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America Latina: un futuro incerto fra crisi dei governi progressisti e nuove strategie golpiste

di Andrea Vento (estratto dalla pubblicazione “L’America Latina”)

Pubblichiamo l’interessante saggio di Andrea Vento parte di un lavoro più ampio che presentiamo integralmente in home page, molto utile per un quadro storico e attuale della situazione latino americana. (Copertina QUI) (Testo integrale QUI)

 

Gli effetti delle politiche sociali dei governi progressisti

 

Il miglioramento delle condizioni sociali è un fenomeno strutturale che investe l’intera America Latina ormai dall’inizio del nuovo millennio: la quota di persone in povertà (grafico 1) registra infatti, nell’intervallo 2000-2010, una diminuzione sia nel dato generale dell’intera macroregione, che si attesta poco sopra il 30%, sia all’interno dei singoli stati. La diffusione della povertà assume tuttavia dimensioni abbastanza eterogenee all’interno dei vari stati, oltre che nell’entità della riduzione, che risulta particolarmente spiccata in Perù, Venezuela e Cile. Rimangono tuttavia critiche le condizioni sociali in alcuni paesi, in prevalenza centro americani (Honduras e Nicaragua), nei quali, anche nel 2010, oltre metà della popolazione risulta ancora sotto la soglia di povertà, oltre ad Haiti, lo stato con la situazione più critica, con circa l’80% della popolazione che si trova in queste condizioni ed il 54% che cerca di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Questo quadro sociale fa sì che il paese caraibico si collochi così al penultimo posto nella relativa classifica mondiale.

 

Grafico 1: la percentuale di povertà nei paesi latinoamericani dal 2000 al 2010:

 

Grafico 2: Coefficiente Gini paesi latinoamericani, confronto 2000 – 2010:

 

Più complessa risulta la lettura della dinamica della distribuzione del reddito fra le classi sociali all’interno dei paesi. Se l’intera macro regione ha evidenziato (grafico 2) una riduzione delle profonde sperequazioni socio-economiche, grazie alle politiche redistributive attuate dai governi progressisti, alcuni paesi hanno visto aumentare i già cospicui squilibri. La Colombia, l’Honduras, la Repubblica Dominicana, la Costa Rica e soprattutto, il Guatemala, paesi accomunati dalla presenza di governi di destra, neoliberisti e filo statunitensi, sono stati caratterizzati da un ulteriore aumento delle differenze reddituali.

 

La crisi dei governi progressisti

 

I segnali che giungono da diversi paesi, Brasile in particolare, sembrerebbero indicare che il ciclo dei governi progressisti latinoamericani inizi a segnare il passo nonostante abbia costituito una fase storico-geopolitica inedita per il subcontinente, oltre ad aver rappresentato l’area di resistenza più avanzata su scala globale al neoliberismo. I risultati ottenuti in termini di avanzamento democratico, riconoscimento dei diritti delle comunità amerindie, progresso sociale e riappropriazione di sovranità economica, sono sicuramente inconfutabili e apprezzabili. Tuttavia i limiti, soprattutto in campo economico, che hanno condizionato la maggior parte di questi paesi, hanno creato i presupposti affinché ad inizio 2015 gli elementi di criticità, espressi in termini di difficoltà economiche e malessere sociale, hanno iniziato ad assumere dimensioni preoccupanti.

Le problematiche che hanno afflitto i governi progressisti, soprattutto sudamericani, sono riconducibili principalmente a 5 elementi, legati sia alle politiche interne che al ciclo economico/finanziario internazionale:

1 – mancato superamento del modello economico estrattivista
2 – mancata attuazione di riforme strutturali incisive in campo economico e fiscale
3 – attuazione di sole politiche redistributive attraverso programmi sociali
4 – stagnazione/recessione del Brasile
5 – contrazione della domanda internazionale, soprattutto cinese.

A questi dobbiamo aggiungere ulteriori elementi di natura politica: sul fronte interno, il malcontento popolare (proteste in Brasile dal 2013 ecc..) ha creato un allontanamento fra i movimenti popolari, sociali e indigeni e i governi progressisti, mentre in campo internazionale, stiamo assistendo ad una nuova offensiva Usa tesa a riconquistare il tradizionale “cortile di casa”, allontanatosi negli ultimi 15 anni.

L’origine delle problematiche che affliggono attualmente i governi latinoamericani, a prescindere dalle sfumature politiche, è principalmente riconducibile all’incapacità di non aver efficacemente operato per modificare il modello economico che storicamente ha sempre caratterizzato l’intero subcontinente. Infatti, l’America Latina negli ultimi decenni, con l’avvento della globalizzazione e l’accentuazione della divisone internazionale del lavoro, si è sempre più connotata come fornitore di materie prime agricole, energetiche e minerarie, tanto da indurre alla coniazione di un termine apposito per indicarne le specificità produttive. Con estrattivismo si intende infatti quel modello economico basato sull’estrazione di risorse del sottosuolo e sulla sua vendita all’estero in forma grezza, senza alcun processo di trasformazione industriale. Il termine, inquadrando in modo più completo ed esaustivo le specificità di sviluppo dei paesi latinoamericani, ha subito una appropriata evoluzione in neoestrattivismo, identificando il modello basato, oltre che sull’export di risorse minerarie ed energetiche, anche la diffusione delle coltivazioni monocolturali di biocombustibili come la canna da zucchero per il biodisel e la soia, in larga misura ogm, per il bioteanolo. Oltre alla realizzazione di opere infrastrutturali necessarie al trasporto delle materie prime verso i mercati internazionali.

L’estrattivismo, secondo l’analisi dell’intellettuale uruguayano Raul Zibechi, non costituisce soltanto un modello economico, bensì un modello di società e di dissoluzione delle istituzioni legittime: “è una guerra contro i popoli che si sono trasformati in ostacoli (per le loro lotte di resistenza delle comunità. ndr) all’accumulazione/rapina dei beni comuni”.

I leaders politici progressisti sudamericani probabilmente dando priorità nella propria azione di governo alla risoluzione degli impellenti problemi sociali interni e al processo di integrazione regionale, si sono limitati ad attuare politiche redistribuitive del surplus commerciale attraverso interventi di natura sociale quali le varie missiones in Venezuela e Bolsa familia e Fame zero in Brasile, che hanno prodotto tangibili risultati a vantaggio dei ceti popolari.
Indubbiamente ciò è stato favorito dal trend rialzista delle quotazioni delle commoditiies agricole, minerarie ed energetiche del primo decennio del XXI secolo.

Una volta esauritasi nel 2011 la fase delle quotazioni elevate delle materie prime agricole e minerarie e nel 2014 quella del petrolio, le entrate valutarie dei paesi sudamericani hanno subito una sensibile contrazione mettendo a rischio la sostenibilità dei bilanci statali e il mantenimento delle politiche redistributive delle rendite da esse derivanti creando inevitabili ripercussioni di carattere politico.

 

Le criticità economiche degli ultimi anni

 

Dal punto di vista economico il subcontinente sta attraversando una congiuntura sfavorevole iniziata nel 2014, in parte legata al riaffermarsi del modello di sviluppo estrattivista, dipendente dall’esportazione di prodotti primari e dal conseguente andamento delle loro quotazioni sui mercati finanziari. La contrazione dei valori delle commodities ha spinto in recessione il Brasile, l’Argentina e il Venezuela, le principali 3 economie del Sud America, facendo registrare una battuta d’arresto all’intero subcontinente (tabella 1).

 

Tabella 1: variazioni percentuali del Pil 2014-15-16 e previsione 2017 delle principali 3 potenze economiche sudamericane, dell’America Latina e delle sue sub-regioni.

L’America Latina ha chiuso infatti il 2016, secondo i dati della Cepal, con una contrazione media del Pil pari a -1,1%. seppur con dinamiche contrastanti fra le varie regioni interne. La negativa fase latinoamericana è stata indubbiamente condizionata dal rallentamento del ciclo economico del Brasile che, iniziato nel 2012 (+ 1,8%), è sfociato in vera e propria recessione nel 2015 (-3,8%) e nel 2016 (-3,5%). Per il 2017, tuttavia, le previsioni annunciano, per il gigante sudamericano, un ritorno in campo positivo con una crescita limitata però al solo + 0,43%.

La recessione del Brasile, locomotiva latinoamericana e settima potenza economica a livello mondiale, sommata a quella di Argentina (-1% nel 2016) e, soprattutto, Venezuela (-3,9% nel 2014, – 5,7% nel 2015 e nel 2016 addirittura -8%) ha inciso soprattutto sul ciclo economico dell’America Meridionale che presenta di gran lunga le maggiori criticità fra le varie sub-regioni: dopo il -1,3% del 2015, si è addirittura scesi al -2,4% dello scorso anno.

Per l’America Latina, tuttavia, sembrerebbe che il ciclo negativo sia ormai superato, visto i dati positivi del primo trimestre 2017 rilevati dalla Cepal, e le previsioni di netta ripresa diffusi dallo stesso organismo ad aprile, che indicano un dato generale della macroregione pari a +1,1%, con la parte Istmica in fase di crescita sostenuta (+4,5%) e la parte Meridionale in ripresa con lo 0,6%.
L’inversione di tendenza del ciclo economico è principalmente riconducibile al trend positivo che, nel corso del 2017, sta caratterizzando le quotazioni delle commodities.

 

Muta lo scenario geopolitico sudamericano

 

I primi segnali preoccupanti per il campo progressista latinoamericano iniziano, come detto, a manifestarsi a fine 2015 con la vittoria delle destre alle elezioni parlamentari in Venezuela e del liberista Mauricio Macri alle presidenziali in Argentina, successo che mette fine, dopo 15 anni, alla stagione del peronismo di sinistra guidato dalla famiglia Kirchner, prima con Nestor e, dopo la sua morte, con la moglie Cristina.

E’, tuttavia, il “Golpe istituzionale” consumato ai danni di Dilma Rousseff in Brasile nell’estate del 2016 che, oltre a chiudere la lunga fase di governi del Pt (Partito dei lavoratori) iniziata nel 2002, determina lo spostamento a destra dell’asse geopolitico sudamericano, cambiandone gli equilibri preesistenti, anche all’interno delle organizzazione sovranazionali.

In particolare, è il Mercosur a subirne gli effetti più diretti con la creazione di un blocco maggioritario di paesi di destra (Brasile, Argentina e Paraguay) che avvia un processo di cambiamento della strategia commerciale, favorendo le relazioni con le potenze del Nord tramite accordi di libero commercio (Tlc) a scapito di quelle fra i paesi membri e crea una frattura interna che isola il Venezuela di Maduro, unico paese membro con governo marcatamente di sinistra. Le pressioni politiche esercitate contro il governo bolivariano, frutto di una strategia internazionale, hanno addirittura portato alla sospensione del Venezuela dal Mercosur nel dicembre del 2016 a seguito dell’azione propugnata dai tre paesi del neo costituito gruppo conservatore, decisione peraltro frutto di mediazione da parte dell’Uruguay che ne ha, almeno al momento, evitato l’espulsione. L’aspetto paradossale, oltre che inquietante della vicenda, risulta essere il fatto che dei 3 governi che hanno operato per l’espulsione del Venezuela, due (Paraguay e Brasile) sono figli di “Golpe istituzionali”, rivelandone il carattere pretestuoso. Nel caso del Brasile verrebbe da commentare con un: “da che pulpito viene la predica…” appurato che l’attacco golpista contro Dilma, accusata e poi prosciolta per corruzione, è arrivato da una classe dirigente corrotta e discreditata. Infatti dei 38 membri della commissione parlamentare che hanno votato a favore dell’impeachment, addirittura 35 erano indagati per corruzione!

Per quanto riguarda la lettura geopolitica delle vicende descritte, mi sono sembrate estremamente eloquenti le dichiarazioni rilasciate da Frei Betto, fra i principali esponenti della Teologia della liberazione brasiliana e amico di lunga data di papa Bergoglio, che ha affermato “Prima hanno deposto Zelaya in Honduras, poi Lugo in Paraguay. E adesso Dilma in Brasile, dopo aver fatto eleggere Macri in Argentina e fatto pressioni contro Maduro in Venezuela. Il processo golpista mira a disarticolare il Mercosur, l’Alleanza bolivariana, la Celac e l’Unasur”. Parole alle quali, vista la ripresa delle pressioni internazionali e delle violenze interne in Venezuela, forse rinvigorite dall’ingresso di Trump alla casa Bianca, possiamo solo aggiungere che il prossimo obiettivo, sulla strada del ritorno dell’intero “Cortile di casa” sotto l’ombrello protettivo di Washington, non può che essere il governo bolivariano, la gestione della sua immensa riserva petrolifera nazionale e gli organismi sovranazionali solidaristici che hanno al centro proprio il Venezuela. Sono, infatti, l’Alba e il Petrocaribe che, rappresentando modelli aggregativi simmetrici ed emancipatori, costituiscono il vero baluardo al ritorno ad un passato, non troppo distante, caratterizzato, per i paesi latinoamericani, da subalternità geopolitica, assoggettamento ai poteri forti internazionali e dal dominio oligarchico dei ceti privilegiati dai quali, seppur con sfumature diverse, erano riusciti faticosamente ad emanciparsi negli ultimi 15 anni.

 

Tabella 2: situazione politica del Messico e dei principali stati dell’America Centrale
In blu i governi che hanno cambiato orientamento politico dalla fine del 2015

Le tensioni si stanno dunque facendo sempre più opprimenti intorno al governo di Maduro, in quanto risulta evidente a Trump ed ai suoi epigoni latinoamericani, che intorno alle sue sorti si gioca il futuro non solo del Socialismo del XXI secolo ma anche quello del variegato fronte progressista mondiale che, al netto delle varie declinazioni, guarda al subcontinente come laboratorio di resistenza al neoliberismo e di nuova progettualità politico-economica e geopolitica. Scenario che non sfugge nemmeno alle classi subalterne e ai movimenti sociali, contadini e indigeni del subcontinente che non a caso hanno ripreso forza ritornando in massa in piazza contro i provvedimenti antipopolari adottati, non solo in politica economica, da Macri e Temer che hanno, seppur in un solo anno, prodotto pesanti effetti sulle loro condizioni di vita.

La stagione dei governi progressisti latinoamericani è sicuramente in fase declinante e la recente elezione di Lenin Moreno alla presidenza dell’Ecuador in qualità di successore politico di Correa, non deve indurre in false prospettive, poiché è opportuno essere consapevoli che la partita decisiva si gioca su scenari di ben altra rilevanza rispetto al piccolo paese andino. In primis, in Venezuela e in Brasile nel quale la stagione di Temer sembra già avviata alla conclusione e le nuove elezioni presidenziali all’orizzonte, con il Frente Brasil Popular che si sta riorganizzando dal basso aggregando tutta la galassia di oltre 80 movimenti e partiti che hanno approvato il Programma popolare d’emergenza e spera in un nuovo corso di Lula.

 

Tabella 3: situazione politica del Messico e dei principali stati dell’America Centrale

 

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