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America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista. Capitolo Perù

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista

Il rinnovato protagonismo dei movimenti sociali e indigeni in America Latina degli ultimi 2 anni, innescato dai devastanti effetti delle politiche neoliberiste pervicacemente riproposte dai governi conservatori saliti al potere nella maggior parte dei paesi del sub-continente nell’arco dell’ultimo lustro, sembrano da un lato aprire la strada ad una prassi politica basata sull’azione diretta saltando la mediazione dei partiti, dall’altro propongono piattaforme di rivendicazione incentrate su problematiche strutturali, fra le quali spiccano: la concentrazione della proprietà fondiaria, il modello estrattivista, le insostenibili disparità sociali e i deboli sistemi di welfare.

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, nell’intento di analizzare e comprendere l’interessante nuova fase movimentista latinoamericana, propone questo interessante articolo dell’amico Rodrigo Rivas, del quale ne ha curato il testo, in merito alla sollevazione dei popoli peruviani a seguito delle spericolate manovre del corrotto ceto politico al potere nel paese che ha portato alla destituzione per via parlamentare del presidente Vizcarra, tramite la strategia del cosiddetto Golpe blando o soave (in italiano detto istituzionale).

L’articolo oltre a contestualizzare dal punto di vista economico, sociale ed economico, in perfetta linea con l’approccio di analisi geografico, offre un’interessante analisi delle strategie economiche e politiche di sfruttamento e spunti di riflessione degni dello spessore intellettuale di tutto riguardo quale quello dell’illustre autore di origine cilena.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

17 novembre 2020

Insurrezioni andine, capitolo Perù

di Rodrigo Andrea Rivas16 Novembre 2020

Fosforo e fosforo nel buio,
lacrima e lacrima nella polvere”.

César Vallejo, “Trilce” “Poema LVI”, 1922

Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?”

Pablo Neruda, “Altezze di Machu Picchu”, “Canto generale”, 1950

Anzitutto, vi propongo in ordine non cronologico alcune citazioni che, penso, rendano conto di quanto avviene ora in Perù.

Fin da Erodoto sappiamo che la cronaca va correttamente corredata dai fatti e inquadrata nel contesto degli avvenimenti, in assenza di tale operazione la semplice notizia può smarrire completamente il suo senso.

Queste citazioni rispondono essenzialmente alla cronaca. Per il resto mi limito a poche osservazioni in conclusione.

La gente, i giovani, sono scesi per strada mossi dall’indignazione. Questa è la sola interpretazione corretta. La mobilitazione, condotta dalla cittadinanza, ci ricorda che la democrazia non è fatta soltanto da processi elettorali, partiti e leader politici. Che la democrazia significa essenzialmente protagonismo popolare e cittadino. Questo è ciò che abbiamo iniziato a vedere nel Perù e ci riempie di speranza. Saremo parte di questa onda democratica”.

Verónika Mendoza, candidata della sinistra peruviana alle elezioni presidenziali dell’aprile 2021, citata in: NODAL, Verónika Mendoza, candidata presidencial: “Con este gobierno ilegítimo hay un alto riesgo de que vuelva la violencia de Estado”, 14.11.2020

Dei 2.325 candidati alle elezioni de parlamento del 26 gennaio 2020, 1.368 sono stati condannati in prima istanza e altri 218 nell’ultimo grado di appello.

Tra i precandidati, 4.729 avevano falsificato i loro dati per riuscire a presentarsi.

Circa il 50% dei candidati rimasti ha contratti in corso con lo Stato. Tramite l’elezione intende consolidarli prendendosi inoltre uno stipendio smisurato per il paese.

Vizcarra ha decine di processi, il suo ex primo ministro, César Villanueva, è in prigione preventiva. Il suicidato Alan García, il caso più emblematico insieme all’altro ex-presidente Alberto Fujimori, ha ricevuto ingenti quantità di denaro dal reparto bustarelle della Odebrecht.

Ad altri ex–presidenti, Alejandro Toledo (negli Stati Uniti), Pedro Pablo Kuczynski ed Ollanta Humala, li attendono le patrie galere

La cattura dello Stato da parte dei corrotti è in corso. Gli scontri avvengono attorno al potere giudiziario e al Congresso.

Rebelion, Una eleccion antidemocrática, 21.01.2020

In mezzo alla grave crisi dovuta al coronavirus è sbarcato il vecchio virus della mano dura e dell’autoritarismo.

Pochi giorni fa, con il paese militarizzato per controllare la quarantena generale e le garanzie costituzionali sospese dallo stato d’emergenza, è stata promulgata una legge del grilletto facile.

La norma ha carattere permanente, non si limita all’attuale stato d’emergenza e libera da ogni responsabilità i membri delle forze di sicurezza che “nello svolgimento delle loro funzioni” impieghino le armi contro la popolazione.

Gli uomini in uniforme non potranno essere arrestati se uccidono o feriscono qualche persona, e non è richiesta la proporzionalità della loro risposta. E cioè, sono liberi di sparare contro una persona disarmata.

La legge è stata promulgata dal nuovo Congresso unicamerale entrato in carica pochi giorni fa. Senza dubbio, si tratta di un cattivo e preoccupante debutto.”

Pagina12, Perú legaliza la impunidad. Policías y militares eximidos de toda responsabilidad si abren fuego contra civiles, 04.04.2020

Malgrado la sua popolarità (65%), il presidente torna a scontrarsi col Congresso, accusando molti dei parlamentari di corruzione perché rifiutano di approvare una legge che elimina l’immunità dei parlamentari e permette che possano essere sottoposti a giudizio […]

Ma, mentre parla di lotta, sacrosanta, alla corruzione, Vizcarra riempie le tasche del grande capitale. Il suo piano “Reactiva Perú” destina il 71% dei fondi dedicati a far fronte alla crisi alle grandi imprese, incluso ad alcune vincolate al Lavajato (le bustarelle della brasiliana Odebrecht, n.d.r.),  installa «sospensioni perfette» (senza stipendio ai lavoratori), taglia senza ritegno i diritti dei lavoratori e disegna una quarantena a misura dell’imprenditoria. Nel loro insieme disarmonico queste misure hanno buttato nella disoccupazione milioni di lavoratori.”

RebelionGabinete de guerra contra los trabajadores, 21.07.2020

Il golpe è sempre un golpe. La sottomissione di Martín Vizcarra alla decisione del Congresso non annulla la gravità dell’atto attraverso il quale un gruppo di cospiratori si è impossessato del governo mettendo fine a 20 anni di democrazia, spezzando la Costituzione e mettendo ancora una volta il paese lungo una strada dominata dall’avidità e dalla corruzione.

Il divieto costituzionale di accusare il Presidente durante l’esercizio del suo mandato per ragioni diverse di quelle elencate nell’articolo 117, è tassativo. È stato violentato grossolanamente servendosi delle dichiarazioni di aspiranti all’incarico, di ruffiani e portaborse, di foto truccate e di altri espedienti simili. Il ruolo del presidente del Congresso in questa proditoria operazione copre di vergogna lui ed il suo partito. Manuel Merino sarà un presidente indegno che si è aggrappato al potere con metodi riprovevoli.”

La República, Golpe de Estado, editoriale del 10.11.2020

Dopo appena 5 ore di dibattito, il Congresso del Perù ha destituito il presidente Martín Vizcarra, definendolo «colpevole d’incapacità morale» in base a rapporti di personaggi di dubbia moralità secondo i quali avrebbe percepito delle bustarelle da parte di due aziende che hanno vinto commesse per realizzare opere pubbliche quando era governatore di Moquegua, sette anni fa. La caduta del mandatario è arrivata col secondo tentativo di destituzione messo in atto in meno di due mesi: il 18 settembre, un’altra iniziativa per destituirlo, nata da un’altra segnalazione di corruzione, aveva ottenuto solo 32 voti (sugli 87 necessari), ma il nuovo scandalo ha fatto crescere il blocco destituente a 105 legislatori.

Vizcarra, che non dispone di un partito né di un gruppo parlamentare proprio, ha mantenuto un rapporto teso col Legislativo (Parlamento) da quando è arrivato al potere nel 2018 in sostituzione di Pedro Pablo Kuczynski, neoliberista duro dimessosi dopo essere stato coinvolto in un caso di corruzione (provata dai tribunali) […]. Nel settembre 2019 l’appena deposto mandatario fece uso di una facoltà legale per sciogliere il Congresso, allora dominato dalle diverse frazioni fujimoriste, eredi politici del criminale ex presidente Alberto Fujimori, riunite attorno a sua figlia Keiko. Il parlamento sorto dalle elezioni del 26 gennaio ha ridotto il fujimorismo ad un ruolo puramente testimoniale, ma non ha messo fine all’instabilità cronica che frusta il Perù da due decenni, aprendo la strada ad una miriade di fazioni caratterizzate dall’opportunismo.

Pur in attesa che ulteriori indagini confermino o smentiscano le accuse contro Vizcarra, preoccupa assistere nuovamente ad una contraffazione del voto popolare tramite manovre del Legislativo, come già avvenuto contro Fernando Lugo in Paraguay, nel 2012, e contro Dilma Rousseff in Brasil, nel 2016.

Gli avvenimenti peruviani sono una nuova dimostrazione del disprezzo delle classi politiche nei confronti della volontà popolare. Primo, poiché le inchieste segnalavano, e le mobilitazioni popolari hanno ratificato, che l’Esecutivo disponeva di un appoggio molto superiore a quello di cui gode il Legislativo. Secondo, poiché il governo entrante ha risposto con un feroce dispiegamento repressivo delle proteste contro ciò che per molti peruviani è un’usurpazione. Terzo, perché il paese andino è ad appena sei mesi delle sue prossime elezioni presidenziali, e in questo contesto la rimozione del presidente uscente è inevitabilmente interpretato come un tentativo d’incidere nelle prossime elezioni. Infine, perché non si può esimere dal notare che, lontano anni luce da una restaurazione della legalità, l’ex leader del Congresso, Manuel Merino, ha nominato come ministri personaggi impresentabili come Ántero Flores-Aráoz, già ministro della difesa durante il secondo mandato di Alan García” [N.d.r.: Flores-Aráoz è stato l’esecutore del massacro di Bagua, nel giugno 2009, considerata la strage più sanguinosa della recente storia peruviana. Dopo il massacro, i decreti all’origine della protesta delle popolazioni originarie furono revocati. Teoricamente, infatti, oggi il Perù è dotato di una legge che garantisce ai popoli indigeni il diritto al consenso libero, previo e informato per qualsiasi progetto che coinvolga loro e le loro terre. Nella pratica, più del 70% dell’Amazzonia peruviana è stata ceduta alle compagnie petrolifere].

La Jornada, Perú, la sombra del golpe parlamentario, Editoriale del 13.11.2020

L’accusa contro il presidente Vizcarra, ovvero che avrebbe ricevuto bustarelle del cosiddetto Club de la Construcción – una rete mafiosa per vincere gare d’appalto – quando era governatore di Moquegua (2011-14), non è stata provata da nessun giudice o pubblico ministero, e poggia soltanto sulle dichiarazioni di alcuni aspiranti a diventare collaboratori di giustizia, gente che per salvare la pelle potrebbe dichiarare qualsiasi cosa.

Ma il versante più grottesco di questa situazione è che dei 109 parlamentari (su 130) che hanno votato per destituire il presidente per ben 68 -come ha ricordato lo stesso Vizcarra davanti al Congresso nella sua ultima deposizione- sono in corso indagini giudiziarie e denunce per diversi reati, ma nessuno ha lasciato l’incarico o rinunciato all’immunità. In verità, questo Congresso ha più le sembianze di un refugium peccatorum che di un parlamento.”

La Jornada, Golpe, rascuache y zafio, a la peruana, 13.11.2020

Nel quinto giorno di proteste contro la destituzione del presidente Martín Vizcarra, un gruppo di giovani che manifestava pacificamente è stato violentemente represso dalla polizia quando ha tentato incamminarsi verso la residenza del nuovo mandatario Manuel Merino, nelle vicinanze di quella del primo ministro, Ántero Flores Aráoz.

La sera precedente 27 giovani sono stati feriti in scontri con le forze dell’ordine durante le proteste contro il governo Merino, alcuni con proiettili di gomma ed altri con armi da fuoco …

La coordinatrice nazionale per i diritti umani ha informato che le proteste hanno lasciato 11 feriti tra cui alcuni giornalisti, che hanno subito colpi di proiettili e contusioni. L’agenzia di notizie Afp ha dichiarato che uno dei suoi reporter era stato colpito da pallettoni”.

La Jornada, Violenta represión en Perú a jóvenes en cercanías de la casa del nuevo presidente. Quinto día de protestas, 14.11.2020

Il nuovo capo del Congresso del Perù, Luis Valdez, ha chiesto ieri sera immediate dimissioni al nuovo presidente Manuel Merino, in seguito alle violente proteste contro il nuovo «governo di transizione», che nella sua sesta giornata ha lasciato due morti e diversi feriti.

«Davanti a questo fatto da sé insostenibile (la morte di manifestanti) ho convocato per la mattinata di oggi domenica 15 novembre la Giunta dei capigruppo per valutare non solo la rinuncia di Merino, ma anche la forma costituzionale per porre fine a questa situazione immediatamente».

Valdez, intervistato dalla TV locale «Canal N» ha detto che la presidenza del Congresso farà un passo indietro e non prenderà parte alla elezione del nuovo governo ad interim …

Alberto Huerta, capo dell’Ufficio di difesa dei cittadini, ha informato che un giovane di 25 anni, ancora non identificato, è arrivato morto all’Ospedale Guillermo Almenara, con ferite nella faccia e nel collo, mentre altri tre partecipanti alla protesta erano feriti.

La morte di una seconda persona, un giovane di 24 anni, è stata confermata dai suoi genitori all’uscita dell’ospedale.”

La Jornada, Pide jefe del Congreso de Perú la renuncia de Merino, 15.11.2020

Ovvero, gli onorevoli che hanno aperto la crisi non parteciperanno alla loro soluzione. Come non parteciperà il golpista Merino, dimessosi in giornata.

“Sublime”, avrebbe chiosato “l’ispettore Callaghan”.

Mi viene in mente Gramsci: “Ma l’umanità, come realtà e come idea, è un punto di partenza o un punto di arrivo?” (“Quaderni del carcere”, Quaderno XXX”, “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno”, 1934).

Mi viene pure in mente la risposta, ovviamente indiretta, di Jorge Luis Borges: “Arriviamo così alla terribile domanda: L’universo, la nostra vita, appartengono al genere realista o al genere fantastico?” (in Miguel Blumenbach, “Jorge Luis Borges: La literatura fantástica”, conferenza del 7 aprile 1967)

Piccolo inquadramento di riferimento

Come detto in apertura, per dare senso alle vicende, la cronaca andrebbe sempre inquadrata. Ci sarà tempo e modo di farlo. Per ora, semplificando all’estremo, definirei la crisi in generale come una turbolenza o perturbazione importante del sistema sociale che, al di là della sua durata ed estensione geografica, può mettere a repentaglio la stessa esistenza dei meccanismi essenziali di riproduzione.

È ovvio che, così intesa una crisi, politica o di qualsiasi altro tipo, è sempre latente. Ma quelle in corso sono potenziate da una successione di cicli man mano sempre più degradati. Ovviamente, non è un concetto valido solo per il Perù o l’America Latina e si vincola strettamente alla decadenza della civiltà capitalistica nella quale ci troviamo immersi.

Nel Perù, come in tutta la regione latinoamericana, pur con gradi e accenti diversificati, è in atto una crisi prolungata, permanente, storica.

Nel caso specifico, deriva dal fatto che uno Stato non nazionale (composto da più gruppi etnici) continui a privatizzare, con i parametri di un’accumulazione originaria, tramite un processo di re-colonizzazione che assume la forma di costruzione di un paese estrattivista minerario, scontrandosi ancora una volta con i popoli originari che intende sottomettere occupando i loro territori e sottoponendoli a più moderne modalità di esproprio e di sfruttamento.

La crisi peruviana si caratterizza per l’instabilità, le difficoltà, i cambiamenti e le trasformazioni profonde indotte dalle riforme neoliberiste in corso da oltre 30 anni senza, tuttavia, arrivare ad un punto d’equilibrio in grado di determinare la sopravvivenza o scomparsa di alcune istituzioni o dello stesso Stato, ma disseminato di momenti ed avvenimenti che comportano periodi di mancate e intempestive corrispondenze, di congiunture difficili e complicate dove i conflitti sociali rinvigoriscono. Nel Perù ciò ha preso diverse forme: laymarazo, il moqueguazo, l’arequipeñazo, che hanno creato le condizioni per trasformazioni più radicali.

Essendo un processo, la crisi politica va esaminata in movimento. Movimento che, a volte, intensifica lo scontro di classe ma, stante le situazioni nazionali e macroregionale, caratterizzate da disorganizzazione e divisione, permette che il progetto neoliberista possa sempre ricomporsi ricreando l’equilibrio instabile che farà partire un altro ciclo.

Sono crisi nate con lo Stato repubblicano, che in America Latina non è stato né Stato liberale, né Stato nazionale, né Stato sociale, bensì un’entità politica di dominio e di comando, coercitiva, strutturata applicando all’interno dei paesi le modalità coloniali.

Nulla ha di casuale, quindi, che i regimi politici siano stati per lo più militari, oligarchici o neoliberisti, organizzati attraverso istituzioni, Costituzioni e governi che, concepiti sostanzialmente per il saccheggio, sono per lo stesso motivo strutturalmente corrotti.

La critica allo Stato impone analizzare congiuntamente la storia e l’economia politica reali, senza separare lo Stato dall’economia, perché solo così si possono osservare i loro rapporti. Ciò significa, qui più che altrove, che circoscrivere la lotta politica alla sola gara elettorale, esprimendosi solo in uno “spazio democratico”, significa essenzialmente agire in un contesto di dominazione dove si definiscono gli interessi condivisi delle classi dominanti, non gli interessi collettivi o il bene comune.

Il fatto è che, rispettando la divisione feticista tra Stato e mercato, la lotta di classe si riduce effettivamente alla crescita, all’investimento privato, alla razionalità mercantile, alla redditività imprenditoriale e al regime di concorrenza. E che da questa prospettiva non si vedono la disoccupazione, la precarietà, il supersfruttamento e la re-colonizzazione attuata tramite l’esproprio, l’estrattivismo e la redditività, come non si capiscono il potere della borghesia periferica e della sua capacità di corruzione della vita politica.

Ovvero, senza questo rapporto non si capiscono Vizcarra, il Congresso, lo scontro in atto. Che non sono, pur se lo sembrano, “roba da pazzi” e/o insane ambizioni non suffragate dai fatti.

Penso che in Perù la crisi in corso differisca da quelle precedenti per l’avvenuto divorzio tra il potere e la politica, che si traduce in assenza della capacità di azione necessaria per fare ciò che ogni crisi esige: scegliere un modo di procedere per applicare la terapia indicata come necessaria per la strada scelta.

“Si ha la sensazione che quell’insufficiente capacità di azione continuerà a paralizzare la ricerca di una soluzione percorribile fino a quando il potere e la politica (oggi divorziati) si risposino. Tuttavia, si ha pure l’impressione che, nelle attuali condizioni d’interdipendenza globale, quel matrimonio risulti difficilmente concepibile all’interno di un solo Stato, per quanto grande e ricco di risorse sia. Sembrerebbe piuttosto di trovarci davanti al titanico compito d’innalzare il livello della politica e dell’importanza delle sue decisioni a dimensioni completamente nuove per le quali non esistono precedenti.”

Anche se, certamente, Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni non pensavano al Perù quando scrissero queste righe nel loro “Stato di crisi” (2015).

REFERENDUM SULLA NUOVA COSTITUZIONE IN CILE: “Il dado è tratto”

di Marco Consolo

                                                                   “Hasta que la dignidad se haga costumbre..”

“Non c’è male che duri 100 anni”. E’ festa grande nelle strade del Cile, da Arica a Punta Arenas. Il popolo cileno volta pagina e approva in un plebiscito di redigere una nuova Costituzione che mandi in soffitta quella di Pinochet.

Il responso delle urne è chiaro:  il 78,27 % della popolazione ha votato a favore del cambio costituzionale.

Con quasi la stessa percentuale, ha vinto anche la seconda opzione: quella di dare vita ad una Convenzione Costituzionale con l’elezione diretta dei 155 costituenti (con parità tra donne e uomini e la presenza di rappresentanti dei Mapuche e degli altri popoli originari), che dovranno redigere la nuova Carta Magna. Per eleggerli, si dovrà però attendere aprile del 2021.

Lo zoccolo duro della destra pinochetista cavernicola porta a casa una secca sconfitta, con il 21,7 % dei suffragi e molti veleni interni che non gioveranno alla coesione del governo.

E’ un evento di portata storico per il Cile. Per quanto il governo e l’apparato repressivo della democra-tura cilena abbiano cercato di incanalare, persuadere e piegare le coscienze di chi si è ribellato a partire dal ​​18 ottobre 2019 contro il modello capitalista neo-liberale, i suoi abusi ed ingiustizie, il popolo cileno ha avviato con grande dignità un  percorso di ricostruzione della sovranità popolare.

La celebrazione del referendum è frutto della immensa mobilitazione popolare che è stata ininterrottamente nelle piazze dall’ottobre 2019, senza la quale non sarebbe stata possibile, neanche lontanamente.  Una mobilitazione che ha pagato un alto prezzo con più di 30 vite, migliaia di feriti, più di 10.000 arresti (in carcere ci sono ancora migliaia di persone), denunce di stupri e torture, più di 460 lesioni oculari da arma da fuoco. Il tutto con impunità praticamente garantita. Come ai “bei tempi”.

Ma nonostante la repressione brutale, questa mobilitazione ha saputo allargare il consenso oltre i tradizionali ambiti dei partiti, degli organismi a difesa dei diritti umani, ed anche dei “movimenti sociali”, con l’irruzione degli studenti, del grande e combattivo movimento delle donne,  dell’ambientalismo, per il diritto alla casa. Particolare rilevanza ha avuto il movimento contro il sistema privato di pensioni che ha saputo coinvolgere il ceto medio, indebitato fino al collo e impoverito dalla crisi.

Anche grazie alla sua trasversalità, la mobilitazione è riuscita ad interpretare l’ “interesse generale”, contro lo status quo ed il modello. Un ruolo che comporta una enorme responsabilità per i mille soggetti coinvolti, viste le aspettative riposte, il gap sociale da colmare date le condizioni materiali, la rabbia accumulata quotidianamente e per anni dalle donne e dagli uomini privati ​​dei diritti sociali di base, a partire dalla salute, educazione, ed il diritto ad una pensione degna di questo nome.

“Non abbiamo paura del virus, abbiamo paura della fame”

Dall’inizio della pandemia (che continua a mietere vittime) non è mancata la risposta solidale e di auto-aiuto nei quartieri popolari, con l’organizzazione spontanea di circa 400 “ollas comunes” (pentole comuni) che hanno provato a garantire cibo e speranza, organizzando una risposta sociale che non si vedeva dai tempi della dittatura. “Non abbiamo paura del virus, abbiamo paura della fame”, dicevano le prime mobilitazioni a Santiago.

Lo schiaffo al governo lo ha dato anche la cattiva gestione della pandemia (ad oggi circa 18.000 decessi e più di mezzo milione di contagiati, con una popolazione di 18 milioni), con diversi focolai attivi in molte province, con varie limitazioni alla mobilità e con il coprifuoco nazionale  (dalle 22 alle 5) in vigore sin da marzo, più di sette mesi.

Tra gli “effetti collaterali” della forza delle mobilitazioni popolari, i salti mortali e le piroette di alcuni personaggi dell’estrema destra politica (come Joaquin Lavin e Pablo Longueira della UDI, storico partito del Pinochetismo), costretti a salire sul carro dei probabili vincitori, nel tentativo di non rimanere isolati più di quanto già siano. Salti mortai e piroette che hanno provocato ulteriori divisioni nelle destre e sollevano interrogativi sulla loro strategia.

Anche tra gli imprenditori si sono aperte diverse contraddizioni e figure di spicco avevano dichiarato il voto a favore del cambiamento costituzionale, per canalizzare le forti tensioni sociali.

Il governo subisce così la seconda sconfitta (dopo quella sul ritiro anticipato di una parte dei fondi pensione) ed esce ancora più debole dalle urne.

La “Costituzione” del tiranno

Grazie al golpe civico-militare del 1973, il Cile è stato il laboratorio mondiale di applicazione delle politiche neo-liberiste dei “Chicago boys”.  Si trattava però di dargli “forza di legge” e costituzionalizzarle. Fu così che la Giunta Militare si auto-attribuì la facoltà costituente e delegò la redazione della Costituzione del 1980 a un pugno di fedelissimi alla dittatura civico-militare. Tra questi spiccava Jaime Guzmán – politico ed avvocato costituzionalista, uno dei conservatori più intelligenti e perfidi dell’intera storia cilena. Guzmán, che aveva una visione di futuro, redattò una Carta Magna che trasformò la democrazia in un soprammobile e disegnò precisi meccanismi per “blindare” la Costituzione e non poterla cambiare. A partire dal perverso sistema binominale, dalle alte maggioranze  necessarie e dal diritto di veto, dalla composizione della Corte Suprema e del Tribunale Costituzionale con i quali hanno puntualmente impedito qualsiasi disegno di legge che odorasse a giustizia sociale.

In piena dittatura, nel plebiscito-farsa dell’11 settembre 1980, in teoria il 65,71% degli elettori si espresse a favore di quel simulacro di nuova Costituzione. Tuttavia, l’assenza di un registro elettorale, la restrizione delle libertà pubbliche e le denunce di ex militari di avere votato più di una volta, hanno scoperchiato la illegittimità dei risultati. Il simulacro di Costituzione della dittatura civico-militare entrò in vigore l’11 marzo 1981.

Il testo originale consisteva in 120 articoli permanenti e 29 disposizioni transitorie.

Tra le sue “perle” vi erano l’esistenza di senatori designati a vita (tra cui Pinochet) che garantivano la maggioranza alle destre, il potere del Presidente della Giunta militare di sciogliere la Camera dei Deputati, la creazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale (COSENA), l’inamovibilità  dei Comandanti delle Forze Armate e il loro carattere di garanti dell’istituzionalità, il concetto chiave di “Stato sussidiario” al mercato, e l’incostituzionalità di organizzazioni, movimenti, partiti politici, destinati a “propagare dottrine che minacciano la famiglia, sostengono la violenza o una concezione della società, dello Stato o dell’ordinamento giuridico, di carattere totalitario o fondato sulla lotta di classe”, in particolare il marxismo ed il comunismo.

In nessuna Costituzione politica precedente, i militari erano “garanti”’ dell’istituzionalità, né esisteva il Consiglio di Sicurezza Nazionale, un’istituzione sinistra e cupa, più simile all’Inquisizione, che a un organo democratico.

E nella storia cilena,  i vertici delle FF.AA. non avevano mai avuto la possibilità di un’autonomia assoluta, anche sulle questioni di bilancio.  E invece, nell’attuale Costituzione dittatoriale, l’autonomia e la discrezionalità di spesa è “sancita” a vantaggio delle forze armate e dell’oligarchia economica, la vera padrona delle divise militari.

Oltre ai normali stanziamenti di bilancio, la dittatura riservò alle FF.AA. un ammontare pari al 10% degli introiti della vendita del rame, principale prodotto di esportazione del Cile, grazie ad una legge i cui contenuti erano segreti. Fiumi di denaro senza controllo che hanno prodotto diversi scandali per corruzione, conosciuti come “Milico-gate”.

Detto in altri termini, sia nelle sue origini che nella sua forma di ratifica, la Costituzione del 1980 è un atto coercitivo, giuridicamente nullo secondo i principi del diritto pubblico. La Costituzione era de facto, e la sua efficacia pratica era esclusivamente in funzione dei rapporti di forza che la sostenevano. Al momento della sua promulgazione, era chiaro il suo intento di proroga del regime militare e presagiva anni di dittatura.  Le disposizioni transitorie (la costituzione effettiva) rendevano la stessa Carta quasi un mero esercizio semantico, che solo codificava il monopolio del potere esistente.

Le caratteristiche totalitarie e di difesa dello status quo dell’attuale simulacro di Carta Magna erano così profonde, che l’allora Presidente del Consiglio di Stato, Jorge Alessandri Rodríguez (non proprio un “sincero democratico”), si dimise nel luglio 1980: più del 50% delle sue proposte erano state respinte da Jaime Guzmán, il vero capo di governo di quegli anni.  In particolare, Alessandri rinunciò per 3 articoli (93, 95 e 196), che attribuivano il potere alle FF.AA. e alle forze dell’ordine, e non al popolo sovrano,  potere costituente originario. Al momento delle dimissioni, Alessandri dichiarò che “nessun civile che si rispetti può essere Presidente della Repubblica con gli antecedenti contenuti in questa Carta fondamentale”.

Nel nuovo plebiscito dell’ottobre 1988, la dittatura fu sconfitta nel tentativo di prolungare il mandato di Pinochet. La destra politica dovette accettare – obtorto collo – la restaurazione del sistema democratico istituzionale, ma stando molto attenta che non si cambiasse una virgola della Costituzione del tiranno nelle questioni fondamentali e non negoziabili, a favore dello zoccolo duro pinochetista e degli imprenditori, resi milionari grazie al saccheggio ed alle privatizzazioni della dittatura.

Stare al governo o mantenere il potere ?

In questi anni, le classi dominanti hanno fatto miracoli per preservare a tutti i costi leggi i cui unici obiettivi erano (e continuano ad essere) il consolidamento del progetto neoliberista attraverso il  “diritto di veto”, insieme alla preservazione del ruolo delle FF.AA. e delle forze dell’ordine.

Certo, stare al governo è importante. Ma i pochi leader della destra che hanno una reale capacità ed intelligenza politica (ed economica) sono consapevoli che l’importante più che stare al governo, è mantenere il potere  nelle loro mani. Parlo del potere militare, di quello mediatico e finanziario, ancora saldamente in mano a poche famiglie,  “quelli di sempre”, che si possono contare sulle dita di meno di due mani.

L’importante per i settori ultra-liberisti è stato, semplicemente, mantenere indenni tutte le leggi create dai Chicago Boys durante la dittatura. Per far ciò, la Costituzione politica “pinochetista-guzmaniana” è stata uno strumento formidabile, certamente antidemocratico, ma ancora vigente, anche grazie a molti dirigenti dei governi di centrosinistra post-dittatura  che hanno contribuito a “ritoccare” e “migliorare” il testo della dittatura.

Fin qui lo stato dell’arte.

Il braccio di ferro continuerà per evitare i molti trabocchetti posti al percorso costituente e non tutto è color di rosa. Avremo modo di tornarci.

Oggi il Cile volta pagina. Oggi è festa grande in tutto il Paese. A Santiago la festa è in Plaza Italia, ribattezzata Plaza de la Dignidad dai manifestanti. Da domani si apre un lungo processo costituente, ma la battaglia riprende con più forza e speranza.  Non importa quanto tempo ci vorrà, nè gli alti e bassi possibili, nè quanto il processo risulterà difficile e complesso.

Oramai il dado è tratto.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/cile-il-dado-e-tratto/

LA BUSSOLA BOLIVIANA

Trionfare nella vita non è vincere, ma rialzarsi ogni volta che si cade…

(José Mujica)

di Marco Consolo

Bolivia, la figlia prediletta del Libertador Simon Bolivar, ha appena dato una lezione esemplare al mondo. Con una alta partecipazione popolare (87%),  la bella e schiacciante vittoria nelle urne del Movimento al Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità del popolo (MAS-IPSP) con il 54,5% segna una secca sconfitta dei piani statunitensi nella regione, della strategia di utilizzo della screditata Organizzazione degli Stati Americani (OEA) come ariete contro i governi che non seguono i diktat a “stelle e strisce”, del Gruppo di Lima e dei latifondi mediatici globali. Ed è quindi di importanza strategica per la Bolivia, per l’America Latina e per il mondo intero. Provo a spiegarmi.

Elecciones en Bolivia: la casi segura victoria del MAS - Pauta.cl

Qualche giorno fa, correva l’anniversario dell’ennesimo intervento militare statunitense. Il 19 ottobre del 1983, i marines sbarcavano nella piccola isola di Grenada, ed assassinavano il Presidente costituzionale Maurice Bishop.  In quegli anni, era ancora viva la memoria (e la pratica) della lunga stagione dei colpi di Stato organizzati dalle ambasciate statunitensi in tutto il continente, con la complicità delle oligarchie “vende-patria” locali. In Nicaragua, il governo Sandinista iniziava a dover affrontare militarmente i “contras” (finanziati, addestrati ed armati dalla Casabianca) che seminavano morte e distruzione. In El Salvador, Guatemala, e Colombia le forze guerrigliere erano in piena attività.

Dopo la stagione dei golpe cruenti, degli orrori delle dittature civico-militari, e del famigerato Plan Condor, il continente è passato attraverso successive democra-ture (nè, nè) con l’applicazione un po’ meno brutale, “umanizzata”, delle stesse ricette neo-liberiste. Quelle politiche anti-popolari provocarono la resistenza dal basso, una lunga fase di accumulazione politico-sociale ed infine una contro-offensiva che fece vincere diverse elezioni ed accedere la sinistra al governo in molti Paesi. La prima vittoria fu quella di Chavez in Venezuela, seguita a ruota da molti altri (Brasile, Argentina, Bolivia, Ecuador, Uruguay, etc).

Per rispondere all’ondata “progressista”,  iniziò la contro-offensiva imperialista in tutto il continente, ma questa volta con modalità diverse. A Washington fu ribattezzato “soft power”, “smart power”, ma tradotto in italiano si trattava di riconquistare egemonia e controllo nel “cortile di casa” con golpe di nuovo tipo: golpe istituzionali, parlamentari, mediatici, con la guerra giudiziaria (Lawfare) e una guerra multi-dimensionale. Iniziarono proprio in Bolivia, nel 2008, con il tentativo fallito di “balcanizzazione” e secessione delle regioni ricche della “media-luna”. Poi in Honduras, in Ecuador (senza riuscirci), in Paraguay ed in Brasile con Dilma Rousseff.

L’ultimo golpe riuscito, in ordine di tempo, è stato quello in Bolivia del 2019, quando il governo Morales, nonostante la limpida vittoria elettorale, fu accusato strumentalmente di brogli e spodestato. Il golpe, organizzato a Washington, ebbe l’appoggio delle multinazionali dell’energia (a partire dall’”ecologico” Elon Musk e dalla sua Tesla) e dell’ Organizzazione degli Stati Americani (OEA) con il suo etero-diretto Segretario Luis Almagro, vero e proprio coordinator, per conto terzi, delle destre latino-americane.

Oltre ad una repressione spietata, in questi mesi i golpisti hanno fatto l’impossibile per disfarsi di Evo Morales e del Movimento al Socialismo. Hanno tentato di illegalizzare il partito e i suoi principali candidati, tra cui lo stesso Evo, costretto all’esilio in Argentina e impossibilitato a presentarsi al Senato. Hanno assassinato, denunciato ed incarcerato dirigenti sociali e politici (alcuni ancora rifugiati in ambasciate), chiuso le radio comunitarie filo-MAS, minacciato ed arrestato i giornalisti, etc.

Un golpe inefficace

Ma quel sanguinoso colpo di Stato dello scorso ottobre non è servito a mettere a tacere la volontà di cambiamento del popolo boliviano. Né sono serviti gli omicidi, la militarizzazione del Paese, la repressione e le minacce.

Non è servito neanche il viaggio del Ministro degli Interni golpista, Arturo Murillo, che a fine Settembre è andato alla sede dell’OEA e al Dipartimento di Stato di Mike Pompeo, per prendere ordini e ricevere l’appoggio necessario per impedire al MAS di tornare al governo.

Non è servita la grancassa dei latifondi mediatici internazionali che, senza arrossire di vergogna, hanno appoggiato sfacciatamente i golpisti con l’appoggio del bombardamento nelle “reti sociali”.

Il popolo boliviano ha parlato forte e chiaro. La Bolivia ha iniziato a recuperare la democrazia, sparigliando le carte truccate della Casabianca.

Bolivia: recuento no oficial adelanta victoria electoral del candidato del MAS - Noticias Rhode Island

Foto: http://www.noticiasrhodeisland.com

Contro la geopolitica “dell’odio e della paura”, dall’opposizione quel blocco sociale campesino-operaio-popolare ha resistito al golpe, si è riorganizzato dal basso ed è riuscito a vincere il braccio di ferro politico-elettorale.  E lo ha potuto fare grazie alla “densità sociale” di un’organizzazione capillare, anche nelle estese zone rurali del Paese.

In quel blocco sociale hanno giocato un ruolo chiave i popoli originari, (mal chiamati “indigeni”) vera e propria spina dorsale del MAS. Hanno resistito con dignità e orgoglio, coscienza, ed  organizzazione come risultato dell’accumulazione politica di anni di lotte.

La lezione è stata chiara per i masisti: si può perdere il governo, ma se c’è un partito che ha radici reali nella popolazione, lo si può recuperare.

La campagna delle destre a favore del MAS

Bisogna riconoscere che i golpisti, nelle loro varie articolazioni, sbagliando strategia politica hanno aiutato molto il MAS: con una gestione economica disastrosa, scandali di corruzione ai più alti livelli, una repressione brutale ed  indiscriminata che ha colpito anche settori non direttamente vincolati al MAS e, negli ultimi mesi, una drammatica incapacità di gestione della pandemia del Covid-19 che ha tragicamente colpito il Paese.

Più le destre golpiste rinviavano la convocazione delle elezioni, più le loro opzioni si indebolivano grazie alla corruzione dilagante, alla loro politica suprematista, al linguaggio razzista e di odio verso i popoli nativi, i loro simboli e la loro cultura. Parliamo di un Paese in cui la minoranza bianca è ampiamente minoritaria, ma che sin dai tempi della Colonia, detiene la ricchezza e le leve del potere.

In questo contesto, la società boliviana tutta (compresi i settori di ceto medio che avevano voltato le spalle al MAS) ha avuto il tempo di mettere al confronto i 14 anni di stabilità di un processo che ha cambiato il volto della Bolivia. Un progetto di Paese con al centro i bisogni della maggioranza esclusa, che ha nazionalizzato le risorse naturali, iniziato ad industrializzare il litio, ridistribuito ricchezza e portato i popoli originari ad occupare il Palacio Quemado  ridando loro la dignità, dopo secoli di sottomissione ed abusi.  Giorno dopo giorno, si comparava il governo dei golpisti con quelli del MAS.

Per finire, la strategia del MAS ha usato poco le reti “sociali” e molto il “porta a porta”, per  parlare dei problemi del presente, come crisi sanitaria, disoccupazione, riattivazione economica, etc., più in sintonia con parte del ceto medio impoverito che aveva smesso di votare per il MAS.

Bolivia de pie, nunca de rodillas!" - Indymedia Argentina Centro de Medios Independientes (( i ))

Fotos: Indymedia Derechos Humanos

Tutte rose e fiori ?

Naturalmente, come in tutti i veri processi di trasformazione, ci sono state luci ed ombre, contraddizioni ed errori, oggetto di critiche feroci da parte di alcuni settori, che oggi tacciono con un silenzio assordante, appellandosi ad una “neutralità” che fa acqua da tutte le parti. Ma al di là degli attacchi strumentali, è evidente la necessità di riflessioni profonde e auto-critiche su ciò che sono stati i governi del MAS, per non tornare a commettere gli stessi errori, recuperare il consenso eroso ed ampliare la partecipazione popolare democratica.

La nuova leva di dirigenti dichiara di voler riorganizzare il MAS che, negli ultimi anni di Evo, era stato sussunto nel governo, perdendo un profilo autonomo.

In queste elezioni, Luis Arce ha superato il 47% ottenuto dall’ex Presidente nelle elezioni del 2019 e ha eguagliato lo storico voto ottenuto da Morales nel 2005 (53%), quando è diventato il primo esponente dei popoli originari a vincere la presidenza e ha dato inizio al “proceso de cambio”. I voti ottenuti garantirebbero anche la maggioranza nei due rami del parlamento.

Arce, per molti anni Ministro dell’ Economia dei governi di Evo, nei suoi primi discorsi da Presidente ha sottolineato il suo impegno a “…lavorare per tutti i boliviani, dando vita ad un governo di unità….  Queste elezioni stanno dando certezza al popolo boliviano. Ci sarà un rilancio delle attività economiche che beneficeranno la micro, piccola, media e grande impresa, e anche il settore pubblico e tutte le famiglie boliviane che hanno vissuto per undici mesi nell’ incertezza”.

Anche il vice-Presidente eletto, David Choquehuanca, è persona nota. Dirigente sindacale della  Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia  (CSUTCB), aymara come Evo Morales, è stato Ministro degli Esteri dei governi di Evo dal 2006 al 2017. Fra il 2017 e il 2019 è stato Segretario Generale dell’Alba-TCP (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América- Tratado Comercial de los pueblos) un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica nato in contrapposizione alla strategia USA dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), in seguito ridisegnata.

E a proposito di integrazione continentale, la Bolivia ha annunciato la ripresa dei rapporti diplomatici con Cuba e Venezuela. Potrebbe tornare nell’ALBA, provare a rivitalizzare le moribonde UNASUR e CELAC e creare un asse che includa oltre ai Paesi dell’ALBA anche Messico e Argentina, sminuendo il peso specifico della stessa OEA.

E da domani ?

La parte più difficile viene ora ed il nuovo governo ha molte sfide davanti a sé.

Bolivia. Papa Francesco ha chiamato Evo Morales per complimentarsi per la vittoria del Mas. Un'amicizia inossidabile - FarodiRoma

Foto: http://www.farodiroma.it/

Quest’anno di crisi ha alimentato vecchie e profonde ferite e fratture nella società boliviana a partire dal razzismo e la lotta tra le regioni, in particolare tra la ricca “mezza-luna” all’Oriente e l’altopiano e l’occidente dei popoli nativi. Sono ferite che dovranno lentamente cicatrizzarsi.

La priorità è fare fronte alla pandemia e rimettere in sesto l’economia, messa in ginocchio dai golpisti, e poter così soddisfare i bisogni di base, salute e lavoro innanzitutto.

In secondo luogo, la dittatura ha violato i diritti umani in tutte le aree possibili; salute, integrità fisica, accesso al lavoro, istruzione, diritti civili e politici. Ripristinarli è un compito non facile, ma improcastinabile.

Per non parlare della necessità di giustizia per gli assassinati, i feriti, e i prigionieri politici, per tentare di sanare le ferite provocate dal governo de facto.

Importantissima è la lotta alla criminalità organizzata ed al narcotraffico, cresciuti al riparo dei golpisti, che corrompe e destabilizza in diverse zone del Paese.

Sicuramente, uno dei temi più sensibili e difficili sarà il rapporto con le FF.AA. e la polizia, che hanno avuto un ruolo importante prima nel tradimento al governo costituzionale, e poi nella repressione post-golpe. L’accertamento delle responsabilità, depurazione e castigo sono conditio sine qua non per la pacificazione.

Chi governa a La Paz dovrà poi mettersi d’accordo con i Cambas di Santa Cruz e soprattutto con il suo settore privato.  Santa Cruz è il motore dell’economia boliviana del futuro, per l’energia, per l’agrobusiness, per attrarre investimenti. Luis Fernando Camacho, rappresentante dell’ultra-destra, non è riuscito a sfondare in nessun dipartimento, ma si è trincerato a Santa Cruz e sarà il probabile sostituto del governatore Costa.

America Latina alla riscossa ?

Il vento di riscossa che viene dalla Bolivia avrà quindi un forte impatto in tutto il  continente e può condizionare positivamente i prossimi mesi di lotte sociali ed anche le importanti scadenze elettorali. Andiamo con ordine.

E’ sotto gli occhi di tutti che le destre al governo, lungi dal risolvere i probemi sociali, li aggravano, in America Latina come in Europa. Le ricette avvelenate del FMI e della Banca Mondiale peggiorano le contraddizioni sociali e non sono certo in grado  di garantire stabilità, pace sociale, agibilità democratica. Al contrario, puntualmente dove governano le destre, prima o poi sale alla ribalta la ribellione popolare contro le politiche anti-popolari neo-liberiste. La realtà ha la testa dura.

In queste settimane, perfino il piccolo Costa Rica (Paese che non ha una grande tradizione di mobilitazioni di massa) è sceso in strada contro le misure dettate dal FMI al governo locale, costringendo il governo a fare marcia indietro su diversi punti.

In Cile il prossimo 25 ottobre ci sarà la seconda spallata ai governi delle destre. Sarà una data storica, con un referendum che potrebbe aprire la strada al cambio della Costituzione di Pinochet, appena ritoccata dai governi di centro-sinistra, ma rimasta intatta nei fondamentali. Come si ricorderà, dal 18 ottobre 2019 il Paese ha vissuto una enorme mobilitazione sociale con una brutale repressione da parte del governo Piñera. Senza la mobilitazione di massa, sospesa solo temporaneamente per la pandemia di Covid 19, non si sarebbe mai ottenuto questa importante scadenza.

Domenica scorsa, nell’anniversario dell’inizio delle proteste, una grande manifestazione ha segnato il ritorno della ribellione sociale nelle piazze di Santiago. E purtroppo anche della repressione, con un saldo tragico di una persona uccisa dalle forze di polizia, 580 arresti e un giovane manifestante buttato giù da un ponte dai Carabineros (avete letto bene) qualche giorno prima, che fortunatamente non è deceduto.

Ma il popolo cileno non pare disposto a tornare indietro.  La vittoria dell’opzione “Apruebo” è scontata e diversi personaggi della destra sono saliti sul carro per non rimanere isolati. Il vento boliviano non può che aiutare da una parte l’opzione per il cambio della Carta Magna, e dall’altra il voto per una “Convenzione Costituzionale”, con rappresentanti interamente eletti dal voto popolare.

In Colombia, da settimane la popolazione è scesa in piazza contro il governo Duque, a difesa delle condizioni di vita e di lavoro, contro il non rispetto dell’Accordo di pace con la guerriglia delle FARC-EP da parte del governo, contro gli omicidi di ex-guerriglieri e dirigenti sociali, e la repressione indiscriminata. In queste ore è arrivata nella capitale Bogotà la “Minga”, una mobilitazione “indigena e popolare”  che, dopo aver percorso centinaia di chilometri, arriva nella capitale accolta dai movimenti sociali urbani.  E il 21 ottobre c’è stato uno sciopero generale in tutto il Paese “per la vita, la democrazia, la pace, e la richiesta di  misure economiche di emergenza”.

In Brasile, il 15 novembre  si voterà per le amministrative in 5000 municipi, e la sinistra cerca di riorganizzarsi e mobilitare le piazze per riprendere in mano le città più importanti, a partire da Sao Paulo, Rio de Janeiro e Porto Alegre. Dalla vittoria di Bolsonaro, infatti è mancata una forte ed unitaria mobilitazione di piazza che potesse mettere all’angolo il governo. Bolsonaro ne ha tratto vantaggio, e nonostante la drammatica situazione sanitaria dovuta alla pessima gestione (e anche grazie ad elemosine puntuali), il mini-Trump negazionista appare ancora saldo in sella, con l’appoggio del capitale finanziario, delle FF.AA., delle potenti sette pentecostali e dei latifondisti dell’agro-business.

In Venezuela, il prossimo 6 dicembre si vota per le elezioni politiche in una scadenza decisiva per battere l’opposizione e recuperare la maggioranza del parlamento. Nonostante i gravi danni economici e sociali causati dal bloqueo statunitense e della UE, il Venezuela bolivariano resiste grazie alla coscienza, alla mobilitazione popolare costante, all’unione civico-militare che ne garantisce la difesa ed alla solidarietà internazionale.

In Ecuador, dopo una durissima battaglia legale, e anche grazie alla mobilitazione nelle piazze,  l’organizzazione politica che fa capo all’ex-Presidente progressista Rafael Correa potrà correre per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Anche qui, la “guerra giudiziaria” ha prodotto l’esilio di Correa (con più di 20 processi farsa a suo carico) e messo in carcere, con accuse inconsistenti, diversi dirigenti della Revoluciòn Ciudadana, a partire dal Vice-Presidente Jorge Glas. Come si ricorderà, prima della pandemia, vi erano state imponenti mobilitazioni popolari, sospese anche per il virus. A Quito, nelle settimane scorse, sono stati gli studenti a riguadagnare le piazza, dando una scossa al Paese intero. E a febbraio 2021 ci saranno elezioni presidenziali e politiche.

E l’onda lunga potrebbe coinvolgere anche il Perù, come incentivo per l’unità a sinistra, per disputare le presidenziali nell’aprile dell’anno venturo.

Difficile prevedere se la vittoria del MAS avrà qualche incidenza sulle incombenti elezioni statunitensi, dove però molti democratici già attaccano Trump per i suoi fallimenti nei tentativi di “regime change”, rovesciando i governi scomodi.

L’America Latina riprende il cammino della contro-offensiva popolare

Non c’è dubbio, però, che lo scenario latinoamericano è complicato per tutti.

Per i settori progressisti, visto che a differenza degli anni passati in cui erano maggioritari nei governi del continente, oggi la loro presenza è di gran lunga più debole.

Ma anche le forze conservatrici hanno un futuro complicato.  I loro think-tank strategici hanno un progetto globale (basta vedere le manifestazioni contro la “dittatura sanitaria” e “per la libertà” in diversi Paesi) e cercano di impedire l’avvento dei governi progressisti o la stabilità dei processi di trasformazione da loro guidati. Ma non sono in grado di offrire nulla di nuovo alle loro società, in un momento in cui lo stesso FMI e la Banca mondiale si spingono a consigliare tasse sui più ricchi per ridurre la povertà. Il progetto delle classi dominanti e delle forze conservatrici non riesce più a incantare i popoli per dar loro speranza.

La narrazione neo-liberista è in crisi e l’egemonia delle classi dominanti si concretizza grazie al restringimento degli spazi democratici, all’odio, alla paura manipolata ad hoc dai grandi media e tramite le “reti sociali”.

Viceversa, le diverse forze dei movimenti, delle sinistre plurali (nazionaliste, progressiste, rivoluzionarie), in base alla loro esperienza di opposizione e di governo, hanno ancora un capitale politico che permette loro di essere credibili e poter aspirare a guidare i diversi Paesi, nonostante gli errori commessi. Una scommessa per i sostenitori del “socialismo del 21° secolo”.

Quando tutto sembra più difficile, un vecchio proverbio aymara ci ricorda che  “Qhiph nayr uñtasaw sarnaqaña”: “Viviamo guardando il passato per vivere il presente  e proiettare il futuro”.

L’America Latina riprende  il cammino della contro-offensiva popolare.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/la-bussola-boliviana/

11 Settembre 1973: Il Golpe in Cile. Discorsi e intervista di Rossellini a Salvador Allende

Tre documenti per ricordare Salvador Allende

 

 

ROBERTO ROSSELLINI INTERVISTA A SALVADOR ALLENDE (1971)

Regia: Emidio Greco Anno: 1971 Abstract: Roberto Rossellini, ospite in Cile con il figlio Renzo nel 1971, intervista Salvador Gossens Allende.
Il Presidente cileno racconta la propria vita partendo dall’attività politica svolta dai propri familiari. Il padre e gli zii furono militanti del partito radicale quando i radicali erano membri di un partito d’avanguardia che lottava contro la reazione conservatrice. Il nonno era stato senatore e vice presidente del Senato. Allende racconta dei primi anni all’università di Santiago quando, studente di medicina, fu espulso dall’ateneo, arrestato per l’attività politica svolta e giudicato da tre corti marziali. Fondatore del Partito Socialista di Valparaiso e successivamente espulso, entrò nel Partito Comunista, all’epoca illegale. Dal racconto emerge la storia di una vita dedicata alla lotta per l’unità dei partiti della classe operaia. L’intervista, nella quale Allende non manca di sottolineare i grandi ostacoli frapposti dalla classe conservatrice cilena alla gestione della vita pubblica, prosegue con l’auspicio dell’integrazione dei paesi latino-americani Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico https://www.aamod.it

 

 

 

 

Brasile: Importante discorso di Lula nell’anniversario dell’indipendenza, 7 settembre 2020 (VIDEO)

 

 

 

La traduzione in italiano del discorso

“Vogliamo un Brasile dove ci sia lavoro per tutti”

“Amiche e amici.

Negli ultimi mesi una tristezza infinita mi ha stretto il cuore. Il Brasile sta vivendo uno dei periodi peggiori della sua storia.

Con 130mila morti e quattro milioni di persone contagiate, stiamo precipitando in una crisi sanitaria, sociale, economica e ambientale mai vista prima.

Più di duecento milioni di brasiliani si svegliano ogni giorno, senza sapere se i loro parenti, amici o se stessi arriveranno sani e vivi alla notte.

La stragrande maggioranza delle persone uccise dal Coronavirus sono persone povere, nere e vulnerabili che lo Stato ha abbandonato.

Secondo i dati delle autorità sanitarie, nella città più grande e ricca del paese, le morti per Covid-19 sono del 60% più alte tra i neri e i mulatti della periferia.

Ciascuno di quei morti che il governo federale tratta con disprezzo aveva un nome, un cognome, un indirizzo. Aveva padre, madre, fratello, figlio, marito, moglie, amici. Fa male sapere che decine di migliaia di brasiliani non hanno potuto dire addio ai propri cari. So cos’è questo dolore.

Sì, sarebbe stato possibile evitare così tante morti.

Siamo affidati a un governo che non valorizza la vita e banalizza la morte. Un governo insensibile, irresponsabile e incompetente che ha infranto le regole dell’Organizzazione mondiale della sanità e convertito il Coronavirus in un’arma di distruzione di massa.

I governi emersi dal colpo di stato hanno congelato le risorse e demolito il Sistema Sanitario Unificato pubblico (SUS), che è rispettato in tutto il mondo come modello per le altre nazioni in via di sviluppo. E il crollo non è stato maggiore grazie agli eroi anonimi, ai lavoratori e agli operatori sanitari.

I fondi che avrebbero potuto essere utilizzati per salvare vite umane sono stati utilizzati per pagare gli interessi al sistema finanziario.

Il Consiglio Monetario Nazionale ha appena annunciato che ritirerà più di 300 miliardi di reais dai profitti delle riserve che i nostri governi hanno lasciato.

Sarebbe comprensibile se quella fortuna fosse destinata ad aiutare i lavoratori disoccupati o a mantenere un aiuto emergenziale di 600 reais per tutta la durata della pandemia.

Ma questo non passa per le menti degli economisti governativi. Hanno già annunciato che questo denaro verrà utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico!

Nelle mani di queste persone la salute pubblica è maltrattata in tutti i suoi aspetti.

La sostituzione della direzione del Ministero della Salute con personale militare senza esperienza medica o sanitaria è solo la punta di un iceberg. Durante un’escalation autoritaria, il governo ha trasferito centinaia di militari dall’area attiva e di riserva all’amministrazione federale, anche in molti posti chiave, cose che ricordano i tempi bui della dittatura.

La cosa più grave di tutte è che Bolsonaro approfitta della sofferenza collettiva per commettere di nascosto un crimine contro il Paese.

Un crimine politicamente non prescrivibile, il crimine più grande che un funzionario governativo possa commettere contro il suo paese e il suo popolo: rinunciare alla sovranità nazionale.

Non è un caso che ho scelto di parlare con voi questo 7 settembre, giorno dell’Indipendenza del Brasile, quando celebriamo la nascita del nostro paese come nazione sovrana.

Sovranità significa indipendenza, autonomia, libertà. L’opposto di questo è dipendenza, servitù, sottomissione.

Nella mia vita ho sempre lottato per la libertà.

Libertà di stampa, libertà di opinione, libertà di espressione e organizzazione, libertà di associazione, libertà di iniziativa.

È importante ricordare che non ci sarà libertà se il paese stesso non sarà libero.

Rinunciare alla sovranità significa subordinare il benessere e la sicurezza del nostro popolo agli interessi di altri paesi.

La garanzia della sovranità nazionale non si limita all’importantissima missione di salvaguardare i nostri confini terrestri e marittimi e il nostro spazio aereo. Significa anche difendere la nostra gente, la nostra ricchezza minerale, prenderci cura delle nostre foreste, dei nostri fiumi, della nostra acqua.

In Amazzonia, dobbiamo essere presenti con scienziati, antropologi e ricercatori dedicati allo studio della fauna e della flora e all’utilizzo di queste conoscenze in farmacologia, nutrizione e in tutti i campi della scienza, nel rispetto della cultura e dell’organizzazione sociale delle popolazioni indigene.

L’attuale governo subordina il Brasile agli Stati Uniti in modo umiliante e sottopone i nostri soldati e diplomatici a situazioni vessatorie. E minaccia ancora di coinvolgere il Paese in avventure militari contro i nostri vicini, contrariamente alla stessa Costituzione, al fine di servire gli interessi economici e strategico-militari americani.

La sottomissione del Brasile agli interessi militari di Washington è stata ampiamente aperta dallo stesso presidente quando ha nominato un ufficiale generale delle forze armate brasiliane a prestare servizio nel Comando Militare Sud degli Stati Uniti, agli ordini di un ufficiale americano.

In un altro attacco alla sovranità nazionale, l’attuale governo ha firmato un accordo con gli Stati Uniti che pone la base aerospaziale di Alcântara sotto il controllo di funzionari statunitensi e priva il Brasile dell’accesso alla tecnologia, anche di paesi terzi.

Chiunque voglia conoscere i veri obiettivi del governo non ha bisogno di consultare manuali dei servizi segreti civili o dell’esercito.

La risposta si trova ogni giorno sulla Gazzetta Ufficiale, in ogni atto, in ogni decisione, in ogni iniziativa del presidente e dei suoi consiglieri, banchieri e speculatori che ha chiamato a dirigere la nostra economia.

Istituzioni centenarie come Banco do Brasil, Caixa Econômica Federal e BNDES, che sono legate alla storia dello sviluppo del paese, vengono massacrate e tagliate, o semplicemente vendute a basso prezzo.

Le banche pubbliche non sono state create per arricchire le famiglie. Sono strumenti di progresso. Finanziano la casa dei poveri, l’agricoltura familiare, i servizi igienico-sanitari, le infrastrutture essenziali per lo sviluppo.

Se guardiamo al settore energetico, assisteremo a una politica della terra bruciata altrettanto predatoria.

Dopo aver messo in vendita le riserve del Pre-Sal a valori ridicoli, il governo smantella la Petrobras. Hanno venduto l’impresa distributrice e i gasdotti. Le raffinerie vengono massacrate. Quando rimarranno in pezzi, arriveranno le grandi multinazionali per finire ciò che resta di un’azienda strategica per la sovranità del Brasile.

Una mezza dozzina di multinazionali minacciano il reddito di centinaia di miliardi di reais dal petrolio del Pre-Sal, risorse che costituirebbero un fondo sovrano per finanziare una rivoluzione scientifica e educativa.

L’impresa Embraer, uno dei maggiori asset del nostro sviluppo tecnologico, è sfuggito solo alla vergogna della resa per le difficoltà della compagnia che lo avrebbe acquisito, la Boeing, profondamente legata al complesso industriale militare degli Stati Uniti.

Il taglio non finisce qui.

Il furore privatista del governo intende vendere, nel bacino delle anime, la più grande azienda di generazione di energia dell’America Latina, la Eletrobrás, un gigante con 164 impianti – due dei quali termonucleari – responsabile di quasi il 40% dell’energia consumata in Brasile.

La demolizione delle università, dell’istruzione e lo smantellamento delle istituzioni a sostegno della scienza e della tecnologia, promosse dal governo, sono una minaccia reale e concreta alla nostra sovranità.

Un Paese che non produce conoscenza, che perseguita i suoi professori e ricercatori, che taglia le borse di ricerca e nega l’istruzione superiore alla maggioranza della sua popolazione è condannato alla povertà e all’eterna sottomissione.

L’ossessione distruttiva del governo ha lasciato la cultura nazionale in mano a una serie di avventurieri. Artisti e intellettuali chiedono la salvezza della Casa de Ruy Barbosa, Funarte, Ancine. La Cinemateca Brasileira, dove è depositato un secolo di memoria del cinema nazionale, corre il serio pericolo di avere la stessa tragica sorte del Museo Nazionale

Mie amiche e miei amici.

Nell’isolamento della quarantena, ho riflettuto molto sul Brasile e su me stesso, sui miei errori e sui successi e sul ruolo che può ancora adattarsi a me nella lotta del nostro popolo per migliori condizioni di vita.

Ho deciso di concentrarmi, accanto a voi, sulla ricostruzione del Brasile come nazione indipendente, con istituzioni democratiche, senza privilegi oligarchici e autoritari. Un vero Stato Democratico e di Diritto, basato sulla sovranità popolare. Una nazione incentrata su uguaglianza e pluralismo. Una Nazione inserita in un nuovo ordine internazionale basato sul multilateralismo, cooperazione e democrazia, integrato in Sud America e solidale con le altre nazioni in via di sviluppo.

Il Brasile che voglio ricostruire con voi è una nazione impegnata per la liberazione del nostro popolo, dei lavoratori e degli esclusi.

Tra un mese avrò 75 anni.

Guardando indietro, posso solo ringraziare Dio, che è stato molto generoso con me. Devo ringraziare mia madre, Dona Lindu, per aver fatto di un ignorante senza diploma un orgoglioso lavoratore, che un giorno sarebbe diventato Presidente della Repubblica. Per aver fatto di me un uomo senza rancori, senza odio.

Sono il ragazzino che ha contraddetto la logica, che ha lasciato i sotterranei della società ed è arrivato all’ultimo piano senza chiedere il permesso a nessuno, solo al popolo.

Non sono passato dalla porta sul retro, sono passato dalla rampa principale. E questo i potenti non me lo hanno mai perdonato.

Avevano previsto per me il ruolo di comparsa, ma sono diventato il protagonista per mano dei lavoratori brasiliani.

Ho assunto il governo disposto a dimostrare che il popolo rientrava nei bilanci statali. Inoltre, ho dimostrato che il popolo è una risorsa straordinaria, una ricchezza enorme. Con il popolo il Brasile progredisce, si arricchisce, si rafforza, diventa un paese sovrano e giusto.

Un paese in cui la ricchezza prodotta da tutti è distribuita a tutti, ma prima di tutto agli sfruttati, agli oppressi, agli esclusi.

Tutti i progressi che abbiamo fatto sono stati ferocemente osteggiati da forze conservatrici, alleate a interessi di altre potenze.

Non si sono mai conformati a percepire il Brasile come un paese indipendente e solidale con i suoi vicini latinoamericani e caraibici, con i paesi africani, con le nazioni in via di sviluppo.

È lì, in queste conquiste dei lavoratori, in questo progresso dei poveri, in questa fine della sottomissione, che è nato il colpo di stato del 2016.

Qui sta la radice dei processi armati contro di me, della mia detenzione illegale e del divieto alla mia candidatura nel 2018. Processi che – ormai tutti sanno – si sono basati sulla collaborazione criminale segreta delle agenzie di intelligence americane.

Sollevando 40 milioni di brasiliani dalla povertà, abbiamo fatto una rivoluzione in questo paese. Una rivoluzione pacifica, senza spari né arresti.

Vedendo che questo processo di ascensione sociale dei poveri sarebbe continuato, che l’affermazione della nostra sovranità non sarebbe stata annullata, coloro che si credevano proprietari del Brasile, dentro e fuori, hanno deciso di fermarlo.

È qui che nasce il sostegno dato dalle élite conservatrici a Bolsonaro.

Hanno accettato come naturale la sua fuga dai dibattiti. Hanno riversato fiumi di denaro nella creazione delle fake news. Hanno chiuso gli occhi sul suo terrificante passato. Hanno finto di ignorare il suo discorso in difesa della tortura e la sua apologia pubblica dello stupro.

Le elezioni del 2018 hanno gettato il Brasile in un incubo che sembra non finire mai.

Con l’ascesa di Bolsonaro, miliziani, intermediari d’affari e assassini a pagamento hanno lasciato le pagine della cronaca nera e sono apparsi nelle colonne politiche.

Come nei film dell’orrore, le oligarchie brasiliane hanno dato alla luce un mostro che ora non sono in grado di controllare, ma che continueranno a sostenere finché i loro interessi saranno serviti.

Dati scandalosi illustrano questa connivenza: nei primi quattro mesi della pandemia, quaranta miliardari brasiliani hanno aumentato le proprie fortune di 170 miliardi di reais.

Nel frattempo, la busta paga dei dipendenti è scesa del 15% in un anno, il calo più grande mai registrato dall’Istituto di Statistica Statale. Per impedire ai lavoratori di difendersi da questo saccheggio, il governo soffoca i sindacati, indebolisce le centrali sindacali e minaccia di chiudere le porte del tribunale del lavoro. Vogliono rompere la spina dorsale del movimento sindacale, cosa che nemmeno la dittatura aveva raggiunto.

Hanno violato la Costituzione del 1988. Hanno ripudiato le pratiche democratiche. Hanno impiantato un autoritarismo oscurantista, che ha distrutto le conquiste sociali raggiunte in decenni di lotte. Hanno abbandonato una politica estera altera e attiva, a favore di una vergognosa e umiliante sottomissione.

Questo è il vero e minaccioso ritratto del Brasile di oggi.

Tale calamità dovrà essere affrontata con un nuovo contratto sociale che difenda i diritti e il reddito dei lavoratori.

Mie care e miei cari.

La mia lunga vita, compresi i quasi due anni che ho trascorso in una prigione ingiusta e illegale, mi ha insegnato molto.

Ma tutto quello che ero, tutto quello che ho appreso si inserisce in un chicco di grano se quell’esperienza non viene messa al servizio dei lavoratori.

È inaccettabile che il 10% della popolazione viva a scapito della miseria del 90% della popolazione.

Non ci sarà mai crescita e pace sociale nel nostro Paese finché la ricchezza prodotta da tutti finirà nei conti bancari di un manipolo di privilegiati.

Non ci sarà mai crescita e pace sociale se le politiche e le istituzioni pubbliche non trattano equamente tutti i brasiliani.

È inaccettabile che i lavoratori brasiliani continuino a subire gli impatti perversi della disuguaglianza sociale. Non possiamo ammettere che i nostri giovani neri abbiano le loro vite segnate da una violenza che rasenta il genocidio.

Da quando ho visto, in quel terribile video, gli 8 minuti e 43 secondi di agonia di George Floyd, continuo a chiedermi: quanti George Floyd avevamo in Brasile? Quanti brasiliani hanno perso la vita per non essere bianchi? Le vite dei neri contano. E questo vale per il mondo, vale per gli Stati Uniti e vale per il Brasile.

È intollerabile che le nazioni indigene abbiano le loro terre invase e saccheggiate e le loro culture distrutte. Il Brasile che vogliamo è quello del maresciallo Rondon e dei fratelli Villas-Boas, non quello dei rapinatori di terre e dei devastatori di foreste.

Abbiamo un governo che vuole uccidere le virtù più belle del nostro popolo, come la generosità, l’amore per la pace e la tolleranza.

Il popolo non vuole poter comprare revolver o cartucce di carabina. La gente vuole poter comprare cibo.

Dobbiamo combattere con fermezza la violenza impunita contro le donne. Non possiamo accettare che un essere umano sia stigmatizzato per il suo genere. Respingiamo il pubblico disprezzo con i quilombolas. Condanniamo il pregiudizio che tratta come poveri esseri inferiori coloro che vivono alla periferia delle grandi città.

Per quanto tempo vivremo con tanta discriminazione, tanta intolleranza, tanto odio?

Mie amiche e miei amici.

Per ricostruire il Brasile post-pandemia, abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale tra tutti i brasiliani.

Un contratto sociale che garantisca a tutti il diritto di vivere in pace e armonia. In cui tutti abbiamo le stesse possibilità di crescere, dove la nostra economia è al servizio di tutti e non di una piccola minoranza. E in cui vengono rispettati i nostri tesori naturali, come il Cerrado, il Pantanal, l’Amazzonia e la Foresta Atlantica.

Il fondamento di questo contratto sociale deve essere il simbolo e la base del regime democratico: il voto. È attraverso l’esercizio del voto, libero da manipolazioni e fake news, che si devono formare i governi e si devono fare le grandi scelte e le scelte fondamentali della società.

Attraverso questa ricostruzione, sostenuta dal voto, avremo un Brasile democratico, sovrano, che rispetta i diritti umani e le differenze di opinione, protegge l’ambiente e le minoranze e difende la propria sovranità.

Un Brasile per tutte e per tutti.

Se siamo uniti intorno a questo, possiamo superare questo momento drammatico.

L’essenziale oggi è superare la pandemia, difendere la vita e la salute delle persone; è mettere fine a questa cattiva gestione e smettere con questo limite di spesa che mette in ginocchio lo Stato brasiliano di fronte al capitale finanziario nazionale e internazionale.

In questa impresa ardua ma essenziale, mi metto a disposizione del popolo brasiliano, soprattutto dei lavoratori e degli esclusi.

Mie amiche e miei amici.

Vogliamo un Brasile dove ci sia lavoro per tutti.

Si tratta di costruire uno stato di benessere sociale che promuova la parità dei diritti, in cui la ricchezza prodotta dal lavoro collettivo venga restituita alla popolazione secondo le esigenze di ciascuno.

Uno stato giusto, egualitario e indipendente che offre opportunità ai lavoratori, ai più poveri e ai più esclusi.

Questo Brasile dei nostri sogni potrebbe essere più vicino di quanto sembri.

Anche i profeti di Wall Street e della City di Londra hanno già decretato che il capitalismo, come lo conosce il mondo, ha i suoi giorni contati. Ci sono voluti secoli per scoprire una verità indiscutibile che i poveri conoscono da quando sono nati: ciò che sostiene il capitalismo non è il capitale. Siamo noi, i lavoratori.

È in questi momenti che mi viene in mente questa frase che ho letto in un libro di Victor Hugo, scritto un secolo e mezzo fa, e che ogni operaio dovrebbe portare in tasca, scritta su un pezzo di carta, per non dimenticare mai:

“È dall’inferno dei poveri che si fa il paradiso dei ricchi…”

Nessuna soluzione, tuttavia, avrà senso senza i lavoratori come protagonisti. Come la maggior parte dei brasiliani, non credo e non accetto i cosiddetti patti “sopra le righe” con le élite. Chi vive del proprio lavoro non vuole pagare il conto degli accordi politici presi al piano di sopra.

Quindi voglio riaffermare alcune certezze personali:

Non appoggio, non accetto e non sottoscrivo nessuna soluzione che non preveda l’effettiva partecipazione dei lavoratori.

Non contino su di me per qualsiasi accordo in cui il popolo sia un mero coadiuvante.

Più che mai, sono convinto che la lotta per l’uguaglianza sociale passi attraverso un processo che costringe i ricchi a pagare tasse proporzionali ai loro redditi e alle loro fortune.

E questo Brasile, mie amiche e miei amici, è a portata di mano.

Posso dirlo guardando negli occhi di ognuno di voi. Dimostriamo al mondo che il sogno di un paese giusto e sovrano può davvero diventare realtà.

So – lo sapete – che possiamo, ancora una volta, rendere il Brasile il paese dei nostri sogni.

E dì, dal profondo del cuore: sono qui. Ricostruiamo il Brasile insieme.

Abbiamo ancora molta strada da fare insieme.

Rimanete convinti, perché insieme siamo forti.

Vivremo e vinceremo.”

Crisi Bielorussa: Così la vedono i lavoratori ucraini

Lettera APPELLO DeI LAVORATORI Ucraini DI KHARKOV E MARIUPOL, Ai LAVORATORI DELLA BIELORUSSIA

(A cura di Enrico Vigna SOS UcrainaResistente/CIVG , agosto 2020)

Abbiamo ricevuto da sindacalisti e lavoratori dell’Ucraina questa lettera appello dove si rivolgono ai lavoratori bielorussi. Un monito a non cadere nella trappola che hanno davanti a loro, che li porterebbe all’abisso sociale, che oggi in Ucraina essi vivono quotidianamente dopo EuroMaidan e i processi di “democrazia” e “libertà” lì portati dagli stessi burattinai all’opera in Bielorussia oggi…

Uno stesso monito che già negli scorsi anni avevano più volte denunciato anche i nostri lavoratori della ex Zastava in Serbia…dopo che la Jugoslavia e la Serbia furono state “liberate” dalla NATO e dall’occidente.

La speranza è che il governo e le forze patriottiche e sociali bielorusse, riescano a fermare il “BIELOMAIDAN”. Continua a leggere

Repressione del fascismo o dell’antifascismo? Una lettera all’ANPI nazionale, da Torino.

Lettera all’ANPI Nazionale e Provinciale di Torino.

L’oggetto di questa mia lettera non vuole essere provocatorio. E’ davvero la domanda che mi sto ponendo e vi pongo!
Sono una donna di 67 anni,insegnante, mediamente acculturata, mediamente informata, mediamente attiva nella vita sociale e politica della mia città e del mio paese; mi sono sempre posta con curiosità e senza pregiudizi verso le tante voci e opinioni delle varie componenti sociali (partiti, movimenti, ecc.).

Unico mio pregiudizio, inteso nel vero senso etimologico della parola, é l’antifascismo: lo spartiacque che segna il confine per ogni  confronto democratico, la discussione ed il dialogo, sono possibili soltanto nel momento in cui vengono condivise le regole etico-morali della società, regole che l’ideologia fascista non contempla, mettendo in essere politiche di sopraffazione razziale, territoriale, sessuale…..non devo certo spiegarlo a delle persone informate e schierate  come voi.

Vorrei esprimere tutto l’orrore che ho provato nel vedere radunati nelle piazze italiane, il giorno 2 Agosto (giorno della strage di Bologna), fascisti e loro sodali  pluri-condannati, assassini condannati, i quali rivendicavano la loro estraneità alla strage (la pista nera è ormai conclamata a tutti i livelli  processuali).

Ma ciò che mi ha addolorato è stata l’ assenza totale di opposizione, come se fosse legittimata la loro presenza, non mi risulta nessuna contestazione formale, nessuna richiesta di revoca dei loro assembramenti, mi sbaglio forse? E’ passata anche tra di noi la mistificazione che vorrebbe parificare fascismo e comunismo falsificando anche le verità storiche ?

Per contro assisto incredula alla repressione più feroce verso coloro che ancora tentano di affermare i valori fondanti della nostra vita democratica: tutti giovani ragazzi, ricchi di ideali, di entusiasmo, di volontà ferrea nel contrastare l’onda fascista. Continua a leggere

Le radici della crisi bielorussa

di Andrea Vento

La crisi politica scoppiata in Bielorussia a seguito della diffusione di risultati delle elezioni del 9 agosto 2020, che hanno assegnato per la sesta volta consecutiva la vittoria al presidente Lukashenko con l’80,1% dei consensi, giudicati dalla maggior parte della società civile frutto di frodi elettorali, ha fatto improvvisamente salire alla ribalta delle cronache il paese ex sovietico, dopo esser rimasto a lungo ai margini dei riflettori mediatici internazionali. Al fine di cercare di venire incontro alle necessità di conoscenza e di approfondimento degli appassionati di questioni internazionali, il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati ha ritenuto potesse risultare utile effettuare un’analisi strutturata, sui principali aspetti economici, sociali, politici e geopolitici della Repubblica Bielorussa, allo scopo di fornire oggettivi strumenti di comprensione e di superare i limiti di una informazione che talvolta risulta condizionata da posizioni geopolitiche e condizionamenti politici preconcetti. Continua a leggere

L’ A.N.P.I. AL FIANCO DELLE STUDENTESSE E DEGLI STUDENTI ANTIFASCISTI DI TORINO

L’ A.N.P.I. AL FIANCO DELLE STUDENTESSE E DEGLI STUDENTI ANTIFASCISTI DI TORINO

Esprimiamo solidarietà a tutte le studentesse e gli studenti che oggi 23 luglio 2020 sono stati colpiti da misure repressive e restrittive della loro libertà, in seguito ai fatti avvenuti il 13 febbraio 2020 al Campus Einaudi dell’Università di Torino: a questi giovani sono stati inflitti arresti domiciliari, obblighi di firma e divieto di dimora solo perché antifascisti. Continua a leggere

Colombia: a un passo dal baratro della guerra

di Marco Consolo

L’annuncio dato dall’ambasciata statunitense dell’arrivo in Colombia di un contingente militare con la scusa di “consigliare” nella lotta al narco-traffico è l’ennesimo schiaffo alla sovranità della Colombia ed una pugnalata alla sua indipendenza.

Secondo una nota congiunta dell’Ambasciata statunitense a Bogotà e del Ministero della Difesa colombiano, gli Stati Uniti invieranno una Brigata di assistenza delle forze di sicurezza (SFAB) contro il traffico di droga, a sostegno di un’operazione annunciata da Washington ad aprile e che ha come obiettivo finale non esplicitato l’abbattimento del governo venezuelano di Nicolás Maduro. Nella nota si precisa che lo SFAB, “formato per consigliare e assistere le operazioni nelle nazioni alleate”, inizierà la sua missione “all’inizio di giugno e durerà per diversi mesi”. La nota non specifica quanti militari saranno impegnati, ma diverse fonti parlano di 800 uomini. È la prima volta che questa brigata opera in un paese latinoamericano, un fatto che “ribadisce ancora una volta l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della Colombia, il suo migliore alleato e amico della regione”. Continua a leggere

Covid-19: Come il Venezuela ha contenuto con successo la pandemia nel disinteresse dei media italiani

Giga: per il diritto ad una informazione corretta

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati è da tempo impegnato a denunciare le manipolazioni del sistema d’informazione mainstream, Rai in prima fila, rispetto alle vicende latinoamericane tese a condizionare negativamente l’opinione pubblica nazionale in merito a questioni di stati o movimenti che aspirano all’emancipazione dei popoli e alla giustizia sociale. Emblematico il caso di Cuba, da cui abbiamo ricevuto generoso soccorso tramite l’invio una corposa squadra di medici per far fronte alle carenze della nostra struttura sanitaria di fronte all’emergenza pandemica, è passato praticamente inosservato l’appello dell’ex leader Cgil Susanna Camusso (https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/04/05/bene-applaudire-i-medici-cubani-ma-ora-sospendiamo-le-sanzioni-susanna-camusso/) in merito alla rimozione dell’embargo, che la sta strangolando economicamente causando gravi sofferenze alla popolazione. Anche le violente repressioni, del governo di destra, tutt’ora in atto in Cile vengono ignorate dal nostro apparato mediatico mainstream. Infine in Venezuela, rispetto al quale la disinformazione ha raggiunto livelli inaccettabili con servizi raramente corrispondenti al vero e realizzati da giornalisti mai presenti in loco (o da studio o da altri paesi americani), divulghiamo, per completezza di informazione, questo articolo realizzato da un esponente della Rete di Solidarietà Rivoluzione Bolivariana che trovandosi in Venezuela ha potuto fornire una testimonianza, diretta e suffragata di dati oggettivi, della reale situazione e delle strategie implementate con successo per contrastarla.

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

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Nuove rivelazioni sull’Operazione Gedeone: USA e Colombia, un piano per saccheggiare il Venezuela

di Geraldina Colotti

Uno dei volti più odiosi dell’opposizione golpista venezuelana è quello di Julio Borges, che si definisce pomposamente “commissario presidenziale all’estero”. Una carica virtuale così come lo è il “governo” dell’autoproclamato “presidente a interim”, Juan Guaidó.

Il governo di Narnia, lo ha definito con ragione il ministro della Comunicazione Jorge Rodriguez, durante un aggiornamento dei fatti relativi al tentativo di incursione mercenario sulle coste del Venezuela. Un piano contemplato nel contratto stipulato, con tanto di firma, tra l’impresa di contractor nordamericana Silvercorp e il comitato d’affari (sporchi) diretto da Guaidó. Continua a leggere

In mezzo alla pandemia, promuovere la cooperazione e la diplomazia tra i popoli

di José Reinaldo Carvalho *

da https://cebrapaz.org.br

La pandemia di coronavirus ha evidenziato una intensa lotta geopolitica, che segnerà la vita politica internazionale d’ora in poi.

L’antagonismo tra gli approcci e le azioni degli Stati Uniti e della Cina di fronte alla pandemia sta rivelando che questa lotta permea tutte le relazioni internazionali. Come prevedibile, si formano allineamenti attorno alle due posizioni, con il risultato di creare campi di forza opposti, anche quando non esistono ancora alleanze formalmente create. La Cina sta avanzando sempre di più con la sua lotta intelligente e abile per costruire una comunità di futuro condiviso per l’umanità e per promuovere la diplomazia della fraternità, il beneficio reciproco, la cooperazione globale e l’inclusione.

Richiama l’attenzione in questo processo, che potrebbe essere ancora lontano dalla fine, il fatto che la bandiera della cooperazione internazionale, dell’azione concertata, della solidarietà sta guadagnando sempre più terreno, il che si rivela qualcosa di molto favorevole per i democratici, i patrioti, gli antimperialisti e gli amanti della pace nei quattro angoli del globo. Continua a leggere

Lettera aperta: NO ALL’ANNESSIONE DEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI!

Comunicato stampa

La visita in Israele del Segretario di Stato degli USA

La visita del Segretario di Stato degli USA in Israele non può non destare vivissima preoccupazione in chiunque sia consapevole che qualsiasi violazione della Legalità internazionale, ovunque avvenga, costituisce un pericoloso precedente ed una incombente minaccia per gli assetti internazionali.

Sarebbe gravissimo se il viaggio di Mike Pompeo volesse essere un segnale di incoraggiamento per le mire di Israele di annettersi la Valle del Giordano,una volta considerato il “cestino del pane” dell’economia palestinese, e delle altre parti dei Territori Palestinesi Occupati sulle quali in totale dispregio delle norme internazionali sono stati costruiti gli insediamenti coloniali da Israele,”potenza occupante” a seguito della guerra del 1967. Continua a leggere

VENEZUELA: Il contratto firmato da Juan Guaidó con i mercenari Usa contemplava l’assassinio di Maduro e di altri esponenti del governo e la dissoluzione completa della Repubblica bolivariana

Il Governo venezuelano in una lunga dichiarazione di ieri del Ministro Jorge Rodrìgues ha reso noti i documenti, già anticipati dal Washington Post, che dimostrano il diretto coinvolgimento (anzi la direzione) dell’autoproclamato Juan Guaidò nel tentativo di sbarco dei mercenari, tra cui disertori venezuelani e due di nazionalità statunitense, che avevano tentato di introdursi alcuni giorni fa, nel bel mezzo della pandemia da coronavirus, in territorio venezuelano dalla confinante Colombia con una imbarcazione e che erano stati bloccati subito dopo l’ingresso nelle acque territoriali del paese, grazie anche alla collaborazione di pescatori che avevano avvistato il gruppo. Continua a leggere

La madre di tutte le pandemie. Quando l’apocalisse bussa alla nostra porta

L’articolo. Quando l’apocalisse bussa alla nostra porta

di Ignacio Ramonet

Nato da appena cento giorni in una lontana città sconosciuta, un nuovo virus ha già percorso tutto il pianeta, e ha obbligato a chiudersi in casa miliardi di persone. Qualcosa immaginabile solo nei film post-apocalittici… L’umanità sta vivendo una esperienza del tutto nuova. Verificando che la teoria della “fine della storia” è una menzogna, scoprendo che la storia, in realtà, è imprevedibile.

Ci troviamo di fronte a una situazione enigmatica. Senza precedenti. Nessuno sa interpretare e chiarire questo strano momento di profonda opacità, quando le nostre società continuano a vacillare sui loro pilastri come scosse da un cataclisma cosmico. E non esistono segnali che ci aiutino a orientarci. Un mondo crolla. Quando tutto sarà terminato, la vita non sarà più la stessa.

Solo qualche settimana fa, decine di proteste si erano diffuse a scala planetaria, da Hong Kong a Santiago del Cile. Il nuovo coronavirus le ha spente una a una estendendosi, rapido e furioso, nel mondo. Alle scene di masse in festa che occupavano strade, si sostituiscono le immagini di viali vuoti, muti, spettrali. Emblemi silenziosi che segneranno per sempre il ricordo di questo strano momento.

Stiamo subendo nella nostra stessa esistenza il famoso “effetto farfalla”: qualcuno, dall’altro lato del pianeta, mangia uno strano animale, e tre mesi dopo metà dell’umanità è in quarantena. Afflitti, i cittadini voltano gli occhi verso la scienza e gli scienziati – come un tempo verso la religione – implorando la scoperta di un vaccino salvatore, la cui scoperta richiederà lunghi mesi. Continua a leggere

COVID-19: Quella “immagine distorta” che la Germania ha dell’Italia. “Un gioco sul quale da decenni la Germania costruisce il proprio benessere”

Questo articolo comparso ieri sul più diffuso settimanale tedesco è molto importante.

Non solo per ciò che riconosce nei nostri confronti, ma perché la lucida analisi che fa ci dovrebbe indurre tutti a recuperare il rigore dell’analisi politica: i cosiddetti sovranismi e i pericolosi personaggi che li rappresentano sono solo un sottoprodotto delle guerre imperialiste (per ora ancora sul piano economico e commerciale).

Ma quando nasce un movimento sovranista nasce quasi sempre come elemento di difesa da sovranismi ben più scaltri o potenti. E a cascata i sovranismi meno potenti tentano di sottomettere altre aree o paesi meno in grado di difendere la propria sovranità. Chi sostiene questi movimenti ?

Le rispettive borghesie sotto la pressione di quelle più potenti. Quindi bisogna sempre avere l’occhio attento alla configurazione dei poteri nella loro dislocazione e nella loro specifica ideologia che, a parole, può anche essere apparentemente aperta e potabile…finché non viene messa in seriamente in discussione.

Bisogna anche ricordare che i movimenti nazionalistici non sono stati necessariamente regressivi, nel corso della storia. Se vuoi difendere la tua comunità da attacchi predatori, devi contemplare l’unità nazionale come un momento decisivo della tua battaglia, non puoi ignorarlo perché ti sembra inelegante…

Ciò che è decisiva è la prospettiva e chi la guida: non è che il nazionalismo mi può riportare in una condizione di peggiore sfruttamento di quello garantito dalle elites di sangue più o meno blu. Questo giochetto provino a giocarselo da sole le borghesie nazionali non ammesse alla mensa superiore.

Neanche dobbiamo lasciarci fregare dall’argomento dell’accentuata competitività con cui abbiamo già a che fare nello scenario post-covid. E’ fondamentale trasformare la guerra imperialista…in Fine dello sfruttamento di paesi su altri paesi e di uomini su altri uomini. Cioè fine del profitto come guida della storia.

Siamo maturi per altri scenari di cooperazione. Bisogna smetterla di farci dettare l’agenda dall’antique regime nelle sue varie declinazioni.

Il loro mondo è strutturalmente tramontato. Bisogna avere fiducia. Non bisogna giocare solo di rimessa. E bisogna giocare insieme agli altri popoli, facendo emergere le contraddizioni evidenti che riguardano tutti gli spazi nazionali.

La questione infine, come credo sia evidente, non riguarda solo lo spazio europeo. Questo è uno degli spazi, per quanto importante. Ve ne sono altri da aprire: quelli con altri paesi, sia del nord, ma soprattutto del sud del mondo, con le rispettive borghesie colluse e “compradore” o con quelle fasciste (che in realtà sono i diversi vestiti con cui si vestono al cambiar di stagione).

Bisogna tornare al futuro. Che può essere ostacolato e rallentato, ma non sconfitto. (red)

Secondo lo Spiegel, è sbagliato pensare al Belpaese spendaccione e indebitato. Thomas Fricke, autore di un lungo editoriale, non esita a parlare di “tutta questa arroganza tedesca che – non solo adesso, ma soprattutto adesso – è particolarmente tragica”. “In Italia come in Francia arriveranno al potere delle persone che, come adesso già fanno Donald Trump o Boris Johnson, non hanno nessuna voglia di stare al gioco: quel gioco sul quale la Germania da decenni costruisce il proprio benessere”.

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Lenin: L’indicazione di trasformare la guerra imperialista in guerra civile.

di Luciano Beolchi

Una crisi mondiale. L’indicazione di trasformare la guerra imperialista in guerra civile

Al tempo di Lenin la crisi si chiamava guerra mondiale, la più colossale somma di sofferenze di ingiustizie e di distruzione mai vista al mondo. Ma non è sufficiente che la gente soffra perché una crisi per quanto micidiale e profonda si trasformi in una situazione rivoluzionaria.

Nel 1915, a un anno dallo scoppio della guerra mondiale, analizzando il collasso della Seconda Internazionale, Lenin scriveva: Continua a leggere

COVID-19: I tempi sono stretti e il capitale finanziario lo sa. Socialismo o barbarie!

di Giulio Palermo (Professore di Economia Politica, Università di Brescia)

La necessità di un coordinamento tra tutte le forze antifasciste e anticapitaliste è quanto mai urgente. Quando finalmente ci lasceranno uscire di casa — certamente non prima del 25 aprile e del 1° maggio — la rabbia popolare divamperà in ogni direzione e quello che assolutamente serve è una guida politica capace e credibile in grado di indirizzare questa rabbia in senso rivoluzionario.

I morti da coronavirus saranno niente in confronto ai morti di fame che già ci sono e che la crisi economica moltiplicherà per dieci. Mai nella storia del capitalismo si è verificato un blocco della produzione generalizzato per interi mesi e basta conoscere l’abc dell’economia per sapere che la produzione non potrà ripartire e che si verificheranno fallimenti a catena nell’economia reale e nella sfera finanziaria.

Dopo mesi di inattività — in un contesto che non era certo roseo prima dell’emergenza coronavirus — nemmeno le imprese più solide potranno riprendere la produzione. Per la semplice ragione che dovranno fare i conti con fornitori che non ci sono più e vecchi acquirenti che non hanno più un euro in cassa. E il contesto internazionale non sarà certo d’aiuto, visto che gli stessi problemi produttivi ce li ha tutto il mondo a capitalismo avanzato. Per questo le banche italiane e straniere — che sulle attività produttive ci lucrano e che non si sono mai riprese dalla crisi finanziaria iniziata nel 2007 — falliranno assieme al settore industriale. Secondo Goldman Sachs, il Pil degli Stati Uniti in questo trimestre crollerà del 34% su base annua e in Europa il crollo sarà di oltre il 40%.

I tempi sono stretti e il capitale finanziario lo sa. Se non si interviene in fretta salta tutto in pochi mesi. Per questo Super Mario Draghi — che tra un incarico al Ministero dell’Economia, uno a Bankitalia e uno alla Bce, usa transitare proprio per Goldman Sachs — scende in campo in prima persona: dopo aver dedicato la vita ad imporci il rigore di bilancio, ci propone oggi di rilanciare il debito pubblico come strumento per accollare allo stato l’onere dei salvataggi. Sapendo bene che questo manderà in crisi il bilancio stesso dello stato, rendendo insostenibile il debito pubblico, e creerà le condizioni materiali per completare il trasferimento del comando dell’economia alle istituzioni finanziarie sovranazionali. Le quali, fingendo di essere loro a salvare noi, attueranno i loro soliti ricatti ma questa volta su ben altra scala, facendoci rimpiangere la Grecia. Nascondendosi dietro i tecnicismi dei trattati e senza nemmeno dover passare per un finto confronto politico, ci detteranno autoritariamente le misure di tritacarne sociale necessarie a ripristinare le condizioni affinché il capitale possa riprendere a macinare profitti.

Ma quale aumento della spesa sanitaria! Ci aspettano quattro giri di vite sulle condizioni di lavoro e di sfruttamento in tutti i settori dell’economia con l’azzeramento dei diritti dei lavoratori e dei servizi ai cittadini. Se il capitale ancora arranca in quella che chiamavamo la Grande recessione, nonostante l’irrigidimento sulle condizioni di sfruttamento che i lavoratori conoscono sulla loro pelle, l’accelerazione imposta da quest’emergenza economica oltre che sanitaria non lascia scampo. Perché la crisi sanitaria non fa che mostrare i limiti di un modello economico che se ne frega della nostra salute semplicemente perché se ne frega della nostra vita. Siamo solo strumenti di valorizzazione del capitale.

Ma un dato deve essere chiaro a tutti. Chi è veramente in crisi oggi non sono i milioni di lavoratori che da mesi non possono andare a guadagnarsi il pane ma le imprese e le banche di tutto il mondo. Perché la loro paura è che la macchina che trasforma il nostro lavoro nei loro profitti salti una volta per tutte. Sono loro che hanno i conti in rosso. E sono loro che devono correre ai ripari per non essere spazzati via dalle contraddizioni di questo sistema che per continuare a produrre ricchezza deve produrre sempre più miseria.

Siamo di fronte a una biforcazione della storia e mai come oggi il problema si presenta come socialismo o barbarie. Se vincono loro, dimentichiamoci non solo il diritto alla salute ma i diritti in genere. Perché per il capitale i nostri diritti sono solo fottute voci di costo nei bilanci delle aziende. Ma se vinciamo noi, ci prendiamo tutto.

In nome della salvaguardia dei risparmiatori e della difesa dell’occupazione, oggi vorrebbero di nuovo imporci di salvare le loro banche e le loro imprese. Ma quali risparmiatori? si chiamano capitalisti quelli che risparmiano! E non perché siano formichine laboriose che mettono da parte per l’inverno ma perché hanno capitali a così tanti zeri che per loro è sempre estate. Noi non arrivavamo alla quarta settimana del mese prima del coronavirus e ora non arriviamo più nemmeno al quarto giorno. Cosa vogliamo risparmiare? E di quale occupazione stiamo parlando? Di quella che ci ha tagliato i salari, ci ha privato dei diritti, ci ha precarizzato la vita e ora ci lascia a casa a morire di fame per non rischiare di morire di polmonite?

Che falliscano tutti, le banche, le imprese e i loro padroni. Non sta a noi risolvere i problemi del capitale e non abbiamo tempo per discutere con i vecchi e i nuovi salvatori del sistema. L’urgenza ora è
creare un fronte unico rivoluzionario, unito e deciso.

Dobbiamo organizzarci. Non è il momento dei personalismi e delle ripicche tra partiti, né tra sindacati. L’obiettivo oggi è creare un’avanguardia politico-sindacale che sappia lanciare le parole d’ordine opportune al momento giusto.

Sul piano finanziario, non paghiamo un bel niente, né ai creditori nazionali, né a quelli internazionali, che poi non sono i nostri amati nonni che, quando ancora le cose andavano decentemente, hanno investito qualche risparmio nei titoli di stato, ma le banche in crisi che ci sfruttano e che vorrebbero sfruttarci ancora di più. Default totale, immediato e incondizionato. Siamo l’ottava potenza economica mondiale ma la gente muore di fame. Che ce lo facciano anche a noi l’embargo! Se ce la fa Cuba, che riesce pure a mandarci gli aiuti sanitari mentre noi contribuiamo a strozzare la sua economia, ce la faremo anche noi. Invece di impoverirci sempre di più per pagare il tributo al capitale finanziario, costruiremo un sistema sanitario in cui non si muore per un virus e un sistema economico che risponda alle esigenze di chi lavora invece che a quelle dei banchieri.

Sul fronte dell’economia reale, smettiamola con questa stupidaggine del bene comune e dell’unità nazionale, in un paese in cui chi lavora diventa sempre più povero e chi vive di rendita e di profitti si arricchisce sempre di più, pure in tempi di crisi. A mano a mano che il capitale in crisi presenta i suoi bilanci in passivo, invece di salvargli il culo per l’ennesima volta accollando tutto allo stato, diamogli il colpo di grazia: nazionalizzazioni senza indennizzo, a cominciare dai settori strategici e da quelli che servono a soddisfare i bisogni primari della popolazione, occupazioni delle fabbriche e di tutti i luoghi di lavoro e pianificazione della produzione, prima settoriale, poi dell’intera economia.

Basta rivalità e scontri interni in una sinistra sempre più divisa e che non sa più dove andare. No alla logica dell’emergenza e all’unità nazionale. L’emergenza è la loro, non la nostra. E da chi ci sfrutta è meglio dividersi.

Le forze rivoluzionarie in Italia esistono ancora e il fascismo, l’abbiamo dimostrato, lo combatteremo sempre. Uniamoci! Costruiamo assieme un Fronte di Liberazione dal Capitale e cancelliamo dalla storia questo sistema decrepito.

Venceremos!

PS: questo non è un documento a carattere personale. Fatelo vostro, cancellate il mio nome e fatelo circolare affinché altri lo facciano loro, individualmente e collettivamente. Ma organizziamoci e prepariamoci alla lotta.

 

Giulio Palermo: https://giuliopalermo.jimdofree.com/chi-sono/il-mio-cv-accademico/

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_tempi_sono_stretti_e_il_capitale_finanziario_lo_sa_socialismo_o_barbarie/82_34034/

 

 

Il Venezuela denuncia blocco navale statunitense. Nemmeno la pandemia Covid-19 ferma l’imperialismo USA

Nel mezzo della crisi scatenata dalla pandemia di Covid-19 gli Stati Uniti invece di pensare a come provvedere al meglio alla salute dei propri cittadini attuano un blocco navale nei confronti del Venezuela.

Il vicepresidente della Repubblica Bolivariana, Tareck el Aissami, ha denunciato che le misure coercitive applicate dagli Stati Uniti impediscono la normale fornitura di carburante.

“Con questo piano di blocco navale perverso e le ricorrenti intimidazioni portate avanti contro potenziali fornitori nel paese, (gli Stati Uniti) impediscono la fornitura di additivi chimici, forniture e pezzi di ricambio necessari per il processo di produzione del combustibile che è distribuito in tutto il territorio nazionale”, afferma il dirigente venezuelano.

Gli attacchi statunitensi – aggiunge il dirigente venezuelano – contro l’industria petrolifera costituiscono gravi violazioni dei diritti umani del popolo venezuelano e quindi diventano reati contro l’umanità contrari al diritto internazionale e alle Nazioni Unite.

Il vicepresidente ha denunciato inoltre una serie di minacce contro l’integrità territoriale e la sovranità del Venezuela materializzate in un blocco navale per aggravare la situazione del popolo venezuelano che sta conducendo una battaglia contro Covid-19.

Il paese sudamericano, ha aggiunto El Aissami, ha progettato misure rigorose per il controllo epidemiologico e la prevenzione della diffusione di questa malattia, che include la quarantena sociale che è stata altamente sensibile alla conformità. Al contrario degli Stati Uniti dove ormai il contagio è fuori controllo e il numero degli infetti continua a crescere esponenzialmente ogni giorno. I morti hanno già oltrepassato quota 7000. Una situazione che il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha definito “disastro nazionale”

Secondo il funzionario venezuelano, queste azioni estremiste del governo degli Stati Uniti cercano di aggravare le difficoltà del popolo venezuelano ad affrontare la pandemia di coronavirus, il cui piano è di influenzare il cuore dell’attività economica dello sviluppo industriale e produttivo, nonché servizi di trasporto, energia elettrica tra gli altri.

“La classe operaia dell’industria petrolifera e del settore elettrico in collaborazione con le forze armate nazionali bolivariane lavora instancabilmente per superare questa situazione il più presto possibile e ripristinare la fornitura regolare di carburante per l’intero paese nel più breve tempo possibile”, ha riferito il vicepresidente con delega all’economia.

Ha anche affermato che è stato istituito un piano speciale volto a garantire la mobilità dei settori prioritari nel quadro dello stato di allarme decretato dal presidente e che questi sono esenti dalla quarantena collettiva.

El Aissami ha aggiunto: “Deploriamo la posizione dei settori estremisti dell’opposizione venezuelana che progettano ed eseguono queste vili azioni contro il popolo. La storia giudicherà senza pietà questi traditori della patria”.

 

 

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_venezuela_denuncia_blocco_navale_statunitense

Il pianeta sopravviverà, ora dobbiamo salvare gli esseri umani da loro stessi

di Paolo Barcella

Non sappiamo e non possiamo intendere, fino in fondo, quello che sta accadendo, perché, nel mondo euroamericano, stiamo attraversando la più pesante, inattesa, spiazzante crisi dal secondo dopoguerra: una crisi della salute pubblica, con conseguenze imprevedibili sull’economia, sulla politica, sulla società.

Chi può trovare qualcosa di paragonabile nella sua memoria d’infanzia, oggi, ha più di ottant’anni. La nostra incapacità di comprendere trova risconto nell’incapacità di descrivere gli eventi con parole appropriate, con un linguaggio idoneo. Ovunque trionfano le metafore, in prevalenza militari, quasi tutte fuori luogo. Continua a leggere

COVID-19: M5S, in sintonia con UNHCR, chiede moratoria sanzioni a Iran, Venezuela, Cuba, Siria e Corea del nord

Roma, 23 mar 12:25 – (Agenzia Nova) – I parlamentari del Movimento cinque stelle delle commissioni Affari esteri di Camera e Senato hanno chiesto una “moratoria umanitaria” delle sanzioni nei confronti di Iran, Siria, Venezuela, Cuba e Corea del Nord a causa della diffusione della pandemia di coronavirus. Continua a leggere

APPELLO DEL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU PER UN CESSATE IL FUOCO GLOBALE

[Dal sito dell’Onu riprendiamo e diffondiamo]

Il nostro mondo fronteggia un comune nemico: il Covid-19.
Al virus non interessano nazionalita’, gruppi etnici, credo religiosi. Li attacca tutti, indistintamente.

Intanto, conflitti armati imperversano nel mondo. E sono i piu’ vulnerabili – donne e bambini, persone con disabilita’, marginalizzati, sfollati – a pagarne il prezzo e a rischiare sofferenze e perdite devastanti a causa del Covid-19.
Non dimentichiamo che nei Paesi in guerra i sistemi sanitari hanno collassato e il personale sanitario, gia’ ridotto, e’ stato spesso preso di mira. Continua a leggere

COVID-19: Il concetto di «attività essenziale»

di Marinella Correggia

«Dalla vista sospesa che caratterizza questo incubo impareremo che cosa è essenziale, che cosa è superfluo, che cosa è dannoso», diciamo con l’ottimismo della volontà.

Ma lo sarà eventualmente per i popoli. Non per i governi. Continua a leggere

COVID-19: Reazione e rappresaglia di Gaia ?

di Leonardo Boff

Tutto è legato a tutto: oggi, questo è un dato di coscienza collettiva di coloro che coltivano un’ecologia integrale, come Brian Swimme e tanti altri scienziati e come papa Francesco nella sua enciclica “Sulla cura della casa comune”. Tutti gli esseri nell’universo e sulla Terra, compresi noi, esseri umani, sono coinvolti in intricate reti di relazioni in tutte le direzioni, in modo che non vi sia nulla al di fuori della relazione. Questa è anche la tesi di base di Werner Heisenberg e Niels Bohr nella fisica quantistica. Continua a leggere

DOPO COVID-19

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