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Recovery Fund, ma quale svolta storica?

Alba Vastano intervista Vladimiro Giacchè

“I molti inni che sentiamo in favore dell’accordo sul Recovery Fund sono in fondo sospiri di sollievo perché a questo giro quella crisi è stata evitata. Ma le caratteristiche stesse di questo accordo, e l’insensata decisione di non abolire bensì unicamente a sospendere i trattati prociclici ed economicamente depressivi posti in essere durante la crisi precedente (a cominciare dal fiscal compact), sono la migliore garanzia che presto o tardi si tornerà a ballare”

Raggiunto, dopo quattro giorni di lavori in Consiglio europeo, l’accordo sul Recovery Fund. Di cosa si tratta e, in realtà, cosa si è raggiunto e a cosa si allude quando si parla di successo e volta storica? Ѐ davvero la panacea per risolvere i problemi legati alla più grave crisi economica dal dopoguerra, come fosse un novello piano Marshall? A mal pensare in tal caso non si fa peccato, perché le tenaglie di nuovi tagli per le riforme che si dovranno mettere in atto con il Recovery Plan sono una realtà legata alle condizionalità per ottenere i fondi. Inoltre è già appurato che la maggior parte dei fondi saranno a debito e che il futuro dell’economia e dei rapporti con l’Ue, non sostenuti dal principio di solidarietà fra gli Stati membri, non saranno un pranzo di gala. Su queste tematiche risponde, nell’intervista a seguire, il professor Vladimiro Giacchè, illustre economista, saggista e filosofo. Presidente del Centro Europa ricerche a Roma. Autore di molti saggi illuminanti sugli intricati snodi irrisolvibili e irriformabili dell’Ue e sulla gabbia, in cui siamo reclusi, dei Trattati che hanno smantellato le Costituzioni e si sostanziano a favore delle politiche neoliberiste in atto.

* * * *

D: Recovery Fund : si tratta di sovvenzioni a fondo perduto ma soprattutto di debito, quindi quali le differenze con il Mes che potrebbe anche essere implementato a seguire?

R: La differenza principale consiste nel fatto che non tutti i fondi del Recovery Fund sono nuovo debito. Il principale tratto in comune è la presenza di condizionalità attivabili. E, più in particolare, quella, pericolosissima, che lega – almeno potenzialmente – l’utilizzo di questi fondi all’ossequio alle manovre di “rientro dal debito” e simili “raccomandate” dalla Commissione europea. Chiunque critichi questo aspetto ha perfettamente ragione.

 

D: Qual è stato il passaggio cruciale che ha favorito, nel raggiungere l’accordo, l’intesa con i Paesi del Nord, i cosiddetti frugali? Questione di rebate? O riserve ottenute nel concedere l’ok al Recovery Plan?

R: Non avendo partecipato alla trattativa mi è difficile rispondere a questa domanda: come noto i resoconti di stampa in questi casi non sono necessariamente attendibili… Penso che in generale i “fregàli”, come li chiamo io, abbiano voluto lucrare qualcosa in termini di minori esborsi (cosa puntualmente riuscita), e inoltre mandare un messaggio di forza all’opinione pubblica interna, cui da anni fanno credere che il nord Europa operoso passi il suo tempo a finanziare il sud ozioso. Su questo populismo di governo è bene fare chiarezza. Quello delle formiche contro cicale è un cliché razzistico e soprattutto completamente falso: qualche settimana fa, in occasione della mia *audizione alla Camera dei Deputati, ho fornito i dati sui principali beneficiari in Europa della politica di bassi tassi d’interesse e del QE della BCE tra 2007 e 2019. Eccone qualcuno: primo paese beneficiario in termini assoluti la Germania (406 miliardi di risparmio in termini di minori interessi sui titoli di Stato), terzo l’Italia con 197 miliardi, quinto l’Olanda – che però ha un prodotto interno lordo che è meno della metà di quello dell’Italia – con 91 miliardi. Se poi prendiamo il rapporto tra il risparmio cumulato sulla spesa per interessi nel periodo 2007-2019 e lo stock di debito pubblico a fine 2019, vediamo che l’Olanda ha registrato un risparmio di interessi pari al 23% del debito complessivo, battendo anche la Germania (19,4%) e l’Austria (18,4%); quanto all’Italia, siamo appena all’8,2%. In ogni caso in questi anni i tassi d’interesse pagati dai vari Stati si sono divaricati, a svantaggio di alcuni paesi tra cui il nostro. Questo rappresenta un vantaggio permanente a favore dei paesi del Nord contro quelli del Sud: il costo del capitale, che nel 2006 era allineato, è ora molto più elevato per il Sud. Personalmente ritengo che una moneta unica con queste divaricazioni sia intrinsecamente molto fragile. Per questo motivo i primi a dover essere felici delle iniziative che tendono a ridurre tale gap dovrebbero essere i paesi del Nord Europa, ossia quelli che più hanno beneficiato della moneta unica.

 

D: L’accordo, considerato come una svolta storica specie da Italia, Germania e Francia è da considerare un successo, considerando che il debito peserà per 30 anni anche sulle prossime generazioni?

R: L’unica vera novità è rappresentata dall’emissione di debito comune dell’Unione. Per il resto non c’è granché di cui essere felici: abbiamo nuovo debito, fondi che cominceranno ad arrivare se va bene tra un anno, condizionalità. Anche dopo il lancio definitivo del Recovery Fund (che peraltro vedo che viene giustamente criticato dal Parlamento europeo), il principale attore in campo per la ripresa resterà la Bce. Il suo è stato davvero the only game in town in questa crisi. Continuerà a essere così.

 

D: In Europa hanno giocato la partita per il sostegno ai Paesi in difficoltà, specie da crisi Covid, i Paesi frugali e i Paesi cosiddetti dissipatori. L’Italia è confinata nella seconda categoria. Non abbiamo già fatto un inchino all’Ue, acconsentendo alle condizionalità nell’usufruire dei fondi a debito che arriveranno comunque pochi, rispetto all’emergenza economica in atto, e tardi?

R: Secondo calcoli attendibili i soldi in più che riceveremo a fondo perduto equivalgono a quelli in più (rispetto a quelli ricevuti) che abbiamo versato nelle casse comunitarie solo negli anni 2014-2018 (ma l’Italia è creditore netto del bilancio UE da molto prima). In più il loro uso sarà sottoposto a condizioni legate all’allineamento delle nostre politiche alle “raccomandazioni” della Commissione Europea. Non mi sembra un affarone.

 

D: Parliamo delle condizionalità che sono legate a riforme da attuare. Su quali materie l’Italia dovrà rispondere, ovvero quali tagli e quanti tagli sul lavoro e sui servizi sociali il governo dovrà attivare, per ottenere i 209 mld nelle casse dello Stato? Non le pare una forma di ricatto insostenibile che ci relega ai parenti poveri, bistrattati e subalterni dell’Ue, dove tutto prevale, tranne il principio di solidarietà che è la base dei Trattati?

R: Il punto è che il principio di solidarietà non è alla base dei Trattati. Alla base dei Trattati c’è la competizione tra Paesi, a sua volta imperniata sul dumping sociale e sul dumping fiscale (meno diritti per i lavoratori e meno tasse per le imprese). Come noto, una parte dei “fregàli” è specializzato in particolare nel secondo tipo di dumping, e quindi riesce ad appropriarsi di parte del gettito fiscale altrui. Quelle condizionalità sono senz’altro definibili come un ricatto, che mira ad espropriare il nostro paese della possibilità di praticare una politica economica autonoma. Purtroppo, una parte non trascurabile del mondo politico e dell’informazione di questo Paese ha così introiettato la filosofia del “vincolo esterno” – che ci imporrebbe quella virtù di cui per motivi misteriosi saremmo incapaci – da gioire in ogni occasione in cui questa filosofia si traduce in pratica. Sono completamente d’accordo con le considerazioni svolte al riguardo dal prof. D’Antoni. Sarebbe fin troppo facile far notare a questi signori come, tutte le volte che il vincolo esterno ha determinato le nostre politiche, le nostre condizioni sono peggiorate anziché migliorare. Ma come noto sugli uomini di fede gli argomenti razionali fanno poca presa…

 

D: Con la consapevolezza dell’ inconfutabile ricatto, che anche l’estrema destra sbandiera, su quali punti la sinistra radicale si differenzia nettamente, ed è bene chiarirlo, si discosta dai sovranisti?

R: Il problema principale per la “sinistra radicale” a mio giudizio non è quello di differenziarsi dalla “destra estrema” o dai “sovranisti” (qualunque cosa queste definizioni significhino), ma quello …di essere realmente radicale (ossia – come insegnava Marx – di “andare” realmente “alla radice” delle cose). In questo caso si tratta di capire che la difesa della nostra Costituzione, dei suoi valori e dei diritti che essa tutela e promuove, è una priorità politica: non lo è l’ “integrazione europea”, che anzi, fondandosi su Trattati di impronta neoliberista, finisce per collidere con la difesa dei diritti costituzionali, a cominciare da quello al lavoro. Su questo punto non sono ammesse mediazioni o giochi di parole (quali la speranzosa attesa di un’”altra Europa” che non esiste e non esisterà mai). O si sta con la Costituzione, o si sta col trattato di Maastricht.

Quanto al resto, osservo che i governi dei paesi “fregàli” purtroppo riflettono le principali famiglie politiche europee (a partire dal partito popolare) che hanno condiviso le politiche di austerity (generalmente imposte agli altri) in questi ultimi 10 anni; di alcuni di essi abbiano sentito magnificare in coro la “modernità” ancora poco tempo fa a motivo del sesso, degli orientamenti sessuali e della giovane età dei suoi governanti. Evidentemente, quando la gretta difesa delle proprie classi dominanti chiama, non c’è modernità che conti… Ma forse questo avremmo dovuto saperlo.

 

D: Il Recovery Plan che l’Italia, come gli altri Paesi, dovrà presentare entro Ottobre, potrebbe porre in riesame l’accesso al fondo stabilito?

R: Mi sembra abbastanza remota la possibilità che il Recovery plan italiano in prima battuta sia bocciato, se non altro per motivi politici: oggi nessuno ha l’interesse a riaprire una crisi nell’Unione Europea. Più facile che sia condizionato ex ante, ossia che sia steso in ossequio ai dogmi correnti nell’Unione. Questo è il pericolo maggiore.

 

D: Sul Recovery Plan italiano potrebbero ancora intervenire i Paesi frugali per dissentire sulle proposte e negarci i fondi, visto quanto scritto nelle conclusioni dell’accordo?

R: Credo che questo problema si porrà eventualmente più avanti. In ogni caso mi sembra che non vi sia in concreto un potere di veto di singoli paesi. La soluzione adottata ha permesso ai “fregàli” di salvare la faccia, ma ha di fatto levato gli artigli alle loro proposte.

 

D: Infine vale ancora la candela continuare ostinatamente a piegarci alla gabbia dei Trattati europei che ci rendono schiavi e subalterni?Si può pensare ad un piano B da mettere in atto e subito, prima delle ulteriori catene? Un’ Italexit, auspicabile con altri Paesi dell’area Sud, sarebbe così drammatica oggi? E quali sarebbero le conseguenze immediate e a lungo raggio per l’economia del nostro Paese se riuscissimo a riappropriarci della sovranità monetaria e a nazionalizzare i nostri patrimoni? L’Italia, così com’è oggi, ce la potrebbe fare da sola voltando le spalle a questa Ue dei Trattati e della Troika?

R: Sono domande ciascuna delle quali avrebbe bisogno di molte pagine per rispondere. La mia risposta alla prima domanda è negativa, ma lo è anche quella alla seconda domanda. Personalmente ritengo che questa Unione – e in particolare l’Unione monetaria – sia disfunzionale. Molte istituzioni però lo sono state nel corso della storia, e sono durate secoli. In concreto, ritengo che l’Unione monetaria europea potrà essere smontata soltanto consensualmente e/o (le due ipotesi non sono in contraddizione) in seguito a una crisi importante – economica e istituzionale. I molti inni che sentiamo in favore dell’accordo sul Recovery Fund sono in fondo sospiri di sollievo perché a questo giro quella crisi è stata evitata. Ma le caratteristiche stesse di questo accordo, e l’insensata decisione di non abolire bensì unicamente a sospendere i trattati prociclici ed economicamente depressivi posti in essere durante la crisi precedente (a cominciare dal fiscal compact), sono la migliore garanzia che presto o tardi si tornerà a ballare. A quel punto sarà importante che anche al governo, così come già avviene in parti sempre maggiori della popolazione, si affermi l’indisponibilità del nostro paese a fare di nuovo da agnello sacrificale per “salvare l’euro”, come avvenuto nel 2011-2013. A questo proposito credo sia importante acquisire la consapevolezza che i perdenti di una eventuale rottura dell’eurozona non saremmo noi, e che comunque essa non potrebbe significare “da una parte l’Italia”, dall’altra l’Europa dell’euro (erronea opinione suggerita da espressioni come “uscita dell’Italia dall’euro”): per il semplice motivo che senza l’Italia l’euro non sopravvivrebbe neppure una settimana. La cosa interessante da notare è che precisamente questa situazione dà al nostro paese un notevole potere negoziale. Chissà che prima o poi di questo non finiscano per accorgersi anche i nostri negoziatori.


Vladimiro Giacchè: Audizione Camera dei Deputati

Saggi di Vladimiro Giacchè:
Finalità e soggettività: forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel, Voltri, Pantograf, 1990.
La fabbrica del falso: strategie della menzogna nella politica contemporanea, Roma, DeriveApprodi, 2008
Titanic Europa: la crisi che non ci hanno raccontato, Roma, Aliberti, 2012
Titanic Europa: Geschichte einer Krise, Frankfurt am Main, Zambon Verlag, 2013
Anschluss: l’annessione: l’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2013
Anschluss: die deutsche Vereinigung und die Zukunft Europas, Hamburg, Laika Verlag, 2014
Le second Anschluss: l’annexion de la RDA: L’unification de l’Allemagne et l’avenir de l’Europe, Paris, Editions Delga, 2015
Costituzione italiana contro trattati europei: il conflitto inevitabile, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015 http://www.marx21.it/index.php/italia/democrazia-e-stato/26535-vladimiro-giacche-costituzione-italiana-contro-i-trattati-europei-il-conflitto-inevitabile (intervista a cura di Alba Vastano)
La fabbrica del falso: strategie della menzogna nella politica contemporanea, Reggio Emilia, Imprimatur, 3ª ed. 2016  https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/7661-alba-vastano-la-fabbrica-del-falso-strategie-della-menzogna-nella-politica-oggi.html
Lenins ökonomisches Denken nach der Oktoberrevolution, Essen, Neue Impulse Verlag, 2018
-Anschluss: l’annessione: l’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Santarcangelo di Romagna, Diarkos, nuova ed. 2019
-Hegel: la dialettica, Santarcangelo di Romagna, Diarkos, 2020

 

 

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/europa/18389-vladimiro-giacche-recovery-fund-ma-quale-svolta-storica.html

http://www.blog-lavoroesalute.org/

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