Arlacchi/Repaci: Cina, socialismo, Intelligenza Artificiale
Due interessanti interventi di Pino Arlacchi e di Gabriele Repaci intorno a pianificazione supportata dall’automazione e dall’IA in Cina: il nuovo rapporto che si intravvede con il mercato e il capitale. Ma soprattutto la Politica come pilota che definisce percorsi e obiettivi finali.

In Cina socialismo e IA contro occidente

Pechino pianifica tutto. L’economia, ormai già largamente automatizzata con l’Intelligenza Artificiale, ha reso superflui i due grandi istituti della modernità capitalistica: mercato e capitale

di Pino Arlacchi (da Il Fatto Quotidiano 27/5/2026)

Per due secoli l’occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento. Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato. Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’URSS: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione. “Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato: è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.

Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile. Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayeck “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi.

La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030. La capacità di calcolo viene concepita come una “nuova forza produttiva”. Già oggi una parte crescente della vita associata – traffico, energia, logistica, servizi – è governata da sistemi algoritmici che coordinano in tempo reale ciò che nessuna Mano invisibile potrebbe coordinare meglio. È il sogno della pianificazione cibernetica, attuato su scala continentale.

Ma il punto più dirompente riguarda il futuro più immediato. Proiettando tali trend nel prossimo decennio, intravediamo la sagoma di un sistema finora solo vagheggiato: un’economia largamente automatizzata in cui i due grandi istituti della modernità capitalistica, il mercato e il capitale, sono diventati superflui. Non è fantascienza. La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio. La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia. Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire.

Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporation USA che del libero mercato si proclamano campioni. L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’URSS sia mai stata. E la decisione d’investire? Era la roccaforte ultima del capitalismo. Keynes l’aveva consacrata nella sua Teoria generale: poiché il futuro è inconoscibile e nessun calcolo può prevederlo, l’investimento nasce dagli “spiriti animali del capitalismo”, dall’impulso dell’imprenditore a tuffarsi nell’ignoto assumendosene il rischio. E il profitto del capitalista è la ricompensa per quell’atto di coraggio. Ma anche gli spiriti animali, in fondo, erano la soluzione a un problema d’informazione: secondo Keynes colmavano col fiuto (o la fortuna) dell’imprenditore il vuoto lasciato dall’incertezza. Ed è proprio quello che l’Intelligenza Artificiale sta riempiendo, calcolando opportunità e rischi d’investimento su milioni di scenari con una freddezza sconosciuta agli umani. Se la macchina alloca il capitale meglio dell’imprenditore – e i mercati finanziari, ormai dominati dagli algoritmi, lo dimostrano ogni giorno – l’intera giustificazione dell’imprenditore capitalista come assuntore del carico dell’incertezza si dissolve.

Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”. L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Amazon e Google sono proprio quelle “fabbriche-uffici uniche” che hanno interiorizzato il mercato sostituendolo col coordinamento cosciente. Ma è un’operazione volta al profitto privato anziché al bisogno collettivo. Il compito che la Storia ci pone è quello indicato da Lenin: impadronirci di quell’apparato e volgerlo al servizio di tutti. Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate.

In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia. Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’oriente socialista, non nell’occidente capitalista. L’occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.

La Cina non è il Gosplan digitale

IA, pianificazione e socialismo. Replica a Pino Arlacchi

di Gabriele Repaci (da Facebook 27/5/2026)

L’articolo di Pino Arlacchi, “Cina, socialismo e IA contro Occidente”, uscito su Il Fatto Quotidiano, coglie un punto reale e spesso rimosso dal dibattito occidentale: il capitalismo contemporaneo sta producendo livelli di automazione, concentrazione informativa e coordinamento algoritmico che rimettono inevitabilmente al centro la questione della pianificazione economica. Tuttavia, nel tentativo di leggere la Cina come dimostrazione storica del superamento del mercato e del capitale, Arlacchi finisce per sovrapporre esperienze storiche, categorie teoriche e modelli economici profondamente differenti. E soprattutto rischia di attribuire alla tecnologia una funzione quasi salvifica, dimenticando che, dal punto di vista marxista, il problema decisivo non è mai soltanto tecnico, ma riguarda i rapporti sociali e il potere.

Nel suo intervento Arlacchi scrive: «Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata». L’affermazione è sostanzialmente corretta. Ma la questione decisiva è capire in che senso. La Cina contemporanea non ha restaurato il Gosplan sovietico in forma digitale. Non ha abolito il mercato, né sostituito integralmente il sistema dei prezzi con un apparato centrale di allocazione delle risorse. Quello cinese è piuttosto un sistema di economia mista e dirigista nel quale lo Stato orienta credito, investimenti, infrastrutture e settori strategici, lasciando però operare mercato, concorrenza, proprietà privata e profitto.

È un modello che assomiglia molto più alla pianificazione indicativa del Piano Monnet nella Francia del dopoguerra o al MITI giapponese che non alla pianificazione amministrativa sovietica. La differenza non è secondaria. Nel sistema sovietico classico il centro tentava di sostituire il mercato nella determinazione stessa delle quantità e dei prezzi. Nella Cina contemporanea, invece, il mercato continua a svolgere una funzione fondamentale di coordinamento, mentre lo Stato ne orienta strategicamente gli esiti. Non siamo dunque davanti all’abolizione del mercato, ma alla sua subordinazione politica. Ed è proprio qui che emerge il primo problema teorico del ragionamento di Arlacchi. L’autore tende infatti a presentare la rivoluzione informatica e l’Intelligenza Artificiale come la soluzione definitiva al problema storico della pianificazione socialista.

Scrive: «La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione.»

Ma qui vengono confuse due critiche differenti.

Per Ludwig von Mises il problema del socialismo non era principalmente informativo. Era il problema del calcolo economico. In assenza di proprietà privata dei mezzi di produzione non esiste un autentico mercato dei beni capitali; senza mercato non si formano prezzi; e senza prezzi non esiste un criterio razionale per confrontare usi alternativi delle risorse.

Hayek sviluppò invece un’argomentazione diversa. Il problema, secondo lui, era la dispersione della conoscenza sociale. Nessuna autorità centrale potrebbe raccogliere e aggiornare continuamente l’enorme quantità di informazioni locali presenti nella società.

Sono due argomenti distinti. E la storia reale del Novecento mostra che la tesi di Mises, presa in forma assoluta, era falsa. L’URSS pianificò realmente un’economia complessa per decenni. Industrializzò un paese arretrato, vinse la guerra contro il nazismo, costruì un’enorme industria pesante, sviluppò missilistica, nucleare, aviazione e ricerca spaziale. Questo costrinse molti eredi di Mises a spostare il terreno della critica: non impossibilità della pianificazione, ma minore efficienza rispetto al mercato. Ma anche qui il problema è più complesso di quanto Arlacchi lasci intendere. Nel suo articolo egli suggerisce che l’Intelligenza Artificiale stia dissolvendo l’obiezione hayekiana, perché oggi sarebbe finalmente possibile raccogliere ed elaborare immense quantità di dati in tempo reale. A sostegno di questa tesi richiama Oskar Lange: «Mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo».

Ma anche qui occorre precisione storica. Lange non proponeva l’abolizione del mercato nel senso sovietico classico. Il suo “socialismo di mercato” tentava invece di simulare il funzionamento walrasiano dei prezzi attraverso un’autorità centrale che li correggesse progressivamente fino all’equilibrio fra domanda e offerta. Era una soluzione ibrida, non il superamento del mercato. E soprattutto il dibattito Lange-Hayek riguardava modelli teorici astratti di allocazione socialista. Non descrive affatto il funzionamento della Cina contemporanea. La Cina non opera attraverso un “Ministero della Produzione” che risolve equazioni generali di equilibrio tramite IA. Funziona attraverso mercati reali, imprese pubbliche e private, credito, export, profitto, concorrenza e accumulazione. L’automazione crescente non cambia automaticamente questo fatto. Arlacchi arriva però ad una conclusione ancora più radicale:

«L’economia, ormai già largamente automatizzata con l’Intelligenza Artificiale, ha reso superflui i due grandi istituti della modernità capitalistica: mercato e capitale.» È qui che il ragionamento diventa davvero problematico. Il capitalismo non è definito semplicemente dalla presenza di imprenditori umani o dalla scarsità di informazione. È definito da rapporti sociali precisi: proprietà privata dei mezzi di produzione, accumulazione di capitale, produzione di valore e sfruttamento del lavoro salariato. L’automazione non abolisce automaticamente questi rapporti. Può anzi rafforzarli. Le grandi corporation digitali citate da Arlacchi — Amazon, Google, Walmart — non rappresentano il superamento del capitalismo, ma una sua forma estremamente avanzata di concentrazione e centralizzazione.

Che all’interno di queste imprese esistano enormi sistemi di coordinamento non di mercato è vero. Ma questo era già stato intuito da Marx quando descriveva la tendenza del capitale alla socializzazione della produzione. Il punto è che tale socializzazione continua ad avvenire sotto forma privata. Amazon non supera il capitalismo: ne rappresenta una delle forme più sviluppate. Arlacchi scrive inoltre: «Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia». Ma la previsione algoritmica della domanda non equivale all’abolizione del mercato. Significa piuttosto che il capitale dispone oggi di strumenti di sorveglianza, previsione e modellizzazione dei consumi infinitamente più sofisticati rispetto al passato. Non è la fine del capitale. È la sua evoluzione tecnologica.

E proprio qui emerge il limite fondamentale del ragionamento tecnicista.

Il problema storico della pianificazione socialista non è mai stato semplicemente tecnico. Se fosse stato un problema puramente computazionale, il fallimento sovietico avrebbe dovuto manifestarsi uniformemente in ogni settore dell’economia. Ma non fu così.

L’URSS produceva eccellenze straordinarie nell’industria pesante, nella missilistica, nell’aviazione e nella ricerca spaziale, mentre falliva drammaticamente nella produzione dei beni di consumo. Perché?

Perché nel settore militare esisteva un committente reale e competente. Esistevano feedback, controllo qualitativo, revisione critica. Nel settore civile, invece, il consumatore non aveva alcun potere reale. I produttori rispondevano ai numeri del piano, non ai bisogni concreti della popolazione. Il problema non era soltanto l’assenza di dati. Era l’assenza di democrazia economica e di controllo dal basso. Ed è qui che la riflessione marxista dovrebbe tornare centrale. La pianificazione socialista non può essere ridotta ad un gigantesco algoritmo amministrativo che sostituisce il mercato. Se il sapere sociale è diffuso, allora anche il processo decisionale deve esserlo. La democrazia economica non è un ornamento morale della pianificazione: ne è la condizione funzionale.

Non a caso già il capitalismo avanzato ha dovuto introdurre forme di cooperazione interna — produzione snella, Kanban, circoli di qualità — proprio perché la rigidità gerarchica distrugge informazione produttiva.

In fondo, è il riconoscimento implicito che il sapere economico è sociale e diffuso. Ed è qui che emerge il limite più profondo del ragionamento di Arlacchi. La Cina non rappresenta oggi il superamento del mercato tramite Intelligenza artificiale. Rappresenta piuttosto la capacità di uno Stato forte di subordinare parzialmente il mercato a obiettivi strategici di lungo periodo. È un capitalismo politico-dirigista altamente sofisticato, non la realizzazione della “fabbrica unica” di Lenin. Che poi le nuove tecnologie possano ampliare enormemente le possibilità della pianificazione economica è una questione seria e legittima.

Esperimenti teorici in questa direzione esistono da decenni: dal progetto OGAS di Viktor Gluškov nell’URSS fino al Cybersyn di Stafford Beer nel Cile di Allende, passando per i lavori più recenti di Paul Cockshott e Allin Cottrell. Ma nulla di tutto questo autorizza a sostenere che mercato e capitale siano già diventati storicamente superflui. Anzi, la Cina contemporanea mostra semmai il contrario: che anche il più potente Stato pianificatore del XXI secolo continua ad utilizzare intensamente mercato, prezzi, profitto, concorrenza e accumulazione. La vera domanda, dunque, non è se l’IA abolirà il mercato. È se le nuove tecnologie verranno utilizzate per socializzare realmente il potere economico o per costruire forme ancora più sofisticate di concentrazione del controllo — statale o privato. Ed è una questione che nessun algoritmo, da solo, può risolvere.


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