CRISIS, Italia, Politica

SICILIA: Un’elezione storica

di Nicola Melloni (Londra)
48% di votanti, e c’è pure chi canta vittoria. Si parla di successo storico, di pagina nuova per la Sicilia. A me non sembra. I partiti che sostengono Crocetta sono (circa) gli stessi che sostenevano Lombardo, UDC e PD. Non proprio un segnale di grande cambiamento per una regione i cui ultimi 2 presidenti sono condannati (nel caso di Cuffaro, ex UDC) o sospettati (Lombardo, MPA che ancora ha grande successo in Sicilia) di collusione con la Mafia.
Crocetta sarà anche meglio dei 2 personaggi in questione – e ci vuole davvero poco – ma si porta dietro una classe politica che è invischiata fino al collo in quelle gestioni criminose. Sarà anche la prima volta che il PD vince – ma per vincere ha fatto un patto luciferino, rinverdendo quello già fatto per sostenere Lombardo. E si, ha vinto, ma ha vinto con un risultato imbarazzante, il 12% che in termini assoluti (cioè contando il 50% degli eletti) è qualcosa di patetico.

Proprio l’astensione ed il boom di Grillo (ampiamente anticipato) sono i 2 veri dati storici di questa tornata elettorale, segnalano un disagio, uno scontento che ormai ha raggiunto livelli pericolosi. Una società, quella siciliana, ma quella italiana più in generale, che si sta sfasciando, che ha perso ormai i suoi riferimenti politici, culturali ed economici, atomizzata, marginalizzata, che non trova rappresentanza. Una società post-democratica.

In questo trauma collettivo sentiamo le solite raccomandazioni, i soliti appelli, a cominciare da Bersani – riporteremo gli elettori alle urne, ascolteremo il disagio. Sarebbe curioso sapere in questi anni quali fatti sono seguiti a tutte queste parole. Tanta retorica, nessun fatto. Il sospetto è che siano parole di circostanza, perché alla politica italiana fa comodo un popolo sconfitto e abbattuto, che non cerchi davvero il cambiamento.

FONTE: Resistenzainternazionale.blogspot.it

Discussione

4 pensieri su “SICILIA: Un’elezione storica

  1. Elezioni in Sicilia: terremoto in arrivo e mosse disperate

    di Aldo Giannuli – Aldo Giannuli Blog.

    In sintesi:
    -il Pdl si squaglia come un gelato all’Equatore, passando da 900.000 a 247.000 voti (persi più di 2 su 3);
    -il Pd “vince” ma perdendo 248.000 voti (1 su 2);
    -l’Udc, non solo non intercetta un voto di quelli persi dai partiti maggiori, ma ne perde 130. 000 dei suoi (più di 1 su 3);
    -la lista Sel-Federazione della sinistra va malissimo perdendo 25.000 voti sui risultati del 2008 (il peggior risultato in assoluto, rispetto al quale c’era stata una ripresa alle europee dell’anno dopo);
    -il Movimento 5 stelle decuplica i voti rispetto a 4 anni fa e sfiora il 15%.

    L’astensione, per la prima volta nella storia delle consultazioni elettorali dal 1945 in poi, supera la metà degli elettori.

    Il quadro mi sembra chiaro: se le formazioni di destra si dissolvono, il Pd non rappresenta alcuna alternativa ed affonda più lentamente del suo concorrente, ma affonda. Non è la crisi della maggioranza di destra, ma la crisi del sistema politico che precipita. Se si trattasse di indicazioni valide a livello nazionale, dovremmo dedurre che i partiti interni al sistema non superano il 35% dei consensi totali.

    E, infatti, il boom delle astensioni è un evidente segno politico di ritiro della fiducia degli elettori nei confronti del sistema nel suo complesso.

    Qualcuno argomenta che gli elettori voltano le spalle alla politica in favore dei “tecnici”, sperando di risolvere i problemi del paese fuori della politica ed affidandosi ad una tecnocrazia illuminata. I sondaggi sembrano avvalorare questa ipotesi garantendo che Monti, pur in calo rispetto ad un anno fa, gode pur sempre della fiducia del 54% degli intervistati. Non so a voi, a me parlando con la gente, da almeno sei mesi capita di incontrare solo quelli del 46% che bestemmiano appena gli nomini Monti e non uno del mitico 54% che lo appoggia. Inizio ad avere il sospetto che quei sondaggi siano solo marchette.

    Non credo che, se anche Monti trovasse il coraggio di fare una sua lista, la situazione muterebbe di molto, perché l’ondata di (immotivato) entusiasmo che accompagnò la sua ascesa a Palazzo Chigi si è ormai dissolta da tempo senza lasciare alcuna particolare traccia.

    Il punto è la totale assenza di offerta politica: i partiti dicono tutti le stesse cose (cioè niente) ed il dibattito politico è ridotto ad un teatrino di mediocrissime macchiette da avanspettacolo come Berlusconi, Bossi, Maroni, Bersani, Renzi, Casini, Fini, Vendola… Un teatrino che non appassiona più nessuno, perché emergono solo i personalismi privi di una qualunque idea.

    Ma anche i tecnici hanno deluso: la loro grande scienza è servita solo a gonfiare di tasse la gente, portando il paese in recessione, facendo aumentare il rapporto Debito pubblico/Pil, restando a valori elevati di spread e, beffa finale, per incassare meno entrate fiscali dell’anno precedente. In altro momento commenteremo il senso di questa politica economica, qui ci limitiamo ad osservare come la percezione del disastro sia abbastanza netta fra la gente.

    Resta l’urlo della protesta attraverso il voto alle liste di Grillo che travolge ogni resistenza avviandosi di slancio ad una affermazione nazionale senza precedenti. Ed il segnale è chiaro: sin qui il M5s aveva avuto forti affermazioni solo in Piemonte ed Emilia e risultati consistenti in Veneto, Liguria e Toscana, ma non aveva avuto risultati significativi nel sud. Ora “sfonda” in Sicilia; per di più, in breve voteremo in Lombardia e Lazio, regioni sciolte per la valanga di scandali: tutta biada per Grillo ed i suoi, per cui non è difficile prevedere che anche in quelle regioni ci sarà una valanga di astenuti ed un balzo in avanti del M5s. Come dire che Grillo arriverà alle politiche con il vento in poppa, dopo una raffica di successi e, se sino a settembre si poteva pensare ad una affermazione contenuta fra il 10 ed il 14%, ora diventa realistico pensare che possa sfondare il 20 e sfiorare il 25%.

    E questo sarebbe il prodotto dell’azione concomitante del trend ascendente del movimento e della valanga astensionista: se Grillo prende 5 milioni di voti (che, in condizioni normali, con una partecipazione intorno all’80%, equivarrebbero ad un 14% circa), ma i votanti scendono a 21 milioni (il 47% del totale), la percentuale è del 23,80%.

    Grillo ci ha dimostrato di sapere ben interpretare il disagio diffuso e la rabbia della gente (ne prendano diligente nota Vendola, Diliberto e Ferrero che rischiano seriamente di essere spazzati via), ma non ci ha ancora dimostrato di saper produrre risultati politici in positivo ( e se ne possono avere anche stando all’opposizione). Ragione di più, per la sinistra di guardare con interesse a questo fenomeno, cercando di sinergizzarsi con esso. Il M5s può contribuire a ridare slancio vitale ad una sinistra avvizzita e spenta, ma questa (se riesce a scavare criticamente nella sua esperienza storica) può aiutare il movimento ad irrobustire il suo –per ora gracile- profilo programmatico.

    Se le tendenze dovessero restare queste (e dando per scontato, a questo punto, che il sistema elettorale resti il Porcellum) la cosa più probabile è che il Pd vinca alla Camera aggiudicandosi il 54% dei seggi, ma potrebbe non vincere al Senato, il che riaprirebbe la porta ad un orrido governo Monti bis, oppure si potrebbe tentare una intesa con il M5s su alcuni punti qualificanti (e in questo senso sembra andare Crocetta nelle sue prime dichiarazioni).

    In effetti, le formazioni di destra si stanno squagliando: la Lega è ormai un residuato bellico, il Pdl sta annegando negli scandali, l’Udc è archeologia democristiana che non interessa più nessuno e, soprattutto, Berlusconi, che è stato per 20 anni il perno di questa destra, non ha più nessuna credibilità. Le sue disperate giravolte (“Mi candido”, “No, ci penso”, “Ma forse mi candido”, “No: mi ritiro definitivamente”, “Vado in Kenia”, “faccio cadere Monti”, “Sono costretto a restare in scena…”) non fanno che bruciare quell’estremo residuo di prestigio che aveva.

    L’uomo è finito ed, anche se non vuole ammetterlo, lo sa anche lui. E le sentenze di condanna ora fioccheranno.

    A proposito, un inciso: pur ritenendo fondata la motivazione della condanna di Berlusconi, mi ha lasciato perplesso l’espressione usata dal giudice “naturalmente portato a delinquere” che si richiama agli artt. 108 e 109 dei quali, in altri anni, chiedevamo l’abrogazione, in quanto espressioni della cultura giuridica fascista propria di Alfredo Rocco e di derivazione lombrosiana. Anche se non ho un’idea positiva del Cavaliere, resto convinto dell’opportunità di espungere dal codice quell’orrore fascista e, pertanto, non posso approvarne l’uso in ogni caso. Per di più, credo che si tratti di una frase inutile, che non aggiunge nulla alla sostanza della vicenda penale e si presti ottimamente alle campagne vittimistiche berlusconiane. Nel complesso un errore, ma ci risiamo con la pretesa dei magistrati di giudicare in interiora hominem.

    Tornando all’asse principale del discorso, se le espressioni politiche che la destra ha usato in questi anni sono in aperta liquidazione, questo non significa che la destra non esista più e non ci sia il potenziale per una sua ripresa.

    C’è una massa di elettori di destra calcolabile intorno agli 8 milioni di voti che si sta astenendo (non ci vuol molto a capire che è quello il principale flusso anche alimenta l’area del non voto) perché non trova uno sbocco decente, ma che potrebbe nuovamente coagularsi ed in breve, intorno a qualcosa di nuovo se ci fosse qualcosa di credibile.

    Per ora non si vede nulla del genere all’orizzonte, per lo meno in termini elettorali, ma le sorprese sono sempre possibili. Dunque, non vendiamo la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.

    Fonte: http://www.aldogiannuli.it/2012/10/elezioni-in-sicilia/#more-2383.

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    Pubblicato da cambiailmondo | 30/10/2012, 18:22
  2. Una vittoria sulle macerie
    di VALENTINO PARLATO

    Voto seriamente allarmante quello di domenica in Sicilia e c’è poco da consolarsi con la vittoria di Crocetta (Pd, Unione di centro, Movimento Politico, Unione consumatori) con il suo 31% dei voti, che resta tuttavia al di sotto del 40% realizzato dalle altre liste di destra.
    Il vero allarmante vincitore di questa prova elettorale è il partito degli astensionisti (di destra e di sinistra) che ha raccolto il 52,58% dei voti. E se poi aggiungiamo il 18,40% raccolto dai grillini, possiamo dedurne che due terzi dei siciliani si sono posti fuori dal sistema attuale dei partiti. Siamo proprio alla totale svalutazione del sistema politico: lo spread democratico si è messo in gara con quello valutario.
    Su questi dati si dovrebbe seriamente riflettere e stare attenti, evitando, come sta facendo Bersani, di ubriacarsi con la «vittoria storica» in Sicilia. Certo gli astensionisti sono anche di destra, motivati forse dall’ultima uscita anti Monti di Berlusconi.
    Il risultato del voto in Sicilia – lo ripeto – è un segnale fortissimo della crisi italiana, non solo della sinistra, ma soprattutto. Su questo dovrebbe svilupparsi un’analisi più approfondita delle cause della crisi della sinistra e, conseguentemente, della democrazia. Se siamo decaduti al «governo tecnico» non è tanto per il debito pubblico, ma per le insolvenze democratiche e culturali.
    Ma non attendiamoci uno scatto di iniziativa delle attuali frammentate forze di sinistra. Dire che in Sicilia c’è stata «una vittoria storica» è solo prova della pervicacia del non guardare la realtà, di cecità e c’è un detto su dio che acceca chi vuol perdere. Ma ci si può accecare anche da soli.

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    Pubblicato da cambiailmondo | 30/10/2012, 18:23
  3. L’orchestra che suona mentre affonda il Titanic: metafora realistica delle elezioni regionali siciliane.
    di Giovanni Abbagnato

    Le importanti elezioni regionali in Sicilia sono già facilmente archiviate perché non si era mai vista una campagna elettorale così priva di un minimo di mordente da tutte le parti in campo, se si eccettuano gli effetti speciali imposti da Grillo che per movimentare la situazione non ha esitato – novello messia – ad attraversare le acque e a scalare le montagne.
    Certo, adesso si pongono inevitabilmente le questioni del governo che tutti vorrebbero evitare perché nessuno sa bene che pesci pigliare. Quindi, non ci si può aspettare un sincero entusiasmo ribollente dei vincitori, né una volontà di reazione degli sconfitti. Si tratterà, semplicemente, di un’incombenza di ruolo che tutti dovranno necessariamente giocare, senza sapere bene come, per provare, comunque, a lucrare qualcosa da queste elezioni, se è possibile, ignorando lo sfacelo socio – politico che esse complessivamente consegnano alla società siciliana e, più in generale, italiana.
    Crocetta ha vinto e dice che con lui cambia la storia, salvo, subito dopo, balbettare penosamente al microfono quando si tratta di disegnare formule di governo, coalizioni possibili. Come se non dovesse lui avere idee chiare su come costituire un esecutivo che dovrà affrontare l’annunciato default della Regione Siciliana, con lo sfondamento del patto di stabilità economica, sia sul piano della spesa che degli impegni. Parla a scatti dicendo di non voler fare accordi con partiti, ma di volere andare in aula, volta per volta, con delle proposte che se buone non dovrebbero incontrare lo sfavore di nessuno. Straordinario il candore, ma anche la confusione mentale, di chi ha annullato in un solo colpo i diversi valori di ispirazione politica e gli interessi in campo, spesso contrastanti. Qualcuno che ascoltava queste dichiarazioni marziane sulla strategia politica del neo-eletto esprimeva la sua incredulità, con l’antico ma sempre valido detto: <>.
    In realtà il primo, ma non unico, problema dell’innovatore – partito da Gela e arrivato a Bruxelles, come più di qualcuno dice, dopo un troppo repentino passaggio al Pd – è di fare passare per forza politica del cambiamento, animato da volontà di discontinuità rispetto alla tradizionale politica dominante in Sicilia, niente poco di meno che l’UDC siciliano.
    In questo senso, tanto per fare uno dei tanti esempi possibili, si può semplicemente notare che dopo la cacciata politica e la condanna penale di Cuffaro per la sua gestione della sanità, considerata clientelare e criminale, adesso ad affiancare Crocetta ci sarà il deputato uscente Nino Dina, braccio destro di Cuffaro, soprattutto nella gestione della sanità. Si direbbe, ma le seconde file non sono quasi sempre peggio delle prime, specialmente se vanno da un versante politico all’altro con tanta repentinità?
    Si, va bene, dirà qualcuno, ma all’Assessorato della Salute andrà Lucia Borsellino, figlia del giudice martire di mafia, mentre la zia Rita nell’appoggiare Giovanna Marano, evidentemente considera il candidato governatore, che ha chiesto ed ottenuto la collaborazione della nipote, come quell’ambiguo inciucista di cui si parlava tra Sel e Federazione della Sinistra – anch’essi in scarsa sintonia – che traccheggia con brutti arnesi della politica siciliana pur di soddisfare la sua ambizione. Che confusione regna anche tra le vestali della buona politica antimafiosa. E, comunque, a proposito di soggetti, più o meno tecnici, convinti da Lombardo a prestarsi alla politica per cambiare il modo di amministrare, ricordiamo che certi tecnici virtuosi come Massimo Russo, Giosuè Marino, Marco Venturi, Angelo Vecchio e altri, dopo avere accettato la poltrona, si sono dimostrati pronti a prendere le distanze in modo roboante dal governatore scoperto solo allora come un difensore di interessi di clientele, perfino affaristico – mafiose, casualmente quando il loro mentore Lombardo era costretto alle dimissioni. Che acume quello dei “tecnici virtuosi” e, soprattutto, che tempestività hanno dimostrato….a scappare dalla barca che affondava!!!.
    La domanda finale è la seguente. Quando Lucia Borsellino scoprirà che un suo riferimento obbligato e fondamentale sarà Nino Dina, deputato di scuola cuffariana, “specializzato” in occupazione clientelare della sanità, dirà che non ne sapeva nulla? Se così dovesse succedere – non glielo auguriamo di certo – non le rimarrà che trovare una “via di fuga”, magari un po’ meno ridicola di quella inventata da Massimo Russo che dopo avere scoperto chi era veramente Lombardo – duro di comprendonio l’ex magistrato – restava assessore, ma senza partecipare alle Giunte di governo, già disertate formalmente da altri ex assessori fulminati dal raggio della conoscenza sulla via di Damasco, anzi, sulla via delle dimissioni ignominiose di Lombardo.
    Intanto il segretario del PD Bersani esulta per il trionfo siciliano che gli da il via libera per il governo nazionale con l’UDC, sempre che nel frattempo trovino il coraggio di lasciare la ciambella di salvataggio di Monti. Salvataggio per loro, ovviamente, perché in realtà larghissime fasce di popolazione sotto Monti stanno annegando e di brutto. Tuttavia, a parte l’ormai costante, infausta coincidenza tra gli auspici di Bersani e la disfatta delle sue coalizioni, chissà se il segretario con la patente pirandelliana è almeno consapevole dell’estrema debolezza che questo risultato siciliano consegna al suo governatore eletto, con la possibilità di chiusura della legislatura a tempo di record?
    Dall’altra parte, c’è un centro – destra disfatto dalle faide interne sempre più profonde e l’ormai rottura di argini lascia passare pubblicamente perfino un’insubordinazione inconcepibile fino a pochi anni fa, ossia l’attribuzione di responsabilità a Berlusconi di avere danneggiato il partito siciliano con l’ultima sua mattana, stavolta contro il governo Monti. Tuttavia, non va taciuto che, nonostante le lotte interne, la somma dei voti di Musumeci e Miccichè avrebbe dato oltre il 40% al cosiddetto centro-destra siciliano che, in realtà, è molto più e molto peggio di una coalizione reazionaria e conservatrice. Questo non è un dato ininfluente perché quando all’Assemblea regionale si presenteranno le questioni “serie”, i grandi affari, allora si che si giocheranno altre partite in cui pezzi di comitati politico – affaristico – mafiosi si potrebbero ricompattare invischiando, inevitabilmente, anche l’azione del governatore antimafia che potrebbe essere irretito da un sistema impressionante di trasversalità su obiettivi politici “concreti”, convinto com’è, forse solo per disperazione, che i voti li dovrà andare a cercare uno per uno e ogni giorno in assemblea. Ma questo, forse perché a Crocetta nel frattempo hanno detto che è tradizione dei deputati dell’Ars lavorare pochi giorni all’anno e rinviare tanto.
    Per “volare più in alto”, si fa per dire naturalmente, si può dire che Monti, e la melassa che gira attorno a lui in salsa Casini, Montezemolo, ecc – inaspettatamente investiti da Berlusconi che vorrebbe fare saltare il governo per sfogare la sua rinnovata ira di pregiudicato – viene rafforzato dal test, oggettivamente importante, rappresentato da questo voto siciliano che ha dimostrato la costante erosione dei partiti, più o meno tradizionali, che con un assenteismo dalle urne di oltre il 50%, un’altissima percentuale di schede annullate e il tracimare dell’onda del movimento cinque stelle, vicino al 20%, non dovrebbero sentirsi a proprio agio, nonostante gli improbabili entusiasmi a cui si abbandonano anche personaggi tradizionalmente tetri della politica nazionale.
    Ma tornando in Sicilia, come al solito è successo tutto e niente insieme. Non ci si può aspettare un governo diverso, se non in peggio, da quello precedente che ha devastato la Sicilia con il Pd ormai da considerare un pezzo del sistema politico isolano, ma con la solita tempestività della sinistra moderata, quando tutto sta crollando.
    E l’altra sinistra, quella radicale e leggermente – appena un po’ – antagonista fatta da Sel e Federazione della sinistra? Qualcuno ha tacciato violentemente di disfattismo chi si era permesso di considerare l’incredibile pastrocchio che aveva determinato l’esclusione della competizione di Fava, non come quella sorta di congiura giudo-pluto-massonica che in modo ridicolo veniva avanzata dai “fancazzisti” della coalizione, ma come la chiave di lettura di un modo di fare politica di chi si compiace di essere buono, bravo e anche bello, che non guasta, mai, senza doverlo dimostrare. Come dire, oltre che “l’Unto del Signore” in versione originale da caimano, a sinistra si contrapponevano in Sicilia altri due “Unti del Signore”, uno più vicino agli ex democristiani – che infatti ha vinto – e l’altro che non aveva bisogno nemmeno di parlare di politica, oltre che di studiarsi i regolamenti allegati alla legge elettorale.
    E i grillini? Sono l’unica relativa incognita, anche se i più, tra quelli che li hanno generosamente premiati, non si aspettano da loro grandi soluzioni politiche per i problemi della Sicilia. Eppure, al di là delle giustificate allergie per i “santoni” in politica, come altrove, e per le confuse derive ideologiche di movimento “5 stelle” e del suo leader sarebbe sbagliato derubricare il loro exploit elettorale – oltre il 18% – solo come un’irresponsabile ondata protestataria. Probabilmente, molto del voto ai grillini, piaccia o no, nella mente degli elettori ha avuto un suo preciso profilo politico riassumibile nell’opposizione al tentativo di queste ore dei partiti tradizionali di dimostrare che, comunque, nulla di particolare è successo, sostenendo, come al solito, che tutti hanno vinto e da qui in avanti si apre…ecc. ecc. ecc.. La solita, drammatica storia dell’orchestra che continua a suonare mentre il Titanic affonda. Probabilmente l’unico nesso politico vero di queste elezioni è rappresentato dalla convinzione di molti che tutto sarebbe stato meglio della palude politica di cui l’assemblea della Regione Siciliana è sempre stata simbolo e metodo di governo attuato dalla società politica nel suo complesso.
    Si potrebbe continuare a parlare a lungo delle contraddizioni – antiche e nuove – di questa competizione elettorale siciliana e del fatto che rappresenti regolarmente un laboratorio per tutto il Paese dovrebbe fare riflettere molto, oltre che accapponare la pelle.
    Allora, forse, si può ricominciare a pensare su presente e futuro da quel punto da dove la politica, come la storia, riparte sempre. Possibilmente, senza dare la stura alle farneticazioni di qualche “rivoluzionario della domenica” convinto che la Sicilia finalmente è cambiata dando un segnale di rivoluzione socio-culturale da “bel sole dell’avvenire” che non a caso nell’Isola solo in concomitanza con le elezioni ha congedato l’estate.
    A quanti non si rassegnano e non aspettano l’evento salvifico, la formula rivoluzionaria o altre menate del genere, va detto con onestà intellettuale, ma senza piagnistei, che anche stavolta è successo tanto ed è successo niente insieme perché il dopo dipenderà da chi riuscirà a partire dal confronto con tantissima gente che vota come vota per innumerevoli motivi, ma poi spesso vive il dramma di sentire, se stesso e i propri figli, superflui per le enormi difficoltà ad andare avanti.
    Andare avanti per scoprire forme di politica, insieme vere e concrete, in ogni luogo dove si stringono gli spazi dei diritti, individuali e collettivi, di tanta gente che non ha lavoro, perde quello che aveva o è costretto ad accettarne uno disumano, che non riesce a pagare una casa o che non sa cosa dire ad un giovane o a un anziano, accomunati tragicamente da una terribile sensazione di inutilità.
    Poi, se queste pratiche di perseguimento di valori politici rivolti soprattutto a chi soffre il disagio e l’esclusione sociale – oggi sempre più numerosi – le vogliamo definire “vertenzialità diffusa”, “nuova resistenza”, “progetto politico dal basso”, o anche semplicemente “pasquale”, questo non è molto importante.
    Forse, più importante è sfuggire ai tentacoli, immobilizzanti e talvolta asfissianti di una politica, più o meno tradizionale, la cui esistenza non si può e non serve negare. Forse serve affrontare che c’è una politica che può essere fatta anche senza “poltrone”, “costruendo società” in mille pratiche che riguardano la vita di ogni giorno della gente e che, mentre apre percorsi nuovi – dai diritti primari, alle forme del lavoro, all’utilizzo dei beni comuni – sa chiedere conto, in piena autonomia, a chi pensa ad una politica tanto autoreferenziale da potere fare a meno anche della gente che non ha potere e nemmeno voce.
    Certo è che l’impressione che si ha sentendo parlare in queste ore i politici dei risultati elettorali in Sicilia è quella, come ai tempi dei giullari, rappresentata in tempo di crisi da un comico – beninteso uno di quelli che non arringano le folle, ma fanno solo il loro mestiere di irridere il potere. Il comico metteva in bocca ad un politico “navigato” la seguente frase: “se la politica non interpreta la volontà degli elettori si possono sempre cambiare …gli elettori”.
    Giovanni Abbagnato.
    redazione de “I Siciliani”

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    Pubblicato da cambiailmondo | 30/10/2012, 18:24
  4. Senza sorprese –

    Senza sorprese, in fin dei conti, le elezioni siciliane: il Pd elegge
    il Presidente della Regione grazie all’alleanza con l’Udc che
    nell’isola continua ad avere il suo più consistente bacino elettorale;
    la destra è in rotta; Grillo raggiunge la percentuale che i sondaggi
    gli danno dai tempi di Parma; la sinistra della sinistra che si allea
    con se stessa è irrilevante. Non sorprende neanche il drammatico calo
    nella partecipazione elettorale: con un astensionismo valutato intorno
    al 40% a livello nazionale, ci sta che in una grande regione del
    mezzogiorno (dove si vota di meno che nel centro-nord), in un turno
    elettorale isolato e autunnale, venga raggiunta un’astensione record.

    Le conseguenze del voto, invece, sono un po’ più complesse.

    Intanto in Sicilia: le liste che hanno sostenuto Crocetta non hanno la
    maggioranza nell’Assemblea regionale siciliana. Il neo-presidente si
    dà forza dicendo che andrà in consiglio di volta in volta alla ricerca
    del consenso sulle sue proposte. Propaganda: se gli andasse bene,
    sarebbe un mercato delle vacche. Più ragionevole la ricerca di una più
    ampia maggioranza politica. L’Ars neo-eletta offre però solo due
    possibilità: una impossibile, l’altra inguardabile. Impossibile
    l’alleanza con i 15 deputati del Movimento 5 stelle. Inguardabile
    quella con i 15 deputati di Lombardo e Miccichè. Un vicolo cieco,
    insomma.

    Sul versante nazionale, invece, il voto siciliano è il secondo colpo
    di un micidiale uno-due contro l’Italia Bene Comune e l’accordo
    politico-programmatico Pd-Sel-Psi. Dopo l’ennesima ridiscesa in campo
    di Berlusconi, che ha scavato un solco tra Pdl e Udc, spingendo
    nuovamente quest’ultima verso un’alleanza con il Pd, le elezioni
    regionali siciliane sembrano santificare quest’opzione, quasi da tutti
    (tranne che da Bersani) intesa come alternativa all’alleanza Pd-Sel (e
    Psi). Se dovesse arrivare anche la riforma elettorale che toglie il
    premio che assicura una maggioranza parlamentare alla coalizione più
    votata, il gioco sarebbe fatto: Pd vincitore delle elezioni senza
    maggioranza parlamentare da ricercare alla Crocetta (volta per volta,
    provvedimento per provvedimento) o attraverso un rassemblement
    centripeto di tutti gli uomini di buona volontà, da Frattini a
    Bersani, passando per il deus ex machina Pierferdinando Casini:
    Montibis.

    Se questi sono gli esiti probabili delle elezioni regionali siciliane,
    chapeau a chi li ha perseguiti (centristi di destra e di sinistra).
    Resta però un interrogativo: chi invece non voleva simili risultati,
    perché ha concorso al loro conseguimento? Un’astuzia troppo fine, una
    dabbenagine inconsulta o un’impotenza manifesta?

    da Italia2013.org

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    Pubblicato da cambiailmondo | 30/10/2012, 22:28

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