Contro la guerra imperialista
Carlo Levi al popolo di Bari
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Discorso di Carlo Levi tenuto a Bari nel foyer del Teatro Petruzzelli il 22 ottobre 1967 (*)

Le bombe non vincono. Il Vietnam ha vinto.
Le bombe su Hanoi, sulle città e sulle campagne escono dalla buia foresta feudale della barbarie, residuo sanguinoso di riti arcaici che rifiutano la storia.
Cittadini di Bari, cari amici e cari compagni,
oggi 22 ottobre è il giorno culminante della settimana di lotta americana e mondiale contro la guerra nel Vietnam.
Mentre noi ci troviamo qui insieme, a Washington, a New York, in tutte le città degli Stati Uniti si raccoglie, ormai numerosa e fatta cosciente della complessità e profondità dei suoi fini, la migliore gioventù americana che non si accontenta più di parole generiche di protesta e di pace, ma vede attraverso un movimento di vera resistenza civile la necessità di una nuova visione dell’America e del mondo. Le prime notizie che possiamo vedere questa mattina sui giornali sono straordinariamente confortanti.
E’ l’America cosiddetta del dissenso, l’America dei giovani, quella che si chiama oggi “America dei fiori”, che si muove. E se voi soltanto vedete la cronaca, le notizie sommarie che troverete anche sul quotidiano locale, vi renderete conto che sono veramente due nazioni, direi quasi due visioni del mondo che si affrontano oggi sulle strade di Washington.
Leggete anche il resoconto della “Gazzetta”, che certo non è tendenziosa, e vedrete in maniera evidentissima questo affrontarsi dei giovani che portano i fiori e che parlano di pace e che irridono ai provvedimenti da guerra civile approntati dalle autorità a difesa del Pentagono con truppe in tuta mimetica, con bombe lacrimogene, con piastre mobili in acciaio elettrizzato, con tutti gli apparati di una tecnica la più moderna, che diventa veramente qualcosa di assurdo di fronte a questa semplice e giovane e fresca e libera volontà dei giovani, dei ragazzi, dei poeti americani.
Da questa spinta muovono in questo stesso giorno i giovani di tutte le città del mondo, su tutti i continenti, in tutte le nazioni: da Tokyo, da Londra, da Parigi, da Stoccolma, dalla Germania, dappertutto. E da noi, in Italia, riunioni come la nostra si sono svolte, si svolgono nel senso di una volontà comune che si esprime negli atti, che si intende e che si riconosce fraterna, che non ha bisogno di parole, poiché in essa si esprime quella amorosa somiglianza che nasce da una esperienza che é la stessa in tutti, anche in chi, per tutto il resto, ha idee e interessi diversi e talvolta contrastanti.
Forse è per questo senso di una identità universale del tempo e del sentimento, che mi sono risolto ad accogliere l’invito gentilissimo e a venire qui tra voi, qui a Bari dove non ho mai parlato in pubblico e non l’ho mai fatto, chissà, forse per un ritegno o un riguardo o un pudore fatto di affetto, di ricordo dei miei anni lontani di oscuro confino meridionale fra contadini, fra uomini che non parlavano. Non parlavano da secoli; dal muto tempo di secoli trascorsi fuori della storia. E ora essi parlano!
Come parlano i loro fratelli di tutti i Paesi del mondo, e una delle parole, forse la parola che li unisce e li tocca e li fa vivi e presenti, è quella che noi oggi qui ripetiamo: Vietnam.
Qualche mese fa ero in Sicilia per la marcia per la programmazione democratica della valle del Belice, di cui certo avrete sentito parlare. Una sera dopo una tappa nei fondi deserti, una tappa di 40 Km., 40 chilometri senza case, senza persone, da Santa Margherita Belice a Roccamena, arrivammo in un paese sperduto di contadini, appunto Roccamena. E’ un luogo remoto che difficilmente si immagina, il più remoto che veramente possa entrare nella fantasia e nella realtà, non come un qualcosa a pochi chilometri da Palermo, ma nel centro dell’India o delle Ande boliviane, chiuso nei limiti della solitudine e della mafia.
In un locale imbiancato a calce ai contadini qualcuno parlò dei problemi locali che erano il contenuto concreto della marcia: le strade, il lavoro, le scuole, la diga, problemi che Danilo Dolci persegue nell’intento di vincere lo spreco economico e lo spreco di energie umane che caratterizza la situazione di quel paese così infelice economicamente: acqua, mafia e tanti problemi hanno la valle del Belice e la Sicilia.
Poi, ed era notte ormai, si proiettarono diapositive della guerra nel Vietnam, e per poterle proiettare in quel rustico deposito contadino, dovemmo spegnere le altre luci elettriche per utilizzare quel poco di energia che proveniva da una unica presa per alimentare la lampada di proiezione. Un giovane attore nato a Roccamena, che era venuto per l’occasione, lesse un commento alle immagini che si proiettavano, ma per leggerlo dovettero accendere una candela ed a questo lume oscillante della candela la riunione continuò.
Il lume di candela, le immagini incerte sul muro bianco e immediatamente un‘attenzione profonda, un silenzio fatto di partecipazione riempì questa assemblea contadina e insieme nei visi degli uomini, nel brillare degli occhi degli uomini, delle donne, dei bambini che riempivano la sala, si intravide la coscienza dell’unità dei problemi, dell’unità del mondo.
Non eravamo più in un villaggio sperduto e isolato in Sicilia, perché quel luogo perduto e dimenticato era diventato per opera di quella coscienza uno dei luoghi veri, un centro vero nel mondo. Ed io sentii quella sorta di felicità che si sente soltanto quando ci si sente nel centro delle cose e nel centro della verità.
Ci fu anche allora, dopo, chi per timore, per viltà — più per timore dei potenti -, cercò di protestare e fu (mi dispiace dirlo) il sindaco di Roccamena, che del resto, invece, era per quanto riguarda gli altri problemi, addirittura presidente del Comitato per la valle del Belice, il quale disse che non era nei “patti” parlare del Vietnam e che quindi lui non si poteva associare, per quanto fosse contro la “guerra”.
Ora, la situazione, lì, dopo questo momento veramente straordinario di unità degli animi, dei cuori, dei pensieri e dei sentimenti si stava così sciupando. Ma c’era fra noi un vietnamita, Rubamai, un poeta, un rappresentante dei buddisti che vivono fuori del loro Paese. Un piccolo vietnamita che fu forse il solo a fare a piedi tutta la marcia di 180 Km., che con i suoi piccoli piedi fu forse quello che diede l’esempio anche di una resistenza fisica e morale, che forse nessuno aveva in grado così forte.
Ebbene Rubamai rispose al sindaco quando si accorse che la situazione diventava cattiva, nel senso che poteva nascere una polemica miserabile, in fondo. Rispose in un modo sorprendente, raccontò una parabola. Egli disse: «Nel mio Paese cera un professore, uno scienziato, che si recò a trovare il suo maestro che era un grande guru, un santo, un santo buddista, per parlare con lui di varie cose della saggezza; e il maestro, il santo, gli versò, come è usanza nel nostro Paese, per prima cosa, una tazza di tè, ma poiché parlavano, versò, senza fare molta attenzione, troppo tè nella tazza, tanto che una parte si versò sul piatto. Il professore, allora, si permise di dire al suo maestro: “Ma come, una cerimonia cosi del té è qualcosa che va fatta con estrema attenzione in un Paese dove le forme antiche conservano un valore simbolico e religioso!”. Il professore fece notare al maestro: “Perché hai versato il tè fuori della tazza?”. E il santo gli disse: “Hai ragione. Io ho versato il tè fuori, ma non ti preoccupare, perché quello che conta è versarlo, e se anche se ne versa troppo non importa, perché quello che conta, quando si versa la verità, non è di versarne troppa; quello che conta e che almeno una goccia di verità rimanga per noi”».
Con questa parabola, che fra l’altro ci mostrava con quanta poetica saggezza gli uomini del Vietnam, e con quanto dolce e profondo equilibrio sappiano affrontare delle situazioni che facilmente diventerebbero misere, minute, con questa parabola gli animi si calmarono, non soltanto, ma si ritrovò, veramente, quella unità che aveva fatto di quella riunione un momento unico e così degno di ricordo.
La verità, almeno una goccia di verità, appare ormai a tutti: la verità dei fatti è la verità delle occasioni e dei significati.
Certo occorre che ciascuno si liberi, direi, come qualche secolo fa, in un inverno freddissimo, vicino alla stufa, avvenne di farlo all’autore del Discorso sul metodo; che ciascuno si liberi da idee ricevute, delle parole accettate senza il controllo della falsità, della propaganda e della diplomazia, e, soprattutto, degli stessi luoghi comuni che, in ciascuno di noi, stanno dentro di noi, che noi non controlliamo; e allora questa verità, che ormai si è fatta strada in tutto il mondo, sarà a tutti ben chiara.
Io non intendo qui rifarvi, e neanche accennare, alla storia dei fatti, alla storia del conflitto vietnamita. Voi la conoscete tutti abbastanza per avere un giudizio personale; e del resto non sono questo o quel particolare, questo o quel documento, che possono mutare una realtà ormai evidente a tutti.
Voglio, invece, parlare un poco con voi del senso e del valore di questo dramma storico, della sua interpretazione, dell’azione dolorosa che ne deriva a ciascuno di noi, a ciascun uomo in un qualunque Paese del mondo.
Certo non siamo ancora alla fine della guerra vietnamita; non siamo alla fine dei dolori, delle stragi e dell’eroismo e neppure per quanto ci riguarda quello che noi, poco o molto, modestamente possiamo fare. Molti doveri e molte responsabilità ci aspettano ancora, anzi maggiori doveri e maggiori responsabilità, ma possiamo, tuttavia, in un primo bilancio, dire quello che mi dicevano dei vietnamiti, due-tre mesi fa, a Mosca, questa estate.
Mi dicevano, cioè, che l’America non può vincere la guerra. Mi dicevano: 500 mila uomini combattono, americani, nel Vietnam del Sud, e non bastano. I fatti l’hanno dimostrato. Non basterebbe neanche il doppio di uomini per vincere la resistenza Vietcong. Ma poiché erano i giorni dell’aumento della “escalation” dei grandi bombardamenti della zona cosiddetta smilitarizzata, e si parlava di una invasione (perché il problema è sempre lì, è una possibilità dibattuta dal Pentagono e che con molta facilità potrà anche essere tentata), mi dicevano: «Se invadessero il Nord non basterebbe, neanche allora, per vincere la guerra, né mezzo milione, né un milione di uomini. Con un milione di uomini nel Nord si troverebbero nella stessa situazione in cui con mezzo milione si trovano nel Sud. Occorrerebbero allora, probabilmente, altri due milioni di americani, il che, anche alla potentissima America del Pentagono, è praticamente impossibile.
Noi — mi dicevano questi scrittori e combattenti vietnamiti —, sappiamo resistere, sappiamo vivere sotto le bombe: abbiamo imparato a farlo da tanti anni, da quando eravamo bambini, da quando combattevamo contro i francesi; in fondo non conosciamo un altro modo di vita, noi sappiamo vivere nelle buche. I contadini scavano nelle loro capanne delle specie di fosse, e dormono e mettono le loro stuoie e i loro letti sopra queste fosse, e quando arrivano gli aeroplani non hanno neanche bisogno di alzarsi: ribaltano il letto e cadono nella fossa, e sono, già, lì, protetti contro le bombe.
Noi abbiamo vissuto cosi per vent’anni. Abbiamo imparato a far andare avanti il Paese in tutte le sue forme: a produrre, a lavorare, a studiare nel suolo, a dipingere, a scrivere, a fare l’amore sotto le bombe. Noi possiamo resistere molti anni, noi possiamo resistere per sempre».
Un sorriso mite, dolce era sui loro visi mentre mi dicevano, senza iattanza e senza presunzione, queste parole eroiche e queste parole di fiducia assoluta che corrispondevano alla verità e che non nascondevano i loro odii, sacrifici, stragi e terribili tragedie. Era un sorriso mite e dolce, ma nello stesso tempo una volontà durissima: le bombe non vincono, e, praticamente, possiamo dirlo, il Vietnam ha vinto. Del resto queste stesse cose che mi dicevano questi scrittori e combattenti vietnamiti, voi le potete leggere nelle documentazioni ufficiali, e del resto io non vi starò a fare nessuna citazione, ma questa è abbastanza interessante, è presa da un giornale delle relazioni internazionali: non è che il discorso di MacNamara nei riguardi della utilità o meno delle spedizioni, dei bombardamenti nel Vietnam del Nord.
MacNamara (tra l’altro sarebbe interessante, molto, leggere tutto il discorso, ma questo lo potrete leggere voi, dico, a titolo di indicazione), sui vari punti nei quali riconosce, praticamente, il fallimento dei metodi di guerra americani, dimostra la inutilità e lo scarsissimo risultato ottenuto finora da un apparato bellico addirittura unico al mondo nei riguardi del blocco dei rifornimenti ai combattenti nel Sud, e della possibilità di ricevere armi. Ma per quanto riguarda il punto fondamentale, quello che i generali americani ritengono e il presidente Johnson ritiene la ragione, la giustificazione dei bombardamenti indiscriminati delle città per fiaccare la volontà del Nord, lo stesso MacNamara dice: «Per quanto riguarda il fiaccare la loro volontà, non ho costatato, dai molti rapporti informativi che mi giungono, alcuna prova che mi induca a ritenere che una campagna di bombardamenti meno selettiva [questo è lo straordinario linguaggio, e vi pare che questa sia una campagna selettiva!…] non muterebbe la decisione dei leader del Nord Vietnam e del Vietnam del Sud, né dell’appoggio della popolazione.
L’economia del Nord Vietnam è agricola elementare. La popolazione conosce ben poco di quelle comodità e di quegli agi della vita moderna che la maggior parte di noi, abitanti del mondo occidentale, considera normali. Essa non deve contare, per il suo benessere, sul perfetto funzionamento delle grandi città. Essa può essere nutrita quasi normalmente, secondo le sue consuetudini, senza dover contare per il trasporto sugli autocarri o sulla ferrovia o sugli impianti per la lavorazione dei viveri. Inoltre attacchi aerei hanno distrutto l’ottantacinque per cento circa della capacità produttiva di energia elettrica del Paese. Ma è importante rilevare che un solo nostro impianto, come per esempio la centrale di Alessandria, produce energia in quantità cinque volte superiore a quella prodotta da tutte le centrali elettriche del Nord Vietnam prima dei bombardamenti.
A quanto pare, energia elettrica sufficiente ad attività belliche e servizi essenziali può essere fornita dai duemila generatori diesel attualmente in funzione. Poi, cosa forse più importante fra tutte, la popolazione del Nord Vietnam è abituata alla disciplina e alle privazioni, e privazioni e morte le sono familiari.
Le informazioni disponibili attestano che, nonostante un certo disagio provocato dalla guerra stessa, la popolazione continua ad essere disposta a sopportare le dure condizioni esistenti e ad obbedire agli ordini impartiti dal regime di Hanoi.
Vi sono ben poche ragioni per ritenere che qualsiasi livello di azione convenzionale aerea e navale (badate, “convenzionale’”, il che fa supporre anche una possibile intenzione di mezzi “non convenzionali” che significa “atomici”), a meno che non si tratti di bombardamenti sostenuti e sistematici nei centri abitati, toglierà ai nord-vietnamiti la volontà di continuare ad appoggiare gli sforzi che il loro governo conduce per rovesciare il governo del Sud Vietnam e impadronirsene».
Questo brano abbastanza agghiacciante, però, è la dimostrazione che gli stessi dirigenti americani hanno oramai chiara coscienza del fallimento della loro guerra, che, cioè, di fatto e in verità, il Vietnam ha vinto, ha già vinto; ma tuttavia esso può essere ancora sterminato totalmente, cancellato dalla terra, poiché la logica di questa atroce presa di posizione a questo può portare. Anzi, la costatazione della impossibilità dei mezzi convenzionali usati finora, per quanto di sterminata potenza, può veramente indurre, come induce, molti di loro, gli uomini del Pentagono, a passare a forme più atroci e più tremende, a fare “soluzioni finali”, come diceva Hitler, del problema; e quindi la vittoria, che non è solo la vittoria morale del popolo vietnamita, può essere nello stesso tempo anche la sua fisica fine, per quanto gloriosa possa essere la sua morte.
Per questo l’azione di tutti è necessaria, di tutti gli uomini del mondo; e per questa azione, anche qui, possiamo, senza vani ottimismi, dire che il movimento di opinione di tutti i Paesi del mondo ha, in questi anni di azione, anch’esso vinto, anche nel nostro Paese.
Io ricordo i primi proclami fatti all’inizio dell’intervento americano armato, con cui pochi intellettuali si rivolgevano al Paese senza sapere se avrebbero trovato una immediata risposta; ma questi appelli non sono caduti nel vuoto, e quei legami internazionali che si cercavano in un primo momento scrivendo proclami o in altri modi di questo genere non avevano neanche bisogno di essere cercati come un qualcosa che non si sapeva esattamente, perché la risposta, spontanea e naturale, venne da tutte le parti.
La situazione attuale è molto diversa per l’intervento massiccio dell’opinione pubblica, per il movimento dei lavoratori di tutti i Paesi del mondo, dei partiti e, soprattutto, per un fatto di coscienza: oggi non c’è più nessuno che osi difendere senza riserve la guerra del Vietnam. Io ricordo, appunto, come segno di questo mutamento, la ferma discussione che avvenne al Senato sul bombardamento americano, sull’intervento della flotta americana. Erano i tempi in cui si parlava di comprensione, di difesa (come parla ancora qualcuno) della civiltà occidentale, termine senza alcun senso storico e senza alcun valore di pensiero. Tutti i non-pensieri, tutte le non-verità, tutte le falsificazioni della servilità mentale e dell’interesse correvano per le bocche di certi politici.
Io ricordo che con quella certa, chiamiamola pure ingenuità, con cui possono guardare le cose per la prima volta, ero non so se allibito o scandalizzato o nauseato, dopo il discorso di un senatore, di cui non starò forse a fare neanche il nome perché si tratta di un morto, per quanto fosse una bravissima persona; ma l’incaricato del partito di maggioranza relativa a discutere il problema era un professore universitario, non so dirvi se fosse di Roma, credo fosse professore di qualcosa come diritto navale, aereo, una cattedra di questo genere, che intrattenne il Senato per un’ora, come una specie, veramente, di moderno azzeccagarbugli, di quelli che ce ne sono col latino dell’avvocato, dell’avvocaticchio, del giurista al servizio di interessi.
Su una discussione approfondita in termini giuridici sul diritto di rappresaglia navale, perché alcune giunche o barchette del Vietnam avrebbero assalito le grandi portaerei della 7* Flotta degli americani. Ora il povero senatore è morto e speriamo che sia in paradiso; ma le cose, grazie ai vietnamiti, grazie alla loro lotta eroica e grazie anche alla solidarietà universale, che è andata sempre più isolando questi creatori di guerra e di morte e i loro servi, le cose sono veramente mutate. Non si usa più neanche il termine “comprensione” e tutti, oggi, chiedono più o meno esplicitamente, chiaramente, con maggiori o minori riserve, la fine dei bombardamenti.
Lo chiede, persino, avete visto in questi giorni, l’Internazionale socialista, socialdemocratica, lo chiede anche la Chiesa, in questi giorni, con maggiore energia, devo dire con forse maggiore, direi, sincerità, con maggiore rispondenza a un fatto di coscienza e non tanto come una manovra politica. Lo ha chiesto anche il Convegno mondiale dell’Apostolato dei laici. Lo chiede, lo ha chiesto in Parlamento con un discorso del sen. Banfi, un eccellente discorso di quel soldato e antico partigiano, il Partito socialista unificato, il Psu, che è partito di Governo; e io credo che, anche se solo a mezza bocca, questo lo chieda anche il nostro ministro degli esteri, on. Fanfani.
Una adesione incondizionata alla politica e ai piani del Pentagono dell’aggressione americana è oramai ridotta ad astuzie e a battaglie di retroguardia, e si accompagna a cattiva coscienza.
Ma devo insistere, perché queste cose non avvengono per una libera elezione, ma avvengono, veramente, sotto una pressione che parte da tutti i Paesi, da tutte le classi sociali, da tutti gli uomini di vari partiti, uomini liberi. Devo insistere, ma quello che conta ancora di più è il profondo mutamento, il profondo sviluppo che si riscontra nell’opinione americana. Anche politici responsabili come Fullbright, grande capo del Partito democratico americano, parlano ormai chiaro e vedono chiaro, nei limiti, naturalmente, di una visione del mondo che è prettamente anche nazionale e americana.
Non possiamo chiedere, naturalmente, a Fullbright di diventare un difensore della rivoluzione; ma, tuttavia, se si scrivono libri come Sull’arroganza del potere, noi vediamo che la coscienza della reale natura del conflitto nel Vietnam si fa strada in maniera esplicita. A pagina 130 del suo libro Fullbright dice: «Perché gli americani combattono nel Vietnam? Secondo me per la stessa ragione per cui gli Stati Uniti intervennero militarmente in Guatemala nel ’54, a Cuba nel ’61, a Santo Domingo nel ’65». E a pagina 131, egli dice: «Si afferma che gli Stati Uniti combatterebbero contro l’aggressione e non contro l’ideologia nord-vietnamita, e che se si vuole portare la pace, l’altra parte non dovrebbe fare altro che smettere di fare quello che sta facendo». Ma che cosa stanno facendo, i vietnamiti, questo non dice Fullbright, lo potete leggere quando volete, cosa stanno facendo i vietnamiti del Nord se non partecipare ad una guerra civile e non in un Paese straniero, ma dall’altra parte di una linea di demarcazione che corre tra due settori dello stesso Paese; una guerra civile, per partecipare alla quale gli americani hanno varcato quindicimila chilometri di oceano. Che cosa farebbero di diverso di quello che fecero i Nordisti con i Sudisti di America un secolo fa, con risultati che adesso ben pochi dei miei amici del Sud rimpiangono. Questo è un riconoscimento ben chiaro e abbastanza profondo. Vale a dire che Fullbright, grande dirigente del Partito democratico, riconosce che la guerra del Vietnam, nel Vietnam, ha la stessa natura che aveva avuto la guerra dei Nordisti contro i Sudisti in America, e che quei risultati sono stati per l’America dei risultati positivi di acquisto di libertà; e non starò a continuare a leggervi delle citazioni, ma Fullbright in questo libro riconosce anche l’origine, da quando risale la responsabilità americana dell’intervento, che non è questa degli ultimissimi anni. Egli riconosce che l’assistenza militare ai francesi d’Indocina risale fino al 1950.
Nel settembre del ‘51 gli Stati Uniti sottoscrissero un accordo di assistenza economica diretta al Vietnam e nell’ottobre del ‘52 giunsero a Saigon duecento navi americane che trasportavano aiuti militari; nel ‘52, cioè, molto prima che cominciasse la guerriglia, l’azione del Vietcong; e del resto, perfino di Ho-Chi-Min, Fullbright parla non come di un fanatico asservito, come dicevano i nostri servi, ai piani palesi di Mao-Tse-Tung, ma come di un patriota. Fullbright, americano, dice: «Ho-ChiMin non è un supino agente della Cina comunista e tanto meno della cospirazione del comunismo internazionale, della quale si sente tanto parlare; egli è, invece, un rivoluzionario nazionalista in buona fede, il capo della rivolta del suo Paese contro il colonialismo francese. E’ anche comunista, e questo e il motivo essenziale per cui, almeno sin dal 1950, si è dovuto considerare nemico degli Stati Uniti».
E arriva perfino, Fullbright, a intravedere quelle che possono essere le sole possibilità di una soluzione, seria, reale, quando scrive a pag. 143 del libro che vi ho citato: «Attualmente gli Stati Uniti si trovano coinvolti in una guerra di notevoli dimensioni e a esito imprevedibile, contro il comunismo, proprio nell’unico Paese del mondo che si sia scrollato di dosso il peso della dominazione coloniale al seguito di un movimento comunista. Nel Vietnam del Sud come in quello settentrionale i comunisti rappresentano, ancor oggi, l’unica forza politica saldamente organizzata. Tale circostanza è contemporaneamente la misura del nostro insuccesso, è la chiave della possibile soluzione del problema».
Questo mi pare che dimostri un mutamento nell’opinione americana in generale; ma gli uomini di cultura libera, gli universitari, gli scienziati, hanno cominciato, seriamente, ad alzare la voce e cercano di distruggere le mistificazioni del potere.
Avete tutti letto, probabilmente, quel libretto di Chomsky “The responsability of intellectuals” [La responsabilità degli intellettuali], dove le falsità della propaganda e del luogo comune, del pensiero corrente non controllato, sono smascherate a fondo fino a proporre la resistenza civile come problema di coscienza, il rifiuto del servizio militare, il rifiuto di pagare le tasse, quelle forme che possono, senza impegnare le armi, diventare veramente una protesta nei fatti, una vera protesta nei fatti, una vera protesta civile.
Ma quello che più conta, e questo è un esempio fra i molti, ed è recentissimo, perché questo saggio è stato stampato in America, mi pare nel febbraio o nel maggio di quest’anno, e adesso arriva qui tradotto; quello che più conta è che la gioventù si muove, e si muove cercando al fondo dei problemi, le cause che vanno al di là della presente guerra. Questa gioventù che sente la necessità di risolverle in America, lottando per una società nuova, non accettando quella forma di società integrata che si presenta infallibile e giusta e, collegando, sospinta da essa, la fine della guerra con l’affermazione del mondo sulla rivoluzione americana che a sua volta va prendendo coscienza originale come Black Power, come Potere Nero.
Ora ci domandiamo qual è il vero senso di questa protesta universale, di questa svolta di cui vediamo i primi segni e che speriamo si sviluppi fino a conquistare piena coscienza del mondo. Che cosa ha, attraverso il Vietnam, permesso questa iniziale possibilità di un’azione comune in tutto il mondo e fatto intravedere le nuove basi, le nuove idee del mutamento, del progresso, in un periodo di crisi universale delle ideologie e delle vecchie posizioni?
Non sono naturalmente, soltanto, ragioni di parte o di partito, e non è soltanto l’amore generico della pace che usava muovere sentimentalmente la tradizione anglosassone a qualunque violenza; non è soltanto la giusta emozione di fronte agli orrori di una guerra barbara, disumana e ingiustificata, non è soltanto lo sdegno, il disprezzo, l’indignazione per la viltà dei metodi, la prepotenza di chi dispone di armi terribili; l’ipocrisia e la falsità dei diplomatici, la viltà dei governanti, l’inganno delle parole stravolte di democrazia e di civiltà occidentale, di difesa dei valori culturali, essenziali, che coprono, invece, degli interessi particolari.
E’ tutto questo ed è giusto che questo sia: è giusto lo sdegno, è giusta la rivolta, è giusto il sentimento, è giusto anche il terrore. Il senso della vita del mondo, la sua stessa sopravvivenza fisica è in pericolo; è giusto il terrore del napalm, delle armi chimiche, delle graziose bombe a biglie, dei gas, degli elicotteri mortali, degli insetti di acciaio, delle zanzare gigantesche condotte da robot criminali, delle atomiche; è giusto l’orrore, più giusto di una guerra non dichiarata, dei metodi giganteschi di una diplomazia di “supermen” e di “007”, di paranoica fantascienza infantile. E’ giusto l’orrore e la nausea per una concezione della scalata, per un sadismo astratto, che assapora gradino per gradino la propria capacità progressiva di morte. Tutto questo è giusto, e ognuno di questi motivi basterebbe a fare sacrosanta la protesta universale; ma vi è qualcosa di più profondo ancora, di più radicale e, in un mondo sempre più consapevole e vero, spinge, come a un dovere, tutti gli uomini liberi all’azione necessaria.
Le bombe su Hanoi, sulle città, sulle campagne del Vietnam sono per tutti una specie di barbara fanfara che sembra uscire dalla buia foresta feudale delle barbarie, un hallali di caccia dei nuovi signori su un gregge di servi.
Non si può non sentirlo questo ritorno modernissimo di riti e idoli e sentimenti arcaici, questo residuo, questo ripercorrere antiche strade sanguinose e primitive da cui la storia e la mitologia e il sangue sparso su tutti i campi d’Europa in questi ultimi anni, pareva ci avessero finalmente liberati. Ci troviamo di fronte a tutta la parte negativa di una civiltà nuova, il cui carattere fondamentale e costitutivo è il rifiuto della storia: una rivoluzione individuale per la quale si annulla il passato per entrare in un presente senza futuro; un puro presente senza limiti dove l’individuo, privato di radici e di personalità, si annulla, si fonde e si perde in una identità collettiva di senile potenza, senza storia, cioè, senza parole espressive, senza religione, senza solitudine e passioni e nessun ideale, senza dolore e senza morte. Cosa manca, io mi domandavo, quando nel ’47 andai per la prima volta in America, che cosa manca? Sentivo che qualcosa mancava, in una splendida campagna americana.
Eppure era bellissima: alberi meravigliosi, paesaggi splendidi, cielo splendente, variato: che cosa sentivo che mancava? In fondo mancavano gli uomini.
Era un Paese dove Ia storia non era passata e dove le cose non avevano ancora un nome. Vale a dire mancavano gli dei, quei dei che sono dentro ogni pietra delle nostre città, dentro ogni albero delle nostre campagne. Questo mondo astorico a contatto con la storia deve distruggerla, oppure ricrearla per sé, da capo, dai primi sacrifici saturniani, dai primi fratricidi e parricidi e incesti, dal primo accecamento di chi ha commesso la colpa.
Queste cose io le pensavo allora e ne feci perfino un’immagine in un mio libro inedito, libro, proposta di libro, inizio di libro, che si chiamava appunto Oedipus, nel quale veniva raccontata la storia dei rapporti fra l’America e il resto del mondo, fra l’America e l’Europa; questo libro l’ho scritto nel ‘47 sotto una ripresa del mito di Edipo che innocentemente ripercorre, appunto, le strade arcaiche del peccato e della colpa, e deve ripetere tutti i delitti storici, che noi abbiamo nel nostro antico e remoto passato commesso, per riuscire a raggiungere in qualche modo una personalità degna di pensare.
Ora, di fronte a necessità di questo genere noi siamo costretti, noi dobbiamo, siamo portati per forza a fare una scelta: è una scelta grave e difficile, è una scelta fondamentale. Del resto gli americani stessi l’han fatta, non è che le cose siano prestabilite (e noi non parliamo mai in modo manicheo) per cui quello che è, è fatto in quel modo. Sappiamo benissimo come dentro ogni realtà ci sia la sua contraddizione e la sua possibilità di rinnovamento, ma questa scelta difficile, fondamentale, tocca tutti gli aspetti della vita, è una scelta, per usare un termine che i politici usano molto terra-terra, è una scelta di civiltà, se mi permettete di usare questo gergo; e in fondo non è molto lontana da quella scelta che noi abbiamo fatto tutti pochi anni fa, quando di fronte ad altri e diversi metodi di concepire la società e lo stato, tutti, in Europa e in Italia, abbiamo combattuto o partecipato per la conquista della democrazia; è una scelta analoga, forse molto più difficile ora perché, appunto, non è una scelta di partito, non è una scelta ideologica, è una scelta fondamentale fra libertà e servitù, fra due concezioni del mondo. Sarebbe probabilmente un abuso storico voler fare un parallelo fra avvenimenti che sono diversi, ma tuttavia non possiamo non sentirci colpiti da una certa analogia fra quella che è stata la guerra partigiana in Italia, che noi conosciamo benissimo, e quella che è la guerra partigiana nel Vietnam.
In fondo, senza voler stabilire quei paralleli, in fondo in Italia avevamo, da una parte, i partigiani, i comunisti, i gruppi di Giustizia e Libertà, i socialisti, i senza partito e le forze religiose anche, che in Italia erano cattoliche; e nel Vietnam ci sono i partigiani del Vietcong e le forze religiose che laggiù sono i buddisti, e dall’altra parte noi avevamo le Brigate Nere della Repubblica Sociale, e là hanno KaoKy e gli altri dirigenti di Saigon; e gli stranieri: là gli americani e noi avevamo i tedeschi.
Ora anche le teorie di aggressione non hanno un’assoluta differenza, perché qui abbiamo la “escalation” e allora avevamo Mein Kampf, la quale non è altro che una teoria della “escalation”, della scalata, per conquistare pezzo per pezzo, con una progressiva, appunto, scalata di guerra, per conquistare l’Europa prima e poi il mondo.
Come allora, noi dobbiamo fare una scelta di civiltà. Quella che si vuole imporre oggi è forse più pericolosa. La civiltà che ci è proposta oggi dal gruppo dirigente americano, è forse più pericolosa di quella che ci era proposta allora con le armi dai dirigenti della Germania, perché è apparentemente affascinante, è ricca di seduzioni, di merci, di vantato benessere, di vantata democrazia, è ricchissima di parole, ma più sottilmente metamorfosamente e più realmente alienante di quella.
Non si trasforma qui materialmente l’uomo in saponetta o in paralume, ma lo si trasforma (non solo i nemici ma tutti gli alleati, anche gli americani stessi, tutti gli uomini li si trasforma) in merce, in cosa, in oggetto, in numero di economia di mercato, in astratti consumatori, in elementi di un calcolo, in un tragitto senza fine e che non può fermarsi.
Se per questo, per ottenere questo, basta l’applicazione di un sistema che non lascia nulla di fuori, di una organizzazione sottilmente totalitaria, senza alternative, di una società totalmente integrata, allora si parla di democrazia, di valori dello spirito, della libertà, ma quando non basta è la guerra, il genocidio, l’illimitata affermazione della potenza.
Per questo il Vietnam è oggi il simbolo e il centro di una lotta che comprende, che soffre, che muove tutti gli uomini, di una guerra che non si svolge soltanto sui campi di battaglia, nelle risaie, nelle giungle e nelle città, ma nel cuore di tutti gli uomini, nella loro vita quotidiana, nella vita privata e familiare, nei loro costumi, nel loro sentimento, nella scienza e nell’arte, nel rapporto con la natura, nel pensiero, nel lavoro; nella difesa delle nostre radici storiche, della nostra indipendenza, della nostra autonomia, della nostra lingua stessa, della nostra storia.
Il Vietnam non é più un luogo lontano e la sua guerra non è più una guerra remota… L’intervento americano ha fatto dell’eroica guerra partigiana di indipendenza nazionale, di liberazione sociale del Vietnam, un momento di una guerra più vasta che tocca ormai tutti i popoli del mondo, per i quali tutti e non solo per la loro piccola patria, si sparge ora il sangue dei martiri vietnamiti. La scalata, la escalation è il metodo dichiarato e sistematico di un piano di dominio universale che non tiene conto delle civiltà particolari della storia. La scalata al potere su tutta la terra, di cui i contadini vietnamiti sono oggi le ultime vittime, nasce da una spietata logica interna di interessi, di ideologia, di attivismo espansivo, di forza, e tende a costruire sulle rovine degli imperi, rovina storica degli imperi e degli stati, un grande, un unico impero illimitato e tecnologico. Si avvale questa volta dei mezzi più diversi: le armi e la propaganda, la violenza e gli aiuti economici, e i colpi di stato e l‘industria culturale, i prodotti di consumo di massa e la pressione e la corruzione dei governi, le alleanze e i fumetti, la falsa filantropia degli aiuti e la strage. Persegue la sua opera sotto tutti i cieli, su tutti i continenti, dal Vietnam a Santo Domingo, al Venezuela, Cuba, l’Argentina, la Bolivia, all’Indonesia, al Congo e anche ai vecchi Paesi d’Europa. Questo piano di dominio illimitato e totalitario che si serve di strumenti più moderni e armi potenti di quello nazista, sostituendo alle arcaiche teorie razzistiche quelle di una società integrata e affermando come quello la mistica di una missione, è dovuto non tanto, come si usa dire, ai limitati gruppi di potere che governano oggi gli Stati Uniti, ma alla struttura stessa astorica di quella società, di quella società di pura potenza. Altre volte, nella mitologia, i giganti hanno voluto dare la scalata al cielo, e nella storia tanti imperi sono crollati. Ora un altro impero, il più potente, il più totale, il più alienante di tutti si cerca, ora di fondare.
Gli stessi americani non vogliono, gli americani liberi, dell’America del dissenso, come si suol dire, non vogliono questo impero, vogliono essere soltanto una grande nazione libera; ma i dirigenti, i rappresentanti, i portavoce, strumento delle strutture di quella società, delle strutture attuali di quella società, vogliono questo potere imperiale di interessi, di potenza, di sviluppo economico senza limiti, e lo nascondono sotto la pretesa mistica di una missione di democrazia e di libertà. Le esperienze ci hanno ammaestrati contro i portatori di missioni e contro gli imperi dei padri travestiti da fratelli; ma nessuno potrà fermare, nessuno potrebbe fermare la forza terribile di cui si vale questa struttura diretta da questo gruppo di potere, se non una forza maggiore di essa, altrimenti questo tentativo non troverà ostacoli e i suoi alleati saranno i suoi servi. Anche per il nostro Paese l’autonomia, l’indipendenza nazionale, le tradizioni di cultura e di vita, le possibilità di essere padroni del nostro destino saranno annullate e distrutte e, in fondo, in termini più semplici, sentivo l’altra sera una dichiarazione di voto di Ferruccio Parri al Senato, in cui questa preoccupazione profonda era con dolore, con agitazione, ma con una profonda serietà, espressa. Ebbene disse: «I modi sono diversi. Voi dite che qui in Europa l’America fa una politica di alleanza, di appoggio, di sostegno, di democrazia; ma resta vero che in Asia fa la politica opposta, perché là non può fare che questa politica; e chi ci garantisce della politica che fara domani con noi? In un qualunque momento le cose si possono mutare anche in Europa; in alcuni casi la politica americana è stata di carattere asiatico». Un uomo moderato, ma un grande democratico, un grande uomo di libertà come Parri, senza polemizzare, è arrivato a questa coscienza e l’ha espressa in una maniera che era veramente scottante. Per questo la guerra del Vietnam è la nostra guerra e le sue sorti segneranno, in bene o in male, anche il nostro destino.
Ma nessuno potrà fermare la sterminante macchina di guerra americana se non una forza maggiore di essa, e questa forza maggiore che sola può garantire in modo enorme e totale e democratico la libertà dell’uomo, tuttavia esiste. Evento fondamentale del nostro secolo, gli avvenimenti degli ultimi anni la mostrano ormai chiaramente: non sono le armi, sono anche le armi, secondo chi le impugna; ma è la forza dei piccoli, la forza di coloro che con un atto di volontà e di espressione nuova si affacciano, dopo secoli, alla storia, è la forza dei popoli nuovi, è la forza delle generazioni nuove: la forza dei giovani è una forza di vita morale che è e che diventa anche una grandissima forza politica.
Se ne avvedono anche i portavoce dell’esercito americano quando scrivono con un certo realismo: «Il nostro problema – questo è uno del Pentagono che scrive – il nostro problema consiste nel combattere non una grande potenza militare, ma con una scarsa forza politica, ma un avversario dotato di una modesta forza militare ma con una enorme potenza politica».
E questa, questa guerra, che lo stesso Pentagono definisce con esattezza in questi termini, questa guerra fra la pura potenza militare e la forza di chi entra autonomamente nella storia e nella vita, è una guerra civile, una guerra civile che si svolge nell’interno di ogni uomo in questo secolo, è una guerra civile, come dice lo stesso Fullbright nel brano che prima vi ho letto, nel quale paragonava la guerra nel Vietnam alla guerra civile americana, una guerra civile creatrice.
Del resto, il nostro secolo, in ogni campo e molto di più dopo l’inizio dell’era atomica, è il secolo delle guerre civili: ché se mi permettete un gioco di parole, guerra civile significa anche “guerra civile”, cioè guerra non barbara.
Le altre guerre son tutte barbare, tutte le guerre sono barbare, ma la guerra civile ha in sé degli elementi sul piano civile, non soltanto perché si svolge tra i cittadini ma perché è veramente, può essere, un modo di civiltà.
Guerra civile è stata la Resistenza in Europa, in Italia, la guerra partigiana, come lo è la guerra nel Vietnam; e la sua forma, la forma più recente, più vera, la guerra civile, è la guerriglia, quella che ha trovato il suo precursore, il suo teorico e il suo martire in Che Guevara, questo maggiore Pisacane della sicura rivoluzione latinoamericana.
Nel Vietnam si affronta la nuova forma civile della guerriglia che mette a confronto questa forma della guerriglia civile con la forma più avveniristica e più barbara della vecchia guerra incivile, ma il peso della potenza come violenza è inaccettabile oramai dall’uomo, ha il senso di una totale estraneità, e questo peso della macchina americana è sentito come un qualcosa che appartiene a un residuo storico intollerabile.
Il vietnamita è anche all’aspetto leggero e senza peso, cioè senza potenza: è tutto coscienza, è tutto intima libertà, e dimostra che il mondo contadino vince anche morendo e che la potenza, la violenza è troppo grande, è troppo grossa, è troppo estesa, è troppo pesante per poter colpire la sua estrema sottigliezza toccata dalla grazia.
Ricordo che c’è un personaggio nell’antico e classico teatro cinese che io vedevo comparire sempre in quegli antichi drammi eroici, e questo personaggio e chiamato il “Re delle scimmie”, ma questo Re delle scimmie rappresenta simbolicamente il popolo.
Questo Re delle scimmie, leggero, aereo, saltellante, inafferrabile dai guerrieri in armatura, dagli imperatori, dai generali in catafratti, vince, vince sempre, nei vecchi drammi del periodo delle monarchie cinesi, perché è appunto qualcosa che non segue le regole del peso e della potenza; è qualcosa che segue gli sviluppi, gli sviluppi aerei della fantasia e della libertà, è qualcosa che rappresenta effettivamente la capacità creativa del popolo.
Ora, una guerra civile è la guerra del Vietnam, come era la nostra guerra partigiana; una guerra civile, se vogliamo estendere il termine, il senso del termine, anche quando non si combatte con le armi direttamente, una guerra civile è forse anche quella a cui assistiamo nelle sue forme iniziali oggi negli Stati Uniti.
Perfino questa mattina sul vostro quotidiano locale questo termine di guerra civile è esplicitamente portato, dove si parla di MacNamara che sta al balcone a guardare i 100 mila giovani che si avvicinano agli sbarramenti che dovrebbero impedire a questi di arrivare, e Johnson che a un altro balcone aspetta con preoccupazione e che prepara delle armi per reprimere ogni possibilità di questi giovani cosiddetti “dei fiori” che arrivano portando fiori.
Anche questa è probabilmente una forma di guerra civile.
Dove essa porti, fin dove essa giunga, se essa arriverà veramente a modificare una così potente e monolitica struttura come quella della civiltà americana di oggi, noi non possiamo prevedere.
Certo per modificare quelle strutture e quegli ideali della civiltà americana astorica, della sua concezione di vita, non bastano queste dimostrazioni ma si richiede una profondissima rivoluzione, e le forze che sono già in gioco in America sono appena iniziali; ma certo che fa impressione la possibilità di forza rinnovatrice in Inghilterra e in America e l’impressione che oggi è vivissima ma che si poteva avere anche qualche anno fa, quando io andai appunto in America per la prima volta: ebbi direttamente questa sensazione che gli unici europei, come si diceva allora in maniera paradossale, che ci fossero negli Stati Uniti erano i negri, gli unici capaci, cioè, domani di rovesciare in qualche modo le strutture di una società integrata. Ora l’America di oggi, dentro la sua terribile forma monolitica, è tuttavia piena di eroi e piena di poeti: da Ginsberg a McKay, di uomini che rompono creativamente la sua compattezza senza alternative.
Questa loro guerra condotta in campi cosi diversi, dal problema negro alla poesia, è la stessa in altre forme meno cruente di quella dei contadini del Vietnam, di quella di Che Guevara, di quella di tutti coloro che vogliono costruire le forme nuove della libertà.
Diceva Bertold Brecht, parlando dell’America, di un’America che egli considerava diabolica, che noi non consideriamo diabolica in eterno e per definizione, di cui noi conosciamo la possibilità, anche la possibilità di prima fila, di una lotta per la libertà, ma le difficoltà anche, la contraddizione interna da cui queste difficoltà sono nate, diceva in una poesia Bertold Brecht, “Meditando sull’inferno”:
«[…] meditando, mi dicono sull’inferno il fratello mio Shelley trovò che era un luogo pressappoco simile alla città di Londra.
Io che non vivo a Londra ma a Los Angeles trovo meditando sull’inferno, che deve ancora di più assomigliare a Los Angeles.
Anche all’inferno ci sono, non ne dubito, questi giardini lussureggianti con fiori grandi come alberi che però appassiscono senza indugio se non si innaffiano con acqua carissima.
I mercati con carrettate di frutta, che però non ha odore né sapore, e interminabili file di auto più leggere della loro ombra, più veloci di stolti pensieri, veicoli luccicanti in cui gente rosea che non viene da nessuna parte, non va da nessuna parte; e case costruite per uomini felici, quindi, vuote anche se abitate».
E ancora in un’altra poesia, “Questo voglio dire”: «Che cosa possiamo dire all’America – diceva Brecht negli anni in cui viveva in America durante la guerra – mi chiedevo perché parlare con loro?».
«Comprano il sapere per venderlo; vogliono sentire dove si sapeva a buon mercato da vendere a caro prezzo.
Perché dovrebbero voler sapere ciò che parla contro la compra e la vendita?
Vogliono vincere, contro la vittoria, non vogliono saper nulla.
Non vogliono essere oppressi, vogliono opprimere.
Non vogliono il progresso, vogliono il vantaggio.
Sono obbedienti a chiunque prometta loro il comando.
Si sacrificano affinché resti la pietra sacrificale».
Ora qualcosa c’è di nuovo anche nell’America. Il Vietnam, in verità, la grande verità che riunisce tutti noi, che ci da dei doveri e delle responsabilità, è questa: che il Vietnam si sacrifica e forse domani, con lui, si sacrificheranno anche i nuovi giovani americani, bianchi e neri; il Vietnam si sacrifica perché non resti, se non nel ricordo, alcuna pietra sacrificale in un mondo di nuova libertà.
*) – Conferenza tenuta da Carlo Levi a Bari nel foyer del Teatro Petruzzelli il 22 ottobre 1967.
Il testo è tratto da EMIGRAZIONE Filef, n. 12 – Dicembre 1975, rivista mensile della FILEF.
Il numero del mensile era dedicato a Carlo Levi, scomparso il 4 gennaio di quell’anno.
Nel 2003, mentre era in corso la guerra di aggressione Usa all’Iraq, Domenico Rodolfo, presidente della Filef Puglia, ne ha curato un’edizione speciale per Schena Editore, con una breve introduzione, altrettanto attuale, che riportiamo di seguito.
Contro la guerra. Carlo Levi al popolo di Bari
di Domenico Rodolfo
Il lupo chiarì all’agnello che beveva a valle di non poter tollerare oltre che gli si intorbidisse l’acqua.
Popolo iracheno avvisato, mezzo salvato!
Bush invita gli ispettori ONU a spicciarsi e trovare le armi letali, da la sua parola d’onore che ci sono, Berlusconi giura sulla testa dei cinque figli e di un nipote.
Il 2003, quando studieranno la storia, sarà ricordato come l’anno della guerra per il petrolio spacciata per guerra al terrorismo.
Il disastro dell’11 settembre 2001, se da un lato fu vera tragedia, dall’altro permise a Bush junior, Presidente-per-il-rotto-della-cuffia, di diventare capo reale dell’Impero.
La guerra all’Iraq fa mettere le mani sul petrolio, fa azzerare lo stock di bombe a magazzino, spinge alla risalita il ciclo economico con l’aiuto della svalutazione del dollaro, cosa volere di più?
Altro risultato non piccolo, il passaggio dal diritto internazionale alla legge della giungla, ora finalmente consacrata globalmente.
Sono un dettaglio i lutti che procurerà ai nostri paesani iracheni stretti sotto il tallone dal dittatore Saddam Hussein, che, riteniamo, non sarà toccato dalle bombe “intelligenti”. Le centinaia di migliaia di sciiti e curdi, vittime del dittatore, rimarranno invendicate.
Quante migliaia di morti: vecchi, bambini e donne, militari iracheni e giovani statunitensi?
In Occidente, nell’occasione, la democrazia non farà molti passi in avanti, anzi. Si sa come vanno queste tragedie, la certezza è solo per la data d’inizio. Dopo si contano le ferite e gli arretramenti: quelli della democrazia, della qualità della vita di persone e popoli, ma sempre meglio della gragnuola di bombe sulla testa come avverrà in Iraq. Già in tempo di pace, la vita di ciascuno è talmente inverosimile che ci costringe ad attardarci e sperare che qualcuno battendoci la mano sulla spalla c’inviti a svegliarci, che è tutto uno scherzo! L’inverosimiglianza di questo evento sciagurato ci costringe ad una ricerca molto difficile di parole e di frasi idonee a descriverlo.
Ogni generazione ha, purtroppo, qualche Capo ammalato che vuole un posto al sole, un pezzo di Carso, il giacimento di petrolio più importante per sé o per i compari, quello di platino o la eliminazione di certe persone malfidate o vuol farci diventare un popolo nerboruto e vitaminico tutto casa, business e inno nazionale. La quasi totalità delle persone preferirebbe astenersi, la sua vita gli basta cosi com’è, magari con qualche agio in più, l’invidia del vicino di casa o una donna che gli sorrida!
Ma dove sta scritto che miliardi di persone provate da problemi di sopravvivenza, solo un quinto delle quali sbarca il lunario decentemente, in termini “statistici”, debba introitare questo disorientamento e sconforto senza poter scorgere una condizione d’uscita per i problemi che li attraversano nella carne e nell’anima e per decisioni prese sulla loro testa?
Un futuro di guerra a tempo indeterminato ci annuncia il Presidente texano con quella sua faccia vieppiù intransitiva. Precarietà sempre più spinta, questo l’ideale demoniaco da trasmettere alle nuove generazioni? Lungi da noi un antiamericanismo d’accatto, eleviamo forte la nostra voce unitamente alla maggioranza della popolazione mondiale. Il Papa, i governi di Germania, Francia e Benelux hanno tenuto fino ad ora un atteggiamento corretto e alto, cui s’è contrapposta la disinvoltura gregaria dei vari Blair (gli intimi lo chiamano familiarmente “vasellina”) e Aznar, fino al Berlusconi e ai quattro capi di Stato dell’Est invasi da recente democrazia.
Quale miscela esplosiva potrà causare la guerra tra il Paese più ricco del mondo e un Paese povero e disgraziato? E se prendesse piede (Dio abbia pietà di Bush e dei suoi famigli) una guerra di religione tra Islam e Cristianesimo con corollario di attentati terroristici di ogni sorta?
FILEF-PUGLIA vuole dare il suo contributo contro questa guerra folle e sciagurata che sembra alle porte. Ripropone oggi il discorso di Carlo Levi, fondatore e primo Presidente di FILEF, dalla cui paterna amicizia traemmo beneficio in anni oramai lontani. Vi riproponiamo pari pari, a 35 anni di distanza, la comunicazione che Levi volle fare ai giovani e al popolo di Bari, dato che il discorso conserva intera una straordinaria attualità (Ricordo di Carlo Levi, 4 gennaio 1975, a cura di Luigi Boccasile, Enzo Mazzoccoli, Nelly Rettmeyer e Domenico Rodolfo). Ci parla della guerra nel Vietnam, quella volta in cui i militari statunitensi furono costretti a riavvolgere la bandiera a stelle e strisce e tornarsene a casa.
Riteniamo sia interesse anche degli USA venire fermati in questa folle guerra e ridare finalmente forza e centralità all’ONU.
Come è interesse anche degli Stati Uniti contrastare per davvero il loro modello di sviluppo vincente nel medio periodo ma distruttivo in ogni senso a lungo termine. Né pensiamo, infine, che la pratica imperiale e salvatica sia un dato definitivo e immodificabile della politica USA.
Con Clinton si dormiva la notte, con i petrolieri texani e capi di governo “valletti” l’inquietudine regna sovrana.
Il 15 febbraio (2003, ndr) le piazze di tutto il mondo hanno segnato un evento memorabile; milioni e milioni di persone hanno testimoniato con gioia e con determinazione la volontà di vita e la ricerca di un mondo di nuova libertà.
Ritroviamoci ancora, ritroviamoci presto.
Nota:
Alle anime belle chiariamo che il prossimo avversario dell’Impero sarà l’Europa, che verrà affrontata certo senza bombe ma con una guerra economica di inaudita violenza.
I figuranti dei governi europei “più amici” sono avvertiti.















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