Meloni-Trump: la dipendenza italiana dagli Usa è antica e con molti attori bipartisan

Un paese a sovranità limitata. La dipendenza italiana dagli Stati Uniti è enorme ed è stata costruita in maniera accurata nel tempo.

di Alessandro Volpi

A parte i legami storici che hanno prodotto la presenza in Italia di 120 basi Nato, in alcune delle quali sono conservate testate nucleari di cui le istituzioni italiane non hanno il pieno controllo, sono rilevanti gli acquisti, sempre più imponenti di strumenti d’arma provenienti dagli Stati Uniti. Solo per citare un esempio, il nostro paese si è impegnato ad acquistare 90 caccia F-35 americani. Il costo totale stimato dell’operazione (acquisto + manutenzione per l’intero ciclo di vita) supera i 15 miliardi di euro. Gran parte della tecnologia software di questi aerei è “scatola nera” per l’Italia, gestita da server americani (sistema ALIS/ODIN). Le stime indicano che nel 2026 l’Italia verserà ad aziende americane (Lockheed Martin, Raytheon, Boeing) una cifra oscillante tra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro per l’acquisto di nuovi materiali, manutenzione software e sistemi missilistici.

Secondo la relazione governativa del 2026 (riferita al 2025), il valore delle licenze individuali di importazione ha superato i 1,98 miliardi di euro, con gli USA stabilmente al primo posto.

Ma la vera dipendenza passa da altre innumerevoli strade.

In termini finanziari, la Borsa di Milano ha in BlackRock il principale azionista e i fondi Usa occupano uno spazio rilevantissimo. Gli Investitori Istituzionali esteri detengono circa il 90-95% dell’intero capitale istituzionale investito in Italia. All’interno di questa fetta “straniera”, i fondi del Nord America (Stati Uniti e Canada) rappresentano storicamente tra il 45% e il 50% In termini assoluti: Si stima che i fondi USA detengano tra il 15% e il 20% dell’intera capitalizzazione di mercato della Borsa di Milano.

Se guardiamo solo alle società del FTSE MIB (le 40 società più grandi), questa percentuale sale spesso sopra il 25%. BlackRock è infatti il principale azionista del settore bancario ed energetico in Italia. In banche come UniCredit e Intesa Sanpaolo, il capitale in mano a fondi istituzionali (prevalentemente USA e UK) supera spesso il 50-60%. Questo significa che, paradossalmente, le “banche di sistema” italiane sono di proprietà straniera per la maggioranza del loro capitale scambiabile.

Una considerazione a parte merita la questione del risparmio drenato verso gli Usa. Al 2026, incrociando i dati di Assogestioni e della Banca d’Italia, possiamo stimare quanto del “tesoretto” nazionale è oggi legato al mercato americano. Il risparmio gestito in Italia (fondi comuni, gestioni patrimoniali, assicurazioni vita, fondi pensione) ammonta a circa 2.300 – 2.400 miliardi di euro.

Si stima che circa il 30% – 35% del totale del risparmio gestito italiano sia investito in asset statunitensi (azioni e obbligazioni).

Parliamo di una cifra compresa tra i 700 e gli 850 miliardi di euro di risparmi italiani che “lavorano” per l’economia degli Stati Uniti.

La dipendenza è decisamente evidente in ambito commerciale. Gli Stati Uniti sono il secondo mercato di destinazione delle merci italiane che, con le esportazioni, hanno affrontato la pesante riduzione dei consumi. Sul versante dell’economia reale è decisivo il peso dell’energia. Con il pieno regime del rigassificatore di Ravenna e il potenziamento di quelli esistenti (Panigaglia, Cavarzere, Livorno), l’importazione di gas USA nel 2026 è stimata intorno ai 9-10 miliardi di metri cubi. Dal 2022 al 2026, l’importazione di gas americano è aumentata di oltre il 300%.

Oggi, nel 2026, gli Stati Uniti forniscono circa il 15-18% del fabbisogno totale di gas dell’Italia (che è di circa 60-65 bcm totali), diventando il secondo o terzo fornitore assoluto dopo Algeria e Azerbaijan. Il gas americano è strutturalmente più caro del vecchio gas russo che arrivava via tubo per tre motivi tecnici: liquefazione, trasporto navale e rigassificazione. Una volta aggiunti i costi di trasformazione e trasporto, il GNL americano arriva in Italia con un prezzo che è mediamente dal 20% al 40% superiore rispetto al vecchio gas siberiano pre-2022. Per l’Italia, sostituire 10 miliardi di metri cubi di gas russo con 10 miliardi di GNL americano significa un esborso aggiuntivo stimato tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro all’anno (a seconda della volatilità del mercato). Oltre al costo della materia prima, l’Italia ha dovuto sostenere investimenti massicci per poter ricevere questo gas. Navi come la Golar Tundra (Piombino) e la BW Singapore (Ravenna) costano centinaia di milioni di euro l’una, oltre ai costi di gestione operativa. Per garantirsi la priorità sulle forniture americane (contese anche da Germania e Asia), l’Italia ha dovuto firmare contratti a lungo termine che la vincolano a pagare anche se non dovesse consumare tutto il gas.

Centrale è poi la dipendenza dai dati Cloud. Oltre il 70-80% del mercato cloud italiano è dominato dai “Hyperscalers” americani (Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud). Il 99% degli smartphone in Italia gira su software americano (Android o iOS) e oltre il 70% della raccolta pubblicitaria digitale in Italia finisce nelle casse di Alphabet (Google) e Meta (Facebook/Instagram).

Ci sono anche i circuiti di pagamento. Oltre il 90% delle carte di pagamento in circolazione in Italia viaggia su circuiti americani (Visa e Mastercard). Se questi circuiti venissero sospesi, l’economia dei pagamenti quotidiani collasserebbe in poche ore sebbene esistano circuiti nazionali (come Bancomat), la stragrande maggioranza delle transazioni digitali italiane passa attraverso i circuiti americani Visa, Mastercard, American Express, PayPal, Apple Pay e Google Pay. Gli USA hanno tecnicamente il potere di “spegnere” la capacità di pagamento di un paese (come fatto con la Russia). A questo si può legare il fatto che Il soft power americano (Netflix, Disney, Meta/Facebook, Google) modella i consumi, l’opinione pubblica e il mercato pubblicitario italiano.

Un aspetto non trascurabile è costituito dal tema della consulenza: le grandi decisioni di ristrutturazione aziendale e statale in Italia sono spesso affidate alle “Big Three” della consulenza strategica (McKinsey, Boston Consulting Group, Bain) o alle “Big Four” della revisione, tutte di matrice o forte influenza americana.

In sintesi, il modello delle relazioni tra Italia e Usa, coltivato per anni, ha generato una dipendenza pressoché totale. Dunque il governo di Giorgia, anche senza foto, deve accettare l’umiliazione. Di cui sono chiari i molti responsabili. Quando Enrico Letta posta la foto con 4 presidenti Usa, dichiarando il proprio amore per quell’America, dimostra una lunga linea di continuità di cui Meloni è degna erede.

FONTE: Alessandro Volpi su Facebook


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