Trump mira al contenimento dell’avanzata economica cinese in America Latina. In sensibile aumento le interferenze statunitensi nel decisivo ballottaggio del 25 ottobre. Il contesto politico brasiliano e geopolitico latinoamericano.
di Andrea Vento
La visione strategica delle relazioni internazionali da parte di Trump, sulla scorta della consapevolezza di non poter mantenere il ruolo di “gendarme internazionale” rivestito da inizio anni ’90, mira a stabilire, facendo ricorso a tutta la gamma di mezzi a sua disposizione, un controllo serrato sul continente americano nel suo complesso, comprendente, oltre al tradizionale “cortile di casa” latinoamericano, anche Canada e Groenlandia1.
Dopo l’insediamento di Trump alla presidenza il 20 gennaio 2025, le pressioni statunitensi hanno iniziato a manifestarsi sin dal febbraio successivo, quando Panama ha dovuto rinunciare all’adesione al ramo latinoamericano della Belt and Road Initiative (Bri), pur essendo stato il primo paese latinoamericano ad aderirvi nel 2017. Trump ha, inoltre, aperto la querelle sul controllo dei due porti all’imbocco del canale, quello pacifico di Balboa e quello caraibico di Colon, entrambi gestiti dal 1997 dalla società cinese Panama Ports Company (PPC) del gruppo CK Hutchinson.
Una controversia che la Corte Suprema panamense ha risolto revocando, per incostituzionalità, la gestione dei due porti alla compagnia cinese, con conseguente presa di controllo del governo che ha affidato temporaneamente le licenze operative alle prime due società mondiali delle spedizioni navali, la svizzera MSC e la danese Maersk2, invece che ad una società controllata dal fondo statunitense Black Rock come avrebbe voluto Trump.
Nello specifico della fase elettorale in corso in Brasile, già a circa un mese dal primo turno del 4 ottobre, peraltro vinto da Flavio Bolsonaro col 47,03% sul 45,16% di Lula, venivano denunciate intromissioni dall’Agenzia brasiliana di intelligence (Abin) tramite un rapporto presentato al governo federale e al Tribunale Superiore Elettorale (Tse).
Nel testo veniva dichiarato che l’ingerenza statunitense nel processo elettorale era salita a “livello critico” con l’obiettivo di “ridurre l’influenza delle potenze rivali degli Stati Uniti in America Latina e negare loro l’accesso ad asset strategici, risorse naturali e infrastrutture nella regione, a favore del controllo diretto o indiretto da parte del governo statunitense o del capitale privato statunitense”3. In sostanza l’obiettivo strategico, in linea con il Corollario Trump alla Dottrina Monroe, mira al contenimento della penetrazione economica cinese nel subcontinente e al consolidamento dell’influenza statunitense anche tramite l’ampliamento e il rafforzamento dell’asse dei governi di estrema destra. La cosiddetta “ola negra” che ha investito l’America Latina da inizio 2025 con l’elezione di 7 candidati di estrema destra su 7 elezioni presidenziali, oltre alla vittoria del partito di Javier Milei nelle legislative argentine. Fra i 7 inseriamo anche il boliviano Rodrigo Paz che nonostante sia esponente del Partito Cristiano Democratico ha compiuto una netta virata post urne verso il trumpismo.
L’effetto delle politiche di Trump, tramite ampia gamma di interferenze, minacce e ricatti, ha determinato uno smottamento verso l’estrema destra dell’asse politico latinoamericano (carta 1): infatti, nel 2025 in Ecuador si riconferma a maggio Daniel Noboa, in Bolivia Rodrigo Paz, a novembre dello stesso anno, pone fine alla quasi ventennale stagione del Movimento al Socialismo (Mas). Nel 2026, a gennaio Nasry “Tito” Asfura riporta l’Honduras sotto l’ala di Washington, a marzo in Cile il pinochetista José Kast, dopo l’anonima presidenza di Gabriel Boric, archivia definitivamente le speranze di cambiamento sollevate dall’Estallido Social di fine 2019, a maggio Laura Fernandez mantiene il Costarica nell’alveo conservatore, a luglio prima in Perù Keiko Fujimori, figlia di Alberto il dittatore che guidò con pugno di ferro il paese negli anni ’90, riesce alla quarta candidatura a diventare presidente, e alla fine del mese in Colombia l’imprenditore ultra destrorso Abelardo De La Espriella, sconfiggendo di strettissima misura Ivan Cepeda, pone fine alla prima fase di sinistra nella storia del paese targata Gustavo Pedro che da parte sua aveva ben governato.
Carta 1: la situazione politica degli stati latinoamericani, raffronto luglio 2023 – luglio 2026

Ricomponendo il quadro rileviamo che in Sud America ad oggi restano appannaggio del centro-sinistra solamente l’Uruguay di Yamandù Orsi, esponente moderato del Frente Ampio, e, soprattutto, il Brasile di Lula che il 25 ottobre se la vedrà in un difficile ballottaggio con Flavio Bolsonaro, figlio di Jair, colui che ha inaugurato la corrente trumpiana dei presidenti latinoamericani (2019-2022).
La posta del secondo turno per Washington
Alla luce della tendenza politica sovraesposta, la partita per il Brasile è diventata decisiva sia per il progressismo latinoamericano, per tentare di risalire la china, sia per l’asse di estrema destra e l’imperialismo statunitense per la definitiva “normalizzazione” del Sud America alla linea trumpiana e l’assalto all’ultimo baluardo di sinistra nel subcontinente, il Messico di Claudia Sheimbaum, che si troverebbe, in tal modo, politicamente isolato e più agilmente espugnabile.
L’attivismo di Washington viene pertanto segnalato in crescita tant’è che in prossimità del ballottaggio da parte di Lula e del suo entourage è stata denunciata un’intensificazione delle interferenze statunitensi nella campagna elettorale: a quelle provenienti da ambienti istituzionali si sono aggiunte quelle delle piattaforme digitali. In particolare, di fronte a palesi iniquità nella concessione di spazi a favore di Bolsonaro, a seguito di ricorso il 15 ottobre il Tribunale Superiore Elettorale (Tse) ha intimato Meta, la casa madre di Facebook, Instagram e WhatsApp, di ripristinare la parità di trattamento fra i due candidati. Nonostante tale pronunciamento, continuano ad essere rilevate parzialità sulla piattaforma Meta AI con produzione di risposte e di materiali elettorali pronti all’utilizzo inserendo il nome di Bolsonaro, mentre alcun prodotto esce digitando quello di Lula4.
Come si può agilmente ricavare dal rapporto dell’Agenzia brasiliana di intelligence (Abin) soprariportato, l’obiettivo primario della strategia di Trump riguarda il ridimensionamento della già limitata influenza geopolitica russa ma, soprattutto, il contenimento della crescente penetrazione economica cinese nel subcontinente, in particolare in Sud America. Pertanto, per provare a comprendere l’importanza della posta geopolitica ed economica in gioco risulta, a nostro avviso necessario, analizzare a quale livello sia arrivato l’incremento delle relazioni economiche, commerciali e finanziarie fra America Latina e Cina, e in tale contesto, quelle col Brasile.
Le relazioni commerciali
Procedendo con la disamina, rileviamo come le relazioni commerciali fra la Cina e il subcontinente da 12 miliardi di dollari di interscambio complessivo del 2000, siano salite a ben 549 miliardi nel 2025, innalzando Pechino a secondo partner assoluto della regione dopo gli Stati Uniti (1.087 miliardi di dollari), ma primo per quanto riguarda il Sud America e, nella subregione, con Brasile, Argentina, Perù, Cile, Uruguay, Bolivia, Suriname e Guyana francese (carta 2).
Nel solo 2025 il valore degli scambi Cina – America Latina è cresciuto del 6,5% e nei primi 7 mesi di quest’anno addirittura del 15,4%. Gli scambi fra i due partner risultano peraltro alquanto equilibrati e fino al 2023 il saldo è stato favorevole all’America Latina, per poi invertirsi dall’anno successivo fino ad attestarsi a +45,8 miliardi per Pechino nel 2025.
I principali flussi con la Cina riguardano: l’acquisto da parte del Dragone di materie prime (soia, petrolio, rame e litio), mentre l’import latinoamericano è composto da prodotti industriali come macchinari, elettronica e veicoli elettrici.
Carta 2: stato primo partner commerciale di Stati Uniti (blu) e Cina (rosso) raffronto 2000-2025

Scendendo nello specifico del Brasile, il suo ruolo egemone dal punto di vista economico nel contesto dell’intero subcontinente lo deduciamo dall’entità del suo Prodotto interno lordo che, a prezzi correnti, nel 2025 secondo la Cepal, Commissione economica per l’America Latina dell’Onu, ha raggiunto i 2.284.000 miliardi di dollari, pari al 32,62% dei 7.000.000 miliardi del Pil totale latinoamericano.
L’intensificarsi delle relazioni economiche fra Pechino e Brasilia risalgono quantomeno al 2009, non causualmente stesso anno della prima riunione ufficiale ai vertici dei Brics, quando la Cina è divenuta il primo partner commerciale del Brasile. Seguendo un trend tendenzialmente crescente, il valore degli scambi bilaterali nel 2025 ha raggiunto i 188 miliardi di $, anche in questo caso pari ad 1/3 del valore complessivo degli scambi fra Cina e America Latina. Il saldo commerciale si è mantenuto negli anni strutturalmente positivo per il Brasile (carta 3).
In chiave di raffronto rileviamo come la dinamica tendenziale dell’interscambio del Brasile con Stati Uniti e Cina abbia intrapreso una traittoria divergente in questo primo quarto di secolo: infatti, mentre fra 2001 e 2024 la percentuale di Washington nel totale dell’export brasiliano si è dimezzata dal 24,4% al 12,2%, quella di Pechino è passata dal 3% del 2001 al 30% del 2025, decuplicandosi.
Carta 3: valore in miliardi di $ dell’import e dell’export fra Brasile e Cina fra 2015-2025

Nel 2025 ha indubbiamente influito l’adozione dei dazi da parte di Trump, che ha utilizzato la mano alquanto pesante con Brasilia imponendo tariffe draconiane fino al 50% sull’import dal Brasile5, tant’è che tra agosto e novembre l’export brasiliano verso gli Stati Uniti è crollato di oltre il 25%.
Mentre, nello stesso periodo, le spedizioni di Brasilia verso Pechino sono cresciute del 28,6% grazie soprattutto all’aumento delle importazioni di carne bovina del 40% e alle oltre 120 nuove licenze di importazione di caffè brasiliano.
Le relazioni economiche e finanziarie
Gli Usa restano strutturalmente il primo investitore in America Latina grazie ad uno stock complessivo di investimenti diretti esteri (Ide) pari a 800 miliardi, con una concentrazione elevata in Messico e Brasile pari al 63% del totale investito dal 2003.
Tuttavia, Pechino si è avvicinata nell’ultimo decennio, visto che, secondo i dati di Statista, lo stock di Ide cinesi in America Latina è cresciuto da 126,3 miliardi di dollari nel 2015 a 600,8 miliardi nel 2023, indirizzati principalmente in Brasile, Perù, Argentina e Cile.
I principali settori interessati risultano le risorse naturali e l’energia, nel cui ambito rileviamo l’estrazione di materie prime (rame, litio, ferro) e progetti legati a petrolio e infrastrutture energetiche. Per quanto riguarda manifattura e nuove tecnologie, gli Ide si concentrano su transizione energetica, produzione di veicoli elettrici (come BYD in Brasile) e grandi opere infrastrutturali, come il porto peruviano di Chancay, finanziato e gestito per il 60% dalla società statale cinese Cosco Shipping e per il 40% dal gruppo minerario peruviano Volcan Compañía Minera.
Una infrastruttura strategica che, inaugurata a novembre 2024, sta favorendo l’interscambio commerciale latinoamericano con l’area Asia-Pacifico e, in primis, con la Cina6. Inoltre, Chancay vedrà aumentare ulteriormente i propri volumi di scambio nel caso andasse a compimento il progetto sino-brasiliano del Corridoio ferroviario bioceanico che, una volta ultimato, dovrebbe collegare lo stato atlantico di Bahia in Brasile al mega porto peruviano in questione, attraversando il bacino amazzonico e le Ande7 (carta 5).
Carta 4: il tracciato del Corridoio ferroviario bioceanico

Se, da un lato, Brasilia risulta il principale beneficiario degli investimenti cinesi in America Latina e il terzo a livello mondiale, dopo Regno Unito e Ungheria, dall’altro, gli Stati Uniti ritengono strategiche le relazioni col gigante sudamericano in quanto, oltre all’ampia gamma di risorse naturali, è anche il terzo paese del pianeta per riserve di terre rare, pari al 23% del totale mondiale, ma con una capacità di raffinazione del solo 1%. Risorse particolarmente appetite da Washington alla luce della strategia in atto tesa alla diminuzione della dipendenza dal quasi monopolio cinese nella raffinazione di materie prime critiche e terre rare8. Pertanto, il Brasile potrebbe costituire un’importante alternativa per l’estrazione, l’implementazione della filiera di raffinazione e l’approvvigionamento delle imprese statunitensi dell’elettronica, delle tecnologie per la transizione energetica e per i motori elettrici.
Il perseguimento di tale obiettivo spiega l’acquisizione senza obbligo di lavorazione in loco, da parte della società statunitense Rare Earth, ad aprile 2026, della brasiliana Serra Verde proprietaria della miniera Pela Ema nello stato del Goias per 2,8 miliardi di dollari, considerata l’unico produttore su larga scala extra asiatico in grado di fornire i quattro principali elementi strategici magnetici di terre rare (praseodimio, neodimio, terbio e disprosio).
Conclusioni
In base agli ultimi sondaggi sembrerebbe che Lula abbia colmato lo svantaggio del primo turno, recuperando voti nell’area dell’astensionismo, e si appresti a giocarsela alla pari al ballottaggio di domenica prossima9, grazie anche alla nuova legge sul lavoro che introduce la diminuzione della settimana lavorativa da 6 a 5 giorni e le ore da 44 a 40 a parità di salario.
Nonostante ciò, la sfida si presenta particolarmente ardua per Lula in quanto, oltre alle forze politiche appartenenti all’ampio spettro della destra, all’apparato mediatico privato e alle chiese evangeliche che orientano i fedeli verso posizioni conservatrici, deve fronteggiare anche le variegate interferenze di Washington i cui interessi in gioco sono di primaria importanza.
Dal punto di vista geopolitico, come abbiamo accennato, la caduta del bastione sudamericano progressista comporterebbe, al netto del piccolo Uruguay, il totale allineamento della subregione meridionale al trumpismo e costituirebbe trampolino di lancio per l’assalto al Messico di Claudia Sheimbaun per arrivare così alla completa “normalizzazione” del subcontinente.
Trump avrebbe così compito più agevole nell’arginare la penetrazione economica cinese e incrementare la politica di accaparramento delle risorse che lo ha già visto impossessarsi di 1/5 delle riserve petrolifere del Venezuela10 e non solo.
Potrebbe inoltre tamponare il progetto strategico cinese riguardante la realizzazione di infrastrutture di trasporto, in primis il ramo latinoamericano della Belt and Road Initiative, con relativi porti, ponti11 e corridoi ferroviari, al quale, dopo l’abbandono di Panama, aderiscono ben 21 sui 33 paesi della Celac12 (Comunità degli stati caraibici e latinoamericani).
Un eventuale elezione di Flavio Bolsonaro determinerebbe, inoltre, ricadute di carattere internazionale come il consolidamento dell’asse Washington-Brasilia a discapito delle relazioni intraregionali, oltre a provocare una battuta d’arresto nel funzionamento delle organizzazioni di integrazione latinoamericana (Celac, Unasur e Mercosur), come avvenne durante il mandato del padre.
Parallelamente, anche la posizione del Brasile all’interno dei Brics+, rispetto al ruolo centrale e proattivo di Lula, assumerebbe carattere più defilato provocandone un rallentamento del processo di consolidamento e indebolirebbe la tendenza geopolitica mondiale in corso orientata alla ridefinizione delle relazioni internazionali su base multipolare.
Da un anno e mezzo a questa parte, il vento dell’estrema destra soffia teso e costante da Nord verso Sud nel continente americano, ed oggi, gonfia le vele del corsaro Trump all’assalto del Brasile. Riuscirà Lula con una magistrale navigazione di bolina ad evitarne l’abbordaggio?
Andrea Vento
23 ottobre 2026
Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati
NOTE:
1 Saggio “La visione geopolitica della seconda presidenza Trump” di Andrea Vento
2 https://it.marketscreener.com/notizie/panama-annulla-i-contratti-portuali-di-ck-hutchison-sul-canale-maersk-e-msc-subentrano-temporaneame-ce7e5dd3d880f020
3 https://marcoconsolo.altervista.org/nelle-urne-brasiliane-lombra-di-washington-e-tel-aviv/
4 https://giuliochinappi.com/2026/10/16/brasile-lula-denuncia-le-ingerenze-esterne-e-porta-meta-davanti-alle-istituzioni/
5 https://tg24.sky.it/mondo/2025/07/30/dazi-usa-trump-brasile
6 https://24plus.ilsole24ore.com/art/il-maxiporto-peru-che-spinge-made-china-AJnasnjB
7 L’accordo di cooperazione per il Corridoio ferroviario è stato sottoscritto a luglio 2025 dal ministero dei Trasporti del Brasile e dalla società statale China State Railway Group controllata dal Ministero delle Finanze di Pechino.
Per approfondimenti: “I Corridoi bioceanici: i nuovi progetti infrastrutturali del Sudamerica” di Andrea Vento
8 “Pechino vale oltre l’80% della raffinazione mondiale di grafite, tungsteno, germanio e cobalto, raggiungendo quote vicine al 100% per gallio (99%) e terre rare (91%). Più della metà della raffinazione globale di titanio, litio, alluminio e manganese avviene in Cina”
9 https://lespresso.it/c/mondo/2026/10/22/elezioni-brasile-lula-bolsonaro-ballottaggio-secondo-turno-sondaggi-chi-vince/65455
10 https://it.euronews.com/2026/09/02/venezuela-cede-agli-usa-il-controllo-di-un-quinto-del-petrolio-con-intesa-storica
11 https://blueconomy.com/it/economia/notizie/cina-ponte-strallato-brasile/
12 https://interpret.csis.org/translations/china-and-latin-americas-joint-construction-of-the-belt-and-road-progress-challenges-and-prospects/















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