Sull’attacco ucraino ad una nave di trasporto iraniana nel Mar Caspio, l’incontro Trump. Netanhiau, Zelensky alla Casa Bianca, proponiamo gli Interventi di Piero Orteca, Paolo Desogus, Francesco Dall’Aglio, Paolo Celada.
Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?
Piero Orteca (da Remocontro 29/7/2026)
La logora guerra ucraina cerca di fondersi con quella dell’Iran. Per Il New York Times, Zelensky sta cercando di fondere due crisi, in un’unica guerra per ottenere il massimo sostegno possibile dall’Occidente. L’altro giorno, ha fatto attaccare dai suoi droni un mercantile degli ayatollah, nel Mar Caspio, cioè “fuori area”. E ora Teheran promette vendetta.
Era solo questione di tempo
Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, sia la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.
Il blitz di Kiev
“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.
L’intesa Mosca-Teheran
L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.
Ucraina superpotenza europea
Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”. “Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.

Intrecci significativi tra vari fronti bellici e aree di tensione tra grandi potenze
Paolo Desogus (su Facebook 28/7/2026)
Quella che Papa Francesco e successivamente diversi altri osservatori hanno definito “guerra mondiale a pezzi” si sta trasformando in un unico conflitto. Che tra i disordini in Medio Oriente, lo sforzo americano di contenimento della Cina e la guerra in Ucraina vi fossero degli intrecci significativi era già evidente dal 2022. Si pensi alla crisi siriana o anche al semplice fatto che l’Iran e la Cina hanno fornito alla Russia numerosi sostegno e aiuti militari. Il missile sparato da Kiev contro una nave dell’Iran, che ora minaccia ritorsioni, mostra però come la rete di rapporti si sta trasformando in un vero e proprio conflitto tra schieramenti definiti. A questa deriva, tuttavia, noi in Europa non sappiamo cosa rispondere. L’Italia in particolare è precipitata in un servilismo atroce e direi acefalo, cioè senza pensiero, senza analisi, senza uno straccio di idee su cosa fare. La destra, ora al governo, non sa esprimere nemmeno un balbettio. Tace nel tentativo di nascondere la propria nullità. Il campo dell’opposizione è invece lacerato a metà. Da una parte c’è il PD, come al solito in balia di se stesso e di quei poteri presso i quali chiede riconoscimento e legittimazione. Tra i Dem le posizioni non sono così nette. Lo si vede in particolare nella lettura di Bettini. Ma l’intervista di Elly Schlein, rilasciata al Foglio (ma come si fa a dare interviste a quel fogliaccio?) segna il punto più basso dell’attuale segreteria. Un livello di simile idiozia si era visto solo con Letta.
Da una parte dunque il PD, mentre dall’altra ci sono i 5Stelle, AVS e Rifondazione Comunista che sostengono una posizione opposta. Chiedono che si lavori per la pace. Propongono un’analisi diversa del conflitto in Ucraina. Soprattutto Rifondazione e 5Stelle si spingono a mettere in discussione la narrazione atlantista e guerrafondaia. E non esitano a mettere sotto accusa gli Stati Uniti e Israele. Queste preoccupazioni sono condivise da quella parte del mondo cattolico che si riconosce nelle posizioni del Vaticano. Esiste ovviamente anche un cattolicesimo di facciata, meschino e piccolo borghese, che nonostante tutto sostiene la destra meloniana e vannacciana. Sono quei cattolici non cristiani, su cui occorrerà riflettere. Nel complesso, però, in quell’area è forte la consapevolezza dei rischi a cui stiamo andando incontro.
Viaggiamo come in un treno ad alta velocità verso il baratro della guerra. C’è chi addirittura, come Natalie Tocci, farnetica sulla necessità di riprendere l’abitudine alla guerra mandando qualche soldato in aiuto all’Ucraina. Ma come si fanno a dire scemenze del genere?
Solo il blocco 5Stelle, Rifondazione e AVS, cui si aggiungono altri gruppi, tra cui quello cattolico, coltivano invece le ragioni della pace. Solo loro intendono tirare il freno. Eppure io non credo affatto che gli italiani siano per la guerra. Non credo in nessun modo che le posizioni irrazionali per la guerra siano maggioranza nel paese. È vero, il clima mefitico e guerrafondaio si è diffuso con la complicità di una stampa irresponsabile e servile. Ne sono una dimostrazione le torsioni reazionarie in favore di Roggero, le sparate anti immigrazione e gli atteggiamenti disumani di fronte all’uccisione di Fakir per mano della polizia. Sono tuttavia convinto che in Italia siano più forti le ragioni della pace. L’unico modo di costruire una opposizione politica è oggi quello di chi si propone di tirare il freno di questo treno impazzito, di questa locomotiva senza pilota che ci sta portando dritti verso una guerra mondiale non più a pezzi ma unificata dalla coppia criminale di Trump e Netanyahu.
Attacco ucraino nel Mar Caspio
Francesco Dall’Aglio (da Facebook 28/7/2026)
Se controlliamo la tempistica, diventa abbastanza chiaro il motivo per cui l’Ucraina ha deciso, apparentemente di punto in bianco, di attaccare nel Mar Caspio una nave iraniana che, secondo appunto le autorità ucraine, era impegnata nel trasporto di ‟carico militare” tra Russia e Iran. Le autorità ucraine non specificano se la nave trasportasse questo carico dall’Iran alla Russia o viceversa (link 1), ma stando all’ambasciatore ucraino in Israele, Yevgen Korniychuk, il carico era di componenti per droni e missili e andava dalla Russia all’Iran (link 2). L’attacco è avvenuto il 25 luglio, lo stesso giorno nel quale Zelensky (link 3) ha twittato che avrebbe condiviso ‟con i partner” le nuove informazioni a sua disposizione, in base alle quali la Russia assisterebbe l’Iran condividendo i dati dei suoi satelliti per consentirgli di colpire le basi statunitensi negli stati del Golfo. Sempre a suo dire, il 19 e 20 luglio due basi statunitensi in Bahrein, una in Giordania e una in Kuwait sono state ‟attenzionate” dai satelliti russi, perché ‟il male cerca sempre modi nuovi per far peggiorare le cose e per espandersi. La Russia deve essere fermata” (nota bene: la Russia, non l’Iran). A tutto questo sono seguite schermaglie verbali tra rappresentanti del governo iraniano, che hanno promesso ritorsioni, e rappresentanti del governo ucraino che hanno rivendicato l’azione sostenendo che si trattava, secondo loro, di un attacco legittimo. Non ci sono stati altri attacchi e non ci sono state ritorsioni, e per il momento, a livello pratico, la faccenda non ha avuto altri sviluppi. C’è da chiedersi, naturalmente, quanto questo attacco sia ‟ucraino” e quanto invece sia stato coordinato con gli sponsor, quanta assistenza esterna abbia ricevuto (come in tutti gli attacchi a lungo raggio sicuramente molta) e se non sia una prova generale per integrare l’Ucraina nelle operazioni militari statunitensi contro l’Iran, come asse secondario e con la ‟plausible deniability”, per Kiev di colpire gli interessi russi più che quelli iraniani. La tempistica, però, ci lascia credere che l’interesse maggior sia dal lato ucraino, dato che Zelensky è da poco atterrato negli Stati Uniti dove, oltre a partecipare al funerale di Lindsey Graham, incontrerà Trump alla Casa Bianca (link 4) in un incontro che, stando alle ultime indiscrezioni, sarà a porte chiuse. Al di là del fatto che c’è effettivamente una partnership militare tra Russia e Iran, che non è affatto a senso unico, dall’Iran alla Russia, come al tempo del primo carico di Shahed, e al di là del fatto che ovviamente la Russia condivide informazioni e rilevamenti con l’Iran, mi pare abbastanza chiaro che l’attacco alla nave iraniana serva due scopi principali.
Il primo è quello di legare i due conflitti, dimostrando che la Russia non è solo nemica dell’Ucraina ma che, aiutando l’Iran, è una nemica anche degli USA (e di Israele, non a caso è stato l’ambasciatore ucraino a Tel Aviv a dire che il carico andava dalla Russia all’Iran) ed è implicata negli attacchi alle sue basi, nella distruzione dei suoi asset e nella morte dei suoi soldati. Il secondo è quello di accreditare l’Ucraina come alleato disposto, a differenza degli imbelli europei, ad intervenire direttamente a sostegno degli USA nel Golfo, sperando che Trump in cambio sblocchi qualche invio extra di armi e di soldi (perché l’idea di convincerlo a intervenire direttamente contro la Russia in Ucraina, visto che quest’ultima pare disposta a intervenire direttamente contro l’Iran, mi pare un po’ troppo ottimistica) e sperando di ‟recuperarlo” alla causa di Kiev, dopo il gran gelo (apparente, ovvio) degli ultimi mesi, gelo che in realtà pare già essersi sciolto da un po’. Trump, però, in una delle sue solite conferenze stampa improvvisate nel corridoio dell’Air Force One ha detto che non crede che la Russia stia aiutando l’Iran, ma che a ogni buon conto lo chiederà a Putin. Ci sono tutte le premesse perché oggi sia una giornata interessante.
PS: a proposito del funerale di Graham: è morto l’11 luglio. Un funerale a 17 giorni dal decesso è una cosa abbastanza strana, anche per gli standard statunitensi che prevedono tempi anche più lunghi di quelli a cui siamo abituati noi vista l’abitudine di trattare i cadaveri e anche considerando la necessità di organizzare il funerale in modo che quanti più “amici” del defunto possano partecipare dall’estero. 17 giorni però è un po’ tanto. Il record finora era di Jimmy Carter, morto il 29 dicembre 2024 e seppellito il 9 gennaio 2025, ma lì c’erano le vacanze di Natale e capodanno di mezzo. La scelta di aspettare così tanto non è stata spiegata né dalla famiglia né da nessun altro.
Link 1: https://kyivindependent.com/ukraine-strikes-iranian…/
Link 2: https://www.euronews.com/…/ukraine-strikes-russian-iran…
Link 3: https://x.com/ZelenskyyUa/status/2081074329115078813
Link 4: https://www.reuters.com/…/white-house-says-trump…/
Le carte perdenti in mano al presidentissimo
Prove di allineamento di un asse sionista-ucraino-occidentale, simbolicamente rappresentato dalla presenza congiunta di Trump, Zelensky e Netanyahu alle esequie del senatore Lindsey Graham
Luca Celada (da il manifesto 29/7/2026)
Le prove di allineamento di un asse sionista-ucraino-occidentale, simbolicamente rappresentato dalla presenza congiunta di Trump, Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu alle esequie del senatore Lindsey Graham non potevano avere più adatto padrino. Il senatore del South Carolina era un falco arciconservatore, noto per «non aver mai incontrato una guerra di aggressione che non sostenesse con passione», una citazione che è stata asciuttamente riassunta dallo stesso Trump quando ieri ha detto: «A Lindsey piaceva la guerra». Quando Graham è improvvisamente scomparso la scorsa settimana, era appena tornato da Kiev dove aveva messo a punto l’accordo che consentirebbe la produzione ucraina su licenza di sistemi antimissilistici Patriot, sul quale, aveva affermato, mancava solo la firma del presidente. Quel risultato era stato frutto di una lunga opera di convincimento sull’«amico Trump» per distoglierlo dalla naturale propensione filo putiniana e dissuaderlo dall’altrettanto spontanea diffidenza per Zelensky, il leader che un anno e mezzo fa aveva aggredito nella stessa Casa Bianca accusandolo di «non avere carte» da giocarsi contro la Russia. Anche se l’accordo sui Patriot non sembra ancora finalizzato, gli incontri incrociati di ieri hanno dato la misura di quanto sia cambiato da allora il quadro geopolitico e le dinamiche fra tre leader – ognuno condottiero di guerre variamente in crisi che sembrerebbero presto potersi fondere in un conflitto sempre più mondiale. A Washington Zelensky ha tentato di siglare la manovra di avvicinamento alla sfera anti-russa dei MAGA innescata dai sussurri di Graham. Il presidente ucraino era in città a spendere il capitale acquisito con i successi militari e il momento di difficoltà di Putin: un nuovo mazzo di carte che sembrava fuori portata nel febbraio del 2025. In quest’ottica sarebbero da leggersi anche i recenti incontri del presidente ucraino con influencer MAGA come Laura Loomer, ex filorussa che si è detta convertita alla causa di Kiev dopo un recente incontro fra i due. E i missili ucraini lanciati sabato sul cargo iraniano Ana nel Mar Caspio sembrerebbero un ulteriore segnale per posizionarsi come potenziale alleato anche nella guerra che sta a cuore a Trump. Improvvisamente, le carte peggiori sembrano semmai essere in mano a Trump la cui partita iraniana appare senza speranza. L’aggressione unilaterale scatenata 5 mesi fa su consiglio israeliano e con la sconsiderata hybris di chi aveva da poco rapito Maduro dal palazzo presidenziale di Caracas, si è trasformato in pantano americano oltre le peggiori previsioni. Gli USA non hanno certo riportato brillanti risultati nelle loro recenti campagne mediorientali, ma la guerra iraniana sembra destinata ad essere annoverata, come e più del Vietnam, negli annali dell’epocale declino dell’impero. Il presidentissimo, che aveva trionfalmente annunciato l’avvento della novella «dottrina Donroe» di predominio geopolitico militare USA, ha invece ricevuto una sonora lezione sui limiti di uno strapotere che credeva illimitato. La trappola in cui si è così entusiasticamente infilato si è da subito rivelata insensibile alle ripetute dichiarazioni di vittoria, gli annunci di iraniani prostrati dalla sconfitta, i tweet trionfalistici o i meme creati con la IA. Le rappresentazioni messe in scena per plasmare trumpianamente la narrazione – vedi la “pace di Versailles” firmata un mese fa nello sfarzo di Luigi XIV – hanno semplicemente finito per far risaltare l’incompetenza con cui è stata gestita una guerra arbitraria e stupida di cui l’unico dato concreto è il repentaglio in cui mette il mondo. Il consenso di ogni rispettabile analista è che la guerra gli USA l’hanno persa in modo disastroso. L’unico plausibile vincitore dell’attuale impasse non può che essere il regime dei pasdaran, elevato a pari della superpotenza con cui tratta da una posizione di forza controllando le sorti dell’economia mondiale da Hormuz. Consapevole del proprio potere Teheran non ha incentivo alcuno per prendere accordi (men che meno con un rompitore seriale di trattati) mentre il grande satana è a corto di munizioni, e i limiti della potenza USA in vetrina davanti al mondo. Non sorprende se, come scrive il New York Times, Trump è «frustrato ed erratico». La guerra si è rivelata assai più ostica alle narrazioni eroiche dei comizi, degli incontri di arti marziali sulla spianata della Casa Bianca. Senza strategia e attorniato da adulatori, Trump sembra sempre meno all’altezza della complessità. I ranghi di competenza sono stati seriamente compromessi dalle epurazioni ideologiche e «anti-woke» nel Pentagono e al Dipartimento di Stato. Nel vuoto prevalgono improbabili teorie sui supplementi di testosterone alle truppe, minacce e rappresaglie improvvisate – le erratiche e casuali decisioni di un presidente che declina massime della sua autobiografia di businessman mentre gli scenari si appiattiscono sempre più su tre opzioni: escalation militare, sanzioni croniche o ritiro ignominioso – ognuna politicamente tossica in vista delle elezioni d’autunno. Ugualmente corrucciato davanti al feretro di Graham doveva sicuramente essere Netanyahu che nel senatore ha perso uno dei massimi sostenitori della propria causa. Una perdita strategica in un momento delicato in cui i sondaggi rivelano una drastica perdita di consensi per Israele fra gli americani. Per lui si è profilata una missione delicata per gestire un alleato che gli ha permesso di scatenare la guerra anelata contro l’Iran ma che rimane incostante ed imprevedibile. Nell’eterogenesi dei fini dei convitati a Washington, la costante rischia di essere guerra ad oltranza.















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