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PERCHÉ IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, A MIO PARERE, NON HA RAGIONE NEL CONFLITTO COI MAGISTRATI DI PALERMO

di Karl G Zanetta
Il conflitto di attribuzioni sollevato dal Presidente della Repubblica nei confronti dei magistrati di Palermo che lo avevano indirettamente intercettato al telefono colloquiando con l’ex Vice Presidente del CSM, Nicola Mancino, indagato per la questione della c.d. trattativa Stato-Mafia, ha fatto scattare varie polemiche. Tra queste, quella di Di Pietro secondo cui il Presidente, così facendo, voleva opporsi all’accertamento della verità. E poi quella di Scalfari, ad avviso del quale il Presidente della Repubblica sarebbe, per petizione di principio, insuscettibile di indagine godendo egli di una sorta di immunità assoluta.

Prendiamo le distanze da questo tipo di diatribe, molto spesso strumentali a scopi unicamente politico-partitici, per concentrarci piuttosto sul vero punto dirimente della questione: il Presidente della Repubblica di quali prerogative gode nel nostro ordinamento costituzionale?

La Corte Costituzionale sarà chiamata a illuminarci in proposito, perché il comportamento del Presidente verso i magistrati di Palermo, accusati persino da Scalfari di ignoranza delle norme, suscita perplessità relativamente alla definizione complessiva dello status del Presidente dal punto di vista processual-penalistico. Naturalmente, prima di entrare sinteticamente nel merito, va doverosamente premesso che è nondimeno possibile che, in un conflitto di interpretazioni sulle stesse norme, la Corte Costituzionale possa adottare un approccio diverso da quello qui seguito (a tal proposito, su Repubblica del 17 agosto, Gustavo Zagrebelsky, oltre a notare quanto si è ora detto in ordine al fatto che il Presidente della Repubblica ha sollevato un conflitto di attribuzione non su un singolo suo potere bensì sul suo status complessivo, ha rilevato come, così facendo, abbia costretto in pratica la Corte Costituzionale a seguire l’interpretazione normativa che di seguito si esporrà).

Il punto di partenza nell’analisi non può che essere la Costituzione. Essa prevede un sistema di immunità particolarmente ampio all’art. 68 per i parlamentari e ciò in considerazione del fatto che la loro legittimazione politica è di tipo primario, cioè derivante direttamente dal popolo. Il che è perfettamente giustificato in regimi di tipo democratico, oltreché dovuto a una serie di altre considerazioni tra cui ad esempio la necessità di garantire l’indipendenza del potere politico-democratico rispetto a un’eventuale invasività nei suoi riguardi da parte del potere giudiziario.

Altrettanto però non può dirsi per il Presidente della Repubblica. L’art. 90 della Costituzione si limita difatti a stabilire che il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni se non nei casi di alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Cosa significa questa formula dell’art. 90 della Costituzione? Secondo il magistero Scalfari, vuol dire che il Presidente della Repubblica è un intoccabile quale che sia la sua condotta e, pertanto, non può neanche essere sottoposto ad indagine penale quasi che fossimo all’anno prima del 1789. È del tutto evidente come questa interpretazione delle norme, in uno stato di diritto, sia palesemente assurda.

Va infatti rilevato che anche i parlamentari, che pure godono di un regime immunitario molto specifico, sono assoggettabili ad indagine, nonostante la loro legittimazione primaria di tipo democratico, da parte della magistratura alla stessa stregua di ogni altro cittadino. A differenza tuttavia dei cittadini comuni, per poter compiere alcuni tipi di indagine, ad esempio le intercettazioni, e agire con misure esecutive contro il parlamentare, la magistratura ha bisogno, sulla base dell’art. 68 della Costituzione, dell’autorizzazione della Camera di appartenenza.

Adottare la dottrina Scalfari significherebbe, sul piano pratico, che il Presidente della Repubblica, in quanto non sottoponibile ad indagine, potrebbe persino arrivare a uccidere la moglie per futili motivi e non essere nemmeno scoperto.

È chiaro che le cose non stanno in questi termini. In primo luogo, perché anche al Presidente della Repubblica deve applicarsi la legge, fatta eccezione per la garanzia di non processabilita’ prevista a tutela della sua funzione dall’art. 90 della Costituzione, salvo ammettere altrimenti che egli sia legibus solutus al pari di Luigi XIV (non a caso, Gustavo Zagrebelsky dà una lettura della mossa presidenziale in senso monarchico). In secondo luogo, perché anche per il Presidente della Repubblica vale la distinzione tra gli atti compiuti quale organo dello Stato e gli atti compiuti a titolo privato (o magari compiuti a titolo privato con l’abuso della sua qualità di organo dello Stato). In terzo luogo, perché il testo dell’art. 90 della Costituzione parla soltanto della sua improcessabilità senza specificare ulteriormente altre immunità di cui il Presidente godrebbe, immunità non ricavabili analogamente e per estensione interpretativa (non ammissibile in materia penale) da norme che riguardano solo i parlamentari.

La frase: “non è responsabile per gli atti compiuti” significa evidentemente che il Presidente della Repubblica non può essere chiamato a rispondere, sotto il profilo processuale (ma non anche sotto il profilo procedimentale delle indagini) degli atti posti in essere nell’esercizio delle sue funzioni. Qualora gli atti compiuti fossero invece inquadrabili nei casi di alto tradimento e attentato alla Costituzione, allora il Presidente potrebbe essere sottoposto a indagine e poi rinviato a giudizio secondo la procedura specifica prevista per questo tipo di reati presidenziali.

In entrambi i casi, comunque sia, è evidente che il Presidente della Repubblica possa essere sottoposto a indagine. Nel caso di atti compiuti nell’esercizio della sue funzioni, vi sarà nei suoi confronti, dopo l’indagine, il non luogo a procedere. Nel caso di alto tradimento e attentato alla Costituzione, vi saranno indagini e, se del caso, il successivo rinvio a giudizio come detto poco fa. Ed è evidente come tra i mezzi di indagine figurino anche le intercettazioni telefoniche non essendo queste escluse dalla normativa costituzionale.

Questo sembrano dirci le norme costituzionali in materia. Scendiamo ora al piano della legislazione ordinaria. Nel decreto con cui solleva il conflitto di attribuzione, il Presidente della Repubblica ha richiamato non solo l’art. 90 della Costituzione ma anche l’art. 7 della legge n. 219 del 1989. Questa previsione di legge disciplina la materia delle intercettazioni telefoniche a carico del Presidente della Repubblica consentendo che esse possano essere effettuate sulle sue utenze telefoniche soltanto dopo che la Corte Costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica. Ma, attenzione, nell’ipotesi in cui egli sia sottoposto a indagine per alto tradimento e attentato alla Costituzione perché questa è la ristretta e unica materia di cui la Legge n. 219 si occupa. Nulla è stabilito, in tale legge, circa eventuali altre ipotesi di reato delle quali è chiamata espressamente a occuparsi la magistratura ordinaria (evidentemente, verrebbe da dire, nelle forme e con le procedure previste dal Codice di Procedura Penale che consente le intercettazioni e non stabilisce che il Presidente della Repubblica ne sia escluso). In pratica, la normativa in questione, pur richiamata dal Presidente della Repubblica nel suo decreto (evidentemente, interpretandola in modo non sistematico col resto delle altre disposizioni della legge in parola come se il divieto di intercettazione fintantoché non ne sia disposta dalla Corte Costituzionale la sua sospensione dalla carica si applichi a qualunque ipotesi di reato aldilà di quelle specificamente richiamate dall’art. 90 della Costituzione, mentre sono queste ultime l’unico oggetto della disciplina legislativa in discorso), non trova minimamente applicazione in fattispecie diverse dall’alto tradimento e dall’attentato alla Costituzione, né tantomeno può trovare applicazione nell’ipotesi in cui il Presidente della Repubblica venga intercettato perché contattato telefonicamente da persona, essa sì, sottoposta a indagine, ipotesi, questa, non contemplata dalla normativa ordinaria richiamata dallo stesso Presidente della Repubblica.

Altre normative ordinarie non soccorrono, tant’è vero che non ne vengono citate neanche nel decreto presidenziale. Pur disciplinando un caso analogo (ovvero la materia delle telefonate di parlamentari sottoposte a intercettazione perché raggiunti al telefono da persone indagate il cui numero di telefono è intercettato dalla magistratura), la Legge Boato non si applica, in materia di intercettazioni, al Presidente della Repubblica né testualmente né per analogia non essendo essa consentita in materia penale (art. 14 delle c.d. preleggi). Riguardo alla Legge Boato, andrebbe tra l’altro rammentato incidentalmente che la Corte Costituzionale ne ha dichiarato l’incostituzionalità nella parte in cui stabiliva che i magistrati, per usare le intercettazioni telefoniche contro terze persone e non contro il parlamentare occasionalmente intercettato. dovessero comunque munirsi di autorizzazione successiva della Camera di appartenenza del parlamentare.

Da ultimo, non va dimenticato che la materia delle immunità degli organi costituzionali dello Stato è stata rivisitata due volte, prima con il Lodo c.d. Schifani-Maccanico e poi con il Lodo Alfano. In entrambi i casi, peraltro, le due normative sono state bocciate dalla Corte Costituzionale. Ricordiamo che le normative in parola non intervenivano sulla possibilità di non sottoporre a indagine gli organi costituzionali dello Stato, ma intervenivano piuttosto sulla loro sottoposizione a processo penale, cioè sulla fase successiva all’espletamento dell’indagine. Rammentiamo, inoltre, che entrambe queste normative sono state censurate per contrasto col principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e, più specificamente nel caso del Lodo Alfano, per contrasto con l’art. 138 della Costituzione giacché, come ha ricordato la Corte Costituzionale, ogni immunità penale degli organi dello Stato diversa da quelle previste dal testo della Costituzione e in rottura col principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alle legge deve trovare il suo fondamento giuridico in una legge di rango costituzionale, in assenza della quale la rottura del principio di eguaglianza non può esser consentita.

In mancanza di una norma costituzionale ad hoc, non è possibile ricavare dalla legislazione vigente uno scudo immunitario che garantisca al Presidente della Repubblica di non essere mai indagato (il che peraltro scardinerebbe lo stato di diritto costituzionale, l’ordinamento giudiziario vigente e finirebbe per vanificare la distinzione tra reati commessi a titolo privato e reati commessi nella funzione di organo dello Stato). Se la legislazione ordinaria vigente dovesse essere interpretata in questo modo, ne risulterebbe evidente la sua incostituzionalità per contrasto col principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, col diritto di difesa delle persone eventualmente lese dai reati presidenziali e col principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, principio, quest’ultimo, in base al quale gli stessi Parlamentari vanno in ogni caso indagati dalla magistratura qualora debbano essere accertati eventuali reati a loro carico, fatte salve appunto le guarentigie previste dall’art. 68 della Costituzione.

In conclusione, è facile osservare che nel nostro ordinamento non esiste per nessuno la possibilità di non essere sottoposto a indagine. Esiste, piuttosto, solo la circoscritta possibilità di non essere sottoposto a processo:

1) per i parlamentari nel caso delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle proprie funzioni;

2) per il Presidente della Repubblica per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, rimanendo egli evidentemente processabile per gli atti compiuti a titolo privato.

Di qui l’aspettativa che la Corte Costituzionale respinga il conflitto sollevato dal Presidente della Repubblica, sempreché nel corso del suo lavoro non intervengano quegli elementi di condizionamento politico citati da Gustavo Zagrebelsky.

Discussione

3 pensieri su “PERCHÉ IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, A MIO PARERE, NON HA RAGIONE NEL CONFLITTO COI MAGISTRATI DI PALERMO

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    Pubblicato da rosalba rita | 19/08/2012, 13:21
  2. Appongo una breve integrazione all’articolo. Domenica scorsa, nel suo consueto fondo domenicale, Scalfari ha sostenuto che, a riprova della buona fede di Napolitano vi sarebbe stato il fatto che, prima di sollevare il conflitto di attribuzioni, l’Avvocatura Generale dello Stato avrebbe trattato con la Procura la distruzione delle intercettazioni. Zagrebelsky avrebbe, dunque, scritto il suo commento a difesa dei magistrati di Palermo senza essere forse a conoscenza di questo dettaglio.
    Scrivere una cosa del genere significa, pero’, accusare il Presidente della Repubblica nientemeno che di attentato all’indipendenza, costituzionalmente garantita, dell’ordine giudiziario e, di conseguenza, di attentato alla Costituzione.
    Tant’e vero cio’ che il Quirinale e’ stato costretto a intervenire rapidamente per correggere la ricostruzione di Scalfari, sostenendo che l’intervento dell’Avvocatura Generale dello Stato avesse fini esclusivamente informativi finalizzati alla predisposizione del decreto con cui sollevare il conflitto di attribuzioni.
    Ricordiamo nuovamente che Scalfari, nei suoi fondi su Repubblica, ha accusato i magistrati di Palermo di ignoranza delle norme…
    Karl

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    Pubblicato da Karl | 21/08/2012, 14:11
  3. Complimenti per l’articolo, anche uno impreparato in materia di legge come me ha potuto capire con chiarezza come stanno le cose.

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    Pubblicato da Stefano | 31/08/2012, 07:35

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