COVID-19

Il covid-19 bussa alla porta della barbarie, non del socialismo

di Paolo Ercolani

Alain Badiou è uno dei filosofi più autorevoli e sicuramente rappresenta un motivo d’onore il fatto che abbia scritto un articolo per Filosofia in movimento.

Articolo in cui il pensatore marocchino analizza il contesto storico-sociale nell’epoca del Covid-19, proponendosi di utilizzare il metodo cartesiano di individuazione oggettiva dei fatti, così da «non comprendere nei miei giudizi nulla di più di quello che si presenta così chiaramente e distintamente (si clairement et distinctement[1].

L’operazione mi sembra riuscita soltanto in parte, tanto da spingermi a intervenire per rimarcare alcuni punti che sono sfuggiti a Badiou, o che non ha proprio considerato oppure, sempre a mio avviso, interpretato male.

Possiamo schematizzare in tre tipologie gli elementi che collegano il Covid-19 all’umanità.

La prima è per così dire oggettiva: il virus colpisce l’uomo. Quella che Aristotele avrebbe chiamato la realtà «in atto».

La seconda è fisiologica, nel senso che evidenzia la natura comune che li unisce ancor prima che il primo si manifesti colpendo il secondo (la realtà «in potenza»). Ciò fin dalla radice semantica del nome: «virus» (che significava «veleno» in latino) evidenzia una comunanza con «vir» (che sempre in latino era uno dei termini con cui si definiva l’uomo). In questo senso il virus non è un elemento estraneo (ed esterno) all’umanità, che la colpisce alla maniera di una disgrazia tellurica (terremoto), bensì un elemento consustanziale all’umanità stessa, una tragedia che si inscrive nel quaderno per tanti versi a noi sconosciuto di quella che chiamiamo «vita».

È la vita stessa a contenere e produrre gli elementi patogeni, talvolta in maniera endogena talaltra per l’effetto di un’azione umana magari inconsapevole (pensiamo agli eventi climatici estremi, che possono verificarsi a fronte di un ecosistema sconvolto dall’inquinamento ambientale prodotto dall’attività umana).

La terza tipologia somiglia fortemente alla «storia degli effetti (Wirkungsgeschichte)» di cui parlava Gadamer, per cui l’esercizio di interpretazione di un accadere storico «non va inteso tanto come un’azione del soggetto, quanto come l’inserirsi nel vivo di un processo di trasmissione storica, nel quale passato e presente si mediano continuamente»[2].

 

Passato e presente

È di questo terzo elemento che intendo occuparmi, con lo scopo di comprendere lo scenario presente (nello specifico della situazione «eccezionale» prodotta dal Covid-19) alla luce di una comparazione con quello passato, cercando di evidenziare le differenze che emergono all’interno di una dinamica comune e auspicando che i «limiti» della mia soggettiva «situazione ermeneutica» non mi impediscano di «acquisire il giusto orizzonte problematico»[3].

Nel solco di questa terza tipologia, mi sembra di poter dire che la situazione di emergenza globale scatenata dal Covid-19 abbia evidenziato una forma di «dialettica» fra uguaglianza e disuguaglianza che, al tempo stesso, rimanda a un tempo passato e sottolinea la specificità del tempo presente.

Rimanda al tempo passato nella misura in cui riproduce una dinamica già vista, mutatis mutandis, lungo il corso della Storia: quella per cui la disgrazia naturale fa scoprire gli uomini uguali nella loro condizione di fragilità e mortalità. Quella condizione talmente angosciante per l’uomo che egli, non potendola risolvere, ha visto bene di non pensarci, ricercando continue forme di «divertimento» che lo facciano «giungere alla morte inavvertitamente», per riprendere le parole di Pascal[4].

Al tempo stesso, però, questa scomoda consapevolizzazione di un’uguaglianza esistenziale suscitata dall’emergenza sanitaria – dopo che il lavoro di rimozione aveva potuto beneficiare, in Occidente come nei paesi benestanti, del lungo periodo in cui sono stati assenti fenomeni così tragici e totalizzanti – non può che spingerci a considerare come, da non poco tempo, sia tornata a prevalere la disuguaglianza economica e sociale.

Questa disuguaglianza, tornata a livelli precedenti alla Seconda guerra mondiale[5], è stata il frutto non soltanto della sconfitta degli ideali comunisti e socialisti, ma perfino di quel modello keynesiano o del welfare state con cui le democrazie liberali erano riuscite a contemperare il libero mercato e la giustizia sociale.

Sarebbe opportuno considerare che tale sconfitta è avvenuta anche e soprattutto a causa dell’incapacità, da parte delle classi dirigenti e intellettuali variamente richiamantesi alla «sinistra», di superare il 1989 e formulare tanto una visione teorica quanto un programma politico adeguati ai tempi mutati, senza buttare con l’«acqua sporca» degli errori del comunismo anche il «bambino» dei diritti politici e sociali che la stessa tradizione socialista aveva contribuito ad affermare.

Tale consapevolezza dovrebbe far evitare errori come quello commesso da Badiou che, forse in un eccesso di schematismo storicistico e pur all’interno di considerazioni ragionevoli e sensate, invita a lavorare per la realizzazione di una fantomatica «terza tappa del comunismo, dopo quella brillante della sua invenzione e quella, interessante ma finalmente sconfitta, della sua sperimentazione statale».

 

Il fallimento del socialismo

In realtà non sarà possibile nessuna nuova «tappa» se si rimuove quella del fallimento ideologico e politico che ha riguardato il socialismo nella seconda metà del Novecento.

Proprio da tale fallimento, con annesso declino politico, ideologico e alla fine di consensi, è potuta derivare l’apparente contraddizione di una Sinistra che, a livello pressoché mondiale, si è o rintanata nella difesa di idee anacronistiche (una netta minoranza), oppure genuflessa al pensiero unico neo-liberista (la grande maggioranza).

Sono stati perlopiù i partiti che hanno rinnegato la tradizione socialista, pur continuando poi a richiamarsi alla indifferenziata e confusa galassia della Sinistra, a promulgare le leggi e le misure politiche scellerate che hanno distrutto i diritti e i servizi che avevano consentito una ragionevole giustizia sociale per tutto il XX secolo.

Questo scenario, di fatto, ha prodotto il predominio incontrastato di un sistema, che altrove ho chiamato «tecno-finanziario»[6], che oltre a riportare in auge misure liberistiche che non si vedevano da prima del secondo conflitto mondiale (e che hanno giocato un forte ruolo nel causarlo), ha potuto anche imporsi come sistema ideologico e di valori unico.

Un sistema che, grazie alla sua forza spettacolare inaudita (resa possibile dal notevole sviluppo mediatico e delle tecnologie digitali), è riuscito in due imprese sotto gli occhi di tutti coloro che non vogliono nascondere la testa sotto al terreno: 1) dettare praticamente l’agenda politica ai governi nazionali; 2) dettare l’agenda dei valori e degli scopi etici alla società delle persone, sottomettendo l’umano al ruolo di strumento che assume valore solo in quanto produce profitto finanziario o contribuisce al progresso tecnologico, e quindi generare un’opinione pubblica culturalmente degradata e priva degli strumenti anche solo per criticare il sistema dominante (figuriamoci per lavorare alla costruzione di un sistema alternativo)[7].

Questo scenario, ben lungi dal far pensare alla possibilità di una «terza tappa» del comunismo, sembra piuttosto creare le condizioni per il proliferare di ideologie e movimenti variamente populisti, demagogici e nazionalisti.

Cioè a dire: in maniera simile a quanto è avvenuto nei due decenni precedenti la Seconda guerra mondiale, il panorama socio-economico e quello politico-ideologico mettono sì in evidenza una crisi del sistema liberal-democratico (e con esso del cristianesimo), ma non certo a favore di un socialismo o anche solo di una Sinistra ad oggi inesistenti, bensì di un nazionalismo sovranistico e di uno spontaneismo anarchico che prefigurano ben più il 1922 italiano e il 1933 tedesco che non altri scenari.

 

Il declino della democrazia liberale

Insomma, questa situazione eccezionale creata dalla diffusione del Covid-19, in termini filosofico-politici mi sembra aver portato alla luce tre elementi cartesianamente «chiari e distinti»: da un lato la totale assenza di una teoria (e quindi di un programma politico) da parte delle forze antagoniste al sistema tecno-finanziario; in secondo luogo il declino teorico e pratico delle democrazie liberali, che nella loro deriva neo-liberistica fanno sempre più fatica a contenere il conflitto sociale derivante dalla disuguaglianza e dalla soppressione di troppi diritti; in terzo luogo (e qui gioca un ruolo immediato la situazione indotta dall’emergenza virale) una condizione economica generalizzata che sembra volgere verso la disoccupazione, la fame e il forte disagio esistenziale di masse sempre più estese della popolazione.

Considerato in termini più filosofico-politici, possiamo dire di stare assistendo alla crisi profonda dei tre grandi sistemi ideologici che hanno caratterizzato l’Occidente fino al XX secolo: cristianesimo, socialismo e liberalismo. Al contempo vediamo un predominio incontrastato di quella neo-liberista.

L’ultima volta che abbiamo assistito a una rappresentazione molto simile a quella appena descritta, si aprirono le porte alla barbarie del nazifascismo.

Questo scenario, ben presente prima dell’emergenza sanitaria, rischia di essere soltanto aggravato e al tempo stesso accelerato dalla pesante situazione economica, psicologica ed esistenziale derivante dalle misure coercitive assunte per combattere la pandemia.

Un ultimo dato che sembra emergere con oggettività, ancora nel senso cartesiano richiamato da Badiou, concerne la sempre maggiore difficoltà che incontreranno i governi nel far rispettare alla popolazione le nette misure restrittive: a fronte dello scenario economico e sociale fin qui descritto, infatti, occorre chiedersi per quanto tempo ancora masse popolari spaventate, disagiate psicologicamente e molto presto affamate, riterranno più conveniente rispettare la quarantena che non uscire allo scoperto per prendersi con la forza quei beni di prima necessità che non possono più permettersi.

 

La nuova barbarie

Quanto manca, insomma, perché il terribile mix di emergenza socio-economica e sanitaria provochi quell’ «invertebrazione» della società di cui parlava Ortega Y Gasset, cioè che «la massa rifiuta di essere massa – ossia di seguire la minoranza dirigente – la nazione si disfa, la società si smembra e sopravviene il caos sociale», tanto più in un contesto di società «misologa» e «ottusa» in cui la decadenza sociale e culturale ha portato anche buona parte delle classi dirigenti a degenerare al livello della «massa volgare»[8]?.

Stiamo già leggendo di cure rifiutate ad anziani e disabili, come anche a persone che non possono permettersi gli altissimi costi della sanità americana (un ragazzo di 17 anni è morto negli Usa in seguito a ciò), nella consapevolezza che questi episodi gravissimi e inquietanti si vanno a inserire in un contesto socio-economico già estremamente conflittuale per via delle considerazioni fatte sopra.

Volendo giungere a una conclusione, mi sembra di poter dire che l’autorevole Badiou, nel suo intendimento cartesiano (chiarezza e distinzione degli elementi da rilevare), abbia perso per strada la categoria della «profondità», condannando la propria analisi a una superficialità dell’ovvio che non arriva a «graffiare» il fondo della questione. Aspetto rimarcato anche dalla sua, al momento irrealistica, prefigurazione di una terza tappa del comunismo di cui, con tutta franchezza, non si scorge alcun presupposto oggettivo. Mentre si scorgono in un orizzonte non troppo lontano pericolosissime derive di anarchismo irrazionalistico, quindi di barbarie, che rischiano di provocare in tempi brevi il tracollo dell’Europa e il declino dell’Occidente come li abbiamo conosciuti fino ad oggi.

Credo sia molto pertinente, a tal proposito, il fatto che lo storico della medicina Charles Rosenberg ha avanzato questa considerazione: «Ogni epidemia conosciuta è stata inquadrata e spiegata non semplicemente come una questione di salute pubblica, ma anche come una crisi morale»[9].

Traducendo la questione in termini filosofici, non mi sembra vi siano le condizioni per una rivoluzione di tipo marxiano, idealmente ispirata all’emancipazione collettiva e alla creazione di una società priva di sfruttamento; quanto piuttosto per una deriva nietzscheana connotata dalla volontà di potenza, dalla guerra e da un contesto sociale in cui il più forte ottiene campo aperto per esercitare dominio e prevaricazione sul più debole, in nome del fatto che lo «sfruttamento concerne l’essenza del vivente»[10].

L’esito finale potrebbe essere perfino migliore, per l’Occidente in profonda crisi dei giorni nostri, ma bisogna vedere quale e quanta barbarie dovremo scontare prima di recuperare un contesto democratico e di pace sociale.

Naturalmente dopo essere sopravvissuti alla pandemia…


Note
[1] R. Descartes, Discours de la méthode (1637), in Oeuvres de Descartes, 13 voll., a cura di C. Adam e P. Tannery, L. Cérf, Paris 1897-1913, v. VI, p. 18
[2] H.G. Gadamer, Verità e metodo (1960), traduzione di Gianni Vattimo, Rizzoli, Milano 1983, p. 340
[3] Ibid., pp. 356 e 353
[4] B. Pascal, Pensées sur la religion et sur quelques autres sujets, in Oeuvres complètes, a cura di J. Chevalier, Gallimard, Paris, §§ 213 e 217
[5] Il tasso di disuguaglianza sociale sta facendo registrare un livello simile al contesto storico precedente la Seconda guerra mondiale, spingendo un autorevole economista dei giorni nostri a parlare di «traiettorie esplosive e spirali di disuguaglianza fuori da ogni controllo» (T. Piketty, Le capital au XXI siècle, Seuil, Paris, pp. 698 e 701. Cfr. anche L. Boltanski – E. Chiapello, Le nouvelle esprit du capitalisme, Gallimard, Paris 2011, pp. 681 e 682, nonché D. Harvey, A Brief History of Neoliberalism, Oxford University Press, Oxford – New York 2005, p. 205, il quale ultimo sottolinea la natura «profondamente antidemocratica del neoliberalismo».
[6] P. Ercolani, Figli di un Io minore. Dalla società aperta alla società ottusa, prefazione di Luciano Canfora, Marsilio, Venezia 2019
[7] Ibid., capp. I e III
[8] J. Ortega Y Gasset, España invertebrada (1921), in Obras completas, XI voll., Revista de Occidente, Madrid 1946-1968, vol. III, pp. 93 e 103. Per la società misologa e ottusa rinvio nuovamente al mio Figli di un Io minore, cit., cap. I
[9] Cit. in I. Karstev, The seven early lessons of the global coronavirus crisis, «New Statesman», 20 marzo 2020, https://www.newstatesman.com/world/europe/2020/03/coronavirus-early-lessons-global-crisis
[10] F. Nietzsche, Jenseits von Gut und Böse, in Kritische Gesamtausgabe, Walter de Gruyter, Berlin – New York 1967 sgg., VI,II, § 259

 

 

FONTE: http://filosofiainmovimento.it/

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