Kiev sgancia droni a Mosca ma sul fronte perde e arretra

L’esercito ucraino arranca: Konstantinovka risulta praticamente caduta. La stessa sorte sembra essere toccata a Krasny Liman

di Maurizio Boni (Fatto Quotidiano, 21/6/2026)

Mosca è stata colpita da uno degli attacchi aerei più massicci subiti dalla Russia dall’inizio della guerra, un’escalation che si intreccia con la parallela accelerazione russa sul fronte del Donbass che potrebbe rivelarsi decisiva per la tenuta del fronte da parte di Kiev.

Fonti ucraine stimano che negli attacchi siano stati utilizzati oltre 550 droni e “missili” (in realtà un tipo di ibrido drone-missile con motore a reazione), di tipologie raramente viste impiegate simultaneamente in precedenza. Un dato che induce a pensare che Kiev stia attingendo a piene mani dalle proprie scorte, nel tentativo di sfruttare ogni piattaforma disponibile prima che si esauriscano le risorse residue.

La tempistica dell’operazione appare tutt’altro che casuale. L’attacco ha coinciso infatti con il vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles, dove il presidente Zelensky doveva presentare ai partner europei una narrazione convincente della “vittoria” ucraina sulla Russia, funzionale a consolidare la posizione negoziale di Kiev e a ottenere nuovi finanziamenti in un momento in cui il sostegno occidentale comincia a mostrare segni di stanchezza. Il giorno precedente l’attacco, in un’intervista all’emittente televisiva ucraina TSN, il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov aveva illustrato la nuova strategia di Kiev, fondata sulla superiorità tecnologica e sull’impiego massivo dei droni. Fedorov ha parlato di una “finestra di opportunità” di circa sei mesi durante la quale l’Ucraina potrebbe mantenere un vantaggio operativo sulla Russia grazie all’innovazione nei sistemi d’arma e nelle capacità di acquisizione, invitando implicitamente i partner occidentali a intensificare il sostegno militare proprio in questa fase considerata favorevole.

Tuttavia, dietro la spettacolarità dell’attacco su Mosca si cela il motivo di distogliere l’attenzione dai recenti successi russi sul terreno che stanno smentendo la narrativa dell’Ucraina vittoriosa. Konstantinovka risulta ormai praticamente caduta. La stessa sorte sembra essere toccata a Krasny Liman, dove le immagini satellitari mostrano truppe russe già all’interno dell’abitato. Come già accaduto in numerose altre occasioni nel corso del conflitto, alle unità ucraine circondate non sarebbe stato impartito alcun ordine di ripiegamento.

La conquista dell’insediamento di Rai-Oleksandrivka, nel settore settentrionale del Donbass, permette non solo di dividere e isolare i settori difensivi di Sloviansk e Kramatorsk, le ultime città fortezza della regione ancora collegate in un unico distretto difensivo, ma di colpire con il fuoco terrestre e aereo le principali vie di rifornimento residue. Questi sviluppi creano, a loro volta, le condizioni per isolare altri due importanti raggruppamenti di forze ucraine attivi nei settori di Donetsk e Karkhiv, il cui destino apparirebbe, a questo punto, segnato. Sul piano politico l’Europa si configura sempre più come cobelligerante di Kiev, sposando una linea di confronto strategico permanente con Mosca.

Una postura che rende di fatto impossibile individuare un inviato speciale europeo per condurre eventuali negoziati con la Russia, poiché chi rappresenta una delle parti in causa non può al tempo stesso svolgere il ruolo di mediatore imparziale. Ma Putin continua a puntare, almeno per il momento, sul successo dell’operazione militare speciale, piuttosto che su azioni di ritorsione dirette contro Paesi membri della NATO.

Una scelta che conferma la volontà di allontanare le ipotesi di escalation più radicali che alcuni falchi del Cremlino avevano, anche pubblicamente, sostenuto. Resta dunque da vedere a favore di chi giocherà realmente quella “finestra di opportunità” di sei mesi evocata dagli ucraini. Se l’obiettivo dichiarato era dimostrare resilienza e capacità offensiva agli alleati europei, l’andamento sul terreno racconta una storia diversa, quella di un fronte che si sta progressivamente disgregando proprio nel settore considerato più strategico per la tenuta dell’intera linea difensiva ucraina nel Donbass.


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