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La Turchia verso una svolta autoritaria morbida

erdogan-1di Karl G. Zanetta
I mesi trascorsi avevano fatto sorgere un interrogativo riguardo al destino della Turchia, ovverosia se dopo l’esaurimento delle proteste per il taglio degli alberi del Gezi Park di Istanbul la Turchia si avviasse verso un ritorno alla normalità democratica (sempre ricordato che la Turchia non può considerarsi un paese a pieno titolo democratico, bensì come un paese in cammino verso la democrazia) o piuttosto verso una svolta autoritaria in forma moderna. 

A distanza di più di 6 mesi da quegli eventi, può dirsi ormai legittimamente che la Turchia si avvia verso una svolta autoritaria guidata da Erdogan. Quali le cause di una simile svolta? Proviamo a rifletterci.

La protesta del Gezi Park, che si è sparsa in molte regioni della Turchia, senza però (attenzione) coinvolgere pienamente il centro anatolico, roccaforte elettorale di Erdogan, si è esaurita così come è nata, a parte il violento uso della forza da parte del Governo che ha causato alcuni morti. Le opposizioni non sono state in grado di spallare il Governo, in primo luogo perché i manifestanti del Gezi Park non hanno nulla a che vedere con il resto dei manifestanti altrove in Turchia. I gruppi ambientalisti, socialisti e comunisti che hanno protestato a Istanbul non hanno alcuna relazione con l’opposizione parlamentare.

Quest’ultima, poi, non ha né previsto né guidato le manifestazioni di protesta, mostrandosi peraltro ancora una volta divisa. Il Partito Repubblicano (CHP), fondato da Ataturk, si è limitato a scendere in piazza per tutelare la libertà di espressione e niente più. Né questo Partito ha ricercato un’intesa con il Partito della Pace e della Democrazia (BDP) di origine curda, peraltro sensibile a rivendicazioni di tipo ambientalista. Secondo alcuni esponenti autorevoli del Partito Repubblicano, un accordo tra CHP e BDP sarebbe impossibile perché la base del BDP sarebbe razzista.

Ascoltare simili spropositi da parte di coloro i quali si dichiarano socialdemocratici (a quale titolo?) fa cadere le braccia per il tasso di semplicismo e, persino, disconnessione dalla realtà che vige nel CHP.

In buona sostanza, l’opposizione diffusa nei circoli nazionalisti e repubblicani a Erdogan, con la scusa del Gezi Park, ha trovato il modo di sfidarlo in piazza, sia pure da una posizione non di forza sul piano del consenso e senza una previa organizzazione e nell’assenza di obiettivi definiti. Tra l’altro, un simile modo di procedere ha contribuito a confondere i piani, perché mentre la protesta per il Gezi Park poteva convogliare molto consenso popolare in Turchia a favore dei manifestanti di Istanbul, la protesta generalizzata contro il Governo per il consumo di birra o i baci in pubblico ha contribuito, invece, ad alienare ai manifestanti di Istanbul un consenso di cui almeno potenzialmente avrebbero potuto beneficiare anche dall’entroterra anatolico.

Il risultato di tutta questa improvvisazione, incapacità e ottusità politica è stato unicamente controprudecente, cioè quello di sfidare la bestia sul terreno della forza. E la bestia inevitabilmente ha prevalso anche grazie al controllo dei principali centri di potere.
Ma le cose non sono finite qui. L’emersione di uno scandalo di corruzione nel mese di dicembre non ha affatto indebolito Erdogan. Anzi, egli con molta tempestività è passato subito alla controffensiva, prima con un rimpasto di Governo grazie al quale si è liberato peraltro di alcuni ministri francamente inguardabili conservando invece i migliori (tra cui Ali Babacan) e poi con un progetto di legge volto a mettere il guinzaglio alla magistratura. Da ultimo, vi è stato uno spostamento enorme di funzionari pubblici (tra magistrati e poliziotti) deciso d’autorità dal Governo a scopo precisamente intimidatorio nei confronti di tutti coloro i quali avessero intenzione, col loro lavoro, di controllare l’attività governativa.

La frattura apertasi internamente al Partito di Erdogan (AKP) dopo la crisi del Gezi Park col movimento gulenista si è poi approfondita e parrebbe ormai di potersi dire che Erdogan ha avuto la meglio, almeno per ora, nei confronti di Gulen e del suo movimento educativo islamico che in Turchia controlla parecchie scuole private, che potrebbero essere chiuse da un momento all’altro se solo Erdogan lo volesse.

Va detto, comunque, che l’esecutivo Erdogan non brilla di certo per standard morali. È chiaro che tutta l’attività edilizia dello scorso decennio è stata consentita dietro pagamento di tangenti. In più, occorre osservare che, ad avviso di Erdogan lo scandalo relativo alla corruzione è scoppiato per colpa degli Stati Uniti, tant’è vero che egli ha invitato senza giri di parole l’Ambasciatore americano, Ricciardone, a farsi gli affari suoi. Ma perché prendersela con l’Ambasciatore degli Stati Uniti? Perché, come avevamo raccontato tempo fa (senza che all’epoca fossero stati precisati i contorni di una simile operazione), evidentemente la vendita di una partita d’oro all’Iran, paese sottoposto a regime sanzionatorio (non lo si dimentichi), per cercare di coprire un buco nella bilancia dei pagamenti turca, è avvenuta con profili potenzialmente illegittimi.

In altri termini, è persino possibile che siano state pagate tangenti al regime iraniano per convincerlo a prendersi quell’oro. Ovvio che l’operazione non sfuggisse agli Stati Uniti.

Dal punto di vista internazionale, inoltre, si deve notare come la Turchia soffra di un isolamento sempre più forte, essendo stato l’unico paese a schierarsi per un intervento in Siria anche quando era ormai evidente a tutti che non avrebbe avuto più luogo. Per di più, la Turchia si trova isolata nel contesto regionale per l’evidente ostilità di tutti i suoi vicini. Di qui la volontà di riavvicinarsi almeno all’Iran, ciò che però ha messo la Turchia in rotta di collisione frontale con gli Stati Uniti. Progressi non si vedono poi nel percorso di avvicinamento all’Unione Europea.

È vero che la Turchia ha firmato il c.d. accordo di riammissione, propedeutico alla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi in ambito Schengen, ma se ciò ha fatto è stato solo per cercare di battere un colpo in politica estera da una posizione di debolezza, mentre il percorso di liberalizzazione dei visti durerà, come minimo, tre anni e alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, hanno già dato a intendere che non intendono fare molte concessioni alla Turchia.

A rendere ancor più complicato il quadro ci si è messa anche la situazione economica, che era in peggioramento già da un po’ di tempo. In coincidenza con la crisi del Gezi Park, è iniziato un fenomeno di svalutazione della lira turca per via di un deflusso di capitali dal Paese. Ricordiamo che in Turchia i capitali stranieri sono per lo più a breve, dunque sono facilmente ritirabili in assenza di meccanismi di controllo sui movimenti di capitale.

Al momento, la svalutazione della lira turca dovrebbe sì favorire un aumento delle esportazioni turche, ciò di cui l’economia turca ha bisogno visto lo squilibrio della bilancia commerciale turca. Tuttavia, questa svalutazione avrà sicuramente due effetti negativi.

Aumenterà il costo delle importazioni, che comunque resteranno superiori quantitativamente alle esportazioni per via dei problemi del sistema produttivo nazionale, in un momento in cui, per difendere la lira turca sui mercati, la Banca Centrale ha peraltro dato quasi fondo alle riserve in valuta straniera, che in caso di crisi dovrebbero servire appunto o a pagare i debiti o le importazioni. Aumenteranno poi i prezzi dei prodotti importati, tra cui le materie prime energetiche di cui la Turchia manca. Di risulta vi sarà un aumento potenzialmente esplosivo dell’inflazione, in assenza di una politica dei prezzi a livello governativo.

La posizione della Turchia è poi internazionalmente sfavorevole perché il rialzo dei tassi annunciato dalla Federal Reserve americana non le giova, al pari peraltro di quanto accade per esempio all’Argentina colpita nello stesso tempo dalla svalutazione del peso (qui però verrebbe da domandarsi come sia possibile che una parte della sinistra europea continui a ritenere un Governo come quello della Kirchner di sinistra, quando siamo alle prese con un paese nazionalizzato e ridotto all’autarchia e che adesso sconta l’eccesso di nazionalismo insito nel kirchnerismo; d’altronde anche durante il regime in Italia esisteva l’ala sinistra del fascismo e non si vede perché altrettanto non si possa dire per il peronismo argentino che è molto somigliante al parente prossimo del fascismo italiano), poiché i capitali che erano affluiti, per convenienze di rendimento, ai c.d. BRICS ora inizia il viaggio di rientro verso gli Stati Uniti grazie ai rendimenti superiori che si annunciano con l’acquisto dei bond americani.

In questo momento, la Banca Centrale turca ha iniziato una politica monetaria restrittiva, basata principalmente su un aumento dei coefficienti di riserva bancaria e su un aumento dell’overnight interbancario, astenendosi dall’aumentare il tasso di sconto per evitare di mandare in recessione l’economia in un trimestre, l’attuale, che si annuncia piatto in termini di crescita del PIL.

Le istituzioni turche si trovano dunque di fronte a un dilemma classico di politica economica, che molto probabilmente verrà risolto dalla Banca Centrale all’ultimo momento utile, quando Erdogan sarà giocoforza costretto ad accettare una misura simile per evitare che la situazione esploda.

Nel contesto odierno, è quindi indispensabile in Turchia, un paese dove il livello culturale medio non è avanzato e dove le persone di conseguenza soffrono acutamente gli stress psicologici invididuali e collettivi derivanti da shock, un governo presente e deciso, con un occhio attento alla tempistica.

Ne segue molto facilmente che Erdogan farà di tutto, anche con misure di tipo autoritario (come ha già iniziato a fare), per rimanere in sella, pur cercando di evitare di attirarsi troppo le critiche dell’Unione Europea o degli Stati Uniti. Il che peraltro è conforme a una personalità autoritaria come la sua, intollerante al dissenso anche all’interno del governo.

Resta da chiedersi solamente se l’autoritarismo di Erdogan, per quanto appunto connaturato alla psicologia del suo personaggio oltre che al modello politico di cui è rappresentante, non sia stato inutilmente provocato al momento sbagliato da un’opposizione parlamentare incapace e irresponsabile, priva di mezzi per confrontarsi con un partito, l’AKP, dotato di una guida certamente non illuminata dal punto di vista intellettuale, ma molto più scaltra dei propri avversari.

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