Sulle modalità di narrazione politico-mediatica dell’ascesa di forze politiche di estrema destra in Europa come negli Usa e in altri paesi (anche del sud del mondo, come in Brasile, Argentina, Cile, ecc.), si gioca una partita decisiva: la guerra tra èlite neoliberista in declino che ha regnato nell’ultimo mezzo secolo e quella ascendente tecno-fascista nelle varie forme che assume, viene in massima parte rappresentata a livello mediatico e culturale (un ambito ancora prevalentemente in mano alla prima), come una guerra tra buoni (presunti interpreti dei valori liberali) e cattivi che si sarebbero accalcati attorno al secondo Trump e ai suoi epigoni (J.D. Vance e tutta la schiera dei padroni delle piattaforme e dall’I.A.). Su questa narrazione convergono ampi settori politici delle sinistre, (salvo poche eccezioni in fase di aggiustamento teorico e riflessivo).

Aderire a questa narrazione vuol dire lasciare l’agenda in mano ad una di queste due forze che si confrontano e rinunciare automaticamente ad una autonoma analisi e prospettiva politica.

Per forze di sinistra responsabili sarebbe invece indispensabile un impegno rapido di chiarificazione concettuale, peraltro non così complesso, evitando di fungere da portatori d’acqua consapevoli o meno per l’una o l’altra banda, ricevendone in cambio acqua molto inquinata per il ragionamento e di conseguenza l’imbambolamento o la paralisi.

E’ sufficiente riprendere in mano alcuni strumenti ed elaborazioni recenti (purtroppo cancellate dalla breve memoria storica che ci rimane). Non si tratta per forza di strumenti ideologici forti, ma piuttosto di un approccio storico (e logico), fondato su studi e ricerche di autori marxisti, ma anche liberal-democratici seri.

L’articolo che segue prova a riconnettere l’attuale riflessione su tecno-fascismo e neoliberismo, con le teorie della Dipendenza di quel gruppo di analisti e di economisti che assistevano Allende nel suo tentativo di emancipazione del Cile negli anni ’70; in particolare del pensiero del brasiliano Theotonio Dos Santos. Non fu per niente casuale che da quell’evento prese il via la lunga stagione neoliberista che ci porta oggi al tecno-fascismo: eliminare ogni velleità pubblica di programmare e pianificare democraticamente il proprio destino era la condizione necessaria per affermare la piena libertà del capitale sia negli spazi territoriali neocoloniali del sud, sia nei suoi centri guida a nord.

Introduzione

Partiamo da un libro pubblicato nel 2025 Alessandro Mulieri, ricercatore del CNRS e docente presso l’Istituto di Studi Politici di Lione, Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Si tratta del terzo capitolo di una trilogia sulla crisi della democrazia liberale, iniziata con Democrazia totalitaria (2019) e proseguita con Contro la democrazia illiberale (2024). Il libro, che l’autore stesso definisce un “pamphlet di intervento pubblico”, delinea una mappa inquietante: l’élite tecnologica della Silicon Valley e gli intellettuali della nuova destra americana stanno promuovendo un progetto politico il cui obiettivo dichiarato è porre fine alla democrazia, sostituendola con un ordine autoritario guidato da un’élite tecnocratica.

Questo articolo si propone due cose. Primo, ricostruire una breve genealogia intellettuale della “tecnomonarchia” e la nozione di “tecnofascismo” che mutuiamo dall’illustrazione di Mulieri. Secondo, mettere in dialogo questa diagnosi con la tradizione marxista della teoria della dipendenza, in particolare con l’opera di Theotonio dos Santos, Ruy Mauro Marini e altri. La tesi che emerge da questo incontro è la seguente: il tecnofascismo non è una deviazione o un incidente del neoliberismo, ma la sua forma politica necessaria nella fase attuale di crisi capitalistica. E l’alternativa reale non è tra neoliberismo e tecnofascismo, ma tra entrambi (di cui o una parte prevarrà oppure, più probabilmente, troverà una via di conciliazione interna con l’altra) e una prospettiva socialista alternativa a entrambe fondata sui beni comuni.

I — La tecnomonarchia: genealogia di un’ideologia

1.1 Curtis Yarvin: il sovrano-CEO e il neo-cameralismo

Curtis Yarvin, noto anche con lo pseudonimo Mencius Moldbug, è il teorico centrale di questa corrente. La sua tesi di fondo è che la democrazia è una “recita”: comitati infiniti che fingono di governare una nave in realtà posseduta dalla “Cattedrale” — l’insieme di media, accademia e burocrazia che costituisce il vero potere. La sua proposta, il “neo-cameralismo”, consiste nel trasformare lo Stato in una corporation: i cittadini diventano clienti, il sovrano un amministratore delegato responsabile solo verso gli azionisti. Il dissenso non è visto come espressione di pluralismo, ma come “infiammazione cronica” da curare; l’efficienza viene scambiata per evoluzione, il silenzio per pace.

Va notato che nel gennaio 2026 Yarvin ha pubblicato un testo in cui paragona esplicitamente le squadre fasciste e naziste degli anni Trenta alle applicazioni che potrebbero trasformare la democrazia americana in una tecnomonarchia. Non è un esercizio retorico: è la consapevolezza che la forma della violenza cambia — dalle strade agli algoritmi — ma la funzione resta.

1.2 Peter Thiel: transumanesimo e culto del monopolio

Thiel rappresenta il ponte tra l’ideologia e il potere del capitale. Co-fondatore di Palantir e primo investitore di PayPal, considera l’imprenditore tecnologico un “demiurgo” che plasma la realtà. Le sue convinzioni centrali: la democrazia significa stagnazione; il monopolio, non la concorrenza, è il motore del progresso; il transumanesimo — l’uso dell’intelligenza artificiale generale per superare la biologia e la morte stessa — è l’unico obiettivo degno di essere perseguito.

Il progetto transumanista di Thiel ha una dimensione di classe esplicita. Egli spende 200.000 dollari al mese per servizi di crioconservazione d’élite, mentre investe in SpaceX e Blue Origin. Musk ha dichiarato che chi non può permettersi di lasciare la Terra potrà lavorare su Marte come “servo a contratto”, “perché su Marte ci sarà molto lavoro”. Anche Bezos immagina di spostare milioni di lavoratori industriali nello spazio per mantenere “crescita e vitalità”. Qui l’essenza della tecnomonarchia si mostra senza veli: la trascendenza è privilegio di pochi, la maggioranza viene ridotta a unità funzionale.

1.3 Musk e Hoppe: il tecnomonarchismo libertario

Musk e Hans-Hermann Hoppe rappresentano la linea del “tecnomonarchismo libertario”: abolizione della democrazia, ritorno alla governance privata e alla proprietà assoluta. Questa linea si intreccia con quelle di Yarvin e Thiel, dando forma a quello che Mulieri chiama un “guazzabuglio ideologico”: una miscela di neoliberismo, neoreazionarismo e tecnocrazia, un “spericolato connubio tra idee premoderne e futurismo ultratecnologico”.

1.4 Nick Land e l’Illuminismo oscuro

A questa galassia appartiene anche Nick Land, filosofo britannico dell’”Illuminismo oscuro” e dell’accelerazionismo. Land fornisce la base filosofica per un superamento dell’umano attraverso la fusione con la macchina, riabilitando di fatto categorie come la razza. La sua opera funge da collante speculativo tra l’anti-umanesimo nietzscheano e la tecnocrazia contemporanea. (vedi Nota 1)

II — Il tecnofascismo come categoria necessaria

Mulieri riconosce che “tecnofascismo” è una categoria problematica. Ma il legame con il fascismo storico non è arbitrario. Il suo riferimento è il concetto di “fascismo eterno” di Umberto Eco. Non un regime specifico, ma una tendenza profonda: la fede filosofica nella disuguaglianza naturale, il disprezzo per il dibattito democratico e il pensiero critico, la paura della differenza come strumento di mobilitazione, l’appello a un’élite “illuminata” contro una massa “corrotta”.

Mulieri individua tre differenze cruciali tra tecnofascismo e fascismo storico.

Primo: il fascismo storico si appoggiava al linguaggio e agli strumenti della scienza moderna; la tecnomonarchia dipende da un sapere “intriso di teologia, ontologia e metafisica”. L’appropriazione di Carl Schmitt da parte di Thiel, e i suoi circoli di lettura chiusi di Leo Strauss in chiave reazionaria, ricordano da vicino certi ambienti nazionalisti-fascisti della Germania degli anni Venti e Trenta. (da ricordare però che Leo Strauss è stato il teorico dei neocon con influenze trasversali sia sui repubblicani che su ampi settori dei dem Usa)

Secondo: per la tecnomonarchia, è lo sviluppo tecnologico, non la politica, lo strumento privilegiato della “rivoluzione”. La rivoluzione non passa per la conquista dello Stato, ma per il controllo delle infrastrutture — cloud, dati, IA — che svuotano la sovranità statale dall’interno. (mentre prima era il sistema mediatico tradizionale e una politica ancellare ad assolvere questo compito).

Terzo: la tecnomonarchia non immagina uno Stato totalitario, ma una concezione patrimonialistica dello Stato: il potere come proprietà privata, i cittadini come clienti o punti dati. (mentre prima, erano consumatori ed elettori…)

III — Riattivare Dos Santos e la teoria della dipendenza

3.1 Il “nuovo carattere della dipendenza”

Theotonio dos Santos, uno dei principali teorici della teoria della dipendenza insieme a Ruy Mauro Marini, pubblicò nel 1972 Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Il titolo stesso è un programma analitico: l’approfondirsi della dipendenza (come processo di subalternità alla centralità dell’impresa multinazionale e al neoliberismo) non conduce ovviamente alla liberazione, ma può scivolare verso il fascismo.

L’originalità di Dos Santos sta nel concepire la dipendenza come processo storico, non come situazione data. La dipendenza nella fase del capitalismo monopolistico presenta caratteri diversi da quelli dell’epoca coloniale o concorrenziale. Egli critica la teoria della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL): l’industrializzazione per sostituzione delle importazioni non elimina la dipendenza, perché le industrie chiave e le decisioni restano controllate dal capitale straniero. Anzi, la dipendenza si approfondisce.

Applicato all’era digitale, il problema diventa bruciante: chi possiede e controlla il cloud, le piattaforme, gli algoritmi, i dati? I paesi periferici possono usare Uber e Airbnb, ma non possiedono l’infrastruttura, non controllano gli algoritmi, non estraggono la rendita dei dati. Diventano fornitori di dati e pagatori di rendita. Ricerche accademiche recenti utilizzano proprio il quadro della teoria della dipendenza per analizzare come le grandi aziende tecnologiche, attraverso l’estrazione dei dati, il controllo delle infrastrutture e la governance algoritmica, riproducano la dipendenza del Sud globale dal Nord globale.

3.2 La contraddizione interna al centro

Ma il quadro di Dos Santos non riguarda solo il rapporto centro-periferia. La sua analisi del “nuovo carattere della dipendenza” concerne anche le trasformazioni interne al capitalismo nei centri guida che hanno storicamente prodotto la globalizzazione: la centralizzazione, la concentrazione e l’internazionalizzazione del capitale dopo la Seconda guerra mondiale. In questo quadro, il capitale multinazionale si svincola progressivamente dal suo ancoraggio nazionale. Le grandi corporation americane non hanno più bisogno di un mercato del lavoro americano prospero per accumulare; la delocalizzazione produttiva e la finanziarizzazione rendono la loro redditività indipendente dalla sorte dei lavoratori del centro.

Questo crea la contraddizione che vediamo dispiegarsi oggi: il capitale globalizzato prospera, mentre porzioni significative del centro — la classe operaia deindustrializzata, ma anche settori della piccola e media borghesia — vivono un declino relativo o assoluto. È una frattura dentro il centro, non solo tra centro e periferia. (Vedi anche: La previsione di Dos Santos (in particolare la parte finale del saggio: “Le contraddizioni del multinazionalismo”) – Theotonio. Dos Santos, 1973)

IV — Il fenomeno Trump: dalla “foto” alla “soluzione”

Se accettiamo questo quadro, i due mandati di Trump possono essere letti come due fasi della stessa contraddizione. E due diversi tentativi di porvi rimedio.

4.1 Il primo Trump: la “foto” della contraddizione

Il Trump del 2016 rappresenta il momento in cui la contraddizione esplode politicamente. La sua base era composta da chi si sentiva lasciato indietro dal capitale globalizzato: lavoratori della Rust Belt (la cintura della ruggine, del declino industriale Usa), piccoli imprenditori, comunità che avevano visto la produzione spostarsi altrove. La retorica “America First” era diretta contro il capitale che aveva “tradito” la nazione, incarnato simbolicamente dalle multinazionali e dagli accordi commerciali.

Dos Santos avrebbe riconosciuto questo schema. Nella sua analisi del fascismo dipendente, egli individuava una “radicalizzazione a destra” come risposta alla crisi del modello di dominazione. Il fascismo, nella sua lettura, emerge quando la borghesia monopolistica ha bisogno di organizzare la repressione delle masse, ma anche quando settori intermedi e marginali della popolazione vengono mobilitati contro un ordine percepito come ostile. Il primo Trump è la versione centrale di questo fenomeno: un movimento di massa piccolo-borghese e operaio, con venature irrazionaliste, diretto contro l’establishment globalista.

4.2 Il primo Trump: Bannon come ideologo organico

Nel primo mandato di Trump, Steve Bannon era l’ideologo di riferimento, la mente che dava forma teorica e strategica al “populismo di destra radicale” di Trump. Era stato il capo stratega della campagna del 2016, poi chief strategist alla Casa Bianca, e la sua impronta si vedeva su questioni chiave come il ritiro dall’accordo di Parigi sul clima e le politiche anti-immigrazione.

Bannon forniva una cornice metapolitica: la “guerra culturale” come priorità, la destrutturazione dello Stato amministrativo, il nazionalismo economico contro il “globalismo”. Era l’architetto intellettuale del MAGA delle origini, colui che dava un linguaggio e una direzione a un movimento altrimenti istintivo.

Nel secondo mandato, il quadro è cambiato radicalmente. Bannon non è più l’ideologo di riferimento, anche se resta una figura importante nel panorama MAGA.

Oggi Bannon è un influencer e un agitatore — gestisce il podcast War Room, continua a spingere per un “terzo mandato” di Trump, attacca i nemici politici, alimenta la guerra culturale. Ma non è più colui che definisce la direzione intellettuale dell’amministrazione.

Il ruolo di ideologo è stato occupato da altri attori, con una matrice molto diversa. Il centro di gravità si è spostato verso:

  • L’élite tecno-finanziaria della Silicon Valley: Peter Thiel, Elon Musk, e la galassia di venture capitalist e imprenditori tech che ora hanno un accesso diretto e un’influenza determinante.
  • Figure come J.D. Vance, che rappresenta una sintesi tra il nazionalismo di Bannon e il tecnofuturismo della Silicon Valley.

La prova più evidente di questo spostamento è la guerra aperta tra Bannon e Musk. Bannon ha definito Musk un “immigrato illegale parassitario” e ha promesso di “abbatterlo”. Musk, dal canto suo, rappresenta esattamente quel polo tecno-finanziario che Bannon — con la sua visione di nazionalismo economico “comunitarista” e anti-libertario — non riesce a digerire.

Questa frattura non è personale: è strutturale. Bannon incarna il vecchio populismo nazionalista, con radici nella classe operaia bianca e nella piccola borghesia deindustrializzata. Musk incarna il nuovo tecnofuturismo, che vede nella Silicon Valley e nell’intelligenza artificiale il motore del futuro — un futuro che, come abbiamo discusso, tende a rendere superflua proprio quella base sociale.

Il secondo Trump è un progetto tecno-finanziario in cui l’ideologia viene prodotta altrove — nei circoli di Peter Thiel, nei fondi di venture capital, nei laboratori di intelligenza artificiale.

Bannon resta una voce importante, ma è diventato un oppositore interno a quella che considera la deriva “globalista” e “libertaria” del nuovo Trump. La sua battaglia contro Musk è la battaglia di un’ideologia morente contro una che sta prendendo il sopravvento.

4.3 Il secondo Trump: la “soluzione” dall’alto

Il secondo Trump non è più la “foto” del conflitto. È il tentativo di ricomporre quella frattura — ma non nel senso di una riconciliazione tra capitale e lavoro nel centro guida (Usa). È una ricomposizione dall’alto, che sacrifica la base popolare sull’altare dell’alleanza con l’élite tecno-finanziaria.

Il secondo mandato di Trump è sempre più orientato verso gli interessi della Silicon Valley, con politiche che beneficiano in modo quasi esclusivo gli ultra-ricchi e le élite tecnologiche. La retribuzione della base MAGA avviene in termini solo simbolici — la guerra culturale, la retorica nazionalista — mentre i benefici materiali vanno ai miliardari del tech, che hanno finanziato e che finanziano la sua campagna in cambio di deregolamentazione e immunità dalla supervisione e controllo statuale.

4.4 L’intelligenza artificiale come collante

L’IA diventa il collante tra il capitale tecno-finanziario e il progetto politico autoritario. Da un lato, l’IA richiede enormi quantità di energia, dati e infrastrutture — e Trump, con il suo amore per i combustibili fossili, è visto come colui che può “aprire i cancelli” a questa corsa. Dall’altro, l’IA offre al capitale la possibilità di sostituire il lavoro umano su larga scala, rendendo la base operaia e impiegatizia sempre più superflua dal punto di vista della valorizzazione.

Naomi Klein ha recentemente argomentato qualcosa di molto vicino a questa lettura: i miliardari del tech non sostengono Trump solo per interesse economico, ma perché il loro modello di business — basato sull’IA e sulla sostituzione del lavoro — richiede una narrazione che giustifichi lo scarto di intere porzioni di umanità. Il denaro non li rende fascisti nel senso di un’ideologia preconcetta; li rende fascisti perché hanno bisogno di una storia che legittimi la loro visione del mondo.

4.5 La lettura di Dos Santos

Dos Santos avrebbe letto questo come un tentativo di ricomporre il blocco dominante su nuove basi. Il capitale globale e il capitale nazionale non sono più in conflitto aperto perché il primo ha assorbito o marginalizzato il secondo. Le corporation tech sono, per definizione, globali nella loro operatività ma americane nella loro base legale, fiscale e militare. Il protezionismo trumpista non è una limitazione del capitalismo americano, ma un tentativo di salvarlo dalla sua crisi di redditività utilizzando il potere statale come scudo.

In questo senso, il secondo Trump non “supera” il conflitto tra le due forme di capitale: lo risolve a favore del capitale tecno-finanziario globalizzato, mentre la base popolare viene compensata con la retorica nazionalista e con la promessa di un nemico comune (la Cina, gli immigrati, i “globalisti”: ma quali, se sono proprio quelli che guidano la danza ? ). È una soluzione instabile e contraddittoria, ma è una soluzione, almeno provvisoria.

V — Socialismo o tecnofascismo: la scelta reale

Dos Santos, nel suo titolo del 1972, poneva la questione in termini che oggi risuonano con inquietante attualità: socialismo o fascismo. Ma la scelta oggi deve essere riformulata.

Se il tecnofascismo è una forma evolutiva del neoliberismo, allora la scelta non è tra “neoliberismo gentile” e “tecnofascismo”. Quella è una falsa alternativa, una scelta tra due modalità dello stesso sistema (il primo ha prodotto il secondo). La vera scelta è: liberismo-tecnofascismo da una parte, socialismo dall’altra.

5.1 I beni comuni come contenuto del socialismo

Il contenuto dell’alternativa socialista devono essere i beni comuni. Non è un’aggiunta decorativa, ma il contenuto materiale di un’alternativa al tecnofascismo.

Il capitalismo dei “monopoli intellettuali” non si limita a sfruttare il lavoro: recinta ed assorbe completamente la conoscenza stessa. Le grandi aziende tech estraggono valore dai commons — software open source, Wikipedia, dati pubblici — per poi privatizzare ciò che ne ricavano. Questo è il meccanismo centrale del tecnofascismo: non solo sfruttamento, ma espropriazione dell’intelligenza collettiva. Ed è a questa pratica estrattiva insitamente e necessariamente violenta che serve la guerra.

Un’alternativa socialista dovrebbe quindi porsi come riappropriazione dei commons: il sapere come patrimonio comune, non come merce; le infrastrutture digitali come beni pubblici, non come piattaforme private; la terra e le risorse come eredità condivisa, non come oggetti di speculazione.

5.2 La narrazione terza

Il tecnofascismo offre una storia: il declino, il nemico interno, il superuomo tecnologico che salva la nazione. Il neoliberismo offre un’altra storia: il mercato come libertà, l’individuo che prospera se si adatta.

Manca una narrazione socialista dei commons. Non la vecchia narrazione statalista, ma qualcosa di diverso: la storia di un’umanità che condivide il sapere, che custodisce la terra, che costruisce insieme le infrastrutture della vita, che salvaguarda gli elementi di resilienza umana e delle altre forme di vita. Dos Santos, nella sua fase matura, parlava di una “terza via” non nel senso socialdemocratico, ma nel senso di un percorso autonomo dei popoli del Sud e delle classi subalterne del Nord. Una narrazione che non chiede il permesso al capitale, ma che si fonda sulla capacità collettiva di produrre e riprodurre la vita.

Conclusione

Il tecnofascismo non è un incidente della storia. È la forma politica che il neoliberismo assume quando non riesce più a sostenersi attraverso il consenso (pseudo) democratico. Non è il suo contrario, è il suo volto nudo. Dos Santos, se avesse potuto osservare questa evoluzione, avrebbe probabilmente detto: è esattamente il “nuovo carattere della dipendenza” nella sua versione digitale e anche nei centri guida (Usa e Europa).

La domanda che ne segue non è “come tornare al neoliberismo gentile?” (peraltro mai esistito) , ma “quale alternativa costruire prima che il tecnofascismo si consolidi?”. Il contenuto di questa alternativa sono i beni comuni — il sapere, la terra, le infrastrutture, il futuro. La sua narrazione è la riappropriazione. Il suo nome, ancora, è socialismo.

(R.R. – Settembre 2026)


NOTE:

1) – ll concetto di accelerazionismo è centrale per comprendere la galassia ideologica che ruota attorno alla tecnomonarchia. È una corrente di pensiero complessa e volutamente provocatoria, che si è ramificata in direzioni opposte. In sintesi, l’accelerazionismo sostiene che l’unica risposta radicale al capitalismo non sia rallentarlo, riformarlo o protestare contro di esso, ma accelerare ed esasperare le sue stesse tendenze — la decodificazione, l’alienazione, l’astrazione, la deterritorializzazione — fino a portarle al punto di rottura . L’idea di fondo è che, spingendo il sistema al suo limite estremo, lo si faccia esplodere, aprendo la strada a qualcosa di radicalmente diverso.

Diverse correnti filosofiche: L’accelerazionismo come termine filosofico emerge negli anni ’90, in gran parte legato al lavoro di Nick Land e del CCRU (Cybernetics Culture Research Unit). Land e i suoi colleghi rielaborarono in chiave “cibernetica” e “nichilista” alcune intuizioni di Deleuze e Guattari e di Lyotard. La loro tesi era che il capitalismo è una forza impersonale e “machinica” che non può essere controllata dalla politica umana. L’unica opzione è arrendersi a questa forza, lasciare che la tecnologia e il mercato si sviluppino senza freni, fino a dissolvere lo Stato, le norme sociali e persino la centralità dell’essere umano in favore di una “singolarità tecnologica” .

Accelerazionismo di Destra e di Sinistra: Il termine si è poi scisso in due grandi direttrici, che rappresentano opzioni politiche opposte.

1. Accelerazionismo di Destra (o Reazionario)
Questa è la corrente direttamente collegata al tecnofascismo e agli oligarchi della Silicon Valley. I suoi esponenti (Land, ma anche figure come Peter Thiel e Elon Musk) vedono la tecnologia e il capitalismo come forze da liberare per superare la democrazia e lo Stato di diritto. L’obiettivo non è un’utopia egualitaria, ma una dissoluzione dell’ordine esistente per lasciare spazio a nuove forme di potere (tecnocratico, monopolistico, gerarchico). In questa visione, l’accelerazione è contro la politica e contro l’umano. È una forma di nihilismo attivo: “tanto peggio, tanto meglio”, perché il collasso è l’unica via per il cambiamento .

2. Accelerazionismo di Sinistra
Questa corrente, rappresentata da teorici come Nick Srnicek e Alex Williams (autori del Manifesto per una Politica Accelerazionista nel 2013) , e in parte da Mark Fisher , propone una lettura opposta. Sostiene che la sinistra non dovrebbe rifiutare la tecnologia (automazione, IA, robotica) come una minaccia, ma dovrebbe appropriarsene e accelerarne lo sviluppo per superare il capitalismo . L’obiettivo è un futuro post-capitalista: lavoro automatizzato, reddito di cittadinanza universale, riduzione dell’orario di lavoro. Invece di tornare a un passato pre-capitalista (un’idea che Fisher definiva un’illusione, dato che “non esiste un desiderio di tornare indietro” ), la sinistra deve imparare a “cavalcare la tigre” dello sviluppo tecnologico per portarlo oltre il capitalismo stesso .

La Deriva Violenta e Terroristica: C’è infine una terza degenerazione, che è quella di cui si parla spesso oggi nelle cronache: l’accelerazionismo di estrema destra e violento. Gruppi come The Base o gli estimatori dell’ideologia “Siege” di James Mason traducono la teoria astratta in un programma di terrorismo e guerriglia per accelerare il “crollo del sistema” e scatenare una “guerra razziale” . Qui l’accelerazionismo diventa un invito all’azione violenta, spesso indirizzato a giovani radicalizzati online .

L’accelerazionismo di destra è, in sostanza, la giustificazione filosofica e libidinale del progetto tecnomonarchico. Fornisce a figure come Thiel e Musk una narrativa che non si limita a voler “vincere” nel sistema, ma a distruggere il sistema per imporne uno nuovo. Non è un caso che Land sia una figura di riferimento per questa élite .

Mentre l’accelerazionismo di sinistra propone di “accelerare oltre” il capitalismo, la teoria della dipendenza di Dos Santos ci ricorda che non si può semplicemente “accelerare” fuori dal capitalismo dall’interno dei suoi centri di potere. La scelta che Dos Santos poneva era tra socialismo o fascismo. L’accelerazionismo di destra sceglie esplicitamente il fascismo (sotto forma tecno-monarchica). L’accelerazionismo di sinistra, per essere fedele a un progetto socialista, deve necessariamente rompere con la logica del capitale, non semplicemente spingerla più velocemente. Deve porsi come una riappropriazione dei beni comuni (sapere, terra, infrastrutture), non come un’ulteriore “accelerazione” di un sistema che, come diceva Lyotard, “si gode” la propria distruzione .


Riferimenti bibliografici

  • Mulieri, A. (2025). Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Donzelli.
  • Dos Santos, T. (1972). Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Ediciones Periferia.
  • Dos Santos, T. (1973). Considerazioni sulle società multinazionali. (Su Problemi del socialismo, n. 16/17) – In particolare la parte finale del saggio: “Le contraddizioni del multinazionalismo”
  • Marini, R.M. (1973). Dialéctica de la dependencia. Era.
  • Eco, U. (1995). Il fascismo eterno. La nave di Teseo.
  • Klein, N. (2026). Interventi pubblici sul rapporto tra Silicon Valley e autoritarismo.
  • Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism. Oxford University Press.
  • Gallino, L. (2013). Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi
  • Gallino, L. (2011). Finanzcapitalismo, Einaudi

TRADUZIONI IN INGLESE, SPAGNOLO, TEDESCO, FRANCESE, PORTOGHESE

Technomonarchy and Technofascism

A Reading through Dos Santos and Dependency Theory

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English

Technomonarchy and Technofascism: A Reading through Dos Santos and Dependency Theory

English version

On the modes of political-media narration of the rise of far-right political forces in Europe as well as in the US and other countries (including in the global South, such as Brazil, Argentina, Chile, etc.), a decisive game is being played: the war between the declining neoliberal elite that has reigned for the last half-century and the ascending techno-fascist one in the various forms it assumes is, for the most part, represented at the media and cultural level (an area still predominantly in the hands of the former) as a war between good guys (presumed interpreters of liberal values) and bad guys who have supposedly crowded around the second Trump and his epigones (J.D. Vance and the whole array of platform and A.I. owners). Large political sectors of the left converge on this narrative (with few exceptions in a phase of theoretical and reflective adjustment).

To adhere to this narrative means to leave the agenda in the hands of one of these two confronting forces and to automatically renounce an autonomous analysis and political perspective.

For responsible left-wing forces, however, a rapid effort of conceptual clarification would be indispensable — moreover, not so complex — avoiding acting as water-carriers, consciously or not, for one side or the other, receiving in exchange very polluted water for reasoning and consequently bewilderment or paralysis.

It is enough to take up again certain tools and recent elaborations (unfortunately erased by the short historical memory we have left). These are not necessarily strong ideological tools, but rather a historical (and logical) approach, founded on studies and research by Marxist but also serious liberal-democratic authors.

The article that follows attempts to reconnect the current reflection on techno-fascism and neoliberalism with the Dependency theories of that group of analysts and economists who assisted Allende in his attempt at Chile’s emancipation in the 1970s; in particular the thought of the Brazilian Theotonio Dos Santos. It was by no means accidental that from that event began the long neoliberal season that leads us today to techno-fascism: eliminating every public aspiration to democratically program and plan one’s own destiny was the necessary condition for affirming the full freedom of capital both in the neocolonial territorial spaces of the South and in its guiding centers in the North.

Introduction

Let us start from a book published in 2025 by Alessandro Mulieri, a CNRS researcher and lecturer at the Institute of Political Studies in Lyon, Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Technomonarchs: The Ideologues of the New Right Attacking Democracy). It is the third chapter of a trilogy on the crisis of liberal democracy, begun with Democrazia totalitaria (2019) and continued with Contro la democrazia illiberale (2024). The book, which the author himself defines as a “pamphlet of public intervention,” outlines a disturbing map: the technological elite of Silicon Valley and the intellectuals of the new American right are promoting a political project whose declared objective is to put an end to democracy, replacing it with an authoritarian order guided by a technocratic elite.

This article proposes two things. First, to reconstruct a brief intellectual genealogy of “technomonarchy” and the notion of “technofascism” that we borrow from Mulieri’s illustration. Second, to bring this diagnosis into dialogue with the Marxist tradition of dependency theory, in particular with the work of Theotonio dos Santos, Ruy Mauro Marini and others. The thesis that emerges from this encounter is the following: technofascism is not a deviation or an accident of neoliberalism, but its necessary political form in the current phase of capitalist crisis. And the real alternative is not between neoliberalism and technofascism, but between both (of which one part will prevail or, more probably, will find a path of internal conciliation with the other) and a socialist perspective alternative to both, founded on the commons.

I — Technomonarchy: Genealogy of an Ideology

1.1 Curtis Yarvin: The Sovereign-CEO and Neo-Cameralism

Curtis Yarvin, also known by the pseudonym Mencius Moldbug, is the central theorist of this current. His fundamental thesis is that democracy is a “play”: infinite committees that pretend to govern a ship actually owned by the “Cathedral” — the ensemble of media, academia and bureaucracy that constitutes the real power. His proposal, “neo-cameralism,” consists in transforming the State into a corporation: citizens become clients, the sovereign a CEO responsible only to shareholders. Dissent is not seen as an expression of pluralism, but as “chronic inflammation” to be cured; efficiency is mistaken for evolution, silence for peace.

It should be noted that in January 2026 Yarvin published a text in which he explicitly compares the fascist and Nazi squads of the 1930s to the applications that could transform American democracy into a technomonarchy. This is not a rhetorical exercise: it is the awareness that the form of violence changes — from the streets to algorithms — but the function remains.

1.2 Peter Thiel: Transhumanism and the Cult of Monopoly

Thiel represents the bridge between ideology and the power of capital. Co-founder of Palantir and first investor in PayPal, he considers the technological entrepreneur a “demiurge” who shapes reality. His central convictions: democracy means stagnation; monopoly, not competition, is the engine of progress; transhumanism — the use of artificial general intelligence to overcome biology and death itself — is the only goal worthy of being pursued.

Thiel’s transhumanist project has an explicit class dimension. He spends $200,000 a month on elite cryopreservation services, while investing in SpaceX and Blue Origin. Musk has declared that those who cannot afford to leave Earth will be able to work on Mars as “contract servants,” “because there will be a lot of work on Mars.” Bezos too imagines moving millions of industrial workers into space to maintain “growth and vitality.” Here the essence of technomonarchy shows itself unveiled: transcendence is the privilege of the few, the majority is reduced to a functional unit.

1.3 Musk and Hoppe: Libertarian Technomonarchism

Musk and Hans-Hermann Hoppe represent the line of “libertarian technomonarchism”: abolition of democracy, return to private governance and absolute property. This line intertwines with those of Yarvin and Thiel, giving shape to what Mulieri calls an “ideological mishmash”: a mixture of neoliberalism, neoreactionism and technocracy, a “reckless union of premodern ideas and ultratechnological futurism.”

1.4 Nick Land and the Dark Enlightenment

To this galaxy also belongs Nick Land, British philosopher of the “Dark Enlightenment” and accelerationism. Land provides the philosophical basis for an overcoming of the human through fusion with the machine, effectively rehabilitating categories such as race. His work serves as speculative glue between Nietzschean anti-humanism and contemporary technocracy. (see Note 1)

II — Technofascism as a Necessary Category

Mulieri acknowledges that “technofascism” is a problematic category. But the link with historical fascism is not arbitrary. His reference is Umberto Eco’s concept of “eternal fascism.” Not a specific regime, but a profound tendency: the philosophical faith in natural inequality, contempt for democratic debate and critical thought, fear of difference as a tool of mobilization, the appeal to an “enlightened” elite against a “corrupted” mass.

Mulieri identifies three crucial differences between technofascism and historical fascism.

First: historical fascism relied on the language and tools of modern science; technomonarchy depends on a knowledge “imbued with theology, ontology and metaphysics.” Thiel’s appropriation of Carl Schmitt, and his closed reading circles of Leo Strauss in a reactionary key, closely recall certain nationalist-fascist milieus of Germany in the 1920s and 1930s. (It should be remembered, however, that Leo Strauss was the theorist of the neocons with cross-cutting influences on both Republicans and large sectors of the US Democrats.)

Second: for technomonarchy, it is technological development, not politics, that is the privileged instrument of “revolution.” The revolution does not pass through the conquest of the State, but through the control of infrastructures — cloud, data, AI — that hollow out state sovereignty from within. (whereas before it was the traditional media system and an ancillary politics that fulfilled this task).

Third: technomonarchy does not imagine a totalitarian State, but a patrimonialistic conception of the State: power as private property, citizens as clients or data points. (whereas before, they were consumers and voters…)

III — Reactivating Dos Santos and Dependency Theory

3.1 The “New Character of Dependency”

Theotonio dos Santos, one of the main theorists of dependency theory alongside Ruy Mauro Marini, published in 1972 Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. The title itself is an analytical program: the deepening of dependency (as a process of subalternity to the centrality of the multinational corporation and to neoliberalism) obviously does not lead to liberation, but can slide toward fascism.

Dos Santos’s originality lies in conceiving dependency as a historical process, not as a given situation. Dependency in the phase of monopoly capitalism presents different characteristics from those of the colonial or competitive era. He criticizes the theory of the Economic Commission for Latin America (ECLA): industrialization through import substitution does not eliminate dependency, because key industries and decisions remain controlled by foreign capital. Indeed, dependency deepens.

Applied to the digital era, the problem becomes burning: who owns and controls the cloud, the platforms, the algorithms, the data? Peripheral countries can use Uber and Airbnb, but they do not own the infrastructure, do not control the algorithms, do not extract the rent of data. They become data providers and rent payers. Recent academic research uses precisely the framework of dependency theory to analyze how large technology companies, through data extraction, infrastructure control and algorithmic governance, reproduce the dependency of the global South on the global North.

3.2 The Internal Contradiction of the Center

But Dos Santos’s framework does not concern only the center-periphery relationship. His analysis of the “new character of dependency” also concerns the internal transformations of capitalism in the guiding centers that historically produced globalization: the centralization, concentration and internationalization of capital after the Second World War. In this framework, multinational capital progressively detaches itself from its national anchorage. Large American corporations no longer need a prosperous American labor market to accumulate; productive delocalization and financialization make their profitability independent of the fate of the workers of the center.

This creates the contradiction we see unfolding today: globalized capital prospers, while significant portions of the center — the deindustrialized working class, but also sectors of the petty and middle bourgeoisie — experience a relative or absolute decline. It is a fracture within the center, not only between center and periphery. (See also: Dos Santos’s prediction (in particular the final part of the essay: “The Contradictions of Multinationalism”) – Theotonio Dos Santos, 1973)

IV — The Trump Phenomenon: From “Photograph” to “Solution”

If we accept this framework, Trump’s two terms can be read as two phases of the same contradiction. And two different attempts to remedy it.

4.1 The First Trump: The “Photograph” of the Contradiction

The Trump of 2016 represents the moment when the contradiction explodes politically. His base was composed of those who felt left behind by globalized capital: workers of the Rust Belt, small entrepreneurs, communities that had seen production move elsewhere. The “America First” rhetoric was directed against the capital that had “betrayed” the nation, symbolically embodied by multinationals and trade agreements.

Dos Santos would have recognized this pattern. In his analysis of dependent fascism, he identified a “radicalization to the right” as a response to the crisis of the model of domination. Fascism, in his reading, emerges when the monopoly bourgeoisie needs to organize the repression of the masses, but also when intermediate and marginal sectors of the population are mobilized against an order perceived as hostile. The first Trump is the central version of this phenomenon: a mass movement of the petty bourgeoisie and workers, with irrationalist veins, directed against the globalist establishment.

4.2 The First Trump: Bannon as Organic Ideologue

In Trump’s first term, Steve Bannon was the reference ideologue, the mind that gave theoretical and strategic form to Trump’s “radical right populism.” He had been the chief strategist of the 2016 campaign, then chief strategist at the White House, and his imprint was visible on key issues such as withdrawal from the Paris climate agreement and anti-immigration policies.

Bannon provided a metapolitical framework: “culture war” as priority, the deconstruction of the administrative State, economic nationalism against “globalism.” He was the intellectual architect of the original MAGA, the one who gave a language and a direction to an otherwise instinctive movement.

In the second term, the picture has changed radically. Bannon is no longer the reference ideologue, even if he remains an important figure in the MAGA landscape.

Today Bannon is an influencer and an agitator — he runs the War Room podcast, continues to push for a “third term” for Trump, attacks political enemies, fuels the culture war. But he is no longer the one who defines the intellectual direction of the administration.

The role of ideologue has been occupied by other actors, with a very different matrix. The center of gravity has shifted toward:

  • The techno-financial elite of Silicon Valley: Peter Thiel, Elon Musk, and the galaxy of venture capitalists and tech entrepreneurs who now have direct access and decisive influence.
  • Figures like J.D. Vance, who represents a synthesis between Bannon’s nationalism and Silicon Valley’s technofuturism.

The most evident proof of this shift is the open war between Bannon and Musk. Bannon has called Musk a “parasitic illegal immigrant” and has promised to “take him down.” Musk, for his part, represents exactly that techno-financial pole that Bannon — with his vision of “communitarian” and anti-libertarian economic nationalism — cannot digest.

This fracture is not personal: it is structural. Bannon embodies the old nationalist populism, with roots in the white working class and the deindustrialized petty bourgeoisie. Musk embodies the new technofuturism, which sees in Silicon Valley and artificial intelligence the engine of the future — a future that, as we have discussed, tends to render that very social base superfluous.

The second Trump is a techno-financial project in which ideology is produced elsewhere — in Peter Thiel’s circles, in venture capital funds, in artificial intelligence laboratories.

Bannon remains an important voice, but he has become an internal opponent to what he considers the “globalist” and “libertarian” drift of the new Trump. His battle against Musk is the battle of a dying ideology against one that is taking over.

4.3 The Second Trump: The “Solution” from Above

The second Trump is no longer the “photograph” of the conflict. It is the attempt to recompose that fracture — but not in the sense of a reconciliation between capital and labor in the guiding center (USA). It is a recomposition from above, which sacrifices the popular base on the altar of the alliance with the techno-financial elite.

Trump’s second term is increasingly oriented toward the interests of Silicon Valley, with policies that benefit almost exclusively the ultra-rich and technological elites. The compensation of the MAGA base occurs only in symbolic terms — culture war, nationalist rhetoric — while material benefits go to the tech billionaires, who have financed and continue to finance his campaign in exchange for deregulation and immunity from state supervision and control.

4.4 Artificial Intelligence as Glue

AI becomes the glue between techno-financial capital and the authoritarian political project. On the one hand, AI requires enormous quantities of energy, data and infrastructure — and Trump, with his love for fossil fuels, is seen as the one who can “open the gates” to this race. On the other hand, AI offers capital the possibility of replacing human labor on a large scale, making the working and clerical base increasingly superfluous from the point of view of valorization.

Naomi Klein has recently argued something very close to this reading: tech billionaires support Trump not only for economic interest, but because their business model — based on AI and the replacement of labor — requires a narrative that justifies the discarding of entire portions of humanity. Money does not make them fascists in the sense of a preconceived ideology; it makes them fascists because they need a story that legitimizes their vision of the world.

4.5 Dos Santos’s Reading

Dos Santos would have read this as an attempt to recompose the dominant bloc on new foundations. Global capital and national capital are no longer in open conflict because the former has absorbed or marginalized the latter. Tech corporations are, by definition, global in their operations but American in their legal, fiscal and military base. Trumpian protectionism is not a limitation of American capitalism, but an attempt to save it from its crisis of profitability by using state power as a shield.

In this sense, the second Trump does not “overcome” the conflict between the two forms of capital: he resolves it in favor of globalized techno-financial capital, while the popular base is compensated with nationalist rhetoric and with the promise of a common enemy (China, immigrants, the “globalists”: but which ones, if they are precisely the ones leading the dance?). It is an unstable and contradictory solution, but it is a solution, at least provisional.

V — Socialism or Technofascism: The Real Choice

Dos Santos, in his 1972 title, posed the question in terms that today resonate with disturbing relevance: socialism or fascism. But the choice today must be reformulated.

If technofascism is an evolutionary form of neoliberalism, then the choice is not between “gentle neoliberalism” and “technofascism.” That is a false alternative, a choice between two modes of the same system (the first produced the second). The real choice is: liberalism-technofascism on one side, socialism on the other.

5.1 The Commons as the Content of Socialism

The content of the socialist alternative must be the commons. This is not a decorative addition, but the material content of an alternative to technofascism.

The capitalism of “intellectual monopolies” does not limit itself to exploiting labor: it encloses and completely absorbs knowledge itself. Large tech companies extract value from the commons — open source software, Wikipedia, public data — and then privatize what they derive from it. This is the central mechanism of technofascism: not only exploitation, but expropriation of collective intelligence. And it is to this extractive practice, inherently and necessarily violent, that war serves.

A socialist alternative should therefore set itself as the reappropriation of the commons: knowledge as common heritage, not as merchandise; digital infrastructures as public goods, not as private platforms; land and resources as shared inheritance, not as objects of speculation.

5.2 The Third Narrative

Technofascism offers a story: decline, the internal enemy, the technological superman who saves the nation. Neoliberalism offers another story: the market as freedom, the individual who prospers if he adapts.

A socialist narrative of the commons is missing. Not the old statist narrative, but something different: the story of a humanity that shares knowledge, that guards the earth, that builds together the infrastructures of life, that safeguards the elements of human resilience and of other forms of life. Dos Santos, in his mature phase, spoke of a “third way” not in the social-democratic sense, but in the sense of an autonomous path of the peoples of the South and the subaltern classes of the North. A narrative that does not ask permission from capital, but is founded on the collective capacity to produce and reproduce life.

Conclusion

Technofascism is not an accident of history. It is the political form that neoliberalism assumes when it can no longer sustain itself through (pseudo) democratic consensus. It is not its opposite, it is its naked face. Dos Santos, if he had been able to observe this evolution, would probably have said: it is exactly the “new character of dependency” in its digital version and also in the guiding centers (USA and Europe).

The question that follows is not “how to return to gentle neoliberalism?” (which never existed anyway), but “what alternative to build before technofascism consolidates?” The content of this alternative is the commons — knowledge, land, infrastructures, the future. Its narrative is reappropriation. Its name, still, is socialism.

NOTES

1) – The concept of accelerationism is central to understanding the ideological galaxy revolving around technomonarchy. It is a complex and deliberately provocative current of thought, which has branched out in opposite directions. In summary, accelerationism maintains that the only radical response to capitalism is not to slow it down, reform it or protest against it, but to accelerate and exasperate its own tendencies — decoding, alienation, abstraction, deterritorialization — to the point of bringing them to breaking point. The underlying idea is that, by pushing the system to its extreme limit, one makes it explode, opening the way to something radically different.

Several philosophical currents: Accelerationism as a philosophical term emerges in the 1990s, largely linked to the work of Nick Land and the CCRU (Cybernetics Culture Research Unit). Land and his colleagues reworked in a “cybernetic” and “nihilist” key certain intuitions of Deleuze and Guattari and of Lyotard. Their thesis was that capitalism is an impersonal and “machinic” force that cannot be controlled by human politics. The only option is to surrender to this force, to let technology and the market develop without brakes, until dissolving the State, social norms and even the centrality of the human being in favor of a “technological singularity.”

Right and Left Accelerationism: The term then split into two great directions, which represent opposite political options.

1. Right (or Reactionary) Accelerationism
This is the current directly connected to technofascism and the Silicon Valley oligarchs. Its exponents (Land, but also figures like Peter Thiel and Elon Musk) see technology and capitalism as forces to be liberated in order to overcome democracy and the rule of law. The goal is not an egalitarian utopia, but a dissolution of the existing order to leave space for new forms of power (technocratic, monopolistic, hierarchical). In this vision, acceleration is against politics and against the human. It is a form of active nihilism: “the worse, the better,” because collapse is the only path to change.

2. Left Accelerationism
This current, represented by theorists such as Nick Srnicek and Alex Williams (authors of the Manifesto for an Accelerationist Politics in 2013), and in part by Mark Fisher, proposes an opposite reading. It maintains that the left should not reject technology (automation, AI, robotics) as a threat, but should appropriate it and accelerate its development to overcome capitalism. The goal is a post-capitalist future: automated labor, universal basic income, reduction of working hours. Instead of returning to a pre-capitalist past (an idea that Fisher called an illusion, given that “there is no desire to go back”), the left must learn to “ride the tiger” of technological development to take it beyond capitalism itself.

The Violent and Terrorist Drift: There is finally a third degeneration, which is the one often spoken of today in the news: far-right and violent accelerationism. Groups like The Base or the admirers of James Mason’s “Siege” ideology translate abstract theory into a program of terrorism and guerrilla warfare to accelerate the “collapse of the system” and unleash a “race war.” Here accelerationism becomes an invitation to violent action, often directed at young people radicalized online.

Right accelerationism is, in substance, the philosophical and libidinal justification of the technomonarchic project. It provides figures like Thiel and Musk with a narrative that is not limited to wanting to “win” in the system, but to destroy the system in order to impose a new one. It is no accident that Land is a reference figure for this elite.

While left accelerationism proposes to “accelerate beyond” capitalism, Dos Santos’s dependency theory reminds us that one cannot simply “accelerate” out of capitalism from within its centers of power. The choice that Dos Santos posed was between socialism or fascism. Right accelerationism explicitly chooses fascism (in techno-monarchic form). Left accelerationism, to be faithful to a socialist project, must necessarily break with the logic of capital, not simply push it faster. It must set itself as a reappropriation of the commons (knowledge, land, infrastructures), not as a further “acceleration” of a system that, as Lyotard said, “enjoys” its own destruction.

Bibliographic References

  • Mulieri, A. (2025). Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Donzelli.
  • Dos Santos, T. (1972). Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Ediciones Periferia.
  • Dos Santos, T. (1973). Considerazioni sulle società multinazionali. (In Problemi del socialismo, n. 16/17) – In particular the final part of the essay: “The Contradictions of Multinationalism.”
  • Marini, R.M. (1973). Dialéctica de la dependencia. Era.
  • Eco, U. (1995). Il fascismo eterno. La nave di Teseo.
  • Klein, N. (2026). Public interventions on the relationship between Silicon Valley and authoritarianism.
  • Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism. Oxford University Press.
  • Gallino, L. (2013). Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa. Einaudi.
  • Gallino, L. (2011). Finanzcapitalismo. Einaudi.
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Español

Tecnomonarquía y Tecnofascismo: una lectura a través de Dos Santos y la teoría de la dependencia

Versión en español

Sobre las modalidades de narración político-mediática del ascenso de fuerzas políticas de extrema derecha en Europa, así como en Estados Unidos y otros países (incluso del sur global, como Brasil, Argentina, Chile, etc.), se juega una partida decisiva: la guerra entre la élite neoliberal en declive que ha reinado durante el último medio siglo y la ascendente tecnofascista, en las diversas formas que asume, es representada en gran medida a nivel mediático y cultural (un ámbito todavía predominantemente en manos de la primera) como una guerra entre buenos (presuntos intérpretes de los valores liberales) y malos que se habrían apiñado en torno al segundo Trump y a sus epígonos (J.D. Vance y toda la cohorte de dueños de plataformas y de la I.A.). En esta narrativa convergen amplios sectores políticos de las izquierdas (salvo pocas excepciones en fase de ajuste teórico y reflexivo).

Adherir a esta narrativa significa dejar la agenda en manos de una de estas dos fuerzas que se confrontan y renunciar automáticamente a un análisis y a una perspectiva política autónomos.

Para fuerzas de izquierda responsables sería, en cambio, indispensable un compromiso rápido de clarificación conceptual, por lo demás no tan complejo, evitando funcionar como aguadores conscientes o inconscientes de uno u otro bando, recibiendo a cambio agua muy contaminada para el razonamiento y, en consecuencia, el atontamiento o la parálisis.

Basta con retomar algunos instrumentos y elaboraciones recientes (lamentablemente borradas por la breve memoria histórica que nos queda). No se trata necesariamente de instrumentos ideológicos fuertes, sino más bien de un enfoque histórico (y lógico), fundado en estudios e investigaciones de autores marxistas, pero también liberal-democráticos serios.

El artículo que sigue intenta reconectar la reflexión actual sobre tecnofascismo y neoliberalismo con las teorías de la Dependencia de aquel grupo de analistas y economistas que asistían a Allende en su intento de emancipación de Chile en los años 70; en particular, del pensamiento del brasileño Theotonio Dos Santos. No fue en absoluto casual que de aquel acontecimiento partiera la larga estación neoliberal que nos lleva hoy al tecnofascismo: eliminar toda veleidad pública de programar y planificar democráticamente el propio destino era la condición necesaria para afirmar la plena libertad del capital tanto en los espacios territoriales neocoloniales del sur como en sus centros rectores del norte.

Introducción

Partamos de un libro publicado en 2025 por Alessandro Mulieri, investigador del CNRS y docente en el Instituto de Estudios Políticos de Lyon, Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Tecnomonarcas. Los ideólogos de la nueva derecha al asalto de la democracia). Se trata del tercer capítulo de una trilogía sobre la crisis de la democracia liberal, iniciada con Democrazia totalitaria (2019) y continuada con Contro la democrazia illiberale (2024). El libro, que el propio autor define como un “panfleto de intervención pública”, traza un mapa inquietante: la élite tecnológica de Silicon Valley y los intelectuales de la nueva derecha estadounidense están promoviendo un proyecto político cuyo objetivo declarado es poner fin a la democracia, sustituyéndola por un orden autoritario guiado por una élite tecnocrática.

Este artículo se propone dos cosas. Primero, reconstruir una breve genealogía intelectual de la “tecnomonarquía” y la noción de “tecnofascismo” que tomamos de la ilustración de Mulieri. Segundo, poner en diálogo este diagnóstico con la tradición marxista de la teoría de la dependencia, en particular con la obra de Theotonio dos Santos, Ruy Mauro Marini y otros. La tesis que emerge de este encuentro es la siguiente: el tecnofascismo no es una desviación o un accidente del neoliberalismo, sino su forma política necesaria en la fase actual de crisis capitalista. Y la alternativa real no es entre neoliberalismo y tecnofascismo, sino entre ambos (de los cuales una parte prevalecerá o, más probablemente, encontrará una vía de conciliación interna con la otra) y una perspectiva socialista alternativa a ambos, fundada en los bienes comunes.

I — La tecnomonarquía: genealogía de una ideología

1.1 Curtis Yarvin: el soberano-CEO y el neocameralismo

Curtis Yarvin, conocido también con el seudónimo Mencius Moldbug, es el teórico central de esta corriente. Su tesis de fondo es que la democracia es una “representación”: comités infinitos que fingen gobernar un barco en realidad poseído por la “Catedral” — el conjunto de medios, academia y burocracia que constituye el verdadero poder. Su propuesta, el “neocameralismo”, consiste en transformar el Estado en una corporación: los ciudadanos se convierten en clientes, el soberano en un director general responsable solo ante los accionistas. El disenso no es visto como expresión de pluralismo, sino como “inflamación crónica” que hay que curar; la eficiencia se confunde con evolución, el silencio con paz.

Cabe señalar que en enero de 2026 Yarvin publicó un texto en el que compara explícitamente los escuadrones fascistas y nazis de los años treinta con las aplicaciones que podrían transformar la democracia estadounidense en una tecnomonarquía. No es un ejercicio retórico: es la conciencia de que la forma de la violencia cambia — de las calles a los algoritmos — pero la función permanece.

1.2 Peter Thiel: transhumanismo y culto del monopolio

Thiel representa el puente entre la ideología y el poder del capital. Cofundador de Palantir y primer inversor de PayPal, considera al empresario tecnológico un “demiurgo” que plasma la realidad. Sus convicciones centrales: la democracia significa estancamiento; el monopolio, no la competencia, es el motor del progreso; el transhumanismo — el uso de la inteligencia artificial general para superar la biología y la muerte misma — es el único objetivo digno de ser perseguido.

El proyecto transhumanista de Thiel tiene una dimensión de clase explícita. Gasta 200.000 dólares al mes en servicios de crioconservación de élite, mientras invierte en SpaceX y Blue Origin. Musk ha declarado que quienes no puedan permitirse dejar la Tierra podrán trabajar en Marte como “sirvientes por contrato”, “porque en Marte habrá mucho trabajo”. Bezos también imagina trasladar a millones de trabajadores industriales al espacio para mantener “crecimiento y vitalidad”. Aquí la esencia de la tecnomonarquía se muestra sin velos: la trascendencia es privilegio de pocos, la mayoría queda reducida a unidad funcional.

1.3 Musk y Hoppe: el tecnomonarquismo libertario

Musk y Hans-Hermann Hoppe representan la línea del “tecnomonarquismo libertario”: abolición de la democracia, retorno a la gobernanza privada y a la propiedad absoluta. Esta línea se entrelaza con las de Yarvin y Thiel, dando forma a lo que Mulieri llama un “batiburrillo ideológico”: una mezcla de neoliberalismo, neorreaccionarismo y tecnocracia, una “temeraria unión entre ideas premodernas y futurismo ultratecnológico”.

1.4 Nick Land y la Ilustración oscura

A esta galaxia pertenece también Nick Land, filósofo británico de la “Ilustración oscura” y del aceleracionismo. Land proporciona la base filosófica para una superación de lo humano mediante la fusión con la máquina, rehabilitando de hecho categorías como la raza. Su obra funciona como aglutinante especulativo entre el anti-humanismo nietzscheano y la tecnocracia contemporánea. (véase Nota 1)

II — El tecnofascismo como categoría necesaria

Mulieri reconoce que “tecnofascismo” es una categoría problemática. Pero el vínculo con el fascismo histórico no es arbitrario. Su referencia es el concepto de “fascismo eterno” de Umberto Eco. No un régimen específico, sino una tendencia profunda: la fe filosófica en la desigualdad natural, el desprecio por el debate democrático y el pensamiento crítico, el miedo a la diferencia como instrumento de movilización, el llamamiento a una élite “ilustrada” contra una masa “corrompida”.

Mulieri individúa tres diferencias cruciales entre tecnofascismo y fascismo histórico.

Primera: el fascismo histórico se apoyaba en el lenguaje y los instrumentos de la ciencia moderna; la tecnomonarquía depende de un saber “imbuido de teología, ontología y metafísica”. La apropiación de Carl Schmitt por parte de Thiel, y sus círculos de lectura cerrados de Leo Strauss en clave reaccionaria, recuerdan de cerca ciertos ambientes nacionalistas-fascistas de la Alemania de los años veinte y treinta. (recordemos sin embargo que Leo Strauss fue el teórico de los neocons con influencias transversales tanto sobre los republicanos como sobre amplios sectores de los demócratas estadounidenses)

Segunda: para la tecnomonarquía, es el desarrollo tecnológico, no la política, el instrumento privilegiado de la “revolución”. La revolución no pasa por la conquista del Estado, sino por el control de las infraestructuras — nube, datos, IA — que vacían la soberanía estatal desde dentro. (mientras que antes era el sistema mediático tradicional y una política ancilar la que cumplía esta tarea).

Tercera: la tecnomonarquía no imagina un Estado totalitario, sino una concepción patrimonialista del Estado: el poder como propiedad privada, los ciudadanos como clientes o puntos de datos. (mientras que antes eran consumidores y electores…)

III — Reactivar a Dos Santos y la teoría de la dependencia

3.1 El “nuevo carácter de la dependencia”

Theotonio dos Santos, uno de los principales teóricos de la teoría de la dependencia junto a Ruy Mauro Marini, publicó en 1972 Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. El título mismo es un programa analítico: el profundizarse de la dependencia (como proceso de subalternidad a la centralidad de la empresa multinacional y al neoliberalismo) no conduce obviamente a la liberación, pero puede deslizarse hacia el fascismo.

La originalidad de Dos Santos está en concebir la dependencia como proceso histórico, no como situación dada. La dependencia en la fase del capitalismo monopolista presenta caracteres distintos de los de la época colonial o competitiva. Critica la teoría de la Comisión Económica para América Latina (CEPAL): la industrialización por sustitución de importaciones no elimina la dependencia, porque las industrias clave y las decisiones siguen controladas por el capital extranjero. Es más, la dependencia se profundiza.

Aplicado a la era digital, el problema se vuelve candente: ¿quién posee y controla la nube, las plataformas, los algoritmos, los datos? Los países periféricos pueden usar Uber y Airbnb, pero no poseen la infraestructura, no controlan los algoritmos, no extraen la renta de los datos. Se convierten en proveedores de datos y pagadores de renta. Investigaciones académicas recientes utilizan precisamente el marco de la teoría de la dependencia para analizar cómo las grandes empresas tecnológicas, mediante la extracción de datos, el control de las infraestructuras y la gobernanza algorítmica, reproducen la dependencia del Sur global respecto del Norte global.

3.2 La contradicción interna del centro

Pero el marco de Dos Santos no concierne solo a la relación centro-periferia. Su análisis del “nuevo carácter de la dependencia” atañe también a las transformaciones internas del capitalismo en los centros rectores que históricamente produjeron la globalización: la centralización, la concentración y la internacionalización del capital después de la Segunda Guerra Mundial. En este marco, el capital multinacional se desvincula progresivamente de su anclaje nacional. Las grandes corporaciones estadounidenses ya no necesitan un mercado de trabajo estadounidense próspero para acumular; la deslocalización productiva y la financiarización hacen su rentabilidad independiente de la suerte de los trabajadores del centro.

Esto crea la contradicción que vemos desplegarse hoy: el capital globalizado prospera, mientras porciones significativas del centro — la clase obrera desindustrializada, pero también sectores de la pequeña y mediana burguesía — viven un declive relativo o absoluto. Es una fractura dentro del centro, no solo entre centro y periferia. (Véase también: La previsión de Dos Santos (en particular la parte final del ensayo: “Las contradicciones del multinacionalismo”) – Theotonio Dos Santos, 1973)

IV — El fenómeno Trump: de la “foto” a la “solución”

Si aceptamos este marco, los dos mandatos de Trump pueden leerse como dos fases de la misma contradicción. Y dos intentos distintos de remediarla.

4.1 El primer Trump: la “foto” de la contradicción

El Trump de 2016 representa el momento en que la contradicción estalla políticamente. Su base estaba compuesta por quienes se sentían dejados atrás por el capital globalizado: trabajadores del Rust Belt (el cinturón del óxido, del declive industrial estadounidense), pequeños empresarios, comunidades que habían visto la producción trasladarse a otro lugar. La retórica “America First” se dirigía contra el capital que había “traicionado” a la nación, encarnado simbólicamente por las multinacionales y los acuerdos comerciales.

Dos Santos habría reconocido este esquema. En su análisis del fascismo dependiente, individualizaba una “radicalización a la derecha” como respuesta a la crisis del modelo de dominación. El fascismo, en su lectura, emerge cuando la burguesía monopolista necesita organizar la represión de las masas, pero también cuando sectores intermedios y marginales de la población son movilizados contra un orden percibido como hostil. El primer Trump es la versión central de este fenómeno: un movimiento de masas pequeñoburgués y obrero, con venas irracionalistas, dirigido contra el establishment globalista.

4.2 El primer Trump: Bannon como ideólogo orgánico

En el primer mandato de Trump, Steve Bannon era el ideólogo de referencia, la mente que daba forma teórica y estratégica al “populismo de derecha radical” de Trump. Había sido el jefe estratega de la campaña de 2016, luego chief strategist en la Casa Blanca, y su impronta se veía en cuestiones clave como la retirada del acuerdo de París sobre el clima y las políticas antiinmigración.

Bannon proporcionaba un marco metapolítico: la “guerra cultural” como prioridad, la desestructuración del Estado administrativo, el nacionalismo económico contra el “globalismo”. Era el arquitecto intelectual del MAGA de los orígenes, quien daba un lenguaje y una dirección a un movimiento por lo demás instintivo.

En el segundo mandato, el cuadro ha cambiado radicalmente. Bannon ya no es el ideólogo de referencia, aunque sigue siendo una figura importante en el panorama MAGA.

Hoy Bannon es un influencer y un agitador — gestiona el podcast War Room, sigue presionando por un “tercer mandato” de Trump, ataca a los enemigos políticos, alimenta la guerra cultural. Pero ya no es quien define la dirección intelectual de la administración.

El papel de ideólogo ha sido ocupado por otros actores, con una matriz muy distinta. El centro de gravedad se ha desplazado hacia:

  • La élite tecnofinanciera de Silicon Valley: Peter Thiel, Elon Musk, y la galaxia de venture capitalists y empresarios tech que ahora tienen un acceso directo y una influencia determinante.
  • Figuras como J.D. Vance, que representa una síntesis entre el nacionalismo de Bannon y el tecnofuturismo de Silicon Valley.

La prueba más evidente de este desplazamiento es la guerra abierta entre Bannon y Musk. Bannon ha calificado a Musk de “inmigrante ilegal parasitario” y ha prometido “derribarlo”. Musk, por su parte, representa exactamente ese polo tecnofinanciero que Bannon — con su visión de nacionalismo económico “comunitarista” y antilibertario — no logra digerir.

Esta fractura no es personal: es estructural. Bannon encarna el viejo populismo nacionalista, con raíces en la clase obrera blanca y en la pequeña burguesía desindustrializada. Musk encarna el nuevo tecnofuturismo, que ve en Silicon Valley y en la inteligencia artificial el motor del futuro — un futuro que, como hemos discutido, tiende a hacer superfluo precisamente ese base social.

El segundo Trump es un proyecto tecnofinanciero en el que la ideología se produce en otro lugar — en los círculos de Peter Thiel, en los fondos de venture capital, en los laboratorios de inteligencia artificial.

Bannon sigue siendo una voz importante, pero se ha convertido en un opositor interno a lo que considera la deriva “globalista” y “libertaria” del nuevo Trump. Su batalla contra Musk es la batalla de una ideología moribunda contra una que está tomando el relevo.

4.3 El segundo Trump: la “solución” desde arriba

El segundo Trump ya no es la “foto” del conflicto. Es el intento de recomponer esa fractura — pero no en el sentido de una reconciliación entre capital y trabajo en el centro rector (EE.UU.). Es una recomposición desde arriba, que sacrifica la base popular en el altar de la alianza con la élite tecnofinanciera.

El segundo mandato de Trump está cada vez más orientado hacia los intereses de Silicon Valley, con políticas que benefician de modo casi exclusivo a los ultrarricos y a las élites tecnológicas. La retribución de la base MAGA se produce solo en términos simbólicos — la guerra cultural, la retórica nacionalista — mientras los beneficios materiales van a los multimillonarios del tech, que han financiado y financian su campaña a cambio de desregulación e inmunidad frente a la supervisión y el control estatal.

4.4 La inteligencia artificial como aglutinante

La IA se convierte en el aglutinante entre el capital tecnofinanciero y el proyecto político autoritario. Por un lado, la IA requiere enormes cantidades de energía, datos e infraestructuras — y Trump, con su amor por los combustibles fósiles, es visto como quien puede “abrir las puertas” a esta carrera. Por otro lado, la IA ofrece al capital la posibilidad de sustituir el trabajo humano a gran escala, haciendo que la base obrera y administrativa sea cada vez más superflua desde el punto de vista de la valorización.

Naomi Klein ha argumentado recientemente algo muy cercano a esta lectura: los multimillonarios del tech no apoyan a Trump solo por interés económico, sino porque su modelo de negocio — basado en la IA y en la sustitución del trabajo — requiere una narrativa que justifique el descarte de porciones enteras de humanidad. El dinero no los hace fascistas en el sentido de una ideología preconcebida; los hace fascistas porque necesitan una historia que legitime su visión del mundo.

4.5 La lectura de Dos Santos

Dos Santos habría leído esto como un intento de recomponer el bloque dominante sobre nuevas bases. El capital global y el capital nacional ya no están en conflicto abierto porque el primero ha absorbido o marginado al segundo. Las corporaciones tech son, por definición, globales en su operatividad pero estadounidenses en su base legal, fiscal y militar. El proteccionismo trumpista no es una limitación del capitalismo estadounidense, sino un intento de salvarlo de su crisis de rentabilidad utilizando el poder estatal como escudo.

En este sentido, el segundo Trump no “supera” el conflicto entre las dos formas de capital: lo resuelve a favor del capital tecnofinanciero globalizado, mientras la base popular es compensada con la retórica nacionalista y con la promesa de un enemigo común (China, los inmigrantes, los “globalistas”: ¿pero cuáles, si son precisamente los que guían el baile?). Es una solución inestable y contradictoria, pero es una solución, al menos provisional.

V — Socialismo o tecnofascismo: la elección real

Dos Santos, en su título de 1972, planteaba la cuestión en términos que hoy resuenan con inquietante actualidad: socialismo o fascismo. Pero la elección hoy debe ser reformulada.

Si el tecnofascismo es una forma evolutiva del neoliberalismo, entonces la elección no es entre “neoliberalismo amable” y “tecnofascismo”. Esa es una falsa alternativa, una elección entre dos modalidades del mismo sistema (el primero ha producido el segundo). La verdadera elección es: liberalismo-tecnofascismo por un lado, socialismo por el otro.

5.1 Los bienes comunes como contenido del socialismo

El contenido de la alternativa socialista deben ser los bienes comunes. No es un añadido decorativo, sino el contenido material de una alternativa al tecnofascismo.

El capitalismo de los “monopolios intelectuales” no se limita a explotar el trabajo: cercena y absorbe completamente el conocimiento mismo. Las grandes empresas tech extraen valor de los commons — software de código abierto, Wikipedia, datos públicos — para luego privatizar lo que obtienen de ellos. Este es el mecanismo central del tecnofascismo: no solo explotación, sino expropiación de la inteligencia colectiva. Y es a esta práctica extractiva, inherentemente y necesariamente violenta, a la que sirve la guerra.

Una alternativa socialista debería por tanto plantearse como reapropiación de los commons: el saber como patrimonio común, no como mercancía; las infraestructuras digitales como bienes públicos, no como plataformas privadas; la tierra y los recursos como herencia compartida, no como objetos de especulación.

5.2 La narración tercera

El tecnofascismo ofrece una historia: el declive, el enemigo interno, el superhombre tecnológico que salva a la nación. El neoliberalismo ofrece otra historia: el mercado como libertad, el individuo que prospera si se adapta.

Falta una narración socialista de los commons. No la vieja narración estatista, sino algo diferente: la historia de una humanidad que comparte el saber, que custodia la tierra, que construye juntos las infraestructuras de la vida, que salvaguarda los elementos de resiliencia humana y de las otras formas de vida. Dos Santos, en su fase madura, hablaba de una “tercera vía” no en el sentido socialdemócrata, sino en el sentido de un camino autónomo de los pueblos del Sur y de las clases subalternas del Norte. Una narración que no pide permiso al capital, sino que se funda en la capacidad colectiva de producir y reproducir la vida.

Conclusión

El tecnofascismo no es un accidente de la historia. Es la forma política que el neoliberalismo asume cuando ya no logra sostenerse mediante el consenso (pseudo)democrático. No es su contrario, es su rostro desnudo. Dos Santos, si hubiera podido observar esta evolución, habría probablemente dicho: es exactamente el “nuevo carácter de la dependencia” en su versión digital y también en los centros rectores (EE.UU. y Europa).

La pregunta que se sigue no es “¿cómo volver al neoliberalismo amable?” (por lo demás nunca existido), sino “¿qué alternativa construir antes de que el tecnofascismo se consolide?”. El contenido de esta alternativa son los bienes comunes — el saber, la tierra, las infraestructuras, el futuro. Su narración es la reapropiación. Su nombre, todavía, es socialismo.

NOTAS

1) – El concepto de aceleracionismo es central para comprender la galaxia ideológica que gira en torno a la tecnomonarquía. Es una corriente de pensamiento compleja y deliberadamente provocadora, que se ha ramificado en direcciones opuestas. En síntesis, el aceleracionismo sostiene que la única respuesta radical al capitalismo no es frenarlo, reformarlo o protestar contra él, sino acelerar y exasperar sus propias tendencias — la decodificación, la alienación, la abstracción, la desterritorialización — hasta llevarlas al punto de ruptura. La idea de fondo es que, empujando el sistema a su límite extremo, se lo hace explotar, abriendo el camino a algo radicalmente diferente.

Diversas corrientes filosóficas: El aceleracionismo como término filosófico emerge en los años 90, en gran parte ligado al trabajo de Nick Land y del CCRU (Cybernetics Culture Research Unit). Land y sus colegas reelaboraron en clave “cibernética” y “nihilista” algunas intuiciones de Deleuze y Guattari y de Lyotard. Su tesis era que el capitalismo es una fuerza impersonal y “maquínica” que no puede ser controlada por la política humana. La única opción es rendirse a esta fuerza, dejar que la tecnología y el mercado se desarrollen sin frenos, hasta disolver el Estado, las normas sociales y incluso la centralidad del ser humano en favor de una “singularidad tecnológica”.

Aceleracionismo de Derecha y de Izquierda: El término se ha escindido luego en dos grandes directrices, que representan opciones políticas opuestas.

1. Aceleracionismo de Derecha (o Reaccionario)
Esta es la corriente directamente conectada al tecnofascismo y a los oligarcas de Silicon Valley. Sus exponentes (Land, pero también figuras como Peter Thiel y Elon Musk) ven la tecnología y el capitalismo como fuerzas que hay que liberar para superar la democracia y el Estado de derecho. El objetivo no es una utopía igualitaria, sino una disolución del orden existente para dejar espacio a nuevas formas de poder (tecnocrático, monopolístico, jerárquico). En esta visión, la aceleración es contra la política y contra lo humano. Es una forma de nihilismo activo: “cuanto peor, mejor”, porque el colapso es la única vía para el cambio.

2. Aceleracionismo de Izquierda
Esta corriente, representada por teóricos como Nick Srnicek y Alex Williams (autores del Manifiesto por una Política Aceleracionista en 2013), y en parte por Mark Fisher, propone una lectura opuesta. Sostiene que la izquierda no debería rechazar la tecnología (automatización, IA, robótica) como una amenaza, sino que debería apropiarse de ella y acelerar su desarrollo para superar el capitalismo. El objetivo es un futuro poscapitalista: trabajo automatizado, renta básica universal, reducción de la jornada laboral. En lugar de volver a un pasado precapitalista (una idea que Fisher definía como una ilusión, dado que “no existe un deseo de volver atrás”), la izquierda debe aprender a “cabalgar el tigre” del desarrollo tecnológico para llevarlo más allá del capitalismo mismo.

La Deriva Violenta y Terrorista: Existe finalmente una tercera degeneración, que es la de la que se habla a menudo hoy en las crónicas: el aceleracionismo de extrema derecha y violento. Grupos como The Base o los admiradores de la ideología “Siege” de James Mason traducen la teoría abstracta en un programa de terrorismo y guerrilla para acelerar el “colapso del sistema” y desencadenar una “guerra racial”. Aquí el aceleracionismo se convierte en una invitación a la acción violenta, a menudo dirigida a jóvenes radicalizados en línea.

El aceleracionismo de derecha es, en sustancia, la justificación filosófica y libidinal del proyecto tecnomonárquico. Proporciona a figuras como Thiel y Musk una narrativa que no se limita a querer “vencer” en el sistema, sino a destruir el sistema para imponer uno nuevo. No es casual que Land sea una figura de referencia para esta élite.

Mientras el aceleracionismo de izquierda propone “acelerar más allá” del capitalismo, la teoría de la dependencia de Dos Santos nos recuerda que no se puede simplemente “acelerar” fuera del capitalismo desde dentro de sus centros de poder. La elección que Dos Santos planteaba era entre socialismo o fascismo. El aceleracionismo de derecha elige explícitamente el fascismo (bajo forma tecnomonárquica). El aceleracionismo de izquierda, para ser fiel a un proyecto socialista, debe necesariamente romper con la lógica del capital, no simplemente empujarla más rápido. Debe plantearse como una reapropiación de los bienes comunes (saber, tierra, infraestructuras), no como una ulterior “aceleración” de un sistema que, como decía Lyotard, “disfruta” de su propia destrucción.

Referencias bibliográficas

  • Mulieri, A. (2025). Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Donzelli.
  • Dos Santos, T. (1972). Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Ediciones Periferia.
  • Dos Santos, T. (1973). Considerazioni sulle società multinazionali. (En Problemi del socialismo, n. 16/17) – En particular la parte final del ensayo: “Las contradicciones del multinacionalismo”.
  • Marini, R.M. (1973). Dialéctica de la dependencia. Era.
  • Eco, U. (1995). Il fascismo eterno. La nave di Teseo.
  • Klein, N. (2026). Intervenciones públicas sobre la relación entre Silicon Valley y autoritarismo.
  • Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism. Oxford University Press.
  • Gallino, L. (2013). Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa. Einaudi.
  • Gallino, L. (2011). Finanzcapitalismo. Einaudi.
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Deutsch

Technomonarchie und Technofaschismus: Eine Lesart durch Dos Santos und die Dependenztheorie

Deutsche Version

Über die Modalitäten der politisch-medialen Erzählung des Aufstiegs rechtsextremer politischer Kräfte in Europa wie in den USA und anderen Ländern (auch des globalen Südens, wie in Brasilien, Argentinien, Chile usw.) wird ein entscheidendes Spiel gespielt: Der Krieg zwischen der im Niedergang begriffenen neoliberalen Elite, die das letzte halbe Jahrhundert regiert hat, und der aufsteigenden technofaschistischen in den verschiedenen Formen, die sie annimmt, wird größtenteils auf medialer und kultureller Ebene (einem Bereich, der noch überwiegend in der Hand der ersteren ist) als ein Krieg zwischen Guten (vermeintlichen Interpreten liberaler Werte) und Bösen dargestellt, die sich um den zweiten Trump und seine Epigonen (J.D. Vance und die ganze Schar der Plattform- und KI-Besitzer) geschart hätten. Auf diese Erzählung konvergieren breite politische Sektoren der Linken (mit wenigen Ausnahmen in einer Phase theoretischer und reflexiver Anpassung).

Dieser Erzählung beizupflichten bedeutet, die Agenda einer dieser beiden sich gegenüberstehenden Kräfte zu überlassen und automatisch auf eine autonome Analyse und politische Perspektive zu verzichten.

Für verantwortungsbewusste linke Kräfte wäre hingegen ein schnelles Bemühen um begriffliche Klärung unverzichtbar, im Übrigen nicht so komplex, wobei sie vermeiden sollten, als bewusste oder unbewusste Wasserträger für die eine oder andere Seite zu fungieren und dafür sehr verschmutztes Wasser für das Denken zu erhalten und folglich Benommenheit oder Lähmung.

Es genügt, einige Instrumente und jüngere Ausarbeitungen wieder zur Hand zu nehmen (die leider durch das kurze historische Gedächtnis, das uns bleibt, ausgelöscht wurden). Es handelt sich nicht unbedingt um starke ideologische Instrumente, sondern eher um einen historischen (und logischen) Ansatz, der auf Studien und Forschungen marxistischer, aber auch seriöser liberal-demokratischer Autoren beruht.

Der folgende Artikel versucht, die aktuelle Reflexion über Technofaschismus und Neoliberalismus mit den Dependenztheorien jener Gruppe von Analytikern und Ökonomen wieder zu verbinden, die Allende bei seinem Versuch der Emanzipation Chiles in den 1970er Jahren unterstützten; insbesondere mit dem Denken des Brasilianers Theotonio Dos Santos. Es war keineswegs zufällig, dass von diesem Ereignis die lange neoliberale Saison ausging, die uns heute zum Technofaschismus führt: Jede öffentliche Ambition, das eigene Schicksal demokratisch zu programmieren und zu planen, zu beseitigen, war die notwendige Bedingung, um die volle Freiheit des Kapitals sowohl in den neokolonialen territorialen Räumen des Südens als auch in seinen Führungszentren im Norden durchzusetzen.

Einleitung

Beginnen wir mit einem 2025 erschienenen Buch von Alessandro Mulieri, Forscher am CNRS und Dozent am Institut für Politische Studien in Lyon, Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Technomonarchen. Die Ideologen der neuen Rechten im Angriff auf die Demokratie). Es handelt sich um das dritte Kapitel einer Trilogie über die Krise der liberalen Demokratie, begonnen mit Democrazia totalitaria (2019) und fortgesetzt mit Contro la democrazia illiberale (2024). Das Buch, das der Autor selbst als „Pamphlet der öffentlichen Intervention” bezeichnet, zeichnet eine beunruhigende Landkarte: Die technologische Elite des Silicon Valley und die Intellektuellen der neuen amerikanischen Rechten fördern ein politisches Projekt, dessen erklärtes Ziel es ist, der Demokratie ein Ende zu setzen und sie durch eine autoritäre Ordnung unter der Führung einer technokratischen Elite zu ersetzen.

Dieser Artikel verfolgt zwei Ziele. Erstens: eine kurze intellektuelle Genealogie der „Technomonarchie” und den Begriff des „Technofaschismus” zu rekonstruieren, den wir aus Mulieris Darstellung übernehmen. Zweitens: diese Diagnose mit der marxistischen Tradition der Dependenztheorie in Dialog zu bringen, insbesondere mit dem Werk von Theotonio dos Santos, Ruy Mauro Marini und anderen. Die These, die aus dieser Begegnung hervorgeht, lautet: Der Technofaschismus ist keine Abweichung oder ein Unfall des Neoliberalismus, sondern seine notwendige politische Form in der aktuellen Phase der kapitalistischen Krise. Und die wirkliche Alternative ist nicht die zwischen Neoliberalismus und Technofaschismus, sondern die zwischen beiden (von denen der eine Teil siegen wird oder, wahrscheinlicher, einen Weg innerer Versöhnung mit dem anderen finden wird) und einer sozialistischen Perspektive, die beiden alternativ gegenübersteht und auf den Gemeingütern gründet.

I — Die Technomonarchie: Genealogie einer Ideologie

1.1 Curtis Yarvin: Der Souverän-CEO und der Neokameralismus

Curtis Yarvin, auch bekannt unter dem Pseudonym Mencius Moldbug, ist der zentrale Theoretiker dieser Strömung. Seine Grundthese ist, dass die Demokratie eine „Aufführung” sei: unendliche Komitees, die vorgeben, ein Schiff zu regieren, das in Wirklichkeit der „Kathedrale” gehört — der Gesamtheit von Medien, Akademie und Bürokratie, die die wahre Macht darstellt. Sein Vorschlag, der „Neokameralismus”, besteht darin, den Staat in eine Corporation zu verwandeln: Die Bürger werden zu Kunden, der Souverän zu einem CEO, der nur den Aktionären verantwortlich ist. Dissens wird nicht als Ausdruck von Pluralismus gesehen, sondern als „chronische Entzündung”, die geheilt werden muss; Effizienz wird mit Evolution verwechselt, Schweigen mit Frieden.

Es ist anzumerken, dass Yarvin im Januar 2026 einen Text veröffentlichte, in dem er die faschistischen und nationalsozialistischen Trupps der dreißiger Jahre ausdrücklich mit den Anwendungen vergleicht, die die amerikanische Demokratie in eine Technomonarchie verwandeln könnten. Das ist keine rhetorische Übung: Es ist das Bewusstsein, dass sich die Form der Gewalt ändert — von den Straßen zu den Algorithmen —, aber die Funktion bleibt.

1.2 Peter Thiel: Transhumanismus und der Kult des Monopols

Thiel stellt die Brücke zwischen der Ideologie und der Macht des Kapitals dar. Mitbegründer von Palantir und erster Investor von PayPal, betrachtet er den technologischen Unternehmer als einen „Demiurgen”, der die Realität formt. Seine zentralen Überzeugungen: Demokratie bedeutet Stagnation; das Monopol, nicht der Wettbewerb, ist der Motor des Fortschritts; der Transhumanismus — der Einsatz allgemeiner künstlicher Intelligenz zur Überwindung der Biologie und des Todes selbst — ist das einzige Ziel, das es wert ist, verfolgt zu werden.

Thiels transhumanistisches Projekt hat eine ausdrückliche Klassendimension. Er gibt 200.000 Dollar monatlich für Kryokonservierungsdienste der Elite aus, während er in SpaceX und Blue Origin investiert. Musk hat erklärt, dass diejenigen, die es sich nicht leisten können, die Erde zu verlassen, auf dem Mars als „Vertragsknechte” arbeiten können, „denn auf dem Mars wird es viel Arbeit geben”. Auch Bezos stellt sich vor, Millionen von Industriearbeitern ins All zu verlagern, um „Wachstum und Vitalität” zu erhalten. Hier zeigt sich das Wesen der Technomonarchie unverschleiert: Transzendenz ist das Privileg weniger, die Mehrheit wird auf eine funktionale Einheit reduziert.

1.3 Musk und Hoppe: Der libertäre Technomonarchismus

Musk und Hans-Hermann Hoppe vertreten die Linie des „libertären Technomonarchismus”: Abschaffung der Demokratie, Rückkehr zur privaten Governance und zum absoluten Eigentum. Diese Linie verflechtet sich mit denen von Yarvin und Thiel und formt das, was Mulieri ein „ideologisches Durcheinander” nennt: eine Mischung aus Neoliberalismus, Neoreaktionismus und Technokratie, eine „waghalsige Verbindung zwischen vormodernen Ideen und ultratechnologischem Futurismus”.

1.4 Nick Land und die Dunkle Aufklärung

Zu dieser Galaxie gehört auch Nick Land, britischer Philosoph der „Dunklen Aufklärung” und des Akzelerationismus. Land liefert die philosophische Grundlage für eine Überwindung des Menschen durch die Verschmelzung mit der Maschine und rehabilitiert damit faktisch Kategorien wie die Rasse. Sein Werk fungiert als spekulatives Bindemittel zwischen dem nietzscheanischen Anti-Humanismus und der zeitgenössischen Technokratie. (siehe Anmerkung 1)

II — Der Technofaschismus als notwendige Kategorie

Mulieri erkennt an, dass „Technofaschismus” eine problematische Kategorie ist. Aber die Verbindung zum historischen Faschismus ist nicht willkürlich. Sein Bezug ist Umberto Ecos Konzept des „ewigen Faschismus”. Kein spezifisches Regime, sondern eine tiefe Tendenz: der philosophische Glaube an die natürliche Ungleichheit, die Verachtung der demokratischen Debatte und des kritischen Denkens, die Angst vor der Differenz als Mobilisierungsinstrument, der Appell an eine „erleuchtete” Elite gegen eine „korrupte” Masse.

Mulieri identifiziert drei entscheidende Unterschiede zwischen Technofaschismus und historischem Faschismus.

Erstens: Der historische Faschismus stützte sich auf die Sprache und die Instrumente der modernen Wissenschaft; die Technomonarchie hängt von einem Wissen ab, das „von Theologie, Ontologie und Metaphysik durchtränkt” ist. Thiels Aneignung von Carl Schmitt und seine geschlossenen Lesekreise zu Leo Strauss in reaktionärem Sinne erinnern stark an bestimmte nationalistisch-faschistische Milieus Deutschlands der zwanziger und dreißiger Jahre. (Es sei jedoch daran erinnert, dass Leo Strauss der Theoretiker der Neocons war, mit transversalen Einflüssen sowohl auf die Republikaner als auch auf breite Sektoren der US-Demokraten.)

Zweitens: Für die Technomonarchie ist es die technologische Entwicklung, nicht die Politik, die das privilegierte Instrument der „Revolution” ist. Die Revolution verläuft nicht über die Eroberung des Staates, sondern über die Kontrolle der Infrastrukturen — Cloud, Daten, KI —, die die staatliche Souveränität von innen aushöhlen. (während früher das traditionelle Mediensystem und eine dienende Politik diese Aufgabe erfüllten).

Drittens: Die Technomonarchie stellt sich keinen totalitären Staat vor, sondern eine patrimonialistische Auffassung des Staates: die Macht als Privateigentum, die Bürger als Kunden oder Datenpunkte. (während sie früher Konsumenten und Wähler waren…)

III — Dos Santos und die Dependenztheorie reaktivieren

3.1 Der „neue Charakter der Abhängigkeit”

Theotonio dos Santos, einer der Haupttheoretiker der Dependenztheorie neben Ruy Mauro Marini, veröffentlichte 1972 Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Der Titel selbst ist ein analytisches Programm: Die Vertiefung der Abhängigkeit (als Prozess der Subalternität gegenüber der Zentralität des multinationalen Unternehmens und dem Neoliberalismus) führt offensichtlich nicht zur Befreiung, kann aber zum Faschismus abgleiten.

Dos Santos’ Originalität liegt darin, die Abhängigkeit als historischen Prozess zu begreifen, nicht als gegebene Situation. Die Abhängigkeit in der Phase des Monopolkapitalismus weist andere Merkmale auf als die der Kolonialzeit oder der Wettbewerbszeit. Er kritisiert die Theorie der Wirtschaftskommission für Lateinamerika (CEPAL): Die Importsubstitutionsindustrialisierung beseitigt die Abhängigkeit nicht, weil die Schlüsselindustrien und die Entscheidungen unter der Kontrolle des ausländischen Kapitals bleiben. Ja, die Abhängigkeit vertieft sich.

Auf das digitale Zeitalter angewandt, wird das Problem brennend: Wer besitzt und kontrolliert die Cloud, die Plattformen, die Algorithmen, die Daten? Die peripheren Länder können Uber und Airbnb nutzen, aber sie besitzen nicht die Infrastruktur, sie kontrollieren nicht die Algorithmen, sie extrahieren nicht die Rente der Daten. Sie werden zu Datenlieferanten und Rentenzahlern. Neuere akademische Forschungen nutzen genau den Rahmen der Dependenztheorie, um zu analysieren, wie die großen Technologieunternehmen durch Datenextraktion, Infrastrukturkontrolle und algorithmische Governance die Abhängigkeit des globalen Südens vom globalen Norden reproduzieren.

3.2 Der innere Widerspruch des Zentrums

Aber Dos Santos’ Rahmen betrifft nicht nur das Verhältnis Zentrum-Peripherie. Seine Analyse des „neuen Charakters der Abhängigkeit” betrifft auch die inneren Transformationen des Kapitalismus in den Führungszentren, die historisch die Globalisierung hervorgebracht haben: die Zentralisierung, Konzentration und Internationalisierung des Kapitals nach dem Zweiten Weltkrieg. In diesem Rahmen löst sich das multinationale Kapital zunehmend von seiner nationalen Verankerung. Die großen amerikanischen Konzerne brauchen keinen prosperierenden amerikanischen Arbeitsmarkt mehr, um zu akkumulieren; die produktive Verlagerung und die Finanzialisierung machen ihre Rentabilität unabhängig vom Schicksal der Arbeiter des Zentrums.

Dies schafft den Widerspruch, den wir heute sich entfalten sehen: Das globalisierte Kapital prosperiert, während bedeutende Teile des Zentrums — die deindustrialisierte Arbeiterklasse, aber auch Sektoren des Klein- und Mittelbürgertums — einen relativen oder absoluten Niedergang erleben. Es ist ein Bruch innerhalb des Zentrums, nicht nur zwischen Zentrum und Peripherie. (Siehe auch: Dos Santos’ Vorhersage (insbesondere der letzte Teil des Aufsatzes: „Die Widersprüche des Multinationalismus”) – Theotonio Dos Santos, 1973)

IV — Das Trump-Phänomen: Vom „Foto” zur „Lösung”

Wenn wir diesen Rahmen akzeptieren, können Trumps zwei Amtszeiten als zwei Phasen desselben Widerspruchs gelesen werden. Und als zwei verschiedene Versuche, ihn zu beheben.

4.1 Der erste Trump: Das „Foto” des Widerspruchs

Der Trump von 2016 stellt den Moment dar, in dem der Widerspruch politisch explodiert. Seine Basis bestand aus denen, die sich vom globalisierten Kapital zurückgelassen fühlten: Arbeiter des Rust Belt (des Rostgürtels, des industriellen Niedergangs der USA), Kleinunternehmer, Gemeinschaften, die die Produktion anderswohin verlagert gesehen hatten. Die Rhetorik „America First” richtete sich gegen das Kapital, das die Nation „verraten” hatte, symbolisch verkörpert durch die Multinationalen und die Handelsabkommen.

Dos Santos hätte dieses Muster erkannt. In seiner Analyse des abhängigen Faschismus identifizierte er eine „Radikalisierung nach rechts” als Antwort auf die Krise des Dominationsmodells. Der Faschismus, in seiner Lesart, entsteht, wenn die Monopolbourgeoisie die Repression der Massen organisieren muss, aber auch, wenn intermediäre und marginale Sektoren der Bevölkerung gegen eine als feindlich wahrgenommene Ordnung mobilisiert werden. Der erste Trump ist die zentrale Version dieses Phänomens: eine Massenbewegung des Kleinbürgertums und der Arbeiterklasse, mit irrationalistischen Adern, gerichtet gegen das globalistische Establishment.

4.2 Der erste Trump: Bannon als organischer Ideologe

In Trumps erster Amtszeit war Steve Bannon der Referenzideologe, der Geist, der dem „radikalen Rechtspopulismus” Trumps theoretische und strategische Form gab. Er war der Chefstratege der Kampagne von 2016, dann Chief Strategist im Weißen Haus, und sein Abdruck war bei Schlüsselfragen wie dem Rückzug aus dem Pariser Klimaabkommen und der Anti-Einwanderungspolitik sichtbar.

Bannon lieferte einen metapolitischen Rahmen: der „Kulturkrieg” als Priorität, die Destrukturierung des Verwaltungsstaates, der Wirtschaftsnationalismus gegen den „Globalismus”. Er war der intellektuelle Architekt des ursprünglichen MAGA, derjenige, der einer ansonsten instinktiven Bewegung eine Sprache und eine Richtung gab.

In der zweiten Amtszeit hat sich das Bild radikal verändert. Bannon ist nicht mehr der Referenzideologe, auch wenn er eine wichtige Figur in der MAGA-Landschaft bleibt.

Heute ist Bannon ein Influencer und ein Agitator — er betreibt den Podcast War Room, drängt weiter auf eine „dritte Amtszeit” Trumps, greift politische Feinde an, schürt den Kulturkrieg. Aber er ist nicht mehr derjenige, der die intellektuelle Richtung der Administration definiert.

Die Rolle des Ideologen wurde von anderen Akteuren besetzt, mit einer ganz anderen Matrix. Der Schwerpunkt hat sich verschoben zu:

  • Der techno-finanziellen Elite des Silicon Valley: Peter Thiel, Elon Musk und die Galaxie der Venture-Capital-Geber und Tech-Unternehmer, die nun direkten Zugang und entscheidenden Einfluss haben.
  • Figuren wie J.D. Vance, der eine Synthese zwischen Bannons Nationalismus und dem Technofuturismus des Silicon Valley darstellt.

Der offensichtlichste Beweis dieser Verschiebung ist der offene Krieg zwischen Bannon und Musk. Bannon hat Musk als „parasitären illegalen Einwanderer” bezeichnet und versprochen, ihn „zu Fall zu bringen”. Musk seinerseits repräsentiert genau jenen techno-finanziellen Pol, den Bannon — mit seiner Vision eines „kommunitaristischen” und anti-libertären Wirtschaftsnationalismus — nicht verdauen kann.

Diese Spaltung ist nicht persönlich: Sie ist strukturell. Bannon verkörpert den alten nationalistischen Populismus, mit Wurzeln in der weißen Arbeiterklasse und im deindustrialisierten Kleinbürgertum. Musk verkörpert den neuen Technofuturismus, der im Silicon Valley und in der künstlichen Intelligenz den Motor der Zukunft sieht — eine Zukunft, die, wie wir erörtert haben, dazu tendiert, genau jene soziale Basis überflüssig zu machen.

Der zweite Trump ist ein techno-finanzielles Projekt, in dem die Ideologie anderswo produziert wird — in Peter Thiels Kreisen, in den Venture-Capital-Fonds, in den Labors der künstlichen Intelligenz.

Bannon bleibt eine wichtige Stimme, aber er ist zu einem internen Gegner dessen geworden, was er als „globalistische” und „libertäre” Drift des neuen Trump betrachtet. Sein Kampf gegen Musk ist der Kampf einer sterbenden Ideologie gegen eine, die die Oberhand gewinnt.

4.3 Der zweite Trump: Die „Lösung” von oben

Der zweite Trump ist nicht mehr das „Foto” des Konflikts. Er ist der Versuch, jenen Bruch wieder zusammenzusetzen — aber nicht im Sinne einer Versöhnung zwischen Kapital und Arbeit im Führungszentrum (USA). Es ist eine Zusammensetzung von oben, die die Volksbasis auf dem Altar der Allianz mit der techno-finanziellen Elite opfert.

Trumps zweite Amtszeit ist zunehmend auf die Interessen des Silicon Valley ausgerichtet, mit Politiken, die fast ausschließlich den Ultra-Reichen und den technologischen Eliten zugutekommen. Die Entschädigung der MAGA-Basis erfolgt nur in symbolischen Begriffen — der Kulturkrieg, die nationalistische Rhetorik —, während die materiellen Vorteile an die Tech-Milliardäre gehen, die seine Kampagne finanziert haben und finanzieren, im Austausch für Deregulierung und Immunität gegenüber staatlicher Aufsicht und Kontrolle.

4.4 Die künstliche Intelligenz als Bindemittel

Die KI wird zum Bindemittel zwischen dem techno-finanziellen Kapital und dem autoritären politischen Projekt. Einerseits erfordert die KI enorme Mengen an Energie, Daten und Infrastrukturen — und Trump, mit seiner Liebe zu fossilen Brennstoffen, wird als derjenige gesehen, der „die Tore öffnen” kann für dieses Rennen. Andererseits bietet die KI dem Kapital die Möglichkeit, menschliche Arbeit in großem Maßstab zu ersetzen, wodurch die Arbeiter- und Angestelltenbasis vom Standpunkt der Verwertung immer überflüssiger wird.

Naomi Klein hat kürzlich etwas sehr Nahes an dieser Lesart argumentiert: Die Tech-Milliardäre unterstützen Trump nicht nur aus wirtschaftlichem Interesse, sondern weil ihr Geschäftsmodell — basierend auf KI und der Ersetzung der Arbeit — eine Erzählung erfordert, die die Aussonderung ganzer Teile der Menschheit rechtfertigt. Das Geld macht sie nicht zu Faschisten im Sinne einer vorgefassten Ideologie; es macht sie zu Faschisten, weil sie eine Geschichte brauchen, die ihre Weltsicht legitimiert.

4.5 Die Lesart von Dos Santos

Dos Santos hätte dies als einen Versuch gelesen, den herrschenden Block auf neuen Grundlagen zusammenzusetzen. Das globale Kapital und das nationale Kapital stehen nicht mehr in offenem Konflikt, weil das erstere das zweite absorbiert oder marginalisiert hat. Die Tech-Konzerne sind per Definition global in ihrer Operativität, aber amerikanisch in ihrer rechtlichen, fiskalischen und militärischen Basis. Der Trump’sche Protektionismus ist keine Begrenzung des amerikanischen Kapitalismus, sondern ein Versuch, ihn aus seiner Rentabilitätskrise zu retten, indem die Staatsmacht als Schild genutzt wird.

In diesem Sinne „überwindet” der zweite Trump nicht den Konflikt zwischen den beiden Formen des Kapitals: Er löst ihn zugunsten des globalisierten techno-finanziellen Kapitals, während die Volksbasis mit nationalistischer Rhetorik und mit dem Versprechen eines gemeinsamen Feindes entschädigt wird (China, die Einwanderer, die „Globalisten”: aber welche, wenn es genau die sind, die den Tanz anführen?). Es ist eine instabile und widersprüchliche Lösung, aber es ist eine Lösung, zumindest eine vorläufige.

V — Sozialismus oder Technofaschismus: Die wirkliche Wahl

Dos Santos stellte in seinem Titel von 1972 die Frage in Begriffen, die heute mit beunruhigender Aktualität widerhallen: Sozialismus oder Faschismus. Aber die Wahl muss heute neu formuliert werden.

Wenn der Technofaschismus eine evolutionäre Form des Neoliberalismus ist, dann ist die Wahl nicht die zwischen „sanftem Neoliberalismus” und „Technofaschismus”. Das ist eine falsche Alternative, eine Wahl zwischen zwei Modalitäten desselben Systems (das erste hat das zweite hervorgebracht). Die wirkliche Wahl ist: Liberalismus-Technofaschismus auf der einen Seite, Sozialismus auf der anderen.

5.1 Die Gemeingüter als Inhalt des Sozialismus

Der Inhalt der sozialistischen Alternative müssen die Gemeingüter sein. Das ist kein dekorativer Zusatz, sondern der materielle Inhalt einer Alternative zum Technofaschismus.

Der Kapitalismus der „intellektuellen Monopole” beschränkt sich nicht darauf, die Arbeit auszubeuten: Er umzäunt und absorbiert das Wissen selbst vollständig. Die großen Tech-Unternehmen extrahieren Wert aus den Commons — Open-Source-Software, Wikipedia, öffentliche Daten —, um dann zu privatisieren, was sie daraus gewinnen. Das ist der zentrale Mechanismus des Technofaschismus: nicht nur Ausbeutung, sondern Enteignung der kollektiven Intelligenz. Und es ist dieser extraktiven Praxis, die inhärent und notwendig gewaltsam ist, dass der Krieg dient.

Eine sozialistische Alternative sollte sich daher als Wiederaneignung der Commons stellen: das Wissen als gemeinsames Erbe, nicht als Ware; die digitalen Infrastrukturen als öffentliche Güter, nicht als private Plattformen; das Land und die Ressourcen als geteiltes Erbe, nicht als Objekte der Spekulation.

5.2 Die dritte Erzählung

Der Technofaschismus bietet eine Geschichte: den Niedergang, den inneren Feind, den technologischen Übermenschen, der die Nation rettet. Der Neoliberalismus bietet eine andere Geschichte: den Markt als Freiheit, das Individuum, das gedeiht, wenn es sich anpasst.

Es fehlt eine sozialistische Erzählung der Commons. Nicht die alte statistische Erzählung, sondern etwas anderes: die Geschichte einer Menschheit, die das Wissen teilt, die die Erde hütet, die gemeinsam die Infrastrukturen des Lebens baut, die die Elemente menschlicher Resilienz und der anderen Lebensformen bewahrt. Dos Santos sprach in seiner reifen Phase von einem „dritten Weg” nicht im sozialdemokratischen Sinne, sondern im Sinne eines autonomen Weges der Völker des Südens und der subalternen Klassen des Nordens. Eine Erzählung, die nicht das Kapital um Erlaubnis bittet, sondern auf der kollektiven Fähigkeit gründet, das Leben zu produzieren und zu reproduzieren.

Schlussfolgerung

Der Technofaschismus ist kein Unfall der Geschichte. Er ist die politische Form, die der Neoliberalismus annimmt, wenn es ihm nicht mehr gelingt, sich durch (pseudo-)demokratischen Konsens zu tragen. Er ist nicht sein Gegenteil, er ist sein nacktes Gesicht. Dos Santos, wenn er diese Entwicklung hätte beobachten können, hätte wahrscheinlich gesagt: Es ist genau der „neue Charakter der Abhängigkeit” in seiner digitalen Version und auch in den Führungszentren (USA und Europa).

Die Frage, die daraus folgt, ist nicht „Wie kehren wir zum sanften Neoliberalismus zurück?” (der im Übrigen nie existiert hat), sondern „Welche Alternative sollen wir aufbauen, bevor sich der Technofaschismus konsolidiert?”. Der Inhalt dieser Alternative sind die Gemeingüter — das Wissen, die Erde, die Infrastrukturen, die Zukunft. Ihre Erzählung ist die Wiederaneignung. Ihr Name ist, noch immer, Sozialismus.

ANMERKUNGEN

1) – Das Konzept des Akzelerationismus ist zentral für das Verständnis der ideologischen Galaxie, die sich um die Technomonarchie dreht. Es ist eine komplexe und bewusst provokative Denkströmung, die sich in entgegengesetzte Richtungen verzweigt hat. Zusammenfassend behauptet der Akzelerationismus, dass die einzige radikale Antwort auf den Kapitalismus nicht darin besteht, ihn zu verlangsamen, zu reformieren oder gegen ihn zu protestieren, sondern seine eigenen Tendenzen — die Dekodierung, die Entfremdung, die Abstraktion, die Deterritorialisierung — zu beschleunigen und zu verschärfen, bis sie an den Bruchpunkt gelangen. Die Grundidee ist, dass man, indem man das System an seine äußerste Grenze treibt, es zum Explodieren bringt und den Weg zu etwas radikal Anderem öffnet.

Verschiedene philosophische Strömungen: Der Akzelerationismus als philosophischer Begriff entsteht in den 1990er Jahren, weitgehend verbunden mit der Arbeit von Nick Land und der CCRU (Cybernetics Culture Research Unit). Land und seine Kollegen bearbeiteten in „kybernetischem” und „nihilistischem” Schlüssel einige Intuitionen von Deleuze und Guattari und von Lyotard. Ihre These war, dass der Kapitalismus eine unpersönliche und „maschinische” Kraft ist, die von der menschlichen Politik nicht kontrolliert werden kann. Die einzige Option ist, sich dieser Kraft zu ergeben, Technologie und Markt ohne Bremsen sich entwickeln zu lassen, bis der Staat, die sozialen Normen und sogar die Zentralität des menschlichen Wesens zugunsten einer „technologischen Singularität” aufgelöst werden.

Rechter und linker Akzelerationismus: Der Begriff hat sich dann in zwei große Richtungen gespalten, die entgegengesetzte politische Optionen darstellen.

1. Rechter (oder reaktionärer) Akzelerationismus
Dies ist die Strömung, die direkt mit dem Technofaschismus und den Oligarchen des Silicon Valley verbunden ist. Ihre Exponenten (Land, aber auch Figuren wie Peter Thiel und Elon Musk) sehen Technologie und Kapitalismus als Kräfte, die befreit werden müssen, um Demokratie und Rechtsstaat zu überwinden. Das Ziel ist nicht eine egalitäre Utopie, sondern eine Auflösung der bestehenden Ordnung, um neuen Machtformen (technokratisch, monopolistisch, hierarchisch) Raum zu geben. In dieser Vision ist die Beschleunigung gegen die Politik und gegen das Menschliche. Sie ist eine Form des aktiven Nihilismus: „Je schlimmer, desto besser”, weil der Kollaps der einzige Weg zur Veränderung ist.

2. Linker Akzelerationismus
Diese Strömung, vertreten durch Theoretiker wie Nick Srnicek und Alex Williams (Autoren des Manifests für eine akzelerationistische Politik von 2013) und teilweise durch Mark Fisher, schlägt eine entgegengesetzte Lesart vor. Sie behauptet, dass die Linke die Technologie (Automatisierung, KI, Robotik) nicht als Bedrohung ablehnen sollte, sondern sie sich aneignen und ihre Entwicklung beschleunigen sollte, um den Kapitalismus zu überwinden. Das Ziel ist eine postkapitalistische Zukunft: automatisierte Arbeit, universelles Grundeinkommen, Reduzierung der Arbeitszeit. Anstatt zu einer vorkapitalistischen Vergangenheit zurückzukehren (eine Idee, die Fisher als Illusion bezeichnete, da „es kein Verlangen gibt, zurückzugehen”), muss die Linke lernen, den „Tiger” der technologischen Entwicklung zu reiten, um ihn über den Kapitalismus selbst hinauszuführen.

Die gewaltsame und terroristische Drift: Es gibt schließlich eine dritte Degeneration, diejenige, von der heute in den Nachrichten oft die Rede ist: der rechtsextreme und gewaltsame Akzelerationismus. Gruppen wie The Base oder die Bewunderer der „Siege”-Ideologie von James Mason übersetzen die abstrakte Theorie in ein Programm von Terrorismus und Guerilla, um den „Zusammenbruch des Systems” zu beschleunigen und einen „Rassenkrieg” zu entfesseln. Hier wird der Akzelerationismus zu einer Einladung zur gewaltsamen Aktion, oft gerichtet an online radikalisierte Jugendliche.

Der rechte Akzelerationismus ist im Wesentlichen die philosophische und libidinale Rechtfertigung des technomonarchischen Projekts. Er liefert Figuren wie Thiel und Musk eine Erzählung, die sich nicht darauf beschränkt, im System „gewinnen” zu wollen, sondern das System zu zerstören, um ein neues aufzuzwingen. Es ist kein Zufall, dass Land eine Referenzfigur für diese Elite ist.

Während der linke Akzelerationismus vorschlägt, „über den Kapitalismus hinaus zu beschleunigen”, erinnert uns Dos Santos’ Dependenztheorie daran, dass man nicht einfach aus dem Kapitalismus von innen aus seinen Machtzentren „hinausbeschleunigen” kann. Die Wahl, die Dos Santos stellte, war die zwischen Sozialismus oder Faschismus. Der rechte Akzelerationismus wählt ausdrücklich den Faschismus (in technomonarchischer Form). Der linke Akzelerationismus muss, um einem sozialistischen Projekt treu zu sein, notwendigerweise mit der Logik des Kapitals brechen, nicht sie einfach schneller vorantreiben. Er muss sich als Wiederaneignung der Gemeingüter (Wissen, Erde, Infrastrukturen) stellen, nicht als weitere „Beschleunigung” eines Systems, das, wie Lyotard sagte, seine eigene Zerstörung „genießt”.

Bibliographische Referenzen

  • Mulieri, A. (2025). Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Donzelli.
  • Dos Santos, T. (1972). Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Ediciones Periferia.
  • Dos Santos, T. (1973). Considerazioni sulle società multinazionali. (In Problemi del socialismo, Nr. 16/17) – Insbesondere der letzte Teil des Aufsatzes: „Die Widersprüche des Multinationalismus”.
  • Marini, R.M. (1973). Dialéctica de la dependencia. Era.
  • Eco, U. (1995). Il fascismo eterno. La nave di Teseo.
  • Klein, N. (2026). Öffentliche Interventionen zum Verhältnis zwischen Silicon Valley und Autoritarismus.
  • Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism. Oxford University Press.
  • Gallino, L. (2013). Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa. Einaudi.
  • Gallino, L. (2011). Finanzcapitalismo. Einaudi.
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Français

Technomonarchie et Technofascisme : une lecture à travers Dos Santos et la théorie de la dépendance

Version française

Sur les modalités de narration politico-médiatique de l’ascension de forces politiques d’extrême droite en Europe comme aux États-Unis et dans d’autres pays (y compris du Sud global, comme au Brésil, en Argentine, au Chili, etc.), se joue une partie décisive : la guerre entre l’élite néolibérale en déclin qui a régné durant le dernier demi-siècle et celle, ascendante, technofasciste, dans les diverses formes qu’elle assume, est représentée en majeure partie au niveau médiatique et culturel (un domaine encore majoritairement aux mains de la première) comme une guerre entre les bons (présumés interprètes des valeurs libérales) et les méchants qui se seraient pressés autour du second Trump et de ses épigones (J.D. Vance et toute la cohorte des propriétaires de plateformes et de l’I.A.). Sur ce récit convergent de larges secteurs politiques des gauches (sauf quelques exceptions en phase d’ajustement théorique et réflexif).

Adhérer à ce récit signifie laisser l’agenda entre les mains de l’une de ces deux forces qui s’affrontent et renoncer automatiquement à une analyse et à une perspective politique autonomes.

Pour des forces de gauche responsables, un engagement rapide de clarification conceptuelle serait en revanche indispensable, au demeurant pas si complexe, en évitant de servir de porteurs d’eau conscients ou inconscients pour l’un ou l’autre camp, recevant en échange une eau très polluée pour le raisonnement et par conséquent l’abrutissement ou la paralysie.

Il suffit de reprendre en main certains outils et élaborations récents (malheureusement effacés par la brève mémoire historique qui nous reste). Il ne s’agit pas forcément d’outils idéologiques forts, mais plutôt d’une approche historique (et logique), fondée sur des études et des recherches d’auteurs marxistes, mais aussi libéraux-démocrates sérieux.

L’article qui suit tente de reconnecter la réflexion actuelle sur le technofascisme et le néolibéralisme avec les théories de la Dépendance de ce groupe d’analystes et d’économistes qui assistaient Allende dans sa tentative d’émancipation du Chili dans les années 1970 ; en particulier de la pensée du Brésilien Theotonio Dos Santos. Ce ne fut en rien un hasard si de cet événement partit la longue saison néolibérale qui nous mène aujourd’hui au technofascisme : éliminer toute velléité publique de programmer et de planifier démocratiquement son propre destin était la condition nécessaire pour affirmer la pleine liberté du capital tant dans les espaces territoriaux néocoloniaux du Sud que dans ses centres directeurs du Nord.

Introduction

Partons d’un livre publié en 2025 par Alessandro Mulieri, chercheur au CNRS et enseignant à l’Institut d’Études Politiques de Lyon, Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Technomonarques. Les idéologues de la nouvelle droite à l’assaut de la démocratie). Il s’agit du troisième chapitre d’une trilogie sur la crise de la démocratie libérale, commencée avec Democrazia totalitaria (2019) et poursuivie avec Contro la democrazia illiberale (2024). Le livre, que l’auteur lui-même définit comme un « pamphlet d’intervention publique », dessine une carte inquiétante : l’élite technologique de la Silicon Valley et les intellectuels de la nouvelle droite américaine promeuvent un projet politique dont l’objectif déclaré est de mettre fin à la démocratie, en la remplaçant par un ordre autoritaire guidé par une élite technocratique.

Cet article se propose deux choses. Premièrement, reconstruire une brève généalogie intellectuelle de la « technomonarchie » et la notion de « technofascisme » que nous empruntons à l’illustration de Mulieri. Deuxièmement, mettre en dialogue ce diagnostic avec la tradition marxiste de la théorie de la dépendance, en particulier avec l’œuvre de Theotonio dos Santos, Ruy Mauro Marini et d’autres. La thèse qui émerge de cette rencontre est la suivante : le technofascisme n’est pas une déviation ou un accident du néolibéralisme, mais sa forme politique nécessaire dans la phase actuelle de crise capitaliste. Et l’alternative réelle n’est pas entre néolibéralisme et technofascisme, mais entre les deux (dont l’une des parties prévaudra ou, plus probablement, trouvera une voie de conciliation interne avec l’autre) et une perspective socialiste alternative aux deux, fondée sur les biens communs.

I — La technomonarchie : généalogie d’une idéologie

1.1 Curtis Yarvin : le souverain-CEO et le néo-caméralisme

Curtis Yarvin, également connu sous le pseudonyme Mencius Moldbug, est le théoricien central de ce courant. Sa thèse de fond est que la démocratie est une « représentation » : des comités infinis qui feignent de gouverner un navire en réalité possédé par la « Cathédrale » — l’ensemble des médias, de l’université et de la bureaucratie qui constitue le vrai pouvoir. Sa proposition, le « néo-caméralisme », consiste à transformer l’État en corporation : les citoyens deviennent des clients, le souverain un directeur général responsable uniquement envers les actionnaires. Le dissensus n’est pas vu comme expression du pluralisme, mais comme « inflammation chronique » à soigner ; l’efficacité est confondue avec l’évolution, le silence avec la paix.

Il faut noter qu’en janvier 2026 Yarvin a publié un texte dans lequel il compare explicitement les escouades fascistes et nazies des années trente aux applications qui pourraient transformer la démocratie américaine en technomonarchie. Ce n’est pas un exercice rhétorique : c’est la conscience que la forme de la violence change — des rues aux algorithmes — mais la fonction demeure.

1.2 Peter Thiel : transhumanisme et culte du monopole

Thiel représente le pont entre l’idéologie et le pouvoir du capital. Cofondateur de Palantir et premier investisseur de PayPal, il considère l’entrepreneur technologique comme un « démiurge » qui façonne la réalité. Ses convictions centrales : la démocratie signifie stagnation ; le monopole, non la concurrence, est le moteur du progrès ; le transhumanisme — l’usage de l’intelligence artificielle générale pour dépasser la biologie et la mort elle-même — est le seul objectif digne d’être poursuivi.

Le projet transhumaniste de Thiel a une dimension de classe explicite. Il dépense 200 000 dollars par mois en services de cryoconservation d’élite, tout en investissant dans SpaceX et Blue Origin. Musk a déclaré que ceux qui ne peuvent pas se permettre de quitter la Terre pourront travailler sur Mars comme « serviteurs sous contrat », « parce que sur Mars il y aura beaucoup de travail ». Bezos aussi imagine de déplacer des millions de travailleurs industriels dans l’espace pour maintenir « croissance et vitalité ». Ici l’essence de la technomonarchie se montre sans voiles : la transcendance est le privilège de quelques-uns, la majorité est réduite à une unité fonctionnelle.

1.3 Musk et Hoppe : le technomonarchisme libertaire

Musk et Hans-Hermann Hoppe représentent la ligne du « technomonarchisme libertaire » : abolition de la démocratie, retour à la gouvernance privée et à la propriété absolue. Cette ligne s’entrecroise avec celles de Yarvin et Thiel, donnant forme à ce que Mulieri appelle un « fouillis idéologique » : un mélange de néolibéralisme, de néo-réactionnarisme et de technocratie, une « union téméraire entre idées prémodernes et futurisme ultratechnologique ».

1.4 Nick Land et les Lumières obscures

À cette galaxie appartient aussi Nick Land, philosophe britannique des « Lumières obscures » et de l’accélérationnisme. Land fournit la base philosophique pour un dépassement de l’humain par la fusion avec la machine, réhabilitant de fait des catégories comme la race. Son œuvre fonctionne comme ciment spéculatif entre l’anti-humanisme nietzschéen et la technocratie contemporaine. (voir Note 1)

II — Le technofascisme comme catégorie nécessaire

Mulieri reconnaît que « technofascisme » est une catégorie problématique. Mais le lien avec le fascisme historique n’est pas arbitraire. Sa référence est le concept de « fascisme éternel » d’Umberto Eco. Non pas un régime spécifique, mais une tendance profonde : la foi philosophique dans l’inégalité naturelle, le mépris du débat démocratique et de la pensée critique, la peur de la différence comme instrument de mobilisation, l’appel à une élite « éclairée » contre une masse « corrompue ».

Mulieri identifie trois différences cruciales entre technofascisme et fascisme historique.

Premièrement : le fascisme historique s’appuyait sur le langage et les instruments de la science moderne ; la technomonarchie dépend d’un savoir « imprégné de théologie, d’ontologie et de métaphysique ». L’appropriation de Carl Schmitt par Thiel, et ses cercles de lecture fermés de Leo Strauss en clé réactionnaire, rappellent de près certains milieux nationalistes-fascistes de l’Allemagne des années vingt et trente. (il faut toutefois rappeler que Leo Strauss fut le théoricien des néoconservateurs, avec des influences transversales tant sur les républicains que sur de larges secteurs des démocrates américains)

Deuxièmement : pour la technomonarchie, c’est le développement technologique, non la politique, qui est l’instrument privilégié de la « révolution ». La révolution ne passe pas par la conquête de l’État, mais par le contrôle des infrastructures — cloud, données, IA — qui vident la souveraineté étatique de l’intérieur. (alors qu’auparavant c’était le système médiatique traditionnel et une politique ancillaire qui accomplissaient cette tâche).

Troisièmement : la technomonarchie n’imagine pas un État totalitaire, mais une conception patrimonialiste de l’État : le pouvoir comme propriété privée, les citoyens comme clients ou points de données. (alors qu’auparavant, ils étaient consommateurs et électeurs…)

III — Réactiver Dos Santos et la théorie de la dépendance

3.1 Le « nouveau caractère de la dépendance »

Theotonio dos Santos, l’un des principaux théoriciens de la théorie de la dépendance aux côtés de Ruy Mauro Marini, publia en 1972 Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Le titre lui-même est un programme analytique : l’approfondissement de la dépendance (comme processus de subalternité à la centralité de l’entreprise multinationale et au néolibéralisme) ne conduit évidemment pas à la libération, mais peut glisser vers le fascisme.

L’originalité de Dos Santos réside dans le fait de concevoir la dépendance comme processus historique, non comme situation donnée. La dépendance dans la phase du capitalisme monopoliste présente des caractères différents de ceux de l’époque coloniale ou concurrentielle. Il critique la théorie de la Commission économique pour l’Amérique latine (CEPAL) : l’industrialisation par substitution des importations n’élimine pas la dépendance, parce que les industries clés et les décisions restent contrôlées par le capital étranger. Bien plus, la dépendance s’approfondit.

Appliqué à l’ère numérique, le problème devient brûlant : qui possède et contrôle le cloud, les plateformes, les algorithmes, les données ? Les pays périphériques peuvent utiliser Uber et Airbnb, mais ils ne possèdent pas l’infrastructure, ne contrôlent pas les algorithmes, n’extraient pas la rente des données. Ils deviennent fournisseurs de données et payeurs de rente. Des recherches académiques récentes utilisent précisément le cadre de la théorie de la dépendance pour analyser comment les grandes entreprises technologiques, par l’extraction des données, le contrôle des infrastructures et la gouvernance algorithmique, reproduisent la dépendance du Sud global envers le Nord global.

3.2 La contradiction interne au centre

Mais le cadre de Dos Santos ne concerne pas seulement le rapport centre-périphérie. Son analyse du « nouveau caractère de la dépendance » concerne aussi les transformations internes du capitalisme dans les centres directeurs qui ont historiquement produit la mondialisation : la centralisation, la concentration et l’internationalisation du capital après la Seconde Guerre mondiale. Dans ce cadre, le capital multinational se détache progressivement de son ancrage national. Les grandes corporations américaines n’ont plus besoin d’un marché du travail américain prospère pour accumuler ; la délocalisation productive et la financiarisation rendent leur rentabilité indépendante du sort des travailleurs du centre.

Cela crée la contradiction que nous voyons se déployer aujourd’hui : le capital mondialisé prospère, tandis que des portions significatives du centre — la classe ouvrière désindustrialisée, mais aussi des secteurs de la petite et moyenne bourgeoisie — vivent un déclin relatif ou absolu. C’est une fracture à l’intérieur du centre, non seulement entre centre et périphérie. (Voir aussi : La prévision de Dos Santos (en particulier la partie finale de l’essai : « Les contradictions du multinationalisme ») – Theotonio Dos Santos, 1973)

IV — Le phénomène Trump : de la « photo » à la « solution »

Si nous acceptons ce cadre, les deux mandats de Trump peuvent être lus comme deux phases de la même contradiction. Et deux tentatives différentes d’y remédier.

4.1 Le premier Trump : la « photo » de la contradiction

Le Trump de 2016 représente le moment où la contradiction explose politiquement. Sa base était composée de ceux qui se sentaient laissés pour compte par le capital mondialisé : travailleurs de la Rust Belt (la ceinture de la rouille, du déclin industriel américain), petits entrepreneurs, communautés qui avaient vu la production se déplacer ailleurs. La rhétorique « America First » était dirigée contre le capital qui avait « trahi » la nation, incarné symboliquement par les multinationales et les accords commerciaux.

Dos Santos aurait reconnu ce schéma. Dans son analyse du fascisme dépendant, il identifiait une « radicalisation à droite » comme réponse à la crise du modèle de domination. Le fascisme, dans sa lecture, émerge lorsque la bourgeoisie monopoliste a besoin d’organiser la répression des masses, mais aussi lorsque des secteurs intermédiaires et marginaux de la population sont mobilisés contre un ordre perçu comme hostile. Le premier Trump est la version centrale de ce phénomène : un mouvement de masse petit-bourgeois et ouvrier, avec des veines irrationalistes, dirigé contre l’establishment mondialiste.

4.2 Le premier Trump : Bannon comme idéologue organique

Dans le premier mandat de Trump, Steve Bannon était l’idéologue de référence, l’esprit qui donnait forme théorique et stratégique au « populisme de droite radicale » de Trump. Il avait été le chef stratège de la campagne de 2016, puis chief strategist à la Maison-Blanche, et son empreinte se voyait sur des questions clés comme le retrait de l’accord de Paris sur le climat et les politiques anti-immigration.

Bannon fournissait un cadre métapolitique : la « guerre culturelle » comme priorité, la déstructuration de l’État administratif, le nationalisme économique contre le « globalisme ». Il était l’architecte intellectuel du MAGA des origines, celui qui donnait un langage et une direction à un mouvement autrement instinctif.

Dans le second mandat, le tableau a radicalement changé. Bannon n’est plus l’idéologue de référence, même s’il reste une figure importante dans le panorama MAGA.

Aujourd’hui Bannon est un influenceur et un agitateur — il gère le podcast War Room, continue à pousser pour un « troisième mandat » de Trump, attaque les ennemis politiques, alimente la guerre culturelle. Mais il n’est plus celui qui définit la direction intellectuelle de l’administration.

Le rôle d’idéologue a été occupé par d’autres acteurs, avec une matrice très différente. Le centre de gravité s’est déplacé vers :

  • L’élite techno-financière de la Silicon Valley : Peter Thiel, Elon Musk, et la galaxie de venture capitalists et d’entrepreneurs tech qui ont désormais un accès direct et une influence déterminante.
  • Des figures comme J.D. Vance, qui représente une synthèse entre le nationalisme de Bannon et le technofuturisme de la Silicon Valley.

La preuve la plus évidente de ce déplacement est la guerre ouverte entre Bannon et Musk. Bannon a qualifié Musk d’« immigrant illégal parasitaire » et a promis de « le faire tomber ». Musk, de son côté, représente exactement ce pôle techno-financier que Bannon — avec sa vision de nationalisme économique « communautariste » et anti-libertaire — n’arrive pas à digérer.

Cette fracture n’est pas personnelle : elle est structurelle. Bannon incarne le vieux populisme nationaliste, avec des racines dans la classe ouvrière blanche et dans la petite bourgeoisie désindustrialisée. Musk incarne le nouveau technofuturisme, qui voit dans la Silicon Valley et dans l’intelligence artificielle le moteur de l’avenir — un avenir qui, comme nous l’avons discuté, tend à rendre superflu précisément cette base sociale.

Le second Trump est un projet techno-financier dans lequel l’idéologie est produite ailleurs — dans les cercles de Peter Thiel, dans les fonds de venture capital, dans les laboratoires d’intelligence artificielle.

Bannon reste une voix importante, mais il est devenu un opposant interne à ce qu’il considère comme la dérive « mondialiste » et « libertaire » du nouveau Trump. Sa bataille contre Musk est la bataille d’une idéologie mourante contre une qui est en train de prendre le dessus.

4.3 Le second Trump : la « solution » d’en haut

Le second Trump n’est plus la « photo » du conflit. C’est la tentative de recomposer cette fracture — mais non dans le sens d’une réconciliation entre capital et travail dans le centre directeur (États-Unis). C’est une recomposition d’en haut, qui sacrifie la base populaire sur l’autel de l’alliance avec l’élite techno-financière.

Le second mandat de Trump est de plus en plus orienté vers les intérêts de la Silicon Valley, avec des politiques qui bénéficient de manière presque exclusive aux ultra-riches et aux élites technologiques. La rémunération de la base MAGA se fait en termes seulement symboliques — la guerre culturelle, la rhétorique nationaliste — tandis que les bénéfices matériels vont aux milliardaires de la tech, qui ont financé et financent sa campagne en échange de déréglementation et d’immunité face à la supervision et au contrôle étatiques.

4.4 L’intelligence artificielle comme ciment

L’IA devient le ciment entre le capital techno-financier et le projet politique autoritaire. D’un côté, l’IA exige d’énormes quantités d’énergie, de données et d’infrastructures — et Trump, avec son amour pour les combustibles fossiles, est vu comme celui qui peut « ouvrir les portes » à cette course. De l’autre, l’IA offre au capital la possibilité de remplacer le travail humain à grande échelle, rendant la base ouvrière et employée de plus en plus superflue du point de vue de la valorisation.

Naomi Klein a récemment argumenté quelque chose de très proche de cette lecture : les milliardaires de la tech ne soutiennent pas Trump seulement par intérêt économique, mais parce que leur modèle d’affaires — basé sur l’IA et sur le remplacement du travail — exige un récit qui justifie le rejet de portions entières d’humanité. L’argent ne les rend pas fascistes au sens d’une idéologie préconçue ; il les rend fascistes parce qu’ils ont besoin d’une histoire qui légitime leur vision du monde.

4.5 La lecture de Dos Santos

Dos Santos aurait lu cela comme une tentative de recomposer le bloc dominant sur de nouvelles bases. Le capital global et le capital national ne sont plus en conflit ouvert parce que le premier a absorbé ou marginalisé le second. Les corporations tech sont, par définition, globales dans leur opérativité mais américaines dans leur base légale, fiscale et militaire. Le protectionnisme trumpiste n’est pas une limitation du capitalisme américain, mais une tentative de le sauver de sa crise de rentabilité en utilisant le pouvoir étatique comme bouclier.

En ce sens, le second Trump ne « dépasse » pas le conflit entre les deux formes de capital : il le résout en faveur du capital techno-financier mondialisé, tandis que la base populaire est compensée par la rhétorique nationaliste et par la promesse d’un ennemi commun (la Chine, les immigrants, les « mondialistes » : mais lesquels, si ce sont précisément ceux qui mènent la danse ?). C’est une solution instable et contradictoire, mais c’est une solution, au moins provisoire.

V — Socialisme ou technofascisme : le vrai choix

Dos Santos, dans son titre de 1972, posait la question en des termes qui résonnent aujourd’hui avec une actualité inquiétante : socialisme ou fascisme. Mais le choix aujourd’hui doit être reformulé.

Si le technofascisme est une forme évolutive du néolibéralisme, alors le choix n’est pas entre « néolibéralisme gentil » et « technofascisme ». C’est une fausse alternative, un choix entre deux modalités du même système (le premier a produit le second). Le vrai choix est : libéralisme-technofascisme d’un côté, socialisme de l’autre.

5.1 Les biens communs comme contenu du socialisme

Le contenu de l’alternative socialiste doivent être les biens communs. Ce n’est pas un ajout décoratif, mais le contenu matériel d’une alternative au technofascisme.

Le capitalisme des « monopoles intellectuels » ne se limite pas à exploiter le travail : il enclôt et absorbe complètement la connaissance elle-même. Les grandes entreprises tech extraient de la valeur des commons — logiciel open source, Wikipédia, données publiques — pour ensuite privatiser ce qu’elles en tirent. C’est le mécanisme central du technofascisme : non seulement l’exploitation, mais l’expropriation de l’intelligence collective. Et c’est à cette pratique extractive, intrinsèquement et nécessairement violente, que sert la guerre.

Une alternative socialiste devrait donc se poser comme réappropriation des commons : le savoir comme patrimoine commun, non comme marchandise ; les infrastructures numériques comme biens publics, non comme plateformes privées ; la terre et les ressources comme héritage partagé, non comme objets de spéculation.

5.2 Le récit tiers

Le technofascisme offre une histoire : le déclin, l’ennemi intérieur, le surhomme technologique qui sauve la nation. Le néolibéralisme offre une autre histoire : le marché comme liberté, l’individu qui prospère s’il s’adapte.

Il manque un récit socialiste des commons. Non pas le vieux récit étatiste, mais quelque chose de différent : l’histoire d’une humanité qui partage le savoir, qui garde la terre, qui construit ensemble les infrastructures de la vie, qui sauvegarde les éléments de résilience humaine et des autres formes de vie. Dos Santos, dans sa phase mature, parlait d’une « troisième voie » non au sens social-démocrate, mais au sens d’un chemin autonome des peuples du Sud et des classes subalternes du Nord. Un récit qui ne demande pas la permission au capital, mais qui se fonde sur la capacité collective de produire et de reproduire la vie.

Conclusion

Le technofascisme n’est pas un accident de l’histoire. C’est la forme politique que le néolibéralisme assume lorsqu’il ne parvient plus à se soutenir par le consensus (pseudo-)démocratique. Ce n’est pas son contraire, c’est son visage nu. Dos Santos, s’il avait pu observer cette évolution, aurait probablement dit : c’est exactement le « nouveau caractère de la dépendance » dans sa version numérique et aussi dans les centres directeurs (États-Unis et Europe).

La question qui s’ensuit n’est pas « comment revenir au néolibéralisme gentil ? » (au demeurant jamais existé), mais « quelle alternative construire avant que le technofascisme ne se consolide ? ». Le contenu de cette alternative sont les biens communs — le savoir, la terre, les infrastructures, l’avenir. Son récit est la réappropriation. Son nom, encore, est socialisme.

NOTES

1) – Le concept d’accélérationnisme est central pour comprendre la galaxie idéologique qui tourne autour de la technomonarchie. C’est un courant de pensée complexe et délibérément provocateur, qui s’est ramifié dans des directions opposées. En synthèse, l’accélérationnisme soutient que la seule réponse radicale au capitalisme n’est pas de le ralentir, de le réformer ou de protester contre lui, mais d’accélérer et d’exaspérer ses propres tendances — la décodification, l’aliénation, l’abstraction, la déterritorialisation — jusqu’à les porter au point de rupture. L’idée de fond est que, en poussant le système à sa limite extrême, on le fait exploser, ouvrant la voie à quelque chose de radicalement différent.

Divers courants philosophiques : L’accélérationnisme comme terme philosophique émerge dans les années 1990, en grande partie lié au travail de Nick Land et du CCRU (Cybernetics Culture Research Unit). Land et ses collègues ont retravaillé en clé « cybernétique » et « nihiliste » certaines intuitions de Deleuze et Guattari et de Lyotard. Leur thèse était que le capitalisme est une force impersonnelle et « machinique » qui ne peut pas être contrôlée par la politique humaine. La seule option est de se rendre à cette force, de laisser la technologie et le marché se développer sans freins, jusqu’à dissoudre l’État, les normes sociales et même la centralité de l’être humain en faveur d’une « singularité technologique ».

Accélérationnisme de droite et de gauche : Le terme s’est ensuite scindé en deux grandes directions, qui représentent des options politiques opposées.

1. Accélérationnisme de droite (ou réactionnaire)
C’est le courant directement lié au technofascisme et aux oligarques de la Silicon Valley. Ses représentants (Land, mais aussi des figures comme Peter Thiel et Elon Musk) voient la technologie et le capitalisme comme des forces à libérer pour dépasser la démocratie et l’État de droit. L’objectif n’est pas une utopie égalitaire, mais une dissolution de l’ordre existant pour laisser place à de nouvelles formes de pouvoir (technocratique, monopolistique, hiérarchique). Dans cette vision, l’accélération est contre la politique et contre l’humain. C’est une forme de nihilisme actif : « tant pis, tant mieux », parce que l’effondrement est la seule voie du changement.

2. Accélérationnisme de gauche
Ce courant, représenté par des théoriciens comme Nick Srnicek et Alex Williams (auteurs du Manifeste pour une politique accélérationniste en 2013), et en partie par Mark Fisher, propose une lecture opposée. Il soutient que la gauche ne devrait pas rejeter la technologie (automatisation, IA, robotique) comme une menace, mais devrait se l’approprier et en accélérer le développement pour dépasser le capitalisme. L’objectif est un avenir post-capitaliste : travail automatisé, revenu de base universel, réduction du temps de travail. Au lieu de revenir à un passé pré-capitaliste (une idée que Fisher qualifiait d’illusion, étant donné qu’« il n’existe pas de désir de revenir en arrière »), la gauche doit apprendre à « chevaucher le tigre » du développement technologique pour le porter au-delà du capitalisme lui-même.

La dérive violente et terroriste : Il existe enfin une troisième dégénérescence, celle dont on parle souvent aujourd’hui dans les chroniques : l’accélérationnisme d’extrême droite et violent. Des groupes comme The Base ou les admirateurs de l’idéologie « Siege » de James Mason traduisent la théorie abstraite en un programme de terrorisme et de guérilla pour accélérer l’« effondrement du système » et déclencher une « guerre raciale ». Ici l’accélérationnisme devient une invitation à l’action violente, souvent adressée à des jeunes radicalisés en ligne.

L’accélérationnisme de droite est, en substance, la justification philosophique et libidinale du projet technomonarchique. Il fournit à des figures comme Thiel et Musk un récit qui ne se limite pas à vouloir « gagner » dans le système, mais à détruire le système pour en imposer un nouveau. Ce n’est pas un hasard si Land est une figure de référence pour cette élite.

Tandis que l’accélérationnisme de gauche propose d’« accélérer au-delà » du capitalisme, la théorie de la dépendance de Dos Santos nous rappelle que l’on ne peut pas simplement « accélérer » hors du capitalisme depuis l’intérieur de ses centres de pouvoir. Le choix que Dos Santos posait était entre socialisme ou fascisme. L’accélérationnisme de droite choisit explicitement le fascisme (sous forme techno-monarchique). L’accélérationnisme de gauche, pour être fidèle à un projet socialiste, doit nécessairement rompre avec la logique du capital, non simplement la pousser plus vite. Il doit se poser comme une réappropriation des biens communs (savoir, terre, infrastructures), non comme une ultérieure « accélération » d’un système qui, comme disait Lyotard, « jouit » de sa propre destruction.

Références bibliographiques

  • Mulieri, A. (2025). Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Donzelli.
  • Dos Santos, T. (1972). Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Ediciones Periferia.
  • Dos Santos, T. (1973). Considerazioni sulle società multinazionali. (Dans Problemi del socialismo, n° 16/17) – En particulier la partie finale de l’essai : « Les contradictions du multinationalisme ».
  • Marini, R.M. (1973). Dialéctica de la dependencia. Era.
  • Eco, U. (1995). Il fascismo eterno. La nave di Teseo.
  • Klein, N. (2026). Interventions publiques sur le rapport entre Silicon Valley et autoritarisme.
  • Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism. Oxford University Press.
  • Gallino, L. (2013). Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa. Einaudi.
  • Gallino, L. (2011). Finanzcapitalismo. Einaudi.
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Tecnomonarquia e Tecnofascismo: uma leitura através de Dos Santos e da teoria da dependência

Versão em português

Sobre as modalidades de narração político-midiática da ascensão de forças políticas de extrema direita na Europa como nos EUA e em outros países (inclusive do Sul global, como no Brasil, na Argentina, no Chile, etc.), joga-se uma partida decisiva: a guerra entre a elite neoliberal em declínio que reinou no último meio século e a ascendente tecnofascista, nas várias formas que assume, é representada em grande parte no nível midiático e cultural (um âmbito ainda predominantemente nas mãos da primeira) como uma guerra entre bons (pretensos intérpretes dos valores liberais) e maus que se teriam amontoado em torno do segundo Trump e de seus epígonos (J.D. Vance e toda a fileira de donos de plataformas e de I.A.). Nessa narrativa convergem amplos setores políticos das esquerdas (salvo poucas exceções em fase de ajuste teórico e reflexivo).

Aderir a essa narrativa significa deixar a agenda nas mãos de uma dessas duas forças que se confrontam e renunciar automaticamente a uma análise e a uma perspectiva política autônomas.

Para forças de esquerda responsáveis seria, ao contrário, indispensável um empenho rápido de clarificação conceitual, aliás não tão complexo, evitando funcionar como carregadores de água conscientes ou inconscientes para um ou outro bando, recebendo em troca água muito poluída para o raciocínio e, consequentemente, o entorpecimento ou a paralisia.

Basta retomar alguns instrumentos e elaborações recentes (infelizmente apagadas pela breve memória histórica que nos resta). Não se trata necessariamente de instrumentos ideológicos fortes, mas antes de uma abordagem histórica (e lógica), fundada em estudos e pesquisas de autores marxistas, mas também liberal-democratas sérios.

O artigo que segue tenta reconectar a reflexão atual sobre tecnofascismo e neoliberalismo com as teorias da Dependência daquele grupo de analistas e economistas que assistiam Allende em sua tentativa de emancipação do Chile nos anos 1970; em particular, do pensamento do brasileiro Theotonio Dos Santos. Não foi de modo algum casual que daquele acontecimento partisse a longa estação neoliberal que nos leva hoje ao tecnofascismo: eliminar toda veleidade pública de programar e planejar democraticamente o próprio destino era a condição necessária para afirmar a plena liberdade do capital tanto nos espaços territoriais neocoloniais do Sul quanto em seus centros diretores no Norte.

Introdução

Partamos de um livro publicado em 2025 por Alessandro Mulieri, pesquisador do CNRS e docente no Instituto de Estudos Políticos de Lyon, Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Tecnomonarcas. Os ideólogos da nova direita no ataque à democracia). Trata-se do terceiro capítulo de uma trilogia sobre a crise da democracia liberal, iniciada com Democrazia totalitaria (2019) e continuada com Contro la democrazia illiberale (2024). O livro, que o próprio autor define como um “panfleto de intervenção pública”, delineia um mapa inquietante: a elite tecnológica do Vale do Silício e os intelectuais da nova direita americana estão promovendo um projeto político cujo objetivo declarado é pôr fim à democracia, substituindo-a por uma ordem autoritária guiada por uma elite tecnocrática.

Este artigo propõe-se a duas coisas. Primeiro, reconstruir uma breve genealogia intelectual da “tecnomonarquia” e a noção de “tecnofascismo” que tomamos de empréstimo à ilustração de Mulieri. Segundo, colocar em diálogo esse diagnóstico com a tradição marxista da teoria da dependência, em particular com a obra de Theotonio dos Santos, Ruy Mauro Marini e outros. A tese que emerge desse encontro é a seguinte: o tecnofascismo não é um desvio ou um acidente do neoliberalismo, mas sua forma política necessária na fase atual de crise capitalista. E a alternativa real não é entre neoliberalismo e tecnofascismo, mas entre ambos (dos quais uma parte prevalecerá ou, mais provavelmente, encontrará uma via de conciliação interna com a outra) e uma perspectiva socialista alternativa a ambos, fundada nos bens comuns.

I — A tecnomonarquia: genealogia de uma ideologia

1.1 Curtis Yarvin: o soberano-CEO e o neocameralismo

Curtis Yarvin, conhecido também pelo pseudônimo Mencius Moldbug, é o teórico central dessa corrente. Sua tese de fundo é que a democracia é uma “encenação”: comitês infinitos que fingem governar um navio na realidade possuído pela “Catedral” — o conjunto de mídia, academia e burocracia que constitui o verdadeiro poder. Sua proposta, o “neocameralismo”, consiste em transformar o Estado em uma corporação: os cidadãos tornam-se clientes, o soberano um diretor executivo responsável apenas perante os acionistas. O dissenso não é visto como expressão de pluralismo, mas como “inflamação crônica” a ser curada; a eficiência é confundida com evolução, o silêncio com paz.

Cabe observar que, em janeiro de 2026, Yarvin publicou um texto no qual compara explicitamente os esquadrões fascistas e nazistas dos anos trinta aos aplicativos que poderiam transformar a democracia americana em uma tecnomonarquia. Não é um exercício retórico: é a consciência de que a forma da violência muda — das ruas aos algoritmos —, mas a função permanece.

1.2 Peter Thiel: transumanismo e culto do monopólio

Thiel representa a ponte entre a ideologia e o poder do capital. Cofundador da Palantir e primeiro investidor do PayPal, considera o empresário tecnológico um “demiurgo” que plasma a realidade. Suas convicções centrais: a democracia significa estagnação; o monopólio, não a concorrência, é o motor do progresso; o transumanismo — o uso da inteligência artificial geral para superar a biologia e a própria morte — é o único objetivo digno de ser perseguido.

O projeto transumanista de Thiel tem uma dimensão de classe explícita. Ele gasta 200.000 dólares por mês em serviços de criopreservação de elite, enquanto investe na SpaceX e na Blue Origin. Musk declarou que quem não puder permitir-se deixar a Terra poderá trabalhar em Marte como “servo por contrato”, “porque em Marte haverá muito trabalho”. Bezos também imagina deslocar milhões de trabalhadores industriais para o espaço a fim de manter “crescimento e vitalidade”. Aqui a essência da tecnomonarquia se mostra sem véus: a transcendência é privilégio de poucos, a maioria é reduzida a unidade funcional.

1.3 Musk e Hoppe: o tecnomonarquismo libertário

Musk e Hans-Hermann Hoppe representam a linha do “tecnomonarquismo libertário”: abolição da democracia, retorno à governança privada e à propriedade absoluta. Essa linha se entrelaça com as de Yarvin e Thiel, dando forma ao que Mulieri chama de um “amontoado ideológico”: uma mistura de neoliberalismo, neorreacionarismo e tecnocracia, uma “temerária união entre ideias pré-modernas e futurismo ultratecnológico”.

1.4 Nick Land e o Iluminismo sombrio

A essa galáxia pertence também Nick Land, filósofo britânico do “Iluminismo sombrio” e do aceleracionismo. Land fornece a base filosófica para uma superação do humano mediante a fusão com a máquina, reabilitando de fato categorias como a raça. Sua obra funciona como cimento especulativo entre o anti-humanismo nietzschiano e a tecnocracia contemporânea. (ver Nota 1)

II — O tecnofascismo como categoria necessária

Mulieri reconhece que “tecnofascismo” é uma categoria problemática. Mas o vínculo com o fascismo histórico não é arbitrário. Sua referência é o conceito de “fascismo eterno” de Umberto Eco. Não um regime específico, mas uma tendência profunda: a fé filosófica na desigualdade natural, o desprezo pelo debate democrático e pelo pensamento crítico, o medo da diferença como instrumento de mobilização, o apelo a uma elite “esclarecida” contra uma massa “corrompida”.

Mulieri identifica três diferenças cruciais entre tecnofascismo e fascismo histórico.

Primeira: o fascismo histórico apoiava-se na linguagem e nos instrumentos da ciência moderna; a tecnomonarquia depende de um saber “impregnado de teologia, ontologia e metafísica”. A apropriação de Carl Schmitt por parte de Thiel, e seus círculos de leitura fechados de Leo Strauss em chave reacionária, lembram de perto certos ambientes nacionalistas-fascistas da Alemanha dos anos vinte e trinta. (deve-se recordar, porém, que Leo Strauss foi o teórico dos neocons, com influências transversais tanto sobre os republicanos quanto sobre amplos setores dos democratas americanos)

Segunda: para a tecnomonarquia, é o desenvolvimento tecnológico, não a política, o instrumento privilegiado da “revolução”. A revolução não passa pela conquista do Estado, mas pelo controle das infraestruturas — nuvem, dados, IA — que esvaziam a soberania estatal por dentro. (enquanto antes era o sistema midiático tradicional e uma política ancilar que cumpriam essa tarefa).

Terceira: a tecnomonarquia não imagina um Estado totalitário, mas uma concepção patrimonialista do Estado: o poder como propriedade privada, os cidadãos como clientes ou pontos de dados. (enquanto antes eram consumidores e eleitores…)

III — Reativar Dos Santos e a teoria da dependência

3.1 O “novo caráter da dependência”

Theotonio dos Santos, um dos principais teóricos da teoria da dependência ao lado de Ruy Mauro Marini, publicou em 1972 Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. O título em si é um programa analítico: o aprofundamento da dependência (como processo de subalternidade à centralidade da empresa multinacional e ao neoliberalismo) obviamente não conduz à libertação, mas pode deslizar para o fascismo.

A originalidade de Dos Santos está em conceber a dependência como processo histórico, não como situação dada. A dependência na fase do capitalismo monopolista apresenta características diferentes das da época colonial ou concorrencial. Ele critica a teoria da Comissão Econômica para a América Latina (CEPAL): a industrialização por substituição de importações não elimina a dependência, porque as indústrias-chave e as decisões permanecem controladas pelo capital estrangeiro. Ao contrário, a dependência se aprofunda.

Aplicado à era digital, o problema torna-se candente: quem possui e controla a nuvem, as plataformas, os algoritmos, os dados? Os países periféricos podem usar Uber e Airbnb, mas não possuem a infraestrutura, não controlam os algoritmos, não extraem a renda dos dados. Tornam-se fornecedores de dados e pagadores de renda. Pesquisas acadêmicas recentes utilizam precisamente o quadro da teoria da dependência para analisar como as grandes empresas tecnológicas, por meio da extração de dados, do controle das infraestruturas e da governança algorítmica, reproduzem a dependência do Sul global em relação ao Norte global.

3.2 A contradição interna ao centro

Mas o quadro de Dos Santos não diz respeito apenas à relação centro-periferia. Sua análise do “novo caráter da dependência” concerne também às transformações internas do capitalismo nos centros diretores que historicamente produziram a globalização: a centralização, a concentração e a internacionalização do capital após a Segunda Guerra Mundial. Nesse quadro, o capital multinacional desvincula-se progressivamente de sua ancoragem nacional. As grandes corporações americanas não precisam mais de um mercado de trabalho americano próspero para acumular; a deslocalização produtiva e a financeirização tornam sua rentabilidade independente do destino dos trabalhadores do centro.

Isso cria a contradição que vemos desdobrar-se hoje: o capital globalizado prospera, enquanto porções significativas do centro — a classe operária desindustrializada, mas também setores da pequena e média burguesia — vivem um declínio relativo ou absoluto. É uma fratura dentro do centro, não apenas entre centro e periferia. (Ver também: A previsão de Dos Santos (em particular a parte final do ensaio: “As contradições do multinacionalismo”) – Theotonio Dos Santos, 1973)

IV — O fenômeno Trump: da “foto” à “solução”

Se aceitarmos esse quadro, os dois mandatos de Trump podem ser lidos como duas fases da mesma contradição. E duas tentativas diferentes de remediá-la.

4.1 O primeiro Trump: a “foto” da contradição

O Trump de 2016 representa o momento em que a contradição explode politicamente. Sua base era composta por quem se sentia deixado para trás pelo capital globalizado: trabalhadores da Rust Belt (o cinturão da ferrugem, do declínio industrial americano), pequenos empresários, comunidades que tinham visto a produção se deslocar para outro lugar. A retórica “America First” era dirigida contra o capital que havia “traído” a nação, encarnado simbolicamente pelas multinacionais e pelos acordos comerciais.

Dos Santos teria reconhecido esse esquema. Em sua análise do fascismo dependente, ele identificava uma “radicalização à direita” como resposta à crise do modelo de dominação. O fascismo, em sua leitura, emerge quando a burguesia monopolista precisa organizar a repressão das massas, mas também quando setores intermediários e marginais da população são mobilizados contra uma ordem percebida como hostil. O primeiro Trump é a versão central desse fenômeno: um movimento de massa pequeno-burguês e operário, com veias irracionalistas, dirigido contra o establishment globalista.

4.2 O primeiro Trump: Bannon como ideólogo orgânico

No primeiro mandato de Trump, Steve Bannon era o ideólogo de referência, a mente que dava forma teórica e estratégica ao “populismo de direita radical” de Trump. Tinha sido o chefe estrategista da campanha de 2016, depois chief strategist na Casa Branca, e sua marca se via em questões-chave como a retirada do acordo de Paris sobre o clima e as políticas anti-imigração.

Bannon fornecia um quadro metapolítico: a “guerra cultural” como prioridade, a desestruturação do Estado administrativo, o nacionalismo econômico contra o “globalismo”. Era o arquiteto intelectual do MAGA das origens, aquele que dava uma linguagem e uma direção a um movimento de outro modo instintivo.

No segundo mandato, o quadro mudou radicalmente. Bannon já não é o ideólogo de referência, ainda que permaneça uma figura importante no panorama MAGA.

Hoje Bannon é um influenciador e um agitador — administra o podcast War Room, continua a pressionar por um “terceiro mandato” de Trump, ataca os inimigos políticos, alimenta a guerra cultural. Mas já não é aquele que define a direção intelectual da administração.

O papel de ideólogo foi ocupado por outros atores, com uma matriz muito diferente. O centro de gravidade deslocou-se para:

  • A elite tecno-financeira do Vale do Silício: Peter Thiel, Elon Musk, e a galáxia de venture capitalists e empresários tech que agora têm acesso direto e influência determinante.
  • Figuras como J.D. Vance, que representa uma síntese entre o nacionalismo de Bannon e o tecnofuturismo do Vale do Silício.

A prova mais evidente desse deslocamento é a guerra aberta entre Bannon e Musk. Bannon qualificou Musk de “imigrante ilegal parasitário” e prometeu “derrubá-lo”. Musk, por sua vez, representa exatamente aquele polo tecno-financeiro que Bannon — com sua visão de nacionalismo econômico “comunitarista” e antilibertário — não consegue digerir.

Essa fratura não é pessoal: é estrutural. Bannon encarna o velho populismo nacionalista, com raízes na classe operária branca e na pequena burguesia desindustrializada. Musk encarna o novo tecnofuturismo, que vê no Vale do Silício e na inteligência artificial o motor do futuro — um futuro que, como discutimos, tende a tornar supérflua precisamente aquela base social.

O segundo Trump é um projeto tecno-financeiro no qual a ideologia é produzida em outro lugar — nos círculos de Peter Thiel, nos fundos de venture capital, nos laboratórios de inteligência artificial.

Bannon permanece uma voz importante, mas tornou-se um opositor interno ao que considera a deriva “globalista” e “libertária” do novo Trump. Sua batalha contra Musk é a batalha de uma ideologia moribunda contra uma que está tomando a dianteira.

4.3 O segundo Trump: a “solução” de cima

O segundo Trump já não é a “foto” do conflito. É a tentativa de recompor aquela fratura — mas não no sentido de uma reconciliação entre capital e trabalho no centro diretor (EUA). É uma recomposição de cima, que sacrifica a base popular no altar da aliança com a elite tecno-financeira.

O segundo mandato de Trump está cada vez mais orientado para os interesses do Vale do Silício, com políticas que beneficiam de modo quase exclusivo os ultrarricos e as elites tecnológicas. A retribuição da base MAGA ocorre apenas em termos simbólicos — a guerra cultural, a retórica nacionalista —, enquanto os benefícios materiais vão para os bilionários da tech, que financiaram e financiam sua campanha em troca de desregulamentação e imunidade face à supervisão e ao controle estatais.

4.4 A inteligência artificial como cimento

A IA torna-se o cimento entre o capital tecno-financeiro e o projeto político autoritário. Por um lado, a IA exige enormes quantidades de energia, dados e infraestruturas — e Trump, com seu amor pelos combustíveis fósseis, é visto como aquele que pode “abrir os portões” para essa corrida. Por outro lado, a IA oferece ao capital a possibilidade de substituir o trabalho humano em larga escala, tornando a base operária e assalariada cada vez mais supérflua do ponto de vista da valorização.

Naomi Klein argumentou recentemente algo muito próximo dessa leitura: os bilionários da tech não apoiam Trump apenas por interesse econômico, mas porque seu modelo de negócios — baseado na IA e na substituição do trabalho — exige uma narrativa que justifique o descarte de porções inteiras de humanidade. O dinheiro não os torna fascistas no sentido de uma ideologia preconcebida; torna-os fascistas porque precisam de uma história que legitime sua visão de mundo.

4.5 A leitura de Dos Santos

Dos Santos teria lido isso como uma tentativa de recompor o bloco dominante sobre novas bases. O capital global e o capital nacional já não estão em conflito aberto porque o primeiro absorveu ou marginalizou o segundo. As corporações tech são, por definição, globais em sua operatividade, mas americanas em sua base legal, fiscal e militar. O protecionismo trumpista não é uma limitação do capitalismo americano, mas uma tentativa de salvá-lo de sua crise de rentabilidade utilizando o poder estatal como escudo.

Nesse sentido, o segundo Trump não “supera” o conflito entre as duas formas de capital: resolve-o em favor do capital tecno-financeiro globalizado, enquanto a base popular é compensada com a retórica nacionalista e com a promessa de um inimigo comum (a China, os imigrantes, os “globalistas”: mas quais, se são precisamente aqueles que guiam a dança?). É uma solução instável e contraditória, mas é uma solução, ao menos provisória.

V — Socialismo ou tecnofascismo: a escolha real

Dos Santos, em seu título de 1972, colocava a questão em termos que hoje ressoam com inquietante atualidade: socialismo ou fascismo. Mas a escolha hoje deve ser reformulada.

Se o tecnofascismo é uma forma evolutiva do neoliberalismo, então a escolha não é entre “neoliberalismo gentil” e “tecnofascismo”. Essa é uma falsa alternativa, uma escolha entre duas modalidades do mesmo sistema (o primeiro produziu o segundo). A verdadeira escolha é: liberalismo-tecnofascismo de um lado, socialismo do outro.

5.1 Os bens comuns como conteúdo do socialismo

O conteúdo da alternativa socialista devem ser os bens comuns. Não é um acréscimo decorativo, mas o conteúdo material de uma alternativa ao tecnofascismo.

O capitalismo dos “monopólios intelectuais” não se limita a explorar o trabalho: cerca e absorve completamente o próprio conhecimento. As grandes empresas tech extraem valor dos commons — software de código aberto, Wikipédia, dados públicos — para depois privatizar o que dele obtêm. Esse é o mecanismo central do tecnofascismo: não apenas exploração, mas expropriação da inteligência coletiva. E é a essa prática extrativa, intrinsecamente e necessariamente violenta, que serve a guerra.

Uma alternativa socialista deveria, portanto, colocar-se como reapropriação dos commons: o saber como patrimônio comum, não como mercadoria; as infraestruturas digitais como bens públicos, não como plataformas privadas; a terra e os recursos como herança compartilhada, não como objetos de especulação.

5.2 A narração terceira

O tecnofascismo oferece uma história: o declínio, o inimigo interno, o super-homem tecnológico que salva a nação. O neoliberalismo oferece outra história: o mercado como liberdade, o indivíduo que prospera se se adapta.

Falta uma narração socialista dos commons. Não a velha narração estatista, mas algo diferente: a história de uma humanidade que compartilha o saber, que guarda a terra, que constrói junto as infraestruturas da vida, que salvaguarda os elementos de resiliência humana e das outras formas de vida. Dos Santos, em sua fase madura, falava de uma “terceira via” não no sentido social-democrata, mas no sentido de um caminho autônomo dos povos do Sul e das classes subalternas do Norte. Uma narração que não pede permissão ao capital, mas que se funda na capacidade coletiva de produzir e reproduzir a vida.

Conclusão

O tecnofascismo não é um acidente da história. É a forma política que o neoliberalismo assume quando já não consegue sustentar-se mediante o consenso (pseudo)democrático. Não é o seu contrário, é o seu rosto nu. Dos Santos, se tivesse podido observar essa evolução, teria provavelmente dito: é exatamente o “novo caráter da dependência” em sua versão digital e também nos centros diretores (EUA e Europa).

A pergunta que se segue não é “como voltar ao neoliberalismo gentil?” (aliás, nunca existido), mas “qual alternativa construir antes que o tecnofascismo se consolide?”. O conteúdo dessa alternativa são os bens comuns — o saber, a terra, as infraestruturas, o futuro. Sua narração é a reapropriação. Seu nome, ainda, é socialismo.

NOTAS

1) – O conceito de aceleracionismo é central para compreender a galáxia ideológica que gira em torno da tecnomonarquia. É uma corrente de pensamento complexa e deliberadamente provocativa, que se ramificou em direções opostas. Em síntese, o aceleracionismo sustenta que a única resposta radical ao capitalismo não é desacelerá-lo, reformá-lo ou protestar contra ele, mas acelerar e exasperar suas próprias tendências — a decodificação, a alienação, a abstração, a desterritorialização — até levá-las ao ponto de ruptura. A ideia de fundo é que, empurrando o sistema ao seu limite extremo, faça-se ele explodir, abrindo caminho para algo radicalmente diferente.

Diversas correntes filosóficas: O aceleracionismo como termo filosófico emerge nos anos 1990, em grande parte ligado ao trabalho de Nick Land e do CCRU (Cybernetics Culture Research Unit). Land e seus colegas reelaboraram em chave “cibernética” e “niilista” algumas intuições de Deleuze e Guattari e de Lyotard. Sua tese era que o capitalismo é uma força impessoal e “maquínica” que não pode ser controlada pela política humana. A única opção é render-se a essa força, deixar que a tecnologia e o mercado se desenvolvam sem freios, até dissolver o Estado, as normas sociais e até a centralidade do ser humano em favor de uma “singularidade tecnológica”.

Aceleracionismo de Direita e de Esquerda: O termo depois se cindiu em duas grandes diretrizes, que representam opções políticas opostas.

1. Aceleracionismo de Direita (ou Reacionário)
Esta é a corrente diretamente ligada ao tecnofascismo e aos oligarcas do Vale do Silício. Seus expoentes (Land, mas também figuras como Peter Thiel e Elon Musk) veem a tecnologia e o capitalismo como forças a serem liberadas para superar a democracia e o Estado de direito. O objetivo não é uma utopia igualitária, mas uma dissolução da ordem existente para deixar espaço a novas formas de poder (tecnocrático, monopolístico, hierárquico). Nessa visão, a aceleração é contra a política e contra o humano. É uma forma de niilismo ativo: “quanto pior, melhor”, porque o colapso é a única via para a mudança.

2. Aceleracionismo de Esquerda
Esta corrente, representada por teóricos como Nick Srnicek e Alex Williams (autores do Manifesto por uma Política Aceleracionista em 2013), e em parte por Mark Fisher, propõe uma leitura oposta. Sustenta que a esquerda não deveria rejeitar a tecnologia (automação, IA, robótica) como uma ameaça, mas deveria apropriar-se dela e acelerar seu desenvolvimento para superar o capitalismo. O objetivo é um futuro pós-capitalista: trabalho automatizado, renda básica universal, redução da jornada de trabalho. Em vez de voltar a um passado pré-capitalista (uma ideia que Fisher definia como ilusão, dado que “não existe desejo de voltar atrás”), a esquerda deve aprender a “cavalgar o tigre” do desenvolvimento tecnológico para levá-lo além do próprio capitalismo.

A Deriva Violenta e Terrorista: Existe, por fim, uma terceira degeneração, que é a de que se fala frequentemente hoje nas crônicas: o aceleracionismo de extrema direita e violento. Grupos como The Base ou os admiradores da ideologia “Siege” de James Mason traduzem a teoria abstrata em um programa de terrorismo e guerrilha para acelerar o “colapso do sistema” e desencadear uma “guerra racial”. Aqui o aceleracionismo torna-se um convite à ação violenta, frequentemente dirigido a jovens radicalizados online.

O aceleracionismo de direita é, em substância, a justificação filosófica e libidinal do projeto tecnomonárquico. Fornece a figuras como Thiel e Musk uma narrativa que não se limita a querer “vencer” no sistema, mas a destruir o sistema para impor um novo. Não é por acaso que Land seja uma figura de referência para essa elite.

Enquanto o aceleracionismo de esquerda propõe “acelerar para além” do capitalismo, a teoria da dependência de Dos Santos nos recorda que não se pode simplesmente “acelerar” para fora do capitalismo a partir de dentro de seus centros de poder. A escolha que Dos Santos colocava era entre socialismo ou fascismo. O aceleracionismo de direita escolhe explicitamente o fascismo (sob forma tecno-monárquica). O aceleracionismo de esquerda, para ser fiel a um projeto socialista, deve necessariamente romper com a lógica do capital, não simplesmente empurrá-la mais rápido. Deve colocar-se como uma reapropriação dos bens comuns (saber, terra, infraestruturas), não como uma ulterior “aceleração” de um sistema que, como dizia Lyotard, “goza” de sua própria destruição.

Referências bibliográficas

  • Mulieri, A. (2025). Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Donzelli.
  • Dos Santos, T. (1972). Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Ediciones Periferia.
  • Dos Santos, T. (1973). Considerazioni sulle società multinazionali. (Em Problemi del socialismo, n. 16/17) – Em particular a parte final do ensaio: “As contradições do multinacionalismo”.
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  • Gallino, L. (2013). Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa. Einaudi.
  • Gallino, L. (2011). Finanzcapitalismo. Einaudi.

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Una risposta a “Tecnomonarchia e Tecnofascismo: una lettura attraverso Dos Santos e la teoria della dipendenza”

  1. Avatar firmamentoedic
    firmamentoedic

    Grazie. Letto con molto interesse dalla Argentina. 

    Da noi, e in in tutta l’ AL, dal peronismo in poi, resta viva la contraddizione che nasce quando la  classe media appena arrivata, al momento di votare vota alla destra per paura di perdere quanto ha ottenuto. 

    “Le tengo más miedo al frío de los corazones de los compañeros que se olvidan de dónde vinieron, que al de los oligarcas”. Cristina Fernández de Kirchner, riprendendo una frase di Eva Perón

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