo del Governo Monti, il Patto di Stabilità viene irrigidito tramite due Regolamenti europei, il Regolamento 1176/2011 e il regolamento 472/2013. Cosa impongono in modo più rigido? Che ogni Stato membro deve ridurre il rapporto Debito/Pil al 60%, valore da raggiungere in venti anni.

Per tale ragione il Governo Monti vara la riforma Fornero, blocca la rivalutazione delle pensioni, mette l’IMU sulla prima casa, avvia una serie di tagli alla spesa pubblica che riducono il numero dei lavoratori dipendenti dello Stato nelle sue varie articolazioni. Stessa cosa faranno i Governi successivi, il Governo Renzi disarticolerà definitivamente l’articolo 18 flessibilizzando in modo definitivo il mercato del lavoro. Prima della pandemia il rapporto Debito/Pil sfiorava il 135%. Nel 2020 siamo arrivati al 155% a causa del deficit necessario per contenere le conseguenze della pandemia. Il Patto di Stabilità è sospeso. Attenzione! Sospeso ma cogente. Quindi in venti anni noi dovremo ridurre il rapporto Debito/PIL dal 155% al 60%.

L’11 settembre il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, nella riunione dell’EcoFin a Brdo, in Slovenia, lo ha detto molto chiaramente: “Quando prepareranno i bilanci 2023, i Paesi europei dovranno tenere conto che la clausola di sospensione del Patto di stabilità verrà disattivata”. E attenzione! Nel PNRR gli Stati membri anticipano i soldi per i progetti con fondi propri e presentano due volte l’anno alla Commissione una richiesta di pagamento del contributo finanziario a Bruxelles: tale richiesta comporta l’avvenuto raggiungimento di traguardi e obiettivi concordati e indicati nel PNRR approvato. La Commissione valuta entro due mesi in via preliminare se questi obiettivi siano stati effettivamente conseguiti “in maniera soddisfacente”. In caso di esito positivo, la Commissione trasmette le proprie conclusioni al Comitato economico e finanziario e adotta “senza indebito ritardo” una decisione che autorizza l’erogazione dei fondi.

Alba Vastano – Se la Commissione valuta negativamente le richieste di pagamento che fine fanno i 191 miliardi UE promessi? E, soprattutto, qual è il nesso fra i 191 miliardi europei e il Patto di Stabilità sopra menzionato?

Andrea Del Monaco – La risposta è nel Regolamento (Ue) 2021/2041 che norma il Recovery Fund. Qualora la Commissione considerasse non raggiunti gli obiettivi indicati nel PNRR il pagamento (totale o parziale) viene sospeso per riprendere solo dopo che lo Stato membro interessato abbia adottato le “misure necessarie per garantire un conseguimento soddisfacente dei traguardi e degli obiettivi”. Se non vi fossero progressi concreti, dopo 18 mesi è prevista la possibilità di risolvere il contratto che norma il PNRR e disimpegnare l’importo del contributo finanziario. Eventuali prefinanziamenti sarebbero integralmente recuperati. Secondo l’articolo 10 del Regolamento sul Recovery Fund, la Commissione presenta al Consiglio una proposta per sospendere in tutto o in parte gli impegni o i pagamenti qualora il Consiglio decida, a norma dell’articolo 126 del Trattato di Funzionamento della UE, che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il suo disavanzo eccessivo.

Oppure i pagamenti possono essere sospesi se il Consiglio adotta due raccomandazioni, a norma del regolamento (UE) n. 1176/2011, perché uno Stato membro ha presentato un piano d’azione correttivo insufficiente, oppure non ha adottato le misure correttive raccomandate. E infine il Consiglio può sospendere i pagamenti se uno Stato membro non rispetta il memorandum imposto dall’articolo 7 del regolamento (UE) n. 472/2013. Che significa? Da un lato la UE ci dà 191 miliardi. Da un altro lato Valdis Dombrovskis ci ricorda che il prossimo anno, nel 2022, quando faremo la Legge di Bilancio per il 2023, il Patto di Stabilità sarà di nuovo cogente. E quindi per usare quei 191 miliardi dovremo tagliare la spesa pubblica in modo violento per tagliare il rapporto Debito/PIL.

E attenzione su questo. Ridurre il rapporto Debito/Pil dall’attuale 155% al 60% in venti anni è impossibile se non vogliamo fare la fine della Grecia. Ma anche ridurlo fino al 100% implica una cura da cavallo: tasse e azzeramento della macchina dello Stato. Se dal 2023 non inizieremo questa nuova cura di austerità non solo i 191 miliardi del Recovery Fund non arriveranno ma la UE si riprenderà anche l’anticipo di 24,9 (sui 191) miliardi arrivato ad agosto al Governo italiano.

Alba Vastano – Il dispositivo RRF richiede agli Stati membri un pacchetto comprensivo di investimenti e riforme articolato in 6 missioni: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, infrastrutture per mobilità sostenibile, inclusione e coesione, salute. A che punto sono gli accordi? Quali i criteri della suddivisione dei fondi relativi alle 6 missioni?

Andrea Del Monaco – Gli accordi con Bruxelles per i singoli progetti sono ancora in alto mare. Come evidenziato in tabella, i criteri della suddivisione dei fondi in missioni ripercorrono quasi pedissequamente la ripartizione richiesta dalla Commissione Europea nel Regolamento UE che norma il fondo. Precisamente i 191,5 miliardi del RFF sono così suddivisi:
1) La missione 1, digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, ha il 21%, ovvero 40,3 miliardi: 9,75 per la digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA, 23,89 per quella del sistema produttivo, 6,68 per turismo e cultura 4.0.2).
2) La missione 2, rivoluzione verde e transizione ecologica, ha il 31%, ovvero 59,47 miliardi: 5,27 per l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, 23,78 per la transizione energetica e mobilità ecosostenibile, 15,36 per efficienza e riqualificazione degli edifici, 15,06 per tutela del territorio e della risorsa idrica.
3) la missione 3, infrastrutture per una mobilità sostenibile, ha il 13,26%, ovvero 25,4 miliardi: 24,77 per rete ferroviaria ad alta velocità/capacità e strade sicure, 0,63 per intermodalità e logistica integrata. 4) La Missione 4, istruzione e ricerca, ha il 16,12% ovvero 30,88 miliardi: 19,44 per il potenziamento dei servizi di istruzione (da asili nido a università), 11,44 per connettere la ricerca all’impresa. 5) La missione 5, inclusione e coesione, ha il 10,34%, ovvero 19,81 miliardi: 6,66 per le politiche del lavoro, 11,17 per infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, 1,98 per interventi speciali di coesione territoriale. 6) La missione 6, salute, ha l’8,16% ovvero 15,63 miliardi: 7 per le reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza territoriale, 8,63 per innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario nazionale.

Alba Vastano – La gestione di questi 191 miliardi è la vera ragione della fine del Governo Conte 2 e dell’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Per dirla con il linguaggio del capitale finanziario, chi avrà la governance dei 191 miliardi? Chi li gestirà?

Andrea Del Monaco – Palazzo Chigi ha la responsabilità di indirizzo del Piano tramite una Cabina di regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri, alla quale partecipano di volta in volta i Ministri e i Sottosegretari competenti in ragione delle tematiche affrontate in ciascuna seduta. La Cabina di regia ha poteri di indirizzo, impulso e coordinamento generale sull’attuazione degli interventi del PNRR. Alla Cabina di regia partecipano i Presidenti di Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano quando sono esaminate questioni di competenza regionale o locale e il Presidente della Conferenza delle Regioni su questioni d’interesse di più Regioni o Province autonome. Attenzione! Supporta la Cabina di regia una Segreteria tecnica. Banale? Assolutamente no! Tale segreteria tecnica ha una durata temporanea sicuramente superiore a quella del Governo Draghi che la istituisce e si protrae fino al completamento del PNRR entro il 31 dicembre 2026.

Che significa? Che qualunque governo succeda a Draghi avrà la segreteria tecnica sul PNRR scelta da Draghi. E poi, la cosa più importante: il monitoraggio e la rendicontazione del Piano sono affidati al Servizio centrale per il PNRR, istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze, che rappresenta il punto di contatto nazionale con la Commissione europea per l’attuazione del Piano. Il Servizio centrale per il PNRR è responsabile della gestione del Fondo di Rotazione del Next Generation EU-Italia e dei connessi flussi finanziari, nonché della gestione del sistema di monitoraggio sull’attuazione delle riforme e degli investimenti del PNRR, assicurando il necessario supporto tecnico ai Ministeri titolari di interventi previsti nel PNRR. Ogni Ministero titolare di interventi previsti dal PNRR individua (o costituisce ex novo) una struttura di coordinamento che agisce come punto di contatto con il Servizio centrale per il PNRR. Presso la Ragioneria dello Stato è inoltre istituito un ufficio dirigenziale con funzioni di audit del PNRR e di monitoraggio anticorruzione. Alla realizzazione operativa degli interventi previsti dal PNRR provvedono i singoli soggetti attuatori: i Ministeri, le Regioni e le Province autonome e gli enti locali.

Ultimo, ma non meno importante, la presidenza del Consiglio ha poteri sostitutivi dei Ministeri, delle regioni e provincie autonome che dimostrino inerzia e mettano a rischio il conseguimento degli obiettivi intermedi e finali del PNRR. Cruciali nel sorvegliare i soggetti attuatori e proporre la loro eventuale sostituzione sono la suddetta segreteria tecnica della cabina di regia e il Servizio Centrale per il PNRR istituito presso il Ministero dell’economia. Insomma Draghi e il Ministro Franco controllano tutto.

Alba Vastano – Nel dispositivo RRF sono comprese anche le riforme. Il governo ha considerato ben quattro aree: Pubblica amministrazione, Giustizia, Semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza. In che misura queste riforme toccheranno l’economia nazionale e quali conseguenze ci saranno, in previsione di possibili tagli, sui redditi dei cittadini lavoratori e pensionati?

Andrea Del Monaco -Tutti vogliamo una pubblica amministrazione digitalizzata ed efficiente. Tutti vogliamo una giustizia celere, magari con la condanna dei criminali e senza l’improcedibilità della riforma Cartabia. Il punto è un altro, l’austerità è di nuovo in arrivo. Prendiamo l’esempio della riforma del catasto. Essa è contenuta all’interno della Legge Delega sulla riforma fiscale che contiene anche proposte di riforma dell’Irap e dell’ imposta sul reddito da capitale. In primo luogo come diceva Ezio Vanoni, Ministro delle Finanze di De Gasperi, meglio riformare il fisco non con una proposta complessiva, ma un pezzo alla volta perché le parti più importanti del sistema tributario sono l’accertamento e la riscossione operate da migliaia di funzionari: per far funzionare bene il sistema tributario occorre spiegare bene ai funzionari le nuove norme e ciò è più facile se si procede con una norma nuova alla volta.

In secondo luogo nel testo approvato in consiglio dei Ministri si crea il catasto patrimoniale: come ricordato dall’ex Ministro socialista delle finanze e per il coordinamento delle politiche comunitarie Francesco Forte, il catasto patrimoniale non può esistere perché il patrimonio, diversamente dal reddito, non ha un valore di mercato concreto e certo. Il contratto di affitto genera un reddito. Al contrario il patrimonio assume un valore solo se periodicamente viene messo in vendita: il patrimonio, se non viene messo in vendita, ha un valore di mercato puramente ipotetico basato su elementi contingenti come la paura dell’inflazione che spinge le persone a investire i propri risparmi sulla casa. Il testo della riforma inoltre è contraddittorio: da un lato, la base imponibile dei tributi sarebbe basata sulle risultanze catastali; da un altro lato, si vuole introdurre, ove possibile, per ogni unità immobiliare una rendita attualizzata ai valori normali espressi dal mercato.

Ma attenzione, se si usasse questa rendita attualizzata, l’aumento della base imponibile ci sarebbe. Nel contempo Draghi ha rassicurato che nessuno pagherà di più o meno. Ma non è così: ovviamente chi possiede un immobile non censito pagherà di più. Non solo! Il Governo avrebbe dovuto prima fare un censimento di tutti gli immobili in modo da far emergere gli immobili non registrati all’Agenzia del Demanio. Una volta fatto il censimento avrebbe dovuto procedere alla riforma del catasto. La sostanza politica purtroppo è la stessa del Governo Monti la cui agenda fu ispirata dalla famosa lettera del 5 agosto 2011 firmata da Draghi governatore della Banca d’Italia e dal presidente della BCE Trichet. Poiché l’80% degli italiani è proprietario di casa, per fare cassa il Governo tassa gli immobili. Con Monti ci fu l’IMU sulla prima casa, con Draghi si riforma il catasto rinviando l’applicazione al 2026 per evitare proteste.

Alba Vastano – Nel RFF viene destinata una considerevole quota per il Mezzogiorno, ben 82 miliardi. Quali i criteri di suddivisione dei fondi per far rinascere il Sud dimenticato da tempo memorabile da tutti i governi che si sono susseguiti da vari decenni?

Andrea Del Monaco – Più che di suddivisione dei fondi in progetti singoli e di riforme strutturali liberiste il Sud e l’Italia avrebbero bisogno di una riforma della struttura produttiva del capitalismo italiano che parta dal Mezzogiorno. Insomma una nuova politica industriale. L’Italia dovrebbe sfruttare l’occasione data dal dominio cinese sulla scena mondiale e dalla ritrovata centralità del Mediterraneo e acquisire il ruolo di leader mondiale nel settore dei trasporti e della logistica. Il Professor Marco Canesi, urbanista del Politecnico di Milano, nei volumi “Il Mezzogiorno e i suoi porti” e“Il cabotaggio fluviale e marittimo in Italia”, ha formulato una prospettiva di sviluppo di un nuovo bacino produttivo nel Mezzogiorno e in Italia.

Tale prospettiva dovrebbe informare il Recovery Fund. Canesi parte dai tre porti del Mezzogiorno, ovvero Taranto, Gioia Tauro e Crotone. Essi garantirebbero alle merci provenienti dai porti dell’Estremo Oriente un accesso all’Europa centrale e all’Europa centrorientale molto più conveniente di quello consentito da Rotterdam e Amburgo o dal Pireo. Canesi risolve anche la grave strozzatura che ha il porto di Taranto non potendo contare sulla ferrovia dell’Adriatico. La linea è già oggi quasi satura, mentre il potenziamento, previsto da Rfi entro il 2026, risulterebbe comunque inadeguato alle nuove esigenze. A breve e medio termine, una risposta potrebbe essere l’istituzione di alcune linee di trasporto su acqua tra Sud e Nord Italia.

Il risultato sarebbe un doppio vantaggio: il porto di Taranto diverrebbe un grande hub nel Mediterraneo e si realizzerebbe una rete di trasporto su acqua lungo le coste della penisola e lungo il Po. In questo disegno la dorsale ferroviaria tirrenica e la dorsale ferroviaria adriatica dovrebbero essere connesse tramite Matera e Potenza che oggi non sono veramente legate alle rete ferroviaria nazionale. Il Mezzogiorno, grazie ai suoi tre grandi hub e a un diffuso processo di industrializzazione, diventerebbe cardine di una nuova area del Mediterraneo, e, il Nord Italia, grazie al Po e alla riqualificazione della sua struttura produttiva, potrebbe essere la nuova cerniera tra Nord Europa e la stessa nuova area del Mediterraneo. Ultimo ma non meno importante, per attuare questo disegno l’Italia, oltre ai fondi del Recovery, per il 2021-2027 l’Italia ha anche gli 80 miliardi di programmi UE ordinari e gli 80 miliardi italiano del Fondo Sviluppo e Coesione. Occorre concentrare tutti i fondi su questa idea.

Alba Vastano – L’ex premier Giuseppe Conte ha favorito la mediazione che ha sbloccato il Recovery. Gli si può pienamente riconoscere la paternità di questa mega operazione finanziaria?

Andrea Del Monaco – Assolutamente si. Conte ha avuto quattro meriti.
1) All’inizio della pandemia ha riproposto gli Eurobond con il premier spagnolo Sanchez e il presidente francese Macron.
2) Malgrado la cancelliera tedesca Merkel e il cancelliere austriaco Kurz abbiano bocciato l’idea di veri e propri Eurobond, Conte è riuscito ad ottenere, per finanziare il Recovery Fund, l’emissione di titoli europei di debito garantiti dalla Commissione europea.
3) L’accordo del Consiglio UE del 17-21 luglio 2020 sul Recovery Fund, è una vittoria, per quanto striminzita sul piano quantitativo (rispetto alle risorse necessarie per fronteggiare la crisi economica), del Governo italiano, spagnolo e francese contro i paesi frugali.
4) Con Conte l’Italia non ha preso i soldi del MES. Tuttavia ciò a cui l’Italia avrebbe dovuto rinunciare ab origine è la quota di prestiti del Recovery Fund. I suddetti 122 miliardi di prestiti, date le condizionalità economiche, più forti di quelle del MES, non sono convenienti per l’Italia. Meglio emettere BTP che prendere i prestiti del Recovery e trovarsi la Troika in casa.

Alba Vastano – “Nell’insieme dei programmi del Pnrr c’è anche e soprattutto il destino del Paese”. Così Mario Draghi, il tecnocrate, colui che ha messo in ginocchio la Grecia nel 2016. Intanto il lavoro, in barba all’art.1 della Costituzione, è ulteriormente messo sotto scacco. Sblocco dei licenziamenti e arrivano oltre 400 lettere di licenziamento agli operai della Gkn. Sotto la supervisione di super Mario-boss come e quando si attuerà la distribuzione dei fondi del nuovo piano Marshall, legato al Pnrr?

Andrea Del Monaco – Il quando coincide con il sestennio 2021-2026. Il come sarà il great reset (grande rifacimento) che lo stesso Mario Draghi ha considerato inevitabile. E allora occorre dire che il grande rifacimento sarà un “Grande Disfacimento”.
Per avere i prestiti del Recovery Mario Draghi dovrà fare le “riforme”: non solo quelle buone, ma principalmente (mirando alla contrazione del deficit) il taglio delle pensioni, una nuova tassazione sulle case, nuove privatizzazioni (in primis sanità) e flessibilizzazione ulteriore del lavoro. La Commissione Europea potrà sospendere i pagamenti del Recovery Fund qualora uno Stato Membro non abbia corretto il disavanzo eccessivo o qualora non abbia adempiuto ad un programma di aggiustamento macroeconomico (un memorandum di austerità).

Inoltre il Recovery Fund selezionerà, con lo spirito della distruzione creatrice di Schumpeter, le aziende (e i lavoratori) da salvare e quelle da non salvare: tale principio è ben spiegato nel paper Reviving and Restructuring the Corporate Sector post-Covid. Designing Public Policy Intervention pubblicato dal Think Tank G30 del cui comitato direttivo Mario Draghi fa parte. Per citare Primo Levi, sceglierà “i Sommersi e i salvati”. Come ricordato da Ferruccio Pinotti nel volume “Potere massonico” a pagina 260-261 Francesco Cossiga nel gennaio 2008 nella trasmissione televisiva Unomattina su rai Uno rispondeva a Luca Giurato sull’ipotesi di nominare Mario Draghi premier con queste parole: “ Non si può nominare presidente del Consiglio dei Ministri chi è stato socio della Goldman Sachs…è il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica italiana…la svendita dell’industria pubblica italiana, quando era direttore generale del Tesoro. E immagina cosa farebbe da presidente del Consiglio dei Ministri! Svenderebbe quel che rimane: Finmeccanica, l’Enel, l’Eni. E certamente ai suoi ex comparuzzi di Goldman Sachs… Male, molto male, io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura (alla Banca d’Italia, nda) a Silvio Berlusconi. Male, molto male.

Alba Vastano

Giornalista. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute

Intervista pubblicata sul numero di ottobre 2021 del mensile

Versione interattiva http://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-ottobre-2021/

PDF http://www.lavoroesalute.org/

(*) – Andrea Del Monaco. Esperto Fondi europei-Consulente per aziende e pubblica amministrazione.
E’ stato consulente del secondo governo Prodi, della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee regionali, dell’Ambasciatore Roberto Rossi, della Regione Toscana, della regione Friuli e della Regione Umbria sui Por (Programmi operativi regionali) e sui Pon (Programmi operativi nazionali)

FONTE: http://www.blog-lavoroesalute.org/pnrr-chi-lha-visto/

Andrea Del Monaco ‘Sud colonia tedesca, la questione meridionale oggi’-
Ed. Ediesse-2017 – Casa editrice CGIL

Destino manifesto

di Franco Bifo Berardi

Recentemente, parlando della disfatta di Kabul, in un empito retorico mi è capitato di scrivere che gli USA sono finiti, perché il paese non ha un presidente, dato che Biden, se mai è esistito, è stato annichilito dalla gestione della ritirata. Perché non ha un popolo ma due e in guerra tra di loro. Perché gli alleati se la stanno squagliando, perché la Cina sta vincendo la battaglia diplomatica e anche la competizione economica.

Tutto vero, ma ho dimenticato una cosa non secondaria: l’America è anche un complesso tecno-militare che dispone di una potenza distruttiva capace di distruggere il pianeta e di eliminare il genere umano non una ma molte volte. E si sta anche rendendo capace di avviare l’evacuazione di una piccola minoranza di umani dal pianeta terra, per andare dove non si sa.

La disfatta afghana segna il punto di svolta di un processo di disgregazione dell’occidente i cui segnali si sono accumulati nei due decenni passati.

Uso qui la parola Occidente per intendere una entità geopolitica che corrisponde al mondo culturale giudeo-cristiano (e comprende quindi la stessa Russia).

Forse il capitalismo è eterno, (ipotesi da verificare se ne avremo il tempo ma non credo l’avremo). L’Occidente no. E purtroppo il complesso tecno-militare di cui l’Occidente dispone, e che continua ad alimentare nonostante la sua capacità di overkill, non risponde alla logica della politica, ma è un automatismo che risponde alla logica della deterrenza che un tempo aveva carattere bipolare e simmetrico mentre dopo il crollo dell’URSS ha carattere multipolare, asimmetrico e quindi interminabile. Inoltre il complesso tecno-militare è anche una potenza economica che deve produrre guerra per potersi riprodurre.

È per questo che il crollo dell’Occidente non deve metterci di buon umore, o almeno non tanto: lo sgretolamento dell’Occidente non sarà un processo (quasi) pacifico come fu il crollo dell’Impero sovietico tra l’89 e il ’91.

Prima di crollare l’Occidente potrebbe cancellare il mondo non perché lo voglia o lo decida il cervello politico affetto da evidente necrosi, ma per automatismo. L’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, e pur essendo una potenza militare di seconda fila, dispone di soli 15 aerei anti-incendio, mentre ha 716 aerei da combattimento. Cosa ce ne facciamo? Perché l’Italia sta investendo una cifra enorme per un aereo da combattimento che si chiama Tempest, insieme a Germania e Inghilterra?

Già, perché?

Ora, dopo l’ennesima sconfitta che l’occidente (la NATO, gli USA, l’Europa) ha subito in una guerra convenzionale è ingenuo pensare che l’occidente rinunci alla guerra.

Perciò l’occidente sarà presto condotto verso la guerra non convenzionale.

Il capitalismo non è più in grado di permettere la riproduzione del genere umano, l’espansione ha raggiunto il suo culmine e ora la valorizzazione capitalistica si realizza essenzialmente attraverso l’estrazione di risorse fisiche e nervose che sono ormai al limite dell’esaurimento, e attraverso la distruzione dell’ambiente fisico planetario e del cervello collettivo. A questo punto si aprono due prospettive: quella della dissoluzione del capitalismo e della progressiva costituzione di comunità secessione autonome, egualitarie e frugali. Oppure la guerra. O più probabilmente entrambe le prospettive in contemporanea.

Quel che è certo comunque è l’incapacità dell’Occidente di accettare quel che ora è il suo destino manifesto: il declino la dissoluzione la scomparsa.

Suprematismo nazi-liberista

Il crollo dell’Occidente è iscritto in alcuni processi che ormai possiamo distinguere a occhio nudo: il primo è l’infertilità crescente dei popoli del nord del mondo (in 50 anni la fertilità dei maschi è crollata del 52%). Che sia dovuta, come sostiene Sarah Swan nel suo recentissimo libro Count Down, alla diffusione delle microplastiche nella catena alimentare, e ai disturbi ormonali provocati dalle microplastiche, o che si dovuta alla scelta più o meno consapevole delle donne di non mettere al mondo vittime dell’incendio globale in rapida diffusione poco importa.

Il secondo processo è l’emergere di potenze capitalistiche anti-occidentali (la Cina) che per ragioni iscritte nella formazione psico-cognitiva più facilmente adeguabile alla dinamica dello sciame con cui confligge l’individualismo occidentale. (vedi al proposito il libro di Yuk Hui recentemente pubblicato in italiano da Nero edizioni col titolo Cosmotecnica).

Il terzo è la crisi mentale, l’auto-disprezzo e la pulsione suicidaria della popolazione bianca, incapace di far fronte alla grande migrazione che è conseguenza della colonizzazione in epoca di globalizzazione, e che a ondate successive sta scardinando l’ordine globale. (Forse varrebbe la pena rileggere e attualizzare alcune considerazioni di Mao Tse Tung e di Lin Piao sulle periferie che circondano e strangolano il centro).

La popolazione europea è incapace di fare i conti la migrazione perché difende con le unghie e coi denti il privilegio bianco, e rifiuta di riconoscere la necessità di una restituzione delle risorse sottratte e di un accoglimento senza condizioni. E’ chiaro che queste due condizioni – restituzione e accoglimento – non sono compatibili con il mantenimento del privilegio coloniale che lungi dal recedere si è costantemente rafforzato.

La sinistra europea ha sempre rifiutato di ammettere il carattere radicale di questo fenomeno grande-migratorio, ne ha minimizzato la forza dirompente, quando non ha fatto proprie le posizioni della destra, come nel caso della politica libica di Minniti e nella codardia del PD sulla questione dello ius soli.

L’Occidente resiste quindi all’inevitabile declino, e questa resistenza si manifesta con il rafforzamento dei movimenti neo-reazionari, la risposta identitaria dei popoli dominanti che identifichiamo come Occidente.

Achille Mbembe definisce questa difesa aggressiva del privilegio bianco con l’espressione “tardo-Eurocentrismo”.

“Nel nostro tempo è chiaro che l’ultranazionalismo e le ideologie di supremazia razziale stanno vivendo una rinascita globale. Questo rinnovamento è accompagnato dall’ascesa di un’estrema destra dura, xenofoba e apertamente razzista, che è al potere in molte istituzioni democratiche occidentali e la cui influenza si può sentire anche all’interno dei vari strati della stessa tecnostruttura. In un ambiente segnato dalla segregazione delle memorie e dalla loro privatizzazione, così come dai discorsi sull’incommensurabilità e sull’incomparabilità della sofferenza, il concetto etico del prossimo come altro sé non regge più. L’idea di una somiglianza umana essenziale è stata sostituita dalla nozione di differenza, presa come anatema e divieto… Concetti come lumano, la razza umana, il genere umano o lumanità non significano quasi nulla, anche se le pandemie contemporanee e le conseguenze della combustione in corso del pianeta continuano a dar loro peso e significato.

In Occidente, ma anche in altre parti del mondo, stiamo assistendo al sorgere di nuove forme di razzismo che potremmo definire parossistiche. La natura del razzismo parossistico è che, in maniera metabolica, può infiltrarsi nel funzionamento del potere, della tecnologia, della cultura, del linguaggio e persino dell’aria che respiriamo. La doppia svolta del razzismo verso una varietà tecno-algoritmica ed eco-atmosferica lo sta rendendo un’arma sempre più letale, un virus.

Questa forma di razzismo viene definita virale perché va di pari passo con l’esacerbazione delle paure, compresa e soprattutto la paura dell’estinzione, che sembra essere diventata uno dei motori trainanti della supremazia bianca nel mondo.

(Achille Mbembe Note sul tardo eurocentrismo)

Piuttosto che tardo-Eurocentrismo Io preferisco chiamare il movimento reazionario in corso con l’espressione: “suprematismo nazi-liberista”, perché il privilegio coloniale è il punto di congiunzione tra darwinismo sociale liberista e politiche dello sterminio hitleriane: la selezione naturale.

Missione compiuta

Sono curioso di assistere alla prossime celebrazioni del ventesimo anniversario dell’attacco islamista alle torri di Manhattan, ma forse non ci saranno celebrazioni, si farà finta di niente. Forse non si scriverà sui giornali “siamo tutti americani” come il giorno in cui Bush dichiarò guerra all’Afghanistan, perché l’America ha perso.

La sconfitta in Vietnam fu un dramma nazionale, la sconfitta afghana non scalfisce la coscienza americana perché la popolazione americana è incapace di vedere il fallimento a causa dell’epidemia di demenza senile che l’attanaglia.

Ma la sconfitta in Vietnam non era terminale, la sconfitta in Afghanistan lo è. Pur essendo ancora la più grande potenza militare di tutti i tempi, gli Stati Uniti non dispongono più di una cosa essenziale: se stessi. Non ci sono più gli Stati Uniti d’America. Ce ne sono almeno due, in lotta feroce. Così, mentre il fuoco brucia un’area sempre più vasta del territorio e si avvicina alle megalopoli, mentre le sparatorie psicotiche si susseguono quotidiane, il paese non ha più un governo governante e non ce l’avrà mai più.

La vittoria di Osama bin Laden è ora definitiva, e al suo confronto impallidiscono le vittorie di tutti i grandi condottieri della storia passata, perché bin Laden ha sconfitto le due più grandi potenze di tutti i tempi: l’URSS e gli USA. Cosa accadde all’Unione sovietica dopo la sconfitta afghana lo sappiamo bene. Ora stiamo aspettando quel che accadrà agli Stati Uniti ed è legittimo sperare che gli effetti siano altrettanto definitivi. La società americana è irreparabilmente scissa, avviata ad un processo di disgregazione sociale, culturale e psichica. La guerra civile non ha carattere politico, ma quotidiano, molecolare, onnipresente.

Possiamo dunque sperare che il crollo della potenza americana restituisca gli umani all’umano?

Temo di no perché questo crollo è tardivo: l’America ha già per gran parte portato a termine la sua missione, che non consisteva nell’instaurare il regno della democrazia, come ci raccontavano, ma era quella di distruggere il genere umano.

John Sullivan coniò l’espressione Manifest Destiny, per definire la missione civilizzatrice degli idealisti americani (ma non erano forse accesi idealisti anche i capi delle SS, i propagatori della gioia della razza superiore tedesca?). Quella missione era portare nel mondo la libertà, o più realisticamente trasformare la vita umana in mera articolazione del dominio assoluto del capitale.

Le tappe di questo processo: accumulazione primitiva fondata sulla schiavitù, e sul genocidio. Intensificazione costante della produttività degli sfruttati tramite la sistematica disumanizzazione delle relazioni sociali.

Quella missione è compiuta.

Mentre alcune grandi aziende (Big Pharma, Amazon, grande finanza) fanno oggi profitti senza precedenti, incrementando ogni giorno i guadagni, la psicosi si impadronisce della mente collettiva, la depressione dilaga, le armi da guerra in libera vendita uccidono ogni giorno qualche malcapitato, il salario decresce, le condizioni di lavoro sono sempre più precarie, e intanto le foreste bruciano, e le città sono trappole senza più speranza.

Lo scopo delle guerre americane non era vincere. Era distruggere le condizioni della vita, e ridurre i viventi a spettri dementi come quelli che si aggirano ormai nelle metropoli del mondo.

Nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro il primo summit sul cambiamento climatico. In quella occasione il presidente americano, George Bush senior, dichiarò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”.

Il tenore di vita degli americani consiste nel consumare quattro volte più energia di quanto ne consuma la media degli abitanti del pianeta. Consiste nella bulimia psicopatica che produce obesità e aggressività acquisitiva.

Consiste nel consumare carne in quantità demenziali. E così via.

Il consumismo e la pubblicità commerciale sono state forse il contributo più decisivo del popolo terminatore alla distruzione delle condizioni di vivibilità dell’ambiente planetario.

Lo sterminio dell’umano è intrinseco al carattere neo-umano del protestantesimo puritano dal quale nasce l’idea del Manifest destiny.

Lo sciame cinese

Nel ventunesimo secolo il destino manifesto degli USA è diventato la cancellazione dell’impurità congiuntiva, la piena realizzazione del progetto di integrale digitalizzazione e connessione del biologico dentro il flusso neo-umano.

Ora quel progetto di automazione integrale si sta compiendo, ma per uno scherzo imprevisto (il destino è cinico e baro) non saranno gli occidentali a goderne (si fa per dire). Sarà con ogni probabilità un popolo che è al tempo stesso più paziente e meno individualista, anzi un popolo che funziona come un organismo cognitivo unificato, e non conosce nel suo vocabolario la parola più ingannevole di tutte, la parola “libertà”.

L’occidente è la sfera entro la quale si è costituita la macchina globale del capitale, e questa è indissociabile dal mutamento nella natura della tecnica.

Nella storia precapitalistica la tecnica si è sviluppata come modalità strutturata e funzionale dell’oggetto maneggiato dall’uomo. Ma nel corso dell’evoluzione moderna del modo di produzione capitalistico la tecnica si trasforma in quadro operativo entro il quale l’uomo è costretto ad agire e dal quale non gli è concesso uscire.

Partendo da Heidegger, il pensatore cinese Yuk Hui indica nella parola Gestell la chiave di volta della trasformazione della tecnica in fattore della mutazione dell’umanità in Automa cognitivo. La tecnica istituisce Gestalt entro le quali l’azione umana è sempre più pre-ordinata, fino a funzionare come sciame.

La mutazione tecnologica che ha avuto nella California il suo laboratorio e nell’occidente il suo territorio di sperimentazione è giunta a istituire il modello “neo umano”, l’uomo formattato, compatibile, connettivizzato, il modello sciame in cui i movimenti degli individui sono guidati da un unico cervello, dal quale dipendono i cervelli individuali.

Ma la sperimentazione dell’automa in Occidente sta funzionando solo parzialmente, per ragioni che sono legate alle particolarità culturali e psichiche del processo di individuazione nella sfera occidentale: la base cognitiva comune, legata all’apprendimento del linguaggio, è esile e la resistenza al modello-sciame è molto alta.

Sembra funzionare molto meglio nella sfera delle lingue ideografiche, prima di tutto la Cina, dove il processo di individuazione ha caratteri differenti, perché la base cognitiva comune è duplice: l’apprendimento del linguaggio parlato e della trascrizione ideografica.

La mente cinese è più facilmente integrabile grazie alle caratteristiche differenti del processo di individuazione (acquisizione del linguaggio, doppio stampaggio neurale, facile adesione al modello-sciame).

Cosa ci guadagnate?

Sangihe è una delle innumerevoli isole dell’arcipelago indonesiano. Un tempo l’isola ospitava un uccellino azzurro. Poi parve che fosse scomparso, invece no, recentemente si è scoperto che il passerotto blu saltella ancora nelle foreste. Ma non c’è solo il passerotto, ci sono anche alcune decine di migliaia di persone che vivono sull’isola. Pescatori, raccoglitori, artigiani, insegnanti, studenti.

Qualche tempo fa una compagnia canadese ha ottenuto una concessione su metà del sottosuolo perché recentemente si è scoperto che c’è l’oro. Fino a qualche tempo fa una legge dello stato indonesiano vietava l’estrazione dal sottosuolo delle isole, ma l’anno scorso pressioni internazionali hanno ottenuto l’abolizione di quella legge. Si può scavare. Si può estrarre, e la compagnia canadese che possiede i diritti di sfruttamento si sta facendo avanti per far valere i suoi diritti.

Questa che la BBC documenta in un video che trovate cliccando qui non è affatto una storia originale. È così da qualche centinaio di anni: dei predatori bianchi arrivano in un posto qualsiasi della terra, scoprono che si può estrarne un minerale che ha valore per l’economia bianca (magari un minerale inutile come l’oro, caricato di un immenso significato religioso, al punto da poterlo considerare come il totem della credenza superstiziosa nota come “economia”). I predatori bianchi distruggono tutto, sottomettono gli umani che abitano il territorio a ritmi di lavoro massacranti, e in cambio danno loro un salario, un’automobile, una casa con gli accessori indispensabili nelle trappole per topi in cui i bianchi sono abituati a vivere. Ormai hanno distrutto quasi tutto, e adesso il mondo ha cominciato a bruciare, e brucerà certamente, fin quando la razza umana sarà terminata, salvo forse pochi esemplari che riusciranno a fuggire a bordo di navette nelle quali passeranno il resto dei loro tristi giorni come topi in gabbie volanti nel nulla. Ma alcune isole del pianeta terra non sono ancora state totalmente catturate dagli sterminatori, perché troppo remote. Ad esempio Sangihe.

Alla domanda: “Cosa ci guadagnerete realizzando il vostro progetto” (abbattere le foreste, perforare il terreno, estrarne il minerale che la superstizione economica considera prezioso)? il calvo pacioso rappresentante della compagnia mineraria risponde con una bella risata: “Milioni e milioni di dollari. Quando saremo a pieno regime contiamo di estrarre in pochi anni migliaia di once al mese.”

E ci sarà lavoro per cinquemila persone. Cinquemila persone potranno smettere di pescare, costruire oggetti utili per la comunità, studiare, e potranno finalmente andare a qualche centinaia di metri sotto terra otto ore al giorno in cambio di un salario che gli permetta di avere un’automobile, di sostituire la loro abitazione con una trappola per topi e così via.

Mi ha fatto impressione leggere questa storia perché tutto quel che c’è da sapere sulla modernità sta qui condensato in quattro minuti e mezzo di filmato. La distruzione della vita, del piacere, della bellezza, dell’affetto, della gioia, dell’alba, del tramonto, del cibo, del respiro, in cambio di un salario di un’automobile, e di un cancro ai polmoni ovvero dell’economia.

Dopo cinque secoli ci sono ancora luoghi in cui la cura occidentale non è stata imposta. Le foreste bruciano, i fiumi esondano, le guerre si moltiplicano, la depressione dilaga, ma da qualche parte il progresso non è ancora arrivato. Portiamocelo urgentemente, prima che lo spettacolo sia finito.

È questione di anni, ormai. L’estinzione non è più una lontana prospettiva, ma una questione che riguarda la presente generazione, quella che non può neppure andare a scuola perché c’è un virus misterioso. Prima di essere ingoiati dall’apocalisse che rapidamente si diffonde non dobbiamo dimenticare di trascinarvi dentro anche i poveri abitanti di Sangihe, che ancora non hanno goduto dei frutti del progresso occidentale.

Che ha negli Stati Uniti d’America la sua avanguardia, il suo simbolo.

FONTE: http://effimera.org/destino-manifesto-di-franco-bifo-berardi/

La transizione egemonica mondiale

di Alfonso Gianni

Sintesi dell’intervento di Frattocchie, 3 settembre

Il tempo previsto per gli interventi è contenuto, come è anche giusto che sia e quindi mi limito ad alcune considerazioni sull’onda della bella, approfondita e articolata relazione di Sergio Bellucci e del dibattito che fino a qui è seguito. Il mio accordo in particolare con le cose dette prima di me da Roberto Finelli, mi possono aiutare in questo sforzo – al quale non sono naturalmente vocato – di brevità.

Comincerei col dire che non c’è transizione senza il maturare e il verificarsi di una crisi. Mentre non è vero l’opposto, cioè può benissimo manifestarsi una crisi senza che si avvii una transizione e che le cose possano addirittura indirizzarsi al peggio.

È esattamente il rischio che stiamo correndo in questo frangente. La crisi pandemico-economica ha aperto una voragine, per giunta sovrapponendosi agli effetti negativi della precedente crisi economico finanziaria cominciata nel 2008. Ma di per sé le ingenti risorse di cui disponiamo grazie alle decisioni europee non garantiscono di per sé una transizione verso una società migliore.

Anzi si affacciano, nel caso italiano e non solo, i fantasmi del passato. Si pensi alle “uscite” del ministro Cingolani sul nucleare, alla spinta della Francia in questa direzione per capire che un domani potremmo trovarci in una situazione addirittura peggiore, che, nel nostro paese, tradirebbe gli esiti di ben due referendum popolari sul tema.

Oppure: Giorgio Benvenuto dava, nel suo intervento di poco fa, una visione ottimistica dell’Europa. Certamente si sono fatti passi in avanti con il varo del Recovery Fund, con il progetto di un bilancio europeo opportunamente dotato, con l’emissione di titoli a livello europeo (più o meno i famosi Eurobonds di cui si parlava da tempo e che in molti fino a poco fa ritenevano impossibili). È stato sospeso il Patto di stabilità e crescita. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un webinar che ho condotto quest’estate ha ribadito che le vecchie regole del patto vanno riviste. Con maggiore timidezza così si è espresso anche il Commissario Paolo Gentiloni, seppure precisando che la regola del 60% nel rapporto fra debito e Pil va mantenuta, mentre vanno cambiate modalità e tempi del rientro- Le stesse parole di Mattarella sono state interpretate come un auspicio alla modifica degli stessi Trattati di Maastricht. Ma non possiamo e non dobbiamo dare tutto ciò per acquisito. I falchi non hanno smesso di volare basso. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione (su cui varrebbe la pena aprire un capitolo apposito cosa che qui non possiamo fare), ma soprattutto moltissimo è legato agli esiti di alcuni importanti appuntamenti europei prossimi venturi, come le elezioni federali tedesche del 26 settembre e quelle francesi di qualche mese dopo nel 2022. La battaglia per una transizione verso un’Europa democratica, sociale e federale è del tutto aperta.

Nello stesso tempo non può neanche profilarsi una transizione senza che avvenga la crisi dello stato di cose precedente. Il problema è come indirizzare i cambiamenti che tutti, seppure con diversa intensità, ritengono necessari in una crisi affinché prenda corpo un’alternativa di società. Obiettivo ambizioso come si può ben capire.

Intanto è sotto i nostri occhi, da tempo, una transizione egemonica mondiale. Da Ovest verso Est. Il declino della supremazia americana è stato impietosamente evidenziato e accelerato dalla sconfitta in Afghanistan. Oggi gli Usa sono sostanzialmente fuori dall’Asia e dall’Oceano indiano. Lo confermano le stesse parole pronunciate dalla rappresentante Usa in una importante conferenza internazionale l’altro giorno a Taipei, con le quali ribadiva il sostegno statunitense a Taiwan contro i disegni annessionistici cinesi, ma avvertiva i taiwanesi che devono fare come Israele: armarsi di tutto punto perché nessuno li potrà salvare in vece loro. Gli Usa confermano in sostanza che possono scatenare guerre, ma non riescono a vincerle in breve tempo e quindi a sostenerle in termini di costi economici e umani (si intende i loro).

Ancora una volta si avvera nella storia mondiale quel passaggio di consegne egemoniche che Fernand Braudel e la sua scuola, fino al nostro Giovanni Arrighi, dalle città marinare italiane, ai Paesi bassi nel seicento, alla Impero britannico nel secolo successivo, fino al secolo americano giunto al suo non breve tramonto, mentre si rafforza la potenza cinese. Gli stessi andamenti demografici, che qui non posso descrivere per brevità, accompagnano e sono un fattore di questo cambiamento epocale.

Credo che questo sia un processo irreversibile, a meno che non sia fermato, insieme alla distruzione del pianeta, da un conflitto nucleare generalizzato e non solo dalla guerra a pezzetti già in atto, di cui ci parla Papa Francesco. Il compito per tutti e di tutti è che questa transizione avvenga in modo sostanzialmente pacifico. Se l’Europa fosse un soggetto politico federale democratico e non semplicemente uno spazio economico regolato a vantaggio del capitale finanziario, potrebbe giocare un grande ruolo a livello internazionale per la causa della pace. Il che però presuppone che la Ue abbandoni la scelta di un rinnovato atlantismo fuori dal tempo, rinunci a pensare ad un esercito europeo e invece costruisca una struttura in grado di potere intervenire nelle crisi belliche locali come forza di interposizione e partecipi alla ricostruzione dei paesi colpiti da calamità, devastazioni e pandemie che vedono la loro prima causa nel sistema capitalistico globalizzato.

Come si vede siamo molto lontani da un simile esito. Tra le cose che mancano è la costruzione di una soggettività politica che in Europa si ponga un simile compito.

Qui ci tornano utili le riflessioni che stiamo svolgendo in questo convegno. Non bastano la quantità enormi di dati se essi non passano attraverso un’interpretazione – come diceva Finelli – che dia loro un senso. E quest’ultimo è costituito da un insieme di cose: la necessità di emancipazione delle classi subalterne, le idee, i progetti, i programmi, i sentimenti, le esperienze legati a questo rovesciamento del potere e dei poteri nella società che è un processo di conquista egemonica.

Abbiamo bisogno della (ri)costruzione di un pensiero politico forte che per quanto necessariamente aperto e in una continua tensione dialettica con i dati della realtà, i progetti e le aspirazioni dei movimenti e sommovimenti sociali, non si limiti alla registrazione dello stato d’animo e degli orientamenti attualmente presenti, ma si proponga di entrare in rapporto xon essi sulla base di un solido impianto valoriale.

È quello che chiamo una nuova soggettività politica di sinistra. Attualmente nel nostro paese non c’è. L’esistenza del Partito della Sinistra europea è importante, soprattutto se non si limitasse ad essere un contenitore. Ma anche questo è un obiettivo da conquistare. Quello che c’è fatica o meglio non riesce a mettersi insieme, forse anche perché si comincia dalla parte sbagliata: la costruzione di coalizioni elettorali invece che da quella della propria identità. Per essere conosciuti e riconosciuti dagli altri bisogna innanzitutto riconoscere e conoscere se stessi. Ma anche se quello che c’è si unisse non sarebbe sufficiente. Servirebbe un processo costituente capace di attuare una transizione verso una nuova soggettività politica di sinistra, nel quale ognuno mette in gioco la propria identità e la propria storia in una ricerca e in una lotta culturale e politica.

FONTE: https://transform-italia.it/la-transizione-egemonica-mondiale/

Una transizione per l’Europa, l’Europa per la transizione

di Andrea Amato

Transizione come attraversamento di una crisi sistemica del capitalismo verso una società “oltre-capitalista”, che non significa superamento (magari in senso socialista) del capitalismo ma una evoluzione/mutazione del capitalismo che conosciamo, capace di produrre una società “basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente”. “La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.” Questa, in estrema sintesi, la base analitica su cui poggia la proposta politica contenuta nella relazione introduttiva di Sergio Bellucci all’incontro “Transizione come Variante” (Frattocchie, 3-4 settembre 2021).

L’ economia relazionale, le lotte, il ruolo dello Stato

Diversi i fronti di lotta, appunto per il potere, conseguenti a questa premessa. Innanzi tutto, l’auto-organizzazione dal basso, favorita oggi dalle tecnologie digitali” di forme solidali di produzione sganciate dal perseguimento del profitto, ma anche forme di consumo e servizi “al di fuori degli schemi mercantili sperimentati finora”. Insomma, la costruzione di quella che viene chiamata “economia (e welfare) relazionale”.

Una proposta che condivido pienamente ma che implica una prima notazione. Poiché, come lo stesso Bellucci avverte, la transizione, per definizione, non è il passaggio immediato da una fase all’altra, le forme di sfruttamento attuali, benché destinate a diventare residuali, continueranno a esistere per un tempo non brevissimo. Analogamente, anche se si sarà capaci di costruire un’economia relazionale, ciò non potrà avvenire che gradualmente. Ci troveremo quindi ad operare su due fronti: quello dell’alternativa e quello antico della lotta contro lo sfruttamento e per il trasferimento di quote di potere dal capitale alle classi subalterne. Uno sfruttamento perpetrato in forme diverse e mutevoli, da quelle più raffinate della “società di controllo” ed evolute della produzione di senso, a quelle ottocentesche da capitalismo rapace.

Certamente, su questo fronte bisogna abbandonare prassi “difensive” e “routinarie”, se non altro perché da cinquant’anni le classi subalterne non registrano avanzamenti ma solo arretramenti. E, certamente, passare a nuove forme di attacco deve significare tre cose. In primo luogo, non solo tener conto ma immergersi nella transizione; secondariamente, cogliere tutte le opportunità che, insieme a rischi e condizionamenti, ci offre la rivoluzione digitale (o meglio la digital disruption); in terzo luogo i due fronti, quello dell’alternativa e quello della lotta secolare al capitalismo, non possono semplicemente essere condotte in parallelo, ma debbono continuamente comunicare e sorreggersi a vicenda.

Un’altra questione da approfondire è quella delle condizioni che permettano/favoriscano la costruzione dell’economia relazionale. Nella relazione introduttiva si parla dell’”utilizzo di risorse pubbliche per supportare” l’economia relazionale e il “welfare delle relazioni”. C’è anche un’importante indicazione operativa, quella di coinvolgere i territori e le “strutture di democrazia locale”. Ma, a parte l’accenno all’esigenza di “nuove forme istituzionali e politiche”, manca un chiaro riferimento al ruolo dello Stato, all’idea dello Stato come luogo privilegiato in cui la politica possa “mettere le briglie” (come ha detto nel suo intervento Gigi Agostini) alle derive centralizzatrici, manipolatorie e autoritaristiche dei nuovi poteri che si affermano nella transizione. Ruolo dello Stato, che va appropriatamente considerato per quanto riguarda proprio il sostegno all’economia relazionale.

A questo proposito, ho riportato, nel mio intervento, un’esperienza personale. Nel decennio che ha preceduto le cosiddette primavere arabe, ho coordinato diversi programmi di sviluppo sociale e di rafforzamento delle società civili nei Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo. Oltre alla salvaguardia dei diritti fondamentali e dei diritti di cittadinanza, la disoccupazione era il problema principale in questi Paesi. Oggi, la situazione non solo non è migliorata, ma alla disoccupazione si sono sommate le rovinose conseguenze delle guerre e dei conflitti ancora in corso. La linea direttrice di questa attività si basava sulla costatazione che il gigantesco numero di posti di lavoro che si sarebbero dovuti creare, soltanto per portare la disoccupazione a livelli europei, era un obiettivo impossibile per le politiche economiche ortodosse operanti in questi Paesi, basate, soprattutto dopo l’avvento del Partenariato Euro-Mediterraneo, sui consueti modelli occidentali: produttività, competitività, produzione ed economia export-led.

Propugnavamo, quindi, una politica economica eterodossa, che mettesse al primo posto l’occupazione invece che la crescita, e, soprattutto, con al centro la creazione di una economia relazionale, favorita anche dall’enorme presenza della cosiddetta “economia informale”. Lo sviluppo di una tale politica si rivelava però impossibile, prima ancora che per cause di natura macroeconomica, per ragioni squisitamente politiche, dovute non solo agli interessi spiccioli dei regimi autoritari al potere, ma, soprattutto alla loro indisponibilità a sottrarsi all’assoggettamento dei poteri internazionali, garanzia per la loro permanenza al potere.

Un caso esemplare è quello della Tunisia, un Paese con uno dei tassi disoccupazione più alti al mondo. Dopo la rivoluzione del 2011, cacciato via Ben Ali, c’erano tutte le condizioni interne per affermare una volontà politica che andasse nella direzione dell’economia relazionale. Ciò che è mancata è la disponibilità di risorse per sostenerla. I cosiddetti “vincoli esterni” non sono finiti con l’avvento della, ancorché fragile, democrazia tunisina: drenaggio di risorse a causa del deficit commerciale e dell’insostenibile servizio del debito estero, i diktat dell’”approfondimento” dell’Area di Libero Scambio con l’Unione Europea, le condizionalità imposte dal Fondo Monetario Internazionale, e così via. Vincoli esterni che ancora oggi – grazie alla colpevole ignavia dell’Unione Europea, con l’Italia in primo luogo, preoccupata solo dei flussi migratori – stanno minando alla base la sopravvivenza di questo Paese e distruggendo la sua speranza di democrazia.

Certo, per capire il ruolo dei vincoli esterni nel condizionare il grado di libertà delle politiche economiche, non ci sarebbe bisogno di andare in Tunisia; basterebbe ripercorrere la storia dell’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ma il caso della Tunisia è significativo perché lì l’economia relazionale era a portata di mano, se solo una scelta politica di questo genere si fosse potuta compiere a livello di governo. Insomma, se è vera l’importanza del ruolo dello Stato per incidere sulla transizione e per costruire l’alternativa, questo Stato non può essere lo Stato nazionale. Come è stato detto, gli Stati nazionali sono ormai ridotti a meri amministratori locali di poteri globali.

L’Europa unita nella transizione

Dobbiamo, quindi, rivolgerci a uno Stato sovranazionale; che, però, non può essere l’attuale Unione Europea. Per due motivi. Innanzi tutto, perché l’Unione Europea è la più immediata fonte di vincoli esterni che mortificano la possibilità degli Stati membri di mettere in atto politiche economiche alternative. In secondo luogo, perché è essa stessa condizionata dai vincoli esterni provenienti dai vecchi e nuovi poteri globali.

Occorre valutare appieno le novità post-pandemiche provenienti dall’UE. Sia quelle relative ai vincoli finanziari – viste, a mio avviso, con eccessivo ottimismo nell’intervento di Giorgio Benvenuto, tenendo anche conto che, come ha ribattuto Alfonso Gianni, si tratta di misure temporanee sulle quali lo scontro con i falchi dell’ordoliberismo è di nuovo in atto – sia quelle – a cui ha fatto riferimento Lucia Di Giambattista – che riguardano la nuova strategia dell’Unione nel digitale (bussola, decennio, autonomia digitali). Si tratta di vere svolte strategiche? O, come in molti pensiamo, un necessario aggiustamento del capitalismo europeo per adeguarsi alla crisi globale? Il punto vero è che, sia per eliminare i vincoli posti agli Stati membri che per contrastare quelli imposti dai poteri globali, è indispensabile un’Europa unita che giochi un ruolo da attore politico globale.

In passato – di fronte alla episodicità e alla sostanziale inefficacia, in termini di risultati, delle lotte dei movimenti “No global” o “altermondisti”, fino a quelle di “Occupy  Wall Street” – ho sostenuto la tesi della “via regionale” contro la globalizzazione, intesa come costruzione di una “regione mondiale”, comprendente l’Europa occidentale, i Paesi dell’ex Unione Sovietica, il Medio Oriente e l’Africa, capace di contrapporsi o, quanto meno, riequilibrare il ruolo di quella che, fino a qualche tempo fa, era la potenza unipolare americana. Oggi, di fronte alla dilapidazione, perpetrata dall’Unione Europea, delle opportunità storiche di coinvolgere la Russia in un progetto comune di grande respiro, e alle macerie in cui sono ridotti tanti Paesi di quella “regione mondiale”, non c’è molto spazio, almeno nell’immediato, per una “via regionale” alla transizione. Allora, l’obiettivo minimale e, al tempo stesso, l’imperativo categorico è quello di un ruolo politico riequilibratore, che solo l’Europa unita potrebbe giocare. Non solo nell’arena della nuova economia ereditata dalla globalizzazione, ma anche in quella, strettamente connessa, della politica internazionale e della competizione geostrategica.

Autorevoli commentatori americani hanno messo in parallelo il ritiro dell’URSS dall’Afghanistan, che segnò la fine dell’impero sovietico, e l’attuale abbandono americano che sancirebbe la fine dell’imperialismo (o impero) americano. Certamente, sarebbe la conferma della fine, da tempo appalesatasi, di trent’anni di potenza unipolare statunitense. A quale approdo questo ci porterà, non è ancora sufficientemente chiaro. Per il peso combinato della potenza economica con quella tecnologica, nonché con quella militare, benché allo stato nascente – e senza entrare nel merito della dialettica tra concetti diversi, quali “potere”, “egemonia” e “colonizzazione”, a cui ha fatto riferimento Alfonso Gianni – la previsione che sia la potenza cinese a prevalere, ancorché in termini di egemonia, non sembra del tutto azzardata. La prospettiva, insomma, che noi europei – e noi italiani, in primo luogo – dopo essere stati per 80 anni egemonizzati/colonizzati dagli Stati Uniti passeremo a un destino analogo ad opera della Cina.

Meno probabile, mi sembra la previsione di una dislocazione pacifica delle due egemonie. Non foss’altro che per la loro differente natura. L’egemonia/colonizzazione cinese si basa sull’occupazione dell’economia e l’acquisizione della ricchezza dei Paesi target, con mezzi pacifici. Quella americana, però, non si basa sulla pacificazione del pianeta. Non può essere interpretata in questo modo la drastica riduzione della presenza americana nei territori in conflitto. Quando gli USA dicono a Taiwan “dovete fare come Israele: armatevi” (naturalmente con armi da loro fornite) significa che hanno fatto una scelta più comoda, quella di continuare a perseguire, se non intensificare, la cosiddetta “strategia del caos”, puntando sempre di più sulle “guerre per procura”, che hanno dimostrato di portare agli interessi americani più benefici di quanti non ne abbiano procurato le guerre condotte in prima persona. Questa differenza di approcci e di interessi non può risolversi in una convivenza pacifica e, anche se non si arriverà alla catastrofe del confronto bellico, essa darà sicuramente la stura a continui conflitti tra le due potenze. Questo significherà, da un lato, che esse entreranno in pieno nella cosiddetta “guerra con altri mezzi”, dall’atro, che in molte aree del pianeta continueranno le guerre, le distruzioni, le catastrofi umanitarie.

L’Europa è destinata a fare le spese di questo confronto, in ambedue gli scenari delineati. Nel primo, perché l’Europa, in primo luogo nella sua area mediterranea, sarà una delle prede più ambite dell’egemonia/colonizzazione cinese. Nel secondo scenario, perché essa sarà sempre più accerchiata da aree in cui le conseguenze del caos e dei conflitti, non potranno che riversarsi sulla sua economia e sulla sua società. L’Europa unita può evitare i rischi di questi due scenari? Non è detto che questo avvenga, ma in questa difficile transizione, è la sola carta di cui disponiamo; non solo per la nostra salvezza ma anche per quella del mondo in cui viviamo.

C’è ancora un’altra dimensione in cui il ruolo politico dell’Europa deve essere determinante: quella della trasformazione dell’ecosfera, ovvero della salvezza del pianeta. Non se n’è parlato molto nell’incontro, ma è una questione in cui la transizione ha, e avrà sempre di più, un peso determinante. Non solo per le connessioni con le altre due dimensioni, quella dell’economia globale e quella geostrategica, ma anche per l’impatto che su di essa, sempre più, avrà la rivoluzione digitale. Dobbiamo, per prima cosa, moltiplicare i nostri sforzi d’indagine e affinare le nostre analisi sugli incroci, in atto e in potenza, tra il digitale e le questioni del cambiamento climatico, dei destini dell’energia e dell’agricoltura, della salvaguardia dell’ambiente; e, non per ultimo, sul ruolo di chi distribuirà le carte del digitale nelle vicende del clima e dell’ambiente.

La democrazia europea, terreno di lotta della transizione

Cosa potrà garantire che i nostri obiettivi sulla transizione – ai vari livelli: nazionale, continentale, globale – così come gli sbocchi operativi delle nostre lotte, possano diventare conseguenti politiche dell’Europa unita? La risposta è una sola: la democrazia. Il che significa: una istituzione capace di far arrivare – attraverso efficaci percorsi di rappresentanza e di partecipazione democratica – le istanze di tutti i cittadini europei nelle sedi decisionali. Nadia Urbinati, nel suo intervento, ha detto che, di fronte a una crisi della democrazia rappresentativa, ormai sotto gli occhi di tutti, dovremmo pensare a una democrazia, sempre rappresentativa, ma con spazi aperti alla “partecipazione diretta”. Sono d’accordo, a patto che si chiarisca cosa voglia dire “diretta”. Sarei decisamente contrario se questo significasse la messa in atto di dispositivi simili alla Piattaforma creata dall’Unione Europea per “raccogliere” i desiderata dei cittadini europei nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Una via di mezzo tra Facebook e la Piattaforma Rousseau. Si potrebbero, al contrario, sperimentare forme di partecipazione “diretta” della società civile organizzata – che non significa solo le Organizzazioni formalmente costituite.

Intanto, però, dovremmo occuparci della democrazia rappresentativa (al meglio delle nostre conoscenze e possibilità) nella costruzione dell’Europa unita. Ho già detto che questa non può coincidere con l’attuale Unione Europea. Il motivo è la sua intergovernatività. Non solo perché questa rappresenta un tappo al percorso di rappresentanza democratica, quel vulnus che ha sollevato alti lai per il “deficit democratico” dell’Unione, da parte di tante belle anime che si sono ben guardate da porvi rimedio seriamente. Il sistema intergovernativo deve essere superato, soprattutto, per un motivo politico legato alla transizione e alle possibilità/probabilità di lotte per l’alternativa. Un’Europa, in cui le decisioni sono, sostanzialmente, prese dai Governi nazionali, non potrà mai, non solo contrastare ma nemmeno confrontarsi con i poteri globali, vecchi o nuovi essi siano. Se, come è stato detto, gli Stati nazionali sono solo gli amministratori locali di questi poteri, i Governi non ne sono altro che i mandatari – i lacchè si sarebbe detto una volta.

Una piena rappresentanza democratica, in un’Europa unita e democratica, significa molto semplicemente, che le decisioni debbono essere prese principalmente da un Parlamento eletto a suffragio universale da tutti i cittadini degli Stati che la compongono. Questa è la sostanza del problema; poi potremo discutere della forma di rappresentanza complementare degli Stati membri, delle competenze e dei poteri da attribuire all’istituzione sovranazionale, alla forma federativa; insomma, di come si realizza la cessione di sovranità.

Sono, pertanto, d’accordo con l’indicazione, contenuta nella relazione introduttiva, di individuare nella democrazia uno dei terreni prioritari di lavoro e di sperimentazione della transizione. Una democrazia che, però, non si fermi al livello dei territori né dello Stato nazionale, ma che affronti con coraggio la questione della democrazia europea.

FONTE: https://transform-italia.it/una-transizione-per-leuropa-leuropa-per-la-transizione/

LA TRANSIZIONE COME VARIANTE

di Sergio Bellucci (Relazione introduttiva al seminario di Frattocchie dell’Associazione Transizione)

Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.

Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e ridistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali.

Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti. La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso.

Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà.

Ed è di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica” e che noi definiamo come una Transizione, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” –  volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

A questa rottura “sistemica”, inoltre, si sommano accadimenti individuali che ci fanno sentire più soli, più incapaci, più muti.

Penso alla morte di Gino Strada.

Al dolore della perdita di una persona che era diventato un simbolo proprio perché “alieno” per il suo fare concreto, per l’aiuto umano profuso e anche per la sua intransigenza morale e politica. La sua vita è stata la concreta e materiale conferma che la guerra è non solo una scelta sbagliata e inutile – una scelta eredità  di quella preistoria umana da cui abbiamo ancora difficoltà ad affrancarci – ma che dimostra sempre più la sua incapacità a produrre gli esiti che a parole vorrebbe generare. Una guerra ancor più disumana con i suoi nuovi terreni di battaglia digitale che impongono nuove forme di conflitto e nuove armi. Penso alla potenza dei cyberattacchi come alla robotizzazione delle armi che divengono sempre più autonome e indipendenti e affidate all’Intelligenza artificiale.

Oggi l’Occidente deve chiedersi: è ancora possibile imporre con le armi forme di governi e regimi al solo scopo di produrre una concentrazione di ricchezza che non si era mai prodotta nella Storia umana che, solo come sottoprodotto, ha la possibilità di garantire ai propri cittadini un livello di consumi che divide l’umanità verticalmente in due parti e non è sostenibile ambientalmente?

Abbiamo bisogno di molto coraggio per affrontare alla radice vecchie questioni in un quadro quasi del tutto nuovo e in veloce trasformazione.

Ognuno di noi viene da percorsi di vita, politici e culturali, diversi e, talvolta, anche contrastanti. Spesso abbiamo pensato che le posizioni altrui erano errate, controproducenti, dannose, portatrici di idee di mondo e di speranze “non condivisibili”. Ci siamo scontrati politicamente e ci siamo anche combattuti.

Perché allora oggi siamo qui?

Non certo per misurarci a vicenda una “purezza” ideologica o, molto più semplicemente, una coerenza soggettiva o collettiva dei nostri percorsi. Credo che noi siamo qui perché percepiamo due cose: l’incapacità delle vecchie strade di farci avanzare verso un orizzonte di liberazione e l’urgenza dei tempi.

Per questo, in questo incontro, abbiamo bisogno di mettere un avverbio al centro delle nostre riflessioni: Oltre.

Ne abbiamo bisogno per molte ragioni.

Sul piano politico, infatti, una Transizione pone sempre questioni che hanno lo spessore della Storia.

Per la lettura che abbiamo portato avanti in questi anni dentro Net Left, il momento che viviamo va oltre la categoria della “crisi” ma è quello del passaggio da una formazione economica ad un’altra.

La Storia ha già vissuto epoche analoghe e sono le fasi che riempiono i libri di avvenimenti e fatti che, visti con il senno del poi, assumono una certa “linearità”. Così non è per chi li vive.

Gli anni delle transizioni sono anni aperti a molti esiti contrastanti, pieni di slanci di liberazione e di restaurazioni tremende di ordini sociali ed economici non disposti a lasciare il posto al nuovo che avanzava. E il nuovo che avanza non contiene solo nuovi e diversi “gradi di libertà” – incarnate dalle nuove classi che rivendicano il loro potere – ma anche nuove e, spesso, più efficaci forme di sfruttamento, di asservimento.

Gli anni di Transizione sono anni di interrogativi, di orizzonti che si dischiudono e di strade che si interrompono. Sono gli anni in cui i processi economici divengono “ibridi”. Le nuove forme di produzione del valore, dei beni – materiali o immateriali che siano -, si stratificano su quelle consolidate, quelle che la vecchia società percepiva come “eterne” e, a poco a poco, divengono egemoni sulle vecchie forme.

Spesso, sono processi quasi intellegibili per chi li vive. Il Marx della prefazione del ’59, ammoniva: “Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa”.

Collettivamente, oggi, dobbiamo essere all’altezza di questa consapevolezza.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del se e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Abbiamo bisogno, oggi, di quell’avverbio, Oltre, per discutere tra noi, per parlare con quelli che ci stanno ascoltando e per quelli con cui parleremo d’ora in avanti.

È quasi un problema di ecologia della mente e dei pensieri e, quindi, della relazione tra noi.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. In quel percorso abbiamo condiviso linguaggi e parole, ci siamo dati priorità ed obiettivi. Era, o sembrava, facile “parlarsi”.

Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci.

Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto.

È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

Ne parleremo oggi e in futuro e, credo, troveremo molte “lontananze” nelle nostre letture. Ma, per noi, non è questo il punto.

Vorrei chiedere di andare “oltre” nella nostra capacità di dialogo, di comprensione delle nostre parole (sempre meno condivise nei significati che ognuno gli attribuisce). Di andare “oltre” le nostre “Storie” personali e collettive senza dover recidere le radici ma chiedendo a noi stessi e a tutti noi collettivamente, lo sforzo di comprensione delle ragioni che spesso sono “velate” dalle nostre parole.

Andare “Oltre” in termini di lettura della fase, con curiosità e la capacità di comprendere il nuovo e non per rinfilarlo a fatica nelle vecchie scaffalature delle nostre case ormai diroccate ma mettendo le nostre radici e tutta la nostra intelligenza per comprendere come il nuovo, che è in divenire, possa e debba diventare una opportunità per dare un senso nuovo alle nostre stesse radici.

Se siamo qui è perché ci stiamo interrogando, alcuni collettivamente altri individualmente, su ciò che sta investendo la storia umana. Una Transizione che arriva nelle profondità estreme del fare che solo pochi decenni or sono neanche immaginavamo. Una Transizione che richiede grandi capacità di comprensione per l’agire politico, che ci consegna un territorio complesso su cui va dispiegata una strategia politica complessa.

Per questo chiedo a me stesso, chiedo a tutti voi, a tutti noi, di “ascoltarci”, di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Non c’è momento migliore che una Transizione per mettere in campo tale forza, tale intelligenza politica.

Credo che siano queste le motivazioni di fondo per le quali ci ritroviamo in una unica sala. Veniamo da letture e pratiche diverse ma oggi sentiamo che l’urgenza della fase non può farci rintanare nelle vecchie stanze ove abbiamo attraversato questi decenni.

Molti di noi hanno dato per scontato che la parola Transizione avrebbe indicato il passaggio dalla società capitalistica alla società socialista.  La storia, in realtà, si sta prendendo la briga di mostrarci la possibilità di una Transizione che produca una società oltre-capitalistica basata su processi di controllo e assoggettamento individuale e collettivo ancora più profondi della precedente.

La Transizione, però, apre uno spazio per la rivendicazione del punto più alto del confronto politico: quello del potere.

Ed è questo lo spazio di nuova teoria politica e di nuova prassi che dobbiamo poter osare.

Gli elementi di crisi e di sviluppo

Come in ogni fase di Transizione esistono fattori di crisi e fattori di sviluppo.

Da un lato, infatti, le vecchie forme di produzione (e le loro istituzioni) arrancano di fronte ai loro limiti e al nuovo che avanza. Le nuove forze produttive, invece, sono sempre più strette all’interno dei vecchi limiti imposti dal modo di produzione precedente. La rivoluzione delle tecnologie digitali, la loro ubiquità, la loro qualità, non solo pervasiva ma nuova nella sua essenza tecnica, ha ormai superato la fase adolescenziale e sta entrando nella sua fase adulta. Per decenni non abbiamo voluto affrontare il punto di rottura che rappresentava una tecnologia che non si limitava – come fecero quelle meccaniche – a moltiplicare il poter fare della mano umana ma si applicava direttamente alla possibilità di amplificare il saper fare del cervello, delle attività legate alla gestione delle informazioni.

Paul Romer, premio Nobel del 2018, indicò già sul finire degli anni ’80 ciò che si stava determinando nei processi produttivi. La gestione delle informazioni come “il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “, ammoniva Romer, non può più essere ignorato nelle equazioni economiche. Romer affermò per primo che “le istruzioni per lavorare con le materie prime sono intrinsecamente diverse dagli altri beni economici”.

L’informazione, infatti, è un bene diverso da qualunque altro bene economico. Sulla sua natura, però, la ricerca economica e politica segnano il passo. La sua gestione digitale, il suo accumulo, la sua ibridazione e distribuzione, fino alla esplosione dei Big Data, dell’industria 4.0, – con i suoi “gemelli digitali” che vanno dalla singola macchina produttiva all’intera fabbrica, dai singoli prodotti ai modelli di vendita e di acquisto, dal consumo allo scarto del prodotto – ne hanno esponenzialmente rafforzato la potenza.

Oggi, la gestione dei comportamenti individuali nella vita e nel consumo, la risposta sociale alle singole scelte individuali fino alla sfera della politica, per arrivare ad ambiti impensabili fino a ieri come la riproduzione di un singolo organo umano prima di un intervento chirurgico in sala operatoria o alla riproduzione digitale del funzionamento di un DNA o all’interazione di una proteina con il suo ambiente, si sommano alla potenza dell’Intelligenza Artificiale distribuita a sciami che incrementa parallelamente le proprie acquisizioni, alla Robotica militare o a quella di compagnia, comporta una modifica “strutturale” del processi produttivi, non solo in termini di modifica dei profili professionali e degli aspetti “quantitativi” sull’occupazione. Parliamo, infatti, della rottura del sistema con conseguenze dirette non solo sul lavoro e la produzione ma direttamente sulla struttura delle forme del welfare.

Il cambiamento comporta una progressiva messa in crisi dell’aspetto centrale del capitalismo industriale e della sua forma manifatturiera. Le tecnologie digitali, infatti, basano il loro sviluppo e la loro produzione sulla logica del copia-incolla. Queste apparentemente frivole procedure rappresentano l’essenza di una forma in divenire che dispiega la sua capacità egemonica in grado di mettere in discussione assiomi millenari come il concetto di proprietà la cui difesa avviene sempre più in termini di definizione legale e sempre meno in termini di uso sociale.

Nel suo libro Post-capitalismo Paul Mason scrive: <<se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”. Il risvolto è che se la produzione ha un costo marginale vicino allo zero, anche il valore del lavoro sarà marginalmente zero. E l’intero meccanismo della definizione dei prezzi sta subendo contraccolpi giganteschi>>.

In termini sintetici potremmo dire che l’avvento delle tecnologie digitali ha aperto ad una stagione completamente nuova del processo di produzione del valore che sta imponendo la propria centralità, facendo declinare le vecchie forme. Ai classici schemi di produzione, quelli legati alla produzione di denaro per mezzo di merci (D-M-D) sostenuta in maniera fortissima dallo schema finanziario del denaro che produce denaro per mezzo di denaro (D-D-D), si è affacciata sulla scena della Storia la produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) alludendo anche a nuove forme che, implicitamente, vengono abilitate da questa novità. L’accumulo di informazione, infatti, non gioca il ruolo sul solo piano economico e, in seconda battuta, sul piano del potere (politico e sociale) ma interviene direttamente sulla sfera del controllo e sulla conoscenza dei singoli e della società che apre a forme di gestione non solo commerciale delle informazioni. È un ibrido che estende la sua capacità egemonica direttamente ai meccanismi di scambio che, fino ad oggi, erano regolamentati dalle monete emesse da un potere centrale.

Ci sono diverse faglie che stanno aprendo squarci sul Titanic delle società capitalistiche (sia quelle di “mercato” sia quelle “di stato”).

Proviamo ad elencarne solo alcune per sommi capi.

A livello economico potremmo elencarne molte. Il superamento di una soglia critica di sostenibilità finanziaria del sistema esplicita, ormai, dalla crisi del 2008. L’avvento dei cicli immateriali che vedono al centro le varie forme della merce informazione e la produzione di nuova merce nel momento del suo consumo. Quello che nei cicli immateriali prendeva la forma del rifiuto, qui, diviene nuova materia prima. L’aumento esponenziale, quindi, della merce informazione. In pochi giorni, oggi, si produce l’intera somma delle informazioni prodotte dall’inizio della Storia ad oggi.  L’avvento del taylorismo digitale per i nuovi processi di produttivi, la nascita del lavoro implicito , quello svolto in maniera obbligata da tutte le persone che ormai vivono nei paesi raggiunti dalle strutture digitali (cellulari, pc, telecamere di sicurezza, ecc..) e l’emersione delle prime forme di lavoro operoso. L’impatto della robotica autonoma (di derivazione militare ma prestissimo nelle nostre città) e l’ubiquità dell’Intelligenza Artificiale negli apparati e presto negli oggetti e in grado di modificare la geografia delle professioni e il numero dei salariati in maniera determinante e in un tempo storicamente nullo. Il salto verso le tecnologie quantistiche (calcolo e trasmissione) che rappresentano un salto di diversi ordini di grandezza nella capacità di simulazione dei sistemi complessi. L’ormai consolidata estrazione di valore dalle forme relazionali delle principali aziende capitalizzate nel mondo e che estraggono valore dal lavoro implicito. Consideriamo che il PIL italiano vale il 23% di quello di Facebook, Alphabet e Amazon messi insieme. L’avvento della produzione di denaro per mezzo dell’informazione (D-I-D) e la sua smaterializzazione del processo tramite la Blockchain che abilitano, al limite, processi di “baratto digitale”. Lo sviluppo social della vecchia forma dell’“Industria di Senso”, l’industria che lavora (e fa profitti) nella costruzione del senso della vita quotidiana che costruisce il consenso politico come substrato del suo sviluppo sistemico. Un’industria che compete direttamente con religioni e ideologie generandone una di fondo sul quale vive il nostro sistema. La forma stessa della democrazia si infrange sulla potenza della creazione di consenso di questa industria del consumo e mette in crisi i suoi stessi principi e presupposti. La stessa forma settecentesca della democrazia liberale, basata su una divisione e una autonomia, mai completamente realizzata in nessuna parte, di tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) mostra la corda sotto le dinamiche delle nuove forze produttive, delle loro esigenze di modelli e schemi decisionali e dei loro interessi. D’altronde, la crisi della democrazia liberale poggia su un vulnus centrale: la rinuncia della costituzionalizzazione del vero potere economico del capitalismo: la generazione della moneta. Inoltre, la trasformazione della percezione del se e delle forme relazionali abilitate dalla rivoluzione digitale spingono alla realizzazione concreta di nuove forme di partecipazione e di decisione collettiva. Forme che fanno emergere, insieme alle necessità giuridiche istituzionali delle nuove forze produttive del digitale, i limiti delle strutture istituzionali nazionali figlie della rivoluzione borghese ottocentesca. La stessa forma del politico è investita da questa potenza ristrutturatrice. Stiamo sperimentando il fatto che gli eventi e flusso comunicativo marciano in sincrono. “Quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quella della struttura di comunicazione”. Le assemblee elettive si svuotano di capacità decisionale verso l’alto e strutture a-democratiche e i leader a cortocircuitare le forme organizzate delle loro strutture e gli elettori a chiedere al leader la soluzione al loro problema di diritto al consumo. E tutto questo, in un ambiente sempre più affidato alla potenza dell’Intelligenza Artificiale, e Big Data, come da Cambridge Analytica abbiamo scoperto. In quei giorni, inoltre, avemmo conferma che lo stesso impianto della scienza galileiana era passato, da qualche decennio, alla forma della tecnoscienza basata sulla simulazione e, oggi, ai nuovi paradigmi conoscitivi basati sui Big Data. Una potenza del conoscere e fare legato, che ci ha portato all’intervento sui codici della vita e a intervenire sulle linee di sviluppo dell’evoluzione che non ha precedenti per quantità e qualità.

Questi cambiamenti rafforzano le conseguenze del passaggio, in ambito comunicativo, dal testo all’ipertesto. Una rottura, questa, della consequenzialità su cui si basa lo scambio umano dai primordi e che apre all’avvento di struttura cognitiva umana di nuovo tipo. Stephen Hawking ci ammoniva che questo sarebbe stato il secolo in cui l’umano avrebbe determinato le condizioni del suo stesso superamento nella linea evolutiva.

A questo parziale e limitatissimo, soprattutto nelle spiegazioni e nelle conseguenze dobbiamo sommare la qualità nuova dei processi di innovazione che sono ibridi ed esponenziali. Le forme si contagiano e si moltiplicano aprendo ad accelerazioni inattese e, come dicono in America, “disruptive”.

Pensiamo che questo Titanic  dell’umanità, inoltre, si sta indirizzando velocemente contro l’iceberg della sostenibilità del proprio fare su questo pianeta.

Pensiamo che la zattera della Rivoluzione Industriale poggiò le sue rotte e determinò quei cambiamenti che conosciamo, contando su poche copie dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, il Vapore e un mondo completamente analfabeta e contadino.

Questi sono i sommovimenti, tellurici che spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche che la storia ci aveva consegnato. Ignorarli o derubricarli sarebbe inutile e dannoso. Di fronte a questo quadro, le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi. L’inerzia di analisi e pratiche capaci di dare dimensione politica al tanto che si genera, autonomamente, nei corpi sociali impedisce la costruzione di rappresentanze nuove. Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie, infatti, si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Dipende dalla qualità del nostro fare e questo dipende dalle nostre analisi che dipendono dal contributo di conoscenze che utilizziamo per fare politica.

Siamo in presenza di novità che necessitano, perciò, di forme istituzionali e politiche che devono andare necessariamente oltre i confini del dibattito e delle soluzioni settecentesche della divisione dei poteri così come le abbiamo conosciute e determinate tra l’Ottocento e il Novecento. Oltre le vecchie divisioni delle sinistre. Forse per generarne delle nuove, ma di altra qualità e complessità.

Diritti e gradi di libertà, nell’era digitale, vanno ridefiniti ma necessariamente in avanti. Le forme dei poteri ridefinite verso il basso, interrompendo i processi di concentrazione di ricchezza e di potere.

Le vecchie forme di libertà, tutelate con nuovi strumenti; i gradi di libertà, potenzialmente aperti dalla rivoluzione digitale, definiti con strumenti, logiche e confini all’altezza delle potenze in atto.

La Transizione, infatti, è un processo ambiguo, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali, in nuove forme del politico.

Se non si comprende questo “senso” dei processi in atto, nessun intervento, anche quelli “difensivi” – in continuità con il nostro passato, in totale buonafede e con prassi routinarie –  può essere considerato utile.  Velocità, profondità e qualità dei cambiamenti stanno introducendo dinamiche (negative e positive) che aprono nuove faglie nelle strutture sociali, economiche, istituzionali e, al contempo, ri-descrivono forme e qualità di quelle vecchie.

Molti, non solo da noi ma nell’establishment mondiale, si illudono di poter “stabilizzare” questi movimenti tellurici che scuotono dalle fondamenta lo stesso pianeta, riproducendo “equilibri” (che equilibri poi non erano) e illudendosi di poter riportare la situazione al quadro ex-ante.

La scelta di usare (potenza del marketing) la parola “magica” resilienza la dice lunga sull’ideologia sottostante.

Molte delle proposte politiche che vanno in questo senso, inoltre, incontrano il largo consenso delle masse popolari sempre più disorientate, sradicate e impaurite da cambiamenti – che subiscono e la paura di quelli che potrebbero subire -. Pochi hanno il coraggio di raccontare il salto quantitativo e qualitativo delle trasformazioni in atto. Spesso per vera e propria non conoscenza di un quadro dei cambiamenti in divenire velocissimo e profondissimo. Una divergenza crescente tra quello che la tecnologia e la scienza rendono possibile all’agire umano e praticano nel loro divenire, e quello che la mente umana e la società umana è in grado di immaginare, una divergenza che richiama la Filosofia della Discrepanza di Gunter Anders.

Dobbiamo saper dire la verità senza trasmettere la paura, perché portatori di un esito diverso da quello intravedibile dalla propria condizione.

È sulla “Paura del possibile”, infatti, che le vecchie classi dirigenti stanno indirizzando lo scontro nel grande agone della Transizione.

Ed è sulla scommessa di arginare e indirizzare il “Probabile” che dobbiamo agire noi.

Oggi le persone sono spaventate dal futuro e noi dobbiamo saper indicare un nuovo sentiero.

Come si configura, allora, Il compito della politica di sinistra nella Transizione?

Definisco politica di sinistra in termini chiari. Nella Storia la sinistra ha rappresentato lo schieramento che rivendicava il potere per le classi subalterne. La Destra difendeva o produceva il potere per le classi dominanti. Poi sono esistite vari sfumature (forse più delle famose 50…), ma tutte interne ai periodi di gestione di una formazione economico-sociale stabile. Nelle Transizioni la politica torna a declinarsi sul terreno della lotta per la forma del potere. Questo è il livello di oggi.

Non abbiamo bisogno di pure forme di ribellismo che lasciano intatto il territorio del conflitto per il potere. Dobbiamo passare dalla mera critica e rivendicazione di spazi e condizioni (sia nelle prassi sociali sia nella sfera politica istituzionali) alla capacità diretta di autorganizzazione di processi che contengano una “alterità di logica”.

In altre parole, traslare e portare alle estreme conseguenze – proprio perché la merce e la produzione di informazione divengono sempre più centrali e generativi di assetti di nuovo tipo – le intuizioni e le pratiche che portarono, alla fine dell’Ottocento, il movimento operaio a ipotizzare la produzione cooperativa.

La sinistra di questa fase, infatti, non può che essere sempre più direttamente “generativa”, costruendo la coscienza di se attraverso pratiche e forme di conflitto “ibride”, “complesse” e che superino la fase meramente “contrappositiva e rivendicativa”.

Dobbiamo e possiamo farci società oltre il modo di produzione del valore imperante. Le tecnologie aprono questa possibilità diretta.

La transizione come passaggio politico

Il passaggio attuale, quindi, è legato alla “crescita esponenziale” del “‘saper fare” inglobato nel sistema macchinico e noi dobbiamo portarlo sul terreno della potenza riorganizzatrice sociale orientando in maniera diversa produzione e consumi.

Il punto di rottura, infatti, non è rintracciabile all’interno dello schema redistributivo legato o alla salariabilità del lavoro vivo – in grado di sostenere la domanda necessaria al ciclo – né con politiche di redditualità sostitutive. Certo bisogna agire anche su questi punti nell’immediato, ma non è lì la soluzione strategica per questo secolo.

Questo collasso non è affrontabile con “immissioni di liquidità” sempre più gigantesche per agevolare talvolta la produttività, talvolta il reddito, talvolta gli interventi pubblici o del welfare.

Le nostre società sono diventate dei veri e propri “Sistema Ponzi” con il potere sempre più concentrato sulla a-democratica decisione di emissione di denaro.

I territori si trasformano, progressivamente e velocemente, in luoghi di estrazione di informazioni, di dati, da parte di grandi multinazionali che riorganizzano la vita delle città e delle relazioni senza alcuna volontà di “contrattazione” e senza la discussione democratica sul nuovo modello.

I processi aperti dalla pandemia, inoltre e forse non casualmente, stanno premendo sull’acceleratore dei cambiamenti delle forme di produzione industriali, sul lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, spingono verso la modifica della forma delle merci e accelerano verso la centralità di un nuovo schema di valorizzazione del capitale con il passaggio ad una nuova fase della storia della accumulazione e della forma del potere. Inoltre, le forme innovative nelle catene di comando delle decisioni sanitarie trovano non solo contrasti sociali ma, spesso, anche dubbi e limiti costituzionali, ponendo questioni relative alla stessa natura e legittimità delle forme sociali.

Certo, questo passaggio non sarà né istantaneo, né cancellerà totalmente le forme precedenti. La storia non funziona come gli interruttori della luce on/off. Ma quando è in campo un processo egemonico esso si rafforzano e si estende progressivamente e tutti gli elementi che ci fanno comprendere che una rottura si è generata sono sotto gli occhi di tutti.

Occorre aprire una nuova fase, a partire dalle possibilità aperte nelle strutture di democrazia locale per incidere sulle forme di estrazione digitale delle informazioni da parte delle multinazionali e per dotare i territori e i cittadini di strumentazioni, piattaforme pubbliche condivise che svolgano funzioni di servizio e di scambio del valore d’uso producibile sul territorio in forma autogestita. Che sappiano valorizzare le forme di economie capaci di convertire il vecchio modello produttivo, salvaguardare la bio-diversità e le risorse come un bene comune.

Per questo risulta allarmante la crisi delle forme tradizionali della politica in Occidente e, in particolare, nel nostro paese. I partiti rappresentano, ormai, delle strutture comunicative in “franchising del leader” di turno. Si parla solo per delega ricevuta.

Il dibattito interno si accende ed è caratterizzato, quasi esclusivamente, dalle lotte per la rappresentanza istituzionale e poco si comprende dalle finalità reali se non la capacità di cavalcare le pance dei rispettivi target sociali o, nel caso in particolare del PD, di offrire una immagine interclassista come se l’intero paese condividesse condizioni sociali, ambientali e culturali. Una eredità neo-democristiana a cui l’ex-gruppo dirigente di matrice comunista pare si sia rapidamente adeguato assorbendo la logica veltroniana del “ma anche”.

La crisi verticale di questi partiti e in particolare di quelli del centro orientato a sinistra, ricercano alterità, ormai, sempre più spesso solo sul terreno dei diritti civili, abbandonando quello dei diritti sociali se non attraverso rivendicazioni generiche e asfittiche.

Nulla, mai nulla, sui grandi processi di accumulazione e di cambiamento delle forme di produzione.

La perdita di contatto con il reale non solo non riesce a produrre forme di conflitto nei nuovi territori ma rende sterili e inconcludenti le forme di difesa delle vecchie forme di sfruttamento salariato.

Per questo, di fronte a questo quadro appena accennato, non serve e non basta una nuova etichetta fatta con la sommatoria di pezzetti e pezzettini di rappresentanza politica o sociale, utile per essere spesa nel grande calderone della politica politicante per coprire la rappresentanza di un dissenso e reinserirlo nel gioco delle alleanze istituzionali.

Per questo siamo qui a costruire un terreno di ricerca e pratica politica di nuova generazione.

La grande opportunità: Il Welfare delle Relazioni

Le tecnologie digitali, oggi, ci forniscono l’opportunità e la possibilità di realizzare forme di produzione, di consumo, di merci, servizi e relazioni, al di fuori degli schemi mercantili sperimentati fino ad ora. Tale prospettiva offre la possibilità di ridurre, progressivamente, la necessità di poter soddisfare e selezionare nuove qualità di bisogni, restando dentro lo schema di valorizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli.

Si apre per l’umanità la chance di una nuova economia basata più sulle relazioni che sulla ‘fisicità e proprietà individuale’ di una merce.

Questo schema può basarsi su tre grandi gambe:

  • una nuova consapevolezza nel processo del consumo da parte delle persone, capace di rompere lo schema a spirale del consumo crescente;
  • l’autorganizzazione e l’autoproduzione di pezzi crescenti dei bisogni umani, esaltando i bisogni relazionali e immateriali, le economie circolari, quelle del riuso, della sostenibilità, ecc.. abilitate dalle tecnologie digitali;
  • la coerenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche per supportare tali scelte rompendo lo schema di una spesa pubblica puramente di sostegno, trasformandola in una capacità generativa di nuove forme del fare.

Soluzioni “aliene”? certo. Rispetto al fare consolidato, sì. Ma tutte concretamente già presenti nel corpo vivo della società.

Queste scelte, inoltre, non solo ridurrebbero progressivamente le risorse finanziarie necessarie per il sostegno del ciclo, ma diventeranno fondamentali nella riprogettazione sia degli apparati di produzione e del consumo, sia della stessa forma sociale della vita.

Questi interventi di natura ‘settoriale’ dovranno essere sorretti dall’applicazione di una griglia di ‘valori ispiratori’, basata sui principi di Consapevolezza, Condivisione e Equità, una sorta di ‘linee guida’ che dovranno aiutare a valutare e indirizzare le singole scelte, il giorno per giorno, in maniera trasparente e verificabile. La griglia che noi chiamiamo Welfare delle Relazioni.

Per far cambiare passo alla politica, serve avere il coraggio di proporre di passare dal ‘sapere come’ al ‘sapere perché’ si fa e si sostiene una scelta e indirizzare le risorse non solo nella semplice riduzione dell’impatto ambientale e sociale, ma nella riprogettazione delle relazioni sociali connesse.

Nel secondo ‘900 ci siamo concentrati sui meccanismi che consentivano di poter ‘far funzionare la macchina’ a prescindere da ciò che avrebbe prodotto e come lo avrebbe fatto.

Oggi, non è più compatibile pensare di ‘fare delle buche e poi riempirle’ in cambio di un salario utile più al ciclo economico che alla propria autorealizzazione.

La nuova economia relazionale deve marciare in sintonia con le esigenze di una nuova forma sociale e con le compatibilità dei cicli di vita della terra.

Se una attività non è in sintonia con un assetto sostenibile della vita va cancellata e sostituita. Abbiamo tanto bisogno di lavori di cura, di attenzione, di ‘produzione di senso’ che ci rimane solo l’imbarazzo della scelta.

La scelta dei criteri sui quali basare lo schema del Welfare delle Relazioni sarà la dimensione politica del nostro secolo.

Forse, all’inizio, ognuno di noi arriverà con diverse modalità di approccio e priorità, ma il passaggio al nuovo schema risulta obbligato.

Per questo serve uno scarto, serve andare “Oltre”. E Frattocchie vuole essere solo l’inizio di questa ricerca.

La “crisi” non è nel sistema ma è del sistema. Siamo in una Transizione.

Se questo assunto viene condiviso, la successiva affermazione coerente è che non esista una ‘soluzione interna’. Questo, a prescindere dalle volontà soggettive e dagli sforzi che vengono profusi. È il ‘motore’ interno che è rotto e il suo blocco rischia di portare con se tutto l’impianto delle società del welfare che, faticosamente, si erano conquistate nel ‘900. E la fase che stiamo vivendo rappresenta l’ultimo tentativo di costruire un passaggio, una Transizione governata, prima di una vera e propria implosione sistemica o, peggio ancora (se un peggio può esistere…), lo scoppio di una guerra guerreggiata.

Di fronte a tali scenari appare chiaro che la soluzione possibile non è ricercabile né in nuovi meccanismi di immissione di liquidità nel sistema a favore del “capitale”, né in una mera distribuzione “più equa” delle risorse in grado di “far aumentare i consumi per far riprendere il ciclo”.

Queste due opzioni possono essere utili se e solo se sono utilizzate per spingere verso una organizzazione diversa’ del fare umano, della sua produzione, della sua logica di funzionamento. Per questo la fase che stiamo vivendo è fondamentale: dobbiamo utilizzare questa immensa leva finanziaria, generata dalla rottura delle politiche monetariste fin qui seguite, per cambiare il motore, non per mettere inutile benzina a quello che si è inceppato.

Un esempio si è palesato, in maniera plastica durante i giorni dell’emergenza dei centri di rianimazione. La necessità di respiratori non avrebbe potuto essere soddisfatta dai meccanismi produttivi industriali classici. Troppo tempo per innescare il meccanismo di domanda/offerta, anche in presenza di un sostegno pubblico. Produrre quelle valvole serviva a salvare delle vite, ma il sistema, dentro il suo quadro di funzionamento, non avrebbe assolto a questa necessità. Le persone sarebbero morte.

E qui, la logica nuova di produzione diretta di valore d’uso della nuova ‘economia’ – che potenzialmente è già presente dentro la società umana – è emersa in tutta la sua dirompente ‘potenza’ logico-produttiva. È stato sufficiente che un ingegnere rendesse disponibili i ‘suoi’ disegni tecnici e quella ‘conoscenza’ umana, fruibile con la rete, consentì di produrre, in ogni angolo del mondo, i respiratori necessari.

Il famoso copia-incolla.

Le stampanti 3D iniziarono a sfornare, ove ce n’era bisogno e in tutto il mondo, le valvole necessarie a salvare le vite e a farlo in maniera sostanzialmente gratuita. Ecco, qui c’è la forma nuova del soddisfacimento dei bisogni, anche quelli vitali, soddisfatti non attraverso la logica capitalistica della produzione di merci e con lo sfruttamento alienato della capacità umana, trasformata in merce-lavoro da retribuire attraverso un salario.

È sotto i nostri occhi il possibile inizio della fase storica dell’umanità in cui la conoscenza accumulata diventa direttamente produttrice. Serve, però, una politica che sappia indirizzare le risorse pubbliche verso tale nuovo esito sociale e non per il sostegno del vecchio modo di produzione e di alienazione umana.

La stessa proposta/provocazione di Biden sulla “sospensione” dei brevetti sui vaccini, indica che i vecchi schemi di fronte alle accelerazioni della fase, sono incapaci di dare soluzioni.

La Transizione rappresenta la più grande rottura di processi sociali, relazionali, economici, lavorativi, produttivi che l’umanità abbia mai sperimentato.

E’ necessario migrare dal “valore di scambio” al “valore d’uso” inteso sia come fuoriuscita dal modello capitalistico mercantile, sia come possibilità di ripensare la produzione finalizzandola al consumo gestendo in autonomia la distribuzione.

Serve una conversione nella forma della vita umana.

La transizione come passaggio organizzativo

Per queste ragioni abbiamo voluto Frattocchie.

Abbiamo bisogno di una operazione che non sarà certo semplice e che non potremo fare da soli ma a cui, partendo da oggi, vogliamo dare sia una cornice del “senso di marcia” che vogliamo intraprendere, sia una chiara indicazione che oggi sia il primo passo in questa nuova direzione.

Abbiamo bisogno di una “estrazione di intelligenza organizzativa” che parta dalle nuove forme dischiuse dalla potenza tecnologica e che sappia costruire connessioni politiche ai molti “fare” già presenti nei corpi sociali, nelle esperienze concrete dei territori. Non possiamo costruzione solo una semplice trincea di mere pratiche di conflitto contro le scelte operate dai processi di ristrutturazione ma serve la messa in campo di una generazione di pratiche e di conflitti “generativi” di un nuovo fare, di un nuovo essere, pratiche che poggiano sulla capacità di autorganizzazione che la potenza delle tecnologie consente oggi abilita.

È il dispiegamento, per me, di quello che il Marx dei Grundisse chiamava il General Intellect.

Produzione diretta di valore d’uso che va oltre la forma del lavoro salariato, non per negare o derubricare la dimensione quantitativa e qualitativa di quella forma e dei conflitti tra capitale e lavoro che essa genera, ma per organizzare, progressivamente, la sua marginalizzazione nella storia, attraverso processi di autogestione produttiva basati sulla potenza sociale e tecnologica già ampiamente sviluppata dal modello della produzione open source.

Molto del futuro è già qui solo che non lo abbiamo compreso.

Per far questo vi proponiamo la costruzione di una forma organizzativa a rete delle organizzazioni e delle persone che si predispongono a questo lavoro politico di nuova qualità. Una forma ibrida, basata su la cooperazione che le tecnologie digitali consentono, anche in forma deliberativa, ma anche la nascita di strutture “umane” che coordinino il lavoro. Una forma che consenta di essere inclusivi perché basata non sulla misurazione del tasso di fedeltà ad un leader o ad un impianto “ideologico” puro e duro, ma che abilità la ricerca sul terreno della Transizione degli elementi di battaglia politica che siano coerenti con la scelta di poter indicare, nello scontro sull’egemonia del processo, l’orizzonte di marcia delle nostre scelte.

La politica, quindi, che torna ad essere uno “stare da una parte” dei processi e, quindi, un “partito”. Non con la “p” maiuscola come l’abbiamo vissuto nel ‘900 ma con l’ambizione di porre la questione del potere e non della semplice amministrazione del presente. Nei nostri incontri di questo periodo lo abbiamo anche definito in modo curioso: Un “partito momentaneo”, che riconnette e ricontratta costantemente lo stare insieme.

Nessuno dovrà “perdere” la propria autonomia, la propria immagine ma mettere a disposizione, di una “comunità di scopo” politica, una parte del suo poter fare, per costruire un luogo comune di sperimentazione di un nuovo essere e fare collettivo.

E vi propongo il nome di Transizione proprio per introdurre una “variante” all’interno del dialogo politico.

Le forme le decideremo insieme a partire da domani.

I limiti che ci daremo rispetteranno le coscienze e la voglia di fare di ognuno.

Viva la vaccinazione. Cuba è l’unico paese in America Latina ad aver sviluppato i propri vaccini Covid che sono altamente efficaci.

Tuttavia, la produzione è in ritardo.

di Bert Hoffmann (da IPG-Journal Newsletter)

Sono tempi duri a Cuba. La situazione dei rifornimenti è peggiorata drammaticamente, anche i generi alimentari di base scarseggiano, la moneta sta perdendo valore, e ora i numeri dei contagi da covid sono alle stelle. In soli dieci giorni, il numero giornaliero di casi è raddoppiato. Con più di 3.000 infezioni al giorno (in una popolazione di undici milioni), il sistema sanitario sta raggiungendo i suoi limiti. Ma allo stesso tempo, è proprio la lotta al covid che porta la più grande speranza. I vaccini sviluppati sull’isola stessa mostrano un’efficacia molto alta – non solo negli studi clinici, ma anche nella pratica.

Il governo dell’Avana ha rischiato molto quando ha deciso nel maggio 2020 di non importare alcun vaccino – né dalla Russia né dalla Cina, e nemmeno attraverso la partecipazione alla piattaforma di vaccini COVAX. Invece, ha fatto affidamento solo sullo sviluppo dei propri vaccini. Molti erano scettici: perché un’isola di undici milioni di abitanti nei Caraibi dovrebbe essere in grado di fare ciò che le aziende farmaceutiche da miliardi di dollari non sono riuscite a fare?

La spiegazione è il settore delle biotecnologie che è stato sistematicamente costruito dagli anni 80 – un’isola di efficienza nell’economia socialista del paese. Fin dall’inizio, c’è stata una particolare attenzione allo sviluppo di vaccini – non solo per il consumo interno, ma anche per l’esportazione verso i paesi del Sud globale. È grazie a questa struttura di ricerca e produzione consolidata che Cuba ha potuto portare due vaccini alla maturità applicativa in un tempo molto breve.

Entrambi – “Abdala” e “Soberana-2” – usano il metodo dei vaccini a base di proteine che è stato usato per decenni per la polio, il tetano & co. A differenza dei nuovi vaccini mRNA di Biontech e Moderna, questa è una tecnologia “vecchia scuola”. Ma ha il vantaggio che i vaccini Covid possono essere prodotti nelle fabbriche esistenti, gli effetti collaterali sono facili da valutare, non è necessario un raffreddamento estremo e la somministrazione non è complicata.

E sono molto efficaci. Nel frattempo, gli scienziati cubani hanno anche pubblicato i risultati degli studi di fase III. Secondo questi, Abdala raggiunge un’efficacia del 92% dopo tre dosi. Per Soberana-2, c’è un risultato intermedio: dopo due delle tre dosi di vaccino, questo è del 62% – ancora ben al di sopra del 50% che l’OMS specifica come soglia per i vaccini. Quando viene valutato dopo le tre dosi complete, è probabile che anche qui ci si aspetti un valore superiore all’80% o addirittura intorno al 90%.

I critici hanno messo in dubbio queste cifre e hanno sottolineato la mancanza di trasparenza e di documentazione nelle riviste scientifiche. In pratica, questi valori possono effettivamente essere adattati in una certa misura, soprattutto perché la variante delta è stata introdotta anche a Cuba nel frattempo. Anche la durata della protezione immunitaria è una questione aperta.

Ma la pratica della campagna di vaccinazione parla un linguaggio chiaro. Quando il personale medico del paese è stato vaccinato all’inizio di marzo, il numero di infezioni tra gli operatori sanitari è stato immediatamente ridotto. Questo si sta ripetendo da quando la campagna di vaccinazione di massa è iniziata a maggio.

Quasi sei milioni di dosi sono state somministrate, la maggior parte a L’Avana, originariamente l’epicentro dell’infezione. In tutte le altre province, l’incidenza è attualmente in forte aumento. Nella capitale, tuttavia, dove circa la metà della popolazione è stata vaccinata, sono in costante calo da settimane. Nel frattempo, sono a metà del loro picco.

Un trial di fase III del vaccino Soberana-2 con 24.000 partecipanti è stato condotto anche in Iran. Come risultato dei buoni risultati e dei bassi effetti collaterali, il vaccino cubano ha già ricevuto un’approvazione d’emergenza. Questo è ancora in sospeso a Cuba. L’autorità di regolamentazione cubana, si può presumere, concederà l’approvazione formale solo quando i dati disponibili soddisfaranno tutte le specifiche e i protocolli dell’OMS.

Perché oltre a superare la pandemia nel proprio paese, Cuba spera anche di esportare i suoi vaccini. Ma qui Cuba sta attualmente affrontando alti ostacoli nell’espandere la sua produzione di vaccini. I 100 milioni di dosi di vaccino che all’inizio erano stati promessi per essere prodotti quest’anno rimarranno probabilmente solo una possibilità teorica. I materiali necessari sono diventati estremamente scarsi in tutto il mondo, dato che altri paesi si concentrano sempre più sullo sviluppo di vaccini a base di proteine – da Novavax negli Stati Uniti all’alleanza di Sanofi con GlaxoSmithKline in Europa fino a Anhui in Cina.

Anche se Cuba è “sovrana” nello sviluppo del proprio vaccino, come indica il nome del vaccino “Soberana”, non lo è affatto nelle attrezzature da importare e negli ingredienti necessari. Inoltre, come per tutto a Cuba, c’è il pesante fardello dell’embargo statunitense. Non solo limita la capacità di acquistare macchinari e altri mezzi di produzione, ma le minacce di Washington alle banche internazionali rendono le transazioni finanziarie con l’isola manovre complesse e costose.

Di conseguenza, Cuba si concentrerà inizialmente sulla produzione di vaccini sufficienti per inoculare la propria popolazione a livello nazionale. Certamente, una prima spedizione di 30.000 dosi di “Abdala” è andata come gesto di solidarietà al Venezuela, le cui forniture di petrolio a Cuba sono diminuite ma sono ancora essenziali per l’approvvigionamento dell’isola. Altri dodici milioni sono stati promessi, ma non è chiaro quando saranno consegnate.

Saranno anche negoziate ulteriori opportunità di esportazione, preferibilmente con un finanziamento anticipato per l’acquisto dei materiali di produzione. Sono concepibili anche accordi di licenza con paesi come l’Argentina o il Vietnam, che hanno capacità di produzione proprie. In passato, l’OMS ha acquistato vaccini cubani per le campagne di vaccinazione nei paesi del Sud del mondo e potrebbe farlo di nuovo nell’attuale pandemia. A medio termine, i vaccini a base di proteine, come quelli cubani, sono anche adatti per le vaccinazioni di richiamo.

Per quanto importanti possano essere queste prospettive, i vaccini cubani possono affrontare la crisi sanitaria del paese, ma non quella economica. Questo rimane il compito di un’agenda di riforme che dovrebbe mirare a rilanciare l’intera economia, non solo a rendere il settore delle biotecnologie una lussureggiante e spumeggiante mucca da mungere.

La lotta contro la pandemia a Cuba, come altrove, è una corsa contro il tempo. Tra il ritmo della vaccinazione da un lato, e la diffusione del virus e delle sue varianti dall’altro. Se va bene, la campagna di vaccinazione può salvare gli ospedali di Cuba dal collasso, portare gradualmente il paese fuori dall’isolamento e permettergli di riaprire al turismo internazionale in tempo per l’importantissima stagione invernale. Il turismo era l’industria cruciale dell’isola fino all’inizio della pandemia ed è assolutamente essenziale come fonte di valuta estera nell’attuale crisi di offerta.

Ma i vaccini cubani dovrebbero dare spunti di riflessione anche al di fuori dell’isola. In tempi di catene di approvvigionamento globali, qualsiasi idea di “autosufficienza” è rapidamente vista come antiquata. Nella pandemia, tuttavia, le nazioni occidentali industrializzate hanno dovuto imparare che non si può fare affidamento sulla globalizzazione nei momenti di bisogno. Che si tratti di maschere o di vaccini, quando si arriva al dunque, non c’è solo “l’America First”, ma ogni altro paese prova a fare lo stesso.

Il fatto che il settore biotecnologico di Cuba sia riuscito in modo così convincente a sviluppare i propri vaccini con le risorse molto limitate del paese è quantomeno sensazionale. Anche se Cuba deve affrontare mesi di tensione, visto il rapido aumento del numero di infezioni nelle ultime settimane: C’è molto per presumere che, verso l’autunno o l’inverno, il paese sarà tra i primi in America Latina a raggiungere i “tempi post-Covid” con una diffusa immunizzazione della popolazione.

Tratto da:

Viva la Impfung Als einziges Land Lateinamerikas hat Kuba eigene Covid-Impfstoffe entwickelt – und diese sind hochwirksam. Jedoch ruckelt es bei der Produktion.

Traduzione: Cambiailmondo.org

PERCHE’ IL LABORATORIO DI FORT DETRICK DOVREBBE ESSERE INVESTIGATO PER TRACCIARE LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

PERCHE’ E’ NECESSARIO INVESTIGARE I LABORATORI USA PER LE ORIGINI GLOBALI DI COVID-19

di Fan Lingzhi, Huang Lanlan, Zhang Hui (dal Global Times)

Fonte Articolo originale in inglese del 28 giugno 2021: https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

La teoria del lab-leak, secondo la quale il COVID-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio, ha nuovamente suscitato clamore dall’inizio di quest’anno, mesi dopo che l’argomento era stato gettato nel cestino delle teorie della cospirazione da un numero schiacciante di scienziati.

Gli osservatori hanno scoperto che le cose si complicano solo quando l’origine del coronavirus – una questione scientifica già difficile – è impigliata in trucchi di manipolazione politica. Passando al setaccio più di 8.000 notizie relative alla teoria della fuga dal laboratorio, il Global Times ha scoperto che ben il 60% della copertura proveniva dai soli Stati Uniti.

Vale la pena notare che molti media del mondo occidentale guidato dagli Stati Uniti, che hanno pubblicizzato la teoria della fuga dai laboratori, sono disposti a concentrarsi solo sui laboratori cinesi, anche se sono stati accuratamente indagati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre chiudono un occhio sulle istituzioni americane di ricerca biologica più sospette, come il famigerato US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) a Fort Detrick, Maryland.

L’USAMRIID è stato temporaneamente chiuso nel 2019 dopo un’ispezione del Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Anche se questo misterioso laboratorio ha riportato la ragione della chiusura come “problemi infrastrutturali in corso con la decontaminazione delle acque reflue”, la spiegazione non era abbastanza persuasiva. Il Global Times ha scoperto che il fallimento del laboratorio nel controllare le tossine sembra aver allarmato le istituzioni legate al contrasto delle armi di distruzione di massa negli Stati Uniti.

Ricomparsa della teoria della fuga dal laboratorio

Uno studio congiunto sulle origini del COVID-19 da parte di esperti cinesi e dell’OMS a marzo ha respinto la teoria del complotto “lab-leak”. Più prove indicavano il fatto che il virus era probabilmente passato dai pipistrelli agli esseri umani attraverso un altro animale intermediario, ed era “estremamente improbabile” che fosse trapelato da un laboratorio, diceva il rapporto dello studio.

Ciononostante, la teoria della fuga dal laboratorio non è scomparsa; invece, soprattutto dall’inizio di maggio, è stata ampiamente promossa da alcuni politici e media statunitensi come una “scienza plausibile”. In un articolo pubblicato sul Bulletin of the Atomic Scientists il 5 maggio, senza alcuna prova, lo scrittore scientifico Nicholas Wade ha sostenuto che “i sostenitori della fuga dal laboratorio possono spiegare tutti i fatti disponibili sulla SARS2 considerevolmente più facilmente di quelli che favoriscono l’emergenza naturale.”

Giorni dopo, il Wall Street Journal ha riferito il 23 maggio che tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology (WIV) “si sono ammalati abbastanza nel novembre 2019 da richiedere cure ospedaliere”, e avevano “sintomi coerenti sia con il Covid-19 che con le comuni malattie stagionali”. Il rapporto del WSJ ha citato un “rapporto dell’intelligence statunitense precedentemente non divulgato”.

Il 26 maggio, il presidente Biden ha dichiarato di aver ordinato alla comunità di intelligence degli Stati Uniti di “raddoppiare” i suoi sforzi per indagare sulle origini del COVID-19. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha persino affermato il 20 giugno che la Cina dovrà affrontare “l’isolamento nella comunità internazionale” se non collabora con un’ulteriore indagine sull’origine della pandemia COVID-19, ha riportato Bloomberg quel giorno.

La pressione dei politici e dei media sembra aver colpito alcuni autorevoli scienziati medici negli Stati Uniti, tra cui il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) statunitense, Anthony Fauci. L’11 maggio, dopo che Rand Paul, un repubblicano al Senato, ha accusato Fauci di aver aiutato il laboratorio di Wuhan a “creare” il virus, Fauci ha negato con forza l’accusa ma ha detto di essere “pienamente a favore di qualsiasi ulteriore indagine su ciò che è successo in Cina.”

Questo improvviso cambiamento di atteggiamento di alcuni esperti statunitensi è dovuto alla pressione politica che hanno ricevuto, ha detto un virologo cinese al Global Times. “Ai media occidentali piace fare agli esperti domande fuorvianti, come “è (la fuga di notizie del laboratorio) assolutamente impossibile?”” ha detto il virologo che ha chiesto l’anonimato.

È molto difficile per gli esperti rispondere a una domanda del genere, poiché la possibilità, anche se molto piccola, esiste ancora, ha detto il virologo. “Tutto quello che possono dire è “è possibile””, ha detto al Global Times. In realtà, la maggior parte degli esperti di solito aggiunge “ma è altamente improbabile” dopo “è possibile”, ma i media presentano solo la parte che conferma i loro pregiudizi, ha detto.

I grandi dati mostrano che gli Stati Uniti stanno spingendo la narrazione della teoria della fuga di laboratorio COVID-19. Tra gli 8.594 pezzi di notizie relative alla “fuga di laboratorio” che il database GDELT ha raccolto dal 2020, 5.079 erano dagli Stati Uniti, pari al 59 per cento. Dopo gli Stati Uniti c’erano il Regno Unito (611 pezzi) e l’Australia (597 pezzi). Quasi tutta la copertura ha preso di mira il laboratorio WIV.

Mentre gli Stati Uniti si concentrano esclusivamente sui laboratori cinesi, raramente prestano attenzione ai difetti dei propri laboratori nazionali, alcuni dei quali hanno anche innescato incidenti legati ai virus in passato. Secondo un articolo dell’agosto 2020 di ProPublica, una redazione indipendente che produce giornalismo investigativo, l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill ha segnalato 28 incidenti di laboratorio che coinvolgono organismi geneticamente modificati ai funzionari della sicurezza del National Institutes of Health tra gennaio 2015 e giugno 2020. “Sei degli incidenti hanno coinvolto vari tipi di coronavirus creati in laboratorio”, ha detto ProPublica nell’articolo. “Molti sono stati ingegnerizzati per consentire lo studio del virus nei topi”.

Stranamente, pochissimi media mainstream statunitensi hanno sollevato la questione se esiste la possibilità che il COVID-19 sia trapelato dai laboratori statunitensi, ha detto il virologo cinese. “Non osano chiederlo”, ha detto.

In un articolo pubblicato sul blog politico indipendente Moon of Alabama il 27 maggio, l’autore ha sottolineato che l’ipnosi di alcuni occidentali sulla cospirazione della fuga di Wuhan è simile al trucco che gli Stati Uniti hanno giocato per spingere la guerra in Iraq nel 2002 – gli Stati Uniti hanno affermato che “Saddam Hussein avrà presto un’arma nucleare”, che era “un’evidente sciocchezza”, ha detto l’autore.

“La teoria della ‘fuga di laboratorio’ è simile alla rivendicazione delle armi di distruzione di massa – una speculazione senza prove promossa a lungo da un’amministrazione di orientamento neoconservatore che era estremamente ostile al paese ‘colpevole’ in questione”, ha detto l’autore.

La teoria della fuga dal laboratorio, quindi, “non è solo una storia implausibile e senza prove di una fuga dal laboratorio della SARS-CoV-2”, ha notato l’autore. “È una campagna lanciata per dipingere la Cina come un nemico del genere umano”.

Preoccupazioni internazionali sui laboratori biologici statunitensi

Gli Stati Uniti hanno molti laboratori biologici in 25 paesi e regioni in Medio Oriente, Africa, Sud-Est asiatico e negli stati dell’ex Unione Sovietica, con 16 solo in Ucraina. Alcuni di questi laboratori hanno visto epidemie su larga scala di morbillo e altre pericolose malattie infettive, secondo i rapporti dei media.

La comunità internazionale ha spesso espresso preoccupazione per le attività di militarizzazione biologica degli Stati Uniti in altri paesi.

Nell’ottobre 2020, il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Russia, Dmitry Medvedev, ha detto che le attività di ricerca degli Stati Uniti nei laboratori biologici nei membri della Comunità degli Stati indipendenti hanno causato grave preoccupazione. Gli Stati Uniti non solo costruiscono laboratori biologici in questi paesi, ma cercano di farlo anche in altri luoghi del mondo. Tuttavia, la loro ricerca manca di trasparenza e va contro le regole della comunità internazionale e delle organizzazioni internazionali.

Anatoly Tsyganok, membro corrispondente dell’Accademia Russa di Scienze Militari e professore associato della Facoltà di Politica Mondiale all’Università Statale Lomonosov di Mosca, ha detto al Global Times che i test di armi biologiche e batteriologiche sul territorio degli Stati Uniti sono vietati dal Congresso degli Stati Uniti. Ha detto che l’esercito statunitense ha effettuato e sta ancora effettuando test di armi biologiche e batteriologiche in Georgia.

Questo viene fatto con il pretesto di fornire ai malati vari vaccini terapeutici condotti dall’esercito statunitense e da appaltatori privati americani presso il Richard Lugar Center for Public Health Research, ha detto Tsyganok. I test correlati sono stati esposti da vari media.

Nel dicembre 2015, 30 pazienti del centro di ricerca che erano in trattamento per l’epatite C sono morti. Ventiquattro di loro sono morti lo stesso giorno, e la loro causa di morte è stata elencata come “sconosciuta”, secondo Tsyganok e Russia news outlet.

I residenti dei quartieri intorno a questi laboratori lamentano spesso problemi di salute.

La giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva ha pubblicato una storia sul centro Lugar all’inizio del 2018. Nelle sue interviste per il rapporto, la maggior parte dei residenti che vivevano vicino ai laboratori si lamentavano di mal di testa, nausea e pressione alta. Hanno anche detto che c’era del fumo nero proveniente dal laboratorio.

USA Today ha riferito che dal 2003, centinaia di incidenti che coinvolgono il contatto accidentale con agenti patogeni mortali si sono verificati nei bio-laboratori statunitensi in patria e all’estero. Questo può causare l’infezione dei contatti diretti, che possono poi diffondere il virus nelle comunità e iniziare un’epidemia.

Un membro dell’Accademia Russa delle Scienze, Armais Kamalov ha detto in un’intervista alla TASS all’inizio di giugno che lo sviluppo di virus geneticamente modificati come armi biologiche dovrebbe essere soggetto allo stesso divieto mondiale come il test di armi nucleari. Ha citato i laboratori statunitensi in Georgia e Armenia come riferimento.

“Ci sono molti laboratori, che oggi sono finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non è un segreto che sono in Georgia, Armenia e altre repubbliche. È sorprendente che l’accesso a questi laboratori sia off-limits, e non capiamo cosa stiano facendo lì”, ha detto.

Cosa era successo nel luglio 2019?

I terribili record di sicurezza dei laboratori biologici americani nel mondo mostrano una possibilità di fuga di un virus da un laboratorio americano. Molti indicano la chiusura del laboratorio di Fort Detrick nel luglio 2019.

Nel luglio 2019, sei mesi prima che gli Stati Uniti riportassero il primo caso COVID-19, il laboratorio dell’esercito a Fort Detrick che studia materiale infettivo mortale come Ebola e vaiolo è stato chiuso dopo che i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno emesso un ordine di cessazione. I funzionari del CDC hanno rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni dopo aver citato “ragioni di sicurezza nazionale”.

L’USAMRIID di Fort Detrick ha detto nell’agosto 2019 che lo spegnimento era perché il centro non aveva “sistemi sufficienti in atto per decontaminare le acque reflue” dai suoi laboratori di massima sicurezza, ha riportato il New York Times.

Cosa è successo esattamente a Fort Detrick nell’estate del 2019? Alcuni media statunitensi si sono rivolti in precedenza al CDC per ottenere risposte, ma molti contenuti chiave nel rapporto erano stati redatti.

All’inizio di giugno, un utente di Twitter con sede in Virginia ha ottenuto i documenti del CDC sull’ispezione di Fort Detrick sotto il Freedom of Information Act (FOIA). Global Times ha scoperto che la maggior parte dei documenti erano e-mail tra i funzionari del CDC in vari dipartimenti e USAMRIID dal 2018 al 2019. Anche se alcune delle e-mail sono state coperte da una stazione televisiva affiliata alla ABC a Washington, il rapporto non ha catturato molta attenzione.

Le e-mail hanno rivelato diverse violazioni al laboratorio di Fort Detrick durante le ispezioni del CDC nel 2019. Quattro delle quali sono state etichettate come violazioni gravi.

Una di queste gravi violazioni, ha detto il CDC, era un ispettore che è entrato più volte in una stanza senza la protezione respiratoria richiesta mentre altre persone in quella stanza stavano eseguendo procedure con un primate non umano su un tavolo da necroscopia.

Questa deviazione dalle procedure di entità ha portato a un’esposizione respiratoria professionale ad aerosol di agenti selezionati, ha detto il CDC.

In un’altra grave violazione, il CDC ha detto che l’USAMRIID aveva “sistematicamente fallito nel garantire l’attuazione di procedure di biosicurezza e contenimento commisurate ai rischi associati al lavoro con agenti selezionati e tossine”.

Altre violazioni includono la mancanza di una corretta gestione dei rifiuti, dove i rifiuti non sono stati trasportati in un contenitore durevole a prova di perdite, che crea il potenziale per fuoriuscite o perdite.

I documenti del CDC mostrano che ha inviato una lettera di preoccupazione a USAMRIID, che ha portato a una chiusura temporanea del laboratorio di Fort Detrick nel 2019.

In una e-mail del 12 luglio 2019, il CDC ha detto che l’USAMRIID ha segnalato due violazioni del contenimento il 1 luglio e l’11 luglio 2019, e questo ha dimostrato un “fallimento di USAMRIID nell’implementare e mantenere procedure di contenimento sufficienti a contenere agenti selezionati o tossine generate da operazioni di laboratorio BSL-3 e BSL-4.”

“Con effetto immediato, USAMRIID deve cessare tutti i lavori che coinvolgono agenti selezionati e tossine nelle aree di laboratorio registrate fino a quando l’indagine sulle cause principali non è stata condotta per ogni incidente e i risultati sono stati presentati al FSAP per la revisione”, ha detto il CDC.

Il FSAP (Federal Select Agent Program) è composto congiuntamente dalla divisione dei Centers for Disease Control and Prevention di agenti e tossine selezionati e dalla divisione di agenti e tossine selezionati agricoli dell’Animal and Plant Health Inspection Service. Il programma supervisiona il possesso, l’uso e il trasferimento di agenti biologici selezionati e tossine, che hanno il potenziale di causare una grave minaccia alla salute pubblica, animale o vegetale o ai prodotti animali o vegetali. Esempi comuni di agenti e tossine selezionati includono gli organismi che causano antrace, vaiolo e peste bubbonica.

Tre giorni dopo, il Fort Detrick ha risposto all’e-mail dicendo che aveva presentato messaggi in risposta all’azione immediata, ma i messaggi sono stati deliberatamente oscurati.

Il messaggio è stato presentato da un direttore di Studi Strategici (Contro le armi di distruzione di massa) presso l’USAMRIID, il cui nome è stato anch’esso cancellato.

La dichiarazione pubblica di Fort Detrick rilasciata nell’agosto 2019 diceva che l’arresto era dovuto a problemi di decontaminazione delle acque reflue. Ma non è chiaro se la dichiarazione fosse coerente con i risultati dell’ispezione del CDC.

La gestione di tali laboratori di alto livello in generale deve essere molto rigorosa con ispezioni regolari. Diversi sistemi dovrebbero essere in grado di garantire che nessun rischio potenziale possa verificarsi, e il fallimento delle attrezzature e le perdite di acque reflue certamente non dovrebbero verificarsi, ha detto al Global Times uno scienziato cinese del team di tracciamento delle origini del virus OMS-Cina che ha richiesto l’anonimato.

I problemi delle acque reflue hanno rivelato grandi lacune nella gestione del laboratorio di Fort Detrick, e c’è da chiedersi cos’altro è trapelato con le acque reflue mal gestite.

“Alcuni agenti patogeni altamente patogeni nel laboratorio sono stati probabilmente rilasciati. E l’esercito americano non ha mai detto al pubblico quello che stava facendo”, ha detto lo scienziato.

È molto probabile che i ricercatori di Fort Detrick possano essere stati infettati accidentalmente ma non hanno mostrato sintomi evidenti. In questo modo potrebbero aver portato il virus al mondo esterno, ha detto lo scienziato.

“In assenza di sintomi evidenti, 9 dei 10 individui potrebbero non aver saputo di essere stati infettati ed è possibile che più del 90% delle vie di trasmissione fossero state perse quando il virus è stato finalmente rilevato. Questo è anche il motivo per cui il tracciamento delle origini del virus è difficile da condurre”, ha detto, notando che solo l’indagine sierologica su larga scala potrebbe trovare alcune delle prime infezioni.

Perché non aprire il laboratorio di Fort Detrick

Diversi virologi e analisti intervistati dal Global Times hanno esortato il laboratorio di Fort Detrick ad aprire le sue porte per un’indagine internazionale, poiché esperti internazionali hanno già visitato l’Istituto di virologia di Wuhan.

Molti politici e media occidentali hanno dato la colpa della pandemia a Wuhan, dicendo che Wuhan è stato il luogo in cui il virus è stato rilevato per la prima volta e da dove il virus è venuto, nonostante le prove crescenti che non è il caso.

In un recente esempio a giugno, uno studio di ricerca gestito dal National Institutes of Health’s All of Us Research Program ha trovato prove di infezioni da COVID-19 negli Stati Uniti già nel dicembre 2019, settimane prima della prima infezione documentata nel paese.

Wuhan ha registrato i primi sintomi di COVID-19 da un paziente l’8 dicembre 2019.

Quando gli è stato chiesto di fornire maggiori dettagli sullo studio, una persona dei media con il programma di ricerca All of Us ha detto al Global Times che il programma “non ha nulla da aggiungere” dalle informazioni che aveva già rilasciato.

Per quanto riguarda il motivo per cui il virus è stato rilevato per la prima volta a Wuhan, lo scienziato anonimo ha detto che il virus è difficile da rilevare in una fase iniziale, soprattutto in autunno e in inverno con più casi di raffreddore. E non avrebbe attirato l’attenzione finché un gran numero di persone non fosse stato infettato. Questo è quello che è successo nella densamente popolata Wuhan, ha detto lo scienziato.

Il sistema sanitario pubblico cinese è molto sensibile soprattutto dopo l’epidemia di SARS nel 2003, ma questo non è sempre il caso all’estero, soprattutto quando la densità della popolazione è bassa e il virus non si diffonde così velocemente, ha detto l’esperto.

“Il nuovo coronavirus è stato scoperto da tre società cinesi nello stesso momento. È molto semplice rilevare queste cose, e la Cina ha un sacco di tali aziende terze con una forte capacità di rilevamento medico”, ha detto.

Senza tornare ai campioni di siero precedenti altrove ora, sarà difficile trovare la fonte del virus. Gli studi retrospettivi che sono stati fatti in Cina non hanno trovato alcuna prova. È importante che il mondo lavori insieme ora per ordinare le prove e fare le prime indagini sierologiche dove necessario, ha detto.

Zeng Guang, ex capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha detto al Global Times che la fuga dal laboratorio è facile da identificare, poiché le infezioni sono destinate a mostrare segni, sia che si tratti di un problema operativo o di un’infezione del personale di laboratorio.

Gli esperti dell’OMS hanno valutato l’ipotesi della fuga dal laboratorio quando hanno visitato Wuhan e non hanno trovato prove, e la speculazione sulla sua possibilità in un laboratorio di Wuhan dovrebbe essere già finita. Nel frattempo, dovremmo mettere un punto interrogativo su altre ipotesi, come altri laboratori nel mondo, ha detto Zeng.

Zeng ha detto che gli Stati Uniti hanno paura dell’ispezione dell’OMS nello stesso modo in cui è stata fatta in Cina, ha detto Zeng.

Gli Stati Uniti, l’unico paese che ostacola la creazione di un meccanismo di verifica della Convenzione sulle armi biologiche (BWC), ha problemi sistematici, ha detto Zeng, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno paura che l’indagine sui suoi laboratori porterebbe a scavare più del suo sporco.

Xia Wenxin ha contribuito a questo articolo

(Traduzione automatica effettuata con Deep-Translator)

Articolo originale in inglese:

https://www.globaltimes.cn/page/202106/1227219.shtml

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