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Draghi, il Principe all’inizio degli anni ’20

di Rodolfo Ricci

Le élites, non sono necessariamente di destra o di sinistra. L’importante è che stiano sopra. Stando in alto possono mediamente osservare con imparzialità ideologica da che parte conviene pendere. La funzione delle élites è quella di riprodurre se stesse, cioè di riconfermare la dimensione sintetica dell’Alto e quella del Basso. E di proiettarla in avanti nel tempo con strumenti di diversa natura, nonché variabili rispetto ai mutevoli contesti; per questa proiezione sono preferibili strumenti egemonici, fondati su qualità riconosciute o riconoscibili, per esempio sull’autorevolezza, piuttosto che quelli quantitativi (forza, denaro, ecc.) o normativi o prescrittivi, che costituiscono sempre possibilità di ultima istanza.

L’ egemonia della scolastica capitalistica è stata fondamentalmente il denaro e il suo gioco infinito di accumulazione inteso come grazia che designa i suoi possessori e interpreti; non è detto che esso debba continuare ad essere il mezzo preferibile in un contesto oscillante e declinante di sistema. Alla fine, ciò che le élites debbono preservare è la dimensione di potere e di dominio, non lo strumento che ad esse serve per raggiungerlo.

Un concetto più interessante, da questo punto di vista, perché ancora più neutro e naturale, è quello della “competenza”, che rimanda all’antica qualità sciamanica di intercettare le forze superiori. Nella sua versione laica, legata alla scienza e alla sua manipolazione, si tratta di un concetto scalabile, a prima vista, non legato per forza alla finanza, né all’appartenenza a uno specifico settore sociale o confraternita, quindi non appare attaccabile, se non in seconda istanza, come “di parte”.

Per la quarta volta in 30 anni, in Italia, è questo concetto che viene recuperato e rinverdito alla pubblica opinione come quello decisivo: Ciampi, Dini, Monti, Draghi. Ma anche le due parentesi di centrosinistra, con Prodi hanno avuto a che fare con questa narrazione.

Oltre alle specifiche debolezze italiane che l’hanno prodotta, queste insorgenze ripetute di un medesimo esito, indicano forse un difetto generale delle democrazie parlamentari nella loro velocità di risposta alle mutevoli e sempre più rapide sollecitazioni di un sistema in crisi: le democrazie presidenziali sembrano avere maggiori chances. In esse è più facile e immediato sintonizzarsi sulla narrazione del “comandante in capo”, qualcosa che somiglia alla neutra figura del manager in ambito privato: colui che essenzialmente “gestisce”, prova a mettere perennemente in riequilibrio le diverse variabili; la sua invenzione costituì una delle innovazioni decisive della trasformazione dell’impresa in compagnia di investitori accomunati dall’esigenza di far fruttare al meglio i reciproci investimenti o almeno di salvaguardarne il valore nel mare tempestoso del mercato. Ma essa si è trasferita successivamente ad altre entità giuridiche: generalmente il manager è qualcuno che dirige un sistema organizzato in una situazione che non prevede cambiamenti sostanziali. E’ la figura che amministra al meglio l’esistente e non si pone altri problemi.

Tornando alla dimensione politica, questa figura si traduce essenzialmente in “principe”, nel senso che gli attribuì Machiavelli; dotato di qualsivoglia appellativo tecnico in grado di tenere insieme gli interessi contrapposti e mirando alla salvaguardia del sistema così com’esso è, almeno nei suoi caratteri basilari ed essenziali.

E’ chiaro che questa funzione, così intesa, non prevede alcun cambiamento di struttura, per intenderci, perché altrimenti si tratterebbe di pensare un altro sistema e per esso non ci vorrebbe un manager, ma un innovatore, un creatore, non un amministratore. Ci vorrebbe un nuovo principe.

Ma tutto il resto delle possibilità di azione di questa figura è possibile; e non è poco. E’ in questo abbondante “resto” che si situa, ad esempio, la questione della transizione ecologica e della sua guida.

Il “ministero della transizione” è il luogo istituzionale in cui dovrebbe avvenire questa sperimentazione semantica che prevede una moderazione di tutti gli input che arrivano dalle puntuazioni di interesse istituzionale, privato e sociale, con le nuove variabili imposte dalla catastrofe climatica ed ecologica per giungere ad una ri-, e co-progettazione del nuovo.

In questo frangente, la dinamica politica è sussunta a questo scenario, cioè non è più centrale; il dominus (che introietta allo stesso tempo l’obiettivo da raggiungere e il suo interprete) è predefinito e sta a monte. Però la politica resta essenziale come elemento di emersione e di validazione delle variabili da controllare e da gestire, le quali sono indispensabili per approdare alla ri-progettazione. Si tratta di una politica utilitaristica, che deve restare entro limiti definiti: deve cioè assumere una qualità “amministrativa”, non creativa.

La conformazione di governo di unità nazionale a cui si è approdati con la salutare giustificazione pandemica, è il modo per avvicinarsi ad un obiettivo che è destinato a permanere anche oltre la pandemia.

Il contesto pandemico, e quello climatico, entrambi evidenti e indiscutibili, consentono questa sperimentazione ad un livello diverso rispetto agli altri governi fondati sulla “competenza” che lo hanno preceduto: non si tratta solo di emergenza nazionale, in questo caso, ma di emergenza globale, duratura, con annesso passaggio epocale, non solo di fase.

Quindi si tratta, almeno nelle intenzioni, di una sperimentazione di lunga durata, al di là della contingente residua legislatura, e che pur subendo in futuro delle necessarie alternanze con lo schema classico di maggioranze e minoranze, tende ad avvicinarsi al suo definitivo superamento, man mano che la crisi sistemica procede verso stati sempre più parossistici in cui convergono, oltre alle questioni accennate, quelle determinate dall’innovazione tecnologica, la quale non procede con continuità algebrica, ma con una accelerazione che porta al superamento di ennesime soglie qualitative, analogamente al riscaldamento climatico.

In questa molteplice emergenza risulterà sempre più insignificante il conflitto politico tra maggioranze ed opposizione, perché come mostrano le modalità di contrasto del virus, esse si pongono su un piano di pura oggettività statistica e sono misurabili (nella propaganda che le accompagna) solo oggettivamente, non più soggettivamente. Il regno dell’inter-pretazione appare scalzato.

Lo scenario prevede quindi la fine della politica non perché uno degli attori ha prevalso su un altro (come nella variante di Fukuyama), ma perché la politica, nella prospettiva di riprogettazione non è più così indispensabile, o lo è molto meno di altri sistemi di emersione di interessi, quali il tracciamento parcellizzato dei soggetti, i sistemi di indagine e rilevamento di opinione e di fabbisogni, ecc.

Questi strumenti, nati nell’ambito dell’impresa per ottimizzare le strategie organizzative e di orientamento al mercato, di modificazione della domanda alle condizioni dell’offerta, ecc., possono così transitare ad un livello di programmazione e pianificazione sistemica, dopo la stagione che ha connotato la crisi della politica degli anni ‘90 che le ha utilizzate come strumento statistico per ridefinire la propria offerta e, nell’ultima fase (Cambridge Analitica), come strumento di manipolazione della domanda a fini ideologici (sovranismo, ecc.).

Riprendere in mano questa variegata cassetta degli attrezzi e finalizzarla ad nuova pianificazione è una necessità delle élites. Mantenere, accanto ad essi uno scenario formalmente apprezzabile di rappresentanza politica, varia, ma relativamente concorde verso obiettivi strategici epocali, è tuttavia, almeno in una fase transitoria, altrettanto necessario.

Via via che la parcellizzazione di interessi – monitorata scientificamente, resa visibile e posta in progressivo contrasto con la semplificazione settoriale e di classe – si afferma nel senso comune, si affievolisce in proporzione la necessità di questa mediazione, poiché parallelamente crescono e risultano più che sufficienti le presunte – o programmate – evidenze della necessità di pianificazione fondata oggettivamente sulla continuità e permanenza della crisi.

La forma partito, come elemento centrale del confronto democratico tende dunque a scomparire, poiché la sintesi che è in grado di operare risulta inferiore alle nuove disponibilità tecnologiche.

Tutto questo è in piena coerenza con il progetto elitario e il suo obiettivo di riequilibrio sistemico. Secondo questo progetto, il sistema va appunto riequilibrato, ma non cambiato. O meglio, va profondamente cambiato per farlo sopravvivere nella sua sostanzialità, come sistema. Va infine evitata ogni tentazione di approccio creativo al cambiamento in grado di minarne le fondamenta. Al centro del sistema vi è la separazione tra l’alto e il basso. All’alto spetta il compito di tenere stretto il banco. Poiché il banco statisticamente vince sempre e in certi momenti può anche permettersi di perdere; decisivo è che la perdita sia gestita, non subita.

Questa prospettiva implica anche una riduzione quantitativa della composizione del centro pianificante con l’espulsione di elementi di ridondanza e di disturbo della necessaria purezza sintetica e, insieme, con l’amplificazione dei suoi saperi tecnocratico-tecnologici. Ciò significa una concentrazione inedita dei poteri del centro pianificante, mentre la varietà confabulante della politica viene spostata su terreni periferici che le consentano di riprodurre la propria – utile – apparenza.

Questa prassi del centro elitario non contempla scelte fondate – o leggibili – con le ideologie che hanno caratterizzato la precedente fase e può alternare decisioni contraddittorie: l’assunzione della contraddizione già al proprio interno corrobora la narrativa della imparzialità competente, quindi ne rafforza la valenza di sintesi oggettiva.

Viste le contraddizioni e gli squilibri in atto, non è quindi detto che l’èlite utilizzi modalità operative in sintonia con la tradizione degli ultimi decenni e magari neanche di quella degli ultimi due secoli. Anzi, è più probabile che essa trasformi radicalmente i suoi approcci trasformandoli in qualcosa che può somigliare ad uno scenario di socialismo dall’alto, fondato e giustificato su base scientifico-tecnocratica e che tenti un’uscita dal “libero recinto” dell’accumulazione capitalistica.

Il governo Conte II aveva già iniziato a misurarsi con queste possibilità, a causa della pandemia: ma il suo deficit sul cammino era costituito dall’essere un governo formalmente e per certi versi, concretamente, di parte. Il governo Draghi supera questo deficit sulla linea indicata, rendendolo più accettabile alla parcellizzazione sociale definita dal quadro politico.

Questa linea di condotta implica che non vi sia un prevalente ideologico, ma piuttosto una prevalenza “narrativa” della competenza astratta.

Ma, per quanto sembri paradossale rispetto ai noti codici comunicativi e di propaganda, la funzione di competenza asintotale diventa, in realtà, la funzione prometeica, creatrice e libera da vincoli, cioè eminentemente politica. E può farlo solo distruggendo la dimensione politica che abbiamo conosciuto.

***

A questo punto si pongono, tra le altre, alcune questioni che bisognerà chiarire:

1) – la competenza è un elemento individuale o sociale ?

2) – la rappresentanza è una funzione matematica o è definibile da un complesso generico di algoritmi, oppure ha a che fare con qualche sostanza che ne conforma il senso? O, detto altrimenti, la rappresentanza porta con sé l’idea di una sua interna direzione di sviluppo oppure è solo il risultato di una sommatoria, di un calcolo?

3) – la politica termina veramente con l’inglobamento dei partiti in un nuovo paradigma tecnocratico ed elitario di governance?

Sulla prima questione può essere sufficiente ricordare la poesia di Brecht “Tebe dalle sette porta, chi la costruì?”. La risposta è evidente: la competenza è il risultato di innumerevoli competenze che si susseguono e si sommano nella storia. E’ un prodotto del lavoro, della riflessione e dell’osservazione. La competenza è sociale.

L’organizzazione della competenza è gestibile in molti modi ed è sempre pre-orientata da finalità diverse. Nessuna di esse, qualsiasi sia il contesto in cui la competenza agisce o è costretta ad agire, ha una priorità in sé, ma è definita storicamente da chi gestisce ed organizza la competenza secondo un paradigma che la precede.

Ed anche se la finalità fosse una soltanto, i modi per raggiungerla, come ci insegna la scienza possono essere diversi, talvolta conflittuali e anch’essi predeterminati. La competenza è dunque dinamica in sé, non è stabile, nè attribuibile ad alcun deus ex machina.

 

Della rappresentanza possiamo convenire che essa non è una funzione matematica, né un complesso algoritmico; la decomposizione del concetto di classe sociale o la segmentazione in infiniti strati della piramide (in cui si esercitano forze di pressione dai gradini più alti verso quelli più bassi con il risultato di una accentuata concorrenza tra i vari strati per tenere la testa fuori dall’acqua), non autorizza nessuno ad una ricomposizione sintetica che pretenda di assumere il carattere dell’oggettività, sia quando finalizzata al permanere della piramide come essa è, sia quando finalizzata a cambiamenti marginali nell’ordine – o nelle parziali prerogative – degli addendi.

Anche la rappresentanza è dinamica e, portando il ragionamento all’esasperazione del “pensiero debole” la rappresentanza è sempre auto-rappresentanza, a prescindere dai luoghi istituzionali o meno in cui essa si esprime.

Della fine della politica (partitica) come modello di organizzazione della rappresentanza, qualora essa opti definitivamente per un assorbimento nella sua funzione ancillare (non solo rispetto all’economia, cosa già abbondantemente acquisita), ma anche rispetto alla funzione epocale di ri-progettazione e pianificazione sistemica che si è aperta, potremmo semplicemente dire che questa ultima abdicazione mostra che, ciò che ci ostiniamo a chiamare “politica”, non è più tale, ma solo, per l’appunto, funzione corollaria che dovremmo nominare in un altro modo.

Ammesso che questo ruolo marginale fosse stato comprensibile, tatticamente, nella fase di sudditanza all’economia, non lo è altrettanto in quella di ri-progettazione perché mette in discussione l’essenza stessa e la natura della cosa politica. Questi epigoni della politica si chiamano dunque diversamente, si tratta di altre consistenze accessorie.

Resta da qualche parte, e dove resta, la politica, una volta scomparsa così di scena ?

Essa resta, inconsapevolmente, nello stesso luogo in cui restano anche la competenza e la rappresentanza. In un regno delle possibilità, cioè dovunque, in ogni luogo della piramide, se di piramide si tratta e delle narrazioni che da essa emanano.

Dunque la questione è ri-conoscere e ri-organizzare la competenza, la rappresentanza, la politica.

Siccome abbiamo ardito all’utilizzo di concetti del pensiero debole che molto successo ebbe all’inizio della destrutturazione di campo, è opportuno mantenere una coerenza di ragionamento interno:

non c’è alcun soggetto esterno in grado di ambire a questa ri-organizzazione nella fase epocale di cambiamento che si è aperta.

La logica sistemica implica ed impone che questa oggettività allo stato brado, questo coacervo nell’oceano delle possibilità, si ri-trovi da sola. E che, come una volta, diventi soggetto generale. A partire da quegli elementi organici che sussistono e che non sono ancora inglobati nel tentativo di ri-progettazione dall’alto.

Siccome dicevamo che il banco vince sempre, non si tratta neanche di far saltare il banco, ma di costruirne un’altro, capovolgendo molte categorie e cominciando con lo spostamento di lato della forma “piramide”.

Le èlites che stanno sopra, esistono infatti, solo se le si guarda dal basso. Se invece le si osservano dall’infinito spazio occupato dalle competenze diffuse e disponibili, esse occupano qualche puntuazione generica, instabile, probabilmente marginale.

C’è dunque bisogno, ancora una volta, di un atto di coscienza, di un’auto-rappresentazione.

Questa rappresentanza, tuttavia, non può essere più “partitica”, perché essa viene spazzata via dal disegno elitario.

Resta solo una dimensione che non può essere emarginata perché costituisce un elemento primordiale (che tiene insieme le stesse èlite): questa dimensione è “sociale”.

La solidarietà sociale tra le élites va scalfita.

L’altra va composta, forse va semplicemente resa visibile.

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