Sulle modalità di narrazione politico-mediatica dell’ascesa di forze politiche di estrema destra in Europa come negli Usa e in altri paesi (anche del sud del mondo, come in Brasile, Argentina, Cile, ecc.), si gioca una partita decisiva: la guerra tra èlite neoliberista in declino che ha regnato nell’ultimo mezzo secolo e quella ascendente tecno-fascista nelle sue varie forme che assume, viene in massima parte rappresentata a livello mediatico e culturale (un ambito ancora prevalentemente in mano alla prima), come una guerra tra buoni (presunti interpreti dei valori liberali) e cattivi che si sarebbero accalcati attorno al secondo Trump e ai suoi epigoni (J.D. Vance e tutta la schiera dei padroni delle piattaforme e dall’I.A.). Su questa narrazione convergono ampi settori politici delle sinistre, (salvo poche eccezioni in fase di aggiustamento teorico e riflessivo).

Aderire a questa narrazione vuol dire lasciare l’agenda in mano ad una di queste due forze che si confrontano e rinunciare automaticamente ad una autonoma analisi e prospettiva politica.

Per forze di sinistra responsabili sarebbe invece indispensabile un impegno rapido di chiarificazione concettuale, peraltro non così complesso, evitando di fungere da portatori d’acqua consapevoli o inconsapevoli per l’una o l’altra banda, ricevendone in cambio acqua molto inquinata per il ragionamento e di conseguenza l’imbambolamento o la paralisi.

E’ sufficiente riprendere in mano alcuni strumenti ed elaborazioni recenti (purtroppo cancellate dalla breve memoria storica che ci rimane). Non si tratta per forza di strumenti ideologici forti, ma piuttosto di un approccio storico (e logico), fondato su studi e ricerche di autori marxisti, ma anche liberal-democratici seri.

L’articolo che segue prova a riconnettere l’attuale riflessione su tecno-fascismo e neoliberismo, con le teorie della Dipendenza di quel gruppo di analisti e di economisti che assistevano Allende nel suo tentativo di emancipazione del Cile negli anni ’70; in particolare del pensiero del brasiliano Theotonio Dos Santos. Non fu per niente casuale che da quell’evento prese il via la lunga stagione neoliberista che ci porta oggi al tecno-fascismo: eliminare ogni velleità pubblica di programmare e pianificare democraticamente il proprio destino era la condizione necessaria per affermare la piena libertà del capitale sia negli spazi territoriali neocoloniali del sud, sia nei suoi centri guida a nord.

Introduzione

Partiamo da un libro pubblicato nel 2025 Alessandro Mulieri, ricercatore del CNRS e docente presso l’Istituto di Studi Politici di Lione, Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Si tratta del terzo capitolo di una trilogia sulla crisi della democrazia liberale, iniziata con Democrazia totalitaria (2019) e proseguita con Contro la democrazia illiberale (2024). Il libro, che l’autore stesso definisce un “pamphlet di intervento pubblico”, delinea una mappa inquietante: l’élite tecnologica della Silicon Valley e gli intellettuali della nuova destra americana stanno promuovendo un progetto politico il cui obiettivo dichiarato è porre fine alla democrazia, sostituendola con un ordine autoritario guidato da un’élite tecnocratica.

Questo articolo si propone due cose. Primo, ricostruire una breve genealogia intellettuale della “tecnomonarchia” e la nozione di “tecnofascismo” che mutuiamo dall’illustrazione di Mulieri. Secondo, mettere in dialogo questa diagnosi con la tradizione marxista della teoria della dipendenza, in particolare con l’opera di Theotonio dos Santos, Ruy Mauro Marini e altri. La tesi che emerge da questo incontro è la seguente: il tecnofascismo non è una deviazione o un incidente del neoliberismo, ma la sua forma politica necessaria nella fase attuale di crisi capitalistica. E l’alternativa reale non è tra neoliberismo e tecnofascismo, ma tra entrambi (di cui o una parte prevarrà oppure, più probabilmente, troverà una via di conciliazione interna con l’altra) e una prospettiva socialista alternativa a entrambe fondata sui beni comuni.

I — La tecnomonarchia: genealogia di un’ideologia

1.1 Curtis Yarvin: il sovrano-CEO e il neo-cameralismo

Curtis Yarvin, noto anche con lo pseudonimo Mencius Moldbug, è il teorico centrale di questa corrente. La sua tesi di fondo è che la democrazia è una “recita”: comitati infiniti che fingono di governare una nave in realtà posseduta dalla “Cattedrale” — l’insieme di media, accademia e burocrazia che costituisce il vero potere. La sua proposta, il “neo-cameralismo”, consiste nel trasformare lo Stato in una corporation: i cittadini diventano clienti, il sovrano un amministratore delegato responsabile solo verso gli azionisti. Il dissenso non è visto come espressione di pluralismo, ma come “infiammazione cronica” da curare; l’efficienza viene scambiata per evoluzione, il silenzio per pace.

Va notato che nel gennaio 2026 Yarvin ha pubblicato un testo in cui paragona esplicitamente le squadre fasciste e naziste degli anni Trenta alle applicazioni che potrebbero trasformare la democrazia americana in una tecnomonarchia. Non è un esercizio retorico: è la consapevolezza che la forma della violenza cambia — dalle strade agli algoritmi — ma la funzione resta.

1.2 Peter Thiel: transumanesimo e culto del monopolio

Thiel rappresenta il ponte tra l’ideologia e il potere del capitale. Co-fondatore di Palantir e primo investitore di PayPal, considera l’imprenditore tecnologico un “demiurgo” che plasma la realtà. Le sue convinzioni centrali: la democrazia significa stagnazione; il monopolio, non la concorrenza, è il motore del progresso; il transumanesimo — l’uso dell’intelligenza artificiale generale per superare la biologia e la morte stessa — è l’unico obiettivo degno di essere perseguito.

Il progetto transumanista di Thiel ha una dimensione di classe esplicita. Egli spende 200.000 dollari al mese per servizi di crioconservazione d’élite, mentre investe in SpaceX e Blue Origin. Musk ha dichiarato che chi non può permettersi di lasciare la Terra potrà lavorare su Marte come “servo a contratto”, “perché su Marte ci sarà molto lavoro”. Anche Bezos immagina di spostare milioni di lavoratori industriali nello spazio per mantenere “crescita e vitalità”. Qui l’essenza della tecnomonarchia si mostra senza veli: la trascendenza è privilegio di pochi, la maggioranza viene ridotta a unità funzionale.

1.3 Musk e Hoppe: il tecnomonarchismo libertario

Musk e Hans-Hermann Hoppe rappresentano la linea del “tecnomonarchismo libertario”: abolizione della democrazia, ritorno alla governance privata e alla proprietà assoluta. Questa linea si intreccia con quelle di Yarvin e Thiel, dando forma a quello che Mulieri chiama un “guazzabuglio ideologico”: una miscela di neoliberismo, neoreazionarismo e tecnocrazia, un “spericolato connubio tra idee premoderne e futurismo ultratecnologico”.

1.4 Nick Land e l’Illuminismo oscuro

A questa galassia appartiene anche Nick Land, filosofo britannico dell’”Illuminismo oscuro” e dell’accelerazionismo. Land fornisce la base filosofica per un superamento dell’umano attraverso la fusione con la macchina, riabilitando di fatto categorie come la razza. La sua opera funge da collante speculativo tra l’anti-umanesimo nietzscheano e la tecnocrazia contemporanea. (vedi Nota 1)

II — Il tecnofascismo come categoria necessaria

Mulieri riconosce che “tecnofascismo” è una categoria problematica. Ma il legame con il fascismo storico non è arbitrario. Il suo riferimento è il concetto di “fascismo eterno” di Umberto Eco. Non un regime specifico, ma una tendenza profonda: la fede filosofica nella disuguaglianza naturale, il disprezzo per il dibattito democratico e il pensiero critico, la paura della differenza come strumento di mobilitazione, l’appello a un’élite “illuminata” contro una massa “corrotta”.

Mulieri individua tre differenze cruciali tra tecnofascismo e fascismo storico.

Primo: il fascismo storico si appoggiava al linguaggio e agli strumenti della scienza moderna; la tecnomonarchia dipende da un sapere “intriso di teologia, ontologia e metafisica”. L’appropriazione di Carl Schmitt da parte di Thiel, e i suoi circoli di lettura chiusi di Leo Strauss in chiave reazionaria, ricordano da vicino certi ambienti nazionalisti-fascisti della Germania degli anni Venti e Trenta. (da ricordare però che Leo Strauss è stato il teorico dei neocon con influenze trasversali sia sui repubblicani che su ampi settori dei dem Usa)

Secondo: per la tecnomonarchia, è lo sviluppo tecnologico, non la politica, lo strumento privilegiato della “rivoluzione”. La rivoluzione non passa per la conquista dello Stato, ma per il controllo delle infrastrutture — cloud, dati, IA — che svuotano la sovranità statale dall’interno. (mentre prima era il sistema mediatico tradizionale e una politica ancellare ad assolvere questo compito).

Terzo: la tecnomonarchia non immagina uno Stato totalitario, ma una concezione patrimonialistica dello Stato: il potere come proprietà privata, i cittadini come clienti o punti dati. (mentre prima, erano consumatori ed elettori…)

III — Riattivare Dos Santos e la teoria della dipendenza

3.1 Il “nuovo carattere della dipendenza”

Theotonio dos Santos, uno dei principali teorici della teoria della dipendenza insieme a Ruy Mauro Marini, pubblicò nel 1972 Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Il titolo stesso è un programma analitico: l’approfondirsi della dipendenza (come processo di subalternità alla centralità dell’impresa multinazionale e al neoliberismo) non conduce ovviamente alla liberazione, ma può scivolare verso il fascismo.

L’originalità di Dos Santos sta nel concepire la dipendenza come processo storico, non come situazione data. La dipendenza nella fase del capitalismo monopolistico presenta caratteri diversi da quelli dell’epoca coloniale o concorrenziale. Egli critica la teoria della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL): l’industrializzazione per sostituzione delle importazioni non elimina la dipendenza, perché le industrie chiave e le decisioni restano controllate dal capitale straniero. Anzi, la dipendenza si approfondisce.

Applicato all’era digitale, il problema diventa bruciante: chi possiede e controlla il cloud, le piattaforme, gli algoritmi, i dati? I paesi periferici possono usare Uber e Airbnb, ma non possiedono l’infrastruttura, non controllano gli algoritmi, non estraggono la rendita dei dati. Diventano fornitori di dati e pagatori di rendita. Ricerche accademiche recenti utilizzano proprio il quadro della teoria della dipendenza per analizzare come le grandi aziende tecnologiche, attraverso l’estrazione dei dati, il controllo delle infrastrutture e la governance algoritmica, riproducano la dipendenza del Sud globale dal Nord globale.

3.2 La contraddizione interna al centro

Ma il quadro di Dos Santos non riguarda solo il rapporto centro-periferia. La sua analisi del “nuovo carattere della dipendenza” concerne anche le trasformazioni interne al capitalismo nei centri guida che hanno storicamente prodotto la globalizzazione: la centralizzazione, la concentrazione e l’internazionalizzazione del capitale dopo la Seconda guerra mondiale. In questo quadro, il capitale multinazionale si svincola progressivamente dal suo ancoraggio nazionale. Le grandi corporation americane non hanno più bisogno di un mercato del lavoro americano prospero per accumulare; la delocalizzazione produttiva e la finanziarizzazione rendono la loro redditività indipendente dalla sorte dei lavoratori del centro.

Questo crea la contraddizione che vediamo dispiegarsi oggi: il capitale globalizzato prospera, mentre porzioni significative del centro — la classe operaia deindustrializzata, ma anche settori della piccola e media borghesia — vivono un declino relativo o assoluto. È una frattura dentro il centro, non solo tra centro e periferia. (Vedi anche: La previsione di Dos Santos (n particolare la parte finale del saggio: “Le contraddizioni del multinazionalismo”) – Theotonio. Dos Santos, 1973)

IV — Il fenomeno Trump: dalla “foto” alla “soluzione”

Se accettiamo questo quadro, i due mandati di Trump possono essere letti come due fasi della stessa contraddizione. E due diversi tentativi di porvi rimedio.

4.1 Il primo Trump: la “foto” della contraddizione

Il Trump del 2016 rappresenta il momento in cui la contraddizione esplode politicamente. La sua base era composta da chi si sentiva lasciato indietro dal capitale globalizzato: lavoratori della Rust Belt (la cintura della ruggine, del declino industriale Usa), piccoli imprenditori, comunità che avevano visto la produzione spostarsi altrove. La retorica “America First” era diretta contro il capitale che aveva “tradito” la nazione, incarnato simbolicamente dalle multinazionali e dagli accordi commerciali.

Dos Santos avrebbe riconosciuto questo schema. Nella sua analisi del fascismo dipendente, egli individuava una “radicalizzazione a destra” come risposta alla crisi del modello di dominazione. Il fascismo, nella sua lettura, emerge quando la borghesia monopolistica ha bisogno di organizzare la repressione delle masse, ma anche quando settori intermedi e marginali della popolazione vengono mobilitati contro un ordine percepito come ostile. Il primo Trump è la versione centrale di questo fenomeno: un movimento di massa piccolo-borghese e operaio, con venature irrazionaliste, diretto contro l’establishment globalista.

4.2 Il primo Trump: Bannon come ideologo organico

Nel primo mandato di Trump, Steve Bannon era l’ideologo di riferimento, la mente che dava forma teorica e strategica al “populismo di destra radicale” di Trump. Era stato il capo stratega della campagna del 2016, poi chief strategist alla Casa Bianca, e la sua impronta si vedeva su questioni chiave come il ritiro dall’accordo di Parigi sul clima e le politiche anti-immigrazione.

Bannon forniva una cornice metapolitica: la “guerra culturale” come priorità, la destrutturazione dello Stato amministrativo, il nazionalismo economico contro il “globalismo”. Era l’architetto intellettuale del MAGA delle origini, colui che dava un linguaggio e una direzione a un movimento altrimenti istintivo.

Nel secondo mandato, il quadro è cambiato radicalmente. Bannon non è più l’ideologo di riferimento, anche se resta una figura importante nel panorama MAGA.

Oggi Bannon è un influencer e un agitatore — gestisce il podcast War Room, continua a spingere per un “terzo mandato” di Trump, attacca i nemici politici, alimenta la guerra culturale. Ma non è più colui che definisce la direzione intellettuale dell’amministrazione.

Il ruolo di ideologo è stato occupato da altri attori, con una matrice molto diversa. Il centro di gravità si è spostato verso:

  • L’élite tecno-finanziaria della Silicon Valley: Peter Thiel, Elon Musk, e la galassia di venture capitalist e imprenditori tech che ora hanno un accesso diretto e un’influenza determinante.
  • Figure come J.D. Vance, che rappresenta una sintesi tra il nazionalismo di Bannon e il tecnofuturismo della Silicon Valley.

La prova più evidente di questo spostamento è la guerra aperta tra Bannon e Musk. Bannon ha definito Musk un “immigrato illegale parassitario” e ha promesso di “abbatterlo”. Musk, dal canto suo, rappresenta esattamente quel polo tecno-finanziario che Bannon — con la sua visione di nazionalismo economico “comunitarista” e anti-libertario — non riesce a digerire.

Questa frattura non è personale: è strutturale. Bannon incarna il vecchio populismo nazionalista, con radici nella classe operaia bianca e nella piccola borghesia deindustrializzata. Musk incarna il nuovo tecnofuturismo, che vede nella Silicon Valley e nell’intelligenza artificiale il motore del futuro — un futuro che, come abbiamo discusso, tende a rendere superflua proprio quella base sociale.

Il secondo Trump è un progetto tecno-finanziario in cui l’ideologia viene prodotta altrove — nei circoli di Peter Thiel, nei fondi di venture capital, nei laboratori di intelligenza artificiale.

Bannon resta una voce importante, ma è diventato un oppositore interno a quella che considera la deriva “globalista” e “libertaria” del nuovo Trump. La sua battaglia contro Musk è la battaglia di un’ideologia morente contro una che sta prendendo il sopravvento.

4.3 Il secondo Trump: la “soluzione” dall’alto

Il secondo Trump non è più la “foto” del conflitto. È il tentativo di ricomporre quella frattura — ma non nel senso di una riconciliazione tra capitale e lavoro nel centro. È una ricomposizione dall’alto, che sacrifica la base popolare sull’altare dell’alleanza con l’élite tecno-finanziaria.

Il secondo mandato di Trump è sempre più orientato verso gli interessi della Silicon Valley, con politiche che beneficiano in modo quasi esclusivo gli ultra-ricchi e le élite tecnologiche. La retribuzione della base MAGA avviene in termini simbolici — la guerra culturale, la retorica nazionalista — mentre i benefici materiali vanno ai miliardari del tech, che hanno finanziato e che finanziano la sua campagna in cambio di deregolamentazione e immunità dalla supervisione e controllo statuale.

4.4 L’intelligenza artificiale come collante

L’IA diventa il collante tra il capitale tecno-finanziario e il progetto politico autoritario. Da un lato, l’IA richiede enormi quantità di energia, dati e infrastrutture — e Trump, con il suo amore per i combustibili fossili, è visto come colui che può “aprire i cancelli” a questa corsa. Dall’altro, l’IA offre al capitale la possibilità di sostituire il lavoro umano su larga scala, rendendo la base operaia e impiegatizia sempre più superflua dal punto di vista della valorizzazione.

Naomi Klein ha recentemente argomentato qualcosa di molto vicino a questa lettura: i miliardari del tech non sostengono Trump solo per interesse economico, ma perché il loro modello di business — basato sull’IA e sulla sostituzione del lavoro — richiede una narrazione che giustifichi lo scarto di intere porzioni di umanità. Il denaro non li rende fascisti nel senso di un’ideologia preconcetta; li rende fascisti perché hanno bisogno di una storia che legittimi la loro visione del mondo.

4.5 La lettura di Dos Santos

Dos Santos avrebbe letto questo come un tentativo di ricomporre il blocco dominante su nuove basi. Il capitale globale e il capitale nazionale non sono più in conflitto aperto perché il primo ha assorbito o marginalizzato il secondo. Le corporation tech sono, per definizione, globali nella loro operatività ma americane nella loro base legale, fiscale e militare. Il protezionismo trumpista non è una limitazione del capitalismo americano, ma un tentativo di salvarlo dalla sua crisi di redditività utilizzando il potere statale come scudo.

In questo senso, il secondo Trump non “supera” il conflitto tra le due forme di capitale: lo risolve a favore del capitale tecno-finanziario globalizzato, mentre la base popolare viene compensata con la retorica nazionalista e con la promessa di un nemico comune (la Cina, gli immigrati, i “globalisti”: ma quali, se sono proprio quelli che guidano la danza ? ). È una soluzione instabile e contraddittoria, ma è una soluzione, almeno provvisoria.

V — Socialismo o tecnofascismo: la scelta reale

Dos Santos, nel suo titolo del 1972, poneva la questione in termini che oggi risuonano con inquietante attualità: socialismo o fascismo. Ma la scelta oggi deve essere riformulata.

Se il tecnofascismo è una forma evolutiva del neoliberismo, allora la scelta non è tra “neoliberismo gentile” e “tecnofascismo”. Quella è una falsa alternativa, una scelta tra due modalità dello stesso sistema (il primo ha prodotto il secondo). La vera scelta è: liberismo-tecnofascismo da una parte, socialismo dall’altra.

5.1 I beni comuni come contenuto del socialismo

Il contenuto dell’alternativa socialista devono essere i beni comuni. Non è un’aggiunta decorativa, ma il contenuto materiale di un’alternativa al tecnofascismo.

Il capitalismo dei “monopoli intellettuali” non si limita a sfruttare il lavoro: recinta ed assorbe completamente la conoscenza stessa. Le grandi aziende tech estraggono valore dai commons — software open source, Wikipedia, dati pubblici — per poi privatizzare ciò che ne ricavano. Questo è il meccanismo centrale del tecnofascismo: non solo sfruttamento, ma espropriazione dell’intelligenza collettiva. Ed è a questa pratica estrattiva insitamente e necessariamente violenta che serve la guerra.

Un’alternativa socialista dovrebbe quindi porsi come riappropriazione dei commons: il sapere come patrimonio comune, non come merce; le infrastrutture digitali come beni pubblici, non come piattaforme private; la terra e le risorse come eredità condivisa, non come oggetti di speculazione.

5.2 La narrazione terza

Il tecnofascismo offre una storia: il declino, il nemico interno, il superuomo tecnologico che salva la nazione. Il neoliberismo offre un’altra storia: il mercato come libertà, l’individuo che prospera se si adatta.

Manca una narrazione socialista dei commons. Non la vecchia narrazione statalista, ma qualcosa di diverso: la storia di un’umanità che condivide il sapere, che custodisce la terra, che costruisce insieme le infrastrutture della vita, che salvaguarda gli elementi di resilienza umana e delle altre forme di vita. Dos Santos, nella sua fase matura, parlava di una “terza via” non nel senso socialdemocratico, ma nel senso di un percorso autonomo dei popoli del Sud e delle classi subalterne del Nord. Una narrazione che non chiede il permesso al capitale, ma che si fonda sulla capacità collettiva di produrre e riprodurre la vita.

Conclusione

Il tecnofascismo non è un incidente della storia. È la forma politica che il neoliberismo assume quando non riesce più a sostenersi attraverso il consenso (psudo) democratico. Non è il suo contrario, è il suo volto nudo. Dos Santos, se avesse potuto osservare questa evoluzione, avrebbe probabilmente detto: è esattamente il “nuovo carattere della dipendenza” nella sua versione digitale e anche nei centri guida.

La domanda che ne segue non è “come tornare al neoliberismo gentile?” (peraltro mai esistito) , ma “quale alternativa costruire prima che il tecnofascismo si consolidi?”. Il contenuto di questa alternativa sono i beni comuni — il sapere, la terra, le infrastrutture, il futuro. La sua narrazione è la riappropriazione. Il suo nome, ancora, è socialismo.

(R.R. – Settembre 2026)


NOTE:

1) – ll concetto di accelerazionismo è centrale per comprendere la galassia ideologica che ruota attorno alla tecnomonarchia. È una corrente di pensiero complessa e volutamente provocatoria, che si è ramificata in direzioni opposte. In sintesi, l’accelerazionismo sostiene che l’unica risposta radicale al capitalismo non sia rallentarlo, riformarlo o protestare contro di esso, ma accelerare ed esasperare le sue stesse tendenze — la decodificazione, l’alienazione, l’astrazione, la deterritorializzazione — fino a portarle al punto di rottura . L’idea di fondo è che, spingendo il sistema al suo limite estremo, lo si faccia esplodere, aprendo la strada a qualcosa di radicalmente diverso.

Diverse correnti filosofiche: L’accelerazionismo come termine filosofico emerge negli anni ’90, in gran parte legato al lavoro di Nick Land e del CCRU (Cybernetics Culture Research Unit). Land e i suoi colleghi rielaborarono in chiave “cibernetica” e “nichilista” alcune intuizioni di Deleuze e Guattari e di Lyotard. La loro tesi era che il capitalismo è una forza impersonale e “machinica” che non può essere controllata dalla politica umana. L’unica opzione è arrendersi a questa forza, lasciare che la tecnologia e il mercato si sviluppino senza freni, fino a dissolvere lo Stato, le norme sociali e persino la centralità dell’essere umano in favore di una “singolarità tecnologica” .

Accelerazionismo di Destra e di Sinistra: Il termine si è poi scisso in due grandi direttrici, che rappresentano opzioni politiche opposte.

1. Accelerazionismo di Destra (o Reazionario)
Questa è la corrente direttamente collegata al tecnofascismo e agli oligarchi della Silicon Valley. I suoi esponenti (Land, ma anche figure come Peter Thiel e Elon Musk) vedono la tecnologia e il capitalismo come forze da liberare per superare la democrazia e lo Stato di diritto. L’obiettivo non è un’utopia egualitaria, ma una dissoluzione dell’ordine esistente per lasciare spazio a nuove forme di potere (tecnocratico, monopolistico, gerarchico). In questa visione, l’accelerazione è contro la politica e contro l’umano. È una forma di nihilismo attivo: “tanto peggio, tanto meglio”, perché il collasso è l’unica via per il cambiamento .

2. Accelerazionismo di Sinistra
Questa corrente, rappresentata da teorici come Nick Srnicek e Alex Williams (autori del Manifesto per una Politica Accelerazionista nel 2013) , e in parte da Mark Fisher , propone una lettura opposta. Sostiene che la sinistra non dovrebbe rifiutare la tecnologia (automazione, IA, robotica) come una minaccia, ma dovrebbe appropriarsene e accelerarne lo sviluppo per superare il capitalismo . L’obiettivo è un futuro post-capitalista: lavoro automatizzato, reddito di cittadinanza universale, riduzione dell’orario di lavoro. Invece di tornare a un passato pre-capitalista (un’idea che Fisher definiva un’illusione, dato che “non esiste un desiderio di tornare indietro” ), la sinistra deve imparare a “cavalcare la tigre” dello sviluppo tecnologico per portarlo oltre il capitalismo stesso .

La Deriva Violenta e Terroristica: C’è infine una terza degenerazione, che è quella di cui si parla spesso oggi nelle cronache: l’accelerazionismo di estrema destra e violento. Gruppi come The Base o gli estimatori dell’ideologia “Siege” di James Mason traducono la teoria astratta in un programma di terrorismo e guerriglia per accelerare il “crollo del sistema” e scatenare una “guerra razziale” . Qui l’accelerazionismo diventa un invito all’azione violenta, spesso indirizzato a giovani radicalizzati online .

L’accelerazionismo di destra è, in sostanza, la giustificazione filosofica e libidinale del progetto tecnomonarchico. Fornisce a figure come Thiel e Musk una narrativa che non si limita a voler “vincere” nel sistema, ma a distruggere il sistema per imporne uno nuovo. Non è un caso che Land sia una figura di riferimento per questa élite .

Mentre l’accelerazionismo di sinistra propone di “accelerare oltre” il capitalismo, la teoria della dipendenza di Dos Santos ci ricorda che non si può semplicemente “accelerare” fuori dal capitalismo dall’interno dei suoi centri di potere. La scelta che Dos Santos poneva era tra socialismo o fascismo. L’accelerazionismo di destra sceglie esplicitamente il fascismo (sotto forma tecno-monarchica). L’accelerazionismo di sinistra, per essere fedele a un progetto socialista, deve necessariamente rompere con la logica del capitale, non semplicemente spingerla più velocemente. Deve porsi come una riappropriazione dei beni comuni (sapere, terra, infrastrutture), non come un’ulteriore “accelerazione” di un sistema che, come diceva Lyotard, “si gode” la propria distruzione .


Riferimenti bibliografici

  • Mulieri, A. (2025). Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia. Donzelli.
  • Dos Santos, T. (1972). Socialismo o fascismo: el nuevo carácter de la dependencia y el dilema latinoamericano. Ediciones Periferia.
  • Dos Santos, T. (1973). Considerazioni sulle società multinazionali. (Su Problemi del socialismo, n. 16/17) – In particolare la parte finale del saggio: “Le contraddizioni del multinazionalismo”
  • Marini, R.M. (1973). Dialéctica de la dependencia. Era.
  • Eco, U. (1995). Il fascismo eterno. La nave di Teseo.
  • Klein, N. (2026). Interventi pubblici sul rapporto tra Silicon Valley e autoritarismo.
  • Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism. Oxford University Press.
  • Gallino, L. (2013). Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi
  • Gallino, L. (2011). Finanzcapitalismo, Einaudi

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