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Ecuador: le radici della sollevazione amerindia contro Lenin Moreno

di Andrea Vento

La sollevazione popolare scoppiata il 3 ottobre in Ecuador a seguito dell’approvazione da parte del presidente Lenin Moreno del Paquetazo, il pacchetto di misure economiche daraconiane imposto dal Fmi a seguito della concessione nel marzo scorso di un prestito di 4,2 miliardi di dollari, rappresentano l’inevitabile conclusione di un percorso iniziato negli anni precedenti. Dopo 10 anni di presidenza di Rafael Correa, venne individuato dal partito di sinistra, Alianza Pais, proprio Lenin Moreno come suo successore con l’onere di proseguire la “revoluciòn ciudadana“, inaugurata dallo stesso Correa oltre un decennio prima.

Una presidenza progressista quella di Correa che interrompeva la serie di governi di destra e neo-liberisti succedutesi dal 1979 dopo la fine della dittatura, con un netto segno di discontinuità politica ma che al termine dei suoi 3 mandati presidenziali lasciava un bilancio con luci ed ombre. Se da un lato infatti Correa aveva rotto la tradizionale subalternità del paese andino all’influenza geopolitica statunitense sostenendo il progetto di integrazione regionale solidale dell’Alba, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli di Nostra America, promosso da Hugo Chavez e da Fidel Castro e aveva con coraggio ottenuto la riduzione del debito pubblico estero del 30% attraverso un legale auditoria con i creditori e, addirittura, fatto smantellare la base Usa di Manta nel 2009 non rinnovandone la concessione dei terreni, dall’altro ha continuato sulla strada delle politiche economiche estrattiviste, causa di devastazioni ambientali e di drenaggio di risorse da parte delle multinazionali, entrando in rotta di collisione con la Conaie, la potente Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador, fino al ritiro dell’appoggio di quest’ultima al governo Correa nel maggio del 2008.

Le comunità indigene, dopo un anno e mezzo dall’inizio del suo primo mandato, non hanno più sostenuto il governo Correa a causa della sua politica economica, che nonostante fosse basata sull’idea di ridistribuzione della ricchezza, la sua visione rimaneva centralista, sviluppista e di mercato, quindi diametralmente opposta rispetto alla cosmovisione amerindia. Rimangono, tuttavia, inconfutabili i risultati conseguiti in campo sociale dalla presidenza Correa, peraltro in linea con quanto avvenuto nel contempo nel resto dell’America Latina: tra il 2006 e il 2016, infatti, la povertà è diminuita dal 36,7 % al 22,5 %. e la disuguaglianza di reddito è diminuita in base all’Indice Gini dallo 0,55 al 0,47.

Ritornando al suo successore, Lenin Moreno, dopo la vittoria nelle elezioni del 2 aprile 2017 già nel successivo agosto iniziarono a evidenziarsi non poche divisioni nella sinistra ecuadoriana a causa dei suoi connotati politici considerati più moderati e dialoganti rispetto al suo predecessore e che, come affermava profeticamente all’epoca l’analista politico Franklin Ramirez, “Lenín Moreno genera confusione e incertezza”, e che “il suo messaggio non è stato molto chiaro”. Il neopresidente, infatti, dopo essersi pronunciato a favore della continuazione della “revoluciòn ciudadana” durante l’estate 2017 è entrato in aperto contrasto con lo zoccolo duro del correismo a seguito della diffusione della notizia di un possibile coinvolgimento del Vicepresidente Jorge Glas, ex vice di Correa, nello scandalo Odebrecht (la multinazionale brasiliana) che ha coinvolto molte personalità latinoamericane. Probabilmente la questione non era riconducibile alla sola lotta alla corruzione, uno dei due pilastri insieme al dialogo del programma di Moreno, ma riguardava anche differenti visioni politiche e di modello economico visto che la «trasformazione della matrice produttiva» precedentemente annunciata da Correa è stata di fatto depennata dall’agenda di Moreno.

Il superamento del modello estrattivista, legato al petrolio e altri minerali, resta una delle questioni centrali sul tavolo del governo ecuadoriano che lo stesso Correa non ha affrontato ed anzi proprio con Jorge Glas vicepresidente, ha, secondo alcuni analisti e la Conaie stessa, addirittura segnato un cambio di passo verso una strategia d’ampliamento dell’attività estrattiva da esportazione oltre alla poco comprensibile firma dell’Accordo di libero scambio con l’Ue. Lo scontro fra Lenin Moreno e la maggioranza correista di Alianza Pais è andato irreversibilmente acuendosi nei mesi successi sfociando il primo novembre 2017 nella rimozione di Moreno, con voto all’unanimità della direzione del partito, dalla carica di presidente del partito stesso con l’accusa di non aver coordinato i piani governativi con quelli della coalizione.

Tuttavia, a seguito della sentenza della Corte per i Contenziosi Elettorali che ha confermato Lenin Moreno suo legittimo successore, Rafael Correa si è dimesso, a metà dicembre 2017, da Alianza Pais, il partito da lui stesso fondato 12 anni prima. La posizione di Correa nel paese si è ulteriormente indebolita dopo la sconfitta  riportata ad inizio febbraio 2018 nei 7 referendum voluti dal governo. Una sorta di scontro finale ruotato prevalentemente intorno al quesito relativo all’eliminazione della possibilità di candidarsi alla stessa carica per un numero indefinito di mandati, introdotta da Rafael Correa, nel 2015, nella Costituzione di Montecristi proprio per potersi presentare alle elezioni del 2021, alla ricerca del quarto mandato.

La successiva linea politica di Lenin Moreno si è connotata per il suo ulteriore  spostamento a destra sia in campo interno con l’adozione di politiche neolibersite sempre più marcate (riduzione della spesa pubblica, liberalizzazione del commercio, flessibilità del codice del lavoro ecc.) sia in quello internazionale con l’uscita dall’Alba nel 2018 e il successivo avvicinamento alla filo statunitense Alleanza del Pacifico, e con la revoca dell’asilo politico a Julian Assange nell’aprile 2019 con conseguente arresto da parte della polizia inglese, dopo una permanenza di ben 7 anni nell’ambasciata ecuadoriana a Londra. Correa, a seguito di questa vicenda e non solo, ha definito il suo ex compagno di partito “un corrotto” e il più grande traditore della storia dell’Ecuador e dell’America Latina.

Le forti perplessità che sorgono, ora che in Ecuador il popolo sotto la spinta dello sciopero dichiarato dalla Conaie in massa si è sollevato e il governo ha risposto con una brutale repressione lasciando morti e feriti sul campo, dichiarando anche lo stato di emergenza e addirittura il coprifuoco, non possono che sollevare legittimi quesiti che andrebbero in primis rivolti allo stesso Correa e alla dirigenza di Alianza Pais: come si è giunti alla candidatura di Lenin Moreno? Possibile che non ci fossero altre personalità politiche o del mondo civile che fornissero maggiori garanzie di spessore culturale, coerenza politica e rettitudine morale?

Andrea Vento – 12 ottobre 2019

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

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