Su sionismo, antisionismo, antisemitismo, suprematismo, etc.

Prosegue (e proseguirà) in forme anche nuove la discussione pubblica intorno a sionismo, antisionismo e antisemitismo innescata dalla tragedia di Gaza e al lungo genocidio del popolo palestinese ripreso con una furia indicibile da tre anni, ma che si trascina da 80 anni senza che la cosiddetta comunità internazionale sia in grado di porvi fine. La polemica adesso si sposta anche sul piano teologico, riprende argomenti di diritto internazionale, prova a accomunare o a distinguere tra ebraismo e cristianesimo in riferimento alle radici storiche profonde dello sterminio di cui entrambe le tradizioni sono stati artefici. Di fronte a noi si ergono i paesaggi rasi al suolo di Gaza, le immagini dei bombardamenti indiscriminati sui civili in Libano, il proseguire della colonizzazione violenta in Cisgiordania.

Se c’è una categoria che sembra accomunare l’Occidente nella sua variegata unità è quella di un Suprematismo perenne che percorre tutta la sua storia rispetto agli altri spazi di conquista coloniale, coi suoi popoli che debbono essere assoggettati ai Superiori valori di cui sarebbe interprete e portatore. Che ciò sia rintracciabile dei testi sacri o meno, nelle decisioni di istituzioni internazionali o in altri contesti storico-culturali (in primis la penetrazione dell’ordine capitalistico che esso ha emanato) è una disputa che può avere un interesse; che le diverse popolazioni dell’Occidente abbiamo le proprie tradizioni talvolta confliggenti, (ebraismo / cristianesimo) è noto; che questo suprematismo, più o meno velato, continui ad essere insegnato in modi differenziati da paese a paese alle generazioni che vengono alla luce, sia nella sua versione teologica, sia in quella laica, è un dramma con cui abbiamo a che fare. Che oggi sionismo e suprematismo cristiano-evangelico siano le punte dell’abominio e si propaghino congiuntamente verso est, verso sud e all’interno di singoli paesi, tra le loro elites come tra i loro popoli, è un fatto. Se c’è un messia che deve venire a riportare pace e equilibrio, non viene dall’Occidente. E se viene, viene, speriamo, per punire per la loro cecità e idiozia gli eletti sotto qualsiasi abito e spoglia.

No, il Sionismo non è la risoluzione 181 dell’ONU

di Gabriele Repaci (da Facebook 31/5/2026)

Nel suo articolo Due streghe al rogo, Marco Travaglio interviene nella polemica che ha coinvolto Erri De Luca e Francesco De Gregori. Non intendo entrare nel merito di quella discussione. Vorrei invece soffermarmi su un passaggio finale dell’articolo che riguarda la definizione di sionismo.

Scrive Travaglio:

> «Il sionismo è il movimento che a fine Ottocento teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi. Quindi sionista è la risoluzione 181 dell’ONU che nel 1947 spartì la Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico. E sionista è chiunque si batta per due popoli, due Stati. Anche se non lo sa». Il problema è che questa definizione non descrive il sionismo storico realmente esistito. La Risoluzione 181 dell’ONU non prevedeva affatto uno Stato ebraico etnicamente omogeneo. Nel territorio assegnato allo Stato ebraico vivevano centinaia di migliaia di arabi palestinesi che, secondo il piano delle Nazioni Unite, avrebbero dovuto godere di pieni diritti civili e politici. Nel 1947 circa il 45 per cento della popolazione del futuro Stato ebraico era composta da arabi palestinesi. In altre parole, l’ONU non votò per uno Stato esclusivamente ebraico. Votò per una partizione che lasciava all’interno dello Stato ebraico una vasta popolazione palestinese. Ma il movimento sionista non ragionava nei termini della Risoluzione 181.

Fin dalle sue origini il sionismo fu un movimento di colonizzazione insediativa. Il suo obiettivo non era semplicemente creare uno Stato accanto alla popolazione araba esistente, bensì costruire una nuova sovranità ebraica in una terra già abitata da un altro popolo. La questione demografica fu centrale sin dall’inizio. Nei diari di Theodor Herzl compaiono riflessioni sul trasferimento della popolazione araba. Decenni dopo, la leadership sionista guidata da Ben Gurion era perfettamente consapevole che uno Stato con una popolazione quasi equamente divisa tra ebrei e arabi avrebbe avuto enormi difficoltà a mantenere un carattere ebraico stabile. Per questo motivo la Nakba non può essere interpretata come un semplice incidente della guerra del 1948.

Quando gli eserciti arabi entrarono in Palestina nel maggio 1948, oltre 300.000 palestinesi erano già stati costretti a lasciare le proprie case. Interi villaggi erano stati svuotati. Operazioni militari come quelle condotte nell’ambito del Piano Dalet e massacri come quello di Deir Yassin contribuirono a creare un clima di terrore che favorì l’esodo della popolazione araba. Alla fine della guerra circa 750.000 palestinesi erano diventati profughi e oltre 400 villaggi erano stati cancellati dalla carta geografica. Senza la Nakba, Israele non avrebbe potuto trasformarsi nello Stato a netta maggioranza ebraica che conosciamo oggi.

Questo è il punto che la definizione di Travaglio finisce per oscurare. La Risoluzione 181 immaginava uno Stato ebraico con una grande minoranza araba. Lo Stato che nacque nel 1948 emerse invece da una radicale trasformazione demografica della Palestina storica. Per questo motivo identificare il sionismo con la semplice formula «due popoli, due Stati» significa proiettare nel passato una categoria diplomatica contemporanea. La storiografia critica israeliana e palestinese ha mostrato come il problema centrale non fosse soltanto il diritto all’autodeterminazione ebraica, ma il rapporto tra quel progetto nazionale e la presenza della popolazione araba palestinese che già viveva sul territorio. È proprio qui che si colloca il cuore della questione storica.

La Risoluzione 181 e il sionismo storico non sono la stessa cosa. La prima immaginava una convivenza difficile ma possibile tra due popolazioni. Il secondo produsse un processo che culminò nell’espulsione della maggior parte della popolazione palestinese dai territori destinati a diventare lo Stato di Israele. Ridurre questa storia alla formula «due popoli, due Stati» significa ignorare l’esperienza storica della Nakba e il ruolo che essa ebbe nella nascita dello Stato israeliano.

L’articolo di Marco Travaglio a cui fa riferimento Repaci.

Due streghe al rogo

di Marco Travaglio (su Il Fatto Quotidiano 31/5/2026)

Diceva Montanelli: “Appena vedo accendere un rogo, salgo su e abbraccio la strega”. Ora le streghe sono Erri De Luca e Francesco De Gregori. De Luca per ciò che dice: si dichiara “sionista” e contesta il termine “genocidio” per lo sterminio dei gazawi, che chiama “massacro e strage” senz’alcuna indulgenza per gli sterminatori. De Gregori per ciò che non vuole dire: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive o come si legge un articolo o che posizione prendere su Gaza, su Israele o su Dylan. Ho le idee confuse e… non mi sento di dare lezioni a nessuno, né mi va di prenderne da alcuno, soprattutto da cantanti o uomini di cinema”. Apriti cielo. Anatemi, insulti, appelli a boicottare le loro opere. Come se uno scrittore non fosse libero di usare le parole che preferisce e un cantautore di non schierarsi su tutto (sono i governi che hanno l’obbligo di farlo). E come se il talento di chi scrive libri o musica dipendesse dalle sue idee. Possiamo preferire chi la pensa come noi e lo dice ad alta voce, ma non allestire gogne e roghi sulla piazza social per chi non lo fa. Peraltro De Luca un errore fattuale lo commette, e grave: su Gaza parla di “guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto”, come “a Mosul, a Raqqa e a Mariupol”. Eh no: in Iran, in Siria, in Ucraina e in tutte le guerre antiche e moderne ci sono eserciti armati fino ai denti che si combattono sul campo. A Gaza ce n’è uno solo: quello israeliano, che colpisce i gazawi per rubare la loro terra dopo averli eliminati o messi in fuga; dall’altra c’è un partito armato clandestino, Hamas, che pratica guerriglia e terrorismo, e non va combattuto con missili, droni e carri armati, ma con l’intelligence e i raid mirati (nessuno lo sa meglio di Israele). Ed è falso che “Israele abbia ripetutamente spostato i civili, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarli dai combattimenti”: ha continuato a sterminare i gazawi anche dopo averli costretti a continui esodi. Questi sono gli errori di De Luca. Non l’aver usato “genocidio” nel senso etimologico di eliminazione sistematica di un intero popolo (i palestinesi sono anche in Israele, dove sono cittadini elettori e nessuno li tocca), anziché in quello più largo dell’ONU (che si attaglia anche al caso di Gaza). E non l’essersi detto “sionista”: il sionismo è il movimento che a fine ’800 teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi. Quindi sionista è la risoluzione 181 dell’ONU che nel 1947 spartì la Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico (????). E sionista è chiunque si batta per “due popoli, due Stati” (????). Anche se non lo sa.

Antigiudaismo, Antisemitismo e storia delle idee: una distinzione necessaria

di Gabriele Repaci (da Facebook 31/5/2026)

Nell’articolo “L’antigiudaismo torna in abiti laici“, pubblicato sul Fatto Quotidiano, Roberto Della Rocca, rabbino e direttore del Dipartimento Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, critica gli interventi di Raniero La Valle e Massimo Fini apparsi sul giornale il 26 e il 27 maggio. Secondo Della Rocca, la questione non riguarda principalmente il merito delle critiche alla politica israeliana, bensì il retroterra culturale e concettuale che esse presupporrebbero e dal quale trarrebbero significato.

Il principale problema dell’argomentazione di Della Rocca è che tende a fondere fenomeni storicamente distinti sotto l’etichetta di “antigiudaismo“, mentre la genealogia delle idee appare assai più complessa. Per affrontare la questione occorre distinguere almeno tre livelli diversi.

Della Rocca ha certamente ragione nel ricordare l’esistenza di una lunga tradizione cristiana che ha contrapposto il “Dio della LeggealDio dell’Amore“, l’ebraismo alla misericordia evangelica, Israele alla Chiesa. Si tratta di una tradizione che ha avuto conseguenze storiche concrete e che ha alimentato per secoli stereotipi e pregiudizi antiebraici. Tuttavia, quando si passa dal terreno della polemica teologica a quello della storia delle idee, il quadro diventa più articolato. Marcione, ammesso che la ricostruzione tramandata dai suoi avversari sia sostanzialmente corretta, non odiava gli ebrei in quanto popolo. Egli sosteneva una tesi teologica radicale: il Dio dell’Antico Testamento sarebbe diverso dal Padre annunciato da Gesù Cristo. La Chiesa giudicò questa posizione eretica, ma definirla “antigiudaismo” nel senso moderno del termine rischia di risultare anacronistico. Lo stesso discorso potrebbe essere esteso ad altri pensatori. Baruch Spinoza sottopose la Bibbia ebraica a una critica storica e filosofica di enorme portata. Karl Marx scrisse pagine assai severe sull’ebraismo in Zur Judenfrage. Sigmund Freud reinterpretò Mosè e la religione ebraica in maniera radicalmente eterodossa. Sarebbe difficile considerare tutti costoro semplicemente antisemiti o antigiudaici nel senso tradizionale del termine. La critica di una religione non coincide automaticamente con l’ostilità verso il popolo che la professa.

L’antisemitismo moderno appartiene infatti a un universo concettuale differente. L’antisemitismo ottocentesco e novecentesco non nasce principalmente dalla disputa teologica sul Dio dell’Antico Testamento, bensì da categorie razziali, nazionalistiche e pseudoscientifiche. Quando Wilhelm Marr conia il termine “antisemitismo” nel XIX secolo, il problema non è più la fede degli ebrei, ma la loro presunta appartenenza biologica. Da questo punto di vista, la linea che collega direttamente Marcione alle leggi razziali non appare semplicemente problematica, ma storicamente fuorviante. Tra il II secolo e il XX secolo si è verificata una trasformazione profonda delle categorie culturali e politiche europee. Ciò non significa negare che l’antigiudaismo religioso abbia contribuito a creare un terreno culturale favorevole alla diffusione di pregiudizi antiebraici; significa però riconoscere che antigiudaismo teologico e antisemitismo moderno non sono la stessa cosa. Ancora più delicato è il secondo passaggio dell’articolo, quello relativo al rapporto tra nazismo e cristianesimo. Della Rocca intende confutare l’idea secondo cui la violenza di alcuni israeliani costituirebbe la prova di una presunta violenza intrinseca dell’ebraismo. Il principio logico che egli invoca è corretto: se non deduciamo il nazismo dal cristianesimo, non possiamo dedurre le azioni dello Stato di Israele dall’ebraismo in quanto tale. Tuttavia gli esempi storici utilizzati meritano alcune precisazioni. È certamente vero che Adolf Hitler era stato battezzato cattolico e che gran parte dei dirigenti nazisti proveniva da ambienti culturalmente cristiani. Tuttavia il rapporto tra nazismo e cristianesimo non può essere ridotto a un semplice rapporto di filiazione. Hitler non era un cristiano ortodosso nel senso tradizionale del termine. Gli storici continuano a discutere se la sua visione del mondo fosse più vicina a una forma di deismo, a un generico provvidenzialismo o a una vera e propria religione politica. Quanto a Heinrich Himmler, basti richiamare gli studi di Nicholas Goodrick-Clarke per ricordare quanto il Reichsführer delle SS fosse attratto da miti germanici, occultismo, neopaganesimo e fantasie pseudo-storiche. L’universo simbolico delle SS era in larga misura incompatibile con il cristianesimo tradizionale.

Figure come Massimiliano Kolbe ed Edith Stein, entrambe vittime del sistema concentrazionario nazista, ricordano inoltre che il cristianesimo non fu soltanto l’ambiente culturale da cui provenivano molti tedeschi dell’epoca, ma anche una realtà che il regime guardava con crescente diffidenza e ostilità. Ridurre il nazismo a una semplice emanazione della tradizione cristiana europea significa ignorare la profonda incompatibilità esistente tra una visione fondata sulla dignità universale della persona e un’ideologia costruita sul razzismo biologico, sulla gerarchia delle razze e sul culto della forza.

In definitiva, Della Rocca coglie correttamente il carattere stereotipato di certe rappresentazioni del “Dio ebraico crudele” o dell’”ebraismo della vendetta“. Tuttavia tende a costruire una linea interpretativa troppo diretta che conduce da Marcione alle leggi razziali e da Fini all’antigiudaismo storico. Dal punto di vista della storia delle idee, le continuità esistono, ma risultano assai meno lineari di quanto il suo articolo lasci intendere. Una critica teologica dell’ebraismo può essere errata, superficiale o persino polemica senza coincidere automaticamente con l’antisemitismo moderno. Allo stesso modo, l’antisemitismo nazista non può essere spiegato semplicemente come una prosecuzione dell’antigiudaismo cristiano, poiché incorpora elementi razziali, biologici e ideologici che appartengono alla modernità molto più che alla teologia medievale.

Articolo di riferimento:

https://www.ilfattoquotidiano.it/…/lantigiudai…/8404406

L’articolo di a cui fa riferimento Repaci:

Antigiudaismo in abiti laici

di Roberto Della Rocca (da Il Fatto Quotidiano 31/5/2026)

* Rabbino e direttore del Dipartimento Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Gentile direttore, gli articoli di Raniero La Valle e Massimo Fini sul del 26 e 27 maggio non sono discutibili solo sul piano geopolitico per le critiche alla politica del governo israeliano – legittime come quelle rivolte a qualsiasi democrazia – ma per il riflesso ideologico che rivelano. La Valle e Fini da anni manifestano un’ostilità cronica verso l’ebraismo e Israele utilizzando categorie religiose travestite da giudizio morale e politico. E ciò che appare allarmante è che tali sfoghi intrisi di vecchia teologia antigiudaica trovino ospitalità proprio su un giornale che pretende di leggere Israele attraverso le categorie della sinistra politica. È qui il cortocircuito di tale ondata d’antigiudaismo: la fusione di politica e religione. Proprio ciò che questi autori imputano agli ebrei e a Israele, mentre sono i primi a praticarlo. Un tempo, una cultura laica di sinistra avrebbe considerato improponibile leggere un conflitto politico attraverso categorie teologiche medievali. Oggi si torna senza imbarazzo al repertorio più antico: l’ebreo legalista, il Dio ebraico crudele, Israele come incarnazione metafisica del male storico. Lo schema è noto, e perciò andrebbe riconosciuto con più prontezza. L’ebraismo come religione della durezza, della vendetta, della legge senz’anima. Il cristianesimo come religione dell’amore e del perdono. L’ebreo accettabile solo nella versione spiritualizzata, universalista, purificata dalla sua concretezza storica e nazionale. Questa non è analisi politica. È antigiudaismo in abiti laici, con una storia precisa, una storia che conduce, attraverso secoli di predicazione e catechesi, fino alle leggi razziali e oltre. Il meccanismo è sempre lo stesso: si comincia con una critica politica e si scivola, artatamente, verso qualcosa di diverso. Israele cessa d’essere uno Stato con un governo criticabile e diviene incarnazione di un male metafisico radicato nell’essenza stessa dell’ebraismo. La politica si trasforma in teologia. La critica diviene condanna dell’essere. Val la pena fermarsi sulla teologia, perché qui l’ignoranza è così densa da richiedere una risposta precisa. Fini scrive, con disinvoltura che impressiona, che preferisce “il perdono cristiano all’ira del Dio ebraico”. E spiattella persino il tema del deicidio con una leggerezza che denuncia appieno il paradosso di certo agnosticismo contemporaneo: proclamarsi laici e poi riesumare stracci di vecchia teologia polemica quando si tratta degli ebrei. La Valle costruisce invece un’intera architettura argomentativa sul “Dio della guerra” ebraico contrapposto al “Dio solo misericordia” cristiano. Peccato che entrambi stiano descrivendo una caricatura, non una realtà delle fonti. L’idea che il Dio ebraico sia il “Dio della vendetta” è una delle falsificazioni più tenaci della storia di un certo pensiero occidentale. Risale almeno a Marcione, teologo del II secolo che voleva espungere la Bibbia ebraica dal cristianesimo perché ritenuta moralmente inferiore al Vangelo. La Chiesa lo condannò come eretico. Eppure il marcionismo non è mai morto: si ripresenta travestito da indignazione geopolitica. La realtà delle fonti dice l’esatto contrario. La Bibbia ebraica è attraversata dal tema della misericordia divina. “Padre degli orfani e giudice delle vedove è Dio nella Sua santa sede” (Salmo 68,6). Non sono versetti marginali: sono il cuore pulsante d’una tradizione antica che ha plasmato la coscienza religiosa dell’occidente. E il celebre “occhio per occhio”? La disinformazione è talmente radicata da esser quasi banale da smontare. Le fonti talmudiche – scritte dai tanto deprecati Farisei – chiariscono con precisione inequivocabile che quella norma non ha mai significato ritorsione fisica, ma risarcimento proporzionato del danno: ciò che il diritto civile moderno chiama danno emergente, lucro cessante, danno permanente, danno morale. I rabbini elaborarono tale sistema giuridico molti secoli prima che l’Europa cristiana lo scoprisse. Chi usa ancora “occhio per occhio” come prova della crudeltà ebraica o non ha mai letto le fonti, o le legge in malafede. Analogamente, la parola ebraica neqamà, tradotta sempre come “vendetta”, non indica affatto una pulsione biologica o un tratto antropologico – come lascia intendere Fini con l’inquietante riferimento a una presunta inclinazione inscritta nel “Dna ebraico” – ma significa anche, come il latino vindicta, giustizia riparatrice, ristabilimento dell’ordine violato. Il Salmo 94 che invoca El neqamot non evoca un Dio assetato di sangue, ma un Dio che ristabilisce la giustizia a favore di deboli e perseguitati. E l’appellativo H. Tzevaot, reso come “Dio degli eserciti”, indica le schiere celesti, non gli eserciti militari. Piccoli dettagli che, se ignorati sistematicamente, producono mostri. C’è poi un argomento che andrebbe ripetuto ogni volta che si tira in ballo la presunta violenza intrinseca dell’ebraismo. Hitler era battezzato e cresimato nel 1904. Non fu mai scomunicato. La quasi totalità dei nazisti proveniva dalla tradizione cristiana europea, cattolica o luterana. Himmler aveva frequentato un istituto salesiano. Molti responsabili dello sterminio si accostarono ai sacramenti fino alla fine. Nessuno, giustamente, pensa di definire il nazismo come conseguenza logica del Vangelo. Nessuno parla di “nazi-cristiani” come categoria teologica. Eppure, quanti massacri ha subito il popolo ebraico in nome di quella croce. Quando invece si tratta di Israele, ogni azione politica contestabile diventa prova di una colpa metafisica collettiva radicata nella Bibbia. Il doppio standard non è un’incidentalità: è la struttura stessa dell’antigiudaismo. La distinzione implicita in entrambi gli articoli tra un ebraismo “buono” – spirituale, diasporico, vittimizzato – e un ebraismo “cattivo” – nazionale, sovrano, armato – ha una storia precisa. È esattamente la struttura della teologia della sostituzione, condannata da Nostra Aetate nel 1965: l’idea che l’ebraismo reale, storico, concreto sia una deviazione da un’essenza spirituale ormai appartenente ad altri. L’ebreo accettabile è quello che non esiste più come soggetto della storia: il testimone del passato, la vittima compianta, l’ombra del Libro. Quando torna ad avere uno Stato, scelte politiche contestabili come quelle di qualsiasi altra democrazia, riemerge immediatamente la categoria del “potere ebraico”: duro, vendicativo, moralmente sospetto. Israele non nasce da Auschwitz come risarcimento morale, perché Auschwitz non è risarcibile da niente e da nessuno. Nasce da un legame millenario tra un popolo, una terra e una tradizione. Nell’ebraismo Torah, popolo e Terra sono intrecciati da tremila anni in un unicum inseparabile. Pretendere d’accettare l’ebraismo amputandone la dimensione storica e nazionale significa ridefinire dall’esterno cosa l’ebraismo dovrebbe essere. Significa chiedere a un popolo d’esistere solo nella forma che altri ritengono moralmente tollerabile. È esattamente ciò che è stato chiesto agli ebrei per secoli, con risultati che la storia conosce bene. Jules Isaac, sopravvissuto alla Shoah che aveva ucciso moglie e figlia, comprese che la radice dell’odio non stava solo nella politica ma nelle caricature teologiche sedimentate nei secoli. Da quella consapevolezza nacque il lungo cammino che portò a Nostra Aetate. Un cammino prezioso, evidentemente non ancora concluso, come dimostrano questi due articoli. Quando il linguaggio politico torna a evocare l’ebreo legalista, crudele, vendicativo; quando si divide l’ebraismo tra forme pure e forme degenerate; quando si rispolverano perfino accuse teologiche come il deicidio dentro un discorso che pretende di essere “laico”, non siamo più nel confronto democratico, ma davanti al riemergere d’un veleno antico che l’Europa conosce molto bene, e che ha già dimostrato dove porta. Riconoscerlo non è censura: è memoria. Come San Tommaso, credo solo a ciò che vedo. E oggi vedo un genocidio dei palestinesi. Certo, c’è il precedente di Auschwitz e dei lager nazisti, che però era sconosciuto al mondo intero e nella stessa Germania, mentre il genocidio palestinese (guai a chiamarlo Olocausto, gli ebrei s’indignano solo a definirlo tale, perché hanno il monopolio del dolore) si svolge, grazie a tv, social e giornali indipendenti, sotto gli occhi di tutti. Perciò, riprendendo De André, e rivolgendomi a quegli ebrei che molto timidamente condannano ciò che avviene oggi, e non solo da oggi, in Palestina, dico “anche se vi credete assolti siete tutti coinvolti”.

L’articolo di Raniero La Valle a cui fa riferimento Della Rocca:

ORMAI ISRAELE PARLA SOLO CON IL “DIO DELLA GUERRA”

di Raniero La Valle (da “Il fatto quotidiano” del 26 maggio 2026)

Il ministro Ben Gvir non può mettere piede in Francia: è la sanzione imposta dal governo francese per il comportamento selvaggio che egli ha ostentato nei confronti dei militanti della Global Flotilla incorsi nella pirateria che infesta il Mediterraneo e tradotti e perseguitati in Israele. Può sembrare una piccola cosa rispetto alla causa di tutto ciò, che è il genocidio a Gaza, ma ha un significato terribile, perché ben Gvir è il ministro ebraico più “ortodosso” e quindi è come se l’ebraismo che è al governo in Israele non potesse avere ingresso nel mondo civile. Si dirà che il solo Ben Gvir non fa l’identità dello Stato di Israele; però Netanyahu questa identità la rivendica e rappresenta, perché ha governato Israele per 16 anni fino ad ora, col pieno consenso dei suoi concittadini: e questo pone un problema storico quale forse non c’è mai stato prima.

E infatti come Netanyahu interpreta la sua missione? Per due volte, nel settembre del 2023 e nel settembre del 2024 parlando all’Assemblea generale dell’ONU ha detto che la sua missione è quella stessa del “grande condottiero” Mosè al suo ingresso nella terra promessa più di 3000 anni fa, e ha citato il Deuteronomio biblico secondo il quale Dio, sul Sinai, gli avrebbe dato la consegna di lasciare in eredità per le generazioni future e “per tutta l’umanità” una scelta tra benedizione e maledizione, scelta che si presenta anche oggi. Perché Netanyahu ha scelto proprio questo di tutta la Bibbia e questo modo in cui viene raccontato un Dio pronto a benedire o a maledire in mezzo ai popoli del mondo intero? Nello stesso testo, poco prima e subito dopo, il comando di Dio è di “distruggere completamente tutti i luoghi dove le nazioni che state per scacciare servono i loro dèi”; e il testo dice: “Quando il Signore ti avrà introdotto nella terra in cui stai per entrare e avrà scacciato davanti a te molte nazioni: gli Ittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio. Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà”.

Dopo aver trasmesso al popolo questi messaggi di Dio, Mosè muore prima di attraversare il Giordano, e la missione passa a Giosuè, e la prima cosa che lui fa è lo sterminio di Gerico.

Naturalmente le cose non sono andate affatto così: i cosiddetti libri storici della Bibbia, storici non sono, sono un’epopea nazionale scritta sei o sette secoli dopo i fatti narrati. E nella Scrittura ebraica Dio non è raccontato solo così, anzi si potrebbe dire che tutta la Bibbia, dalla Genesi ai Profeti ai Vangeli all’Apocalisse è una grande controversia sulla natura e l’identità di Dio, cosa assai importante da decidere se l’uomo è fatto a sua immagine e somiglianza. Ma allora perché, di fronte alle enormi ricchezze della tradizione e della fede ebraica, l’identità impressa allo Stato di Israele dal sionismo che lo ha fondato e lo governa, e dichiarata perfino all’assemblea dei popoli dell’ONU, è quella di questo Dio crudele che si trasferisce nella crudeltà di Netanyahu e delle Israeli Defence Forces? Perché richiamarsi al Dio che detta la legge sul Sinai piuttosto che al Dio dei profeti che mette in libertà i prigionieri e annuncia l’abbandono delle arti della guerra, perché non evocare il Dio che si pente del male che aveva minacciato di fare a Ninive, e non lo fece, “perché a Ninive c’erano 120.000 persone e una grande quantità di animali”, e perché appellarsi al Deuteronomio, piuttosto che alla Genesi, dove anche ai figli di Ismaele, cioè agli Arabi, Dio promette attraverso il loro padre Abramo di farne “una grande nazione” e di “rendere grande” il loro nome, perché prendere come condottiero Mosè, quando in Abramo sono “benedette tutte le famiglie della terra”?

Dato il peso di questa storia, è stato un grande errore storico quello dell’ONU di aver promosso la costituzione dello Stato di Israele sulla base di una spartizione della terra e di una divisione tra i due popoli, invece che patrocinare una unione tra i due su una terra indivisa: per questo non è stata mai possibile la soluzione a due Stati, e tanto meno è possibile ora, mentre l’unica soluzione è la riconciliazione di Arabi ed Ebrei in una comunità statale multietnica e plurireligiosa.

Questo è possibile perché l’Islam di oggi dice che nel Corano “Maometto non avanza solo con la spada”, e nella fede di Israele non c’è solo il Dio crudele che passa nella crudeltà di Netanyahu, nella spietatezza dello Stato di Israele e nel genocidio di Gaza. Nella Bibbia ebraica la contraddizione tra benedizione e maledizione non divide solo i popoli tra maledetti e benedetti, come dice Netanyahu all’ONU, c’è il Dio che prescrive gli stermini e c’è il Dio radicalmente alternativo del Vangelo che dice: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, “infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?”

Ma la rivelazione non si chiude neanche lì, perché anche nel cristianesimo permangono false o fuorvianti figure di Dio, il Dio delle armi e delle scomuniche, il Dio del regime di cristianità e dell’Impero di Carlo Magno, come il Dio del falso messianismo americano. Sicché il vero Dio è sempre da scoprire; come dice la stessa Bibbia col profeta Isaia, “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore”.

E qual è la tragedia di oggi? La tragedia è che l’ebraismo oggi parla al mondo con la lingua di Netanyahu e di ben Gvir, e dunque amputa la fede d’Israele della sua forza di rivelazione ed è una catastrofe per lo stesso popolo ebraico nel suo rapporto con i popoli di tutto il mondo.

Ma purtroppo il cristianesimo, che dovrebbe rappresentare l’altro volto di Dio, irrompe sulla scena attraverso la versione aberrante e blasfema di Trump, e dell’evangelismo settario americano, che fanno la stessa apologia del genocidio e della potenza; mentre l’Europa, che vanta le sue radici ebraico-cristiane, e dunque dovrebbe rappresentare la vera correzione ad ambedue, balbetta istupidita facendosi complice dell’una e dell’altra aberrazione.

Perciò manca oggi, sul piano politico, una vera alternativa, che può venire solo da una nuova coscienza e iniziativa dei popoli, ciò per cui sarebbe necessario però un ripensamento della stessa forma sempre più sterile del secolarismo moderno.

Per quanto riguarda Israele il vero problema è che esso si identifica con un sionismo estremista e corrompe perciò davanti al mondo la vera immagine del Dio degli Ebrei. A una più fedele tradizione del messianismo ebraico, dovrebbe perciò convertirsi lo Stato di Israele, per salvare la religione e il popolo di Israele, e restituire la vita al popolo palestinese.

Intanto, in questa fase di massimo pericolo per l’umanità tutta, l’unica voce veramente alternativa e l’unica riserva di speranza sembra essere quella umile e coraggiosa di papa Leone XIV, che incoraggia tutti a non avere paura, e così a preparare e costruire un mondo diverso. La novità è che in questo mondo risuona oggi in qualche modo una parola conclusiva di tutta la Rivelazione; infatti è annunciato al mondo, dopo il Dio “solo misericordia” di papa Francesco, il Dio disarmato e disarmante di papa Leone, è annunciato il Dio del Papa americano, che rifiuta la guerra e “non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue”, e il Dio dell’iperbole di papa Francesco che è talmente buono da potersi pensare perfino che l’inferno sia vuoto.

L’articolo di Massimo Fini a cui fa riferimento Della Rocca:

All’ira del Dio ebraico preferisco il perdono

di Massimo Fini (da Il Fatto Quotidiano, 27.05.2026)

Gli attivisti della Global Sumud Flotilla fermati in acque internazionali, quindi ben lontani da Israele, sono 430 circa, provenienti da 40 Paesi diversi, fra cui 29 italiani. Circa cinquanta attivisti sono stati ricoverati a Istanbul, scossi non solo per le lesioni fisiche, ma per le umiliazioni, le violenze e le vessazioni subite mentre erano nelle carceri israeliane. Qual è stata la reazione del governo italiano? Solo vuote parole di condanna. Ma altri rappresentanti delle nostre Istituzioni, e quindi del governo, si sono spinti più in là. La Russa: “Quanti palestinesi hanno salvato le flottiglie? È una propaganda a scarso rischio. Se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato è il massimo a cui puoi aspirare e sperare”. Salvini: “Il comportamento del ministro Ben-Gvir è stato sicuramente sbagliato, ma se parti e vai in una zona di guerra non vai a fare una passeggiata in montagna. Alcuni vanno a cercarsi grane”. Ricorda molto il “Se l’è andata a cercare” di Giulio Andreotti a proposito dell’omicidio Ambrosoli. In quanto al direttore del Giornale, Cerno, che non è un uomo delle Istituzioni, ma che rappresenta una larga porzione del pubblico di destra, così si esprime:” I prodi eroi, per me antieroi, della Flottilla trasformata da Pd e M5s in testimonial di quello che è da ormai un decennio un progetto targato Hamas che ha come obiettivo concentrare l’attenzione sul regime terroristico di Gaza, trasformandolo in vittima, propaganda riuscita così bene da averci fatto cascare milioni di persone e persino il governo di Israele” (en passant: da quando la direzione del quotidiano berlusconiano è passata da Alessandro Sallusti al carneade Cerno, Il Giornale ha avuto un tracollo. Aridatece Sallusti).

Cosa avrebbe dovuto fare quindi il governo italiano? Lo dice a chiare lettere Gianluca Ferrara, un indignato lettore del Fatto, nonchè ex parlamentare M5s: “Un governo serio non resta fermo quando i propri cittadini vengono coinvolti in un’operazione del genere. Un governo serio pretende spiegazioni immediate. Un governo serio rompe le relazioni diplomatiche con queste belve… A Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e ai vari giornalisti di regime ricordo che la Storia giudica. Sempre. E giudica molto male chi, davanti alla sofferenza di massa, dinanzi a un genocidio ha scelto la prudenza diplomatica invece del coraggio morale. E questo vale anche per troppi ebrei italiani che restano silenti e di conseguenza complici”. Il lettore del Fatto si illude, in realtà è da quando esistono, cioè dalla notte dei tempi, che i giudei provocano scompigli e, all’occorrenza, compiono omicidi senza che ci sia nei loro confronti alcuna condanna morale.

I Romani, l’Impero più aggressivo dell’Occidente di allora, conquistavano territori e poi si limitavano a chiedere alle province che si arano accaparrati il pagamento delle tasse, cioè frumento e poi ciascun popolo facesse quel che voleva secondo la propria storia e tradizione. I soli problemi, sarà un caso, li ebbero in Giudea. Del resto gli ebrei sono o non sono “Il popolo eletto da Dio”? E quindi tutte le altri genti sono genti di serie B, su cui si possono compiere ogni sorta di nefandezze. Sono stati gli ebrei a volere la crocifissione di Cristo, e non Ponzio Pilato come afferma la narrazione corrente. Pilato cercò di salvare Cristo da quegli energumeni e gli disse di smetterla con la storia del “figlio di Dio” per lui, pagano, assolutamente incomprensibile, ma Cristo non poteva rinnegare se stesso e andò a morire sulla Croce dove, inchiodato alla croce, in uno dei più commoventi passi del Vangelo, Cristo dubita, umanamente dubita: “Padre, padre, perché mi hai abbandonato?” (Io leggo Cristo non come figlio di Dio, ma come uomo, alla De André: “E morì come tutti si muore, come tutti cambiando colore”, Si chiamava Gesù, De André).

Naturalmente i comandi israeliani hanno smentito le nefandezze di cui è accusato l’esercito di Tel Aviv, si sono dimenticati che oggi esistono i social e le tv indipendenti che portano tutto alla luce del sole. Il vittimismo aggressivo degli ebrei ha raggiunto il suo apice dopo l’Olocausto, anche se un coraggioso e intelligente ebreo americano, Norman Finkelstein, ha scritto un libro: L’industria dell’Olocausto. Che gli ebrei siano intelligenti è fuori discussione. Nietzsche (che col nazismo non ha nulla a che vedere) li considerava “la razza–si può ancora usare questo termine?– più intelligente del creato” (Kafka ed Einstein, singolarmente presi, sono lì a dimostrarlo). Ma nel Dna degli ebrei c’è anche la vendetta di cui Israele sta dando oggi ampia dimostrazione. Si legga il passo del Deuteronomio a proposito di Gerico,2, 33-34, che afferma: “In quel tempo prendemmo tutte le sue città e le votammo allo sterminio: uomini, donne, bambini; non vi lasciammo nessuno in vita”.

Io, che pur sono agnostico, preferisco il perdono cristiano, perché sulla croce Gesù perdona i suoi aguzzini.

Il Fatto Quotidiano, 27.05.2026


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